YEMEN: gli USA (tra le ultime mosse di TRUMP) dichiarano i filo-iraniani ribelli HUTHI (all’invadenza saudita) come TERRORISTI, bloccando così aiuti e cibo al Paese più povero del mondo arabo – Per il nuovo presidente BIDEN difficili saranno i negoziati con l’Iran, e la soluzione della crisi umanitaria yemenita

La GUERRA CRUDELE E SANGUINOSA che l’ARABIA SAUDITA sta facendo nello YEMEN (quasi 6 anni di una guerra che ha già causato CENTINAIA DI MIGLIAIA DI VITTIME, tra cui oltre 12 MILA CIVILI), appoggiando la guerra civile ma anche lanciando bombe e missili contro la popolazione, ha come PRIMO OBIETTIVO quello di FAR CADERE I RIBELLI HUTHI; di fatto CONQUISTARE UN PREDOMINIO e un’influenza diretta sullo YEMEN (creando un governo fantoccio), e così INDEBOLIRE IL GRANDE NEMICO IRAN – (FOTO: bombardamenti dell’Arabia Saudita in Yemen, da https://www.controinformazione.info/)

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Trump e il segretario di Stato Mike Pompeo (foto da https://www.ispionline.it/) – “Uno degli ultimi COLPI DI CODA in politica estera DELL’AMMINISTRAZIONE TRUMP è stato appena assestato dal Segretario di Stato americano, MIKE POMPEO, con l’ISCRIZIONE DEGLI HOUTI dello YEMEN sulla LISTA DEI TERRORISTI. A seguito della decisione del Dipartimento di Stato americano, NELLE REGIONI DEL CENTRO NORD DELLO YEMEN dove abita circa il 70% della popolazione NON SI POTRÀ PIÙ IMPORTARE dall’estero, NÉ RICEVERE LE RIMESSE IN DENARO della diaspora, spesso unico sostegno di molte famiglie. Ma A PREOCCUPARE ancor di più gli operatori umanitari è la DISTRIBUZIONE DI AIUTI E MEDICINALI: oggi, quelli che riescono ad arrivare dopo aver superato il blocco aereo e navale saudita vengono distribuiti sul territorio solo coordinandosi con gli Houthi.(…)” (da ISPI, Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, https://ispo.campaign-view.eu/, 12/1/2021)

USA: LE MINE VAGANTI DI DONALD TRUMP

– Taiwan, Yemen e Cuba: così l’amministrazione Trump riempie il cammino di Biden in politica estera di mine vaganti –

da ISPI, Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, https://ispo.campaign-view.eu/, 12/1/2021

   Mancano pochi giorni all’insediamento di Joe Biden alla Casa Bianca e l’amministrazione Trump ha annunciato, nel giro di poche ore, che rimetterà Cuba nella lista dei paesi sponsor del terrorismo, rimuoverà le restrizioni autoimposte nei rapporti con Taiwan e inserirà i ribelli Houthi nella lista dei gruppi terroristici. A renderlo noto è stato il segretario di Stato MIKE POMPEO procedendo a passo spedito con quello che in gergo militare si chiama “AVVELENAMENTO DEI POZZI”.

   JOE BIDEN appena insediatosi si troverà così con una serie di dossier scottanti tra le mani. E non solo. La decisione di bollare come terrorista il movimento ANSAR ALLAH, riferimento politico e militare dei ribelli HOUTHI, potrebbe compromettere ogni chance di successo nel difficile negoziato di pace in corso in YEMEN, oltre a rivelarsi fatale per il processo di distribuzione di aiuti e cibo nelle aree controllate dagli insorti. L’avvelenamento dei pozzi, d’altra parte, è una tecnica di guerriglia utilizzata per ostacolare il nemico e impedirgli di avanzare man mano che ci si ritira. Più o meno quello che si fa con i campi minati. Poco importa se ci sarà un numero imprecisato di “vittime collaterali”. (ISPI, Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, https://ispo.campaign-view.eu/, 12/1/2021)

YEMEN: “VANDALISMO DIPLOMATICO”?

   Quello che per l’amministrazione Trump è l’affondo decisivo all’Iran (sponsor degli insorti yemeniti) e un regalo di addio ai partner sauditi, per le organizzazioni umanitarie è nient’altro che “un atto di vandalismo diplomatico”. Infatti, a seguito della decisione del Dipartimento di Stato americano, nelle regioni del centro nord dello Yemen dove abita circa il 70% della popolazione non si potrà più importare dall’estero, né ricevere le rimesse in denaro della diaspora, spesso unico sostegno di molte famiglie. Ma a preoccupare ancor di più gli operatori umanitari è la distribuzione di aiuti e medicinali: oggi, quelli che riescono ad arrivare dopo aver superato il blocco aereo e navale saudita vengono distribuiti sul territorio solo coordinandosi con gli Houthi. La situazione nel paese, preda di un conflitto che ha già ucciso oltre 112mila persone e della peggiore crisi umanitaria del mondo, è già catastrofica. La malnutrizione e le epidemie come il colera sono diffuse. L’arrivo del Covid-19 sommato ai tagli degli aiuti occidentali nel 2020, inoltre, hanno portato ciò che resta del sistema sanitario yemenita al collasso. Il paradosso è che, secondo gli esperti, le sanzioni otterranno l’effetto opposto, rafforzando la capacita di presa del movimento sulla popolazione civile e compromettendo ogni evoluzione nel processo di pace mediato dall’Onu((ISPI, Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, https://ispo.campaign-view.eu/, 12/1/2021)

Il nuovo presidente americano JOE BIDEN (foto da “Il Fatto Quotidiano”) – “(…) LA MOSSA DI POMPEO rischia di complicare gli sforzi di BIDEN per RIAPRIRE I CANALI DIPLOMATICI con l’IRAN e rivedere l’alleanza con l’ARABIA SAUDITA, che da anni conduce una sanguinosa offensiva contro il poverissimo Paese yemenita confinante; e potrebbe anche MINARE I TENTATIVI DI RIPORTARE LA PACE IN YEMEN e COMPLICARE GLI SFORZI PER FAR FRONTE ALLA CRISI UMANITARIA che gli operatori del settore definiscono “biblica”.(…)” (Pietro Del Re, da “la Repubblica” del 11/1/2021)

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(Yemen, who controls what, da http://www.documentazione.info/) – LA GUERRA NELLO YEMEN è un altro tassello della delicata partita a scacchi che si sta giocando in MEDIO ORIENTE. I ribelli HUTHI che controllano la capitale San’a sono SCIITI come l’Iran, storici alleati della RUSSIA e del regime di ASSAD in Siria. Si può dire invece che tutto il resto del Medio Oriente, ISIS compreso, sia al contrario SUNNITA. Far cadere i ribelli HUTHI (che dichiarano di essere loro ad aver lanciato il 9/9/2019 i droni contro gli impianti petroliferi dell’Arabia Saudita, ndr) nello Yemen, vorrebbe dire per Stati Uniti e Arabia Saudita INDEBOLIRE L’IRAN, grande nemica di entrambi i paesi.

“YEMEN, HOUTHI NELLA LISTA DEI TERRORISTI”, LA RICHIESTA DI POMPEO AL CONGRESSO

di Pietro Del Re, da “la Repubblica” del 11/1/2021

– Il Segretario di Stato Usa vuole che il Congresso ratifichi la mossa contro i ribelli yemeniti. Ma questo renderò più difficili i negoziati di Biden con Iran e Arabia Saudita, e peggiorerà la gravissima crisi umanitaria nel Paese – 

   Uno degli ultimi colpi di coda in politica estera dell’amministrazione Trump è stato appena assestato dal Segretario di Stato americano, Mike Pompeo, con l’iscrizione degli Houti sulla lista dei terroristi. Pompeo ha infatti annunciato che il Dipartimento di Stato notificherà al Congresso la sua volontà di designare il movimento yemenita come un’organizzazione terroristica. La misura è largamente simbolica e, a meno che il Congresso non blocchi la decisione, gli Houthi saranno messi nella lista nera il 19 gennaio, il giorno prima dell’insediamento del presidente eletto, Joe Biden, e dunque del passaggio di consegne con l’Amministrazione Trump.

   Ma la mossa di Pompeo rischia di complicare gli sforzi di Biden per riaprire i canali diplomatici con l’Iran e rivedere l’alleanza con l’Arabia Saudita, che da anni conduce una sanguinosa offensiva contro il poverissimo Paese confinante; e potrebbe anche minare i tentativi di riportare la pace in Yemen e complicare gli sforzi per far fronte alla crisi umanitaria che gli operatori del settore definiscono “biblica”. La guerra s’è rivelata un’enorme tragedia per la popolazione yemenita: secondo i dati dell’Onu, i combattimenti hanno provocato quasi 100 mila vittime, oltre 3 milioni di sfollati e una gravissima carestia.

(YEMEN,
carestia e fame; ALLARME ONU, metà della popolazione senza cibo: rischio carestia, foto da http://www.asianews.it/) – “Si restringe sempre più lo spazio necessario a evitare UNA DRAMMATICA CARESTIA NELLO YEMEN, il Paese più povero del mondo arabo, DISTRUTTO DA CINQUE ANNI DI GUERRA, ANCORA IN CORSO. La MALNUTRIZIONE ha raggiunto LIVELLI RECORD, con milioni di persone, si parla di 5 MILIONI, sul totale di 30 milioni di abitanti, che ne verranno TOCCATI NEI PRIMI SEI MESI DEL 2021 (ma ci sono milioni di sfollati e – fonte Onu – in Yemen c’è “la peggiore crisi umanitaria al mondo”, con circa 24 milioni di yemeniti, l’80% della popolazione, che necessitano di assistenza umanitaria; ndr). Nel 2021 gli yemeniti si troveranno ad affrontare una CRISI ALIMENTARE SENZA PRECEDENTI, causata soprattutto dal conflitto e aggravata dal coronavirus, dall’aumento record dei prezzi dei generi alimentari al sud del Paese e dall’embargo nelle importazioni di carburante che ha colpito il nord. A questo, si aggiungono i limiti delle strutture sanitarie e le restrizioni negli spostamenti. (…)” (Francesca Sabatinelli, da https://www.vaticannews.va/it/, 5/12/2020)

   I ribelli Houti che controllano la capitale dello Yemen e buona parte del suo territorio, hanno immediatamente condanno la decisione di Pompeo, dichiarando che risponderanno con i loro mezzi a questa provocazione. “Sono gli americani a essere all’origine del terrorismo, così come lo sono le azioni e la politica di Trump. Ogni loro decisione è condannabile e noi abbiamo il diritto di rispondere”, ha scritto su Twitter un alto responsabile dei ribelli, Mohamed Ali al-Houthi. “Il nostro popolo se ne infischia di come ci considera Trump poiché è egli stesso complice nell’assassinio degli yemeniti”.

   Il capo della diplomazia americana Pompeo ha spiegato che la sua richiesta rientra tra gli sforzi di aumentare “la dissuasione contro le attività nefaste del regime iraniano”, principale sostegno del gruppo dei ribelli yemeniti, e per aiutare la coalizione a guida saudita che li combatte, alleata di Washington. Tre leader Houti sono stati ugualmente iscritti sulla lista nera, tra i quali il loro capo, Abdel Malek al-Houthi. (Pietro Del Re)

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(bombardamenti nello Yemen, foto da http://www.globalist.it/) – Lo YEMEN è insanguinato (dal marzo 2015) da una violenta e crudele GUERRA CIVILE INTERNA, che vede militarmente coinvolta anche, in modo più che diretto, l’ARABIA SAUDITA. Pure l’ITALIA ci ha messo del suo: fornendo BOMBE ALL’ARABIA SAUDITA contro la popolazione yemenita (ne abbiamo parlato in un post del maggio 2019: https://geograficamente.wordpress.com/2019/05/05/bombe-italiane-sui-bambini-dello-yemen-nella-guerra-dimenticata-in-yemen-nel-tragico-scontro-in-medio-oriente-tra-sciiti-e-sunniti-larabia-saudita-sgancia-bombe-prodotte-in-italia-sulla-p/). SOLO IL 22/12/2020 IL PARLAMENTO ITALIANO HA PRESO UNA CHIARA POSIZIONE: una Risoluzione della Commissione Esteri della Camera nella quale vengono date IMPORTANTI E PRECISE INDICAZIONI: 1-si impegna il Governo a “MANTENERE LA SOSPENSIONE della concessione di nuove licenze per bombe d’aereo e missili che possono essere utilizzati a colpire la popolazione civile verso Arabia Saudita ed Emirati Arabi misura già in essere da metà 2019 ma che scadeva”. 2- REVOCARE LE LICENZE IN ESSERE. 3-Estendere le MISURE SOSPENSIVE a TUTTI I PAESI COINVOLTI attivamente nel conflitto IN YEMEN

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IL MONDO DICE NO ALLA GUERRA ALLO YEMEN

dal sito https://serenoregis.org/, 29/12/2020

   Dal 2015, i bombardamenti e il blocco dello YEMEN guidati dai sauditi hanno ucciso decine di migliaia di persone e devastato il Paese. L’ONU definisce questa LA PIÙ GRANDE CRISI UMANITARIA SULLA TERRA. La metà della popolazione del paese è sull’orlo della CARESTIA, il paese ha la peggiore EPIDEMIA DI COLERA del mondo nella storia moderna e ora lo Yemen ha uno dei peggiori TASSI DI MORTALITÀ PER COVID al mondo: uccide 1 persona su 4 che risulta positiva. La pandemia, insieme al ritiro degli aiuti, sta spingendo più persone letteralmente alla fame.

   Eppure l’ARABIA SAUDITA sta intensificando la sua guerra e rafforzando il suo blocco.

   La guerra è possibile solo perché i paesi occidentali – e in particolare gli Stati Uniti e la Gran Bretagna – continuano ad armare l’Arabia Saudita e fornire supporto militare, politico e logistico alla guerra. Le potenze occidentali sono partecipanti attivi e hanno il potere di fermare la crisi umana più acuta del mondo.

   Il disastro nello Yemen è causato dall’uomo. È causato dalla guerra e dal blocco. Può essere fermato.

Yemen global day of action (tratto da https://serenoregis.org/)

   Persone e organizzazioni provenienti da Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada, Francia, Italia e in tutto il mondo si stanno unendo per chiedere la fine della guerra in Yemen ed esprimono la loro solidarietà al popolo dello Yemen.

   CHIEDIAMO che in questo momento i nostri governi intervengano per:

– FERMARE L’AGGRESSIONE straniera sullo Yemen.

– STOP ALLE ARMI e al sostegno bellico per l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti.

– TOGLIERE IL BLOCCO SULLO YEMEN e aprire tutti i porti terrestri e marittimi.

– RIPRISTINARE ED ESPANDERE GLI AIUTI umanitari per il popolo dello Yemen.

   Chiediamo alle persone di tutto il mondo di protestare contro la guerra IL 25 GENNAIO 2021, pochi giorni dopo l’inaugurazione presidenziale degli Stati Uniti e il giorno prima della Future Investment Initiative “Davos nel deserto” dell’Arabia Saudita.

   Chiediamo agli individui e alle organizzazioni di tutto il mondo di invocare proteste – con maschere e altre precauzioni di sicurezza – nei loro paesi e città quel giorno e chiarire che il MONDO DICE NO ALLA GUERRA ALLO YEMEN.

Aggiungi il nome della tua organizzazione facendo clic qui. Per ulteriori informazioni, contatta national@actioncorps.org.

(ndr: PER VEDERE LE ORGANIZZAZIONI CHE HANNO ADERITO clicca su:

Il mondo dice NO alla guerra allo Yemen, lunedì 25 gennaio 2021 – Centro Studi Sereno Regis

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(San’a, la capitale dello Yemen, foto da Wikipedia) – YEMEN: UN PAESE RICCO DI MINERALI, MA NELLE MANI DI ABU DHABI – Il controllo degli EMIRATI ARABI UNITI (UAE) in YEMEN non si limita ad AEROPORTI, PORTI e IMPIANTI di PRODUZIONe ed esportazione di PETROLIO e GAS, ma si estende altresì ai siti e alle miniere d’oro di HADRAMAWT e delle altre aree meridionali. (….) Parallelamente, lo Yemen continua ad essere un Paese povero, che risente delle conseguenze del perdurante conflitto. In particolare, la guerra civile in Yemen è scoppiata il 19 marzo 2015, data in cui gli HOUTHI hanno lanciato un’offensiva per estendere il loro controllo nelle province meridionali. I gruppi che si contrappongono nel conflitto sono da un lato i ribelli sciiti Houthi, che controllano la capitale Sana’a, alleati con le forze fedeli all’ex presidente Ali Abdullah Saleh e sostenuti dall’Iran e dalle milizie di Hezbollah. Dall’altro lato, vi sono le forze fedeli al presidente yemenita, Rabbu Mansour Hadi, l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale. L’Arabia Saudita è intervenuta nel conflitto per sostenere Hadi, il 26 marzo 2015, a capo di una coalizione formata anche da Emirati Arabi Uniti, Marocco, Egitto, Sudan, Giordania, Kuwait, Bahrain e Qatar e sostenuta, a sua volta, dagli Stati Uniti.(…)” (da https://sicurezzainternazionale.luiss.it/ 27/2/2020)

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HUTHI TERRORISTI

di Daniele Santoro, da https://www.limesonline.com/ 13/1/2021

   Il segretario di Stato degli Usa Mike Pompeo ha annunciato che Washington intende designare gli huthi dello Yemen – legati all’Iran – come organizzazione terroristica.

   Perché conta: È l’ennesima mossa dell’agonizzante amministrazione Trump – o meglio della sua componente profonda, incarnata proprio dal neoconservatore Pompeo – per stringere il cappio attorno a Turchia e Iran, le due potenze revisioniste del Medio Oriente.

   Negli ultimi due mesi, gli americani sono tornati a indurire notevolmente l’approccio nei confronti di Ankara e Teheran. Pompeo ha minacciato di rovesciare Erdoğan a mezzo stampa e si è poi autoinvitato a Istanbul, da dove ha sfidato senza mezzi termini il presidente turco. Dopodiché, Washington ha comminato nuove sanzioni ad Ankara per l’acquisto degli S-400 russi e ha inviato un sottomarino  classe Ohio equipaggiato con 154 missili Tomahawk e scortato da due navi da guerra nel Golfo Persico. È stato il primo sommergibile americano a incrociare in quelle acque dal 2012. Segnale inequivocabile alla Repubblica Islamica, che ha reagito annunciando di aver ripreso l’arricchimento dell’uranio al 20% e sequestrando una petroliera sudcoreana.

   La mossa sugli huthi risente di tali dinamiche, ma si propone anche di rispondere alle pressanti esigenze di sicurezza nazionale di Israele e Arabia Saudita. Gerusalemme teme concretamente che l’Iran possa avvalersi della crescente potenza militare dei suoi clienti yemeniti per colpire EILAT, sul Golfo d’Aqaba, dove a fine dicembre lo Stato ebraico ha installato Irone Dome e Patriot. Aumentando contestualmente gli attacchi contro obiettivi iraniani in Siria – il più recente a Dayr az-Zawr nella notte tra il 12 e il 13 gennaio. Mentre Teheran continua ad alzare la posta, ventilando di poter colpire Israele anche da Gaza e Libano.

   Dal canto suo, l’Arabia Saudita è ancora sotto shock per gli attacchi alle installazioni Aramco del settembre 2019, che hanno svelato la sua estrema fragilità. Nell’ultimo anno e mezzo gli sciiti dello Yemen hanno continuato a molestare i sauditi con lanci di missili e attacchi di droni. Riyad è incapace di reagire e si ritrova i clienti dell’Iran lungo il confine meridionale.

   Eilat non è un obiettivo casuale. È lo snodo del complesso infrastrutturale energetico tra Arabia Saudita e Israele patrocinato dagli Emirati e degli imponenti progetti industriali e commerciali finanziati da Abu Dhabi e Riyad tra il Canale di Suez e Neom, la nuova città che il principe ereditario Mohammed bin Salman si propone di edificare nell’Arabia Saudita nord-occidentale.

   Dinamiche che svelano la centralità assoluta del Mar Rosso nella competizione tra potenze regionali. Il blocco arabo forgiato a partire dall’asse saudo-emiratino e levigato con gli accordi di Abramo è imperniato proprio sulla dorsale che separa Asia e Africa – come dimostra il sostanzioso investimento geopolitico israelo-emiratino in Sudan.

   Difficilmente la mossa americana smorzerà la minaccia degli huthi, che anzi verranno verosimilmente usati dall’Iran per alzare ulteriormente il prezzo del suo rientro nell’accordo sul nucleare. Circostanza che conferirebbe allo Yemen potenziale sufficiente per evolvere nell’arena privilegiata della prossima resa dei conti regionale. (Daniele Santoro)

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Medio Oriente

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YEMEN: UN PAESE RICCO DI MINERALI, MA NELLE MANI DI ABU DHABI

da https://sicurezzainternazionale.luiss.it/ 27/2/2020

Il controllo degli Emirati Arabi Uniti (UAE) in Yemen non si limita ad aeroporti, porti e impianti di produzione ed esportazione di petrolio e gas, ma si estende altresì ai siti e alle miniere d’oro di Hadramawt e delle altre aree meridionali.

   A riferirlo, il quotidiano arabo al-Araby al-Jadeed, secondo cui, a detta di fonti locali, nell’ultimo periodo, società emiratine hanno contrabbandato grandi quantità di pietre preziose dal distretto di Hajar fino ad Abu Dhabi. Al contempo, il destino di altri 16 siti minerari yemeniti resta misterioso. Le fonti, in condizioni di anonimato, hanno rivelato che sono diverse le miniere private poste in mani emiratine, in modo diretto o attraverso aziende affiliate, da cui è possibile ricavare grandi quantità d’oro. Pertanto, alcuni analisti hanno parlato di un vero e proprio “saccheggio”, il quale viene reso possibile anche dalla collaborazione con le cosiddette forze della Hadrami Elite, addestrate e sostenute proprio da Abu Dhabi. Il fine iniziale di tale legame, da parte emiratina, era mettere in sicurezza le infrastrutture energetiche di Belhaf, ma successivamente la Hadrami Elite è stata integrata nell’esercito yemenita.

   Parallelamente, lo Yemen continua ad essere Continua a leggere

LA ROTTA BALCANICA verso l’Europa – Nel nord-ovest della BOSNIA, al confine con la CROAZIA, migliaia di PROFUGHI all’addiaccio nella neve, dopo l’incendio del CAMPO DI LIPA; e invisi alla popolazione locale – La Caritas denuncia la “CATASTROFE UMANITARIA” e chiede l’intervento dell’Unione europea e dei governi

GENNAIO 2021, CONFINE BOSNIA-CROAZIA “In BOSNIA-ERZEGOVINA un migliaio di persone, giovani migranti che tentano di arrivare in Europa tramite la ROTTA BALCANICA, sono costretti a stare all’addiaccio con temperature che arrivano a -10 gradi, mentre il governo sta allestendo un campo di tende isolato, in montagna, senza riscaldamento, acqua, energia elettrica. Alla decisione si sono opposte tutte le organizzazioni umanitarie che lavorano in zona. “E’ una follia”, denuncia Daniele Bombardi, di Caritas italiana. L’ODISSEA DEI MIGRANTI CHE PASSANO DALLA ROTTA BALCANICA, dalla Turchia all’inferno dell’isola di Lesbo e poi in Bosnia-Erzegovina (o in Croazia), SI INTERROMPE LÌ, ALLA FRONTIERA, dove il miraggio dell’Europa è vicino ma più crudo che mai. Un migliaio di giovani uomini, da SIRIA, IRAQ, IRAN, AFGHANISTAN, PAKISTAN, BANGLADESH e dai Paesi del MAGHREB e dell’AFRICA SUB-SAHARIANA, sono BLOCCATI IN UNA SITUAZIONE DISUMANA, in strada o in ripari di fortuna al gelo e senza aiuti, trattati “peggio delle bestie, al confine con l’Europa, con le temperature che toccano i 10 gradi sotto lo zero.(…)” (Patrizia Caiffa, da “la difesa del popolo”, settimanale della diocesi di Padova, 8/1/2021, https://www.difesapopolo.it/) (nella FOTO: migranti e polizia bosniaca, da https://it.euronews.com/)

   Il 23 dicembre scorso (2020) le autorità bosniache hanno chiuso la tendopoli di Lipa, che ospitava 1.500 persone, punto importante nella rotta dei Balcani per i migranti verso i paesi europei (nell’estremo nord-ovest della Bosnia ai confini con la Croazia, e a 30 km dalla città di Bihać).

(migrati a piedi nudi sulla neve, 27/12/2020, foto da https://it.euronews.com/) – «DIFENDIAMO LA NOSTRA CITTÀ!». I profughi di ieri contro i profughi di oggi. La gente che un tempo veniva sfollata e che ora usa lo sfollagente. Nel gelo di fine anno, nella glaciale indifferenza che il Covid fa calare su qualunque altra emergenza globale, ALLE PORTE DELL’EUROPA C’È UN PROBLEMA MIGRANTI CHE SI STA TRASFORMANDO IN UNA GUERRA FRA POVERI, in una «VERA CATASTROFE UMANITARIA» — dice l’Onu — che nessuno sa affrontare: ALMENO TREMILA MEDIORIENTALI, NORDAFRICANI, ASIATICI DA GIORNI VAGANO IN CIABATTE A VENTI SOTTOZERO PER LE FORESTE DELLA BOSNIA NORD-OCCIDENTALE, al confine con la Croazia, arrivati lungo la rotta dei Balcani e rimasti senza un campo dove rifugiarsi e respinti dalle guardie di frontiera croate e infine RIFIUTATI DAI CITTADINI BOSNIACI DI BIHAC. Che non li vogliono ospitare. Che presidiano la vecchia fabbrica dismessa di Bira, dove s’è provato a reperire un rifugio.(…) (Francesco Battistini, 29/12/2020, da “il Corriere della Sera”)

   La tendopoli, nella fase di sgombero, è stata distrutta da un incendio (pare provocato da dei migranti). Ora un migliaio, forse di più, di questi profughi sono BLOCCATI IN UNA SITUAZIONE DISUMANA, in strada o in ripari di fortuna al gelo e senza aiuti: alcuni rimasti al campo di Lipa, sotto la neve, all’addiaccio; altri vagano nei boschi, con temperature sotto lo zero. L’appello che fanno è che: “Se nessuno ci aiuta, moriremo”.

Dove si trova geograficamente il CAMPO DI LIPA, in Europa, nel Balcani, in Bosnia, al confine croato (mappa da http://www.irishnews.com/)

   Sono migranti provenienti da Asia, Medio Oriente e Africa, in particolare da SIRIA, IRAQ, IRAN, AFGHANISTAN, PAKISTAN, BANGLADESH e dai Paesi del MAGHREB e dell’AFRICA SUB-SAHARIANA.

I migranti camminano verso la foresta dopo la chiusura del campo di Lipa (a Bihac, in Bosnia-Erzegovina, il 30 dicembre 2020 – foto REUTERS, Dado Ruvic)

   C’è stato, da parte delle autorità bosniache, un tentativo di trasferirli in un altro sito in Bosnia, ma nessuna soluzione è stata trovata, per l’opposizione delle popolazioni locali: anch’esse trent’anni fa profughe (dal 1991 al 1995 vittime della guerra civile iugoslava), ma che non ne vogliono sapere di questi profughi provenienti da terre ora anch’esse di guerra (o di miseria).

(Le rotte balcaniche, fonte borderviolence.eu, da https://lungolarottabalcanica.wordpress.com/info/) – “(…) LA PRIMA ROTTA BALCANICA parte ufficialmente il 25 ottobre del 2015: GRECIA, MACEDONIA, SERBIA e UNGHERIA. Allora furono oltre 800mila i migranti, soprattutto siriani in fuga dalla guerra, che provarono a percorrerla. In molti arrivarono finalmente in Germania per chiedere l’asilo politico. Ma per l’Europa erano “troppi”. Così pochi mesi dopo, nel marzo del 2016, Bruxelles sigla un accordo con Ankara per limitarne l’arrivo. Ma i confini sono come un colabrodo quando a far partire le persone è la disperazione. E infatti i rifugiati in cerca di una nuova casa non smisero di provarci, solo cambiarono la strada. Così DAL 2018 si sono venuti a creare ALTRI DUE PERCORSI, il primo tra la GRECIA, MACEDONIA, SERBIA E BOSNIA e l’altro tra GRECIA, ALBANIA, MONTENEGRO E BOSNIA. Ma una volta arrivati in Bosnia Erzegovina si rimane bloccati. I migranti tentano il “game”, l’espressione che utilizzano per indicare il passaggio tra il confine bosniaco e quello croato, ma vengono scoperti dalla polizia croata, picchiati, torturati, derubati e poi rispediti indietro.(…)” (Anna Spena, 4/1/2021, da VITA International – http://www.vita.it/)

   Infatti inizialmente sono stati (i profughi del campo di Lipa) fatti salire su degli autobus per il trasferimento in un altro campo, e hanno aspettato con il freddo clima invernale per più di un giorno, per essere portati a Bradina o Sarajevo, cioè in possibili altri luoghi dove ci sono campi profughi e possibilità di accoglienza. Tuttavia, non c’è stato un accordo definitivo su dove dovevano andare, vista l’opposizione come dicevamo dei bosniaci (qui accomunati tra mussulmani, serbi, croati bosniaci…) dove avrebbero dovuto andare. Sono anche state, da parte delle popolazioni locali, inscenate feroci proteste contro i migranti (i pompieri che bloccavano la strada, e cose del genere….).

LA ROTTA BALCANICA VERSO LA BOSNIA (mappa da http://www.agensir.it/) porta a BIHAC a nord-ovest, per tentare di superare l’invalicabile frontiera con la Croazia

   I migranti hanno così, dopo un giorno, abbandonato gli autobus, e alcuni sono tornati verso il campo bruciato di Lipa; dove l’esercito bosniaco sta cercando di ripristinarlo in qualche modo, allestendo nuove tende. Altri stanno vagando all’addiaccio in ripari di fortuna.

(foto ex campo di Lipa, da http://www.impakter.it/) – “(…) In Bosnia la maggior parte dei profughi si concentrava nel cantone di UNA SANA, ma dopo la chiusura del CAMPO DI BIRA, a BIHAČ, una ex fabbrica di frigoriferi gestita dall’IOM (‘International Organization for Migration), UNA PARTE DELLE PERSONE È STATA SPOSTATA NEI CAMPI DI MOSTAR E SARAJEVO. E durante la scorsa primavera UN’ALTRA PARTE È STATA ASSEGNATA AL CAMPO DI LIPA, TRA BIHAĆ E BOSANSKI PETROVAC, l’ennesima struttura non adatta all’accoglienza. (…) A Lipa non c’è acqua, servizi, elettricità. La gente rischiava di morire di freddo e l’IOM ha più volte fatto presente al governo bosniaco che non avrebbe continuato a lavorare in quelle condizioni rischiando che i migranti morissero sotto la loro custodia. IL CAMPO DI LIPA SI TROVA A 30 KM DA BIHAČ, LETTERALMENTE IN MEZZO ALLE MONTAGNE, le temperature sono rigidissime d’inverno (…) (Anna Spena, 4/1/2021, da VITA International – http://www.vita.it/)

   Un situazione umanitaria che ancora una volta ci vede spettatori (lo sappiamo solo perché ci sono volontari e associazioni sul posto, e giornalisti coraggiosi) di quanto sta accadendo tragicamente a poche decine di chilometri da noi in linea d’aria. Come già successo nei tragici eventi subiti dalle popolazioni della ex Iugoslavia nella guerra civile del ‘91-95…

“(…) In Bosnia la maggior parte dei profughi si concentrava nel cantone di UNA SANA, ma dopo la chiusura del CAMPO DI BIRA, a BIHAČ, una ex fabbrica di frigoriferi gestita dall’IOM (‘International Organization for Migration), UNA PARTE DELLE PERSONE È STATA SPOSTATA NEI CAMPI DI MOSTAR E SARAJEVO. E durante la scorsa primavera UN’ALTRA PARTE È STATA ASSEGNATA AL CAMPO DI LIPA, TRA BIHAĆ E BOSANSKI PETROVAC, l’ennesima struttura non adatta all’accoglienza. (…) A Lipa non c’è acqua, servizi, elettricità. La gente rischiava di morire di freddo e l’IOM ha più volte fatto presente al governo bosniaco che non avrebbe continuato a lavorare in quelle condizioni rischiando che i migranti morissero sotto la loro custodia. IL CAMPO DI LIPA SI TROVA A 30 KM DA BIHAČ, LETTERALMENTE IN MEZZO ALLE MONTAGNE, le temperature sono rigidissime d’inverno (…) (Anna Spena, 4/1/2021, da VITA International – http://www.vita.it/)

   Contesti di indifferenza cui l’impegno volontario è “delegato” a pochi (la Caritas, qualche altra organizzazione umanitaria…); e dall’altra i governi e l’Unione Europea che sono ora più che mai concentrati sulla pandemia, e poco interessati a seguire adeguatamente situazioni umanitarie di grande sofferenza (in luoghi che di fatto sono “Europa”, come è la Bosnia, geograficamente nell’area balcanica, al di là del non essere ancora nella UE). Chiediamo che chi può faccia qualcosa. (s.m.)

IL CAMPO DI LIPA IN BOSNIA DISTRUTTO DALL’INCENDIO IL 23 DICEMBRE 2020 (foto da http://www.vita.it/) – “(…) È la ROTTA BALCANICA, percorso di guerra che parte almeno dall’India e anche più in là, approda in questo fango elastico e tenace, fino a due giorni fa c’era anche la neve e con il FUOCO DELL’INCENDIO che ha distrutto ogni cosa siamo arrivati alla parola fine (…)” (Brunella Giovara, da “la Repubblica” del 6/1/2021)

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(ROTTA BALCANICA, foto da AVVENIRE) – “(…) A marzo 2016, in virtù dell’accordo tra Unione Europea e Turchia, i confini degli Stati lungo la rotta balcanica sono stati definitivamente chiusi e il viaggio verso l’Europa è diventato sempre più pericoloso e costoso sia in termini economici quanto di vite umane. Oggi circa 130 mila persone si trovano bloccate in campi profughi distribuite tra Grecia, Nord Macedonia, Albania, Serbia, Bosnia Erzegovina, e Croazia, e l’unica possibilità per arrivare nell’Europa che conta è quella di affidare la propria vita nelle mani dei trafficanti.(…)” (da https://lungolarottabalcanica.wordpress.com/)

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(nella foto: migranti giunti in Croazia – saranno respinti? – porta di ingresso nella UE) – “(…) In Bosnia la maggior parte dei profughi si concentrava nel cantone di UNA SANA, ma dopo la chiusura del CAMPO DI BIRA, a BIHAČ, una ex fabbrica di frigoriferi gestita dall’IOM (‘International Organization for Migration), UNA PARTE DELLE PERSONE È STATA SPOSTATA NEI CAMPI DI MOSTAR E SARAJEVO. E durante la scorsa primavera UN’ALTRA PARTE È STATA ASSEGNATA AL CAMPO DI LIPA, TRA BIHAĆ E BOSANSKI PETROVAC, l’ennesima struttura non adatta all’accoglienza. (…) A Lipa non c’è acqua, servizi, elettricità. La gente rischiava di morire di freddo e l’IOM ha più volte fatto presente al governo bosniaco che non avrebbe continuato a lavorare in quelle condizioni rischiando che i migranti morissero sotto la loro custodia. IL CAMPO DI LIPA SI TROVA A 30 KM DA BIHAČ, LETTERALMENTE IN MEZZO ALLE MONTAGNE, le temperature sono rigidissime d’inverno (…) (Anna Spena, 4/1/2021, da VITA International – http://www.vita.it/)

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“LUNGO LA ROTTA BALCANICA. Viaggio nella Storia dell’Umanità del nostro tempo” (2016, Infinito Edizioni, pp. 144, euro 13) di ANNA CLEMENTI e DIEGO SACCORA – 21 luglio 2016, Nena News: “Poli opposti in un costante parallelismo di vite, approcci, destini: flussi in movimento contro muri immobili, solidarietà di base contro militarizzazione dei vertici, storie contro numeri, accoglienza contro fili spinati. E fuga (permanente e obbligata, impellente) contro viaggio. C’è questo nel lungo cammino – a bordo di mezzi pubblici, autobus, treni o taxi, da Venezia alla Grecia e poi ritorno – raccontato nel 2016 in “LUNGO LA ROTTA BALCANICA. Viaggio nella Storia dell’Umanità del nostro tempo”, pubblicato con il patrocinio di UnaStrada onlus. (di Chiara Cruciati – Il Manifesto)

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NEL CAMPO DI LIPA E NELL’INVERNO BOSNIACO, UN MIGLIAIO DI MIGRANTI IN CONDIZIONI DISUMANE

di Patrizia Caiffa, da “la difesa del popolo” (settimanale della diocesi di Padova), 8/1/2021

https://www.difesapopolo.it/

   In Bosnia-Erzegovina un migliaio di persone, giovani migranti che tentano di arrivare in Europa tramite la rotta balcanica, sono costretti a stare all’addiaccio con temperature che arrivano a -10 gradi, mentre il governo sta allestendo un campo di tende isolato, in montagna, senza riscaldamento, acqua, energia elettrica. Alla decisione si sono opposte tutte le organizzazioni umanitarie che lavorano in zona. “E’ una follia”, denuncia Daniele Bombardi, di Caritas italiana

   L’odissea dei migranti che passano dalla rotta balcanica, dalla Turchia all’inferno dell’isola di Lesbo e poi in Bosnia-Erzegovina (o in Croazia), si interrompe lì, alla frontiera, dove il miraggio dell’Europa è vicino ma più crudo che mai. Un migliaio di giovani uomini, da SIRIA, IRAQ, IRAN, AFGHANISTAN, PAKISTAN, BANGLADESH e dai Paesi del MAGHREB e dell’AFRICA SUB-SAHARIANA, sono bloccati in una situazione disumana, in strada o in ripari di fortuna al gelo e senza aiuti, trattati “peggio delle bestie, al confine con l’Europa, con le temperature che toccano i 10 gradi sotto lo zero”. Lo racconta al Sir da Sarajevo Daniele Bombardi, coordinatore di Caritas italiana nei Balcani.

   “Una catastrofe umanitaria”. Nei giorni scorsi Caritas italiana ha lanciato l’allarme sulla “catastrofe umanitaria” in corso in quelle zone, chiedendo l’intervento dell’Unione europea e dei governi. In Bosnia, secondo le stime dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni, vi sono 8.000 persone migranti, di cui 5.000 nei campi (i più vulnerabili, come famiglie e minori soli) e 3.000 in sistemazioni di fortuna. La metà sono famiglie con bambini.

Il campo di Lipa. Nelle condizioni peggiori sono però gli uomini nei pressi di Bihac. Qui il governo sta ricostruendo il campo di Lipa, andato distrutto in un incendio, in un posto isolato, impervio e pericoloso in montagna, lontano dagli occhi delle popolazioni locali, che hanno inscenato feroci proteste contro i migranti.   A Lipa l’esercito bosniaco sta allestendo tende, ma “rischiano di morire di freddo. Non c’è acqua potabile, riscaldamento, energia elettrica. Non ci sono gli standard minimi per il rispetto della dignità e dei diritti umani. E’ una decisione folle che condanniamo”.

   L’alternativa: il campo di Bira. Le Ong per protesta si rifiutano di lavorare a Lipa e chiedono a gran voce che sia trovata una alternativa: ad esempio riaprendo il campo di Bira, una ex fabbrica abbandonata alla periferia di Bihac, ad una trentina di chilometri. La Caritas sta decidendo se intervenire o meno, intanto fa arrivare a Lipa tramite la Croce rossa quello che può: cibo, acqua e legna per accendere i fuochi.

   La prospettiva di riaprire il campo di Bira, a 20/30 chilometri da quello di Lipa, è però fortemente contrastata dai sindaci e dai cittadini, che sono scesi in piazza. Perfino i vigili del fuoco hanno schierato i loro automezzi per impedirne la riapertura. “Sarebbe la soluzione migliore per aiutare le persone almeno a passare l’inverno – dice l’operatore Caritas – ma il clima si è guastato. Oramai si è arrivati ad un muro contro muro”. Senza una mediazione si rischia l’impasse. “Non sappiamo cosa accade nei boschi alla frontiera, se ci sono persone che muoiono. Ma la tragedia è dietro l’angolo”.

Il paradosso. “Il paradosso è che l’Ue e l’Oim hanno stanziato soldi per l’allestimento di campi, che probabilmente non verranno usati – afferma Bombardi -. Il governo, pur di non perdere il consenso della popolazione, sta usando la strategia di allontanare i migranti dalla loro vista e probabilmente pagherà di tasca propria”. In seguito alle denunce delle organizzazioni umanitarie si è attivata un’azione di lobby tramite le ambasciate e la Chiesa locale “ma l’impressione è che il governo non reagisca nemmeno alle pressioni dell’Ue”.

The game. Le frontiere croate e bosniache sono tristemente famose alle cronache per “the game”: così è chiamato il “gioco” dei giovani migranti che tentano di passare a piedi la frontiera per entrare in Europa, nonostante i controlli sempre più serrati con droni e pattuglie di polizia. Il più delle volte vengono respinti in malo modo. “Tornano indietro dopo essere stati malmenati – racconta Bombardi – senza più soldi, documenti, telefonini. C’è molta violenza. Ma non si dà loro né la possibilità di andare avanti né una sistemazione dignitosa in un campo”.

Le famiglie con bambini. Va un po’ meglio alle famiglie con bambini, accolti in strutture idonee con pasti, servizi igienici e riscaldamento e la presenza del terzo settore. Ma anche loro, vista la quasi impossibilità di ricollocamenti legali, tenteranno in primavera di passare il confine affidandosi ai trafficanti, per ricongiungersi ad amici e parenti in Austria, Germania o Italia. Tutto ciò in un contesto di pandemia da Covid-19 minimizzato dai pochi tamponi effettuati – vengono fatti solo ai sintomatici e non ai contatti stretti – e poche precauzioni, tranne le mascherine obbligatorie e il coprifuoco dalle 11 alle 5. A Capodanno, ad esempio, sono morti 8 ragazzi per avvelenamento da monossido di carbonio. Al funerale erano presenti migliaia di persone. Gli operatori umanitari cercano di utilizzare tutte le cautele ma il rischio rimane comunque alto. (Patrizia Caiffa, “la difesa del popolo”, settimanale della diocesi di Padova, 8/1/20219)

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MIGRANTI: BASTA RESPINGIMENTI, MANIFESTAZIONE A TRIESTE

Un centinaio di persone di associazioni davanti Consolato croato

8/1/2021 da http://www.ansa.it/

TRIESTE, 8 GEN – “Denunciare pubblicamente le sanguinarie politiche europee in merito alla protezione dei confini”. È la ragione per la quale quasi un centinaio di attivisti si sono ritrovati venerdì 8 gennaio davanti al Consolato croato di piazza Goldoni, come spiegato nel volantino firmato dagli organizzatori, ovvero l’Assemblea No CPR No Frontiere FVG assieme alle organizzazioni Linea d’Ombra odv e Strada Si.Cura.

   La manifestazione si è svolta davanti al Consolato della Croazia, primo Stato in area Schengen per chi arriva attraverso la ‘rotta balcanica’, oltre il cui confine con l’Erzegovina si trovava il campo profugo di Lipa, recentemente dato alle fiamme.
E’ in quest’area che solitamente si ammassano i migranti che tentano di varcare il confine.
Sempre secondo quanto sostenuto dagli attivisti, la crisi umanitaria lungo la rotta balcanica “è una situazione di violenza sistemica, oltre al freddo intollerabile di questi giorni al confine bosniaco”. Secondo i manifestanti, alle difficili condizioni di vita nei grandi campi bosniaci si associano “le violenze sistematiche della polizia croata, la catena dei respingimenti che arriva fino a Trieste, il razzismo fuori e dentro i confini dell’Unione Europea”.
Ricordano inoltre che “tra gennaio e metà novembre 2020, la polizia di frontiera di Trieste e Gorizia ha ‘riammesso’ in Slovenia 1.240 persone”, registrando un aumento pari al 420% rispetto al 2019.

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TRA I MISERABILI DI LIPA “PERCHÉ L’EUROPA CI LASCIA MORIRE COSÌ?”

di Brunella Giovara, da “la Repubblica” del 6/1/2021

– Vogliono raggiungere l’Italia e la Germania. Il viaggio, lungo la rotta balcanica, costa 1.400 euro. Lo chiamano “The Game”. Ma non c’è niente di divertente. –

LIPA (Bosnia) — Si cammina nel fango, che arriva alle caviglie e più su. Avanza Continua a leggere

La CADUTA DEMOGRAFICA del nostro Paese appare inarrestabile – E il periodo Covid (e il post pandemia) aggraveranno questa condizione – Ci sarà un vuoto generazionale quando i (pochi) bambini di adesso saranno adulti? – Che fare? Servizi sociali più estesi e apertura a un’immigrazione ordinata sono le priorità

(da ISTAT. Questo grafico, detto PIRAMIDE DELLE ETA’, rappresenta la distribuzione della popolazione residente in Italia per età e sesso al 1 gennaio 2020 – ripreso da https://www.tuttitalia.it/) – “(…) La COVID-19 STA RADICALIZZANDO ANCHE LA DEMOGRAFIA. I PAESI RICCHI, che avrebbero bisogno di una primavera delle nascite, vanno VERSO UN INVERNO DELLA FERTILITÀ; MOLTI PAESI POVERI, la maggior parte dei quali avrebbe beneficiato di un raffreddamento, sono in molti casi indirizzati VERSO UNA STAGIONE SE NON DI BABY-BOOM ALMENO DI ULTERIORE CRESCITA rispetto agli anni passati. Con risultati qualche volta solamente negativi, qualche altra volta disastrosi. (…)” (Danilo Taino, da “il Corriere della Sera” del 30/11/2020)

   Il Covid-19 sta radicalizzando anche la demografia. I Paesi ricchi, che avrebbero bisogno di una primavera delle nascite, vanno verso un’ulteriore caduta della fertilità; mente i Paesi poveri sono in molti casi indirizzati verso una stagione se non di baby-boom almeno di ulteriore crescita rispetto agli anni passati (con problemi, tra l’altro di sanità molto scarsa, con mortalità infantile diffusa, con aborti e donne in balìa di maternità difficili).

  Fa specie che qualcuno pensava (o credeva) che il lockdown, il virus (che ancora imperversa) fosse elemento di sviluppo della natalità, dei concepimenti. E invece le statistiche dicono proprio il contrario: la natalità va ancora peggio. Non è tanto il timore del virus in sé a frenare la decisione di avere figli, è il clima di incertezza economica e sociale; probabilmente.

(nella foto: bambini che giocano in strada, da https://www.peopleforpl/) – La tendenza alla drastica CADUTA DEMOGRAFICA è confermata anche nel 2020, anche se i dati sono provvisori: nel periodo gennaio-agosto 2020, le nascite sono già state oltre 6.400 in meno rispetto allo stesso periodo del 2019. Secondo L’Istat ci si può attendere una riduzione ulteriore delle nascite almeno di 10mila unità a fine dicembre. Per valutare i primi effetti della pandemia sulle nascite, invece, serviranno i dati di novembre, dicembre e gennaio, che verranno pubblicati tra marzo e aprile 2021

   Nel contesto generale, anche pre-Covid, i numeri parlano chiaro e ci dicono che il censimento della popolazione italiana del 1951 individuava un’età media di 32 anni; nel 2019 questa è salita a 45 anni: nel 2008 abbiamo avuto 576mila nascite mentre nel 2019, l’ultimo dato appena aggiornato, il numero è sceso a 420mila.

   La tendenza al forte calo è confermata nel 2020, anche se i dati sono provvisori: nel periodo gennaio-agosto 2020, le nascite sono già state oltre 6.400 in meno rispetto allo stesso periodo del 2019.

   E il presidente dell’Istat Gian Carlo Blangiardo ha previsto che il numero dei nuovi nati potrebbe scendere da 420 mila del 2019 a 408 mila nel 2020, e a 393 mila nel 2021. Centinaia di migliaia di nati in meno che cambieranno (e stanno già cambiando) il panorama demografico italiano.

   La situazione demografica dei Paesi ricchi è da tempo preoccupante: si va verso società con sempre più pensionati e sempre meno lavoratori che sostengono il peso delle pensioni e creano ricchezza. E, come dicevamo, la pandemia non cambia le tendenze, le radicalizza: sempre meno bambini nei Paesi ricchi, boom demografico in quelli poveri.

(IMMAGINE: ANZIANI PER BAMBINI FONTE ISTAT) – ISTAT, Istituto Nazionale di Statistica (21/12/2020): “ANCORA UN RECORD NEGATIVO PER LA NATALITÀ. Continuano a diminuire i nati: nel 2019 sono 420.084, quasi 20 mila in meno rispetto all’anno precedente e oltre 156 mila in meno nel confronto con il 2008. A diminuire sono soprattutto i nati da genitori entrambi italiani: 327.724 nel 2019, oltre 152 mila in meno rispetto al 2008. Il numero medio di figli per donna continua a scendere: 1,27 per il complesso delle donne residenti (1,29 nel 2018 e 1,46 nel 2010, anno di massimo relativo della fecondità).

   Viene poi un pensiero (espresso in un articolo di questo post dal ricercatore Francesco Seghezzi): non è che il vuoto generazionale che verrà a crearsi quando i bambini (neonati) di adesso saranno adulti, porterà anche a una difficoltà di gestire i servizi per mancanza di personale, di non avere un sufficiente numero di lavoratori, per far andare avanti il Paese?  Da tempo si discute di come l’automazione sempre più diffusa (i computer, i robot…) possa causare la FINE DEL LAVORO, e una disoccupazione sempre più crescente. Non è che il VUOTO GENERAZIONALE dovuto alla CADUTA DEMOGRAFICA produrrà invece l’incapacità di avere personale per gestire i servizi essenziali?

   E’ una visione e considerazione forse tecnocratica, fredda, quella che ci siamo permessi. La verità è che un mondo senza bambini, senza generazioni che si alternano nelle cose della vita, significa il decadimento di ogni civiltà.

La TENDENZA AL FORTE CALO è confermata nel 2020, anche se i dati sono provvisori: nel periodo gennaio-agosto 2020, le nascite sono già state oltre 6.400 in meno rispetto allo stesso periodo del 2019.
E il presidente dell’ISTAT GIAN CARLO BLANGIARDO (nella FOTO) ha previsto che il numero dei nuovi nati potrebbe scendere da 420 mila del 2019 a 408 mila nel 2020, e a 393 mila nel 2021. Centinaia di migliaia di nati in meno che CAMBIERANNO (e stanno già cambiando) IL PANORAMA DEMOGRAFICO ITALIANO

   Ma è pur vero (tornando a una visione fredda ma realistica) che con il declino demografico salterà in ogni caso il sistema pensionistico: i troppi anziani, che tra l’altro vivono in media molto di più dei precedenti (e questo è cosa buona), non avranno ripagate le pensioni dal lavoro dei giovani, che saranno (sono) sempre meno. In questa ipotesi, di carenza finanziaria per le pensioni e di difficoltà a coprire tutte le occupazioni rimaste per mancanza di una generazione, è ipotizzabile che anziani in buona salute, che fanno un lavoro non pesante fisicamente, e magari pure piacevole, dovranno adattarsi (felici o meno) a continuare ancora un po’ nella loro occupazione, magari con una riduzione di orario…. E se il proprio lavoro piace, perché non poter continuare oltre la pensione?

E’ NATO DENIS – A MORTERONE, in provincia di Lecco, IL PIÙ PICCOLO COMUNE D’ITALIA con i suoi 30 abitanti, a luglio del 2020, dopo otto anni di mancanza di nuovi nati, è finalmente nato DENIS (MORTERONE, foto da https://it.finance.yahoo.com/)

   E’ vero che la caduta demografica italica che pare inarrestabile, potrebbe essere coperta dall’arrivo di immigrati. Ma anche questo appare un fenomeno non del tutto concreto: lo stesso “inserimento demografico” degli stranieri, degli immigrati, è sembrato appannarsi e ridursi drasticamente già nella fase delle crisi economica pre-covid (molti immigrati se ne sono andati al Paese di origine o in altri Paesi d’Europa), a fronte di poco lavoro, spesso precario, o mal pagato, e un costo della vita da noi assai elevato; e ancor di più non sono arrivati molti immigrati, con lo scoppio della pandemia per chiusura delle frontiere, e dei mezzi di trasporto.

(Possibili traiettorie di fertilità post-pandemia in base al livello di reddito regionale -Studio dell’Università Bocconi pubblicato su Science-) – “Secondo lo studio dell’Università Bocconi pubblicato su SCIENCE, intitolato LA PANDEMIA DI COVID-19 E LA FECONDITÀ UMANA, a cura dei ricercatori della Bocconi Arnstein Aassve, Nicolò Cavalli, Letizia Mencarini, Samuel Plach e Massimo Livi Bacci dell’Università di Firenze – dopo il coronavirus la fertilità potrebbe diminuire a causa “dell’incertezza economica e dell’aumento degli oneri a carico delle famiglie per la cura dei bambini”. L’indagine sottolinea poi che probabilmente nel breve periodo la fecondità diminuirà almeno nei Paesi ad alto reddito, dove ritardi nella scelta di fare figli potrebbero essere influenzati dalle perturbazioni nell’organizzazione della vita familiare causate dal prolungato isolamento, dalla riorganizzazione della cura dei figli all’interno della coppia a seguito della chiusura delle scuole e dal peggioramento delle prospettive economiche. Un calo delle nascite, sottolineano i ricercatori, comporterebbe invecchiamento della popolazione e declino demografico, con implicazioni per le politiche pubbliche. (….)” (ALTRO CHE “BABY BOOM” POST-PANDEMIA: AI TEMPI DEL COVID NIENTE FIGLI E POCO SESSO, di Adalgisa Marrocco, 30/11/2020, da https://www.huffingtonpost.it/)

   Il forte rallentamento dei flussi provocato dalle misure internazionali di contrasto alla diffusione del Covid-19, ha pure portato a situazioni paradossali dove gli italiani si sono accorti che, in certi settori stagionali (a volte malpagati) senza gli immigrati rischiavano di mandare in crisi filiere economiche essenziali (come le produzioni agro-alimentari: non c’erano più gli abituali stranieri stagionali per le vendemmie, la coltivazione del riso, gli allevamenti, le raccolte varie -pomodori, olive etc.- al sud) ed è stato necessario approntare in fretta una mini-sanatoria per rimediare alla chiusura delle frontiere.

“UN PAESE SENZA IMMIGRATI È UN PAESE SENZA FUTURO” – Intervista di LEFT al demografo MASSIMO LIVI BACCI (di Federico Tulli, 22/12/2020, https://left.it/) “(…… Una sostenuta immigrazione è una risposta inevitabile di un PAESE come il nostro che è sicuramente IN GRAVE INDEBOLIMENTO DEMOGRAFICO. Poi basta guardarsi intorno. Basta prendere un qualsiasi mezzo pubblico prima delle 7 del mattino per rendersi conto di che cosa significhi l’immigrazione per il nostro Paese. Al 90% gli utenti sono stranieri. E dove vanno? Vanno a fare lavori pesanti e i lavori necessari. Cioè quelli che non hanno chiuso nemmeno durante i lockdown (….) L’ITALIA CONTINUERÀ AD AVERE BISOGNO DI UNA FORTE IMMIGRAZIONE a meno che non ci si voglia impoverire sotto tutti i punti di vista: sociale, culturale, economico. Una società che non ha rinnovo è destinata a impoverirsi anche se tra gli immigrati non ci sono premi Nobel. Perché poi fanno figli che possono diventarlo se si investe bene su di loro. (…)” (da LEFT, rivista settimanale in edicola)

   Insomma la caduta demografica che stiamo vivendo in questi anni è cosa assai seria: e misure e provvedimenti di sviluppo della natalità sembrano urgenti. Su tutto appare importante un welfare spinto per dare servizi per le famiglie di bambini e ragazzi (altri Paesi, come Francia e Germania, hanno una politica più attrezzata per questo tipo di sostegno al sostentamento delle nuove generazioni). Dall’altro sono da rivedere e ripensare i contesti di chiusura verso l’immigrazione, che porta nel nostro Paese risorse umane sempre più gradite e necessarie (l’apertura all’approvazione dello ius soli potrebbe essere solo il primo passo necessario allo sviluppo positivo della cittadinanza) (s.m.)

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(GRETA – da http://www.corriere.it /, nella foto la mamma e Greta, 1/1/2021)

GRETA, PRIMA NATA IN LIGURIA. IL CAPOGRUPPO DELLA LEGA: «È NERA, NON ITALIANA» (da https://www.corriere.it del 1/1/2021) – L’esponente del Carroccio replica con queste parole a un messaggio del governatore Giovanni Toti che aveva accolto la nuova arrivata con le parole: «Diamo il benvenuto ai primi liguri del 2021!»   –  La prima bambina nata in Liguria nel 2021? «Non può essere definita nè ligure nè italiana» in quanto nera. Parole scritte da Stefano Mai, che è il capogruppo della Lega Nord nel consiglio regionale della Liguria. Parole che indignano anche il governatore Giovanni Toti; era stato proprio quest’ultimo a condividere sui social le foto e le notizie dei «fiocchi azzurri e rosa» che avevano salutato l’inizio del nuovo anno negli ospedali della regione senza immaginare di urtare la suscettibilità altrui.

«BENVENUTO AI NUOVI LIGURI» – Sembrava – quello di Giovanni Toti – un messaggio cortese e di circostanza, una tradizione di ogni primo gennaio. «Diamo il benvenuto ai primi liguri nati nel 2021! Alla Spezia poco dopo mezzanotte è nata Morena, a Imperia Louis e dal San Martino mi arriva la foto di Greta, prima nata a Genova. Benvenuti al mondo piccoli e auguri alle vostre famiglie a nome di tutta la Liguria», aveva scritto Toti, postando la foto di una mamma non italiana, con la sua bimba appena nata. E invece fin da subito erano partiti gli insulti per via dell’appellativo «ligure» accostato a un’immagine di una donna e della sua figlia di colore.   IL LEGHISTA: «NON C’È IUS SOLI» – Una situazione purtroppo consueta, quando ci sono di mezzo notizie che riguardano i migranti. Ma la situazione è cambiata quando alla canea degli anonimi o dei «leoni da tastiera» si è unita una voce istituzionale, quella di Stefano Mai, appunto, numero uno della Lega Nord in consiglio regionale, partito componente della maggioranza che sostiene Toti. «Non si può definire italiano, né ligure, chi nasce sul nostro territorio da genitori stranieri. Auguri e benvenuti a tutti i nuovi nati del 2021 in Liguria, ma ribadiamo che per essere italiani e liguri sia necessario intraprendere un percorso ben definito e quindi richiedere successivamente la cittadinanza, secondo quanto previsto dalle norme vigenti. NO allo Ius soli»: posizione che l’esponente del Carroccio ha ufficializzato con un comunicato stampa. «Con la Lega al governo in Liguria così come, speriamo presto, a Roma – ha aggiunto il capogruppo leghista – non accadrà mai che l’acquisizione della cittadinanza italiana avvenga come semplice conseguenza del fatto giuridico di essere nati in Italia. Occorre difendere le nostre tradizioni e la nostra identità».   LA REPLICA DEL GOVERNATORE – Giovanni Toti non ha fatto passare sotto silenzio l’intemerata e in chiusura di giornata ha preso le distanze dal consigliere della lega Nord con queste parole: «Stupisce, lascia amareggiati e per la verità anche un po’ perplessi che qualcuno, in un anno come questo, riesca a fare polemica anche su un post di benvenuto al mondo per una bimba nata in una notte così carica di dolore e di speranza. Nel Paese con il tasso di natalità più basso del mondo, una nuova creatura è un fatto positivo, quale che sia la sua nazionalità e il colore della sua pelle». «Greta – scrive Toti – si chiama così, è nata in un ospedale ligure, con medici e infermieri liguri. Sua madre ha in tasca una tessera sanitaria del nostro Paese. Non ho chiesto alla direzione del San Martino se fosse immigrata, naturalizzata, cittadina italiana o di un altro Paese. Greta è nata qui, andrà qui in Liguria all’asilo e a scuola. I suoi genitori e anche lei, quando crescerà, da lavoratrice avrà gli stessi diritti e gli stessi doveri degli altri lavoratori. E gli stessi diritti e doveri sociali».

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COVID E DEMOGRAFIA

I PAESI RICCHI NELL’INVERNO DELLA FERTILITÀ

di Danilo Taino, da “il Corriere della Sera” del 30/11/2020

– Virus e incertezza economica frenano le nascite nei Paesi più ricchi, che invece avrebbero bisogno di un tasso più alto di natalità –

   Juan Antonio Perez III stima che, a causa della pandemia, quest’anno nelle FILIPPINE nasceranno 214 mila bambini in più di quelli prevedibili prima dei lockdown: almeno un milione e 900 mila. Perez è il direttore esecutivo della Commissione sulla Popolazione e sullo Sviluppo di Manila e considera che tra le 400 e le 600 mila filippine siano uscite dal programma di pianificazione familiare nei mesi scorsi: non hanno avuto accesso ai farmaci e agli strumenti contraccettivi che il governo distribuisce.

   In ITALIA, invece, il presidente dell’Istat Gian Carlo Blangiardo ha previsto pochi giorni fa che il numero dei nuovi nati potrebbe scendere da 420 mila nel 2019 a 408 mila quest’anno e a 393 mila nel 2021.

   Filippine e Italia illustrano una realtà generale: la COVID-19 STA RADICALIZZANDO ANCHE LA DEMOGRAFIA. I PAESI RICCHI, che avrebbero bisogno di una primavera delle nascite, vanno VERSO UN INVERNO DELLA FERTILITÀ; MOLTI PAESI POVERI, la maggior parte dei quali avrebbe beneficiato di un raffreddamento, sono in molti casi indirizzati VERSO UNA STAGIONE SE NON DI BABY-BOOM ALMENO DI ULTERIORE CRESCITA rispetto agli anni passati. Con risultati qualche volta solamente negativi, qualche altra volta disastrosi.

   In Occidente e nelle Nazioni avanzate il periodo 2020-2021 segnerà un gradino all’ingiù che a lungo potrebbe mantenere più bassa del dovuto la tendenza demografica già negativa. Negli altri Paesi potrebbe vedere messo sottosopra l’impegno di molti governi nella pianificazione familiare e portare a ondate di aborti non ufficiali, a nascite premature, a un aumento della mortalità infantile.

   All’inizio della circolazione del virus in Europa, tra la fine di marzo e l’inizio di aprile, tre demografi italiani – Francesca Luppi, Bruno Arpino, Alessandro Rosina – hanno utilizzato dati del Rapporto Giovani dell’Istituto Giuseppe Toniolo per stabilire come le persone tra i 18 e i 34 anni hanno reagito alla pandemia quando si tratta di maternità e paternità. E li hanno poi confrontati con pari età di Germania, Francia, Spagna e Regno Unito. Tra gli italiani che prima del virus avevano intenzione di procreare, il 26% era deciso ad andare avanti con il progetto, il 38% intendeva rinviarlo, il 36% aveva deciso di abbandonarlo. Tra i cinque Paesi, la QUOTA DI ABBANDONI DEGLI ITALIANI era decisamente LA PIÙ ALTA: 14% tra i tedeschi, 17% tra i francesi, 29% tra gli spagnoli, 19% tra i britannici; i quali preferivano mantenere l’obiettivo o si limitavano a posporlo.

   «Abbiamo continuato a studiare la situazione – dice Francesca Luppi – A ottobre la quota degli italiani decisa ad abbandonare è calata di qualche punto, mentre è aumentata quella di chi rinvia». Le persone hanno preso maggiore confidenza con la pandemia, commenta la demografa, sono forse meno ansiose ma il dubbio se diventare genitori o meno resta forte. «Ora, NON È TANTO IL TIMORE DEL VIRUS in sé a frenare la decisione di avere figli – sostiene Alessandra Kustermann, primario alla clinica Mangiagalli di Milano – È IL CLIMA DI INCERTEZZA ECONOMICA E SOCIALE a influire sui programmi di vita e in molti casi anche sui rapporti interni alla coppia».

   Dati ufficiali su cosa stia accadendo nel mondo a causa della pandemia ovviamente non ci sono: la gran parte dei bambini concepiti lo scorso marzo nascerà in dicembre e solo nei prossimi mesi si potrà quantificare la tendenza. Al momento si possono fare previsioni.

   La Brookings Institution stima che l’anno prossimo negli STATI UNITI nasca mezzo milione in meno di bambini di quanti sarebbero nati senza la pandemia. Uno studio britannico prevede un calo del 15% dei nati in America tra novembre 2020 e il prossimo febbraio. Il minor numero di nuove nascite, il maggior numero di morti e il rallentamento dell’immigrazione potrebbe portare al tasso di crescita della popolazione Usa più basso da cento anni.

   Il GIAPPONE è in una crisi demografica endemica (un abitante su quattro ha più di 65 anni) e le gravidanze sono scese dell’11% tra marzo e maggio: il governo è così preoccupato da avere alzato il contributo ai nuovi nati a 600 mila yen (4.800 euro) e da avere introdotto i trattamenti della fertilità nell’assistenza sociale. L’AUSTRALIA calcola un chiaro calo delle nascite, così come altri Paesi sviluppati del Pacifico: SINGAPORE promette tremila euro a chi avrà un figlio nei prossimi due anni.

   È che nei momenti d’incertezza le persone preferiscono non programmare il futuro. La crisi dell’economia, l’aumento della disoccupazione, le cattive prospettive che i giovani ritengono di avere sono alla base della crisi demografica che si annuncia. A questo si aggiunge la difficoltà ad accedere alla fertilizzazione in-vitro durante i lockdown, una procedura che, per esempio negli Stati Uniti, ogni anno porta a più di 80 mila nascite.

   In teoria, lo stesso dovrebbe valere per i Paesi poveri o a medio sviluppo, soprattutto tra le popolazioni che abitano le città. In realtà, il caso delle Filippine non è unico. In INDIA, lo scorso maggio 25 milioni di coppie non hanno potuto accedere ai contraccettivi, calcola la Foundation for Reproductive Health Services di Delhi. E durante i lockdown le cliniche Marie Stope International – i maggiori fornitori di servizi di pianificazione familiare non statali in India e NEPAL – hanno dovuto chiudere.

   In INDONESIA, dieci milioni di donne in aprile e durante i confinamenti non hanno avuto accesso alla contraccezione. Il Gutmacher Institute ha calcolato che, in 132 Paesi a reddito basso o medio, un calo del 10% dell’utilizzo dei servizi di controllo delle nascite a causa delle restrizioni Covid-19 provocherebbe più di 15 milioni di nascite non volute: il problema è che gli operatori «sulla frontiera» dicono che la quota di donne senza accesso a questi servizi in certi casi arriva all’80%.

   La demografia dei Paesi ricchi è da tempo preoccupante: si va verso società con sempre più pensionati e sempre meno lavoratori che sostengono il peso delle pensioni e creano ricchezza. La demografia dei Paesi poveri è più articolata ma in molti Paesi l’alto numero delle nascite e i cattivi servizi sanitari mantengono alta la mortalità delle madri durante il parto e quella infantile. La pandemia non cambia le tendenze, le radicalizza: inverno della fertilità al Nord, stagione sempre calda al Sud. (Danilo Taino)

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DEMOGRAFIA – il dibattito che serve ma che non si fa

IL VERO DRAMMA DEL LAVORO SARÀ IL VUOTO GENERAZIONALE

di Francesco Seghezzi, ricercatore, dal quotidiano “DOMANI”, 24/12/2020

– Il rischio: nei prossimi anni pagheremo le conseguenze di ciò che sta accadendo –

   Abituati a scadenze a breve termine e a orizzonti temporali sempre più brevi, tanto in politica quanto in economia, ci risulta difficile comprendere gli impatti delle dinamiche demografiche, soprattutto sul mondo del lavoro. Ma basta avere la pazienza di leggere i dati che Istat ha diffuso nelle ultime settimane per aver chiaro come stiamo perdendo tempo guardando al dito e ignorando la luna.

   I numeri parlano chiaro e ci dicono che il censimento della popolazione italiana del 1951 individuava un’età media di 32 anni; nel 2019 questa è salita a 45 anni. Di certo non si può che festeggiare per l’aumento della speranza di vita, Continua a leggere

AMBIENTE DA SALVARE: L’IMPEGNO DEL 2021 – Piantare alberi e togliere le (macro e micro) fonti di inquinamento: un decisivo passo per salvare noi stessi e il pianeta da inquinamento e cambiamenti climatici – Come incentivare le energie rinnovabili e non inquinanti? – La COP26 a GLASGOW del novembre 2021

Il Bureau della CONFERENZA DELLE PARTI dell’UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change), insieme al governo britannico e a quello italiano, hanno concordato le nuove date per la PROSSIMA COP26, che si terrà a GLASGOW in Scozia dall’1 al 12 NOVEMBRE 2021. Consentono al governo britannico e quello italiano di mettere l’azione per il clima al centro dei lavori del G7 e del G20, dei quali i due Paesi hanno nel 2021 rispettivamente la presidenza di turno. È l’OCCASIONE PER L’EUROPA DI RIPRENDERE UN RUOLO GUIDA NEL PROCESSO DI DECARBONIZZAZIONE, riuscendo a convincere tutti gli Stati ed entità geopolitiche della NECESSITÀ DI TASSARE LE EMISSIONI INQUINANTI (UNA CARBON TAX) E ABOLIRE I SUSSIDI AI COMBUSTIBILI FOSSILI. (carbon-tax: immagine tratta da https://www.qualenergia.it/)

   Parlare di inquinamento atmosferico, di modificazione climatica, in un momento di piena pandemia, sembra tema secondario, o perlomeno non prioritario rispetto alle difficoltà planetarie (ma che sono europee, nazionali, locali, personali…) di adesso. Ma, secondo molti, se il Covid 19 dovrebbe almeno attenuarsi nel corso del 2021 (non certo sparire, rimarrà…), gli effetti delle mutazioni climatiche, oramai a detta di tutti, sono assai preoccupanti (irreversibili?) e ci cambieranno la vita.

   Per questo nel 2021 c’è da dedicarci impegno e convinzione nel trovare modi di comportamento, di sviluppo, in grado di perlomeno attenuare, frenare, la crisi climatica.

“L’occasione politica è offerta dalla PRESIDENZA ITALIANA E BRITANNICA DELLA COP26 NEL 2021, la CONVENZIONE delle parti SUL CLIMA delle NAZIONI UNITE, rinviata di un anno, si terrà a GLASGOW in Scozia dall’1 al 12 NOVEMBRE 2021. È l’occasione per l’Europa di riprendere un RUOLO GUIDA NEL PROCESSO DI DECARBONIZZAZIONE, indicando la strada di UNA CARBON TAX GLOBALE e ottenere il risultato minimale della ABOLIZIONE DEI SUSSIDI AI COMBUSTIBILI FOSSILI. Non è una proposta irrealistica, politicamente. (…)” (VALERIA TERMINI economista, dal quotidiano “DOMANI” del 15/12/2020)

   Fenomeni come l’innalzamento della temperatura, la diminuzione delle piogge, lo scioglimento dei ghiacciai, gli eventi atmosferici estremi (da noi pensiamo al riscaldamento del Mediterraneo, che essendo un mare semichiuso si sta scaldando più velocemente degli oceani) con fenomeni mai accaduti così (pensiamo all’uragano Vaja della notte del 29-30 ottobre 2018), e altri nuovi accadimenti metereologici, cose raccontate con l’evidenza dei numeri e le analisi degli studiosi, tutto questo sta a dimostrare che siamo entrati nell’èra della crisi ambientale, nella quale ci viene chiesto il conto di decenni di sviluppo non sostenibile, dove abbiamo consumato e inquinato senza considerare il fragile equilibrio della natura.

   Inverni senza neve, estati torride, fiumi sempre più asciutti, terreni in via di desertificazione, acque alte sempre più spesso (a Venezia), con l’innalzamento dei mari e l’erosione dei litorali; poi come prima detto gli uragani tipo Vaia; la scomparsa delle api e l’arrivo di nuove specie animali e vegetali…. Tutti episodi visibili, che non ci vogliono rilevazioni statistiche a dircelo, ma li possiamo vedere e notare ognuno di noi.

(nell’immagine la mappa che mostra l’aumento di temperatura media in 100mila comuni europei (EDJNet) (da IL POST.IT) – “Negli ULTIMI CINQUANT’ANNI la TEMPERATURA MEDIA è AUMENTATA DI ALMENO 1°C IN 7.540 COMUNI ITALIANI su 7.669, e a un RITMO DI CRESCITA PREOCCUPANTE. (…) In Italia, come in Europa, le zone con l’aumento di temperatura maggiore sono quelle più fredde, soprattutto alcune delle regioni dell’arco alpino e molti dei comuni che si trovano nella zona dell’Appennino centrale. LA PROVINCIA AUTONOMA DI BOLZANO È DOVE C’È STATA LA CRESCITA PIÙ EVIDENTE: +2,71°.(…) Nella mappa qui sopra dell’Europa, le ZONE COLORATE DI ROSSO, quindi dove c’è stato un marcato aumento della temperatura, sono anche nell’Europa centro-orientale, soprattutto nelle aree intorno alle capitali o alle grandi città: Tallinn, Belgrado, Riga e Budapest sono le capitali che hanno registrato la crescita più significativa.(…)” (da IL POST.IT, 19/12/2020, https://www.ilpost.it/)

   Sulla necessità di porre un freno all’innalzamento climatico causato dalle attività umane, c’è coscienza in Europa (perlomeno nelle istituzioni che adesso ci rappresentano) e in altre parti del mondo: sembra cambierà l’atteggiamento di negazione del fenomeno che c’è stato con Trump, negli Stati Uniti del nuovo presidente Biden; ma anche la Cina pare rendersene conto: il presidente Xi Jinping ha già espresso l’obiettivo di portare il suo Paese verso una crescita a emissioni zero al 2060.

   Sia a livello globale, che europeo, ma anche nazionale, l’imperativo che ci si propone politicamente (almeno nella teoria) è quello assai semplice e doveroso, di premiare l’impiego di fonti energetiche rinnovabili e non inquinanti; e invece accollare più costi a quelle finora tradizionali, inquinanti e non rinnovabili, causa della crisi ambientale odierna. Ma non sembra che questo proponimento accada ora realmente.

(SAVE THE BEES, Salviamo le Api, foto da https://www.greenpeace.org/) – Nel mondo intero, le POPOLAZIONI DI API sono MINACCIATE DALL’AGROCHIMICA E DAL CLIMA IMPAZZITO. Una morsa che rischia di stritolare anche il futuro dell’alimentazione

   A livello nazionale, ad esempio, se è pur vero che si adotta una politica di sussidi alle fonti rinnovabili, dall’altra altrettanti sussidi vengono mantenuti per l’industria tradizionale petrolifera, per i trasporti di merci su strada (ampiamente sovvenzionati nei costi del carburante e delle autostrade)… contribuendo così ad accontentare tutti, ma non venire a cambiare effettivamente la barra dello sviluppo che adesso si vorrebbe “sostenibile”.
Ad esempio c’è stato un ennesimo rinvio, nella Legge di Bilancio di fine anno 2020, dei tagli ai sussidi alle fonti fossili, che permetterebbero di liberare risorse per interventi utili; e all’ultimo Consiglio dei Ministri è stato stralciato anche lo stop alle nuove trivellazioni per cercare petrolio e gas…. Insomma un duplice parallelo sviluppo sembra volersi attuare, uno “come sempre”, e l’altro nel quale si riconosce la necessità del rispetto ambientale. Ma così non se ne esce. Tutto rinviato all’anno prossimo, quando si dovrà presentare il Recovery plan che dovrà contenere la visione e le scelte per un rilancio del Paese incentrato sull’equità, gli investimenti nelle politiche green e di digitalizzazione (così da cominciare a vedere le idee, gli investimenti e le riforme che l’Europa ci chiede di mettere in campo nell’ambito del nuovo straordinario programma Next Generation Ue). Per i temi ambientali è particolarmente preoccupante questa situazione, anche perché le risorse messe a disposizione dall’Europa sono davvero senza precedenti.

“TERRA BRUCIATA” nel suo duplice significato – reale e metaforico – è il titolo del libro di STEFANO LIBERTI dall’eloquente sottotitolo: “COME LA CRISI AMBIENTALE STA CAMBIANDO L’ITALIA E LA NOSTRA VITA” (Rizzoli, 20 euro). Il volume è un lungo e sconvolgente reportage sugli EFFETTI DEL CAMBIAMENTO CLIMATICO, (…) Nelle sue pagine fenomeni come (..) gli inverni senza neve, le estati torride, i fiumi sempre più asciutti, i terreni in via di desertificazione, le acque alte a Venezia e gli uragani tipo Vaia, l’erosione dei litorali, la scomparsa delle api e l’arrivo di nuove specie animali e vegetali sono altrettanti capitoli di UNA STORIA che non investirà solo i nostri figli e i nostri nipoti, ma CHE CI RIGUARDA GIÀ PESANTEMENTE.(…)”(Sergio Frigo, da “IL MATTINO di Padova” del 20/12/2020)

   Nel contesto mondiale ed europeo, pur con le diversità da area ad area, questa contraddizione di fondo tra due politiche di sviluppo contrapposte, tende ad affermarsi. E qui sta l’importanza delle Conferenze internazionali e degli impegni concreti e precisi che le autorità mondiali, rappresentanti di continenti e popolazioni considerevoli (la Cina, l’India, gli Stati Uniti, l’Unione europea, nazioni dell’America Latina come il Brasile, dell’Africa come la Nigeria…) vengono concretamente a prendere per ridurre le emissioni inquinanti.

   Per cercare di limitare l’aumento del riscaldamento globale, nel 2015 quasi tutte le nazioni hanno firmato l’accordo di Parigi con l’obiettivo di mantenere l’aumento della temperatura media al di sotto dei 2°C in più rispetto ai livelli preindustriali, e di proseguire gli sforzi per limitarlo a 1,5°C attraverso piani d’azione per ridurre le emissioni. Ma questo non basta.

La tempesta Vaia di fine ottobre 2018 ha abbattuto 5.918 ettari di bosco, ovvero l’1,7% dell’intera superficie boschiva altoatesina. In Alto Adige, a un anno e mezzo di distanza, i lavori nei ‘cimiteri dei boschi’ sono quasi terminati. Nonostante il lockdown per l’emergenza coronavirus. Circa 1.250.000 metri cubi di legname sono stati rimossi, questo corrisponde all’80% degli alberi abbattuti. “La riuscita si deve alla grande professionalit‡ e buona sinergia messe in campo”, sottolinea l’assessore altoatesino Arnold Schuler. “Ora resta ancora un 20% di interventi complessi, dove la sicurezza del lavoro ha assoluta priorit‡”, fa presente il direttore della ripartizione Mario Broll. “Presso la Scuola forestale Latemar sono stati tenuti 27 corsi di preparazione per garantire competenze nell’esecuzione della lavorazione del legname da schianto, che Ë una delle attivit‡ lavorative maggiormente pericolose nel bosco”, ricorda l’assessore Schuler. ANSA/PROVINCIA DI BOLZANO EDITORIAL USE ONLY NO SALES

   L’occasione politica del 2021 è offerta dalla presidenza italiana e britannica della Cop26 che si terrà in novembre a Glasgow, la Convenzione delle parti sul clima delle Nazioni unite. Il Bureau della Conferenza delle Parti dell’UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change), insieme al governo britannico e a quello italiano, hanno concordato le nuove date per la prossima Cop26, che si terrà appunto in Scozia dall’1 al 12 novembre 2021. Consentono al governo britannico e quello italiano di mettere l’azione per il clima al centro dei lavori del G7 e del G20, dei quali i due Paesi hanno nel 2021 rispettivamente la presidenza di turno. È l’occasione per l’Europa di riprendere un ruolo guida nel processo di decarbonizzazione, riuscendo a convincere tutti gli Stati ed entità geopolitiche della necessità di tassare le emissioni inquinanti (una carbon tax) e abolire i sussidi ai combustibili fossili. Sussidi invece da indirizzare completamente (e solamente) alla incentivazione dell’uso di fonti rinnovabili pulite.

(ALBERO E BENEFICI, immagine “Nature Conservancy” tratta da https://www.greenme.it/) – “ (…) PIANTARE ALBERI. Oltre ad essere belli e a rendere più gradevoli i nostri centri abitati, ci regalano infatti della preziosa aria pulita. Un report di NATURE CONSERVANCY (Funding Trees for Health | The Nature Conservancy) ci spiega perché la piantumazione di alberi dovrebbe essere INCLUSA NEI FINANZIAMENTI PER LA SALUTE PUBBLICA. Gli alberi abbelliscono le nostre città ma hanno anche il compito fondamentale di fornirci aria fresca e pulita che, come sappiamo, è qualcosa di cui abbiamo estremamente bisogno visti i picchi di inquinamento raggiunti negli ultimi anni soprattutto nei grandi centri abitati. (Francesca Biagioli, da https://www.greenme.it/)

   I settori strategici da considerare, per un’inversione di tendenza, ecologica, che oggi sono responsabili di tre quarti delle emissioni di Co2 del pianeta sono quelli dell’ENERGIA e dei TRASPORTI: pertanto i sussidi vanno alle energie rinnovabili e non inquinanti e le penalizzazioni a quelli “tradizionali”: questa è la scommessa della riuscita della Cop26, della Conferenza sul clima di Glasgow del prossimo novembre.

   C’è da prendere un insieme di impegni mondiali, europei, nazionali, locali, personali, che richiedono uno sforzo convinto; sicuri purtroppo che se questo impegno non ci sarà, le condizioni di vita dei nostri luoghi, climatiche, ambientali… saranno ben peggiori di quelli che già stiamo vivendo e verificando nella nostra quotidianità. (s.m.)

(nella foto: Marmolada glacier, da Wikipedia) – “(…) LO SCIOGLIMENTO DEI GHIACCIAI SULLE ALPI – Il fenomeno dello scioglimento dei ghiacci non è rilevante solo nelle zone polari, ma anche sulle catene montuose e in particolare sulle Alpi, come dimostrano i dati pubblicati da COPERNICUS (un programma dell’Unione Europea che raccoglie informazioni da molte fonti come sensori di terra, di mare e satelliti). FILIPPO GIORGI (direttore della sezione di Scienze della Terra del Abdus Salam International Centre for Theoretical Physics –ICTP- di Trieste) è tra gli autori di una ricerca che mostra l’evoluzione di circa QUATTROMILA GHIACCIAI ALPINI a partire dal 1901 e con proiezioni fino al 2100. L’indicatore da valutare con più attenzione per verificare le condizioni dei ghiacciai è la ELA (EQUILIBRIUM-LINE ALTITUDE), cioè la LINEA DI EQUILIBRIO DEI GHIACCIAI, che dipende da parametri climatici come le temperature estive e le precipitazioni invernali, e identifica la QUOTA CHE SEPARA LA ZONA DI ACCUMULO DI UN GHIACCIAIO E LA ZONA DETTA DI “ABLAZIONE”, dove la neve sparisce completamente in estate. Nel più ottimistico degli scenari, la ELA salirà di circa 100 metri, in quello intermedio di 300 metri e nel terzo scenario, il più estremo, di 700 metri. Significa che ENTRO IL 2100 POTREBBE SCOMPARIRE IL 92% DEI GHIACCIAI ALPINI, NELLA PEGGIORE DELLE IPOTESI. I ghiacciai PIÙ A RISCHIO sono quelli che si trovano SOTTO I 3500 METRI DI QUOta: rischiano di sciogliersi completamente entro i prossimi 30 anni. Secondo Giorgi è impossibile invertire questo trend: forse si potrà rallentare. «Il massimo che si può fare nei prossimi anni è adottare misure per CERCARE DI LIMITARE LE EMISSIONI per mantenere la crescita del RISCALDAMENTO AL DI SOTTO DELLA SOGLIA DI PERICOLO. Ma più passa il tempo e più è difficile limitare gli effetti», conclude. (…) (IL POST.IT, 19/12/2020, https://www.ilpost.it/) – (nella FOTO il GHIACCIAIO della MARMOLADA: si è ridotto dell’80 per cento in 70 anni; secondo uno STUDIO dell’ISTITUTO DI GEOGRAFIA dell’Università di Padova potrebbe avere non più di 15 anni di vita)

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VERSO LA COP26 DI GLASGOW 

CONTRO L’INQUINAMENTO IL MERCATO NON BASTA, SERVE LA CARBON TAX

di VALERIA TERMINI economista, dal quotidiano “DOMANI” del 15/12/2020

   L’occasione politica è offerta dalla presidenza italiana e britannica della Cop26 nel 2021, la Convenzione delle parti sul clima delle Nazioni unite, rinviata di un anno. È l’occasione per l’Europa di riprendere un ruolo guida nel processo di decarbonizzazione, indicando la strada di una carbon tax globale e ottenere il risultato minimale della abolizione dei sussidi ai combustibili fossili. Non è una proposta irrealistica, politicamente.

   La border carbon tax per internalizzare il prezzo dell’inquinamento ambientale nei costi delle fonti fossili è già nello European Green Deal e da anni l’introduzione di una carbon tax è al centro delle raccomandazioni di policy di Janet Yellen, allora banchiera centrale, oggi segretaria al Tesoro nel nuovo corso di Joe Biden; mentre il presidente cinese Xi Jinping ha già espresso l’obiettivo di portare la Cina verso una crescita a emissioni zero al 2060.

   Negoziare una tassa uniforme sul carbonio il cui ricavato fosse trattenuto dai singoli stati, compatibilmente con la loro posizione nell’economia globale, sarebbe un modo efficace di superare comportamenti opportunistici nazionali nei confronti di un bene pubblico globale quale è il clima. LA COP26 DI GLASGOW DEVE TORNARE A FAR SPERARE IL MONDO.

Siamo noi l’asteroide

Sessantasei milioni di anni fa un enorme asteroide colpì la penisola dello Yucatan uccidendo 75 per cento delle specie viventi sulla terra. Si fa risalire ad allora l’estinzione dei dinosauri. Nel 2013, il 15 febbraio, un asteroide di 20 metri esplose in cielo sopra la città russa di Čeljabinsk. In quell’occasione si tornò a parlare del rischio di estinzione dell’umanità e di distruzione del pianeta dovuto all’esplosione di asteroidi.

   «Oggi siamo noi l’asteroide», scrive Elizabeth Kolbert, in Sesta Estinzione, premio Pulitzer 2015; mettiamo a rischio la sopravvivenza dell’umanità in un ambiente divenuto ostile, di cui il cambiamento climatico è il principale responsabile. Il mondo ha colto il rischio di questa catastrofe e finalmente reagisce.

   L’inversione di tendenza rispetto al Novecento, il secolo del petrolio, pare ormai segnata. Ma i tempi sono stretti. L’urgenza di una governance globale in grado di affrontare questo problema è evidente.

   La Cop26 delle Nazioni unite è un ottimo punto di ripartenza per definire indirizzi cooperativi, dove gli Stati Uniti saranno rappresentati da John Kerry, che da segretario di Stato firmò con Barack Obama gli Accordi di Parigi.

Il vero costo del carbonio

È anche evidente che il carbonio deve avere un costo per chi lo genera, nell’uso o nella produzione, nel sistema di mercato in cui viviamo. Lo illustrò bene l’economista ARTHUR CECYL PIGOU (nel 1920) che introdusse il principio “CHI INQUINA PAGA” e definì gli strumenti per minimizzare l’inquinamento del carbone che allora intossicava le città industriali.

   Studiò l’impatto di una tassa da imporre sulle emissioni per inserire nei prezzi il costo del danno che provocano e, in alternativa, un sistema di permessi di inquinamento negoziabili, (come l’ETS, emission trading system, il mercato di permessi di emissione –di gas a effetto serra, ndr-) ponendo un tetto al volume totale dei permessi rilasciati dal governo per evitare danni irreversibili all’ambiente.

   Infine affidò a politiche di sussidi il ruolo di promuovere comportamenti virtuosi, meno inquinanti. Nella teoria economica che ipotizza mercati perfetti l’esito è identico: CARBON TAX e ETS rendono più costose le filiere industriali inquinanti e inducono nuove tecniche, nuovi processi produttivi, diverse materie prime, diversi comportamenti nel consumo che ridurranno l’inquinamento globale.

   I SUSSIDI devono invece PROMUOVERE L’USO DI FONTI RINNOVABILI “PULITE, nei due settori che oggi sono responsabili di tre quarti delle emissioni di Co2 clima-alteranti: l’ENERGIA e i TRASPORTI.

   Wiliam Nordhaus, premio Nobel dell’economia nel 2018, ha stimato il costo appropriato di una tonnellata di CARBONIO in almeno 47 DOLLARI A TONNELLATA, PER COMPENSARE I DANNI e indurre un cambiamento nella crescita, nel suo modello (Dire). La Banca Mondiale (2019) stima un prezzo netto del carbonio di 40–80 dollari a tonnellata, da far crescere intorno ai 100 dollari dopo il 2020. L’Iea, l’Agenzia internazionale per l’energia, propone valori simili, tra i 75 e i 100 dollari per cambiare indirizzo in linea con gli Accordi di Parigi del 2015 (2020).

Il flop della scelta europea

L’Ue ha scelto nel 2006 la via degli Ets, i permessi di inquinamento negoziabili, che colpiscono il 45 per cento delle emissioni clima-alteranti europee. Più volte riformato, questo sistema non è certo un successo: il prezzo del carbonio è oscillato intorno ai 10 dollari a tonnellata fino al 2017 inferiore a metà del prezzo giudicato utile per promuovere tecniche alternative. Nel 2019 il prezzo è salito, ha sfiorato i 30 euro, non certo per meccanismi di mercato, ma grazie agli acquisti ingenti di permessi attivati dalla cancelliera tedesca Angela Merkel.

   Un atto generoso di consapevolezza politica? Non del tutto. All’industria del CARBONE tedesca torna larga parte di quanto la GERMANIA ha speso. Una recente riforma, per superare gli ostacoli di POLONIA e Germania, GRANDI UTILIZZATORI DI CARBONE dalle miniere del proprio territorio, ha esteso l’esenzione dai permessi a 63 settori e ha distribuito permessi gratuiti «per non ridurne la competitività» e compensare il rischio che le industrie più esposte alla concorrenza estera spostino la produzione in paesi dove le politiche sul clima sono più blande o inesistenti (nel gergo comune, per il timore di “CARBON LEAKAGE” delle imprese europee).

   Nelle industrie esenti emerge la grande contraddizione: tra i settori che hanno diritto al 100 per cento dei certificati gratuiti (nel 2022 -2030) al primo posto c’è l’estrazione di carbone, al secondo i prodotti petroliferi, seguiti tra gli altri dall’industria dell’alluminio. Di fatto, l’onere del sistema Ets grava essenzialmente sui produttori di energia elettrica, che a loro volta la traslano sui consumatori. E ciò non basta certo a promuovere tecniche di produzione alternative alle fonti fossili.

   Nel resto del mondo non si osservano risultati migliori: in CINA il nuovo mercato scambia i permessi di emissione a 12 dollari per tonnellata, in IRLANDA a 28, in SLOVENIA a 19, in NUOVA ZELANDA a 14. Il confronto con i paesi dove una carbon tax è da tempo in vigore è lampante: il prezzo del carbonio in SVEZIA è di 119 dollari a tonnellata, di 99 dollari in SVIZZERA, di 68 dollari in FINLANDIA, 53 in NORVEGIA, ma è sostenuto anche nel resto del mondo (33 dollari in COREA, 30 in ISLANDA). La differenza nelle emissioni è clamorosa.

Le tasse generano i gilet gialli?

La carbon tax evoca difficoltà politiche in Europa, dopo che la FRANCIA è stata scossa dalle proteste dei gilet gialli nel 2018 nei confronti di una tassa sul diesel e sulla benzina introdotta da Emmanuel Macron e poi ritirata. Ma anche in quel caso il diavolo stava nei dettagli. I dati Ocse mostrano che tasse esplicite e accise sul carbonio in Francia sono le più alte in Europa, concentrate sui trasporti su strada, i più facili da tassare. Fu un errore politico, dunque, colpire di nuovo quel segmento energetico, con una modalità percepita come iniqua e regressiva dai cittadini.

   Altri esempi, della SVEZIA, dell’IRLANDA in Europa, come quello in costruzione in CANADA, sono stati più consapevoli e utili. Ancora più PARADOSSALE È L’EROGAZIONE DIFFUSA DI SUSSIDI ALL’USO DI COMBUSTIBILI FOSSILI. Carbon tax e sussidi ai fossili sono misure contrapposte: si sovrappongono in modo disordinato e inefficiente nella fiscalità globale.

   Trentacinque miliardi di tonnellate di Co2 l’anno si riversano globalmente nell’atmosfera, ma se si calcola la differenza tra il costo cui sono soggette le emissioni di Co2 – nella forma di tasse sul carbonio o acquisto obbligatorio di permessi di inquinamento (Ets) – e i sussidi al consumo erogati ai combustibili fossili, ogni tonnellata di carbonio riceve un compenso netto di 15 dollari!

   Non sorprende che Ursula von der Layen, che ben conosce le politiche europee e le loro procedure di attuazione accidentate, abbia introdotto una “BORDER CARBON TAX” nel suo programma, che renda più costose anche le importazioni dai Paesi dove non sono in vigore regole restrittive sulle emissioni. Certo non si tratta di una misura protezionistica, ma di uno strumento allineato con gli obiettivi sul clima votato da tutti i paesi negli Accordi globali del 2015. È QUESTO IL MESSAGGIO che l’Italia e l’Europa dovranno portare ALLA COP26 di Glasgow. (Valeria Termini)

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COSÌ LA CRISI AMBIENTALE CAMBIA IL NOSTRO PAESE E LA NOSTRA VITA

di SERGIO FRIGO, da “IL MATTINO di Padova” del 20/12/2020 Continua a leggere

Il RACCONTO di NATALE di Geograficamente per i nostri affezionati (25) lettori, quest’anno è dedicato allo scrittore ALBERT CAMUS e al suo meraviglioso romanzo LA PESTE: da esso ricaviamo atmosfere e contesti che ci aiutano a capire questo nostro tempo di pandemia, da superare con saggezza e coraggio

(immagine da Centro Studi Sereno Regis)

   Solo qui, in premessa, un AUGURIO per questo strano NATALE; per lasciarvi ai brani scelti di presentazione de “LA PESTE” di ALBERT CAMUS: romanzo straordinario (pubblicato nel 1947) che come nessun altro riesce a ricondurci a quello che viviamo noi adesso, a esprimere sensazioni, nostalgie, timori, speranze… che accompagnano questo periodo…augurandoci che finisca in tempi ragionevolmente brevi. BUON NATALE da GEOGRAFICAMENTE. (sm)

ALBERT CAMUS nasce a Mondovi ALGERIA, il 7 novembre, 1913. Rimasto orfano di padre, morto nella battaglia della Marna, ha un’infanzia di Stenti. Studia con profitto, ma non riesce a terminare negli studi universitari per il cattivo stato di salute e i problemi economici. Lavora come commerciante, commesso, impiegato, attore nella compagnia di Radio Algeri. Comincia a scrivere, prima ad Algeri, dove pubblica i primi saggi, poi a Parigi. Antifascista e aderente al partito comunista fin dal 1934, partecipa in Francia attivamente alla Resistenza ed è redattore e direttore di COMBAT (1944-48); intanto pubblica i romanzi LO STRANIERO (1942) e LA PESTE (1947), i drammi Le Malentendu e Caligula (1944), il saggio sull’assurdo LE MYTHE DE SISYPHE (1944), le Lettres à un ami allemand (1945). Scrive i saggi L’HOMME RÉVOLTÉ (1951), i racconti La Chute (1956) e L’Exil et le Royaume (1957), le “cronache” Actuelles I, II, III (1950-1958). NEL 1957 RICEVE IL PREMIO NOBEL PER LA LETTERATURA. Muore in un incidente automobilistico il 4 gennaio 1960 a Villeblevin. (Albert_Camus _ foto da https://www.unitonews.it/)

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BRANI DA “LA PESTE”

L’inizio del racconto

   “I singolari avvenimenti descritti in questa cronaca si sono prodotti nel 194… a Orano. Era opinione comune che capitassero nel luogo sbagliato, trattandosi di avvenimenti un po’ fuori dal comune. E Orano è invece, a prima vista, un posto comunissimo, una semplice prefettura francese della costa algerina.

   La città, a onor del vero, è brutta. Il suo aspetto tranquillo impedisce che si colga subito ciò che la rende diversa da tante altre città commerciali a qualsiasi latitudine. Come fare immaginare, per esempio, una città senza piccioni, senza alberi e senza giardini, dove non si incontrano né battiti d’ali né fruscii di foglie, un luogo neutro insomma? Qui il passaggio delle stagioni si legge soltanto nel cielo. La primavera si annuncia esclusivamente dalla qualità dell’aria o dalle ceste di fiori che i venditori portano dai sobborghi; è una primavera che si vende al mercato. Durante l’estate il sole incendia le case troppo asciutte e copre i muri di una cenere grigia; allora si può vivere solamente all’ombra delle imposte chiuse. In autunno, invece, è un diluvio di fango. Le belle giornate arrivano solo d’inverno.

   Un modo facile per conoscere una città è scoprire come vi si lavora, come si ama e come si muore. A Orano, per effetto forse del clima, tutto questo si fa allo stesso modo, con la medesima aria frenetica e assente. In definitiva, ci si annoia, e ci si sforza di prendere delle abitudini. I nostri concittadini lavorano molto, ma sempre per arricchirsi. Si dedicano principalmente al commercio e pensano soprattutto, come dicono loro, a fare affari. Va da sé che apprezzano anche i piaceri semplici, amano le donne, il cinema e andare al mare. Ma, molto ragionevolmente, riservano questi svaghi al sabato sera e alla domenica mentre negli altri giorni della settimana cercano di guadagnare molto denaro. Quando la sera escono dagli uffici, si ritrovano alla solita ora nei caffè, passeggiano lungo lo stesso boulevard oppure si mettono al balcone. I desideri dei più giovani sono violenti e brevi, mentre i vizi dei più vecchi si limitano alla frequentazione delle bocciofile, delle feste del dopolavoro e dei circoli dove tentano la fortuna puntando grosso alle carte.

   Si dirà forse che questo non è tipico soltanto della nostra città e che in fondo tutti i nostri contemporanei sono così. Forse oggi non c’è niente di più naturale che vedere persone che lavorano dal mattino alla sera e decidono poi di perdere alle carte, al caffè e in chiacchiere il tempo che resta loro per vivere. Ma ci sono città e paesi dove ogni tanto le persone hanno l’intuizione di qualcos’altro. Di solito questo non cambia le loro vite. Ma l’intuizione c’è stata, ed è già qualcosa. A quanto pare invece Orano è una città priva di intuizioni, cioè una città assolutamente moderna. Non è quindi necessario precisare il modo in cui da noi le persone si amano. Gli uomini e le donne si divorano in fretta nel cosiddetto atto d’amore oppure si impegnano in una lunga abitudine a due. Fra tali estremi, spesso non c’è via di mezzo. A Orano come altrove, in mancanza di tempo e di riflessione, si è costretti ad amarsi senza saperlo.

   Più originale nella nostra città è la difficoltà che si può incontrare nel morire. Difficoltà peraltro non è la parola giusta, e sarebbe più esatto parlare di scomodità. Essere malati non è mai piacevole, ma ci sono città e paesi che nella malattia ti sostengono, dove in un certo senso puoi lasciarti andare. Un malato, va da sé, ha bisogno di tranquillità, vuole qualcosa cui appoggiarsi. Ma a Orano gli eccessi del clima, l’importanza degli affari che si trattano, la banalità del luogo, la rapidità del crepuscolo e la qualità dei piaceri richiedono una salute di ferro. Qui un malato si sente davvero solo. Si pensi allora a chi sta per morire, intrappolato fra centinaia di muri crepitanti di calore, mentre nello stesso momento, al telefono o nei caffè, un’intera popolazione parla di cambiali, di polizze di carico e di sconti. Si capirà quel che può esservi di scomodo nella morte, anche moderna, quando sopraggiunge in un luogo secco.

   Queste poche indicazioni sono forse sufficienti a dare un’idea della nostra città. Peraltro, è inutile fare le cose più grandi di quello che sono. Quel che occorreva sottolineare era l’aspetto insignificante della città e della vita”.(…….)

………….

Riassunto de “La Peste” di Albert Camus (da http://library.weschool.com/)

   Il romanzo si apre a Orano, in Algeria, negli anni ‘40Bernard Rieuxmedico francese protagonista della storia (1), un giorno di primavera trova un topo morto sulla soglia di casa, ma non ha tempo per preoccuparsene: deve accompagnare alla stazione la moglie che, molto malata, ha bisogno di una serie di cure che non può avere in città. Passano i giorni e i ratti continuano a morire; le cifre diffuse dalla stampa sono incredibili: si parla di seimila ratti al giorno. Gli abitanti di Orano non capiscono cosa stia succedendo e accusano del problema ora questo ora quell’altro ente, finché poco a poco la situazione sembra tornare alla normalità. In realtà Rieux capisce che tutti stanno correndo un gravissimo pericolo quando il portinaio del suo stabile, Michel, si ammala così gravemente che nessuna cura pare avere successo. Michel muore presto e, dopo di lui, sempre più persone di Orano cominciano a presentare gli stessi sintomi, che adesso sono più definiti: Rieux e il più anziano collega Castel capiscono che si tratta di peste.

   Inizialmente nessuno vuole credere ai due medici ma alla fine la situazione diventa evidente anche alle autorità che volevano negarla. La città di Orano viene dunque messa in quarantena. Nel frattempo è stata anche data incidentalmente notizia del tentato suicidio di Cottard, un commerciante di cui Rieux è chiamato ad occuparsi. La città è bloccata, ma al suo interno la vita continua a scorrere con le sue quotidianità e le sue contraddizioni: c’è chi lucra sulla mancanza di viveri, come il già citato Cottard; chi scrive un libro senza riuscire ad andare oltre la prima frase, come il dipendente municipale Grand; chi è convinto che la peste sia una punizione divina, come padre Paneloux; chi si lascia cullare dall’oblio garantito dall’alcol e dal cibo, e chi, come il giornalista Raymond Rambert, cerca in tutti i modi di raggiungere in Francia la sua amante.

   Rieux nel frattempo cerca di combattere il morbo con tutte le sue forze, aiutato in questo dal giovane Jean Tarrou, ex studente di giurisprudenza che ha abbandonato il cinismo della sua professione per viaggiare e conoscere il mondo. Tarrou si dà da fare, si occupa dello smaltimento dei cadaveri e convince Rambert, sempre pronto a cogliere l’occasione buona per fuggire sul continente, a restare a Orano e seguire l’esempio di Rieux, che, nonostante le condizioni della moglie, dedica tutto se stesso ai suoi malati.  Così, il giornalista resta in Algeria e si prodiga per combattere l’epidemia.

   Dalla primavera si passa all’estate e con il caldo anche la peste si trasforma, passando dalla forma bubbonica alla più contagiosa peste polmonare. Gli abitanti di Orano continuano a morire e non c’è neanche più posto per le fosse comuni. Tuttavia, l’anziano Castel ha prodotto un nuovo siero, che potrebbe assicurare la guarigione a tutti gli appestati. Rieux per primo decide di sperimentare la cura sul figlio del giudice, ma i risultati non sono quelli sperati: il bambino infatti muore, lasciando senza speranza i protagonisti. La peste sembra ormai non avere argini, e imperversa in città per alcuni mesi. Quando, verso Natale, anche Grand si ammala, Rieux, ormai disperato, sperimenta nuovamente su di lui il siero di Castel: l’impiegato, pur essendo a uno stadio già avanzato della malattia, guarisce sorprendentemente. L’epidemia comincia poco a poco a scemare, ma fa in tempo a portarsi via con sé Tarrou, che nel frattempo ha stretto una profonda amicizia con Rieux. Il giovane Tarrou infatti ha prestato meno attenzione alle dovute precauzioni sanitarie, convinto di essere ormai fuori pericolo.

   A febbraio, finalmente la quarantena viene revocata. Gli abitanti di Orano si riversano nelle strade in preda all’euforia, tranne il commerciante Cottard che, impazzito, spara sulla folla festante e viene arrestato dalle forze dell’ordine. Rieux, raggiunto poco prima dalla notizia della morte della moglie, trova i taccuini dell’amico Tarrou in cui si invita a vigilare sempre sul possibile ritorno della peste.

(1) Solo a fine della narrazione in terza persona Riuex svelerà di essere lui stesso il narratore della storia, che egli, basandosi sugli appunti di Tarrou, ha cercato di raccontare nel modo più obiettivo possibile.

(da http://library.weschool.com/)

…………….

(tornando alla lettura) L’inoltrarsi nella vicenda

   “La mattina del 16 aprile il dottor Bernard Rieux uscì dall’ambulatorio e nel bel mezzo del pianerottolo urtò con il piede un topo morto. Sul momento non ci fece granché caso, scostò l’animale e scese le scale. Giunto in strada, però, considerò che quel topo non doveva essere lì e tornò indietro per avvisare il portinaio. Di fronte alla reazione del vecchio signor Michel avvertì meglio quanto vi fosse di insolito nella sua scoperta. La presenza del topo morto gli era parsa solamente strana, mentre per il portinaio costituiva uno scandalo. Quest’ultimo, del resto era categorico: in quella casa topi non ce n’erano. Benché il dottore gli assicurasse che ce n’era uno sul pianerottolo del primo piano, e probabilmente morto, il signor Michel era perentorio. In quella casa topi non ce n’erano, quindi questo dovevano averlo portato da fuori. Si trattava, insomma, di uno scherzo. (…..).

(….) Ma nei giorni seguenti la situazione peggiorò. Il numero dei roditori rinvenuti cresceva e la raccolta era ogni mattina più abbondante. (….) Era come se la terra su cui erano piantate le nostre case si spurgasse del proprio carico di umori, lasciando affiorare bubboni e pus che finora la travagliavano internamente. Si immagini allora lo sbalordimento della nostra cittadina, fino a quel momento così tranquilla, messa in pochi giorni sottosopra alla stregua di un uomo in perfetta salute che si ritrovasse d’un tratto con il sangue in subbuglio!

   La situazione si aggravò a tal punto che nella sola giornata del 25 l’agenzia Infdoc (informazioni, documentazione, tutte le informazioni su qualsiasi argomento), nel suo programma radiofonico di informazioni gratuite, annunciò seimiladuecentotrentuno topi raccolti e inceneriti. Questa cifra, che dava un significato inequivocabile allo spettacolo quotidiano che la città aveva sotto gli occhi, accentuò lo smarrimento. Finora tutti si erano limitati a deplorare un episodio vagamente ripugnante. Ora ci si rendeva conto che quel fenomeno di cui non si poteva ancora né misurare la portata né individuare l’origine aveva qualcosa di minaccioso”.

…………..

Il contagio si diffonde tra gli umani

   “La morte del portiere si può dire, segnò la fine di questo periodo pieno di segni sconcertanti e il principio di un altro, relativamente più difficile, in cui la sorpresa dei primi tempi si trasformò a poco a poco in panico. I nostri concittadini, ormai se ne rendevano conto, non avevano mai pensato che la nostra piccola città potesse essere un luogo particolarmente indicato a che i sorci vi morissero al sole e a che i portieri vi perissero di morbi bizzarri. Da questo punto di vista, insomma, essi erano nell’errore, e le loro idee erano da rivedere. Se tutto si fosse fermato qui, di certo le abitudini avrebbero vinto. Ma altri dei nostri concittadini, non sempre portieri né poveri, dovettero seguire la via per la quale il vecchio Michel si era messo per primo. Da questo momento in poi la paura e con essa la riflessione incominciarono.

   I giornali, che tanto si erano dilungati sulla vicenda dei topi, non dicevano più niente. Il fatto è che i topi muoiono fuori, in strada, mentre gli uomini nella loro camera da letto. E la stampa si occupa solo di quel che accade fuori.

   Oltre il vetro risuonava all’improvviso il campanello di un tram invisibile che negava in un istante la crudeltà e il dolore. Solo il mare, in fondo alla scacchiera monotona delle case, testimoniava quanto vi è di inquietante e di mai placato nel mondo.

   Come ogni sera nella nostra città, dai quartieri circostanti una lieve brezza portava mormorii, sentori di carne alla griglia, il brusio allegro e odoroso della libertà che pian piano riempiva la strada invasa da una gioventù chiassosa. La notte, le sirene delle navi invisibili, il rumore che saliva dal mare e dalla folla che sciamava, quell’ora che Rieux conosceva bene e che un tempo amava oggi gli sembrava opprimente a causa di tutto ciò che sapeva.

   Così, per esempio, un sentimento privato quale la separazione da una persona amata divenne improvvisamente, sin dalle prime settimane, quello di un’intera popolazione e, insieme con la paura, il principale motivo di sofferenza di quel lungo periodo di esilio.

   I telegrammi rimasero allora l’unica risorsa. Persone legate dall’intelligenza, dal cuore e dalla carne furono così ridotte a cercare i segni dell’antica comunione nelle maiuscole di un dispaccio di dieci parole.

   E per tutti noi il sentimento principale della nostra vita, che pure credevamo di conoscere bene (gli abitanti di Orano, l’abbiamo detto, hanno passioni semplici), assumeva un volto nuovo. Mariti e amanti che avevano la più completa fiducia nella compagna si scoprivano gelosi. Uomini che si credevano superficiali in amore riscoprivano la fedeltà. Figli che avevano vissuto accanto alla madre guardandola a stento ora mettevano tutta la loro inquietudine e il loro rimpianto in una piega del suo viso di cui li tormentava il ricordo. Quella separazione brutale, senza appello, senza un avvenire prevedibile, ci lasciava sconcertati, incapaci di reagire di fronte al ricordo della presenza ancora così vicina e già così lontana che ora occupava le nostre giornate. In realtà soffrivamo due volte – della nostra sofferenza e poi di quella che immaginavamo negli assenti, figli, moglie o amante”. (…..)

LA PESTE venne pubblicato nel 1947 e valse ad ALBERT CAMUS il suo primo grande successo di vendita: 161.000 copie nei primi due anni. Questo romanzo è stato venduto, da allora, in più di 5 MILIONI DI ESEMPLARI, tenendo conto di tutte le ristampe francesi

La peste

(….) “La parola «peste» era stata pronunciata per la prima volta. A questo punto del racconto, che lascia Bernard Rieux dietro la sua finestra, si concederà al narratore di giustificare l’incertezza e la meraviglia del dottore: la sua reazione, infatti, con qualche sfumatura, fu la stessa nella maggior parte dei nostri concittadini. I flagelli, invero, sono una cosa comune, ma si crede difficilmente ai flagelli quando ti piombano sulla testa. Nel mondo ci sono state, in egual numero, pestilenze e guerre; e tuttavia pestilenze e guerre colgono gli uomini sempre impreparati. Il dottor Rieux era impreparato, come lo erano i nostri concittadini, e in tal modo vanno intese le sue esitazioni. In tal modo va inteso anche com’egli sia stato diviso tra l’inquietudine e la speranza.  

   Quando scoppia una guerra, la gente dice: «Non durerà, è cosa troppo stupida». E non vi è dubbio che una guerra sia davvero troppo stupida, ma questo non le impedisce di durare. La stupidaggine insiste sempre, ce se n’accorgerebbe se non si pensasse sempre a se stessi. I nostri concittadini, al riguardo, erano come tutti quanti, pensavano a se stessi. In altre parole, erano degli umanisti: non credevano ai flagelli. Il flagello non è commisurato all’uomo, ci si dice quindi che il flagello è irreale, è un brutto sogno che passerà.

   Ma non passa sempre, e di cattivo sogno in cattivo sogno sono gli uomini che passano, e gli umanisti, in primo luogo, in quanto non hanno preso le loro precauzioni. I nostri concittadini non erano più colpevoli d’altri, dimenticavano di essere modesti, ecco tutto, e pensavano che tutto era ancora possibile per loro, il che supponeva impossibili i flagelli. Continuavano a concludere affari e a preparare viaggi, avevano delle opinioni. Come avrebbero pensato alla peste, che sopprime il futuro, i mutamenti di luogo e le discussioni? Essi si credevano liberi, e nessuno sarà mai libero sino a tanto che ci saranno i flagelli.”

…….

[…] Perciò la prima cosa che la peste portò ai nostri concittadini fu L’esilio […]

[…] Perciò ciascuno dovette accettare di vivere alla giornata, e solo di fronte al cielo. Questa diserzione generale poteva alla lunga temprare i caratteri, ma sulle prime li rese vulnerabili.

[…] Nel caldo e nel silenzio, e per il cuore impaurito dei nostri concittadini, tutto assumeva del resto un rilievo maggiore. Per la prima volta i colori del cielo e gli odori della terra che segnano il passaggio delle stagioni erano evidenti a tutti. Chiunque capiva, sgomento, che il caldo avrebbe favorito l’epidemia e, nello stesso tempo, chiunque vedeva che ormai l’estate era arrivata. Il grido dei rondoni nel cielo della sera diventava più esile sopra la città. Non era più commisurato ai crepuscoli di giugno che nel nostro paese dilatano l’orizzonte. I fiori nei mercati non arrivavano più in bocciolo, erano già schiusi, e dopo la vendita del mattino i petali disseminavano i marciapiedi polverosi. Era evidente che la primavera si era consumata, si era prodigata nelle migliaia di fiori già sbocciati ovunque e adesso si sarebbe assopita, lentamente schiacciata sotto il duplice peso della peste e del caldo. Per tutti i nostri concittadini quel cielo d’estate, quelle strade che sbiadivano sotto i colori della polvere e della noia avevano lo stesso significato minaccioso delle centinaia di morti che ogni giorno gravavano sulla città. Con il sole incessante, quelle ore che hanno il sapore del sonno e delle vacanze non invitavano più come prima ai piaceri dell’acqua e della carne. Suonavano invece vuote nella città chiusa e silenziosa.

   Avevano perduto lo splendore ramato delle stagioni felici. Il sole della peste spegneva i colori e fugava ogni gioia.

………

I PROTAGONISTI

Bernard Rieux: medico che lotta contro la peste per tutto il romanzo; è il narratore della cronaca.

Jean Tarrou: figlio di un pubblico ministero francese. Nel suo taccuino annota la cronaca dell’epidemia. Aiuta Rieux nella lotta contro la malattia, a causa della quale muore alla fine del romanzo.

Joseph Grand: segretario comunale che sta redigendo un romanzo, di cui riscrive continuamente la prima frase al fine di ottenerne una forma perfetta. Egli è il primo a guarire dalla peste, nel giorno di Natale.

Cottard: uomo il cui suicidio viene impedito da Joseph Grand; lucra sulla penuria dei generi di prima necessità durante l’epidemia.

Padre Paneloux: gesuita che interpreta la peste come flagello divino.

Raymond Rambert: giornalista parigino che cerca in ogni modo di scappare dalla città per tornare dalla donna amata; abbandona l’idea di fuga per aiutare Rieux.

Michel: portiere di Rieux; è il primo a morire di peste.

Castel: vecchio dottore che sviluppa un siero contro il morbo.

Othon: giudice istruttore. Dopo la morte del figlio, perde l’indifferenza verso la malattia e decide di aiutare Rieux.

Richard: altro medico della città.

Madre di Rieux: arriva a Orano per aiutare il figlio a causa dell’assenza della moglie.

Moglie di Rieux: si allontana dalla città prima dell’inizio dell’epidemia per il trattamento di una grave malattia; la notizia della sua morte giunge a Rieux poco dopo la morte di Tarrou.

(da Wikipedia)

…………..

 (tornando alla lettura) Dialoghi tra i protagonisti

Rambert, il giornalista, a Tarrou: “Per esempio lei, Tarrou, è capace di morire per un amore?”

“Non lo so, ma ora come ora direi di no.”

“Ecco. Però si vede subito che è capace di morire per un’idea. Be’, io ne ho abbastanza della gente che muore per un’idea. Non credo nell’eroismo, so che è fin troppo facile e ho scoperto che uccide. A me interessa che gli uomini vivano e muoiano per ciò che amano.”

Rieux aveva ascoltato con attenzione il giornalista. Senza smettere di guardarlo, disse dolcemente: “L’uomo non è un’Idea, Rambert”.

L’altro balzava su dal letto, il volto acceso.

“Sì che è un’idea, e un’idea angusta, quando l’uomo si allontana dall’amore. E infatti noi non siamo più capaci di amore. Rassegniamoci, dottore. Aspettiamo di diventarne capaci, e se non è possibile aspettiamo la liberazione generale senza giocare agli eroi. lo, per quel che mi riguarda, non vado oltre.”

Rieux si alzò, con l’aria improvvisamente stanca.

“Fa bene, Rambert, fa benissimo, e per nulla al mondo vorrei distoglierla dal suo progetto, che mi sembra buono e giusto. Però devo dirle una cosa: qui non si tratta di eroismo. Si tratta di onestà. Farà magari ridere, come idea, ma il solo modo di lottare contro la peste è l’onestà.”

   Non che avesse una particolare predilezione per simili cerimonie, preferendo lui di gran lunga la società dei vivi e, per fare un esempio, i bagni al mare. Ma dopo tutto i bagni al mare erano stati preclusi e la società dei vivi temeva da un giorno all’ altro di essere soppiantata dalla società dei morti. Era un dato di fatto.  Certo, si poteva anche far finta di non vederlo, coprirsi gli occhi e negarlo, ma un dato di fatto ha una forza terribile che prima o poi ha la meglio su tutto. Come si possono, per esempio, negare i funerali il giorno in cui coloro che ami hanno bisogno dei funerali?

   Dopo quelle settimane spossanti, dopo tutti quei crepuscoli in cui la città si riversava nelle strade per girarvi in tondo, Rieux capiva che non aveva più da difendersi contro la pietà. Ci si stanca della pietà, quando la pietà è inutile. E nella sensazione del suo cuore chiuso lentamente su se stesso il dottore trovava l’unico sollievo alle massacranti giornate. Sapeva che il suo compito ne sarebbe stato facilitato, per questo era contento.

…………

   Alla fine gli abitanti avevano capito di cosa si trattava. E nonostante le pattuglie che impedivano l’accesso alla panoramica, spesso alcuni gruppetti di persone riuscivano a infilarsi tra gli scogli a strapiombo sulle onde e a gettare fiori nei rimorchi al passaggio dei tram. Si udivano allora i veicoli sobbalzare ancora nella notte d’estate, con il loro carico di fiori e di morti.

“va bene, ma che cosa intende per ritorno a una vita normale?”

“Nuovi film al cinema,” disse Tarrou sorridendo.

   Ma Cottard non sorrideva. Voleva sapere se si poteva immaginare che in città la peste non avrebbe cambiato niente e che tutto sarebbe ripreso come prima, cioè come se non fosse successo niente. Tarrou pensava che la peste avrebbe cambiato la città e nel contempo non l’avrebbe cambiata, che naturalmente il più grande desiderio dei nostri concittadini era e sarebbe stato fare come se non fosse cambiato niente e che, quindi, in un certo senso niente sarebbe cambiato, ma in un altro senso non è possibile dimenticare tutto, anche con la debita forza di volontà, e la peste avrebbe lasciato delle tracce, perlomeno nel cuore degli uomini.

…………………

   Provavano quindi la profonda sofferenza di tutti i prigionieri e di tutti gli esiliati, che è vivere con una memoria che non serve a nulla. Quello stesso passato in cui riflettevano senza tregua non aveva che un sapore di rammarico. Avrebbero voluto, infatti, potervi aggiungere tutto quello che deploravano di non aver fatto quando potevano ancora farlo con colui o colei che aspettavano; nello stesso modo, a tutte le circostanze, anche relativamente felici, della loro vita di prigionieri, essi univano l’assente, e quello ch’erano allora non li poteva soddisfare. Impazienti del proprio presente, nemici del proprio passato e privi di futuro, somigliavano a coloro che la giustizia o l’odio degli uomini fa vivere dietro le sbarre. Insomma, il solo modo per sfuggire a una tale insopportabile vacanza era quello di far correre i treni con la fantasia e di colmare le ore coi ripetuti rintocchi d’un campanello, sebbene ostinatamente silenzioso.

   Infine, Tarrou sembrava esser stato definitivamente conquistato dal carattere mercantile della città, di cui l‘aspetto, l’animazione e persino i piaceri parevano imposti dalle esigenze del commercio. Questa singolarità (è la parola adoperata nei taccuini) riscuoteva I’approvazione di Tarrou, e una delle sue note elogiative finiva persino con l’esclamazione: “Finalmente! ”

   Sono i soli luoghi in cui gli appunti del forestiero sembrano assumere un carattere personale. Soltanto, è proprio difficile valutarne il significato e la serietà. A esempio, dopo aver riportato che la scoperta d’un topo morto ha portato il cassiere dell’albergo a commettere un errore nel conto, Tarrou aggiunge, con una scrittura meno nitida del solito: “Domanda: come fare per non perdere il proprio tempo? Risposta: provarlo in tutta la sua durata. Mezzi: passare giornate nell’anticamera d’un dentista, s’una sedia scomoda; vivere sul balcone nel pomeriggio della domenica; ascoltare conferenze in una lingua che non si conosce; scegliere i tragitti ferroviari più lunghi e più disagevoli e viaggiare naturalmente in piedi; far la coda ai botteghini degli spettacoli e non prendere i posti, ecc. ecc…”

   “Non ne so niente, Tarrou, le giuro che non ne so niente. Quando ho intrapreso questo mestiere, l’ho fatto astrattamente, in qualche maniera: ne avevo bisogno, era una posizione come un’altra, una di quelle che i giovani si propongono. Fors’anche, perché era particolarmente difficile per un figlio di operaio come me. E poi, bisogna veder morire. Lei sa che ci sono persone che rifiutano di morire? Ha mai sentito una donna gridare: ‘No’ nel momento di morire? Io, sì. E mi sono accorto, allora, che non potevo abituarmici. Ero giovane allora, e il mio disgusto credeva di rivolgersi all’ordine stesso del mondo. Poi, sono diventato più modesto. Semplicemente, non sono sempre abituato a veder morire. Non so nient’altro. Ma dopo tutto…” 

Rieux tacque e sedette di nuovo, si sentiva la bocca secca. 

   “Dopo tutto?” disse piano Tarrou. 

   “Dopo tutto…” ricominciò il dottore, ancora esitando, con lo sguardo attento su Tarrou, “È una cosa che un uomo come lei può capire, nevvero, ma se l’ordine del mondo è regolato dalla morte, forse val meglio per Dio che non si creda in lui e che si lotti con tutte le nostre forze contro la morte, senza levare gli occhi verso il cielo dove lui tace.”

   Molti nuovi moralisti andavano allora dicendo nella nostra città che nulla, nulla sarebbe servito e che bisognava mettersi in ginocchio. E Tarrou, e Rieux, e i loro amici potevano rispondere questo o quello, ma la conclusione era sempre quella a loro nota: bisognava lottare in questo o in quel modo e non mettersi in ginocchio. Tutta la questione era d’impedire al maggior numero possibile d’uomini di morire e di conoscere la separazione definitiva. Per questo non c’era che un solo mezzo: combattere la peste. Questa verità non era ammirevole, ma soltanto logica.

   Il male che è nel mondo viene quasi sempre dall’ignoranza, e la buona volontà può fare guai quanto la malvagità, se non è illuminata. Gli uomini sono buoni piuttosto che malvagi, e davvero non si tratta di questo; ma essi più o meno ignorano, ed è quello che si chiama virtù o vizio, il vizio più disperato essendo quello dell’ignoranza che crede di sapere tutto e che allora si autorizza a uccidere. L’anima dell’assassino è cieca, e non esiste vera bontà né perfetto amore senza tutta la chiaroveggenza possibile.

   Ecco: lei è capace di morire per un’idea, è visibile a occhio nudo. Ebbene, io ne ho abbastanza delle persone che muoiono per un’idea. Non credo all’eroismo, so che è facile e ho imparato ch’era omicida. Quello che m’interessa è che si viva e che si muoia di quello che si ama. Dico soltanto che ci sono sulla terra flagelli e vittime, e che bisogna, per quanto è possibile, rifiutarsi di essere col flagello.

   Per lottare contro l’astratto, bisogna un po’ somigliargli. Ma questo come poteva sentirlo Rambert? L’astratto per Rambert era tutto quello che si opponeva alla felicità. E a dire il vero, Rieux sapeva che il giornalista aveva ragione, in un certo senso; ma sapeva anche come accada che l’astratto si riveli più forte della felicità, e che bisogna allora, e soltanto allora, tenerne conto. Era quello che doveva capitare a Rambert, e il dottore lo poté sapere, nei particolari, dalle confidenze che Rambert ulteriormente gli fece. Di modo che poté seguire, e in un piano nuovo, la specie di tetra lotta tra la felicità d’ogni uomo e l’astratto della peste che costituì tutta la vita della nostra città durante quel lungo periodo.

   D’altronde, il dottor Rieux, ad esempio, considerava, giustamente, che il male era proprio questo, e che l’abitudine alla disperazione è peggiore della disperazione stessa.

  Di bambini, ne avevano ormai veduti morire: il terrore, da mesi, non sceglieva affatto; ma non avevano ancora seguito le loro sofferenze minuto per minuto, come stavano facendo dalla mattina. E, beninteso, il dolore inflitto a quegli innocenti non aveva mai finito di sembrargli quello che in verità era, uno scandalo. Ma sino ad allora si erano scandalizzati astrattamente, in qualche modo: mai avevano guardato in faccia, sì a lungo, l’agonia d’un innocente.

……………..

   Ci sono ore, in questa città, che non sento se non la mia rivolta.

   A Rieux che riportava le parole di Paneloux, Tarrou disse di conoscere un prete che aveva perduto la fede durante la guerra scoprendo il volto di un giovane con gli occhi crepati.

   “Paneloux ha ragione” fisse Tarrou, “quando all’innocenza fanno crepare gli occhi, un cristiano deve perdere la fede o accettare che crepino gli occhi anche a lui. Paneloux non vuole perdere la fede, andrà sino in fondo. Questo ha voluto dire”.

   “Forse”, rispose il dottore. “Ma lei sa, io mi sento più solidale coi vinti che coi santi. Non ho inclinazione, credo, per l’eroismo e per la santità. Essere un uomo questo m’interessa”.

“Insomma, è troppo stupido non vivere che nella peste. Beninteso, un uomo deve battersi per le vittime. Ma se ha finito di amare ogni altra cosa, a cosa serve che si batta?”

Panorama di Orano, la città algerina in cui è ambientata La peste (da Wikipedia)

La fine della peste

La liberazione, avvicinandosi, aveva un volto in cui si mescolavano lacrime e risa.

   Negavano tranquillamente, contro ogni evidenza, che noi avessimo mai conosciuto un mondo insensato, in cui l’uccisione d’un uomo era quotidiana al pari di quella delle mosche, negavano quella barbarie ben definita, quel calcolato delirio, quell’imprigionamento che portava con sé una terribile libertà nei riguardi di tutto quanto non fosse il presente, quell’odore di morte che instupidiva tutti quelli che non uccideva, negavano insomma che noi eravamo stati un popolo stordito, di cui tutti i giorni una parte, stipata nella bocca d’un forno, evaporava in fumi grassi, mentre l’altra, carica delle catene dell’impotenza e della paura, aspettava il suo turno.

   Sulla banchina della stazione dove ricominciavano la loro vita privata, ancora sentivano la loro comunità, scambiandosi occhiate e sorrisi. Ma il loro senso d’esilio, non appena videro il fumo del treno, si spense all’improvviso sotto lo scrosciare d’una gioia confusa che li stordiva. Quando il treno si fermò, le separazioni interminabili, cominciate sovente su quella stessa banchina ferroviaria, vi finirono in un attimo, nel momento in cui le braccia si strinsero con esultante cupidigia sui corpi di cui avevano dimenticato la forma viva.

   Rambert, lui, non ebbe tempo di guardare la forma che gli correva incontro, che questa ormai gli si era buttata sul petto. E tenendola ben abbracciata, stringendo a sé una testa di cui non vedeva se non i noti capelli, egli lasciò sgorgare le lacrime senza sapere se venissero dalla gioia presente o da un dolore troppo a lungo represso, sicuro almeno che gli avrebbero impedito di verificare se il viso affondato nella sua spalla era quello di cui aveva tanto sognato o invece quello di un’estranea. Più tardi avrebbe saputo s’era vero il sospetto. Per il momento egli voleva fare come tutti coloro che avevano l’aria di credere, intorno a lui, che la peste può venire e andarsene senza che il cuore dell’uomo ne sia modificato.

   Coloro che, attenendosi al poco che erano, avevano soltanto desiderato di tornare nella casa del loro amore, talvolta erano stati ricompensati. Certo che alcuni di loro continuavano a camminare per la città, solitari, privi della creatura che aspettavano. Fortunati anche quelli che non erano stati separati due volte, come certuni che prima dell’epidemia non avevano sul momento potuto costruire il loro amore e avevano ciecamente proseguito, per anni, il difficile accordo che finisce col legare l’uno all’altro due amanti nemici.  Questi, come lo stesso Rieux, avevano avuto la leggerezza di contare sul tempo: erano separati per sempre.  Ma altri, come Rambert, che il dottore aveva lasciato in quella stessa mattina dicendogli: “Coraggio, proprio adesso bisogna aver ragione”, avevano ritrovato senza esitare l’assente che credevano perduto. Per qualche tempo, almeno, sarebbero stati felici; ora sapevano che se una cosa si può desiderare sempre e ottenere talvolta, essa è l’affetto umano. 

   Per tutti coloro, invece, che si erano rivolti, al di sopra dell’uomo, a qualcosa che non riuscivano a immaginarsi, non c’era stata risposta. Sembrava che Tarrou avesse raggiunto la pace difficile di cui aveva parlato, ma non la aveva trovata che nella morte, quando non gli poteva servire a nulla. Se altri, all’incontrario, che Rieux scorgeva sulla soglia della casa, nella luce declinante, avvinghiati con tutte le loro forze mentre si guardavano con trasporto, avevano ottenuto quanto volevano, gli è che avevano domandato la sola cosa che dipendesse da loro. E Rieux, nel momento di svoltare per la via di Grand e di Cottard, ritenne giusto che, almeno di tanto in tanto, la gioia venisse a ricompensare quelli che si accontentano dell’uomo e del suo povero, terribile amore.

   Forse era più crudele pensare a un uomo colpevole che a un uomo morto.

…………

   Ma egli sapeva tuttavia che questa cronaca non poteva essere la cronaca della vittoria definitiva; non poteva essere che la testimonianza di quello che si era dovuto compiere che, certamente, avrebbero dovuto ancora compiere, contro il terrore e la sua instancabile arma, nonostante i loro strazi personali, tutti gli uomini che non potendo essere santi e rifiutandosi di ammettere i flagelli, si sforzano di essere dei medici. 

….

   Mentre sino ad allora avevano ferocemente sottratto la loro sofferenza alla sciagura collettiva, accettavano adesso la confusione senza memoria e senza speranza, si stabilivano nel presente. In verità, tutto per loro diventava presente; bisogna dirlo, la peste aveva tolto a tutti la facoltà dell’amore e anche dell’amicizia; l’amore, infatti, richiede un po’ di futuro, e per noi non c’erano più che attimi.

……..

   Gli innamorati, infatti, erano in preda alla loro idea fissa. Per loro una sola cosa era mutata; il tempo, che durante i mesi dell’esilio avrebbero voluto spingere per affrettarlo, che ancora si accanivano a precipitare, quando ormai si trovavano in vista della nostra città, si augurarono invece di rallentarlo, di tenerlo sospeso, non appena il treno cominciò a frenare prima di fermarsi. Il senso, vago e insieme acuto in loro, di tanti mesi perduti per l’amore, gli faceva confusamente esigere una sorta di compenso, sì che il tempo della gioia avrebbe dovuto trascorrere due volte meno in fretta del tempo dell’attesa.

   Avrebbe desiderato diventare colui che al principio della peste voleva correre con un solo balzo fuori dalla città, e slanciarsi incontro a colei che amava; ma sapeva che non era più possibile. Egli era mutato, la peste aveva messo in lui una distrazione che con tutte le sue forze egli cercava di negare e tuttavia continuava in lui come una sorda angoscia. In un certo senso, aveva il sentimento che la peste era finita troppo all’improvviso; non aveva ritrovato la sua presenza di spirito. La felicità arrivava di gran carriera, l’evento andava più presto dell’attesa. Rambert capiva che tutto gli sarebbe stato restituito d’un colpo, e la gioia è una bruciatura che non si assapora.”

ORANO, Algeria, a ovest, verso il Marocco e Gibilterra (mappa da https://www.pinterest.it/)

La conclusione

   Ascoltando, infatti, i gridi d’allegria che salivano dalla città, Rieux ricordava che quell’allegria era sempre minacciata: lui sapeva quello che ignorava la folla, e che si può leggere nei libri, ossia che il bacillo della peste non muore né scompare mai, che può restare per decine di anni addormentato nei mobili e nella biancheria, che aspetta pazientemente nelle camere, nelle cantine, nelle valigie, nei fazzoletti e nelle cartacce e che forse verrebbe giorno in cui, per sventura e insegnamento agli uomini, la peste avrebbe svegliato i suoi topi e li avrebbe mandati a morire in una città felice.

(brani in parte scelti e ripresi da La peste, di Albert Camus. – Gruppo di Lettura Dalmine (wordpress.com)

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ALTRI BREVI BRANI RIPRESI DA PARTI DIVERSE DEL LIBRO:

La visita alla madre. – Per molti giorni Rieux non ha avuto nemmeno il tempo di andare a salutare la vecchia madre, ma finalmente si concede un momento di pausa e…
“…il dottore stava appunto guardando sua madre, tranquillamente seduta in un angolo della sala da pranzo…con le mani appoggiate sulle ginocchia, essa aspettava. …Guardò sua madre. I begli occhi marron fecero risalire in lui anni d’affetto.
“Hai paura, mamma?”
“Alla mia età non si teme ormai gran che”.
“Le giornate sono lunghe e io non sono mai qui”.
“Per me è lo stesso aspettarti, so che devi venire. E quando non ci sei, penso a quel che fai…”
Il mare di notte. – Il dr. Rieux e il suo amico e collega Tarrou sono andati sulla spiaggia per farsi un bagno e dimenticare per un attimo il dolore e la devastazione del contagio contro cui stanno combattendo da mesi:

Tarrou mormorò che non era mai finito e che ci sarebbero state altre vittime: era la regola.
“Forse”, rispose il dottore. “Ma lei sa, io mi sento più solidale coi vinti che coi santi. Non ho inclinazione, credo, per l’eroismo e per la santità. Essere un uomo, questo m’interessa”. “

Sì, noi cerchiamo la stessa cosa, ma io sono meno ambizioso”.
Rieux pensò che Tarrou scherzasse, e lo guardò. Ma nel vago bagliore che veniva dal cielo egli vide un volto triste e serio. Il vento si levava di nuovo, e Rieux lo sentì tepido sulla pelle. Tarrou si scosse:
“Sa cosa dovremmo fare per l’amicizia?” disse.

“Quello che lei vuole”, disse Rieux.
“Un bagno in mare; anche per un futuro santo, è un degno piacere”.
Rieux sorrideva.

“…tra gli effluvi di vino e di pesce, presero la direzione del molo. Poco prima di giungervi, l’odore dello jodio e delle alghe gli annunciò il mare; poi lo sentirono. Il mare ansava dolcemente ai piedi dei grandi blocchi del molo, e quand’essi li ebbero superati, gli apparve, spesso come un velluto, flessibile e liscio come una belva. Si misero sugli scogli rivolti al largo. Le acque si gonfiavano e calavano lentamente. La calma respirazione del mare faceva nascere e sparire dei riflessi oleosi alla superficie delle acque. Davanti a loro, la notte era senza limiti…” (da https://www.perlungavita.it/)

LE RIGHE CONCLUSIVE Continua a leggere

La pandemia e il PESSIMISMO RASSEGNATO degli italiani (dati CENSIS dicembre 2020) e la PROMESSA della RIVOLUZIONE VERDE, con la SVOLTA ECOLOGICA che salverà il nostro pianeta (speriamo) – Riuscirà la TRASFORMAZIONE ENERGETICA e i NUOVI STILI DI VITA a creare un mondo più giusto?

È un ritratto a tinte fosche, quello che scaturisce dall’ultimo RAPPORTO CENSIS sulla situazione sociale del Paese, il 54° della serie, presentato il 4 dicembre 2020 a Roma dal direttore dell’istituto di ricerca Massimiliano Valerii; il ritratto di un Paese dipinto come “UNA RUOTA QUADRATA CHE NON GIRA E AVANZA A FATICA” e sul quale l’epidemia di Covid si è abbattuta in maniera tanto improvvisa quanto violenta, sconvolgendo “lo status quo a cui gli italiani erano ormai abituati: la temuta caduta c’è stata, il salto verso il basso è iniziato e non si sa quanto durerà”. – (la foto è da https://www.theitaliantimes.it/)

   Segnali molto preoccupanti vengono da 54° RAPPORTO annuale CENSIS sulla situazione sociale del Paese, rapporto presentato il 4 dicembre 2020. Una popolazione, quella italiana, stanca e rassegnata, pure incattivita, è quella che si presenta.

   Ovvio che incide prevalentemente la situazione di emergenza sanitaria e “pericolo” rappresentato dal Covid; e dal fatto che uscirne completamente si percepisce che sarà un processo non breve (ammesso che si possa completamente tornare come prima).

4 dicembre 2020 – 54° RAPPORTO SULLA SITUAZIONE SOCIALE DEL PAESE/2020 – Giunto alla 54a edizione, il RAPPORTO CENSIS interpreta i più significativi fenomeni socio-economici del Paese nella fase di eccezionale incertezza che stiamo vivendo. Le CONSIDERAZIONI GENERALI introducono il Rapporto descrivendo la giravolta della storia, ma anche il geniale fervore degli italiani da cui traspira il nuovo. Nella SECONDA PARTE, la società italiana al 2020, l’anno della paura nera, vengono affrontati i temi di maggiore interesse emersi nel sistema-Italia, UNA RUOTA QUADRATA CHE NON GIRA: l’avvitamento di vulnerabilità strutturali – che ci portano ad esclamare: il re è nudo! -, le scorie dell’epidemia e quello che resterà dopo lo stato d’eccezione. Nella TERZA e QUARTA parte si presentano le analisi per settori: la formazione, il lavoro e la rappresentanza, il welfare e la sanità, il territorio e le reti, i soggetti e i processi economici, i media e la comunicazione, la sicurezza e la cittadinanza.

   Ma la situazione di pessimismo era presente già da prima della pandemia (chiaramente molto meno evidente): è una società tutta che deve affrontare problematiche irrisolte; in primis la crisi ambientale, l’insostenibilità di questo modello di sviluppo. Ma anche altre questioni non meno importanti, come quella demografica: la crescita esponenziale della popolazione del pianeta, e dall’altro, per i residuali paesi ricchi come quelli dell’Europa, il calo demografico è eccessivo, nascono assai pochi bambini (questo si sta verificando, da decadimento di un paese come l’Italia…..ma ciò non inficia il boom planetario di crescita della popolazione davvero preoccupante per le risorse ambientali e alimentari disponibili).

   Sul sovrapporsi della crisi (quella pandemica, quella ambientale, la demografica…) si denota la mancanza di un progetto collettivo per il futuro (prossimo e più a lungo termine). Quello che però sembra (ripetiamo, sembra) essere stato recepito, almeno da noi in Europa, è trovare modi per ridurre l’inquinamento e l’uso eccessivo della risorse non rinnovabili…un tentativo di nuovo modello di sviluppo (pur ancora contradditorio e assai poco concreto).

“(…) PER LA TERZA VOLTA NELLA STORIA UNA RIVOLUZIONE ENERGETICA CAMBIA IL MONDO. Incide radicalmente sulla traiettoria della crescita, modifica l’organizzazione dell’industria e la vita quotidiana degli abitanti del pianeta, altera gli equilibri geopolitici: apre così una nuova fase nel capitalismo del XXI secolo. La PRIMA GRANDE TRASFORMAZIONE energetica risale al CARBONE, che avviò la rivoluzione industriale in Inghilterra; POI fu la volta del PETROLIO grazie al quale si annullarono le distanze geografiche con la rivoluzione nei trasporti, mentre i prodotti della nuova industria petrolchimica entravano nelle case e nell’industria, introducendo la plastica, fertilizzanti agricoli, nuovi medicinali e persino nuovi alimenti. (…) OGGI sono le NUOVE FONTI RINNOVABILI, inesauribili e disponibili localmente – SOLE, VENTO, MAREE, GEOTERMIA, BIOMASSE – a cambiare il quadro: insieme alle innovazioni nel dominio digitale e all’uso di nuovi materiali generano una discontinuità con il passato.(…)” (introduzione al libro, qui sopra nell’immagine, di VALERIA TERMINI, testo ripreso dal quotidiano “DOMANI” del 9/12/2020 https://www.editorialedomani.it/)
Eolico offshore (foto da https://www.qualenergia.it/)

   Per questo, ad esempio, è da cogliere con favore e speranza l’accordo dei 27 paesi della UE di aumento dell’impegno di riduzione dal 40 al 55 per cento delle emissioni entro il 2030. Una tappa fondamentale per arrivare poi al taglio totale entro il 2050. Con impegni politici e finanziari rivolti in particolare a Paesi riottosi e poco convinti (com’è il caso della Polonia, dove effettivamente c’è un’economia che dipende quasi totalmente dall’uso del carbone).

BRUXELLES, 10-11 dicembre 2020 – Hanno negoziato tutta la notte, non sono nemmeno rientrati in albergo ma alla fine i capi di Stato e di governo dell’Unione sono riusciti a trovare l’ACCORDO sul GREEN DEAL: l’EUROPA aumenta le sue ambizioni nella strada verso la neutralità climatica e PORTA DAL 40 AL 55 PER CENTO LA RIDUZIONE DELLE EMISSIONI ENTRO IL 2030. Una tappa fondamentale per arrivare al TAGLIO TOTALE ENTRO IL 2050. A BLOCCARE LA DECISIONE, per tutta la notte e nei mesi precedenti allo storico accordo, la POLONIA, LA CUI ECONOMIA DIPENDE MASSICCIAMENTE DAL CARBONE.(….) Intorno all’una di notte, hanno affrontato il Green deal. L’accordo è arrivato solo alle 8.30 della mattina dell’11 dicembre. TAGLIO DEL 55% DELLE EMISSIONI ENTRO IL 2030, DEL 100% ENTRO IL 2050. (Alberto d’Argenio, da “la Repubblica” del 11/12/2020) (foto da Il Sole 24ore)

   Pertanto al nostro pessimismo cosmico rilevato dal Censis, cerchiamo di inserire tasselli di cambiamento positivo, sperando che perlomeno riducano la fase psicologica di massa (e personale) negativa. Lo sappiamo, tentativo difficile e assai parziale. Però elementi di sviluppo nuovo, di apertura di una nuova era non sono cose trascurabili per la speranza dei popoli (e degli individui presi uno ad uno: sempreché porti ricchezza e benessere) (noi ci crediamo). (s.m.)

Ursula Von der Leyen e Angela Merkel al Summit di Bruxelles del 10 e 11 dicembre 2020 (foto da http://www.laregione.ch/)

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RAPPORTO CENSIS: ITALIANI SPAVENTATI E PIÙ “CATTIVI”. SPARITI 500MILA POSTI DI LAVORO

di Valeria Arnaldi, da IL MESSAGGERO del 4/12/2020

   «Una ruota quadrata che non gira». È l’immagine cupa di un sistema che «avanza a fatica» quella che emerge dal  54esimo Rapporto Censis sulla situazione sociale del nostro Paese. La pandemia ha fatto crescere la paura, diminuire la fiducia nel domani e ci ha reso più poveri. Forse pure emotivamente. Dati alla mano, a comporsi è il ritratto di un’Italia in difficoltà, certo, e spaventata, ma anche più “cattiva”. Gli italiani hanno accettato di rinunciare a parte dei propri diritti civili – «meglio sudditi che morti», la filosofia evidenziata dal Rapporto – ma hanno chiesto pene decisamente più severe per i comportamenti scorretti.

INASPRIMENTO DELLE PENE

Il 38,5% dei connazionali si è rivelato pronto, in nome di un maggiore benessere economico, ad accettare limiti al diritto di sciopero, alla libertà di opinione e di iscriversi a sindacati e associazioni. È stata una percentuale decisamente superiore però a chiedere di inasprire le pene.

   Il 77,1% le ha chieste più severe per chi non indossa le mascherine di protezione, non rispetta il distanziamento o i divieti di assembramento. Per 76,9%, è giusto che quanti nell’emergenza hanno sbagliato, tra politici, dirigenti sanitari e via dicendo, paghi per quegli errori.

   Più della metà degli italiani – il 56,6% – chiede il carcere per i contagiati che non rispettano in modo rigoroso le regole della quarantena. Il 31,2% vuole addirittura che quanti hanno adottato comportamenti irresponsabili e per questo si sono ammalati, non vengano curati o comunque lo siano dopo gli altri.   L’“ordine” di cura diventa questione di dibattito. E di scontro, anche tra generazioni. Secondo il 49,3% dei giovani è giusto che gli anziani siano assistiti soltanto dopo di loro.

PENA DI MORTE

Il desiderio di misure rigorose muta lo sguardo sul mondo. E sull’Altro. Il 43,7% degli italiani è favorevole all’introduzione della pena di morte nel nostro ordinamento giuridico. E la percentuale sale addirittura al 44,7% tra i giovani.

IL POSTO FISSO

È la paura a dettare le nuove regole sociali. L’epidemia intimorisce, ma lo fa anche, in generale, il domani. Cosa ci sarà “dopo” spaventa tanti. Il sentimento dominante, per il 73,4% degli italiani, è proprio la paura dell’ignoto. Economia e occupazione sono temi – e interrogativi – portanti. Anche qui, a dare la misura del momento sono i numeri.

   La società italiana, per l’85,8%, si è rivelata spaccata in due, tra “garantiti” – al primo posto, 3,2 milioni di dipendenti pubblici, poi 16 milioni di percettori di pensione – e “non garantiti”, tra chi ha il posto fisso e dunque la certezza del futuro e chi, invece, non ce l’ha. E attenzione, il capitolo dei non garantiti e dei vulnerabili è decisamente ampio e articolato.

   Lo spettro della disoccuparne aleggia sul settore privato. Il 53,7% degli occupati nelle piccole imprese – il 28,6% nelle grandi aziende – vive con insicurezza il proprio lavoro. Tra i più “vulnerabili”, dipendenti del settore privato a tempo determinato e partite Iva. Pressoché scomparsi i lavoratori in nero, sono emerse invece nuove – inaspettate – figure “deboli”: commercianti, artigiani, professionisti rimasti senza incassi e fatturati.

   È appena il 23% dei lavoratori autonomi ad aver percepito i medesimi redditi del periodo pre-Covid. E quest’ultimo capitolo incide anche, in modo evidente, sulla percezione del domani. Solo il 13% ritiene che sia ancora un’opportunità avviare un’attività o uno studio professionale in Italia, Paese dell’autoimprenditorialità. Per quasi il 40% farlo oggi è un azzardo.

BONUS

L’ansia per il futuro muta pure lo sguardo sulla bonus economy – sono in media duemila a testa gli euro dati a un quarto della popolazione – valutata molto positivamente dall’83,9% dei giovani, ben più del 65,7% degli anziani, che la guardano con maggior timore come meccanismo che può generare dipendenza (25,1%) e rischia di mandare fuori controllo il debito pubblico (18,1%). Al di là di tutto, solo per il 17,6% dei titolari di impresa le misure di sostegno saranno sufficienti a contrastare le conseguenze economiche dell’emergenza.

LIQUIDITÀ

Non stupisce che, nel pieno della pandemia, nel secondo trimestre, il Pil sia franato del 18% in termini reali rispetto all’anno scorso. Sono calati i consumi delle famiglie (-19,2%), gli investimenti (-22,9%), l’export (-31,5%). La liquidità delle famiglie a giugno 2020 è aumentata del 3,9% rispetto a dicembre 2019. Crollate le risorse dedicate ad azioni, obbligazioni, fondi comuni. La corsa alla liquidità nasce da un timore diffuso e concreto. Il 75,4% giudica insufficienti o tardivi gli aiuti dello Stato. Dunque, si cerca “riparo” in un aumento di liquidi.

OCCUPAZIONE

Preoccupano i risparmi e lo fa anche il lavoro. I più colpiti sono giovani e donne: 457mila i posti di lavoro persi nel terzo trimestre rispetto allo scorso anno. Sono 654mila i lavoratori indipendenti o con contratto a tempo determinato rimasti senza impiego.

   Le donne sono le più svantaggiate. Il tasso di occupazione maschile, nel secondo trimestre, era del 66,6%, con un divario di oltre 18 punti a sfavore delle donne. Nella fascia 15-34 anni solo 32 donne su 100 sono occupate o in cerca di una occupazione, in quella 25-49 anni il tasso di occupazione è del 71,9% tra quelle senza figli e del 53,4% tra quelle con figli in età pre-scolare.

   Colpite anche le libere professioni: poco meno di 4 milioni di lavoratori indipendenti ha avuto accesso all’indennità di 600 euro. E tre quarti di commercianti, artigiani, coltivatori diretti e figure impegnate nelle attività agricole ha avuto una compensazione della perdita di reddito nel corso dell’emergenza.

   Nelle libere professioni e tra gli iscritti alla gestione separata Inps – circa 2,5 milioni in totale – un milione è stato beneficiario dell’indennità di 600 euro. Ossia, il 38% degli iscritti alle Casse e il 42% degli iscritti alla gestione separata Inps. Il 90,2% degli italiani ritiene che emergenza e lockdown abbiano danneggiato maggiormente i più vulnerabili e ampliato le disuguaglianze sociali. A percepire un reddito superiore ai 300mila euro l’anno è appena lo 0,1% dei dichiaranti. Ad avere più di un milione di dollari (circa 840mila euro) è il 3% degli italiani adulti, che possiede il 34% della ricchezza del Paese.

NATALE

Inevitabile che tali sentimenti influiscano sulla percezione delle feste. Il 79,8% degli italiani chiede di non allentare le restrizioni o di inasprirle. Il 54,6% spenderà di meno per i regali, il 59,6% per il cenone dell’ultimo dell’anno. Per il 61,6% la festa di Capodanno sarà triste.

NUOVE ABITUDINI

Mutano intanto le abitudini. E le priorità. Dopo anni di tagli alla spesa pubblica, nuove risorse – e quindi opportunità – interessano il sistema sanitario. Problematica la questione scuola. Appena l’11,2% dei dirigenti scolastici intervistati dice di essere riuscito a coinvolgere nella didattica tutti gli studenti. Nel 18% degli istituti ad aprile mancava più del 10% degli studenti. Il 53,6% dei presidi sostiene che con la didattica a distanza non si riesce a coinvolgere pienamente gli studenti con bisogni educativi speciali.

   Difficoltà anche per gli studenti non italiani, specie le prime generazioni, e per gli alunni con disabilità o con disturbi dell’apprendimento. È aumentato l’uso della Rete: quasi 43 milioni di persone maggiorenni sono rimaste in contatto con amici e parenti grazie ai sistemi di videochiamata che utilizzano internet. Il digitale però, a lungo andare, ha stancato un quarto della popolazione, giovani inclusi. Cambia anche il modo di guardare alle vacanze, con il ritorno di seconde case e turismo di prossimità. Secondo una indagine del Censis, il 24% degli italiani ha almeno un’altra abitazione in un Comune diverso da quello di residenza. Le famiglie sono circa il 18%: il 34% dichiara di averne fatto un uso maggiore che nel passato.

E DOMANI?

Il sentimento generale è di sfiducia. Solo il 28% degli italiani nutre fiducia nelle istituzioni comunitarie. La media Ue è del 43%. Il 58% è insoddisfatto delle misure adottate a livello comunitario per contrastare la crisi del Covid-19. La media europea è del 44%.

   Ed è addirittura il 44,8% degli italiani ad essere convinto che non andrà tutto bene, anzi, usciremo dalla pandemia peggiori di prima. Soltanto il 20,5% pensa che l’esperienza ci renderà migliori. (Valeria Arnaldi)

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CENSIS, LA PANDEMIA SOCIALE NELL’ANNO DEL CORONAVIRUS

di Roberto Ciccarelli, da IL MANIFESTO, 5/12/2020 Continua a leggere