LE OMBRE DEL PASSATO NEL VOTO EUROPEO – I sovranisti non hanno vinto, ma l’Europa sarà più esposta ai pericoli di chiusura nazionalistica – La necessità di un Governo europeista autorevole, con tanti esempi e modelli di “apertura alla diversità”: di Città, Associazioni, Università, Imprese economiche…

EUROPA FORTIFICATA? – 2/5/2019: Il vicepremier italiano MATTEO SALVINI e il premier ungherese VIKTOR ORBAN visitano la BARRIERA ANTI-MIGRANTI AL CONFINE TRA UNGHERIA E SERBIA – “IL PATTO DEL FILO SPINATO, riedizione smemorata del Sangue e Suolo novecentesco, viene suggellato dai due condottieri della nuova destra europea, Viktor Orbán e Matteo Salvini, all’ombra della barriera lunga 175 chilometri con cui nell’estate 2015 l’Ungheria ha deciso di sbarrare il passo ai profughi fuggiaschi dalla carneficina delle guerre mediorientali.(…)” (Gad Lerner, da “la Repubblica”, 2/5/2019)

   L’Europa uscita dalle urne nelle elezioni da 23 al 26 maggio ha visto per la prima volta l’emergere di forze, partiti, che sono dichiaratamente contro il progetto europeo (i cosiddetti “sovranisti”). E seppure in minoranza, l’ondata sovranista è così destinata a lasciare il segno. Il successo in due Paesi chiave come Francia e Italia lascia pochi dubbi sul fatto che l’Europa sarà ancora più esposta agli interessi nazionali.

MAPPA SEGGI UE per Paese (da Corriere.it) – In tutto gli eurodeputati saranno 751. Il numero sarebbe dovuto scendere a 705, ma la Brexit è stata rimandata

   E poi antichi demoni sono riemersi: nazionalismo, populismo, antisemitismo, forze oscure che vediamo uscire vittoriose dalle urne in molti paesi dell’Unione europea (come in Germania). Ma è proprio dalla Germania (il Paese, se si vuole, più importante della UE con i suoi 83 milioni di abitanti – sui 505 milioni complessivi –, con il fatto di essere un’economia ricca e forte (la locomotiva d’Europa) ed essendo sicuramente il perno dell’integrazione europea fin dalle origini (assieme alla Francia, e in parte anche all’Italia), è proprio in Germania, dicevamo, che si è anche registrato un forte aumento dei Verdi, devimento ecologista (da sempre molto filo-europeista).

Greta Thurnberg e il presidente austriaco (dei verdi) Alexander Van der Bellen. – I GREEN diventano il secondo partito in GERMANIA e FINLANDIA, il terzo in FRANCIA e IRLANDA, e avanzano in DANIMARCA, OLANDA e GRAN BRETAGNA. La coalizione ambientalista ottiene 70 seggi, il 18% in più, e diventa la quarta formazione a Bruxelles: ago della bilancia. Il grido ambientalista lanciato da GRETA THUNBERG e fatto proprio da milioni di persone con gli scioperi globali sul clima si è fatto sentire chiaramente alle urne, soprattutto nel Nord Europa.

   La sostenibilità ambientale è di certo un tema emergente, capace di catalizzare interessi diversificati e che potrebbe sicuramente aiutare a qualificare il modello europeo nel confronto internazionale. E’ pur vero, facciamo notare, che i verdi vincono tra i giovani e nei paesi ricchi: cioè che il voto verde tende a essere concentrato per ceto ed età. Come insegnano i “gilet gialli” francesi, la questione ambientale è considerata prioritaria da chi è economicamente e culturalmente benestante, oltre che relativamente giovane.

RIPARTIZIONE SEGGI: GUE/ NGLSinistra unitaria europea / Sinistra verde nordica – S&DGruppo dell’Alleanza Progressista di Socialisti e Democratici al Parlamento Europeo VERDI/ ALEI Verdi / Alleanza libera europea ADLEAlleanza dei Democratici e Liberali per l’Europa Gruppo del Partito Popolare Europeo (Democratici-Cristiani)PPE Conservatori e Riformisti europeiECR Gruppo Europa della Libertà e della Democrazia direttaEFDD AEMN/APF/APEU/ CWPE/PPEUAltri – NI, Non iscritti: Membri non apparentati ad alcun gruppo politico

   Comunque i partiti pro-Europa (popolari, socialisti, liberaldemocratici e verdi) dovranno per forza trovare un accordo per avere una maggioranza possibile. Dall’altra per la prima volta ci sarà, come dicevamo all’inizio, dentro il parlamento europeo un consistente numero (pur in minoranza) di rappresentanti “anti Europa” (i britannici di Farage, i francesi della Le Pen, la Lega e i 5stelle per l’Italia….): cosa mai accaduta, che esistesse, all’opposizione, degli anti europei, e forse destinata (questa forza contraria) ad assumere proporzioni nelle prossime legislature ancora maggiore, se non ci sarà una ripresa genuina e autentica dello spirito europeista.

EUROPA come MEMORIA, ACCOGLIENZA, COMUNITÀ: a DANZICA, la città polacca simbolo della guerra mondiale, la giovane sindaca costruisce l’alternativa ai nazionalismi – ALEKSANDRA DULKIEWICZ (nella foto) è da pochi mesi sindaco di DANZICA. È stata eletta dopo l’assassinio di PAWEL ADAMOWICZ, che lei continua a chiamare “signor sindaco”, oppure “il mio capo”. «L’Europa per me è il luogo dove le persone si incontrano e si guardano l’una negli occhi dell’altra, per conoscersi e per cooperare nella costruzione di un avvenire. NELLA MIA EUROPA C’È SPAZIO PER TUTTE LE DIVERSITÀ».(…) (Wlodek Goldkorn, da “L’Espresso”, 26.5.2019)

   Oltre all’opposizione “anti Europa” che si farà sentire (specie dal nostro Paese), ci saranno poi i britannici che si dedicheranno a come andarsene dalla UE pagando il minor prezzo possibile (e sarà un ulteriore problema per tutti). E poi (secondo noi positivamente) lo stesso movimento verde-ecologista che si è affermato (prevalentemente tedesco), che sarà trasversale in molte tematiche agli schieramenti precostituiti.

La nuova mappa dell’Europa: I partiti vincenti, paese per paese: – in blu il centrodestra moderato dei partiti collegati al Partito Popolare Europeo, – in rosso quelli collegati al Partito Socialista Europeo, – in giallo quelli collegati ai liberali dell’Alde, – in grigio quelli collegati ai partiti sovranisti, – in verde quelli collegati ai verdi – in lilla tutti gli altri partiti.

   E’ da sperare e volere che ci sia una spinta propulsiva del progetto europeista dato dai governi pro-europei dimostrando che l’Europa può rinnovarsi e funzionare bene e meglio di adesso: punto di riferimento internazionale di libertà e difesa dei diritti fondamentali per ciascun cittadino. (s.m.)

PROIEZIONE GUARDIAN – GRAN BRETAGNA, VINCE FARAGE: MA IL REGNO UNITO HA VOTATO CONTRO LA BREXIT – LONDRA – “Come previsto alla vigilia, il BREXIT PARTY di NIGEL FARAGE ha stravinto le elezioni europee in UK, affermandosi come la prima forza del paese. Ma i risultati del voto nel Regno Unito dicono che i britannici nel complesso hanno dato più voti alle forze pro-Remain che a quelle pro-Leave. A livello di singole liste la vittoria del Brexit Party è indiscussa. Ma se queste elezioni sono state di fatto un secondo referendum sulla Brexit, COSA HA DETTO VERAMENTE IL PAESE? Secondo l’analisi del Guardian, nel complesso I VOTI PRO-REMAIN SONO PIÚ DI QUELLI A FAVORE DI UNA HARD BREXIT. Escludendo gli incerti Tory e Labour (23.4% in totale), le forze che intendono rimanere in Europa (Lib Dem, Green, Change UK, Plaid) hanno raccolto il 38% dei voti mentre le due forze pro-Leave (Brexit Party e UK-IP) sono ferme al 36.8%.(…) (28/05/2019, da AISE (Agenzia internazionale stampa estera) – https://www.aise.it/ )

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I NUMERO DELLA UE (da http://www.romanoprodi.it/)

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UN NUOVO EUROPEISMO: LA GEOGRAFIA POLITICA DOPO IL VOTO

di Marta Dassù, da “La Stampa” del 31/5/2019
L’Europa post-elettorale ha un nuovo equilibrio politico: lo storico «co-dominio» di Popolari e Socialisti deve allargarsi ai Liberali (fattore Macron) ed eventualmente ai Verdi (fattore Greta: il voto giovanile). I partiti del vecchio europeismo sono entrambi in relativo declino, a cominciare dalla Cdu di Angela Merkel. Ma esiste un nuovo europeismo: in Germania, hanno votato per i Verdi il 34% degli elettori fra i 18 e i 24 anni di età. La contesa già in atto fra Berlino e Parigi sulla scelta del nuovo presidente della Commissione può essere letta anche così; il primo braccio di ferro fra europeismo del XX secolo ed europeismo del XXI.
L’Europa post-elettorale ha anche una nuova geografia politica, che influenzerà largamente il funzionamento del Consiglio europeo: sotto l’impatto delle due ultime crisi (la crisi finanziaria del 2008, la crisi migratoria del 2015) Consiglio e Parlamento (codecisori dell’attività legislativa) hanno aumentato entrambi il proprio peso a spese della Commissione (sempre più pallido esecutivo).
Il triangolo istituzionale che regge il processo decisionale dell’Unione europea si è progressivamente spostato verso quello che viene definito, nel gergo di Bruxelles, il metodo «inter-governativo». Se incrociamo equilibri politici a Bruxelles e colore dei governi nazionali, la geografia europea del dopovoto è così caratterizzata (sintetizzando un rapporto che sta per uscire dello European Council for Foreign Relations). PRIMO: il gruppo dei popolari ha perso gran parte dei seggi nei Big 5 dell’Unione (Francia e Italia, seguite da Polonia, Spagna e Germania) mentre ne ha guadagnati in Romania, Ungheria, Grecia, Svezia, Austria e Lituania. Di conseguenza, il centro di gravità del Ppe appare ormai decisamente più spostato a Est, specie se il Fidesz di Viktor Orban finirà per rientrare nel Gruppo dei popolari (ma è un esito incerto, per ora). Dalla Germania verso Est: il Ppe dell’allargamento?
SECONDO: Socialisti e democratici hanno perso la maggioranza dei loro seggi in Germania e in Italia (rispetto al famoso 40% del 2014), ma ne hanno avuti più del previsto in Spagna, Portogallo, Olanda, Bulgaria e Malta. Il centro di gravità è spostato verso Sud. Spagna e dintorni: la socialdemocrazia mediterranea?
TERZO: il gruppo Liberale (Alde) è diventato in qualche modo più occidentale, grazie ai seggi ottenuti in Francia, Uk e Danimarca. I liberali sono progrediti anche in parte dell’Europa orientale (Repubblica Ceca, Romania e Polonia). Ma il centro di gravità è naturalmente la Francia e provvisoriamente la Gran Bretagna (visto il successo relativo dei liberaldemocratici e in attesa di Brexit). Francia first: i liberali in un solo Paese?
QUARTO: occidentale anche il centro di gravità dei Verdi, che può essere largamente spiegato da grossi successi in Germania e Francia, uniti a progressi in Olanda, Belgio, Irlanda. Il perno è la Germania, con una espansione tendenziale verso Ovest e Nord. Fa vistosa eccezione l’Italia. Dalla Germania verso Ovest: il cluster dei Verdi?
QUINTO: il fronte composito dei partiti a vario titolo «euroscettici» – includendovi tutti i gruppi che saranno all’opposizione a Strasburgo: Lega e 5 Stelle, Brexit Party, AfD, Rassemblement National, ecc. – ha avuto un successo clamoroso in Italia e in Gran Bretagna, seguite da Francia, Germania e Polonia. Il centro di gravità è una cintura che dal Regno Unito lambisce la Francia, passa per l’Italia e arriva in Polonia. La nuova frontiera del «sovranismo»?
LA GEOGRAFIA POLITICA
Quando cerchiamo di immaginare come funzionerà la nuova Europa, questa geografia politica conterà molto, evidentemente: non solo nella selezione dei ruoli di vertice ma anche nelle politiche. Tenere insieme la maggioranza non sarà affatto facile. Germania, Francia e Spagna avranno alle spalle i tre diversi gruppi principali a Strasburgo.
L’AGENDA VERDE SARÀ TRASVERSALE; e complicherà scelte decisive sul prossimo bilancio. Difficili – a giudicare dalla distanza politica e culturale fra vecchio e nuovo europeismo – saranno anche le scelte fiscali, le decisioni da prendere sulla politica della concorrenza o sulla politica estera.
LA GRAN BRETAGNA SARÀ ANCORA MEZZA PARALIZZATA DA BREXIT (Boris Johnson, probabile nuovo premier, si occuperà essenzialmente di come lasciare l’Unione). L’Italia sarà uno dei punti di riferimento della nuova «opposizione» parlamentare; ma una opposizione unitaria e coesa non ci sarà comunque. Saranno i governi pro-europei, più che la minoranza sovranista, a dovere dimostrare che l’Europa può rinnovarsi e funzionare per proteggere i suoi cittadini in un’epoca di competizione globale. (Marta Dassù)

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Colloquio con ALEKSANDRA DULKIEWICZ, nuovo sindaco di Danzica (dopo l’assassinio di Pawel Adamowicz)

L’EUROPA RIPARTE DA DANZICA

di Wlodek Goldkorn, da “L’Espresso”, 26.5.2019
– La memoria. L’accoglienza. La comunità. Nella città polacca simbolo della guerra mondiale la giovane sindaca costruisce l’alternativa ai nazionalismi –
«L’Europa per me è il luogo dove le persone si incontrano e si guardano l’una negli occhi
dell’altra, per conoscersi e per cooperare nella costruzione di un avvenire. Nella mia Europa c’è spazio per tutte le diversità».
ALEKSANDRA DULKIEWICZ è da pochi mesi sindaco di DANZICA («Mi raccomando, sindaco al maschile, così vogliono le regole della lingua polacca»). È stata eletta dopo l’assassinio di PAWEL ADAMOWICZ, Continua a leggere

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L’ITALIA DEI GHETTI (e delle PERIFERIE dimenticate) – Luoghi che, pur nelle criticità, rappresentano quasi sempre una popolazione giovane che vuole migliorare la propria condizione, che cerca un futuro – Lo SQUILIBRIO GEOGRAFICO di un Paese che ha istituzioni urbane superate, incapaci di governare i Territori

PALERMO, QUARTIERE SAN FILIPPO NERI. Più noto con il famigerato acronimo di ZEN, concentra almeno 22.000 persone in due grandi conglomerati di edilizia pubblica a Nord di Palermo. (Riccardo Venturi per Save the Children) – da http://www.avvenire.it/

   La periferia è il tema dominante di questa epoca. Nell’ormai consolidato spostamento globale delle persone dalle campagne (che è un termine generico: possono essere aree rurali, zone pedemontane, monti, colline, pianure ad insediamento sparso…) verso le città, anziché consolidare la (vincente) cultura urbana, hanno creato ed espanso “periferie”.
Fenomeno cresciuto nei paesi ricchi (quelli europei, ci riferiamo in particolare) nei primi anni ’90 del secolo scorso (con la fine del blocco USA-URSS) con l’inizio dell’arrivo di immigrati dal sud del mondo e dall’Europa dell’est. Le periferie sono così fortemente cresciute.

LA COMMISSIONE PARLAMENTARE DI INCHIESTA SULLE CONDIZIONI DI SICUREZZA E SULLO STATO DI DEGRADO DELLE CITTÀ E DELLE LORO PERIFERIE si è costituita il 25 novembre 2016, ed ha concluso i lavori il 14 dicembre 2017. La Commissione ha tenuto 32 riunioni plenarie, nel corso delle quali sono stati sentiti soggetti istituzionali ed esperti, associazioni e comitati rappresentativi di realtà territoriali, e ha inoltre effettuato 12 missioni in alcune Città metropolitane, di cui quattro a ROMA, poi a BARI, BOLOGNA, GENOVA, MILANO, NAPOLI, PALERMO, TORINO e VENEZIA. Secondo i dati Istat elaborati per la Commissione, su 21,9 milioni di italiani che abitano nelle 14 città metropolitane ben il 71%, cioè 15,5 milioni, risiedono in quartieri geograficamente periferici. Da un altro punto di vista, invece (sempre dati Istat), il 34% della popolazione delle grandi città vive in quartieri con alto potenziale di marginalità economica e sociale.

   Fenomeno poi, da noi, aumentato con un certo decadimento economico dalla seconda metà del 2000: i vuoti lasciati dalla dismissioni industriali (i capannoni abbandonati ad esempio nel Nordest italiano…), e nei centri storici i palazzi in degrado, e lungo le strade l’abbandono di edifici a volte anche di antica buona fattura (ma che adesso risulterebbero invivibili e non ristrutturabili, per troppo traffico vicino, o perché così in degrado che ogni demolizione e rifacimento non è economicamente compatibile da parte dei proprietari).
Pertanto periferie fatte di mega condomini, desolanti, e dall’altra quartieri in uno stato di cattivi servizi sociali, questo in particolare nelle grandi città; ma questo sta avvenendo anche nelle città medie di provincia, che dominano il panorama urbano italiano.

LA COMMISSIONE PARLAMENTARE DI INCHIESTA SULLE CONDIZIONI DI SICUREZZA E SULLO STATO DI DEGRADO DELLE CITTÀ E DELLE LORO PERIFERIE HA POPOSTO OTTO LINEE DI AZIONE per fare delle periferie una priorità nazionale: 1- UN COORDINAMENTO UNITARIO da parte dello Stato, 2-PROGRAMMI SPECIALI PER DIECI ANNI con almeno due miliardi di euro a disposizione all’anno, 3-IL RITORNO DELLE POLITICHE PUBBLICHE PER LA CASA (anche qui con nuovi fondi), 4-UNA RIFORMA URBANISTICA NAZIONALE, 5-POLITICHE DELLA SICUREZZA che coniughino rigore (su occupazioni abusive, campi Rom, criminalità organizzata), 6-POLITICHE DI INTEGRAZIONE e POLITICHE ATTIVE DI INCLUSIONE SOCIALE (con la creazione di Agenzie sociali di quartiere), 7-INCENTIVI PER IMPIANTARE ATTIVITÀ ECONOMICHE nei quartieri difficili (sconti fiscali o finanziamenti), 8-FORME STABILI DI COINVOLGIMENTO DEI CITTADINI

   E poi ci sono i tanti medio-piccoli paesi (quasi ottomila), sparsi diffusamente (a volte lungo le strade, a volte con centri storici di nobile tradizione…) che non sopravvivono più all’avanzare delle nuove post-moderne attività (di produzione manifatturiera robotizzata, di scuole di alta formazione, di ospedali specialistici, di servizi del terziari avanzato…) sempre più innovative, che solo alcune città medio-grandi riescono ad offrire (non tutte: Milano sì, altre no).

IL LIBRO – GOFFREDO BUCCINI – GHETTI (L’ITALIA DEGLI INVISIBILI: LA TRINCEA DELLA NUOVA GUERRA CIVILE) (ed. Solferino) – In Italia si combatte ormai da anni UNA GUERRIGLIA CIVILE TRA CITTADINI DIMENTICATI. Lo Stato sembra aver perso sovranità su vaste aree del territorio nazionale: ghetti urbani dove tutto può accadere, buchi neri della nostra convivenza nei quali gli unici vincitori sono il degrado e la criminalità vecchia e nuova. Solo quando il conflitto sociale tra ultimi e penultimi è deflagrato, la politica ha cominciato a prestarvi attenzione. (…) Destra e sinistra per vent’anni non hanno neppure provato a intervenire seriamente, come se non fosse chiaro che LE PERIFERIE (NON SOLO GEOGRAFICHE) SONO LA VERA TRINCEA DELLA DEMOCRAZIA. Le nuove forze populiste hanno infine evocato il problema, ma i primi atti del loro governo sembrano andare in senso contrario alla soluzione. (…) GOFFREDO BUCCINI racconta la sua discesa nel lato oscuro del Paese: un VIAGGIO DA NORD A SUD fatto di storie drammatiche e personaggi memorabili; con quindici milioni di italiani «periferici».

   Ma dappertutto, anche nelle città più tecnologicamente avanzate (Milano…), nascono continuamente “abbandoni urbanistici”, ghetti, periferie degradate…. E la PERIFERIA la troviamo sì nelle medie grandi città, ma contemporaneamente c’è nel disagio di migliaia di piccoli comuni che sono diventati tutti interamente “periferie”: perché, ad esempio, non offrono opportunità alla popolazione giovanile che lì risiede, non c’è formazione, ricerca del nuovo, nessuna novità, niente…. E hanno un trend di vita quotidiana sonnolento, pigro, senza prospettive… (mentre tutto, il mondo, appare in movimento, in trasformazione).

NUOVE PERIFERIE: edifici in abbandono lungo le strade

   Nei medi e piccoli paesi, lungo le strade, sorgono strutture del commercio, degli acquisti, che poi saranno inesorabilmente (molte di esse) destinate a chiudere, perché troppe e sovradimensionate, come I TANTI IPERMERCATI alla conquista appunto delle periferie… (e non parliamo dello spreco del territorio).

Roma, condomini, periferia

   Insomma, SI STA MANIFESTANDO UN DISAGIO URBANO, SOCIALE, GEOGRAFICO, diffuso non solo nelle medio-grandi città ma anche nei piccoli paesi.
Il potere politico, delle amministrazioni comunali, sembra avere poche idee e strumenti inadeguati per agire, per sviluppare progetti specifici di integrazione della popolazione, delle attività economiche, commerciali… (per questo noi insistiamo sulla necessità di accorpare i comuni medio-piccoli in nuove città, dare volti geografici e poteri nuovi e più autorevoli agli enti locali…).

Padova e la periferia diffusa a NordEst (foto da http://www.archphoto.it/)

   Fa specie che in queste immense e variegate periferie vi sia collocata (ci abita) la popolazione più giovane; e poi tante persone che cercano un futuro (giovani coppie, single…), che guardano con speranza a una prospettiva di vita e di crescita (in quei luoghi inadeguati). Pertanto le periferie, pur nelle criticità rappresentano la popolazione che vuole migliorare la propria condizione, le persone che cercano un futuro migliore.

La dottoressa Lucia Ercoli, fondatrice dell’associazione Medicina solidale, durante un intervento in un campo rom di ROMA. Medicina solidale opera dal 2004 in diverse aree della periferia romana a favore delle persine svantaggiate e escluse dall’assistenza sanitaria. (Riccardo Venturi per Save the Children) – da http://www.avvenire.it/

   Ogni progetto o idea politica per superare l’abbandono e il degrado crescente, necessita di riuscire a coinvolgere chi abita in queste periferie: riuscire a mettersi a parlare con gli abitanti, per capirne le necessità e realizzare insieme modelli insediativi in cui fare vivere bene tutti (persone e comunità).

Aree dismesse (capannoni abbandonati)

   Non c’è urbanista, architetto, pianificatore autorevole, politico serio e preparato, che non sia d’accordo con la necessità di dare nuova e diversa vita a questi luoghi abbandonati (superare i ghetti, l’essere periferia…), prospettando operazioni di coraggio ma in ogni caso coinvolgendo chi ci vive: non far vivere passivamente ogni trasformazione (a chi dovrà invece esserne protagonista): far partecipare il più possibile la comunità al “cambiamento” iniziando quell’operazione di RAMMENDO DELLE PERIFERIE (termine usato da Renzo Piano, che dice che «le periferie sono la città del futuro, quella dove si concentra l’energia umana e quella che lasceremo in eredità ai nostri figli. C’è bisogno di una gigantesca opera di rammendo e ci vogliono delle idee. Un rammendo che coinvolge le periferie attraverso la rigenerazione urbana» (citiamo qui da un articolo di Ugo Leone, professore di Politica dell’Ambiente, articolo di seguito riportato in questo post).
Vi proponiamo degli spunti, delle riflessioni, ripromettendoci di trattare l’argomento per ciascuno dei possibili punti specifici che possono essere progetti di rigenerazione delle periferie (ed eventualmente il Vostro contributo sarà più che gradito alla trattazione del tema). (s.m.)

edifici storici abbandonati (Bologna)

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PERIFERIE, LA RIGENERAZIONE NECESSARIA

di Ugo Leone (già professore ordinario di Politica dell’Ambiente presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Napoli “Federico II”. Presidente del Parco nazionale del Vesuvio), da “la Repubblica” del 22/1/2019
(….) L’attenzione sulle periferie napoletane e della loro sostanziale invivibilità, può essere avviato a soluzione solo con la partecipazione. Della gente che le abita, innanzitutto, ma anche da chi può e deve dare una mano.
È quella che si definisce “URBANISTICA PARTECIPATA” della quale viene considerato il “padre” l’architetto belga LUCIEN KROLL, il quale nel progettare un “ECOQUARTIERE” parlava con gli abitanti, per capirne le necessità e realizzare modelli insediativi in cui fare vivere bene individui e comunità. Continua a leggere

CICLONI IN MOZAMBICO (e Zimbabwe e Malawi): le tragedie africane che non fanno notizia – L’AFRICA contribuisce in minima parte all’inquinamento globale ma è il Continente più minacciato dai cambiamenti climatici – Cosa fare per l’Africa? SOLIDARIETÀ, ma anche maggiore ATTENZIONE a ciò che accade

Nella notte tra il 14 e il 15 marzo, il CICLONE tropicale IDAI si è abbattuto su BEIRA, capoluogo della Provincia di SOFALA, in MOZAMBICO. Sono oltre un milione e mezzo le persone colpite e un numero imprecisato le vittime. Dall’Oceano indiano l’uragano si è abbattuto sulla città portuale, la seconda del paese, con una forza inaudita. I venti hanno raggiunto la velocità di 315 chilometri orari, una intensità paragonabile a quella dell’uragano Irma che colpì la Florida nel 2017, uno dei più violenti degli ultimi anni

   Nel marzo di quest’anno (2019) un ciclone (denominato dai meteoreologhi “IDAI”) ha colpito violentemente le coste centrali del MOZAMBICO, per poi spostarsi in ZIMBABWE e in MALAWI. Nella notte tra il 14 e il 15 marzo, dall’Oceano indiano l’uragano si è abbattuto sulla città portuale di BEIRA, la seconda del paese, con una forza inaudita. I venti hanno raggiunto la velocità di 315 chilometri orari, una intensità paragonabile a quella dell’uragano Irma che colpì la Florida nel 2017, uno dei più violenti degli ultimi anni.

IL CASO DEL MOZAMBICO riapre una domanda chiave dell’emergenza climatica: STANNO AUMENTANDO DI NUMERO E INTENSITÀ LE TEMPESTE sul nostro pianeta? Che impatto possono avere sulla sicurezza di una nazione? È un’ulteriore ragione per dichiarare l’emergenza climatica? da LINKIESTA, 3/5/2019, https://www.linkiesta.it/)

   Più di mille i morti, 344 in Zimbabwe, 602 in Mozambico e almeno 59 in Malawi. Secondo l’Onu almeno 3 milioni di persone (tra cui un milione di bambini) soffrono per le conseguenze del ciclone. E, tra le conseguenze, il diffondersi del colera (circa 6 mila casi) tra i sopravvissuti, soprattutto in Mozambico.

Ciclone Idai in Mozambico: c’è bisogno di aiuto

   E a solo un mese di distanza dal ciclone tropicale Idai, il Mozambico è stato colpito da un altro ciclone (denominato KENNETH), nella parte più a nord del Paese, nell’ARCIPELAGO delle ISOLE QUIRIMBAS, uragano di minore entità rispetto a Idai, però il più forte mai registrato in quella regione a nord, classificato forza 4 su una scala che arriva a un massimo di 5. Forti venti con picchi fino a 180 Km/h e incessanti piogge di circa 300-500 mm (oltre 8 volte la media di stagione) hanno distrutto interi villaggi dell’Arcipelago. Ancora morti: una quarantina, molto meno rispetto a Idai, ma le popolazioni delle isole dell’Arcipelago sono rimaste pressoché quasi tutte senza casa. Pertanto due cicloni in Mozambico a un mese l’uno dall’altro.

mappa Mozambico

   La situazione sociale in Mozambico è allo stremo: e quella che è oggi una emergenza alimentare potrebbe trasformarsi in una carestia di lunga durata. È andata completamente distrutta tutta la produzione agricola di quest’anno, già messa a dura prova dalle piogge che hanno flagellato il Paese all’inizio di marzo, prima del ciclone Idai. E poi c’è lo spettro di malattie infettive: colera, alterazioni intestinali e respiratorie, malaria.

MEDICI CON L’AFRICA – CUAMM (Padova) in Mozambico – EMERGENZA CICLONE IN MOZAMBICO COSA PUOI FARE TU – Fornire acqua potabile, riparo alle popolazioni sfollate, assistenza sanitaria. Queste le attività salvavita considerate prioritarie per far fronte all’emergenza. – https://www.mediciconlafrica.org/blog/la-nostra-voce/news/cosapuoifare?utm_source=phplist957&utm_medium=email&utm_content=HTML&utm_campaign=La+fantasia+moltiplica+l%27aiuto%3A+perch%C3%A9+sia+davvero+5+CON+1000

   Un paese ora in ginocchio, il Mozambico, già poverissimo, e ora pure con miliardi di dollari di danni da sanare. Eventi atmosferici dirompenti mai verificatisi. Da tutto questo nasce la domanda di quale sarà il futuro (atmosferico, ambientale, di vita…) di questa aree dell’Africa (del Pianeta).

  E vi è quasi purtroppo certezza che l’emergenza climatica sarà cosa da farci i conti molto spesso. Stanno aumentando di numero e intensità le tempeste sul nostro pianeta. E che impatto possono avere sulla sicurezza di una nazione? È un’ulteriore ragione per dichiararla, l’emergenza climatica?
Il paradosso è CHE L’AFRICA CONTRIBUISCE IN MINIMA PARTE ALL’INQUINAMENTO GLOBALE ma è IL CONTINENTE PIÙ MINACCIATO dagli effetti dei cambiamenti climatici. Condizioni climatiche avverse hanno portato a un calo della produzione agricola e all’aumento vertiginoso dei prezzi alimentari. Sull’agricoltura incide non poco il cambiamento climatico: precipitazioni ridotte e aumento delle temperature influenzano negativamente le rese delle colture alimentari. Inoltre siccità, stress da calore e inondazioni provocano una riduzione del raccolto e nella produttività del bestiame. Questo accade in particolare e ancor di più sulla fascia subsahariana.

Mozambico, carta da Treccani Enciclopedia

   Questa penuria ha scatenato migrazione transfrontaliera e conflitti intra-regionali, provocando instabilità politica in vari stati. In generale, l’insicurezza alimentare ha peggiorato le già difficili situazioni dei Paesi colpiti da conflitti. E gli agglomerati urbani africani risultano essere i più vulnerabili: aree molto densamente popolate stanno già vivendo grandi difficoltà nella fornitura di acqua potabile.

CICLONE IDAI da foto NASA – “(…) Secondo il GEOFISICAL FLUID DYNAMICS LABORATORY dell’Agenzia Americana NOAA ci sono una serie di elementi da considerare, che sono critici per la sicurezza globale, legati alle TEMPESTE.
I tassi di precipitazioni dei cicloni tropicali probabilmente AUMENTERANNO IN FUTURO A CAUSA DEL RISCALDAMENTO ANTROPOGENICO E DEL CONSEGUENTE AUMENTO DEL CONTENUTO DI UMIDITÀ ATMOSFERICA. L’intensità dei cicloni tropicali aumenterà dall’1 al 10% se la temperatura salirà di 2°. Questo implicherebbe un maggiore potenziale distruttivo per tempesta. Infine L’INNALZAMENTO DEI MARI RENDERÀ PIÙ IMPATTANTI I COSIDDETTI STORM SURGE, ovvero il temporaneo innalzamento del mare dovuto ai forti venti e alla bassa pressione della tempesta. (da LINKIESTA, 3/5/2019, (https://www.linkiesta.it/ )

   Proprio nelle stesse ore della tragedia del ciclone Indai in Mozambico, l’assemblea mondiale delle Nazioni Unite sui cambiamenti ambientali (riunita a Nairobi), lanciava l’ennesimo grido di allarme: TUTTI I GOVERNI DEVONO PRENDERE DECISIONI CONCRETE per fermare il degrado ambientale ed in tempi brevissimi.

MOZAMBICO – I sopravvissuti dal ciclone Idai vivono ancora nei campi di raccolta (da http://www.vaticannews.va/)

Perdere la sfida del cambiamento climatico potrebbe essere un disastro per l’Africa. Il Continente pagherebbe infatti il prezzo più alto di tutto il Pianeta, pur (lo ribadiamo) contribuendo pochissimo all’inquinamento globale. (s.m.)

«LA FAME IN AFRICA CONTINUA A CRESCERE, DOPO MOLTI ANNI DI DECLINO, minacciando gli sforzi del continente di sradicarla e raggiungere gli Obiettivi di Malabo 2025 e l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, in particolare il secondo OBIETTIVO DI SVILUPPO SOSTENIBILE (Sdg2)». E’ la terribile realtà che emerge dal RAPPORTO “Africa Regional Overview of Food Security and Nutrition. Addressing the threat from climate variability and extremes for food security and nutrition”, pubblicato da Fao e United Nations economic commission for Africa (Eca)( http://www.fao.org/3/CA2710EN/ca2710en.pdf ). Nell’Africa sub-sahariana 237 milioni di persone soffrono di denutrizione cronica, annullando così tutti i passi avanti fatti negli ultimi anni.(…)( 14 Febbraio 2019] da http://www.greenreport.it/news/)

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DUE TERZI DELLE CITTÀ AFRICANE DA QUI AL 2035 POTREBBERO ESSERE MINACCIATE DAGLI EFFETTI DEI CAMBIAMENTI CLIMATICI. A sostenerlo, come riportato dall’INFOAFRICA (https://www.infoafrica.it/) è uno studio pubblicato nel novembre 2018 dalla società di consulenza britannica Verisk Maplecroft, secondo il quale IL RISCHIO È RITENUTO ELEVATO e L’AFRICA È IL CONTINENTE PIÙ MINACCIATO dagli effetti dei cambiamenti climatici globali. (da https://www.africarivista.it/)

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CRISI AMBIENTALE E MIGRAZIONI FORZATE: NUOVI ESODI AL TEMPO DEI CAMBIAMENTI CLIMATICI (2018) – la seconda edizione (pubblicata nel dicembre 2018) del REPORT CURATO DA SALVATORE ALTIERO E MARIA MARANO per le ASSOCIAZIONI A SUD e CENTRO DI DOCUMENTAZIONE SUI CONFLITTI AMBIENTALI – “(…) Secondo i dati del Global Report on Internal Displacement 2018 dell’Internal Displacement Monitoring Centre, nelle seguenti aree geografiche, il numero di persone in fuga dalle conseguenze di disastri naturali supera quello di chi fugge da guerre e conflitti: Asia orientale e Pacifico (8,6 milioni contro 705.000), Asia meridionale (2,8 milioni contro 634.000), America (4,5 milioni contro 457.000), Europa e Asia centrale (66.000 contro 21.000). Nell’Africa subsahariana abbiamo 5,5 milioni di migranti interni dovuti ai conflitti armati ma comunque 2,6 milioni di persone sono costrette a spostarsi a causa dei disastri naturali.(…)” (di Salvatore Altiero, da http://www.atlanteguerre.it/ ). LINK DELLA PUBBLICAZIONE “CRISI AMBIENTALE E MIGRAZIONI FORZATE: NUOVI ESODI AL TEMPO DEI CAMBIAMENTI CLIMATICI (2018)”: http://asud.net/wp-content/uploads/2019/01/crisi-ambientale-e-migrazioni-forzate-2018-WEB.pdf

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CLIMATE CHANGE
CICLONE IN MOZAMBICO, L’EMERGENZA CLIMATICA FA STRAGE ANCORA UNA VOLTA
da LINKIESTA, 3/5/2019, (https://www.linkiesta.it/ )
– A un mese di distanza da Idai, il Mozambico è stato colpito dal ciclone Kenneth, il più forte mai registrato nella regione. Tassi di precipitazioni e intensità dei cicloni tropicali aumenteranno in futuro, a causa del riscaldamento antropogenico. È colpa nostra. –
«La tempesta è arrivata alle 14.30. Alle quattro il tetto della casa di fronte è volato via. Il vento ha continuato a soffiare fortissimo fino a mezzanotte. Quando siamo usciti di casa, la nostra è una delle poche in cemento, pensavamo di trovare morti ovunque». La voce di Tania Miorin (cooperante della ONG Oikos, raggiunta tramite whatsapp sull’isola di Ibo, arcipelago delle Quirimbas, Mozambico) è ancora scossa. «È il caos, ma fortunatamente sull’isola non ci sono stati morti. Al momento sono arrivati gli aiuti e la gente ha cominciato a raccogliere le macerie per rimettere in piedi una capanna, o costruire un tetto di fortuna con giunchi e palme».
Nella giornata di ieri sono stati distribuiti teloni per i rifugi temporanei e biscotti ad alto contenuto calorico come derrate di emergenza. La priorità è il trattamento dei pozzi comuni per evitare che si diffonda il colera».
Nella piccola fortezza portoghese sul mare hanno trovato rifugio oltre 100 persone. Sia l’ospedale che la scuola elementare hanno subito enormi danni e non possono più garantire nessun tipo di assistenza. A Matemo, l’isola adiacente, le scuole sono state interamente rase al suolo. Le piogge continuano incessanti mettendo a rischio la popolazione colpita.
A solo un mese di distanza dal ciclone tropicale Idai, il Mozambico è stato colpito dal ciclone Kenneth, il più forte mai registrato nella regione, classificato forza 4 su una scala che arriva a un massimo di 5. Forti venti con picchi fino a 180 Km/h e incessanti piogge di circa 300-500 mm – oltre 8 volte la media di stagione – hanno distrutto interi villaggi nell’Arcipelago.
Secondo dati del governo mozambicano il 95% della popolazione è rimasta senza casa. Al momento i morti nell’area sono 38, ma il numero potrebbe salire rapidamente. «Il suolo è saturo di pioggia e i fiumi sono già straripati, quindi l’emergenza probabilmente peggiorerà», ha dichiarato Michel Le Pechoux, vice rappresentante dell’UNICEF in Mozambico. «Stiamo facendo tutto il possibile per ottenere risorse umane e forniture sul campo per mantenere le persone al sicuro».
Il mese precedente IL CICLONE IDAI AVEVA COLPITO VIOLENTEMENTE LE COSTE CENTRALI DEL MOZAMBICO per poi spostarsi in Zimbabwe e in Malawi. Più di mille i morti, 344 in Zimbabwe, 602 in Mozambico e almeno 59 in Malawi, ma la cifra rimane ancora parziale. Al momento si registrano quasi 6 mila casi di colera tra i sopravvissuti, soprattutto in Mozambico. Un evento del genere non si era mai verificato, spiega il governo. Ed ora il paese è in ginocchio, con miliardi di dollari di danni da sanare.
Il caso del Mozambico riapre una domanda chiave dell’emergenza climatica: stanno aumentando di numero e intensità le tempeste sul nostro pianeta? Che impatto possono avere sulla sicurezza di una nazione? È un’ulteriore ragione per dichiarare l’emergenza climatica?
La scienza ha dati significativi sulle variazioni temporali di lunga data del numero ed intensità degli uragani e cicloni. I modelli proiettano Continua a leggere

IL CASO ROM nelle PERIFERIE di Roma: xenofobia, razzismo (prima gli italiani!), disagio sociale, paura di un “diverso” mai accettato, strumentalizzazione politica, o tutte questo assieme? – STRUMENTI possibili per la CONVIVENZA pacifica (tra diversi) – L’IDENTITÀ GEOGRAFICA NUOVA dei quartieri, ora “internazionali”

Dal 5 all’8 maggio scorso ci sono state violente PROTESTE nella zona di CASAL BRUCIATO, un quartiere della periferia est di Roma, CONTRO L’ASSEGNAZIONE DI UN ALLOGGIO POPOLARE A UNA FAMIGLIA DI ETNIA ROM. La famiglia Omerovic – composta da un uomo bosniaco di 40 anni, da sua moglie e dai 12 figli, tutti nati in Italia – è arrivata nell’abitazione il 6 maggio ed è stata accolta da un gruppo di circa trenta persone, tra cui alcuni militanti del partito neofascista CasaPound, che hanno manifestato contro il loro arrivo anche con violenza. La famiglia ha preso possesso dell’appartamento secondo quanto previsto da leggi, regolamenti e graduatorie, ma le proteste non si sono fermate e il 7 maggio CasaPound – che dal 2003 ha occupato una palazzina romana in cui ha portato la sua sede e in cui vivono dirigenti, attivisti e simpatizzanti del partito – ha organizzato un sit-in invitando i cittadini a manifestare contro i rom. (…) Le manifestazioni di protesta sono continuate anche mercoledì 8 maggio quando LA SINDACA DI ROMA VIRGINIA RAGGI, che ha fatto VISITA ALLA FAMIGLIA PER ESPRIMERE LA PROPRIA SOLIDARIETÀ, è stata accolta da insulti e fischi. (foto da http://www.ilpost.it del 8/5/2019)

   Che fare nelle città, e in ogni luogo per evitare marginalità, persone che vivono in condizioni difficili (in baracche, bidonville, tende, sotto i ponti, all’addiaccio…)? Oppure come evitare “stati di disagio” in condomini popolari, specie nelle PERIFERIE (nei centri storici ci vivono molto meno immigrati e rom), periferie dove si creano tensioni a volte immotivate e un po’ xenofobe, a volte con qualche motivazione seria (comprensibile), data da “stili di vita” diversi?

La famiglia scortata all’ingresso nel palazzo (da http://www.roma.corriere.it/) – 6 maggio 2019: I caschi azzurri dei poliziotti spiccano nella folla di manifestanti che si accalca davanti al portoncino del palazzo popolare di via Sebastiano Satta 20, a CASAL BRUCIATO. Gli agenti cercano di proteggere l’ingresso nell’androne di SENADA e della figlia. Poco prima avevano fatto lo stesso con il capo famiglia IMER e un altro dei 12 figli della coppia rom. Dal caos si alza un grido contro la minorenne: «Ti stupro!». Non è la prima offesa grave ai nomadi del campo della BARBUTA, legittimi assegnatari di un alloggio popolare (da https://roma.corriere.it/ )

   Gli episodi “romani”, che qui descriviamo, nei confronti dei Rom, danno l’impressione di essere, a priori, non solo xenofobi (ma cercheremo anche le possibili ragioni dei residenti) ma anche strumentalizzati da forze dichiaratamente contrarie a ogni possibile integrazione fra persone.
Negli scorsi giorni, in particolare dal 6 maggio per 3-4 giorni, ci sono state proteste violente a Roma nella zona di CASAL BRUCIATO, un quartiere della periferia est della capitale, contro l’assegnazione di un alloggio popolare a una famiglia di etnia rom. Proteste di parte dei residenti, supportati da militanti neofascisti dell’Associazione CasaPound, mentre la famiglia Rom (marito, moglie e 12 figli) prendeva (a fatica, tra la folla inferocita) regolare possesso di una casa popolare a loro assegnata.

La famiglia rom assediata a Casal Bruciato, Roma (Ansa, da http://www.quotidiano.net/)

   Nel caos violento è pure intervenuta, in solidarietà della famiglia, la sindaca di Roma, Virginia Raggi: è andata (coraggiosamente) a trovare la famiglia Rom, nell’appartamento barricato e difeso dalla polizia, ribadendo, la sindaca, l’affermazione della legalità e una netta cesura politica (dell’amministrazione comunale) con i violenti che stavano protestando oltre ogni misura. La famiglia Omerovic (così è il cognome di questa famiglia assegnataria dell’alloggio), è arrivata a Casal Bruciato da un campo Rom (La Barbuta, al confine tra Roma e Ciampino), che il Comune sta smantellando, in virtù del piano approvato dalla giunta Raggi che prevede il superamento di tutti i campi nomadi di Roma entro il 31 dicembre del 2020.

Ecco dove vivono i circa seimila nomadi stanziati sul territorio capitolino, tra villaggi autorizzati e campi ‘tollerati’ (MAPPA DA http://www.roma.repubblica.it/, del 5/4/2019)

   Questo episodio di violenta protesta a Roma, a Casal Bruciato, si aggiunge ad altri episodi di analoga tensione (il 2 aprile a Torre Maura, ancora nella periferia romana, ma anche in un’altra zona periferica, Via Fachinetti), sempre per l’arrivo di famiglie di etnia rom.

“(…) L’ultimo report dell’ASSOCIAZIONE 21 LUGLIO conta 127 baraccopoli formali, cioè riconosciute dallo stato italiano. Ma c’è ancora molta confusione quando si parla di rom. (…..).Quando si parla di rom, sui giornali o nei discorsi, spesso si dà per scontato che si tratti di un blocco sociale omogeneo e riassumibile in una serie di luoghi comuni; eppure, nella realtà, quelli che chiamiamo rom fanno parte di popoli con storie, tradizioni e culture anche lontanissime fra loro. L’Associazione 21 luglio ha trovato 22 COMUNITÀ PRINCIPALI DISLOCATE SUL SUOLO ITALIANO: i ROM DI IMMIGRAZIONE PIÙ ANTICA (a loro volta divisi in abruzzesi, celentani, basalisk, pugliesi e calabresi); i SINTI, che si dividono in 9 gruppi su basi territoriali e linguistiche; i ROM BALCANICI che sono venuti in Italia più recentemente; i ROM BULGARI; i ROM RUMENI e infine i CAMINANTI, originari di Noto.(…)” (Giulia Giacobini, da WIRED.IT del 8/4/2019 https://www.wired.it/attualita/politica/) (foto da: da http://www.magazine3d.it.rom.no.un.esempio.integrazione-interculturale-napoli/)

   L’idea di smantellare campi, baraccopoli, dove le condizioni di vita sono (igienicamente, ma da tutti i punti di vista) fuori da ogni vivere civile, questa idea è buona, interessante, da condividere. Accompagnato, il progetto dell’amministrazione comunale, dal voler integrare queste famiglie ex nomadi (di origine Rom, ma come spieghiamo qui, il termine e la specificazione dell’etnia, è più complesso e variegato). Quest’idea di superare i campi nomadi, e distribuire la popolazione, le famiglie, in contesti abitativi “normali”, in mezzo ad altre famiglie “non rom”, sembra essere l’unica cosa possibile e civile.

MIGRAZIONE ITALIA – INSEDIAMENTI INFORMALI, MARGINALITÀ SOCIALE, OSTACOLI ALL’ACCESSO ALLE CURE E AI BENI ESSENZIALI PER MIGRANTI E RIFUGIATI. – Bloccati alle frontiere, negli spazi aperti e negli edifici occupati delle città, nei ghetti delle aree rurali, SENZA ACCESSO AI BENI ESSENZIALI e alle cure mediche di base, spesso costretti a condizioni di vita durissime. Vivono così MIGLIAIA DI RICHIEDENTI ASILO E RIFUGIATI, che pur essendo regolarmente presenti sul territorio italiano, si trovano al di fuori di un sistema di accoglienza ancora ampiamente inadeguato. Lo denuncia la SECONDA EDIZIONE DEL RAPPORTO “FUORI CAMPO” DI “MEDICI SENZA FRONTIERE”, frutto di un lavoro di monitoraggio compiuto nel 2016-2017 in circa 50 INSEDIAMENTI INFORMALI, per un totale di 10.000 PERSONE, in prevalenza richiedenti asilo o titolari di protezione internazionale o umanitaria. Rispetto al quadro delineato nella prima edizione del rapporto riferita al 2015, I RECENTI SGOMBERI FORZATI SENZA SOLUZIONI ABITATIVE ALTERNATIVE STANNO DETERMINANDO LA FRAMMENTAZIONE DEGLI INSEDIAMENTI INFORMALI e la costituzione di PICCOLI GRUPPI DI PERSONE CHE VIVONO IN LUOGHI SEMPRE PIÙ MARGINALI e che NON RIESCONO AD ACCEDERE non solo ai servizi socio-sanitari territoriali, ma ANCHE AI BENI PIÙ ELEMENTARI COME L’ACQUA, IL CIBO, L’ELETTRICITÀ. Leggi il rapporto: https://www.medicisenzafrontiere.it/wp-content/uploads/2018/06/Fuoricampo2018.pdf

   E’ anche vero che lo stato di disagio e protesta accade sempre e solamente nelle PERIFERIE delle città: là dove i problemi di convivenza a volte assumono caratteri di difficoltà anche tra persone “tutte italiane”, e l’arrivo di immigrati (o ex nomadi) aumenta e accresce le tensioni. Queste tensioni sono spesso reali, ma a volte anche frutto di pregiudizio e nessuna disponibilità ad approcciarsi positivamente al “diverso”.

BOLZANO (foto da http://www.medicisenzafrontiere.it/) – A Bolzano un numero crescente di migranti che cerca di attraversare le frontiere del Brennero è costretto a dormire e vivere in strada sotto i ponti e sulle rive del fiume.

   Se all’appartamento di sopra al nostro succede che a tarda notte ci son rumori perché stanno facendo una festa, se sono italiani o si tollera se sono amici nostri, o ci si arrabbia un po’, ma magari finisce al peggio in una LITE. Se sono stranieri o rom, è segno che sono incivili, fuori dalle regole, totalmente diversi da noi: diventa uno SCONTRO ETNICO. Quel che è accaduto e sta accadendo nelle periferie romane, è che lo scontro etnico è preventivo, a ogni possibile episodio che possa (o non possa) accadere.

Baraccopoli migranti: ben 4 in provincia di Foggia (16/2/2019, foto da http://www.immadiato.net/) – Nel secondo RAPPORTO “FUORI CAMPO”, presentato nel febbraio 2018 dall’organizzazione “MEDICI SENZA FRONTIERE”, è riportato l’elenco degli insediamenti informali abitati da migranti rifugiati in senso ampio, mappati dall’organizzazione in Italia. Diverse le tipologie considerate: INSEDIAMENTO ALL’APERTO (28%), EDIFICI (53%), CONTAINER (2%), TENDE (9%), BARACCHE (4%), CASOLARI (4%).

    Modi e sistemi di integrazione (di dialogo, di cose in comune da fare, di parlarsi e spiegare pacificamente anche “errori” che il vicino di casa non deve fare….di invitare i bambini al compleanno dei propri… e qualsiasi altra cosa conviviale…) tutto questo allenterebbe le tensioni, e permetterebbe un cammino di convivenza insieme; utile a tutti.

campo Rom (foto da “il Fatto Quotidiano”)

   Tecniche e modi per “parlarsi” e risolvere possibili diatribe sono testimonianza di tanti posti dove le cose vanno bene (cerchiamo di parlarne in alcuni articoli che ci sono in questo post). Va in ogni caso visto con preoccupazione sociale quel che sta accadendo, delle RIVOLTE DELLE PERIFERIE contro singoli membri di etnie diverse, che non stanno facendo nulla di male, ma “preventivamente” vengono rifiutati.

La Toscana (nella foto Rossi, presdente della regione, e alcuni Sinti), nel 2018 ha stanziato 1,5 milioni di euro per superare i campi Rom (foto da il fatto Quotidino)

   La “rivolta delle periferie” è ora termine abusato, ma si usa dire così adesso (non solo in Italia, ma anche forse di più in altri Paesi: pensiamo ai cosiddetti gilet gialli in Francia…), questa “rivolta” non è solo sintomo e reazione della crisi economica (come qualcuno dice), delle difficoltà di vivere in periferia; è a nostro avviso anche un “segno dei tempi”, di una mancanza di progetto sociale, di “infelicità urbana e personale”, che permea il nostro tempo.

Genocidio Rom e Sinti (foto da MICROMEGA) – IL PORAJMOS, LO STERMINIO NAZISTA DI ROM E SINTI – Soltanto nel corso degli ultimi decenni la persecuzione e lo sterminio nazi-fascisti della popolazione romaní (ROM, SINTI e CAMINANTI) sono divenuti oggetto di studi e di commemorazioni in occasione del GIORNO DELLA MEMORIA (27 GENNAIO). D’altronde, basta dire che nel corso dello stesso PROCESSO DI NORIMBERGA ai superstiti del PORAJMOS (traducibile dalla lingua romaní come “grande divoramento” o “devastazione”) fu rifiutata la costituzione quale parte civile. Eppure a esserne vittime furono centinaia di migliaia di loro. Alcuni/e studiosi/e (…) sostengono si tratti di un numero che si aggirerebbe tra le 500mila e il milione e mezzo di martiri (…). Quanto all’Italia fascista, già nel 1926 il ministero dell’Interno emanò una circolare volta a “epurare” il territorio nazionale dalla presenza di una minoranza considerata pericolosa “per la sicurezza e l’igiene pubblica” nonché per lo stile di vita: degli “eterni randagi privi di senso morale”, come li avrebbe definiti Guido Landra, tra i più noti firmatari del MANIFESTO DELLA RAZZA. (ANNAMARIA RIVERA, DA MICROMEGA)

   Nella geografia dei luoghi e del loro attuale smembramento, mancanza di connotazione e omogeneità, serve ritrovare un’identità culturale, geografica, di comunità, fatta di scoperta di tante identità, che sia esempio del carattere “internazionale” (non ci piace la parola “globalizzazione”, preferiamo “internazionale”) che ciascun borgo, quartiere, centro… ha inesorabilmente ormai assunto in ogni dove (e dobbiamo farcene una ragione positiva, e creare per ciascuno, al di dentro del borgo, un progetto di convivialità e felicità) (s.m.)

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La sindaca di Roma Virginia Raggi va all’incontro con la famiglia di nomadi assegnataria della casa popolare a Casal Bruciato, alla periferia di Roma, 8 maggio 2019.
ANSA/ MASSIMO PERCOSSI

COSA È SUCCESSO A CASAL BRUCIATO, ROMA

da http://www.ilpost.it del 8/5/2019
– I militanti di Casapound hanno contestato con violenza l’assegnazione di una casa popolare a una famiglia di etnia rom, che mercoledì 8/5 ha ricevuto la visita della sindaca Virginia Raggi –
Dal 5 all’8 maggio scorso ci sono state violente proteste nella zona di CASAL BRUCIATO, un quartiere della periferia est di Roma, contro l’assegnazione di un alloggio popolare a una famiglia di etnia rom. La famiglia Omerovic – composta da un uomo bosniaco di 40 anni, da sua moglie e dai 12 figli, tutti nati in Italia – è arrivata nell’abitazione il 6 maggio ed è stata accolta da un gruppo di circa trenta persone, tra cui alcuni militanti del partito neofascista CasaPound, che hanno manifestato contro il loro arrivo anche con violenza.
La famiglia ha preso possesso dell’appartamento secondo quanto previsto da leggi, regolamenti e graduatorie, ma le proteste non si sono fermate e il 7 maggio CasaPound – che dal 2003 ha occupato una palazzina romana in cui ha portato la sua sede e in cui vivono dirigenti, attivisti e simpatizzanti del partito – ha organizzato un sit-in invitando i cittadini a manifestare contro i rom.
La manifestazione è stata piuttosto agitata, ci sono stati spintoni e solo una numerosa presenza di poliziotti ha permesso alla famiglia di raggiungere la propria abitazione. Inoltre, sono state urlate diverse minacce nei confronti della famiglia rom: nel tumulto qualcuno ha anche gridato “vi impicchiamo”, e un ragazzo ha detto “troia, ti stupro” alla madre Omerovic che cercava di entrare in casa scortata dalla polizia.
Le manifestazioni di protesta sono continuate anche mercoledì 8 maggio quando la sindaca di Roma Virginia Raggi, che ha fatto visita alla famiglia per esprimere la propria solidarietà, è stata accolta da insulti e fischi.
Al termine della sua visita Raggi ha detto che la famiglia ha legittimamente diritto di ricevere l’alloggio, aggiungendo che «chi insulta i bambini e minaccia di stuprare le donne forse dovrebbe farsi un esame di coscienza, perché non è questa una società in cui si può continuare a vivere». Insieme alla sindaca c’era anche Gianpiero Palmieri, vescovo ausiliario di Roma est, secondo cui al momento in casa sono rimasti solo i due genitori con la figlia più piccola, mentre gli altri 11 figli sono tornati al campo La Barbuta per paura delle violenze dei manifestanti. (….)
La famiglia Omerovic è arrivata a Casal Bruciato dal campo La Barbuta, al confine tra Roma e Ciampino, in virtù del piano approvato dalla giunta Raggi che prevede il superamento dei campi nomadi di Roma entro il 31 dicembre del 2020. I manifestanti sostengono che i rom abbiano avuto un percorso di assegnazione facilitato, e chiedono che le case popolari vengano assegnate prima ai cittadini italiani. (…..)
Gli episodi di questi giorni a Casal Bruciato si aggiungono a quelli del 2 aprile a TORRE MAURA, sempre nella periferia di Roma, quando ci sono state violente proteste sostenute dall’estrema destra contro l’arrivo di alcune famiglie di etnia rom in una struttura di accoglienza. Pochi giorni dopo, proprio a Casal Bruciato, alcuni residenti in VIA FACCHINETTI 90 avevano protestato contro l’assegnazione di un alloggio popolare a una famiglia rom. In quel caso, alla fine, la famiglia rom decise di lasciare la casa.

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La famiglia rom assediata a Casal Bruciato, Roma  (foto da IL MANIFESTO)

IN FAVORE della SINDACA a CASAL BRUCIATO
LA SINDACA RAGGI A CASAL BRUCIATO ROMPE L’ASSEDIO RAZZISTA CONTRO LA FAMIGLIA ROM
di Giuliano Santoro, da “IL MANIFESTO” del 9/5/2019
La casa brucia. «Rimangono lì, è loro diritto». La sindaca di Roma tiene il punto della legalità ma viene contestata dalla folla aizzata dai fascisti di CasaPound. Nessun sostegno dal capo politico del Movimento 5 Stelle, Luigi Di Maio. Insieme alla prima cittadina, il direttore della Caritas e il vescovo ausiliario
L’immagine di Virginia Raggi, della sua scorta che rompe l’assedio stretto attorno al palazzo di via Sebastiano Satta nel quartiere romano di Casal Bruciato, è quella di una giornata di tensione fatta a cerchi concentrici. Al centro ci sono loro, Senada Sejdovic e suo marito Imer coi loro bambini ancora asserragliati dentro casa. Progettavano una festa per presentarsi ai nuovi vicini. Dalle finestre del secondo piano vedono accendersi conflitti e scombinarsi equilibri politici.
Ad esempio dentro al Movimento 5 Stelle: la visita della sindaca con tanto di incoraggiamento alla resistenza pare non sia stata apprezzata dal «capo politico» Luigi Di Maio in persona, che avrebbe detto ai suoi che avrebbe preferito che Raggi si fosse occupata «prima dei romani». La formula rimanda al «prima gli italiani» di Matteo Salvini e delle destre estreme.
Manifestano sostegno a Raggi – che ha risposto a chi la contestava: «Restano lì perché ne hanno diritto» – il M5S di Roma, il presidente della commissione Antimafia Nicola Morra e il presidente della commissione Affari costituzionali Giuseppe Brescia. Fuori dal mondo grillino, le esprime solidarietà una buona fetta delle opposizioni, da Forza Italia con la capogruppo Anna Maria Bernini al Pd col segretario Nicola Zingaretti. Assieme a Raggi, in visita agli assediati di Casal Bruciato ci sono il direttore della Caritas don Benoni Ambarus e il vescovo ausiliario di Roma, don Gianpiero Palmieri. Portano l’invito di Papa Bergoglio: proprio oggi in Vaticano era previsto l’incontro tra il Papa e alcuni esponenti del popolo rom.
IL SECONDO CENTRO CONCENTRICO È IL QUARTIERE. Dentro una Roma sfilacciata e spesso abbandonata a se stessa CASAL BRUCIATO CERCA UNA SUA IDENTITÀ, sospesa tra le lotte del passato e le paure del presente. A sentire le narrazioni delle destre e le semplificazioni mediatiche, ci si immagina una periferia estrema e apocalittica. La realtà è come sempre più complessa. Se si guarda questo territorio venendo dal centro, passando dall’ipermoderna stazione Tiburtina che con l’alta velocità diventa lo snodo più importante della capitale, si ha l’impressione di trovarsi nel cuore vitale di una metropoli caotica ma in movimento.
Procedendo sulla via Tiburtina, però, l’asfalto si fa sempre più irregolare, quasi mangiato dalla crisi. Il sogno industriale della TIBURTINA VALLEY lascia il posto a capannoni trasformati in sale da gioco, un distretto dell’azzardo che costeggia i lavori mai finiti del raddoppio della strada, pensato vent’anni fa, quando ancora si immaginava un futuro commerciale per l’area.
A SINISTRA C’È PIETRALATA, la borgata narrata da Elsa Morante che ha cambiato faccia soltanto alla fine degli anni Settanta, quando il sindaco comunista Luigi Petroselli innalzò il manto stradale sottraendolo alle esondazioni dell’Aniene. Bisogna passare dall’altro lato della Tiburtina, in mezzo ai palazzi sobri del piano casa di Fanfani, per arrivare a Casal Bruciato.
Il terreno della sfida è la PIAZZA RICCARDO BALSAMO CRIVELLI, sulla quale affaccia L’APPARTAMENTO CONTESO. Ci sono le bandiere tricolori dei fascisti, che non sono più di cinquanta. Al di là dei blindati, ecco un altro cerchio concentrico, l’assedio che ieri ha contestato gli assedianti. Quando gli antirazzisti si contano capiscono che possono partire in corteo per le strade del quartiere, la polizia si sposta. Dal megafono quelli di Asia Usb ricordano a questo quartiere fatto di case popolari e composto da moltissimi reduci di occupazioni e assegnazioni strappate con la lotta che un diritto negato a qualcuno non rappresenta un diritto concesso a tutti. I fascisti di CasaPound, al contrario, portano qui al Tiburtino la parola d’ordine coniate nel corso di un altro assedio recente, quello di Torre Maura, che sostiene esattamente la natura escludente e vendicativa della loro vertenza: «Diritto alla casa, diritto al lavoro – recita lo slogan – Non ce l’abbiamo noi, non ce l’avranno loro».
A proposito di cori, i capi di CasaPound, qui rappresentata da Mauro Antonini, giurano che non hanno nulla a che vedere col manifestante che l’altroieri è stato sorpreso ad urlare: «Troia, ti stupro!» a Senada Sejdovic mentre entrava in casa sua con in braccio una bambina terrorizzata. Le foto però dimostrano che quel personaggio è comparso più volte dietro ai banchetti dell’organizzazione neofascista con tanto di coccarda. Sarebbero in corso indagini. Una delegazione della Cgil in mattinata ha incontrato il questore di Roma Carmine Esposito per lamentare la tolleranza verso le minacce e le intimidazioni dell’estrema destra. Quest’ultimo, racconta il segretario generale della Cgil di Roma e del Lazio Michele Azzola, avrebbe annunciato che tutti i partecipanti alla contestazione organizzata da CasaPound «sono stati deferiti all’autorità giudiziaria».
Alberto Campailla, della campagna solidale Nonna Roma, ha passato la notte assieme della famiglia rom. Dopo di lui ci saranno altri ospiti. «È un segnale per non lasciarli soli, almeno fin quando non finisce il clamore – racconta – Adesso grazie alla generosità di molti stiamo raccogliendo mobili e suppellettili per arredare l’appartamento». Un altro modo di rompere l’assedio. (Giuliano Santoro)

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LA CRITICA ALLA SINDACA RAGGI A CASAL BRUCIATO

IL MALESSERE DEI ROMANI NON ACCETTA PASSERELLE

di Mario Ajello, da “IL GAZZETTINO”, 9/5/2019

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BOMBE ITALIANE SUI BAMBINI DELLO YEMEN – Nella GUERRA DIMENTICATA in Yemen, nel tragico scontro in Medio Oriente tra sciiti e sunniti, l’ARABIA SAUDITA sgancia bombe prodotte in Italia sulla popolazione inerme – La petizione di SAVE THE CHILDREN per fermare il massacro che vede l’Italia complice

(foto: bombardamenti nello Yemen, da http://www.globalist.it/) – “Nello YEMEN da 4 anni, dal 2015, è in corso una tragica GUERRA CIVILE dove l’ARABIA SAUDITA in modo diretto, oltre all’IRAN in modo indiretto, gioca un ruolo determinante. L’assedio da parte di NOVE PAESI ARABI SUNNITI, guidati dall’Arabia Saudita e sostenuti dagli STATI UNITI, nei confronti dei RIBELLI SCIITI, vicini all’IRAN, che dal 2015 controllano la capitale San’a sta provocando INFINITE SOFFERENZE AI CIVILI. Il BLOCCO all’arrivo di qualsiasi rifornimento e medicinale sta portando circa 7 milioni di yemeniti alla FAME, con un’epidemia di COLERA che soltanto negli ultimi tre mesi del 2017 ha provocato 2.000 morti. Ma PERCHÉ L’OCCIDENTE E LE NAZIONI UNITE TACCIONO DI FRONTE A QUESTA TRAGEDIA? (…)” (Alessandro Cipolla, 27/3/2019, da https://www.money.it/)

   Lo YEMEN è il Paese più povero del mondo arabo, ed è insanguinato (da quattro anni, dal marzo 2015) dalla lotta tra sciiti e sunniti (negli articoli che riportiamo di seguito in questo post si spiega il contesto e l’origine di questa atroce guerra). E’ di fatto una guerra civile interna, che però vede militarmente coinvolta anche, in modo diretto, l’ARABIA SAUDITA (sunnita) (in coalizione con altri otto paesi arabi: Marocco, Egitto, Sudan, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrain e Qatar), contro l’IRAN (sciita) che agisce in modo indiretto: appoggiando i ribelli della tribù-movimento-milizia HOUTHI, che controllano il nord-ovest del Paese con anche la capitale San’a, e resistono agli attacchi dell’Arabia Saudita.

(mappa da http://www.documentazione.info/) – “(…) LA GUERRA NELLO YEMEN, un altro tassello della delicata partita a scacchi che si sta giocando in MEDIO ORIENTE. I ribelli che controllano la capitale San’a sono SCIITI come l’Iran, storici alleati della RUSSIA e del regime di ASSAD in Siria. Si può dire invece che tutto il resto del Medio Oriente, ISIS compreso, sia al contrario SUNNITA. Far cadere i ribelli Huthi nello Yemen vorrebbe dire per Stati Uniti e Arabia Saudita INDEBOLIRE L’IRAN, grande nemica di entrambi i paesi. (…)”(Alessandro Cipolla, 27/3/2019, da https://www.money.it/)

   I risultati sono un sostanziale stallo della guerra (con l’Arabia Saudita), e una popolazione allo stremo, devastata da fame, colera, violenze su tutti (compresi e in particolare i bambini). Infatti sono PROPRIO I BAMBINI TRA I PIÙ COLPITI dalle bombe e devastazioni condotte dall’Arabia Saudita contro i ribelli sciiti del Nord, bombe che cadono indiscriminatamente nei luoghi e città del nord dello Yemen. E, e qui sta anche il punto che ci coinvolge ancora di più, usando (l’Arabia Saudita) tra i vari armamenti anche BOMBE DI FABBRICAZIONE ITALIANA.

CODICE IDENTIFICATIVO A4447, CHE CONTRADDISTINGUE I PRODOTTI DELLA RWM ITALIA. – BOMBE ITALIANE CONTRO LA POPOLAZIONE IN YEMEN – RWM Italia S.p.A. è una FABBRICA DI ARMAMENTI parte del conglomerato industriale tedesco della RHEINMETALL. La principale attività è la produzione di sistemi antimine, munizioni e testate di medio, grosso calibro. La compagnia ha SEDE LEGALE A GHEDI, BRESCIA E STABILIMENTO PRODUTTIVO A DOMUSNOVAS, IN PROVINCIA DI CARBONIA-IGLESIAS, IN SARDEGNA. L’utilizzo di ordigni della serie MK da 500 a 2000 libbre di fabbricazione italiana da parte dell’aviazione saudita è confermato dal Rapporto finale del gruppo di esperti sullo Yemen, commissionato dall’Onu: dai documenti risulta l’impiego in due attacchi nel Settembre 2016 sulla capitale Sana’a di bombe inerti marchiate con il CODICE IDENTIFICATIVO A4447, che contraddistingue i prodotti della RWM Italia. (da https://www.savethechildren.it/ )

   Sono bombe che provengono dalla RWM Italia S.p.A. (succursale italiana del gigante tedesco delle armi “Rheinmetall”): una fabbrica di armamenti, la RWM, la cui produzione avviene a DOMUSNOVAS, in provincia di CARBONIA-IGLESIAS, in SARDEGNA.

Una delle tante proteste antimilitariste sul piazzale dello stabilimento della RWM (a DOMUSNOVAS, in provincia di CARBONIA-IGLESIAS, in SARDEGNA) (foto di Simone Farris ripresa da https://www.unionesarda.it/ del 18/3/2019)

   Ci troviamo così ad essere i produttori e venditori di armi (all’Arabia Saudita) usate per la guerra che viene condotta in Yemen, paese del Medio Oriente diviso tra sciiti e sunniti, come dicevamo, il più povero, vittima non solo della violenza dei bombardamenti, ma della fame della popolazione e addirittura di malattie endemiche debellate in Occidente come il colera.

(…) Nella petizione di SAVE THE CHILDREN “STOP ALLA VENDITA DI ARMI ITALIANE PER LA GUERRA NELLO YEMEN” si legge: «Chiediamo, quindi, che l’Italia fermi immediatamente l’esportazione di armamenti verso i paesi responsabili delle sei gravi violazioni dei diritti di minori in conflitto armato e che si faccia promotrice di un’iniziativa globale per fermare questo commercio sulla pelle dei bambini in Europa e nel mondo. Chiediamo al Ministro degli Affari Esteri di FERMARE IMMEDIATAMENTE L’ESPORTAZIONE, LA FORNITURA E IL TRASFERIMENTO DI MATERIALI DI ARMAMENTO ALLA COALIZIONE SAUDITA, ARMI CHE UCCIDONO I BAMBINI YEMENITI e che quando anche sopravvivono, distruggono il loro futuro. Unisciti a noi».(…) vedi e firma la petizione: https://www.savethechildren.it/cosa-facciamo/campagne/stop-alla-guerra-sui-bambini/petizione-armi-yemen)

   Le armi italiane (le bombe) vendute all’Arabia Saudita, sono cosa intollerabile. SAVE THE CHILDREN ha lanciato una PETIZIONE online (https://www.savethechildren.it/cosa-facciamo/campagne/stop-alla-guerra-sui-bambini/petizione-armi-yemen) per fermare la vendita di armi italiane che l’Arabia saudita e i suoi alleati utilizzano per bombardare lo Yemen. Bombe, ribadiamo, che colpiscono e uccidono la popolazione, distruggono case, villaggi, strutture sanitarie quelle poche dove ci sono, aree civili di ogni genere…

(mappa da http://www.documentazione.info/) – (…) L’ITALIA è nella TOP 10 dei PRODUTTORI DI ARMI, preceduta da grandi potenze mondiali come Usa, Russia, Cina, Francia e Germania. Ad oggi ALCUNI PAESI HANNO GIÀ BLOCCATO L’EXPORT DI ARMI ALL’ARABIA SAUDITA, tra questi: Austria; Belgio (parziale – ha revocato 4 licenze); Danimarca; Finlandia; Germania; Grecia; Norvegia e Svizzera.(…) (25 Marzo 2019, da http://www.greenreport.it/news/ (25 Marzo 2019] da http://www.greenreport.it/news/

   C’È UNA LEGGE IN ITALIA (la 185 del 1990) (https://www.osservatoriodiritti.it/wp-content/uploads/2018/01/armi-legge-185-1990.pdf) che VIETA L’EXPORT DI MATERIALI D’ARMAMENTO A PAESI IN GUERRA o i cui governi non rispettano i diritti umani, ma viene abilmente e cinicamente AGGIRATA attraverso gli “ACCORDI BILATERALI” tra paesi. Tali accordi permettono di eluderne l’applicazione in quanto, come recita l’art. 1, comma 9, alla lettera B, ne sono escluse “le esportazioni o concessioni dirette da Stato a Stato, a fini di assistenza militare, in base ad accordi internazionali”. E l’Italia ha firmato una cinquantina di accordi di cooperazione militare bilaterale anche con Paesi non Nato o non Ue, alcuni in guerra o che non rispettano i diritti umani. È così che si facilita l’export di armi aggirando la normativa 185.

da http://www.money.it/

   Per dire che questa situazione ha superato ogni limite di decenza umana, e come italiani dovremmo proprio vergognarci di tollerare che accada che armamenti italiani uccidano popolazioni inermi.

chi controlla o si contende le provice dello YEMEN (da http://www.money.it/)

   Ma NON È SOLO CON L’ARABIA SAUDITA IL COMMERCIO DELLE ARMI ITALIANE. Tempo fa si è parlato della vendita al governo siriano di Assad della tecnologia del sistema per i carri armati per mirare e colpire in movimento, prodotto da “GALILEO AVIONICA”, del “GRUPPO LEONARDO” (una commessa da 230 milioni di euro). E il modo per vendere a tutti è, come dicevamo, l’appoggio politico (governativo) che viene da accordi di cooperazione bilaterali tra il nostro Paese e quelli in cui si intende vendere armamenti (aggirando il divieto di vendere a Paesi in guerra e del tutto inaffidabili).

26/2/2019: Pacifisti sardi in trasferta a Roma per annunciare una denuncia contro il governo, che avrebbe violato la legge 185/90 sul commercio delle armi dando semaforo verde alla vendita di bombe all’Arabia Saudita. Gli ordigni, prodotti dalla Rwm a Domusnovas, sono stati usati anche contro la popolazione yemenita, nonostante la legge vieti l’esportazione di sistemi d’arma a paesi in guerra. (da “Avvenire”, 27/2/2019)

   Resta il tema della liceità di produrre armi (e poi venderle ad altri paesi). E’ una questione di cui non si parla e si riflette abbastanza. Se può esser vero che un Paese ha diritto a difendersi da episodi di offesa da parte di altri; che può essere una “necessità” per intervenire e difendere popoli che vengono oppressi (pensiamo alla necessità di combattere il nazismo e il fascismo durante la seconda guerra mondiale) (ma anche il mancato intervento nella guerra civile della ex Iugoslavia nella prima metà degli anni ’90 del secolo scorso, che doveva essere una necessità di fermare anche con le armi i cecchini filo-serbi a Sarajevo, o le violenze sulle donne, e le uccisioni di massa come a Srebrenica…)….. EBBENE SE LA LICEITÀ DELL’USO DELLA FORZA (E DELLE ARMI) PUÒ ESSERCI IN CERTI CONTESTI (anzi, può essere necessaria per aiutare persone e popoli oppressi), dall’altra la vendita a regimi screditati com’è l’Arabia Saudita, porta non ad evitare guerre o aiutare popoli oppressi, ma a fomentare ancor di più la violenza internazionale e tragici episodi di crudeltà contro singolie comunità. Per questo la vendita di bombe all’Arabia Saudita per la guerra in YEMEN, come accade adesso con l’Italia, questo è intollerabile, tocca profondamente la nostra coscienza e richiede che venga fermata. (s.m.)

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appartenente alla tribù HOUTHI – Gli HOUTHI – Originario del nord dello Yemen, il MOVIMENTO-MILIZIA deve il suo nome al FONDATORE HUSSEIN BADREDDIN AL-HOUTHI, assassinato nel 2004. Conosciuti come ANSAR ALLAH O ANSARULLAH (PARTIGIANI DI DIO), tra il 2004 e il 2011 gli Houthi intraprendono una nuova guerra civile (le cosiddette SEI BATTAGLIE DI SA’DA) contro l’allora PRESIDENTE ALI ABDULLAH SALEH, sciita zaidita membro della confederazione tribale degli Hashid. Forte del sostegno militare iraniano, degli Hezbollah e della Liwa Fatemiyoun, il gruppo cresce in potere e influenza, collezionando una serie di vittorie contro il governo centrale e le tribù rivali. Adesso A NORD NELLO YEMEN CI SONO GLI SCIITI APPUNTO CON I RIBELLI HOUTHI CHE RESISTONO ALL’ASSEDIO DELL’ARABIA SAUDITA, con l’appoggio indiretto dell’Iran (testo e foto di un appartenente alla tribù HOUTHI, insediata nel nord-ovest dello Yemen, tratti da http://www.mangiatoridicervello.com/)

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(qui sotto, in questo link, Vi proponiamo un reportage andato in onda il 2 maggio scorso della trasmissione de “LA7 – Piazza Pulita” sulla RWM (a DOMUSNOVAS, in provincia di CARBONIA-IGLESIAS, in SARDEGNA), la fabbrica che produce bombe che l’ARABIA SAUDITA usa in YEMEN contro la popolazione):

http://www.la7.it/piazzapulita/video/le-armi-italiane-in-yemen-02-05-2019-270466

In Yemen è in corso una guerra sanguinosa dal 2015. L’inchiesta esclusiva di Alessandra Buccini sulle bombe che partono dall’azienda RWM in Sardegna per l’Arabia Saudita, per essere poi usate anche nel conflitto in Yemen. Alessandra Buccini

L’ingresso della RWM a Domusnovas (da http://www.gazzettadelsulcis.it/)

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Petizione: firma contro le armi italiane in Yemen

PETIZIONE: STOP ALLA VENDITA DI ARMI ITALIANE PER LA GUERRA NELLO YEMEN
[25 Marzo 2019] da http://www.greenreport.it/news/
– Save the Children: i sauditi e i loro alleati le usano contro i bambini –
Save the Children ha lanciato una petizione online per fermare la vendita di armi italiane che l’Arabia saudita e i suoi alleati utilizzano per bombardare lo Yemen.
L’associazione umanitaria sottolinea che «Milioni di bambini stanno vivendo orrori indescrivibili a causa della guerra in Yemen. Colpiti per strada, bombardati mentre sono a scuola: sono bambini e bambine a cui è negata un’infanzia. Rimasti orfani, senza più una casa, senza più i propri cari. Tutto questo è inaccettabile.
Anche le bombe fabbricate in Italia e vendute alla Coalizione Saudita sono utilizzate in Yemen per colpire la popolazione, case, villaggi, aree civili».
La petizione rammenta che «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali (art. 11 della Costituzione Italiana). Uccidere bambini in un conflitto è vietato dal diritto internazionale umanitario. La legge italiana sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento (legge 185/90) proibisce l’esportazione verso paesi che violano i diritti umani.
Per proteggere i bambini in conflitto è quindi necessario e urgente fermare l’esportazione, la fornitura e il trasferimento di armi e altro materiale militare alle parti in conflitto dove c’è il rischio che queste vengano utilizzate in attacchi illegali contro i bambini. Rapporti, foto e reportage realizzati in Yemen documentano che alcuni resti delle bombe esplose in zone civili, su case e villaggi in cui erano presenti famiglie con bambini, recavano il codice A4447 che riconduce ad una fabbrica di armi in Sardegna».
Come ben sanno i lettori di greenreport.it si tratta della RWM Italia S.p.A. è una fabbrica di armamenti parte del conglomerato industriale tedesco della Rheinmetall.
Save the Children spiega che «La principale attività è la produzione di sistemi antimine, munizioni e testate di medio, grosso calibro. La compagnia ha sede legale a Ghedi, Brescia e stabilimento produttivo a Domusnovas, in provincia di Carbonia-Iglesias, in Sardegna. L’utilizzo di ordigni della serie MK da 500 a 2000 libbre di fabbricazione italiana da parte dell’aviazione saudita è confermato dal Rapporto finale del gruppo di esperti sullo Yemen, commissionato dall’Onu: dai documenti risulta l’impiego in due attacchi nel settembre 2016 sulla capitale Sana’a di bombe inerti marchiate con il codice identificativo A4447, che contraddistingue i prodotti della RWM Italia. A questo si aggiunge il caso documentato da Mwatana, Rete Disarmo e ECCHR dell’8 ottobre 2016 in cui alle 3 del mattino una bomba di fabbricazione italiana è stata sganciata su un’abitazione civile occupata da una donna incinta, 4 bambini e il marito».
Per quanto riguarda l’esportazione di materiali bellici verso l’Arabia Saudita l’Italia è il terzo esportatore al mondo, «Quindi bloccando l’esportazione verso questo Paese si potrebbe generare davvero un cambiamento nella vita di tutti i bambini Yemeniti», dice Save the Children.
Inoltre, l’Italia è nella top 10 dei produttori di armi, preceduta da grandi potenze mondiali come Usa, Russia, Cina, Francia e Germania. Ad oggi alcuni Paesi hanno già bloccato l’export di armi all’Arabia Saudita, tra questi: Austria; Belgio (parziale – ha revocato 4 licenze); Danimarca; Finlandia; Germania; Grecia; Norvegia e Svizzera.
Nella petizione si legge: «Chiediamo, quindi, che l’Italia fermi immediatamente l’esportazione di armamenti verso i paesi responsabili delle sei gravi violazioni dei diritti di minori in conflitto armato e che si faccia promotrice di un’iniziativa globale per fermare questo commercio sulla pelle dei bambini in Europa e nel mondo. Chiediamo al Ministro degli Affari Esteri di fermare immediatamente l’esportazione, la fornitura e il trasferimento di materiali di armamento alla Coalizione Saudita, armi che uccidono i bambini yemeniti e che quando anche sopravvivono, distruggono il loro futuro. Unisciti a noi».
Le 6 gravi violazioni dei diritti di minori in conflitto armato citate da Save the Children sono: Uccisione e mutilazione di bambini; Reclutamento o utilizzo di bambini come soldati; Violenza sessuale contro i bambini; Attacchi contro scuole o ospedali; Impedimento dell’assistenza umanitaria ai bambini; Sequestro di bambini.
La petizione fa notare che «Un modo concreto per gli Stati di proteggere i bambini in conflitto è fermare l’esportazione, la fornitura e il trasferimento di armi e altro materiale militare alle parti in conflitto dove c’è il rischio che queste vengano utilizzate in attacchi illegali contro i bambini».
Chiediamo, quindi, che l’Italia fermi immediatamente l’esportazione di armamenti verso i paesi responsabili delle sei gravi violazioni dei diritti di minori in conflitto armato e di violazioni del diritto internazionale umanitario.

   La legge italiana sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento (legge 185/90)(http://presidenza.governo.it/UCPMA/normativa/Legge_185_90.pdf ) vieta già l’esportazione di armi verso Paesi che commettono violazioni dei diritti umani.
Save the Children si sta inoltre attivando a livello europeo e internazionale per fermare la vendita di armi alla coalizione saudita e a tutti coloro che si sono resi colpevoli di gravi violazioni dei diritti dei bambini in conflitto. In particolare facendo pressione affinché si adotti e si rispetti l’ARMS TRADE TREATY (il trattato internazionale sul commercio di armi) che obbliga gli Stati a fermare l’esportazione di materiali di armamento verso Paesi che minano la pace e la sicurezza internazionale o che abbiano commesso violazioni dei diritti umani, del diritto internazionale umanitario, o gravi crimini contro donne e bambini. (25 marzo 2019, da http://www.greenreport.it/news/)
Vedi petizione:
https://www.savethechildren.it/cosa-facciamo/campagne/stop-alla-guerra-sui-bambini/petizione-armi-yemen

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QUATTRO ANNI DI GUERRA IN YEMEN, IL CONFLITTO DIMENTICATO

di Lorenzo Forlani, da https://www.agi.it/estero/, 2/4/2019

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IL KIRGHIZISTAN, nella spedizione scientifica su ambiente, flora e fauna degli esponenti di GEOGRAFICAMENTE – KIRGHIZISTAN, terra a noi sconosciuta dell’ASIA CENTRALE, (con le altre 4 repubbliche di Kazakistan, Uzbekistan, Turkmenistan e Tagikistan) tra Oriente ed Occidente, CROCEVIA DEL MONDO

KIRGHIZISTAN – Una famiglia che vive in una YURTA

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KIRGHIZISTAN (mappa da http://www.treccani.it.enciclopedia/) – Il KIRGHIZISTAN è uno Stato dell’Asia centrale, confinante a Nord con il Kazakistan, a Est e a SudEst con la Cina, a Sud con il Tagikistan, a Ovest con l’Uzbekistan. – 1. CARATTERI FISICI. La superficie è per il 94% occupata da montagne. Circa il 40% del territorio è posto oltre i 3000 m s.l.m. ed è in buona parte coperto da nevi e ghiacci permanenti. La principale caratteristica morfologica è la CATENA DEL TIAN SHAN, a SudOvest, le cui cime formano un imponente CONFINE NATURALE CON LA CINA, e che culmina nel PIK POBEDY (7439 m). La CATENA DEL FERGANA, che taglia il paese a metà, e gli ALAJ DEL PAMIR a Sud, chiudono al loro centro la VALLE DI FERGANA. I FIUMI principali sono il NARYN, che percorre quasi per intero la lunghezza del paese fino a confluire nel SYRDAR´JA, e il ČU, che scorre lungo il confine con il Kazakistan. In una insenatura del TIAN SHAN si trova il LAGO ISSYK, profondo quasi 700 m. (da Wikipedia)

   I Paesi dell’ASIA CENTRALE (Kazakistan, Uzbekistan, Kirghizistan, Turkmenistan, Tagikistan) sono fuori dall’ “attenzione mediatica mondiale”. Se ne parla poco, niente. A proposito di Kirghizistan vengono in mente ricordi letterari, e cioè la poesia leopardiana dedicata ai pastori kirghisi che intonavano malinconici canti mentre contemplavano la luna (“Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, silenziosa luna?…Sorgi la sera, e vai, contemplando i deserti; indi ti posi…..”)(Leopardi, si legge nello Zibaldone, ricavò il “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” nel 1829, 1830, dalla lettura di un articolo del barone di Meyendorff (“Voyage d’Orenbourg à Boukhara fait en 1820”), e pubblicato dal «Journal des Savants» nel settembre del 1826. Per dire, l’importanza dell’esplorazione di terre sconosciute già nei primi decenni dell’ ‘800…

“OS-Tienshanica Trans-Naryn 2019”, così è stata battezzata la spedizione in partenza (il 20 aprile scorso, ndr) da Venezia per raggiungere la brulla regione orientale fino agli anni Novanta governata dalla Russia sovietica: dodici partecipanti provenienti da Veneto, Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna e Sardegna che, a piedi e a cavallo, hanno ripercorso gli itinerari dei viaggiatori ottocenteschi Franz Josef Ruprecht e Karl Robert Osten-Sacken, autori del trattato botanico “Setum Tienshanicum – che dà il nome all’iniziativa – e Semenov.

   L’esplorazione di adesso, aprile 2019, cui hanno partecipato attivamente tre nostri soci di Geograficamente (RACHELE AMERINI, geografa, ROBERTO BATTISTON, entomologo, ANNA TODESCAN, volontaria in America latina e insegnate di geografia))(tutti e tre con interessi naturalistici e scientifici assai vasti…), trae ispirazione da un’analoga spedizione scientifica sempre ottocentesca in cui il botanico RUPRECHT e il geografo, naturalista ed esploratore, barone OSTEN-SACKEN, hanno da essa esplorazione dato vita a un’opera di botanica ancora adesso molto importante, opera che è a metà strada tra il diario di viaggio e la monografia scientifica: ancora oggi punto di partenza di ogni indagine naturalistica dell’Asia centrale. In quell’esplorazione in Asia Centrale (e Kirghizistan in particolare) furono fatte misurazioni climatiche e geografiche importanti, descrivendo altresì oltre 70 specie floreali nuove per la scienza, a completamento della loro straordinaria opera botanica (che si chiama “SERTUM TIANSHANICUM”).

SYR-DARYA-RIVER, in KIRGHIZISTAN(foto da http://www.people-travels.com/ – “(…)Il KIRGHIZISTAN ambisce a realizzare su un affluente del SYR DARYA la centrale da record di KAMBARATA 3, con un potenziale previsto di 170 MW, nella speranza di PRODURRE E ANCHE ESPORTARE ENERGIA. Ma dura sembra essere finora la REAZIONE DELL’UZBEKISTAN, che teme una sensibile RIDUZIONE DELL’APPORTO IDRICO di cui necessitano i suoi campi di cotone. Tra l’altro, che la strada della cooperazione tra i due Paesi non sia di facile accesso è ampiamente dimostrato dalle rivendicazioni uzbeke sul bacino di Ala-Buka, in territorio kirghiso.(…)” (Luttine Ilenia Buioni, 9/6/2017, da https://www.ilcaffegeopolitico.org/)

   Adesso, in epoca contemporanea, abbiamo, con questa spedizione scientifica (denominata “OS-TIENSHANICA 2019”, e condotta dalla WORLD BIODIVERSITY ASSOCIATION, in collaborazione con GEOGRAFICAMENTE e con il sostegno, tra gli altri, dell’UNIVERSITÀ DI PADOVA) si è voluto ripercorrere l’esplorazione e lo studio riprodotto nella citata opera botanica, geografica, naturalistica dell’’800, rinnovandola di osservazioni e notizie nuove della nostra contemporaneità (raccogliendo il più largo possibile quantitativo di dati su ambiente, flora, fauna, e con la mappatura di terre mai localizzate prima d’ora). Pertanto l’itinerario ha ripercorso il tracciato dei viaggiatori ottocenteschi che esplorarono 150 anni fa il territorio dell’attuale Kirghizistan…. (sarà nostra cura in seguito relazionare, con i diretti protagonisti, su questa esplorazione).

Carta politica delle repubbliche dell’Asia centrale (mappa da Wikipedia) – “I PAESI DELL’ASIA CENTRALE E LA LORO DEBOLE ORGANIZZAZIONE DELLO STATO – Il KAZAKHSTAN, il KIRGHIZISTAN, il TAGIKISTAN, il TURKMENISTAN e l’UZBEKISTAN, tutte EX REPUBBLICHE SOVIETICHE, sono confrontate a problemi simili: 1-ACCESSO A SERVIZI DI BASE INSUFFICIENTE, 2-SCARSA DIVERSIFICAZIONE ECONOMICA, 3-MERCATO DEL LAVORO DEBOLE, 4-BASSA PARTECIPAZIONE DELLA POPOLAZIONE AI PROCESSI DECISIONALI, e 5-ISTITUZIONI PUBBLICHE CHE NON RENDONO CONTO DEL PROPRIO OPERATO. Sotto il profilo dello sviluppo economico, dell’organizzazione politica, dell’ambiente e della situazione in materia di sicurezza, l’ASIA CENTRALE rimane comunque una regione molto eterogenea.” (da https://www.eda.admin.ch/deza/it/ )

Tentiamo per ora di tracciare un breve excursus geopolitico sul KIRGHIZISTAN e su TUTTA L’AREA DELL’ASIA CENTRALE, senza pretese di essere esaustivi (tutt’altro, non lo siamo); ma con l’intenzione di tracciare delle visioni di sintesi su cos’è quell’area geografica a noi del tutto (o quasi) sconosciuta.
Dalla carta si vede, intanto, che il Kirghizistan è paese senza sbocco sul mare, ed è, per così dire, a metà strada tra il Medio Oriente e l’Estremo Oriente: il suo territorio, infatti, è compreso tra Cina, Kazakistan, Uzbekistan e Tagikistan. Molti dei CONFINI che dividono gli stati dell’Asia Centrale (ripetiamo: Kazakistan, Uzbekistan, Kirghizistan, Turkmenistan, Tagikistan) sono stati oggetto di discordie sin dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica (tra il 1990 e 1991).

BISHKEK, capitale del KIRGHIZISTAN (foto da http://www.it.nextews.com/ – Sono definiti “STAN COUNTRIES”(“stan” è un suffisso, in lingua persiana, che sta per “luogo dei… o degli..”; e’ preceduto dall’indicazione di una razza o di un’etnia: ad esempio, Tagikistan è “il luogo dei Tagiki”) i PAESI DELL’ASIA CENTRALE che negli anni 1924-1925 si costituirono come “Repubbliche Socialiste Sovietiche” (R.S.S.) e che, nell’ambito dell’UNIONE SOVIETICA (nata il 31 dicembre 1922), ne seguirono le vicende storiche per 69 anni (fino al 25 dicembre 1991, la data appunto della “implosione” dell’Unione Sovietica): – KAZAKISTAN (capitale Astana), 16 milioni di abitanti; – TURKMENISTAN (capitale Asgabat), 5 milioni; – UZBEKISTAN (capitale Tashkent), 27 milioni; KIRGHIZISTAN (capitale Bishkek), 5,5 milioni; TAGIKISTAN (capitale Dushanbe), 7,5 milioni.

   Sono (e restano) paesi poveri quelli dell’Asia centrale. Arretrati e con difficoltà di esprimere forme democratiche di tipo occidentale (come noi le conosciamo). Uno dei problemi ancora irrisolti è dato dalla DISTRIBUZIONE DELLE RISORSE IDRICHE nell’area. Ad esempio, il Kirghizistan è un paese ricco d’acqua; ma lo stesso nascono forti tensioni specie ai confini; perché durante il periodo sovietico molti dei villaggi al confine venivano riforniti da fonti che oggi fanno parte del Tagikistan e viceversa…. Cioè il nazionalismo è, come sempre, “brutta bestia”, cioè ci si chiude in se stessi e si dimentica ogni forma di COOPERAZIONE (prima imposta con la forza, il dominio, anche la sopraffazione e lo sfruttamento delle risorse, dallo Stato sovietico).

IL RAPIMENTO DELLA SPOSA: IN KIRGHIZISTAN UNA TRADIZIONE DURA A MORIRE – “(…) In KIRGHIZISTAN, repubblica dello spazio ex sovietico dell’Asia, nel 2016 (ultimi dati disponibili) il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione aveva denunciato che IL SEI PER CENTO DELLE SPOSE AL DI SOPRA DEI 15 ANNI DI ETÀ ERA STATO RAPITO. Ci sarebbe la legge a vietare la TRADIZIONE DELL’ALA KACHUU, ossia il rapimento delle spose (letteralmente “PRENDI E SCAPPA”). Ma, nonostante nel 2012 le pene siano state più che raddoppiate, da tre a sette anni, chi dovrebbe prevenire il fenomeno lo fa di rado. Le autorità cercano di risolvere le cose “amichevolmente”, favorendo l’ACCORDO TRA LA FAMIGLIA DELL’AGGRESSORE E QUELLA DELLA VITTIMA per mettere a tacere tutto e procedere al matrimonio.(…) (Riccardo Noury e Monica Ricci Sargentini, 18/6/2018 da http://lepersoneeladignita.corriere.it/ )

   Se poi andiamo a vedere storicamente il contesto geografico, l’ASIA CENTRALE “tutta” è stata un CROCEVIA DEL MONDO, che di regni e sovrani ne ha visti passare un’infinità, su e giù per la steppa: da Gengis Khan a Tamerlano, dalla Via della Seta (ora fortemente riproposta dalla Cina), alla contesa russo-britannica in questi luoghi nell’ ‘800… (insomma dalle orde mongole alla globalizzazione di adesso).

KIRGHIZISTAN, PAESAGGI

   E il Kirghizistan e gli altri quattro Stati dell’Asia centrale (le cinque ex repubbliche sovietiche), cercano ora di affermare una propria identità nazionale: in tutto sono 60 milioni di abitanti, in maggioranza musulmani. Ci tengono alla propria storia, cultura e identità “uniche”. Ma restano “schiacciati” tra Russia (ancora ben presente: come leggerete in questo post, Putin è di casa in Kirghizistan…) e Cina (…gli interessi della nuova Cina e la nuova Via della Seta…); in un contesto internazionale in movimento di “grandi entità”: sono sì a un crocevia geografico non da poco, ma in condizione di “periferia”, a metà tra Europa e Asia; tra Russia, Cina, India, Europa, Stati Uniti e Iran…

KIRGHIZISTAN – PAESAGGI – “(…) In Asia centrale, regione priva di sbocchi al mare, gli idrocarburi stanno al Kazakistan, al Turkmenistan e all’Uzbekistan come l’oro blu sta al Tagikistan e al Kirghizistan, che per primi accolgono le abbondanti acque dei fiumi Amu Darya e Syr Darya. Ad alimentarli le catene montuose del Pamir e del Tien Shan e proprio le Montagne Celesti (oltre 2500 km da Ovest ad Est) ospitano migliaia di ghiacciai, in parte soggetti ad un allarmante ciclo di fusione. Una tendenza che – prevedono gli esperti – svuoterà in pochi decenni il letto dei fiumi, destinati ad essere cancellati nella stagione estiva… (…)(Luttine Ilenia Buioni, 9/6/2017, da https://www.ilcaffegeopolitico.org/)

   DUE COSE vengono in mente per questi cinque piccoli ma importanti (ed estesi) stati dell’Asia centrale. LA PRIMA è che non è possibile alcun sviluppo se non decideranno di svolgere tra loro una sincera COOPERAZIONE (ad esempio lo scambio tra loro delle risorse idriche, cui sono ricchi il Tagikistan e il Kirghizistan, con le risorse energetiche, gli idrocarburi cui sono ricchi invece il Kazakistan, il Turkmenistan e l’Uzbekistan). La SECONDA necessità è la creazione di un soggetto politico autorevole che abbia peso e valenza a livello internazionale (andare oltre i 5 staterelli divisi), e questo lo si può fare (lo si dovrebbe fare) creando una unica FEDERAZIONE DEGLI STATI DELL’ASIA CENTRALE. Solo così quest’area geografica potrebbe, in un progetto di sostenibilità sociale ed ambientale, diventare un esempio virtuoso di CROCEVIA DEL MONDO come modello di sviluppo e di pace. (s.m.)

KIRGHIZISTAN – PAESAGGI

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LA SPEDIZIONE

SCIENZIATI ALLA RICERCA DI NUOVE SPECIE

di Giulia Armeni, da “il Giornale di Vicenza” del 20/4/2019
– Naturalisti e geografi sono partiti per le steppe del Kirghizistan, nell’Asia centrale, per raccogliere dati su ambiente, flora e fauna – L’itinerario ripercorre il tracciato dei viaggiatori ottocenteschi che esplorarono l’area 150 anni fa – “Potremmo imbatterci nel raro leopardo delle nevi” –
Aprono nuove strade e scoprono angoli sconosciuti di mondo. Come quelli, tra steppe sconfinate e rilievi innevati, dell’aspro Kirghizistan, lo Stato dell’Asia centrale dominato da natura selvaggia e vette mozzafiato.
E proprio tra le “Montagne celesti” lungo la via della Seta torneranno in questi mesi gli esploratori della missione capitanata dal naturalista vicentino Roberto Battiston e dalla geografa, anche lei vicentina d’adozione, Rachele Amerini, pronti a ripartire dopo aver già valicato, lo scorso anno, la catena montuosa del THIEN SHAN, spingendosi fino al lago del SONG KOL.
“OS-Tienshanica Trans-Naryn 2019”, così è stata battezzata la spedizione in partenza (il 20 aprile scorso, ndr) da Venezia per raggiungere la brulla regione orientale fino agli anni Novanta governata dalla Russia sovietica: dodici partecipanti provenienti da Veneto, Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna e Sardegna che, a piedi e a cavallo, ripercorreranno gli itinerari dei viaggiatori ottocenteschi Franz Josef Ruprecht e Karl Robert Osten-Sacken, autori del trattato botanico “Setum Tienshanicum – che dà il nome all’iniziativa – e Semenov.
Un progetto scientifico unico promosso dalla WORLD BIODIVERSITY ASSOCIATION e portato avanti in collaborazione con “GEOGRAFICAMENTE” e che grazie al sostegno, tra gli altri, dell’Università di Padova, mira a raccogliere un ingente quantitativo di dati su ambiente, flora, fauna e a mappare terre mai localizzate prima d’ora.
“Per me e Rachele Amerini è un ritorno, una seconda fase dopo aver perlustrato parte del Kirghizistan durante il primo viaggio nel 2018”, racconta Battiston, che lavora au musei di Valstagna.
Nel viaggio di dieci giorni il gruppo si inerpicherà fino a 4 mila metri di quota, passando per il lago di ISSYK KAL e la misteriosa valle di NARYN, sulla rotta di Osten-Sacken. Un’avventura d’altri tempi, con pernottamenti nelle tipiche YURTE asiatiche e continui saliscendi dalle nevi perenni alle spianate desertiche, che sarà documentato anche sui social, fino a dove la copertura Internet lo consentirà.
“Ogni membro del team (ci sono ricercatori, studenti e semplici appassionati, ndr) effettuerà indagini multidisciplinari e raccolte di campioni per conto di specialisti che seguiranno la spedizione dall’Italia – spiega Battiston – chissà che non ci si imbatta in qualche specie nuova o nel rarissimo leopardo delle nevi, che si trova nelle vette del Kirghizistan uno dei pochi santuari rimasto”.
Scienza ma anche turismo e dunque sviluppo in un Paese ancora fuori dai circuiti economici internazionali: “Oggi il Kirghizistan è un territorio tranquillo, la criminalità è molto bassa e la gente, prevalentemente pastori che discendono da antiche stirpi nomadi, è ospitale – assicura Battiston – l’ideale insomma, con i luoghi preziosi che ci sono, per escursioni e viaggi di tipo naturalistico”.
Esattamente 150 anni dopo (era il 1869) la pubblicazione del diario di viaggio di Ruprecht e Osten-Sacken che aprì per la prima volta una finestra su quell’angolo sconosciuto del mondo. (Giulia Armeni)

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2. POPOLAZIONE del KIRGHIZISTAN

Dal 1989, data dell’ultimo censimento ufficiale dell’URSS, Continua a leggere