Spedizione OS-Tienshanica 2019: partecipa anche tu e vieni a scoprire le meravigliose montagne del Tien Shan

Ti piacerebbe scoprire assieme a noi il meraviglioso Kirghizistan? Prepara lo zaino e vieni a con noi a seguire le tracce del Barone Osten-Sacken.

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Esattamente 150 anni fa nel 1869, veniva pubblicato il Sertum Tianshanicum, un’opera di botanica straordinaria a metà strada tra il diario di viaggio e la monografia scientifica che ancora oggi è il punto di partenza di ogni indagine naturalistica dell’Asia centrale. Gli autori erano il noto botanico Ruprecht e il geografo, naturalista ed esploratore Barone Osten-Sacken.

Negli anni immediatamente precedenti il Barone aveva condotto una delle prime vere esplorazioni dell’Asia centrale tra i monti del Tien Shan, le Montagne Celesti, in quello che oggi è noto come Kirghizistan.

Egli attraversò e descrisse paesaggi al tempo ignoti, percorsi da pochi esploratori russi che avevano affrontato le steppe dei kirghisi e le invalicabili montagne del gruppo himalaiano che da lì si spinge fino nelle terre indiane.

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Osten-Sacken raccolse campioni naturalistici, fece misurazioni climatiche e geografiche importanti e descrisse oltre 70 specie nuove per la scienza che andarono a completare la sua grande opera del Sertum Tianshanicum.

I monti del Tien Shan sono ancora oggi terre poco esplorate in cui il turismo di massa non è mai arrivato anche se il Kirghizistan è un paese oltremodo accogliente, che si sta aprendo piano piano al mondo dopo gli anni della supremazia russa e guardando con attenzione un futuro in cui la Cina si avvicina sempre di più politicamente e commercialmente.

Cosa rimane oggi delle grandi steppe erbose e dei picchi innevati descritti da Osten-Sacken? Si riesce ancora ad intravedere tra le rocce la sfuggente sagoma del misterioso leopardo delle nevi che trova qui uno dei pochi santuari rimasti al mondo? Vi sono ancora specie nuove da scoprire e quante ne sono scomparse?

Per rispondere a queste domande nel 2018 due nostri soci, la geografa Rachele Amerini e il naturalista Roberto Battiston, hanno ripercorso una parte del viaggio del Barone attraversando a cavallo i passi dell’Ala Tau spingendosi fino al lago ghiacciato di Son Kul.

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Quest’anno una nuova spedizione si appresta a partire per esplorare la valle di Naryn dove Osten-Sacken descrisse gli ambienti più selvaggi ed incontaminati, sulla favolosa Via della Seta fino a giungere al confine con la Cina, dove inizia il misterioso Deserto del Taklamakan Una spedizione aperta, portata avanti come missione scientifica della World Biodiversity Association in collaborazione con Geograficamente e patrocinata dal Master in GIScience e droni per la gestione del territorio di Padova.

Il gruppo che prenderà parte a questa epica spedizione si sta formando in questi giorni ed è possibile candidarsi per farne parte. Non sono richieste esperienze pregresse ma buona volontà e spirito di avventura, chiunque li possieda potrà dare il suo contributo. Non si tratta di un viaggio organizzato ma di un’occasione unica di affiancarsi ad una vera spedizione scientifica, condividere le scoperte, le emozioni e le difficoltà. Le analisi sul campo saranno infatti l’occasione di condividere conoscenze e tecniche per mappare luoghi remoti e conoscere animali e piante di queste regioni in quello che è stato allestito come un “field workshop”.

Le iscrizioni sono aperte e chiudono il 28 febbraio per un viaggio che partirà dall’Italia il prossimo 20 Aprile.

Scarica qui il programma completo e non perdere questa occasione davvero unica: http://bit.ly/ostienshanica

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Quali le RADICI DELL’IMMIGRAZIONE AFRICANA: conflitti e guerre civili da cui fuggire? Desiderio di superare la povertà? Esplosione demografica e voglia di mobilità dei giovani? un neocolonialismo finanziario, come il franco CFA come ora si dice? CAUSE geografiche di un mondo in grande trasformazione

LE DIMENSIONE VERE DELL’AFRICA (da http://www.focus.it/) – Le dimensioni dell’Africa sono ben diverse da quelle che appaiono nelle mappe. IL CONTINENTE AFRICANO CONTIENE SENZA PROBLEMI LA CINA, L’EUROPA, L’INDIA e così via. Ma allora perché non si nota questa discrepanza nelle carte che normalmente utilizziamo…. Le vere dimensioni di stati e continenti terrestri sono molto diverse rispetto alle proporzioni distorte delle proiezioni di Mercatore, quelle più usate nelle mappe e che ancora influenzano la nostra percezione del mondo…….. la nostra percezione del planisfero terrestre è tuttora fortemente influenzata dalla proiezione cartografica di MERCATORE, il cartografo fiammingo del 1500 che, nel redigere mappe e proiezioni adatte alla navigazione marina, ha contribuito anche a diffondere una rappresentazione distorta delle reali dimensioni dei continenti. Le terre emerse, in queste raffigurazioni, appaiono più dilatate all’aumentare della latitudine, soprattutto quando si trovano nell’emisfero nord. La visione di Mercatore mette al centro l’Europa, e penalizza i paesi del Sud del mondo che appaiono più piccoli di quanto non siano davvero. (da http://www.focus.it/ )

   I flussi migratori dall’Africa verso l’Europa è tema presente, molto dibattuto e con problematiche assai serie e dolorose (se pensiamo a morti e sofferenze di così tante persone che intraprendono viaggi spesso impossibili, che vanno a finir male).
Tentiamo di mettere assieme alcuni elementi di questa “reale” problematica (lo ribadiamo, non è un puro esercizio di esposizione di cose lontane, ma invece sono tutte cose reali, vissute sulla pelle delle persone). Un semplice tassello (lo proponiamo sulla linea “geografica” che caratterizza questo blog), attraverso la ripresa di alcuni articoli, iniziative, denunce di oppressioni, che riguardano l’Africa, il suo possibile sviluppo, le sue peculiarità.

BAMBINI SOLI CHE EMIGRANO – “…ALMENO 300 MILA TRA BAMBINI E ADOLESCENTI, non accompagnati da adulti o separati da essi, SONO STATI REGISTRATI IN CIRCA 80 STATI TRA IL 2015 E IL 2016 (erano 66 mila nel biennio 2010-2011). NEL 2017, NELL’AREA DELL’UNIONE EUROPEA SONO STATI REGISTRATI OLTRE 31MILA MINORI NON ACCOMPAGNATI (che una sigla identifica come MSNA), IN MAGGIORANZA AFGHANI. Una su tre richieste di asilo per minori stranieri è stata effettuata in Italia. Otto minori non accompagnati su 10 hanno 14-15 anni. Il ministero del Lavoro italiano ne ha censiti, al 31 dicembre 2018, 10.787.(….) (Giuseppe Borello e Maddalena Oliva, “Il Fatto Quotidiano”, 2/2/2019)

   Tempo fa ci siamo concentrati sull’ASPETTO DEMOGRAFICO….
(https://geograficamente.wordpress.com/2016/02/11/demografia-limpetuosa-crescita-della-popolazione-in-africa-india-nei-paesi-in-via-di-sviluppo-e-le-culle-vuote-dei-paesi-ricchi-la-necessita-di-un-riequilibrio-mondiale-per-rime/)
…essenziale per capire “quale sviluppo” può esserci nel continente africano, cioè come dover trovare soluzione minima a una popolazione che cresce esponenzialmente (senza le regole che almeno nei decenni passati nel continente asiatico si sono dati, pensiamo alla Cina in particolare).

Africa politica (mappa da http://www.orizzonteafrica.altervista.org/) – L’AFRICA E I TANTI CONFLITTI: (30 Stati e 260 tra milizie-guerrigliere, gruppi terroristi-separatisti-anarchici coinvolti) – I maggiori PUNTI CALDI: BURKINA FASO (scontri tra diversi gruppi etnici), EGITTO (guerra contro i militanti islamici del ramo Stato Islamico), LIBIA (guerra civile in corso), MALI (scontri tra esercito e gruppi ribelli), MOZAMBICO (scontri con ribelli RENAMO), NIGERIA (guerra contro i militanti islamici), REPUBBLICA CENTRAFRICANA (spesso avvengono scontri armati tra musulmani e cristiani), REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO (guerra contro i gruppi ribelli), SOMALIA (guerra contro i militanti islamici di al-Shabaab), SUDAN (guerra contro i gruppi ribelli nel Darfur), SUD SUDAN (scontri con gruppi ribelli) (da http://www.guerrenelmondo.it/ )

   E poi i CAMBIAMENTI CLIMATICI globali che stanno allargando a dismisura le terre aride subsahariane, altro fattore di instabilità, di mobilità verso altre terre. Per non trascurare poi i troppi CONFLITTI che caratterizzano il continente africano. E le difficoltà di trovare vie di sviluppo sereno, senza non inciampare in contrasti insanabili tra gruppi di comunità diverse. E poi su tutto incombe anche la CORRUZIONE delle classi dirigenti (ne parliamo in questo post con un articolo ripreso da Nigrizia).

una manifestazione anti-corruzione delle chiese in Zimbabwe (da Nigrizia, febbraio 2019)

   Già prima dell’esplodere del fenomeno migratorio “ultimo”, contemporaneo (che possiamo far risalire al post 1989, con la caduta del muro di Berlino e il dissolversi del blocco sovietico), già prima, molti geografi e altri studiosi della contemporaneità sottolineavano che l’era globale era più che mai iniziata (già due rovinose guerre mondiali avevano caratterizzato il ‘900): attraverso dei FLUSSI NORD-SUD, dove il dominio del Nord del pianeta, portava a spostare materie prime a bassissimo prezzo (a volte niente) da Sud a Nord; dove esisteva in questi FLUSSI una sudditanza “di potere” che portava a dire che la fine del colonialismo per i popoli africani, aveva prodotto cose uguali o anche peggiori: 1-una classe dirigente autoctona corrotta e intenta ad accumulare ricchezze per se stessa (che faceva quasi rimpiangere il dominio coloniale occidentale precedente); 2-oppure forme di neocolonialismo imposto dal predominio economico e finanziario dei paesi ricchi del nord del mondo, che alla fine costringono e inducono questo paesi poveri africani a comprare i loro beni, e a svendere le proprie materie prime.

Il grafico mostra la distribuzione dell’incremento demografico nel mondo (da http://www.africa-express.info/)

   Il “FLUSSO” da Nord-Sud di predominio del Nord sul Sud che ha sconvolto gli equilibri palesemente a favore del Nord, è stato il FLUSSO INFORMATIVO: le persone del Sud del pianeta hanno potuto vedere (anche nei più sperduti villaggi, con le nuove tecnologie televisive, telefoniche, fino a internet…) che al Nord si vive molto ma molto meglio, e che, se sei giovane, puoi provare ad andarci, a “condividere” quella ricchezza che puoi vedere nei sistemi informativi del Nord giunti nel villaggio (o nella megalopoli, non cambia).

MINORI NON ACCOMPAGNATI. da http://www.Avvenire.it/) – Sono prima di tutto ALBANESI (…), e poi ci sono i bambini che giungono dall’EGITTO, dal GAMBIA, dalla GUINEA, dall’ERITREA, dalla COSTA D’AVORIO. Rischiano detenzione, lavori forzati, percosse o morte. E, per quasi tutti, il viaggio è anche un rito di iniziazione: a volte parti a 12 anni, arrivi a 15 e, nel frattempo, sei diventato adulto. Ciascuno viaggia con le proprie ragioni, aspettative, fantasie.(…). Chi parte dai villaggi cerca una nuova vita. Chi fugge dalle guerre vuole solo transitare, essere invisibile. Alcuni finiscono nella mani della criminalità o a vendersi per strada. Altri spariscono, finendo per alimentare quell’esercito di invisibili che è arrivato a contare, per l’anno che si è appena concluso, oltre 4mila bambini di cui non si hanno più tracce. (Giuseppe Borello e Maddalena Oliva, “Il Fatto Quotidiano”, 2/2/2019)

   Il tassello di questo post, nel trattare il tema “Africa, sviluppo possibile, e attuale fenomeno migratorio verso Nord” (dopo aver parlato di ampliamento delle terre aride, desertiche, della corruzione della classe dirigente, dell’esplosione demografica), il tassello, il contributo è poi quello di provare a concentrarci su un aspetto (a nostro avviso marginale, ma se ne parla molto) sorto adesso, nella politica italiana, in merito all’individuazione di concause del fenomeno migratorio. Tra le cause dell’immigrazione dall’Africa verso l’Europa, di questi tempi la politica italiana ha infatti “scoperto” (inventato?) l’ESISTENZA DEL FRANCO CFA, una valuta comune a QUATTORDICI PAESI DELL’AFRICA SUBSAHARIANA, e si è riversato accuse di neocolonialismo francese a queste migrazioni verso l’Europa: un approccio un po’ semplicistico per una questione complessa (perché la moneta a valuta francese ha dei risvolti sia positivi che negativi al fatto di essere legata alla stabilità monetaria della Francia, e con essa all’euro, la nostra moneta unica).

MILLE FRANCS CFA – Cos’è e dov’è il FRANCO CFA – Il Franco CFA (che significava all’origine nel 1945, FRANCO DELLE COLONIE FRANCESI D’AFRICA, abbreviato FCFA, e oggi diventato acronimo di COMUNITÀ FINANZIARIA AFRICANA) è il nome di due valute comuni a diversi paesi africani, costituente in parte la ZONA FRANCO. Una parte di questi stati (Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea-Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo) sono riuniti nell’UNIONE ECONOMICA E MONETARIA OVEST-AFRICANA (UEMOA: in VERDE NELLA MAPPA QUI SOTTO), mentre i restanti (Camerun, Repubblica Centraficana, Repubblica del Congo, Gabon, Guinea Equatoriale e Ciad) sono riuniti nella COMUNITÀ ECONOMICA E MONETARIA DELL’AFRICA CENTRALE (CEMAC: in ROSSO NELLA MAPPA QUI SOTTO)
MAPPA PAESI AFRICANI FRANCO CFA

   Non sono solo questi 14 paesi africani (Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea-Bissau, Mali, Niger, Senegal, Togo, Camerun, Repubblica Centraficana, Repubblica del Congo, Gabon, Guinea Equatoriale e Ciad), legati alla Francia e alla moneta europea (e pertanto al riparo dal rischio di inflazione fuori controllo) ad essere l’unico problema di immigrazione: tra i primi dieci Paesi di provenienza di chi sbarca in Italia, soltanto Costa d’Avorio e Mali adottano il franco CFA e nel 2018 hanno contribuito al flusso migratorio italiano con appena duemila persone, pari a meno del 10% del flusso totale.


Pertanto quello paventato adesso dalla politica italiana è una “non motivazione” all’immigrazione; anche se (il franco nei paesi africani) è sicuramente una forma di sudditanza (alla finanza francese), e con il rischio (la certezza) di dipendere (essi paesi africani) di più dalle multinazionali francesi ed europee. Ma la Francia è così colpevole quanto lo è il Belgio, l’Italia, gli Stati Uniti, la Cina, chiunque vada in Africa per fare esclusivamente i propri interessi. Le grandi aziende che trattano le risorse prime, come l’uranio o l’oro, dettano la politica estera di diversi Paesi africani.
Ad esempio la presenza ora dell’ITALIA IN NIGER (grande paese geograficamente a ridosso della Libia) per un sostegno alle forze militari interne, per il controllo del territorio (e dell’immigrazione verso il nord-Africa e poi Europa), questa presenza dei militari italiani è per cooperare all’addestramento delle forze armate e forze di sicurezza di quel Paese; ma anche per vendere armi italiane, estendere i “nostri” sistemi di armamenti (iniziativa commerciale supportata anche dalla presenza di 70 istruttori italiani che operano a favore della Gendarmeria e della Guardia nazionale) (l’accordo si è avuto con un trattato Italia-Niger del settembre 2017 che è stato secretato dal governo Gentiloni e poi all’inizio dall’attuale governo: per nascondere il commercio delle armi). Pertanto non è solo la Francia che fa neocolonialismo in Africa ma un po’ tutti gli stati (europei e non).

«L’ATTUALITÀ DEL MALE. LA LIBIA DEI LAGER È VERITÀ PROCESSUALE», a cura di MAURIZIO VEGLIO, (Edizioni SEB27, euro 16,00), è il titolo di un libro scritto da giuristi. Il volume è un ATTO DI ACCUSA contro prassi politiche perseguite dai governi italiani e dall’Unione Europea in SPREGIO AI DIRITTI UMANI, PURCHÉ I MIGRANTI RESTINO O VENGANO RIPORTATI IN LIBIA. Gli autori del volume analizzano la sentenza pronunciata dalla corte d’Assise di Milano il 15 ottobre 2017 alla luce del presente e di un passato più o meno recente (i crimini nazisti, la guerra in Jugoslavia). DUE GIUDICI TOGATE insieme ai giudici popolari della corte di Milano avevano condannato all’ergastolo il cittadino somalo Matammud Osman. Era stato fermato da altri suoi connazionali nei pressi della Stazione Centrale di Milano, che avevano riconosciuto in lui l’aguzzino che nel campo di Bali Walid in Libia li stuprava e torturava, costringendo i parenti a sentire le loro urla al telefono. (Antonella Romeo, “Il Manifesto”, 5/2/2019)

   Per non dimenticare poi le fonti di energia: gruppi industriali di estrazione e distribuzione energetica, come gli italiani di Eni o i francesi di Orano (l’ex Areva) giocano un ruolo fondamentale nell’economia africana, contribuendo secondo il proprio punto di vista allo sviluppo dei territori in cui investono, ma creando, endemici sistemi di corruzione. E la CORRUZIONE in Africa è altro grande tema.
Anche quest’anno uno studio sul fenomeno corruttivo in Africa (l’indice di “Transparency International”, una ONG leader per il contrasto alla corruzione e la sensibilizzazione alla legalità, http://www.transparency.it/), che misura la corruzione percepita, mette in luce le enormi difficoltà del continente nel lottare efficacemente contro questo malcostume. Agli ultimi posti (di rispetto della legalità) ci sono ancora la Somalia e il Sud Sudan (i più corrotti), mentre tra i paesi più virtuosi troviamo le Seychelles e il Botswana, e sono migliorati Costa d’Avorio e Senegal. Nel complesso, lo studio determina che l’Africa sub-sahariana rimane una regione caratterizzata da forti contrasti politici e socio-economici, oltre ad annose sfide che minano il suo sviluppo e la sua stabilità.

Sviluppo demografico previsto fino al 2050. Come si vede la crescita dei paesi occidentali è pressoché insignificante (da http://www.africa-express.info/)

   Mentre un cospicuo numero di paesi ha già adottato principi democratici di GOVERNANCE, molti altri sono ancora dominati da leader autoritari e semi-autoritari. E i regimi autocratici, insieme a conflitti civili, istituzioni deboli e sistemi politici poco sensibili al problema, continuano a minare gli sforzi intrapresi a livello regionale nel contrasto alla corruzione. (dati che abbiamo ripreso da http://www.nigrizia.it/, CORRUPTION PERCEPTION INDEX 2018, “Resta alto il livello di corruzione in Africa”, 31/1/2019).
L’avanzare di una “società compatibile” e di vero sviluppo in Africa (…nelle regole di legalità, di democrazia, di economia virtuosa, di servizi pubblici efficienti….. tutto questo è un miraggio?…non pensiamo…), l’avanzare di un’ “Africa nuova” potrà (potrebbe) risolvere non solo il problema migratorio fatto ora da molti disperati che tentano l’avventura “verso nord”, ma addirittura può esserci “un ritorno” di molti ai propri paesi di origine cambiati. E’ così da prospettare per l’Africa anche migrazioni qualificate di ritorno. (s.m.)

La vera estensione dell Africa in base alla carta di PETERS – PETERS E LE GIUSTE DIMENSIONI CARTOGRAFICHE DELL’AFRICA – GERARDO MERCATORE, cartografo fiammingo del XVI secolo, dovendo aiutare le grandi compagnie di navigazione attive in quel periodo sui mari di tutto il mondo, nella sua mappa pensò di adattare le proporzioni dei Paesi del mondo alle rotte coloniali. Per questo, da quasi 500 anni, l’EUROPA è posizionata al centro di ogni mappa, gli STATI UNITI sono enormi, mentre AFRICA e SUD AMERICA sono poco più grandi del ‘vecchio continente’. LA PROIEZIONE DI PETERS È PIÙ FEDELE ALLE REALI DIMENSIONI DEI CONTINENTI: cambia completamente il quadro, ridimensionando alcuni continenti, restituendo la vera identità ad altri. Basandosi sul lavoro di JAMES GALL, un altro noto cartografo attivo nel XIX secolo, lo storico tedesco ARNO PETERS ha elaborato (nel 1974) una cartina in cui l’EUROPA appare molto più piccola, in cui la GERMANIA è posizionata più a Nord e non esattamente al centro del continente, dove l’AMERICA DEL SUD è grande come quella del Nord e L’AFRICA È MOLTO PIÙ ‘ALLUNGATA’ ED ESTESA RISPETTO A COME ABBIAMO IMPARATO A CONOSCERLA. (da http://www.skuola.net/ )

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FRANCO CFA: UNA MONETA ALLA RADICE DEI MALI D’AFRICA?

di Marco Magnano, da RIFORMA.IT – il quotidiano on-line delle chiese evangeliche battiste, metodiste e valdesi in italia – https://www.riforma.it/it, 24 gennaio 2019
– L’accusa mossa alla valuta dalla politica italiana è quella di essere la causa delle migrazioni dall’Africa verso l’Europa, ma si tratta di un approccio semplicistico per una questione complessa – 
La politica italiana ha scoperto il franco CFA quasi all’improvviso, riversando sulla valuta Continua a leggere

LA FINE DEI GHIACCIAI – Ghiacciai che spariscono; questo fenomeno mette in crisi l’ECOSISTEMA in cui viviamo. Ma cambia anche la GEOPOLITICA mondiale: con NUOVE ROTTE e nuovi spostamenti delle popolazioni – La necessità di ELIMINARE I COMBUSTIBILI FOSSILI per fermare la FINE DEL GHIACCIO

ANTARTIDE: UNA STORIA SCOLPITA NEL GHIACCIO – MUSEO DI GEOGRAFIA, VIA DEL SANTO 26, PADOVA – VENERDÌ 8 FEBBRAIO 2019 . H. 15.30 – 18.00

– In occasione della terza CONFERENZA NAZIONALE SULLA RETE MONDIALE UNESCO DEI MUSEI DELL’ACQUA un evento dedicato all’ANTARTIDE.   L’evento ha l’obiettivo di avvicinare il pubblico al continente antartico e al dibattito legato ai temi ambientali attraverso le testimonianze di chi ha avuto modo di viverlo in prima persona.

– ESPLORAZIONI E RICERCHE SULLA CATENA TRANSANTARTICA RIFLESSIONI E NUOVI STIMOLI. Continuano gli interessanti eventi promossi dal Museo di Geografia di Padova grazie al prossimo evento organizzato con l’obiettivo di avvicinare il pubblico al continente antartico e al dibattito legato ai temi ambientali attraverso le testimonianze di chi ha avuto modo di viverlo in prima persona. Si parlerà di esplorazione, ricerca, avventura, rocce, ghiacci e ovviamente di cambiamenti climatici.

Durante l’evento, in particolare affronteremo i seguenti temi:

IL CONTINENTE ANTARTICO TRA ESPLORAZIONE E RICERCA
ALDINO BONDESAN | Università di Padova – Museo di Geografia
ZINGARI IN ANTARTIDE. RACCONTO DI UN’ESCURSIONE SULLA CATENA TRANSANTARTICA
MARCELLO MANZONI | Consiglio Nazionale delle Ricerche
GHIACCI E ROCCE DELL’ANTARTIDE, ARCHIVIO DEI CAMBIAMENTI CLIMATICI E SENTINELLA DEL FUTURO
FRANCO MARIA TALARICO | Università di Siena – Museo Nazionale dell’Antartide

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Museo di Geografia Padova,  Via del Santo, 26, Padova
clicca qui per visualizzare la mappa
https://www.facebook.com/events/793708780989271/
comunicazione@watermuseumofvenice.com

http://www.padovando.com/incontri-convegni/antartide-una-storia-scolpita-nel-ghiaccio/

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Per far sciogliere la calotta di ghiaccio della Groenlandia è sufficiente una temperatura terrestre di 1 grado °C e soleggiamento. “UNA VOLTA ERA RARO AVERE TEMPERATURE SUPERIORI allo 0 sulla CALOTTA, MA ORA NON PIÙ”, dice Michael Bevis (geoscienziato della Ohio State University). E ogni grado superiore a 1 °C raddoppia la quantità di ghiaccio che si scioglie. (di Stephen Leahy, 22/1/2019, da http://www.nationalgeographic.it/ambiente/)

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(Un circo è un vuoto scavato a forma di scodella che si trova in alto a lato di una montagna da ww_onegeology_org) – I GHIACCIAI ALPINI si trovano in alto sulle montagne in conche a forma di scodella e vengono chiamati GHIACCIAI DI CIRCO. Man mano che il ghiacciaio cresce il ghiaccio si sposta al di fuori del circo, verso la valle. Diversi ghiacciai di circo possono fondersi insieme formando un unico GHIACCIAIO VALLIVO. Quando i ghiacciai vallivi si spostano oltre il limite delle montagne diffondendosi e unendosi formando un GHIACCIAIO PIEDEMONTANO. (da http://www.onegeology.org/http://www.onegeology.org/extra/kids/italian/earthprocesses/alpineGlaciers.html

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GIACCIAIO DEI FORNI (nella foto) (si trova nel gruppo Ortles-Cevedale in alta Valtellina all’interno del settore lombardo del Parco nazionale dello Stelvio) – “(…) MARCO CONFORTOLA ci testimonia l’agonia del GHIACCIAIO DEI FORNI. “Era IL PIÙ GRANDE ghiacciaio vallivo italiano e L’UNICO DI TIPO HIMALAYANO, originato da tre bacini collettori con tre lingue glaciali distinte confluenti a quota 3000 m in un’unica lingua di ablazione con morene mediane che si spingeva nel fondovalle – scrive l’alpinista-. Il ghiacciaio ATTUALMENTE È ESTINTO COME FENOMENO UNITARIO.(…)”(da 1/9/2018 https://www.montagna.tv/)

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Il BALTORO (nella foto) è un ghiacciaio situato in Pakistan nel gruppo montuoso del Karakorum. Lungo circa 60 Km, si estende per circa 700 km², e sbocca nella valle del Braldo a poca distanza dal villaggio di Askole, ultimo centro abitato sulla strada per il ghiacciaio. È TRA I PIÙ GRANDI GHIACCIAI VALLIVI AL MONDO, ed è attorniato da alcune delle principali vette della Terra come il K2, il Broad Peak, il Masherbrun ed il gruppo del Gasherbrum. Questi ghiacciai si riducono di anno in anno, ma non rischiano di scomparire a breve; ma è probabile che la continua ritirata del ghiaccio significhi la fine di forniture idriche affidabili per le popolazioni che dipendono da essi.

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(immagine da http://www.slideplayer.it/)

Geograficamente

COS’È E COM’È UN GHIACCIAIO

   Semplificando ma dando pure un’immagine affascinante della bellezza dei ghiacciai, potremmo dire che il ghiacciaio è “un paesaggio in movimento”. Nei ghiacciai più grandi (che assumono, dall’alto in basso, CARATTERISTICHE A FORMA DI LINGUA, scendendo nella valle…) la parte più alta è quella dove prevale nel corso dell’anno “l’ALIMENTAZIONE” rispetto allo scioglimento (i tecnici infatti lo chiamano BACINO DI ALIMENTAZIONE” o CIRCO GLACIALE), mentre la parte più bassa è quella nella quale prevale lo “SCIOGLIMENTO” rispetto all’alimentazione (viene chiamata BACINO DI ABLAZIONE, cioè dove il ghiaccio si scioglie). TRA I DUE BACINI STA, appunto, il “LIMITE DELLE NEVI”, la LINEA DI EQUILIBRIO (dove la somma algebrica, per capirci, tra alimentazione e scioglimento è zero, si equivale).

   Ma I GHIACCIAI ALPINI, e in particolare quelli dolomitici, molto spesso non sono a “forma di lingua” e non sono di grandi dimensioni; sono più compatti, senza “lingua” di discesa nella valle, e VENGONO CHIAMATI GHIACCIAI DI CIRCO (e la Marmolada è un “ghiacciaio di circo”). A tutta questa sommaria esposizione delle parti del ghiacciaio non bisogno dimenticare la parte finale, più bassa, dell’apparato glaciale, chiamata “FRONTE” (è dalla fronte che esce il “TORRENTE GLACIALE”, la concretizzazione del passaggio dallo stato solido allo stato liquido).

   Pertanto “bacino di alimentazione, linea delle nevi o di equilibrio, bacino di ablazione o scioglimento, fronte del ghiacciaio”. Tutto questo IN UN PERENNE MOVIMENTO: un oggetto lasciato sulla parte alta, dopo pochi anni lo ritroveremo nella parte bassa in scioglimento.

   Perché questa breve descrizione? Per inquadrare questo nostro “paesaggio che scompare”. Perché i ghiacciai alpini, ma in particolare quelli dell’area dolomitica sono in grande crisi, alcuni, i più piccoli, sono in fase di sparizione totale.

   Il ghiacciaio misura la sua POSSIBILITÀ DI “BENESSERE” E SOPRAVVIVENZA su DUE ELEMENTI: le PRECIPITAZIONI e la TEMPERATURA. ENTRAMBI QUESTI FENOMENI ORA SONO NEGATIVI PER I GHIACCIAI: diminuiscono le precipitazioni nevose invernali e la temperatura media si sta alzando. E per “ricostruire” la tendenza a un recupero e alla “fine della perdita” per i ghiacciai dolomitici, ci vorrebbero forse almeno trenta inverni a clima molto rigido e con abbondanti precipitazioni nevose.

   CHE FARE? Noi non pensiamo che nella condizione “micro”, regionale, territoriale, si possa fare molto (diverso invece è il discorso nel “macro”, iniziative globali mondiali per ridurre l’inquinamento e riportare il clima a condizioni di qualche decennio fa).

   Però, premesso che ci auguriamo che mai accada (come qualcuno forse sta prospettando) di “mantenere o costruire artificialmente il ghiacciaio” (magari “sparando acqua-neve” d’inverno, come si fa nelle piste da sci, per “incentivare le precipitazioni”; o coprire il ghiaccio di teloni che mantengano la temperatura fredda, come già si sta facendo in alcuni casi…), ebbene se è augurabile che questo non accada, è però anche vero che nell’ambito “micro”, regionale, territoriale, ALCUNE COSE NON POSSONO CHE DANNEGGIARE ALCUNI GHIACCIAI, come nel caso di quello della Marmolada: COME L’UTILIZZO A PISTA DA SCI, fenomeno di sfruttamento di un ecosistema che, come stiamo qui cercando di dimostrare, è già di per sè in forte disequilibrio.

   Necessitano pertanto anche decisioni coraggiose sia “macro” (l’eliminazione planetaria dell’uso dei combustibili fossili inquinanti) che “micro” (basta allo sfruttamento dei ghiacciai con piste da sci, ad esempio): un utilizzo meno impattante della montagna e di questi preziosi siti naturali che sono i ghiacciai (ora, in queste condizioni di disequilibrio ambientale, in via di estinzione). (s.m.)

……

   I ghiacciai in Europa stanno scomparendo. I ghiacciai europei sono infatti tra i più duramente colpiti dai cambiamenti climatici. A partire dalla prima metà del XIX secolo i PIRENEI hanno perso circa i due terzi della copertura di ghiaccio, con una marcata accelerazione dopo il 1980. Nelle ALPI quasi la metà dei ghiacciai è scomparsa da quando si è iniziato a monitorare il fenomeno (appunto due secoli fa, nei primi decenni dell’800).

   Ma non è solo un problema nelle Alpi (e nei Pirenei). In ALASKA ci sono i più drammatici esempi di cambiamento climatico, come appunto la avanzata recessione del ghiacciaio del massiccio del Muir, dove vengono interessati moltissimi ghiacciai e ci sono rischi catastrofici: le placche tettoniche, trovandosi improvvisamente senza ghiaccio e alleggerite, velocizzano i propri movimenti dando vita a molti terremoti.

   E la recessione dei ghiacciaio interessa anche l’HIMALAYA, che vanta la più vasta superficie occupata da ghiacci del mondo (al di fuori delle calotte polari), alimentando molti dei più grandi fiumi asiatici grazie ai quali sopravvivono quasi un miliardo di persone.

   Oppure in GROENLANDIA il ghiacciaio di Helheim e la sua rapidissima riduzione: dal 2000 in avanti, è calato di più di sette chilometri, ad una velocità media di 3,8 metri al giorno; e questo ha fatto approfittare le compagnie petrolifere per cercare petrolio e gas attraverso trivellazioni prima impedite dal ghiaccio (oltre al danno…).

   E poi il Kilimangiaro in AFRICA (nella TANZANIA nordorientale), ridottosi negli ultimi cento anni dell’85%: un’altra fonte d’acqua che per il continente africano, assetato, è stata oramai del tutto perduta.

   Il ghiacciaio Chacaltaya, in BOLIVIA, una volta tra le stazioni sciistiche più alte della terra, è completamente svanito (e così tutti o ghiacciai del terre andine sudamericane stanno del tutto scomparendo). E così sta accadendo negli USA (in MONTANA è rimasto il 25% del famoso Glacier National Monument).

   Da noi emblematica, per tutte, la situazione di disintegrazione dei GHIACCIAI TRENTINI (e la MARMOLADA fra Trento e Belluno). Per la situazione della Marmolada e dei ghiacciai trentini, vi invitiamo a vedere questo interessante breve reportage (QUI SOTTO IL LINK):

MARMOLADA. LA SOFFERENZA DEI GHIACCIAI TRENTINI

https://www.rainews.it/tgr/trento/video/2018/09/tnt-Ambiente-ghiacciaio-Marmolada-Meteotrentino-Val-di-Fassa-clima-ghiacci-d8256e0e-09b9-4a48-87bd-6a61f861b481.html

MARMOLADA

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I ghiacciai alpini hanno perso più del 50% della loro massa dalla fine dell’Ottocento, e l’estensione dei ghiacciai, che in Italia era di circa 700 chilometri quadrati a metà dello stesso secolo, si è quasi dimezzata raggiungendo i 360 chilometri quadrati ai giorni nostri, una quantità pari all’intero volume d’acqua del Lago di Garda.

 

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Masse di ghiaccio, riserve d’acqua dolce, attrazione turistica, laboratori scientifici a cielo aperto, termometri del riscaldamento medio globale, testimoni dell’impronta dell’uomo sull’ambiente. I GHIACCIAI SONO TUTTO QUESTO e ce lo racconta una mostra allestita al MUSE DI TRENTO, il celebre Museo della Scienza progettato da Renzo Piano, dal titolo “GHIACCIAI. IL FUTURO DEI GHIACCI PERENNI NELLE NOSTRE MANI”, VISITABILE FINO AL 23 MARZO 2019. Una mostra che fa il punto della situazione sul grave problema dello scioglimento progressivo dei ghiacciai, e invita a riflettere, partendo da QUATTRO PROSPETTIVE diverse: L’AMBIENTE NATURALE glaciale e le dinamiche che lo mantengono in equilibrio; le ATTIVITÀ SCIENTIFICHE e i rilievi che permettono di quantificare lo stato di salute dei ghiacciai e di studiare i cambiamenti climatici degli ultimi secoli; le AVVENTUROSE ESPLORAZIONI sui sentieri glaciologici; e le VICENDE STORICHE E I MITI legati ai luoghi più inospitali dell’ambiente montano.

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“Cosa dobbiamo aspettarci? In mancanza di interventi per ridurre in maniera drammatica il consumo di carburanti fossili responsabile dell’aumento delle temperature, la maggior parte del ghiaccio della Groenlandia potrebbe sciogliersi, facendo salire il livello del mare di 7 metri”, avverte Richard Alley, un glaciologo dell’Università americana Penn State. “Ciò accadrebbe nel corso di secoli: tuttavia esiste una soglia del riscaldamento che si rischia di oltrepassare nel giro di pochi decenni o giù di lì e se, varcata troppo a lungo, lo scioglimento della Groenlandia sarebbe irreversibile”, dice Alley.

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POLONIA, CONFERENZA ONU SUL CLIMA: È ALLARME GHIACCIAI – Nel dicembre scorso si è tenuta a KATOVICE, in Polonia, la COP24, CONFERENZA MONDIALE ONU SUI CAMBIAMENTI CLIMATICI. Tra gli EFFETTI PIÙ PERICOLOSI per il pianeta, secondo gli scienziati, VI È LO SCIOGLIMENTO DELLO STRATO GHIACCIATO presente sotto terra in CANADA, ALASKA e RUSSIA

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La mummia conservata al museo archeologico dell’Alto Adige di Bolzano

Il ritrovamento nel 1991 della MUMMIA DI ÖTZI, «l’uomo di ghiaccio tirolese», il cui corpo è stato scoperto nelle ALPI ORIENTALI, al CONFINE FRA ITALIA E AUSTRIA, è testimonianza evidente che l’attuale fase di ritiro dei ghiacci non era mai stata raggiunta negli ultimi 5.200 anni; la mummia risale infatti al 3300-3100 a.C. e si sarebbe decomposta in caso contrario, mentre è stata ritrovata in perfetto stato di conservazione. (Massimo Frezzotti, da “La Lettura” de “Il Corriere della Sera” del 27/1/2019)

Il luogo del ritrovamento poco sopra al rifugio del SIMILAUN

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Da sempre affascinata dalla natura solida ma impermanente del ghiaccio, dalla sua aspra, desolata bellezza, la scrittrice e poetessa NANCY CAMPBELL nel 2010 ha lasciato l’impiego presso un commerciante londinese di libri e manoscritti, per lavorare come scrittore in residenza «nel museo più settentrionale del mondo», sull’ISOLA di UPERNAVIK, sulla costa nord-occidentale della GROENLANDIA. Per sette anni ha esplorato ghiacciai, lande artiche, vetrati, gelo, neve. Bianchi e remoti reami scivolati nelle pagine di “LA BIBLIOTECA DEL GHIACCIO. LETTURE DAL FREDDO” (Bompiani, uscito il 31 gennaio), un libro di memorie sulla sua avventura alla ricerca del ghiaccio che scompare nel mondo. (Laura Zangarini, “La Lettura”, “Corriere della Sera” del 27/1/2019)

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SVIZZERA. Il ghiacciaio del Rodano coperto dai teli geotessili – Ratoppi un po’ paradossali allo scioglimento dei ghiacciai, come nelle Alpi Svizzere dove stanno coprendo con delle lenzuola bianche alcune parti del Ghiacciaio del Rodano (secondo gli scienziati infatti il tessuto rifletterebbe i raggi solari, ponendo così un freno allo scioglimento). Oppure sparare la neve artificiale sui ghiacciai

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LE CARTINE SULL’ACCESSIBILITÀ ALL’ARTICO CON IL RITIRO DEL GHIACCIO – Il cambiamento climatico giova a chi avrà il controllo delle risorse agricole (USA, RUSSIA e CANADA) e a chi usufruirà delle nuove rotte commerciali (come la CINA)

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CAMBIAMENTI CLIMATICI PLANETARI E CHI DOMINERA’ IL MONDO – Nella cartina qui sopra sono disegnate le aree a coltura diversa: IL GIALLO È IL DESERTO (un terzo dell’Africa); guardiamo il CELESTE: quello PIÙ CHIARO (MIDDLE WEST USA E KAZAKHISTAN) è attualmente il granaio del mondo; poi, CON L’AUMENTO DELLA TEMPERATURA della superficie terrestre andranno A COLTURA CEREALICOLA LE AREE CELESTE SCURO. – IL CONTROLLO SU ALCUNE RISORSE ALIMENTARI FONDAMENTALI, derivanti dalla messa a coltura di nuove aree produttive, SARANNO IN MANO a CANADA, STATI UNITI e RUSSIA SIBERIANA, con una prevedibile dialettica con il grande serbatoio di popolazione (leggi: consumatori) collocato tra India, Cina e Sudest asiatico (e in futuro anche l’Africa); ciò rende chiaro quale sarà il futuro bipolarismo, tra USA e RUSSIA, destinate a organizzare il monopolio, in particolare nei confronti dell’immensa AREA di consumatori AFRO/INDO/CINESE. (Mario Fadda)

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L’AGONIA DEL GHIACCIO

di Massimo Frezzotti, da “La Lettura” de “Il Corriere della Sera” del 27/1/2019
Il ritiro dei ghiacciai è uno degli indicatori macroscopici dei cambiamenti climatici globali più visibile su scala planetaria. I ghiacciai agiscono come importanti regolatori del ciclo idrico stagionale, poiché la loro fusione rifornisce di acqua molte regioni del mondo durante le stagioni secche. I ghiacciai alpini, inoltre, essendo costituiti quasi esclusivamente da ghiaccio a temperatura prossima a quella di fusione, sono sentinelle particolarmente attente alle variazioni di temperatura, soprattutto nei mesi estivi.
La riduzione degli stessi porta spesso alla destabilizzazione dei pendii montani e alla formazione di Continua a leggere

VENEZIA (e le altre città d’arte): SENZA RESIDENTI NON C’È CITTÀ – Il difficile rapporto con il TURISMO (distruzione del tessuto urbano o risorsa per le ristrutturazioni?) – Come superare il MONOPOLIO TURISTICO e creare possibilità di vita e reddito ai residenti? – UN DECALOGO DI PROPOSTE POSSIBILI

Mercato del pesce a Rialto – I RESIDENTI, RIVOGLIONO LA LORO RIALTO – L’associazione «RIALTO NUOVO», fatta di 4.500 aderenti, il 10 per cento della popolazione, chiede un RECUPERO ARCHITETTONICO E COMMERCIALE DI RIALTO; in particolare il RESTAURO DELLA LOGGIA DELLA PESCHERIA, palazzina neogotica dei primi del Novecento, e le FABBRICHE NUOVE, costruzione di Jacopo Sansovino del 1550; i due edifici sorti nel luogo in cui da mille anni vive il mercato di Rialto; arrivando così a un rilancio commerciale di Rialto. (foto da http://www.fashionfortravel.com/)

   La crisi di Venezia (e, forse in misura un po’ meno evidente di tutte le cosiddette “città d’arte”) è data da due elementi che si interconnettono:
1 – L’ENORME MASSA DI TURISTI che la città deve riuscire a gestire nel proprio tessuto urbano (Venezia negli anni ’70 del secolo scorso, 40 anni fa, aveva circa 2 milioni di turisti all’anno, e non era certo vuota; ora ne conta 30 milioni in un anno….)(la caduta del muro di Berlino, dal 1989 in poi, ha inciso drasticamente nel turismo dall’est; e poi a seguire tutte quelle popolazioni che si sono affacciate al benessere e alla possibilità di viaggiare, come adesso i cinesi cui ora a Venezia se ne vedono moltissimi…);
2 – LO SPOPOLAMENTO PROGRESSIVO DI VENEZIA DEI SUOI RESIDENTI STORICI è il secondo fattore non meno problematico nella crisi dei modi di vita quotidiana che ogni città deve poter esercitare (Venezia è una città economicamente cara per viverci; ci sono poche attività al di là della monocultura turistica; restaurare le case e i palazzi costa; “l’assedio” del turismo è problematico nella vita di ogni giorno….).

(la LAGUNA di Venezia vista dall’alto, da Wikipedia) – PIER LUIGI CERVELLATI: «UN CENTRO È TROPPO FACILE CHE SLITTI IN SHOPPING CENTER. Ed è infatti quel che è accaduto a partire dagli anni Cinquanta del Novecento. Allora (a Bologna, ma anche in altre città, ndr) se ne sono cominciati ad andare i residenti. (…..) decine e decine di BANCHE si piazzarono dove c’erano NEGOZI e BOTTEGHE…. Ora se ne sono andate anche le banche e SONO ARRIVATI SUPERMERCATI E NEGOZI D’ABBIGLIAMENTO. Domanda: È L’ECONOMIA LEGATA AL TURISMO CHE HA IMPRESSO QUESTI CAMBIAMENTI? «Da ultimo sì. Perché dovrei affittare un appartamento a chi vorrebbe risiedervi se mettendolo su AIRBNB guadagno quattro volte tanto con un affitto turistico per una settimana o un week end? A Firenze, a Roma e anche altrove una parte crescente di abitazioni in centro non appartiene a residenti. Non parliamo di Venezia. Ora, non dovunque, ma LO SPOPOLAMENTO È SPAVENTOSO». QUALI SONO LE CONSEGUENZE? «SENZA RESIDENTI NON C’È CITTÀ. NÉ STORICA NÉ D’ALTRO TIPO». (intervista a PIER LUIGI CERVELLATI di Francesco Erbani, da “la Repubblica” del 12/11/2018)

   Fenomeni che riguardano non solo Venezia ma anche altre città turistiche (e pensiamo poi a Roma, dove la bellezza architettonica d’arte diffusa in tutto il centro storico raccoglie turismo, che poi è anche indirizzato alla Roma come capitale del cattolicesimo; e inoltre Roma è capitale politica d’Italia con ministeri, il Parlamento, strutture annesse, e tutto quanto riguarda l’affollamento dato dalle istituzioni politiche…troppe cose…).

Venezia durante lo scorso Carnevale (2018) (foto da “La Stampa.it” – “Bisogna partire da una visione realistica non dalle utopie”. MASSIMO CACCIARI risponde a Pier Luigi Cervellati sulla questione dello svuotamento dei centri storici ridotti a grandi shopping center……. “Sarebbe un’idea strepitosa se fosse fattibile, ma non lo è. Tutte le persone ricche e straricche che abitavano sul Canal Grande quando ero ragazzo hanno scelto di andarsene perché i costi di manutenzione di una residenza storica sono incompatibili con le tasche di chicchessia”… “Sono discorsi destinati a cadere nel vuoto perché ignorano il contesto storico, economico, sociale in cui ci troviamo. Sono proposte assolutamente irrealizzabili, sia nei centri storici italiani sia in quelli di Parigi, Vienna o Londra. A Manhattan come a Trafalgar Square. Il fenomeno che viviamo in Italia è analogo a quello di tutti i centri storici delle maggiori città del mondo, dove funzioni più redditizie di quelle residenziali diventano competitive”…. (Intervista di Raffaella De Santis a Massimo Cacciari, “la Repubblica” del 13/11/2018)

   Vien da pensare che, rimanendo sul tema di Venezia e dei suoi problemi, è necessario che vi siano provvedimenti virtuosi, determinati e concreti, che ristabiliscano l’equilibrio perduto di una mirabile città che sta diventando (è diventata?) una “non-città”.

(Rialto, Loggia della Pescheria, da Wikipedia) – DONATELLA CALABI, docente di Storia della Città allo Iuav: “L’idea di UN MUSEO DELLA CITTÀ INCENTRATO SULL’ARGOMENTO DEL MERCATO E DEL COMMERCIO INTERNAZIONALE (…), mettendo in rete vari musei, come quello della Laguna, che sta nascendo». «Venezia ha tanti musei con opere e testimonianze eccezionali ma nessuno racconta una storia – fa eco LUCA MOLÀ, veneziano, docente di Storia del Rinascimento a Warwick (Regno Unito) – IL MUSEO DI RIALTO INVECE RACCONTERÀ UNA STORIA, QUELLA DELLA CITTÀ DAL PUNTO DI VISTA DEI TRAFFICI, DELL’ECONOMIA, DELLA PRODUZIONE». Una storia densa perché Venezia era una città-mondo e Rialto riassumeva tutte le funzioni: City, agorà, foro, porto, fabbrica. E lì è nato il primo ufficio brevetti della storia nel 1474 (I provveditori di comùn), il copyright per registrare i marchi di fabbrica e le botteghe, è il luogo di shopping di tessuti pregiati e raffinatissimi gioielli, è pure il primo posto dove si può comprare una specie di giornale, gli «avvisi», che riportavano notizie finanziarie e commerciali da tutto il mondo. Di testimonianze da esporre, i musei e le istituzioni cittadini, traboccano. All’archivio di Stato, Molà ha trovato in un registro notarile il documento che testimonia il prestito di Marco Polo al mercante a Rialto e anche la trascrizione di un accordo su di una proprietà a San Marcuola. (da Corriere del Veneto del 22/1/2019)

   Per questo la singola iniziativa di un’associazione («Rialto Nuovo», fatta di 4.500 aderenti, il 10 per cento della popolazione), che chiede un RECUPERO ARCHITETTONICO e COMMERCIALE di RIALTO (con il restauro della Loggia della Pescheria e delle Fabbriche Nuove, per ridare vita quotidiana al mercato lì presente da sempre, arrivando così a un rilancio commerciale dell’area del famoso ponte), ebbene questa iniziativa può andare nel senso di iniziare a ristabilire elementi di possibile quotidiana vita attiva per la città (per i residenti storici, per i nuovi, e anche per chi si stabilisce per un certo periodo con continuità a Venezia, come gli studenti…). E’ da vedere se il progetto (speriamo) si realizzerà.

(nella foto: Rialto, FABBRICHE NUOVE, progetto di Jacopo Sansovino del 1553, da Wikipedia) – “PROPOSTA RIALTO” – NELLE FABBRICHE NUOVE, di proprietà demaniale, al PIANO TERRA si riorganizzerebbe e rilancerebbe IL MERCATO ITTICO e al PRIMO PIANO si allestirebbe UN PADIGLIONE GASTRONOMICO in cui degustare il pesce, fornito dal mercato sottostante e cucinato secondo le ricette tradizionali veneziane. Esattamente come avviene a Barcellona, a Parigi, ad Amburgo e come si apprestano a fare anche a Londra. Tutte grandi e belle città, ma dalle quali Venezia può solo essere invidiata. (…)(Carlo Vulpio, da “La Lettura” de “il Corriere della Sera” del 20/1/2019)

   Ora, con la Finanziaria 2019, Venezia (il Comune) può stabilire (come da tempo chiedeva) una “tassa di ingresso” alla città, per tutti quelli che non si fermano (e non pagano tassa di soggiorno) e hanno un rapporto breve, estemporaneo con Venezia, di qualche ora, ma ugualmente invasivo nell’utilizzo della città e dei suoi servizi. Noi non sappiamo se questa è una soluzione al limitare della presenza turistica (come impedire o limitare l’ingresso a chi vuole vedere la bellezza di Venezia almeno per un giornata?!?); ma l’amministrazione comunale la mette in altro modo che ci pare serio: non parliamo di tassa per entrare, ma di “contributo a Venezia”, alle sue necessità per far funzionare al meglio i suoi servizi (la pulizia, l’igiene, la conservazione dei monumenti, il controllo urbano della polizia locale…).

PIER LUIGI CERVELLATI «C’è tanto da fare nelle città storiche». Domanda: CHE COSA? «IL RESTAURO URBANO. Il restauro non del singolo edificio, ma di un complesso di edifici, risalendo al concetto per cui la città storica non è solo contenitore di monumenti, ma luogo di vita, di attività». Domanda: E SE QUESTA VITA E QUESTE ATTIVITÀ NON CI SONO PIÙ? «Dobbiamo riportarcele» «A Bologna negli anni ’70 utilizzammo LE NORME DELL’EDILIZIA POPOLARE, ma invece di costruire in periferia con soldi pubblici cercammo di RISANARE LE ABITAZIONI perché ci potesse restare a vivere chi altrimenti sarebbe stato espulso da pure logiche di mercato…e la tutela della residenza non è un principio del passato, si può riproporre…… Insieme all’associazione Bianchi Bandinelli abbiamo messo a punto una proposta di legge che salvaguarda la città storica nel suo insieme, VIETANDO DEMOLIZIONI E RICOSTRUZIONI, e prevede un intervento pubblico affinché i tanti SPAZI VUOTI O ABBANDONATI ATTRAGGANO NUOVI RESIDENTI di tutti i ceti sociali. E perché SIANO FERMATI I CAMBI DI DESTINAZIONE D’USO DI UN IMMOBILE da abitativo ad altro. Così si salva non solo la città storica, ma la città tutta». (intervista a PIER LUIGI CERVELLATI di Francesco Erbani, da “la Repubblica” del 12/11/2018)

   Inoltre le limitazioni a certi luoghi (campi, campielli, piazza San Marco…) nel caso di eventi straordinari “di massa” (ancor più affollati della normalità già problematica) (il Carnevale, il Redentore, un concerto di una star della musica…), queste limitazioni sono cose difficili ma necessarie: antipatiche per chi arriva ai tornelli e viene impedito nell’ingresso, ma non vediamo come altrimenti si possa fare.
Insomma è da individuare politiche che contengano e organizzino dignitosamente la massa turistica; e dall’altra politiche che favoriscano il ripopolamento della città.

(foto da Il Post.it: il varco posto all’inizio di lista di Spagn accanto al Ponte degli Scalzi) – LE SOLUZIONI DEVONO ESSERE POLITICHE, PIÙ CHE ESTETICHE? CACCIARI: «Possiamo solo cercare di governare la trasformazione. A VENEZIA C’ERANO DUE MILIONI DI TURISTI ALL’ANNO NEGLI ANNI SETTANTA, ADESSO CE NE SONO TRENTA MILIONI. Ed è una pressione irresistibile, una domanda che continuerà a crescere. Pochi anni fa non c’erano i cinesi, non c’erano i russi. Adesso sì, a valanghe. Sarà dura. Il consumo della città aumenta vertiginosamente. Un monumento visitato da dieci persone soffre di meno di un monumento visitato da dieci milioni. BISOGNA LAVORARE SULL’ORGANIZZAZIONE DEL FLUSSO TURISTICO, renderlo più razionale nelle città più martellate, ma certo non è pensabile disincentivare il turismo. Vorrebbe dire farsi del male, in Italia è l’unica risorsa che abbiamo»….«Il problema italiano è che stiamo diventando una monocultura. Il turismo dovrebbe affiancarsi ad altro. Dovremmo riuscire a far decollare nei centri storici altre attività, direzionali e terziarie: aziende, centri di ricerca, attività di formazione, università».(..) (Intervista di Raffaella De Santis a Massimo Cacciari, “la Repubblica” del 13/11/2018)

Abbozziamo qui UN DECALOGO DI PROPOSTE. Dieci punti che potrebbero essere una base di intenti.
1- SENZA RESIDENTI NON C’È CITTÀ. Si può agire con la LEVA FISCALE, cioè ad esempio favorendo massicciamente l’affitto in centro storico per giovani che vogliono risiedervi (non auspicabile una Venezia fatta di soli anziani… nelle città storiche allo spopolamento si affianca l’invecchiamento dei residenti…).
2- CONTRASTARE, CON UN SERIO PIANO URBANISTICO, IL CAMBIO DI DESTINAZIONE D’USO DI FABBRICATI DA RESIDENZIALE A COMMERCIALE. Impedire così che immobili classificati come abitazioni, anche se sfitte o disabitate, si trasformino in qualcos’altro rispetto alla residenzialità. Per far questo però è necessario applicare le possibili proposte che abbiamo inserito nei qui due successivi punti.
3- SVILUPPARE INIZIATIVE PUBBLICHE DI EDILIZIA POPOLARE, con il restauro di abitazioni malandate da ristrutturare, a condizioni super-agevolate a famiglie che voglio andarci ad abitare (ovviamente con controlli severi che non si verifichino fenomeni e abusi speculativi) (potrebbero essere proprietà date in affitto a chi è interessato ad andare ad abitare stabilmente a Venezia, con severo controllo che il canone sia equo e non speculativo).
4- METTERE A DISPOSIZIONE DEI PRIVATI (anche Imprese di costruzione e vendita) PALAZZI E FABBRICATI di proprietà pubblica ma che stanno cadendo, sono abbandonati; al fine dell’utilizzo residenziale (stabilendo quote di appartamenti di lusso e popolari da vendere o affittare). Creando così un intervento privato-pubblico affinché i tanti spazi vuoti o abbandonati attraggano nuovi residenti di tutti i ceti sociali.

NON È TRISTE VENEZIA” (Manni Editore, ottobre 2018, euro 15,0) è un lungo reportage del giornalista FRANCESCO ERBANI, che con pazienza esamina dati, parla con studiosi, incontra associazioni, affronta i centri di potere cittadini. Tra chi ha continuato a fare libri con la cura di una forma di artigianato c’è la casa editrice CORTE DEL FONTEGO. (…..) In NON È TRISTE VENEZIA sono presenti molti degli autori legati alla Corte del Fontego, dall’urbanista Franco Mancuso, all’ex preside dello Iuav Edoardo Salzano, alla presidente della sezione locale di Italia Nostra Lidia Fersuoch. UN INTERO CAPITOLO DEL REPORTAGE DI ERBANI È DEDICATO ALLA LAGUNA di Venezia: un luogo specifico, vivo, unico. Il rapporto tra Venezia e la sua Laguna è il principio di tutto. La ricerca incessante di un equilibrio ha ridefinito continuamente lo spazio, introdotto saperi e pratiche sperimentali, indotto una forma di governo del territorio che si occupava della gestione delle acque fino ai boschi di montagna. VIGEVA IL CRITERIO DELLA REVERSIBILITÀ: qualsiasi intervento, grande o piccolo, doveva prevedere la possibilità di tornare indietro, di ripartire da capo, di ripristinare le condizioni di partenza. (Marco De Vidi, 22/1/2018, da www.esquire.com/)

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5- INCENTIVARE E AIUTARE L’INSEDIAMENTO DI ATTIVITÀ DI STUDIO E RICERCA, ed è quel che potrebbero fare (e organizzare) le UNIVERSITÀ, con le loro attività e necessità di ampliare formazione e ricerca. Oppure, IL PRIVATO, le imprese: quanti servizi non strettamente legati alla produzione possono tornare o essere collocati in centro…
6- INCENTIVARE IL RITORNO DELLE ATTIVITÀ ARTIGIANALI controllate e certificate (ora molte attività pseudo veneziane sono in mano al commercio globale con prodotti che di “veneziano” non hanno nulla), dando a queste attività genuinamente originali, aiuti attraverso detrazioni, crediti di imposta sugli affitti, servizi comunali gratuiti…;
7- I RESIDENTI A VENEZIA NON POSSONO SOSTENERE COSTI DI VITA QUOTIDIANA (alimentare e altro) PIÙ ONEROSI DI CHI VIVE ALTROVE. I prezzi a Venezia ora sono molto elevati anche per i residenti. E’ anche in questo caso che si può agire con la leva fiscale, con agevolazioni sulle tasse e le imposte…;
8- LAVORARE SULL’ORGANIZZAZIONE DEL FLUSSO TURISTICO, renderlo più razionale; tentare di “diffonderlo” in luoghi adesso del tutto non utilizzati (come le numerose isole della Laguna ora abbandonate…) (ma è impensabile che il turista straniero non possa fare una capatina a Piazza San Marco, in Riva degli Schiavoni…), SENZA COMUNQUE DISINCENTIVARE IL TURISMO, che in Italia è l’unica risorsa che abbiamo (se è possibile “diffonderlo, estenderlo” meglio, far vedere cose, architetture, chiese, momenti di convivialità o ristorazione, che adesso vengono trascurati…).

“LA VENEZIA CHE VORREI (parole e pratiche per una città felice)”, antologia curata da Elisabetta Tiveron e Cristiano Dorigo (Helvetia Editrice, settembre 2018, euro 12,75), raccoglie i contributi di: Shaul Bassi con Lala Hu e Leatitia Ouedraogo, Gianni Berengo Gardin, Gianfranco Bettin, Enrico Bettinello, Renzo Di Renzo, Cristiano Dorigo, Gianni Favarato, Roberto Ferrucci, Maria Fiano e Beatrice Barzaghi, Federico Gnech, Mario Isnenghi, Maddalena Lotter, Giovanni Montanaro, Edoardo Pittalis, Tiziana Plebani, Anna Poma, Tiziano Scarpa, Lucio Schiavon, Elisabetta Tiveron, Anna Toscano, Alberto Toso Fei, Gilda Zazzara, Julian Zhara

9- CERCARE DI INCIDERE VIRTUOSAMENTE SUI FLUSSI TURISTICI, ad esempio prospettando incentivi o, al contrario, penalizzazioni, alle Agenzie di viaggio italiane ed estere (ma anche sui Provveditorati scolastici riguardo alle gite scolastiche); per dirottare molto turismo in certi periodi meno affollati o in luoghi di Venezia meno oberati di turismo. Pertanto arrivare a PROGRAMMARE ALLA PARTENZA GLI ARRIVI.
10- VENEZIA DEVE TORNARE AD ESSERE SE STESSA. Le Corbusier la riteneva come “IL MODELLO PER OGNI CITTÀ DEL FUTURO”. Venezia deve superare la monocultura turistica con altre attività al pari importanti, sia come CITTÀ DI SPERIMENTAZIONE E RICERCA (dando spazio a tutti quelli, istituzioni e singoli, che rappresentano qualcosa di innovativo nel panorama mondiale), che con il RECUPERO DEI SAPERI ACCUMULATI NEI SECOLI (con l’apertura al mondo che l’accompagna da sempre). E il ritorno a dare valore ai propri abitanti (residenti, che abbiamo fin qui detto), va accompagnato con una PIÙ CORRETTA E DECISA ATTENZIONE AL PROPRIO TERRITORIO (ora in difficoltà, non solo con la monocultura turistica, ma anche con il fallimento del progetto MOSE, e con tanti centri commerciali…come quello sorto nel Fondaco dei tedeschi, oppure il centro commerciale in Stazione…. tutti rivolti al mero consumo dei milioni di visitatori)(ma non si poteva recuperare il Fondaco dei tedeschi, come si vorrebbe ora fare con Rialto, con finanziamenti e progetti un po’ più innovativi?!). (s.m.)

(FOTO da http://www.esquire.com/ gettyimages – A VENEZIA esistono le condizioni per prefigurare UN ORGANISMO URBANO DEL FUTURO: perché NON CRESCE e NON CONSUMA SUOLO, perché NON SPRECA RISORSE, perché RIUSA TUTTO (dall’acqua ai materiali edili) e si è sempre ricostruita su sé stessa, utilizzando moduli costantemente replicabili e mai monotoni, perché insegna la manutenzione, perché è OSPITALE, MULTICULTURALE e MULTIETNICA, perché si circola SENZA MACCHINE, perché coltiva gli SPAZI PUBBLICI, perché anche gli elementi più privati di un edificio hanno una DIMENSIONE PUBBLICA, perché ha conservato per secoli (tranne che nell’ultimo) un’eccezionale RELAZIONE FRA IL COSTRUITO E IL SUO AMBIENTE, CIOÈ LA LAGUNA. (Francesco Erbani, dal libro-reportage “NON È TRISTE VENEZIA” (Manni Editore, ottobre 2018, euro 15,00)

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ANCHE MARCO POLO INVESTE SU RIALTO

di Carlo Vulpio, da “La Lettura” de “il Corriere della Sera” del 20/1/2019
Non sarà la laguna a inghiottire Venezia, e nemmeno l’orda continua dei turisti a farla sprofondare. Da queste due calamità, in qualche modo, Venezia si salverà. Non potrà far nulla invece se si spegnerà la sua vitalità. Se continuerà cioè il suo declino demografico e ancor più se con il corpo della città se ne andrà anche la sua anima. Continua a leggere

SCHIAVI DEL TERZO MILLENNIO – La condizione degli immigrati peggiora sempre più: spesso sfruttati nei lavori più bassi e con una regolarizzazione quasi impossibile; con paesi di provenienza afflitti da guerre e aridità da cambiamenti climatici – Come riuscire a progettare un futuro insieme di reciproco benessere?

(foto da “Il Fatto Quotidiano”) – «I MIGRANTI CI COSTANO; NON SOLO, MA GRAVANO SUL BILANCIO DEI NOSTRI SISTEMI SANITARI». E ANCORA: «I MIGRANTI DIFFONDONO MALATTIE». È DAVVERO COSÌ? Il «LANCET» — la più grande rivista di medicina dell’Europa — ha voluto vederci chiaro e ha lanciato un’iniziativa molto speciale: l’hanno chiamata COMMISSION ON MIGRATION AND HEALTH, si trattava di individuare venti esperti fra sociologi, economisti, studiosi di salute pubblica e di diritto internazionale, umanisti e antropologi da almeno 13 Paesi diversi — che poi si sarebbero incontrati in varie occasioni — con l’obiettivo di studiare questo problema in ogni possibile dettaglio e arrivare a un documento condiviso che potesse eventualmente essere utilizzato da chi ha responsabilità di governo per orientare le proprie scelte. IL RISULTATO È SORPRENDENTE (vedi in questo post l’articolo ripreso da LA LETTURA del Corriere della Sera del 13/1/2019)

   Sempre più vengono segnalati casi di sfruttamento da schiavitù per tanti immigrati (regolari e non) in Italia. E questo non sta accadendo solo al sud (gli immigrati utilizzati a 2 euro l’ora per la raccolte dei pomodori…) ma anche nel “ricco” Nordest, dove finora, aldilà di enunciazioni xenofobe, negli anni gli immigrati si sono inseriti abbastanza bene nelle realtà locali (là dove hanno trovato lavoro). Le mafie (specie nel lavoro nei campi), le “Agromafie” come vengono chiamate (ma non ci sono fenomeni mafiosi di sfruttamento degli immigrati solo in agricoltura…), hanno mutato ogni rapporto (più o meno) corretto con gli immigrati.

I BRACCIANTI «INVISIBILI»: «NEI CAMPI D’ITALIA CENTOMILA SCHIAVI»

   All’aspetto criminoso e di sfruttamento del fenomeno immigrazione, questo stesso fenomeno, lo vogliamo qui anche vedere nei suoi aspetti positivi, che ci sono. E per questo riprendiamo alcuni dettagli da uno studio di una rivista di medicina (LANCET, ripresa da un articolo dalla “Lettura” del “Corriere della Sera” del 13 gennaio scorso) dove, nei vari ambiti di presenza degli immigrati (nel lavoro, nelle strutture sanitaria…) si dimostra che il loro esserci ha portato a un aumento della quantità e qualità dei servizi, della produzione artigianale e industriale. Pertanto si cerca di dimostrare (nella ricerca Lancet) che una (nostra) società multietnica, pur nella conservazione delle nostre abitudini, valori tradizioni… con l’arrivo dell’“altro” è stata arricchita, è anche migliorata nei servizi.


La paura di troppi immigrati che arrivano può essere plausibile, e una regolamentazione e “limite” è sicuramente necessario. Però è anche vero che se andiamo a vedere i numeri di altri Paesi europei (la Germania, la Francia, la Gran Bretagna…), la presenza di persone provenienti da altri Paesi è ben superiore alla nostra. E che la “percezione di paura” dell’“invasione” è eccessiva ed esagerata, e spesso “creata ad arte”, cioè con messaggi subliminali che vanno oltre l’effettiva realtà delle cose.
E’ comunque in questo ambito (di rapporto con gli altri, gli immigrati) che ci si accorge del crescere del loro sfruttamento, fino ad arrivare a vere e proprie forme di schiavismo, a sud e a nord della penisola italica.

La votazione definitiva alla Camera – IL DECRETO “SICUREZZA” APPROVATO IL 28/11/2018 – “(….) La parte del decreto che ha suscitato maggiori discussioni è quella sull’IMMIGRAZIONE, che è anche la più corposa. (…) Le norme vanno tutte più o meno nello stesso senso: RENDERE PIÙ DIFFICILE AI RICHIEDENTI ASILO RESTARE IN ITALIA, PIÙ FACILE TOGLIERE LORO LO STATUS DI PROTEZIONE INTERNAZIONALE, in particolare se hanno commesso reati, e infine RISPARMIARE SULLA GESTIONE DELLA LORO PRESENZA IN ITALIA, anche a costo di peggiorarne le condizioni di vita (…..)”.(da IL POST.IT del 28/11/2018, http://www.ilpost.it/)

   E poi si aggiunge, adesso, una normativa molto penalizzante, e se si vuole “crudele” nei suoi effetti, circa il riconoscimento dei diritti fondamentali delle persone immigrate.
La legge denominata “DECRETO SICUREZZA” approvata definitivamente dalla Camera dei deputati il 28 novembre scorso, si concentra, come “pericolo” della sicurezza del cittadino, esclusivamente sugli immigrati, che così da tema politico, sociale e culturale di integrazione, diventa esclusivamente un tema di ordine pubblico, di polizia. Il “decreto sicurezza” regola la presenza dei migranti in maniera molto restrittiva, ad esempio abrogando il permesso di soggiorno per motivi umanitari e togliendo la protezione a chi chiede asilo proveniente da paesi dove ha subìto trattamenti disumani e degradanti.

IL DECRETO “SICUREZZA” APPROVATO IL 28/11/2018 – “(….) Il punto principale del decreto è la CANCELLAZIONE DEI PERMESSI DI SOGGIORNO UMANITARI, una delle tre forme di protezione che potevano essere accordate ai richiedenti asilo (insieme all’ASILO POLITICO vero e proprio, e alla PROTEZIONE SUSSIDIARIA). LA PROTEZIONE UMANITARIA, come veniva spesso chiamata, durava per due anni e dava accesso al lavoro, alle prestazioni sociali e all’edilizia popolare. Al suo posto il decreto introduce una serie di permessi speciali (per protezione sociale, per ragioni di salute, per calamità naturale nel paese d’origine), della durata massima di un anno. (da IL POST.IT del 28/11/2018, http://www.ilpost.it/)

   Così impedendo ai Comuni forme di regolarizzazione anagrafica (che potevano ed erano non solo forme di integrazione, umanità, ma se si vuole ragionando con “sano egoismo”, erano anche forme di “controllo” delle persone, degli immigrati); e “buttando sulla strada” e nella clandestinità tutti quelli che potevano vantare ragioni di necessaria protezione da violenze e abusi cui essi avevano subìto nei loro Paesi di origine.
Questa legge sulla sicurezza prevede di fatto l’abrogazione della protezione per motivi umanitari, che era prima prevista: le questure concedevano un permesso di soggiorno ai cittadini stranieri che presentavano seri motivi in particolare di carattere umanitario, oppure alle persone che fuggivano da emergenze come conflitti, disastri naturali o altri eventi di particolare gravità in paesi non appartenenti all’Unione europea.

IL DECRETO “SICUREZZA” APPROVATO IL 28/11/2018 – “(….) Il decreto AUMENTA IL TEMPO MASSIMO NEL QUALE GLI STRANIERI POSSONO ESSERE “TRATTENUTI” (cioè obbligati a rimanere) nei CENTRI DI PERMANENZA PER IL RIMPATRIO (CPR) da 90 a 180 giorni. Per effettuare più rapidamente i rimpatri, il decreto stabilisce anche un moderato incremento di fondi: 3,5 milioni di euro in tre anni. Calcolando che un rimpatrio costa, a seconda delle stime, tra i 4 e i 10 mila euro in media, significa che queste risorse aggiuntive permetteranno al massimo di effettuare 875 rimpatri in più nell’arco di tre anni. (da IL POST.IT del 28/11/2018, http://www.ilpost.it/)

   Viene tolta questa protezione per motivi umanitari anche a quei cittadini stranieri che, se li si espelle, vanno incontro a persecuzione nel loro paese; oppure, tornando, sono quasi sicuramente vittime di sfruttamento lavorativo o di tratta. In questi casi, prima di questa legge, la durata della protezione era variabile da sei mesi a due anni ed era rinnovabile. Ora niente più di tutto questo.
Gli stranieri che sono trattenuti nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (Cpr), ex Cie (Centro di Identificazione ed Espulsione), in attesa di essere rimpatriati, con il nuovo decreto potranno essere trattenuti fino a un massimo di 180 giorni (precedentemente potevano essere trattenuti per un massimo di 90 giorni).

IL DECRETO “SICUREZZA” APPROVATO IL 28/11/2018 – “(….) – Un’altra parte molto criticata del decreto è quella che DEPOTENZIA IL SISTEMA SPRAR (Sistema Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati, ndr), cioè l’ACCOGLIENZA DIFFUSA (come spesso viene chiamata) GESTITA DAI COMUNI che serve a fornire ai richiedenti asilo CORSI DI LINGUE E ALTRI PERCORSI DI INTEGRAZIONE. Il sistema sarà LIMITATO a coloro che hanno visto accogliere la loro domanda di protezione internazionale, NON POTRANNO PIÙ INVECE PRENDERVI PARTE COLORO CHE SONO ANCORA RICHIEDENTI. Questi ultimi saranno quindi trasferiti nei centri di accoglienza ordinari, dove attenderanno le decisioni sulle loro domande senza svolgere particolari attività o corsi. (da IL POST.IT del 28/11/2018, http://www.ilpost.it/)

   I “richiedenti asilo” possano essere trattenuti per un periodo al massimo di trenta giorni nei cosiddetti HOTSPOT (che sono strutture allestite per identificare rapidamente, registrare, fotosegnalare, raccogliere le impronte), Hotspot che devono esserci nei paesi di primo arrivo (come l’Italia, la Grecia…) per poi trasferirli come richiedenti asilo nei Paesi disponibili….. Insomma un decreto “sicurezza” assai contestato (specie da alcuni sindaci), che rischia di essere un’eterogenesi dei fini, cioè di portare fuori controllo il fenomeno immigrazione, con la crescita della clandestinità, degli irregolari.

Agromafie e caporalato, quarto rapporto, 13 ago 2018

“(…) Un’unica filiera che li accompagna dalla partenza all’arrivo e “organizza” l’inserimento nel mondo del lavoro. Vere e proprie società di servizi che gestiscono il percorso migratorio, con il passaggio della frontiera, per poi prendersi una fetta del salario per l'”intermediazione” con l’azienda agricola per cui lavori. Si tratta di organizzazioni che da una parte speculano sulla disperazione di chi non vede altre alternative se non migrare e dall’altra approfitta dell’assenza, in nome della lotta ai “clandestini”, di canali immigratori legali e sicuri. Una volta giunti in Italia le organizzazioni perfezionano l’assoggettamento delle persone sia nei luoghi di lavoro, ad opera dei caporali, sia in altre occasioni anche attraverso, ad esempio, l’imposizione del prestito ad usura. Modalità che oltre ad arricchire i gruppi criminali sortiscono l’effetto di tenere a bada le comunità di riferimento. L’agricoltura, un settore poco regolato, spesso al riparo da occhi indiscreti e che ha bisogno di importanti apporti di manodopera non specializzata per periodi determinati di tempo rappresenta il terreno ideale per questi gruppi criminali. E’ una delle conclusioni a cui arriva uno studio curato da Francesco Carchedi intitolato “I lavoratori migranti sottoposti alla volontà delle organizzazioni criminali” e pubblicato nell’ultimo numero del RAPPORTO AGROMAFIE E CAPORALATO dell’OSSERVATORIO PLACIDO RIZZOTTO (https://www.flai.it/osservatoriopr/osservatorio-placido-rizzotto/ ).” (Gianni Belloni, “la Tribuna di Treviso” del 17/1/2019)

   In questo post proviamo a mettere assieme le due cose: lo sfruttamento dell’immigrazione in forma criminosa, che si sta diffondendo, specie nei lavori più “bassi” (come quelli bracciantili agricoli, che gli italiani non vogliono più fare, anche perché pagati troppo poco…); e dall’altra una legislazione inasprita di chiusura verso il fenomeno immigrazione.
E qui le domande che pone la rivista Lancet: cioè siamo proprio sicuri che i fenomeni migratori non fanno bene al nostro Paese, non lo rilanciano da uno stato di decadimento economico, demografico, di abbandono di tanti territori…? Un diverso atteggiamento verso gli immigrati, e un trattamento che consideri i loro diritti umani pari a qualsiasi altra persona, dovrebbero essere un impegno da dover subito praticare. (s.m.)

(scarica il “decreto sicurezza”:
http://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2018/10/04/18G00140/sg )

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I BRACCIANTI «INVISIBILI»: «NEI CAMPI D’ITALIA CENTOMILA SCHIAVI»

di Goffredo Buccini, da “il Corriere della Sera” del 3/12/2018
– A 14 anni i figli non sanno leggere – I dossier di Caritas e Cgil: il 30% non ha accesso a un bagno. Anche al Nord si vive in strada –
Nove su dieci non parlano italiano, il 36% vive senza bagno: sono solo alcuni dei numeri dei braccianti «invisibili»: i centomila schiavi isolati nei campi. Nei poderi dei padroncini. E anche al Nord adesso arrivano i primi caporali. Continua a leggere

CAOS PIANETA TERRA: SARÀ GUERRA? – Oltre ai cambiamenti climatici preoccupanti, ci sono GUERRE GEO-LOCALI, BOMBARDAMENTI (come in SIRIA), TERRORISMI, ARMI sofisticate, TENSIONI tra Stati… – Il pericolo, non trascurabile, di un’accelerazione verso una GUERRA GLOBALE: COME IMPEDIRLA?

“Vi ricordate la canzone ‘Generale’ di Francesco De Gregori? Quella dove dice “La guerra è bella anche se fa male”? È un capolavoro di poesia contro la guerra, però mi sa che là fuori qualcuno pensa veramente che la guerra sia una cosa bella. E che se fa male, farà male a qualcun altro mentre loro – generali, presidenti e politici vari – la fanno dalle loro poltrone. Non so cosa ne pensiate voi, ma LE COSE SEMBRANO ANDARE SEMPRE PEGGIO: BOMBARDAMENTI, TERRORISMO, GUERRE LOCALI, AUMENTO DELLE SPESE MILITARI, MINACCE DA UNA PARTE E DALL’ALTRA E DISCORSI SEMPRE PIÙ AGGRESSIVI. Sembrerebbe che siamo davanti a qualcosa che SOMIGLIA MOLTO AL PERIODO CHE POI PORTÒ ALLA PRIMA GUERRA MONDIALE, LA GRANDE GUERRA che all’epoca si diceva avrebbe messo fine a tutte le guerre.(…..)” (UGO BARDI, blog da “il Fatto Quotidiano” del 10/1/2019 – http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/ubardi/) (foto ripresa da http://www.technologyreview.com/)

   La pace che, dalla fine della Seconda guerra mondiale, è potuta esserci in Europa (non considerando la minaccia nucleare della guerra fredda, ed escludendo la terribile guerra civile nella ex Iugoslavia nella prima metà degli anni ’90, i terrorismi, e vari conflitti autonomisti, come nell’Ulster, nei Paesi Baschi, in Ucraina…), questa situazione di apparente “non guerra” (almeno per noi non coinvolti), fa considerare, anche adesso, che è impossibile che accada un nuovo conflitto/guerra mondiale, che ci coinvolga noi europei. E ci porta a considerare che la guerra sia un arnese del passato.

(da http://www.iltempo.it/ mappa conflitti al 2018) – Dall’AFGHANISTAN alla SIRIA, allo YEMEN, alle tensioni USA-CINA, al contrasto “ARABIA SAUDITA, STATI UNITI, ISRAELE E IRAN”, alla NIGERIA, al SUD SUDAN, al CAMERUN, all’UCRAINA e DONBASS, al VENEZUELA… sono QUESTI TRA i CONFLITTI E LE POSSIBILI CRISI DA SEGUIRE CON ATTENZIONE NEL 2019

   Qualcuno ha (secondo noi giustamente) dei dubbi su questo, cioè che la guerra mondiale, generalizzata, non possa più accadere. Partiamo qui da una ricerca di un GRUPPO DI STUDIOSI, capeggiati da un docente alla Facoltà di Scienze dell’università di Firenze, UGO BARDI, dove l’assioma dell’impossibilità della guerra viene fortemente messo in crisi dai loro studi, sia statistici (sugli accadimenti tragici collettivi) sia dal contesto generale geopolitico che stiamo vivendo: ci sono tantissime guerre geo-locali nel mondo, nel senso che interessano aree geografiche anche grandi –come il Medio Oriente in Siria, Iraq, Afghanistan, Yemen, Palestina, fino alla Libia….-; ma anche il terrorismo, e l’aumento delle spese militari, le minacce da una parte e dall’altra, e discorsi sempre più aggressivi….

Nella FOTO : UGO BARDI, docente di chimica-fisica alla Facoltà di Scienze dell’Università di Firenze – “(…) Lo studioso italiano UGO BARDI e ai suoi collaboratori, analizzando migliaia di conflitti dal 1400 all’invasione dell’Afghanistan nel 2001, e tabulandone i dati via teoria delle reti e computer, concludono che «GUERRA È SEMPRE» (…) I pochi decenni di «pace» che abbiamo vissuto sono oasi nel deserto ferreo del «guerra è sempre» e provano che la guerra, tragedia innervata nella storia, cultura e società, non viene «scatenata» da incidenti improvvisi, come si diceva una volta a scuola (…) ma, come le epidemie, la guerra è fenomeno statistico, ritorna con puntualità devastante, non accesa da episodi circostanziati, prevedibili e dunque controllabili, ma da un insieme di forze ineludibili che caricano la loro potenza nel tempo e la lasciano esplodere all’improvviso.(…)” (Gianni Riotta, “La Stampa”, 9/1/2019)

   Secondo Bardi e i suoi collaboratori, come le epidemie la guerra è fenomeno statistico, ritorna con puntualità devastante, non accesa da episodi circostanziati, prevedibili e dunque controllabili, ma da un insieme di forze ineludibili che caricano la loro potenza nel tempo e la lasciano esplodere all’improvviso.
Ed è probabile che le sfide del futuro (le guerre) siano sanguinose tanto quanto quelle due (mondiali) che ci sono state, per tecnologia avanzata, per potenza degli arsenali, masse di popolazione nelle metropoli e megalopoli, facilità di spostamenti da un teatro all’altro di lotta.
E’ vero però, secondo questi studiosi, che i conflitti non appaiono in modo casuale ma esiste una certa relazione fra il numero di vittime e la frequenza delle guerre che le producono, con conflitti tanto meno probabili quanto più sono grandi (il pericolo dell’estinzione della specie umana, con l’uso del nucleare, o con altre armi di distruzione sofisticate, fa sperare in forme di deterrenza…).

Le forze governative siriane pattugliano il centro di HOMS. La guerra civile siriana è soltanto una delle 36 guerre in atto nel mondo (da http://www.tpi./) – “SIRIA: SABBIA E MORTE”. Le parole dette dal presidente Trump per definire la Siria in guerra nel 2019 sono parole efficaci e in un certo senso realistiche. IN SIRIA NORD-ORIENTALE NULLA È CAMBIATO SUL TERRENO CON L’ARRIVO DEL NUOVO ANNO, QUELLO NEL QUALE SCOCCHERÀ L’OTTAVO DI GUERRA. Forse, però, presto o tardi, la zona dell’Eufrate sarà ancora più terra di ‘sabbia e morte’. (Michele Chiaruzzi, da TRECCANI.IT, 7/1/2019)

   Se comunque guerra potrà esserci (dato il clima locale e mondiale assai critico, dove conflitti di vario genere si sormontano – la limitazione del libero commercio con dazi, l’immigrazione percepita come invasione, i nazionalismi crescenti…-), e se si riesce a capire che la guerra è una cosa inerente alla struttura della società umana, dobbiamo trovare delle soluzioni sociali, politiche, per impedirla. Dobbiamo essere il più possibile razionali, non lasciarci andare (a nazionalismi, razzismi, desideri di conflittualità…) e creare strutture sociali conviviali che favoriscano la pace, la convivenza, la comprensione dell’ “altro”. La guerra è inevitabile soltanto se non facciamo nulla per evitarla.

MAPPA DELL’UCRAINA. In giallo a sud la Crimea “acquisita” dalla Russia, e in giallo a est la regione del DONBASS in guerra da quattro anni tra ucraini e separatisti appoggiati dalla Russia – Il DONBASS è una vasta regione dell’Europa orientale, APPARTENENTE QUASI PER INTERO ALL’UCRAINA E PER UN PICCOLO TRATTO ALLA RUSSIA; comprende parte del BACINO DEL DONEZ e dello DNEPR. Sono presenti vasti giacimenti di carbone. La vicinanza dei giacimenti di minerali di KRIVOJ ROG ha favorito il sorgere dell’industria siderurgica, cui si sono poi affiancati complessi meccanici, chimici e metallurgici. – LA GUERRA DELL’UCRAINA ORIENTALE O GUERRA DEL DONBASS, inizialmente indicata come rivolta (o crisi) dell’Ucraina orientale, è un conflitto in corso che ha avuto inizio il 6 aprile 2014, quando alcuni manifestanti armati, secondo le testimonianze, si sono impadroniti di alcuni palazzi governativi dell’Ucraina orientale, ossia nelle REGIONI DI DONEC’K, LUHANS’K e CHARKIV. Gli scontri in Ucraina Orientale tra le milizie vicino alla Russia e le truppe di Kiev continuano a fare morti. Anche se ormai non ne parla più nessuno, LA STORIA DEL CONFLITTO DEL DONBASS, cominciato quattro anni fa, HA GIÀ FATTO PIÙ DI 10 MILA VITTIME, tra cui molti civili, tra cui anche donne e bambini.

   E, in effetti, stiamo facendo assai poco per evitare la guerra. Anzi, stiamo ritornando alle strutture pericolose e regressive, tipo l’ideologia degli “Stati nazionali sovrani”, che avevano generato la Prima (ma anche la Seconda) guerra mondiale.
Sono tempi in cui domina l’incertezza, e con essa LA PAURA. E la paura, come dicevamo, è una cattiva consigliera, che porta a dare risposte già viste, e negativamente sperimentate. Si rispolverano le soluzioni di sempre: come la difesa dello STATO NAZIONALE (“prima gli americani”, prima gli italiani, gli ungheresi, i polacchi, gli austriaci eccetera…)….
Poi si vuole la CHIUSURA DELLE FRONTIERE (contro il “nemico immigrato”, senza neanche valutare la portata effettiva di questa immigrazione, la capacità di integrarla e gestirla umanamente e razionalmente…); RISPUNTA LA RAZZA come “forma” che ci rassicura (memoria questa funesta a dir poco); MAGARI CI SI ARMA (ci si vuole difende da soli, contro tutti)…

MEDUO ORIENTE – ARABIA SAUDITA, STATI UNITI, ISRAELE E IRAN – “(…) Proprio come il 2018, il 2019 presenta rischi di scontro – deliberati o involontari – che coinvolgono STATI UNITI, ARABIA SAUDITA, ISRAELE e IRAN. I primi tre condividono una visione comune che vede nella Repubblica Islamica una seria minaccia, le cui aspirazioni regionali devono essere frenate. Come sottolinea Foreign Policy, per Washington questo si è tradotto nel ritiro dall’accordo nucleare del 2015, nel ripristino delle sanzioni – oltre a sfoggiare una retorica più aggressiva fatta di minacce. Riyad ha abbracciato questo nuovo approccio bellicoso – per ora a parole – e ha annunciato che cercherà di contrastare l’IRAN in LIBANO, IRAQ, YEMEN e persino sul suolo iraniano. L’ostilità e la rivalità tra ARABIA SAUDITA e Iran si è riflettuta in tutto il MEDIO ORIENTE, dallo YEMEN al LIBANO e non c’è dubbio che proseguirà anche nel corso di quest’anno. (Roberto Vivaldelli, da http://www.occhidellaguerra.it/, 7/1/2019)

   E poi si riscopre che abbiamo un’IDENTITÀ da difendere, ne abbiamo una sola, data dalle nostre radici, e la vogliamo difendere contro tutti (al diavolo i discorsi della pluralità di apporti e di culture che si incontrano, di valorizzazione delle diversità…).
Insomma tutte cose (il nazionalismo, la razza, l’identità, la difesa dei confini…) che ci fanno tornare a un passato funesto, e pertanto anche a una possibilità realistica che qualche accadimento, anche magari banale, porti alla GUERRA.

LE GUERRE PER L’ACQUA – “È di questo fenomeno che parla ‘WATER GRABBING, LE GUERRE NASCOSTE PER L’ACQUA NEL XXI SECOLO’ (EMI editore, 16 euro), un libro firmato da EMANUELE BOMPAN e MARIROSA IANNELLI. Un fenomeno aggravato dalla crescente domanda di acqua per cibi e prodotti e dalla contemporanea diminuzione della disponibilità provocata dal cambiamento climatico, spiega Bompan, giornalista e collaboratore de La Stampa-Tuttogreen. «Vogliamo sempre più acqua mentre il bicchiere è sempre più vuoto – dice – e le mani che lo reggono si fanno sempre più avide»(…) (Roberto Giovannini, “La Stampa”, 22/3/2018)

   La dimensione della guerra a venire avrà comunque poco a che fare con l’episodio che la innescherà, dipendendo invece dalla rete di tensioni politiche, sociali ed economiche che ci sono nel presente (e tutti ce ne accorgiamo). E’ così possibile andare, arrivare, oltre le guerra adesso “limitate” (e finora che ci hanno escluso, come europei, occidentali, del nord del mondo…) alla guerra “mondiale”.
Episodi limitati, casuali, si diceva, che possono facilmente accadere, innescare la miccia per altre cause “vere”: come uno speronamento di un cacciamine, un hacker che in Internet fa saltare il sistema di comunicazione, una fake news che scombussola il mondo, che magari viene offeso un Paese “sovrano” da parte di un altro irrimediabilmente…. oppure la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina che sta accadendo; il populismo nazionalista che imperversa adesso in Europa; le aspirazioni di dominio commerciale sempre della Cina; l’incapacità europea di svolgere una politica estera comune… il terrorismo, il riarmo di tutti, i fondamentalismi islamici, le sempre più marcate disuguaglianze sociali… e altri episodi anche minimi ma che innescano clamore nei media…

   Tutto questo potrebbe portare a una guerra mondiale…Per questo non si può sottovalutare troppo così tanti episodi, grandi e piccoli, di scontro che stiamo vivendo nel mondo, nel nostro paese, e anche in ciascuna nostra piccola comunità. Creare meccanismi “micro” e “macro” (a seconda di ciascuna possibilità) di convivenza, razionalità, qualità del vivere, forse può fermare una terza possibile guerra mondiale. (s.m.)

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I CURDI SIRIANI E IL RITIRO AMERICANO DALLA SIRIA . “(…) Il ritiro americano sarebbe luce verde per Erdoğan e l’offensiva dell’esercito turco schierato contro i Curdi siriani, ammesso che già la mera pressione militare non ottenga da sé, in qualche modo, il proprio fine, come avvenuto in passato nella Siria orientale. Il fine è l’eliminazione della «minaccia curda» almeno dal territorio limitrofo controllato dai turchi. I quali, grazie a questa definizione della propria sicurezza, possono spingersi in profondità laddove vogliono e possono in territori ridotti a fronti di battaglia. LA GUERRA SIRIANA È DUNQUE GIUNTA A UNO DEI PIÙ COMPIUTI PARADOSSI DELLA SUA DURISSIMA E IGNOBILE STORIA. I CURDI, PRINCIPALI COMBATTENTI CONTRO IL DAESH, coloro ai quali si deve la resistenza e l’offensiva più accanita contro i ‘terroristi’ che hanno attaccato anche l’Europa, quella parte politica e militare che con più rischio ha contribuito a seppellire nella sabbia lo ‘Stato islamico’ fin dalle sue putride fondamenta gettate a Raqqa e altrove; ebbene, proprio A QUELLE DONNE E UOMINI TOCCANO OGGI NON ONORI E GLORIA BENSÌ ANCORA COMBATTIMENTI PER SOPRAVVIVERE; tocca ancora una lotta contro il proprio, beffardo, destino: l’abbandono consueto degli alleati, la guerra contro rinnovati nemici.(…)”(Michele Chiaruzzi, da TRECCANI.IT, 7/1/2019)

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GUERRA MONDIALE, ABBIAMO CALCOLATO LE PROBABILITÀ CHE UN NUOVO CONFLITTO SI VERIFICHI
di Ugo Bardi (docente di chimica-fisica alla Facoltà di Scienze dell’Università di Firenze), blog da “il Fatto Quotidiano” del 10/1/2019 – http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/ubardi/
Vi ricordate la canzone “Generale” di Francesco De Gregori? Quella dove dice “La guerra è bella anche se fa male”? È un capolavoro di poesia contro la guerra, però mi sa che là fuori qualcuno pensa veramente che la guerra sia una cosa bella. E che se fa male, farà male a qualcun altro mentre loro – generali, presidenti e politici vari – la fanno dalle loro poltrone.
Non so cosa ne pensiate voi, ma le cose sembrano andare sempre peggio: bombardamenti, terrorismo, guerre locali, aumento delle spese militari, minacce da una parte e dall’altra e discorsi sempre più aggressivi. Sembrerebbe che siamo davanti a qualcosa che somiglia molto al periodo che poi portò alla Prima guerra mondiale, la Grande Guerra che all’epoca si diceva avrebbe messo fine a tutte le guerre.
Ma allora cosa ci aspetta? Continua a leggere