Nella gestione della distribuzione dell’acqua ora potranno entrare soggetti non pubblici. Nella riforma dei servizi pubblici locali proposta dal Governo è stato definitivamente approvato il cosiddetto”Decreto Ronchi” (con voto di fiducia di Camera e Senato il 19 novembre scorso) che prevede, tra varie cose, la liberalizzazione dei servizi pubblici locali, compresa la gestione delle risorse idriche. In realtà riguarda solo tre servizi: appunto l’acqua, poi i rifiuti e i trasporti locali. Interessante notare che sono stati depennati da questa possibilità di far entrare soggetti privati altri tre servizi: le farmacie comunali, la distribuzione del gas naturale e il trasporto ferroviario regionale. Da ciò che è stato considerato come possibile gestione privata a ciò che è rimasto totalmente pubblico, pare di capire che si cercano capitali privati per servizi che hanno la necessità di una forte riorganizzazione delle infrastrutture, degli impianti (ma ne parliamo di questo tra poco).
Pertanto, tornando all’acqua, e sintetizzando il decreto (che qui alla fine pubblichiamo l’articolo di legge che ci interessa, il 15) l’affidamento diretto (senza gara) del servizio di erogazione dell’acqua potrà essere mantenuto da consorzi, municipalizzate e altre strutture pubbliche se al loro interno sarà inserita una partecipazione privata con almeno il 40 per cento, cioè entrerà un socio privato industriale (non solo finanziario!) con compiti di gestione. Se ciò non accade si va a una pubblica gara e può vincere un’impresa privata o una pubblica (cioè chi farà le condizioni migliori).
Un bel problema inserire tout-court un socio privato almeno al 40% per municipalizzate, consorzi, etc.! Perché questo porta a rivedere molte strategie, rapporti: in primis il privato non interviene in un’impresa per rimetterci (a prescindere dallo scopo sociale dell’impresa); il privato è per sua natura portato a realizzare un profitto (giustamente). E l’acqua non è un “prodotto” o un “servizio” come un altro. Vedremo cosa accadrà di questi “inserimenti privati” di ben almeno il 40% di privati.
Secondo chi ha voluto e approvato queste legge ciò porterà a maggiore efficienza in servizi (acqua, rifiuti, trasporto locale) malati da sempre di sprechi e inefficienza (e rendite di posizione parassitarie: ricordiamo i consiglieri di amministrazione di nomina politica lottizzati e spesso super pagati; e le clientele che ci sono…). Ma è un intento quello del legislatore, a nostro avviso, prima di tutto di tentare di coinvolgere i privati nella “patata bollente” di servizi che han bisogno di un sacco di soldi (e riorganizzazione) per funzionare nei prossimi anni, e decenni. Sia chiaro che poi i soldi per il rifacimento degli acquedotti li tireranno fuori (tutti e anche il profit privato) i cittadini, pagandoli nella tariffa domestica (o commerciale, industriale…): ma allora loro (cittadini) se la prenderanno con il privato e non con il politico di turno che non dovrà sopportare soccombenti impopolarità.
A proposito dell’erogazione dell’acqua ricordiamo che la maggior parte degli acquedotti sono obsoleti, con manufatti (condutture) in cemento-amianto (se venisse fuori da qualche studio che l’amianto non fa male solo ai polmoni…sarebbe un bel problema), che perdono per strada quasi la metà dell’acqua che trasportano nelle abitazioni (per non parlare poi dell’uso di quell’acqua buona, pulita, potabile che il sistema di erogazione idraulica porta a far usare nella maggior parte nello sciacquone del water (non esiste in pressoché tutte le case un doppio canale di erogazione con acqua da riciclo).
E, tra i fautori del decreto, si insiste col dire che la proprietà dell’acqua resta pubblica (un apposito emendamento al decreto in questo senso è stato accolto). Non si può non dire che gli argomenti adotti per privatizzare (o far partecipare il privato) nei servizi pubblici non abbiano una loro seria ragione.
Ma fa lo stesso impressione e crea vera preoccupazione pensare a una ditta privata (magari una multinazionale, senza “figure fisiche” identificabili, magari di un azionariato diffuso e anonimo; senza persone con le quali potersi confrontare) che gestisce un servizio. E magari c’è qualcuno, povero, in difficoltà, che non ce la fa a pagare, e allora che si fa? Si toglie il servizio, l’acqua? … Di questi dubbi e perplessità ne abbiamo parlato nel settembre scorso in occasione della prima emanazione del decreto Ronchi.
Ribadiamo qui i nostri dubbi e le nostre preoccupazioni. Inanzitutto è aleatorio dividere il ruolo di proprietario dell’acqua (pubblico) e il possibile gestore privato: chi gestisce e ha il possesso del bene ne è anche, seppur temporalmente, il vero proprietario. Poi è vero che ci saranno (già ci sono) promesse per dettagliare il più possibile i bandi di gara, al fine di creare garanzie affinché a nessuno sia tolto il diritto all’acqua (bisognerebbe sicuramente prevedere un minimo vitale d’acqua quotidiano per ciascun individuo, a prescindere dalla riscossione di tributi… ma a volte c’è chi ha più bisogno, chi meno…). Ma poi va quasi sempre a finire che le gare, i bandi, restano incompleti e carenti, che non si può prevedere e regolamentare tutto. A questo proposito manca pure un’ “Autorità di controllo, di garanzia”. Chi regola questo settore? Chi sta attento che il “bene acqua” sia gestito senza fenomeni di sopraffazione verso qualcuno? (continua…)









