Archivio per la categoria ‘Legislazione ambientale’

I privati entrano nella gestione della pubblica ACQUA: pericoli e paure (motivate) che un bene primario (comune) non sia più bene di tutti

Lunedì 30 Novembre 2009

da www.ecoblog.it

   Nella gestione della distribuzione dell’acqua ora potranno entrare soggetti non pubblici. Nella riforma dei servizi pubblici locali proposta dal Governo è stato definitivamente approvato il cosiddetto”Decreto Ronchi” (con voto di fiducia di Camera e Senato il 19 novembre scorso) che prevede, tra varie cose, la liberalizzazione dei servizi pubblici locali, compresa la gestione delle risorse idriche. In realtà riguarda solo tre servizi: appunto l’acqua, poi i rifiuti e i trasporti locali. Interessante notare che sono stati depennati da questa possibilità di far entrare soggetti privati altri tre servizi: le farmacie comunali, la distribuzione del gas naturale e il trasporto ferroviario regionale. Da ciò che è stato considerato come possibile gestione privata a ciò che è rimasto totalmente pubblico, pare di capire che si cercano capitali privati per servizi che hanno la necessità di una forte riorganizzazione delle infrastrutture, degli impianti (ma ne parliamo di questo tra poco).

   Pertanto, tornando all’acqua, e sintetizzando il decreto (che qui alla fine pubblichiamo l’articolo di legge che ci interessa, il 15) l’affidamento diretto (senza gara) del servizio di erogazione dell’acqua potrà essere mantenuto da consorzi, municipalizzate e altre strutture pubbliche se al loro interno sarà inserita  una partecipazione privata con almeno il 40 per cento, cioè entrerà un socio privato industriale (non solo finanziario!) con compiti di gestione. Se ciò non accade si va a una pubblica gara e può vincere un’impresa privata o una pubblica (cioè chi farà le condizioni migliori).

   Un bel problema inserire tout-court un socio privato almeno al 40% per municipalizzate, consorzi, etc.! Perché questo porta a rivedere molte strategie, rapporti: in primis il privato non interviene in un’impresa per rimetterci (a prescindere dallo scopo sociale dell’impresa); il privato è per sua natura portato a realizzare un profitto (giustamente). E l’acqua non è un “prodotto” o un “servizio” come un altro. Vedremo cosa accadrà di questi “inserimenti privati” di ben almeno il 40% di privati.

   Secondo chi ha voluto e approvato queste legge ciò porterà a maggiore efficienza in servizi (acqua, rifiuti, trasporto locale) malati da sempre di sprechi e inefficienza (e rendite di posizione parassitarie: ricordiamo i consiglieri di amministrazione di nomina politica lottizzati e spesso super pagati; e le clientele che ci sono…). Ma è un intento quello del legislatore, a nostro avviso, prima di tutto di tentare di coinvolgere i privati nella “patata bollente” di servizi che han bisogno di un sacco di soldi (e riorganizzazione) per funzionare nei prossimi anni, e decenni. Sia chiaro che poi i soldi per il rifacimento degli acquedotti li tireranno fuori (tutti e anche il profit privato) i cittadini, pagandoli nella tariffa domestica (o commerciale, industriale…): ma allora loro (cittadini) se la prenderanno con il privato e non con il politico di turno che non dovrà sopportare soccombenti impopolarità. 

   A proposito dell’erogazione dell’acqua ricordiamo che la maggior parte degli acquedotti sono obsoleti, con manufatti (condutture) in cemento-amianto (se venisse fuori da qualche studio che l’amianto non fa male solo ai polmoni…sarebbe un bel problema), che perdono per strada quasi la metà dell’acqua che trasportano nelle abitazioni (per non parlare poi dell’uso di quell’acqua buona, pulita, potabile che il sistema di erogazione idraulica porta a far usare nella maggior parte nello sciacquone del water (non esiste in pressoché tutte le case un doppio canale di erogazione con acqua da riciclo).

   E, tra i fautori del decreto, si insiste col dire che la proprietà dell’acqua resta pubblica (un apposito emendamento al decreto in questo senso è stato accolto). Non si può non dire che gli argomenti adotti per privatizzare (o far partecipare il privato) nei servizi pubblici non abbiano una loro seria ragione.

manifestazione a Roma per l'acqua pubblica

   Ma fa lo stesso impressione e crea vera preoccupazione pensare a una ditta privata (magari una multinazionale, senza “figure fisiche” identificabili, magari di un azionariato diffuso e anonimo; senza persone con le quali potersi confrontare) che gestisce un servizio. E magari c’è qualcuno, povero, in difficoltà, che non ce la fa a pagare, e allora che si fa? Si toglie il servizio, l’acqua?  … Di questi dubbi e perplessità ne abbiamo parlato nel settembre scorso in occasione della prima emanazione del decreto Ronchi.

http://geograficamente.wordpress.com/2009/09/12/la-privatizzazione-dell%e2%80%99acqua-e-altri-servizi-alla-persona-e-di-fatto-avvenuta-come-ora-la-comunita-puo-garantire-i-cittadini-nella-tutela-di-servizi-fondamentali/

   Ribadiamo qui i nostri dubbi e le nostre preoccupazioni. Inanzitutto è aleatorio dividere il ruolo di proprietario dell’acqua (pubblico) e il possibile gestore privato: chi gestisce e ha il possesso del bene ne è anche, seppur temporalmente, il vero proprietario. Poi è vero che ci saranno (già ci sono) promesse per dettagliare il più possibile i bandi di gara, al fine di creare garanzie affinché a nessuno sia tolto il diritto all’acqua (bisognerebbe sicuramente prevedere un minimo vitale d’acqua quotidiano per ciascun individuo, a prescindere dalla riscossione di tributi… ma a volte c’è chi ha più bisogno, chi meno…). Ma poi va quasi sempre a finire che le gare, i bandi, restano incompleti e carenti, che non si può prevedere e regolamentare tutto. A questo proposito manca pure un’ “Autorità di controllo, di garanzia”. Chi regola questo settore? Chi sta attento che il “bene acqua” sia gestito senza fenomeni di sopraffazione verso qualcuno? (continua…)

Nucleare pro e contro – Le “macro aree” idonee ad ospitare le prime tre nuove centrali nucleari italiane (i ciclopici ostacoli al “nucleare italiano”: dal trovare siti idonei e “accettati” dalle comunità, all’irrisolto problema di dove collocare le scorie radioattive)

Giovedì 8 Ottobre 2009
CENTRALE NUCLEARE DI FLAMANVILLE (nord della Francia) - Se da noi tornerà l’atomo la tecnologia sarà ripresa da questa centrale nucleare, di terza generazione «Epr», che il gruppo francese Edf sta costruendo a Flamanville, nella porzione di Normandia affacciata sull’Atlantico.
CENTRALE NUCLEARE DI FLAMANVILLE (nord della Francia) – Se da noi tornerà l’atomo la tecnologia sarà ripresa da questa centrale nucleare, di terza generazione «Epr», che il gruppo francese Edf sta costruendo a Flamanville, nella porzione di Normandia affacciata sull’Atlantico.

Cominciano a circolare le prime indiscrezione sul lavoro che i tecnici del Governo (e in primis l’Enel) stanno compiendo in questi giorni per arrivare alla definizione entro febbraio 2010 dei criteri per la scelta dei siti delle nuove centrali nucleari (la seconda “era” nuclearista italiana, la prima si è conclusa con il referendum del 1987). E una prima lista circola già in ambienti governativi, ma non viene ancora rivelata.

Siti il meno vulnerabili possibili da un punto di vista geologico (in primis per la sismicità), ma ancor di più lontani dai centri abitati. E che ci sia a disposizione molta acqua per il raffreddamento dei reattori (pertanto lungo i fiumi, sulle coste…). Preferenza poi per i vecchi siti individuati negli anni 80, e vicinanza con grandi rete elettriche. lo studio del CNEN

Se questa nuova avventura italiana del nucleare civile si prospetta assai faticosa e lunga, e piena di ostacoli, cionondimeno (dobbiamo essere intellettualmente onesti) l’impegno per tutto quanto riguarda le energie rinnovabili (dal solare, all’eolico, alla geotermia, alle biomasse… all’utilizzo diffuso nel territorio della forza di caduta dell’acqua…), tutto questo si sta rilevando un po’ debole rispetto alle necessità, al di là delle buone intenzioni (e dei consistenti aiuti di Stato attraverso sgravi fiscali). Per non parlare della necessità della drastica (e possibile) riduzione dei consumi energetici ora dati da una politica (e modi di vita) dissennati, con forme più parsimoniose e contrarie allo spreco inutile di tutte le risorse derivanti dall’energia.

Diamo qui conto, con un’ampia rassegna stampa dello “stato dell’arte” del proseguo della nuova “via nuclearista” italiana, conservando per intero dubbi sulla effettiva possibilità che alla fine si realizzi qualcosa di confacente alle reali necessità di uno sviluppo sostenibile, in un mondo meno inquinato e più sereno per le future generazioni. Ma su questo, su quel che sta accadendo, ci si confronterà (crediamo anche molto aspramente) nei prossimi mesi. (continua…)

La privatizzazione dell’acqua (e altri servizi alla persona) è di fatto avvenuta. Come ora la Comunità può garantire i cittadini nella tutela di servizi fondamentali

Sabato 12 Settembre 2009

cicloAcqua

Il 9 settembre scorso il Governo ha approvato il cosiddetto “decreto Ronchi” (dal ministro preposto) che, dopo cento anni di gestione pubblica dell’acqua e dei rifiuti, il settore di fatto passa ai privati. E’ in particolare un avvenimento (a nostro avviso delicato, difficile, forse un po’ angoscioso) da ben rimarcare che sia ora la “mano privata” (basata, peraltro giustamente, sulla regola in primis del raggiungimento del massimo profitto) a gestire un bene così fondamentale per le persone come l’acqua. Sì, è vero, ci sono delle regole e “limiti” da rispettare; ma questi non sembrano così rassicuranti e certi da poter pensare di star tranquilli per eventi futuri.

Il tutto, da un punto di vista normativo, è dato dall’obbligo per le cosiddette “multiutility” (cioè le aziende a maggioranza pubblica che gestiscono acqua, rifiuti, trasporti, gas, energia…) di ridurre la partecipazione pubblica (entro il 31 dicembre 2012) al 30%: pertanto di fatto la partecipazione privata sarà quella che deciderà le “strategia dell’impresa”, e pure dell’erogazione del servizio prestato (a partire, pensiamo, dalla tariffa applicata che, è abbastanza sicuro dagli esempi di privatizzazione fin qui portati avanti, non può che aumentare per esigenze di sana economia di impresa).

E se qualche utente non paga (non è in grado di pagare) che cosa accadrà? Ci sarà la possibilità di creare “eccezioni” a casi difficili di persone in difficoltà? E’ ovvio che nessuno vuole lo spreco del “bene acqua”, se qualcuno esagera ingiustificatamente nel suo utilizzo; ma il rapporto tra utente-persona non più con un’autorità pubblica che eroga il “bene fondamentale”, ma con una ditta privata, che necessariamente si muove su una stretta logica di “costi-ricavi”, di utile di esercizio, ebbene questo può portare ad avere dei seri dubbi sul futuro nell’erogazione di quel “bene-servizio”.

Nel decreto Ronchi è previsto che se la riduzione della partecipazione pubblica al 30% nelle imprese del servizio dell’acqua, dei rifiuti, del gas, energia ect. non avverrà entro la fine del 2012, il servizio (la concessione) verrà subito messo in gara d’appalto, e questa liberalizzazione del mercato del servizio lascia a chiunque la possibilità di impossesarsene: previo naturalmente certe regole, ma l’autorità della Comunità sul bene, sulla sua gestione verso tutti (con tutte le straordinarie eccezioni che si possono avere) viene a cessare.

In questo contesto è importante trovare soluzioni “altre” a questa linea di tendenza di liberalizzazione dei servizi essenziali. Ad esempio che, se lo Stato decide che così dev’essere (perché il “privato” funziona meglio del “pubblico”) è anche necessario che esso (Stato) imponga regole precise all’impresa di servizi che ora dalla normativa è costretta a diventare “privata” nella quota partecipativa di maggioranza (oppure regole ferree e chiare nel capitolato di appalto se il servizio va in gara). Regole chiare, fin dall’inizio, nella gestione, nella manutenzione degli impianti, nella sicurezza ambientale del “prodotto” erogato, nella volontà di non togliere a nessuno quel servizio; nel “fabbisogno medio” da garantire a tutti a prescindere se il sevizio viene o meno pagato da persona che risulta non solvibile finanziariamente…

Dopo aver riportato la cronaca e gli sviluppi di questa privatizzazione (qui di seguito con un articolo ripreso da “La Repubblica” del 10 settembre scorso), poniamo un’altra questione, altrettanto importante circa il ruolo che lo Stato può (e dovrebbe) avere nell’orientare le strategie economiche del Paese. Riportiamo infatti un articolo (da “Affari e Finanza”) sulla necessità che lo Stato diventi un soggetto attivo come consumatore: oggi la capacità di spesa della Pubblica Amministrazione è elevatissima – circa 1/5 del totale del Pil – ma questa si comporta, salvo lodevoli eccezioni, in tutto e per tutto come un consumatore individuale. E se invece si venisse ad avere da parte della Pubblica Amministrazione un ruolo di consumatore collettivo, e questo ruolo  fosse svolto in forma dinamica, lo Stato potrebbe orientare le produzioni, l’offerta di mercato verso certi prodotti e non altri: come ad esempio l’incentivazione dell’economia verde, a basso consumo energetico e con l’utilizzo di fonti rinnovabili. E’ emblematico ad esempio come gli edifici pubblici quasi sempre sono a grande spreco di energia, e le agevolazioni delle detrazioni fiscali per il basso consumo energetico potrebbero riguardare gli ingiustificatamente esclusi Comuni e gli altri Enti pubblici (e non solo i privati…). (continua…)

Il rapporto della Società geografica italiana sullo stato del paesaggio: un appello ultimativo alla conservazione e al ripristino della bellezza (o adesso o mai più!)

Mercoledì 12 Agosto 2009
L'autostrada presso il lago del Restello (Val Lapisina-Vittorio Veneto) (da http://it.wikipedia.org/wiki/Autostrada_A27 )

L'autostrada presso il lago del Restello (Val Lapisina-Vittorio Veneto) (da http://it.wikipedia.org/wiki/Autostrada_A27 )

Il 9 luglio scorso è stato presentato dalla Società geografica italiana l’annuale rapporto dal titolo “I paesaggi italiani. Fra nostalgia e trasformazionehttp://www.societageografica.it/editoria/Rapporto_annuale Ve ne diamo conto qui nei primi due articoli (ripresi da “la Repubblica” e “il Gazzettino”). Quello che si può notare è il tono più perentorio e determinato rispetto al passato: questo perché la situazione appare veramente critica, e la distruzione territoriale (con forme di cementificazione) stanno di anno in anno sgretolando ogni equilibrio paesistico-ambientale (3 milioni di ettari sono stati persi in Italia dall’agricoltura negli ultimi 10 anni e tout-court assegnati “al cemento”). E la Società geografica giustamente chiama alla mobilitazione le istituzioni e la coscienza di tutti (come cittadini, amministratori, imprenditori…).

Tutto questo si sta svolgendo in un momento particolare per le sorti future di quel che rimane del paesaggio italiano (che ha ancora grandi luoghi di valore, nonostante tutto!): cioè l’applicazione del Decreto legislativo n. 42 del 4 gennaio 2004 (meglio conosciuto come “Codice Urbani”, dal Ministro ai beni ambientali che in quel momento lo ha promosso) relativamente proprio alla parte più strettamente paesistica (come ultimi articoli di questo argomento vi diamo conto di un’ampia rassegna legislativa ripresa dal sito di “Italia Nostra” di Milano, con il testo integrale del Codice Urbani aggiornato con le modifiche apportate nel 2006 e nel 2008).

Il Codice Urbani si interessa e vuole normare appunto i beni culturali e del paesaggio che ci sono nel nostro Paese. Sono 184 articoli volti a creare il contesto giuridico adatto alla tutela del paesaggio e dei suoi beni più preziosi, culturali e ambientali: alle Regioni viene assegnato il compito di tutela attraverso in primis l’approntamento di Piani Paesistico-territoriali. Ma alle Soprintendenze rimane (almeno nel testo attuale) un ampio potere “di vincolo”, pur se (pare) il loro ruolo viene molto ridimensionato.

Interessante è che il “Codice Urbani” recepisca e faccia proprie in sè le migliori leggi del passato: dalle due leggi del 1939, la n. 1089 che tutelava beni singoli determinati, alla n. 1497 che tutelava le “bellezze panoramiche e paesistiche” (son servite positivamente fino a qualche anno fa ad ambientalisti, amministratori sensibili e pretori d’assalto a bloccare porcherie e brutture peraltro di continuo riproposte…); e queste leggi del ’39 ci sono nel Codice Urbani, sono state recepite all’interno; ma esso riprende totalmente (all’art. 142) anche una delle migliori e “più pratiche e dinamiche” leggi del dopoguerra: la n. 431 del 1985, meglio nota come “Legge Galasso” dove si parla finalmente chiaro su quanti metri di tutela e vincolo hanno le coste (300 metri), i laghi, i fiumi e tutti gli altri corsi d’acqua, le montagne sopra i 1200 metri, i ghiacciai, i parchi etc.

Insomma, per dire che nella faticosa lotta all’espansione del cemento e ad interessi economici spesso miopi (che vedono vicino ma non lontano) qualcosina si è fatto e si sta facendo: ora è la volta dell’attuazione dei Piani paesistici regionali che dovrebbero nascere in ciascuna regione appunto in collaborazione con il Ministero dei Beni Culturali e Ambientali (se ne parla, di questa copianificazione, nel terzo articolo che vi proponiamo qui ripreso da “il Sole 24 ore”).

Ma il nodo vero è che il paesaggio visto come qualcosa di naturale, ambientale e con manufatti di grande pregio culturale, è sì importante tutelarlo, ma si percepisce come dal punto di vista normativo esista una troppo netta separazione con la legislazione urbanistica, e pertanto con il paesaggio urbano (anche le città, le periferie, sono paesaggio…). E qui sta il problema, ancora irrisolto, di come nella storia legislativa in Italia (e di assegnazione delle competenze) si sia sempre ben distinto l’aspetto urbanistico da quello paesistico. Secondo noi sbagliando. Alle Regioni l’urbanistica, allo Stato l’aspetto paesistico (in fondo anche adesso con i piani paesistici regionali la sovranità rimane allo Stato e a un ruolo ancora vincolante che avranno le Soprintendenze).

Forse questa “copianificazione”, questo tentativo di ”mettersi assieme” tra Stato e Regioni per decidere come tutelare certi territori potrà dare un risultato positivo. E auspicabile sarebbe che contemporaneamente si integrassero di più le regole urbanistiche con quelle paesistiche, un tutt’uno dove prevedere conservazioni assolute, ma anche grandi operazioni di ripristino “al bello” dei paesaggi ora degradati, che sono molti (troppi). Perché non pensare, ad esempio, nel Veneto, alla eliminazione della città diffusa con anche abbattimenti di capannoni inutili e ricostruzioni dei borghi dei medio-piccoli paesi periferici ora di mediocre valore sorti in questi decenni lungo le strade?). Ma tutto questo richiederebbe una proposta compiuta ed efficace. (continua…)

Amianto: bonifiche casuali e non programmate per un veleno presente in molti luoghi (ma perché il “Piano Casa” non prevede un grande progetto di eliminazione dell’Eternit?)

Lunedì 10 Agosto 2009
operai specializzati durante la rimozione dell’amianto

operai specializzati durante la rimozione dell’amianto

Che non si faccia abbastanza per la radicale eliminazione di uno dei più grandi errori ambientali del secolo scorso, pare assodato. Parliamo dell’amianto, diffuso ancora in ogni dove: in molti, troppi tetti; nei tubi, appunto di cemento-amianto, degli acquedotti: e qui, negli acquedotti, non è detto che le fibre di questo velenoso prodotto non passino allo stato gassoso, con l’inalazione delle persone, magari attraverso gli impianti di raffreddamento delle case, degli uffici, delle fabbriche. E pochissime fibre che arrivano ai polmoni possono produrre un mortale tumore, il mesotelioma, che si sviluppa anche dopo 15-20 e più anni (ogni anno muoiono in Italia una media di mille persone da mesotelioma pleurico). Importantissima è stata la legge che di fatto ha proibito in Italia la produzione e il commercio di amianto (la n. 257 del 1992: la potete trovare integralmente, assieme a tutta la legislazione successiva e ad altre tantissime notizie sul “problema amianto” nel sito http://www.tuttoamianto.it/amianto/compatto/eternit.htm ).   La demolizione di strutture in amianto (nei tetti di cemento-amianto, nelle onduline in eternit…) è pericolosissima, e a volte le stesse strutture sanitarie consigliano di anziché togliere questi manufatti, mantenerli applicando una speciale verniciatura che impedisce il distacco delle particelle di questo minerale. Cioè evitare che rimuovendoli avvenga un rilascio di fibre nell’aria (ma è chiaro che si tratta di soluzioni provvisorie…).

Oggi per smaltire l’amianto si usa solo la discarica, e l’Italia sta esportando questi  rifiuti in Germania, dove le discariche però spesso lasciano a desiderare come sicurezza (la Svizzera ha già chiuso le frontiere all’amianto italiano e la Germania sta minacciando di chiuderle). E’ ovvio pertanto che si pensi e si cerchi di smaltire questo prodotto in Italia con discariche sparse in ogni dove. Ma c’è un’alternativa alla discarica: attraverso il trattamento termico dell’amianto con la sua inertizzazione a 700 gradi. Se ne è parlato a un convegno ad Angiari, in provincia di Verona, il 20 marzo scorso, dove il vicino comune di Roverchiara dovrebbe ospitare una discarica di amianto (ce ne dà conto, e lo riportiamo integralmente in questo articolo, il Comitato “Paesambiente”: a Paese, in provincia di Treviso, esistono dei siti –discariche- dove in passato si è abbondantemente depositato amianto).

Ma qui vogliamo partire con l’importante episodio giudiziario di Torino del 22 luglio scorso, dove sono stati messi sotto accusa i vertici “Eternit”, una multinazionale dell’amianto che in Italia aveva i propri stabilimenti a Casale Monferrato, Cavagnolo e Bagnoli, rappresentata da due miliardari, uno svizzero e l’altro belga (ve ne diamo i particolari nel primo articolo qui di seguito), che entrambi il giudice ha deciso che il 10 dicembre prossimo dovranno comparire davanti al tribunale di Torino per rispondere dei reati di disastro doloso e omissione dolosa di misure di sicurezza (è la prima volta che i vertici di una multinazionale dell’amianto finiscono alla sbarra per rispondere dei danni alla salute provocati dalle fibre del pericoloso minerale). E le vittime qui in particolare sono tra la popolazione dei paesi che ospitavano queste fabbriche produttrici di questa mortale polvere velenosa. E negli anni, anche quando ormai si sapeva che questo terribile minerale era disastroso alla salute, si è continuato a produrlo, coinvolgendo quelle comunità (come Casale Monferrato) nella convivenza letale con l’amianto.

E da qui, invitandovi a leggere il proseguo, ne viene la necessità di una bonifica radicale degli ancora troppi siti che in Italia ci sono interessati alla presenza di strutture in cemento-amianto, o onduline in Eternit, o di molti altri prodotti dati da questo velenoso minerale, che neanche possiamo immaginare e che magari fanno parte della nostra quotidianità. Una bonifica radicale è tanto necessaria in una fase in cui si mette in discussione tutta la vecchia e obsoleta edilizia, sia per la sicurezza antisismica, che per il recupero della bellezza paesaggistica; che per tutte le altre norme di sicurezza, oltreché per l’introduzione di tecniche e materiali della bioedilizia e del recupero energetico da fonti rinnovabili. L’amianto deve far parte delle nostre priorità per la sua radicale eliminazione dal nostro vissuto quotidiano. (continua…)

Il Piano Casa del Veneto (e delle altre regioni) è un riforma “a metà” (anche meno) di quel che poteva essere: cioè l’inizio di un ritorno a stili edilizi ed urbanistici coerenti al paesaggio

Lunedì 13 Luglio 2009
Paesaggi Veneti. “Siamo circondati da case color cremino, da condomini color nocciolina, da residence giallini e marronicini. Mai giallo, giallino. Mai verde, verdino. Mai celeste, celestino. Mai una casa, sempre e solo casette. Un pezzo di Le Corbusier di qua, una palata di Scarpa di là. Una cazzuolata di Lloyd Wright a destra e una di Loos a sinistra. Camminare per una qualsiasi di queste zone residenziali industriali o artigianali, significa infilarsi in una pattumiera urbanistico-architettonica in scala uno a uno. Un’isteria urbanistico-architettonica, una cacofonia cementizia che ci assorda e ci squilibra non appena mettiamo il naso fuori di casa.” (Vitaliano Trevisan, “I quindicimila passi”)
Paesaggi Veneti. “Siamo circondati da case color cremino, da condomini color nocciolina, da residence giallini e marronicini. Mai giallo, giallino. Mai verde, verdino. Mai celeste, celestino. Mai una casa, sempre e solo casette. Un pezzo di Le Corbusier di qua, una palata di Scarpa di là. Una cazzuolata di Lloyd Wright a destra e una di Loos a sinistra. Camminare per una qualsiasi di queste zone residenziali industriali o artigianali, significa infilarsi in una pattumiera urbanistico-architettonica in scala uno a uno. Un’isteria urbanistico-architettonica, una cacofonia cementizia che ci assorda e ci squilibra non appena mettiamo il naso fuori di casa.” (Vitaliano Trevisan, “I quindicimila passi”)

Via libera al “Piano casa” anche in Veneto dopo la Toscana, l’Umbria, l’Emilia Romagna, la Provincia autonoma di Bolzano e a giorni anche la Lombardia. Il Consiglio regionale Veneto, al termine di un lungo e aspro confronto durato oltre due mesi, ha dato l’ok definitivo al provvedimento con i voti della maggioranza di centrodestra (26), l’astensione del centrosinistra (10) e il voto contrario di Rifondazione Comunista, Pdci e Verdi.

Avevamo creduto nell’idea del Piano Casa: un ritorno (e una messa in moto “virtuosa” del sistema economico dell’edilizia) verso il superamento il più possibile delle brutture edilizie sorte dal dopoguerra (in particolare dagli anni ’60 a tutti i ’90) e un ritorno a forme di paesaggio più coerente rispetto al grigiore di paesi, quartieri, periferie continue…  (su questo avevamo scritto in questo blog due volte: qui e qui).

Leggendo la Legge Veneta sul Piano Casa (approvata dal Consiglio Regionale il 1° luglio e pubblicata nel BUR del 10 luglio) (la trovate integralmente alla fine di questo articolo) dobbiamo dire che a noi pare non sia una brutta legge (è “attenta” a molte cose, poi ve le elenchiamo…) ma è una “riforma mancata”, una speranza solo in parte promossa di un edilizia e un’urbanistica nuova.

Il dibattito “informativo” su “quel che si può fare e non si può fare” è abbastanza disarmante: si chiede molto se si possono “chiudere le terrazze” e farne una stanza (sì, si può); quanto si può ampliare il sottotetto e ricavarne stanze, mansarde (o appartamentini?)… eccetera… e quasi sempre l’interesse politico ed economico è incentrato sull’obiettivo (peraltro degno e condivisibile più che mai) di rilancio dell’occupazione edilizia ora in crisi… ma noi avremmo voluto che questo rilancio fosse più rivolto a veramente “un nuovo modo di costruire”.

Sì, è vero che la legge regionale e il Piano Casa in generale (in tutte le regioni), come è stato pensato dal Governo, viene ad incentivare la possibilità di sviluppo delle tecnologie energetiche derivate da fonti rinnovabili (aumentando l’ampliamento dal 20 al 30% in questo caso) e la bioedilizia… Nella legge veneta approvata il 1° luglio si prospetta la possibilità di demolizione delle “brutture” (con incrementi di cubatura fino al 50%) (l’art. 3, se lo leggerete, è –o poteva essere- il più strategico), ma non si stabiliscono regole per le TIPOLOGIE EDILIZIE, per STILI DI COSTRUZIONE CHE SI INSERISCANO COERENTEMENTE NEL PAESAGGIO: si lascia questo fondamentale compito ai singoli comuni e, ancora una volta, alla miriade di tecnici (architetti) che con le loro asseverazioni nella denuncia di inizio attività (DIA) dovranno garantire la conformità del loro progetto agli strumenti edilizi esistenti, la banalità e l’individualità (a volte assai pericolosa nei risultati) del loro modo di fare (spesso confuso) un’architettura moderna.

Non si comprende l’esclusione delle demolizioni nei centri storici (colpiti anche loro dalle brutture di questi decenni). Non vi sono indicazioni, culturali e politiche, sul “nuovo modo di inserire la casa nel paesaggio”; indicazioni (da rispettare) che siano conservative ma anche innovative, e coerenti con il luogo dov’è l’abitazione. Ancora una volta singoli professionisti, a volte lo ribadiamo “pericolosi urbanisticamente”, ribadiranno cos’è “il bello” per loro. Se altri non incominciano a dirlo e deciderlo… (continua…)