La (non facile) TRANSIZIONE ECOLOGICA (del governo Draghi) – L’ECOLOGIA INTEGRALE (di Papa Francesco) – la CONVERSIONE ECOLOGICA (Alex Langer) – Tre modi per un nuovo mondo – Una TRANSIZIONE ecologica di testa (solo tecnicistica), di pancia (risolvere i guai del pianeta), di cuore (perché ci crediamo)?

COSA SARÀ IL NUOVO MINISTERO DELLA TRANSIZIONE ECOLOGICA? Tra le questioni aperte dopo la formazione del governo Draghi, quella sul ministero della Transizione ecologica appare particolarmente rilevante, non foss’altro perché parte dei fondi del RECOVERY AND RESILIENCE FACILITY e della sua traduzione nel nostrano Pnrr (PIANO NAZIONALE DI RIPRESA E RESILIENZA) verranno gestiti attraverso questo dicastero. (Alessandro Lanza, 19.02.21, da LA VOCE.INFO) (foto “FRIDAYS FOR FUTURE” da IL FATTO QUOTIDIANO)

   Visto da (quasi) tutti con favore, nel nuovo governo Draghi, l’istituzione del Ministero della Transizione Ambientale, è ancora da ben capire cosa farà, in che problematiche (strettamente ambientali o guardando all’ambiente in senso largo in tutte le decisione governative che si prenderanno…) si impegnerà; che potere avrà questo nuovo ministero.

ROBERTO CINGOLANI, neoministro della TRANSIZIONE ECOLOGICA – “I TRE DEBITI DEL PROGRESSO. Come ha raccontato nel libro “PREVENIRE” di cui è coautore (Einaudi 2020), secondo ROBERTO CINGOLANI (neo ministro della TANSIZIONE ECOLOGICA) l’accelerazione del progresso ha generato TRE DEBITI. IL PRIMO È DEMOGRAFICO. Perché innalzamento dell’età media, aumento dei costi per sistemi pensionistici e sanitari e riduzione dei posti di lavoro a causa dell’automazione dei processi produttivi hanno alimentato l’instabilità economica. IL SECONDO DEBITO È AMBIENTALE, perché l’aumento della potenza produttiva “ha anche portato a un’estrazione di risorse senza precedenti, con scarsa attenzione ai limiti fisici del nostro pianeta”. IL TERZO DEBITO È COGNITIVO: l’uomo è esposto a un flusso tale di dati “che è diventato incapace di metabolizzarli”. (Luisiana Gaita, da “Il Fatto Quotidiano” del 17/2/2021)

   Il fatto che nel neo ministro alla Transizione ecologica Roberto Cingolani si ripongano così tante aspettative per l’avvio di una nuova era ecologica per il nostro Paese, rende ancor di più arduo il suo compito, proprio per le speranze che vi si pongono. Che poi, e questo è il punto, ognuno vede nella trasformazione ecologica della società quel che a lui (lei) interessa, con maggior o minor pathos (sentimento) a seconda delle affinità elettive di ciascuno.

   Vien da pensare che il compito prioritario potrebbe essere condurre provvedimenti efficaci (come mai finora) per la transizione energetica verso le fonti rinnovabili, visto che adesso in Italia (ma in tutto il mondo) la stragrande maggioranza di energia viene prodotta da combustibili fossili (petrolio, gas, carbone…).

   O, il ministro Cingolani, avere l’ultima parola su tutte le scelte infrastrutturali in funzione dell’ambiente (una specie di valutazione di impatto ambientale che possa bocciare proposte di altri ministri) (prospettiva assai difficile).

(da http://www.legambiente.it/)

   Ci sono poi cose da fare subito, come la decarbonizzazione, riducendo drasticamente l’emissione di gas serra nell’atmosfera, superando l’inquinamento specie delle città (intesi anche i centri urbani diffusi) dovuto allo smog delle auto, ai riscaldamenti domestici, alle industrie che inquinano….

   Premesso che erano cose che anche i precedenti ministri dell’Ambiente già si attivavano a fare (con risultanti più o meno, a seconda dei ministri, efficaci… ma è pur vero che il Ministero dell’Ambiente di prima aveva molta meno considerazione e valenza rispetto alle aspettative di questo della Transizione ecologica…).

PAPA FRANCESCO: «L’ECOLOGIA INTEGRALE PORTA A UNA NUOVA ECONOMIA» – “Cinque anni fa ho scritto la Lettera enciclica LAUDATO SI’, dedicata alla cura della nostra casa comune. Propone il concetto di “ECOLOGIA INTEGRALE”, per rispondere insieme al grido della terra ma anche al grido dei poveri. L’ECOLOGIA INTEGRALE È UN INVITO A UNA VISIONE INTEGRALE DELLA VITA, a partire dalla convinzione che TUTTO NEL MONDO È CONNESSO e che, come ci ha ricordato la pandemia, siamo interdipendenti gli uni dagli altri, e anche dipendenti dalla nostra madre terra. Da tale visione deriva l’esigenza di cercare altri modi di intendere il progresso e di misurarlo, senza limitarci alle sole dimensioni economica, tecnologica, finanziaria e al prodotto lordo, ma dando un rilievo centrale alle dimensioni etico-sociali ed educative. Vorrei proporre oggi TRE PISTE DI AZIONE. (..) La PRIMA PROPOSTA è di promuovere, ad ogni livello, un’EDUCAZIONE ALLA CURA DELLA CASA COMUNE (…). La SECONDA PROPOSTA: bisogna poi mettere l’accento sull’ACQUA e sull’ALIMENTAZIONE. L’accesso all’acqua potabile e sicura è un diritto umano essenziale e universale. (…) Assicurare un’ALIMENTAZIONE ADEGUATA PER TUTTI attraverso metodi di AGRICOLTURA NON DISTRUTTIVA (…). La TERZA PROPOSTA è quella della TRANSIZIONE ENERGETICA: una sostituzione progressiva, ma senza indugio, dei combustibili fossili con fonti energetiche pulite.(…)”. (Papa FRANCESCO, messaggio rivolto ai partecipanti al “Countdown”, evento digitale di TED sul CAMBIAMENTO CLIMATICO)(da https://www.greenreport.it/, 12/10/2020) (FOTO: PAPA FRANCESCO da http://www.galatina.it/)

   Una cosa certa che sarà il primo compito del ministro Cingolani è sicuramente seguire il progetto italiano dei fondi stanziati dalla UE con il Next Generation UE: in particolare migliorando e rendendo più efficace il Pnrr. PNRR significa “Piano nazionale di ripresa e resilienza”, ed è il programma di investimenti che l’Italia deve presentare alla Commissione europea appunto nell’ambito del Next Generation EU, lo strumento per rispondere alla crisi pandemica provocata dal Covid-19, che mette al centro come priorità la lotta alla crisi climatica.

(foto da www-ravennanotizie.it/)

   E il nuovo Ministero alla Transizione lì dovrà operare da subito (e per il tempo che ci vorrà: in ogni caso è un piano che va fino al 2016). Cioè individuare tutto quel che serve per dare concretezza al Pnrr nell’attuazione delle riforme per tradurre il piano in realtà. Dal proporre e attuare più semplificazioni per l’economia circolare e gli impianti a fonti rinnovabili; a una riforma fiscale in campo ambientale; e sicuramente poi partecipare attivamente a tutte le opere pubbliche (e anche private) che devono connettersi alla transizione verde (magari anche con il compito di andare a sentire i territori cosa ne pensano, coinvolgerli, prevenire o almeno ridurre le contestazioni locali).

   Tutte cose assai difficili. E, sicuramente, di lunga prospettiva (cioè ci vuole tempo, e ben che vada questo governo cesserà con la fine della legislatura nel 2013…).

La domanda decisiva è: COME PUÒ RISULTARE DESIDERABILE UNA CIVILTÀ ECOLOGICAMENTE SOSTENIBILE? “Lentius, profundius, suavius”, al posto di “citius, altius, fortius” (ALEXANDER LANGER, 1.8.1994, Colloqui di Dobbiaco) – La domanda decisiva quindi appare non tanto quella su cosa si deve fare o non fare, ma COME SUSCITARE MOTIVAZIONI ED IMPULSI CHE RENDANO POSSIBILE LA SVOLTA verso una correzione di rotta. (….) Non si può certo dire che ci sia oggi una maggioranza di persone disposta ad impegnarsi per una concezione di benessere così sensibilmente diversa come sarebbe necessario. NÉ SINGOLI PROVVEDIMENTI, NÉ UN MIGLIORE “MINISTERO DELL’AMBIENTE”, NÉ UNA VALUTAZIONE DI IMPATTO AMBIENTALE PIÙ ACCURATA, né norme più severe sugli imballaggi o sui limiti di velocità – per quanto necessarie e sacrosante siano – POTRANNO DAVVERO CAUSARE LA CORREZIONE DI ROTTA, ma SOLO UNA DECISA RIFONDAZIONE CULTURALE E SOCIALE di ciò che in una società o in una comunità si consideri desiderabile. Sinora si è agiti all’insegna del motto olimpico “CITIUS, ALTIUS, FORTIUS” (più veloce, più alto, più forte), che meglio di ogni altra sintesi rappresenta la quintessenza dello spirito della nostra civiltà, dove l’agonismo e la competizione non sono la nobilitazione sportiva di occasioni di festa, bensì la norma quotidiana ed onnipervadente. Se non si radica una concezione alternativa, che potremmo forse sintetizzare, al contrario, in “LENTIUS, PROFUNDIUS, SUAVIUS” (più lento, più profondo, più dolce”), e se non si cerca IN QUELLA PROSPETTIVA IL NUOVO BENESSERE, nessun singolo provvedimento, per quanto razionale, sarà al riparo dall’essere ostinatamente osteggiato, eluso o semplicemente disatteso. (….)” (ALEXANDER LANGER, 1.8.1994, Colloqui di Dobbiaco)

     E poi, ci chiediamo, una società ecologica non ha gli stessi uguali parametri per tutti: ognuno come si diceva la intende come vuole. E qui vengono in mente alcuni grandi interpreti del pensiero ecologico dei nostri tempi, del nostro vissuto: ce ne sarebbero molti da citare, ma due in particolare vogliamo in questo post dedicare e proporre la loro prospettiva, il loro “progetto” ecologico.

   Il primo è Papa Francesco (con la sua Enciclica del 2015 “Laudato sì”), in particolare nel concetto da lui espresso di “ecologia integrale”, per rispondere insieme al grido della terra ma anche al grido dei poveri: un invito a una visione integrale della vita, a partire dalla convinzione che tutto nel mondo è connesso e che, come ci ha ricordato la pandemia, siamo interdipendenti gli uni dagli altri, e anche dipendenti dalla nostra madre terra).

ENERGIE RINNOVABILI (da http://www.agi.it/)

   Il secondo è il cosmopolita cittadino del mondo (ma radicato anche nella sua terra sudtirolese) Alex Langer (venuto a mancare nel 1995) con le sue idee e proposte di “conversione ecologica”. Perché, come diceva Langer, l’ecologia si può esprimere e vivere “di testa”, concettualmente, e va bene, ma anche “di pancia” per necessità, costretti dalla crisi ambientale, e può andar bene; ma serve (o servirebbe) viverla, l’ecologia, anche “di cuore”: crederci e puntare su un rinnovamento collettivo e personale (un altro stile di vita, di sobrietà, di solidarietà…), con cambiamenti sociali che siano ben condivisi, non imposti ma accettati come protagonisti di essi, perché si vuol migliorare la propria vita, con meno stress, guardandoci attorno (noi stessi e gli altri), in un rapporto più equilibrato con la natura.

   Insomma varie sotto il cielo sono le espressioni di una transizione ecologica del pianeta (e di noi stessi). Ma il tentativo (sicuramente assai arduo) di questo governo parte con la speranza che qualcosa di buono possa accadere, e va incoraggiato. (s.m.)

Foto Ufficio Stampa Quirinale/Paolo Giandotti/LaPresse 15-05-2018 Genova, Italia politicaIl Presidente della Repubblica Sergio Mattarella con Roberto Cingolani, Direttore Scientifico dell’ITT, nel corso della visita all’Istituto Italiano di Teconologia, 15 maggio 2018.
(Foto di Paolo Giandotti – Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)DISTRIBUTION FREE OF CHARGE – NOT FOR SALE

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RINNOVABILI, DECARBONIZZAZIONE E SOSTENIBILITÀ DELLE AUTO ELETTRICHE: I 6 PUNTI DEL MINISTRO CINGOLANI PER ATTUARE LA TRANSIZIONE ECOLOGICA

di Luisiana Gaita, da “Il Fatto Quotidiano” del 17/2/2021 https://www.ilfattoquotidiano.it/

   Dalla decarbonizzazione all’applicazione immediata degli Accordi di Parigi, dalla sostenibilità (o meno) delle auto elettriche fino a un nuovo modello di città. Nei sei articoli che il neo ministro della Transizione Ecologica, Roberto Cingolani, aveva preparato prima dell’incarico al governo per la sua rubrica su Green&Blue su Repubblica.it, c’è la visione dell’esponente dell’esecutivo Draghi su alcune delle questioni più importanti che il nostro Paese è chiamato ad affrontare per attuare la transizione ecologica che ora dà il nome al suo stesso dicastero.

   È una visione globale più che nazionale, attraverso la quale però il ministro mette sul tavolo gli obiettivi a cui, secondo lui, bisogna puntare con massima urgenza, ma anche gli ostacoli che finora hanno impedito la ‘transizione’, spiegandone le insidie.

I TRE DEBITI DEL PROGRESSO – Come ha raccontato nel libro Prevenire di cui è coautore (Einaudi 2020), secondo Cingolani l’accelerazione del progresso ha generato tre debiti. Il primo è demografico. Perché innalzamento dell’età media, aumento dei costi per sistemi pensionistici e sanitari e riduzione dei posti di lavoro a causa dell’automazione dei processi produttivi hanno alimentato l’instabilità economica. Il secondo debito è ambientale, perché l’aumento della potenza produttiva “ha anche portato a un’estrazione di risorse senza precedenti, con scarsa attenzione ai limiti fisici del nostro pianeta”. Il terzo debito è cognitivo: l’uomo è esposto a un flusso tale di dati “che è diventato incapace di metabolizzarli”.

   E allora cosa fare? Secondo il ministro “abbiamo bisogno di una valutazione del rischio ragionato del progresso” che tenga conto dei problemi di lungo periodo generati dallo sviluppo “e sappia valutare attentamente il rapporto tra costi e opportunità di ogni tecnologia”. E questo, per Cingolani, vale anche nel caso della tecnologia verde.

L’ESEMPIO DELLE AUTO ELETTRICHE – Cingolani fa l’esempio delle auto elettriche, ricordando le reazioni di protesta che a dicembre scorso hanno suscitato le parole del Ceo di Toyota, Akira Toyoda, secondo cui le auto elettriche presentano costi sociali e ambientali ancora insostenibili.

   Così, mentre si annuncia la realizzazione della prima Gigafactory italiana dedicata alla produzione di batterie, che sarà anche la più grande d’Europa, Cingolani espone il suo punto di vista: “Il LITIO e il COBALTO, materiali necessari per la produzione delle batterie, sono difficili da trovare e da smaltire – dice – Se anche volessimo sostituire l’intero parco veicoli globale immediatamente, le riserve di questi due metalli oggi non basterebbero a soddisfare la domanda, così come non basterebbe l’intera produzione elettrica oggi disponibile per garantire le ricariche”.

LA TRANSIZIONE VERSO LE RINNOVABILI – Altro tema cruciale, alla base stessa del passaggio dal ministero dell’Ambiente a quello della Transizione ecologica, è quello della produzione e dell’accesso all’energia. Sul tema Cingolani è chiaro: “È necessario cominciare già oggi una transizione energetica verso fonti rinnovabili”, settore in cui l’Italia ha subìto un brusco freno dopo un’accelerata iniziale.

   Il ministro ricorda che in tutto il mondo circa l’84% di energia viene prodotta da combustili fossili “mentre le energie rinnovabili rappresentano solamente l’11% e il nucleare il 4%”. E se l’utilizzo di fonti energetiche a basse emissioni di carbonio è aumentato, questi progressi non sono ancora sufficienti a soddisfare la domanda che, in circa mezzo secolo, si è quadruplicata. Insomma, SIAMO SEMPRE PIÙ DIPENDENTI DAI COMBUSTIBILI FOSSILI che continuano ad essere finanziati, anche in Italia.

   Certo, nella sua analisi globale Cingolani ricorda che “per sviluppare energia a basse emissioni di carbonio sono necessari investimenti infrastrutturali e competenze disponibili solamente nei Paesi avanzati”, motivo per cui uno dei principali fattori della crescita di disuguaglianza tra Nazioni è proprio la disparità di accesso all’energia, ma va detto che nel nostro Paese non mancano certo competenze e, finanziariamente parlando, potrebbe essere proprio questo il momento giusto per agire.

LA DECARBONIZZAZIONE – A maggior ragione perché, come ricorda il neoministro, “per mitigare i danni del riscaldamento globale” è necessario procedere con decisione sulla strada della decarbonizzazione, riducendo drasticamente l’emissione di gas serra nell’atmosfera”. “Per fare ciò – spiega – sono necessari la VOLONTÀ POLITICA e dei MECCANISMI DI COOPERAZIONE per garantire che tutti i Paesi svolgano il proprio ruolo”.

   Evidentemente finora sono mancate sia l’una che l’altra, dato che siamo ancora a discutere di come FAR PARTIRE IL TAGLIO DEI SUSSIDI ALLE FONTI FOSSILI. Sarà che “la lotta al riscaldamento globale rappresenta il più classico dei problemi di azione collettiva – evidenzia il ministro – in cui la volontà di sviluppo economico, soprattutto nei Paesi emergenti, si scontra con la necessità di ridurre le emissioni inquinanti”.

   Prova ne è l’Accordo di Parigi sottoscritto nel 2015, il cui obiettivo era quello di mantenere l’aumento della temperatura media del globo al di sotto dei 2 gradi centigradi rispetto ai livelli pre-industriali. Peccato che, nell’ottobre 2018, il rapporto Global Warming presentato dal Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc) sia piombato sul summit di Incheon-Songdo, in Corea del Sud, come una doccia fredda, spiegando che già oltre l’aumento di 1,5°C si andrebbe incontro a un’escalation di tempeste, alluvioni e siccità mortali.

   Di fatto il ministro sottolinea la necessità di dare inizio quanto prima al processo di decarbonizzazione, per poter agire in maniera graduale e rispettare l’accordo del 2015. “Se si cominciassero a ridurre già da quest’anno – spiega – le emissioni globali di CO2, la comunità internazionale avrebbe tempo sino al 2040 per raggiungere la carbon neutrality” e non sforare il budget.

   Al contrario “se dovessimo attendere fino al 2025 per dare inizio alla riduzione”, potremmo poi “essere costretti a sospendere la maggior parte delle attività produttive per azzerare le emissioni entro il 2035”. Non solo: anche rispettando l’accordo di Parigi, avvisa Cingolani, “la concentrazione di CO2 nell’atmosfera impiegherà del tempo per stabilizzarsi e le temperature continueranno a salire per decenni, con tutti gli effetti negativi che questo comporta. Siamo già in ritardo”.

LE CITTÀ E L’INQUINAMENTO – Strettamente legate sono la necessità di pensare al futuro delle nostre città e quella di agire contro l’inquinamento ambientale (e, quindi, contro il riscaldamento globale). Anche in questo caso, Cingolani procede con un’analisi di costi e benefici.

   “L’urbanizzazione, di per sé, rappresenta un’opportunità”, ma presenta anche un conto negativo: “Nella calca cittadina crescono la congestione e l’inquinamento, dovuti allo smog e alla produzione di rifiuti”. Ma le città non crescono allo stesso modo. “Nell’occidente avanzato, caratterizzato già da alti tassi di urbanizzazione – spiega il ministro – la crescita degli agglomerati urbani è graduale e diffusa e si comincia a parlare di smart city che riducono l’impatto ambientale e migliorano la qualità della vita, mentre nelle zone a basso sviluppo le megalopoli crescono rapidamente e senza strumenti di pianificazione urbana”.

   E allora non si può prescindere da un’analisi delle cause che negli ultimi decenni hanno peggiorato la qualità dell’aria, con effetti sui rischi epidemiologici. Perché il consumo dei combustibili fossili (all’origine di circa tre quarti delle emissioni totali di anidride carbonica) è legato a una serie di attività e consumi, dalle industrie, al riscaldamentoaria condizionata e illuminazione nelle case, fino ai trasporti e alla gestione dei rifiuti. Il ministro fa riferimento anche all’inquinamento al di fuori dal perimetro delle città, dovuto a settori quali “l’agricoltura e la silvicoltura”. E sull’agricoltura intensiva (che “nei Paesi avanzati conta per il 10% delle emissioni di gas serra”) come sugli allevamenti dello stesso tipo si gioca un’altra partita. Vedremo se il ministro sarà pronto a entrare in campo. (Luisiana Gaita)

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LA CONVERSIONE ECOLOGICA POTRÀ AFFERMARSI SOLTANTO SE APPARIRÀ SOCIALMENTE DESIDERABILE (di ALEXANDER LANGER, 1.8.1994, Colloqui di Dobbiaco). E’ TEMPO DI PENSARE AD UNA COSTITUENTE ECOLOGICA

 

1- Abbiamo creato falsa ricchezza per combattere false povertà – Re Mida patrono del nostro tempo
Da qualche secolo ed in rapido crescendo si produce Continua a leggere

BASTA INQUINAMENTO ATMOSFERICO, causa di morti e (probabile) diffusione del Covid: un’AZIONE concreta per il NUOVO GOVERNO? – PIANURA PADANA prima per morti da smog in Europa (Studio degli Istituti di Ricerca di Utrecht, Barcellona e Svizzera) – Come anche nel rapporto MAL’ARIA 2021 di Legambiente

INQUINAMENTO ATMOSFERICO DA POLVERI SOTTILI IN PIANURA PADANA – “(…) Lo STUDIO (elaborato dai ricercatori dell’Università di Utrecht, del Global Health Institute di Barcellona e del Tropical and Public Health Institute svizzero) conferma come L’AREA DELLA PIANURA PADANA è MAGGIORMENTE PENALIZZATA: “Sebbene le stime nazionali – scrivono i ricercatori – non collochino l’Italia tra i Paesi con il più alto carico di mortalità a causa dell’esposizione al Pm 2,5”, diversa è la situazione della Pianura Padana “un’area ALTAMENTE URBANIZZATA, CARATTERIZZATA DA ELEVATE EMISSIONI DA TRAFFICO E INDUSTRIE E CONDIZIONI METEOROLOGICHE FREQUENTEMENTE STAGNANTI legate alla valle, che portano ad un AUMENTO DELLE CONCENTRAZIONI. (…)”. (Luisiana Gaita, 20/1/2021, da “Il Fatto Quotidiano”) (FOTO: smog in Pianura Padana, mappa ripresa da http://www.ecodallecittà.it/)

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“(…) Secondo il REPORT “MAL’ARIA DI CITTÀ 2021” DI LEGAMBIENTE, «Anche in tempo di pandemia in Italia l’emergenza smog non si arresta e si cronicizza sempre di più». L’associazione ambientalista traccia un DOPPIO BILANCIO SULLA QUALITÀ DELL’ARIA nei capoluoghi di provincia nel 2020, stilando sia la classifica delle CITTÀ FUORILEGGE per avere superato i LIMITI GIORNALIERI PREVISTI PER LE POLVERI SOTTILI (Pm10) sia la graduatoria delle città che hanno superato il VALORE MEDIO ANNUALE sempre per le polveri sottili (Pm10) suggerito dalle LINEE GUIDA dell’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS), (…)” (29/1/2021, da https://www.greenreport.it/)

RAPPORTO “MAL’ARIA 2021” DI LEGAMBIENTE

   Il 2020 passerà alla storia come l’anno della pandemia dovuta al Covid19. Un anno che ha messo a dura prova la tenuta sanitaria, economica, sociale e ambientale di tutti i Paesi in tutti i continenti.

   Si guarda all’immediato futuro con l’intenzione di ripartire dalle “macerie” lasciate dal virus ma, come detto in diverse occasioni da diversi esponenti del mondo politico, della cultura, della scienza e della società civile, bisognerà cercare di non ripetere gli stessi errori del passato.

   Siamo davanti ad una opportunità di ripresa e resilienza (per usare un termine di moda a livello europeo e nazionale in questi mesi), che sarà tale solo se sfrutteremo l’occasione di tenere insieme non solo il lato economico ma anche quello sanitario, ambientale e sociale.

(MAL’ARIA 2021, report di LEGAMBIENTE: classifica città inquinate 2020; mappa ripresa da httpsradiogold.it/)

   Mai come nel 2020 infatti, gli aspetti sanitari (legati alla pandemia) e ambientali (legati all’inquinamento atmosferico) sono stati così fortemente associati, correlati e confrontati. Gli ultimi dati legati alla mortalità prematura dovuta all’inquinamento atmosferico indicano infatti come ogni anno nel nostro Paese siano oltre 50mila le morti premature dovute all’esposizione eccessiva ad inquinanti atmosferici come le polveri sottili (in particolare il Pm2,5), gli ossidi di azoto (in particolare l’NO2 ) e l’ozono troposferico (O3 ). Numeri simili, come ordine di grandezza, a quelli impressionanti legati al Covid19 che ci hanno accompagnato per tutto l’anno appena concluso.

   La connessione fra inquinamento atmosferico e mortalità ha avuto di recente un importante sviluppo. Un tribunale inglese ha emesso il mese scorso una sentenza storica, riconoscendo lo smog come concausa della morte di Ella Kissi-Debrah, una bambina di 9 anni, scomparsa nel 2013 in seguito all’ennesimo attacco d’asma. A distanza di 7 anni, sia il giudice che il medico legale hanno riconosciuto che i livelli di biossido di azoto (NO2) vicino alla casa della bambina – superiori ai valori indicati dalle linee guida dell’OMS e dell’Unione Europea -, abbiano contribuito all’aggravamento della situazione sanitaria della bambina. Una sentenza che potrebbe portare nei prossimi anni ad avere numerose cause da parte dei cittadini nei confronti del decisore pubblico in quei territori dove i limiti non vengano rispettati.

   Intervenire quindi in maniera rapida ed efficace sulla riduzione dell’inquinamento atmosferico nel nostro Paese è una priorità esattamente come prioritaria è stata, e continuerà ad essere, la battaglia contro il Covid19.

TORINO MAGLIA NERA PER MAL’ARIA 2021 DI LEGAMBIENTE – (…) Nel 2020 nella Penisola su 96 capoluoghi di provincia analizzati 35 hanno superato almeno con una centralina il LIMITE PREVISTO PER LE POLVERI SOTTILI (Pm10), ossia LA SOGLIA DEI 35 GIORNI NELL’ANNO SOLARE con una media giornaliera superiore ai 50 microgrammi/metro cubo. A TORINO SPETTA LA MAGLIA NERA con 98 giorni di sforamenti registrati nella centralina Grassi, seguita da VENEZIA (via Tagliamento) con 88, PADOVA (Arcella) 84, ROVIGO (Largo Martiri) 83 e TREVISO (via Lancieri) 80. Al sesto posto in classifica si trovano AVELLINO (scuola Alighieri) e CREMONA (Via Fatebenefratelli) con 78 giorni di sforamento, seguite da MILANO (via Marche), FROSINONE (scalo) 77, MODENA (Giardini) e VICENZA (San Felice) che con 75 giorni di superamento dei limiti chiudono le 10 peggiori città».(…)” (29 Gennaio 2021, da https://www.greenreport.it/)

   Fino ad oggi, però, questa percezione non è stata recepita dalla classe dirigente italiana, o quantomeno non è stata affrontata in maniera strutturale e con una pianificazione adeguata. Lo dimostrano le due procedure di infrazione comminate all’Italia per il mancato rispetto dei limiti normativi previsti dalle Direttiva europea per il Pm10 e gli ossidi di azoto, a cui si è aggiunta lo scorso novembre una nuova lettera di costituzione in mora da parte della Commissione europea in riferimento alle eccessive concentrazioni di particolato fine (Pm2,5) a cui ora l’Italia dovrà rispondere, essendo state giudicate “non sufficienti” le misure adottate dal nostro Paese per ridurre nel più breve tempo possibile tali criticità.

   Lo dimostra la mancanza di ambizione dei Piani nazionali e regionali e degli Accordi di programma che negli ultimi anni si sono succeduti ma che, nella realtà dei fatti, sono stati puntualmente elusi e aggirati localmente pur di non dover prendere decisioni impopolari.

   Come nel caso dell’Accordo di bacino padano, stipulato ormai più di 5 anni fa, che partito debole e poco ambizioso fin dall’origine, è stato puntualmente disatteso a furia di deroghe da parte di Regioni e Comuni che non sono state in grado né di pianificare e realizzare il cambiamento previsto e programmato, né di controllare che le poche misure adottate venissero quantomeno rispettate. Lo dimostrano, inesorabilmente, anche i dati del 2020…….. (leggi per intero il rapporto “Mal’aria”, clicca sul questo link:

https://www.legambiente.it/wp-content/uploads/2021/01/Rapporto_Malaria_2021.pdf

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immagine da http://www.arpae.it/ (Emilia Romagna)

DESCRIZIONE PM 2,5 e 10 – PM (Particulate Matter) è il termine generico con il quale si definisce un MIX DI PARTICELLE SOLIDE E LIQUIDE (PARTICOLATO) CHE SI TROVANO IN SOSPENSIONE NELL’ARIA. Il PM può avere origine sia da fenomeni naturali (processi di erosione del suolo, incendi boschivi, dispersione di pollini ecc.) sia principalmente da attività antropiche, in particolar modo dai processi di combustione e dal traffico veicolare (particolato primario). (…) Gli studi epidemiologici hanno mostrato una CORRELAZIONE TRA LE CONCENTRAZIONI DI POLVERI IN ARIA E LA MANIFESTAZIONE DI MALATTIE CRONICHE ALLE VIE RESPIRATORIE, in particolare asma, bronchiti, enfisemi. A livello di effetti indiretti inoltre il particolato agisce da veicolo per sostanze ad elevata tossicità, quali ad esempio gli idrocarburi policiclici aromatici. LE PARTICELLE DI DIMENSIONI INFERIORI COSTITUISCONO UN PERICOLO MAGGIORE PER LA SALUTE UMANA, in quanto POSSONO PENETRARE IN PROFONDITÀ NELL’APPARATO RESPIRATORIO; è per questo motivo che viene attuato il monitoraggio ambientale di PM10 e PM2.5 (…). La soglia di concentrazione in aria delle polveri fini PM2.5 è stabilita dal D.Lgs. 155/2010 e calcolata su base temporale annuale. (da https://www.arpa.veneto.it/)

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immagine da http://www.arpat.toscana.it/

NO2 COS’È – Il BIOSSIDO DI AZOTO è un GAS DI COLORE ROSSO BRUNO, di odore pungente e ALTAMENTE TOSSICO. Il biossido di azoto si forma in massima parte in atmosfera per ossidazione del monossido (NO), inquinante principale che si forma nei PROCESSI DI COMBUSTIONE. Le emissioni da fonti antropiche derivano sia da processi di combustione (CENTRALI TERMOELETTRICHE, RISCALDAMENTO, TRAFFICO), che da processi produttivi senza combustione (PRODUZIONE DI ACIDO NITRICO, FERTILIZZANTI AZOTATI, ecc.). È un gas irritante per l’apparato respiratorio e per gli occhi che può causare bronchiti fino anche a edemi polmonari e decesso. CONTRIBUISCE ALLA FORMAZIONE DELLO SMOG FOTOCHIMICO, come precursore dell’ozono troposferico, e contribuisce, trasformandosi in acido nitrico, al fenomeno delle “PIOGGE ACIDE”. (da http://www.arpat.toscana.it/ )

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PIANURA PADANA INQUINATA – Secondo i DATI ELABORATI DAI RICERCATORI dell’Università di UTRECHT, del Global Health Institute di BARCELLONA e del Tropical and Public Health Institute SVIZZERO, per INQUINAMENTO ATMOSFERICO e SMOG (PM2,5 e PM10, cioè polveri sottili) BRESCIA e BERGAMO sono PRIME IN EUROPA PER MORTALITÀ (nelle prime dieci VICENZA è al quarto posto, SARONNO all’ottavo) – Per quanto riguarda le morti premature per NO2 (biossido di azoto, gas di colore rosso bruno, di odore pungente e altamente tossico), invece, ci sono TORINO (al terzo posto) e MILANO (al quinto)

INQUINAMENTO ATMOSFERICO E SMOG: BRESCIA E BERGAMO PRIME IN EUROPA PER MORTALITÀ DA POLVERI SOTTILI

di Luisiana Gaita, 20/1/2021, da “Il Fatto Quotidiano”

LO STUDIO – Secondo i dati elaborati dai ricercatori dell’Università di Utrecht, del Global Health Institute di Barcellona e del Tropical and Public Health Institute svizzero, tra le prime dieci città ci sono anche Vicenza (al quarto posto) e Saronno (all’ottavo). Per quanto riguarda le morti premature per NO2, invece, ci sono Torino (al terzo posto) e Milano (al quinto)

   Più di 52mila morti premature, che avvengono ogni anno in quasi mille città europee potrebbero essere evitate applicando le linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sulle polveri sottili Pm 2,5 e sul diossido di azoto (NO2)(ndr: vedi https://www.epicentro.iss.it/ambiente/in-oms-guida06). Centinaia di vite potrebbero essere salvate anche nelle città italiane, i cui dati sono stati elaborati in uno studio condotto da ricercatori dell’Università di Utrecht, del Global Health Institute di Barcellona e del Tropical and Public Health Institute svizzero.

smog in città

   Brescia e Bergamo hanno il tasso di mortalità da particolato fine (PM2.5) più alto in Europa, ma tra le prime dieci città ci sono anche Vicenza (al quarto posto) e Saronno (all’ottavo). Per quanto riguarda le morti premature per NO2, invece, ci sono Torino (al terzo posto) e Milano (al quinto). Il lavoro è stato pubblicato su The Lancet Planetary Health e finanziato dal ministero per l’innovazione spagnolo e dal Global Health Institute.

IL PROGETTO – Proprio l’istituto spagnolo ha portato avanti una ricerca, stimando per la prima volta gli impatti dell’inquinamento atmosferico sulla salute dei cittadini delle singole città europee, concentrandosi sui dati che riguardano la mortalità. È stato utilizzato un algoritmo che ha tenuto conto dei tassi di mortalità, della percentuale di mortalità prevenibile e degli anni di vita persi a causa di ciascun inquinante atmosferico per le singole città e, alla fine, il team di ricerca ha stilato due classifiche sulla base dei risultati: una per il Pm 2,5 e una per il NO2.

   Le città al primo posto sono quelle con i peggiori dati sulla mortalità legati all’inquinamento atmosferico. In entrambe le classifiche a registrare la mortalità più bassa sono quelle dei Paesi scandinavi. I dati per ogni città sono consultabili sul sito www.isglobalranking.org e dimostrano che il carico di mortalità prevenibile varia notevolmente a seconda della città, raggiungendo fino al 15% per Pm 2,5 e al 7% per NO2 di mortalità prematura annuale.

LE CITTÀ ITALIANE PIÙ ESPOSTE – Lo studio conferma come l’area della Pianura Padana sia maggiormente penalizzata: “Sebbene le stime nazionali – scrivono i ricercatori – non collochino l’Italia tra i Paesi con il più alto carico di mortalità a causa dell’esposizione al Pm 2,5”, diversa è la situazione della Pianura Padana “un’area altamente urbanizzata, caratterizzata da elevate emissioni da traffico e industrie e condizioni meteorologiche frequentemente stagnanti legate alla valle, che portano ad un aumento delle concentrazioni”.

   Per quanto riguarda i livelli di Pm2,5 Brescia è prima tra le quasi mille città prese in esame. Qui, secondo lo studio, si contano 232 decessi prevenibili all’anno (l’11% delle morti attuali) se si scendesse sotto la soglia indicata dall’Oms e 309 se i livelli di polveri sottili si abbassassero ulteriormente (in questo caso i decessi potrebbero diminuire del 15%).

   Sempre nell’area della Pianura Padana, BergamoVicenza sono rispettivamente al secondo e al quarto posto nella classifica delle città con i peggiori dati sulla mortalità da Pm2,5. A Bergamo, scendendo appena sotto la soglia indicata dall’Oms, potrebbero essere evitati 137 decessi all’anno, a Vicenza 124. Saronno è ottava nella classifica: potrebbe evitare tra i 46 e i 61 morti.

   Per quanto riguarda, invece, il biossido di azoto i dati peggiori sono quelli di MadridAnversa e Torino, seguita da Parigi e Milano. Tanto per avere un’idea, se nella capitale della Spagna le morti prevenibili arrivando ai livelli indicati dall’Oms sono 206 (ma si arriva a 2.380 facendo anche meglio) a Torino si va dalle 34 morti prevenibili a 673. Secondo lo studio Milano potrebbe evitare dai 185 decessi prematuri a 2.575, con uno sforzo ulteriore che consentisse di scendere anche al di sotto delle soglie indicate dall’Oms.

Mappa delle aree più inquinate d’Europa (ripresa da http://www.ilperiodiconews.it/)

LE IMPLICAZIONI – Per lo studio sono stati analizzati i dati di 969 città e 47 metropoli. I ricercatori sono arrivati alla conclusione che riducendo i livelli di inquinamento dell’aria sotto la soglia indicata dall’Organizzazione mondiale della sanità si potrebbero evitare 51.213 morti l’anno per esposizione a Pm2,5 (mentre oggi l’84% della popolazione nelle città europee è esposta a livelli superiori al massimo raccomandato) e 900 per NO2.

   Non solo: con politiche più ambiziose si potrebbero prevenire fino a 125mila decessi all’anno intervenendo sui livelli di Pm 2,5 e fino a 80mila morti all’anno, riducendo ulteriormente i livelli di NO2. Obiettivo dei ricercatori è proprio quello di fornire alle amministrazioni locali stime complete degli effetti dell’inquinamento atmosferico sulla salute, consentendo azioni più mirate, anche se sottolineano come siano necessari ulteriori approfondimenti per stimare gli effetti, nelle varie città, di distinti fattori: non solo inquinamento atmosferico, ma anche rumore, carenza di spazi verdi, stili di vita. (Luisiana Gaita)

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QUALITÀ DELL’ARIA: LE NUOVE LINEE GUIDA OMS ABBASSANO I LIVELLI DI INQUINANTI CONSENTITI

da https://www.epicentro.iss.it/ambiente/in-oms-guida06

(traduzione, adattamento e sintesi a cura della redazione di EpiCentro)

   L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) è impegnata nel sollecitare i Governi di tutto il mondo a migliorare la qualità dell’aria nelle città, al fine di proteggere la salute delle persone. La richiesta arriva con la presentazione delle nuove Linee guida dell’Oms sulla qualità dell’aria, che propongono standard drammaticamente Continua a leggere

ECOMAFIE 2020: 20 miliardi di euro di illegalità (inquinamento, distruzione del paesaggio, crisi ambientale) – L’ultimo preoccupante RAPPORTO ECOMAFIA di LEGAMBIENTE (presentato in ritardo l’11/12/2020 causa pandemia) segnala la crescita dei reati ambientali – La necessità di difendere la salubrità dei territori

LEGAMBIENTE – RAPPORTO ECOMAFIA 2020 – da https://www.legambiente.it/, 11/12/2020 – RAPPORTI IN EVIDENZA – ECOMAFIA, REALTI AMBIENTALI – Non conosce tregua il lavoro degli eco-criminali. Il “virus” dell’ecomafia non si arresta né conosce crisi e nel 2019 i reati contro l’ambiente sono aumentati: 34.648 quelli accertati, ALLA MEDIA DI 4 OGNI ORA, con un incremento del +23.1% rispetto al 2018. Gli ecocriminali sono attivi in tutte le filiere: dal CICLO DEL CEMENTO a quello dei RIFIUTI, dai TRAFFICI DI ANIMALI fino allo SFRUTTAMENTO DELLE ENERGIE RINNOVABILI e alla DISTORSIONE DELL’ECONOMIA CIRCOLARE. Da capogiro il BUSINESS POTENZIALE COMPLESSIVO DELL’ECOMAFIA, STIMATO IN 19,9 MLD DI EURO per il solo 2019, e che dal 1995 a oggi ha toccato quota 419,2 mld. A spartirsi la torta, insieme ad imprenditori, funzionari e amministratori pubblici collusi, sono stati 371 CLAN (3 in più rispetto all’anno prima) (Ecoreati: foto da http://www.lanuovaecologia.it/)

ECOMAFIE, CRESCONO I REATI DEL 23%, AFFARI DEI CLAN PER 20 MILIARDI

– I preoccupanti dati dell’annuale dossier di Legambiente. Crescono i traffici di rifiuti ed è boom dell’abusivismo edilizio. Aumentano gli illeciti al Nord e in particolare in Lombardia. (Antonio Maria Mira, 1/12/2020, da AVVENIRE) –

   È boom dell’illegalità ambientale. Quattro reati accertati ogni ora nel 2019. Rifiuti sequestrati pari a una colonna di 95mila tir lunga 1.293 chilometri. Ventimila nuove costruzioni abusive, il 17,7% del totale delle nuove costruzioni. E a crescere sono anche le regioni del Nord a conferma che ormai questa criminalità non conosce confini. Disastri ambientali e ricchi affari. Il business potenziale complessivo dell’ecomafia, è stimato in 19,9 miliardi di euro per il solo 2019, e dal 1995 a oggi ha toccato quota 419,2 miliardi.

IL RAPPORTO ECOMAFIA 2020. Le storie e i numeri della criminalità ambientale in Italia rivelano un QUADRO PREOCCUPANTE SULLE ILLEGALITÀ AMBIENTALI E SUL RUOLO CHE RICOPRONO LE ORGANIZZAZIONI CRIMINALI, anche al Centro-Nord. Realizzato da LEGAMBIENTE, con il sostegno di Cobat e Novamont, ha analizzato i dati frutto dell’intensa attività svolta da forze dell’ordine, Capitanerie di porto, magistratura, insieme al lavoro del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente, nato dalla sinergia tra ISPRA e AGENZIE REGIONALI PER LA PROTEZIONE DELL’AMBIENTE, e dell’AGENZIA DELLE DOGANE e dei MONOPOLI. Al volume, EDITO DA EDIZIONE AMBIENTE, hanno collaborato giornalisti e ricercatori, come Rosy Battaglia, Fabrizio Feo, Toni Mira e Marco Omizzolo. Il RAPPORTO ECOMAFIA 2020 si può acquistare nelle migliori librerie o direttamente sul sito shop.edizioniambiente.it

   A spartirsi la torta, insieme ad imprenditori, funzionari e amministratori pubblici collusi, sono  stati 371 clan (3 in più rispetto all’anno prima), attivi in tutte le filiere: dal ciclo del cemento a quello dei rifiuti, dai traffici di animali fino allo sfruttamento delle energie rinnovabili e alla distorsione dell’economia circolare. È decisamente preoccupante il “Rapporto ecomafia 2020” di Legambiente presentato in ritardo (l’1 dicembre 2020) a causa della pandemia.

Ecomafia 2020 – I numeri 2019 (schema ripreso da https://chiarabraga.it/)

   I numeri degli affari a danno dell’ambiente, del territorio e della salute sono impressionanti: 34.648 i reati accertati con un incremento del 23,1% rispetto al 2018. Campania, Puglia, Sicilia e Calabria le regioni dove si commettono più reati ambientali, ben il 44,4%. E non è una novità, visto che si tratta delle regioni a tradizionale e asfissiante presenza mafiosa. Ma suona il campanello per la Lombardia che colleziona più arresti per reati ambientali88 in tutto l’anno, più di Campania, Puglia, Calabria e Sicilia messe insieme, che si fermano a 86 (secondo il Lazio con 62). In testa gli illeciti nel ciclo del cemento con 11.484 (+74,6% rispetto al 2018), che superano quelli contestati nel ciclo di rifiuti che arrivano a 9.527 (+10,9%). Impennata anche dei reati contro la fauna arrivati a 8.088 (+10,9%) e quelli connessi agli incendi boschivi con 3.916 illeciti (+92,5% rispetto al 2018).

(rifiuti italiani in Tunisia. Già la scorsa estate i doganieri del porto di Sousse, città turistica dell’est della Tunisia, avevano sequestrato 212 container di rifiuti FOTO da NIGRIZIA) – È IL PIÙ GRANDE SCANDALO ECOLOGICO NELLA STORIA DELLA TUNISIA quello che ha portato all’arresto del ministro dell’Ambiente Mustapha Araoui, dimissionato il giorno prima dal governo. La «RIFIUTI CONNECTION» è un combinato disposto di corruzione e traffici illeciti: l’IMPORTAZIONE IN TUNISIA DI RIFIUTI PERICOLOSI «ESPORTATI» DALL’ITALIA. Gli arresti sono di dicembre, poco prima di Natale

 E nella Terra dei Fuochi, nel 2019 sono tornati a crescere di circa il 30% rispetto al 2018 i roghi censiti sulla base degli interventi dei Vigili del fuoco, arrivati quasi a quota 2mila.

   E anche nel 2019 il ciclo dei rifiuti resta il settore maggiormente interessato dai fenomeni più gravi di criminalità ambientale: sono ben 198 gli arresti (+112,9%) e 3.552 i sequestri con un incremento del 14,9%. A guidare la classifica per numero di reati è la Campania, con 1.930 reati, seguita a grande distanza dalla Puglia (835) e dal Lazio, che con 770 reati sale al terzo posto di questa classifica, scavalcando la Calabria. Per quanto riguarda le inchieste sui traffici illeciti di rifiuti: dal primo gennaio 2019 al 15 ottobre del 2020 ne sono state messe a segno 44, con 807 persone denunciate, 335 arresti e 168 imprese coinvolte.

(foto: Abuso edilizio, da Legambiente) – ECOMAFIA È UN NEOLOGISMO coniato da Legambiente che indica quei SETTORI DELLA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA che hanno scelto IL TRAFFICO E LO SMALTIMENTO ILLECITO DEI RIFIUTI, L’ABUSIVISMO EDILIZIO E LE ATTIVITÀ DI ESCAVAZIONE come nuovo grande business in cui stanno acquistando sempre maggiore peso anche i TRAFFICI CLANDESTINI DI OPERE D’ARTE RUBATE e di ANIMALI ESOTICI. Dal 1994 L’OSSERVATORIO NAZIONALE AMBIENTE E LEGALITÀ DI LEGAMBIENTE svolge attività di ricerca, analisi e denuncia del fenomeno in collaborazione con tutte le forze dell’ordine (ARMA DEI CARABINIERI, CORPO FORESTALE DELLO STATO e delle Regioni a statuto speciale, CAPITANERIE DI PORTO, GUARDIA DI FINANZA, POLIZIA DI STATO, DIREZIONE INVESTIGATIVA ANTIMAFIA), l’istituto di ricerche CRESME (per quanto riguarda il capitolo relativo all’abusivismo edilizio), magistrati impegnati nella lotta alla criminalità ambientale e gli avvocati dei Centri di azione giuridica di Legambiente

   Ma a preoccupare è la persistenza dell’abusivismo edilizio. “La causa – spiega Enrico Fontana, responsabile Osservatorio nazionale ambiente e legalità Legambiente – è duplice: le mancate demolizioni da parte dei Comuni e i continui tentativi di riproporre condoni edilizi da parte di Regioni, ultima in ordine di tempo la Sicilia, leader e forze politiche. Per questo diventa indispensabile, oggi più che mai, lanciare una grande stagione di lotta all’abusivismo edilizio, prevedendo in particolare un adeguato supporto alle Prefetture nelle attività di demolizione, in caso di inerzia dei Comuni, previste dalla legge 120/2020; la chiusura delle pratiche di condono ancora giacenti presso i Comuni; l’emersione degli immobili non accatastati”.

MA CI SONO ANCHE BUONE NOTIZIE. Anche la pressione dello Stato non si arresta. Si confermano la VALIDITÀ DELLE LEGGI SUGLI ECOREATI E CONTRO IL CAPORALATO. Con il primo provvedimento, entrato in vigore a fine maggio del 2015, l’attività svolta dalle Procure, secondo i dati elaborati dal ministero della Giustizia, ha portato all’avvio di 3.753 PROCEDIMENTI PENALI CON 10.419 PERSONE DENUNCIATE E 3.165 ORDINANZE DI CUSTODIA CAUTELARE EMESSE

   E c’è allarme per gli investimenti in appalti e opere pubbliche, anche alla luce delle ingenti risorse in arrivo col Next generation Eu. Non solo un rischio. In tutti i casi di scioglimento dei comuni per infiltrazioni mafiose (29 quelli ancora oggi commissariati, dei quali ben 19 sciolti soltanto nel 2019) il principale interesse dei clan è proprio quello di condizionare gli appalti di ogni tipo, dalla manutenzione delle strade alla gestione dei rifiuti.

(foto: MIMMO BENEVENTANO da https://www.facebook.com/laprovinciaonline.info/) – Il LAVORO DI RICERCA, ANALISI E DENUNCIA è stato DEDICATO QUEST’ANNO al consigliere comunale MIMMO BENEVENTANO, ucciso dalla camorra il 7 novembre del 1980, antesignano delle battaglie di Legambiente CONTRO L’ASSALTO SPECULATIVO E CRIMINALE a quello che è OGGI il PARCO NAZIONALE DEL VESUVIO; e a NATALE DE GRAZIA, il CAPITANO DI CORVETTA della Capitaneria di Porto di Reggio Calabria scomparso 25 anni fa, il 12 dicembre del 1995, mentre indagava sugli affondamenti delle cosiddette NAVI “DEI VELENI” NEL MAR TIRRENO E NEL MAR IONIO. Una vicenda ancora oscura su cui Legambiente chiede con forza che si faccia piena luce. Anteprima dei numeri e le storie raccontati nel Rapporto Ecomafia 2020>>qui – Per approfondimenti sulle attività della criminalità ambientale in Italia: http://www.noecomafia.it

  E a crescere è, non a caso, anche il numero di inchieste sulla corruzione ambientale. Quelle rilevate da Legambiente dal primo giugno 2019 al 16 ottobre 2020 sono state 134con 1.081 persone denunciate e 780 arresti (nel precedente Rapporto le inchieste avevano toccato quota 100, con 597 persone denunciate e 395 arresti). Il 44% ha riguardato le quattro regioni a tradizionale insediamento mafioso, con la Sicilia in testa alla classifica (27 indagini). Da segnalare, anche in questo caso, il secondo posto della Lombardiacon 22 procedimenti penali, seguita dal Lazio (21). Il “virus” dell’ecomafia non si arresta né conosce crisi.

NATALE DE GRAZIA, il CAPITANO DI CORVETTA della Capitaneria di Porto di Reggio Calabria scomparso 25 anni fa, il 12 dicembre del 1995, mentre indagava sugli affondamenti delle cosiddette NAVI “DEI VELENI” NEL MAR TIRRENO E NEL MAR IONIO

   Ma ci sono anche buone notizie. Anche la pressione dello Stato non si arresta. Si confermano la validità delle leggi sugli ecoreati e contro il caporalato. Con il primo provvedimento, entrato in vigore a fine maggio del 2015, l’attività svolta dalle Procure, secondo i dati elaborati dal ministero della Giustizia, ha portato all’avvio di 3.753 procedimenti penali con 10.419 persone denunciate e 3.165 ordinanze di custodia cautelare emesse. Grazie alle legge sul caporalato, nel 2019 le denunce penali, amministrative e le diffide sono state complessivamente 618, contro le 197 del 2018 (più 313,7%) e sono più che raddoppiati gli arresti, passati da 41 a 99. E sempre nel settore agricolo un’attenzione particolare meritano i risultati dei controlli effettuati contro l’utilizzo illegale di pesticidi e altri prodotti chimici, compresi quelli messi al bando perché cancerogeni: 268 i reati penali e gli illeciti amministrativi contestati, 162 persone oggetto di denunce e diffide, 23 sequestri e 216 sanzioni penali e amministrative emesse.

discarica di rifiuti indifferenziati (foto da https://www.bsnews.it/)

   Da Legambiente arriva un appello alla politica. “Non bisogna abbassare la guardia — avverte il presidente Stefano Ciafani – perché le mafie in questo periodo di pandemia si stanno muovendo e sfruttano proprio la crisi economica e sociale per estendere ancora di più la loro presenza. Per questo è fondamentale completare il quadro normativo: servono nuove e più adeguate sanzioni penali contro la gestione illecita dei rifiuti, i decreti attuativi della legge che ha istituito il Sistema nazionale protezione ambiente, l’approvazione delle leggi contro agromafie e saccheggio del patrimonio culturale, archeologico e artistico, una forte e continua attività di demolizione degli immobili costruiti illegalmente per contrastare la piaga dell’abusivismo, l’introduzione di sanzioni penali efficaci a tutela degli animali e l’accesso gratuito alla giustizia per le associazioni che tutelano l’ambiente”. (Antonio Maria Mira, 1/12/2020, da AVVENIRE)

Superstrada PEDEMONTANA VENETA in costruzione: CAMION SEPPELLISCE SACCHI DI RIFIUTI lungo il terrapieno della superstrada – VIDEO: https://video.corriere.it/cronaca/pedemontana-veneta-camion-copre-la-terra-rifiuti-sospetti-video-un-cittadino/f89e888e-537f-11eb-b612-933264f5acaf – 10 GENNAIO 2021: IL FILMATO, grazie alla prontezza di spirito di un residente nella zona di Altivole, vicino ad ASOLO, riprende un CAMION CHE STA SEPPELLENDO ALCUNI SACCHI DI RIFIUTI lungo un terrapieno della superstrada PEDEMONTANA VENETA in corso di costruzione nelle province di TREVISO e VICENZA. Si tratta dell’opera cantierata più importante d’Italia, con un importo di 2 miliardi e mezzo di euro

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RIFIUTI-CONNECTION TRA ITALIA E TUNISIA, MINISTRO IN MANETTE

di Giuliana Sgrena, da IL MANIFESTO del 23/12/2020 https://ilmanifesto.it/

– Le indagini iniziate a novembre (2019). Corruzione e smaltimento illecito, 12 arresti eccellenti. L’inchiesta tunisina travolge anche il titolare dell’Ambiente, Mustapha Araoui. Ma è un crimine anche scaricare materiali tossici sui paesi poveri che non possono trattarli e non riescono a smaltire neanche i loro –

   È il più grande scandalo ecologico nella storia della Tunisia quello che ha portato all’arresto del ministro dell’Ambiente Mustapha Araoui, dimissionato il giorno prima dal governo. Ma il presidente della Commissione del buon governo nel parlamento tunisino, Badreddine Gamoudi, incaricato del dossier sui rifiuti italiani, ha rimproverato al primo ministro Mechichi di aver aspettato che fosse emesso il mandato di cattura per estromettere il ministro dell’ambiente, nonostante le prove a suo carico fossero evidenti.

   La «RIFIUTI CONNECTION» è un combinato disposto di corruzione e traffici illeciti: l’importazione in Tunisia di rifiuti pericolosi «esportati» dall’Italia. Continua a leggere

AMBIENTE DA SALVARE: L’IMPEGNO DEL 2021 – Piantare alberi e togliere le (macro e micro) fonti di inquinamento: un decisivo passo per salvare noi stessi e il pianeta da inquinamento e cambiamenti climatici – Come incentivare le energie rinnovabili e non inquinanti? – La COP26 a GLASGOW del novembre 2021

Il Bureau della CONFERENZA DELLE PARTI dell’UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change), insieme al governo britannico e a quello italiano, hanno concordato le nuove date per la PROSSIMA COP26, che si terrà a GLASGOW in Scozia dall’1 al 12 NOVEMBRE 2021. Consentono al governo britannico e quello italiano di mettere l’azione per il clima al centro dei lavori del G7 e del G20, dei quali i due Paesi hanno nel 2021 rispettivamente la presidenza di turno. È l’OCCASIONE PER L’EUROPA DI RIPRENDERE UN RUOLO GUIDA NEL PROCESSO DI DECARBONIZZAZIONE, riuscendo a convincere tutti gli Stati ed entità geopolitiche della NECESSITÀ DI TASSARE LE EMISSIONI INQUINANTI (UNA CARBON TAX) E ABOLIRE I SUSSIDI AI COMBUSTIBILI FOSSILI. (carbon-tax: immagine tratta da https://www.qualenergia.it/)

   Parlare di inquinamento atmosferico, di modificazione climatica, in un momento di piena pandemia, sembra tema secondario, o perlomeno non prioritario rispetto alle difficoltà planetarie (ma che sono europee, nazionali, locali, personali…) di adesso. Ma, secondo molti, se il Covid 19 dovrebbe almeno attenuarsi nel corso del 2021 (non certo sparire, rimarrà…), gli effetti delle mutazioni climatiche, oramai a detta di tutti, sono assai preoccupanti (irreversibili?) e ci cambieranno la vita.

   Per questo nel 2021 c’è da dedicarci impegno e convinzione nel trovare modi di comportamento, di sviluppo, in grado di perlomeno attenuare, frenare, la crisi climatica.

“L’occasione politica è offerta dalla PRESIDENZA ITALIANA E BRITANNICA DELLA COP26 NEL 2021, la CONVENZIONE delle parti SUL CLIMA delle NAZIONI UNITE, rinviata di un anno, si terrà a GLASGOW in Scozia dall’1 al 12 NOVEMBRE 2021. È l’occasione per l’Europa di riprendere un RUOLO GUIDA NEL PROCESSO DI DECARBONIZZAZIONE, indicando la strada di UNA CARBON TAX GLOBALE e ottenere il risultato minimale della ABOLIZIONE DEI SUSSIDI AI COMBUSTIBILI FOSSILI. Non è una proposta irrealistica, politicamente. (…)” (VALERIA TERMINI economista, dal quotidiano “DOMANI” del 15/12/2020)

   Fenomeni come l’innalzamento della temperatura, la diminuzione delle piogge, lo scioglimento dei ghiacciai, gli eventi atmosferici estremi (da noi pensiamo al riscaldamento del Mediterraneo, che essendo un mare semichiuso si sta scaldando più velocemente degli oceani) con fenomeni mai accaduti così (pensiamo all’uragano Vaja della notte del 29-30 ottobre 2018), e altri nuovi accadimenti metereologici, cose raccontate con l’evidenza dei numeri e le analisi degli studiosi, tutto questo sta a dimostrare che siamo entrati nell’èra della crisi ambientale, nella quale ci viene chiesto il conto di decenni di sviluppo non sostenibile, dove abbiamo consumato e inquinato senza considerare il fragile equilibrio della natura.

   Inverni senza neve, estati torride, fiumi sempre più asciutti, terreni in via di desertificazione, acque alte sempre più spesso (a Venezia), con l’innalzamento dei mari e l’erosione dei litorali; poi come prima detto gli uragani tipo Vaia; la scomparsa delle api e l’arrivo di nuove specie animali e vegetali…. Tutti episodi visibili, che non ci vogliono rilevazioni statistiche a dircelo, ma li possiamo vedere e notare ognuno di noi.

(nell’immagine la mappa che mostra l’aumento di temperatura media in 100mila comuni europei (EDJNet) (da IL POST.IT) – “Negli ULTIMI CINQUANT’ANNI la TEMPERATURA MEDIA è AUMENTATA DI ALMENO 1°C IN 7.540 COMUNI ITALIANI su 7.669, e a un RITMO DI CRESCITA PREOCCUPANTE. (…) In Italia, come in Europa, le zone con l’aumento di temperatura maggiore sono quelle più fredde, soprattutto alcune delle regioni dell’arco alpino e molti dei comuni che si trovano nella zona dell’Appennino centrale. LA PROVINCIA AUTONOMA DI BOLZANO È DOVE C’È STATA LA CRESCITA PIÙ EVIDENTE: +2,71°.(…) Nella mappa qui sopra dell’Europa, le ZONE COLORATE DI ROSSO, quindi dove c’è stato un marcato aumento della temperatura, sono anche nell’Europa centro-orientale, soprattutto nelle aree intorno alle capitali o alle grandi città: Tallinn, Belgrado, Riga e Budapest sono le capitali che hanno registrato la crescita più significativa.(…)” (da IL POST.IT, 19/12/2020, https://www.ilpost.it/)

   Sulla necessità di porre un freno all’innalzamento climatico causato dalle attività umane, c’è coscienza in Europa (perlomeno nelle istituzioni che adesso ci rappresentano) e in altre parti del mondo: sembra cambierà l’atteggiamento di negazione del fenomeno che c’è stato con Trump, negli Stati Uniti del nuovo presidente Biden; ma anche la Cina pare rendersene conto: il presidente Xi Jinping ha già espresso l’obiettivo di portare il suo Paese verso una crescita a emissioni zero al 2060.

   Sia a livello globale, che europeo, ma anche nazionale, l’imperativo che ci si propone politicamente (almeno nella teoria) è quello assai semplice e doveroso, di premiare l’impiego di fonti energetiche rinnovabili e non inquinanti; e invece accollare più costi a quelle finora tradizionali, inquinanti e non rinnovabili, causa della crisi ambientale odierna. Ma non sembra che questo proponimento accada ora realmente.

(SAVE THE BEES, Salviamo le Api, foto da https://www.greenpeace.org/) – Nel mondo intero, le POPOLAZIONI DI API sono MINACCIATE DALL’AGROCHIMICA E DAL CLIMA IMPAZZITO. Una morsa che rischia di stritolare anche il futuro dell’alimentazione

   A livello nazionale, ad esempio, se è pur vero che si adotta una politica di sussidi alle fonti rinnovabili, dall’altra altrettanti sussidi vengono mantenuti per l’industria tradizionale petrolifera, per i trasporti di merci su strada (ampiamente sovvenzionati nei costi del carburante e delle autostrade)… contribuendo così ad accontentare tutti, ma non venire a cambiare effettivamente la barra dello sviluppo che adesso si vorrebbe “sostenibile”.
Ad esempio c’è stato un ennesimo rinvio, nella Legge di Bilancio di fine anno 2020, dei tagli ai sussidi alle fonti fossili, che permetterebbero di liberare risorse per interventi utili; e all’ultimo Consiglio dei Ministri è stato stralciato anche lo stop alle nuove trivellazioni per cercare petrolio e gas…. Insomma un duplice parallelo sviluppo sembra volersi attuare, uno “come sempre”, e l’altro nel quale si riconosce la necessità del rispetto ambientale. Ma così non se ne esce. Tutto rinviato all’anno prossimo, quando si dovrà presentare il Recovery plan che dovrà contenere la visione e le scelte per un rilancio del Paese incentrato sull’equità, gli investimenti nelle politiche green e di digitalizzazione (così da cominciare a vedere le idee, gli investimenti e le riforme che l’Europa ci chiede di mettere in campo nell’ambito del nuovo straordinario programma Next Generation Ue). Per i temi ambientali è particolarmente preoccupante questa situazione, anche perché le risorse messe a disposizione dall’Europa sono davvero senza precedenti.

“TERRA BRUCIATA” nel suo duplice significato – reale e metaforico – è il titolo del libro di STEFANO LIBERTI dall’eloquente sottotitolo: “COME LA CRISI AMBIENTALE STA CAMBIANDO L’ITALIA E LA NOSTRA VITA” (Rizzoli, 20 euro). Il volume è un lungo e sconvolgente reportage sugli EFFETTI DEL CAMBIAMENTO CLIMATICO, (…) Nelle sue pagine fenomeni come (..) gli inverni senza neve, le estati torride, i fiumi sempre più asciutti, i terreni in via di desertificazione, le acque alte a Venezia e gli uragani tipo Vaia, l’erosione dei litorali, la scomparsa delle api e l’arrivo di nuove specie animali e vegetali sono altrettanti capitoli di UNA STORIA che non investirà solo i nostri figli e i nostri nipoti, ma CHE CI RIGUARDA GIÀ PESANTEMENTE.(…)”(Sergio Frigo, da “IL MATTINO di Padova” del 20/12/2020)

   Nel contesto mondiale ed europeo, pur con le diversità da area ad area, questa contraddizione di fondo tra due politiche di sviluppo contrapposte, tende ad affermarsi. E qui sta l’importanza delle Conferenze internazionali e degli impegni concreti e precisi che le autorità mondiali, rappresentanti di continenti e popolazioni considerevoli (la Cina, l’India, gli Stati Uniti, l’Unione europea, nazioni dell’America Latina come il Brasile, dell’Africa come la Nigeria…) vengono concretamente a prendere per ridurre le emissioni inquinanti.

   Per cercare di limitare l’aumento del riscaldamento globale, nel 2015 quasi tutte le nazioni hanno firmato l’accordo di Parigi con l’obiettivo di mantenere l’aumento della temperatura media al di sotto dei 2°C in più rispetto ai livelli preindustriali, e di proseguire gli sforzi per limitarlo a 1,5°C attraverso piani d’azione per ridurre le emissioni. Ma questo non basta.

La tempesta Vaia di fine ottobre 2018 ha abbattuto 5.918 ettari di bosco, ovvero l’1,7% dell’intera superficie boschiva altoatesina. In Alto Adige, a un anno e mezzo di distanza, i lavori nei ‘cimiteri dei boschi’ sono quasi terminati. Nonostante il lockdown per l’emergenza coronavirus. Circa 1.250.000 metri cubi di legname sono stati rimossi, questo corrisponde all’80% degli alberi abbattuti. “La riuscita si deve alla grande professionalit‡ e buona sinergia messe in campo”, sottolinea l’assessore altoatesino Arnold Schuler. “Ora resta ancora un 20% di interventi complessi, dove la sicurezza del lavoro ha assoluta priorit‡”, fa presente il direttore della ripartizione Mario Broll. “Presso la Scuola forestale Latemar sono stati tenuti 27 corsi di preparazione per garantire competenze nell’esecuzione della lavorazione del legname da schianto, che Ë una delle attivit‡ lavorative maggiormente pericolose nel bosco”, ricorda l’assessore Schuler. ANSA/PROVINCIA DI BOLZANO EDITORIAL USE ONLY NO SALES

   L’occasione politica del 2021 è offerta dalla presidenza italiana e britannica della Cop26 che si terrà in novembre a Glasgow, la Convenzione delle parti sul clima delle Nazioni unite. Il Bureau della Conferenza delle Parti dell’UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change), insieme al governo britannico e a quello italiano, hanno concordato le nuove date per la prossima Cop26, che si terrà appunto in Scozia dall’1 al 12 novembre 2021. Consentono al governo britannico e quello italiano di mettere l’azione per il clima al centro dei lavori del G7 e del G20, dei quali i due Paesi hanno nel 2021 rispettivamente la presidenza di turno. È l’occasione per l’Europa di riprendere un ruolo guida nel processo di decarbonizzazione, riuscendo a convincere tutti gli Stati ed entità geopolitiche della necessità di tassare le emissioni inquinanti (una carbon tax) e abolire i sussidi ai combustibili fossili. Sussidi invece da indirizzare completamente (e solamente) alla incentivazione dell’uso di fonti rinnovabili pulite.

(ALBERO E BENEFICI, immagine “Nature Conservancy” tratta da https://www.greenme.it/) – “ (…) PIANTARE ALBERI. Oltre ad essere belli e a rendere più gradevoli i nostri centri abitati, ci regalano infatti della preziosa aria pulita. Un report di NATURE CONSERVANCY (Funding Trees for Health | The Nature Conservancy) ci spiega perché la piantumazione di alberi dovrebbe essere INCLUSA NEI FINANZIAMENTI PER LA SALUTE PUBBLICA. Gli alberi abbelliscono le nostre città ma hanno anche il compito fondamentale di fornirci aria fresca e pulita che, come sappiamo, è qualcosa di cui abbiamo estremamente bisogno visti i picchi di inquinamento raggiunti negli ultimi anni soprattutto nei grandi centri abitati. (Francesca Biagioli, da https://www.greenme.it/)

   I settori strategici da considerare, per un’inversione di tendenza, ecologica, che oggi sono responsabili di tre quarti delle emissioni di Co2 del pianeta sono quelli dell’ENERGIA e dei TRASPORTI: pertanto i sussidi vanno alle energie rinnovabili e non inquinanti e le penalizzazioni a quelli “tradizionali”: questa è la scommessa della riuscita della Cop26, della Conferenza sul clima di Glasgow del prossimo novembre.

   C’è da prendere un insieme di impegni mondiali, europei, nazionali, locali, personali, che richiedono uno sforzo convinto; sicuri purtroppo che se questo impegno non ci sarà, le condizioni di vita dei nostri luoghi, climatiche, ambientali… saranno ben peggiori di quelli che già stiamo vivendo e verificando nella nostra quotidianità. (s.m.)

(nella foto: Marmolada glacier, da Wikipedia) – “(…) LO SCIOGLIMENTO DEI GHIACCIAI SULLE ALPI – Il fenomeno dello scioglimento dei ghiacci non è rilevante solo nelle zone polari, ma anche sulle catene montuose e in particolare sulle Alpi, come dimostrano i dati pubblicati da COPERNICUS (un programma dell’Unione Europea che raccoglie informazioni da molte fonti come sensori di terra, di mare e satelliti). FILIPPO GIORGI (direttore della sezione di Scienze della Terra del Abdus Salam International Centre for Theoretical Physics –ICTP- di Trieste) è tra gli autori di una ricerca che mostra l’evoluzione di circa QUATTROMILA GHIACCIAI ALPINI a partire dal 1901 e con proiezioni fino al 2100. L’indicatore da valutare con più attenzione per verificare le condizioni dei ghiacciai è la ELA (EQUILIBRIUM-LINE ALTITUDE), cioè la LINEA DI EQUILIBRIO DEI GHIACCIAI, che dipende da parametri climatici come le temperature estive e le precipitazioni invernali, e identifica la QUOTA CHE SEPARA LA ZONA DI ACCUMULO DI UN GHIACCIAIO E LA ZONA DETTA DI “ABLAZIONE”, dove la neve sparisce completamente in estate. Nel più ottimistico degli scenari, la ELA salirà di circa 100 metri, in quello intermedio di 300 metri e nel terzo scenario, il più estremo, di 700 metri. Significa che ENTRO IL 2100 POTREBBE SCOMPARIRE IL 92% DEI GHIACCIAI ALPINI, NELLA PEGGIORE DELLE IPOTESI. I ghiacciai PIÙ A RISCHIO sono quelli che si trovano SOTTO I 3500 METRI DI QUOta: rischiano di sciogliersi completamente entro i prossimi 30 anni. Secondo Giorgi è impossibile invertire questo trend: forse si potrà rallentare. «Il massimo che si può fare nei prossimi anni è adottare misure per CERCARE DI LIMITARE LE EMISSIONI per mantenere la crescita del RISCALDAMENTO AL DI SOTTO DELLA SOGLIA DI PERICOLO. Ma più passa il tempo e più è difficile limitare gli effetti», conclude. (…) (IL POST.IT, 19/12/2020, https://www.ilpost.it/) – (nella FOTO il GHIACCIAIO della MARMOLADA: si è ridotto dell’80 per cento in 70 anni; secondo uno STUDIO dell’ISTITUTO DI GEOGRAFIA dell’Università di Padova potrebbe avere non più di 15 anni di vita)

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VERSO LA COP26 DI GLASGOW 

CONTRO L’INQUINAMENTO IL MERCATO NON BASTA, SERVE LA CARBON TAX

di VALERIA TERMINI economista, dal quotidiano “DOMANI” del 15/12/2020

   L’occasione politica è offerta dalla presidenza italiana e britannica della Cop26 nel 2021, la Convenzione delle parti sul clima delle Nazioni unite, rinviata di un anno. È l’occasione per l’Europa di riprendere un ruolo guida nel processo di decarbonizzazione, indicando la strada di una carbon tax globale e ottenere il risultato minimale della abolizione dei sussidi ai combustibili fossili. Non è una proposta irrealistica, politicamente.

   La border carbon tax per internalizzare il prezzo dell’inquinamento ambientale nei costi delle fonti fossili è già nello European Green Deal e da anni l’introduzione di una carbon tax è al centro delle raccomandazioni di policy di Janet Yellen, allora banchiera centrale, oggi segretaria al Tesoro nel nuovo corso di Joe Biden; mentre il presidente cinese Xi Jinping ha già espresso l’obiettivo di portare la Cina verso una crescita a emissioni zero al 2060.

   Negoziare una tassa uniforme sul carbonio il cui ricavato fosse trattenuto dai singoli stati, compatibilmente con la loro posizione nell’economia globale, sarebbe un modo efficace di superare comportamenti opportunistici nazionali nei confronti di un bene pubblico globale quale è il clima. LA COP26 DI GLASGOW DEVE TORNARE A FAR SPERARE IL MONDO.

Siamo noi l’asteroide

Sessantasei milioni di anni fa un enorme asteroide colpì la penisola dello Yucatan uccidendo 75 per cento delle specie viventi sulla terra. Si fa risalire ad allora l’estinzione dei dinosauri. Nel 2013, il 15 febbraio, un asteroide di 20 metri esplose in cielo sopra la città russa di Čeljabinsk. In quell’occasione si tornò a parlare del rischio di estinzione dell’umanità e di distruzione del pianeta dovuto all’esplosione di asteroidi.

   «Oggi siamo noi l’asteroide», scrive Elizabeth Kolbert, in Sesta Estinzione, premio Pulitzer 2015; mettiamo a rischio la sopravvivenza dell’umanità in un ambiente divenuto ostile, di cui il cambiamento climatico è il principale responsabile. Il mondo ha colto il rischio di questa catastrofe e finalmente reagisce.

   L’inversione di tendenza rispetto al Novecento, il secolo del petrolio, pare ormai segnata. Ma i tempi sono stretti. L’urgenza di una governance globale in grado di affrontare questo problema è evidente.

   La Cop26 delle Nazioni unite è un ottimo punto di ripartenza per definire indirizzi cooperativi, dove gli Stati Uniti saranno rappresentati da John Kerry, che da segretario di Stato firmò con Barack Obama gli Accordi di Parigi.

Il vero costo del carbonio

È anche evidente che il carbonio deve avere un costo per chi lo genera, nell’uso o nella produzione, nel sistema di mercato in cui viviamo. Lo illustrò bene l’economista ARTHUR CECYL PIGOU (nel 1920) che introdusse il principio “CHI INQUINA PAGA” e definì gli strumenti per minimizzare l’inquinamento del carbone che allora intossicava le città industriali.

   Studiò l’impatto di una tassa da imporre sulle emissioni per inserire nei prezzi il costo del danno che provocano e, in alternativa, un sistema di permessi di inquinamento negoziabili, (come l’ETS, emission trading system, il mercato di permessi di emissione –di gas a effetto serra, ndr-) ponendo un tetto al volume totale dei permessi rilasciati dal governo per evitare danni irreversibili all’ambiente.

   Infine affidò a politiche di sussidi il ruolo di promuovere comportamenti virtuosi, meno inquinanti. Nella teoria economica che ipotizza mercati perfetti l’esito è identico: CARBON TAX e ETS rendono più costose le filiere industriali inquinanti e inducono nuove tecniche, nuovi processi produttivi, diverse materie prime, diversi comportamenti nel consumo che ridurranno l’inquinamento globale.

   I SUSSIDI devono invece PROMUOVERE L’USO DI FONTI RINNOVABILI “PULITE, nei due settori che oggi sono responsabili di tre quarti delle emissioni di Co2 clima-alteranti: l’ENERGIA e i TRASPORTI.

   Wiliam Nordhaus, premio Nobel dell’economia nel 2018, ha stimato il costo appropriato di una tonnellata di CARBONIO in almeno 47 DOLLARI A TONNELLATA, PER COMPENSARE I DANNI e indurre un cambiamento nella crescita, nel suo modello (Dire). La Banca Mondiale (2019) stima un prezzo netto del carbonio di 40–80 dollari a tonnellata, da far crescere intorno ai 100 dollari dopo il 2020. L’Iea, l’Agenzia internazionale per l’energia, propone valori simili, tra i 75 e i 100 dollari per cambiare indirizzo in linea con gli Accordi di Parigi del 2015 (2020).

Il flop della scelta europea

L’Ue ha scelto nel 2006 la via degli Ets, i permessi di inquinamento negoziabili, che colpiscono il 45 per cento delle emissioni clima-alteranti europee. Più volte riformato, questo sistema non è certo un successo: il prezzo del carbonio è oscillato intorno ai 10 dollari a tonnellata fino al 2017 inferiore a metà del prezzo giudicato utile per promuovere tecniche alternative. Nel 2019 il prezzo è salito, ha sfiorato i 30 euro, non certo per meccanismi di mercato, ma grazie agli acquisti ingenti di permessi attivati dalla cancelliera tedesca Angela Merkel.

   Un atto generoso di consapevolezza politica? Non del tutto. All’industria del CARBONE tedesca torna larga parte di quanto la GERMANIA ha speso. Una recente riforma, per superare gli ostacoli di POLONIA e Germania, GRANDI UTILIZZATORI DI CARBONE dalle miniere del proprio territorio, ha esteso l’esenzione dai permessi a 63 settori e ha distribuito permessi gratuiti «per non ridurne la competitività» e compensare il rischio che le industrie più esposte alla concorrenza estera spostino la produzione in paesi dove le politiche sul clima sono più blande o inesistenti (nel gergo comune, per il timore di “CARBON LEAKAGE” delle imprese europee).

   Nelle industrie esenti emerge la grande contraddizione: tra i settori che hanno diritto al 100 per cento dei certificati gratuiti (nel 2022 -2030) al primo posto c’è l’estrazione di carbone, al secondo i prodotti petroliferi, seguiti tra gli altri dall’industria dell’alluminio. Di fatto, l’onere del sistema Ets grava essenzialmente sui produttori di energia elettrica, che a loro volta la traslano sui consumatori. E ciò non basta certo a promuovere tecniche di produzione alternative alle fonti fossili.

   Nel resto del mondo non si osservano risultati migliori: in CINA il nuovo mercato scambia i permessi di emissione a 12 dollari per tonnellata, in IRLANDA a 28, in SLOVENIA a 19, in NUOVA ZELANDA a 14. Il confronto con i paesi dove una carbon tax è da tempo in vigore è lampante: il prezzo del carbonio in SVEZIA è di 119 dollari a tonnellata, di 99 dollari in SVIZZERA, di 68 dollari in FINLANDIA, 53 in NORVEGIA, ma è sostenuto anche nel resto del mondo (33 dollari in COREA, 30 in ISLANDA). La differenza nelle emissioni è clamorosa.

Le tasse generano i gilet gialli?

La carbon tax evoca difficoltà politiche in Europa, dopo che la FRANCIA è stata scossa dalle proteste dei gilet gialli nel 2018 nei confronti di una tassa sul diesel e sulla benzina introdotta da Emmanuel Macron e poi ritirata. Ma anche in quel caso il diavolo stava nei dettagli. I dati Ocse mostrano che tasse esplicite e accise sul carbonio in Francia sono le più alte in Europa, concentrate sui trasporti su strada, i più facili da tassare. Fu un errore politico, dunque, colpire di nuovo quel segmento energetico, con una modalità percepita come iniqua e regressiva dai cittadini.

   Altri esempi, della SVEZIA, dell’IRLANDA in Europa, come quello in costruzione in CANADA, sono stati più consapevoli e utili. Ancora più PARADOSSALE È L’EROGAZIONE DIFFUSA DI SUSSIDI ALL’USO DI COMBUSTIBILI FOSSILI. Carbon tax e sussidi ai fossili sono misure contrapposte: si sovrappongono in modo disordinato e inefficiente nella fiscalità globale.

   Trentacinque miliardi di tonnellate di Co2 l’anno si riversano globalmente nell’atmosfera, ma se si calcola la differenza tra il costo cui sono soggette le emissioni di Co2 – nella forma di tasse sul carbonio o acquisto obbligatorio di permessi di inquinamento (Ets) – e i sussidi al consumo erogati ai combustibili fossili, ogni tonnellata di carbonio riceve un compenso netto di 15 dollari!

   Non sorprende che Ursula von der Layen, che ben conosce le politiche europee e le loro procedure di attuazione accidentate, abbia introdotto una “BORDER CARBON TAX” nel suo programma, che renda più costose anche le importazioni dai Paesi dove non sono in vigore regole restrittive sulle emissioni. Certo non si tratta di una misura protezionistica, ma di uno strumento allineato con gli obiettivi sul clima votato da tutti i paesi negli Accordi globali del 2015. È QUESTO IL MESSAGGIO che l’Italia e l’Europa dovranno portare ALLA COP26 di Glasgow. (Valeria Termini)

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COSÌ LA CRISI AMBIENTALE CAMBIA IL NOSTRO PAESE E LA NOSTRA VITA

di SERGIO FRIGO, da “IL MATTINO di Padova” del 20/12/2020 Continua a leggere

La pandemia e il PESSIMISMO RASSEGNATO degli italiani (dati CENSIS dicembre 2020) e la PROMESSA della RIVOLUZIONE VERDE, con la SVOLTA ECOLOGICA che salverà il nostro pianeta (speriamo) – Riuscirà la TRASFORMAZIONE ENERGETICA e i NUOVI STILI DI VITA a creare un mondo più giusto?

È un ritratto a tinte fosche, quello che scaturisce dall’ultimo RAPPORTO CENSIS sulla situazione sociale del Paese, il 54° della serie, presentato il 4 dicembre 2020 a Roma dal direttore dell’istituto di ricerca Massimiliano Valerii; il ritratto di un Paese dipinto come “UNA RUOTA QUADRATA CHE NON GIRA E AVANZA A FATICA” e sul quale l’epidemia di Covid si è abbattuta in maniera tanto improvvisa quanto violenta, sconvolgendo “lo status quo a cui gli italiani erano ormai abituati: la temuta caduta c’è stata, il salto verso il basso è iniziato e non si sa quanto durerà”. – (la foto è da https://www.theitaliantimes.it/)

   Segnali molto preoccupanti vengono da 54° RAPPORTO annuale CENSIS sulla situazione sociale del Paese, rapporto presentato il 4 dicembre 2020. Una popolazione, quella italiana, stanca e rassegnata, pure incattivita, è quella che si presenta.

   Ovvio che incide prevalentemente la situazione di emergenza sanitaria e “pericolo” rappresentato dal Covid; e dal fatto che uscirne completamente si percepisce che sarà un processo non breve (ammesso che si possa completamente tornare come prima).

4 dicembre 2020 – 54° RAPPORTO SULLA SITUAZIONE SOCIALE DEL PAESE/2020 – Giunto alla 54a edizione, il RAPPORTO CENSIS interpreta i più significativi fenomeni socio-economici del Paese nella fase di eccezionale incertezza che stiamo vivendo. Le CONSIDERAZIONI GENERALI introducono il Rapporto descrivendo la giravolta della storia, ma anche il geniale fervore degli italiani da cui traspira il nuovo. Nella SECONDA PARTE, la società italiana al 2020, l’anno della paura nera, vengono affrontati i temi di maggiore interesse emersi nel sistema-Italia, UNA RUOTA QUADRATA CHE NON GIRA: l’avvitamento di vulnerabilità strutturali – che ci portano ad esclamare: il re è nudo! -, le scorie dell’epidemia e quello che resterà dopo lo stato d’eccezione. Nella TERZA e QUARTA parte si presentano le analisi per settori: la formazione, il lavoro e la rappresentanza, il welfare e la sanità, il territorio e le reti, i soggetti e i processi economici, i media e la comunicazione, la sicurezza e la cittadinanza.

   Ma la situazione di pessimismo era presente già da prima della pandemia (chiaramente molto meno evidente): è una società tutta che deve affrontare problematiche irrisolte; in primis la crisi ambientale, l’insostenibilità di questo modello di sviluppo. Ma anche altre questioni non meno importanti, come quella demografica: la crescita esponenziale della popolazione del pianeta, e dall’altro, per i residuali paesi ricchi come quelli dell’Europa, il calo demografico è eccessivo, nascono assai pochi bambini (questo si sta verificando, da decadimento di un paese come l’Italia…..ma ciò non inficia il boom planetario di crescita della popolazione davvero preoccupante per le risorse ambientali e alimentari disponibili).

   Sul sovrapporsi della crisi (quella pandemica, quella ambientale, la demografica…) si denota la mancanza di un progetto collettivo per il futuro (prossimo e più a lungo termine). Quello che però sembra (ripetiamo, sembra) essere stato recepito, almeno da noi in Europa, è trovare modi per ridurre l’inquinamento e l’uso eccessivo della risorse non rinnovabili…un tentativo di nuovo modello di sviluppo (pur ancora contradditorio e assai poco concreto).

“(…) PER LA TERZA VOLTA NELLA STORIA UNA RIVOLUZIONE ENERGETICA CAMBIA IL MONDO. Incide radicalmente sulla traiettoria della crescita, modifica l’organizzazione dell’industria e la vita quotidiana degli abitanti del pianeta, altera gli equilibri geopolitici: apre così una nuova fase nel capitalismo del XXI secolo. La PRIMA GRANDE TRASFORMAZIONE energetica risale al CARBONE, che avviò la rivoluzione industriale in Inghilterra; POI fu la volta del PETROLIO grazie al quale si annullarono le distanze geografiche con la rivoluzione nei trasporti, mentre i prodotti della nuova industria petrolchimica entravano nelle case e nell’industria, introducendo la plastica, fertilizzanti agricoli, nuovi medicinali e persino nuovi alimenti. (…) OGGI sono le NUOVE FONTI RINNOVABILI, inesauribili e disponibili localmente – SOLE, VENTO, MAREE, GEOTERMIA, BIOMASSE – a cambiare il quadro: insieme alle innovazioni nel dominio digitale e all’uso di nuovi materiali generano una discontinuità con il passato.(…)” (introduzione al libro, qui sopra nell’immagine, di VALERIA TERMINI, testo ripreso dal quotidiano “DOMANI” del 9/12/2020 https://www.editorialedomani.it/)
Eolico offshore (foto da https://www.qualenergia.it/)

   Per questo, ad esempio, è da cogliere con favore e speranza l’accordo dei 27 paesi della UE di aumento dell’impegno di riduzione dal 40 al 55 per cento delle emissioni entro il 2030. Una tappa fondamentale per arrivare poi al taglio totale entro il 2050. Con impegni politici e finanziari rivolti in particolare a Paesi riottosi e poco convinti (com’è il caso della Polonia, dove effettivamente c’è un’economia che dipende quasi totalmente dall’uso del carbone).

BRUXELLES, 10-11 dicembre 2020 – Hanno negoziato tutta la notte, non sono nemmeno rientrati in albergo ma alla fine i capi di Stato e di governo dell’Unione sono riusciti a trovare l’ACCORDO sul GREEN DEAL: l’EUROPA aumenta le sue ambizioni nella strada verso la neutralità climatica e PORTA DAL 40 AL 55 PER CENTO LA RIDUZIONE DELLE EMISSIONI ENTRO IL 2030. Una tappa fondamentale per arrivare al TAGLIO TOTALE ENTRO IL 2050. A BLOCCARE LA DECISIONE, per tutta la notte e nei mesi precedenti allo storico accordo, la POLONIA, LA CUI ECONOMIA DIPENDE MASSICCIAMENTE DAL CARBONE.(….) Intorno all’una di notte, hanno affrontato il Green deal. L’accordo è arrivato solo alle 8.30 della mattina dell’11 dicembre. TAGLIO DEL 55% DELLE EMISSIONI ENTRO IL 2030, DEL 100% ENTRO IL 2050. (Alberto d’Argenio, da “la Repubblica” del 11/12/2020) (foto da Il Sole 24ore)

   Pertanto al nostro pessimismo cosmico rilevato dal Censis, cerchiamo di inserire tasselli di cambiamento positivo, sperando che perlomeno riducano la fase psicologica di massa (e personale) negativa. Lo sappiamo, tentativo difficile e assai parziale. Però elementi di sviluppo nuovo, di apertura di una nuova era non sono cose trascurabili per la speranza dei popoli (e degli individui presi uno ad uno: sempreché porti ricchezza e benessere) (noi ci crediamo). (s.m.)

Ursula Von der Leyen e Angela Merkel al Summit di Bruxelles del 10 e 11 dicembre 2020 (foto da http://www.laregione.ch/)

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RAPPORTO CENSIS: ITALIANI SPAVENTATI E PIÙ “CATTIVI”. SPARITI 500MILA POSTI DI LAVORO

di Valeria Arnaldi, da IL MESSAGGERO del 4/12/2020

   «Una ruota quadrata che non gira». È l’immagine cupa di un sistema che «avanza a fatica» quella che emerge dal  54esimo Rapporto Censis sulla situazione sociale del nostro Paese. La pandemia ha fatto crescere la paura, diminuire la fiducia nel domani e ci ha reso più poveri. Forse pure emotivamente. Dati alla mano, a comporsi è il ritratto di un’Italia in difficoltà, certo, e spaventata, ma anche più “cattiva”. Gli italiani hanno accettato di rinunciare a parte dei propri diritti civili – «meglio sudditi che morti», la filosofia evidenziata dal Rapporto – ma hanno chiesto pene decisamente più severe per i comportamenti scorretti.

INASPRIMENTO DELLE PENE

Il 38,5% dei connazionali si è rivelato pronto, in nome di un maggiore benessere economico, ad accettare limiti al diritto di sciopero, alla libertà di opinione e di iscriversi a sindacati e associazioni. È stata una percentuale decisamente superiore però a chiedere di inasprire le pene.

   Il 77,1% le ha chieste più severe per chi non indossa le mascherine di protezione, non rispetta il distanziamento o i divieti di assembramento. Per 76,9%, è giusto che quanti nell’emergenza hanno sbagliato, tra politici, dirigenti sanitari e via dicendo, paghi per quegli errori.

   Più della metà degli italiani – il 56,6% – chiede il carcere per i contagiati che non rispettano in modo rigoroso le regole della quarantena. Il 31,2% vuole addirittura che quanti hanno adottato comportamenti irresponsabili e per questo si sono ammalati, non vengano curati o comunque lo siano dopo gli altri.   L’“ordine” di cura diventa questione di dibattito. E di scontro, anche tra generazioni. Secondo il 49,3% dei giovani è giusto che gli anziani siano assistiti soltanto dopo di loro.

PENA DI MORTE

Il desiderio di misure rigorose muta lo sguardo sul mondo. E sull’Altro. Il 43,7% degli italiani è favorevole all’introduzione della pena di morte nel nostro ordinamento giuridico. E la percentuale sale addirittura al 44,7% tra i giovani.

IL POSTO FISSO

È la paura a dettare le nuove regole sociali. L’epidemia intimorisce, ma lo fa anche, in generale, il domani. Cosa ci sarà “dopo” spaventa tanti. Il sentimento dominante, per il 73,4% degli italiani, è proprio la paura dell’ignoto. Economia e occupazione sono temi – e interrogativi – portanti. Anche qui, a dare la misura del momento sono i numeri.

   La società italiana, per l’85,8%, si è rivelata spaccata in due, tra “garantiti” – al primo posto, 3,2 milioni di dipendenti pubblici, poi 16 milioni di percettori di pensione – e “non garantiti”, tra chi ha il posto fisso e dunque la certezza del futuro e chi, invece, non ce l’ha. E attenzione, il capitolo dei non garantiti e dei vulnerabili è decisamente ampio e articolato.

   Lo spettro della disoccuparne aleggia sul settore privato. Il 53,7% degli occupati nelle piccole imprese – il 28,6% nelle grandi aziende – vive con insicurezza il proprio lavoro. Tra i più “vulnerabili”, dipendenti del settore privato a tempo determinato e partite Iva. Pressoché scomparsi i lavoratori in nero, sono emerse invece nuove – inaspettate – figure “deboli”: commercianti, artigiani, professionisti rimasti senza incassi e fatturati.

   È appena il 23% dei lavoratori autonomi ad aver percepito i medesimi redditi del periodo pre-Covid. E quest’ultimo capitolo incide anche, in modo evidente, sulla percezione del domani. Solo il 13% ritiene che sia ancora un’opportunità avviare un’attività o uno studio professionale in Italia, Paese dell’autoimprenditorialità. Per quasi il 40% farlo oggi è un azzardo.

BONUS

L’ansia per il futuro muta pure lo sguardo sulla bonus economy – sono in media duemila a testa gli euro dati a un quarto della popolazione – valutata molto positivamente dall’83,9% dei giovani, ben più del 65,7% degli anziani, che la guardano con maggior timore come meccanismo che può generare dipendenza (25,1%) e rischia di mandare fuori controllo il debito pubblico (18,1%). Al di là di tutto, solo per il 17,6% dei titolari di impresa le misure di sostegno saranno sufficienti a contrastare le conseguenze economiche dell’emergenza.

LIQUIDITÀ

Non stupisce che, nel pieno della pandemia, nel secondo trimestre, il Pil sia franato del 18% in termini reali rispetto all’anno scorso. Sono calati i consumi delle famiglie (-19,2%), gli investimenti (-22,9%), l’export (-31,5%). La liquidità delle famiglie a giugno 2020 è aumentata del 3,9% rispetto a dicembre 2019. Crollate le risorse dedicate ad azioni, obbligazioni, fondi comuni. La corsa alla liquidità nasce da un timore diffuso e concreto. Il 75,4% giudica insufficienti o tardivi gli aiuti dello Stato. Dunque, si cerca “riparo” in un aumento di liquidi.

OCCUPAZIONE

Preoccupano i risparmi e lo fa anche il lavoro. I più colpiti sono giovani e donne: 457mila i posti di lavoro persi nel terzo trimestre rispetto allo scorso anno. Sono 654mila i lavoratori indipendenti o con contratto a tempo determinato rimasti senza impiego.

   Le donne sono le più svantaggiate. Il tasso di occupazione maschile, nel secondo trimestre, era del 66,6%, con un divario di oltre 18 punti a sfavore delle donne. Nella fascia 15-34 anni solo 32 donne su 100 sono occupate o in cerca di una occupazione, in quella 25-49 anni il tasso di occupazione è del 71,9% tra quelle senza figli e del 53,4% tra quelle con figli in età pre-scolare.

   Colpite anche le libere professioni: poco meno di 4 milioni di lavoratori indipendenti ha avuto accesso all’indennità di 600 euro. E tre quarti di commercianti, artigiani, coltivatori diretti e figure impegnate nelle attività agricole ha avuto una compensazione della perdita di reddito nel corso dell’emergenza.

   Nelle libere professioni e tra gli iscritti alla gestione separata Inps – circa 2,5 milioni in totale – un milione è stato beneficiario dell’indennità di 600 euro. Ossia, il 38% degli iscritti alle Casse e il 42% degli iscritti alla gestione separata Inps. Il 90,2% degli italiani ritiene che emergenza e lockdown abbiano danneggiato maggiormente i più vulnerabili e ampliato le disuguaglianze sociali. A percepire un reddito superiore ai 300mila euro l’anno è appena lo 0,1% dei dichiaranti. Ad avere più di un milione di dollari (circa 840mila euro) è il 3% degli italiani adulti, che possiede il 34% della ricchezza del Paese.

NATALE

Inevitabile che tali sentimenti influiscano sulla percezione delle feste. Il 79,8% degli italiani chiede di non allentare le restrizioni o di inasprirle. Il 54,6% spenderà di meno per i regali, il 59,6% per il cenone dell’ultimo dell’anno. Per il 61,6% la festa di Capodanno sarà triste.

NUOVE ABITUDINI

Mutano intanto le abitudini. E le priorità. Dopo anni di tagli alla spesa pubblica, nuove risorse – e quindi opportunità – interessano il sistema sanitario. Problematica la questione scuola. Appena l’11,2% dei dirigenti scolastici intervistati dice di essere riuscito a coinvolgere nella didattica tutti gli studenti. Nel 18% degli istituti ad aprile mancava più del 10% degli studenti. Il 53,6% dei presidi sostiene che con la didattica a distanza non si riesce a coinvolgere pienamente gli studenti con bisogni educativi speciali.

   Difficoltà anche per gli studenti non italiani, specie le prime generazioni, e per gli alunni con disabilità o con disturbi dell’apprendimento. È aumentato l’uso della Rete: quasi 43 milioni di persone maggiorenni sono rimaste in contatto con amici e parenti grazie ai sistemi di videochiamata che utilizzano internet. Il digitale però, a lungo andare, ha stancato un quarto della popolazione, giovani inclusi. Cambia anche il modo di guardare alle vacanze, con il ritorno di seconde case e turismo di prossimità. Secondo una indagine del Censis, il 24% degli italiani ha almeno un’altra abitazione in un Comune diverso da quello di residenza. Le famiglie sono circa il 18%: il 34% dichiara di averne fatto un uso maggiore che nel passato.

E DOMANI?

Il sentimento generale è di sfiducia. Solo il 28% degli italiani nutre fiducia nelle istituzioni comunitarie. La media Ue è del 43%. Il 58% è insoddisfatto delle misure adottate a livello comunitario per contrastare la crisi del Covid-19. La media europea è del 44%.

   Ed è addirittura il 44,8% degli italiani ad essere convinto che non andrà tutto bene, anzi, usciremo dalla pandemia peggiori di prima. Soltanto il 20,5% pensa che l’esperienza ci renderà migliori. (Valeria Arnaldi)

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CENSIS, LA PANDEMIA SOCIALE NELL’ANNO DEL CORONAVIRUS

di Roberto Ciccarelli, da IL MANIFESTO, 5/12/2020 Continua a leggere

STRADE D’ACQUA: canali e fiumi navigabili, l’ALTERNATIVA DIMENTICATA al trasporto merci su gomma – LE IDROVIE da costruire o ripristinare, percorribili da chiatte fluviali che sostituiscono decine di TIR – Il caso della incompiuta Idrovia Padova-Venezia – Ma la NAVIGAZIONE INTERNA è anche suggestivo turismo

(Nella foto: UTRECHT, Olanda, PRIMA E ADESSO, IL NUOVO CANALE NAVIGABILE) – Il 12 settembre 2020 è stato aperto un nuovo canale navigabile a Utrecht, in Olanda. Un’opera durata vent’anni ha riportato la via acquatica a circondare l’intero centro storico della città. Si tratta appunto di un ripristino perché il canale era già presente fino agli Anni 70 quando il tratto a Nord-Ovest di Utrecht venne trasformato in autostrada. Da allora le proteste dei residenti non si sono mai placate e con un referendum nel 2002 hanno ottenuto il ripristino del canale. La maggior parte dei tratti venne riaperta già nel 2015, ma solo in questi giorni è possibile percorrere interamente questo anello di canali che circonda il centro della città olandese (Vedi questo filmato: https://youtu.be/fePpwYCs_JM)

   Tra le “grandi” innovazioni che ci si aspetta nella fase post Covid, trattando del tema dominante di uscire sì dalla pandemia, ma anche ricollegarsi alle “promesse” di una nuova “economia verde” (e nuovo stile di vita personale e collettivo), c’è quello di ripensare concretamente (con azioni politiche, culturali, economiche) alla mobilità: come poter muoversi (le persone, le merci) senza inquinare (o inquinare di meno), virtuosamente. Cioè il tema del trasporto, dei trasporti, specialmente delle merci.

(trasporto merci via canale navigabile o fiume , foto da https://www.lestradedellinformazion.it/) – “(…) In Italia l’85% del traffico merci domestico – circa 880 milioni di tonnellate movimentate in anno – viaggia su gomma e il 17% su rotaia. Mentre LE VIE D’ACQUA INTERNE NON VENGONO UTILIZZATE, visto che molti PORTI FLUVIALI sono ancora POCO ATTREZZATI E COLLEGATI MALE CON RETI VIARIE, FERROVIARIE E STRUTTURE LOGISTICHE della Penisola. Oltre al danno, la beffa: siamo il paese tra i meno “green” in Europa, dove in media tre quarti del trasporto merci terrestre viaggia su strada (76,4%) e meno di un quinto (17,4%) su ferrovia; LA QUOTA RESTANTE (6,2%) SI MUOVE ATTRAVERSO VIE D’ACQUA INTERNE. Ma siamo anche il Paese con i costi del trasporto pesante su gomma, per chilometro percorso, tra i più elevati in Europa, con un saldo negativo di 3,2 miliardi nel 2017, pari al 54,6% sul totale trasportato (il disavanzo era di 1,8 miliardi nel 2008, pari al 30,6%). Sono solo alcuni spunti di riflessione, elaborati da dati EUROSTAT e BANCA D’ITALIA, che solleva il “LIBRO BIANCO” sull’autotrasporto realizzato da CONTSHIP, gruppo internazionale attivo nei campi del terminalismo portuale, dell’intermodalità ferroviaria e della logistica, che ha raccolto una serie di informazioni utili che fotografano la situazione del trasporto nel nostro Paese. Il documento delinea anche alcune possibili soluzioni alla crisi che, secondo CONTSHIP, possono realizzarsi solo attraverso UNA RIPARTIZIONE MODALE DEL TRASPORTO. (…)” (da https://www.repubblica.it/economia/ 5/8/2019)

   In questo post vorremmo dar voce a una forma alternativa di trasporto merci, a nostro avviso del tutto dimenticata, che è quella dell’utilizzo di VIE D’ACQUA INTERNE, corsi d’acqua navigabili, fiumi e canali, artificiali o naturali, collegati fra loro, che possono essere definiti con il termine di IDROVIE. E che permetterebbero di portare grandi quantità di merci (non immediatamente deperibili) da un posto all’altro, da una città (ad esempio un’area industriale) a un’altra città, per il loro utilizzo e/o consumo.

(mappa canali navigabili
dal Bacchiglione, mappa ripresa da http://www.collieuganei.it/) – “(….)Il BACCHIGLIONE, incanalato verso nord nel centro storico della città patavina, prende il nome di TRONCO MAESTRO e di PIOVEGO. A sud, in località BASSANELLO, sono state realizzate due diramazioni: il CANALE BATTAGLIA, risalente all’epoca medievale, e il CANALE SCARICATORE, scavato nel 1863 per porre finalmente fine alle rovinose piene che periodicamente danneggiavano la città. Le diverse ramificazioni del fiume solcano da ovest verso est la bassa pianura padovana, confluendo nel CANALE DEL BRENTA e sfociando quindi nel mare Adriatico presso la località BRONDOLO di CHIOGGIA. L’anello fluviale che abbraccia il comprensorio montuoso dei Colli Euganei è costituito dal congiungimento di due derivazioni risalenti all’epoca medievale del fiume BACCHIGLIONE, i canali BISATTO e BATTAGLIA. In essi confluiscono rispettivamente lo SCOLO FOSSONA presso la località di VÒ VECCHIO e lo SCOLO RIALTO presso il centro di BATTAGLIA TERME. I corsi d’acqua che circondavano i rilievi euganei anticamente rappresentavano dei CANALI DI NAVIGAZIONE utilizzati per trasportare velocemente merci e materie prime a PADOVA e a VENEZIA. (…)” (da https://www.collieuganei.it/ )

   Se una chiatta in un canale navigabile può arrivare a trasportare merci corrispondenti a più di 80 TIR, allora pensiamo che la convenienza (da tutti i punti di vista, ecologici, economici…togliere dalle strade così tanti camion…) è evidente. Ma, in questo periodo in cui si pensa a grandi cambiamenti “verdi”, delle strade navigabili, delle autostrade d’acqua, non se ne parla (o si sente assai poco parlarne).

   Eppure il nostro Paese è ricco di strumenti adatti a un utilizzo per il trasferimento delle merci attraverso le idrovie; anche per un passato nel quale questo sistema di trasporto era più usato, in epoca in cui l’utilizzo della “gomma” (della strada, dei camion) non dominava totalmente come adesso (assai meno rilevante è il trasporto su rotaia, la ferrovia).

IDROVIA PADOVA-VENEZIA, Confapi: «ogni euro investito ne fa risparmiare 6, non si perda altro tempo» – «OPERA NECESSARIA PER DUE RAGIONI: METTERE IN SICUREZZA IL TERRITORIO E RILANCIARE IL TRASPORTO VIA ACQUA. Bene la mozione, ma già altre volte il Governo ha preso impegni poi disattesi: basta chiacchiere, passiamo ai fatti»- “L’idrovia Venezia-Padova completata entro il 1975″, campeggiava sui titoli dei quotidiani locali all’inizio degli anni ’70. PROCLAMI CHE, PERÒ, SUONANO IRONICAMENTE FUORI LUOGO 45 ANNI DOPO: nel 1992 l’opera era avanzata sino al 60%, poi però i lavori si sono fermati senza più ripartire, facendola diventare UN EMBLEMA DELLO SPRECO DI RISORSE PUBBLICHE.(…)” (dalla Redazione de https://www.padovaoggi.it/economia/, 4 agosto 2020)

   “Via di comunicazione costituita da un complesso di corsi d’acqua navigabili, artificiali o naturali, collegati fra loro“. E’ questa la definizione di idrovia che danno i dizionari. E il sistema fluviale italiano era organizzato essenzialmente intorno ai fiumi, a cui furono collegati, nel corso dei secoli, numerosi canali navigabili per consentire una diffusione più capillare delle merci, anche in città dove i fiumi non arrivavano.

   E nell’Italia del nord e centrale, tra fiumi importanti (il Po, l’Arno, il Tevere) e canali collegati a fiumi navigabili, attraverso questi manufatti, questo tipo di trasporto su acqua aveva una funzione dinamica e importante nella vita e nell’economia collettiva. Nell’Italia meridionale questo sistema era assai meno usato per ragioni di opportunità economica: la stessa forma della penisola ha al Sud favorito la navigazione marittima a discapito di quella fluviale.

Il percorso dell’Idrovia Padova-Venezia: da tutelare, da non depauperare, ma valorizzare naturalisticamente e turisticamente) (foto da Wikipedia)

   La navigazione delle merci su VIE D’ACQUA INTERNE adesso è più che residuale: tre quarti del trasporto merci terrestre viaggia su strada (76,4%) e meno di un quinto (17,4%) su ferrovia; LA QUOTA RESTANTE (6,2%) SI MUOVE ATTRAVERSO VIE D’ACQUA INTERNE (dati Eurostat – Banca d’Italia). Ma quel 6 per cento attribuito dai dati Eurostat, a noi sembra poco credibile: per molti tecnici e osservatori il trasporto “via acqua” è uno “zero virgola”, mentre più del 90% è via gomma….

IDROVIE 1-ESISTENTI, 2-IN COSTRUZIONE, 3-ALLO STUDIO ( mappa da https://www.liberoreporter.it/)

   In Italia il 67% del volume di trasporto complessivo si concentra in 4 regioni: Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna e Veneto. Nonostante però la rete autostradale si sia dimostrata da tempo insufficiente, e i camion inquinino (e possono pure essere pericolosi) non si è scelto di investire per migliorare il trasporto fluviale. Si è fatto poco o nulla per mantenere in vita la navigazione fluviale che pure è stata importantissima per secoli per tutta la Pianura Padana.

(Borgo fluviale di Battaglia Terme nel padovano, foto da https://www.watermuseumofvenice.com/) – BATTAGLIA TERME, nella bassa padovana, costituisce uno snodo idraulico fondamentale nella rete dei navigli padovani, essendo il punto d’incontro fra il CANALE BISATO (1139), proveniente da MONSELICE ed ESTE, e il CANALE BATTAGLIA (1189-1201), un naviglio artificiale alimentato dalle acque del BACCHIGLIONE, presso PADOVA. La puntuale regolazione dei livelli d’acqua di queste DUE IDROVIE è svolta in pieno centro di Battaglia da un imponente manufatto idraulico: il monumentale ARCO DI MEZZO, che riversa le acque del complesso SISTEMA IDROVIARIO BISATO-BATTAGLIA in un canale sottostante, il VIGENZONE. Il notevole dislivello fra questi canali genera uno spettacolare salto d’acqua di circa sette metri e servì fin dal Medioevo ad alimentare le ruote di mulini, cartiere e opifici idraulici di vario genere. Grazie alla connessione con il sistema navigabile dei navigli patavini, questo BORGO RIVIERASCO ha goduto per lungo tempo di UN’ECONOMIA FLORIDA PER IL TRASPORTO DI VARIE MERCI. In prossimità della confluenza fra Vigenzone e Canale Rialto, sorge il piccolo ma imperdibile MUSEO DELLA NAVIGAZIONE FLUVIALE: uno spazio espositivo unico nel suo genere in Italia. (da https://www.watermuseumofvenice.com/)

   Un ritorno convinto e forte al trasporto per vie d’acqua delle merci dovrebbe essere un obiettivo prioritario: cioè incentivare lo sviluppo della navigazione lungo il Po, e in tutti i fiumi di pianura a decorso regolare (apportando modifiche ai punti di non transito); e portare avanti anche il ripristino dei canali navigabili del passato, è qualcosa da crederci.

Vie navigabili nel nord Italia (vedi http://www.unii.org/itinerari/navigazione-fiumi/)

   In Veneto c’è un esempio, negativo, assai significativo: l’IDROVIA PADOVA-VENEZIA, opera progettata all’inizio degli anni ’60 del secolo scorso, per collegare la zona industriale di Padova a quella di Marghera, attraverso il fiume Brenta e il canale Novissimo, per un percorso di circa 28 km. Del progetto redatto dal Genio Civile di Venezia, sono stati realizzati solo 10,7 km di canale tra Padova e il Brenta e tra il Novissimo e la laguna. Ora dal 1992 è tutto fermo; e questo non ha senso. Finire la realizzazione dell’idrovia significherebbe realizzare un’opera essenziale e significativa nel cuore dell’Area metropolitana veneta (nella cosiddetta area PaTreVe, Padova Treviso Venezia). Ovviamente nel rispetto ambientale, con cura e attenzione al paesaggio, all’ambiente, che va valorizzato (non depauperato).

(portacontainer elettrico, foto da https://www.myfruit.it/) – TRASPORTO VIA ACQUA, ECCO IL PORTACONTAINER ELETTRICO E AUTONOMO (9/7/2020, di Emanuela Stifano, da https://www.myfruit.it/logistica-e-trasporti/ – “Ad agosto Tesla ha consegnato i primi due esemplari alla compagnia olandese Port Liner. L’investimento supera i cento milioni, l’autonomia è di 15 ore. NELL’ERA DELLA MOBILITÀ SOSTENIBILE, prima o poi doveva accadere: ANCHE IL TRASPORTO VIA ACQUA DIVENTA ELETTRICO, con nei Paesi Bassi i primi due esemplari di PORTACONTAINER progettati e prodotti da Tesla, A TRAZIONE COMPLETAMENTE ELETTRICA. Il che significa zero emissioni in atmosfera – si stima un risparmio di 18mila tonnellate di anidride carbonica l’anno – ma non solo. I nuovi portacontainer sono infatti un CONCENTRATO DI TECNOLOGIA: basti pensare che non necessitano di equipaggio a bordo, perché sono mossi da intelligenza artificiale. Per la compagnia di navigazione olandese Port Liner, si tratta di un investimento che supera i cento milioni di euro, 112 per la precisione. Ma, secondo le prime indiscrezioni, questo è solo l’inizio di quella che ha tutte le carte in regola per essere una vera RIVOLUZIONE GREEN nei porti olandesi.(….)” (EMANUELA STIFANO)

   E sul tema dei fiumi e canali di navigazione, si innesta naturalmente, oltre al trasporto merci, anche il recupero ambientale e la possibilità di valorizzare la geomorfologia dei luoghi; gli aspetti naturalistici e antropici, oltreché i manufatti architettonici che quasi sempre ci sono lungo i fiumi e canali artificiali. Cioè un progetto turistico non da poco.

   Ed è così un virtuoso ritorno al passato con innovazioni post-moderne. Perché da sempre i territori e le città si sono sviluppate lungo le vie d’acqua, per sfruttare la forza della corrente nei commerci. Potenziare un turismo tra percorsi ciclabili e itinerari naturalistici, artistici ed enogastronomici, incontrano già da ora le intenzioni e le priorità della politica europea, che da sempre ci crede in questo. E’ il nostro un invito a provare a ripartire con questa opportunità. (s.m.)

(Navigare nella Riviera del Brenta, foto da http://www.mastermeeting.it/) – “(…) Verso la metà del XVII secolo, grazie all’avvento del GRAN TOUR iniziò la navigazione di fiumi e canali a scopo turistico. UNO DEI FIUMI PIÙ SUGGESTIVI ERA IL NAVIGLIO DEL BRENTA che collega i territori veneti a Venezia e RAPPRESENTAVA, E RAPPRESENTA, UN CANALE NAVIGABILE DI ECCEZIONALE INTERESSE TURISTICO grazie alla numerosissime ville edificate tra il XVI e il XVII secolo. (…)” (SONIA BUFFOLI, brano tratto dalla tesi: Il turismo fluviale in Europa: problematiche e prospettive in Italia)

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CLIMA, L’UE ADESSO PUNTA SUL TRASPORTO SU VIE NAVIGABILI

dalla Redazione di Bruxelles di https://europa.today.it/, 7/10/2019

– È più lento di quello su gomma ma una nave può fare il lavoro di centinaia di camion. Il problema è che le infrastrutture son vecchie e ci sono troppi intoppi sui percorsi –

   L’Unione europea intende far sì che il 30 per cento del trasporto merci del blocco avvenga con metodi più puliti, per questo uno degli obiettivi è di sfruttare meglio i suoi 37 MILA CHILOMETRI DI VIE NAVIGABILI INTERNE, un cambiamento che potrebbe portare un’enorme riduzione delle emissioni di gas a effetto serra.

INFRASTRUTTURE VECCHIE

Si tratta però di un obiettivo non semplice perché gran parte delle infrastrutture fluviali europee risale agli anni ’50 e ’60 ed è spesso troppo vecchia per ospitare navi più grandi e nuove. I ponti sono troppo bassi e i corsi d’acqua sono troppo stretti e troppo poco profondi. Bruxelles ha deciso di investire il 7 percento del fondo da 24 miliardi del Connected Europe Facility per migliorare i corridoi di trasporto del TEN-T, allo scopo di creare i collegamenti mancanti e migliorare l’integrazione del traffico su chiatta con altri metodi di spedizione merci. Ma questa cifra è solo una frazione dei 13 miliardi di euro che i Paesi membri affermano servirebbero solo per eliminare le strozzature entro il 2030.

TRASPORTO PIÙ ECOLOGICO

I miglioramenti in termini ambientali sarebbero enormi. Le navi sono lente, è vero, ma sono economiche ed efficienti. Usando la stessa energia, una nave su vie navigabili interne può trasportare 1 tonnellata di carico quasi quattro volte più lontano di un camion e grazie ai suoi giganteschi volumi di carico può trasportare l’equivalente di centinaia di tir.

DOVE FUNZIONA

Al momento i Paesi che sfruttano i fiumi per i trasporti sono quelli che si trovano lungo il Reno e Danubio, arterie chiave per il commercio. I Paesi del Reno (Belgio, Paesi Bassi, Francia e Germania) rappresentano circa l’85 percento del trasporto totale di merci per navigazione interna, mentre quelli sul Danubio (Bulgaria, Croazia, Ungheria, Austria, Romania e Slovacchia) rappresentano circa il 15 percento. Il resto dell’Unione rappresenta solo lo 0,5 per cento.

I COLLI DI BOTTIGLIA

Il problema è che, a causa del fatto che manca una corretta manutenzione di fiumi e canali spesso si causano ingorghi che bloccano il traffico. La Corte dei conti comunitaria in un report del 2015 ha puntato il dito contro l’esistenza di troppi “colli di bottiglia” che includono “ponti che non sono abbastanza alti, chiuse inefficienti e specchi d’acqua che non sono abbastanza ampi per i volumi di traffico”. E questo non aiuta i commercianti a preferire le vie navigabili al trasporto su gomma.

PROBLEMI PER I PRODUTTORI

Come ha spiegato al giornale Erik Schultz, presidente della commissione per le infrastrutture dell’Organizzazione europea degli skipper (ESO), i produttori di merci che optano non si preoccupano del fatto che ci vorrà più tempo per la consegna usando le vie navigabili rispetto ad altre modalità; ma se i problemi infrastrutturali causano ritardi imprevisti tornano al trasporto su gomma, che resta più affidabile. “Stiamo assistendo a uno spostamento modale inverso, a causa del fatto che non siamo affidabili”, ha lamentato Schultz.  (da https://europa.today.it/)

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IDROVIA PADOVA-VENEZIA, CONFAPI: «OGNI EURO INVESTITO NE FA RISPARMIARE 6, NON SI PERDA ALTRO TEMPO»
dalla Redazione de https://www.padovaoggi.it/economia/, 4 agosto 2020

– «Opera necessaria per due ragioni: mettere in sicurezza il territorio e rilanciare il trasporto via acqua. Bene la mozione, ma già altre volte il Governo ha preso impegni poi disattesi: basta chiacchiere, passiamo ai fatti»- Continua a leggere