IL NUCLEARE È ENERGIA VERDE IN EUROPA?? – La ripresa del progetto nucleare (per aiutare la FRANCIA a risistemare le sue obsolete centrali) con l’inserimento dei reattori atomici tra le energie pulite sembra (è) cosa fuori del tempo (e la GERMANIA si astiene, pur chiudendo le sue centrali) – E l’ITALIA?

“(…) IL DADO È (QUASI) TRATTO – IL VIA LIBERA A NUCLEARE E GAS È SCRITTO nella bozza della “tassonomia” che Bruxelles si appresta a sottoporre a governi e Parlamento europeo. Le forti pressione della FRANCIA per l’inclusione dell’atomo hanno pagato. Nel frattempo la GERMANIA avvia lo spegnimento di tre centrali e si appresta a dare l’addio definitivo al nucleare. IL NUCLEARE SARÀ INCLUSO TRA LE FONTI ENERGETICHE INDICATE DALLA COMMISSIONE UE COME MERITEVOLI DI RICEVERE UN SOSTEGNO ECONOMICO nell’ottica di riduzioni delle emissioni. La decisione, più volte rinviata, non sorprende ed era stata preannunciata da diversi esponenti della Commissione durante le scorse settimane. Ora però L’OK È SCRITTO NERO SU BIANCO. In questi mesi Bruxelles è stata oggetto di forti pressioni da parte dei paesi che hanno sposato l’atomo. In primis la FRANCIA, che dal nucleare ottiene circa il 70% dell’energia che consuma, ma che deve affrontare un ingente programma di ammodernamento e manutenzione dei suoi impianti. (…)” (da IL FATTO QUOTIDIANO del 1/1/2021) – (l’immagine qui sopra è ripresa da https://www.qualenergia.it/ )

   La Commissione Europea ha preso una decisione, in tema di impianti energetici, che sconfessa la sua volontà, finora espressa, di perseguire un Green Deal. Infatti il nucleare viene incluso tra le fonti energetiche indicate dalla Commissione come meritevoli di ricevere un sostegno economico: questo nell’ottica delle riduzioni delle emissioni, cioè che le centrali nucleari non producono Co2, e allora vanno bene. La bozza del piano elaborato dalla Commissione Ue, prevede infatti l’inclusione proprio del nucleare (a del gas naturale) nella tassonomia Ue (cioè nella lista delle attività definite sostenibili da Bruxelles).

“(…) A metà 2021 si contavano 415 reattori nucleari in funzione in 33 paesi, sette reattori in più rispetto a metà 2020, con una potenza elettrica installata (parliamo cioè delle centrali in funzione) superiore dell’1,9% a quella dell’anno precedente: ciononostante, nel 2020 il parco nucleare mondiale ha generato il 3,9% in meno di elettricità rispetto al 2019. Si è trattato del primo calo nella produzione di energia nucleare dal 2012, quando molti reattori furono chiusi sulla scia del disastro nucleare di Fukushima. (…)” (da https://www.reteclima.it/, 16/12/2021) (nell’immagine: la situazione degli impianti nucleari nel mondo – sempre da https://www.reteclima.it/)

   E’ evidente che questa decisione è pesantemente condizionata dalla Francia, che dal nucleare ottiene circa il 70% dell’energia che consuma; ma che anche deve affrontare un ingente programma di ammodernamento e manutenzione dei suoi impianti (la maggior parte molto vecchi). Un piano che, secondo il gruppo Edf (l’Enel francese) costerà almeno 50 miliardi di euro (e c’è bisogno dell’aiuto Ue).

   Interessante il fatto che se “solo” Germania, Austria, Spagna e Lussemburgo si sono all’inizio opposte a questa decisione, nel giro di 24 ore la Germania ha fatto sapere, attraverso il nuovo cancelliere Scholz, che non si opporrà più, che si asterrà su questa decisione. Una decisione necessitata dal mantenere stretti rapporti di amicizia con la Francia, oltreché forse dal fatto che la Germania (che sta spegnendo tre delle sue ultime sei centrali nucleari) si è accorta di avere molto pochi alleati per un’eventuale opposizione. E anche della necessità di aiutare l’alleato Macron che in aprile di quest’anno dovrà affrontare non facili elezioni presidenziali per una sua possibile riconferma.

“(…) Il ruolo dell’energia nucleare mostra il suo costante declino nel contributo alla produzione di elettricità a livello globale, scendendo da un picco del 17,5% del 1996 al 10,1% nel 2020. Per quanto riguarda i nuovi impianti il paese che sta investendo di più sul nucleare è la Cina, che ha in programma di costruire 17 nuove centrali: seguono l’India (6 installazioni in progetto), gli USA (2), la Russia (2), la Francia (1). In totale, a livello mondiale, ci sono 53 unità in costruzione, ma di queste almeno 31 sono in ritardo: in 10 casi, l’inizio dei lavori risale a un decennio fa o più…(…) La maggior parte dei ritardi è da imputarsi ai costi in costante lievitazione; spesso poi vengono imposti stop dalle autorità a causa di problemi di sicurezza o per incidenti intervenuti negli impianti (…)” (da https://www.reteclima.it/, 16/12/2021) – (L’IMMAGINE: Costruzione centrali nucleari negli anni, sempre da https://www.reteclima.it/)

   E così l’Unione Europea apre la possibilità concreta di rilanciare l’energia nucleare come fonte green; produzione di energia nucleare in questo periodo storico per tanti motivi in crisi (vi invitiamo a leggere quanto scrive “ReteClima” sul tema riportato in questo post qui di seguito). Nucleare green assieme anche al gas naturale: con la condizione per quest’ultimo che la sua emissione di Co2 non superi i 270 grammi per kilowatt; e che il via libera a nuovi investimenti nel gas avvenga solo se serviranno per rimpiazzare petrolio e carbone. Sul gas (di cui l’Italia usufruisce per la maggiore) ci troviamo d’accordo nel considerarlo combustibile fossile “di transizione” nel passaggio completo alle fonti rinnovabili, il male minore; che invece il nucleare passi come una energia rinnovabile ed ecologica, ci sembra cosa incredibile.

NUCLEARE, LA GERMANIA fa retromarcia: SI ASTERRÀ sulla decisione Ue di inserirlo tra le energie pulite
Nonostante le parole di fuoco del ministro dell’Economia e leader dei Verdi contro la proposta della Commissione, il governo SCHOLZ (nella foto il nuovo cancelliere Olaf Scholz) ha deciso di non chiedere modifiche al testo: Berlino sa di non avere molti alleati

   Incidenti catastrofici che hanno segnato il dolore e la vita di milioni di persone (Cernobyl, Fukushima, il pericolo scampato a Three Mile Island….), il fatto che l’atomo sia pericolosissimo (e costosissimo è fare centrali…), che le scorie radioattive abbiamo effetti letali per decine di migliaia di anni (eredità nostra al mondo futuro, umano, ma anche animale e vegetale….), tutto questo non conta, in prospettiva poi di ribadire l’avvento di un Green Deal, una nuova era verde…..

Evoluzione tra il 2009 e il 2020 del prezzo della generazione elettrica con diverse tecnologie (immagine da https://www.dw.com/)

   Il 2022 parte dunque, sul versante energetico per l’Europa, con una delusione rispetto alle aspettative finora espresse, di una svolta energetica: ci troviamo invece tra la necessità di andare decisamente verso l’utilizzo di fonti rinnovabili, e dall’altra al contrario di ribadire un percorso nuclearista che ritenevamo oramai superato (almeno nell’Unione Europea, pur riconoscendo l’anomalia dei cugini francesi…).

L’ETÀ MEDIA della flotta di reattori nucleari in operazione è in crescita, ATTESTANDOSI OGGI A 30,7 ANNI: ben 278 reattori su 415 sono attivi da più di 31 anni. (da https://www.reteclima.it/, 16/12/2021)

   E anche l’Italia tacerà, si adeguerà; divisa sui contenuti energetici al suo interno; e pur ricordandosi il referendum (del 1987) di bocciatura del nucleare; e della improbabilità nel nostro Paese che si voglia riprendere un progetto nuclearista (in Italia non si riesce ancora a “collocare definitivamente” -triste dicitura…- il lascito delle scorie radioattive prodotte quarant’anni fa).

   La strada che sembrava prospettarsi positivamente fino a qualche mese fa, appariva assai condivisibile: un modello energetico fondato su innovazione tecnologica, miglioramento dell’efficienza, sviluppo delle rinnovabili e gas come fonte fossile di transizione (noi avremmo solo aggiunto qualcosa sul risparmio energetico). Ora la situazione è diversa.

Dal 1970 a metà 2021, la costruzione di 1 reattore su 8 è stata abbandonata o sospesa (immagine da https://www.reteclima.it/)

   L’iter per questa decisione europea, che porterà a consistenti finanziamenti per i Paesi che hanno centrali nucleari, in primis la Francia, ma anche per chi vorrà (o chiederà) di perseguire il progetto di reattori atomici, questo iter di approvazione della bozza di Bruxelles ha un percorso non breve: il testo messo a punto dalla Commissione europea dovrà essere approvato dal Consiglio europeo, vero organo decisionale dell’Unione, che riunisce i capi di Stato e dei governi dei paesi Ue (via libera che non dovrebbe incontrare particolari ostacoli). Il testo dovrà anche ricevere semaforo verde dal Parlamento europeo; e poi la decisione entrerà in vigore nel 2023…e anche se adesso pertanto nulla è ancora definitivo, è presumibile che il tutto possa passare. Una decisione a nostro avviso scellerata. Un passo indietro per una vera “nuova Europa”. (s.m.)

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ALLO STUDIO IMPIANTI NUCLEARI DI IV GENERAZIONE (in possibile costruzione tra non meno di 10 anni) “(…) I promotori di un ritorno al nucleare riconoscono i limiti degli impianti esistenti, ma insistono nell’affermare che la nuova tecnologia nucleare (cosiddetta “di IV generazione”) garantisce miglioramenti tali da rendere le centrali più sicure, più piccole, più performanti e quindi meno costose, nonché da produrre meno scorie radioattive (ridotta la loro vita a soli 300 anni!!!).   I reattori di IV generazione si distinguono da quelli precedenti soprattutto perché utilizzano liquidi refrigeranti diversi dall’acqua (ad esempio gas, metalli liquidi, sali fusi).   In particolare, una categoria che genera grandi speranze è quella degli Small Modular Reactor (SMR). Si tratta di un gruppo di reattori caratterizzati da dimensioni e potenza ridotti (fino a 300 MW per unità): ciò darebbe notevoli vantaggi sul fronte degli spazi richiesti agli impianti, nonché sull’impatto sul territorio. Il report WNISR 2021 fa il punto della situazione anche sugli SMR sostenendo però chiaramente il fatto che nel 2020 non c’è stato alcun risultato di rilievo sul campo “i loro promotori hanno fornito poche prove di qualsiasi schema di implementazione prima di un decennio, come minimo(da https://www.reteclima.it/, 16/12/2021) – (Immagine: STOP NUCLEARE, da https://www.dw.com/)

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RETECLIMA

ANACRONISTICO NUCLEARE: IL MERCATO HA SCELTO LE FONTI RINNOVABILI, PIÙ ECONOMICHE E SICURE

da https://www.reteclima.it/, 16/12/2021

   Le fonti energetiche rinnovabili costano circa quattro volte in meno rispetto al nucleare.

Nel 2020 produrre 1 kWh di elettricità con il fotovoltaico è costato in media 3,7 $/kWh, con l’eolico 4 $/kWh, con il gas è costato 5,9 $/kWh, con il carbone 11,2 $/kWh e con il nucleare ben 16,3 $/kWh .

   A riportare questi dati è il “World Nuclear Industry Status Report 2021” (WNISR), pubblicazione che ogni anno valuta lo stato e le tendenze dell’industria nucleare internazionale.

   Il rapporto è stato curato da Mycle Schneider, consulente energetico indipendente con sede a Parigi, che nella stesura ha coinvolto numerosi altri esperti internazionali e prestigiose università (Harvard, British Columbia, Tokyo, Berlino).

LA SITUAZIONE DEGLI IMPIANTI NUCLEARI NEL MONDO

A metà 2021 si contano 415 reattori nucleari in funzione in 33 paesi, sette reattori in più rispetto a metà 2020, con una potenza elettrica installata (parliamo cioè delle centrali in funzione) superiore dell’1,9% a quella dell’anno precedente: ciononostante, nel 2020 il parco nucleare mondiale ha generato il 3,9% in meno di elettricità rispetto al 2019.

   Si è trattato del primo calo nella produzione di energia nucleare dal 2012, quando molti reattori furono chiusi sulla scia del disastro nucleare di Fukushima.

   Tutto questo non vale però per la Cina, dove si concentrano le nuove installazioni, senza la quale la diminuzione della produzione sarebbe ancora maggiore: nel 2020, la Cina ha infatti prodotto per la prima volta più elettricità nucleare della Francia, paese che ricava dal nucleare il 71% della propria energia, risultando seconda solo agli Stati Uniti.

   Il ruolo dell’energia nucleare mostra il suo costante declino nel contributo alla produzione di elettricità a livello globale, scendendo da un picco del 17,5% del 1996 al 10,1% nel 2020.

   Per quanto riguarda i nuovi impianti il paese che sta investendo di più sul nucleare è la Cina, che ha in programma di costruire 17 nuove centrali: seguono l’India (6 installazioni in progetto), gli USA (2), la Russia (2), la Francia (1).

   In totale, a livello mondiale, ci sono 53 unità in costruzione, ma di queste almeno 31 sono in ritardo: in 10 casi, l’inizio dei lavori risale a un decennio fa o più, comprese due unità la cui costruzione ha avuto inizio rispettivamente 36 e 45 anni fa.

   La maggior parte dei ritardi è da imputarsi ai costi in costante lievitazione; spesso poi vengono imposti stop dalle autorità a causa di problemi di sicurezza o per incidenti intervenuti negli impianti. Si tratta di un classico cane che si morde la coda: le aziende costruttrici sono costrette ad aumentare in itinere la potenza dei generatori, nello sforzo di utilizzare l’economia di scala per rimediare a costi ormai insostenibili, e così questi costi crescono ancora.

   Dal 1970 a metà 2021, la costruzione di 1 reattore su 8 è stata abbandonata o sospesa.

   L’età media della flotta di reattori in operazione è in crescita, attestandosi oggi a 30,7 anni: ben 278 reattori su 415 sono attivi da più di 31 anni.

   A metà 2021 il WNISR 2021 conta un totale di ben 196 reattori chiusi, di cui solo 20 sono stati completamente smantellati, mentre i rimanenti sono o in attesa di decommissioning o in fasi diverse del processo di chiusura.

   Ricordiamo che, come capita anche per le centrali a carbone o a gas, ovviamente anche i reattori nucleari hanno una “data di scadenza”, cioè un periodo di tempo predeterminato di operatività oltre il quale non è più possibile – o economicamente sostenibile – mantenerli attivi.

   I primi impianti (di I e II generazione) erano stati progettati per funzionare per un periodo di circa 30 anni, mentre per le centrali più moderne la durata operativa potrebbe arrivare anche fino ai 60 anni.

   Alla fine di questo periodo è necessario iniziare il cosiddetto processo di decommissioning, che consiste in una serie di attività di decontaminazione e riqualifica che porta allo smantellamento completo dell’impianto: la durata media di questo processo è di circa 20 anni.

   I fondi stanziati dai governi per queste operazioni vanno dai 23-38 miliardi di euro di Francia e Germania, fino ai 109-250 miliardi di euro stimati nel Regno Unito. Gli autori del report sottolineano, però, che né Francia né U.K. hanno mai smantellato completamente alcun reattore; quindi, al momento, abbiamo a disposizione solo delle stime e nessun dato economico reale a consuntivo.

LA NUOVA GENERAZIONE DI REATTORI

Ma allora perché si continua, anche in Italia, a parlare di nucleare come di un’opzione fattibile?

   I promotori di un ritorno al nucleare riconoscono i limiti degli impianti esistenti, ma insistono nell’affermare che la nuova tecnologia nucleare (cosiddetta “di IV generazione”) garantisce miglioramenti tali da rendere le centrali più sicure, più piccole, più performanti e quindi meno costose, nonché da produrre meno scorie radioattive.

   I reattori di IV generazione si distinguono da quelli precedenti soprattutto perché utilizzano liquidi refrigeranti diversi dall’acqua (ad esempio gas, metalli liquidi, sali fusi).

   In particolare, una categoria che genera grandi speranze è quella degli Small Modular Reactor (SMR).

   Si tratta di un gruppo di reattori caratterizzati da dimensioni e potenza ridotti (fino a 300 MW per unità): ciò darebbe notevoli vantaggi sul fronte degli spazi richiesti agli impianti, nonché sull’impatto sul territorio. I componenti di questi reattori possono essere assemblati in fabbrica prima di essere inviati al sito di costruzione, inoltre, è possibile installare più unità (moduli) nello stesso impianto, in modo da poter regolare la potenza erogata in base alle necessità

   Molti di questi reattori, infine, adottano la cosiddetta “sicurezza passiva”, cioè non richiedono l’intervento umano per l’attivazione delle misure emergenza.

   Il report WNISR 2021 fa il punto della situazione anche sugli SMR sostenendo però chiaramente il fatto che nel 2020 non c’è stato alcun risultato di rilievo sul campo. “I cosiddetti reattori avanzati di vario tipo, compresi i cosiddetti Small Modular Reactors (SMR), fanno molto rumore nei media, hanno ottenuto diversi finanziamenti pubblici, ma i loro promotori hanno fornito poche prove di qualsiasi schema di implementazione prima di un decennio, come minimo.

   I pochi esemplari in costruzione (Argentina, Cina, India) hanno subito numerosi ritardi e ci vorranno ancora anni per il loro completamento.

   In Russia i due mini-reattori montati su una chiatta galleggiante nell’Artico, connessi alla rete nel 2019, hanno avuto un costo per unità di generazione pari al doppio di quello delle più costose centrali di III generazione: in Corea del Sud il reattore SMART non risulta appetibile ai privati in quanto economicamente non competitivo.

   In conclusione; pur essendo potenzialmente interessanti a livello teorico, purtroppo si tratta di tecnologie ancora allo stadio embrionale che non saranno disponibili prima del 2030 o del 2040.

   La transizione energetica non può però aspettare questi tempi, deve essere attuata immediatamente: aspettare altri dieci anni (o più) implicherebbe quasi sicuramente superare i +2°C di aumento della temperatura media globale, la soglia limite concordata negli accordi climatici internazionali.

LE RINNOVABILI HANNO GIÀ VINTO SUL MERCATO

Il capitolo finale della pubblicazione offre un paragone impietoso tra nucleare e rinnovabili da un punto di vista economico.

   Nel 2020 la capacità nucleare netta è aumentata di 0,4 GW, mentre sono stati installati ben 256 GW di rinnovabili non idroelettriche (soprattutto eolico e fotovoltaico).

   L’investimento totale in nuova elettricità ottenuta da solare ed eolico ha superato i 300 miliardi di dollari, ben 17 volte il valore degli investimenti globali effettuati per l’energia nucleare: serve però sottolineare anche il fatto che i finanziamenti al nucleare sono essenzialmente pubblici (non solo in Cina e Russia, ma anche in Francia), mentre le rinnovabili hanno da tempo attirato l’interesse e gli investimenti dei privati.

   Per quanto riguarda i costi, l’analisi dell’LCOE* (basata sulle autorevoli stime di Lazard), mostra che, tra il 2009 e il 2020, i costi del fotovoltaico utility-scale sono scesi del 90%, quelli dell’eolico del 70%, mentre per il nucleare questi costi sono aumentati del 33%.

   Nel 2020 le rinnovabili nell’UE (compreso l’idroelettrico) hanno superato per la prima volta i combustibili fossili diventando la fonte primaria di elettricità; inoltre, anche senza l’idroelettrico, hanno per la prima volta generato più energia dei reattori nucleari.

   “Le rinnovabili oggi sono diventate così economiche che in molti casi sono al di sotto dei costi operativi di base delle centrali nucleari”

   “Oggi dobbiamo mettere al primo posto la questione dell’urgenza […] ogni euro investito in nuove centrali nucleari peggiora la crisi climatica perché questo denaro non può essere usato per investire in opzioni più efficienti di protezione del clima.” (MYCLE SCHNEIDER, intervista rilasciata a DW)

da https://www.reteclima.it/, 16/12/2021

*L’LCOE (Levelized Cost of Energy) è una misura sintetica della competitività economica complessiva delle diverse tecnologie di generazione di energia. Rappresenta il costo di produzione di 1 MWh di energia elettrica generata, comprensivo dei costi di costruzione e di gestione dell’impianto di generazione (tratto dal sito ENEA).

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COMMISSIONE UE, VIA LIBERA A NUCLEARE E GAS COME FONTI UTILI PER LA TRANSIZIONE VERDE. ALL’ATOMO AIUTI FINO AL 2045

da IL FATTO QUOTIDIANO del 1/1/2021

– Il via libera a nucleare e gas è scritto nella bozza della “tassonomia” che Bruxelles si appresta a sottoporre a governi e Parlamento europeo. Le forti pressione della Francia per l’inclusione dell’atomo hanno pagato. Nel frattempo la Germania avvia lo spegnimento di tre centrali e si appresta a dare l’addio definitivo al nucleare. Salvini: “Pronti a raccogliere firme per referendum” –

   Il dado è (quasi) tratto. Il nucleare sarà Continua a leggere

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) è la priorità, con l’emergenza Covid, del 2022 – Ma riuscirà a realizzare le sue MISSIONI? (rivoluzione verde e digitale, mobilità sostenibile e inclusione sociale, istruzione e salute) – E saremo solo spettatori o si potrà “partecipare” al Piano? (e i Comuni ce la faranno?)

LA PARTECIPAZIONE AI PROCESSI DECISIONALI E DEMOCRAZIA “(…) Il PNRR individua 6 missioni e 16 temi e li raggruppa in relative politiche, mentre la vita li integra tutti: questa è la ragione per aprire la partecipazione a tutte le persone, tenendo alta l’attenzione affinché anche le risorse “non umane” siano rappresentate (ovvero il mondo vegetale e animale). Nel nome dell’emergenza, al contrario, la scrittura del piano non è stata partecipata. Questo è un grave problema all’origine….(…)” (DANIELA CIAFFI da https://www.labsus.org/ 14/12/2021) (foto ripresa da http://www.ilgazzettinodisicilia.it/)

   I 51 obiettivi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), obiettivi che sono stati approvati entro il 31 dicembre 2021 per avere dalla UE la prima rata di elargizione e prestito (sono 10 rate, una ogni 6 mesi se si dimostrano adempiuti gli impegni presi – che pertanto l’ultima è al 30/6/2026 -; questa prima rata è di 24,1 miliardi di euro sul totale di 191,5 delle 10 rate semestrali con un prefinanziamento già avuto ad agosto di 24,9 miliardi), ebbene, questi 51 obiettivi “raggiunti” possono deludere a una loro lettura: nel senso che sono per lo più (possiamo dire tutti) delle condizioni pre-procedurali, e niente come cose effettivamente fatte o avviate alla realizzazione. Dei 51 obiettivi, 27 si parla di riforme (come giustizia, concorrenza, fisco…) da fare e 24 di investimenti… ma niente di concreto: si parla di norme da farsi, di “entrate in vigore” di disposizioni di procedure da mettere in atto da parte dell’apparato statale (specie sui temi della giustizia civile e penale), e anche, qualche obiettivo su forme di norme che servono alla digitalizzazione (come quella del turismo).

ITALIA DOMANI: Il logo del PNRR Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza – per scaricare il Piano: PNRR Aggiornato.pdf

   Aspetti finora, in questa prima fase (con opere e cambiamenti che dovrebbero concludersi nella loro operatività nel 2026), ancora da identificare bene (molti impegni legislativi…) a chi pensava di entrare già nei contenuti e nella fase concreta delle 6 MISSIONI che questo PNRR si è posto (lo ha posto la Commissione europea per il nostro Paese): 1-Digitalizzazione, cultura e turismo (40,3 miliardi), 2-Rivoluzione verde e transizione ecologica (59,5 miliardi di euro), 3-Infrastrutture per una mobilità sostenibile (25,4 miliardi),  4-Istruzione e ricerca (30,9 miliardi), 5-Inclusione e Coesione (19,9 miliardi), 6-Salute (15,6 miliardi). Pertanto, finora, niente di “applicato” alla realtà, in opere e servizi che si definiscono innovativi verso il futuro.

Se una quota consistente dei finanziamenti del PNRR è previsto che se ne faranno carico i COMUNI (70 miliardi di euro, il 30%), RIUSCIRANNO GLI ENTI LOCALI a trovare le risorse operative e intellettuali per adempiere alla realizzazione di opere e servizi, coordinandosi tra loro, portando a termine le MISSION del PNRR?

   E’ una serie lunghissima di traguardi o obiettivi da raggiungere (520, di cui 154 sono riforme da farsi e il resto fasi di attuazione degli investimenti sulle 6 missioni previste); e il cadenzare dei tempi per l’amministrazione centrale, le regioni e i comuni coinvolti ha tempi molto stretti: ad esempio per quanto riguarda la missione 5 “Inclusione”, riguardante il “sociale” (infrastrutture sociali, famiglie, comunità, lotta alla povertà, terzo settore etc….) i progetti dovranno essere presentati entro il prossimo 31 marzo, e per l’estate 2022 dovranno esserci i decreti ministeriali di approvazione di questi progetti…. 

   E poi tutti i progetti del PNRR devono essere conclusi (realizzati) entro il 31 marzo 2026: considerati i tempi di costruzione di molte opere pubbliche italiane, è una scadenza piuttosto ambiziosa.

Le 6 MISSIONI del PNRR (schema ripreso da https://www.moltocomuni.it/)

    E uno dei punti che ci preme “osservare”, è che nella operatività per avere quei fondi, quei finanziamenti (che di 191,5 miliardi, solo 68,9 sono contributi dati a fondo perduto, cioè senza dover restituire niente, gli altri 122,6 miliardi sono prestiti) si stanno cercando di mettere in moto strutture pubbliche (tutti i ministeri competenti…) e Enti locali (le regioni, i maggiori comuni, ma anche i piccoli: nel sociale gli Ats, Ambiti territoriali sociali…) che devono “correre” a presentare piani per avere l’approvazione e i finanziamenti (e poi fare gli eventuali appalti rivolti ai privati che dovranno “realizzare”) nelle varie tematiche, con una metodologia peraltro molto seria (di riscontro continuo dei risultati, di monitoraggio), ma che appare a nostro avviso ancora lontana dall’individuare i TRAGUARDI (milestones o traguardi, dice la Relazione: “rappresentano fasi essenziali dell’attuazione, fisica e procedurale, come l’adozione di particolari norme, la piena operatività dei sistemi informativi, o il completamento dei lavori…”) e gli OBIETTIVI (“target o obiettivi sono indicatori misurabili – di solito in termini di risultato – dell’intervento pubblico, come i chilometri di ferrovie costruiti; oppure di impatto delle politiche pubbliche, come l’incremento del tasso di natalità”).

PNRR MISSIONE DIGITALIZZAZIONE
(immagine da https://www.mef.gov.it/focus/)

   Ma, se volete leggere i 51 obiettivi (o target) “raggiunti” (?….come detto all’inizio, si tratta solo di condizioni pre-procedurali…), nella RELAZIONE AL PNRR, documento di 100 pagine pubblicato il 23 dicembre dal Governo (i 51 obiettivi sono elencati da pagina 49), questo è il link:

https://www.governo.it/sites/governo.it/files/RelazionePNRR.pdf 

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PNRR MISSIONE RIVOLUZIONE VERDE
(immagine da https://www.mef.gov.it/focus/)
 “(…) La sfida pandemica e le altre che dobbiamo e dovremo affrontare non possono essere vinte senza una cooperazione tra i diversi soggetti, compresi quelli che il dibattito internazionale sulla cura dei beni comuni chiama “gli invisibili”, ovvero il mondo vegetale e animale. Al momento il PNRR ha a questo proposito un progetto (troppo) implicito nella missione “rivoluzione verde e transizione ecologica” (…)”
(DANIELA CIAFFI da https://www.labsus.org/ 14/12/2021)

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PNRR MISSIONE MOBILITA’ SOSTENIBILE (immagine da https://www.mef.gov.it/focus/)

   Si vuole in particolare qui porre in evidenza come, per un così importante PIANO che coinvolge tutto il Paese, vi sono problemi di “democrazia partecipata” che rimangono irrisolti; e poi di organizzazione degli Enti locali medio-piccoli, che paiono incapaci di farsi carico della gestione delle loro aree di competenza. E cioè:

1) non si sta forse lasciando alla porta, come spettatori passivi, soggetti che potrebbero dire qualcosa nella realizzazione dei vari obiettivi del Piano? (come associazioni competenti in certi ambiti delle missioni del Piano, e scuole e università, imprese sociali, ordini professionali, i soggetti del terzo settore, singoli interessati, gruppi informali…) (dove è andata a finire l’intenzione, anche normativa di partecipazione dei cittadini ai processi decisionali degli apparati pubblici, che già è stata normata negli anni ’90 del secolo scorso?);

2) se una quota consistente dei finanziamenti del PNRR è previsto che se ne faranno carico i Comuni (70 miliardi di euro, il 30%), riusciranno gli enti locali a trovare le risorse operative ed intellettuali per adempiere alla realizzazione di opere e servizi, coordinandosi tra loro (senza magari essere fagocitati da “privati” interessati…)? (su questa problematica si rinnova la questione della necessità di arrivare a una rideterminazione estesa dei Comuni con FUSIONI che portino a nuove realtà urbane più confacenti alle realtà odierne dei territori, ma per il Pnrr purtroppo non c’è il tempo (e la volontà…), e ci si accontenterà per necessità almeno di un coordinamento tra gli enti locali: per questo si stanno creando, per arrivare in tempo ad avere i fondi del Pnrr, aggregazioni tra Comuni, su esempio delle Ati, associazioni temporanee d’imprese, ma non è la stessa cosa di quello che sono le fusioni, nuove realtà urbane.…).

PNRR MISSIONE ISTRUZIONE E RICERCA (immagine da https://www.mef.gov.it/focus/)

   Se non fosse che per lo spirito delle 6 missioni iniziali richieste dall’Unione Europea che appaiono condivisibili nel guardare con speranza al futuro prossimo, e ai finanziamenti che ci sono (pur la maggior parte a prestito, cioè a ulteriore debito per noi e per le future generazioni), ci sarebbe da dire e pensare che questa corsa a presentare piani, forse vede l’uscire dai cassetti degli uffici comunali passati progetti accantonati perché improbabili; oppure di opere che mal serviranno le aree geografiche interessate (come è da pensare l’alta velocità ferroviaria al sud che poco rappresenterà una mobilità efficiente e necessaria per lo spostarsi delle popolazioni meridionali).

   Per le “infrastrutture per una mobilità sostenibile”, per necessità di decidere celermente, si propongono tanti progetti di “alta velocità ferroviaria” (in aree territoriali nazionali di improbabile utilizzo ottimale); oppure per “istruzione e ricerca” si produrrà l’ottima idea di asili nido sparsi ovunque (ma poi, chi sosterrà le spese di funzionamento negli anni? funzioneranno davvero?…); o ancora per la “rivoluzione verde e transizione ecologica” c’è la possibilità di produrre interventi di assetto idrogeologico perlomeno discutibili nell’impatto di mega opere che si costruiranno….

PNRR MISSIONE INCLUSIONE E COESIONE (immagine da https://www.mef.gov.it/focus/)

   Ma qui non si vuole svilire un piano di così grande trasformazione (se avrà successo), e guardare con fiducia la nuova “svolta” proposta dalle 6 missioni della Commissione Europea (e il lavoro chiesto dalla UE di monitorare semestralmente la realizzazione delle opere e dei servizi ci pare cosa saggia). Ci sembra solo che questo piano di interventi così grande, è a conoscenza solo delle istituzioni bene o male costrette ad interessarsene, che passa sulla testa di tutti, che si è solo spettatori, e che ci si può accorgere dei difetti, degli errori in questa corsa forsennata ai progetti, solo molto tardi (ammesso che molti progetti arrivino alla loro realizzazione). Ma restiamo fiduciosi. (s.m.)

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PNRR MISSIONE SALUTE (immagine da https://www.mef.gov.it/focus/)

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BENI COMUNI E AMMINISTRAZIONE CONDIVISA

PERCHÉ SPINGERE IL PNRR VERSO LA SUSSIDIARIETÀ ORIZZONTALE

(Tre caratteristiche che contribuirebbero a rendere il PNRR più resiliente e partecipato)

di DANIELA CIAFFI (del Politecnico di Torino), da Labsus (Laboratorio della sussidarietà),

https://www.labsus.org/ 14/12/2021

   Il PNRR individua 6 missioni e 16 temi e li raggruppa in relative politiche, mentre la vita li integra tutti: questa è la ragione per aprire la partecipazione a tutte le persone, tenendo alta l’attenzione affinché anche le risorse “non umane” siano rappresentate. Nel nome dell’emergenza, al contrario, la scrittura del piano non è stata partecipata. Questo è un grave problema all’origine, riassumibile nella sgradevole sensazione di vecchia politica che non si pone allo stesso livello di coloro che restano tradizionalmente esclusi dalle opportunità né di ciò che non può gridare allo spreco, come il suolo.
   Da molto tempo prima della pandemia la società chiede invece rapporti più paritari a chi fa le politiche e la natura sta lanciando a sua volta segnali chiarissimi. Bisogna correggere il tiro, anche nella direzione della sussidiarietà orizzontale, e subito. Poiché la parola partecipazione viene usata con le accezioni più diverse, chiariamo qui come la intendiamo. Un PNRR partecipato ha almeno tre caratteristiche che un PNRR non partecipato non ha.

IL PNRR VA COMUNICATO MEGLIO

La prima azione partecipativa necessaria riguarda la comunicazione del piano, cosa ben diversa dalla semplice informazione lanciata a senso unico dal governo ai cittadini, lasciandoli nell’impossibilità di dare ritorni.

   Una cosa è ad esempio lanciare il tema della “innovazione” preoccupandosi di raccogliere feedback diversi (“noi non abbiamo neanche capito di che cosa stiamo parlando”, “noi per innovazione intendiamo qualcosa di diverso”, “per noi la definizione data dal piano è perfetta”) e un’altra è la mera informazione (“uno dei 16 temi del piano è l’innovazione”). Poiché per il PNRR si stanno usando risorse comuni, tutte e tutti, adulti e bambini, devono poter capire, per poter interagire: il piano è ricco di concetti ambiziosi e complessi. A: non si può dare per scontata la nostra alfabetizzazione a proposito (“chi sa cosa vuol dire innovazione?”); B: non possiamo perdere l’occasione di dialogare sui diversi significati, che i concetti incarnano (“per noi innovazione è innovazione amministrativa”, “noi intendiamo innovazione tecnologica”, “noi lavoriamo da anni su esempi di innovazione sociale e ambientale”, “in questo territorio il brodo di cultura dell’innovazione è diverso”).

PERCHÉ NON CHIEDERE AGLI ITALIANI SE VOGLIONO CONTRIBUIRE AL PIANO?

La cura della comunicazione non è importante di per sé, ma è fondamentale perché costituisce la base del possibile contributo attivo dei singoli, dei gruppi informali, delle associazioni, delle imprese sociali, degli ordini professionali, dei soggetti profit piccoli, medi e grandi.

   Troppo spesso la partita del PNRR viene descritta come una partita di sussidiarietà verticale: fondi dall’Europa, agli Stati, alle Regioni, quindi ai sindaci. Labsus sostiene da tempo che a nessun livello esistono responsabili pubblici capaci di far fronte da soli alla complessità.

   La sfida pandemica e le altre che dobbiamo e dovremo affrontare non possono essere vinte senza una cooperazione tra i diversi soggetti, compresi quelli che il dibattito internazionale sulla cura dei beni comuni chiama “gli invisibili”, ovvero il mondo vegetale e animale. Al momento il PNRR ha a questo proposito un progetto (troppo) implicito nella missione “rivoluzione verde e transizione ecologica” e all’interno della variegata galleria di soggetti sceglie di privilegiare le pubbliche amministrazioni da un lato e le imprese dall’altro.

   Per trovare un riferimento a famiglie, comunità e Terzo settore bisogna cercare dentro alla quinta missione, “coesione e inclusione”, come se rispetto agli altri pilastri del piano – “sanità”, “istruzione e ricerca”, “cultura, turismo, innovazione e digitalizzazione” e ancora “rivoluzione verde e transizione ecologica” – la passione e la competenza di milioni di italiane e italiani attivi e pronti a contribuire fosse stata finora marginale!

   I commoners di tutto il mondo denunciano da tempo il rischio di continuare a impostare le politiche in questo modo, perché così facendo non solo ci si dimentica di tutte le energie civiche che non sono etichettabili come pubbliche né come private, ma si perde di vista il tema dell’uso condiviso dei beni comuni, assai più importante della proprietà degli stessi. A livello nazionale, Labsus da più di 15 anni raccoglie storie di attivismo al servizio dell’arte di amministrare: questo è il momento in cui le occasioni che si aprono alle pubbliche amministrazioni e alle imprese non possono non rappresentare delle chance anche per le associazioni formali e informali che in moltissimi casi hanno aperto faticosamente la strada a politiche sperimentali, testando processi d’avanguardia, accettando sfide apparentemente perse.

SVILUPPARE CAPACITÀ ATTRAVERSO IL PNRR

A leggere nel dettaglio l’intero piano, il suo doppio titolo pare assai più sviluppato nella dimensione economico-finanziaria di “ripresa” e di hardware piuttosto che in quella socio-economica di “resilienza” e di software. Così, mentre gli stimoli sul piano materiale risultano piuttosto immediati, a partire dai ricchi elenchi delle possibili nuove infrastrutture di cui dotare l’Italia, molto più difficile è immaginare quali capacità potranno sviluppare gli abitanti grazie al piano. Certamente l’empowerment lavorativo è contemplato dal PNRR, nel breve periodo: non è difficile immaginare che saranno anni di intenso lavoro per chi pianifica, progetta e realizza le opere.
   A partire dall’esperienza che sto vivendo in questo semestre di didattica al Politecnico di Torino come docente di sociologia dell’ambiente e del territorio, insieme a colleghe di pianificazione urbanistica e progettazione architettonica, posso testimoniare che, quando i gruppi di studentesse e studenti si mettono al lavoro sulle “schede di PNRR” che riguardano precisi ambiti urbani e territoriali attraverso cui si concretizza il piano, il loro problema non è certo quello di cercare di rispondere agli obiettivi di infrastrutturazione della città e del territorio. Alle pubbliche amministrazioni locali, si sa, è stato esplicitamente chiesto di ritirare fuori dai cassetti piani e progetti: non guasterebbe allargare la richiesta, parallelamente e quando possibile, alle analisi quantitative e qualitative dei contesti sociali.

PNRR: COSA CAMBIA RISPETTO AL PIANO FANFANI?

Per il nostro Paese questa esigenza diffusa di progetto è davvero epocale, perciò dovremmo condividere l’esigenza che ci fossero delle evidenti differenze tra l’attuazione del PNRR oggi e quella del piano Fanfani lanciato alla fine degli anni Quaranta del secolo scorso: anch’esso con prospettiva di sette anni, anch’esso rivolto a tutto il territorio nazionale, anch’esso con lo scopo di rispondere ad esigenze materiali (anzi, la prima delle esigenze, quella di avere una casa, cui peraltro il PNRR non ha scelto di dedicare una missione, né un tema). Son passati infatti tre quarti di secolo dal piano INA-casa, cosiddetto piano Fanfani, che certamente ebbe ricadute in termini di Pil simili a quelle che il PNRR auspica di avere. Ma restare affezionati al paradigma dell’edilizia come volano dell’economia è antistorico, perché questi decenni hanno portato alla nascita e alla crescita, tra le altre cose:

della società della cura, intesa non solo come cura dei processi di argomentazione pubblica delle decisioni sulle trasformazioni sociali e spaziali, ma anche della cura intesa come azione collaborativa diretta;

di una coscienza ambientale diffusa, per cui il consumo di risorse finite (terra, acqua, aria, materiali per l’edilizia come per le nuove tecnologie eccetera) è per molti cittadini un’emergenza per le agende politiche a tutti i livelli, al pari/ancor più della decrescita economica;

di paradigmi democratici nuovi, quale l’Amministrazione condivisa dei beni comuni, che portano l’attenzione sulla possibilità e l’opportunità di co-gestire le risorse comuni in un’alleanza orizzontale tra soggetti pubblici, privati, del terzo settore, dei gruppi informali e dei singoli individui attivi.

   Questi punti, insieme ad altri che molti commentatori del PNRR hanno evidenziato, devono fare la differenza.

   Quando il Presidente della Repubblica ha convocato i sindaci per ribadire loro la grande responsabilità che assumono nell’attuazione di questo piano storico, è apparso ancora più evidente il dilemma storico tra il livello locale e quello dei soggetti globali/internazionali/statali: rifiutare il nuovo paradigma della sussidiarietà orizzontale significa continuare a perpetrare un gioco delle parti in cui dall’alto gli obiettivi di crescita economica continuano a essere perseguiti nel più consolidato dei modi, mentre le alternative dal basso non arrivano mai a proporre una vera alternativa di sistema.

   Nella logica della pattuizione – soprattutto quando iniziano a entrare in gioco anche i livelli regionali e le unioni di comuni, oltre alle singole municipalità – l’incrocio tra politiche dall’alto ed esperienze dal basso è sempre perseguito, insieme alla multiattorialità e con la regola basilare dell’apertura a chiunque voglia contribuire. Abbiamo notizia dei primi Patti di collaborazione che in Italia stanno iniziando a confrontarsi con le sfide del PNRR, e ci fa piacere che questa esigenza di partecipazione si estenda nel nord-ovest, anche grazie all’iniziativa di una fondazione di origine bancaria, sino a un comune di media dimensione nella Sicilia occidentale.

(DANIELA CIAFFI, da Labsus -Laboratorio della sussidiarietà-, https://www.labsus.org/)

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AI COMUNI MANCANO I DIPENDENTI PER GESTIRE I SOLDI DEL PNRR

da IL POST.IT https://www.ilpost.it/ del 7/12/2021

– C’è il rischio che 70 miliardi di euro rimangano inutilizzati: il governo vuole rimediare con un piano straordinario di assunzioni – Continua a leggere

IL CALO DEMOGRAFICO nelle città medio-grandi: non più solo nei piccoli comuni scende la popolazione, ma anche nelle città – Fenomeno dovuto al declino demografico? …Oppure agli effetti della pandemia?…O forse alla CRISI DELLE CITTÀ che non riescono più a esprimere innovazione, opportunità e cambiamento?

Dai DATI ISTAT del CENSIMENTO PERMANENTE ANNUALE DELLA POPOLAZIONE “(…) LE 23 CITTÀ ITALIANE PIÙ POPOLOSE e quelle capoluogo di regione, dall’ottobre 2018 all’ottobre 2020 PERDONO POPOLAZIONE: passano da 11.379.564 a 11.106.026, perdendo 273.538 abitanti (…)” (Roberto Volpi, da “LA LETTURA” del “Corriere della Sera” del 3/10/2021)(immagine da http://www.catanianews.it/)

   Da ottobre 2018 l’Istat ha iniziato a svolgere un censimento permanente annuale della popolazione (e delle abitazioni) (https://censimentigiornodopogiorno.it/) su un campione molto consistente di famiglie (oltre due milioni); e questo rende i dati raccolti molto più reali nei trend di cambiamento rispetto a rilevazioni, pur complete nel computo dei nuclei famigliari, fatte (dal 1861) ogni dieci anni. E, tra questi dati del Censimento a campione annuale (tema di questo post), gli ultimi prodotti quest’anno (relativi al 2020), dimostrano ancora di più degli anni passati il ridimensionamento demografico della popolazione italiana.

Da ottobre 2018 l’ISTAT ha iniziato a svolgere un CENSIMENTO PERMANENTE ANNUALE DELLA POPOLAZIONE (e delle abitazioni) (https://censimentigiornodopogiorno.it/) su un campione molto consistente di famiglie (oltre due milioni)

   E quel che appare come elemento di novità è che a perdere popolazione non sono solo i piccoli comuni (come da tempo accade), ma anche e in particolare le medio-grandi città (a parte qualche eccezione). Forse verrebbe da pensare che la causa principale sia stata il Covid che ha aumentato la mortalità specie tra gli anziani, e ha ridotto drasticamente le nascite. E’ indubbio che la pandemia può aver inciso nel calo della popolazione urbana; ma i dati non lo segnalano come elemento predominante, anzi: città colpite duramente dal Covid (come Bergamo e Brescia) non sono tra le principali del declino demografico; addirittura alcune di esse interessate agli effetti assai negativi della pandemia (come Milano, Verona, Bologna, Parma, Modena) non lo subiscono per niente il calo demografico.

“(…) UNA PARTE DI GRANDI CITTÀ “REGGONO” IL DECLINO, COME MILANO, VERONA, PARMA (nella foto, da “la Repubblica”), MODENA, BOLOGNA, PRATO, A DIFFERENZA DI TUTTE LE ALTRE (…)” (Roberto Volpi, da “LA LETTURA” del “Corriere della Sera” del 3/10/2021)

   Sta di fatto che questi dati che dimostrano una riduzione della popolazione italiana nelle città, stanno inducendo a preoccupazione sulla tenuta demografica delle aree urbane; e qualcuno osserva che se il trend è questo (di declino demografico) ed è destinato a consolidarsi, alcune di esse (metropoli e città) sono destinate a scomparire in qualche decennio se non si capovolge la direzione.

“(…) LA CRESCITA DIMENSIONALE DELLE CITTÀ NON È SOLO QUANTITATIVA, MA È ANCHE RELAZIONALE E COGNITIVA: la popolazione si conta, ma anche si pesa. Definire in modo non ambiguo le traiettorie di sviluppo, comunicarle in modo chiaro (come ha fatto Venezia candidandosi a leader mondiale delle città sostenibili), organizzare i servizi di supporto e modellare un welfare coerente devono essere i capitoli centrali delle agende dei governi dei territori (non dei singoli Comuni).(…)” (Paolo Gubitta, da “il Corriere del Veneto” del 9/10/2021)(nella foto Mercatino biologico in piazza dei Signori a Padova, da https://www.padova24ore.it/)

   Dati da valutare in profondità e da vedere bene le motivazioni. Nel senso che molte nostre medio-grandi città perdono popolazione per lo spostamento di nuclei famigliari verso comuni della cintura urbana. E che allora i confini urbani istituzionali assumono un valore e una considerazione aleatoria, minore: e bisognerebbe parametrare i dati considerando “territori urbani omogenei” che spesso vanno oltre il comune principale e riguardano le abitazioni e le popolazioni dei comuni circostanti (la nostra “vecchia” idea geografica che bisogna rivisitare istituzionalmente i comuni e riproporli per aree più allargate confacenti a quella che è la vita quotidiana dei cittadini di una certa area urbana ora frammentata in obsoleti confini comunali: fusioni, accorpamenti, “nuove città”…chiamiamole come meglio crediamo…).

“(…) Serve una riflessione sulle politiche da attivare per rendere più attrattive città e territori. Da un lato, non si può ignorare la FRAMMENTAZIONE AMMINISTRATIVA delle aree urbane attorno alle città storiche, che reclama una modifica dell’unità di analisi. Invece di considerare la popolazione residente nel territorio comunale, bisognerebbe estendere il conteggio alle aree comunali limitrofe che costituiscono un’area metropolitana di fatto (…)” (Paolo Gubitta, da “il Corriere del Veneto” del 9/10/2021)(nella foto: La città diffusa del nordest, METROPOLIS, cresciuta spontaneamente senza alcun disegno pianificatorio)

   Sta di fatto che l’Istat comunque rileva per la prima volta (in questi dati a campione annuali) il calo di quasi tutte le città medio-grandi (fino alle metropoli): facendo sì che urbanisti, sociologhi, economisti, geografi e altri specialisti dei contesti urbani cerchino di trovare le cause, ma ancor più le proposte, per una inversione di tendenza a questo fenomeno (pur lento ma chiaro) di estinzione delle città.

   Altro fenomeno demografico rilevato è che una parte di grandi città “reggono” il declino (Milano, Verona, Parma, Modena, Bologna, Prato) a differenza di tutte le altre; ma che tra queste non si trova nemmeno una città del Meridione, dove il fenomeno è irreversibile. E’ allora da chiedersi perché alcune reggono, e altre no….

“(…) «La demografia si muove lentamente, la politica ha bisogno di risposte e obiettivi subito (…)». GIAN CARLO BLANGIARDO (nella foto), il presidente dell’Istat, ha colto come sempre nel segno: politica e demografia sembrano destinate a non incontrarsi. Questione di tempi. Drammatica divaricazione, perché quello demografico è il problema di una popolazione, la nostra, destinata, se non si interviene, alla sparizione. (…)” (Roberto Volpi, da “LA LETTURA” del “Corriere della Sera” del 3/10/2021)

   Ci sono insomma geografie di un’Italia che si può misurare nel proprio benessere e malessere proprio dal dato della popolazione che cala nei luoghi dove finora aveva avuto una crescita solida, comprovata, duratura; cioè l’andare delle popolazioni verso “la città”. Questo non accade più.

   Alcuni osservatori poi dicono che la pandemia indirettamente sta incidendo nell’ “uscire” dalle città di persone che, lavorando in smart working, preferiscono andare a vivere in luoghi meno intasati. O anche tanti studenti che avevano preso residenza in città universitarie, ora studiano da casa, cioè sono tornati ai luoghi di origine anche piccoli. O i pensionati che decidono di vivere in posti migliori…. A nostro avviso sono cause queste sì reali, ma che incidono per una parte, marginalmente, sulla realtà di dati di calo demografico della maggior parte delle città italiane. E’ un malessere, il “vivere in città” che chiede interventi per riqualificare le nostre città, renderle di più Comunità, dove il “piacere di viverle”, di abitarci in esse, ritorni.

L’effetto Covid sulla demografia. “Nel 2020 è come se fosse sparita una città grande quanto Firenze”. (tabella ripresa da http://www.quotidianosanita.it/)

   Resta poi la situazione italiana delle “eterne periferie”: città diffuse, agglomerati lungo le strade e con caratteristiche spesso di quartieri-dormitori (e spesso neanche quartieri), da “viverci” solo in casa tra le quattro mura; e che anche spesso iniziative lodevoli di comuni e associazioni (con servizi sociali, feste, manifestazioni varie…) non inducono a creare situazioni di benessere collettivo e di essere questi luoghi periferici autorevoli strumenti per dare opportunità di vita (specie per le generazioni più giovani). (s.m.)

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AL VIA IL PROGETTO DELLA FONDAZIONE VENEZIA CAPITALE MONDIALE DELLA SOSTENIBILITÀ – “Si fa concreta l’iniziativa della Fondazione Venezia capitale mondiale della sostenibilità con la previsione di un impegno di spesa da 2,5 a 4 miliardi di euro. Si tratta di fondi pubblici e privati, in parte stanziati o finanziati nel territorio che rappresentano il punto di partenza per un progetto che coinvolge la città lagunare. Il piano è stato sottoscritto nella giornata della Conferenza sul Clima al G20 Economia; presenti i Ministri dell’Economia e delle Finanze, Daniele Franco, e della Pubblica amministrazione Renato Brunetta. La Fondazione si propone di creare un piano che si occupi della promozione e della crescita di progetti sostenibili sul territorio; in primo piano il rilancio di Marghera come polo per la produzione di energie alternative, la riqualificazione urbana e la promozione del patrimonio artistico e culturale di Venezia. L’obiettivo è quello di rendere la città lagunare una capitale mondiale sui temi riguardanti la sostenibilità e gli ESG (Ambiente, Sociale e Governance).(…)” Francesca Perrone, 13/7/2021, da https://biopianeta.it/)

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LE CITTA’ IN ESTINZIONE

di Roberto Volpi, da “LA LETTURA” del “Corriere della Sera” del 3/10/2021

– I numeri del primo censimento permanente annuale dell’Istat hanno ridimensionato la popolazione italiana.  Il Covid ha provocato una strage. La somma di questi dati induce preoccupazione sulla tenuta demografica delle metropoli, alcune destinate a scomparire in pochi decenni se non si capovolge la direzione. L’area urbana messa peggio è quella del capoluogo etneo. Perciò abbiamo chiamato il Comune per chiedere come affronta la situazione –

   «La demografia si muove lentamente, la politica ha bisogno di risposte e obiettivi subito (…)». Gian Carlo Blangiardo, il presidente dell’Istat, ha colto come sempre nel segno: politica e demografia sembrano destinate a non incontrarsi. Questione di tempi. Drammatica divaricazione, perché quello demografico è il problema di una popolazione, la nostra, destinata, se non si interviene, alla sparizione.

   Esagerazioni? (…) Si può essere tentati dall’immaginare che succeda perché le città se la cavano bene e tutto il problema demografico consista nei piccoli comuni che si spopolano. Nelle città non si dà, dunque, questione demografica? Per verificare abbiamo preso le 20 città italiane più popolose (da Roma, la prima, a Modena, la ventesima con 188 mila abitanti) e vi abbiamo aggiunto i tre capoluoghi di regione con oltre 150 mila abitanti: Perugia, Reggio Calabria e Cagliari. Il periodo di osservazione scelto va dal 1° gennaio 2018 al 31 maggio di quest’anno (ultimi dati disponibili): 3 anni e 5 mesi. Avvertenza. A ottobre 2018 l’Istat ha svolto il primo censimento permanente annuale — iniziativa da applausi — su un campione vastissimo di famiglie (oltre due milioni). I dati, usciti quest’anno, hanno ridimensionato la popolazione italiana — ne parleremo.  Intanto procediamo.

   La popolazione italiana passa nel periodo considerato da 60.483.973 a 59.126.079 perdendo 1.357.894 abitanti, pari al 22,5 per 1.000 della popolazione iniziale. Le 23 città considerate passano da 11.379.564 a 11.106.026, perdendo 273.538 abitanti, pari al 24 per mille della loro popolazione iniziale. Dunque la recessione demografica è perfino più grave nell’insieme delle più grandi città italiane. Scendendo dal generale al particolare si scopre che delle 23 città 6 non perdono abitanti ma ne guadagnano. Sono, a scendere geograficamente: Milano, Verona, Parma, Modena, Bologna e Prato. E già si vede che non c’è una sola città del Mezzogiorno che aumenti gli abitanti. Delle altre 17 grandi città che invece perdono abitanti la graduatoria dalla peggiore alla meno peggio è la seguente: Catania, Firenze, Reggio Calabria, Palermo, Genova, Torino, Messina, Bari, Cagliari, Roma, Napoli, Venezia, Trieste, Perugia, Padova, Brescia.

   A questo punto facciamo una specie di gioco (e insieme una piccola provocazione) — seguiranno i chiarimenti necessari. Gioco che sta tutto in questa domanda: perdendo abitanti al ritmo di quanti ne hanno persi tra il 1° gennaio 2018 e il 31 maggio 2021, quanti anni rimarrebbero ancora da (soprav)vivere alle 17 grandi città che hanno un bilancio demografico negativo?

   Eccoli, indicati tra parentesi: Catania (60 anni ancora di sopravvivenza), Firenze (61), Taranto (70), Reggio Calabria (74), Palermo (77), Torino (79), Genova (79), Messina (82), Bari (99), Cagliari (103), Roma (104), Napoli (119), Venezia (133), Trieste (161), Perugia (242), Padova (246), Brescia (324). Dunque delle 23 maggiori città italiane a questi ritmi 9 hanno una speranza di vita addirittura inferiore al secolo. Tra queste città ci sono Catania, Firenze, Palermo, Torino, Genova e Bari; sei delle dieci più grandi città d’Italia. Non bastasse: la prima e la terza città d’Italia, Roma e Napoli, hanno sopravvivenze appena sopra il secolo. In cifre assolute nel periodo considerato Roma perde una città di quasi 100 mila abitanti, una di quasi 40 mila la perde Torino, di 30 mila Palermo, di quasi 30 mila Napoli, di 25 mila Genova, di oltre 20 mila Firenze, di quasi 20 mila Catania. Uno sbriciolamento.

   Stupisce anche altro. Brescia è stata con Bergamo la città con più morti di Covid, ma è quella che perde meno tra le città con bilancio demografico negativo. Città a loro volta molto colpite dal Covid come Milano, Verona, Bologna, Parma e Modena, aumentano di abitanti invece di perderne. Milano aumenta di una città di oltre 30 mila abitanti mentre Roma ne perde una di quasi 100 mila. La divaricazione è evidente. Come lo è con Torino e Genova, decisamente le città del Nord in più grave recessione demografica, così come Firenze lo è del centro.

   Lo abbiamo premesso, è una specie di gioco e come tale va considerato. Per due motivi. Intanto nessuno ci assicura che così com’è stato in questo periodo le città continueranno nel futuro. Si tratta di proiezioni, e delle proiezioni è buona regola diffidare. E poi, secondo motivo, il periodo prescelto è il più disastrato in assoluto: c’è stata la pandemia, c’è stato il censimento del 2018 che, come abbiamo anticipato, ha ridimensionato la popolazione italiana e quella delle nostre città. Dovevamo proprio scegliere un periodo così particolare? Particolare o meno, è l’ultimo periodo. Ed è decisamente interessante guardare al futuro con gli occhi del presente immediato (sarà pure un gioco, ma è pur sempre sulla realtà che si fonda). Senza dimenticare che possiamo operare le opportune correzioni. Vediamole.

   La pandemia si è resa responsabile fino al 31 maggio 2021 di 124 mila morti. Considerando che le 23 città rappresentano il 18,8% della popolazione italiana è realistico assumere come morti di Covid in queste città il 18,8% dei 124 mila morti di Covid a livello nazionale, pari a poco più di 23 mila morti. Morti che non ci sarebbero stati in anni pre-Covid.

   Il censimento ha poi accertato che nelle 23 città considerate risultavano come residenti 99 mila abitanti inesistenti. Per cui, li ha cassati. Questa sopravvalutazione dei residenti si è prodotta nei sette anni intercorrenti tra il censimento del 2011 (ultimo censimento decennale) e il censimento del 2018 (primo censimento annuale), ragione per cui nei 3 anni e 5 mesi del nostro periodo si possono ragionevolmente stimare 48 mila abitanti in più che sono stati cancellati: un’altra perdita di abitanti che non ci sarebbe stata in anni precedenti al censimento del 2018. Sommando abbiamo 71 mila abitanti persi dalle 23 maggiori città italiane per motivi chiamiamoli pure eccezionali.

   Possiamo così stimare una perdita di abitanti tra il 1° gennaio 2018 e il 31 maggio 2021, dovuta alla normale dinamica demografica di queste città, non in 273 mila bensì in 202 mila abitanti. Anche messa così la cosa la perdita avviene a una velocità di 5,2 abitanti in meno all’anno ogni 1.000, che si traduce in una speranza di vita delle 23 città (comprese quelle che aumentano gli abitanti) che con le correzioni apportate arriva a 192 anni — comunque, sempre meno di due secoli di vita.

   Abbiamo considerato gli aggiustamenti apportati dal censimento come eccezionali, ma non lo sono veramente. La popolazione residente tende sempre ad essere sovrastimata perché i comuni sono solleciti a registrare i nuovi residenti e più restii a cancellare quelli che se ne vanno. Così, i censimenti ridimensionano sempre la popolazione e i ridimensionamenti corrispondono a residenti che, semplicemente, non esistono.

   Dunque il solo motivo eccezionale che ha avuto un peso sulla perdita di popolazione è la pandemia, responsabile di 23 mila morti che non ci sarebbero stati in periodi normali e tolti i quali la perdita delle 23 città passa da 273 mila a 250 mila, che corrispondono a una decrescita medio-annua di 6,6 abitanti ogni 1.000 e a una speranza di sopravvivenza complessiva di un secolo e mezzo. Idem per l’Italia. Ma anche per questa strada si arriva alla fine del secolo con una popolazione ridotta a poco più della metà. «Siamo un popolo potenziale di 32 milioni di abitanti», dice il presidente dell’Istat. A fermarci alla fine del secolo è proprio così. Ad andare ulteriormente avanti chissà.

   Dopo quelle dolenti (ma la sopravvivenza delle città, tolti i morti di Covid, aumenta di alcuni anni), qualche nota che lo è meno. Milano, Verona, Bologna, Parma, Modena e Prato a stare all’oggi non hanno di che preoccuparsi. E ciò per due motivi. Intanto perché in queste città — e la cosa vale soprattutto per quelle dell’Emilia, tanto che si potrebbe parlare di un «modello Emilia» — è più alto che altrove il saldo migratorio positivo, con l’esterno e con l’interno, che tende a compensare un movimento naturale — nati-morti — ch’è anche qui decisamente negativo (proprio non si nasce, in Italia, nei piccoli come nei grandi centri).

   E poi perché le correzioni del censimento in queste città sono, a differenza di quel che avviene nelle altre, positive.   Il censimento dell’ottobre del 2018 ha cioè aggiunto abitanti a queste città (con l’eccezione di Prato), anziché toglierne perché ha scoperto esserci qui più abitanti di quelli registrati come residenti. Il censimento ne ha aggiunti più di duemila a Parma, Modena e Bologna. A Milano ha aggiunto ben 17.291 abitanti, pari a 12,7 abitanti in più ogni 1.000.

   A Roma è successo l’esatto contrario, la sua popolazione è stata ridimensionata di 35.914 abitanti che non c’erano, pari a 12,5 abitanti in meno ogni 1.000. Ma la campionessa indiscussa degli abitanti inesistenti è Catania: 13.832, pari a 44 abitanti registrati in anagrafe, ma inesistenti, ogni 1.000. Se avesse avuto le dimensioni di Roma a Catania sarebbero stati tolti in un colpo 128 mila abitanti ombra. Inaspettatamente, al secondo posto di questa non edificante graduatoria c’è Firenze, ridimensionata di quasi 9 mila abitanti, pari a 24 abitanti ogni 1.000 della sua popolazione. Motivi, anche questi, per riflettere.

   E da riflettere c’è tanto, perfino troppo, in una popolazione come quella italiana in cui a tirare la volata verso declino ed emarginazione in Europa e nel mondo sono, se si escludono Milano e Bologna, tutte le più grandi città. Quelle che almeno teoricamente dovrebbero tirare nella direzione opposta. Quelle sulle quali più dovremmo contare per una al momento neppure lontanamente pronosticabile ripresa. (…) (Roberto Volpi, da “LA LETTURA” del “Corriere della Sera” del 3/10/2021)

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IL CASO VENETO

IL FUTURO DELLE CITTÀ

di Paolo Gubitta, da “il Corriere del Veneto” del 9/10/2021

   La dimensione conta. Vale per le imprese che, con la crescita organi e attraverso le alleanze, puntano a raggiungere la “dimensione adeguata” nel settore in cui operano e così facendo puntano a mantenere, consolidare o migliorare la loro capacità competitiva, con benefici effetti sia per i bilanci sia per tutti gli stakeholder e per le comunità che ruotano attorno ad esse.

   Le stesse dinamiche valgono anche per le città. Continua a leggere

PFAS in Veneto: INQUINAMENTO e avvelenamento non solo dell’ACQUA ma anche degli ALIMENTI vegetali e animali – Uno progresso per nulla attento alla salute e al rispetto dell’ambiente (e con dati nascosti o sottovalutati) porta alla contaminazione generale di persone e territori (è questo lo sviluppo che si vuole?)

La contaminazione da PFAS in Veneto riguarda un’area abitata da oltre 350 mila persone compresa tra le province di Vicenza, Verona e Padova.
Gli abitanti delle aree maggiormente contaminate, sottoposti ad esami clinici, hanno scoperto di avere valori di PFOA nel sangue (un tipo di PFAS) 40 volte superiori rispetto a popolazioni italiane che vivono in aree non inquinate. Livelli molto alti di PFAS possono essere associati a forti rischi per la salute, tra cui complicazioni in gravidanza, alcune forme tumorali, alti livelli di colesterolo e problemi alla tiroide.
Migliaia di persone, di associazioni e di gruppi di abitanti della zona contaminata si sono mobilitati scendendo in piazza e firmando la petizione di Greenpeace per chiedere alla Regione Veneto di agire in tutela della loro salute.
Spinta da questa grande mobilitazione a Ottobre 2017 la Regione Veneto ha compiuto un primo passo concreto: l’abbassamento drastico dei limiti di PFAS e il potenziamento dei sistemi di abbattimento di questi inquinanti.
Grazie a questo provvedimento, l’acqua potabile di 21 comuni è tornata priva di PFAS.
Una soluzione ancora del tutto provvisoria. Ora (nel 2021) si è scoperto che la Regione ha tenuto nascosto l’inquinamento (da PFAS, ma non solo) di alimenti vegetali ed animali.
(PFAS in Veneto: fermiamo gli scarichi, la protesta di GREENPEACE – foto di Greenpeace ripresa da IL FATTO QUOTIDIANO)

   Dei PFAS (“perfluoro-alchilici”) ne abbiamo parlato più volte in questo blog geografico (https://geograficamente.wordpress.com/?s=pfas). E’ una situazione incredibile e grave: la contaminazione (delle falde acquifere, degli acquedotti) riguarda un’area abitata in Veneto da oltre 350 mila persone, compresa tra le province di Vicenza, Verona e Padova. Ed ora si è scoperto, da dati finora tenuti nascosti, che oltre all’acqua dai rubinetti, l’inquinamento riguarda gli alimenti prodotti in quei territori, sia vegetali che animali.

Nell’immagine strutture chimiche dei due acidi perfluorocarbossilici, PFOA e PFOS, più comunemente impiegati in applicazioni in ambito industriale e commerciale – I PFAS sono una classe di composti costituiti da una catena alchilica idrofobica completamente fluorurata di varia lunghezza (in genere da 4 a 16 atomi di Carbonio). Gli acidi prefluorurati sono i composti fluorurati maggiormente riscontrati nei campioni ambientali. Tra gli acidi perfluorocarbossilici il più diffuso è l’acido perfluorottanoico (PFOA), il quale ha numerose applicazioni sia industriali che commerciali, un altro esempio è l’acido perfluorottanosulfonato (PFOS), intermedio chimico impiegato nella produzione di polimeri fluorurati e come tensioattivo nelle schiume degli estintori

   I Pfas sono dei composti chimici utilizzati in molti settori industriali, soprattutto per la produzione di materiali resistenti ai grassi e all’acqua, in particolare per impermeabilizzare tessuti e altri materiali (moltissimi prodotti di largo consumo nostro quotidiano contengono Pfas: ad esempio il rivestimento anti-aderente delle padelle, ma anche il “Goretex”, che serve a certi indumenti sportivi per essere impermeabili all’acqua ma non all’aria). I Pfas sono usati, fra l’altro, per la produzione di pesticidi e insetticidi, detersivi, pelli, tessuti impermeabili, contenitori per alimenti, con rischio che possano contaminare i cibi che “proteggono”….

MAMME NO PFAS, foto da “il Corriere del Veneto”

   E gli abitanti delle aree maggiormente contaminate da PFAS (la falda acquifera), sottoposti ad esami clinici, hanno scoperto di avere valori di PFOA nel sangue (che è un tipo di PFAS) 40 volte superiori rispetto a popolazioni italiane che vivono in aree non inquinate. Livelli molto alti di PFAS possono essere associati a forti rischi per la salute, tra cui complicazioni in gravidanza, alcune forme tumorali, alti livelli di colesterolo e problemi alla tiroide.

PFAS, la diffusione dell’inquinamento – Area ROSSA: area di massima esposizione sanitaria – Area ARANCIO: area captazioni autonome – Area GIALLO CHIARO: area di attenzione – Area VERDE: area di approfondimento – Area OMBREGGIATA: Plume di contaminazione

   La Regione ha cercato di porre rimedio a questo inquinamento diffuso (specie con il potenziamento dei filtri alle centrali idriche del Basso Veneto, che ha dato dei risultati con l’abbassamento dell’inquinamento), ma la situazione rimane più che mai incerta e pericolosa.

I 30 COMUNI DEL VENETO PIU’ INQUINATI DA PFAS
COMUNI del Veneto nell’AREA ROSSA A (dove è maggiore la concentrazione di sostanze perfluoroalchiliche in tutta la matrice acqua -oltre che nell’acqua potabile, anche nelle acque superficiali e sotterranee-): ALONTE, ASIGLIANO VENETO, BRENDOLA, LONIGO, NOVENTA VICENTINA, ORGIANO, POJANA MAGGIORE, SAREGO (Vicenza); COLOGNA VENETA, ROVEREDO DI GUÀ, ZIMELLA (Verona); MONTAGNANA (Padova).
COMUNI del Veneto nell’AREA ROSSA B (dove la contaminazione delle acque superficiali e sotterranee è minore): AGUGLIARO e VAL LIONA (Vicenza); ALBAREDO D’ADIGE, ARCOLE, BEVILACQUA, BONAVIGO, BOSCHI SANT’ANNA, LEGNAGO, MINERBE, PRESSANA, TERRAZZO e VERONELLA (Verona); BORGO VENETO, CASALE DI SCODOSIA, LOZZO ATESTINO, MEGLIADINO SAN VITALE, MERLARA e URBANA (Padova).
(COMUNI AREA ROSSA A E B, mappa da http://www.analisipfas.it./)

   Ora, nel settembre 2021, i gruppi spontanei nati per la difesa della (propria e altrui) salute, specie nella provincia di Vicenza (in particolare le “Mamme No Pfas”, appoggiate da Greenpeace), hanno scoperto che la Regione Veneto ha tenuto segreti i dati di inquinamento da Pfas di numerosi alimenti: Mamme NO PFAS e Greenpeace sono venuti in possesso di dati di campionamento (ufficiali, delle USL del territorio), dimostranti il grave inquinamento dei prodotti alimentari, fino a quel momento tenuti nascosti.

Un’indagine dell’ISPRA (Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale) rivela la quantità di prodotti chimici e pesticidi presenti nelle acque italiane: secondo le ultime rilevazioni quasi il 64% delle acque di fiumi e laghi sono contaminate. E l’AREA GEOGRAFICA con i livelli più alti di contaminazione acquifera è quella della pianura padano-veneta. Circa il 70% delle acque superficiali risulta inquinato in Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna. Tante, troppe, le cause di tale situazione di precarietà. Inquinamento da pesticidi e, in Veneto, anche (non solo) inquinamento da PFAS. (mappa da ISPRA, INQUINAMENTO ACQUE ITALIA)

   Questi dati sono stati resi pubblici dopo una dura battaglia legale contro la Regione, con una sentenza del TAR del Veneto (del 8 aprile 2021), che ha definitivamente accertato l’illegittimità del comportamento regionale che continua(va) a negare l’accesso agli atti, cioè alle analisi sugli alimenti fatte negli anni 2016/2017 nella zona rossa (la zona rossa è di quei 30 comuni dove la diffusione dell’inquinamento è più forte, comuni situati nelle province di Vicenza, Padova e Verona).

PFAS Veneto: prelievi dell’acqua (da http://www.osservatoriodiritti.it/)

   Diamo conto qui, in questo post, degli aggiornamenti della vicenda, rimanendo delusi che anni di battaglie, di denunce contro gli inquinamenti (su questa problematica, ma anche in tanti altri sversamenti e abusi di sostanze chimiche), tutto questo non abbia portato ancora a un contesto diverso di tutela, protezione dell’ambiente e della popolazione.

   Impegni di tutte le istituzioni, di tutte le autorità che ci sono a una “transizione ecologica”, degli stessi produttori economici, delle leggi severe che pare ci sono…. ebbene tutto questo non ferma situazioni di grave inquinamento; e di incapacità di trovare alternative, anche tecnologiche (o non volerle mettere in atto), a produzioni che maneggiano materiali pericolosi, spesso letali. La vicenda dei PFAS, e del diffuso disastro ambientale nel Veneto e della sua popolazione (ma la cosa riguarda anche industrie e popolazioni del Piemonte e della Toscana) non stanno insegnando purtroppo niente. (s.m.)

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(Tabella dei dati accertati sui singoli alimenti, settembre 2021)
VEDI LA TABELLA QUI SOPRA – Sono 26 gli alimenti risultati positivi con almeno una molecola di Pfas, per un totale di 204 campioni su 792 (VEDI LA COLONNA 1) (i dati forniti sono inferiori a quelli del rapporto 2019 dell’Istituto Superiore di Sanità). I risultati più allarmanti, sotto il profilo della somma di Pfas, sono illustrati nella COLONNA 3. Tanto per fare qualche esempio: dai 600 ai 3500 nanogrammi per chilo nelle albicocche, dai 100 ai 1300 nella lattuga, dagli 800 ai 2900 nell’uva da vino, dai 100 ai 37100 nelle uova di gallina.   Questi alcuni alimenti con la somma delle quattro molecole (PFOA, PFOS, PFNA, PFHxS) incluse nel parere Efsa (Agenzia europea per la sicurezza alimentare) per le quali una persona di 60 chili di peso può assumere, per rientrare nella soglia tollerabile, fino a un massimo di 264 ng di Pfas ogni settimana (nella COLONNA 4 i dati EFSA 2020 che fissano l’assunzione settimanale tollerabile -TWI, Tolerable weekly intake-):  Albicocche 0-770 ng/kg, mais 0-1.200, uva da vino 0-200, fegato vitello 100-3.000, fegato polli 100-1.300, fegato suini 100-31.800, fegato tacchino 100-500, carpe 1.090-17.720, uova anatre 3.000, uova galline 100-35.500. A titolo di esempio, consumando in una sola settimana mezzo chilo delle albicocche più contaminate si supererebbe il valore di tolleranza. (Giuseppe Pietrobelli, 21/9/2021, da https://www.ilfattoquotidiano.it/)

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PFAS IN VENETO, LA MAPPA DEI VELENI: IN 30 COMUNI ALIMENTI CONTAMINATI, DALLE ALBICOCCHE ALLE UOVA. IL RAPPORTO TENUTO SEGRETO DALLA REGIONE

di Giuseppe Pietrobelli, 21/9/2021, da https://www.ilfattoquotidiano.it/

– Il report sul campionamento del 2016 e 2017 è diventato integralmente pubblico solo ora, grazie a una lunga battaglia legale di Greenpeace e l’associazione Mamme No Pfas. “Serve un nuovo monitoraggio, Zaia non può ignorare il rischio per la comunità locale, ma anche nazionale”. In 8 anni mai un’iniziativa per ridurre le contaminazioni –

   La Regione Veneto ha tenuto segreti per quattro anni i dati sulla contaminazione alimentare dovuta alle sostanze perfluoroalchilidiche (più noti come Pfas) che inquinano da decenni la falda idrica nelle province di Vicenza, Padova e Verona.

   Dopo aver ottenuto ad aprile (2021) dal Tar la pubblicizzazione del “Piano di campionamento degli alimenti” effettuato nel 2016-17, che riguarda gli effetti del più vasto inquinamento di questa natura che si sia registrato in Veneto, il movimento Mamme No Pfas e Greenpeace hanno diffuso i risultati, che indicano la presenza diffusa e drammatica delle sostanze negli alimenti di origine vegetale e animale coltivati in zona rossa, l’area più contaminata.

   “Si tratta di dati georeferenziati e mai diffusi in forma integrale dalle autorità competenti che abbiamo ottenuto dopo una lunga battaglia legale nei confronti della Regione, che per anni ci ha negato l’accesso.   Dalle elaborazioni emergono molte criticità: numerosi alimenti risultano infatti contaminati non solo per la presenza di Pfoa e Pfos, ma anche per tanti altri composti di più recente applicazione industriale”. La Regione si era opposta all’accesso agli atti nel luglio 2020 e si era ripetuta in ottobre, nonostante l’accoglimento del ricorso al Garante per la Difesa dei Diritti della persona e Difesa civica. C’è voluto il Tar per “accertare l’illegittimità” delle azioni della Regione.

   L’inquinamento, come raccontato più volte da ilfattoquotidiano.it, è stato causato da sversamenti dell’industria Miteni di Trissino, per i quali nel luglio scorso – 8 anni dopo la scoperta dell’inquinamento della falda – è iniziato un processo. Gli imputati sono 15 (i vari proprietari della Miteni), le parti civili quasi 200: tra queste ministeri, Regione, Province, Comuni, associazioni ambientaliste e tanti cittadini privati. Tra i reati contestati avvelenamento delle acque, disastro doloso, inquinamento ambientale. Dal momento degli sversamenti, peraltro, nessuna istituzione ha preso alcuna iniziativa per limitare la contaminazione delle falde e quindi di riflesso sull’acqua usata in agricoltura e allevamento nelle tre Province venete.

LE ANALISI
Le analisi che finalmente sono diventate di dominio pubblico sono state effettuate su 1.248 alimenti (614 di origine vegetale e 634 di origine animale) da parte del laboratorio Arpav di Verona, del dipartimento di Sicurezza Alimentare, Nutrizione e Sanità Pubblica Veterinaria dell’Istituto Superiore di Sanità a Roma e dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie di Legnaro (Padova). I dati sono stati forniti dalle Ulss di Vicenza, Padova e Verona.

   I risultati? Continua a leggere

LA DIFFICILE RICONVERSIONE ENERGETICA, e le dichiarazioni del ministro, fanno ripartire le voci dei FILO-NUCLEARISTI – Come attuare progetti virtuosi per l’ENERGIA EOLICA OFFSHORE (sul mare) e il FOTOVOLTAICO (non su campi agricoli)? Il prossimo piano Energia e Clima e l’individuazione regionale dei siti

EUROPA: spunta il NUCLEARE? …tra le energie RINNOVABILI al posto di quelle FOSSILI? (immagine tratta da https://www.qualenergia.it/)

   Dopo le dichiarazioni favorevoli al “nuovo nucleare” del ministro alla transizione ecologica Cingolani (poi in parte smentite), si è subito riaperto il dibattito sul nucleare: cioè, in primis, se è un’energia “verde”? …da considerare valida nel programma europeo di riduzione fino all’eliminazione dell’uso dei combustibili fossili. Mettendo in allarme tutti quelli che (come noi) considerano l’energia nucleare assai pericolosa; e seppur senza emissioni di Co2 il nucleare “lascia” una quantità di scorie radioattive che restano in eredità alle future generazioni per migliaia di anni.

   Ma l’ipotesi di una riproposizione dell’energia nucleare in Europa va al di là delle parole di un ministro italiano, e sta mettendo a dura prova l’Unione Europea che vede al suo interno nazioni largamente nucleariste (come la Francia) e lobby potentissime che, superando il nucleare, dovrebbero rivedere i loro progetti (e guadagni) se passasse l’idea di puntare solo sulle energie rinnovabili (come pare fin qui si voglia da parte dell’UE): per i loro investimenti nella chimica, nel cemento, nell’industria automobilistica tradizionale.

Nei punti blu l’EOLICO attuale in Italia, e le potenzialità energetiche oltre le coste marine in IMPIANTI EOLICI OFFSHORE (Mappa-Eolico ripresa da https://www.enermedenergia.it/)

   Di tutto questo, ne vediamo alcuni aspetti negli articoli che riportiamo in questo post; cercando già in questa presentazione di provare a comprendere la necessità di sviluppare già da subito, e nei prossimi mesi, una politica atta alla creazione di impianti che producano energia rinnovabile (dal sole, dal vento) e che abbiano però una sostenibilità ambientale sicura (sennò che senso avrebbe questa trasformazione ecologica europea?).

   Proviamo noi a impostare la cosa, a cercare di chiarire qual è il problema. Partiamo con il “Green Deal”: la proposta approvata dalla Commissione europea il 14 luglio scorso (2021) e che punta a ridurre drasticamente le emissioni già a partire dal 2035. Ebbene, parlando di energie non inquinanti, il Green Deal non ha avuto il coraggio di dire se il nucleare sia “chiuso al futuro”, non rientri tra le energie applicabili: lascia sostanzialmente il problema aperto, non dichiara con un minimo di linearità se quell’energia sia “verde” oppure no.

Centrali nucleari in Europa (sono 186) (mappa da http://www.mollotutto.info/)

   E’ così, in questo dilemma “nucleare sì, nucleare no”, che la cosa dovrà al più presto essere chiarita: si discute della cosiddetta “tassonomia green”, una sorta di lista che comprenda tutte le tecnologie e gli interventi “verdi” e dunque finanziabili dalla Ue. Che possa rientrare il nucleare su un piano di transizione ecologica europeo appare impossibile a nostro avviso. Ma la lobby nuclearista è molto forte, e può contare su nazioni importanti. In particolare la Francia, che sarebbe molto vicina ad ottenere che le centrali nucleari entrino nella tassonomia dell’Unione. La Francia, che già ci vende l’elettricità prodotta dai suoi reattori, finirebbe così per avere un ulteriore vantaggio competitivo sul nostro Paese (e poi pensiamo alla Cina, che in questo momento sta costruendo diciassette nuove centrali nucleari, e la maggior parte di esse si basa su progetti o brevetti francesi: un affare colossale di molti miliardi di euro).

    Ebbene, c’è questo nodo da superare, e non sarà facile (cioè che l’energia nucleare non può essere un’energia “verde”).

Il ministro per la Transizione ecologica Roberto Cingolani (da L’ESPRESSO del 30/9/2021)

    Ma tornando al 14 luglio 2021 dobbiamo capire l’importanza del “Fit for 55”. Infatti è stato presentato dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen il pacchetto di proposte “Fit for 55”: contiene 13 proposte legislative sull’energia e sul clima, che hanno lo scopo comune di mettere l’Unione Europea in condizione di centrare l’obiettivo di ridurre le emissioni di gas serra del 55% entro il 2030.

   Alcuni dei provvedimenti sono un aggiornamento della legislazione già esistente, per allinearla con il Green Deal e i nuovi target. È il caso della revisione dell’ETS, il mercato del carbonio europeo (se un’industria inquina di più può comprare quote da quelle che inquinano di meno, sempre all’interno del limite totale prestabilito, che si riduce di anno in anno).

   In altri casi, invece, il pacchetto “Fit for 55” introduce una nuova legislazione: ad esempio la proposta di tassa sul carbonio alla frontiera (CBAM) (cioè è prevista l’introduzione di un nuovo meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere, appunto la sigla sta per “Carbon Border Adjustment Mechanism), che fisserà un prezzo del carbonio per le importazioni di determinati prodotti per garantire che l’azione ambiziosa per il clima in Europa non porti alla rilocalizzazione delle emissioni di carbonio in alcuni Paesi più permissivi.

PANNELLI FOTOVOLTAICI NEI CAMPI (da L’ESPRESSO del 30/8/2021)

   Poi tra le 13 proposte della UE c’è quella che ogni anno il 3% degli edifici pubblici devono essere riqualificati, con l’obiettivo di rinnovare energeticamente il patrimonio pubblico e pure renderlo non inquinante nelle emissioni (con un aumento della quota di rinnovabili nel mix energetico al 40% al 2030, dal 32% attuale).

   Poi tutte le nuove auto immatricolate a partire dal 2035 dovranno essere a emissione zero, cioè di fatto ci sarà lo stop alla vendita di auto a benzina e diesel dal 2035.

   C’è poi, sempre tra le 13 proposte del “Fit for 55”, la riduzione delle emissioni del trasporto su strada, del riscaldamento degli edifici, dell’agricoltura, dei piccoli impianti industriali e della gestione dei rifiuti: riduzione delle emissioni che dovrà salire dall’attuale 29% ad almeno il 40%, rispetto ai livelli del 2005.

“AGRO FOTOVOLTAICO” (cioè far diventare le aziende agricole autosufficienti sul consumo energetico attraverso pannelli sulle stalle e sui capannoni) (foto da https://www.qualenergia.it/)

   Per quanto riguarda invece le energie rinnovabili, la nuova direttiva fisserà l’obiettivo di «produrre il 40% della nostra energia da fonti rinnovabili entro il 2030», a fronte del 19,7% registrato nel 2019 (in Italia al 18% circa nello stesso anno).

   È evidente allora che la gigantesca transizione ecologica che l’Europa dovrà affrontare con il cosiddetto “Fit for 55” rischia di mettere i Paesi in condizioni di assoluta disparità. Per questo, se il nucleare è “verde”, la Francia godrà allora di un vantaggio competitivo non da poco. Preoccupa lo spirito sulla futura decisione della Commissaria UE per l’energia, la estone Kadri Simson (che riportiamo in ultimo articolo di questo post in un’intervista recente) nella quale la Commissaria propone che “nucleare come energia verde?” sia un decisione che prenderà ogni singolo stato, individualmente nel conteggio della propria riduzione della CO2; che cioè ognuno decide per sé (se accadesse questo sarebbe una frantumazione della linea energetica comune europea).

Il SOLARE e l’EOLICO

   Dicevamo qui sopra che l’obiettivo è di produrre il 40% della nostra energia da fonti rinnovabili entro il 2030, mentre adesso è al 18% in Italia. Il 2030 non è molto lontano, e bisogna “correre”. Il fatto è che finora le (ridotte) esperienze pratiche di fotovoltaico ed eolico non hanno dato buona prova di sé.

   Partendo dal FOTOVOLTAICO si nota quel che è accaduto, e sta accadendo adesso, cioè della grande speculazione sui terreni agricoli. Le Regioni non hanno individuato le aree idonee e le aziende offrono cifre da capogiro agli agricoltori, impossessandosi di campi coltivati o coltivabili. Stravolgendo spesso il paesaggio e la perdita della produzione agricola. Dal Veneto all’entroterra siciliano gli imprenditori vendono così la loro terra ai grandi intermediari delle aziende che vogliono realizzare mega impianti di fotovoltaico.

   E’ invece auspicabile che gli impianti nascano nelle aree dismesse, specie ex-industriali, o ex cave e discariche, o strutture urbane abbandonate. Se è vero che l’Europa fissa dei target ambiziosi, è anche vero che esplicitamente Bruxelles ha chiesto di fare prima una «localizzazione delle aree idonee» a ospitare questi impianti. In Italia invece, complice il caos delle competenze in materia tra enti locali e Stato, come si diceva le principali regioni interessate al fotovoltaico (Veneto, Lazio, Sardegna, Campania, Calabria, Puglia e Sicilia) non hanno fatto alcuna mappatura delle aree idonee. Così non ci sono paletti e le aziende decidono in totale autonomia dove fare gli impianti, affittando o acquistando terreni da agricoltori (demotivati a proseguire coltivazioni spesso malpagate, e disponibili a incassi redditizi).

   A parte l’unico caso di possibile utilizzo virtuoso di pannelli solari in agricoltura con progetti di agrifotovoltaico” (cioè far diventare le aziende agricole autosufficienti sul consumo energetico attraverso pannelli sulle stalle e sui capannoni), la vera scommessa è poter utilizzare le aree dismesse: in Italia ci sono 9 mila chilometri quadrati di aree industriali dismesse (non comprese le ex discariche e cave che si potrebbero anch’esse utilizzare, e quasi sempre ripristinare al degrado ambientale). Se, come si prevede, nel nostro Paese entro il 2030 l’energia prodotta dal sole deve passare dall’attuale 21 gigawatt a quasi 50 gigawatt, tutto questo, in termini di aree da occupare è quantificabile in 82 mila ettari: significa che basterebbero una quota non rilevante di aree industriali dismesse, 820 chilometri quadrati (sui 9mila totali odierni) (questi dati li abbiamo ricavati e sviluppati noi dall’articolo sul fotovoltaico de “l’Espresso” che qui di seguito in questo post vi proponiamo).

Campagna ANEV PER L’UTILIZZO ENERGETICO DEL VENTO (immagine da https://www.anev.org/)

   In merito all’EOLICO, finora presente solo nel sud Italia (adatto molto più del centro-nord a tale produzione energetica), i modi e gli esempi di installazione di impianti hanno creato molti problemi alla popolazione (specie per la rumorosità); sono stati fatti con speculazioni e impatto sociale e ambientale che adesso questa fonte rinnovabile e il suo possibile (e necessario) sviluppo viene (giustamente) avversato dagli enti locali e dalla popolazione.

   Preso atto del grande potenziale dell’energia del vento nei mari italiani LEGAMBIENTE, GREENPEACE e KYOTO CLUB hanno firmato insieme con ANEV (Associazione nazionale energia del vento) il Manifesto per lo sviluppo dell’EOLICO OFFSHORE in Italia, nel rispetto della tutela ambientale e paesaggistica”. Il manifesto è stato presentato il 5 novembre (2020) e l’obiettivo è conciliare lo sviluppo della produzione di energia pulita con le necessarie tutele di valorizzazione e salvaguardia del territorio. L’eolico off-shore (cioè in mare, lontano dalle coste, dove è possibile sfruttare i forti venti) risolve i problemi di compatibilità ambientale nei rapporti con la popolazione. Possono esserci anche qui (in ambiente marino) delle difficoltà date da coni visuali paesaggistici; oppure da rotte marine… ma siamo più che sicuri che negli oltre 8mila chilometri di coste italiane, numerosi sono i luoghi marini adatti (anche per intensità del vento) a far sì che da ora si punti con grande priorità allo sviluppo dell’eolico offshore (se non ora quando?). (s.m.)

Per “energia rinnovabile” si intende l’energia che viene prodotta utilizzando le risorse naturali della Terra, come la luce solare, il vento, le risorse idriche (fiumi, maree e moto ondoso), l’energia termica della superficie terrestre o la biomassa. Il processo mediante il quale queste risorse rinnovabili sono convertite in energia non produce emissioni nette di gas a effetto serra, motivo per cui l’energia rinnovabile è definita anche “energia pulita”. (testo e immagine da https://ec.europa.eu/info/)

LA RISCOSSA DELL’ATOMO

LA LOBBY NUCLEARE È TORNATA IN CERCA DI NUOVI SUSSIDI

di Edoardo Zanchini vicepresidente Legambiente, dal quotidiano DOMANI del 6/9/2021

– Dietro alle polemiche di questi giorni ci sono le manovre di chi cerca di intercettare le risorse destinate alla transizione ecologica. Il ministro Cingolani deve decidere da che parte stare –

   Non è stata una bolla estiva l’improvviso ritorno di attenzione verso l’energia nucleare. La rapida marcia indietro del ministro per la Transizione ecologica Roberto Cingolani non ha infatti cancellato le tracce degli interessi che si sono messi in moto intorno alle scelte sul clima nell’establishment economico e politico, non solo italiano.

   È un quadro in movimento che ha descritto bene l’economista premio Nobel Paul Krugman sul New York Times, con la potente e ricca lobby di imprese che vuole fermare in parlamento l’approvazione del piano del presidente americano Joe Biden contro la crisi climatica, perché non accetta l’idea che nei prossimi anni si dovrà arrivare a una rapida e radicale trasformazione del sistema energetico ed economico. E quindi si organizza per combatterla con ogni mezzo economico, politico e mediatico.

Il fronte italiano

L’ex presidente di Eni Paolo Scaroni, con l’intervista rilasciata a Repubblica, si è fatto portavoce in Italia di questi interessi attraverso due tesi che sentiremo ripetere a lungo e che non possono essere sottovalutate.

   La prima è a supporto del “nuovo” nucleare, indispensabile perché non possiamo puntare sulle sole rinnovabili su cui lui, da coerente petroliere, è sempre stato scettico. Tanto vale investire anche qui, almeno per provarci e pazienza se le soluzioni arriveranno nel 2050 o 2100, quando secondo gli scienziati dell’IPCC il mondo sarebbe devastato da una temperatura cresciuta oltre i tre gradi. «Non si può escludere a priori una tecnologia che annulla le emissioni di anidride carbonica», dice Scaroni.

   La seconda argomentazione, direttamente collegata ma più pericolosa e forte dentro Confindustria, è che la transizione ecologica del sistema industriale italiano sarà un bagno di sangue, con conseguenze devastanti in particolare per chimica, energia, automotive. Altro che accelerare rispetto ai target europei, piuttosto il governo si impegni a difendere l’interesse nazionale in questi settori con scelte meno «irrazionali», spinte da «ambientalisti radical chic che sono peggio della crisi climatica», per usare le parole del ministro Cingolani.

Conflitto tra interessi

La ragione per cui questa discussione di inizio settembre continuerà a lungo sta nel fatto che si tratta di un vero e proprio conflitto tra interessi. Tra chi pensa che i cambiamenti climatici impongano una svolta politica e industriale – e tra questi l’Europa e la nuova amministrazione americana – e chi prova a smontare obiettivi su rinnovabili e gas serra, credibilità delle tecnologie e fattibilità reale di questo scenario.

   La vera posta in gioco non sta nel ribaltare l’architettura di decisioni messa in piedi con l’accordo di Parigi sul clima, ma nel rallentarla e ricavare uno spazio per ottenere fondi per la ricerca europea e nazionale sul nucleare, per la cattura e stoccaggio di carbonio collegata a impianti a gas, per l’idrogeno da fonti fossili.

   Le regole fissate da Next Generation Eu hanno impedito che questi progetti fossero finanziati con il Recovery plan italiano e ora a Eni, Snam, Leonardo provano a cercare altre strade per ottenere finanziamenti.

   Sono tutte vicende note e già viste, il problema è che rischiano di rallentare processi di riconversione industriale che potrebbero generare benefici enormi in un paese che importa milioni di tonnellate di carbone, petrolio, gas, materie prime e che potrebbe diventare un campione internazionale in settori con colossali margini di crescita come rinnovabili, efficienza energetica, economia circolare.

   Potrebbe, e il condizionale è d’obbligo, perché oggi siamo praticamente fermi e con poche idee e confuse al governo su come accelerare investimenti di cui potrebbero beneficiare famiglie e imprese. Un risultato positivo di questo dibattito estivo sta nel fatto che si è chiuso il periodo di prova del ministro Cingolani.

   Ora dovrà decidere da che parte stare, perché uno scienziato ha la libertà di girare per convegni e fiere a commentare idee e tecnologie, ma un ministro parla con gli atti che è capace di far approvare.

Il momento della verità

Per lui il banco di prova arriverà presto, visto che nei prossimi mesi il governo dovrà approvare un nuovo Piano energia e clima con le scelte per raggiungere gli obiettivi fissati dall’Unione europea al 2030, e poi la semplificazione delle autorizzazioni per i progetti degli impianti da rinnovabili, le nuove politiche per aiutare i sindaci a rendere città e territori resilienti nei confronti di impatti climatici sempre più drammatici e realizzare una drastica accelerazione negli interventi indispensabili alla transizione ecologica previsti dal Pnrr, il Piano nazionale di ripresa e resilienza.

   Di sicuro non potrà trincerarsi dietro le accuse agli ambientalisti o alle regioni, visto che ha la responsabilità e il privilegio di poter definire in un momento delicatissimo scelte fondamentali per il futuro del paese. (Edoardo Zanchini)

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PERCHÉ TORNA IL NUCLEARE

di Luca Fraioli, da “la Repubblica” del 3/9/2021

I 5S contro Cingolani

   Non sarà facile spegnere la reazione a catena innescata dalle parole di Roberto Cingolani sul possibile ritorno dell’Italia al nucleare. E il ministro, che è anche un fisico, avrebbe dovuto immaginare il rischio di una detonazione, vista la massa critica delle sue affermazioni: in un solo intervento, l’apertura alle centrali atomiche di nuova generazione e il fendente contro gli «ambientalisti radical chic».
   Ma al di là delle polemiche, e Continua a leggere

Il 6° Rapporto IPCC (Intergovernmental panel on climate change) presentato a Ginevra il 9/8/2021 sul CLIMA indica uno scenario catastrofico, con obiettivi fuori da ogni portata – Ma, anche se è già troppo tardi, ci sarà la forza dei governi mondiali di “cambiare rotta”? e le popolazioni di rivedere il proprio stile di vita?

(CALDO RECORD, foto da https://www.adnkronos.com/) – Lo SCENARIO CATASTROFICO prospettato dal RAPPORTO IPCC (Intergovernmental panel on climate change) presentato a GINEVRA il 9/8/2021 fa dire che, A MENO CHE non ci siano RIDUZIONI IMMEDIATE, rapide e su larga scala delle emissioni di gas serra, limitare il riscaldamento a circa 1,5°C o addirittura 2°C sarà un OBIETTIVO FUORI DA OGNI PORTATA

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Il 6° rapporto IPCC (Intergovernmental panel on climate change) è la più solida e verificata informazione scientifica sul clima mondiale allo stato attuale, ottenuta analizzando oltre 14.000 articoli scientifici. L’ultima volta che l’IPCC aveva studiato e sintetizzato la letteratura riguardo la scienza del clima era il 2013.

I risultati principali. La temperatura media globale del pianeta nel decennio 2011-2020 è stata di 1,09°C superiore a quella del periodo 1850-1900; la concentrazione dei principali gas serra è oggi la più elevata degli ultimi 800.000 anni. Tra le conseguenze principali, una riduzione del ghiaccio artico che non ha uguali negli ultimi 2.000 anni, il livello del mare è cresciuto a una velocità mai osservata negli ultimi 3.000 anni e l’acidificazione delle acque dei mari sta procedendo a ritmi mai visti negli ultimi 26.000 anni. Alcuni degli effetti dei cambiamenti climatici in atto sono irreversibili e proseguiranno per centinaia di anni. È necessario ridurre drasticamente le emissioni, almeno del 7% circa all’anno, per contenere l’aumento della temperatura globale entro 1,5°C – massimo 2°C. (…) (da https://www.scienzainrete.it/)

Il Rapporto:

Sixth Assessment Report (ipcc.ch)

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L’ALLARMANTE RAPPORTO DELL’ONU SUL CLIMA

da IL POST.IT del 9/8/2021 –  https://www.ilpost.it/

– Dice che i cambiamenti climatici sono «inequivocabilmente» causati dalle attività umane, ma si può ancora intervenire-

   Il 9 agosto 2021 è stato pubblicato il nuovo rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) dell’ONU, il principale organismo internazionale per la valutazione dei cambiamenti climatici.  Secondo le conclusioni del rapporto, presentate durante una videoconferenza, i cambiamenti climatici alla base dell’aumento della frequenza e dell’intensità di fenomeni meteorologici disastrosi, come piogge torrenziali e ondate di grande caldo, sono «inequivocabilmente» dovuti alle attività umane e sono «senza precedenti»: ma soprattutto, se non si interviene per ridurre le emissioni inquinanti in maniera tempestiva potrebbero essere ancora peggiori. (da IL POST.IT del 9/8/2021 –  https://www.ilpost.it/)

Concluso il 9/8/2021 a Ginevra il meeting IPCC con il rilascio del 6° Rapporto del Primo Gruppo di lavoro, sulle basi fisiche del cambiamento climatico (Climate Change 2021: the Physical Science Basis). Si tratta di un documento scientifico di grande interesse, perché riassume le conoscenze scientifiche sulla fenomenologia del problema, ad esempio sui dati che mostrano l’inequivocabile surriscaldamento globale in corso, i diversi modi in cui emerge in modo chiaro l’influenza delle attività umane, le proiezioni future a livello globale e regionale. (da https://www.climalteranti.it/ )

   Nel rapporto dell’IPCC, considerato particolarmente allarmante, viene spiegato che un ulteriore aumento delle temperature è inevitabile. Si aggiunge comunque che non è ancora troppo tardi per impedire che nei prossimi decenni le temperature medie globali aumentino di più di 1,5°C rispetto al periodo pre-industriale, considerata una soglia di riferimento per evitare danni catastrofici. Servirà però uno sforzo «immediato e su larga scala» da parte dei paesi di tutto il mondo per ridurre le emissioni inquinanti. (da IL POST.IT del 9/8/2021 –  https://www.ilpost.it/)

(LOGO IPCC) – Alcuni PUNTI CHIAVE di una delle tre parti del REPORT dell’IPCC pubblicizzato a Ginevra il 9 agosto scorso dal gruppo di scienziati esperti in cambiamento climatico dell’Onu (le altre due parti sul CLIMA del REPORT sono allo studio, e usciranno nel 2022) – 1) La temperatura media globale in superficie è stata di 1,09 °C più alta nell’ultima decade rispetto al 1850-1900 con un aumento maggiore nelle terre emerse;  2) la CO2 nel 2019 è stata la più alta degli ultimi 2 mln di anni (419 ppm);  3) gli ultimi 5 anni sono stati i più caldi dal 1850;  4) l’innalzamento del livello del mare è avvenuto ad una velocità mai vista;  5) gli eventi estremi come ondate di calore sono diventati più frequenti  e anche più intensi dal 1950, gli eventi freddi estremi invece  diventano meno frequenti e meno severi;  6) l’influenza umana è con ogni probabilità responsabile della diminuzione dei ghiacciai dal 1990 e della decrescita del ghiaccio artico.  –  Solo una drastica riduzione delle emissioni dei gas ad effetto serra potrebbe portare a una stabilizzazione dell’aumento termico; tuttavia anche nel caso di tagli massicci delle emissioni il superamento della soglia, seppur ancora accettabile di +1,5°C sarebbe realtà entro il 2040.

   Quello pubblicato è lo studio più dettagliato di sempre sui cambiamenti climatici, ed è basato sull’analisi di più di 14mila articoli scientifici da parte di oltre 200 scienziati di tutto il mondo. Come era già stato osservato in precedenza, il rapporto dice che le attività umane hanno provocato un aumento medio delle temperature globali di 1,1°C rispetto al periodo precedente alla rivoluzione industriale: il riscaldamento globale non ha soltanto fatto aumentare la frequenza e l’intensità di diversi fenomeni meteorologici particolarmente gravi, ma ha anche danneggiato e aggravato la situazione degli ecosistemi in tutto il mondo. (da IL POST.IT del 9/8/2021 –  https://www.ilpost.it/)

Il combinato disposto di riscaldamento globale e cambiamenti climatici, porta a conclusioni drammatiche – L’ISOLA CHE BRUCIA, a fine luglio (2021), in SARDEGNA, emergenza incendi nel MEDIO CAMPIDANO: a fuoco i monti fra ARBUS e GONNOSFANADIGA (foto da https://www.videolina.it/)

   Per fare qualche esempio, lo scioglimento dei ghiacci ha causato il riversamento di miliardi di tonnellate di acqua negli oceani, provocando l’innalzamento dei livelli dei mari, con conseguenze talvolta già irreversibili. Rispetto agli anni Cinquanta, inoltre, ci sono state ondate di caldo più intense e più frequenti nel 90 per cento delle regioni del mondo, che sono collegate allo scoppio di incendi vastissimi, e il riscaldamento globale ha influenzato anche altri eventi meteorologici estremi, come le recenti alluvioni in Germania e in Cina. (da IL POST.IT del 9/8/2021 –  https://www.ilpost.it/)

Grafico tratto dal Rapporto IPCC. È rappresentata la TEMPERATURA GLOBALE MEDIA DEGLI ULTIMI 2000 ANNI A SINISTRA (ricostruita e osservata); e degli ULTIMI 170 A DESTRA, con anche la SIMULAZIONE DELL’ASSENZA DI ATTIVITÀ UMANA. (Annalisa Cherchi, Susanna Corti, Sandro Fuzzi, da https://www.scienzainrete.it/ – 6/8/2021)

   Secondo lo studio, gli ultimi cinque anni sono stati i più caldi che siano stati registrati dal 1850 a oggi, e probabilmente l’ultimo decennio è stato il periodo più caldo degli ultimi 125mila anni; allo stesso tempo, sempre a causa delle attività umane, i livelli di anidride carbonica nell’atmosfera sono i più alti degli ultimi 2 milioni di anni. (da IL POST.IT del 9/8/2021 –  https://www.ilpost.it/)

“(…) L’azione dell’Unione europea si sta dimostrando convincente, se non altro per la serietà degli obiettivi prefissati. Il pacchetto «Fit for 55», presentato in luglio, prevede la riduzioni delle emissioni nette di almeno il 55% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990 per raggiungere nel 2050 la «carbon neutrality». Il piano prevede tra l’altro una gigantesca opera di rimboschimento (tre miliardi di alberi piantati nei prossimi dieci anni) e il divieto di vendita di auto a benzina e diesel dal 2035.(…)” (Paolo Lepri, da “il Corriere della Sera” del 15/8/2021)

   Se la temperatura media globale aumentasse di 2°C rispetto al periodo pre-industriale, le conseguenze stimate sarebbero ancora più gravi. Tra le altre cose, il riscaldamento globale provocherebbe una grande riduzione dei ghiacci polari, l’innalzamento del livello dei mari al punto da rendere inabitabili ampie zone costiere e contemporaneamente l’inaridimento di molte aree coltivate: tutte cose che costringerebbero milioni di persone a migrare, dal momento che le coste sono tra le zone più abitate del pianeta. (da IL POST.IT del 9/8/2021 –  https://www.ilpost.it/)

Il segretario generale dell’ONU ANTONIO GUTERRES: il nuovo rapporto IPCC è «un codice rosso per l’umanità»

   Il segretario generale dell’ONU, António Guterres, ha detto che il rapporto è un «codice rosso per l’umanità»: ridurre le emissioni inquinanti nel più breve tempo possibile è cruciale per evitare che le temperature aumentino eccessivamente, perciò «non c’è più tempo per scuse o per ritardi». Per Helen Mountford, vicepresidente della sezione clima ed economia del World Resources Institute (WRI) – un’organizzazione non profit che si occupa di misurare le risorse naturali globali – il prossimo decennio sarà «l’ultima vera chance per adottare le azioni necessarie» per limitare l’aumento delle temperature. (da IL POST.IT del 9/8/2021 –  https://www.ilpost.it/)

Report-IPCC (la copertina del rapporto)

IL FUTURO DEL PIANETA

PERCHÉ QUESTO RISCALDAMENTO CLIMATICO È DIVERSO DAL PASSATO?

da “DOMANI”, 11/8/2021

– Il clima sulla Terra, per sua natura, è sempre cambiato. Ma ciò che sta accadendo oggi è piuttosto insolito. Domande (e risposte) contenute nel rapporto pubblicato dall’IPCC – Intergovernmental panel on climate change – TUTTI LO CITANO, NESSUNO LO LEGGE: il sesto rapporto del gruppo intergovernativo Ipcc riassume lo stato dell’arte della conoscenza scientifica sul cambiamento climatico e i suoi effetti. Abbiamo deciso quindi di tradurre e pubblicare la parte più divulgativa, quella dedicata alle domande frequenti (con risposte).

   Il clima sulla Terra, per sua natura, è sempre cambiato. Ma il carattere globale e il tasso dell’attuale riscaldamento globale sono insoliti. L’aumento delle temperature registrato di recente ha invertito una lenta e persistente tendenza al raffreddamento, e gli studi indicano che la temperatura della superficie terrestre è la più alta registrata negli ultimi millenni.

   Mentre il clima può essere determinato da molte variabili, la temperatura costituisce un indicatore chiave dello stato complessivo del clima, e la temperatura della superficie terrestre è fondamentale per capire il cambiamento climatico globale e il bilancio energetico della Terra.

   Ci sono numerose evidenze geologiche che confermano la fluttuazione delle temperature nella storia del pianeta Terra. Una varietà di “archivi naturali”, come i depositi degli oceani e dei laghi, i ghiacci dei ghiacciai e gli anelli degli alberi, rivelano che le temperature del pianeta sono cambiate anche nel passato: ci sono stati tempi in cui erano più basse, tempi in cui erano più alte.

   L’attendibilità delle nostre stime delle variazioni delle temperature globali diminuisce più andiamo indietro nel tempo, ma gli esperti sono riusciti a identificare almeno quattro differenze principali tra il recente surriscaldamento del pianeta e quelli registrati nel passato.

   Il riscaldamento si sta registrando praticamente ovunque. Nell’arco di decenni e secoli degli ultimi 2.000 anni le temperature di alcune regioni sono aumentate più della media globale e al contempo in altre regioni le temperature diminuivano. Per esempio, Continua a leggere