LA CITTÀ È IL FUTURO (non le Regioni): trasformiamo l’Italia in tante NUOVE CITTÀ (il superamento dei quasi 8mila comuni può portare a MILLE nuove città di almeno 60mila abitanti), e trasformiamo le obsolete regioni in macroregioni, “aree vaste e organizzate” in uno stato centrale forte e federato nell’Unione Europea

(immagine tratta da http://www.frontierarieti.com/) – Nel 2009 la popolazione urbana mondiale ha superato per la prima volta quella rurale. Questo è un fenomeno considerato “stabile”, ovvero destinato a continuare in modo costante nel futuro: le stime sono che nel 2030 il 60% della popolazione mondiale vivrà nelle città. L’Europa è una delle aree più urbanizzate al mondo: oggi più del 70% dei cittadini europei vivono in aree urbane e gli studi delle Nazioni Unite stimano che la percentuale salirà all’80% entro il 2050. (da http://www.a-architettitrento.it/)

   Le PERPLESSITÀ SULLA FORTE AUTONOMIA REGIONALE che tre regioni stanno chiedendo (Veneto, Lombardia, Emilia Romagna), non è tanto sulle motivazioni di possibile maggiore efficienza sui servizi da dare ai cittadini, di minor spesa adottando costi standard; nemmeno sulle perplessità di assoluta competenza nella gestione di compiti di alto valore strategico nazionale come sono l’ISTRUZIONE e/o l’AMBIENTE… bensì (le maggiori perplessità) nascono dal fatto che si andrà a rafforzare un “CONTESTO GEOGRAFICO” (la Regione, nelle sue venti espressioni nella nostra penisola italiana) PIÙ CHE MAI OBSOLETO nei confini territoriali attuali; e fatto di apparati burocratici mastodontici; e che invece necessiterebbero (le regioni) di una revisione e razionalizzazione che portasse (a nostro avviso) alla creazione di MACROREGIONI (nell’ambito di un credibile STATO CENTRALE e di una vera necessaria FEDERAZIONE EUROPEA).

i tetti di Roma – “Le città sono luoghi attrattivi per le opportunità che aprono da un punto di vista delle interazioni sociali, culturali, di studio, di lavoro, sono luoghi maggiormente competitivi per l’innovazione, l’economia e la ricerca, ma sono anche i luoghi nei quali si manifestano gli effetti della povertà, della segregazione sociale e spaziale, della disoccupazione e sono luoghi “fragili” nei quali si manifestano con maggiore violenza gli effetti dei cambiamenti climatici e dell’inquinamento: già oggi le città consumano il 75% delle risorse naturali e sono responsabili del 70% delle emissioni globali di CO2.” (da http://www.a-architettitrento.it/)

   Riportiamo qui di seguito, in questo post, alcune considerazioni sul RUOLO DELLA CITTÀ che ha fatto il 18 marzo scorso (2019), ad un incontro a Milano all’ISPI (Istituto per gli studi di Politica Internazionale) organizzato dall’Associazione «Amici di Milano», il sindaco della città GIUSEPPE SALA, parlando della “sua Milano”, dei più importanti progetti presenti e futuri. Ma in particolare ci interessa partire qui dalle considerazioni che Sala fa sul ruolo della “città”, come contenitore di ricchezze (conoscenze, multiculturalità, opportunità…), e pure di contraddizioni negative da superare (come inquinamento, difficoltà di convivenza, povertà….).

(PALERMO, Via Montalbo, foto da http://www.livesicilia.it/) – “Il futuro dell’umanità si muove nell’ambito di questo paradosso: le città sono i luoghi nei quali l’uomo abiterà per le opportunità che offrono e, allo stesso tempo, sono i luoghi nei quali si concentrano e si producono i problemi che dovrà affrontare. Quindi la grande sfida culturale e politica da affrontare è come rendere sostenibile l’attrattiva delle città e far sì che il loro futuro sviluppo generi dei luoghi adeguati alla salute pubblica dei suoi cittadini, inclusivi da un punto di vista sociale e spaziale e che agiscano attivamente nel miglioramento delle condizioni ambientali del pianeta.” (da http://www.a-architettitrento.it/)

   Nel 2050 oltre due terzi della popolazione mondiale vivrà in aree urbane. Una situazione che metterà al centro di ogni politica di benessere, di capacità di integrazione, di salute ambientale, proprio il ruolo e la governance delle città: dalle metropoli, “città – stato”, come Roma e la conurbazione di Milano da noi…. ma anche di grandi e medio-grandi città, di cui è ricca l’Italia (Napoli, Torino, Palermo, Genova, Bologna, Firenze, Bari e varie altre…). E poi le medie città (dai 60mila ai 100mila abitanti assai numerose (Ancona, Arezzo, Cesena, Lecce, Lucca, Treviso, Varese, Ragusa, Pavia, etc… vi invitiamo a vedere l’elenco nella pagina http://www.tuttitalia.it/citta/popolazione/). In questo trend di concentrazione della popolazione nelle città diventa pertanto prioritario il dover cercare e dare soluzioni virtuose.

“A livello internazionale il documento di riferimento per lo sviluppo del pianeta è l’AGENDA 2030 PER LO SVILUPPO SOSTENIBILE, un programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità sottoscritto nel settembre 2015 da 193 Paesi membri dell’ONU, che contiene i 17 OBIETTIVI PER LO SVILUPPO SOSTENIBILE. A livello europeo, con il PATTO DI AMSTERDAM di Maggio 2016, si è istituita l’AGENDA URBANA PER L’UNIONE EUROPEA, che riconosce in modo definitivo il ruolo centrale delle aree urbane nello sviluppo sociale, culturale ed economico del futuro del continente.” (da http://www.a-architettitrento.it/)

   E’ comunque sicuro che avremo città sempre più connesse e capaci di utilizzare tecnologie e infrastrutture all’avanguardia. Ma il rischio, la concreta possibilità, è che si creino città con tante “periferie”, cioè luoghi dove non si vive bene, perché le città possono anche essere luoghi di esclusione e fonti di disuguaglianze, di inquinamento, di micro e macro criminalità…. Concentrarsi sul buon governo amministrativo delle città sarà (è) tema fondamentale da perseguire.

VERSO CITTÀ INCLUSIVE E SOSTENIBILI – L’AGENDA URBANA PER L’UNIONE EUROPEA, adottata il 30 maggio 2016 e meglio conosciuta come “PATTO DI AMSTERDAM”, è l’ATTUAZIONE, a livello europeo, dei principi, degli impegni e delle azioni previsti dalla NUOVA AGENDA URBANA DELLE NAZIONI UNITE, adottata a Quito (Ecuador), nel corso della conferenza “Habitat III”, svoltasi dal 17 al 20 ottobre 2016.
Le due agende urbane, quella dell’ONU e quella dell’UE, condividono, infatti, l’identica visione di UNO SVILUPPO EQUILIBRATO, SOSTENIBILE E INTEGRATO DELLE NOSTRE CITTÀ.

   Ma c’è il problema poi di chi non vive in città. Perché vive nella maggior parte di quei quasi 8.000 comuni nei quali solo circa 750 (su 8mila!) hanno una popolazione superiore ai 15mila abitanti…. Tutti comuni piccoli, complicati nel dover erogare servizi, con una visione d’orizzonte e autorevolezza politica verso l’esterno assai limitata (che tolgono così anche opportunità di vita, di lavoro, di studio, ai giovani, ai loro residenti).

Bosco Verticale di Milano, opera dell architetto Stefano Boeri- “Nel contesto dell’AGENDA URBANA DELL’UE, le città italiane potranno giocare un ruolo di protagonismo se sapranno accettare la sfida culturale e politica che le si pone di fronte. C’è una competizione in corso a livello internazionale fatta di innovazione, ricerca, CAPACITÀ DI ATTRAZIONE DEGLI INVESTIMENTI, MIGLIORAMENTO DELLE CARATTERISTICHE AMBIENTALI, DI RESILIENZA, DI INCLUSIONE SOCIALE e le città sono e saranno i luoghi di questa competizione. NELLE CITTÀ ITALIANE RISIEDONO GLI ASSET STRATEGICI PER LO SVILUPPO DELL’INTERO SISTEMA ITALIA ed in particolare hanno due temi assolutamente specifici in ambito europeo ed internazionale che possono rappresentare il vero valore aggiunto in questo contesto di competizione globale, che, tra l’altro, sono totalmente allineati e funzionali alle future strategie europee dell’Agenda Urbana dell’UE: LA STORIA CON LE SUE TESTIMONIANZE ARTISTICHE E DI TRADIZIONI CULTURALI, SOCIALI ED ECONOMICHE E LA PRESENZA DEI DISTRETTI INDUSTRIALI.” (da http://www.a-architettitrento.it/)

   Pertanto il problema è per chi “resta fuori” dal contesto di città innovativa. Che fare per loro? Per questo il superamento degli attuali medio-piccoli comuni creando “nuove città” stabilisce condizioni perché tutti possano vivere nel “contesto urbano” fatto di pari opportunità (anche chi vuole vivere isolato e intende mantenere questa condizione).

MATERA: LA CITTA’ DEL FUTURO SA DI INNOVAZIONE (MA ANCHE DI ANTICO) – La città dei Sassi, nominata ‘Capitale Europea della Cultura per il 2019’ insieme alla bulgara PLOVDIV

   E le AREE MONTANE, alpine e appenniniche (ma anche aree periferiche pedemontane e in zone povere e isolate, specie del sud), che si stanno sempre più spopolando, e che hanno bisogno di progetti economici nuovi. In queste aree si esprime adesso una volontà in istaurarsi in esse di “nuovi montanari”, nuovi abitanti, italiani giovani e meno giovani, ma soprattutto stranieri che posso (potrebbero) trovare lavoro e ripopolare queste aree (tenendo così aperte scuole, uffici postali, linee di autobus, strutture sanitarie…). Ebbene questo può aver successo se anche in queste aree si può immginare un contesto di “nuove città”: realtà amministrative di tipo urbano, che non vuol dire costruire grattacieli (anzi!) ma avere ambiti territoriali e amministrativi autorevoli, in grado di dare servizi efficienti come un qualsiasi sistema urbano tradizionale cittadino, e di dialogare con autorevolezza con organi istituzionali superiore (come la Regione, lo Stato…).

TRAFFICO E SMOG NELLE STRADE DI MODENA IN PIANURA PADANA, foto da ww.ansa.it/- Cosa accade in Italia – SONO ANCORA TROPPE LE CITTÀ ITALIANE PERIODICAMENTE COLPITE DALL’INQUINAMENTO ATMOSFERICO. Un’emergenza costante nel nostro Paese non più giustificabile con le avverse condizioni meteo-climatiche della pianura padana o legate alla sola stagionalità invernale come spesso i cittadini sono indotti a credere.

   E allora se “CITTÀ DEV’ESSERE” (SARÀ) nello sviluppo territoriale futuro dove saranno appunto le città ad avere un potere di governance molto avanzato nel loro territorio, è giusto che a tutti sia offerto eguale “diritto alla cittadinanza”; che non ci siano esclusioni per chi vive in contesti periferici. Da qui, ribadiamo, nasce l’esigenza e la (urgente) necessità di creare “nuove città” superando i medio-piccoli comuni. (s.m.)

TORINO tra le città più inquinate secondo Legambiente. L’inquinamento ci toglie in media 10 mesi di vita. Pianura Padana e grandi città le zone più a rischio – NEL 2018 SONO STATI SUPERATI I LIMITI GIORNALIERI previsti per le polveri sottili o per l’ozono (35 giorni per il Pm10 e 25 per l’ozono) in ben 55 capoluoghi di provincia. In 24 dei 55 capoluoghi il limite è stato superato per entrambi i parametri, con la conseguenza diretta, per i cittadini, di aver dovuto respirare aria inquinata per circa 4 mesi nell’anno.

…………………….

………………………………

20 Mar 2019 – GIUSEPPE SALA Sindaco di Milano con il vicepresidente ISPI (Istituto per gli studi di Politica Internazionale) Paolo Magri: MENO AUTO E INQUINAMENTO, PIU’ CASE, ABITANTI, INTEGRAZIONE E CONOSCENZA: ECCO LA MILANO DEL PROSSIMO FUTURO – Nelle città vive oggi oltre la metà della popolazione del gl obo. Nel 2050 sarà il 75%. Perché nelle città si concentrano conoscenze, opportunità, benessere, servizi, cultura. Come cambieranno le città in futuro? E come garantirne uno sviluppo sostenibile e inclusivo? – E’ la domanda clou che Paolo Magri, vicepresidente di ISPI, ha rivolto il 18 marzo 2019 al SINDACO DI MILANO GIUSEPPE SALA nel corso di un incontro che aveva come tema, appunto, LE CITTÀ

MENO AUTO E INQUINAMENTO, PIU’ CASE, ABITANTI, INTEGRAZIONE E CONOSCENZA: ECCO LA MILANO DEL PROSSIMO FUTURO
20/3/2019, da http://www.newsfood.com/, incontro all’ISPI (Istituto per gli studi di Politica Internazionale ) con il vicepresidente Paolo Magri – Marzo 2019 – Associazione «AMICI DI MILANO».
Nelle città vive oggi oltre la metà della popolazione del globo. Nel 2050 sarà il 75%. Perché nelle città si concentrano conoscenze, opportunità, benessere, servizi, cultura. Come cambieranno le città in futuro? E come garantirne uno sviluppo sostenibile e inclusivo? – E’ la domanda clou che Paolo Magri, vicepresidente di ISPI, ha rivolto al SINDACO DI MILANO GIUSEPPE SALA nel corso di un incontro che aveva come tema, appunto, LE CITTÀ. ECCO COME HA RISPOSTO IL PRIMO CITTADINO DEL CAPOLUOGO LOMBARDO. –
“In una grande città come Milano convivono realtà positive e negative: ricchezza e povertà; inclusione ed emarginazione; innovazione e conservazione. Continua a leggere

Annunci

VENEZIA (e le altre città d’arte): SENZA RESIDENTI NON C’È CITTÀ – Il difficile rapporto con il TURISMO (distruzione del tessuto urbano o risorsa per le ristrutturazioni?) – Come superare il MONOPOLIO TURISTICO e creare possibilità di vita e reddito ai residenti? – UN DECALOGO DI PROPOSTE POSSIBILI

Mercato del pesce a Rialto – I RESIDENTI, RIVOGLIONO LA LORO RIALTO – L’associazione «RIALTO NUOVO», fatta di 4.500 aderenti, il 10 per cento della popolazione, chiede un RECUPERO ARCHITETTONICO E COMMERCIALE DI RIALTO; in particolare il RESTAURO DELLA LOGGIA DELLA PESCHERIA, palazzina neogotica dei primi del Novecento, e le FABBRICHE NUOVE, costruzione di Jacopo Sansovino del 1550; i due edifici sorti nel luogo in cui da mille anni vive il mercato di Rialto; arrivando così a un rilancio commerciale di Rialto. (foto da http://www.fashionfortravel.com/)

   La crisi di Venezia (e, forse in misura un po’ meno evidente di tutte le cosiddette “città d’arte”) è data da due elementi che si interconnettono:
1 – L’ENORME MASSA DI TURISTI che la città deve riuscire a gestire nel proprio tessuto urbano (Venezia negli anni ’70 del secolo scorso, 40 anni fa, aveva circa 2 milioni di turisti all’anno, e non era certo vuota; ora ne conta 30 milioni in un anno….)(la caduta del muro di Berlino, dal 1989 in poi, ha inciso drasticamente nel turismo dall’est; e poi a seguire tutte quelle popolazioni che si sono affacciate al benessere e alla possibilità di viaggiare, come adesso i cinesi cui ora a Venezia se ne vedono moltissimi…);
2 – LO SPOPOLAMENTO PROGRESSIVO DI VENEZIA DEI SUOI RESIDENTI STORICI è il secondo fattore non meno problematico nella crisi dei modi di vita quotidiana che ogni città deve poter esercitare (Venezia è una città economicamente cara per viverci; ci sono poche attività al di là della monocultura turistica; restaurare le case e i palazzi costa; “l’assedio” del turismo è problematico nella vita di ogni giorno….).

(la LAGUNA di Venezia vista dall’alto, da Wikipedia) – PIER LUIGI CERVELLATI: «UN CENTRO È TROPPO FACILE CHE SLITTI IN SHOPPING CENTER. Ed è infatti quel che è accaduto a partire dagli anni Cinquanta del Novecento. Allora (a Bologna, ma anche in altre città, ndr) se ne sono cominciati ad andare i residenti. (…..) decine e decine di BANCHE si piazzarono dove c’erano NEGOZI e BOTTEGHE…. Ora se ne sono andate anche le banche e SONO ARRIVATI SUPERMERCATI E NEGOZI D’ABBIGLIAMENTO. Domanda: È L’ECONOMIA LEGATA AL TURISMO CHE HA IMPRESSO QUESTI CAMBIAMENTI? «Da ultimo sì. Perché dovrei affittare un appartamento a chi vorrebbe risiedervi se mettendolo su AIRBNB guadagno quattro volte tanto con un affitto turistico per una settimana o un week end? A Firenze, a Roma e anche altrove una parte crescente di abitazioni in centro non appartiene a residenti. Non parliamo di Venezia. Ora, non dovunque, ma LO SPOPOLAMENTO È SPAVENTOSO». QUALI SONO LE CONSEGUENZE? «SENZA RESIDENTI NON C’È CITTÀ. NÉ STORICA NÉ D’ALTRO TIPO». (intervista a PIER LUIGI CERVELLATI di Francesco Erbani, da “la Repubblica” del 12/11/2018)

   Fenomeni che riguardano non solo Venezia ma anche altre città turistiche (e pensiamo poi a Roma, dove la bellezza architettonica d’arte diffusa in tutto il centro storico raccoglie turismo, che poi è anche indirizzato alla Roma come capitale del cattolicesimo; e inoltre Roma è capitale politica d’Italia con ministeri, il Parlamento, strutture annesse, e tutto quanto riguarda l’affollamento dato dalle istituzioni politiche…troppe cose…).

Venezia durante lo scorso Carnevale (2018) (foto da “La Stampa.it” – “Bisogna partire da una visione realistica non dalle utopie”. MASSIMO CACCIARI risponde a Pier Luigi Cervellati sulla questione dello svuotamento dei centri storici ridotti a grandi shopping center……. “Sarebbe un’idea strepitosa se fosse fattibile, ma non lo è. Tutte le persone ricche e straricche che abitavano sul Canal Grande quando ero ragazzo hanno scelto di andarsene perché i costi di manutenzione di una residenza storica sono incompatibili con le tasche di chicchessia”… “Sono discorsi destinati a cadere nel vuoto perché ignorano il contesto storico, economico, sociale in cui ci troviamo. Sono proposte assolutamente irrealizzabili, sia nei centri storici italiani sia in quelli di Parigi, Vienna o Londra. A Manhattan come a Trafalgar Square. Il fenomeno che viviamo in Italia è analogo a quello di tutti i centri storici delle maggiori città del mondo, dove funzioni più redditizie di quelle residenziali diventano competitive”…. (Intervista di Raffaella De Santis a Massimo Cacciari, “la Repubblica” del 13/11/2018)

   Vien da pensare che, rimanendo sul tema di Venezia e dei suoi problemi, è necessario che vi siano provvedimenti virtuosi, determinati e concreti, che ristabiliscano l’equilibrio perduto di una mirabile città che sta diventando (è diventata?) una “non-città”.

(Rialto, Loggia della Pescheria, da Wikipedia) – DONATELLA CALABI, docente di Storia della Città allo Iuav: “L’idea di UN MUSEO DELLA CITTÀ INCENTRATO SULL’ARGOMENTO DEL MERCATO E DEL COMMERCIO INTERNAZIONALE (…), mettendo in rete vari musei, come quello della Laguna, che sta nascendo». «Venezia ha tanti musei con opere e testimonianze eccezionali ma nessuno racconta una storia – fa eco LUCA MOLÀ, veneziano, docente di Storia del Rinascimento a Warwick (Regno Unito) – IL MUSEO DI RIALTO INVECE RACCONTERÀ UNA STORIA, QUELLA DELLA CITTÀ DAL PUNTO DI VISTA DEI TRAFFICI, DELL’ECONOMIA, DELLA PRODUZIONE». Una storia densa perché Venezia era una città-mondo e Rialto riassumeva tutte le funzioni: City, agorà, foro, porto, fabbrica. E lì è nato il primo ufficio brevetti della storia nel 1474 (I provveditori di comùn), il copyright per registrare i marchi di fabbrica e le botteghe, è il luogo di shopping di tessuti pregiati e raffinatissimi gioielli, è pure il primo posto dove si può comprare una specie di giornale, gli «avvisi», che riportavano notizie finanziarie e commerciali da tutto il mondo. Di testimonianze da esporre, i musei e le istituzioni cittadini, traboccano. All’archivio di Stato, Molà ha trovato in un registro notarile il documento che testimonia il prestito di Marco Polo al mercante a Rialto e anche la trascrizione di un accordo su di una proprietà a San Marcuola. (da Corriere del Veneto del 22/1/2019)

   Per questo la singola iniziativa di un’associazione («Rialto Nuovo», fatta di 4.500 aderenti, il 10 per cento della popolazione), che chiede un RECUPERO ARCHITETTONICO e COMMERCIALE di RIALTO (con il restauro della Loggia della Pescheria e delle Fabbriche Nuove, per ridare vita quotidiana al mercato lì presente da sempre, arrivando così a un rilancio commerciale dell’area del famoso ponte), ebbene questa iniziativa può andare nel senso di iniziare a ristabilire elementi di possibile quotidiana vita attiva per la città (per i residenti storici, per i nuovi, e anche per chi si stabilisce per un certo periodo con continuità a Venezia, come gli studenti…). E’ da vedere se il progetto (speriamo) si realizzerà.

(nella foto: Rialto, FABBRICHE NUOVE, progetto di Jacopo Sansovino del 1553, da Wikipedia) – “PROPOSTA RIALTO” – NELLE FABBRICHE NUOVE, di proprietà demaniale, al PIANO TERRA si riorganizzerebbe e rilancerebbe IL MERCATO ITTICO e al PRIMO PIANO si allestirebbe UN PADIGLIONE GASTRONOMICO in cui degustare il pesce, fornito dal mercato sottostante e cucinato secondo le ricette tradizionali veneziane. Esattamente come avviene a Barcellona, a Parigi, ad Amburgo e come si apprestano a fare anche a Londra. Tutte grandi e belle città, ma dalle quali Venezia può solo essere invidiata. (…)(Carlo Vulpio, da “La Lettura” de “il Corriere della Sera” del 20/1/2019)

   Ora, con la Finanziaria 2019, Venezia (il Comune) può stabilire (come da tempo chiedeva) una “tassa di ingresso” alla città, per tutti quelli che non si fermano (e non pagano tassa di soggiorno) e hanno un rapporto breve, estemporaneo con Venezia, di qualche ora, ma ugualmente invasivo nell’utilizzo della città e dei suoi servizi. Noi non sappiamo se questa è una soluzione al limitare della presenza turistica (come impedire o limitare l’ingresso a chi vuole vedere la bellezza di Venezia almeno per un giornata?!?); ma l’amministrazione comunale la mette in altro modo che ci pare serio: non parliamo di tassa per entrare, ma di “contributo a Venezia”, alle sue necessità per far funzionare al meglio i suoi servizi (la pulizia, l’igiene, la conservazione dei monumenti, il controllo urbano della polizia locale…).

PIER LUIGI CERVELLATI «C’è tanto da fare nelle città storiche». Domanda: CHE COSA? «IL RESTAURO URBANO. Il restauro non del singolo edificio, ma di un complesso di edifici, risalendo al concetto per cui la città storica non è solo contenitore di monumenti, ma luogo di vita, di attività». Domanda: E SE QUESTA VITA E QUESTE ATTIVITÀ NON CI SONO PIÙ? «Dobbiamo riportarcele» «A Bologna negli anni ’70 utilizzammo LE NORME DELL’EDILIZIA POPOLARE, ma invece di costruire in periferia con soldi pubblici cercammo di RISANARE LE ABITAZIONI perché ci potesse restare a vivere chi altrimenti sarebbe stato espulso da pure logiche di mercato…e la tutela della residenza non è un principio del passato, si può riproporre…… Insieme all’associazione Bianchi Bandinelli abbiamo messo a punto una proposta di legge che salvaguarda la città storica nel suo insieme, VIETANDO DEMOLIZIONI E RICOSTRUZIONI, e prevede un intervento pubblico affinché i tanti SPAZI VUOTI O ABBANDONATI ATTRAGGANO NUOVI RESIDENTI di tutti i ceti sociali. E perché SIANO FERMATI I CAMBI DI DESTINAZIONE D’USO DI UN IMMOBILE da abitativo ad altro. Così si salva non solo la città storica, ma la città tutta». (intervista a PIER LUIGI CERVELLATI di Francesco Erbani, da “la Repubblica” del 12/11/2018)

   Inoltre le limitazioni a certi luoghi (campi, campielli, piazza San Marco…) nel caso di eventi straordinari “di massa” (ancor più affollati della normalità già problematica) (il Carnevale, il Redentore, un concerto di una star della musica…), queste limitazioni sono cose difficili ma necessarie: antipatiche per chi arriva ai tornelli e viene impedito nell’ingresso, ma non vediamo come altrimenti si possa fare.
Insomma è da individuare politiche che contengano e organizzino dignitosamente la massa turistica; e dall’altra politiche che favoriscano il ripopolamento della città.

(foto da Il Post.it: il varco posto all’inizio di lista di Spagn accanto al Ponte degli Scalzi) – LE SOLUZIONI DEVONO ESSERE POLITICHE, PIÙ CHE ESTETICHE? CACCIARI: «Possiamo solo cercare di governare la trasformazione. A VENEZIA C’ERANO DUE MILIONI DI TURISTI ALL’ANNO NEGLI ANNI SETTANTA, ADESSO CE NE SONO TRENTA MILIONI. Ed è una pressione irresistibile, una domanda che continuerà a crescere. Pochi anni fa non c’erano i cinesi, non c’erano i russi. Adesso sì, a valanghe. Sarà dura. Il consumo della città aumenta vertiginosamente. Un monumento visitato da dieci persone soffre di meno di un monumento visitato da dieci milioni. BISOGNA LAVORARE SULL’ORGANIZZAZIONE DEL FLUSSO TURISTICO, renderlo più razionale nelle città più martellate, ma certo non è pensabile disincentivare il turismo. Vorrebbe dire farsi del male, in Italia è l’unica risorsa che abbiamo»….«Il problema italiano è che stiamo diventando una monocultura. Il turismo dovrebbe affiancarsi ad altro. Dovremmo riuscire a far decollare nei centri storici altre attività, direzionali e terziarie: aziende, centri di ricerca, attività di formazione, università».(..) (Intervista di Raffaella De Santis a Massimo Cacciari, “la Repubblica” del 13/11/2018)

Abbozziamo qui UN DECALOGO DI PROPOSTE. Dieci punti che potrebbero essere una base di intenti.
1- SENZA RESIDENTI NON C’È CITTÀ. Si può agire con la LEVA FISCALE, cioè ad esempio favorendo massicciamente l’affitto in centro storico per giovani che vogliono risiedervi (non auspicabile una Venezia fatta di soli anziani… nelle città storiche allo spopolamento si affianca l’invecchiamento dei residenti…).
2- CONTRASTARE, CON UN SERIO PIANO URBANISTICO, IL CAMBIO DI DESTINAZIONE D’USO DI FABBRICATI DA RESIDENZIALE A COMMERCIALE. Impedire così che immobili classificati come abitazioni, anche se sfitte o disabitate, si trasformino in qualcos’altro rispetto alla residenzialità. Per far questo però è necessario applicare le possibili proposte che abbiamo inserito nei qui due successivi punti.
3- SVILUPPARE INIZIATIVE PUBBLICHE DI EDILIZIA POPOLARE, con il restauro di abitazioni malandate da ristrutturare, a condizioni super-agevolate a famiglie che voglio andarci ad abitare (ovviamente con controlli severi che non si verifichino fenomeni e abusi speculativi) (potrebbero essere proprietà date in affitto a chi è interessato ad andare ad abitare stabilmente a Venezia, con severo controllo che il canone sia equo e non speculativo).
4- METTERE A DISPOSIZIONE DEI PRIVATI (anche Imprese di costruzione e vendita) PALAZZI E FABBRICATI di proprietà pubblica ma che stanno cadendo, sono abbandonati; al fine dell’utilizzo residenziale (stabilendo quote di appartamenti di lusso e popolari da vendere o affittare). Creando così un intervento privato-pubblico affinché i tanti spazi vuoti o abbandonati attraggano nuovi residenti di tutti i ceti sociali.

NON È TRISTE VENEZIA” (Manni Editore, ottobre 2018, euro 15,0) è un lungo reportage del giornalista FRANCESCO ERBANI, che con pazienza esamina dati, parla con studiosi, incontra associazioni, affronta i centri di potere cittadini. Tra chi ha continuato a fare libri con la cura di una forma di artigianato c’è la casa editrice CORTE DEL FONTEGO. (…..) In NON È TRISTE VENEZIA sono presenti molti degli autori legati alla Corte del Fontego, dall’urbanista Franco Mancuso, all’ex preside dello Iuav Edoardo Salzano, alla presidente della sezione locale di Italia Nostra Lidia Fersuoch. UN INTERO CAPITOLO DEL REPORTAGE DI ERBANI È DEDICATO ALLA LAGUNA di Venezia: un luogo specifico, vivo, unico. Il rapporto tra Venezia e la sua Laguna è il principio di tutto. La ricerca incessante di un equilibrio ha ridefinito continuamente lo spazio, introdotto saperi e pratiche sperimentali, indotto una forma di governo del territorio che si occupava della gestione delle acque fino ai boschi di montagna. VIGEVA IL CRITERIO DELLA REVERSIBILITÀ: qualsiasi intervento, grande o piccolo, doveva prevedere la possibilità di tornare indietro, di ripartire da capo, di ripristinare le condizioni di partenza. (Marco De Vidi, 22/1/2018, da www.esquire.com/)

…….

5- INCENTIVARE E AIUTARE L’INSEDIAMENTO DI ATTIVITÀ DI STUDIO E RICERCA, ed è quel che potrebbero fare (e organizzare) le UNIVERSITÀ, con le loro attività e necessità di ampliare formazione e ricerca. Oppure, IL PRIVATO, le imprese: quanti servizi non strettamente legati alla produzione possono tornare o essere collocati in centro…
6- INCENTIVARE IL RITORNO DELLE ATTIVITÀ ARTIGIANALI controllate e certificate (ora molte attività pseudo veneziane sono in mano al commercio globale con prodotti che di “veneziano” non hanno nulla), dando a queste attività genuinamente originali, aiuti attraverso detrazioni, crediti di imposta sugli affitti, servizi comunali gratuiti…;
7- I RESIDENTI A VENEZIA NON POSSONO SOSTENERE COSTI DI VITA QUOTIDIANA (alimentare e altro) PIÙ ONEROSI DI CHI VIVE ALTROVE. I prezzi a Venezia ora sono molto elevati anche per i residenti. E’ anche in questo caso che si può agire con la leva fiscale, con agevolazioni sulle tasse e le imposte…;
8- LAVORARE SULL’ORGANIZZAZIONE DEL FLUSSO TURISTICO, renderlo più razionale; tentare di “diffonderlo” in luoghi adesso del tutto non utilizzati (come le numerose isole della Laguna ora abbandonate…) (ma è impensabile che il turista straniero non possa fare una capatina a Piazza San Marco, in Riva degli Schiavoni…), SENZA COMUNQUE DISINCENTIVARE IL TURISMO, che in Italia è l’unica risorsa che abbiamo (se è possibile “diffonderlo, estenderlo” meglio, far vedere cose, architetture, chiese, momenti di convivialità o ristorazione, che adesso vengono trascurati…).

“LA VENEZIA CHE VORREI (parole e pratiche per una città felice)”, antologia curata da Elisabetta Tiveron e Cristiano Dorigo (Helvetia Editrice, settembre 2018, euro 12,75), raccoglie i contributi di: Shaul Bassi con Lala Hu e Leatitia Ouedraogo, Gianni Berengo Gardin, Gianfranco Bettin, Enrico Bettinello, Renzo Di Renzo, Cristiano Dorigo, Gianni Favarato, Roberto Ferrucci, Maria Fiano e Beatrice Barzaghi, Federico Gnech, Mario Isnenghi, Maddalena Lotter, Giovanni Montanaro, Edoardo Pittalis, Tiziana Plebani, Anna Poma, Tiziano Scarpa, Lucio Schiavon, Elisabetta Tiveron, Anna Toscano, Alberto Toso Fei, Gilda Zazzara, Julian Zhara

9- CERCARE DI INCIDERE VIRTUOSAMENTE SUI FLUSSI TURISTICI, ad esempio prospettando incentivi o, al contrario, penalizzazioni, alle Agenzie di viaggio italiane ed estere (ma anche sui Provveditorati scolastici riguardo alle gite scolastiche); per dirottare molto turismo in certi periodi meno affollati o in luoghi di Venezia meno oberati di turismo. Pertanto arrivare a PROGRAMMARE ALLA PARTENZA GLI ARRIVI.
10- VENEZIA DEVE TORNARE AD ESSERE SE STESSA. Le Corbusier la riteneva come “IL MODELLO PER OGNI CITTÀ DEL FUTURO”. Venezia deve superare la monocultura turistica con altre attività al pari importanti, sia come CITTÀ DI SPERIMENTAZIONE E RICERCA (dando spazio a tutti quelli, istituzioni e singoli, che rappresentano qualcosa di innovativo nel panorama mondiale), che con il RECUPERO DEI SAPERI ACCUMULATI NEI SECOLI (con l’apertura al mondo che l’accompagna da sempre). E il ritorno a dare valore ai propri abitanti (residenti, che abbiamo fin qui detto), va accompagnato con una PIÙ CORRETTA E DECISA ATTENZIONE AL PROPRIO TERRITORIO (ora in difficoltà, non solo con la monocultura turistica, ma anche con il fallimento del progetto MOSE, e con tanti centri commerciali…come quello sorto nel Fondaco dei tedeschi, oppure il centro commerciale in Stazione…. tutti rivolti al mero consumo dei milioni di visitatori)(ma non si poteva recuperare il Fondaco dei tedeschi, come si vorrebbe ora fare con Rialto, con finanziamenti e progetti un po’ più innovativi?!). (s.m.)

(FOTO da http://www.esquire.com/ gettyimages – A VENEZIA esistono le condizioni per prefigurare UN ORGANISMO URBANO DEL FUTURO: perché NON CRESCE e NON CONSUMA SUOLO, perché NON SPRECA RISORSE, perché RIUSA TUTTO (dall’acqua ai materiali edili) e si è sempre ricostruita su sé stessa, utilizzando moduli costantemente replicabili e mai monotoni, perché insegna la manutenzione, perché è OSPITALE, MULTICULTURALE e MULTIETNICA, perché si circola SENZA MACCHINE, perché coltiva gli SPAZI PUBBLICI, perché anche gli elementi più privati di un edificio hanno una DIMENSIONE PUBBLICA, perché ha conservato per secoli (tranne che nell’ultimo) un’eccezionale RELAZIONE FRA IL COSTRUITO E IL SUO AMBIENTE, CIOÈ LA LAGUNA. (Francesco Erbani, dal libro-reportage “NON È TRISTE VENEZIA” (Manni Editore, ottobre 2018, euro 15,00)

………………………………….

ANCHE MARCO POLO INVESTE SU RIALTO

di Carlo Vulpio, da “La Lettura” de “il Corriere della Sera” del 20/1/2019
Non sarà la laguna a inghiottire Venezia, e nemmeno l’orda continua dei turisti a farla sprofondare. Da queste due calamità, in qualche modo, Venezia si salverà. Non potrà far nulla invece se si spegnerà la sua vitalità. Se continuerà cioè il suo declino demografico e ancor più se con il corpo della città se ne andrà anche la sua anima. Continua a leggere

I CAMBIAMENTI CLIMATICI GLOBALI con le loro crescenti e sempre più dannose conseguenze, e la poca volontà politica a nuovi paradigmi nello SVILUPPO GLOBALE: il caso della COP24, la Conferenza mondiale sul clima tenutasi nel dicembre scorso in POLONIA a KATOWICE (le NON DECISIONI che lì ci sono state)

GRETA THUNBERG – IL FUTURO HA 16 ANNI – GUARDA E ASCOLTA IL DISCORSO DI GRETA:
https://www.lifegate.it/persone/news/cop-24-katowice-greta-thunberg-cambiamenti-climatici

   Il testo dell’intervento di Greta alla Cop24 di KATOWICE, Polonia, il 4 dicembre scorso:
“Il mio nome è Greta Thunberg, ho quindici anni e vengo dalla Svezia. Molte persone dicono che la Svezia sia solo un piccolo Paese e a loro non importa cosa facciamo. Ma io ho imparato che non sei mai troppo piccolo per fare la differenza. Se alcuni ragazzi decidono di manifestare dopo la scuola, immaginate cosa potremmo fare tutti insieme, se solo lo volessimo veramente. Ma per fare ciò dobbiamo parlare chiaramente, non importa quanto questo possa risultare scomodo. Voi parlate solo di una crescita senza fine in riferimento alla green economy, perché avete paura di diventare impopolari. Parlate solo di andare avanti con le stesse idee sbagliate che ci hanno messo in questo casino. (…) Ma non mi importa risultare impopolare, mi importa della giustizia climatica e di un pianeta vivibile. La civiltà viene sacrificata per dare la possibilità a una piccola cerchia di persone di continuare a fare profitti. La nostra biosfera viene sacrificata per far sì che le persone ricche in Paesi come il mio possano vivere nel lusso. Molti soffrono per garantire a pochi di vivere nel lusso.
Nel 2078 festeggerò il mio settantacinquesimo compleanno. Se avrò dei bambini probabilmente un giorno mi faranno domande su di voi. Forse mi chiederanno come mai non avete fatto niente quando era ancora il tempo di agire. Voi dite di amare i vostri figli sopra ogni cosa, ma state rubando loro il futuro davanti agli occhi. Finché non vi fermerete a focalizzare cosa deve essere fatto anziché su cosa sia politicamente meglio fare, non c’è alcuna speranza. Non possiamo risolvere una crisi senza trattarla come tale. Noi dobbiamo lasciare i combustibili fossili sotto terra e dobbiamo focalizzarci sull’uguaglianza e se le soluzioni sono impossibili da trovare in questo sistema significa che dobbiamo cambiarlo. Non siamo venuti qui per pregare i leader a occuparsene. Tanto ci avete ignorato in passato e continuerete a ignorarci. Voi non avete più scuse e noi abbiamo poco tempo. Noi siamo qui per farvi sapere che il cambiamento sta arrivando, che vi piaccia o no. Il vero potere appartiene al popolo. Grazie”. Greta Thunberg‏ @GretaThunberg
(qui sopra il discorso del 4 dicembre 2018 di GRETA THUNBERG alla classe politica mondiale dove spiega la gravità del problema, al COP24, il Summit delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici in Polonia a Katowice in occasione della 24a Conference Of Parties (COP24).

   Ha compiuto 16 anni il 3 gennaio. Non più da semplice adolescente svedese impegnata e fragile, ma da simbolo globale della lotta contro il cambiamento climatico. Greta Thunberg è la ragazza con l’impermeabile giallo che ha scioperato da scuola, sedendosi sul pavimento del Parlamento svedese, perché i politici sentissero la pressione e l’urgenza di intervenire per ridurre le emissioni di gas serra. Con la sua protesta gentile e determinata ha conquistato titoli, reportage, pagine e pagine di interviste in tutto il mondo, fino all’invito alla CNN, ma soprattutto alla CONFERENZA DI KATOWICE, dove il suo discorso alla sessione plenaria è diventato il contenuto più visto su AL JAZEERA ENGLISH nella settimana del 20 dicembre, fra milioni di condivisioni. Greta, che ha una madre cantante lirica sinfonica, un padre attore, una diagnosi da sindrome di Asperger (un disturbo prossimo all’autismo di cui lei racconta «mi fa vedere le cose in bianco o nero. Non mi piace mentire»), incalza politici e adulti sul peso che stanno lasciando sui bambini, togliendo loro il futuro. «La nostra biosfera viene sacrificata perché i ricchi in paesi come il mio possano vivere nel lusso», ha detto alla platea della conferenza per il clima: «È la sofferenza dei molti che paga i lussi di pochi. Nel 2078 festeggerò il mio 75esimo compleanno. Se avrò bambini forse quel giorno mi chiederanno di voi. Mi chiederanno perché non avete fatto tutto il possibile quando ancora c’era tempo per agire». (L’ESPRESSO 30/12/2018)

La quindicenne Greta Thunberg durante la sua protesta del venerdì sui cambiamenti climatici

…………………………..

   Emblematico che la Conferenza sul clima (denominata Cop24), tenutasi nella prima quindicina del dicembre scorso, si sia svolta in Polonia, e in particolare a KATOWICE, capoluogo della SLESIA, la regione a sud che è considerata la regione carbonifera non solo di Polonia ma di tutta Europa (la capitale europea del carbone). Anche se è la Cina che, da sola, consuma la metà della produzione globale, la Polonia rappresenta in modo forte il legame con questo minerale, combustibile così inquinante. Una regione come appunto la Slesia dipende completamente dal carbone, in termini di economia, di occupazione.

COP24, il presidente polacco DUDA spiazza tutti: “LA POLONIA NON PUÒ RINUNCIARE AL CARBONE” -Nonostante i ripetuti richiami alla DECARBONIZZAZIONE DEL PIANETA, in una conferenza stampa congiunta il 3 dicembre scorso, a presentazione dell’inizio dei lavori della COP24 a KATOWICE con il segretario dell’Onu ANTONIO GUTERRES, il PRESIDENTE POLACCO DUDA ha dichiarato che IL SUO PAESE “NON PUÒ RINUNCIARE AL CARBONE”, una MATERIA PRIMA “STRATEGICA” che garantisce “la SOVRANITÀ ENERGETICA”- Varsavia conta ancora sul CARBONE per l’80% del suo FABBISOGNO ENERGETICO, e prevede di arrivare al 50% entro il 2030. Quando il target fissato dalla Commissione europea per quella data è del 40%. (foto da IL FATTO QUOTIDIANO del 4/12/2018)

   Non è poi un caso che sulle 50 città più inquinate d’Europa, ben 33 sono in Polonia: per dire l’“importanza del carbone” in terra polacca, e il collegamento esistente tra il forte inquinamento atmosferico che lì c’è e l’estrazione di questo materiale. E sul banco degli imputati, alla Conferenza sul clima dello scorso dicembre, assieme a Trump e alla Russia, è finito così anche il paese ospitante. Gli impegni a ridurre la dipendenza energetica dal carbone ci sono da parte della Polonia, ma è evidente che l’ancor esistente (ed essenziale alla ricchezza del paese) industria mineraria carbonifera, appunto soprattutto nella regione della Slesia, gioca un ruolo fondamentale (e negativo) nell’alto tasso di inquinamento del paese. E il carbone è anche (quasi) un simbolo dell’indipendenza (un sovranismo energetico polacco). Anche se lì non è solo questione di inquinamento atmosferico: per dire, nella città di BYTOM (agglomerato urbano-industriale sempre in Slesia), costruita in pratica sopra una miniera, gli edifici sono pieni di crepe, rischiano di cadere.

“La DIRETTIVA 2003/87/CE, prevede che gli impianti produttivi di grandi emettitori dell’Unione europea non possano funzionare senza un’AUTORIZZAZIONE alle EMISSIONI DI GAS SERRA. Ogni impianto autorizzato deve COMPENSARE ANNUALMENTE LE PROPRIE EMISSIONI INQUINANTI ACQUISTANDO ALL’ASTA, OPPURE SU UN VERO E PROPRIO LIBERO MERCATO, delle QUOTE PER OGNI TONNELLATA EMESSA di biossido di carbonio (CO2) o di qualsiasi altro gas a effetto serra, come ossido di metano (CH4), protossido di azoto (N2O), idrofluorocarburi (HFC), perfluorocarburi (PFC) ed esafluoro di zolfo (SF6), che abbia un potenziale effetto di riscaldamento planetario, in altri termini un sistema congegnato per acquisire il diritto a inquinare a fronte di una penale scambiata sul libero mercato dei capitali. (…)”(Angelo Richiello, “L’ESPRESSO”, 30/12/2018)

   Per quanto riguarda la problematica globale trattata nella Cop24, la Conferenza sul clima a Katowice (dove si decidevano i destini dell’accordo di Parigi del 2015), va detto che nel 2018 c’è stato un nuovo record di emissioni di CO2. E (dati della Conferenza) per contenere il disastro servono 900 miliardi di dollari l’anno da qui al 2050, l’uno per cento del Pil globale.
Le regole e gli impegni che ci si è dati in Polonia per rendere operativo l’accordo di Parigi, però, non sembrano particolarmente ambiziosi. E lasciano dubitare che possano consentire di centrare il principale obiettivo dell’intesa raggiunta nel 2015 nella capitale francese, cioè di limitare la crescita della temperatura media globale, entro la fine del secolo, ad un massimo di 2 gradi centigradi, rispetto ai livelli pre-industriali.

In Polonia vi sono 16 regioni e si chiamano VOIVODATI (WOJEWÓDZTWA). Nella cartina qui sopra (ripresa da http://www.quipoloniaeitalia.wordpress.com/) si può vedere all’estremo sud la SLESIA (regione carbonifera polacca e d’Europa) e il suo capoluogo KATOWICE (che è stata sede, a dicembre 2018, della CONFERENZA MONDIALE SUL CLIMA denominata COP24)

   C’è stato, dal primo testo proposto nella Conferenza, alcuni stati (Stati Uniti, Arabia Saudita, Russia e Kuwait) che si sono opposti al segnale di gravità indicato dall’Onu: l’ultimo rapporto sul clima dell’Ipcc, l’Intergovernmental Panel On Climate Change (il foro scientifico formato nel 1988 dalle Nazioni Unite che monitora il riscaldamento globale) prevede che, di questo passo, il mondo potrebbe raggiungere i +1,5 gradi centigradi già nel 2030.
In particolare, par di capire, l’impegno (concreto, finanziario…) che c’era stato a Parigi di “garantire” lo sviluppo di Paesi poveri, viene di fatto ad essere assai labile (per non dire che lo si è del tutto abbandonato). Il nodo dei 100 miliardi di dollari di trasferimenti dai paesi ricchi a quelli poveri, promessi pure dalla Cop 15 di Copenaghen, nel 2009, sono stati finora stanziati in parti piccolissime. (per una più ampia informazione sulla Cop24 di Katowice, vi invitiamo a leggere gli articoli che seguono in questo post).

Katowice, veduta aerea di una parte della citta (di 310mila abitanti) (da wikipedia)

   Il carbone resta la fonte di energia più utilizzata al mondo per produrre elettricità. Nel 2017, secondo l’International Energy Agency, produzione e consumo a livello globale sono tornati ad aumentare dopo due anni di declino. Il motivo è semplice: ci sono milioni di tonnellate di carbone sotto terra; e così è difficile abbandonare questo combustibile così fortemente inquinante.

minatore in miniera di carbone

Secondo le stime dell’Onu, per contenere il riscaldamento globale entro il limite minimo di +1,5° (come previsto alla Conferenza di Parigi), entro il 2050 le rinnovabili dovranno fornire la maggior parte di energia, e il carbone dovrà crollare dall’attuale 30 per cento a meno del 2%. Ma, appunto, non è solo problema della Polonia, di Trump, della Russia: conta molto la Cina, e pure la sua influenza asiatica. La Cina, come detto, da sola consuma metà del carbone mondiale e le sue imprese stanno costruendo centrali in 17 Paesi, soprattutto nel Sud-Est asiatico, l’ultima frontiera del carbone.
L’Europa, invece, si dimostra (politicamente) come l’entità istituzionale (l’Unione Europea) più disposta e coerente a mantenere gli impegni precedentemente presi: e si fanno già i conti della conversione, dell’abbandono dei combustibili inquinanti, delle energie rinnovabili e pulite; e anche (dopo la rivolta dei gilet gialli francesi contro l’aumento del gasolio) anche dei rischi sociali connessi. Ce la faremo almeno noi europei a dare un segnale concreto? (speriamo) (s.m.)

…………………………………

PUÒ ESISTERE UNO SVILUPPO SOSTENIBILE, posto il peso preponderante che ha la parola “crescita” nel più ampio ambito designato dalla parola “sviluppo”? Secondo l’economista MAURO BONAIUTI, attento studioso della “Grande transizione” (che è anche il titolo di uno dei suoi lavori più noti) verso un’economia della decrescita, la risposta non solo è negativa, ma è chiara fin dagli anni ’70 agli studiosi più rigorosi…” (Marco Pacini, “L’ESPRESSO”, 30/12/2018) – …(MAURO BONAIUTI, tra i primi in Italia a muoversi in questa prospettiva avviata da Serge Latouche, riflette sui presupposti de «LA GRANDE TRANSIZIONE» (Mauro Buonaiuti, Bollati Boringhieri, 15 euro) che ci aspetta: dalla durezza senza sbocco dello sviluppo a tutti i costi, causa di malessere sociale, predazione di risorse e danni ambientali, alla resilienza o «decrescita serena», sinonimo di ritessitura delle relazioni umane in uno spazio di prossimità e in una dimensione di reciprocità. L’arroganza dei mercati non esaurisce l’orizzonte. Esiste anche un progetto di società di decrescita, e secondo Bonaiuti è l’unico a poterci salvare dal baratro.)

…………………………………..

QUANTO MI COSTI, GAS SERRA

di Angelo Richiello, da “L’ESPRESSO” del 30/12/2018
– Il valore delle quote delle emissioni sta crescendo in modo esponenziale. Ecco come funziona il mercato dell’inquinamento –
Nel primo giorno del nuovo anno ha compiuto quindici anni esatti il sistema dell’Unione europea nato con lo scopo di ridurre nei 28 paesi membri le emissioni di gas serra, precisamente una riduzione del 21 per cento entro il 2020 e del 43 per cento entro il 2030. Il sistema interessa principalmente quei settori industriali la cui produzione di gas serra ha un maggiore impatto sui cambiamenti climatici, non solo nei Paesi membri della Unione europea, ma anche del mondo intero, costituendo così la risposta europea agli impegni assunti a Kyoto nel dicembre del 1997.
La disposizione, nota come Direttiva 2003/87/CE, prevede che gli impianti produttivi di grandi emettitori dell’Unione europea non possano funzionare senza un’autorizzazione alle emissioni di gas serra. Ogni impianto autorizzato deve compensare annualmente le proprie emissioni inquinanti acquistando all’asta, oppure su un vero e proprio libero mercato, delle quote per ogni tonnellata emessa di biossido di carbonio (CO2) o di qualsiasi altro gas a effetto serra, come ossido di metano (CH4), protossido di azoto (N2O), idrofluorocarburi (HFC), perfluorocarburi (PFC) ed esafluoro di zolfo (SF6), che abbia un potenziale effetto di riscaldamento planetario, in altri termini un sistema congegnato per acquisire il diritto a inquinare a fronte di una penale scambiata sul libero mercato dei capitali.
Il sistema per lo scambio delle quote di emissione è uno strumento essenziale, Continua a leggere

AREE CONTAMINATE: un PAESE (l’Italia) pieno di discariche abusive da nord a sud, di rifiuti tossici, speciali, urbani, amianto…, seppelliti nei decenni e che inquinano le falde acquifere – IL CASO VENETO: Pfas, Amianto, e altri rifiuti scoperti su cave e discariche, e ora sui lavori della Superstrada Pedemontana

Discarica di Padernello cava Campagnole a Paese (Treviso) – VENETO (novembre-dicembre 2018) – SOTTO SEQUESTRO DUE AREE CON 280.000 TONNELLATE DI RIFIUTI INQUINANTI SCARICATI IN MODO ILLECITO – Il materiale era stato portato a PAESE (Treviso) e a NOALE (Venezia). ALMENO 10MILA TRASPORTI CON TIR – PAESE – I carabinieri hanno posto sotto sequestro cautelare due aree dove erano stoccate 280mila tonnellate di rifiuti perché trattati in modo illecito. si tratta di un’area del trevigiano, a Paese, ed una nel veneziano, a Noale, dove il materiale conferito da più località del Veneto e di altre regioni pur essendo inquinato ed inquinante non veniva reso inerte ma trattato come ‘normale’. L’operazione è stata effettuata dai carabinieri forestali di Mestre con il supporto del 14/o gruppo elicotteri di Belluno, su delega della Procura di Venezia. Il materiale trovato è pari a 10mila trasporti effettuati con autoarticolati. In particolare, l’emissione della misura cautelare da parte del gip di Venezia è seguita ad una indagine coordinata dalla direzione distrettuale antimafia della procura lagunare.
Le operazioni che venivano fatte dall’azienda consistevano essenzialmente nella miscelazione del materiale contaminato (principalmente da metalli pesanti quali rame, nichel, piombo e selenio) con altri rifiuti, al fine di “diluire” gli inquinanti e alla successiva realizzazione, attraverso tali rifiuti e con l’aggiunta di calce, leganti e cemento, di aggregati da utilizzarsi nel campo dell’edilizia ed in particolare per la realizzazione di sottofondazioni o rilevati stradali. in alcuni casi sui materiali miscelati è stata riscontrata anche la presenza di frammenti di cemento contenenti fibre di amianto (materiale classificato come cancerogeno).
24/11/2018 da http://www.oggitreviso.it/

   Zinco, piombo, rame, arsenico, cadmio, mercurio, ferro, idrocarburi, benzene, nitrati…. Sono le sostanze che “normalmente” si trovano in discariche abusive in tutta Italia…. E poi la questione amianto (che solo 8 regioni sono attrezzate a smaltirlo correttamente); e, particolare specifico in Veneto, l’inquinamento da Pfas che vanno direttamente nella falda acquifera.
Nel nostro Paese ci sono 58 siti “ufficiali” considerati contaminati da scarichi tossici nei decenni passati; e di questi l’Istituto Superiore di Sanità da anni monitora i rischi per la salute dei circa 6 milioni di abitanti che vivono nelle aree dei 45 (sui 58) siti più contaminati d’Italia. Di questi abitanti in aree contaminate, per chi ha meno di 25 anni, è stato registrato un aumento di tumori maligni del 9% rispetto a chi vive in zone non a rischio. Quasi sempre c’è un eccesso di malattie respiratorie per i bambini e i ragazzi. (riportiamo qui di seguito in questo post una serie di dati contenuti in un articolo assai emblematico della situazione scritto da Milena Gabanelli per il Corriere della Sera del 25/11 scorso).

AREE CONTAMINATE: IN ITALIA 6 MILIONI DI PERSONE A RISCHIO

   Ma non è solo cosa che riguarda i qui sopra citati SITI INQUINATI DI INTERESSE NAZIONALE (Sin). Nel senso che dappertutto, quando si scava per fare qualcosa, quasi sempre spuntano dal sottosuolo rifiuti abbandonati, “nascosti”: che vanno dagli inerti quasi sempre pericolosi, ad esempio “carichi” di amianto”; a metalli pesanti; o rifiuti solidi urbani di tutti i tipi….

Forestale che pone i sigilli a una cava di rifiuti tossici

   Li troviamo in cave e discariche, ma anche in aree industriali dismesse, o ancora in industrie o laboratori artigianali in attività; e come dicevamo molto spesso vengono trovati un po’ dappertutto casualmente facendo dei lavori per costruire un edificio, oppure un’opera pubblica: in Veneto adesso è il caso della costruzione della superstrada pedemontana, e nei 95 chilometri di tracciato tra le province di Vicenza e Treviso, spuntano qua e là discariche abusive sugli scavi che si stanno facendo, con aree in cui sono stati ammassati o interrati rifiuti pericolosi.

“(…) In Veneto negli ultimi anni sono stati numerosi i ROGHI SOSPETTI AD ATTIVITÀ DI STOCCAGGIO RIFIUTI. Per Legambiente, spesso è il modo più rapido per disfarsi di scarti difficili da collocare altrove. «In Italia gli incendi erano in media 11 all’anno fino al 2014» spiega Giorgio Zampetti, direttore generale Legambiente, «nell’ultimo triennio sono stati 250». (Andrea De Polo, la Tribuna di Treviso, 27/11/2018)”

   Il Veneto, cui qui ci concentriamo come regione “ricca” di discariche abusive, ha anche il problema dell’inquinamento da PFAS. Il PFAS (la sigla starebbe per “perfluoro-alchilici”, “Polyfluoalkyl”) è una sostanza chimica che viene adoperata per impermeabilizzanti, tappeti, divani, sedili delle auto: ma l’utilizzo più noto è probabilmente quello che se ne fa come rivestimento antiaderente delle pentole e dei tessuti impermeabilizzanti.

I PFAS: Una famiglia di COMPOSTI CHIMICI POLI E PERFLUORATI UTILIZZATI IN MOLTI SETTORI INDUSTRIALI, soprattutto per la produzione di materiali resistenti ai grassi e all’acqua. Sono molecole caratterizzate da un forte legame tra fluoro e carbonio che le rende difficilmente degradabili, perciò SI ACCUMULANO NELL’AMBIENTE E POSSONO FACILMENTE PASSARE NEI VIVENTI interferendo anche in modo grave con il loro metabolismo. – PFAS – Area ROSSA: area di massima esposizione sanitaria – Area ARANCIO: area captazioni autonome – Area GIALLO CHIARO: area di attenzione – Area VERDE: area di approfondimento – Area OMBREGGIATA: Plume di contaminazione

   Dalla contaminazione da Pfas (scoperta “ufficialmente” dal CNR nel 2013) nelle falde acquifere che riforniscono 300 mila residenti nelle province di VICENZA, PADOVA e VERONA, sembra che non se ne esca; che non si trovi una soluzione virtuosa definitiva sia per garantire la salute delle persone che hanno utilizzato acqua contaminata; né della bonifica strutturale per fermare l’inquinamento della falda, e garantire acqua pulita dai rubinetti di casa.

PFAS IN VENETO (MAPPA ARPAV, DIFFUSIONE) – “La sola zona rossa è un’area vasta tra i 150 e i 200 km quadrati, che comprende almeno 79 comuni tra le province di Verona, Vicenza e Padova; ci abitano circa 350mila abitanti. «Ma i contaminati da Pfas sono molti di più», secondo Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna Stop PFAS di Greenpeace: «Recentemente, cittadini di comuni non inseriti nella zona considerata a rischio, hanno scoperto di avere alti livelli di Pfas grazie ad analisi fatte di propria iniziativa. È verosimile quindi che il problema sia più esteso di quanto si possa immaginare».(…)” (Sara Milanese, da “Il Manifesto” del 10/1/2018)

   E poi, tornando a tutta la penisola italica, c’è il caso emblematico (e grave per le morti continue) delle discariche abusive di AMIANTO. Ventisei anni dopo l’approvazione della legge che prevede la rimozione dell’amianto dagli edifici (Legge 257 del 27 marzo 1992), solo il 2% delle strutture è stato bonificato (dato ricavato dall’ultimo rapporto LIBERI DALL’AMIANTO?, realizzato da LEGAMBIENTE e presentato in occasione della GIORNATA MONDIALE DELLE VITTIME D’AMIANTO, che si è celebrata il 28 aprile 2018).

MESOLA (nel ferrarese). L’hanno chiamata operazione “BLACK HOLE”, un “BUCO NERO” dentro al quale finivano rifiuti di ogni genere, comprese pericolose LASTRE IN FIBROCEMENTO contenenti minerali del gruppo dell’AMIANTO. Il “buco nero” non era altro che uno scavo di notevoli dimensioni scoperto dalla Polizia provinciale nell’area cortiliva di un’abitazione TRA I COMUNI DI MESOLA E GORO, il quale veniva riempito di rifiuti provenienti in gran parte da attività di demolizione e costruzione, per poi essere ricoperto nuovamente di terra. (da http://www.estense.com/ 10/1/2018)

   LE REGIONI DOTATE DI ALMENO UN IMPIANTO SPECIFICO PER L’AMIANTO SONO SOLO 8, per un totale di 18 strutture: in Sardegna e Piemonte ce ne sono 4, tre in Lombardia e due in Basilicata ed Emilia Romagna. Uno solo l’impianto esistente in Friuli Venezia Giulia, Puglia e nella Provincia Autonoma di Bolzano. Tra il 1993 e il 2012, cioè nei primi vent’anni successivi alla legge che chiudeva l’era dell’eternit, in Italia sono stati 21.463 i casi di MESOTELIOMA MALIGNO, che hanno provocato oltre 6mila morti all’anno (ripetiamo: 6mila all’anno!).

nella foto: Luigi Lazzaro, presidente Legambiente Veneto – UNA DISCARICA PER L’AMIANTO IN VENETO. Questa la proposta avanzata da Legambiente che dal forum sui rifiuti per liberarsi di uno degli inquinanti più pericolosi e più costosi da smaltire. “MANCA COMPLETAMENTE UNA DISCARICA DEDICATA, – ha detto Luigi Lazzaro, presidente di Legambiente Veneto – i costi per le bonifiche sono notevoli e una situazione di questo genere favorisce l’illegalità e le scorciatoie, come successo a Paese e Noale. Noi non siamo tout-court contro le discariche. VA INDIVIDUATO IL SITO CORRETTO, ed è difficile trovarlo in un territorio così antropizzato come il Veneto.” (26/11/2018, da https://tgplus.it/ )

   E allora: CHE FARE? …. di questa diffusa totale pratica di sbarazzarsi dei rifiuti o sotterrandoli o disperdendoli nottetempo dappertutto; o usando cave e discariche non autorizzate a smaltire correttamente lo specifico rifiuto che viene apportato.
I controlli più ferrei naturalmente sono necessari e importanti: ne viene molto spesso però che si trovano “fatti illeciti vecchi”, di tanti anni fa: e così il principio secondo cui “CHI INQUINA PAGA” è spesso impraticabile, poiché l’inquinamento, appunto, il più delle volte, è così risalente negli anni che rintracciare giudizialmente il responsabile è difficile se non impossibile.

DISCARICA MONTECCHIO SUI LAVORI DELLA SPV – Montecchio Maggiore, cantiere della SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA (SPV): spunta un’altra DISCARICA ABUSIVA lungo il tracciato dei 95 chilometri (come a SELVA DEL MONTELLO, o tra VILLORBA E SPRESIANO…). “Difficile dire quante saranno, ma non è così improbabile dire che lungo il cantiere della SPV potrebbero saltar fuori ancora rifiuti prima della fine dei lavori. Sono discariche abusive, cumuli di rifiuti che spuntano dal terreno, sepolti chissà da quanto tempo.” (da http://www.vicenzatoday.it/ )

   E ancor più onerosa è la BONIFICA di questi siti inquinati: lo si può fare effettivamente solo con la RIMOZIONE dei rifiuti dalle discariche inquinate, come da tutti i siti che contengono inquinamenti e che hanno da anni inquinato le falde acquifere (come il caso dei Pfas che abbiamo citato per molti comuni della provincia di Vicenza, Verona e Padova). E LA RIMOZIONE HA COSTI STRATOSFERICI, che fa sì che alla fine spesso tutto resta fermo, e il corso naturale di inquinamento della falda viene a realizzarsi da sé (oppure si adottando misure di bonifica meno costose ma meno efficaci).
Su tutto va detto che l’apporto abusivo di rifiuti da smaltire illecitamente crea delinquenza, mafie e camorre che trovano il modo di moltiplicare i loro introiti recependo (facendosi pagare da imprenditori) rifiuti che non smaltiscono. C’è così un RISCHIO RACKET che si concretizza con il non voler risolvere il problema.
Strutture di controllo più efficaci dovrebbero appaiarsi a un sistema preventivo di trovare soluzioni efficaci allo smaltimento illecito. Ad esempio, per quanto riguarda l’amianto, la proposta di individuazione di una discarica apposita, almeno in ogni regione, che sia in grado di smaltire l’eternit (l’amianto) così nocivo alla salute (magari a costi cui viene incontro anche la Regione, lo Stato, l’istituzione pubblica…) permetterebbe di porre di più sotto controllo lo smaltimento corretto, evitando di più le forme criminali abusive (che in ogni caso vanno perseguite con controlli efficaci su ogni territorio). E ci sarebbero meno persone ammalate (e, se si vuole un po’ cinicamente monetizzare, meno costi alla sanità).
Va da sé che porre un freno allo smaltimento irregolare e abusivo di ogni rifiuti e sostanza inquinante (e di quanto è stato fatto illecitamente in passato) è cosa che richiede un impegno collettivo non più prorogabile. (s.m.)

……………………………….

AREE CONTAMINATE: IN ITALIA 6 MILIONI DI PERSONE A RISCHIO

di Milena Gabanelli, da “il Corriere della Sera” del 25/11/2018
Nei terreni e nelle falde dei 1.469 ettari di costa che bagna la città di Crotone è stata riscontrata, nel 2002, la presenza di zinco, piombo, rame, arsenico, cadmio, mercurio, ferro, idrocarburi, benzene, nitrati, frutto perlopiù di uno smaltimento abusivo, sistematico e incontrollato di montagne di rifiuti industriali.
Dopo sedici anni, 9 commissari e 121 milioni di euro stanziati, la bonifica è ancora in alto mare.

QUANTE SONO E DOVE STANNO LE AREE A RISCHIO SANITARIO Continua a leggere

Il NUOVO PONTE DI GENOVA: abbatterlo e ricostruirlo? O conservare le parti integre? O immaginare un’IDEA NUOVA di ponte: LUOGO DI MOBILITÀ autostradale e locale, ma anche ciclo-pedonale, ferroviario, del metro; dei servizi (cavi, acquedotto..). E DI INCONTRO: per UNA RIGENERAZIONE URBANA della città

IL PROGETTO DI PONTE DELL’ARCHITETTO STEFANO GIAVAZZI – Il nuovo ponte che rimpiazzerà il Morandi di Genova potrebbe essere una grande struttura contemporanea, una “MACCHINA DELL’ABITARE”, CHE PRODUCE ENERGIA E OFFRE SERVIZI PUBBLICI. Con AREE VERDI, SERVIZI, NEGOZI. UNA STRUTTURA DA VIVERE, ma che serva anche ad abbracciare e CONSERVARE QUEL CHE RESTA DEL MORANDI, a MEMORIA DELLA TRAGEDIA. E’ questo il PROGETTO per il nuovo ponte Morandi di Genova elaborato e presentato nei giorni scorsi da un architetto di Bergamo, STEFANO GIAVAZZI. Un’idea di struttura decisamente diversa da un classico viadotto. L’intento prevede un MODULO RETICOLARE PREFABBRICATO IN ACCIAIO, un cubo pre-assemblato che ingabbi la struttura esistente in maniera tale da non effettuare alcuna demolizione (vedi la presentazione su youtube: https://www.youtube.com/watch?v=JflyTweLtVc )

  ……………………………………

Ponte Morandi – 9/10/2018 – Relazione della Commissione Ispettiva del Ministero dei Trasporti in pdf:

https://drive.google.com/open?id=1PrRQL9t2jS1GtNlvC8qITNb-5SpbmD5l

   ………………………………….

   L’emozione di quanto accaduto il 14 agosto scorso del crollo del ponte-viadotto Morandi a Genova (con 43 vittime), non è ancora cessata: un episodio che ha segnato tutti nel suo essere così tragico e che poteva colpire chiunque (tutti noi potevamo esserci, passare, in quell’infrastruttura al momento del crollo). E dopo aver seppellito le povere vittime, subito (o contemporaneamente), è sorta la necessità di RICOSTRUIRE IL PONTE, segno di ritorno alla vita, alla quotidianità che spesso disprezziamo ingiustamente.

L IDEA DI PONTE DI RENZO PIANO (da “il Corriere della Sera”)

   E il dibattito sulla RICOSTRUZIONE del ponte non è cosa facile (come poteva apparire all’inizio, nei primi giorni). L’area dove si trova(va) il ponte è una parte complessa di una città complicata come è Genova. In questo post condividiamo il parere di chi dice che non è solo il problema di ricostruire il ponte, in modo nuovo magari; ma è anche la possibilità di rigenerare quella parte della città, e la città intera, dove questa grande struttura non sia più solo “subìta” da Genova, ma venga anche a rimodellare, modernizzare (nel senso buono di quest’ultima parola) questa grande città, partendo appunto dall’area del ponte crollato, nella Val Polcevera.

IL VIADOTTO PONTE MORANDI COM’ERA

   E’ questa un’area (quella del ponte-viadotto) che abbiamo imparato a conoscere dal 14 agosto scorso dalle immagini televisive: un fiume cementificato, fasci di binari e numerosi edifici sotto il ponte; un tessuto urbano di fondovalle diffuso e sparso, sia con case, condomini, ma anche capannoni industriali, e poi anche attività di piccolo commercio (negozi), e luoghi commerciali della grande distribuzione…. Il tutto cresciuto tra il fiume-torrente e la ferrovia.

PONTE MORANDI, IL PROGETTO DEL PADOVANO ING. SIVIERO: «RICOSTRUIAMO SOLO IL PEZZO CROLLATO» – “sostituire il pilastro caduto al suolo con una sua replica rovesciata, una doppia «A» che si tramuta in una doppia «V» ad allargare la braccia verso il cielo proprio a metà del viadotto spezzato.”

   Un po’ di tutto… un caos urbano evidente…. E allora pensare che tutto, “sotto” il nuovo ponte che sarà ricostruito, resti uguale; e che il ponte deve solo tecnicamente “superare in altezza” tutto questo (come prima), sembra un po’ poco, un’idea mediocre e fragile, un’occasione perduta.

SALVIAMO CIO’ CHE RESTA – L’ingegner GABRIELE CAMOMILLA, con tanti altri tecnici su questa proposta (non buttare giù quel che non è crollato, conservare l’esistente, mantenere lo stile precedente di Morandi….) hanno PRESENTATO UNA PETIZIONE (dal titolo: DEMOLIAMO QUELLO CHE NON SERVE, MANTENIAMO QUELLO CHE FUNZIONA)(sostenuti da una testata tecnica prestigiosa come INGENIO, https://www.ingenio-web.it/)

   E allora molti dicono che servirebbe un ponte che non si limita a collegare le due parti della città, est e ovest, e che faccia passare il traffico pesante a lunga percorrenza. Servirebbe invece un ponte multimodale, che porti in primis a ottimizzare meglio questa mobilità est-ovest della città. Pertanto sì un’infrastruttura che risolva lo scorrere dei diversi livelli di traffico (un traffico Italia-Francia, specie quello pesante, cioè di carattere internazionale; poi il traffico regionale; e, assai importante, il traffico cittadino locale a breve percorrenza); ma anche un ponte che faccia passare la ferrovia, e poi una pista ciclabile e pedonale; una possibile nuova funivia-funicolare…. Un ponte può anche servire a far passare altre infrastrutture, come l’acquedotto, i cavi elettrici e la banda larga….un ponte che possa diventare anche elemento di incontro e attrazione di tutta la città.

Il ponte sopra i condomini

   Troppe cose? E se sì in che modo? Presentiamo ad esempio qui un’ipotesi progettuale di ponte di un architetto bergamasco (ipotesi trovata su youtube), STEFANO GIAVAZZI, dove appunto il ponte (che non sarebbe demolito ma “riqualificato”- un “sistema di riqualificazione dell’area, di messa in sicurezza immediata senza demolire, con estrema flessibilità strutturale e dispositiva, oggi e nel futuro, mediante una ‘macchina dell’abitare’ che produce energia”…questo il pensiero di Giavazzi), e oltre a quanto fin qui detto, potrebbe diventare un luogo di ritrovo della città; e non esiste futura pericolosità (almeno)… un’idea diversa di pensare i ponti (vedi http://www.youtube.com/watch?v=JflyTweLtVc).

Ponte Morandi crollato

   Oppure. Se questo è impossibile, e non si vuole nemmeno immaginare un ponte multifunzionale, allora tanto vale pensare a non buttare giù quelle parti che non sono crollate e sono in buono stato, e collegare e ristrutturare in modo efficiente il tutto, senza pericoli futuri: come nell’idea dell’ingegnere padovano ENZO SIVIERO; o dell’Ingegner EDOARDO COSENZA; oppure dell’ingegner GABRIELE CAMOMILLA, che (con quest’ultimo) tanti altri tecnici su questa proposta (non buttare giù quel che non è crollato, conservare l’esistente, mantenere lo stile precedente di Morandi….) hanno pure PRESENTATO UNA PETIZIONE (dal titolo: DEMOLIAMO QUELLO CHE NON SERVE, MANTENIAMO QUELLO CHE FUNZIONA)(sostenuti da una testata tecnica prestigiosa come INGENIO, https://www.ingenio-web.it/), dimostrando ragionevolezza dall’alto delle loro esperienza e competenza sul tema di queste delicate e importanti infrastrutture.

l’idea lineare del ponte proposto da Renzo Piano

   Ma finora tanto si è parlato, specie di voler fare le cose con celerità, ma tutto sembra inesorabilmente fermo: non si vede ancora partire un dibattito sulla città, non si parla ancora di piani urbanistici, non è stato costituito un team di lavoro specifico. E forse di queste cose non se ne sentirà parlare mai, nel senso che ci si limiterà a iniziare a costruire un ponte, con tempi sicuramente molto ma molto più lunghi dell’anno che si vuole far credere di poter rispettare come tempo per avere la nuova infrastruttura. Ci si muove sulla linea del disegno progettuale di RENZO PIANO, bello, rispettabile, “pulito”, geniale come sempre; ma forse si poteva chiedere e pensare a un ponte diverso nelle funzionalità, come ne parlavamo all’inizio di queste righe.
Su tutto regna comunque (nonostante quella che sembra la buona volontà politica, e delle varie amministrazioni coinvolte: Governo, Regione, Comune), molto caos (chi farà il ponte? con gara senza gara? come pagherà la concessionaria “Autostrade per l’Italia” lasciata fuori?….) e improvvisazione; poche idee ma anche confuse. (s.m.)

…………………………

IL DECRETO LEGGE SU GENOVA N. 109, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 28/9/2018 (n. 226):

DL_109_2018_dlGenova (GU n. 226) (1)

………………………..

L’INCHIESTA DEL NEW YORK TIMES SUL CROLLO DEL PONTE MORANDI A GENOVA

L’accadimento tragico del crollo del ponte spiegato molto bene, in questo link:

https://www.nytimes.com/interactive/2018/09/08/world/europe/genoa-italy-bridge-italian.html

……………………………

A GENOVA COSTRUIRE IL PONTE SIGNIFICA RICOSTRUIRE UNA PARTE DI CITTÀ
di Flavio Piva – Direttivo CENSU (Centro Nazionale Studi Urbanistici), 7/9/2018, da INGENIO (Informazione Tecnica e progettuale) https://www.ingenio-web.it/
Il dramma di Genova ha scatenato emozioni di ogni tipo; l’elaborazione collettiva del grave lutto dopo il momento dei perché, della ricerca dei colpevoli e delle cause, giunge ora alla fase più rigenerante: COME RICOSTRUIRE IL PONTE DI GENOVA, oggi che questa costruzione è diventata un simbolo internazionale.

Ponte di Tiberio a Rimini (da INGENIO http://www.ingenio-web.it/ – Gli antichi ponti in muratura rappresentano ancora oggi MONUMENTALITÀ INTEGRATA ALLA CITTÀ; quelli della prima era dell’acciaio e poi del cemento, più arditi, cominciavano a staccarsi dalla città per diventare oggetti a se, anche molto belli ma spesso hanno generato intorno solo sottovie e “non luoghi”. (Flavio Piva – Direttivo CENSU 07/09/2018, da INGENIO (Informazione Tecnica e progettuale) https://www.ingenio-web.it/)

   Gli antichi ponti in muratura rappresentano ancora oggi MONUMENTALITÀ INTEGRATA ALLA CITTÀ; quelli della prima era dell’acciaio e poi del cemento, più arditi, cominciavano a staccarsi dalla città per diventare oggetti a se, anche molto belli ma spesso hanno generato intorno solo sottovie e “non luoghi”, interpretandola, dal Ponte Vecchio di Firenze al ponte Dom Luís I a Porto.
Se si accetta questo approccio, non è chi non veda che il problema è traslato di livello, dal ragionare su un’opera a rigenerare un’area urbana, spostato quindi sul piano dell’urbanistica, quella più sfidante per una città.
I PONTI DELLE CITTÀ
I ponti interni alle città NON SONO MAI SOLO UN’OPERA PER SUPERARE FIUMI O VALLI ma hanno sempre assunto significati iconici o rappresentativi.
Il ponte Morandi nel 1963 era il simbolo della genialità ingegneristica italiana, del miracolo economico e di una città in espansione turbinosa. La sua caduta avviene oggi in un momento storicamente molto diverso ma, come negli anni ’60, la sua ricostruzione oggi può essere occasione di rappresentare diversamente il futuro.

PONTE VECCHIO, FIRENZE, da INGENIO…… “Solo i migliori hanno rispettato la città interpretandola, dal Ponte Vecchio di Firenze al ponte Dom Luís I a Porto”.

“DOV’ERA, COM’ERA” È LO SLOGAN DELLA RICOSTRUZIONE FRIULANA, ADATTO PER UN TERRITORIO CHE RIVOLEVA LA SUA IDENTITÀ; a Genova lo si invoca solo perché potrebbe accelerare i tempi.
NON SOLO UN PROBLEMA STRUTTURALE O ARCHITETTONICO
Ma ripristinare la struttura crollata senza ripensarne il ruolo nel contesto urbano è veramente saggio?

Ponte Morandi negli anni ’60 appena costruito

Sul piano strutturale, siamo tutti ansiosi di capire le cause e la dinamica del crollo; come tecnici vogliamo capire i limiti del progetto, quelli dei materiali e le criticità dei modi delle manutenzioni. Ma sulla ricostruzione dobbiamo essere bravi: dobbiamo inserire il massimo dell’intelligenza progettuale sulle opere da realizzare e sui modi cui arrivarci. Velocità ed efficacia vanno coniugate; l’area è una parte complessa di una città complicata, l’approccio deve essere globale.
Cito due considerazioni, buone sintesi della sfida da affrontare.
Dice Bertolaso: “In otto mesi si fa un ponte “baby”, una bretella in acciaio. Un’altra cosa è fare il ponte più importante di questo Paese. Un’opera strategica che va fatta, non dico andando piano, ma mettendo sul tavolo un progetto serio, elaborato bene, condiviso con la cittadinanza e l’amministrazione locale”.
Anche Renzo Piano considera elemento imprescindibile della sua “idea di ponte” – da lui donata alla città di Genova – la “rigenerazione dell’intera area della Val Polcevera, di grandissima importanza, anche se sostanzialmente periferica ma strategica per la città, in un’ottica di un suo rinnovamento economico, tecnologico, sociale oltre che culturale”.
RIGENERARE, PIÙ CHE RICOSTRUIRE
L’occasione è lampante: oggi i molti Sindaci che tentano di rigenerare aree dismesse o parti delle loro città con piani di ambito urbano, devono far fronte al vero problema di trovare il “driver” dello sviluppo dell’area. Sperano in nuovi nuclei di servizi pubblici, localizzazioni di funzioni attrattive o di centri commerciali o direzionali ma spesso l’attuazione di un buon progetto di rigenerazione urbana si arena subito di fronte alle insufficienti risorse pubbliche necessarie per rinnovare a fondo le infrastrutture e i tutti i sottoservizi dell’area.
A Genova, le risorse che verranno attivate dalla ricostruzione del ponte Morandi possono essere il primo grande motore dello sviluppo e del rinnovo di questa parte di città. Qui, anche il piano urbanistico deve cambiare e può farlo anche profondamente.
Un approccio sperimentale fuori dalle regole aiuterebbe a far capire alla burocrazia e alla politica come si possono progettare le città oggi. Anche il Consiglio Nazionale degli Architetti PPC (Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori, ndr) auspica che l’immensa tragedia che ha colpito Genova possa diventare un modello di riferimento per l’elaborazione di una esemplare rigenerazione dell’area della Val Polcevera,
Quindi è pregiudiziale avere: (i) un commissario unico sia per la ricostruzione del ponte sia per la rigenerazione urbana; (ii) leggi speciali e procedure d’urgenza (ii) deleghe totali, anche di gestione dei flussi finanziari, ai livelli comunali e regionali; (iii) un grande team di professionisti per l’attuazione e la gestione pluriennale di tutto il progetto di rigenerazione urbana.
L’ESPERIENZA DEL FRIULI DOPO IL 1976
Un approccio simile lo si può ritrovare forse solo nelle scelte legislative e amministrative fatte nel post sisma del Friuli; negli anni ’76-79 il combinato disposto delle leggi regionali, statali e l’autonomia degli uffici diventò un modello virtuoso a cui ora ci si potrebbe riferire.
Una sperimentazione di autonomia locale, in fondo già presente nelle corde dei liguri. A meno che non si voglia andare di deroga in deroga, lasciando il sottostante legislativo invariato per cambiare tutto per non cambiare niente.
LE CARATTERISTICHE DELL’AREA DEL POLCEVERA
Le caratteristiche dell’area sono abbastanza particolari: un fiume cementificato, fasci di binari e numerosi edifici da superare in altezza; un tessuto urbano di fondo valle mal collegato in direzione est-ovest, diffuse destinazioni residenziali, sedi produttive di aziende importanti e luoghi commerciali della grande distribuzione cresciuti nel poco spazio rubato al fiume e alla ferrovia.
Un viadotto che salti a piè pari tutto questo, ripristinerebbe i flussi di traffico ma sarebbe occasione persa se null’altro riuscirà a dare alla città.
SUL PIANO DELLA MOBILITÀ, se ci riferiamo al solo nuovo Ponte questo potrebbe essere UN COLLEGAMENTO NECESSARIAMENTE MULTIMODALE E MULTILIVELLO; che risponda cioè a tutti i modi della mobilità est-ovest già oggi presenti e ai diversi livelli di traffico che qui si concentrano: un traffico Italia-Francia, specie quello pesante, di livello internazionale che da solo rende probabilmente necessaria la terza corsia autostradale, un traffico di livello regionale e quello cittadino che hanno l’occasione di essere ottimizzati e forse separati dal primo.
Se pensiamo anche al QUADRO URBANISTICO DI ZONA si aprono altre dimensioni di progetto.
Si sono sognati nuovi collegamenti est/ovest in quota o in tunnel siano essi di tipo tradizionale, automobilistici, ciclabili o pedonali o una nuova cremagliera / funivia? Ci sono progetti di portare la metro oltre la Val Polcevera per nuovi poli della città? Qualcuno ha pensato di rilocalizzare le attività produttive e liberare spazi al fiume? Anche l’eventuale ridisegno idraulico e paesaggistico del Polcevera va messo in conto nell’ottica dell’adattamento climatico.
QUESTO È IL MOMENTO DI METTERE TUTTO IN GIOCO. Riordino della Val Polcevera, minimi criteri di aumento della sicurezza idraulica, separazioni dei flussi di traffico, trasferimento fra le due sponde di flussi ciclopedonali e se possibile della metro farebbero allora propendere per una struttura con molti canali di flusso e forse più livelli e fanno ritenere che un ponte a grandi luci meglio si presti al futuro riordino di una parte estesa di città. Non è facile ipotizzare nel prossimo futuro altre costruzioni di ponti a Genova e questa occasione va sfruttata con uno sguardo lungo al futuro.
MANCA UN DIBATTITO SULLA CITTÀ
In questa ottica, quello che sembra oggi ancora fortemente sottovalutato è COME PROGETTARE ENTRO UN APPROCCIO DI RIGENERAZIONE URBANA.
Accanto al progetto vero e proprio del Ponte non si vede ancora partire un dibattito sulla città, non si parla ancora di piani urbanistici, non è stato costituito un team di lavoro specifico. Le strutture nord europee di pianificazione urbanistica, pubbliche, private o miste, sono formate da decine di professionisti tecnici, esperti legali, finanziari, in sintesi una squadra capace di affrontare in breve la complessità delle prime linee di progetto e dove troverebbero giusta collocazione figure professionali più innovative, developers, general contractors, facility managers, esperti immobiliari e gestori dei processi partecipativi dei residenti. E questo aprirebbe all’esterno il progetto nel quale sarebbe meglio vedere all’opera molte professionalità esterne indipendenti.
Invece, pare che si stia pensando molto al progetto del Ponte e forse ad una serie di progetti minori più o meno correlati e infine ad una variante di Piano regolatore che legittimi tutta l’operazione: Vecchie pratiche, magari tutto definite “in house”, destinate a dare solo esiti conservativi.
Il tempo è una variabile importante, ma non la sola. Modi nuovi e moderni di operare potrebbero essere attivati in breve solo in modo autocratico se si delega un commissario unico per la ricostruzione e per la rigenerazione urbana, si approvano leggi speciali e procedure d’urgenza e si attiva un grande team di professionisti e tutto ciò esalterebbe anche il genio di Renzo Piano. (Flavio Piva)

il ponte crollato

……………………………

CROLLO PONTE GENOVA, NON SOLO RENZO PIANO: GLI ALTRI PROGETTI PER IL NUOVO PONTE
da FANPAGE.IT DESIGN, 29/8/2018, https://design.fanpage.it/
– Abbattere e ricostruire o conservare? Nel dibattito su come dovrebbe essere il nuovo ponte di Genova si impongono diverse idee, da quella di RENZO PIANO a quella dell’Ing. PIERANGELO PISTOLETTI contattato da Autostrade per l’Italia, fino a chi propone di recuperare e preservare il ricordo del vecchio Ponte Morandi – 

Continua a leggere

Il boom del vino PROSECCO ha portato alla MUTAZIONE DEL PAESAGGIO AGRICOLO nel VENETO (e parte in FRIULI): fenomeno di sviluppo agro-alimentare positivo, se non fosse per la trasformazione agricola in MONOCOLTURA, nell’USO DI PESTICIDI, nell’IMPOVERIMENTO e AVVELENAMENTO della terra

LE SPLENDIDE COLLINE DEL PROSECCO (luogo originario del vitigno) TRA VALDOBBIADENE E CONEGLIANO, nella Marca Trevigiana – LA FORTUNA ECONOMICA PER I TERRITORI DEL PROSECCO è arrivata con il successo mondiale delle bollicine e con l’istituzione, nel 2009, della Doc (denominazione di origine controllata) e delle due Docg (“denominazione di origine controllata e garantita” a Conegliano-Valdobbiadene e Asolo-Montello). L’allora ministro dell’agricoltura Zaia, infatti, creò una Doc che comprende 9 province, tra Veneto e Friuli, e due Docg nelle aree di produzione storica del prosecco. I tre consorzi la pensano allo stesso modo: senza quella mossa il prosecco avrebbero potuto produrlo ovunque nel mondo

   La vendemmia nel Nordest d’Italia del 2018, in particolare del vino prosecco, sarà ricordata come un’annata eccezionale. Grazie alle condizioni climatiche particolarmente favorevoli, la produzione è stata molto superiore alle attese. Con ogni probabilità anche i nuovi vigneti, messi a dimora in questi ultimi anni, hanno avuto un peso non piccolo nell’aumento della produzione.

“PONTE DI PIAVE. UNA FILA INTERMINABILE DI TRATTORI, CON I RIMORCHI COLMI D’UVA. Una scena mai vista, neanche nelle annate più generose. La vendemmia record di quest’anno porta anche alla scena descritta e circolata ieri mattina in una chat di viticoltori: a Ponte di Piave almeno cinquanta trattori erano in coda in attesa di conferire il proprio prezioso carico alla cantina sociale. Tutta via Verdi e tutta via De Gasperi – quasi un chilometro – occupate su un lato, con la Polizia locale incaricata di gestire il traffico per gran parte della mattinata. Insomma, un caos. (…) (DANIELE FERRAZZA, 19/9/2018, “LA TRIBUNA DI TREVISO”)

   E il prossimo anno sarà ancora “di più” (condizioni climatico-atmosferiche permettendo). Perché altri vigneti già piantumati, in corso di maturazione, ci saranno. Pertanto la produzione, nonostante i limiti posti crescerà ancora. Con una qualità sempre minore, che non interessa (interessa il business).
Oltre 500 milioni di bottiglie di vino Prosecco vendute in tutto il mondo ogni anno, un exploit vitivinicolo inimitabile (per qualsiasi altro prodotto agroalimentare) negli ultimi anni. Tra Vicenza e Treviso si nota un graduale cambiamento nel paesaggio: dalle distese di mais ai filari delle viti.

IL CONSORZIO DELLA DOCG DI CONEGLIANO è saturo, si estende su quasi 8.000 ettari. Nelle 9 PROVINCIE DELLA DOC gli ettari coltivati a glera, riconosciuti dalla denominazione, sono 24.450. Nella Docg di Asolo, dal 2011 al 2017, i nuovi impianti sono aumentati dell’80% circa. Ogni anno l’Unione europea concede un diritto di incremento della superficie vitata nazionale pari all’1% della stessa. I diritti di impianto vengono distribuiti alle regioni, che li concedono attraverso bandi. Ogni Consorzio di tutela adotta regole diverse per l’accettazione di questi nuovi impianti all’interno dell’aree di competenza. PER LE DUE DOCG VALE L’ADESIONE IMMEDIATA: UN NUOVA VITE A GLERA ENTRA AUTOMATICAMENTE NELLA DENOMINAZIONE. NEL CONSORZIO DOC, INVECE, VIGE IL BLOCCO, DAL 2011. «I nuovi ingressi vengono regolati, per tenere in equilibrio domanda e offerta», sottolinea il presidente della Doc Stefano Zanette. FUORI DALLA DENOMINAZIONE CI SONO 7 MILA ETTARI DI GLERA, piantumati dopo il blocco, che potrebbero non diventare mai prosecco. (Marta Gatti, IL MANIFESTO, 12/7/2018)

Sono molti gli interventi negli ultimi decenni di mutazione dei tanti paesaggi nel Nordest d’Italia (Veneto in particolare, ma anche Friuli), rurali, agricoli, naturalistici, ambientali… mutazioni verificatesi e dovute principalmente alla piantumazione di vigneti di Prosecco. E c’è stato l’annuncio, in questo 2018, che nella provincia di Treviso la viticoltura ha superato, per estensione, le colture cerealicole.

   Dal 2007 la viticoltura a prosecco ha aumentato di un terzo la superficie coltivata. Molti (tutti?) dicono (noi con loro) che c’è stata una sicuramente eccessiva diffusione del Prosecco a scapito di altre (seppur ottime) qualità di uva con il conseguente rischio di una monocoltura… (ma il business è business).

CISON DI VALMARINO – La 2^ Marcia STOP PESTICIDI contro la chimica in agricoltura, si è TENUTA il 13 maggio 2018 da Cison a Follina – NO AI VELENI IRRORATI NEI VIGNETI, TUTELA DELLA BIODIVERSITÀ e SALVAGUARDIA DEL PAESAGGIO sono temi centrali di chi si oppone a quando accade con il boom del Prosecco

   Mutazioni del paesaggio agrario (quel che resta) a volte molto pesanti, e che hanno modificato in maniera sostanziale la conformazione del territorio. Con risvolti paesaggistici che sono sotto agli occhi di tutti e che, con tutta probabilità, influiscono anche sull’assetto idrogeologico.
E’ da notare che la trasformazione avviene anche dove da sempre c’erano vigneti: se prima erano distanziati tra di loro nella “giusta misura” (né troppo stretti né troppo larghi, per l’irradiazione solare, le caratteristiche del terreno…), ora molto spesso sono “fitti, fitti” per avere più vitigni possibili e massima (industriale) produzione: il business è adesso… quanto durerà?…non si sa…. e allora bisogna cercare la produzione industriale al massimo, che sfrutta il momento propizio, e nulla tiene conto della qualità dell’uva che ne esce, e ancor meno del vino prodotto (“aggiustato” poi dai bravi enologi, tecnici-chimici che nella cantine arrivano a creare un vino “normalizzato” da eventuali difetti).

GLERA (da Wikipedia) – La GLERA è un VITIGNO A BACCA BIANCA, componente base del PROSECCO. Ha tralci color nocciola e produce grappoli grandi e lunghi, con acini giallo-dorati. NELLA PRODUZIONE DEL PROSECCO LA GLERA COSTITUISCE ALMENO L’85% DELLE UVE UTILIZZATE. La frazione rimanente può essere rappresentata da VERDISO, PERERA, BIANCHETTA, PINOT e CHARDONNAY

   Pertanto la giusta ragionata impostazione del vigneto (una scelta dei terreni adatti, le condizioni microclimatiche, la corretta disposizioni delle piante nello spazio, l’utilizzo di sostanze che non siano velenose – di quest’ultima cosa ne parliamo dopo -, il sole che riscalda, l’acqua, il lavoro umano, i consigli dell’agronomo), tutta questa ragionata impostazione sembra lasciata in secondo piano…. Ora, ad esempio, la meccanizzazione della raccolta che in parte si sta attuando (togliendo il lavoro umano di raccolta, la vendemmia), che può avere certamente dei pro, porta a un nuovo modo di intendere la viticoltura, col rischio di concepirla esclusivamente sulla base del sistema produttivo industriale.

PROSECCO. IL LAVORO DI MOLTI IMMIGRATI NELLA VENDEMMIA RECORD 2018

Allora, riepilogando, le cose che fanno “portare l’uva in cantina” nelle condizioni ideali per un vino di qualità, questo (domandiamo) sta avvenendo nei vigneti del prosecco di adesso?…Non sembra per niente: pare che la priorità sia quella di “sfruttare il momento favorevole”, appunto il business.
La fortuna economica per i territori del prosecco si vede poco, cioè non si è riversata granché sull’indotto limitato della filiera del vino, che sembra determinare una ricaduta assai ridotta della ricchezza sul territorio. Questa fortuna economica comunque, con il successo mondiale delle bollicine e con l’istituzione, nel 2009, della Doc (denominazione di origine controllata, nelle terre di “espansione” del prosecco) e delle due Docg (“denominazione di origine controllata e garantita” a Conegliano-Valdobbiadene e Asolo-Montello, nelle terre di “origine” del prosecco), questa fortuna ha sicuramente origine da un fatto: l’allora ministro dell’agricoltura Zaia, infatti, creò appunto una Doc che comprende 9 province, tra Veneto e Friuli, e due Docg nelle aree di produzione storica del prosecco. Senza quella mossa il prosecco avrebbero potuto produrlo ovunque nel mondo.

Nel giugno scorso la rivista SALVAGENTE (mensile, leader nei Test di laboratorio, https://ilsalvagente.it/ ) ha dedicato un’analisi assai dettagliata sul PROSECCO, esaminando molte produzioni e il livello di presenza di pesticidi in bottiglia

La mutazione del paesaggio che noi vediamo, che tutti vedono, è in particolare nei luoghi oltre la produzione originaria (Docg) del prosecco; a Valdobbiadene, Conegliano Asolo poco è cambiato nel paesaggio: è in pianura, nel resto del Veneto (e Friuli) che la possibilità di utilizzare il marchio “prosecco” (Doc) ha cambiato la fisionomia dei luoghi agricoli, rurali ma anche urbani: case sparse e diffuse, vigneti negli orti, a volte nei giardini, negli angoli di terreni rimasti liberi lungo le strade…ogni posto è buono per fare prosecco… Appunto li si vede (i vigneti) anche lungo le strade che si percorrono, in pianura e anche verso il mare, case alternate a campi coltivati e, a volte, circondate dalle viti.

Invasione di Prosecco e pesticidi nel Bellunese (da TERRA NUOVA)

E nei vigneti di prosecco si fa uso ancora di troppi fitofarmaci, c’è un massiccio utilizzo di sostanze chimiche. Nel giugno scorso la rivista “Il Salvagente” ha fatto delle analisi in alcune produzione di prosecco, venendo a trovare un uso di pesticidi assai rilevante. Fino a 7 fungicidi differenti sono stati a volte trovati…in nessun caso i residui trovati superavano il “limite massimo di residuo” (Lmr) consentito per ogni sostanza, però c’è un effetto sommatorio che non può essere trascurato, si sommano comunque nell’organismo umano.

Scempio ambientale sul Montello per nuovi vigneti di Prosecco, con sbancamento di una dolina (da http://www.trevisotoday.it/)

Ed è nata così una monocoltura del vino, dove i vigneti hanno superato in superficie i cereali.
Noi crediamo poco che si possa fermare questa “invasione”. Ne usciranno sempre più vini che magari non potranno utilizzare il marchio “prosecco”, ma che troveranno il modo di indentificarsi con questi vino con le bollicine. Sarà forse il “Mercato”, più che le “Autorità politiche” (il “gioco” sembra sfuggito di mano alla Regione Veneto…) a decidere quando dire basta. E’ il classico caso di un’iniziativa economica (agroalimentare) in se positiva che rischia di implodere, di ridurre drasticamente ogni qualità, di portare a prodotti di massa solo scadenti, di impoverire il territorio sfruttandolo troppo e rendendolo sterile…

da rai report

Appoggiare ogni forma di “resistenza” a questo sembra essere il minimo che si può fare: dalle manifestazioni “no pesticidi” che si stanno allargando, a sostenere i coltivatori che cercano di produrre vini “altri” (incentivando vitigni locali di ottime antiche qualità) rispetto al prosecco (come la ricerca e coltivazione di cereali di qualità, sementi di grano antichi finora perduti, il biologico diffuso…). E poi la terra ha bisogno anche di momenti di pausa (maggese), di diversificazioni produttive, di non impoverirsi come sta accadendo. (s.m.)

……………………………

PROSECCO: NORMATIVA, CIFRE E DATI
– 135 QUINTALI PER ETTARO, è la resa massima nelle Dogc di Asolo e di Conegliano-Valdobbiadene
– 180 QUINTALI PER ETTARO, è la resa massima per i produttori di Prosecco Doc, tutta l’uva in più non può essere rivendicata a Prosecco
– 20 PER CENTO, è il surplus di produzione della vendemmia 2018 che non può essere rivendicato a Doc e Docg, e diventa vino bianco frizzante comune
– 2,1 MILIARDI DI EURO, il valore della produzione totale di Prosecco Doc nel 2017; il Conegliano-Valdobbiadene Docg vale complessivamente 492,5 milioni di euro

………………………

UNA RIFLESSIONE PROVVISORIA E APERTA SULLA VENDEMMIA 2018
L’editoriale del direttore DON ALESSIO MAGOGA, da “L’AZIONE”, SETTIMANALE DIOCESANO di Vittorio Veneto – http://www.lazione.it/Editoriale/
20/9/2018
Nei ricordi dei viticoltori trevigiani il 2018 resterà come l’anno della vendemmia più abbondante e generosa che ci sia mai stata. A memoria d’uomo, nei vigneti di pianura, nessuno ricorda che ci sia stata la necessità di ricorrere a giornate di blocco della raccolta, perché la produzione di mosto si è rivelata troppo abbondante rispetto alle capacità di lavorazione e di stoccaggio delle cantine. Una cosa mai accaduta prima, se non vado errando e se la mia memoria non mi inganna. Un certo scalpore hanno fatto anche gli sversamenti di uva o di mosto sul manto stradale, tanto da allarmare alcuni conducenti e, in particolar modo, i motociclisti.
Un po’ di esperienza “sul campo”, ce l’ho anch’io come tanti altri, perché da noi, gente di pianura, è ancora abbastanza diffuso il vigneto – chiamiamolo così – “di famiglia”, la cui origine affonda le sue radici nelle tradizioni familiari ed è accudito dai membri della famiglia. Generalmente si tratta di appezzamenti di terreno medi o piccoli, ai quali si tiene particolarmente perché ricordano i genitori o i nonni, ma anche perché – ammettiamolo – diventano per il nucleo familiare una fonte di reddito non trascurabile. Infatti, con buona pace di tutti, è noto che la coltura della vite è generalmente più redditizia rispetto ad altri tipi di coltivazione (grano, mais, orzo…).
E alcune qualità di uva, come il Prosecco, sono decisamente vantaggiose. Dimensione culturale e convenienza economica si mescolano e si fondono. Non ci si deve stupire, perché è sempre stato così, non solo nella Marca Gioiosa: cultura ed economia possono sovrapporsi e rigenerarsi vicendevolmente in modo virtuoso.
Dalle nostre parti è piuttosto spontaneo associare la fine dell’estate con la vendemmia. E subito affiorano i ricordi di un tempo, quando la vendemmia era un rito collettivo, capace di coinvolgere tutti i membri di una famiglia e anche del vicinato: dagli anziani – gli esperti la cui parola era piena di autorevolezza –, sino ai bambini, che svolgevano le mansioni più semplici, orgogliosi di dare il proprio contributo… Erano coinvolti persino gli animali che facevano compagnia agli umani, intenti al loro lavoro nei campi.
Tutto questo – ne sono convinto – al giorno d’oggi non si è perduto, ma si sono aggiunti nuovi aspetti e nuove criticità, che un tempo nessuno avrebbe immaginato e invece ora mettono a rischio la dimensione squisitamente culturale e propriamente umana che da sempre caratterizza il mondo della viticoltura. Mi riferisco a varie questioni di grande attualità, come l’uso poco oculato dei pesticidi, il sospetto di forme di sfruttamento della manodopera soprattutto per la potatura, l’indotto limitato della filiera del vino che sembra determinare una ricaduta ridotta della ricchezza sul territorio, l’eccessiva diffusione del Prosecco a scapito di altre (seppur ottime) qualità di uva con il conseguente rischio di una monocoltura…
Da un certo punto di vista, pure la meccanizzazione della raccolta, che ha certamente dei pro, rivela anche dei contro, che si riflettono sul modo di intendere la viticoltura, col rischio di concepirla esclusivamente sulla base del sistema produttivo industriale.
La vendemmia del 2018 sarà ricordata – si diceva – come un’annata eccezionale. Grazie alle condizioni climatiche particolarmente favorevoli, la produzione è stata molto superiore alle attese. Con ogni probabilità anche i nuovi vigneti, messi a dimora in questi ultimi anni, hanno avuto un peso non piccolo nell’aumento della produzione. Tutto questo, come varie voci hanno già preconizzato, non si tradurrà in un abbondante guadagno per gli agricoltori.
L’eccesso di produzione, infatti, ha già creato difficoltà nella fase di raccolta, con la conseguente perdita o svendita di una parte del prodotto, e si paventa anche una certa saturazione del mercato con il rischio di un ribasso dei prezzi del vino. In questi giorni vi è pure chi ha ricordato la necessità di un maggiore controllo in fase di produzione e si è chiesto perché non si sia provveduto a togliere i grappoli in eccesso prima della maturazione.
Nei prossimi mesi vedremo quali saranno gli sviluppi del mercato. In ogni caso, recuperare quell’amore per la terra e quell’attenzione alla qualità, che hanno caratterizzato le generazioni che ci hanno preceduto, è senza dubbio l’operazione culturale – ed anche economica – più urgente e saggia da fare, perché l’agricoltura non diventi preda della speculazione finanziaria, con tutte le conseguenze del caso. Proprio di questi temi si parlerà nell’ambito delle iniziative organizzate della nostra diocesi per la giornata del creato, cui abbiamo dedicato il Primo Piano. (Alessio Magoga)

……………………………….

TRATTORI IN CODA ALLE CANTINE DI PONTE DI PIAVE: QUEST’ANNO RACCOLTA RECORD
di Daniele Ferrazza, 19/9/2018, da “la Tribuna di Treviso”

Continua a leggere