La TRANSIZIONE ECOLOGICA DIFFICILE: Cina, India, Russia, Brasile non ci stanno a eliminare il carbone, e a misure drastiche contro il riscaldamento globale. Nonostante emergenze climatiche e surriscaldamento – E riusciremmo poi noi cittadini a ridurre i consumi energetici? (la scienza risolve tutto?)

(Manifestazione ambientalista al G20 di Napoli sull’Ambiente del 22 e 23 luglio 2021, foto da http://www.ilfattoquotidiano.it/) – AL G20 SULL’AMBIENTE (a Napoli, tenuto il 22 e 23 luglio 2021) È MANCATO L’ACCORDO SU DUE PUNTI – «Su due punti non abbiamo trovato l’accordo al G20 dei ministri dell’Ambiente e li abbiamo rinviati al G20 dei capi di Stato e di governo: rimanere sotto 1,5 gradi di riscaldamento globale al 2030 ed eliminare il carbone dalla produzione energetica al 2025. Stati Uniti, Europa, Giappone e Canada sono favorevoli, ma quattro o cinque paesi, fra i quali Cina, India e Russia, hanno detto che non se la sentono di dare questa accelerazione, anche se vogliono rimanere nei limiti dell’Accordo di Parigi». Lo ha detto il ministro italiano della Transizione ecologica, ROBERTO CINGOLANI, in conferenza stampa al termine del G20 Ambiente di Napoli. (da https://www.bluewin.ch/ 23/7/2021)

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   “Una società prospera, inclusiva, resiliente, sicura e sostenibile che non lasci indietro nessuno”: è il contenuto e il senso del lungo documento che i ministri dell’ambiente e dell’energia dei grandi Paesi della Terra, riuniti dalla Presidenza italiana del G20 a Napoli il 22 e 23 luglio 2021, hanno sottoscritto.

   Nei rilievi complessivi (il documento mette insieme temi divisivi come la transizione energetica, i cambiamenti climatici e la necessità di tenere la temperatura del Pianeta sotto il grado e mezzo) si rileva che non c’è accordo mondiale; e che i Paesi più ricchi (Usa, Unione Europea, Gran Bretagna, Canada, Giappone) magari ci credono (con qualche differenza nazionalistica interna) mentre gli altri in via di sviluppo (Cina, India, Russia, Brasile e paesi poveri africani e latino-americani, pur differenziandosi tra loro, l’aggressiva economia cinese ben diversa dai paesi africani…) hanno altre priorità.

   Si riconosce il problema indiscutibilmente, ma un conto è prendere decisioni dolorose (come eliminare l’uso delle fonti fossili, imporre sacrifici e riduzioni della richiesta energetica…).

(foto: il logo del G20 AMBIENTE di Napoli, a Palazzo Reale, con il ministro della transizione ecologica ROBERTO CINGOLANI che accoglie le delegazioni) – “(…) Il ministro Cingolani, al G20 di Napoli del 22-23 luglio, nel documento finale approvato, ha promesso: «Noi entro dieci anni dobbiamo fare il grosso del lavoro che ci deve portare nel 2050 a DECARBONIZZARE, è una questione di accelerazione nel passaggio alle energie pulite». PUNTI DEL DOCUMENTO FINALE riguardano l’ALLINEAMENTO dei FLUSSI FINANZIARI agli impegni dell’ACCORDO DI PARIGI, il sostegno all’ADATTAMENTO e alla MITIGAZIONE DEGLI EFFETTI DEL CAMBIAMENTO CLIMATICO, gli strumenti di FINANZA VERDE che dovranno essere compatibili con la road map di Parigi 2015, la CONDIVISIONE DELLE MIGLIORI PRATICHE TECNOLOGICHE, il RUOLO DELLA RICERCA, SVILUPPO E INNOVAZIONE che dovranno introdurre, ha spiegato Cingolani, una «transizione epocale» nei settori industriali più pesanti per il clima – e questo riguarda i paesi fortemente manifatturieri. Ovviamente fanno parte dell’orizzonte soluzioni che molti ambientalisti ritengono false, come la cattura e lo stoccaggio della CO2. (…)(Marinella Correggia, da Il Manifesto del 23/7/2021)

   Pertanto si sono ritrovati al G20 di Napoli paesi tra di loro molto distanti, non solo geograficamente. Alla fine, pare, che l’accordo che riunisce tutti è che sì, si procederà con il privilegiare le fonti energetiche rinnovabili, e che in ogni caso la scienza dovrà risolvere tutto.

   Si capisce allora che si possono avere cambiamenti effettivi solo se sono convenienti socialmente e politicamente: la sostenibilità ambientale va coniugata insieme con una sostenibilità sociale. Che lo “sviluppo verde” ci potrà essere solo se creerà più posti di lavoro di quello tradizionale inquinante, se darà ricchezza. Che le energie rinnovabili avranno successo se daranno anche maggiori opportunità sociali.

(Il mese di giugno 2021 è stato caratterizzato da temperature record in diverse aree del Pianeta, MAPPA da https://www.lifegate.it/) – “(…) PERCHÉ È IMPORTANTE UN ACCORDO?   L’incontro dei ministri del G20 su Ambiente, Clima ed Energia, cade nel mezzo di SETTIMANE SEGNATE DA EVENTI CLIMATICI ESTREMI che hanno ribadito l’urgenza di UN’AZIONE COMUNE nella lotta contro il riscaldamento globale. L’aumento della temperatura della superficie terrestre è sempre più evidente, tanto che secondo la NOAA – l’agenzia federale statunitense che si interessa di climatologia – il 2021 risulta già Tra I 10 Anni Più Caldi Dal 1880. A inizio luglio AL CIRCOLO POLARE ARTICO SI È RAGGIUNTA LA TEMPERATURA RECORD DI 48°C, causata da un’inedita e persistente ondata di calore in Siberia. Nonostante questi dati allarmanti, SOLO IL 2% DEI FINANZIAMENTI STANZIATI DALLE AUTORITÀ MONDIALI per il rilancio dell’economia post-Covid verrà SPESO IN SETTORI GREEN. (…)  La definizione di impegni concreti in sede G20 può quindi fornire la linea guida necessaria su cui costruire un rinnovato impegno climatico ALLA COP26 DI QUESTO NOVEMBRE A GLASGOW, definita non a caso “l’ultima e migliore possibilità che il mondo ha di evitare la crisi climatica”. (…)” (da https://www.ispionline.it/, 23/7/2021)

   Perché pensare di volere un mondo che frena il surriscaldamento e i disastri climatici, così, tout court, è un “vecchio” discorso che veniva fatto dagli ecologisti del Paesi ricchi già trent’anni fa (la prima Conferenza importante sull’ambiente quella di Rio del Janeiro è del 1992). “Voi non volete che si tagli la foresta, ma voi l’avete fatto in Europa più di due secoli fa per il vostro sviluppo. Voi non volete che si inquini con combustibili fossili come carbone e petrolio, ma l’epoca di sviluppo delle materie prime carburanti fossili a nostra disposizione voi l’avete già vissuta e ne avete avuto i vantaggi…”. Difficile individuare, anche alla luce delle più moderne tecnologie (l’idrogeno, auto elettriche e a minor consumo, impianti produttivi più sofisticati e risparmiosi di energia…) ora a disposizione, modi e metodi per un “riequilibrio sociale mondiale” da far condividere ai paesi in via di sviluppo che hanno livelli di consumo ben minori dei nostri (come sono i paesi africani, i latinoamericani, ma ancora Cina e India…).

UNA CENTRALE A CARBONE (foto da http://www.emmedimeccanica.com/)

   Pertanto il documento raccoglie tante affermazioni e idee condivise da tutti o quasi. È da crederci (che si condividono): con le continue emergenze climatiche e disastri ambientali…trent’anni fa, e anche di più, erano solo previsioni (ahinoi azzeccate) di scienziati ed ecologisti non allineati al progresso buono ed illimitato. Segnali ed iniziative premonitrici più che mai (andiamo a memoria): il Club di Roma negli anni 60, poi il Rapporto Brundtland del 1987, la campagna “nord sud” di Alexander Langer nel 1988, appunto il Summit di Rio del 1992, il protocollo di Kyoto del 1997, le associazioni ambientaliste e verdi degli anni ‘90, i sindacalisti seringueiros brasiliani come Chico Mendes (ucciso nel 1988) a difesa della foresta amazzonica…

John Kerry delegato USA e Roberto Cingolani ministro della transizione ecologica al G20 AMBIENTE di Napoli del 22-23 luglio 2021

   Pare poi che la Cina ci creda, alla crisi ambientale (pur allineandosi solo come principio) dal fatto che in queste settimane e mesi di ripresa veloce della produzione industriale dopo il blocco per la pandemia, stia subendo continui shock energetici: cioè blackout elettrici a ripetizione sulla rete industriale e urbana delle città; perché la richiesta di energia è superiore a quanto si riesce a produrre energeticamente (cose che accadono normalmente in India, ma in Cina non erano abituati…). Pertanto figuriamoci se Cina (e India) si impegnano ad eliminare il carbone e a non inquinare….

Il G20 Ambiente del 22 e 23 luglio si è tenuto a Napoli nella splendida cornice del PALAZZO REALE in Piazza del Plebiscito

   E poi va bene in Europa cercare di convincere la Polonia così ricca di carbone di ridurre quella fonte energetica così inquinante, ma non si dirà mai niente (crediamo) dell’energia fossile rappresentata dal gas sotterraneo naturale. Per questo la stessa Germania si è messa d’accordo con gli Stati Uniti di “poter accettare” il gasdotto russo “Nord Stream 2” così importante per il suo sviluppo industriale, nel contempo impegnandosi ad aiutare l’Ucraina ad evitare economicamente il ritorno nell’orbita russa…….. Se questo è il contesto che “tutti hanno le loro buone ragioni”, è assai difficile pretendere di più da paesi come quelli africani, poveri, in via di sviluppo, a volte li possiamo definire “emergenti”, che hanno consumi energetici pro capite molto inferiori ai nostri e che per tentare uno sviluppo possibile usano combustibili inquinanti… (nonostante siamo arrivati a un punto di non ritorno globale).

“(…) Parallelamente, LA STRATEGIA ITALIANA SU CLIMA E ENERGIA RIENTRA IN QUELLA DELL’UNIONE EUROPEA che punta ad affermarsi come STANDARD-SETTER GLOBALE. Non sorprende che l’arrivo dei ministri a Napoli segua di pochi giorni la presentazione di “FIT FOR 55”, il pacchetto di misure con cui la Commissione europea punta, entro il 2030, a RIDURRE LE EMISSIONI DI GAS A EFFETTO SERRA DEL 55% rispetto ai livelli del 1990, con l’obiettivo di ARRIVARE ALLA CARBON NEUTRALITY PER IL 2050. Un piano ambizioso che però da solo non sarà sufficiente per salvare il pianeta. L’Unione europea da sola contribuisce infatti all’8% delle emissioni globali di gas serra, contro il 28% della Cina.(…)” (da https://www.ispionline.it/, 23/7/2021)

   Qualcuno di quelli ecologisti premonitori di trent’anni fa ipotizzava allora che continuando così saremmo arrivati a un governo mondiale dove a ciascuno viene affidata (imposta) una tessera di consumo energetico e anidride carbonica, da utilizzare come meglio vuole, e poi nulla più. Scenari apocalittici ma non tanto. Speriamo che non si arrivi a questo, e che scelte importanti e coraggiose (anche un po’ dolorose) vengano concretamente prese. (s.m.)

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IL RESPIRO DEL COMPROMESSO

di Federico Rampini, da “la Repubblica” del 24/7/2021

   Roberto Cingolani, ministro della Transizione ecologica, ha fatto un bilancio onesto e sincero del vertice mondiale sotto la sua presidenza (il G20 sull’ambiente di Napoli dello scorso 22 e 23 luglio). La strada verso la riduzione delle emissioni carboniche è ancora in salita, nonostante le calamità estive che hanno colpito il Nord Europa e alcune regioni asiatiche. Qualcosa si sta muovendo, sia in Occidente che nei giganti del capitalismo carbonico orientale. È importante capire quali ostacoli andranno superati, e come.

   «Su due punti – ha detto Cingolani – non abbiamo trovato l’accordo al G20 Ambiente e li abbiamo rinviati al summit dei capi di Stato e di governo: rimanere sotto 1,5 gradi di riscaldamento globale al 2030 ed eliminare il carbone dalla produzione energetica al 2025. Stati Uniti, Europa, Giappone e Canada sono favorevoli, ma quattro o cinque Paesi, fra i quali Cina, India e Russia, hanno detto che non se la sentono di dare questa accelerazione, anche se vogliono rimanere nei limiti dell’Accordo di Parigi». L’esponente del governo italiano, che dirigeva i lavori a Napoli, ha parlato però di «un accordo senza precedenti perché per la prima volta il G20 accetta che clima e politica energetica sono strettamente connessi».
   Coinvolgere il trio Cina-India-Russia è fondamentale. La Repubblica popolare cinese è di gran lunga la prima fonte di emissioni carboniche del pianeta: con il suo 28% del totale pesa il doppio degli Stati Uniti. L’India sta aumentando velocemente la sua impronta carbonica e in un futuro non lontano peserà quanto l’Europa. La Russia è un nano economico ma è un petro-Stato con un ruolo sostanziale nell’esportazione di energie fossili (incluso verso il mercato europeo, Germania in testa). Senza di loro, gli impegni dei Paesi occidentali non bastano, anche ammesso che le promesse euro-americane vengano tutte mantenute.
   L’America di Joe Biden ha indicato una strada per coinvolgere la Cina in un ruolo virtuoso. Mentre i rapporti bilaterali Washington-Pechino continuano a deteriorarsi in quasi ogni altro campo, nella lotta all’emergenza climatica invece prevale il dialogo e la ricerca della cooperazione tra le due superpotenze, con un ruolo di punta per John Kerry. Al tempo stesso, i democratici americani non disdegnano di seguire l’esempio europeo agitando un possibile deterrente: è il piano della carbon border tax, un dazio verde che andrebbe a colpire le importazioni da Paesi che fanno intenso uso di energie fossili. Su questo protezionismo ambientalista è possibile un’intesa fra Washington e Bruxelles. Il bersaglio principale sarebbe la Cina.
   La posizione di Xi Jinping va letta alla luce di una novità per lui sconvolgente, dell’estate 2021. Non mi riferisco alle alluvioni cinesi – il cui bilancio di vittime per fortuna è modesto, proporzionalmente una minuscola frazione rispetto a quanto accaduto in Germania. Lo shock del luglio 2021 è che la Repubblica popolare subisce blackout elettrici a ripetizione. È vero che questi sono la diretta conseguenza della ripresa economica, con le fabbriche del made in China che producono a ritmi record. Però i blackout elettrici facevano parte della routine indiana più che di quella cinese. Xi non può inseguire obiettivi di emancipazione dal carbone, se questi penalizzano la crescita economica. Perfino un autocrate ha dei vincoli di consenso. In tutto il mondo oggi la sostenibilità ambientale va coniugata insieme con una sostenibilità sociale. Lo ha capito Biden, che associa strettamente gli investimenti in energie rinnovabili alla creazione di nuovi posti di lavoro.
   Nessun governo, neanche il più autoritario, reggerà proponendo una decrescita che non è mai felice.
   Non è un caso se Xi Jinping oggi punta a conquistare il predominio mondiale nell’auto elettrica, e nella produzione di tutti i suoi componenti (a cominciare dai minerali rari): anche a Pechino la lotta all’emergenza climatica va trasformata in una nuova opportunità di business e di esportazione, per essere politicamente spendibile.

   Nel frattempo la transizione includerà dei compromessi. Se neppure la “virtuosa” Germania riesce ad affrancarsi dall’energia fossile russa, è impolitico e immorale pretendere di più da Paesi emergenti che hanno consumi energetici pro capite molto inferiori ai nostri. Draghi e Cingolani, come l’amministrazione Biden, hanno capito che conviene alleare scienza e tecnologia con le risorse del mondo imprenditoriale, per accelerare la transizione e renderla appetibile all’intero pianeta.
   Le visioni apocalittiche, così come le nostalgie di un’Arcadia bucolica, possono affascinare un pubblico adolescenziale in Occidente ma non smuoveranno la realtà dei giganti asiatici, tantomeno degli africani. Con questa strategia realistica, la tappa di Napoli può agevolare il successo della conferenza Onu Cop26, a novembre a Glasgow. (Federico Rampini)

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CINGOLANI: G20 ENERGIA E CLIMA: UN ACCORDO STORICO CHE GUARDA AL FUTURO E PUNTA ALLA COP26

La sintesi del documento finale della ministeriale fatta dal ministero della transizione ecologica

[24 Luglio 2021] da GREENREPORT.IT (quotidiano per un’economia ecologica) – https://greenreport.it/

   “Una società prospera, inclusiva, resiliente, sicura e sostenibile che non lasci indietro nessuno”: così i ministri dell’ambiente e dell’energia dei grandi Paesi della Terra, riuniti dalla Presidenza italiana del G20 a Napoli, in presenza e da remoto, hanno sottoscritto il documento finale della ministeriale Energia e Clima.

   Un documento che mette insieme, su temi divisivi come la transizione energetica, i cambiamenti climatici e la necessità di tenere la temperatura del Pianeta sotto il grado e mezzo, Paesi tra di loro molto distanti, non solo geograficamente.

   Tutti, da Cina a India, a Stati Uniti, Russia e paesi Europei, hanno concordato che, soprattutto dopo la fase pandemica, la transizione energetica verso le energie rinnovabili sono uno strumento per la crescita socio-economica inclusiva e veloce, la creazione di posti di lavoro e deve essere una transizione giusta che non lascia nessuno indietro.

   La comunità internazionale del G20 riconosce nella scienza un ruolo fondamentale, su cui la politica dovrà basarsi. E, soprattutto, viene riconosciuto uno stretto nesso tra clima ed energia e la necessità di ridurre le emissioni globali e migliorare l’adattamento al cambiamento climatico.

1 – Azioni contro il cambiamento climatico

Vengono riaffermati gli impegni dell’Accordo di Parigi come il faro vincolante che dovrà condurre fino a Glasgow, dove si svolgerà, a novembre, la COP 26. Obiettivo comune è mantenere la temperatura ben al di sotto dei 2° e a proseguire gli sforzi per limitarla a 1,5° al di sopra dei livelli preindustriali. I Paesi del G20 concordano nell’aumentare gli aiuti ai paesi in via di sviluppo affinché nessuno resti indietro. Rimane centrale il ruolo dell’impegno finanziario da 100 miliardi, così come previsto dall’Accordo di Parigi, con l’impegno ad aumentare i contributi ogni anno fino al 2025.

   E un ruolo, per l’aumento di questi fondi, è richiesto in particolare alle istituzioni finanziarie per lo sviluppo e alle banche multilaterali. La transizione è necessaria e indispensabile, però deve essere giusta, e assicurare sostegno e solidarietà alle categorie e ai paesi più fragili. Unanimemente si riconosce il ruolo del cambiamento climatico nella perdita di biodiversità.

2 – Accelerare le transizioni verso l’energia pulita Continua a leggere

L’avvelenamento da PFAS, sostanze chimiche che INQUINANO le PRODUZIONI AGRICOLE e l’ACQUA POTABILE di venti comuni veneti tra Verona, Vicenza e Padova (danneggiando il sistema endocrino, causando tumori, colesterolo e difficoltà al sistema riproduttivo), approda ora in Tribunale: si farà giustizia?

“(…) Nel nostro paese esiste UNA DELLE PIÙ VASTE CONTAMINAZIONI europee da PFAS. La lavorazione di materiale chimico necessita di GRANDI QUANTITÀ DI ACQUA e l’Italia è un paese ricco di fiumi: ne ha più di 1.200. Secondo il DOSSIER DI LEGAMBIENTE H2O. LA CHIMICA CHE INQUINA L’ACQUA, infatti, circa il 60 PER CENTO DI QUESTI FIUMI È INQUINATO e ci sono 45 sostanze che rappresentano un “rischio significativo” per (o proveniente da) l’ambiente acquatico. (…)” (Laura Fazzini, da LIFEGATE del 25/2/2021) (vedi rapporto_H2O_la-chimica-che-inquina_2020.pdf (legambiente.it) )

COSA SONO I PFAS, GLI INQUINANTI DELLE ACQUE DEL VENETO

– Nel 2013 si scoprì che un’azienda chimica aveva diffuso queste sostanze nell’ambiente: a luglio inizierà un processo –

3 MAGGIO 2021 da IL POST.IT https://www.ilpost.it/

   Dalla scorsa primavera, nelle campagne tra la provincia di Padova e la provincia di Vicenza, in Veneto, si sta costruendo un acquedotto di emergenza di circa 22 chilometri: porterà a migliaia di persone acqua non inquinata da sostanze perfluoroalchiliche e polifluoroalchiliche, più note con la sigla PFAS, che sono particolarmente presenti nel territorio di più di 30 comuni veneti. È un problema di inquinamento noto dal 2013 e per cui da luglio ci sarà un processo. La scorsa settimana sono state rinviate a giudizio 15 persone legate in vario modo alla Miteni di Trissino (Vicenza), un’azienda chimica ora fallita che per decenni aveva diffuso PFAS nell’ambiente: le accuse sono avvelenamento di acque, inquinamento ambientale e disastro innominato.

   I PFAS contengono legami tra carbonio e fluoro, tra i più forti della chimica organica. Sono questi legami a dare ai PFAS le caratteristiche per cui vengono utilizzati a livello industriale fin dagli anni Quaranta: rendono le superfici impermeabili ad acqua e grassi, sono resistenti al calore e a molti agenti chimici e hanno proprietà tensioattive, dunque sono usati per produrre carta da forno, padelle antiaderenti, indumenti pensati per stare all’aperto quando piove e schiume antincendio, oltre a cosmetici e farmaci.

 

LA FABBRICA MITENI A TRISSINO (VI) – “PROCESSO PFAS: TUTTI RINVIATI A GIUDIZIO I MANAGER DELLA EX MITENI DI TRISSINO”.Sono stati tutti rinviati a giudizio i 15 manager accusati a vario titolo di AVVELENAMENTO DI ACQUE, DISASTRO INNOMINATO, INQUINAMENTO AMBIENTALE e reati fallimentari per la ex ditta di Trissino – La decisione è arrivata al termine di tre ore di camera di consiglio dopo la quale il giudice Roberto Venditti ha preso la decisione.  IL PROCESSO davanti alla Corte d’Assise di Vicenza INIZIERÀ IL PRIMO LUGLIO 2021 – da “Green” di “Padovaoggi” del 26/4/2021 https://www.padovaoggi.it/

   I legami tra carbonio e fluoro sono anche la ragione per cui i PFAS sono molto poco degradabili, per cui una volta dispersi in un ambiente o assorbiti dal corpo umano ci restano molto a lungo: uno studio del 2016 ha stimato che ai reni umani servano dai 10 ai 56 anni per eliminare i PFAS più persistenti.

   Di PFAS ce ne sono tantissimi, più di 4.700, e per questo solo di alcuni si conoscono abbastanza bene gli effetti sulla salute umana: non è semplice studiarli perché normalmente le zone inquinate da PFAS sono inquinate anche da altre sostanze ed è difficile capire quali abbiano un legame con i problemi di salute della popolazione locale.

   I PFAS più noti sono l’acido perfluoroottansolfonico (PFOS) e l’acido perfluoroottanoico (PFOA); quest’ultimo è la sostanza di cui si parla nel film del 2019 Dark Waters, che racconta un caso di inquinamento ambientale causato dalla grande azienda chimica DuPont in West Virginia. Sia il PFOS che il PFOA sono ritenuti cancerogeni e tossici, a seconda dell’esposizione, per alcuni organi e per embrioni e feti; in particolare hanno effetti negativi sull’apparato endocrino, cioè sulle ghiandole che producono gli ormoni.

   Per questo dai primi anni Duemila le due sostanze sono state sempre più sostituite da altri PFAS, in particolare da acidi polifluoroalchilici (e non perfluoroalchilici), che però sono a loro volta molto persistenti. (da IL POST.IT)

COSA SONO I PFAS? – 12/6/2017 – da http://scienzamateria.blog.tiscali.it/?doing_wp_cron – Una famiglia di COMPOSTI CHIMICI POLI E PERFLUORATI UTILIZZATI IN MOLTI SETTORI INDUSTRIALI, soprattutto per la produzione di materiali resistenti ai grassi e all’acqua. Sono molecole caratterizzate da un forte legame tra fluoro e carbonio che le rende difficilmente degradabili, perciò SI ACCUMULANO NELL’AMBIENTE E POSSONO FACILMENTE PASSARE NEI VIVENTI interferendo anche in modo grave con il loro metabolismo

   Dei PFAS in Veneto si parla dal 2013, anno in cui il Consiglio nazionale delle ricerche (CNR) e il ministero dell’Ambiente fecero una ricerca su potenziali inquinanti «emergenti» nei principali bacini fluviali italiani: lo studio rivelò la presenza di PFAS in acque sotterranee, superficiali e potabili, e un inquinamento elevato di queste sostanze nelle province di Vicenza, Padova e Verona.

   Nei comuni vicentini di Brendola, Lonigo e Sarego fu trovata la concentrazione più alta: pari a 1,2 microgrammi per litro. In generale nel bacino del fiume Fratta fu trovato più di 1 microgrammo per litro di PFOA e più di 2 microgrammi per litro di PFAS; il composto più presente era l’acido perfluorobutansolfonico (PFBS), che già da un po’ di tempo era usato al posto del PFOS. (da IL POST.IT)

“(…) I PFAS contengono legami tra carbonio e fluoro, tra i più forti della chimica organica. Sono questi legami a dare ai PFAS le caratteristiche per cui vengono utilizzati a livello industriale fin dagli anni Quaranta: rendono le SUPERFICI IMPERMEABILI AD ACQUA E GRASSI, sono resistenti al calore e a molti agenti chimici e hanno proprietà tensioattive, dunque sono usati per produrre CARTA DA FORNO, PADELLE ANTIADERENTI, INDUMENTI pensati per stare all’aperto quando piove e SCHIUME ANTINCENDIO, oltre a COSMETICI e FARMACI. (…)” (da IL POST.IT https://www.ilpost.it/, 3/5/2021) (FOTO da http://www.greenme.it/)

   Nel 2013 non esistevano limiti di legge per queste sostanze nell’acqua potabile, né a livello italiano né europeo; nemmeno l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) aveva raccomandazioni in merito.  Tuttavia l’alta presenza di PFAS nell’acqua potabile spinse le autorità a intervenire: cominciarono ulteriori indagini e nel giro di pochi mesi furono introdotti dei filtri speciali negli impianti di trattamento delle acque per ridurre la presenza di PFAS, secondo le indicazioni date dal ministero della Salute. Poi si cominciarono a progettare degli acquedotti emergenziali per prelevare l’acqua destinata alle case da fonti non inquinate; tra questi c’è la condotta di 22 chilometri attualmente in costruzione, che collegherà i comuni di Ponso (Padova), Montagnana (Padova) e Pojana Maggiore (Vicenza). (da IL POST.IT)

PFAS IN VENETO (MAPPA ARPAV, DIFFUSIONE DELL’INQUINAMENTO) – “La sola zona rossa è un’area vasta tra i 150 e i 200 km quadrati, che comprende almeno 79 comuni tra le province di Verona, Vicenza e Padova; ci abitano circa 350mila abitanti. «Ma i contaminati da Pfas sono molti di più», secondo Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna Stop PFAS di Greenpeace: «Recentemente, cittadini di comuni non inseriti nella zona considerata a rischio, hanno scoperto di avere alti livelli di Pfas grazie ad analisi fatte di propria iniziativa. È verosimile quindi che il problema sia più esteso di quanto si possa immaginare».(…)” (Sara Milanese, da “Il Manifesto” del 10/1/2018)

   Già nel 2013 si stabilì che la principale fonte di inquinamento da PFAS della zona era lo stabilimento della Miteni di Trissino: i PFAS venivano diffusi attraverso gli scarichi industriali nelle fogne, nel vicino torrente Poscola e nella falda sotterranea. Alla società fu chiesto di prendere provvedimenti immediati per ridurre l’inquinamento.

   La Miteni aveva uno stabilimento a Trissino dal 1968. La società era nata, col nome di RiMAr, come centro di ricerca per l’azienda tessile Marzotto, poi però cambiò proprietà: nel 1988 fu rilevata da EniChem, la divisione petrolchimica di Eni, e dall’azienda giapponese Mitsubishi, che le cambiarono nome in Miteni. Nel 1996 Mitsubishi comprò le azioni di EniChem e nel 2009 vendette l’intera società al gruppo Icig, che ha sede in Lussemburgo e possiede varie aziende farmaceutiche e chimiche. (da IL POST.IT)

Associazione MAMME NO-PFAS (foto da http://www.osservatoriodiritti.it)

   La scoperta dell’inquinamento da PFAS diede il via a varie inchieste giudiziarie sulla Miteni e nel giro di qualche anno la società si trovò in difficoltà «per i molti oneri derivanti dai problemi ambientali» che avevano «inciso in modo importante sul bilancio», e non riuscì a trovare finanziamenti dalle banche locali «preoccupate per la reputazione della società a seguito delle polemiche»: per queste ragioni nel 2018 la Miteni dichiarò fallimento.

   Il processo inizierà il primo luglio e avrà per imputati dirigenti della Mitsubishi, della Icig e della Miteni stessa. Si svolgerà a Vicenza: gli accusati avevano chiesto che fosse spostato a Trento, sostenendo che i magistrati vicentini potessero essere influenzati dal fatto di essere residenti nel territorio inquinato, ma la richiesta è stata respinta. (da IL POST.IT)

CICLO DEI PFAS (immagine da www.microbiologiaitalia.it/) – PFAS, LA REGIONE VENETO BATTUTA AL TAR: DEVE CONSEGNARE I DATI SULLA CONTAMINAZIONE DEGLI ALIMENTI A GREENPEACE E ALLE MAMME NO PFAS – La Regione Veneto ha tentato inutilmente di non rendere pubblici i DATI SULLA CONTAMINAZIONE DA PFAS NELLA CATENA ALIMENTARE. Ma il Tribunale amministrativo regionale, accogliendo due ricorsi presentati da GREENPEACE e dalle MAMME NO PFAS, l’ha condannata a mettere a disposizione dei due movimenti i DOCUMENTI relativi alle INDAGINI SUGLI ALIMENTI che potrebbero essere stati contaminati dalle sostanze perfluoroalchiliche.(…) (di Giuseppe Pietrobelli, da “Il Fatto Quotidiano” del 10/4/2021)

   Nell’Unione Europea l’uso di PFOS è limitato da un regolamento del 2019 che in futuro riguarderà probabilmente anche il PFOA. Di entrambi si dovrebbe eliminare la produzione e l’uso secondo la Convenzione di Stoccolma sugli inquinanti organici persistenti, un accordo internazionale che è in vigore dal 2004 ma che l’Italia, unica tra i firmatari europei, non ha ancora ratificato. A novembre il governo ha approvato un disegno di legge per farlo, che ora è in attesa di essere approvato dal Parlamento. (da IL POST.IT)

PFAS rilevati in Italia

   Intanto a gennaio è entrata in vigore una nuova direttiva europea sull’acqua potabile che dovrà essere adottata come legge negli stati membri dell’Unione Europea nel giro di due anni: stabilisce che nell’acqua potabile possano essere presenti al massimo 0,5 microgrammi per litro di PFAS in generale o al massimo 0,1 microgrammi per litro di una selezione di PFAS, tutte sostanze perfluoroalchiliche tra cui il PFOS e il PFOA. In Veneto dal 2017 si osservano dei limiti più stringenti: 0,03 microgrammi per litro per il PFOS e 0,09 microgrammi per litro per il PFOS e il PFOA insieme. In molti paesi della provincia di Vicenza comunque si preferisce bere l’acqua in bottiglia. (3/5/2021 da IL POST.IT https://www.ilpost.it/)

PFAS: SIT-IN DEI COMITATI DAVANTI ALLA PROCURA DI VICENZA

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PERCHÉ L’ITALIA NON LIMITA LE SOSTANZE CHIMICHE PFAS CHE AVVELENANO LE NOSTRE ACQUE?

di LAURA FAZZINI, da LIFEGATE del 25/2/2021 (https://www.lifegate.it/)

– Non sono bastati disastri ambientali ed emergenze sanitarie: l’Italia non ha ancora posto limiti alle sostanze pericolose Pfas –

(…)Quali e quanti limiti mettere alla grande famiglia dei Pfas, composti chimici definiti a livello mondiale forever chemicals, non degradabili naturalmente e ritenuti tossici per l’ambiente e l’uomo, molti già elencati nella lista delle sostanze “estremamente preoccupanti” dell’Agenzia europea delle sostanze chimiche (Echa).

   Nel nostro paese esiste una delle più vaste contaminazioni europee da Pfas, dove vengono prodotti per la lavorazione delle pelli, che le rende impermeabili, diverse parti delle automobili e centinaia di altri prodotti di vita quotidiana come le padelle antiaderenti, la sciolina fino alle attuali mascherine chirurgiche. Sostanze tossiche rilasciate negli scarichi e non ancora normate a livello legislativo, libere quindi di immettersi nei fiumi, nei terreni, nelle rete idriche fino ai cibi che mangiamo.

   Gruppi ambientalisti VENETI e PIEMONTESI che da anni combattono contro l’inquinamento idrico dovuto agli sversamenti nei fiumi del nord Italia che hanno causato emergenze ambientali, e nato dopo anni di lavoro delle Agenzie regionali per l’ambiente (Arpa), l’Istituto superiore di sanità (Iss) e l’Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale (Ispra). Continua a leggere

Il PNRR (piano nazionale di ripresa e resilienza) di 191,5 miliardi di euro di fondi europei, è un piano di vera transizione ecologica? Oppure è solo un ammodernamento di uno sviluppo che resta insostenibile? – Quel che appare è che è un grande piano, ma dovrà essere ben migliorato negli interventi che ci saranno

«WHATEVER IT TAKES» (in italiano “Tutto ciò che è necessario” o anche “Costi quel che costi”) è una famosa frase in lingua inglese che il governatore della Banca Centrale Europea MARIO DRAGHI pronunciò il 26 luglio 2012, nell’ambito della crisi del debito sovrano europeo, per indicare che la BCE avrebbe fatto appunto “tutto il necessario” per salvare l’euro da eventuali processi di speculazione. (da Wikipedia) – PNRR, 26 aprile 2021, per GREENPEACE il Piano di Draghi è «UNA MEZZA SVOLTA VERDE» – «Con uno spazio davvero troppo esiguo per un serio dibattito pubblico e senza le schede progettuali da cui si potrebbe capire di più, il Pnrr presenta qualche novità di rilievo ma ancora diversi limiti» (nella foto: presidio di Greenpeace a Montecitorio)

   Il PNRR (piano di ripresa e resilienza), o Recovery Plan più semplicemente chiamato, che il nostro governo ha presentato il 30 aprile scorso alla Commissione europea, è cosa assai complessa: prevede la messa in moto dello sviluppo di tutto il Paese, ma è rivolto un po’ a tutti i paesi europei; cioè riguarda l’Europa del post pandemia (almeno, se presto finirà il covid…).

PNRR, DRAGHI presenta il Piano alla Camera dei deputati (26/4/202): “NON SOLO PROGETTI: C’È IL DESTINO DEL PAESE”

   Per l’Italia ci sono complessivamente a disposizione 222 miliardi tra i fondi europei del Recovery Plan (191,5 miliardi), ma anche delle risorse nazionali (circa 30 miliardi). Sono sei le aree di intervento individuate: digitalizzazione e innovazione; transizione ecologica (cui va il 30% del totale); infrastrutture e mobilità; istruzione e ricerca; inclusione e coesione; salute.

   Il piano rimane, nel complesso, una grande opportunità di sviluppo e porta certamente con sè aspetti positivi, come l’attenzione alla parità di genere, alle politiche giovanili, alla rivoluzione digitale; e in particolare “ufficializza” che siamo entrati nell’èra della crisi ambientale, e c’è la urgente necessità di una concreta riconversione ecologica del pianeta (e pertanto anche dell’Europa).

PNRR, CINGOLANI: RINNOVABILI e IDROGENO ma anche GAS nel futuro (v. l’intervista a “la Repubblica” qui riportata) (nella foto: Roberto Cingolani, ministro della Transizione Ecologica)

   Nel suo complesso, però, questo piano manca di una visione veramente ecologica. Questa è il giudizio delle associazioni ambientaliste; ma anche di chi sperava veramente in un cambio di rotta nello sviluppo attuale; e che in fondo, pur mettendo in moto le maggiori forze possibili, non ci saranno i cambiamenti verso una riconversione ambientale che si sperava (un “transizione ecologica” come ora si dice, dal nome del nuovo ministero, in sigla MITE, appunto MInistero per la Transizione Ecologica).

SLOW FOOD: «Questo PNRR è un piano di ammodernamento di un modello di sviluppo insostenibile, non promuove la transizione ecologica e non affronta alla radice le cause delle crisi che stiamo vivendo»: durissima la presa di posizione di Slow Food sul Piano nazionale di Ripresa e Resilienza presentato dal Governo e votato dal Parlamento. «Non riconosce limiti e responsabilità dell’attuale modello di sviluppo ed è privo di una visione sovranazionale». (foto-manifesto da www.slowfood.it)

   Ad esempio è scettica Slow Food, meritoria associazione sul cibo, l’agricoltura pulita, l’alimentazione, l’equità nord-sud del pianeta…. secondo cui questo Pnrr sarebbe “un piano di ammodernamento di un modello di sviluppo insostenibile, che non promuove la transizione ecologica che dovrebbe essere un passaggio da un modello all’altro e non un aggiustamento, pur se profondo, di un modello che si vuole perpetuare”. Il riferimento è, ad esempio, al rinnovo del parco macchine in agricoltura. Una misura che secondo il Comitato esecutivo di Slow Food Italia “può anche non voler dire nulla in termini di transizione ecologica o, addirittura, può avere effetti negativi, se dovesse tradursi nel passaggio a mezzi sempre più pesanti che compattano sempre più i suoli” (vi proponiamo in questo post l’articolo di Slow Food che parla di questo).

PNRR, ANCHE PER LEGAMBIENTE È INADEGUATO – “Sono diversi i miglioramenti apportati al Piano nazionale di ripresa e resilienza del nostro Paese elaborato dal governo Draghi. Un lavoro che però consideriamo solo all’inizio, perché il Pnrr non è pienamente coerente con le politiche europee ispirate al Green Deal e alla transizione ecologica e non è adeguato alle sfide ambiziose che la salute del Pianeta ci impone”, sono queste le prime parole di commento di STEFANO CIAFANI (NELLA FOTO), presidente nazionale di Legambiente al nuovo Pnrr (da https://www.qualenergia.it/, 28/4/2021)

   Forse giudizi un po’ ingrati e da verificare, quelli di chi esprime dapprincipio il fallimento di un cambiamento epocale nel senso di avviare nei tanti interventi previsti una nuova “epoca” ecologica. I tempi imposti dalla scadenza del 30 aprile hanno forse fatto fare in fretta di “scrivere” le proposte, non offrendo margini per una discussione e un ripensamento profondo del piano (come sempre, vien da dire, ci si prende all’ultimo momento, e questo non fa ben sperare nella realizzazione concreta del piano, prevista entro il 2026).

MAPPA DELLA RIPARTIZIONE DEI FONDI DEL RECOVERY PLAN IN EUROPA (da https://www.tgcom24.mediaset.it/)

   Insomma tante sono le perplessità, sia nella realizzazione del piano, e che si tratti poi anche di vera “transizione ecologica”. E per non parlare delle riforme che devono accompagnare il tutto (della Pubblica Amministrazione, della burocrazia, della giustizia…. con forme di semplificazione nelle procedure degli appalti che, sì, richiedono tempi certi e brevi, ma fanno temere a molti la possibilità di abusi e intromissioni mafiose).

   Tuttavia, pur avendo dubbi sul tutto (e poi, ce la farà il nostro Paese, la nostra pubblica amministrazione, gli enti comunali e statali a gestire questo grande piano??), è lo stesso da sperare che un ciclo virtuoso si realizzi. E anche sui progetti più opinabili (che in questo post vengono descritti nei vari interventi riportati), la partita non sia chiusa: ad ogni progetto, e specie ai più strategici, bisognerà controllare il modo in cui i soldi saranno effettivamente spesi, e vedere di incidere rendendolo (il progetto) conforme a una visione veramente nuova del nostro modello di sviluppo. (s.m.)

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da SLOW FOOD:

QUESTO PNRR È UN PIANO DI AMMODERNAMENTO DI UN MODELLO DI SVILUPPO INSOSTENIBILE

27/04/2021, da https://www.slowfood.it/

– Questo Pnrr è un piano di ammodernamento di un modello di sviluppo insostenibile, non promuove la transizione ecologica e non affronta alla radice le cause delle crisi che stiamo vivendo – Secondo Slow Food il Pnrr presentato non riconosce limiti e responsabilità dell’attuale modello di sviluppo ed è privo di una visione sovranazionale –

   Si addensano molte nubi nel cielo del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. C’era da aspettarselo, tale è la posta in palio (complessivamente il Presidente Draghi parla di 248 miliardi di euro investimenti) e tali sono gli interessi solleticati da questa enorme quantità di denaro.

Pnrr, Slow Food: «Non è una strategia per la transizione ecologica»

«Quella che emerge dalla lettura del Pnrr non è una strategia per la transizione ecologica ma piuttosto un programma per l’ammodernamento del Paese. Come se all’origine delle crisi che stiamo vivendo ci fosse principalmente una condizione di arretratezza dell’Italia rispetto al contesto globale e non, invece, un problema di modello di sviluppo. La transizione dovrebbe essere un passaggio da un modello all’altro e non un aggiustamento, pur se profondo, di un modello che si vuole perpetuare. Per fare un esempio: nei capitoli dedicati all’agricoltura si propone il rinnovo del parco macchine, che può anche non voler dire nulla in termini di transizione ecologica o, addirittura, può avere effetti negativi, se dovesse tradursi nel passaggio a mezzi sempre più pesanti che compattano sempre più i suoli», afferma Francesco Sottile, a nome del Comitato esecutivo di Slow Food Italia.

Riqualificazione in salsa verde

«L’approccio del piano sembra fondarsi su una “riqualificazione dei consumi in salsa verde”. Il Pnrr, insomma, sembra essere stato partorito non avendo piena coscienza delle cause che hanno determinato la più drammatica crisi dall’ultimo Dopoguerra a oggi e rincorrendo vecchi modelli produttivistici di sviluppo conditi con parole come “digitalizzazione” (che sembra essere diventata la soluzione di tutti i mali dell’Italia), “ecodesign”, “green”: non è possibile, per esempio, che sui rifiuti si parli solo di riciclo e mai di riduzione, come pure non si capisce come in tutto il documento non compaia mai la parola agroecologia, l’unica pratica agricola che può rigenerare la terra e l’ambiente circostante», prosegue Sottile.

Manca una visione ecologica

Il piano rimane, nel complesso, una grande opportunità e porta certamente con sé aspetti positivi, come l’attenzione alla parità di genere, alle politiche giovanili, la novità delle Green communities o la riforma della pubblica amministrazione. Purtroppo, però, nel suo complesso, manca di una visione veramente ecologica, forse a causa dalla fretta con cui si è elaborato il documento, in assenza di un adeguato dibattito: «La partita si è giocata principalmente in seno al Governo e alle forze politiche, con un coinvolgimento delle parti sociali che è parso più di facciata che di sostanza, per non parlare del bassissimo livello di interlocuzione con il resto del mondo, a partire dalle organizzazioni della società civile che pure avrebbero avuto molto da dare», continua Sottile.

«Il Pnnr italiano non ha il coraggio di mettere in discussione il modello di sviluppo insostenibile che è all’origine non solo della pandemia ma di tutte le crisi sistemiche che attraversano il nostro tempo: ambientale, climatica, alimentare, demografica, migratoria, economica e sociale, finanziaria e, infine, culturale e politica.

Non si tratta solo di rimettere in moto l’economia, bensì di ripensare un modello di sviluppo in grado di riconsiderare la nostra impronta ecologica, far propria la cultura del limite, riqualificare il lavoro e le produzioni. Questa è la nostra idea di transizione ecologica».

Affrontare la crisi a livello sovranazionale

C’è poi un altro aspetto fondamentale da evidenziare. Con il Next Generation Eu, proprio per pensare alle future generazioni a partire dai nostri giovani, forse per la prima volta l’Europa politica ha avuto il coraggio di intraprendere un programma strategico fondato su alcune linee di lavoro che affrontano la crisi sanitaria, ambientale e produttiva. Non c’è ancora un cambio di paradigma, ma il fatto stesso di immaginare una politica economica e finanziaria europea (con l’inedita e prima sempre avversata emissione di titoli di debito europei) attorno ai grandi temi del futuro, rappresenta comunque una svolta importante.

«Ma in una nuova visione europea, ogni Paese non dovrebbe replicare gli stessi investimenti e le stesse linee di sviluppo, bensì riconsiderare vocazioni territoriali e ambientali, prerogative e unicità culturali, assetti proprietari e fiscali, devoluzione di poteri verso l’Europa e forme diffuse di autogoverno. Il Next Gen Eu non dovrebbe essere la sommatoria di 26 piani nazionali e c’è una domanda che tutti dovremmo porci: è possibile affrontare le crisi che stiamo vivendo dentro lo spazio di ciascun Paese?».

Pnrr, Slow Food: chiediamo una visione sovranazionale

Non è chiaro quanto la Commissione europea vorrà e potrà fare per far acquisire ai singoli piani nazionali una visione sovranazionale ma Slow Food crede che «le dimensioni europea ed euromediterranea rappresentino l’ampiezza di sguardo necessaria se vogliamo che le straordinarie risorse messe in campo dall’Unione europea possano risultare efficaci».

Scendendo nello specifico dei temi che più stanno a cuore a Slow Food, saltano subito agli occhi alcune assenze che pesano.

«Non possiamo accettare che nell’elenco delle riforme non ci sia la legge sul consumo di suolo, e potremmo aggiungere anche la chiusura dell’iter della legge sul biologico. Come si fa a non considerare queste riforme come urgenti per un Paese che guarda alla transizione ecologica?», sottolinea ancora Sottile.

«Inoltre, come già accennato, notiamo l’assenza della parola agroecologia: in presenza di un Green Deal e delle strategie Farm to Fork e Biodiversità 2030 (che pure vengono citate), è una dimostrazione di straordinaria miopia.

Il grande investimento nelle energie rinnovabili, poi, solleva come minimo un grande punto interrogativo su quanto e come contribuirà alla conservazione delle risorse naturali, e non il contrario: a questa domanda occorrerà dare una risposta prima che partano gli investimenti. Si parla di biometano senza approfondirne i termini, con il rischio che una misura di economia circolare diventi un ulteriore stimolo a incentivare un sistema di allevamento intensivo.

Un piano a stretta vocazione industriale

Anche perché la sensazione è che, almeno per quanto riguarda la parte agricola, questo piano sia di stretta vocazione industriale: logistica, commercio e internazionalizzazione sono utili e necessarie ma vengono dopo fertilità del suolo, ruolo dell’agricoltura nella gestione del territorio, biodiversità agricola, prossimità e filiere, il cui ruolo nel Pnrr non ci sembra invece adeguatamente considerato».

Il tema del cibo, per noi così cruciale, investe in maniera trasversale l’ambiente, l’agricoltura, le attività artigianali e industriali di trasformazione, la salute, la cultura e l’educazione, la ricerca, il commercio e il turismo, la cooperazione… Ha a che fare direttamente con la crisi climatica, con la crisi alimentare e molto spesso con i processi migratori. Per queste ragioni, come Slow Food crediamo vi si debba riservare una nuova centralità, contrariamente alla disattenzione e alla marginalità che si evince dalla stesura del Pnrr.

Aree interne dimenticate

Infine, anche l’attenzione per le aree interne, così importanti per l’agricoltura e la biodiversità in particolare, è ampiamente inadeguata: eppure proprio la pandemia sembrava averci mostrato le opportunità per costruire efficaci politiche di rigenerazione di terre alte e aree rurali.

I tempi imposti dalla scadenza del 30 aprile non offrono oggi margini per una discussione e un ripensamento profondo del piano. Tuttavia, la partita non è chiusa: a fare la differenza sarà il modo in cui i soldi saranno effettivamente spesi e c’è ancora la possibilità di incidere. In questa ottica, Slow Food propone 5 punti, che considera imprescindibili, da portare in evidenza nel seguito del cammino del Pnrr:

– l’approvazione di una legge per fermare il consumo di suolo;

– la riduzione e riqualificazione dei consumi come asse portante di tutto l’approccio;

– l’avvio di un grande programma nazionale di educazione alla cittadinanza sui temi della transizione ecologica e dell’alimentazione, a partire dal coinvolgimento delle scuole;

– una maggiore centralità del cibo e il rafforzamento di politiche locali legate a modelli agricoli non industriali;

– il rafforzamento, anche in termini di risorse dedicate, delle Green communities (pensate per le aree interne ma che potrebbero essere interessanti su tutto il territorio, anche le isole). (27/04/2021, da https://www.slowfood.it/)

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CINGOLANI “VIA LA BUROCRAZIA RIPARTIAMO DA SOLE E VENTO”

Intervista al ministro della Transizione ecologica, di Luca Fraioli, da “la Repubblica” del 28/4/2021

– Per il governo il Pnrr non sarà solo un piano post pandemia, ma vuole gettare le basi per il futuro del Paese e delle prossime generazioni. Il gas verrà usato solo per stabilizzare la rete elettrica. Rinnovabili al 70% entro il 2030, ma per l’idrogeno è ancora presto –

   «Il nome Recovery Plan dà l’idea che stiamo mettendo una toppa a qualcosa che è andato storto.
Preferisco Next Generation EU e vorrei che agli italiani arrivasse un altro tipo di messaggio: questo è un progetto più ambizioso della semplice ripresa post pandemia, vuole impostare il futuro del Paese per le generazioni a venire
».
   Dopo settimane in cui ha evitato di scendere nei dettagli («Mi sembrava corretto attendere che il presidente Draghi illustrasse il Piano al Parlamento»), il ministro ROBERTO CINGOLANI accetta di raccontare in cosa consisterà la sua transizione ecologica: Continua a leggere

La (non facile) TRANSIZIONE ECOLOGICA (del governo Draghi) – L’ECOLOGIA INTEGRALE (di Papa Francesco) – la CONVERSIONE ECOLOGICA (Alex Langer) – Tre modi per un nuovo mondo – Una TRANSIZIONE ecologica di testa (solo tecnicistica), di pancia (risolvere i guai del pianeta), di cuore (perché ci crediamo)?

COSA SARÀ IL NUOVO MINISTERO DELLA TRANSIZIONE ECOLOGICA? Tra le questioni aperte dopo la formazione del governo Draghi, quella sul ministero della Transizione ecologica appare particolarmente rilevante, non foss’altro perché parte dei fondi del RECOVERY AND RESILIENCE FACILITY e della sua traduzione nel nostrano Pnrr (PIANO NAZIONALE DI RIPRESA E RESILIENZA) verranno gestiti attraverso questo dicastero. (Alessandro Lanza, 19.02.21, da LA VOCE.INFO) (foto “FRIDAYS FOR FUTURE” da IL FATTO QUOTIDIANO)

   Visto da (quasi) tutti con favore, nel nuovo governo Draghi, l’istituzione del Ministero della Transizione Ambientale, è ancora da ben capire cosa farà, in che problematiche (strettamente ambientali o guardando all’ambiente in senso largo in tutte le decisione governative che si prenderanno…) si impegnerà; che potere avrà questo nuovo ministero.

ROBERTO CINGOLANI, neoministro della TRANSIZIONE ECOLOGICA – “I TRE DEBITI DEL PROGRESSO. Come ha raccontato nel libro “PREVENIRE” di cui è coautore (Einaudi 2020), secondo ROBERTO CINGOLANI (neo ministro della TANSIZIONE ECOLOGICA) l’accelerazione del progresso ha generato TRE DEBITI. IL PRIMO È DEMOGRAFICO. Perché innalzamento dell’età media, aumento dei costi per sistemi pensionistici e sanitari e riduzione dei posti di lavoro a causa dell’automazione dei processi produttivi hanno alimentato l’instabilità economica. IL SECONDO DEBITO È AMBIENTALE, perché l’aumento della potenza produttiva “ha anche portato a un’estrazione di risorse senza precedenti, con scarsa attenzione ai limiti fisici del nostro pianeta”. IL TERZO DEBITO È COGNITIVO: l’uomo è esposto a un flusso tale di dati “che è diventato incapace di metabolizzarli”. (Luisiana Gaita, da “Il Fatto Quotidiano” del 17/2/2021)

   Il fatto che nel neo ministro alla Transizione ecologica Roberto Cingolani si ripongano così tante aspettative per l’avvio di una nuova era ecologica per il nostro Paese, rende ancor di più arduo il suo compito, proprio per le speranze che vi si pongono. Che poi, e questo è il punto, ognuno vede nella trasformazione ecologica della società quel che a lui (lei) interessa, con maggior o minor pathos (sentimento) a seconda delle affinità elettive di ciascuno.

   Vien da pensare che il compito prioritario potrebbe essere condurre provvedimenti efficaci (come mai finora) per la transizione energetica verso le fonti rinnovabili, visto che adesso in Italia (ma in tutto il mondo) la stragrande maggioranza di energia viene prodotta da combustibili fossili (petrolio, gas, carbone…).

   O, il ministro Cingolani, avere l’ultima parola su tutte le scelte infrastrutturali in funzione dell’ambiente (una specie di valutazione di impatto ambientale che possa bocciare proposte di altri ministri) (prospettiva assai difficile).

(da http://www.legambiente.it/)

   Ci sono poi cose da fare subito, come la decarbonizzazione, riducendo drasticamente l’emissione di gas serra nell’atmosfera, superando l’inquinamento specie delle città (intesi anche i centri urbani diffusi) dovuto allo smog delle auto, ai riscaldamenti domestici, alle industrie che inquinano….

   Premesso che erano cose che anche i precedenti ministri dell’Ambiente già si attivavano a fare (con risultanti più o meno, a seconda dei ministri, efficaci… ma è pur vero che il Ministero dell’Ambiente di prima aveva molta meno considerazione e valenza rispetto alle aspettative di questo della Transizione ecologica…).

PAPA FRANCESCO: «L’ECOLOGIA INTEGRALE PORTA A UNA NUOVA ECONOMIA» – “Cinque anni fa ho scritto la Lettera enciclica LAUDATO SI’, dedicata alla cura della nostra casa comune. Propone il concetto di “ECOLOGIA INTEGRALE”, per rispondere insieme al grido della terra ma anche al grido dei poveri. L’ECOLOGIA INTEGRALE È UN INVITO A UNA VISIONE INTEGRALE DELLA VITA, a partire dalla convinzione che TUTTO NEL MONDO È CONNESSO e che, come ci ha ricordato la pandemia, siamo interdipendenti gli uni dagli altri, e anche dipendenti dalla nostra madre terra. Da tale visione deriva l’esigenza di cercare altri modi di intendere il progresso e di misurarlo, senza limitarci alle sole dimensioni economica, tecnologica, finanziaria e al prodotto lordo, ma dando un rilievo centrale alle dimensioni etico-sociali ed educative. Vorrei proporre oggi TRE PISTE DI AZIONE. (..) La PRIMA PROPOSTA è di promuovere, ad ogni livello, un’EDUCAZIONE ALLA CURA DELLA CASA COMUNE (…). La SECONDA PROPOSTA: bisogna poi mettere l’accento sull’ACQUA e sull’ALIMENTAZIONE. L’accesso all’acqua potabile e sicura è un diritto umano essenziale e universale. (…) Assicurare un’ALIMENTAZIONE ADEGUATA PER TUTTI attraverso metodi di AGRICOLTURA NON DISTRUTTIVA (…). La TERZA PROPOSTA è quella della TRANSIZIONE ENERGETICA: una sostituzione progressiva, ma senza indugio, dei combustibili fossili con fonti energetiche pulite.(…)”. (Papa FRANCESCO, messaggio rivolto ai partecipanti al “Countdown”, evento digitale di TED sul CAMBIAMENTO CLIMATICO)(da https://www.greenreport.it/, 12/10/2020) (FOTO: PAPA FRANCESCO da http://www.galatina.it/)

   Una cosa certa che sarà il primo compito del ministro Cingolani è sicuramente seguire il progetto italiano dei fondi stanziati dalla UE con il Next Generation UE: in particolare migliorando e rendendo più efficace il Pnrr. PNRR significa “Piano nazionale di ripresa e resilienza”, ed è il programma di investimenti che l’Italia deve presentare alla Commissione europea appunto nell’ambito del Next Generation EU, lo strumento per rispondere alla crisi pandemica provocata dal Covid-19, che mette al centro come priorità la lotta alla crisi climatica.

(foto da www-ravennanotizie.it/)

   E il nuovo Ministero alla Transizione lì dovrà operare da subito (e per il tempo che ci vorrà: in ogni caso è un piano che va fino al 2016). Cioè individuare tutto quel che serve per dare concretezza al Pnrr nell’attuazione delle riforme per tradurre il piano in realtà. Dal proporre e attuare più semplificazioni per l’economia circolare e gli impianti a fonti rinnovabili; a una riforma fiscale in campo ambientale; e sicuramente poi partecipare attivamente a tutte le opere pubbliche (e anche private) che devono connettersi alla transizione verde (magari anche con il compito di andare a sentire i territori cosa ne pensano, coinvolgerli, prevenire o almeno ridurre le contestazioni locali).

   Tutte cose assai difficili. E, sicuramente, di lunga prospettiva (cioè ci vuole tempo, e ben che vada questo governo cesserà con la fine della legislatura nel 2013…).

La domanda decisiva è: COME PUÒ RISULTARE DESIDERABILE UNA CIVILTÀ ECOLOGICAMENTE SOSTENIBILE? “Lentius, profundius, suavius”, al posto di “citius, altius, fortius” (ALEXANDER LANGER, 1.8.1994, Colloqui di Dobbiaco) – La domanda decisiva quindi appare non tanto quella su cosa si deve fare o non fare, ma COME SUSCITARE MOTIVAZIONI ED IMPULSI CHE RENDANO POSSIBILE LA SVOLTA verso una correzione di rotta. (….) Non si può certo dire che ci sia oggi una maggioranza di persone disposta ad impegnarsi per una concezione di benessere così sensibilmente diversa come sarebbe necessario. NÉ SINGOLI PROVVEDIMENTI, NÉ UN MIGLIORE “MINISTERO DELL’AMBIENTE”, NÉ UNA VALUTAZIONE DI IMPATTO AMBIENTALE PIÙ ACCURATA, né norme più severe sugli imballaggi o sui limiti di velocità – per quanto necessarie e sacrosante siano – POTRANNO DAVVERO CAUSARE LA CORREZIONE DI ROTTA, ma SOLO UNA DECISA RIFONDAZIONE CULTURALE E SOCIALE di ciò che in una società o in una comunità si consideri desiderabile. Sinora si è agiti all’insegna del motto olimpico “CITIUS, ALTIUS, FORTIUS” (più veloce, più alto, più forte), che meglio di ogni altra sintesi rappresenta la quintessenza dello spirito della nostra civiltà, dove l’agonismo e la competizione non sono la nobilitazione sportiva di occasioni di festa, bensì la norma quotidiana ed onnipervadente. Se non si radica una concezione alternativa, che potremmo forse sintetizzare, al contrario, in “LENTIUS, PROFUNDIUS, SUAVIUS” (più lento, più profondo, più dolce”), e se non si cerca IN QUELLA PROSPETTIVA IL NUOVO BENESSERE, nessun singolo provvedimento, per quanto razionale, sarà al riparo dall’essere ostinatamente osteggiato, eluso o semplicemente disatteso. (….)” (ALEXANDER LANGER, 1.8.1994, Colloqui di Dobbiaco)

     E poi, ci chiediamo, una società ecologica non ha gli stessi uguali parametri per tutti: ognuno come si diceva la intende come vuole. E qui vengono in mente alcuni grandi interpreti del pensiero ecologico dei nostri tempi, del nostro vissuto: ce ne sarebbero molti da citare, ma due in particolare vogliamo in questo post dedicare e proporre la loro prospettiva, il loro “progetto” ecologico.

   Il primo è Papa Francesco (con la sua Enciclica del 2015 “Laudato sì”), in particolare nel concetto da lui espresso di “ecologia integrale”, per rispondere insieme al grido della terra ma anche al grido dei poveri: un invito a una visione integrale della vita, a partire dalla convinzione che tutto nel mondo è connesso e che, come ci ha ricordato la pandemia, siamo interdipendenti gli uni dagli altri, e anche dipendenti dalla nostra madre terra).

ENERGIE RINNOVABILI (da http://www.agi.it/)

   Il secondo è il cosmopolita cittadino del mondo (ma radicato anche nella sua terra sudtirolese) Alex Langer (venuto a mancare nel 1995) con le sue idee e proposte di “conversione ecologica”. Perché, come diceva Langer, l’ecologia si può esprimere e vivere “di testa”, concettualmente, e va bene, ma anche “di pancia” per necessità, costretti dalla crisi ambientale, e può andar bene; ma serve (o servirebbe) viverla, l’ecologia, anche “di cuore”: crederci e puntare su un rinnovamento collettivo e personale (un altro stile di vita, di sobrietà, di solidarietà…), con cambiamenti sociali che siano ben condivisi, non imposti ma accettati come protagonisti di essi, perché si vuol migliorare la propria vita, con meno stress, guardandoci attorno (noi stessi e gli altri), in un rapporto più equilibrato con la natura.

   Insomma varie sotto il cielo sono le espressioni di una transizione ecologica del pianeta (e di noi stessi). Ma il tentativo (sicuramente assai arduo) di questo governo parte con la speranza che qualcosa di buono possa accadere, e va incoraggiato. (s.m.)

Foto Ufficio Stampa Quirinale/Paolo Giandotti/LaPresse 15-05-2018 Genova, Italia politicaIl Presidente della Repubblica Sergio Mattarella con Roberto Cingolani, Direttore Scientifico dell’ITT, nel corso della visita all’Istituto Italiano di Teconologia, 15 maggio 2018.
(Foto di Paolo Giandotti – Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)DISTRIBUTION FREE OF CHARGE – NOT FOR SALE

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RINNOVABILI, DECARBONIZZAZIONE E SOSTENIBILITÀ DELLE AUTO ELETTRICHE: I 6 PUNTI DEL MINISTRO CINGOLANI PER ATTUARE LA TRANSIZIONE ECOLOGICA

di Luisiana Gaita, da “Il Fatto Quotidiano” del 17/2/2021 https://www.ilfattoquotidiano.it/

   Dalla decarbonizzazione all’applicazione immediata degli Accordi di Parigi, dalla sostenibilità (o meno) delle auto elettriche fino a un nuovo modello di città. Nei sei articoli che il neo ministro della Transizione Ecologica, Roberto Cingolani, aveva preparato prima dell’incarico al governo per la sua rubrica su Green&Blue su Repubblica.it, c’è la visione dell’esponente dell’esecutivo Draghi su alcune delle questioni più importanti che il nostro Paese è chiamato ad affrontare per attuare la transizione ecologica che ora dà il nome al suo stesso dicastero.

   È una visione globale più che nazionale, attraverso la quale però il ministro mette sul tavolo gli obiettivi a cui, secondo lui, bisogna puntare con massima urgenza, ma anche gli ostacoli che finora hanno impedito la ‘transizione’, spiegandone le insidie.

I TRE DEBITI DEL PROGRESSO – Come ha raccontato nel libro Prevenire di cui è coautore (Einaudi 2020), secondo Cingolani l’accelerazione del progresso ha generato tre debiti. Il primo è demografico. Perché innalzamento dell’età media, aumento dei costi per sistemi pensionistici e sanitari e riduzione dei posti di lavoro a causa dell’automazione dei processi produttivi hanno alimentato l’instabilità economica. Il secondo debito è ambientale, perché l’aumento della potenza produttiva “ha anche portato a un’estrazione di risorse senza precedenti, con scarsa attenzione ai limiti fisici del nostro pianeta”. Il terzo debito è cognitivo: l’uomo è esposto a un flusso tale di dati “che è diventato incapace di metabolizzarli”.

   E allora cosa fare? Secondo il ministro “abbiamo bisogno di una valutazione del rischio ragionato del progresso” che tenga conto dei problemi di lungo periodo generati dallo sviluppo “e sappia valutare attentamente il rapporto tra costi e opportunità di ogni tecnologia”. E questo, per Cingolani, vale anche nel caso della tecnologia verde.

L’ESEMPIO DELLE AUTO ELETTRICHE – Cingolani fa l’esempio delle auto elettriche, ricordando le reazioni di protesta che a dicembre scorso hanno suscitato le parole del Ceo di Toyota, Akira Toyoda, secondo cui le auto elettriche presentano costi sociali e ambientali ancora insostenibili.

   Così, mentre si annuncia la realizzazione della prima Gigafactory italiana dedicata alla produzione di batterie, che sarà anche la più grande d’Europa, Cingolani espone il suo punto di vista: “Il LITIO e il COBALTO, materiali necessari per la produzione delle batterie, sono difficili da trovare e da smaltire – dice – Se anche volessimo sostituire l’intero parco veicoli globale immediatamente, le riserve di questi due metalli oggi non basterebbero a soddisfare la domanda, così come non basterebbe l’intera produzione elettrica oggi disponibile per garantire le ricariche”.

LA TRANSIZIONE VERSO LE RINNOVABILI – Altro tema cruciale, alla base stessa del passaggio dal ministero dell’Ambiente a quello della Transizione ecologica, è quello della produzione e dell’accesso all’energia. Sul tema Cingolani è chiaro: “È necessario cominciare già oggi una transizione energetica verso fonti rinnovabili”, settore in cui l’Italia ha subìto un brusco freno dopo un’accelerata iniziale.

   Il ministro ricorda che in tutto il mondo circa l’84% di energia viene prodotta da combustili fossili “mentre le energie rinnovabili rappresentano solamente l’11% e il nucleare il 4%”. E se l’utilizzo di fonti energetiche a basse emissioni di carbonio è aumentato, questi progressi non sono ancora sufficienti a soddisfare la domanda che, in circa mezzo secolo, si è quadruplicata. Insomma, SIAMO SEMPRE PIÙ DIPENDENTI DAI COMBUSTIBILI FOSSILI che continuano ad essere finanziati, anche in Italia.

   Certo, nella sua analisi globale Cingolani ricorda che “per sviluppare energia a basse emissioni di carbonio sono necessari investimenti infrastrutturali e competenze disponibili solamente nei Paesi avanzati”, motivo per cui uno dei principali fattori della crescita di disuguaglianza tra Nazioni è proprio la disparità di accesso all’energia, ma va detto che nel nostro Paese non mancano certo competenze e, finanziariamente parlando, potrebbe essere proprio questo il momento giusto per agire.

LA DECARBONIZZAZIONE – A maggior ragione perché, come ricorda il neoministro, “per mitigare i danni del riscaldamento globale” è necessario procedere con decisione sulla strada della decarbonizzazione, riducendo drasticamente l’emissione di gas serra nell’atmosfera”. “Per fare ciò – spiega – sono necessari la VOLONTÀ POLITICA e dei MECCANISMI DI COOPERAZIONE per garantire che tutti i Paesi svolgano il proprio ruolo”.

   Evidentemente finora sono mancate sia l’una che l’altra, dato che siamo ancora a discutere di come FAR PARTIRE IL TAGLIO DEI SUSSIDI ALLE FONTI FOSSILI. Sarà che “la lotta al riscaldamento globale rappresenta il più classico dei problemi di azione collettiva – evidenzia il ministro – in cui la volontà di sviluppo economico, soprattutto nei Paesi emergenti, si scontra con la necessità di ridurre le emissioni inquinanti”.

   Prova ne è l’Accordo di Parigi sottoscritto nel 2015, il cui obiettivo era quello di mantenere l’aumento della temperatura media del globo al di sotto dei 2 gradi centigradi rispetto ai livelli pre-industriali. Peccato che, nell’ottobre 2018, il rapporto Global Warming presentato dal Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc) sia piombato sul summit di Incheon-Songdo, in Corea del Sud, come una doccia fredda, spiegando che già oltre l’aumento di 1,5°C si andrebbe incontro a un’escalation di tempeste, alluvioni e siccità mortali.

   Di fatto il ministro sottolinea la necessità di dare inizio quanto prima al processo di decarbonizzazione, per poter agire in maniera graduale e rispettare l’accordo del 2015. “Se si cominciassero a ridurre già da quest’anno – spiega – le emissioni globali di CO2, la comunità internazionale avrebbe tempo sino al 2040 per raggiungere la carbon neutrality” e non sforare il budget.

   Al contrario “se dovessimo attendere fino al 2025 per dare inizio alla riduzione”, potremmo poi “essere costretti a sospendere la maggior parte delle attività produttive per azzerare le emissioni entro il 2035”. Non solo: anche rispettando l’accordo di Parigi, avvisa Cingolani, “la concentrazione di CO2 nell’atmosfera impiegherà del tempo per stabilizzarsi e le temperature continueranno a salire per decenni, con tutti gli effetti negativi che questo comporta. Siamo già in ritardo”.

LE CITTÀ E L’INQUINAMENTO – Strettamente legate sono la necessità di pensare al futuro delle nostre città e quella di agire contro l’inquinamento ambientale (e, quindi, contro il riscaldamento globale). Anche in questo caso, Cingolani procede con un’analisi di costi e benefici.

   “L’urbanizzazione, di per sé, rappresenta un’opportunità”, ma presenta anche un conto negativo: “Nella calca cittadina crescono la congestione e l’inquinamento, dovuti allo smog e alla produzione di rifiuti”. Ma le città non crescono allo stesso modo. “Nell’occidente avanzato, caratterizzato già da alti tassi di urbanizzazione – spiega il ministro – la crescita degli agglomerati urbani è graduale e diffusa e si comincia a parlare di smart city che riducono l’impatto ambientale e migliorano la qualità della vita, mentre nelle zone a basso sviluppo le megalopoli crescono rapidamente e senza strumenti di pianificazione urbana”.

   E allora non si può prescindere da un’analisi delle cause che negli ultimi decenni hanno peggiorato la qualità dell’aria, con effetti sui rischi epidemiologici. Perché il consumo dei combustibili fossili (all’origine di circa tre quarti delle emissioni totali di anidride carbonica) è legato a una serie di attività e consumi, dalle industrie, al riscaldamentoaria condizionata e illuminazione nelle case, fino ai trasporti e alla gestione dei rifiuti. Il ministro fa riferimento anche all’inquinamento al di fuori dal perimetro delle città, dovuto a settori quali “l’agricoltura e la silvicoltura”. E sull’agricoltura intensiva (che “nei Paesi avanzati conta per il 10% delle emissioni di gas serra”) come sugli allevamenti dello stesso tipo si gioca un’altra partita. Vedremo se il ministro sarà pronto a entrare in campo. (Luisiana Gaita)

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LA CONVERSIONE ECOLOGICA POTRÀ AFFERMARSI SOLTANTO SE APPARIRÀ SOCIALMENTE DESIDERABILE (di ALEXANDER LANGER, 1.8.1994, Colloqui di Dobbiaco). E’ TEMPO DI PENSARE AD UNA COSTITUENTE ECOLOGICA

 

1- Abbiamo creato falsa ricchezza per combattere false povertà – Re Mida patrono del nostro tempo
Da qualche secolo ed in rapido crescendo si produce Continua a leggere

BASTA INQUINAMENTO ATMOSFERICO, causa di morti e (probabile) diffusione del Covid: un’AZIONE concreta per il NUOVO GOVERNO? – PIANURA PADANA prima per morti da smog in Europa (Studio degli Istituti di Ricerca di Utrecht, Barcellona e Svizzera) – Come anche nel rapporto MAL’ARIA 2021 di Legambiente

INQUINAMENTO ATMOSFERICO DA POLVERI SOTTILI IN PIANURA PADANA – “(…) Lo STUDIO (elaborato dai ricercatori dell’Università di Utrecht, del Global Health Institute di Barcellona e del Tropical and Public Health Institute svizzero) conferma come L’AREA DELLA PIANURA PADANA è MAGGIORMENTE PENALIZZATA: “Sebbene le stime nazionali – scrivono i ricercatori – non collochino l’Italia tra i Paesi con il più alto carico di mortalità a causa dell’esposizione al Pm 2,5”, diversa è la situazione della Pianura Padana “un’area ALTAMENTE URBANIZZATA, CARATTERIZZATA DA ELEVATE EMISSIONI DA TRAFFICO E INDUSTRIE E CONDIZIONI METEOROLOGICHE FREQUENTEMENTE STAGNANTI legate alla valle, che portano ad un AUMENTO DELLE CONCENTRAZIONI. (…)”. (Luisiana Gaita, 20/1/2021, da “Il Fatto Quotidiano”) (FOTO: smog in Pianura Padana, mappa ripresa da http://www.ecodallecittà.it/)

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“(…) Secondo il REPORT “MAL’ARIA DI CITTÀ 2021” DI LEGAMBIENTE, «Anche in tempo di pandemia in Italia l’emergenza smog non si arresta e si cronicizza sempre di più». L’associazione ambientalista traccia un DOPPIO BILANCIO SULLA QUALITÀ DELL’ARIA nei capoluoghi di provincia nel 2020, stilando sia la classifica delle CITTÀ FUORILEGGE per avere superato i LIMITI GIORNALIERI PREVISTI PER LE POLVERI SOTTILI (Pm10) sia la graduatoria delle città che hanno superato il VALORE MEDIO ANNUALE sempre per le polveri sottili (Pm10) suggerito dalle LINEE GUIDA dell’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS), (…)” (29/1/2021, da https://www.greenreport.it/)

RAPPORTO “MAL’ARIA 2021” DI LEGAMBIENTE

   Il 2020 passerà alla storia come l’anno della pandemia dovuta al Covid19. Un anno che ha messo a dura prova la tenuta sanitaria, economica, sociale e ambientale di tutti i Paesi in tutti i continenti.

   Si guarda all’immediato futuro con l’intenzione di ripartire dalle “macerie” lasciate dal virus ma, come detto in diverse occasioni da diversi esponenti del mondo politico, della cultura, della scienza e della società civile, bisognerà cercare di non ripetere gli stessi errori del passato.

   Siamo davanti ad una opportunità di ripresa e resilienza (per usare un termine di moda a livello europeo e nazionale in questi mesi), che sarà tale solo se sfrutteremo l’occasione di tenere insieme non solo il lato economico ma anche quello sanitario, ambientale e sociale.

(MAL’ARIA 2021, report di LEGAMBIENTE: classifica città inquinate 2020; mappa ripresa da httpsradiogold.it/)

   Mai come nel 2020 infatti, gli aspetti sanitari (legati alla pandemia) e ambientali (legati all’inquinamento atmosferico) sono stati così fortemente associati, correlati e confrontati. Gli ultimi dati legati alla mortalità prematura dovuta all’inquinamento atmosferico indicano infatti come ogni anno nel nostro Paese siano oltre 50mila le morti premature dovute all’esposizione eccessiva ad inquinanti atmosferici come le polveri sottili (in particolare il Pm2,5), gli ossidi di azoto (in particolare l’NO2 ) e l’ozono troposferico (O3 ). Numeri simili, come ordine di grandezza, a quelli impressionanti legati al Covid19 che ci hanno accompagnato per tutto l’anno appena concluso.

   La connessione fra inquinamento atmosferico e mortalità ha avuto di recente un importante sviluppo. Un tribunale inglese ha emesso il mese scorso una sentenza storica, riconoscendo lo smog come concausa della morte di Ella Kissi-Debrah, una bambina di 9 anni, scomparsa nel 2013 in seguito all’ennesimo attacco d’asma. A distanza di 7 anni, sia il giudice che il medico legale hanno riconosciuto che i livelli di biossido di azoto (NO2) vicino alla casa della bambina – superiori ai valori indicati dalle linee guida dell’OMS e dell’Unione Europea -, abbiano contribuito all’aggravamento della situazione sanitaria della bambina. Una sentenza che potrebbe portare nei prossimi anni ad avere numerose cause da parte dei cittadini nei confronti del decisore pubblico in quei territori dove i limiti non vengano rispettati.

   Intervenire quindi in maniera rapida ed efficace sulla riduzione dell’inquinamento atmosferico nel nostro Paese è una priorità esattamente come prioritaria è stata, e continuerà ad essere, la battaglia contro il Covid19.

TORINO MAGLIA NERA PER MAL’ARIA 2021 DI LEGAMBIENTE – (…) Nel 2020 nella Penisola su 96 capoluoghi di provincia analizzati 35 hanno superato almeno con una centralina il LIMITE PREVISTO PER LE POLVERI SOTTILI (Pm10), ossia LA SOGLIA DEI 35 GIORNI NELL’ANNO SOLARE con una media giornaliera superiore ai 50 microgrammi/metro cubo. A TORINO SPETTA LA MAGLIA NERA con 98 giorni di sforamenti registrati nella centralina Grassi, seguita da VENEZIA (via Tagliamento) con 88, PADOVA (Arcella) 84, ROVIGO (Largo Martiri) 83 e TREVISO (via Lancieri) 80. Al sesto posto in classifica si trovano AVELLINO (scuola Alighieri) e CREMONA (Via Fatebenefratelli) con 78 giorni di sforamento, seguite da MILANO (via Marche), FROSINONE (scalo) 77, MODENA (Giardini) e VICENZA (San Felice) che con 75 giorni di superamento dei limiti chiudono le 10 peggiori città».(…)” (29 Gennaio 2021, da https://www.greenreport.it/)

   Fino ad oggi, però, questa percezione non è stata recepita dalla classe dirigente italiana, o quantomeno non è stata affrontata in maniera strutturale e con una pianificazione adeguata. Lo dimostrano le due procedure di infrazione comminate all’Italia per il mancato rispetto dei limiti normativi previsti dalle Direttiva europea per il Pm10 e gli ossidi di azoto, a cui si è aggiunta lo scorso novembre una nuova lettera di costituzione in mora da parte della Commissione europea in riferimento alle eccessive concentrazioni di particolato fine (Pm2,5) a cui ora l’Italia dovrà rispondere, essendo state giudicate “non sufficienti” le misure adottate dal nostro Paese per ridurre nel più breve tempo possibile tali criticità.

   Lo dimostra la mancanza di ambizione dei Piani nazionali e regionali e degli Accordi di programma che negli ultimi anni si sono succeduti ma che, nella realtà dei fatti, sono stati puntualmente elusi e aggirati localmente pur di non dover prendere decisioni impopolari.

   Come nel caso dell’Accordo di bacino padano, stipulato ormai più di 5 anni fa, che partito debole e poco ambizioso fin dall’origine, è stato puntualmente disatteso a furia di deroghe da parte di Regioni e Comuni che non sono state in grado né di pianificare e realizzare il cambiamento previsto e programmato, né di controllare che le poche misure adottate venissero quantomeno rispettate. Lo dimostrano, inesorabilmente, anche i dati del 2020…….. (leggi per intero il rapporto “Mal’aria”, clicca sul questo link:

https://www.legambiente.it/wp-content/uploads/2021/01/Rapporto_Malaria_2021.pdf

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immagine da http://www.arpae.it/ (Emilia Romagna)

DESCRIZIONE PM 2,5 e 10 – PM (Particulate Matter) è il termine generico con il quale si definisce un MIX DI PARTICELLE SOLIDE E LIQUIDE (PARTICOLATO) CHE SI TROVANO IN SOSPENSIONE NELL’ARIA. Il PM può avere origine sia da fenomeni naturali (processi di erosione del suolo, incendi boschivi, dispersione di pollini ecc.) sia principalmente da attività antropiche, in particolar modo dai processi di combustione e dal traffico veicolare (particolato primario). (…) Gli studi epidemiologici hanno mostrato una CORRELAZIONE TRA LE CONCENTRAZIONI DI POLVERI IN ARIA E LA MANIFESTAZIONE DI MALATTIE CRONICHE ALLE VIE RESPIRATORIE, in particolare asma, bronchiti, enfisemi. A livello di effetti indiretti inoltre il particolato agisce da veicolo per sostanze ad elevata tossicità, quali ad esempio gli idrocarburi policiclici aromatici. LE PARTICELLE DI DIMENSIONI INFERIORI COSTITUISCONO UN PERICOLO MAGGIORE PER LA SALUTE UMANA, in quanto POSSONO PENETRARE IN PROFONDITÀ NELL’APPARATO RESPIRATORIO; è per questo motivo che viene attuato il monitoraggio ambientale di PM10 e PM2.5 (…). La soglia di concentrazione in aria delle polveri fini PM2.5 è stabilita dal D.Lgs. 155/2010 e calcolata su base temporale annuale. (da https://www.arpa.veneto.it/)

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immagine da http://www.arpat.toscana.it/

NO2 COS’È – Il BIOSSIDO DI AZOTO è un GAS DI COLORE ROSSO BRUNO, di odore pungente e ALTAMENTE TOSSICO. Il biossido di azoto si forma in massima parte in atmosfera per ossidazione del monossido (NO), inquinante principale che si forma nei PROCESSI DI COMBUSTIONE. Le emissioni da fonti antropiche derivano sia da processi di combustione (CENTRALI TERMOELETTRICHE, RISCALDAMENTO, TRAFFICO), che da processi produttivi senza combustione (PRODUZIONE DI ACIDO NITRICO, FERTILIZZANTI AZOTATI, ecc.). È un gas irritante per l’apparato respiratorio e per gli occhi che può causare bronchiti fino anche a edemi polmonari e decesso. CONTRIBUISCE ALLA FORMAZIONE DELLO SMOG FOTOCHIMICO, come precursore dell’ozono troposferico, e contribuisce, trasformandosi in acido nitrico, al fenomeno delle “PIOGGE ACIDE”. (da http://www.arpat.toscana.it/ )

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PIANURA PADANA INQUINATA – Secondo i DATI ELABORATI DAI RICERCATORI dell’Università di UTRECHT, del Global Health Institute di BARCELLONA e del Tropical and Public Health Institute SVIZZERO, per INQUINAMENTO ATMOSFERICO e SMOG (PM2,5 e PM10, cioè polveri sottili) BRESCIA e BERGAMO sono PRIME IN EUROPA PER MORTALITÀ (nelle prime dieci VICENZA è al quarto posto, SARONNO all’ottavo) – Per quanto riguarda le morti premature per NO2 (biossido di azoto, gas di colore rosso bruno, di odore pungente e altamente tossico), invece, ci sono TORINO (al terzo posto) e MILANO (al quinto)

INQUINAMENTO ATMOSFERICO E SMOG: BRESCIA E BERGAMO PRIME IN EUROPA PER MORTALITÀ DA POLVERI SOTTILI

di Luisiana Gaita, 20/1/2021, da “Il Fatto Quotidiano”

LO STUDIO – Secondo i dati elaborati dai ricercatori dell’Università di Utrecht, del Global Health Institute di Barcellona e del Tropical and Public Health Institute svizzero, tra le prime dieci città ci sono anche Vicenza (al quarto posto) e Saronno (all’ottavo). Per quanto riguarda le morti premature per NO2, invece, ci sono Torino (al terzo posto) e Milano (al quinto)

   Più di 52mila morti premature, che avvengono ogni anno in quasi mille città europee potrebbero essere evitate applicando le linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sulle polveri sottili Pm 2,5 e sul diossido di azoto (NO2)(ndr: vedi https://www.epicentro.iss.it/ambiente/in-oms-guida06). Centinaia di vite potrebbero essere salvate anche nelle città italiane, i cui dati sono stati elaborati in uno studio condotto da ricercatori dell’Università di Utrecht, del Global Health Institute di Barcellona e del Tropical and Public Health Institute svizzero.

smog in città

   Brescia e Bergamo hanno il tasso di mortalità da particolato fine (PM2.5) più alto in Europa, ma tra le prime dieci città ci sono anche Vicenza (al quarto posto) e Saronno (all’ottavo). Per quanto riguarda le morti premature per NO2, invece, ci sono Torino (al terzo posto) e Milano (al quinto). Il lavoro è stato pubblicato su The Lancet Planetary Health e finanziato dal ministero per l’innovazione spagnolo e dal Global Health Institute.

IL PROGETTO – Proprio l’istituto spagnolo ha portato avanti una ricerca, stimando per la prima volta gli impatti dell’inquinamento atmosferico sulla salute dei cittadini delle singole città europee, concentrandosi sui dati che riguardano la mortalità. È stato utilizzato un algoritmo che ha tenuto conto dei tassi di mortalità, della percentuale di mortalità prevenibile e degli anni di vita persi a causa di ciascun inquinante atmosferico per le singole città e, alla fine, il team di ricerca ha stilato due classifiche sulla base dei risultati: una per il Pm 2,5 e una per il NO2.

   Le città al primo posto sono quelle con i peggiori dati sulla mortalità legati all’inquinamento atmosferico. In entrambe le classifiche a registrare la mortalità più bassa sono quelle dei Paesi scandinavi. I dati per ogni città sono consultabili sul sito www.isglobalranking.org e dimostrano che il carico di mortalità prevenibile varia notevolmente a seconda della città, raggiungendo fino al 15% per Pm 2,5 e al 7% per NO2 di mortalità prematura annuale.

LE CITTÀ ITALIANE PIÙ ESPOSTE – Lo studio conferma come l’area della Pianura Padana sia maggiormente penalizzata: “Sebbene le stime nazionali – scrivono i ricercatori – non collochino l’Italia tra i Paesi con il più alto carico di mortalità a causa dell’esposizione al Pm 2,5”, diversa è la situazione della Pianura Padana “un’area altamente urbanizzata, caratterizzata da elevate emissioni da traffico e industrie e condizioni meteorologiche frequentemente stagnanti legate alla valle, che portano ad un aumento delle concentrazioni”.

   Per quanto riguarda i livelli di Pm2,5 Brescia è prima tra le quasi mille città prese in esame. Qui, secondo lo studio, si contano 232 decessi prevenibili all’anno (l’11% delle morti attuali) se si scendesse sotto la soglia indicata dall’Oms e 309 se i livelli di polveri sottili si abbassassero ulteriormente (in questo caso i decessi potrebbero diminuire del 15%).

   Sempre nell’area della Pianura Padana, BergamoVicenza sono rispettivamente al secondo e al quarto posto nella classifica delle città con i peggiori dati sulla mortalità da Pm2,5. A Bergamo, scendendo appena sotto la soglia indicata dall’Oms, potrebbero essere evitati 137 decessi all’anno, a Vicenza 124. Saronno è ottava nella classifica: potrebbe evitare tra i 46 e i 61 morti.

   Per quanto riguarda, invece, il biossido di azoto i dati peggiori sono quelli di MadridAnversa e Torino, seguita da Parigi e Milano. Tanto per avere un’idea, se nella capitale della Spagna le morti prevenibili arrivando ai livelli indicati dall’Oms sono 206 (ma si arriva a 2.380 facendo anche meglio) a Torino si va dalle 34 morti prevenibili a 673. Secondo lo studio Milano potrebbe evitare dai 185 decessi prematuri a 2.575, con uno sforzo ulteriore che consentisse di scendere anche al di sotto delle soglie indicate dall’Oms.

Mappa delle aree più inquinate d’Europa (ripresa da http://www.ilperiodiconews.it/)

LE IMPLICAZIONI – Per lo studio sono stati analizzati i dati di 969 città e 47 metropoli. I ricercatori sono arrivati alla conclusione che riducendo i livelli di inquinamento dell’aria sotto la soglia indicata dall’Organizzazione mondiale della sanità si potrebbero evitare 51.213 morti l’anno per esposizione a Pm2,5 (mentre oggi l’84% della popolazione nelle città europee è esposta a livelli superiori al massimo raccomandato) e 900 per NO2.

   Non solo: con politiche più ambiziose si potrebbero prevenire fino a 125mila decessi all’anno intervenendo sui livelli di Pm 2,5 e fino a 80mila morti all’anno, riducendo ulteriormente i livelli di NO2. Obiettivo dei ricercatori è proprio quello di fornire alle amministrazioni locali stime complete degli effetti dell’inquinamento atmosferico sulla salute, consentendo azioni più mirate, anche se sottolineano come siano necessari ulteriori approfondimenti per stimare gli effetti, nelle varie città, di distinti fattori: non solo inquinamento atmosferico, ma anche rumore, carenza di spazi verdi, stili di vita. (Luisiana Gaita)

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QUALITÀ DELL’ARIA: LE NUOVE LINEE GUIDA OMS ABBASSANO I LIVELLI DI INQUINANTI CONSENTITI

da https://www.epicentro.iss.it/ambiente/in-oms-guida06

(traduzione, adattamento e sintesi a cura della redazione di EpiCentro)

   L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) è impegnata nel sollecitare i Governi di tutto il mondo a migliorare la qualità dell’aria nelle città, al fine di proteggere la salute delle persone. La richiesta arriva con la presentazione delle nuove Linee guida dell’Oms sulla qualità dell’aria, che propongono standard drammaticamente Continua a leggere

ECOMAFIE 2020: 20 miliardi di euro di illegalità (inquinamento, distruzione del paesaggio, crisi ambientale) – L’ultimo preoccupante RAPPORTO ECOMAFIA di LEGAMBIENTE (presentato in ritardo l’11/12/2020 causa pandemia) segnala la crescita dei reati ambientali – La necessità di difendere la salubrità dei territori

LEGAMBIENTE – RAPPORTO ECOMAFIA 2020 – da https://www.legambiente.it/, 11/12/2020 – RAPPORTI IN EVIDENZA – ECOMAFIA, REALTI AMBIENTALI – Non conosce tregua il lavoro degli eco-criminali. Il “virus” dell’ecomafia non si arresta né conosce crisi e nel 2019 i reati contro l’ambiente sono aumentati: 34.648 quelli accertati, ALLA MEDIA DI 4 OGNI ORA, con un incremento del +23.1% rispetto al 2018. Gli ecocriminali sono attivi in tutte le filiere: dal CICLO DEL CEMENTO a quello dei RIFIUTI, dai TRAFFICI DI ANIMALI fino allo SFRUTTAMENTO DELLE ENERGIE RINNOVABILI e alla DISTORSIONE DELL’ECONOMIA CIRCOLARE. Da capogiro il BUSINESS POTENZIALE COMPLESSIVO DELL’ECOMAFIA, STIMATO IN 19,9 MLD DI EURO per il solo 2019, e che dal 1995 a oggi ha toccato quota 419,2 mld. A spartirsi la torta, insieme ad imprenditori, funzionari e amministratori pubblici collusi, sono stati 371 CLAN (3 in più rispetto all’anno prima) (Ecoreati: foto da http://www.lanuovaecologia.it/)

ECOMAFIE, CRESCONO I REATI DEL 23%, AFFARI DEI CLAN PER 20 MILIARDI

– I preoccupanti dati dell’annuale dossier di Legambiente. Crescono i traffici di rifiuti ed è boom dell’abusivismo edilizio. Aumentano gli illeciti al Nord e in particolare in Lombardia. (Antonio Maria Mira, 1/12/2020, da AVVENIRE) –

   È boom dell’illegalità ambientale. Quattro reati accertati ogni ora nel 2019. Rifiuti sequestrati pari a una colonna di 95mila tir lunga 1.293 chilometri. Ventimila nuove costruzioni abusive, il 17,7% del totale delle nuove costruzioni. E a crescere sono anche le regioni del Nord a conferma che ormai questa criminalità non conosce confini. Disastri ambientali e ricchi affari. Il business potenziale complessivo dell’ecomafia, è stimato in 19,9 miliardi di euro per il solo 2019, e dal 1995 a oggi ha toccato quota 419,2 miliardi.

IL RAPPORTO ECOMAFIA 2020. Le storie e i numeri della criminalità ambientale in Italia rivelano un QUADRO PREOCCUPANTE SULLE ILLEGALITÀ AMBIENTALI E SUL RUOLO CHE RICOPRONO LE ORGANIZZAZIONI CRIMINALI, anche al Centro-Nord. Realizzato da LEGAMBIENTE, con il sostegno di Cobat e Novamont, ha analizzato i dati frutto dell’intensa attività svolta da forze dell’ordine, Capitanerie di porto, magistratura, insieme al lavoro del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente, nato dalla sinergia tra ISPRA e AGENZIE REGIONALI PER LA PROTEZIONE DELL’AMBIENTE, e dell’AGENZIA DELLE DOGANE e dei MONOPOLI. Al volume, EDITO DA EDIZIONE AMBIENTE, hanno collaborato giornalisti e ricercatori, come Rosy Battaglia, Fabrizio Feo, Toni Mira e Marco Omizzolo. Il RAPPORTO ECOMAFIA 2020 si può acquistare nelle migliori librerie o direttamente sul sito shop.edizioniambiente.it

   A spartirsi la torta, insieme ad imprenditori, funzionari e amministratori pubblici collusi, sono  stati 371 clan (3 in più rispetto all’anno prima), attivi in tutte le filiere: dal ciclo del cemento a quello dei rifiuti, dai traffici di animali fino allo sfruttamento delle energie rinnovabili e alla distorsione dell’economia circolare. È decisamente preoccupante il “Rapporto ecomafia 2020” di Legambiente presentato in ritardo (l’1 dicembre 2020) a causa della pandemia.

Ecomafia 2020 – I numeri 2019 (schema ripreso da https://chiarabraga.it/)

   I numeri degli affari a danno dell’ambiente, del territorio e della salute sono impressionanti: 34.648 i reati accertati con un incremento del 23,1% rispetto al 2018. Campania, Puglia, Sicilia e Calabria le regioni dove si commettono più reati ambientali, ben il 44,4%. E non è una novità, visto che si tratta delle regioni a tradizionale e asfissiante presenza mafiosa. Ma suona il campanello per la Lombardia che colleziona più arresti per reati ambientali88 in tutto l’anno, più di Campania, Puglia, Calabria e Sicilia messe insieme, che si fermano a 86 (secondo il Lazio con 62). In testa gli illeciti nel ciclo del cemento con 11.484 (+74,6% rispetto al 2018), che superano quelli contestati nel ciclo di rifiuti che arrivano a 9.527 (+10,9%). Impennata anche dei reati contro la fauna arrivati a 8.088 (+10,9%) e quelli connessi agli incendi boschivi con 3.916 illeciti (+92,5% rispetto al 2018).

(rifiuti italiani in Tunisia. Già la scorsa estate i doganieri del porto di Sousse, città turistica dell’est della Tunisia, avevano sequestrato 212 container di rifiuti FOTO da NIGRIZIA) – È IL PIÙ GRANDE SCANDALO ECOLOGICO NELLA STORIA DELLA TUNISIA quello che ha portato all’arresto del ministro dell’Ambiente Mustapha Araoui, dimissionato il giorno prima dal governo. La «RIFIUTI CONNECTION» è un combinato disposto di corruzione e traffici illeciti: l’IMPORTAZIONE IN TUNISIA DI RIFIUTI PERICOLOSI «ESPORTATI» DALL’ITALIA. Gli arresti sono di dicembre, poco prima di Natale

 E nella Terra dei Fuochi, nel 2019 sono tornati a crescere di circa il 30% rispetto al 2018 i roghi censiti sulla base degli interventi dei Vigili del fuoco, arrivati quasi a quota 2mila.

   E anche nel 2019 il ciclo dei rifiuti resta il settore maggiormente interessato dai fenomeni più gravi di criminalità ambientale: sono ben 198 gli arresti (+112,9%) e 3.552 i sequestri con un incremento del 14,9%. A guidare la classifica per numero di reati è la Campania, con 1.930 reati, seguita a grande distanza dalla Puglia (835) e dal Lazio, che con 770 reati sale al terzo posto di questa classifica, scavalcando la Calabria. Per quanto riguarda le inchieste sui traffici illeciti di rifiuti: dal primo gennaio 2019 al 15 ottobre del 2020 ne sono state messe a segno 44, con 807 persone denunciate, 335 arresti e 168 imprese coinvolte.

(foto: Abuso edilizio, da Legambiente) – ECOMAFIA È UN NEOLOGISMO coniato da Legambiente che indica quei SETTORI DELLA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA che hanno scelto IL TRAFFICO E LO SMALTIMENTO ILLECITO DEI RIFIUTI, L’ABUSIVISMO EDILIZIO E LE ATTIVITÀ DI ESCAVAZIONE come nuovo grande business in cui stanno acquistando sempre maggiore peso anche i TRAFFICI CLANDESTINI DI OPERE D’ARTE RUBATE e di ANIMALI ESOTICI. Dal 1994 L’OSSERVATORIO NAZIONALE AMBIENTE E LEGALITÀ DI LEGAMBIENTE svolge attività di ricerca, analisi e denuncia del fenomeno in collaborazione con tutte le forze dell’ordine (ARMA DEI CARABINIERI, CORPO FORESTALE DELLO STATO e delle Regioni a statuto speciale, CAPITANERIE DI PORTO, GUARDIA DI FINANZA, POLIZIA DI STATO, DIREZIONE INVESTIGATIVA ANTIMAFIA), l’istituto di ricerche CRESME (per quanto riguarda il capitolo relativo all’abusivismo edilizio), magistrati impegnati nella lotta alla criminalità ambientale e gli avvocati dei Centri di azione giuridica di Legambiente

   Ma a preoccupare è la persistenza dell’abusivismo edilizio. “La causa – spiega Enrico Fontana, responsabile Osservatorio nazionale ambiente e legalità Legambiente – è duplice: le mancate demolizioni da parte dei Comuni e i continui tentativi di riproporre condoni edilizi da parte di Regioni, ultima in ordine di tempo la Sicilia, leader e forze politiche. Per questo diventa indispensabile, oggi più che mai, lanciare una grande stagione di lotta all’abusivismo edilizio, prevedendo in particolare un adeguato supporto alle Prefetture nelle attività di demolizione, in caso di inerzia dei Comuni, previste dalla legge 120/2020; la chiusura delle pratiche di condono ancora giacenti presso i Comuni; l’emersione degli immobili non accatastati”.

MA CI SONO ANCHE BUONE NOTIZIE. Anche la pressione dello Stato non si arresta. Si confermano la VALIDITÀ DELLE LEGGI SUGLI ECOREATI E CONTRO IL CAPORALATO. Con il primo provvedimento, entrato in vigore a fine maggio del 2015, l’attività svolta dalle Procure, secondo i dati elaborati dal ministero della Giustizia, ha portato all’avvio di 3.753 PROCEDIMENTI PENALI CON 10.419 PERSONE DENUNCIATE E 3.165 ORDINANZE DI CUSTODIA CAUTELARE EMESSE

   E c’è allarme per gli investimenti in appalti e opere pubbliche, anche alla luce delle ingenti risorse in arrivo col Next generation Eu. Non solo un rischio. In tutti i casi di scioglimento dei comuni per infiltrazioni mafiose (29 quelli ancora oggi commissariati, dei quali ben 19 sciolti soltanto nel 2019) il principale interesse dei clan è proprio quello di condizionare gli appalti di ogni tipo, dalla manutenzione delle strade alla gestione dei rifiuti.

(foto: MIMMO BENEVENTANO da https://www.facebook.com/laprovinciaonline.info/) – Il LAVORO DI RICERCA, ANALISI E DENUNCIA è stato DEDICATO QUEST’ANNO al consigliere comunale MIMMO BENEVENTANO, ucciso dalla camorra il 7 novembre del 1980, antesignano delle battaglie di Legambiente CONTRO L’ASSALTO SPECULATIVO E CRIMINALE a quello che è OGGI il PARCO NAZIONALE DEL VESUVIO; e a NATALE DE GRAZIA, il CAPITANO DI CORVETTA della Capitaneria di Porto di Reggio Calabria scomparso 25 anni fa, il 12 dicembre del 1995, mentre indagava sugli affondamenti delle cosiddette NAVI “DEI VELENI” NEL MAR TIRRENO E NEL MAR IONIO. Una vicenda ancora oscura su cui Legambiente chiede con forza che si faccia piena luce. Anteprima dei numeri e le storie raccontati nel Rapporto Ecomafia 2020>>qui – Per approfondimenti sulle attività della criminalità ambientale in Italia: http://www.noecomafia.it

  E a crescere è, non a caso, anche il numero di inchieste sulla corruzione ambientale. Quelle rilevate da Legambiente dal primo giugno 2019 al 16 ottobre 2020 sono state 134con 1.081 persone denunciate e 780 arresti (nel precedente Rapporto le inchieste avevano toccato quota 100, con 597 persone denunciate e 395 arresti). Il 44% ha riguardato le quattro regioni a tradizionale insediamento mafioso, con la Sicilia in testa alla classifica (27 indagini). Da segnalare, anche in questo caso, il secondo posto della Lombardiacon 22 procedimenti penali, seguita dal Lazio (21). Il “virus” dell’ecomafia non si arresta né conosce crisi.

NATALE DE GRAZIA, il CAPITANO DI CORVETTA della Capitaneria di Porto di Reggio Calabria scomparso 25 anni fa, il 12 dicembre del 1995, mentre indagava sugli affondamenti delle cosiddette NAVI “DEI VELENI” NEL MAR TIRRENO E NEL MAR IONIO

   Ma ci sono anche buone notizie. Anche la pressione dello Stato non si arresta. Si confermano la validità delle leggi sugli ecoreati e contro il caporalato. Con il primo provvedimento, entrato in vigore a fine maggio del 2015, l’attività svolta dalle Procure, secondo i dati elaborati dal ministero della Giustizia, ha portato all’avvio di 3.753 procedimenti penali con 10.419 persone denunciate e 3.165 ordinanze di custodia cautelare emesse. Grazie alle legge sul caporalato, nel 2019 le denunce penali, amministrative e le diffide sono state complessivamente 618, contro le 197 del 2018 (più 313,7%) e sono più che raddoppiati gli arresti, passati da 41 a 99. E sempre nel settore agricolo un’attenzione particolare meritano i risultati dei controlli effettuati contro l’utilizzo illegale di pesticidi e altri prodotti chimici, compresi quelli messi al bando perché cancerogeni: 268 i reati penali e gli illeciti amministrativi contestati, 162 persone oggetto di denunce e diffide, 23 sequestri e 216 sanzioni penali e amministrative emesse.

discarica di rifiuti indifferenziati (foto da https://www.bsnews.it/)

   Da Legambiente arriva un appello alla politica. “Non bisogna abbassare la guardia — avverte il presidente Stefano Ciafani – perché le mafie in questo periodo di pandemia si stanno muovendo e sfruttano proprio la crisi economica e sociale per estendere ancora di più la loro presenza. Per questo è fondamentale completare il quadro normativo: servono nuove e più adeguate sanzioni penali contro la gestione illecita dei rifiuti, i decreti attuativi della legge che ha istituito il Sistema nazionale protezione ambiente, l’approvazione delle leggi contro agromafie e saccheggio del patrimonio culturale, archeologico e artistico, una forte e continua attività di demolizione degli immobili costruiti illegalmente per contrastare la piaga dell’abusivismo, l’introduzione di sanzioni penali efficaci a tutela degli animali e l’accesso gratuito alla giustizia per le associazioni che tutelano l’ambiente”. (Antonio Maria Mira, 1/12/2020, da AVVENIRE)

Superstrada PEDEMONTANA VENETA in costruzione: CAMION SEPPELLISCE SACCHI DI RIFIUTI lungo il terrapieno della superstrada – VIDEO: https://video.corriere.it/cronaca/pedemontana-veneta-camion-copre-la-terra-rifiuti-sospetti-video-un-cittadino/f89e888e-537f-11eb-b612-933264f5acaf – 10 GENNAIO 2021: IL FILMATO, grazie alla prontezza di spirito di un residente nella zona di Altivole, vicino ad ASOLO, riprende un CAMION CHE STA SEPPELLENDO ALCUNI SACCHI DI RIFIUTI lungo un terrapieno della superstrada PEDEMONTANA VENETA in corso di costruzione nelle province di TREVISO e VICENZA. Si tratta dell’opera cantierata più importante d’Italia, con un importo di 2 miliardi e mezzo di euro

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RIFIUTI-CONNECTION TRA ITALIA E TUNISIA, MINISTRO IN MANETTE

di Giuliana Sgrena, da IL MANIFESTO del 23/12/2020 https://ilmanifesto.it/

– Le indagini iniziate a novembre (2019). Corruzione e smaltimento illecito, 12 arresti eccellenti. L’inchiesta tunisina travolge anche il titolare dell’Ambiente, Mustapha Araoui. Ma è un crimine anche scaricare materiali tossici sui paesi poveri che non possono trattarli e non riescono a smaltire neanche i loro –

   È il più grande scandalo ecologico nella storia della Tunisia quello che ha portato all’arresto del ministro dell’Ambiente Mustapha Araoui, dimissionato il giorno prima dal governo. Ma il presidente della Commissione del buon governo nel parlamento tunisino, Badreddine Gamoudi, incaricato del dossier sui rifiuti italiani, ha rimproverato al primo ministro Mechichi di aver aspettato che fosse emesso il mandato di cattura per estromettere il ministro dell’ambiente, nonostante le prove a suo carico fossero evidenti.

   La «RIFIUTI CONNECTION» è un combinato disposto di corruzione e traffici illeciti: l’importazione in Tunisia di rifiuti pericolosi «esportati» dall’Italia. Continua a leggere