Il NUOVO PONTE DI GENOVA: abbatterlo e ricostruirlo? O conservare le parti integre? O immaginare un’IDEA NUOVA di ponte: LUOGO DI MOBILITÀ autostradale e locale, ma anche ciclo-pedonale, ferroviario, del metro; dei servizi (cavi, acquedotto..). E DI INCONTRO: per UNA RIGENERAZIONE URBANA della città

IL PROGETTO DI PONTE DELL’ARCHITETTO STEFANO GIAVAZZI – Il nuovo ponte che rimpiazzerà il Morandi di Genova potrebbe essere una grande struttura contemporanea, una “MACCHINA DELL’ABITARE”, CHE PRODUCE ENERGIA E OFFRE SERVIZI PUBBLICI. Con AREE VERDI, SERVIZI, NEGOZI. UNA STRUTTURA DA VIVERE, ma che serva anche ad abbracciare e CONSERVARE QUEL CHE RESTA DEL MORANDI, a MEMORIA DELLA TRAGEDIA. E’ questo il PROGETTO per il nuovo ponte Morandi di Genova elaborato e presentato nei giorni scorsi da un architetto di Bergamo, STEFANO GIAVAZZI. Un’idea di struttura decisamente diversa da un classico viadotto. L’intento prevede un MODULO RETICOLARE PREFABBRICATO IN ACCIAIO, un cubo pre-assemblato che ingabbi la struttura esistente in maniera tale da non effettuare alcuna demolizione (vedi la presentazione su youtube: https://www.youtube.com/watch?v=JflyTweLtVc )

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Ponte Morandi – 9/10/2018 – Relazione della Commissione Ispettiva del Ministero dei Trasporti in pdf:

https://drive.google.com/open?id=1PrRQL9t2jS1GtNlvC8qITNb-5SpbmD5l

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   L’emozione di quanto accaduto il 14 agosto scorso del crollo del ponte-viadotto Morandi a Genova (con 43 vittime), non è ancora cessata: un episodio che ha segnato tutti nel suo essere così tragico e che poteva colpire chiunque (tutti noi potevamo esserci, passare, in quell’infrastruttura al momento del crollo). E dopo aver seppellito le povere vittime, subito (o contemporaneamente), è sorta la necessità di RICOSTRUIRE IL PONTE, segno di ritorno alla vita, alla quotidianità che spesso disprezziamo ingiustamente.

L IDEA DI PONTE DI RENZO PIANO (da “il Corriere della Sera”)

   E il dibattito sulla RICOSTRUZIONE del ponte non è cosa facile (come poteva apparire all’inizio, nei primi giorni). L’area dove si trova(va) il ponte è una parte complessa di una città complicata come è Genova. In questo post condividiamo il parere di chi dice che non è solo il problema di ricostruire il ponte, in modo nuovo magari; ma è anche la possibilità di rigenerare quella parte della città, e la città intera, dove questa grande struttura non sia più solo “subìta” da Genova, ma venga anche a rimodellare, modernizzare (nel senso buono di quest’ultima parola) questa grande città, partendo appunto dall’area del ponte crollato, nella Val Polcevera.

IL VIADOTTO PONTE MORANDI COM’ERA

   E’ questa un’area (quella del ponte-viadotto) che abbiamo imparato a conoscere dal 14 agosto scorso dalle immagini televisive: un fiume cementificato, fasci di binari e numerosi edifici sotto il ponte; un tessuto urbano di fondovalle diffuso e sparso, sia con case, condomini, ma anche capannoni industriali, e poi anche attività di piccolo commercio (negozi), e luoghi commerciali della grande distribuzione…. Il tutto cresciuto tra il fiume-torrente e la ferrovia.

PONTE MORANDI, IL PROGETTO DEL PADOVANO ING. SIVIERO: «RICOSTRUIAMO SOLO IL PEZZO CROLLATO» – “sostituire il pilastro caduto al suolo con una sua replica rovesciata, una doppia «A» che si tramuta in una doppia «V» ad allargare la braccia verso il cielo proprio a metà del viadotto spezzato.”

   Un po’ di tutto… un caos urbano evidente…. E allora pensare che tutto, “sotto” il nuovo ponte che sarà ricostruito, resti uguale; e che il ponte deve solo tecnicamente “superare in altezza” tutto questo (come prima), sembra un po’ poco, un’idea mediocre e fragile, un’occasione perduta.

SALVIAMO CIO’ CHE RESTA – L’ingegner GABRIELE CAMOMILLA, con tanti altri tecnici su questa proposta (non buttare giù quel che non è crollato, conservare l’esistente, mantenere lo stile precedente di Morandi….) hanno PRESENTATO UNA PETIZIONE (dal titolo: DEMOLIAMO QUELLO CHE NON SERVE, MANTENIAMO QUELLO CHE FUNZIONA)(sostenuti da una testata tecnica prestigiosa come INGENIO, https://www.ingenio-web.it/)

   E allora molti dicono che servirebbe un ponte che non si limita a collegare le due parti della città, est e ovest, e che faccia passare il traffico pesante a lunga percorrenza. Servirebbe invece un ponte multimodale, che porti in primis a ottimizzare meglio questa mobilità est-ovest della città. Pertanto sì un’infrastruttura che risolva lo scorrere dei diversi livelli di traffico (un traffico Italia-Francia, specie quello pesante, cioè di carattere internazionale; poi il traffico regionale; e, assai importante, il traffico cittadino locale a breve percorrenza); ma anche un ponte che faccia passare la ferrovia, e poi una pista ciclabile e pedonale; una possibile nuova funivia-funicolare…. Un ponte può anche servire a far passare altre infrastrutture, come l’acquedotto, i cavi elettrici e la banda larga….un ponte che possa diventare anche elemento di incontro e attrazione di tutta la città.

Il ponte sopra i condomini

   Troppe cose? E se sì in che modo? Presentiamo ad esempio qui un’ipotesi progettuale di ponte di un architetto bergamasco (ipotesi trovata su youtube), STEFANO GIAVAZZI, dove appunto il ponte (che non sarebbe demolito ma “riqualificato”- un “sistema di riqualificazione dell’area, di messa in sicurezza immediata senza demolire, con estrema flessibilità strutturale e dispositiva, oggi e nel futuro, mediante una ‘macchina dell’abitare’ che produce energia”…questo il pensiero di Giavazzi), e oltre a quanto fin qui detto, potrebbe diventare un luogo di ritrovo della città; e non esiste futura pericolosità (almeno)… un’idea diversa di pensare i ponti (vedi http://www.youtube.com/watch?v=JflyTweLtVc).

Ponte Morandi crollato

   Oppure. Se questo è impossibile, e non si vuole nemmeno immaginare un ponte multifunzionale, allora tanto vale pensare a non buttare giù quelle parti che non sono crollate e sono in buono stato, e collegare e ristrutturare in modo efficiente il tutto, senza pericoli futuri: come nell’idea dell’ingegnere padovano ENZO SIVIERO; o dell’Ingegner EDOARDO COSENZA; oppure dell’ingegner GABRIELE CAMOMILLA, che (con quest’ultimo) tanti altri tecnici su questa proposta (non buttare giù quel che non è crollato, conservare l’esistente, mantenere lo stile precedente di Morandi….) hanno pure PRESENTATO UNA PETIZIONE (dal titolo: DEMOLIAMO QUELLO CHE NON SERVE, MANTENIAMO QUELLO CHE FUNZIONA)(sostenuti da una testata tecnica prestigiosa come INGENIO, https://www.ingenio-web.it/), dimostrando ragionevolezza dall’alto delle loro esperienza e competenza sul tema di queste delicate e importanti infrastrutture.

l’idea lineare del ponte proposto da Renzo Piano

   Ma finora tanto si è parlato, specie di voler fare le cose con celerità, ma tutto sembra inesorabilmente fermo: non si vede ancora partire un dibattito sulla città, non si parla ancora di piani urbanistici, non è stato costituito un team di lavoro specifico. E forse di queste cose non se ne sentirà parlare mai, nel senso che ci si limiterà a iniziare a costruire un ponte, con tempi sicuramente molto ma molto più lunghi dell’anno che si vuole far credere di poter rispettare come tempo per avere la nuova infrastruttura. Ci si muove sulla linea del disegno progettuale di RENZO PIANO, bello, rispettabile, “pulito”, geniale come sempre; ma forse si poteva chiedere e pensare a un ponte diverso nelle funzionalità, come ne parlavamo all’inizio di queste righe.
Su tutto regna comunque (nonostante quella che sembra la buona volontà politica, e delle varie amministrazioni coinvolte: Governo, Regione, Comune), molto caos (chi farà il ponte? con gara senza gara? come pagherà la concessionaria “Autostrade per l’Italia” lasciata fuori?….) e improvvisazione; poche idee ma anche confuse. (s.m.)

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IL DECRETO LEGGE SU GENOVA N. 109, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 28/9/2018 (n. 226):

DL_109_2018_dlGenova (GU n. 226) (1)

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L’INCHIESTA DEL NEW YORK TIMES SUL CROLLO DEL PONTE MORANDI A GENOVA

L’accadimento tragico del crollo del ponte spiegato molto bene, in questo link:

https://www.nytimes.com/interactive/2018/09/08/world/europe/genoa-italy-bridge-italian.html

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A GENOVA COSTRUIRE IL PONTE SIGNIFICA RICOSTRUIRE UNA PARTE DI CITTÀ
di Flavio Piva – Direttivo CENSU (Centro Nazionale Studi Urbanistici), 7/9/2018, da INGENIO (Informazione Tecnica e progettuale) https://www.ingenio-web.it/
Il dramma di Genova ha scatenato emozioni di ogni tipo; l’elaborazione collettiva del grave lutto dopo il momento dei perché, della ricerca dei colpevoli e delle cause, giunge ora alla fase più rigenerante: COME RICOSTRUIRE IL PONTE DI GENOVA, oggi che questa costruzione è diventata un simbolo internazionale.

Ponte di Tiberio a Rimini (da INGENIO http://www.ingenio-web.it/ – Gli antichi ponti in muratura rappresentano ancora oggi MONUMENTALITÀ INTEGRATA ALLA CITTÀ; quelli della prima era dell’acciaio e poi del cemento, più arditi, cominciavano a staccarsi dalla città per diventare oggetti a se, anche molto belli ma spesso hanno generato intorno solo sottovie e “non luoghi”. (Flavio Piva – Direttivo CENSU 07/09/2018, da INGENIO (Informazione Tecnica e progettuale) https://www.ingenio-web.it/)

   Gli antichi ponti in muratura rappresentano ancora oggi MONUMENTALITÀ INTEGRATA ALLA CITTÀ; quelli della prima era dell’acciaio e poi del cemento, più arditi, cominciavano a staccarsi dalla città per diventare oggetti a se, anche molto belli ma spesso hanno generato intorno solo sottovie e “non luoghi”, interpretandola, dal Ponte Vecchio di Firenze al ponte Dom Luís I a Porto.
Se si accetta questo approccio, non è chi non veda che il problema è traslato di livello, dal ragionare su un’opera a rigenerare un’area urbana, spostato quindi sul piano dell’urbanistica, quella più sfidante per una città.
I PONTI DELLE CITTÀ
I ponti interni alle città NON SONO MAI SOLO UN’OPERA PER SUPERARE FIUMI O VALLI ma hanno sempre assunto significati iconici o rappresentativi.
Il ponte Morandi nel 1963 era il simbolo della genialità ingegneristica italiana, del miracolo economico e di una città in espansione turbinosa. La sua caduta avviene oggi in un momento storicamente molto diverso ma, come negli anni ’60, la sua ricostruzione oggi può essere occasione di rappresentare diversamente il futuro.

PONTE VECCHIO, FIRENZE, da INGENIO…… “Solo i migliori hanno rispettato la città interpretandola, dal Ponte Vecchio di Firenze al ponte Dom Luís I a Porto”.

“DOV’ERA, COM’ERA” È LO SLOGAN DELLA RICOSTRUZIONE FRIULANA, ADATTO PER UN TERRITORIO CHE RIVOLEVA LA SUA IDENTITÀ; a Genova lo si invoca solo perché potrebbe accelerare i tempi.
NON SOLO UN PROBLEMA STRUTTURALE O ARCHITETTONICO
Ma ripristinare la struttura crollata senza ripensarne il ruolo nel contesto urbano è veramente saggio?

Ponte Morandi negli anni ’60 appena costruito

Sul piano strutturale, siamo tutti ansiosi di capire le cause e la dinamica del crollo; come tecnici vogliamo capire i limiti del progetto, quelli dei materiali e le criticità dei modi delle manutenzioni. Ma sulla ricostruzione dobbiamo essere bravi: dobbiamo inserire il massimo dell’intelligenza progettuale sulle opere da realizzare e sui modi cui arrivarci. Velocità ed efficacia vanno coniugate; l’area è una parte complessa di una città complicata, l’approccio deve essere globale.
Cito due considerazioni, buone sintesi della sfida da affrontare.
Dice Bertolaso: “In otto mesi si fa un ponte “baby”, una bretella in acciaio. Un’altra cosa è fare il ponte più importante di questo Paese. Un’opera strategica che va fatta, non dico andando piano, ma mettendo sul tavolo un progetto serio, elaborato bene, condiviso con la cittadinanza e l’amministrazione locale”.
Anche Renzo Piano considera elemento imprescindibile della sua “idea di ponte” – da lui donata alla città di Genova – la “rigenerazione dell’intera area della Val Polcevera, di grandissima importanza, anche se sostanzialmente periferica ma strategica per la città, in un’ottica di un suo rinnovamento economico, tecnologico, sociale oltre che culturale”.
RIGENERARE, PIÙ CHE RICOSTRUIRE
L’occasione è lampante: oggi i molti Sindaci che tentano di rigenerare aree dismesse o parti delle loro città con piani di ambito urbano, devono far fronte al vero problema di trovare il “driver” dello sviluppo dell’area. Sperano in nuovi nuclei di servizi pubblici, localizzazioni di funzioni attrattive o di centri commerciali o direzionali ma spesso l’attuazione di un buon progetto di rigenerazione urbana si arena subito di fronte alle insufficienti risorse pubbliche necessarie per rinnovare a fondo le infrastrutture e i tutti i sottoservizi dell’area.
A Genova, le risorse che verranno attivate dalla ricostruzione del ponte Morandi possono essere il primo grande motore dello sviluppo e del rinnovo di questa parte di città. Qui, anche il piano urbanistico deve cambiare e può farlo anche profondamente.
Un approccio sperimentale fuori dalle regole aiuterebbe a far capire alla burocrazia e alla politica come si possono progettare le città oggi. Anche il Consiglio Nazionale degli Architetti PPC (Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori, ndr) auspica che l’immensa tragedia che ha colpito Genova possa diventare un modello di riferimento per l’elaborazione di una esemplare rigenerazione dell’area della Val Polcevera,
Quindi è pregiudiziale avere: (i) un commissario unico sia per la ricostruzione del ponte sia per la rigenerazione urbana; (ii) leggi speciali e procedure d’urgenza (ii) deleghe totali, anche di gestione dei flussi finanziari, ai livelli comunali e regionali; (iii) un grande team di professionisti per l’attuazione e la gestione pluriennale di tutto il progetto di rigenerazione urbana.
L’ESPERIENZA DEL FRIULI DOPO IL 1976
Un approccio simile lo si può ritrovare forse solo nelle scelte legislative e amministrative fatte nel post sisma del Friuli; negli anni ’76-79 il combinato disposto delle leggi regionali, statali e l’autonomia degli uffici diventò un modello virtuoso a cui ora ci si potrebbe riferire.
Una sperimentazione di autonomia locale, in fondo già presente nelle corde dei liguri. A meno che non si voglia andare di deroga in deroga, lasciando il sottostante legislativo invariato per cambiare tutto per non cambiare niente.
LE CARATTERISTICHE DELL’AREA DEL POLCEVERA
Le caratteristiche dell’area sono abbastanza particolari: un fiume cementificato, fasci di binari e numerosi edifici da superare in altezza; un tessuto urbano di fondo valle mal collegato in direzione est-ovest, diffuse destinazioni residenziali, sedi produttive di aziende importanti e luoghi commerciali della grande distribuzione cresciuti nel poco spazio rubato al fiume e alla ferrovia.
Un viadotto che salti a piè pari tutto questo, ripristinerebbe i flussi di traffico ma sarebbe occasione persa se null’altro riuscirà a dare alla città.
SUL PIANO DELLA MOBILITÀ, se ci riferiamo al solo nuovo Ponte questo potrebbe essere UN COLLEGAMENTO NECESSARIAMENTE MULTIMODALE E MULTILIVELLO; che risponda cioè a tutti i modi della mobilità est-ovest già oggi presenti e ai diversi livelli di traffico che qui si concentrano: un traffico Italia-Francia, specie quello pesante, di livello internazionale che da solo rende probabilmente necessaria la terza corsia autostradale, un traffico di livello regionale e quello cittadino che hanno l’occasione di essere ottimizzati e forse separati dal primo.
Se pensiamo anche al QUADRO URBANISTICO DI ZONA si aprono altre dimensioni di progetto.
Si sono sognati nuovi collegamenti est/ovest in quota o in tunnel siano essi di tipo tradizionale, automobilistici, ciclabili o pedonali o una nuova cremagliera / funivia? Ci sono progetti di portare la metro oltre la Val Polcevera per nuovi poli della città? Qualcuno ha pensato di rilocalizzare le attività produttive e liberare spazi al fiume? Anche l’eventuale ridisegno idraulico e paesaggistico del Polcevera va messo in conto nell’ottica dell’adattamento climatico.
QUESTO È IL MOMENTO DI METTERE TUTTO IN GIOCO. Riordino della Val Polcevera, minimi criteri di aumento della sicurezza idraulica, separazioni dei flussi di traffico, trasferimento fra le due sponde di flussi ciclopedonali e se possibile della metro farebbero allora propendere per una struttura con molti canali di flusso e forse più livelli e fanno ritenere che un ponte a grandi luci meglio si presti al futuro riordino di una parte estesa di città. Non è facile ipotizzare nel prossimo futuro altre costruzioni di ponti a Genova e questa occasione va sfruttata con uno sguardo lungo al futuro.
MANCA UN DIBATTITO SULLA CITTÀ
In questa ottica, quello che sembra oggi ancora fortemente sottovalutato è COME PROGETTARE ENTRO UN APPROCCIO DI RIGENERAZIONE URBANA.
Accanto al progetto vero e proprio del Ponte non si vede ancora partire un dibattito sulla città, non si parla ancora di piani urbanistici, non è stato costituito un team di lavoro specifico. Le strutture nord europee di pianificazione urbanistica, pubbliche, private o miste, sono formate da decine di professionisti tecnici, esperti legali, finanziari, in sintesi una squadra capace di affrontare in breve la complessità delle prime linee di progetto e dove troverebbero giusta collocazione figure professionali più innovative, developers, general contractors, facility managers, esperti immobiliari e gestori dei processi partecipativi dei residenti. E questo aprirebbe all’esterno il progetto nel quale sarebbe meglio vedere all’opera molte professionalità esterne indipendenti.
Invece, pare che si stia pensando molto al progetto del Ponte e forse ad una serie di progetti minori più o meno correlati e infine ad una variante di Piano regolatore che legittimi tutta l’operazione: Vecchie pratiche, magari tutto definite “in house”, destinate a dare solo esiti conservativi.
Il tempo è una variabile importante, ma non la sola. Modi nuovi e moderni di operare potrebbero essere attivati in breve solo in modo autocratico se si delega un commissario unico per la ricostruzione e per la rigenerazione urbana, si approvano leggi speciali e procedure d’urgenza e si attiva un grande team di professionisti e tutto ciò esalterebbe anche il genio di Renzo Piano. (Flavio Piva)

il ponte crollato

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CROLLO PONTE GENOVA, NON SOLO RENZO PIANO: GLI ALTRI PROGETTI PER IL NUOVO PONTE
da FANPAGE.IT DESIGN, 29/8/2018, https://design.fanpage.it/
– Abbattere e ricostruire o conservare? Nel dibattito su come dovrebbe essere il nuovo ponte di Genova si impongono diverse idee, da quella di RENZO PIANO a quella dell’Ing. PIERANGELO PISTOLETTI contattato da Autostrade per l’Italia, fino a chi propone di recuperare e preservare il ricordo del vecchio Ponte Morandi – 

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Il boom del vino PROSECCO ha portato alla MUTAZIONE DEL PAESAGGIO AGRICOLO nel VENETO (e parte in FRIULI): fenomeno di sviluppo agro-alimentare positivo, se non fosse per la trasformazione agricola in MONOCOLTURA, nell’USO DI PESTICIDI, nell’IMPOVERIMENTO e AVVELENAMENTO della terra

LE SPLENDIDE COLLINE DEL PROSECCO (luogo originario del vitigno) TRA VALDOBBIADENE E CONEGLIANO, nella Marca Trevigiana – LA FORTUNA ECONOMICA PER I TERRITORI DEL PROSECCO è arrivata con il successo mondiale delle bollicine e con l’istituzione, nel 2009, della Doc (denominazione di origine controllata) e delle due Docg (“denominazione di origine controllata e garantita” a Conegliano-Valdobbiadene e Asolo-Montello). L’allora ministro dell’agricoltura Zaia, infatti, creò una Doc che comprende 9 province, tra Veneto e Friuli, e due Docg nelle aree di produzione storica del prosecco. I tre consorzi la pensano allo stesso modo: senza quella mossa il prosecco avrebbero potuto produrlo ovunque nel mondo

   La vendemmia nel Nordest d’Italia del 2018, in particolare del vino prosecco, sarà ricordata come un’annata eccezionale. Grazie alle condizioni climatiche particolarmente favorevoli, la produzione è stata molto superiore alle attese. Con ogni probabilità anche i nuovi vigneti, messi a dimora in questi ultimi anni, hanno avuto un peso non piccolo nell’aumento della produzione.

“PONTE DI PIAVE. UNA FILA INTERMINABILE DI TRATTORI, CON I RIMORCHI COLMI D’UVA. Una scena mai vista, neanche nelle annate più generose. La vendemmia record di quest’anno porta anche alla scena descritta e circolata ieri mattina in una chat di viticoltori: a Ponte di Piave almeno cinquanta trattori erano in coda in attesa di conferire il proprio prezioso carico alla cantina sociale. Tutta via Verdi e tutta via De Gasperi – quasi un chilometro – occupate su un lato, con la Polizia locale incaricata di gestire il traffico per gran parte della mattinata. Insomma, un caos. (…) (DANIELE FERRAZZA, 19/9/2018, “LA TRIBUNA DI TREVISO”)

   E il prossimo anno sarà ancora “di più” (condizioni climatico-atmosferiche permettendo). Perché altri vigneti già piantumati, in corso di maturazione, ci saranno. Pertanto la produzione, nonostante i limiti posti crescerà ancora. Con una qualità sempre minore, che non interessa (interessa il business).
Oltre 500 milioni di bottiglie di vino Prosecco vendute in tutto il mondo ogni anno, un exploit vitivinicolo inimitabile (per qualsiasi altro prodotto agroalimentare) negli ultimi anni. Tra Vicenza e Treviso si nota un graduale cambiamento nel paesaggio: dalle distese di mais ai filari delle viti.

IL CONSORZIO DELLA DOCG DI CONEGLIANO è saturo, si estende su quasi 8.000 ettari. Nelle 9 PROVINCIE DELLA DOC gli ettari coltivati a glera, riconosciuti dalla denominazione, sono 24.450. Nella Docg di Asolo, dal 2011 al 2017, i nuovi impianti sono aumentati dell’80% circa. Ogni anno l’Unione europea concede un diritto di incremento della superficie vitata nazionale pari all’1% della stessa. I diritti di impianto vengono distribuiti alle regioni, che li concedono attraverso bandi. Ogni Consorzio di tutela adotta regole diverse per l’accettazione di questi nuovi impianti all’interno dell’aree di competenza. PER LE DUE DOCG VALE L’ADESIONE IMMEDIATA: UN NUOVA VITE A GLERA ENTRA AUTOMATICAMENTE NELLA DENOMINAZIONE. NEL CONSORZIO DOC, INVECE, VIGE IL BLOCCO, DAL 2011. «I nuovi ingressi vengono regolati, per tenere in equilibrio domanda e offerta», sottolinea il presidente della Doc Stefano Zanette. FUORI DALLA DENOMINAZIONE CI SONO 7 MILA ETTARI DI GLERA, piantumati dopo il blocco, che potrebbero non diventare mai prosecco. (Marta Gatti, IL MANIFESTO, 12/7/2018)

Sono molti gli interventi negli ultimi decenni di mutazione dei tanti paesaggi nel Nordest d’Italia (Veneto in particolare, ma anche Friuli), rurali, agricoli, naturalistici, ambientali… mutazioni verificatesi e dovute principalmente alla piantumazione di vigneti di Prosecco. E c’è stato l’annuncio, in questo 2018, che nella provincia di Treviso la viticoltura ha superato, per estensione, le colture cerealicole.

   Dal 2007 la viticoltura a prosecco ha aumentato di un terzo la superficie coltivata. Molti (tutti?) dicono (noi con loro) che c’è stata una sicuramente eccessiva diffusione del Prosecco a scapito di altre (seppur ottime) qualità di uva con il conseguente rischio di una monocoltura… (ma il business è business).

CISON DI VALMARINO – La 2^ Marcia STOP PESTICIDI contro la chimica in agricoltura, si è TENUTA il 13 maggio 2018 da Cison a Follina – NO AI VELENI IRRORATI NEI VIGNETI, TUTELA DELLA BIODIVERSITÀ e SALVAGUARDIA DEL PAESAGGIO sono temi centrali di chi si oppone a quando accade con il boom del Prosecco

   Mutazioni del paesaggio agrario (quel che resta) a volte molto pesanti, e che hanno modificato in maniera sostanziale la conformazione del territorio. Con risvolti paesaggistici che sono sotto agli occhi di tutti e che, con tutta probabilità, influiscono anche sull’assetto idrogeologico.
E’ da notare che la trasformazione avviene anche dove da sempre c’erano vigneti: se prima erano distanziati tra di loro nella “giusta misura” (né troppo stretti né troppo larghi, per l’irradiazione solare, le caratteristiche del terreno…), ora molto spesso sono “fitti, fitti” per avere più vitigni possibili e massima (industriale) produzione: il business è adesso… quanto durerà?…non si sa…. e allora bisogna cercare la produzione industriale al massimo, che sfrutta il momento propizio, e nulla tiene conto della qualità dell’uva che ne esce, e ancor meno del vino prodotto (“aggiustato” poi dai bravi enologi, tecnici-chimici che nella cantine arrivano a creare un vino “normalizzato” da eventuali difetti).

GLERA (da Wikipedia) – La GLERA è un VITIGNO A BACCA BIANCA, componente base del PROSECCO. Ha tralci color nocciola e produce grappoli grandi e lunghi, con acini giallo-dorati. NELLA PRODUZIONE DEL PROSECCO LA GLERA COSTITUISCE ALMENO L’85% DELLE UVE UTILIZZATE. La frazione rimanente può essere rappresentata da VERDISO, PERERA, BIANCHETTA, PINOT e CHARDONNAY

   Pertanto la giusta ragionata impostazione del vigneto (una scelta dei terreni adatti, le condizioni microclimatiche, la corretta disposizioni delle piante nello spazio, l’utilizzo di sostanze che non siano velenose – di quest’ultima cosa ne parliamo dopo -, il sole che riscalda, l’acqua, il lavoro umano, i consigli dell’agronomo), tutta questa ragionata impostazione sembra lasciata in secondo piano…. Ora, ad esempio, la meccanizzazione della raccolta che in parte si sta attuando (togliendo il lavoro umano di raccolta, la vendemmia), che può avere certamente dei pro, porta a un nuovo modo di intendere la viticoltura, col rischio di concepirla esclusivamente sulla base del sistema produttivo industriale.

PROSECCO. IL LAVORO DI MOLTI IMMIGRATI NELLA VENDEMMIA RECORD 2018

Allora, riepilogando, le cose che fanno “portare l’uva in cantina” nelle condizioni ideali per un vino di qualità, questo (domandiamo) sta avvenendo nei vigneti del prosecco di adesso?…Non sembra per niente: pare che la priorità sia quella di “sfruttare il momento favorevole”, appunto il business.
La fortuna economica per i territori del prosecco si vede poco, cioè non si è riversata granché sull’indotto limitato della filiera del vino, che sembra determinare una ricaduta assai ridotta della ricchezza sul territorio. Questa fortuna economica comunque, con il successo mondiale delle bollicine e con l’istituzione, nel 2009, della Doc (denominazione di origine controllata, nelle terre di “espansione” del prosecco) e delle due Docg (“denominazione di origine controllata e garantita” a Conegliano-Valdobbiadene e Asolo-Montello, nelle terre di “origine” del prosecco), questa fortuna ha sicuramente origine da un fatto: l’allora ministro dell’agricoltura Zaia, infatti, creò appunto una Doc che comprende 9 province, tra Veneto e Friuli, e due Docg nelle aree di produzione storica del prosecco. Senza quella mossa il prosecco avrebbero potuto produrlo ovunque nel mondo.

Nel giugno scorso la rivista SALVAGENTE (mensile, leader nei Test di laboratorio, https://ilsalvagente.it/ ) ha dedicato un’analisi assai dettagliata sul PROSECCO, esaminando molte produzioni e il livello di presenza di pesticidi in bottiglia

La mutazione del paesaggio che noi vediamo, che tutti vedono, è in particolare nei luoghi oltre la produzione originaria (Docg) del prosecco; a Valdobbiadene, Conegliano Asolo poco è cambiato nel paesaggio: è in pianura, nel resto del Veneto (e Friuli) che la possibilità di utilizzare il marchio “prosecco” (Doc) ha cambiato la fisionomia dei luoghi agricoli, rurali ma anche urbani: case sparse e diffuse, vigneti negli orti, a volte nei giardini, negli angoli di terreni rimasti liberi lungo le strade…ogni posto è buono per fare prosecco… Appunto li si vede (i vigneti) anche lungo le strade che si percorrono, in pianura e anche verso il mare, case alternate a campi coltivati e, a volte, circondate dalle viti.

Invasione di Prosecco e pesticidi nel Bellunese (da TERRA NUOVA)

E nei vigneti di prosecco si fa uso ancora di troppi fitofarmaci, c’è un massiccio utilizzo di sostanze chimiche. Nel giugno scorso la rivista “Il Salvagente” ha fatto delle analisi in alcune produzione di prosecco, venendo a trovare un uso di pesticidi assai rilevante. Fino a 7 fungicidi differenti sono stati a volte trovati…in nessun caso i residui trovati superavano il “limite massimo di residuo” (Lmr) consentito per ogni sostanza, però c’è un effetto sommatorio che non può essere trascurato, si sommano comunque nell’organismo umano.

Scempio ambientale sul Montello per nuovi vigneti di Prosecco, con sbancamento di una dolina (da http://www.trevisotoday.it/)

Ed è nata così una monocoltura del vino, dove i vigneti hanno superato in superficie i cereali.
Noi crediamo poco che si possa fermare questa “invasione”. Ne usciranno sempre più vini che magari non potranno utilizzare il marchio “prosecco”, ma che troveranno il modo di indentificarsi con questi vino con le bollicine. Sarà forse il “Mercato”, più che le “Autorità politiche” (il “gioco” sembra sfuggito di mano alla Regione Veneto…) a decidere quando dire basta. E’ il classico caso di un’iniziativa economica (agroalimentare) in se positiva che rischia di implodere, di ridurre drasticamente ogni qualità, di portare a prodotti di massa solo scadenti, di impoverire il territorio sfruttandolo troppo e rendendolo sterile…

da rai report

Appoggiare ogni forma di “resistenza” a questo sembra essere il minimo che si può fare: dalle manifestazioni “no pesticidi” che si stanno allargando, a sostenere i coltivatori che cercano di produrre vini “altri” (incentivando vitigni locali di ottime antiche qualità) rispetto al prosecco (come la ricerca e coltivazione di cereali di qualità, sementi di grano antichi finora perduti, il biologico diffuso…). E poi la terra ha bisogno anche di momenti di pausa (maggese), di diversificazioni produttive, di non impoverirsi come sta accadendo. (s.m.)

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PROSECCO: NORMATIVA, CIFRE E DATI
– 135 QUINTALI PER ETTARO, è la resa massima nelle Dogc di Asolo e di Conegliano-Valdobbiadene
– 180 QUINTALI PER ETTARO, è la resa massima per i produttori di Prosecco Doc, tutta l’uva in più non può essere rivendicata a Prosecco
– 20 PER CENTO, è il surplus di produzione della vendemmia 2018 che non può essere rivendicato a Doc e Docg, e diventa vino bianco frizzante comune
– 2,1 MILIARDI DI EURO, il valore della produzione totale di Prosecco Doc nel 2017; il Conegliano-Valdobbiadene Docg vale complessivamente 492,5 milioni di euro

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UNA RIFLESSIONE PROVVISORIA E APERTA SULLA VENDEMMIA 2018
L’editoriale del direttore DON ALESSIO MAGOGA, da “L’AZIONE”, SETTIMANALE DIOCESANO di Vittorio Veneto – http://www.lazione.it/Editoriale/
20/9/2018
Nei ricordi dei viticoltori trevigiani il 2018 resterà come l’anno della vendemmia più abbondante e generosa che ci sia mai stata. A memoria d’uomo, nei vigneti di pianura, nessuno ricorda che ci sia stata la necessità di ricorrere a giornate di blocco della raccolta, perché la produzione di mosto si è rivelata troppo abbondante rispetto alle capacità di lavorazione e di stoccaggio delle cantine. Una cosa mai accaduta prima, se non vado errando e se la mia memoria non mi inganna. Un certo scalpore hanno fatto anche gli sversamenti di uva o di mosto sul manto stradale, tanto da allarmare alcuni conducenti e, in particolar modo, i motociclisti.
Un po’ di esperienza “sul campo”, ce l’ho anch’io come tanti altri, perché da noi, gente di pianura, è ancora abbastanza diffuso il vigneto – chiamiamolo così – “di famiglia”, la cui origine affonda le sue radici nelle tradizioni familiari ed è accudito dai membri della famiglia. Generalmente si tratta di appezzamenti di terreno medi o piccoli, ai quali si tiene particolarmente perché ricordano i genitori o i nonni, ma anche perché – ammettiamolo – diventano per il nucleo familiare una fonte di reddito non trascurabile. Infatti, con buona pace di tutti, è noto che la coltura della vite è generalmente più redditizia rispetto ad altri tipi di coltivazione (grano, mais, orzo…).
E alcune qualità di uva, come il Prosecco, sono decisamente vantaggiose. Dimensione culturale e convenienza economica si mescolano e si fondono. Non ci si deve stupire, perché è sempre stato così, non solo nella Marca Gioiosa: cultura ed economia possono sovrapporsi e rigenerarsi vicendevolmente in modo virtuoso.
Dalle nostre parti è piuttosto spontaneo associare la fine dell’estate con la vendemmia. E subito affiorano i ricordi di un tempo, quando la vendemmia era un rito collettivo, capace di coinvolgere tutti i membri di una famiglia e anche del vicinato: dagli anziani – gli esperti la cui parola era piena di autorevolezza –, sino ai bambini, che svolgevano le mansioni più semplici, orgogliosi di dare il proprio contributo… Erano coinvolti persino gli animali che facevano compagnia agli umani, intenti al loro lavoro nei campi.
Tutto questo – ne sono convinto – al giorno d’oggi non si è perduto, ma si sono aggiunti nuovi aspetti e nuove criticità, che un tempo nessuno avrebbe immaginato e invece ora mettono a rischio la dimensione squisitamente culturale e propriamente umana che da sempre caratterizza il mondo della viticoltura. Mi riferisco a varie questioni di grande attualità, come l’uso poco oculato dei pesticidi, il sospetto di forme di sfruttamento della manodopera soprattutto per la potatura, l’indotto limitato della filiera del vino che sembra determinare una ricaduta ridotta della ricchezza sul territorio, l’eccessiva diffusione del Prosecco a scapito di altre (seppur ottime) qualità di uva con il conseguente rischio di una monocoltura…
Da un certo punto di vista, pure la meccanizzazione della raccolta, che ha certamente dei pro, rivela anche dei contro, che si riflettono sul modo di intendere la viticoltura, col rischio di concepirla esclusivamente sulla base del sistema produttivo industriale.
La vendemmia del 2018 sarà ricordata – si diceva – come un’annata eccezionale. Grazie alle condizioni climatiche particolarmente favorevoli, la produzione è stata molto superiore alle attese. Con ogni probabilità anche i nuovi vigneti, messi a dimora in questi ultimi anni, hanno avuto un peso non piccolo nell’aumento della produzione. Tutto questo, come varie voci hanno già preconizzato, non si tradurrà in un abbondante guadagno per gli agricoltori.
L’eccesso di produzione, infatti, ha già creato difficoltà nella fase di raccolta, con la conseguente perdita o svendita di una parte del prodotto, e si paventa anche una certa saturazione del mercato con il rischio di un ribasso dei prezzi del vino. In questi giorni vi è pure chi ha ricordato la necessità di un maggiore controllo in fase di produzione e si è chiesto perché non si sia provveduto a togliere i grappoli in eccesso prima della maturazione.
Nei prossimi mesi vedremo quali saranno gli sviluppi del mercato. In ogni caso, recuperare quell’amore per la terra e quell’attenzione alla qualità, che hanno caratterizzato le generazioni che ci hanno preceduto, è senza dubbio l’operazione culturale – ed anche economica – più urgente e saggia da fare, perché l’agricoltura non diventi preda della speculazione finanziaria, con tutte le conseguenze del caso. Proprio di questi temi si parlerà nell’ambito delle iniziative organizzate della nostra diocesi per la giornata del creato, cui abbiamo dedicato il Primo Piano. (Alessio Magoga)

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TRATTORI IN CODA ALLE CANTINE DI PONTE DI PIAVE: QUEST’ANNO RACCOLTA RECORD
di Daniele Ferrazza, 19/9/2018, da “la Tribuna di Treviso”

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IL RAMMENDO DELLE PERIFERIE non piace più: bocciato con un emendamento il finanziamento di 96 progetti di ricomposizione urbana di PERIFERIE DEGRADATE presentati da amministrazioni cittadine – Sperando nel ripensamento legislativo, urge ABBATTERE I CONFINI tra Centro, Periferia, Città Diffusa

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……..MARTEDI’ 14 AGOSTO UN PONTE E’ CROLLATO A GENOVA, TANTE PERSONE SONO MORTE….. SI POTEVA EVITARE?

L’INGEGNERE CHE NEL 2016 DICEVA: «IL PONTE MORANDI È UN FALLIMENTO. DEVE ESSERE SOSTITUITO» – di FEDERICA SENEGHINI, da “il Corriere della Sera.it” del 14/8/2018 – ANTONIO BRENCICH, docente all’Università di Genova: «Già alla fine degli anni Novanta i costi della manutenzione del ponte avevano superato l’80 per cento dei costi di costruzione» – «Il ponte Morandi è un fallimento dell’ingegneria». Era il 2016. Due anni prima della tragedia che il 14 agosto ha colpito la città di Genova. Ma già allora Antonio Brencich, docente di Costruzioni in cemento armato presso la facoltà di Ingegneria dell’Università di Genova, era stato chiaro. In un’intervista rilasciata all’emittente Primocanale aveva detto. «Quel ponte è sbagliato. Prima o poi dovrà essere sostituito. Non so quando. Ma ci sarà un momento in cui il costo della manutenzione sarà superiore a quello della sostituzione. Alla fine degli anni Novanta erano già oltre l’80 per cento del costo della costruzione». ERA IL 1957 QUANDO RICCARDO MORANDI, «PAPÀ» DEL VIADOTTO SUL POLCEVERA, PROGETTÒ PER LA PRIMA VOLTA UN PONTE DI QUESTO TIPO. Vinse un concorso bandito dal governo del VENEZUELA. Il ponte General Rafael Urdaneta vide la luce sulla baia di Maracaibo nel 1962, lungo oltre 8,7 km. «Morandi non mise in conto che una nave potesse sbagliare la campata – spiega Brencich. I ponti hanno di solito una campata molto alta per fare passare le imbarcazioni e altre più basse. Appena due anni dopo una petroliera Esso si incastrò sotto la campata più bassa». IL BILANCIO: CINQUE MORTI. NONOSTANTE QUESTO, MORANDI FIRMÒ NEGLI ANNI SUCCESSIVI ALTRI DUE PONTI GEMELLI: IL VIADOTTO DI GENOVA, FINITO NEL 1964, E IL PONTE SUL WADI EL KUF DI BEIDA, IN LIBIA, APERTO NEL 1971. «A quel tempo fare un ponte con questa sagoma – a “cavalletto bilanciato” – spiega Brencich – sembrava un’idea molto innovativa e piacque molto». Ma anche a Genova i problemi iniziarono quasi subito. «Negli anni Novanta furono fatti molti lavori: gli stralli furono affiancati da nuovi cavi di acciaio – ha spiegato Brencich – Indice che già al tempo furono rilevati cedimenti e si cercò di correre ai ripari integrando la struttura originaria per far sì che non insorgessero situazioni di pericolo. E sono tanti i genovesi come me che si ricordano cosa succedeva all’inizio passandoci sopra: era tutto un saliscendi. Morandi aveva sbagliato il calcolo della “deformazione viscosa”. Tradotto: di cosa succede alle strutture in cemento armato nel tempo. Era un ingegnere di grandi intuizioni ma senza grande pratica di calcolo». (Federica Seneghini)

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LA BOCCIATURA DEI PROGETTI DI RAMMENDO DELLE PERIFERIE

quartiere ZEN a PALERMO: sospeso l’intervento per ripristinare l’illuminazione pubblica finanziato dal “Bando per la riqualificazione urbana e la sicurezza delle periferie”

   Tutto è iniziato da un articolo di Renzo Piano su il Sole 24ore del gennaio 2014 sulla necessità del “RAMMENDO DELLE PERIFERIE”, cioè la necessità di mirati progetti di riqualificazione urbana delle tante periferie urbane, e delle tantissime aree di degrado che queste periferie adesso hanno.

E poi, questo discorso, anche virtuosamente ripreso in uno dei temi di maturità nel giugno delle stesso anno (ne avevamo parlato nel post: https://geograficamente.wordpress.com/2014/06/19/il-rammendo-delle-periferie-tema-di-maturita-da-un-articolo-di-renzo-piano-ma-ce-periferia-e-periferia-la-bruttura-dei-medio-piccoli-comuni-puo-essere-piu-grave-delle-periferie-ur/ ).

Fondi Periferie spariti (infografica da IL CORRIERE DELLA SERA del 9/8/2018) – COSA È IL PIANO PERIFERIE: IL PROGETTO, IL BANDO, LE FINALITÀ… Dei 120 progetti (dei quali 107 sono stati presentati da Comuni e 13 da Città Metropolitane, per un totale di 445 Comuni interessati), 24 convenzioni sono state firmate nel marzo 2017, 96 tra novembre e dicembre dello stesso anno. Si tratta di progetti presentati dai Comuni italiani attraverso apposito bando, e hanno come scopo non solo la realizzazione di nuove opere nelle periferie, ma soprattutto la rivalorizzazione di queste ultime, attraverso il recupero e il riuso di immobili abbandonati. (Desirée Maida, 12/8/2018, da http://www.artribune.com/progettazione/architettura/ )

Il celebre architetto Renzo Piano, a seguito della sua nomina a senatore a vita nel 2013, aveva deciso di devolvere il suo stipendio da parlamentare per finanziare l’attività di un gruppo di lavoro composto da giovani architetti e ingegneri selezionati ogni anno per riflettere sul tema delle periferie urbane e dei luoghi della marginalità sociale e urbana.
Il tema delle periferie urbane veniva a rappresentare, da questa iniziativa, da questa proposta, una sfida con la quale confrontarsi, considerando che la cosiddetta periferia rappresenta oltre il 70% del territorio urbanizzato dove vive oltre il 60% della popolazione.

Renzo Piano

E’ da questa iniziativa urbanistica, propositiva di mille possibili progetti, del gruppo di architetti di Renzo Piano, che nel maggio 2016 il Governo di allora ha promulgato un “Bando per la riqualificazione urbana e la sicurezza delle periferie”. E che, in trance di bilancio statali successivi, aveva stabilito stanziamenti ai comuni e alle città metropolitane per 140 milioni nel 2018, 320 nel 2019, 350 nel 2020 e 220 milioni nel 2021; con inoltre la possibilità di sbloccare gli avanzi di amministrazione dei Comuni “virtuosi”: quelli che hanno soldi in cassa, ma non possono spenderli per via delle regole sull’equilibrio di bilancio degli enti locali che gli assegna rigidi obiettivi annuali. L’iniziativa coinvolgeva così finanziamenti totali per circa 2 miliardi di euro.
Centoventi sono stati i progetti presentati e approvati dai comuni e città metropolitane (e molti di questi già iniziati concretamente), ma solo 24 potranno essere finanziati (24 convenzioni sono state firmate nel marzo 2017, e solo queste rientrano nel finanziamento, e non le 96 stipulate tra novembre e dicembre dello stesso anno). Questo perché il 6 agosto scorso c’è stato al Senato un emendamento al cosiddetto “Decreto Milleproroghe” (emendamento 13.2 al ddl n. 717) che comporta il congelamento dei fondi del bando per le periferie fino al 2020 per 96 tra città e aree metropolitane, con il quale il Senato ha congelato fino al 2020 (all’unanimità, maggioranza e opposizione, quest’ultima dice di essersi sbagliata…) quanto previsto dai governi precedenti per il risanamento delle periferie (di fatto cancellandoli, i fondi stanziati, salvo ripensamenti della Camera).

A Napoli bloccati i soldi impegnati dal sindaco Luigi De Magistris per abbattere le vele di Scampia – LO STOP DI 2 ANNI. IL DISAPPUNTO DELLE AMMINISTRAZIONI LOCALI – I 24 progetti già avviati sarebbero salvi dal decreto, dato che l’accordo per ricevere i finanziamenti risale a marzo 2017, ma i rimanenti 96 progetti, alla luce del recente emendamento, vedono almeno per il momento slittare la loro attuazione. (Desirée Maida, 12/8/2018, da http://www.artribune.com/progettazione/architettura/ )

Novantasei città che avevano presentato progetti per il Bando Periferie e sui quali le amministrazioni comunali avevano già impegnato poste di bilancio, non immaginando la revoca del Parlamento di quanto era stato (con legge) deciso; ebbene 96 amministrazioni comunali ora si trovano in palese difficoltà. Anche perché i sindaci che si sono visti rinviare di due anni i progetti temono, soprattutto, che alla fine quei soldi spariranno per sempre.
Da qui la protesta e il “disagio” non solo dei Comuni rimasti senza finanziamento (e con progetti iniziati), ma di tutti quelli che (come noi, come voi che leggete) guardavano con speranza e fiducia alla possibilità che finalmente ci possano essere interventi diffusi di “ricomposizione urbana” dei territori ora in degrado. Attraverso appunto non “Grandi Opere”, ma con interventi multipli mirati, condivisi da chi vive in quei luoghi degradati.

LIVORNO – FOSSI MEDICEI – LIVORNO – Se il testo del milleproroghe fosse approvato così, Livorno perderebbe ben 18 milioni che avrebbe investito in dieci progetti. Si va da rilancio delle TERME DEL CORALLO all’EMERGENZA ABITATIVA con la realizzazione di alloggi. Il piano prevede anche il NUOVO MERCATO ORTOFRUTTICOLO, la CHICCAIA, la RIQUALIFICAZIONE DELLA STAZIONE. E poi ancora interventi legati alla MOBILITÀ SOSTENIBILE, promozione turistica, la VALORIZZAZIONE sia del LUNGOMARE che dei FOSSI MEDICEI

E’ appunto la sospensione, di fatto il possibile fallimento, del discorso del RAMMENDO DELLE PERIFERIE che il gruppo di ricerca e progettazione istituito dall’architetto Renzo Piano aveva avviato dal 2014. “Arte del rammendo” vista come opera per ridare valore a un tessuto fragile: partire dall’esistente selezionando punti urbani, architettonici, potenzialmente strategici per trasformarli in polarità da cui innescare un processo di riqualificazione.
Resta adesso la speranza di un ripensamento politico, legislativo. E in particolare che si proceda ben oltre in questo senso. Cioè che i nostri luoghi, i nostri territori (quasi ovunque in Italia) hanno bisogno di una “ricomposizione”, di uscire dal degrado di anni (decenni) scellerati di amministrazione, con disinteresse alla cura (a un’urbanistica pianificata e attenta ai valori ambientali, al paesaggio, alle esigenze di chi ci vive); un’urbanistica spesso criminale (anche quando le concessioni edilizie c’erano e non si poteva parlare di abusivismo); dove lo sviluppo urbano si è diffuso senza regola (spesso e quasi sempre lungo le strade, in forma diffusa, almeno nel nord del Paese).

a Tireste saltera il fondo per la riqualificazione di ROZZOL MELARA (foto da http://www.triesteprima.it/) – La decisione di sospendere il fondo è stata presa lunedì 6 agosto quando il Senato, con il parere favorevole del governo, ha approvato all’unanimità un emendamento al cosiddetto “decreto milleproroghe”. Anche il PD e Liberi e Uguali hanno votato a favore dell’emendamento, nonostante il piano fosse stato approvato dai precedenti governi di centrosinistra. Per spiegare l’errore, alcuni senatori del PD hanno definito l’emendamento “involuto” e “truffaldino” (il testo, che potete trovare qui: http://www.senato.it/leg/18/BGT/Schede/Ddliter/testi/50320_testi.htm , sembra in realtà abbastanza chiaro, un dettaglio confermato al Post da diversi esperti della materia). Per diventare definitivo l’emendamento dovrà essere confermato dalla Camera alla ripresa dei lavori parlamentari il prossimo settembre. (da http://www.ilpost.it )

Torna allora qui un tema geografico a noi caro: cosa vuol dire veramente “periferia”? qualcosa di diverso dal centro? Periferia intesa solo per luoghi fuori delle mura della città originaria? ….  Le Città diffusa e le Periferie sono DUE COSE DISTINTE?
A nostro avviso i piccoli medi comuni sviluppatesi lungo le principali strade sono anch’essi diventati PERIFERIA; non sono luoghi aggregativi, funzionali al vivere bene di chi ci abita; sono assai poco rivolti alle necessità del presente e del futuro. E’ così che necessita ragionare per “un tutt’uno”, dove “OGNI LUOGO DEV’ESSERE CENTRO, E MAI PERIFERIA”.
Nasce spontanea la critica nel aver voluto creare delle aree metropolitane solo in alcuni luoghi urbani e non in altri. Si sono create, escludendo tutto il resto, quindici, privilegiate negli interventi finanziari, AREE METROPOLITANE (Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Bari, Napoli: specificate nella Legge 142 del 1990; Trieste, Cagliari, Catania, Messina, Palermo, individuate dalle rispettive leggi regionali; Reggio Calabria, individuata nella Legge Delega per il Federalismo Fiscale n. 42 del 2009). Escludendo tutto il resto dall’attenzione “metropolitana” (urbana, dei servizi ai cittadini…).

MATERA sarà capitale europea della cultura 2019, ma adesso si trova in grave difficoltà per i tagli al Bando periferie (da http://www.avvenire.it/ )

La nostra proposta è che TUTTE LE AREE GEOGRAFICHE italiane siano individuate (e coltivino in sé) un loro specifico progetto comunitario di vita), come AREE-CITTA’ METROPOLITANE. Solo così il riassetto territoriale potrà rimettere in gioco democrazia e coinvolgimento fattivo dei cittadini e delle istituzioni locali.
Insomma pensiamo che le AREE-CITTA’ METROPOLITANE dovranno coinvolgere tutti i territori (non solo alcuni), con contemporaneamente insieme la creazione di nuove CITTA’ al posto degli obsoleti comuni (che si dovranno unire, non per questo non conservando lo spirito originario di municipalità, di “paese”), e con la costituzione di MACRO-REGIONI (al posto delle attuali dispendiose regioni): portando così a una nuova qualità del vivere e a una ripresa della coscienza individuale e collettiva sul valore del “bene comune” rappresentato dal territorio nel quale si vive.
Così pensiamo si possa uscire dal dubbio su quello che è periferia, rispetto al centro, o alla città diffusa. E che il RAMMENDO proposto per ogni degrado urbano e sociale, sia una iniziativa virtuosa, intrigante, che impegnerà tutti noi da adesso, nei prossimi anni, nel decenni (c’è tanto da fare…).

QUARTIERE PERTINI MESTRE – MESTRE, Venezia: QUARTIERE PERTINI – Il taglio delle risorse per le periferie mette in allarme anche il QUARTIERE PERTINI A MESTRE. “Dopo tutto quello che hanno fatto i residenti contro il degrado, l’abusivismo, per la sicurezza e contro il vandalismo, bloccare i fondi già stanziati sarebbe un errore, che non lasceremo passare in silenzio – scrive Giorgio Rocelli, presidente comitato quartiere Pertini -. Metteremo in campo tutte le azioni necessarie affinché neanche un centesimo venga sottratto alle opere già messe in cantiere. Se qualcuno pensa di usare le periferie come figlie di un dio minore e lasciare i residenti senza i minimi servizi, sbaglia i calcoli”. (da http://www.veneziatoday.it )

Sul tema dell’individuazione di Centro e Periferia c’è poi un’interessante disquisizione che tante volte in questo blog ne abbiamo parlato. Se il Centro è Centro, la Periferia è la Circonferenza del cerchio, è appunto “cosa periferica”? Proponiamo invece che ogni territorio sia “Centro”, e non circonferenza. E’ un tema questo (del cerchio, della circonferenza e del centro che è ovunque), ripreso dal pensiero di Nicola di Cusa (1401–1464, cardinale, teologo, filosofo neoplatonico, umanista rinascimentale, giurista, matematico e astronomo tedesco) che affermava la necessità di far sì che il centro sia in ogni luogo e la circonferenza in nessun luogo. Pertanto anche le periferie sono centri. (s.m.)

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“TORNATE INDIETRO. PRONTI A ORGANIZZARE UN PERIFERIA PRIDE”

intervista di Francesco Merlo a RENZO PIANO, da “la Repubblica” del 10/8/2018
«Voglio cominciare dalla fine e appellarmi al governo, ai deputati della maggioranza, al Parlamento. Ovviamente so che gli appelli sono pericolosi».
Coinvolgono i sentimenti e dunque rischiano la retorica.
«Ma qui non c’è il minimo sospetto di retorica e neppure di demagogia perché queste non sono le grandi opere di cui si sta discutendo in questi giorni, Tav, Tap… Questi sono piccoli progetti, tanti piccoli progetti, circa 120. Proprio il contrario della grandeur. Insomma hanno bocciato quel rammendo delle periferie che gli studenti italiani nel 2014 scelsero in maggioranza come tema della maturità. Il rammendo significa cantieri leggeri, interventi d’amore che riqualificano. Per esempio, una stazione di autobus in periferia è già aggregazione sociale. E i passaggi per i disabili a Milano, l’illuminazione, i marciapiedi …».
Non hanno bocciato solo 120 miniprogetti, ma un’idea di futuro?  

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L’AREA PADANO-VENETA È SEMPRE PIÙ INQUINATA: nell’ACQUA (da pesticidi, da PFAS…) e in GRANDI OPERE (MOSE, Superstrada Pedemontana Veneta…) che non trovano una loro realizzazione eco-compatibile, e risultano dirompenti – Il tutto nonostante buone intenzioni declamate ma non concrete

PFAS – Area ROSSA: area di massima esposizione sanitaria – Area ARANCIO: area captazioni autonome – Area GIALLO CHIARO: area di attenzione – Area VERDE: area di approfondimento – Area OMBREGGIATA: Plume di contaminazione

I 30 COMUNI DEL VENETO PIU’ INQUINATI DA PFAS

COMUNI del Veneto nell’AREA ROSSA A (dove è maggiore la concentrazione di sostanze perfluoroalchiliche in tutta la matrice acqua -oltre che nell’acqua potabile, anche nelle acque superficiali e sotterranee-): ALONTE, ASIGLIANO VENETO, BRENDOLA, LONIGO, NOVENTA VICENTINA, ORGIANO, POJANA MAGGIORE, SAREGO (Vicenza); COLOGNA VENETA, ROVEREDO DI GUÀ, ZIMELLA (Verona); MONTAGNANA (Padova).
COMUNI del Veneto nell’AREA ROSSA B (dove la contaminazione delle acque superficiali e sotterranee è minore): AGUGLIARO e VAL LIONA (Vicenza); ALBAREDO D’ADIGE, ARCOLE, BEVILACQUA, BONAVIGO, BOSCHI SANT’ANNA, LEGNAGO, MINERBE, PRESSANA, TERRAZZO e VERONELLA (Verona); BORGO VENETO, CASALE DI SCODOSIA, LOZZO ATESTINO, MEGLIADINO SAN VITALE, MERLARA e URBANA (Padova).

La contaminazione riguarda un’area abitata da oltre 350 mila persone compresa tra le province di Vicenza, Verona e Padova.
Gli abitanti delle aree maggiormente contaminate, sottoposti ad esami clinici, hanno scoperto di avere valori di PFOA nel sangue (un tipo di PFAS) 40 volte superiori rispetto a popolazioni italiane che vivono in aree non inquinate. Livelli molto alti di PFAS possono essere associati a forti rischi per la salute, tra cui complicazioni in gravidanza, alcune forme tumorali, alti livelli di colesterolo e problemi alla tiroide.
Migliaia di persone, di associazioni e di gruppi di abitanti della zona contaminata si sono mobilitati scendendo in piazza e firmando la petizione di Greenpeace per chiedere alla Regione Veneto di agire in tutela della loro salute.
Spinta da questa grande mobilitazione a Ottobre 2017 la Regione Veneto ha compiuto un primo passo concreto: l’abbassamento drastico dei limiti di PFAS e il potenziamento dei sistemi di abbattimento di questi inquinanti.
Grazie a questo provvedimento, l’acqua potabile di 21 comuni è tornata priva di PFAS.
Una soluzione ancora provvisoria, ma una prima vittoria per la popolazione.

(immagine tratta da: http://www.studio3a.net) – Da ventuno a trenta. Si allarga, e non di poco, il perimetro di massima emergenza per la contaminazione da Pfas. Fino a ieri erano 21 i Comuni veneti inseriti nella cosiddetta Area Rossa dal “Piano di sorveglianza sulla popolazione esposta a sostanze perfluoroalchiliche (Pfas)” varato nel 2016. Un’attesa delibera di giunta approvata ieri mattina ha esteso i confini a 30 Comuni. Non solo: il monitoraggio sanitario è stato esteso anche ad un’ampia fascia pediatrica.

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4 CASI DI “VENETO IN CRISI AMBIENTALE” (il nostro punto di vista)

   Un’indagine dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale) rivela la quantità di prodotti chimici e pesticidi presenti nelle acque italiane: secondo le ultime rilevazioni quasi il 64% delle acque di fiumi e laghi sono contaminate. E l’AREA GEOGRAFICA con i livelli più alti di contaminazione acquifera è quella della pianura padano-veneta. Circa il 70% delle acque superficiali risulta inquinato in Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna.
Tante, troppe, le cause di tale situazione di precarietà. Inquinamento da pesticidi e, in Veneto, anche (non solo) inquinamento da PFAS.
Dei PFAS (“perfluoro-alchilici”) ne abbiamo parlato più volte in questo blog geografico (https://geograficamente.wordpress.com/?s=pfas). E’ una situazione incredibile e grave: la contaminazione (delle falde acquifere, degli acquedotti) riguarda un’area abitata da oltre 350 mila persone compresa tra le province di Vicenza, Verona e Padova. I Pfas sono dei composti chimici utilizzati in molti settori industriali, soprattutto per la produzione di materiali resistenti ai grassi e all’acqua, in particolare per impermeabilizzare tessuti e altri materiali (moltissimi prodotti di largo consumo nostro quotidiano contengono Pfas: ad esempio il rivestimento anti-aderente delle padelle, ma anche il “Goretex”, che serve a certi indumenti sportivi per essere impermeabili all’acqua ma non all’aria). I Pfas sono usati, fra l’altro, per la produzione di pesticidi e insetticidi, detersivi, pelli, tessuti impermeabili, contenitori per alimenti (sacchetti per patatine, ecc.), con rischio che possano contaminare i cibi che “proteggono”….
E gli abitanti delle aree maggiormente contaminate da PFAS, sottoposti ad esami clinici, hanno scoperto di avere valori di PFOA nel sangue (un tipo di PFAS) 40 volte superiori rispetto a popolazioni italiane che vivono in aree non inquinate. Livelli molto alti di PFAS possono essere associati a forti rischi per la salute, tra cui complicazioni in gravidanza, alcune forme tumorali, alti livelli di colesterolo e problemi alla tiroide.
La Regione ha cercato di porre rimedio a questo inquinamento di diffuso (specie con il potenziamento dei filtri alle centrali idriche del Basso Veneto, che ha dato dei risultati con l’abbassamento dell’inquinamento), ma la situazione rimane ancora pericolosa. Anzi: la stessa Regione Veneto ha deciso di allargare, e non di poco, il perimetro di massima emergenza per la contaminazione da Pfas. Infatti fino al 20 maggio scorso erano 21 i Comuni veneti inseriti nella cosiddetta Area Rossa dal “Piano di sorveglianza sulla popolazione esposta a sostanze perfluoroalchiliche (Pfas)” varato nel 2016. Con una delibera di giunta del 21 maggio 2018 la Regione Veneto ha esteso i confini di pericolosità a 30 Comuni.

(immagine da “rapporto ISPRA SULL AMBIENTE 2018”) – Un’indagine dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale) rivela la quantità di prodotti chimici e pesticidi presenti nelle acque italiane: secondo le ultime rilevazioni quasi il 64% delle acque di fiumi e laghi sono contaminate.

 

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Una situazione di precarietà che si vive anche nel grande sviluppo della VITICOLTURA in questi anni (specie quella del PROSECCO NELL’AREA TREVIGIANA pedemontana tra Valdobbiadene e Conegliano, ma i confini si sono ben oltre allargati, allargati…) dove, alle promesse di convertire produzioni vitivinicole (sostenute dall’uso della chimica) in produzioni meno inquinanti (biologiche…), a queste promesse persiste invece, nel grandissimo business planetario del momento, un trend a produrre il più possibile, ad allargare in modo abnorme le aree di produzione, a far diventare un grande ed esteso territorio agricolo in una monocoltura di produzione del vino (prosecco, anche estirpando vigneti di uva pregiatissima e storica ma ora molto meno redditizia).

LE COLLINE DEI PESTICIDI

Il business agroalimentare viene pertanto pagato dalla terra: da colture che non ruotano, non si diversificano; dall’inaridimento futuro possibile e dal disequilibrio ambientale quando alla terra si manca del rispetto dovuto.

Il “Paesaggio del Prosecco”, nell’Alto Trevigiano, tra Conegliano e Valdobbiadene

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E’ quel che accade poi in situazioni e GRANDI OPERE VENETE verso la bassa pianura e la laguna-mare: per tutte IL MOSE (sigla che sta per: MOdulo Sperimentale Elettromeccanico), le cosiddette paratoie mobili che dovrebbero “salvare” Venezia da alte maree straordinarie: ma che stanno creando notevoli problemi già nella costruzione (iniziata nel 2003) (pur nei 6 miliardi di euro spesi o da finir di spendere!).

MOSE COME FUNZIONA (da Avvenire.it)

Opera (il MOSE) anche travolta dagli scandali di corruzione; dove le alternative che il Comune aveva indicato per fermare l’acqua alta dei momenti straordinari non sono neanche state prese in considerazione; e che ha già da adesso (che non è ancora entrata in funzione) modificato la morfologia lagunare (l’equilibrio della laguna) con gli scavi dei fondali alle bocche di porto: uno sprofondamento lagunare sotto il peso di milioni di tonnellate di cemento e ferro.
Vien da pensare se in questo penoso susseguirsi di tentativi di costruzione, di finire quest’opera (con problematiche sempre più ardue) non ci possa essere qualche politico, amministratore, qualcuno che ha il potere di farlo, che abbia il coraggio di dire “basta”; di sospendere questo Mose così fallimentare nella sua realizzazione, così impattante nel (im)possibile futuro funzionamento…. Avere il coraggio di fermare il tutto, pur dopo tutti i miliardi fin qui spesi…
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Nell’indebitamento regionale, presente e futuro, rientra anche la SPV, SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA, dove la Regione si troverà a garantire un introito di costruzione e gestione alla Ditta concessionaria per i prossimi 39 anni (dopo aver già messo 300milioni di euro, e lo Stato 600 milioni); con prospettive di traffico assai poco credibili: è un’opera poco funzionale ai 95 chilometri di territorio attraversato… con pochi accessi, e rischia di avere un traffico assai limitato, come già sta accadendo in Lombardia con la BreBeMi e la Pedemontana lombarda. Un costo ambientale stratosferico (95 chilometri di territorio “coinvolto”) per risultati di sollievo dal traffico cui pochi credono ci saranno.

I LAVORI SULLA SPV

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Negli articoli che vi proponiamo qui di seguito proviamo ad accennare a questi quattro argomenti (PFAS, VIGNETI, MOSE, SUPERSTRADA PEDEMONTANA) per ribadire che “non va bene”, e che c’è la necessità “reale” di un cambiamento di rotta; verso una RICONVERSIONE ECOLOGICA che sicuramente scontenterà alcuni, ma che potrà ridare il valore che meritano luoghi, terre, una volta bellissime, ma ora in crisi e con prospettive di un futuro mediocre. (s.m.)

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PFAS, L’AREA A RISCHIO SI ALLARGA: PIÙ CONTROLLI SUI BAMBINI

di Nicola Cesaro, da “Il Mattino di Padova” del 22/5/2018
– La Regione interviene: monitorati altri 9 comuni, di cui 6 padovani. In totale sono 30 Analisi anche per i bimbi di 9 e 10 anni, potenziati i filtri della centrale di Lonigo –
PADOVA. Da ventuno a trenta. Si allarga, e non di poco, il perimetro di massima emergenza per la contaminazione da Pfas. Fino a ieri erano 21 i Comuni veneti inseriti nella cosiddetta Area Rossa dal “Piano di sorveglianza sulla popolazione esposta a sostanze perfluoroalchiliche (Pfas)” varato nel 2016. Un’attesa delibera di giunta approvata ieri mattina ha esteso i confini a 30 Comuni. Non solo: Continua a leggere

UNA NUOVA LEGGE SULLE CAVE IN VENETO (dopo 36 anni) – Ma il CONSUMO DI SUOLO e LA SPECULAZIONE EDILIZIA si sono già fermati con la crisi economico-immobiliare (la vera Legge di tutela la ha già fatta il Mercato) – Indicazioni e prospettive nel consumo di risorse e materiali edili nei prossimi anni

Nel Veneto sono presenti oltre 400 cave in attività, per l’estrazione dei seguenti principali materiali: -SABBIA e GHIAIA; -DETRITO; -CALCARE PER INDUSTRIA (cemento, calce, granulati) E COSTRUZIONE (sottofondi, ecc.); -ARGILLA PER LATERIZI; -BASALTO; -PIETRE ORNAMENTALI (calcare da taglio, lucidabile, trachite da taglio); -ROCCIA di CARBONATO (di calcio e magnesio, come la Dolomia)

CAVE IN VENETO – La nuova L.R. Veneto 16/03/2018, n. 13 “disciplina dell’attività di cava” è stata approvata dopo 36 anni della prima legge (n. 44 del 1982) che disciplinava l’attività di cava, ma che di fatto non è mai entrata in funzione: tutto era demandato alla Giunta Regionale, perché non era stato approvato il piano del fabbisogno regionale di materiali estratti (cioè il cosiddetto PRAC, piano regionale per l’attività di cava). La legge regionale n. 13 vorrebbe nascere (nella mutata situazione economico-immobiliare di minor sfruttamento del territorio e drastica riduzione dei grandi profitti della speculazione edilizia), questa nuova legge sulle cave del Veneto vorrebbe nascere in armonia con i principi del corretto uso delle risorse e della salvaguardia dell’ambiente e del paesaggio nelle rispettive componenti. Per questo esprime l’intento (sarà poi così?) di perseguire le seguenti finalità:
riduzione del consumo di suolo in coerenza con l’obiettivo europeo di azzerarlo entro il 2050, mediante il contenimento della coltivazione di nuove superfici estrattive, favorendo il massimo sfruttamento del giacimento di cava e l’utilizzo di materiali di scavo provenienti dalla realizzazione di opere pubbliche e private;
tutela e salvaguardia dei giacimenti, da considerare, unitamente all’attività estrattiva, risorse primarie per lo sviluppo socio-economico del territorio;
limitazione degli impatti dell’attività estrattiva sull’ambiente, salvaguardando l’integrità delle falde e riducendo le emissioni delle sostanze climalteranti, di gas e polveri nell’aria.
Per quanto non previsto dalla legge continuano a osservarsi le norme di cui al R.D. 29/07/1927, n. 1443 (Norme di carattere legislativo per disciplinare la ricerca e la coltivazione delle miniere nel regno).
Prevista entro tre mesi l’approvazione del Piano regionale dell’attività di cava (PRAC), che dovrà fornire una corretta pianificazione regionale, e abrogata la L.R. Veneto 07/09/1982, n. 44 che per quasi quarant’anni ha disciplinato la materia.

Testo della L.R. Veneto 16/03/2018, n. 13

Testo dell’abrogata L.R. Veneto 07/09/1982, n. 44

Testo del R.D. 29/07/1927, n. 1443 (Norme di carattere legislativo per disciplinare la ricerca e la coltivazione delle miniere nel regno)

(da  http://www.legislazionetecnica.it/ del 19/3/2018)

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UNA CAVA DI TRACHITE NEI COLLI EUGANEI – L’ARTICOLO 32 DELLA NUOVA LEGGE VENETA SULLE CAVE DA’ IL VIA LIBERA AI TUNNEL PER ESTRARRE LA TRACHITE NEL COLLI EUGANEI – “(…) La legge Fracanzani varata nel 1971 per la TUTELA DEI COLLI EUGANEI finisce in soffitta e si apre la stagione delle “GALLERIE DI TRACHITE” per salvare cinque aziende tra VO, ZOVON, MONTEMERLO e CERVARESE SANTA CROCE: quelle pietre formatesi 35 milioni d’anni fa, nell’era dell’Oligocene, sono un tesoro per la tutela dei centri storici. Senza “MASEGNE” DI TRACHITE, Venezia sarebbe una distesa di brutale cemento e così le piazze medievali di Padova, Vicenza e Verona e di mezza Italia, ma c’è sempre un punto di equilibrio da rispettare: la tutela dell’ambiente (…)”. (Albino Salmaso, “il Mattino di Padova”, 15/3/2018)

   Dopo trentasei anni il Veneto ha una nuova legge sulle cave. E’ stata approvata dal Consiglio Regionale veneto il 16 marzo scorso la Legge Regionale n. 13 che detta “Norme per la disciplina dell’attività di cava”. Che dire di questa nuova legge tanto attesa da anni? ….che forse si è chiuso la stalla quando i buoi sono già scappati? Troppo tardi?…visto che una legge di salvaguardia (che poi, vedremo in questo post, proprio salvaguardia non è…) è già di fatto stata anticipata “dal mercato”: cioè la crisi molto forte da 10 anni a questa parte dell’edilizia, delle nuove case, ha deciso lei (questa crisi) che le cave di ghiaia erano molto ma molto meno necessarie…
Comunque, dando fiducia a un sistema politico, economico, culturale che vuole andare in altra direzione rispetto alle speculazione edilizia di questi decenni, va detto che il cardine intorno a cui ruota la nuova legge veneta sulle cave dovrebbe essere quello della riduzione del consumo del suolo.

CAVE IN VENETO E CONSUMO DI SUOLO

Rispetto alle legge del 1982 (la n. 44) sono passate otto legislature regionali, e la nuova legge sembra quasi segnare la fine di un’impasse psicologica (si parlava, ci si impegnava politicamente, ma non si faceva alcuna nuova normativa sulle cave) (o forse a qualcuno, come i cavatori, andava bene lasciar tutto così com’era…).
Ma qui c’è un equivoco da chiarire. La tanto vituperata legge regionale (n. 44) del 1982 era una buona legge. Prevedeva un sistema di pianificazione a diversi livelli, affidati alle Province ed all’apporto dei Comuni (quest’ultimo sì un errore: i nostri piccoli comuni non ne erano tecnicamente minimamente in grado di entrare nel sistema pianificatorio e decisionale sulle cave). Però di fatto questi vari livelli (Regione, Provincie, Comuni…) non sono mai avvenuti, non si sono mai realizzati: tutto veniva deciso dalla Regione, anche (e specialmente) per le autorizzazioni, perché una postilla finale di questa legge diceva che fintantoché non sarebbe stato approvato un PRAC (piano regionale attività estrattiva, per decenni mai approvato), era la Giunta Regionale (di fatto l’assessore alle cave) che doveva decidere quanto, cosa e a chi dare le autorizzazioni (un mitico assessore alle cave degli anni ’80, Camillo Cimenti, era considerato l’uomo più potente del Veneto, vista la mole di interessi e stratosferico business che poteva muovere in una direzione o in un’altra…).

CAVA DI MARMO SULLE ALPI APUANE (TOSCANA) – CAVE, IN ITALIA 4.700 ATTIVE E 14.000 ABBANDONATE. LEGAMBIENTE: “SERVE LEGGE QUADRO NAZIONALE” – (….) La CRISI DEL SETTORE EDILIZIO degli ultimi anni ha fatto registrare una RIDUZIONE DEL NUMERO DI CAVE ATTIVE (-20,6% rispetto al 2010), ma sono ben 4.752 LE CAVE ATTIVE E 13.414 QUELLE DISMESSE nelle Regioni in cui esiste un monitoraggio. Se a queste aggiungessimo anche quelle delle REGIONI CHE NON HANNO UN MONITORAGGIO (Friuli Venezia Giulia, Lazio e Calabria), il dato potrebbe salire ad oltre 14mila cave dismesse. Sono poi 53 MILIONI DI METRI CUBI LA SABBIA E LA GHIAIA ESTRATTI OGNI ANNO, materiali fondamentali nelle costruzioni, 22,1 MILIONI DI METRI CUBI I QUANTITATIVI DI CALCARE e oltre 5,8 MILIONI DI METRI CUBI DI PIETRE ORNAMENTALI estratti. IN NOVE REGIONI ITALIANE NON SONO IN VIGORE PIANI CAVA e le regole risultano quasi ovunque inadeguate a garantire tutela e recupero delle aree. (Marcella Piretti, da DIRE http://www.dire.it/ ,14/2/2017)

Adesso questa ipocrisia dei vari livelli istituzionali di decisione, pare definitivamente abbandonata, e a decidere la pianificazione con la nuova legge regionale 13/2018, dove fare le cave e a chi dare le autorizzazioni, è unicamente la Regione.
E con l’approvazione del 16 marzo scorso si introduce la logica del fabbisogno, e si fissano i tetti di escavazione per ciascuna provincia. Del fabbisogno regionale, stimato in 80 milioni di mc. di materiale nei prossimi 10 anni, solo 12,5 milioni di mc saranno derivanti da nuove estrazioni. Gli altri materiali saranno recuperati da demolizioni, dai recuperi con la costruzione di opere pubbliche (come adesso il materiale che si sta ricavando nella costruzione della Superstrada Pedemontana Veneta), e con estrazioni già autorizzate. E poi ci sono le cosiddette RISERVE, ovvero le autorizzazioni già acquisite dai cavatori, che non perdono il diritto a scavare con le vecchie regole.

CAVA miniera di COSTA ALTA – cava di DOLOMIA, a Carpanè di San Nazario in VALBRENTA (La DOLOMIA è una ROCCIA SEDIMENTARIA CARBONATICA costituita principalmente dal minerale dolomite, chimicamente un CARBONATO DOPPIO DI CALCIO E MAGNESIO)

Oltre agli 80 milioni di mc previsti nei prossimi dieci anni, sono stati concessi altri 12 milioni di mc, specie per le province di Vicenza e Verona che hanno ottenuto un “bonus” per la sabbia e la ghiaia di 5 e 4,5 mln. Ci sono delle disparità tra le province ma “i diritti pregressi non si possono toccare”. Treviso, con tante autorizzazioni e gestioni di cave in corso (spesso pluri-prorogate le originarie autorizzazioni), Treviso, dicevamo, è a regime zero e non potrà più ottenere nessuna nuova escavazione.
Elenchiamo qui di seguito le diversità che abbiamo rilevato nella nuova legge rispetto al passato (demandando a voi, se interessa, la lettura specifica degli altri articoli di questo post, e anche la lettura integrale della LR 13/2018 che qui si trova).

L.R. Veneto 16/03/2018, n. 13 “disciplina dell’attività di cava” Ve_16032018_13_

1- Viene tolto il limite per ciascun territorio comunale del 3% della superficie della zona agricola di possibile escavazione, demandando invece al PRAC (Piano Regionale delle Attività Estrattive) la individuazione delle aree potenzialmente indiziate (a prescindere pertanto da limiti comunali che hanno in passato ancor di più permesso cave in un Veneto frammentato in troppi comuni inseriti nella fascia di escavazione).

mappa estrazione in Veneto (da il Mattino di PD)

2- Non si vanno ad intaccare le FALDE FREATICHE, cioè non si autorizzeranno più cave che superano il limite di falda: nella bassa pianura veneta, ad esempio per l’escavazione dell’argilla, ma anche di sabbie e ghiaie, accadeva quasi sempre (e nasceva, sono nati, moltissimi laghetti). Però le cave aperte in passato in diversi casi continueranno a operare “in deroga” e ad estrarre sabbia e ghiaia sottofalda (lo si fa di solito con rucole meccaniche che prelevano sott’acqua la ghiaia o sabbia).
3- Si è cercato di risolvere (molto moderatamente!) la pratica assai diffusa di escavazioni senza dover essere autorizzati come nelle cave vere e proprie, come finora è accaduto spesso: ad esempio nell’ESCAVAZIONE DI SOTTOFONDI di opere pubbliche o private, che consentono di ricavare molta sabbia o ghiaia, e la si vende derogando da ogni regola, disciplina di cava. Adesso, con questa nuova legge, viene consentita sì la commercializzazione del materiale escavato purché non superi il volume di 100.000 mc. …se si supera questa soglia si rientra nell’attività di cava e serve l’autorizzazione regionale (la cosa è macchinosa… chi controlla la soglia di superamento?… 100mila metri cubi sono difficili da individuare…e l’iter dell’autorizzazione quando parte, al superamento della soglia? prima?….).

IN CELESTE GLI AMBITI ESTRATTIVI PER LE CAVE DI SABBIA E GHIAIA IN VENETO

4- Dello stesso genere, cioè di cave vere e proprie realizzate ma senza dover essere autorizzate, è il caso delle “MIGLIORIE FONDIARIE” (terreni agricoli abbassati di qualche metro per fare ACQUACOLTURE o cose simili, con ricavo di quantità enormi di argilla o altro materiale da vendere…): qui non è cambiato niente, si può continuare a fare (c’è solo il limite, a nostro avviso facilmente aggirabile, di non superare un asporto di materiale superiore a 5000 mc per ettaro).
5- Quanto alla RICOMPOSIZIONE dei terreni divenuti cava, non si dice molto (quasi niente rispetto al passato). Si afferma che quei terreni devono ritornare agricoli (anche con la legge del 1982 il dispositivo era lo stesso). Ma non si può dimenticare le deroghe del passato… che trasformavano spesso le cave in discariche…. Oppure cantieri per trasformazione della materia prima, manufatti edili, cantieri in cava gestiti dagli stessi cavatori, prorogando in ogni caso all’infinito il disagio per le comunità che vicino vi abitano…).

CAVE DA ESCAVAZIONE SOTTO FALDA TRASFORMATE IN LAGHETTI

6- C’è poi un certo tono enfatico-ecologico nel dire che se si è andati troppo vicini alla falda (una profondità inferiore a 10 mt dal livello di massima escursione) si dovrà praticare solo agricoltura biologica…. Poi una particolare predilezione, nelle possibilità di ricomposizione si afferma nel voler incentivare la creazione di “CASSE DI ESPANSIONE” gestite dai consorzi di bonifica contro le piene delle alluvioni (cioè far defluire la massa d’acqua verso queste ex cave in modo da contenere la piena…) (questo utilizzo contro le piene d’acqua trova molti dubbi sulla sua effettiva efficacia nella maggior parte di casse di espansione eseguite).
7- E poi per la RICOMPOSIZIONE DELLE AREE DEGRADATE da cave lasciate in completo abbandono (accadeva sempre lo stato di abbandono, prima del 1982 –ma anche dopo!-, prima della legge 44, che ha regolamentato, peraltro prevedendo alternative all’uso agricolo che han portato da quell’anno alle prime discariche di rifiuti indifferenziati ma autorizzate!); per la ricomposizione di questa aree-cave in abbandono ora si promettono soldi, finanziamenti, da dare non ai proprietari della cava (ci vorrebbe!!) ma ai comuni e a chi promette ricomposizioni.
8- Su tutto poi i cavatori dei COLLI EUGANEI hanno vinto la loro battaglia per continuare a prelevare la preziosa TRACHITE, peraltro assai necessaria per i restauri delle antiche piazze e palazzi; la loro lobby è riuscita ad inserire un emendamento: viene data nuovamente l’autorizzazione a scavare nel parco naturalistico senza che venga specificato quanto si potrà scavare, quanto a lungo o quanto a fondo. Basta farlo al coperto, CON DEI TUNNEL, cioè in GALLERIA, in modo che non si veda fuori il prelievo di materiale, non a cielo aperto….(il sottosuolo “mangiato” dall’estrazione, ma il paesaggio “salvato” alla sua visibilità…come non è stato finora)
9- E infine per le PROROGHE ALLE AUTORIZZAZIONI si vuole dare UN LIMITE rispetto al passato (le cave spesso non chiudono mai, ben oltre gli anni autorizzati all’origine): nella nuova Legge 13 del 16/3/2018 si può dare la proroga limitata ad una sola volta, per una durata non superiore alla metà dell’autorizzazione originaria: pertanto che si concede originariamente l’autorizzazione per 20 anni, si può prorogare per altri 10, non di più….(!?)
Nel complesso, questa nuova legge, che mantiene la struttura originaria del passato, dal 1982 in avanti, ha perlomeno il pregio di riconoscere che nel fabbisogno dei prossimi anni (80 milioni di metri cubi di ghiaia e sabbia nei prossimi 10 anni…8 milioni all’anno sono un’enormità per un’edilizia ben minore dei decenni passati…) si dovranno considerare le “scorte” accumulate: cioè le molteplici cave ora in attività, in questi ultimi dieci anni di crisi edilizia-economica fortemente sotto-utilizzate, e che rientrano (almeno pare, e speriamo) nel fabbisogno dei prossini anni.

CAVE che non chiudono mai (PROROGATE anche per l’utilizzo della lavorazione del materiale)

E implicitamente la nuova legge riconosce la fine degli “anni d’assalto”: ma questo non è essa legge che impone il maggior rispetto del territorio (non è la Regione) bensì, come all’inizio dicevamo e ancora qui va ribadito, è il MERCATO che lo ha deciso oramai da anni: l’assalto edilizio, delle lottizzazioni ora non abitate, dei capannoni inutili e adesso in abbandono, questo assalto edilizio pare finito non perché lo già deciso la “politica”, ma perché non conviene più, non dà denaro, profitti, non crea speculazione finanziaria. La politica, in subordine, ne prende atto, ed emana una nuova legge sulle cave (e un Prac, piano del fabbisogno dei prossimi anni) dove in subordine arriva a riconoscere che ora il problema è non tanto costruire di più (perché non rende), ma “che fare” dei molteplici diffusi capannoni abbandonati, degli appartamenti e condomini vuoti che si degradano.
Un unico settore sembra ancora in auge con possibile espansione speculativa: quello dei CENTRI COMMERCIALI. Con un effetto a catena disastroso: nuovi CENTRI COMMERCIALI che nascono occupando quantità notevoli del poco terreno rimasto ancora libero, e altri che devono chiudere (per troppa concorrenza), lasciando manufatti enormi vuoti e abbandonati (come i capannoni, ma spesso ben più grandi!)….
Prendiamo atto di qualche regola in più (debole, fragile, scontata…) della nuova legge sulle cave in Veneto, ma niente cambia per un territorio che resta disastrato. (s.m.)

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PRIME RIFLESSIONI SULLA L.R. VENETO 16 MARZO 2018 N. 13 CHE DETTA “NORME PER LA DISCIPLINA DELL’ATTIVITÀ DI CAVA”
di Franco Zambelli, 21/3/2018, da “Global Legal Chronicle – Italia” Continua a leggere

PFAS: una problematica difficile (per la salute di tanta parte di popolazione veneta, e non solo) – CHE FARE dell’INQUINAMENTO da PFAS? Dalla BONIFICA AMBIENTALE complicata e costosa; alla CURA per chi ha subìto l’inquinamento (quale metodo di terapia?) – La geografia diffusa delle falde acquifere compromesse

PFAS, SIT-IN DEI COMITATI DAVANTI ALLA PROCURA DI VICENZA – “Sit-in ieri mattina (24 FEBBRAIO scorso, ndr), a VICENZA, davanti all’edificio del tribunale dei vari gruppi e comitati No Pfas. E’ stato un incontro pacifico nel quale attivisti ed ambientalisti hanno voluto soprattutto esprimere il loro SOSTEGNO ALLA PROCURA DI VICENZA che indaga sul grave inquinamento del territorio da sostanze perfluoroalchiliche.”(…) (da http://www.vicenzareport.it/ )

   “Usiamo l’acqua in bottiglia non solo per bere, ma anche per cuocere la pasta, per fare il brodo, per l’ultimo risciacquo alla verdura… in alcune famiglie usano l’acqua in bottiglia anche per lavarsi i denti” (dall’inchiesta del quotidiano “Il Manifesto”, v. in questo post l’articolo)…. E’ un cambio di abitudini vivere con l’acqua “sicuramente” inquinata, non affidabile, con sostanze chimiche che fanno male.

PFAS – Una famiglia di COMPOSTI CHIMICI POLI E PERFLUORATI UTILIZZATI IN MOLTI SETTORI INDUSTRIALI, soprattutto per la produzione di materiali resistenti ai grassi e all’acqua. Sono molecole caratterizzate da un forte legame tra fluoro e carbonio che le rende difficilmente degradabili, perciò SI ACCUMULANO NELL’AMBIENTE E POSSONO FACILMENTE PASSARE NEI VIVENTI interferendo anche in modo grave con il loro metabolismo

   E’ il caso dei PFAS…..(ne abbiamo parlato già in questo blog nel settembre scorso…
https://geograficamente.wordpress.com/2017/09/03/il-caso-pfas-perfluoro-alchilici-sostanza-chimica-che-sta-inquinando-4-province-del-nord-est-veneto-inquinato-ma-anche-veneto-inquinatore-di-se-stesso-una-regione-svenduta-nella-salut/
…e ora tentiamo di dare un aggiornamento sulla scabrosa vicenda di inquinamento diffuso e generalizzato dell’acqua (non più potabile se non si usano filtri raffinatissimi).

PFAS – Area ROSSA: area di massima esposizione sanitaria – Area ARANCIO: area captazioni autonome – Area GIALLO CHIARO: area di attenzione – Area VERDE: area di approfondimento – Area OMBREGGIATA: Plume di contaminazione

   Dallo scoppio del caso della contaminazione da Pfas (scoperto “ufficialmente” dal CNR nel 2013) nelle falde acquifere che riforniscono 300 mila residenti nelle province di Vicenza, Padova e Verona, sembra che non se ne esca; che non si trovi una soluzione virtuosa sia per garantire la salute delle persone che hanno utilizzato acqua contaminata; né della bonifica strutturale per fermare l’inquinamento della falda, e garantire acqua pulita dai rubinetti di casa.
All’inizio chi sollevava la questione (come medici, comitati o alcuni politici), veniva addirittura accusato di procurato allarme. Successivamente la Regione ha fatto un passo avanti e ora si ha la consapevolezza che l’inquinamento da Pfas è un vero disastro per la salute, per l’ambiente, per l’economia.
Il Pfas è una sostanza chimica che viene adoperata per impermeabilizzanti, tappeti, divani, sedili delle auto: ma l’utilizzo più noto è probabilmente quello che se ne fa come rivestimento antiaderente delle pentole e dei tessuti impermeabilizzanti.

PFAS mappa Italia

   I Pfas sono un problema solo del Veneto? Non sembra. Ci sono preoccupazione anche in provincia di Alessandria (nel comune di Spinetta Marengo), dove uno stabilimento è fabbrica di prodotti fluorurati e antiaderenti; o anche nella zona industriale lombarda fra i bacini dei fiumi Lambro e Olona; poi in Toscana nella zona conciaria di Santa Croce Sull’Arno (Pisa) e nell’area tessile di Prato. Con ogni probabilità presenze rilevabili di Pfas si trovano anche nel Polo Conciario Campano di Solofra e nel bacino del fiume Sarno.
A livello medico i Pfas sono riconosciuti come cancerogeni e responsabili di una serie di altre gravi patologie (si ipotizza ad esempio che incida sull’infertilità maschile…). In Veneto la contaminazione delle acque superficiali e le acque di falda da Pfas è concentrata in particolare sugli scarichi industriali che nel passato hanno interessato un’industria chimica di Trissino. La scoperta in Veneto è avvenuta nel 2013, da uno studio del CNR: i ricercatori evidenziavano come le elevate concentrazioni di Pfas destassero preoccupazione dal punto di vista ambientale e un possibile rischio sanitario per la popolazione che beveva quest’acqua.

PFAS IN VENETO (MAPPA ARPAV, DIFFUSIONE) – “La sola zona rossa è un’area vasta tra i 150 e i 200 km quadrati, che comprende almeno 79 comuni tra le province di Verona, Vicenza e Padova; ci abitano circa 350mila abitanti. «Ma i contaminati da Pfas sono molti di più», secondo Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna Stop PFAS di Greenpeace: «Recentemente, cittadini di comuni non inseriti nella zona considerata a rischio, hanno scoperto di avere alti livelli di Pfas grazie ad analisi fatte di propria iniziativa. È verosimile quindi che il problema sia più esteso di quanto si possa immaginare».(…)” (Sara Milanese, da “Il Manifesto” del 10/1/2018)

   In questi anni la Regione Veneto, per affrontare il problema della salute dei concittadini colpiti da questo inquinamento (specie in particolare in 21 comuni -i più colpiti dall’inquinamento- della provincia di Vicenza, ma anche in quella di Padova e Verona), da un punto di vista sanitario, medico, ha adottato la terapia della “plasmaferesi”. Cioè una tecnica di separazione selettiva di plasma dal sangue allo scopo di rimuovere dal circolo sanguigno le sostanze nocive o tossiche. Con lo scopo di “pulire il sangue”. Ed è su questa terapia medica che si è subito creato un grave scontro con il Ministero della Sanità, che non crede a questo metodo (in particolare l’Istituto Superiore di Sanità).
Uno scontro tra Roma e il Veneto su come intervenire medicalmente sulle contaminazioni da composti chimici usati in campo industriale, scontro che in questi mesi si sta mantenendo assai duro.

I NODI DELLA VICENDA (da “Il Mattino di Padova” del 3/1/2018)

   E’ su questo contesto così fragile, confuso, che gli attori in campo sembra non si trovino d’accordo su niente: la Regione rispetto al Ministero della Sanità; la ditta interessata (la Miteni di Trissino) che si propone per una bonifica ma chiede che si smetta con i carotaggi nel sottosuolo dell’azienda (minacciando la Regione per i danni che dice di subire); gli amministratori dei comuni interessati e ancor di più i cittadini, spaesati e impotenti, che guardano con preoccupazione alla loro salute, e vorrebbero tornare alla normalità, ad avere acqua potabile sicuramente pulita, con la realizzazione di una bonifica efficacie.

PFAS, I CAROTAGGI

   E, la BONIFICA, questo è un altro tema assai importante, è difficile. La vicenda della contaminazione da Pfas su questo non ha ancora ben preciso quali saranno (sono) i COSTI (che dovrà accollarsi la Miteni, tutti credono, ma la Regione deve intervenire finanziariamente lei per ora…) (Miteni è disponibile a pagare, ma chiede la fine dei carotaggi nei terreni dov’è l’azienda).
La bonifica serve anche a FERMARE LA CONTAMINAZIONE ancora in atto, con la conseguente esposizione, (alla contaminazione) che dura da anni, della popolazione dei 21 comuni della provincia di Vicenza, sia attraverso l’acqua delle falde che attraverso i prodotti agricoli lì coltivati.
La bonifica è necessaria a garantire l’ACQUA PULITA NELLE CASE. Sono sì stati messi dei filtri, ma hanno costi altissimi e pertanto occorre accelerare la realizzazione di CONDOTTE SOSTITUTIVE (nuovi acquedotti, o ristrutturare quelli esistenti). E mancano sufficienti RISORSE FINANZIARIE (almeno così la Regione Veneto accusa il Governo).

LA FABBRICA MITENI A TRISSINO (VI)

   E la bonifica è anche la necessità di “BONIFICARE IL SITO”. L’azienda che secondo Arpav ha inquinato, ora ricorre contro la Regione perché non vuole la bonifica approfondita, la continuazione dei carotaggi. E molti chiedono che ci sia la RICONVERSIONE DELL’IMPIANTO. Che da Trissino, da quello specifico terreno e luogo, la linea di produzione del Pfas si sposti in altro luogo (non contaminato) e con garanzia assoluta di produzioni non pericolose. Al depuratore di Trissino, dove scaricano diverse aziende, sono stati rinvenuti notevoli quantità di Pfas: per questo la Miteni chiede che anche altri siti siano controllati, che l’inquinamento non possa venire solo da lei.

UNA DELLE TANTE PROTESTE DELLE “MAMME NO PFAS” (questa a Montagnana)

   Adesso, nel 2018, sono passati già cinque anni dalla rilevazione ufficiale del disastro ambientale, e persiste ancora molta incertezza. Sulla bonifica da fare (quale tipo di bonifica occorra effettuare), e sulla terapia medica per la popolazione contaminata (cioè la questione sopraddetta, se la “plasmaferesi” sia giusta o meno). Il governo che sta impedendo alla Regione di far la plasmaferesi, a torto o a ragione, sta però lasciando così le persone in uno stato di indecisione.
Vanno prese invece decisioni coraggiose e coerenti…. Il gioco pericoloso delle sostanze chimiche cui tutti noi facciamo uso quotidiano, mostra la fragilità di un sistema produttivo che mai all’origine riesce a garantire certezza di salubrità nei suoi processi produttivi (e alla fine a rimetterci è la tanta popolazione coinvolta in una situazione grave e pericolosa, di disagio). (s.m.)

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IL GAMBERO VERDE

PFAS, LE ACQUE AVVELENATE DEL VENETO

di Sara Milanese, da “Il Manifesto” del 10/1/2018
– Scandali. La fonte di contaminazione si trova sepolta sotto l’azienda chimica Miteni di Trissino. Dagli anni ’70, tonnellate di rifiuti tossici inquinano fiumi e falda –
   «Usiamo l’acqua in bottiglia non solo per bere, ma anche per cuocere la pasta, per fare il brodo, per l’ultimo risciacquo alla verdura… in alcune famiglie usano l’acqua in bottiglia anche per lavarsi i denti». Queste sono le nuove abitudine quotidiane nella famiglia di Michela Piccoli, a Lonigo, provincia di Vicenza. Ci troviamo in piena «zona rossa» dell’inquinamento da Pfas (sostanze perfluoroalchiliche), i veleni che hanno contaminato gli acquedotti del Veneto centrale.
Un male scoperto solo nel 2013, grazie ad uno studio del CNR che ha rivelato livelli «allarmanti» di questi inquinanti, definiti «emergenti», perché la loro presenza non è ancora normata. Nel maggio dello stesso anno la Regione Veneto ha confermato che la principale, anche se non unica, fonte di contaminazione si trova sotto la ditta chimica Miteni di Trissino: tonnellate di rifiuti e scarti industriali sepolti dagli anni ’70, che da allora inquinano i fiumi, la falda, e i terreni. I Pfas entrano nel corpo attraverso acqua e alimenti, e si accumulano: impiegano fino a 5 anni per essere smaltiti dall’uomo, dagli animali e dall’ambiente. Le indagini sui loro effetti non hanno ancora prodotto risultati definitivi, ma le conseguenze in chi ha alti livelli di Pfas nel sangue sono già evidenti: diabete, ipertensione gravidica, patologie cardiache e del metabolismo, probabili effetti cancerogeni.
«Nella nostra famiglia siamo in 4, ma solo mia figlia 15enne rientrava nel monitoraggio della regione: le sue analisi dicono che nel sangue ha livelli di Pfas 11 volte più alti di quelli consentiti», racconta ancora Michela, Continua a leggere