INQUINAMENTO DA PFAS: perché se ne parla così poco? (e si sottovaluta il disastroso evento inquinante?) – 350 MILA PERSONE COINVOLTE (in Veneto, ma altrove può essere accaduto…) e più di 90.000 abitanti da sottoporre a costante controllo clinico – Ma NIENTE CAMBIA nel modello di sviluppo e tutela ambientale

(mamme no pfas, da http://www.osservatoriodiritti.it/) – Ad essere più a rischio dalla CONTAMINAZIONE DA PFAS, come spesso avviene in casi del genere, è innanzitutto la salute dei BAMBINI: per questo ne è sorto un MOVIMENTO di cosiddette MAMME NO PFAS, che si sono prese direttamente il compito di testare e conoscere quel che è accaduto e quel che accade, manifestando contro le sottovalutazioni (delle autorità, ma anche dell’opinione pubblica) di quanto sta accadendo…

   Il caso inquinante dei PFAS (acronimo inglese di PerFluorinated Alkylated Substances, ovvero sostanze che contengono almeno un atomo di carbonio completamente fluorurato) (di cui cerchiamo di spiegare, ancora una volta, in questo blog la pericolosità inquinante) sembra non preoccupare più di tanto la sensibilità collettiva: riguarda chi ne è stato colpito, inquinato, la vasta area geografica (del Veneto) dove l’inquinamento dell’acqua è declarato, e le persone ne sono state colpite, ma NIENTE DI PIÙ.

COSA SONO I PFAS? – 12/6/2017 – da http://scienzamateria.blog.tiscali.it/?doing_wp_cron – Una famiglia di COMPOSTI CHIMICI POLI E PERFLUORATI UTILIZZATI IN MOLTI SETTORI INDUSTRIALI, soprattutto per la produzione di materiali resistenti ai grassi e all’acqua. Sono molecole caratterizzate da un forte legame tra fluoro e carbonio che le rende difficilmente degradabili, perciò SI ACCUMULANO NELL’AMBIENTE E POSSONO FACILMENTE PASSARE NEI VIVENTI interferendo anche in modo grave con il loro metabolismo

   E’ il più grave inquinamento delle acque della storia italiana, con interessamento (PER ORA!) di 350 mila persone e più di 90.000 abitanti da sottoporre a controllo clinico.
Nel giugno 2017 la Regione Veneto prevedeva che sarebbero stati 7mila gli abitanti contaminati della ZONA ROSSA (area di massima esposizione sanitaria soggetta all’inquinamento da Pfas, nelle province di Vicenza, Padova e Verona). Ora questa previsione del 7.000 casi in totale si sta dimostrando drammaticamente inferiore (e di molto) ai dati che stanno venendo fuori. Le persone inserite in un PERCORSO ASSISTENZIALE DI SECONDO LIVELLO (cioè che necessitano di controlli costanti per la diagnosi tempestiva di eventuali patologie croniche correlate all’esposizione a Pfas) ora sono salite da 7mila a 18.300.

PFAS – Area ROSSA: area di massima esposizione sanitaria – Area ARANCIO: area captazioni autonome – Area GIALLO CHIARO: area di attenzione – Area VERDE: area di approfondimento – Area OMBREGGIATA: Plume di contaminazione

   Ad oggi pare che nessuno è in grado di stimare l’entità delle contaminazioni e il nesso dose/rischio per la salute sia degli abitanti della zona sia di quelli delle altre regioni dove i prodotti agroalimentari vengono distribuiti.
Ora, pare di capire, il dato certo ed effettivo dei danni irreversibili della contaminazione da PFAS (sterilità maschile, aborti, scompensi alla tiroide, Alzheimer, diabete… ma su questo ci fermiamo subito per rispetto e incompetenza, perché è cosa serissima e grave, e rimandiamo alle esperienze raccontate negli articoli di seguito in questo post e in tutto quello che potete trovare in rete…), i danni da PFAS, dicevamo, sono da stabilire attraverso dati statistici da rilevare attentamente connettendoli ad altri dati: perché sono due (pare) le variabili, in più o in meo, da considerare. La prima è che molte persone nelle aree ad inquinamento dell’acqua da PFAS non si sono sottoposte a controllo e non lo faranno in futuro. Dall’altra, i gravi danni alla salute riscontrabili a chi si sottopone al controllo (o saranno rilevati in futuro), vanno anche considerati, visti, nella statistica media di malattie che sorgono a prescindere dall’inquinamento da Pfas.

PFAS IN VENETO (MAPPA ARPAV, DIFFUSIONE DELL’INQUINAMENTO) – “La sola zona rossa è un’area vasta tra i 150 e i 200 km quadrati, che comprende almeno 79 comuni tra le province di Verona, Vicenza e Padova; ci abitano circa 350mila abitanti. «Ma i contaminati da Pfas sono molti di più», secondo Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna Stop PFAS di Greenpeace: «Recentemente, cittadini di comuni non inseriti nella zona considerata a rischio, hanno scoperto di avere alti livelli di Pfas grazie ad analisi fatte di propria iniziativa. È verosimile quindi che il problema sia più esteso di quanto si possa immaginare».(…)” (Sara Milanese, da “Il Manifesto” del 10/1/2018)

   La Regione Veneto non vuole creare allarmi, ma la statistica è anche uno strumento di previsione. E ormai ci dice che il 64 PER CENTO DEGLI ABITANTI dei 32 comuni DELLA ZONA ROSSA (i più popolosi sono Legnago, Lonigo, Montagnana, Cologna Veneta e Noventa Vicentina) SONO CONTAMINATI. Se la percentuale viene calcolata sugli 85mila interessati agli esami, si arriva a una ipotetica cifra di 54MILA PERSONE CONTAMINATE, anche se molte di loro non lo sanno perché (come prima detto) non si presentano a sottoporsi agli esami.

PFAS rilevati in Italia

   In ogni caso la statistica sanitaria dimostra che il fenomeno, man mano che si riscontra la contaminazione, si aggrava sempre di più. Ad esempio, ad essere più a rischio, come spesso avviene in casi del genere, è innanzitutto la salute dei BAMBINI: per questo ne è sorto un MOVIMENTO di cosiddette MAMME NO PFAS, che si sono prese direttamente il compito di testare e conoscere quel che è accaduto e quel che accade, manifestando contro le sottovalutazioni (delle autorità, ma anche dell’opinione pubblica) di quanto sta accadendo; chiedendo per i loro figli il diritto alla “normalità”, alla salute, che per i bambini è diritto ancora più sacro che per gli adulti. (…ma è diritto sacro per tutti, siano bambini, giovani, adulti, anziani…) Perché il discorso si allarga concretamente: cioè si continua a seguire un modello di sviluppo che non protegge territorio e salute.

INQUINAMENTO da PFAS: a rischio sono le falde e, a cascata, tutto ciò che facciamo con l’acqua

   Perché poi l’ACQUA INQUINATA non è solo perché la si beve, ma è anche NEI CIBI CHE SI MANGIANO (nell’agricoltura, negli allevamenti…). E la difesa dall’acqua (inquinata) da questa sostanza chimica chiamata Pfas, appare a tutti inadeguata (come difesa) se ci si limita solo ad utilizzare filtri di depurazione nelle case. Sono gli acquedotti da cambiare; e le fonti generali di approvvigionamento dell’acqua nel contesto agroalimentare. Un lavoro di grande portata (una “grande opera”?) ma urgente e necessario più che mai.

PFAS, IL CICLO DELL’ACQUA – Water Cycle (da https.www.michigan.gov/) (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   E il carattere ora ancora subdolo di questo inquinamento, lo diventa molto meno (subdolo) se ci si apre sempre di più alla conoscenza di quella che è la situazione territoriale di questo inquinamento e delle sue fonti diffuse idriche, da capire anche quelle che sono da bonificare, da riportare alla normalità (cioè a zero Pfas, a zero inquinamento). (s.m.)

mamme no pfas (da http://www.osservatoriodiritti.it/)

…………………………….

PFAS, LE STIME DELLA REGIONE VENETO SONO TUTTE DA RIFARE: I CONTAMINATI SARANNO 7 VOLTE PIÙ DEL PREVISTO
di Giuseppe Pietrobelli, 16/6/2019, da “Il Fatto Quotidiano”
– Il 64 per cento degli abitanti dei 32 comuni della zona Rossa sono contaminati. Se la percentuale viene calcolata sugli 85mila interessati agli esami, si arriva a una ipotetica cifra di 54mila persone –
Nel giugno 2017 la Regione Veneto prevedeva che sarebbero stati 7mila gli abitanti della Zona Rossa soggetta all’inquinamento da Pfas, Continua a leggere

Annunci

Un mondo di PLASTICHE e MICROPLASTICHE – E di derivati chimici, come i PFAS (che si trovano non solo nelle falde acquifere venete ma anche in grandi fiumi, come il Po) – CHE FARE per il diffondersi delle plastiche? La Direttiva europea per limitare la “plastica usa e getta”; e poi ridurre le MICROPLASTICHE; e gli INQUINAMENTI DA PFAS….

(immagine da http://www.agrodolce.it/) – MICROPLASTICA, cos’è (da Wikipedia) CON MICROPLASTICA CI SI RIFERISCE A PICCOLE PARTICELLE DI MATERIALE PLASTICO GENERALMENTE PIÙ PICCOLE DI UN MILLIMETRO FINO A LIVELLO MICROMETRICO. Le microplastiche provengono da DIVERSE FONTI tra cui: cosmetica, abbigliamento e processi industriali (il caucciù, ad esempio, pur essendo una gomma naturale, non è concretamente usato di per sé, ma vulcanizzato e le sue micro particelle, probabilmente prodotte dal rotolamento degli pneumatici, sono state rinvenute in mare). Esistono attualmente DUE CATEGORIE DI MICROPLASTICA: LA PRIMARIA che è prodotta come risultato diretto dell’uso umano di questi materiali e SECONDARIA come risultato di frammentazione derivata dalla rottura di più grandi porzioni che creano la grande chiazza di immondizia del Pacifico. È stato riscontrato che ENTRAMBE LE TIPOLOGIE PERSISTONO NELL’AMBIENTE IN GRANDI QUANTITÀ, soprattutto negli ECOSISTEMI MARINI ED ACQUATICI. Ciò perché la plastica SI DEFORMA MA NON SI ROMPE per molti anni, e può essere INGERITA E ACCUMULATA NEL CORPO E NEI TESSUTI di molti organismi. (…) Recenti studi hanno dimostrato che L’INQUINAMENTO DA PARTE DELLE MICROPLASTICHE HA RAGGIUNTO LA CATENA ALIMENTARE interessando non solo la FAUNA MARINA ma ANCHE ALIMENTI COME IL SALE MARINO, LA BIRRA ED IL MIELE. Nonostante non siano stati condotti studi specifici, c’è anche la possibilità che i frammenti arrivino sulle nostre tavole attraverso la carne; infatti, pollame e suini vengono nutriti anche con farine ricavate da piccoli pesci che possono essere contaminati. L’Istituto tedesco per la valutazione del rischio alimentare (BfR) ha invitato l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) a indagare per capire quali siano gli effetti della microplastica sulla salute umana. (DA WIKIPEDIA)

   Addio a contenitori inutili posate e piatti di plastica usa-e-getta, ai bastoncini dei cotton-fioc, alle cannucce e anche alle palettine per miscelare le bevande delle macchinette? … Forse tutto questo, con il tentativo (nobile) dell’Unione Europea di vietare le plastiche inutili e invadenti dell’ambiente.

Nel Mediterraneo c è un mare di rifiuti di plastica (immagine tratta da http://www.rinnovabili.it/)

   La direttiva europea (ora approvata) prevede inoltre che entro il 2029 il 90% delle bottiglie di plastica “Pet” debba essere raccolto e riciclato dagli Stati membri (ma già da noi si fa, perlomeno…). Le bottiglie di plastica dovranno poi essere prodotte con almeno il 25% di materiale riciclato entro il 2025 e con il 30% entro il 2030 (e tappi e coperchi per bevande saranno ammessi solo se attaccati al contenitore e non disperdibili). Ci sarà il divieto di commercializzare prodotti di plastica monouso per cui esistono alternative sostenibili e economicamente accessibili. Per gli altri, invece, si prevede un lavoro di sensibilizzazione per ridurne in modo significativo il consumo….

Frammenti di plastica vengono trovati ovunque: nelle spiagge, nei laghi, mari e nei ventri dei pesci, nei fiumi, nel ghiaccio galleggiante sul Mar Artico, nella Fossa delle Marianne (cioè il punto più profondo degli oceani), nei ghiacciai alpini….

   Tutto appare non facile, vista l’invasione (nei consumi quotidiani) delle materie plastiche. E poi molte di queste stanno inquinando mari, oceani, fiumi…(perfino i pochi ghiacciai alpini rimasti)… e vengono ingerite dai cetacei…insomma si sta verificando un’ecatombe, un problema drammatico che dobbiamo avere la sensibilità (e il dovere) di porci, di preoccuparci seriamente.

CICLO DELLA PLASTICA NELL ORGANISMO UMANO (da http://www.agrodolce.it/)

   Ma, inoltrandoci sulla tematica delle PLASTICHE, e della loro dispersione nell’ambiente, dei danni che procurano, si viene a conoscere, a sensibilizzarci, su altre tipologie di prodotti chimici che (addirittura) entrano nel ciclo alimentare, penetrano il corpo umano. Parliamo delle MICROPLASTICHE (considerate tali le piccole particelle di materiale plastico generalmente più piccole di un millimetro fino a livello micrometrico). L’invadenza di esse, microplastiche, sta cambiando il mondo, provoca danni veri e seri alla salute di tutti. Ne parliamo in alcuni articoli in questo post.

“(…) UN ALLARME ARRIVA DALL’ANALISI DELLE ACQUE IN BOTTIGLIA. Sono state analizzate 150 marche da tutto il mondo, fra cui la francese Evian e l’italiana San Pellegrino, ed è risultato che nel 93% delle bottigliette erano presenti particelle di plastica. “Per ogni marca – prosegue Mason – abbiamo analizzato 10 bottigliette: tutte le marche sono risultate positive ai controlli anche se non lo erano tutte le bottigliette. Per quanto riguarda la dimensione delle microparticelle, sono dello stesso tipo e della stessa dimensione di quelle dell’acqua mentre la concentrazione era differente. NELL’ACQUA DA RUBINETTO NE ABBIAMO TROVATE 5,45 PER LITRO MENTRE NELLE BOTTIGLIE 10,4“. (…) (Alessandra Iannello, 17/3/2019, da https://www.agrodolce.it/)

   E viene spontaneo pensare che l’allarme ecologico che da più parti si cerca di sollecitare (come adesso quello degli adolescenti che si rifanno alla battaglia generosa della ragazza svedese Greta Thunberg, diventata un simbolo ambientalista globale), tutti i messaggi allarmisti che da più parti vengono lanciati (e che spesso incontrano indifferenza, oppure li si riconosce validità ma non ci si preoccupa più di tanto, presi da altre cose…), ebbene questo allarme ambientalista è cosa assai seria che si sta trasformando (si è già trasformata) in una guerra che l’umanità (globalmente e per ogni singola persona) sta pagando (spesso con la propria vita) a un sistema di “benessere” fatto di prodotti altamente letali. E le plastiche e microplastiche sono tra i principali elementi del danno che si sta verificando.

NON SOLO NEL MARE: LA PLASTICA È ARRIVATA NEI (SEMPRE MENO) GHIACCIAI ALPINI – “TROVATE PLASTICHE NEL GHIACCIAIO DEI FORNI”, il più grande ghiacciaio vallivo italiano e l’unico di tipo himalayano, nella parte nord orientale della Lombardia, nel Parco dello Stelvio (provincia di Sondrio) – «Valfurva, preoccupante analisi dell’università di Milano. Trovate particelle di microplastica in diversi campioni. Può derivare dall’attrezzatura di alpinisti o dal vento». (12/4/2019, da https://www.laprovinciadisondrio.it/ )

   Dal nostro osservatorio poi, in questo blog geografico, abbiamo varie volte cercato di trattare il problema di uno dei derivati chimici che sta creando grande preoccupazione per la salute di decine di migliaia di persone: cioè dei PFAS…. E’ di questi mesi (del 2019) che in Veneto le autorità sanitarie stanno facendo lo screening sui veneti con il sangue contaminato da Pfas: circa la metà dei residenti del Vicentino, Veronese e Padovano interessati dall’analisi è infatti già stata convocata dalle Usl locali. Sono state inviate 47 mila lettere e l’adesione è stata del 60 per cento, con analisi mediche disponibili per circa 25 mila persone interessato, cioè che vivono e hanno utilizzato in questi anni acqua potabile inquinata da Pfas.

COSA SONO I PFAS? Una famiglia di COMPOSTI CHIMICI POLI E PERFLUORATI UTILIZZATI IN MOLTI SETTORI INDUSTRIALI, soprattutto per la produzione di materiali resistenti ai grassi e all’acqua. Sono molecole caratterizzate da un forte legame tra fluoro e carbonio che le rende difficilmente degradabili, perciò SI ACCUMULANO NELL’AMBIENTE E POSSONO FACILMENTE PASSARE NEI VIVENTI interferendo anche in modo grave con il loro metabolismo.

   Ne vien fuori che sei veneti visitati su dieci, in aggiunta a livelli di Pfas elevati, hanno ulteriori complicazioni come colesterolo in eccesso o pressione arteriosa troppo alta. E che 270 bambini che vivono nella cosiddetta “area rossa” di maggiore inquinamento (vedi la mappa qui riportata delle varee aree di contaminazione), bambini di 10 e 11 anni, di loro l’11 per cento ha un livello di colesterolo totale fuori norma.

14/4/2019: LO SCREENING SUI VENETI CON IL SANGUE CONTAMINATO DA PFAS è al «giro di boa»: circa la metà dei residenti del VICENTINO, VERONESE e PADOVANO interessati dall’analisi è infatti già stata convocata dalle Usl locali. Sono state inviate 47 mila lettere e «l’adesione è stata del 60 per cento, sono già disponibili gli esami per 25.288 di loro» fa sapere la sanità regionale. NE VIEN FUORI CHE SEI VENETI VISITATI SU DIECI, IN AGGIUNTA A LIVELLI DI PFAS ELEVATI, HANNO ULTERIORI COMPLICAZIONI COME COLESTEROLO IN ECCESSO O PRESSIONE ARTERIOSA TROPPO ALTA. E sono stati invitati, o lo saranno, a fare un secondo livello di verifiche. L’analisi si è poi estesa a 272 BAMBINI DI 10 E 11 ANNI DELL’ «AREA ROSSA», con un dato significativo: ben L’11 PER CENTO DI LORO HA UN LIVELLO DI COLESTEROLO TOTALE FUORI NORMA. (Andrea Alba, da “il Corriere del Veneto” del 14/4/2019)(nalle mappa qui sopra: PFAS, VENETO AREE GEOGRAFICHE PER DIVERSI LIVELLI DI ESPOSIZIONE -da http://www.vicenzatoday.it/-)

   L’inquinamento da sostanze Pfas (l’esatto termine è “perfluoroalchiliche”) nelle province di Vicenza, Padova e Verona, ha portato a una contaminazione, con avvelenamento delle acque, che ha interessato ben 150 mila persone. Servivano 18 milioni per bonificare il “sito Miteni”: la ditta di Trissino nel vicentino accusata di aver inquinato le acque producendo queste materie plastiche usate per abbigliamento che resiste all’acqua, come giacche a vento, oppure per le pentole antiaderenti…

   Ma 18 milioni per la bonifica era operazione troppo costosa per la società, che non la ha fatta (la bonifica), limitandosi nel 2005 (già conscia dell’inquinamento in atto) a realizzare una barriera idraulica dal costo di 199 mila euro, decisamente inferiore ai 18 milioni previsti per la maxi-bonifica, per tentare di contrastare l’avanzare dell’inquinamento verso la falda. Con, pare, il silenzio dell’ARPAV, l’Ente regionale di controllo ambientale, che non ha denunciato la cosa, pur sapendo cosa stava accadendo.

PFAS IN VENETO, MAPPA ARPAV – LA PRESENZA DI INQUINAMENTO DA PFAS IN OLTRE 90 COMUNI. Livelli di inquinamento che negli Usa e in Svezia non sarebbero consentiti

   Nel 2013, quando viene reso pubblico e ufficiale che la falda è contaminata, scoppia il “caso Pfas” e Miteni fa di tutto per nascondere l’esistenza di quella barriera idraulica fatta fare fin dal 2005. Confermarne la realizzazione, significava ammettere di aver nascosto almeno per 8 anni l’inizio di un disastro ambientale. E l’Arpav in quel frangente sostenne la tesi della ditta (cioè che la barriera antinquinante della falda era stata costruita nel 2013, quando fu ufficializzato l’inquinamento). Insomma una gran brutta storia. E adesso si viene a scoprire che i Pfas sono stati rilevati anche nel Po: ciò significa che tutta ‘area geografica del bacino del nostro più grande fiume (Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna, ancora Veneto) è interessata da questa contaminazione che arriva (questa) da chissà dove….

   PLASTICHE, MICROPLASTICHE, altri derivati chimici (come i Pfas) sono elementi che dimostrano che l’emergenza ambientale è più che mai in atto, è arrivata da tempo, e che dobbiamo mobilitarci concretamente affinché si possa invertire una rotta suicida. (s.m.)

………………………………

ADDIO ALLA PLASTICA MONOUSO, ECCO LE ULTIME DECISIONI DELL’EUROPA SUI RIFIUTI
di Mara Magistroni, 29/3/2019, da https://www.wired.it/
– Stop all’inquinamento di spiagge e oceani. Passa al Parlamento europeo la legge per vietare le plastiche monouso e responsabilizzare i produttori e consumatori al riciclo –
ADDIO a posate, cannucce, cotton-fioc e agli altri prodotti di PLASTICA USA-E-GETTA per cui esistono alternative in materiali sostenibili o riutilizzabili. Così, con l’approvazione di NUOVE NORME che limitano la diffusione dei principali prodotti di plastica monouso ENTRO IL 2021 e volte a responsabilizzare produttori e consumatori, l’UNIONE EUROPEA muove (almeno sulla carta) i primi passi per contrastare l’inquinamento di spiagge, mari e oceani. Dopo il voto del PARLAMENTO EUROPEO, che segue la proposta della Commissione ambiente depositata a maggio e l’accordo politico del dicembre dello scorso anno, la palla passerà agli STATI MEMBRI, che dovranno RECEPIRE LA DIRETTIVA.
NUOVI DIVIETI, NUOVI OBIETTIVI Continua a leggere

LA CITTÀ È IL FUTURO (non le Regioni): trasformiamo l’Italia in tante NUOVE CITTÀ (il superamento dei quasi 8mila comuni può portare a MILLE nuove città di almeno 60mila abitanti), e trasformiamo le obsolete regioni in macroregioni, “aree vaste e organizzate” in uno stato centrale forte e federato nell’Unione Europea

(immagine tratta da http://www.frontierarieti.com/) – Nel 2009 la popolazione urbana mondiale ha superato per la prima volta quella rurale. Questo è un fenomeno considerato “stabile”, ovvero destinato a continuare in modo costante nel futuro: le stime sono che nel 2030 il 60% della popolazione mondiale vivrà nelle città. L’Europa è una delle aree più urbanizzate al mondo: oggi più del 70% dei cittadini europei vivono in aree urbane e gli studi delle Nazioni Unite stimano che la percentuale salirà all’80% entro il 2050. (da http://www.a-architettitrento.it/)

   Le PERPLESSITÀ SULLA FORTE AUTONOMIA REGIONALE che tre regioni stanno chiedendo (Veneto, Lombardia, Emilia Romagna), non è tanto sulle motivazioni di possibile maggiore efficienza sui servizi da dare ai cittadini, di minor spesa adottando costi standard; nemmeno sulle perplessità di assoluta competenza nella gestione di compiti di alto valore strategico nazionale come sono l’ISTRUZIONE e/o l’AMBIENTE… bensì (le maggiori perplessità) nascono dal fatto che si andrà a rafforzare un “CONTESTO GEOGRAFICO” (la Regione, nelle sue venti espressioni nella nostra penisola italiana) PIÙ CHE MAI OBSOLETO nei confini territoriali attuali; e fatto di apparati burocratici mastodontici; e che invece necessiterebbero (le regioni) di una revisione e razionalizzazione che portasse (a nostro avviso) alla creazione di MACROREGIONI (nell’ambito di un credibile STATO CENTRALE e di una vera necessaria FEDERAZIONE EUROPEA).

i tetti di Roma – “Le città sono luoghi attrattivi per le opportunità che aprono da un punto di vista delle interazioni sociali, culturali, di studio, di lavoro, sono luoghi maggiormente competitivi per l’innovazione, l’economia e la ricerca, ma sono anche i luoghi nei quali si manifestano gli effetti della povertà, della segregazione sociale e spaziale, della disoccupazione e sono luoghi “fragili” nei quali si manifestano con maggiore violenza gli effetti dei cambiamenti climatici e dell’inquinamento: già oggi le città consumano il 75% delle risorse naturali e sono responsabili del 70% delle emissioni globali di CO2.” (da http://www.a-architettitrento.it/)

   Riportiamo qui di seguito, in questo post, alcune considerazioni sul RUOLO DELLA CITTÀ che ha fatto il 18 marzo scorso (2019), ad un incontro a Milano all’ISPI (Istituto per gli studi di Politica Internazionale) organizzato dall’Associazione «Amici di Milano», il sindaco della città GIUSEPPE SALA, parlando della “sua Milano”, dei più importanti progetti presenti e futuri. Ma in particolare ci interessa partire qui dalle considerazioni che Sala fa sul ruolo della “città”, come contenitore di ricchezze (conoscenze, multiculturalità, opportunità…), e pure di contraddizioni negative da superare (come inquinamento, difficoltà di convivenza, povertà….).

(PALERMO, Via Montalbo, foto da http://www.livesicilia.it/) – “Il futuro dell’umanità si muove nell’ambito di questo paradosso: le città sono i luoghi nei quali l’uomo abiterà per le opportunità che offrono e, allo stesso tempo, sono i luoghi nei quali si concentrano e si producono i problemi che dovrà affrontare. Quindi la grande sfida culturale e politica da affrontare è come rendere sostenibile l’attrattiva delle città e far sì che il loro futuro sviluppo generi dei luoghi adeguati alla salute pubblica dei suoi cittadini, inclusivi da un punto di vista sociale e spaziale e che agiscano attivamente nel miglioramento delle condizioni ambientali del pianeta.” (da http://www.a-architettitrento.it/)

   Nel 2050 oltre due terzi della popolazione mondiale vivrà in aree urbane. Una situazione che metterà al centro di ogni politica di benessere, di capacità di integrazione, di salute ambientale, proprio il ruolo e la governance delle città: dalle metropoli, “città – stato”, come Roma e la conurbazione di Milano da noi…. ma anche di grandi e medio-grandi città, di cui è ricca l’Italia (Napoli, Torino, Palermo, Genova, Bologna, Firenze, Bari e varie altre…). E poi le medie città (dai 60mila ai 100mila abitanti assai numerose (Ancona, Arezzo, Cesena, Lecce, Lucca, Treviso, Varese, Ragusa, Pavia, etc… vi invitiamo a vedere l’elenco nella pagina http://www.tuttitalia.it/citta/popolazione/). In questo trend di concentrazione della popolazione nelle città diventa pertanto prioritario il dover cercare e dare soluzioni virtuose.

“A livello internazionale il documento di riferimento per lo sviluppo del pianeta è l’AGENDA 2030 PER LO SVILUPPO SOSTENIBILE, un programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità sottoscritto nel settembre 2015 da 193 Paesi membri dell’ONU, che contiene i 17 OBIETTIVI PER LO SVILUPPO SOSTENIBILE. A livello europeo, con il PATTO DI AMSTERDAM di Maggio 2016, si è istituita l’AGENDA URBANA PER L’UNIONE EUROPEA, che riconosce in modo definitivo il ruolo centrale delle aree urbane nello sviluppo sociale, culturale ed economico del futuro del continente.” (da http://www.a-architettitrento.it/)

   E’ comunque sicuro che avremo città sempre più connesse e capaci di utilizzare tecnologie e infrastrutture all’avanguardia. Ma il rischio, la concreta possibilità, è che si creino città con tante “periferie”, cioè luoghi dove non si vive bene, perché le città possono anche essere luoghi di esclusione e fonti di disuguaglianze, di inquinamento, di micro e macro criminalità…. Concentrarsi sul buon governo amministrativo delle città sarà (è) tema fondamentale da perseguire.

VERSO CITTÀ INCLUSIVE E SOSTENIBILI – L’AGENDA URBANA PER L’UNIONE EUROPEA, adottata il 30 maggio 2016 e meglio conosciuta come “PATTO DI AMSTERDAM”, è l’ATTUAZIONE, a livello europeo, dei principi, degli impegni e delle azioni previsti dalla NUOVA AGENDA URBANA DELLE NAZIONI UNITE, adottata a Quito (Ecuador), nel corso della conferenza “Habitat III”, svoltasi dal 17 al 20 ottobre 2016.
Le due agende urbane, quella dell’ONU e quella dell’UE, condividono, infatti, l’identica visione di UNO SVILUPPO EQUILIBRATO, SOSTENIBILE E INTEGRATO DELLE NOSTRE CITTÀ.

   Ma c’è il problema poi di chi non vive in città. Perché vive nella maggior parte di quei quasi 8.000 comuni nei quali solo circa 750 (su 8mila!) hanno una popolazione superiore ai 15mila abitanti…. Tutti comuni piccoli, complicati nel dover erogare servizi, con una visione d’orizzonte e autorevolezza politica verso l’esterno assai limitata (che tolgono così anche opportunità di vita, di lavoro, di studio, ai giovani, ai loro residenti).

Bosco Verticale di Milano, opera dell architetto Stefano Boeri- “Nel contesto dell’AGENDA URBANA DELL’UE, le città italiane potranno giocare un ruolo di protagonismo se sapranno accettare la sfida culturale e politica che le si pone di fronte. C’è una competizione in corso a livello internazionale fatta di innovazione, ricerca, CAPACITÀ DI ATTRAZIONE DEGLI INVESTIMENTI, MIGLIORAMENTO DELLE CARATTERISTICHE AMBIENTALI, DI RESILIENZA, DI INCLUSIONE SOCIALE e le città sono e saranno i luoghi di questa competizione. NELLE CITTÀ ITALIANE RISIEDONO GLI ASSET STRATEGICI PER LO SVILUPPO DELL’INTERO SISTEMA ITALIA ed in particolare hanno due temi assolutamente specifici in ambito europeo ed internazionale che possono rappresentare il vero valore aggiunto in questo contesto di competizione globale, che, tra l’altro, sono totalmente allineati e funzionali alle future strategie europee dell’Agenda Urbana dell’UE: LA STORIA CON LE SUE TESTIMONIANZE ARTISTICHE E DI TRADIZIONI CULTURALI, SOCIALI ED ECONOMICHE E LA PRESENZA DEI DISTRETTI INDUSTRIALI.” (da http://www.a-architettitrento.it/)

   Pertanto il problema è per chi “resta fuori” dal contesto di città innovativa. Che fare per loro? Per questo il superamento degli attuali medio-piccoli comuni creando “nuove città” stabilisce condizioni perché tutti possano vivere nel “contesto urbano” fatto di pari opportunità (anche chi vuole vivere isolato e intende mantenere questa condizione).

MATERA: LA CITTA’ DEL FUTURO SA DI INNOVAZIONE (MA ANCHE DI ANTICO) – La città dei Sassi, nominata ‘Capitale Europea della Cultura per il 2019’ insieme alla bulgara PLOVDIV

   E le AREE MONTANE, alpine e appenniniche (ma anche aree periferiche pedemontane e in zone povere e isolate, specie del sud), che si stanno sempre più spopolando, e che hanno bisogno di progetti economici nuovi. In queste aree si esprime adesso una volontà in istaurarsi in esse di “nuovi montanari”, nuovi abitanti, italiani giovani e meno giovani, ma soprattutto stranieri che posso (potrebbero) trovare lavoro e ripopolare queste aree (tenendo così aperte scuole, uffici postali, linee di autobus, strutture sanitarie…). Ebbene questo può aver successo se anche in queste aree si può immginare un contesto di “nuove città”: realtà amministrative di tipo urbano, che non vuol dire costruire grattacieli (anzi!) ma avere ambiti territoriali e amministrativi autorevoli, in grado di dare servizi efficienti come un qualsiasi sistema urbano tradizionale cittadino, e di dialogare con autorevolezza con organi istituzionali superiore (come la Regione, lo Stato…).

TRAFFICO E SMOG NELLE STRADE DI MODENA IN PIANURA PADANA, foto da ww.ansa.it/- Cosa accade in Italia – SONO ANCORA TROPPE LE CITTÀ ITALIANE PERIODICAMENTE COLPITE DALL’INQUINAMENTO ATMOSFERICO. Un’emergenza costante nel nostro Paese non più giustificabile con le avverse condizioni meteo-climatiche della pianura padana o legate alla sola stagionalità invernale come spesso i cittadini sono indotti a credere.

   E allora se “CITTÀ DEV’ESSERE” (SARÀ) nello sviluppo territoriale futuro dove saranno appunto le città ad avere un potere di governance molto avanzato nel loro territorio, è giusto che a tutti sia offerto eguale “diritto alla cittadinanza”; che non ci siano esclusioni per chi vive in contesti periferici. Da qui, ribadiamo, nasce l’esigenza e la (urgente) necessità di creare “nuove città” superando i medio-piccoli comuni. (s.m.)

TORINO tra le città più inquinate secondo Legambiente. L’inquinamento ci toglie in media 10 mesi di vita. Pianura Padana e grandi città le zone più a rischio – NEL 2018 SONO STATI SUPERATI I LIMITI GIORNALIERI previsti per le polveri sottili o per l’ozono (35 giorni per il Pm10 e 25 per l’ozono) in ben 55 capoluoghi di provincia. In 24 dei 55 capoluoghi il limite è stato superato per entrambi i parametri, con la conseguenza diretta, per i cittadini, di aver dovuto respirare aria inquinata per circa 4 mesi nell’anno.

…………………….

………………………………

20 Mar 2019 – GIUSEPPE SALA Sindaco di Milano con il vicepresidente ISPI (Istituto per gli studi di Politica Internazionale) Paolo Magri: MENO AUTO E INQUINAMENTO, PIU’ CASE, ABITANTI, INTEGRAZIONE E CONOSCENZA: ECCO LA MILANO DEL PROSSIMO FUTURO – Nelle città vive oggi oltre la metà della popolazione del gl obo. Nel 2050 sarà il 75%. Perché nelle città si concentrano conoscenze, opportunità, benessere, servizi, cultura. Come cambieranno le città in futuro? E come garantirne uno sviluppo sostenibile e inclusivo? – E’ la domanda clou che Paolo Magri, vicepresidente di ISPI, ha rivolto il 18 marzo 2019 al SINDACO DI MILANO GIUSEPPE SALA nel corso di un incontro che aveva come tema, appunto, LE CITTÀ

MENO AUTO E INQUINAMENTO, PIU’ CASE, ABITANTI, INTEGRAZIONE E CONOSCENZA: ECCO LA MILANO DEL PROSSIMO FUTURO
20/3/2019, da http://www.newsfood.com/, incontro all’ISPI (Istituto per gli studi di Politica Internazionale ) con il vicepresidente Paolo Magri – Marzo 2019 – Associazione «AMICI DI MILANO».
Nelle città vive oggi oltre la metà della popolazione del globo. Nel 2050 sarà il 75%. Perché nelle città si concentrano conoscenze, opportunità, benessere, servizi, cultura. Come cambieranno le città in futuro? E come garantirne uno sviluppo sostenibile e inclusivo? – E’ la domanda clou che Paolo Magri, vicepresidente di ISPI, ha rivolto al SINDACO DI MILANO GIUSEPPE SALA nel corso di un incontro che aveva come tema, appunto, LE CITTÀ. ECCO COME HA RISPOSTO IL PRIMO CITTADINO DEL CAPOLUOGO LOMBARDO. –
“In una grande città come Milano convivono realtà positive e negative: ricchezza e povertà; inclusione ed emarginazione; innovazione e conservazione. Continua a leggere

VENEZIA (e le altre città d’arte): SENZA RESIDENTI NON C’È CITTÀ – Il difficile rapporto con il TURISMO (distruzione del tessuto urbano o risorsa per le ristrutturazioni?) – Come superare il MONOPOLIO TURISTICO e creare possibilità di vita e reddito ai residenti? – UN DECALOGO DI PROPOSTE POSSIBILI

Mercato del pesce a Rialto – I RESIDENTI, RIVOGLIONO LA LORO RIALTO – L’associazione «RIALTO NUOVO», fatta di 4.500 aderenti, il 10 per cento della popolazione, chiede un RECUPERO ARCHITETTONICO E COMMERCIALE DI RIALTO; in particolare il RESTAURO DELLA LOGGIA DELLA PESCHERIA, palazzina neogotica dei primi del Novecento, e le FABBRICHE NUOVE, costruzione di Jacopo Sansovino del 1550; i due edifici sorti nel luogo in cui da mille anni vive il mercato di Rialto; arrivando così a un rilancio commerciale di Rialto. (foto da http://www.fashionfortravel.com/)

   La crisi di Venezia (e, forse in misura un po’ meno evidente di tutte le cosiddette “città d’arte”) è data da due elementi che si interconnettono:
1 – L’ENORME MASSA DI TURISTI che la città deve riuscire a gestire nel proprio tessuto urbano (Venezia negli anni ’70 del secolo scorso, 40 anni fa, aveva circa 2 milioni di turisti all’anno, e non era certo vuota; ora ne conta 30 milioni in un anno….)(la caduta del muro di Berlino, dal 1989 in poi, ha inciso drasticamente nel turismo dall’est; e poi a seguire tutte quelle popolazioni che si sono affacciate al benessere e alla possibilità di viaggiare, come adesso i cinesi cui ora a Venezia se ne vedono moltissimi…);
2 – LO SPOPOLAMENTO PROGRESSIVO DI VENEZIA DEI SUOI RESIDENTI STORICI è il secondo fattore non meno problematico nella crisi dei modi di vita quotidiana che ogni città deve poter esercitare (Venezia è una città economicamente cara per viverci; ci sono poche attività al di là della monocultura turistica; restaurare le case e i palazzi costa; “l’assedio” del turismo è problematico nella vita di ogni giorno….).

(la LAGUNA di Venezia vista dall’alto, da Wikipedia) – PIER LUIGI CERVELLATI: «UN CENTRO È TROPPO FACILE CHE SLITTI IN SHOPPING CENTER. Ed è infatti quel che è accaduto a partire dagli anni Cinquanta del Novecento. Allora (a Bologna, ma anche in altre città, ndr) se ne sono cominciati ad andare i residenti. (…..) decine e decine di BANCHE si piazzarono dove c’erano NEGOZI e BOTTEGHE…. Ora se ne sono andate anche le banche e SONO ARRIVATI SUPERMERCATI E NEGOZI D’ABBIGLIAMENTO. Domanda: È L’ECONOMIA LEGATA AL TURISMO CHE HA IMPRESSO QUESTI CAMBIAMENTI? «Da ultimo sì. Perché dovrei affittare un appartamento a chi vorrebbe risiedervi se mettendolo su AIRBNB guadagno quattro volte tanto con un affitto turistico per una settimana o un week end? A Firenze, a Roma e anche altrove una parte crescente di abitazioni in centro non appartiene a residenti. Non parliamo di Venezia. Ora, non dovunque, ma LO SPOPOLAMENTO È SPAVENTOSO». QUALI SONO LE CONSEGUENZE? «SENZA RESIDENTI NON C’È CITTÀ. NÉ STORICA NÉ D’ALTRO TIPO». (intervista a PIER LUIGI CERVELLATI di Francesco Erbani, da “la Repubblica” del 12/11/2018)

   Fenomeni che riguardano non solo Venezia ma anche altre città turistiche (e pensiamo poi a Roma, dove la bellezza architettonica d’arte diffusa in tutto il centro storico raccoglie turismo, che poi è anche indirizzato alla Roma come capitale del cattolicesimo; e inoltre Roma è capitale politica d’Italia con ministeri, il Parlamento, strutture annesse, e tutto quanto riguarda l’affollamento dato dalle istituzioni politiche…troppe cose…).

Venezia durante lo scorso Carnevale (2018) (foto da “La Stampa.it” – “Bisogna partire da una visione realistica non dalle utopie”. MASSIMO CACCIARI risponde a Pier Luigi Cervellati sulla questione dello svuotamento dei centri storici ridotti a grandi shopping center……. “Sarebbe un’idea strepitosa se fosse fattibile, ma non lo è. Tutte le persone ricche e straricche che abitavano sul Canal Grande quando ero ragazzo hanno scelto di andarsene perché i costi di manutenzione di una residenza storica sono incompatibili con le tasche di chicchessia”… “Sono discorsi destinati a cadere nel vuoto perché ignorano il contesto storico, economico, sociale in cui ci troviamo. Sono proposte assolutamente irrealizzabili, sia nei centri storici italiani sia in quelli di Parigi, Vienna o Londra. A Manhattan come a Trafalgar Square. Il fenomeno che viviamo in Italia è analogo a quello di tutti i centri storici delle maggiori città del mondo, dove funzioni più redditizie di quelle residenziali diventano competitive”…. (Intervista di Raffaella De Santis a Massimo Cacciari, “la Repubblica” del 13/11/2018)

   Vien da pensare che, rimanendo sul tema di Venezia e dei suoi problemi, è necessario che vi siano provvedimenti virtuosi, determinati e concreti, che ristabiliscano l’equilibrio perduto di una mirabile città che sta diventando (è diventata?) una “non-città”.

(Rialto, Loggia della Pescheria, da Wikipedia) – DONATELLA CALABI, docente di Storia della Città allo Iuav: “L’idea di UN MUSEO DELLA CITTÀ INCENTRATO SULL’ARGOMENTO DEL MERCATO E DEL COMMERCIO INTERNAZIONALE (…), mettendo in rete vari musei, come quello della Laguna, che sta nascendo». «Venezia ha tanti musei con opere e testimonianze eccezionali ma nessuno racconta una storia – fa eco LUCA MOLÀ, veneziano, docente di Storia del Rinascimento a Warwick (Regno Unito) – IL MUSEO DI RIALTO INVECE RACCONTERÀ UNA STORIA, QUELLA DELLA CITTÀ DAL PUNTO DI VISTA DEI TRAFFICI, DELL’ECONOMIA, DELLA PRODUZIONE». Una storia densa perché Venezia era una città-mondo e Rialto riassumeva tutte le funzioni: City, agorà, foro, porto, fabbrica. E lì è nato il primo ufficio brevetti della storia nel 1474 (I provveditori di comùn), il copyright per registrare i marchi di fabbrica e le botteghe, è il luogo di shopping di tessuti pregiati e raffinatissimi gioielli, è pure il primo posto dove si può comprare una specie di giornale, gli «avvisi», che riportavano notizie finanziarie e commerciali da tutto il mondo. Di testimonianze da esporre, i musei e le istituzioni cittadini, traboccano. All’archivio di Stato, Molà ha trovato in un registro notarile il documento che testimonia il prestito di Marco Polo al mercante a Rialto e anche la trascrizione di un accordo su di una proprietà a San Marcuola. (da Corriere del Veneto del 22/1/2019)

   Per questo la singola iniziativa di un’associazione («Rialto Nuovo», fatta di 4.500 aderenti, il 10 per cento della popolazione), che chiede un RECUPERO ARCHITETTONICO e COMMERCIALE di RIALTO (con il restauro della Loggia della Pescheria e delle Fabbriche Nuove, per ridare vita quotidiana al mercato lì presente da sempre, arrivando così a un rilancio commerciale dell’area del famoso ponte), ebbene questa iniziativa può andare nel senso di iniziare a ristabilire elementi di possibile quotidiana vita attiva per la città (per i residenti storici, per i nuovi, e anche per chi si stabilisce per un certo periodo con continuità a Venezia, come gli studenti…). E’ da vedere se il progetto (speriamo) si realizzerà.

(nella foto: Rialto, FABBRICHE NUOVE, progetto di Jacopo Sansovino del 1553, da Wikipedia) – “PROPOSTA RIALTO” – NELLE FABBRICHE NUOVE, di proprietà demaniale, al PIANO TERRA si riorganizzerebbe e rilancerebbe IL MERCATO ITTICO e al PRIMO PIANO si allestirebbe UN PADIGLIONE GASTRONOMICO in cui degustare il pesce, fornito dal mercato sottostante e cucinato secondo le ricette tradizionali veneziane. Esattamente come avviene a Barcellona, a Parigi, ad Amburgo e come si apprestano a fare anche a Londra. Tutte grandi e belle città, ma dalle quali Venezia può solo essere invidiata. (…)(Carlo Vulpio, da “La Lettura” de “il Corriere della Sera” del 20/1/2019)

   Ora, con la Finanziaria 2019, Venezia (il Comune) può stabilire (come da tempo chiedeva) una “tassa di ingresso” alla città, per tutti quelli che non si fermano (e non pagano tassa di soggiorno) e hanno un rapporto breve, estemporaneo con Venezia, di qualche ora, ma ugualmente invasivo nell’utilizzo della città e dei suoi servizi. Noi non sappiamo se questa è una soluzione al limitare della presenza turistica (come impedire o limitare l’ingresso a chi vuole vedere la bellezza di Venezia almeno per un giornata?!?); ma l’amministrazione comunale la mette in altro modo che ci pare serio: non parliamo di tassa per entrare, ma di “contributo a Venezia”, alle sue necessità per far funzionare al meglio i suoi servizi (la pulizia, l’igiene, la conservazione dei monumenti, il controllo urbano della polizia locale…).

PIER LUIGI CERVELLATI «C’è tanto da fare nelle città storiche». Domanda: CHE COSA? «IL RESTAURO URBANO. Il restauro non del singolo edificio, ma di un complesso di edifici, risalendo al concetto per cui la città storica non è solo contenitore di monumenti, ma luogo di vita, di attività». Domanda: E SE QUESTA VITA E QUESTE ATTIVITÀ NON CI SONO PIÙ? «Dobbiamo riportarcele» «A Bologna negli anni ’70 utilizzammo LE NORME DELL’EDILIZIA POPOLARE, ma invece di costruire in periferia con soldi pubblici cercammo di RISANARE LE ABITAZIONI perché ci potesse restare a vivere chi altrimenti sarebbe stato espulso da pure logiche di mercato…e la tutela della residenza non è un principio del passato, si può riproporre…… Insieme all’associazione Bianchi Bandinelli abbiamo messo a punto una proposta di legge che salvaguarda la città storica nel suo insieme, VIETANDO DEMOLIZIONI E RICOSTRUZIONI, e prevede un intervento pubblico affinché i tanti SPAZI VUOTI O ABBANDONATI ATTRAGGANO NUOVI RESIDENTI di tutti i ceti sociali. E perché SIANO FERMATI I CAMBI DI DESTINAZIONE D’USO DI UN IMMOBILE da abitativo ad altro. Così si salva non solo la città storica, ma la città tutta». (intervista a PIER LUIGI CERVELLATI di Francesco Erbani, da “la Repubblica” del 12/11/2018)

   Inoltre le limitazioni a certi luoghi (campi, campielli, piazza San Marco…) nel caso di eventi straordinari “di massa” (ancor più affollati della normalità già problematica) (il Carnevale, il Redentore, un concerto di una star della musica…), queste limitazioni sono cose difficili ma necessarie: antipatiche per chi arriva ai tornelli e viene impedito nell’ingresso, ma non vediamo come altrimenti si possa fare.
Insomma è da individuare politiche che contengano e organizzino dignitosamente la massa turistica; e dall’altra politiche che favoriscano il ripopolamento della città.

(foto da Il Post.it: il varco posto all’inizio di lista di Spagn accanto al Ponte degli Scalzi) – LE SOLUZIONI DEVONO ESSERE POLITICHE, PIÙ CHE ESTETICHE? CACCIARI: «Possiamo solo cercare di governare la trasformazione. A VENEZIA C’ERANO DUE MILIONI DI TURISTI ALL’ANNO NEGLI ANNI SETTANTA, ADESSO CE NE SONO TRENTA MILIONI. Ed è una pressione irresistibile, una domanda che continuerà a crescere. Pochi anni fa non c’erano i cinesi, non c’erano i russi. Adesso sì, a valanghe. Sarà dura. Il consumo della città aumenta vertiginosamente. Un monumento visitato da dieci persone soffre di meno di un monumento visitato da dieci milioni. BISOGNA LAVORARE SULL’ORGANIZZAZIONE DEL FLUSSO TURISTICO, renderlo più razionale nelle città più martellate, ma certo non è pensabile disincentivare il turismo. Vorrebbe dire farsi del male, in Italia è l’unica risorsa che abbiamo»….«Il problema italiano è che stiamo diventando una monocultura. Il turismo dovrebbe affiancarsi ad altro. Dovremmo riuscire a far decollare nei centri storici altre attività, direzionali e terziarie: aziende, centri di ricerca, attività di formazione, università».(..) (Intervista di Raffaella De Santis a Massimo Cacciari, “la Repubblica” del 13/11/2018)

Abbozziamo qui UN DECALOGO DI PROPOSTE. Dieci punti che potrebbero essere una base di intenti.
1- SENZA RESIDENTI NON C’È CITTÀ. Si può agire con la LEVA FISCALE, cioè ad esempio favorendo massicciamente l’affitto in centro storico per giovani che vogliono risiedervi (non auspicabile una Venezia fatta di soli anziani… nelle città storiche allo spopolamento si affianca l’invecchiamento dei residenti…).
2- CONTRASTARE, CON UN SERIO PIANO URBANISTICO, IL CAMBIO DI DESTINAZIONE D’USO DI FABBRICATI DA RESIDENZIALE A COMMERCIALE. Impedire così che immobili classificati come abitazioni, anche se sfitte o disabitate, si trasformino in qualcos’altro rispetto alla residenzialità. Per far questo però è necessario applicare le possibili proposte che abbiamo inserito nei qui due successivi punti.
3- SVILUPPARE INIZIATIVE PUBBLICHE DI EDILIZIA POPOLARE, con il restauro di abitazioni malandate da ristrutturare, a condizioni super-agevolate a famiglie che voglio andarci ad abitare (ovviamente con controlli severi che non si verifichino fenomeni e abusi speculativi) (potrebbero essere proprietà date in affitto a chi è interessato ad andare ad abitare stabilmente a Venezia, con severo controllo che il canone sia equo e non speculativo).
4- METTERE A DISPOSIZIONE DEI PRIVATI (anche Imprese di costruzione e vendita) PALAZZI E FABBRICATI di proprietà pubblica ma che stanno cadendo, sono abbandonati; al fine dell’utilizzo residenziale (stabilendo quote di appartamenti di lusso e popolari da vendere o affittare). Creando così un intervento privato-pubblico affinché i tanti spazi vuoti o abbandonati attraggano nuovi residenti di tutti i ceti sociali.

NON È TRISTE VENEZIA” (Manni Editore, ottobre 2018, euro 15,0) è un lungo reportage del giornalista FRANCESCO ERBANI, che con pazienza esamina dati, parla con studiosi, incontra associazioni, affronta i centri di potere cittadini. Tra chi ha continuato a fare libri con la cura di una forma di artigianato c’è la casa editrice CORTE DEL FONTEGO. (…..) In NON È TRISTE VENEZIA sono presenti molti degli autori legati alla Corte del Fontego, dall’urbanista Franco Mancuso, all’ex preside dello Iuav Edoardo Salzano, alla presidente della sezione locale di Italia Nostra Lidia Fersuoch. UN INTERO CAPITOLO DEL REPORTAGE DI ERBANI È DEDICATO ALLA LAGUNA di Venezia: un luogo specifico, vivo, unico. Il rapporto tra Venezia e la sua Laguna è il principio di tutto. La ricerca incessante di un equilibrio ha ridefinito continuamente lo spazio, introdotto saperi e pratiche sperimentali, indotto una forma di governo del territorio che si occupava della gestione delle acque fino ai boschi di montagna. VIGEVA IL CRITERIO DELLA REVERSIBILITÀ: qualsiasi intervento, grande o piccolo, doveva prevedere la possibilità di tornare indietro, di ripartire da capo, di ripristinare le condizioni di partenza. (Marco De Vidi, 22/1/2018, da www.esquire.com/)

…….

5- INCENTIVARE E AIUTARE L’INSEDIAMENTO DI ATTIVITÀ DI STUDIO E RICERCA, ed è quel che potrebbero fare (e organizzare) le UNIVERSITÀ, con le loro attività e necessità di ampliare formazione e ricerca. Oppure, IL PRIVATO, le imprese: quanti servizi non strettamente legati alla produzione possono tornare o essere collocati in centro…
6- INCENTIVARE IL RITORNO DELLE ATTIVITÀ ARTIGIANALI controllate e certificate (ora molte attività pseudo veneziane sono in mano al commercio globale con prodotti che di “veneziano” non hanno nulla), dando a queste attività genuinamente originali, aiuti attraverso detrazioni, crediti di imposta sugli affitti, servizi comunali gratuiti…;
7- I RESIDENTI A VENEZIA NON POSSONO SOSTENERE COSTI DI VITA QUOTIDIANA (alimentare e altro) PIÙ ONEROSI DI CHI VIVE ALTROVE. I prezzi a Venezia ora sono molto elevati anche per i residenti. E’ anche in questo caso che si può agire con la leva fiscale, con agevolazioni sulle tasse e le imposte…;
8- LAVORARE SULL’ORGANIZZAZIONE DEL FLUSSO TURISTICO, renderlo più razionale; tentare di “diffonderlo” in luoghi adesso del tutto non utilizzati (come le numerose isole della Laguna ora abbandonate…) (ma è impensabile che il turista straniero non possa fare una capatina a Piazza San Marco, in Riva degli Schiavoni…), SENZA COMUNQUE DISINCENTIVARE IL TURISMO, che in Italia è l’unica risorsa che abbiamo (se è possibile “diffonderlo, estenderlo” meglio, far vedere cose, architetture, chiese, momenti di convivialità o ristorazione, che adesso vengono trascurati…).

“LA VENEZIA CHE VORREI (parole e pratiche per una città felice)”, antologia curata da Elisabetta Tiveron e Cristiano Dorigo (Helvetia Editrice, settembre 2018, euro 12,75), raccoglie i contributi di: Shaul Bassi con Lala Hu e Leatitia Ouedraogo, Gianni Berengo Gardin, Gianfranco Bettin, Enrico Bettinello, Renzo Di Renzo, Cristiano Dorigo, Gianni Favarato, Roberto Ferrucci, Maria Fiano e Beatrice Barzaghi, Federico Gnech, Mario Isnenghi, Maddalena Lotter, Giovanni Montanaro, Edoardo Pittalis, Tiziana Plebani, Anna Poma, Tiziano Scarpa, Lucio Schiavon, Elisabetta Tiveron, Anna Toscano, Alberto Toso Fei, Gilda Zazzara, Julian Zhara

9- CERCARE DI INCIDERE VIRTUOSAMENTE SUI FLUSSI TURISTICI, ad esempio prospettando incentivi o, al contrario, penalizzazioni, alle Agenzie di viaggio italiane ed estere (ma anche sui Provveditorati scolastici riguardo alle gite scolastiche); per dirottare molto turismo in certi periodi meno affollati o in luoghi di Venezia meno oberati di turismo. Pertanto arrivare a PROGRAMMARE ALLA PARTENZA GLI ARRIVI.
10- VENEZIA DEVE TORNARE AD ESSERE SE STESSA. Le Corbusier la riteneva come “IL MODELLO PER OGNI CITTÀ DEL FUTURO”. Venezia deve superare la monocultura turistica con altre attività al pari importanti, sia come CITTÀ DI SPERIMENTAZIONE E RICERCA (dando spazio a tutti quelli, istituzioni e singoli, che rappresentano qualcosa di innovativo nel panorama mondiale), che con il RECUPERO DEI SAPERI ACCUMULATI NEI SECOLI (con l’apertura al mondo che l’accompagna da sempre). E il ritorno a dare valore ai propri abitanti (residenti, che abbiamo fin qui detto), va accompagnato con una PIÙ CORRETTA E DECISA ATTENZIONE AL PROPRIO TERRITORIO (ora in difficoltà, non solo con la monocultura turistica, ma anche con il fallimento del progetto MOSE, e con tanti centri commerciali…come quello sorto nel Fondaco dei tedeschi, oppure il centro commerciale in Stazione…. tutti rivolti al mero consumo dei milioni di visitatori)(ma non si poteva recuperare il Fondaco dei tedeschi, come si vorrebbe ora fare con Rialto, con finanziamenti e progetti un po’ più innovativi?!). (s.m.)

(FOTO da http://www.esquire.com/ gettyimages – A VENEZIA esistono le condizioni per prefigurare UN ORGANISMO URBANO DEL FUTURO: perché NON CRESCE e NON CONSUMA SUOLO, perché NON SPRECA RISORSE, perché RIUSA TUTTO (dall’acqua ai materiali edili) e si è sempre ricostruita su sé stessa, utilizzando moduli costantemente replicabili e mai monotoni, perché insegna la manutenzione, perché è OSPITALE, MULTICULTURALE e MULTIETNICA, perché si circola SENZA MACCHINE, perché coltiva gli SPAZI PUBBLICI, perché anche gli elementi più privati di un edificio hanno una DIMENSIONE PUBBLICA, perché ha conservato per secoli (tranne che nell’ultimo) un’eccezionale RELAZIONE FRA IL COSTRUITO E IL SUO AMBIENTE, CIOÈ LA LAGUNA. (Francesco Erbani, dal libro-reportage “NON È TRISTE VENEZIA” (Manni Editore, ottobre 2018, euro 15,00)

………………………………….

ANCHE MARCO POLO INVESTE SU RIALTO

di Carlo Vulpio, da “La Lettura” de “il Corriere della Sera” del 20/1/2019
Non sarà la laguna a inghiottire Venezia, e nemmeno l’orda continua dei turisti a farla sprofondare. Da queste due calamità, in qualche modo, Venezia si salverà. Non potrà far nulla invece se si spegnerà la sua vitalità. Se continuerà cioè il suo declino demografico e ancor più se con il corpo della città se ne andrà anche la sua anima. Continua a leggere

I CAMBIAMENTI CLIMATICI GLOBALI con le loro crescenti e sempre più dannose conseguenze, e la poca volontà politica a nuovi paradigmi nello SVILUPPO GLOBALE: il caso della COP24, la Conferenza mondiale sul clima tenutasi nel dicembre scorso in POLONIA a KATOWICE (le NON DECISIONI che lì ci sono state)

GRETA THUNBERG – IL FUTURO HA 16 ANNI – GUARDA E ASCOLTA IL DISCORSO DI GRETA:
https://www.lifegate.it/persone/news/cop-24-katowice-greta-thunberg-cambiamenti-climatici

   Il testo dell’intervento di Greta alla Cop24 di KATOWICE, Polonia, il 4 dicembre scorso:
“Il mio nome è Greta Thunberg, ho quindici anni e vengo dalla Svezia. Molte persone dicono che la Svezia sia solo un piccolo Paese e a loro non importa cosa facciamo. Ma io ho imparato che non sei mai troppo piccolo per fare la differenza. Se alcuni ragazzi decidono di manifestare dopo la scuola, immaginate cosa potremmo fare tutti insieme, se solo lo volessimo veramente. Ma per fare ciò dobbiamo parlare chiaramente, non importa quanto questo possa risultare scomodo. Voi parlate solo di una crescita senza fine in riferimento alla green economy, perché avete paura di diventare impopolari. Parlate solo di andare avanti con le stesse idee sbagliate che ci hanno messo in questo casino. (…) Ma non mi importa risultare impopolare, mi importa della giustizia climatica e di un pianeta vivibile. La civiltà viene sacrificata per dare la possibilità a una piccola cerchia di persone di continuare a fare profitti. La nostra biosfera viene sacrificata per far sì che le persone ricche in Paesi come il mio possano vivere nel lusso. Molti soffrono per garantire a pochi di vivere nel lusso.
Nel 2078 festeggerò il mio settantacinquesimo compleanno. Se avrò dei bambini probabilmente un giorno mi faranno domande su di voi. Forse mi chiederanno come mai non avete fatto niente quando era ancora il tempo di agire. Voi dite di amare i vostri figli sopra ogni cosa, ma state rubando loro il futuro davanti agli occhi. Finché non vi fermerete a focalizzare cosa deve essere fatto anziché su cosa sia politicamente meglio fare, non c’è alcuna speranza. Non possiamo risolvere una crisi senza trattarla come tale. Noi dobbiamo lasciare i combustibili fossili sotto terra e dobbiamo focalizzarci sull’uguaglianza e se le soluzioni sono impossibili da trovare in questo sistema significa che dobbiamo cambiarlo. Non siamo venuti qui per pregare i leader a occuparsene. Tanto ci avete ignorato in passato e continuerete a ignorarci. Voi non avete più scuse e noi abbiamo poco tempo. Noi siamo qui per farvi sapere che il cambiamento sta arrivando, che vi piaccia o no. Il vero potere appartiene al popolo. Grazie”. Greta Thunberg‏ @GretaThunberg
(qui sopra il discorso del 4 dicembre 2018 di GRETA THUNBERG alla classe politica mondiale dove spiega la gravità del problema, al COP24, il Summit delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici in Polonia a Katowice in occasione della 24a Conference Of Parties (COP24).

   Ha compiuto 16 anni il 3 gennaio. Non più da semplice adolescente svedese impegnata e fragile, ma da simbolo globale della lotta contro il cambiamento climatico. Greta Thunberg è la ragazza con l’impermeabile giallo che ha scioperato da scuola, sedendosi sul pavimento del Parlamento svedese, perché i politici sentissero la pressione e l’urgenza di intervenire per ridurre le emissioni di gas serra. Con la sua protesta gentile e determinata ha conquistato titoli, reportage, pagine e pagine di interviste in tutto il mondo, fino all’invito alla CNN, ma soprattutto alla CONFERENZA DI KATOWICE, dove il suo discorso alla sessione plenaria è diventato il contenuto più visto su AL JAZEERA ENGLISH nella settimana del 20 dicembre, fra milioni di condivisioni. Greta, che ha una madre cantante lirica sinfonica, un padre attore, una diagnosi da sindrome di Asperger (un disturbo prossimo all’autismo di cui lei racconta «mi fa vedere le cose in bianco o nero. Non mi piace mentire»), incalza politici e adulti sul peso che stanno lasciando sui bambini, togliendo loro il futuro. «La nostra biosfera viene sacrificata perché i ricchi in paesi come il mio possano vivere nel lusso», ha detto alla platea della conferenza per il clima: «È la sofferenza dei molti che paga i lussi di pochi. Nel 2078 festeggerò il mio 75esimo compleanno. Se avrò bambini forse quel giorno mi chiederanno di voi. Mi chiederanno perché non avete fatto tutto il possibile quando ancora c’era tempo per agire». (L’ESPRESSO 30/12/2018)

La quindicenne Greta Thunberg durante la sua protesta del venerdì sui cambiamenti climatici

…………………………..

   Emblematico che la Conferenza sul clima (denominata Cop24), tenutasi nella prima quindicina del dicembre scorso, si sia svolta in Polonia, e in particolare a KATOWICE, capoluogo della SLESIA, la regione a sud che è considerata la regione carbonifera non solo di Polonia ma di tutta Europa (la capitale europea del carbone). Anche se è la Cina che, da sola, consuma la metà della produzione globale, la Polonia rappresenta in modo forte il legame con questo minerale, combustibile così inquinante. Una regione come appunto la Slesia dipende completamente dal carbone, in termini di economia, di occupazione.

COP24, il presidente polacco DUDA spiazza tutti: “LA POLONIA NON PUÒ RINUNCIARE AL CARBONE” -Nonostante i ripetuti richiami alla DECARBONIZZAZIONE DEL PIANETA, in una conferenza stampa congiunta il 3 dicembre scorso, a presentazione dell’inizio dei lavori della COP24 a KATOWICE con il segretario dell’Onu ANTONIO GUTERRES, il PRESIDENTE POLACCO DUDA ha dichiarato che IL SUO PAESE “NON PUÒ RINUNCIARE AL CARBONE”, una MATERIA PRIMA “STRATEGICA” che garantisce “la SOVRANITÀ ENERGETICA”- Varsavia conta ancora sul CARBONE per l’80% del suo FABBISOGNO ENERGETICO, e prevede di arrivare al 50% entro il 2030. Quando il target fissato dalla Commissione europea per quella data è del 40%. (foto da IL FATTO QUOTIDIANO del 4/12/2018)

   Non è poi un caso che sulle 50 città più inquinate d’Europa, ben 33 sono in Polonia: per dire l’“importanza del carbone” in terra polacca, e il collegamento esistente tra il forte inquinamento atmosferico che lì c’è e l’estrazione di questo materiale. E sul banco degli imputati, alla Conferenza sul clima dello scorso dicembre, assieme a Trump e alla Russia, è finito così anche il paese ospitante. Gli impegni a ridurre la dipendenza energetica dal carbone ci sono da parte della Polonia, ma è evidente che l’ancor esistente (ed essenziale alla ricchezza del paese) industria mineraria carbonifera, appunto soprattutto nella regione della Slesia, gioca un ruolo fondamentale (e negativo) nell’alto tasso di inquinamento del paese. E il carbone è anche (quasi) un simbolo dell’indipendenza (un sovranismo energetico polacco). Anche se lì non è solo questione di inquinamento atmosferico: per dire, nella città di BYTOM (agglomerato urbano-industriale sempre in Slesia), costruita in pratica sopra una miniera, gli edifici sono pieni di crepe, rischiano di cadere.

“La DIRETTIVA 2003/87/CE, prevede che gli impianti produttivi di grandi emettitori dell’Unione europea non possano funzionare senza un’AUTORIZZAZIONE alle EMISSIONI DI GAS SERRA. Ogni impianto autorizzato deve COMPENSARE ANNUALMENTE LE PROPRIE EMISSIONI INQUINANTI ACQUISTANDO ALL’ASTA, OPPURE SU UN VERO E PROPRIO LIBERO MERCATO, delle QUOTE PER OGNI TONNELLATA EMESSA di biossido di carbonio (CO2) o di qualsiasi altro gas a effetto serra, come ossido di metano (CH4), protossido di azoto (N2O), idrofluorocarburi (HFC), perfluorocarburi (PFC) ed esafluoro di zolfo (SF6), che abbia un potenziale effetto di riscaldamento planetario, in altri termini un sistema congegnato per acquisire il diritto a inquinare a fronte di una penale scambiata sul libero mercato dei capitali. (…)”(Angelo Richiello, “L’ESPRESSO”, 30/12/2018)

   Per quanto riguarda la problematica globale trattata nella Cop24, la Conferenza sul clima a Katowice (dove si decidevano i destini dell’accordo di Parigi del 2015), va detto che nel 2018 c’è stato un nuovo record di emissioni di CO2. E (dati della Conferenza) per contenere il disastro servono 900 miliardi di dollari l’anno da qui al 2050, l’uno per cento del Pil globale.
Le regole e gli impegni che ci si è dati in Polonia per rendere operativo l’accordo di Parigi, però, non sembrano particolarmente ambiziosi. E lasciano dubitare che possano consentire di centrare il principale obiettivo dell’intesa raggiunta nel 2015 nella capitale francese, cioè di limitare la crescita della temperatura media globale, entro la fine del secolo, ad un massimo di 2 gradi centigradi, rispetto ai livelli pre-industriali.

In Polonia vi sono 16 regioni e si chiamano VOIVODATI (WOJEWÓDZTWA). Nella cartina qui sopra (ripresa da http://www.quipoloniaeitalia.wordpress.com/) si può vedere all’estremo sud la SLESIA (regione carbonifera polacca e d’Europa) e il suo capoluogo KATOWICE (che è stata sede, a dicembre 2018, della CONFERENZA MONDIALE SUL CLIMA denominata COP24)

   C’è stato, dal primo testo proposto nella Conferenza, alcuni stati (Stati Uniti, Arabia Saudita, Russia e Kuwait) che si sono opposti al segnale di gravità indicato dall’Onu: l’ultimo rapporto sul clima dell’Ipcc, l’Intergovernmental Panel On Climate Change (il foro scientifico formato nel 1988 dalle Nazioni Unite che monitora il riscaldamento globale) prevede che, di questo passo, il mondo potrebbe raggiungere i +1,5 gradi centigradi già nel 2030.
In particolare, par di capire, l’impegno (concreto, finanziario…) che c’era stato a Parigi di “garantire” lo sviluppo di Paesi poveri, viene di fatto ad essere assai labile (per non dire che lo si è del tutto abbandonato). Il nodo dei 100 miliardi di dollari di trasferimenti dai paesi ricchi a quelli poveri, promessi pure dalla Cop 15 di Copenaghen, nel 2009, sono stati finora stanziati in parti piccolissime. (per una più ampia informazione sulla Cop24 di Katowice, vi invitiamo a leggere gli articoli che seguono in questo post).

Katowice, veduta aerea di una parte della citta (di 310mila abitanti) (da wikipedia)

   Il carbone resta la fonte di energia più utilizzata al mondo per produrre elettricità. Nel 2017, secondo l’International Energy Agency, produzione e consumo a livello globale sono tornati ad aumentare dopo due anni di declino. Il motivo è semplice: ci sono milioni di tonnellate di carbone sotto terra; e così è difficile abbandonare questo combustibile così fortemente inquinante.

minatore in miniera di carbone

Secondo le stime dell’Onu, per contenere il riscaldamento globale entro il limite minimo di +1,5° (come previsto alla Conferenza di Parigi), entro il 2050 le rinnovabili dovranno fornire la maggior parte di energia, e il carbone dovrà crollare dall’attuale 30 per cento a meno del 2%. Ma, appunto, non è solo problema della Polonia, di Trump, della Russia: conta molto la Cina, e pure la sua influenza asiatica. La Cina, come detto, da sola consuma metà del carbone mondiale e le sue imprese stanno costruendo centrali in 17 Paesi, soprattutto nel Sud-Est asiatico, l’ultima frontiera del carbone.
L’Europa, invece, si dimostra (politicamente) come l’entità istituzionale (l’Unione Europea) più disposta e coerente a mantenere gli impegni precedentemente presi: e si fanno già i conti della conversione, dell’abbandono dei combustibili inquinanti, delle energie rinnovabili e pulite; e anche (dopo la rivolta dei gilet gialli francesi contro l’aumento del gasolio) anche dei rischi sociali connessi. Ce la faremo almeno noi europei a dare un segnale concreto? (speriamo) (s.m.)

…………………………………

PUÒ ESISTERE UNO SVILUPPO SOSTENIBILE, posto il peso preponderante che ha la parola “crescita” nel più ampio ambito designato dalla parola “sviluppo”? Secondo l’economista MAURO BONAIUTI, attento studioso della “Grande transizione” (che è anche il titolo di uno dei suoi lavori più noti) verso un’economia della decrescita, la risposta non solo è negativa, ma è chiara fin dagli anni ’70 agli studiosi più rigorosi…” (Marco Pacini, “L’ESPRESSO”, 30/12/2018) – …(MAURO BONAIUTI, tra i primi in Italia a muoversi in questa prospettiva avviata da Serge Latouche, riflette sui presupposti de «LA GRANDE TRANSIZIONE» (Mauro Buonaiuti, Bollati Boringhieri, 15 euro) che ci aspetta: dalla durezza senza sbocco dello sviluppo a tutti i costi, causa di malessere sociale, predazione di risorse e danni ambientali, alla resilienza o «decrescita serena», sinonimo di ritessitura delle relazioni umane in uno spazio di prossimità e in una dimensione di reciprocità. L’arroganza dei mercati non esaurisce l’orizzonte. Esiste anche un progetto di società di decrescita, e secondo Bonaiuti è l’unico a poterci salvare dal baratro.)

…………………………………..

QUANTO MI COSTI, GAS SERRA

di Angelo Richiello, da “L’ESPRESSO” del 30/12/2018
– Il valore delle quote delle emissioni sta crescendo in modo esponenziale. Ecco come funziona il mercato dell’inquinamento –
Nel primo giorno del nuovo anno ha compiuto quindici anni esatti il sistema dell’Unione europea nato con lo scopo di ridurre nei 28 paesi membri le emissioni di gas serra, precisamente una riduzione del 21 per cento entro il 2020 e del 43 per cento entro il 2030. Il sistema interessa principalmente quei settori industriali la cui produzione di gas serra ha un maggiore impatto sui cambiamenti climatici, non solo nei Paesi membri della Unione europea, ma anche del mondo intero, costituendo così la risposta europea agli impegni assunti a Kyoto nel dicembre del 1997.
La disposizione, nota come Direttiva 2003/87/CE, prevede che gli impianti produttivi di grandi emettitori dell’Unione europea non possano funzionare senza un’autorizzazione alle emissioni di gas serra. Ogni impianto autorizzato deve compensare annualmente le proprie emissioni inquinanti acquistando all’asta, oppure su un vero e proprio libero mercato, delle quote per ogni tonnellata emessa di biossido di carbonio (CO2) o di qualsiasi altro gas a effetto serra, come ossido di metano (CH4), protossido di azoto (N2O), idrofluorocarburi (HFC), perfluorocarburi (PFC) ed esafluoro di zolfo (SF6), che abbia un potenziale effetto di riscaldamento planetario, in altri termini un sistema congegnato per acquisire il diritto a inquinare a fronte di una penale scambiata sul libero mercato dei capitali.
Il sistema per lo scambio delle quote di emissione è uno strumento essenziale, Continua a leggere

AREE CONTAMINATE: un PAESE (l’Italia) pieno di discariche abusive da nord a sud, di rifiuti tossici, speciali, urbani, amianto…, seppelliti nei decenni e che inquinano le falde acquifere – IL CASO VENETO: Pfas, Amianto, e altri rifiuti scoperti su cave e discariche, e ora sui lavori della Superstrada Pedemontana

Discarica di Padernello cava Campagnole a Paese (Treviso) – VENETO (novembre-dicembre 2018) – SOTTO SEQUESTRO DUE AREE CON 280.000 TONNELLATE DI RIFIUTI INQUINANTI SCARICATI IN MODO ILLECITO – Il materiale era stato portato a PAESE (Treviso) e a NOALE (Venezia). ALMENO 10MILA TRASPORTI CON TIR – PAESE – I carabinieri hanno posto sotto sequestro cautelare due aree dove erano stoccate 280mila tonnellate di rifiuti perché trattati in modo illecito. si tratta di un’area del trevigiano, a Paese, ed una nel veneziano, a Noale, dove il materiale conferito da più località del Veneto e di altre regioni pur essendo inquinato ed inquinante non veniva reso inerte ma trattato come ‘normale’. L’operazione è stata effettuata dai carabinieri forestali di Mestre con il supporto del 14/o gruppo elicotteri di Belluno, su delega della Procura di Venezia. Il materiale trovato è pari a 10mila trasporti effettuati con autoarticolati. In particolare, l’emissione della misura cautelare da parte del gip di Venezia è seguita ad una indagine coordinata dalla direzione distrettuale antimafia della procura lagunare.
Le operazioni che venivano fatte dall’azienda consistevano essenzialmente nella miscelazione del materiale contaminato (principalmente da metalli pesanti quali rame, nichel, piombo e selenio) con altri rifiuti, al fine di “diluire” gli inquinanti e alla successiva realizzazione, attraverso tali rifiuti e con l’aggiunta di calce, leganti e cemento, di aggregati da utilizzarsi nel campo dell’edilizia ed in particolare per la realizzazione di sottofondazioni o rilevati stradali. in alcuni casi sui materiali miscelati è stata riscontrata anche la presenza di frammenti di cemento contenenti fibre di amianto (materiale classificato come cancerogeno).
24/11/2018 da http://www.oggitreviso.it/

   Zinco, piombo, rame, arsenico, cadmio, mercurio, ferro, idrocarburi, benzene, nitrati…. Sono le sostanze che “normalmente” si trovano in discariche abusive in tutta Italia…. E poi la questione amianto (che solo 8 regioni sono attrezzate a smaltirlo correttamente); e, particolare specifico in Veneto, l’inquinamento da Pfas che vanno direttamente nella falda acquifera.
Nel nostro Paese ci sono 58 siti “ufficiali” considerati contaminati da scarichi tossici nei decenni passati; e di questi l’Istituto Superiore di Sanità da anni monitora i rischi per la salute dei circa 6 milioni di abitanti che vivono nelle aree dei 45 (sui 58) siti più contaminati d’Italia. Di questi abitanti in aree contaminate, per chi ha meno di 25 anni, è stato registrato un aumento di tumori maligni del 9% rispetto a chi vive in zone non a rischio. Quasi sempre c’è un eccesso di malattie respiratorie per i bambini e i ragazzi. (riportiamo qui di seguito in questo post una serie di dati contenuti in un articolo assai emblematico della situazione scritto da Milena Gabanelli per il Corriere della Sera del 25/11 scorso).

AREE CONTAMINATE: IN ITALIA 6 MILIONI DI PERSONE A RISCHIO

   Ma non è solo cosa che riguarda i qui sopra citati SITI INQUINATI DI INTERESSE NAZIONALE (Sin). Nel senso che dappertutto, quando si scava per fare qualcosa, quasi sempre spuntano dal sottosuolo rifiuti abbandonati, “nascosti”: che vanno dagli inerti quasi sempre pericolosi, ad esempio “carichi” di amianto”; a metalli pesanti; o rifiuti solidi urbani di tutti i tipi….

Forestale che pone i sigilli a una cava di rifiuti tossici

   Li troviamo in cave e discariche, ma anche in aree industriali dismesse, o ancora in industrie o laboratori artigianali in attività; e come dicevamo molto spesso vengono trovati un po’ dappertutto casualmente facendo dei lavori per costruire un edificio, oppure un’opera pubblica: in Veneto adesso è il caso della costruzione della superstrada pedemontana, e nei 95 chilometri di tracciato tra le province di Vicenza e Treviso, spuntano qua e là discariche abusive sugli scavi che si stanno facendo, con aree in cui sono stati ammassati o interrati rifiuti pericolosi.

“(…) In Veneto negli ultimi anni sono stati numerosi i ROGHI SOSPETTI AD ATTIVITÀ DI STOCCAGGIO RIFIUTI. Per Legambiente, spesso è il modo più rapido per disfarsi di scarti difficili da collocare altrove. «In Italia gli incendi erano in media 11 all’anno fino al 2014» spiega Giorgio Zampetti, direttore generale Legambiente, «nell’ultimo triennio sono stati 250». (Andrea De Polo, la Tribuna di Treviso, 27/11/2018)”

   Il Veneto, cui qui ci concentriamo come regione “ricca” di discariche abusive, ha anche il problema dell’inquinamento da PFAS. Il PFAS (la sigla starebbe per “perfluoro-alchilici”, “Polyfluoalkyl”) è una sostanza chimica che viene adoperata per impermeabilizzanti, tappeti, divani, sedili delle auto: ma l’utilizzo più noto è probabilmente quello che se ne fa come rivestimento antiaderente delle pentole e dei tessuti impermeabilizzanti.

I PFAS: Una famiglia di COMPOSTI CHIMICI POLI E PERFLUORATI UTILIZZATI IN MOLTI SETTORI INDUSTRIALI, soprattutto per la produzione di materiali resistenti ai grassi e all’acqua. Sono molecole caratterizzate da un forte legame tra fluoro e carbonio che le rende difficilmente degradabili, perciò SI ACCUMULANO NELL’AMBIENTE E POSSONO FACILMENTE PASSARE NEI VIVENTI interferendo anche in modo grave con il loro metabolismo. – PFAS – Area ROSSA: area di massima esposizione sanitaria – Area ARANCIO: area captazioni autonome – Area GIALLO CHIARO: area di attenzione – Area VERDE: area di approfondimento – Area OMBREGGIATA: Plume di contaminazione

   Dalla contaminazione da Pfas (scoperta “ufficialmente” dal CNR nel 2013) nelle falde acquifere che riforniscono 300 mila residenti nelle province di VICENZA, PADOVA e VERONA, sembra che non se ne esca; che non si trovi una soluzione virtuosa definitiva sia per garantire la salute delle persone che hanno utilizzato acqua contaminata; né della bonifica strutturale per fermare l’inquinamento della falda, e garantire acqua pulita dai rubinetti di casa.

PFAS IN VENETO (MAPPA ARPAV, DIFFUSIONE) – “La sola zona rossa è un’area vasta tra i 150 e i 200 km quadrati, che comprende almeno 79 comuni tra le province di Verona, Vicenza e Padova; ci abitano circa 350mila abitanti. «Ma i contaminati da Pfas sono molti di più», secondo Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna Stop PFAS di Greenpeace: «Recentemente, cittadini di comuni non inseriti nella zona considerata a rischio, hanno scoperto di avere alti livelli di Pfas grazie ad analisi fatte di propria iniziativa. È verosimile quindi che il problema sia più esteso di quanto si possa immaginare».(…)” (Sara Milanese, da “Il Manifesto” del 10/1/2018)

   E poi, tornando a tutta la penisola italica, c’è il caso emblematico (e grave per le morti continue) delle discariche abusive di AMIANTO. Ventisei anni dopo l’approvazione della legge che prevede la rimozione dell’amianto dagli edifici (Legge 257 del 27 marzo 1992), solo il 2% delle strutture è stato bonificato (dato ricavato dall’ultimo rapporto LIBERI DALL’AMIANTO?, realizzato da LEGAMBIENTE e presentato in occasione della GIORNATA MONDIALE DELLE VITTIME D’AMIANTO, che si è celebrata il 28 aprile 2018).

MESOLA (nel ferrarese). L’hanno chiamata operazione “BLACK HOLE”, un “BUCO NERO” dentro al quale finivano rifiuti di ogni genere, comprese pericolose LASTRE IN FIBROCEMENTO contenenti minerali del gruppo dell’AMIANTO. Il “buco nero” non era altro che uno scavo di notevoli dimensioni scoperto dalla Polizia provinciale nell’area cortiliva di un’abitazione TRA I COMUNI DI MESOLA E GORO, il quale veniva riempito di rifiuti provenienti in gran parte da attività di demolizione e costruzione, per poi essere ricoperto nuovamente di terra. (da http://www.estense.com/ 10/1/2018)

   LE REGIONI DOTATE DI ALMENO UN IMPIANTO SPECIFICO PER L’AMIANTO SONO SOLO 8, per un totale di 18 strutture: in Sardegna e Piemonte ce ne sono 4, tre in Lombardia e due in Basilicata ed Emilia Romagna. Uno solo l’impianto esistente in Friuli Venezia Giulia, Puglia e nella Provincia Autonoma di Bolzano. Tra il 1993 e il 2012, cioè nei primi vent’anni successivi alla legge che chiudeva l’era dell’eternit, in Italia sono stati 21.463 i casi di MESOTELIOMA MALIGNO, che hanno provocato oltre 6mila morti all’anno (ripetiamo: 6mila all’anno!).

nella foto: Luigi Lazzaro, presidente Legambiente Veneto – UNA DISCARICA PER L’AMIANTO IN VENETO. Questa la proposta avanzata da Legambiente che dal forum sui rifiuti per liberarsi di uno degli inquinanti più pericolosi e più costosi da smaltire. “MANCA COMPLETAMENTE UNA DISCARICA DEDICATA, – ha detto Luigi Lazzaro, presidente di Legambiente Veneto – i costi per le bonifiche sono notevoli e una situazione di questo genere favorisce l’illegalità e le scorciatoie, come successo a Paese e Noale. Noi non siamo tout-court contro le discariche. VA INDIVIDUATO IL SITO CORRETTO, ed è difficile trovarlo in un territorio così antropizzato come il Veneto.” (26/11/2018, da https://tgplus.it/ )

   E allora: CHE FARE? …. di questa diffusa totale pratica di sbarazzarsi dei rifiuti o sotterrandoli o disperdendoli nottetempo dappertutto; o usando cave e discariche non autorizzate a smaltire correttamente lo specifico rifiuto che viene apportato.
I controlli più ferrei naturalmente sono necessari e importanti: ne viene molto spesso però che si trovano “fatti illeciti vecchi”, di tanti anni fa: e così il principio secondo cui “CHI INQUINA PAGA” è spesso impraticabile, poiché l’inquinamento, appunto, il più delle volte, è così risalente negli anni che rintracciare giudizialmente il responsabile è difficile se non impossibile.

DISCARICA MONTECCHIO SUI LAVORI DELLA SPV – Montecchio Maggiore, cantiere della SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA (SPV): spunta un’altra DISCARICA ABUSIVA lungo il tracciato dei 95 chilometri (come a SELVA DEL MONTELLO, o tra VILLORBA E SPRESIANO…). “Difficile dire quante saranno, ma non è così improbabile dire che lungo il cantiere della SPV potrebbero saltar fuori ancora rifiuti prima della fine dei lavori. Sono discariche abusive, cumuli di rifiuti che spuntano dal terreno, sepolti chissà da quanto tempo.” (da http://www.vicenzatoday.it/ )

   E ancor più onerosa è la BONIFICA di questi siti inquinati: lo si può fare effettivamente solo con la RIMOZIONE dei rifiuti dalle discariche inquinate, come da tutti i siti che contengono inquinamenti e che hanno da anni inquinato le falde acquifere (come il caso dei Pfas che abbiamo citato per molti comuni della provincia di Vicenza, Verona e Padova). E LA RIMOZIONE HA COSTI STRATOSFERICI, che fa sì che alla fine spesso tutto resta fermo, e il corso naturale di inquinamento della falda viene a realizzarsi da sé (oppure si adottando misure di bonifica meno costose ma meno efficaci).
Su tutto va detto che l’apporto abusivo di rifiuti da smaltire illecitamente crea delinquenza, mafie e camorre che trovano il modo di moltiplicare i loro introiti recependo (facendosi pagare da imprenditori) rifiuti che non smaltiscono. C’è così un RISCHIO RACKET che si concretizza con il non voler risolvere il problema.
Strutture di controllo più efficaci dovrebbero appaiarsi a un sistema preventivo di trovare soluzioni efficaci allo smaltimento illecito. Ad esempio, per quanto riguarda l’amianto, la proposta di individuazione di una discarica apposita, almeno in ogni regione, che sia in grado di smaltire l’eternit (l’amianto) così nocivo alla salute (magari a costi cui viene incontro anche la Regione, lo Stato, l’istituzione pubblica…) permetterebbe di porre di più sotto controllo lo smaltimento corretto, evitando di più le forme criminali abusive (che in ogni caso vanno perseguite con controlli efficaci su ogni territorio). E ci sarebbero meno persone ammalate (e, se si vuole un po’ cinicamente monetizzare, meno costi alla sanità).
Va da sé che porre un freno allo smaltimento irregolare e abusivo di ogni rifiuti e sostanza inquinante (e di quanto è stato fatto illecitamente in passato) è cosa che richiede un impegno collettivo non più prorogabile. (s.m.)

……………………………….

AREE CONTAMINATE: IN ITALIA 6 MILIONI DI PERSONE A RISCHIO

di Milena Gabanelli, da “il Corriere della Sera” del 25/11/2018
Nei terreni e nelle falde dei 1.469 ettari di costa che bagna la città di Crotone è stata riscontrata, nel 2002, la presenza di zinco, piombo, rame, arsenico, cadmio, mercurio, ferro, idrocarburi, benzene, nitrati, frutto perlopiù di uno smaltimento abusivo, sistematico e incontrollato di montagne di rifiuti industriali.
Dopo sedici anni, 9 commissari e 121 milioni di euro stanziati, la bonifica è ancora in alto mare.

QUANTE SONO E DOVE STANNO LE AREE A RISCHIO SANITARIO Continua a leggere