La Caporetto de LA PIAVE: fiume (sacro alla Patria?) lasciato in aridità, in agonia; tra prelievi (idroelettrici) esagerati e per coltivazioni ad alto consumo idrico; con una REGIMAZIONE IDRAULICA da canale artificiale – È la FINE DI UN ECOSISTEMA unico? (Ti invitiamo a firmare qui LA PETIZIONE LEGAMBIENTE)

IMPARARE SUL CORSO DELLA PIAVE

   La Piave è uno dei fiumi più sfruttati e artificiali d’Europa. E’ lungo 220 chilometri (quinto fiume d’Italia), con le sorgenti oltre i duemila metri (2.040) tra il monte Peralba e il Chiadenis, nel territorio del comune di Sappada (nelle Alpi Carniche Occidentali, Sappada che sta istituzionalmente passando dal Veneto al Friuli). E la foce della Piave è (grazie a una deviazione artificiale ad opera del magistrato alle acque della Serenissima) a Cortellazzo di Jesolo, direttamente nel mare Adriatico.

Il Piave scende dalle falde del monte Peralba, nelle Alpi Carniche, attraversa il Comelico e il Cadore, dove accoglie i contributi di alcuni consistenti corsi d’acqua alpini. Dopo Feltre, nell’area prealpina bellunese, il fiume volge a mezzogiorno, incuneandosi tra i monti Grappa e Cesèn, sfiora il dosso del Montello ed esce in pianura a Nervesa della Battaglia. Da qui prosegue in un ampio letto ghiaioso suddiviso in molti canali intrecciati, separati da isolotti e barre. Tra Maserada e Cimadolmo due suoi rami divergono per racchiudere l’“isola” delle grave di Papadopoli, singolare varice di ghiaia e sabbia. A valle di Ponte di Piave il fiume si approfondisce nelle proprie fini alluvioni, passa per San Donà e sfocia in mare a Jesolo, nel porto di Cortellazzo

   Però, pur essendo questo fiume “secondario”, in grandezza (lunghezza) rispetto a numerosi fiumi europei, assume un carattere importante, rilevante: è molto conosciuto. Sicuramente per le vicende della prima guerra mondiale (1914-1918), con la rotta delle truppe italiane a Caporetto nell’ottobre-novembre 1917, e la resistenza, il “muro” creato sul Monte Grappa e sulla Piave in particolare, con la controffensiva (sempre con al centro il fiume) del giugno 1918.

PIAVE IN SECCA – SI PUÒ CONTINUARE a perpetuare un tipo di COLTURE “IDROVORE” in tutta la pianura trevigiana senza un ripensamento che privilegi la vita e la biodiversità del nostro corso d’acqua? SI PUÒ CONTINUARE a concepire questo fiume alpino come UN CANALE SCOLMATORE in cui si rilascia acqua quando non serve per le dighe del sistema idroelettrico e per le irrigazioni nell’alta pianura?

   Ma non è solo questo il dato rilevante della Piave. E’ anche conosciuto e strategico perché il suo bacino idrico è importante, interessa il paesaggio dolomitico, ha molti affluenti di grande importanza (come il Cordevole)… tra l’altro scendendo, in alta pianura, la Piave è all’origine poi in bassa pianura delle risorgive della pianura nell’area tra la Marca Trevigiana, il Veneziano e il Padovano…. Poi, in bassa pianura, queste risorgive, l’acqua che esce dal suolo, danno origine al più grande fiume di pianura europeo: il Sile (da Casacorba di Vedelago, a Portegrandi a ridosso della Laguna di Venezia, 90 chilometri di paesaggio di grande bellezza).

La battaglia sulla Piave dopo la rotta di Caporetto dell’ottobre 1917, e la controffensiva (sempre con al centro la Piave) del giugno 1918

   Perché il nome, che era al femminile, si è tramutato al maschile (la Piave, il Piave)? Ci sono varie tesi, “verità” su questo. Noi sposiamo quella che dice che ciò è accaduto appunto durante il primo (cruento, doloroso) conflitto mondiale che ha interessato l’Italia dal 1915 al 1918…. Sembra che, per motivi di sintesi, nei quotidiani bollettini di guerra, a poco a poco, il “fronte della Piave” e divenuto, “fronte del Piave”, più corto da scrivere, telegrafare, diffondere…

LE SORGENTI DEL FIUME PIAVE AI PIEDI DEL MONTE PERABLA – VAL SESIS, SAPPADA PLODN. La punta più a nord del Veneto, incuneata tra l’alta Carnia e l’Alto Adige, confina per un breve tratto con l’Austria. Questa è la Val Sesis e protagonista è il MONTE PERALBA (m.2693), sulle cui pendici nasce il fiume Piave. La POLLA D’ACQUA accreditata quale sorgente ‘ufficiale’ del ‘Fiume sacro alla Patria’ è una sistemazione della fine anni sessanta del novecento che canalizza acque di risorgiva del vasto colmo paludoso tra la val Sesis e la val Visdende, ai piedi del Peralba. Per secoli le ‘sorgenti della Piave’ furono motivo di campanilismo tra Sappada e Comelico che vedeva nel torrente CORDEVOLE della VAL VISDENDE il percorso iniziale del fiume, torrente conosciuto anche quale PIAVE DI VISDENDE, anzi LA PIAE il lingua locale (PIAI è un TERMINE CADORINO indicante un po’ tutti i ruscelletti alla loro sorgente). Da WWW.MAGICOVENETO.IT

   La Piave da qualche decennio è un fiume malato, ma ora è ancora peggio, la sua sembra proprio un’agonia. Le malattie che ha sono diverse a seconda dei territori che attraversa, dalla sorgente alla foce. A nord (nel bellunese) ci sono gli sbarramenti, le centraline idroelettriche in particolare, per l’utilizzo a energia. Nel medio Piave (ancora bellunese) troviamo le escavazioni, e, a partire dal trevigiano quel che impoverisce fortemente il fiume sono i prelievi per le irrigazioni agricole dell’alta pianura (con canali artificiali rilevanti, sempre pieni d’acqua, come il Brentella, il Canale della Vittoria più il Piavesella…).

MASERADA, REGIMAZIONE DEL PIAVE: un canalone enorme per far defluire il Piave, a gran velocità – REGIMAZIONE NON ACCETTABILE- progetto proposto alla Regione dal Crif, Consorzio Regimazione Idraulica Fiumi di Cimadolmo, intitolato “Lavori di riordino idraulico mediante ricalibratura delle sezioni di deflusso con movimentazione e asporto di materiale litoide, adeguamento opere di difesa e riqualificazione ambientale nel tratto del fiume Piave compreso fra i comuni di Breda, Maserada, San Biagio e Ponte di Piave”. 7 chilometri di opere di REGIMAZIONE del fiume che da tempo si stanno portando avanti: nel timore delle possibili piene di novembre, si toglie ghiaia nella parte centrale del Fiume, creando di fatto un vero e proprio canale artificiale…. Tra l’altro il possibile arrivo di grosse quantità alluvionali d’acqua, farà sì che la canalizzazione della Piave porta a una maggiore velocità della stessa acqua nel scendere a valle (l’effetto della canna da fucile, viene chiamata dai critici di tali interventi…). Rifiutando invece interventi di REGIMAZIONE DIFFUSA e di MIGLIORAMENTO DI TUTTA L’AREA GOLENALE nella sua ampiezza (che rallentano e “disperdono” la piena” se arriva)

   Un utilizzo eccessivo, per coltivazioni, tipo il mais, che hanno bisogno d’estate di tanta acqua, che non è perlomeno a goccia, a risparmio: insediamenti agricoli poco rispettosi dell’equilibrio biologico. A sud, sempre più si fa notare l’effetto del mare che risale, rendendo l’acqua salata, il cosiddetto “cuneo salino”, e con il fenomeno delle alghe che soffocano il fiume.

BACINO E AFFLUENTI DELLA PIAVE – Il fiume è lungo 220 chilometri con le sorgenti a m.2.040 tra il MONTE PERALBA e il CHIADENIS, a SAPPADA (Alpi Carniche Occidentali) e la foce, deviazione artificiale ad opera del magistrato alle acque della Serenissima, a CORTELLAZZO di JESOLO direttamente nel mare Adriatico. (da http://www.magicoveneto.it )

   E nel Medio corso, i prelievi eccessivi (accompagnati in primavera estate da poche piogge, da carenza idrica) colpiscono ancor di più il Fiume, soggetto a magre/secche sempre più accentuate, inaridendolo, tanto che le eventuali risorgive che in alcuni posti non ci sono più, fanno sì che pesci e altra fauna acquatica muoia non trovando più piccole pozze d’acqua di risorgiva che, grazie a queste pozze, una volta potevano sopravvivere al momento di aridità.

IL PERCORSO NATURALISTICO “PIAVENIRE” – All’interno dell’oasi naturalistica “Il Codibugnolo”, è stato istituito il Percorso Naturalistico denominato “Piavenire”. Esso si sviluppa lungo 24 Ha di area golenale del fiume Piave, in concessione demaniale. Questo angolo di paesaggio, situato in località Salettuol di Maserada sul Piave (Tv), rappresenta una risorsa ecosistemica e culturale di notevole importanza per tutta la provincia di Treviso e, in prospettiva, per l’intera area Triveneta. (per saperne di più: http://home.teletu.it/piavenire/oasi%20piavenire.htm )

   E la stessa alimentazione della falda che poi “uscirà” nelle risorgive della bassa pianura, sta compromettendo anche la salute del Sile, fiume di pianura che nasce grazie al bacino fluviale della Piave.

BACINO FLUVIALE DELLA PIAVE _ da www_magicoveneto_it – la Piave è inoltre inserita nell’elenco delle zone della “RETE NATURA 2000” (DIRETTIVE EU “UCCELLI” ED “HABITAT” Z.P.S. (ZONA PROTEZIONE SPECIALE) 3240023 Grave della Piave ) e quindi dovrebbe essere oggetto di specifica tutela da parte della Regione Veneto in primis. Per non parlare dell’ignorata DIRETTIVA ACQUE 2000/60 o del PIANO DI GESTIONE della citata Zona di Protezione Speciale “Grave della Piave”

   E poi la carenza d’acqua crea problemi alla fruibilità del greto e dello scorrimento delle acque (ci troviamo in presenza di un “non-fiume”, rigagnoli qua e là), che non si possono più valorizzare per attività turistiche e ricreative, come pesca, iniziative di educazione ambientale, l’uso di kayak e canoa, semplici passeggiate, osservazioni naturalistiche…

Il presidente di Legambiente Piavenire, FAUSTO POZZOBON

    Viene inoltre compromessa gravemente la capacità di autodepurazione del Fiume dagli inquinanti che derivano dagli scarichi urbani e agrari. Gli ecosistemi della zona golenale e dell’intera pianura alluvionale tendono a cambiare, diventano banali, ripetitivi, privi di valore paesaggistico, monotoni e con una grave perdita di biodiversità …

Paesaggi acquatici nella Piave (da http://www.legambientepiavenire.it)

   E’ così urgente “credere” in un progetto che favorisca interventi di rinaturalizzazione volti a migliorarne il patrimonio di biodiversità, la sicurezza idraulica e la fruizione culturale e turistica sostenibile!

garzette nella Piave (da http://www.legambiente.it/)

   Non certo con le opere di REGIMAZIONE del fiume che da tempo si stanno portando avanti: nel timore delle possibili piene di novembre, si toglie ghiaia nella parte centrale del Fiume, creando un vero e proprio canale artificiale…. Tra l’altro il possibile arrivo di grosse quantità alluvionali d’acqua, farà sì che la canalizzazione della Piave porta a una maggiore velocità della stessa acqua nel scendere a valle (l’effetto della canna da fucile, viene chiamata dai critici di tali interventi…). Rifiutando invece interventi di regimazione diffusi e di miglioramento di tutta l’area golenale nella sua ampiezza (che rallentano e “disperdono” la piena” se arriva).

Paesaggi della Piave (da http://www.legambientepiavenire.it)

   E’ poi necessario che lo sfruttamento idroelettrico e il prelievo d’acqua ad uso agricolo per l’alta pianura sia più limitato e in ogni caso maggiormente regolamentato: dagli sbarramenti servono rilasci d’acqua modulari delle acque; un rilascio costante o limitato a certi periodi non ha senso; i produttori di energia idroelettrica, ad esempio, devono rilasciare dei picchi di magra e di morbida che siano quelli naturali.

PIAVE PAESAGGIO (da http://www.legambientepiavenire.it/)

   E’ così che il “caso Piave” è ancora aperto, come ben sottolinea la Legambiente nei suoi circoli in territori lungo la Piave. Un caso aperto anche culturalmente. Non esisterebbe la civiltà del fiume e non esisterebbe, almeno in parte, Venezia così com’è, se il Piave non fosse stato una via d’acqua (allora l’acqua c’era) percorsa dagli zattieri con merci e carbone diretti alla foce e quindi alla Laguna. Vi invitiamo qui a firmare la petizione “MANIFESTO PER IL FIUME PIAVE” della Legambiente, e ad avere interesse a questo tema così importante della vita dei FIUMI, e della risorsa ACQUA. (s.m.)

PIAVE IN SECCA

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MANIFESTO PER IL FIUME PIAVE

Legambiente Piavenire – Maserada sul Piave (TV)

Manifesto per La Piave – FIUME SACRO ALLA PATRIA – e per tutti i corsi d’acqua.

   Il bacino del Fiume Piave, Sacro alla Patria, è tra i più sfruttati e artificializzati d’Europa. Continua a leggere

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L’AMIANTO CHE UCCIDE I FIGLI, 20-30 anni dopo – A MONFALCONE c’è un “salto generazionale” sulle malattie da amianto: dolorosa prova che gli ERRORI DEL PASSATO (inquinamento, distruzione ambientale, saccheggio delle risorse naturali) li pagano i figli – Che fare adesso per controllare le gravi conseguenze?

A MONFALCONE (Gorizia) c’è UNO DEI PIÙ GRANDI CANTIERI NAVALI D’ITALIA, fondato nei primi del ‘900 e oggi di proprietà di FINCANTIERI. Qui sono state costruite enormi navi da crociera, cacciatorpedinieri e sommergibili per la Marina Militare italiana. Per il FRIULI VENEZIA GIULIA è un polo industriale importante, che ha dato lavoro a generazioni di operai provenienti da tutta Italia

   A Monfalcone accade che le malattie da amianto colpiscono ancora, dopo che è stato proibito da 25 anni (nel 1992). E, emblematica la cosa, colpisce i figli (ora cinquantenni, sessantenni) degli operai dell’industria cantieristica che lavoravano in ambienti (stra)pieni di quella fibra minerale così letale. Operai che tornavano a casa, magari abbracciavano i figli, con le loro tute intrise della polvere velenosa. E dopo trent’anni l’asbestosi, il mesotelioma, colpiscono quei figli…. Oppure mogli che lavavano quelle tute, e poi anche loro si sono ammalate…

Monfalcone (GO) Piazza Della Repubblica (da http://www.panoramio_com) . MONFALCONE È UNA CITTÀ INDUSTRIALE IN TRASFORMAZIONE verso una città commerciale e di servizi, soprattutto grazie alla presenza del porto. E’ conosciuta come “LA CITTÀ DELLE NAVI DA CROCIERA” per l’importante presenza della FINCANTIERI. Ha circa 30mila abitanti, ma tutta l’area contermine la popolazione arriva a circa 50mila. IL TERRITORIO SU CUI SI ESTENDE MONFALCONE è compreso tra il Carso a Nord, il Golfo di Panzano a Sud, le campagne di Ronchi e di Staranzano ad Ovest; il comune di Duino e la provincia di Trieste a Est (Monfalcone sorge a 25 km a N.O. da Trieste)

   Il mesotelioma è un tumore che si forma nel mesotelio, che è lo strato di cellule che riveste le cavità sierose del corpo, in particolare nella pleura. Infatti la quasi totalità dei casi attualmente rilevati del tumore si riferisce a mesotelioma pleurico, ed è correlata all’esposizione alle fibre disperse nell’aria appunto dell’amianto (chiamato scientificamente asbesto), con un periodo di tempo per i suoi effetti letali, di malattia assai grave, che possono verificarsi “attivamente” a distanza anche tra i 15 e i 40 anni di tempo (con un decorso di “attacco” al corpo umano che si verifica in uno-due anni).

PANZANO è un rione della città di MONFALCONE nato negli anni ’20 del secolo scorso come VILLAGGIO OPERAIO a servizio del CANTIERE NAVALE

   Il Parlamento nel 1992 ha emanata una legge (la n. 257) che, finalmente (dopo decenni di denunce, accuse…) ha proibito l’uso dell’amianto, mentre fino all’inizio degli anni Ottanta l’industria ne produceva sempre di più e si usava in tutti i modi servisse a impermeabilizzare edifici, manufatti (il cemento-amianto dei tubi dei nostri acquedotti che gran parte persiste dappertutto…, o ancor di più le tettoie in amianto che faticosamente stanno sparendo…); cioè negli anni 80, a ridosso della messa al bando, erano incessantemente aumentate le tonnellate di amianto impiegate all’interno del ciclo produttivo.

Il monumento alle vittime dell’amianto di Panzano (Monfalcone)

   L’amianto è stato ampiamente utilizzato come isolante acustico e termico e come rivestimento antincendio in alberghi, scuole, ospedali, aeroporti, reti di trasporto sotterraneo, edifici commerciali e residenziali, su treni e navi e nelle centrali elettriche. Alcune amministrazioni hanno addirittura prescritto l’isolamento con pannelli in amianto come presidio antincendio obbligatorio negli edifici a più piani. Per un breve periodo negli anni Cinquanta l’amianto è stato messo persino nei filtri delle sigarette…

Che cos’è L’ASBESTO (o AMIANTO) – In natura è un materiale molto comune. La sua resistenza al calore e la sua struttura fibrosa lo hanno reso adatto come materiale per indumenti e tessuti da arredamento a prova di fuoco, ma la sua ormai accertata nocività per la salute ha portato a vietarne l’uso. Le polveri di amianto, respirate, provocano infatti l’ASBESTOSI (malattia polmonare cronica), nonché TUMORI DELLA PLEURA, ovvero il MESOTELIOMA PLEURICO E DEI BRONCHI, e il CARCINOMA POLMONARE. (vedi: http://it.wikipedia.org/wiki/Asbesto )( Cos’è l’amianto – Spanghero, Arpa FVG )

   Pur che già nel corso degli anni Sessanta era stata (definitivamente) accertata la cancerogenicità del minerale, responsabile di neoplasie particolarmente virulente (come detto il mesotelioma e il carcinoma polmonare). Per il mesotelioma (come anche per l’asbestosi) la “causa scatenante” risultava già allora certa e pressoché univoca: l’inalazione delle fibre di amianto, mentre nel caso del carcinoma polmonare potevano subentrare diverse concause come il tabagismo o altri cancerogeni che interagivano nel manifestarsi del tumore.

   A Casale Monferrato c’era una delle fabbriche più grandi d’Italia, la ETERNIT, cioè la fabbrica di amianto che oltre a esportare in tutta Italia questa usatissima fibra isolante nelle costruzioni e manufatti, la Eternit di Casale è ritenuta la causa di migliaia di decessi per tumore nella cittadina piemontese.

   La vicenda incredibile della prescrizione alla condanna dell’industriale svizzero dell’eternit per il disastro ambientale che ha causato negli anni 70-80, ripropone il tema scottante della nostra convivenza con questo terribile inquinante e la difficoltà di stabilire responsabilità certe. Nella vicenda giudiziaria di Casale Monferrato la Cassazione ha infatti annullato la condanna del magnate svizzero Schmidheiny, che il 3 giugno 2013 era stato condannato a 18 anni di carcere per “disastro ambientale doloso continuato” commesso nelle città in cui l’Eternit aveva i suoi stabilimenti (CASALE MONFERRATO, CAVAGNOLO, BAGNOLI e RUBIERA), e in cui la fibra killer si era diffusa nell’aria provocando malattie e decessi che colpiscono ancora oggi gli abitanti di quei luoghi.

“(…)Un ALBERO DI DAVIDIA INVOLUCRATA, il cosiddetto ALBERO DEI FAZZOLETTI, DONATO DA CASALE MONFERRATO come gesto di solidarietà rispetto alle vittime da esposizione ad amianto, è stato PIANTUMATO A MONFALCONE, nell’area verde antistante il pronto soccorso dell’ospedale San Polo….I fiori bianchi della Davidia, simili a dei fazzoletti appesi, simboleggiano la possibilità d’asciugare le lacrime di dolore di chi ha vissuto in prima persona il dramma dell’amianto. La piantina è giunta a Monfalcone tramite Stefano Cosma, vincitore del premio Vivaio Eternot assegnato ogni anno a persone, associazioni o enti che offrono esempi significativi di responsabilità civile per fare sì che in Italia e nel mondo non si piangano mai più vittime dell’amianto…(…) (29 settembre 2017 da https://gorizia.diariodelweb.it/ )

   MA QUI VOGLIAMO PARLARE DI MONFALCONE, e del fatto che dopo venticinque anni dalla proibizione dell’amianto (chiamato anche eternit, appunto dalla fabbrica che lo produceva, a Monfalcone, dicevamo, si continua a morire: UN’EREDITA’ DEL PASSATO involontariamente lasciata ai figli da operai (molti di questi morti di tumore) che nel loro lavoro convivevano quotidianamente con la letale fibra minerale.

   L’utilizzo particolarmente intenso dell’amianto si era concentrato in determinate aree produttive (negli anni sessanta, settanta e ottanta del secolo scorso), in particolare nell’Italia settentrionale. I siti principali in cui il minerale fu impiegato sorgono prevalentemente nelle aree costiere, interessate prioritariamente dalle ATTIVITÀ CANTIERISTICHE E PORTUALI.

PER NOI ERA POLVERE, SOLO POLVERE… – L’AMIANTO, una tragedia fra le più terribili del mondo del lavoro. Nel RACCONTO DEGLI OPERAI DI MONFALCONE l’inferno di un lavoro continuamente avvolti nella polvere d’amianto, fortemente cancerogena. Le odiose resistenze a riconoscere il danno subìto dagli operai, molti dei quali non potranno godersi la pensione. In questo POST troverete delle testimonianze significative riprese dalla TESI di ALESSANDRO MORENA (a sua volta pubblicate dalla rivista di Forlì “UNA CITTÀ” – http://www.unacitta.it/ )

   Nei «Quaderni del Ministero della Salute» furono elaborati i dati provenienti dal Registro Nazionale dei Mesoteliomi e, attraverso i tassi grezzi di incidenza del tumore per 100.000 residenti, furono identificati i 61 COMUNI IN ITALIA CON I MAGGIORI TASSI RELATIVI: nella graduatoria si trovavano diverse aree caratterizzate dalla presenza della cantieristica navale, come i comuni della provincia di Trieste (MUGGIA e TRIESTE); i comuni dell’AREA MONFALCONESE (SAN CANZIAN D’ISONZO, MONFALCONE, RONCHI DEI LEGIONARI e STARANZANO) e quelli della PROVINCIA DI VENEZIA (VENEZIA, MIRA e SPINEA).

Giovedì 28 settembre nel TEATRO COMUNALE DI MONFALCONE è stata ospitata la 7A CONFERENZA REGIONALE SULL’AMIANTO, appuntamento organizzato dalla Commissione regionale amianto in collaborazione con la Regione e il Comune. L’evento prende spunto dall’adozione in Friuli Venezia Giulia di UN NUOVO PERCORSO SOCIO SANITARIO ASSISTENZIALE PER TUTTI GLI ESPOSTI, EX ESPOSTI E LORO FAMILIARI iscritti al REGISTRO AMIANTO e ha visto l’illustrazione delle linee di indirizzo per la stesura del nuovo piano regionale (29/9/2017, da https://gorizia.diariodelweb.it/ ) (nella FOTO Maria Sandra Telesca, assessore regionale alla Sanità)

   All’ITALCANTIERI di Monfalcone (società allora proprietaria e gestrice dell’attività cantieristica a Monfalcone, adesso c’è la FINCANTIERI), negli anni Settanta c’erano circa 5.000 addetti diretti, e si costruivano principalmente navi da crociera, petroliere e sommergibili. Con queste dimensioni rappresentava e rappresenta il più grande stabilimento del Mediterraneo.

   Risaliva al 1972 uno dei primi accorgimenti aziendali relativi all’uso dell’amianto, adottato anche in seguito a segnalazioni sindacali e soprattutto agli interventi dell’Ispettorato del Lavoro, che comportò – almeno in teoria – la modifica dell’organizzazione del lavoro. Infatti, l’Italcantieri chiese che le operazioni di SPRUZZATURA DELL’ASBESTO (dell’amianto) fossero eseguite dalle ditte in appalto in orari diversi e senza la contemporanea presenza di altri lavoratori, spesso dipendenti dell’Italcantieri addetti ad altre mansioni, che potevano però subire un’esposizione cosiddetta passiva (ma non per questo meno pericolosa). Nonostante ciò questo principio non sembra sia stato rispettato.

Tetto in cemento amianto che si sgretola e rilascia le particelle letali – La LEGGE 27 MARZO 1992 N° 257 “ NORME RELATIVE ALLA CESSAZIONE DELL’IMPIEGO DELL’AMIANTO” costituisce, per la sua valenza rigidamente definitoria, una sorta di spartiacque legislativo di portata storica. Legge 257 del 1992 (vedi tutta la legislazione sull’amianto, prima e dopo la legge del 1992, su http://www.amiantomaipiu.it/site/sez_cms.php?menu_id=194740 )

   In questo periodo ci furono anche le prime segnalazioni sindacali documentabili, dove si lamentava, oltre alla mancata turnazione nei lavori di coibentazione, la non pulizia dei residui di amianto prodotti durante i lavori che provocavano un’esposizione indiretta per molti operai del Cantiere. Questo avveniva anche sui ponteggi, dove si depositava una notevole quantità di sfridi di asbesto che di rado veniva prontamente rimossa.

   Nel dicembre del 1976 il Consiglio di Fabbrica dell’Italcantieri di Monfalcone diffuse un volantino nel quale sollevava i problemi legati alla polverosità dell’ambiente di lavoro (… se volete saperne di più, e meglio, vedete la ricerca contenuta nel sito https://diacronie.revues.org/454).

Cantiere Monfalcone – foto da ERPAC Ente Regionale Patrimonio Culturale Regione Friuli – Veduta dell’interno di un officina con operai al lavoro, in posa, presso il Cantiere navale di Monfalcone
– MONFALCONE E L’AMIANTO NEI CANTIERI NAVALI – Intervistato GUIDO TONZAR, ex-operaio Fincantieri, morto a 54 anni di cancro da amianto (asbestosi) nel 2002, in un’intervista, pochi mesi prima, alla trasmissione televisiva Report: “ANDAVAMO a bordo, andavamo in officina, andavamo dappertutto. AVEVAMO TELI DI AMIANTO, AVEVAMO GUARNIZIONI DI AMIANTO, AVEVAMO AMIANTO DAPPERTUTTO, AVEVAMO. Anche per l’ambiente si camminava senza mascherine, senza niente, perché non si sapeva che faceva male, questa polvere. PERCHÉ TUTTI QUANTI SI LAVORAVA SENZA NESSUNA DIFESA, SENZA NESSUNA PRECAUZIONE. Niente, non si aveva niente! I miei colleghi sono anche morti per l’asbestosi. Tutti quelli che lavoravano a bordo con me sono andati in prepensionamento per l’amianto. E io mi trovo con l’asbestosi. Mi trovo ammalato, non riconosciuto e con la malattia”

   Quel che qui preme a noi sottolineare, nel descrivere in questo post il contesto di avvelenamento da amianto (e morti, e sofferenza…) di Monfalcone, è il prezzo pagato a uno sviluppo per niente attento alla salute delle persone, che spesso sfora nell’indifferenza ai possibili concreti rischi che procura.

   Ma, inoltre, il fatto che a pagarne le conseguenze di anni di scellerato impiego di prodotti così pericolosi e letali (se è vero che all’inizio “non si sapeva”, man mano ci si è accorti che “qualcosa non andava”….e solo dopo decenni, nel 1992, si è proibito l’uso…), a pagarne il prezzo sono pure i figli, in un contesto che va pertanto oltre la cosiddetta “malattia professionale”: persone che non hanno mai lavorato con l’amianto, ma ne sono le vittime per esserne stati a contatto in famiglia, con i loro padri…. Questa è una cosa che fa pensare, che è ancor meno accettabile (e non dovrebbe mai accadere) (s.m.)

La rimozione pericolosa di tetti in cemento amianto

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L’AMIANTO ORA COLPISCE I FIGLI DEGLI OPERAI

di Laura Borsani, da IL PICCOLO DI TRESTE del 24/8/2017

– Il centro regionale unico di Monfalcone conferma il «salto generazionale». Coinvolte persone di 50-60 anni. Quattro i casi rilevati nel corso del 2017 – Continua a leggere

IL CASO PFAS (perfluoro-alchilici), sostanza chimica che sta inquinando 4 province del Nord-Est – VENETO INQUINATO ma anche VENETO INQUINATORE (di se stesso): una regione svenduta (nella salute, nel suo territorio) a una ricchezza evaporata – PFAS come caso nazionale di inerzia nella difesa dell’ambiente?

9 marzo 2017 – ATTIVISTI GREENPEACE ALLA SEDE DELLA REGIONE VENETO CONTRO L’INQUINAMENTO DA PFAS – Davanti alla sede della Regione Veneto a Palazzo Balbi, a Venezia, per protestare contro il grave inquinamento da PFAS, sostanze chimiche pericolose presenti anche nell’acqua potabile di molti comuni tra le province di Vicenza, Verona e Padova. Perché le autorità regionali fermino subito gli scarichi di queste sostanze

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COSA SONO I PFAS? – 12/6/2017

da http://scienzamateria.blog.tiscali.it/?doing_wp_cron

   Una famiglia di COMPOSTI CHIMICI POLI E PERFLUORATI UTILIZZATI IN MOLTI SETTORI INDUSTRIALI, soprattutto per la produzione di materiali resistenti ai grassi e all’acqua. Sono molecole caratterizzate da un forte legame tra fluoro e carbonio che le rende difficilmente degradabili, perciò SI ACCUMULANO NELL’AMBIENTE E POSSONO FACILMENTE PASSARE NEI VIVENTI interferendo anche in modo grave con il loro metabolismo.     

i PFAS sono un problema grave nell’inquinamento delle acque negli USA

   D’altra parte il fluoro è l’elemento chimico più elettronegativo del Sistema Periodico, quello che ha la maggiore tendenza ad attrarre a sé gli elettroni di legame. Concetto introdotto nel 1932 dal Premio Nobel, per la chimica (1954) e per la Pace (1962), Linus Carl Pauling.

     Alla stessa famiglia dei PFAS appartengono i PFOS, acido perfluorooctansulfonico, e i PFOA, acido perfluorooctanoico, utilizzati anche per la produzione del politetrafluoroetilene (teflon), che ha rivestito per decenni le padelle antiaderenti e tuttora utilizzato nell’abbigliamento sportivo a base di goretex. Ma il loro utilizzo riguarda anche altri prodotti: cere, vernici, pesticidi.

     Studi dell’ultimo decennio hanno confermato che queste molecole, formate da catene in genere da 4 a 16 atomi di carbonio, con la loro persistenza nell’ambiente sono causa di gravi inquinamenti anche delle falde acquifere e, attraverso l’acqua, entrano nel corpo umano accumulandosi con effetti tossici di vario tipo. In particolare I PFAS RIENTRANO NELLA FAMIGLIA DEGLI “INTERFERENTI ENDOCRINI”, sostanze che modificano i delicati e importantissimi equilibri ormonali dei viventi, soprattutto della nostra specie. L’assorbimento dei PFAS può avvenire anche attraverso i residui presenti nei contenitori di alimenti, il consumo di pesci e crostacei delle aree inquinate e, secondo alcuni, addirittura attraverso l’aria.

     La loro azione, una volta entrati nell’organismo, si concentra su tutte le ghiandole endocrine, dalla tiroide alle ghiandole sessuali, alle surrenali, al pancreas (parte endocrina), alterandone il funzionamento. (….)

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   Introduciamo il discorso sui PFAS cercando di spiegare cosa sono (dopo la precisa introduzione, sintetica e scientifica, esposta qui sopra).

   La sigla starebbe per “perfluoro-alchilici”. Sono dei composti chimici utilizzati in molti settori industriali, soprattutto per la produzione di materiali resistenti ai grassi e all’acqua, in particolare utilizzati per impermeabilizzare tessuti e altri materiali.

   Moltissimi prodotti di largo consumo nostro quotidiano contengono Pfas: ad esempio il rivestimento anti-aderente delle padelle, ma anche il “Goretex”, che serve a certi indumenti sportivi per essere impermeabili all’acqua ma non all’aria.

   I Pfas sono usati, fra l’altro, per la produzione di pesticidi e insetticidi, detersivi, pelli, tessuti impermeabili, contenitori per alimenti (sacchetti per patatine, ecc.), con rischio che possano contaminare i cibi che “proteggono”….

   E’ pur vero che sono assai resistenti, come molecole caratterizzate da un forte legame tra fluoro e carbonio che le rende difficilmente degradabili. Ma se questo può dare garanzia agli alimenti che vengono a contatto con i PFAS, dall’altra questa loro resistenza fa sì che si accumulano nell’ambiente e possono facilmente passare negli organismi viventi (le persone, gli animali…) interferendo anche in modo grave con il loro metabolismo. In particolare possono essere causa di gravi inquinamenti anche delle falde acquifere e, attraverso l’acqua, entrano nel corpo umano accumulandosi con effetti tossici di vario tipo.

   E’ così che la loro azione si concentra su tutte le ghiandole endocrine, dalla tiroide alle ghiandole sessuali, alle surrenali, alla parte endocrina del pancreas, alterandone il funzionamento. Secondo uno studio statunitense del 2012 sono causa di malattie della tiroide e alterazioni degli ormoni tiroidei, colite ulcerosa, tumore del rene e tumore del testicolo.

   PERCHE’ PARLIAMO DEI PFAS? …Perché in una vasta area del Nordest italiano, in Veneto, sta diventando (è diventato) un problema assai serio e grave l’inquinamento da Pfas. L’inquinamento è stato scoperto ancora nel 2013 grazie a uno studio del Cnr commissionato due anni prima dal Ministero dell’ambiente, ma il caso è esploso in tutta la sua drammaticità nel 2016 (e adesso siamo in piena crisi, vanno prese delle decisioni urgenti…).

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PFAS IN VENETO, MAPPA ARPAV – SU INQUINAMENTO DA PFAS IN VENETO, GREENPEACE PUBBLICA un grafico interattivo con la situazione in oltre 90 comuni. Livelli di inquinamento che negli Usa e in Svezia non sarebbero consentiti

   (clicca sul grafico interattivo di Greenpeace: grafico interattivo ) 

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   I campioni sui quali sono stati trovati i Pfas, per un valore variabile da 1 a ben 57,4 microgrammi a kilogrammo, riguardano in particolare uova, pesci, bovini, insalata, foraggio, e altre carni. Quello che preoccupa di più, è che l’agente inquinante è stato riscontrato in presenza massiccia anche nel sangue delle persone (in particolare su persone che bevono acqua di rubinetto).

I comuni più colpiti (mappa da “il Giornale di Vicenza) – Inquinamento da Pfas, 250 mila veneti a rischio: trovate concentrazioni abnormi nel sangue

   Allora siamo in presenza di un VENETO INQUINATO e un VENETO INQUINATORE. Perché è proprio nel Nord-Est, in Veneto, per tutto il territorio nazionale, che sono stati prodotti i Pfas. E la principale fonte di sospetti è l’impianto della Miteni, un’industria di prodotti chimici di Trissino (in provincia di Vicenza), specializzata nella produzione di molecole fluorurate per la farmaceutica, l’agricoltura e l’industria tecnica.

   Secondo l’Arpav (l’agenzia per l’ambiente veneta), la Miteni ha immesso per decenni queste sostanze chimiche direttamente nel fiume Agno e in un depuratore civile che scarica nel fiume Fratta-Gorzone, la cui acqua è usata per irrigare i campi e allevare gli animali. Questo ha portato alla contaminazione idrica di una vasta superficie regionale, che interessa la PARTE OVEST DEL VICENTINO, fino alla BASSA PADOVANA e LAMBISCE pure IL VERONESE. Tutto questo è categoricamente smentito dalla ditta interessata (che dichiara: “la trincea e i carotaggi eseguiti nel sito aziendale non hanno evidenziato alcuna traccia dei solventi al benzene ipotizzati dai carabinieri del Noe su base documentale”).

La MITENI DI TRISSINO IN PROVINCIA DI VICENZA DOVE E STATA TROVATA L ORIGINE DELL INQUINAMENTO DA PFAS – Secondo l’Arpav (l’agenzia per l’ambiente veneta), la Miteni ha immesso per decenni queste sostanze chimiche direttamente nel fiume Agno e in un depuratore civile che scarica nel fiume Fratta-Gorzone, la cui acqua è usata per irrigare i campi e allevare gli animali. Tutto QUESTO È CATEGORICAMENTE SMENTITO DALLA DITTA INTERESSATA (che dichiara: “la trincea e i carotaggi eseguiti nel sito aziendale non hanno evidenziato alcuna traccia dei solventi al benzene ipotizzati dai carabinieri del Noe su base documentale”)

   A Trissino, nei pressi della società Miteni, questo agosto sono stati ritrovati (da tecnici della stessa società, che ha subito denunciato la scoperta), sacchi di rifiuti industriali mescolati a calce, sepolti probabilmente negli anni Settanta quando “Rimar”, la società “Ricerche Marzotto”, realizzò l’attuale arginatura del torrente che passa di lì (il Poscola).

   E’ forse un modo per coinvolgere storicamente altri soggetti su azioni del passato, quando altri soggetti erano anche loro presenti in quel territorio (pur comunque la società, la Miteni, si dice disposta a finanziare la bonifica del luogo). Inoltre la Miteni avverte che il Pfas è usato nel vicentino da oltre duecento industrie del settore conciario e manifatturiero (con Pfas acquistato all’estero, aziende conciarie che sono allacciate agli stessi scarichi consortili…). Pertanto può essere una colpa collettiva, o di qualcuna di queste concerie, di tutto un sistema industriale vicentino….

A Trissino, nei pressi della società Miteni, questo agosto sono stati ritrovati (da tecnici della stessa società, che ha subito denunciato la scoperta), sacchi di rifiuti industriali mescolati a calce, sepolti probabilmente negli anni Settanta quando “Rimar”, la società “Ricerche Marzotto”, realizzò l’attuale arginatura del torrente che passa di lì (il Poscola)

   Insomma, ribadiamo, un Veneto piuttosto inquinato (come del resto gran parte della nostra Penisola), un Veneto “grande inquinatore” di se stesso, assai poco attento e sensibile alle tematiche di salvaguardia del (suo) ambiente.

   Una situazione complessa, complicata, gravissima, ora che l’inquinamento oramai è esteso. E la sostanza chimica è assai pericolosa per la salute di moltissime persone. Basta dare questo dato: ad oggi la contaminazione delle falde acquifere si estende per circa 180 kmq, interessando oltre 350.000 persone in circa 50 comuni e 4 province (Vicenza, Verona, Padova e, in misura minore, Treviso).

“(….) Per la prima volta dopo un anno e mezzo di ricerche (scandite da polemiche, denunce e parole in libertà) L’AGENZIA REGIONALE DI PROTEZIONE AMBIENTALE individua e CERTIFICA UN AGENTE CONTAMINANTE DELLE ACQUE A FRONTE DI UNA SUPERFICIE INQUINATA CHE SI ESTENDE LUNGO 150 KMQ – dall’OVEST VICENTINO alla BASSA PADOVANA fino ai lembi del VERONESE – minacciando LA SALUTE DI OLTRE 120 MILA PERSONE, ora DESTINATARIE DI UNO SCREENING SANITARIO DI MASSA che non trova precedenti nella storia del Paese (…)” (Filippo Tosatto, “il Mattino di Padova” 26/8/2017”

   Il caos di uno sviluppo senza regole, industriale, economico, finanziario, ma anche sociale, politico, che il Nord-Est ha vissuto e sta vivendo, forse è una rappresentazione di quanto sta accadendo anche nelle altre parti d’Italia. Fa riflettere, su questa vicenda, che nelle altre regioni non sta accadendo nulla di simile. Nel senso che i Pfas, per l’ecletticità del loro impiego in ambito industriale, sono utilizzati e diffusi ovunque, ma solo in Veneto è stato denunciato l’inquinamento e si cercano tutte le fonti possibili… Come dire: tutto bene nelle altre regioni?

   E’ comunque evidente la difficoltà, l’incapacità, di “venirne fuori” da un passato di utilizzo scellerato del proprio ambiente naturale, delle ricchezze (acqua, suolo, paesaggio…) che ogni realtà territoriale non riesce a ripristinare nel suo valore originario (o perlomeno a difendere per quel che resta). (s.m.)

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LA GRANDE SCHIFEZZA IN UNA REGIONE SVENDUTA

di Francesco Jori, da “il Mattino di Padova” del 25/8/2017

   Dalla Grande Bellezza alla Grande Schifezza. Lo scandalo della micidiale mistura chimica contrassegnata dalla sigla Pfas, è solo l’ultimo anello in ordine di tempo di una perversa semina di veleni che hanno ridotto un paesaggio da favola a un ambiente da incubo. Continua a leggere

Il “PICCOLO” TERREMOTO A ISCHIA (che mostra la fragilità costruttiva rispetto alla sismicità avvenuta), A UN ANNO dal “GRANDE” SISMA DEL 2016 IN CENTRO ITALIA, dove la ricostruzione mostra difficoltà, ritardi, stanchezza. Come uscire dalla straordinarietà dell’evento sismico? E dall’idea del “tutto come prima”?

Alle 3.36 del 24 agosto del 2016 il terremoto nell’Appennino Centrale spazzò via interi paesi e comunità, lasciando sotto le macerie 299 vittime, 249 delle quali solo tra Amatrice e Accumoli. Ed è proprio AD AMATRICE che SI È SVOLTA LA NOTTE DEL 24 AGOSTO 2017, UN ANNO DOPO, UNA FIACCOLATA CULMINATA CON 249 RINTOCCHI DI CAMPANA. La gente di Amatrice le ha ricordate non solo leggendo i loro nomi ma anche le loro storie. Un lungo appello, durato quasi due ore e interrotto più volte dagli applausi e da momenti di profonda commozione. (da AgenPress.it, http://www.agenpress.it/ )(foto da Corriere.it)

  Partiamo col parlare del terremoto che ha colpito l’ISOLA D’ISCHIA la sera del 21 agosto scorso, un’isola nata su colate ed esplosioni vulcaniche. Il terremoto di quella sera è stato di una relativa bassa intensità (magnitudo 4), ma con epicentro uno dei Comuni dell’isola in zona (storicamente) tra le più colpite, cioè il comune di CASAMICCIOLA TERME. E lì il sisma è stato particolarmente sentito e grave anche perché molto superficiale nella sua origine, in quanto l’ipocentro è stato localizzato a soli 1,7 chilometri di profondità.

   Ma la gravità dell’evento, e i danni che hanno reso tanti edifici inabitabili (e poi, in particolare, due donne morte travolte dai calcinacci), la gravità è da tutti riconosciuta che è data dalla fragilità di queste abitazioni, o perché antiche e non in grado di resistere a un terremoto (pur esso di non eccessiva intensità), oppure perché costruite sì recentemente ma in modo abusivo (e pertanto quasi sempre senza porsi il problema di usare metodi e tecnologie antisismiche).

Il cratere e i ritardi – Dopo dodici mesi il quadro nel cratere dell’Italia centrale è sconcertante: cumuli di macerie, poche casette consegnate, ritardi e immobilismo

   A tal proposto, cioè della “fragilità” del sistema degli edifici, di quel che è accaduto a Ischia, è stato riscontrato che nei soli 46,3 chilometri quadrati di superficie dell’isola, si concentrano nei decenni ben 27mila pratiche di condono per abusi edilizi. E gli abusi, viene appunto da pensare, avvengono utilizzando materiali edilizi al gran risparmio, mai certo adottando rigide norme antisismiche.

   Ora quest’episodio sismico verificatosi ad Ischia, si ricollega, pur nella sua minimissima entità (pur avendo provocato due morti e moltissime case non più abitabili), a quello, assai devastante, avvenuto nell’Appennino Centrale un anno fa (con ben 299 morti).

   E ad un anno da quei ripetuti eventi sismici in Centro Italia (quattro accadimenti catastrofici: il 24 agosto 2016, poi il 26 e 30 ottobre, cioè due mesi dopo, e anche il 18 gennaio 2017… così ravvicinati e tutti molto forti), ora il bilancio delle ricostruzione che se ne trae è di grave ritardo: solo nel rimuovere le macerie nei 55 Comuni ad “area rossa” (dei 141 compresi in tutta l’area del sisma) si è proceduto per un solo 10% (cioè il 90% sono ancora lì, non sono state rimosse). E ancora più in ritardo sembra essere il pieno ripristino della viabilità e l’approntamento delle casette di prima emergenza abitativa. E sono tutte cose che vengono prima di ogni ricostruzione vera e propria.

ISOLA D ISCHIA con i suoi attuali 6 comuni (da http://www.focus.it/) – Amministrativamente l’isola d’ISCHIA è divisa in SEI COMUNI: ISCHIA (il comune più grande con 18.828 residenti), FORIO (17.600), BARANO D’ISCHIA (10.083), CASAMICCIOLA TERME (8.361), LACCO AMENO (4.783), SERRARA FONTANA (3.205). In tutto 62.860 abitanti per una superficie totale di 46,3 chilometri quadrati. Negli ultimi anni, tuttavia, è nato il progetto del Comune unico che prevede l’istituzione di un solo comune in luogo delle sei amministrazioni attuali. Questo progetto ha portato alla fondazione, l’11 novembre 2001, dell’Associazione per il Comune Unico. L’operato dell’Associazione per il Comune Unico è culminato nell’approvazione per un referendum popolare che si è tenuto il 5 e 6 giugno 2011. È stato richiesto direttamente ai cittadini se desiderassero il “Comune Unico”. Non ha superato il quorum. (da Wikipedia)

   Vien da pensare che tre possono essere le cause di questi ritardi: 1-la difficoltà di “gestire” un evento catastrofico come questo dell’estate-autunno 2016 nell’area centrale appenninica di dimensioni troppo vaste rispetto ad altri accadimenti sismici precedenti; 2-la burocrazia che rallenta drasticamente la ricostruzione, forte anche dei fenomeni di corruzione che in terremoti precedenti si sono poi verificati (e nessun amministratore ora vuole rischiare di prendere iniziative fuori dall’iter burocratico di norma), e, infine, 3- una “stanchezza” generale, nazionale, del volontariato, di tutti, della “macchina della ricostruzione” nel suo complesso, nel gestire un evento che non si può più considerare straordinario, ma che dimostra un ripetersi oramai “ordinario”, frequente, di eventi sismici catastrofici nel nostro Paese (in tutta la fascia appenninica da sud a nord).

Nonostante l’apparente calma l’ISOLA D’ISCHIA non è un luogo morto dal punto di vista geologico (da http://www.focus.it/ )

   E le comunità locali vogliono, con le loro ragioni, una ricostruzione il più possibile “com’era e dov’era”. Ma appunto, vien da pensare, dove è possibile, e non sempre è possibile e auspicabile…. Un numero molto alto di piccolissimi borghi, frazioni, quasi sempre in luoghi geomorfologicamente difficili, può impedire o richiedere sforzi enormi per ricostruzioni “com’era, dov’era” prima. Tanto più se si trattava già di abitazioni, annessi rustici, ricoveri per animali.. che erano fragili per la natura geologica del terreno, per essere vicini a torrenti e zone franose, e, appunto, per l’alta sismicità del luogo che fa presupporre che altri eventi di tal genere possano accadere….

TERREMOTO NELL’ISOLA D’ISCHIA – Comune di Casamicciola Terme (da http://www.lavoripubblici.it/)

   Ma, ancor di più, i problemi (di manufatti abitativi in “collocazione sbagliata” in questi, peraltro bellissimi, contesti naturali) non si presentano solo in caso di terremoti, ma molto più spesso per alluvioni o frane. Perché appunto sono sbagliati i luoghi degli insediamenti. Pertanto la ricostruzione, anche dopo un terremoto, dovrà tener conto dell’asperità del luogo, dell’inadeguatezza, della difficoltà (geologica, idraulica…) di quella collocazione.

   E’ così che l’assioma “tutto come prima” si è potuto realizzare nei piccoli paesi del Friuli (nella parte storica, centrale), dopo i suoi due terremoti del 1976 (il caso simbolo è la ricostruzione “pietra su pietra” di Venzone), ma risulta forse più difficile pensare a una ricostruzione totalmente uguale a prima di un piccolo paese come Amatrice (2.700 abitanti) che ha ben 69 piccole realtà abitate, borghi sparsi sullAppennino.

   E’ pur vero che il mantenere in vita, “l’abitare”, piccole realtà sparse in territori sennò deserti, facilita un maggior controllo del territorio (gli abitanti diventano “sentinelle” dei mutamenti che possono avvenire), dalle possibili frane che si verificano, con il mantenimento (e manutenzione) di artifici umani storici (sentieri, strade, stradine, ponti e attraversamenti di torrenti, scolo regolare delle acque..) che si perderebbero se non ci fosse nessuno che vi abita. Pertanto è sì vero che i borghi ancora abitati sono l’unica rete vitale che può salvare quelle montagne dall’abbandono, ma bisogna ricostruire dove si è più in sicurezza.

Sprofondamento del terreno nell’Isola d’Ischia dopo il terremoto del 21 agosto scorso – In rosso, l’area che si è abbassata di 4 centimetri. In giallo le zone dove lo sprofondamento è stato di 2 centimetri. Il verde indica un’assenza di deformazione

   Dall’evento sismico del 2016 in Italia Centrale (e ora con il “piccolo” terremoto a Ischia) si rafforza in ogni caso la convinzione che l’obiettivo di portare tutto il territorio italiano ad avviare finalmente un grande progetto nazionale per la messa in sicurezza sismica e idrogeologica va ben oltre la concessione di incentivi fiscali come sta accadendo ora.

   Riguarda la “messa a norma” (antisismica) di ogni manufatto esistente, con una iniziativa che deve coinvolgere le istituzioni pubbliche, ma anche in primis ciascun cittadino, famiglia, oltreché tutto il mondo professionale che lavora nel settore della costruzione e mantenimento degli edifici.

   Una nuova sensibilità ecologica (e quanto mai può essere ecologica il mettere in sicurezza i luoghi in cui viviamo!) forse si sta facendo strada: ha però bisogno di individuare strumenti, agevolazioni, aiuti, per incominciare a prendere in mano tutto il patrimonio edilizio costruito antico o di relativa recente costruzione ma inadatto a sopportare eventi sismici.

ISCHIA, MAPPA (da Wikipedia)

Studiare di più il fenomeno, partendo anche da un “chek-up” pubblico (fatto da un ente istituzionale affidabile) del “costruito”, per poi decidere come intervenire subito (garantendo livelli minimi di sicurezza, almeno, ad esempio con l’imbragamento delle abitazioni, cioè un intervento possibile migliore in termini di costo-beneficio come sono le catene di ferro da una facciata all’altra della casa in modo che, se arriva il terremoto, si fa in tempo ad uscire…). Mettersi in moto, fare qualcosa di significativo a livello generale, salverebbe molte vite umane per i prossimi eventi sismici (che è presumibile, accadranno). (s.m.)

MAPPA ITALIANA DELL INTENSITA MACROSISMICA

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SUBITO CASA ITALIA PER EVITARE UN’ALTRA AMATRICE

di Oscar Giannino, da “Il Messaggero” del 23/8/2017

– I ritardi sul piano –

   Come tenere insieme il maxi ritardo accumulato nel rimuovere le macerie almeno nei 55 Comuni ad area rossa, dei 141 compresi nel cratere del sisma in centro Italia di un anno fa, le nuove vittime a Casamicciola, e gli obiettivi che portarono l’Italia ad avviare finalmente un grande progetto nazionale per la messa in sicurezza sismica e idrogeologica dell’Italia? Continua a leggere

NUBIFRAGI NELLE DOLOMITI: le AREE ALPINE accelerano il loro sfaldamento – IL CLIMA CAMBIA, e questo appare di più in montagna (anche con LA FINE DEI GHIACCIAI) – Fenomeni come FRANE e SMOTTAMENTI richiedono un governo del territorio saggio (con uno sviluppo economico eco-sostenibile)

Postazione sentinelle sul Cristallo per rischio frane dopo la tragedia del 4 agosto scorso (da “Il Corriere del Veneto) – “….La PROTEZIONE CIVILE CORTINESE ANA-CADORE ha iniziato un interminabile MONITORAGGIO DEL TORRENTE BIGONTINA, che venerdì notte 4 agosto, ha portato a valle i grandi massi che hanno travolto una persona in auto (l’anestesista Carla Catturani, uccisa tra le lamiere trascinate per oltre un chilometro) e con danni gravi a tre località (RIO GERE, LAGO SCIN, ALVERÀ). «È dal Bigontina che si vede se arrivano nuovi smottamenti», assicura Silvano Mina, vice-coordinatore della protezione civile Ana-Cadore e una delle sentinelle che da giorni stanno con gli occhi puntati sul corso della colata di massi e fango che si è abbattuta sul sestriere di Alverà, a Cortina d’Ampezzo. IL LAVORO DELLE “SENTINELLE” (che controllano ora la frana possibile con nuove perturbazioni climatiche violente) È FONDAMENTALE: ai primi segnali di una nuova frana, hanno il compito di dare l’allarme al campo base, dove si trovano i mezzi dei vigili del fuoco dotati di sirene. Nel caso, gli abitanti sono già stati istruiti: devono tapparsi in casa e salire ai piani superiori. «Siamo dislocati in tre punti: a RIO GERE, a circa 1700 metri di quota; al LAGO SCIN, un centinaio di metri più sotto; e nell’abitato di ALVERÀ» (…)” (Andrea Priante, “il Corriere del Veneto” del 9/8/2017)

   Il 4 agosto scorso (di venerdì notte tra mezzanotte e l’una) un violento nubifragio si è abbattuto a CORTINA d’Ampezzo: una persona è morta travolta con la sua auto da una colata di detriti. Questa “bomba d’acqua” (come adesso si usa chiamare il fenomeno…) ha riversato un’enorme quantità d’acqua sulla zona del MONTE CRISTALLO, che ha generato una forte colata detritica: grandi massi rocciosi son venuti giù, e si sono convogliati verso i centri abitati, la strada e le case, attraverso il torrente BIGONTINA. C’è stata l’interruzione in tre punti della viabilità (in posti a pochi minuti di auto dal centro di Cortina: RIO GERE, al LAGO SCIN e nell’abitato di ALVERÀ), nella STRADA DELLE DOLOMITI (la STRADA REGIONALE 48, che da Cortina porta a Passo Tre Croci).

località ALVERA’ – Venerdì notte 4 agosto un violento nubifragio si è abbattuto a Cortina d’Ampezzo: una persona è morta travolta con la sua auto da una colata di detriti. Una bomba d’acqua riversatasi sulla zona del Cristallo, che ha generato una forte colata detritica. C’è stata l’interruzione in tre punti della strada delle Dolomiti, che dalla località Ampezzana porta a Passo Tre Croci. Carla Catturani, stava tornando a casa, dopo aver lavorato alla festa campestre del sestiere di ALVERÀ, a RIO GERE. Aveva finito il suo turno. Pioveva, si è messa in macchina, per andare a dormire. E’ stata travolta dall’acqua esondata dal torrente BIGONTINA. Catturani, 60 anni, era un medico anestesista in pensione. Il violento acquazzone si è registrato tra la mezzanotte e le due. Le aree maggiormente colpite sono quelle della zona del Cristallo. Interrotta la strada dolomitica (SR 48) in tre punti: a RIO GERE, al LAGO SCIN e ad ALVERÀ

   La zona non è nuova alle frane. Lì il paesaggio è sempre cambiato nei secoli. Da sempre le Dolomiti franano, crollano, a poco a poco si disintegrano. Quel che forse è nuovo sono le temperature fino ai 40 gradi anche in montagna (ben oltre i 1000-1500 metri di altitudine), un clima tropicale di temporali fortissimi e quantità d’acqua mai viste, e mettono ancora più in crisi queste montagne. Già di per sè montagne destinate nei millenni a sfaldarsi sempre di più, a sparire.

   E’ così che il clima che cambia, la temperatura che sale, si vede ancora meglio in quelle aree più “delicate”, dove i fenomeni atmosferici, e meteorologici, si notano ancora di più, com’è in montagna. E così niente più neve d’inverno, i ghiacciai che spariscono irrimediabilmente, i nubifragi spaventosi, il moltiplicarsi delle frane: in un territorio, l’alta montagna, con molte case, molti paesi, come appare evidente nella Valle del Boite, da Cortina a San Vito di Cadore (ma è così in tutte le zone alpine più rinomate).

la strada Cortina – Passo Tre Croci

   Alcuni gestori di rifugi ad alta quota (fin su a tremila) dicono che per la prima volta quest’estate è accaduto che nelle notti di maggior calura, si dormiva senza coperte: cosa mai accaduta nelle Terre Alte, dove ci sono notti con temperature assai rigide anche in piena estate.

   Si diceva che le temperature che schizzano verso i 40 gradi sono all’origine dei devastanti nubifragi, ma, in parallelo, qui ricordiamo anche lo scioglimento progressivo dei ghiacciai con queste temperature, dove lo scioglimento estivo non potrà mai essere compensato dai miti inverni con neve molto poco frequente.

L’abitato di Alverà, nei pressi della chiesa di Santa Giuliana, che risulta danneggiata – Acqua, massa e detriti sono scesi da Staulin, e hanno colpito l’abitato di ALVERÀ, nei pressi della chiesa di SANTA GIULIANA (nella foto), che risulta fortemente danneggiata. Il torrente BIGONTINA è straripato in più punti. La velocità dell’acqua, mista a melma, ha provocato danni ingenti. Nelle case vicino al Bigontina si è misurato oltre un metro di acqua e detriti ai piani terra. I seminterrati erano completamente pieni di melma. Immediatamente è scattato l’allarme e sono arrivati i soccorsi. Uomini e mezzi (tantissimi volontari) subito al lavoro ininterrottamente già in quel venerdì notte

   Che fare allora in contesti di crisi epocale delle Aree Alpine così interessanti e affascinanti come le Dolomiti? …Dove il processo inevitabile ma naturale di sfaldamento, di frana da sempre, e che continuerà nei prossimi millenni, questo sfaldamento si accelera per cause “non naturali”, ma umane, come il RISCALDAMENTO ATMOSFERICO?

   Negli annuali Forum alpini, convegni che si svolgono per parlare della montagna, delle Alpi, quasi sempre gli assiomi generali da cui si parte, per cercare (faticosamente) proposte, sono dati da tre affermazioni principali: 1- le risorse alpine costituiscono il patrimonio necessario per lo sviluppo (sostenibile) della regione; 2- l’utilizzo sostenibile delle risorse alpine si trova in una fase critica; 3- le risorse vanno gestite tramite politiche specifiche per le Alpi.

NUBIFRAGIO A CORTINA (foto da http://www.vvvox.it/, 6/8/2017)

   Allora innanzitutto si dovrà pensare a una montagna con turismo (invernale) non basato più sulla neve, cioè niente più sciare e sport consimili. Si dovranno mettere in atto accorgimenti nel ricollocare i borghi nei casi di masse franose verso valle che devastano zone abitate non più ricostruibili lì dov’erano: cioè servirà non costruire più ai piedi (specie in linea diretta) delle pareti rocciose, soprattutto se queste sono verticali. Non si potrà edificare (o riedificare, in caso di frane) a valle dei grandi ghiaioni e soprattutto delle frane.

Cortina, sullo sfondo il Monte Cristallo

   E poi si dovrà pensare a una maggiore pulizia e attenzione dei corsi d’acqua. Si dovrà cercare di fare più manutenzione della montagna, curare i boschi o le aree a pascolo, là dove serve una cosa o l’altra. Introdurre un turismo più rispettoso e attento, che si auto-arricchisce della conoscenza dei posti.

   I centri di ricerca scientifica (metereologici, naturalistici, del recupero montano…) è meglio che nascano e si auto-producano nelle località di montagna stessa… che la montagna, le zone alpine (ma anche appenniniche) tornino ad avere coscienza di sé, del proprio futuro, della propria sostenibilità, diventino protagoniste di se stesse…).

PAOLO COGNETTI, 39 anni, milanese di nascita, montanaro di adozione. Vive in una baita IN PIEMONTE, VICINO AL MONTE ROSA a 1900 metri di altitudine. Tra i boschi, ha scritto «LE OTTO MONTAGNE» PREMIO STREGA 2017. «LA FRAGILITÀ APPARTIENE A CHI LA MONTAGNA LA ABITA e sono arrabbiato con il fatalismo di chi dice che eventi climatici come quelli appena accaduti sono imprevedibili e fuori controllo. Abbiamo la responsabilità di occuparci dei cambiamenti climatici che abbiamo provocato. Stiamo andando verso un clima tropicale di temporali fortissimi e quantità d’acqua mai viste. È nostro dovere capire, prevedere, mettere in sicurezza». «Chi visita solo occasionalmente la montagna vive il paesaggio che gli lascia chi lo abita e lo amministra ogni giorno. Ma vedo un certo negazionismo da parte delle amministrazioni verso i cambiamenti climatici in corso, come se nulla si modificasse. SI COSTRUISCONO IMPIANTI DI RISALITA ANCHE SE NON C’È PIÙ NEVE. VEDO UNA CECITÀ PIÙ IMPRENDITORIALE CHE POLITICA». (Eleonora Vallin, “il Mattino di Padova”, 6/8/2017)

   Paolo Cognetti, giovane scrittore che ha scelto di vivere in montagna (in una malga a ridosso del Monte Rosa in Piemonte), nell’intervista al “Mattino di Padova” che in questo post vi proponiamo, dice che “la fragilità appartiene a chi la montagna la abita”, cioè è dagli abitanti delle aree montane, di chi la montagna la vive ogni giorno, non i turisti, che deve arrivare da loro un segnale nuovo, una presa di coscienza di un diverso modo di governare il territorio.

IL GHIACCIAO DELLA MARMOLADA SI RITIRA E AFFIORANO REPERTI DELLA GRANDE GUERRA MA ANCHE RIFIUTI (foto da “Il Gazzettino”) – LA MARMOLADA e I NUOVI RECUPERANTI – IN 100 ANNI IL GHIACCIAIO PERENNE È PASSATO DAI 420 A 214 ETTARI. Il GHIACCIO della MARMOLADA si ritira e la coperta bianca è sempre più corta: è così che lascia AFFIORARE NUOVI ‘TESORI’ DORMIENTI E PROTETTI DA OLTRE UN SECOLO DALLA COLTRE BIANCA. Sono i RESTI DELLA RESIDENZA ATTORNO AI TREMILA METRI DEI MILITARI che hanno sfidato, spesso perdendo, la morte durante la Grande Guerra. GAVETTE, POSATE, SCARPONI, RETICOLATI, BOMBE, FUCILI E BAIONETTE oggetti oggi ricoperti di ruggine e persino un vecchio forte, stanno facendo gola ora a decine di ‘RECUPERANTI’ che stanno marciando sulla grande montagna. Un assalto del tutto differente da quelli vissuti tra il 1915-18 ma che non nasconde un fondo di pericolo. Lo sanno i Carabinieri che per quanto possono, come indicano i quotidiani locali, effettuano controlli che tuttavia, soprattutto per la scarsità di personale, non riescono ad arginare questa sorta di nuova corsa all’oro arrugginito. Ma non è tutto perché IL GHIACCIAIO che non c’è più RESTITUISCE ALLA LUCE ANCHE ‘IMMONDIZIE’ MODERNE. LATTINE, BOTTIGLIE, CAVI DI VECCHI IMPIANTI DI RISALITA. Ora scatta l’operazione pulizia che, per un accordo tra le Regioni Trentino e Veneto del 2002 che ha fissato i confini della Marmolada, spetta al Trentino. La grande macchina per togliere il secolare pattume partirà da Alba di Canazei. (Ansa, agosto 2017)

   Pertanto due fenomeni negativi che possono apparire diversi (1-le frane e straripamenti dovuti a piogge straordinarie, e 2-i ghiacciai che non ci sono oramai più) ripropongono per la montagna, ancora una volta, il tema della capacità (o incapacità) di governare i fenomeni di assetto del territorio, urbanistici, idrogeologici, di sviluppo economico presente e futuro, di attenzione ai pericoli di un ambiente sempre più delicato e vittima anch’esso dei cambiamenti (come il surriscaldamento climatico).

“…gli amanti dei ghiacciai proveranno tristezza di fronte al ghiacciaio della MARMOLADA (il più esteso delle Dolomiti) dove il sindaco di Canazei ha firmato un’ordinanza che raccomanda LA SALITA SOLO A PERSONE ESPERTE E BEN EQUIPAGGIATE: TROPPI CREPACCI, TROPPE INSIDIE. L’ordinanza risale al 12 luglio, di solito è una situazione che si verificava solo dopo Ferragosto.” (Andrea Selva, 2/8/2017, da http://trentinocorrierealpi.gelocal.it/ )

   Qualcosa forse sta accadendo. Una maggiore attenzione a queste cose c’è: ma difficilmente si traduce poi in fatti concreti. Va notato di quel che accade di positivo in accadimenti tragici: c’è una mobilitazione volontaria di tante persone (come è accaduto a Cortina) nel momento dell’emergenza. Una buona cosa, ma certo non basta. (s.m.)

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“LE DOLOMITI CROLLERANNO SOTTO LE BOMBE D’ACQUA”

di Francesco Dal Mas, da “il Corriere delle Alpi” del 8/8/2017

– L’allarme di MESSNER: non si costruisca ai piedi delle pareti – Continua a leggere

GLIFOSATE, un pesticida diffuso e contestato: presente in agricoltura e nella nostra alimentazione, nell’era del CIBO GENETICAMENTE MODIFICATO – Gli enti di controllo e ricerca sottoposti all’influenza e pressione delle multinazionali chimiche agroalimentari – Ci sarà un’agricoltura pulita, un’alimentazione sana?

Usato da più di quarant’anni, il GLIFOSATO entra nella composizione di almeno 750 prodotti commercializzati da un centinaio di aziende in più di 130 paesi. TRA IL 1974, data del suo lancio sul mercato, E IL 2014 IL GLIFOSATO IMPIEGATO NEL MONDO È PASSATO DA 3.200 A 825MILA TONNELLATE ALL’ANNO. L’aumento spettacolare è dovuto all’adozione sempre più diffusa di semi geneticamente modificati per tollerare questa sostanza, i cosiddetti semi Roundup ready

   Parliamo in questo post di un diserbante “mondiale”, cioè con un utilizzo globale: il GLIFOSATO usato come erbicida in agricoltura, e venduto principalmente dalla multinazionale agroalimentare MONSANTO (che lo ha “inventato” nei primi anni ’70 del secolo scorso).

   Inizialmente, nei primi anni del suo utilizzo (40 anni fa), era usato prima di effettuare la semina, per togliere le erbacce. Ora invece, che vengono usati sementi geneticamente modificati resistenti a questo erbicida, può essere usato (e viene ampiamente usato!) anche dopo la semina, per tenere “puliti” i campi.

Giovedì sera 20 luglio a Conegliano Veneto hanno sfilato circa 500 persone per dire no all’uso dei fitofarmaci, e il bersaglio sono diventate le bollicine del Prosecco. Striscioni, fiaccole e slogan. Nasce un comitato per chiedere di vietare per legge i trattamenti chimici. Il Movimento “No pesticidi” vuole un referendum per abolire tutti i prodotti chimici in agricoltura (foto da “la Tribuna di Treviso” del 22/7/2017)

   Il glifosato è venduto in tutto il mondo soprattutto dalla Monsanto (ma non solo), che produce anche i cereali modificati resistenti al pesticida.

   E’ interessante questa connessione tra prodotto pesticida e semente geneticamente modificata resistente al pesticida: cioè “non preoccupatevi, potete usarlo, questo diserbante che abbiamo inventato, anche dopo la semina: la pianta, con la semina che abbiamo inventato, resisterà al veleno che eliminerà tutto il resto…”.

Il GLIFOSATO è stato sintetizzato per la prima volta nel 1950 da un chimico svizzero, ma fu COMMERCIALIZZATO come diserbante per l’agricoltura solo NEGLI ANNI SETTANTA, dalla MONSANTO. INIZIALMENTE era impiegato soprattutto PRIMA DELLA SEMINA per liberare i campi dalle erbacce. DA QUANDO ESISTONO LE PIANTE GENETICAMENTE MODIICATE RESISTENTI AL GLIFOSATO, questo diserbante può essere usato ANCHE DOPO LA SEMINA. Il glifosato è venduto in tutto il mondo soprattutto dalla Monsanto, che produce anche i cereali modificati resistenti al pesticida. Nel 2000 il brevetto detenuto dall’azienda statunitense è scaduto, e questo ha favorito la diffusione del glifosato in tutto il mondo: nel 2014 ne sono state prodotte circa 825mila tonnellate. Oggi il glifosato è prodotto da circa cento aziende in 130 paesi. Il glifosato è stato autorizzato negli Stati Uniti dall’Environmental protection agency e in Europa dalla Commissione europea, che lo ha approvato una prima volta nel 2002. Una nuova valutazione di Bruxelles era attesa per il 2015, ma è stata rimandata più volte. Il 3 febbraio 2016 il parlamento europeo ha approvato una mozione in cui invitava la Commissione europea a vietare l’uso di tre varietà di soia geneticamente modificata resistente al glifosato negli alimenti e nei mangimi. Nel giugno del 2016 Bruxelles ha pro prorogato l’autorizzazione all’uso del glifosato fino al 31 dicembre 2017 e allo stesso tempo ha chiesto un pronunciamento all’Agenzia chimica europea (Echa). Il 15 marzo 2017 l’Echa ha giudicato “sicuro” il Roundup, il diserbante della Monsanto basato sul glifosato. Il suo studio servirà alla Commissione come base per far ripartire le discussioni sul glifosato e cercare di prendere una decisione entro la fine del 2017. Greenpeace ha accusato diversi ricercatori dell’Echa, compreso il responsabile dello studio sul glifosato, di conflitto d’interessi, dal momento che in passato hanno lavorato come consulenti per l’industria chimica. (Le Monde, The Guardian, Internazionale)

   Da quando alcuni centri di ricerca hanno attestato che può essere cancerogeno, ci sono state delle limitazioni e delle proibizioni. Ma è un diserbante ora così diffuso che si teme possa essere fuori controllo il suo uso (se pensiamo anche che i prodotti alimentari arrivano da tutto il mondo…).

   Pertanto è sostanza che si usa ancora moltissimo, in modo generalizzato. E se utilizzato con quantità importanti, penetra anche nella falda acquifera. Lo usavano molto anche le aziende private, per esempio le ferrovie lungo i binari. E gli enti pubblici, prima del divieto dell’anno scorso, lo irroravano tranquillamente sulle aiuole e lungo i marciapiedi. È un erbicida sistemico: quando viene sparso, non viene assorbito dalle radici ma entra in circolo nella pianta. Per questo è efficace: basta bagnare una foglia per uccidere l’intera pianta. Lo utilizzavano anche i Consorzi di Bonifica per pulire i canali dell’acqua, ma questo solo fino a una decina di anni fa.

CIRC, LIONE – Il CENTRO INTERNAZIONALE PER LA RICERCA SUL CANCRO (CIRC) con sede a LIONE.(…) . Da quasi cinquant’anni, sotto la guida dell’ORGANIZZAZIONE MONDIALE DELLA SANITÀ (Oms), il compito principale del Circ è INDIVIDUARE E CATALOGARE LE SOSTANZE CANCEROGENE, ma ora QUEST’IMPORTANTE ISTITUZIONE COMINCIA A VACILLARE SOTTO IL PESO DEGLI ATTACCHI. Le ostilità sono cominciate il 20 marzo 2015. Quel giorno il Circ annuncia le conclusioni della sua “MONOGRAFIA 112” (sui possibili effetti cancerogeni di alcuni pesticidi ed erbicidi organofosforici) lasciando tutto il mondo sbalordito: IL CIRC CONSIDERA IL DISERBANTE PIÙ USATO AL MONDO GENOTOSSICO (cioè capace di danneggiare il dna), CANCEROGENO PER GLI ANIMALI E “PROBABILMENTE CANCEROGENO” PER GLI ESSERI UMANI. La sostanza in questione, il GLIFOSATO, è il principale componente del ROUNDUP, il più importante prodotto di una delle multinazionali più conosciute del mondo: la MONSANTO, un mostro sacro dell’agrochimica. (Stéphane Foucart e Stéphane Horel, da “LE MONDE”, Francia – articolo ripreso da Internazionale del 21/7/2017 – http://www.internazionale.it/ )

   Fa venire in mente l’uso allargato, generalizzato, fino a qualche decennio fa, della polvere di amianto. Fino ad accorgersi della letale conseguenza cancerogena. Ma qui la situazione è diversa, perché tanti studiosi non credono alla pericolosità di questo pesticida.

L’EUROPA SALVA IL GLIFOSATE MA LA MARCA TREVIGIANA LASCIA I DIVIETI – La Commissione Europea vuole rinnovare per altri dieci anni l’autorizzazione all’utilizzo del GLIFOSATE, molecola contenuta in molti diserbanti di comune utilizzo e responsabile delle caratteristiche “strisce arancioni” che in primavera colorano colline e aiuole. (…)…Sindaci e Consorzi del Prosecco trevigiani si chiedono se davvero fosse il caso, come hanno fatto nei mesi scorsi, di vietare il diserbo a base della molecola incriminata. Dalla Marca e DALLE COLLINE DEL PROSECCO, però, FANNO CAPIRE CHE INDIETRO NON SI TORNA: «Cancerogeno o meno, il glifosate è il simbolo dell’agricoltura che non ci piace, fatta di chimica e interventi invasivi». (Andrea De Polo, “la Tribuna di Treviso” del 20/7/2017)

   Tant’è che è possibile che la Commissione Europea autorizzi nei prossimi mesi la proroga per dieci anni all’utilizzo del GLIFOSATE (accadrà questo solo se riuscirà a convincere una maggioranza qualificata degli Stati membri della Ue).

   E comunque, come dicevamo, nei giorni scorsi (siamo nel luglio 2017 che scriviamo) sia la comunità scientifica che la Commissione Europea avevano in qualche modo “assolto” il glifosate, sostenendo che non è cancerogeno come invece sostenuto ad esempio (riprendiamo un articolo-reportage-inchiesta in questo senso in questo post) dal CIRC (Centro internazionale per la ricerca sul cancro) di Lione; e come pare possa accadere con la ricerca portata avanti dal maggio 2016 dall’Istituto Ramazzini di Bologna.    E’ vero che il glisofate, pur diffuso globalmente, è già stato bandito nel nostro Paese per l’utilizzo nelle aree pubbliche (ad esempio per la “pulizia” delle aiuole dalle erbacce, sui cigli delle strade…) e la stessa Coldiretti ne stigmatizza l’impiego. Tant’è che incomincia ad essere, questo prodotto, meno presente nei consorzi agrari.

GLISOFATO NEL CIBO – GLIFOSATO, DOVE SI TROVA? – In Italia il glifosato è stato rinvenuto in PASTA e BISCOTTI ma fortunatamente in termini di tracce quindi non è previsto alcun ritiro dei prodotti dal mercato perché la quantità rinvenuta dovrebbe essere “entro i limiti di legge”. In particolare, i residui sono stati rinvenuti in prodotti come CORN FLAKES, FARINE, BISCOTTI, PASTA E FETTE BISCOTTATE. La presenza di glifosate nei prodotti esaminati fa capire che i residui (sempre nei limiti di legge) testimoniano una contaminazione molto diffusa, quasi ubiquitaria, quindi è difficile suggerire degli alimenti da evitare. GLIFOSATE NELL’ACQUA DEL RUBINETTO. L’Unione Europea ha chiesto a tutti i Paesi di eseguire dei TEST per rilevare la probabile presenza di glifosate nell’acqua potabile che scorre dai nostri rubinetti. Nessuna Regione Italiana, purtroppo, ha analizzato la presenza di glifosate nelle acque potabili (di rubinetto) quindi non è possibile stabilire se il glisolate sia presente nell’acqua potabile ne’ in che quantità. (DA http://www.ideegreen.it/ )

   Però, se anche fosse che associazioni di categoria agricola e autorità territoriali lo proibiscono, è assai probabile che il glifosate arriva lo stesso: ad esempio in alimenti e cibi importati dall’estero, in altri Paesi europei, oppure come ad esempio nei rapporti commerciali europei appena instaurati con il Canada (l’accordo commerciale CETA, “Comprehensive Economic and Trade Agreement”), attraverso ad esempio l’importazione di cereali da quel Paese d’oltreoceano.

IL SITO UFFICIALE – Roundup® è un diserbante fogliare, sistemico, non selettivo. Fogliare, perché viene assorbito dalle parti verdi della pianta. Sistemico, poiché una volta penetrato, il principio attivo si muove verso i punti di attiva crescita (meristemi), causando una lenta morte della pianta dalle sue radici più profonde per mancanza di amminoacidi essenziali. Non selettivo, poiché esso distrugge ogni organismo vegetale. CONTINUA SU https://www.roundup.it/il_glifosate.php

   Nelle aree di produzione agro-alimentare c’è un sostanziale impegno a non usarlo più. Ad esempio, nell’area veneta di produzione del prosecco, non lo si utilizza. Pare di capire che sostanze chimiche di così largo utilizzo mondiale e di assai dubbia salubrità, cominciano a far paura prima di tutto proprio agli agricoltori, che forse capiscono la portata del pericolo sanitario, sulla salute delle persone, dei consumatori, cioè di tutti.

IL GLIFOSATE, ERBICIDA RESPONSABILE DELLE COSIDDETTE “STRISCE ARANCIONI” è utilizzato, in alcuni terreni agricoli, con una media di un litro per ettaro, una volta all’anno. Più che tra i filari di viti, per estirpare le erbacce, si utilizza per preparare il terreno nei “set-aside”, i campi lasciati a riposo prima del cambio di coltura. COLDIRETTI ha più volte proposto alternative meccaniche al diserbo. (foto: diserbo nell’uliveto, da http://www.osservatoriodellagodibolsena.blogspot.it )

   Dall’altra la reazione delle multinazionali per dimostrare che il loro prodotto non fa male è molto forte, pressante, fino a tentare di bloccare finanziamenti agli istituti di ricerca. E il mondo della ricerca ha bisogno di finanziamenti per poter sopravvivere: per questo l’Istituto Ramazzini di Bologna fa conto in particolare del contributo di molti soci, come persone fisiche (libere da vincoli e preoccupate della salute loro e dei loro famigliari), cittadini che chiedono salute e chiarezza.

GLIFOSATO: L’ISTITUTO RAMAZZINI DI BOLOGNA (NELLA FOTO LO STAFF DEI RICERCATORI) HA AVVIATO UNO STUDIO INDIPENDENTE, CIOE’ FINANZIATO DAI SUOI 27MILA SOCI – Fondato nel 1982 da Irving Selikof e Cesare Maltoni, due grandi medici della sanità pubblica, il COLLEGIUM RAMAZZINI (BOLOGNA) è un’accademia di 180 scienziati specializzati nella sanità ambientale e professionale. (…..) NEL MAGGIO DEL 2016 IL RAMAZZINI HA AVVIATO UNO STUDIO DI TOSSICOLOGIA A LUNGO TERMINE SUL GLIFOSATO. Questo ha ovviamente attirato molte critiche sull’istituto, noto per la sua competenza in materia di tumori. La responsabile delle ricerche del Ramazzini, FIORELLA BELPOGGI, è una delle poche specialiste ad aver accettato di parlare con Le Monde. “Non siamo molti”, ha detto. “Abbiamo pochi soldi, ma siamo bravi scienziati e non abbiamo paura”.(….) (Stéphane Foucart e Stéphane Horel, da “LE MONDE”, Francia – articolo ripreso da Internazionale del 21/7/2017 – http://www.internazionale.it/ )

   Pertanto assistiamo a multinazionali di prodotti chimici di dubbia salubrità che riescono a coinvolgere pure quotati studiosi che, spesso, vivono un doppio legame con il business agroalimentare fatto di collaborazioni passate e presenti con la stessa multinazionale chimica (collaborazioni ben remunerate); che fanno venire dubbi sulla loro neutralità di giudizio e di pensiero. Problematiche serie sulla sicurezza e tutela della salute, che anch’esse ora sono diventate più che mai tematiche globali, senza confini. (s.m.)

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SALVE, SONO IL GLIFOSATO, IL TUO PESTICIDA PREFERITO

di Isabella Pratesi, 3/5/2017, da http://www.huffingtonpost.it/

“Ci incontriamo ogni giorno e conosco il tuo organismo organo per organo. Mi accumulo nei tuoi tessuti un pochino per volta. Mi chiamano erbicida, oppure pesticida. Ma quello che è certo è che sono la sostanza più a buon mercato e diffusa per garantire produzioni agricole confacenti alle aspettative del mercato!

Tu non mi vedi, ma io ci sono. Sono nella pasta, nelle patate, nei biscotti, nella frutta… ti sono sempre vicino. D’altronde mi considero il migliore dei campi in Italia e nel mondo. Sono così efficace perché sono spietato con tutte le forme di vita! Faccio strage di piante selvatiche, pesci, anfibi, insetti e altri piccoli animali.

Non opero solo nei terreni agricoli, ma anche lungo le strade e le ferrovie, nei giardini pubblici e privati: il vento, le acque, le irrorazioni mi possono portare molto lontano e posso così raggiungere fiumi, centri abitati, cittadini, bambini.

L’agenzia per la ricerca sul cancro dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sospetta che sono molto tossico per tutta la vita acquatica e cancerogeno per gli animali.

Alcune ricerche mi mettono in correlazione con l’aumento di incidenza delle leucemie infantili, linfomi, malattie neuro-degenerative (parkinson in testa). Ma grazie a Dio questo non sembra minare la grande fiducia del mercato nei miei confronti: sono ancora il pesticida più venduto in Italia e nel mondo.

La mia migliore alleata si chiama PAC (Politica Agricola Comune: sono i fondi agricoli comunitari che oggi premiano gli agricoltori che mi utilizzano più di quanto premiano chi pratica l’agricoltura biologica e riesce a produrre cibo senza il mio aiuto… vi sembra poco? Non fatevi intimorire da chi usa lo spauracchio della salute. Lasciate che possa continuare a vivere accanto a voi, vicino vicino.

Sono il glifosato, il tuo pesticida di fiducia!” Continua a leggere