“DOLOMITI SENZA CONFINI”: tra AUSTRIA e ITALIA un progetto di guide alpine e rifugisti di un percorso tra i due Paesi, unione del territorio alpino, oltre ogni CONFINE – Ora che le ALPI stanno vivendo negativi eventi GEOPOLITICI (l’Austria populista?) e GEOMORFOLOGICI (l’erosione di frane e la fine dei ghiacciai)

“DOLOMITI SENZA CONFINI” è un’iniziativa partita qualche settimana fa dai gestori di rifugi austriaci e italiani e da guide alpine delle due nazionalità, che hanno messo insieme le forze per cercare di realizzare dal basso un progetto di unione dei sentieri dolomitici tra Italia e Austria. Cercando di progettare e costruire un circuito lungo circa novanta chilometri che hanno chiamato «DOLOMITI SENZA CONFINI» e si snoda fra le vette austriache della valle di Gail, nel Tirolo orientale, per poi varcare il confine, toccare le crode dell’Alta Val Pusteria e dell’Alto Bellunese, fino a lambire le Tre Cime di Lavaredo. COLLEGHERÀ DUE STATI, TRE REGIONI, TREDICI RIFUGI D’ALTA QUOTA, TRE MALGHE E DODICI VIE FERRATE - (nella foto: il ponte sulla ferrata "Croda dei Toni" (da "il Corriere della Sera" del 25/9/2016)
“DOLOMITI SENZA CONFINI” è un’iniziativa partita qualche settimana fa dai gestori di rifugi austriaci e italiani e da guide alpine delle due nazionalità, che hanno messo insieme le forze per cercare di realizzare dal basso un progetto di unione dei sentieri dolomitici tra Italia e Austria. Cercando di progettare e costruire un circuito lungo circa novanta chilometri che hanno chiamato «DOLOMITI SENZA CONFINI» e si snoda fra le vette austriache della valle di Gail, nel Tirolo orientale, per poi varcare il confine, toccare le crode dell’Alta Val Pusteria e dell’Alto Bellunese, fino a lambire le Tre Cime di Lavaredo. COLLEGHERÀ DUE STATI, TRE REGIONI, TREDICI RIFUGI D’ALTA QUOTA, TRE MALGHE E DODICI VIE FERRATE – (nella foto: il ponte sulla ferrata “Croda dei Toni” – da “il Corriere della Sera” del 25/9/2016-)

   Mai come in quest’epoca, in questo presente, pare si possano unire eventi geopolitici negativi e dolorosi (le guerre, il terrorismo, i populismi che si espandono…) e dall’altra una “crisi” di ambienti (ambiti) naturali, che subiscono trasformazioni a volte date da cause dell’azione umana (il cambiamento del clima, l’espansione urbana…), e altre volte invece dal divenire millenario che trasforma e cambia il suolo terrestre: stiamo in particolar modo parlando delle Alpi e dei fenomeni di erosioni, frane, che stanno accadendo con una sempre più frequenza e mutano paesaggi e cime, segnando il passo di quel che potrà essere il destino definitivo, pur in decine di migliaia di anni, di progressivo annientamento delle nostre montagne.

Valico alpino confine italo-austriaco
Valico alpino confine italo-austriaco

   Mettiamo qui insieme il paesaggio montano (anche con le sue problematiche, non solo l’erosione, le frane, ma anche lo scioglimento dei ghiacciai) con quanto sta accadendo “politicamente” in questi stessi luoghi delle Alpi orientali tra i confini di Austria e Italia, delle intenzioni (già espresse nel marzo scorso) di progressivamente chiudere il confine da parte delle autorità austriache (per così controllare meglio eventuali flussi di profughi). E, non è solo un fatto che riguarda l’Austria: la politica delle barriere nazionalistiche stan (ri)sorgendo in molti dei Paesi dell’Unione Europea.

FRANA NELLA VALLE DI BRAIES - il 20 agosto scorso una frana gigantesca è precipitata dalla Piccola Croda Rossa nella valle di Braies. Oltre mezzo milione di detriti è finito a valle
FRANA NELLA VALLE DI BRAIES – il 20 agosto scorso una frana gigantesca è precipitata dalla Piccola Croda Rossa nella valle di Braies. Oltre mezzo milione di detriti è finito a valle
Ecco una delle immagini di una delle numerose frane sul Sorapis (questa è del 20 maggio 2016 (scattata dall'elicottero dei vigili del fuoco)
Ecco una delle immagini di una delle numerose frane sul Sorapis (questa è del 20 maggio 2016 (scattata dall’elicottero dei vigili del fuoco)

   E l’altro elemento geopolitico che accomuna l’Austria a fenomeni (comunque la si veda) preoccupanti in Europa è il diffondersi di movimenti populisti. Dati dalla perdurante e oramai radicata crisi economica mondiale (ed europea in primis), e la crescita delle migrazioni di popoli dal Sud del mondo verso il Nord. In questo senso, per quel che riguarda l’Austria. Il prossimo 4 dicembre si (ri)vota alle elezioni presidenziali, e tutti gli attuali sondaggi sembrano orientati a prevedere che la vittoria possa andare al candidato dell’estrema destra xenofoba e antieuropeo NORBERT HOFER (rispetto al verde ed europeista ALEXANDER VAN DER BELLEN). Il quotidiano Österreich ha pubblicato un sondaggio secondo cui Hofer è in vantaggio su Van der Bellen con il 52 per cento.

   E l’Europa osserva l’avvicinarsi del 4 dicembre con il fiato sospeso. Una vittoria della Fpö (abbreviazione di “Freiheitliche Partei Österreichs”, cioè “Partito della Libertà”, un partito dell’ultradestra nazionalista populista, con trascorsi addirittura vicini alla cultura nazista) una vittoria della Fpö potrebbe fare da catalizzatore per quei movimenti populisti e anti-sistema che numerosi ci sono nel territorio europeo.

IL GHIACCIAIO DELLA MARMOLADA - Per il glaciologo FRANCO SECCHIERI la situazione risulta allarmante in tutti i Gruppi dolomitici visti a fine agosto 2016, anche se è la condizione del ghiacciaio della Marmolada a rappresentare l’immagine emblematica delle condizioni di crisi in cui versano questi elementi straordinari del paesaggio dolomitico di alta quota
IL GHIACCIAIO DELLA MARMOLADA – Per il glaciologo FRANCO SECCHIERI la situazione risulta allarmante in tutti i Gruppi dolomitici visti a fine agosto 2016, anche se è la condizione del ghiacciaio della Marmolada a rappresentare l’immagine emblematica delle condizioni di crisi in cui versano questi elementi straordinari del paesaggio dolomitico di alta quota
1968: foto di famiglia con sfondo la Marmolada (da www.bellunovirtuale.com/globalwarming.html ): in rosso lo stato attuale del ghiacciaio
1968: foto di famiglia con sfondo la Marmolada (da http://www.bellunovirtuale.com/globalwarming.html ): in rosso lo stato attuale del ghiacciaio

   E in questa nazione alpina, l’Austria, così vicina a noi, quando si pensa ad essa, vengono in mente le montagne, i bellissimi paesaggi. Le Alpi, vissute come elemento di confine, assumono invece adesso più che mai un significato concreto di collante positivo tra popoli, tra la cultura “del centro-nord” Europa, e quella del sud, mediterranea.

il Passo del Brennero tornerà ad essere barriera?
il Passo del Brennero tornerà ad essere barriera?

   E’ su questa idea che si innesta, in un momento nel quale l’Austria vive un ritorno alle “chiusure” e al nazionalismo, l’iniziativa partita qualche settimana fa dai gestori di rifugi austriaci e italiani e da guide alpine delle due nazionalità, che hanno messo insieme le forze per cercare di realizzare dal basso un progetto di unione dei sentieri dolomitici tra Italia e Austria.

A sinistra ALEXANDER VAN DER BELLEN, del partito degli ecologisti, e a destra NORBERT HOFER del Partito della Libertà - Il prossimo 4 dicembre in AUSTRIA si (ri)vota alle elezioni presidenziali, e tutti gli attuali sondaggi sembrano orientati a prevedere che la vittoria possa andare al candidato dell’estrema destra xenofoba e antieuropeo NORBERT HOFER (rispetto al verde ed europeista ALEXANDER VAN DER BELLEN)
A sinistra ALEXANDER VAN DER BELLEN, del partito degli ecologisti, e a destra NORBERT HOFER del Partito della Libertà – Il prossimo 4 dicembre in AUSTRIA si (ri)vota alle elezioni presidenziali, e tutti gli attuali sondaggi sembrano orientati a prevedere che la vittoria possa andare al candidato dell’estrema destra xenofoba e antieuropeo NORBERT HOFER (rispetto al verde ed europeista ALEXANDER VAN DER BELLEN)

   Cercando di progettare e costruire un circuito lungo circa novanta chilometri (anche se sui sentieri alpini non si può “ragionare” in chilometri) che hanno chiamato «DOLOMITI SENZA CONFINI» e si snoda fra le vette austriache della valle di Gail, nel Tirolo orientale, per poi varcare il confine, toccare le crode dell’Alta Val Pusteria e dell’Alto Bellunese, fino a lambire le Tre Cime di Lavaredo. COLLEGHERÀ DUE STATI, TRE REGIONI, TREDICI RIFUGI D’ALTA QUOTA, TRE MALGHE E DODICI VIE FERRATE.

DOLOMITI SENZA CONFINI - rifugi, sentieri, vie ferrate tra Austria e Italia
DOLOMITI SENZA CONFINI – rifugi, sentieri, vie ferrate tra Austria e Italia

   Che dire? Incentivare in questo senso un corretto e rispettoso turismo alpino (dolomitico) sembra essere una risposta pratica, innovativa, di incontro di culture sulle bellezze infinite di quei luoghi, che va a superare ogni desiderio di “ritorno al passato”. Per questo l’idea ci sembra di grande significato. Pur con tutte le problematiche che la montagna sta vivendo di questi tempi (ne parliamo qui di alcune, come la fine dei ghiacciai e l’erosione delle cime). (s.m.)

IL SISTEMA ALPINO (da www.webalice.it )
IL SISTEMA ALPINO (da http://www.webalice.it )

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ITALIA & AUSTRIA UNITE DALLE ALPI

di Andrea Pasqualetto, da “il Corriere della Sera” del 25/9/2016

– Progetto di rifugisti e guide alpine, in risposta ai muri d’Europa. Propone un percorso di 90 km con molti ponti e 12 ferrate tra i rifugi dei due Paesi. Si snoda sui sentieri della Grande Guerra fra l’Alta Val Pusteria, l’Alto Bellunese e Tirolo orientale austriaco –

   Ponti, non muri, dicono. Oltre ogni politica, oltre ogni confine, oltre la natura stessa che lassù è sì straordinaria ma anche impervia, slegata, spesso impraticabile. Ma è proprio fra le cime dolomitiche che nasce una risposta alle barriere d’Europa.

   Mentre la rete del Brennero spuntava all’orizzonte, i gestori di rifugi e le guide alpine mettevano infatti insieme le forze per cercare di realizzare dal basso un progetto che andasse in senso opposto, che unisse Austria e Italia.

IL CIRCUITO

   Si tratta di un circuito lungo circa novanta chilometri che hanno chiamato «Dolomiti senza confini» e si snoda fra le vette austriache della valle di Gail, nel Tirolo orientale, per poi varcare il confine, toccare le crode dell’Alta Val Pusteria e dell’Alto Bellunese, fino a lambire le Tre Cime di Lavaredo. Collegherà due Stati, tre regioni, tredici rifugi d’alta quota, tre malghe e dodici vie ferrate, alcune da mettere a punto, altre già pronte. Continua a leggere

Come buttare i soldi nella toelette: 4,5 milioni di euro per il Museo del Fascismo a Predappio

Istruzioni per l’uso: Ascoltare questa canzone dei Paolino Paperino Band e successivamente una canzone dei Punkreas (link al seguito)

E’ notizia del 16.02.2016 pubblicata su Repubblica.it che, Il Governo, la Regione Emilia Romagna e Il Comune di Predappio hanno intenzione di spendere 4,5 milioni di euro per convertire la Casa del Fascio di Predappio in un simpatico Museo del Fascismo con la scusa che è un “intervento culturale di forte attrattiva turistica”.1 

Mi prendete in giro? Perchè spendere soldi per attrarre sul territorio persone che sono intenzionate a ricordare l’epoca fascista e il mito della razza ariana? A nessuno è venuto in mente di seguire il glorioso esempio della Caproni di Predappio : da fabbrica simbolo della potenza fascista dove costruivano i famosi aerei trimotori Marchetti, nel dopoguerra è stata riutilizzata per coltivare funghi champignon2.Perchè non valorizzare tutte quelle “belle” strutture che purtroppo I fascisti hanno costruito sul territorio Romagnolo e non solo, con centri accoglienza per gli immigrati o per attività che svuotino di significato fascista piuttosto di ripetere sempre che si vuole ricordare la Storia del ‘900 per non ripetere gli stessi errori? Quante volte è stato detto questo? Quante? Quanti film, canzoni, programmi televisivi etc, abbiamo dovuto vedere per imparare cos’è successo in quegli anni? Se la grande domanda del ‘900 è stata: com’è potuto succedere la tragedia dei campi di sterminio e come fare per evitarla? Sicuramente la risposta non è spendere soldi per fare dei Musei sul Fascio. L’idea di piazzarci dentro discoteche dove etero, gay e coppie miste possono limonare sui divanetti senza paura di essere discriminati non è balenata mai in testa a nessuno? E’ un modo non violento per dire che quell’epoca è realmente finita e che accogliamo con gioia solo gli architetti che vengono a vedere quelle strutture da fuori o dentro e le trattano come un periodo di archeologia architettonica. Per alcune località, ad esempio Milano Marittima (RA) non c’è niente da fare, l’unica è raderla al suolo e liberare tutte le farfalle che hanno ingabbiato dentro alla “Casa delle Farfalle”.

Lo scrivo e utilizzo il blog per ribadire che I fascisti sotto casa non li voglio. Non è quella gente che dobbiamo richiamare, non dobbiamo spendere i soldi per far qualcosa per piacere a quelle persone li’. Ma valorizzare la cultura, le cose realmente belle che abbiamo sul territorio e proteggere il territorio.

E poi sono contro natura. Quale animale si costruisce una casa in cemento armato? Solo l’essere umano di specie fascista, e quindi è l’unico animale a non seguire la Natura. Nessun’altro lo fa: le lumache hanno la loro roulotte naturale sempre attaccata, le formiche fanno dai formicai, altri animali “feroci” dormono in cave naturali.

Tra gli esseri umani solo la razza fascista ha la fissa per la casa: casa dove vivere, casa al mare, casa in montagna, casa al cimitero. Che nelle relazioni sociali si traduce in: voglio fare un figlio per trasmettere il mio cognome “casato”, usano la tripletta casa, macchina e vestiti per imbroccare la preda (perchè probabilmente la natura non gli ha fornito altri mezzi per essere affascinanti) e tentano di duplicarsi con altri animali provenienti solamente dallo stesso paese oppure limitrofo per mantenere la “razza pura”. E da chi hanno preso esempio questi esempi di virilità? Benito Mussolini, colui che sposarsi con Rachele Guidi, minaccio’ un omicidio – suicidio davanti ad Anna Lombardi, la mamma della prima vittima di questi esempi di virilità che a sua volta era stata corteggiata, rifiutandolo, il padre di Benito, Alessandro Mussolini.

Le persone hanno bisogno di esempi da seguire. Per evitare di leggere cose del genere bisogna iniziare a fare cambiamenti di un certo livello in Italia, prima di tutti la capitale. Se Roma è stata la capitale durante il fascismo bisogna far cambiare la capitale e spostarla a Napoli. A Roma hanno ospitato questo, ed è solo un esempio, il Palazzo Braschi nel 1930. 

Palazzo Braschi 1930

A Napoli le persone piu’ civili, hanno molta alle spalle e ci sono già dei palazzi costruiti che possono ospitare dei Palazzi del Governo. Dal punto di vista logistico non dovrebbe essere un grosso problema perchè sono solo due ore di distanza da Roma.

E’ arrivato il momento di dire basta Non si puo’ piu’ avere come prima città d’Italia una città che ha ospitato il fascismo, non si puo’, perchè hanno ospitato la repressione di un popolo e la megalomania di un personaggio come Mussolini che ha taciuto sull’orrore dei campi nazisti. Hanno ospitato l’assenso assoluto e la sottomissione. E quindi possono anche ospitare la tomba di Mussolini. 

I fascisti si dimenticano che gli esseri umani sono come gli equini: ne fanno parte due specie domestiche come i cavalli e gli asini, i i loro cugini africani le zebre e tutte le altre specie. Non è detto che figliano solo tra cavalli, tra asini o tra zebre, ma ad esempio nascono gli zebralli, i cuccioli che nascono tra cavalli e zebre. A seconda dell’età ci si riferisce ai cavalli in vari modi, di cui diciamo che la specie fascista umana non si associa con lo stallone. Esistono razze equine che hanno delle nazionalità, come ad esempio gli hunter irlandesi che derivano dal purosangue inglese: ergo se non hanno una razza di cavallo proprio tanto vale farli rioccupare dagli inglesi, durante il fascismo hanno anche ospitato i Blueshirt, il movimento fascista irlandese.

E dopo questa analisi chi dovrebbe lavorare? Tutti quelli che erano nei campi nazisti o simili. Solo per il semplice fatto che non si sono macchiati di sadismo, torture psicologiche e quant’altro abbiano fatto quelli che comandavano. Non si puo’ permettere di far duplicare queste cose qui. E far basta con l’immagine antiquata dell’Africa povera e bisognosa di cure da parte dell’Europa perchè anche quella è un’immagine coloniale datata che deve cambiare. A quelli fa sempre piu’ comodo pensare a un’immagine dell’Africa povera e bisognosa di cure da parte dell’Europa, quando in realtà ne hanno costruito un’immagine a uso e consumo di occidentali che hanno bisogno di vantarsi di quanto sono buoni.

Riepilogando: come sono i fascisti nel 2016? Secondo me, gli uomini come Jovanotti e le donne come DolceNera. Jovanotti ha l’immagine di un cantante innovativo e moderno, ma in realtà ha sempre una visione eurocentrica. Lo si vede anche nella sua produzione musicale: ad esempio nell’”Ombelico del Mondo” parla di multiculturalità ma il protagonista è lui, bianco caucasico che si atteggia da multiculturale. DolceNera canta “Chi sogna non ha regole, e non si arrende mai, la vita che s’immagina,diventerà realtà, chi ama non sa vivere, io non imparo mai, sei tu il più grande sogno che io no, non venderei mai”, dove descrive un’immagine della donna sottomessa all’uomo e canta di sentimenti che sono dannosi.

SVE e Training Course – Ovvero come viaggiare gratis

Ecco sono tornata. Mi rendo conto che non è un’introduzione accademica e non è minimamente degna del nostro blog, ma in questi mesi ho fatto due esperienze che mi mancavano, davvero. Era un po’ di tempo che non scrivevo un post per Geograficamente, ma mi sembrava un peccato non condividere l’esperienza di SVE e training course. Percio’ ecco a Voi il primo post della cronologia Est Europa.

E’ da due mesi che sono tornata dalla Polonia. Sono andata a Lezsno, per fare la volontaria SVE presso un’associazione polacca che offre attività ricreative ai bambini e adolescenti. Anzi, per la precisione ancora prima di arrivare a Leszno, scorrazzavo felice all’interno dell’Expo di Milano e mi ero intrufolata all’interno del padiglione della Polonia per curiosare. Mele, vodka, pane, patate, cioccolata, ambra e un grazioso giardino: in Polonia ho ritrovato tutto!

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Poznan, Polonia – 11 novembre 2015 Giorno dell’Indipendenza

Dopo un arrivo abbastanza avventuroso, arrivando a Leszno utilizzando autobus, treno e auto, il lunedì’ dopo abbiamo iniziato le attività. Il nostro lavoro da volontari EVS consisteva nel fare daily room con i bambini delle elementari, cioè un dopo scuola dove giocavamo, disegnavamo e aspettavamo che i genitori o altri delegati che venivano a prendere i bambini. Un’altra attività abbastanza comune era quella di fare delle presentazioni dell’Italia nelle scuole medie e superiori, in cui si parlava dell’Italia in generale ma ovviamente le domande dei ragazzi ricadevano sempre sul mangiare e si sono sempre dimostrati più’ afferrati di me per quanto riguarda lo sport! In alcuni casi, per alcuni di questi ragazzi siamo state i primi italiani visti dal vivo e già questa è un’esperienza abbastanza unica di per sé. Ovviamente abbiamo avuto il tempo per viaggiare: sono stata a Breslavia, Varsavia, Cracovia, Poznan e ho visto il circondario di Leszno.

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Brno, Czech Republic

Il Servizio di Volontariato Europeo è un programma finanziato dalla Commissione Europea all’interno del programma Erasmus+ che permette ai giovani dai 18 ai 30 anni di vivere fino a 12 mesi all’estero con vitto, alloggio, assicurazione sanitaria e trasporto pagati piu’ un piccolo pocket money che cambia a seconda della nazione di destinazione e serve per coprire le spese personali. Per i volontari long – term (da 3 mesi a 10 mesi) è prevista anche la formazione linguistica.

All’interno dell’Erasmus + esistono altre azioni di mobilità internazionale come gli Scambi Culturali che consentono di viaggiare e conoscere altre culture. In genere sono di una settimana e prima di partecipare è bene scegliere l’argomento del progetto. Per esempio, ho partecipato a un training course dal titolo “Everybody is unique” a Zlin, Czech Republic, che si è rivelata una bellissima esperienza con altri 3 ragazzi italiani, e se mi posso permettere di dire che veramente rappresentavamo l’Italia del 2016, una ragazza romana, un ragazzo napoletano, una ragazza di origini albanesi e la sottoscritta mezza svizzera.

Sicuramente, per me, si e’ rivelata un’esperienza più’ entusiasmante e formativa del previsto!!!

Applicate per lo SVE e Training Course anche Voi! Sono occasioni per viaggiare, quasi del tutto gratis

 

Il Giardino segreto del Caucaso… 20 anni di Nagorno-Karabakh di Filippo Rustichelli

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In una delle zone più impervie del globo, il Caucaso, la guerra è sempre stata di casa. Un teatro bellico che ha avuto come attori Turchi Selgiuchidi e Mongoli, Turchi contro Persiani, il sultano Bayazid la Folgore che insegue l’armata di Tamerlano, le battaglie tra i russi e i turchi, i tentativi della dinastia safavide persiana di conquistare le impervie alture dell’Azerbaigian, che non si chiamava poi così… e poi la prima Guerra Mondiale,lo sterminio armeno, la Seconda e infine le più terribili: le tre guerre del Caucaso. Le due guerre cecene e la guerra armeno-azera. Il Caucaso e la sua miriade di popoli. Il Caucaso e le repubbliche autonome russe, colpite da una terribile guerra tra russi e ceceni. La Russia anch’essa mosaico di popoli, di repubbliche autonome, di odi e di rancori, con conflitti religiosi che si esacerbano spesso nelle aree montuose. Non stiamo parlando della Calmucchia o del Tatarstan, ma di repubbliche caucasiche come la Cabardino-Balcaria, l’Inguscezia, la Cecenia. Queste hanno avuto più risalto con i bombardamenti di Grozny o la strage di Beslan, dove i guerriglieri islamici si fecero esplodere coi bambini all’interno di una scuola. Oggi vorrei parlare di Nagorno-Karabakh, invece, una minuscola repubblica autoproclamatasi indipendente, dopo la terribile guerra armeno-azera ( 1992-1994 ). Il Caucaso è suddiviso in tre Stati: Armenia, Georgia ed Azerbaigian. La Georgia, la terra dove sembra sia nata la vite, con la sua bella capitale Tbilisi, l’Armenia, con il suo glorioso passato religioso, fatto di conventi e chiese della religione armena, il suo passato di grande popolo, la memoria del popolo armeno sopravvissuto allo sterminio da parte dell’Impero Ottomano nei suoi ultimi anni di vita e infine l’Azerbaigian, la cui capitale Baku, prospiciente al Mar Caspio, è un’antica fortezza città-fortezza con il palazzo degli Shirvanshah, protetto dall’Unesco, e prospera l’Azerbaigian, con i suoi barili di petrolio. Purtroppo questa prosperità non si accosta a un indice di sviluppo umano. Nei blog azeri, l’Armenia è vista con odio, come una malattia. L’Armenia presenta una popolazione cristiana, l’Azerbaigian ha un ceppo linguistico e storico attinente alla Turchia e anche all’Iran.

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La guerra armeno-azera ha fatto scaturire però la repubblica del Nagorno-Karabakh, e Graziella Vigo, giornalista e fotografa milanese ha creato un reportage sulle persone, sui luoghi, sui templi e sulle colline tappezzate a vite del Giardino Segreto del Caucaso.
Fu Stalin a creare la RSSF Transcaucasica, fu l’Urss a scatenare quelli che sarebbero i conflitti interetnici che poi si sono manifestati nel lungo periodo. Poi la dissoluzione dell’Urss e l’arrivo di Shervarnadze in Georgia, la dittatura degli Aliyev in Azerbaijian fecero il resto.
Come nei Balcani, anche nel Caucaso ( e sono due aree montuose ), si può veramente parlare di ” polveriera “.
In breve, dopo alcuni massacri di pulizia etnica esplosi tra armeni e azeri, la provincia del Nagorno Karabakh, si rese indipendente (1988). Già durante l’epoca stalinista c’erano state tensioni inter etniche e guerre nella regione, ma poi l’Armata Rossa aveva provveduto a punire col pugno di ferro i due contendenti.
Nel 1991 l’Azerbaigian decise di lasciare l’Unione e diede vita alla repubblica di Azerbaigian. Il 2 settembre il soviet del Nagorno Karabakh decise di non seguire l’Azerbaigian e votò per la costituzione di una nuova entità statale autonoma. Il 26 novembre il Consiglio Supremo dell’Azerbaigian riunito in sessione straordinaria approvò una mozione per l’abolizione dello statuto autonomo del Karabakh ma la Corte Costituzionale sovietica due giorni dopo la respinse in quanto non più materia sulla quale l’Azerbaigian poteva legiferare. Il 10 dicembre 1991 la neonata repubblica del Nagorno Karabakh votò il referendum confermativo al quale fecero seguito le elezioni politiche per il nuovo parlamento.
Il 6 gennaio 1992 venne ufficialmente proclamata la repubblica, il 31 dello stesso mese cominciano i bombardamenti azeri sull’Artsakh. Alla fine della guerra, nel 1994, il Nagorno-Karabakh si consolida come repubblica de facto non ancora riconosciuta peraltro dalla comunità internazionale. Il massacro di Khojaly fu uno dei più terribili episodi: l’esercito armeno uccise 500 600 tra donne e bambini, che uscivano fuori dal villaggio tramite un convoglio umanitario. I Russi appoggiarono gli armeni, mentre turchi, iraniani e i mujaheddin di Gulbuddin Hekmatyar (noto signore della guerra afghano) appoggiavano gli azeri. A fine conflitto l’esercito armeno respinse gli azeri nel 1994, e dal successivo accordo di Bishek ( capitale del Kirghizistan), finalmente il Nagorno Karabakh ottenne l’agognata indipendenza.
Per gli armeni del Nagorno-Karabakh il territorio ricompreso nei confini dell’oblast’ sovietico e dal quale è nata la nuova repubblica non ha mai fatto parte ufficialmente della nuova repubblica dell’Azerbaigian la quale peraltro nel suo Atto Costitutivo del 1991 rigettava l’ esperienza sovietica e si richiamava alla prima repubblica democratica (1918-20) nella quale il Karabakh non fu mai compreso perché venne assegnato all’Azerbaigian (sovietico) solo nel 1921.
Oggi il paese vive sempre sotto una continua allerta, con una capitale moderna, Stepanakert, e il resto del paese circondato da colline, piene di vitigni, povere, ma dove la gente crede a un futuro; un futuro senza guerra, un futuro prospero.

IL LAGO DI SEVAN

Fonte: Gabriella Vigo, Karabakh – Il giardino segreto, Marsilio Editore

Ucraina e Crimea…. il passo falso dell’Occidente di Filippo Rustichelli

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Quello che accade, quello che è accaduto, quello che accadrà…… ad oggi dopo diverse settimane in cui si è accesa la miccia ucraina, il paese resta paralizzato e in fiamme. Ogni giorno sembra di assistere a quella che è una vera e propria guerra civile. E dire che l’Ucraina era il granaio della Russia. Ad oggi i rapporti tra i due paesi non potrebbero essere più complicati. Prima la Crimea, adesso le regioni russofone dell’Est. Donetsk, Kharkov, e Slaviansk. nomi di città che prima ai più erano sconosciute, adesso rimbalzano di continuo in un complesso rimbalzino mediatico. Potremmo scrivere un papiro sulla situazione in atto…. tuttavia l’argomento presenta una semanticità esasperante di problemi. Problemi storici: la Crimea è sempre stata una zona russofona e per i Russi era ed è sempre importante per motivi strategici. Nikolaj Gogol’ nei suoi racconti di Sebastopoli, citava la famosa piazzaforte e base navale, uno dei due centri portuali e militari più importanti. La Russia, parliamoci chiaro, potrebbe dotarsi del porto di Novorossijsk, che si trova a Est rispetto della Crimea. Ma Sebastopoli e la flotta russa sul Mar Nero e la sua conformazione strategica sono un obiettivo irrinunciabile agli occhi dello Zar Putin. La conformazione montuosa della Crimea gli dà ragione….. un boccone troppo scottante per lasciarselo scappare… Crimea, penisola di dominazioni varie: genovese, tartara, russa, ucraina e poi di nuovo russa. Crimea, luogo magico pieno di castelli e località turistiche.

La popolazione è russa perlopiù, e quando dagli scranni della Rada di Kiev, il parlamento Ucraino, si sono alzate le voci degli ultranazionalisti di Kiev, i russofoni di Crimea, hanno temuto una possibile ingerenza nei loro confronti. A Putin non è parso vero e subito ha cercato di mettere in cattiva luce il nuovo governo eletto del premier Yatseniuk. Come piazza Tahrir al Cairo, Maidan a Kiev è diventata il simbolo della seconda rivoluzione Ucraina. Nella rivoluzione arancione, la Thatcher ucraina, la Yulia Tymoshenko aveva accusato il presidente Kuc’ma e il premier Yanukovich di brogli elettorali… alla fine i rivoltosi avevano avuto la meglio con la testa di Kuc’ma e il tacito accordo di Yanukovich. Emblema di questa rivoluzione il volto butterato del candidato premier Yushenko, avvelenato con la diossina…. e anche qui c’è stata probabilmente la mano morta dello zar…   Nella seconda rivoluzione ucraina tanti sono i problemi: a cominciare dalla Crimea che è diventata russofona, tre ministri del governo neo eletto sono di estrema destra, con simpatie ai nazisti. L’attenzione del mondo si è basata su una trilaterazione geografica: cartografando, potremmo dire che i tre punti del triangolo della discordia ucraina sono Kiev, Sebastopoli e ora Donetsk. Prima Kiev brucia per giorni, ma si pensa ” sono le solite manifestazioni di piazza !”, poi le rivendicazioni d’indipendenza della Crimea e l’infiltrazione russa di elementi militari nelle basi della regione,  ora in terzo luogo il fuoco divampa nelle regioni del Donbass, tra Donetsk e Lughansk., gli oblast ( le regioni) e le medesime città, russofone, dove è presente una popolazione operaia. A questo punto ci chiediamo  ” che senso ha la neo repubblica di Donetsk?” ma chiediamoci pure ” cosa pensava di fare l’Occidente?” Putin rischia con i suoi movimenti di creare una guerra civile; ma i russi agiscono nell’ombra e fanno terra bruciata da dentro, appoggiando i filorussi. La Borsa di Mosca perde il 12% del suo capitale, le quotazioni scendono. Di questi giorni il rapimento degli Osservatori Osce a Slaviansk, il che non fa che aumentare l’allerta. L’Occidente dal canto suo ci aveva già provato nel 2004, e in Georgia, ma la Russia ha sempre risposto con la forza. Il passo falso dell’Occidente: intervenire in una zona di orbita russa. Putin è intervenuto militarmente per scongiurare che un paese cuscinetto entrasse nell’orbita occidentale( ricordiamoci la storia dello Scudo Anti Missile di Bush). Annettere un paese nella zona Nato o comunque favorire la sua entrata in funzione anti russa ha esasperato il Cremlino. E’ Scoppiata una mini guerra fredda… i risvolti e gli esiti? speriamo non si trasformi in un bagno di sangue…. In seguito riaggiornerò la questione…..!!!

 

 

TOM CREAN – DALL’ANTARTIDE AL SOUTH POLE INN

1° dicembre, si celebra l’Antarctica Day, la giornata per commemorare il Trattato Antartico stipuato a Washington  nel 1959. In questa occasione Geograficamente, celebra questa giornata ricordando Tom Crean, esploratore dell’Antartico.

 Tom Crean , chiamato anche il ” gigante irlandese” (1877 – 1938) è stato un esploratore antartico proveniente da Annascaul, Co. Del Kerry (Irlanda). É stato membro di tre delle quattro principali spedizioni britanniche in Antartide , la Discovery, la Terra Nova e la Endurance.

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 Nato a Gortacurraun il 20 luglio 1877, nel 1983 prima di compiere 16 anni, si arruolo’ nella Royal Navy. Nel 1901 mentre lavorava come marinaio sulla HMS Ringarooma in Nuova Zelanda, Crean incoraggiato dal comandante Robert Scott si imbarco’ sulla nave Discovery in viaggio verso l’Antartide per la prima British National Antarctic Expedition. Per lui, inizio’ la carriera di esploratore che l’avrebbe portato altre due volte in Antartide e che l’avrebbe visto protagonista anche di successive spedizioni, in cui viene ricordato come un gran lavoratore e un buon compagno di viaggio. Al termine della spedizione fu nominato Ufficiale di primo grado e continuo’ a lavorare per Scott tra il 1906 e il 1909.

  Nel maggio 1910 Tom Crean, inizio’ a lavorare sulla  Terra Nova sotto il comandante Scott in un’altra avventura antartica di maggiore importanza rispetto a quella precedente.  Dopo aver camminato con Scott per 150 miglia nel Polo, insieme a  Lt Teddy Evans e William Lashly, erano stati istruiti per tornare al campo base . Il loro viaggio di 800 miglia attraverso l’altopiano polare in condizioni estreme si rivelo’ un compito arduo. Dopo aver trovato la strada  per il ghiacciaio Beardmore, facendosi scivolare verso il basso per centinaia di metri su cascate ghiacciate, hanno trovato la strada bloccata da enormi crepacci. A quel punto, sono stati lasciati con l’unica scelta di    avventurarsi lungo “la traversa dell’Inferno” attraversando dei ponti di neve precari per ogni crepaccio.  Quando raggiunsero la barriera, il tenente Evans, dopo aver contratto lo scorbuto, a 100 miglia dal campo base non era più in grado di stare in piedi senza aiuto . Lashly e Crean lo tirarono su una slitta per 35 miglia, indeboliti dalla fatica e dalla fame, Crean dopo aver lasciato un Evans morente nella cura di Lashly, mentre tentava di attraversare da solo la parte finale del viaggio per raggiungere il campo base in cerca di aiuto.  A seguito di una marcia di 18 ore senza fine, non solo Evans venne salvato,  ma non ha mai dimenticato il coraggio dei due uomini che in seguito avrebbe descritto “Heart of Lions”. Crean e Lashly vennero premiati con la Medaglia Albert per il loro coraggio .

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  Nel dicembre 1913 Sir Ernest Shakleton annuncio’ la sua intenzione di avventurarsi verso l’Antartide . Crean fu scelto dal capitano Shakleton per essere uno dei sei che avrebbero preso parte al viaggio attraverso il continente sulla Endurance . Purtroppo , il piano ando’ storto quando la banchisa si chiuse intorno alla loro nave Endurance nel Mare di Weddell . In ottobre 1915 l’equipaggio erano stati costretti ad abbandonare . Dopo due tentativi di marciare sul ghiaccio e a terra falliti ,  per sopravvivere sul lastrone di ghiaccio mentre aspettavano in banchisa di rompere in modo da poter lanciare le navi imbarcazioni di salvataggio .
Il 9 aprile Shakleton ha deciso di lanciare tre scialuppe di salvataggio , nel tentativo di raggiungere sia Clarence o Elephant Island a circa 100 miglia a nord . Affetti da esposizione , stanchezza e mal di mare hanno raggiunto Elephant Island nel 15 aprile . Per loro era la prima volta sul territorio in quasi 16 mesi. Elephant Island era una roccia desolata e non avevano offerto alcuna possibilità di salvataggio per l’equipaggio arenata. La loro unica speranza di sopravvivenza sarebbe stata quella di tentare un viaggio di 800 miglia in un canotto attraverso le acque infide alla stazione baleniera di South Georgia . Shakleton scelse cinque di loro per accompagnarlo tra cui Tom Crean . Gli altri sarebbero rimasti in dietro in attesa di soccorso deve il viaggio doveva rivelarsi un successo . Il 24 aprile Shakleton aveva lanciato la più grande imbarcazione, James Caird , nel tentativo di raggiungere la South Georgia . Nel loro viaggio di diciassette giorni gli uomini avevano sopportato tempeste continue , temperature da congelamento ed enormi onde.

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Crean si ritirò dalla Marina nel 1920 e tornò ad Annascaul dove si sposò e si stabilì . Lui e sua moglie Ellen comprarono e ricostruirono una casa affacciata sul fiume e la chiamarono” The South Pole Inn ” . Hanno trascorso il resto dei suoi giorni godendosi la vita familiare e rifuggiva i numerosi tentativi da parte di visitatori di sentire i suoi racconti di viaggio di rotta verso l’Antartide.
Tom Crean morì nel 1938 a causa di un appendicite. Il suo funerale è stato il più grande mai celebrato ad  Annascaul . E’ stato sepolto nel piccolo cimitero di Ballynacourty , in una tomba che si costrui’ da solo , con vista sulle colline di Kerry .