La TRANSIZIONE ECOLOGICA DIFFICILE: Cina, India, Russia, Brasile non ci stanno a eliminare il carbone, e a misure drastiche contro il riscaldamento globale. Nonostante emergenze climatiche e surriscaldamento – E riusciremmo poi noi cittadini a ridurre i consumi energetici? (la scienza risolve tutto?)

(Manifestazione ambientalista al G20 di Napoli sull’Ambiente del 22 e 23 luglio 2021, foto da http://www.ilfattoquotidiano.it/) – AL G20 SULL’AMBIENTE (a Napoli, tenuto il 22 e 23 luglio 2021) È MANCATO L’ACCORDO SU DUE PUNTI – «Su due punti non abbiamo trovato l’accordo al G20 dei ministri dell’Ambiente e li abbiamo rinviati al G20 dei capi di Stato e di governo: rimanere sotto 1,5 gradi di riscaldamento globale al 2030 ed eliminare il carbone dalla produzione energetica al 2025. Stati Uniti, Europa, Giappone e Canada sono favorevoli, ma quattro o cinque paesi, fra i quali Cina, India e Russia, hanno detto che non se la sentono di dare questa accelerazione, anche se vogliono rimanere nei limiti dell’Accordo di Parigi». Lo ha detto il ministro italiano della Transizione ecologica, ROBERTO CINGOLANI, in conferenza stampa al termine del G20 Ambiente di Napoli. (da https://www.bluewin.ch/ 23/7/2021)

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   “Una società prospera, inclusiva, resiliente, sicura e sostenibile che non lasci indietro nessuno”: è il contenuto e il senso del lungo documento che i ministri dell’ambiente e dell’energia dei grandi Paesi della Terra, riuniti dalla Presidenza italiana del G20 a Napoli il 22 e 23 luglio 2021, hanno sottoscritto.

   Nei rilievi complessivi (il documento mette insieme temi divisivi come la transizione energetica, i cambiamenti climatici e la necessità di tenere la temperatura del Pianeta sotto il grado e mezzo) si rileva che non c’è accordo mondiale; e che i Paesi più ricchi (Usa, Unione Europea, Gran Bretagna, Canada, Giappone) magari ci credono (con qualche differenza nazionalistica interna) mentre gli altri in via di sviluppo (Cina, India, Russia, Brasile e paesi poveri africani e latino-americani, pur differenziandosi tra loro, l’aggressiva economia cinese ben diversa dai paesi africani…) hanno altre priorità.

   Si riconosce il problema indiscutibilmente, ma un conto è prendere decisioni dolorose (come eliminare l’uso delle fonti fossili, imporre sacrifici e riduzioni della richiesta energetica…).

(foto: il logo del G20 AMBIENTE di Napoli, a Palazzo Reale, con il ministro della transizione ecologica ROBERTO CINGOLANI che accoglie le delegazioni) – “(…) Il ministro Cingolani, al G20 di Napoli del 22-23 luglio, nel documento finale approvato, ha promesso: «Noi entro dieci anni dobbiamo fare il grosso del lavoro che ci deve portare nel 2050 a DECARBONIZZARE, è una questione di accelerazione nel passaggio alle energie pulite». PUNTI DEL DOCUMENTO FINALE riguardano l’ALLINEAMENTO dei FLUSSI FINANZIARI agli impegni dell’ACCORDO DI PARIGI, il sostegno all’ADATTAMENTO e alla MITIGAZIONE DEGLI EFFETTI DEL CAMBIAMENTO CLIMATICO, gli strumenti di FINANZA VERDE che dovranno essere compatibili con la road map di Parigi 2015, la CONDIVISIONE DELLE MIGLIORI PRATICHE TECNOLOGICHE, il RUOLO DELLA RICERCA, SVILUPPO E INNOVAZIONE che dovranno introdurre, ha spiegato Cingolani, una «transizione epocale» nei settori industriali più pesanti per il clima – e questo riguarda i paesi fortemente manifatturieri. Ovviamente fanno parte dell’orizzonte soluzioni che molti ambientalisti ritengono false, come la cattura e lo stoccaggio della CO2. (…)(Marinella Correggia, da Il Manifesto del 23/7/2021)

   Pertanto si sono ritrovati al G20 di Napoli paesi tra di loro molto distanti, non solo geograficamente. Alla fine, pare, che l’accordo che riunisce tutti è che sì, si procederà con il privilegiare le fonti energetiche rinnovabili, e che in ogni caso la scienza dovrà risolvere tutto.

   Si capisce allora che si possono avere cambiamenti effettivi solo se sono convenienti socialmente e politicamente: la sostenibilità ambientale va coniugata insieme con una sostenibilità sociale. Che lo “sviluppo verde” ci potrà essere solo se creerà più posti di lavoro di quello tradizionale inquinante, se darà ricchezza. Che le energie rinnovabili avranno successo se daranno anche maggiori opportunità sociali.

(Il mese di giugno 2021 è stato caratterizzato da temperature record in diverse aree del Pianeta, MAPPA da https://www.lifegate.it/) – “(…) PERCHÉ È IMPORTANTE UN ACCORDO?   L’incontro dei ministri del G20 su Ambiente, Clima ed Energia, cade nel mezzo di SETTIMANE SEGNATE DA EVENTI CLIMATICI ESTREMI che hanno ribadito l’urgenza di UN’AZIONE COMUNE nella lotta contro il riscaldamento globale. L’aumento della temperatura della superficie terrestre è sempre più evidente, tanto che secondo la NOAA – l’agenzia federale statunitense che si interessa di climatologia – il 2021 risulta già Tra I 10 Anni Più Caldi Dal 1880. A inizio luglio AL CIRCOLO POLARE ARTICO SI È RAGGIUNTA LA TEMPERATURA RECORD DI 48°C, causata da un’inedita e persistente ondata di calore in Siberia. Nonostante questi dati allarmanti, SOLO IL 2% DEI FINANZIAMENTI STANZIATI DALLE AUTORITÀ MONDIALI per il rilancio dell’economia post-Covid verrà SPESO IN SETTORI GREEN. (…)  La definizione di impegni concreti in sede G20 può quindi fornire la linea guida necessaria su cui costruire un rinnovato impegno climatico ALLA COP26 DI QUESTO NOVEMBRE A GLASGOW, definita non a caso “l’ultima e migliore possibilità che il mondo ha di evitare la crisi climatica”. (…)” (da https://www.ispionline.it/, 23/7/2021)

   Perché pensare di volere un mondo che frena il surriscaldamento e i disastri climatici, così, tout court, è un “vecchio” discorso che veniva fatto dagli ecologisti del Paesi ricchi già trent’anni fa (la prima Conferenza importante sull’ambiente quella di Rio del Janeiro è del 1992). “Voi non volete che si tagli la foresta, ma voi l’avete fatto in Europa più di due secoli fa per il vostro sviluppo. Voi non volete che si inquini con combustibili fossili come carbone e petrolio, ma l’epoca di sviluppo delle materie prime carburanti fossili a nostra disposizione voi l’avete già vissuta e ne avete avuto i vantaggi…”. Difficile individuare, anche alla luce delle più moderne tecnologie (l’idrogeno, auto elettriche e a minor consumo, impianti produttivi più sofisticati e risparmiosi di energia…) ora a disposizione, modi e metodi per un “riequilibrio sociale mondiale” da far condividere ai paesi in via di sviluppo che hanno livelli di consumo ben minori dei nostri (come sono i paesi africani, i latinoamericani, ma ancora Cina e India…).

UNA CENTRALE A CARBONE (foto da http://www.emmedimeccanica.com/)

   Pertanto il documento raccoglie tante affermazioni e idee condivise da tutti o quasi. È da crederci (che si condividono): con le continue emergenze climatiche e disastri ambientali…trent’anni fa, e anche di più, erano solo previsioni (ahinoi azzeccate) di scienziati ed ecologisti non allineati al progresso buono ed illimitato. Segnali ed iniziative premonitrici più che mai (andiamo a memoria): il Club di Roma negli anni 60, poi il Rapporto Brundtland del 1987, la campagna “nord sud” di Alexander Langer nel 1988, appunto il Summit di Rio del 1992, il protocollo di Kyoto del 1997, le associazioni ambientaliste e verdi degli anni ‘90, i sindacalisti seringueiros brasiliani come Chico Mendes (ucciso nel 1988) a difesa della foresta amazzonica…

John Kerry delegato USA e Roberto Cingolani ministro della transizione ecologica al G20 AMBIENTE di Napoli del 22-23 luglio 2021

   Pare poi che la Cina ci creda, alla crisi ambientale (pur allineandosi solo come principio) dal fatto che in queste settimane e mesi di ripresa veloce della produzione industriale dopo il blocco per la pandemia, stia subendo continui shock energetici: cioè blackout elettrici a ripetizione sulla rete industriale e urbana delle città; perché la richiesta di energia è superiore a quanto si riesce a produrre energeticamente (cose che accadono normalmente in India, ma in Cina non erano abituati…). Pertanto figuriamoci se Cina (e India) si impegnano ad eliminare il carbone e a non inquinare….

Il G20 Ambiente del 22 e 23 luglio si è tenuto a Napoli nella splendida cornice del PALAZZO REALE in Piazza del Plebiscito

   E poi va bene in Europa cercare di convincere la Polonia così ricca di carbone di ridurre quella fonte energetica così inquinante, ma non si dirà mai niente (crediamo) dell’energia fossile rappresentata dal gas sotterraneo naturale. Per questo la stessa Germania si è messa d’accordo con gli Stati Uniti di “poter accettare” il gasdotto russo “Nord Stream 2” così importante per il suo sviluppo industriale, nel contempo impegnandosi ad aiutare l’Ucraina ad evitare economicamente il ritorno nell’orbita russa…….. Se questo è il contesto che “tutti hanno le loro buone ragioni”, è assai difficile pretendere di più da paesi come quelli africani, poveri, in via di sviluppo, a volte li possiamo definire “emergenti”, che hanno consumi energetici pro capite molto inferiori ai nostri e che per tentare uno sviluppo possibile usano combustibili inquinanti… (nonostante siamo arrivati a un punto di non ritorno globale).

“(…) Parallelamente, LA STRATEGIA ITALIANA SU CLIMA E ENERGIA RIENTRA IN QUELLA DELL’UNIONE EUROPEA che punta ad affermarsi come STANDARD-SETTER GLOBALE. Non sorprende che l’arrivo dei ministri a Napoli segua di pochi giorni la presentazione di “FIT FOR 55”, il pacchetto di misure con cui la Commissione europea punta, entro il 2030, a RIDURRE LE EMISSIONI DI GAS A EFFETTO SERRA DEL 55% rispetto ai livelli del 1990, con l’obiettivo di ARRIVARE ALLA CARBON NEUTRALITY PER IL 2050. Un piano ambizioso che però da solo non sarà sufficiente per salvare il pianeta. L’Unione europea da sola contribuisce infatti all’8% delle emissioni globali di gas serra, contro il 28% della Cina.(…)” (da https://www.ispionline.it/, 23/7/2021)

   Qualcuno di quelli ecologisti premonitori di trent’anni fa ipotizzava allora che continuando così saremmo arrivati a un governo mondiale dove a ciascuno viene affidata (imposta) una tessera di consumo energetico e anidride carbonica, da utilizzare come meglio vuole, e poi nulla più. Scenari apocalittici ma non tanto. Speriamo che non si arrivi a questo, e che scelte importanti e coraggiose (anche un po’ dolorose) vengano concretamente prese. (s.m.)

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IL RESPIRO DEL COMPROMESSO

di Federico Rampini, da “la Repubblica” del 24/7/2021

   Roberto Cingolani, ministro della Transizione ecologica, ha fatto un bilancio onesto e sincero del vertice mondiale sotto la sua presidenza (il G20 sull’ambiente di Napoli dello scorso 22 e 23 luglio). La strada verso la riduzione delle emissioni carboniche è ancora in salita, nonostante le calamità estive che hanno colpito il Nord Europa e alcune regioni asiatiche. Qualcosa si sta muovendo, sia in Occidente che nei giganti del capitalismo carbonico orientale. È importante capire quali ostacoli andranno superati, e come.

   «Su due punti – ha detto Cingolani – non abbiamo trovato l’accordo al G20 Ambiente e li abbiamo rinviati al summit dei capi di Stato e di governo: rimanere sotto 1,5 gradi di riscaldamento globale al 2030 ed eliminare il carbone dalla produzione energetica al 2025. Stati Uniti, Europa, Giappone e Canada sono favorevoli, ma quattro o cinque Paesi, fra i quali Cina, India e Russia, hanno detto che non se la sentono di dare questa accelerazione, anche se vogliono rimanere nei limiti dell’Accordo di Parigi». L’esponente del governo italiano, che dirigeva i lavori a Napoli, ha parlato però di «un accordo senza precedenti perché per la prima volta il G20 accetta che clima e politica energetica sono strettamente connessi».
   Coinvolgere il trio Cina-India-Russia è fondamentale. La Repubblica popolare cinese è di gran lunga la prima fonte di emissioni carboniche del pianeta: con il suo 28% del totale pesa il doppio degli Stati Uniti. L’India sta aumentando velocemente la sua impronta carbonica e in un futuro non lontano peserà quanto l’Europa. La Russia è un nano economico ma è un petro-Stato con un ruolo sostanziale nell’esportazione di energie fossili (incluso verso il mercato europeo, Germania in testa). Senza di loro, gli impegni dei Paesi occidentali non bastano, anche ammesso che le promesse euro-americane vengano tutte mantenute.
   L’America di Joe Biden ha indicato una strada per coinvolgere la Cina in un ruolo virtuoso. Mentre i rapporti bilaterali Washington-Pechino continuano a deteriorarsi in quasi ogni altro campo, nella lotta all’emergenza climatica invece prevale il dialogo e la ricerca della cooperazione tra le due superpotenze, con un ruolo di punta per John Kerry. Al tempo stesso, i democratici americani non disdegnano di seguire l’esempio europeo agitando un possibile deterrente: è il piano della carbon border tax, un dazio verde che andrebbe a colpire le importazioni da Paesi che fanno intenso uso di energie fossili. Su questo protezionismo ambientalista è possibile un’intesa fra Washington e Bruxelles. Il bersaglio principale sarebbe la Cina.
   La posizione di Xi Jinping va letta alla luce di una novità per lui sconvolgente, dell’estate 2021. Non mi riferisco alle alluvioni cinesi – il cui bilancio di vittime per fortuna è modesto, proporzionalmente una minuscola frazione rispetto a quanto accaduto in Germania. Lo shock del luglio 2021 è che la Repubblica popolare subisce blackout elettrici a ripetizione. È vero che questi sono la diretta conseguenza della ripresa economica, con le fabbriche del made in China che producono a ritmi record. Però i blackout elettrici facevano parte della routine indiana più che di quella cinese. Xi non può inseguire obiettivi di emancipazione dal carbone, se questi penalizzano la crescita economica. Perfino un autocrate ha dei vincoli di consenso. In tutto il mondo oggi la sostenibilità ambientale va coniugata insieme con una sostenibilità sociale. Lo ha capito Biden, che associa strettamente gli investimenti in energie rinnovabili alla creazione di nuovi posti di lavoro.
   Nessun governo, neanche il più autoritario, reggerà proponendo una decrescita che non è mai felice.
   Non è un caso se Xi Jinping oggi punta a conquistare il predominio mondiale nell’auto elettrica, e nella produzione di tutti i suoi componenti (a cominciare dai minerali rari): anche a Pechino la lotta all’emergenza climatica va trasformata in una nuova opportunità di business e di esportazione, per essere politicamente spendibile.

   Nel frattempo la transizione includerà dei compromessi. Se neppure la “virtuosa” Germania riesce ad affrancarsi dall’energia fossile russa, è impolitico e immorale pretendere di più da Paesi emergenti che hanno consumi energetici pro capite molto inferiori ai nostri. Draghi e Cingolani, come l’amministrazione Biden, hanno capito che conviene alleare scienza e tecnologia con le risorse del mondo imprenditoriale, per accelerare la transizione e renderla appetibile all’intero pianeta.
   Le visioni apocalittiche, così come le nostalgie di un’Arcadia bucolica, possono affascinare un pubblico adolescenziale in Occidente ma non smuoveranno la realtà dei giganti asiatici, tantomeno degli africani. Con questa strategia realistica, la tappa di Napoli può agevolare il successo della conferenza Onu Cop26, a novembre a Glasgow. (Federico Rampini)

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CINGOLANI: G20 ENERGIA E CLIMA: UN ACCORDO STORICO CHE GUARDA AL FUTURO E PUNTA ALLA COP26

La sintesi del documento finale della ministeriale fatta dal ministero della transizione ecologica

[24 Luglio 2021] da GREENREPORT.IT (quotidiano per un’economia ecologica) – https://greenreport.it/

   “Una società prospera, inclusiva, resiliente, sicura e sostenibile che non lasci indietro nessuno”: così i ministri dell’ambiente e dell’energia dei grandi Paesi della Terra, riuniti dalla Presidenza italiana del G20 a Napoli, in presenza e da remoto, hanno sottoscritto il documento finale della ministeriale Energia e Clima.

   Un documento che mette insieme, su temi divisivi come la transizione energetica, i cambiamenti climatici e la necessità di tenere la temperatura del Pianeta sotto il grado e mezzo, Paesi tra di loro molto distanti, non solo geograficamente.

   Tutti, da Cina a India, a Stati Uniti, Russia e paesi Europei, hanno concordato che, soprattutto dopo la fase pandemica, la transizione energetica verso le energie rinnovabili sono uno strumento per la crescita socio-economica inclusiva e veloce, la creazione di posti di lavoro e deve essere una transizione giusta che non lascia nessuno indietro.

   La comunità internazionale del G20 riconosce nella scienza un ruolo fondamentale, su cui la politica dovrà basarsi. E, soprattutto, viene riconosciuto uno stretto nesso tra clima ed energia e la necessità di ridurre le emissioni globali e migliorare l’adattamento al cambiamento climatico.

1 – Azioni contro il cambiamento climatico

Vengono riaffermati gli impegni dell’Accordo di Parigi come il faro vincolante che dovrà condurre fino a Glasgow, dove si svolgerà, a novembre, la COP 26. Obiettivo comune è mantenere la temperatura ben al di sotto dei 2° e a proseguire gli sforzi per limitarla a 1,5° al di sopra dei livelli preindustriali. I Paesi del G20 concordano nell’aumentare gli aiuti ai paesi in via di sviluppo affinché nessuno resti indietro. Rimane centrale il ruolo dell’impegno finanziario da 100 miliardi, così come previsto dall’Accordo di Parigi, con l’impegno ad aumentare i contributi ogni anno fino al 2025.

   E un ruolo, per l’aumento di questi fondi, è richiesto in particolare alle istituzioni finanziarie per lo sviluppo e alle banche multilaterali. La transizione è necessaria e indispensabile, però deve essere giusta, e assicurare sostegno e solidarietà alle categorie e ai paesi più fragili. Unanimemente si riconosce il ruolo del cambiamento climatico nella perdita di biodiversità.

2 – Accelerare le transizioni verso l’energia pulita Continua a leggere

IL MODELLO OLIVETTI nella CITTÀ PRODUTTIVA della post-pandemia: quali regole darsi per modi non inquinanti, che curano la bellezza paesistica? e soprattutto sia integrato a un nuovo sviluppo umano? – La Città Produttiva di ADRIANO OLIVETTI diventa esempio da perseguire perché “nulla sia come prima”

Su chi voleva imitare il modello sociale, politico ed economico di ADRIANO OLIVETTI, lo stesso rispondeva: “Ognuno può suonare senza timore e senza esitazione la nostra campana. Essa ha voce soltanto per un mondo libero, materialmente più fascinoso e spiritualmente più elevato. Suona soltanto per la parte migliore di noi stessi, vibra ogni qualvolta è in gioco il diritto contro la violenza, il debole contro il potente, l’intelligenza contro la forza, il coraggio contro la rassegnazione, la povertà contro l’egoismo, la saggezza e la sapienza contro la fretta e l’improvvisazione, la verità contro l’errore, l’amore contro l’indifferenza”. (tratto da “Intervista a Beniamino De’ Liguori Carino, Segretario generale Fondazione Adriano Olivetti, da https://www.elementplus.it/, 27/10/2020”)(la foto sopra di Adriano Olivetti è ripresa da  https://www.startingfinance.com/)

   Mai come adesso si parla di rilancio, di ripresa delle attività produttive: con il Piano di ripresa e resilienza europeo e i suoi finanziamenti; ma non solo, noi crediamo che tutto il resto che c’è e che si creerà dovrà andare oltre a quei finanziamenti; essere “altro”.

   E allora ci si chiede in quale luogo produttivo, CITTA’ DELLO SVILUPPO DEL LAVORO, potrà avvenire tutto questo. Resterà tutto come prima? Magari fabbriche inquinanti in ambiente inquinato e brutto da vedere (un paesaggio sgradevole…)? Con “manodopera” solo strumento di produzione? (peraltro sempre più in misura ridotta, sostituita dai robot…)

 

Nucleo originale della fabbrica Olivetti (foto da https://www.ivreacittaindustriale.it/)

   E’ su questa idea che anche nelle produzioni “nulla dev’essere come prima” (o “dovrebbe essere” come prima…): pensando ad attività produttive non inquinanti, a luoghi ameni e “meritevoli” dove vengano realizzate, a territori agricoli con colture (i vigneti, l’ortofrutta…) solo biologici; a imprese produttive anche “difficili” per l’ambiente (come le acciaierie, per esempio) che scommettono su un “inquinamento zero”.

   E’ così che si cercano modelli di CITTA’ INDUSTRIALE, produttiva, degni di essere ripresi, riconsiderati magari con tecnologie e materiali ben diversi. Nasce allora un guardare ad alcuni esempi interessanti di archeologia industriale cui sono ricchi molti luoghi del nostro Paese; e che si suppone essi esempi abbiano rappresentato una civiltà industriale più connotata e sicura di quella di adesso.

 

“IVREA, città industriale del XX secolo” è PATRIMONIO MONDIALE UNESCO”. Il 1° luglio 2018, a Manama capitale del Bahrain, il World Heritage Committee dell’UNESCO ha ufficialmente inserito nella Lista del Patrimonio Mondiale “Ivrea, città industriale del XX secolo”. (Ivrea-patrimonio-mondiale-Unesco-foto da https://www.guidatorino.com/)

   E ci si accorge subito che non si può però fare a meno del “fattore umano”: cioè che gli esempi più interessanti del mondo produttivo di cinquant’anni fa, di cento e più anni fa (ma anche che si ritrova per fortuna anche adesso) è in alcuni pur rari esempi di un rapporto il più “felice” possibile con chi lavora nell’azienda (per dire già centocinquanta anni fa, in Veneto, la Lanerossi di Schio, la Marzotto di Valdagno…), nell’ “impresa”: considerando importante la famiglia del dipendente, i servizi che ci potevano essere (i quartieri operai, i servizi alla maternità, ai figli…come asili, scuole, colonie estive etc.). Esempi peraltro limitati, minoritari, nel passato come peraltro ci sono anche adesso in alcune aziende, ma rilevanti nel loro significato di un lavoro che non sia solo “prestazione occupazionale”, con il lavoratore paragonato a un robot.

 

“(…) Quale era il MODELLO OLIVETTI? Esso, nel 1962, era visibile fisicamente sui due lati di VIA JERVIS A IVREA. A SINISTRA di via Jervis vi era IL MASSIMO DELLA RAZIONALITÀ ORGANIZZATIVA del tempo. Innanzitutto, c’erano gli STABILIMENTI DI PRODUZIONE, le OFFICINE e i MONTAGGI, (…) Poi, c’erano i LABORATORI DI RICERCA E SVILUPPO che studiavano prodotti geniali che avevano oltre il 50% di quota di mercato mondiale, come la Tetractys. E ancora, c’erano gli UFFICI TECNICI dove venivano sviluppate le soluzioni più evolute di macchine utensili e stampi. (….)   A DESTRA DI VIA JERVIS, vi era non una alternativa ma UN COMPLEMENTO INTEGRATO a tanta razionalità produttiva: i servizi sociali, l’infermeria, la BIBLIOTECA, il CENTRO DI SOCIOLOGIA, IL CENTRO DI PSICOLOGIA e gli altri servizi che davano “anima” all’impresa. (…)” (Federico Butera, da Fondazione IRSO, https://irso.it/, 10/1/2018)(IVREA PANORAMA stabilimenti Olivetti, foto da http://www.turismoitalianews.it/)

   Molti di questi esempi di capitalismo comunitario sono stati visti (a volte a ragione) come un metodo di controllo dei lavoratori, per evitare tensioni sociali su sfruttamenti produttivi, e nulla di più….

   Ma coniugando lo spirito geografico di questo blog del voler mettere insieme esperienze interessanti del più o meno recente passato, con il presente “post-pandemia” (sperando che il peggio sia passato…) sul tema della NUOVA CITTA’ PRODUTTIVA, sull’onda e speranza che “nulla dev’essere come prima”, osserviamo con interesse l’esperienza del secolo scorso della FABBRICA DI OLIVETTI, in primis realizzata nella CITTA’ DI IVREA (ma con stabilimenti e una ridotta replica a Pozzuoli), esperienza che non a caso ha avuto il riconoscimento internazionale dell’UNESCO come sistema integrato di architettura industriale, sociale, umanitaria, in un tutt’uno armonioso e nuovo, appunto per la città industriale di Ivrea.

 

LA MOSTRA SU OLIVETTI – INNOVAZIONE: MODELLO OLIVETTI PER RESTARE IN EUROPA. Due distinti eventi hanno marcato queste ultime settimane. L’approvazione da parte della Commissione Europea del piano di ripresa e resilienza presentato dal governo Italiano per la mastodontica cifra di oltre 191 miliardi di euro, quasi 5 volte quello francese per intenderci, e il lancio di una MOSTRA ITINERANTE UNIVERSO OLIVETTI. COMUNITÀ COME UTOPIA CONCRETA realizzata dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, in collaborazione con la Fondazione MAXXI e la Fondazione Adriano Olivetti: RACCONTA IL PROGETTO OLIVETTIANO IN TUTTI SUOI ASPETTI, dimensioni e complessità. Pur differenti per evidente importanza, questi due eventi hanno però in comune la possibilità di cucire il passato e il futuro dell’Italia. (…) (di Enzo Maria Le Fevre Cervini, da https://www.ispionline.it/, 9/7/2021) (NELLA FOTO: OFFICINE OLIVETTI, da https://www.ivreacittaindustriale.it/)

   L’esperienza della FABBRICA APERTA di Olivetti viene ora da più parti riproposta come esperienza riproducibile nella grande crisi di adesso: per creare un nuovo patto sociale (tra tutti i soggetti in campo, istituzioni, imprenditori, lavoratori, politici…), almeno all’interno dell’Unione Europea, che permetta davvero la nascita di un mondo nuovo costruito attorno a nuovi principi.

 

L’ORDINE POLITICO DELLE COMUNITÀ, di ADRIANO OLIVETTI (Edizioni Comunità, a cura di Davide Cadeddu), è il libro nel quale Adriano Olivetti ha organizzato la sua proposta di riforma della società in un preciso progetto costituzionale. Un disegno illuministico di una mente illuminata, come Norberto Bobbio definì l’opera, articolato intorno all’idea di Comunità come entità centrale per il riassetto territoriale e istituzionale del governo locale. Nella sua proposta, Olivetti descrive in modo sistematico le funzioni essenziali attraverso cui organizzare l’assetto politico di ogni Comunità.

   L’originale progetto economico, sociale e culturale di Adriano Olivetti è la visione di un imprenditore illuminato, che ha dimostrato come “un’altra economia” sia possibile soprattutto per la dimensione umana, nella partecipazione alle attività di impresa. Un’esperienza, quella della città industriale di Adriano Olivetti, che mostra tutto il suo fascino portandola al di fuori dell’archeologia industriale, per farne un patrimonio immateriale condiviso, l’enzima necessario di un possibile rinnovamento: la fabbrica che si contorna di biblioteche, centri sociali, che si interessa alla formazione dei dipendenti; che cerca di creare anche nella produzione un sistema integrato nella realizzazione del prodotto che non sia ripetitivo ma che comprenda tutte le fasi, provando ad assegnare compiti maggiormente qualificati a ciascun operaio …. Insomma non lasciando nulla a un rapporto deteriorato nell’attività lavorativa.

 

Casa popolare di Borgo Olivetti (foto da https://www.ivreacittaindustriale.it/)

   Il modello Olivetti ha profondamente innovato l’idea stessa della fabbrica, dell’organizzazione aziendale e del modo di rapportarsi alla competizione globale: proponendo una continua ricerca del prodotto, dei prodotti (nell’elettronica in particolare); arrivando anche a progettare il primo computer “domestico” (superando le mega installazioni elettroniche governate da camici bianchi)….. e se l’Olivetti fosse stata adeguatamente supportata, attorno ad essa, nel distretto di Ivrea, avrebbe potuto svilupparsi qualcosa di simile ad una Silicon Valley italiana (un’occasione perduta). Infatti Olivetti realizza e lancia sul mercato numerosi prodotti innovativi che porteranno pochi anni dopo alla realizzazione della Programma 101, oggi considerata il primo personal computer mai realizzato. Il valore dei prodotti della Olivetti era strettamente legato all’innovazione apportata dagli stessi, innovazione derivante da un contesto di ricerca e di formazione di altissimo livello. Il team Olivetti è estremamente compatto, curioso, efficiente e si sente parte dell’azienda per cui lavora.

 

ASILO NIDO Olivetti (foto da https://www.ivreacittaindustriale.it/)

   E su tutta la ricerca tecnologica, vi è appunto una attenzione decisamente maggiore alle condizioni di lavoro degli operai, sempre considerati esseri umani prima che fattori di produzione (la ricerca di sistemi alternativi alla catena di montaggio), con una corretta organizzazione del tempo di lavoro.

   La città industriale di Ivrea è stata riconosciuta Patrimonio dell’umanità e iscritta nella lista Unesco. Questo riconoscimento internazionale fa comprendere il valore simbolico dell’esperienza olivettiana, esperienza buona anche adesso che si parla tanto di sviluppo sostenibile. Quello che l’Unesco ha riconosciuto attraverso le architetture è, infatti, il modello sociale, politico e culturale espresso dall’azione imprenditoriale di Adriano Olivetti, di cui gli edifici industriali sono oggi una testimonianza tangibile.

 

Sala Officine-Ico (foto da https://www.ivreacittaindustriale.it/)

   L’esperienza sorta nel secolo scorso a Ivrea, della fabbrica Olivetti (e il suo ideatore e propugnatore Adriano Olivetti), in questa fase in cui si va a ripetere che anche nei nuovi modi di abitare e svolgere le attività economiche “nulla dev’essere come prima”, mostra come ci dev’essere un nuovo patto tra cittadini, imprese e governi per compiere quel necessario grande sforzo globale che riequilibri il rapporto dell’uomo con gli spazi che abita, così da riconciliare i tempi di vita e di lavoro con quelli della natura. (s.m.)

 

“(…) Nel primi mesi del 1943 ADRIANO OLIVETTI compie alcuni viaggi in Svizzera prendendo contatto con gli Alleati, attraverso Ignazio Silone, per illustrare un piano di pace da lui redatto, ma dopo l’armistizio, accusato di intelligenza col nemico, è imprigionato dal governo Badoglio a Regina Coeli e solo qualche giorno dopo l’8 settembre riesce fortunosamente a tornare in libertà. Nei giorni dell’occupazione tedesca Natalia Ginzburg lo incontra per le strade di Roma. Adriano l’avvisa che il marito Leone è stato arrestato e lei così lo ricorda in una celebre pagina di LESSICO FAMIGLIARE: M’aiutò a fare le valigie, a vestire i bambini; e scappammo via, e me lo ricorderò sempre, tutta la vita, il grande conforto che sentii nel vedermi davanti, quel mattino, la sua figura che mi era così familiare, che conoscevo dall’infanzia, dopo tante ore di solitudine e di paura, ore in cui avevo pensato ai miei che erano lontani, al Nord, e che non sapevo se avrei mai riveduto; e ricorderò sempre la sua schiena china a raccogliere per le stanze i nostri indumenti sparsi, le scarpe dei bambini, con gesti di bontà umile, pietosa e paziente. E aveva, quando scappammo da quella casa, il viso di quella volta che era venuto da noi a prendere Turati, il viso trafelato, spaventato e felice di quando portava in salvo qualcuno.(…)” (da ADRIANO OLIVETTI, 1901 – 1960, BIOGRAFIA tratta da https://www.fondazioneadrianolivetti.it/)

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IL MODELLO OLIVETTI: UNA AZIENDA ITALIANA CHE PUÒ INSEGNARCI IL FUTURO

da https://webcrew.it/ (marzo 2019)

   La lunga e avvincente storia della Olivetti è interessante sotto molti punti di vista. L’Olivetti è stata per molti anni tra le eccellenze internazionali nella ricerca, nello sviluppo e nella produzione di prodotti tecnologici e grazie a questa azienda l’Italia è stata per parecchi anni all’avanguardia dell’information technology.

   Il depotenziamento dell’Olivetti è stato molto significativo perché ha praticamente causato l’uscita dell’intero paese da uno dei mercati più importanti al mondo, uno di quei non moltissimi mercati che oggi fanno effettivamente ‘crescita’, posti di lavoro, PIL…

   Non voglio nascondere la sensazione che ho da sempre leggendo di questa azienda: se l’Olivetti fosse stata adeguatamente supportata, attorno ad essa, nel distretto di Ivrea, avrebbe potuto svilupparsi qualcosa di simile ad una Silicon Valley italiana. Così è stato solo in parte.

   Ma in questo articolo mi avventuro non tanto nella storia dell’Olivetti, nelle grandi intuizioni e negli errori commessi nella sua gestione, quanto nell’idea di impresa che Olivetti ha saputo proporre.
   Il modello Olivetti ha profondamente innovato l’idea stessa della fabbrica, dell’organizzazione aziendale e del modo di rapportarsi alla competizione globale.

   L’azienda è stata fondata da Camillo Olivetti nel 1908 e da lui gestita fino al 1932. Formata inizialmente da pochi operai non specializzati seguiti direttamente da Camillo, in questi primi anni l’Olivetti si afferma come valido produttore di macchine da scrivere.
   Il periodo che però più sembra rilevante per l’affermarsi di un vero e proprio modello Olivetti è quello successivo che coincide con l’inizio della direzione di Adriano Olivetti, figlio di Camillo.
   In questi anni la Olivetti realizza e lancia sul mercato numerosi prodotti innovativi che porteranno pochi anni dopo alla realizzazione della Programma 101, oggi considerata il primo personal computer mai realizzato.

   Sotto la guida di Adriano Olivetti e negli anni successivi alla sua morte l’azienda si trasforma in modo radicale. Una interessante ricerca della Fondazione ISTUD, ‘Esiste un’eredità del Modello Olivetti nel management?’, di cui consiglio la lettura, testimonia di come si possa effettivamente parlare di modello Olivetti e ne sottolinea anche alcune caratteristiche.

   Proviamo a capire in quale contesto si sviluppa il modello Olivetti. Continua a leggere

IL RAPPORTO ISTAT 2021 (presentato il 9/7/2021) mostra un Paese sfiancato dalla pandemia, ma non sconfitto – Si riprenderà? (nell’economia, nella scuola, nel pubblico…)? Le svolte ecologica, digitale…ci saranno davvero? Supereremo la povertà allargatasi? Si realizzerà la “promessa” che saremo migliori di prima?

(dal Rapporto Istat 2021, l’Appendice) – “Questa ventinovesima edizione del Rapporto Annuale sulla situazione del Paese considera gli effetti dell’emergenza sanitaria sulla società e sull’economia italiane e le tendenze al recupero che stanno emergendo. La rapida evoluzione dei comportamenti che si è determinata nel 2020 è colta anche attraverso indagini specifiche presso le famiglie e le imprese, condotte nel corso della crisi. Il Rapporto analizza l’impatto della pandemia sugli andamenti demografici, proponendo un approfondimento sulla mortalità per cause, e sulla tenuta del sistema sanitario in termini di prestazioni. Esamina le tendenze del capitale umano e del mercato del lavoro con riferimento alle dimensioni di genere, territoriale e generazionale, che corrispondono agli assi d’intervento del PNRR. Analizza i punti di forza e le fragilità del sistema delle imprese nella fase di recupero, ancora non estesa all’intera economia, e il tema della digitalizzazione del sistema produttivo. Infine, considera le dimensioni degli investimenti, del livello di sviluppo delle infrastrutture e della sostenibilità ambientale, centrali nell’impianto del Programma italiano e in quello europeo Next Generation – EU. (vedi il RAPPORTO ISTAT 2021: https://www.istat.it/it/archivio/259060) (nell’immagine: copertina del Rapporto Istat 2021)

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Il RAPPORTO ISTAT annuale 2021 sulla situazione del Paese lo ha presentato venerdì 9 luglio 2021, a Roma a Palazzo Montecitorio, il presidente dell’ISTAT GIANCARLO BLANGIARDO (nella foto)

ISTAT, L’ITALIA POST PANDEMIA: «CONSUMI AL MINIMO MAI COSÌ BASSI DAL DOPOGUERRA»

di Alessandra Arachi, da Corriere.it del 9/7/2021 https://www.corriere.it/

– Presentato alla Camera il ventinovesimo rapporto dell’Istituto nazionale di statistica. Il presidente Giancarlo Blangiardo: «Lo scenario di un paese che comincia a riprendere ritmi e tempi di vita vicini alla normalità» –

   È un’Italia che, inevitabilmente, nel 2020 risente di tutti gli influssi negativi della pandemia, dal crollo delle nascite al crollo dei consumi, alla forte crescita della povertà assoluta, ma che può guardare con fiducia al futuro grazie all’impatto positivo del Pnrr sul Pil, una ripresa che attraverso una «simulazione» vede un «innalzamento del livello del Pil, rispetto allo scenario base tra il 2,3 e il 2,8». Lo afferma l’Istat nel suo ventinovesimo rapporto annuale presentato il 9/7/2021 alla Camera dal presidente Giancarlo Blangiardo: «Lo scenario di un paese che comincia a riprendere ritmi e tempi di vita vicini alla normalità. Nel 2020 il Pil è tornato a livelli del 1998» (Alessandra Arachi, da Corriere.it del 9/7/2021)

dal Rapporto Istat 2021 (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

CONSUMI AL MINIMO MA ITALIANI «FORMICHE»

Nel 2020 il reddito disponibile delle famiglie si è ridotto del 2,8% (-32 miliardi) e i consumi finali hanno subito una caduta di dimensioni molto più ampie (-10,9%) mai registrate dal dopoguerra. La spese dei beni e dei servizi è crollata del 19,3%. Il calo dei consumi riguarda soprattutto le famiglie più abbienti (-9%) che solitamente spendono di più per viaggi, ristoranti, abbigliamento calzature, cultura e spettacoli, i settori cioè che hanno risentito maggiormente della crisi. Tuttavia gli italiani si sono comportati come «formiche» e la propensione al risparmio è quasi raddoppiata, salendo al 15,8% rispetto all’8,1% dell’anno precedente. Nel 2020, inoltre, c’è stata una forte crescita della povertà assoluta, salita al 7,7% dal 6,4% del 2019. La povertà assoluta ha riguardato quindi oltre 2 milioni di famiglie e più di 5,6 milioni di persone. (Alessandra Arachi, da Corriere.it del 9/7/2021)

dal Rapporto Istat 2021 (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

CROLLO DEI MATRIMONI E DELLE NASCITE

La pandemia ha portato inevitabilmente a un crollo dei matrimoni, -97 mila di meno, un calo eccezionale, quasi il doppio rispetto al 2019. Nel 2020 si è registrato inoltre il «nuovo minimo storico di nascite dall’Unità d’Italia» e il numero massimo «di decessi dal secondo dopoguerra». I nati da popolazione residente sono stati 404.104 in diminuzione del 3,8% rispetto al 2019, e di quasi il 30% sul 2008 (anno più recente con il massimo delle nascite). A marzo del 2021 si osserva «una prima inversione di tendenza» (+3,7% rispetto allo stesso mese del 2020, soprattutto da genitori non sposati). Nel 2020 il totale dei decessi è stato di 746.146. Dice il presidente Blangiardo: «Nel 2020 il calo della popolazione è stato più della metà che in sei anni». La speranza di vita è scesa a 82 anni, ovvero ben 1,2 anni in meno rispetto al 2019. In leggero recupero le nascite nel primo trimestre del 2021: ha riguardato soprattutto le donne con almeno una laurea (+8,6%). (Alessandra Arachi, da Corriere.it del 9/7/2021)

dal Rapporto Istat 2021 (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

LA FRAGILITÀ DEI NOSTRI GIOVANI

Non è rosea la situazione dei giovani nel nostro paese. Nel 2020 sono stati 2,1 milioni di giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano e non lavorano, (i cosiddetti «Neet»), ovvero quasi uno su quattro di questa fascia di età (il 23,3%) e in aumento di oltre 2 punti rispetto al 2019. Inoltre il nostro Paese si pone al penultimo posto nella graduatoria Ue27 di laureati tra i 30 e i 34 anni: 27,8% contro una media europea del 40%. Nel 2020 il 13,1 % dei giovani tra i 18 e i 24 anni (contro il 10,1 in Europa) ha abbandonato precocemente gli studi avendo raggiunto al massimo la licenza media. La crisi pandemica ha influito anche alla diminuzione del tasso di occupazione dei giovani tra i 18 e i 24 anni (dal 35,4% del 2019 al 33,2% del 2020). (Alessandra Arachi, da Corriere.it del 9/7/2021)

dal Rapporto Istat 2021 (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

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dal Rapporto Istat 2021 (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

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RAPPORTO ISTAT 2021: SFIANCATI MA NON SCONFITTI

di Giuseppe Trapani, blog da IL RIFORMISTA (https://www.ilriformista.it/blog/ ), 9/7/2021

   Un paese sfiancato dalla pandemia ma non sconfitto – per citare un esortazione sapienziale – continuamente in stato di “crisi” e alla ricerca di una traiettoria riformista. 

   Il rapporto istat 2021 presentato alla Camera dei Deputati traccia un quadro organico fornendo una cartina di tornasole per istituzioni e media ad indicare una mission (e speriamo una vision) al paese Italia. 

Partiamo dal fatto che soprattutto in tempi di pandemia con la sua intrinseca interdipendenza tra emergenze (sanitaria, economica, sociale) è emersa tutta l’urgenza – detta in sintesi – di separare ma non contrapporre i fatti (e i numeri) dalle opinioni/interpretazioni, polarità  che in questi anni di diffusione di bufale e fake news si sono spesso sovrapposte fino a confondersi con esiti devastanti.

   In questo senso – come spiega il filosofo Remo Bodei – questo bombardamento non prevede alcun confronto sulle idee, non ne contempla l’analisi né, tanto meno, produce forme di discussione, ecco che «tutte le opinioni diventano equivalenti. Non a caso si è parlato di “infodemia” ovvero di bulimia informativa nel flusso della “total audience”, sindrome dalla quale non si distingue il vero dal presunto, il puntuale dall’errore.

   L’emergenza sanitaria (e la crisi economica e sociale che ne è seguita) ha  reso ancora una volta chiaro perciò quanto sia vitale il ruolo dell’informazione statistica all’interno dei processi decisionali complessi, quale presupposto per scelte consapevoli e fondate sulla conoscenza. La crisi legata all’emergenza sanitaria – si legge nel report – ha aggravato molte delle disuguaglianze strutturali che già caratterizzavano il nostro Paese, a partire da quelle riguardanti l’istruzione

   Ne cogliamo una considerazione significativa poiché sta qui uno dei principali “nodi” culturali ancora non del tutto “processati” in questi anni di globalizzazione ovvero come trovare una quadra nel rapporto tra quantità e qualità delle informazioni ricevute a qualità dell’elaborazione e del discernimento delle stesse.

   Ci ricordiamo la famosa differenza – alle elementari – tra lordo, netto e tare? Ebbene torniamoci su a sapremo di cosa stiamo parlando.  La cronaca di questi anni ci offre due esempi – seppur antipatici  per alcuni lettori ma drammaticamente veri  – di quel che molti chiamano  “deficit di competenze” nel nostro paese: il primo riguarda l’analfabetismo funzionale dove l’Italia è ai primi posti (il 4°) dell’area Ocse per la maggiore incidenza di adulti con problemi di corretta comprensione delle informazioni (fanno peggio solo Indonesia, Turchia e Cile). Speculare a questo terribile dato la mediocre competitività nello spettro delle performances (concorsi pubblici, colloqui tecnici nelle aziende).

   In fatto di crescita (non solo volumi e fatturati) l’Italia rimane paradossalmente un allievo che non mette a frutto le capacità, insomma è bravo ma non si applica.

   Ne viene fuori una bella fetta di classe dirigente composta da battitori liberi con poca coscienza di sé e del proprio rapporto con la collettività. E più in generale, viviamo in un contesto di comunità destrutturata, devitalizzata, a tratti egoista e che si aggrappa alle (poche) esperienze unitive per definirsi una cosa sola.

   Ci sono segnali di ripresa? Sì ma il rischio è che quest’anno ci porti ad un rimbalzo in qualche modo episodico ma non come premessa per una ripresa strutturale.

   Bisognerà partire dai fondamentali come la scuola, la crescita demografica, i giovani, il merito.  

   La lettura del Rapporto Istat dunque non è roba solo da addetti ai lavori ma – a mio modesto avviso – un vademecum rigoroso su cui basare il discorso pubblico dei problemi del paese e poter dire con il presidente dell’Istat che il nostro è un paese che comincia a riprendere ritmi e tempi di vita vicini alla normalità (Giuseppe Trapani)

Leggi il Rapporto Istat 2021 qui 

 

ISTAT rapporto 2021 (immagine tratta da il RIFORMISTA)

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SCUOLA, DISUGUAGLIANZA E DISABILITÀ: COSA È ACCADUTO IN ITALIA NEL 2020?

da https://www.infodata.ilsole24ore.com/, 9/7/2021

   E’ stata presentata venerdì 9 luglio la ventinovesima edizione del Rapporto Annuale di Istat che analizza la situazione emersa dall’emergenza sanitaria e ne considera gli effetti sulla società e sull’economia italiana. L’attenzione quest’anno si è concentrata nell’analisi dell’impatto sull’economia del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) da 235 miliardi. Come Info Data abbiamo scelto tre numeri su scuola che descrivono bene quello che è accaduto a scuola nel drammatico prima anno del Covid-19. 

– 600mila

Dad non seguita dall’8% degli studenti. Tra aprile e giugno 2020, l’8% degli iscritti (600mila studenti) delle scuole primarie e secondarie non ha partecipato alle video lezioni, con un minimo di esclusi al Centro (5%) e un massimo nel Mezzogiorno (9%). Più alta la quota di esclusi nella scuola primaria (12%), più bassa nella secondaria di primo (5%) e secondo grado (6%)”.

– 430mila

Richieste di dispositivi per la didattica

Secondo l’Istituto di statistica “circa 430mila ragazzi, pari al 6% degli studenti, hanno fatto richiesta di dispositivi informatici tra aprile e giugno 2020, con punte in Basilicata e in Calabria (rispettivamente 15% e 11%)”.

– 1,7 milioni

Gli studenti che non hanno perso lezione. Tra marzo e giugno 2020 – dice l’Istat – solo 1,7 milioni bambini e ragazzi di 6-14 anni (33,7%) hanno fatto lezione tutti i giorni e con tutti gli insegnanti; si arriva a 2 milioni 630mila (circa il 52%) se si includono quelli che hanno dichiarato lezioni con la maggioranza dei docenti”. “Gli alunni con disabilità che non hanno partecipato alle video lezioni – prosegue – raggiungono il 23,3% (29% nel Mezzogiorno); la quota di non partecipazione è più elevata nelle scuole primarie (quasi il 26%) e minore per le secondarie di secondo grado”. Nel 2020 – conclude l’Istat – è “forte l’aumento dei giovani con meno di 14 anni che hanno utilizzato Internet almeno una volta a settimana”. (da https://www.infodata.ilsole24ore.com/, 9/7/2021)

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GLI ORFANI DELLA SCUOLA

di Linda Laura Sabbadini, da “la Repubblica” del 10/7/2021

   Concentrati sui nostri traumi nel nostro mondo di adulti ci stiamo occupando poco dell’impatto di questa pandemia sul mondo dei bambini. Non sono semplici ipotesi, non sono le valutazioni delle associazioni o degli insegnanti. Sono i DATI ISTAT che parlano e preoccupano, quelli presentati (venerdì 9 luglio, ndr) nel RAPPORTO ANNUALE alla Camera dei deputati dal presidente GIAN CARLO BLANGIARDO.

   Sì, perché un anno così critico per la formazione dei bambini rappresenta Continua a leggere

La SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA, in funzione ora da Malo a Montebelluna, servirà alla conurbazione pedemontana vicentina-trevigiana per il predominante traffico locale? Come in origine voluto? Pare proprio di no – Un monito di “come non fare”, per le prossime opere del Recovery Fund europeo

Il tracciato della SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA una volta conclusa (ora aperta da Malo a Montebelluna)

   L’apertura di uno dei tratti forse più importanti della superstrada pedemontana veneta, i 30 chilometri tra Bassano del Grappa e Montebelluna, al di là dei toni assai enfatici e tutti positivi che ci sono ad ogni inaugurazione di grande opera, buona o cattiva che sia…, questa apertura, inaugurazione, lascia perlomeno molte perplessità sulla funzionalità, l’efficacia, e il futuro utilizzo di quest’opera che è costata così tanti soldi e sacrificio territoriale.

   Viene da pensare che si poteva fare di meglio. E che adesso ci dobbiamo rassegnare ad avere un’opera non adatta a quello che era lo scopo iniziale, prioritario: cioè far circolare meglio gli abitanti della pedemontana trevigiana e vicentina, togliendo traffico alla direttrice Schiavonesca-Marosticana. Ma più avanti, nelle prossime righe, cercheremo di spiegare questa iniziale affermazione.

    Perché, prima di tutto, va detto che il momento storico attuale è importante nel nostro Paese: tra poco partiranno molti cantieri (grazie al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e ai finanziamenti europei connessi). E si vorrebbe che la trasformazione della mobilità in Italia, infrastrutturale, logistica, geografica, avvenga con opere effettivamente utili, necessarie e, in ogni caso, che risolvano veramente le carenze per le quali sono state pensate. E cioè: 1-superare la difficoltà a muoversi da un luogo all’altro; 2-aiutare zone marginali a collegarsi economicamente ai centri; 3-non impattare sul territorio e sull’ambiente e perlomeno trovare la migliori forme di mitigazione per non danneggiare popolazioni e ambienti di pregio; 4-inquinare di meno o per niente…..

    E così la superstrada pedemontana veneta a nostro avviso può essere un esempio di come non dev’essere fatta una strada per rispettare e assolvere ai compiti che ci si aspetta da opere di così grande rilevanza. Innanzitutto va rilevato che è “superstrada” solo di nome: a detta di tutti (anche di chi la ha così voluta e costruita), nella conformazione, nella segnaletica, specie poi nei caselli… è un’autostrada; e costruita con un metodo tradizionalissimo ormai superato dai tempi, in tutto il mondo. Ci riferiamo alla sua “rigidità”, ai caselli autostradali anziché a forme automatizzate di esazione del pedaggio (bastavano dei portali e con pagamenti anche addebitabili nei telefonini degli automobilisti, o con lettura automatica della targa….) (lo spreco territoriale di costruire i caselli è enorme: far convogliare le corsie di traffico in un unico luogo richiede una grande quantità di terreni, di ettari utilizzati).

   Inoltre i caselli autostradali che ci saranno nella SPV, nei 95 chilometri quando sarà completata coi rimanenti 35 chilometri (in tutto i caselli saranno 14) mostrano che non può collegarsi con la maggior parte delle strade nord-sud di una certa importanza che la SPV incontra nel suo percorso est-ovest.

   I progetto politico originario era di fare una strada che fosse nient’altro che la “variante” all’attuale strada Schiavonesca-Marosticana: cioè in pratica si chiedeva di costruire un continuum di circonvallazioni per tutti i centri della pedemontana veneta; una “grande circonvallazione” connessa con tutte le strade provinciali e comunali di un certo interesse che la intersecavano. Ne è invece uscita un’autostrada con, come dicevamo, caselli tradizionali che niente hanno a che vedere con la viabilità locale, intercomunale; viabilità locale che risulta essere l’80% del traffico attuale. Pertanto la SPV a niente servirà al traffico da un comune all’altro.

   L’assoluta rigidità di quest’opera, ripetiamo, con i suoi caselli autostradali, è peraltro dimostrata dalla necessità di essere contornata in futuro di una sessantina di chilometri di nuove opere di adduzione (altre strade di collegamento, rotatorie, cavalcavia, sottopassi, etc…..da fare) per risolvere i problemi di viabilità che ci saranno nei comuni interessati dai caselli (e già i sindaci dei comuni temono un aumento di traffico di passaggio nei propri centri, si stanno preoccupando…). Un’opera che da opportunità per dei territori diviene una servitù di passaggio.

   Il collegamento facilitato da un comune all’altro significa che, geograficamente, la conurbazione data dall’area pedemontana trevigiana e vicentina rappresenta oramai da molto tempo di fatto un’unica area metropolitana: data da un’urbanizzazione diffusa (e molto confusa…), e con relazioni continue ed affollate tra frazioni, paesi, zone rurali, cittadine, tragitti casa-lavoro, zone industriali e produttive, uffici pubblici, terziario, servizi scolastici, strutture sanitarie…. che si intrecciano tra loro in un dialogo costante, quotidiano, e che avrebbero bisogno di una viabilità connessa da luogo a luogo, a pettine con l’esistente; e che il progetto di una “circonvallazione” variante alla strada regionale 248 aveva ben previsto nel piano di traffico regionale del 1990 (e che invece adesso, dopo più di trent’anni, ci ritroviamo con la SPV, che nulla ha a che vedere con questa necessità).

   Fallito così il progetto originario, resta un’opera che però il Veneto, i veneti, si dovranno accollare pure finanziariamente (e non solo per i pedaggi quasi il doppio delle odierne autostrade) per i prossimi 39 anni di concessione alla società che la ha realizzata e la gestirà (visti i livelli mediocri di traffico prevedibili rispetto all’impegno finanziario). Così che noi e le future generazioni ci sobbarcheremo un costo che da quello odierno di costruzione di quasi 3 miliardi, nei 39 anni di gestione privata arriverà a 12 miliardi di euro.

  Convinti poi, come siamo, che, come accade sempre con le grandi opere, brutte e/o inutili, che “ci faremo l’occhio”, ci si rassegnerà all’esistenza di questa cosa; magari ci servirà ogni tanto per andare lontano (o al nuovo centro commerciale fuori da casello!), mantenendo inalterati i disagi del traffico locale da comune a comune nella nostra quotidianità.

   Questo per dire che se grandi opere nasceranno nei prossimi mesi e anni (fino al 2026) con il Recovery Fund europeo, è auspicabile di non commettere gli errori che stanno portando alla realizzazione finale, così com’è, della superstrada pedemontana veneta. (s.m.)

Superstrada pedemontana veneta

L’ITALIA (e l’EUROPA) con i MIGRANTI necessari per svolgere SERVIZI ESSENZIALI (dal CIBO al WELFARE). Un Paese, il nostro, con un tasso demografico in caduta libera cui servirebbero giovani, nuove generazioni. E’ possibile una società multietnica con “NUOVI ITALIANI” superando la psicosi dell’invasione?

MIGRANTI. L’ULTIMO NAUFRAGIO NEL MEDITERRANEO. Ecco i volti degli scomparsi (foto da www.avvenire.it/ del 27/4/2021)

   L’arrivo di immigrati, di persone che fuggono da paesi poveri verso l’Europa e altri paesi considerati ricchi (dove si è sicuri di vivere meglio); la preoccupazione di un’ “invasione” che faccia dire che “non c’è posto per tutti”…. tutto questo è pensabile che sarà una problematica che caratterizzerà i prossimi 10, 20, 30 anni, 40… e chissà fino a quando.

Crisi ambientale e migrazioni forzate. Difendere il Pianeta non i confini (foto da https://asud.net/ )

   Processi di sviluppo e miglioramento delle condizioni di vita in Africa è possibile che avvengano, che popolazioni di determinate aree geografiche riescano a superare la povertà: ma magari ci saranno conflitti civili, guerre per il potere (non basta un miglioramento economico…), oppure condizioni ambientali (come la crescita verso nord dei deserti, delle zone aride) che incentiveranno l’emigrazione.

LA ROTTA DEI MIGRANTI VERSO LA LIBIA (foto da “il Corriere della Sera” del 22 aprile 2021)

   Finora l’Europa ha mostrato tutte le sue difficoltà e paure ad affrontare con equilibrio l’arrivo di immigrazione dal Sud cosiddetta “clandestina”: perlopiù sponsorizzando dittatori (Erdogan) e paesi dove non esistono diritti alla persona (la Libia) per “fermare” i profughi, gli emigranti clandestini, creare muri. Oppure, nel corso degli anni, regolarizzando quello che non si voleva all’inizio: “accorgendosi” che quelli stranieri arrivati nel nostro Paese e di fatto assimilati (solo alcuni integrati) fanno lavori che ci sono utili, e anche a buon prezzo (a volte di fatto un vero schiavismo, come descritto nel libro di Valentina Furlanetto che in questo post proponiamo).

NOI SCHIAVISTI – COME SIAMO DIVENTATI COMPLICI DELLO SFRUTTAMENTO DI MASSA, di VALENTINA FURLANETTO – ed. LATERZA, maggio 2021, euro 16,00 – L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Soprattutto sul lavoro dei para-schiavi, uomini e donne senza diritti che mandano avanti gran parte della nostra economia. Un libro inchiesta durissimo, che farà molto discutere.

   La situazione politica europea poi, in questo momento, non lascia presuppore a niente di buono sul fronte immigrazione. C’è il blocco dei paesi di Viségrad (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia), ma anche Ungheria ed Austria, da sempre contrari all’accoglienza; e paesi che negli anni passati si erano mostrati più solidali nell’accoglienza ai migranti, come Germania e Francia, che sono entrambi alle prese con scadenze elettorali strategiche, importanti per non far rinascere destre omofobe (la Merkel che lascia, Macron che deve affrontare il secondo mandato presidenziale con la Le Pen che cresce nei voti…)

   Pertanto, siccome politiche migratorie umanitarie fanno perdere le elezioni, persisterà in Europa la linea di far bloccare il flusso migratorio con accordi coi principali paesi di origine e transito per bloccare le partenze: appaltare a un dittatore come Erdogan e ai torturatori libici la gestione dei flussi migratori verso l’Europa. Ma è giusto questo?

Tante ore di lavoro e poco denaro, immigrati sfruttati nei campi (foto da www.avvenire.it/ )

   In questo momento storico, presente, nel calendario di primavera e di prossina estate, aumentano e aumenteranno gli sbarchi di immigrati dal Mediterraneo… e si riparla della rotta balcanica (peraltro mai fermatasi, anche nel freddo inverno, con condizioni disumane di profughi bloccati in Bosnia). Prepariamoci a ulteriore tragedie, augurandoci che perlomeno sia data libertà di movimento a quelle navi delle Ong che attuano salvataggi di emergenza (quando possono, quando arrivano in tempo…). Ma così non va bene; è tutto disumano.

Le rotte balcaniche (fonte: borderviolence.eu)

   Il senso di questo post è il tentativo di capire come uscirne da un processo comunicativo e politico che pare si riproporrà inalterato nei prossimi decenni chissà fino a quando. Esiste una prospettiva in inserimento “pacifico” ed equilibrato di così tanti migranti (ma che in realtà tutto è, ma non un’invasione di massa come molti vogliono fare credere)? …la maggior parte, dei migranti, più che propensi ad integrarsi, e ad occupare lavori che gli “indigeni” (gli italiano doc, gli europei…) non fanno?…. E siamo pronti a riconoscere ad essi migranti uguali diritti (e doveri) per un’integrazione naturale loro e dei loro figli? (come pare sia abbastanza avvenuta con i primi arrivati da noi nei decennio a partire dal 1990)

   E se la situazione demografica italica è in grave crisi, perché non pensare che più bambini immigrati, o nati e che nasceranno qui, non solo abbiano diritto alla cittadinanza (lo jus soli), ma anche che il loro esserci possa essere il frutto per “noi” di un “sano egoismo”: cioè i bambini possano ravvivare il sistema scolastico, nuovi italiani per un domani; e gli adulti “utili” a partire dai lavori necessari, e poi in seguito in tutte le nostre attività economiche, sociali, e della società in generale? (s.m.)

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da AVVENIRE, 27 APRILE 2021

MIGRANTI. L’ULTIMO NAUFRAGIO NEL MEDITERRANEO: ECCO I VOLTI DEGLI “SCOMPARSI”

di NELLO SCAVO, 27/4/2021, da AVVENIRE https://www.avvenire.it/ )

– Lasciati morire in mare o riportati nelle prigioni. Ora alcune foto raccontano chi erano i 130 dispersi del 21 aprile scorso: hanno atteso per due giorni che qualcuno li soccorresse –

   Per chinarsi in direzione della Mecca danno le spalle al mare. Ma è dalla parte opposta che hanno l’appuntamento con i sogni e con gli incubi, ammesso che con il mare in tempesta e il buio della notte si possa ancora sognare. E’ questa l’ultima immagine degli ultimi desaparecidos del Mediterraneo.

   Abbandonati senza soccorso. Fatti sparire dai ragionieri delle vite a perdere: i trafficanti che li hanno dati in pasto al mare sapendo che quella notte il Mediterraneo non avrebbe smesso di ruggire. Condannati dall’inerzia di quanti, per dirla con papa Francesco, “possono aiutare, ma preferiscono guardare da un’altra parte”.

Desaparecidos perché di loro non si sa nulla. Perché vuol dire, letteralmente, “fatti sparire”. Nelle immagini che pubblichiamo ci sono i volti di molti dei ragazzi affogati, ma altri potrebbero essere adesso in un campo di prigionia e non c’è modo per le famiglie di sapere se i loro figli sono tra i sepolti vivi nei luoghi dell’orrore quotidiano, o perduti per sempre da qualche parte in fondo al mareSanno che quel giorno sono partiti tutti insieme, ma non sanno chi di loro è ancora vivo da qualche parte. Come sempre le autorità tripoline non forniscono informazioni. Non c’è modo di identificare i vivi, figurarsi i morti.

   Il 21 aprile, quando hanno preso il mare, erano partiti almeno due barconi. I giovani nelle foto erano in quel gruppo. Circa 250 persone sui due grandi canotti che si piegano e si afflosciano ad ogni onda. Forse per un’avaria al motore di fabbricazione cinese, un gruppo è rimasto bloccato dopo poche miglia, e i guardacoste non hanno dovuto percorrere troppe miglia per riportarli indietro e farli rinchiudere nella prigione, dove ad attenderli ci sono i tormenti che speravano di non rivivere mai più.

   Somali, sudanesi, eritrei. Inghiottiti per sempre. Non avranno diritto neanche a un nome sopra a un mucchio di terra. Perfino le poche immagini che di loro circolano, spesso non hanno un nome accanto. Però ci guardano. I due amici che avevano lavorato come operai, ma che poi sono finiti chissà come in un campo di prigionia, dove le vite dei neri si rubano per strada, anche casa per casa, per farne carne da riscatto.  Oppure i ragazzi sudanesi, in posa spavalda, di chi non ha paura di sognare, e invece quella notte si sarà forse pentito anche solo di aver sognato.

   Senza rotta né più un motore che spinge, navigare nell’oscurità a bordo di un gommone che si squassa vuol dire non sapere da dove arriverà la prossima spallata. Come nei film dell’orrore, quando sai che il mostro c’è, che ti farà male, ma non sai da dove ti prenderà: forse un’onda improvvisa da dietro, oppure un sobbalzo da prua, con il mare che travolge e spazza via, e ad ogni scossone il gommone riemerge con qualcuno in meno. Fino a che non ci sarà più nessuno a cavalcioni dei tubolari sgonfi.

Prima della partenza i trafficanti li avevano portati in una casa ben arredata per girare un video promozionale. Immagini che dovevano servire a reclamizzare i servizi delle bande di Khoms che trafficano in esseri umani. Uno spot per far credere che in fondo la sosta in Libia non è così come dicono.

Che tanto poi si parte, e nella vecchia Europa sarà una nuova vita.

   Le previsioni meteo la settimana scorsa erano tra le peggiori. Quando martedì 21 aprile il barcone è stato spinto tra le onde la nave di salvataggio più vicina navigava in direzione opposta, verso la Tunisia. Con le buone o con le cattive gli scafisti devono aver convinto i 130 a prendere il largo. Ed è stata la fine.

   I loro volti stanno ora circolando tra i figli delle diaspore di mezza Africa. Le numerose immagini sono state raccolte fra gli altri da un attivista sudanese che si fa chiamare Mohamed Musa. Mostrano i ragazzi in posa prima della partenza, oppure ripresi in abiti eleganti durante qualche cerimonia prima di lasciare i Paesi d’origine. La volontaria francese Andrea Gagne, che raccoglie testimonianze dirette di rifugiati e prova a fornire supporto legale, ha ottenuto altre foto. Succede a ogni disgrazia. E’ la prova che tutti sanno del rischio. Ma che è sempre meglio morire in balia del mare, che restare vivi in balia dei capricci degli aguzzini.

   “Se si fosse trattato di 130 morti europei o americani, la notizia sarebbe sui giornali di tutto il mondo – dice Andrea – ma poiché si tratta di migranti e rifugiati africani, allora il mondo può ignorarli”.

La ricostruzione dei fatti non smette di confermare come per lunghe ore si sia perso tempo prezioso per tentare un’operazione di salvataggio in tempo utile. La lettura delle email inviate dall’agenzia Ue Frontex fornisce nuovi dettagli.

Sono le 16.06 di giovedì 22 aprile quando Frontex risponde con una mail ad Alarm Phone, chiarendo che il giorno precedente un aereo dell’agenzia Ue per il controllo dei confini aveva avvistato il gommone segnalato dai volontari del “centralino civile”.

   La gravità della situazione è nota. Frontex precisa: “In seguito alle condizioni di pericolo della barca in distress (termine tecnico con cui si definisce l’imminente naufragio, ndr) un messaggio radio “Mayday” è stato lanciato alle navi che transitano nell’area”. Circostanza confermata dalle navi mercantili e dal ponte di comando della Ocean Viking, che aveva ascoltato il messaggio radio dall’aereo europeo Osprey: “Mayday Mayday per una barca in distress”. Poi l’indicazione delle coordinate per raggiungere i naufraghi.

   Questa volta, però, dal quartier generale di Varsavia, Frontex aggiunge un dettaglio che da solo spiega come gli avvisi precedenti fossero stati ritenuti insufficienti: “Tutti gli Mrcc nell’area (le centrali di coordinamento di soccorso, ndr) sono stati informati, incluso quello di Tripoli quale Centro di coordinamento responsabile”, per le operazioni nel mare di ricerca e soccorso libico. Otto ore prima, infatti, sempre Frontex pur essendo a conoscenza della situazione di grave pericolo nella Sar libica, in un’altra email circoscriveva il coinvolgimento dell’allerta alle sole autorità di Roma e La Valletta. “Abbiamo immediatamente ritrasmesso il messaggio di allarme (ricevuto attraverso Alarm Phone, ndr) alle autorità maltesi e italiane”, si legge in un messaggio di posta elettronica inviato alle 08,49 del mattino. Alle 07.52, infatti, Alarm Phone aveva avvertito Frontex dei rischi in mare, precisando la posizione gps ricavata dalla chiamata satellitare dei migranti, che collocava il barcone in area libica.

   Il portavoce della Marina libica, il contrammiraglio Massoud Abdelsamad, ha negato che la guardia costiera Tripoli non abbia fatto tutto il possibile per salvare le vite dei migranti.

   Nelle ultime settimane Abdelsamad ha dovuto far fronte a molte rivelazioni. Nei giorni scorsi rispondendo alle domande di Rainews che aveva ottenuto nuove prove sull’uso di armi da fuoco durante le operazioni di intercettazione dei migranti, aveva spiegato che talvolta dalla motovedette “vengono esplosi dei colpi di arma da fuoco in aria per calmare i migranti durante le operazioni di soccorso”. (NELLO SCAVO, 27/4/2021, da AVVENIRE)

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I MIGRANTI, UN’EMERGENZA UMANITARIA

di Roberto Saviano, da “il Corriere della Sera” del 12/5/2021

   L’emergenza migranti c’è, ma non nei termini in cui viene raccontata, perché non è emergenza invasione ma emergenza umanitaria e l’Italia, insieme all’Europa, ancora una volta non sembra essere sulla strada giusta.

   Da un lato va sottolineata con forza la assoluta necessità di salvare migranti in mare, dall’altro bisogna mostrare lungimiranza e pragmatismo ammettendo, una volta per tutte, che l’immigrazione, per un Paese demograficamente morto come l’Italia, è una benedizione e una necessità.

   Benedizione e necessità da riportare immediatamente nei confini della legalità e del rispetto dei diritti umani che, al momento, Continua a leggere

L’avvelenamento da PFAS, sostanze chimiche che INQUINANO le PRODUZIONI AGRICOLE e l’ACQUA POTABILE di venti comuni veneti tra Verona, Vicenza e Padova (danneggiando il sistema endocrino, causando tumori, colesterolo e difficoltà al sistema riproduttivo), approda ora in Tribunale: si farà giustizia?

“(…) Nel nostro paese esiste UNA DELLE PIÙ VASTE CONTAMINAZIONI europee da PFAS. La lavorazione di materiale chimico necessita di GRANDI QUANTITÀ DI ACQUA e l’Italia è un paese ricco di fiumi: ne ha più di 1.200. Secondo il DOSSIER DI LEGAMBIENTE H2O. LA CHIMICA CHE INQUINA L’ACQUA, infatti, circa il 60 PER CENTO DI QUESTI FIUMI È INQUINATO e ci sono 45 sostanze che rappresentano un “rischio significativo” per (o proveniente da) l’ambiente acquatico. (…)” (Laura Fazzini, da LIFEGATE del 25/2/2021) (vedi rapporto_H2O_la-chimica-che-inquina_2020.pdf (legambiente.it) )

COSA SONO I PFAS, GLI INQUINANTI DELLE ACQUE DEL VENETO

– Nel 2013 si scoprì che un’azienda chimica aveva diffuso queste sostanze nell’ambiente: a luglio inizierà un processo –

3 MAGGIO 2021 da IL POST.IT https://www.ilpost.it/

   Dalla scorsa primavera, nelle campagne tra la provincia di Padova e la provincia di Vicenza, in Veneto, si sta costruendo un acquedotto di emergenza di circa 22 chilometri: porterà a migliaia di persone acqua non inquinata da sostanze perfluoroalchiliche e polifluoroalchiliche, più note con la sigla PFAS, che sono particolarmente presenti nel territorio di più di 30 comuni veneti. È un problema di inquinamento noto dal 2013 e per cui da luglio ci sarà un processo. La scorsa settimana sono state rinviate a giudizio 15 persone legate in vario modo alla Miteni di Trissino (Vicenza), un’azienda chimica ora fallita che per decenni aveva diffuso PFAS nell’ambiente: le accuse sono avvelenamento di acque, inquinamento ambientale e disastro innominato.

   I PFAS contengono legami tra carbonio e fluoro, tra i più forti della chimica organica. Sono questi legami a dare ai PFAS le caratteristiche per cui vengono utilizzati a livello industriale fin dagli anni Quaranta: rendono le superfici impermeabili ad acqua e grassi, sono resistenti al calore e a molti agenti chimici e hanno proprietà tensioattive, dunque sono usati per produrre carta da forno, padelle antiaderenti, indumenti pensati per stare all’aperto quando piove e schiume antincendio, oltre a cosmetici e farmaci.

 

LA FABBRICA MITENI A TRISSINO (VI) – “PROCESSO PFAS: TUTTI RINVIATI A GIUDIZIO I MANAGER DELLA EX MITENI DI TRISSINO”.Sono stati tutti rinviati a giudizio i 15 manager accusati a vario titolo di AVVELENAMENTO DI ACQUE, DISASTRO INNOMINATO, INQUINAMENTO AMBIENTALE e reati fallimentari per la ex ditta di Trissino – La decisione è arrivata al termine di tre ore di camera di consiglio dopo la quale il giudice Roberto Venditti ha preso la decisione.  IL PROCESSO davanti alla Corte d’Assise di Vicenza INIZIERÀ IL PRIMO LUGLIO 2021 – da “Green” di “Padovaoggi” del 26/4/2021 https://www.padovaoggi.it/

   I legami tra carbonio e fluoro sono anche la ragione per cui i PFAS sono molto poco degradabili, per cui una volta dispersi in un ambiente o assorbiti dal corpo umano ci restano molto a lungo: uno studio del 2016 ha stimato che ai reni umani servano dai 10 ai 56 anni per eliminare i PFAS più persistenti.

   Di PFAS ce ne sono tantissimi, più di 4.700, e per questo solo di alcuni si conoscono abbastanza bene gli effetti sulla salute umana: non è semplice studiarli perché normalmente le zone inquinate da PFAS sono inquinate anche da altre sostanze ed è difficile capire quali abbiano un legame con i problemi di salute della popolazione locale.

   I PFAS più noti sono l’acido perfluoroottansolfonico (PFOS) e l’acido perfluoroottanoico (PFOA); quest’ultimo è la sostanza di cui si parla nel film del 2019 Dark Waters, che racconta un caso di inquinamento ambientale causato dalla grande azienda chimica DuPont in West Virginia. Sia il PFOS che il PFOA sono ritenuti cancerogeni e tossici, a seconda dell’esposizione, per alcuni organi e per embrioni e feti; in particolare hanno effetti negativi sull’apparato endocrino, cioè sulle ghiandole che producono gli ormoni.

   Per questo dai primi anni Duemila le due sostanze sono state sempre più sostituite da altri PFAS, in particolare da acidi polifluoroalchilici (e non perfluoroalchilici), che però sono a loro volta molto persistenti. (da IL POST.IT)

COSA SONO I PFAS? – 12/6/2017 – da http://scienzamateria.blog.tiscali.it/?doing_wp_cron – Una famiglia di COMPOSTI CHIMICI POLI E PERFLUORATI UTILIZZATI IN MOLTI SETTORI INDUSTRIALI, soprattutto per la produzione di materiali resistenti ai grassi e all’acqua. Sono molecole caratterizzate da un forte legame tra fluoro e carbonio che le rende difficilmente degradabili, perciò SI ACCUMULANO NELL’AMBIENTE E POSSONO FACILMENTE PASSARE NEI VIVENTI interferendo anche in modo grave con il loro metabolismo

   Dei PFAS in Veneto si parla dal 2013, anno in cui il Consiglio nazionale delle ricerche (CNR) e il ministero dell’Ambiente fecero una ricerca su potenziali inquinanti «emergenti» nei principali bacini fluviali italiani: lo studio rivelò la presenza di PFAS in acque sotterranee, superficiali e potabili, e un inquinamento elevato di queste sostanze nelle province di Vicenza, Padova e Verona.

   Nei comuni vicentini di Brendola, Lonigo e Sarego fu trovata la concentrazione più alta: pari a 1,2 microgrammi per litro. In generale nel bacino del fiume Fratta fu trovato più di 1 microgrammo per litro di PFOA e più di 2 microgrammi per litro di PFAS; il composto più presente era l’acido perfluorobutansolfonico (PFBS), che già da un po’ di tempo era usato al posto del PFOS. (da IL POST.IT)

“(…) I PFAS contengono legami tra carbonio e fluoro, tra i più forti della chimica organica. Sono questi legami a dare ai PFAS le caratteristiche per cui vengono utilizzati a livello industriale fin dagli anni Quaranta: rendono le SUPERFICI IMPERMEABILI AD ACQUA E GRASSI, sono resistenti al calore e a molti agenti chimici e hanno proprietà tensioattive, dunque sono usati per produrre CARTA DA FORNO, PADELLE ANTIADERENTI, INDUMENTI pensati per stare all’aperto quando piove e SCHIUME ANTINCENDIO, oltre a COSMETICI e FARMACI. (…)” (da IL POST.IT https://www.ilpost.it/, 3/5/2021) (FOTO da http://www.greenme.it/)

   Nel 2013 non esistevano limiti di legge per queste sostanze nell’acqua potabile, né a livello italiano né europeo; nemmeno l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) aveva raccomandazioni in merito.  Tuttavia l’alta presenza di PFAS nell’acqua potabile spinse le autorità a intervenire: cominciarono ulteriori indagini e nel giro di pochi mesi furono introdotti dei filtri speciali negli impianti di trattamento delle acque per ridurre la presenza di PFAS, secondo le indicazioni date dal ministero della Salute. Poi si cominciarono a progettare degli acquedotti emergenziali per prelevare l’acqua destinata alle case da fonti non inquinate; tra questi c’è la condotta di 22 chilometri attualmente in costruzione, che collegherà i comuni di Ponso (Padova), Montagnana (Padova) e Pojana Maggiore (Vicenza). (da IL POST.IT)

PFAS IN VENETO (MAPPA ARPAV, DIFFUSIONE DELL’INQUINAMENTO) – “La sola zona rossa è un’area vasta tra i 150 e i 200 km quadrati, che comprende almeno 79 comuni tra le province di Verona, Vicenza e Padova; ci abitano circa 350mila abitanti. «Ma i contaminati da Pfas sono molti di più», secondo Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna Stop PFAS di Greenpeace: «Recentemente, cittadini di comuni non inseriti nella zona considerata a rischio, hanno scoperto di avere alti livelli di Pfas grazie ad analisi fatte di propria iniziativa. È verosimile quindi che il problema sia più esteso di quanto si possa immaginare».(…)” (Sara Milanese, da “Il Manifesto” del 10/1/2018)

   Già nel 2013 si stabilì che la principale fonte di inquinamento da PFAS della zona era lo stabilimento della Miteni di Trissino: i PFAS venivano diffusi attraverso gli scarichi industriali nelle fogne, nel vicino torrente Poscola e nella falda sotterranea. Alla società fu chiesto di prendere provvedimenti immediati per ridurre l’inquinamento.

   La Miteni aveva uno stabilimento a Trissino dal 1968. La società era nata, col nome di RiMAr, come centro di ricerca per l’azienda tessile Marzotto, poi però cambiò proprietà: nel 1988 fu rilevata da EniChem, la divisione petrolchimica di Eni, e dall’azienda giapponese Mitsubishi, che le cambiarono nome in Miteni. Nel 1996 Mitsubishi comprò le azioni di EniChem e nel 2009 vendette l’intera società al gruppo Icig, che ha sede in Lussemburgo e possiede varie aziende farmaceutiche e chimiche. (da IL POST.IT)

Associazione MAMME NO-PFAS (foto da http://www.osservatoriodiritti.it)

   La scoperta dell’inquinamento da PFAS diede il via a varie inchieste giudiziarie sulla Miteni e nel giro di qualche anno la società si trovò in difficoltà «per i molti oneri derivanti dai problemi ambientali» che avevano «inciso in modo importante sul bilancio», e non riuscì a trovare finanziamenti dalle banche locali «preoccupate per la reputazione della società a seguito delle polemiche»: per queste ragioni nel 2018 la Miteni dichiarò fallimento.

   Il processo inizierà il primo luglio e avrà per imputati dirigenti della Mitsubishi, della Icig e della Miteni stessa. Si svolgerà a Vicenza: gli accusati avevano chiesto che fosse spostato a Trento, sostenendo che i magistrati vicentini potessero essere influenzati dal fatto di essere residenti nel territorio inquinato, ma la richiesta è stata respinta. (da IL POST.IT)

CICLO DEI PFAS (immagine da www.microbiologiaitalia.it/) – PFAS, LA REGIONE VENETO BATTUTA AL TAR: DEVE CONSEGNARE I DATI SULLA CONTAMINAZIONE DEGLI ALIMENTI A GREENPEACE E ALLE MAMME NO PFAS – La Regione Veneto ha tentato inutilmente di non rendere pubblici i DATI SULLA CONTAMINAZIONE DA PFAS NELLA CATENA ALIMENTARE. Ma il Tribunale amministrativo regionale, accogliendo due ricorsi presentati da GREENPEACE e dalle MAMME NO PFAS, l’ha condannata a mettere a disposizione dei due movimenti i DOCUMENTI relativi alle INDAGINI SUGLI ALIMENTI che potrebbero essere stati contaminati dalle sostanze perfluoroalchiliche.(…) (di Giuseppe Pietrobelli, da “Il Fatto Quotidiano” del 10/4/2021)

   Nell’Unione Europea l’uso di PFOS è limitato da un regolamento del 2019 che in futuro riguarderà probabilmente anche il PFOA. Di entrambi si dovrebbe eliminare la produzione e l’uso secondo la Convenzione di Stoccolma sugli inquinanti organici persistenti, un accordo internazionale che è in vigore dal 2004 ma che l’Italia, unica tra i firmatari europei, non ha ancora ratificato. A novembre il governo ha approvato un disegno di legge per farlo, che ora è in attesa di essere approvato dal Parlamento. (da IL POST.IT)

PFAS rilevati in Italia

   Intanto a gennaio è entrata in vigore una nuova direttiva europea sull’acqua potabile che dovrà essere adottata come legge negli stati membri dell’Unione Europea nel giro di due anni: stabilisce che nell’acqua potabile possano essere presenti al massimo 0,5 microgrammi per litro di PFAS in generale o al massimo 0,1 microgrammi per litro di una selezione di PFAS, tutte sostanze perfluoroalchiliche tra cui il PFOS e il PFOA. In Veneto dal 2017 si osservano dei limiti più stringenti: 0,03 microgrammi per litro per il PFOS e 0,09 microgrammi per litro per il PFOS e il PFOA insieme. In molti paesi della provincia di Vicenza comunque si preferisce bere l’acqua in bottiglia. (3/5/2021 da IL POST.IT https://www.ilpost.it/)

PFAS: SIT-IN DEI COMITATI DAVANTI ALLA PROCURA DI VICENZA

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PERCHÉ L’ITALIA NON LIMITA LE SOSTANZE CHIMICHE PFAS CHE AVVELENANO LE NOSTRE ACQUE?

di LAURA FAZZINI, da LIFEGATE del 25/2/2021 (https://www.lifegate.it/)

– Non sono bastati disastri ambientali ed emergenze sanitarie: l’Italia non ha ancora posto limiti alle sostanze pericolose Pfas –

(…)Quali e quanti limiti mettere alla grande famiglia dei Pfas, composti chimici definiti a livello mondiale forever chemicals, non degradabili naturalmente e ritenuti tossici per l’ambiente e l’uomo, molti già elencati nella lista delle sostanze “estremamente preoccupanti” dell’Agenzia europea delle sostanze chimiche (Echa).

   Nel nostro paese esiste una delle più vaste contaminazioni europee da Pfas, dove vengono prodotti per la lavorazione delle pelli, che le rende impermeabili, diverse parti delle automobili e centinaia di altri prodotti di vita quotidiana come le padelle antiaderenti, la sciolina fino alle attuali mascherine chirurgiche. Sostanze tossiche rilasciate negli scarichi e non ancora normate a livello legislativo, libere quindi di immettersi nei fiumi, nei terreni, nelle rete idriche fino ai cibi che mangiamo.

   Gruppi ambientalisti VENETI e PIEMONTESI che da anni combattono contro l’inquinamento idrico dovuto agli sversamenti nei fiumi del nord Italia che hanno causato emergenze ambientali, e nato dopo anni di lavoro delle Agenzie regionali per l’ambiente (Arpa), l’Istituto superiore di sanità (Iss) e l’Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale (Ispra). Continua a leggere