COP25 a MADRID (dicembre 2019): l’aumento del fabbisogno energetico mondiale pone gravi problemi. Le fonti rinnovabili (vento, sole…) non ce la fanno a ridurre quelle fossili (gas, petrolio, carbone): non bastano le nuove tecnologie a risolvere la crisi ambientale, serve anche una ridefinizione dei nostri consumi quotidiani

CAROLINA SCHMIDT, ministro dell’Ambiente del CILE e presidente di COP25 a MADRID – IL 2 DICEMBRE SI È APERTA A MADRID, IN SPAGNA, LA COP25, CHE SI CHIUDERÀ IL 13 DICEMBRE.
CHE COS’È UNA COP? Cop è l’acronimo di CONFERENCE OF THE PARTIES (conferenza della parti), cioè l’incontro – normalmente annuale – dei quasi 200 PAESI CHE FANNO PARTE DELLA CONVENZIONE QUADRO DELLE NAZIONI UNITE SUI CAMBIAMENTI CLIMATICI (UNFCCC). La convenzione è stata adottata nel 1992 (nel mitico Vertice della Terra a Rio de Janeiro), e ha stabilito che i gas serra emessi dagli esseri umani con le loro attività quotidiane stanno contribuendo alla crisi climatica. La convenzione chiede ai firmatari di ridurre queste emissioni. Per mettere in pratica il trattato si svolgono le Cop, a cui partecipano delegati e ministri di quasi 200 paesi del mondo. I vertici si svolgono ogni anno in una diversa regione del pianeta e questa edizione doveva essere in America Latina. Inizialmente si pensava al Brasile, ma con l’elezione del presidente di estrema destra Jair Bolsonaro il paese ha ritirato la sua candidatura. In seguito ANCHE IL CILE HA RINUNCIATO, per i disordini in corso, MA MANTIENE LA PRESIDENZA DEL VERTICE, e quindi la guida dei negoziati

   La conferenza sul clima dell’Unfccc (United Nations Framework Convention on Climate Change) in corso a Madrid dal 2 dicembre scorso, la Cop25 (e che si concluderà il 13 dicembre), prospetta scenari sempre più preoccupanti, per le sorti del pianeta, e di noi tutti.

(foto da http://www.corriere.it)

   La concentrazione di CO2 e di altri gas che alterano il clima, dannosi, sta crescendo sempre più; la temperatura media planetaria aumenta; i ghiacciai si sciolgono; il livello medio degli oceani si alza. La visibile crescita dei fenomeni meteorologici estremi che colpiscono tutto il pianeta (da noi si è visto la recente drammatica acqua alta a Venezia; oppure poco più di un anno fa la devastante tempesta Vaia nelle montagne del Nordest; le sempre più frequenti esondazioni di fiumi e torrenti….), tutti questi accadimenti climatici, metereologici estremi non lasciano dubbi (anche ai più scettici) che siamo in pieno cambiamento climatico.

Gli ultimi dati mostrano che anche parte della calotta glaciale dell’Antartide orientale — in particolare nel bacino di Wilkes — potrebbe essere altrettanto instabile. Un modello scientifico suggerisce che il suo scioglimento potrebbe innalzare di 3-4 metri il livello del mare su tempi superiori ad un secolo (immagine da http://www.corriere.it/)

   Il mondo è già più caldo di 1,1°C rispetto agli albori della rivoluzione industriale, con un impatto significativo sul pianeta e sulle vite delle persone. Se le attuali tendenze dovessero continuare, le temperature globali potrebbero aumentare dai 3,4 ai 3,9°C già in questo secolo, causando effetti climatici distruttivi su larga scala. Questo è il forte grido di allarme che la comunità internazionale sta lanciando alla conferenza Onu di Madrid.

Alla Cop25 in corso c’è la partecipazione ai colloqui di circa 25mila persone. Tra loro (arriveranno?) una trentina di capi di stato, il segretario generale delle Nazioni Unite, ANTÓNIO GUTERRES (nella foto), e la presidente della Commissione europea, URSULA VON DER LEYEN. È arrivata anche l’attivista svedese GRETA THUNBERG che si trovava negli Stati Uniti ed è tornata indietro in catamarano

   Ma non è solo questo. Un rapporto di Oxfam diffuso in concomitanza con l’avvio del vertice, rileva come cicloni, inondazioni e incendi (cioè alcune tra le più evidenti conseguenze dei cambiamenti climatici) abbiano oggi 7 volte più probabilità di causare migrazioni forzate rispetto a terremoti o eruzioni vulcaniche. E tre volte in più rispetto a guerre e conflitti. Tradotto in numeri, sono OLTRE 20 MILIONI OGNI ANNO LE PERSONE SFOLLATE, una ogni due secondi, soprattutto nei Paesi più piccoli del mondo. I quali, sottolinea Oxfam, producono solo un terzo delle emissioni inquinanti di qualsiasi Stato ad alto reddito. Il che significa che pur non contribuendo a quella che è la principale causa di migrazione forzata, sono quelli che ne pagano loro malgrado le conseguenze.

(INONDAZIONI IN PAKISTAN) – Un rapporto di Oxfam diffuso in concomitanza con l’avvio del vertice, rileva come cicloni, inondazioni e incendi (cioè alcune tra le più evidenti conseguenze dei cambiamenti climatici) abbiano oggi 7 volte più probabilità di causare migrazioni forzate rispetto a terremoti o eruzioni vulcaniche. E tre volte in più rispetto a guerre e conflitti. Tradotto in numeri, sono OLTRE 20 MILIONI OGNI ANNO LE PERSONE SFOLLATE

   Dati appena pubblicati da istituzioni scientifiche internazionali (l’Agenzia internazionale per l’energia -Aie-, il Programma ambientale dell’Onu, -Unep-), concordano che il fabbisogno mondiale di energia continuerà a crescere almeno dell’1 per cento all’anno fino al 2040. Circa la metà di questa crescita sarà coperta dalle nuove energie rinnovabili; si afferma che poi il consumo di gas aumenterà rapidamente, superando il carbone per diventare la seconda fonte di energia dopo il petrolio; ma che le fonti energetiche fossili ed inquinanti come il petrolio e il carbone continueranno a “coprire” le esigenze di quel dato stabile di consumo energetico (produttore di CO2) che ora abbiamo.

Fridays for Future: protests in Madrid, 7/12/2019

   Allora sì, bene, che ci sia l’introduzione e l’affermazione di fonti energetiche rinnovabili; e che ci sia sempre più maggiore efficienza energetica (nei motori delle auto, nel riscaldamento a gas delle abitazioni, etc.), ma questi progressi si stanno esaurendo. Serve qualcosa “di più”.

   E a Madrid, alla COP25 si chiede agli Stati del mondo, in particolare da parte dell’ONU, spinto dal movimento internazionale dei giovani (il cosiddetto Fridays for Future), dal Papa (anche con la sua importante enciclica Laudato si’), anche dalla Commissione europea che con la nuova presidente Ursula von der Leyen ha messo come primo il punto del clima…. ebbene si chiede in questa Conferenza di Madrid agli Stati, di andare oltre anche agli impegni presi alla conferenza sul clima di Parigi (COP21) del dicembre 2015 (195 paesi si sono impegnati a contenere il riscaldamento globale al di sotto dei 2ºC con piani di azione nazionali): a Madrid si chiede ai Governi che i paesi debbano aumentare di tre volte le proprie ambizioni di riduzione per restare al di sotto di +2°C e più di cinque volte nel caso di +1,5°C.

QUAL È LO SCOPO DEI COLLOQUI? – Sono principalmente un trampolino verso il 2020, anno chiave nella lotta alla crisi climatica da QUANDO NEL 2015 È STATO RAGGIUNTO L’ACCORDO DI PARIGI. Questo perché per la prima volta i paesi dovrebbero aggiornare i loro piani di riduzione delle emissioni di anidride carbonica e potenzialmente delineare i piani a lungo termine per arrivare a zero emissioni IN VISTA DEL VERTICE DI GLASGOW DEL PROSSIMO ANNO, LA COP26. I colloqui a Madrid devono fare ordine su alcune questioni in sospeso dell’accordo di Parigi. Tra queste il cosiddetto articolo 6, sulle nuove regole del mercato globale delle emissioni di CO2 (o mercato del carbonio): un sistema che prevede lo scambio di diritti o di quote di emissioni di gas a effetto serra tra paesi

   L’impressione (non solo l’impressione, ma secondo gli esperti “dati certi”) è che anche l’avanzamento tecnologico con sistemi a inquinamento zero o quasi, con l’ulteriore efficienza energetica nel consumo di tutti gli apparati (auto, impianti di riscaldamento e refrigerazione, etc.), tutto questo non basta, non modifica il trend negativo.

LO SCENARIO DELLA CONFERENZA DI MADRID – COS’È L’ACCORDO DI PARIGI? – L’UNFCCC HA PUNTATO INIZIALMENTE ALL’APPROVAZIONE DEL PROTOCOLLO DI KYOTO DEL 1997. QUINDI, NEL 2015, È STATO ADOTTATO L’ACCORDO DI PARIGI, che dal prossimo decennio sostituirà Kyoto e costringe tutti i paesi a tagliare le emissioni di gas serra. La somma di tutte queste riduzioni deve essere sufficiente a raggiungere l’obiettivo principale dell’accordo di Parigi, secondo il quale l’aumento della temperatura media del pianeta dovrebbe essere mantenuto al di sotto dei 2 gradi centigradi rispetto ai livelli preindustriali e, nella misura del possibile, non dovrebbe superare gli 1,5 gradi. Questo è il limite che la scienza pone per evitare gli effetti più catastrofici di una crisi climatica i cui effetti non sono più reversibili. (New Scientist, El País)

   E “si ricade” ancora una volta sulla cosa più difficile da fare, “da convincere” (convincersi): che bisogna tutti consumare meno, ricalibrando la propria vita verso un modello più parsimonioso con l’ambiente, in tutti i suoi aspetti (nel non sprecare, nel rivedere certi modi di vita “dispendiosi” per l’ambiente). Qui tutti ne hanno da pensare e “decidere” cosa fare, individualmente e collettivamente. Elencare una lista di comportamenti nuovi, virtuosi, nel non sprecare risorse inutilmente e non inquinare, è compito e impegno di tutti. E’ la cosa più difficile. (s.m.)

6 dicembre 2019. Migliaia di persone hanno invaso le strade del centro di Madrid per la #MarchaPorElClima, un corteo enorme che ha dato il via al Vertice sociale, parallelo e antagonista a COP25 (foto da http://www.corriere.it/)

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DAGLI SCENARI SUL CLIMA DI DOMANI UNA SPINTA ALL’AZIONE

di Marzio Galeotti e Alessandro Lanza, 6/12/2019, da LA VOCE.INFO

(https://www.lavoce.info/)

– Il WORLD ENERGY OUTLOOK descrive alcuni scenari sull’evoluzione del consumo di energia da qui al 2040. Gli fa eco l’EMISSIONS GAP REPORT. Per entrambi solo perseguendo obiettivi ambiziosi si può limitare l’aumento della temperatura a livelli accettabili. –

Il World Energy Outlook 2019

Il 13 novembre l’Agenzia internazionale per l’energia (Aie) ha pubblicato il World Energy Outlook (Weo) 2019, annuale rapporto di più di 800 pagine che suscita sempre grande attesa tra gli addetti ai lavori. Si tratta della “bibbia” per chi ha a che fare con questo mondo e la sua versione elettronica viene consultata attraverso milioni di computer in giro per il mondo.

   Oltre a un’analisi della situazione attuale, il Weo propone l’evoluzione delle variabili energetiche lungo alcuni scenari che hanno come orizzonte il 2040. Gli scenari forniscono una visione di come si prospetta l’evoluzione sia “a politiche invariate” sia secondo determinate ipotesi alternative.

   Quest’anno, il rapporto introduce un nuovo scenario, lo “Stated Policies Scenario” (Sps) (in sostituzione del precedente “New Policies Scenario”) che mira a rispecchiare l’esito delle politiche già stabilite dai governi. In questo quadro, IL FABBISOGNO MONDIALE DI ENERGIA CONTINUERÀ A CRESCERE DELL’1 PER CENTO ALL’ANNO FINO AL 2040, Continua a leggere

UN MONDO DI CAVIE? 5G e LA PROLIFERAZIONE DELLE ANTENNE (con effetti a venire) – Paesaggi che cambiano, e rischi (eccessivi) da elettromagnetismo per tutti, “immersi” in onde e antenne – Il NUOVO ORDINE MONDIALE con la guerra del 5G (tra Cina, Usa ed Europa) dimentica i pericoli della salute umana

5G: mini antenne collocate ovunque, persino sui lampioni della luce (foto da https://news.sky.com/ – Da: AAVV “5G, Cellulari, Wi-Fi: un esperimento sulla salute di tutti”: ” Il 5G, una volta a regime, funzionerà prevalentemente con delle antenne phased array (cioè “schiera in fase”) a 24-26 GHz, ovvero con frequenze altissime. Un singolo array potrà contenere, ad esempio, qualcosa come 64 antenne che collaborano insieme per costituire un’emissione direzionale, cioè un potente fascio di radiazioni diretto verso l’utente. Le antenne 5G hanno, in alto, elementi emittenti a 3,5-3,6 GHz e, sotto, l’array appena descritto che terrà il collegamento con l’“INTERNET DELLE COSE”: dal frigorifero che dirà al lattaio di portare il latte perché è finito ad altre applicazioni del genere, fino alle auto che si guidano da sole. Il segnale 5G sarà forte e ubiquo, perché non deve succedere che un’automobile a 80 o 100 km/h non abbia informazioni su dove andare. (…) Questo significa COPRIRE TUTTA L’AREA CITTADINA e anche fuori di essa con un campo elettromagnetico che è molto più alto di quello che abbiamo adesso. Secondo il responsabile dell’ARPA che ha illustrato la situazione nella trasmissione Report di Raitre del 27/11/18, GIÀ SOLO NELLA FASE INIZIALE IL NUMERO DI ANTENNE ATTUALE DOVRÀ TRIPLICARE, PER CUI IN ITALIA SI PASSEREBBE DALLE 60.000 ODIERNE A 180.000 (…..)”

   La rete di diffusione del 5G, il nuovo standard per la comunicazione mobile che permetterà a brevissimo la nascita dell’“INTERNET DELLE COSE” (gli elettrodomestici “intelligenti”, le auto senza autista…), sta procedendo spedito, con pochi che avanzano dubbi sulla sua salubrità sanitaria, sulle persone (noi tutti). E il segnale 5G sarà forte e ubiquo, perché non deve succedere che un’automobile a 80 o 100 km/h non abbia informazioni su dove andare.

   Pertanto ogni territorio urbano (e poi anche non urbano) dovrà ben essere coperto, con un campo elettromagnetico molto più alto di quello di adesso: il numero di antenne attuale dovrà perlomeno triplicare, per cui in Italia si passerebbe dalle 60.000 odierne a 180.000. Antenne, si dice, meno potenti nelle radiazioni, ma diffuse in ogni dove, sempre di più (il paesaggio cambierà, ma se fosse solo quello…).

le varie generazioni di smartphone – da https://www.ilcambiamento.it/ – LA TERZA GENERAZIONE: L’UMTS (acronimo di Universal Mobile Telecommunication System, “sistema universale per la telecomunicazione mobile” in italiano) è un sistema di telefonia mobile di terza generazione per reti basate sullo standard GSM. Ideato, sviluppato e mantenuto dal consorzio 3GPP (Third generation partnership project, “Partnership per il progetto di terza generazione” in italiano), l’UMTS è componente fondamentale degli standard IMT-2000 dell’International Telecommunications Union e concorrente diretto del CDMA2000, standard facente parte della famiglia “rivale” CDMAOne technology.
L’UMTS utilizza la tecnologia W-CDMA (Wideband Code Division Multiple Access), che permette una migliore efficienza spettrale e assicura una banda di trasmissione più ampia: ciò si traduce in maggiore velocità per l’Internet mobile. (da https://www.fastweb.it/ )

   Quel che colpisce, che almeno appare, è la non certezza che questa tecnologia così invasiva dell’ambiente (già adesso il WiFi lo è molto..) sia innocua, non faccia male. Viene molto da pensare che in questi anni vi è la quasi totale “umanità” (noi tutti!) che per pagare il prezzo di un servizio di comunicazione “sempre connessa” con chi ci è caro, e con la conoscenza (?) del mondo (attraverso Internet), è disposto a farsi irradiare; e adesso ancor di più con il 5G, a far da CAVIA a un sistema che già ora molte fonti scientifiche ci dicono che può (può) far male, che vi sono già evidenze epidemiologiche e di laboratorio che mostrano come il danno al DNA e il rischio di tumore al cervello si moltiplicano in modo esponenziale.

Maurizio Martucci, “Manuale di autodifesa per elettrosensibili. Come sopravvivere all’elettrosmog di wi-fi, smartphone e antenne di telefonia. Mentre arrivano il 5G e il wi-fi dallo spazio!“ (Terra Nuova Edizioni, settembre 2018, 10 euro) – “(…) L’obiettivo dichiarato è quello di arrivare, entro il 2022, a fare in modo che fin dentro le case di almeno l’80% della popolazione nazionale (salirà al 99,4% entro giugno 2023) ci sia la copertura per il 5G. Preoccupa, dunque, come spiega il giornalista MAURIZIO MARTUCCI autore del libro “MANUALE DI AUTODIFESA PER ELETTROSENSIBILI” (TERRA NUOVA EDIZIONI), l’esposizione massiccia della popolazione a livelli di elettrosmog destinati ad aumentare a dismisura, con mini-antenne collocate ovunque, persino sui lampioni della luce. (…)” (da http://www.ilcambiamento.it/, 30/1/2019)

   E il contesto attuale, del 3G, del 4G, non è rassicurante: ci sono casi specifici di persone che si ammalano da questa diffusione abnorme di invisibili onde elettromagnetiche. A partire dal 1995, parallelamente con la crescita di antenne della telefonia mobile, si è assistito per vent’anni a una crescita quasi esponenziale del numero di persone diventate ELETTROSENSIBILI da un giorno all’altro, e che in alcuni Paesi rappresentavano già nel 2005 il 10% della popolazione. Una percentuale significativa di costoro vive una condizione di malattia e sofferenza. Ma, dicevamo, ancora peggio va ai possibili effetti sanitari a lungo termine – tumori al cervello, infertilità maschile, malattie neurodegenerative, etc. – che scienziati e Istituti di ricerca già prospettano, e di cui finora stiamo vedendo solo condizioni ancora non certe e diffuse (e che meriterebbero studi e ricerche approfondite, ufficiali e definitive che mancano).

Nella foto: CINTO EUGANEO (Padova) – Si sperimenta il 5G a Cinto Euganeo ma il sindaco storce il naso e non nasconde i timori. Cinto Euganeo è una delle 120 piccole municipalità italiane scelte per sperimentare il 5G

   E (da noi) manca un ente ufficiale, pubblico, che sia chiaro in questo. Anzi. I maggiori Istituti di ricerca epidemiologica indipendenti sollevano dubbi (come l’Istituto Ramazziini di Bologna) sulla salubrità sanitaria di questa nuova tecnologia 5G, e chiedono di “fare ricerca”, approfondire. Altri istituti “ufficiali” statali, che detengono il potere di dichiarare cosa fa bene e cosa fa male, preferiscono mantenere una posizione di non scelta: dichiarazioni dell’Istituto Superiore di Sanità dicono che “i dati disponibili non fanno ipotizzare particolari problemi per la salute della popolazione, connessi all’introduzione della tecnologia 5G”. I dati disponibili, si dice.

   E’ pur vero che l’Istituto Superiore di Sanità non si limita a questo, Nel Rapporto Istisan “Radiazioni a radiofrequenze e tumori: sintesi delle evidenze scientifiche”, motiva il senso di incertezza, dicendo che, se è pur vero che l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro include l’esposizione da radiofrequenze nel gruppo dei “possibili cancerogeni”, in fondo la certezza e gli studi su questo non sono ancora chiari: e che poi “Valutazioni successive concordano nel ritenere che le evidenze relative alla possibile associazione tra esposizione a radiofrequenze e rischio di tumori si sono indebolite”; e che le future reti 5G, è vero che “le emittenti aumenteranno, ma avranno potenze medie inferiori a quelle degli impianti attuali e la rapida variazione temporale dei segnali dovuta all’irradiazione indirizzabile verso l’utente comporterà un’ulteriore riduzione dei livelli medi di campo nelle aree circostanti”. In sintesi: c’è sempre un MARGINE DI INCERTEZZA al quale ci si può appellare per precauzione; ma che fa dire al sistema delle comunicazioni, alla politica, “andiamo avanti”.

TRA I “PRO” AL 5G: le emittenti aumenteranno, ma avranno potenze medie inferiori a quelle degli impianti attuali e la rapida variazione temporale dei segnali dovuta all’irradiazione indirizzabile verso l’utente comporterà un’ulteriore riduzione dei livelli medi di campo nelle aree circostanti

   Perché, nell’incertezza, c’è chi dice che ci si deve fermare ed approfondire scientificamente la cosa, e invece chi dice che si può tranquillamente procedere di gran lena (ed è quello che, irresponsabilmente, sta succedendo!). Ribadiamo che si sta parlando di possibili insorgenze di tumori, sterilità, malattie importanti che creano grandi sofferenze! (e si va avanti facendo finta di niente).

“TOGLIETEVELO DALLA TESTA: CELLULARI, TUMORI E TUTTO QUELLO CHE LE LOBBY NON DICONO” libro di RICCARDO STAGLIANÒ – Editore: CHIARELETTERE, Collana: Principioattivo, Anno edizione: 2012, 5 EURO – La domanda è: il nostro compagno più inseparabile (il cellulare) ci sta forse tradendo? Prove ce ne sono, e parecchie (nel 2011 l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro ha inserito il telefonino tra i possibili cancerogeni). I manuali di istruzione dicono di tenerli da 1,5 a 2,5 centimetri dall’orecchio (perché? E soprattutto: chi lo fa davvero?). In molti paesi precise disposizioni sanitarie raccomandano di non farli usare ai bambini….

   L’interesse delle magnifiche sorti economiche, progressive, dell’umanità, possono permettersi allora di fare di noi tutti della cavie, per vedere come va a finire (se fa male, se non fa male). Col beneplacito di noi tutti, che guardiamo con curiosità e partecipazione a queste nuove tecnologie, e che non chiediamo regole ferree e chiare prima che un prodotto sconosciuto (le radiazioni elettromagnetiche delle miriadi di antenne 5G) entri in modo assoluto, preponderante e quotidiano nelle nostra vita (nella nostra pelle) (s.m.)

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Molte persone ormai hanno sentito parlare del cosiddetto “5G” – il nuovo standard per la comunicazione mobile che permetterà a brevissimo la nascita dell’“INTERNET DELLE COSE” – e pensano che sia una semplice evoluzione delle tecnologie precedenti: il 2G, il 3G, il 4G, etc., e che perciò debba essere innocuo. In realtà, si tratta di una tecnologia del tutto diversa, che avrà un impatto notevole per le ragioni che verranno spiegate in questo libro. E non è neppure vero che un telefonino 3G (UMTS) sia meno pericoloso di un 2G (GSM), come molti credono: infatti, nonostante la potenza emessa dal 3G sia minore, vi sono già EVIDENZE EPIDEMIOLOGICHE E DI LABORATORIO che mostrano come il danno al DNA e il rischio di tumore al cervello con l‟UMTS sia maggiore. (…)(da: AAVV “5G, Cellulari, Wi-Fi: un esperimento sulla salute di tutti”)
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AA.VV. – 5G, Cellulari, Wi-Fi. Un esperimento sulla salute di tutti (2019) (1)

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ANTENNE 3G, 4G E 5G: LA VERITÀ SULLE RADIAZIONI ELETTROMAGNETICHE

– Se la nuova rete porterà enormi vantaggi nel mondo delle telecomunicazioni e del lavoro, della rete 5G non sappiamo ancora se le radiazioni saranno cancerogene o meno –

di Flavio Mezzanotte, 14/10/2019, da https://www.tecnoandroid.it/

   Ancora una volta torniamo a parlare del 5G in termini non proprio entusiastici, poiché al netto delle potenzialità di questo nuovo standard di connessione nessun ente ci ha ancora assicurato che non sia pericoloso per la salute. E tutto sommato non c’è da stare tranquilli, visto che in barba all’assenza di studi preliminari sugli effetti delle radiazioni su radiofrequenze a microonde millimetriche ancora sconosciuti, in tutte le principali metropoli italiane si sta sperimentando il 5G.

   Se la nuova rete porterà enormi vantaggi nel mondo delle Telco e del lavoro in generale, alcune associazioni di consumatori e altre di malati oncologici non sono affatto soddisfatti del silenzio dell’Istituto Superiore di Sanità. Per legge, invece, un parere sanitario sul 5G andava espresso e nessuno l’ha fatto.

ANTENNE 3G, 4G E 5G: LA VERITÀ SULLE RADIAZIONI ELETTROMAGNETICHE

   Il pericolo che una tecnologia del genere ci sfugga di mano è molto alto, con il diritto alla salute e all’essere informati sacrificati sull’altare dell’innovazione e del profitto. Nemmeno il Governo M5S-Lega e ora quello giallorosso hanno avuto e hanno il polso della situazione, affidando le proprie informazioni sulla pericolosità della nuova rete alle dichiarazioni dell’Istituto Superiore di Sanità secondo cui “i dati disponibili non fanno ipotizzare particolari problemi per la salute della popolazione connessi all’introduzione della tecnologia 5G”.

   La Comunità Europea invece, tramite il Comitato Scientifico sui rischi sanitari ambientali ed emergenti (SCHEER), lascia aperta l’ipotesi per cui il 5G possa avere conseguenze biologiche”. Ma il problema vero, oltre all’assenza di letteratura medico-scientifica che possa ovviare a ogni rischio per la salute, è che il 5G non lo potremo scegliere e verrà imposto sulle nostre teste senza poterci difendere. Detto che il 4G e il 3G avevano un’accertata pericolosità per la salute umana, nonostante alcuni studi non allineati allo status quo dell’Istituto di Sanità, del 5G non si sa ancora nulla. (Flavio Mezzanotte)

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PERICOLO ELETTROSMOG: ECCO I PRIMI 120 COMUNI DOVE SI SPERIMENTA IL 5G

da http://www.ilcambiamento.it/, 30/1/2019

– Sono elencati in una delibera dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni i 120 Comuni italiani che saranno i primi a sperimentare il 5G, la tecnologia di nuova generazione intorno alla quale stanno sorgendo innumerevoli preoccupazioni riguardanti l’esposizione della popolazione all’elettrosmog –

  La delibera numero 231/18/CONS dell’Autorità per le garanzie nelle telecomunicazioni ha da tempo reso noti i 120 Comuni d’Italia che per primi dovranno sperimentare a breve l’esposizione della popolazione alle tre bande del 5G.

   Da pag 144 a pagina 147 della delibera che potete TROVARE QUI si può leggere l’elenco completo, al quale potrebbero aggiungersene altri. Le regioni coinvolte sono Abruzzo, Calabria, Campania, Emilia Romagna, Lombardia, Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Marche, Molise, Trentino Alto Adige, Sardegna, Sicilia, Toscana, Valle d’Aosta e Veneto.

   L’obiettivo dichiarato è quello di arrivare, entro il 2022, a fare in modo che fin dentro le case di almeno l’80% della popolazione nazionale (salirà al 99,4% entro giugno 2023) ci sia la copertura per il 5G.

   Preoccupa, dunque, come spiega il giornalista Maurizio Martucci autore del libro “MANUALE DI AUTODIFESA PER ELETTROSENSIBILI” (Terra Nuova Edizioni), Continua a leggere

VENEZIA INVASA DALL’ACQUA E UN PIANO, CHE MANCA, PER ESSERE SALVATA (contro l’acqua alta, i cambiamenti climatici, la manutenzione dei rii… il turismo che la soffoca, le grandi navi e il moto ondoso dei motoscafi… Il calo demografico, le speculazioni nel commercio e negli alloggi…) (si inizierà a fare qualcosa?)

LA MAREA AL16/11/2019 – A Venezia la punta massima di marea si ferma a 115 – La marea ha toccato una nuova punta massima di 115 centimetri sul medio mare a Venezia, poco dopo la mezzanotte. Un fenomeno classificato come molto sostenuto (codice arancio), e non eccezionale, come i picchi degli ultimi tre giorni. L’allagamento in questo caso interessa soprattutto le aree più basse della città, come San Marco. Per domani domenica 17 il Centro maree del Comune prevede un’altra massima di 120 centimetri, alle 11.55 (DA CENTRO MAREE COMUNE DI VENEZIA, https://www.comune.venezia.it/ )

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(foto: L’ALBA del giorno dopo, 13 novembre) – ACQUA ALTA A VENEZIA oltre ogni limite martedì sera e notte del 12 novembre 2019– EMERGENZA VENEZIA

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Il PROGETTO – IL MOSE è un sistema pensato per difendere Venezia dall’acqua alta. È costituito da 78 paratoie mobili posizionate sui fondali in grado di chiudere le tre bocche di porto Laguna Mare Paratoia Laguna Mare fino a 90º VENEZIA Chioggia (380 m) Lido (800 m) Malamocco (400 m) Laguna Mare 2 immissione di aria compressa espulsione dell’acqua. Entra in funzione quando la marea è superiore ai 110 cm 1 3 Le paratoie bloccano la marea Le 3 bocche di porto Le persone al lavoro in una prima fase, poi diventate 1.500 a regime 700 I miliardi di euro stanziati in 15 anni di lavori che diventano 8 con le opere di contorno 5,5 ANDREA MEROLA / ANSA

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CON IL MOSE LA LAGUNA DIVENTERA’ UNA FOGNA?

La barriera che non c’è

QUEI 200 MILIONI PERSI NELLA BUROCRAZIA CHE FERMANO IL MOSE

di Fabio Tonacci, da “la Repubblica” del 14/11/2019

   E il Mose? Ecco la domanda del giorno dopo. Il Mose. Dov’è, a che punto siamo, perché le 78 paratoie mobili già installate sul fondale delle tre bocche d’ingresso in Laguna (Lido, Chioggia e Malamocco) non si sono alzate per proteggere Venezia? Il Mose non c’è ancora. Il Mose non è finito. E anche quando sarà terminato (ora dicono alla fine del 2021, se il Provveditorato si deciderà a erogare gli ultimi 200 milioni) a lungo andare potrebbe fare più danni di quelli che deve prevenire.
“Ce la faremo, ma…” Ormai i numeri del Mose sono grani di un rosario che gli italiani conoscono a memoria. Se ne parla dagli anni Ottanta, il progetto definitivo viene approvato dal “Comitatone” per la salvaguardia di Venezia nella primavera del 2003, nel 2006 il governo Prodi dà il via libera decisivo.
Un nome che è un acronimo (Modulo Sperimentale Elettromeccanico), ma che evoca il biblico Mosé e la separazione delle acque del Mar Rosso. Doveva costare 3,4 miliardi di euro, ne costerà 5,49. Doveva essere finito nel 2016, lo vedremo in funzione, se va bene, tra due anni.

   «Penso che ce la faremo», dice a Repubblica Giuseppe Fiengo. E in quel “penso” ci sta tutta l’inquietudine dei 259 mila abitanti della Serenissima. L’avvocato Fiengo è uno dei due commissari (erano tre, poi Luigi Magistro si è dimesso) del Consorzio Venezia Nuova, nominati nel 2015 dall’Anticorruzione dopo la retata della Guardia di finanza che decapitò il Sistema Mazzacurati. Il cui riverbero tuttora influenza il cronoprogramma.
«Ci manca da ultimare la parte impiantistica, quindi le paratoie non possono ancora essere chiuse tutte contemporaneamente». Quel che racconta Fiengo spiega bene come giravano le cose ai tempi del Sistema.
«Oltre alle criticità sulle cerniere dei cassoni, già arrugginite, abbiamo scoperto che gli impianti non erano nemmeno stati inseriti nel progetto: era prevista la fornitura dei macchinari, ma senza i collegamenti».
“Ci devono dare 200 milioni” Il Mose oggi è costruito al 94%. Il denaro per finirlo c’è, perché lo Stato ha messo a disposizione l’intero importo, solo che per percorrere l'”ultimo miglio” servono i 200 milioni fermi al Provveditorato di Venezia.
«Non li eroga – sostiene Fiengo – per cavilli burocratici: ne abbiamo bisogno per rimediare ai difetti di costruzione, per la manutenzione, per le prove delle paratoie, per pagare i 240 dipendenti del Consorzio; ci rispondono che da regolamento possono sbloccarli solo a Saldo avanzamento lavori come da capitolato del progetto». Non per lavori extra, dunque, necessari per riparare alla malagestione precedente, quando vigeva il Sistema.

L’acqua alta ha invaso anche piazza San Marco. C’è grande apprensione per la Basilica: nel momento del picco, al suo interno si misurava un metro e 10 d’acqua e la cripta, ha riferito la polizia municipale, è stata sommersa completamente. Intaccati anche i marmi e le colonne che erano già stati danneggiati, e poi in parte sostituiti, dalla marea del 30 ottobre 2018.

   Il Sistema Mazzacurati. Funzionava così: il patron del Consorzio Giovanni Mazzacurati (morto in California lo scorso settembre a 87 anni, senza sottoporsi al processo) ungeva con mazzette, favori e regali tutta la filiera da cui dipendeva l’avanzamento del progetto Mose e il rubinetto dei finanziamenti. È andata avanti fino al 2014, quando il pool di magistrati veneziani scoperchiò il Sistema. Sono arrivate condanne in primo e secondo grado, più una sfilza di patteggiamenti tra gli imprenditori, e spesso si dimenticano le reali dimensioni dello scandalo Mose: i finanzieri hanno calcolato che il Consorzio, tra il 2004 e il 2014, si è mangiato 250 milioni di euro in tangenti, sovrafatturazioni, evasioni fiscali, fondi neri, consulenze fittizie; solo in mazzette sono stati dissipati almeno 40 milioni di euro, tutti (e anche qualche milione in più) rientrati nelle casse dello Stato grazie alla strategia seguita dai pm veneziani per accordare i patteggiamenti agli indagati.

Una laguna è un luogo umido costiero che comunica con il mare attraverso varchi, o bocche di porto, in modo tale che il movimento dell’acqua all’interno sia governato dalla marea ed è un ambiente di transizione tra terra e acqua, in stato di perenne instabilità.

“La Laguna diventerà una fogna”

Secondo il piano dei commissari, già nell’autunno 2020 le barriere, seppur in fase di sperimentazione, si chiuderanno per difendere la città dalle maree. E serviranno almeno 80 milioni di euro all’anno per la manutenzione, che saranno pagati dall’ente gestore ancora da individuare.

   Una parte, assai nutrita, di ingegneri idraulici e ambientalisti dubita però della reale efficacia del Mose. Già nel 2006 uno studio di Principia, leader mondiale nel campo della modellistica, metteva in guardia: con particolari condizioni di mare (onda di 2,2 metri con frequenza di 8 secondi), si può generare l’effetto “risonanza”, che rende le paratoie instabili e inefficaci.

   Non solo. Armando Danella, membro dell’associazione AmbienteVenezia, consulente della ex giunta Cacciari, spiega: «Nel 2003, quando hanno definito il progetto Mose, hanno calcolato un innalzamento del livello del mare, dovuto al riscaldamento globale, di appena 22 centimetri in un secolo. Ipotizzavano di azionarlo 6 volte all’anno, quando l’alta marea raggiungeva 1 metro e dieci dal medio mare. Hanno sottovalutato tutto: le più recenti previsioni stimano in 90 centimetri l’innalzamento del livello del mare, e infatti già nel 2018 il Mose sarebbe entrato in funzione venti volte. In questo modo, senza il ricircolo dell’acqua e l’ossigenazione necessaria, la Laguna diventerà una fogna». (Fabio Tonacci)

13/11/2019: vaporetti alla deriva

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Nel centro storico di Venezia e nelle isole della laguna è in funzione un SISTEMA ACUSTICO DI ALLERTAMENTO in caso di acqua alta basato sulle tradizionali sirene e sui nuovi segnali digitali volti a segnalare quattro livelli di marea previsti. L’allarme marea viene diffuso dal SUONO DELLA SIRENA seguito da un secondo segnale acustico volto ad indicare il livello di marea previsto, ovvero: 110 cm – un suono prolungato a nota costante, 120 cm – due suoni in scala crescente, 130 cm – tre suoni in scala crescente, 140 cm e oltre – quattro suoni in scala crescente. I segnali vengono ripetuti più volte e vengono emanati su frequenze facilmente udibili anche dagli anziani. I diffusori acustici sono installati all’interno dei campanili e su altri edifici comunali o demaniali, sono collegati fra loro con una rete WiFi dedicata che può essere eventualmente utilizzata in caso di necessità anche per comunicazioni diverse dall’allarme marea.

MA IL MOSE DOV’È?

di Gian Antonio Stella, da “il Corriere della Sera” del 14/11/2019

   «Vento e piova / Che el Signor la mandava / Dai Tre Porti / Da Lio, da Malamocco / L’acqua vegniva drento de galopo / La impeniva i canali, / La bateva in tei pali…». A vedere montare l’acqua alta, l’altra notte, i veneziani hanno rivissuto i versi disperati del poeta ottocentesco Francesco Dall’Ongaro.
Le sirene del primo allarme sono arrivate alle sei del pomeriggio: 145 centimetri. Le seconde verso sera: 160. Le terze alle 22.50: «La laguna subisce gli effetti di non previste raffiche di vento da 100 km orari. Il livello potrebbe raggiungere i 190 centimetri alle 23.30». Arriverà in realtà a 187. Solo sette centimetri in meno della disastrosa «aqua granda» del 1966.

   Anche i più previdenti, come Gianpietro Zucchetta che anni fa scrisse per Marsilio «Storia dell’acqua alta a Venezia», un libro pieno di cronache antiche e illustrazioni e rapporti scientifici, nulla hanno potuto davanti alla violenza della marea. Sul portone di casa aveva montato una robusta paratoia che arrivava a un metro e 75 centimetri. Più di così! Nella notte le acque se la sono portata via e la stanza d’ingresso è finita sotto.

   Gondole strappate all’ormeggio e lasciate dalla corrente in mezzo alle calli e ai campielli. E poi vaporetti sollevati come barchette e sbattuti di sbieco sulle rive del Canal Grande. Alberghi di lusso come il Gritti coi divani e i tavolini del Settecento galleggianti tra le stanze dorate col ritratto di un doge severo appeso alla parete. Negozi di oreficeria e suppellettili e vestiti travolti dalla marea, con borse e borsette che affogano in un liquido scuro. Maschere da carnevale inzuppate e sformate. Negozianti con le mani nei capelli. La cripta di San Marco invasa dalle onde e così la Basilica e la Piazza, coi turisti che si muovono silenziosi trascinando gli stivaloni. Eccetto il solito bulletto, che sguazza ridendo nell’acqua per la foto ricordo. Del tutto ignaro della tragedia che si va compiendo. E sintetizzata dal procuratore di San Marco così: «Siamo stati a un soffio dall’Apocalisse».

   Solo la piena del ’66 fu così devastante. Al punto di sollevare un’indignazione mondiale contro il continuo aumentare dei giorni di acqua alta. E di spingere Venezia, il Veneto, l’Italia, a cercare una soluzione. «Non c’è tempo da perdere!», dicevano tutti. «Non c’è tempo da perdere!». Poi le acque si ritirarono, il fango fu asciugato, le botteghe vennero riaperte, i tavolini dei bar tornarono al loro posto e coi tavolini tornò al suo posto anche il sole. I lavori «urgentissimi» si fecero «urgenti», poi «necessari in tempi brevi», poi diluiti nei dibattiti: «Bisogna pensarci bene». I danni gravissimi al patrimonio umano, artistico, culturale non servirono neppure a rallentare la costruzione in corso del grande Canale dei Petroli. Che c’entrava, quel canyon scavato in una laguna profonda in media 110 centimetri, con l’acqua alta?

   Tre anni dopo, nel 1969, Indro Montanelli si sfogava contro certe iniziative «prese e tirate avanti senza che si fossero studiati gli effetti che potevano sortire sul delicato equilibrio acqua-aria-terra su cui Venezia si regge, e che ora dà segni di catastrofico sconvolgimento». E ammoniva che a Venezia «non si può procedere al buio. Uno sbaglio, che a Milano può essere corretto e rimediato, per Venezia può significare la morte. Ci si astenga quindi da imprese, di cui prima non si siano studiate a puntino le conseguenze».

   Ci pensarono per quasi vent’anni, dopo l’alluvione, prima di decidere. Poi scelsero di aggiornare l’idea «molto grandiosa» che un certo Augustino Martinello aveva proposto al Doge nel 1672 e cioè di fare un «muro a archi» alle bocche di porto con «delle porte da alzare e bassare per regolare le acque in caso di bisogno». Già nel 1982, come prova un’ Ansa, c’era chi era perplesso. Ma nell’85 ad Amburgo il progetto fu lanciato con turbo-ottimismo: «La marea sarà prevedibile con un anticipo minimo di cinque ore e le paratoie, suddivise in “porte” da cinque metri ciascuna, saranno innalzabili in meno di un’ora e capaci sia di resistere a mareggiate molto forti…».

   Nell’86 Bettino Craxi diede il via libera definitivo: «Le opere per la difesa di Venezia verranno ultimate entro il 1995». Due anni dopo, un pimpante Gianni De Michelis presentava il prototipo di una delle paratoie. Gongolò l’allora doge socialista: «Per Venezia è un giorno storico. Per la prima volta si passa dai progetti, dalle intenzioni, dai dibattiti e dalle chiacchiere a qualcosa di concreto. Se tutto andrà bene, dopo questi mesi di sperimentazione, potremo finalmente cominciare il conto alla rovescia per la sistemazione di queste paratoie che proteggeranno la laguna dall’acqua alta». Ciò detto, battezzò quella che considerava una «sua» creatura: «Chiamiamolo Mosè». Poi Mose.

   Appena nato, si legge sul Corriere di quel giorno, segnava già un record: «È il prototipo forse più costoso mai costruito al mondo. Una “brutta copia” da venti miliardi di lire. È un colosso alto 20 metri, lungo 32, largo 25. Pesa 1.100 tonnellate e vivrà circa otto mesi, il tempo di collaudare il funzionamento della “paratoia”, quell’enorme cassone piatto e internamente vuoto, lungo 17 metri, largo 20 e spesso quasi 4, ancorata agli angoli da quattro gru».

Riva degli Schiavoni ancora nell acqua _ foto (da il Manifesto)

   Ma i tempi? De Michelis: la scadenza «resta quella del 1995». Certo, precisava, «potrebbe esserci un piccolo slittamento, visto che siamo partiti con tanto ritardo. Ma ormai il processo è avviato». Sono passati, dallo spot pubblicitario di Amburgo, 34 anni. Quasi quanti quelli trascorsi dal Mosé biblico e dal suo popolo nell’interminabile traversata del deserto. E qual è la situazione? Prendiamo dall’ Ansa l’ultima promessa, il 12 settembre scorso: « È fissata al 31 dicembre 2021 la consegna definitiva del sistema Mose, a protezione della Laguna di Venezia dalle acque alte. La data è contenuta nel Bilancio 2018 del Consorzio Venezia Nuova, il concessionario per la costruzione del Mose. Il completamento degli impianti definitivi del sistema è previsto per il 30 giugno 2020, con l’avvio dell’ultima fase di gestione sperimentale».

   Rileggiamo: «Fase sperimentale». Tre decenni e passa di prove tecniche. Polemiche. Sprechi. Mazzette. Rinvii. Inchieste giudiziarie. Manette. Dimissioni. Commissari. E buonuscite astronomiche come quei 7 milioni di euro (duecentotrentatremila per ogni anno di lavoro: lo stipendio annuale del Presidente della Repubblica!) dati come liquidazione all’ingegner Giovanni Mazzacurati, il deus ex machina del Consorzio che se l’era già filata a vivere in California, dove poi sarebbe morto, prima ancora di sapere come sarebbe finito il processo che avrebbe potuto condannarlo a risarcimenti milionari…

   Otto miliardi di euro, contando i soldi per le opere di contorno, è costato finora il Mose: quasi il triplo dei due miliardi e 933 milioni (euro d’oggi) dell’Autostrada del Sole. Prospettive? Un’ottantina di milioni l’anno per la manutenzione delle cerniere sottomarine. Se andrà bene. Notizia d’agenzia del 31 ottobre: «Non c’è pace per il Mose, la grande opera che dovrebbe salvaguardare la città e la laguna dalle alte maree. (…) Il Consorzio Venezia Nuova ha reso noto oggi che è stato rinviato a un’altra data il sollevamento completo della barriera posata alla bocca di porto di Malamocco». Colpa della scoperta di «vibrazioni in alcuni tratti di tubazioni delle linee di scarico».

   Vale la pena di insistere? Questo è il nodo. «La domanda che va posta è se una scelta tecnologica fatta quarant’anni fa sia tuttora idonea, soprattutto alla luce dell’analisi costi benefici», scrivono in Corruzione a norma di legge Francesco Giavazzi e Giorgio Barbieri, «Si dirà che oggi è troppo tardi, ma è una domanda che, in quarant’anni, mai è stato consentito porre, sempre con la scusa che “ormai i lavori sono quasi finiti”». Manca poco… Manca poco…

   E intanto la città che fu serenissima è andata di nuovo sotto. Con la paura che arrivino altri «effetti di non previste raffiche di vento»… (Gian Antonio Stella)

Il Patriarca di Venezia Moraglia e il sindaco Brugnaro nella cripta allagata della Basilica di San Marco (foto da Gente Veneta Facebook)

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IL MOSE CHE NON C’È

di Gianfranco Bettin, da “IL MANIFESTO” del 14/11/2019

– Venezia. La risposta che le istituzioni, in primis la Regione Veneto e lo Stato (il Comune votò contro, ma oggi il sindaco Brugnaro, di centrodestra, è a favore), hanno messo in campo ha un nome solo: Mose. Anche in queste ore, si leva il piagnisteo di amministratori e politici che lamentano i ritardi nel completamento dell’opera. Ma il Mose non è «in» ritardo: il Mose è «il» ritardo –

   La paura, il pericolo, avanzano a Venezia con un doppio passo: con i giorni, le notti, di catastrofe, come ieri, come il 4 novembre del 1966, e con la crisi strutturale dell’ecosistema lagunare, causata dalle manomissioni profonde (interramenti, scavi di nuovi canali, stravolgimento del regime idrodinamico e geologico) e dagli effetti locali della crisi climatica globale.

   Le due dinamiche – eventi eccezionali e mutamenti fondamentali, meteo e clima, marea ed ecosistema – vanno sempre più intrecciandosi e la notte del 12 novembre lo ha confermato tragicamente, come da tempo facevano già i rilievi sul campo, scientificamente.

   Il dramma odierno è quello di una città che, a dispetto di quanti la credono ormai semivuota, è ancora – parliamo della città d’acqua e del Lido – di oltre 90 mila residenti (come l’intero comune di Treviso, ma concentrati in uno spazio urbano molto minore) e dunque da difendere, oltre che per il suo valore storico e artistico, perché abitata da una comunità viva, attiva, che infatti resiste, anche se soffre. Soffre sia per le difficoltà di restarvi (scarsità di alloggi alla portata di tanti, invadenza della monocultura turistica, costo della vita spesso impervio, difficili spostamenti ecc.), sia per la crescente esposizione a rischi ambientali (emissioni delle grandi navi e del traffico acqueo tutto, moto ondoso, degrado degli edifici, acque alte più frequenti e violente). Su queste fragilità di fondo, si abbattono i singoli eventi catastrofici e grava la crisi strutturale dell’ecosistema.

   La risposta che le istituzioni, in primis la Regione Veneto e lo Stato (il Comune votò contro, ma oggi il sindaco Brugnaro, di centrodestra, è a favore), hanno messo in campo ha un nome solo: Mose. Anche in queste ore, si leva il piagnisteo di amministratori e politici che lamentano i ritardi nel completamento dell’opera. Ma il Mose non è «in» ritardo: il Mose è «il» ritardo, l’errore storico che sta lasciando tuttora Venezia esposta al rischio più letale della sua storia. Si susseguono, infatti, le previsioni sull’allagamento non solo dell’intera città, ma della stessa prima fascia costiera, entro i prossimi decenni.

   Esattamente l’opposto di quanto previsto da chi ha voluto il Mose, progettato immaginando un innalzamento medio del mare dovuto quasi solo a effetti locali e minimizzando quelli globali, dunque destinato a essere azionato pochi giorni l’anno per qualche ora.

   In realtà, i mutamenti dell’ecosistema e del clima globale producono alte maree più frequenti e potenti, così il Mose, se fosse operativo, finirebbe per essere troppo utilizzato, compromettendo laguna e porto. Sulla effettiva possibilità che funzioni, però, il pessimismo aumenta, tanti sono i difetti che stanno emergendo (corrosione, ruggine, sabbia negli ingranaggi, vibrazioni, tenuta dubbia delle saldature e dei meccanismi…), insieme ai costi enormi della manutenzione (almeno cento milioni l’anno) che non è chiaro chi pagherà (né chi sovrintenderà al funzionamento).

Uno studio dell’Enea indica le aree costiere e i porti a rischio inondazione al 2100. Interessati l’Alto Adriatico (da Trieste a Ravenna); la foce del Pescara; Lesina e Taranto; Versilia, Cecina, Follonica, Piombino; Fondi; l’area di Cagliari (da “La Stampa”, 27/2/2019)

   Era una strada obbligata, quella del Mose? Niente affatto. Nel 2006 il Comune di Venezia promosse una mostra, una serie di incontri e poi un volume su almeno una decina di alternative emerse nel tempo e più in linea con quanto prescritto dalla Legge speciale per Venezia (1973 e poi 1984), che prevede interventi «graduali, sperimentali e reversibili» (l’esatto opposto del Mose). Queste alternative (tra le quali, sistemi flessibili di paratoie a gravità, sbarramenti mobili, apparecchiature removibili ecc., combinati con interventi di riequilibrio strutturale dell’ecosistema, con rialzi dei fondali e del terreno su cui poggia la città, ripristino della morfologia, potenziamento dei litorali e restringimenti maggiori delle bocche di porto ecc.) vennero proposte al governo che, come scrive uno dei maggiori esperti di idraulica lagunare, il prof. Luigi D’Alpaos, con superficialità e sbrigatività le escluse a vantaggio del prescelto Mose, l’unica grande opera, forse, approvata pur avendo subìto una Valutazione di Impatto Ambientale negativa.

   Ora, che fare del Mose «quasi finito» (e costato finora 5, 3 miliardi, di cui uno circa di tangenti, su una previsione finale di 5,5 ma in crescita, come le maree)? Intanto, se si volesse verificarne l’affidabilità, andrebbero corretti i difetti finora emersi, sempre che sia possibile. Poi, ne andrebbe valutata la funzionalità generale finale, senza far sperimentare ai veneziani, come cavie, l’eventuale messa in funzione «dal vivo».

   Quindi, ne andrebbe almeno considerato il possibile adeguamento al nuovo quadro climatico e ambientale, mentre certamente andrebbe ripresa l’opera di riequilibrio e rigenerazione dell’ecosistema lagunare . Ma è più probabile che, a una disamina onesta e competente, ove mai si facesse, il Mose risulti piuttosto essere un altro problema, invece che la soluzione epocale alla sfida che Venezia sta vivendo, sta soffrendo. (Gianfranco Bettin)

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da https://ytali.com/

MOSE. C’È ANCORA UN’ALTERNATIVA

da https://ytali.com/ , scritto da ARMANDO DANELLA, Associazione Ambiente Venezia, 3 Maggio 2018

– Vale la pena voler ultimare un’opera che si sa già che non raggiungerà gli obiettivi per cui è stata concepita? E che comporterà ingenti oneri di manutenzione e gestione nei prossimi cent’anni? –

   l CHE FARE di fronte a una grande opera sbagliata e costosa qual è il Mose che si rivelerà a breve anche inutile per l’aumento del livello del mare che i cambiamenti climatici già prevedono per il prossimo futuro

Oggi il Mose appare contrassegnato dallo scandalo che l’ha coinvolto, da quella realtà fatta di corruzioni, tangenti, rapporti tra controllori e controllati, fondi neri che la magistratura è riuscita a far emergere.

Un impressionante sistema di potere malavitoso e criminale che coinvolge politici, amministratori, imprese,   magistrato alle acque, ministeri, guardia di finanza, corte dei conti.

   La meritevole azione collegiale degli organi preposti al ripristino della legalità che tanta attenzione mediatica sta provocando rischia però di relegare in secondo piano la sostanza del sistema che interessa il Mose. Si sta assistendo a un atteggiamento diffuso di non voler sapere, di non approfondire, dimenticare o volutamente ignorare cos’è e cos’è stato tecnicamente il Mose nel suo divenire. Ed è sulla base di questa per alcuni versi morbosa attenzione verso l’operato della magistratura che rimane sullo sfondo o addirittura scompare la contrarietà motivata a questa opera, alla sua natura, alla sua struttura, alla sua funzionalità; sembra quasi che un destino ineludibile debba far portare a compimento questa opera datata così com’è stata voluta dai progettisti e da coloro che l’hanno approvata.

    Tutto procede senza ripensamenti: il rigore scientifico, il “cogito ergo sum”, l’eustatismo incipiente che cancellerà definitivamente quest’opera non “rientrano” nello stato di avanzamento dei lavori.
Così sulla questione del Mose si continua a ignorare o fraintendere quanti interventi possibili e alternativi alle bocche si potrebbero realizzare fin da subito evitando così il perseverare di azioni il cui effetto peggiorerebbe i vari livelli di criticità dell’opera con ricadute negative sull’equilibrio lagunare, sulla portualità e sui bilanci pubblici.

   Nell’ambito degli interventi per la difesa di Venezia dalle acque alte, va applicata una linea di azione (costruita sulla base di una modellistica matematica – modelli bidimensionali a fondo fisso e mobile – applicata all’idrodinamica e alla morfodinamica lagunare il cui riferimento scientifico rimane la scuola idraulica padovana –dipartimento di ingegneria idraulica, marittima, ambientale e geotecnica) che dimostra:

1- che si può operare alle bocche di porto con la riduzione parziale delle sezioni attraverso il rialzo dei fondali e l’inserimento di opere di restringimento trasversali sia fisse che removibili stagionalmente in modo da aumentare le resistenze al flusso delle correnti di marea con una significativa riduzione dei livelli marini in laguna rispetto al mare;

2- che si può ottenere con una riduzione permanente degli attuali scambi mare-laguna un migliore regime idraulico della laguna permettendo fra l’altro di contrastare la perdita sistematica di sedimenti attraverso le bocche, ultimo anello dei drammatici processi erosivi in atto che stanno devastando la morfologia lagunare;

3- che va separata la logica degli interventi delle acque medio-alte da quelle necessarie per la difesa dalle acque alte eccezionali;

4- che va ridotta la penalizzazione della portualità veneziana attraverso la differenziazione delle funzioni portuali delle tre bocche, con la chiusura parziale dei varchi mobili per le acque medio-alte e con la chiusura totale per le sole acque alte eccezionali;

5- che si può così impiegare il tempo necessario per perfezionare e sviluppare i metodi di difesa più idonei, anche a più vasta scala territoriale, conseguenti ai cambiamenti climatici prevedibili (interventi di iniezioni di fluidi su strati geologici profondi volti al sollevamento antropico).

   L’inserimento di OPERE REMOVIBILI STAGIONALMENTE ha il vantaggio di permettere di operare sulle bocche di porto con due diversi gradi di restringimento: Continua a leggere

LE MOBILITAZIONI DEI GIOVANI per la riconversione ecologica del pianeta: quali risposte concrete si possono dare? Dal cambiamento del proprio STILE DI VITA, fino agli OBIETTIVI dell’ONU con “L’AGENDA 2030” – La nostra situazione nel RAPPORTO 2019 dell’ALLEANZA ITALIANA per lo SVILUPPO SOSTENIBILE

Sciopero per fermare il cambiamento climatico: migliaia di studenti hanno riempito le piazze di tutto il mondo il 27 settembre 2019

   Tutti (o quasi tutti) abbiamo guardato con favore la mobilitazione mondiale dei giovani nei mesi scorsi per chiedere una riconversione ecologica del nostro pianeta; dare una possibilità e un futuro alla nostra Terra e a tutti gli esseri viventi; per evitare e frenare l’ulteriore surriscaldamento climatico, lo spreco delle risorse non riproducibili, l’inquinamento atmosferico…

…In particolare da tutta questa inaspettata mobilitazione giovanile ne è sorto un impegno da parte di istituzioni sovranazionali (l’Onu, l’Unione Europea…) e di alcuni Paesi (Germania, Francia, Italia…), un impegno a dare priorità alla questione ambientale, impiegando molte più risorse finanziarie per un “Green New Deal”, una nuova economia, una nuova società compatibile per uno sviluppo appunto sostenibile.

   Probabilmente sono molti i settori e i modi per andare verso una “riconversione ecologica”: dalla legislazione, all’economia, a nuovi sistemi tecnologici non inquinanti, all’educazione ambientale e alla cultura e alle sue possibili proposte, all’agricoltura biologica, ai comportamenti personali e collettivi compatibili con un nuovo corso, una nuova epopea. E tutto questo non è semplice e facile.

   Partiamo allora qui da questo ambito sovranazionale e nazionale (per parlare poi, in altro contesto, dell’impegno personale di ciascuno).

   E trattiamo qui:

1- dei punti (obiettivi) dell’Agenda Onu 2030: 17 obiettivi da raggiungere entro appunto il 2030 (non manca molto…); suddivisi in 169 target (fatti/progetti concreti);

(nella foto: ANTÓNIO GUTERRES, segretario generale delle Nazioni Unite) – L’AGENDA 2030 PER LO SVILUPPO SOSTENIBILE. COS’È – Il 25 settembre 2015, le NAZIONI UNITE hanno approvato l’AGENDA GLOBALE PER LO SVILUPPO SOSTENIBILE e i relativi 17 OBIETTIVI DI SVILUPPO SOSTENIBILE (Sustainable Development Goals – SDGs nell’acronimo inglese), articolati in 169 TARGET da raggiungere ENTRO IL 2030

2- e di come sono visti (questi 17 obiettivi) nel contesto italiano (su quali andiamo bene, dove male…), attraverso il (quarto) rapporto annuale (del 2019) dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS), organizzazione nata nel 2016 e che riunisce oltre 160 istituzioni e reti della società civile (economiche, della solidarietà e volontariato…);  ASviS che appunto si concentra in particolare sulla realizzazione nel nostro Paese dell’Agenda Globale ONU 2030.

Il RAPPORTO 2019 DELL’ALLEANZA ITALIANA PER LO SVILUPPO SOSTENIBILE, alla sua quarta edizione, rappresenta uno strumento per analizzare l’avanzamento del nostro Paese verso il raggiungimento dei 17 OBIETTIVI DELL’AGENDA 2030 e identificare gli ambiti in cui bisogna intervenire per assicurare la sostenibilità economica, sociale e ambientale del modello di sviluppo

Rapporto completo ASviS 2019

https://asvis.it/public/asvis2/files/REPORT_ASviS_2019.pdf

Executive Summary

https://asvis.it/public/asvis2/files/Executive_Summary.pdf

I principali messaggi del Rapporto in pillole

https://asvis.it/public/asvis2/files/Pillole_Sintesi_Report_ASviS_2019.pdf

   Allora, per parlare di noi, dell’Italia, di quale è la situazione attuale illustrata nel RAPPORTO ASviS 2019, partiamo qui adesso con l’individuare i 17 punti dell’Agenda ONU 2030, obiettivi necessari per tornare a “riveder le stelle” (come auspicabile apologo dantesco).

L’AGENDA ONU 2030 PER LO SVILUPPO SOSTENIBILE – A soli 11 anni dalla scadenza (2030) fissata dal piano d’azione delle NAZIONI UNITE, firmato da 193 Paesi, Italia compresa, è necessario MODIFICARE SIGNIFICATIVAMENTE LE POLITICHE PUBBLICHE, NAZIONALI ED EUROPEE, le STRATEGIE AZIENDALI e i COMPORTAMENTI INDIVIDUALI. L’urgenza è anche dettata dal fatto che 21 dei 169 Target in cui si articolano gli Obiettivi di sviluppo sostenibile prevedono obblighi riferiti al 2020 e che su buona parte di essi l’Italia è in grave ritardo

AGENDA ONU 2030: I 17 OBIETTIVI DI SVILUPPO SOSTENIBILE

   I 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile che compongono l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite si riferiscono a diversi ambiti dello sviluppo sociale, economico e ambientale che devono essere considerati in maniera integrata, nonché ai processi che li possono accompagnare e favorire in maniera sostenibile, inclusa la cooperazione internazionale e il contesto politico e istituzionale. Sono presenti, come componenti irrinunciabili, numerosi riferimenti al benessere delle persone e ad un’equa distribuzione dei benefici dello sviluppo.

   Per ogni obiettivo, l’Agenda 2030 prevede dei target (in totale 169) da perseguire. Inoltre, allo scopo di identificare un quadro di informazione statistica condiviso quale strumento di monitoraggio e valutazione dei progressi verso gli obiettivi dell’Agenda, è stato costituito l’Inter Agency Expert Group on SDGs (IAEG-SDGs), che a marzo del 2016 ha proposto una prima lista di 241 indicatori.

L’Istat è stato chiamato dalla Commissione statistica delle Nazioni Unite a svolgere un ruolo attivo di coordinamento nazionale nella produzione degli indicatori per la misurazione dello sviluppo sostenibile e il monitoraggio dei suoi obiettivi.

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Obiettivo 1: Porre fine ad ogni forma di povertà nel mondo (target e indicatori Istat)

Ci sono 800 milioni di poveri nel mondo. In Italia 4,6 milioni di persone vivono in condizioni di povertà assoluta. Di questi più di un milione sono minori.

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Obiettivo 2: Porre fine alla fame, raggiungere la sicurezza alimentare, migliorare la nutrizione e promuovere un’agricoltura sostenibile (target e indicatori Istat)

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Obiettivo 3: Assicurare la salute e il benessere per tutti e per tutte le età (target e indicatori Istat)

La salute è segnata da profonde differenze territoriali: in Africa la speranza di vita alla nascita è di 60 anni contro i 76.8 anni dell’Europa (WHO, 2015). In Italia, a fronte di un valore nazionale di 82.3 anni (Istat, 2015), nella Provincia Autonoma di Trento si vive quasi tre anni in più che in Campania.

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Obiettivo 4: Fornire un’educazione di qualità, equa ed inclusiva, e opportunità di apprendimento per tutti (target e indicatori Istat)

Nel mondo 57 milioni di bambini non hanno accesso all’istruzione primaria. In Italia il 15% dei giovani abbandona precocemente gli studi.

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Obiettivo 5: Raggiungere l’uguaglianza di genere ed emancipare tutte le donne e le ragazze (target e indicatori Istat)

Nel mondo una donna su tre ha subito una qualche forma di violenza. In Italia, nei primi 11 mesi del 2016, 116 donne sono state uccise dal partner o dall’ex partner.

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Obiettivo 6: Garantire a tutti la disponibilità e la gestione sostenibile dell’acqua e delle strutture igienico-sanitarie (target e indicatori Istat)

Il 40% della popolazione mondiale soffre di scarsità d’acqua. L’Italia è il terzo importatore netto, dopo Giappone e Messico, di acqua virtuale (“incorporata” nei beni) da noi.

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Obiettivo 7: Assicurare a tutti l’accesso a sistemi di energia economici, affidabili, sostenibili e moderni (target e indicatori Istat)

Nel mondo ci sono oltre un miliardo di persone senza energia elettrica e quasi tre miliardi senza energia pulita per cucinare. L’Italia è avviata a non raggiungere gli obiettivi 2030 per le fonti rinnovabili e l’efficienza energetica.

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Obiettivo 8: Incentivare una crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile, un’occupazione piena e produttiva ed un lavoro dignitoso per tutti (target e indicatori Istat)

Ci sono 200 milioni di disoccupati nel mondo, di cui 75 milioni sono giovani. In Italia il tasso di disoccupazione giovanile è di poco inferiore al 40% e oltre due milioni di giovani (uno su cinque) non studiano e non lavorano.

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Obiettivo 9: Costruire un’infrastruttura resiliente e promuovere l’innovazione ed una industrializzazione equa, responsabile e sostenibile (target e indicatori Istat)

Le infrastrutture digitali e l’Industria 4.0 sono pilastri attraverso i quali accelerare la transizione a modelli produttivi più avanzati e sostenibili. L’Italia è 45esima nelle classifiche internazionali e, nonostante il 70% delle scuole sia connessa in rete, la qualità della connessione è inadatta alla didattica digitale.

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Obiettivo 10: Ridurre l’ineguaglianza all’interno di e fra le nazioni (target e indicatori Istat)

Il 10% più ricco della popolazione nell’area OCSE ha un reddito medio disponibile 9½ volte quello del 10% più povero, mentre in Italia il divario – in forte crescita con la crisi – è pari a 11 volte. A livello mondiale le disparità di reddito e di ricchezza sono più ampie e si associano a forti disuguaglianze nell’accesso a servizi fondamentali di qualità e alla guida e indirizzo delle imprese.

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Obiettivo 11: Rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili (target e indicatori Istat)

Il 30% della popolazione urbana mondiale vive negli slum. Nelle città italiane il 10,4% della popolazione è in condizioni di disagio abitativo.

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Obiettivo 12: Garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo (target e indicatori Istat)

Almeno il 50% dei consumatori su scala mondiale è disposto a pagare di più per prodotti e servizi di aziende responsabili. In Italia la produzione di rifiuti urbani ammonta a 30 milioni di tonnellate all’anno, con un riciclo del 45% a fronte di un obiettivo di legge del 65%.

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Obiettivo 13: Promuovere azioni, a tutti i livelli, per combattere il cambiamento climatico (target e indicatori Istat)

Dal 1990 le emissioni globali di anidride carbonica sono aumentate del 50% circa: con l’attuale andamento si prevede che, entro la fine del secolo, la temperatura globale aumenterà di 3°C, con effetti disastrosi sugli equilibri ambientali e sociali. In Italia, dal 2014 al 2015 si è riscontrato un aumento del 3% delle emissioni.

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Obiettivo 14: Conservare e utilizzare in modo durevole gli oceani, i mari e le risorse marine per uno sviluppo sostenibile (target e indicatori Istat)

Tutte le grandi aree di pesca mondiali soffrono di overfishing, la produzione mondiale del pescato nel 2014 è stata di 93.4 milioni di tonnellate, in Italia il pescato è passato da 611.512 tonnellate del 1005 a 313.818 tonnellate del 2013.

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Obiettivo 15: Proteggere, ripristinare e favorire un uso sostenibile dell’ecosistema terrestre (target e indicatori Istat)

Nel mondo ci sono 23.928 specie minacciate di estinzione su 82.954. In italia, sulle 672 specie di vertebrati valutate, 161 sono a rischio di estinzione.

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Obiettivo 16: Promuovere società pacifiche e inclusive per uno sviluppo sostenibile (target e indicatori Istat)

Nell’area OCSE un procedimento nei tre gradi di giudizio si chiude in 788 giorni, in Italia in quasi 8 anni. In Italia, grazie alla legge sulla parità di genere nei consigli di amministrazione delle società quotate, si abbassa l’età media dei partecipanti ai board e aumenta il livello medio di istruzione.

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Obiettivo 17: Rafforzare i mezzi di attuazione e rinnovare il partenariato mondiale per lo sviluppo sostenibile (target e indicatori Istat).

Nel 2015 l’Aiuto Pubblico allo Sviluppo di tutti i paesi donatori è stato di USD 132 miliardi, pari allo 0,30 del PIL. L’Italia ha destinato all’APS USD 3,8 miliardi, lo 0,21% del PIL.

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“(…) L’Italia, com’è emerso dal rapporto presentato dal portavoce di ASviS, Enrico GIOVANNINI ha ottenuto tra il 2016 e il 2017, qualche BUON PROGRESSO IN 9 DELLE 17 AREE DI INTERVENTO previste dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Ovvero: salute, parità di genere, condizioni economiche e occupazionali, innovazione, modelli sostenibili di produzione e consumo, sviluppo delle città, disuguaglianze, qualità della governance, pace, giustizia e istituzioni solide e, infine, cooperazione internazionale. IN DUE CAMPI, EDUCAZIONE E LOTTA AL CAMBIAMENTO CLIMATICO, SIAMO RIMASTI FERMI. PEGGIORATI nei capitoli riguardanti POVERTÀ, ALIMENTAZIONE e AGRICOLTURA SOSTENIBILI, ACQUA E STRUTTURE IGIENICO-SANITARIE, SISTEMA ENERGETICO, CONDIZIONE DEI MARI ED ECOSISTEMI TERRESTRI. (…)”(Ferruccio De Bortoli, il Corriere della Sera, 6/10/2019)

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COME SALVARE IL PIANETA

di António Guterres, da “la Repubblica” del 6/10/2019 Continua a leggere

La RIGENERAZIONE delle FORESTE e dei BOSCHI (in Veneto, Trentino, Alto Adige, Friuli) dopo la tempesta “VAIA” del 29/10/2018, va avanti lentamente, nelle aree più “facili” e turistiche; e il legname ricavato diventa business – L’opportunità mancata di uno sviluppo nuovo della montagna (autonomo dalla pianura)

27-30 OTTOBRE 2018: SCIROCCO ECCEZIONALE, MAREGGIATE E ALLUVIONI IN ITALIA CON LA TEMPESTA “VAIA” – Tra sabato 27 e le prime ore di martedì 30 ottobre 2018 l’Italia è stata colpita da una fase perturbata tra le più intense, complesse e rovinose da molti anni, a causa della profonda depressione “VAIA” che – soprattutto lunedì 29 – ha attivato violentissime raffiche di scirocco, mareggiate, straordinarie onde di MAREA sull’ALTO ADRIATICO, e PIOGGE ALLUVIONALI soprattutto sulle ALPI ORIENTALI. Come avvenuto il 4 novembre 1966, ma con effetti molto probabilmente ancora più rovinosi, LA VIOLENTISSIMA TEMPESTA DI SCIROCCO SI È ACCANITA IN PARTICOLARE SULLE MONTAGNE DEL BELLUNESE, DEL VICENTINO, e anche in parte del FRIULI, del TRENTINO e dell’ALTO ADIGE orientali, con raffiche a 150-200 km/h che hanno RASO AL SUOLO VASTE PORZIONI DI FORESTA. Si stimano circa 8,6 milioni di metri cubi di legname abbattuto sui rilievi del Nord-Est. (da http://www.nimbus.it/eventi/2018/181031TempestaVaia.htm )

  

   L’evento accaduto la notte del 29 ottobre 2018 nelle Alpi italiane nord-orientali (in particolare nella regione del Veneto, ma anche in Trentino, Alto Adige e Friuli), questa distruzione del ciclone denominato “VAIA” (il nome in Europa di un ciclone è scelto dall’Institut für Meteorologie della Feie Universität Berlin, e si riferisce a una donna “reale”, tale Vaia Jacobs), questo ciclone è stato l’evento il più distruttivo mai registrato per le aree boschive del nostro Paese.

   Il numero totale degli alberi abbattuti è stato valutato in 14 milioni di piante, che sono 8 milioni di metri cubi di legname, distruggendo oltre 45mila ettari di foresta: una vera ecatombe di alberi, piante abbattute a fasce, o a macchia di leopardo (o, meglio dire, un rullo compressore che è andato a zigzagare sulle montagne) con versanti disintegrati e altri rimasti intatti, non toccati dalla violenza straordinaria di quel vento. Un tragico disastro senza precedenti.

MIANE (Vallata Vittoriese a nord della Marca Trevigiana) – Il lavoro per rimediare alla tempesta VAIA del 28 ottobre 2019 (foto dal periodico settimanale diocesano L AZIONE)

   Delle regioni del nord, quella più colpita è stata il Veneto, e poi a seguire il Trentino e l’Alto Adige, e anche il Friuli (e in misura molto minore la Lombardia). Tutti questi milioni di alberi oggi sono ancora in buona parte legname a terra.

   E il problema iniziale è stato capire cosa fare degli alberi abbattuti. Lasciati così, che naturalmente si decompongano, comporterà la possibilità che diventino pericolosi nel caso di frane e valanghe; rimuoverli permetterà di rimettere in sicurezza i luoghi dove sono caduti e anche di non sprecare il legno, trattandolo e vendendolo prima che i parassiti lo infestino e lo rendano inutilizzabile. Inoltre la rimozione degli alberi permetterà di liberare lo spazio necessario per poter piantarne di nuovi o permettere all’ecosistema di fare il suo corso e rigenerarsi.

VAL VISDENDE distrutti i boschi – “(…) MILIONI DI ALBERI A TERRA. E un formicaio di LAVORATORI VENUTI DALL’EST che li segano, li raccolgono e li rivendono per farne mobili o bancali. Così IL DISASTRO DIVENTA UN BUSINESS. Che però cambia in peggio l’economia della zona. (…)” (Fabrizio Gatti, L’ESPRESSO, 29 settembre 2019)

   E poi è da valutare quanto sia utile piantare nuovi alberi nelle zone colpite dal maltempo. A questo proposito gli esperti del settore sono prevalentemente d’accordo sul fatto che il ripopolamento della vegetazione delle zone colpite dalla “tempesta Vaia” dovrà avvenire solo in parte artificialmente, laddove c’è l’urgenza della presenza di alberi per problemi di protezione idrogeologica (per esempio per proteggere da valanghe e caduta di massi). Nella maggior parte dei casi invece si dovrà fare affidamento sulla capacità della foresta di ricostituirsi naturalmente. Oppure, sempre secondo molti esperti, una soluzione per la riforestazione dovrà essere quella di piantare specie diversificate di alberi, soprattutto faggi, larici e abeti bianchi.

Nella mappa in evidenza la percentuale di copertura forestale distrutta dalla tempesta Vaia (Fonte GeoLab, Università di Firenze)

   Quel che si capisce è comunque che una catastrofe ambientale come quella accaduta alla fine dell’ottobre 2018, un evento così eccezionale, di fatto non è stato e non si è in alcun modo pianificato; ed è assai probabile che non lo si farà per il futuro (anche se si sa che accadrà ancora…). Questo fa capire la totale impreparazione che c’è stata (e ci sarà) a “reagire”, rispondere all’evento tragico di un ciclone simile. Eppure sono già successi più volte eventi simili in Europa, anche peggiori: nel 1999 in Francia e Germania sono caduti a terra più di 150 milioni di metri cubi di legname, quasi venti volte tanto le cifre del ciclone Vaia.

SCHIANTI DI VENTO IN EUROPA DAL 1950 AD OGGI (da http://www.nimbus.it/) – “(…) La TEMPESTA VAIA del 29 ottobre 2018, nelle classifiche europee non è un record. Nel 1990 UNA SERIE DI OTTO TEMPESTE, tra cui il CICLONE VIVIAN con venti fino a 280 chilometri orari, ha demolito 120 milioni di metri cubi di foreste dal REGNO UNITO alla SVIZZERA attraversando FRANCIA e GERMANIA. E i Cicloni LOTHAR e MARTIN, esattamente vent’anni fa (1999), ne hanno buttate giù per altri 240 milioni. (…)” (Fabrizio Gatti, da L’ESPRESSO, 29 settembre 2019)

   Il “post ciclone Vaia” si è poi rivelato (si sta rivelando) deludente nei modi in cui si ripristina la montagna; per tre fattori: a) i lavori di ripristino procedono lentamente (la maggior parte di abeti rossi e altre piante in luoghi impervi sono ancora lì); b) i lavori sono molto “a caso” (si lascia da parte i luoghi impervi e interni rispetto alle strade, e spesso si privilegiano aree vicine alla strada e/o altamente turistiche); e, c) quel che si è fatto e si sta facendo non va in direzione di un “nuovo corso” (un nuovo sviluppo della montagna) ma risulta essere solo di pura speculazione di gestione e vendita del legname.

SCHIANTI DI VENTO IN ITALIA DAL 1950 AD OGGI (da http://www.nimbus.it/) – “(…) Dalla furia che a volte l’Oceano Atlantico ci spedisce siamo sempre stati protetti dalle Alpi, essendo l’Italia sottovento rispetto allo spartiacque. Le cose però cambiano se sono le temperature più calde del Mediterraneo a innescare venti forti, come è accaduto un anno fa: con scirocco e libeccio la catena alpina, per gli effetti di sbarramento sulle precipitazioni e l’accelerazione delle correnti d’aria lungo le valli, non ci salva più. Anzi, peggiora le condizioni. (…)” (Fabrizio Gatti, L’ESPRESSO, 29 settembre 2019)

   A proposito della possibilità (opportunità) mancata per un “nuovo corso”, già avevamo trattato la problematica in questo blog geografico (nel novembre dello scorso anno, dopo il tragico accadimento). E avevamo indicato quelle che, a nostro modesto avviso, potevano essere le premesse per una “rinascita nuova” della montagna e del rapporto che noi abbiamo con essa. Riflessioni che, per noi, rimangono valide anche a un anno di distanza, e che vi riproponiamo.

MAPPA della VAL VISDENDE, dov’è, tra le più devastate dal ciclone Vaia – “(…) Nel cuore della VAL VISDENDE si arriva risalendo il PIAVE. La svolta a sinistra, prima degli ultimi chilometri verso SAPPADA e il Friuli, porta a una degli epicentri della distruzione (…)”. (Fabrizio Gatti, L’ESPRESSO, 29/92019)

   Perché nella disgrazia di questi eventi, POTREBBE (poteva) anche NASCERE L’OPPORTUNITA’ di ripensare in modo nuovo il rapporto con la montagna, con chi ci vive, con il paesaggio e la natura che essa ha. Rileviamo infatti, concentrandoci in particolare sulla MONTAGNA BELLUNESE, le difficoltà che in questi anni essa sta vivendo:
1– esiste un palese SQUILIBRIO TERRITORIALE tra zone iperturistiche (con le caratteristiche negative delle città di pianura: come l’inquinamento atmosferico da automobili e riscaldamento domestico ad esempio…) ed altre realtà bellunesi di zone IN COMPLETO ABBANDONO (specie nella cosiddetta “mezza-montagna”, posti isolati, senza alcuna cura, spesso pieni di rovi ed erba alta, a volte vengono scaricati rifiuti… totale disinteresse di tutti);
2– l’AVANZARE DEL BOSCO in questi decenni di abbandono ha tolto spazio ai prati e al pascolo, creando un disequilibrio nel paesaggio montano sempre in situazione di progressivo abbandono di qualsiasi attività rurale;
3– la MANCATA CURA DI SENTIERI, TERRAZZAMENTI prima esistenti, SCOLI e TORRENTI, ha smosso terreni ora più soggetti a FRANE: lo stesso abbandono di stalle e abitazioni in altura, diventati ruderi, fa sì che non ci siano più “sentinelle” date da persone che in questi posti ci vivevano e segnalavano il pericolo di smottamenti e fragilità;
4– E’ una montagna, quella “turistica”, fatta di TANTISSIME SECONDE CASE, uno sviluppo edilizio incredibile dagli anni ’60 del secolo scorso ad oggi; e si è poi aggiunto un TURISMO di massa che privilegia il “MORDI E FUGGI” (nei passi dolomitici quasi sempre d’estate i gruppi di motociclisti manco si fermano, un rumore assordante, gas di scarico…. oppure se si fermano lo fanno per qualche minuto in situazioni caotiche di affollamento…) (POSSIAMO INCOMINCARE A PRATICARE UN TURISMO DIVERSO?);
5– l’ECONOMIA ARTIGIANALE (E INDUSTRIALE) della montagna SOPRAVVIVE, ma è in itinere (a volte bene a volte male): l’occhialeria del Cadore pare riprendersi anche sulla spinta dell’Agordino e della Luxottica internazionale. Idem per la falegnameria e l’industria del legno (adesso, con purtroppo i milioni di alberi caduti, se ne avrà di materia prima!). Un’economia comunque subordinata a quel che accade in pianura, che cerca di tenersi stretto fin che può quel che ha e niente più;
6– le ISTITUZIONI LOCALI (i Comuni) del bellunese sono frammentatissime, contano poco o niente e non hanno risorse finanziarie neanche per pulire le strade dalla neve anche quelle poche volte che viene. In provincia di Belluno ci sono 64 comuni, per una popolazione complessiva di 203mila abitanti (in calo, UNO SPOPOLAMENTO LENTO MA PROGRESSIVO, costante negli ultimi decenni): vi è una media per comune di poco meno di 3.300 abitanti per comune… (in alcuni comuni non si riesce neanche a fare una lista per eleggere un sindaco, o non si riesce a raggiungere il quorum sufficiente) (che senso ha mantenere tutti questi comuni?).

La strada per il Lago di Carezza, tra la Val di Fassa e la Val d’Ega, ricoperta di tronchi d’abete schiantati, la mattina del 30 ottobre 2018 (f. Vigili del Fuoco). (da http://www.nimbus.it/)

   E torniamo a sottolineare che l’elemento forte del bellunese ora resta ed è solo il TURISMO, MA NON DAPPERTUTTO: solo in alcune aree urbane (Cortina, Auronzo, Alleghe, Arabba e la Marmolada, etc…). E’ un turismo “DI CITTÀ” (come andare in una località marina), spesso con il divertimentificio dello sci in un ambiente dove la neve arriva assai poco in inverno: e allora bisogna spendere (e pubblicamente sponsorizzare) piste da sci con NEVE ARTIFICIALE, ad altissime SPESA ENERGETICA e UTILIZZO DI ACQUA; e non si sa quanto faccia bene all’ambiente questa neve artificiale…
CHE SENSO HA ALLORA CONTINUARE CON QUESTO TURISMO (DELLA NEVE) ARTIFICIALE, senza speranza?

ASIAGO E L’ESPERIMENTO DELL’ESPLOSIVO – L’ESPLOSIVO PER ELIMINARE I CEPPI DEGLI ALBERI ABBATTUTI DA VAIA?? (4 settembre 2019) – L’esperimento sull’ALTOPIANO di ASIAGO. Microcariche di dinamite infilate nei ceppi per rimuoverli in sicurezza. In azione l’esperto che ha demolito anche i tronconi del ponte Morandi a Genova. L’idea è semplice: usare piccole cariche di esplosivo per rimuovere i ceppi radicati nel terreno, quel che resta cioè della strage di alberi dopo la tempesta Vaia. L’esperimento è andato in scena sull’altopiano di Asiago. Protagonista Danilo Coppe, l’esperto di esplosivi coinvolto nella demolizione dei monconi del ponte Morandi a Genova. La tecnica potrebbe essere utile soprattutto nelle zone impervie, dove il lavoro dei boscaioli è particolarmente a rischio.

   IL DISASTRO AVVENUTO poteva diventare l’OPPORTUNITA’ PER CAMBIARE MARCIA E PROGETTO PER LA MONTAGNA VENETA. E’ una montagna che non può nemmeno godere di una politica regionale univoca: mentre il Trentino e Sud Tirolo sono province regionali dove c’è solo “montagna”, e lì ogni azione politica necessariamente tiene conto dell’unicità del territorio, il Veneto è fatto di tante realtà territoriali dal punto di vista geomorfologico, e la montagna è solo una di queste realtà, forse quella di minor attenzione rispetto all’area di pianura PaTreVe (Padova, Treviso, Venezia), alla Laguna veneziana e veneta, al litorale marino, alle aree pedemontane come quella vicentina e trevigiana…

SVEZIA – Catasta da oltre 1 milione di metri cubi di legname costituita dal legname esboscato dopo la TEMPESTA GUDRUN (2005), legname depositato in un aeroporto abbandonato nel sud della SVEZIA (Fotografia: Ola Nilsson)

   LA CENTRALITA’ della montagna passa anche per garantire i servizi essenziali per la gente del posto (servizi scolastici, sanitari, le Poste, uffici pubblici, dei settori specifici settoriali del lavoro…). E la RICOSTRUZIONE sarebbe bello avvenisse (dei boschi, delle terre franose e dissestate…) da parte di soggetti locali, riuniti in progetti e società che mettano insieme il lavoro e le loro competenze (agroforestali, geologiche, naturalistiche, ambientali, di gestione di un turismo creativo e responsabile, e non parassitario…).
Perché, è da chiedersi, il controllo ambientale viene gestito dalla Università di pianura (Padova…)? …e non nasce invece un’Università, un CENTRO DI RICERCA SULLA MONTAGNA e le sue specificità che sia collocato e governato geograficamente lì…. in fondo il rapporto anche scientifico e di “aiuto” alla montagna assume adesso (FINORA) UNA VESTE “COLONIALE” (persone, tecnici, esperti, che “da fuori” vengono a fare rilievi, a dire cosa serve…).
Il SUPERAMENTO della frammentazione DEGLI ATTUALI COMUNI con istituzioni di Enti comunali (cittadini) per AREE OMOGENEE (l’Agordino, il Cadore, il Comelico, il Feltrino, l’Alpago, il bellunese, la Val Belluna, ect.) permetterebbe di creare ISTITUZIONI PIÙ AUTOREVOLI in grado di affrontare politicamente, organizzativamente, finanziariamente… i problemi della propria area geografica, dando risposte efficaci e condivise dalla comunità.

   E infine, una RICOSTRUZIONE DEI BOSCHI E DEL PAESAGGIO della montagna bellunese, dando lavoro e coordinando serie e autorevoli iniziative di sviluppo ambientale e sociale PER UNA “NUOVA MONTAGNA”, questo sarebbe il giusto compenso che tutti potrebbero dare (istituzioni regionali, nazionali, europee, associazioni locali e spontanee, noi individualmente…) a un valore territoriale e ambientale che va rivisto completamente nel suo sviluppo. (s.m.)

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“LA VOCE DEL BOSCO”: UN FILM PER L’AGORDINO – DIMITRI FELTRIN, il vicesindaco di Trevignano (comune del trevigiano che di professione fa il regista, ha realizzato un sodalizio artistico con la fisarmonicista FRANCESCA GALLO e dalla loro collaborazione è nato un nuovo FILM-DOCUMENTARIO DEDICATO ALLA MONTAGNA AGORDINA: “LA VOCE DEL BOSCO”. Si narra della MONTAGNA AGORDINA DEL DOPO-VAIA attraverso il racconto dei suoi alberi, delle sue tradizioni, dei suoi antichi mestieri, dei suoi abitanti che continuano a mantenere vitale la montagna. – Il film-documentario sarà proiettato IN PRIMA NAZIONALE A BELLUNO, AL TEATRO COMUNALE, MARTEDI’ 29 OTTOBRE, A UN ANNO ESATTO DALLA TEMPESTA VAIA, all’interno della RASSEGNA “OLTRE LE VETTE”. La prima trevigiana sarà invece il 6 NOVEMBRE, A PALAZZO BOMBEN, IN CENTRO A TREVISO – (da “la Tribuna di Treviso” del 2/10/2019)

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ASIAGO RIPARTE DALL’AUTUNNO E DAL RICORDO. Ad un anno da quel giorno di ottobre in cui la tempesta Vaia colpì il territorio causando, in poche ore, l’abbattimento di 14 milioni di alberi, al MUSEO LE CARCERI di Asiago, dal 27 ottobre al 6 gennaio 2020, si potrà visitare la mostra “IL SENSO DI VAIA”, un percorso con installazioni artistiche provenienti dagli schianti e dai boschi travolti da Vaia. Scenografie verdi, profumi, suoni ed esperienze tattili accoglieranno il visitatore in un viaggio culturale che si fa strumento di riflessione. Le installazioni sono dell’artista scledense PAOLO CEOLA (www.paoloceola.com )(come nella foto qui sopra), ed è presentata in collaborazione con l’associazione NaturalArte (www.naturalarte.it )

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LA FORESTA ABBATTUTA

UN ANNO DOPO IL CICLONE VAIA UNA FABBRICA DI BOSCAIOLI SI PRENDE IL LEGNO DELLE DOLOMITI

di Fabrizio Gatti, da L’ESPRESSO, 29 settembre 2019

– Milioni di alberi a terra. E un formicaio di lavoratori venuti dall’est che li segano, li raccolgono e li rivendono per farne mobili o bancali. Così il disastro diventa un business. Che però cambia in peggio l’economia della zona –

   Il lamento rauco delle motoseghe arriva dal fondovalle in dentro le pieghe della montagna. Da un anno, tutti i giorni dall’alba al tramonto, è il suono tipico delle Alpi tra Friuli, Veneto e Trentino.

   Quassù, dove si arrampicano le mulattiere Continua a leggere

CONCESSIONI AUTOSTRADALI e RINNOVI impropri – La Corte di Giustizia dell’Unione Europea, il 18/9/2019 ha stabilito che la PROROGA SENZA GARA di concessioni stradali è ILLEGITTIMA – Come superare la mala-gestione (e con facili profitti) delle GRANDI OPERE? (non solo autostrade, ma MOSE, Tlc, gas…)

LA CORTE DI GIUSTIZIA DELL’UNIONE EUROPEA, il 18 settembre 2019, ha stabilito che LA PROROGA SENZA GARA DI CONCESSIONI AUTOSTRADALI È ILLEGITTIMA (una pratica italiana, delle PROROGHE DELLE CONCESSIONI DEI SERVIZI E INFRASTRUTTURE PUBBLICHE SENZA GARA assai diffusa)

   Il caso della condanna dell’Italia da parte della Corte di Giustizia dell’Unione Europea a un caso specifico di proroga senza gara della concessione autostradale (della tratta Livorno-Cecina dell’autostrada A12 Livorno-Civitavecchia), questa condanna non fa altro che ribadire, ufficializzare a livello europeo, l’insana usanza (illegittima) da parte dei governi italiani (di tutti i colori, di destra e di sinistra) a prorogare concessioni (con profitti ultra-milionari regalati) a imprese private, spesso multinazionali (com’è “ATLANTIA”, nel senso di “AUTOSTRADE PER L’ITALIA”, diventata tristemente famosa perché gestrice del ponte Morandi crollato a Genova), che “promettono” di fare/prolungare una nuova tratta, una galleria, un raccordo tra autostrade, etc.; e in cambio hanno proroghe della concessione (senza alcuna gara!) che possono arrivare anche fino a venti anni.

20 SETTEMBRE 2019 – APPALTI PUBBLICI E COSTRUZIONE DI AUTOSTRADA: SENTENZA DELLA CORTE DI GIUSTIZIA UE – La Corte di Giustizia Ue, ha esaminato, mercoledì 18 settembre 2019, la Causa C 526/17 Commissione europea contro Repubblica italiana su Appalti pubblici e costruzione di Autostrada. (….) LA CORTE (QUINTA SEZIONE) HA DICHIARATO E STATUITO: 1) LA REPUBBLICA ITALIANA, AVENDO PROROGATO DAL 31 OTTOBRE 2028 AL 31 DICEMBRE 2046 LA CONCESSIONE DELLA TRATTA LIVORNO CECINA DELL’AUTOSTRADA A12 LIVORNO CIVITAVECCHIA (Italia) SENZA PUBBLICARE ALCUN BANDO DI GARA, È VENUTA MENO AGLI OBBLIGHI AD ESSA INCOMBENTI in forza degli articoli 2 e 58 della direttiva 2004/18/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 31 marzo 2004, relativa al coordinamento delle procedure di aggiudicazione degli appalti pubblici di lavori, di forniture e di servizi, come modificata dal regolamento (CE) n. 1422/2007 della Commissione, del 4 dicembre 2007. (….) (da http://www.appaltiecontratti.it/ )

   E la proroga delle concessioni senza gara d’appalto non riguarda solo le concessionarie autostradali, ma anche concessioni di molti altri servizi pubblici (come le telecomunicazioni, le forniture del gas, dell’elettricità, etc.) (e poi ci sono le concessioni di utilizzo di territori demaniali…).

   Paradossalmente accade che “grandissimi business”, come sono queste concessioni, sono prorogate senza gara (con guadagni inimmaginabili), e invece piccoli servizi di privati in ambito pubblico, sono ferreamente regolamentati: con conseguenze severe se qualche difetto è accaduto nella gara d’appalto (e questo è un po’ il senso del pregevole e documentato articolo che vi proponiamo all’inizio di questo post).

(mappa dei tratti autostradali gestiti da “Autostrade per l’Italia”) – AUTOSTRADE PER L’ITALIA, CONTROLLATA DA ATLANTIA (Benetton) non è l’unico concessionario: ma GESTISCE DA SOLA UNA BUONA METÀ della rete autostradale, 2854,6 KM (che diventano 2964,6 se si aggiunge la rete delle controllate) su 6668 KM COMPLESSIVI, anche se ci sono (oltre all’ANAS, che gestisce direttamente 904,6 km senza pedaggio) ALTRI 23 CONCESSIONARI. E’ evidente che la Convenzione con Autostrade è quella più economicamente rilevante.

   Al di fuori del sistema autostradale (tutto o quasi soggetto a proroghe di concessioni – anche ventennali! – senza gara) emblematico è il caso delle dighe mobili veneziane che la dovrebbero preservare (Venezia) in casi straordinari (eventi eccezionali) di acqua alta. IL MOSE (la sigla sta per “Modulo sperimentale elettromeccanico”) è stato dato in costruzione e gestione (costruzione lungi dall’essere completata, è iniziata nel 2003, e molti pensano che è un progetto tecnologico già fallito, irrealizzabile) il Mose, si diceva, è già costato una montagna di soldi (dall’iniziale miliardo e mezzo previsto, a ben 5 miliardi e mezzo di euro al 2018). Ed è stato appunto dato (progetto e costruzione) in CONCESSIONE UNICA, un affidamento esclusivo e omnicomprensivo, che ha consentito a un solo operatore privato, il CONSORZIO VENEZIA NUOVA, di disporre di tutte le risorse che lo Stato trasferiva per la salvaguardia di Venezia. Un consorzio che decide autonomamente la progettazione del sistema e le soluzioni tecnologiche da utilizzare. Una caterva di soldi pubblici in un’opera – e in tangenti e incarichi spesso inutili – che non si riesce a concludere.

(nella foto: i cantieri del Mose alla bocca di porto di Malamoco) – IL MOSE (Modulo sperimentale elettromeccanico) E LA CONCESSIONE UNICA – “(…) La concessione unica è un affidamento esclusivo e omnicomprensivo, che ha consentito a un solo operatore privato, il CONSORZIO VENEZIA NUOVA, di disporre di tutte le risorse che lo Stato trasferiva per la salvaguardia di Venezia. Un consorzio che decide autonomamente la progettazione del sistema e le soluzioni tecnologiche da utilizzare. Rispetto alla concessione delle autostrade il concessionario ora è interamente privato. IL SISTEMA MOSE È STATA UNA VERA E PROPRIA SPERIMENTAZIONE IN CUI SONO STATI COINVOLTI dirigenti regionali e ministeriali, finanzieri, centri di ricerca, università. Attraverso CONSULENZE, COLLAUDI, DIREZIONE LAVORI si sono cooptate moltissime persone, inclusi ricercatori e intellettuali, enti pubblici e privati. ATTRAVERSO INCARICHI E RELATIVI COMPENSI IL MOSE SI È COMPRATO IL CONSENSO DI UN’AMPIA FETTA DELLA SOCIETÀ VENEZIANA. (…)” (Ilaria Boniburini, da EDDYBURG – http://www.eddyburg.it/ – 29/3/2019)

   Ma, se nonostante lo scandalo Mose, esso non ha suscitato una situazione collettiva, mediatica di contestazione al sistema delle CONCESSIONI, diverso è accaduto con il caso del tragico crollo del PONTE MORANDI DI GENOVA. Il crollo del Ponte Morandi a Genova il 14 agosto 2018, e la tragedia delle 39 vittime, ha aperto (dolorosamente) la questione di quello che è il SISTEMA DELLA MOBILITÀ IN ITALIA rappresentato dalle società autostradali private che, IN REGIME DI CONCESSIONE PUBBLICA, non riescono a garantire una manutenzione seria alle infrastrutture date loro, appunto, in concessione.

Il Ponte Morandi Genova, crollato il 14 agosto 2018, che ha causato 39 vittime (foto da www_huffingtonpost_it)

    Forse il problema principale (la causa) sta proprio in queste concessioni che si prolungano senza gara: per dire, l’allora ministro Delrio prorogò ad “Autostrade per l’Italia” la concessione che scadeva nel 2038, al 2042 (quattro anni in più!), con l’impegno di Autostrade per l’Italia di finire la Gronda di Genova (specie di circonvallazione autostradale per sgravare il centro di Genova dal traffico di passaggio). L’impegno pertanto dei concessionari per avere proroghe senza gara, “gratuite”, è di FARE NUOVE TRATTE, o prolungamenti, e NON DI CURARE LA MANUTENZIONE straordinaria che invece serve.

(nella foto: IVAN CICCONI, ingegnere esperto di infrastrutture e di appalti pubblici, scomparso il 19 febbraio 2017) – “(…) L’impresa postfordista, come affermava IVAN CICCONI è «una grande impresa virtuale che inevitabilmente scarica, attraverso una ragnatela di appalti e subappalti, la competizione verso il basso e induce, anche nella piccola e media impresa, una competizione tutta fondata sullo sfruttamento del lavoro nero, grigio, precario, atipico». Questo modello per l’IMPLEMENTAZIONE DI GRANDI OPERE PUBBLICHE si basa sulla PRIVATIZZAZIONE DELLA COMMITTENZA PUBBLICA. ATTRAVERSO UN CONTRATTO DI CONCESSIONE, SI AFFIDA LA PROGETTAZIONE, LA COSTRUZIONE E TALVOLTA ANCHE LA GESTIONE dell’opera pubblica, AD UNA SOCIETÀ DI DIRITTO PRIVATO (Spa), ma il CAPITALE è tutto PUBBLICO, così come il RISCHIO del recupero dell’investimento. Le società coinvolte, appalti, subappalti, consulenze vengono così a operare in UN REGIME DI DIRITTO PRIVATO FUORI DALLE REGOLE e dal controllo della contabilità pubblica, spesso in UN REGIME DI MONOPOLIO O OLIGOPOLIO COLLUSIVO». (da Ilaria Boniburini, http://www.eddyburg.it/, 29/3/2019)

   Tra l’altro queste concessioni senza gara, fanno sì che il concessionario diventi di fatto proprietario dell’infrastruttura: fino a decidere chi deve fare eventuali lavori, naturalmente senza alcuna gara con queste imprese “minori”. Infatti si occupano dei lavori per lo più società interne, e così non c’è concorrenza nel settore. Anche questo è un regalo del governo (nel 2009): cioè la possibilità, per i concessionari privati, di affidare in via diretta -senza gara d’appalto- fino al 60% dei lavori a società loro controllate o collegate.

la rete austradale italiana

   Per concludere (ed invitarvi ad approfondire l’argomento con gli articoli che qui di seguito vi proponiamo) vien da dire che la legalità e il buon governo dei servizi e delle infrastrutture pubbliche, in Italia è cosa problematica. E che ora porre rimedio a concessioni avvenute senza gara che scadranno chissà quando (nel 2042…ma anche dopo alcune…) è cosa non semplice. Una revisione “del tutto” è però necessaria; e forse può essere di aiuto la sentenza della Corte di giustizia Ue che abbiamo all’inizio citato (seppur per un caso minimo e particolare, ma significativo -parte della tratta autostradale Livorno-Civitavecchia-). (s.m.)

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(nella foto: l’urbanista EDOARDO SALZANO) – E’ SCOMPARSO A 89 ANNI, il 23 settembre scorso (2019), EDOARDO SALZANO, personaggio importante e assai noto nel campo dell’urbanistica italiana. Nato a Napoli, si laurea a Roma in ingegneria civile edile nel 1957. Dal 1972 al 1976 è docente nel corso di laurea in URBANISTICA dell’Istituto universitario di architettura di Venezia (IUAV), dove sarà anche professore straordinario di Urbanistica nel 1976 e infine professore ordinario dal 1979. Allo Iuav ha insegnato PROGETTAZIONE DEL TERRITORIO dal 1979 al 1993 e poi FONDAMENTI DI URBANISTICA. È poi presidente del Corso di laurea in Pianificazione territoriale, urbanistica e ambientale (sempre allo Iuav veneziano) dal 1994 al 2001 e Preside della Facoltà di Pianificazione del territorio dal 2001 al 2003. All’attività universitaria (ma anche di redazione di piani urbanistici di varie città e membro in Commissioni ministeriali) ha sempre affiancato una significativa attività politica: consigliere comunale a Roma dal 1966 al 1974, consigliere comunale a Venezia dal 1975 al 1990, e assessore all’urbanistica veneziano dal 1975 al 1985, consigliere regionale del Veneto dal 1986 al 1990. Tra le numerose attività divulgative, noi ricordiamo qui Salzano come FONDATORE DEL PREGEVOLE SITO/BLOG veneziano di urbanistica http://www.eddyburg.it/

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IMPLACABILI (E DANNOSI) CON I PICCOLI APPALTI, A TAPPETINO CON LE AUTOSTRADE

di Luigi Oliveri, da https://phastidio.net/    23/9/2019

   La Corte di Giustizia dell’Unione Europea, ha stabilito che la proroga senza gara di concessioni stradali è illegittima, con sentenza della Sezione V, 18 settembre 2019, nella causa C-526/17. Questo Portale ha molte volte trattato dell’anomalia tutta italiana delle proroghe e dei rinnovi ai concessionari autostradali senza uno straccio di procedura concorsuale.

   Evidentemente, per giungere a concludere l’ovvio, però, occorre aspettare che sia un giudice ad esprimerlo. E l’ovvio sta nel rilevare che una proroga di ben 18 anni e 2 mesi Continua a leggere