LA TRAGEDIA INFINITA di chi fugge da povertà (migranti economici) e/o guerra (rifugiati) – Il fenomeno in Europa si è attenuato, ma la percezione mediatica di “INVASIONE” non guarda la realtà – L’Africa implode demograficamente, e l’Europa non offre ad essa un volano di sviluppo nel mondo globale – CHE FARE?

L’unica donna sopravvissuta al naufragio libico, in cui sono morti una donna con il suo piccolo, ritrovati ormai privi di vita dall’ONG OPEN ARMS, si chiama JOSEPHA e viene dal CAMERUN. Il suo salvataggio è quasi un miracolo: è rimasta per due giorni in mare sostenendosi a galla grazie ad un pezzo di legno, prima che i volontari di OPEN ARMS la ritrovassero al largo della Libia. A raccontare la sua storia è ANNALISA CAMILLI, una giornalista di ‘INTERNAZIONALE’ che si trova a bordo della nave della ong spagnola. Secondo la ricostruzione, i resti del gommone sono stati individuati alle 7.30 del 17 luglio, a una distanza di 80 miglia dalle coste libiche. (17/7/2018, da http://www.fanpage.it/ )

   La percezione di invasione dall’Africa, che stiamo vivendo in questi mesi è, appunto, solo una percezione. I dati dicono che nei primi sei mesi del 2018 gli arrivi sulle coste europee sono diminuiti di cinque volte rispetto ai picchi del 2016 (dati Unhcr, l’Agenzia delle Nazioni Unite specializzata nella gestione dei rifugiati).

A soccorrere la profuga è stato JAVIER FIGUERA, un ragazzo spagnolo di 25 anni: “Quando le ho preso le spalle per girarla – ha detto commosso – ho sperato con tutto il mio cuore che fosse ancora viva. Dopo avermi preso il braccio non smetteva di toccarmi, di aggrapparsi a me”. (17/7/2018, da http://www.fanpage.it/ )

   Su tutto sembra di capire che il problema comunque esiste ed è serio. L’Africa sta implodendo demograficamente, e in ogni caso anche accorte politiche di ciascuno stato africano (anche con progetti di modernizzazione, come l’educazione e la scuola per le bambine, che ridurrà il disequilibrio tra i sessi, ma anche impedirà che dai 13 anni inizino ad avere figli), di sviluppo delle società africane… e dall’altra politiche europee che impediscano l’immigrazione (a volte in modo autoritario e disumano, come accadde adesso con i respingimenti, oppure con progetti di sviluppo in loco atti a “far rimanere” i potenziali migranti)…. ebbene anche con un contenimento demografico africano e la politica di chiusura dei confini europei, ci sarà sempre un grande disequilibrio tra un’Africa con una media di età della popolazione estremamente giovane, e dall’altra un’Europa “vecchia”. E il travaso sarà spontaneo sicuramente: giovani generazioni africane cercheranno di andare dove possono vivere meglio (come è accaduto con le migrazioni europee verso le Americhe nel passato).

16 LUGLIO 2018 – Dopo Francia, Malta e Germania anche Spagna e Portogallo hanno dato la loro disponibilità a prendere 50 dei 450 migranti salvati su un barcone nei pressi dell’ISOLA DI LINOSA. E mentre il premier GIUSEPPE CONTE plaude al risultato, il primo ministro della Repubblica Ceca, ANDREJ BABIS, attacca il governo, dicendo che questa è la «strada verso l’inferno» . Aggiunge che il suo Paese «non prenderà nessun migrante» e chiede di attenersi al «principio di volontarietà» per il quale ci si era accordati al Consiglio europeo, mantenendo rigida la posizione anti immigrazione, che condivide con Polonia, Slovacchia e Ungheria. «Non accogliamo nessuno. Gli elettori ungheresi si sono espressi chiaramente alle ultime elezioni: non vogliono vivere in un paese di immigrati» dice ISTVAN HOLLIK, portavoce del gruppo parlamentare di FIDESZ, il partito del premier VIKTOR ORBAN. Da LA STAMPA del 16/7/2018 (mappa Isole Pelagie_ LINOSA_da WIKIPEDIA)

   Pertanto è pur vero che si sta “contenendo” il flusso “sud-nord”, e la percezione di “invasione” è fomentata dai gruppi sovranisti (nazionalisti) che quasi dappertutto adesso monopolizzano il contesto politico europeo; ma il problema esiste (delle presenti e future immigrazioni), e se ben gestito può anche diventare un volano di nuovo sviluppo per la stessa Europa. Con un “ringiovanimento” della popolazione, opportunità di sopperire anche al nostro calo demografico, che è anche una difficoltà economica, culturale. Ma richiede appunto una accorta politica europea, il non rinchiudersi degli Stati in un perdente progetto nazionalista (con gli slogan di adesso di “prima l’Italia”, la Slovacchia, la Polonia, la Repubblica Ceca, l’Austria… eccetera…”).

“L’AFRICA, ma sarebbe più corretto parlare di AFRICHE, è un continente enorme con oltre un miliardo di persone, 54 Stati diversi per condizioni politiche, economiche, climatiche e sociali…” (Riccardo Barlaam e Giuseppe Chiellino, “Il Sole 24ore”, 15/7/2018)

   Alcune osservazioni però vengono in mente:
– la politica dei respingimenti verso la Libia, un paese che non da alcuna garanzia del rispetto dei diritti umani, non può andar bene: è chiudere gli occhi, non sentire le disumanità che lì accadono (poco o nulla fanno i quasi inesistenti interventi di autorità di garanzia esterni). In Libia è vero che c’è stato l’accordo tra il governo Gentiloni e quello di Fayez Al Sarraj, ma questo governo libico a tutt’oggi viene definito disumano dalle Nazioni Unite, che ha fatto dire all’Alto commissario Zeid Raad Al Hussein: «La sofferenza dei migranti detenuti nei campi in Libia è un oltraggio alla coscienza dell’umanità»;
– politiche di sviluppo e incentivazione “a restare” nei paesi africani di origine, l’Europa non le sta facendo per niente: perché, come qualcuno di tanto in tanto accenna, non pensare a un “piano Marshall” africano? ..che consideri comunque caratteristiche e rispetto delle popolazioni, dell’ambiente, delle risorse naturali, della storia e tradizioni, con valutazioni di impatto ambientale e sociale, del controllo dei finanziamenti, di opportunità di studio e formazione per i ragazzi africani, di cura della salute, di regole e diritti umani rispettati … Un piano di sviluppo pensato, autogenerato in loco, prodotto da quei movimenti africani più democratici e seri?

Nel 2017 gli sfollati sono stati 10 milioni, appena 172mila hanno raggiunto le nostre coste dal Mediterraneo secondo l’Unhcr – Rispetto ai picchi del 2015-2016 gli arrivi sono diminuiti di cinque volte, restano gravi problemi di gestione a cominciare dall’integrazione

   Una immigrazione regolare in Europa permetterebbe poi di ridare fiato a servizi pubblici ora in crisi (come scuole primarie che chiudono per mancanza di bambini), di attività (rurali, artigianali…) e luoghi (paesi) che si desertificano, di un rilancio dell’economia e, come dice il presidente dell’Inps, pure di avere le risorse per pagare le pensioni agli anziani italiani, con i contributi degli immigrati che lavorano…. Pertanto vi è la necessità di realizzare una vera integrazione che trasformi i migranti da scappati di casa in cittadini.
Questioni non da poco, da valutare bene; ma se non si ha il coraggio di cambiare, il decadimento della società europea è nei fatti.

I DANNATI DELLA TERRA DI ADESSO – “(…..) ALESSANDRO LEOGRANDE ne LA FRONTIERA (FELTRINELLI,) il libro che meglio ha raccontato questi nuovi dannati della terra, riferisce alla perfezione cosa significa tutto questo: «Alla base di ogni viaggio c’è un fondo oscuro, una zona d’ombra che raramente viene rivelata, neanche a se stessi. Un groviglio di pulsioni e ferite segrete che spesso rimangono tali. Ma capita altre volte che ci siano dei viaggiatori che ne hanno passate così tante da esserne saturi. Sono talmente appesantiti dalla violenza e dai traumi che hanno dovuto subire, nauseati dall’odore della morte che hanno avvicinato, da non voler far altro che parlarne»(…)”. (ANGELO FERRACUTI, “IL MANIFESTO”, 15/7/2018)

   Il pensiero geografico che qui noi vorremmo frequentare, approfondire, le conoscenze e la convivenza delle etnìe, un’individuazione dei luoghi e delle culture italiche che potranno essere rinvigorite dai “nuovi italiani”, “nuovi europei”…tutto questo la disciplina geografica, liberatasi dei suoi limiti e orpelli scolastici, nozionistici, folclorici… potrà diventare uno strumento serio ed importante di creazione di questo nuovo mondo basato sulla pace e sullo sviluppo, e rispetto di ciascuna persona. (s.m.)

“…L’Africa subsahariana rappresenta solo il 14% della popolazione mondiale ma quasi la metà dei nuovi rifugiati si registra dal Sahara in giù: 5,5 milioni di persone, 46,4% del totale mondiale. Nord Africa e Medio Oriente hanno avuto 4,5 milioni di rifugiati. A questi vanno aggiunti i migranti economici. In totale nel 2017 hanno lasciato la loro casa in Africa circa 10 milioni di persone. Ma dal «fronte Sud» di Italia, Spagna e Grecia sono transitate verso l’Europa 172.301 persone, con 3.139 tra morti e scomparsi stimati (morti che potrebbero essere evitati con un accordo politico con i Paesi nordafricani, e una semplice rete di radar come accadde anni fa con i gommoni provenienti dall’Albania). Su 10 milioni di profughi africani insomma 172mila prendono la via del mare….” (Riccardo Barlaam e Giuseppe Chiellino, “Il Sole 24ore”, 15/7/2018)

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LA PENOSA QUARANTENA DEI MIGRANTI

di Attilio Bolzoni, da “la Repubblica” del 16/7/2018
Urlano, twittano e postano, a volte minacciano, dichiarano, proclamano, solennemente promettono, discutono, litigano o fanno finta di litigare, si prendono le loro belle valanghe di like mentre quegli altri resistono ancora un po’.
Almeno per un altro giorno e sempre in mare. Vicino a MALTA o al largo delle PELAGIE, nel porto di TRAPANI o ancora in acque libiche. I primi hanno sempre la forza di gridare qualcosa o di irridere qualcuno, i secondi sono più morti che vivi e sprofondati in quell’altro mondo che è diventato per loro il MEDITERRANEO.
Fra le onde alte, il caldo torrido, le navi cariche che dondolano nel niente, una rotta che non si trova più. L’ultimo barcone è approdato nella rada di POZZALLO e soltanto dopo lunghe trattative il Viminale ha autorizzato lo sbarco di tutti i migranti: poche ore prima il via libera era stato dato solo a donne e bambini.
Roma ha accusato Malta, Malta ha chiuso i suoi porti, il nostro ministro dell’Interno aveva appena scritto «volere è potere, io non mollo» – commentando i due indagati dalla procura di Trapani – e poi è ritornato a gonfiare il petto e a rassicurare la sua claque: «Abbiamo già dato». Il ministro dei Trasporti Toninelli gli è andato dietro, secco: «Malta faccia subito il suo dovere».
DOVERE. Come cambia, come cambia il significato delle parole da una stagione all’altra, da un mese all’altro. Dovere.
Ditelo a quei quattrocento che sono stati a bordo di quel legno fradicio cos’è il “dovere”. Cos’è, in una giornata di mezza estate, per quest’Italia che sembra travolta da se stessa. Andate a spiegare a quelle madri e a quei padri che hanno guardato i loro figli sul peschereccio in un punto imprecisato del mare, cos’è “giusto” e cosa sono “i fatti” che – sempre Salvini – snocciola e rilancia («sono ministro da un mese e mezzo e sono sbarcate 3716 persone. Nello stesso periodo dell’anno scorso erano state 31.421»).

LA VIA DELL’INFERNO – “PRAGA «È una via per l’inferno». Non usa mezzi termini il premier ceco ANDREJ BABIŠ commentando sul suo profilo Twitter la lettera inviata dal premier italiano Giuseppe Conte che esortava ad accogliere una parte dei migranti e rifugiati arrivati a POZZALO. «Il nostro Paese non accetterà alcun rifugiato. Al Consiglio europeo siamo riusciti a far approvare il principio di volontarietà e ci atterremo a esso», ha continuato il premier ceco, nella cui visione il contributo volontario equivale, evidentemente, a contributo zero. (…)” (Jakub Hornacek, il Manifesto, 17/7/2018)

   Fatti e numeri, giusto e non giusto, fame e sete, dolore e terrore. E l’inferno cos’è? Quello che vivono su quel barcone che è arrivato a Pozzallo con il suo carico umano o quello che c’è stato e ci sarà in chissà quanti altri barconi sotto il sole cocente, o è quell’altro che immagina il premier della Repubblica Ceca, Andrej Babis, che dice di no al premier Giuseppe Conte, dice che non ne farà entrare uno solo nel suo Paese perché «questa è la strada per l’inferno»?
INFERNO, un’altra di quelle parole snervate, smontate pezzo per pezzo e poi rimontate a proprio uso e consumo.
L’inferno che ci sarà a Praga se Praga accetterà una piccola “quota” di quei migranti o l’inferno del popolo nero che ha lasciato l’Africa ma non sa quando e se mai arriverà in Europa.
Troppa la DISTANZA. Troppa la distanza fra le parole che pronunciano i nostri governanti e quelli di altre nazioni europee e le sofferenze di chi sta in queste settimane in mare, prigioniero in mare, murato in mare, condannato in mare. E chissà, mentre muoiono di crepacuore, se quegli uomini e quelle donne e magari pure quei bambini, scopriranno mai il significato di termini freddi e a noi familiari, “QUOTA”, “PATTI BILATERALI”, “ACCORDI”.
E chissà se qualcuno di loro – a bordo di qualche carcassa e in attesa di morire o di tornare fra i loro vecchi torturatori delle prigioni libiche – prima o poi riuscirà a capire cosa vuol dire «PRIMA GLI ITALIANI», la frase che ossessivamente ripete da sempre Matteo Salvini. Che esordisce nei suoi tweet e nei suoi post sempre con un’altra di quelle parole – «AMICI» – che nasconde dentro di sé qualcosa di indicibile in questa tragedia infinita. (Attilio Bolzoni)

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“…Il punto non è tanto «l’invasione» ma piuttosto UNA VERA INTEGRAZIONE CHE TRASFORMI I MIGRANTI, DA SCAPPATI DI CASA IN CITTADINI. Da fuggitivi a parte della società, energie vive per la comunità civile. Senza dimenticare i problemi. Che ci sono, dal contrasto al traffico di esseri umani alla ripartizione degli oneri dell’accoglienza. E andrebbero affrontati dalla politica in bancarotta etica – divisa – e non sui social. Per dirla con ROGERS WATERS, mente creativa dei PINK FLOYD, che in questo periodo apre i suoi concerti con una frase, sempre la stessa, che ricorda il titolo del libro di un giornalista italiano più conosciuto all’estero che da noi, VITTORIO ARRIGONI, ucciso dagli islamisti nel 2011: «RESTIAMO UMANI»…” (Riccardo Barlaam e Giuseppe Chiellino, “Il Sole 24ore”, 15/7/2018) (IMMAGINE da GREENREPORT: Il 11 luglio scorso più di 50 attivisti della rete #RESTIAMOUMANI si sono incatenati alla scalinata di ingresso del Ministero dei Trasporti, in Via Nomentana a Roma, «per protestare in modo pacifico e nonviolento contro le politiche dell’attuale governo che, con la connivenza dell’Ue, stanno causando l’aumento esponenziale del numero di persone che muoiono in mare nel tentativo di raggiungere le coste europee».

LA FUGA DA UN CONTINENTE

AFRICA: IN 10 MILIONI «SENZA TERRA», IL 2% PRENDE IL MARE
– In Europa solo il 2% degli africani in fuga –
di Riccardo Barlaam e Giuseppe Chiellino, da “Il Sole 24ore” del 15/7/2018
IL FRONTE SUD
NEL 2017 GLI SFOLLATI SONO STATI 10 MILIONI, APPENA 172MILA HANNO RAGGIUNTO LE NOSTRE COSTE DAL MEDITERRANEO, secondo l’Unhcr.
I NODI Continua a leggere

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VERIFICA COSTI-BENEFICI delle GRANDI OPERE al vaglio del nuovo Governo: TAV (Treno Alta Velocità Torino-Lione, ma anche Brescia-Verona…); MOSE a Venezia; Superstrada Pedemontana Veneta; … – Alcune sacrificate (Mose?), altre “sospese” (Tav Torino Lione?), altre che seppur inefficienti vanno avanti?

Uno tra i temi più rilevanti che il nuovo Governo dovrà affrontare in questi primi mesi, è quello delle GRANDI OPERE PUBBLICHE

   Uno tra i temi più rilevanti che il nuovo Governo dovrà affrontare in questi primi mesi, è quello delle GRANDI OPERE PUBBLICHE. La maggior parte riguardano infrastrutture per la mobilità (per le persone, per le merci). Ma ci sono anche grandi opere di salvaguardia ambientale, idraulica: come nel caso, nel Veneto, il risanamento dell’area di Marghera; e poi in particolare il MOSE (Modulo Sperimentale Elettromeccanico), il sistema di paratie mobili (dighe) che dovrebbe “salvare Venezia” nei casi di fenomeni di acqua alta eccezionale.

IL MINISTRO TONINELLI: «Nelle prossime settimane ESAMINEREMO TUTTI I PROGETTI DI OPERE PUBBLICHE in Italia. Il NOSTRO OBIETTIVO È ANALIZZARE COSTI E BENEFICI di ciascuna. QUELLE CHE SARANNO VALUTATE COME UTILI PER I CITTADINI SARANNO CONFERMATE, SULLE ALTRE VALUTEREMO COME PROCEDERE. Il tutto conti alla mano». Il ministro delle Infrastrutture DANILO TONINELLI, a Torino per inaugurare il Salone dell’auto, spiega la linea del governo Conte sulle grandi opere a cominciare dalla TAV TORINO-LIONE. E a chi gli chiede conto di come sarà l’atteggiamento della Lega, che ieri in Regione (Piemonte, ndr) ha votato un ordine del giorno a favore dell’opera con Pd e Forza Italia, risponde: «Nel contratto di governo c’è scritto che sulla Tav si procederà a una rivalutazione dell’opera e lo faremo insieme con la Lega. Stiamo costruendo una squadra, radunando le migliori energie: tra qualche settimana avremo le prime risposte». (da “la Stampa” del 6/6/2018)

C’è un impegno del nuovo Ministro alle Infrastrutture Danilo Toninelli, di fare una verifica a tutto campo di queste opere in progetto, ma anche di quelli nelle quali sono già in corso i lavori. Risaltano in particolare alcuni casi eclatanti, su cui l’analisi “costi-benefici” sarà politicamente “più strategica” di altre analisi.

LA TAV TORINO LIONE, DOPO 30 ANNI, HA ANCORA SENSO? NECESSITA RIPENSARE L’OPERA. Il CONTROSSERVATORIO VALSUSA nello scorso febbraio ha lanciato un appello al Governo e alle forze politiche per riaprire il confronto sull’opera. Tra i firmatari dell’appello figurano l’ex ministro ai Beni Culturali, Massimo Bray, don Luigi Ciotti e lo scrittore Christian Raimo. L’OSSERVATORIO SULLA TAV riconosce come il progetto della nuova linea Torino – Lione approvato da Francia e Italia sia basato su STIME SBAGLIATE e previsioni “smentite dai fatti”

Pensiamo in particolate alla linea ferroviaria ad alta velocità “Torino – Lione”. E anche al Mose di Venezia. Ma ci sono moltissime opere (ferroviarie e stradali) che costano tantissimo alla collettività, e che non si capisce se ne vale la pena: come l’Alta Velocità Ferroviaria tra Brescia e Verona, e, sempre in ambito ferroviario, la Galleria di Base del Brennero, il Tunnel Ferroviario del Frejus, le Linee ad “Alta Velocità – Alta Capacità” Milano-Genova (Terzo Valico dei Giovi), la Napoli-Bari, la Messina-Palermo…

SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA – (TABELLA da “il Corriere del Veneto del 12/3/2017: piano finanziario SPV -SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA – TABELLA (da “IL Corriere del Veneto” del 12/3/2017) – Il dato (A DESTRA) mostra che LA NUOVA SUPERSTRADA AVRÀ PREZZI AL CHILOMETRO NOTEVOLMENTE PIÙ CARI DELLE AUTOSTRADE GIÀ IN ESERCIZIO IN VENETO. – A SINISTRA, IL CONTRIBUTO PUBBLICO. Nell’anno della stipula della prima convenzione, il 2009, era previsto un contributo in conto capitale di 245 milioni, a carico dello Stato, su un’opera che all’epoca doveva costare all’incirca 1,6 miliardi. Con il ritocco del 2013 si aggiunse un nuovo contributo, sempre a carico dello Stato, di 370 milioni. Ora se ne somma un terzo, da 300 milioni, e stavolta paga la Regione. TOTALE CONTRIBUTO PUBBLICO FINALE: 914 MILIONI. Dunque se nel 2009 il pubblico copriva il 15% dei costi complessivi di costruzione, oggi siamo saliti fino al 40%. (MA E’ FINITO QUI IL CONTRIBUTO PUBBLICO???) – SOTTO A SINISTRA: il CANONE DI DISPONIBILITÀ, cioè «L’AFFITTO» che la Regione dovrà pagare al Consorzio di costruttori SIS dal 2020, anno annunciato per l’apertura al traffico, al 2059, ultimo anno della concessione: SI PARTE DA 153 MILIONI, POI SALIRÀ FINO A 400. In base al nuovo accordo, i pedaggi verranno versati in un conto e trattenuti da SIS per l’importo pari al canone concordato, ogni mese. Se l’incasso sarà superiore al canone, la Regione potrà chiedere di introitare il surplus; viceversa dovrà essere l’ente a pagare la differenza a beneficio di SIS.

   In Veneto è in fase di costruzione (è arrivata a circa il 30% di realizzazione, forse meno) la Superstrada Pedemontana Veneta (95 chilometri di tracciato e 60 di opere connesse di adduzione), e le polemiche per la sua effettiva funzionalità (con i costi di fatto “caricati” alle future generazioni per i 40 anni di concessione data dalla Regione alla ditta concessionaria) fanno discutere (sarà da vedere e da capire cosa dirà il “rapporto costi-benefici” del nuovo Ministro su un’opera che nasce, prima di essere finita, con moltissimi dubbi di utilità, e tecnologicamente pare già vecchia…

mappa della costruenda Superstrada Pedemontana Veneta

LE “GRANDI OPERE” COSTANO MOLTO: quasi sempre a danno delle manutenzioni ordinarie o straordinarie delle opere che già ci sono, e delle migliorìe possibili alle infrastrutture esistenti. I denari pubblici in gioco sono moltissimi: CIRCA 70 MILIARDI. Una cifra enorme se si pensa agli stretti vincoli di bilancio; e il tutto concentrato, appunto su “Grandi Interventi” visibili politicamente (quando si va ad inaugurarli), ma spesso che non risolvono i problemi di una più scorrevole, sicura, efficacie, mobilità delle persone (e delle merci).

GRANDI OPERE – I COSTI

Ai 70 miliardi di euro previsti, investiti, si sommano poi risorse assegnate direttamente (e annualmente) alle Ferrovie dello Stato e all’Anas (che peraltro ora sono inglobate: le Ferrovie hanno incorporato a sè l’Anas).

MARCO PONTI: “SOLO ANDATA” – Ed. Università Bocconi – MARCO PONTI, decano dell’ECONOMIA DEI TRASPORTI, in questo libro decide di spiazzare tutti. Si intitola “SOLO ANDATA”. Il contenuto? Una serie di dati che ha soprattutto un bersaglio: LA RETE FERROVIARIA ITALIANA. Per esempio, il fatto che in Italia abbiamo tracciati vecchi, ricostruiti su quelli ottocenteschi nel Dopoguerra. Per non parlare delle linee poco efficienti che rappresentano meno del 10% del traffico. In quali infrastrutture di trasporto è opportuno investire? L’evoluzione delle tecnologie suggerisce di evitare di spendere fiumi di denaro pubblico in grandi opere ferroviarie. Perché il futuro è della strada, spiega MARCO PONTI in questo suo ultimo libro. Le ferrovie sono il passato, sono meno ecologiche di quanto si pensi e sono costosissime. Un’analisi in cui escono a pezzi i politici ma anche gli accademici

   E il costo complessivo dei soli interventi ferroviari ammonta a quasi 26 miliardi di euro, da sommarsi ai 70 miliardi prima detti di investimenti (sia ferroviari dell’Alta Velocità che stradali).
E’ per questo che da tante parti è stata accolta positivamente la possibilità di una verifica seria e approfondita dei “COSTI-BENEFICI” di tutte le opere previste (anche quelle in corso di realizzazione). Perché non si può più prescindere dai risultati di analisi rigorose, trasparenti e comparative, né ignorare studi e valutazioni effettuate da esperti (possibilmente credibili e indipendenti), e con un confronto con tutte le parti interessate.

IL MOSE, SE REALIZZATO, SOLO DI MANUTENZIONE COSTERÀ 80 MILIONI ALL’ANNO e, inoltre, ci sarà un’intromissione impattante in Laguna: LA MANUTENZIONE delle paratoie – nonostante molte opposizioni – AVRÀ LUOGO ALL’ARSENALE, accanto ai monumentali bacini di carenaggio dell’800

   Ad esempio il MOSE. Solo di manutenzione costerà 80 milioni all’anno e, inoltre, ci sarà un’intromissione impattante in Laguna, a Venezia: la manutenzione delle paratoie del Mose – nonostante molte opposizioni – avrà luogo in ARSENALE, accanto ai monumentali bacini di carenaggio dell’800. Ci sarà una trasformazione della destinazione dell’Arsenale da cantieristica a industriale, per i secoli (?!) a venire (l’ultimo regalo avvelenato della disastrosa fin qui vicenda del Mose a Venezia).
Poi, tornando all’opera simbolo ferroviaria, il progetto della nuova LINEA TORINO-LIONE è basato su stime troppo vecchie e superate, con previsioni non più attendibili: la Commissione Europea aveva ampiamente sovrastimato il traffico merci. Tutto è cambiato negli ultimi 30 anni, rispetto all’idea progettuale pensata e ora in corso di possibile realizzazione: sul piano delle conoscenze dei danni ambientali, nella situazione economica, nelle politiche dei trasporti, nelle prospettive dello sviluppo… E i lavori per il tunnel di base non sono ancora iniziati (bene! ci si può fermare un momento).

TAV BRESCIA-VERONA

   In Veneto, oltre al MOSE c’è la questione della TAV Brescia Verona (e poi verso Padova), e della SPV, la Superstrada Pedemontana Veneta.
Bloccare i lavori della TAV BRESCIA-VERONA proprio adesso che i cantieri sono al via, sarà un po’ arduo. Però l’opera è veramente “difficile da realizzarsi”: in particolare l’attraversamento delle due città sono i punti più delicati del progetto. L’intera Brescia-Verona costerà quasi 3,4 miliardi di euro: 64 milioni al chilometro. La realizzazione della Torino-Milano ha dimostrato che l’utilità è assai scarsa rispetto alle risorse investite, e la continuazione di un progetto “alta velocità est-ovest” lascia molti dubbi sui benefici (rispetto ai costi: sociali, ambientali, finanziari…).

Sono circa 50 le firme di ECONOMISTI ITALIANI in calce all’APPELLO inviato nel MARZO SCORSO al Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti e volto a sensibilizzare il Governo sulla necessità DI SOSTENERE LA PROGRAMMAZIONE E LA REALIZZAZIONE DI GRANDI OPERE INFRASTRUTTURALI CON RIGOROSE ANALISI TECNICO-ECONOMICHE che giustifichino il sacrificio di risorse pubbliche necessario (in questo post, a seguire, potete leggere l’APPELLO)

Per quanto riguarda la Superstrada Pedemontana Veneta, la proposta di modifica che realizzi un giusto virtuoso rapporto tra “costi e benefici” (proposta che noi appoggiamo), è a nostro avviso quella del CoVePA (Coordinamento Veneto Pedemontana Alternativa) e della Legambiente Veneto, e cioè di una modifica possibile/fattibile ora in “corso di realizzazione”, e cioè: 1-stralciare i 30 chilometri inutili della parte ovest (dalla A31 alla A4, compresi 6 km. in galleria); 2-collegare di più la SPV alla viabilità esistente, con 28 accessi compatti al posto degli attuali previsti 11 caselli autostradali; 3-superare la necessità di altri 60 km. (oltre ai 95, che su nostra proposta diventerebbero 65) di opere di adduzione (complanari, bretelle, cavalcavia, ecc.) perché la strada si collega direttamente e in modo più leggero (rispetto ai pochi caselli) alle 28 strade nord-sud esistenti adesso, eliminando così quasi tutte le cosiddette opere “complementari”; 4-prevedere un’analisi più attenta di realizzazione di opere di mitigazione e compensazione ambientale e paesaggistica.
Non si sa se questo CHECK-UP “COSTI BENEFICI” previsto dal nuovo ministro alle Infrastrutture e Trasporti potrà dare frutti, risultati. Noi ce lo auguriamo e glielo auguriamo al Ministro. Quello che è sperabile è che sia attento e serio nelle valutazione, realistico nel valutare ciascuna opera, e che possa mirare a una innovativa mobilità del futuro che potremo reakizzare; e che dovrà tenere conto di efficienza, modernità, ma anche di costi più limitati. (s.m.)

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VALUTARE LE GRANDI OPERE: UNA NECESSITÀ SEMPRE DIMENTICATA

– STRALCI dall’intervento di MARCO PONTI, da “la voce.info” del 3/3/2018 (www.lavoce.info ) –
Non mancano gli esempi di grandi opere che si sono rivelate uno spreco di soldi dei cittadini. Continua a leggere

L’AREA PADANO-VENETA È SEMPRE PIÙ INQUINATA: nell’ACQUA (da pesticidi, da PFAS…) e in GRANDI OPERE (MOSE, Superstrada Pedemontana Veneta…) che non trovano una loro realizzazione eco-compatibile, e risultano dirompenti – Il tutto nonostante buone intenzioni declamate ma non concrete

PFAS – Area ROSSA: area di massima esposizione sanitaria – Area ARANCIO: area captazioni autonome – Area GIALLO CHIARO: area di attenzione – Area VERDE: area di approfondimento – Area OMBREGGIATA: Plume di contaminazione

I 30 COMUNI DEL VENETO PIU’ INQUINATI DA PFAS

COMUNI del Veneto nell’AREA ROSSA A (dove è maggiore la concentrazione di sostanze perfluoroalchiliche in tutta la matrice acqua -oltre che nell’acqua potabile, anche nelle acque superficiali e sotterranee-): ALONTE, ASIGLIANO VENETO, BRENDOLA, LONIGO, NOVENTA VICENTINA, ORGIANO, POJANA MAGGIORE, SAREGO (Vicenza); COLOGNA VENETA, ROVEREDO DI GUÀ, ZIMELLA (Verona); MONTAGNANA (Padova).
COMUNI del Veneto nell’AREA ROSSA B (dove la contaminazione delle acque superficiali e sotterranee è minore): AGUGLIARO e VAL LIONA (Vicenza); ALBAREDO D’ADIGE, ARCOLE, BEVILACQUA, BONAVIGO, BOSCHI SANT’ANNA, LEGNAGO, MINERBE, PRESSANA, TERRAZZO e VERONELLA (Verona); BORGO VENETO, CASALE DI SCODOSIA, LOZZO ATESTINO, MEGLIADINO SAN VITALE, MERLARA e URBANA (Padova).

La contaminazione riguarda un’area abitata da oltre 350 mila persone compresa tra le province di Vicenza, Verona e Padova.
Gli abitanti delle aree maggiormente contaminate, sottoposti ad esami clinici, hanno scoperto di avere valori di PFOA nel sangue (un tipo di PFAS) 40 volte superiori rispetto a popolazioni italiane che vivono in aree non inquinate. Livelli molto alti di PFAS possono essere associati a forti rischi per la salute, tra cui complicazioni in gravidanza, alcune forme tumorali, alti livelli di colesterolo e problemi alla tiroide.
Migliaia di persone, di associazioni e di gruppi di abitanti della zona contaminata si sono mobilitati scendendo in piazza e firmando la petizione di Greenpeace per chiedere alla Regione Veneto di agire in tutela della loro salute.
Spinta da questa grande mobilitazione a Ottobre 2017 la Regione Veneto ha compiuto un primo passo concreto: l’abbassamento drastico dei limiti di PFAS e il potenziamento dei sistemi di abbattimento di questi inquinanti.
Grazie a questo provvedimento, l’acqua potabile di 21 comuni è tornata priva di PFAS.
Una soluzione ancora provvisoria, ma una prima vittoria per la popolazione.

(immagine tratta da: http://www.studio3a.net) – Da ventuno a trenta. Si allarga, e non di poco, il perimetro di massima emergenza per la contaminazione da Pfas. Fino a ieri erano 21 i Comuni veneti inseriti nella cosiddetta Area Rossa dal “Piano di sorveglianza sulla popolazione esposta a sostanze perfluoroalchiliche (Pfas)” varato nel 2016. Un’attesa delibera di giunta approvata ieri mattina ha esteso i confini a 30 Comuni. Non solo: il monitoraggio sanitario è stato esteso anche ad un’ampia fascia pediatrica.

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4 CASI DI “VENETO IN CRISI AMBIENTALE” (il nostro punto di vista)

   Un’indagine dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale) rivela la quantità di prodotti chimici e pesticidi presenti nelle acque italiane: secondo le ultime rilevazioni quasi il 64% delle acque di fiumi e laghi sono contaminate. E l’AREA GEOGRAFICA con i livelli più alti di contaminazione acquifera è quella della pianura padano-veneta. Circa il 70% delle acque superficiali risulta inquinato in Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna.
Tante, troppe, le cause di tale situazione di precarietà. Inquinamento da pesticidi e, in Veneto, anche (non solo) inquinamento da PFAS.
Dei PFAS (“perfluoro-alchilici”) ne abbiamo parlato più volte in questo blog geografico (https://geograficamente.wordpress.com/?s=pfas). E’ una situazione incredibile e grave: la contaminazione (delle falde acquifere, degli acquedotti) riguarda un’area abitata da oltre 350 mila persone compresa tra le province di Vicenza, Verona e Padova. I Pfas sono dei composti chimici utilizzati in molti settori industriali, soprattutto per la produzione di materiali resistenti ai grassi e all’acqua, in particolare per impermeabilizzare tessuti e altri materiali (moltissimi prodotti di largo consumo nostro quotidiano contengono Pfas: ad esempio il rivestimento anti-aderente delle padelle, ma anche il “Goretex”, che serve a certi indumenti sportivi per essere impermeabili all’acqua ma non all’aria). I Pfas sono usati, fra l’altro, per la produzione di pesticidi e insetticidi, detersivi, pelli, tessuti impermeabili, contenitori per alimenti (sacchetti per patatine, ecc.), con rischio che possano contaminare i cibi che “proteggono”….
E gli abitanti delle aree maggiormente contaminate da PFAS, sottoposti ad esami clinici, hanno scoperto di avere valori di PFOA nel sangue (un tipo di PFAS) 40 volte superiori rispetto a popolazioni italiane che vivono in aree non inquinate. Livelli molto alti di PFAS possono essere associati a forti rischi per la salute, tra cui complicazioni in gravidanza, alcune forme tumorali, alti livelli di colesterolo e problemi alla tiroide.
La Regione ha cercato di porre rimedio a questo inquinamento di diffuso (specie con il potenziamento dei filtri alle centrali idriche del Basso Veneto, che ha dato dei risultati con l’abbassamento dell’inquinamento), ma la situazione rimane ancora pericolosa. Anzi: la stessa Regione Veneto ha deciso di allargare, e non di poco, il perimetro di massima emergenza per la contaminazione da Pfas. Infatti fino al 20 maggio scorso erano 21 i Comuni veneti inseriti nella cosiddetta Area Rossa dal “Piano di sorveglianza sulla popolazione esposta a sostanze perfluoroalchiliche (Pfas)” varato nel 2016. Con una delibera di giunta del 21 maggio 2018 la Regione Veneto ha esteso i confini di pericolosità a 30 Comuni.

(immagine da “rapporto ISPRA SULL AMBIENTE 2018”) – Un’indagine dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale) rivela la quantità di prodotti chimici e pesticidi presenti nelle acque italiane: secondo le ultime rilevazioni quasi il 64% delle acque di fiumi e laghi sono contaminate.

 

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Una situazione di precarietà che si vive anche nel grande sviluppo della VITICOLTURA in questi anni (specie quella del PROSECCO NELL’AREA TREVIGIANA pedemontana tra Valdobbiadene e Conegliano, ma i confini si sono ben oltre allargati, allargati…) dove, alle promesse di convertire produzioni vitivinicole (sostenute dall’uso della chimica) in produzioni meno inquinanti (biologiche…), a queste promesse persiste invece, nel grandissimo business planetario del momento, un trend a produrre il più possibile, ad allargare in modo abnorme le aree di produzione, a far diventare un grande ed esteso territorio agricolo in una monocoltura di produzione del vino (prosecco, anche estirpando vigneti di uva pregiatissima e storica ma ora molto meno redditizia).

LE COLLINE DEI PESTICIDI

Il business agroalimentare viene pertanto pagato dalla terra: da colture che non ruotano, non si diversificano; dall’inaridimento futuro possibile e dal disequilibrio ambientale quando alla terra si manca del rispetto dovuto.

Il “Paesaggio del Prosecco”, nell’Alto Trevigiano, tra Conegliano e Valdobbiadene

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E’ quel che accade poi in situazioni e GRANDI OPERE VENETE verso la bassa pianura e la laguna-mare: per tutte IL MOSE (sigla che sta per: MOdulo Sperimentale Elettromeccanico), le cosiddette paratoie mobili che dovrebbero “salvare” Venezia da alte maree straordinarie: ma che stanno creando notevoli problemi già nella costruzione (iniziata nel 2003) (pur nei 6 miliardi di euro spesi o da finir di spendere!).

MOSE COME FUNZIONA (da Avvenire.it)

Opera (il MOSE) anche travolta dagli scandali di corruzione; dove le alternative che il Comune aveva indicato per fermare l’acqua alta dei momenti straordinari non sono neanche state prese in considerazione; e che ha già da adesso (che non è ancora entrata in funzione) modificato la morfologia lagunare (l’equilibrio della laguna) con gli scavi dei fondali alle bocche di porto: uno sprofondamento lagunare sotto il peso di milioni di tonnellate di cemento e ferro.
Vien da pensare se in questo penoso susseguirsi di tentativi di costruzione, di finire quest’opera (con problematiche sempre più ardue) non ci possa essere qualche politico, amministratore, qualcuno che ha il potere di farlo, che abbia il coraggio di dire “basta”; di sospendere questo Mose così fallimentare nella sua realizzazione, così impattante nel (im)possibile futuro funzionamento…. Avere il coraggio di fermare il tutto, pur dopo tutti i miliardi fin qui spesi…
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Nell’indebitamento regionale, presente e futuro, rientra anche la SPV, SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA, dove la Regione si troverà a garantire un introito di costruzione e gestione alla Ditta concessionaria per i prossimi 39 anni (dopo aver già messo 300milioni di euro, e lo Stato 600 milioni); con prospettive di traffico assai poco credibili: è un’opera poco funzionale ai 95 chilometri di territorio attraversato… con pochi accessi, e rischia di avere un traffico assai limitato, come già sta accadendo in Lombardia con la BreBeMi e la Pedemontana lombarda. Un costo ambientale stratosferico (95 chilometri di territorio “coinvolto”) per risultati di sollievo dal traffico cui pochi credono ci saranno.

I LAVORI SULLA SPV

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Negli articoli che vi proponiamo qui di seguito proviamo ad accennare a questi quattro argomenti (PFAS, VIGNETI, MOSE, SUPERSTRADA PEDEMONTANA) per ribadire che “non va bene”, e che c’è la necessità “reale” di un cambiamento di rotta; verso una RICONVERSIONE ECOLOGICA che sicuramente scontenterà alcuni, ma che potrà ridare il valore che meritano luoghi, terre, una volta bellissime, ma ora in crisi e con prospettive di un futuro mediocre. (s.m.)

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PFAS, L’AREA A RISCHIO SI ALLARGA: PIÙ CONTROLLI SUI BAMBINI

di Nicola Cesaro, da “Il Mattino di Padova” del 22/5/2018
– La Regione interviene: monitorati altri 9 comuni, di cui 6 padovani. In totale sono 30 Analisi anche per i bimbi di 9 e 10 anni, potenziati i filtri della centrale di Lonigo –
PADOVA. Da ventuno a trenta. Si allarga, e non di poco, il perimetro di massima emergenza per la contaminazione da Pfas. Fino a ieri erano 21 i Comuni veneti inseriti nella cosiddetta Area Rossa dal “Piano di sorveglianza sulla popolazione esposta a sostanze perfluoroalchiliche (Pfas)” varato nel 2016. Un’attesa delibera di giunta approvata ieri mattina ha esteso i confini a 30 Comuni. Non solo: Continua a leggere

CRESCE LA POVERTÀ assoluta in Italia, specie al SUD che si spopola – L’ISTAT rileva che coinvolge 5 MILIONI DI PERSONE (specie GIOVANI) – Nel DECLINO DEL LAVORO servono alternative alla povertà: dal REDDITO di INCLUSIONE attuato, alla proposta di Reddito di Cittadinanza, al Reddito Sociale di Base

“(…) Secondo le PREVISIONI DEMOGRAFICHE DELL’ISTAT, L’ITALIA INVECCHIA IRREVERSIBILMENTE, ma IL SUD ANCORA DI PIÙ. E (il Sud) da qui al 2065 è destinato a svuotarsi. GLI ITALIANI SI SPOSTERANNO SEMPRE PIÙ VERSO IL CENTRO-NORD: tra meno di cinquant’anni le regioni settentrionali accoglieranno il 71% dei residenti, mentre nel Mezzogiorno si scenderà al 29 per cento. Con 1,1 milioni di persone che faranno le valigie. (…) (Lidia Baratta, Linkiesta.It 4 Maggio 2018 – foto da http://www.linkiesta.it/)

IN ITALIA LA POVERTÀ ASSOLUTA È AUMENTATA NEGLI ULTIMI ANNI
Il sito ansa.it, ha riportato le parole di Giorgio Alleva, presidente dell’Istat, che ha fornito i dati nell’audizione sul Def. Secondo quanto affermato da Alleva, la povertà assoluta interessa circa 5 milioni di individui, che equivalgono all’8,3 % della popolazione. Stando ai dati Istat, nel 2017 si trovavano in uno stato di povertà assoluta circa 154 mila famiglie in più rispetto al 2016. A oggi le famiglie in povertà assoluta, secondo stime preliminari, sarebbero 1,8 milioni.
Il dato allarmante è che la povertà è molto aumentata dagli anni scorsi: nel 2016 interessava il 7,9% della popolazione e nel 2008 solo il 3,9%.
Come si spiega questo fenomeno? Secondo Alleva, la ripresa dell’inflazione nel 2017 può “giustificare” la metà dell’incremento della povertà assoluta. Il presidente ha poi aggiunto:
«La restante parte deriva dal peggioramento della capacità di spesa di molte famiglie che sono scese sotto la soglia di povertà».
Secondo l’Istat, la povertà interessa in particolar modo il Nord e il Mezzogiorno. Il Centro è l’unica zona che ha registrato una diminuzione del fenomeno.
Inoltre nel 2017, in più di 1 milione di famiglie italiane “tutti i componenti appartenenti alle forze di lavoro erano in cerca di occupazione”, il che si traduce in 4 famiglie su 100. Che non è poco. Perché significa che in queste famiglie non si percepiva alcun reddito da lavoro.
Alleva ha così commentato:
«Di queste più della metà (il 56,1%) è residente nel Mezzogiorno. Nel complesso si stima un leggero miglioramento rispetto al 2016 (15mila in meno), ma la situazione al Sud è in peggioramento (13mila in più)».

ISTAT: UN MILIONE DI FAMIGLIE SENZA LAVORO, AUMENTA LA POVERTÀ ASSOLUTA – Secondo i dati ISTAT (resi noti il 9/5/2018, nell’audizione sul Def), nel 2017 il fenomeno riguarderebbe circa 5 milioni di persone, l’8,3% della popolazione residente (in aumento rispetto al 7,9% del 2016 e al 3,9% nel 2008). LE FAMIGLIE IN POVERTÀ ASSOLUTA, secondo stime preliminari, SAREBBERO 1,8 MILIONI, con un’incidenza del 6,9%, in crescita di sei decimi rispetto al 6,3% del 2016 (era il 4% nel 2008). (Nicola Barone, 9 maggio 2018, Il Sole 24ore)

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   I dati, anticipati dall’ISTAT davanti alla Commissione speciale del Parlamento in occasione delle audizioni sul Documento Economico Finanziario (Def) del 4 maggio scorso, fanno vedere in modo chiaro la spaccatura in due dell’Italia, con un Sud che si sta impoverendo ancora di più rispetto a un Centro-Nord (peraltro anch’esso seriamente interessato al fenomeno dell’estensione della povertà).
Circa 5 MILIONI DI PERSONE (l’8,3 % della popolazione), stando ai dati Istat, nel 2017 si trovavano in uno STATO DI POVERTÀ ASSOLUTA. A oggi le famiglie “totalmente povere” (che non hanno di che vivere, che non riescono a soddisfare i bisogni essenziali), sarebbero 1,8 milioni (e sono 154 mila famiglie in più rispetto al 2016).

I dati EUROSTAT sulla distribuzione del reddito dicono che la disuguaglianza in Italia è aumentata durante la crisi. NON PER LA CRESCITA DEI REDDITI PIÙ ALTI, MA PER IL FORTE CALO DI QUELLI BASSI. Di sicuro, rispetto a quindici anni fa, sale la povertà – L’EUROSTAT è l’Ufficio Statistico della Comunità Europea che raccoglie ed elabora i dati dell’UE a fini statistici. Le attività principali dell’Istituto sono: definire i dati macroeconomici che supportano le politiche monetarie per l’euro della Banca Centrale Europea e raccogliere dati/classificazioni su base regionale. Si occupa inoltre di coordinare le attività che puntano a migliorare la capacità di analisi statistica dei Paesi candidati ad entrare nell’UE e di quelli in via di sviluppo, nella zona del Mediterraneo e dell’Africa. (da http://europalavoro.lavoro.gov.it/ )

E in questo contesto, secondo le previsioni demografiche dell’Istat, l’Italia invecchia irreversibilmente, ma il Sud ancora di più. E DA QUI AL 2065 IL SUD È DESTINATO A SVUOTARSI. Gli italiani si sposteranno sempre più verso il Centro-Nord: tra meno di cinquant’anni le regioni settentrionali accoglieranno il 71% dei residenti, mentre nel Mezzogiorno si scenderà al 29 per cento. Con 1,1 milioni di individui che faranno le valigie.
Altri spostamenti epocali di popolazione, per motivi economici, quasi tutti giovani che, appunto, faranno crescere l’età media, l’invecchiamento, del Sud: in un contesto generale dove le difficoltà economiche frenano qualsiasi tipo di espansione demografica.

mappa italiani in povertà 2018 (DA UNIMPRESA) (tratta da http://www.ilmetropolitano.it/ )

Si sviluppano situazioni negative correlate: difficoltà di sopravvivere, invecchiamento della popolazione, disequilibri geografici con gli spostamento da luoghi “poveri” ad altri dove c’è più speranza di trovare lavoro (dove si spera in meglio)… tutti fenomeni (con molti altri legati alla precarietà) che sono dati proprio da questa crescente povertà.

La poverta e molto legata alla disoccupazione giovanile

Una forbice che si allarga tra chi ha un reddito sicuro, garantito (pensionati con redditi almeno medi, famiglie ricche…) e chi deve vivere senza reddito (senza lavoro), in situazioni di PRECARIETÀ (e la parte giovanile della popolazione è quella maggiormente colpita).
I dati Istat combaciano quasi perfettamente con quelli pubblicati dall’EUROSTAT (che è l’ufficio statistico dell’Unione Europea), e si sottolinea che la povertà è data chiaramente dalla mancanza di lavoro: ma se il problema del lavoro è sì legato all’economia in difficoltà, dall’altra si deve riconoscere che con il fenomeno dell’automazione IL LAVORO È E SARÀ SEMPRE MENO. Allora la povertà si deve risolvere anche trovando modi di aiuto a chi è in difficoltà, a chi appartiene a questo contesto.
Per questo bisognerà impegnarsi nel nostro Paese, in futuro, per aumentare la dotazione delle misure di contrasto alla povertà. Peraltro l’urgenza di affrontare il problema è in tutti i paesi europei ed extraeuropei, ricchi e meno ricchi….


Su questa linea il Governo ha promulgato, dal gennaio di quest’anno, il cosiddetto REI, Reddito di Inclusione (attualmente sono stati stanziati 3 miliardi di euro, ne beneficiano quasi 900 mila persone, e 7 su 10 dei destinatari risiedono al Sud Italia).
Ma non basta. La situazione dell’allargamento della povertà è seria. E se il lavoro (pur con tutta la volontà di crearne di nuovo) tenderà inesorabilmente a diminuire, dobbiamo anche pensare a una società che redistribuisca meglio la ricchezza, che ci siano meno sprechi, che anche si possa vivere (bene) con meno. E che esista la possibilità per l persone di “fare cose” sociali, lavori, non necessariamente legati a una remunerazione, a un reddito da corrispondere. Che allora dovrà essere sostituito da introiti “alternativi” per chi si trova in situazioni (come molti giovani) di difficoltà, di “senza-lavoro”.

TABELLA TREND DEMOGRAFICO

In questo post, nella seconda parte, ci concentriamo pur succintamente sul REDDITO DI INCLUSIONE che ora è già in atto (per le persone e famiglie povere); ma guardiamo anche alle prospettive del REDDITO DI CITTADINANZA (di cui si parla molto in questo periodo); ma anche di altre forme di “reddito possibile”: studiosi, economisti, prospettano la possibilità di un REDDITO SOCIALE DI BASE come diritto a ogni persona che nasce, perché non gli può mancare il minimo necessario per vivere.
Sono questioni, problematiche, anche molto (giustamente) contestate (come trovare le risorse?… non incentiverà l’ozio, il “non darsi da fare”?), ma attualissime, realistiche, da valutare e concretizzare virtuosamente (nella volontà di fermare questo negativo trend di espansione del fenomeno della povertà). (s.m.)

Ginevra, Svizzera, maggio 2016. Un poster gigante per promuovere il referendum sull_introduzione di un reddito minimo universale del 5 giugno 2016_ _Denis Balibouse, Reuters_Contrasto_

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SEMPRE PIÙ VECCHIO, POVERO E SPOPOLATO, IL SUD ITALIA È DESTINATO ALL’ESTINZIONE
di Lidia Baratta da LINKIESTA.IT 4 MAGGIO 2018 http://www.linkiesta.it/
– Secondo le previsioni demografiche pubblicate dall’Istat, da qui al 2065 nel Mezzogiorno ci saranno 1,1 milioni di individui in meno, che si sono spostati verso il Nord. La popolazione sarà sempre più anziana e meno attiva –
Sempre meno popolato, sempre più vecchio. Secondo le previsioni demografiche dell’Istat, l’Italia invecchia irreversibilmente, ma il Sud ancora di più. E da qui al 2065 è destinato a svuotarsi. Gli italiani si sposteranno sempre più verso il Centro-nord: tra meno di cinquant’anni le regioni settentrionali accoglieranno il 71% dei residenti, mentre nel Mezzogiorno si scenderà al 29 per cento. Con 1,1 milioni di individui che faranno le valigie.
In base allo scenario tracciato dall’Istat, saranno 14,4 milioni gli italiani che si sposteranno da una regione all’altra entro il 2065. Continua a leggere

UN MONDO DI MURI? – I CONFINI, le BARRIERE, che crescono di giorno in giorno – Non per motivi ideologici (comunismo, capitalismo…), ma PER FERMARE I POVERI, I DERELITTI DELL’UMANITÀ che aumentano sempre più – Una (TRISTE) PANORAMICA in questo POST di alcuni di questi TANTI CONFINI

Il 9 NOVEMBRE 1989, IL MURO CHE DIVIDEVA LA CITTÀ DI BERLINO IN DUE, costruito nel 1961, simbolo dell’incomunicabilità tra Occidente e Oriente, CROLLÒ. SEMBRAVA CHE DA QUEL MOMENTO NON CI SAREBBERO PIU’ STATI MURI… E INVECE….

   Vi proponiamo qui un Post dedicato ai tanti (troppi) CONFINI che, anziché diminuire, stanno sempre più aumentando nel mondo. E’ una rappresentazione fatta di immagini, foto, prese qua e là, e in ogni caso si tratta di una rappresentazione molto personale e assai parziale, limitata. Ciascuno di noi (voi) conosce e immagina muri (CONFINI) che rappresentano delimitazioni improprie, artificiali e artificiose, che in natura non esisterebbero. Siamo nell’epoca delle chiusure, dei populismi, delle “paure”… forse il tutto dato da un futuro incerto, con il crescere delle povertà, la crisi economica; “sviluppi possibili” nel creare ricchezza e prosperità che non sono bene identificabili… ALLORA C’È LA TENDENZA A CHIUDERSI, AD AVERE PAURA.

   ISOLAZIONISMO E NAZIONALISMO sono tentazioni pericolose: specie nelle loro conseguenze (a nostro avviso molto di più del contrario: cioè di togliere qualsivoglia “muro”). Ciò non vuol dire che non ci devono essere delle regole nella MOBILITÀ delle persone che si spostano da un luogo all’altro, che emigrano. Ma le barriere fisiche andrebbero sostituite con risposte concrete, autorevoli e meditate. Avendo un PROGETTO chiaro di nuova società, dei rapporti pacifici e solidali tra popoli, persone…. E con l’accettazione più ragionata di possibilità concrete di vivere felicemente, in modo ordinato, in un mondo multiculturale, multietnico.

   Ma limitiamoci qui a “vedere” alcuni dei CONFINI delle nostra epoca. Dividendo questo POST (fatto solo di immagini, foto) IN TRE PARTI:

1) I CONFINI-MURI CONTRO I POVERI E GLI IMMIGRATI (tema principale di quest’epoca);

2) GLI ALTRI CONFINI-LIMITI GEOPOLITICI che ancora persistono;

3) LE PROPOSTE E LE INIZIATIVE VIRTUOSE PER SUPERARE I CONFINI, “SALTARE IL MURO”

   Prospettando un’azione di tutti, nelle possibilità “micro o macro” di ciascuno, di dare una soluzione virtuosa alla “geografia dei troppi confini”, imparando a “saltare i muri”. (s.m.)

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In quel 9 novembre 1989 la folla festeggia la caduta del Muro

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85 ANNI PRIMA….

IL CONFINE E LA GUERRA

I CONFINI COME PRETESTO PER LE ARMI – «Non esistono confini politici naturali, perché tutti i confini politici sono artificiali, cioè creati dalla coscienza e dalla volontà dell’uomo», sostengono Gaetano Salvemini e Carlo Maranelli nel 1918, ossia in un’Italia massacrata da una guerra in cui entrò spinta dal programma di Vittorio Emanuele III che incitava i soldati a «piantare il tricolore d’Italia sui termini sacri che la natura pose ai confini della Patria nostra»

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NUOVE BARRIERE IN EUROPA

SETTEMBRE 2015: FILO SPINATO TRA SERBIA E UNGHERIA PER BLOCCARE LA ROTTA DEI MIGRANTI ATTRAVERSO I BALCANI

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Barriera di confine a MELILLA (tra Marocco e Spagna)

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BARDONECCHIA, TRAFORO DEL FREJUS – Un confine facilmente superato tra Italia e Francia……

Facilmente superato il confine, ma non per tutti…

Per andare in Francia, stesso luogo, Bardonecchia, stesso confine, ma qui d’inverno è propria dura…
Un migrante tra le due gallerie sul Col de L’Échelle (COLLE DELLA SCALA), partito da Bardonecchia verso la Francia
TRA ITALIA E FRANCIA E’ UN CONFINE RITORNATO (SOLO PER ALCUNI…)

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E CON L’AUSTRIA IL BRENNERO DIVENTERA’ UN CONFINE RIPRISTINATO?

BRENNERO: UN CONFINE CHE RITORNA?

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L’EUROTUNNEL SULLA MANICA: SEMBRAVA L’INIZIO DI UNA NUOVA ERA…

IL TUNNEL FERROVIARIO SULLA MANICA

MA LA CHIUSURA NON E’ SOLO “BREXIT”; PRIMA DI TUTTO SONO I MIGRANTI CHE VOGLIONO ANDARE IN INGHILTERRA (SPESSO A RICONGIUNGERSI ALLE LORO FAMIGLIE)…

Migranti che tentano di andare in Inghilterra (per l’autostrada che porta all’imbarco dei traghetti per Dover o per il tunnel dei treni che passano sotto la Manica)

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“CONFINI IN EUROPA” (MA GLI IMMIGRATI NON C’ENTRANO)

IRLANDA ED EIRE DOPO LA BREXIT: UN NUOVO CONFINE?

   LA BREXIT VUOLE RIFARE IL CONFINE TRA LE DUE IRLANDE – 30.000 persone ogni giorno attraversano il confine tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord. …anche agricoltori che hanno i campi al di là del confine…. UNA PARTE E’ IN EUROPA, E L’ALTRA (CON LA BREXIT) NON PIÙ. COME FUNZIONERÀ? …Il confine si snoda attraverso l’Irlanda per 500 km, e ha una quantità di valichi doppia rispetto all’intera frontiera orientale dell’UE. Da una parte c’è l’Irlanda del Nord, che fa parte del Regno Unito. A sud, c’è la Repubblica d’Irlanda. SI TROVERA’ UN ACCORDO PER NON (RI)FARE IL CONFINE??

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L ISTRIA DIVISA DA CROAZIA E SLOVENIA – Tra il GOLFO DEL QUARNARO e il GOLFO DI TRIESTE si staglia l’ISTRIA, la maggiore penisola presente nel MAR ADRIATICO. CONTESA TRA LA SLOVENIA, LA CROAZIA e, per una piccola porzione, l’Italia (Friuli Venezia Giulia e Veneto), L’ISTRIA È PER LA MAGGIOR PARTE DEL SUO TERRITORIO APPARTENENTE ALLA CROAZIA: UN REGIONE D’EUROPA DIVISA IN TRE.

………………………….. Continua a leggere

LA GRANDE SETE possibile in aumento nel Pianeta – Uso e consumo d’acqua da rivedere; e per le AREE DI CRISI (l’AFRICA in primis) è possibile investire sui DISSALATORI? – L’AFRICA, tra crescita demografica, migrazioni, ma anche possibilità di sviluppo: un diffuso progetto di DISSALAZIONE DELL’ACQUA MARINA

SUDAFRICA GIORNO ZERO – CITTÀ DEL CAPO sta per restare a secco: la seconda più grande città del SUDAFRICA, se non pioverà, e molto, AI PRIMI DI MAGGIO DOVRÀ FERMARE L’EROGAZIONE IDRICA, già ora limitata a 50 litri al giorno per ognuno dei suoi 3,5 MILIONI DI ABITANTI (Alessandro Codegoni, QUALENERGIA.IT, 26/2/2018) – nella foto: Activation of Disaster Operations Centre: http://bit.ly/2DUnoLq #ThinkWater #DayZero #CTNews, Un tecnico collauda uno dei punti di distribuzione dell’acqua a cui dovranno rivolgersi i residenti dopo il GIORNO ZERO

   Nel 2030 il 47% della popolazione mondiale potrebbe avere problemi di scarsità di acqua. Poi ci sono aree del nostro Pianeta già ora in grave difficoltà, e con un contesto di sete, di siccità, che rischia di diventare inarrestabile; e queste aree saranno inabitabili.
Un esempio è la siccità eccezionale che affligge l’Africa orientale e meridionale da diversi anni; sembra un anticipo di quanto accadrà, per via del cambiamento climatico, in quella parte di mondo, che comprende, più su, anche l’area del Mediterraneo, che vedrà ridursi in futuro le precipitazioni.

DISSALATORI nell’Area del Mediterraneo (da http://www.greenreport.it )“(…) Sono solo DUE I TIPI principali DI TRASFORMAZIONE DELL’ACQUA SALATA IN ACQUA FRESCA E BEVIBILE: la DESALINIZZAZIONE TERMICA e la DESALINIZZAZIONE “OSMOSI INVERSA” (RO). ENTRAMBI sono AD ALTA INTENSITÀ ENERGETICA. 1) La DESALINIZZAZIONE TERMICA funziona causando l’EVAPORAZIONE DELL’ACQUA, lasciando dietro il sale e altre impurità. 2) DESALINIZZAZIONE “OSMOSI INVERSA” (RO) lavora usando un PROCESSO DI FILTRAZIONE A PIÙ FASI che culmina nell’uso di pompe ad alta pressione per forzare l’acqua salata attraverso una membrana la cui maglia è così stretta che solo le molecole d’acqua possano passare, ma sale e altre impurità non possono.(…)” (Cristian Barucca, 9/8/2017, http://www.themarsicanbear.com/)

Ci sono poi, in questa situazione africana, casi eclatanti, non riferibili a povere comunità sub-sahariane (che sopravvivono con grande difficoltà alla mancanza d’acqua); casi di realtà urbane, metropolitane, dell’Africa meridionale, in pericolo di grave carestia d’acqua. Ci riferiamo a CITTÀ DEL CAPO, che sta per restare senz’acqua: la seconda più grande città del SUDAFRICA, se non pioverà, e molto, in queste settimane, già ai primi di maggio dovrà fermare l’erogazione idrica, già ora limitata a 50 litri al giorno per ognuno dei suoi 3,5 milioni di abitanti. Secondo i tecnici e le autorità sudafricane l’11 maggio è il “day zero”, cioè il giorno dei rubinetti chiusi a causa della siccità. Ma è un’ipotesi che, crediamo, i sudafricani sapranno scongiurare, ma l’emergenza c’è, resta. Un pericolo che ci si augura, questa metropoli supererà… Però è emblematica la situazione di fragilità che si verifica, e che lascia appese le speranze alla possibilità che “piova presto e tanto”, perché le riserve non ci sono più.

L’impianto di energia solare Noor Ouarzazate alimenterà l’impianto di dissalazione dell’acqua di mare ad Agadir (Marocco) – Nel 2030 il 47% DELLA POPOLAZIONE MONDIALE, secondo lo Stockholm International Water Institute, potrebbe avere PROBLEMI DI SCARSITÀ DI ACQUA. I GRANDI IMPIANTI DI DISSALAZIONE hanno però impatti ambientali e notevoli consumi energetici. Ma si sta pensando a nuove tecnologie alimentate anche a fonti rinnovabili (Alessandro Codegoni, QUALENERGIA.IT, 26/2/2018)

Del resto questa contesto non è solo africano: questa sensazione di “pericolo”, dei rubinetti senz’acqua, Roma lo ha vissuto nell’estate scorsa. E anche in molte (meno note e non al centro dell’attenzione mediatica) altri parti d’Italia: è accaduto, l’estate scorsa, nel momento in cui le riserve d’acqua nei bacini della penisola si sono dimezzate.

L’IMPIANTO DI DISSALAZIONE “SOREK” IN ISRALE: costruito dall’ISRAEL DESALINATION ENTERPRISES per il Governo Israeliano, terminato alla fine del 2013: trasforma, dall’acqua del mare, 627.000 metri cubi di acqua potabile al giorno – La dissalazione di acqua di mare potrebbe rappresentare una valida alternativa, come dimostra proprio IL CASO DI ISRAELE, che già produce dal mare il 20% della sua acqua potabile, ma bisogna assicurarsi che gli impianti e i processi siano realizzati nel rispetto degli ecosistemi naturali

Ma tornando là dove l’acqua è veramente scarsa, nelle zone aride della Terra, viene da pensare, e chiedere, che qualcosa bisogna fare per garantire questo primario bene per la vita di tutti. E così da più parti si prospetta la possibilità di estendere la creazione di GRANDI IMPIANTI DI DISSALAZIONE, che permettano di “riconvertire” ad uso potabile l’acqua salata del mare.

AFRICA SENZ’ACQUA – MENO DELL’1 PER CENTO della popolazione mondiale dipende dall’acqua marina desalinizzata. Ci sono circa 21.000 grandi impianti di dissalazione in esercizio; La maggior parte sono in Medio Oriente. (Cristian Barucca, 9/8/2017, http://www.themarsicanbear.com/)

Impianti che hanno però allo stato attuale un considerevole impatto ambientale, e notevoli consumi energetici. Ci riferiamo (per l’impatto marino) sullo scarico nel mare che viene fatto dei sali accumulati, “tolti” all’acqua; cioè lo SCARICO IN MARE DELLA SALAMOIA, residuo del processo di dissalazione: una soluzione ad alta concentrazione di sale, che può essere molto dannosa all’ambiente marino. E poi appunto l’altro aspetto ambientale legato alla desalinizzazione è quello dei suoi attuali alti consumi energetici: anche se, per questo, si sta pensando a nuove tecnologie alimentate da fonti rinnovabili.

DISPONIBILITA’ IDRICA NEL MONDO (mappa ripresa da http://www.greenreport.it) – Circa il 97,5 PER CENTO dei 1.385 MILIONI DI CHILOMETRI CUBICI DI ACQUA su terra è acqua marina salata. Il restante 2,5 PER CENTO È L’ACQUA DOLCE, Ma circa il 90 PER CENTO DI QUELL’ACQUA DOLCE È BLOCCATO NEI GHIACCIAI DELL’ANTARTIDE, Groenlandia o altri ghiacciai (Cristian Barucca, 9/8/2017, http://www.themarsicanbear.com/)

Se di necessità di minor energia (e rinnovabile) si può arrivare a fare, anche l’impatto dello scarico in mare del sale accumulato (semplificando qui il concetto…), per i tecnici questo può essere risolto con uno scarico meno concentrato e più diffuso, “largo”. Pertanto, oltre alle nuove tecnologie, capaci di ridurre il costo energetico utilizzando fonti di produzione energetica rinnovabili, ci sono realistiche ipotesi in grado di risolvere il “ritorno in mare” di forti quantità di sale “estratto” in modo da non rovinare l’equilibrio marino…
Questo per dire che un grande sviluppo per le terre aride della tecnologia dei DISSALATORI che rendono “buona “ l’acqua del mare, potrebbe essere un PROGETTO GLOBALE dove tutti (istituzioni e volontari) avrebbero posto.

LIPARI: IL RINNOVATO (NEL 2015) DISSALATORE – DISSALATORE DELL’ISOLA DI LIPARI, il più grande d’Italia: QUALCHE PROBLEMA AMBIENTALE. CI SI RIFERISCE ALLO SCARICO IN MARE DELLA SALAMOIA, residuo del processo di dissalazione: una soluzione ad alta concentrazione di sale, che può essere molto dannosa

E, nel recupero di acqua potabile, tutto questo appare evidente che, geograficamente, le strade sono due: per chi (come noi) vive in ambienti ricchi di piovosità ma spreca troppo (con un eccessivo inutile consumo, con reti idriche che perdono spesso la metà dell’acqua…), più che di dissalatori, bisogna pensare a essere più parsimoniosi nell’uso dell’acqua: ad essere di fatto più virtuosi nell’utilizzo di questa prezioso bene comune. E prevedere modi di trattenimento dell’acqua piovana; pensare di separare nella costruzione o ristrutturazione delle abitazioni, l’acqua potabile per l’alimentazione, dall’acqua per altri usi (per dire: lo sciacquone del bagno impegna 6 litri d’acqua potabile a ogni utilizzo).

IMPIANTO DI DESALINIZZAZIONE BECKTON (Inghilterra) -Filtri di pressione che comprendono parte di un impianto di desalinizzazione a Beckton, in Inghilterra. Questo impianto di osmosi inversa trasforma acqua mista del fiume e delle maree dal TAMIGI in acqua potabile, ad un tasso di 150.000 m3 al giorno

E che invece LA DISSALAZIONE IMPEGNI PROGETTI RIVOLTI A PAESI CLIMATICAMENTE E GEOMORFOLOGICAMENTE IN DIFFICOLTÀ, zone aride o semi-aride, PAESI che vogliamo che escano da questa condizione di “non diritto” di ciascuna persona ad avere un bene primario di vita. Avviare così un grande progetto (mondiale) per creare tecnologie di desalinizzazione in ogni luogo dove l’acqua (e la sua mancanza) è un vero problema.

Nella foto la città di AGADIR (in Marocco) – “(…) Mentre l’impianto di AGADIR (MAROCCO) capterà l’acqua di mare dall’oceano e la trasformerà in acqua dolce, “solo la metà degli impianti di dissalazione al mondo lo fa”. Il resto prende l’acqua da altre fonti impure, come l’acqua salmastra o l’acqua di fiume inquinata (…)”. (Cristian Barucca, 9/8/2017, http://www.themarsicanbear.com/)

Non è quello che quotidianamente prospettiamo: cioè lo sviluppo e la fine della precarietà per paesi e comunità che vivono in zone aride, che hanno bisogno di una vita dignitosa e autosufficiente con le risorse necessarie al loro mantenimento?
La prospettiva di un grande piano (svolto da tutti, micro e macro organismi di volontariato o istituzionale), concentrato SULL’ACQUA e l’utilizzo delle ACQUE MARINE per la loro trasformazione in ACQUA DA BERE, attraverso micro e macro IMPIANTI DI DESALINIZZAZIONE… Non potrebbe essere un progetto da iniziare, da crederci concretamente? (s.m.)

ANCORA SULLA CRITICA SITUAZIONE DI SICCITA’ IN SUDAFRICA… – In media, OGNI ESSERE UMANO UTILIZZA DIRETTAMENTE o INDIRETTAMENTE 3,8 METRI CUBI D’ACQUA OGNI GIORNO, quando viene tenuto conto di tutto, dal LAVARSI e SERVIZI IGIENICI, al BERE e ALIMENTAZIONE in genere, e indirettamente attraverso l’AGRICOLTURA, e l’USO dell’ACQUA INDUSTRIALE

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DISSALARE L’ACQUA MARINA IN MODO SOSTENIBILE: TECNOLOGIE E FONTI ENERGETICHE
di Alessandro Codegoni, da QUALENERGIA.IT del 26/2/2018 (http://www.qualenergia.it/)
– Già nel 2030 il 47% della popolazione mondiale potrebbe avere problemi di scarsità di acqua. I grandi impianti di dissalazione hanno però impatti ambientali e notevoli consumi energetici. Ma si sta pensando a nuove tecnologie alimentate anche a fonti rinnovabili-

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