LA MONOCOLTURA DEL PROSECCO (nella Marca Trevigiana), candidata possibile vincente ad essere “Patrimonio dell’Umanità 2019” per l’UNESCO: ma ci salverà dalla monocoltura agricola e dall’inquinamento da pesticidi? – L’Unesco e il “suo” patrimonio tutelato è utile a fermare il generale degrado paesaggistico?

(patrimonio Unesco: immagine da http://www.touringclub.it/) – I 53 SITI UNESCO IN ITALIA DA VISITARE ALMENO UNA VOLTA NELLA VITA – da https://www.huffingtonpost.it/, 29/12/2018  –  QUALI SONO I LUOGHI DA CONOSCERE ASSOLUTAMENTE IN ITALIA E DI CUI ANDARE ORGOGLIOSI? Nell’ampia scelta delle bellissime mete che la Penisola offre, ci si può concentrare sui siti definiti dall’Unesco, ‘Patrimonio dell’umanità”. Dalle testimonianze archeologiche ai paesaggi naturalistici, dai centri storici alle chiese, c’è solo l’imbarazzo della scelta. CON I SUOI 52 LUOGHI RICONOSCIUTI DI VALORE UNIVERSALE, informa un articolo sull’edizione online dell’Almanacco della Scienza del Cnr, L’ITALIA DETIENE IL RECORD NELLA LISTA DEL WORLD HERITAGE, CHE CONTA 1.001 SITI A LIVELLO MONDIALE: 777 BENI CULTURALI, 194 NATURALI E 30 MISTI, PRESENTI IN 161 PAESI DEL MONDO. Dalla cartina dell’Italia si evince la diffusione, da nord a sud, di questi tesori, testimonianza della nostra millenaria stratificazione storica e culturale. L’OBIETTIVO DELLA CONVENZIONE UNESCO firmata nel 1972 è “quello di riunire in un unico documento i concetti di protezione della natura e tutela dei beni culturali. La Convenzione riconosce L’INTERAZIONE TRA UOMO E NATURA e la necessità fondamentale di PRESERVARE L’EQUILIBRIO TRA I DUE”. “Il criterio di base per la scelta dei luoghi è l’UNICITÀ, cioè la capacità di quel bene di costituire un ‘unicum’ nel suo genere; deve poi avere una capacità di attrazione, culturale soprattutto, di tipo internazionale”, spiega Daniele Malfitana, direttore dell’Istituto per i beni archeologici e monumentali del Cnr, che vanta un proprio ricercatore, Davide Leucci, nel comitato di valutazione di questo organismo internazionale. VEDI QUI LE FOTO DI TUTTI E 53 I LUOGHI ITALIANI “PATRIMONIO DELL’UMANITA’ UNESCO”: https://www.huffingtonpost.it/2018/01/11/i-52-siti-unesco-in-italia-da-visitare-almeno-una-volta-nella-vita_a_23330594/

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L’ICOMOS, ente consultore di Unesco, HA DATO IL VIA LIBERA ALLE COLLINE DEL PROSECCO dell’area Conegliano-Valdobbiadene della Marca trevigiana – COS’È ICOMOS? – L’INTERNATIONAL COUNCIL ON MONUMENTS AND SITES (noto anche con l’acronimo ICOMOS) è una organizzazione internazionale non governativa che ha principalmente lo scopo di promuovere la teoria, la metodologia e le tecnologie applicate alla conservazione, alla protezione e alla valorizzazione dei monumenti e dei siti di interesse culturale. L’ICOMOS è stato fondato nel 1965 come risultato della CARTA DI VENEZIA del 1964 e dai consigli all’UNESCO sui Patrimoni dell’umanità. Il suo quartier generale è a PARIGI. Ne fanno parte oltre 10.000 membri, provenienti da diversi paesi ed esperti di diverse discipline: architetti, storici, archeologi, storici dell’arte, geografi, antropologi, ingegneri e urbanisti. Secondo la Convenzione UNESCO del 1972 ”Convention concerning the protection of the World Cultural and Natural Heritage” adottata dalla Conferenza Generale nella sedicesima sessione, Parigi, 16 novembre 1972, ICOMOS è una delle tre organizzazioni non governative o intergovernative internazionali NOMINATA DI CONSIGLIARE IL COMITATO UNESCO NELLE SUE DELIBERAZIONI, insieme a IUCN – International Union for Conservation of Nature e ICCROM – The International Centre for the Study of the Preservation and Restoration of Cultural Property. In particolare ICOMOS è il CONSULENTE professionale e scientifico alla Commissione UNESCO per tutti gli ASPETTI CHE RIGUARDANO IL PATRIMONIO CULTURALE E LA SUA CONSERVAZIONE. Inoltre, ICOMOS è responsabile della valutazione di tutte le NOMINE NELLA WORLD HERITAGE LIST di beni culturali e misti, nei confronti del criterio fondamentale di “eccezionale valore universale”, e gli altri criteri come specificato nella convenzione (nella foto: COLLINE DEL PROSECCO IN ZONA COL SAN MARTINO)

   Un “sì con riserva” da parte dell’Icomos (l’ente consultore di Unesco) viene dato (come via libera) alla proclamazione di “Patrimonio dell’Umanità” delle colline tra Conegliano e Valdobbiadene (in Veneto, nella Marca Trevigiana): “sì con riserva” solo se saranno rispettate alcune prescrizioni. Non siamo riusciti a reperire il documento integrale originario dell’Icomos, ma quanto prescritto viene indicato in alcuni articoli che qui di seguito proponiamo in questo post.
Tra queste prescrizione pare ci siano, come esempio, la “vendemmia a mano” e l’obbligo di preservare il paesaggio dalla “monocoltura”, che il mercato richiederebbe. Già queste prescrizioni, se ci sono veramente, creeranno qualche problema. La vendemmia a mano è progressivamente, di anno in anno, sostituita dalla macchina (che “vendemmia”, cioè toglie i grappoli, da sola, e non c’è bisogno più di persone). Per quanto riguarda il preservare il paesaggio dalla monocoltura poi, questo non esiste da moltissimo tempo (cioè è tutto monocoltura). Allora di cosa stiamo parlando? Che regole impossibili si stanno dando per una candidatura Unesco che invece pare già sicura nel verdetto vincente (la decisione definitiva si avrà con la votazione della commissione Unesco del 7 luglio a Baku in Azerbaijan).

LA NUOVA STRATEGIA PER IL RICONOSCIMENTO: LA DELIMITAZIONE DELL’AREA DA TUTELARE PER L’UNESCO – Nella cartina la “CORE ZONE” è indicata in NERO; la “BUFFER ZONE” in BLU. In VERDE i COMUNI appartenenti alla ZONA PRINCIPALE, in BLU quelli che rientrano nella ZONA TAMPONE. In GIALLO la “COMMITMENT AREA”. – “Conegliano esclusa dalla “core zone”: “Area troppo urbanizzata” “CONEGLIANO – nel luglio 2018 era arrivato il rinvio della candidatura al prossimo anno, previa presentazione di un dossier con le correzioni richieste per l’iscrizione. (…) CAMBIA LA “CORE ZONE” candidata a diventare patrimonio Unesco. La zona principale è stata infatti RIDOTTA RISPETTO ALLA PRIMA PROPOSTA (…)Una delle richiesta dell’Unesco riguarda il disciplinare tecnico che regola gli interventi agricoli nella “CORE ZONE” (PRINCIPALE) e nella “BUFFER ZONE” (ZONA TAMPONE). (…)Rispetto alla prima versione della candidatura, ci sono TRE COMUNI che rimangono FUORI dalla “core zone”: si tratta di CONEGLIANO, SUSEGANA e SAN VENDEMIANO, finiti nella zona cuscinetto.(…) Anche la “buffer zone” viene ridotta, e vi rientrano quei comuni esclusi dalla zona principe in seconda battuta. Sia la zona “core” che quella “buffer”, ad ogni modo, sono candidate a diventare patrimonio dell’umanità. La novità riguarda una “COMMITMENT AREA”, che ha FUNZIONI DI SERVIZIO, nella quale rientrano i comuni limitrofi alle altre due aree. (Roberto Silvestrin, da http://www.oggitreviso.it/, 6/9/2018)

   Però questo Ente “esploratore” per conto di Unesco (l’Icomos), sembra essersi tenuto largo, tiepido, ad alcune richieste importanti che non ha fatto. Se è pur vero che il paesaggio collinare nell’alta Marca Trevigiana (tra Valdobbiadene e Conegliano), pur con molte brutture (anche lì ad esempio ci sono molte case sparse e insediamenti urbanistici in modo continuativo ed incessante lungo le strade), non si è tenuto conto (cioè l’Icomos non ha tenuto conto) di due cose.

GLERA (da Wikipedia) – La GLERA è un VITIGNO A BACCA BIANCA, componente base del PROSECCO. Ha tralci color nocciola e produce grappoli grandi e lunghi, con acini giallo-dorati. NELLA PRODUZIONE DEL PROSECCO LA GLERA COSTITUISCE ALMENO L’85% DELLE UVE UTILIZZATE. La frazione rimanente può essere rappresentata da VERDISO, PERERA, BIANCHETTA, PINOT e CHARDONNAY

   La PRIMA è che quell’area destinata a divenire patrimonio dell’umanità è sì bella nel disporsi geometrico dei filari di vitigni di glera, ma che trattasi di monocoltura dedita ad alto tasso di INQUINAMENTO DA PESTICIDI periodicamente irrorati. In certi periodi dell’anno è perfino (giustamente) proibito dai sindaci (il caso nel comune di Vidor) di inoltrarsi tra i vigneti perché ne risentirebbe gravemente la propria salute (e stiamo parlando del maturare di un prodotto agroalimentare!!…cioè che si beve).

(Un fermo immagine mostra lo spargimento di pesticidi sui vigneti tra Veneto e Friuli, da LA STAMPA.IT) – I dati del dossier Legambiente Stop Pesticidi 2019 hanno confermato come “BOSCALID, CHLORPYRIFOS, FLUDIOXONIL, METALAXIL, IMIDACLOPRID, CAPTAN, CYPRODINIL siano alcuni dei residui di pesticidi più diffusi negli alimenti – spiega Legambiente – Si tratta di fungicidi e insetticidi utilizzati in campo e di cui ancora troppo spesso si ritrovano residui negli alimenti e nell’ambiente, in primis nelle acque superficiali e profonde come testimonia l’ultimo rapporto Ispra”. (…) UN SEVERO MONITO ALL’UNESCO VIENE, IN CONTEMPORANEA, da associazioni e movimenti veneto-friulani che partecipano alle marce, CONTRO LA PROPOSTA DI RICONOSCERE LE COLLINE DEL PROSECCO DI CONEGLIANO E VALDOBBIADENE COME PATRIMONIO DELL’UMANITÀ (…) (Giuseppe Pietrobelli, 18 Maggio 2019, “Il Fatto Quotidiano”)

   E così abbiamo una scarsa tutela della salute e della biodiversità. Dell’inquinamento ne risentirà il consumatore (che beve quel vino) ma in particolare vengono ignorati i gravi disagi dei residenti, inquinati dai diserbanti. Pertanto ci sarà (e persisterà, crediamo) la MONOCOLTURA e l’INQUINAMENTO DA PESTICIDI nella prossima zona tutelata dall’Unesco: riuscirà l’Unesco a invertire la rotta, e che si realizzi una biodiversità? …Lo si può sperare…. Anche se è difficile, molto difficile, che questo avvenga…

MANIFESTAZIONE CONTRO I PESTICIDI NELLE COLLINE DEL PROSECCO

   La SECONDA cosa (di cui l’Icomos, di questa, non poteva certo tenerne conto) è che il processo economico della produzione del prosecco sembra oramai sfuggito di mano sia alle Autorità politiche regionali (e dei comuni che hanno competenza nei piani e nella tutela ambientale e sanitaria dei propri territori), e la diffusione della coltivazione a prosecco appare altamente invasiva per qualsiasi altra forma agricola, oltreché eliminando specie vitivinicole storiche di gran pregio, diverse, “altre” dal prosecco, che vengono estirpate, per installare nei campi e in ogni dove c’è un po’ di terra, la vite a prosecco.

«In provincia di Belluno, da quando la Regione Veneto ha deciso di estendere la zona doc del prosecco anche a questa provincia, c’è una corsa all’acquisto/accapparramento (una sorta di land grabbing) di terreni da parte di coltivatori o cantine del prosecco” spiega Tiziano Fantinel del gruppo Coltivare Condividendo. «Sono già stati realizzati vigneti di grosse proporzioni in comune di Limana, Belluno, Cesiomaggiore, ma la corsa non si ferma….(https://www.terranuova.it/ )

   Emblematico poi il caso bellunese. In un territorio (rientrante anch’esso nell’area del prosecco) coltivazioni di montagna importanti ma delicate e meno redditizie, subiscono la competizione economica della forza di profitto del prosecco, e inevitabilmente quei campi, quei terreni, sono dediti alla monocoltura della glera (cioè del vitigno a prosecco).

(mappa zone del prosecco) – IL CONSORZIO DELLA DOCG DI CONEGLIANO è saturo, si estende su quasi 8.000 ettari. Nelle 9 PROVINCIE DELLA DOC gli ettari coltivati a glera, riconosciuti dalla denominazione, sono 24.450. Nella Docg di Asolo, dal 2011 al 2017, i nuovi impianti sono aumentati dell’80% circa. Ogni anno l’Unione europea concede un diritto di incremento della superficie vitata nazionale pari all’1% della stessa. I diritti di impianto vengono distribuiti alle regioni, che li concedono attraverso bandi. Ogni Consorzio di tutela adotta regole diverse per l’accettazione di questi nuovi impianti all’interno dell’aree di competenza. PER LE DUE DOCG VALE L’ADESIONE IMMEDIATA: UN NUOVA VITE A GLERA ENTRA AUTOMATICAMENTE NELLA DENOMINAZIONE. NEL CONSORZIO DOC, INVECE, VIGE IL BLOCCO, DAL 2011. «I nuovi ingressi vengono regolati, per tenere in equilibrio domanda e offerta», sottolinea il presidente della Doc Stefano Zanette. FUORI DALLA DENOMINAZIONE CI SONO 7 MILA ETTARI DI GLERA, piantumati dopo il blocco, che potrebbero non diventare mai prosecco. (Marta Gatti, IL MANIFESTO, 12/7/2018)

   E’ così che le colline e le pianure dove sorgono ora i vitigni per la produzione industriale del prosecco, dove per tale produzione è preponderante l’utilizzo di macchinari in luogo dell’opera dell’uomo e c’è un utilizzo massivo di pesticidi di sintesi, questi luoghi sono stati completamente stravolti a causa degli sbancamenti, sradicamento di alberi, anche secolari o storici, eliminazione di siepi, per far posto a questa monocoltura.

(Le colline della zona Conegliano-Valdobbiadene) – COLDIRETTI: IL PROSECCO E’ IL VINO PIU’ BEVUTO AL MONDO (da “la Tribuna di Treviso” del 6/6/2019) – Il Prosecco è il vino italiano più bevuto nel mondo: lo testimonia l’AUMENTO RECORD DELLE ESPORTAZIONI NEL 2019, pari al 25%, con la previsione di arrivare al valore di un miliardo a fine anno. Lo rileva la Coldiretti, basandosi sui dati Istat relativi al primo bimestre 2019, all’indomani della candidature delle Colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene nella Lista del patrimonio mondiale dell’Unesco, come PAESAGGIO CULTURALE. «Un risultato atteso – rileva la Coldiretti – che riconosce l’importanza di un territorio dallo straordinario valore storico, culturale e paesaggistico in grado di esprimere una produzione che ha saputo conquistare apprezzamenti su scala mondiale». Secondo i DATI ISTAT SONO STATE VENDUTE ALL’ESTERO DUE BOTTIGLIE DOC SU TRE, dei 466 milioni venduti lo scorso anno. LA GRAN BRETAGNA, RILEVA LA COLDIRETTI, «È DI GRAN LUNGA IL PAESE CHE NE CONSUMA DI PIÙ». La produzione del Prosecco, prosegue la nota, «è intimamente connessa con le caratteristiche del territorio e del meraviglioso paesaggio delle Colline del Prosecco di Conegliano-Valdobbiadene».

   Secondo le associazioni ambientaliste (per dare dei dati), nella Pedemontana trevigiana, anche a causa dei pesticidi e dell’eliminazione dei prati, è scomparso il 52% delle specie di uccelli, tra cui cardellino, allodola, quaglia, passera mattugia, rondini. Ma ancor di più “nella stragrande maggioranza delle aree coltivate a prosecco tra aprile e agosto/settembre di ogni anno la popolazione che qui ci vive, è limitata nel proprio diritto alla salute e nel proprio diritto di proprietà” a causa delle irrorazioni dei vigneti.


Di per sé, se il mantenimento della nomea di “patrimonio dell’umanità” di questi luoghi e di tutti (largamente) i territori limitrofi, richiederà una revisione di questo abnorme sviluppo agricolo monocolturale e inquinante, forse il fatto dell’arrivo dell’Unesco sarà cosa assai positiva. (s.m.)

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(immagine: PADOVA URBS PICTA, da http://www.touringclub.it/) -LE CANDIDATURE UNESCO 2020 – PER IL 2020 LA COMMISSIONE NAZIONALE ITALIANA PER L’UNESCO PUNTA SU DUE SITI. IL PRIMO È CHIAMATO “PADOVA URBS PICTA-GIOTTO, LA CAPPELLA DEGLI SCROVEGNI E I CICLI PITTORICI DEL TRECENTO” e riguarda gli straordinari monumenti di Padova che conservano importanti testimonianze pittoriche: CAPPELLA DEGLI SCROVEGNI E CHIESA DEGLI EREMITANI, PALAZZO DELLA RAGIONE, BATTISTERO DEL DUOMO, CAPPELLA DELLA REGGIA CARRARESE, BASILICA DEL SANTO, ORATORIO DI SAN GIORGIO, ORATORIO DI SAN MICHELE. Il SECONDO invece è un sito seriale, detto “GREAT SPAS OF EUROPE” che raggruppa, oltre al nostro Paese, Germania, Austria, Francia, Belgio, Regno Unito e Repubblica Ceca. Si tratta di dieci siti termali storici: per l’Italia è candidata Montecatini Terme. (…) (Stefano Brambilla, 31/1/2019, da https://www.touringclub.it/)

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https://www.unesco.it/ – il sito della Commissione italiana per l’Unesco

UNESCO: QUANTO PAGHIAMO PER DIVENTARE PATRIMONIO DELL’UMANITÀ
di Milena Gabanelli, da “il Corriere della Sera” del 29/1/2019
Siamo il Paese più bello del mondo: è un fatto. La maggior parte delle bellezze mondiali, dichiarate Patrimonio dell’Umanità, si trovano in Italia. Un totale di 54 meraviglie fra monumenti, parchi, centri storici, luoghi culturali espressamente dichiarati «unici» dall’Unesco, l’organizzazione delle Nazioni Unite che ad oggi tutela 1092 luoghi sparsi in tutto il mondo.
Il riconoscimento è così prestigioso che quasi ogni anno puntiamo a incrementare la lista e di solito ci riusciamo: tranne la Valle D’Aosta e il Molise, ogni nostra regione ha uno o più siti ammessi al Patrimonio, confermando all’Italia il record indiscusso fra i 167 Paesi che possono sfoggiare il marchio Unesco.
Tutta questa bellezza ha un prezzo. Continua a leggere

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GRANDI NAVI A VENEZIA: L’INCIDENTE E’ POSSIBILE, è accaduto, potrà accadere ben di peggio. Anche senza incidenti le navi da crociera distruggono la LAGUNA – Proposta per una VENEZIA SOSTENIBILE al turismo, con un PORTO OFF-SHORE (una banchina artificiale), FUORI DALLA LAGUNA, in MARE APERTO

La collisione a Venezia domenica 2 giugno, alle 8.34, nel Canale della Giudecca, tra una nave da crociera (la “MSC OPERA”) e un battello fluviale (la «RIVER COUNTESS») che in quel momento stava accogliendo i passeggeri a bordo

   La collisione a Venezia domenica 2 giugno, nel Canale della Giudecca, tra una nave da crociera (la “MSC OPERA”, nave da crociera della compagnia MSC Crociere, una compagnia di navigazione dedita al mercato delle crociere, con sede a Ginevra e sedi operative a Napoli, Genova e Venezia, a capitale interamente svizzero, con 15 mila dipendenti) e un battello fluviale (la «RIVER COUNTESS», un «lancione» turistico che in quel momento stava accogliendo i passeggeri a bordo), ha creato uno CHOC COLLETTIVO (in tutti quelli che vivono, frequentano, o solamente amano Venezia), ben oltre il danno subìto al Molo di San Basilio (presso la Stazione Marittima) e con “soli” 4 feriti non gravi.

LA MANIFESTAZIONE “NO GRANDI NAVI” DI SABATO 8 GIUGNO – http://www.nograndinavi.it/

   Choc, perché era “impossibile che accadesse”: l’idea che la tecnologia possa metterci al riparo da ogni rischio è forte, e “dobbiamo sentirci sicuri”. E poi, la grandi navi vengono traghettate quando entrano in Laguna, non può accedere alcun incidente…… E’ invece accaduto, e potrà di nuovo accadere con conseguenze ben più gravi.
Ma non è solo un fatto di incidenti di questo tipo. Le grandi navi “fanno male” alla Laguna di Venezia sempre quotidianamente: ogni volta che una nave da crociera entra dalla Bocca di Porto del Lido (con la sua stazza a volte anche superiore alle 100 mila tonnellate), oppure una petroliera entra dalla Bocca di Porto di Malamocco, i fondali della laguna ne risentono fortemente: si scatena un mini maremoto che solleva montagne di sedimenti e detriti, sospingendoli in tutte le direzioni e lasciandoli in parte in sospensione, prima che le maree le buttino fuori dalla laguna, in mare aperto (vi invitiamo qui di seguito a leggero il pezzo di Sandro Orlando, dal Corriere.it del 6 giugno scorso).

VENEZIA, COSÌ LE GRANDI NAVI HANNO MODIFICATO I FONDALI DELLA LAGUNA – Gli effetti di queste navigazioni sono ora visibili nelle immagini che l’ISMAR, l’ISTITUTO DI SCIENZE MARINE del CNR di VENEZIA, ha «scattato» nelle profondità della laguna servendosi di un ecoscandaglio ad alta risoluzione. «FOTOGRAFIE ACUSTICHE», pubblicate dalla rivista SCIENTIFIC REPORTS (NATURE), che descrivono con precisione quale sia l’impatto sull’ecosistema lagunare di questo traffico marittimo: con UN MIGLIAIO DI GRANDI NAVI DA CROCIERA CHE OGNI ANNO TRANSITANO DAVANTI AL BACINO DI SAN MARCO, per poi costeggiare PUNTA DELLA DOGANA e infilarsi nel CANALE DELLA GIUDECCA – in manovre complicatissime, come ha confermato per l’ennesima volta la collisione domenica 2 giugno della Msc Opera con un battello in prossimità del molo di San Basilio; oltre a più di tremila navi cargo che vanno su e giù per il cosiddetto canale dei Petroli tra Malamocco e Marghera, e un numero imprecisato di vaporetti, barche e barchini. (Sandro Orlando, Corriere.it, 6/6/2019)

   E non è solo un impatto ambientale per l’ecosistema lagunare: è un IMPATTO VISIVO e CONTRASTANTE con la bellezza di Venezia, nella sua delicata precarietà fatta, costruita, su fondamenta di legno, sui suoi magnifici palazzi leggiadri: tutto questo cosa ha a che fare con le mostruose dimensioni della navi da crociera che contengono anche 3 mila turisti?
L’ipotesi di dire “basta” a queste grandi navi in Laguna, vede il mondo economico, turistico, portuale, politico locale, schierati tutti contro: si è detto e si dice che «la messa in sicurezza della città non può mettere a rischio migliaia di posti di lavoro e centinaia di migliaia dell’indotto, oltre all’economia del turismo». E le lobby sempre più potenti delle compagnie navali contano molto: tutte le proteste e richieste di non far entrare in laguna queste navi vengono spente con la possibile perdita di tanti posti di lavoro (nel turismo e servizi, ma anche nella cantieristica…).

“AVARIA AL MOTORE” – “La nave di Msc aveva un’avaria al motore, segnalata subito dal comandante. Il motore era bloccato, ma in spinta, perché la velocità aumentava, come confermano i tracciati Ais”. Lo ha spiegato Davide Calderan, presidente della Rimorchiatori Uniti Panfido, la società che con due imbarcazioni stava guidando la “Msc Opera” all’arrivo in marittima, prima dell’incidente. I due rimorchiatori hanno cercato di fermare il ‘gigante’, fino a quando un cavo di traino si è rotto, tranciato dall’impatto con il battello fluviale.

   Il «piano» del 2017 di dirottare le navi da crociera verso porto Marghera, utilizzando il canale dei petroli (entrando dalla Bocca di Porto di Malamocco) sembra bocciato da una parte del governo, ritenendolo troppo pericoloso (con la convivenza con le petroliere) (e noi condividiamo la preoccupazione). E sembra sia stato rimesso nel cassetto ancor più il progetto di fare avvicinare le navi al terminal veneziano attraverso il canale Vittorio Emanuele (che è parallelo al ponte della Libertà) che comunque andrebbe dragato (cioè scavato, “approfondito”).

da corriere.it: foto CNR

   Le tre ipotesi del ministro dei trasporti attuale (Toninelli) (il Ministero dei trasporti è competente a decidere su questa cosa, ma deve pure cercare il consenso delle autorità politiche e portuali locali, il cosiddetto Comitatone -Comitato interministeriale di indirizzo-…) sono: a-CHIOGGIA (appena dentro la laguna), con rafforzamento delle banchine esistenti; b-SAN NICOLÒ al Lido (però fuori dalla Laguna, con la creazione di una banchina artificiale); c-MALAMOCCO (più o meno con le stesse caratteristiche di San Nicolò). A parte Chioggia, che ci sembra un po’ troppo lontana (alla fine della Laguna Sud, e in ogni caso si rimarrebbe dentro la Laguna), le altre due qui sopra riportate possibilità appaiono concrete (a nostro avviso).
Noi riteniamo che proprio la situazione di CRISI DA TURISIMO ECESSIVO di Venezia, e di IRREVERSIBILE DANNO ALL’ECOSISTEMA LAGUNARE richieda scelte coraggiose: per questo diciamo che le grandi navi da crociera in nessun modo dovrebbero (devono) entrare nella Laguna di Venezia.

Nel grafico il luogo dove è avvenuto lo schianto della Msc Opera e le possibili alternative allo studio per l’attracco delle grandi navi da crociera (da Corriere del Veneto)

   Sui problemi dell’indotto turistico (ma siamo sicuri che, dati i numeri di turisti a Venezia, ci si accorgerà del problema?..e non si potrà riconvertire gli attuali addetti alle grandi navi in altri servizi alla città?); e, se si vuole (questo sì), del business delle crociere (delle potenti compagnie navali); e della cantieristica italiana che potrebbe perdere commesse (questo ci pare un problema più serio)… ebbene noi pensiamo CHE LA SOLUZIONE ALTERNATIVA è un porto OFF-SHORE, una BANCHINA ARTIFICIALE fuori della Laguna, in mare aperto: la si può fare in tempi ragionevoli, e i costi non necessariamente sono superiori agli interventi necessari per le ipotesi “dentro la Laguna”.

percorso proposto dal Comune di Venezia e dalla Regione Veneto

   Quanto tempo ci vuole e nel frattempo cosa si fa? Nel frattempo si applica il decreto del Governo Monti (Clini-Passera) che dal 3 marzo 2012 vieta il transito di navi con una stazza superiore alle 40 mila tonnellate (e la Msc Opera pesa 65 mila tonnellate, non doveva esserci). Cioè non si permette il passaggio, e si aspetta l’entrata in funzione della banchina off-shore in mare aperto (vedrete che sarà costruita in tempi più che rapidi). (s.m.)

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L’INCIDENTE (foto Ansa) – IL COMANDANTE: “PERDITA DI COMANDI” – “Presumibilmente c’è stata una perdita dei comandi…”. Pochi minuti di conversazione, tra la sala operativa della Capitaneria di Porto, e il ponte comando della ‘Msc’ spiegano la drammaticità dell’incidente avvenuto a Venezia. Questo il dialogo tra i soccorritori e la nave. “…Ci aggiorna sulla situazione in corso? cambio”. “E’ il pilota che parla, il comandante è impegnato… Al momento siamo sulla nave con la prua preminentemente appoggiata al ’29’, abbiamo il rimorchiatore di prua che ha rotto il cavo ed in assistenza al ‘River Countess’, che è sul nostro fianco sinistro. A poppa abbiamo sempre mantenuto il rimorchiatore con il cavo e siamo fermi”. La telefonata continua: “Abbiamo dato ordine di dar fondo alle due ancore e di agguantarle, abbiamo messo i rimorchiatori di prua in forza ad allargare lato opposto al 29, e quello di poppa in frenata a tutta forza per fermare l’abbrivio della nave, ma dal ponte non abbiamo compreso bene cosa sia successo”.

L’INCIDENTE NEL CANALE DELLA GIUDECCA

di Dino Martirano, da “Corriere.it” del 3/6/2019
– Scontro tra navi a Venezia, indagati pilota e comandante della nave. Lega e 5 Stelle litigano pure sulle navi. Crociera annullata e biglietti rimborsati. Il ministro dei Trasporti: abbiamo tre ipotesi di approdi alternativi per le grandi navi. Salvini: si muova –
Crociera della Msc annullata (con biglietti comunque rimborsati), in un mare di polemiche: con la Lega e il M5S che ora litigano anche sui progetti degli approdi alternativi per le grandi navi, fuori o dentro la laguna di Venezia. Dopo la collisione nel Canale della Giudecca — tra una nave da 65 mila tonnellate e un battello fluviale: 4 feriti, inchiesta aperta, indagati il pilota e il comandante della Msc — il governo si è preso tutto giugno per decidere.
E di sicuro l’esecutivo ha già stracciato il «piano» del 2017 di dirottare i «bestioni del mare» verso porto Marghera, utilizzando il canale dei petroli. Rimesso nel cassetto anche il progetto di fare avvicinare le navi al terminal veneziano attraverso il canale Vittorio Emanuele (parallelo al ponte della Libertà) che comunque andrebbe dragato.
Il ministro Danilo Toninelli (Infrastrutture) ha in mente tre ipotesi: Chioggia (appena dentro la laguna), con rafforzamento delle banchine esistenti; San Nicolò (fuori una delle bocche di porto che danno accesso alla laguna), con la creazione di una banchina artificiale; Malamocco (più o meno con le stesse caratteristiche di San Nicolò). «La terza appare remota, ma entro giugno il Mit deciderà se adottare la prima o la seconda opzione», fanno sapere dallo staff di Toninelli. Però, aggiungono le fonti ministeriali, «è allo studio, per una fase transitoria, anche un graduale contingentamento della grandi navi da fare entrare in laguna». Con quale criterio? Per ora non è dato saperlo. A meno che non ci si affidi a un tetto di tonnellaggio che poi è implicito anche nel «super vincolo» posto a ottobre 2018 dal ministro grillino Alberto Bonisoli (Beni culturali) sui grandi canali veneziani, contro il quale già sono partiti i ricorsi al Tar (Comune e Autorità portuale).
Il vicepremier Matteo Salvini ha suonato la sveglia al collega Toninelli: «C’è un progetto per le navi… Bene, si faccia e subito». Così a stretto giro di posta il ministro 5 Stelle ha poi replicato al Tg Veneto di Rai3: «Non esiste e non è mai esistito un progetto Marghera…e questo significa che il sottoscritto e il mio ministero non ha bloccato nulla». Eppure osserva Nicola Pellicani del Pd, che chiede al ministro di riferire in aula, «Toninelli in un anno non ha deciso nulla: l’ultimo Comitatone (governo, comune, regione, autorità portuale, ndr) è stato convocato il 7 novembre 2017 da Delrio individuando la soluzione condivisa» del terminal di Marghera. (Dino Martirano)

LA GRANDE PAURA – Nell’urto alcune persone sono state sbalzate in acqua, quattro i feriti a bordo della Msc, in condizioni non gravi. Sono tutte donne, turiste straniere. Arrivati sul posto, vigili del fuoco e polizia hanno allestito i soccorsi. L’incidente ha turbato i tradizionali preparativi per lo sposalizio con il mare che si tiene tutti gli anni a Venezia e coinvolge numerose imbarcazioni. Accade proprio nel periodo in cui si è fatta più decisa la protesta delle associazioni che chiedono che venga vietato il passaggio delle grandi navi in Laguna, dopo il parere positivo per il loro stazionamento a Marghera arrivato di recente dall’Unesco.

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mappe barimetriche (da http://www.velaveneta.it/)

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FONDALE CHIOGGIA (da Corriere.it, foto CNR)

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BANKSY E IL QUADRO SULLE GRANDI NAVI A VENEZIA – Lo street artist, o chi per lui, pubblica un video dove espone quadri sulle grandi navi e lamenta di non essere stato invitato dalla mostra

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Il cartoon di Celentano profetico con la grande nave che si schianta a San Marco

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VENEZIA COLLISIONE CON BATTELLO, FERITI E POLEMICHE

GRANDI NAVI, PERCHÉ NON DECIDETE?

di Gian Antonio Stella, da “il Corriere della Sera” del 3/6/2019
E se succede a Venezia? «Uffa!», sbuffavano fino a ieri mattina i sostenitori delle Grandi Navi. E attaccavano a snocciolare contro i soliti gufi una miriade di dati, calcoli, portolani, algoritmi, sigle imperscrutabili di strumentazioni spaziali che mai e poi mai avrebbero consentito un incidente nel canale della Giudecca eccetera eccetera… È successo davvero. E tutte le chiacchiere sono state spazzate via.
Erano le 8:34. Entrata dalla bocca di porto di San Nicolò e diretta verso la Marittima, la nave da crociera «Msc Opera» procedeva lungo il canale veneziano a 5,3 nodi. Tanti, Continua a leggere

L’ITALIA DEI GHETTI (e delle PERIFERIE dimenticate) – Luoghi che, pur nelle criticità, rappresentano quasi sempre una popolazione giovane che vuole migliorare la propria condizione, che cerca un futuro – Lo SQUILIBRIO GEOGRAFICO di un Paese che ha istituzioni urbane superate, incapaci di governare i Territori

PALERMO, QUARTIERE SAN FILIPPO NERI. Più noto con il famigerato acronimo di ZEN, concentra almeno 22.000 persone in due grandi conglomerati di edilizia pubblica a Nord di Palermo. (Riccardo Venturi per Save the Children) – da http://www.avvenire.it/

   La periferia è il tema dominante di questa epoca. Nell’ormai consolidato spostamento globale delle persone dalle campagne (che è un termine generico: possono essere aree rurali, zone pedemontane, monti, colline, pianure ad insediamento sparso…) verso le città, anziché consolidare la (vincente) cultura urbana, hanno creato ed espanso “periferie”.
Fenomeno cresciuto nei paesi ricchi (quelli europei, ci riferiamo in particolare) nei primi anni ’90 del secolo scorso (con la fine del blocco USA-URSS) con l’inizio dell’arrivo di immigrati dal sud del mondo e dall’Europa dell’est. Le periferie sono così fortemente cresciute.

LA COMMISSIONE PARLAMENTARE DI INCHIESTA SULLE CONDIZIONI DI SICUREZZA E SULLO STATO DI DEGRADO DELLE CITTÀ E DELLE LORO PERIFERIE si è costituita il 25 novembre 2016, ed ha concluso i lavori il 14 dicembre 2017. La Commissione ha tenuto 32 riunioni plenarie, nel corso delle quali sono stati sentiti soggetti istituzionali ed esperti, associazioni e comitati rappresentativi di realtà territoriali, e ha inoltre effettuato 12 missioni in alcune Città metropolitane, di cui quattro a ROMA, poi a BARI, BOLOGNA, GENOVA, MILANO, NAPOLI, PALERMO, TORINO e VENEZIA. Secondo i dati Istat elaborati per la Commissione, su 21,9 milioni di italiani che abitano nelle 14 città metropolitane ben il 71%, cioè 15,5 milioni, risiedono in quartieri geograficamente periferici. Da un altro punto di vista, invece (sempre dati Istat), il 34% della popolazione delle grandi città vive in quartieri con alto potenziale di marginalità economica e sociale.

   Fenomeno poi, da noi, aumentato con un certo decadimento economico dalla seconda metà del 2000: i vuoti lasciati dalla dismissioni industriali (i capannoni abbandonati ad esempio nel Nordest italiano…), e nei centri storici i palazzi in degrado, e lungo le strade l’abbandono di edifici a volte anche di antica buona fattura (ma che adesso risulterebbero invivibili e non ristrutturabili, per troppo traffico vicino, o perché così in degrado che ogni demolizione e rifacimento non è economicamente compatibile da parte dei proprietari).
Pertanto periferie fatte di mega condomini, desolanti, e dall’altra quartieri in uno stato di cattivi servizi sociali, questo in particolare nelle grandi città; ma questo sta avvenendo anche nelle città medie di provincia, che dominano il panorama urbano italiano.

LA COMMISSIONE PARLAMENTARE DI INCHIESTA SULLE CONDIZIONI DI SICUREZZA E SULLO STATO DI DEGRADO DELLE CITTÀ E DELLE LORO PERIFERIE HA POPOSTO OTTO LINEE DI AZIONE per fare delle periferie una priorità nazionale: 1- UN COORDINAMENTO UNITARIO da parte dello Stato, 2-PROGRAMMI SPECIALI PER DIECI ANNI con almeno due miliardi di euro a disposizione all’anno, 3-IL RITORNO DELLE POLITICHE PUBBLICHE PER LA CASA (anche qui con nuovi fondi), 4-UNA RIFORMA URBANISTICA NAZIONALE, 5-POLITICHE DELLA SICUREZZA che coniughino rigore (su occupazioni abusive, campi Rom, criminalità organizzata), 6-POLITICHE DI INTEGRAZIONE e POLITICHE ATTIVE DI INCLUSIONE SOCIALE (con la creazione di Agenzie sociali di quartiere), 7-INCENTIVI PER IMPIANTARE ATTIVITÀ ECONOMICHE nei quartieri difficili (sconti fiscali o finanziamenti), 8-FORME STABILI DI COINVOLGIMENTO DEI CITTADINI

   E poi ci sono i tanti medio-piccoli paesi (quasi ottomila), sparsi diffusamente (a volte lungo le strade, a volte con centri storici di nobile tradizione…) che non sopravvivono più all’avanzare delle nuove post-moderne attività (di produzione manifatturiera robotizzata, di scuole di alta formazione, di ospedali specialistici, di servizi del terziari avanzato…) sempre più innovative, che solo alcune città medio-grandi riescono ad offrire (non tutte: Milano sì, altre no).

IL LIBRO – GOFFREDO BUCCINI – GHETTI (L’ITALIA DEGLI INVISIBILI: LA TRINCEA DELLA NUOVA GUERRA CIVILE) (ed. Solferino) – In Italia si combatte ormai da anni UNA GUERRIGLIA CIVILE TRA CITTADINI DIMENTICATI. Lo Stato sembra aver perso sovranità su vaste aree del territorio nazionale: ghetti urbani dove tutto può accadere, buchi neri della nostra convivenza nei quali gli unici vincitori sono il degrado e la criminalità vecchia e nuova. Solo quando il conflitto sociale tra ultimi e penultimi è deflagrato, la politica ha cominciato a prestarvi attenzione. (…) Destra e sinistra per vent’anni non hanno neppure provato a intervenire seriamente, come se non fosse chiaro che LE PERIFERIE (NON SOLO GEOGRAFICHE) SONO LA VERA TRINCEA DELLA DEMOCRAZIA. Le nuove forze populiste hanno infine evocato il problema, ma i primi atti del loro governo sembrano andare in senso contrario alla soluzione. (…) GOFFREDO BUCCINI racconta la sua discesa nel lato oscuro del Paese: un VIAGGIO DA NORD A SUD fatto di storie drammatiche e personaggi memorabili; con quindici milioni di italiani «periferici».

   Ma dappertutto, anche nelle città più tecnologicamente avanzate (Milano…), nascono continuamente “abbandoni urbanistici”, ghetti, periferie degradate…. E la PERIFERIA la troviamo sì nelle medie grandi città, ma contemporaneamente c’è nel disagio di migliaia di piccoli comuni che sono diventati tutti interamente “periferie”: perché, ad esempio, non offrono opportunità alla popolazione giovanile che lì risiede, non c’è formazione, ricerca del nuovo, nessuna novità, niente…. E hanno un trend di vita quotidiana sonnolento, pigro, senza prospettive… (mentre tutto, il mondo, appare in movimento, in trasformazione).

NUOVE PERIFERIE: edifici in abbandono lungo le strade

   Nei medi e piccoli paesi, lungo le strade, sorgono strutture del commercio, degli acquisti, che poi saranno inesorabilmente (molte di esse) destinate a chiudere, perché troppe e sovradimensionate, come I TANTI IPERMERCATI alla conquista appunto delle periferie… (e non parliamo dello spreco del territorio).

Roma, condomini, periferia

   Insomma, SI STA MANIFESTANDO UN DISAGIO URBANO, SOCIALE, GEOGRAFICO, diffuso non solo nelle medio-grandi città ma anche nei piccoli paesi.
Il potere politico, delle amministrazioni comunali, sembra avere poche idee e strumenti inadeguati per agire, per sviluppare progetti specifici di integrazione della popolazione, delle attività economiche, commerciali… (per questo noi insistiamo sulla necessità di accorpare i comuni medio-piccoli in nuove città, dare volti geografici e poteri nuovi e più autorevoli agli enti locali…).

Padova e la periferia diffusa a NordEst (foto da http://www.archphoto.it/)

   Fa specie che in queste immense e variegate periferie vi sia collocata (ci abita) la popolazione più giovane; e poi tante persone che cercano un futuro (giovani coppie, single…), che guardano con speranza a una prospettiva di vita e di crescita (in quei luoghi inadeguati). Pertanto le periferie, pur nelle criticità rappresentano la popolazione che vuole migliorare la propria condizione, le persone che cercano un futuro migliore.

La dottoressa Lucia Ercoli, fondatrice dell’associazione Medicina solidale, durante un intervento in un campo rom di ROMA. Medicina solidale opera dal 2004 in diverse aree della periferia romana a favore delle persine svantaggiate e escluse dall’assistenza sanitaria. (Riccardo Venturi per Save the Children) – da http://www.avvenire.it/

   Ogni progetto o idea politica per superare l’abbandono e il degrado crescente, necessita di riuscire a coinvolgere chi abita in queste periferie: riuscire a mettersi a parlare con gli abitanti, per capirne le necessità e realizzare insieme modelli insediativi in cui fare vivere bene tutti (persone e comunità).

Aree dismesse (capannoni abbandonati)

   Non c’è urbanista, architetto, pianificatore autorevole, politico serio e preparato, che non sia d’accordo con la necessità di dare nuova e diversa vita a questi luoghi abbandonati (superare i ghetti, l’essere periferia…), prospettando operazioni di coraggio ma in ogni caso coinvolgendo chi ci vive: non far vivere passivamente ogni trasformazione (a chi dovrà invece esserne protagonista): far partecipare il più possibile la comunità al “cambiamento” iniziando quell’operazione di RAMMENDO DELLE PERIFERIE (termine usato da Renzo Piano, che dice che «le periferie sono la città del futuro, quella dove si concentra l’energia umana e quella che lasceremo in eredità ai nostri figli. C’è bisogno di una gigantesca opera di rammendo e ci vogliono delle idee. Un rammendo che coinvolge le periferie attraverso la rigenerazione urbana» (citiamo qui da un articolo di Ugo Leone, professore di Politica dell’Ambiente, articolo di seguito riportato in questo post).
Vi proponiamo degli spunti, delle riflessioni, ripromettendoci di trattare l’argomento per ciascuno dei possibili punti specifici che possono essere progetti di rigenerazione delle periferie (ed eventualmente il Vostro contributo sarà più che gradito alla trattazione del tema). (s.m.)

edifici storici abbandonati (Bologna)

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PERIFERIE, LA RIGENERAZIONE NECESSARIA

di Ugo Leone (già professore ordinario di Politica dell’Ambiente presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Napoli “Federico II”. Presidente del Parco nazionale del Vesuvio), da “la Repubblica” del 22/1/2019
(….) L’attenzione sulle periferie napoletane e della loro sostanziale invivibilità, può essere avviato a soluzione solo con la partecipazione. Della gente che le abita, innanzitutto, ma anche da chi può e deve dare una mano.
È quella che si definisce “URBANISTICA PARTECIPATA” della quale viene considerato il “padre” l’architetto belga LUCIEN KROLL, il quale nel progettare un “ECOQUARTIERE” parlava con gli abitanti, per capirne le necessità e realizzare modelli insediativi in cui fare vivere bene individui e comunità. Continua a leggere

Un mondo di PLASTICHE e MICROPLASTICHE – E di derivati chimici, come i PFAS (che si trovano non solo nelle falde acquifere venete ma anche in grandi fiumi, come il Po) – CHE FARE per il diffondersi delle plastiche? La Direttiva europea per limitare la “plastica usa e getta”; e poi ridurre le MICROPLASTICHE; e gli INQUINAMENTI DA PFAS….

(immagine da http://www.agrodolce.it/) – MICROPLASTICA, cos’è (da Wikipedia) CON MICROPLASTICA CI SI RIFERISCE A PICCOLE PARTICELLE DI MATERIALE PLASTICO GENERALMENTE PIÙ PICCOLE DI UN MILLIMETRO FINO A LIVELLO MICROMETRICO. Le microplastiche provengono da DIVERSE FONTI tra cui: cosmetica, abbigliamento e processi industriali (il caucciù, ad esempio, pur essendo una gomma naturale, non è concretamente usato di per sé, ma vulcanizzato e le sue micro particelle, probabilmente prodotte dal rotolamento degli pneumatici, sono state rinvenute in mare). Esistono attualmente DUE CATEGORIE DI MICROPLASTICA: LA PRIMARIA che è prodotta come risultato diretto dell’uso umano di questi materiali e SECONDARIA come risultato di frammentazione derivata dalla rottura di più grandi porzioni che creano la grande chiazza di immondizia del Pacifico. È stato riscontrato che ENTRAMBE LE TIPOLOGIE PERSISTONO NELL’AMBIENTE IN GRANDI QUANTITÀ, soprattutto negli ECOSISTEMI MARINI ED ACQUATICI. Ciò perché la plastica SI DEFORMA MA NON SI ROMPE per molti anni, e può essere INGERITA E ACCUMULATA NEL CORPO E NEI TESSUTI di molti organismi. (…) Recenti studi hanno dimostrato che L’INQUINAMENTO DA PARTE DELLE MICROPLASTICHE HA RAGGIUNTO LA CATENA ALIMENTARE interessando non solo la FAUNA MARINA ma ANCHE ALIMENTI COME IL SALE MARINO, LA BIRRA ED IL MIELE. Nonostante non siano stati condotti studi specifici, c’è anche la possibilità che i frammenti arrivino sulle nostre tavole attraverso la carne; infatti, pollame e suini vengono nutriti anche con farine ricavate da piccoli pesci che possono essere contaminati. L’Istituto tedesco per la valutazione del rischio alimentare (BfR) ha invitato l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) a indagare per capire quali siano gli effetti della microplastica sulla salute umana. (DA WIKIPEDIA)

   Addio a contenitori inutili posate e piatti di plastica usa-e-getta, ai bastoncini dei cotton-fioc, alle cannucce e anche alle palettine per miscelare le bevande delle macchinette? … Forse tutto questo, con il tentativo (nobile) dell’Unione Europea di vietare le plastiche inutili e invadenti dell’ambiente.

Nel Mediterraneo c è un mare di rifiuti di plastica (immagine tratta da http://www.rinnovabili.it/)

   La direttiva europea (ora approvata) prevede inoltre che entro il 2029 il 90% delle bottiglie di plastica “Pet” debba essere raccolto e riciclato dagli Stati membri (ma già da noi si fa, perlomeno…). Le bottiglie di plastica dovranno poi essere prodotte con almeno il 25% di materiale riciclato entro il 2025 e con il 30% entro il 2030 (e tappi e coperchi per bevande saranno ammessi solo se attaccati al contenitore e non disperdibili). Ci sarà il divieto di commercializzare prodotti di plastica monouso per cui esistono alternative sostenibili e economicamente accessibili. Per gli altri, invece, si prevede un lavoro di sensibilizzazione per ridurne in modo significativo il consumo….

Frammenti di plastica vengono trovati ovunque: nelle spiagge, nei laghi, mari e nei ventri dei pesci, nei fiumi, nel ghiaccio galleggiante sul Mar Artico, nella Fossa delle Marianne (cioè il punto più profondo degli oceani), nei ghiacciai alpini….

   Tutto appare non facile, vista l’invasione (nei consumi quotidiani) delle materie plastiche. E poi molte di queste stanno inquinando mari, oceani, fiumi…(perfino i pochi ghiacciai alpini rimasti)… e vengono ingerite dai cetacei…insomma si sta verificando un’ecatombe, un problema drammatico che dobbiamo avere la sensibilità (e il dovere) di porci, di preoccuparci seriamente.

CICLO DELLA PLASTICA NELL ORGANISMO UMANO (da http://www.agrodolce.it/)

   Ma, inoltrandoci sulla tematica delle PLASTICHE, e della loro dispersione nell’ambiente, dei danni che procurano, si viene a conoscere, a sensibilizzarci, su altre tipologie di prodotti chimici che (addirittura) entrano nel ciclo alimentare, penetrano il corpo umano. Parliamo delle MICROPLASTICHE (considerate tali le piccole particelle di materiale plastico generalmente più piccole di un millimetro fino a livello micrometrico). L’invadenza di esse, microplastiche, sta cambiando il mondo, provoca danni veri e seri alla salute di tutti. Ne parliamo in alcuni articoli in questo post.

“(…) UN ALLARME ARRIVA DALL’ANALISI DELLE ACQUE IN BOTTIGLIA. Sono state analizzate 150 marche da tutto il mondo, fra cui la francese Evian e l’italiana San Pellegrino, ed è risultato che nel 93% delle bottigliette erano presenti particelle di plastica. “Per ogni marca – prosegue Mason – abbiamo analizzato 10 bottigliette: tutte le marche sono risultate positive ai controlli anche se non lo erano tutte le bottigliette. Per quanto riguarda la dimensione delle microparticelle, sono dello stesso tipo e della stessa dimensione di quelle dell’acqua mentre la concentrazione era differente. NELL’ACQUA DA RUBINETTO NE ABBIAMO TROVATE 5,45 PER LITRO MENTRE NELLE BOTTIGLIE 10,4“. (…) (Alessandra Iannello, 17/3/2019, da https://www.agrodolce.it/)

   E viene spontaneo pensare che l’allarme ecologico che da più parti si cerca di sollecitare (come adesso quello degli adolescenti che si rifanno alla battaglia generosa della ragazza svedese Greta Thunberg, diventata un simbolo ambientalista globale), tutti i messaggi allarmisti che da più parti vengono lanciati (e che spesso incontrano indifferenza, oppure li si riconosce validità ma non ci si preoccupa più di tanto, presi da altre cose…), ebbene questo allarme ambientalista è cosa assai seria che si sta trasformando (si è già trasformata) in una guerra che l’umanità (globalmente e per ogni singola persona) sta pagando (spesso con la propria vita) a un sistema di “benessere” fatto di prodotti altamente letali. E le plastiche e microplastiche sono tra i principali elementi del danno che si sta verificando.

NON SOLO NEL MARE: LA PLASTICA È ARRIVATA NEI (SEMPRE MENO) GHIACCIAI ALPINI – “TROVATE PLASTICHE NEL GHIACCIAIO DEI FORNI”, il più grande ghiacciaio vallivo italiano e l’unico di tipo himalayano, nella parte nord orientale della Lombardia, nel Parco dello Stelvio (provincia di Sondrio) – «Valfurva, preoccupante analisi dell’università di Milano. Trovate particelle di microplastica in diversi campioni. Può derivare dall’attrezzatura di alpinisti o dal vento». (12/4/2019, da https://www.laprovinciadisondrio.it/ )

   Dal nostro osservatorio poi, in questo blog geografico, abbiamo varie volte cercato di trattare il problema di uno dei derivati chimici che sta creando grande preoccupazione per la salute di decine di migliaia di persone: cioè dei PFAS…. E’ di questi mesi (del 2019) che in Veneto le autorità sanitarie stanno facendo lo screening sui veneti con il sangue contaminato da Pfas: circa la metà dei residenti del Vicentino, Veronese e Padovano interessati dall’analisi è infatti già stata convocata dalle Usl locali. Sono state inviate 47 mila lettere e l’adesione è stata del 60 per cento, con analisi mediche disponibili per circa 25 mila persone interessato, cioè che vivono e hanno utilizzato in questi anni acqua potabile inquinata da Pfas.

COSA SONO I PFAS? Una famiglia di COMPOSTI CHIMICI POLI E PERFLUORATI UTILIZZATI IN MOLTI SETTORI INDUSTRIALI, soprattutto per la produzione di materiali resistenti ai grassi e all’acqua. Sono molecole caratterizzate da un forte legame tra fluoro e carbonio che le rende difficilmente degradabili, perciò SI ACCUMULANO NELL’AMBIENTE E POSSONO FACILMENTE PASSARE NEI VIVENTI interferendo anche in modo grave con il loro metabolismo.

   Ne vien fuori che sei veneti visitati su dieci, in aggiunta a livelli di Pfas elevati, hanno ulteriori complicazioni come colesterolo in eccesso o pressione arteriosa troppo alta. E che 270 bambini che vivono nella cosiddetta “area rossa” di maggiore inquinamento (vedi la mappa qui riportata delle varee aree di contaminazione), bambini di 10 e 11 anni, di loro l’11 per cento ha un livello di colesterolo totale fuori norma.

14/4/2019: LO SCREENING SUI VENETI CON IL SANGUE CONTAMINATO DA PFAS è al «giro di boa»: circa la metà dei residenti del VICENTINO, VERONESE e PADOVANO interessati dall’analisi è infatti già stata convocata dalle Usl locali. Sono state inviate 47 mila lettere e «l’adesione è stata del 60 per cento, sono già disponibili gli esami per 25.288 di loro» fa sapere la sanità regionale. NE VIEN FUORI CHE SEI VENETI VISITATI SU DIECI, IN AGGIUNTA A LIVELLI DI PFAS ELEVATI, HANNO ULTERIORI COMPLICAZIONI COME COLESTEROLO IN ECCESSO O PRESSIONE ARTERIOSA TROPPO ALTA. E sono stati invitati, o lo saranno, a fare un secondo livello di verifiche. L’analisi si è poi estesa a 272 BAMBINI DI 10 E 11 ANNI DELL’ «AREA ROSSA», con un dato significativo: ben L’11 PER CENTO DI LORO HA UN LIVELLO DI COLESTEROLO TOTALE FUORI NORMA. (Andrea Alba, da “il Corriere del Veneto” del 14/4/2019)(nalle mappa qui sopra: PFAS, VENETO AREE GEOGRAFICHE PER DIVERSI LIVELLI DI ESPOSIZIONE -da http://www.vicenzatoday.it/-)

   L’inquinamento da sostanze Pfas (l’esatto termine è “perfluoroalchiliche”) nelle province di Vicenza, Padova e Verona, ha portato a una contaminazione, con avvelenamento delle acque, che ha interessato ben 150 mila persone. Servivano 18 milioni per bonificare il “sito Miteni”: la ditta di Trissino nel vicentino accusata di aver inquinato le acque producendo queste materie plastiche usate per abbigliamento che resiste all’acqua, come giacche a vento, oppure per le pentole antiaderenti…

   Ma 18 milioni per la bonifica era operazione troppo costosa per la società, che non la ha fatta (la bonifica), limitandosi nel 2005 (già conscia dell’inquinamento in atto) a realizzare una barriera idraulica dal costo di 199 mila euro, decisamente inferiore ai 18 milioni previsti per la maxi-bonifica, per tentare di contrastare l’avanzare dell’inquinamento verso la falda. Con, pare, il silenzio dell’ARPAV, l’Ente regionale di controllo ambientale, che non ha denunciato la cosa, pur sapendo cosa stava accadendo.

PFAS IN VENETO, MAPPA ARPAV – LA PRESENZA DI INQUINAMENTO DA PFAS IN OLTRE 90 COMUNI. Livelli di inquinamento che negli Usa e in Svezia non sarebbero consentiti

   Nel 2013, quando viene reso pubblico e ufficiale che la falda è contaminata, scoppia il “caso Pfas” e Miteni fa di tutto per nascondere l’esistenza di quella barriera idraulica fatta fare fin dal 2005. Confermarne la realizzazione, significava ammettere di aver nascosto almeno per 8 anni l’inizio di un disastro ambientale. E l’Arpav in quel frangente sostenne la tesi della ditta (cioè che la barriera antinquinante della falda era stata costruita nel 2013, quando fu ufficializzato l’inquinamento). Insomma una gran brutta storia. E adesso si viene a scoprire che i Pfas sono stati rilevati anche nel Po: ciò significa che tutta ‘area geografica del bacino del nostro più grande fiume (Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna, ancora Veneto) è interessata da questa contaminazione che arriva (questa) da chissà dove….

   PLASTICHE, MICROPLASTICHE, altri derivati chimici (come i Pfas) sono elementi che dimostrano che l’emergenza ambientale è più che mai in atto, è arrivata da tempo, e che dobbiamo mobilitarci concretamente affinché si possa invertire una rotta suicida. (s.m.)

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ADDIO ALLA PLASTICA MONOUSO, ECCO LE ULTIME DECISIONI DELL’EUROPA SUI RIFIUTI
di Mara Magistroni, 29/3/2019, da https://www.wired.it/
– Stop all’inquinamento di spiagge e oceani. Passa al Parlamento europeo la legge per vietare le plastiche monouso e responsabilizzare i produttori e consumatori al riciclo –
ADDIO a posate, cannucce, cotton-fioc e agli altri prodotti di PLASTICA USA-E-GETTA per cui esistono alternative in materiali sostenibili o riutilizzabili. Così, con l’approvazione di NUOVE NORME che limitano la diffusione dei principali prodotti di plastica monouso ENTRO IL 2021 e volte a responsabilizzare produttori e consumatori, l’UNIONE EUROPEA muove (almeno sulla carta) i primi passi per contrastare l’inquinamento di spiagge, mari e oceani. Dopo il voto del PARLAMENTO EUROPEO, che segue la proposta della Commissione ambiente depositata a maggio e l’accordo politico del dicembre dello scorso anno, la palla passerà agli STATI MEMBRI, che dovranno RECEPIRE LA DIRETTIVA.
NUOVI DIVIETI, NUOVI OBIETTIVI Continua a leggere

L’AQUILA 10 ANNI DOPO – Nella ricostruzione del centro storico (con ancora tanti cantieri) è da capire come far tornare a L’Aquila la vita quotidiana – PROPOSTA: perché non assegnarle funzioni politico-amministrative per alleggerire la conurbazione romana dando attività e vita alla città e all’area abruzzese?

L’AQUILA: LA FONTANE DELLE 99 CANNELLE MIRACOLOSAMENTE RIMASTA INTATTA AL TERREMOTO DEL 6 APRILE 2009 (ma lo stesso restaurata con fondi del FAI, Fondo Ambiente Italiano) – L’AQUILA COME VENZONE (IL FRIULI)? “In una sincera confessione fatta a Norbert Schultz, l’architetto Gerald Kalman, profugo negli Stati Uniti, ricorda che, nel rientrare nella Berlino distrutta dalla Guerra, aveva superato il disorientamento causato dalla rovina udendo i propri passi risuonare sul selciato: attraverso quel solo carattere superstite egli in qualche modo percepì di poter ancora abitare la sua città. Anche di fronte alla più terribile distruzione, i fili che legano un uomo alla sua abitazione, costituiscono una maglia così fitta e complessa, che la peggiore lacerazione fisica può comunque venire medicata attraverso l’attivazione di una sensibilità emozionale e morale che ha il suo centro nella memoria”. “Si può comparare la riproposizione dell’assetto urbano di Venzone al paziente lavoro di un filologo che si trova a dover reimpaginare un antico codice sfasciato; l’esito dell’operazione deve essere valutato stabilendo quanto la nuova edizione riesca a comunicare il senso dell’originale. La ricostruzione del centro storico – almeno negli intenti di chi l’ha promossa – ha voluto significare innanzitutto un’opera di cultura, ove questa venga intesa come la potenza formale di ‘far passare nel valore ciò che in natura corre verso la morte’” (Ernesto de Martino)

   Del terremoto dell’Aquila 10 anni dopo bisogna subito dire che è “vita perduta” nelle frazioni (nelle zone periferiche le ricostruzioni non sono mai cominciate), mentre il centro è ricostruito sì ma non del tutto rianimato.

A dieci anni dal SISMA DELL’AQUILA, che causò 65.000 SFOLLATI, 1.600 FERITI E 309 VITTIME, gli abitanti temono l’ABBANDONO DELLE FRAZIONI, mentre il CENTRO STORICO sembra UNA BELLISSIMA “SCATOLA VUOTA”. Una ricostruzione a due velocità: più rapida e trasparente quella privata, lenta e incapace di districarsi tra i meandri della burocrazia quella pubblica (le scuole e l’Università non sono ancora state ricostruite)

   E’ così a dieci anni dal sisma, iniziato alle 3:32:39 del 6 aprile 2009, e durato un tempo lunghissimo: 35 secondi di dramma e terrore. Una fortissima scossa (di magnitudo 6,3) che ha causato 65.000 SFOLLATI, 1.600 FERITI e 309 VITTIME. E gli abitanti adesso temono l’abbandono delle frazioni, mentre il centro storico sembra una bellissima “scatola vuota”, cioè è stato sì ricostruito (anche se ci sono ancora tanti cantieri, ma molto è stato fatto…), ma la vita quotidiana (espressione vera dell’esistenza della “città) langue, è difficile (questa) ricostruirla.

C’è L’AQUILA CITTÀ ma ci sono anche 56 BORGHI (frazione e paesini attorno all’Aquila) COLPITI AL CUORE dalle scosse del 2009. Spiega Raffaello Fico, l’ingegnere che guida la ricostruzione nel cratere. “LA MEDIA DELLA RICOSTRUZIONE CORRISPONDE AL 30% ma è una percentuale FUORVIANTE. Ci sono PAESI AL 60% dei lavori, che sono tornati a vivere, entro due anni torneranno abitabili. Poi, è vero, CI SONO PICCOLI CENTRI ANCORA MOLTO INDIETRO, LÌ SIAMO AL 10%”. I segni del terremoto 2009 in Abruzzo dividono tutto a metà. (da https://www.quotidiano.net/ del 5/4/2019) (mappa tratta da “L’aquila, frazioni colpite dal sisma” da http://www.abbruzzosvegliati.blogspot.com/)

   Le NEW TOWN, 19 quartieri dormitorio volute allora, fuori città e a contorno della città, continuano a farla da padrone. Erano state pensate per essere una sistemazione provvisoria, sono diventate appunto quartieri dormitorio, senza trasporti, senza punti di ritrovo, senza niente… e ancora ci vivono 10mila persone.

PROGETTO CASE E MAP (MODULI ABITATIVI PROVVISORI), ABITAZIONE NELLE NEW TOWN DE L’AQUILA – 10.000 le persone che, a dieci anni dal sisma, vivono ancora nelle new town volute da Berlusconi

   Dagli spunti di riflessione, articoli, notizie che qui di seguito in questo post vi proponiamo, appare la difficoltà a individuare forme di ripresa della vita della splendida città qual era (e qual è, nonostante il terremoto) L’Aquila.

(Corso Umberto I, com’è stato ricostruito) – Roberto Grillo, artista fotografo, è stato, fino a pochi giorni fa, il presidente dell’ASSOCIAZIONE AQUILA CENTRO STORICO – COMMERCIANTI, RESIDENTI, PROFESSIONISTI. «Volevo tenere tutti uniti, perché se stai male non hai bisogno di tanti medici che si occupino dei singoli organi ma di UNA VISIONE D’INSIEME. Si è avviata la RICOSTRUZIONE materiale (al 50-60%, ndr) ma MANCA QUELLA IMMATERIALE, che significa, semplicemente, RIPORTARE LA VITA. Il sindaco Cialente ci aveva provato, lasciando aprire pub e bar per gli studenti ma poi tutto si è fermato lì. OGGI IN CENTRO SI VIENE PER LA PASSEGGIATA E PER UN GELATO, NON PER FARE ACQUISTI IN NEGOZI CHE NON CI SONO PIÙ. Il commercio segue le vie di traffico che ora passano nelle periferie. Adesso il nostro compito è davvero difficile. Se non riusciamo a mettere il bene collettivo davanti a quello privato, non riusciremo a fermare il declino». (di JENNER MELETTI, da “la Repubblica” del 3/4/2019)

   Ritorno della popolazione nei centri e nelle cosiddette periferie (il termine, “periferie”, peraltro non ci piace molto) sono cose necessarie a ridare “vera” vita alla città. Ma ci si rende conto che è difficile. Che bisogna sì puntare su elementi di forza de L’Aquila, come la sua (pare eccellente) UNIVERSITÀ (peraltro ancora non ricostruita, ora in “edifici-moduli” provvisori), nell’innovativa esperienza dello studio e ricerca di fisica del laboratorio del Gran Sasso che attira visitatori studiosi e studenti; e poi l’importanza per L’Aquila (e per il territorio abruzzese) del TURISMO…. Pare, almeno, che il dominante settore TERZIARIO di prima, magari rafforzato delle espressioni originarie (università e turismo) NON POSSA BASTARE a ridare fiato e vita alla città, al territorio.

UNA PROPOSTA CHE VARIE VOLTE abbiamo fatto in questo blog geografico, è stata quella di RIPARTIRE LE FUNZIONI POLITICO – LEGISLATIVE – GOVERNATIVE ora concentrate in pochi spazi nel centro storico di Roma (Ministeri, Assemblee legislative… e tutto quel che ne deriva), assieme ad altre funzioni basilari che il centro della capitale ha (capitale del cattolicesimo, museo d’arte a cielo aperto, città vissuta da quasi 3 milioni di persone…), troppe cose…. tutte cose che la fanno essere ora città (metropoli) più che mai ingolfata. Perché allora non ripartire tra le altre (magnifiche) città vicine (L’AQUILA È A UN’ORA DA ROMA…) del Centro Italia Ministeri e funzioni politiche, amministrative, governative? Pensiamo alle potenzialità di PERUGIA, oppure alla valenza morale, politico-religiosa conosciuta e apprezzata nel mondo che ha ASSISI, e, tra i tanti altri nuclei urbani magnifici e rilevanti vicini alla “capitale Roma” c’è appunto L’AQUILA, anch’essa capace di ospitare Ministeri e altre attività di tal genere…

   Per questo viene da pensare e immaginare un CONCORSO DI IDEE quale contributo a pensare, creare, nuove possibili attività per l’Aquila. UNA PROPOSTA CHE VARIE VOLTE abbiamo fatto in questo blog geografico, è stata quella di RIPARTIRE LE FUNZIONI POLITICO – LEGISLATIVE – GOVERNATIVE ora concentrate in pochi spazi nel centro storico di Roma (Ministeri, Assemblee legislative… e tutto quel che ne deriva), assieme ad altre funzioni basilari che il centro della capitale ha (capitale del cattolicesimo, museo d’arte a cielo aperto, città vissuta da quasi 3 milioni di persone…), troppe cose…. tutte cose che la fanno essere ora città (metropoli) più che mai ingolfata.
Perché allora non ripartire tra le altre (magnifiche) città vicine (L’AQUILA È A UN’ORA DA ROMA…) del Centro Italia Ministeri e funzioni politiche, amministrative, governative? Pensiamo alle potenzialità di PERUGIA, oppure alla valenza morale, politico-religiosa conosciuta e apprezzata nel mondo che ha ASSISI, e, tra i tanti altri nuclei urbani magnifici e rilevanti vicini alla “capitale Roma” c’è appunto L’AQUILA, anch’essa capace di ospitare Ministeri e altre attività di tal genere, in grado di smaltire il caos romano; e a vantaggio di una rivitalizzazione del centro aquilano dopo il catastrofico evento del 2009.

Il premier Giuseppe Conte alla fiaccolata all’Aquila nella sera del 5 aprile per ricordare il decennale del terremoto (foto da http://www.quotidiano.net/)

   Ecco, potrebbe essere un inizio, un’opportunità? Per far sì che l’evento tragico negativo del sisma aquilano porti a un nuovo contesto non solo in quella città, in quel territorio, ma realizzi una redistribuzione geografica delle funzioni di potere nazionali più armoniosa, consona ed efficiente, capace di ridare slancio a una bellissima macro-area geografica (martoriata pure, dopo il terremoto de L’Aquila del 2009, anche dal sisma dell’Italia Centrale del 2016 e 2017)? (s.m.)

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#10YEARSCHALLENGE, COME È CAMBIATA L’AQUILA
Si chiama #10YearsChallenge ed è la moda del momento sui social network: ma a L’Aquila assume un significato particolare. L’AQUILA NEL 2009 E L’AQUILA ORA: le foto
di E.F. – 17 gennaio 2019 – da https://www.ilcapoluogo.it/
A L’Aquila #10YearsChallenge assume un significato particolare, nel decennale del sisma.
INSTAGRAM, FACEBOOK e TWITTER pullulano di fotografie che testimoniano la ‘sfida’ raccolta, ovvero quella di mostrare come si era dieci anni fa e come si è adesso. Un gioco simpatico, nato per scherzare su come passa il tempo, ma che per L’Aquila ha un significato particolare.
Il 6 aprile 2019 sono passati 10 anni dal sisma che ha sconvolto la città e molti aquilani, invece di postare le proprie fotografie nel #10YearsChallenge, stanno facendo collage e confronti di come era L’Aquila nel 2009, dopo il terremoto, e come è invece adesso. Un atto di amore nei confronti della propria città e di speranza, che mostra quanto si è fatto in città, soprattutto per quanto riguarda determinati punti del centro storico, in questi faticosissimi 10 anni.
A fungere da raccoglitore di fotografie per questo challenge, la pagina aquilana ‘Ngulo che strina. (https://www.facebook.com/ngulochestrina/ )
C’è la CHIESA DI SAN PIETRO, il cui angolo sinistro della facciata era crollato in seguito alle scosse del 6 aprile, tornata come nuova in questi ultimi mesi e pronta per essere riaperta alla città:

Chiesa di San Pietro 10 ANNI DOPO

C’è CORSO UMBERTO I, (nella foto che avete trovato qui prima, più sopra), spaventosamente incerottato dopo il terremoto e ora rinato, almeno nel suo lato sinistro, venendo da Piazza Palazzo. Il lato destro è purtroppo nelle stesse condizioni di 10 anni fa: come noto, il cantiere per la ricostruzione degli edifici pubblici che sono sotto ai portici del Liceo non è ancora partito.

E c’è la CITTA’ VISTA DA PONTE BELVEDERE:

L’aquila, 10 anni dopo: Ponte Belvedere 2009 – 2019 #tenyearschallenge

E poi PIAZZA DUOMO:

Piazza Duomo 2009 – 2019 #tenyearschallenge

(FOTO DA da https://www.ilcapoluogo.it/ )

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TERREMOTO DELL’AQUILA 10 ANNI DOPO: IL PROVVISORIO È PER SEMPRE. LUOGHI SIMBOLO (E RITARDI) DI UNA CITTÀ CHE NON SI ARRENDE
da il Fatto quotidiano del 3/4/2019
“Più o meno lentamente, la ricostruzione all’Aquila sta procedendo. Ma ricostruire una città non significa solo ristrutturare gli edifici, ma PROGRAMMARE SPAZI per rendere possibile la rinascita del tessuto sociale, ricostruire in maniera sostenibile un contesto economico, e questo non è stato fatto”. Così ENRICO STAGNINI, presidente dell’attivissimo circolo di LEGAMBIENTE DELL’AQUILA, che con sguardo tanto critico quanto lucido denuncia le lacune più evidenti nella ripartenza della città, a dieci anni dal sisma del 6 APRILE 2009. “I lavori sono andati avanti a macchia di leopardo, così a oggi siamo ancora molto lontani dall’avere ricostruito la socialità minima necessaria per immaginare una rinascita della comunità cittadina”. Continua a leggere

UNIONE EUROPEA in difficoltà dopo le ELEZIONI del prossimo 26 maggio? – Un pensiero antieuropeo pare dominare i Paesi dell’Unione (in crisi economica)… – L’APPELLO: FATE L’ERASMUS (estendiamolo) E NON LA GUERRA (tra Stati): un buon viatico alle previsioni negative al processo di integrazione europea?

LE ELEZIONI EUROPEE ALL’ORIZZONTE POTREBBERO ESSERE LE PIÙ POLITICIZZATE e MENO PARTECIPATE di sempre, e quello che ne emergerà sarà probabilmente il PARLAMENTO EUROPEO più frammentato di sempre. Che a una campagna elettorale molto politicizzata seguano elezioni poco partecipate è piuttosto insolito: normalmente alle elezioni nazionali a maggiore politicizzazione corrisponde anche maggiore partecipazione. IL VOTO EUROPEO DI QUEST’ANNO SARÀ INOLTRE CONTRADDISTINTO DALLA NASCITA E DALLA PROGRESSIVA ASCESA DI UN NUTRITO GRUPPO DI PARTITI NAZIONALISTI ED EUROSCETTICI in diversi Paesi dell’Unione, che sono riusciti a riportare il dibattito sull’Europa non soltanto al centro dell’agenda politica, ma anche all’attenzione degli elettori. Ciononostante, se alle prime elezioni del Pe NEL 1979 VOTÒ IL 63% DEGLI ELETTORI e 15 anni più tardi, nel 1994, l’affluenza si era contratta solo di poco, toccando il 57%, nel giro dei successivi 15 anni il tasso di partecipazione è calato di altrettanti punti (43,2% nel 2009), e nel 2014 si è attestato più o meno sulla stessa cifra. (Matteo Villa, da ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), http://www.ispionline.it/it/pubblicazione/ 21/2/2019) (foto dala campagna di comunicazione istituzionale promossa dal Parlamento Europeo)

   Sono trascorsi quarant’anni dalle prime elezioni dirette del parlamento europeo a suffragio universale. Tra il 23 e il 26 maggio 2019 circa quattrocento milioni di europei saranno chiamati alle urne per eleggere i loro rappresentanti a Strasburgo.

  E queste elezioni saranno sicuramente diverse dalle altre: fortemente politicizzate con la presenza di forze politiche cosiddette “sovraniste”, cioè fortemente nazionaliste, che guardano al loro Paese e criticano in modo forte (più o meno indiretto, più o meno esplicito) il progetto dell’Unione europea. Ma è anche probabile che questa forte politicizzazione non corrisponda a una partecipazione granché superiore alle altre volte: cioè con una partecipazione al voto sempre più bassa, nel disinteresse generale. Ed è comunque sicuro che il prossimo parlamento europeo (cui si vuole e si sta dando sempre più maggiori poteri e rilevanza politica), sarà il parlamento più frammentato di sempre.

SE OGGI SI VOTASSE IN GRAN BRETAGNA PER UN SECONDO REFERENDUM SULLA PERMANENZA DEL REGNO UNITO NELL’UNIONE EUROPEA, LA MAGGIORANZA DEI CITTADINI BRITANNICI VOTEREBBE PER RIMANERE. Questo dicono tutti i sondaggi, da più di un anno a questa parte. Non parliamo di un divario stratosferico tra BREMAINERS e BREXITERS, sia chiaro, ma bisogna partire da qui per capire cosa succederà, quale delle due strade – NO DEAL o SECONDO VOTO – sarà intrapresa, DOPO LA TERZA BOCCIATURA DI FILA DELL’ACCORDO negoziato tra Theresa May e la Commissione Ue. (….) (30/3/2019 – da https://www.linkiesta.it/) (foto: La premier britannica Theresa May insieme al presidente della commissione Ue Jean-Claude Juncker)

   Quasi sempre non si percepisce quanto è stato fatto per un’Europa sempre unita, e che ha migliorato la qualità del nostro muoverci, spostarci, avere rapporti più ampi: vengono in mente la moneta comune, l’euro, adottata finora da 19 Paesi (introdotta nel 2002 dopo più di 40 anni di trattati, negoziati e preparativi); e vengono in mente le frontiere “libere” con il Trattato di Schengen (attuato tra i maggiori paesi continentali europei nel 1995, e poi allargatosi con l’apertura di frontiere di altri Paesi).

Secondo la rilevazione EUROBAROMETRO (nel giugno 2018), i sentimenti antieuropei sono in netto calo in quasi tutti i paesi dell’Unione e la maggioranza degli europei ritiene che l’affiliazione all’UE sia un fattore positivo per la propria nazione. L’Italia tuttavia è il fanalino di coda dell’europeismo.
Il 60% dei cittadini europei, dinnanzi alla domanda “in generale, pensi che l’appartenenza all’Europa Unita del tuo paese sia…” risponde con “un fatto positivo”. Un sentimento quindi di prevalente fiducia nell’UE, che risulta dominante soprattutto nei paesi del centro-nord Europa con il Lussemburgo in prima posizione (85% di risposte positive) seguito da Irlanda ed al terzo posto parimerito da Germania e Olanda, con il 79% di europeisti. Quasi tutti i paesi fondatori si mantengono sopra la media a 28, con due eccezioni: la Francia con solo il 55% di pro-EU – nonostante il presidente Macron ultraeuropeista, – e proprio l’Italia che è addirittura terz’ultima assoluta (39% di europeisti) davanti solo a Rep. Ceca e Croazia. (da http://sondaggibidimedia.com/eurobarometro )

   Dicevamo, non è solo questo di positivo: altri temi e “modi di vita” sono diventati concreti: il libero commercio, regole comuni, il controllo degli standard di qualità legislativi e regolamentari fra stati, la legislazione più attenta all’ambiente e alla salute, all’alimentazione…. e poi interessanti coinvolgimenti su progetti europei della popolazione, come l’Erasmus per gli studenti….
Tutte cose che ti fanno dire che se vai a Barcellona, a Parigi, a Berlino e in tanti altri posti “non vai all’estero” (parola superata) ma sei in Europa, vai in Europa.

L’IDENTITÀ EUROPEA, di TZVETAN TODOROV (ed. Garzanti, aprile 2019, tascabile 94 pagine, euro 4,90) – Questo scritto di TZVETAN TODOROV ci ricorda l’importanza di riscoprire le radici dell’Europa e incoraggiare, proprio a partire da queste, un’adesione sempre più salda e consapevole al PROGETTO EUROPEO. Scrive Todorov: «L’identità della cultura europea consiste nella sua maniera di gestire le diverse identità che la costituiscono a livello regionale, nazionale, religioso e culturale, accordando loro uno statuto nuovo e traendo profitto da questa stessa pluralità». LA PLURALITÀ DI CULTURE è infatti per l’Europa allo stesso tempo un’eredità e una prospettiva, e una sua «gestione oculata» è l’unica base possibile per garantire, attraverso una coesistenza pacifica e inclusiva, la costituzione di un’unità civile e durevole.

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   E’ vero che ci sono cose che non si riescono a capire: in particolare sprechi di una burocrazia europea che si è creata, che si somma agli sprechi “nostri”, delle Regioni, dello Stato centrale. E questo non va bene. Però l’Unione europea ci ha aperto le menti ad altre prospettive; e possiamo guardare alla globalizzazione (e ai moloch mondiali come la Cina e gli USA, ma anche altri -la Russia e le aree geopolitiche di crisi del pianeta-), possiamo, potremmo, guardare a tutto questo con maggiore speranza di contare qualcosa.

I PADRI FONDATORI (da http://www.romanoprodi.it/ )

   Un’Unione europea che tanti cambiamenti ha fatto, e che però ora si trova in mezzo a un guado, per superare il quale servono una nuova forza di volontà politica; e guardare positivamente al futuro con passi in avanti necessari, in campo economico, sociale, delle istituzioni, per costruire un’Europa che sia davvero comunità federale, democratica e solidale. Sennò tutto sparisce, tutto torna come prima, peggio di prima.

EUROPA NONOSTANTE TUTTO (Antonio Calabrò, Maurizio Ferrera, Piergaetano Marchetti, Alberto Martinelli, Antonio Padoa-Schioppa, ed. “La Nave di Teseo”, collana “Le onde”, aprile 2019, pagg. 152, euro 10,00) – A metà tra SAGGIO DIVULGATIVO e MANIFESTO IDEOLOGICO, questo testo porta avanti un discorso lineare e semplice, corredato da dati e da facili tabelle numeriche, che punta a contestare le fake opinions e ad EVIDENZIARE CIÒ CHE È ESSENZIALE PROMUOVERE E MIGLIORARE IN SENO ALL’UNIONE EUROPEA. Come funziona la macchina istituzionale? Chi decide e come? Delineando, passo dopo passo, i vantaggi che l’UE comporta non soltanto a livello macroscopico, ma anche nella vita quotidiana, gli autori vogliono fare CHIAREZZA SULL’EURO, spiegare il ruolo dei singoli stati membri, parlare di GLOBALIZZAZIONE o, semmai, di SOVRANISMO EUROPEO, per rispondere alla domanda principale: L’EUROPA PUÒ ESSERE UNA FORMA DI ASSICURAZIONE SULLE TANTE INCOGNITE DEL FUTURO? Ribadendo il valore del MANIFESTO DI VENTOTENE (testo in appendice, accompagnato da una prefazione a cura di Antonino De Francesco, Direttore del dipartimento di Storia della Statale di Milano), la risposta non può che essere una: PIÙ EUROPA, NONOSTANTE TUTTO, perché dalla difesa alla politica sull’immigrazione, dalla solidarietà alla collaborazione economica, l’Unione Europea può garantire una vita più semplice e più sicura per il cittadino.

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   In questo post cerchiamo di sviluppare quello che a nostro avviso è la caratteristica principale dell’Europa rispetto alle altre grandi aree geopolitiche mondiali: LA PRESENZA DI UN WELFARE marcato, nonostante la crisi, ancora considerevole. Non a caso da tutti l’Europa viene considerata l’area geografica dove si vive meglio (con tutti i distinguo…), dove la qualità della vita è migliore.

MOLTI DEI TESTI CHE QUI TROVATE SONO RICAVATI dal QUADERNO N. 5 di “PRO EUROPA – ALCUNE BUONE RAGIONI CHE RENDONO L’UNIONE EUROPEA DESIDERABILE”, della Fondazione Alexander Langer di Bolzano (http://www.alexanderlanger.org), articolo pubblicato assieme a “UNA CITTÀ”, rivista periodica di Forlì (http://www.unacitta.it ) – “PRO EUROPA” È IN RICORDO DELL’ASSOCIAZIONE CREATA DA ALEXANDER LANGER all’inizio della sua seconda legislatura europea nel 1994 – CHI ERA ALEXANDER LANGER? – Alexander Langer (Vipiteno, 22 febbraio 1946 – Firenze, 3 luglio 1995) è stato un politico, pacifista, scrittore, giornalista, ambientalista, traduttore e docente italiano – Fu tra i fondatori del partito dei Verdi italiani e uno dei leader del movimento verde europeo. È stato promotore di numerosissime iniziative per la pace, la convivenza, i diritti umani, contro la manipolazione genetica e per la difesa dell’ambiente.
Le principali tematiche al centro della sua attenzione intellettuale e del suo agire politico furono la situazione dell’Alto Adige e in particolare il rapporto tra le diverse comunità linguistiche (noto fu il suo rifiuto, come germanofono sudtirolese, di identificarsi politicamente con un’etnia, nonché la sua opposizione all’etnonazionalismo); le problematiche internazionali, come il rapporto tra nord e sud del mondo, la situazione dei paesi dell’Europa dell’est e i problemi di convivenza nelle aree di crisi; gli interrogativi sul senso e la dinamica dell’integrazione europea; la lotta contro la guerra e in favore della conciliazione (da Wikipedia)

Il mantenimento e miglioramento del welfare europeo, dello “STATO SOCIALE”, può essere adesso elemento prioritario del NUOVO PROGETTO EUROPEO che possiamo chiedere e proporre per l’Europa ora in crisi, che viene di fatto “negata” nella sua realtà politica dai partiti sovranisti negli Stati nazionali. E’ certo che ci sono delle ragioni serie perché così tanta gente, tante persone “europee” sono “arrabbiate con questa Europa”; perché vivono la crisi (economica principalmente) per molti assai forte di questo periodo storico. E a loro serve dare risposte concrete proprio in questa nuova Europa che (ri)parta dai valori originari (dei padri fondatori) cui noi ci riconosciamo. (s.m.)

La campagna di comunicazione istituzionale promossa dal Parlamento Europeo

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GEOGRAFIA ECONOMICA DELL’EUROPA SOVRANISTA di GIANMARCO OTTAVIANO, ed. Laterza, 164 pagine, aprile 2019, euro 12,80 – Quali sono i costi e i benefici che l’essere parte dell’Unione comporta? Che effetti economici deriverebbero da un distacco dall’Europa e chi dovrebbe subirne le conseguenze negative? L’Unione ci protegge o ci espone alla globalizzazione in termini di concorrenza internazionale e delocalizzazione del lavoro?  –  IN EUROPA OCCIDENTALE LA SFIDUCIA MONTANTE NEI CONFRONTI DELL’UNIONE EUROPEA HA UNA FORTE COMPONENTE GEOGRAFICA e si manifesta più intensamente nelle regioni che hanno subito maggiormente gli effetti negativi della concorrenza internazionale. In queste aree si è andato affermando un voto ‘sovranista’, che vede nella chiusura al mercato internazionale e nel freno al progetto europeo la risposta più efficace alle richieste di ‘protezione’ dell’elettorato. Ma quali reali costi e benefici comporta l’essere parte dell’Unione? CHE EFFETTI ECONOMICI DERIVEREBBERO DA UN DISTACCO DALL’EUROPA e chi ne subirebbe le conseguenze negative? L’Unione ci espone alla concorrenza internazionale e alla delocalizzazione del lavoro oppure ci difende? Il protezionismo può incentivare la nostra economia? Perché crescono i divari di sviluppo tra regioni europee ricche e povere se l’integrazione avrebbe dovuto ridurli? Quali effetti reali ha l’immigrazione sulle economie di tutta Europa? GIANMARCO OTTAVIANO, esperto di economia internazionale, fotografa LA NUOVA GEOGRAFIA ECONOMICA DEL VECCHIO CONTINENTE.

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L’EUROPA DI CUI ABBIAMO BISOGNO

di DANIEL COHN-BENDIT, aprile 2019, dal QUADERNO N. 5 di “PRO EUROPA – Alcune buone ragioni che rendono l’Unione europea desiderabile”, rivista della Fondazione Alexander Langer di Bolzano (http://www.alexanderlanger.org), articolo pubblicato assieme a “UNA CITTÀ”, rivista periodica di Forlì (http://www.unacitta.it )
– Per avere fiducia sulla prospettiva di un’Europa unita basta riandare al 1945 e ai passi avanti che da allora sono stati fatti; il dramma della mancata Costituzione; la assoluta necessità di un esercito e di una sovranità europea. Intervento di Daniel Cohn Bendit. –
(Daniel Cohn-Bendit, 1945, scrittore e politico, è stato uno dei protagonisti del maggio 1968 in Francia. Dal 1994 al 2014 è stato membro del Gruppo verde al Parlamento europeo eletto prima in Germania e poi in Francia. Nel settembre 2010 ha promosso, assieme a Guy Verhofstadt e Andrew Duff, la formazione del GRUPPO SPINELLI per il rilancio dell’integrazione europea. Il testo che segue è tratto dall’intervento da lui tenuto all’INSTITUT DES HAUTES ÉTUDES DE DÉFENSE NATIONALE il 19 novembre 2018).
   “Parto dalla mia storia personale e dal perché l’Europa è importante per me. Sono nato nel 1945, a Montauban, in Francia. Sono stato concepito dopo lo sbarco in Normandia. I miei si erano rifugiati là in fuga dalla Germania. Immaginate la reazione dei miei genitori se all’epoca avessi detto loro: tra cinquant’anni non ci sarà più una frontiera tra Francia e Germania, non ci saranno più soldati, non ci saranno più controlli tra i vari paesi…
Per me l’Europa rappresenta un progresso di civiltà incredibile, inimmaginabile. Spesso si sente dire: “è impossibile”. Lo si diceva anche quando si è iniziato a costruire l’Europa, e invece… La parola impossibile non vale per l’Europa. Questo non significa certo che tutto vada bene o che tutto andrà per il meglio. Dico soltanto che guardando da dove siamo partiti, l’argomento dell’impossibilità non regge. Continua a leggere