BALCANI OCCIDENTALI: la precaria coesistenza, e la difficoltà ad essere STATI-REGIONI D’EUROPA – 1)KOSOVO E SERBIA che, con pericolo, vogliono ridefinire i propri confini; 2)la BOSNIA: alle elezioni del 7 ottobre c’è stata la vittoria degli ultra-nazionalisti; 3)la MACEDONIA che non cambia in MACEDONIA DEL NORD

I BALCANI SONO UN CROGIUOLO DI POPOLI, ETNIE, LINGUE E RELIGIONI, e dalla storia sempre burrascosa, come dimostra la vicenda della Jugoslavia finita tragicamente con la guerra civile della prima metà degli anni ’90 del secolo scorso. MA I BALCANI SONO NEL CUORE DELL’EUROPA, DA QUELLA MEDITERRANEA ALLA MITTELEUROPA: E LA LORO PIENA INTEGRAZIONE NEL PROGETTO EUROPEO è una prospettiva che ci auguriamo che presto avvenga (se l’UE saprà superare le pericolose spinte nazionalistiche, sovraniste, dei giorni nostri)

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I BALCANI – È un crogiolo di popoli, etnie, lingue e religioni e dalla storia sempre burrascosa, come dimostra la breve storia della Jugoslavia. Nella penisola Balcanica sono geograficamente situati i seguenti Stati: CROAZIA, SERBIA, BOSNIA ED ERZEGOVINA, MONTENEGRO, BULGARIA, KOSOVO, ALBANIA, MACEDONIA, GRECIA e TURCHIA EUROPEA; per alcuni autori anche SLOVENIA, ROMANIA e MOLDAVIA. – BALCANI ORIENTALI. L’area orientale della penisola balcanica è occupata dalla BULGARIA. – BALCANI OCCIDENTALI. La regione occidentale della penisola balcanica comprende MOLTI PAESI DELL’EX-JUGOSLAVIA, più ALBANIA. Di questi Stati il MONTENEGRO e il KOSOVO adottano l’euro in base a decisioni unilaterali senza l’approvazione di Bruxelles dal 1º gennaio 2002. Tutti i paesi dell’area hanno aspirazioni d’ingresso nell’Unione europea: MACEDONIA: Candidata ufficiale dall’11 dicembre 2005; MONTENEGRO: Negoziati di adesione dal 29 giugno 2012; ALBANIA: Candidata ufficiale dal 27 giugno 2014; SERBIA: Negoziati di adesione dal 21 gennaio 2014 (la SLOVENIA è nell’UE dal 1/5/2004, e la CROAZIA dal 1/7/2013) – I BALCANI OCCIDENTALI hanno una popolazione di 22.710.121 abitanti distribuita su una superficie di 295.465 chilometri quadrati con una densità di 98,9 abitanti per chilometro quadrato. (da WIKIPEDIA) (MAPPA DA: http://www.erasmusplus.it/ )

   Il 25 agosto scorso, ad Alpbach (piccolo villaggio nel Tirolo austriaco), si è tenuto l’EUROPEAN FORUM, un incontro europeo che si tiene ogni anno nel comune di Alpbach dal 1945, e vede la partecipazione ogni estate di centinaia tra accademici, politici, esperti di settore e studenti che si incontrano per discutere e confrontarsi su temi economici politici, scientifici, ambientali. Quest’anno c’erano anche il presidente serbo ALEXANDER VUČIĆ e il presidente del Kosovo HASHIM THAÇI.

CAMBIARE I CONFINI TRA KOSOVO E SERBIA? – Un accordo storico tra Serbia e Kosovo con un possibile mutamento dei confini tra le due nazioni si sta profilando: UN PASSO POTENZIALMENTE PERICOLOSO? – Il 25 agosto scorso, all’importante “EUROPEAN FORUM” politico ad ALPBACH, in AUSTRIA, in una seduta dedicata alla futura integrazione dei Balcani nella Ue, i protagonisti della sessione, il presidente serbo, ALEKSANDAR VUČIĆ (a sinistra nella foto), e il suo omologo kosovaro, HASHIM THACI (a destra nella foto), hanno affermato la loro PROPOSTA DI MODIFICA DEI CONFINI NEI BALCANI: cioè IL NORD DEL KOSOVO ASSEGNATO A BELGRADO e PARTI DELLA VALLE SERBA DI PRESEVO (a maggioranza albanese) AL KOSOVO. (Majlinda Aliu, 12/10/2018, da http://www.balcanicaucaso.org/aree/)

   I due leader politici, serbo e kosovaro, sono apparsi insieme in una conferenza stampa, e c’è stata la riaffermazione della proposta di “scambiarsi” alcuni territori. E’ un negoziato (oramai definitivo nei dettagli) che si pone l’obiettivo di “correggere le frontiere”: il Kosovo chiede di poter avere la VALLE DI PREŠEVO che ora si trova nel sud della Serbia (vallata in prevalenza abitata da popolazione albanese); e dall’atra la Serbia vorrebbe avere il KOSOVO SETTENTRIONALE dove l’88% della popolazione è serba.
Già nel 2006 si erano svolti, sempre in Austria, negoziati per l’indipendenza del Kosovo, fino a quel momento provincia della Serbia; e poi si arrivò all’autoproclamazione di indipendenza del Kosovo nel febbraio 2008. Indipendenza kosovara che è stata a difficile da accettare per la Serbia: il territorio del Kosovo, pur adesso a grande maggioranza albanese, era (è) la terra di origine della popolazione serba. Ora di fatto il Kosovo è uno Stato indipendente (anche se i serbi non lo hanno mai formalmente riconosciuto).

LA PROPOSTA DI CORREZIONE DELLE FRONTIERE TRA KOSOVO E SERBIA: 1) UNIRE AL KOSOVO LA VALLE DI PREŠEVO nel SUD DELLA SERBIA, in PREVALENZA ALBANESE, 2) UNIRE ALLA SERBIA IL KOSOVO SETTENTRIONALE A POPOLAZIONE SERBA: un vero e proprio scambio di territori. (Majlinda Aliu, 12/10/2018, da http://www.balcanicaucaso.org/aree/)

   Diversa la situazione adesso, dove esiste questo accordo di scambiarsi dei territori (sempre in chiave di purezza etnica: far propri, per entrambi, territori con a maggioranza della popolazione della propria etnia). Ma questa prospettiva di ulteriore ridefinizione dei confini nei Balcani tra (piccoli) Stati, è guardata con cautela dall’esterno. E’ apertamente contrastata dalla Germania e da altri paesi dell’UE, che temono un effetto domino in altre parti dei Balcani, specialmente in Bosnia ed Erzegovina. E poi ci sono le minoranze nei territori che ci si vuole ora scambiare (gli albanesi che passerebbero con la Serbia e i serbi che andrebbero sotto la giurisdizione del Kosovo) che sono ben contrari a questa cosa.
Insomma, comunque la si vede, in qualsiasi luogo della ex Iugoslavia smembrata in tanti stati dopo la sanguinosissima guerra civile della prima metà degli anni ’90 del secolo scorso, ogni volta che “si muove qualcosa”, ritornano i pericoli latenti di ripresa di un conflitto, e il problema di sempre: un desiderio di coniugare il territorio alla “purezza etnica”. Cosa impossibile da realizzarsi: e da qui il pericolo di un ritorno alle violenze e crudeltà di un passato così recente, un guerra sanguinosa nel cuore dell’Europa avvenuta tra il 1992 e il 1995.

BOSNIA – “La forza del popolo”, slogan elettorale del partito SDA a Sarajevo (foto Alfredo Sasso, da http://www.balcanicaucaso.org/) – In BOSNIA alle ELEZIONI tenutesi il 7 OTTOBRE scorso HANNO VINTO LE FORZE DI DESTRA NAZIONALISTE: l’SDA (nazionalisti bosgnacchi) e l’SNSD (nazionalisti serbi). Il premier, per principio di rotazione etnica, dovrebbe essere un serbo e dunque appartenente all’SNSD. SDA e SNSD saranno, inoltre, i perni attorno a cui ruoteranno i governi nelle due entità. Oltre ai posti nella presidenza collettiva, questi due partiti si riconfermano come forza di maggioranza relativa nel voto parlamentare delle rispettive entità, con risultati simili a quelli di quattro anni fa: con L’SDA CHE RACCOGLIE CIRCA IL 26% IN FEDERAZIONE DI BIH (NDR: LA FEDERAZIONE DI BOSNIA ED ERZEGOVINA, una delle due entità politico-amministrative in cui è suddivisa la Bosnia ed Erzegovina, con predominanza di popolazione musulmana, ma anche croata), e IL SNSD CHE OTTIENE IL 39% IN REPUBLIKA SRPSKA (ndr: l’altra entità politico-amministrativa, controllata dai serbi). È LA VITTORIA DELLA CONSERVAZIONE, trattandosi dei partiti radicati da più tempo e più solidamente nelle istituzioni.

   Quando si sono formati i vari stati in quella parte dei Balcani prima uniti dalla Iugoslavia di Tito (con l’accordo di Dayton del novembre 1995) Croazia, Serbia, Bosnia ed Erzegovina, Macedonia, e poi Montenegro, Kosovo… -la Slovenia se ne era andata dalla ex Iugoslavia subito già nel 1991 non avendo problemi interni di scontro etnico-), ebbene, tutti questi piccoli Stati sono stati accolti come una necessità per una pacificazione necessaria, ed è apparso anche come un processo obbligato di affermazione del proprio “essere nazione indipendente”: finalmente sentirsi “padroni di se stessi”. E, dall’esterno, agli osservatori attenti e ragionevoli, appariva che questo processo poteva poco a poco essere positivamente superato nell’integrazione europea, verso un federalismo fatto di “regioni d’Europa” aventi interessi (economici, culturali, di sviluppo, di benessere della popolazione, di pacificazione..) comuni.
A più di vent’anni le “sofferenze” istituzionali di questi stati balcanici sono tutt’altro che superate. Qui, in questo post, parliamo di tre casi di queste settimane, dove la geopolitica balcanica non può essere ignorata.
Nel PRIMO CASO parliamo proprio, come sopra anticipato, della QUESTIONE DEI “PERICOLOSI” SCAMBI DI TERRITORIO TRA KOSOVO E SERBIA. Perché l’avversione già con la frammentazione della ex Iugoslavia a un consolidamento di uno stato “etnico albanese” con il Kosovo, da molti osservatori e stati europei veniva fin dall’origine visto come una possibile annessione e fusione con la confinante Albania (appunto lo stato degli albanesi, venendo a costituire nei Balcani occidentali quella GRANDE ALBANIA temuta da tutti…). Così non è stato finora, e pare che il Kosovo si avvii a un consolidamento interno nazionale, nazionalista (chiedendo altresì, come Stato, di entrare nell’Unione Europea).

BOSNIA TRA BIH E REPUBLIKA SRPSKA (da Wikipedia) – BOSNIA ED ERZEGOVINA – “A mettere in pericolo l’apparente pace politico istituzionale di una delle comunità più frammentate dei balcani è la SVOLTA ESTREMISTA-NAZIONALISTA CHE HA PRESO LA BOSNIA ERZEGOVINA dopo il voto politico di domenica 7 ottobre 2018, che ha visto la vittoria non solo del NAZIONALISTA ISLAMICO SEFIK DZAFEROVIC per la PARTE MUSULMANA, ma soprattutto del SEPARATISTA SERBO MILORAD DODIK, che con il 56% delle preferenze siederà su una delle tre poltrone destinate ad altrettanti presidenti. L’UNICO MODERATO (eletto dalla COMUNITÀ CATTOLICO-CROATA) è il centrista ŽELJKO KOMŠIĆ. A lui il compito di evitare che la profonda crepa etnico-culturale che esiste in Bosnia Erzegovina tra musulmani e ortodossi si trasformi in una polveriera pronta a esplodere in un nuovo conflitto civile”. (Barbara Massaro, da http://www.panorama.it/news/esteri/, 10/10/2018)

   Poi, nel SECONDO CASO, trattiamo di come sono andate le ELEZIONI DEL 7 OTTOBRE SCORSO nella difficile terra di BOSNIA ED ERZEGOVINA. Qui la destra nazionalista estremista imperversa, e ancora una volta ha vinto “tutto”. L’SDA (nazionalisti bosgnacchi) e l’SNSD (nazionalisti serbi) sono i partiti vincitori del 7 ottobre. Il premier, per principio di rotazione etnica, dovrebbe essere un serbo e dunque appartenente all’SNSD. SDA e SNSD saranno, inoltre, i perni attorno a cui ruoteranno i governi nelle due entità.
Oltre ai posti nella presidenza collettiva, questi due partiti si riconfermano come forza di maggioranza relativa nel voto parlamentare delle rispettive entità, con risultati simili a quelli di quattro anni fa: con l’SDA che raccoglie circa il 26% in Federazione di BiH (la FEDERAZIONE DI BOSNIA ED ERZEGOVINA, una delle due entità politico-amministrative in cui è suddivisa la Bosnia ed Erzegovina, con predominanza di popolazione musulmana, ma anche con la presenza dei croati); e il SNSD che ottiene il 39% in REPUBLIKA SRPSKA (l’altra entità politico-amministrativa, controllata dai serbi). È LA VITTORIA DELLA CONSERVAZIONE, trattandosi dei partiti per niente disponibili a una società multietnica, radicati da più tempo e più solidamente nelle istituzioni.

“Dopo un contenzioso lungo decenni tra la GRECIA e la REPUBBLICA DI MACEDONIA che si contendono il nome (…) nel giugno scorso (2018) si era finalmente giunti ad un accordo. La Macedonia avrebbe adottato il nome di «REPUBBLICA DELLA MACEDONIA DEL NORD» e la GRECIA, che ha una regione (all’estremo nord, confinante appunto con la repubblica di Macedonia) che si chiama MACEDONIA con capitale SALONICCO) avrebbe rimosso il suo decennale veto all’ingresso di SKOPJE nell’Unione Europea e nella Nato. Tutti si aspettavano che i cittadini macedoni avrebbero festosamente imboccato l’ingresso nella comunità occidentale. E invece no. Domenica 30 settembre scorso si è votato ma il quorum necessario del 50 per cento più uno è stato mancato alla grande: solo il 37 per cento di macedoni è andato a votare” (Giancarlo Loquenzi, “La Stampa”, 4/10/2018)

   E, TERZO CASO accaduto nei Balcani in queste settimane di cui qui parliamo (ma non ultimo per importanza), è la QUESTIONE del riconoscimento della MACEDONIA, all’interno della Ue, con il cambiamento di nome dello Stato (come chiede da sempre la Grecia), venendosi a chiamare “MACEDONIA DEL NORD”, nome concordato con la Grecia (ma questa scelta e decisione definitiva, sta subendo degli intoppi interni al Paese, per il referendum consultivo “mancato” nel numero dei partecipanti). Perché la regione a nord della Grecia si chiama anch’essa Macedonia, e con la frammentazione della ex Iugoslavia la Grecia ha avuto la “paura” che questa sua regione fosse “inglobata” naturalmente nella “Macedonia” sorta dalla ex Iugoslavia.

Il primo ministro greco Alexis Tsipras e il suo omologo macedone Zoran Zaev (da Limes)

   Come si vede, i problemi interni a ciascuna debole entità nazionalista balcanica è ben lungi dal poter guardare a uno sviluppo del proprio Paese, del proprio territorio, in modo equilibrato: multietnico e multiculturale come inevitabilmente dovrebbe (deve) essere, rapportandosi positivamente con tutti gli altri paesi europei e non europei, in un’epoca di grandi trasformazioni globali. E l’Europa debole e in crisi di realizzazione del proprio progetto federalista, poco può aiutare questi Stati a uscire della spinte ultra nazionaliste e assai pericolose.
Nonostante queste debolezze “europee” però si nota che l’Europa, l’Unione Europea, qui (nel Balcani) conta, è importante; e la sua opera mediatrice viene richiesta, pare apprezzata. Sicuramente necessaria, vitale. Un motivo in più per proseguire nei Balcani verso un sempre maggiore avvicinamento al processo europeo.
Considerando che questo avvicinamento (Balcani-Europa) a noi italiani ci riguarda particolarmente: i Balcani sono paesi vicini a noi; condividiamo con loro l’Adriatico, le sue sponde, e con loro ci inseriamo nella politica globale (nord africana e mediorientale) del “mare nostrum” Mediterraneo. E’ interesse di tutti uno sviluppo culturale di interscambio della regione adriatica tra il nostro Paese e l’area balcanica occidentale. (s.m.)

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KOSOVO

SERBIA-KOSOVO: SCAMBIO DI TERRITORI, UN’IPOTESI PERICOLOSA

di Majlinda Aliu, 12/10/2018, da http://www.balcanicaucaso.org/aree/
– Negli ultimi mesi si parla sempre più spesso di scambio di territori tra Serbia e Kosovo: una soluzione che solleva preoccupazioni e punti interrogativi. Il dibattito tra gli albanesi del KosovoContinua a leggere

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Uomini che odiano le donne e violenza di guerra su di loro – Il NOBEL PER LA PACE 2018 assegnato alla vittima yazida NADIA MURAD e al ginecologo congolese DENIS MUKWEGE, impegnati contro la violenza e l’uso dello stupro nei conflitti- Quando il Tribunale Internazionale perseguirà di più ogni violenza sulle donne?

IL PREMIO NOBEL PER LA PACE 2018 È STATO ASSEGNATO A NADIA MURAD E DENIS MUKWEGE “per i loro sforzi per mettere fine alle violenze sessuali nei conflitti armati e nelle guerre”. L’annuncio è stato fatto intorno alle 11 del 5 ottobre scorso a OSLO, in Norvegia, dal Comitato norvegese per i Nobel. Entrambi i premiati, ha spiegato il Comitato, hanno dato un contributo essenziale per portare l’attenzione sui crimini di guerra. MUKWEGE ha dedicato la sua vita ad aiutare e difendere le persone coinvolte in violenze e abusi. MURAD ha raccontato le violenze subite e inflitte ad altre persone. Grazie al loro lavoro, ripreso spesso dai media internazionali, hanno entrambi contribuito a rendere di attualità e sentito il tema delle violenze sessuali nei conflitti e nelle guerre, consentendo spesso di identificarne gli autori. da IL POST.IT, 5/10/2018, https://www.ilpost.it/

   Il NOBEL PER LA PACE quest’anno è stato assegnato a due persone impegnate contro la violenza sessuale sulle donne nelle guerre dei loro Paesi: parliamo della vittima yazida NADIA MURAD e del ginecologo congolese DENIS MUKWEGE, impegnati contro la violenza e l’uso dello stupro nei conflitti: lui ha curato 50mila vittime, lei si batte per la tutela del popolo yazidi. La decisione del comitato norvegese è stata apprezzata ovunque.
DENIS MUKWEGE è un ginecologo che esercita la professione nel suo paese, la Repubblica democratica del Congo, 80 milioni di abitanti divisi in etnie e fazioni; la guerra sarebbe finita da tempo ma non le varie guerre civili, in cui le donne continuano a essere martirizzate.

DENIS MUKWEGE è di origini congolesi, ha 63 anni ed è un medico specializzato in ginecologia e ostetricia. È il fondatore dell’Ospedale Panzi di Bukavu, nella parte orientale del Congo, dove è diventato tra i più grandi esperti mondiali nel trattamento dei danni fisici dovuti agli stupri. Con i suoi colleghi, ha trattato migliaia di pazienti, accolte nella clinica dopo i numerosi casi di stupro avvenuti nella lunga guerra civile del paese. Nel corso degli anni, Mukwege è diventato un simbolo e un punto di riferimento, sia nel Congo sia per la comunità internazionale, per l’assistenza e l’aiuto delle persone che hanno subìto violenze sessuali in guerra e nei conflitti armati. Dice spesso che “la giustizia è un affare di tutti” e che tutti hanno il dovere di segnalare casi di violenze, in qualsiasi condizione e a qualsiasi costo. Mukwege ha criticato duramente il governo congolese per non avere fatto abbastanza nel contrasto delle violenze sessuali, estendendo le critiche ad altri governi in giro per il mondo. (IL POST.IT, 5/10/2018, https://www.ilpost.it/)

   NADIA MURAD, rapita dai militanti dello Stato islamico, stuprata, fuggita, ha raccontato pubblicamente la propria vicenda impegnandosi contro la violenza sessuale e per i diritti degli yazidi. Gli Yazidi sono considerati una comunità all’interno della etnia curda, accomunati dalla loro RELIGIONE. Vivono soprattutto nella zona attorno alla città di SINJAR, nel nord dell’Iraq, non lontano dal confine con la Siria.

NADIA MURAD, 25 anni, è un’attivista yazida, la minoranza religiosa di lingua curda che negli ultimi anni è stata oggetto di terribili persecuzioni e violenze da parte dello Stato Islamico (o ISIS). Nell’agosto 2014 Murad fu rapita da alcuni miliziani dell’ISIS durante la grande offensiva dello Stato Islamico nel Sinjar, area dell’Iraq abitata in prevalenza da yazidi. I miliziani massacrarono centinaia di persone che abitavano a Kocho, la cittadina di Murad: presero in ostaggio le donne più giovani, che poi furono vendute come schiave. (IL POST.IT, 5/10/2018, https://www.ilpost.it/)

   Nei conflitti fra Paesi, ma nello stesso modo nelle guerre civili interne, nelle violenze perpetrate alla popolazione civile, indifesa (dai bombardamenti indiscriminati, all’uso di armi chimiche, dagli arresti arbitrari alle torture…), la violenza sessuale contro le donne, lo stupro, accade quasi sempre.
E non è certo cosa nuova di questi ultimi anni: già nella quasi totalità dei conflitti del Ventesimo secolo accadeva, tra le altre atrocità (incendi di villaggi, assassini di bambini, crudeltà inusitate…nei quali gli italiani si sono fortemente coinvolti nella seconda guerra mondiale e ancor prima nell’espansione coloniale fascista…), accadeva che la violenza sulle donne, l’abuso sessuale è sempre stata nella “normalità” delle atrocità che si commettevano. E questo, nella nostra memoria personale, fin su alla fine del secolo, vicino a noi, nella guerra civile iugoslava della prima metà degli anni ’90… E ai giorni nostri, nell’Africa centrale sempre in guerra civile, come il Congo; o l’Isis in Siria…in questi ultimi anni…

la repubblica democratica del Congo

   Lo stupro di milizie, mercenari, soldati e dir si voglia, non è solo atto crudele l’abuso personale sulle donne partecipando spesso al branco senza regole (e accondisceso dai propri superiori); a volte è anche uno strumento mirato per umiliare una comunità; lo stupro ha anche come conseguenza quello di spezzare i legami sociali del “nemico”. E la donna diventa vittima due volte: perché subisce la violenza, ma anche perché spesso viene poi rifiutata dalla propria stessa comunità, dalla sua famiglia di origine o dal marito.

Una donna con il suo bambino tra le baracche nei sentieri del quartiere dove sorge l’ospedale Panzi di Bakavu, nella zona Sud Kivu (da l Espresso)

   Umiliate, ferite, terrorizzate, isolate. Accade così che gli stupri contro le donne non sono semplici episodi predatori, ma inseriti in un sistema che presenta schemi comuni, un certo livello di organizzazione e la connivenza delle gerarchie politiche e militari. Allora abbiamo donne usate come schiave sessuali, le loro etnie umiliate. Fino a far sì (la guerra civile nell’ex Iugoslavia lo ha dimostrato) che lo stupro sia anche usato come arma di pulizia etnica.

NADIA MURAD, pur continuamente minacciata di rapimento e morte: ha scritto la sua storia, L’ULTIMA RAGAZZA, (ed. Mondadori, euro 9,90), e su di lei l’americana ALESSANDRA BOMBASH ha girato il documentario ON HER SCHOULDERS presentato all’ultimo SUNDANCE FILM FESTIVAL

   Adesso in Siria, ma prima in Bosnia (prima metà anni novanta del secolo scorso), e nel genocidio del Ruanda dell’aprile-luglio 1994 (furono massacrate più di 500mila persone), e moltissimi altri casi dove la violenza sessuale sulle donne era (è) diffusa, estesa, quotidiana. Nella storia degli ultimi 60 anni non c’è stata guerra o conflitto in cui non sia stato praticato lo stupro ai danni delle donne come arma di guerra (come scrive anche Amnesty International – vedi l’articolo contenuto in questo post dal titolo: “Bosnia Erzegovina: stuprate e senza giustizia”).

Gli YAZIDI sono considerati una comunità all’interno della etnia curda, accomunati dalla loro RELIGIONE. Vivono soprattutto nella zona attorno alla città di SINJAR, nel nord dell’Iraq, non lontano dal confine con la Siria

   Nella guerra in Bosnia, dicevamo, in cui la sistematizzazione della violenza sulle donne arrivò persino alla creazione di veri e propri “campi di stupro”, messi in piedi con l’obiettivo di costringere le donne musulmane e croate detenute a mettere al mondo i figli dei loro violentatori. Bambini che, nel contesto di una società patrilineare, avrebbero poi ereditato la nazionalità del padre. La detenzione di queste donne – si stima che furono più di 35 mila quelle trattenute nei campi serbi – proseguiva fino all’ultima fase della gravidanza, rendendo così impossibile l’aborto (ci sono state alcune sentenze del Tribunale penale internazionale per la Jugoslavia che hanno stabilito che lo stupro fosse un reato autonomo rispetto al reato di tortura) (leggi l’articolo “lo stupro come arma di guerra” di seguito su questo post, dell’“Osservatorio Diritti “ http://www.osservatoriodiritti.it/ che parla di questo).

foto: una donna yazida in Kurdistan – Con la protezione dell’avvocata AMAL ALAMUDDIN (moglie di George Clooney) due anni fa Nadia ha raccontato all’Onu l’irraccontabile della sua schiavitù, della sua resistenza a ogni sevizia tra l’altro perpetrata in pubblico per aumentarne la crudeltà: e vederla così piccolina, intimidita, tutta vestita di nero, una fragile, irremovibile ragazza allora di 23 anni, accanto alla bellissima, elegante signora Amal in Clooney, era stato uno di quei momenti di commossa partecipazione che poi forse si è trasformata in autentici tentativi di aiuto, comunque non sufficienti. (Natalia Aspesi, da “la Repubblica” del 6/10/2018)

   E’ così che il riconoscimento del Nobel per la Pace 2018 da parte della giuria di Oslo a NADIA MURAD e a DENIS MUKWEGE, impegnati contro la violenza e l’uso dello stupro nei conflitti, può essere un volano positivo a perlomeno frenare questo fenomeno: a convincere Autorità internazionali, ma anche governi di tutti i Paesi a “chiedere conto” nei Paesi dove avvengono le violenze, che si rispettino i diritti umani (che si incominci a farlo…).
Lo stupro di guerra e la schiavitù sessuale sono riconosciuti dalle convenzioni di Ginevra come crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Questa violenza oggi è anche affiancata al crimine di genocidio quando commessa con l’intento di distruggere, in parte o totalmente, un gruppo specifico di individui. Tribunale Internazionale, la Corte penale internazionale dell’Aja, che persegue i crimini di guerra, può anch’essa essere uno strumento contro chi permette queste violenze contro le donne. Una sempre più diffusa informazione dei fatti che accadono nelle varie parti del mondo, forse possono aiutare ad arginare il fenomeno e perlomeno, a costringere le autorità locali a perseguire questi crimini, e ancor meno a non assecondarli. L’aiuto poi e l’accoglienza di donne che hanno subìto violenza diviene un gesto concreto per farle recuperare alla vita. (s.m.)

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NADIA E DENIS: IL NOBEL CONTRO LA GUERRA SUI CORPI DELLE DONNE
di Chiara Cruciati, da “Il Manifesto” del 6/10/2018
– Nobel per la pace. Il premio alla vittima yazida Murad e al ginecologo congolese Mukwege. Da anni impegnati contro la violenza sessuale e l’uso dello stupro nei conflitti: lui ha curato 50mila vittime, lei si batte per la tutela del popolo yazidi –
Una vittima e un medico, due persone che da anni si battono contro la violenza sessuale e lo stupro come arma di guerra: sono i due vincitori del premio Nobel per la pace, Nadia Murad e Denis Mukwege.
La prima, 25 anni, la seconda più giovane premiata dal comitato norvegese dopo Malala, è dal 2015 il volto del genocidio del popolo yazidi in Iraq; il secondo, ginecologo di 63 anni, ne ha trascorsi quasi 20 a curare le ferite di almeno 50mila vittime di stupri in Congo, nell’ospedale Panzi a Bukavu.
Due luoghi distanti, Iraq e Repubblica democratica del Congo, ma universali come la battaglia che i due vincitori portano avanti e che coinvolge l’intero pianeta:

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Quale influenza avrà LA CINA SULLE NOSTRE VITE? – A che punto è la VIA DELLA SETA CINESE, cioè lo sviluppo economico e il rapporto che ha e avrà di qui a poco con noi? – La CINA AUTOCRATE contro la dissidenza interna repressa; e l’AMERICA CHE LE DICHIARA GUERRA CON I DAZI al suo ruolo globale

PECHINO (da http://www.corriere.it ) – Dimenticatevi i rivoluzionari maoisti vestiti di tuniche abbottonate sul davanti e i gruppi di operai che si dedicano al Tai chi sulla Piazza: all’alba del nuovo millennio la città ha intrapreso una rapidissima trasformazione. Oggi i giovani di Pechino sono interessati più a MTV che a Mao; gli slogan retorici della rivoluzione culturale hanno lasciato il passo alle scritte in inglese sulle magliette, e gli immigrati, i turisti, gli investitori stranieri e la mania per il telefono cellulare si mescolano ai burocrati. I vecchi edifici e i vecchi hutong (vicoli) sono in via di demolizione; si stanno costruendo nuovi edifici e le piccole strutture lasciano spazio a grandi imprese. Questo stile di vita veloce e affrettato non piace a tutti: i vecchi compagni si lamentano dei giovani presuntuosi e della perdita dei valori, ma la capitale della Repubblica Popolare Cinese non sembra avere intenzione di rallentare i suoi ritmi.

   Sapete come si suddivide la Cina?… le sue province, regioni…le maggiori città-metropoli (oltre a Pechino…)?
…Domande un po’ provocatorie per dire che assai poco sappiamo di una popolazione (di un miliardo e quasi 400 milioni di persone) che sempre più verrà a interloquire con noi…che esce dall’anonimato, dall’isolamento cui essa stessa nei secoli e decenni passati forse si è autoesclusa, ma che ora, piaccia o non piaccia, farà parte e co-parteciperà al mondo “villaggio globale”.…mentre “noi” coltiviamo un diffuso desiderio di semplificare il mondo, di ritirarsi all’interno delle barriere, di un senso condiviso di identità nazionale (“sovranismo” viene chiamato…).

La Repubblica Popolare Cinese amministra 33 SUDDIVISIONI DI LIVELLO PROVINCIALE di cui: 22 province, 5 regioni autonome, 4 municipalità e 2 regioni amministrative speciali. Nella Cina Continentale le province teoricamente sono sottomesse al governo centrale di Pechino ma nella pratica gli amministratori provinciali dispongono di un buon grado di autonomia nella scelta della politica economica. Il potere concreto e odierno delle province ha creato un sistema politico che diversi economisti definiscono: FEDERALISMO CON CARATTERISTICHE CINESI.

   In molti hanno difficoltà a confrontarsi con l’Unione europea, percepita come distante e poco comprensibile; figuriamoci quanto può essere difficile immaginare un modo di convivere con una potenza come la Cina che emerge da un passato e da una storia così radicalmente distante.
La Cina è una nazione incredibile. Negli ultimi 40 anni ha fatto uscire dalla povertà oltre 300 milioni di persone, è cresciuta a ritmi vertiginosi… e fino all’inizio della crisi economica mondiale (il 2008) era considerata solo come “produttrice di beni di scarsa qualità” con un’economia basata sulla manifattura e sulle esportazioni.

Il presidente cinese XI JINPING è stato ELETTO PER UN SECONDO MANDATO nel marzo scorso al vertice della REPUBBLICA POPOLARE dal 13/mo CONGRESSO NAZIONALE DEL POPOLO, la sessione legislativa annuale, CARICA CHE POTREBBE MANTENERE A VITA dopo la rimozione dalla Costituzione del limite dei due mandati. Xi è stato anche confermato a CAPO DELLA POTENTE COMMISSIONE CENTRALE MILITARE. In questo modo, XI MANTIENE LA “TRINITÀ”: segreteria generale del Partito comunista cinese, presidenza della Repubblica e presidenza della Commissione centrale militare.

   Negli ultimi dieci anni tutto è cambiato: se l’Occidente non compra più beni prodotti a bassissimo costo, allora la Cina cambia il proprio modello economico, inizia a pensare alla “qualità” e in particolare incentiva il mercato interno (fatto di un miliardo e quattrocento milioni di persone!!).
E crescono le città: il censimento del 2011 stabilisce per la prima volta una maggioranza di popolazione urbana; un Paese rurale che diventa iper-urbano (con metropoli di milioni di persone). Si consolida il ceto politico con l’arrivo di Xi Jinping: segretario del partito comunista, presidente della repubblica popolare…. con un potere, a vita, molto più grande ed esteso di quello che avevano Mao TseTung, Deng XiaoPing…
E con Xi Jinping viene lanciato un nuovo piano che punta tutto sull’intelligenza artificiale, la robotica, i big data…. tutto quel che riguarda le nuove tecnologie…

VIA DELLA SETA LE ROTTE (da il sole 24ore) – Il progetto denominato BELT AND ROAD INITIATIVE (o NUOVA VIA DELLA SETA) lanciato dal presidente della Repubblica Popolare Cinese XI JINPING nel 2013 è quello di creare un Grande Spazio Economico Eurasiatico, creando UN PONTE INTEGRATO TRA ORIENTE E OCCIDENTE, sviluppando la connettività tra la Cina e almeno altri 80 Paesi, per agevolare la circolazione di merci, tecnologie, energia, cultura, con l’intento di incentivare una sempre più intensa collaborazione economica, commerciale e diplomatica tra i Paesi toccati dalla nuova Via della Seta. La grande opera di connettività infrastrutturale prevede di INTEGRARE L’ASIA E L’EUROPA VIA TERRA E VIA MARE ATTRAVERSO DUE DIRETTRICI principali, sulla falsariga dell’antica Via della Seta (MARIO ANGIOLILLO, direttore dell’Osservatorio Relazioni EU-UK-USA di The Smart Institute)

   La politica di Trump dei dazi è per colpire in particolare la Cina…un atto di guerra (non c’entra nulla il voler difendere il singolo prodotto americano dalla concorrenza, che una volta era strumento di difesa con i dazi…). Forse, nella reazione sempre scomposta dell’attuale presidente americano, Trump “ha visto giusto” nel capire che lo scopo finale dell’azione mondiale economica cinese è superare l’egemonia degli Stati Uniti… specie propria nelle nuove tecnologia informatiche e nell’intelligenza artificiale (gli Usa rimangono ancora al primo posto in termini di investimenti e ritorno economico dei progetti legati all’Intelligenza artificiale, ma Pechino sta freneticamente correndo contro il tempo e non senza risultati).
Ma perché guardiamo in ogni caso alla Cina con fatica, quasi fastidio, con poco interesse? Forse perché non pensiamo che meriti abbastanza attenzione: è troppo remota, strana, indecifrabile, anche se i suoi studenti riempiono le nostre università e i suoi prodotti i nostri negozi, i suoi turisti i nostri aeroporti.

   L’idea che l’Europa rappresenti valori assoluti di libertà, pragmatismo e virtù democratica mentre la Cina si muove su un piano morale inferiore, è quel che realmente pensiamo, cioè ci sentiamo un po’ “superiori”. Sarà allora bene che ci diamo una regolata: solo così forse si potrà evitare quel decadimento culturale, nei valori, politico…che l’Europa (pur il continente dove si vive ancora meglio) sta vivendo.
L’Italia, nonostante i rapporti commerciali con la Cina siano in crescita, resta ai margini, basti pensare che la Svizzera esporta nel Paese asiatico più del doppio di noi e la Germania cinque volte di più.

XIE YANG, AVVOCATO PER I DIRITTI UMANI – “La svolta repressiva in Cina è del 2015, quando il regime di Xi Jinping decise un’operazione in grande stile contro gli oppositori. Pochi mesi prima c’era stato un grande risveglio del movimento pro democrazia in ricordo di Tien An Men. Il governo cinese prese di mira soprattutto coloro che difendevano in giudizio gli attivisti perché rappresentavano un pericoloso passaggio che avrebbe amplificato in ogni momento la protesta portandola dalla piazza al luogo deputato per l’atto finale della repressione, il tribunale. Scomparvero decine di avvocati e, a seguire, le loro famiglie furono oggetto di intimidazioni e rappresaglie, giunte fino a viltà come negare l’iscrizione alla scuola elementare al figlio di un dissidente.(….)( Antonio Carlucci, da “il Fatto Quotidiano” del 17/9/2018) – XIE YANG, AVVOCATO PER I DIRITTI UMANI: è ‘libero’ ma vive in una casa-prigione apposta per lui. Le autorità hanno trasformato l’appartamento in una prigione con grate e con porta di sicurezza. Xie Yang è uno delle centinaia di arrestati nel 2015. Il suo caso è tipico per il modo in cui la Cina tratta i dissidenti o chi essa ritiene pericolosi: torture, confessioni forzate, prigionia. Molti di questi avvocati, almeno la metà, sono cristiani. (da http://www.asianews.it del 3/8/2017)

   Allora cos’è la Cina? Una tradizionale potenza asiatica confuciana, una minaccia geopolitica di marca marxista-leninista, uno Stato che subisce le regole della globalizzazione o uno che le detta?
La differenza nella visione del mondo e nei valori politici e culturali della Cina, che mai come ora possono influire anche sulle nostre vite, ci costringono a chiederci non soltanto chi sono loro, ma anche chi siamo noi.
Ma la Cina in crescita non è tutto bene. Specie all’interno del Paese. Ad esempio oggi, alle meraviglie sbandierate da Xi Jinping della nuova VIA DELLA SETA, del progresso economico, degli aiuti miliardari all’Africa, fa da contraltare una guerra sistematica e senza tentennamenti contro qualsiasi atto che metta in discussione le libertà civili negate, la censura, la libertà di religione.
La macchina repressiva si muove contro i militanti dei diritti umani; e tutti coloro che cercano di usare la rete per conquistare spazi di libertà; discussione e critica al regime subiscono persecuzioni dal regime; e poi gli autonomisti del Tibet, con i monaci al primo posto; gli uiguri di religione musulmana che vivono nello Xinjiang, il nord ovest della Cina; i democratici di Hong Kong che si rifiutano di piegarsi all’arbitrio di Pechino. Tutte persone in balìa dell’autoritarismo repressivo delle autorità cinesi.

“(…) In poco più di 40 anni – dalle Riforme a oggi – la CINA ha sollevato dalla povertà oltre 300 milioni di persone, è cresciuta a ritmi vertiginosi, perfino al 14 per cento a metà degli anni Zero. Fino al 2008 la Cina era considerata quasi esclusivamente per le sue caratteristiche di «FABBRICA DEL MONDO» grazie alla sua economia basata sulla manifattura e sulle esportazioni. Nel 2008, dunque, un’altra incredibile svolta: la crisi occidentale comportò la diminuzione degli ordini e così Pechino si vide costretta a mutare il proprio modello, spingendo tutto sulla QUALITÀ e sulla CREAZIONE DI UN VASTO MERCATO INTERNO. Nel frattempo la Cina cambia ancora: il censimento del 2011 stabilisce per la prima volta una MAGGIORANZA DI POPOLAZIONE URBANA; la trasformazione era compiuta. Nel 2012 diventa segretario del Partito comunista Xi Jinping, nel 2013 è nominato presidente della Repubblica popolare. La Cina imprima una nuova svolta: viene LANCIATO IL PROGETTO «MADE IN CHINA 2025» un nuovo piano industriale che punta tutto su BIG DATA, INTELLIGENZA ARTIFICIALE, ROBOTICA e in generale sugli INVESTIMENTI NELLE NUOVE TECNOLOGIE. (…) (Simone Pieranni, “il Manifesto”, 30/5/2018)

   E poi il fatto che l’Intelligenza artificiale che si sta promuovendo, in mano a uno stato autoritario può essere foriera di un sistema di controllo sociale molto pericoloso….
Nonostante questi dubbi sulla società cinese, è anche vero che essa pare dimostrare un approccio nuovo, di apertura verso l’esterno, e di ricerca di un benessere collettivo interno positivo. Pur con tutti i limiti la stessa politica cinese coloniale verso l’Africa della Cina (sicuramente di sfruttamento), ha però smosso anche positivamente energie e possibilità in quel continente “perduto” (ha dato in alcune occasioni una spinta imprenditiva a società “ferme”) (e poi, noi europei, in Africa, cosa storicamente abbiamo fatto se non crudeltà e depredazioni, per giudicare ora il colonialismo africano dei cinesi??…)

TAIWAN (mappa da Wikipedia) – L’isola è dal 1949 divenuta rifugio del governo della Repubblica di Cina, dopo la sconfitta delle forze guidate dal generale Chiang Kai Shek nella guerra civile cinese che fu vinta dal Partito comunista cinese. Il governo di Taiwan rivendica la propria autonomia e indipendenza dalla Repubblica Popolare Cinese, godendo del riconoscimento diplomatico da parte di 24 paesi ed esercitando di fatto una sovranità autonoma dal punto di vista politico internazionale, economico e militare sul territorio e sulle acque circostanti l’isola di Formosa. Il governo di Pechino ha sempre rifiutato qualunque riconoscimento ufficiale di tali rivendicazioni di indipendenza politica, e si riferisce ufficialmente all’isola di Formosa come se essa fosse una provincia sottoposta alla propria sovranità. La leadership politica comunista cinese ha a più riprese auspicato una risoluzione della controversia con Taiwan sul modello di quanto avvenuto con Hong Kong e con Macao.

   Altri (l’Europa) stanno dicendo (solo a parole) che bisogna intervenire in un processo di sviluppo africano che possa creare lavoro, dare possibilità che il Sud del mondo “si fermi” e non emigri tutto verso Nord. Una condizione che la Cina ha fatto partire in Africa… (pur con tutti i limiti, ribadiamo).
La presenza cinese poi nelle nostre realtà locali ha pure dato una scossa, ha posto la questione del lavoro imbalsamato in questi anni…. Insomma la presenza cinese porta a rapportarsi in modo nuovo sui territori a “darsi una mossa”…. Pur che anche i cinese dovranno di più rispettare le “nostre” regole e le normative sul lavoro, sulla tutela della salute, sull’economia…
E la interessante proposta (che si sta realizzando con grandi investimenti) “VIA DELLA SETA”, messa in piedi dal presidente Xi Jinping, non fa che confermare che con la Cina dobbiamo tornare ad essere aperti a nuove innovazioni, competitivi ma saper dialogare con essa, e ritrovare uno spirito di ricerca e lavoro che è in declino nelle nostre società europee in questi anni…
Interessarsi della Cina, interloquire con essa, conoscerla di più, può essere anche un modo di chiedere ragione di quel che accade di poco (per niente) democratico (di tutela dei diritti umani) nei confronti di dissidenti dentro a quel Paese. (s.m.)

La CITTÀ PROIBITA fu il palazzo imperiale delle dinastie Ming e Qing. Esso si trova nel centro di PECHINo, la capitale cinese. Per quasi 500 anni, ha servito come abitazione degli imperatori e delle loro famiglie, così come centro cerimoniale e politico del governo cinese. Costruita tra il 1406 e il 1420, il complesso è composto di 980 edifici divisi in 8.707 camere[1] e copre 720.000 m² che ne fa “il più grande palazzo del mondo”. Il complesso del palazzo esemplifica la sontuosa architettura tradizionale cinese[2], ed ha influenzato gli sviluppi culturali e architettonici dell’Asia orientale. Nel 1987 la Città Proibita è stata inserita nell’elenco dei Patrimoni dell’umanità dell’UNESCO, che la riconosce come la più grande collezione di antiche strutture in legno che si sia conservato fino ai giorni nostri. Dal 1925, la Città Proibita è diventata un museo, la cui vasta collezione di opere d’arte e manufatti è stata realizzata grazie alle collezioni imperiali delle dinastie Ming e Qing. (da Wikipedia)

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NON POSSIAMO PERMETTERCI DI ESSERE IGNORANTI SULLA CINA

di Kerry Brown, da “il Fatto Quotidiano” del 3/9/2018
– Fenomeni come la Brexit dimostrano un desiderio di semplificare il mondo, di chiuderci nelle nostre comunità nazionali. E se è difficile interagire con Bruxelles, figuriamoci con Pechino. Ma così diventiamo irrilevanti –
Mi sono occupato per molti anni di rapporti con la Cina, per conto della Gran Bretagna, come accademico, uomo d’affari e diplomatico. E mi sono sempre fatto la stessa domanda: cosa vuole la Cina da noi? Cosa pensano i cinesi? Continua a leggere

LA SVEZIA CHE “TIENE” ALL’ONDATA SOVRANISTA (ipernazionalista) che sta interessando gran parte degli Stati europei – Alle elezioni di domenica 9 settembre il partito dell’ultradestra sale (quasi al 18%) ma non sfonda – L’importanza del voto svedese: dimostra che non è destino europeo l’avvento dei nazionalisti

il 9 settembre scorso ci sono state le votazioni in SVEZIA per l’elezione del nuovo Parlamento

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I RISULTATI DELLE ELEZIONI PARLAMENTARI SVEDESI DEL 9 SETTEMBRE 2018: (da http://www.agensir.it ) – Finito lo spoglio dei 6004 distretti elettorali, risultano così distribuiti i 349 SEGGI DEL NUOVO RIKSDAG, in base alla scelta degli elettori svedesi che il 9 settembre sono andati alle urne: i SOCIALDEMOCRATICI del premier Stefan Löven avranno 101 seggi, avendo nelle urne ottenuto il 28,4% dei consensi (perdono 12 seggi e il 2,8% dei voti). La seconda forza per numero di voti sono i MODERATI con il 19,8% dei consensi e 70 parlamentari, 14 in meno rispetto al 2014 (-3,5%). IL TERZO PARTITO PIÙ VOTATO SONO I POPULISTI DEL SD, GLI SVEDESI DEMOCRATICI DI JIMMIE AKESSON, scelti dal 17,6% degli elettori. Hanno 13 seggi in più in parlamento, rispetto al 2014 (+4,7% dei consensi). A PERDERE 10 SEGGI SONO STATI ANCHE I VERDI, che hanno ricevuto il 4,3% dei consensi (-2,4%). Sono quasi tutti IN CRESCITA I PARTITI PIÙ PICCOLI: dal PARTITO DI CENTRO, che con l’8,6% attuale guadagna 9 seggi (+2,5%), i CRISTIANO DEMOCRATICI ne guadagnano 7 raccogliendo 6,4% dei consensi (+1,8%), IL VÄNSTERPARTIET, IL PARTITO DI SINISTRA, che sale al 7,9% con 28 seggi, 7 in più rispetto al 2014 (+2,2%). STABILI I LIBERALI, che avranno gli stessi 19 seggi del 2014, con una conferma del 5,5% dei consensi. CRESCIUTA L’AFFLUENZA ALLE URNE: HANNO VOTATO IL 84,4% DEGLI SVEDESI, l’1,1% in più del 2014. RISPETTO ALLE PREVISIONI DELLA VIGILIA L’ULTRADESTRA È RIDIMENSIONATA, ma appare difficile realizzare una coalizione di governo. (immagine da http://www.agensir.it )

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   In Svezia il timore di una grande vittoria dei sovranisti, degli anti-europei, è per fortuna superata. Il populista anti immigranti JIMMIE AKESSON avanza, sì, ma non stravince. Passa dal 13 al 17,6 per cento: lo vota quasi uno su sei, che, nella meno tollerante Svezia rispetto a una volta, è già molto. Ma la leadership storica della così importante Svezia tiene, anche se con qualche difficoltà.


Perché, è da chiedersi, la Svezia è importante nel contesto dell’Europa (ma anche del mondo)? Perché da sempre è stata terra di accoglienza e sostegno a profughi, rifugiati, a ogni dissenso politico che nel mondo c’era quando era diviso in due blocchi che si affrontavano, minacciavano il pianeta con la bomba atomica (sovietici contro americani, americani contro sovietici). Ma anche dopo la Guerra Fredda la Svezia non ha mancato di dare solidarietà a profughi e rifugiati.
La Svezia dal secondo dopoguerra è stata poi innanzitutto l’approdo di chi dissentiva dalle dittature africane, perseguitati dai loro governi, dai regimi. E la Svezia è stata la patria della socialdemocrazia (un socialismo realizzato senza rivoluzione e che ha portato ricchezza e stato sociale), dove peraltro non solo il partito maggioritario di sempre, i socialdemocratici, ma anche i conservatori condividevano (condividono) un welfare diffuso ed efficiente, specie per le categorie di persone più deboli.

JIMMY AKESSON. A 39 anni il leader dell’ultra destra anti immigrazione e anti Ue è già un politico navigato (quelle di domenica scorsa 9 settembre sono state le sue quarte elezioni) – SVEZIA, ELEZIONI DEL 9 SETTEMBRE SCORSO – il populista antimigranti JIMMIE AKESSON (nella foto) avanza, sì, ma non stravince. Lo vota quasi uno su sei, che nella sempre meno tollerante Svezia è già molto. E fa il previsto balzo, dal 13 a una percentuale del 17,6. La sua SD, SVEZIA DEMOCRATICA, prende il vento che spira nel resto d’Europa. Ma non approda alla leadership

   E la Svezia, pur nelle condizioni geomorfologiche non migliori, vista anche la sua collocazione al nord dell’Europa, ha “inventato” città (come Stoccolma, ma non solo), bellissime, dove modernità e innovazione urbana si connettono in modo naturale alla tradizione storica architettonica urbana. E ha saputo creare marchi e industrie (nel settore automobilistico, nell’arredo domestico, nell’informatica, nei frigoriferi, nella robotica, nelle telecomunicazioni, nelle telefonia…) che sono presenti autorevolmente in tutto il mondo. La Svezia, ancora, esempio di cultura alta e apprezzata ovunque (con i suoi registi, gli scrittori, le università d’eccellenza, gli artisti…). Pertanto un’autorevolezza in molti campi, oltre a quello politico. Se non siete mai stati in questo Paese, vi consigliamo di andarci, di fare una visita il più approfondita possibile.

Circa sette milioni e mezzo di persone in Svezia sono state chiamate il 9 settembre scorso a rinnovare il «Riksdag», scegliendo tra 6.300 candidati per un mandato che dura quattro anni nel parlamento composto di 349 seggi. (Il RIKSDAG è il Parlamento nazionale del Regno di Svezia, formato da un’assemblea unicamerale di appunto 349 membri, eletto con un sistema proporzionale ogni quattro anni; la sede del Riksdag è nel PALAZZO DEL PARLAMENTO SVEDESE (NELLA FOTO) sull’isola di HELGEANDSHOLMEN a Stoccolma)

   E tutto questo con soli dieci milioni di abitanti, un sesto dell’Italia, ma con una superficie una volta e mezzo l’Italia.
E se la Svezia è da sempre e di gran lunga il Paese Ue che ha accolto il maggior numero di rifugiati, è anche pure in testa alle classifiche della redistribuzione dei migranti dall’Italia (dati pro capite).

STEFAN LOEFVEN, 61 anni, il premier socialdemocratico uscente (e magari rientrante)

   Ma anche lì, in Svezia, è arrivato il malessere (la preoccupazione) sul tema immigrazione che ha coinvolto gran parte dell’Europa (la paura dell’”invasione” che di fatto non c’è, però indubbiamente è un problema reale). Difficoltà d’integrazione sono emerse negli ultimi tempi e sono sfociate in episodi di violenza, specie a Malmoe e a Stoccolma, episodi molto strumentalizzati dalla destra xenofoba e neo-nazista. E questo ha inciso sul clima sociale.

La festa di Natale in una scuola superiore di RINKEBY, quartiere multietnico alla periferia di Stoccolma (da L’ESPRESSO) – “(….) In Svezia la popolazione straniera ha raggiunto il 18,5% del totale e questo è il triplo degli anni Settanta. (Il paragone temporale è importante: negli anni Settanta ci fu il massimo sforzo redistributivo per garantire pari opportunità a tutti). In un solo anno, il 2015, sono stati accolti 163.000 richiedenti asilo che in un piccolo paese come la Svezia sono l’1,6% della popolazione. Ad essi è stato immediatamente garantito lo stesso trattamento che il Welfare svedese elargisce ai propri cittadini, che pagano le tasse da generazioni: un bambino rifugiato costava 200 euro a notte. La spesa media per adulto sfiorava gli 8.000 all’anno.
Nel frattempo in alcune periferie urbane svedesi si sono create sacche di criminalità e gang, per esempio della mafia curda. Alcune comunità islamiche hanno visto la penetrazione di predicatori fondamentalisti. Dopo gli eccessi del 2015 Stoccolma ha cominciato a cambiare le regole e il flusso degli ingressi è stato ridotto. Lo shock nella popolazione svedese però è rimasto; come accadde in Danimarca o in Olanda.(….) (Federico Rampini, “la Repubblica”, 11/9/2018)

   Dati statistici dicono che già dalla metà degli anni Novanta la maggior parte degli svedesi fosse per una riduzione dell’immigrazione. Ma questo cambiamento sociale non fu colto dai principali partiti, né dalle loro politiche, che per anni hanno continuato a concentrarsi sull’accoglienza. Ora la crescita di movimenti anti-immigrati è connaturato a quello che viene sentito come il problema principale in tutta Europa (e nel mondo ricco). Anche se la Svezia “sta bene” nella sua economia, non ha grandi problemi di disoccupazione (che è solo al 3%).

manifestazione a STOCCOLMA contro l espulsione degli afghani nello scorso febbraio (foto tratta da http://www.lavocedellelotte.it)

   Pertanto la “non vittoria” degli ultra-nazionalisti è un buon segnale per il resto dei Paesi dell’Unione Europea che temono che alle prossime elezioni del Parlamento europeo si crei una maggioranza “anti- Unione” (cosiddetta “sovranista”). Ma non è proprio il caso di “sedersi sugli allori”; il pericolo incombe, è lì al possibile venire.
E non si riesce a capire come si deve proseguire con “il progetto europeo”: troppe le differenze di visione tra i vari Stati. E paradossalmente la lotta affinché il sovranismo non diventi maggioritario, è l’unica prospettiva che adesso accomuna gli europeisti.

Il 95 per cento della popolazione del quartiere RINKEBY di Stoccolma è costituito da immigrati di prima o seconda generazione. Una Babele di lingue e religioni che ha messo in crisi lo spirito egualitario scandinavo (nella foto: RINKEBY TORG, la piazza principale del quartiere, da Wikipedia)

   E’ necessario pertanto, a nostro avviso, ridefinire concretamente il “progetto europeo”, parlarne, discutere delle possibili soluzioni per una sua ripresa positiva. Ad esempio vien da pensare (da proporre) che una maggiore efficacia dell’Europa nel contesto internazionale, con un’unica politica commerciale (che affronti –tema di adesso- il sistema dei dazi messo ora in campo dall’America); e un’Europa che sappia dare risposte autorevoli e univoche ai grandi tempi dei conflitti geopolitici territoriali che stanno avvenendo (come il caso adesso della Libia, della Siria…).

SVEZIA – (da http://www.corriere.it/viaggi/) Da quando la corona svedese è stata svalutata, la Svezia è divenuta più accessibile; e sebbene la semplice gioia di respirare aria pura, l’incanto dei panorami e l’interesse per culture diverse possano essere annoverati tra le forme di divertimento meno stravaganti, restano comunque gli aspetti più appaganti per il turista. Stoccolma, la capitale, è una città moderna, anche se vi sono zone che conservano un’atmosfera paesana. Una volta usciti dalla città, le splendide foreste e gli enormi laghi della Svezia vi offriranno innumerevoli attività all’aperto, dal pattinaggio su ghiaccio all’avvistamento degli alci.
A COLPO D’OCCHIO – • PAESE: Regno di Svezia – • SUPERFICIE: 449.964 kmq – • POPOLAZIONE: 8.986.400 abitanti (tasso di crescita demografica 0,18%) – • CAPITALE: Stoccolma (1.251.900 abitanti, 1.622.800 nell’area metropolitana) – • POPOLI: 88% svedesi, 12% finlandesi, iugoslavi, danesi, norvegesi, greci, turchi, sami (abitanti nativi) – • LINGUA: svedese, finlandese, l’inglese è molto diffuso; cinque dialetti sami sono ancora parlati – • RELIGIONE: 87% evangelica luterana; cattolica, pentecostale, ortodossa, battista, musulmana, ebraica, buddhista – • ORDINAMENTO DELLO STATO: monarchia costituzionale –
PROFILO ECONOMICO – • PIL:238,1 miliardi di dollari – • PIL PRO CAPITE:26.800 dollari – • TASSO ANNUALE DI CRESCITA:1,6% – • INFLAZIONE:2,2% – • SETTORI/PRODOTTI PRINCIPALI: ferro, acciaio, rame, piombo, zinco, legname, pasta di cellulosa e carta, silvicoltura, industrie manifatturiere di ingegneria e di alta tecnologia, cuscinetti a sfera, autoveicoli, telecomunicazioni, arredamento, industria alimentare, prodotti chimici, energia idroelettrica, orzo, frumento, barbabietole da zucchero, vacche da latte – • PARTNER ECONOMICI: USA, Germania, Norvegia, Regno Unito, Danimarca, Finlandia, Paesi Bassi, Francia, Belgio

   Cioè che l’Unione Europea mostri di saper affrontare in modo univoco una politica estera, una politica economica efficace… e per questo necessariamente alcuni degli Stati originari, più importanti nella popolazione e nelle risorse economiche (Francia, Germania, Spagna, Italia…ma anche, appunto, la Svezia che resiste all’ondata populista), si ritrovino in scelte coraggiose.
Ma la cosa è assai difficile che avvenga, nella situazione interna che ciascuno stato adesso sta vivendo. Pertanto i “piccoli passi” di una tenuta almeno all’ondata sovranista e ultra nazionalista come è accaduto il 9 settembre in Svezia, è già cosa positiva. Altri accadimenti di questo genere vengono richiesti per risollevare la speranza in una ripresa dell’idea di creare veramente uno stato federale europeo. (s.m.)

“…Stoccolma, capitale della Svezia, è una città medievale situata in un arcipelago formato da oltre 24.000 isole per lo più disabitate, quelle abitate sono solo 14 ed ospitano ben 755 mila abitanti. Comunque possono essere tutte visitate con tour in barca organizzato da guide esperte. E’ un vero e proprio gioiello, ritenuta da molti una delle città più belle del Mondo. Giovane, allegra colorata e multietnica, con oltre il 16% della popolazione composto da immigrati. Passeggiare tra i canali o nella città vecchia, visitare uno dei tanti musei, scoprire la sua natura, viverla sia di notte che di giorno, interessarsi alla cultura e provare i piatti tipici dell’alta gastronomia svedese, sono solo alcuni modi per descrivere la bellezza di Stoccolma….” (da http://www.sferamagazine.it/ )

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INTERVISTA
LARS VILKS: “IL NOSTRO MODELLO NON È IN PERICOLO, GLI SVEDESI NON SARANNO MAI ESTREMISTI”

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La BOSNIA e le DIFFICILI ELEZIONI POLITICHE del prossimo 7 OTTOBRE (con regole elettorali contrastanti: in chiave etnica o secondo il principio di cittadinanza?) – E le tre etnie presenti (croata, serba, musulmana) che sempre più si irrigidiscono – La BOSNIA come NUOVA ROTTA BALCANICA dei profughi

SARAJEVO, e le difficili elezioni in Bosnia del 7 ottobre prossimo

   Il prossimo 7 ottobre ci saranno le elezioni politiche in Bosnia Erzegovina, di rinnovo del parlamento e presidenziali (la presidenza della repubblica è formata da 3 membri rappresentativi delle tre comunità -bosniaca, serba e croata- al fine di ridurre le tensioni fra le stesse). Sono elezioni difficili, è probabile che vinceranno i tradizionali partiti di adesso; con una situazione che sta allargando ancor di più (invece di unire) le tre etnie del paese.


Gli accordi di Dayton del 1995, che hanno messo fine alla guerra civile iugoslava, avevano consolidato l’attuale suddivisione, cioè una Bosnia ed Erzegovina nella quale coesistesse la maggioranza musulmana, con la presenza dell’etnia serba e di quella croata. Con due entità: la FEDERAZIONE DI BOSNIA ED ERZEGOVINA (FBiH, detta Federazione) a maggioranza CROATO-MUSULMANA, il 51% del territorio, a sua volta suddiviso in dieci cantoni; e la REPUBBLICA SERBA DI BOSNIA (RSB) 49% del territorio, senza cantoni. In seguito poi (nel marzo 2000) venne istituito il distretto autonomo di BRCKO (un territorio condiviso sia dai croati musulmani che dai serbi). Ad entrambe le entità è concessa libera giurisdizione ed amministrazione sulla maggior parte delle questioni, mentre la federazione ha competenza esclusiva su moneta e difesa.

MILORAD DODIK, presidente della REPUBLIKA SRPSKA (REPUBBLICA SERBA DI BOSNIA, nella foto con Putin), che da anni vuole tenere un referendum sulla secessione, in violazione dell’accordo di pace di Dayton che ha posto fine alle Guerre di Bosnia nel novembre 1995

   Una coesistenza difficile, da “separati in casa”, ma che, nonostante questo negli ultimi anni ha visto un discreto sviluppo economico, un seppur faticoso superamento delle difficoltà economiche. Ora, sviluppo, complicato dall’irrigidimento delle “posizioni etniche”; e le elezioni del prossimo 7 ottobre non aiutano certo un possibile clima di distensione.
Episodi che stanno accadendo complicano la coesistenza, rischiano di riportare a uno scontro etnico irrimediabile per la sopravvivenza della Bosnia.

Uno dei tre presidenti bosniaci, quello di ispirazione croata, Dragan Covic, a Belgrado, in Serbia, il 6 dicembre 2017 (AP Photo/Darko Vojinovic)

   Qui parleremo in particolare di come la Bosnia sia ora il principale Paese di transito DELLA NUOVA ROTTA BALCANICA DEGLI IMMIGRATI, passaggio meno importante nelle dimensioni rispetto al settembre 2015; ma rotta ora governata dalle mafie dei trafficanti (in particolare dei contrabbandieri albanesi): perché adesso è più difficile arrivare in Europa, e viene a costare molto, affidandosi al traffico clandestino.

La NUOVA VIA DEI BALCANI passa per la Bosnia e Trieste – (mappa da “Il Fatto Quotidiano”)

   E parleremo anche DEL NUOVO PONTE CHE LA CROAZIA HA INIZIATO A COSTRUIRE per togliere dall’isolamento DUBROVNICH (RAGUSA), finora “tagliata” fuori dal resto della Croazia dall’accesso al mare bosniaco (il ponte permetterà di aggirare NEUM, cittadina bosniaca di soli 5mila abitanti che è lo sbocco al mare della BOSNIA ERZEGOVINA, un istmo che spezza la contiguità territoriale della Croazia). Ebbene nella vicenda della costruzione del ponte uno dei tre presidenti bosniaci, quello di ispirazione croata, DRAGAN COVIC, si è apertamente rallegrato con la Croazia per la costruzione del ponte, dando pieno sostegno alla decisione croata, ed è andato a Zagabria per congratularsi di persona con i politici che l’hanno adottata. Un atteggiamento che dimostra come la parte croata-bosniaca propenda a unirsi alla Croazia, e scarso interesse essa abbia all’integrità della Bosnia Erzegovina.

(da http://www.eastwest.eu/ Migranti siedono sul ciglio della strada al confine tra Bosnia ed Erzegovina e Croazia a Velika Kladusa (foto scattata da Maljevac il 18 giugno 2018)

   Dall’altra lo scorso 14 agosto MILORAD DODIK, il presidente della Repubblica Serba di Bosnia, appunto l’entità della Bosnia ed Erzegovina a maggioranza serba, ha chiesto e ottenuto dall’Assemblea di ANNULLARE un RAPPORTO ufficiale di CONDANNA sul MASSACRO di SREBRENICA: genocidio di oltre 8mila musulmani bosniaci avvenuto nel luglio 1995, appunto nella città di Srebrenica, durante la guerra civile in Bosnia ed Erzegovina, massacro attuato da parte dei serbi guidati dal generale Mladić. Il documento fatto annullare di condanna del genocidio, era stato votato nel 2004, e riconosceva le responsabilità e la portata di quella che viene ricordata come la più grave e tragica strage in Europa dalla fine della seconda Guerra Mondiale. Questa decisione del 14 agosto scorso da parte del parlamento serbo-bosniaco non aiuta certo una riconciliazione sperabile.

I profughi nei campi del nord della Bosnia _ 19 agosto 2018 -(da Il Fatto Quotidiano)

   Dall’altra I MUSULMANI BOSNIACI NON DISDEGNANO L’APPOGGIO TURCO DI ERDOGAN, inviso alle altre due parti: nel maggio scorso, in occasione delle elezioni turche, Erdogan ha tenuto un grande comizio a Sarajevo, sostenuto apertamente anche da BAKIR IZETBEGOVICH, capo del partito di azione democratica dei musulmani di Bosnia Erzegovina.
Si viene così ad allargare la retorica nazionalistica e separatista in vista delle elezioni generali che si terranno il prossimo 7 ottobre, e allontanerà qualsivoglia tentativo di lavorare insieme verso un processo di riconciliazione. A questo, specificatamente al MECCANISMO ELETTORALE, anche su questo (LA SCELTA dei membri al Parlamento), la divisione tra i partiti è forte: chi, come i croati, vorrebbe che la scelta dei deputati eletti avvenisse IN CHIAVE ETNICA assai marcata, religiosa, salvaguardando bene, “matematicamente”, la presenza delle tre etnie; e chi invece, specie nei partiti civici, sostiene un “PRINCIPIO DI CITTADINANZA” nell’elezione dei membri del parlamento, che il deputato sia espressione dei territori e vada oltre le gabbie etniche.

IL PONTE CINESE CHE UNIRÀ DUBROVNIK (RAGUSA) ALLA CROAZIA – Al via i lavori per il PONTE DI SABBIONCELLO, che permetterà alla Croazia di aggirare l’istmo bosniaco che spezza la contiguità del Paese. Il progetto suscita malumori a Sarajevo. Sarà finanziato dalla Ue, ma i lavori sono affidati a un’azienda cinese. Ennesimo affare sulla Via della seta balcanica. Dopo anni di annunci, in CROAZIA sono finalmente iniziati (il 30 luglio scorso) i lavori per la costruzione del PONTE DI SABBIONCELLO (Pelješac), che prende il nome dall’omonima penisola, che si sviluppa in senso parallelo rispetto al litorale, nella parte meridionale di quest’ultimo. Il ponte permetterà alla CROAZIA di aggirare NEUM, lo sbocco al mare della BOSNIA ERZEGOVINA, un istmo che spezza la contiguità territoriale della Croazia. Da lì occorre passare per recarsi a DUBROVNIK (RAGUSA) e la sua riviera, di fatto una exclave croata. Il transito obbligato per le DOGANE BOSNIACHE causa a volte grossi IMBUTI DI TRAFFICO, con ricadute negative sui tempi del commercio e sul turismo. Senza contare l’elemento politico-psicologico della faccenda: il SENSO DI ISOLAMENTO CHE DUBROVNIK, grande meta turistica dell’Adriatico orientale, SCONTA DAL RESTO DEL PAESE. (….)” (Matteo Tacconi, 22 Agosto 2018 da EASTWEST.EU https://eastwest.eu/it/)

   Il fenomeno poi degli immigrati che hanno fatto della Bosnia il cuore della nuova rotta dei Balcani, ebbene questa cosa entra un po’ nel contesto di tensione, anche se forse (l’immigrazione di passaggio) non è adesso la più importante. Qualcuno la usa strumentalmente in funzione anti-musulmana: gli immigrati sono perlopiù musulmani, si dice che c’è un fenomeno di crescita etnica dei musulmani, e diventa motivo di accusa verso questa etnia maggioritaria di Bosnia. Lo stesso presidente della Republika Srpska, Milorad Dodik, sostiene esista un piano segreto per modificare il bilanciamento etnico della popolazione intensificando l’afflusso di migranti asiatici e mediorientali. Ciò riguarderebbe in particolare pachistani e siriani, con un’impennata dell’arrivo di iraniani.

Lo spillo rosso sulla citta bosniaca di NEUM – Il PONTE permetterà alla CROAZIA di aggirare NEUM, lo sbocco al mare della BOSNIA ERZEGOVINA, un istmo che spezza la contiguità territoriale della Croazia

   Quel che qui interessa porre all’attenzione, è che le cosiddette spinte “sovraniste”, etniche, religiose, di chiusura e identificazione con la propria parte, di rifiuto di ogni forma di convivenza multiculturale, non appartiene solo agli Stati dell’Europa ora nell’Unione Europea (come il Gruppo di Visegrad, cioè Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia… e poi l’Austria, l’Italia…ora la Germania con gli scontri con l’ultradestra che stanno accadendo in questi giorni…), ma accade anche in quei Paesi (come nei Balcani la Bosnia) che geograficamente sono anch’essi più che mai “Europa”.

NEUM (nel medioevo conosciuto come Porto Noumense) è una CITTADINA DELLA BOSNIA ED ERZEGOVINA di circa 5mila abitanti, che costituisce, con la sua COSTA DI CIRCA 20 KM, l’unico sbocco al mare dello stato balcanico. La città e il suo entroterra separano al tempo stesso la Dalmazia meridionale croata dal resto della Croazia

   La spinta sovranista (etnica) nei Balcani, e specialmente in Bosnia, aumenta ancor di più per una situazione lì fragile storicamente. Una politica diversa, opposta a questi fenomeni nazionalistici, etnici, servirebbe più che mai. A noi cercarne i modi, le possibilità, le azioni… (s.m.)

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BOSNIA ED ERZEGOVINA, VENTO SOVRANISTA IN REPUBLIKA SRPSKA

28 agosto 2018, di Marco Magnano, DA RBE Radio Beckwith Evangelica https://rbe.it/

   Lo scorso 14 agosto Milorad Dodik, il presidente della Sepublika Srpska, entità della Bosnia ed Erzegovina a maggioranza serba, ha chiesto e ottenuto dall’Assemblea di annullare un rapporto ufficiale sul massacro di Srebrenica (https://rbe.it/2017/11/23/mladic-ergastolo/) del 1995. Il documento, votato nel 2004, riconosceva le responsabilità e la portata di quella che viene spesso ricordata come la peggiore strage in Europa dalla fine della seconda Guerra Mondiale. Manca poco più di un mese alle elezioni, previste per il 7 ottobre.

   L’impressione è che questa mossa sia un modo per rimarcare la propria posizione in un contesto di partiti etnici che guardano con crescente interesse ai movimenti sovranisti sempre più forti in Europa.

   ALFREDO SASSO, storico, presidente dell’Associazione Most (https://mostassociazione.wordpress.com/) e collaboratore di Osservatorio Balcani e Caucaso – Transeuropa (https://www.balcanicaucaso.org/), racconta che «l’attuale presidente, MILORAD DODIK, ha intrapreso una svolta autoritaria ormai da diversi anni». Dodik, spiega Sasso, «iniziò con una linea politica più conciliante, poi via via si è fatto sempre più autoritario e allo stesso tempo con una linea molto più nazionalista e sciovinista di cui vediamo in questi mesi gli elementi più retrogradi anche perché ci troviamo in campagna elettorale».
(per sentire l’intervista ad Alfredo Sasso:
https://www.spreaker.com/user/radiobeckwith/2018-08-27-alfredo-sasso-srebrenica-e-so?utm_medium=widget&utm_source=user%3A8579251&utm_term=episode_title
o anche:
https://www.radio24.ilsole24ore.com/programma/luogo-lontano/giornalisti-reuters-myanmar-genocidio-161751-gSLAOZrGmC)

GIORNALISTI SCOMODI – Nella foto: DINO JAHIĆ – Fare giornalismo investigativo nei Balcani è sempre più difficile. Lo conferma il recente caso delle gravi accuse del PRESIDENTE DELLA REPUBLIKA SRPSKA MILORAD DODIK contro DINO JAHIĆ, caporedattore del CENTRO PER IL GIORNALISMO INVESTIGATIVO DELLA SERBIA (l’intervista riportata a Dino Jahić è l’ultimo articolo di questo post)

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SISTEMA ELETTORALE DELLA BOSNIA ERZEGOVINA

di Roberto Brocchini | http://www.archivioelettorale.it/joomla/
Forma di governo Repubblica federale parlamentare
Superficie 51.209 Km²
Popolazione 3.531.000 ab. (censimento 2013)
Densità 69 ab/Km²
Capitale Sarajevo (276.000 ab., 415.000 aggl. urbano)
Moneta Marco convertibile
Indice di sviluppo umano 0,733 (85° posto)
Lingua Bosniaco, Serbo, Croato (tutte ufficiali)
Speranza di vita M 74 anni, F 79 anni
La Bosnia Erzegovina (BiH) è una Repubblica parlamentare federale facente parte della Jugoslavia e diventata indipendente nel marzo del 1992. Dal 2015 è candidata ad entrare nell’Unione Europea. È formata da due entità: la FEDERAZIONE DI BOSNIA ED ERZEGOVINA (FBiH, detta Federazione) che comprende il 51% del territorio, a sua volta suddiviso in dieci cantoni; e la REPUBBLICA SERBA DI BOSNIA (RSB) 49% del territorio, senza cantoni. C’è poi il distretto autonomo di Brcko. Ad entrambe le entità è concessa libera giurisdizione ed amministrazione sulla maggior parte delle questioni, mentre la federazione ha competenza esclusiva su moneta e difesa.
LA PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA È FORMATA DA 3 MEMBRI RAPPRESENTATIVI DELLE TRE COMUNITÀ (BOSNIACA, SERBA E CROATA) al fine di ridurre le tensioni fra le stesse. Il membro bosniaco e croato viene eletto direttamente dal popolo del territorio della Federazione, mentre quello serbo viene eletto dal popolo della Repubblica Serba di Bosnia Erzegovina.
L’Assemblea della BiH si compone di due camere: la CAMERA DEI RAPPRESENTANTI e la CAMERA DEI POPOLI.
La CAMERA DEI RAPPRESENTANTI ha 42 membri (28 Deputati appartengono alla Federazione di Bosnia ed Erzegovina, 14 alla Repubblica Serba di Bosnia Erzegovina) eletti per 2 anni col sistema proporzionale basato su liste di partito o candidature indipendenti; metodo del quoziente semplice e più alti resti. Solo i partiti che conquistano almeno un seggio iniziale col quoziente semplice accedono all’assegnazione dei seggi rimanenti. Sia l’elettorato attivo sia quello passivo sono fissati a 18 anni.
La CAMERA DEI POPOLI ha 15 membri di cui 10 sono delegati provenienti dalla Federazione di Bosnia ed Erzegovina (5 croati e 5 musulmani) che sono designati dalle comunità locali; 5 sono delegati provenienti dalla Repubblica Serba di Bosnia Erzegovina designati dall’Assemblea Nazionale della stessa Repubblica. Sia l’elettorato attivo sia quello passivo sono fissati a 18 anni.
Fonti: http://www.eastjournal.net/archives/category/balcani/bosnia-erzegovina, http://www.globalgeografia.com e Interparliamentary Union

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ONU CONDANNA REP. SERBA DI BOSNIA ED ERZEGOVINA PER GENOCIDIO DI SREBRENICA
– pubblicato il 18 agosto 2018 da http://sicurezzainternazionale.luiss.it/
Il presidente uscente dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, ZEID RA’AD AL-HUSSEIN, ha condannato pubblicamente la decisione presa dal parlamento serbo-bosniaco, il quale ha revocato un rapporto del 2004 nel quale riconosceva il genocidio di Srebrenica del 1995, e ha esortato i legislatori a riconsiderare la mossa, che a suo avviso mette in pericolo la riconciliazione etnica del Paese. Continua a leggere

STA CRESCENDO IL RAZZISMO in Italia? (e in Europa?) Pare di sì, dai fatti di intolleranza che accadono. Il nuovo “nemico” è immigrato, con pelle nera, povero – False notizie, crisi economica, società in declino, latente odio razziale: elementi superabili nella visione ottimistica di un futuro di pace e sviluppo da costruire

TANTI VARI EPISODI DI RAZZISMO – (da http://www.tpi.it/ del 30/7/2018) – NELL’ULTIMO MESE E MEZZO SI SONO SUSSEGUITI DIVERSI EPISODI DI AGGRESSIONI AI DANNI DEI MIGRANTI O DI PERSONE DI ORIGINE STRANIERA. / IL PRIMO RISALE ALL’11 GIUGNO 2018, quando a Caserta due ragazzi immigrati del Mali sono stati aggrediti e feriti al grido di “Salvini Salvini”. L’episodio è avvenuto intorno alle ore 22, quando i due ragazzi sono stati avvicinati da una Fiat Panda su cui viaggiavano tre ragazzi italiani che hanno sparato alcuni colpi di pistola ad aria compressa. Uno dei due ragazzi ha riportato ferite lievi al torace. L’altro ragazzo è stato mancato dal colpo. / IL 20 GIUGNO, INVECE, LO CHEF 22ENNE DEL MALI KONATE BOUYAGUI, in Italia da quattro anni con regolare permesso di soggiorno, è stato colpito a Napoli da un piombino nella pancia sparato da due ragazzi a bordo di un’auto. / IL PRIMO EPISODIO DI AGGRESSIONI DEL MESE DI LUGLIO HA INVECE COINVOLTO UNA BIMBA ROM DI UN ANNO, che vive nel campo di via di Salone a Roma. La bambina è stata ferita alla schiena da un piombino. La vicenda è accaduta martedì 17 luglio: i familiari hanno raccontato che la bambina si trovava in braccio alla madre, che stava camminando lungo via Togliatti, quando la donna si è accorda che la piccola perdeva sangue dalla schiena. / MENO DI 10 GIORNI DOPO, IL 26 LUGLIO, un migrante originario della Guinea e ospite di un centro di accoglienza di San Cipriano d’Aversa nel Casertano ha denunciato di essere stato colpito in pieno volto con una pistola ad aria compressa. Il richiedente asilo ha sporto denuncia ai carabinieri. / IN SICILIA, A PARTINICO in provincia di Palermo, un ragazzo senegalese di 19 anni, richiedente asilo, è stato aggredito da quattro persone il 26 luglio. / UNA DELLE ULTIME AGGRESSIONI HA AVUTO UN FINALE TRAGICO. Nella notte tra il 28 e il 29 luglio ad Aprilia (Latina) un cittadino marocchino è morto dopo essere stato inseguito in auto da due persone convinte che fosse un ladro

Il giornalista LUIGI MASTRODONATO ha iniziato a lavorare su una mappa interattiva che raccoglie tutte le aggressioni razziste in Italia dal primo giugno 2018, (giorno di insediamento del nuovo governo) (clicca sul link qui sopra per avere la mappa aggiornata) (la mappa visibile sovraesposta è aggiornata al 2 agosto 2018, ndr)

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Don Luigi Ciotti, presidente del Gruppo Abele (foto da “la Stampa”) – DON CIOTTI: “LE PAROLE VIOLENTE STANNO FOMENTANDO UN CLIMA RAZZISTA” – «C’è una violenza verbale che rischia di tradursi in violenza di fatto. C’è degrado nelle parole, nei linguaggi e anche nei comportamenti, c’è un clima giudicante. Credo che dovremmo fare una dieta delle parole: dobbiamo trovare l’umiltà di fermarci». (….)(da “La Stampa”, 3/7/2018)

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   Tutti i fenomeni umani, quelli in particolare che vanno verso il degrado e la guerra, possono (e dovrebbero) essere virtuosamente governati. Cioè nulla è irreparabile, e la china dell’intolleranza, della violenza, possono essere fermati in tempo. E’ così del clima preoccupante che stiamo vivendo adesso di fenomeni di odio xenofobo, di razzismo. Noi siamo tra quelli che pensano che non sono il frutto di questi ultimi mesi, ma sono latenti e “liberi” da vari anni. Il fatto poi che appaiano in crescendo adesso, non può essere un “falsa notizia” promulgata ad arte; ma una evidente realtà.
Nelle ultime settimane c’è stata una sequenza di aggressioni violente a danno di neri, rom e stranieri in generale. Ma non solo aggressioni fisiche: di più di “parole”. Una diffusione di discorsi (e interventi sui social, su tutti i mezzi di informazione…) d’odio e xenofobi – che non è solo italiana ma avviene, è avvenuta, in tutta Europa. Questo (le parole eccessive) può essere effettivamente la causa dei crimini “concreti” motivati dall’odio.

Soumalya Sacko, 29 anni, bracciante e sindacalista – 4 giugno 2018: “SOUMAILA SACKO è morto colpito da un proiettile in testa mentre stava recuperando alcune lamiere in un vecchio stabilimento abbandonato in località “ex Fornace” di San Calogero (Reggio Calabria). Era un migrante regolare del Mali, bracciante sfruttato nei campi agricoli di Reggio Calabria, padre di una figlia di 5 anni. Soumaila era impegnato nella lotta allo sfruttamento e lavorava per un salario di tre euro l’ora al giorno. Era un sindacalista che aiutava i suoi compagni ad avere più diritti.” (da http://www.giornalettismo.com/ )

Qualcuno nega che sia così preoccupante la cosa, e dice che siamo nella “normalità”. Al centro dello scontro sembrano esserci quindi i numeri e le statistiche sulle aggressioni subite da stranieri o persone che semplicemente appaiono diverse: un rimpiattino tra filogovernisti e antigovernisti, tra maggioranza e opposizione.
E’ sicuro che ci vogliono dati certi, che forse adesso non ci sono (leggi il bel reportage de IL POST.IT che qui di seguito riportiamo), e che in questo momento i media danno risonanza a ogni fatto razzista che accade (e che magari in altra epoca ignoravano del tutto). Però è indubitabile che un sommarsi di fattori ora esistenti (immigrazioni, non “invasioni” come spesso si vuol far credere; crisi economica e disoccupazione giovanile; società culturalmente in trasformazione e forse in declino; latente razzismo peraltro sempre esistito; un modo di governare ed esprimersi molto nazionalista, chiuso nei propri confini…) ebbene questi fattori non possono che incentivare un clima di difficoltà a rapportarsi ed accettare il “diverso””.

foto da http://www.giornaledelcilento.t/) – ITALIANI RAZZISTI? – Pare di sì, dai dati diffusi a luglio 2018 dalla COMMISSIONE JO COX su fenomeni di ODIO, INTOLLERANZA, XENOFOBIA, e RAZZISMO, istituita dalla Camera. Il 56% degli italiani pensa che UN QUARTIERE SI DEGRADA QUANDO CI VIVONO TROPPI IMMIGRATI; il 65% li considera UN PESO SOCIALE (in Germania è il 21%); il 40% DIFFIDA persino delle loro PRATICHE RELIGIOSE. (Michele Ainis, “la Repubblica”, 7/11/2017)( Commissione “Jo Cox” sull’intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio) http://www.camera.it/application/xmanager/projects/leg17/attachments/uploadfile_commissione_intolleranza/files/000/000/001/RELAZIONE_FINALE.pdf )

E’ così che in Italia, come in altri grandi paesi europei, i crimini d’odio motivati da ragioni etniche, religiose e razziali appaiono in aumento da anni, ma adesso di più… Quel che non si capisce è se l’andamento “razzista” sia dovuto da una moltiplicazione effettiva dei reati o invece dalla maggior facilità per le vittime di denunciarli.
Poi è da capire se in Italia va “peggio e meno peggio” rispetto ad altri Paesi europei. Anche se l’Italia sembra essere un paese dove i crimini d’odio motivati da razzismo e xenofobia sono in lenta crescita, va pure detto (dalle analisi che riportiamo in questo post) che in Italia non si è “raggiunto” i livelli toccati da paesi come Francia e Regno Unito.

Una ragazza nera con il tricolore sulle labbra è il volto che Paolo Polegato, amministratore delegato di ASTORIA WINES, ha scelto per dar vita alle parole di MARTIN LUTER KING: “Può darsi non siate responsabili per la situazione in cui vi trovate, ma lo diventerete se non farete nulla per cambiarla”

Anche se l’Italia risulta sistematicamente uno dei paesi con le opinioni più negative nei confronti degli stranieri immigrati, ma anche delle persone di religione ebraica e musulmana. Gli italiani, più di britannici, francesi e tedeschi, ritengono l’immigrazione un problema. Percentuali molto elevate chiedono controlli più severi alle frontiere e ritengono l’impatto complessivo dell’immigrazione negativo.
E se le parole, le opinioni, contano e portano a conseguenze, questo “pensare” di massa degli italiani, rischia di non essere di buon auspicio… Anche se sostenere che l’immigrazione sia un problema oppure che le frontiere dovrebbero essere controllate in maniera più sicura, è qualcosa di non razzista, ma, pensiamo, anche di buon senso.

il libro – NON SONO RAZZISTA, MA, di Luigi Manconi e Federica Resta, Feltrinelli 2017- L’odio contro gli stranieri è ormai legittimato? Gli autori analizzano la situazione e indicano come la politica dovrebbe saper raccogliere quel “ma” come grido di aiuto

Pertanto il confine tra xenofobia e non xenofobia è ancora tutto da decidere, pensiamo. L’azione culturale; il maggior “controllo delle parole” da parte di tutti ma ancor di più dei governanti; azioni concrete a sostegno di persone deboli che arrivano da noi; un supporto legislativo contro gli eccessi (com’è la “legge Mancino” in vigore, del 1993, che sanziona gesti, slogan, azioni legate al fascismo, alla discriminazione per motivi razziali…)…tutto questo può far tenere sotto controllo il fenomeno; così da poter dire che siamo ancora in un contesto civile, nonviolento, aperto a ogni diversità. (s.m.)

NUDI E MULTIETNICI, ECCO LA NUOVA CAMPAGNA BENETTON CONTRO IL RAZZISMO – Treviso, Presentato il lavoro di Oliviero Toscani per gli United Colors, un ritorno alle origini

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DON CIOTTI: “LE PAROLE VIOLENTE STANNO FOMENTANDO UN CLIMA RAZZISTA”

da “La Stampa”, 3/7/2018
– C’è una violenza verbale che rischia di tradursi in violenza di fatto. C’è degrado nelle parole, nei linguaggi e anche nei comportamenti, c’è un clima giudicante. Credo che dovremmo fare una dieta delle parole: dobbiamo trovare l’umiltà di fermarci». (….) –
SOSPETTO
Torino – Le parole che ogni giorno fanno di ogni erba un fascio, cioè di ogni migrante una persona indesiderata, l’ha detto don Ciotti, creano l’atmosfera che si coglie sui mezzi pubblici, con i borbottii quando una madre velata sale con un passeggino, quando persone identificabili come non di origine italiana vengono additate come «quelli che ricevono aiuti mentre gli italiani fanno la fame».
Don Mauro Mergola, parroco a Torino ai Santi Pietro e Paolo Apostoli a San Salvario e direttore dell’oratorio salesiano San Luigi di via Ormea, tra i più «mondiali» della città, ammette che «c’è un clima di maggior sospetto rispetto ad un po’ di tempo fa e i ragazzi sentono disagio. Naturalmente c’è un grande malessere da parte della gente verso chi vende la droga. Il fatto è che i giovani senegalesi si sono fatti la fama di essere spacciatori. Però, noi che in largo Saluzzo siamo in mezzo alla movida, sappiamo che vendono alla grande anche gli italiani, solo che non sono riconoscibili».
Don Mauro combatte con l’arma della conoscenza e del coinvolgimento. «In settembre in parrocchia apriremo un housing per quattordici giovani italiani e stranieri: stiamo creando una rete di accoglienza per far sì che ogni ragazzo sia sostenuto e accompagnato da una famiglia. Non da un singolo volontario, ma da una famiglia, che lo faccia sentire importante per qualcuno, senza interessi».
SDOGANAMENTO
Non mancano testimonianze che dicono che dalla politica arriva lo sdoganamento del linguaggio razzista. «Ci sono ragazzi italiani che sono cresciuti qui al Valentino tra i giovani migranti, che hanno amici di varie origini – dice Matteo Aigotti, educatore di Spazio Anch’Io, l’oratorio all’aperto del San Luigi accanto a Torino Esposizioni- eppure bisogna leggere cosa scrivono su Facebook: parole cariche di odio. È un modo sbagliato per rivendicare il lavoro che non c’è per i giovani italiani. L’espressione ricorrente su Facebook e sui tram è “io non ho soldi, non ho lavoro ma per i neri c’è tutto”».
Di sdoganamento delle parole che esprimono razzismo parlano anche all’Ufficio Stranieri dell’Anolf-Cisl: «Ci sono datori di lavoro che quando hanno un contrasto con i dipendenti se ne escono con “Adesso c’è Salvini, è finito il tempo della pacchia”. E lavoratori che raccontano come certe parole facciano male, che nello scherzo c’è chi ormai passa il limite».

An anti-immigration protest in Dresden, GermanyHannibal Hanschke / Reuters

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L’ITALIA È DIVENTATA UN PAESE RAZZISTA?

di Davide Maria De Luca, 2/8/2017 da IL POST.IT (www.ilpost.it/ )
Se n’è parlato per le recenti notizie di aggressioni contro neri e stranieri: siamo andati a vedere i numeri e ci sono brutte notizie e altre che fanno ben sperare. Continua a leggere