UNA TURCHIA geograficamente europea (ed atlantica) dà l’ergastolo a scrittori e giornalisti dissidenti; fa la guerra ai CURDI; partecipa alla contesa del GAS METANO del Mediterraneo orientale; e per l’UE blocca i migranti nella rotta balcanica – IL CASO ENI (la nave SAIPEM) e la questione TURCO-GRECO-CIPRIOTA

Piazza di Faneromeni, Centro Storico di NICOSIA, CAPITALE DI CIPRO – NICOSIA è la città più popolosa di Cipro e il centro dell’economia cipriota. Si tratta dell’UNICA CAPITALE ANCORA DIVISA: una recinzione militare di separazione, detta “LINEA VERDE”, che corre da nordovest a sudest, la divide infatti in DUE ZONE delle quali QUELLA MERIDIONALE CAPITALE DELLA REPUBBLICA DI CIPRO e quella SETTENTRIONALE DELLA REPUBBLICA TURCA DI CIPRO, riconosciuta solo dalla Turchia. (da Wikipedia)

   Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha alzato i toni dello scontro sulle trivellazioni davanti alle coste di Cipro, che coinvolge anche una nave dell’Eni, bloccata dal 10 febbraio scorso dalla Marina militare di Ankara. Questa nave ha la funzione di essere una piattaforma per l’esplorazione di giacimenti di idrocarburi (in particolare gas metano) in acque cipriote. “Saipem 12000” (così si chiama la nave che opera su mandato dell’Eni), e i francesi di Total, sono lì appunto per avviare delle esplorazioni attorno a Cipro.

La nave dell’Eni bloccata dalla marina turca: TENSIONI NEL MEDITERRANEO ORIENTALE

Il blocco ha come scusa il fatto che in quel lembo di mare la Marina militare turca sta(va) facendo delle esercitazioni. E’ invece una ritorsione della Turchia verso tutti i soggetti geopolitici che lì stanno cercando o trasportando il gas (l’Unione Europea e suoi Paesi come Francia e Italia, Israele, il Libano, l’Egitto, e in particolare Cipro, nella parte greca dell’isola, che fa parte anch’essa della UE). Il blocco della nave Eni incide pesantemente nei già logorati rapporti fra Roma e Ankara.

Il presidente turco Erdogan – ERDOGAN CONTRO CIPRO E LA PIATTAFORMA ENI – EGEO. LA CRISI SI FA ESPLOSIVA. IL PRESIDENTE TURCO: «SONO I NOSTRI DIRITTI COME A AFRIN». L’Ue ammonisce Ankara mentre nell’area lo scontro è anche con i pozzi d’Israele – Il presidente turco Erdogan ha usato toni che lasciano ben poco spazio alla diplomazia in cui le cancellerie europee confidano ancora: “Nessuno deve pensare che passino inosservati opportunistici tentativi di esplorazione del gas. Consiglio alle compagnie straniere che operano fidandosi di Nicosia di non superare i limiti e piazzare i propri apparati. Le provocazioni sono seguite attentamente dai nostri aerei, navi e militari”. E ha concluso: “I nostri diritti ad Afrin non sono differenti dai nostri diritti a Cipro e nell’Egeo”, sottolineando come l’interessi nazionale vada difeso anche con l’intervento militare. (Dimitri Bettone, “IL MANIFESTO”, 14/2/2018 https://ilmanifesto.it/ )

L’intervento di Erdogan arriva mentre sale la tensione turca anche con la Grecia, alleata e ‘protettrice’ di Cipro, come anche dimostra lo speronamento nell’Egeo di un pattugliatore della Guardia costiera greca il 12 febbraio scorso ancorato al largo dell’isola contesa di IMIA da parte di una motovedetta turca.

“(…) L’ENI è presente a CIPRO dal 2013 e detiene interessi in sei licenze situate nell’acque economiche esclusive della repubblica (vengono chiamati BLOCCHI 2, 3, 6, 8, 9 E 11), di cui cinque come operatore. Pochi giorni fa il gruppo ha annunciato di aver effettuato una scoperta di gas nel BLOCCO 6, nell’offshore di Cipro, attraverso il pozzo CALYPSO 1, considerato “una promettente scoperta di gas”, che “conferma l’estensione del tema di ricerca di ZOHR (il grande giacimento egiziano, ndr) nelle acque economiche esclusive di Cipro”. Anche se “per una valutazione accurata delle dimensioni della scoperta, sono richiesti nuovi studi e un programma di delineazione”, dice la ditta italiana. (Emanuele Rossi, da http://formiche.net/ del 11/2/2018)

E i rapporti tra il nostro Paese e la Turchia restano appesi a un delicato gioco di pesi e contrappesi in cui l’aspetto economico conta tantissimo, e non solo per gli interessi di Eni in acque cipriote. Le aziende italiane presenti in Turchia sono molte (circa 1300) e secondo SACE (Servizi Assicurativi del Commercio Estero) l’incremento potenziale dell’export italiano entro il 2020 è stimato in circa 3 miliardi di euro. Numeri che dimostrano quanto sia scomodo questo caso.

Giacimenti di gas nella costa sud di Cipro e le tante ambizioni geopolitiche in quella parte del Mediterraneo orientale

Ma la Turchia è anche il crocevia da cui oggi passano alcune delle principali rotte del metano verso l’Unione Europa: dalla Turchia passa il CORRIDOIO TAP-TANAP dal Caspio all’Italia, e il gasdotto TURKISH STREAM nel Mar Nero.

Il 9 febbraio la piattaforma di ENI SAIPEM 12000 si stava spostando dall’AREA DI CALYPSO, nel BLOCCO 6, AL BLOCCO 3. QUI AVREBBE DOVUTO COMPIERE DELLE ESPLORAZIONI in una zona economica esclusiva cipriota IN CERCA DI NUOVI GIACIMENTI DI GAS NATURALE. ENI ha ottenuto dal governo di Nicosia la licenza per effettuare perforazioni in entrambi i blocchi. Nonostante ciò il VIAGGIO di Saipem 12000 è stato INTERROTTO DA NAVI DELLA MARINA TURCA (tra 3 e 6 imbarcazioni), che hanno motivato il loro intervento parlando di «attività militari nell’area di destinazione». IL GAS È UNO DEI NODI CHE NON SONO STATI MAI SCIOLTI. La Turchia rivendica per il nord dell’isola lo sfruttamento dei giacimenti offshore situati nel Mediterraneo Orientale. Richiesta finora sempre respinta al mittente da Nicosia, che ospita nelle proprie acque oltre a ENI e TOTAL altri top player del mercato energetico internazionale tra cui la statunitense EXXONMOBIL e l’olandese SHELL. (Rocco Bellantone, da http://www.oltrefrontieranews.it/ del 12/2/2018)

E il Mediterraneo Orientale è inoltre pieno di giacimenti di metano cui tanti cercano di esserne gli attori principali; appunto come la Turchia, il governo di Cipro (con capitale Nicosia), il vicino Libano, Israele, e tutte le grandi compagnie energetiche (come è l’Eni o la francese Total…).

LA GUERRA IN SIRIA DI ERDOGAN CONTRO I CURDI – Dal 20 gennaio I TURCHI hanno lanciato l’operazione “RAMOSCELLO D’ULIVO” per ripulire il NORD DELLA SIRIA dalle forze curde dell’Ypg, alleate degli Usa, ma considerate da Ankara terroristi alla stregua dei curdi turchi del Pkk. E l’artiglieria turca ha bombardato martedì 13 febbraio, per la prima volta, il centro della cittadina curdo-siriana di AFRIN, nella SIRIA NORD-OCCIDENTALE, capoluogo del confederalismo democratico sotto attacco del Sultano Erdogan dal 20 gennaio scorso. LA CITTADINA DI AFRIN È STATA COLPITA PIÙ VOLTE da bombardamenti aerei e di artiglieria ma il centro cittadino era stato fino a oggi risparmiato. Colpito l’ospedale, diversi parchi giochi per bambini e uno degli approvvigionamenti idrici della città. Dal 20 gennaio finora, secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, si contano 78 civili curdi uccisi. (da http://www.radiondadurto.org/ del 13/2/2018)

L’irruenza di Ankara è stata interpretata come un segnale di nervosismo di fronte agli accordi di spartizione del Bacino Orientale del Mediterraneo tra Cipro, Israele, Egitto e Libano, e che hanno relegato la Turchia in un angolo

L’ANNOSA DISPUTA TURCO-CIPRIOTA – Il caso di questi ultimi giorni è solo l’ultimo capitolo dell’annosa questione turco-cipriota. L’ISOLA È DIVISA DAL 1974, anno in cui è stata invasa dall’esercito turco in risposta a un colpo di Stato filo-greco. OGGI ANKARA CONTROLLA LA PARTE SETTENTRIONALE DELL’ISOLA (un terzo del territorio totale), governata dalla Repubblica Turca di Cipro del Nord. IL GOVERNO DI NICOSIA – l’unico che gode del riconoscimento della comunità internazionale – amministra invece LA RESTANTE PARTE DELL’ISOLA, VALE A DIRE LA REPUBBLICA DI CIPRO, DAL 2004 ENTRATA A FAR PARTE DELL’UNIONE EUROPEA. Nonostante i ripetuti tentativi di trovare un accordo tra le parti (l’ultimo è fallito lo scorso anno), una soluzione politica a questa crisi appare ancora oggi distante. E il gas è uno dei nodi che non sono stati mai sciolti. (…)(Rocco Bellantone, da http://www.oltrefrontieranews.it/ del 12/2/2018)

Ma il ruolo della Turchia come crocevia del gas naturale con i corridoi e gasdotti che abbiamo sopra detto, e passano per il suo territorio, viene messo in crisi anche da altri fattori geopolitici: come la guerra ai curdi in Siria (curdi vincitori della lotta all’Isis); e poi del sistema autoritario interno turco, che Erdogan sta attuando contro qualsiasi forma di dissenso.

Mappa dei principali giacimenti di gas nel Mediterraneo Orientale (da http://www.rienergia.staffettaonline.com/ – “I successi energetici di Ankara, registrati sia con il corridoio Tap-Tanap dal Caspio all’Italia, sia con il gasdotto Turkish Stream nel Mar Nero, rischiano di venire ridimensionati da altri due recenti sviluppi. Il primo è il PASSO INDIETRO DI ISRAELE sul PROGETTO DEL GASDOTTO DAL GIACIMENTO LEVIATHAN fino alle coste turche, dopo che i rapporti politici tra Ankara e Tel Aviv sono tornati ai minimi storici. Gli israeliani mettono oggi in dubbio l’investimento e guardano a paesi come l’Egitto o, appunto, Cipro stessa. CIPRO INFATTI È IL PERNO DEL PROGETTO EASTMED, AMBIZIOSO GASDOTTO TRA ISRAELE, CIPRO, GRECIA E ITALIA su cui l’Unione Europea ha stanziato 34 milioni di euro destinati alla IGI Poseidon, società greca che si occuperà di sviluppare il progetto, oltre ad un ulteriore fondo di 100 milioni destinati a “terminarne l’isolamento e consentire il transito di gas dalla regione del Mediterraneo orientale”. Un progetto che suscita perplessità tra gli esperti per i costi stimati in 6 miliardi di dollari.” (Dimitri Bettone, “IL MANIFESTO”, 14/2/2018 https://ilmanifesto.it/

In una Turchia così difficile da cooperare, ad esempio da sì che Israele ha rinunciato al progetto del gasdotto dal giacimento Leviathan che doveva raggiungere le coste turche, non fidandosi di Erdogan: e preferendo guardare come partners l’Egitto e, appunto, Cipro. Perché Cipro è strategica nel progetto “Eastmed”, ambizioso gasdotto tra Israele, Cipro, Grecia e Italia, di cui l’Unione Europea ha stanziato 34 milioni di euro destinati a una società greca che si occuperà di sviluppare il progetto, oltre ad un ulteriore fondo di 100 milioni destinati a sviluppare il transito del gas in tutto il Mediterraneo orientale (vedi le mappe che in questa pagine proponiamo).
Tutto questo, dicevamo, accade perché la Turchia a livello internazionale viene considerata inaffidabile. E qui in primis torna il problema dello status di Cipro Nord, anche con la delimitazione della “zona economica esclusiva” (Zee) dei paesi affacciati su quei mari, marcate secondo trattati internazionali che Ankara non riconosce.

Per QUESTIONE DI CIPRO (o QUESTIONE CIPRIOTA) si intende comunemente la situazione di TENSIONE E GUERRA effettiva venutasi a creare sull’isola di Cipro TRA LE COMUNITÀ GRECO-CIPRIOTA (maggioritaria) E QUELLA TURCO-CIPRIOTA (minoritaria), e che si è articolata in varie fasi A PARTIRE DAL 1963 fino ai giorni nostri. Allo stato attuale la situazione non è ancora risolta e ha condotto alla PARTIZIONE de facto DELL’ISOLA TRA LA REPUBBLICA DI CIPRO GRECO-CIPRIOTA, riconosciuta internazionalmente e membro dell’Unione europea, e l’AUTOPROCLAMATA REPUBBLICA TURCA DI CIPRO NORD (RTCN) che occupa il terzo settentrionale dell’isola, riconosciuta solamente dalla Turchia. (da Wikipedia – per saperne di più: https://it.wikipedia.org/wiki/Questione_di_Cipro)

   Data la vicinanza delle piccole isole greche alla costa turca infatti, la sua Zee viene compressa in un modo che la Turchia considera ingiustamente punitiva per il proprio interesse nazionale. La corsa al gas naturale non fa che alimentare contrasti sempre più grandi.
E qui si innesta la QUESTIONE TURCO-CIPRIOTA. I negoziati per la riunificazione di CIPRO, DAL 1974 DIVISA IN DUE con un’entità turca nel nord non riconosciuta dalla comunità internazionale, sono naufragati nel luglio dello scorso anno. Ankara rivendica la sovranità su una parte della cosiddetta “Zona Economica esclusiva” attorno alle coste: compreso il BLOCCO 3 in cui l’ENI dovrebbe condurre le esplorazioni. In questo “Blocco 3”, in questo braccio di mare la nave Saipem il 10 febbraio scorso era diretta dopo aver concluso i lavori nell’area 6 sul giacimento Calypso, da poco scoperto a sudovest di Cipro. Ed entrambe le zone sono oggetto di contesta tra Turchia, Cipro e Grecia.

FRONTIERA DELLA PARTE TURCA DI CIPRO – L’INVASIONE TURCA DI CIPRO, che iniziò il 20 luglio 1974, fu la RISPOSTA DELLA TURCHIA AL COLPO DI STATO MILITARE CIPRIOTA che depose il presidente cipriota, l’arcivescovo greco-ortodosso Makarios, ALTERANDO GLI EQUILIBRI faticosamente raggiunti con il TRATTATO DI ZURIGO E LONDRA del 1960 tra l’ex potenza coloniale, il REGNO UNITO, e la GRECIA e la TURCHIA, cui facevano riferimento linguistico, culturale e politico le due comunità isolane (percentualmente la comunità greco-cipriota costituiva all’incirca il 78% dell’intera popolazione e quella turca il 22%). In quel Trattato si legittimava l’intervento militare di ciascun garante in caso di sensibile alterazione dello status politico dell’isola mediterranea. (da Wikipedia, per saperne di più: https://it.wikipedia.org/wiki/Invasione_turca_di_Cipro )

   Tra le potenze interessate alla strategia del gas naturale nel Mediterraneo orientale (sia come gasdotti che lì passano che per le estrazioni del metano), c’è naturalmente l’Unione Europea, che nella sua “mission” ha anche quello di garantire il più possibile una futura autosufficienza energetica al suo interno (cosa assai ardua): e Cipro (e non, per adesso, la Turchia) fa parte dell’Unione Europea.

IL PROGETTO EASTMED DAL GIACIMENTO LEVIATHAN (DA LA STAMPA)

   Un nodo che si scioglierebbe se la Turchia, superando la politica autoritaria di Erdogan, appartenesse all’Unione Europea (come viene ad essere la società turca, occidentale, ed europea di fatto è, e si riconosce nell’Europa) (s.m.) (p.s.: Pertanto 1- è importante trovare il prima possibile UNA SOLUZIONE ALLA QUESTIONE DI CIPRO; 2- intervenire su Erdogan perché riconosca un’identità territoriale ai curdi -magari di tipo federalista-: l’artiglieria turca ha bombardato martedì 13 febbraio, per la prima volta, il centro della cittadina curdo-siriana di AFRIN, nella SIRIA NORD-OCCIDENTALE, capoluogo del confederalismo democratico sotto attacco del Sultano Erdogan dal 20 gennaio scorso con centinaia di civili curdi finora uccisi. La cittadina di Afrin è stata colpita più volte da bombardamenti aerei e di artiglieria; 3- e che la Ue non si faccia ricattare (da Erdogan) per l’accordo sui rifugiati che passavano -nel 2015- sulla rotta dei Balcani …e chissà che fine stanno facendo quelle persone…) (s.m.)

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(nella foto lo scrittore e giornalista turco AHMET ALTAN) – “Una sentenza atlantica e crudele quella del tribunale di Istanbul che venerdì 16 febbraio ha condannato all’ergastolo aggravato SEI GIORNALISTI E ACCADEMICI turchi, tra cui I FRATELLI AHMET E MEHMET ALTAN e LA REPORTER VETERANA NAZLI ILICAK, accusati di aver tentato di «rimuovere l’ordine costituzionale» (parliamo del fallito golpe militare del luglio 2016), sostenendo la presunta rete golpista di Fethullah Gulen. Accuse insostenibili, si parla di «messaggi subliminali prima del colpo di stato». AHMET ALTAN, romanziere di valore, sarà da oggi L’UNICO SCRITTORE IN GALERA DELL’INTERA EUROPA.(…)” (Tommaso Di Francesco, “Il Manifesto”, 17/2/2018)

TURCHIA, ALL’ERGASTOLO LO STATO DI DIRITTO

di Tommaso Di Francesco, da “Il Manifesto” del 17/2/2018
– Una sentenza atlantica e crudele contro sei giornalisti turchi, resa possibile dall’omertà di Europa e Nato che hanno fatto di Erdogan il loro cane da guardia, in Siria come nei campi profughi. Un do ut des che il rilascio del reporter Yucel palesa –
Una sentenza atlantica e crudele quella del tribunale di Istanbul che venerdì 16 febbraio ha condannato all’ergastolo aggravato SEI GIORNALISTI E ACCADEMICI turchi, tra cui I FRATELLI AHMET E MEHMET ALTAN e LA REPORTER VETERANA NAZLI ILICAK, accusati di aver tentato di «rimuovere l’ordine costituzionale» (parliamo del fallito golpe militare del luglio 2016), sostenendo la presunta rete golpista di Fethullah Gulen. Accuse insostenibili, si parla di «messaggi subliminali prima del colpo di stato».
Eppure AHMET ALTAN, romanziere di valore, sarà – come lui stesso accusa – da oggi L’UNICO SCRITTORE IN GALERA DELL’INTERA EUROPA. Sì, atlantica. Non troviamo aggettivi migliori.
Giacché considerare la Turchia del Sultano Erdogan una propaggine lontana e barbara della civiltà europea è pura menzogna. Erdogan è già, a modo nostro e suo, in Europa: Continua a leggere

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L’ITALIA manda una MISSIONE militare in NIGER, per controllare la ROTTA DEI MIGRANTI che parte dal SAHEL – E’ una svolta alla politica italiana nel voler essere per l’Africa un volano di pace e sviluppo? O è solo un controllo e repressione di migrazioni di poveri affamati, in guerra in terre con un ambiente inospitale?

L’Italia schiererà UNA MISSIONE MILITARE IN NIGER, nel cuore dell’Africa. Un contingente che nel corso del prossimo anno arriverà a contare 470 soldati con 130 veicoli. E che non si occuperà solo di ADDESTRARE LE FORZE LOCALI ma anche di “concorrere all’attività di SORVEGLIANZA e di CONTROLLO del territorio del Niger”. Un impegno diretto, quindi, per PRESIDIARE LA ROTTA CHIAVE DEI MIGRANTI diretti verso le coste del Mediterraneo (foto da “Il Sole 24ore”)

   Dal 17 gennaio (con il voto alla Camera dei Deputati) anche l’Italia ha una sua missione in Niger, nel cuore del Sahel, il Paese da cui transita la maggior parte dei migranti diretti in Libia e poi in Italia. La stabilità di Paesi come il NIGER e il BURKINA FASO è decisiva per l’Africa occidentale, ma anche per l’Italia e l’Europa.

Il risultato della votazione alla Camera dei Deputati del 17 gennaio scorso per la missione in NIGER

Il Niger non è un Paese semplice: numerosi sono stati e sono tuttora gli attentati terroristi degli integralisti islamici. L’Isis ha proclamato la volontà di creare uno Stato islamico nei vasti spazi desertici degli Stati saheliani. E Il controllo delle autorità locali nigerine è scarso, soprattutto lungo i confini, specie in quello strategico con la Libia: lì è una terra di nessuno, dove convivono mercenari, gruppi jihadisti, trafficanti di petrolio…

“…TRAFFICANTI DI UOMINI. NARCOTRAFFICANTI. JIHADISTI. Il loro crocevia è LA FASCIA DESERTICA CHE DALLA MAURITANIA SI DISTENDE FINO AL SUDAN: IL SAHEL. La FRANCIA da luglio guida con 4 MILA SOLDATI una missione per «stabilizzare» la regione. «Bisogna vincere la guerra contro i terroristi», diceva il presidente EMMANUEL MACRON a NIAMEY, capitale del NIGER, a dicembre. Parigi guida una coalizione di cui fanno parte i Paesi del “G5 SAHEL”: Mali, Niger, Burkina Faso, Ciad e Mauritania. (…) Lorenzo Bagnoli 19 gennaio 2018 da https://www.osservatoriodiritti.it/

E’ così che il Niger e gli altri Stati saheliani restano fragili, senza frontiere, e con una difficile convivenza tra musulmani e i minoritari cristiani (colpiti quest’ultimi da attentati tragici).

NIGER: militari Usa approntano un campo di addestramento

L’obiettivo della missione italiana è di fornire un supporto al governo nigerino rafforzando la sua capacità di controllo del territorio per contrastare i traffici illegali, con la sorveglianza delle frontiere anche con aerei militari. L’Italia porterà in Niger un contingente di 256 soldati, che potranno salire fino a 470, e ha un mandato di operare, oltre che in Niger, anche in Mauritania, Nigeria e Benin.

(MAPPA SAHARA E SAHEL) – IL SAHEL (dall’arabo Sahil, “bordo del deserto”) È UNA FASCIA DI TERRITORIO DELL’AFRICA SUB-SAHARIANA CHE SI ESTENDE TRA IL DESERTO DEL SAHARA A NORD E LA SAVANA DEL SUDAN A SUD, e tra l’OCEANO ATLANTICO a ovest e il MAR ROSSO a est. Essa costituisce una zona di TRANSIZIONE TRA L’ECOZONA PALEARTICA E QUELLA AFROTROPICALE, ovvero un’area di passaggio climatico DALL’AREA ARIDA (STEPPICA) DEL SAHARA A QUELLA FERTILE DELLA SAVANA ARBORATA SUDANESE (asse nord-sud). Il Sahel copre i seguenti stati (da ovest a est): GAMBIA, SENEGAL, la parte sud della Mauritania, il centro del MALI, BURKINA FASO, la parte sud dell’ALGERIA e del NIGER, la parte nord della NIGERIA e del CAMERUN, la parte centrale del CIAD, il sud del SUDAN, il nord del SUD SUDAN e l’ERITREA

Ma è un mandato assai limitato: non potranno debellare i jihadisti né bloccare i trafficanti di esseri umani (manca un accordo col Niger per arrestarli e consegnarli alla giustizia); e difficile sarà pattugliare efficacemente il tratto di confine ipotizzato, sia per l’accordo limitato con il governo del Niger che per il contingente militare a disposizione che non è numeroso.

Rotte dell’immigrazione

   Quel che (pare) si farà, sarà addestrare le forze nigerine. Come è finora accaduto con i curdi in Siria, e altre parti del mondo dove in questi anni c’è stata una presenza di contingenti “di pace” italiani.

NIGER – (5/12/2017 da Limes) – IL PIÙ ESTESO E PIÙ POVERO PAESE DELL’AFRICA OCCIDENTALE ha un sottosuolo ricco di risorse. ECONOMIA, JIHADISMO E QUESTIONE MIGRATORIA attirano gli interessi di numerosi attori stranieri, tra cui l’Italia. (CARTA INEDITA DELLA SETTIMANA, – mappa da Limes, carta di Laura Canali)

Però, se la vogliamo vedere positivamente (senza sospetti di interessi nazionalistici), va rilevato che è la prima volta che “si va a vedere” a Sud, “oltre il Mediterraneo” e “oltre la Libia”, quel che accade nel formarsi di quelle rotte di migranti. Migranti quasi sempre disperati, in miseria economica e provenienti da guerre e violenze, e abitanti terre sempre più aride, in condizioni ambientali di vita impossibili.

(FOTO: la nave AQUARIUS della organizzazione umanitaria italo-franco-tedesca SOS MEDITERRANÉE, opera in partenariato con MSF (Medici senza frontiere) “….Era pieno di BAMBINI, alcuni dei quali neonati, quel GOMMONE sul quale i TRAFFICANTI LIBICI avevano ficcato 120 PERSONE. E così, quando ha cominciato a sgonfiarsi e ad affondare, le mani di tante giovani mamme si sono tese verso il cielo provando a tenere su i loro piccoli. Quando la AQUARIUS di SOS MEDITERRANÉE è arrivata, in acqua c’erano decine di persone, molti ormai in stato di incoscienza, i polmoni pieni di acqua. Ma almeno UNA TRENTINA, stando al racconto degli 83 superstiti, sono I DISPERSI……” (Alessandra Ziniti, “la Repubblica”, 29/1/2018)

E forse, accanto alle poche e difficili presenze in questi decenni di qualche centro missionario cattolico, o di organismi di volontariato laico (organizzazioni non governative con medici e cooperatori), forse l’aggiungersi di un pur limitato contingente militare, può accrescere la sensibilità italiana ed europea verso queste aree d’Africa.

Controllo francese nell’africa centrale (foto da http://www.comedonchisciotte.org/)

Africa centro-settentrionale che per noi è diventata “importante” solo in questi ultimi anni, perché da lì si formano le rotte dei tanti migrati verso l’Italia e l’Europa (prima non ce ne importava granché di fame, miseria, guerre e malattie cui quei luoghi e quelle popolazioni soffrivano).

I CAMPI DI DETENZIONE IN LIBIA – «Le statistiche non descrivono tutto. Al di là dei numeri, dietro le 119 mila persone arrivate in Italia dal Sud del Mediterraneo nel 2017 ci sono storie individuali: il calo degli sbarchi nel vostro Paese SIGNIFICA, IN LIBIA, AUMENTI DELLE TORTURE, DEGLI STUPRI, DI VITE IN CONDIZIONI DI FAME. Non voglio immaginare che cosa succede. DOPO CIÒ CHE HO VISTO È TROPPO DURO»…JOANNE LIU, presidente internazionale di MEDICI SENZA FRONTIERE (da Maurizio Caprara, “Il Corriere della Sera”, 1/2/2018)

Qualcuno dice che l’Italia in quelle aree non può altro che essere di supporto (subordinata) alla presenza della missione francese nel Sahel, nazione (la Francia) sempre molto interessata all’Africa e alla sua storica influenza (post)coloniale. In primis potrebbero interessare le risorse minerarie: in Mauritania, Mali, Burkina e Chad le compagnie francesi hanno in mano uranio, carbone, ferro, fosfato e petrolio.

AFRICA: La fascia del Sahel

Ma vogliamo credere (e sperare) che non sia questo il contesto? Che ci sia invece la volontà sì di porre un freno all’immigrazione, ma con “altri metodi” e senza “sfruttamenti di risorse” a questi paesi e a queste popolazioni? E senza che i migranti subiscano violenze nel deserto, nei campi di concentramento libici, e poi rischiando la vita nei barconi dei trafficanti nel Mediterraneo? E che si inizi, proprio dal Sahel, dal Niger e dagli altri Paesi, un percorso di collaborazione allo sviluppo e di pace (contro le forze jihadiste)?

SAHEL

E’ pur vero che la Francia in quest’Area saheliana si è impegnata e si sta impegnando molto nella lotta al terrorismo dell’estremismo islamista: e che forse la presenza italiana diventerà strategica e importante se sarà di supporto all’ “antiterrorismo” francese.
In ogni caso una pacificazione (dal terrorismo) e sviluppo dell’area, con possibilità di creare benessere nelle popolazioni africane, se questo è il “compito italiano” che ci si prefigge con questa pur ridotta missione in Niger, lo potremmo chiamare un “sano egoismo”: il controllo delle rotte dei migranti può ridurre le difficoltà europee (e italiane) nell’accogliere l’arrivo in modo incontrollato di sempre più persone; allo stesso tempo incominciamo a interessarci (come italiani e francesi, come europei…) all’Africa, contribuendo a dare ad essa pace e sviluppo (possiamo essere fiduciosi una volta tanto, e vedere positivamente questa missione in Niger?) (sm)

da WWW.osservatoriodiritti.it/

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EUROPA E AFRICA UN DESTINO COMUNE

di Andrea Riccardi, da FAMIGLIA CRISTIANA del 21/1/2018
– DOPO ANNI DI DISTACCO, FINALMENTE L’ITALIA HA RIAPERTO AMBASCIATE IN BURKINA FASO E IN NIGER: LE NOSTRE FRONTIERE VANNO OLTRE IL MEDITERRANEO – DIPLOMAZIA INTERNAZIONALE EUROPA E AFRICA, UN DESTINO COMUNE –
Economia, politica e sicurezza del Continente nero influiscono direttamente sul nostro futuro. Le frontiere di un Paese, nel mondo globale, non si identificano con i confini geografici. Al contrario, i “sovranisti” credono che blindare i confini offra sicurezza. È la logica del muro per fermare migranti e rifugiati, com’è avvenuto quando questi salivano disperati per i Balcani.
L’Italia, circondata dai mari, per geografia e storia non è portata alla blindatura delle frontiere, Continua a leggere

NUOVO ELDORADO ARTICO: SARÀ GUERRA? – Nell’ARTICO, con lo scioglimento dei ghiacciai, si sono aperte NUOVE ROTTE geografiche, e GRANDI GIACIMENTI (minerari, petrolio, gas): CAUSE di una guerra strisciante tra grandi potenze mondiali – E il Circolo Polare Artico muore nel disequilibrio climatico globale

Il MAR GLACIALE ARTICO è un mare situato interamente nella regione del POLO NORD, circondato dalle estreme regioni settentrionali di EUROPA, ASIA e AMERICA. La caratteristica principale di questo mare è il fatto di AVERE, NELLA SUA PARTE CENTRALE, LA SUPERFICIE PERMANENTEMENTE GELATA, ATTORNO AL POLO NORD; da ciò deriva il suo nome. Si tratta della BANCHISA ARTICA, che subisce variazioni in base alla stagione, estendendosi verso sud durante i mesi invernali. L’innalzarsi della temperatura dovuta all’EFFETTO SERRA (il contenimento dei raggi solari nella biosfera, sta riducendo drasticamente lo strato di ghiaccio

   L’Artico, cui i ghiacci man mano si sciolgono, è due volte vittima: prima del riscaldamento globale che sta sciogliendo sempre più il permafrost, cioè il suo suolo ghiacciato, e poi come “protagonista” (…l’Artico, suo malgrado…) dell’inquinamento per lo sfruttamento delle risorse minerarie e del petrolio che Russia, Usa, Cina, Canada (ma anche Norvegia, Danimarca, e tanti altri Paesi, tra cui pur in misura minore l’Italia con l’Eni) stanno sfruttando. Cosicché in particolare l’individuazione in questi luoghi di petrolio non può che aggravare l’impatto sull’ecosistema artico, ma anche globale, per tutto il pianeta.

MAR GLACIALE ARTICO – (….) “SOTTO LO STRATO DI GHIACCIO C’È METANO IN FORMA GASSOSA LEGATO AL PROGRESSIVO SCIOGLIMENTO DEL PERMAFROST (il permafrost è il terreno tipico delle regioni dell’estremo Nordeuropa con un suolo perennemente ghiacciato), con la conseguente liberazione di riserve di idrati di metano e clatrati, e l’esposizione di antico materiale organico alla decomposizione dei batteri. È solo una delle componenti della cosiddetta «AMPLIFICAZIONE ARTICA», il fenomeno per cui A FRONTE DI UN CAMBIAMENTO CLIMATICO EFFETTIVO (ad esempio un aumento dei gas serra) I POLI SONO LE REGIONI TERRESTRI CHE TENDONO A RISCALDARSI DI PIÙ (nel caso dell’Artide, a velocità addirittura doppia rispetto al resto del pianeta). Ciò avviene soprattutto a causa della DIMINUZIONE DELL’EFFETTO ALBEDO: IL GHIACCIO RESPINGE FINO AL 70% DELL’ENERGIA SOLARE, L’ACQUA DI MARE SOLO IL 6%. La drastica riduzione di ghiaccio polare avvenuta dagli anni Settanta a oggi (da 8 milioni di chilometri quadrati a 3,4), ha fatto calare la capacità di rifrazione della Terra di diverse misure. Se questa rotta non viene invertita (e le possibilità che ciò avvenga, considerando la situazione degli accordi internazionali, non sono molte) PRESTO LA CALOTTA POLARE ARTICA SI RIDURRÀ SENSIBILMENTE, LIBERANDO NUOVI TERRENI, RISORSE E ROTTE NAVALI. Parliamo di UN NUOVO CONTINENTE — distribuito sui territori di SIBERIA, NORVEGIA, ALASKA, CANADA e, soprattutto, GROENLANDIA — che sta letteralmente emergendo dai ghiacci; un continente estremamente ricco, peraltro, tanto che secondo alcune stime in questa zona sarebbe custodito il 25% delle riserve mondiali di combustibili fossili. Naturalmente, c’è già chi si sta attrezzando per lucrarci sopra” (….) (Fabio Deotto, da “La Lettura”, “il Corriere della Sera” del 21/1/2018)

Nell’Artico da anni è così in atto una guerra poco visibile, strisciante, tra gli Stati che si affacciano sulla regione (Stati Uniti, Canada, Russia, Paesi Scandinavi) e la Cina, per l’accaparramento delle rotte marine e le risorse naturali, da quelle minerarie a quelle petrolifere e il gas. E’ una NUOVA CORSA COLONIALE, con la Russia di Putin che già avrebbe schierato quasi 1.400 testate nucleari nella regione.

da “la Repubblica” del 20/10/2016

Ci sono le “migliori” (si fa per dire) condizioni climatiche favorevoli nell’emergenza del riscaldamento globale. Basta pensare che a fronte di un cambiamento climatico effettivo (ad esempio un aumento dei gas serra) i poli sono le regioni terrestri che tendono a riscaldarsi di più, ad amplificare gli effetti del riscaldamento (nel caso dell’Artide, a velocità addirittura doppia rispetto al resto del pianeta).

Foto: BAMBINI INUIT – Gli INUIT – in lingua inuktitut, parola che significa uomini/umanità- è il piccolo popolo dell’Artico discendente dei Thule. Gli Inuit sono uno dei due gruppi principali nei quali sono divisi gli Eschimesi, insieme agli Yupik. Il termine “eschimesi” (che secondo alcuni, significa “mangiatori di carne cruda”, secondo altri “fabbricante di racchette da neve”) fu usato dai nativi Americani Algonchini del Canada orientale per indicare questo popolo loro vicino, che si vestiva di pelli ed era costituito da esperti cacciatori. Gli Inuit e gli Yupik non amano essere chiamati “eschimesi” considerato che hanno, appunto, un proprio nome specifico. Gli INUIT sono gli originari abitanti delle regioni costiere artiche e subartiche dell’America settentrionale e della punta nord orientale della Siberia. Il loro territorio è principalmente composto dalla tundra, pianure basse e prive di alberi dove il terreno è perennemente ghiacciato, il cosiddetto permafrost, salvo pochi centimetri in superficie durante la breve stagione estiva. Attualmente vivono in Alaska (Stati Uniti), in Groenlandia (Danimarca) ed in Canada dove risultano concentrati in particolare nel Territorio del Nord-Ovest, nel vicino Nunavut e nella regione settentrionale del Labrador della Federazione Canadese. (da Wikipedia)

Nel 2009 un’équipe di scienziati, utilizzando un moderno modello climatico e seguendo uno scenario di inquinamento medio, ha stimato che entro il 2100 nel mare Artico tutti i ghiacciai saranno fusi.

YAMAL, mega-impianto della Russia di gas nell’Artico siberiano – RUSSIA: ALLA CONQUISTA DEL POLO – GUERRA DELL’ARTICO: TRA LE POTENZE COINVOLTE C’È ANCHE L’ITALIA – 3 Gennaio 2018, da http://www.liberoquotidiano.it/ – Nella conferenza stampa di fine 2017 il presidente russo VLADIMIR PUTIN ha messo in chiaro che “la ricchezza della Russia crescerà con l’espansione nell’Artico”. Dove ormai da anni è in atto una guerra a “bassa intensità” tra gli Stati che affacciano sulla regione (STATI UNITI, CANADA, RUSSIA, PAESI SCANDINAVI) e la CINA, che un affaccio sull’Artico non ce l’ha ma negli ultimi anni ha investito nella regione qualcosa come 80 miliardi di dollari. La “guerra” ha come obiettivo l’accaparramento delle rotte marine (coi relativi dazi per il passaggio o veti a Paesi sgraditi) e l’accaparramento di risorse naturali, da quelle minerarie a quelle petrolifere e il gas. Con un potenziale illimitato e al quale si sta guardando con sempre più impazienza se è vero, come dichiara su “La Stampa” Davide Tabarelli di Nomisma Energia, che “tra due anni il petrolio nel mondo tornerà a mancare perché la domanda cresce più dell’offerta di shale oil”. (leggi anche: Putin inaugura il mega-impianto nell’artico siberiano ) . E tra gli attori che stanno intervenendo nell’Artico c’è anche l’Italia attraverso Eni, che da qualche mese ha iniziato le trivellazioni alla ricerca del greggio su SPY ISLAND, nell’estremo nord dell’Alaska in una località che si chiama OLIKTOK POINT. Il greggio non è ancora stata pompato, ma all’Eni sono pressoché certi di trovarlo perché l’isola si trova poco distante dalla costa in una regione il cui sottosuolo è ricchissimo di petrolio. La capacità sarà di 20mila barili al giorno.

E lo scioglimento dello strato ghiacciato è connesso alla velocità e risparmio economico del commercio internazionale: si è allungato il periodo estivo di accesso al PASSAGGIO A NORD-EST del Mar Glaciale Artico, che è un tragitto più corto rispetto alla rotta che passa dal Canale di Suez, e quindi appunto strategico per le rotte commerciali che dal Nord Europa arrivano all’Asia e all’Estremo Oriente.

DA “LA REPUBBLICA” 20/10/2016

Pertanto una volta, in passato, la ricerca dei passaggi di Nord-Est e Nord-Ovest era un motivo “geografico” degli esploratori, di spedizioni verso quei mari ghiacciati. Ora la gran parte dei navigatori di oggi è mossa da un’urgenza commerciale e politica, ben oltre, diversa, da quella scientifica e naturalistica.

Passaggio a nord est attraverso lo stretto di Bering fra la Russia e l’Alaska (passa a sud del Polo Nord). DAL WALL STREET JOURNAL

La Cina punta con ogni mezzo a espandere nel Grande Nord le sue ambizioni globali; gli Stati Uniti, ma anche la Norvegia, fronteggiano il pericoloso disegno neo imperiale di Vladimir Putin che considera l’Artico il “mare nostrum” della Russia e dispiega spie, basi e testate nucleari.
I giacimenti di oro, diamanti e nickel, tra i più estesi della Terra, vengono già sfruttati a pieno regime e il sempre più veloce ritirarsi dei ghiacci, unito allo scioglimento del permafrost, sta facilitando l’accesso anche a petrolio e gas naturale.

I SÀMI, LE ULTIME SENTINELLE DELL’ARTICO (di JACOPO PASOTTI) – “In una vastissima area a cavallo TRA RUSSIA E SCANDINAVIA vivono circa 100.000 SÀMI. Dopo secoli di adattamento e una collaudata capacità di integrare antiche tradizioni e nuove tecnologie, il cambiamento climatico minaccia ora di spazzarli via. Il problema non è però l’ennesimo esame di resilienza da superare, ma il rischio di diventare sempre più un ostacolo allo sfruttamento delle enormi risorse naturali custodite nelle loro terre che lo scioglimento dei ghiacci renderà finalmente disponibili”(…vedi i reportage di Jacopo Pasotti in conclusione di questo post)

Tra gli attori che stanno intervenendo nell’Artico c’è anche l’ITALIA attraverso l’ENI, che da qualche mese ha iniziato le TRIVELLAZIONI. Le associazioni ambientaliste sono naturalmente in cima alla lista degli oppositori delle perforazioni nei mari ghiacciati del Nord (il ramo americano dell’Eni, per esempio, è stata duramente contestata dalle associazioni ambientaliste).

ENI A OLIKTOK POINT – Tra gli attori che stanno intervenendo nell’Artico c’è anche l’Italia attraverso ENI, che da qualche mese ha iniziato le TRIVELLAZIONI alla ricerca del greggio su SPY ISLAND, nell’estremo nord dell’Alaska in una località che si chiama OLIKTOK POINT. Il greggio non è ancora stata pompato, ma all’Eni sono pressoché certi di trovarlo perché l’isola si trova poco distante dalla costa in una regione il cui sottosuolo è ricchissimo di petrolio. La capacità sarà di 20mila barili al giorno

E’ un mondo strano il nostro: con gli accordi sul clima di Parigi si riconosce l’emergenza ambientale climatica. Ma gli interessi delle nazioni non si fermano a niente: e i buoni propositi (e gli accordi internazionali) magari si cerca di applicarli con qualche regola più ferrea sul contenimento dei sistemi di inquinamento (dell’industria, delle auto, dei riscaldamenti domestici…) ma tutto il resto va drasticamente verso il disequilibrio globale.

IL GRANDE NORD (da Limes)

La lenta ma inesorabile fine dei ghiacci dell’Artico ne sta rappresentando un simbolo negativo assai temerario, preoccupante (dobbiamo trovare il modo non solo di enunciare i problemi ma risolverli). (s.m.)

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IL LIBRO – “ARTICO. LA BATTAGLIA PER IL GRANDE NORD” di MARZIO G. MIAN (Ed. NERI POZZA, 13,50 euro) – Era quasi la Luna, l’Artico. Un altro pianeta rispetto alla grande storia dell’umanità. Invece ora si trova al centro di trasformazioni epocali. Dallo spazio appare sempre meno bianco e sempre più blu; un nuovo mare sta emergendo come un’Atlantide d’acqua, perché il riscaldamento nel Grande Nord è doppio rispetto al resto della Terra. Ma lo scioglimento dei ghiacci perenni ha scatenato la contesa per la conquista dell’unica area del mondo ancora non sfruttata e che nasconde risorse pari al valore dell’intera economia Usa. Si aprono strategiche rotte mercantili, ampie e pescose regioni marittime, ciclopiche infrastrutture per le estrazioni. Una spietata corsa neocoloniale ai danni degli INUIT. Marzio G. Mian è uno dei pochi giornalisti internazionali ad aver esplorato sul campo il Nuovo Artico. Dalla Groenlandia all’Alaska, dal Mare di Barents allo Stretto di Bering, questo VIAGGIO-INCHIESTA racconta in presa diretta la battaglia per la conquista dell’ultima delle ultime frontiere. La Cina punta con ogni mezzo a espandere nel Grande Nord le sue ambizioni globali; gli Stati Uniti, ma anche la Norvegia, fronteggiano il pericoloso disegno neo imperiale di Vladimir Putin che considera l’Artico il mare nostrum della Russia e dispiega spie, basi e testate nucleari: un conflitto appare qui oggi più realistico che ai tempi della Guerra fredda, scrive Mian. Nel Grande Gioco del Ventunesimo secolo incombe su tutte una domanda: di chi è il Polo Nord?

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LA GUERRA FREDDISSIMA TRA I GHIACCI CHE SI RITIRANO

di Fabio Deotto, da “La Lettura” da “il Corriere della Sera” del 21/1/2018
– La nuova corsa coloniale coinvolge cinque nazioni: Norvegia, Usa, Canada, Russia e Danimarca (Groenlandia) impegnate in un tenace braccio di ferro – Putin avrebbe schierato già quasi 1.400 testate nucleari nella regione – Cina e Australia sono ossessionate dalle clamorose opportunità naturali –
La scena è ambientata in un lago ghiacciato ricoperto da una coltre di neve e circondato da una corona di conifere. Davanti alla telecamera ci sono due persone: una è in piedi e regge un lungo bastone appuntito, l’altra è in ginocchio e tiene tra le dita un fiammifero acceso. Appena il bastone perfora lo strato di ghiaccio, la fiammella si trasforma in una colonna di fuoco alta almeno due metri. Seguono urla e risate.
Il video si trova facilmente su YouTube ma non è stato girato per rastrellare visualizzazioni. La persona con il fiammifero si chiama Katey Walter Anthony, è professoressa alla University of Alaska di Fairbanks e se ha passato ore a far sputare fiamme a un lago ghiacciato è per dimostrare in tempo reale gli effetti del cambiamento climatico.
Il fatto che sotto quello strato di ghiaccio ci sia metano in forma gassosa è infatti legato al progressivo scioglimento del permafrost, con la conseguente liberazione di riserve di idrati di metano e clatrati, e l’esposizione di antico materiale organico alla decomposizione dei batteri. È solo una delle componenti della cosiddetta «amplificazione artica», il fenomeno per cui a fronte di un cambiamento climatico effettivo (ad esempio un aumento dei gas serra) i poli sono le regioni terrestri che tendono a riscaldarsi di più (nel caso dell’Artide, a velocità addirittura doppia rispetto al resto del pianeta). Continua a leggere

LA TUNISIA E LE RIVOLTE non più politiche ma PER IL PANE (contro il carovita) – PROPOSTA: dopo le 4 Macroregioni Europee (Baltica, Danubiana, Ionico-Adriatica, Alpina) la UE realizzi una “MACROREGIONE del MEDITERRANEO CENTRALE” (tra Sud d’Italia, Tunisia, Libia) per un nuovo sviluppo del Mare Nostrum

TEBOURBA (città poco a sud-ovest di Tunisi), NEL CUORE DELLA PROTESTA TUNISINA

   L’inizio dell’anno tunisino è stato (ma lo è ancora) denso di proteste contro il carovita. L’annuncio della legge di bilancio accompagnata dall’aumento dei prezzi della benzina, del gas, dei servizi, ha scatenato le piazze di una decina di città, da Kasserine a Djerba. In una settimana, dall’8 al 14 gennaio, ci sono state 800 persone arrestate, un centinaio di poliziotti feriti, caserme di polizia date alla fiamme. Anche questa volta, come sette anni fa, c’è un martire (nella città di Tebourba vicino a Tunisi, a sud-ovest): si chiama KHOMSI YAFRNI, aveva 45 anni, disoccupato e protestava contro il carovita. Tra gli arrestati anche 16 estremisti islamici.
Una protesta spontanea, per niente “politica”: nel senso di rivendicazione di democrazia, maggiore libertà… come era accaduto nella “rivoluzione dei gelsomini”, nella primavera araba di esattamente sette anni fa. Una protesta, possiamo dire, “PER IL PANE”, cioè contro la situazione economica difficile, di povertà, che coinvolge buona parte della popolazione, e in particolare i giovani.

mappa Tunisia

   Non c’è alcuna leadership in queste proteste, e le manifestazioni nelle settimane scorse a volte sono state anche di poche decine di persone, che però hanno fatto “molto rumore”, hanno messo a dura prova il governo. Manifestazioni in ogni caso fatte, volute, dal ceto medio, che si considera vittima dell’aumento dei prezzi e della situazione economica difficile. E’ comunque interessante che queste manifestazioni, a differenza di altri Paesi (pensiamo all’Iran, quasi contemporanee) non sono state soppresse dalla polizia, dal governo. Come prova che la pur fragile democrazia tunisina (formatasi appunto sette anni fa con la rivoluzione dei gelsomini) garantisce libertà di espressione ai suoi cittadini.

TUNISIA “….L’Ugtt, il sindacato dei sindacati, chiede l’aumento del salario minimo, oggi al di sotto dei 400 dinari (134 euro), ma resta a fianco del governo. In strada ci sono i disoccupati e gli agit-prop del Fronte Popolare, la sinistra radicale, i cui slogan – Manich Msamah (non perdoneremo) e #Fech_Nestanew (cosa stiamo aspettando?) – risuonano in avenue Bourghiba tra cordoni di agenti più numerosi dei manifestanti. (Francesca Paci, “La Stampa”, 11/1/2018)

   E’ così che in Tunisia il malcontento popolare potrebbe trovare una nuova espressione politica: potrebbe nascere un nuovo partito, proprio grazie alla democrazia introdotta nel 2011 (in Iran, invece, un’alternativa di questo genere è impensabile).
E’ tutto questo, come dicevamo, uno (dei pochi?) effetti positivi delle “primavere arabe”. Le “primavere arabe” sono le rivolte del 2011. Tutto iniziò proprio in Tunisia: Mohamed Bouazizi, ambulante tunisino, il 17 dicembre 2010 si diede fuoco per protestare contro la polizia. Le manifestazioni portarono alla fine del regime di Ben Ali, fuggito il 14 gennaio 2011 dopo 23 anni al potere (Il dittatore abbandonò il Paese per rifugiarsi in volontario esilio a Jedda, in Arabia Saudita), e “la primavera” si diffuse nell’area nord africana, in Medio Oriente, nei Paesi arabi.

DOPO LE PROTESTE LA TUNISIA ANNUNCIA UN PACCHETTO DI MISURE PER LE FAMIGLIE IN DIFFICOLTÀ – Il bilancio dell’ultima settimana (dall’8 al 15 gennaio) di scontri è di 803 persone arrestate e 97 agenti feriti – Scontri e disordini contro il carovita tra giovani e forze dell’ordine. Tra gli arrestati anche 16 estremisti islamici. Il bilancio degli scontri lo ha reso noto il portavoce del ministero dell’Interno, Khalifa Chibani. Anche questa volta, come sette anni fa, c’è un martire (nella città di Tebourba vicino a Tunisi, a sud-ovest): si chiama KHOMSI YAFRNI, aveva 45 anni, disoccupato. Il governo di unità nazionale ha annunciato ieri una serie di MISURE A FAVORE DELLE FAMIGLIE BISOGNOSE da circa 70 milioni di dinari tunisini (circa 23,5 milioni di euro). «Garantiremo un reddito minimo alle famiglie bisognose – ha detto il ministro tunisino degli Affari sociali Mohamed Trabelsi – l’assegno sociale aumenterà da 150 a 180 o 210 dinari, a seconda del numero di figli». Il pacchetto prevede anche il raddoppio delle sovvenzioni dedicate ai bimbi diversamente abili, la gratuità delle cure per i disoccupati, l’istituzione di un fondo di garanzia per prestiti e agevolazioni per l’acquisto della prima casa. (da “La Stampa” del 15/1/2018)

   Ma non è andata proprio bene questa richiesta di libertà nei Paesi Arabi: la Tunisia è praticamente l’unico paese ad aver saputo creare una democrazia. Ma, come stanno dimostrando le diffuse manifestazioni di protesta di queste settimane, una certa “libertà di protesta” e di rivendicazione dei propri diritti, non ha portato a un miglioramento economico nella popolazione e nella situazione generale di vita del Paese. Qualche osservatore dice che questo “nuovo corso” è stato distrutto dal jihadismo, l’integralismo islamico che subito dopo si è diffuso e allargato. E il regime attuale, senza toccare i livelli di quello precedente, è un regime molto corrotto. Corruzione, disoccupazione, aumenti dei prezzi, assenza di opportunità per i giovani, sono gli aspetti più gravi della vita in Tunisia.

i paesi della PRIMAVERA ARABA – Le “primavere arabe” sono le rivolte del 2011. Tutto iniziò da Mohamed Bouazizi, ambulante tunisino che il 17 dicembre 2010 si diede fuoco per protestare contro la polizia. Le manifestazioni portarono alla fine del regime di Ben Ali, fuggito il 14 gennaio 2011 e si diffusero nell’area

   I raiss arabi, i leader politici, governativi, nel lontano passato, si sono sempre ben guardati dall’aumentare i prezzi dei beni di primissima necessità, come il pane. Ma da 40 anni, a cicli regolari, i governi dell’Egitto, e dei Paesi vicini (come la Tunisia) sono costretti a farlo e scoppiano rivolte. I sussidi elargiti alle fasce popolari più povere, tengono basso il costo del pane; però i consumi superano la produzione, bisogna importare la farina e i conti pubblici non reggono più.
E poi questi Pesi (del Sud del Mediterraneo) vengono a dover confrontarsi con la massa di immigrati che dal Sahel, dal centro dell’Africa, arrivano, nel tentativo di raggiungere i paesi europei. Pertanto i Paesi del nord Africa devono anche far fronte ai rischi connessi al cosiddetto traffico di vite umane, ovvero al fenomeno migratorio nel suo complesso. Altro problema non da poco.

……..
Quel che si capisce da un Paese così vicino a noi com’è la Tunisia, è che non può essere lasciato in balìa di sé stesso. La Tunisia ha bisogno di un grande sostegno economico, di un progetto di crescita economica (un Piano Marshall) affinché possa essere parte di un comune sviluppo mediterraneo tra le due sponde del Mare Nostrum.

2018, dieci anni dall’istituzioni da parte della UE delle MACROREGIONI EUROPEE – Come risposta agli Stati-Nazione, le Macroregioni esempio di coesistenza pacifica, di sinergie di sviluppo, di geografia della cooperazione – 4 Aree Ambientali Omogenee: la Baltica, la Danubiana, la Ionico-Adriatica, l’Alpina

   Un impegno che non può essere solo italiano, ma che deve avere una dimensione europea. Per questo crediamo che il progetto e l’avvio delle MACROREGIONI EUROPEE (avvenuto da dieci anni – se ne parla ora nel decennio di prima istituzione – con luci e ombre nella sua realizzazione oltre il potere degli stati nazionali…. ne parliamo qui in due articoli del Sole 24ore..), questo progetto europeo di macroregioni possa far sperare (auspicare, chiedere) la creazione da parte dell’Unione europea di una MACROREGIONE del MEDITERRANEO CENTRALE che possa coinvolgere il nostro Meridione (occasione di lavoro e sviluppo) con i vicini Paesi nordafricani (come appunto la TUNISIA).

una MACROREGIONE DEL MEDITERRANEO CENTRALE?

   Tante sono le cose che subito si possono fare nella Macroregione Mediterranea: dalle sinergie tra università e distretti economici, alla ricerca scientifica, alla prevenzione delle catastrofi naturali, al turismo, alla pesca, alla produzione energetica (pensiamo al “solare”), a un Erasmus Mediterraneo, a un’agricoltura biologica (e di trasformazione) nuova sui prodotti delle terra di un’area che può fare coltivazioni (e trasformazioni) di grande qualità esportabili nel mondo…. Una Macroregione del Mediterraneo Centrale si presta anche ad essere fulcro ed equilibrio dei trasporti commerciali portuali marittimi, punto di snodo di produzioni di qualsiasi genere e di incontro di persone, di conoscenza e convivenza di pace.
La Tunisia è difficile pensarla come Terra estranea a noi, e dobbiamo inventare modi nuovi, virtuosi per collaborare, incontraci. (s.m.)

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proteste in Tunisia

TRA I GIOVANI DISOCCUPATI E RIBELLI “NOI IN PIAZZA SOGNANDO L’ITALIA”
di Francesca Paci, da “La Stampa” del 12/1/2018
– A TEBOURBA, NEL CUORE DELLA PROTESTA TUNISINA – Tebourba, il paese del primo morto della protesta: “Finiti i soldi per mangiare” – L’obiettivo dei ragazzi resta la fuga: “Appena ho duemila euro mi imbarco” – VIAGGIO NEL PICCOLO PAESE DOVE È PARTITA LA RIVOLTA CONTRO IL CAROVITA: QUI I GIOVANI SOGNANO L’ITALIA –

TEBOURBA, IL CUORE DELLA PROTESTA (città vicino a Tunisi, a sud-ovest)

TEBOURBA (TUNISIA) – Non ci sono foto del martire di lunedì qui a Tebourba, 25 mila anime a nord-ovest di Tunisi dove molti non conoscono neppure il suo nome. Khomsi Yafrni aveva 45 anni, era disoccupato, è morto durante le proteste per il carovita.
Ma, nonostante il quinto giorno di scontri con oltre 600 persone arrestate e l’esercito in campo, non sembra candidato alla fama di Mohammed Bouazizi, l’icona della rivoluzione del 2011. «Mercoledì il premier Chahed sarebbe venuto a trovarci se non fosse stato fermato dalla polizia all’ingresso della città per problemi di sicurezza, i ragazzi urlavano “degage” (vattene)» ci dice il fratello maggiore Nourredine, pochi denti, mani callose, gilet imbottito sulla felpa con gli orsetti.
La casa dei Yafrni è un misero cubo bianco a 500 metri dalla strada dove l’uomo è stato ucciso durante l’assalto al palazzo del governo locale. In terra vedi i vetri delle molotov, ogni giorno nuovi. Sul marciapiede opposto al governo locale c’è un caffè senza insegne, resti di antiche maioliche alle pareti, tavoli sgangherati e una manciata di avventori, tutti sui vent’anni, tutti pronti a emigrare, tutti favorevoli alle proteste perché il presente è una prigione da far saltare. Continua a leggere

L’IRAN delle rivolte represse: dopo l’“Onda Verde” del 2009 ora un’altra RIVOLTA: 1) popolare (delle periferie), 2) delle donne senza velo – Con un leader riformista (Rohani), ma col potere della “guida suprema” l’ayatollah Khamenei. QUANDO L’IRAN USCIRÀ dall’isolamento dell’estremismo islamico (e di Trump)?

LA RAGAZZA SENZA VELO – 30/12/2017, Teheran – Una ragazza iraniana che dopo essersi tolta il velo lo lega a un bastone, e da un piedistallo sventola il suo “hijab” bianco nel mezzo di una strada affollata. Un’immagine che è diventata il simbolo delle sanguinose proteste antigovernative che dal 28 dicembre hanno squarciato l’IRAN

   L’Iran è un grande Paese. Non solo per la sua storia e cultura immensi. Ma anche proprio per le sue dimensioni. E’ grande quattro volte la Siria, e la possibile destabilizzazione violenta, senza un processo nuovo e democratico, di libertà delle persone, preoccupa in primis per il popolo iraniano già provato, e che può subire gli effetti di una possibile guerra civile. Ma preoccupa molto (a quanto si capisce) anche le potenze occidentali (a parte gli USA di Trump, presi da una ingiustificata politica anti-iraniana forse data dagli attuali ottimi rapporti con l’Arabia Saudita…): l’Europa se ne è stata assai zitta in questa rivolta, e cerchiamo di capire perché negli articoli che proponiamo in questo post.

LA RIVOLTA DEI MOSTAZAFIN (i miserabili delle classi medio-basse)- Le manifestazioni NON SONO COMINCIATE (il 28 dicembre) a TEHERAN, la capitale del paese, MA IN ALTRE CITTÀ. LE PRIME PROTESTE HANNO AVUTO LUOGO NELLA SECONDA CITTÀ DELL’IRAN, MASHAD, considerata tradizionalmente conservatrice. Le proteste hanno raggiunto Teheran due giorni dopo, il 30 dicembre, e poi si sono estese anche a una decina di città più piccole. (da “LA RABBIA CHE SCUOTE L’IRAN HA RADICI PROFONDE” di Gwynne Dyer, 3/1/2018, da “INTERNAZIONALE”)

   Se pertanto la destabilizzazione di un Paese grande quattro volte la Siria non sarebbe una buona notizia per nessuno, è pur vero che gli iraniani hanno sicuramente molte cose per cui protestare. Più di tre milioni di persone sono senza lavoro e la disoccupazione giovanile è circa al quaranta per cento. Il prezzo di alcuni generi alimentari di base è cresciuto quasi del cinquanta per cento.

MAPPA BBC – I LUOGHI DELLE PROTESTE

   L’accordo del 2015 tra l’Iran con il gruppo dei 5+1 (i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu – Stati Uniti, Cina, Francia, Russia, Regno Unito – più la Germania), poneva fine alla maggior parte delle sanzioni internazionali contro l’Iran, in cambio di rigidi controlli sulle ricerche e la tecnologia nucleari del paese: ma le sanzioni finanziarie statunitensi rimangono in vigore (e Trump per gli USA vuole disdire quel trattato), e quindi i benefici economici promessi dall’accordo non si sono mai concretizzati. Questa può essere una delle ragioni della crisi economica, di vita quotidiana, degli iraniani.

Le proteste degli studenti iraniani all’Università di Teheran il 30 dicembre 2017 (da http://www.panorama.it)

   La protesta iniziata il 28 dicembre è difficile da decifrare (non essendoci fonti di informazione internazionale nel paese, e se ci sono soggette alla censura). L’informazione interna (giornali, radio e tv) all’inizio hanno dato risalto alla protesta. Poi, quando le richieste dei manifestanti si sono fatte più radicali, hanno smesso di parlarne.

da TGCOM24

   Forse è qui il punto: se all’inizio le proteste riguardavano in particolare il caro vita e i posti di lavoro, poi sono diventate “più politiche”, contro l’intero sistema di potere. La repressione è ora in corso, e questo caratterizza tutte le rivolte del popolo iraniano avvenute anche in passato: nel 1999, nel 2003, nel 2006 e ancor di più nella cosiddetta Onda Verde del 2009.

3 gennaio: Rohuani porta in piazza i suoi sostenitori – I Guardiani della Rivoluzione (Pasdaran), le forze armate fedeli a Khamenei, sono intervenuti in tre province — ISFAHAN, LORESTAN, HAMADAN — a reprimere la rivolta dei «mostazafin», i miserabili delle classi medio-basse, contro il potere e i privilegi delle élite

   Quello che gli osservatori notano, da “fuori” del Paese (come detto non essendoci possibilità di informazione diretta, “sul posto”), è una bivalenza tra PROTESTA POPOLARE non politicizzata partita nella città nordorientale di MASHAD (Mashhad è la seconda città iraniana dopo Teheran, con oltre due milioni di abitanti, ed è il principale luogo spirituale dell’Iran dov’è sepolto l’importante Iman sciita Reza), e nelle PERIFERIE (non a Teheran come le altre passate proteste), che fa pensare che le condizioni di vita in città piccole o in campagna sono ben peggiori di Teheran (secondo l’attuale governo in questa protesta popolare “di periferia” c’è la strumentalizzazione delle forze più conservatrici); e dall’altra c’è una PROTESTA PIÙ POLITICA, CULTURALE, DI LIBERTÀ, che riguarda i modi di vita, la modernità repressa, il ruolo paritario della condizione femminile che (bene o male) in Occidente c’è…. come quella donna che si è tolta il velo a Teheran, tra la folla in un piedistallo e, ripreso da telefonini (prima di essere arrestata), il gesto è stato riversato fuori dal Paese verso l’informazione globale.

I GIORNI (IL PROGREDIRE) DELLA RIVOLTA (MAP Spread of unrest in Iran on 6th day of anti-government protests _ @hra_news)

   Dopo una settimana di proteste (iniziate il 28 dicembre), ora il regime si è fatto sentire in due modi: con una grande manifestazione pro-governo e con la mano dura: mentre migliaia di persone sfilavano in piazza inneggiando alla Guida Suprema Ali Khamenei, i Guardiani della Rivoluzione (Pasdaran), le forze armate fedeli a Khamenei, sono intervenuti in tre province — ISFAHAN, LORESTAN, HAMADAN — a reprimere la rivolta dei «MOSTAZAFIN», i miserabili delle classi medio-basse, contro il potere e i privilegi delle élite.

Iran, mappa da wikipedia

Pertanto da tutto questo, si capisce che c’è in quel che accadde adesso in Iran un diversità delle proteste, che arriva perfino a una contestazione della “guida suprema” (l’ayatollah Ali Khamenei) che mai prima nessuno aveva avuto il coraggio di fare… pertanto qualcosa di ben più radicale e assoluto. E che per la prima volta le manifestazioni non sono cominciate a Teheran, la capitale del paese, ma in altre città minori, in periferia, e a protestare sembra siano anche le forze conservatrici.

Un poster mostra Hamzeh Lashni Zand, ucciso a Dorud, nella provincia del Lorestan _ (foto da “il Corriere.it” del 3/1/2018)

   Una protesta su vari piani, diffusa, e con la possibilità di essere una premessa, un “avviso” (adesso che i pasdaran della rivoluzione islamica dicono di averla sedata, repressa); un avviso di quel che può accadere quando il malcontento generalizzato che persiste nel Paese dalla svolta islamica di Komheini del 1979, possa portare a una vera e propria sanguinosa guerra civile.

ISFAHAN, una delle provincie cui è iniziata la rivolta

Questa è anche dimostrato dal fatto che la maggioranza dei manifestanti stavolta non è composta da studenti o professionisti della classe media, ma da persone che appartengono alle classi più povere, che hanno poco da perdere.

LORESTAN, un’altra delle provincie dove è iniziata la rivolta

Speriamo che questo (una guerra civile interna) non accada. Ma per non farlo accadere ci vuole anche l’azione internazionale che aiuti chi cerca una soluzione di svolta progressiva, che porti l’Iran fuori dall’integralismo islamico e fuori dall’isolamento internazionale.
Che accadrà adesso? E’ possibile che anche questa rivolta passi, in attesa della prossima non si sa di che entità?…Sta di fatto che il regime iraniano ha il tempo contato (sia esso di pochi mesi o di anni)…. È la storia che lo sta giudicando, ed è sperabile (e possibile) trovare modi per far uscire dall’isolamento questa Terra, questa popolazione, in un mondo globalizzato che peraltro in troppi modi si cerca ora di chiudere con formulazioni populiste, nazionaliste, protezioniste….

HAMADAN, la terza delle provincie della rivolta

Oltre a questo l’Iran deve anche affrontare l’opposizione mediorientale (specie dell’Arabia Saudita) del mondo islamico sunnita, una divisione piuttosto profonda e che esiste da secoli: negli ultimi decenni però si è intrecciata con le vicende politiche locali, diventando sempre più rilevante per decidere e comprendere guerre, alleanze e interessi. (s.m.)

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IL MIO IRAN SENZA PANE E LIBERTÀ

di Farhad M., da “La Stampa” del 10/1/2018
A nome del mio gruppo di studenti iraniani, attivisti per la libertà e la democrazia, vorrei trasmettere all’opinione pubblica in Europa, fino a quando ne ho la possibilità, il nostro messaggio, dirvi qual è la situazione in Iran dal nostro punto di vista. La mia storia è simile a quella di molti altri studenti: Continua a leggere

2018 EUROPA: LA MINACCIA DEL POPULISMO chiede risposte positive e creative che finora non ci sono state (sull’IMMIGRAZIONE, sul LAVORO CHE MANCA, sulla CRISI AMBIENTALE) – Sarà l’anno del TUTTO E DI PIÙ per l’Unione Europea, o della stagnazione e del decadimento irreversibile del nostro continente?

IL MARE DEL POPULISMO (vignetta tratta da VoxEurope http://www.voxeurop.eu/ del 27/12/2017)

   Con la fine di un anno e l’inizio di uno nuovo il contesto geopolitico (concentrandoci perlopiù sull’Europa) necessita di un’analisi ragionata sui fenomeni dominanti. Su tutti vogliamo qui proporvi una serie di articoli, di riflessioni, che ci paiono interessanti, in merito particolarmente al FENOMENO POPULISTA. Al populismo che minaccia i vari Paesi europei, e che chiede di chiudere le frontiere nazionali, il ritorno al protezionismo in economia, il rifiuto di ogni fenomeno di apertura alla globalità e al riconoscimento del valore di confrontarsi con altre culture.

   Cose che apparivano fino a qualche tempo fa impensabili, nel processo globale di questo nostro attuale mondo interconnesso, globale, che, visto nei suoi aspetti positivi, ci dà e ci fa conoscere tante cose, diversità, fino a pochi anni fa improbabili (anche con l’informazione a tutto campo che possiamo avere con internet, persone provenienti da ogni luogo, prodotti tecnologici sempre più raffinati…).
La cosa non è così semplice e scontata, e i problemi (gli aspetti negativi) che ci sono, sono molti: dal lavoro che sta pian piano sparendo (dovuto anche a un fenomeno di per sé positivo: la robotizzazione, l’automazione); le migrazioni che, se eccessive, stanno creando indubbiamente dei problemi; la crisi ambientale del pianeta, con desertificazioni crescenti e inquinamenti sempre più elevati.

ELEZIONI IN CATALOGNA DEL 21 DICEMBRE. LA RISCOSSA DEGLI INDIPENDENTISTI: SONO MAGGIORANZA.

   Se però ci concentriamo su uno dei fenomeni principali che nasce da questi aspetti problematici appena detti, uno dei risultati che ci appaiono è proprio il CRESCERE DEL POPULISMO, del rifiuto della realtà e del voler rinchiudersi nei propri luoghi e sistemi di vita. Forme di reazione e protesta di massa che hanno le loro ragioni d’essere, non sono né immotivate né banali: e per questo richiedono risposte adeguate.
Emblematico che il fenomeno populista “accade di più” in zone isolate, paesi, città piccole di provincia… rispetto alle grandi città. Sono le piccole comunità, quando si sentono emarginate da decisioni prese nelle capitali e nel mondo, che reagiscono con il populismo, la richiesta di rinchiudersi.

I FATTORI DETERMINANTI per la vittoria dei pro-Brexit in GRAN BRETAGNA, degli indipendentisti in CATALOGNA, dei populisti ultra-destra in AUSTRIA, della destra neofascista in POLONIA è lo stesso: LONTANANZA DALLE CITTÀ, BASSA DENSITÀ DI POPOLAZIONE, il grado di ISOLAMENTO DEL TERRITORIO (mappa su Catalogna-Austria-Polonia ripresa da “il Corriere della Sera” del 27/12/20127 “DALLA CATALOGNA AI VILLAGGI AUSTRIACI: LA GEOGRAFIA SPIEGA IL POPULISMO” di Federico Fubini)

   Così è accaduto (sta accadendo) in Europa, nei luoghi più interessati dall’avanzata dei populisti: Catalogna, Austria, Polonia, nei territori extraurbani, di campagna, della Gran Bretagna dove al referendum ha stravinto la Brexit. Esiste pertanto una divisione tra realtà urbana e zone più isolate, che contano meno in termini di potere (e dove si crea spesso acrimonia maggiore nei confronti del potere centrale); questa netta separazione mai come adesso è evidente. Il grado di vicinanza o lontananza dalle città, la densità di popolazione del proprio luogo di residenza, il livello di isolamento del proprio territorio incidono drasticamente sul premiare scelte populiste.

BREXIT, LA MAPPA DEL VOTO

   Cosa poi intendiamo con questo termine (POPULISMO)? Intendiamo un desiderio di ritorno alle origine di “piccole comunità chiuse” di rifiuto dei fenomeni globali, di autonomismo esasperato (a volte dovuto, come in Catalogna, col sentirsi “ricchi” ed estranei alla nazione di appartenenza, che – la Spagna – è più povera dal punto di vista economico).
Populismo inteso come trionfo della conservazione, del protezionismo, dell’isolamento, del rifiuto di ogni “novità” (l’apertura delle frontiere, un’unica moneta europea, un mercato di scambio più libero…).
C’è poi populismo e populismo: la Catalogna non rinnega l’appartenenza europea (Barcellona è stata fino a pochi mesi fa considerata un po’ tra le più simboliche capitali europee, del turismo, degli studenti, di più anche di Parigi o Berlino…). Diverso è invece il populismo neofascista, di chiusura a tutto, che troviamo ad esempio in Polonia (anche se, con il nuovo primo ministro -Mateusz Morawiecki- le cose si sono un poco attenuate, sembra stiano cambiando). In ogni caso la parte est dell’Unione Europea (Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia, Ungheria) (il cosiddetto Gruppo di Visegrad) mal condivide il progetto europeo come all’origine è nato (e la loro adesione sembra fatta di convivenza un po’ necessaria e strumentale, anche per non ri-cadere nella sfera di influenza della storica odiata Russia).

Nelle elezioni parlamentari tedesche di settembre i populisti di estrema destra di ALTERNATIVE FÜR DEUTSCHLAND (Afd) sono diventati il terzo partito più votato e hano fatto al BUNDESTAG ben 94 DEPUTATI

   Ben diverso è poi il populismo scozzese aperto alle istanze europee e che si scontra con le chiusure inglesi; anche diverso da quello austriaco di adesso, che è dichiaratamente di estrema destra, sul filo della xenofobia, di irrigidimento delle frontiere.
E’ anche vero che il 2017 doveva essere l’anno del trionfo dei partiti populisti in tutta Europa. Non è andata così. Le elezioni parlamentari olandesi di marzo hanno visto l’imprevista sconfitta dei populisti: il Partito per la libertà (Pvv) di Geert Wilders ha registrato un risultato inferiore alle aspettative (il grande “vincitore” politico è stato invece il primo ministro Mark Rutt, un “populista buono” come lui stesso si è definito).

RUSSIA 2018. LO ZAR PUTIN VERSO IL QUARTO MANDATO (DI 6 ANNI) – Il punto chiave da definire nel 2018 e negli anni a venire sarà come si collocherà la Russia fra le due superpotenze Stati Uniti e Cina

   Nelle elezioni presidenziali francesi di aprile la candidata del Front National, Marine Le Pen, ha raggiunto risultati al di sotto delle aspettative in entrambi i turni, ed è stata eclissata dal nuovo astro nascente della politica europea, Emmanuel Macron, che ha stravinto anche le elezioni parlamentari del mese successivo.
Le elezioni parlamentari tedesche di settembre hanno rappresentato la prova del nove per il “populismo”. Merkel avrebbe trionfato, dando ai populisti il colpo di grazia, o sarebbero stati i populisti di estrema destra di Alternative für Deutschland (Afd) a porre fine ai suoi dodici anni alla guida della Germania… La risposta delle urne è stata incerta: l’Afd è risultato il terzo partito più votato e ha fatto al Bundestag ben 94 deputati, ma Merkel e la Cdu/Csu sono rimasti chiaramente i soggetti più solidi della politica tedesca, pur però non riuscendo a formare (finora) una maggioranza.

Nella foto: SEBASTIAN KURZ e HEINZ-CHRISTIAN STRACHE – II NUOVO GOVERNO AUSTRIACO HA GIURATO LUNEDÌ 18 DICEMBRE. L’alleanza tra la destra del cancelliere Sebastian Kurz e l’estrema destra del vicecancelliere Heinz-Christian Strache guiderà il paese per il prossimo mandato, e l’Europa nel secondo semestre del 2018

   Le elezioni in Austria di ottobre hanno offerto invece uno scenario di totale vittoria (si può dire) dei populisti (la cosa era molto simile alla situazione olandese e francese prima delle elezioni: cioè la paura di un trionfo populista che in Francia e Olanda non c’è stato). Invece in Austria i populisti hanno trionfato: il grande vincitore del voto austriaco è stato il giovane ministro degli esteri Sebastian Kurz, che ha trasformato il partito conservatore Övp in uno strumento politico personale, e, in totale rottura con gli altri paesi europei che hanno ostracizzato i populisti di estrema destra, Kurz ha coinvolto il partito estremista Fpö nella formazione di governo. Subito dopo facendo addirittura avances ai sudtirolesi italiani di lingua tedesca, promettendo loro la cittadinanza austriaca (al limite di uno scontro con l’Italia e con i trattati internazionali del dopoguerra). E poi, a seguire, Kurz ha subito proposto di togliere le sanzioni alla Russia, si è dichiarato contro ogni trattativa per l’ingresso della Turchia nella Ue (che peraltro, con Erdogan, già è assai lontana), ha ribadito una totale chiusura al fenomeno migratorio.
Che accadrà nel 2018 nella geopolitica europea? …anno in cui molti paesi con solidi partiti populisti andranno al voto, inclusi Ungheria e Italia. Di sicuro in alcuni paesi vinceranno i populisti (come è probabile in Ungheria)…

MATEUSZ MORAWIECKI (nella foto), diventato primo ministro della POLONIA (Paese su posizioni di ultradestra neofascista), è personaggio nuovo e più aperto, che potrebbe presagire a una relazione molto più consensuale con l’Ue e i partner europei

…Però… però la situazione è un po’ già cambiata…. Ad esempio il progetto di uscita dall’Unione Europea, dall’euro (per chi c’è già, come l’Italia)… queste cose i populisti non le dicono più. L’esempio della Brexit, cioè della crisi che sta vivendo la Gran Bretagna nel processo di uscita dall’Europa, ha fatto capire che l’Europa è importante, nel mondo globale dove gli stati nazionali sono da soli sempre più in difficoltà.
Se fino a uno o due anni fa i populisti che propugnavano la “exit”, l’uscita dall’Unione europea, rilasciavano dichiarazioni roboanti, e si sentivano orgogliosi sabotatori del progetto europeo, ora l’umore è un po’ più dimesso, ad esempio di uscita dall’euro non parla più nessuno.
E’ necessario però che chi crede nel progetto europeo, non sottovaluti la capacità dei movimenti populisti di rinascere, la storia recente europea è scandita da esempi di questo tipo di leggerezza (l’Austria di adesso docet). Su tutti un ruolo guida sembra per adesso proporlo la Francia con il suo presidente Emmanuel Macron: è da sperare che tanti Paesi e politici condividano questa linea, e ne nasca qualcosa di credibile, da crederci. (s.m.)

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DALLA CATALOGNA AI VILLAGGI AUSTRIACI: LA GEOGRAFIA SPIEGA IL POPULISMO
di Federico Fubini, da “il Corriere della Sera” del 27/12/2017
– Non sono età o disoccupazione a spingere la battaglia identitaria: è l’isolamento –
In una vecchia storia una divinità scende dal cielo per promettere a un contadino che esaudirà all’istante un suo desiderio, uno solo. A una condizione, tuttavia: qualunque sia il regalo che il contadino chieda, il suo vicino ne riceverà il doppio. L’uomo ci pensa sopra e risponde: «Signore, ti prego, toglimi un occhio».
Chiunque abbia inventato questa leggenda, oggi potrebbe assegnare un nome catalano al suo protagonista. Continua a leggere