CICLONI IN MOZAMBICO (e Zimbabwe e Malawi): le tragedie africane che non fanno notizia – L’AFRICA contribuisce in minima parte all’inquinamento globale ma è il Continente più minacciato dai cambiamenti climatici – Cosa fare per l’Africa? SOLIDARIETÀ, ma anche maggiore ATTENZIONE a ciò che accade

Nella notte tra il 14 e il 15 marzo, il CICLONE tropicale IDAI si è abbattuto su BEIRA, capoluogo della Provincia di SOFALA, in MOZAMBICO. Sono oltre un milione e mezzo le persone colpite e un numero imprecisato le vittime. Dall’Oceano indiano l’uragano si è abbattuto sulla città portuale, la seconda del paese, con una forza inaudita. I venti hanno raggiunto la velocità di 315 chilometri orari, una intensità paragonabile a quella dell’uragano Irma che colpì la Florida nel 2017, uno dei più violenti degli ultimi anni

   Nel marzo di quest’anno (2019) un ciclone (denominato dai meteoreologhi “IDAI”) ha colpito violentemente le coste centrali del MOZAMBICO, per poi spostarsi in ZIMBABWE e in MALAWI. Nella notte tra il 14 e il 15 marzo, dall’Oceano indiano l’uragano si è abbattuto sulla città portuale di BEIRA, la seconda del paese, con una forza inaudita. I venti hanno raggiunto la velocità di 315 chilometri orari, una intensità paragonabile a quella dell’uragano Irma che colpì la Florida nel 2017, uno dei più violenti degli ultimi anni.

IL CASO DEL MOZAMBICO riapre una domanda chiave dell’emergenza climatica: STANNO AUMENTANDO DI NUMERO E INTENSITÀ LE TEMPESTE sul nostro pianeta? Che impatto possono avere sulla sicurezza di una nazione? È un’ulteriore ragione per dichiarare l’emergenza climatica? da LINKIESTA, 3/5/2019, https://www.linkiesta.it/)

   Più di mille i morti, 344 in Zimbabwe, 602 in Mozambico e almeno 59 in Malawi. Secondo l’Onu almeno 3 milioni di persone (tra cui un milione di bambini) soffrono per le conseguenze del ciclone. E, tra le conseguenze, il diffondersi del colera (circa 6 mila casi) tra i sopravvissuti, soprattutto in Mozambico.

Ciclone Idai in Mozambico: c’è bisogno di aiuto

   E a solo un mese di distanza dal ciclone tropicale Idai, il Mozambico è stato colpito da un altro ciclone (denominato KENNETH), nella parte più a nord del Paese, nell’ARCIPELAGO delle ISOLE QUIRIMBAS, uragano di minore entità rispetto a Idai, però il più forte mai registrato in quella regione a nord, classificato forza 4 su una scala che arriva a un massimo di 5. Forti venti con picchi fino a 180 Km/h e incessanti piogge di circa 300-500 mm (oltre 8 volte la media di stagione) hanno distrutto interi villaggi dell’Arcipelago. Ancora morti: una quarantina, molto meno rispetto a Idai, ma le popolazioni delle isole dell’Arcipelago sono rimaste pressoché quasi tutte senza casa. Pertanto due cicloni in Mozambico a un mese l’uno dall’altro.

mappa Mozambico

   La situazione sociale in Mozambico è allo stremo: e quella che è oggi una emergenza alimentare potrebbe trasformarsi in una carestia di lunga durata. È andata completamente distrutta tutta la produzione agricola di quest’anno, già messa a dura prova dalle piogge che hanno flagellato il Paese all’inizio di marzo, prima del ciclone Idai. E poi c’è lo spettro di malattie infettive: colera, alterazioni intestinali e respiratorie, malaria.

MEDICI CON L’AFRICA – CUAMM (Padova) in Mozambico – EMERGENZA CICLONE IN MOZAMBICO COSA PUOI FARE TU – Fornire acqua potabile, riparo alle popolazioni sfollate, assistenza sanitaria. Queste le attività salvavita considerate prioritarie per far fronte all’emergenza. – https://www.mediciconlafrica.org/blog/la-nostra-voce/news/cosapuoifare?utm_source=phplist957&utm_medium=email&utm_content=HTML&utm_campaign=La+fantasia+moltiplica+l%27aiuto%3A+perch%C3%A9+sia+davvero+5+CON+1000

   Un paese ora in ginocchio, il Mozambico, già poverissimo, e ora pure con miliardi di dollari di danni da sanare. Eventi atmosferici dirompenti mai verificatisi. Da tutto questo nasce la domanda di quale sarà il futuro (atmosferico, ambientale, di vita…) di questa aree dell’Africa (del Pianeta).

  E vi è quasi purtroppo certezza che l’emergenza climatica sarà cosa da farci i conti molto spesso. Stanno aumentando di numero e intensità le tempeste sul nostro pianeta. E che impatto possono avere sulla sicurezza di una nazione? È un’ulteriore ragione per dichiararla, l’emergenza climatica?
Il paradosso è CHE L’AFRICA CONTRIBUISCE IN MINIMA PARTE ALL’INQUINAMENTO GLOBALE ma è IL CONTINENTE PIÙ MINACCIATO dagli effetti dei cambiamenti climatici. Condizioni climatiche avverse hanno portato a un calo della produzione agricola e all’aumento vertiginoso dei prezzi alimentari. Sull’agricoltura incide non poco il cambiamento climatico: precipitazioni ridotte e aumento delle temperature influenzano negativamente le rese delle colture alimentari. Inoltre siccità, stress da calore e inondazioni provocano una riduzione del raccolto e nella produttività del bestiame. Questo accade in particolare e ancor di più sulla fascia subsahariana.

Mozambico, carta da Treccani Enciclopedia

   Questa penuria ha scatenato migrazione transfrontaliera e conflitti intra-regionali, provocando instabilità politica in vari stati. In generale, l’insicurezza alimentare ha peggiorato le già difficili situazioni dei Paesi colpiti da conflitti. E gli agglomerati urbani africani risultano essere i più vulnerabili: aree molto densamente popolate stanno già vivendo grandi difficoltà nella fornitura di acqua potabile.

CICLONE IDAI da foto NASA – “(…) Secondo il GEOFISICAL FLUID DYNAMICS LABORATORY dell’Agenzia Americana NOAA ci sono una serie di elementi da considerare, che sono critici per la sicurezza globale, legati alle TEMPESTE.
I tassi di precipitazioni dei cicloni tropicali probabilmente AUMENTERANNO IN FUTURO A CAUSA DEL RISCALDAMENTO ANTROPOGENICO E DEL CONSEGUENTE AUMENTO DEL CONTENUTO DI UMIDITÀ ATMOSFERICA. L’intensità dei cicloni tropicali aumenterà dall’1 al 10% se la temperatura salirà di 2°. Questo implicherebbe un maggiore potenziale distruttivo per tempesta. Infine L’INNALZAMENTO DEI MARI RENDERÀ PIÙ IMPATTANTI I COSIDDETTI STORM SURGE, ovvero il temporaneo innalzamento del mare dovuto ai forti venti e alla bassa pressione della tempesta. (da LINKIESTA, 3/5/2019, (https://www.linkiesta.it/ )

   Proprio nelle stesse ore della tragedia del ciclone Indai in Mozambico, l’assemblea mondiale delle Nazioni Unite sui cambiamenti ambientali (riunita a Nairobi), lanciava l’ennesimo grido di allarme: TUTTI I GOVERNI DEVONO PRENDERE DECISIONI CONCRETE per fermare il degrado ambientale ed in tempi brevissimi.

MOZAMBICO – I sopravvissuti dal ciclone Idai vivono ancora nei campi di raccolta (da http://www.vaticannews.va/)

Perdere la sfida del cambiamento climatico potrebbe essere un disastro per l’Africa. Il Continente pagherebbe infatti il prezzo più alto di tutto il Pianeta, pur (lo ribadiamo) contribuendo pochissimo all’inquinamento globale. (s.m.)

«LA FAME IN AFRICA CONTINUA A CRESCERE, DOPO MOLTI ANNI DI DECLINO, minacciando gli sforzi del continente di sradicarla e raggiungere gli Obiettivi di Malabo 2025 e l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, in particolare il secondo OBIETTIVO DI SVILUPPO SOSTENIBILE (Sdg2)». E’ la terribile realtà che emerge dal RAPPORTO “Africa Regional Overview of Food Security and Nutrition. Addressing the threat from climate variability and extremes for food security and nutrition”, pubblicato da Fao e United Nations economic commission for Africa (Eca)( http://www.fao.org/3/CA2710EN/ca2710en.pdf ). Nell’Africa sub-sahariana 237 milioni di persone soffrono di denutrizione cronica, annullando così tutti i passi avanti fatti negli ultimi anni.(…)( 14 Febbraio 2019] da http://www.greenreport.it/news/)

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DUE TERZI DELLE CITTÀ AFRICANE DA QUI AL 2035 POTREBBERO ESSERE MINACCIATE DAGLI EFFETTI DEI CAMBIAMENTI CLIMATICI. A sostenerlo, come riportato dall’INFOAFRICA (https://www.infoafrica.it/) è uno studio pubblicato nel novembre 2018 dalla società di consulenza britannica Verisk Maplecroft, secondo il quale IL RISCHIO È RITENUTO ELEVATO e L’AFRICA È IL CONTINENTE PIÙ MINACCIATO dagli effetti dei cambiamenti climatici globali. (da https://www.africarivista.it/)

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CRISI AMBIENTALE E MIGRAZIONI FORZATE: NUOVI ESODI AL TEMPO DEI CAMBIAMENTI CLIMATICI (2018) – la seconda edizione (pubblicata nel dicembre 2018) del REPORT CURATO DA SALVATORE ALTIERO E MARIA MARANO per le ASSOCIAZIONI A SUD e CENTRO DI DOCUMENTAZIONE SUI CONFLITTI AMBIENTALI – “(…) Secondo i dati del Global Report on Internal Displacement 2018 dell’Internal Displacement Monitoring Centre, nelle seguenti aree geografiche, il numero di persone in fuga dalle conseguenze di disastri naturali supera quello di chi fugge da guerre e conflitti: Asia orientale e Pacifico (8,6 milioni contro 705.000), Asia meridionale (2,8 milioni contro 634.000), America (4,5 milioni contro 457.000), Europa e Asia centrale (66.000 contro 21.000). Nell’Africa subsahariana abbiamo 5,5 milioni di migranti interni dovuti ai conflitti armati ma comunque 2,6 milioni di persone sono costrette a spostarsi a causa dei disastri naturali.(…)” (di Salvatore Altiero, da http://www.atlanteguerre.it/ ). LINK DELLA PUBBLICAZIONE “CRISI AMBIENTALE E MIGRAZIONI FORZATE: NUOVI ESODI AL TEMPO DEI CAMBIAMENTI CLIMATICI (2018)”: http://asud.net/wp-content/uploads/2019/01/crisi-ambientale-e-migrazioni-forzate-2018-WEB.pdf

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CLIMATE CHANGE
CICLONE IN MOZAMBICO, L’EMERGENZA CLIMATICA FA STRAGE ANCORA UNA VOLTA
da LINKIESTA, 3/5/2019, (https://www.linkiesta.it/ )
– A un mese di distanza da Idai, il Mozambico è stato colpito dal ciclone Kenneth, il più forte mai registrato nella regione. Tassi di precipitazioni e intensità dei cicloni tropicali aumenteranno in futuro, a causa del riscaldamento antropogenico. È colpa nostra. –
«La tempesta è arrivata alle 14.30. Alle quattro il tetto della casa di fronte è volato via. Il vento ha continuato a soffiare fortissimo fino a mezzanotte. Quando siamo usciti di casa, la nostra è una delle poche in cemento, pensavamo di trovare morti ovunque». La voce di Tania Miorin (cooperante della ONG Oikos, raggiunta tramite whatsapp sull’isola di Ibo, arcipelago delle Quirimbas, Mozambico) è ancora scossa. «È il caos, ma fortunatamente sull’isola non ci sono stati morti. Al momento sono arrivati gli aiuti e la gente ha cominciato a raccogliere le macerie per rimettere in piedi una capanna, o costruire un tetto di fortuna con giunchi e palme».
Nella giornata di ieri sono stati distribuiti teloni per i rifugi temporanei e biscotti ad alto contenuto calorico come derrate di emergenza. La priorità è il trattamento dei pozzi comuni per evitare che si diffonda il colera».
Nella piccola fortezza portoghese sul mare hanno trovato rifugio oltre 100 persone. Sia l’ospedale che la scuola elementare hanno subito enormi danni e non possono più garantire nessun tipo di assistenza. A Matemo, l’isola adiacente, le scuole sono state interamente rase al suolo. Le piogge continuano incessanti mettendo a rischio la popolazione colpita.
A solo un mese di distanza dal ciclone tropicale Idai, il Mozambico è stato colpito dal ciclone Kenneth, il più forte mai registrato nella regione, classificato forza 4 su una scala che arriva a un massimo di 5. Forti venti con picchi fino a 180 Km/h e incessanti piogge di circa 300-500 mm – oltre 8 volte la media di stagione – hanno distrutto interi villaggi nell’Arcipelago.
Secondo dati del governo mozambicano il 95% della popolazione è rimasta senza casa. Al momento i morti nell’area sono 38, ma il numero potrebbe salire rapidamente. «Il suolo è saturo di pioggia e i fiumi sono già straripati, quindi l’emergenza probabilmente peggiorerà», ha dichiarato Michel Le Pechoux, vice rappresentante dell’UNICEF in Mozambico. «Stiamo facendo tutto il possibile per ottenere risorse umane e forniture sul campo per mantenere le persone al sicuro».
Il mese precedente IL CICLONE IDAI AVEVA COLPITO VIOLENTEMENTE LE COSTE CENTRALI DEL MOZAMBICO per poi spostarsi in Zimbabwe e in Malawi. Più di mille i morti, 344 in Zimbabwe, 602 in Mozambico e almeno 59 in Malawi, ma la cifra rimane ancora parziale. Al momento si registrano quasi 6 mila casi di colera tra i sopravvissuti, soprattutto in Mozambico. Un evento del genere non si era mai verificato, spiega il governo. Ed ora il paese è in ginocchio, con miliardi di dollari di danni da sanare.
Il caso del Mozambico riapre una domanda chiave dell’emergenza climatica: stanno aumentando di numero e intensità le tempeste sul nostro pianeta? Che impatto possono avere sulla sicurezza di una nazione? È un’ulteriore ragione per dichiarare l’emergenza climatica?
La scienza ha dati significativi sulle variazioni temporali di lunga data del numero ed intensità degli uragani e cicloni. I modelli proiettano Continua a leggere

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BOMBE ITALIANE SUI BAMBINI DELLO YEMEN – Nella GUERRA DIMENTICATA in Yemen, nel tragico scontro in Medio Oriente tra sciiti e sunniti, l’ARABIA SAUDITA sgancia bombe prodotte in Italia sulla popolazione inerme – La petizione di SAVE THE CHILDREN per fermare il massacro che vede l’Italia complice

(foto: bombardamenti nello Yemen, da http://www.globalist.it/) – “Nello YEMEN da 4 anni, dal 2015, è in corso una tragica GUERRA CIVILE dove l’ARABIA SAUDITA in modo diretto, oltre all’IRAN in modo indiretto, gioca un ruolo determinante. L’assedio da parte di NOVE PAESI ARABI SUNNITI, guidati dall’Arabia Saudita e sostenuti dagli STATI UNITI, nei confronti dei RIBELLI SCIITI, vicini all’IRAN, che dal 2015 controllano la capitale San’a sta provocando INFINITE SOFFERENZE AI CIVILI. Il BLOCCO all’arrivo di qualsiasi rifornimento e medicinale sta portando circa 7 milioni di yemeniti alla FAME, con un’epidemia di COLERA che soltanto negli ultimi tre mesi del 2017 ha provocato 2.000 morti. Ma PERCHÉ L’OCCIDENTE E LE NAZIONI UNITE TACCIONO DI FRONTE A QUESTA TRAGEDIA? (…)” (Alessandro Cipolla, 27/3/2019, da https://www.money.it/)

   Lo YEMEN è il Paese più povero del mondo arabo, ed è insanguinato (da quattro anni, dal marzo 2015) dalla lotta tra sciiti e sunniti (negli articoli che riportiamo di seguito in questo post si spiega il contesto e l’origine di questa atroce guerra). E’ di fatto una guerra civile interna, che però vede militarmente coinvolta anche, in modo diretto, l’ARABIA SAUDITA (sunnita) (in coalizione con altri otto paesi arabi: Marocco, Egitto, Sudan, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrain e Qatar), contro l’IRAN (sciita) che agisce in modo indiretto: appoggiando i ribelli della tribù-movimento-milizia HOUTHI, che controllano il nord-ovest del Paese con anche la capitale San’a, e resistono agli attacchi dell’Arabia Saudita.

(mappa da http://www.documentazione.info/) – “(…) LA GUERRA NELLO YEMEN, un altro tassello della delicata partita a scacchi che si sta giocando in MEDIO ORIENTE. I ribelli che controllano la capitale San’a sono SCIITI come l’Iran, storici alleati della RUSSIA e del regime di ASSAD in Siria. Si può dire invece che tutto il resto del Medio Oriente, ISIS compreso, sia al contrario SUNNITA. Far cadere i ribelli Huthi nello Yemen vorrebbe dire per Stati Uniti e Arabia Saudita INDEBOLIRE L’IRAN, grande nemica di entrambi i paesi. (…)”(Alessandro Cipolla, 27/3/2019, da https://www.money.it/)

   I risultati sono un sostanziale stallo della guerra (con l’Arabia Saudita), e una popolazione allo stremo, devastata da fame, colera, violenze su tutti (compresi e in particolare i bambini). Infatti sono PROPRIO I BAMBINI TRA I PIÙ COLPITI dalle bombe e devastazioni condotte dall’Arabia Saudita contro i ribelli sciiti del Nord, bombe che cadono indiscriminatamente nei luoghi e città del nord dello Yemen. E, e qui sta anche il punto che ci coinvolge ancora di più, usando (l’Arabia Saudita) tra i vari armamenti anche BOMBE DI FABBRICAZIONE ITALIANA.

CODICE IDENTIFICATIVO A4447, CHE CONTRADDISTINGUE I PRODOTTI DELLA RWM ITALIA. – BOMBE ITALIANE CONTRO LA POPOLAZIONE IN YEMEN – RWM Italia S.p.A. è una FABBRICA DI ARMAMENTI parte del conglomerato industriale tedesco della RHEINMETALL. La principale attività è la produzione di sistemi antimine, munizioni e testate di medio, grosso calibro. La compagnia ha SEDE LEGALE A GHEDI, BRESCIA E STABILIMENTO PRODUTTIVO A DOMUSNOVAS, IN PROVINCIA DI CARBONIA-IGLESIAS, IN SARDEGNA. L’utilizzo di ordigni della serie MK da 500 a 2000 libbre di fabbricazione italiana da parte dell’aviazione saudita è confermato dal Rapporto finale del gruppo di esperti sullo Yemen, commissionato dall’Onu: dai documenti risulta l’impiego in due attacchi nel Settembre 2016 sulla capitale Sana’a di bombe inerti marchiate con il CODICE IDENTIFICATIVO A4447, che contraddistingue i prodotti della RWM Italia. (da https://www.savethechildren.it/ )

   Sono bombe che provengono dalla RWM Italia S.p.A. (succursale italiana del gigante tedesco delle armi “Rheinmetall”): una fabbrica di armamenti, la RWM, la cui produzione avviene a DOMUSNOVAS, in provincia di CARBONIA-IGLESIAS, in SARDEGNA.

Una delle tante proteste antimilitariste sul piazzale dello stabilimento della RWM (a DOMUSNOVAS, in provincia di CARBONIA-IGLESIAS, in SARDEGNA) (foto di Simone Farris ripresa da https://www.unionesarda.it/ del 18/3/2019)

   Ci troviamo così ad essere i produttori e venditori di armi (all’Arabia Saudita) usate per la guerra che viene condotta in Yemen, paese del Medio Oriente diviso tra sciiti e sunniti, come dicevamo, il più povero, vittima non solo della violenza dei bombardamenti, ma della fame della popolazione e addirittura di malattie endemiche debellate in Occidente come il colera.

(…) Nella petizione di SAVE THE CHILDREN “STOP ALLA VENDITA DI ARMI ITALIANE PER LA GUERRA NELLO YEMEN” si legge: «Chiediamo, quindi, che l’Italia fermi immediatamente l’esportazione di armamenti verso i paesi responsabili delle sei gravi violazioni dei diritti di minori in conflitto armato e che si faccia promotrice di un’iniziativa globale per fermare questo commercio sulla pelle dei bambini in Europa e nel mondo. Chiediamo al Ministro degli Affari Esteri di FERMARE IMMEDIATAMENTE L’ESPORTAZIONE, LA FORNITURA E IL TRASFERIMENTO DI MATERIALI DI ARMAMENTO ALLA COALIZIONE SAUDITA, ARMI CHE UCCIDONO I BAMBINI YEMENITI e che quando anche sopravvivono, distruggono il loro futuro. Unisciti a noi».(…) vedi e firma la petizione: https://www.savethechildren.it/cosa-facciamo/campagne/stop-alla-guerra-sui-bambini/petizione-armi-yemen)

   Le armi italiane (le bombe) vendute all’Arabia Saudita, sono cosa intollerabile. SAVE THE CHILDREN ha lanciato una PETIZIONE online (https://www.savethechildren.it/cosa-facciamo/campagne/stop-alla-guerra-sui-bambini/petizione-armi-yemen) per fermare la vendita di armi italiane che l’Arabia saudita e i suoi alleati utilizzano per bombardare lo Yemen. Bombe, ribadiamo, che colpiscono e uccidono la popolazione, distruggono case, villaggi, strutture sanitarie quelle poche dove ci sono, aree civili di ogni genere…

(mappa da http://www.documentazione.info/) – (…) L’ITALIA è nella TOP 10 dei PRODUTTORI DI ARMI, preceduta da grandi potenze mondiali come Usa, Russia, Cina, Francia e Germania. Ad oggi ALCUNI PAESI HANNO GIÀ BLOCCATO L’EXPORT DI ARMI ALL’ARABIA SAUDITA, tra questi: Austria; Belgio (parziale – ha revocato 4 licenze); Danimarca; Finlandia; Germania; Grecia; Norvegia e Svizzera.(…) (25 Marzo 2019, da http://www.greenreport.it/news/ (25 Marzo 2019] da http://www.greenreport.it/news/

   C’È UNA LEGGE IN ITALIA (la 185 del 1990) (https://www.osservatoriodiritti.it/wp-content/uploads/2018/01/armi-legge-185-1990.pdf) che VIETA L’EXPORT DI MATERIALI D’ARMAMENTO A PAESI IN GUERRA o i cui governi non rispettano i diritti umani, ma viene abilmente e cinicamente AGGIRATA attraverso gli “ACCORDI BILATERALI” tra paesi. Tali accordi permettono di eluderne l’applicazione in quanto, come recita l’art. 1, comma 9, alla lettera B, ne sono escluse “le esportazioni o concessioni dirette da Stato a Stato, a fini di assistenza militare, in base ad accordi internazionali”. E l’Italia ha firmato una cinquantina di accordi di cooperazione militare bilaterale anche con Paesi non Nato o non Ue, alcuni in guerra o che non rispettano i diritti umani. È così che si facilita l’export di armi aggirando la normativa 185.

da http://www.money.it/

   Per dire che questa situazione ha superato ogni limite di decenza umana, e come italiani dovremmo proprio vergognarci di tollerare che accada che armamenti italiani uccidano popolazioni inermi.

chi controlla o si contende le provice dello YEMEN (da http://www.money.it/)

   Ma NON È SOLO CON L’ARABIA SAUDITA IL COMMERCIO DELLE ARMI ITALIANE. Tempo fa si è parlato della vendita al governo siriano di Assad della tecnologia del sistema per i carri armati per mirare e colpire in movimento, prodotto da “GALILEO AVIONICA”, del “GRUPPO LEONARDO” (una commessa da 230 milioni di euro). E il modo per vendere a tutti è, come dicevamo, l’appoggio politico (governativo) che viene da accordi di cooperazione bilaterali tra il nostro Paese e quelli in cui si intende vendere armamenti (aggirando il divieto di vendere a Paesi in guerra e del tutto inaffidabili).

26/2/2019: Pacifisti sardi in trasferta a Roma per annunciare una denuncia contro il governo, che avrebbe violato la legge 185/90 sul commercio delle armi dando semaforo verde alla vendita di bombe all’Arabia Saudita. Gli ordigni, prodotti dalla Rwm a Domusnovas, sono stati usati anche contro la popolazione yemenita, nonostante la legge vieti l’esportazione di sistemi d’arma a paesi in guerra. (da “Avvenire”, 27/2/2019)

   Resta il tema della liceità di produrre armi (e poi venderle ad altri paesi). E’ una questione di cui non si parla e si riflette abbastanza. Se può esser vero che un Paese ha diritto a difendersi da episodi di offesa da parte di altri; che può essere una “necessità” per intervenire e difendere popoli che vengono oppressi (pensiamo alla necessità di combattere il nazismo e il fascismo durante la seconda guerra mondiale) (ma anche il mancato intervento nella guerra civile della ex Iugoslavia nella prima metà degli anni ’90 del secolo scorso, che doveva essere una necessità di fermare anche con le armi i cecchini filo-serbi a Sarajevo, o le violenze sulle donne, e le uccisioni di massa come a Srebrenica…)….. EBBENE SE LA LICEITÀ DELL’USO DELLA FORZA (E DELLE ARMI) PUÒ ESSERCI IN CERTI CONTESTI (anzi, può essere necessaria per aiutare persone e popoli oppressi), dall’altra la vendita a regimi screditati com’è l’Arabia Saudita, porta non ad evitare guerre o aiutare popoli oppressi, ma a fomentare ancor di più la violenza internazionale e tragici episodi di crudeltà contro singolie comunità. Per questo la vendita di bombe all’Arabia Saudita per la guerra in YEMEN, come accade adesso con l’Italia, questo è intollerabile, tocca profondamente la nostra coscienza e richiede che venga fermata. (s.m.)

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appartenente alla tribù HOUTHI – Gli HOUTHI – Originario del nord dello Yemen, il MOVIMENTO-MILIZIA deve il suo nome al FONDATORE HUSSEIN BADREDDIN AL-HOUTHI, assassinato nel 2004. Conosciuti come ANSAR ALLAH O ANSARULLAH (PARTIGIANI DI DIO), tra il 2004 e il 2011 gli Houthi intraprendono una nuova guerra civile (le cosiddette SEI BATTAGLIE DI SA’DA) contro l’allora PRESIDENTE ALI ABDULLAH SALEH, sciita zaidita membro della confederazione tribale degli Hashid. Forte del sostegno militare iraniano, degli Hezbollah e della Liwa Fatemiyoun, il gruppo cresce in potere e influenza, collezionando una serie di vittorie contro il governo centrale e le tribù rivali. Adesso A NORD NELLO YEMEN CI SONO GLI SCIITI APPUNTO CON I RIBELLI HOUTHI CHE RESISTONO ALL’ASSEDIO DELL’ARABIA SAUDITA, con l’appoggio indiretto dell’Iran (testo e foto di un appartenente alla tribù HOUTHI, insediata nel nord-ovest dello Yemen, tratti da http://www.mangiatoridicervello.com/)

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(qui sotto, in questo link, Vi proponiamo un reportage andato in onda il 2 maggio scorso della trasmissione de “LA7 – Piazza Pulita” sulla RWM (a DOMUSNOVAS, in provincia di CARBONIA-IGLESIAS, in SARDEGNA), la fabbrica che produce bombe che l’ARABIA SAUDITA usa in YEMEN contro la popolazione):

http://www.la7.it/piazzapulita/video/le-armi-italiane-in-yemen-02-05-2019-270466

In Yemen è in corso una guerra sanguinosa dal 2015. L’inchiesta esclusiva di Alessandra Buccini sulle bombe che partono dall’azienda RWM in Sardegna per l’Arabia Saudita, per essere poi usate anche nel conflitto in Yemen. Alessandra Buccini

L’ingresso della RWM a Domusnovas (da http://www.gazzettadelsulcis.it/)

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Petizione: firma contro le armi italiane in Yemen

PETIZIONE: STOP ALLA VENDITA DI ARMI ITALIANE PER LA GUERRA NELLO YEMEN
[25 Marzo 2019] da http://www.greenreport.it/news/
– Save the Children: i sauditi e i loro alleati le usano contro i bambini –
Save the Children ha lanciato una petizione online per fermare la vendita di armi italiane che l’Arabia saudita e i suoi alleati utilizzano per bombardare lo Yemen.
L’associazione umanitaria sottolinea che «Milioni di bambini stanno vivendo orrori indescrivibili a causa della guerra in Yemen. Colpiti per strada, bombardati mentre sono a scuola: sono bambini e bambine a cui è negata un’infanzia. Rimasti orfani, senza più una casa, senza più i propri cari. Tutto questo è inaccettabile.
Anche le bombe fabbricate in Italia e vendute alla Coalizione Saudita sono utilizzate in Yemen per colpire la popolazione, case, villaggi, aree civili».
La petizione rammenta che «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali (art. 11 della Costituzione Italiana). Uccidere bambini in un conflitto è vietato dal diritto internazionale umanitario. La legge italiana sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento (legge 185/90) proibisce l’esportazione verso paesi che violano i diritti umani.
Per proteggere i bambini in conflitto è quindi necessario e urgente fermare l’esportazione, la fornitura e il trasferimento di armi e altro materiale militare alle parti in conflitto dove c’è il rischio che queste vengano utilizzate in attacchi illegali contro i bambini. Rapporti, foto e reportage realizzati in Yemen documentano che alcuni resti delle bombe esplose in zone civili, su case e villaggi in cui erano presenti famiglie con bambini, recavano il codice A4447 che riconduce ad una fabbrica di armi in Sardegna».
Come ben sanno i lettori di greenreport.it si tratta della RWM Italia S.p.A. è una fabbrica di armamenti parte del conglomerato industriale tedesco della Rheinmetall.
Save the Children spiega che «La principale attività è la produzione di sistemi antimine, munizioni e testate di medio, grosso calibro. La compagnia ha sede legale a Ghedi, Brescia e stabilimento produttivo a Domusnovas, in provincia di Carbonia-Iglesias, in Sardegna. L’utilizzo di ordigni della serie MK da 500 a 2000 libbre di fabbricazione italiana da parte dell’aviazione saudita è confermato dal Rapporto finale del gruppo di esperti sullo Yemen, commissionato dall’Onu: dai documenti risulta l’impiego in due attacchi nel settembre 2016 sulla capitale Sana’a di bombe inerti marchiate con il codice identificativo A4447, che contraddistingue i prodotti della RWM Italia. A questo si aggiunge il caso documentato da Mwatana, Rete Disarmo e ECCHR dell’8 ottobre 2016 in cui alle 3 del mattino una bomba di fabbricazione italiana è stata sganciata su un’abitazione civile occupata da una donna incinta, 4 bambini e il marito».
Per quanto riguarda l’esportazione di materiali bellici verso l’Arabia Saudita l’Italia è il terzo esportatore al mondo, «Quindi bloccando l’esportazione verso questo Paese si potrebbe generare davvero un cambiamento nella vita di tutti i bambini Yemeniti», dice Save the Children.
Inoltre, l’Italia è nella top 10 dei produttori di armi, preceduta da grandi potenze mondiali come Usa, Russia, Cina, Francia e Germania. Ad oggi alcuni Paesi hanno già bloccato l’export di armi all’Arabia Saudita, tra questi: Austria; Belgio (parziale – ha revocato 4 licenze); Danimarca; Finlandia; Germania; Grecia; Norvegia e Svizzera.
Nella petizione si legge: «Chiediamo, quindi, che l’Italia fermi immediatamente l’esportazione di armamenti verso i paesi responsabili delle sei gravi violazioni dei diritti di minori in conflitto armato e che si faccia promotrice di un’iniziativa globale per fermare questo commercio sulla pelle dei bambini in Europa e nel mondo. Chiediamo al Ministro degli Affari Esteri di fermare immediatamente l’esportazione, la fornitura e il trasferimento di materiali di armamento alla Coalizione Saudita, armi che uccidono i bambini yemeniti e che quando anche sopravvivono, distruggono il loro futuro. Unisciti a noi».
Le 6 gravi violazioni dei diritti di minori in conflitto armato citate da Save the Children sono: Uccisione e mutilazione di bambini; Reclutamento o utilizzo di bambini come soldati; Violenza sessuale contro i bambini; Attacchi contro scuole o ospedali; Impedimento dell’assistenza umanitaria ai bambini; Sequestro di bambini.
La petizione fa notare che «Un modo concreto per gli Stati di proteggere i bambini in conflitto è fermare l’esportazione, la fornitura e il trasferimento di armi e altro materiale militare alle parti in conflitto dove c’è il rischio che queste vengano utilizzate in attacchi illegali contro i bambini».
Chiediamo, quindi, che l’Italia fermi immediatamente l’esportazione di armamenti verso i paesi responsabili delle sei gravi violazioni dei diritti di minori in conflitto armato e di violazioni del diritto internazionale umanitario.

   La legge italiana sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento (legge 185/90)(http://presidenza.governo.it/UCPMA/normativa/Legge_185_90.pdf ) vieta già l’esportazione di armi verso Paesi che commettono violazioni dei diritti umani.
Save the Children si sta inoltre attivando a livello europeo e internazionale per fermare la vendita di armi alla coalizione saudita e a tutti coloro che si sono resi colpevoli di gravi violazioni dei diritti dei bambini in conflitto. In particolare facendo pressione affinché si adotti e si rispetti l’ARMS TRADE TREATY (il trattato internazionale sul commercio di armi) che obbliga gli Stati a fermare l’esportazione di materiali di armamento verso Paesi che minano la pace e la sicurezza internazionale o che abbiano commesso violazioni dei diritti umani, del diritto internazionale umanitario, o gravi crimini contro donne e bambini. (25 marzo 2019, da http://www.greenreport.it/news/)
Vedi petizione:
https://www.savethechildren.it/cosa-facciamo/campagne/stop-alla-guerra-sui-bambini/petizione-armi-yemen

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QUATTRO ANNI DI GUERRA IN YEMEN, IL CONFLITTO DIMENTICATO

di Lorenzo Forlani, da https://www.agi.it/estero/, 2/4/2019

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IL KIRGHIZISTAN, nella spedizione scientifica su ambiente, flora e fauna degli esponenti di GEOGRAFICAMENTE – KIRGHIZISTAN, terra a noi sconosciuta dell’ASIA CENTRALE, (con le altre 4 repubbliche di Kazakistan, Uzbekistan, Turkmenistan e Tagikistan) tra Oriente ed Occidente, CROCEVIA DEL MONDO

KIRGHIZISTAN – Una famiglia che vive in una YURTA

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KIRGHIZISTAN (mappa da http://www.treccani.it.enciclopedia/) – Il KIRGHIZISTAN è uno Stato dell’Asia centrale, confinante a Nord con il Kazakistan, a Est e a SudEst con la Cina, a Sud con il Tagikistan, a Ovest con l’Uzbekistan. – 1. CARATTERI FISICI. La superficie è per il 94% occupata da montagne. Circa il 40% del territorio è posto oltre i 3000 m s.l.m. ed è in buona parte coperto da nevi e ghiacci permanenti. La principale caratteristica morfologica è la CATENA DEL TIAN SHAN, a SudOvest, le cui cime formano un imponente CONFINE NATURALE CON LA CINA, e che culmina nel PIK POBEDY (7439 m). La CATENA DEL FERGANA, che taglia il paese a metà, e gli ALAJ DEL PAMIR a Sud, chiudono al loro centro la VALLE DI FERGANA. I FIUMI principali sono il NARYN, che percorre quasi per intero la lunghezza del paese fino a confluire nel SYRDAR´JA, e il ČU, che scorre lungo il confine con il Kazakistan. In una insenatura del TIAN SHAN si trova il LAGO ISSYK, profondo quasi 700 m. (da Wikipedia)

   I Paesi dell’ASIA CENTRALE (Kazakistan, Uzbekistan, Kirghizistan, Turkmenistan, Tagikistan) sono fuori dall’ “attenzione mediatica mondiale”. Se ne parla poco, niente. A proposito di Kirghizistan vengono in mente ricordi letterari, e cioè la poesia leopardiana dedicata ai pastori kirghisi che intonavano malinconici canti mentre contemplavano la luna (“Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, silenziosa luna?…Sorgi la sera, e vai, contemplando i deserti; indi ti posi…..”)(Leopardi, si legge nello Zibaldone, ricavò il “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” nel 1829, 1830, dalla lettura di un articolo del barone di Meyendorff (“Voyage d’Orenbourg à Boukhara fait en 1820”), e pubblicato dal «Journal des Savants» nel settembre del 1826. Per dire, l’importanza dell’esplorazione di terre sconosciute già nei primi decenni dell’ ‘800…

“OS-Tienshanica Trans-Naryn 2019”, così è stata battezzata la spedizione in partenza (il 20 aprile scorso, ndr) da Venezia per raggiungere la brulla regione orientale fino agli anni Novanta governata dalla Russia sovietica: dodici partecipanti provenienti da Veneto, Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna e Sardegna che, a piedi e a cavallo, hanno ripercorso gli itinerari dei viaggiatori ottocenteschi Franz Josef Ruprecht e Karl Robert Osten-Sacken, autori del trattato botanico “Setum Tienshanicum – che dà il nome all’iniziativa – e Semenov.

   L’esplorazione di adesso, aprile 2019, cui hanno partecipato attivamente tre nostri soci di Geograficamente (RACHELE AMERINI, geografa, ROBERTO BATTISTON, entomologo, ANNA TODESCAN, volontaria in America latina e insegnate di geografia))(tutti e tre con interessi naturalistici e scientifici assai vasti…), trae ispirazione da un’analoga spedizione scientifica sempre ottocentesca in cui il botanico RUPRECHT e il geografo, naturalista ed esploratore, barone OSTEN-SACKEN, hanno da essa esplorazione dato vita a un’opera di botanica ancora adesso molto importante, opera che è a metà strada tra il diario di viaggio e la monografia scientifica: ancora oggi punto di partenza di ogni indagine naturalistica dell’Asia centrale. In quell’esplorazione in Asia Centrale (e Kirghizistan in particolare) furono fatte misurazioni climatiche e geografiche importanti, descrivendo altresì oltre 70 specie floreali nuove per la scienza, a completamento della loro straordinaria opera botanica (che si chiama “SERTUM TIANSHANICUM”).

SYR-DARYA-RIVER, in KIRGHIZISTAN(foto da http://www.people-travels.com/ – “(…)Il KIRGHIZISTAN ambisce a realizzare su un affluente del SYR DARYA la centrale da record di KAMBARATA 3, con un potenziale previsto di 170 MW, nella speranza di PRODURRE E ANCHE ESPORTARE ENERGIA. Ma dura sembra essere finora la REAZIONE DELL’UZBEKISTAN, che teme una sensibile RIDUZIONE DELL’APPORTO IDRICO di cui necessitano i suoi campi di cotone. Tra l’altro, che la strada della cooperazione tra i due Paesi non sia di facile accesso è ampiamente dimostrato dalle rivendicazioni uzbeke sul bacino di Ala-Buka, in territorio kirghiso.(…)” (Luttine Ilenia Buioni, 9/6/2017, da https://www.ilcaffegeopolitico.org/)

   Adesso, in epoca contemporanea, abbiamo, con questa spedizione scientifica (denominata “OS-TIENSHANICA 2019”, e condotta dalla WORLD BIODIVERSITY ASSOCIATION, in collaborazione con GEOGRAFICAMENTE e con il sostegno, tra gli altri, dell’UNIVERSITÀ DI PADOVA) si è voluto ripercorrere l’esplorazione e lo studio riprodotto nella citata opera botanica, geografica, naturalistica dell’’800, rinnovandola di osservazioni e notizie nuove della nostra contemporaneità (raccogliendo il più largo possibile quantitativo di dati su ambiente, flora, fauna, e con la mappatura di terre mai localizzate prima d’ora). Pertanto l’itinerario ha ripercorso il tracciato dei viaggiatori ottocenteschi che esplorarono 150 anni fa il territorio dell’attuale Kirghizistan…. (sarà nostra cura in seguito relazionare, con i diretti protagonisti, su questa esplorazione).

Carta politica delle repubbliche dell’Asia centrale (mappa da Wikipedia) – “I PAESI DELL’ASIA CENTRALE E LA LORO DEBOLE ORGANIZZAZIONE DELLO STATO – Il KAZAKHSTAN, il KIRGHIZISTAN, il TAGIKISTAN, il TURKMENISTAN e l’UZBEKISTAN, tutte EX REPUBBLICHE SOVIETICHE, sono confrontate a problemi simili: 1-ACCESSO A SERVIZI DI BASE INSUFFICIENTE, 2-SCARSA DIVERSIFICAZIONE ECONOMICA, 3-MERCATO DEL LAVORO DEBOLE, 4-BASSA PARTECIPAZIONE DELLA POPOLAZIONE AI PROCESSI DECISIONALI, e 5-ISTITUZIONI PUBBLICHE CHE NON RENDONO CONTO DEL PROPRIO OPERATO. Sotto il profilo dello sviluppo economico, dell’organizzazione politica, dell’ambiente e della situazione in materia di sicurezza, l’ASIA CENTRALE rimane comunque una regione molto eterogenea.” (da https://www.eda.admin.ch/deza/it/ )

Tentiamo per ora di tracciare un breve excursus geopolitico sul KIRGHIZISTAN e su TUTTA L’AREA DELL’ASIA CENTRALE, senza pretese di essere esaustivi (tutt’altro, non lo siamo); ma con l’intenzione di tracciare delle visioni di sintesi su cos’è quell’area geografica a noi del tutto (o quasi) sconosciuta.
Dalla carta si vede, intanto, che il Kirghizistan è paese senza sbocco sul mare, ed è, per così dire, a metà strada tra il Medio Oriente e l’Estremo Oriente: il suo territorio, infatti, è compreso tra Cina, Kazakistan, Uzbekistan e Tagikistan. Molti dei CONFINI che dividono gli stati dell’Asia Centrale (ripetiamo: Kazakistan, Uzbekistan, Kirghizistan, Turkmenistan, Tagikistan) sono stati oggetto di discordie sin dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica (tra il 1990 e 1991).

BISHKEK, capitale del KIRGHIZISTAN (foto da http://www.it.nextews.com/ – Sono definiti “STAN COUNTRIES”(“stan” è un suffisso, in lingua persiana, che sta per “luogo dei… o degli..”; e’ preceduto dall’indicazione di una razza o di un’etnia: ad esempio, Tagikistan è “il luogo dei Tagiki”) i PAESI DELL’ASIA CENTRALE che negli anni 1924-1925 si costituirono come “Repubbliche Socialiste Sovietiche” (R.S.S.) e che, nell’ambito dell’UNIONE SOVIETICA (nata il 31 dicembre 1922), ne seguirono le vicende storiche per 69 anni (fino al 25 dicembre 1991, la data appunto della “implosione” dell’Unione Sovietica): – KAZAKISTAN (capitale Astana), 16 milioni di abitanti; – TURKMENISTAN (capitale Asgabat), 5 milioni; – UZBEKISTAN (capitale Tashkent), 27 milioni; KIRGHIZISTAN (capitale Bishkek), 5,5 milioni; TAGIKISTAN (capitale Dushanbe), 7,5 milioni.

   Sono (e restano) paesi poveri quelli dell’Asia centrale. Arretrati e con difficoltà di esprimere forme democratiche di tipo occidentale (come noi le conosciamo). Uno dei problemi ancora irrisolti è dato dalla DISTRIBUZIONE DELLE RISORSE IDRICHE nell’area. Ad esempio, il Kirghizistan è un paese ricco d’acqua; ma lo stesso nascono forti tensioni specie ai confini; perché durante il periodo sovietico molti dei villaggi al confine venivano riforniti da fonti che oggi fanno parte del Tagikistan e viceversa…. Cioè il nazionalismo è, come sempre, “brutta bestia”, cioè ci si chiude in se stessi e si dimentica ogni forma di COOPERAZIONE (prima imposta con la forza, il dominio, anche la sopraffazione e lo sfruttamento delle risorse, dallo Stato sovietico).

IL RAPIMENTO DELLA SPOSA: IN KIRGHIZISTAN UNA TRADIZIONE DURA A MORIRE – “(…) In KIRGHIZISTAN, repubblica dello spazio ex sovietico dell’Asia, nel 2016 (ultimi dati disponibili) il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione aveva denunciato che IL SEI PER CENTO DELLE SPOSE AL DI SOPRA DEI 15 ANNI DI ETÀ ERA STATO RAPITO. Ci sarebbe la legge a vietare la TRADIZIONE DELL’ALA KACHUU, ossia il rapimento delle spose (letteralmente “PRENDI E SCAPPA”). Ma, nonostante nel 2012 le pene siano state più che raddoppiate, da tre a sette anni, chi dovrebbe prevenire il fenomeno lo fa di rado. Le autorità cercano di risolvere le cose “amichevolmente”, favorendo l’ACCORDO TRA LA FAMIGLIA DELL’AGGRESSORE E QUELLA DELLA VITTIMA per mettere a tacere tutto e procedere al matrimonio.(…) (Riccardo Noury e Monica Ricci Sargentini, 18/6/2018 da http://lepersoneeladignita.corriere.it/ )

   Se poi andiamo a vedere storicamente il contesto geografico, l’ASIA CENTRALE “tutta” è stata un CROCEVIA DEL MONDO, che di regni e sovrani ne ha visti passare un’infinità, su e giù per la steppa: da Gengis Khan a Tamerlano, dalla Via della Seta (ora fortemente riproposta dalla Cina), alla contesa russo-britannica in questi luoghi nell’ ‘800… (insomma dalle orde mongole alla globalizzazione di adesso).

KIRGHIZISTAN, PAESAGGI

   E il Kirghizistan e gli altri quattro Stati dell’Asia centrale (le cinque ex repubbliche sovietiche), cercano ora di affermare una propria identità nazionale: in tutto sono 60 milioni di abitanti, in maggioranza musulmani. Ci tengono alla propria storia, cultura e identità “uniche”. Ma restano “schiacciati” tra Russia (ancora ben presente: come leggerete in questo post, Putin è di casa in Kirghizistan…) e Cina (…gli interessi della nuova Cina e la nuova Via della Seta…); in un contesto internazionale in movimento di “grandi entità”: sono sì a un crocevia geografico non da poco, ma in condizione di “periferia”, a metà tra Europa e Asia; tra Russia, Cina, India, Europa, Stati Uniti e Iran…

KIRGHIZISTAN – PAESAGGI – “(…) In Asia centrale, regione priva di sbocchi al mare, gli idrocarburi stanno al Kazakistan, al Turkmenistan e all’Uzbekistan come l’oro blu sta al Tagikistan e al Kirghizistan, che per primi accolgono le abbondanti acque dei fiumi Amu Darya e Syr Darya. Ad alimentarli le catene montuose del Pamir e del Tien Shan e proprio le Montagne Celesti (oltre 2500 km da Ovest ad Est) ospitano migliaia di ghiacciai, in parte soggetti ad un allarmante ciclo di fusione. Una tendenza che – prevedono gli esperti – svuoterà in pochi decenni il letto dei fiumi, destinati ad essere cancellati nella stagione estiva… (…)(Luttine Ilenia Buioni, 9/6/2017, da https://www.ilcaffegeopolitico.org/)

   DUE COSE vengono in mente per questi cinque piccoli ma importanti (ed estesi) stati dell’Asia centrale. LA PRIMA è che non è possibile alcun sviluppo se non decideranno di svolgere tra loro una sincera COOPERAZIONE (ad esempio lo scambio tra loro delle risorse idriche, cui sono ricchi il Tagikistan e il Kirghizistan, con le risorse energetiche, gli idrocarburi cui sono ricchi invece il Kazakistan, il Turkmenistan e l’Uzbekistan). La SECONDA necessità è la creazione di un soggetto politico autorevole che abbia peso e valenza a livello internazionale (andare oltre i 5 staterelli divisi), e questo lo si può fare (lo si dovrebbe fare) creando una unica FEDERAZIONE DEGLI STATI DELL’ASIA CENTRALE. Solo così quest’area geografica potrebbe, in un progetto di sostenibilità sociale ed ambientale, diventare un esempio virtuoso di CROCEVIA DEL MONDO come modello di sviluppo e di pace. (s.m.)

KIRGHIZISTAN – PAESAGGI

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LA SPEDIZIONE

SCIENZIATI ALLA RICERCA DI NUOVE SPECIE

di Giulia Armeni, da “il Giornale di Vicenza” del 20/4/2019
– Naturalisti e geografi sono partiti per le steppe del Kirghizistan, nell’Asia centrale, per raccogliere dati su ambiente, flora e fauna – L’itinerario ripercorre il tracciato dei viaggiatori ottocenteschi che esplorarono l’area 150 anni fa – “Potremmo imbatterci nel raro leopardo delle nevi” –
Aprono nuove strade e scoprono angoli sconosciuti di mondo. Come quelli, tra steppe sconfinate e rilievi innevati, dell’aspro Kirghizistan, lo Stato dell’Asia centrale dominato da natura selvaggia e vette mozzafiato.
E proprio tra le “Montagne celesti” lungo la via della Seta torneranno in questi mesi gli esploratori della missione capitanata dal naturalista vicentino Roberto Battiston e dalla geografa, anche lei vicentina d’adozione, Rachele Amerini, pronti a ripartire dopo aver già valicato, lo scorso anno, la catena montuosa del THIEN SHAN, spingendosi fino al lago del SONG KOL.
“OS-Tienshanica Trans-Naryn 2019”, così è stata battezzata la spedizione in partenza (il 20 aprile scorso, ndr) da Venezia per raggiungere la brulla regione orientale fino agli anni Novanta governata dalla Russia sovietica: dodici partecipanti provenienti da Veneto, Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna e Sardegna che, a piedi e a cavallo, ripercorreranno gli itinerari dei viaggiatori ottocenteschi Franz Josef Ruprecht e Karl Robert Osten-Sacken, autori del trattato botanico “Setum Tienshanicum – che dà il nome all’iniziativa – e Semenov.
Un progetto scientifico unico promosso dalla WORLD BIODIVERSITY ASSOCIATION e portato avanti in collaborazione con “GEOGRAFICAMENTE” e che grazie al sostegno, tra gli altri, dell’Università di Padova, mira a raccogliere un ingente quantitativo di dati su ambiente, flora, fauna e a mappare terre mai localizzate prima d’ora.
“Per me e Rachele Amerini è un ritorno, una seconda fase dopo aver perlustrato parte del Kirghizistan durante il primo viaggio nel 2018”, racconta Battiston, che lavora au musei di Valstagna.
Nel viaggio di dieci giorni il gruppo si inerpicherà fino a 4 mila metri di quota, passando per il lago di ISSYK KAL e la misteriosa valle di NARYN, sulla rotta di Osten-Sacken. Un’avventura d’altri tempi, con pernottamenti nelle tipiche YURTE asiatiche e continui saliscendi dalle nevi perenni alle spianate desertiche, che sarà documentato anche sui social, fino a dove la copertura Internet lo consentirà.
“Ogni membro del team (ci sono ricercatori, studenti e semplici appassionati, ndr) effettuerà indagini multidisciplinari e raccolte di campioni per conto di specialisti che seguiranno la spedizione dall’Italia – spiega Battiston – chissà che non ci si imbatta in qualche specie nuova o nel rarissimo leopardo delle nevi, che si trova nelle vette del Kirghizistan uno dei pochi santuari rimasto”.
Scienza ma anche turismo e dunque sviluppo in un Paese ancora fuori dai circuiti economici internazionali: “Oggi il Kirghizistan è un territorio tranquillo, la criminalità è molto bassa e la gente, prevalentemente pastori che discendono da antiche stirpi nomadi, è ospitale – assicura Battiston – l’ideale insomma, con i luoghi preziosi che ci sono, per escursioni e viaggi di tipo naturalistico”.
Esattamente 150 anni dopo (era il 1869) la pubblicazione del diario di viaggio di Ruprecht e Osten-Sacken che aprì per la prima volta una finestra su quell’angolo sconosciuto del mondo. (Giulia Armeni)

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2. POPOLAZIONE del KIRGHIZISTAN

Dal 1989, data dell’ultimo censimento ufficiale dell’URSS, Continua a leggere

LIBIA NEL CAOS (vicina a noi, per geografia e accadimenti passati), vittima dell’anarchia (con ambizioni forti di suoi leader e centinaia di milizie armate rivali); e un’Europa degli stati nazionali divisa sul CHE FARE (in primis la FRANCIA compromessa nel caos libico) – Come sciogliere i nodi per una GEOPOLITICA DI PACE?

(foto da http://www.Wikipedia.org : GADAMES, LA PERLA DEL DESERTO, Vista sui tetti della città vecchia di Gadames) – ALLA BASE DELLA REAZIONE DELLE FORZE DELLA CIRENAICA CAPEGGIATE DA HAFTAR CONTRO IL “GOVERNO UFFICIALE” (riconosciuto dalla Comunità internazionale) di Tripoli, paradossalmente, è stato l’avvicinarsi di una pacificazione voluta dall’Onu e dall’Unione Europea, dove Haftar diventava ufficialmente il capo dell’esercito libico, ma sottostava a un’autorità politica a Tripoli, che presumibilmente poteva essere guidata da quello che è adesso il suo maggior nemico, appunto al-Serraj. E questa pacificazione sarebbe avvenuta a breve, a metà aprile, alla CONFERENZA DI GHADAMES (SPLENDIDA, TURISTICA, CITTÀ-OASI LIBICA AL CONFINE CON TUNISIA E ALGERIA, NEL FEZZAN OCCIDENTALE); e questa conferenza doveva rendere ufficiale il compromesso. E che (CONFERENZA DI GADAMES) ovviamente, nello stato di guerra libico, NON C’È STATA e NON CI SARÀ.

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LA GUERRA TRA SARRAJ E HAFTAR È IN STALLO. INTANTO, TRIPOLI SI BLINDA. ANCHE DA POSSIBILI ATTACCHI ISIS – (11/4/2019, da http://www.difesaesicurezza.com/ ) – La sicurezza di Tripoli tiene nonostante l’offensiva di Khalifa Haftar. Le truppe del GNA di Fayez Sarraj sono riuscite a respingere tutti i tentativi dell’LNA di avvicinarsi alla capitale della Libia. In tutta l’area, comunque, è stata rafforzata la sicurezza contro possibili aggressioni con nuovi presidi, dotati anche di mezzi pesanti. Questi si sono schierati a Tajoura city, sulla strada costiera e sulla Al-Shaat Road, nonché presso l’area di Ghut Al-Rumman area e all’entrata est della città. L’obiettivo è proteggere soprattutto le istituzioni vitali del paese africano, sia dagli attacchi del Generale sia da gruppi terroristici come Isis, che negli ultimi giorni hanno alzato la testa dopo un lungo periodo di letargo. A questo proposito, sono stati intensificati i controlli dei veicoli e delle identità personali. Inoltre, è stato istituito un robusto servizio di pattugliamento notturno per evitare possibili raid a sorpresa.
IL GENERALE E IL CAPO DEL GNA CONTINUANO LE RISPETTIVE CAMPAGNE AREE PER SBLOCCARE LA SITUAZIONE. IL CONFLITTO È DIVENTATO SOPRATTUTTO DI PROPAGANDA E PASSA DAI SOCIAL MEDIA – Intanto, sia Haftar sia Sarraj continuano le rispettive campagne aeree per indebolire le difese nemiche. L’LNA ha annunciato di aver abbattuto un velivolo militare decollato da Misurata. Le truppe del GNA, però, hanno smentito affermando invece che in giornata sono stati effettuati 11 attacchi e che tutti hanno avuto successo, senza riportare perdite. Le truppe del generale, invece, stanno attaccando la base di Yarmouk e il ponte Al-Zahra, a sud di Tripoli. Entrambi gli schieramenti affermano di avere il controllo delle aree, in quella che sembra sia diventata più una guerra di propaganda attraverso i social media, rispetto a un conflitto su vasta scala, quale dovrebbe essere quello in corso in Libia. I portavoce di Haftar e Sarraj, infatti, si smentiscono reciprocamente più volte al giorno su ogni notizia. (da http://www.difesaesicurezza.com/)

   La Libia ha uno stretto legame con l’Italia (che dal 1911 fu costretta ad essere colonia italiana) (vedi la ottima descrizione in questo sito-link: http://win.storiain.net/arret/num153/artic3.asp ); e, storicamente, molto abbiamo (come paese) da farci perdonare dalla dominazione italiana. E poi è stata la Libia, ed è tuttora fonte di approvvigionamento energetico per noi (l’Eni gestisce il 70% delle risorse petrolifere libiche); ed è paese mediterraneo vicino a noi, della stessa civiltà del “mare nostrum”. E poi, in questi ultimi anni, le tragiche vicende dell’immigrazione: di centinaia di migliaia di immigrati africani che “cercano l’Europa” (una vita migliore, o scappare da guerre e fame) e transitano per la Libia. Spesso dovendo sopportare pene e sofferenze indicibili in quel paese in preda all’anarchia, dove predominano bande e gruppi di individui che cercano ricchezza da quelle persone che transitano (con ricatti di soldi alle famiglie di origine, stupri e violenze di ogni tipo, schiavitù…).

La guerra tra Serraj e Haftar è in stallo. Intanto, Tripoli si blinda. Anche da possibili attacchi Isis (carta da http://www.difesaesicurezza.com/)

   Insomma la Libia rappresenta un paese cardine delle questioni contemporanee, che nella cintura del nord Africa tra civiltà diverse (povere a sud, ricche a nord), nella sua situazione di instabilità totale, sta producendo e ampliando contesti, situazioni globali, di guerra e sofferenza che anziché risolversi, restano in stagnazione e, ora, pare, sembrano aggravarsi.
Pertanto difficile pensare alla Libia come cosa lontana: non lo è geograficamente, e non lo è per gli effetti che quel che accade lì si ripercuote poco più a nord, da noi. E i fragori della guerra (civile) che potrebbe ora scoppiare è più che mai un “problema nostro”.

le tre regioni della Libia

   La Libia è uno stato frammentato, che dalla guerra civile e dall’intervento militare della Nato che hanno portato alla destituzione di Gheddafi nel 2011, fatica ancora a trovare una vera legittimazione democratica. E da otto anni è spaccata in due: da una parte c’è il governo di AL SERRAJ a TRIPOLI, sostenuto dalla comunità internazionale (ma non da tutti, come diremo tra poco); dall’altro il governo di TOBRUK sotto la guida del generale HAFTAR. In mezzo decine di milizie tribali, gruppi armati che controllano parti del territorio, operano traffici illeciti di armi e migranti e compiono azioni di guerriglia.

il leader del governo ufficiale di Tripoli AL SERRAJ

   Roma ha puntato su Fayez al-Serraj e sul governo di “Accordo nazionale” da lui presieduto: questo per ragioni geopolitiche; perché appoggiato anche dall’Onu; per ragioni economiche (la maggior parte delle attività dell’ENI si svolgono in Tripolitania); e per la questione migranti (il tentativo di “fermarli”, non importa poi come e le condizioni dei campi di internamento libici…).
Dall’altra è da capire chi aiuta Haftar, ora che i suoi miliziani mascherati da esercito assediano Tripoli. Haftar ha l’appoggio di Egitto e Emirati Uniti oltre a quello di Francia e Russia, e ancor di più dell’Arabia Saudita (che sponsorizza finanziariamente le sue ambizioni di potere). HAFTAR STA CERCANDO DI CONQUISTARE TRIPOLI, ma NON SI COMPRENDE se l’intenzione è di ARRIVARE AD ELIMINARE IL GOVERNO ufficiale, O È SOLO UNA GRANDE PROVA DI FORZA, per contare molto di più di quel che vorrebbe la comunità internazionale. E nell’assedio di Tripoli, se cisarà un bagno di sangue e una tragica guerra civile (che può accadere), tutto questo non aiuterebbe la causa del generale di Bengasi.

il generale Haftar

   Il governo di Tripoli (e al-Serraj) è difeso anche dagli uomini di Misurata, che hanno armi e un simil-esercito (di ex militari di Gheddaffi, di mercenari, di volontari…), una milizia armata in grado di resistere alle milizie di Haftar. E sempre Tripoli, cioè al-Serraj riceve l’aiuto di Qatar e Turchia oltre a quello dell’ONU: e, come dicevamo, il governo italiano ha assecondato finora questa linea internazionale.
Il tutto in una situazione caotica, dove la Francia probabilmente considera anche i suoi interessi petroliferi (la Total, compagnia francese, in rivalità con la “nostra” Eni). Poi ci sono gli USA, finora poco interessati a quest’area geopolitica; e la Russia che sta a guardare sperando di entrare di più nel Mediterraneo; l’Unione Europea come spesso accade assente, poco credibile, divisa: la mozione europea di condanna dell’offensiva in corso nella capitale è stata censurata da Parigi (cioè la Francia ha posto il veto all’Unione Europea). Strano gioco sembra portare avanti la Francia di Macron: europeista sì in tante cose, ma indissolubilmente ancora legata ad una autonoma grandeur francese e a una politica (pseudo coloniale) in Africa che non vuole delegare poteri a un’Europa che invece dovrebbe esprimere una politica estera unitaria.

Libia. Truppe di Haftar avanzano verso Tripoli

   Forse alla base della reazione delle forze della Cirenaica capeggiate da Haftar contro il “governo ufficiale” (riconosciuto dalla Comunità internazionale) di Tripoli, paradossalmente, è stato l’avvicinarsi di una pacificazione voluta dall’Onu e dall’Unione Europea, dove Haftar diventava ufficialmente il capo dell’esercito libico, ma sottostava a un’autorità politica a Tripoli, che presumibilmente poteva essere guidata da quello che è adesso il suo maggior nemico, appunto al-Serraj. E questa pacificazione sarebbe avvenuta a breve, a metà aprile, alla CONFERENZA DI GHADAMES (splendida, turistica, città-oasi libica al confine con Tunisia e Algeria, nel Fezzan occidentale); e questa conferenza doveva rendere ufficiale il compromesso. E che (Conferenza) ovviamente, nello stato di guerra libico, NON C’È STATA e NON CI SARÀ.

I mezzi del generale Haftar sulla strada di Tripoli (NELLE GUERRE ATTUALI DEL SUD DEL MONDO CONTANO MOLTO I PICK UP, LE JEEP, I SUV…..)

   Per evitare il consolidarsi di questa posizione Haftar ha “dovuto” sparagliare subito le carte, far andare in frantumi il tentativo internazionale che lo avrebbe portato (Haftar) sì ai massimi ranghi militari della Libia, ma subordinato al potere civile, ad “altri” (è così che l’attacco verso Tripoli del suo pseudo esercito di miliziani e mercenari ha annullato la Conferenza Onu prevista e la pace possibile)
E’ questa una interpretazione realistica dell’attacco sferrato da Haftar, che pur in un momento di possibile conciliazione delle parti (pur difficile), tutto torna nella contrapposizione di prima (più di prima), senza sbocchi possibili al caos libico.

Libia, truppe di Serraj riprendono l’aeroporto di Tripoli (da http://www.Quotidiano.net/)

   Pertanto sono molte le cause della situazione difficile in Libia: le divisioni interne al Paese, la presenza di centinaia di milizie armate e rivali, le smisurate ambizioni personali di alcuni leader politici, l’ostinazione della comunità internazionale ad appoggiare soluzioni considerate illegittime dai libici e inefficaci agli occhi di tutti, e le ingerenze straniere che hanno finito per inasprire le violenze.
Su tutto grava quello che è la grande questione per l’Europa del caos libico: cioè il grande flusso di migranti che dall’Africa subsahariana vengono prima depredati e schiavizzati dalle fazioni tribali libiche o abbandonate ai trafficanti del Mediterraneo verso le coste europee (Spagna, Italia, Grecia, Malta), rischiando di affondare (tragicamente annegare) prima di tutto loro stessi (bambini donne, giovani, tutti…); e poi anche sembra fallire il sogno (obiettivo) di un’Europa federale unita (obiettivo forse accantonato dagli elettori arrabbiati alle prossime elezioni europee del 23-26 maggio).

(carta da “il fatto Quotidiano) – LA LIBIA E IL SUO PETROLIO – L’ENI produce in LIBIA quasi 400 MILA BARILI DI PETROLIO AL GIORNO (il 70% della produzione nazionale libica), la francese TOTAL si fermava nel 2017 ad appena 31mila (meno di un 10% rispetto all’ENI). Se c’è chi guadagna o perde dal conflitto libico e dalle milizie l’un contro l’altra armate, sono le compagnie petrolifere. E siccome la guerra riesplosa vede da una parte i gruppi fedeli al GOVERNO DI TRIPOLI e dall’altra quelli vicini al generale KHALIFA HAFTAR che può contare sul SOSTEGNO DI EGITTO E FRANCIA, in ballo ci sono anche i destini delle due imprese italiana e francese. LA SOLA ISTITUZIONE STATALE LIBICA CHE HA RETTO l’onda d’urto della guerra senza venire spezzata e divisa tra le diverse fazioni è la NATIONAL OIL COMPANY. Dai PROVENTI DELLA PRODUZIONE DEL PETROLIO dipende il 60% DEL PIL DELLA LIBIA, oltre l’80% DELLE ESPORTAZIONI. E se c’è dunque una qualche istituzione che rappresenta la Libia e la sua sovranità è proprio LA SUA COMPAGNIA PETROLIFERA che attraverso controllate come la Waha Oil company o la Zuetina Oil company, È PROPRIETARIA DELLA METÀ DEI POZZI LIBICI. (da https://www.lettera43.it/ 4/9/2018)

   CHE FARE per uscirne?…L’Europa dovrebbe subito ritrovare un’unità nella politica libica: convincere la Francia a fare un passo indietro, e trovare una soluzione veramente credibile che possa far cessare le ambizioni di potere dei singoli leader di quel paese, far cessare l’anarchia delle milizie e bande armate (cioè riuscire a disarmarle!) che lì imperversano, e trovare una pacificazione che faccia di quel paese uno stato unitario con regole precise, democratiche di libertà, rispettate da tutti. Questo anche con interventi mirati sul territorio, coordinati con quelle forze governative che intendono riportare la legalità e il rispetto dei diritti umani (cosa non facile, ma un’Europa unita avrebbe il potenziale per realizzare l’obiettivo). Noi poi in Italia, potremmo (dovremmo) diventare davvero, nell’ambito della UE, «cabina di regia», coinvolgendo pienamente e da subito anche Usa e Russia (e Cina); organizzando incontri e una conferenza di pace (non da soli, ma per esempio mettendo alla prova l’annunciata buona volontà di Parigi); iniziative non concorrenziali con la Francia, con l’Unione Europea; iniziative mirate su tutto il contesto libico, finalmente utili a dare stabilità e regole di diritto umanitario a quell’importante Paese che è la Libia. (s.m.)

Libia – carta politica (da http://www.atlante.unimondo.org/ )

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IL GENERALE CAMPORINI: “IN LIBIA UNA CAPORETTO INTERNAZIONALE”

di Umberto De Giovannangeli, 7/4/2019, da https://www.huffingtonpost.it/
– Una Caporetto della comunità internazionale e del suo organismo più rappresentativo: le Nazioni Unite. È quello che sta avvenendo in Libia con l’offensiva militare su Tripoli scatenata dalle forze fedeli all’uomo forte della CIRENAICA: il generale KHALIFA HAFTAR. Una Caporetto di cui parla, nell’intervista ad HufPost, il generale VINCENZO CAMPORINI, già capo di Stato maggiore della Difesa, tra i più autorevoli analisti di strategie militari e geopolitica italiani. –
Generale Camporini, in Libia è in atto una guerra civile con le forze fedeli al generale Khalifa Haftar puntare alla conquista di Tripoli. Per l’Europa e per l’Italia si tratta di una “Caporetto” politico-diplomatica? 
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UNIONE EUROPEA in difficoltà dopo le ELEZIONI del prossimo 26 maggio? – Un pensiero antieuropeo pare dominare i Paesi dell’Unione (in crisi economica)… – L’APPELLO: FATE L’ERASMUS (estendiamolo) E NON LA GUERRA (tra Stati): un buon viatico alle previsioni negative al processo di integrazione europea?

LE ELEZIONI EUROPEE ALL’ORIZZONTE POTREBBERO ESSERE LE PIÙ POLITICIZZATE e MENO PARTECIPATE di sempre, e quello che ne emergerà sarà probabilmente il PARLAMENTO EUROPEO più frammentato di sempre. Che a una campagna elettorale molto politicizzata seguano elezioni poco partecipate è piuttosto insolito: normalmente alle elezioni nazionali a maggiore politicizzazione corrisponde anche maggiore partecipazione. IL VOTO EUROPEO DI QUEST’ANNO SARÀ INOLTRE CONTRADDISTINTO DALLA NASCITA E DALLA PROGRESSIVA ASCESA DI UN NUTRITO GRUPPO DI PARTITI NAZIONALISTI ED EUROSCETTICI in diversi Paesi dell’Unione, che sono riusciti a riportare il dibattito sull’Europa non soltanto al centro dell’agenda politica, ma anche all’attenzione degli elettori. Ciononostante, se alle prime elezioni del Pe NEL 1979 VOTÒ IL 63% DEGLI ELETTORI e 15 anni più tardi, nel 1994, l’affluenza si era contratta solo di poco, toccando il 57%, nel giro dei successivi 15 anni il tasso di partecipazione è calato di altrettanti punti (43,2% nel 2009), e nel 2014 si è attestato più o meno sulla stessa cifra. (Matteo Villa, da ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), http://www.ispionline.it/it/pubblicazione/ 21/2/2019) (foto dala campagna di comunicazione istituzionale promossa dal Parlamento Europeo)

   Sono trascorsi quarant’anni dalle prime elezioni dirette del parlamento europeo a suffragio universale. Tra il 23 e il 26 maggio 2019 circa quattrocento milioni di europei saranno chiamati alle urne per eleggere i loro rappresentanti a Strasburgo.

  E queste elezioni saranno sicuramente diverse dalle altre: fortemente politicizzate con la presenza di forze politiche cosiddette “sovraniste”, cioè fortemente nazionaliste, che guardano al loro Paese e criticano in modo forte (più o meno indiretto, più o meno esplicito) il progetto dell’Unione europea. Ma è anche probabile che questa forte politicizzazione non corrisponda a una partecipazione granché superiore alle altre volte: cioè con una partecipazione al voto sempre più bassa, nel disinteresse generale. Ed è comunque sicuro che il prossimo parlamento europeo (cui si vuole e si sta dando sempre più maggiori poteri e rilevanza politica), sarà il parlamento più frammentato di sempre.

SE OGGI SI VOTASSE IN GRAN BRETAGNA PER UN SECONDO REFERENDUM SULLA PERMANENZA DEL REGNO UNITO NELL’UNIONE EUROPEA, LA MAGGIORANZA DEI CITTADINI BRITANNICI VOTEREBBE PER RIMANERE. Questo dicono tutti i sondaggi, da più di un anno a questa parte. Non parliamo di un divario stratosferico tra BREMAINERS e BREXITERS, sia chiaro, ma bisogna partire da qui per capire cosa succederà, quale delle due strade – NO DEAL o SECONDO VOTO – sarà intrapresa, DOPO LA TERZA BOCCIATURA DI FILA DELL’ACCORDO negoziato tra Theresa May e la Commissione Ue. (….) (30/3/2019 – da https://www.linkiesta.it/) (foto: La premier britannica Theresa May insieme al presidente della commissione Ue Jean-Claude Juncker)

   Quasi sempre non si percepisce quanto è stato fatto per un’Europa sempre unita, e che ha migliorato la qualità del nostro muoverci, spostarci, avere rapporti più ampi: vengono in mente la moneta comune, l’euro, adottata finora da 19 Paesi (introdotta nel 2002 dopo più di 40 anni di trattati, negoziati e preparativi); e vengono in mente le frontiere “libere” con il Trattato di Schengen (attuato tra i maggiori paesi continentali europei nel 1995, e poi allargatosi con l’apertura di frontiere di altri Paesi).

Secondo la rilevazione EUROBAROMETRO (nel giugno 2018), i sentimenti antieuropei sono in netto calo in quasi tutti i paesi dell’Unione e la maggioranza degli europei ritiene che l’affiliazione all’UE sia un fattore positivo per la propria nazione. L’Italia tuttavia è il fanalino di coda dell’europeismo.
Il 60% dei cittadini europei, dinnanzi alla domanda “in generale, pensi che l’appartenenza all’Europa Unita del tuo paese sia…” risponde con “un fatto positivo”. Un sentimento quindi di prevalente fiducia nell’UE, che risulta dominante soprattutto nei paesi del centro-nord Europa con il Lussemburgo in prima posizione (85% di risposte positive) seguito da Irlanda ed al terzo posto parimerito da Germania e Olanda, con il 79% di europeisti. Quasi tutti i paesi fondatori si mantengono sopra la media a 28, con due eccezioni: la Francia con solo il 55% di pro-EU – nonostante il presidente Macron ultraeuropeista, – e proprio l’Italia che è addirittura terz’ultima assoluta (39% di europeisti) davanti solo a Rep. Ceca e Croazia. (da http://sondaggibidimedia.com/eurobarometro )

   Dicevamo, non è solo questo di positivo: altri temi e “modi di vita” sono diventati concreti: il libero commercio, regole comuni, il controllo degli standard di qualità legislativi e regolamentari fra stati, la legislazione più attenta all’ambiente e alla salute, all’alimentazione…. e poi interessanti coinvolgimenti su progetti europei della popolazione, come l’Erasmus per gli studenti….
Tutte cose che ti fanno dire che se vai a Barcellona, a Parigi, a Berlino e in tanti altri posti “non vai all’estero” (parola superata) ma sei in Europa, vai in Europa.

L’IDENTITÀ EUROPEA, di TZVETAN TODOROV (ed. Garzanti, aprile 2019, tascabile 94 pagine, euro 4,90) – Questo scritto di TZVETAN TODOROV ci ricorda l’importanza di riscoprire le radici dell’Europa e incoraggiare, proprio a partire da queste, un’adesione sempre più salda e consapevole al PROGETTO EUROPEO. Scrive Todorov: «L’identità della cultura europea consiste nella sua maniera di gestire le diverse identità che la costituiscono a livello regionale, nazionale, religioso e culturale, accordando loro uno statuto nuovo e traendo profitto da questa stessa pluralità». LA PLURALITÀ DI CULTURE è infatti per l’Europa allo stesso tempo un’eredità e una prospettiva, e una sua «gestione oculata» è l’unica base possibile per garantire, attraverso una coesistenza pacifica e inclusiva, la costituzione di un’unità civile e durevole.

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   E’ vero che ci sono cose che non si riescono a capire: in particolare sprechi di una burocrazia europea che si è creata, che si somma agli sprechi “nostri”, delle Regioni, dello Stato centrale. E questo non va bene. Però l’Unione europea ci ha aperto le menti ad altre prospettive; e possiamo guardare alla globalizzazione (e ai moloch mondiali come la Cina e gli USA, ma anche altri -la Russia e le aree geopolitiche di crisi del pianeta-), possiamo, potremmo, guardare a tutto questo con maggiore speranza di contare qualcosa.

I PADRI FONDATORI (da http://www.romanoprodi.it/ )

   Un’Unione europea che tanti cambiamenti ha fatto, e che però ora si trova in mezzo a un guado, per superare il quale servono una nuova forza di volontà politica; e guardare positivamente al futuro con passi in avanti necessari, in campo economico, sociale, delle istituzioni, per costruire un’Europa che sia davvero comunità federale, democratica e solidale. Sennò tutto sparisce, tutto torna come prima, peggio di prima.

EUROPA NONOSTANTE TUTTO (Antonio Calabrò, Maurizio Ferrera, Piergaetano Marchetti, Alberto Martinelli, Antonio Padoa-Schioppa, ed. “La Nave di Teseo”, collana “Le onde”, aprile 2019, pagg. 152, euro 10,00) – A metà tra SAGGIO DIVULGATIVO e MANIFESTO IDEOLOGICO, questo testo porta avanti un discorso lineare e semplice, corredato da dati e da facili tabelle numeriche, che punta a contestare le fake opinions e ad EVIDENZIARE CIÒ CHE È ESSENZIALE PROMUOVERE E MIGLIORARE IN SENO ALL’UNIONE EUROPEA. Come funziona la macchina istituzionale? Chi decide e come? Delineando, passo dopo passo, i vantaggi che l’UE comporta non soltanto a livello macroscopico, ma anche nella vita quotidiana, gli autori vogliono fare CHIAREZZA SULL’EURO, spiegare il ruolo dei singoli stati membri, parlare di GLOBALIZZAZIONE o, semmai, di SOVRANISMO EUROPEO, per rispondere alla domanda principale: L’EUROPA PUÒ ESSERE UNA FORMA DI ASSICURAZIONE SULLE TANTE INCOGNITE DEL FUTURO? Ribadendo il valore del MANIFESTO DI VENTOTENE (testo in appendice, accompagnato da una prefazione a cura di Antonino De Francesco, Direttore del dipartimento di Storia della Statale di Milano), la risposta non può che essere una: PIÙ EUROPA, NONOSTANTE TUTTO, perché dalla difesa alla politica sull’immigrazione, dalla solidarietà alla collaborazione economica, l’Unione Europea può garantire una vita più semplice e più sicura per il cittadino.

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   In questo post cerchiamo di sviluppare quello che a nostro avviso è la caratteristica principale dell’Europa rispetto alle altre grandi aree geopolitiche mondiali: LA PRESENZA DI UN WELFARE marcato, nonostante la crisi, ancora considerevole. Non a caso da tutti l’Europa viene considerata l’area geografica dove si vive meglio (con tutti i distinguo…), dove la qualità della vita è migliore.

MOLTI DEI TESTI CHE QUI TROVATE SONO RICAVATI dal QUADERNO N. 5 di “PRO EUROPA – ALCUNE BUONE RAGIONI CHE RENDONO L’UNIONE EUROPEA DESIDERABILE”, della Fondazione Alexander Langer di Bolzano (http://www.alexanderlanger.org), articolo pubblicato assieme a “UNA CITTÀ”, rivista periodica di Forlì (http://www.unacitta.it ) – “PRO EUROPA” È IN RICORDO DELL’ASSOCIAZIONE CREATA DA ALEXANDER LANGER all’inizio della sua seconda legislatura europea nel 1994 – CHI ERA ALEXANDER LANGER? – Alexander Langer (Vipiteno, 22 febbraio 1946 – Firenze, 3 luglio 1995) è stato un politico, pacifista, scrittore, giornalista, ambientalista, traduttore e docente italiano – Fu tra i fondatori del partito dei Verdi italiani e uno dei leader del movimento verde europeo. È stato promotore di numerosissime iniziative per la pace, la convivenza, i diritti umani, contro la manipolazione genetica e per la difesa dell’ambiente.
Le principali tematiche al centro della sua attenzione intellettuale e del suo agire politico furono la situazione dell’Alto Adige e in particolare il rapporto tra le diverse comunità linguistiche (noto fu il suo rifiuto, come germanofono sudtirolese, di identificarsi politicamente con un’etnia, nonché la sua opposizione all’etnonazionalismo); le problematiche internazionali, come il rapporto tra nord e sud del mondo, la situazione dei paesi dell’Europa dell’est e i problemi di convivenza nelle aree di crisi; gli interrogativi sul senso e la dinamica dell’integrazione europea; la lotta contro la guerra e in favore della conciliazione (da Wikipedia)

Il mantenimento e miglioramento del welfare europeo, dello “STATO SOCIALE”, può essere adesso elemento prioritario del NUOVO PROGETTO EUROPEO che possiamo chiedere e proporre per l’Europa ora in crisi, che viene di fatto “negata” nella sua realtà politica dai partiti sovranisti negli Stati nazionali. E’ certo che ci sono delle ragioni serie perché così tanta gente, tante persone “europee” sono “arrabbiate con questa Europa”; perché vivono la crisi (economica principalmente) per molti assai forte di questo periodo storico. E a loro serve dare risposte concrete proprio in questa nuova Europa che (ri)parta dai valori originari (dei padri fondatori) cui noi ci riconosciamo. (s.m.)

La campagna di comunicazione istituzionale promossa dal Parlamento Europeo

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GEOGRAFIA ECONOMICA DELL’EUROPA SOVRANISTA di GIANMARCO OTTAVIANO, ed. Laterza, 164 pagine, aprile 2019, euro 12,80 – Quali sono i costi e i benefici che l’essere parte dell’Unione comporta? Che effetti economici deriverebbero da un distacco dall’Europa e chi dovrebbe subirne le conseguenze negative? L’Unione ci protegge o ci espone alla globalizzazione in termini di concorrenza internazionale e delocalizzazione del lavoro?  –  IN EUROPA OCCIDENTALE LA SFIDUCIA MONTANTE NEI CONFRONTI DELL’UNIONE EUROPEA HA UNA FORTE COMPONENTE GEOGRAFICA e si manifesta più intensamente nelle regioni che hanno subito maggiormente gli effetti negativi della concorrenza internazionale. In queste aree si è andato affermando un voto ‘sovranista’, che vede nella chiusura al mercato internazionale e nel freno al progetto europeo la risposta più efficace alle richieste di ‘protezione’ dell’elettorato. Ma quali reali costi e benefici comporta l’essere parte dell’Unione? CHE EFFETTI ECONOMICI DERIVEREBBERO DA UN DISTACCO DALL’EUROPA e chi ne subirebbe le conseguenze negative? L’Unione ci espone alla concorrenza internazionale e alla delocalizzazione del lavoro oppure ci difende? Il protezionismo può incentivare la nostra economia? Perché crescono i divari di sviluppo tra regioni europee ricche e povere se l’integrazione avrebbe dovuto ridurli? Quali effetti reali ha l’immigrazione sulle economie di tutta Europa? GIANMARCO OTTAVIANO, esperto di economia internazionale, fotografa LA NUOVA GEOGRAFIA ECONOMICA DEL VECCHIO CONTINENTE.

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L’EUROPA DI CUI ABBIAMO BISOGNO

di DANIEL COHN-BENDIT, aprile 2019, dal QUADERNO N. 5 di “PRO EUROPA – Alcune buone ragioni che rendono l’Unione europea desiderabile”, rivista della Fondazione Alexander Langer di Bolzano (http://www.alexanderlanger.org), articolo pubblicato assieme a “UNA CITTÀ”, rivista periodica di Forlì (http://www.unacitta.it )
– Per avere fiducia sulla prospettiva di un’Europa unita basta riandare al 1945 e ai passi avanti che da allora sono stati fatti; il dramma della mancata Costituzione; la assoluta necessità di un esercito e di una sovranità europea. Intervento di Daniel Cohn Bendit. –
(Daniel Cohn-Bendit, 1945, scrittore e politico, è stato uno dei protagonisti del maggio 1968 in Francia. Dal 1994 al 2014 è stato membro del Gruppo verde al Parlamento europeo eletto prima in Germania e poi in Francia. Nel settembre 2010 ha promosso, assieme a Guy Verhofstadt e Andrew Duff, la formazione del GRUPPO SPINELLI per il rilancio dell’integrazione europea. Il testo che segue è tratto dall’intervento da lui tenuto all’INSTITUT DES HAUTES ÉTUDES DE DÉFENSE NATIONALE il 19 novembre 2018).
   “Parto dalla mia storia personale e dal perché l’Europa è importante per me. Sono nato nel 1945, a Montauban, in Francia. Sono stato concepito dopo lo sbarco in Normandia. I miei si erano rifugiati là in fuga dalla Germania. Immaginate la reazione dei miei genitori se all’epoca avessi detto loro: tra cinquant’anni non ci sarà più una frontiera tra Francia e Germania, non ci saranno più soldati, non ci saranno più controlli tra i vari paesi…
Per me l’Europa rappresenta un progresso di civiltà incredibile, inimmaginabile. Spesso si sente dire: “è impossibile”. Lo si diceva anche quando si è iniziato a costruire l’Europa, e invece… La parola impossibile non vale per l’Europa. Questo non significa certo che tutto vada bene o che tutto andrà per il meglio. Dico soltanto che guardando da dove siamo partiti, l’argomento dell’impossibilità non regge. Continua a leggere

L’ASIA ESISTE: continente “nuovo”, che si affaccia all’Europa ora in modo ufficiale – LA VIA DELLA SETA (YI DAI YI LU, UNA CINTURA UNA STRADA) come nuove e/o rinnovate infrastrutture proposte dalla CINA per gli scambi nei rapporti commerciali – CHE FARE? Accettare la proposta cinese o rifiutare il confronto?

La mappa della Via della Seta (da http://www.lastampa.it/) – La VIA DELLA SETA È MIGLIAIA DI ANNI PIÙ VECCHIA DI QUANTO SI PENSI e potrebbe essere stata percorsa già nel 3000 a. C. dai PASTORI NOMADI CON LE LORO GREGGI, che attraversavano le MONTAGNE DELL’ASIA CENTRALE. Non c’è certezza sulle sue origini. Con un accurato lavoro di confronto delle immagini satellitari e attraverso un algoritmo informatico complesso, un PROFESSORE DI ANTROPOLOGIA dell’Università di Washington, MICHAEL FRANCHETTI, HA RICOSTRUITO VIRTUALMENTE LA ROTTA COMMERCIALE PIÙ FAMOSA DEL MONDO, che unisce il Mediterraneo e la Cina. LA RICERCA È STATA PUBBLICATA SULLA RIVISTA NATURE, con un’anticipazione del quotidiano londinese TIMES. «Le posizioni delle città antiche, I santuari e le fermate dei caravan hanno a lungo illustrato i punti chiave di interazione lungo questa vasta rete, ma gli itinerari non si sono mai conosciuti». I PERCORSI DETTAGLIATI, utilizzati per millenni da mercanti, monaci e pellegrini per navigare e interagire attraverso gli altipiani dell’Asia interiore, NON SONO MAI STATI CHIARI. In più, scavare in vaste aree di territorio dal terreno inospitale o politicamente instabile come l’Afghanistan, non è possibile. IL TEAM HA UTILIZZATO FOTOGRAFIE E MODELLI VIRTUALI, PER TRACCIARE I PERCORSI DEI NOMADI PASTORI. L’ALGORITMO scelto è quello utilizzato per misurare QUANTO L’ACQUA SCORRE NEI TERRITORI CHE ATTRAVERSAVA e in qualche caso attraversa ancora. Il gruppo ha, poi, incrociato alcuni dati satellitari, per INTERCETTARE SU QUALI AREE CI FOSSERO I PASCOLI PIÙ VERDI. (LETIZIA TORTELLO, da http://www.lastampa.It/)

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La Via della Seta marittima verso il centro Europa passa per Trieste (immagine da http://www.ilpais.it/) – LA NUOVA VIA DELLA SETA PASSERÀ PER L’ITALIA? – Cos’è la “Belt and Road Initiative” e perché il documento che sta per firmare il governo preoccupa Stati Uniti e Unione Europea – La notizia delle intenzioni del governo italiano di firmare un DOCUMENTO D’INTESA con la Cina riguardo alla “BELT AND ROAD INITIATIVE” è finita anche sui giornali internazionali: l’Italia potrebbe infatti diventare il PRIMO PAESE DEL G7 A PRENDERE ACCORDI per quello che sarà il più grande e ambizioso piano di infrastrutture della storia recente dell’umanità. Ma l’Unione Europea e soprattutto gli Stati Uniti guardano con preoccupazione ai progetti espansionistici della cosiddetta “NUOVA VIA DELLA SETA”, che insieme a centinaia di miliardi di dollari stanno portando in mezzo mondo anche l’INFLUENZA CINESE e l’IDEA di un NUOVO ORDINE MONDIALE CONTRAPPOSTO A QUELLO AMERICANO. I PARERI CRITICI (E PREOCCUPATI) NON SONO POCHI (li troverai in alcuni articoli ripresi in questo POST)

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   L’Italia si prepara a diventare il primo Paese del G7 a sostenere formalmente la BELT AND ROAD INITIATIVE, nota come “NUOVA VIA DELLA SETA”: un grande progetto infrastrutturale che comprende PORTI, LINEE FERROVIARIE, STRADE e CORRIDOI MARITTIMI con cui il presidente cinese Xi Jinping punta a connettere la Cina a Europa e Africa.
Molte sono le perplessità e i dubbi ad avere un maggiore rapporto di interscambio con la Cina, specie con infrastrutture che loro stessi (i cinesi) potranno condividere, controllare, “esserci” nella quotidianità degli interscambi nel territorio italiano. Nell’esporre in questo post questi dubbi e perplessità, noi qui vogliamo esprimere UN PARERE FAVOREVOLE CHIARO SIN DALL’INIZIO A QUESTO NUOVO RAPPORTO PIÙ STRETTO CON L’ECONOMIA E IL MONDO ASIATICO, DELLA CINA (MA NON SOLO).

IL PORTO DI TRIESTE E’ IN POSIZIONE PRIVILEGIATA PER “LA VIA DELLA SETA” VERSO IL CENTRO EUROPA

   E che questa possibilità che si crea adesso (con questo Governo) è stata peraltro perseguita coerentemente con i governi precedenti (di forze ora all’opposizione): l’allora premier Gentiloni, nel maggio 2017, al BELT AND ROAD FORUM FOR INTERNATIONAL COOPERATION a PECHINO, si era premurato di sottolineare la posizione privilegiata dell’Italia nel cuore del Mediterraneo nonché il potenziale del Paese sul fronte dei porti e della logistica. E in occasione di quel forum Gentiloni parlò anche della necessità della costruzione di una «VIA DELLA SETA DELLA CONOSCENZA», puntando l’attenzione sui proficui scambi scientifici e culturali che – accanto agli importanti contatti commerciali – fanno parte da secoli dell’interazione tra Italia e Cina. Pertanto nel mondo politico, di adesso e di prima, vi può essere una maggioranza trasversale disponibile a rapportarsi in modo positivo al mondo asiatico che sta crescendo, alla Cina.

Cos’è il MEMORANDUM OF UNDERSTANDING (MoU) e perché l’imminente firma da parte dell’Italia crea tanto scompiglio? Si tratta di un DOCUMENTO DI INTESA (non un contratto, né un trattato, né un accordo) SUGLI AMBITI DELLA COOPERAZIONE BILATERALE nei settori dei TRASPORTI, INFRASTRUTTURE, LOGISTICA, AMBIENTE e FINANZA. Non ci sono obiettivi né contenuti precisi, ma espressioni vaghe, per esempio su un avanzamento delle relazioni politiche tra i due paesi firmatari. Come tutti gli altri MoU firmati dalla Cina, gli AMBITI DI COOPERAZIONE sono gli stessi CINQUE che costituiscono i risultati ufficiali previsti per la Bri: 1-COORDINAMENTO DELLE POLITICHE, 2-CONNETTIVITÀ E INFRASTRUTTURE, 3-LIBERO SCAMBIO, 4-INTEGRAZIONE FINANZIARIA e 5-SCAMBI CULTURALI. (da http://www.trend-online.com/)

   Perché riteniamo sia nella tradizione italiana (dall’antichità romana, alle repubbliche marinare, ai miti dell’arte e dei paesaggi artistici italiani conosciuti nel mondo, all’emigrazione otto-novecentesca degli italiano in tutto il mondo) del non temere il rapporto di interscambio e conoscenza con chi è e viene da lontano; e poi nella mai passata, nell’immaginario collettivo, figura di Marco Polo, che (lui) rende partecipe delle sue avventure in Cina (e di quel mondo sconosciuto) il compagno di prigionia Rustichello da Pisa che le trascrisse poi in un’opera divenuta famosa come “Il Milione”. Ma anche la presenza in Cina del missionario Matteo Ricci (che ora il papa vuole riconoscere la sua opera di evangelizzazione in Oriente) dimostrano che vi è una tradizione italica di apertura al mondo che va valorizzata nei suoi aspetti positivi.
OK, abbiamo forse esagerato nel richiamare Marco Polo e Matteo Ricci, ma la leggendaria (ma non tanto) “Via della Seta” di cui si parla oggi (rivista in chiave moderna con infrastrutture innovative nei porti, nelle strade marittime, nelle tecnologie più futuristiche), quella “via della seta” viene ora richiamata come base del nuovo rapporto con i cinesi.

5G da http://www.ilmessaggero.it/ – Il “5G”, cioè le RETI MOBILI DI QUINTA GENERAZIONE, faranno fare un balzo alla velocità di connessione non solo degli SMARTPHONE ma anche dei DISPOSITIVI DELLA CASA CONNESSA, AUTO, SMART CITY, DRONI, IMPIANTI PRODUTTIVI. È lo standard del futuro e guiderà l’evoluzione di Internet. Leader del mercato sono HUAWEI, NOKIA ed ERICSSON, ma l’azienda cinese vale da sola il 30% del mercato. E DONALD TRUMP ha lanciato l’allarme, facendo pressione sugli alleati, perché teme che il 5G sia il cavallo di Troia di Pechino per spiare tanti paesi. IL 5G È CONSIDERATO IL NUOVO WEB PERCHÉ È LA RETE CANDIDATA A GESTIRE IL COSIDDETTO INTERNET DELLE COSE.

   E già da decenni industrie manifatturiere italiane hanno stabilito rapporti in Cina, sempre per condizioni fiscali favorevoli e manodopera con regole poco garantiste e a bassissimo prezzo. Ma ora forse è venuto il momento di pensare a un rapporto diverso, paritario. La parola “paritario” è evocata molto adesso. Perché secondo gli americani, che guardano con ostilità all’espansionismo economico cinese, la “Belt and Road Initiative” è una “debt trap”: cioè una trappola del debito. In altre parole, molti dei 153 Paesi che hanno finora aderito al programma di investimenti cinese, in particolare i più poveri di Africa e Asia, hanno finito per trovarsi indebitati fortemente con Pechino. Ricambiando i creditori cinesi con la proprietà di porti (il Pireo in Grecia, ad esempio), altre infrastrutture strategiche, e ogni ricchezza patrimoniale vendibile. E chi possiede il debito di un Paese ne controlla in larga misura anche la sovranità.

silk-road, da Il Fatto Quotidiano – BELT AND ROAD INITIATIVE (BRI), nuova VIA DELLA SETA, ma il suo vero nome è YI DAI YI LU (UNA CINTURA UNA STRADA), il grande progetto geopolitico e commerciale del leader cinese XI JINPING per rilanciare la globalizzazione.

   Quest’ultima cosa è il rischio che paventano gli USA di Trump (preoccupati di questa rafforzata presenza cinese in Italia, testa di ponte per gli altri Paesi europei…), ma anche l’UNIONE EUROPEA che, pur avendo la competenza sulle politiche commerciali dei Paesi aderenti, lascia libertà di commercio ed accordi con altri Paesi ai singoli Stati, pur che si rispettino le regole e i parametri della Unione Europea. Ma, è ovvio che non vi può essere nessuna autonoma presa di posizione italiana senza un beneplacito da Bruxelles. Commissione europea che ha subito detto che nel rapporto con la Cina ci vuole piena unità nell’Unione.

il leader cinese Xi Jinping

   Il fatto è che finora il rapporto con la Cina e il mondo asiatico ha visto gli altri Paesi europei andare in modo autonomo (tutti alla rincorsa delle opportunità offerte sia dal mercato cinese). Pertanto un’azione “italiana” deve sicuramente essere più corretta ed esplicitata nel contesto dell’Unione Europea, nella trasparenza e parità di condizioni per commercio e investimenti basati sulle regole del mercato e sulle norme internazionali.

   Ma lo stesso è da ritenere che un “moderato strappo” di un Paese importante (come è e resta l’Italia), può essere un’iniziativa che non fa solo bene alla penisola italica (in termini di rilancio dei commerci e delle attività connesse), ma anche all’Europa, ai Paesi del Mediterraneo (ai rapporti con l’Africa del nord in primis). Oltreché può far bene alla Cina stessa, che pur presente dappertutto, mantiene un isolazionismo sociale (politico, culturale, di democrazia interna mancante nei diritti del singolo cittadino), che dovrà superare se un rapporto paritario e chiaro può avere con un’Europa attenta alle regole dei diritti umani; e che a sua volta (l’Europa) ha bisogno di superare una fase storica di decadenza nei suoi progetti presenti e futuri per arrivare ad essere convintamente una federazione di “Stati Uniti d’Europa” punto di riferimento nel mondo per la pace e per lo sviluppo di tutti. (s.m.)

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IL SECOLO ASIATICO (ultimo libro di PARAG KHANNA, marzo 2019, Fazi Editore, pagg. 528, euro 25,00) – “CHE COSA INTENDE PER ASIA? «C’è solo una definizione corretta: QUEL TERRITORIO CHE VA DAL MEDITERRANEO E DAL MAR ROSSO AL MAR DEL GIAPPONE. Non solo quello che di solito viene chiamato Estremo Oriente. È arrivato il tempo di riconoscere questa entità nella sua interezza» (Danilo Taino, intervista a PARAG KHANNA, da “LA LETTURA” de “Il Corriere della Sera” del 3/2/2019) 

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One Belt Map Final, da http://www.analisidifesa.it/

(SCHEDE E ALTRI APPUNTI SULL’ARGOMENTO)
– ….”FAR COLLABORARE LE IMPRESE ITALIANE AI GRANDI CANTIERI per infrastrutture che stanno sorgendo sui canali della Via della Seta, dall’Asia al Medio Oriente, all’Africa: investimenti per 900 miliardi di dollari”, dice Xi Jinping, leader cinese. E SI PARLA MOLTO DEI NOSTRI PORTI DELL’ALTO ADRIATICO, TRIESTE SOPRATTUTTO, come approdo della rotta marina verso l’Europa. 67 PAESI HANNO GIÀ SOTTOSCRITTO LA «BELT AND ROAD INITIATIVE», TRA GLI EUROPEI SOLO GOVERNI «PERIFERICI», COME GRECIA, PORTOGALLO E UNGHERIA. L’Italia sarebbe il primo Paese del G7 a salire sul treno della Via della Seta.
– PERTANTO L’ITALIA È INTERESSATA E “DEVE CONCENTRARSI” (se è interesse, se vale la pena) sui due punti strategici che dovrebbero essere il rapporto fondamentale con la Cina: e cioè 1-il nodo dei PORTI (in particolare Trieste e Genova) e 2-quello del 5G (la nuova tecnologia digitale che connetterà non solo le persone, ma anche le cose -come gli elettrodomestici, le reti informative, la robotica di tutti i generi- a Internet, e che gli americani temono maggiormente perché la considerano il cavallo di Troia di Pechino per spiare tanti paesi occidentali, ma anche per il rischio di perdere il loro monopolio in questo campo tecnologico).
– IL GOVERNO ITALIANO NON È IL SOLO nella Ue a guardare verso Pechino e a voler fare affari con il colosso asiatico. Dalla Gran Bretagna alla Germania sono stati finora assai presenti negli “affari” con la Cina, con la disponibilità del governo comunista con loro di investire per aprirsi nuove vie commerciali verso l’Europa.
– PERCHÉ LA FIRMA ITALIANA SAREBBE DIVERSA da quella degli altri tredici paesi europei che hanno già siglato il Memorandum? E’ diversa forse perché l’Italia e fondatrice dell’Unione e tuttora tra i pilastri dell’Europa unita, nonché membro fondatore della Nato; l’Italia sarebbe il primo paese del G7 a firmare un documento d’intesa con Pechino. Finora nessuno tra i grandi Paesi europei ha mai accettato di sottoscrivere un’adesione formale alla Belt and Road Initiative lanciata dal presidente Xi Jinping.
– LA POSSIBILE FIRMA DI UN MEMORANDUM OF UNDERSTANDING (MoU) tra Cina e Italia in relazione a una nostra adesione alla BRI (Belt & Road Initiative, da noi più conosciuta come Nuova Via della Seta) ha scatenato reazioni non positive da parte dell’UE e reazioni quasi isteriche da parte USA. Aldilà del giudizio positivo o negativo sui contenuti del MoU, se le critiche da Bruxelles (in un’ottica UE) appaiono giustificate (il che non significa che debbano farci desistere ove si fosse convinti di vantaggi “reali” e duraturi per l’Italia), quelle di Washington appaiono decisamente arbitrarie.
– In conseguenza del GRANDE SVILUPPO ASIATICO IL COMMERCIO VERSO EST STA ADDIRITTURA SUPERANDO IL TRAFFICO DELL’ATLANTICO. In questo campo non esiste una politica europea ma una concorrenza fra Paesi europei. Fino ad ora la parte del leone è stata giocata da ROTTERDAM e dai PORTI DEL NORD-EUROPA,
– IL CONGIUNGIMENTO PIÙ EFFICACE FRA L’ASIA E L’EUROPA FA CAPO ALL’ALTO ADRIATICO E ALL’ALTO TIRRENO, che sono a due passi dai grandi mercati dell’Unione. Finora nulla è accaduto rispetto ai meno funzionali ma totalmente protagonisti porti del Nord Europa (perché?).
– L’ACQUISTO DI INFRASTRUTTURE (come le RETI ELETTRICHE, o grandi industrie come la PIRELLI, o adesso pure la futuribile partecipazione nei PORTI ITALIANI) da parte cinese non possono “portare via” la rete elettrica, o la fabbrica, o il porto… non ha e non avrebbe senso, e non è materialmente possibile…diversa è la possibilità di acquisire il Know how, la conoscenza, per lo sviluppo interno cinese; ma questo accadrebbe comunque, e non si vede nulla di male dell’utilizzo del sapere tecnologico italiano ed europeo a vantaggio della popolazione cinese.
– Le imprese americane ed europee hanno, fino a un recente passato, moltiplicato i loro investimenti in CINA e hanno aperto le porte agli investimenti cinesi (di quelle europee in particolare la GERMANIA e l’OLANDA, che hanno un attivo molto forte nella loro bilancia commerciale con la Cina); l’ITALIA sopporta invece un pesante passivo della propria bilancia commerciale, cioè ha attualmente un pesante passivo nell’export con la Cina. Niente di male a “rivedere” questo rapporto ora in disavanzo. (s.m.)
– VEDI QUI SOTTO LA BOZZA DEL MEMORANDUM OF UNDERSTANDING (MoU) alla firma tra Italia e Cina dell’incontro in Italia con il leader cinese Xi Jinping:

bozza MEMORANDUM Italia-Cina

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NUOVA VIA DELLA SETA, L’ITALIA AL CENTRO

di Vincenzo Piglionica, 12/3/2019, da TRECANI

(www.treccani.it/magazine/atlante/geopolitica/ )
«L’Italia è una delle principali economie mondiali e un’importante destinazione per gli investimenti. Sostenere la Belt and road initiative offre legittimità all’approccio predatorio cinese agli investimenti e non apporterà alcun beneficio ai cittadini italiani». Le dure parole twittate dall’account del National security council della Casa Bianca lanciano un segnale inequivocabile a Roma: il supporto formale dell’esecutivo alle Nuove Vie della Seta cinesi non incontrerebbe il favore di Washington, contraria a un’iniziativa che interpreta come esclusivamente finalizzata alla tutela degli interessi di Pechino. Continua a leggere