IL VENTO XENOFOBO dell’Est Europa e L’INSOLUTA QUESTIONE dei limiti di accoglienza dei migranti: la impossibile riforma del REGOLAMENTO DI DUBLINO per redistribuire gli immigrati – Non si temono solo i migranti: in quasi tutta Europa SI ATTACCANO LE MINORANZE (come QUELLA ITALIANA IN CROAZIA)

(foto da http://www.globalist.it) – “Il 5 giugno al CONSIGLIO DEGLI AFFARI INTERNI a LUSSEMBURGO, si è assistito all’ennesima FRATTURA SULLA RIFORMA DI DUBLINO III: il sistema di asilo dell’Unione europea, in via di aggiornamento per distribuire «in maniera più equa» il carico migratorio fra i vari paesi Ue. Sette paesi (ITALIA, SPAGNA, AUSTRIA, ROMANIA, UNGHERIA, SLOVENIA E SLOVACCHIA) HANNO BOCCIATO LA PROPOSTA. In tre (ESTONIA, POLONIA, REGNO UNITO) SI SONO ASTENUTI. I restanti 18 HANNO LASCIATO APERTI SPIRAGLI DI NEGOZIAZIONE, con qualche sorpresa: nell’elenco compaiono anche GRECIA, MALTA e CIPRO, con una scelta di campo che rischia di spaccare il “fronte mediterraneo” di opposizione alle politiche migratorie della Ue. (…)” (Alberto Magnani, “Il Sole 24ore”, 5/6/2018)

IL REGOLAMENTO DI DUBLINO, COS’È, IN BREVE
E’ il sistema europeo che disciplina l’assegnazione dei richiedenti asilo ai paesi membri della Ue. Cioè in pratica è la legge che definisce quale paese debba prendere in carico la protezione di un richiedente asilo.
Al centro delle passate e attuali controversie ci sono i passaggi del regolamento che impongono di inoltrare la richiesta di asilo nel paese di prima accoglienza: un principio che scarica il peso dei flussi sulle spalle dei paesi esposti alle rotte del Mediterraneo, come la stessa Italia e la Grecia; cioè si addossa allo Stato di prima accoglienza tutti gli oneri che riguardano i migranti.
Questo attuale testo è stato emanato nel 2013, e viene anche chiamato “Dublino III”, perché ha sostituito il precedente regolamento del 2003, a sua volta erede della Convenzione di Dublino, un trattato internazionale siglato nel 1990 ed entrato in vigore nel 1997.

da http://www.ispionline.it/

La proposta iniziale della riforma, risalente al 2016, fissava un meccanismo automatico di ripartizione a favore dei paesi più esposti. Secondo il PRINCIPIO DI «CONDIVISIONE EQUA» DI RESPONSABILITÀ (quanti richiedenti asilo vanno accolti, paese per paese) E SOLIDARIETÀ (l’aiuto da fornire ai paesi più esposti e le sanzioni da infliggere a chi si defila). Secondo questo testo di modifica proposto nel 2016 elaborato dalla Commissione europea, la quota di richiedenti asilo accettabili da un singolo paese deve essere proporzionata a un DOPPIO CRITERIO (PIL e POPOLAZIONE, con incidenza del 50% ciascuno). Se un paese supera del 150% la sua “capienza”, ogni nuova richiesta deve essere reindirizzata in automatico ad altri paesi. Se questi ultimi rifiutano, scatta una PENALE DI 250MILA EURO PER OGNI RICHIEDENTE ASILO che viene respinto.
Questa e qualsiasi altra proposta di revisione ha di fatto visto solo il sostegno dell’Europarlamento, che ha aiutato le esigenze dei Paesi mediterranei (Italia, Grecia, Spagna, Malta e Cipro).

CALO DEGLI ARRIVI = MENO MORTI IN MARE (da http://www.ispionline.it/)

A marzo di quest’anno la BULGARIA, presidente di turno del consiglio Ue, viste le forti resistenze di molti paesi a questa prospettiva di redistribuzione dei migranti (specie i paesi dell’est, ma anche dell’Austria e di parte di quelli del nord), ha proposto un COMPROMESSO: un testo che rinforza la responsabilità e riduce la solidarietà. In pratica, nel caso dell’Italia, significa che si garantisce l’appoggio per più servizi, e però si dà meno sostegno come resto d’Europa nella redistribuzione dei migranti. IL MECCANISMO DI REDISTRIBUZIONE SCATTEREBBE su base volontaria SOLO QUANDO UN CERTO PAESE SI “SOVRACCARICA” DEL 160% rispetto all’anno precedente, diventando obbligatorio solo quando si arriva al 180% – Poi la proposta bulgara viene anche a DIMINUIRE LA PENALE per il rifiuto di un richiedente, DA 250MILA A 30MILA EURO, oltre a introdurre il PRINCIPIO DI «RESPONSABILITÀ STABILE»: quando un migrante entra in un certo paese, lo Stato in questione deve GARANTIRNE LA PRESA IN CARICO PER 10 ANNI.
I cinque paesi che si ritengono più penalizzati (Cipro, Grecia, Italia, Malta, Spagna) hanno risposto con varie motivazioni e contrarietà, con la proposta di riequilibrare il “compromesso bulgaro” chiedendo di accorciare il periodo di responsabilità del migrante entrato nella Stato, da 10 a 2 anni, ed evidenziando le vulnerabilità di un procedimento rigido in tempi di picchi migratori.

RESPINGIMENTI FRANCESI AL CONFINE DI VENTIMIGLIA – 90 giorni, la durata massima della detenzione amministrativa per i migranti prevista dalla riforma voluta dal ministro degli Interni francese Gérard Collomb. La misura è stata definita «pericolosa» da Amnesty International e dalle ong per i diritti umani; – 45mila i respingimenti al confine di Ventimiglia effettuati dalla polizia di frontiera francese nel 2017. In media sono 130 persone al giorno. Nel 2016 i migranti respinti al confine furono 37 mila

Comunque la riunione del 5 giugno scorso del Consiglio Ue in Lussemburgo dei ministri dell’interno, pare avere seppellito qualsiasi proposta di riforma del regolamento/trattato di Dublino. Paesi come quelli dell’est (il cosiddetto gruppo di Visegrad, cioè Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca), assieme all’Austria (che assumerà la presidenza di turno dell’UE a luglio), in parte il Belgio, forse adesso anche l’Italia, e altri paesi del nord… parlano (pur sottovoce) di attuare un’azione di respingimento in mare dei migranti che tentano di varcare il Mediterraneo. Mentre la Commissione europea e gli organismi umanitari si oppongono ai respingimenti, richiamandosi al principio del rispetto dei diritti umani e della Convenzione di Ginevra (su questa linea è sicuramente la Grecia, ma anche Germania e, più defilata, la Francia). (s.m.)

• II regolamento di Dublino, modificato per l’ultima volta nel 2013, è l’atto di diritto dell’Unione Europea che definisce i criteri con cui i Paesi membri debbano prendere in carico la protezione dei richiedenti asilo. • Essendo un regolamento dell’Ue vale per tutti i Paesi, non ha bisogno di essere recepito dai singoli Stati ed è obbligatorio in tutte le sue parti. È noto anche come Dublino III, perché ha sostituito un regolamento del 2003 che derivava da una Convenzione del 1990. • Da anni l’Italia chiede di rivedere il regolamento per ridistribuire quote di richiedenti asilo agli altri Stati membri. Al fianco dell’Italia si erano schierati altri Paesi del Mediterraneo. Contro la riforma si era formato un «fronte di Visegrad» di 4 Paesi dell’Est. La proposta di compromesso della Bulgaria è naufragata il 5 giugno scorso (foto ripresa da http://www.rivistaeuropa.eu/)

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   In (quasi) tutta Europa c’è la paura degli immigrati: anche in Paesi che ne hanno pochissimi (quasi niente) come la Slovenia (Il 3 giugno scorso il candidato premier Janez Janša ha vinto le elezioni proprio su questo tema… ma la Slovenia non ha profughi, e pochissimi immigrati). Una fobìa collettiva su un problema comunque reale (le migrazioni da sud a nord che si stanno avendo in questi anni).
Ma la “paura” non è solo per gli immigrati: anche per MINORANZE interne ai Paesi (nazioni), fatte di cittadini che lì sempre ci sono vissuti; e subiscono quest’onda che viene ora chiamata “populista”. Il caso da cui partiamo è quello della nostra “vicina” Croazia, e in particolare la regione istriana croata.

Tra il GOLFO DEL QUARNARO e il GOLFO DI TRIESTE si staglia l’ISTRIA, la maggiore penisola presente nel MAR ADRIATICO. TRA LA SLOVENIA, LA CROAZIA e, per una piccola porzione, l’Italia (Friuli Venezia Giulia e Veneto), L’ISTRIA È PER LA MAGGIOR PARTE DEL SUO TERRITORIO APPARTENENTE ALLA CROAZIA

   In Istria gli italiani ora sono il 7% della popolazione e in alcuni paesi raggiungono però ancora il 40. Una minoranza che, secondo i trattati, dovrebbe essere tutelata e avere una rappresentanza garantita nel parlamento croato. Ci sono 34.345 italiani ufficialmente presenti (secondo il censimento del 2014), cui, però, se ne devono aggiungere molti altri non censiti o discendenti da famiglie miste. Sono gli “ultimi” discendenti degli italiani che prima della Seconda Guerra Mondiale vivevano tra Istria, Dalmazia, nell’ambito geografico del Golfo del Quarnaro….
Verso la fine dell’800 erano il 40% della popolazione istriana. Nelle località costiere erano la maggioranza, arrivando in alcune città al 90%. Poi dopo la tragedia della seconda guerra mondiale avvenne l’esodo (degli italiani istriani): 350mila lasciarono la loro terra tra il 1943 e gli anni Cinquanta; furono costretti ad andarsene, a lasciare tutto, a essere profughi in Italia. In un contesto storico dove aggrediti e aggressori erano di qua e di là: prima il fascismo che se la prese con gli slavi (decine di migliaia di persone internate e morte di stenti); poi le truppe comuniste di Tito che usarono le foibe per gettare migliaia di persone, italiani innocenti…. Insomma un vero (doloroso) disastro in quelle terre tra Carso, Istria, tra Venezia Giulia e Golfo del Quarnaro.

da wikipedia

   E ora il riapparire di “antiche” divisioni. Movimenti populisti che se la prendono con le minoranze, in una situazione di governi deboli che non sanno reagire (anzi, spesso assecondano, per motivi elettorali). Accade quasi ovunque. E, appunto, in Croazia, nell’esempio che abbiamo preso, tra le minoranze c’è anche quella italiana. Per dire che essere minoranza può succedere a chiunque: motivo in più per “capire” il senso del rispetto per tutti, della tutela dei diritti umani di ciascuna persona, e comunità.
In Croazia la spinta xenofoba è rappresentata da un movimento integralista (si chiama “la gente decide”, già il nome, la frase, ne denota lo spirito del tempo…), che sta promuovendo la realizzazione di due referendum, e uno dei due vuole che le minoranze interne conteranno sempre di meno: in Parlamento le loro piccole rappresentanze (quella italiana dovrebbe essere di 6 membri), se il referendum passa e la sua proposta vince nelle urne, queste minoranze non potrebbero più votare né la fiducia al governo, né il bilancio. Insomma, la rappresentanza sarebbe poco più che simbolica. Una riforma che pare abbia come obiettivo in primis la minoranza etnica serba (la guerra civile balcanica della prima metà degli anni ’90 del secolo scorso con la fine della Iugoslavia, pare avere ancora molti strascichi, odio…), e che coinvolge pure le altre minoranze, come appunto quella italiana.

SLOVENIA, VINCE JANEZ JANSA – NELLA SLOVENIA SENZA PROFUGHI DOVE TRIONFA LA XENOFOBIA – IN SLOVENIA VINCE L’AMICO DI ORBAN, MA FORMARE UN GOVERNO SARÀ DURA – Gli ANTIEUROPEISTI di JANEZ JANSA diventano primo partito, ma non hanno la maggioranza. Si apre uno scenario all’italiana, col rischio di un ritorno alle urne. Ma è UN ALTRO ALLARME PER L’UE

   Pertanto il segno dei tempi non è solo rivolto contro lo “straniero”, l’immigrato, ma è un po’ contro tutto quel che è diverso; e la presenza delle minoranze etniche viene pertanto vista come necessità di porvi un forte limite, di ridurne il peso, la capacità di presenza e contrattazione, il coinvolgimento nel governo del Paese.
Nel caso della Croazia, come dicevamo esempio eclatante e “modello” di quel che sta accadendo in molte parti d’Europa (e del mondo), questa simil-crociata contro minoranze, non è solo rivolta a quelle etniche (come i serbi, e coinvolge anche gli italiani), e poi contro l’etnia di sempre vituperata, quella dei Rom, ma è pure rivolta contro le comunità lgbt (LGBT, acronimo di Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender). E’ anche una divisione tra chiese: quella ortodossa, dominante e lì estremista di destra, contro quella cattolica in minoranza (ed è il caso degli italiani, che pure sono cattolici).

il premier austriano Sebastian Kurtz – FORTEZZA EUROPA? – l’Austria guidata dal governo destra-destra del giovane SEBASTIAN KURZ, che assumerà la presidenza di turno dell’UE a luglio, intende proporre una “rivoluzione copernicana” incentrata sulle frontiere esterne per trasformare l’Europa in una fortezza

   Su questo, sull’emergere di nuovi integralismi, nazionalismi esasperati (del moto trumpiano che tutti si appropriano: “prima la Slovenia, prima l’Ungheria… la Repubblica Ceca, la Polonia, la Slovacchia, l’Italia, l’Austria, la Croazia…”), l’Europa (intesa come Unione Europea), come istituzione, ha difficoltà a rispondere (l’unica istituzione europea che mostra opposizione ai populismi pare essere l’europarlamento…); ma è difficile rispondere e tener testa a movimenti che nascono e si allargano all’interno dei propri paesi (la stessa Germania deve fare i conti con un gruppo in parlamento di filonazisti, mai accaduto dalla fine della guerra…).

La frontiera ungherese anti migranti: agenti e filo spinato (da “la Repubblica”, 5/6/2018)

   Le ragioni della protesta nazionalista, del crescere di razzismo e voglia di isolamento, è sicuramente dato da crisi economica, crescere del movimento migratorio….di un mondo “villaggio globale” che necessita di regole, di darsi dei modi di comportamento nuovi, ma anche di ritrovare sentimenti di solidarietà e speranza. Di uscire positivamente dal tunnel e trovare un progetto di società nel mondo così cambiato. E’ la sfida di questi anni. E il porgersi a tutela e difesa di qualsiasi minoranza (etnica, sessuale, religiosa, sociale…) pare un valore ben identificabile, ed esercitabile in situazioni sia “micro” (nostre, quotidiane), che “macro” (delle politiche locali, regionali, nazionali, europee…). (s.m.)

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CROAZIA, ITALIANI E MINORANZE “CACCIATI” DAI NUOVI POPULISTI

di Ferruccio Sansa, da “il Fatto Quotidiano” del 4/5/2018
– Xenofobi e conservatori. Zeljka Markić, leader del partito di destra: “La gente decide” –
Un referendum contro le minoranze. Ma stavolta a essere minoranza e a rischiare di scomparire dal Parlamento sono gli italiani. Accade in Croazia, dove in queste settimane si stanno raccogliendo le firme per lanciare due consultazioni popolari. L’obiettivo previsto dalla legge croata – 374mila adesioni – è quasi scontato. E rischiano di essere dolori per i 34.345 italiani ufficialmente presenti (censimento del 2014), cui, però, se ne devono aggiungere molti altri non censiti o discendenti da famiglie miste. Continua a leggere

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AMERICA LATINA: LA DERIVA DI UN CONTINENTE – Il cruciale 2018 del sub-continente americano, alle prese con tante ELEZIONI (in VENEZUELA, COLOMBIA, BRASILE, MESSICO…), una possibile opportunità positiva, ma che leadership demagogiche, populiste, autoritarie, accentuano disuguaglianze e corruzione

Una veduta aerea di migliaia di venezuelani che cercano di entrare in Colombia attraverso il PONTE INTERNAZIONALE SIMON BOLIVAR, che porta alla città colombiana di CUCUTA (foto da “il Corriere della Sera” del 18/5/2018). Ogni giorno passano attraverso il ponte che unisce i due Paesi dalle 30.000 alle 40.000 persone, molti per comprare di tutto e tornare a casa, altri per lasciare il Venezuela per sempre

   E’ un anno, il 2018, di elezioni presidenziali per i grandi Paesi dell’America Latina. Sono andati o andranno al voto, infatti, gli elettori di BRASILE, MESSICO, VENEZUELA, COLOMBIA (e poi, con referendum o altro, Perù, Equador; e Cuba, Costa Rica, El Salvador, comprendendo anche i Paesi l’America Centrale). In tutto, 350 milioni di persone hanno votato o voteranno per il loro destino.
L’America Latina è un “sub-continente dimenticato” in questi anni, che non è all’attenzione mondiale (una volta lo era solamente, isolato, dimenticato, l’Africa).

da http://www.oltrefrontieranews.it/ – Centro-Sud-America: le elezioni nel 2018

   Il motivo della poca rilevanza globale dell’America latina è forse dato dal fatto che la fine dei blocchi tra le due ex superpotenze (USA e l’allora Unione Sovietica, smembratasi nel 1989), il peggiorare degli attriti in molte parti del mondo (il Medio Oriente, l’avvento dell’integralismo islamico, l’Isis…. Il terrorismo che colpisce anche i paesi occidentali…), e poi l’emergere della Cina, tra poco anche dell’India… sono tutte cose che hanno sospinto l’America latina nel dimenticatoio dell’attenzione mondiale. E che ora riappare, questa parte (sud) del continente americano, proprio per le fortissime tensioni che stanno riversandosi anche nei paesi cosiddetti ricchi (ad esempio col flusso migratorio “in uscita” rilevante che ora l’America latina ha, con la crisi economica in gran parte dei suoi stati).

Un ragazzo spinge i suoi bagagli in territorio colombiano dopo aver attraversato il ponte internazionale Simon Bolivar, frontiera con il Venezuela (foto da http://www.ea stwest.eu.jpg)

   E poi c’è il paradigma di questi anni: crisi economica significa naturalmente scontento assoluto della maggior parte della popolazione, il crescere della povertà; e così c’è l’emergere di populismi, oppure di irrigidimenti dei poteri che già c’erano, che rispondono alle difficoltà economiche e alle proteste, al dissenso, con la creazione di un potere molto più antidemocratico, autoritario, di quanto lo fosse mai stato in passato (è il caso tipico questo del Venezuela). E abbiamo così spesso l’emergere di forze estreme (di destra o di sinistra) che cercano di dare risposte “rivoluzionarie” all’incapacità di risollevarsi dai guasti sociali di una crisi economica mondiale che colpisce di più questi paesi a struttura sociale molto debole.
In Messico (che si vota il 1° luglio prossimo) l’attuale opposizione di sinistra potrebbe avere più chance di vittoria: sinistra che cerca di rassicurare sui timori di nazionalizzazioni ed espropri. E vedono al momento in vantaggio per la presidenza ANDRÉS MANUEL LÓPEZ OBRADOR, nazionalista di sinistra che – in controtendenza rispetto a un’America Latina che si sposta a destra – potrebbe qui beneficiare della crisi del neoliberalismo locale.

MAPPA AMERICA DEL SUD

   C’è poi da dire che, su tutte le crisi politiche degli stati dell’America Latina, spicca per importanza e gravità il VENEZUELA. Il 20 maggio scorso ha vinto le elezioni presidenziali il solito Maduro, ma solo perché non aveva avversari, in una condizione di controllo delle urne (visto da dentro e fuori il Venezuela) poco garante delle regole e dei risultati effettivi; ed è andata a votare una percentuale molto bassa (il 46%) di elettori.
Il Venezuela è in una crisi economica molto grave: basti pensare che il 61% della popolazione è in uno stato di assoluta povertà. Circa 1 milione e mezzo di cittadini del Venezuela avrebbero abbandonato il Paese dal 2014, trovando rifugio nel resto dell’America Latina: 600.000 si sarebbero fermati in Colombia, attraversando il confine che separa i due Stati.

RIO DE JANEIRO. BRASILE NEL CAOS: SCIOPERO CAMIONISTI. ACCUSE AL PRESIDENTE TEMER CHE SCHIERA L’ESERCITO – “L’accordo tra governo e camionisti non ha retto. Il 60 per cento dei due milioni di autotrasportatori partecipa ancora al blocco che sta mettendo in ginocchio il Brasile. Le merci non arrivano a destinazione e le scorte, dopo sei giorni di paralisi della circolazione, si sono esaurite. MANCA DI TUTTO: CIBO, BENZINA, GAS, ACQUA, PRODOTTI ELETTRONICI E PRODOTTI DI BASE ANCHE LA FARINA PER FARE IL PANE. Molti aeroporti sono stati costretti a sospendere i voli per mancanza di carburante. Il presidente MICHEL TEMER ha riunito un gabinetto di emergenza con 8 ministri. La tregua ha resistito solo poche ore. Il capo dello Stato è preoccupato soprattutto per gli ospedali dove scarseggiano medicine, strumenti e materiale sanitario. La difficile situazione lo ha spinto a chiedere l’intervento dell’esercito. I soldati rimuoveranno i blocchi (ne hanno liberati 132 ma ne restano in piedi ancora 387).
Per chi continua lo sciopero scatterà una multa di 100 mila reais, circa 32 mila euro al giorno. Lo sciopero, organizzato dall’Associazione brasiliana dei camionisti, è riuscito ha raccogliere la simpatia di un movimento trasversale che raccoglie destra, sinistra, centro, la potente classe degli agrari, dirigenti di industrie e della grande distribuzione. Tutti lamentano il raddoppio del prezzo del carburante in un anno che pesa con il 46 per cento sui costi di trasporto. (Daniele Mastrogiacomo, “la Repubblica”, 27.5.18)

   E (a proposito di Colombia) la crisi economica e politica del Venezuela non si limita entro i confini del Paese, ma produce effetti regionali più vasti: e il paese “più esposto” alla contaminazione della crisi venezuelana è proprio la COLOMBIA, che vive ora le difficoltà della massiccia immigrazione dal Venezuela in povertà. In Colombia nel marzo scorso ha vinto la destra (il partito Centro Democratico dell’ex presidente Álvaro Uribe ha ottenuto il maggior numero di seggi).
In Colombia erano le prime elezioni che vedevano la partecipazione delle FARC (Forze Armate Rivoluzionarie di Colombia), l’ex gruppo rivoluzionario di ispirazione marxista che per decenni ha combattuto con il terrorismo le istituzioni statali, e che ha firmato due anni fa un accordo di pace. Le FARC hanno ottenuto a queste elezioni pochi voti, ma avranno comunque alcuni seggi garantiti nel nuovo Parlamento, come stabilito dagli accordi di pace. Il popolo colombiano, già nell’ottobre 2016 aveva bocciato con un referendum questa pacificazione (peraltro il governo non ha disdetto l’accordo firmato con la Farc).

Cuba, 16 aprile 2018, Miguel Díaz-Canel (ingegnere di 58 anni) nuovo leader al posto di Raul Castro

   Ma queste ultime elezioni con vittoria della destra potrebbero mettere a rischio il processo di pace avviato dal presidente Santos con i guerriglieri. Perché la Colombia non ha “chiuso” con la contrapposizione al terrore della Farc (dagli anni ‘60 del secolo scorso a due-tre anni fa): come detto c’è una (buona) parte della popolazione colombiana in dissenso con la pace che si è stabilita con i guerriglieri della FARC (dopo decenni di attentati, assassini, non è facile “accogliere” chi ha praticato un terrorismo diffuso, come cittadini qualsiasi, garantendo loro pure una presenza in Parlamento. Ma nel contesto generale la pacificazione con i terroristi può essere considerata una buona cosa, per il presente e il futuro della Colombia.

FRANCESCO il 5 luglio 2017a Quito, capitale dell’Ecuador, prima tappa del viaggio che fino al 13 luglio in Sud America lo ha portato anche in Bolivia e in Paraguay – IL RUOLO DEL PAPATO DI FRANCESCO NELLA “SUA” AMERICA LATINA – Quali sono le SFIDE DELLA NUOVA AMERICA LATINA ALLA CHIESA DI PAPA FRANCESCO? Il Continente Latinoamericano sta vivendo un delicato periodo di transizione politica ed economica. Tra sfide vecchie e nuove, FRANCESCO, figlio di questa terra, sta attivamente avendo un ruolo geopolitico, sui temi dei DIRITTI DEGLI INDIOS, della SALVAGUARDIA AMBIENTALE DELLA FORESTA AMAZZONICA, della CORRUZIONE POLITICA, della CRITICA AL MODELLO ECONOMICO DI SFRUTTAMENTO ECONOMICO DELLE MULTINAZIONALI (pur dovendo affrontare con decisione, e lo sta facendo in CILE, GLI ABUSI SESSUALI DELLA CHIESA LATINO-AMERICANA)

   E’ così che il 17 giugno, al secondo turno, si affronteranno per la carica di presidente il candidato del Centro Democrático IVÁN DUQUE, legato a doppio filo all’ancora popolare ex presidente Álvaro Uribe, con GUSTAVO PETRO, un passato da guerrigliero e già sindaco di Bogotà. Pertanto un partito di destra contro uno (quello di Petro) di sinistra.
A ottobre sarà invece la volta del BRASILE. Attualmente il Brasile è in una situazione incandescente: lo sciopero, organizzato dall’Associazione brasiliana dei camionisti, è riuscito ad avere la simpatia di un movimento trasversale che raccoglie destra, sinistra, centro, la potente classe degli agrari, dirigenti di industrie e della grande distribuzione…. Tutti lamentano il raddoppio del prezzo del carburante in un anno, e di conseguenza i prezzi dei beni di prima necessità fortemente aumentato… E’ un Brasile poi travolto dagli SCANDALI, segnato dalla destituzione di DILMA ROUSSEF e dalla condanna a 12 anni di reclusione per corruzione dell’ancora popolare ex presidente LULA.
Tolto di mezzo il favorito Lula per l’ostacolo della non candidabilità, si sta consolidando il CONSENSO DEL CANDIDATO ALLA PRESIDENZA JAIR BOLSONARO, personaggio controverso (si è lasciato andare a esternazioni sessiste e omofobe oltre ad aver espresso giudizi positivi sul periodo della dittatura militare).

CILE – OCCUPAZIONI FEMMINISTE – “LE STUDENTESSE CILENE HANNO OCCUPATO PIÙ DI QUINDICI UNIVERSITÀ: denunciano gli abusi sessuali negli atenei e protestano studenti contro il modello d’istruzione sessista e discriminatorio diffuso nel paese”, scrive La Tercera. La protesta è cominciata il 17 aprile nell’UNIVERSIDAD AUSTRAL DE VALDIVIA, nel SUD DEL CILE, e in poche settimane si è estesa ad altre università, anche nella capitale SANTIAGO. (da Internazionale 18.5.18)

   Insomma comunque la si guardi (e qui abbiamo tralasciato molti altri Paesi latino-americani, concentrandoci solo su quelli che nel 2018 vanno alle elezioni) la situazione di CRISI ECONOMICA, messa assieme a GOVERNI POPULISTI che vanno al potere nel mondo intero (a parte qualche eccezione, come nella Francia di Macron), ebbene questa situazione di forze demagogiche cresciute con l’economia in crisi e la crescita della povertà, tutto questo fa più danni nei paesi fragili, in quelli che in fondo molto spesso si sono “appoggiati” a leader capaci di infervorare il popolo (come piace dappertutto, ma “di più” forse accade in America latina).

SIMON BOLIVAR – da http://www.farodiroma.it/ (“PAPA FRANCESCO VORREBBE ANDARE SUL PONTE SIMON BOLIVAR, AL CONFINE TRA COLOMBIA E VENEZUELA” – 14/6/2017) – (….) SIMON BOLIVAR, il patriota venezuelano – nato a Caracas nel 1783 da una famiglia creola – riconosciuto come il “LIBERTADOR” DELL’AMERICA LATINA che morì poi in esilio, vedendo le sue battaglie in parte vanificate dai potentati locali. Due secoli dopo le RIDUCIONES DEI GESUITI, finite in un bagno di sangue, si era ripetuto così lo stesso sacrificio nella SOFFERENZA E UMILIAZIONE DI SIMON BOLIVAR, l’eroe che VOLEVA UNIRE L’AMERICA LATINA PER FARNE UN SOGGETTO ECONOMICO AUTONOMO E UN ATTORE POLITICO INDIPENDENTE SULLA SCENA DEL MONDO, ma che nel 1830, qualche mese prima di morire, davanti alla crisi diplomatica tra due paesi che gli dovevano l’indipendenza, il VENEZUELA che lo aveva esiliato e la COLOMBIA che lo accoglieva senza nessun entusiasmo, affermò disilluso: “HO ARATO IL MARE”. E tuttavia tutta l’America Latina deve alla tenacia di Simon Bolivar la liberazione dal dominio spagnolo: l’Ecuador la ottenne nel 1822 dopo la Battaglia di Pichincha, quando le forze indipendentiste di Jose’ Antonio Sucre, compagno e amico di Bolivar, liberarono definitivamente Quito e i cittadini accolsero l’appello del Libertador ad unirsi alla Grande Colombia. Tre anni dopo, il 6 agosto 1825, l’Alto Perù divenne anch’esso una nazione autonoma con il nome di Repubblica di Bolivar, successivamente cambiato in Bolivia: così il progetto di indipendenza del Sudamerica dalla Spagna era finalmente completo. Erano passati 13 anni dal proclama “GUERRA O MUERTE” lanciato da Simon Bolivar di fronte alla spietatezza degli spagnoli, con i quali aveva intrapreso in Venezuela una lotta all’ultimo sangue e senza quartiere. IL SOGNO AMBIZIOSO DI “UNA GRANDE COLOMBIA” COME UNICO SOGGETTO INTERNAZIONALE IN GRADO DI TRATTARE ALLA PARI CON GLI STATI UNITI E LA VECCHIA EUROPA, però, era destinato al fallimento a causa delle aspre resistenze delle oligarchie locali dei vari Stati.

   Che fare, che dire? Nel contesto attuale servirebbe il rafforzamento di istituzioni e organismi democratici sovranazionali, capaci di promuovere dappertutto la pace e lo sviluppo: di difendere i deboli, di offrire possibilità di “riversamento di ricchezza” dai paesi ricchi a quelli poveri”; di offrire e garantire meccanismi di libertà per ciascun cittadino del mondo, e dare a ciascuna persona del pianeta garanzie di vita dignitosa, di sviluppo sociale e individuale. Solo il superamento delle nazioni (del nazionalismo) in una nuova “libertà geografica” che rimetta in discussione la necessità dei confini, solo questo potrebbe (ri)dare speranza di una nuova condizione favorevole anche per un continente come l’America latina ora alla deriva. (s.m.)

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IL CRUCIALE 2018 DELL’AMERICA LATINA

di Vincenzo Paglionica, 30/5/2018, da TRECCANI (www.treccani.it )
IN CHE DIREZIONE VA L’AMERICA LATINA? È la domanda che, in un articolo pubblicato sul New York Times lo scorso 5 dicembre, si poneva l’accademico ed ex ministro degli Esteri messicano Jorge Castañeda, Continua a leggere

ISRAELE-PALESTINA E DUE EVENTI INCONCILIABILI: la FESTA della nuova Ambasciata americana a Gerusalemme, e la PROTESTA con 60 morti a Gaza per i 70anni dalla cacciata palestinese del 1948 – NUOVE STRATEGIE (ISRAELIANE, PALESTINESI) per arrivare a una coesistenza in DUE STATI separati

LA MARCIA DEL RITORNO – NAKBA YOM HA’ATZMAUT: in arabo significa «CATASTROFE». I palestinesi hanno celebrato IL «GIORNO DELLA NAKBA» per ricordare la sconfitta subita nella prima guerra combattuta contro Israele tra il 1948 e il 1949. Centinaia di villaggi palestinesi furono distrutti e 700mila palestinesi lasciarono le proprie case, o ne furono espulsi, per diventare profughi. Anche se è avvenuta nel corso di diversi mesi, la Nakba si festeggia simbolicamente il 15 maggio, all’indomani del giorno in cui gli israeliani celebrano la nascita dello Stato di Israele, fondato nel 1948, chiamati il «giorno dell’Indipendenza», festa ufficiale in Israele che ricorda la Dichiarazione di indipendenza letta da David Ben Gurion il 14 maggio 1948 nella sede del museo di Tel Aviv. Da allora è celebrata seguendo il calendario lunare ebraico. Quest’anno è caduta il 19 aprile. Il 14 maggio, nel calendario civile, resta la data della nascita di Israele: per questo l’ambasciata Usa è stata inaugurata in questa data

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Consiglio Diritti Umani dell’Onu

GINEVRA – SERA DEL 18/05/2018 – SCHIAFFO ONU A ISRAELE: COMMISSIONE D’INCHIESTA SU GAZA. Mentre Erdogan arringa le folle – Il Consiglio dei diritti umani dell’Onu ha votato a maggioranza una risoluzione in cui si chiede la istituzione di una commissione internazionale di inchiesta che indaghi sulle violenze a Gaza (da http://www.huffingtonpost.it/ )

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   E’ accaduto di tutto nei territorio israeliano-palestinesi in queste ultime settimane. Erano i 70 anni dalla Dichiarazione di indipendenza di Israele del 14 maggio 1948; e Israele intendeva festeggiare. Dall’altra lo stesso avvenimento è stato vissuto dai palestinese: martedì 15 maggio i palestinesi hanno commemorato la Nakba, che significa la catastrofe, così chiamano la nascita di Israele settant’anni fa, marciando, ancora una volta e ancora più numerosi, verso la barriera che li tiene chiusi dentro a quell’angusto corridoio di sabbia che è la Striscia di Gaza.

GAZA, mappa tratta da http://www.osservatorioanalitico.com/ – Tra lo Stato ebraico e la Striscia il confine è lungo 59 chilometri. La frontiera tra Gaza ed Egitto è invece di 13 chilometri.

Contemporaneamente LA FESTA ISRAELO-AMERICANA: lo spostamento dell’ambasciata Usa a Gerusalemme, la festa della «grande riunificazione» di Netanyahu; proprio mentre la promessa elettorale mantenuta da Trump provocava la rivolta e la strage di 60 giovani nel tiro al piccione a Gaza. Il modernissimo (negli armamenti) esercito israeliano ha distrutto una protesta sì violenta, ma armata di sassi, fionde e copertoni incendiati.

Gaza, violenti scontri al confine con Israele, con vittime e feriti – 35 mila i palestinesi hanno partecipato, in diversi punti, alle manifestazioni tra la Striscia di Gaza da Israele. Hamas aveva proclamato lo sciopero generale per permettere la partecipazione ai cortei. 2.400 I feriti tra i palestinesi nella giornata di scontri, ieri, lungo il confine tra Gaza e Israele.

Ma sono otto settimane che la protesta palestinese è iniziata, in occasione di quella che viene chiamata la “MARCIA DEL RITORNO”. Infatti 70 anni fa (nel 1948) c’è stata la cacciata di centinaia di migliaia di palestinesi (da 700mila a un milione) in una operazione di preordinata pulizia etnica che li ha trasformati nel popolo di profughi dei campi.
Palestinesi a milioni nei campi profughi, migranti nei propri territori occupati. In CISGIORDANIA con una miriade, sempre crescente in questi decenni, di insediamenti colonici ebraici, con lo sradicamento di colture agricole e le fonti d’acqua sequestrate. E Sharon ha poi fatto il muro che taglia in due famiglie e comunità. Dall’altra i palestinesi nel ghetto della STRISCIA DI GAZA, nella miseria totale di persone lì ammassate, così piccola (Gaza) da rendere impossibile qualsiasi economia. E poi GERUSALEMME EST, in una condizione di sequestro, di posti di blocco continui.

28/4/2918: soldati israeliani sparano ai manifestanti palestinesi. (da INVICTA PALESTINA )

La “marcia del ritorno” che i palestinese di Gaza ha messo in atto dagli inizi di aprile, mostra i limiti della loro “autorità”, Hamas, che strumentalmente non aiuta la soluzione del conflitto (anzi, la aggrava). Le otto settimane in cui ogni venerdì si è svolta la “Marcia del ritorno” mostrano una sequenza di proteste: il 6 aprile i manifestanti hanno iniziato con l’incendiare copertoni per coprire il confine di fumo nero; poi è stata la volta degli aquiloni – alcuni con le svastiche! – per incendiare i campi israeliani; il 27 aprile viene abbattuta una porzione di recinzione del confine. Violenza inutile, gratuita. Perché Hamas vuole lo scontro, l’annientamento degli israeliani (ben sapendo che la cosa non è possibile). Hamas che manda al massacro i giovani con le fionde; e dall’altra Israele che spara con armi moderne (e uccide) persone senza armi (armati appunto di fionde e sassi) che solo si avvicinano pur minacciosamente al confine… Chi è “meglio”: Hamas o Israele?? …Ma sarà possibile che questo accada, con tutto il mondo che sta (solo) a guardare?

Maps of Israel and Gaza

E così si sono avuti oltre cento palestinesi uccisi in queste settimane dai soldati israeliani, perché il solo avvicinarsi (non oltrepassare!, avvicinarsi) al confine ha dato il “diritto” di sparare.
Dall’altra i (secondo noi) “cattivi” sostenitori delle istanze palestinesi (Erdogan, l’Arabia Saudita, l’Iran…) giocano strumentalmente sulla pelle dei palestinesi per il controllo del Medio Oriente…
E’ in questo (tragico) contesto che si inserisce la decisione degli USA di trasferire l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme. Cosa che ha fomentato ancor di più gli animi: sentitisi espropriati del diritto ad avere Gerusalemme Est, della possibilità di poter dichiarare i quartieri arabi della città come capitale del loro futuro Stato.

Scontri al confine tra Gaza e Israele

E non è solo l’America di Trump: l’Ue si barcamena sull’equidistanza impossibile e tace, mentre ogni governo occidentale fa affari in armi e tecnologia, e con patti militari (come l’Italia) con Israele. Pur affermando, gli europei, la necessità di dare a Gerusalemme uno status di “Città aperta”, “condivisa tra israeliani e palestinesi” (i primi a ovest, i secondi a est), e arrivare a questo attraverso i negoziati.

ABU MAZEN, PRESIDENTE PALESTINESE: “SHOAH, COLPA DEGLI EBREI” – ONDATA DI INDIGNAZIONE INTERNAZIONALE

Il nodo resta quello del diritto dei palestinesi di avere una terra e uno Stato, fermo restando il diritto eguale d’Israele. Schiacciare i palestinesi, relegandoli in una serie di riserve indiane, non porta a un futuro buono per nessuno.

14 MAGGIO 2018: IVANKA TRUMP INAUGURA L’AMBASCIATA AMERICANA A GERUSALEMME_. L’EVENTO GIUNGE CONTEMPORANEAMENTE AGLI SCONTRI E A SESSANTA MORTI PALESTINESI IN QUEL GIORNO SCOPPIATI AL CONFINE TRA GAZA E ISRAELE.

La mossa (elettorale interna) di Trump di stabilire l’ambasciata USA a Gerusalemme, poteva anche essere un’opportunità per sbloccare una situazione tragica in quella città: il mondo riconosceva sì l’ambasciata Usa (e portava le proprie ambasciate), ma allo stesso tempo riconosceva i palestinesi nella parte est (e portava le proprie ambasciate), a GERUSALEMME EST, legittimando così GERUSALEMME COME CITTÀ CONDIVISA (e riconoscendo per la sua amministrazione unica, la sua integrità, un governo internazionale dell’Onu.

Dal 2002 Israele ha cominciato a costruire una barriera di separazione in Cisgiordania. Dei 764 chilometri di muro pianificati, ne sono stati costruiti 570. La barriera è stata costruita quasi interamente sulle terre palestinesi e ha un impatto molto forte sulla vita delle persone: ogni giorno migliaia di palestinesi sono costretti a fare lunghe file ai checkpoint controllati dall’esercito israeliano per andare a lavorare in Israele. (da INTERNAZIONALE, 28/2/2018)

Forse Israele ha anche paura del “pericolo demografico”: i palestinesi crescono di popolazione molto ma molto di più degli israeliani; e questo sarà un ulteriore problema prossimamente. La Risoluzione 194 dell’Onu del 1948 aveva già da allora riconosciuto «il diritto al ritorno dei palestinesi». Un punto che i negoziatori arabi hanno sempre inserito tra le richieste e che gli israeliani non sono mai stati disposti ad accettare: significherebbe la fine della maggioranza ebraica nel Paese. Questo appunto a proposito di “differenza demografica”. Per questo la creazione di due Stati separati, ciascuno indipendente, è da sempre considerata la soluzione migliore.

IL MURO E LA CODA QUOTIDIANA PER CONTROLLARE I DOCUMENTI E PASSARE IN ISRAELE PER ANDARE AL LAVORO

Nell’incandescente situazione israelo-palestinese, come in tutto il Medio Oriente, servirebbero MEDIATORI, COSTRUTTORI DI PONTI, organismi internazionali e Stati che propongono SOLUZIONI VIRTUOSE, in modo da non scontentare nessuna delle due parti.
Così, con Israele che spara contro la popolazione palestinese solo se si avvicina da Gaza alla frontiera, e dall’altra un atteggiamento violento di Hamas, dei leader palestinesi, (che non hanno problema a mandare al massacro i loro giovani); con gli Stati arabi che vedono tutta la questione palestinese-israeliana in modo strumentale agli equilibri di potere nel Medio Oriente, ebbene così non si va da nessuna parte e la situazione deflagra in continue tragedie. Dobbiamo tutti auspicare e spingere per trovare mediazioni virtuose (micro e macro); lavorare per costruire livelli di comunicazione, ponti tra sponde finora opposte. (s.m.)

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MEDIO ORIENTE SENZA TREGUA: DOPO LA STRAGE DI PALESTINESI A GAZA
TERRA SANTA IN FIAMME
di Fulvio Scaglione, da FAMIGLIA CRISTIANA, domenica 20/5/2018
– ISRAELE E USA HANNO ORMAI CANCELLATO OGNI PROSPETTIVA DI UNO STATO ARABO, RIPRODUCENDO LO SCHEMA DELLE “RISERVE INDIANE”. A CHI GIOVA? –
Due cose si perdono con grande facilità in Medio Oriente: le occasioni e le lezioni. Sulla questione di Gerusalemme si incartarono, nel 2000, a Camp David, nei colloqui convocati da Bill Clinton, sia Yasser Arafat sia Ehud Barak. Né il leader palestinese né il premier israeliano, dopo mille mosse tattiche, ebbero il coraggio di accettare per la Città Santa quella “sovranità condivisa” che avrebbe potuto disinnescare tante tensioni e avviare un dialogo reale, concreto, quotidiano. Tutto andò a monte, all’insegna del motto “O ACCORDO SU TUTTO O NESSUN ACCORDO” che rappresenta a perfezione la cancrena dei rapporti tra israeliani e palestinesi.
L’occasione andò persa e non si è più ripresentata. Anzi: di strappo in strappo siamo arrivati alla strage, agli oltre cento palestinesi uccisi in queste settimane dai soldati di Tsahal, mentre i ministri della tanto celebrata “unica democrazia del Medio Oriente” lietamente proclamano che «chiunque si avvicini al confine con Israele sarà ucciso». Si badi bene: non arrivi o superi, si avvicini. Ovvero, i dimostranti di Gaza saranno uccisi anche mentre si trovano sul loro territorio.
E qui c’è la seconda follia, non imparare mai le lezioni del passato. Continua a leggere

UN MURO IN MENO NELLA GEOPOLITICA MONDIALE? – LE DUE COREE hanno avviato un processo di pacificazione insperato, superando la BARRIERA DEL 38° PARALLELLO – Conterà di più la CINA in quell’area? – Sono mesi di riequilibrio mondiale del potere delle superpotenze (in COREA come in SIRIA…)

IL 38º PARALLELO – La divisione della COREA (geograficamente, della PENISOLA COREANA) in COREA DEL NORD e COREA DEL SUD avvenne nel 1945 a seguito della vittoria Alleata nella seconda guerra mondiale, che portò alla fine del dominio di trentacinque anni dell’Impero giapponese sulla Corea. In una proposta (allora avversata da quasi tutti i coreani) gli STATI UNITI e l’UNIONE SOVIETICA decisero di occupare l’area dividendola in ZONE DI INFLUENZA LUNGO IL 38º PARALLELO. La proposta di protettorato era di stabilire un governo provvisorio di Corea che sarebbe dovuto divenire “libero e indipendente”. Sebbene le elezioni fossero state programmate, le due superpotenze supportarono i rispettivi capi e vennero stabiliti di fatto due Stati, ognuno dei quali reclamava la sovranità sull’intera penisola. (da Wikipedia)

   KIM JONG-UN il leader nord-coreano (che abbiamo imparato a conoscere in questi mesi per le minacce nucleari al mondo con i missili sperimentali lanciati) è andato a PANMUNJOM, sul versante sudista della frontiera, per aprire una nuova era di pace. Siamo a cavallo della frontiera originaria del secondo dopoguerra che da allora divide le due Coree data dal 38° Parallelo. E c’è stato calore nell’incontro tra lui leader del nord, con MOON JAE-IN, leader della Corea del Sud.  La pace non c’è ancora e scriverla in pochi mesi non sarà facile, perché sotto il Trattato sarà necessaria anche la firma di CINA e STATI UNITI, avversari sul campo nella guerra 1950-1953.

La penisola coreana, prima divisa lungo il 38º parallelo, poi lungo la linea di demarcazione – La GUERRA DI COREA (1950-1953) SEPARÒ DEFINITIVAMENTE LA COREA DEL NORD DA QUELLA DEL SUD con la ZONA DEMILITARIZZATA COREANA, e questa situazione contribuì al prolungarsi degli attriti tra i due Stati, i quali rimasero in perenne conflitto durante la guerra fredda, e oltre, fino ad adesso (che sembra aprirsi uno spiraglio di pace). La COREA DEL NORD è uno Stato che si definisce socialista, spesso descritto come stalinista e isolazionista. La sua economia crebbe inizialmente in modo evidente grazie a una serie di riforme di tipo socialista, che la portarono a essere il Paese asiatico più industrializzato dopo il Giappone, ma collassò negli anni novanta, diversamente da quella della vicina Cina comunista. La COREA DEL SUD fu inizialmente governata da vari governi filo-occidentali e anche militari e la sua economia, fino al 1975, era meno avanzata di quella della Corea del Nord, ma – dopo il crollo dell’Unione Sovietica e del blocco comunista – essa divenne UNO DEI PAESI PIÙ ECONOMICAMENTE AVANZATI DEL MONDO. E’ comunque dagli anni novanta che i due Stati incominciarono a fare piccoli, ma importanti passi verso una possibile riunificazione. (da Wikipedia)

La Guerra di Corea, è stata, molto più del Vietnam, un mattatoio specialmente crudele; e dopo, nei 65 anni successivi al 1953, fino ad adesso, ci son stati un milione di morti. Il conflitto coreano è stato “la guerra dimenticata”, quella che gli americani hanno per decenni preferito ignorare (e sono morti decine di migliaia di soldati americani).
La vera e propria guerra tra il 1950 e il 1953 tra le due Coree divise, portò a una carneficina indicibile. Quando fu firmato l’armistizio, il 27 luglio 1953, le perdite erano enormi: oltre due milioni di soldati morti, e circa tre milioni di civili uccisi. All’armistizio, non è mai seguito un trattato di pace: tant’è che adesso la pacificazione tra le due Coree in corso, e poi anche l’apposizione della firma di Stati uniti e Cina partecipante al massacro del 50-53, dovrebbe sancire (dovrà… si spera) la fine del conflitto dato da un armistizio mai tramutatosi in trattato di pace.

27 aprile 2018 – ll leader della COREA DEL NORD Kim Jong Un attraversa il confine al posto di frontiera di Panmunjom, diventando il primo leader nordcoreano a visitare la Repubblica della Corea del Sud

C’è chi prospetta che questo nuovo atteggiamento di pacificazione di Kim è dato dal fatto che è angosciato dalla crisi devastante dell’economia nordcoreana. Non tanto per il suo popolo ma per la classe dirigente, per la sua famiglia… Sembra che la Cina, che ha sopperito sempre sottobanco alle sanzioni proposte dal mondo al regime nordcoreano, adesso sta facendo sul serio: cioè ha chiuso i rubinetti dei beni di prima necessità, mettendo appunto in crisi pure l’approvvigionamento della nomenclatura.

Frontiera di PANMUNJOM – Panmunjom l’incontro tra i due leader

Qualcuno pensa anche che il regime nordcoreano rappresentato da Kim Jong-Un stia solo cercando di prendere tempo, ottenere qualche concessione immediata e dividere gli Stati Uniti dall’alleato sudcoreano. Anche perché, nella possibile riunificazione, la sua vita, di Kim Jong-U, e della sua famiglia, potrebbe essere a rischio, senza prospettive chiare. Il regno di Kim sopravvive se resta il regime chiuso, militarista e illiberale che è…
Comunque vedremo. Adesso è da apprezzare la storica svolta di una delle problematiche rimaste in sospeso dalla seconda guerra mondiale (cioè la separazione Nord-Sud coreana al 38° parallelo che pare risolversi).

IL CONTROLLO INTERNAZIONALE DELLA FRONTIERA FINORA: SOLO UNA FORMALITÀ, erano i due eserciti nord e sudcoreano ad affrontarsi minacciosamente – SONO IN CINQUE. È IL PIÙ PICCOLO CONTINGENTE DI PACE DEL MONDO. CINQUE UFFICIALI DELL’ESERCITO SVIZZERO, rigorosamente non armati, sorvegliano la linea di demarcazione del 38° parallelo che dal 1953 divide le due Coree. Si chiama linea smilitarizzata. In realtà è uno dei luoghi del pianeta più militarizzati e sorvegliati dagli eserciti in teoria ancora belligeranti. Perché tra le due Coree non è mai stato firmato un trattato di pace, ma solo un armistizio. E quando si trattò di scegliere chi avesse dovuto sorvegliare la pace precaria alla fine della guerra di Corea, Seul scelse Svizzera e Svezia, mentre Pyongyang Cecoslovacchia e Polonia. Per la Svizzera fu la prima missione all’estero se si escludono le Guardie Svizzere a protezione del Pontefice. Il contingente all’inizio contava 156 militari e la missione si chiama da allora NEUTRAL NATIONS SUPERVISORY COMMISSION. Ogni martedì il generale svizzero che la comanda apre la porta della casetta dove un tavolo è diviso in due dalla linea di demarcazione e infila nella cassetta delle lettere della Corea del Nord il rapporto settimanale della situazione. Poi fa la stessa cosa per l’altro lato della linea di demarcazione. (Alberto Bobbio)

Una Corea “denuclearizzata” (ma accadrà?) significa anche l’esclusione di ordigni americani, e comporterebbe la fine della Maginot Usa sul 38° parallelo e, in prospettiva, il tramonto del protettorato di Washigton sul Pacifico occidentale, imperniato sull’irrisolto nodo coreano. E questa possibile denuclearizzazione della Penisola Coreana, con gli americani che se ne vanno, è sicuramente un aumento dell’influenza, del potere della vicina Repubblica Popolare Cinese, la potenza emergente. L’affermazione dell’egemonia cinese sull’Asia orientale…
E altri scenari possibili (probabili) nei vari equilibri globali tra le superpotenze si stanno delineando (costruendo) in questi mesi, settimane, giorni… Come il caso del Medio Oriente, in Siria in particolare, ma anche altri contesti geopolitici si prospettano, ci sono; cercheremo di andare a vederli, capire cosa sta accadendo… (s.m.)

“IL PRIGIONIERO COREANO” film di KIM KI-DUK, nelle sale dal 12 aprile 2018 – (PER CAPIRE LA TRAGEDIA COREANA DI QUESTI ULTIMI 70 ANNI) – Dal regista di “Ferro 3” e “Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera” – TRAMA: A un pescatore della Corea del Nord si rompe il motore della barca e va alla deriva verso la Corea del Sud. Dopo aver subito brutali interrogatori, viene rispedito indietro. Prima di lasciare la Corea del Sud, ha modo di meditare sul lato oscuro di quella società che contrasta con la sua immagine “sviluppata”. Si rende conto che lo sviluppo economico non si traduce in felicità per tutti. Quando riesce a tornare a casa, è sottoposto a interrogatori simili a quelli del Sud. Preso da profonda pena, si sente intrappolato contro la sua volontà nell’ideologia che divide le due nazioni.

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UNA STRETTA DI MANO AL 38° PARALLELO: LE DUE COREE SI PROMETTONO LA PACE
di Guido Santevecchi, da “il Corriere della Sera” del 28/4/2018
– Per la prima volta, un leader del Nord arriva al Sud – Le parole nuove sul tavolo di Trump (e Xi); Kim e Moon: guerra finita – Il dilemma delle armi nucleari di Pyongyang – “Le Nazioni Unite salutano il coraggio e la leadership che hanno portato a importanti impegni e fa affidamento sulle parti perché li mettano in pratica” Antonio Guterres Segretario Generale dell’Onu – Molte incognite però: iI nodo nucleare rimane tutto da chiarire, e bisognerà evitare una trattativa infinita –
E’ un personaggio teatrale, oltre che brutale, KIM JONG-UN. Ma forse non recita e non esagera quando dice di essere venuto a PANMUNJOM, sul versante sudista della frontiera, per aprire una nuova era di pace. Bisogna guardare bene le immagini arrivate in una straordinaria diretta televisiva dal 38° Parallelo.

“A PANMUNJOM, nel 1953, gli Stati Uniti firmarono un ARMISTIZIO che mise fine alla prima guerra non vinta della loro storia. UNA GUERRA PAREGGIATA, poiché finì più o meno da dove era cominciata: IL NORD falli nel tentativo di occupare militarmente il Sud, ma, grazie all’intervento armato cinese, RIMASE COMUNISTA; e IL SUD RESTÒ SOTTO L’OMBRELLO AMERICANO. Per Washington quella coreana è una partita incompiuta.(…..)” (Bernardo Valli, “la Repubblica”, 30/4/2018)

C’è stato calore nell’incontro tra i due nemici, Kim sembrava sincero quando ha preso per mano MOON JAE-IN, invitandolo a mettere piede sul territorio del Nord.
Tenendo le loro mani unite e strette i due uomini dell’Asia hanno riportato alla memoria il tedesco Kohl e il francese Mitterrand che seppellirono un’era di guerre nel cuore dell’Europa. E’ giusto avere speranza. E sicuramente bisogna credere all’onestà intellettuale di Moon Jae-in, il presidente sudcoreano che da ragazzo è stato in carcere nella battaglia per i diritti civili e la democrazia a Seul e ora ha messo in gioco il suo futuro politico cercando il dialogo con il regime nemico.
Moon non si è rassegnato nemmeno nei momenti della massima minacciosità nordcoreana, a costo di sentirsi accusare da Trump di «appeasement», la bolla di disonore politico che pesa sulla memoria occidentale fin dal 1938 quando con il Patto di Monaco le democrazie europee si piegarono a Hitler.

27 APRILE 2018: L’INCONTRO DEI DUE LEADER ALLA FRONTIERA DI PANMUNJOM – UN CONFLITTO PERMANENTE • Giugno’50: la Corea del Nord varca il 38° Parallelo e prende la città di Seul. II conflitto che vedrà coinvolti gli Usa al Sud e la Cina a Nord causerà tra i 2 e i 4 milioni di morti. II 27 luglio 1953 viene stipulato l’armistizio • Ottobre 2006: la Corea del Nord realizza il primo test nucleare • Novembre 2010: Pyongyang attacca l’isola di Yeonpyeong, Seul risponde militarmente • Settembre 2017: sesto test nucleare di Pyongyang • Febbraio sudcoreano 2018: la Corea del attentato Nord partecipa alle Olimpiadi invernali

Ora arriva la DICHIARAZIONE DI PANMUNJOM. I leader dei Paesi separati, assurdamente fermi all’armistizio del 1953, quindi da 65 anni ancora tecnicamente in guerra, hanno promesso di trovare un accordo di pace entro la fine dell’anno e di lavorare verso l’obiettivo comune di «DENUCLEARIZZARE LA PENISOLA».
La pace non c’è ancora e scriverla in pochi mesi non sarà facile, perché sotto il Trattato sarà necessaria anche la firma di CINA e STATI UNITI, avversari sul campo nella guerra 1950-1953 che portò gli americani a considerare l’uso dell’atomica per fermare le masse di «volontari» cinesi.
E 65 anni dopo, l’arsenale nucleare nordcoreano è ancora al centro della sfida. Che non è finita ieri. Il secondo tempo di questa partita si giocherà tra poche settimane, nel vertice tra Kim e Donald Trump, che diversamente da Moon non ha nessun motivo sentimentale per fraternizzare con il Maresciallo. Gli Stati Uniti vorrebbero la denuclearizzazione completa, verificata e irreversibile.

KIM JONG_UN e MOON JAE_IN – Abbraccio «Il cuore continua a battermi forte», fin dalle prime parole il nordcoreano Kim Jong-un ha espresso gioia ed emozione per l’incontro con il presidente sudcoreano Moon Jae-in

Non bisogna dimenticare che ancora a gennaio Kim giurava con un ghigno da Dottor Stranamore di avere «il bottone di lancio sulla scrivania». Sono passati meno di quattro mesi e Kim è venuto al Sud, primo leader nordcoreano a varcare la linea terribile del 38° Parallelo. Le parole concordate con Moon nel documento del vertice suonano anche ispirate e commoventi, quando i due leader si rivolgono «ai nostri ottanta milioni di coreani», per dire che «la nostra urgente missione storica è di mettere fine allo stato abnorme di cessate-il-fuoco e di stabilire la pace, entro la fine dell’anno».
Ma è l’impegno al ritiro delle armi nucleari dalla Penisola l’obiettivo più importante e difficile da mantenere e potrebbe far saltare tutto il progetto dei due coreani. La parola denuclearizzazione può avere diversi significati, a Seul, Pyongyang e Washington. Kim, nei sette anni da quando è al potere, ha fatto sviluppare missili intercontinentali capaci di colpire le città americane e ha ordinato di costruire ordigni nucleari come polizza di assicurazione contro attacchi al suo regime (e alla sua vita). Ha costretto il suo popolo a vivere sotto sanzioni internazionali sempre più strette per completare il piano di «sopravvivenza». E ora non vuole fare la fine di Gheddafi, che aveva rinunciato alle armi proibite e poi è stato bombardato e ucciso.
Resta ancora un alto grado di incertezza sulla bella Dichiarazione di Panmunjom. Vista dalla Casa Bianca è la cornice di un quadro che bisogna riempire con linee chiare e colori non sfumati e opachi. C’è il sospetto che Kim fosse disperato per la crisi devastante dell’economia nordcoreana e stia solo cercando di prendere tempo, ottenere qualche concessione immediata e dividere gli Stati Uniti dall’alleato sudcoreano.
Denuclearizzazione della Penisola, come afferma l’impegno generico di Kim e Moon, può presumere come contropartita la chiusura dell’ombrello protettivo americano su Sud Corea e Giappone, il ritiro dei 28.500 militari del contingente Usa schierato dietro il 38° Parallelo. POTREBBE LASCIARE LA PENISOLA PACIFICATA NELLA SFERA D’INFLUENZA ESCLUSIVA DELLA CINA, LA POTENZA EMERGENTE.
Tutto andrà discusso e chiarito. Però senza ricadere in trattative estenuanti e inconcludenti com’è stato in passato. In questo senso, l’impetuosità di Trump può essere vantaggio. E anche se Trump ha cattiva stampa in patria e all’estero (e non senza ragione) bisogna dargli atto che la sua linea della «massima pressione» ha sicuramente aperto la via a questa svolta di Kim. Ed è stato abile quando alternava «fuoco e furia» a sorprendenti elogi per «quel tipo sveglio», non ha mai chiuso la porta a un accordo dell’ultima ora. Ha mostrato cautela e comprensione ieri nella sua prima reazione su Twitter: «La Guerra di Corea finisce, succedono buone cose, solo il tempo dirà».
E la Corea aspetta una pace stabile da troppo tempo, ha sofferto sotto il dominio coloniale giapponese dal 1910 al 1945; è stata divisa tra sovietici e americani «provvisoriamente»; è stata insanguinata dalla guerra d’aggressione ordinata dal nonno di Kim Jong-un nel 1950; dopo l’armistizio del 1953 ha vissuto in un clima di paura, segnato da minacce, attentati, cannonate sui villaggi di frontiera. Ora è giusto che le Due Coree dicano che la guerra è finita. (Guido Santevecchi)

IL 38° PARALLELLO “DA NOI” – In Italia Il MONUMENTO AL 38º PARALLELO sorge a BOCALE, zona di REGGIO CALABRIA, nel punto esatto dove tale parallelo incontra la strada statale 106 Jonica. Il monumento è costituito da un basamento a forma di tronco di piramide, sul cui lato obliquo sono posti dei medaglioni con l’emblema delle 6 CITTÀ ATTRAVERSATE DAL 38º PARALLELO: REGGIO CALABRIA, SEUL, SMIRNE, ATENE, SAN FRANCISCO, CORDOBA. Tale monumento fu creato nel 1987 in seguito al congresso internazionale della Società Dante Alighieri, e vuole celebrare un ideale legame di pace e collaborazione fra tutte le città che giacciono sul 38º parallelo.

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QUEI 65 ANNI D’ATTESA: ORA LA II GUERRA MONDIALE È FINITA ANCHE SUL 38° PARALLELO
di Vittorio Zucconi, da “la Repubblica” del 28/4/2018
– È stato il grande conflitto dimenticato. Fin dall’origine è stato spesso a un passo dal diventare uno scontro nucleare. Ora si avvia alla conclusione ma resta un non detto tra Cina e Stati Uniti –
WASHINGTON – Piccolo passo per due uomini in guerra che si tenevano per mano come fidanzatini, grande balzo per l’umanità che chiude l’ultima piaga rimasta aperta dalla Guerra mondiale e poi dalla Guerra fredda, la promessa di pace dei leader delle due mezze Coree è un viaggio lungo 65 anni e un milione di morti. Continua a leggere

UN MONDO DI MURI? – I CONFINI, le BARRIERE, che crescono di giorno in giorno – Non per motivi ideologici (comunismo, capitalismo…), ma PER FERMARE I POVERI, I DERELITTI DELL’UMANITÀ che aumentano sempre più – Una (TRISTE) PANORAMICA in questo POST di alcuni di questi TANTI CONFINI

Il 9 NOVEMBRE 1989, IL MURO CHE DIVIDEVA LA CITTÀ DI BERLINO IN DUE, costruito nel 1961, simbolo dell’incomunicabilità tra Occidente e Oriente, CROLLÒ. SEMBRAVA CHE DA QUEL MOMENTO NON CI SAREBBERO PIU’ STATI MURI… E INVECE….

   Vi proponiamo qui un Post dedicato ai tanti (troppi) CONFINI che, anziché diminuire, stanno sempre più aumentando nel mondo. E’ una rappresentazione fatta di immagini, foto, prese qua e là, e in ogni caso si tratta di una rappresentazione molto personale e assai parziale, limitata. Ciascuno di noi (voi) conosce e immagina muri (CONFINI) che rappresentano delimitazioni improprie, artificiali e artificiose, che in natura non esisterebbero. Siamo nell’epoca delle chiusure, dei populismi, delle “paure”… forse il tutto dato da un futuro incerto, con il crescere delle povertà, la crisi economica; “sviluppi possibili” nel creare ricchezza e prosperità che non sono bene identificabili… ALLORA C’È LA TENDENZA A CHIUDERSI, AD AVERE PAURA.

   ISOLAZIONISMO E NAZIONALISMO sono tentazioni pericolose: specie nelle loro conseguenze (a nostro avviso molto di più del contrario: cioè di togliere qualsivoglia “muro”). Ciò non vuol dire che non ci devono essere delle regole nella MOBILITÀ delle persone che si spostano da un luogo all’altro, che emigrano. Ma le barriere fisiche andrebbero sostituite con risposte concrete, autorevoli e meditate. Avendo un PROGETTO chiaro di nuova società, dei rapporti pacifici e solidali tra popoli, persone…. E con l’accettazione più ragionata di possibilità concrete di vivere felicemente, in modo ordinato, in un mondo multiculturale, multietnico.

   Ma limitiamoci qui a “vedere” alcuni dei CONFINI delle nostra epoca. Dividendo questo POST (fatto solo di immagini, foto) IN TRE PARTI:

1) I CONFINI-MURI CONTRO I POVERI E GLI IMMIGRATI (tema principale di quest’epoca);

2) GLI ALTRI CONFINI-LIMITI GEOPOLITICI che ancora persistono;

3) LE PROPOSTE E LE INIZIATIVE VIRTUOSE PER SUPERARE I CONFINI, “SALTARE IL MURO”

   Prospettando un’azione di tutti, nelle possibilità “micro o macro” di ciascuno, di dare una soluzione virtuosa alla “geografia dei troppi confini”, imparando a “saltare i muri”. (s.m.)

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In quel 9 novembre 1989 la folla festeggia la caduta del Muro

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85 ANNI PRIMA….

IL CONFINE E LA GUERRA

I CONFINI COME PRETESTO PER LE ARMI – «Non esistono confini politici naturali, perché tutti i confini politici sono artificiali, cioè creati dalla coscienza e dalla volontà dell’uomo», sostengono Gaetano Salvemini e Carlo Maranelli nel 1918, ossia in un’Italia massacrata da una guerra in cui entrò spinta dal programma di Vittorio Emanuele III che incitava i soldati a «piantare il tricolore d’Italia sui termini sacri che la natura pose ai confini della Patria nostra»

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NUOVE BARRIERE IN EUROPA

SETTEMBRE 2015: FILO SPINATO TRA SERBIA E UNGHERIA PER BLOCCARE LA ROTTA DEI MIGRANTI ATTRAVERSO I BALCANI

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Barriera di confine a MELILLA (tra Marocco e Spagna)

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BARDONECCHIA, TRAFORO DEL FREJUS – Un confine facilmente superato tra Italia e Francia……

Facilmente superato il confine, ma non per tutti…

Per andare in Francia, stesso luogo, Bardonecchia, stesso confine, ma qui d’inverno è propria dura…
Un migrante tra le due gallerie sul Col de L’Échelle (COLLE DELLA SCALA), partito da Bardonecchia verso la Francia
TRA ITALIA E FRANCIA E’ UN CONFINE RITORNATO (SOLO PER ALCUNI…)

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E CON L’AUSTRIA IL BRENNERO DIVENTERA’ UN CONFINE RIPRISTINATO?

BRENNERO: UN CONFINE CHE RITORNA?

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L’EUROTUNNEL SULLA MANICA: SEMBRAVA L’INIZIO DI UNA NUOVA ERA…

IL TUNNEL FERROVIARIO SULLA MANICA

MA LA CHIUSURA NON E’ SOLO “BREXIT”; PRIMA DI TUTTO SONO I MIGRANTI CHE VOGLIONO ANDARE IN INGHILTERRA (SPESSO A RICONGIUNGERSI ALLE LORO FAMIGLIE)…

Migranti che tentano di andare in Inghilterra (per l’autostrada che porta all’imbarco dei traghetti per Dover o per il tunnel dei treni che passano sotto la Manica)

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“CONFINI IN EUROPA” (MA GLI IMMIGRATI NON C’ENTRANO)

IRLANDA ED EIRE DOPO LA BREXIT: UN NUOVO CONFINE?

   LA BREXIT VUOLE RIFARE IL CONFINE TRA LE DUE IRLANDE – 30.000 persone ogni giorno attraversano il confine tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord. …anche agricoltori che hanno i campi al di là del confine…. UNA PARTE E’ IN EUROPA, E L’ALTRA (CON LA BREXIT) NON PIÙ. COME FUNZIONERÀ? …Il confine si snoda attraverso l’Irlanda per 500 km, e ha una quantità di valichi doppia rispetto all’intera frontiera orientale dell’UE. Da una parte c’è l’Irlanda del Nord, che fa parte del Regno Unito. A sud, c’è la Repubblica d’Irlanda. SI TROVERA’ UN ACCORDO PER NON (RI)FARE IL CONFINE??

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L ISTRIA DIVISA DA CROAZIA E SLOVENIA – Tra il GOLFO DEL QUARNARO e il GOLFO DI TRIESTE si staglia l’ISTRIA, la maggiore penisola presente nel MAR ADRIATICO. CONTESA TRA LA SLOVENIA, LA CROAZIA e, per una piccola porzione, l’Italia (Friuli Venezia Giulia e Veneto), L’ISTRIA È PER LA MAGGIOR PARTE DEL SUO TERRITORIO APPARTENENTE ALLA CROAZIA: UN REGIONE D’EUROPA DIVISA IN TRE.

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SIRIA, KURDISTAN, PALESTINA, LIBIA: i POPOLI-COMUNITÀ cui ora SI STA DECIDENDO (si è deciso?) IL LORO DESTINO per i decenni a venire, con il controllo geopolitico delle potenze attuali globali – QUALI POSSIBILITÀ per un’inversione di tendenza di un mondo che vada verso la PACE e lo SVILUPPO per tutti?

8/4/2018: Un NUOVO ATTACCO aereo a DOUMA (una città a est di Damasco controllata ancora dai ribelli anti-Assad) CON ARMI CHIMICHE provoca almeno 100 morti e mille feriti. A riaccendere la tensione nell’area della Ghouta orientale, la presenza degli ultimi ribelli anti-Assad che avevano chiesto una tregua per lasciare assieme ai loro familiari la città. Ma la decisione dell’ala dura JAISH AL-ISLAM di non evacuare la città avrebbe scatenato la reazione del governo di Damasco. Ora però le trattative per una nuova tregua sembrano essere arrivate a un accordo. Secondo la tv di Stato il regime avrebbe acconsentito a rilasciare i prigionieri in cambio dell’evacuazione totale dei combattenti di Jaish al-Islam da Douma: “La partenza di tutti i cosiddetti terroristi di Jaish al-Islam per Jarablus dovrà avvenire entro 48 ore” (da “la Repubblica.it del 8/4/2018)

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MERCOLEDÌ 4 APRILE il SUMMIT TRILATERALE AD ANKARA ha mostrato ERDOGAN, PUTIN e ROUHANI intenti a spartirsi le zone di influenza IN SIRIA e ad accordarsi su come risolvere i problemi in futuro (…): TRE NAZIONI CON ANTICHE DIFFIDENZE E NON LONTANI RANCORI RECIPROCI – TURCHIA, RUSSIA E IRAN – APPAIONO COME IL DIRETTORIO DI COMANDO DELL’INTERA REGIONE, una regione peraltro vicina a noi europei, diciamo almeno a portata di rotte dei migranti. (Daniele Bellasio, “la Repubblica”, 5/4/2018)

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Con il VERTICE DI ANKARA del 4 aprile 2018 tra ERDOGAN, PUTIN e HASSAN ROHANI si è definito il nuovo triangolo mediorientale: 1-LA TURCHIA VUOLE PRENDERE IL CONTROLLO DELL’AREA NORD DEI CURDI SIRIANI, ritenuti da Ankara degli alleati del Pkk turco – tutti considerati dai turchi dei terroristi – 2-LA RUSSIA INTENDE CONSOLIDARE LE SUE BASI AEREE E NAVALI SULLE SPONDE DEL MEDITERRANEO, mentre 3-L’IRAN HA COME INTERESSE PRINCIPALE TENERE IN PIEDI A DAMASCO UN REGIME AMICO per dare consistenza alla Mezzaluna sciita. L’arco che partendo da Teheran e passando per Baghdad e Damasco arriva alle postazioni degli Hezbollah in Libano, la pistola puntata del ayatollah contro Israele.

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LA CONTESA ISRAELO-PALESTINESE

Le forze israeliane uccidono 16 persone a Gaza mentre i palestinesi manifestano nel “Giorno della Terra” – Per i PALESTINESI il 30 marzo è il “YOM AL ARD”, che in arabo significa “GIORNO DELLA TERRA”. È una ricorrenza molto sentita dai palestinesi perché ricorda l’uccisione nello stesso giorno del 1976 di sei arabo-israeliani che si opponevano alla confisca delle loro terre in Galilea da parte dello Stato ebraico. Quella tragedia unì il popolo palestinese come raramente era accaduto prima. Oltre alle proteste, i palestinesi di solito piantano anche una PIANTA DI ULIVO per il diritto alla terra. HAMAS, la parte più integralista della rivolta palestinese, strumentalizza molto l’avvenimento, e manda a morire famiglie oltre il confine controllato dai cecchini dell’esercito israeliano. Le proteste dureranno fino al 14 maggio, ossia il giorno della fondazione dello Stato di Israele nel 1948, che i palestinesi ricordano con la parola “NAKBA”, la “CATASTROFE”.

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in verde i territori palestinesi: GAZA, un territorio stretto tra Israele e a sud l’Egitto, controllato dalla parte più estremista palestinese, HAMAS. Poi WEST BANNK, cioè la CISGIORDANIA, per la maggior parte desertica, e con tanti insediamneti israeliani sorti in questi anni malgrado l’opposizione dell’Onu, della Comunità internazionale – GAZA: 360 km² di superficie (meno di un terzo della superficie di Roma) popolata da circa 1.760.000 abitanti di etnia palestinese, di cui 1.240.000 rifugiati palestinesi. A GAZA è impossibile che ci si possa vivere civilmente: tantissime persone in un posto ristrettissimo. E il controllo della parte più integralista palestinese porta alla rivolta. Gli israeliani da una parte, e gli egiziani a sud, poi fomentano la disperazione. Basti pensare che Gaza, questo Paese tra i più poveri al mondo, è ormai senza acqua potabile, perché gli egiziani hanno inondato i tunnel con acqua di mare, e le falde adesso sono salate.

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SUL MEDIO-ORIENTE e L’AREA MEDITERRANEA:

MAPPA GEO-POLITICA E RELIGIOSA DEI PAESI DEL MEDITERRANEO; in rosso ‘musulmani’; in giallo ‘cristiani cattolici’; in verde ‘cristiani ortodossi’; in giallo chiaro ‘ebraici’ – NELLE CRISI ATTUALE DEL MEDITERRANEO (LIBIA NEL CAOS, SPARTIZIONE DELLA SIRIA, PALESTINA E SCONTRO CON ISRAELE, KURDISTAN E REPRESSIONE TURCA), L’UNIONE EUROPEA NON RIESCE A METTERE SUL TAVOLO UNA VERA E FORTE STRATEGIA PER IL MEDITERRANEO, se non una dispendiosa linea di contenimento tattico dei flussi migratori.

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102 ANNI FA È NATO L’ACCORDO SYKES-PICOT: COSÌ È NATO IL MEDIORIENTE DI OGGI – Durante il primo conflitto mondiale un giovane diplomatico britannico, Sir Mark Sykes (a sinistra), e il suo omologo francese François Georges-Picot, tracciando una linea nel deserto su una mappa, spartirono tra FRANCIA e REGNO UNITO i territori della cosiddetta Mezzaluna fertile. Le zone a nord della linea (ZONA A, CORRISPONDENTE A SIRIA E LIBANO) sarebbero state sotto l’influenza di PARIGI, mentre quelle a sud (ZONA B, GIORDANIA E IRAQ) sotto quella di LONDRA. Era il 16 MAGGIO 1916, l’accordo passò alla storia con il nome degli artefici, Sykes-Picot.

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SULLA LIBIA:

LA LIBIA COM’È DIVISA ORA – IN CELESTE: TOBRUK, nella costa orientale del paese vicino al confine con l’Egitto, è sede del parlamento riconosciuto dalla comunità internazionale, che è stato eletto l’anno scorso. Il governo guidato dal primo ministro Abdullah al Thinni ha sede nella città di Beida. Può vantare il sostegno esterno degli Emirati Arabi Uniti e dell’Egitto, e interno dei reduci dell’esercito regolare libico guidati dal generale Khalifa Haftar, nemico giurato di ogni fazione jihadista o islamista. – IN VERDE: Sostenute da una serie di gruppi armati, alcuni dei quali di impronta islamista, le autorità di TRIPOLI hanno preso il controllo della capitale nell’agosto del 2014 e sono guidate da Khalifa al Ghwell, il primo ministro nominato dal congresso nazionale generale, il parlamento uscente che sta estendendo il suo mandato invece di lasciare il potere dopo aver perso le elezioni dell’anno scorso. I suoi sponsor internazionali sono il Qatar e la Turchia. – IN VIOLA: la Libia si è dimostrata il terreno più fertile per l’espansione dell’ISIS che ha imposto il suo controllo su SIRTE, ex roccaforte di Muammar Gheddafi, e su oltre centocinquanta chilometri di costa mediterranea. Il gruppo è presente anche nell’est del paese, dove è entrato in competizione con i gruppi legati ad Al Qaeda. (mappa ripresa dalla rivista INTERNAZIONALE, http://www.internazionale.it/ )

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UN FILM SULL’IMMIGRAZIONE (DALLA LIBIA):

LA LIBIA VIOLENTA CONTRO CHI TENTA DI ANDARE IN EUROPA. Il film di ANDREA SEGRE “L’ORDINE DELLE COSE” è uscito nelle sale nel settembre 2017. Parla dei CENTRI DI DETENZIONE DEGLI IMMIGRATI IN LIBIA. Alla base della vicenda ne “L’ordine delle cose” c’è Corrado (Paolo Pierobon), alto funzionario del Ministero degli Interni specializzato in missioni internazionali contro l’immigrazione clandestina. Viene inviato il Libia dal governo con il compito di arginare i flussi migratori da quel paese. La missione è complessa e lui si muove tra i luoghi di potere e i centri di detenzione. In più incontra Swada (Yusra Warsama), una donna somala rinchiusa in prigione e che gli chiede aiuto per arrivare in Finlandia per raggiungere il marito. Lui si trova così in crisi: seguire la legge o aiutare una persona in difficoltà?

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LIBIA

NEI LAGER DI TRIPOLI ALLA RICERCA DI UN MIGRANTE SCOMPARSO

di Domenico Quirico, da “La Stampa” del 5/4/2018
– L’impossibile promessa alla sorella arrivata in Italia. Gli uomini costretti a pagare per lavorare fuori dalle carceri, le donne alla mercé dei miliziani –
Sono venuto a Tripoli a cercare un uomo, un ragazzo di ventiquattro anni, un migrante. Adesso che, all’aeroporto, mi incolonno nella folla pigiata di viaggiatori, rivenduglioli, salafiti, spie, miliziani… mi accorgo di quanto il mio scopo sia assurdo. Mi hanno chiesto di ritrovare una pagliuzza nell’immenso mucchio della migrazione, impigliata nella rete che noi e i libici abbiamo teso sulla spiaggia del mare. Di lui ho soltanto un nome, LEHI, una data e un luogo di nascita, YASSAP in Costa d’Avorio.
E un numero di telefono, libico, che quasi certamente non potrò usare per non metterlo in pericolo, per non allertare coloro che lo hanno forse rapito imprigionato reso schiavo. Ecco. Ora che sono qui quello che provo assomiglia all’eccitazione che si avvertiva quando a scuola il professore cominciava la lezione di geometria con queste parole: prendiamo un punto nell’infinito.
L’auto corre sul lungomare, la vicinanza del deserto si avverte nei colori dell’aria che è chiara e celestina, il cielo di un azzurro pallido, leggero, di un rosa che sfuma ormai nel tramonto vale di più della città che gli deve quanto ha di meglio. Vedo intorno le solite case strette come scaglie di pigna di una architettura spuria, strade senza carattere, senza bellezza né ricchezza, l’immondizia a mucchi, i murales della rivoluzione, «alla fine liberi», sudici e illeggibili. Continua a leggere