GEOGRAFICAMENTE in pillole – La CARTA GEOGRAFICA: è un’invenzione della realtà, non la rappresentazione – MAPPA come messaggio di chi la produce: realtà disegnata che nasce dalla personalità del cartografo, dai limiti imposti dall’editore, dal momento storico – L’Elemento Naturale liquido come rappresentato nell’ “ATLANTE GEOPOLITICO DELL’ACQUA”

(foto da http://www.expo2015.org/) – SE GLI ALIENI GUARDASSERO IL NOSTRO PIANETA, NON LO CHIAMEREBBERO TERRA. LO CHIAMEREBBERO ACQUA. Nel globo terracqueo l’azzurro elemento domina, anche se la porzione a disposizione degli uomini è minuscola e sta pure lentamente diminuendo. – L’acqua copre il 71 per cento della superficie della Terra, di cui il 97,5 per cento è salata, e occupa un volume enorme, un miliardo e mezzo di chilometri cubi. Tutte le acque del pianeta, degli oceani, dei fiumi, del sottosuolo e dell’atmosfera, sono connesse tra loro. Ovunque le acque circolano e si rinnovano nel tempo. I tempi medi di questo scorrere sono davvero diversi. Una singola molecola d’acqua permane nelle più profonde falde sotterranee in media per millenni; negli oceani si prolunga per centinaia d’anni; in atmosfera non supera i 4 giorni. (da http://www.expo2015.org/ )

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GLI ACQUIFERI DEL PIANETA – da Atlante Geopolitico dell’Acqua, Hoepli ed. 2019

PER FAR LA CARTA CI VUOLE IL LEGNO

di RICCARDO PRAVETTONI, da https://www.ilpost.it/ del 27/9/2019

   La carta geografica, la mappa, intesa come strumento della disciplina cartografica, è oggetto della più o meno consapevole e sicuramente irresistibile fascinazione da parte dell’Uomo di tutte le epoche e di (quasi) tutte le culture. Ed è anche uno degli oggetti la cui definizione è allo stesso tempo estremamente semplice e universale quanto ampia e inclusiva. In Italia la si chiama spesso “cartina”, un diminutivo che oltre a far innervosire i geografi evoca la mancanza di una vera tradizione cartografica contemporanea. Lo si vede nelle edicole, negli insegnamenti universitari, o lo si sente se si è fatta un’esperienza di studio o lavoro in altri Paesi europei come la Francia o la Gran Bretagna in cui la carta ha un ruolo notevole in quello che oggi viene chiamato information design.

   Cos’è allora una mappa, una carta? Per quanto mi riguarda è “un formidabile dispositivo ontologico”(1). Produce significato, inventa la realtà anziché semplicemente rappresentarla, e quindi si presta a quella sostituzione tra oggetto e soggetto che manda in confusione la modernità. Prima vittima illustre: Cristoforo Colombo, che nega l’evidenza perché una delle carte migliori dell’epoca diceva il contrario di quello che i suoi occhi videro. Semplificando di moltissimo le cose, la mappa è quell’artefatto di natura umana e a vocazione divina (alla quale cioè crediamo incondizionatamente e a volte contro l’evidenza empirica) che ci dice cosa esiste e cosa non esiste. Nel gergo anglosassone l’espressione “you are not on the map” rivela quanto potente sia l’ontologia cartografica: per esistere nella realtà un oggetto deve prima esistere sulla carta geografica. Seguendo il ragionamento inverso, cosa c’è di più facile allora se non cambiare la carta per cambiare la realtà? Ce lo ha dimostrato Donald Trump qualche giorno fa improvvisandosi cartografo, pennarello alla mano, e cambiando la rotta dell’uragano Dorian.

LAGO CIAD, prosciugato dal clima e inondato dal conflitto (da Atlante Geopolitico dell’Acqua, Hoepli ed. 2019)

   La carta è un arte-fatto, un dispositivo la cui realizzazione per secoli è stata legata alla produzione artistica (da qui uno dei vari aspetti della fascinazione che esercita) e tantissimi sono gli esempi di carte realizzate da personaggi passati alla storia come artisti piuttosto che come cartografi (con l’eccezione di Leonardo, al quale l’etichetta di artista va sicuramente molto stretta attorno al polso del suo genio). Similmente a un dipinto la mappa è fatta di elementi retorici visuali che anche se utilizzati con modalità e tecniche differenti sono gli stessi utilizzati dal pittore, dall’illustratore o in tempi più recenti dal grafico.

   Una mappa è fatta di punti e di linee, di superfici nello spazio (ne dovrebbe sapere qualcosa Kandinsky) e di forme, di colore e di texture, di contrasto e saturazione, di luce e prospettiva. E di nomi, a indicare simboli e convenzioni. Allo stesso modo di un’illustrazione la mappa esprime un’intenzione – se vogliamo politica – un messaggio implicito e uno esplicito.

   Il primo è dovuto al fatto che la mappa è creazione umana, quindi per natura soggettiva: il cartografo opera una selezione delle informazioni da rappresentare e taglia la realtà a suo piacimento, procedendo per sottrazione cosi come fa lo scultore che parte da un blocco di legno massiccio.

   Il secondo è dato dal contenuto mostrato dalla mappa (soprattutto dalle mappe tematiche contemporanee) in cui la base cartografica, il planisfero o qualsiasi altra forma terrestre, serve da palcoscenico per l’informazione che si mette in scena, per la narrazione che ci si costruisce sopra. Se i punti in comune tra cartografia e illustrazione sono molti, una distinzione spicca tra tutte: la carta ha bisogno di un’informazione precostituita. Sia questa quantitativa o qualitativa, geo-referenziata (relative a un sistema di coordinate) oppure no, la mappa mostra un’informazione acquisita a priori; l’informazione è contemporaneamente inizio e fine (nel senso di obiettivo) di una rappresentazione cartografica.

Land water grabbing (da Atlante Geopolitico dell’Acqua, Hoepli ed. 2019)

   Tra informazione e aspetto estetico della mappa esiste una relazione diretta e indivisibile suggellata dal cartografo. Il segno scelto per la rappresentazione di un certo tipo di dato, il colore, lo spessore della linea o la sua visibilità rispetto al suo intorno determina l’informazione stessa, l’efficacia della comunicazione, il suo aspetto cognitivo, le intenzioni e le implicazioni politiche.

   Partendo dalle stesse informazioni due cartografi diversi produrranno due mappe diverse a seconda del loro trascorso, delle loro opinioni personali, dei limiti imposti dal loro editore, della cultura in cui operano, del peso che l’argomento che stanno affrontando ha nella loro scala di valori personale e così via. Ognuno di questi aspetti impone una scelta, una selezione, una presa di posizione più o meno parziale e consapevole.  Obbliga cioè il cartografo a scolpire legno per ricavare carta.

   Attrezzi alla mano (quelli del pittore, dello scultore, dell’illustratore, del critico, del giornalista…) la carta prende forma e si rivela uno straordinario mezzo di comunicazione che racchiude in se una quantità “selezionata” e compressa di informazioni messe insieme per raccontare un determinato evento.

   In una singola pagina (stampata o su schermo) la mappa può racchiudere decine di resoconti, centinaia di tabelle, un rapporto tecnico di parecchie pagine sul cambiamento climatico o il resoconto di viaggio di trenta migranti che hanno attraversato il Sahara e la Libia per arrivare in Europa, e lo fa consapevole del fatto che per mostrare quelle informazioni, per raccontare quella storia li, è probabilmente il mezzo più adatto.

   Poi certo, si regge quasi tutto sull’accuratezza dell’informazione, la correttezza del metodo e la buonafede del cartografo. Come per ogni altro prodotto d’informazione. (Riccardo Pravettoni)

(1)Farinelli, F., Geografia, Einaudi 2003

L’Atlante Geopolitico dell’Acqua, di Riccardo Pravettoni, Emanuele Bompan, Federica Fragapane e Marirosa Iannelli, è stato pubblicato nel settembre scorso dalla casa editrice Hoepli

ATLANTE GEOPOLITICO DELL’ACQUA: WATER GRABBING, DIRITTI, SICUREZZA ALIMENTARE ED ENERGIA – UN VIAGGIO VISIVO E DI RICERCA attraverso il concetto di bene comune e diritto umano all’acqua negli eterni confiitti per l’oro blu, tra accaparramento, trasformazioni dell’energia e analisi degli sprechi. L’ACQUA È ELEMENTO INDISPENSABILE per la vita sulla Terra: una risorsa preziosa da sempre oggetto di contese, confiitti e depauperamento; QUESTO LIBRO È UN ATLANTE NEL SENSO CONTEMPORANEO del termine: tematico e geopolitico, fortemente orientato all’information design e alla sensibilizzazione su un tema molto chiaro: il diritto all’acqua è il futuro del pianeta. In 14 capitoli si intrecciano FOTO DI REPORTAGE D’AUTORE, INFOGRAFICHE E MAPPE per raccontare in chiave geopolitica LE MAGGIORI CRITICITÀ LEGATE AI SISTEMI IDRICI: il CICLO dell’acqua; l’acqua INTORNO A NOI; i GRANDI FIUMI; i GRANDI LAGHI; MARI e OCEANI; i CAMBIAMENTi climatici; l’acqua virtuale; AGRICOLTURA e sicurezza alimentare; una goccia elettrica; i GRANDI SBARRAMENTI; water grabbing e DIRITTI UMANI; salute e igiene; l’ACQUA in bottiglia.

GLI AUTORI

Emanuele Bompan Giornalista ambientale e geografo. È direttore responsabile di “Renewable Matter” e i suoi pezzi appaiono su “La Stampa”, “il Sole24Ore”, “Linkiesta”, “LifeGate” e “Oltremare”. Collabora con l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS) e il Water Grabbing Observatory.


Federica Fragapane Information designer. I suoi progetti sono stati pubblicati su “Corriere della Sera – La Lettura”, “La Stampa”, “BBC Science Focus”, “Scientific American”, “Wired US” ed “El País”. Ha collaborato con le Nazioni Unite e lavorato a progetti editoriali per National Geographic Kids e Penguin Books USA.


Marirosa Iannelli Presidente di Water Grabbing Observatory e progettista ambientale specializzata in cooperazione internazionale e water management. Sta svolgendo un dottorato di ricerca europeo con un progetto su cambiamenti climatici e governance delle risorse tra Africa e Sudamerica.


Riccardo Pravettoni Geografo e cartografo, lavora per il Norwegian Center for Global Analyses (RHIPTO). Co-autore del rapporto IPCC sul clima, collabora con Le Monde. Ha pubblicato i suoi lavori su “The Guardian”, “Le Monde Diplomatique”, “El País”, “L’Obs”, “Il Post” e “La Stampa”.

Annunci

L’AMBIGUA (ma positiva) TREGUA nella guerra turca contro i curdi della Siria del Nord – Ma dopo il sollievo dei 5 giorni di tregua stabiliti da Erdogan (per volere degli americani), i curdi rinunceranno a quella fascia di territorio lunga 120 chilometri e profonda 32, andandosene per lasciar posto alla Turchia?

SFOLLATI (da http://www.swissinfo.ch/) – L’offensiva militare turca in corso nel nord-est della Siria ha provocato finora oltre 275.000 sfollati

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MAPPA DELL AREA DEL CONFLITTO (7 ottobre 2019, da BBC) – La tregua riguarda solo l’area di circa 120 km tra TAL ABYAD e RAS AL AYN, al centro dell’offensiva di Ankara

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SIRIA. TRUMP ANNUNCIA LA TREGUA: FASCIA DI SICUREZZA E RITIRO DELLE FORZE CURDE

da AVVENIRE https://www.avvenire.it/mondo/,  17 ottobre 2019

– I curdi: «La Turchia usa napalm e fosforo bianco». Pronta la smentita di Ankara, che accusa “gruppi terroristici”. In un video bambini con ustioni compatibili con i gas –

   Il presidente Usa Donald Trump è euforico: “Grandi notizie dalla Turchia, milioni di vite in salvo”. Si spiega meglio il vicepresidente americano, Mike Pence che oggi (giovedì 17 ottobre, NDR) è ad Ankara: è stato raggiunto un accordo per una tregua. Le milizie curde si dovranno ritirare entro cinque giorni dal confine tra Siria e Turchia. Dopo, comincerà il ritiro turco dal Paese mediorientale. E le sanzioni imposte dagli Usa alla Turchia a causa dell’offensiva in Siria saranno tolte appena il cessate il fuoco diventerà permanente.

   Così la Turchia otterrà una zona di sicurezza concordata con gli Usa di circa 32 km (20 miglia) oltre il suo confine, in territorio siriano. Di fatto una vittoria per il presidente turco Erdogan, che lascia però aperte delle domande.

   Una prima domanda: chi controllerà realmente quest’area, forze militari o di polizia? E saranno costituite da turchi, milizie filoturche, curdi o militari del regime siriano?

   Un altro interrogativo importante è: saranno rispettati i diritti fondamentali della popolazione curda, civili, politici e religiosi?

   Un serio rischio può essere rappresentato dalla permanenza all’interno di questo territorio-fascia di sicurezza delle milizie islamiste filoturche che, radicalizzate, sembrano rappresentare un pericolo anche per la minoranza cristiana.

I CURDI: «LA TURCHIA USA NAPALM E FOSFORO BIANCO»

Napalm e munizioni al fosforo bianco sarebbero stati utilizzati dalle forze turche nella loro offensiva nel nord-est della Siria. L’accusa arriva dall’amministrazione autonoma curda, secondo la quale Ankara avrebbe fatto ricorso alle armi non convenzionali a causa dell’inaspettata resistenza incontrata nella città di Ras al-Ayn.

«L’aggressione turca sta usando tutte le armi disponibili contro Ras al-Ayn – si legge nella nota dei curdi – Di fronte all’evidente fallimento del suo piano, Erdogan sta ricorrendo ad armi che sono vietate a livello globale come il fosforo e il napalm».

Pronta la smentita di Ankara. «È un fatto noto che non abbiamo armi chimiche» ha dichiarato il ministro della Difesa turco, Hulusi Akar. «Stiamo raccogliendo informazioni che le organizzazioni terroristiche proveranno ad usare armi chimiche per poi far ricadere la colpa sulle nostre forze armate», ha sostenuto Akar, citato dall’agenzia di stampa Anadolu.

I CURDI CHIEDONO INDAGINI INTERNAZIONALI SUI FERITI

Un portavoce delle Forze democratiche siriane, l’esercito di fatto della regione autonoma del Kurdistan, ha invitato le organizzazioni internazionali a inviare esperti: «Invitiamo le organizzazioni internazionali a mandare le loro squadre per indagare su alcune ferite riportate negli attacchi», ha detto sui social network Mustefa Bali, aggiungendo che «nelle strutture mediche nel nordest della Siria mancano team di esperti».

IN UN VIDEO BAMBINI CON USTIONI

L’Osservatorio siriano per i diritti umani, gruppo di monitoraggio con sede nel Regno Unito e un’ampia rete di fonti sul terreno, dice di non poter confermare l’uso di napalm e fosforo bianco, ma il suo direttore Rami Abdel Rahman riferisce che c’è stato un aumento di ferite per ustioni negli ultimi due giorni e la maggior parte delle vittime proviene dalla zona di Ras al-Ain. Funzionari curdi hanno pubblicato sui social network un video che mostra bambini con ustioni e un medico della provincia di Hasakeh afferma che sono compatibili con l’uso di armi non convenzionali.

IL DAESH AVREBBE «LIBERATO» DONNE DAI CURDI

I terroristi del Daesh hanno annunciato di avere «liberato» alcune donne che nel nord della Siria sarebbero state prigioniere delle forze curde. Un comunicato diffuso su Telegram rivendica un attacco di «soldati del califfato» contro un quartier generale delle forze curde nei pressi di Raqqa sostenendo che avrebbe portato alla «liberazione di un certo numero di donne musulmane rapite». Non è chiaro chi e quante siano, né di quale nazionalità.

FACCIA A FACCIA PENCE-ERGODAN

Si è tenuto giovedì (17 ottobre) ad Ankara l’incontro tra il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e il vicepresidente americano Mike Pence sull’offensiva in Siria. Con Pence c’è anche il segretario di Stato, Mike Pompeo. E’ così arrivato l’annuncio di una tregua, come detto prima, che sembra certificare la vittoria di Erdogan, almeno in questa fase.

L’incontro di giovedì 17 ottobre tra il vicepresidente americano Pence e il presidente turco Erdogan ad Ankara (da AVVENIRE.IT)

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USA-TURCHIA: ACCORDO CAPESTRO CONTRO I CURDI PER 5 GIORNI DI TREGUA

da https://www.globalist.it/, 17/10/2019

– Pence ha spiegato che Erdogan otterrà una zona di sicurezza concordata con gli Usa di circa 32 km oltre il suo confine con la Siria. Si legittima l’occupazione –

   Un trionfo come dice Trump? Non è detto. Perché la situazione sul campo è cambiata, sono arrivate le truppe di Damasco con i russi e non è detto che i curdi accettino le condizioni-capestro di Erdogan.
Il vicepresidente americano Mike Pence ha annunciato una tregua di cinque giorni nel nord-est della Siria, dove la Turchia ha messo in atto la sua offensiva militare contro i combattenti curdi. La decisione, presa dopo un incontro tra Pence e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, consentirà ai curdi di ritirarsi verso aree sicure. Le sanzioni americane ad Ankara, invece, restano “finché il cessate il fuoco non sarò permanente”.
Pence ha quindi spiegato che la Turchia otterrà una zona di sicurezza concordata con gli Usa di circa 32 km oltre il suo confine con la Siria.
Dopo l’annuncio dell’accordo, Trump ha esultato su Twitter: “Grandi novità dalla Turchia – ha scritto -. Grazie al presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Milioni di vite saranno salvate!”.
La Turchia, però, per bocca del il ministro degli Esteri Mevlut Cavusoglu, si è affrettata a specificare che l’accordo con gli Usa costituisce una semplice “pausa” delle operazioni militari in Siria: lo stop si trasformerà in una fine definitiva dell’offensiva solo se i curdi si ritireranno interamente.

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I CURDI ACCETTANO LA TREGUA: “WASHINGTON CI HA DATO GARANZIE, È UNA VITTORIA DELLA RESISTENZA”

da https://www.globalist.it/, 17/10/2019

– Il comandante delle Forze democratiche siriane (Fds), Mazlum Kobani: “Riguarda solo l’area di Tal Abyad e Ras al Ayn, sul resto si tratta” –

   Le milizie curde del nord della Siria sono state parte dell’accordo raggiunto stasera da Usa e Turchia per una tregua e hanno ricevuto “garanzie” sul loro futuro da Washington.

   Lo ha detto ai media curdi il comandante delle Forze democratiche siriane (Fds), Mazlum Kobani, confermando che intendono fare “tutto il necessario per far funzionare il cessate il fuoco”. “E’ una vittoria della resistenza dei combattenti”, ha aggiunto Kobani.
Kobani ha precisato alla tv curda Ronahi che la tregua riguarda solo l’area di circa 120 km tra Tal Abyad e Ras al Ayn, al centro dell’offensiva di Ankara, dove verrà creata la zona di sicurezza turca.

   Per le altre aree del nord della Siria, dove non sono più presenti gli americani ma sono giunte in questi giorni le forze di Damasco e la polizia militare russa, occorreranno altri negoziati. Ulteriori accordi potrebbero quindi essere presi martedì nell’incontro a Sochi tra il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e quello russo Vladimir Putin.

Le altre reazioni curde

 “Diamo il benvenuto al cessate-il-fuoco, ma se saremo attaccati ci difenderemo, non accetteremo mai l’occupazione del Nord della Siria”. Così Saleh Muslim ex co-presidente delle forze democratiche siriane Sdf commentando l’annuncio del vice presidente Usa Mike Pence della sospensioni per cinque giorni dell’offensiva dell’esercito turco nel nord-est siriano concordato ad Ankara con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan.
L’intesa Usa-Turchia, annunciata in serata prevede secondo Ankara lo smantellamento delle forze curde dello Ypg (Unita di Difesa del Popolo) ritenute dalla Turchia “terroristiche”.
“Il Cessate-il-fuoco è una cosa e la resa è un’altra cosa e noi siamo pronti a difenderci”, ha aggiunto Saleh in una dichiarazione fatta ai media locali.
“Non accetteremo l’occupazione del Nord siriano e dobbiamo vedere i dettagli dell’accordo tra Pence e Erdogan”, ha sottolineato il leader curdo siriano.

Le perplessità di Damasco

L’intesa per un cessate-il-fuoco raggiunta tra Turchia e gli Stati Uniti nel Nord-est siriano “è vago”. Così il primo commento di Damasco all’annuncio della sospensione per cinque giorni dell’offensiva dell’esercito turco contro le forze curde.
Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan “per noi è un invasore della nostra terra ed un aggressore del nostro Paese”, ha detto, citato dall’agenzia di stampa ufficiale Sana, Butheina Shaban, consigliera del presidente siriano Bashar al Assad.

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Il presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdoğan, mostra la mappa con la “safe-zone” da conquistare in Siria demarcata con la linea rossa (da http://www.gospanews.net/)

“GEOGRAFICAMENTE IN PILLOLE” – LA GUERRA DELLA TURCHIA AI CURDI: Assad, il tiranno della Siria, entra in gioco contro i turchi (e con lui la Russia), con i curdi costretti ad accettare il suo aiuto – La guerra di Erdogan porta distruzione in terre martoriate, con i curdi primi vittime (e l’Europa non sa cosa fare)

i bambini curdi le prime vittime della sporca guerra (foto da https://www.globalist.it/)

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L’INGRATITUDINE DI TUTTI NOI

di Lucia Annunziata, da “la Repubblica” del 14/10/2019

   Gli ultimi della terra muoiono senza lacrime versate per loro, e senza telecamere a documentarne la fine. Negati i loro diritti a essere protagonisti della comunità degli uomini fino alla fine.
   L’annullamento di questa identità è l’ennesima forma che prende il massacro nei tempi moderni – annegare non (solo) nel sangue le minoranze, ma negarne tutto fino alle radici, il suolo dove si è nati, le case, le abitudini, la lingua, la religione, per cancellare ogni pietra, fino alla negazione della memoria, l’ultimo pugno di sale romano. Perciò i loro eroi, specialmente se questi eroi sono donne, devono essere assassinate ai bordi di una strada. Perciò i giornalisti che sono testimoni della loro storia devono essere eliminati. Il passato deve morire, perché al suo posto venga portato un altro popolo, esso stesso scelto fra gli ultimi della terra, gente ancora più sradicata, che varca gli spazi degli inquilini precedenti, stordita, provvisoria, depositata dove capita dalle onde finali di un’altra drammatica storia.
È quello che succede in queste ore nel Nord della Siria, sulla pelle dei Curdi. E non fatevi distrarre dal rumore delle bombe, il rombo dei cingolati, il variare di interessi geopolitici e alleanze, alla fine – al cuore degli eventi, c’è solo lo scambio osceno fra due miserie, due sopravvivenze: il baratto fra 3 milioni di rifugiati siriani, e qualche centinaia di migliaia di curdi.    I primi arma di ricatto, i secondi granelli di sabbia nell’ingranaggio più grande del potere globale, entrambi sacrificabili a uno schioccar di dita, o l’arrivo di un tweet.
L’ultimo dei Sultani Ottomani ha mosso il suo esercito per svuotare e occupare lungo i quasi 500 chilometri tra il fiume Eufrate e il confine iracheno una fascia di territorio di 32 chilometri di profondità, l’equivalente di 15mila chilometri quadrati, l’8 per cento del territorio nazionale siriano. In questi 15mila chilometri nascerà un progetto di ripopolazione senza precedenti, dove dal nulla sorgeranno case, scuole infrastrutture per il valore di 26 miliardi di dollari. Un impegno non da poco, e in piccolo già provato con la ricollocazione di 360mila profughi Siriani in un’area a ovest dell’Eufrate. La zona che viene liberata in queste ore accoglierà, appunto, 3 milioni di profughi della guerra civile nella nazione di Assad. La geografia umana di quella zona non sarà più la stessa. Il che alla fine costituirà davvero una nuova sicurezza per la Turchia: in fondo un muro umano, uno stato diverso, è infinitamente più funzionale e certo più maneggevole di un volgarissimo muro di pietre e ferro e militari.
Lo scandalo per questa invasione è tanto, in queste ore, ma il fatto è che non si tratta di una novità. I curdi sono stati spintonati, e sacrificati, numerose volte nella loro sfortunata vita. A memoria recente possiamo citare la loro espulsione dal Nord dell’Iraq nel 1991, durante la prima guerra del Golfo. In quel caso il traditore fu un altro presidente americano, George Bush padre, che arrestò la vittoria del suo esercito bloccandone l’avanzata sulla capitale, lasciando così in sella Saddam Hussein.
Pagarono il prezzo di quella vittoria a metà gli sciiti e i curdi. I primi, alleati dell’Iran, vennero ridotti a poche aree nel sud del Paese. Al nord i curdi vennero espulsi verso la Turchia, dove erano attesi dall’esercito di Ankara che li decimò sparando ad alzo zero mentre scendevano dai passi si montagna.
Sempre in Iraq nel 2014 cristiani, yazidi, e curdi vennero espulsi dal centro del Paese al nord, questa volta per mano dell’offensiva dell’allora giovanissimo Isis. Cinque anni dopo, questo agosto del 2019, quando il governo di Bagdad e le milizie iraniane hanno battuto e cacciato i combattenti dell’Isis, il territorio non è mai stato rimesso a disposizione dei suoi antichi e legittimi abitanti.
Al loro posto, sui loro terreni, nelle molto case ancora in piedi, sono stati insediati i cittadini di una ennesima etnia di poverissimi sciiti. Pochi i cristiani che vi sono tornati. I numeri della distruzione culturale di questi cristiani e yazidi ( che Papa Francesco progetta di andare a visitare l’anno prossimo) sanno di decimazione: i cristiani all’epoca dell’espulsione dell’Isis erano in Iraq circa 1 milione e mezzo; in agosto un censimento nazionale ha rilevato che in tutto l’Iraq ne sono rimasti non più di 200 mila.
E la memoria non può non annoverare nella lunga lista del furto di identità collettiva, il caos dei territori palestinesi, da dove gli arabi sono lentamente espulsi per essere sostituiti, con la tecnica dei insediamenti, da una popolazione israeliana sempre più numerosa. Certo, domani la Turchia si sentirà più sicura perché avrà frantumato il sogno di un potenziale stato Curdo, oggi fatto di spezzoni sparsi fra quattro nazioni, Siria, Iraq, Turchia e Iran.
Un sogno diventato più forte per la generosa lotta fatta da questo popolo in nome e per conto nostro, Europa e Stati Uniti, contro l’Isis. Un sogno che ancora una volta si è spezzato davanti alla indifferenza degli alleati, la ingratitudine di tutti noi.
Tutti noi che siamo oggi come al solito intrappolati in una vana gara di parole sul che fare. Una disputa diplomatica e di comunicati che si srotola al di sopra della vita di tutte queste persone per le quali ogni minuto vale per vivere o morire.
E forse mai in tale solitudine, sotto l’occhio fermo di una opinione pubblica mondiale. Una lacrima che scenda da quell’occhio fermo è l’unico vero omaggio che possiamo loro fare. (Lucia Annunziata)

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truppe siriane del dittatore Assad contro la Turchia alleate dei curdi

LA CRISI

SIRIA, PERCHÉ ASSAD VA IN SOCCORSO AI MILIZIANI CURDI

di Roberto Bongiorni, da “il Sole 24ore” del 14/10/2019

– Per la prima volta dallo scoppio della guerra, si va verso lo scontro diretto tra l’esercito siriano e quello turco. Al-Assad ha colto la palla al balzo per stringere una nuova alleanza con le milizie curde, con l’obiettivo di frenare l’avanzata di Erdogan sul suo territorio –

   Era nell’aria, ma nessuno se lo augurava. In Siria si sta avverando quanto si temeva, ovvero l’apertura di un nuovo fronte con il rischio concreto di vedere, per la prima volta dallo scoppio della guerra, uno scontro diretto tra due eserciti stranieri: quello siriano contro quello turco.
Schiacciati dalla forza dell’esercito turco, il secondo per forza di tutta la Nato, le male armate milizie curdo-siriane (Ypg) hanno concretizzato le minacce fatte la scorsa settimana, chiedendo aiuto a chi, almeno sulla carta, era loro nemico: l’esercito del regime siriano guidato dal presidente Bashar al-Assad.

Perché Assad viene in aiuto ai curdi
L’appello non è rimasto inascoltato, anzi. Al-Assad deve aver compreso quanto la richiesta di aiuto da parte delle milizie curdo-siriane fosse un’occasione da cogliere al volo.

   Innanzitutto perché permette alle forze di Damasco di entrare nei strategici territori curdi, e di rimanerci, senza colpo sparare.

   In secondo luogo perché evita che il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, estenda la sua offensiva oltre gli obiettivi annunciati cercando di conquistare ampi territori della Siria. Erdogan ha detto di voler creare una zona cuscinetto lungo il confine settentrionale della Siria profonda 30 chilometri, in cui far rimpatriare parte dei tre milioni e mezzi di rifugiati presenti da anni sul suolo turco. Ma l’opinione condivisa è che le sue bellicose intenzioni siano ben più ambiziose.

   In terzo luogo, perché offre il pretesto a Damasco di accelerare la conquista della roccaforte di Idlib, grazie all’aiuto dell’aeronautica russa, e mettere la parola fine all’ultimo bastione, sostenuto dalla Turchia, dove sì è ritirata l’opposizione armata siriana, in primo luogo i ribelli sunniti dell’esercito libero siriano ma anche le milizie estremiste, tra le quali i gruppi qaedisti del fronte al-Nusra.

   In un conflitto ormai parcellizzato, dove da cinque anni si è combatte una guerra per procura tra le maggiori potenze mediorientali (ma anche mondiali), e dove vige il motto “il nemico del mio nemico è mio amico” le alleanze cambiano a seconda delle contingenze. È una questione di sopravvivenza.

   Nessuno ha mai dubitato che i curdi fossero gli alleati di gran lunga più affidabili nella campagna internazionale contro l’Isis. Sono stati loro «gli scarponi sul terreno». Sono stati loro ad aver riconquistato, grazie anche ai bombardamenti aerei americani, le città siriane cadute sotto il giogo oscurantista dello Stato Islamico: Sinjar, Mosul, Raqqa. E sono sempre loro ad aver pagato un prezzo caro, perdendo migliaia di combattenti. La presenza americana in Siria settentrionale era una garanza per i curdi-siriani, e per l’esperimento di amministrazione diretta creato nel Rojava dal 2011. (Roberto Bongiorni)

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MAPPA ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale)

SIRIA: ACCORDO ASSAD-CURDI, ECCO COSA CAMBIA

di Eugenio Dacrema, Valeria Talbot

14 ottobre 2019, da ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale)

 https://www.ispionline.it/

   Le Forze Democratiche Siriane (SDF) hanno raggiunto un accordo con il regime di Damasco per far fronte all’offensiva militare turca lanciata lo scorso 9 ottobre. Secondo l’accordo, l’esercito siriano sarà dispiegato nei territori curdi fino ad oggi controllati dalle SDF e lungo il confine con la Turchia. Il regime di Assad vuole preservare l’integrità territoriale e “liberare le zone occupate dall’esercito turco e dai mercenari”, termine con cui identifica i ribelli siriani che combattono al fianco della Turchia contro i curdi del Rojava.

Questo nuovo accordo ridefinisce i fronti di guerra e della partita geopolitica siriana. Gli Stati Uniti hanno di fatto lasciato che i curdi trovassero un nuovo alleato nei loro avversari: Damasco, e quindi Mosca. Dall’altra parte, la Turchia e i ribelli anti-Assad potrebbero andare oltre l’obiettivo di assicurarsi il controllo del confine. Nel mezzo pende l’incognita dello Stato Islamico (IS), sconfitto militarmente sul campo a marzo, ma i cui miliziani sono rimasti in gran parte nelle prigioni dei territori oggi contesi, e da cui potrebbero fuggire.

In che modo l’accordo tra curdi e Assad rimescola le carte del conflitto siriano? Qual è la contropartita politica per i curdi del Rojava? C’è il rischio di un ritorno dello Stato Islamico?

IN CHE MODO QUESTO ACCORDO RIMESCOLA LE CARTE?

L’accordo raggiunto il 13 ottobre tra curdi e regime di Bashar al-Assad sancisce la fine della separazione politica de-facto dell’est siriano dal resto del paese, oggi per lo più tornato sotto il controllo di Damasco. Soprattutto a partire dal 2015, l’accresciuta presenza americana nella cornice della coalizione internazionale anti-IS e la stretta cooperazione con le Unità di Protezione Popolare curde (YPG) – poi unitesi ad altre fazioni ribelli arabe minori sotto il cappello delle Forze Democratiche Siriane (SDF) – aveva portato a una separazione di fatto dell’est siriano dalle dinamiche politiche dell’ovest. Mentre a est il controllo delle SDF sui territori strappati all’IS è stato pressoché totale fino alla recente operazione turca, a ovest il forum trilaterale di Astana – composto da Russia, Turchia e Iran – ha deciso tutti i principali sviluppi militari e politici determinando la situazione odierna che vede il regime rientrato in possesso della maggior parte dei territori nell’ovest del paese e l’opposizione armata confinata nell’area di Idlib. I principali attori presenti a ovest erano finora stati impossibilitati ad estendere la propria influenza a est soprattutto a causa della presenza statunitense. Il venir meno di quest’ultima ha determinato, da una parte, l’operazione militare della Turchia e, dall’altra, l’entrata del regime e dei suoi alleati Russia e Iran, i quali hanno trovato terreno fertile per stringere un accordo con le SDF, costrette in una posizione di estrema debolezza a causa dell’abbandono statunitense. Le dinamiche politiche e diplomatiche che hanno finora determinato gli sviluppi nell’ovest si estenderanno quindi con ogni probabilità a est, riunendo i destini delle due parti del paese, rimasti separati per oltre sei anni.

COSA CI GUADAGNANO LE MILIZIE CURDE?

In passato tutti i tentativi di negoziato tra Partito dell’Unione Democratica (PYD) – il braccio politico del YPG – e regime di Assad si erano conclusi con un nulla di fatto a causa del rifiuto di quest’ultimo di concedere qualsivoglia forma di autonomia per la minoranza curda nel nord della Siria. L’accordo raggiunto all’improvviso nella notte tra il 13 e il 14 ha visto il PYD partire da una posizione di profonda debolezza rispetto al passato, quando godeva dell’appoggio statunitense. La necessità di assicurarsi il sostegno del regime e dei suoi alleati per respingere l’avanzata turca ha portato la leadership del PYD ad accettare clausole piuttosto vaghe su una propria futura autonomia.

Come affermato dallo stesso leader delle SDF, Mazloum Abdi, la sua formazione è perfettamente consapevole di non potersi fidare né di Mosca, che ha mediato le negoziazioni per l’accordo, né del regime di Assad. Mentre infatti Mosca, analogamente a quanto fatto oggi dagli Stati Uniti, nel 2018 abbandonò il cantone curdo di Afrin per dare luce verde a un intervento turco nell’area – l’Operazione Ramo d’Ulivo che portò all’occupazione dell’area da parte della Turchia e dei suoi proxy siriani – Damasco ha già tradito più volte gli accordi di riconciliazione raggiunti con milizie locali in altre parti della Siria. In particolare, uno studio sugli esiti di tali accordi nel sud del paese ha rivelato come buona parte dei membri di quei gruppi che avevano stretto patti di riconciliazione col regime in cambio di chiare garanzie sulla propria incolumità e autonomia siano stati perseguitati e incarcerati a distanza di pochi mesi. Se dunque nell’immediato l’accordo con il regime appare come la strada obbligata per le forze curde, sul loro destino pesa grande incertezza.

TURCHIA IN SIRIA: QUALE STRATEGIA?

La durata della presenza turca nel nord della Siria dipenderà molto dagli accordi che i principali attori sul campo raggiungeranno nei prossimi mesi. Sul tavolo resta la proposta russa di ristabilire il Trattato di Adana – firmato da Siria e Turchia nel 1998 – sulla gestione dei confini tra i due paesi, il quale dava ampie garanzie ad Ankara sulla gestione e la repressione da parte di Damasco della militanza curda legata al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK). Per gran parte degli anni Novanta, infatti, il regime degli Assad aveva permesso al PKK di operare dal territorio siriano in funzione anti-turca causando forti attriti con Ankara, la quale aveva anche minacciato di attaccare la Siria militarmente.

La necessità di allentare tali tensioni aveva portato alla firma dell’accordo e alla repressione ed espulsione della militanza curda nel nord del paese. Perché tale accordo torni in vigore è però necessario che la Turchia si ritiri da tutti i territori siriani attualmente sotto il suo controllo, anche nell’ovest del paese. Perché questo si realizzi è però necessario affrontare due nodi di difficile risoluzione. Il primo ha a che fare con la tenuta politica del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il cui governo si regge sull’alleanza con il Movimento nazionalista turco (MHP). Per conquistare il voto e l’appoggio dei nazionalisti Erdogan ha fatto ampio uso delle campagne militari condotte in Siria negli ultimi tre anni. Un ritiro sarebbe quindi difficilmente digeribile da questi settori dell’elettorato, su cui poggia Erdogan. Il secondo ha invece a che fare con la questione degli oltre tre milioni e mezzo di profughi siriani presenti oggi in Turchia, a cui si aggiungono i quasi tre milioni di civili e profughi interni presenti nell’area di Idlib.

Gran parte di queste persone difficilmente torneranno sotto il controllo del regime di loro volontà mentre la loro permanenza in Turchia sta creando crescente malcontento verso il governo. Inoltre, il regime di Assad ha più volte segnalato la propria riluttanza a riaccettare gran parte dei profughi che si trovano all’estero e o nelle aree rimaste a lungo sotto controllo dell’opposizione, temendo che una volta tornati possano diventare la base di nuove future rivolte. La necessità di trovare una soluzione sulla collocazione di questo enorme numero di rifugiati (tra i 5 e i 6 milioni) rappresenterà probabilmente il nodo di più ardua risoluzione nei prossimi mesi, e potrebbe portare a un prolungamento della presenza della Turchia in Siria in almeno parte dei territori attualmente sotto il suo controllo.

QUALI SONO GLI OBIETTIVI E GLI INTERESSI DELLA RUSSIA?

Il ritiro americano dalla Siria, che si sta concretizzando in queste ore, non rappresenta solo uno spartiacque determinante nel conflitto siriano ma anche, più in generale, nel futuro degli equilibri mediorientali. Per la prima volta gli Stati Uniti rinunciano infatti ad avere qualunque voce in capitolo nella risoluzione di una delle più gravi crisi della regione, una crisi che tra l’altro li ha visti in un ruolo defilato rispetto a quello di altri attori esterni e limitato alla lotta allo Stato islamico.

A guadagnarne sono soprattutto Russia e Iran, che in modi e per motivi diversi, hanno finora contrastato il ruolo egemonico statunitense in Medio Oriente. La Russia diventa a pieno titolo una potenza internazionale comprimaria di Washington nella regione e certamente l’attore esterno dominante nel Levante arabo, e soprattutto in Siria. Questo è stato indubbiamente l’interesse primario perseguito da Mosca dall’inizio del suo intervento militare nello scenario siriano nel 2015 e può oggi dirsi pienamente raggiunto.

Per stabilizzare tale ruolo la leadership russa dovrà però mostrarsi in grado di guidare il conflitto siriano verso una soluzione credibile e duratura, riuscendo a trovare un equilibrio stabile tra i maggiori attori coinvolti. Una sfida tutt’altro che scontata. Infatti, nonostante in questi anni la Russia si sia dimostrata l’unica in grado di dialogare con tutti gli attori in campo, la composizione di interessi contrapposti è compito arduo anche per le abilità diplomatiche di Mosca che ha condotto la sua politica mediorientale con un mix di strategia e opportunismo.

IL RITIRO AMERICANO RAFFORZA L’IRAN IN SIRIA?

Indubbiamente il ritiro statunitense dalla Siria rappresenta un importante guadagno strategico per Teheran e, specularmente, un contraccolpo negativo per la proiezione strategica israeliana. Di fatto, con il ritiro delle truppe statunitensi dal nord-est della Siria non restano più barriere per la messa a pieno regime/la realizzazione del corridoio territoriale che dall’Iran potrebbe permettere già nel prossimo futuro la circolazione di uomini a armamenti verso il Libano attraverso Siria e Iraq, e che dovrebbe andare ad alimentare e sostenere i proxy iraniani presenti in questi paesi. In questa prospettiva, la decisione di Washington di lasciare il nord-est della Siria contravviene non solo alla politica di contenimento dell’Iran adottata dall’amministrazione Trump negli ultimi anni e culminata con l’uscita degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano di luglio 2015, ma anche agli interessi di Israele e Arabia Saudita, suoi principali alleati nella regione.

QUANTO È CONCRETO IL RISCHIO DI UN RITORNO DI IS IN SIRIA?

L’IS ha cercato di cogliere l’opportunità dell’offensiva militare turca contro le SDF, realizzando e rivendicando attacchi direttamente in aree del nord della Siria controllate dalle forze a maggioranza curda, come la cittadina di Qamishli, in cui negli ultimi anni aveva colpito di rado. Vi è inoltre il rischio che le forze a maggioranza curda non possano più controllare le prigioni e i campi in cui sono rinchiusi rispettivamente i combattenti dell’IS e le donne e i bambini che si erano uniti a suo tempo all’organizzazione jihadista. Tra queste persone vi sono anche centinaia di cittadini europei che i relativi paesi di origine, nonostante le ripetute esortazioni della Casa Bianca, hanno quasi sempre preferito non rimpatriare per ragioni legali, politiche, economiche e, non ultimo, di sicurezza.

Il rischio di un ritorno di IS in Siria potrebbe diventare concreto se dovesse prolungarsi la situazione di stallo politico e militare sul terreno, rendendo impossibili azioni efficaci di controllo del territorio simili a quelle condotte finora dalle forze del YPG curdo. Se, al contrario, i principali protagonisti del conflitto siriano dovessero trovare un accordo sufficientemente stabile nel breve termine diventerebbe più difficile per ciò che resta dell’IS oggi organizzarsi e tentare di sfruttare il vuoto di potere creato da una situazione di tensione e conflitto come accaduto nel 2014. (Eugenio Dacrema, Valeria Talbot)

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popolazione curda coinvolta nella guerra (foto da https://www.globalist.it/))

 

“GEOGRAFICAMENTE in pillole”: ABIY AHMED ALI (primo ministro etiope) HA VINTO IL NOBEL PER LA PACE (premiato “per i suoi sforzi nel raggiungere la pace e la cooperazione internazionale”, e per avere promosso la pace con l’Eritrea)

ABIY AHMED ALI (nella foto): primo ministro etiope, Premio Nobel per la pace 2019 (foto da Il Post.it)

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Etiopia, a nord l’Eritrea

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ABIY AHMED ALI HA VINTO IL NOBEL PER LA PACE

da https://www.ilpost.it/ del 11/10/2019

– Il primo ministro etiope premiato “per i suoi sforzi nel raggiungere la pace e la cooperazione internazionale” e per avere promosso la pace con l’Eritrea –

   IL PREMIO NOBEL PER LA PACE 2019 È STATO ASSEGNATO AD ABIY AHMED ALI, primo ministro dell’Etiopia, «per i suoi sforzi nel raggiungere la pace e la cooperazione internazionale, e in particolare per le sue iniziative decisive per risolvere i conflitti lungo il confine con l’Eritrea».

   Ahmed è diventato primo ministro dell’Etiopia all’inizio di aprile 2018, ma già da prima era descritto come «la più grande speranza per il futuro democratico» del paese, per diverse ragioni: perché è parte della più giovane generazione di politici etiopi, è un oromo – gruppo etnico maggioritario in Etiopia ma marginalizzato da decenni – e ha presentato fin da subito idee per certi versi rivoluzionarie.

   In pochi mesi, Ahmed ha parlato di riconciliazione nazionale (un discorso importante in un paese attraversato da profondi risentimenti tra gruppi etnici), ha ordinato il rilascio di migliaia di prigionieri politici e ha legalizzato i gruppi di opposizione che erano a lungo stati classificati come “terroristici”. Ma soprattutto ha firmato un trattato di pace con la vicina Eritrea, con cui l’Etiopia era ufficialmente in guerra dal 1998.

   La pace tra Etiopia ed Eritrea è stato uno degli eventi più importanti del 2018 nella politica africana, e probabilmente il più importante nel Corno d’Africa, una delle regioni più instabili di tutto il continente. L’immagine di Ahmed abbracciato al dittatore eritreo ISAIAS AFERWERKI, nel luglio 2018, ha fatto il giro del mondo ed è stato un importante momento di svolta nelle complicate relazioni tra i due paesi.

   Oltre alla pace con l’Eritrea, Ahmed ha iniziato a introdurre importanti riforme per modernizzare il sistema economico etiope, provocando diversi malumori tra le élite più conservatici del paese, le più premiate dal vecchio sistema. (da https://www.ilpost.it/)

L’abbraccio tra il primo ministro etiope Abiy Ahmed e il dittatore eritreo Isaias Afwerki ad Asmara, Eritrea, 8 luglio 2018 (ERITV via AP)

L’ABBANDONO degli americani DEI CURDI, protagonisti della guerra contro l’Isis, è cosa definitiva? – Le geopotenze mondiali stanno a guardare? (e l’Europa?) – Le tante ANOMALIE DELLA GEOPOLITICA nella questione curda: una Turchia in espansione in Siria, l’irrisolta immigrazione siriana, gli Usa in mano a Trump

La Siria e le truppe turche che avanzano (foto da http://www.newnotizie.it/) (8/10/2019)

   Essere abbandonati o traditi, per i Curdi, è una tragica consuetudine. Gli Stati Uniti hanno dovuto scegliere con chi stare nella difficile questione mediorientale ai confini (controllati dai curdi) tra Siria e Turchia, e ora l’hanno fatto: hanno scelto la Turchia, e hanno tradito i curdi.

   La sera del 6 ottobre scorso (di domenica) gli Stati Uniti hanno annunciato un cambiamento molto importante della loro strategia in Siria, strategia che negli ultimi anni era finalizzata per lo più alla sconfitta dello Stato Islamico (il Daesh, o più correntemente chiamato ISIS).

Le forze in campo tra Turchia e Siria (Corriere della Sera, 8 ottobre 2019)(CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   La sera del 6 ottobre 2019 Trump ha detto che ritira i soldati americani dal nordest del paese, dove si trovano i curdi siriani, per permettere alla Turchia di invadere quel pezzo di Siria e creare una specie di “safe zone”, una zona di sicurezza, tra il confine turco e quello siriano.

   Nei mesi scorsi Turchia e Stati Uniti avevano raggiunto una intesa di massima per la creazione in territorio siriano e lungo il confine con la Turchia di una «zona sicura». Fin dall’inizio però le due parti dissentivano sia sulla profondità della zona (14 chilometri secondo gli Usa, 32 secondo Ankara), sia su chi l’avrebbe pattugliata militarmente. Gli Stati Uniti non ignoravano certo la presenza curda in quell’area; e che i curdi avevano fatto il lavoro più duro (assieme all’Iran) per battere sul campo l’Isis: avevano messo, come si dice, gli stivali nel fango.

PARIGI, 9 gennaio 2013: SAKINE CANSIZ (al centro nella foto), leader del partito indipendentista curdo (PKK) è stata uccisa assieme alle sue compagne FIDAN DOGAN e LEYLA SEYLEMEZ nel CENTRO CULTURALE CURDO di rue La Fayette, non distante dalla stazione nord parigina

   Ma i curdi sono invisi alla Turchia: popolo privato di una propria terra, suddiviso in varie nazioni (Turchia, Siria, Iraq e Iran) sono una spina nel fianco per Erdogan. Così Trump ha scelto l’appoggio alla Turchia, invitando molto labilmente Erdogan a “non esagerare” con la guerra. Ma ora Erdogan sembra voler procedere comunque, e non fa mistero di puntare alla «eliminazione» delle milizie curde del YPG.

   Il governo turco considera le principali milizie armate curde, le YPG (Unità di Protezione Popolare), un gruppo terroristico. Crede che siano in realtà la continuazione del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan), partito politico curdo che opera in Turchia e che per decenni ha combattuto contro il governo turco per creare un proprio stato indipendente.

Il fronte siriano (La Repubblica, 8 ottobre 2019)(CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   C’è un altro scopo di Erdogan per entrare in Siria (non solo eliminare i curdi). Nell’impossessarsi della terra siriana, di quella fascia a nord della Siria (la cosiddetta “Safe Zone” di 32 chilometri dal confine), la Turchia, ha annunciato il Presidente-Sultano (come viene chiamato, considerandolo di fatto un dittatore, pur eletto democraticamente), conta di stabilire nella «zona sicura» due milioni di profughi siriani. Questo perché i rifugiati siriani ospitati in territorio turco sono già 3,6 milioni…

   La Turchia vuole creare una sorta di ‘cuscinetto’ per evitare di trovarsi le Ypg al di là del confine. Un ‘cuscinetto’ profondo oltre 30 chilometri, al cui interno costruire 140 villaggi – ognuno dei quali in grado di ospitare da 5mila a 30mila abitanti – suddivisi in 10 distretti e dotati di scuole, moschee e fabbriche. Tutto da realizzare ex novo. Questa è la ‘zona sicura’ immaginata da Erdogan. Un piano, svelato di recente dalla stampa turca, che costerà 26,4 miliardi di dollari.

Guerriglieri delle milizie curde del YPG

   Qui il Sultano vuole ricollocare almeno due milioni di rifugiati siriani che attualmente vivono in Turchia. E qui nasce la doppia minaccia all’Europa. Se ci ostacolerete nell’operazione di penetrazione e controllo della Siria del nord (con l’eliminazione dei curdi), noi apriremo “i rubinetti” (così ha detto!) dell’immigrazione verso l’Europa. Però, non solo: l’Europa dovrà, secondo il Sultano turco, pure collaborare (finanziariamente) al collocamento dei profughi siriani nel nord della Siria che diventerà presto (con la guerra ai curdi) di dominazione turca (“altrimenti noi turchi apriremo i cancelli”).

La mappa di dove si trovano le popolazioni curde in base ai dati Cia World Fact Book 2014 (da http://www.giornalismoestoria.it/)

   E’ così che Recep Tayyip Erdogan non ha perso tempo. Dopo la dichiarazione di Trump (della sera del 6 ottobre) di abbandono dei soldati americani dalla Siria, l’offensiva contro i curdi-siriani è cominciata il 9 ottobre con i bombardamenti aerei. Seguirà l’esercito, già ammassato.

SOLDATESSE CURDE (da Il Messaggero.it)

   Posto il sicuro massacro dei curdi, nella (cinica) strategia globale è da capre chi ci guadagna e chi ci perde:

– di sicuro ci guadagna l’Isis, il cosiddetto stato islamico: le milizie del Ypg (le milizie armate curde, l’esercito curdo) lasceranno inevitabilmente campo libero ai resti dello Stato Islamico a Sud-ovest (nella zona di Idlib). E inoltre, molti miliziani dell’Isis (circa 12mila), attualmente nelle carceri curde (e le loro famiglie, circa 70mila persone, stazionate vicine) ritroveranno la libertà.

–  Altro beneficiario è Assad, il despota siriano, che potrebbe ricontrollare interamente la Siria, addirittura avere l’appoggio (o la non belligeranza) dei curdi, attaccati duramente dalla Turchia; e così Assad estendere il controllo territoriale alla zona curda.

– Chi invece ci perde di sicuro è l’Unione Europea, così vulnerabile al ricatto di Erdogan (che minaccia di riaprire il rubinetto immigratorio). E, per l’Europa, oltre al problema migratorio, la “libera uscita” dei terroristi dell’Isis può riportare ad attentati dell’integralismo islamico in Europa.

Chi comanda in Siria (La Stampa, 8 ottobre 2019)

   Un’Europa in condizioni deboli anche per “le fasi interne” che sta vivendo: con il passaggio di consegne nelle nuove istituzioni di Bruxelles che ancora non c’è stato; con la Brexit irrisolta e pericolosa nei rapporti con la Gran Bretagna che se ne va; con il tentativo di tenere in piedi un dialogo con l’Iran (una volta distrutto l’accordo nucleare da parte degli Stati Uniti); e con la Francia che spesso fa politica estera da sola, ora tentando di avvicinarsi alla Russia…).….

Veicoli militari statunitensi nella zona settentrionale della Siria (da IL MANIFESTO, 8/10/2019)

   Un’Europa che però capisce che non può sottostare al ricatto, alle minacce di Erdogan di “aprire i rubinetti” (o i cancelli, a seconda dell’occasione) (i profughi usati come fossero una slavina da ripararsi, uno strumento da usare…). E l’Europa capisce che non si può stare nelle mani del presidente-sultano turco. E che forse è il caso di fargli sapere che tutto ha un limite: magari considerando che l’economia turca ha molto bisogno dei Paesi europei per tentare una ripresa (ma ci sarà il coraggio di affrontare il sultano turco?!).

(nella foto: DALBR ISSA, comandante delle Unità di protezione del popolo curdo, Ypg) – “L’Italia si faccia portavoce presso la Nato, l’Unione Europa e le Nazioni Unite per trovare una soluzione democratica, pacifica e giuridica alla questione curda nell’ambito di una conferenza di pace internazionale”. E’ la proposta portata al Parlamento italiano da Dalbr Issa, comandante delle Unità di protezione del popolo curdo (Ypg) e comandante capo delle Forze democratiche siriane (Fds) durante la battaglia di Raqqa. Issa, 41 anni, ha scelto di separarsi dalle sue compagne e di recarsi in Italia, unica tappa europea, per ”denunciare gli attacchi e le minacce dello Stato turco che continuano da mesi.”(…) (da https://www.adnkronos.com/ – 8/10/2019)

   Tornando all’agnello sacrificale, alla morte e sofferenza del popolo curdo (dei curdi siriani in questo caso), ancora una volta tradito; al fatto che inevitabile può essere per loro difendersi tendendo la mano al dittatore al-Asad (visto che di protettori esterni si è persa ogni traccia); considerate le pure profonde divisioni tra i vari curdi a seconda del territorio nazionale in cui si trovano (i curdi sparsi nella regione mediorientale difficilmente correranno in soccorso dei curdi-siriani)…. Considerando tutto questo, è da sperare (unicamente) in un ripensamento americano: in particolare che la situazione interna di opposizione a Trump, faccia sì che questo strano problematico (per il mondo intero) presidente americano, venga a recedere dal lasciare mano libera alla Turchia, e si possa addivenire a una proposta condivisa che non scateni morte e sofferenza come pare stia per accadere. (s.m.)

Territorio originario dei curdi ai tempi dell’Impero romano (da httpwww.giornalismoestoria.it/)

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LA MINACCIA CHE FERISCE L’EUROPA

ANKARA, DONALD E NOI

di Franco Venturini, da “il Corriere della Sera” del 8/10/2019

   Essere abbandonati o traditi, per i Curdi, è una tragica consuetudine. Ai loro bambini vengono insegnati sin da piccoli il rifiuto dello stato nazionale curdo da parte delle potenze vincitrici della Prima guerra mondiale, le delusioni del trattato di Sèvres, le stragi compiute da Saddam Hussein in Iraq senza che gli occidentali si opponessero più di tanto, la repressione in Iran, e più di tutto la dura, implacabile inimicizia della Turchia. Chi non ha uno Stato deve almeno salvaguardare la memoria.
Ma questa volta, nella Siria in guerra da otto anni, i curdi e le loro milizie armate credevano di aver trovato un alleato troppo potente perché le loro aspirazioni andassero nuovamente in fumo. L’America non era forse il più grande dei grandi? E per sconfiggere i tagliagole dell’Isis, gli americani non avevano forse mandato avanti proprio i curdi siriani del Ypg, cugini del Pkk turco e per questo odiati dalla Turchia e dal suo presidente Erdogan? No, questa volta non era possibile che Donald Trump li abbandonasse dopo essersene servito e aver fatto loro pagare un alto prezzo di sangue.

   Ma il portavoce curdo nella Siria nord-orientale ha dovuto ricredersi lanciando l’ennesimo grido di dolore: Continua a leggere

“GEOGRAFICAMENTE in pillole” – 9 ottobre 2019, Germania: Halle, Sassonia-Anhalt. Attacco antisemita contro la sinagoga e un ristorante turco, due morti e due feriti gravi (CHE ACCADE NELL’EST DELLA GERMANIA?)

HALLE (SASSONIA-ANHALT) – Fiori alla Sinagoga, uno dei luoghi dell’attentato neonazista del 9 ottobre scorso (foto da www-Adnkronos.it)

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HALLE (SASSONIA-ANHALT)

IL KILLER IN DIVISA NEONAZISTA – 10/10/2019, da “Corriere.it

HALLE (SASSONIA-ANHALT) – Alle 18 la Humboldtstrasse è riaperta al traffico ma in strada non c’è nessuno. Le uniche luci sono i lampeggianti della Polizia che circondano la sinagoga e duecento metri più in là, il ristorante kebab dove è stata uccisa un’altra persona. Sarebbe il centro della città più giovane della Sassonia-Anhalt, e questa sarebbe la zona degli aperitivi, ma adesso è possibile sentire il rumore dei propri passi.

   STEPHAN BALLIET HA UCCISO, MA HA FALLITO. La sua intenzione dichiarata era quella di fare una strage. Non è che si sappia ancora molto di lui. Ha 27 anni, è nato e cresciuto in questa regione, pare frequentasse una palestra vicina ad ambienti della destra che più estrema non si può, è un neonazista dichiarato, convinto che gli ebrei siano la causa di tutti i mali. Aveva scelto il giorno giusto per ucciderne più che poteva, e un bersaglio decentrato per sperare di farcela.

   LA COMUNITÀ EBRAICA DI HALLE NON È MOLTO NUMEROSA, al massimo 600 persone, molto più piccola di quelle delle vicine Dresda e Lipsia. La sua sinagoga, che quasi sembra schiacciata tra il lungo viale che le scorre davanti e dietro i palazzi multipiano che si affacciano sulla stazione, è accanto al cimitero. Sul portone chiaro si intravedono due grosse macchie nere. Gli agenti spiegano che sono le tracce lasciate dalle due granate lanciate dall’aspirante stragista.

   POTEVA SUCCEDERE ANCORA, FORSE OVUNQUE. E lo sapevano tutti. Ma nessuno si stupisce del fatto che l’attacco più brutale degli ultimi anni sia avvenuto qui. Nei giorni scorsi, le autorità avevano avvisato le comunità ebraiche della regione, avvisandole del rischio di possibili attentati. Non era solo una semplice precauzione per l’imminente Yom Kippur, ma una conseguenza dell’aria che tira in questa terra, la Sassonia, che da sempre, fin dal giorno della riunificazione, rappresenta un problema irrisolto, come può esserlo una pentola in continua ebollizione con dentro RAZZISMO, FRUSTRAZIONE, PROBLEMI IDENTITARI. Il «Wir schaffen das» il celebre «ce la facciamo» lanciato da Angela Merkel quando nel settembre del 2015 decise di aprire i confini ai profughi siriani, da queste parti non ha mai attecchito. Anzi, ha prodotto una reazione contraria senza uguali in Europa.

   L’INSOSTENIBILE EST, così lo chiamano i sociologi tedeschi. Come se il fiume Elba fosse davvero uno spartiacque. Da una parte la «vecchia» Germania, dall’altra una mancata integrazione, che non si traduce solo in Ostalgie, il rimpianto per la vecchia Ddr, ma anche in una rabbia razzista e xenofoba. Tra il 1991 e il 2018 la Sassonia-Anhalt ha subito un crollo demografico del 20 per cento. «Una situazione demografica senza uguali in Europa», si legge in un rapporto del ministero dell’Economia.

   SE NE VANNO TUTTI. E chi resta si incattivisce, soprattutto i giovani. Dal 2004 al 2014 questo è stato l’unico Land a portare in Parlamento esponenti dell’estrema destra, a votare formazioni neonaziste portandole fino al 4 per cento. Una tendenza che non sembra fermarsi. Nelle elezioni regionali del 2016 l’estrema destra di Alternative für Deutschland (Afd) ha ottenuto il 24%.

   DRESDA, distante 115 chilometri da Halle e dalla sua sinagoga, ospita la sede centrale di Pegida, il movimento di ispirazione nazista che si batte contro l’islamizzazione dell’Occidente.

   IL VIDEO DI BALLIET è firmato Anon, che significa futuro ed è l’acronimo di anonymous. Uno come tanti. Uno convinto che l’Olocausto non sia mai avvenuto, che il femminismo e l’immigrazione di massa stanno causando problemi al mondo, e che alla radice di questi problemi ci siano gli ebrei. Questo il senso del suo videomessaggio, registrato mentre guida e intanto prepara le armi, al ritmo di Mask off, un brano del rapper americano Future. Ha agito da solo, ma non è un cane sciolto, come non può esserlo un neonazista di Halle, una città dove due sabati al mese gli estremisti di destra mettono in scena cortei improvvisati, senza striscioni o cori, piccoli gruppi di un centinaio di persone che marciano sulla Humboldtstrasse, il viale della sinagoga, come una tacita minaccia, per ricordare agli ebrei la loro esistenza, per far sapere loro che qui non sono graditi.

   «VIVIAMO IN UN CLIMA DI INTIMIDAZIONE COSTANTE» racconta Aliza, una donna di mezza età che si trovava nella sinagoga al momento dell’attentato, e ha trascorso le ore seguenti preparando thè caldo ai poliziotti di guardia davanti all’ingresso. «Non è facile leggere ogni giorno sul giornale che sei un bersaglio, che c’è in giro qualche matto che vuole farti del male. Siamo tollerati, ma non siamo graditi, questo è chiaro. Non è facile essere ebrei in questa regione». La prova di quel che afferma, sostiene Aliza, è lei stessa. Racconta che dal 2010 al 2015 lavorava a mezza giornata come guida della sinagoga e del cimitero. Poi ha smesso. Non c’era più bisogno di lei. Non c’erano clienti. «Neanche prima, ad essere sincera». Attenti all’Est della Germania. Attenti a parlare di lupi solitari. (da “Corriere.it”)

(cartina politica della Germania, dal sito http://www.germania.xyz/) – SASSONIA-ANHALT. Situato nel nord-est della Germania centrale, è l’ottavo per estensione (dal 1996) e il decimo per popolazione tra i sedici BUNDESLÄNDER. Confina con la BASSA SASSONIA a nord-ovest, il BRANDEBURGO ad est, la SASSONIA a sud-est e la TURINGIA a sud-ovest. Gran parte del territorio dello stato è pianeggiante e sfruttato dall’agricoltura, ma nel sud-ovest si trova la parte orientale dei monti Harz. Il fiume principale della Sassonia-Anhalt è l’Elba, che scorre attraverso lo stato da sud-est a nord-ovest. Il secondo fiume per dimensioni, la Saale, è un tributario dell’Elba. (da https://it.wikipedia.org/wiki/Sassonia-Anhalt)