CONGO tra le GUERRA DIMENTICATE: miseria, violenza, anarchia di bande armate…L’assassinio dell’ambasciatore, del carabiniere, dell’autista… – Come aiutare l’Africa e il suo possibile autonomo pacifico sviluppo; con una cooperazione paritaria che dia ricchezza e protezione dagli abusi alla popolazione

(CONGO francese e CONGO belga, mappa da http://www.gruppocorallo.it/) – IL CONGO È UNA REGIONE STORICA AFRICANA DIVISA TRA DUE STATI: 1) la REPUBBLICA DEL CONGO – già Repubblica Popolare del Congo (dal 1969 al 1992); è spesso chiamata nel linguaggio comune “CONGO-BRAZZAVILLE” o “CONGO FRANCESE”. È la più piccola delle due repubbliche e si trova più a ovest; 2) la REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO – dal 1966; (dove ci sono stati i tragici accadimenti del 22 febbraio scorso che hanno portato alla morte del nostro ambasciatore LUCA ATTANASIO, del carabiniere di scorta VITTORIO IACOVACCI, e del loro autista congolese MUSTAPHA MILAMBO; e la Repubblica democratica del Congo è spesso chiamata nel linguaggio comune “Congo-Kinshasa”, o “Zaire”; altre denominazioni passate sono state anche “Stato Libero del Congo”, “CONGO BELGA”, “Congo-Léopoldville” e, per brevissimo tempo, “Repubblica del Congo” (1960-1964). È la più grande delle due repubbliche e si trova più a est.

   Proponiamo qui alcune considerazioni ed impressioni sul tragico fatto accaduto nella Repubblica Democratica del Congo, lunedì mattina 22 febbraio, con la uccisione dell’ambasciatore italiano LUCA ATTANASIO, del carabiniere che gli faceva da scorta VITTORIO IACOVACCI, e dell’autista congolese MUSTAPHA MILAMBO.

Vittorio Iacovacci, Luca Attanasio, Mustapha Milambo

   In particolare 4 elementi vorremmo dare, per poi proporvi, in questo post, alcuni a nostro avviso interessanti articoli apparsi sulla drammatica tragica vicenda e il contesto geopolitico in cui si pone.

1 – Per primo abbiamo visto, nella descrizione e nelle foto del giovane ambasciatore (43 anni) Luca Attanasio, che l’idea che ci siamo fatti e abbiamo degli ambasciatori e in genere del corpo diplomatico, è diversa, o perlomeno sta cambiando. Pensare che la “diplomazia” è una carriera popolata da figli di papà, da nobili amanti del tennis e dei cocktail forse quest’idea sta diventando obsoleta…. Che non ha nulla a che vedere con un ambasciatore come Luca Attanasio, disponibile ad essere un operatore di pace e di sviluppo, a mettersi in gioco nel luogo dove lavora, a dialogare con tutti e aiutare chi è in difficoltà… (forse non tutti gli ambasciatori sono così, e molti sono ancora “tradizionali”, però il giovane ambasciatore ucciso ci ha impressionati per la sua figura “nuova”…).

(Nord Kivu, da https://viedifuga.org/) – Il nome “KIVU” risale almeno al 1914, anno in cui il governo coloniale divise il Congo in 22 distretti. Nel 1935 i distretti furono raggruppati in 6 province alle quali furono dati i nomi dei rispettivi capoluoghi. La provincia di Costermansville, che aveva la stessa estensione della successiva regione del Kivu, fu RINOMINATA PROVINCIA DI KIVU NEL 1947. A PARTIRE DAL 2004 LA REGIONE È STATA TEATRO DI PESANTI SCONTRI FRA LE TRUPPE GOVERNATIVE della Repubblica Democratica del Congo E LE FORZE DEMOCRATICHE PER LA LIBERAZIONE DEL RUANDA (FDLR) appoggiate da gruppi di ribelli tra le quali le truppe di Laurent Nkunda. (da Wikipedia)

2 – E poi una riflessione va fatta su questi luoghi di pura violenza, “buchi neri”, di anarchia totale, dove ogni legalità nazionale ed internazionale non esiste. E questa è cosa assai grave: innanzitutto per la popolazione che lì vive (la schiavitù dei bambini, la violenza sulle donne…); o per chi deve in qualche modo frequentare luoghi così di assoluta insicurezza…. E poi è da credere che posti senza alcun limite di legalità, in mano a bande armate, sono incubatori di terrorismo e violenza esportabile in tutto il mondo.

(Rep-democratica-Congo, mappa da http://www.articolo21.org/) – REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO (RdC) (EX CONGO BELGA) –Con un piccolo sbocco sull’Oceano atlantico alla foce del fiume Congo, ha una popolazione di 61milioni di abitanti con capitale Kinshasa (5milioni ca.) (la RdC ha una superficie 7 volte e mezza quella italiana, ndr). Confina a ovest con la Repubblica del Congo. VERSO LA FINE DEL 1800 IL BELGIO conquistò il controllo del Regno del Congo facendone UNA COLONIA e cambiandole il nome in STATO LIBERO DEL CONGO. Nei decenni successivi i coloni ebbero modo di sfruttare le ricche RISORSE DEL PAESE, che principalmente erano il caucciù, i diamanti e l’avorio. La colonia fu resa fiorente anche grazie all’impegno del Belgio nella costruzione delle infrastrutture nel paese. I moti indipendentisti, con insurrezioni e violenze, che erano già scoppiati negli altri paesi africani negli anni precedenti, indussero il Belgio a concedere la TOTALE INDIPENDENZA NEL GIUGNO DEL 1960. (da https://www.gruppocorallo.it/)

3 – C’è anche da rilevare che la presenza di risorse minerarie così ricche cui il sottosuolo di parte del Congo, in particolare l’area orientale della regione del KIVU (proprio là dove c’è stata l’uccisione dei tre esponenti in missione), queste ricchezze del sottosuolo (oro, cobalto, nichel, diamanti e soprattutto il coltan, essenziale per la produzione di smartphone…), assieme all’incapacità di controllo del territorio da parte di alcuna autorità garante della legalità (lo stato del Congo, ma anche l’Onu, lì presente ma che non interviene direttamente contro i gruppi armati) creano un’ECONOMIA DI GUERRA cui è vittima in primis proprio la popolazione che lì ci vive. Ed è anche l’Africa, continente povero e “difficile” a mostrare al mondo di essere fuori controllo.

(Congo in guerra, foto da NIGRIZIA) – REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO – LE PIÙ FEROCI GUERRE AFRICANE -Il disimpegno dall’area salvò il Belgio ma generò da allora ad oggi una scia infinita di sangue e di dolori. In più di cinquant’anni d’indipendenza (dal 1960) non ha mai conosciuto un periodo di pace stabile. Subito, il leader indipendentista PATRICE LUMUMBA prese la guida del paese, ma durò poco. Un anno dopo, nel 1961, il colonnello MOBUTU con un colpo di stato lo destituì e lo fece giustiziare. Nei tre anni successivi l’intervento dell’ONU diede luogo ad un governo di unità nazionale. Si era in piena guerra fredda e gli USA, temendo l’intervento della Russia (allora URSS) nella zona, nel 1965 rimisero al potere MOBUTU che, evidentemente, contavano di manovrare in loro favore. IL SUO FU UN REGIME SANGUINARIO che, tra le altre cose, decise l’uccisione di molti politici e oppositori. Nel 1971 cambiò il nome allo stato chiamandolo ZAIRE. Mobutu riuscì a barcamenarsi nel periodo della guerra fredda, sfruttando l’antagonismo USA-URSS ma, con l’implosione del blocco sovietico, iniziarono i primi gravi problemi politici che sfociarono NEL 1996 NELLA PRIMA GUERRA DEL CONGO. L’ etnia dei TUTSI CONGOLESI si unì alle forze di RUANDA, UGANDA e ANGOLA, che contrastavano Mobutu, e insieme sbaragliarono il regime nel 1997. Mobutu fuggì in Marocco e KABILA, il generale che aveva guidato l’alleanza, si autoproclamò presidente attuando una violenta azione repressiva per ristabilire l’ordine. Kabila incontrò degli ostacoli notevoli a governare il Paese che, nel frattempo, aveva rinominato Repubblica democratica del Congo. (da https://www.gruppocorallo.it/)

4 – Anche la cooperazione internazionale mostra in questo tragico frangente i suoi limiti. E non parliamo di operatori e missionari lì impegnati da decenni in progetti di sviluppo. Ma ci riferiamo al fatto che nella Repubblica Democratica del Congo c’è una delle più grandi missioni di peacekeeping e di stabilizzazione delle Nazioni Unite, la MONUSCO (sigla che, in francese, significa: Mission de l’Organisation des Nations Unies pour la Stabilisation en République démocratique du Congo), con oltre 15.000 soldati di 47 nazioni diverse: che però non interviene nei conflitti locali tra bande e negli scontri fra le truppe governative della Repubblica Democratica del Congo e le “Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda” (FDLR) (formate in particolare da hutu fuoriusciti dal Ruanda accusati dei massacri dei Tuutsi nel 1996) e appoggiate da gruppi di ribelli.

(nella foto l’estrazione del COLTAN, prezioso minerale fonte di guerre e sfruttamenti, foto ripresa da https://www.accri.it/) – Sconfitto Mobutu nel 1997, LA PACE DURÒ POCHISSIMO: le PREZIOSE RISORSE DEL CONGO facevano gola a molti. Così si scatenò la SECONDA GUERRA DEL CONGO, una vera e propria guerra interafricana, che durò DAL 1998 AL 2003 e che coinvolse OTTO NAZIONI africane e circa VENTICINQUE GRUPPI ARMATI. E’ considerata LA PIÙ GRANDE GUERRA DELLA STORIA RECENTE DELL’AFRICA. Il conflitto causò la morte di almeno DUE MILIONI E MEZZO DI PERSONE, anche a causa delle carestie, ma c’è CHI PARLA DI PIÙ DI CINQUE MILIONI DI MORTI e MIGLIAIA DI DONNE VIOLENTATE dai ribelli e dai militari. Lo stesso generale KABILA FU ASSASSINATO nel 2001. Le forze in campo, prevalentemente non addestrate e molto indisciplinate, hanno contribuito alla violenza del conflitto perpetrando saccheggi, stupri e pulizia etnica. (da https://www.gruppocorallo.it/)

   Mentre invece (e questo dovrebbe riguardare tutte le missioni di pace e interposizione) c’è la necessità di aiutare le popolazioni anche a sconfiggere la violenza, proteggere attivamente i deboli. A volte è utile la presenza di forze straniere, dell’Onu, ma non può bastare, non risolve il problema della violenza. E questo è uno dei punti chiave per poter affrontare le guerre dimenticate dell’Africa, che ce ne accorgiamo che ci sono solo quando accadono episodi che ci coinvolgono (come la morte dell’ambasciatore e del carabiniere). Servono missioni internazionali capaci di agire, di intervenire concretamente contro il terrorismo e le milizie armate, dimostrando che non c’è impunità per i crimini compiuti.

(FELIX TSHISEKEDI, attuale presidente della RDC) – Nel 2006, nonostante continui scontri, razzie e scorribande dei ribelli, la situazione iniziò a stabilizzarsi. In quell’anno, le prime elezioni libere si sono concluse con la vittoria di JOSEPH KABILA, il FIGLIO DEL GENERALE. Anni di guerre e di contrasti pesano tuttora sui rapporti tra ribelli, miliziani e popolazione civile. Il mandato del presidente Kabila è scaduto nel 2016, tuttavia le elezioni sono state rimandate fino al 30 dicembre 2018. Esse sono state vinte da FELIX TSHISEKEDI, ATTUALE PRESIDENTE. Una delle azioni che porta avanti è CERCARE DI STABILIZZARE LA REGIONE DELL’EST, il KIVU (a 2.500 chilometri dalla capitale Kinshasa) ma con risultati assai mediocri. – Il nuovo presidente della Repubblica Democratica del Congo, il riformatore FELIX TSHISEKEDI, che ha guidato dal gennaio del 2019 un CAMBIO DI REGIME PACIFICO e non violento, dopo 23 anni consecutivi di governo del Paese da parte della “DINASTIA” DEI DUE PRESIDENTI LAURENT DESIRÉ KABILA E del figlio JOSEPH KABILA. Dal 1 febbraio 2021 FELIX TSHISEKEDI  è anche presidente di turno dell’UNIONE AFRICANA e su di lui sono riposte molte speranze della comunità internazionale per una svolta nella stabilizzazione del nord del Paese e per una normalizzazione delle relazioni con la comunità internazionale

   Sono contesti che sembrano non cambiare mai, e il ribadire la necessità di affermare e praticare la difesa delle popolazioni e di chi viene aggredito, queste sono solo cose che si auspicano ma non accadono quasi mai. Però modi nuovi di essere delle persone che si occupano dei rapporti internazionali, che operano sul campo, dell’esserci con forme innovative (come nel caso di Luca Attanasio che purtroppo non c’è più, e il suo interpretare specifico del ruolo dell’ambasciatore), dimostra che se si vuole si può cambiare, cercando di mettere in pratica positivamente quei principi fondamentali dei diritti umani che ancora sono così violati. (s.m.)

È CHIAMATA KIVU TUTTA LA REGIONE CHE SI TROVA INTORNO AL LAGO KIVU, compresa una parte del RUANDA dove risiede la maggior parte della popolazione dell’area lacustre (Gisenyi in Ruanda, con una popolazione di circa un milione di abitanti è il centro abitato principale della regione del lago Kivu). L’area è caratterizzata da una VEGETAZIONE LUSSUREGGIANTE ED UN CLIMA FAVOREVOLE alle coltivazioni, le rive del lago si trovano ad un’altitudine di circa 1500 m s.l.m. e il suolo della regione è di origine vulcanica. La regione di Kivu è il punto più elevato della EAST AFRICAN RIFT VALLEY. (da Wikipedia)

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(Miniere di COLTAN, per fare gli smatphone – foto da https://lospiegone.com/) – La regione del KIVU, al confine con Uganda e Ruanda, è anche teatro di conflitti tra gruppi di insorti e le forze armate congolesi, per il controllo del territorio il cui SOTTOSUOLO è ricco di ORO, COBALTO, NICHEL, DIAMANTI e soprattutto il COLTAN, essenziale per la produzione di smartphone e cellulari. In Kivu si concentra l’80% della produzione mondiale di questo materiale. (da https://www.ispionline.it/ 24/2/2021)

VITTIME DI UN CONFLITTO DIMENTICATO?

da https://www.ispionline.it/, 24/2/2021  –  Tra il 1994 e il 2003 la Repubblica Democratica del Congo è stata teatro di un sanguinoso conflitto che ha causato circa cinque milioni di morti e ha coinvolto diversi paesi della regione ed è stata ribattezzata dagli storici la prima Guerra mondiale africana.  –   La fine ufficiale del conflitto non ha segnato tuttavia la fine delle violenze e il Kivu è diventato tristemente famoso per i massacri e gli stupri di guerra.  –     Decine di milizie e gruppi ribelli continuano ad operare indisturbati nelle aree orientali del paese nonostante sul terreno sia dispiegata la più grande e longeva missione di peacekeeping dell’Onu (Monusco), con oltre 17mila militari sul campo.  –     La regione, al confine con Uganda e Ruanda, è anche teatro di conflitti tra gruppi di insorti e le forze armate congolesi, per il controllo del territorio il cui sottosuolo è ricco di oro, cobalto, nichel, diamanti e soprattutto il coltan, essenziale per la produzione di smartphone e cellulari.  –    In Kivu si concentra l’80% della produzione mondiale di questo materiale. Secondo le Nazioni Unite sono più di 5 milioni gli sfollati nella Repubblica Democratica del Congo, più che in ogni altro paese al mondo eccetto la Siria.  –    Il governo di Kinshasa, distante migliaia di chilometri e senza alcun controllo reale sulla instabile provincia transfrontaliera, non riesce ed anzi teme di intervenire in un’area in cui ogni cambiamento potrebbe compromettere il fragile status quo raggiunto con altre potenze regionali, in primis il Ruanda.

Luca Attanasio, l’ambasciatore italiano nella Repubblica Democratica del Congo ucciso lunedì 22 febbraio 2021

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APRIAMO GLI OCCHI SULL’AFRICA

di Gianni Vernetti, da “la Repubblica” del 23/2/2021

   Il migliore modo per onorare la memoria dell’ambasciatore Luca Attanasio e del carabiniere Vittorio Iacovacci, caduti durante una missione umanitaria in Congo è di non voltare lo sguardo di fronte alle guerre dimenticate, ma di tornare ad occuparci seriamente dell’Africa a tutto campo: più aiuti umanitari, più cooperazione allo sviluppo, più cooperazione nel settore della sicurezza da un lato, ma anche valorizzazione delle tante opportunità che possono emergere da un più solido rapporto con le economie emergenti del continente.

   L’ambasciatore Luca Attanasio era da tre anni a Kinshasa a rappresentare il nostro Paese con la moglie e tre figlie piccolissime. L’ho incontrato diverse volte a Casablanca, quando era Console generale e poi a Kinshasa recentemente. Un uomo coraggioso e solare, un diplomatico capace ed efficace, la cui passione per l’antropologia e l’arte africana gli hanno fornito strumenti in più per comprendere la realtà che lo circondava.

   È caduto in un quella zona instabile fra Repubblica Democratica del Congo, Uganda e Rwanda, che da quasi 30 anni non riesce a trovare pace. Il governatore del Nord Kivu Carly Nzanzu Kasivita fornisce una prima versione dei fatti: rapimento, fuga nel Parco Nazionale di Virunga, scontro a fuoco con l’esercito congolese (Fardc) e le “EcoGardes”, i ranger armati del parco, con l’esito tragico che conosciamo.

   «I ribelli parlavano kinyarwanda» dice il governatore, e punta il dito su ciò che resta di quelle milizie “hutu” che nel 1994 in soli cento giorni si resero responsabili in Rwanda dell’ultimo genocidio dello scorso millennio: quello di un milione di “tutsi” nel piccolo Paese delle colline.

   Sono i resti delle Forze democratiche per la liberazione del Rwanda (Fdlr), uno dei protagonisti della “guerra mondiale africana” che dal 1994 nel nord e nell’est del Congo ha visto morire circa 5 milioni di civili, coinvolgendo eserciti e milizie di una dozzina di paesi. Le Fdlr sono oggi un gruppo residuale che vive di rapimenti ed estorsioni fra i villaggi del North Kivu con qualche sconfinamento nella vicina Uganda.

   Ma le milizie hutu non sono l’unico gruppo terroristico che potrebbe aver compiuto l’attacco. Gli occhi sono puntati anche sulle recenti infiltrazioni jihadiste che dalla Somalia, al nord del Mozambico si fanno largo in diversi Paesi dell’Africa orientale e centrale. Nel caso congolese si tratta delle “Adf-Allied Democratic Force”, gruppo ugandese da poco affiliato ad Isis, attivo anche nell’area dove è stato ucciso il nostro ambasciatore e più a nord nel bacino dell’Ituri.

   L’allarme per la penetrazione jihadista nel Congo orientale fu lanciato lo scorso anno dal a cominciare da un rilancio a tutto campo delle relazioni politiche, economiche e commerciali con Usa ed Europa, per lungo tempo praticamente azzerate nuovo presidente della Repubblica Democratica del Congo, il riformatore FELIX TSHISEKEDI, che ha guidato dal gennaio del 2019 un cambio di regime pacifico e non violento, dopo 23 anni consecutivi di governo del Paese da parte della “dinastia” dei due presidenti LAURENT DESIRÉ KABILA e del figlio JOSEPH KABILA.

   Dal 1 febbraio Felix Tshisekedi è anche presidente di turno dell’Unione Africana e su di lui sono riposte molte speranze della comunità internazionale per una svolta nella stabilizzazione del nord del Paese e per una normalizzazione delle relazioni con la comunità internazionale.

   Oggi è ancora presente nella Repubblica Democratica del Congo una delle più grandi missioni di peacekeeping e di stabilizzazione delle Nazioni Unite, la MONUSCO, con oltre 15.000 soldati di 47 nazioni diverse. Ma come ricorda Denis Mukwege, Premio Nobel per la Pace 2018, dal suo Panzi Hospital a Bukavu, dove in quindici anni ha curato oltre 40.000 donne vittime di stupri di massa nelle successive guerre congolesi, «la missione delle Nazioni Unite ha ottenuto buoni risultati di contenimento, ma non ha risolto il problema alla radice. Le “regole d’ingaggio” delle missioni della Nazioni Unite hanno troppi vincoli di azione».

   E questo è uno dei punti chiave per poter affrontare le guerre dimenticate dell’Africa che purtroppo ci riguardano da vicino. Servono missioni internazionali capace di agire, sconfiggere in modo definitivo terrorismo e le milizie armate, dimostrando che non c’è impunità per i crimini compiuti. La “Responsabilità di proteggere” può e deve diventare una vera priorità della comunità internazionale. I crimini di massa devono essere prevenuti con meccanismi che permettano azioni di “ingerenza umanitaria” da parte della comunità internazionale. L’Africa è un continente che ci riguarda. Tornare ad occuparsene con serietà è una priorità per l’Italia e per l’Europa. (Gianni Vernetti)

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COSÌ SI MUORE NELL’ELDORADO DEL JIHADISMO

di Domenico Quirico, da “La Stampa” del 23/2/2021

   La foresta nel Kivu è così fitta che sembra un muro. È bella da ferirti gli occhi. E terribile al punto che Continua a leggere

Le PRIMAVERE ARABE di 10 anni fa (2011), fallite come speranza di vita migliore, hanno però CAMBIATO I GIOVANI (di Tunisia, Egitto, Yemen, Libia, Siria, Marocco, Bahrein…) che hanno acquisito il senso della libertà (spesso negata come o più di prima) – Primavere (rivoluzioni) arabe: un processo storico ancora in divenire

PRIMAVERE ARABE, DIECI ANNI DOPO – “(…) La fuga di BEN ALÌ (in TUNISIA) il 14 gennaio 2011 è stato il primo risultato di un movimento nato nel centro della Tunisia, a SIDI BOUZID, dove un mese prima un GIOVANE VENDITORE AMBULANTE, MOHAMMED BOUAZIZI, si era dato fuoco, scatenando una serie di proteste in tutta la TUNISIA, da Kasserine a Bizerte. NEL GIRO DI POCHE SETTIMANE, l’ondata di rivolte avrebbe travolto l’EGITTO e poi lo YEMEN, il BAHREIN e la LIBIA, fino a raggiungere la SIRIA. Anche le monarchie in MAROCCO e in GIORDANIA sono state scosse da questo movimento e i cittadini sono scesi in piazza per rivendicare riforme e maggiori diritti. A DIECI ANNI DALLE RIVOLTE ARABE DEL 2011, gli ELEMENTI CHE PORTANO A TRARRE UN BILANCIO NEGATIVO SONO MOLTI. La SIRIA è piombata nella peggior guerra civile d’inizio millennio, l’EGITTO è passato dalla trentennale dittatura di Hosni Mubarak a quella di Abdel Fattah al Sisi, e la TUNISIA si destreggia tra le montagne russe della sua politica interna e una crisi economica che moltiplica il numero dei disoccupati. Ma le vite e i percorsi di alcuni suoi protagonisti raccontano un processo di cambiamento molto più profondo. Un processo lungo e ormai avviato, per cui NULLA POTRÀ PIÙ ESSERE COME PRIMA. (…) (Marta Bellingreri, Costanza Spocci, 14/1/2021, da INTERNAZIONALE https://www.internazionale.it/) – (nella foto qui sopra: un momento della Primavera Araba in Tunisia 10 anni fa, da http://www.globalist.it/)

   La fuga del dittatore Ben Alì, in Tunisia, dieci anni fa, il 14 gennaio 2011, è stato il primo risultato di quella rivoluzione che ha coinvolto nel giro di poche settimane buona parte del mondo arabo, e conosciuta come PRIMAVERA ARABA. Un mese prima di quella fuga del dittatore tunisino, in una cittadina all’interno della Tunisia (Sidi Bouzid), un giovane venditore ambulante, MOHAMMED BOUAZIZI, si era dato fuoco per protesta contro la polizia che gli aveva sequestrato la propria merce. La sua morte ha scatenato una serie di proteste in tutta la TUNISIA. E così l’ondata di rivolte che c’è stata ha di lì a poco travolto l’EGITTO e poi lo YEMEN, il BAHREIN e la LIBIA, fino a raggiungere la SIRIA. Anche le monarchie in MAROCCO e in GIORDANIA sono state scosse da questo movimento e i cittadini sono scesi in piazza per rivendicare riforme e maggiori diritti.

(EGITTO Tahrir Square – February, 10, 2011) -“(…) Oggi, dieci anni dopo il gesto estremo di Mohamed Bouazizi, il bilancio del fenomeno delle Primavere Arabe resta sospeso tra la rivendicazione di un momento eroico, la celebrazione del potere salvifico dei social network e la presa d’atto delle difficoltà a realizzare fino in fondo i cambiamenti auspicati. Gli egiziani, i siriani, i libici e gli yemeniti hanno visto sprofondare i loro Paesi in guerre e conflitti e la spinta islamista ha persino riportato dittature militari e governi autoritari. (…)” (Anna Dainelli, da https://mics.luiss.it/il, 17/12/2020)

   Dieci anni dopo si può dire che, fin dall’inizio, non è andata come quei tantissimi giovani veri protagonisti nei paesi arabi di quelle rivolte si aspettavano: ci sono ancora gli stessi regimi (come in Siria); o forse peggiori (come in Egitto) si sono alla fine instaurati. Oppure tutto si è stabilizzato in senso conservatore, senza sostanziali cambiamenti. A parte forse la Tunisia, dove c’è un contesto di democrazia, di novità rispetto agli altri Paesi: però la situazione odierna tunisina, economica e politica, è assai grave, e il Paese non riesce più a reggere ed è vicino alla bancarotta.

   Riflettendo sul contesto, che in questo post tentiamo di fare, potremmo dire che “troppe cose assieme” si sono incontrate nelle rivoluzioni arabe: la voglia giovanile di essere cittadini del mondo e rifiutare le dure antistoriche dittature; il voler superare modi di vita imposti da una religiosità integralista; una tradizione di vita conservatrice che nelle campagne persisteva e nelle più grandi città si aveva appunto voglia di superare (lo scontro perenne in questi casi tra città, progressiva, e campagna, quasi sempre tradizionalista); una liberazione femminile difficile da affermarsi, che spesso negli stessi movimenti di protesta alle dittature era difficile da riconoscere al mondo femminile che partecipava insieme alla rivolta. E poi si combatteva contro regimi che avevano l’appoggio di potenze esterne (come in Siria, Bashar al Assad, aiutato dall’Iran e la Russia); e contemporaneamente l’affermarsi di gruppi jihadisti dell’integralismo islamico (spesso anch’essi appoggiati da finanziamenti stranieri).

PARIGI ha dedicato una piazza a MOHAMED BOUAZIZI, giovane laureato di 26 anni che manteneva sé e la sua famiglia lavorando come VENDITORE AMBULANTE, SI VIDE SEQUESTRARE LA PROPRIA MERCE DALLA POLIZIA E DECISE DI DARSI FUOCO IN STRADA, di fronte al municipio, inizio delle PRIMAVERE ARABE.

   Troppe cose avverse per movimenti giovanili pieni di entusiasmo e speranze…. Parliamo di GIOVANI, perché le primavere arabe hanno loro come protagonisti. Ma sembra cosa ovvia: il contesto demografico dei paesi arabi “è dei giovani” largamente preponderanti rispetto agli anziani (a differenza dell’Italia e un po’ di tutta Europa…).

(nella foto la cittadina tunisina rurale di SIDI BOUZID, da Wikipedia) – “SIDI BOUZID è una piccola cittadina rurale che si trova nel cuore della TUNISIA, una località pressoché anonima, non certo avvezza ad ospitare fatti che segnano la storia. O almeno questo è quanto accaduto fino a dieci anni fa, esattamente fino al 17 DICEMBRE 2010, giorno in cui MOHAMED BOUAZIZI, giovane laureato di 26 anni che manteneva sé e la sua famiglia lavorando come VENDITORE AMBULANTE, SI VIDE SEQUESTRARE LA PROPRIA MERCE DALLA POLIZIA E DECISE DI DARSI FUOCO IN STRADA, di fronte al municipio. L’atto estremo di Mohamed – compiuto, non lo sapremo mai con certezza, se per protesta o per disperazione – non restò isolato come altri prima di esso. Non si esaurì lì, ma nel momento della nascita delle tv satellitari panarabe e della grande ascesa dei social network, DIEDE IL VIA ALLE COSIDDETTE PRIMAVERE ARABE: un’ondata di proteste che nel giro di poche settimane ROVESCIÒ IN TUNISIA IL REGIME DI POLIZIA DI BEN ALI, al potere da oltre vent’anni, e nei mesi successivi anche quelli di altri dittatori come Mubarak in EGITTO, Gheddafi in LIBIA, Saleh nello YEMEN.(…)” (Anna Dainelli, da https://mics.luiss.it/)

   Negli articoli che qui vi proponiamo, le testimonianze dei giovani di allora (ma che lo sono ancora), pur nella sconfitta di tante speranze di libertà, di nuova vita sociale, ricordano quel movimento con gioia (“È stata una liberazione nelle nostre vite: eravamo tutti insieme in strada, insegnanti, intellettuali, medici, ingegneri, ma anche contadini, lavoratori, gli studenti delle scuole, dell’università, bambini al fianco di uomini e donne, con tutte le nostre differenze e appartenenze”)…dimostrando che quel che è accaduto ha cambiato le loro vite nonostante tutto; e, importante, ha fatto acquisire alla gran parte dei paesi arabi un contesto nuovo di “possibilità democratica”, pur nelle dittature dei vecchi apparati cui adesso ci sono ancora.

Un murales dedicato a GIULIO REGENI (da https://www.focusonafrica.info/). Giulio Regeni e i desaparecidos in Egitto che non conosciamo “25/1/2021. Cinque anni fa al Cairo Giulio Regeni alle 19.41 entrava in un buco nero che, nove giorni dopo, avrebbe rigurgitato una storia di torture, orrore, morte. Una storia terribile, come le altre migliaia di cui sappiamo poco o nulla ma che disegnano un quadro che in molti fingono di non vedere.”

   Come dicevamo l’unico paese che ha “provato”, sta provando, la democrazia è la TUNISIA, ma qui le cose non stanno andando per niente bene. La situazione in Tunisia è certamente preoccupante: Il Covid-19 è arrivato a destabilizzare ancora di più una situazione economica molto fragile. Il Paese è vicino alla bancarotta; pertanto i tunisini, unici esempi di un processo di democratizzazione che altrove non è mai neppure partito, hanno imparato che non basta “avere la libertà”, essere in democrazia, se non c’è un riequilibrio tra classi, se non si riesce a far uscire dalla povertà buona parte della popolazione. Le agitazioni sociali aumentano sempre più, termometro del malessere della popolazione. E le regioni povere della Tunisia interna, dove la rivoluzione è iniziata dieci anni fa, concentrano la maggior parte dei focolai del malcontento.

Mappa Primavere arabe 10 anni dopo, da ISPI Istituto per gli Studi di politica Internazionale http://www.ispionline.it/) – “(…) Eppure QUELLE RIVOLTE DEL 2011 NON HANNO RAPPRESENTATO UNA NOVITÀ ASSOLUTA NELLA STORIA DELLA REGIONE, già percorsa in passato da altre proteste di carattere socio-economico, tanto che – almeno inizialmente – più di qualche longevo leader dell’area non ebbe a temere delle manifestazioni anche vibranti, pensando che quelle allora in corso potessero essere derubricate come una nuova stagione delle cosiddette “rivolte del pane”. UNA PERCEZIONE CHE SI DIMOSTRÒ PRESTO SBAGLIATA, tanto che lo straordinario shock emotivo prodotto dalle proteste galvanizzò soprattutto quelle masse a lungo vessate, convinte di avere gli strumenti necessari per preparare il terreno ad un vero cambiamento. QUELLE STESSE PROTESTE PERÒ SI TRASFORMARONO BEN PRESTO IN RIVOLTE INCOMPLETE, rovesciate dalla restaurazione o trasformatesi in conflitti civili. (…)” (Giuseppe Dentice, 10/2/2021, da CESI (Centro studi internazionali) https://www.cesi-italia.org/)

   Ci si chiede allora, in senso generale, se i paesi del mondo arabo possono avere vantaggi dalla democrazia (se non funziona nell’unico paese che dalle rivoluzioni arabe di dieci anni fa la ha provata). Osservatori attenti individuano elementi concreti necessari per far coesistere democrazia e sviluppo sociale in paesi così fragili come quelli del mondo arabo e in particolare del Medio Oriente (paesi sorretti quasi sempre da vecchie dittature): c’è da  coinvolgere nel percorso democratico tutte le classi sociali (stabilire un nuovo contratto sociale); procedere con ordine ma con convinzione verso la democrazia; attuare quelle riforme socio-economiche che nel Nord de Mondo, nei paesi ricchi a più avanzata democrazia ci sono; mettendo in primis il rispetto dei diritti civili e umani, e la parità tra uomo e donna; e poi superare lo stato di polizia e quei apparati violenti e segreti alla base del potere (come stiamo vedendo in Egitto nel caso dell’omicidio del nostro GIULIO REGENI).

(primavere arabe, foto ripresa da http://www.collettiva.it/) – TUNISIA: UN PAESE SULL’ORLO DI UN ESAURIMENTO NERVOSO “(…) La situazione in Tunisia è certamente preoccupante. IL COVID-19 È ARRIVATO A DESTABILIZZARE UNA SITUAZIONE ECONOMICA GIÀ MOLTO FRAGILE. Tutte gli indicatori sono negativi: una recessione del 9%, un tasso di disoccupazione vicino al 16%, un deficit di bilancio del 13,4%, un debito pubblico che sfiora il 90% del Pil. LA TUNISIA È PRATICAMENTE VICINO ALLA BANCAROTTA, sempre più di pendente dai donatori, in primis dal Fondo Monetario Internazionale (Fmi). (…)” (da LE MONDE, 17 dicembre 2020 ripreso da Collettiva, https://www.collettiva.it/)

   E, tornando a quelle PRIMAVERE ARABE dei primi mesi del 2011, e a quello che appare un fallimento, sempre attenti osservatori dimostrano e concordano NEL CONSIDERARLE UN PROCESSO STORICO ANCORA IN DIVENIRE. Ad esempio il 2019-2020 ha visto l’insorgere di nuove proteste popolari (più continuative nel tempo rispetto al 2010-2011) di carattere sociale, economico e civile, che hanno portato ad esempio in Algeria e Sudan all’avvio di travagliati processi di transizione, anche se in Libano e Iraq si è assistito ad un aggravamento dei rispettivi contesti nazionali.

NIGRIZIA Copertina Febbraio 2021 dedicata a Patrick Zaki, in carcere in Egitto

   Sia nel 2011, sia più vicino a noi, nel 2019, è emerso come siamo in presenza di vecchie élite oramai superate dalla realtà globale e dalla storia, che resistono fin che possono, ma che di qui a poco sono destinate a sparire. E’ da capire e sperare che questa volta crescano delle classi dirigenti, dei movimenti sociali, in grado di “reggere”, di essere protagonisti di una nuova situazione di libertà, DI AVERE UN PROGETTO (senza ricadere nel controllo di paesi esterni e/o gruppi integralisti): capaci di dimostrare che la libertà “è cosa migliore” per avere diritti umani uguali per tutti, servizi sociali veri (educazione, sanità, protezione dei più deboli…), e una situazione economica di sviluppo della ricchezza personale e collettiva. Per dire che quel processo di dieci anni fa delle Primavere arabe non è avvenuto invano, e un germoglio di un nuovo contesto sociale esiste per tutti quelle persone, quei popoli, quei paesi. (s.m.)

(Il germoglio di pugni rivoluzionari, murale a Tunisi, da Nigrizia) – “(…) Anche i tunisini, unici esempi di un processo di democratizzazione che altrove non è mai neppure partito, hanno imparato che senza una ridistribuzione economica più equa e un vero progresso sociale, la sola libertà resta un frutto preziosissimo, ma amaro. Ad oggi, la cosiddetta “rivoluzione di Internet” non pare aver performato fino in fondo. Sembra che altri movimenti continuino ad agitare il mondo arabo in parti che non furono toccate dalle proteste nel 2010 e 2011: la RIVOLUZIONE DEL SORRISO o MOVIMENTO HIRAK iniziato a febbraio 2019 in ALGERIA per opporsi al quinto mandato del presidente Bouteflika, piuttosto che la THAWRA (letteralmente, RIVOLUZIONE) in LIBANO e il MOVIMENTO DI PROTESTE che nel 2019 in pochi mesi ha rovesciato il regime di BASHIR in SUDAN.(…)” (Anna Dainelli, da https://mics.luiss.it/il, 17/12/2020)

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LE VOCI DELLE PRIMAVERE ARABE DIECI ANNI DOPO

di Marta Bellingreri, Costanza Spocci, 14/1/2021, da INTERNAZIONALE https://www.internazionale.it/

   Per Bochra Triki tutto è cominciato esattamente dieci anni fa. A Tunisi.

   Il suo ventitreesimo compleanno è stato uno di quelli impossibili da dimenticare. Gli amici cercavano di farle gli auguri in mezzo alla folla, tra i lacrimogeni e gli spari della polizia. A quell’odore insopportabile di repressione si mescolavano degli auguri che sapevano molto di più di “buon compleanno”. Era il 13 gennaio 2011.

   La stessa sera, l’allora presidente della Tunisia, Zine el Abidine Ben Ali, aveva pronunciato un discorso alla nazione, chiedendo scusa per le vittime delle proteste delle ultime tre settimane e, poggiando la mano sul petto, aveva detto: “Fahimtkum”, “Vi ho capito”. Era la terza volta in un mese che si rivolgeva al popolo tunisino e la prima in assoluto che lo faceva usandone il dialetto. Bochra compiva ventitré anni, gli stessi ventitré in cui Ben Ali era stato al potere. Quel discorso, in cui prometteva di realizzare delle riforme e di non ricandidarsi alle future elezioni, sarebbe stato l’ultimo, mentre per Bochra, dal giorno dopo, sarebbe cominciata per sempre una nuova vita.

   La fuga di Ben Ali il 14 gennaio 2011 è stato il primo risultato di un movimento nato nel centro del paese, a Sidi Bouzid, dove un mese prima un giovane venditore ambulante, Mohammed Bouazizi, si era dato fuoco, scatenando una serie di proteste in tutta la TUNISIA, da Kasserine a Bizerte. Nel giro di poche settimane, l’ondata di rivolte avrebbe travolto l’EGITTO e poi lo YEMEN, il BAHREIN e la LIBIA, fino a raggiungere la SIRIA. Anche le monarchie in MAROCCO e in GIORDANIA sono state scosse da questo movimento e i cittadini sono scesi in piazza per rivendicare riforme e maggiori diritti.

   A dieci anni dalle rivolte arabe del 2011, gli elementi che portano a trarre un bilancio negativo sono molti. La Siria è piombata nella peggior guerra civile d’inizio millennio, l’Egitto è passato dalla trentennale dittatura di Hosni Mubarak a quella di Abdel Fattah al Sisi, e la Tunisia si destreggia tra le montagne russe della sua politica interna e una crisi economica che moltiplica il numero dei disoccupati. Ma le vite e i percorsi di alcuni suoi protagonisti raccontano un processo di cambiamento molto più profondo. Un processo lungo e ormai avviato, per cui nulla potrà più essere come prima.

Lavoro, libertà, dignità
“Nell’avenue Bourguiba, di fronte alla sede del ministero dell’interno a Tunisi, Continua a leggere

GENOCIDI di popolazioni ai giorni nostri: YAZIDI in Iraq, i ROHINGYA in Birmania-Myanmar, gli UIGURI In Cina… ma anche milioni di CRISTIANI vittime nel mondo. Per ricordare, nel GIORNO DELLA MEMORIA del 27 gennaio, i tanti genocidi di adesso – E che la Comunità internazionale intervenga in difesa degli oppressi

(nella foto: CZESLAVA KWOKA, giovane vittima di Auschwitz, da http://www.istitutocervi.it) – IL GIORNO DELLA MEMORIA: 27/01/1945 – 27/01/2021. 76° ANNIVERSARIO DELLA LIBERAZIONE DEL CAMPO PRIGIONIA DI AUSCHWITZ. – Il GIORNO DELLA MEMORIA è una ricorrenza internazionale celebrata il 27 gennaio di ogni anno come GIORNATA IN COMMEMORAZIONE DELLE VITTIME DELL’OLOCAUSTO. (…) Si è stabilito di celebrare il Giorno della Memoria ogni 27 gennaio perché in quel giorno del 1945 le TRUPPE DELL’ARMATA ROSSA, impegnate nella offensiva Vistola-Oder in direzione della Germania, liberarono il campo di concentramento di Auschwitz. Il 27 gennaio 1945 le truppe sovietiche della 60ª Armata del “1º Fronte ucraino” del maresciallo IVAN KONEV arrivarono per prime presso la CITTÀ POLACCA di OŚWIĘCIM (in tedesco AUSCHWITZ), scoprendo il vicino campo di concentramento di Auschwitz e liberandone i superstiti. La SCOPERTA DI AUSCHWITZ e le TESTIMONIANZE DEI SOPRAVVISSUTI rivelarono compiutamente per la prima volta al mondo l’ORRORE DEL GENOCIDIO NAZIFASCISTA. Ad Auschwitz, circa 10 giorni prima, i nazisti si erano rovinosamente ritirati portando con loro, in una marcia della morte, tutti i prigionieri sani, molti dei quali morirono durante la marcia stessa. L’apertura dei cancelli di Auschwitz mostrò al mondo intero non solo molti TESTIMONI DELLA TRAGEDIA, ma anche gli STRUMENTI DI TORTURA E DI ANNIENTAMENTO utilizzati in quel lager nazista. In realtà i sovietici erano già arrivati precedentemente a liberare dei campi come quello di CHEŁMNO e quello di BEŁŻEC ma questi, essendo di sterminio e non di concentramento, erano vere e proprie fabbriche di morte dove i deportati venivano immediatamente gasati, salvando solo poche “unità speciali”. La data del 27 GENNAIO in RICORDO DELLA SHOAH, lo STERMINIO DEL POPOLO EBRAICO E NON SOLO è indicata quale data ufficiale agli stati membri dell’ONU, in seguito alla risoluzione 60/7 del 1º novembre 2005. (da Wikipedia) ——(NELL’IMMAGINE QUI SOPRA: Casa Cervi celebra il Giorno della Memoria – Le pagine della memoria. Storie, racconti e testimonianze per il Giorno della Memoria —— Come ogni anno, anche CASA CERVI celebra questa ricorrenza fondamentale, con contenuti multimediali che verranno caricati tra il 25 e il 31 gennaio 2021 sul sito http://www.istitutocervi.it e sui canali social: interventi di esperti, recensioni di libri e letture che hanno ispirato grandi film. La celebrazione di Casa Cervi è compresa nella rassegna di iniziative del portale del Comune di Reggio Emilia (https://eventi.comune.re.it/)

   Nel ricordare che il 27 gennaio è il “Giorno della Memoria”, delle vittime della Shoah, ricorrenza internazionale per commemorare la tragedia dell’Olocausto (il 27 gennaio 1945 ci fu la liberazione del campo di sterminio di Auschwitz da parte dell’Armata Rossa); e nel “fare memoria” di quell’incommensurabile tragicissimo evento, di quelli anni terribili dove il nazismo e il fascismo misero in pratica il genocidio del popolo ebraico; nel considerare poi che nel corso del ‘900 e nei secoli precedenti altri genocidi di popoli sono stati attuati (forse non in modo così scientifico come quello a danno del popolo ebraico), vogliamo qui considerare e illustrare (con rispetto, senza voler essere esaustivi, e nei limiti dell’esposizione di un argomento così doloroso e delicato) quel che “adesso” ancora accade a popoli perseguitati nel nostro pianeta; appunto nel nostro presente.

(CINA, la repressione degli Uiguri, foto da http://www.asianews.it/) – CHI SONO GLI UIGURI – Gli uiguri sono una minoranza di religione musulmana e di etnia turcofona. Risiedono principalmente nella vasta regione dello Xinjiang, nel nord ovest della Cina. Oggi rappresentano la maggioranza relativa della popolazione della regione, il 46%, mentre il resto degli abitanti sono cinesi di etnia Han (39%) e kazaki. Dagli anni ’90, con la disgregazione dell’Unione Sovietica prima e poi con il crollo delle Torri Gemelle nel 2001, si è intensificata la repressione di Pechino, con il governo che ha presentato la campagna contro la minoranza uigura come una lotta al terrorismo. (…) (da https://tg24.sky.it/, 28/11/2019)

   Omettendo qui di elencare abusi e atrocità quotidiane che molte popolazioni subiscono (e che invece dovremmo sempre ricordare, denunciare, fare in modo che finiscano…) e concentrandoci su popoli che, appunto, subiscono forme di eliminazione quasi sempre violenta della loro vita, del loro “essere”: minoranze, spesso di consistente dimensione demografica, che hanno il solo torto di non essere confacenti allo stato nazionale dove sono insediate (a volte, spesso, dove vivono è il loro territorio di origine): diversità di religione professata rispetto alla maggioranza, o di cultura, di modi di vita… sempre comunque minoranze estranee al potere dominante, e per questo avversate dagli stati nazionalisti.

(XINJIANG, mappa ripresa da http://www.ilpost.it/) – La regione cinese dove si trovano gli UIGURI, lo XINJIANG è una regione autonoma della CINA NORDOCCIDENTALE tra le più grandi della Cina: si trova tra MONGOLIA, RUSSIA, KAZAKISTAN, KIRGHIZISTAN, TAGIKISTAN, AFGHANISTAN, PAKISTAN, INDIA, la regione autonoma del TIBET e le province del QINGHAI e del GANSu. Lo status di regione autonoma le garantisce un proprio governo locale e una maggiore autonomia legislativa rispetto alle province cinesi

   Va detto che tutti i paesi del mondo hanno delle minoranze al loro interno, a volte date appunto dal credo religioso, dalle origine, dalla lingue…. Il termine minoranze si riferisce a gruppi etnici, nazionali, religiosi, linguistici o culturali che sono in numero inferiore rispetto al resto della popolazione maggioritaria e che potrebbero voler mantenere e sviluppare la propria identità, attraverso forme di autonomia, autogoverno o, eventualmente, forme di autodeterminazione. Questo in alcuni paesi è riconosciuta (l’autonomia); in molti altri è appunto avversata, a volte arrivando proprio a forme di genocidio, di eliminazione fisica.

(nella foto: uomini uiguri pregano nella provincia dello Xinjiang – kevin frayer – getty-images_-foto ripresa da http://www.ilpost.it/) – CENTRI DI RIEDUCAZIONE – (…) Secondo un testo approvato dal parlamento europeo lo scorso dicembre sono più di un milione gli UIGURI che sono o sono stati detenuti nei centri di “rieducazione politica”. Dal 2017 a oggi sono almeno 441 i centri che sono stati costruiti o ampliati per contenere l’alto numero di persone. Il governo cinese ha sempre negato l’esistenza di questi campi fino a quando sono stati legalizzati due anni fa come istituti di scolarizzazione. Qui vengono impartite lezioni di lingua cinese, diffusa l’ideologia del partito e demonizzato il culto dell’islam, il tutto attraverso un trattamento degradante e disumano. (…) (Youssef Hassan Holgado, dal quotidiano “Domani” del 18/1/2021)

   Oggi, esposti al rischio di genocidio nel mondo sono soprattutto 3 popolazioni: gli YAZIDI in Iraq, i musulmani ROHINGYA in Birmania e gli UIGURI in Cina. A questi popoli vengono sistematicamente negati i più elementari diritti umani.

   Gli YAZIDI sono saliti alla cronaca mondiale nell’agosto del 2014, quando l’Isis, lo Stato islamico, decise di eliminarli come popolo dell’IRAQ: i miliziani dell’Isis hanno dato inizio all’assedio del monte Sinjar in Iraq dove si erano rifugiati una parte degli yazidi, che lì hanno potuto con difficoltà sopravvivere per diverso tempo unicamente grazie ad un ponte aereo realizzato dagli Stati Uniti per distribuire loro del cibo. Nel contempo, dai primi di agosto (2014) lo Stato Islamico ha dato inizio a una vera e propria epurazione della minoranza yazida nei villaggi ai piedi del monte Sinijar e poi in tutti gli altri villaggi, uccidendo gli uomini e portando via donne e bambini. Alla minaccia e ultimatum di convertirsi all’Islam, e avutane il rifiuto, gli uomini rimasti vivi ed i ragazzi sono stati giustiziati sommariamente; mentre le donne e le bambine sono diventate schiave sessuali, e vendute sia ai membri dello Stato Islamico che a compratori oltreconfine. L’ISIS ha agito anche sui bambini più piccoli: ha estirpato le loro tradizioni, procedendo con un vero e proprio lavaggio del cervello attuato tramite l’indottrinamento costante, la manipolazione e l’addestramento condotte nelle scuole jihadiste, sotto il comando del Califfato. Dunque, una vera e propria rieducazione coatta (su questo vi invitiamo a leggere in questo post l’articolo di Giorgia Palladini).

(IRAQ, in grigio i luoghi del massacro degli YAZIDI nell’agosto 2014 da parte dell’ISIS, mappa da http://www.avvenire.it/) – “In agosto 2014 c’è stato il GENOCIDIO perpetrato dai miliziani dello Stato Islamico sulla COMUNITÀ YAZIDA. Lo yazidismo è essenzialmente una fede, professata da circa 700 mila persone; gli YAZIDI, invece, pur popolando diverse aree dell’IRAQ, fanno parte dell’ETNIA CURDA con la quale condividono la lingua, il Kurmanji. Il cuore di questa collettività risiede proprio nella sua fede religiosa che, secondo alcuni studiosi, sarebbe una delle più antiche del mondo; essa riprende e rielabora elementi di vari culti, come il zoroastrismo, il cristianesimo, l’ebraismo, l’islam ed il sufismo, realizzando un forte sincretismo religioso. Proprio per la loro fede gli yazidi sono stati a più riprese tacciati di apostasia, e di conseguenza largamente vessati e discriminati. GLI YAZIDI STESSI AFFERMANO DI AVER SUBITO NEL CORSO DEL TEMPO 73 GENOCIDI, che arrivano a 74 se aggiungiamo anche quello perpetrato nell’agosto 2014 dai miliziani dell’ISIS; è stato stimato che in 700 anni in cui si ha notizia di questa comunità, il conteggio dei morti per motivi religiosi abbia toccato i 23 milioni. (…)” (Giorgia Palladini, 23/1/2020, da https://www.eurobull.it/)

   E’ emblematico che nel contrapporsi alle minoranze non consone al loro potere, alla loro fede integralista, i persecutori spesso adottando la caratteristica di forzatamente “rieducare” quelle minoranze (come l’Isis  ha scientemente fatto con i bambini yazidi).

ROHINGYA, i musulmani perseguitati in Birmania-Myanmar dal nobel Aung San Suu Kyi (foto da http://www.espresso.repubblica.it/)

   Per quanto riguarda un altro popolo che ha sopportato e sopporta il genocidio, i musulmani ROHINGYA in BIRMANIA (che ora si chiama MYANMAR), paese questo che non li considera propri cittadini e li sottopone a continue violenze e persecuzioni; e vengono allo stesso modo rifiutati dalle vicine Thailandia, Malesia ed Indonesia; tant’è che chi riesce a lasciare la Birmania si trova a vivere in situazioni di indigenza nei campi profughi allestiti al confine con il Bangladesh. I Rohingya sono gli indesiderati del sud-est asiatico: nessuno vuole accoglierli, nessuno riconosce loro alcun diritto. Per questo dei Rohingya si è spesso parlato come della minoranza più perseguitata al mondo (vi invitiamo a leggere, in questo post, l’articolo che abbiamo riportato di Gianmarco Maggio).

(la fuga dei Rohingya, mappa da http://www.valigiablu.it/ – LA DIASPORA DEI ROHINGYA in fuga dalla BIRMANIA, in particolare verso campi profughi in Bangladesh, ora chiamata MYANMAR) – “Dei ROHINGYA si è spesso parlato come della MINORANZA PIÙ PERSEGUITATA AL MONDO. Costretti a fuggire dalla BIRMANIA (che ora si chiama MYANMAR) – paese che non li considera propri cittadini e li sottopone a CONTINUE VIOLENZE E PERSECUZIONI – sono continuamente rifiutati da Thailandia, Malesia ed Indonesia. Chi ha l’occasione di lasciare la Birmania si trova a vivere in situazioni di indigenza nei CAMPI PROFUGHI allestiti al CONFINE CON IL BANGLADESH o ad essere sfruttato e maltrattato negli altri paesi del sud-est asiatico. Sulla loro situazione, la luce intermittente dell’attenzione mediatica mondiale si accende e spegne ad intervalli irregolari: per anni sprofondano nell’oblio, poi – soprattutto in occasione di eventi eclatanti come gli scontri del 2012 o la crisi dei migranti nel 2015 – si trasformano rapidamente in oggetto d’attenzione per i giornali internazionali ed in manifesto di battaglie civili per i paladini dei diritti umani. Da decenni – e senza soluzione di continuità – I ROHINGYA SONO GLI INDESIDERATI DEL SUD-EST ASIATICO: nessuno vuole accoglierli, nessuno riconosce loro alcun diritto. (…)” (Gianmarco Maggio, da https://iosonominoranza.it/)

   E poi un altro popolo perseguitato, vittima di genocidio, è quello degli UIGURI, gruppo etnico turcofono di circa 10 milioni di persone che professano la fede musulmana sunnita e che si trova stanziato nella vasta regione dello XINJIANG, nella CINA nordoccidentale. Sono più di un milione gli Uiguri che sono o sono stati detenuti nei centri di “rieducazione politica”, un tentativo di assimilazione forzata di quel popolo.

   In particolare in questi giorni gli Uiguri sono saliti alle cronache perché l’Amministrazione Trump, in uno dei suoi ultimi atti, ha accusato di genocidio la Cina. In effetti, tra le tante decisioni assai discutibili del trumpismo (attuate molte di esse proprio negli ultimissimi giorni di amministrazione), questa presa di posizione di contestazione dell’oppressione da parte della Cina degli Uiguri, non può che essere condivisa. Fonti di cronaca e testimonianze dirette non fanno che riferire della repressione delle autorità cinesi verso questa popolazione, considerata dal governo cinese estranea al nazionalismo (comunista?) di quel paese, che non tollera ogni minoranza estranea al potere centrale.

   Il centralismo di Pechino ha inglobato le tante etnie presenti in Cina per creare un popolo cinese che segua l’unica fede possibile, quella del potere costituito (che si dice comunista). Un nazionalismo mosso pertanto dal desiderio di inglobare territori come il Tibet e lo Xinjiang, quest’ultimo territorio in cui vivono da secoli gli Uiguri (vi proponiamo di leggere in questo post gli articoli di Youssef Hassan Holgado sul quotidiano “Domani” e Patrik Poon da “Mondo e Missione”)

   Si tratta, nel caso degli UIGURI e dei ROHINGYA di popoli di fede musulmana, colpiti nei loro paesi (la BIRMANIA-MYANMAR e la CINA) anche e in particolare per la loro fede religiosa, e l’essere minoranza che non si è adeguata al centralismo dei loro Stati cui sono inglobati. Ma anche i CRISTIANI subiscono in tanti paesi violenza e repressione a causa della loro fede professata, avversa a quella dominante e ai gruppi integralisti che contestano il cristianesimo.

   Sono almeno 260 milioni i cristiani perseguitati nel mondo. Nel 2019 quasi tremila cristiani sono stati uccisi per cause legate alla loro fede, con l’incendio, la distruzione, l’attacco armato di oltre 9 mila luoghi di culto. Questo in un solo anno. E poi rapimenti, violenze sessuali…; e tutto quelle cose che caratterizzano e fanno da tragico contorno alla repressione crudele di comunità che professano una fede diversa da quella dominante… (dati che trovate negli articoli qui riportati del quotidiano “Avvenire”).

(nella foto: statua di Cristo insanguinata nella chiesa di San Sebastiano a Negombo, in SRI LANKA, dopo gli attentati di Pasqua 2019 – Ansa, foto ripresa da http://www.avvenire.it/) – “Sono almeno 260 MILIONI I CRISTIANI PERSEGUITATI NEL MONDO: un cristiano ogni otto sperimenta un livello alto di persecuzione nei 50 Paesi inseriti nella World Watch List dell’associazione Porte Aperte/Open Doors (…). Nel 2019 2.983 CRISTIANI sono stati UCCISI PER CAUSE LEGATE ALLA LORO FEDE, così come oltre 9.400 CHIESE (ED EDIFICI CONNESSI) sono stati ATTACCATI, DEMOLITI o CHIUSI. I RAPIMENTI di cristiani sono stati 1.052 e sono state 5.294 le case e i negozi attaccati. Sconcertante poi il fenomeno delle VIOLENZE e degli ABUSI SESSUALI sistematici contro cristiane: ogni giorno in media 23 cristiane/i vengono abusati sessualmente. In tutto sono stati 8.537 i casi di abusi sessuali o stupri. (…)” (Luca Liverani, da Avvenire, https://www.avvenire.it/)

   Pertanto sono varie e irrazionali le motivazioni che portano a fenomeni di repressione di minoranze “diverse” da quelle dominanti, fino ad arrivare a situazioni di vero e proprio genocidio: dalla volontà di praticare l’assimilazione forzata di un popolo (i campi di rieducazione); ai timori che queste minoranze esprimano una indipendenza territoriale e non ci sia più un controllo nazionalistico di un territorio, di una regione; dall’avversione per la loro etnia, cultura o pratica religiosa….

   Su tutto questo la risposta non può che essere data da meccanismi di controllo internazionale (una maggiore forza a autonomia nel prendere decisioni dell’Onu e di tutti gli Organismi sovranazionali, come è l’Unione europea), che trovino il modo di intervenire e tutelare minoranze e popolazioni oppresse (con l’isolamento politico, economico, culturale dei paesi oppressori…). Individuando così modi per convincere (costringere) quei paesi che stanno commettendo azioni di intolleranza, oppressione, genocidio, a non farlo, isolandoli dal contesto internazionale; e arrivando a intervenire concretamente in soccorso a popolazioni martoriate. (s.m.)

Ottobre 2014 – La parlamentare irachena yazidi VIAN DAKHIL ha ricevuto il PREMIO ANNA POLITKOVSKAYA per aver denunciato il trattamento brutale che i militanti Daish (l’ISIS) riservano alle DONNE YAZIDI IN IRAQ (dal sito http://arabpress.eu/)

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UIGURI – CRONACA DI UN GENOCIDIO

LA FUGA DISPERATA DEGLI UIGURI DALLE VIOLENZE DELLA CINA

di Youssef Hassan Holgado, dal quotidiano “Domani” del 18/1/2021

– Lavori forzati, sorveglianza strettissima, torture, la minoranza musulmana prova a liberarsi dall’oppressione di Pechino e sogna l’indipendenza. Ma ora anche la Turchia, che per anni li ha difesi e ospitati, non è più sicura –

   Abdurrahim Paraq è nato nel distretto di Peyzivat situato nella regione autonoma dello Xinjiang, in Cina. È stato arrestato nel 1997 per aver organizzato un evento letterario su un poeta uiguro musulmano. Anche Abdurrahim è un uiguro e anche lui è un poeta, fa parte della minoranza turcofona musulmana che da decenni è perseguitata dall’apparato di sicurezza di Pechino.

   Ha pagato a caro prezzo l’organizzazione di quell’evento. «Mi hanno arrestato, sono stato interrogato e ho subito anche diverse torture» racconta. «Non ho avuto diritto a un processo, non mi sono potuto difendere con nessuna azione legale, mi hanno fatto firmare un foglio in cui accettavo crimini e calunnie che non ho mai commesso» dice.

   È stato portato nel carcere del distretto di Kashgar e lì è stato costretto ai lavori forzati insieme Continua a leggere

YEMEN: gli USA (tra le ultime mosse di TRUMP) dichiarano i filo-iraniani ribelli HUTHI (all’invadenza saudita) come TERRORISTI, bloccando così aiuti e cibo al Paese più povero del mondo arabo – Per il nuovo presidente BIDEN difficili saranno i negoziati con l’Iran, e la soluzione della crisi umanitaria yemenita

La GUERRA CRUDELE E SANGUINOSA che l’ARABIA SAUDITA sta facendo nello YEMEN (quasi 6 anni di una guerra che ha già causato CENTINAIA DI MIGLIAIA DI VITTIME, tra cui oltre 12 MILA CIVILI), appoggiando la guerra civile ma anche lanciando bombe e missili contro la popolazione, ha come PRIMO OBIETTIVO quello di FAR CADERE I RIBELLI HUTHI; di fatto CONQUISTARE UN PREDOMINIO e un’influenza diretta sullo YEMEN (creando un governo fantoccio), e così INDEBOLIRE IL GRANDE NEMICO IRAN – (FOTO: bombardamenti dell’Arabia Saudita in Yemen, da https://www.controinformazione.info/)

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Trump e il segretario di Stato Mike Pompeo (foto da https://www.ispionline.it/) – “Uno degli ultimi COLPI DI CODA in politica estera DELL’AMMINISTRAZIONE TRUMP è stato appena assestato dal Segretario di Stato americano, MIKE POMPEO, con l’ISCRIZIONE DEGLI HOUTI dello YEMEN sulla LISTA DEI TERRORISTI. A seguito della decisione del Dipartimento di Stato americano, NELLE REGIONI DEL CENTRO NORD DELLO YEMEN dove abita circa il 70% della popolazione NON SI POTRÀ PIÙ IMPORTARE dall’estero, NÉ RICEVERE LE RIMESSE IN DENARO della diaspora, spesso unico sostegno di molte famiglie. Ma A PREOCCUPARE ancor di più gli operatori umanitari è la DISTRIBUZIONE DI AIUTI E MEDICINALI: oggi, quelli che riescono ad arrivare dopo aver superato il blocco aereo e navale saudita vengono distribuiti sul territorio solo coordinandosi con gli Houthi.(…)” (da ISPI, Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, https://ispo.campaign-view.eu/, 12/1/2021)

USA: LE MINE VAGANTI DI DONALD TRUMP

– Taiwan, Yemen e Cuba: così l’amministrazione Trump riempie il cammino di Biden in politica estera di mine vaganti –

da ISPI, Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, https://ispo.campaign-view.eu/, 12/1/2021

   Mancano pochi giorni all’insediamento di Joe Biden alla Casa Bianca e l’amministrazione Trump ha annunciato, nel giro di poche ore, che rimetterà Cuba nella lista dei paesi sponsor del terrorismo, rimuoverà le restrizioni autoimposte nei rapporti con Taiwan e inserirà i ribelli Houthi nella lista dei gruppi terroristici. A renderlo noto è stato il segretario di Stato MIKE POMPEO procedendo a passo spedito con quello che in gergo militare si chiama “AVVELENAMENTO DEI POZZI”.

   JOE BIDEN appena insediatosi si troverà così con una serie di dossier scottanti tra le mani. E non solo. La decisione di bollare come terrorista il movimento ANSAR ALLAH, riferimento politico e militare dei ribelli HOUTHI, potrebbe compromettere ogni chance di successo nel difficile negoziato di pace in corso in YEMEN, oltre a rivelarsi fatale per il processo di distribuzione di aiuti e cibo nelle aree controllate dagli insorti. L’avvelenamento dei pozzi, d’altra parte, è una tecnica di guerriglia utilizzata per ostacolare il nemico e impedirgli di avanzare man mano che ci si ritira. Più o meno quello che si fa con i campi minati. Poco importa se ci sarà un numero imprecisato di “vittime collaterali”. (ISPI, Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, https://ispo.campaign-view.eu/, 12/1/2021)

YEMEN: “VANDALISMO DIPLOMATICO”?

   Quello che per l’amministrazione Trump è l’affondo decisivo all’Iran (sponsor degli insorti yemeniti) e un regalo di addio ai partner sauditi, per le organizzazioni umanitarie è nient’altro che “un atto di vandalismo diplomatico”. Infatti, a seguito della decisione del Dipartimento di Stato americano, nelle regioni del centro nord dello Yemen dove abita circa il 70% della popolazione non si potrà più importare dall’estero, né ricevere le rimesse in denaro della diaspora, spesso unico sostegno di molte famiglie. Ma a preoccupare ancor di più gli operatori umanitari è la distribuzione di aiuti e medicinali: oggi, quelli che riescono ad arrivare dopo aver superato il blocco aereo e navale saudita vengono distribuiti sul territorio solo coordinandosi con gli Houthi. La situazione nel paese, preda di un conflitto che ha già ucciso oltre 112mila persone e della peggiore crisi umanitaria del mondo, è già catastrofica. La malnutrizione e le epidemie come il colera sono diffuse. L’arrivo del Covid-19 sommato ai tagli degli aiuti occidentali nel 2020, inoltre, hanno portato ciò che resta del sistema sanitario yemenita al collasso. Il paradosso è che, secondo gli esperti, le sanzioni otterranno l’effetto opposto, rafforzando la capacita di presa del movimento sulla popolazione civile e compromettendo ogni evoluzione nel processo di pace mediato dall’Onu((ISPI, Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, https://ispo.campaign-view.eu/, 12/1/2021)

Il nuovo presidente americano JOE BIDEN (foto da “Il Fatto Quotidiano”) – “(…) LA MOSSA DI POMPEO rischia di complicare gli sforzi di BIDEN per RIAPRIRE I CANALI DIPLOMATICI con l’IRAN e rivedere l’alleanza con l’ARABIA SAUDITA, che da anni conduce una sanguinosa offensiva contro il poverissimo Paese yemenita confinante; e potrebbe anche MINARE I TENTATIVI DI RIPORTARE LA PACE IN YEMEN e COMPLICARE GLI SFORZI PER FAR FRONTE ALLA CRISI UMANITARIA che gli operatori del settore definiscono “biblica”.(…)” (Pietro Del Re, da “la Repubblica” del 11/1/2021)

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(Yemen, who controls what, da http://www.documentazione.info/) – LA GUERRA NELLO YEMEN è un altro tassello della delicata partita a scacchi che si sta giocando in MEDIO ORIENTE. I ribelli HUTHI che controllano la capitale San’a sono SCIITI come l’Iran, storici alleati della RUSSIA e del regime di ASSAD in Siria. Si può dire invece che tutto il resto del Medio Oriente, ISIS compreso, sia al contrario SUNNITA. Far cadere i ribelli HUTHI (che dichiarano di essere loro ad aver lanciato il 9/9/2019 i droni contro gli impianti petroliferi dell’Arabia Saudita, ndr) nello Yemen, vorrebbe dire per Stati Uniti e Arabia Saudita INDEBOLIRE L’IRAN, grande nemica di entrambi i paesi.

“YEMEN, HOUTHI NELLA LISTA DEI TERRORISTI”, LA RICHIESTA DI POMPEO AL CONGRESSO

di Pietro Del Re, da “la Repubblica” del 11/1/2021

– Il Segretario di Stato Usa vuole che il Congresso ratifichi la mossa contro i ribelli yemeniti. Ma questo renderò più difficili i negoziati di Biden con Iran e Arabia Saudita, e peggiorerà la gravissima crisi umanitaria nel Paese – 

   Uno degli ultimi colpi di coda in politica estera dell’amministrazione Trump è stato appena assestato dal Segretario di Stato americano, Mike Pompeo, con l’iscrizione degli Houti sulla lista dei terroristi. Pompeo ha infatti annunciato che il Dipartimento di Stato notificherà al Congresso la sua volontà di designare il movimento yemenita come un’organizzazione terroristica. La misura è largamente simbolica e, a meno che il Congresso non blocchi la decisione, gli Houthi saranno messi nella lista nera il 19 gennaio, il giorno prima dell’insediamento del presidente eletto, Joe Biden, e dunque del passaggio di consegne con l’Amministrazione Trump.

   Ma la mossa di Pompeo rischia di complicare gli sforzi di Biden per riaprire i canali diplomatici con l’Iran e rivedere l’alleanza con l’Arabia Saudita, che da anni conduce una sanguinosa offensiva contro il poverissimo Paese confinante; e potrebbe anche minare i tentativi di riportare la pace in Yemen e complicare gli sforzi per far fronte alla crisi umanitaria che gli operatori del settore definiscono “biblica”. La guerra s’è rivelata un’enorme tragedia per la popolazione yemenita: secondo i dati dell’Onu, i combattimenti hanno provocato quasi 100 mila vittime, oltre 3 milioni di sfollati e una gravissima carestia.

(YEMEN,
carestia e fame; ALLARME ONU, metà della popolazione senza cibo: rischio carestia, foto da http://www.asianews.it/) – “Si restringe sempre più lo spazio necessario a evitare UNA DRAMMATICA CARESTIA NELLO YEMEN, il Paese più povero del mondo arabo, DISTRUTTO DA CINQUE ANNI DI GUERRA, ANCORA IN CORSO. La MALNUTRIZIONE ha raggiunto LIVELLI RECORD, con milioni di persone, si parla di 5 MILIONI, sul totale di 30 milioni di abitanti, che ne verranno TOCCATI NEI PRIMI SEI MESI DEL 2021 (ma ci sono milioni di sfollati e – fonte Onu – in Yemen c’è “la peggiore crisi umanitaria al mondo”, con circa 24 milioni di yemeniti, l’80% della popolazione, che necessitano di assistenza umanitaria; ndr). Nel 2021 gli yemeniti si troveranno ad affrontare una CRISI ALIMENTARE SENZA PRECEDENTI, causata soprattutto dal conflitto e aggravata dal coronavirus, dall’aumento record dei prezzi dei generi alimentari al sud del Paese e dall’embargo nelle importazioni di carburante che ha colpito il nord. A questo, si aggiungono i limiti delle strutture sanitarie e le restrizioni negli spostamenti. (…)” (Francesca Sabatinelli, da https://www.vaticannews.va/it/, 5/12/2020)

   I ribelli Houti che controllano la capitale dello Yemen e buona parte del suo territorio, hanno immediatamente condanno la decisione di Pompeo, dichiarando che risponderanno con i loro mezzi a questa provocazione. “Sono gli americani a essere all’origine del terrorismo, così come lo sono le azioni e la politica di Trump. Ogni loro decisione è condannabile e noi abbiamo il diritto di rispondere”, ha scritto su Twitter un alto responsabile dei ribelli, Mohamed Ali al-Houthi. “Il nostro popolo se ne infischia di come ci considera Trump poiché è egli stesso complice nell’assassinio degli yemeniti”.

   Il capo della diplomazia americana Pompeo ha spiegato che la sua richiesta rientra tra gli sforzi di aumentare “la dissuasione contro le attività nefaste del regime iraniano”, principale sostegno del gruppo dei ribelli yemeniti, e per aiutare la coalizione a guida saudita che li combatte, alleata di Washington. Tre leader Houti sono stati ugualmente iscritti sulla lista nera, tra i quali il loro capo, Abdel Malek al-Houthi. (Pietro Del Re)

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(bombardamenti nello Yemen, foto da http://www.globalist.it/) – Lo YEMEN è insanguinato (dal marzo 2015) da una violenta e crudele GUERRA CIVILE INTERNA, che vede militarmente coinvolta anche, in modo più che diretto, l’ARABIA SAUDITA. Pure l’ITALIA ci ha messo del suo: fornendo BOMBE ALL’ARABIA SAUDITA contro la popolazione yemenita (ne abbiamo parlato in un post del maggio 2019: https://geograficamente.wordpress.com/2019/05/05/bombe-italiane-sui-bambini-dello-yemen-nella-guerra-dimenticata-in-yemen-nel-tragico-scontro-in-medio-oriente-tra-sciiti-e-sunniti-larabia-saudita-sgancia-bombe-prodotte-in-italia-sulla-p/). SOLO IL 22/12/2020 IL PARLAMENTO ITALIANO HA PRESO UNA CHIARA POSIZIONE: una Risoluzione della Commissione Esteri della Camera nella quale vengono date IMPORTANTI E PRECISE INDICAZIONI: 1-si impegna il Governo a “MANTENERE LA SOSPENSIONE della concessione di nuove licenze per bombe d’aereo e missili che possono essere utilizzati a colpire la popolazione civile verso Arabia Saudita ed Emirati Arabi misura già in essere da metà 2019 ma che scadeva”. 2- REVOCARE LE LICENZE IN ESSERE. 3-Estendere le MISURE SOSPENSIVE a TUTTI I PAESI COINVOLTI attivamente nel conflitto IN YEMEN

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IL MONDO DICE NO ALLA GUERRA ALLO YEMEN

dal sito https://serenoregis.org/, 29/12/2020

   Dal 2015, i bombardamenti e il blocco dello YEMEN guidati dai sauditi hanno ucciso decine di migliaia di persone e devastato il Paese. L’ONU definisce questa LA PIÙ GRANDE CRISI UMANITARIA SULLA TERRA. La metà della popolazione del paese è sull’orlo della CARESTIA, il paese ha la peggiore EPIDEMIA DI COLERA del mondo nella storia moderna e ora lo Yemen ha uno dei peggiori TASSI DI MORTALITÀ PER COVID al mondo: uccide 1 persona su 4 che risulta positiva. La pandemia, insieme al ritiro degli aiuti, sta spingendo più persone letteralmente alla fame.

   Eppure l’ARABIA SAUDITA sta intensificando la sua guerra e rafforzando il suo blocco.

   La guerra è possibile solo perché i paesi occidentali – e in particolare gli Stati Uniti e la Gran Bretagna – continuano ad armare l’Arabia Saudita e fornire supporto militare, politico e logistico alla guerra. Le potenze occidentali sono partecipanti attivi e hanno il potere di fermare la crisi umana più acuta del mondo.

   Il disastro nello Yemen è causato dall’uomo. È causato dalla guerra e dal blocco. Può essere fermato.

Yemen global day of action (tratto da https://serenoregis.org/)

   Persone e organizzazioni provenienti da Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada, Francia, Italia e in tutto il mondo si stanno unendo per chiedere la fine della guerra in Yemen ed esprimono la loro solidarietà al popolo dello Yemen.

   CHIEDIAMO che in questo momento i nostri governi intervengano per:

– FERMARE L’AGGRESSIONE straniera sullo Yemen.

– STOP ALLE ARMI e al sostegno bellico per l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti.

– TOGLIERE IL BLOCCO SULLO YEMEN e aprire tutti i porti terrestri e marittimi.

– RIPRISTINARE ED ESPANDERE GLI AIUTI umanitari per il popolo dello Yemen.

   Chiediamo alle persone di tutto il mondo di protestare contro la guerra IL 25 GENNAIO 2021, pochi giorni dopo l’inaugurazione presidenziale degli Stati Uniti e il giorno prima della Future Investment Initiative “Davos nel deserto” dell’Arabia Saudita.

   Chiediamo agli individui e alle organizzazioni di tutto il mondo di invocare proteste – con maschere e altre precauzioni di sicurezza – nei loro paesi e città quel giorno e chiarire che il MONDO DICE NO ALLA GUERRA ALLO YEMEN.

Aggiungi il nome della tua organizzazione facendo clic qui. Per ulteriori informazioni, contatta national@actioncorps.org.

(ndr: PER VEDERE LE ORGANIZZAZIONI CHE HANNO ADERITO clicca su:

Il mondo dice NO alla guerra allo Yemen, lunedì 25 gennaio 2021 – Centro Studi Sereno Regis

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(San’a, la capitale dello Yemen, foto da Wikipedia) – YEMEN: UN PAESE RICCO DI MINERALI, MA NELLE MANI DI ABU DHABI – Il controllo degli EMIRATI ARABI UNITI (UAE) in YEMEN non si limita ad AEROPORTI, PORTI e IMPIANTI di PRODUZIONe ed esportazione di PETROLIO e GAS, ma si estende altresì ai siti e alle miniere d’oro di HADRAMAWT e delle altre aree meridionali. (….) Parallelamente, lo Yemen continua ad essere un Paese povero, che risente delle conseguenze del perdurante conflitto. In particolare, la guerra civile in Yemen è scoppiata il 19 marzo 2015, data in cui gli HOUTHI hanno lanciato un’offensiva per estendere il loro controllo nelle province meridionali. I gruppi che si contrappongono nel conflitto sono da un lato i ribelli sciiti Houthi, che controllano la capitale Sana’a, alleati con le forze fedeli all’ex presidente Ali Abdullah Saleh e sostenuti dall’Iran e dalle milizie di Hezbollah. Dall’altro lato, vi sono le forze fedeli al presidente yemenita, Rabbu Mansour Hadi, l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale. L’Arabia Saudita è intervenuta nel conflitto per sostenere Hadi, il 26 marzo 2015, a capo di una coalizione formata anche da Emirati Arabi Uniti, Marocco, Egitto, Sudan, Giordania, Kuwait, Bahrain e Qatar e sostenuta, a sua volta, dagli Stati Uniti.(…)” (da https://sicurezzainternazionale.luiss.it/ 27/2/2020)

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HUTHI TERRORISTI

di Daniele Santoro, da https://www.limesonline.com/ 13/1/2021

   Il segretario di Stato degli Usa Mike Pompeo ha annunciato che Washington intende designare gli huthi dello Yemen – legati all’Iran – come organizzazione terroristica.

   Perché conta: È l’ennesima mossa dell’agonizzante amministrazione Trump – o meglio della sua componente profonda, incarnata proprio dal neoconservatore Pompeo – per stringere il cappio attorno a Turchia e Iran, le due potenze revisioniste del Medio Oriente.

   Negli ultimi due mesi, gli americani sono tornati a indurire notevolmente l’approccio nei confronti di Ankara e Teheran. Pompeo ha minacciato di rovesciare Erdoğan a mezzo stampa e si è poi autoinvitato a Istanbul, da dove ha sfidato senza mezzi termini il presidente turco. Dopodiché, Washington ha comminato nuove sanzioni ad Ankara per l’acquisto degli S-400 russi e ha inviato un sottomarino  classe Ohio equipaggiato con 154 missili Tomahawk e scortato da due navi da guerra nel Golfo Persico. È stato il primo sommergibile americano a incrociare in quelle acque dal 2012. Segnale inequivocabile alla Repubblica Islamica, che ha reagito annunciando di aver ripreso l’arricchimento dell’uranio al 20% e sequestrando una petroliera sudcoreana.

   La mossa sugli huthi risente di tali dinamiche, ma si propone anche di rispondere alle pressanti esigenze di sicurezza nazionale di Israele e Arabia Saudita. Gerusalemme teme concretamente che l’Iran possa avvalersi della crescente potenza militare dei suoi clienti yemeniti per colpire EILAT, sul Golfo d’Aqaba, dove a fine dicembre lo Stato ebraico ha installato Irone Dome e Patriot. Aumentando contestualmente gli attacchi contro obiettivi iraniani in Siria – il più recente a Dayr az-Zawr nella notte tra il 12 e il 13 gennaio. Mentre Teheran continua ad alzare la posta, ventilando di poter colpire Israele anche da Gaza e Libano.

   Dal canto suo, l’Arabia Saudita è ancora sotto shock per gli attacchi alle installazioni Aramco del settembre 2019, che hanno svelato la sua estrema fragilità. Nell’ultimo anno e mezzo gli sciiti dello Yemen hanno continuato a molestare i sauditi con lanci di missili e attacchi di droni. Riyad è incapace di reagire e si ritrova i clienti dell’Iran lungo il confine meridionale.

   Eilat non è un obiettivo casuale. È lo snodo del complesso infrastrutturale energetico tra Arabia Saudita e Israele patrocinato dagli Emirati e degli imponenti progetti industriali e commerciali finanziati da Abu Dhabi e Riyad tra il Canale di Suez e Neom, la nuova città che il principe ereditario Mohammed bin Salman si propone di edificare nell’Arabia Saudita nord-occidentale.

   Dinamiche che svelano la centralità assoluta del Mar Rosso nella competizione tra potenze regionali. Il blocco arabo forgiato a partire dall’asse saudo-emiratino e levigato con gli accordi di Abramo è imperniato proprio sulla dorsale che separa Asia e Africa – come dimostra il sostanzioso investimento geopolitico israelo-emiratino in Sudan.

   Difficilmente la mossa americana smorzerà la minaccia degli huthi, che anzi verranno verosimilmente usati dall’Iran per alzare ulteriormente il prezzo del suo rientro nell’accordo sul nucleare. Circostanza che conferirebbe allo Yemen potenziale sufficiente per evolvere nell’arena privilegiata della prossima resa dei conti regionale. (Daniele Santoro)

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Medio Oriente

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YEMEN: UN PAESE RICCO DI MINERALI, MA NELLE MANI DI ABU DHABI

da https://sicurezzainternazionale.luiss.it/ 27/2/2020

Il controllo degli Emirati Arabi Uniti (UAE) in Yemen non si limita ad aeroporti, porti e impianti di produzione ed esportazione di petrolio e gas, ma si estende altresì ai siti e alle miniere d’oro di Hadramawt e delle altre aree meridionali.

   A riferirlo, il quotidiano arabo al-Araby al-Jadeed, secondo cui, a detta di fonti locali, nell’ultimo periodo, società emiratine hanno contrabbandato grandi quantità di pietre preziose dal distretto di Hajar fino ad Abu Dhabi. Al contempo, il destino di altri 16 siti minerari yemeniti resta misterioso. Le fonti, in condizioni di anonimato, hanno rivelato che sono diverse le miniere private poste in mani emiratine, in modo diretto o attraverso aziende affiliate, da cui è possibile ricavare grandi quantità d’oro. Pertanto, alcuni analisti hanno parlato di un vero e proprio “saccheggio”, il quale viene reso possibile anche dalla collaborazione con le cosiddette forze della Hadrami Elite, addestrate e sostenute proprio da Abu Dhabi. Il fine iniziale di tale legame, da parte emiratina, era mettere in sicurezza le infrastrutture energetiche di Belhaf, ma successivamente la Hadrami Elite è stata integrata nell’esercito yemenita.

   Parallelamente, lo Yemen continua ad essere Continua a leggere

LA ROTTA BALCANICA verso l’Europa – Nel nord-ovest della BOSNIA, al confine con la CROAZIA, migliaia di PROFUGHI all’addiaccio nella neve, dopo l’incendio del CAMPO DI LIPA; e invisi alla popolazione locale – La Caritas denuncia la “CATASTROFE UMANITARIA” e chiede l’intervento dell’Unione europea e dei governi

GENNAIO 2021, CONFINE BOSNIA-CROAZIA “In BOSNIA-ERZEGOVINA un migliaio di persone, giovani migranti che tentano di arrivare in Europa tramite la ROTTA BALCANICA, sono costretti a stare all’addiaccio con temperature che arrivano a -10 gradi, mentre il governo sta allestendo un campo di tende isolato, in montagna, senza riscaldamento, acqua, energia elettrica. Alla decisione si sono opposte tutte le organizzazioni umanitarie che lavorano in zona. “E’ una follia”, denuncia Daniele Bombardi, di Caritas italiana. L’ODISSEA DEI MIGRANTI CHE PASSANO DALLA ROTTA BALCANICA, dalla Turchia all’inferno dell’isola di Lesbo e poi in Bosnia-Erzegovina (o in Croazia), SI INTERROMPE LÌ, ALLA FRONTIERA, dove il miraggio dell’Europa è vicino ma più crudo che mai. Un migliaio di giovani uomini, da SIRIA, IRAQ, IRAN, AFGHANISTAN, PAKISTAN, BANGLADESH e dai Paesi del MAGHREB e dell’AFRICA SUB-SAHARIANA, sono BLOCCATI IN UNA SITUAZIONE DISUMANA, in strada o in ripari di fortuna al gelo e senza aiuti, trattati “peggio delle bestie, al confine con l’Europa, con le temperature che toccano i 10 gradi sotto lo zero.(…)” (Patrizia Caiffa, da “la difesa del popolo”, settimanale della diocesi di Padova, 8/1/2021, https://www.difesapopolo.it/) (nella FOTO: migranti e polizia bosniaca, da https://it.euronews.com/)

   Il 23 dicembre scorso (2020) le autorità bosniache hanno chiuso la tendopoli di Lipa, che ospitava 1.500 persone, punto importante nella rotta dei Balcani per i migranti verso i paesi europei (nell’estremo nord-ovest della Bosnia ai confini con la Croazia, e a 30 km dalla città di Bihać).

(migrati a piedi nudi sulla neve, 27/12/2020, foto da https://it.euronews.com/) – «DIFENDIAMO LA NOSTRA CITTÀ!». I profughi di ieri contro i profughi di oggi. La gente che un tempo veniva sfollata e che ora usa lo sfollagente. Nel gelo di fine anno, nella glaciale indifferenza che il Covid fa calare su qualunque altra emergenza globale, ALLE PORTE DELL’EUROPA C’È UN PROBLEMA MIGRANTI CHE SI STA TRASFORMANDO IN UNA GUERRA FRA POVERI, in una «VERA CATASTROFE UMANITARIA» — dice l’Onu — che nessuno sa affrontare: ALMENO TREMILA MEDIORIENTALI, NORDAFRICANI, ASIATICI DA GIORNI VAGANO IN CIABATTE A VENTI SOTTOZERO PER LE FORESTE DELLA BOSNIA NORD-OCCIDENTALE, al confine con la Croazia, arrivati lungo la rotta dei Balcani e rimasti senza un campo dove rifugiarsi e respinti dalle guardie di frontiera croate e infine RIFIUTATI DAI CITTADINI BOSNIACI DI BIHAC. Che non li vogliono ospitare. Che presidiano la vecchia fabbrica dismessa di Bira, dove s’è provato a reperire un rifugio.(…) (Francesco Battistini, 29/12/2020, da “il Corriere della Sera”)

   La tendopoli, nella fase di sgombero, è stata distrutta da un incendio (pare provocato da dei migranti). Ora un migliaio, forse di più, di questi profughi sono BLOCCATI IN UNA SITUAZIONE DISUMANA, in strada o in ripari di fortuna al gelo e senza aiuti: alcuni rimasti al campo di Lipa, sotto la neve, all’addiaccio; altri vagano nei boschi, con temperature sotto lo zero. L’appello che fanno è che: “Se nessuno ci aiuta, moriremo”.

Dove si trova geograficamente il CAMPO DI LIPA, in Europa, nel Balcani, in Bosnia, al confine croato (mappa da http://www.irishnews.com/)

   Sono migranti provenienti da Asia, Medio Oriente e Africa, in particolare da SIRIA, IRAQ, IRAN, AFGHANISTAN, PAKISTAN, BANGLADESH e dai Paesi del MAGHREB e dell’AFRICA SUB-SAHARIANA.

I migranti camminano verso la foresta dopo la chiusura del campo di Lipa (a Bihac, in Bosnia-Erzegovina, il 30 dicembre 2020 – foto REUTERS, Dado Ruvic)

   C’è stato, da parte delle autorità bosniache, un tentativo di trasferirli in un altro sito in Bosnia, ma nessuna soluzione è stata trovata, per l’opposizione delle popolazioni locali: anch’esse trent’anni fa profughe (dal 1991 al 1995 vittime della guerra civile iugoslava), ma che non ne vogliono sapere di questi profughi provenienti da terre ora anch’esse di guerra (o di miseria).

(Le rotte balcaniche, fonte borderviolence.eu, da https://lungolarottabalcanica.wordpress.com/info/) – “(…) LA PRIMA ROTTA BALCANICA parte ufficialmente il 25 ottobre del 2015: GRECIA, MACEDONIA, SERBIA e UNGHERIA. Allora furono oltre 800mila i migranti, soprattutto siriani in fuga dalla guerra, che provarono a percorrerla. In molti arrivarono finalmente in Germania per chiedere l’asilo politico. Ma per l’Europa erano “troppi”. Così pochi mesi dopo, nel marzo del 2016, Bruxelles sigla un accordo con Ankara per limitarne l’arrivo. Ma i confini sono come un colabrodo quando a far partire le persone è la disperazione. E infatti i rifugiati in cerca di una nuova casa non smisero di provarci, solo cambiarono la strada. Così DAL 2018 si sono venuti a creare ALTRI DUE PERCORSI, il primo tra la GRECIA, MACEDONIA, SERBIA E BOSNIA e l’altro tra GRECIA, ALBANIA, MONTENEGRO E BOSNIA. Ma una volta arrivati in Bosnia Erzegovina si rimane bloccati. I migranti tentano il “game”, l’espressione che utilizzano per indicare il passaggio tra il confine bosniaco e quello croato, ma vengono scoperti dalla polizia croata, picchiati, torturati, derubati e poi rispediti indietro.(…)” (Anna Spena, 4/1/2021, da VITA International – http://www.vita.it/)

   Infatti inizialmente sono stati (i profughi del campo di Lipa) fatti salire su degli autobus per il trasferimento in un altro campo, e hanno aspettato con il freddo clima invernale per più di un giorno, per essere portati a Bradina o Sarajevo, cioè in possibili altri luoghi dove ci sono campi profughi e possibilità di accoglienza. Tuttavia, non c’è stato un accordo definitivo su dove dovevano andare, vista l’opposizione come dicevamo dei bosniaci (qui accomunati tra mussulmani, serbi, croati bosniaci…) dove avrebbero dovuto andare. Sono anche state, da parte delle popolazioni locali, inscenate feroci proteste contro i migranti (i pompieri che bloccavano la strada, e cose del genere….).

LA ROTTA BALCANICA VERSO LA BOSNIA (mappa da http://www.agensir.it/) porta a BIHAC a nord-ovest, per tentare di superare l’invalicabile frontiera con la Croazia

   I migranti hanno così, dopo un giorno, abbandonato gli autobus, e alcuni sono tornati verso il campo bruciato di Lipa; dove l’esercito bosniaco sta cercando di ripristinarlo in qualche modo, allestendo nuove tende. Altri stanno vagando all’addiaccio in ripari di fortuna.

(foto ex campo di Lipa, da http://www.impakter.it/) – “(…) In Bosnia la maggior parte dei profughi si concentrava nel cantone di UNA SANA, ma dopo la chiusura del CAMPO DI BIRA, a BIHAČ, una ex fabbrica di frigoriferi gestita dall’IOM (‘International Organization for Migration), UNA PARTE DELLE PERSONE È STATA SPOSTATA NEI CAMPI DI MOSTAR E SARAJEVO. E durante la scorsa primavera UN’ALTRA PARTE È STATA ASSEGNATA AL CAMPO DI LIPA, TRA BIHAĆ E BOSANSKI PETROVAC, l’ennesima struttura non adatta all’accoglienza. (…) A Lipa non c’è acqua, servizi, elettricità. La gente rischiava di morire di freddo e l’IOM ha più volte fatto presente al governo bosniaco che non avrebbe continuato a lavorare in quelle condizioni rischiando che i migranti morissero sotto la loro custodia. IL CAMPO DI LIPA SI TROVA A 30 KM DA BIHAČ, LETTERALMENTE IN MEZZO ALLE MONTAGNE, le temperature sono rigidissime d’inverno (…) (Anna Spena, 4/1/2021, da VITA International – http://www.vita.it/)

   Un situazione umanitaria che ancora una volta ci vede spettatori (lo sappiamo solo perché ci sono volontari e associazioni sul posto, e giornalisti coraggiosi) di quanto sta accadendo tragicamente a poche decine di chilometri da noi in linea d’aria. Come già successo nei tragici eventi subiti dalle popolazioni della ex Iugoslavia nella guerra civile del ‘91-95…

“(…) In Bosnia la maggior parte dei profughi si concentrava nel cantone di UNA SANA, ma dopo la chiusura del CAMPO DI BIRA, a BIHAČ, una ex fabbrica di frigoriferi gestita dall’IOM (‘International Organization for Migration), UNA PARTE DELLE PERSONE È STATA SPOSTATA NEI CAMPI DI MOSTAR E SARAJEVO. E durante la scorsa primavera UN’ALTRA PARTE È STATA ASSEGNATA AL CAMPO DI LIPA, TRA BIHAĆ E BOSANSKI PETROVAC, l’ennesima struttura non adatta all’accoglienza. (…) A Lipa non c’è acqua, servizi, elettricità. La gente rischiava di morire di freddo e l’IOM ha più volte fatto presente al governo bosniaco che non avrebbe continuato a lavorare in quelle condizioni rischiando che i migranti morissero sotto la loro custodia. IL CAMPO DI LIPA SI TROVA A 30 KM DA BIHAČ, LETTERALMENTE IN MEZZO ALLE MONTAGNE, le temperature sono rigidissime d’inverno (…) (Anna Spena, 4/1/2021, da VITA International – http://www.vita.it/)

   Contesti di indifferenza cui l’impegno volontario è “delegato” a pochi (la Caritas, qualche altra organizzazione umanitaria…); e dall’altra i governi e l’Unione Europea che sono ora più che mai concentrati sulla pandemia, e poco interessati a seguire adeguatamente situazioni umanitarie di grande sofferenza (in luoghi che di fatto sono “Europa”, come è la Bosnia, geograficamente nell’area balcanica, al di là del non essere ancora nella UE). Chiediamo che chi può faccia qualcosa. (s.m.)

IL CAMPO DI LIPA IN BOSNIA DISTRUTTO DALL’INCENDIO IL 23 DICEMBRE 2020 (foto da http://www.vita.it/) – “(…) È la ROTTA BALCANICA, percorso di guerra che parte almeno dall’India e anche più in là, approda in questo fango elastico e tenace, fino a due giorni fa c’era anche la neve e con il FUOCO DELL’INCENDIO che ha distrutto ogni cosa siamo arrivati alla parola fine (…)” (Brunella Giovara, da “la Repubblica” del 6/1/2021)

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(ROTTA BALCANICA, foto da AVVENIRE) – “(…) A marzo 2016, in virtù dell’accordo tra Unione Europea e Turchia, i confini degli Stati lungo la rotta balcanica sono stati definitivamente chiusi e il viaggio verso l’Europa è diventato sempre più pericoloso e costoso sia in termini economici quanto di vite umane. Oggi circa 130 mila persone si trovano bloccate in campi profughi distribuite tra Grecia, Nord Macedonia, Albania, Serbia, Bosnia Erzegovina, e Croazia, e l’unica possibilità per arrivare nell’Europa che conta è quella di affidare la propria vita nelle mani dei trafficanti.(…)” (da https://lungolarottabalcanica.wordpress.com/)

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(nella foto: migranti giunti in Croazia – saranno respinti? – porta di ingresso nella UE) – “(…) In Bosnia la maggior parte dei profughi si concentrava nel cantone di UNA SANA, ma dopo la chiusura del CAMPO DI BIRA, a BIHAČ, una ex fabbrica di frigoriferi gestita dall’IOM (‘International Organization for Migration), UNA PARTE DELLE PERSONE È STATA SPOSTATA NEI CAMPI DI MOSTAR E SARAJEVO. E durante la scorsa primavera UN’ALTRA PARTE È STATA ASSEGNATA AL CAMPO DI LIPA, TRA BIHAĆ E BOSANSKI PETROVAC, l’ennesima struttura non adatta all’accoglienza. (…) A Lipa non c’è acqua, servizi, elettricità. La gente rischiava di morire di freddo e l’IOM ha più volte fatto presente al governo bosniaco che non avrebbe continuato a lavorare in quelle condizioni rischiando che i migranti morissero sotto la loro custodia. IL CAMPO DI LIPA SI TROVA A 30 KM DA BIHAČ, LETTERALMENTE IN MEZZO ALLE MONTAGNE, le temperature sono rigidissime d’inverno (…) (Anna Spena, 4/1/2021, da VITA International – http://www.vita.it/)

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“LUNGO LA ROTTA BALCANICA. Viaggio nella Storia dell’Umanità del nostro tempo” (2016, Infinito Edizioni, pp. 144, euro 13) di ANNA CLEMENTI e DIEGO SACCORA – 21 luglio 2016, Nena News: “Poli opposti in un costante parallelismo di vite, approcci, destini: flussi in movimento contro muri immobili, solidarietà di base contro militarizzazione dei vertici, storie contro numeri, accoglienza contro fili spinati. E fuga (permanente e obbligata, impellente) contro viaggio. C’è questo nel lungo cammino – a bordo di mezzi pubblici, autobus, treni o taxi, da Venezia alla Grecia e poi ritorno – raccontato nel 2016 in “LUNGO LA ROTTA BALCANICA. Viaggio nella Storia dell’Umanità del nostro tempo”, pubblicato con il patrocinio di UnaStrada onlus. (di Chiara Cruciati – Il Manifesto)

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NEL CAMPO DI LIPA E NELL’INVERNO BOSNIACO, UN MIGLIAIO DI MIGRANTI IN CONDIZIONI DISUMANE

di Patrizia Caiffa, da “la difesa del popolo” (settimanale della diocesi di Padova), 8/1/2021

https://www.difesapopolo.it/

   In Bosnia-Erzegovina un migliaio di persone, giovani migranti che tentano di arrivare in Europa tramite la rotta balcanica, sono costretti a stare all’addiaccio con temperature che arrivano a -10 gradi, mentre il governo sta allestendo un campo di tende isolato, in montagna, senza riscaldamento, acqua, energia elettrica. Alla decisione si sono opposte tutte le organizzazioni umanitarie che lavorano in zona. “E’ una follia”, denuncia Daniele Bombardi, di Caritas italiana

   L’odissea dei migranti che passano dalla rotta balcanica, dalla Turchia all’inferno dell’isola di Lesbo e poi in Bosnia-Erzegovina (o in Croazia), si interrompe lì, alla frontiera, dove il miraggio dell’Europa è vicino ma più crudo che mai. Un migliaio di giovani uomini, da SIRIA, IRAQ, IRAN, AFGHANISTAN, PAKISTAN, BANGLADESH e dai Paesi del MAGHREB e dell’AFRICA SUB-SAHARIANA, sono bloccati in una situazione disumana, in strada o in ripari di fortuna al gelo e senza aiuti, trattati “peggio delle bestie, al confine con l’Europa, con le temperature che toccano i 10 gradi sotto lo zero”. Lo racconta al Sir da Sarajevo Daniele Bombardi, coordinatore di Caritas italiana nei Balcani.

   “Una catastrofe umanitaria”. Nei giorni scorsi Caritas italiana ha lanciato l’allarme sulla “catastrofe umanitaria” in corso in quelle zone, chiedendo l’intervento dell’Unione europea e dei governi. In Bosnia, secondo le stime dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni, vi sono 8.000 persone migranti, di cui 5.000 nei campi (i più vulnerabili, come famiglie e minori soli) e 3.000 in sistemazioni di fortuna. La metà sono famiglie con bambini.

Il campo di Lipa. Nelle condizioni peggiori sono però gli uomini nei pressi di Bihac. Qui il governo sta ricostruendo il campo di Lipa, andato distrutto in un incendio, in un posto isolato, impervio e pericoloso in montagna, lontano dagli occhi delle popolazioni locali, che hanno inscenato feroci proteste contro i migranti.   A Lipa l’esercito bosniaco sta allestendo tende, ma “rischiano di morire di freddo. Non c’è acqua potabile, riscaldamento, energia elettrica. Non ci sono gli standard minimi per il rispetto della dignità e dei diritti umani. E’ una decisione folle che condanniamo”.

   L’alternativa: il campo di Bira. Le Ong per protesta si rifiutano di lavorare a Lipa e chiedono a gran voce che sia trovata una alternativa: ad esempio riaprendo il campo di Bira, una ex fabbrica abbandonata alla periferia di Bihac, ad una trentina di chilometri. La Caritas sta decidendo se intervenire o meno, intanto fa arrivare a Lipa tramite la Croce rossa quello che può: cibo, acqua e legna per accendere i fuochi.

   La prospettiva di riaprire il campo di Bira, a 20/30 chilometri da quello di Lipa, è però fortemente contrastata dai sindaci e dai cittadini, che sono scesi in piazza. Perfino i vigili del fuoco hanno schierato i loro automezzi per impedirne la riapertura. “Sarebbe la soluzione migliore per aiutare le persone almeno a passare l’inverno – dice l’operatore Caritas – ma il clima si è guastato. Oramai si è arrivati ad un muro contro muro”. Senza una mediazione si rischia l’impasse. “Non sappiamo cosa accade nei boschi alla frontiera, se ci sono persone che muoiono. Ma la tragedia è dietro l’angolo”.

Il paradosso. “Il paradosso è che l’Ue e l’Oim hanno stanziato soldi per l’allestimento di campi, che probabilmente non verranno usati – afferma Bombardi -. Il governo, pur di non perdere il consenso della popolazione, sta usando la strategia di allontanare i migranti dalla loro vista e probabilmente pagherà di tasca propria”. In seguito alle denunce delle organizzazioni umanitarie si è attivata un’azione di lobby tramite le ambasciate e la Chiesa locale “ma l’impressione è che il governo non reagisca nemmeno alle pressioni dell’Ue”.

The game. Le frontiere croate e bosniache sono tristemente famose alle cronache per “the game”: così è chiamato il “gioco” dei giovani migranti che tentano di passare a piedi la frontiera per entrare in Europa, nonostante i controlli sempre più serrati con droni e pattuglie di polizia. Il più delle volte vengono respinti in malo modo. “Tornano indietro dopo essere stati malmenati – racconta Bombardi – senza più soldi, documenti, telefonini. C’è molta violenza. Ma non si dà loro né la possibilità di andare avanti né una sistemazione dignitosa in un campo”.

Le famiglie con bambini. Va un po’ meglio alle famiglie con bambini, accolti in strutture idonee con pasti, servizi igienici e riscaldamento e la presenza del terzo settore. Ma anche loro, vista la quasi impossibilità di ricollocamenti legali, tenteranno in primavera di passare il confine affidandosi ai trafficanti, per ricongiungersi ad amici e parenti in Austria, Germania o Italia. Tutto ciò in un contesto di pandemia da Covid-19 minimizzato dai pochi tamponi effettuati – vengono fatti solo ai sintomatici e non ai contatti stretti – e poche precauzioni, tranne le mascherine obbligatorie e il coprifuoco dalle 11 alle 5. A Capodanno, ad esempio, sono morti 8 ragazzi per avvelenamento da monossido di carbonio. Al funerale erano presenti migliaia di persone. Gli operatori umanitari cercano di utilizzare tutte le cautele ma il rischio rimane comunque alto. (Patrizia Caiffa, “la difesa del popolo”, settimanale della diocesi di Padova, 8/1/20219)

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MIGRANTI: BASTA RESPINGIMENTI, MANIFESTAZIONE A TRIESTE

Un centinaio di persone di associazioni davanti Consolato croato

8/1/2021 da http://www.ansa.it/

TRIESTE, 8 GEN – “Denunciare pubblicamente le sanguinarie politiche europee in merito alla protezione dei confini”. È la ragione per la quale quasi un centinaio di attivisti si sono ritrovati venerdì 8 gennaio davanti al Consolato croato di piazza Goldoni, come spiegato nel volantino firmato dagli organizzatori, ovvero l’Assemblea No CPR No Frontiere FVG assieme alle organizzazioni Linea d’Ombra odv e Strada Si.Cura.

   La manifestazione si è svolta davanti al Consolato della Croazia, primo Stato in area Schengen per chi arriva attraverso la ‘rotta balcanica’, oltre il cui confine con l’Erzegovina si trovava il campo profugo di Lipa, recentemente dato alle fiamme.
E’ in quest’area che solitamente si ammassano i migranti che tentano di varcare il confine.
Sempre secondo quanto sostenuto dagli attivisti, la crisi umanitaria lungo la rotta balcanica “è una situazione di violenza sistemica, oltre al freddo intollerabile di questi giorni al confine bosniaco”. Secondo i manifestanti, alle difficili condizioni di vita nei grandi campi bosniaci si associano “le violenze sistematiche della polizia croata, la catena dei respingimenti che arriva fino a Trieste, il razzismo fuori e dentro i confini dell’Unione Europea”.
Ricordano inoltre che “tra gennaio e metà novembre 2020, la polizia di frontiera di Trieste e Gorizia ha ‘riammesso’ in Slovenia 1.240 persone”, registrando un aumento pari al 420% rispetto al 2019.

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TRA I MISERABILI DI LIPA “PERCHÉ L’EUROPA CI LASCIA MORIRE COSÌ?”

di Brunella Giovara, da “la Repubblica” del 6/1/2021

– Vogliono raggiungere l’Italia e la Germania. Il viaggio, lungo la rotta balcanica, costa 1.400 euro. Lo chiamano “The Game”. Ma non c’è niente di divertente. –

LIPA (Bosnia) — Si cammina nel fango, che arriva alle caviglie e più su. Avanza Continua a leggere

La CADUTA DEMOGRAFICA del nostro Paese appare inarrestabile – E il periodo Covid (e il post pandemia) aggraveranno questa condizione – Ci sarà un vuoto generazionale quando i (pochi) bambini di adesso saranno adulti? – Che fare? Servizi sociali più estesi e apertura a un’immigrazione ordinata sono le priorità

(da ISTAT. Questo grafico, detto PIRAMIDE DELLE ETA’, rappresenta la distribuzione della popolazione residente in Italia per età e sesso al 1 gennaio 2020 – ripreso da https://www.tuttitalia.it/) – “(…) La COVID-19 STA RADICALIZZANDO ANCHE LA DEMOGRAFIA. I PAESI RICCHI, che avrebbero bisogno di una primavera delle nascite, vanno VERSO UN INVERNO DELLA FERTILITÀ; MOLTI PAESI POVERI, la maggior parte dei quali avrebbe beneficiato di un raffreddamento, sono in molti casi indirizzati VERSO UNA STAGIONE SE NON DI BABY-BOOM ALMENO DI ULTERIORE CRESCITA rispetto agli anni passati. Con risultati qualche volta solamente negativi, qualche altra volta disastrosi. (…)” (Danilo Taino, da “il Corriere della Sera” del 30/11/2020)

   Il Covid-19 sta radicalizzando anche la demografia. I Paesi ricchi, che avrebbero bisogno di una primavera delle nascite, vanno verso un’ulteriore caduta della fertilità; mente i Paesi poveri sono in molti casi indirizzati verso una stagione se non di baby-boom almeno di ulteriore crescita rispetto agli anni passati (con problemi, tra l’altro di sanità molto scarsa, con mortalità infantile diffusa, con aborti e donne in balìa di maternità difficili).

  Fa specie che qualcuno pensava (o credeva) che il lockdown, il virus (che ancora imperversa) fosse elemento di sviluppo della natalità, dei concepimenti. E invece le statistiche dicono proprio il contrario: la natalità va ancora peggio. Non è tanto il timore del virus in sé a frenare la decisione di avere figli, è il clima di incertezza economica e sociale; probabilmente.

(nella foto: bambini che giocano in strada, da https://www.peopleforpl/) – La tendenza alla drastica CADUTA DEMOGRAFICA è confermata anche nel 2020, anche se i dati sono provvisori: nel periodo gennaio-agosto 2020, le nascite sono già state oltre 6.400 in meno rispetto allo stesso periodo del 2019. Secondo L’Istat ci si può attendere una riduzione ulteriore delle nascite almeno di 10mila unità a fine dicembre. Per valutare i primi effetti della pandemia sulle nascite, invece, serviranno i dati di novembre, dicembre e gennaio, che verranno pubblicati tra marzo e aprile 2021

   Nel contesto generale, anche pre-Covid, i numeri parlano chiaro e ci dicono che il censimento della popolazione italiana del 1951 individuava un’età media di 32 anni; nel 2019 questa è salita a 45 anni: nel 2008 abbiamo avuto 576mila nascite mentre nel 2019, l’ultimo dato appena aggiornato, il numero è sceso a 420mila.

   La tendenza al forte calo è confermata nel 2020, anche se i dati sono provvisori: nel periodo gennaio-agosto 2020, le nascite sono già state oltre 6.400 in meno rispetto allo stesso periodo del 2019.

   E il presidente dell’Istat Gian Carlo Blangiardo ha previsto che il numero dei nuovi nati potrebbe scendere da 420 mila del 2019 a 408 mila nel 2020, e a 393 mila nel 2021. Centinaia di migliaia di nati in meno che cambieranno (e stanno già cambiando) il panorama demografico italiano.

   La situazione demografica dei Paesi ricchi è da tempo preoccupante: si va verso società con sempre più pensionati e sempre meno lavoratori che sostengono il peso delle pensioni e creano ricchezza. E, come dicevamo, la pandemia non cambia le tendenze, le radicalizza: sempre meno bambini nei Paesi ricchi, boom demografico in quelli poveri.

(IMMAGINE: ANZIANI PER BAMBINI FONTE ISTAT) – ISTAT, Istituto Nazionale di Statistica (21/12/2020): “ANCORA UN RECORD NEGATIVO PER LA NATALITÀ. Continuano a diminuire i nati: nel 2019 sono 420.084, quasi 20 mila in meno rispetto all’anno precedente e oltre 156 mila in meno nel confronto con il 2008. A diminuire sono soprattutto i nati da genitori entrambi italiani: 327.724 nel 2019, oltre 152 mila in meno rispetto al 2008. Il numero medio di figli per donna continua a scendere: 1,27 per il complesso delle donne residenti (1,29 nel 2018 e 1,46 nel 2010, anno di massimo relativo della fecondità).

   Viene poi un pensiero (espresso in un articolo di questo post dal ricercatore Francesco Seghezzi): non è che il vuoto generazionale che verrà a crearsi quando i bambini (neonati) di adesso saranno adulti, porterà anche a una difficoltà di gestire i servizi per mancanza di personale, di non avere un sufficiente numero di lavoratori, per far andare avanti il Paese?  Da tempo si discute di come l’automazione sempre più diffusa (i computer, i robot…) possa causare la FINE DEL LAVORO, e una disoccupazione sempre più crescente. Non è che il VUOTO GENERAZIONALE dovuto alla CADUTA DEMOGRAFICA produrrà invece l’incapacità di avere personale per gestire i servizi essenziali?

   E’ una visione e considerazione forse tecnocratica, fredda, quella che ci siamo permessi. La verità è che un mondo senza bambini, senza generazioni che si alternano nelle cose della vita, significa il decadimento di ogni civiltà.

La TENDENZA AL FORTE CALO è confermata nel 2020, anche se i dati sono provvisori: nel periodo gennaio-agosto 2020, le nascite sono già state oltre 6.400 in meno rispetto allo stesso periodo del 2019.
E il presidente dell’ISTAT GIAN CARLO BLANGIARDO (nella FOTO) ha previsto che il numero dei nuovi nati potrebbe scendere da 420 mila del 2019 a 408 mila nel 2020, e a 393 mila nel 2021. Centinaia di migliaia di nati in meno che CAMBIERANNO (e stanno già cambiando) IL PANORAMA DEMOGRAFICO ITALIANO

   Ma è pur vero (tornando a una visione fredda ma realistica) che con il declino demografico salterà in ogni caso il sistema pensionistico: i troppi anziani, che tra l’altro vivono in media molto di più dei precedenti (e questo è cosa buona), non avranno ripagate le pensioni dal lavoro dei giovani, che saranno (sono) sempre meno. In questa ipotesi, di carenza finanziaria per le pensioni e di difficoltà a coprire tutte le occupazioni rimaste per mancanza di una generazione, è ipotizzabile che anziani in buona salute, che fanno un lavoro non pesante fisicamente, e magari pure piacevole, dovranno adattarsi (felici o meno) a continuare ancora un po’ nella loro occupazione, magari con una riduzione di orario…. E se il proprio lavoro piace, perché non poter continuare oltre la pensione?

E’ NATO DENIS – A MORTERONE, in provincia di Lecco, IL PIÙ PICCOLO COMUNE D’ITALIA con i suoi 30 abitanti, a luglio del 2020, dopo otto anni di mancanza di nuovi nati, è finalmente nato DENIS (MORTERONE, foto da https://it.finance.yahoo.com/)

   E’ vero che la caduta demografica italica che pare inarrestabile, potrebbe essere coperta dall’arrivo di immigrati. Ma anche questo appare un fenomeno non del tutto concreto: lo stesso “inserimento demografico” degli stranieri, degli immigrati, è sembrato appannarsi e ridursi drasticamente già nella fase delle crisi economica pre-covid (molti immigrati se ne sono andati al Paese di origine o in altri Paesi d’Europa), a fronte di poco lavoro, spesso precario, o mal pagato, e un costo della vita da noi assai elevato; e ancor di più non sono arrivati molti immigrati, con lo scoppio della pandemia per chiusura delle frontiere, e dei mezzi di trasporto.

(Possibili traiettorie di fertilità post-pandemia in base al livello di reddito regionale -Studio dell’Università Bocconi pubblicato su Science-) – “Secondo lo studio dell’Università Bocconi pubblicato su SCIENCE, intitolato LA PANDEMIA DI COVID-19 E LA FECONDITÀ UMANA, a cura dei ricercatori della Bocconi Arnstein Aassve, Nicolò Cavalli, Letizia Mencarini, Samuel Plach e Massimo Livi Bacci dell’Università di Firenze – dopo il coronavirus la fertilità potrebbe diminuire a causa “dell’incertezza economica e dell’aumento degli oneri a carico delle famiglie per la cura dei bambini”. L’indagine sottolinea poi che probabilmente nel breve periodo la fecondità diminuirà almeno nei Paesi ad alto reddito, dove ritardi nella scelta di fare figli potrebbero essere influenzati dalle perturbazioni nell’organizzazione della vita familiare causate dal prolungato isolamento, dalla riorganizzazione della cura dei figli all’interno della coppia a seguito della chiusura delle scuole e dal peggioramento delle prospettive economiche. Un calo delle nascite, sottolineano i ricercatori, comporterebbe invecchiamento della popolazione e declino demografico, con implicazioni per le politiche pubbliche. (….)” (ALTRO CHE “BABY BOOM” POST-PANDEMIA: AI TEMPI DEL COVID NIENTE FIGLI E POCO SESSO, di Adalgisa Marrocco, 30/11/2020, da https://www.huffingtonpost.it/)

   Il forte rallentamento dei flussi provocato dalle misure internazionali di contrasto alla diffusione del Covid-19, ha pure portato a situazioni paradossali dove gli italiani si sono accorti che, in certi settori stagionali (a volte malpagati) senza gli immigrati rischiavano di mandare in crisi filiere economiche essenziali (come le produzioni agro-alimentari: non c’erano più gli abituali stranieri stagionali per le vendemmie, la coltivazione del riso, gli allevamenti, le raccolte varie -pomodori, olive etc.- al sud) ed è stato necessario approntare in fretta una mini-sanatoria per rimediare alla chiusura delle frontiere.

“UN PAESE SENZA IMMIGRATI È UN PAESE SENZA FUTURO” – Intervista di LEFT al demografo MASSIMO LIVI BACCI (di Federico Tulli, 22/12/2020, https://left.it/) “(…… Una sostenuta immigrazione è una risposta inevitabile di un PAESE come il nostro che è sicuramente IN GRAVE INDEBOLIMENTO DEMOGRAFICO. Poi basta guardarsi intorno. Basta prendere un qualsiasi mezzo pubblico prima delle 7 del mattino per rendersi conto di che cosa significhi l’immigrazione per il nostro Paese. Al 90% gli utenti sono stranieri. E dove vanno? Vanno a fare lavori pesanti e i lavori necessari. Cioè quelli che non hanno chiuso nemmeno durante i lockdown (….) L’ITALIA CONTINUERÀ AD AVERE BISOGNO DI UNA FORTE IMMIGRAZIONE a meno che non ci si voglia impoverire sotto tutti i punti di vista: sociale, culturale, economico. Una società che non ha rinnovo è destinata a impoverirsi anche se tra gli immigrati non ci sono premi Nobel. Perché poi fanno figli che possono diventarlo se si investe bene su di loro. (…)” (da LEFT, rivista settimanale in edicola)

   Insomma la caduta demografica che stiamo vivendo in questi anni è cosa assai seria: e misure e provvedimenti di sviluppo della natalità sembrano urgenti. Su tutto appare importante un welfare spinto per dare servizi per le famiglie di bambini e ragazzi (altri Paesi, come Francia e Germania, hanno una politica più attrezzata per questo tipo di sostegno al sostentamento delle nuove generazioni). Dall’altro sono da rivedere e ripensare i contesti di chiusura verso l’immigrazione, che porta nel nostro Paese risorse umane sempre più gradite e necessarie (l’apertura all’approvazione dello ius soli potrebbe essere solo il primo passo necessario allo sviluppo positivo della cittadinanza) (s.m.)

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(GRETA – da http://www.corriere.it /, nella foto la mamma e Greta, 1/1/2021)

GRETA, PRIMA NATA IN LIGURIA. IL CAPOGRUPPO DELLA LEGA: «È NERA, NON ITALIANA» (da https://www.corriere.it del 1/1/2021) – L’esponente del Carroccio replica con queste parole a un messaggio del governatore Giovanni Toti che aveva accolto la nuova arrivata con le parole: «Diamo il benvenuto ai primi liguri del 2021!»   –  La prima bambina nata in Liguria nel 2021? «Non può essere definita nè ligure nè italiana» in quanto nera. Parole scritte da Stefano Mai, che è il capogruppo della Lega Nord nel consiglio regionale della Liguria. Parole che indignano anche il governatore Giovanni Toti; era stato proprio quest’ultimo a condividere sui social le foto e le notizie dei «fiocchi azzurri e rosa» che avevano salutato l’inizio del nuovo anno negli ospedali della regione senza immaginare di urtare la suscettibilità altrui.

«BENVENUTO AI NUOVI LIGURI» – Sembrava – quello di Giovanni Toti – un messaggio cortese e di circostanza, una tradizione di ogni primo gennaio. «Diamo il benvenuto ai primi liguri nati nel 2021! Alla Spezia poco dopo mezzanotte è nata Morena, a Imperia Louis e dal San Martino mi arriva la foto di Greta, prima nata a Genova. Benvenuti al mondo piccoli e auguri alle vostre famiglie a nome di tutta la Liguria», aveva scritto Toti, postando la foto di una mamma non italiana, con la sua bimba appena nata. E invece fin da subito erano partiti gli insulti per via dell’appellativo «ligure» accostato a un’immagine di una donna e della sua figlia di colore.   IL LEGHISTA: «NON C’È IUS SOLI» – Una situazione purtroppo consueta, quando ci sono di mezzo notizie che riguardano i migranti. Ma la situazione è cambiata quando alla canea degli anonimi o dei «leoni da tastiera» si è unita una voce istituzionale, quella di Stefano Mai, appunto, numero uno della Lega Nord in consiglio regionale, partito componente della maggioranza che sostiene Toti. «Non si può definire italiano, né ligure, chi nasce sul nostro territorio da genitori stranieri. Auguri e benvenuti a tutti i nuovi nati del 2021 in Liguria, ma ribadiamo che per essere italiani e liguri sia necessario intraprendere un percorso ben definito e quindi richiedere successivamente la cittadinanza, secondo quanto previsto dalle norme vigenti. NO allo Ius soli»: posizione che l’esponente del Carroccio ha ufficializzato con un comunicato stampa. «Con la Lega al governo in Liguria così come, speriamo presto, a Roma – ha aggiunto il capogruppo leghista – non accadrà mai che l’acquisizione della cittadinanza italiana avvenga come semplice conseguenza del fatto giuridico di essere nati in Italia. Occorre difendere le nostre tradizioni e la nostra identità».   LA REPLICA DEL GOVERNATORE – Giovanni Toti non ha fatto passare sotto silenzio l’intemerata e in chiusura di giornata ha preso le distanze dal consigliere della lega Nord con queste parole: «Stupisce, lascia amareggiati e per la verità anche un po’ perplessi che qualcuno, in un anno come questo, riesca a fare polemica anche su un post di benvenuto al mondo per una bimba nata in una notte così carica di dolore e di speranza. Nel Paese con il tasso di natalità più basso del mondo, una nuova creatura è un fatto positivo, quale che sia la sua nazionalità e il colore della sua pelle». «Greta – scrive Toti – si chiama così, è nata in un ospedale ligure, con medici e infermieri liguri. Sua madre ha in tasca una tessera sanitaria del nostro Paese. Non ho chiesto alla direzione del San Martino se fosse immigrata, naturalizzata, cittadina italiana o di un altro Paese. Greta è nata qui, andrà qui in Liguria all’asilo e a scuola. I suoi genitori e anche lei, quando crescerà, da lavoratrice avrà gli stessi diritti e gli stessi doveri degli altri lavoratori. E gli stessi diritti e doveri sociali».

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COVID E DEMOGRAFIA

I PAESI RICCHI NELL’INVERNO DELLA FERTILITÀ

di Danilo Taino, da “il Corriere della Sera” del 30/11/2020

– Virus e incertezza economica frenano le nascite nei Paesi più ricchi, che invece avrebbero bisogno di un tasso più alto di natalità –

   Juan Antonio Perez III stima che, a causa della pandemia, quest’anno nelle FILIPPINE nasceranno 214 mila bambini in più di quelli prevedibili prima dei lockdown: almeno un milione e 900 mila. Perez è il direttore esecutivo della Commissione sulla Popolazione e sullo Sviluppo di Manila e considera che tra le 400 e le 600 mila filippine siano uscite dal programma di pianificazione familiare nei mesi scorsi: non hanno avuto accesso ai farmaci e agli strumenti contraccettivi che il governo distribuisce.

   In ITALIA, invece, il presidente dell’Istat Gian Carlo Blangiardo ha previsto pochi giorni fa che il numero dei nuovi nati potrebbe scendere da 420 mila nel 2019 a 408 mila quest’anno e a 393 mila nel 2021.

   Filippine e Italia illustrano una realtà generale: la COVID-19 STA RADICALIZZANDO ANCHE LA DEMOGRAFIA. I PAESI RICCHI, che avrebbero bisogno di una primavera delle nascite, vanno VERSO UN INVERNO DELLA FERTILITÀ; MOLTI PAESI POVERI, la maggior parte dei quali avrebbe beneficiato di un raffreddamento, sono in molti casi indirizzati VERSO UNA STAGIONE SE NON DI BABY-BOOM ALMENO DI ULTERIORE CRESCITA rispetto agli anni passati. Con risultati qualche volta solamente negativi, qualche altra volta disastrosi.

   In Occidente e nelle Nazioni avanzate il periodo 2020-2021 segnerà un gradino all’ingiù che a lungo potrebbe mantenere più bassa del dovuto la tendenza demografica già negativa. Negli altri Paesi potrebbe vedere messo sottosopra l’impegno di molti governi nella pianificazione familiare e portare a ondate di aborti non ufficiali, a nascite premature, a un aumento della mortalità infantile.

   All’inizio della circolazione del virus in Europa, tra la fine di marzo e l’inizio di aprile, tre demografi italiani – Francesca Luppi, Bruno Arpino, Alessandro Rosina – hanno utilizzato dati del Rapporto Giovani dell’Istituto Giuseppe Toniolo per stabilire come le persone tra i 18 e i 34 anni hanno reagito alla pandemia quando si tratta di maternità e paternità. E li hanno poi confrontati con pari età di Germania, Francia, Spagna e Regno Unito. Tra gli italiani che prima del virus avevano intenzione di procreare, il 26% era deciso ad andare avanti con il progetto, il 38% intendeva rinviarlo, il 36% aveva deciso di abbandonarlo. Tra i cinque Paesi, la QUOTA DI ABBANDONI DEGLI ITALIANI era decisamente LA PIÙ ALTA: 14% tra i tedeschi, 17% tra i francesi, 29% tra gli spagnoli, 19% tra i britannici; i quali preferivano mantenere l’obiettivo o si limitavano a posporlo.

   «Abbiamo continuato a studiare la situazione – dice Francesca Luppi – A ottobre la quota degli italiani decisa ad abbandonare è calata di qualche punto, mentre è aumentata quella di chi rinvia». Le persone hanno preso maggiore confidenza con la pandemia, commenta la demografa, sono forse meno ansiose ma il dubbio se diventare genitori o meno resta forte. «Ora, NON È TANTO IL TIMORE DEL VIRUS in sé a frenare la decisione di avere figli – sostiene Alessandra Kustermann, primario alla clinica Mangiagalli di Milano – È IL CLIMA DI INCERTEZZA ECONOMICA E SOCIALE a influire sui programmi di vita e in molti casi anche sui rapporti interni alla coppia».

   Dati ufficiali su cosa stia accadendo nel mondo a causa della pandemia ovviamente non ci sono: la gran parte dei bambini concepiti lo scorso marzo nascerà in dicembre e solo nei prossimi mesi si potrà quantificare la tendenza. Al momento si possono fare previsioni.

   La Brookings Institution stima che l’anno prossimo negli STATI UNITI nasca mezzo milione in meno di bambini di quanti sarebbero nati senza la pandemia. Uno studio britannico prevede un calo del 15% dei nati in America tra novembre 2020 e il prossimo febbraio. Il minor numero di nuove nascite, il maggior numero di morti e il rallentamento dell’immigrazione potrebbe portare al tasso di crescita della popolazione Usa più basso da cento anni.

   Il GIAPPONE è in una crisi demografica endemica (un abitante su quattro ha più di 65 anni) e le gravidanze sono scese dell’11% tra marzo e maggio: il governo è così preoccupato da avere alzato il contributo ai nuovi nati a 600 mila yen (4.800 euro) e da avere introdotto i trattamenti della fertilità nell’assistenza sociale. L’AUSTRALIA calcola un chiaro calo delle nascite, così come altri Paesi sviluppati del Pacifico: SINGAPORE promette tremila euro a chi avrà un figlio nei prossimi due anni.

   È che nei momenti d’incertezza le persone preferiscono non programmare il futuro. La crisi dell’economia, l’aumento della disoccupazione, le cattive prospettive che i giovani ritengono di avere sono alla base della crisi demografica che si annuncia. A questo si aggiunge la difficoltà ad accedere alla fertilizzazione in-vitro durante i lockdown, una procedura che, per esempio negli Stati Uniti, ogni anno porta a più di 80 mila nascite.

   In teoria, lo stesso dovrebbe valere per i Paesi poveri o a medio sviluppo, soprattutto tra le popolazioni che abitano le città. In realtà, il caso delle Filippine non è unico. In INDIA, lo scorso maggio 25 milioni di coppie non hanno potuto accedere ai contraccettivi, calcola la Foundation for Reproductive Health Services di Delhi. E durante i lockdown le cliniche Marie Stope International – i maggiori fornitori di servizi di pianificazione familiare non statali in India e NEPAL – hanno dovuto chiudere.

   In INDONESIA, dieci milioni di donne in aprile e durante i confinamenti non hanno avuto accesso alla contraccezione. Il Gutmacher Institute ha calcolato che, in 132 Paesi a reddito basso o medio, un calo del 10% dell’utilizzo dei servizi di controllo delle nascite a causa delle restrizioni Covid-19 provocherebbe più di 15 milioni di nascite non volute: il problema è che gli operatori «sulla frontiera» dicono che la quota di donne senza accesso a questi servizi in certi casi arriva all’80%.

   La demografia dei Paesi ricchi è da tempo preoccupante: si va verso società con sempre più pensionati e sempre meno lavoratori che sostengono il peso delle pensioni e creano ricchezza. La demografia dei Paesi poveri è più articolata ma in molti Paesi l’alto numero delle nascite e i cattivi servizi sanitari mantengono alta la mortalità delle madri durante il parto e quella infantile. La pandemia non cambia le tendenze, le radicalizza: inverno della fertilità al Nord, stagione sempre calda al Sud. (Danilo Taino)

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DEMOGRAFIA – il dibattito che serve ma che non si fa

IL VERO DRAMMA DEL LAVORO SARÀ IL VUOTO GENERAZIONALE

di Francesco Seghezzi, ricercatore, dal quotidiano “DOMANI”, 24/12/2020

– Il rischio: nei prossimi anni pagheremo le conseguenze di ciò che sta accadendo –

   Abituati a scadenze a breve termine e a orizzonti temporali sempre più brevi, tanto in politica quanto in economia, ci risulta difficile comprendere gli impatti delle dinamiche demografiche, soprattutto sul mondo del lavoro. Ma basta avere la pazienza di leggere i dati che Istat ha diffuso nelle ultime settimane per aver chiaro come stiamo perdendo tempo guardando al dito e ignorando la luna.

   I numeri parlano chiaro e ci dicono che il censimento della popolazione italiana del 1951 individuava un’età media di 32 anni; nel 2019 questa è salita a 45 anni. Di certo non si può che festeggiare per l’aumento della speranza di vita, Continua a leggere