SCHIAVI DEL TERZO MILLENNIO – La condizione degli immigrati peggiora sempre più: spesso sfruttati nei lavori più bassi e con una regolarizzazione quasi impossibile; con paesi di provenienza afflitti da guerre e aridità da cambiamenti climatici – Come riuscire a progettare un futuro insieme di reciproco benessere?

(foto da “Il Fatto Quotidiano”) – «I MIGRANTI CI COSTANO; NON SOLO, MA GRAVANO SUL BILANCIO DEI NOSTRI SISTEMI SANITARI». E ANCORA: «I MIGRANTI DIFFONDONO MALATTIE». È DAVVERO COSÌ? Il «LANCET» — la più grande rivista di medicina dell’Europa — ha voluto vederci chiaro e ha lanciato un’iniziativa molto speciale: l’hanno chiamata COMMISSION ON MIGRATION AND HEALTH, si trattava di individuare venti esperti fra sociologi, economisti, studiosi di salute pubblica e di diritto internazionale, umanisti e antropologi da almeno 13 Paesi diversi — che poi si sarebbero incontrati in varie occasioni — con l’obiettivo di studiare questo problema in ogni possibile dettaglio e arrivare a un documento condiviso che potesse eventualmente essere utilizzato da chi ha responsabilità di governo per orientare le proprie scelte. IL RISULTATO È SORPRENDENTE (vedi in questo post l’articolo ripreso da LA LETTURA del Corriere della Sera del 13/1/2019)

   Sempre più vengono segnalati casi di sfruttamento da schiavitù per tanti immigrati (regolari e non) in Italia. E questo non sta accadendo solo al sud (gli immigrati utilizzati a 2 euro l’ora per la raccolte dei pomodori…) ma anche nel “ricco” Nordest, dove finora, aldilà di enunciazioni xenofobe, negli anni gli immigrati si sono inseriti abbastanza bene nelle realtà locali (là dove hanno trovato lavoro). Le mafie (specie nel lavoro nei campi), le “Agromafie” come vengono chiamate (ma non ci sono fenomeni mafiosi di sfruttamento degli immigrati solo in agricoltura…), hanno mutato ogni rapporto (più o meno) corretto con gli immigrati.

I BRACCIANTI «INVISIBILI»: «NEI CAMPI D’ITALIA CENTOMILA SCHIAVI»

   All’aspetto criminoso e di sfruttamento del fenomeno immigrazione, questo stesso fenomeno, lo vogliamo qui anche vedere nei suoi aspetti positivi, che ci sono. E per questo riprendiamo alcuni dettagli da uno studio di una rivista di medicina (LANCET, ripresa da un articolo dalla “Lettura” del “Corriere della Sera” del 13 gennaio scorso) dove, nei vari ambiti di presenza degli immigrati (nel lavoro, nelle strutture sanitaria…) si dimostra che il loro esserci ha portato a un aumento della quantità e qualità dei servizi, della produzione artigianale e industriale. Pertanto si cerca di dimostrare (nella ricerca Lancet) che una (nostra) società multietnica, pur nella conservazione delle nostre abitudini, valori tradizioni… con l’arrivo dell’“altro” è stata arricchita, è anche migliorata nei servizi.


La paura di troppi immigrati che arrivano può essere plausibile, e una regolamentazione e “limite” è sicuramente necessario. Però è anche vero che se andiamo a vedere i numeri di altri Paesi europei (la Germania, la Francia, la Gran Bretagna…), la presenza di persone provenienti da altri Paesi è ben superiore alla nostra. E che la “percezione di paura” dell’“invasione” è eccessiva ed esagerata, e spesso “creata ad arte”, cioè con messaggi subliminali che vanno oltre l’effettiva realtà delle cose.
E’ comunque in questo ambito (di rapporto con gli altri, gli immigrati) che ci si accorge del crescere del loro sfruttamento, fino ad arrivare a vere e proprie forme di schiavismo, a sud e a nord della penisola italica.

La votazione definitiva alla Camera – IL DECRETO “SICUREZZA” APPROVATO IL 28/11/2018 – “(….) La parte del decreto che ha suscitato maggiori discussioni è quella sull’IMMIGRAZIONE, che è anche la più corposa. (…) Le norme vanno tutte più o meno nello stesso senso: RENDERE PIÙ DIFFICILE AI RICHIEDENTI ASILO RESTARE IN ITALIA, PIÙ FACILE TOGLIERE LORO LO STATUS DI PROTEZIONE INTERNAZIONALE, in particolare se hanno commesso reati, e infine RISPARMIARE SULLA GESTIONE DELLA LORO PRESENZA IN ITALIA, anche a costo di peggiorarne le condizioni di vita (…..)”.(da IL POST.IT del 28/11/2018, http://www.ilpost.it/)

   E poi si aggiunge, adesso, una normativa molto penalizzante, e se si vuole “crudele” nei suoi effetti, circa il riconoscimento dei diritti fondamentali delle persone immigrate.
La legge denominata “DECRETO SICUREZZA” approvata definitivamente dalla Camera dei deputati il 28 novembre scorso, si concentra, come “pericolo” della sicurezza del cittadino, esclusivamente sugli immigrati, che così da tema politico, sociale e culturale di integrazione, diventa esclusivamente un tema di ordine pubblico, di polizia. Il “decreto sicurezza” regola la presenza dei migranti in maniera molto restrittiva, ad esempio abrogando il permesso di soggiorno per motivi umanitari e togliendo la protezione a chi chiede asilo proveniente da paesi dove ha subìto trattamenti disumani e degradanti.

IL DECRETO “SICUREZZA” APPROVATO IL 28/11/2018 – “(….) Il punto principale del decreto è la CANCELLAZIONE DEI PERMESSI DI SOGGIORNO UMANITARI, una delle tre forme di protezione che potevano essere accordate ai richiedenti asilo (insieme all’ASILO POLITICO vero e proprio, e alla PROTEZIONE SUSSIDIARIA). LA PROTEZIONE UMANITARIA, come veniva spesso chiamata, durava per due anni e dava accesso al lavoro, alle prestazioni sociali e all’edilizia popolare. Al suo posto il decreto introduce una serie di permessi speciali (per protezione sociale, per ragioni di salute, per calamità naturale nel paese d’origine), della durata massima di un anno. (da IL POST.IT del 28/11/2018, http://www.ilpost.it/)

   Così impedendo ai Comuni forme di regolarizzazione anagrafica (che potevano ed erano non solo forme di integrazione, umanità, ma se si vuole ragionando con “sano egoismo”, erano anche forme di “controllo” delle persone, degli immigrati); e “buttando sulla strada” e nella clandestinità tutti quelli che potevano vantare ragioni di necessaria protezione da violenze e abusi cui essi avevano subìto nei loro Paesi di origine.
Questa legge sulla sicurezza prevede di fatto l’abrogazione della protezione per motivi umanitari, che era prima prevista: le questure concedevano un permesso di soggiorno ai cittadini stranieri che presentavano seri motivi in particolare di carattere umanitario, oppure alle persone che fuggivano da emergenze come conflitti, disastri naturali o altri eventi di particolare gravità in paesi non appartenenti all’Unione europea.

IL DECRETO “SICUREZZA” APPROVATO IL 28/11/2018 – “(….) Il decreto AUMENTA IL TEMPO MASSIMO NEL QUALE GLI STRANIERI POSSONO ESSERE “TRATTENUTI” (cioè obbligati a rimanere) nei CENTRI DI PERMANENZA PER IL RIMPATRIO (CPR) da 90 a 180 giorni. Per effettuare più rapidamente i rimpatri, il decreto stabilisce anche un moderato incremento di fondi: 3,5 milioni di euro in tre anni. Calcolando che un rimpatrio costa, a seconda delle stime, tra i 4 e i 10 mila euro in media, significa che queste risorse aggiuntive permetteranno al massimo di effettuare 875 rimpatri in più nell’arco di tre anni. (da IL POST.IT del 28/11/2018, http://www.ilpost.it/)

   Viene tolta questa protezione per motivi umanitari anche a quei cittadini stranieri che, se li si espelle, vanno incontro a persecuzione nel loro paese; oppure, tornando, sono quasi sicuramente vittime di sfruttamento lavorativo o di tratta. In questi casi, prima di questa legge, la durata della protezione era variabile da sei mesi a due anni ed era rinnovabile. Ora niente più di tutto questo.
Gli stranieri che sono trattenuti nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (Cpr), ex Cie (Centro di Identificazione ed Espulsione), in attesa di essere rimpatriati, con il nuovo decreto potranno essere trattenuti fino a un massimo di 180 giorni (precedentemente potevano essere trattenuti per un massimo di 90 giorni).

IL DECRETO “SICUREZZA” APPROVATO IL 28/11/2018 – “(….) – Un’altra parte molto criticata del decreto è quella che DEPOTENZIA IL SISTEMA SPRAR (Sistema Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati, ndr), cioè l’ACCOGLIENZA DIFFUSA (come spesso viene chiamata) GESTITA DAI COMUNI che serve a fornire ai richiedenti asilo CORSI DI LINGUE E ALTRI PERCORSI DI INTEGRAZIONE. Il sistema sarà LIMITATO a coloro che hanno visto accogliere la loro domanda di protezione internazionale, NON POTRANNO PIÙ INVECE PRENDERVI PARTE COLORO CHE SONO ANCORA RICHIEDENTI. Questi ultimi saranno quindi trasferiti nei centri di accoglienza ordinari, dove attenderanno le decisioni sulle loro domande senza svolgere particolari attività o corsi. (da IL POST.IT del 28/11/2018, http://www.ilpost.it/)

   I “richiedenti asilo” possano essere trattenuti per un periodo al massimo di trenta giorni nei cosiddetti HOTSPOT (che sono strutture allestite per identificare rapidamente, registrare, fotosegnalare, raccogliere le impronte), Hotspot che devono esserci nei paesi di primo arrivo (come l’Italia, la Grecia…) per poi trasferirli come richiedenti asilo nei Paesi disponibili….. Insomma un decreto “sicurezza” assai contestato (specie da alcuni sindaci), che rischia di essere un’eterogenesi dei fini, cioè di portare fuori controllo il fenomeno immigrazione, con la crescita della clandestinità, degli irregolari.

Agromafie e caporalato, quarto rapporto, 13 ago 2018

“(…) Un’unica filiera che li accompagna dalla partenza all’arrivo e “organizza” l’inserimento nel mondo del lavoro. Vere e proprie società di servizi che gestiscono il percorso migratorio, con il passaggio della frontiera, per poi prendersi una fetta del salario per l'”intermediazione” con l’azienda agricola per cui lavori. Si tratta di organizzazioni che da una parte speculano sulla disperazione di chi non vede altre alternative se non migrare e dall’altra approfitta dell’assenza, in nome della lotta ai “clandestini”, di canali immigratori legali e sicuri. Una volta giunti in Italia le organizzazioni perfezionano l’assoggettamento delle persone sia nei luoghi di lavoro, ad opera dei caporali, sia in altre occasioni anche attraverso, ad esempio, l’imposizione del prestito ad usura. Modalità che oltre ad arricchire i gruppi criminali sortiscono l’effetto di tenere a bada le comunità di riferimento. L’agricoltura, un settore poco regolato, spesso al riparo da occhi indiscreti e che ha bisogno di importanti apporti di manodopera non specializzata per periodi determinati di tempo rappresenta il terreno ideale per questi gruppi criminali. E’ una delle conclusioni a cui arriva uno studio curato da Francesco Carchedi intitolato “I lavoratori migranti sottoposti alla volontà delle organizzazioni criminali” e pubblicato nell’ultimo numero del RAPPORTO AGROMAFIE E CAPORALATO dell’OSSERVATORIO PLACIDO RIZZOTTO (https://www.flai.it/osservatoriopr/osservatorio-placido-rizzotto/ ).” (Gianni Belloni, “la Tribuna di Treviso” del 17/1/2019)

   In questo post proviamo a mettere assieme le due cose: lo sfruttamento dell’immigrazione in forma criminosa, che si sta diffondendo, specie nei lavori più “bassi” (come quelli bracciantili agricoli, che gli italiani non vogliono più fare, anche perché pagati troppo poco…); e dall’altra una legislazione inasprita di chiusura verso il fenomeno immigrazione.
E qui le domande che pone la rivista Lancet: cioè siamo proprio sicuri che i fenomeni migratori non fanno bene al nostro Paese, non lo rilanciano da uno stato di decadimento economico, demografico, di abbandono di tanti territori…? Un diverso atteggiamento verso gli immigrati, e un trattamento che consideri i loro diritti umani pari a qualsiasi altra persona, dovrebbero essere un impegno da dover subito praticare. (s.m.)

(scarica il “decreto sicurezza”:
http://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2018/10/04/18G00140/sg )

…………………………….

I BRACCIANTI «INVISIBILI»: «NEI CAMPI D’ITALIA CENTOMILA SCHIAVI»

di Goffredo Buccini, da “il Corriere della Sera” del 3/12/2018
– A 14 anni i figli non sanno leggere – I dossier di Caritas e Cgil: il 30% non ha accesso a un bagno. Anche al Nord si vive in strada –
Nove su dieci non parlano italiano, il 36% vive senza bagno: sono solo alcuni dei numeri dei braccianti «invisibili»: i centomila schiavi isolati nei campi. Nei poderi dei padroncini. E anche al Nord adesso arrivano i primi caporali. Continua a leggere

Annunci

CAOS PIANETA TERRA: SARÀ GUERRA? – Oltre ai cambiamenti climatici preoccupanti, ci sono GUERRE GEO-LOCALI, BOMBARDAMENTI (come in SIRIA), TERRORISMI, ARMI sofisticate, TENSIONI tra Stati… – Il pericolo, non trascurabile, di un’accelerazione verso una GUERRA GLOBALE: COME IMPEDIRLA?

“Vi ricordate la canzone ‘Generale’ di Francesco De Gregori? Quella dove dice “La guerra è bella anche se fa male”? È un capolavoro di poesia contro la guerra, però mi sa che là fuori qualcuno pensa veramente che la guerra sia una cosa bella. E che se fa male, farà male a qualcun altro mentre loro – generali, presidenti e politici vari – la fanno dalle loro poltrone. Non so cosa ne pensiate voi, ma LE COSE SEMBRANO ANDARE SEMPRE PEGGIO: BOMBARDAMENTI, TERRORISMO, GUERRE LOCALI, AUMENTO DELLE SPESE MILITARI, MINACCE DA UNA PARTE E DALL’ALTRA E DISCORSI SEMPRE PIÙ AGGRESSIVI. Sembrerebbe che siamo davanti a qualcosa che SOMIGLIA MOLTO AL PERIODO CHE POI PORTÒ ALLA PRIMA GUERRA MONDIALE, LA GRANDE GUERRA che all’epoca si diceva avrebbe messo fine a tutte le guerre.(…..)” (UGO BARDI, blog da “il Fatto Quotidiano” del 10/1/2019 – http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/ubardi/) (foto ripresa da http://www.technologyreview.com/)

   La pace che, dalla fine della Seconda guerra mondiale, è potuta esserci in Europa (non considerando la minaccia nucleare della guerra fredda, ed escludendo la terribile guerra civile nella ex Iugoslavia nella prima metà degli anni ’90, i terrorismi, e vari conflitti autonomisti, come nell’Ulster, nei Paesi Baschi, in Ucraina…), questa situazione di apparente “non guerra” (almeno per noi non coinvolti), fa considerare, anche adesso, che è impossibile che accada un nuovo conflitto/guerra mondiale, che ci coinvolga noi europei. E ci porta a considerare che la guerra sia un arnese del passato.

(da http://www.iltempo.it/ mappa conflitti al 2018) – Dall’AFGHANISTAN alla SIRIA, allo YEMEN, alle tensioni USA-CINA, al contrasto “ARABIA SAUDITA, STATI UNITI, ISRAELE E IRAN”, alla NIGERIA, al SUD SUDAN, al CAMERUN, all’UCRAINA e DONBASS, al VENEZUELA… sono QUESTI TRA i CONFLITTI E LE POSSIBILI CRISI DA SEGUIRE CON ATTENZIONE NEL 2019

   Qualcuno ha (secondo noi giustamente) dei dubbi su questo, cioè che la guerra mondiale, generalizzata, non possa più accadere. Partiamo qui da una ricerca di un GRUPPO DI STUDIOSI, capeggiati da un docente alla Facoltà di Scienze dell’università di Firenze, UGO BARDI, dove l’assioma dell’impossibilità della guerra viene fortemente messo in crisi dai loro studi, sia statistici (sugli accadimenti tragici collettivi) sia dal contesto generale geopolitico che stiamo vivendo: ci sono tantissime guerre geo-locali nel mondo, nel senso che interessano aree geografiche anche grandi –come il Medio Oriente in Siria, Iraq, Afghanistan, Yemen, Palestina, fino alla Libia….-; ma anche il terrorismo, e l’aumento delle spese militari, le minacce da una parte e dall’altra, e discorsi sempre più aggressivi….

Nella FOTO : UGO BARDI, docente di chimica-fisica alla Facoltà di Scienze dell’Università di Firenze – “(…) Lo studioso italiano UGO BARDI e ai suoi collaboratori, analizzando migliaia di conflitti dal 1400 all’invasione dell’Afghanistan nel 2001, e tabulandone i dati via teoria delle reti e computer, concludono che «GUERRA È SEMPRE» (…) I pochi decenni di «pace» che abbiamo vissuto sono oasi nel deserto ferreo del «guerra è sempre» e provano che la guerra, tragedia innervata nella storia, cultura e società, non viene «scatenata» da incidenti improvvisi, come si diceva una volta a scuola (…) ma, come le epidemie, la guerra è fenomeno statistico, ritorna con puntualità devastante, non accesa da episodi circostanziati, prevedibili e dunque controllabili, ma da un insieme di forze ineludibili che caricano la loro potenza nel tempo e la lasciano esplodere all’improvviso.(…)” (Gianni Riotta, “La Stampa”, 9/1/2019)

   Secondo Bardi e i suoi collaboratori, come le epidemie la guerra è fenomeno statistico, ritorna con puntualità devastante, non accesa da episodi circostanziati, prevedibili e dunque controllabili, ma da un insieme di forze ineludibili che caricano la loro potenza nel tempo e la lasciano esplodere all’improvviso.
Ed è probabile che le sfide del futuro (le guerre) siano sanguinose tanto quanto quelle due (mondiali) che ci sono state, per tecnologia avanzata, per potenza degli arsenali, masse di popolazione nelle metropoli e megalopoli, facilità di spostamenti da un teatro all’altro di lotta.
E’ vero però, secondo questi studiosi, che i conflitti non appaiono in modo casuale ma esiste una certa relazione fra il numero di vittime e la frequenza delle guerre che le producono, con conflitti tanto meno probabili quanto più sono grandi (il pericolo dell’estinzione della specie umana, con l’uso del nucleare, o con altre armi di distruzione sofisticate, fa sperare in forme di deterrenza…).

Le forze governative siriane pattugliano il centro di HOMS. La guerra civile siriana è soltanto una delle 36 guerre in atto nel mondo (da http://www.tpi./) – “SIRIA: SABBIA E MORTE”. Le parole dette dal presidente Trump per definire la Siria in guerra nel 2019 sono parole efficaci e in un certo senso realistiche. IN SIRIA NORD-ORIENTALE NULLA È CAMBIATO SUL TERRENO CON L’ARRIVO DEL NUOVO ANNO, QUELLO NEL QUALE SCOCCHERÀ L’OTTAVO DI GUERRA. Forse, però, presto o tardi, la zona dell’Eufrate sarà ancora più terra di ‘sabbia e morte’. (Michele Chiaruzzi, da TRECCANI.IT, 7/1/2019)

   Se comunque guerra potrà esserci (dato il clima locale e mondiale assai critico, dove conflitti di vario genere si sormontano – la limitazione del libero commercio con dazi, l’immigrazione percepita come invasione, i nazionalismi crescenti…-), e se si riesce a capire che la guerra è una cosa inerente alla struttura della società umana, dobbiamo trovare delle soluzioni sociali, politiche, per impedirla. Dobbiamo essere il più possibile razionali, non lasciarci andare (a nazionalismi, razzismi, desideri di conflittualità…) e creare strutture sociali conviviali che favoriscano la pace, la convivenza, la comprensione dell’ “altro”. La guerra è inevitabile soltanto se non facciamo nulla per evitarla.

MAPPA DELL’UCRAINA. In giallo a sud la Crimea “acquisita” dalla Russia, e in giallo a est la regione del DONBASS in guerra da quattro anni tra ucraini e separatisti appoggiati dalla Russia – Il DONBASS è una vasta regione dell’Europa orientale, APPARTENENTE QUASI PER INTERO ALL’UCRAINA E PER UN PICCOLO TRATTO ALLA RUSSIA; comprende parte del BACINO DEL DONEZ e dello DNEPR. Sono presenti vasti giacimenti di carbone. La vicinanza dei giacimenti di minerali di KRIVOJ ROG ha favorito il sorgere dell’industria siderurgica, cui si sono poi affiancati complessi meccanici, chimici e metallurgici. – LA GUERRA DELL’UCRAINA ORIENTALE O GUERRA DEL DONBASS, inizialmente indicata come rivolta (o crisi) dell’Ucraina orientale, è un conflitto in corso che ha avuto inizio il 6 aprile 2014, quando alcuni manifestanti armati, secondo le testimonianze, si sono impadroniti di alcuni palazzi governativi dell’Ucraina orientale, ossia nelle REGIONI DI DONEC’K, LUHANS’K e CHARKIV. Gli scontri in Ucraina Orientale tra le milizie vicino alla Russia e le truppe di Kiev continuano a fare morti. Anche se ormai non ne parla più nessuno, LA STORIA DEL CONFLITTO DEL DONBASS, cominciato quattro anni fa, HA GIÀ FATTO PIÙ DI 10 MILA VITTIME, tra cui molti civili, tra cui anche donne e bambini.

   E, in effetti, stiamo facendo assai poco per evitare la guerra. Anzi, stiamo ritornando alle strutture pericolose e regressive, tipo l’ideologia degli “Stati nazionali sovrani”, che avevano generato la Prima (ma anche la Seconda) guerra mondiale.
Sono tempi in cui domina l’incertezza, e con essa LA PAURA. E la paura, come dicevamo, è una cattiva consigliera, che porta a dare risposte già viste, e negativamente sperimentate. Si rispolverano le soluzioni di sempre: come la difesa dello STATO NAZIONALE (“prima gli americani”, prima gli italiani, gli ungheresi, i polacchi, gli austriaci eccetera…)….
Poi si vuole la CHIUSURA DELLE FRONTIERE (contro il “nemico immigrato”, senza neanche valutare la portata effettiva di questa immigrazione, la capacità di integrarla e gestirla umanamente e razionalmente…); RISPUNTA LA RAZZA come “forma” che ci rassicura (memoria questa funesta a dir poco); MAGARI CI SI ARMA (ci si vuole difende da soli, contro tutti)…

MEDUO ORIENTE – ARABIA SAUDITA, STATI UNITI, ISRAELE E IRAN – “(…) Proprio come il 2018, il 2019 presenta rischi di scontro – deliberati o involontari – che coinvolgono STATI UNITI, ARABIA SAUDITA, ISRAELE e IRAN. I primi tre condividono una visione comune che vede nella Repubblica Islamica una seria minaccia, le cui aspirazioni regionali devono essere frenate. Come sottolinea Foreign Policy, per Washington questo si è tradotto nel ritiro dall’accordo nucleare del 2015, nel ripristino delle sanzioni – oltre a sfoggiare una retorica più aggressiva fatta di minacce. Riyad ha abbracciato questo nuovo approccio bellicoso – per ora a parole – e ha annunciato che cercherà di contrastare l’IRAN in LIBANO, IRAQ, YEMEN e persino sul suolo iraniano. L’ostilità e la rivalità tra ARABIA SAUDITA e Iran si è riflettuta in tutto il MEDIO ORIENTE, dallo YEMEN al LIBANO e non c’è dubbio che proseguirà anche nel corso di quest’anno. (Roberto Vivaldelli, da http://www.occhidellaguerra.it/, 7/1/2019)

   E poi si riscopre che abbiamo un’IDENTITÀ da difendere, ne abbiamo una sola, data dalle nostre radici, e la vogliamo difendere contro tutti (al diavolo i discorsi della pluralità di apporti e di culture che si incontrano, di valorizzazione delle diversità…).
Insomma tutte cose (il nazionalismo, la razza, l’identità, la difesa dei confini…) che ci fanno tornare a un passato funesto, e pertanto anche a una possibilità realistica che qualche accadimento, anche magari banale, porti alla GUERRA.

LE GUERRE PER L’ACQUA – “È di questo fenomeno che parla ‘WATER GRABBING, LE GUERRE NASCOSTE PER L’ACQUA NEL XXI SECOLO’ (EMI editore, 16 euro), un libro firmato da EMANUELE BOMPAN e MARIROSA IANNELLI. Un fenomeno aggravato dalla crescente domanda di acqua per cibi e prodotti e dalla contemporanea diminuzione della disponibilità provocata dal cambiamento climatico, spiega Bompan, giornalista e collaboratore de La Stampa-Tuttogreen. «Vogliamo sempre più acqua mentre il bicchiere è sempre più vuoto – dice – e le mani che lo reggono si fanno sempre più avide»(…) (Roberto Giovannini, “La Stampa”, 22/3/2018)

   La dimensione della guerra a venire avrà comunque poco a che fare con l’episodio che la innescherà, dipendendo invece dalla rete di tensioni politiche, sociali ed economiche che ci sono nel presente (e tutti ce ne accorgiamo). E’ così possibile andare, arrivare, oltre le guerra adesso “limitate” (e finora che ci hanno escluso, come europei, occidentali, del nord del mondo…) alla guerra “mondiale”.
Episodi limitati, casuali, si diceva, che possono facilmente accadere, innescare la miccia per altre cause “vere”: come uno speronamento di un cacciamine, un hacker che in Internet fa saltare il sistema di comunicazione, una fake news che scombussola il mondo, che magari viene offeso un Paese “sovrano” da parte di un altro irrimediabilmente…. oppure la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina che sta accadendo; il populismo nazionalista che imperversa adesso in Europa; le aspirazioni di dominio commerciale sempre della Cina; l’incapacità europea di svolgere una politica estera comune… il terrorismo, il riarmo di tutti, i fondamentalismi islamici, le sempre più marcate disuguaglianze sociali… e altri episodi anche minimi ma che innescano clamore nei media…

   Tutto questo potrebbe portare a una guerra mondiale…Per questo non si può sottovalutare troppo così tanti episodi, grandi e piccoli, di scontro che stiamo vivendo nel mondo, nel nostro paese, e anche in ciascuna nostra piccola comunità. Creare meccanismi “micro” e “macro” (a seconda di ciascuna possibilità) di convivenza, razionalità, qualità del vivere, forse può fermare una terza possibile guerra mondiale. (s.m.)

………

I CURDI SIRIANI E IL RITIRO AMERICANO DALLA SIRIA . “(…) Il ritiro americano sarebbe luce verde per Erdoğan e l’offensiva dell’esercito turco schierato contro i Curdi siriani, ammesso che già la mera pressione militare non ottenga da sé, in qualche modo, il proprio fine, come avvenuto in passato nella Siria orientale. Il fine è l’eliminazione della «minaccia curda» almeno dal territorio limitrofo controllato dai turchi. I quali, grazie a questa definizione della propria sicurezza, possono spingersi in profondità laddove vogliono e possono in territori ridotti a fronti di battaglia. LA GUERRA SIRIANA È DUNQUE GIUNTA A UNO DEI PIÙ COMPIUTI PARADOSSI DELLA SUA DURISSIMA E IGNOBILE STORIA. I CURDI, PRINCIPALI COMBATTENTI CONTRO IL DAESH, coloro ai quali si deve la resistenza e l’offensiva più accanita contro i ‘terroristi’ che hanno attaccato anche l’Europa, quella parte politica e militare che con più rischio ha contribuito a seppellire nella sabbia lo ‘Stato islamico’ fin dalle sue putride fondamenta gettate a Raqqa e altrove; ebbene, proprio A QUELLE DONNE E UOMINI TOCCANO OGGI NON ONORI E GLORIA BENSÌ ANCORA COMBATTIMENTI PER SOPRAVVIVERE; tocca ancora una lotta contro il proprio, beffardo, destino: l’abbandono consueto degli alleati, la guerra contro rinnovati nemici.(…)”(Michele Chiaruzzi, da TRECCANI.IT, 7/1/2019)

………………………………..

GUERRA MONDIALE, ABBIAMO CALCOLATO LE PROBABILITÀ CHE UN NUOVO CONFLITTO SI VERIFICHI
di Ugo Bardi (docente di chimica-fisica alla Facoltà di Scienze dell’Università di Firenze), blog da “il Fatto Quotidiano” del 10/1/2019 – http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/ubardi/
Vi ricordate la canzone “Generale” di Francesco De Gregori? Quella dove dice “La guerra è bella anche se fa male”? È un capolavoro di poesia contro la guerra, però mi sa che là fuori qualcuno pensa veramente che la guerra sia una cosa bella. E che se fa male, farà male a qualcun altro mentre loro – generali, presidenti e politici vari – la fanno dalle loro poltrone.
Non so cosa ne pensiate voi, ma le cose sembrano andare sempre peggio: bombardamenti, terrorismo, guerre locali, aumento delle spese militari, minacce da una parte e dall’altra e discorsi sempre più aggressivi. Sembrerebbe che siamo davanti a qualcosa che somiglia molto al periodo che poi portò alla Prima guerra mondiale, la Grande Guerra che all’epoca si diceva avrebbe messo fine a tutte le guerre.
Ma allora cosa ci aspetta? Continua a leggere

La BREXIT arenata sulla QUESTIONE IRLANDESE sta portando a una crisi assai grave il REGNO UNITO – L’ipotesi possibile è di rimandare tutto a tempi migliori e rimanere nel MERCATO UNICO EUROPEO senza parteciparvi politicamente – il caso BREXIT come l’emblema della necessità degli STATI UNITI D’EUROPA

CARTELLI AL CONFINE TRA LE DUE IRLANDE CONTRO LA SEPARAZIONE – Il BACKSTOP è quella clausola di salvaguardia introdotta per evitare il ritorno ad un confine fisico tra Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord. Questa clausola mantiene l’IRLANDA DEL NORD NEL MERCATO UNICO EUROPEO, e IL RESTO DEL REGNO UNITO nell’UNIONE DOGANALE dell’Ue; per evitare il ripristino di una frontiera “dura” con la Repubblica d’Irlanda, fino a quando non sarà negoziato un futuro accordo bilaterale migliore fra Londra e l’Unione.

…………………………..

IPOTESI – IL REGNO UNITO ABBANDONA SENZA ACCORDO FINALE, CHE SUCCEDE? – Se il parlamento non vota il patto, a questo punto ci si abbandona senza accordo di divorzio e non si richiede la rinegoziazione. NESSUN PERIODO DI TRANSIZIONE, NESSUN ACCORDO TEMPORANEO. Il Regno Unito sarebbe uno stato terzo a tutti gli effetti dalla scadenza prevista. PER QUANTO RIGUARDA IL COMMERCIO utilizzerebbe le REGOLE DEL WTO (l’Organizzazione Mondiale del Commercio), CON DAZI E CONTROLLI IN ENTRATA E USCITA. Un ‘uscita senza accordo, fra le innumerevoli conseguenze, sarebbe una CATASTROFE PER I MERCATI, con la STERLINA, per esempio, CHE SI DEPREZZEREBBE da subito. PORTI E AEROPORTI CON LUNGHE FILE, CHILOMETRI (o miglia, dipende dal luogo) DI CAMION che attendono in fila sulle strade. (immagine tratta da http://www.giornaledicomo.it/)

 

Brexit: i termini dell’accordo

……………………………………………………

   La questione irlandese sta mettendosi in crisi il regno Unito nel suo processo di uscita dall’Unione Europea (dopo il voto al referendum del 23 giugno 2016 con la vittoria di chi vuole la separazione dagli altri 27 Stati che formano la UE). Il grosso problema si chiama “BACKSTOP”, cioè la clausola di salvaguardia per l’Irlanda nell’ “Accordo di recesso”: accordo condiviso dalle due parti, approvato il 25 novembre dal Consiglio europeo – cioè i leader dei 27 Stati – ma che la primo ministro inglese Teresa May ha problemi a far ora accettare in patria.

12/12/2018: THERESA MAY ha ottenuto la fiducia del Partito Conservatore britannico e resterà così in carica come leader del partito e prima ministra del Regno Unito. I voti a favore sono stati 200 su 317, quelli contrari 117. Ora il partito non potrà votare di nuovo contro di lei per almeno un anno.

   L’accordo serve, tra le tante cose stabilite nelle più di 500 pagine, in particolare ad EVITARE CHE TORNI AD ESSERCI UNA FRONTIERA RIGIDA TRA LA REPUBBLICA DI IRLANDA (che è nella UE) e l’IRLANDA DEL NORD, l’Ulster (che fa parte del Regno Unito, pertanto ora fuori dalla UE). E, oltre il confine materiale, il “backstop” prevede di mantenere l’Irlanda del Nord nel Mercato Unico Europeo e il resto del Regno Unito nell’Unione doganale dell’Ue (questo almeno fino alla fine del 2020), per evitare il ripristino di una frontiera “dura” con la Repubblica d’Irlanda, fino a quando non sarà negoziato un FUTURO ACCORDO BILATERALE migliore fra Londra e la UE (pertanto, come potete vedere da queste ultime decisioni, l’accordo anche se entra in vigore prevede un parziale stand by fino alla fine del 2020, tanto per dimostrare come questo divorzio faccia molta paura ai due soggetti, in primis il regno Unito, ma anche la UE).

MANIFESTAZIONE CONTRO LA BREXIT A LONDRA

   Se accadesse che l’accordo stabilito dalla primo ministro Teresa May con la Ue non venisse approvato entro marzo 2019 dal parlamento britannico, tutta questa regola salterebbe, e entrerebbero in funzione regole internazionali stabilite dal WTO, cioè l’Organizzazione Mondiale del Commercio: ci sarebbero dazi e controlli in entrata e uscita, sui porti, sugli aeroporti: navi e aerei fermi aspettando il loro turno per l’esame dei container, e dei camion su strada e su nave. Un ritorno al passato, peggio perché non preparati, organizzati a questo; con un rallentamento dei commerci, dell’economia, di tutto…un vero caos per un Paese come il Regno Unito (ricordiamo, formato da Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda del nord).

LA DIVISIONE GEOGRAFICA IN GRAN BRETAGNA DEL VOTO “PRO” O “NO” BREXIT DEL 23 GIUGNO 2016 (“regno disunito” – DA LIMES – http://www.limesonline.com/)

   E questo metterebbe sì in seria difficoltà il Regno Unito, ma in parte anche gli Stati dell’Unione Europea che commerciano con la Gran Bretagna, e pur indirettamente, da questo ingorgo, tutti i paesi anche extraeuropei che hanno rapporti col Regno Unito.

Prime Minister Theresa May speaking in the House of Commons

   Ma se tutto appare inevitabile e catastrofico (per gli inglesi); dall’altra essi sperano forse di trovare qualche rimedio a una situazione nella quale la mobilità delle merci (ma anche delle persone) tornerà ad essere assai complicata; però la sostanza del regresso, del ritorno al passato, non cambia. Cioè il danno è (sarà) fatto.

OSLO, NORVEGIA – IPOTESI: IL REGNO UNITO, COME LA NORVEGIA, NELLO “SPAZIO ECONOMICO EUROPEO”? – OPZIONE VOTO PER “NORVEGIA PER ADESSO”. Nel fine settimana AMBER RUDD, ministro del Lavoro e fedelissima della May, è stata il primo ministro in carica a dichiarare che se l’accordo sarà respinto allora l’opzione meno negativa sarebbe quella NORVEGESE. La Rudd l’ha definita una “OPZIONE PLAUSIBILE ANCHE SE NON DESIDERABILE.” Numerosi deputati nelle ultime settimane hanno sostenuto questa ipotesi, dicendosi convinti che avrebbe una maggioranza in Parlamento e potrebbe quindi essere approvata senza troppe scosse. – La Gran Bretagna entrerebbe nello SPAZIO ECONOMICO EUROPEO, restando quindi nel mercato unico e non ci sarebbero contraccolpi per l’economia. Al contrario della Norvegia, dovrebbe restare anche nell’unione doganale per evitare il problema del confine interno irlandese. Con questa soluzione non ci sarebbero contraccolpi per l’economia e per gli scambi commerciali e Londra uscirebbe dalla Politica agricola comune e dalla Politica comune sulla pesca. – La Gran Bretagna dovrebbe però accettare la libera circolazione delle persone e quindi non potrebbe limitare l’immigrazione e “riprendersi il controllo delle frontiere” come ha promesso la May. Inoltre dovrebbe rispettare regole imposte dalla Ue e continuare a versare contributi al budget Ue. L’OPZIONE VIENE CHIAMATA “NORVEGIA PER ADESSO” perché nelle intenzioni dei deputati che la sostengono sarebbe una soluzione temporanea per tre anni in attesa di negoziare un nuovo trattato di libero scambio definitivo con la Ue.

   Il coltivare un sogno di autonomia e indipendenza (da chiunque) del popolo inglese, almeno una metà (il referendum per la Brexit è stato vinto dal 51,83% degli elettori il 23 giugno 2016), è sorto forse dal credere di non aver bisogno di nessuno (e di avere rapporti con tutti, agevolati dal dover decidere da soli). Più probabilmente è dato da paura della eccessiva immigrazione (ma Londra ha votato per restare nella UE!); dall’incazzatura che sempre più persone hanno, forse data dalla crisi economica di questi ultimi 10 anni. E di dialogare positivamente con il vecchio impero britannico, con le proprie nazioni “sorelle” (come l’Australia), i possedimenti e le zone di storica influenza (l’area dei 53 Paesi del Commonwealth, che conta ora 2 miliardi e mezzo di persone: la UE “solo” 500 milioni).

IPOTESI – LA GRAN BRETAGNA ADERIRA’ ALL’EFTA? (….IMPROBABILE, DATE LE AMBIZIONI INGLESI NON DA PICCOLO STATO) – CHE COS’È L’EFTA? L’Associazione europea di libero scambio (EFTA dall’acronimo inglese EUROPEAN FREE TRADE ASSOCIATION), fu fondata il 3 maggio 1960 come alternativa per gli stati europei che non volevano, o non potevano ancora, entrare nella Comunità Economica Europea, ora Ue. L’Efta è attualmente costituita da quattro stati: ISLANDA, LIECHTENSTEIN, NORVEGIA e SVIZZERA (MAPPA PAESI EFTA, da WIKIPEDIA)

   Ma, ribadiamo, il voto anti-Europa del referendum del 2016 (che probabilmente si riconfermerebbe anche adesso) è dato dall’ “aria che tira” dappertutto: crisi economica, impoverimento, voglia di chiusura, ritorno razzistico, paura degli immigrati…(vecchi fantasmi e “soluzioni spicce” che riappaiono sempre nei momenti di difficoltà collettiva). A volte paure e preoccupazioni che possono essere realistiche, altre (molto spesso) del tutto immotivate sorte dalla sola “percezioni di pericolo” e da messaggi subliminali sui media, dal mondo politico… Ed è questa la condizione attuale di tutto il pianeta (o quasi tutto, almeno dei paesi che hanno goduto, e stanno godendo, un relativo benessere e welfare ora messo un po’ in discussione).

LE AREE DEL COMMERCIO MONDIALE AL 2017

   Tornando alla questione inglese di separazione dall’Europa, molti osservatori pensano che è stato un grave errore la «clausola di secessione» introdotta nel Trattato di Lisbona. In particolare il famoso articolo 50, con il quale si fissa il processo che deve essere seguito dagli stati che desiderino uscire dall’Unione Europea: questa cosa ha creato un’opportunità che gli stati non hanno, ha indebolito quel sentimento comune che oramai, bene o male, sembrava acquisito di un comune destino europeo. Che poi è nei fatti: nei commerci, nei viaggi, negli spostamenti nella nostra bellissima Europa, nelle opportunità che vi sono ben maggiori, nelle loro potenzialità, nell’Erasmus dei giovani…. (perché perdere tutto questo?).

Irlanda

   Questo pathos europeo, questo sentimento comune, c’è anche in definitiva in chi non vuole credere nell’Europea e parla di ristabilire frontiere, confini rigidi. Invece l’«affezione», il sentimento positivo, nei confronti dell’Unione si può sviluppare spontaneamente nelle collettività politiche, nella condivisione di un progetto comune senza limiti temporali. Pertanto quella previsione dell’art. 50 del Trattato di Lisbona toglie possibilità all’idea di una “patria comune” (o perlomeno agli “Stati Uniti d’Europa”), e tende a individuare il progetto e il sogno europeo come una mera cooperazione fatta di contabilità nel dare e avere, una assai misera questione di costi e benefici. Speriamo che ci sia un ritorno alle origini del “sentirsi europei”. (s.m.)

L’ARTICOLO 50 del TRATTATO DI LISBONA, che è entrato in vigore il 1º dicembre 2009, ha introdotto per la prima volta una procedura per uno Stato membro che decide di uscire volontariamente dall’UE. L’ARTICOLO 50 fa parte del Diritto dell’Unione Europea e con il quale si fissa il processo che deve essere seguito dagli stati che desiderino uscire dall’Unione Europea. Si è molto dibattuto su di esso dopo il Referendum sulla permanenza del regno Unito nell’Unione Europea nel quale il 51.89% dei votanti è stato a favore dell’uscita della Brexit, dell’uscita dalla UE. DOPO CHE L’ARTICOLO 50 VIENE ATTIVATO, SI HA UN LIMITE DI TEMPO DI DUE ANNI PER COMPLETARE I NEGOZIATI. SE I NEGOZIATI NON PRODUCESSERO RISULTATI, il paese che decide di uscire e l’UE SEGUIREBBERO LE REGOLE DELL’ORGANIZZAZIONE INTERNAZIONALE DEL COMMERCIO SUI DAZI. Quest’articolo è stato utilizzato dal regno Unito il 29 Marzo 2017. Pertanto con accordo o senza accordo dopo due anni (IL 29 MARZO 2019) L’USCITA DALLA UE DEL REGNO UNITO È IRREVERSIBILE. (immagine/schema qui sopra tratto da “il Sole 24ore”)
Manifestazione contro la Brexit, sempre a Londra

……………………………………………………….

L’UNIONE, IL NOSTRO DESTINO

di Aldo Cazzullo, da “il Corriere della Sera” del 11/12/2018
Oramai l’accordo tra Londra e l’Europa non esiste più. Eppure proprio i fatti drammatici di questi giorni confermano che l’Europa è ineluttabile. La si può e la si deve cambiare, riformare, rifondare; ma l’Europa è più che mai il nostro destino. Pure per gli inglesi, che non riescono a lasciarla, e non lo faranno mai del tutto.
La settimana di dibattito a Westminster è stata un esame di coscienza collettivo. L’autobiografia di una nazione, avrebbe detto Gobetti. Continua a leggere

LA RIVOLTA DEI SUV – La FRANCIA dei GILETS JAUNES contro l’aumento della benzina e disinteressati al riscaldamento globale – Ma è anche la Francia dove MACRON rinuncia alla grandeur francese e propone un esercito europeo – EUROPA amata (anche dagli anti-Brexit) ed EUROPA odiata (dai nazionalisti sovranisti)

LA RIVOLTA DEI GILET GIALLI – Il governo francese del primo ministro EDOUARD PHILIPPE ha deciso di varare la “TASSA ECOLOGICA” PER CONTRASTARE I CAMBIAMENTI CLIMATICI. Il progetto dell’Esecutivo francese è quello di aumentare dal 2019 il prezzo al litro del gasolio di 6,5 centesimi e di 2,9 centesimi quello della benzina. Misura che HA SCATENATO LA RIVOLTA DI PARTE DEI FRANCESI (visto anche l’aumento del 23% del gasolio nel 2018). Le proteste il 17 novembre scorso hanno provocato oltre 400 feriti (un manifestante è stato investito mortalmente)

   Una volta i cittadini francesi sfidavano le autorità per lottare contro l’aumento delle tariffe del pane, contro i privilegi di classe della nobiltà, e combattevano per guadagnarsi il diritto a partecipare alla vita politica. Ora invece lo fanno per protestare contro l’aumento delle tariffe del gasolio per automobili, che fa parte del progetto politico del governo Macron di tassare i carburanti inquinanti e finanziare progetti ambientali.

17 novembre 2018 – LA PROTESTA DEI “GILET GIALLI” BLOCCA LA FRANCIA: un morto e oltre cento feriti. Rabbia, paralisi e incidenti in Francia per «la protesta dei gilet gialli» con cui oltre 244 mila persone hanno costituito circa 2 mila blocchi stradali in tutto il Paese per CONTESTARE GLI AUMENTI DI CARBURANTE VOLUTI DAL PRESIDENTE EMMANUEL MACRON. Sono i dati ufficiali diffusi dal MINISTRO DELL’INTERNO CHRISTOPHE CASTANER a metà pomeriggio di una giornata cominciata drammaticamente, con la morte di una manifestante. I «gilet gialli», i manifestanti usano quelli obbligatori sulle auto in tutta Europa per le soste in emergenza, hanno avviato la protesta per l’aumento del prezzo dei carburanti per poi estenderla a tutta la politica fiscale del presidente Emmanuel Macron. Oltre 240 mila persone in strada per protestare contro i rincari del carburante voluti da Macron. Disagi anche a Parigi sugli Champs Elysees

   La cosiddetta RIVOLTA DEI GILET JAUNES (hanno preso il nome dai giubbotti gialli che gli automobilisti sono tenuti ad indossare in caso di pericolo), è una rivolta che è scoppiata per protestare CONTRO LA CARBON TAX proposta dal governo Macron (di abolire gli incentivi per le auto diesel) e che negli ultimi giorni ha messo a dura prova la Francia intera.
C’è da dire che la Francia è dotata di una buona rete di trasporti pubblici (specie nell’area urbana di Parigi e in tutta la regione dell’Ile de France, che ha 12 milioni di persone). Ad esempio il sistema dell’area urbana di Parigi ha una METROPOLITANA strepitosa nel suo funzionamento dei collegamenti; e verso la periferia (la Banlieu) la RER, cioè l’insieme delle linee interurbane dell’ILE DE FRANCE, è una rete che serve (spesso bene, qualche volta con delle difficoltà) milioni di pendolari ogni giorno e comunque è, almeno a nostro avviso, invidiabile. Il resto della Francia ha forse qualche problema in più, ma la rete dei trasporti pubblici francesi appare più che sufficiente.

LA SIGNORA JACLINE MOURAUD ICONA DEL MOVIMENTO – L’icona del movimento resta la signora JACLINE MOURAUD, una bretone 50enne che suona la fisarmonica e fa l’ipnoterapeuta, ma che per arrivare a MILLE EURO al mese deve fare la sorvegliante anti-incendio. Possiede soltanto il suo vecchio SUV diesel, comprato 10 anni fa a 11 mila euro. E per riempirne il serbatoio e recarsi al lavoro spende più di metà stipendio: «Quando finirà la vostra caccia all’automobilista?», dice nel video di 4 minuti e 38 secondi diventato virale. «Ci avete venduto i vostri diesel raccontandoci che erano più ecologici. Oggi ci dite che vi danno fastidio e dobbiamo cambiarli con il vostro mini bonus».

   Pertanto non è che Macron ha “messo a piedi” la Francia annunciando di voler aumentare di qualcosa ancora il gasolio delle auto (peraltro costerà sempre meno di quel che costa in Italia…). Ma la rabbia esplode lo stesso: e “l’automobilista incazzato” dice esplicitamente di non voler usare i mezzi pubblici, di non voler comprarsi auto ecologiche, e di fregarsene dell’effetto serra e degli impegni sul clima presi dal suo Paese… una guerra civile al ribasso, fatta di rabbia e furore.
Strani fenomeni di rabbia un po’ immotivata accadono nei paesi ricchi…    NELL’AGOSTO DEL 2011, A LONDRA si scatenò una delle rivolte più violente (per ora) del XXI secolo. Iniziata da una manifestazione pacifica di circa 200 persone, la protesta invase le strade di molti quartieri della città. Migliaia di persone (ragazzi, giovani in particolare) si riversarono in strada e attaccarono negozi e attività commerciali. Il loro obiettivo non era lottare per avere più diritti, ma prendersi con la forza ciò che gli era stato promesso ma che non avevano soldi per avere. NON PANE, MA IPHONE.

LONDRA 12 AGOSTO 2011 – STRANI FENOMENI DI RABBIA UN PO’ IMMOTIVATA ACCADONO NEI PAESI RICCHI… NELL’AGOSTO DEL 2011, A LONDRA si scatenò una delle rivolte più violente (per ora) del XXI secolo. Iniziata da una manifestazione pacifica di circa 200 persone, la protesta invase le strade di molti quartieri della città. Migliaia di persone (ragazzi, giovani in particolare) si riversarono in strada e attaccarono negozi e attività commerciali. Il loro obiettivo non era lottare per avere più diritti, ma prendersi con la forza ciò che gli era stato promesso ma che non avevano soldi per avere. NON PANE, MA IPHONE.

   Pertanto accade in Francia ora con i giubbotti gialli, ma è così in tutta Europa (anche peggio in altri Paesi): il “senso di cittadinanza”, e in particolare di “riconversione ecologica”, non interessa. E non si tratta quasi sempre di poveri, ma anche di persone che vanno in giro in SUV….

PARIGI, SUGLI CHAMPS-ELYSÉES LA PROTESTA DEI “GILET GIALLI” CONTRO IL CARO BENZINA – “Macron dimettiti” e “Blocchiamo tutto!”: con questi slogan centinaia di persone con indosso “GILET GIALLI” (di quelli che gli automobilisti usano in caso di guasto o incidente) hanno sfilato a Parigi per protestare contro il caro carburante in Francia. Diversi cortei si sono mossi verso Porte de Bercy, l’uscita ad est della capitale, mentre alcune centinaia di manifestanti hanno sfilato sugli Champs-Elysées, chiusi al traffico. Un gruppo di persone ha tentato di dirigersi verso l’Eliseo per portare la contestazione sotto le finestre del presidente Emmanuel Macron, ma è stato bloccato dalla polizia (https://www.huffingtonpost.it/ 17/11/2018)

   Quanto è accaduto (sta accadendo) in Francia con la rivolta dei giubbetti gialli risalta ancora di più, perché è un paese che ha votato un presidente (e un governo) che sembra aver preso in seria considerazione gli IMPEGNI SUL CLIMA SOTTOSCRITTI A PARIGI nel dicembre 2015, e che prevedono provvedimenti concreti per ridurre l’effetto serra affinché la temperatura del pianeta non aumenti oltre il 2%.

L’ACCORDO SUL CLIMA è stato firmato nel dicembre del 2015 da 195 paesi di tutto il mondo, durante la CONFERENZA MONDIALE SUL CLIMA DI PARIGI (Cop 21, che sta per ventunesima conferenza sul clima). Praticamente da tutti gli stati, compresa la Corea del Nord: sono rimasti fuori solo la Siria e il Nicaragua. Ora gli STATI UNITI, con la presidenza Trump, ne sono usciti. L’accordo è entrato in vigore il 4 novembre del 2016, dopo essere stato ratificato dalla soglia minima prevista, 55 paesi. 2) COSA PREVEDE. L’accordo non è vincolante e contiene sostanzialmente quattro impegni per gli stati che lo hanno sottoscritto (il testo integrale è qui: https://unfccc.int/resource/docs/2015/cop21/eng/l09.pdf.) • LIMITARE L’AUMENTO DI TEMPERATURA NON OLTRE I 2 GRADI, e compiere sforzi concreti per mantenerlo entro 1,5 gradi dai livelli pre-industriali. • SMETTERE DI INCREMENTARE LE EMISSIONI DI GAS SERRA il prima possibile e raggiungere nella seconda parte del secolo il momento in cui la produzione di nuovi gas serra sarà sufficientemente bassa da essere assorbita naturalmente. • VERSARE 100 MILIARDI DI DOLLARI OGNI ANNO AI PAESI PIÙ POVERI per aiutarli a sviluppare fonti di energia meno inquinanti. • CONTROLLARE I PROGRESSI COMPIUTI OGNI CINQUE ANNI, tramite nuove conferenze, a partire dal 2023. 3) PERCHÉ È IMPORTANTE. L’obiettivo di mantenere l’aumento medio della temperatura mondiale al di sotto dei 2°C non garantisce l’arresto del riscaldamento globale; anzi, secondo la maggior parte dei ricercatori non impedirà che si verifichino cambiamenti per il clima. È però un punto di partenza fondamentale, perché per la prima volta ha responsabilizzato quasi ogni paese del mondo sulla necessità di fare di più e meglio per ridurre le emissioni. (da http://www.ilpost.it)

   LE PROTESTE IN FRANCIA non solo vanno “contro l’ecologia” che il governo francese vorrebbe iniziare a praticare, ma INDEBOLISCONO IL DISCORSO EUROPEO (EUROPEISTA) DEL SUO PRESIDENTE. Da quando è stato eletto (nel maggio 2017) Macron ha spinto molto (almeno nei discorsi, nelle intenzioni) verso una sempre più forte unione tra i paesi europei. In un momento assai sfavorevole, con la crisi economica che ha colpito duramente i ceti medi europei, momento difficile che ha dato voce e forza al nazionalismo più serrato che ci sia mai stato dal secondo dopoguerra in poi.

MACRON VUOLE PER L’UE UN “VERO ESERCITO EUROPEO” – Il presidente francese: “La Russia ha dimostrato di poter essere pericolosa, non possiamo affidarci solo agli Stati Uniti” (6/11/2018 https://europa.today.it/) – Le minacce per l’Europa sono ai suoi stessi confini e quindi l’Unione per difendersi ha bisogno anche di “un vero esercito europeo”. Ne è convinto Emmanuel Macron che ha spiegato il suo progetto in un’intervista rilasciata all’emittente radiofonica francese “Europe 1”. “Non proteggeremo gli europei se non decideremo di avere un vero esercito europeo. Di fronte alla Russia, che è ai nostri confini ed ha mostrato che potrebbe essere minacciosa, DOBBIAMO AVERE UN’EUROPA CHE SI DIFENDE DA SOLA, senza dipendere esclusivamente dagli Stati Uniti, e in maniera più sovrana”, ha detto il presidente francese secondo cui l’Unione deve difendersi da tutte le “potenze autoritarie” che si ergono ai suoi confini e “potrebbero riarmarsi”. DIALOGO CON MOSCA – “Voglio costruire un vero dialogo sulla sicurezza con la Russia, che è UN PAESE CHE RISPETTO, UN PAESE EUROPEO”, ha precisato Macron che ha incontrato Vladimir Putin l’11 novembre a Parigi (alle celebrazione per il centenario della fine del primo conflitto mondiale).

   E MACRON IN QUESTE SETTIMANE TORNA A CHIEDERE UN’EUROPA PIÙ FORTE E PIÙ SOVRANA. Un presidente poi che, pur in forte calo di popolarità, è un argine assieme alla Germania di Angela Merkel ai populismi contrari alla Federazione Europea che adesso vincono le elezioni un po’ ovunque. Nella sua più recente proposta “per l’Europa” ha chiesto di avviare un processo per arrivare alla creazione di UN ESERCITO EUROPEO. La linea politica in questo senso (di UNA DIFESA UNITARIA, UN ESERCITO UNICO) aveva avuto un momento di apparizione positiva nei primi anni ‘50 del secolo scorso, e l’allora primo ministro italiano De Gasperi ne era stato tra i proponenti e sostenitori.

UN ESERCITO EUROPEO PROPOSTO DA MACRON ERA GIA’ UNA PROPOSTA 65 ANNI FA – (…) Che l’iniziativa venga da PARIGI è rilevante per ragioni storiche e strategiche. E’ stato un voto dell’Assemblea nazionale francese a seppellire nel 1954 il primo tentativo di creare una COMUNITÀ EUROPEA DI DIFESA. Così bocciando un piano concepito dal lungimirante ministro RENÉ PLEVEN in piena sintonia con il nostro ALCIDE DE GASPERI (nella FOTO)

   Questa indifferenza all’unità europea (anzi!, ora prevale il desiderio di uscirne da parte di molte persone, politici, istituzioni…), e così la distanza enorme tra il sogno europeo e le proteste di piazza francesi, dimostrano le EFFETTIVE DIFFICOLTÀ di pensare concretamente a due cose: 1-UNA NECESSARIA URGENTE RICONVERSIONE ECOLOGICA, e 2-una Federazione sempre più unita e forte dei paesi e popoli europei (GLI STATI UNITI D’EUROPA).

MACRON E MERKEL AL BUNDESTAG – In un GRANDE DISCORSO tenuto davanti al BUNDESTAG, il parlamento tedesco, MACRON ha nuovamente perorato la causa di un’EUROPA POTENZA, nel contesto del solco sempre più profondo che si è aperto con l’America di Donald Trump ma anche di un MONDO CHE RISCHIA DI “SCIVOLARE NEL CAOS”(…) (Pierre Haski, da INTERNAZIONALE (www.internazionale.it/ ), 19/11/2018)

   In un grande discorso tenuto (il 18 novembre scorso) davanti al BUNDESTAG, il parlamento tedesco, Macron ha nuovamente perorato la causa di un’EUROPA POTENZA, nel contesto del solco sempre più profondo che si è aperto con l’America di Donald Trump, ma anche di un MONDO CHE RISCHIA DI “SCIVOLARE NEL CAOS”, una frase che assume ben altro significato accanto alle immagini delle proteste in Francia. La grande ambizione di Macron si sta scontrando con la realtà europea attuale, segnata dall’ascesa dei nazionalismi, dell’astio, dell’odio verso tutto, dell’insoddisfazione perenne della propria condizione.

Manifestazione del MOVIMENTO FEDERALISTA EUROPEO per un ESERCITO EUROPEO

   Comunque il “processo unitario europeo” del presidente francese è intento serio, ma deve darsi delle realizzazioni, sennò il cotesto del pessimismo cosmico che ne esce non può che aumentare, E’ un possibile concreto indicatore, un elemento per un rafforzamento della proposta di uno stato federale europeo (dopo Schengen e la moneta unica… arrivare alla possibilità di creare un unico esercito, un unico ministro degli esteri, delle finanze….). Non si capisce come e in che modo Macron, la Francia (che per decenni mai avrebbe fatto una proposta del genere, ferma a rimirarsi nella propria “grandeur”) e la Germania della Merkel, riusciranno concretamente a portare avanti questa idea dell’esercito europeo. Serve che altre forze, altri Stati, cambino rotta, posizione.

MANIFESTAZIONE del MOVIMENTO FEDERALISTA EUROPEO per il rafforzamento della FEDERAZIONE EUROPEA

   Però è un segnale che in Europa non esistono solo le forze sovraniste “anti- Europa”. Ne è anche un esempio la stessa Inghilterra della Brexit, che si dibatte in uno scontro interno di identità (e confusione del futuro possibile) che è assai preoccupante (ma è discorso da farsi a parte, approfonditamente…) (s.m.)

……………………………..

“NEGLI SCONTRI DI PARIGI È NATA LA SECESSIONE SOCIALE”

di ANAIS GINORI, da “la Repubblica” del 3/12/2018

– Intervista CHRISTOPHE GUILLUY (geografo, ricercatore dei fenomeni sociali, e che ha studiato la mappa delle classi sociali escluse dalla globalizzazione) – “Ora tutti vedono il problema di una classe media che non arriva a fine mese. Ma ormai siamo arrivati all’insurrezione”

PARIGI – Il geografo Christophe Guilluy ha inventato quattro anni fa il termine “FRANCE PÉRIPHÉRIQUE” mappando sul territorio le classi popolari escluse dalla globalizzazione. «Per molto tempo non sono stato ascoltato», ricorda Guilluy, citato oggi come uno dei primi intellettuali ad aver avviato una riflessione sul divorzio tra popolo ed élite. I suoi libri – l’ultimo “NO SOCIETY” che sarà tradotto in Italia – sono al centro dell’analisi sui gilet gialli, la grande rivolta della Francia Periferica. «È in corso una secessione interna all’Occidente», spiega Guilluy.

La Francia è l’epicentro di questa crisi?

«Da anni spiego che c’è un elefante malato in mezzo al negozio di porcellana. Molti rispondevano: ma no, è solo una tazza scheggiata. E invece l’elefante eccolo qui: è la classe media. Sono agricoltori e operai, famiglie delle zone semiurbane, piccoli commercianti e imprenditori che non arrivano a fine mese. Dopo Brexit, elezione di Trump, cambio di governo in Italia, tutti vedono il problema ma siamo ormai arrivati a un punto di insurrezione».

Quando è cominciata la “secessione” tra popolo ed élite?

«Io prendo come inizio la famosa frase di Margaret Thatcher del 1987: “There is no society”. Il suo messaggio è stato ripreso non solo dai conservatori ma dall’insieme delle classi dominanti occidentali.  Tutte hanno abbandonato la nozione di bene comune in favore della privatizzazione dello Stato.  Siamo così entrati in quella che definisco “a-società”, con la crisi della rappresentanza politica, l’atomizzazione dei movimenti sociali, l’arroccamento delle borghesie, l’indebolimento del welfare».

Tutte le statistiche dimostrano che la Francia è oggi più ricca di qualche decennio fa. Non è un paradosso?

«È un andamento che giova solo al ceto medio alto: sono i vincenti della globalizzazione ormai asserragliati tra Parigi e le altre grandi metropoli. Il modello economico non sa integrare la maggioranza dei lavoratori».

C’è una specificità francese?

«Esiste una Francia periferica come esiste un’Italia periferica, tra Mezzogiorno e altre zone remote. Mentre la sinistra pensa sia solo una questione sociale, la destra riduce tutto a una crisi identitaria. Sbagliano entrambi. E a complicare le cose in Francia c’è un sistema di fabbricazione delle élite che produce un pensiero conformista».

Dove porterà questa crisi?

«È solo l’inizio. La buona notizia è che ormai i perdenti non sono più invisibili. Quel che succede in Francia ne è una straordinaria dimostrazione».

Ovvero?

«Non è un caso che il movimento abbia preso come simbolo il gilet giallo usato dagli automobilisti per essere avvistati sulle strade. È un modo rudimentale di combattere contro l’invisibilità sociale. I gilet gialli hanno già vinto la loro battaglia culturale come direbbe Gramsci. Finalmente si parla di loro».

L’unico collante della protesta è l’opposizione a Macron? Continua a leggere

LA LIBIA (paese ricchissimo di petrolio) CERCA LA PACE, tra i tanti poteri: Fayez Al Sarraj, primo ministro di Tripoli; Khalifa Haftar, leader della Cirenaica; 120 tribù; Città-Stato come Misurata e Zintan; i Tuareg; Milizie armate e Brigate; e PRIGIONI di tortura agli immigrati – La CONFERENZA DI PALERMO è servita alla pace?

CHE COSA SUCCEDE IN LIBIA – Ma qual è la situazione in Libia? Un dipinto tragico per non dire drammatico di un paese lacerato tra milizie che si spartiscono un territorio ricco di petrolio

   La CONFERENZA DI PALERMO, tenuta nei giorni 12 e 13 novembre scorsi, voluta e organizzata dall’Italia (e avallata da ONU e UE, da USA e RUSSIA, dai vicini di casa della Libia come l’EGITTO e da Paesi assai influenti in Libia come la FRANCIA), non ha risolto granché del caos che sta vivendo quel Paese, così vicino a noi (non solo geograficamente, ma anche storicamente -dal 1911 al 1943 è stata colonia italiana, ferocemente da noi governata-, e per le risorse energetiche che ora ci fornisce).

FAYEZ AL-SARRAJ, 58 anni, è il PRESIDENTE DEL CONSIGLIO presidenziale e PRIMO MINISTRO del governo di unità nazionale della Libia, che si trova a Tripoli (in TRIPOLITANIA). La TENUTA del suo esecutivo, RICONOSCIUTO DALL’ONU e sostenuto dall’Italia, è MINACCIATA dall’iniziativa di Brigate e Milizie e dal Capo della CIRENAICA, KHALIFA HAFTAR

   Intitolato “PER LA LIBIA E CON LA LIBIA”, l’appuntamento di Palermo s’è svolto tra enormi difficoltà. Fino a un’ora prima dell’inizio, non c’era una lista dei partecipanti. Poi però un po’ tutti gli invitati si sono presentati. E non è cambiato granché della situazione attuale libica (situazione che qui di seguito descriviamo), però tutti i soggetti in campo dicono che è servita nel processo di pacificazione che quel Paese può (speriamo) raggiungere.

KHALIFA HAFTAR, l’uomo forte della CIRENAICA. Prima sostenitore di GHEDDAFI poi suo nemico, ha combattuto in Sinai e Ciad, poi si è rifugiato negli Usa e ha ottenuto il passaporto. Prima di tornare in Libia ed essere NOMINATO dal Parlamento Nazionale di Tobruk (CIRENAICA) a CAPO DELL’ESERCITO NAZIONALE LIBICO. E’ così che con i suoi uomini governa la CIRENAICA. È sostenuto dall’EGITTO, dalla RUSSIA e dagli EMIRATI ARABI UNITI, in contrapposizione all’UOMO APPOGGIATO DALL’OCCIDENTE E DALL’ONU, FAYEZ AL-SERRAJ, presidente del Consiglio presidenziale del governo di accordo nazionale

   Pur non essendoci stati risultati di “progresso” verso la pacificazione, il fatto che le parti in causa e le maggiori potenze europee e mondiali “interessate” alla Libia, vi abbiano partecipato positivamente (a parte la Turchia che se ne è andata prima), fa sì che si è guadagnato qualche mese di stand by, verso la riconciliazione e poi le elezioni. Perché è prevista una CONFERENZA NAZIONALE PRELUDIO DELLE ELEZIONI in Liba (conferenza che si potrà svolgere nelle prime settimane del 2019), Conferenza nazionale in Libia organizzata dall’inviato dell’Onu GHASSAN SALAMÉ, probabilmente appunto a gennaio, per poi andare alle ELEZIONI “UNITARIE” di tutto il Paese entro giugno 2019. Va nel contempo approvata una COSTITUZIONE, che comprende la LEGGE ELETTORALE, senza la quale è impossibile andare alle elezioni. Una Costituzione che, si dice, sarebbe già pronta; da far votare al Parlamento di Tobruk (in Cirenaica) e da un referendum nazionale.
I due principali soggetti in campo c’erano a Palermo: FAYEZ AL-SARRAJ, presidente del consiglio presidenziale e primo ministro del Governo di unità nazionale della Libia, che si trova a Tripoli (in TRIPOLITANIA); e KHALIFA HAFTAR, l’uomo forte della CIRENAICA, nominato dal Parlamento nazionale di Tobruk (appunto in Cirenaica) a capo dell’esercito nazionale libico. Haftar vuole comandare l’esercito unificato libico: solo così può riconoscere come primo ministro (fino alle prossime elezioni) Al-Sarraj.

(foto: TRIPOLI E LE MILIZIE CHE LA CONTROLLANO) – LE MILIZIE ARMATE – “(…) A TRIPOLI (la capitale) c’è una LOTTA PER LA SOPRAVVIVENZA CONTINUA, in una realtà caratterizzata da scontri a fuoco e violenze. SONO LE MILIZIE ARMATE CHE TENGONO IN MANO LA SITUAZIONE e controllano tutta la città, quartiere per quartiere. TRIPOLI È DIVISA IN FAZIONI, la situazione è costantemente tesa e GLI SCONTRI SONO ALL’ORDINE DEL GIORNO. (…) Esiste un preciso SISTEMA DI PARTIZIONE DELLA CITTÀ. In teoria, le MILIZIE sono ufficialmente riconosciute dal ministero dell’Interno e partecipano al governo nazionale di Tripoli, quindi dovrebbero essere attori istituzionalizzati. In realtà, SONO LORO AD AVERE IL CONTROLLO DELLA VITA QUOTIDIANA (…sono nelle banche, controllano i flussi di denaro, controllano … in un sistema di corruzione e loschi scambi (…).” (da http://www.sicurezzainternazionale.luiss.it/ – 18/9/2018)

   Mancavano a Palermo quelle che vengono un po’ definite in Libia le CITTA’-STATO (Misurata, Zintan) cioè entità di fatto che si autogovernano, autonome da qualsiasi potere….
E naturalmente mancavano quelle MILIZIE ARMATE che spadroneggiano in molti territori, e nella stessa Tripoli… Come mancava la 7° BRIGATA DI TARHUNA, i cosiddetti «insorti» contro le milizie (Tarhuna è l’enclave dei ribelli della Settima brigata che anche il 14 novembre scorso hanno fatto rombare di nuovo i cannoni contro le milizie di Tripoli), e che lo scorso agosto hanno innescato la rivolta contro le milizie di Tripoli.

Non sarà certo una STRETTA DI MANO a risolvere la crisi della Libia; tuttavia quella che FAYEZ AL SARRAJ (primo ministro di Tripoli) e KHALIFA HAFTAR (l’uomo forte della Cirenaica) si sono scambiati a Palermo ha un forte significato politico e segna, immortalato in una foto ufficiale, un passo in avanti nel tentativo di stabilizzazione della Libia (…) (13/11/2018, da http://www.today.it/mondo/)

   La società libica è molto composita, NEL PAESE VI SONO ALMENO 120 ETNÌE (TRIBÙ le chiamano); al sud vi è una forte PRESENZA TUAREG (popolo berbero, tradizionalmente nomade, stanziato lungo il deserto del Sahara, in Mali, Niger ma anche in Algeria, Burkina Faso, Ciad…). I maggiori quattro leader libici non sono in grado di rappresentare tutto questo variegato mondo dentro i confini della Libia (i quattro leader più importanti cui ci siamo appena riferiti sono, oltre ad 1- HAFTAR, e 2- AL SERRAJ, 3- KHALED AL-MESHRI, presidente a Tripoli del Consiglio di Stato, mentre da Tobruk l’altro attore fondamentale è 4- AGUILA SALEH, presidente del parlamento).
Quel che è certo è che questo volere il controllo del territorio di tutti questi soggetti in campo (dai “grandi capi” -Al Serraj e Haftar- alle centinaia di milizie che spadroneggiano piccoli o medi territori), tutti sono sì interessati al potere, ma ancor di più tengono a PARTECIPARE ALLA DISTRIBUZIONE DEI DOLLARI DEL PETROLIO. Perché la LIBIA è in primis TERRITORIO RICCHISSIMO DI RISORSE ENERGETICHE (petrolio, in primis, vende un milione di barili l’anno; ma anche gas) e così girano moltissimi soldi.

giugno 2018: Milizie libiche schierate contro il generale Haftar esultano dopo aver conquistato il terminal petrolifero di Ras Lanuf, nell_Est del Paese _DA IL SOLE 24ORE

   E’ l’elemento principale (la SPARTIZIONE DEI SOLDI DEL PETROLIO). Una delle cose che pare possano positivamente e sicuramente accadere entro breve è appunto l’UNIFICAZIONE DELLE DUE BANCHE CENTRALI e dei due Enti petroliferi attuali (basati ciascuno ora su Tripoli da una parte e Bengasi dall’altra). Questa cosa (l’unificazione bancaria) sembra che si farà a breve, perché è interesse delle parti che avvenga (sotto l’egida dell’Onu). Ora i soldi del petrolio e del gas arrivano nei forzieri delle due Banche e non si sa dove vanno a finire.
Pertanto è interesse “di tutti” che si controllino questi flussi finanziari. E, del resto, lo sviluppo della Libia, dei servizi essenziali per il suo popolo detenuti dal “Potere”, del (ri)trovare pace e serenità e guardare al futuro positivamente, è legato ad avere a disposizione quella ricchezza economica che c’è ma che invece sta sfuggendo.

MIGRANTI IN LIBIA in un campo di detenzione

   E’ così che il “guardarsi” seppur con diffidenza delle maggiori due parti in causa (Al Serraj e Haftar), se si metteranno d’accordo nel controllare insieme il potere senza la paura che l’uno elimini l’altro, e controllare insieme pure il fiume di petrodollari che entra nel Paese (e così poter anche accontentare le tribù locali, e forse qualche milizia posta al loro servizio); se tutto questo può accadere nelle prossime settimane e mesi, è possibile che la Libia diventi un Paese (con Tunisia, Algeria, Marocco, forse in futuro anche l’Egitto) importante della sponda sud del Mediterraneo; di proficua collaborazione e cooperazione.

Mappa della composizione etnica della Libia (da Wikipedia)

Paese importante, se pacificato, cui noi, e tutta l’Europa, meridionale ma non solo, possiamo allacciare progetti di civiltà (ora inesistenti nell’anarchia violenta di adesso) dove anche il fenomeno dell’immigrazione e della povertà dei paesi del Sahel (Gambia, Senegal, Mali, Burkina Faso, Niger, Nigeria, Camerun, Ciad, Sudan, Sud Sudan, Eritrea) e del Centrafrica (Angola, Guinea, Gabon, Rep. Centrafricana, Congo…) possa risolversi positivamente.

Massimiliano Boccolini; Alessio Postiglione, “SAHARA, DESERTO DI MAFIE E JIHAD, COME NARCOS, SEPARATISTI E CALIFFI MINACCIANO IL MEDITERRANEO” (ed. Castelvecchi) – Dall’espansione dell’Isis al ruolo delle mafie, dalle attività del Fronte Polisario al ritorno alle armi dei Tuareg. Il deserto del Sahara è un crocevia di traffici di armi, droga ed esseri umani. Rotte carovaniere di un’economia criminale che salda il narco-jihadismo alle mafie internazionali. Con un obiettivo: destabilizzare il pianeta

   Il tema migranti in Libia in questo momento è tema prioritario (anche se alla Conferenza di Palermo non se ne è parlato) Sono 700mila i migranti illegali in territorio libico: alcuni impiegati nei lavori manuali (c’è anche da dire che la Libia, come tanti paesi petroliferi in quella parte del mondo, ha sempre impiegato stranieri); ma moltissimi immigrati sono ora rinchiusi e torturati nelle prigioni che lì ci sono… una Libia unitaria con standard democratici non potrebbe che fare un passo in avanti anche nei metodi umanitari. (s.m.)

………………………..

CONFERENZA PALERMO, UN SUCCESSO O ‘UNA SCENEGGIATA’? VIENE IL SOSPETTO CHE AI LIBICI VADA BENE COSÌ
di Giampiero Gramaglia, giornalista consigliere IAI*, 14/11/2918, da “Il Fatto Quotidiano”*
Alla fine, ti viene il sospetto, o forse capisci, che a loro va bene così: trascinare avanti la pantomima d’una trattativa e d’una sequela di litigi, che d’improvviso divengono scaramucce di guerra imbrattate da schizzi di sangue, senza mai arrivare a un’intesa e senza mai tornare alla guerra civile.
Perché, così, ciascuno conserva la sua fetta di potere: il generale HAFTAR dai tanti passati e il premier AL SARRAJ senza popolo e senza territorio e i signori delle milizie lungo la costa e dentro il deserto, ben pagati per tenere i barconi in secco e per proteggere i pozzi di petrolio degli uni – gli italiani – e degli altri – i francesi. Se invece la macchina della pace e della stabilizzazione, messa in moto dall’Onu e dalla comunità internazionale, dovesse funzionare, loro rischiano, il giorno che si votasse, di perdere influenza, potere e soldi. Continua a leggere

RAPPORTO MIGRANTES 2018: LA GEOGRAFIA DEGLI ITALIANI CHE VANNO A VIVERE ALL’ESTERO – Se ne va chi per lavoro, necessità, o per trovare nuove motivazioni; per avventura e scoprire nuovi luoghi; o per vivere bene la pensione, per rifiuto dell’Italia… con aspettative a volte confermate, e spesso deluse

LA MOBILITÀ ITALIANA VERSO L’ESTERO CRESCE. Si è passati da poco più di 3,1 milioni di iscritti Aire (Anagrafe Italiani Residenti all’Estero) nel 2006 ai 5,1 milioni del 2018. Un aumento del 64,7%. I nuovi iscritti Aire ammontano a 243 mila per l’anno 2017, con 128.193 per espatrio (+ 3,2% rispetto all’anno precedente). PER QUANTO RIGUARDA LE FASCE DI ETÀ, A PARTIRE SONO SOPRATTUTTO I GIOVANI TRA I 18-34 ANNI (37,4%)

   Il 24 ottobre scorso a Roma, è stata presentata la tredicesima edizione del Rapporto ITALIANI NEL MONDO realizzato dalla “FONDAZIONE MIGRANTES” (organismo pastorale della CEI – Conferenza Episcopale Italiana). Uno studio assai complesso, interessantissimo, dai contenuti molteplici (sono ben 500 pagine) che traccia (dal 2006) i modi e l’evoluzione della migrazione italiana nel mondo, cioè dove vanno, dove sono gli italiani all’estero.


Perché si va a vivere all’estero?…E’ ora di vedere il fenomeno nella sua complessità, senza stereotipi e semplicismi….è una cosa seria; e chi va a vivere fuori della penisola italica ha poi diritto di essersi a volte sbagliato, e di poter tornare senza sentirsi uno sconfitto. Ad altri va meglio, e si trovano bene nel nuovo luogo, lontano dall’Italia, cui son andati a vivere (non la rimpiangono!).
Si va via per molteplici motivi: per cercare lavoro (o averlo già trovato, all’estero), per amore, per spirito di avventura, per scoprire nuovi luoghi e nuove motivazioni alla propria vita, perché non se ne può più dell’Italia…. Su tutto (prima di andare ad esplicare qualche dato dal Rapporto Migrantes) c’è la necessità di ribadire che uno dei diritti fondamentali della persona è il “DIRITTO ALLA MOBILITÀ”; e chi si sposta dal proprio luogo di origine, dovrebbe averne piena facoltà e diritto (come anche di poterci rimanere).

AREE GEOGRAFICHE – Le province più colpite nel 2017/2018 dalle migrazioni sono quelle di Milano, Roma, Genova, Torino e Napoli. A livello regionale, al primo posto troviamo la Lombardia, seguita da Emilia Romagna, Veneto, Sicilia e Puglia. Le DESTINAZIONI PREFERITE sono quelle europee: la GERMANIA (20.007 arrivi) distanzia di molto il REGNO UNITO (18.517) e anche la FRANCIA (12.870). Crescita significativa invece quella del PORTOGALLO con un +32%

   Tornando al Rapporto Migrantes 2018 (presentato il 24 ottobre scorso), questo si avvale di molti autori (sessantaquattro) ed è coordinato da Delfina Licata, ricercatrice sociale, sociologa, che stabilmente cura il Rapporto e collabora con varie riviste su argomenti che trattano della mobilità delle persone (in Italia, in Europa, nel mondo).
Anche nel Rapporto 2018, viene confermato il trend crescente della mobilità italiana verso l’estero. Dal 2006 al 2018, la mobilità italiana è aumentata del 64,7%, passando da poco più di 3,1 milioni di iscritti all’AIRE (l’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero) a più di 5,1 milioni (ma, diciamo noi, tanti vanno via non si iscrivono nelle loro anagrafi comunali all’Aire, e quanti saranno?…).
Al 1° gennaio 2018, gli italiani residenti all’estero (e iscritti all’Aire) sono poco più di 5 milioni: l’8,5% dei quasi 60,5 milioni di residenti totali in Italia. Sono storie di speranza, di successi, ma spesso anche di dolore, di questi italiani all’estero. Quasi 130mila hanno lasciato l’Italia nel 2017, con un significativo incremento degli espatriati over 50. Il panorama è davvero variegato, e ci sono anche situazioni di disagio, come quelle degli illegali in Australia o di chi vive per strada a Londra (questi contesti di disagio vengono chiamati “migrazione malata”).

Emigrati italiani alla stazione di Wolfsburg, Germania, 1970 (foto ripresa da da http://www.noteverticali.it)

   Nell’ultimo anno, gli italiani sono partiti pressoché da tutta Italia (sud, centro, nord, le isole) e sono andati in 193 località diverse del mondo, di ciascuna realtà continentale. Milano, Roma, Genova, Torino e Napoli sono le prime cinque province di partenza. La prima regione di partenza è la LOMBARDIA (21.980) seguita, a distanza, dall’EMILIA-ROMAGNA (12.912), dal VENETO (11.132), dalla SICILIA (10.649) e dalla PUGLIA (8.816). La GERMANIA (20.007 arrivi) torna ad essere, quest’anno, la destinazione preferita distanziando il REGNO UNITO (18.517) e la FRANCIA (12.870). E poi anche verso Marocco, Thailandia, Spagna, Portogallo, Bulgaria, Tunisia, Santo Domingo, Cuba, Romania….
Pertanto dal 2006, c’è la cognizione di un processo chiaro: cioè che la mobilità italiana verso l’estero cresce. E quest’anno, dal punto di vista dei contenuti, il Rapporto si è soffermato di più sulle NEOMOBILITÀ. Dove vanno quelli “nuovi” che partono e perché? E si scoprono successi, grande storie, oppure appunto (come dicevamo qui sopra) fenomeni di “migrazione malata”.
E’ interessante questo (annuale) studio della Fondazione Migrantes di questi flussi di italiani verso paesi diversi, perché serve a comprenderne la complessità del fenomeno, le differenze tra le diverse motivazioni…

(foto da http://www.lastampa.it)

   In questa nostra epoca la MOBILITA’ si è fatta più facile: fin troppo, forse, aerei low cost che Ti portano in destinazioni cui quasi sempre sei del tutto impreparato a capire dove vai, e se fai il turista torni più ignorante di prima dei luoghi che credi di aver conosciuto…
Dal Rapporto Migrantes si capisce che a partire sono soprattutto i giovani tra i 18-34 anni (37,4%) e giovani adulti tra i 35-49 anni (25%), ma il dato più sorprendente riguarda le fasce di età più alte. In termini assoluti sono nettamente inferiori alle altre, ma l’aumento relativo nel 2017 è sorprendente: 65-74 anni (+26%), 75-84 (+49,8%), over 85 (+78,6%)… INSOMMA PER UN MOTIVO O PER UN ALTRO PARTONO DI PIU’ TUTTE LE FASCE D’ETA’…

Il direttore della FONDAZIONE MIGRANTES, DON GIOVANNI DE ROBERTIS (nella foto) – “LA VERA EMERGENZA È L’ESODO”, “Se oggi c’è un’emergenza in Italia, non riguarda il numero di stranieri che arrivano, ma l’esodo di tanti italiani che lasciano il loro Paese, così come di stranieri che ripartono per altre mete” (così ha detto Don Giovanni e Robertis, nell’ambito della presentazione del RAPPORTO ITALIANI NEL MONDO 2018”)

   Il Rapporto “Italiani nel Mondo 2018” pone comunque l’attenzione su una precisa categoria di migranti italiani oggi in partenza: i giovani e i giovani adulti, coloro cioè che hanno una età compresa tra i 20 e i 40 anni, e che hanno lasciato l’Italia nell’ultimo anno o, al massimo, negli ultimi 5 anni spostando la propria residenza in determinati Paesi del mondo. Si è definito questo movimento NEO-MOBILITÀ.

MAPPA 2016 da il sole 24ore

   Quel che viene da pensare è che mai come adesso ciascuna persona tenta di ridefinire dentro di se quale sia il posto che ritiene migliore per andare a vivere…. (poi quasi sempre si adatta a vivere dov’è, ma questa è un’altra storia) (…cioè, “rimanere” significa che ogni luogo dovrebbe essere di qualità, farlo diventare “CENTRO” positivo, e non “PERIFERIA” mediocre o diseredata) (s.m.)

…………………

ARGENTINA: Costumbres de la comunidad italiana – La realtà italiana all’estero più numerosa è l’Argentina con 819.899 iscritti all’Aire, seguita da Germania (743.799) e Svizzera (614.545). Nel 2017 il Brasile (con italiani 415.933 residenti) ha superato la Francia, che ne conta 412.263. Gli italiani partiti da gennaio a dicembre 2017 sono andati in 193 località del mondo ma soprattutto in Europa (70 per cento) e in America (22,2 per cento) e, più nel dettaglio, nel Sudamerica (14,7). In America Latina preferiscono il Brasile (9.016) e l’Argentina (5.458), rispettivamente in quinta e ottava posizione tra le destinazioni scelte per una nuova vita. (di Maria Grazia Leo, da www_gauchonews_it)

…………………

per leggere la sintesi del rapporto 2018 della Fondazione Migrantes:

Fondazione Migrantes – RAPPORTO ITALIANI MONDO NEL 2018 – Sintesi (3)

…………………………..

LISBONA – Da diversi anni molti cittadini europei, in particolare italiani, DECIDONO DI TRASFERIRSI DA PENSIONATI IN PORTOGALLO. La Convenzione del 14/05/1980, n.18, stipulata tra Italia e Portogallo, ha eliminato la doppia imposizione fiscale, mentre il “Decreto legge Portoghese n. 249/2009 del 23/09/2009” ha stabilito, in favore dei redditi da pensione dei cittadini stranieri, una esenzione fiscale per 10 anni, decorrenti dall’ottenimento dello “Status di Residenti non Abituali”. Purtroppo la Convenzione di non doppia imposizione, stipulata fra l’Italia ed il Portogallo, non può essere applicata agli ex dipendenti pubblici (Ex Inpdap), per i quali le alternative di trasferimento, con convenzione fiscale sono, attualmente, limitate a soli quattro paesi al mondo (TUNISIA, SENEGAL, CILE, AUSTRALIA, ma quest’ultima tuttavia, oltre ad essere molto distante dall’Italia, da diversi anni non concede facilmente questo tipo di visto ai pensionati) (dal sito http://www.felicinpensione.org/ )

………………………..

NON SOLO “CERVELLI IN FUGA”: IL RAPPORTO MIGRANTES PRESENTA LE TANTE ITALIE NEL MONDO
di Riccardo Giumelli 25/10/2018, da http://www.lavocedinewyork.com/
– Il nuovo report non solo monitora l’emorragia di talenti dal nostro Paese, ma soprattutto racconta successi e difficoltà dei connazionali all’estero – Premesso che i dati (AIRE) sono un elemento oggettivo ma raccontano solo un parte, al ribasso, del fenomeno, definiscono, dal 2006, un processo chiaro: la mobilità italiana verso l’estero cresce. Dal punto di vista dei contenuti quest’anno il Rapporto si è soffermato sulle NEOMOBILITÀ. Dove vanno quelli che partono e perché? E si scoprono successi, grande storie ma anche fenomeni di “MIGRAZIONE MALATA” –
“Il diritto al viaggio come diritto all’esistenza”, queste le parole che possono fare da sottotitolo al Rapporto Italiani nel mondo 2018 della Fondazione Migrantes, appena presentato. Il tutto in 500 pagine, 64 autori e 50 saggi. Diritto al viaggio come diritto alla mobilità, elemento fondamentale per la costruzione della propria felicità. Perché, ricordiamolo, ai termini emigrazione ed immigrazione dobbiamo associare immediatamente quello di mobilità, che meglio racconta i processi contemporanei. Continua a leggere