L’ASIA ESISTE: continente “nuovo”, che si affaccia all’Europa ora in modo ufficiale – LA VIA DELLA SETA (YI DAI YI LU, UNA CINTURA UNA STRADA) come nuove e/o rinnovate infrastrutture proposte dalla CINA per gli scambi nei rapporti commerciali – CHE FARE? Accettare la proposta cinese o rifiutare il confronto?

La mappa della Via della Seta (da http://www.lastampa.it/) – La VIA DELLA SETA È MIGLIAIA DI ANNI PIÙ VECCHIA DI QUANTO SI PENSI e potrebbe essere stata percorsa già nel 3000 a. C. dai PASTORI NOMADI CON LE LORO GREGGI, che attraversavano le MONTAGNE DELL’ASIA CENTRALE. Non c’è certezza sulle sue origini. Con un accurato lavoro di confronto delle immagini satellitari e attraverso un algoritmo informatico complesso, un PROFESSORE DI ANTROPOLOGIA dell’Università di Washington, MICHAEL FRANCHETTI, HA RICOSTRUITO VIRTUALMENTE LA ROTTA COMMERCIALE PIÙ FAMOSA DEL MONDO, che unisce il Mediterraneo e la Cina. LA RICERCA È STATA PUBBLICATA SULLA RIVISTA NATURE, con un’anticipazione del quotidiano londinese TIMES. «Le posizioni delle città antiche, I santuari e le fermate dei caravan hanno a lungo illustrato i punti chiave di interazione lungo questa vasta rete, ma gli itinerari non si sono mai conosciuti». I PERCORSI DETTAGLIATI, utilizzati per millenni da mercanti, monaci e pellegrini per navigare e interagire attraverso gli altipiani dell’Asia interiore, NON SONO MAI STATI CHIARI. In più, scavare in vaste aree di territorio dal terreno inospitale o politicamente instabile come l’Afghanistan, non è possibile. IL TEAM HA UTILIZZATO FOTOGRAFIE E MODELLI VIRTUALI, PER TRACCIARE I PERCORSI DEI NOMADI PASTORI. L’ALGORITMO scelto è quello utilizzato per misurare QUANTO L’ACQUA SCORRE NEI TERRITORI CHE ATTRAVERSAVA e in qualche caso attraversa ancora. Il gruppo ha, poi, incrociato alcuni dati satellitari, per INTERCETTARE SU QUALI AREE CI FOSSERO I PASCOLI PIÙ VERDI. (LETIZIA TORTELLO, da http://www.lastampa.It/)

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La Via della Seta marittima verso il centro Europa passa per Trieste (immagine da http://www.ilpais.it/) – LA NUOVA VIA DELLA SETA PASSERÀ PER L’ITALIA? – Cos’è la “Belt and Road Initiative” e perché il documento che sta per firmare il governo preoccupa Stati Uniti e Unione Europea – La notizia delle intenzioni del governo italiano di firmare un DOCUMENTO D’INTESA con la Cina riguardo alla “BELT AND ROAD INITIATIVE” è finita anche sui giornali internazionali: l’Italia potrebbe infatti diventare il PRIMO PAESE DEL G7 A PRENDERE ACCORDI per quello che sarà il più grande e ambizioso piano di infrastrutture della storia recente dell’umanità. Ma l’Unione Europea e soprattutto gli Stati Uniti guardano con preoccupazione ai progetti espansionistici della cosiddetta “NUOVA VIA DELLA SETA”, che insieme a centinaia di miliardi di dollari stanno portando in mezzo mondo anche l’INFLUENZA CINESE e l’IDEA di un NUOVO ORDINE MONDIALE CONTRAPPOSTO A QUELLO AMERICANO. I PARERI CRITICI (E PREOCCUPATI) NON SONO POCHI (li troverai in alcuni articoli ripresi in questo POST)

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   L’Italia si prepara a diventare il primo Paese del G7 a sostenere formalmente la BELT AND ROAD INITIATIVE, nota come “NUOVA VIA DELLA SETA”: un grande progetto infrastrutturale che comprende PORTI, LINEE FERROVIARIE, STRADE e CORRIDOI MARITTIMI con cui il presidente cinese Xi Jinping punta a connettere la Cina a Europa e Africa.
Molte sono le perplessità e i dubbi ad avere un maggiore rapporto di interscambio con la Cina, specie con infrastrutture che loro stessi (i cinesi) potranno condividere, controllare, “esserci” nella quotidianità degli interscambi nel territorio italiano. Nell’esporre in questo post questi dubbi e perplessità, noi qui vogliamo esprimere UN PARERE FAVOREVOLE CHIARO SIN DALL’INIZIO A QUESTO NUOVO RAPPORTO PIÙ STRETTO CON L’ECONOMIA E IL MONDO ASIATICO, DELLA CINA (MA NON SOLO).

IL PORTO DI TRIESTE E’ IN POSIZIONE PRIVILEGIATA PER “LA VIA DELLA SETA” VERSO IL CENTRO EUROPA

   E che questa possibilità che si crea adesso (con questo Governo) è stata peraltro perseguita coerentemente con i governi precedenti (di forze ora all’opposizione): l’allora premier Gentiloni, nel maggio 2017, al BELT AND ROAD FORUM FOR INTERNATIONAL COOPERATION a PECHINO, si era premurato di sottolineare la posizione privilegiata dell’Italia nel cuore del Mediterraneo nonché il potenziale del Paese sul fronte dei porti e della logistica. E in occasione di quel forum Gentiloni parlò anche della necessità della costruzione di una «VIA DELLA SETA DELLA CONOSCENZA», puntando l’attenzione sui proficui scambi scientifici e culturali che – accanto agli importanti contatti commerciali – fanno parte da secoli dell’interazione tra Italia e Cina. Pertanto nel mondo politico, di adesso e di prima, vi può essere una maggioranza trasversale disponibile a rapportarsi in modo positivo al mondo asiatico che sta crescendo, alla Cina.

Cos’è il MEMORANDUM OF UNDERSTANDING (MoU) e perché l’imminente firma da parte dell’Italia crea tanto scompiglio? Si tratta di un DOCUMENTO DI INTESA (non un contratto, né un trattato, né un accordo) SUGLI AMBITI DELLA COOPERAZIONE BILATERALE nei settori dei TRASPORTI, INFRASTRUTTURE, LOGISTICA, AMBIENTE e FINANZA. Non ci sono obiettivi né contenuti precisi, ma espressioni vaghe, per esempio su un avanzamento delle relazioni politiche tra i due paesi firmatari. Come tutti gli altri MoU firmati dalla Cina, gli AMBITI DI COOPERAZIONE sono gli stessi CINQUE che costituiscono i risultati ufficiali previsti per la Bri: 1-COORDINAMENTO DELLE POLITICHE, 2-CONNETTIVITÀ E INFRASTRUTTURE, 3-LIBERO SCAMBIO, 4-INTEGRAZIONE FINANZIARIA e 5-SCAMBI CULTURALI. (da http://www.trend-online.com/)

   Perché riteniamo sia nella tradizione italiana (dall’antichità romana, alle repubbliche marinare, ai miti dell’arte e dei paesaggi artistici italiani conosciuti nel mondo, all’emigrazione otto-novecentesca degli italiano in tutto il mondo) del non temere il rapporto di interscambio e conoscenza con chi è e viene da lontano; e poi nella mai passata, nell’immaginario collettivo, figura di Marco Polo, che (lui) rende partecipe delle sue avventure in Cina (e di quel mondo sconosciuto) il compagno di prigionia Rustichello da Pisa che le trascrisse poi in un’opera divenuta famosa come “Il Milione”. Ma anche la presenza in Cina del missionario Matteo Ricci (che ora il papa vuole riconoscere la sua opera di evangelizzazione in Oriente) dimostrano che vi è una tradizione italica di apertura al mondo che va valorizzata nei suoi aspetti positivi.
OK, abbiamo forse esagerato nel richiamare Marco Polo e Matteo Ricci, ma la leggendaria (ma non tanto) “Via della Seta” di cui si parla oggi (rivista in chiave moderna con infrastrutture innovative nei porti, nelle strade marittime, nelle tecnologie più futuristiche), quella “via della seta” viene ora richiamata come base del nuovo rapporto con i cinesi.

5G da http://www.ilmessaggero.it/ – Il “5G”, cioè le RETI MOBILI DI QUINTA GENERAZIONE, faranno fare un balzo alla velocità di connessione non solo degli SMARTPHONE ma anche dei DISPOSITIVI DELLA CASA CONNESSA, AUTO, SMART CITY, DRONI, IMPIANTI PRODUTTIVI. È lo standard del futuro e guiderà l’evoluzione di Internet. Leader del mercato sono HUAWEI, NOKIA ed ERICSSON, ma l’azienda cinese vale da sola il 30% del mercato. E DONALD TRUMP ha lanciato l’allarme, facendo pressione sugli alleati, perché teme che il 5G sia il cavallo di Troia di Pechino per spiare tanti paesi. IL 5G È CONSIDERATO IL NUOVO WEB PERCHÉ È LA RETE CANDIDATA A GESTIRE IL COSIDDETTO INTERNET DELLE COSE.

   E già da decenni industrie manifatturiere italiane hanno stabilito rapporti in Cina, sempre per condizioni fiscali favorevoli e manodopera con regole poco garantiste e a bassissimo prezzo. Ma ora forse è venuto il momento di pensare a un rapporto diverso, paritario. La parola “paritario” è evocata molto adesso. Perché secondo gli americani, che guardano con ostilità all’espansionismo economico cinese, la “Belt and Road Initiative” è una “debt trap”: cioè una trappola del debito. In altre parole, molti dei 153 Paesi che hanno finora aderito al programma di investimenti cinese, in particolare i più poveri di Africa e Asia, hanno finito per trovarsi indebitati fortemente con Pechino. Ricambiando i creditori cinesi con la proprietà di porti (il Pireo in Grecia, ad esempio), altre infrastrutture strategiche, e ogni ricchezza patrimoniale vendibile. E chi possiede il debito di un Paese ne controlla in larga misura anche la sovranità.

silk-road, da Il Fatto Quotidiano – BELT AND ROAD INITIATIVE (BRI), nuova VIA DELLA SETA, ma il suo vero nome è YI DAI YI LU (UNA CINTURA UNA STRADA), il grande progetto geopolitico e commerciale del leader cinese XI JINPING per rilanciare la globalizzazione.

   Quest’ultima cosa è il rischio che paventano gli USA di Trump (preoccupati di questa rafforzata presenza cinese in Italia, testa di ponte per gli altri Paesi europei…), ma anche l’UNIONE EUROPEA che, pur avendo la competenza sulle politiche commerciali dei Paesi aderenti, lascia libertà di commercio ed accordi con altri Paesi ai singoli Stati, pur che si rispettino le regole e i parametri della Unione Europea. Ma, è ovvio che non vi può essere nessuna autonoma presa di posizione italiana senza un beneplacito da Bruxelles. Commissione europea che ha subito detto che nel rapporto con la Cina ci vuole piena unità nell’Unione.

il leader cinese Xi Jinping

   Il fatto è che finora il rapporto con la Cina e il mondo asiatico ha visto gli altri Paesi europei andare in modo autonomo (tutti alla rincorsa delle opportunità offerte sia dal mercato cinese). Pertanto un’azione “italiana” deve sicuramente essere più corretta ed esplicitata nel contesto dell’Unione Europea, nella trasparenza e parità di condizioni per commercio e investimenti basati sulle regole del mercato e sulle norme internazionali.

   Ma lo stesso è da ritenere che un “moderato strappo” di un Paese importante (come è e resta l’Italia), può essere un’iniziativa che non fa solo bene alla penisola italica (in termini di rilancio dei commerci e delle attività connesse), ma anche all’Europa, ai Paesi del Mediterraneo (ai rapporti con l’Africa del nord in primis). Oltreché può far bene alla Cina stessa, che pur presente dappertutto, mantiene un isolazionismo sociale (politico, culturale, di democrazia interna mancante nei diritti del singolo cittadino), che dovrà superare se un rapporto paritario e chiaro può avere con un’Europa attenta alle regole dei diritti umani; e che a sua volta (l’Europa) ha bisogno di superare una fase storica di decadenza nei suoi progetti presenti e futuri per arrivare ad essere convintamente una federazione di “Stati Uniti d’Europa” punto di riferimento nel mondo per la pace e per lo sviluppo di tutti. (s.m.)

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IL SECOLO ASIATICO (ultimo libro di PARAG KHANNA, marzo 2019, Fazi Editore, pagg. 528, euro 25,00) – “CHE COSA INTENDE PER ASIA? «C’è solo una definizione corretta: QUEL TERRITORIO CHE VA DAL MEDITERRANEO E DAL MAR ROSSO AL MAR DEL GIAPPONE. Non solo quello che di solito viene chiamato Estremo Oriente. È arrivato il tempo di riconoscere questa entità nella sua interezza» (Danilo Taino, intervista a PARAG KHANNA, da “LA LETTURA” de “Il Corriere della Sera” del 3/2/2019) 

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One Belt Map Final, da http://www.analisidifesa.it/

(SCHEDE E ALTRI APPUNTI SULL’ARGOMENTO)
– ….”FAR COLLABORARE LE IMPRESE ITALIANE AI GRANDI CANTIERI per infrastrutture che stanno sorgendo sui canali della Via della Seta, dall’Asia al Medio Oriente, all’Africa: investimenti per 900 miliardi di dollari”, dice Xi Jinping, leader cinese. E SI PARLA MOLTO DEI NOSTRI PORTI DELL’ALTO ADRIATICO, TRIESTE SOPRATTUTTO, come approdo della rotta marina verso l’Europa. 67 PAESI HANNO GIÀ SOTTOSCRITTO LA «BELT AND ROAD INITIATIVE», TRA GLI EUROPEI SOLO GOVERNI «PERIFERICI», COME GRECIA, PORTOGALLO E UNGHERIA. L’Italia sarebbe il primo Paese del G7 a salire sul treno della Via della Seta.
– PERTANTO L’ITALIA È INTERESSATA E “DEVE CONCENTRARSI” (se è interesse, se vale la pena) sui due punti strategici che dovrebbero essere il rapporto fondamentale con la Cina: e cioè 1-il nodo dei PORTI (in particolare Trieste e Genova) e 2-quello del 5G (la nuova tecnologia digitale che connetterà non solo le persone, ma anche le cose -come gli elettrodomestici, le reti informative, la robotica di tutti i generi- a Internet, e che gli americani temono maggiormente perché la considerano il cavallo di Troia di Pechino per spiare tanti paesi occidentali, ma anche per il rischio di perdere il loro monopolio in questo campo tecnologico).
– IL GOVERNO ITALIANO NON È IL SOLO nella Ue a guardare verso Pechino e a voler fare affari con il colosso asiatico. Dalla Gran Bretagna alla Germania sono stati finora assai presenti negli “affari” con la Cina, con la disponibilità del governo comunista con loro di investire per aprirsi nuove vie commerciali verso l’Europa.
– PERCHÉ LA FIRMA ITALIANA SAREBBE DIVERSA da quella degli altri tredici paesi europei che hanno già siglato il Memorandum? E’ diversa forse perché l’Italia e fondatrice dell’Unione e tuttora tra i pilastri dell’Europa unita, nonché membro fondatore della Nato; l’Italia sarebbe il primo paese del G7 a firmare un documento d’intesa con Pechino. Finora nessuno tra i grandi Paesi europei ha mai accettato di sottoscrivere un’adesione formale alla Belt and Road Initiative lanciata dal presidente Xi Jinping.
– LA POSSIBILE FIRMA DI UN MEMORANDUM OF UNDERSTANDING (MoU) tra Cina e Italia in relazione a una nostra adesione alla BRI (Belt & Road Initiative, da noi più conosciuta come Nuova Via della Seta) ha scatenato reazioni non positive da parte dell’UE e reazioni quasi isteriche da parte USA. Aldilà del giudizio positivo o negativo sui contenuti del MoU, se le critiche da Bruxelles (in un’ottica UE) appaiono giustificate (il che non significa che debbano farci desistere ove si fosse convinti di vantaggi “reali” e duraturi per l’Italia), quelle di Washington appaiono decisamente arbitrarie.
– In conseguenza del GRANDE SVILUPPO ASIATICO IL COMMERCIO VERSO EST STA ADDIRITTURA SUPERANDO IL TRAFFICO DELL’ATLANTICO. In questo campo non esiste una politica europea ma una concorrenza fra Paesi europei. Fino ad ora la parte del leone è stata giocata da ROTTERDAM e dai PORTI DEL NORD-EUROPA,
– IL CONGIUNGIMENTO PIÙ EFFICACE FRA L’ASIA E L’EUROPA FA CAPO ALL’ALTO ADRIATICO E ALL’ALTO TIRRENO, che sono a due passi dai grandi mercati dell’Unione. Finora nulla è accaduto rispetto ai meno funzionali ma totalmente protagonisti porti del Nord Europa (perché?).
– L’ACQUISTO DI INFRASTRUTTURE (come le RETI ELETTRICHE, o grandi industrie come la PIRELLI, o adesso pure la futuribile partecipazione nei PORTI ITALIANI) da parte cinese non possono “portare via” la rete elettrica, o la fabbrica, o il porto… non ha e non avrebbe senso, e non è materialmente possibile…diversa è la possibilità di acquisire il Know how, la conoscenza, per lo sviluppo interno cinese; ma questo accadrebbe comunque, e non si vede nulla di male dell’utilizzo del sapere tecnologico italiano ed europeo a vantaggio della popolazione cinese.
– Le imprese americane ed europee hanno, fino a un recente passato, moltiplicato i loro investimenti in CINA e hanno aperto le porte agli investimenti cinesi (di quelle europee in particolare la GERMANIA e l’OLANDA, che hanno un attivo molto forte nella loro bilancia commerciale con la Cina); l’ITALIA sopporta invece un pesante passivo della propria bilancia commerciale, cioè ha attualmente un pesante passivo nell’export con la Cina. Niente di male a “rivedere” questo rapporto ora in disavanzo. (s.m.)
– VEDI QUI SOTTO LA BOZZA DEL MEMORANDUM OF UNDERSTANDING (MoU) alla firma tra Italia e Cina dell’incontro in Italia con il leader cinese Xi Jinping:

bozza MEMORANDUM Italia-Cina

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NUOVA VIA DELLA SETA, L’ITALIA AL CENTRO

di Vincenzo Piglionica, 12/3/2019, da TRECANI

(www.treccani.it/magazine/atlante/geopolitica/ )
«L’Italia è una delle principali economie mondiali e un’importante destinazione per gli investimenti. Sostenere la Belt and road initiative offre legittimità all’approccio predatorio cinese agli investimenti e non apporterà alcun beneficio ai cittadini italiani». Le dure parole twittate dall’account del National security council della Casa Bianca lanciano un segnale inequivocabile a Roma: il supporto formale dell’esecutivo alle Nuove Vie della Seta cinesi non incontrerebbe il favore di Washington, contraria a un’iniziativa che interpreta come esclusivamente finalizzata alla tutela degli interessi di Pechino. Continua a leggere

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VENEZUELA NEL CAOS: ora CHE ACCADRA’? (e anche altri Paesi latino-americani NON stanno bene) – Quale progetto (unitario, federalista?) per dare a quel Continente una presenza autorevole nella geopolitica globale con le altre MACRO-AREE GEOGRAFICHE presenti? (Cina, Usa, India, Russia, forse Europa…?)

Il VENEZUELA, con i suoi 33 MILIONI DI ABITANTI distribuiti su una superficie di ben 916.445 km², è un vasto e popoloso Paese dell’America Latina, nella parte più settentrionale del Sud America, affacciato a nord al Mar dei Caraibi. Il Venezuela confina a ovest e sud/ovest con la COLOMBIA, a sud e sud/est con il BRASILE e a est con la GUYANA, anche se in realtà su un territorio di circa 160 mila chilometri quadrati esiste una storica controversia territoriale proprio con la Guyana, tanto che l’area prende il nome di ‘ZONA EN RECLAMACIÓN’. Il nome “Venezuela” è stato storicamente attribuito al navigatore italiano AMERIGO VESPUCCI che navigò sulla costa settentrionale del Sud America nel 1499, per una spedizione navale esplorativa che raggiunse la costa nord-occidentale del paese, ora nota come GOLFO DEL VENEZIA. In quel viaggio, l’equipaggio di Vespucci osservò le costruzioni degli indigeni erette su palafitte di legno appena fuori dalle acque. QUESTO SCENARIO RICORDÒ A VESPUCCI LA CITTÀ DI VENEZIA e da ciò fu inspirato nell’attribuire a questa terra il nome di VENEZZIOLA o VENEZUOLA alla regione. Il termine, che in italiano rinascimentale aveva il significato di piccola Venezia, si trasformò successivamente IN SPAGNOLO in VENEZUELA. – IL VENEZUELA È UNO DEI 17 PAESI DELLA TERRA CON LA MAGGIORE DIVERSITÀ ECOLOGICA, GRAZIE UNA GEOGRAFIA E A UN CLIMA ESTREMAMENTE VARIEGATI che variano da regioni tropicali a climi desertici, da giungle ad ampie pianure fino agli ambienti andini. In questo Stato si trova LA PIÙ GRANDE AREA PROTETTA DELL’AMERICA LATINA CHE COPRE CIRCA IL 63% DEL TERRITORIO NAZIONALE. Il paese è un VERO PARADISO PER QUANTO RIGUARDA LE BELLEZZE NATURALI: nel Venezuela ci sono FORESTE, STERMINATE PIANURE, NUMEROSE ISOLE tra cui spiccano sicuramente Los Roques, la Tortuga e la Isla de Margarita, splendidi laghi (i maggiori sono il Lago de Maracaibo e il Lago de Valencia), deserti, vette e molto altro ancora. (da http://www.meteoweb.eu/)

   La situazione (di fallimento economico) del Venezuela, con la popolazione non in grado nemmeno di avere beni di primaria necessità (alimenti, medicinali…) richiede una svolta per quel Paese, superando l’impasse dell’attuale regime, che ha portato, nel decorso del tempo, assieme alla politica del predecessore Hugo Chavez e fino all’attuale leader Nicolas Maduro, a far sì che un Paese di grande tradizione, importante, fondamentalmente ricco (specie di risorse energetiche, ma anche di cultura, di storia, di vivere civile…) (e terra di immigrazione di tanti italiani) sia ora diventato un Paese alla deriva, alla fame.

Scaffali vuoti nei supermercati venezuelani (foto da http://www.sconfinare.net/) – VENEZUELA: INFLAZIONE ALLE STELLE – IN CINQUE ANNI, IL PIL È CALATO DEL 45% SECONDO L’FMI. La Banca mondiale prevede una contrazione del Pil dell’8% nel 2019, dopo il -18% del 2018. Davanti a una IPERINFLAZIONE, CHE DOVREBBE RAGGIUNGERE QUEST’ANNO IL 10 MILIONI PER CENTO, a metà gennaio Maduro ha quadruplicato il salario minimo a 18mila bolivar (20 dollari secondo il tasso ufficiale), cioè l’equivalente di due chilogrammi di carne. Ad agosto aveva lanciato un piano di rilancio, svalutando il bolivar del 96%. (da http://www.quotidiano.net/esteri/ del 25/1/2019)

   Si temono però, in questo contesto dell’auspicabile superamento del governo di Maduro e della ripresa di un ritorno economico che risolva le necessità primarie dei venezuelani, si teme che ci sia un effettivo rischio che si arrivi a una GUERRA CIVILE (tra oppositori e sostenitori dell’attuale regime); e, dall’altra, che si creino INTROMISSIONI INTERESSATE DI POTENZE ESTERE (ma anche di gruppi finanziari) che possano approfittare della situazione grave del Venezuela per trarne dei vantaggi. Vantaggi del tipo “già visto” in passato in America Latina: Continente per vari decenni del secolo scorso quasi del tutto sotto il controllo, asservito, agli Stati Uniti (che non nascondevano di considerare questo continente come “il giardino di casa”, e pertanto con la volontà di incidere nelle scelte delle nomenclature nazionali, locali)… Adesso però i “pretendenti” ad intromettersi nella vita del Venezuela sono anche altri: le risorse energetiche venezuelane (il petrolio in primis) interessano non solo agli Stati Uniti ma anche a Cina, Russia…

CARACAS, 5 febbraio 2019. (Ignacio Marin, Bloomberg via Getty Images) DA INTERNAZIONALE

   Sperando che il decorrere della crisi venezuelana non porti ad estreme funeste conseguenze (un bagno di sangue), e si crei un nuovo potere democratico in grado di rimettere in sesto l’economia del Paese, vien da dire che il Venezuela in questo momento rappresenta il punto più problematico di un Continente (latino-americano) povero da sempre, e, quel che è peggio, ora del tutto inadeguato a collocarsi con autorevolezza e rispetto nel confronto con le MACRO-AREE mondiali che governano e governeranno il pianeta, nella politica e nell’economia. E “se conti poco, ancora più povero e sfruttato diventi”.

AMERICA LATINA, UN SUB-CONTINENTE IN VENDITA – “IN VENDITA MINIERE, PORTI, TERMINALI DI OLEODOTTI, AUTOSTRADE, CENTRALI ELETTRICHE, RAFFINERIE, AEROPORTI di cui si sa e non si sa che sono cedibili o già promessi. Con la giustificazione che DALL’ISTMO ALLA PATAGONIA SONO TUTTI INDEBITATI A PIÙ NON POSSO e i tassi d’interesse appaiono in risalita. Una situazione simile a quella degli scorsi anni Ottanta. Ma stavolta i creditori non hanno intenzione di fare sconti. Tra i CREDITORI ci sono la RUSSIA e in misura ancora maggiore la CINA (entrambe grandi creditrici anche degli STATI UNITI). IN AMERICA LATINA CERCANO DI ASSICURARSI PARTE DELLE RISORSE ‒ SOPRATTUTTO ENERGETICHE E ALIMENTARI ‒ INDISPENSABILI AI LORO PROGETTI DI SVILUPPO. Approfittando delle periodiche neutralità degli Stati Uniti e dell’INCAPACITÀ EUROPEA di agire coerentemente in favore delle non trascurabili e POSSIBILI SINERGIE CON L’AMERICA LATINA, che funzionerebbero anche come fattore di rafforzamento degli istituti democratici. Ma a eccezione della SPAGNA, che memore del passato imperiale e favorita dalla lingua comune ha cercato di dare alla sua presenza continuità e consistenza, soltanto ITALIA e FRANCIA hanno portato avanti iniziative peraltro sporadiche. (…) (Livio Zanotti, 28/1/2019, da http://www.treccani.it/magazine/atlante/)

   Emblematica è, ad esempio, la crisi che sta vivendo il Brasile, fino a pochi anni fa indicato fra quei Paesi in grande crescita e futuro più che positivo (ricordate i BRICS? …appunto Brasile, assieme a Russia, India, Cina, Sudafrica). E il Venezuela, dal canto suo, è considerato il maggior detentore di risorse petrolifere….

NICOLAS MADURO a una manifestazione con i suoi sostenitori (da il Manifesto) – MADURO sa che le TERRIBILI CARENZE DI CIBO E MEDICINE (che hanno spinto tre milioni di venezuelani a lasciare il paese negli ultimi anni) hanno seriamente eroso il sostegno popolare al regime. Maduro ha ottenuto solo un terzo dei seggi nelle elezioni del 2015 per l’ASSEMBLEA NAZIONALE, e ha risposto cercando di sostituirla con una “ASSEMBLEA COSTITUENTE” rivale (ma l’assemblea nazionale è ancora attiva e Guaidó ne è il presidente). Ha dovuto truccare il voto e incarcerare i dirigenti dell’opposizione per “vincere” le elezioni presidenziali dello scorso anno. Secondo le stime più ottimistiche conserva circa il 15 per cento del supporto popolare. (…)GWYNNE DYER, 7/3/2019, da INTERNAZIONALE (www.internazionale.it/)

   In un contesto così difficile e incerto il Venezuela, risolvendo positivamente (speriamo) la crisi interna, magari con un compromesso tra l’ala democratico-liberale del leader dell’opposizione autoproclamatisi presidente ad interim Juan Guaidò e l’attuale leader Nicolas Maduro (che pur in difficoltà ha il consenso di parte della popolazione e dell’esercito) se si dovesse iniziare un nuovo percorso di pacificazione per il Venezuela, è forse necessario che questo Paese guardi anche all’esterno, a tutta l’America Latina, che dovrebbe iniziare un processo unitario e condiviso per diventare quella “macro-area” di cui dicevamo, in grado di competere con le altre parti del mondo.

Sostenitori di Juan Guaidó a Caracas, 4 marzo 2019 (foto da INTERNAZIONALE) – Il VENEZUELA, dove il leader dell’opposizione e presidente del Parlamento JUAN GUAIDO si è autoproclamato presidente il 23 gennaio scorso DURANTE UNA MANIFESTAZIONE contro il capo dello Stato NICOLAS MADURO, è il PRIMO ESPORTATORE DI PETROLIO DELL’AMERICA LATINA, ma l’oro nero non è stato garanzia di benessere. (…) (da http://www.quotidiano.net/esteri/ del 25/1/2019)

E’ curioso, paradossale, emblematico, che questo possibile progetto di superamento delle singole nazioni latinoamericane fosse nei progetti del grande (leggendario) “libertador” dei Paesi dell’America Latina SIMON BOLIVAR. Patriota venezuelano, nato proprio in Venezuela, a Caracas nel 1783, riconosciuto come il “LIBERTADOR” DELL’AMERICA LATINA che morì poi in esilio, vedendo le sue battaglie in parte vanificate dai potentati locali.
Simon Bolivar voleva appunto unire l’America Latina per farne un soggetto economico autonomo e un attore politico indipendente sulla scena del mondo. Bolivar è stato tra i protagonisti principali (il protagonista!) della liberazione dal dominio spagnolo dell’Ecuador, dell’ Alto Perù (denominatosi poi Bolivia in suo onore); e anche in Venezuela Bolivar lanciò una lotta senza quartiere alla dominazione spagnola….
In questo contesto l’idea, il sogno di Simon Bolivar era proprio di una grande Colombia (come unico soggetto internazionale in grado di trattare alla pari con gli Stati Uniti e la vecchia Europa) in un’America Latina unita…(ma morì, nel 1830, vedendo fallire il suo sogno mentre le truppe di Venezuela e Colombia si affrontavano l’una contro l’altra armate…).
Sintomatico che questo sogno di una grande America Latina unita, adesso, duecento anni dopo, potrebbe essere la prospettiva vera, necessaria, di un rinnovamento generale nella geografia globale dove se vuoi contare devi essere grande e forte. In un sogno di rispetto di ogni specifica territorialità, etnia, di ciascuna persona e di benessere collettivo.
Da qui potrebbe partire il “nuovo Venezuela” ora nel disastro; e tutti gli altri paesi con gravi problemi interni… Servirebbero personalità politiche in grado di fare questo, ma in America Latina (come nel mondo intero) non se ne intravedono di questi tempi. (s.m.)

IL VENEZUELA E IL PETROLIO (carta da LIMES) – VENEZUELA PRIMO AL MONDO PER RISERVE DI PETROLIO – Questo Paese dei CARAIBI, di 916.445 chilometri quadrati e circa 32 MILIONI DI ABITANTI (stando ai dati della Banca mondiale del 2017) è uno dei due membri latino-americani dell’Opec (cioè l’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio), insieme all’ECUADOR. Ha 302,25 miliardi di barili di RISERVE provati, cioè le prime riserve al mondo. In mancanza di liquidità per modernizzare i campi petroliferi, la produzione di petrolio è crollata. A novembre, secondo l’Opec, si è stabilita a 1,13 milioni di barili al giorno, il dato più basso degli ultimi 30 anni. (…)(da http://www.quotidiano.net/esteri/ del 25/1/2019)

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VENEZUELA

LA CRISI VENEZUELANA PROCEDE AL RALLENTATORE

di GWYNNE DYER, 7/3/2019, dalla rivista INTERNAZIONALE (www.internazionale.it/)
Juan Guaidó è tornato in Venezuela il 4 marzo, dopo aver trascorso quasi due settimane a fare il giro delle capitali dell’America Latina che riconoscono la sua rivendicazione di essere il “presidente ad interim” del paese. Per farlo ha sfidato il divieto governativo di lasciare il paese, e dovrebbe quindi essere arrestato da un momento all’altro. O forse no.

Juan Guaidó in un comizio a Caracas, 11 gennaio 2019. (Yuri Cortez, Afp) da Internazionale – La GRANDE DELUSIONE DI GUAIDÓ è arrivata il 2 marzo, dopo aver promesso che centinaia di migliaia di persone si sarebbero recate ai confini per consegnare gli “aiuti umanitari” forniti dagli Stati Uniti e che finora sono stati bloccati dal regime di Maduro. Le cose non sono andate tanto bene. Le masse non si sono presentate e tra i soldati venezuelani che tengono gli aiuti fuori del paese non ci sono state significative diserzioni. (…)GWYNNE DYER, 7/3/2019, da INTERNAZIONALE (www.internazionale.it/)

   Nonostante tutta la feroce retorica, tanto dal campo di Guaidó quanto da quello del regime “eletto” di Nicolás Maduro, le loro azioni rivelano UNA CURIOSA MANCANZA D’URGENZA.
Maduro non ha ancora arrestato Guaidó, anche se in passato ha incarcerato altri dirigenti dell’opposizione per crimini molto meno gravi dell’autodichiararsi presidente. E Guaidó non ha ancora nominato un “vicepresidente ad interim” che prenderebbe il suo posto se dovesse essere incarcerato, il che suggerisce che neanche lui pensa davvero che sarà arrestato.
RILUTTANZA COMPRENSIBILE
Data la frammentaria natura dell’opposizione venezuelana – dove quattro grandi partiti hanno un fragile accordo di condivisione del potere chiamato TAVOLO DELL’UNITÀ DEMOCRATICA (Mud) – la riluttanza di Guaidó nello scegliere un vicepresidente proveniente dai suoi ranghi è comprensibile. È diventato presidente dell’assemblea nazionale nel 2018 solo perché era il “turno” del suo partito, “VOLONTÀ POPOLARE”.

VENEZUELANI IN FUGA – Colpito dal CROLLO DEL COSTO DEL GREGGIO DAL 2014 il Venezuela, che ottiene dal petrolio il 96% delle sue entrate, soffre di una mancanza di moneta che ha fatto precipitare il Paese in una crisi acuta, generando un esodo di venezuelani in fuga da carenze alimentari e di medicine. Non senza conseguenze su diversi Paesi vicini. TRE MILIONI DI VENEZUELANI VIVONO ALL’ESTERO e, di questi, secondo le stime dell’Onu ALMENO 2,3 MILIONI HANNO LASCIATO IL PAESE A PARTIRE DAL 2015. Un dato che, stando alle stime, dovrebbe salire a 5,3 milioni nel 2019. (da http://www.quotidiano.net/esteri/ del 25/1/2019)

   Non può scegliere il suo potenziale sostituto neanche all’interno di “Volontà popolare”, e non esiste un accordo valido che sancisca il diritto di un altro partito dell’opposizione di scegliere questo leader. E quindi, per evitare una lotta all’interno della coalizione Mud nel bel mezzo dello scontro con il regime di Maduro, Guaidó semplicemente non ha scelto alcun vicepresidente ad interim.
D’altro canto, se Guaidó fosse arrestato adesso senza aver nominato un suo vice, ci sarebbe il rischio di un altrettanto grande scontro tra i quattro partiti di Mud a proposito di chi dovrebbe prendere il suo posto. Conclusione: Guaidó agisce come se non dovesse essere arrestato. Naturalmente potrebbe sbagliarsi, ma finora questa è una crisi che si muove con grande lentezza.
La mancanza d’urgenza riguarda anche le forze armate statunitensi che, da quanto si può osservare, non stanno facendo alcun preparativo chiaro d’invasione del Venezuela. Chi s’intende di strategie militari internazionali degli Stati Uniti sa che questi quasi sempre si preparano per settimane o mesi, facendo affluire le proprie truppe prima di varcare effettivamente un confine difeso da altre forze armate. Attualmente questo non sta accadendo.
LE MASSE NON SI SONO PRESENTATE
Perché tutti si muovono così lentamente? Perché tutti sperano ancora che ci possa essere un esito pacifico, se nessuno tirerà troppo la corda adesso.
La grande delusione di Guaidó è arrivata il 2 marzo, dopo aver promesso che centinaia di migliaia di persone si sarebbero recate ai confini per consegnare gli “aiuti umanitari” forniti dagli Stati Uniti e che finora sono stati bloccati dal regime di Maduro. Le cose non sono andate tanto bene. Le masse non si sono presentate e tra i soldati venezuelani che tengono gli aiuti fuori del paese non ci sono state significative diserzioni.
Ma nemmeno Maduro può dormire sonni tranquilli. Sa che le terribili carenze di cibo e medicine (che hanno spinto tre milioni di venezuelani a lasciare il paese negli ultimi anni) hanno seriamente eroso il sostegno popolare al regime.
Maduro ha ottenuto solo un terzo dei seggi nelle elezioni del 2015 per l’assemblea nazionale, e ha risposto cercando di sostituirla con una “assemblea costituente” rivale (ma l’assemblea nazionale è ancora attiva e Guaidó ne è il presidente). Ha dovuto truccare il voto e incarcerare i dirigenti dell’opposizione per “vincere” le elezioni presidenziali dello scorso anno. Secondo le stime più ottimistiche conserva circa il 15 per cento del supporto popolare.
Quanto all’esercito statunitense, non vuole davvero invadere il Venezuela. Sta cercando di voltare la pagina dopo 17 anni di guerre, impossibili da vincere, contro movimenti di guerriglia in Medio Oriente. L’ultima cosa di cui ha bisogno oggi è una nuova serie d’insurrezioni armate con cui fare i conti in Venezuela.
È probabilmente quel che accadrebbe se invadesse il paese. Il regime di Maduro ha sicuramente perso il sostegno popolare, ma anche se solo il 15 per cento della popolazione rimanesse fedele alla “rivoluzione”, ci sarebbero comunque una guerriglia e una resistenza terroristica che potrebbero durare anni.
SPETTACOLARE INCOMPETENZA
Il regime di Maduro si sta lentamente disfacendo, soprattutto a causa della sua spettacolare incompetenza. Tutte le principali economie esportatrici di petrolio sono state colpite dal calo del valore del greggio. Ma solo in Venezuela esistono tante persone che soffrono di malnutrizione grave, e solo in questo paese la produzione di petrolio è crollata in maniera così stupefacente, addirittura di due terzi.
Non è a causa delle sanzioni statunitensi, imposte con decisione solo nel 2017, e non è a causa del “socialismo” (Cuba ha vissuto una crisi di liquidità altrettanto grave dopo il crollo dell’Unione Sovietica, e nessuno è morto di fame). Il motivo è che parole come “reinvestire” e “manutenzione” non fanno parte del vocabolario chavista.
Anche se il regime è probabilmente destinato al collasso, non conviene a nessuno scatenare grandi e durature violenze, calcando troppo la mano adesso. Amnistie e altri accordi potrebbero favorire una transizione pacifica, e c’è ancora tempo per vedere se la cosa potrà funzionare.
Questo non significa che lo scontro non possa avere una conclusione violenta, ma spiega perché i principali attori stanno facendo le cose con tutta questa calma. (Gwynne Dyer, 7/3/2019, da INTERNAZIONALE http://www.internazionale.it/, traduzione di Federico Ferrone)

SIMON BOLIVAR, il patriota venezuelano – nato a Caracas nel 1783 da una famiglia creola – riconosciuto come il “LIBERTADOR” DELL’AMERICA LATINA che morì poi in esilio, vedendo le sue battaglie in parte vanificate dai potentati locali. Due secoli dopo le RIDUCIONES DEI GESUITI, finite in un bagno di sangue, si era ripetuto così lo stesso sacrificio nella SOFFERENZA E UMILIAZIONE DI SIMON BOLIVAR, l’eroe che VOLEVA UNIRE L’AMERICA LATINA PER FARNE UN SOGGETTO ECONOMICO AUTONOMO E UN ATTORE POLITICO INDIPENDENTE SULLA SCENA DEL MONDO, ma che nel 1830, qualche mese prima di morire, davanti alla crisi diplomatica tra due paesi che gli dovevano l’indipendenza, il VENEZUELA che lo aveva esiliato e la COLOMBIA che lo accoglieva senza nessun entusiasmo, affermò disilluso: “HO ARATO IL MARE”. E tuttavia tutta l’America Latina deve alla tenacia di Simon Bolivar la liberazione dal dominio spagnolo: l’Ecuador la ottenne nel 1822 dopo la Battaglia di Pichincha, quando le forze indipendentiste di Jose’ Antonio Sucre, compagno e amico di Bolivar, liberarono definitivamente Quito e i cittadini accolsero l’appello del Libertador ad unirsi alla Grande Colombia. Tre anni dopo, il 6 agosto 1825, l’Alto Perù divenne anch’esso una nazione autonoma con il nome di Repubblica di Bolivar, successivamente cambiato in Bolivia: così il progetto di indipendenza del Sudamerica dalla Spagna era finalmente completo. Erano passati 13 anni dal proclama “GUERRA O MUERTE” lanciato da Simon Bolivar di fronte alla spietatezza degli spagnoli, con i quali aveva intrapreso in Venezuela una lotta all’ultimo sangue e senza quartiere. IL SOGNO AMBIZIOSO DI “UNA GRANDE COLOMBIA” COME UNICO SOGGETTO INTERNAZIONALE IN GRADO DI TRATTARE ALLA PARI CON GLI STATI UNITI E LA VECCHIA EUROPA, però, era destinato al fallimento a causa delle aspre resistenze delle oligarchie locali dei vari Stati.

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IL VENEZUELA DA UN GIORNO ALL’ALTRO

di Livio Zanotti, 6/3/2019, da http://www.treccani.it/magazine/atlante/geopolitica/
Per governare, la politica deve regolare il diritto e la forza, se non funzionali l’uno all’altra deve almeno renderli compatibili. Il Venezuela ormai da tempo non ci riesce. E la loro crescente divaricazione spacca i 33 milioni di abitanti in parti sempre più animosamente avverse e immiserite materialmente e nello spirito. La forza domina ma non governa, il diritto ne è schiavo, ma la sua stessa condizione la indebolisce. Continua a leggere

IL RITORNO DELLA PAURA DELLA BOMBA – INDIA e PAKISTAN si scontrano duramente e minacciano l’uso dell’ARMA NUCLEARE che entrambi possiedono – Oltre il grave episodio tra i due Paesi asiatici, ritorna il pericolo della distruzione atomica del pianeta – Che fare per ABOLIRE LE ARMI NUCLEARI?

KASHMIR – foto da http://www.osservatoriodiritti.it/ – “LO STATO ATTUALE DI TENSIONE INDIA – PAKISTAN – Il 12 Febbraio scorso un GIOVANE MILITANTE KASHMIRI SI È FATTO SALTARE IN ARIA contro un convoglio che trasportava truppe indiane nel distretto di PULWAMA, in KASHMIR, nel peggior attacco alle forze indiane dall’inizio della militanza. IL PREMIER dell’INDIA, NARENDRA MODI si è precipitato ad accusare Il Pakistan, storico nemico, di dare protezione e gruppi terroristici internazionalmente riconosciuti come JAISH-EL-MOHAMMED (JeM), che ha rivendicato l’attacco dove sono rimasti UCCISI 42 SOLDATI delle forze speciali. IL GIORNO SUCCESSIVO, negozi, CASE E AUTO DI KASHMIRI MUSULMANI sono stati DATI ALLE FIAMME dalla maggioranza hindu a Jammu, divisione dello stato federato di Jammu e Kashmir, dove per cinque giorni è stato imposto il coprifuoco. ALLE DICHIARAZIONI VIOLENTE e all’escalation di minacce da un lato all’altro del confine disputato, la LINEA DI CONTROLLO, dopo l’attacco sono seguite le notizie di VIOLENZE E LINCIAGGI CONTRO studenti e commercianti KASHMIRI IN TERRITORIO INDIANO, polarizzando gli animi nel clima di isteria che si respira dopo Pulwama, a meno di DUE MESI DALLE ELEZIONI POLITICHE. MODI NON VUOLE APPARIRE DEBOLE nella delicata questione KASHMIR, il territorio CONTESO DA OLTRE 70 ANNI CON IL PAKISTAN, capace di smuovere gli animi della destra nazionalista che il suo partito rappresenta. (……)” (MARIA TAVERNINI, 27/2/2019, da http://www.osservatoriodiritti.it/

KASHIMIR –  ll Kashmir è una regione storico-geografica situata a nord del subcontinente indiano fra India e Pakistan. Entrambe ne rivendicano la sovranità, mentre la Cina rivendica solo la zona che attualmente controlla: la regioni dell’Aksai Chin e del Shaksgam.

Fu originariamente un importante centro per la religione induista, e, più tardi, anche per il Buddhismo. Intorno alla metà del XII secolo lo scià Mirza divenne il primo monarca musulmano del Kashmir inaugurando la dinastia dei Salatin-i-Kashmir, Sultani del Kashmir. Fu così che, per i successivi cinque secoli, il Kashmir venne governato da sovrani musulmani tra i quali occorre ricordare sia il sultano Sikandar, detto l’Iconoclasta, chiamato anche Alessandro, il quale ascese al trono nel 1398, sia Zayn al-‘Abidin, soprannominato l’Ornamento dei devoti, che divenne sovrano nel 1420. La dinastia dei Mughal dominò il Kashmir fino al 1751. La dinastia afgana Durrani governò il Kashmir dal 1752 al 1820.

Nel 1820 i Sikh, sotto la guida del maharajah Ranjit Singh si annetterono la regione e la governarono fino al 1846. Da quell’anno il maharajah Gulab Singh divenne governatore del Kashmir con il patrocinio dell’Impero britannico. La dinastia dei Dogra dominò il Kashmir fino al 1947. Con la fine dal Raj britannico in India, il principato divenne oggetto di contesa fra tre diverse nazioni, India, Pakistan e Cina.

LA REGIONE DEL KASHMIR è di fatto AMMINISTRATA DA TRE STATI, così suddivisi: l’INDIA (per i territori di JAMMU e KASHMIR); il PAKISTAN (per AZAD KASHMIR e GILGIT-BALTISTAN); la CINA (per AKSAI CHIN e SHAKSGAM). L’area occupata dal GHIACCIAIO SIACHEN, che si trova al confine fra i tre Stati, non ha ancora un confine definito ma è CONTROLLATA DALL’INDIA. (da Wikipedia)

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     Che significa una bomba nucleare fatta esplodere dal Pakistan contro l’India (o dall’India contro il Pakistan)? Non parliamo delle possibili altre reazioni a catena inimmaginabili: solo l’esplosione di due (due!) bombe nucleari (considerando la inevitabile reazione immediata del Paese colpito verso “l’altro”), il lancio incrociato di armi nucleari tra i due Paesi “provocherebbe l’uccisione di milioni di persone nelle regioni colpite, ma causerebbe anche una catastrofe globale senza precedenti. La fuliggine risalita nell’alta atmosfera a seguito delle tempeste di fuoco create dalle esplosioni nucleari PERTURBEREBBE GRAVEMENTE IL CLIMA GLOBALE, provocando una carenza di grano in tutto il mondo e carestie globali che colpirebbero più di un quarto della popolazione mondiale”. Questo afferma Ira Helfand, Co-Presidente di IPPNW (International Physicians for the Prevention of Nuclear War, una federazione di organizzazioni mediche che si batte per l’abolizione delle armi nucleari). Pertanto, anche se cinicamente la morte di milioni di persone a qualcuno può apparire poco coinvolgente se accadde lontano da casa, è bene sapere che ne saremo tutti coinvolti irreversibilmente.

Kashmir, carta rispresa da LIMES – JAMMU E KASHMIR È UN PICCOLO STATO – relativamente alle nazioni che lo circondano, oltre all’India e al Pakistan, la Cina e l’Afghanistan – di 222.236 kilometri quadrati, che occupa un vasto bacino alluvionale tra l’estremità nord-occidentale della catena dell’Himalaya e il versante meridionale del Karakoram. Gran parte del territorio è occupato da foreste. Il Kashmir ha un’economia prevalentemente agricola con una fiorente pastorizia. L’INDUSTRIA PRINCIPALE È LA LAVORAZIONE DELLA LANA. L’aspetto geopoliticamente più rilevante di questa regione è di avere una popolazione – che supera di poco i 12 milioni – a maggioranza musulmana e di essere spartita tra l’India e il Pakistan. LA DIVISIONE DEL KASHMIR È SEGNATA DALLA LINE OF CONTROL 1 (LoC), non riconosciuta come confine internazionale, che partendo dal punto NW605550, tra AKHNUR e GUJRAT, termina nel nulla al punto NJ980420 sul Saltoro Ridge, intorno al Ghiacciaio di Siachen 2. Un terzo dello Stato, comprendente i Northern Territories (Gilgit, Hinza, e Baltisan), e l’Azad Kashmir (Free Kashmir) è controllato dal Pakistan; i restanti due terzi di cui fanno parte Jammu, a maggioranza indù, e il LADAKH, o PICCOLO TIBET, sono stati integrati all’India 3. (da LIMES)

   La crisi India-Pakistan, e la labilità (la facilità) di un possibile ricorso da parte di uno dei due contendenti all’arma nucleare, fa preoccupare e richiederebbe misure e interventi perché questo pericolo non possa mai avverarsi.
Sia l’India, sia il Pakistan, sono due potenze nucleari dotate di un numero non chiaro di testate e di lanciatori balistici. La crisi è molto pericolosa e di non facile contenimento, anche perché i media di entrambe le parti hanno un atteggiamento molto aggressivo. Solo forti pressioni internazionali possono guidare ad una soluzione diplomatica, prima che sia troppo tardi. Perché nessuno è veramente pronto a una reale escalation, ma il patriottismo e l’ultra-nazionalismo, nel mondo politico, fra le opinioni pubbliche e la stampa dei due paesi, è a livelli pericolosi.

Mappa del Kashmir e delle zona contesa tra Pakistan e India (ripresa da IL SOLE 24ORE) – “(….) La causa principale di questo lungo e insanabile confronto tra PAKISTAN e INDIA, è LA REGIONE DEL KASHMIR divisa nel 1947 da una “LINEA DI CONTROLLO” che i due paesi hanno accettato ma mai digerito. Essendo una regione a maggioranza musulmana, il Kashmir avrebbe dovuto diventare Pakistan ma era la terra d’origine di Pandit Nehru (primo ministro indiano dal 1947, data dell’Indipendenza dell’India, al 1964, data della morte di Nehru, ndr). Tuttavia NESSUNO DEI DUE PAESI È PRIVO DI RESPONSABILITÀ SE QUELLA REGIONE È COSÌ PERICOLOSA DA OLTRE SETTANT’ANNI. Il Kashmir è tuttavia solo la vetrina dell’ostilità reciproca. E LA QUESTIONE RELIGIOSA –MUSULMANI CONTRO HINDU – È RELATIVA. La ragione principale del lungo conflitto è il DIVERSO RUOLO DEI MILITARI NEI DUE SISTEMI. L’India è una democrazia compiuta, il ruolo dei militari è stabilito dalla più lunga Costituzione del mondo, e non è mai mutato. In PAKISTAN invece, dalla morte del fondatore Ali Jinnah, I MILITARI SONO STATI SEMPRE AL CENTRO DEL SISTEMA, anche quando non governavano loro, FRA UN GOLPE E L’ALTRO. Tutte le quattro guerre combattute sono state pesantemente perse dal Pakistan, inferiore per numeri, armamento e spesso per qualità. Anche l’ultimo bombardamento aereo indiano per vendicare l’attentato ai 40 militari uccisi da un’auto-bomba, è stata un’umiliazione per i militari pakistani (…)” (Ugo Tramballi, da “il Sole 24ore” del 27/2/2019)

   Dal 1998, quando i governi di India e Pakistan hanno assunto decisioni gravi per testare le armi atomiche, per venirne in possesso, entrambi i Paesi sono stati coinvolti in una corsa agli armamenti nucleari in stile Guerra Fredda. Pertanto una nuova guerra riguarderebbe due potenze nucleari con un arsenale di circa 300 testate; con una attuale popolazione complessiva tra loro di poco meno di un miliardo e mezzo di esseri umani.
La causa principale di questo lungo e insanabile confronto, è LA REGIONE DEL KASHMIR divisa nel 1947 da una “LINEA DI CONTROLLO” che i due paesi hanno accettato ma mai digerito. E la questione religiosa –musulmani contro hindu – è meno importante di quel che vuole apparire. Conta invece, secondo gli osservatori geopolitici, il ruolo dei militari, specie in Pakistan.

Due caccia abbattuti sul Kashmir tra India e Pakistan (foto da “la Repubblica.it) – La PAKISTAN CIVIL AVIATION AUTHORITY (CAA) ha annunciato che poco prima dell’alba (del 27 febbraio scorso) i cacciabombardieri del Pakistan hanno «violato lo spazio aereo indiano e condotto un attacco di rappresaglia» in risposta al raid indiano di ieri sul suo territorio contro il gruppo islamista Jaish-e-Mohammed, accusato a sua volta di aver innescato “il tutto”, per aver commesso l’attentato suicida del 14 febbraio contro le truppe paramilitari filo-indiane nel Kashmir sotto controllo dell’India, facendo una quarantina di vittime. La CAA ha poi annunciato di aver chiuso il suo spazio aereo a tutti i voli commerciali, lo stesso ha fatto l’India su gran parte dei suoi Stati settentrionali. Sembra che un pilota di un aereo indiano sia caduto nelle mani pakistane… Insomma un contesto di scaramucce e scontri veri, partiti dall’attentato suicida di separatisti-terroristi filo-pakistani che ha prodotto 40 vittime; e poi la successiva reazione indiana, e così via…fino alla minaccia (all’inizio pakistana) di usare la bomba atomica: perché entrambi i Paesi, India e Pakistan, detengono l’arma nucleare.

   Infatti la ragione principale del lungo conflitto, che dura da più di 70 anni (dal 1947) è il diverso ruolo dei militari nei due sistemi. L’India è una democrazia compiuta (di un miliardo e trecento milioni di abitanti!!), e il ruolo dei militari è costituzionalmente stabilito e vi è un controllo politico (almeno così pare). In Pakistan invece i militari sono stati sempre al centro del sistema, anche quando non governavano loro, fra un golpe e l’altro.
Un contesto difficile di convivenza “in vicinato” tra questi due grandi paesi. E le tensioni esplodono là dove vi sono territori fortemente contesi, come il Kashmir: terra ricca, fertile, con le sue foreste, con un’economia prevalentemente agricola, con una fiorente pastorizia; e dove l’industria principale è la lavorazione della lana. E, il Kashmir, “terra strategica” ancor di più: una terra di mezzo tra India, Pakistan, Afghanistan e Cina (e attraverso il Kashmir passano i grandi, criminosi e redditizi traffici del pianeta, come il traffico di armi e di droga da e verso l’Afghanistan).

MAPPA DEI PAESI AVENTI NEL PROPRIO TERRITORIO ARMI NUCLEARI. – In CELESTE gli Stati con armi nucleari aderenti al TNP, Trattato di non proliferazione (Cina, Francia, Regno Unito, Russia, USA); – in ROSSO gli Stati con armi nucleari non aderenti al TNP (India, Corea del Nord, Pakistan); – in OCRA gli Stati con armi nucleari non dichiarate (solo Israele); – in BLU gli Stati della NATO aderenti alla “CONDIVISIONE NUCLEARE” (Belgio, Germania, Italia, Paesi Bassi, Turchia); – in VERDE gli Stati che in passato possedevano armi nucleari (Bielorussia, Kazakistan, Sudafrica, Ucraina) (da Wikipedia)

   Tornando al pericolo nucleare, come cerchiamo di illustrare in questo post, i segnali di un contesto di sempre maggiore tensione internazionale, e dove i patti precedentemente stabiliti da Usa e Russia vengono disattesi, ebbene, questo può ben facilitare lo scatenarsi di un conflitto (anche accidentale, magari non voluto, ma con reazioni a catena). E’ un’ipotesi che ci richiede di tornare ad avere attenzione (e possibile mobilitazione) per (ri)proporre con volontà e determinazione che si vada verso accordi internazionali per un concreto disarmo totale, generalizzato, dalle armi nucleari. (s.m.)

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8 dicembre 1987: il presidente statunitense Reagan e il segretario generale sovietico Gorbačëv firmano il trattato INF – COS’E’ IL “TRATTATO INF” – Il trattato INF (INTERMEDIATE-RANGE NUCLEAR FORCES TREATY) venne siglato a WASHINGTON l’8 dicembre 1987 da RONALD REAGAN e MICHAIL GORBAČËV, a seguito del VERTICE DI REYKJAVÍK (11 ottobre 1986) tenutosi tra i due Capi di Stato di USA e URSS. Il trattato fu il primo frutto del cambio al vertice dell’Unione sovietica: esso POSE FINE ALLA VICENDA DEGLI EUROMISSILI, ovvero dei MISSILI NUCLEARI A RAGGIO INTERMEDIO installati da USA e URSS SUL TERRITORIO EUROPEO: prima, gli SS-20 sovietici e, in seguito alla cosiddetta doppia decisione della NATO del 1979, i missili americani IRBM Pershing-2 e quelli cruise da crociera BGM-109 Tomahawk. (da Wikipedia)

QUANTE ARMI NUCLEARI CI SONO NEL MONDO?
da http://www.lastampa.it/ 10/5/2018
Secondo l’ultimo rapporto della Federation of American Scientist https://fas.org/issues/nuclear-weapons/status-world-nuclear-forces/ i Paesi del mondo che possiedono armi atomiche sono soltanto nove per un totale di 14.200 testate nucleari.
Gli STATI DOTATI DI ARMI NUCLEARI sono, in ordine di armi possedute, STATI UNITI, RUSSIA, FRANCIA, CINA, GRAN BRETAGNA, PAKISTAN, INDIA, ISRAELE e COREA DEL NORD. USA E RUSSIA DA SOLI POSSEGGONO 13.000 ORDIGNI, PARI A CIRCA IL 93% DEL TOTALE. ISRAELE non ha mai ammesso ufficialmente il possesso di armi atomiche. La COREA DEL NORD è stato l’ultimo Paese a sviluppare armi atomiche e poco si sa sulla sua capacità di usarle.

PUTIN TRUMP – LA FINE DEL TRATTATO INF – Gli STATI UNITI (TRUMP) il 1° febbraio scorso (2019) ha dichiarato l’intenzione (entro 6 mesi) di togliere la loro adesione al Trattato INF. La RUSSIA (PUTIN) ha avvertito che se gli Stati Uniti iniziassero a sviluppare nuovi missili nucleari a raggio INF (cioè MISSILI NUCLEARI A RAGGIO INTERMEDIO, missili che coprono un raggio di 3.000-5.500 km) inizierebbero a farlo anche loro.

  Gli arsenali nucleari si sono ridotti a circa un quinto rispetto al livello massimo che avevano raggiunto a metà degli anni Ottanta (circa 70.000 ordigni). Il rapporto segnala che STATI UNITI e RUSSIA e GRAN BRETAGNA stanno ancora diminuendo il numero di ordigni. CINA, PAKISTAN, INDIA e COREA DEL NORD lo stanno aumentando.
Il BULLETIN OF NUCLEAR SCIENTIST https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/00963402.2017.1363995# indica che le armi ancora negli arsenali militari sarebbero meno, circa 9000, dislocate in 14 Paesi del mondo e anche in ITALIA, dove sono presenti testate statunitensi come pure in BELGIO, OLANDA, GERMANIA e TURCHIA.
NEL 1968 venne adottato dalle NAZIONI UNITE il TRATTATO DI NON PROLIFERAZIONE NUCLEARE, entrato in vigore nel 1970, sottoscritto quell’anno da Stati Uniti, Unione Sovietica e Gran Bretagna e da altri 40 Stati. OGGI è stato SOTTOSCRITTO DA 190 PAESI. Per molti anni il Trattato non è riuscito a evitare l’aumento del numero di armi nucleari e del numero di Paesi che le possiedono.
Nel 2017 120 Paesi hanno votato alle Nazioni Unite il Trattato per la proibizione delle armi nucleari che prevede l’impegno a non sviluppare, testare, produrre, acquistare, possedere o accumulare armi nucleari. Il trattato entrerà in vigore quando sarà firmato e ratificato da 50 Stati. Fino ad oggi è stato firmato da 58 Stati e ratificato da 9 http://www.icanw.org/status-of-the-treaty-on-the-prohibition-of-nuclear-weapons/. Nessuno dei 9 Paesi in possesso di ordigni nucleari lo ha ancora firmato o ratificato e neppure l’Italia lo ha fatto. (da http://www.lastampa.it)

(immagine da http://www.disarmo.org/) – L’INTERNATIONAL CAMPAIGN to ABOLISH NUCLEAR WEAPONS (ICAN) è una coalizione globale di organizzazioni non governative che lavora per implementare e promuovere l’adesione al TRATTATO PER LA PROIBIZIONE DELLE ARMI NUCLEARI (https://it.wikipedia.org/wiki/Trattato_per_la_proibizione_delle_armi_nucleari ), il cui obiettivo è l’ELIMINAZIONE TOTALE DI ORDIGNI DI QUESTO TIPO. A luglio 2017, su pressione di ICAN, 122 Nazioni hanno adottato il documento ma nessuna delle nove potenze nucleari del mondo, tra cui Regno Unito, Stati Uniti e Francia, ha firmato.

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PAKISTAN – INDIA

ALLE SOGLIE DEL CONFLITTO?

di Roberto Del Bianco, da http://www.peacelink.it/, 27/2/2019
– Il rischio di un’escalation nucleare nel confronto territoriale che si è riacceso tra India e Pakistan. Un appello da IPPNW, l’Internazionale Medici per la prevenzione della guerra nucleare. Un invito alla sua divulgazione da parte delle testate e i media italiani –   

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FUSIONI DI COMUNI assai rare, REGIONI che non diventano MACROREGIONI, PROVINCE che ritornano, AREE METROPOLITANE senza progetto – E la richiesta di AUTONOMIA REGIONALE (Veneto, Lombardia, Emilia) DIVIDE Nord da Sud – Come coniugare autonomia, federalismo, e nuovi confini istituzionali ora obsoleti?

I COMUNI D’ITALIA SONO, AL 20 FEBBRAIO 2019, 7915 – NEL 2019 SONO STATE FINORA APPROVATE 31 FUSIONI DI COMUNI, di cui sei per incorporazione, PER UN TOTALE DI 65 COMUNI SOPPRESSI. Il numero complessivo dei comuni italiani, ad oggi, è diminuito di trentanove unità passando da 7.954 a 7.915. Dal 1° luglio 2019 diminuirà di un ulteriore unità arrivando a 7.914 comuni. Le regioni interessate ai processi di fusione di comuni nel 2019 sono Emilia-Romagna (3), Lombardia (8), Marche (1), Piemonte (11), Puglia (1), Toscana (1), Trentino-Alto Adige (1) e Veneto (5). Prime fusioni di comuni approvate in Puglia, nella Città metropolitana di Torino e nelle province di Cuneo, Novara e Treviso. L’istituzione di Gattico-Veruno in Piemonte è il primo caso di approvazione di una fusione nonostante l’esito sfavorevole dei referendum consultivi in entrambi comuni interessati. … Vedi le tabelle aggiornate su: https://www.tuttitalia.it/variazioni-amministrative/nuovi-comuni-2019/

   La Costituzione italiana, all’art. 116 comma terzo, prevede la possibilità di ATTUAZIONE DEL REGIONALISMO DIFFERENZIATO. Cioè il Parlamento può attribuire alle attuali regioni “ULTERIORI FORME E CONDIZIONI PARTICOLARI DI AUTONOMIA” sulla base di un’intesa fra lo Stato e la regione interessata.
E’ accaduto (e sta accadendo) che tre regioni intendono usufruire dei maggiori poteri previsti (e delle risorse finanziarie da gestire direttamente), e queste regioni sono il Veneto, la Lombardia e l’Emilia Romagna. Il 28 febbraio 2018 si è giunti alla definizione di TRE DISTINTI ACCORDI “PRELIMINARI”, ciascuno sottoscritto dal rappresentante del Governo e dal Presidente della regione interessata.

Zaia, Fontana e Bonaccini, i governatori delle tre regioni che hanno chiesto l’autonomia (Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna) – LE MATERIE DELL’AUTONOMIA PER VENETO, LOMBARDIA, EMILIA ROMAGNA SONO (elenchi più lunghi quelli presentati da Lombardia e Veneto che puntano a tutte le 23 competenze oggi in coabitazione con lo Stato, mentre l’Emilia Romagna si ferma a 15, e i dossier al centro delle richieste riguardano più di 200 funzioni amministrative): Cooperazione, Politica agricola, Energia, Competitività e sviluppo imprese, Trasporto Infrastrutture pubbliche e logistica, Comunicazioni, Ricerca e innovazione, Tutela ambientale, Casa e territorio, Tutela della salute, Tutela beni culturali, Diritti e politiche sociali e famiglia, Previdenza obbligatoria e complementare, Politiche del lavoro, Sport, Istruzione scolastica.

   Le deleghe, a nostro avviso più rilevanti (non solo per l’aspetto finanziario, ma anche per le implicazioni politiche e culturali che presuppongono), sono quelle dell’ISTRUZIONE SCOLASTICA e dell’AMBIENTE. Ma anche le altre deleghe non sono da poco. Le citiamo tutte: Cooperazione, Politica agricola, Energia, Competitività e sviluppo imprese, Trasporto, Infrastrutture pubbliche e logistica, Comunicazioni, Istruzione scolastica, Ricerca e innovazione, Tutela ambientale, Casa e territorio, Tutela della salute, Tutela beni culturali, Diritti e politiche sociali e famiglia, Previdenza obbligatoria e complementare, Politiche del lavoro, Sport.

In merito all’AUTONOMIA REGIONALE di Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna LA GEOGRAFIA DELLE RISORSE – I costi attuali sostenuti dallo Stato e i fondi trasferibili per le principali competenze in discussione con l’autonomia differenziata. Valori in milioni di euro (51% IL PESO DELLA SCUOLA: il costo delle competenze legate all’istruzione assorbe più della metà della spesa nelle materie «trasferibili»). (Fonte: Elaborazione Sole 24 Ore su dati Ragioneria generale e pre-intese governo-regioni, da il sole 24ore del 20/1/2019)(l’immagine qui sopra è sempre tratta da “il Sole 24ore del 20/1/2019)

   Scuola, ambiente, ordine pubblico, infrastrutture, politiche per il lavoro, ricerca e così via… portano anche probabilmente a una ridefinizione del rapporto (per le Regioni che se ne assumeranno la delega) con i Ministeri competenti (creando problematiche non da poco).
MA TUTTO PER ORA SI E’ FERMATO. Sembrava che la cosa si facesse concreta (in questi giorni il Parlamento doveva votare e approvare queste forme di autonomia, diverse per regione, -il Veneto ad esempio ne chiede 23 di deleghe -l’Emilia 15-, tra cui, appunto, la gestione del sistema scolastico, tra le più rilevanti e difficili da assegnare, per i programmi, per la scelta del personale…)…… Dicevamo che si doveva arrivare all’approvazione di questa storica differenziazione di poteri (e di autonomia fra regioni), ma la forte opposizione delle regioni del sud (che temono minori risorse provenienti dal Centro, visto che molte entrate rimarranno di più al nord), e in particolare discordanze di intenti delle due forze politiche ora al governo… ebbene tutto è stato rinviato, e temiamo che anche questa riforma di notevole portata (l’attuazione di un regionalismo differenziato) non avverrà più almeno nei prossimi anni.

Si sente dire che Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna vogliono l’AUTONOMIA REGIONALE DIFFERENZIATA. Ma pochissimi italiani sanno di che cosa si tratta effettivamente: anche perché se ne parla poco, e in modo volutamente molto vago. Questo breve saggio di Gianfranco Viesti (“VERSO LA SECESSIONE DEI RICCHI?”) racconta le origini di questo processo, le richieste regionali e le loro possibili implicazioni. GIANFRANCO VIESTI (professore di “Economia applicata” all’Università di Bari) mette in guardia dalla possibile “secessione dei ricchi”. Il saggio gratuito in questo link: https://www.laterza.it/download-viesti.asp

   Noi qui pensiamo comunque che la proposta di maggiore autonomia regionale nei servizi al cittadino, possa portare un maggior controllo della spesa pubblica ed efficienza, a una maggiore responsabilità se estesa a tutte le regioni (non solo alle attuali tre). Ma non è detto (l’istituzione delle regioni, già dal 1970, ha moltiplicato la spesa pubblica creando grandi apparati parassitari).

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da http://www.tuttitalia.it/variazioni-amministrativenuovi-comuni-2019

   E QUI VENIAMO AL PUNTO CHE CI INTERESSA (in questo blog geografico che vorrebbe definirsi propositivo). Perché l’autonomia avvenga essa, a nostro avviso, deve essere contornata da regole FEDERALISTE: un federalismo che dà poteri (e risorse) alle regioni nell’ambito anche di una presenza autorevole dello stato centrale; e di una visione europea comune che supporti questa nuova ripartizione dei poteri e funzioni verso un’entità sovranazionale (che dovrebbe essere, auspichiamo, gli Stati Uniti d’Europa).
MA PER FARE QUESTO NOI PENSIAMO CHE, contemporaneamente alla maggiore AUTONOMIA REGIONALE, CI DEBBA ESSERE una NUOVA RIPARTIZIONE TERRITORIALE DEGLI ORGANI DI GOVERNO: è necessario (e urgente) la riduzione consistente degli attuali comuni (quasi 8mila), a non più di mille, CREANDO NUOVE CITTÀ; e, appunto, l’ISTITUZIONE DI MACROREGIONI al posto delle attuali 20 Regioni (Macroregioni più confacenti ai maggiori poteri da attribuire loro, e meno dispendiose e più efficienti rispetto ai poco produttivi apparati burocratici che ciascuna delle venti regioni ha adesso).
PERTANTO, AUTONOMIA REGIONALE PIU’ ESTESA SI’, MA RIDEFINIZIONE DEGLI ASSETTI TERRITORIALI.

L’autonomia regionale e la trasformazione istituzionale dei comuni con le FUSIONI tra di essi, l’istituzione di MACROREGIONI, la creazione di AREE METROPOLITANE in tutti i territori (oltre le sole grandi città com’è ), sono elementi che dovrebbero procedere insieme. Cioè “avrai maggiore autonomia dallo Stato centrale, se anche decidi di cambiare”, accorparti con altri, per essere più efficiente, più autorevole e più adatto ai tempi contemporanei a una nuova geografia delle istituzioni, delle entità urbane che stanno velocemente cambiando in questo nostro presente.
ANDIAMO CON ORDINE
In merito alle FUSIONI tra comuni partiamo dal dato che in Italia ci sono attualmente 7.915 comuni (si è meritoriamente e lentamente scesi dalla quota 8mila, ma di poco). La popolazione complessiva è (più o meno variabilmente) di 60 milioni di abitanti. In una superficie di circa 300mila chilometri quadrati, una media di 200 persone a Km quadrato. La MEDIA di POPOLAZIONE dei COMUNI è pertanto di 7.580 abitanti: nella media coesistono metropoli come Roma (quasi 3milioni di abitanti), le cento (per la precisione 105), medie e medio grandi città italiane con popolazione superiore ai 60mila abitanti; oltreché paesini di poche centinaia o migliaia di abitanti. Tutti hanno le stesse regole burocratiche, demografiche, urbanistiche, dei servizi sociali. etc.

Fasi della Fusione (da http://www.comunitrentini.it/ )

   E pur nelle differenziazioni geomorfologiche del territorio (paesi di montagna, di collina o di pianura hanno caratteristiche di vita e servizi al cittadino assai diverse…) potrebbe poi essere un parametro compatibile pensare a “NUOVE CITTÀ” (al posto dei quasi 8.000 comuni attuali) sul parametro proprio dei 60.000 abitanti ciascuna (per una gestione compatibile ed efficiente dei servizi, per una visibilità e autorevolezza politica all’esterno, per le OPPORTUNITÀ offerte ai propri cittadini).
Questo “sciogliersi” dei comuni in NUOVE CITTÀ è più che adatto (e necessario) per quei comuni con popolazione al di sotto di questa soglia dei 60mila abitanti, e che molto spesso sono realtà urbane date da più comuni vicini (in un’urbanizzazione diffusa), che si intersecano nei loro confini (confini del tutto aleatori rispetto agli spostamenti della popolazione nella quotidianità).

FUSIONI DI COMUNI DAL 2009 (da http://www.talentilucani.it/ )

   60 milioni di abitanti in “nuove città” da 60mila abitanti significa mille comuni: cioè accorpare, ridurre, sciogliere i quasi 8mila comuni di adesso in più confacenti NUOVE CITTA’ di 60.000 abitanti. Parliamo naturalmente degli attuali medi, medio-piccoli e piccoli comuni di adesso…. (anche se si pone però il problema della eccessiva dimensionalità di certi comuni: ROMA con i suoi quasi 3milioni di abitanti, con la presenza di un turismo di massa per le sue bellezze artistiche, storiche, archeologiche… e per essere anche capitale cristiana del cattolicesimo; per la presenza delle istituzioni nazionali politiche come capitale d’Italia….. Roma o assume una veste diversa dal “Comune” tradizionale, divenendo organizzativamente CITTA’ STATO, oppure certe sue competenze e compresenze andrebbero ripartite, “diluite”, in altri luoghi (città) dell’Italia centrale (collocando ad esempio alcuni ministeri all’Aquila, a Perugia, etc…).

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MACROREGIONI

MACROREGIONI – DODICI MACROREGIONI INVECE DELLE ATTUALI 20 REGIONI. L’iniziativa parlamentare che due deputati dem, RAFFAELE RANUCCI e ROBERTO MORASSUT, avevano lanciato nell’ottobre 2015 non ha avuto alcun seguito. Però la proposta era concreta ed interessante, e da riprendere. Questo accorpamento di regioni PORTA ALLA COSTITUZIONE DI 12 MACROREGIONI, e LASCIA COSÌ COME SONO (1) LA LOMBARDIA, (2) LA SICILIA e (3) LA SARDEGNA. Tutte le altre regioni subirebbero delle modifiche o dei ritocchi significativi. – La novità più importante riguarda IL LAZIO, che VERRÀ DIVISO FRA (4) REGIONE ROMA CAPITALE E (5) REGIONE APPENNINICA. – Le altre macroregioni sono (6) LA REGIONE ALPINA, (7) IL TRIVENETO, (8) L’EMILIA ROMAGNA (comprensiva della provincia di Pesaro), (9) LA REGIONE ADRIATICA (Abruzzo, provincia di Macerata, Ancona, Rieti, Ascoli, Isernia), (10) REGIONE DEL LEVANTE (Puglia, province di Matera e Campobasso), (11) REGIONE TIRRENIA (Campania, province di Frosinone e Latina), (12) REGIONE DEL PONENTE (Calabria, provincia di Potenza)

   Ha ancora senso mettere sullo stesso piano la Regione Lombardia con la Regione Basilicata? …Attualmente poi una interessante proposta di accorpamento è in auge tra le Regioni Marche, Umbria e Toscana…. (ma vedrete che non se ne farà nulla) ….E le regioni del Sud, così come ripartite non potrebbero essere riviste, come volano di sviluppo economico, cambiamento morale, eliminazioni di sprechi e clientele, se individuassimo una sola MACROREGIONE DEL SUD…. E poi il Nordest, dove la presenze di Veneto, Friuli Venezia Giulia e le Provincie autonome di Trento e di Bolzano, territorialmente e geograficamente già pur nel loro diversità si dovrebbero identificare in un’unica MACROREGIONE DEL NORDEST. L’autonomia al Veneto potrebbe in questo senso parificare il contesto, che ha visto finora il Veneto diverso dalle altre due entità (Friuli e Trentino Alto Adige) in fatto di autonomia, e così arrivare ad un’unica Macroregione in Italia e in Europa (sull’esempio di molte altre, pensiamo alla vicina Baviera…).
Pertanto, lo ripetiamo, AUTONOMIA e RIDEFINIZIONE TERRITORIALE degli enti locali di governo SONO TEMI CHE SI INTRECCIANO… (s.m.)

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IL PROCESSO DI ATTUAZIONE DEL REGIONALISMO DIFFERENZIATO, Dossier – Introduzione (a cura del Servizio Studi del Senato, ufficio ricerche sulle questioni regionali e delle autonomie locali, XVIII legislatura)
Con legge ordinaria il Parlamento può attribuire alle regioni “ULTERIORI FORME E CONDIZIONI PARTICOLARI DI AUTONOMIA” sulla base di un’intesa fra lo Stato e la regione interessata.
Tale facoltà è prevista dall’articolo 116, terzo comma, della Costituzione, introdotto con la riforma costituzionale del 2001, ma fino ad oggi mai attuato.
Nella parte conclusiva della XVII legislatura si è registrato l’avvio dei negoziati con il Governo su iniziativa delle regioni Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto. Il 28 febbraio 2018 si è giunti alla definizione di TRE DISTINTI ACCORDI “PRELIMINARI”, ciascuno sottoscritto dal rappresentante del Governo e dal Presidente della regione interessata, con cui le parti hanno inteso dare rilievo al percorso intrapreso e alla convergenza su principi generali, metodologia e un (primo) elenco di materie in vista della definizione dell’intesa per l’attribuzione dell’autonomia differenziata.
Inoltre nelle altre regioni ordinarie si era registrata ampia attenzione sul tema: sette consigli regionali avevano conferito al Presidente l’incarico di attivare il negoziato con il Governo per l’attuazione del regionalismo differenziato e altre tre regioni avevano assunto iniziative preliminari, senza tuttavia giungere al formale conferimento di un mandato in tal senso.
Con l’avvio della XVIII legislatura il processo in atto rimane di attualità politico-istituzionale, tanto che nel programma di Governo è espressamente prevista l’attuazione del regionalismo differenziato (da Servizio Studi del Senato, ufficio ricerche sulle questioni regionali e delle autonomie locali, XVIII legislatura IL PROCESSO DI ATTUAZIONE DEL REGIONALISMO DIFFERENZIATO, Dossier – Introduzione, febbraio 2019 n. 104)
vedi qui sotto il link di tutto il dossier “il processo di attuazione del regionalismo differenziato”:

dossier febbraio 2019 Servizio Studi Senato (3)

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PERCHÉ I TERRITORI CONTANO

di Federico Pizzarotti, sindaco di PARMA
da FORMICHE 144 — Il Settentrione fa questione – febbraio 2019
La spinta autonomistica che nasce dalla Lombardia e dal Veneto, e successivamente dall’Emilia Romagna, la reputo un’iniziativa di cui è corretto parlare condividendone il metodo: il DIALOGO CON LO STATO CENTRALE. Continua a leggere

Quali le RADICI DELL’IMMIGRAZIONE AFRICANA: conflitti e guerre civili da cui fuggire? Desiderio di superare la povertà? Esplosione demografica e voglia di mobilità dei giovani? un neocolonialismo finanziario, come il franco CFA come ora si dice? CAUSE geografiche di un mondo in grande trasformazione

LE DIMENSIONE VERE DELL’AFRICA (da http://www.focus.it/) – Le dimensioni dell’Africa sono ben diverse da quelle che appaiono nelle mappe. IL CONTINENTE AFRICANO CONTIENE SENZA PROBLEMI LA CINA, L’EUROPA, L’INDIA e così via. Ma allora perché non si nota questa discrepanza nelle carte che normalmente utilizziamo…. Le vere dimensioni di stati e continenti terrestri sono molto diverse rispetto alle proporzioni distorte delle proiezioni di Mercatore, quelle più usate nelle mappe e che ancora influenzano la nostra percezione del mondo…….. la nostra percezione del planisfero terrestre è tuttora fortemente influenzata dalla proiezione cartografica di MERCATORE, il cartografo fiammingo del 1500 che, nel redigere mappe e proiezioni adatte alla navigazione marina, ha contribuito anche a diffondere una rappresentazione distorta delle reali dimensioni dei continenti. Le terre emerse, in queste raffigurazioni, appaiono più dilatate all’aumentare della latitudine, soprattutto quando si trovano nell’emisfero nord. La visione di Mercatore mette al centro l’Europa, e penalizza i paesi del Sud del mondo che appaiono più piccoli di quanto non siano davvero. (da http://www.focus.it/ )

   I flussi migratori dall’Africa verso l’Europa è tema presente, molto dibattuto e con problematiche assai serie e dolorose (se pensiamo a morti e sofferenze di così tante persone che intraprendono viaggi spesso impossibili, che vanno a finir male).
Tentiamo di mettere assieme alcuni elementi di questa “reale” problematica (lo ribadiamo, non è un puro esercizio di esposizione di cose lontane, ma invece sono tutte cose reali, vissute sulla pelle delle persone). Un semplice tassello (lo proponiamo sulla linea “geografica” che caratterizza questo blog), attraverso la ripresa di alcuni articoli, iniziative, denunce di oppressioni, che riguardano l’Africa, il suo possibile sviluppo, le sue peculiarità.

BAMBINI SOLI CHE EMIGRANO – “…ALMENO 300 MILA TRA BAMBINI E ADOLESCENTI, non accompagnati da adulti o separati da essi, SONO STATI REGISTRATI IN CIRCA 80 STATI TRA IL 2015 E IL 2016 (erano 66 mila nel biennio 2010-2011). NEL 2017, NELL’AREA DELL’UNIONE EUROPEA SONO STATI REGISTRATI OLTRE 31MILA MINORI NON ACCOMPAGNATI (che una sigla identifica come MSNA), IN MAGGIORANZA AFGHANI. Una su tre richieste di asilo per minori stranieri è stata effettuata in Italia. Otto minori non accompagnati su 10 hanno 14-15 anni. Il ministero del Lavoro italiano ne ha censiti, al 31 dicembre 2018, 10.787.(….) (Giuseppe Borello e Maddalena Oliva, “Il Fatto Quotidiano”, 2/2/2019)

   Tempo fa ci siamo concentrati sull’ASPETTO DEMOGRAFICO….
(https://geograficamente.wordpress.com/2016/02/11/demografia-limpetuosa-crescita-della-popolazione-in-africa-india-nei-paesi-in-via-di-sviluppo-e-le-culle-vuote-dei-paesi-ricchi-la-necessita-di-un-riequilibrio-mondiale-per-rime/)
…essenziale per capire “quale sviluppo” può esserci nel continente africano, cioè come dover trovare soluzione minima a una popolazione che cresce esponenzialmente (senza le regole che almeno nei decenni passati nel continente asiatico si sono dati, pensiamo alla Cina in particolare).

Africa politica (mappa da http://www.orizzonteafrica.altervista.org/) – L’AFRICA E I TANTI CONFLITTI: (30 Stati e 260 tra milizie-guerrigliere, gruppi terroristi-separatisti-anarchici coinvolti) – I maggiori PUNTI CALDI: BURKINA FASO (scontri tra diversi gruppi etnici), EGITTO (guerra contro i militanti islamici del ramo Stato Islamico), LIBIA (guerra civile in corso), MALI (scontri tra esercito e gruppi ribelli), MOZAMBICO (scontri con ribelli RENAMO), NIGERIA (guerra contro i militanti islamici), REPUBBLICA CENTRAFRICANA (spesso avvengono scontri armati tra musulmani e cristiani), REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO (guerra contro i gruppi ribelli), SOMALIA (guerra contro i militanti islamici di al-Shabaab), SUDAN (guerra contro i gruppi ribelli nel Darfur), SUD SUDAN (scontri con gruppi ribelli) (da http://www.guerrenelmondo.it/ )

   E poi i CAMBIAMENTI CLIMATICI globali che stanno allargando a dismisura le terre aride subsahariane, altro fattore di instabilità, di mobilità verso altre terre. Per non trascurare poi i troppi CONFLITTI che caratterizzano il continente africano. E le difficoltà di trovare vie di sviluppo sereno, senza non inciampare in contrasti insanabili tra gruppi di comunità diverse. E poi su tutto incombe anche la CORRUZIONE delle classi dirigenti (ne parliamo in questo post con un articolo ripreso da Nigrizia).

una manifestazione anti-corruzione delle chiese in Zimbabwe (da Nigrizia, febbraio 2019)

   Già prima dell’esplodere del fenomeno migratorio “ultimo”, contemporaneo (che possiamo far risalire al post 1989, con la caduta del muro di Berlino e il dissolversi del blocco sovietico), già prima, molti geografi e altri studiosi della contemporaneità sottolineavano che l’era globale era più che mai iniziata (già due rovinose guerre mondiali avevano caratterizzato il ‘900): attraverso dei FLUSSI NORD-SUD, dove il dominio del Nord del pianeta, portava a spostare materie prime a bassissimo prezzo (a volte niente) da Sud a Nord; dove esisteva in questi FLUSSI una sudditanza “di potere” che portava a dire che la fine del colonialismo per i popoli africani, aveva prodotto cose uguali o anche peggiori: 1-una classe dirigente autoctona corrotta e intenta ad accumulare ricchezze per se stessa (che faceva quasi rimpiangere il dominio coloniale occidentale precedente); 2-oppure forme di neocolonialismo imposto dal predominio economico e finanziario dei paesi ricchi del nord del mondo, che alla fine costringono e inducono questo paesi poveri africani a comprare i loro beni, e a svendere le proprie materie prime.

Il grafico mostra la distribuzione dell’incremento demografico nel mondo (da http://www.africa-express.info/)

   Il “FLUSSO” da Nord-Sud di predominio del Nord sul Sud che ha sconvolto gli equilibri palesemente a favore del Nord, è stato il FLUSSO INFORMATIVO: le persone del Sud del pianeta hanno potuto vedere (anche nei più sperduti villaggi, con le nuove tecnologie televisive, telefoniche, fino a internet…) che al Nord si vive molto ma molto meglio, e che, se sei giovane, puoi provare ad andarci, a “condividere” quella ricchezza che puoi vedere nei sistemi informativi del Nord giunti nel villaggio (o nella megalopoli, non cambia).

MINORI NON ACCOMPAGNATI. da http://www.Avvenire.it/) – Sono prima di tutto ALBANESI (…), e poi ci sono i bambini che giungono dall’EGITTO, dal GAMBIA, dalla GUINEA, dall’ERITREA, dalla COSTA D’AVORIO. Rischiano detenzione, lavori forzati, percosse o morte. E, per quasi tutti, il viaggio è anche un rito di iniziazione: a volte parti a 12 anni, arrivi a 15 e, nel frattempo, sei diventato adulto. Ciascuno viaggia con le proprie ragioni, aspettative, fantasie.(…). Chi parte dai villaggi cerca una nuova vita. Chi fugge dalle guerre vuole solo transitare, essere invisibile. Alcuni finiscono nella mani della criminalità o a vendersi per strada. Altri spariscono, finendo per alimentare quell’esercito di invisibili che è arrivato a contare, per l’anno che si è appena concluso, oltre 4mila bambini di cui non si hanno più tracce. (Giuseppe Borello e Maddalena Oliva, “Il Fatto Quotidiano”, 2/2/2019)

   Il tassello di questo post, nel trattare il tema “Africa, sviluppo possibile, e attuale fenomeno migratorio verso Nord” (dopo aver parlato di ampliamento delle terre aride, desertiche, della corruzione della classe dirigente, dell’esplosione demografica), il tassello, il contributo è poi quello di provare a concentrarci su un aspetto (a nostro avviso marginale, ma se ne parla molto) sorto adesso, nella politica italiana, in merito all’individuazione di concause del fenomeno migratorio. Tra le cause dell’immigrazione dall’Africa verso l’Europa, di questi tempi la politica italiana ha infatti “scoperto” (inventato?) l’ESISTENZA DEL FRANCO CFA, una valuta comune a QUATTORDICI PAESI DELL’AFRICA SUBSAHARIANA, e si è riversato accuse di neocolonialismo francese a queste migrazioni verso l’Europa: un approccio un po’ semplicistico per una questione complessa (perché la moneta a valuta francese ha dei risvolti sia positivi che negativi al fatto di essere legata alla stabilità monetaria della Francia, e con essa all’euro, la nostra moneta unica).

MILLE FRANCS CFA – Cos’è e dov’è il FRANCO CFA – Il Franco CFA (che significava all’origine nel 1945, FRANCO DELLE COLONIE FRANCESI D’AFRICA, abbreviato FCFA, e oggi diventato acronimo di COMUNITÀ FINANZIARIA AFRICANA) è il nome di due valute comuni a diversi paesi africani, costituente in parte la ZONA FRANCO. Una parte di questi stati (Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea-Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo) sono riuniti nell’UNIONE ECONOMICA E MONETARIA OVEST-AFRICANA (UEMOA: in VERDE NELLA MAPPA QUI SOTTO), mentre i restanti (Camerun, Repubblica Centraficana, Repubblica del Congo, Gabon, Guinea Equatoriale e Ciad) sono riuniti nella COMUNITÀ ECONOMICA E MONETARIA DELL’AFRICA CENTRALE (CEMAC: in ROSSO NELLA MAPPA QUI SOTTO)
MAPPA PAESI AFRICANI FRANCO CFA

   Non sono solo questi 14 paesi africani (Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea-Bissau, Mali, Niger, Senegal, Togo, Camerun, Repubblica Centraficana, Repubblica del Congo, Gabon, Guinea Equatoriale e Ciad), legati alla Francia e alla moneta europea (e pertanto al riparo dal rischio di inflazione fuori controllo) ad essere l’unico problema di immigrazione: tra i primi dieci Paesi di provenienza di chi sbarca in Italia, soltanto Costa d’Avorio e Mali adottano il franco CFA e nel 2018 hanno contribuito al flusso migratorio italiano con appena duemila persone, pari a meno del 10% del flusso totale.


Pertanto quello paventato adesso dalla politica italiana è una “non motivazione” all’immigrazione; anche se (il franco nei paesi africani) è sicuramente una forma di sudditanza (alla finanza francese), e con il rischio (la certezza) di dipendere (essi paesi africani) di più dalle multinazionali francesi ed europee. Ma la Francia è così colpevole quanto lo è il Belgio, l’Italia, gli Stati Uniti, la Cina, chiunque vada in Africa per fare esclusivamente i propri interessi. Le grandi aziende che trattano le risorse prime, come l’uranio o l’oro, dettano la politica estera di diversi Paesi africani.
Ad esempio la presenza ora dell’ITALIA IN NIGER (grande paese geograficamente a ridosso della Libia) per un sostegno alle forze militari interne, per il controllo del territorio (e dell’immigrazione verso il nord-Africa e poi Europa), questa presenza dei militari italiani è per cooperare all’addestramento delle forze armate e forze di sicurezza di quel Paese; ma anche per vendere armi italiane, estendere i “nostri” sistemi di armamenti (iniziativa commerciale supportata anche dalla presenza di 70 istruttori italiani che operano a favore della Gendarmeria e della Guardia nazionale) (l’accordo si è avuto con un trattato Italia-Niger del settembre 2017 che è stato secretato dal governo Gentiloni e poi all’inizio dall’attuale governo: per nascondere il commercio delle armi). Pertanto non è solo la Francia che fa neocolonialismo in Africa ma un po’ tutti gli stati (europei e non).

«L’ATTUALITÀ DEL MALE. LA LIBIA DEI LAGER È VERITÀ PROCESSUALE», a cura di MAURIZIO VEGLIO, (Edizioni SEB27, euro 16,00), è il titolo di un libro scritto da giuristi. Il volume è un ATTO DI ACCUSA contro prassi politiche perseguite dai governi italiani e dall’Unione Europea in SPREGIO AI DIRITTI UMANI, PURCHÉ I MIGRANTI RESTINO O VENGANO RIPORTATI IN LIBIA. Gli autori del volume analizzano la sentenza pronunciata dalla corte d’Assise di Milano il 15 ottobre 2017 alla luce del presente e di un passato più o meno recente (i crimini nazisti, la guerra in Jugoslavia). DUE GIUDICI TOGATE insieme ai giudici popolari della corte di Milano avevano condannato all’ergastolo il cittadino somalo Matammud Osman. Era stato fermato da altri suoi connazionali nei pressi della Stazione Centrale di Milano, che avevano riconosciuto in lui l’aguzzino che nel campo di Bali Walid in Libia li stuprava e torturava, costringendo i parenti a sentire le loro urla al telefono. (Antonella Romeo, “Il Manifesto”, 5/2/2019)

   Per non dimenticare poi le fonti di energia: gruppi industriali di estrazione e distribuzione energetica, come gli italiani di Eni o i francesi di Orano (l’ex Areva) giocano un ruolo fondamentale nell’economia africana, contribuendo secondo il proprio punto di vista allo sviluppo dei territori in cui investono, ma creando, endemici sistemi di corruzione. E la CORRUZIONE in Africa è altro grande tema.
Anche quest’anno uno studio sul fenomeno corruttivo in Africa (l’indice di “Transparency International”, una ONG leader per il contrasto alla corruzione e la sensibilizzazione alla legalità, http://www.transparency.it/), che misura la corruzione percepita, mette in luce le enormi difficoltà del continente nel lottare efficacemente contro questo malcostume. Agli ultimi posti (di rispetto della legalità) ci sono ancora la Somalia e il Sud Sudan (i più corrotti), mentre tra i paesi più virtuosi troviamo le Seychelles e il Botswana, e sono migliorati Costa d’Avorio e Senegal. Nel complesso, lo studio determina che l’Africa sub-sahariana rimane una regione caratterizzata da forti contrasti politici e socio-economici, oltre ad annose sfide che minano il suo sviluppo e la sua stabilità.

Sviluppo demografico previsto fino al 2050. Come si vede la crescita dei paesi occidentali è pressoché insignificante (da http://www.africa-express.info/)

   Mentre un cospicuo numero di paesi ha già adottato principi democratici di GOVERNANCE, molti altri sono ancora dominati da leader autoritari e semi-autoritari. E i regimi autocratici, insieme a conflitti civili, istituzioni deboli e sistemi politici poco sensibili al problema, continuano a minare gli sforzi intrapresi a livello regionale nel contrasto alla corruzione. (dati che abbiamo ripreso da http://www.nigrizia.it/, CORRUPTION PERCEPTION INDEX 2018, “Resta alto il livello di corruzione in Africa”, 31/1/2019).
L’avanzare di una “società compatibile” e di vero sviluppo in Africa (…nelle regole di legalità, di democrazia, di economia virtuosa, di servizi pubblici efficienti….. tutto questo è un miraggio?…non pensiamo…), l’avanzare di un’ “Africa nuova” potrà (potrebbe) risolvere non solo il problema migratorio fatto ora da molti disperati che tentano l’avventura “verso nord”, ma addirittura può esserci “un ritorno” di molti ai propri paesi di origine cambiati. E’ così da prospettare per l’Africa anche migrazioni qualificate di ritorno. (s.m.)

La vera estensione dell Africa in base alla carta di PETERS – PETERS E LE GIUSTE DIMENSIONI CARTOGRAFICHE DELL’AFRICA – GERARDO MERCATORE, cartografo fiammingo del XVI secolo, dovendo aiutare le grandi compagnie di navigazione attive in quel periodo sui mari di tutto il mondo, nella sua mappa pensò di adattare le proporzioni dei Paesi del mondo alle rotte coloniali. Per questo, da quasi 500 anni, l’EUROPA è posizionata al centro di ogni mappa, gli STATI UNITI sono enormi, mentre AFRICA e SUD AMERICA sono poco più grandi del ‘vecchio continente’. LA PROIEZIONE DI PETERS È PIÙ FEDELE ALLE REALI DIMENSIONI DEI CONTINENTI: cambia completamente il quadro, ridimensionando alcuni continenti, restituendo la vera identità ad altri. Basandosi sul lavoro di JAMES GALL, un altro noto cartografo attivo nel XIX secolo, lo storico tedesco ARNO PETERS ha elaborato (nel 1974) una cartina in cui l’EUROPA appare molto più piccola, in cui la GERMANIA è posizionata più a Nord e non esattamente al centro del continente, dove l’AMERICA DEL SUD è grande come quella del Nord e L’AFRICA È MOLTO PIÙ ‘ALLUNGATA’ ED ESTESA RISPETTO A COME ABBIAMO IMPARATO A CONOSCERLA. (da http://www.skuola.net/ )

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FRANCO CFA: UNA MONETA ALLA RADICE DEI MALI D’AFRICA?

di Marco Magnano, da RIFORMA.IT – il quotidiano on-line delle chiese evangeliche battiste, metodiste e valdesi in italia – https://www.riforma.it/it, 24 gennaio 2019
– L’accusa mossa alla valuta dalla politica italiana è quella di essere la causa delle migrazioni dall’Africa verso l’Europa, ma si tratta di un approccio semplicistico per una questione complessa – 
La politica italiana ha scoperto il franco CFA quasi all’improvviso, riversando sulla valuta Continua a leggere

SCHIAVI DEL TERZO MILLENNIO – La condizione degli immigrati peggiora sempre più: spesso sfruttati nei lavori più bassi e con una regolarizzazione quasi impossibile; con paesi di provenienza afflitti da guerre e aridità da cambiamenti climatici – Come riuscire a progettare un futuro insieme di reciproco benessere?

(foto da “Il Fatto Quotidiano”) – «I MIGRANTI CI COSTANO; NON SOLO, MA GRAVANO SUL BILANCIO DEI NOSTRI SISTEMI SANITARI». E ANCORA: «I MIGRANTI DIFFONDONO MALATTIE». È DAVVERO COSÌ? Il «LANCET» — la più grande rivista di medicina dell’Europa — ha voluto vederci chiaro e ha lanciato un’iniziativa molto speciale: l’hanno chiamata COMMISSION ON MIGRATION AND HEALTH, si trattava di individuare venti esperti fra sociologi, economisti, studiosi di salute pubblica e di diritto internazionale, umanisti e antropologi da almeno 13 Paesi diversi — che poi si sarebbero incontrati in varie occasioni — con l’obiettivo di studiare questo problema in ogni possibile dettaglio e arrivare a un documento condiviso che potesse eventualmente essere utilizzato da chi ha responsabilità di governo per orientare le proprie scelte. IL RISULTATO È SORPRENDENTE (vedi in questo post l’articolo ripreso da LA LETTURA del Corriere della Sera del 13/1/2019)

   Sempre più vengono segnalati casi di sfruttamento da schiavitù per tanti immigrati (regolari e non) in Italia. E questo non sta accadendo solo al sud (gli immigrati utilizzati a 2 euro l’ora per la raccolte dei pomodori…) ma anche nel “ricco” Nordest, dove finora, aldilà di enunciazioni xenofobe, negli anni gli immigrati si sono inseriti abbastanza bene nelle realtà locali (là dove hanno trovato lavoro). Le mafie (specie nel lavoro nei campi), le “Agromafie” come vengono chiamate (ma non ci sono fenomeni mafiosi di sfruttamento degli immigrati solo in agricoltura…), hanno mutato ogni rapporto (più o meno) corretto con gli immigrati.

I BRACCIANTI «INVISIBILI»: «NEI CAMPI D’ITALIA CENTOMILA SCHIAVI»

   All’aspetto criminoso e di sfruttamento del fenomeno immigrazione, questo stesso fenomeno, lo vogliamo qui anche vedere nei suoi aspetti positivi, che ci sono. E per questo riprendiamo alcuni dettagli da uno studio di una rivista di medicina (LANCET, ripresa da un articolo dalla “Lettura” del “Corriere della Sera” del 13 gennaio scorso) dove, nei vari ambiti di presenza degli immigrati (nel lavoro, nelle strutture sanitaria…) si dimostra che il loro esserci ha portato a un aumento della quantità e qualità dei servizi, della produzione artigianale e industriale. Pertanto si cerca di dimostrare (nella ricerca Lancet) che una (nostra) società multietnica, pur nella conservazione delle nostre abitudini, valori tradizioni… con l’arrivo dell’“altro” è stata arricchita, è anche migliorata nei servizi.


La paura di troppi immigrati che arrivano può essere plausibile, e una regolamentazione e “limite” è sicuramente necessario. Però è anche vero che se andiamo a vedere i numeri di altri Paesi europei (la Germania, la Francia, la Gran Bretagna…), la presenza di persone provenienti da altri Paesi è ben superiore alla nostra. E che la “percezione di paura” dell’“invasione” è eccessiva ed esagerata, e spesso “creata ad arte”, cioè con messaggi subliminali che vanno oltre l’effettiva realtà delle cose.
E’ comunque in questo ambito (di rapporto con gli altri, gli immigrati) che ci si accorge del crescere del loro sfruttamento, fino ad arrivare a vere e proprie forme di schiavismo, a sud e a nord della penisola italica.

La votazione definitiva alla Camera – IL DECRETO “SICUREZZA” APPROVATO IL 28/11/2018 – “(….) La parte del decreto che ha suscitato maggiori discussioni è quella sull’IMMIGRAZIONE, che è anche la più corposa. (…) Le norme vanno tutte più o meno nello stesso senso: RENDERE PIÙ DIFFICILE AI RICHIEDENTI ASILO RESTARE IN ITALIA, PIÙ FACILE TOGLIERE LORO LO STATUS DI PROTEZIONE INTERNAZIONALE, in particolare se hanno commesso reati, e infine RISPARMIARE SULLA GESTIONE DELLA LORO PRESENZA IN ITALIA, anche a costo di peggiorarne le condizioni di vita (…..)”.(da IL POST.IT del 28/11/2018, http://www.ilpost.it/)

   E poi si aggiunge, adesso, una normativa molto penalizzante, e se si vuole “crudele” nei suoi effetti, circa il riconoscimento dei diritti fondamentali delle persone immigrate.
La legge denominata “DECRETO SICUREZZA” approvata definitivamente dalla Camera dei deputati il 28 novembre scorso, si concentra, come “pericolo” della sicurezza del cittadino, esclusivamente sugli immigrati, che così da tema politico, sociale e culturale di integrazione, diventa esclusivamente un tema di ordine pubblico, di polizia. Il “decreto sicurezza” regola la presenza dei migranti in maniera molto restrittiva, ad esempio abrogando il permesso di soggiorno per motivi umanitari e togliendo la protezione a chi chiede asilo proveniente da paesi dove ha subìto trattamenti disumani e degradanti.

IL DECRETO “SICUREZZA” APPROVATO IL 28/11/2018 – “(….) Il punto principale del decreto è la CANCELLAZIONE DEI PERMESSI DI SOGGIORNO UMANITARI, una delle tre forme di protezione che potevano essere accordate ai richiedenti asilo (insieme all’ASILO POLITICO vero e proprio, e alla PROTEZIONE SUSSIDIARIA). LA PROTEZIONE UMANITARIA, come veniva spesso chiamata, durava per due anni e dava accesso al lavoro, alle prestazioni sociali e all’edilizia popolare. Al suo posto il decreto introduce una serie di permessi speciali (per protezione sociale, per ragioni di salute, per calamità naturale nel paese d’origine), della durata massima di un anno. (da IL POST.IT del 28/11/2018, http://www.ilpost.it/)

   Così impedendo ai Comuni forme di regolarizzazione anagrafica (che potevano ed erano non solo forme di integrazione, umanità, ma se si vuole ragionando con “sano egoismo”, erano anche forme di “controllo” delle persone, degli immigrati); e “buttando sulla strada” e nella clandestinità tutti quelli che potevano vantare ragioni di necessaria protezione da violenze e abusi cui essi avevano subìto nei loro Paesi di origine.
Questa legge sulla sicurezza prevede di fatto l’abrogazione della protezione per motivi umanitari, che era prima prevista: le questure concedevano un permesso di soggiorno ai cittadini stranieri che presentavano seri motivi in particolare di carattere umanitario, oppure alle persone che fuggivano da emergenze come conflitti, disastri naturali o altri eventi di particolare gravità in paesi non appartenenti all’Unione europea.

IL DECRETO “SICUREZZA” APPROVATO IL 28/11/2018 – “(….) Il decreto AUMENTA IL TEMPO MASSIMO NEL QUALE GLI STRANIERI POSSONO ESSERE “TRATTENUTI” (cioè obbligati a rimanere) nei CENTRI DI PERMANENZA PER IL RIMPATRIO (CPR) da 90 a 180 giorni. Per effettuare più rapidamente i rimpatri, il decreto stabilisce anche un moderato incremento di fondi: 3,5 milioni di euro in tre anni. Calcolando che un rimpatrio costa, a seconda delle stime, tra i 4 e i 10 mila euro in media, significa che queste risorse aggiuntive permetteranno al massimo di effettuare 875 rimpatri in più nell’arco di tre anni. (da IL POST.IT del 28/11/2018, http://www.ilpost.it/)

   Viene tolta questa protezione per motivi umanitari anche a quei cittadini stranieri che, se li si espelle, vanno incontro a persecuzione nel loro paese; oppure, tornando, sono quasi sicuramente vittime di sfruttamento lavorativo o di tratta. In questi casi, prima di questa legge, la durata della protezione era variabile da sei mesi a due anni ed era rinnovabile. Ora niente più di tutto questo.
Gli stranieri che sono trattenuti nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (Cpr), ex Cie (Centro di Identificazione ed Espulsione), in attesa di essere rimpatriati, con il nuovo decreto potranno essere trattenuti fino a un massimo di 180 giorni (precedentemente potevano essere trattenuti per un massimo di 90 giorni).

IL DECRETO “SICUREZZA” APPROVATO IL 28/11/2018 – “(….) – Un’altra parte molto criticata del decreto è quella che DEPOTENZIA IL SISTEMA SPRAR (Sistema Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati, ndr), cioè l’ACCOGLIENZA DIFFUSA (come spesso viene chiamata) GESTITA DAI COMUNI che serve a fornire ai richiedenti asilo CORSI DI LINGUE E ALTRI PERCORSI DI INTEGRAZIONE. Il sistema sarà LIMITATO a coloro che hanno visto accogliere la loro domanda di protezione internazionale, NON POTRANNO PIÙ INVECE PRENDERVI PARTE COLORO CHE SONO ANCORA RICHIEDENTI. Questi ultimi saranno quindi trasferiti nei centri di accoglienza ordinari, dove attenderanno le decisioni sulle loro domande senza svolgere particolari attività o corsi. (da IL POST.IT del 28/11/2018, http://www.ilpost.it/)

   I “richiedenti asilo” possano essere trattenuti per un periodo al massimo di trenta giorni nei cosiddetti HOTSPOT (che sono strutture allestite per identificare rapidamente, registrare, fotosegnalare, raccogliere le impronte), Hotspot che devono esserci nei paesi di primo arrivo (come l’Italia, la Grecia…) per poi trasferirli come richiedenti asilo nei Paesi disponibili….. Insomma un decreto “sicurezza” assai contestato (specie da alcuni sindaci), che rischia di essere un’eterogenesi dei fini, cioè di portare fuori controllo il fenomeno immigrazione, con la crescita della clandestinità, degli irregolari.

Agromafie e caporalato, quarto rapporto, 13 ago 2018

“(…) Un’unica filiera che li accompagna dalla partenza all’arrivo e “organizza” l’inserimento nel mondo del lavoro. Vere e proprie società di servizi che gestiscono il percorso migratorio, con il passaggio della frontiera, per poi prendersi una fetta del salario per l'”intermediazione” con l’azienda agricola per cui lavori. Si tratta di organizzazioni che da una parte speculano sulla disperazione di chi non vede altre alternative se non migrare e dall’altra approfitta dell’assenza, in nome della lotta ai “clandestini”, di canali immigratori legali e sicuri. Una volta giunti in Italia le organizzazioni perfezionano l’assoggettamento delle persone sia nei luoghi di lavoro, ad opera dei caporali, sia in altre occasioni anche attraverso, ad esempio, l’imposizione del prestito ad usura. Modalità che oltre ad arricchire i gruppi criminali sortiscono l’effetto di tenere a bada le comunità di riferimento. L’agricoltura, un settore poco regolato, spesso al riparo da occhi indiscreti e che ha bisogno di importanti apporti di manodopera non specializzata per periodi determinati di tempo rappresenta il terreno ideale per questi gruppi criminali. E’ una delle conclusioni a cui arriva uno studio curato da Francesco Carchedi intitolato “I lavoratori migranti sottoposti alla volontà delle organizzazioni criminali” e pubblicato nell’ultimo numero del RAPPORTO AGROMAFIE E CAPORALATO dell’OSSERVATORIO PLACIDO RIZZOTTO (https://www.flai.it/osservatoriopr/osservatorio-placido-rizzotto/ ).” (Gianni Belloni, “la Tribuna di Treviso” del 17/1/2019)

   In questo post proviamo a mettere assieme le due cose: lo sfruttamento dell’immigrazione in forma criminosa, che si sta diffondendo, specie nei lavori più “bassi” (come quelli bracciantili agricoli, che gli italiani non vogliono più fare, anche perché pagati troppo poco…); e dall’altra una legislazione inasprita di chiusura verso il fenomeno immigrazione.
E qui le domande che pone la rivista Lancet: cioè siamo proprio sicuri che i fenomeni migratori non fanno bene al nostro Paese, non lo rilanciano da uno stato di decadimento economico, demografico, di abbandono di tanti territori…? Un diverso atteggiamento verso gli immigrati, e un trattamento che consideri i loro diritti umani pari a qualsiasi altra persona, dovrebbero essere un impegno da dover subito praticare. (s.m.)

(scarica il “decreto sicurezza”:
http://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2018/10/04/18G00140/sg )

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I BRACCIANTI «INVISIBILI»: «NEI CAMPI D’ITALIA CENTOMILA SCHIAVI»

di Goffredo Buccini, da “il Corriere della Sera” del 3/12/2018
– A 14 anni i figli non sanno leggere – I dossier di Caritas e Cgil: il 30% non ha accesso a un bagno. Anche al Nord si vive in strada –
Nove su dieci non parlano italiano, il 36% vive senza bagno: sono solo alcuni dei numeri dei braccianti «invisibili»: i centomila schiavi isolati nei campi. Nei poderi dei padroncini. E anche al Nord adesso arrivano i primi caporali. Continua a leggere