La TRANSIZIONE ECOLOGICA DIFFICILE: Cina, India, Russia, Brasile non ci stanno a eliminare il carbone, e a misure drastiche contro il riscaldamento globale. Nonostante emergenze climatiche e surriscaldamento – E riusciremmo poi noi cittadini a ridurre i consumi energetici? (la scienza risolve tutto?)

(Manifestazione ambientalista al G20 di Napoli sull’Ambiente del 22 e 23 luglio 2021, foto da http://www.ilfattoquotidiano.it/) – AL G20 SULL’AMBIENTE (a Napoli, tenuto il 22 e 23 luglio 2021) È MANCATO L’ACCORDO SU DUE PUNTI – «Su due punti non abbiamo trovato l’accordo al G20 dei ministri dell’Ambiente e li abbiamo rinviati al G20 dei capi di Stato e di governo: rimanere sotto 1,5 gradi di riscaldamento globale al 2030 ed eliminare il carbone dalla produzione energetica al 2025. Stati Uniti, Europa, Giappone e Canada sono favorevoli, ma quattro o cinque paesi, fra i quali Cina, India e Russia, hanno detto che non se la sentono di dare questa accelerazione, anche se vogliono rimanere nei limiti dell’Accordo di Parigi». Lo ha detto il ministro italiano della Transizione ecologica, ROBERTO CINGOLANI, in conferenza stampa al termine del G20 Ambiente di Napoli. (da https://www.bluewin.ch/ 23/7/2021)

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   “Una società prospera, inclusiva, resiliente, sicura e sostenibile che non lasci indietro nessuno”: è il contenuto e il senso del lungo documento che i ministri dell’ambiente e dell’energia dei grandi Paesi della Terra, riuniti dalla Presidenza italiana del G20 a Napoli il 22 e 23 luglio 2021, hanno sottoscritto.

   Nei rilievi complessivi (il documento mette insieme temi divisivi come la transizione energetica, i cambiamenti climatici e la necessità di tenere la temperatura del Pianeta sotto il grado e mezzo) si rileva che non c’è accordo mondiale; e che i Paesi più ricchi (Usa, Unione Europea, Gran Bretagna, Canada, Giappone) magari ci credono (con qualche differenza nazionalistica interna) mentre gli altri in via di sviluppo (Cina, India, Russia, Brasile e paesi poveri africani e latino-americani, pur differenziandosi tra loro, l’aggressiva economia cinese ben diversa dai paesi africani…) hanno altre priorità.

   Si riconosce il problema indiscutibilmente, ma un conto è prendere decisioni dolorose (come eliminare l’uso delle fonti fossili, imporre sacrifici e riduzioni della richiesta energetica…).

(foto: il logo del G20 AMBIENTE di Napoli, a Palazzo Reale, con il ministro della transizione ecologica ROBERTO CINGOLANI che accoglie le delegazioni) – “(…) Il ministro Cingolani, al G20 di Napoli del 22-23 luglio, nel documento finale approvato, ha promesso: «Noi entro dieci anni dobbiamo fare il grosso del lavoro che ci deve portare nel 2050 a DECARBONIZZARE, è una questione di accelerazione nel passaggio alle energie pulite». PUNTI DEL DOCUMENTO FINALE riguardano l’ALLINEAMENTO dei FLUSSI FINANZIARI agli impegni dell’ACCORDO DI PARIGI, il sostegno all’ADATTAMENTO e alla MITIGAZIONE DEGLI EFFETTI DEL CAMBIAMENTO CLIMATICO, gli strumenti di FINANZA VERDE che dovranno essere compatibili con la road map di Parigi 2015, la CONDIVISIONE DELLE MIGLIORI PRATICHE TECNOLOGICHE, il RUOLO DELLA RICERCA, SVILUPPO E INNOVAZIONE che dovranno introdurre, ha spiegato Cingolani, una «transizione epocale» nei settori industriali più pesanti per il clima – e questo riguarda i paesi fortemente manifatturieri. Ovviamente fanno parte dell’orizzonte soluzioni che molti ambientalisti ritengono false, come la cattura e lo stoccaggio della CO2. (…)(Marinella Correggia, da Il Manifesto del 23/7/2021)

   Pertanto si sono ritrovati al G20 di Napoli paesi tra di loro molto distanti, non solo geograficamente. Alla fine, pare, che l’accordo che riunisce tutti è che sì, si procederà con il privilegiare le fonti energetiche rinnovabili, e che in ogni caso la scienza dovrà risolvere tutto.

   Si capisce allora che si possono avere cambiamenti effettivi solo se sono convenienti socialmente e politicamente: la sostenibilità ambientale va coniugata insieme con una sostenibilità sociale. Che lo “sviluppo verde” ci potrà essere solo se creerà più posti di lavoro di quello tradizionale inquinante, se darà ricchezza. Che le energie rinnovabili avranno successo se daranno anche maggiori opportunità sociali.

(Il mese di giugno 2021 è stato caratterizzato da temperature record in diverse aree del Pianeta, MAPPA da https://www.lifegate.it/) – “(…) PERCHÉ È IMPORTANTE UN ACCORDO?   L’incontro dei ministri del G20 su Ambiente, Clima ed Energia, cade nel mezzo di SETTIMANE SEGNATE DA EVENTI CLIMATICI ESTREMI che hanno ribadito l’urgenza di UN’AZIONE COMUNE nella lotta contro il riscaldamento globale. L’aumento della temperatura della superficie terrestre è sempre più evidente, tanto che secondo la NOAA – l’agenzia federale statunitense che si interessa di climatologia – il 2021 risulta già Tra I 10 Anni Più Caldi Dal 1880. A inizio luglio AL CIRCOLO POLARE ARTICO SI È RAGGIUNTA LA TEMPERATURA RECORD DI 48°C, causata da un’inedita e persistente ondata di calore in Siberia. Nonostante questi dati allarmanti, SOLO IL 2% DEI FINANZIAMENTI STANZIATI DALLE AUTORITÀ MONDIALI per il rilancio dell’economia post-Covid verrà SPESO IN SETTORI GREEN. (…)  La definizione di impegni concreti in sede G20 può quindi fornire la linea guida necessaria su cui costruire un rinnovato impegno climatico ALLA COP26 DI QUESTO NOVEMBRE A GLASGOW, definita non a caso “l’ultima e migliore possibilità che il mondo ha di evitare la crisi climatica”. (…)” (da https://www.ispionline.it/, 23/7/2021)

   Perché pensare di volere un mondo che frena il surriscaldamento e i disastri climatici, così, tout court, è un “vecchio” discorso che veniva fatto dagli ecologisti del Paesi ricchi già trent’anni fa (la prima Conferenza importante sull’ambiente quella di Rio del Janeiro è del 1992). “Voi non volete che si tagli la foresta, ma voi l’avete fatto in Europa più di due secoli fa per il vostro sviluppo. Voi non volete che si inquini con combustibili fossili come carbone e petrolio, ma l’epoca di sviluppo delle materie prime carburanti fossili a nostra disposizione voi l’avete già vissuta e ne avete avuto i vantaggi…”. Difficile individuare, anche alla luce delle più moderne tecnologie (l’idrogeno, auto elettriche e a minor consumo, impianti produttivi più sofisticati e risparmiosi di energia…) ora a disposizione, modi e metodi per un “riequilibrio sociale mondiale” da far condividere ai paesi in via di sviluppo che hanno livelli di consumo ben minori dei nostri (come sono i paesi africani, i latinoamericani, ma ancora Cina e India…).

UNA CENTRALE A CARBONE (foto da http://www.emmedimeccanica.com/)

   Pertanto il documento raccoglie tante affermazioni e idee condivise da tutti o quasi. È da crederci (che si condividono): con le continue emergenze climatiche e disastri ambientali…trent’anni fa, e anche di più, erano solo previsioni (ahinoi azzeccate) di scienziati ed ecologisti non allineati al progresso buono ed illimitato. Segnali ed iniziative premonitrici più che mai (andiamo a memoria): il Club di Roma negli anni 60, poi il Rapporto Brundtland del 1987, la campagna “nord sud” di Alexander Langer nel 1988, appunto il Summit di Rio del 1992, il protocollo di Kyoto del 1997, le associazioni ambientaliste e verdi degli anni ‘90, i sindacalisti seringueiros brasiliani come Chico Mendes (ucciso nel 1988) a difesa della foresta amazzonica…

John Kerry delegato USA e Roberto Cingolani ministro della transizione ecologica al G20 AMBIENTE di Napoli del 22-23 luglio 2021

   Pare poi che la Cina ci creda, alla crisi ambientale (pur allineandosi solo come principio) dal fatto che in queste settimane e mesi di ripresa veloce della produzione industriale dopo il blocco per la pandemia, stia subendo continui shock energetici: cioè blackout elettrici a ripetizione sulla rete industriale e urbana delle città; perché la richiesta di energia è superiore a quanto si riesce a produrre energeticamente (cose che accadono normalmente in India, ma in Cina non erano abituati…). Pertanto figuriamoci se Cina (e India) si impegnano ad eliminare il carbone e a non inquinare….

Il G20 Ambiente del 22 e 23 luglio si è tenuto a Napoli nella splendida cornice del PALAZZO REALE in Piazza del Plebiscito

   E poi va bene in Europa cercare di convincere la Polonia così ricca di carbone di ridurre quella fonte energetica così inquinante, ma non si dirà mai niente (crediamo) dell’energia fossile rappresentata dal gas sotterraneo naturale. Per questo la stessa Germania si è messa d’accordo con gli Stati Uniti di “poter accettare” il gasdotto russo “Nord Stream 2” così importante per il suo sviluppo industriale, nel contempo impegnandosi ad aiutare l’Ucraina ad evitare economicamente il ritorno nell’orbita russa…….. Se questo è il contesto che “tutti hanno le loro buone ragioni”, è assai difficile pretendere di più da paesi come quelli africani, poveri, in via di sviluppo, a volte li possiamo definire “emergenti”, che hanno consumi energetici pro capite molto inferiori ai nostri e che per tentare uno sviluppo possibile usano combustibili inquinanti… (nonostante siamo arrivati a un punto di non ritorno globale).

“(…) Parallelamente, LA STRATEGIA ITALIANA SU CLIMA E ENERGIA RIENTRA IN QUELLA DELL’UNIONE EUROPEA che punta ad affermarsi come STANDARD-SETTER GLOBALE. Non sorprende che l’arrivo dei ministri a Napoli segua di pochi giorni la presentazione di “FIT FOR 55”, il pacchetto di misure con cui la Commissione europea punta, entro il 2030, a RIDURRE LE EMISSIONI DI GAS A EFFETTO SERRA DEL 55% rispetto ai livelli del 1990, con l’obiettivo di ARRIVARE ALLA CARBON NEUTRALITY PER IL 2050. Un piano ambizioso che però da solo non sarà sufficiente per salvare il pianeta. L’Unione europea da sola contribuisce infatti all’8% delle emissioni globali di gas serra, contro il 28% della Cina.(…)” (da https://www.ispionline.it/, 23/7/2021)

   Qualcuno di quelli ecologisti premonitori di trent’anni fa ipotizzava allora che continuando così saremmo arrivati a un governo mondiale dove a ciascuno viene affidata (imposta) una tessera di consumo energetico e anidride carbonica, da utilizzare come meglio vuole, e poi nulla più. Scenari apocalittici ma non tanto. Speriamo che non si arrivi a questo, e che scelte importanti e coraggiose (anche un po’ dolorose) vengano concretamente prese. (s.m.)

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IL RESPIRO DEL COMPROMESSO

di Federico Rampini, da “la Repubblica” del 24/7/2021

   Roberto Cingolani, ministro della Transizione ecologica, ha fatto un bilancio onesto e sincero del vertice mondiale sotto la sua presidenza (il G20 sull’ambiente di Napoli dello scorso 22 e 23 luglio). La strada verso la riduzione delle emissioni carboniche è ancora in salita, nonostante le calamità estive che hanno colpito il Nord Europa e alcune regioni asiatiche. Qualcosa si sta muovendo, sia in Occidente che nei giganti del capitalismo carbonico orientale. È importante capire quali ostacoli andranno superati, e come.

   «Su due punti – ha detto Cingolani – non abbiamo trovato l’accordo al G20 Ambiente e li abbiamo rinviati al summit dei capi di Stato e di governo: rimanere sotto 1,5 gradi di riscaldamento globale al 2030 ed eliminare il carbone dalla produzione energetica al 2025. Stati Uniti, Europa, Giappone e Canada sono favorevoli, ma quattro o cinque Paesi, fra i quali Cina, India e Russia, hanno detto che non se la sentono di dare questa accelerazione, anche se vogliono rimanere nei limiti dell’Accordo di Parigi». L’esponente del governo italiano, che dirigeva i lavori a Napoli, ha parlato però di «un accordo senza precedenti perché per la prima volta il G20 accetta che clima e politica energetica sono strettamente connessi».
   Coinvolgere il trio Cina-India-Russia è fondamentale. La Repubblica popolare cinese è di gran lunga la prima fonte di emissioni carboniche del pianeta: con il suo 28% del totale pesa il doppio degli Stati Uniti. L’India sta aumentando velocemente la sua impronta carbonica e in un futuro non lontano peserà quanto l’Europa. La Russia è un nano economico ma è un petro-Stato con un ruolo sostanziale nell’esportazione di energie fossili (incluso verso il mercato europeo, Germania in testa). Senza di loro, gli impegni dei Paesi occidentali non bastano, anche ammesso che le promesse euro-americane vengano tutte mantenute.
   L’America di Joe Biden ha indicato una strada per coinvolgere la Cina in un ruolo virtuoso. Mentre i rapporti bilaterali Washington-Pechino continuano a deteriorarsi in quasi ogni altro campo, nella lotta all’emergenza climatica invece prevale il dialogo e la ricerca della cooperazione tra le due superpotenze, con un ruolo di punta per John Kerry. Al tempo stesso, i democratici americani non disdegnano di seguire l’esempio europeo agitando un possibile deterrente: è il piano della carbon border tax, un dazio verde che andrebbe a colpire le importazioni da Paesi che fanno intenso uso di energie fossili. Su questo protezionismo ambientalista è possibile un’intesa fra Washington e Bruxelles. Il bersaglio principale sarebbe la Cina.
   La posizione di Xi Jinping va letta alla luce di una novità per lui sconvolgente, dell’estate 2021. Non mi riferisco alle alluvioni cinesi – il cui bilancio di vittime per fortuna è modesto, proporzionalmente una minuscola frazione rispetto a quanto accaduto in Germania. Lo shock del luglio 2021 è che la Repubblica popolare subisce blackout elettrici a ripetizione. È vero che questi sono la diretta conseguenza della ripresa economica, con le fabbriche del made in China che producono a ritmi record. Però i blackout elettrici facevano parte della routine indiana più che di quella cinese. Xi non può inseguire obiettivi di emancipazione dal carbone, se questi penalizzano la crescita economica. Perfino un autocrate ha dei vincoli di consenso. In tutto il mondo oggi la sostenibilità ambientale va coniugata insieme con una sostenibilità sociale. Lo ha capito Biden, che associa strettamente gli investimenti in energie rinnovabili alla creazione di nuovi posti di lavoro.
   Nessun governo, neanche il più autoritario, reggerà proponendo una decrescita che non è mai felice.
   Non è un caso se Xi Jinping oggi punta a conquistare il predominio mondiale nell’auto elettrica, e nella produzione di tutti i suoi componenti (a cominciare dai minerali rari): anche a Pechino la lotta all’emergenza climatica va trasformata in una nuova opportunità di business e di esportazione, per essere politicamente spendibile.

   Nel frattempo la transizione includerà dei compromessi. Se neppure la “virtuosa” Germania riesce ad affrancarsi dall’energia fossile russa, è impolitico e immorale pretendere di più da Paesi emergenti che hanno consumi energetici pro capite molto inferiori ai nostri. Draghi e Cingolani, come l’amministrazione Biden, hanno capito che conviene alleare scienza e tecnologia con le risorse del mondo imprenditoriale, per accelerare la transizione e renderla appetibile all’intero pianeta.
   Le visioni apocalittiche, così come le nostalgie di un’Arcadia bucolica, possono affascinare un pubblico adolescenziale in Occidente ma non smuoveranno la realtà dei giganti asiatici, tantomeno degli africani. Con questa strategia realistica, la tappa di Napoli può agevolare il successo della conferenza Onu Cop26, a novembre a Glasgow. (Federico Rampini)

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CINGOLANI: G20 ENERGIA E CLIMA: UN ACCORDO STORICO CHE GUARDA AL FUTURO E PUNTA ALLA COP26

La sintesi del documento finale della ministeriale fatta dal ministero della transizione ecologica

[24 Luglio 2021] da GREENREPORT.IT (quotidiano per un’economia ecologica) – https://greenreport.it/

   “Una società prospera, inclusiva, resiliente, sicura e sostenibile che non lasci indietro nessuno”: così i ministri dell’ambiente e dell’energia dei grandi Paesi della Terra, riuniti dalla Presidenza italiana del G20 a Napoli, in presenza e da remoto, hanno sottoscritto il documento finale della ministeriale Energia e Clima.

   Un documento che mette insieme, su temi divisivi come la transizione energetica, i cambiamenti climatici e la necessità di tenere la temperatura del Pianeta sotto il grado e mezzo, Paesi tra di loro molto distanti, non solo geograficamente.

   Tutti, da Cina a India, a Stati Uniti, Russia e paesi Europei, hanno concordato che, soprattutto dopo la fase pandemica, la transizione energetica verso le energie rinnovabili sono uno strumento per la crescita socio-economica inclusiva e veloce, la creazione di posti di lavoro e deve essere una transizione giusta che non lascia nessuno indietro.

   La comunità internazionale del G20 riconosce nella scienza un ruolo fondamentale, su cui la politica dovrà basarsi. E, soprattutto, viene riconosciuto uno stretto nesso tra clima ed energia e la necessità di ridurre le emissioni globali e migliorare l’adattamento al cambiamento climatico.

1 – Azioni contro il cambiamento climatico

Vengono riaffermati gli impegni dell’Accordo di Parigi come il faro vincolante che dovrà condurre fino a Glasgow, dove si svolgerà, a novembre, la COP 26. Obiettivo comune è mantenere la temperatura ben al di sotto dei 2° e a proseguire gli sforzi per limitarla a 1,5° al di sopra dei livelli preindustriali. I Paesi del G20 concordano nell’aumentare gli aiuti ai paesi in via di sviluppo affinché nessuno resti indietro. Rimane centrale il ruolo dell’impegno finanziario da 100 miliardi, così come previsto dall’Accordo di Parigi, con l’impegno ad aumentare i contributi ogni anno fino al 2025.

   E un ruolo, per l’aumento di questi fondi, è richiesto in particolare alle istituzioni finanziarie per lo sviluppo e alle banche multilaterali. La transizione è necessaria e indispensabile, però deve essere giusta, e assicurare sostegno e solidarietà alle categorie e ai paesi più fragili. Unanimemente si riconosce il ruolo del cambiamento climatico nella perdita di biodiversità.

2 – Accelerare le transizioni verso l’energia pulita Continua a leggere

LA CINA NON È PIÙ VICINA – Nei 100 anni del partito comunista la Cina rivendica i suoi progressi sociali, economici, digitali…. – E la Élite del moloch cinese di 1,4 miliardi di persone si irrigidisce e sancisce un NEO-TOTALITARISMO dentro il Paese; e la GUERRA FREDDA con gli USA – E’ la fine della VIA DELLA SETA?

“Cento colpi di cannone per celebrare il CENTENARIO DEL PARTITO COMUNISTA CINESE davanti alla folla in PIAZZA TIENANMEN. E poi la voce di XI JINPING, lenta e solenne dal rostro della Porta d’accesso alla Città proibita simbolo del potere imperiale. In divisa maoista Xi fa un’ora di discorso per ricordare che LA SUA CINA È PROSPERA, DETERMINATA, si è levata in piedi, è orgogliosa e fiduciosa nella propria forza e non si farà umiliare, perché è «UNA GRANDE MURAGLIA D’ACCIAIO». «Il popolo cinese non ha mai oppresso nessuno e ora non permetterà ad alcuna forza straniera di intimidirlo, prevaricarlo, soggiogarlo, renderlo schiavo. Chiunque volesse cercare di farlo si schiaccerebbe la testa e verserebbe il suo sangue contro una muraglia d’acciaio forgiata da un miliardo e quattrocento milioni di cinesi», HA DETTO XI.(…)” (Guido Santevecchi, da “Corriere.it” del 1/7/2021- https://www.corriere.it/ )

   Se è vero che in questi ultimi decenni le popolazioni all’interno dell’immenso territorio cinese hanno avuto un progresso sociale notevole, e centinaia di persone sono uscite dall’estrema povertà, è pur vero che le contraddizioni dello “sviluppo” cinese esistono: e si esprimono in una comunità collettiva fatta di molteplici culture, etnie, desideri di vita, che si sono “conformate” a un modello di società che “non può” tollerare alcuna dissidenza; modello di società improntato a uno stato totalitario che per questo è aiutato anche dalla rivoluzione informatica capace di controllare uno a uno i propri sudditi.

Mappa Cina amministrativa – da Wikipedia

   L’anniversario dei 100 anni di fondazione del partito comunista cinese, festeggiato il primo luglio 2021 (anche se pare che la “vera” fondazione sia stata il 23 luglio, 1921) è stato usato dal leader Xi Jinping per mettere in guardia la comunità internazionale (gli USA, ora grandi nemici, in particolare) che la Cina non si fa “metter sotto” da nessuno, e che la sua grande crescita internazionale continuerà più che mai; ed è servito, il discorso di Xi, anche a fini “interni”: per ribadire che ogni pur minima dissidenza non sarà tollerata. In nome del partito comunista, del marxismo.

La festa per i 100 anni del partito comunista cinese (foto da https://www.huffingtonpost.it/)“(…) Senza voler mettere in dubbio le convinzioni ideologiche, nella postura e nei discorsi del leader cinese c’è POCO MARXISMO e PARECCHIO NAZIONALISMO. Questo “socialismo alla cinese” non ha più molti legami con la proprietà collettiva dei mezzi di produzione, e si riferisce alla potenza nazionale e alla grandezza di una Cina che non solo rivendica l’eredita maoista ma si inscrive nella continuità di una storia millenaria, un tempo criticata come feudale e oggi esaltata in nome della fine della parentesi del “secolo di umiliazione” imposto dall’occidente all’impero di mezzo.(…)   Questo nazionalismo poggia su una storia rivisitata e riscritta per smussarne gli angoli. QUELLI CHE SE NE ALLONTANANO, come gli studenti per la democrazia (in PIAZZA TIANANMEN IERI e a HONG KONG OGGI) o gli UIGURI CHE NON PROVENGONO DALLA STESSA CULTURA, ne fanno le spese e vengono combattuti.(…)” (PIERRE HASKI, France Inter, Francia, 1/7/2021; da INTERNAZIONALE https://www.internazionale.it/)

   Ma di questo discorso di Xi Jinping c’è assai poco di marxismo come lo possiamo intendere noi, e tutto invece di nazionalismo. Anche se non è un puro e semplice nazionalismo come avviene in Europa: vuole ribadire il magnifico passato della civiltà cinese millenaria, il passaggio al marxismo dal 1949 con l’avvento al potere in Cina del partito comunista, e adesso il grande progetto di “prosperità comune”. Pertanto una Cina  potenza nazionale, e una Cina che non solo rivendica l’eredita maoista ma si riconosce nella continuità di una storia millenaria, un tempo criticata come feudale e oggi esaltata. 

“(…) La PROVINCIA MERIDIONALE del ZHEJIANG è stata scelta ufficialmente come zona dimostrativa della “PROSPERITÀ COMUNE”. Secondo il piano, entro il 2025, il Pil pro capite dei residenti dovrà raggiungere il “livello delle economie moderatamente sviluppate”, con “una struttura sociale contraddistinta per la maggioranza da una popolazione a reddito medio”. Primo passo verso la realizzazione, nel 2035, della “prosperità comune nel suo insieme”.(…) “PROSPERITÀ COMUNE” (gongtong fanrong), termine che (…) implica da una parte la “RIDUZIONE DELLA POVERTÀ RELATIVA E DELLA DISUGUAGLIANZA DI REDDITO”. Dall’altra l’ESPANSIONE DELLA CLASSE MEDIA, quel segmento sociale con un reddito pro capite mensile di oltre 2.000 yuan (circa 260 euro) che nel 2019 rappresentava quasi un terzo della popolazione complessiva e che nei prossimi cinque anni dovrà raggiungere il 60% del totale. (…)” (di ALESSANDRA COLARIZI, da IL MANIFESTO del 1/7/2021 https://ilmanifesto.it/)

   Come dicevamo la Cina ha bisogno di modernizzare ancor di più di quanto è stato fatto il Paese, di aumentare la prosperità comune… prosperità che, a una visione superficiale potrebbe far vedere che è stata raggiunta; e invece non lo è; e anche le masse di centinaia di milioni di cinesi a reddito medio uscite dalla povertà, poco hanno a che vedere con il reddito medio che possono vantare gli europei, gli occidentali….

La festa dei 100 anni del PCC (foto da https://tg24.sky.it/)

   La fine della campagna contro la “povertà assoluta”, proclamata in pompa magna lo scorso novembre, ha coinciso con un nuovo incremento delle disparità economiche dopo otto anni consecutivi di declino. Un discreto numero di super ricchi (4 o 5 milioni?) e centinaia di milioni di “poveri relativi”. E viene ora sancito il primo passo verso la realizzazione, nel 2035, della “prosperità comune nel suo insieme”. E questo secondo il governo cinese dovrà avvenire con la digitalizzazione dei servizi, riformando il sistema di redistribuzione del reddito, migliorando le politiche di integrazione urbano-rurale e promuovendo l’uguaglianza dei servizi pubblici (cioè sanità e istruzione in primis).

Chiude l’Apple daily – Hong kong dice addio alla sua ultima voce libera (foto da https://left.it/)

   Questo irrigidimento “autoritario” che vi è nel discorso del primo luglio del centenario del partito comunista cinese di Xi Jinping, di palese minaccia rivolta all’esterno a chi secondo lui vorrebbe fermare la corsa cinese, si denota un’affermazione da “guerra fredda” che forse non era mai stata sancita così ufficialmente come in questa solenne occasione. E vien da pensare che anche i nostri motti di entusiasmo per quella “VIA DELLA SETA” che in senso modernissimo ripercorreva il tragitto dei commerci tra Oriente ed Occidente (e a noi ricordava Marco Polo…), che quando è stata proposta è stata vista da molti (anche noi) come una via di pace che si esplicava con gli scambi culturali assieme al commercio, e alle nuove infrastrutture di trasporto per avvicinare i popoli….ebbene ora quel clima di scambio pacifico di qualche anno fa sembra riposto definitivamente nel cassetto. Gli eventi di una Cina autoritaria nel suo suolo, con la repressione del popolo degli Uiguri, con l’assimilazione anti libertaria di Hong Kong, con le mire di dominio sul Tibet e poi su Taiwan, con il ribadire ogni repressione a individuali dissidi interni…. Tutto questo fa vedere la Cina come un soggetto politico, un’area geopolitica, cui sì pacificamente confrontarsi, però chiedendo chiarezza nel proporre e far rispettare diritti umani dentro e fuori quel grande Paese che è.

Il rivoltoso sconosciuto che ferma i carri armati, nel mai dimenticato tragico avvenimento di “PIAZZA TIENANMEN” (la stessa piazza del trionfo adesso di Xi Jingping nella commemorazione dei 100 anni del PCC…), dove la protesta in quella piazza di Pechino avvenuta dal 15 aprile al 4 giugno 1989, protesta per motivi molto simili al desiderio di libertà di Hong Kong, quella protesta che si chiuse il 4 giugno con il massacro di 2.600 studenti da parte dell’esercito cinese (i dati del massacro sono della Croce Rossa) (foto da Wikipedia)

   E’ pur vero, purtroppo, che i troppo grandi paesi come la Cina (che conta 1 miliardo e 400 milioni di persone) non si fanno tanti scrupoli nel reprimere i dissensi. Vale la pena, per questo, raccontare un episodio. Nel mai dimenticato tragico avvenimento di “PIAZZA TIENANMEN” (la stessa piazza del trionfo adesso di Xi Jingping nella commemorazione dei 100 anni del PCC…), dove la protesta in quella piazza di Pechino avvenuta dal 15 aprile al 4 giugno 1989, protesta per motivi molto simili al desiderio di libertà di Hong Kong, quella protesta che si chiuse il 4 giugno con il massacro di 2.600 studenti da parte dell’esercito cinese (i dati del massacro sono della Croce Rossa), ebbene in quell’occasione il leader cinese di allora Deng Tsiao Ping, disse che se anche i giovani che protestavano fossero stati 10 mila (erano probabilmente di meno), nel rapporto tra popolazione cinese di allora di 1 miliardo, sarebbe stata un’opposizione al governo di un centomillesimo della popolazione, una minoranza di opposizione neanche da prendere in considerazione…. discorso terribile che esclude ogni libertà di opporsi…..

(CINA, la repressione degli Uiguri, foto da http://www.asianews.it/) – CHI SONO GLI UIGURI – Gli uiguri sono una minoranza di religione musulmana e di etnia turcofona. Risiedono principalmente nella vasta regione dello XINJIANG, nel nord ovest della Cina. Oggi rappresentano la maggioranza relativa della popolazione della regione, il 46%, mentre il resto degli abitanti sono cinesi di etnia Han (39%) e kazaki. Dagli anni ’90, con la disgregazione dell’Unione Sovietica prima e poi con il crollo delle Torri Gemelle nel 2001, si è intensificata la repressione di Pechino, con il governo che ha presentato la campagna contro la minoranza uigura come una lotta al terrorismo; e con progetti di “ASSIMILAZIONE FORZATA” degli Uiguri in campi di detenzione tendenti ad annullare del tutto l’etnia uigura.

   E allora, che atteggiamento avere con la Cina, in una reciproca collaborazione economica e politica di pacificazione di cui il mondo ha estremo bisogno? Se, in questo contesto, ogni libertà individuale, nei Paesi autoritari, ogni dissenso non vale niente?…. Il punto è che non si può lasciar correre, far finta di niente: ci dev’essere un megafono internazionale, che l’informazione ne parli; e gli Stati, le entità sullo scenario mondiale (come dovrebbe e deve essere l’Unione Europea), devono porre paletti e condizioni di rispetto dei diritti umani nel rapporto con Stati che praticano illibertà e repressioni al loro interno. (s.m.)

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CINA, XI AVVERTE IL MONDO: «NON CI FAREMO INTIMIDIRE». ALLERTA USA: «100 SILOS PER MISSILI INTERCONTINENTALI» 

di Guido Santevecchi, da “Corriere.it” del 1/7/2021 (https://www.corriere.it/ )

– Un’ora di discorso per ricordare che la sua Cina è prospera, determinata e fiduciosa della propria forza. Vestito come Mao, Xi ha voluto rimarcare la continuità rivoluzionaria della Cina, ma anche di essere il nuovo Grande timoniere –

   Cento colpi di cannone per celebrare il centenario del Partito comunista cinese davanti alla folla in Piazza Tienanmen. E poi la voce di Xi Jinping, lenta e solenne dal rostro della Porta d’accesso alla Città proibita simbolo del potere imperiale. Un’ora di discorso per ricordare che la sua Cina è prospera, determinata, si è levata in piedi, è orgogliosa e fiduciosa nella propria forza e non si farà umiliare, perché è «una grande muraglia d’acciaio». «Il popolo cinese non ha mai oppresso nessuno e ora non permetterà ad alcuna forza straniera di intimidirlo, prevaricarlo, soggiogarlo, renderlo schiavo. Chiunque volesse cercare di farlo si schiaccerebbe la testa e verserebbe il suo sangue contro una muraglia d’acciaio forgiata da un miliardo e quattrocento milioni di cinesi», ha detto Xi.

   Dalle 70 mila persone inquadrate nella piazza, attentamente selezionate in mesi di preparativi, è salito un applauso potente. La stampa statale ha messo in risalto più di ogni altro il passaggio in cui Xi ha inneggiato alla costruzione della «xiaokang», la vita pacifica, felice e armoniosa dei cinesi e ha assicurato che il Partito comunista ha a cuore il futuro e lo sviluppo dell’umanità. Queste le sue parole: «Dichiaro a nome del Partito e del popolo che è stato raggiunto l’obiettivo del primo centenario: abbiamo costruito una società moderatamente prospera, abbiamo risolto il problema della povertà in Cina e ora non accetteremo prediche ipocrite da chi pensa di avere il diritto di darci lezioni».

   Il leader cinese si è presentato alla folla con una giacca con il colletto abbottonato, grigio chiaro, identica a quella indossata perennemente da Mao nel grande ritratto che adorna la Porta della Pace celeste e domina Tienanmen. Vestendosi come Mao, il fondatore del Partito nel 1921 e della Repubblica popolare nel 1949, Xi ha voluto segnalare la continuità rivoluzionaria della Cina ma anche di essere il nuovo Grande timoniere di una superpotenza economica e militare con disegni globali.

   Ora Xi Jinping si sente investito dalla missione storica di completare l’opera di Mao, riportando TAIWAN sotto il controllo di Pechino: «Nessuno deve sottovalutare la determinazione, la volontà e la capacità del popolo di riunificare la Cina e di schiacciare i complotti indipendentisti di Taiwan, la questione della sovranità e integrità nazionale sarà risolta».

   Un passaggio dedicato a HONG KONG, per ribadire che anche nell’ex colonia britannica ora regna la «stabilità» grazie all’impegno del Partito. Nella città dove Deng Xiaoping aveva promesso di mantenere per cinquant’anni, fino al 2047, il principio «Un Paese due sistemi», oggi si celebrava anche l’anniversario della restituzione alla madrepatria cinese, il 1° luglio del 1997, per tanti anni segnato da una contromanifestazione democratica. Ma oggi ogni riunione popolare è stata proibita, sono stati schierati 10 mila poliziotti per scoraggiare assembramenti e il Victoria Park è stato sigillato.

   «Lunga vita al grande, glorioso e giusto Partito comunista! Lunga vita al grande, glorioso ed eroico popolo cinese!». Così ha concluso il suo discorso del centenario Xi Jinping, il Nuovo Mao che ha in mano una Cina molto più potente di quella del Fondatore.

   Non è una coincidenza che nel giorno del centenario del Partito comunista, un rapporto americano abbia rivelato che nel deserto del Gansu, duemila chilometri a Ovest da Pechino, i satelliti hanno scoperto lavori per la costruzione di un centinaio di silos utilizzabili per celare MISSILI INTERCONTINENTALI. La Cina possiede un arsenale nucleare relativamente modesto: tra le 250 e le 350 testate e un centinaio di missili intercontinentali basati a terra, rispetto alle migliaia a disposizione degli Stati Uniti. Le 119 nuove postazioni di lancio nel Gansu darebbero a Xi altre carte da mettere sul tavolo della partita di Guerra fredda ingaggiata con gli Stati Uniti.

   Gli esperti indipendenti del «James Martin Center for Nonproliferation Studies» di Monterey, che stanno studiando le foto dei satelliti commerciali, dicono al Washington Post che potrebbe trattarsi anche di un depistaggio strategico. I lavori sono dispersi su un’area di mille chilometri quadrati e alcuni o molti dei silos potrebbero essere dei «diversivi», vale a dire buchi nella terra arida per simulare la presenza di missili inesistenti (o al momento inesistenti). Quelle postazioni renderebbero molto più difficile il lavoro di controllo da parte del Pentagono, aprendo un nuovo fronte di incertezza alla Casa Bianca sulla reale capacità militare della Cina. Nel dubbio, gli studiosi di questioni militari suggeriscono che è urgente che Stati Uniti e Cina discutano, tra i molti altri dossier, anche quello sul controllo delle armi nucleari. (Guido Santevecchi, da “Corriere.it” del 1/7/2021 – https://www.corriere.it/)

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IL PARTITO COMUNISTA CINESE FESTEGGIA CENTO ANNI DI AMBIGUITÀ

di Pierre Haski, France Inter, Francia, 1/7/2021

da INTERNAZIONALE https://www.internazionale.it/

   Mai prima d’ora un partito aveva celebrato il proprio anniversario in modo così stravagante. A ben vedere esistono motivi buoni e meno buoni per cui il Partito comunista cinese festeggia il suo centesimo compleanno con una grandiosità solitamente riservata alle feste nazionali.

   La principale ragione è precisamente questa: Continua a leggere

MIGRANTI – La decisione del Consiglio d’Europa del 25-26 giugno: NO ai ricollocamenti ma sosteniamo i Paesi da cui provengono i flussi migratori (di origine e di transito) – Ai migranti necessari per i nuovi lavori e utili alla crisi demografica, l’Europa si chiude, e appalta all’esterno il controllo delle frontiere (come fa con la Turchia)

(Consiglio europeo del 24-25 giugno 2021: nella foto la presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen, foto da https://www.agensir.it/) – “Come era stato annunciato dalle previsioni degli analisti, il CONSIGLIO EUROPEO (I CAPI DI STATO dei 27 Paesi aderenti alla UE) del 24 e 25 giugno (2021) non ha portato a significativi passi avanti sulle politiche migratorie, almeno per gli auspici più ottimistici di quanti in Italia contavano su una possibile apertura ad un nuovo modello di “redistribuzione” – anche il termine è indicativo dell’approccio con cui si considera un aiuto rivolto a esseri umani – dei migranti dai Paesi di “primo arrivo”. In buona sostanza, le conclusioni del vertice del Bruxelles hanno confermato le PRIORITÀ dell’UE: 1) consolidare la “DIMENSIONE ESTERNA” della gestione dell’immigrazione; 2) sostenere il “MODELLO TURCHIA”, da estendere alla Libia e ad altri paesi per preservare la “FORTEZZA EUROPEA”; 3) NESSUNA AGENDA CONCRETA PER UN PIANO DEI RICOLLOCAMENTI dei primi arrivi, il cui esame è rinviato all’autunno. (MAURIZIO DELLI SANTI, da https://www.notiziegeopolitiche.net/ del 26/6/2021)

   Il Consiglio europeo (riunione dei capi di Stato dei 27 Paesi dell’UE) che si è tenuto a Bruxelles il 24 e 25 giugno scorso, in merito alla questione dei migranti (tra i vari argomenti trattati), non ha deciso nulla sui ricollocamenti dei profughi che arrivano in particolare dal Mediterraneo e che, in primis, interessano l’Italia, ma anche la Spagna (con il passaggio dal Marocco attraverso i territori spagnoli in Africa di Ceuta e Melilla), la Grecia, e in parte la Francia, anch’essa direttamente interessata agli sbarchi. Però, se nulla si è deciso sui ricollocamenti (argomento neanche trattato), ci sono stati lo stesso degli impegni significativi e “nuovi” sulle politiche migratorie.

 

Mappa delle rotte dei migranti dal Nord Africa all’Europa (dall’Africa occidentale) – da WIKIPEDIA

   Se infatti il piano dei ricollocamenti dei primi arrivi è stato rinviato all’autunno (o a chissà quando…), la priorità del vertice di Bruxelles dei capi di stato UE ha di fatto allargato, concretizzato, il “metodo Turchia”: cioè consolidare la “dimensione esterna”, estendere alla Libia e agli altri paesi di transito, ma anche di origine, i modi (cioè soldi, finanziamenti a quelli stati) per fermare i migranti, preservando così la “Fortezza Europa”.

Nessun progresso sui ricollocamenti: però DRAGHI ha sottolineato l’importanza di aver ottenuto più realisticamente un cambio di paradigma nell’affrontare il tema dell’immigrazione quanto meno con l’impegno di tutti e 27 gli Stati europei nel finanziare un onere che vale all’incirca dieci miliardi di euro per sostenere i Paesi da cui provengono i flussi migratori. (nella foto: DRAGHI, Consiglio Europeo 24-25 Giugno 2021)

   In Italia si contava, si sperava, su una possibile apertura ad un nuovo modello di “redistribuzione” (significativo il termine che si usa, “redistribuzione”, sintomo che i migranti vengono visti come oggetti negativi, da sbarazzarsene…), rispetto ai Paesi di “primo arrivo”. Se però nessun progresso sui ricollocamenti c’è stato, secondo il premier italiano Draghi qualcosa di positivo è lo stesso avvenuto: cioè si è ottenuto più realisticamente un cambio di paradigma nell’affrontare il tema dell’immigrazione, quanto meno con l’impegno di tutti e 27 gli Stati europei nel finanziare un onere che vale all’incirca dieci miliardi di euro l’anno per sostenere i Paesi da cui provengono (origine e transito) i flussi migratori.

“(…) «La stabilizzazione del SAHEL rappresenta una priorità per l’Italia». La frase pronunciata mercoledì (23 giugno 2021, ndr) da Mario Draghi alla Camera può sorprendere. In realtà, è solo la conferma di una dimenticata ma permanente direttrice geopolitica che traccia la frontiera di sicurezza avanzata del nostro Paese da quando esistiamo. PRENDETE UNA CARTA DELL’AFRICA. Congiungete TUNISI con GIBUTI via TRIPOLI in direzione sud-est e con il DELTA DEL NIGER verso sud-ovest. Ricongiungete quello sbocco nel GOLFO DI GUINEA con Gibuti e vedrete emergere un vasto triangolo irregolare che ritaglia il cuore africano di CAOSLANDIA. Immensa parte di mondo a bassissima pressione istituzionale e alta concentrazione di tensioni e conflitti, solcata da traffici obliqui di armi, droga, esseri umani che puntano verso lo Stivale e altre sponde europee. (…)” (LUCIO CARACCIOLO, da “la Repubblica” del 25/6/2021) (nell’immagine: Africa centro settentrionale, mappa da https://www.scuolissima.com/)

   In questo senso, pur nel consolidare il “muro europeo” (ma diventerà veramente invalicabile?…ne dubitiamo), si comincia a capire che la situazione centro-africana, dal Sahel in su, non può essere cosa che non ci riguarda; e che soluzioni non solo di oppressione della migrazione ma anche di sviluppo generalizzato, in quei Paesi centro-africani, è condizione per l’Europa di evitare quella che qualcuno vede come “l’invasione”.

Il Presidente del Parlamento europeo, DAVID SASSOLI nel corso della Seconda Conferenza Interparlamentare di alto livello su migrazione e asilo in Europa, svoltasi il 14 giugno, nel corso della quale aveva esortato gli interlocutori a “gestire questo fenomeno globale in modo umano”, per “accogliere degnamente e con rispetto le persone e le storie che bussano alle nostre porte ogni giorno”.  E aveva indicato due priorità: 1) RIPROPORRE un “meccanismo europeo di ricerca e salvataggio in mare, che utilizzi le competenze di tutti gli attori coinvolti, dagli Stati membri alla società civile alle agenzie europee”; 2) DEFINIRE un “sistema europeo di reinsediamento fondato sulla nostra responsabilità comune”. Su questo punto aveva anche voluto precisare che i migranti possono dare un contributo importante alla ripresa della società europea colpita dalla pandemia e dal calo demografico, considerando che “durante la pandemia interi settori economici si sono fermati per l’assenza di lavoratori immigrati (…) abbiamo bisogno di una migrazione regolata per la ripresa delle nostre società e per la tenuta dei nostri sistemi di protezione sociale”. (Maurizio Delli Santi, da https://www.notiziegeopolitiche.net/ del 26/6/2021) (nella foto il presidente del Parlamento Europeo DAVID SASSOLI – foto da La Stampa)

   Noi non sappiamo se le “intenzioni europee” siano sincere; cioè se nell’esternalizzare l’intervento finanziario verso quei paesi di origine e transito della popolazione, quegli interventi siano di tipo umanitario, di vero sviluppo, senza interessi post coloniali o, peggio ancora, di sponsorizzazione di eserciti nazionali di repressione di ogni forma di migrazione… però l’osservazione internazionale del fenomeno può e potrebbe garantire che vi siano interventi “equi”, che perlomeno riducano le migrazioni, creando forme di buona vivibilità sociale ed economica, di sviluppo “vero” (è avvenuto in tante aree geografiche nel primo decennio del duemila…), ambientale (pensiamo a progetti di forestazione del Sahel…), e di intervento contro dittature militari oppressive e gruppi jihadisti.

“Al 25 giugno (2021) gli stranieri irregolarmente sbarcati lungo le coste italiane risultano 19.360 nel 2021, a differenza dei 6576 e dei 2464 stranieri sbarcati nei corrispondenti periodi del 2020 e del 2019. E il trend è destinato ad aumentare nell’avanzare del periodo estivo. Le maggiori pressioni migratorie rilevate – sulla base delle dichiarazioni rese allo sbarco – sono originate da Bangladesh (3116), Tunisia (2854), Costa d’Avorio (1541), Egitto (1524), Eritrea (1140), Sudan (1131), Guinea (1000), Marocco (846), Iran (682), Mali (642), ma vi sono anche 4884 migranti per i quali è ancora in corso l’accertamento sulla provenienza.(…)” (Maurizio Delli Santi, da https://www.notiziegeopolitiche.net/ del 26/6/2021) (nella foto: MIGRANTI, RICHIEDENTI ASILO, RIFUGIATI, foto da https://www.diaconiavaldese.org/)

   Premesso che tutto questo piano, progetto, di creare “vivibilità” in Africa (e in altri continenti e aree geografiche in grave difficoltà, pensiamo adesso all’Afghanistan, abbandonato ora dagli occidentali al probabile ritorno dei talebani…), resta il fatto che lo stesso dovremmo positivamente rapportarci con una immigrazione che, nei modi più diversi, ci sarà comunque da noi, e in tutta Europa.

Le rotte dei migranti

   E’ così che il diniego del Consiglio d’Europa (i capi di governo) a ricollocare immigrati (uomini, donne, bambini) anche per i nuovi lavori necessari e la crisi demografica europea; e la decisione di appaltare all’esterno il controllo delle frontiere (finanziando i paesi di origine e di transito, come si fa con la Turchia), in sé non potrà mai risolvere il problema. E che l’accettazione di persone da altri Paesi, altri contesti geografici, è cosa avvenuta da sempre; un “riversamento” da aree con tanta popolazione e povere, in altre in crisi demografica (l’Europa) che ha bisogno di manodopera, di coprire lavori per servizi necessari; e di famiglie e bambini che frequentino le nostre scuole, i servizi ora sempre più declinanti, l’invecchiamento attuale della popolazione; ritrovando così “nuovi italiani”, che pur nel rispetto delle origini, sono pronti a condividere un progetto di “patria” in comune con chi risiede da sempre nei nostri luoghi. (s.m.)

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LE CHIAVI DEL MAR ROSSO

di Lucio Caracciolo, da “la Repubblica” del 25/6/2021

   «La stabilizzazione del SAHEL rappresenta una priorità per l’Italia». La frase pronunciata mercoledì da Mario Draghi alla Camera può sorprendere. In realtà, è solo la conferma di una dimenticata ma permanente direttrice geopolitica che traccia la frontiera di sicurezza avanzata del nostro Paese da quando esistiamo.
Prendete una carta dell’Africa. Congiungete TUNISI con GIBUTI via TRIPOLI in direzione sud-est e con il DELTA DEL NIGER verso sud-ovest. Ricongiungete quello sbocco nel GOLFO DI GUINEA con Gibuti e vedrete emergere un vasto triangolo irregolare che ritaglia il cuore africano di CAOSLANDIA. Immensa parte di mondo a bassissima pressione istituzionale e alta concentrazione di tensioni e conflitti, solcata da traffici obliqui di armi, droga, esseri umani che puntano verso lo Stivale e altre sponde europee.
   Mareggiate d’instabilità che vanno gestite. Ma non da soli. Soprattutto non dovendo fronteggiare l’inumana, devastante logica dello scaricamigrante che governa l’approccio della riva nord del Mediterraneo alla quarta sponda e alle sue profondità sahariane e saheliane. Sicché noi fungiamo da terra assorbente verso cui convergono via Mediterraneo i flussi di Caoslandia.
   Draghi parlava ai nostri deputati perché i suoi omologhi europei sentissero. Qualche modesto segnale di solidarietà viene in questi giorni da Germania e Francia, con i quali spartiremmo – un terzo per uno – l’accoglienza ai profughi salvati nel Mediterraneo, non quelli sbarcati direttamente in Italia. Il dossier migranti resta totalmente aperto.
   Perché le sue radici sono molto più profonde di quanto appaiano a chi si concentri sulla quarta sponda, omettendone il retroterra desertico e saheliano, tra coriandoli di Libie, Golfo di Guinea e Corno d’Africa.  Dove continua a infuriare, fra l’altro, il conflitto nel Tigray, evocato con preoccupazione da Draghi.
   Gli antichi nodi della colonizzazione e della decolonizzazione vengono al pettine e ci investono frontalmente. Dove un tempo dominavano gli europei oggi inciampiamo nel vuoto attraversato da mafie, milizie, tribù ed etnie in conflitto. Invito a nozze per Cina, Russia, Turchia e altre potenze in vena di grandezza. Installato a Tripoli, Erdogan si intesta un diritto di pedaggio analogo a quello fruito con il controllo della rotta balcanica e certificato dalla Germania via Ue. Considerato assieme all’arrivo dei russi in Cirenaica, il tono della nostra frontiera ravvicinata ne risulta stravolto.
   Solo valutando le dimensioni del caos se ne coglie il senso di medio-lungo periodo. In parole povere: o ci occupiamo di Caoslandia o ci finiamo dentro. Non dovrebbe essere interesse francese o tedesco spostare alle Alpi la propria linea di sicurezza. Per questo dovremmo cogestire insieme a loro e ai pochi altri europei disponibili, con l’appoggio limitato ma decisivo degli americani (eppure le loro basi mediterranee avanzate sono in Sicilia, fronte a Tunisia e Tripolitania), l’instabilità che corre entro il triangolo nordafricano.

   L’annunciata costruzione di una nostra base militare in Niger, oltre a quella già incardinata a Gibuti, segnala questa disposizione ma non disegna un quadro strategico. Ne evidenzia l’assenza.
   Il 23 gennaio 1885 uno dei nostri maggiori statisti, Pasquale Stanislao Mancini, avvertiva la Camera: “Le chiavi del Mediterraneo sono nel Mar Rosso”. Primi vagiti dell’Italietta coloniale. Nel contesto attuale, completamente rovesciato, quel monito vale molto più di allora. (Lucio Caracciolo)

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L’INTERVISTA

BARTOLO: “STESSI ERRORI DI DUBLINO PER L’ITALIA SITUAZIONE PEGGIORATA”

di Maria Rosa Tomasello, da “La Stampa” del 25/6/2021

– L’eurodeputato e medico di Lampedusa: “Esternalizzare tutto serve a creare la fortezza Europa” –

   Il nuovo patto europeo sulla migrazione «non fa che ripercorrere la stessa strada del regolamento di Dublino che doveva sostituire, anzi peggiora la situazione per i Paesi di primo approdo con una serie di nuove incombenze», mentre si lavora a rimpatri e accordi con i Paesi terzi «per evitare che persone che fuggono da guerre, fame e miseria si mettano in viaggio» con l’obiettivo di blindarsi dentro i propri confini.

   PIETRO BARTOLO, europarlamentare Pd, e prima ancora medico dei migranti sull’isola-zattera di LAMPEDUSA, vede l’Europa andare in direzione ostinatamente contraria a quella della solidarietà.

L’orientamento è quello di appaltare all’esterno il controllo delle frontiere…

«Purtroppo questo interesse verso la dimensione esterna è ormai condiviso dagli Stati membri: stanno cercando di creare la fortezza Europa, esternalizzando tutto. Io sto lavorando sul nuovo patto come relatore ombra, e ho notato molta ostilità da tutti i Paesi, non solo da quelli del gruppo di Visegrad. Basta vedere cos’ha fatto la scorsa settimana la socialdemocratica Danimarca…»

A cosa si riferisce? Continua a leggere

Il ritiro dall’AFGHANISTAN degli USA, Italia e altri alleati, segna la sconfitta occidentale e il ritorno per gli afghani della paura, dell’integralismo, del terrorismo – L’incapacità di aiutare una NATION BUILDING: modello di stato adeguato all’esistente, con uno sviluppo inclusivo (scuole, sanità, lavoro…) e la fine del terrore

AFGHANISTAN IL RITIRO DELLE TRUPPE NATO (foto da https://www.ispionline.it/)

STAVOLTA TUTTI HANNO CHIARO IL PREZZO DELL’ADDIO A KABUL

di Umberto Folena, 17/4/2021, da AVVENIRE https://www.avvenire.it/

   KABUL, ADDIO. PARTONO I SOLDATI, E CON LORO SE NE VANNO I SOGNI DI PACE E DEMOCRAZIA. Non c’è un solo quotidiano italiano che saluti con ottimismo la fine della “guerra infinita” in Afghanistan, che termina per la Nato; ma per gli afghani? «Via dalla guerra dei vent’anni» titola “Repubblica” (15/4) limitandosi alla cronaca.

   Il titolo della “Stampa” (15/4) si fa commento: «AFGHANI ABBANDONATI ALLA FOLLIA TALEBANA» e le parole di Domenico Quirico sono amare come fiele: «Il guerriero se ne va, sconfitto, umiliato dai ciabattanti ma implacabili mujaheddin talebani. Fine delle caramelle, degli aquiloni, del progresso sotto i cieli meravigliosi e crudeli di Kabul, della eguaglianza delle donne, del suffragio universale, della volontà dei più (…). La sconfitta in Afghanistan riassume i difetti dell’Occidente».

   NON SEMPLICE RITIRO, dunque, MA SCONFITTA, come sottolinea anche Giuliano Battiston sul “Manifesto” (15/4): «Il risultato, Biden non lo dice, è la sconfitta degli Stati Uniti. La vittoria dei talebani». È un autentico coro mesto, da brividi: «Sarà peggio di Saigon – scrive Andrea Nicastro sul “Corriere” (15/4). – Quando gli americani e, prima, gli altri contingenti Nato se ne andranno dall’Afghanistan, civili e militari che hanno lavorato con gli occidentali saranno esposti alla vendetta integralista».
   LE PIÙ ESPOSTE SARANNO LE DONNE. Ne è convinta anche Gaia Cesare (“Giornale”, 15/4), che dedica loro un lungo approfondimento con le testimonianze di alcune studentesse: «”Con il ritorno dei talebani per noi è finita”. È l’incubo dello stop alla scuola per le donne a cui pensano con insistenza e preoccupazione le afghane». Ma non solo, perché «ci sono donne soldato, ministre, governatrici, poliziotte, giudici, oltre che parlamentari».

   PER TUTTI, CRESCE «LA PAURA DI UN POPOLO CHE INSEGUIVA UN SOGNO» (Alberto Cairo, “Repubblica”, 15/4). Pagine meste, fino alla stoccata definitiva di Quirico: «In Afghanistan gli occidentali non volevano far del bene agli afghani, ma a se stessi». (Umberto Folena, da AVVENIRE)

 

AFGHANISTAN, mappa da Wikipedia

   La fine della presenza militare degli Stati Uniti, ma anche dell’Italia e molti altri paesi occidentali in AFGHANISTAN, è una sconfitta per Stati Uniti ed Europa: il Paese asiatico non ne esce migliorato, anzi è sempre diviso; e tutti gli osservatori concordano che in poco tempo i talebani si riprenderanno interamente il Paese, costringendo la popolazione a un ritorno alla pratica di un integralismo religioso fuori da ogni tempo (pensiamo al mondo femminile che, in qualche modo, in questi vent’anni di presenza occidentale, è riuscito ad esprimere per sé qualche diritto fondamentale della persona, come l’andare a scuola delle bambine).

   E, appunto, martedì 8 giugno a HERAT, nell’Afghanistan occidentale, si è tenuta la cerimonia per il ritiro del contingente italiano nel paese, a vent’anni dall’inizio della missione militare degli Stati Uniti e dei loro alleati, a cui l’Italia ha partecipato nel corso degli anni con migliaia di soldati.

 

AFGHANISTAN – Negli ultimi mesi non sono mancati gli attacchi. Il più drammatico (l’8 maggio 2021) è quello ad una SCUOLA FEMMINILE avvenuto lo scorso mese, quando sono morte decine di giovani studentesse e ci sono stati oltre cento feriti (foto dell’attentato omicida fuori della scuola femminile ripreso da https://www.open.online/)

   Il ritiro del contingente italiano dall’Afghanistan era annunciato da quando, ad aprile, il presidente degli Stati Uniti Joe Biden aveva comunicato la sua decisione di ritirare tutte le truppe americane entro l’11 settembre di quest’anno, anniversario degli attacchi terroristici compiuti da al Qaida a New York e Washington nel 2001.

   Quanto reggeranno sotto la pressione dei talebani le istituzioni centrali e lo stesso governo di Kabul dopo il ritiro occidentale nessuno sa dirlo, ma sono lecite le previsioni più pessimistiche.

   L’invasione statunitense dell’Afghanistan cominciò il 7 ottobre del 2001 in risposta agli attentati terroristici dell’11 settembre: i talebani, che governavano l’Afghanistan con il terrore e che, secondo l’intelligence americana, avevano protetto e sostenuto il capo di al Qaida, Osama bin Laden, furono ben presto cacciati dalla capitale Kabul e dai principali centri del paese, ma non furono sconfitti.

   Invece, negli ultimi anni i talebani hanno riconquistato molto territorio, soprattutto nelle campagne, e mirano a riconquistare tutto il paese. Nell’esercito afghano accade già ora che molti contingenti locali si arrendono senza nemmeno combattere.

 

MAPPA CITTA DELL AFGHANISTAN da https://www.wanderello.it/ – “(…) L’AFGHANISTAN è e sarà sempre diviso. Una parte – cioè KABUL E LE CITTÀ CENTRALI – sarà più o meno controllata dal governo di ASHRAF GHANI (rieletto presidente nel 2020 da un numero ridicolmente esiguo di votanti) ma sempre sotto la mira degli attentati dei Talebani e dell’Isis. UN’ALTRA PARTE è quella delle aree del sud con KHANDHAR e HELMAND nelle solide MANI DEI TALEBANI; poi LE AREE DEL NORD abitate da TAGIKI e UZBEKI nelle mani dei SIGNORI DELLA GUERRA LOCALI che fanno riferimento ad ABDULLAH ABDULLAH. INFINE L’AREA DEL CENTRO occupata dagli HAZARA sciiti.(…)” (Carlo Panella da https://www.linkiesta.it/, 15/4/2021)

   Pertanto come è accaduto in Somalia, come sta accadendo in questi giorni in Mali, Sahel, e nel caso ora dell’Afghanistan, la presenza militare occidentale, ritenuta “condivisibile” un po’ da tutta una società civile internazionale per tutelare i diritti fondamentali della persona, e creare le basi di uno stato che tuteli tali diritti individuali… ebbene i numerosi esempi fin qui accaduti (oltre a SOMALIA, AFGHANISTAN, MALI…) dimostrano che queste presenze militari “buone” sono destinate alla sconfitta, sono incapaci di aiutare la NATION BUILDING, cioè la costruzione di una nazione che crei sicurezza nell’ordine pubblico, che tuteli le regole democratiche, che non sia improntata a regole di integralismo religiose e, al di là della fatua copertura della religione, in mano a bande di pericolosi assassini.

 

“(…) LA MISSIONE ITALIANA È COMINCIATA IL 30 OTTOBRE DEL 2001 e, dopo un periodo trascorso a lavorare alla stabilizzazione della capitale Kabul, da poco conquistata, SI TRASFERÌ STABILMENTE A HERAT, dove per anni ha gestito un’ampia zona e si è occupata soprattutto dell’ADDESTRAMENTO DELLE TRUPPE DELL’ESERCITO AFGHANO. Nel corso di vent’anni alla missione italiana hanno partecipato, A ROTAZIONE, CIRCA CINQUANTAMILA SOLDATI (le truppe presenti sul territorio afghano non sono mai state più di 5.000) e di questi 53 SONO MORTI, QUASI TUTTI IN ATTACCHI E ATTENTATI. (…)” (da IL POST.IT del 9/6/2021 https://www.ilpost.it/) (nella FOTO: DA WIRED.IT, Aeroporto militare di Ciampino: arrivo delle salme dei militari della Folgore caduti in Afghanistan, 20 settembre 2009)

    Molti sono i fattori, noi pensiamo, alla base di questi “interventi esterni” che sono un fallimento, cioè non riescono a realizzare niente; e ne proviamo a individuare alcuni negli articoli di questo post. Come, ad esempio, dall’Afghanistan alla Turchia e al Sahel, non sappiamo favorire – né implementare, se non in Marocco e in Tunisia – una componente islamica moderata, non integralista, che si ponga sulla strada del dialogo, come del resto accade nella stragrande maggioranza del mondo islamico.

 

AFGHANISTAN – Negli ultimi anni i TALEBANI hanno riconquistato molto territorio, soprattutto nelle campagne, e mirano a riconquistare tutto il paese. Nell’esercito afghano accade già ora che molti contingenti locali si arrendono senza nemmeno combattere (foto da https://www.quotedbusiness.com/ )

    E poi l’ “intervento dall’esterno” non può essere solo militare, ma dovrebbe (deve) ricercare uno SVILUPPO INCLUSIVO in tutto il Paese: con uno sviluppo economico, con scuole, centri medici, non solo nei maggiori centri ma ancor di più nelle periferie e campagne spesso in mano agli integralisti (pertanto con uno sviluppo sociale dove la popolazione si sente più abbandonata….). Un’economia di “cooperazione allo sviluppo” che crei anche un rapporto di reciproco scambio tra popolazioni (associazioni etc.) di chi interviene militarmente e il Paese interessato dall’intervento. Non solo una presenza militare.

MAPPA DEI PAESI COINVOLTI in AFGHANISTAN (da http://documenti.camera.it/)

   E molto spesso invece questa tradizionale lotta al terrorismo porta a forme di “arroganza” militare occidentale, che il nuovo State Building ricercato viene visto solo come una rimozione dell’esistente con la creazione di un modello di Stato non adeguato al contesto: e pertanto viene rifiutato, e/o dà spazio a quelle fazioni integraliste che si vorrebbe superare.

    Situazioni non semplici nelle forme di intervento (necessario) in aiuto a popolazioni vessate da bande armate, più o meno integraliste dove l’aspetto religioso è quasi sempre strumentale. Vi è la necessità di rivedere i modi di questi interventi, per non subire i fallimenti, come in Somalia, e adesso in Afghanistan e in Mali. (s.m.)

 

MALI: MACRON ANNUNCIA IL RITIRO DELLE TRUPPE FRANCESI DAL SAHEL – L’operazione Barkhane, in cui sono stati impiegati oltre 5 mila soldati sarà sostituita da contingenti provenienti da vari Paesi. Il presidente francese: “l’obiettivo rimane sconfiggere lo jihadismo nell’area, ma cambieremo approccio” (nella foto: giornali locali in Mali annunciano il ritiro delle truppe francesi, da https://vaticannews.va/it/)

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LA FINE DELLA MISSIONE ITALIANA IN AFGHANISTAN

da IL POST.IT del 9/6/2021 https://www.ilpost.it/

– Dopo vent’anni, l’8 giugno si è tenuta la cerimonia conclusiva e i soldati torneranno nelle prossime settimane, con i colleghi della NATO –

   Martedì 8 giugno a HERAT, nell’Afghanistan occidentale, si è tenuta la cerimonia per il ritiro del contingente italiano nel paese, a vent’anni dall’inizio della missione militare degli Stati Uniti e dei loro alleati, a cui l’Italia ha partecipato nel corso degli anni con migliaia di soldati. Alla cerimonia hanno preso parte il ministro della Difesa Lorenzo Guerini, il generale Austin Miller, capo delle forze ISAF, cioè della missione NATO in Afghanistan, e il capo di stato maggiore della Difesa Enzo Vecciarelli, tra gli altri.

   La cerimonia è stata in gran parte simbolica – serviranno ancora alcune settimane per evacuare tutti gli uomini e i mezzi – ma segna comunque un momento importante e pieno di incertezze: dopo vent’anni di presenza italiana e occidentale in Afghanistan, ci sono ancora molti dubbi sul fatto che, una volta partiti i soldati, il governo civile sostenuto dall’Occidente rimarrà solido e non sarà rovesciato dai guerriglieri talebani, che non sono mai stati del tutto sconfitti e puntano a riconquistare il paese.

   Il ritiro del contingente italiano dall’Afghanistan era annunciato ormai da diversi mesi, da quando, ad aprile, il presidente degli Stati Uniti Joe Biden aveva comunicato la sua decisione di ritirare tutte le truppe americane entro l’11 settembre di quest’anno, anniversario degli attacchi terroristici compiuti da al Qaida a New York e Washington nel 2001. Il contingente americano in Afghanistan è sempre stato quello più numeroso, e prima dell’annuncio del ritiro contava tra i 2.500 e i 3.000 soldati.

   Dopo la decisione di Biden, tutti gli altri paesi NATO presenti in Afghanistan, tra cui l’Italia, hanno annunciato il loro ritiro. Il contingente NATO, esclusi i soldati americani, all’inizio dell’anno contava all’incirca 7.000 militari, e la missione italiana era composta da 900 unità, schierate nella base di Herat.

   Lo sgombero della base italiana sta procedendo piuttosto rapidamente: «Stiamo andando veloci. Sino a poche settimane fa avevamo decine di migliaia di metri lineari di materiali da essere imballati e messi sugli aerei. Ora ne restano meno di mille», ha detto al Corriere della Sera il generale Luciano Portolano, che coordina la logistica. Attualmente a Herat ci sono 800 paracadutisti della Brigata Folgore, che potrebbero essere rimpatriati già all’inizio di luglio.

   La missione italiana è cominciata il 30 ottobre del 2001 e, dopo un periodo trascorso a lavorare alla stabilizzazione della capitale Kabul, da poco conquistata, si trasferì stabilmente a Herat, dove per anni ha gestito un’ampia zona e si è occupata soprattutto dell’addestramento delle truppe dell’esercito afghano. Nel corso di vent’anni alla missione italiana hanno partecipato, a rotazione, circa cinquantamila soldati (le truppe presenti sul territorio afghano non sono mai state più di 5.000) e di questi 53 sono morti, quasi tutti in attacchi e attentati.

   Durante la cerimonia – cominciata con gran ritardo perché, a causa di una disputa diplomatica, gli Emirati Arabi Uniti non hanno consentito il sorvolo all’aereo italiano che trasportava i giornalisti e lo hanno costretto a una lunga deviazione – il ministro Guerini ha ricordato i successi dell’intervento militare italiano e occidentale: «C’è da chiedersi cosa sarebbe stato di questo Paese se non fossimo intervenuti. Grazie a noi la società afghana è progredita. Ce ne andiamo dopo aver ottenuto risultati importanti per la sicurezza internazionale e per la libertà del popolo afghano. Ci sono stati progressi nei diritti delle donne, nella vita democratica, ora si tratterà di aiutare a difenderli».

   La maggior parte degli analisti tuttavia ha seri dubbi sul fatto che i risultati della missione occidentale potranno essere duraturi.

   L’invasione statunitense dell’Afghanistan cominciò il 7 ottobre del 2001 in risposta agli attentati terroristici dell’11 settembre: i talebani, che governavano l’Afghanistan con il terrore e che, secondo l’intelligence americana, avevano protetto e sostenuto il capo di al Qaida, Osama bin Laden, furono ben presto cacciati dalla capitale Kabul e dai principali centri del paese, ma non furono sconfitti.

   Nel corso degli anni la guerra cambiò, si espanse e divenne qualcosa di diverso dall’iniziale missione antiterrorismo: le truppe americane furono incaricate di favorire un processo di nation-building (costruzione di uno stato nazionale), democratizzazione e introduzione dei diritti per le donne, che erano stati estremamente limitati durante il regime talebano. Il processo non portò però ai risultati sperati, per molte ragioni, i talebani si rafforzarono e a partire dal 2009 il presidente Barack Obama ordinò il cosiddetto surge, che portò in Afghanistan centinaia di migliaia di soldati.

   Anche il surge tuttavia non riuscì né a sconfiggere i talebani né a stabilizzare del tutto l’Afghanistan: nel 2014 la missione originaria degli Stati Uniti, chiamata “Enduring Freedom”, che significa libertà duratura, fu sostituita da una nuova missione, chiamata “Resolute Support”, che significa sostegno deciso. Dal 2015 le truppe straniere non hanno più ruoli di combattimento, e si limitano ad addestrare l’esercito afghano, per prepararlo a quando dovrà garantire da solo la sicurezza del paese.

   Nel corso degli ultimi anni i contingenti stranieri si sono man mano ridotti, passando dalle centinaia di migliaia del periodo del surge alle poche migliaia di oggi.

   Ora che le truppe occidentali si stanno ritirando del tutto, il risultato della missione è a rischio. Negli ultimi anni i talebani hanno riconquistato molto territorio, soprattutto nelle campagne, e mirano a riconquistare tutto il paese. L’esercito afghano, come ha ricordato il Foglio, sta subendo perdite ingenti (405 soldati uccisi soltanto a maggio), e molti contingenti locali si arrendono ai talebani senza nemmeno combattere. Il governo afghano spera di riuscire a tenere almeno i principali centri abitati, a partire dalla capitale Kabul, ma anche su questo c’è molta incertezza. (da IL POST.IT del 9/6/2021)

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IL RITIRO DALL’AFGHANISTAN E IL FALLIMENTO DELLA POLITICA OCCIDENTALE

di Carlo Panella da https://www.linkiesta.it/, 15/4/2021

– L’intervento militare ventennale è una sconfitta per Stati Uniti ed Europa: il Paese asiatico non ne esce migliorato, anzi è sempre diviso lungo le sue faglie interne. Colpa soprattutto di una Nato incapace di rafforzare una componente islamica che fosse in grado di scalzare la popolarità dei Talebani tra le fila del gruppo etnico maggioritario, i Pashtun –

   Un fallimento. Non c’è altra parola per definire l’esito di ben vent’anni di intervento Nato in Afghanistan che si chiuderanno l’11 settembre 2021, secondo quanto dichiarato dal presidente americano Joe Biden.

   Col ritiro annunciato degli ultimi 10mila militari della coalizione dal suolo afgano (3.500 gli americani, 800 gli italiani) il quadro del Paese non sarà molto dissimile purtroppo da quello del 2001. L’unica differenza è la sconfitta di al Qaeda, il cui vuoto è stato però sostituito dall’Isis, qui denominato Stato Islamico del Khorasan.

   Certo, non è un secondo Vietnam, non è neanche paragonabile al caos lasciato dalla precipitosa ritirata da Kabul delle truppe sovietiche nel 1989, ma è comunque una netta sconfitta della Nato e dell’Occidente (quindi anche dell’Italia).

   Il Paese infatti è e sarà sempre diviso. Una parte – cioè KABUL e le città centrali – sarà più o meno controllata dal governo di ASHRAF GHANI (rieletto presidente nel 2020 da un numero ridicolmente esiguo di votanti) ma sempre sotto la mira degli attentati dei Talebani e dell’Isis.

   Un’altra parte è quella delle aree del sud con KHANDHAR e HELMAND nelle solide mani dei Talebani; poi le aree del nord abitate da TAGIKI e UZBEKI nelle mani dei signori della Guerra locali che fanno riferimento ad ABDULLAH ABDULLAH. Infine l’area del centro occupata dagli HAZARA sciiti.

   Dietro e al fianco di Ashraf Ghani ci sono e ci saranno gli Stati Uniti, con i loro 70 miliardi di finanziamento; dietro i Tagiki e gli Uzbeki si schierano gli stan ex sovietici, l’India e la Cina; dietro i Talebani operano massicciamente il Pakistan e i Paesi del Golfo; dietro gli Hazara c’è l’Iran.

   Un caos fatto Paese, ingovernato e Continua a leggere

Le NAVI DEI VELENI del commercio globale che si incendiano o naufragano, e distruggono mari e coste incontaminate, ed economie di sussistenza (la pesca, il turismo) – Il CASO dello SRI LANKA avvelenato da plastica e acidi – Come impedire il trasporto nei mari di carburanti, prodotti chimici e ogni merce pericolosa?

IL DISASTRO DELLA NAVE “MV X-PRESS PEARL”: il paradiso dello SRI LANKA AVVELENATO DA PLASTICA E ACIDI. Le squadre di pulizia raccolgono tonnellate di plastica bruciata, pesci e tartarughe marine avvelenati dall’acido nitrico lungo le spiagge del paese, colpito dalle più grave catastrofe ecologica della sua storia. Il danno potrebbe essere accresciuto dalla fuoriuscita del carburante – (la costa devastata, foto da https://www.corriere.it/pianeta2020/)

   Una nave è in questo momento al centro delle cronache internazionali. Si tratta della portacontainer MV X-Press Pearl, battente bandiera di Singapore, che ha preso fuoco alcuni giorni fa al largo dello Sri Lanka, è affondata con la prua in un mare di venti metri di profondità, e ci sono pesantissime ripercussioni a livello ambientale.

   Perché è una portacontainer carica di prodotti chimici, e sta compromettendo (ha già compromesso?) l’integrità delle coste dello Sri Lanka, rivelandosi uno dei peggiori disastri ecologici marini che l’isola abbia conosciuto. È l’ultimo di una serie infinita di incidenti collegati con queste grandi navi che nei decenni scorsi hanno inquinato (nell’incendiarsi, nell’affondare, nella perdita di carburanti e sostanze chimiche…) i mari di mezzo mondo.

A distanza di alcune settimane dall’incidente che nel Canale di Suez ha coinvolto la portacontainer Ever Given – fortunatamente senza vittime né danni ambientali di rilievo – e a meno di un anno dal disastro petrolifero causato alle Mauritius dal naufragio della Wakashio, una nuova nave è in questo momento al centro delle cronache internazionali. Si tratta della PORTACONTAINER MV X-PRESS PEARL, battente bandiera di Singapore, che ha preso fuoco alcuni giorni fa al largo dello SRI LANKA, con pesantissime ripercussioni a livello ambientale.  La nave era ferma a quasi dieci miglia nautiche a nord-ovest di COLOMBO, la città più grande e popolosa dello Stato asiatico, in attesa di entrare nel porto, quando a bordo è scoppiato un incendio andato avanti per giorni. L’INCENDIO sarebbe stato CAUSATO DA SOSTANZE CHIMICHE trasportate sulla nave battente bandiera di Singapore. La nave trasportava 1.486 container, comprese 25 tonnellate di ACIDO NITRICO e altri prodotti chimici. (foto: la nave che affonda, da www.corriere.it/pianeta2020/)

   Ora, che pare che ancor di più la sostenibilità ambientale sia diventata un’urgenza, ci si chiede se non bisogna fare qualcosa perché incidenti come questi, distruggano mari bellissimi, coste incontaminate, e le diffuse piccole attività (di pesca o di turismo) che paesi poveri (com’è lo Sri Lanka) possano dare da vivere a una buona parte della popolazione.

   Così che il mondo si sta ponendo il problema della sostenibilità nei sistemi di produzione e consumo, ma le leggi dell’economia prevalgono su quelle dell’ambiente: evidentemente vale ancora la pena di correre il rischio. E poi la maggior parte di prodotti che queste navi portano, li usiamo tutti noi, e più o meno consapevolmente, ne siamo edotti (siamo corresponsabili).

Mappa dello SRI LANKA (una volta si chiamava CEYLON). La nave è affondata a 9,5 miglia nautiche, cioè 18 chilometri, da KEPUNGODA, città situata tra la capitale COLOMBO e NEGOMBO (mappa di SRI LANKA CEYLON da https://3bonline.wordpress.com/)

   Da giorni le squadre di soccorso stanno tentando di ripulire le spiagge finora incontaminate, ora piene di miliardi di micro-palline di plastica, polietilene, con la chimica dell’acido nitrico che si è in parte già riversata in mare, e con il pericolo che dalla nave fuoriesca tutto il carburante che non è ancora bruciato (evidentemente inquinando l’aria di quei luoghi, per giorni e giorni).

Disastro Sri Lanka (foto da https://www.vaticannews.va/it/mondo/)

   Sarà, almeno per lungo tempo, la fine del turismo (post covid) in quelle coste dello Sri Lanka (la nave è affondata a 9,5 miglia nautiche, cioè 18 chilometri, da Kepungoda, città situata tra la capitale Colombo e Negombo). Già ora, secondo i maggiori esperti, i danni all’ecosistema marino sono incalcolabili. La pesca è sospesa in un raggio di 80 chilometri attorno alla nave e, come dicevamo. è a rischio la fragile economia della zona.

   Al momento dell’incendio la nave trasportava 1.486 container (per dire la grandezza di queste navi!), di cui la maggior parte è stata incenerita. Ottantuno container contenevano merci pericolose, incluse 25 tonnellate di acido nitrico, cosmetici e altre sostanze chimiche. Almeno il contenuto di uno dei container con l’acido nitrico si è già riversato in mare. Il restante carico era costituito da prodotti alimentari, veicoli, parti di veicoli e prodotti automobilistici, forniture di costruzione e di produzione e materie prime, granuli di polietilene e altre merci.

(La nave che affonda, foto da https://tg24.sky.it/) – AL SUO INTERNO 278 TONNELLATE DI OLIO COMBUSTIBILE, 50 TONNELLATE DI GASOLIO e 20 CONTENITORI PIENI DI OLIO LUBRIFICANTE. Nei 1.486 container a bordo, 81 dei quali classificati come “carico tossico”, ci sono anche: – lingotti di piombo, – 25 tonnellate di acido nitrico, – altri prodotti chimici e cosmetici.  Secondo l’ANSA una parte del carico è finito in mare, preoccupano LE TONNELLATE DI MICROGRANULI DI PLASTICA DA IMBALLAGGIO contenute in altri 28 container che hanno sommerso le coste dell’area oltre a disperdersi in acqua.   A rischio di sversamento in mare anche gli OLTRE 350 TONNELLATE DI CARBURANTE contenuti nei serbatoi dell’imbarcazione, aggiunge WWF che parla del “più grave disastro ambientale nella storia dello Sri Lanka”, e di “una catastrofe per la vita marina dell’Oceano Indiano”. (Antonio Mazzucca, da https://www.insic.it/)

La prima perdita di acido nitrico era avvenuta molto tempo prima, già l’11 maggio scorso, e la nave era nelle coste del Qatar, ma le è stato negato l’approdo perché le autorità portuali si ritenevano incompetenti a risolvere il problema. Pertanto questo aggrava il fatto: ci vorrebbero autorità internazionali e mezzi adatti a soccorrere navi con questi tipi di difficoltà, anziché aspettare che la cosa diventi così grave. Infatti l’acido nitrico perduto in mare sembra essere anche la causa dell’incendio che ha devastato la porta container e tutto quello che c’era (e c’è ancora) a bordo.

Il luogo dell’incendio-naufragio (Sri-Lanka-mappa da https://www.remocontro.it/)

   Esiste qualche regola internazionale per il trasporto delle merci pericolose. Ma casi come questi accaduti fanno pensare che ci si può fidare poco di queste regole, ed esistono condizioni per dire che merci pericolose non possono, non devono, viaggiare per i mari. Il fatto poi è anche che quando parliamo di merci pericolose non intendiamo solo sostanze chimiche: ma ci sono prodotti di nostro uso quotidiano che sono a tutti gli effetti “pericolosi”: come quelli contenenti batterie al litio, tra cui cellulari e i computer portatili.

Un granchio nelle palline di poliuretano fuoriuscite dalla porta-containers

   Noi speriamo che l’inquinamento delle coste dello Sri Lanka non sia irreversibile, che si possa migliorare e ripristinare: fatto è che migliaia di pesci, tartarughe, animali incolpevoli sono morti e inquinati da questa distruzione (granchi tartarughe soffocati da miliardi di micro-palline di plastica); che la flora di quei mari e quelle coste difficilmente tornerà come prima. Per dire che ancora una volta appare evidente che il nostro sistema di sviluppo globale non va bene; e che dovremmo rivedere anche tutto il commercio globale e il trasporto delle merci, anche se ci costerà nella nostra vita quotidiana. (s.m.)

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DISASTRO SRI LANKA, PER QUANTO LE LEGGI DELL’ECONOMIA PREVARRANNO SULL’AMBIENTE?

di Ferdinando Boero, vicepresidente di Marevivo (associazione ambientalista), 3/6/2021, da https://www.huffingtonpost.it/

   Il naufragio della MV X-Press Pearl, una portacontainer carica di prodotti chimici, sta compromettendo l’integrità delle coste dello Sri Lanka, rivelandosi uno dei peggiori disastri ecologici marini che l’isola abbia conosciuto. È l’ultimo di una serie infinita di incidenti collegati ai nomi delle navi, dalla Amoco-Cadiz in Bretagna, all’Exxon-Valdez in Alaska, per non parlare della Haven, a Genova.

   La lista è lunghissima. Poi ci sono gli incidenti alle piattaforme, Come la Deepwater Horizon, in Florida. Le navi che solcano gli oceani di tutto il mondo sono alla base del commercio globalizzato e sono migliaia, come anche le piattaforme estrattive. Le misure di sicurezza nella costruzione delle navi e delle piattaforme sono sempre più rigide ma, nonostante questo, gli incidenti non accennano a diminuire.

   Ogni volta l’attenzione del mondo si rivolge all’evento, ci mostra lo scempio delle coste, la vita marina aggredita dai rifiuti del progresso.

   Il mondo si sta ponendo il problema della sostenibilità nei sistemi di produzione e consumo, ma le leggi dell’economia prevalgono su quelle dell’ambiente: evidentemente vale ancora la pena di correre il rischio. Le assicurazioni pagano i danni, pare che le aziende “si possano permettere” di causare i disastri ambientali causati alle loro attività.

   L’uso di materiali altamente inquinanti, dal petrolio a prodotti chimici usati per le produzioni, a prodotti di scarto da smaltire, ci mostra quanto sia pericoloso il nostro stile di vita. Ma presto dimentichiamo. Chi ricorda la Cavtat, la nave dei veleni affondata al largo di Otranto? Ogni incidente cancella la memoria dei precedenti, e ogni volta ci indigniamo, come se fosse il primo. Fotocopiando i commenti agli eventi precedenti.

   Noi di Marevivo da sempre denunciamo questi “effetti collaterali” del cosiddetto sviluppo. Se il prezzo da pagare per l’attuale stile di vita compromette la vita stessa, forse è il caso di ripensare a come abbiamo progettato i nostri sistemi di produzione e consumo.

   L’innovazione tecnologica sarà cruciale nel disegnare la sostenibilità ambientale del futuro. Abbiamo tollerato per troppo tempo le conseguenze del progresso, come è avvenuto per decenni a Taranto. Non si tratta di casi isolati, ma di un modo di produrre che compromette l’ambiente e la salute.

   Non auspichiamo il ritorno alle navi di legno, che trasportavano anfore e statue, come quelle che, dai loro naufragi, ci restituiscono le tracce di navigazioni del passato. Come fecero i galeoni spagnoli che tornavano in patria con i loro tesori, dopo aver depredato le civiltà precolombiane.

   Gli archeologi del futuro troveranno veleni nelle navi affondate in questo momento storico. Magari anche scorie nucleari.

   Pare si voglia risolvere la crisi del Covid con un Nuovo Patto Verde, con la Transizione Ecologica. Dalle crisi nasce innovazione, si cambiano i paradigmi.

   Ci commuoviamo per le immagini di devastazione in Sri Lanka, ma le emozioni del momento devono innescare richieste di cambio di rotta. Abbiamo davvero bisogno di tutti questi veleni? Forse ora non ci sono alternative al loro uso, ma è plausibile auspicare lo sviluppo di nuovi modi di produrre, di consumare, di trasportare. La scienza dei materiali ci deve spingere in nuovi territori, dove le soluzioni non possono creare problemi più grandi dei problemi che dovrebbero risolvere.

   La scienza e la tecnologia devono essere indirizzate in questa direzione, e non possono ignorare l’ecologia ma devono, invece, essere concepite su basi ecologiche.

   Non è chiedere troppo, se si auspica un progresso che ci liberi dai veleni.

(Ferdinando Boero, vicepresidente di Marevivo, 3/6/2021, da https://www.huffingtonpost.it/)

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SRI LANKA, INCUBO MAREA NERA: ‘DISASTRO AMBIENTALE’

Semiaffondato il cargo dopo 13 giorni alla deriva tra le fiamme Continua a leggere

ISRAELE-PALESTINA, LA TREGUA: PER QUANTO? – Si riuscirà mai a superare lo scontro tra israeliani e palestinesi? Vale ancora l’idea dei “due stati”? E i diritti degli arabi che vivono in Israele? Come superare gli estremismi, di Hamas e degli integralisti ebrei? – IL FATTO NUOVO delle esperienze di convivenza pacifica tra arabi ed ebrei

Dalle ore 2 del mattino di venerdì 21 maggio, TREGUA ISRAELE-HAMAS. Fragile tregua: FESTA A GAZA, scontri sulla Spianata delle Moschee. Le pressioni internazionali hanno spinto ad accettare la mediazione egiziana. Netanyahu rivendica un “successo eccezionale” e avverte Hamas: “Chi non è morto sa che lo possiamo raggiungere, sopra o sotto terra”. Unicef: “Uccisi 65 bambini palestinesi e due in Israele” (foto: tregua Israele-Hamas FESTA A GAZA, da www.vaticannews.va.it/)

   Israele-Palestina: la tregua finalmente, in un massacro insensato che, di tanto in tanto, si ripete più o meno allo stesso modo. Resta l’irrisolto problema di una terra propria per i palestinesi. Sia la Striscia di Gaza (appunto, una striscia super affollata), che la Cisgiordania (con presenza pure di coloni israeliani) paiono difficili da concretizzare la creazione di un autonomo stato palestinese.

Mappa Israele Palestina

   E, rispetto ai conflitti precedenti, la situazione pare peggiorata dal fatto che i due schieramenti sono entrambi in mano a fazioni dell’estremismo pseudo-religioso: da una parte Hamas, che si esprime con la guerra e vuole l’estinzione di Israele; dall’altra Netanyahu, in crisi nella sua leadership in Israele, che trova nella guerra motivo di rivitalizzazione.

GAZA sotto le bombe per 11 giorni (foto da “Il Fatto Quotidiano”)

   Tra i due schieramenti mancano dei leader (popolari) in grado di dare una svolta significativa verso un processo di pace. Con la Comunità internazionale (gli Usa, l’Europa…) che non sa cosa fare, cioè senza la capacità di esprimere una linea, una proposta. E questa volta, negli undici giorni di guerra e bombardamento reciproco, quel che appare di nuovo è il rischio di balcanizzazione del conflitto dentro Israele: cioè si fa sentire molto la protesta degli arabi israeliani, occupati nelle loro terre, sfrattati dalle loro case a Gerusalemme est dagli integralisti ebrei appoggiati dal governo (cerchiamo, negli articoli che seguono in questo post, di tracciare i motivi che hanno fatto esplodere i giorni di violenza reciproca in questo mese di maggio).

Lancio di razzi dalla Striscia di Gaza verso Israele: tiro concentrato sull’area urbana di TEL AVIV, i suoi sobborghi e l’aeroporto internazionale Ben Gurion (da www.corriere,it/ )

   Sembra inoltre che l’unica proposta che si prospettava, in questi anni, cioè la creazione di due stati distinti (uno Stato palestinese), sia di fatto impraticabile. Perché l’insofferenza e l’incapacità di condurre una vita con standard accettabili non è solo nella super affollata Gaza dove troviamo solo palestinesi, ma è appunto anche dentro Israele, dove gli arabi israeliani, i palestinesi, sono mal tollerati (come nel caso attuale: il tentativo di esproprio di case a Gerusalemme est da loro abitate).

Raid israeliani su Gaza: distrutta la torre dei media (foto da “la Repubblica.it”)

   Ebrei integralisti che si espandono territorialmente sempre più in Israele (anche nei posti di potere), e predominio degli estremisti di Hamas a Gaza.

   EPPURE: eppure qualcosa sembra muoversi a detta di alcuni osservatori. Strati di popolazione di entrambe le parti (israeliani e palestinesi) sono stanchi di guerra, ed esprimono forme di convivenza e progetti di pacificazione. Ciascuno criticando la propria parte: chiedendo che si smetta con atteggiamenti provocatori, che si ricerchi la serenità del vivere insieme.

GAZA, mappa tratta da http://www.osservatorioanalitico.com/ – Tra lo Stato ebraico e la Striscia il confine è lungo 59 chilometri. La frontiera tra Gaza ed Egitto è invece di 13 chilometri.

   Riusciranno ad avere una linea politica autorevole, ed allargare la propria proposta questi GRUPPI MISTI (di palestinesi ed israeliani) che vogliono smettere con la guerra tra i due popoli? E risolvere l’annosa questione palestinese dando uno stato “vero” (vivibile) e/o comunque riconoscendo diritti veri degli arabi in Israele?

LA FILOSOFIA DI UNA CONVIVENZA PACIFICA – IL VILLAGGIO BILINGUE DI NEVE SHALOM-WAHAT AL SALAM, si trova in ISRAELE a una decina di chilometri dalle città israeliane di LOD e RAMLE, poco lontano dall’abbazia di Latrun. Secondo l’intuizione di padre Hussar – profeta della riconciliazione tra arabi ed ebrei, scomparso nel 1996 – VI ABITANO UN NUMERO UGUALE DI FAMIGLIE DI ENTRAMBI I POPOLI che ne condividono ogni scelta. (foto da https://www.repubblica.it/solidarieta/emergenza/ )

   La presenza, la nascita, di gruppi di ebrei e arabi “insieme”, se si esprimerà sempre più concretamente, superando così i reciproci estremismi e diffidenze, diventa un fatto importante, decisivo per un avvio di vera pace: perché è solo in questo modo che ogni soluzione che si potrà prospettare di pacificazione (due stati, uno stato multietnico garantista…), avrà alla base un germoglio di sincera crescita di una società nuova, che potrebbe far finire un conflitto che dura da più di 70 anni. (s.m.)

Scontri a Gerusalemme: MEDICI ARABI E EBREI INSIEME CONTRO LA VIOLENZA, “ci rifiutiamo di essere nemici” (da https://www.difesapopolo.it/ )

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ISRAELE E HAMAS RIVENDICANO LA VITTORIA MENTRE LA TREGUA TIENE

di Giulia Avataneo, 22/05/2021, da EURONEWS. https://it.euronews.com/

   Dalla Striscia di Gaza le armi tacciono ma i danni della guerra sono visibili. La tregua raggiunta fra Israele e Hamas regge ma è fragile, e sembra già il preludio di nuovi scontri.

   L’ufficio stampa dell’organizzazione palestinese diffonde le immagini dei tunnel sotto la striscia, in cui si vedono militanti preparare una nuova operazione militare. Uno schiaffo verso Israele, che aveva dichiarato di aver distrutto la rete di passaggi sotterranei del suo avversario. “Abbiamo ancora le dita sul grilletto”, dicono in una conferenza stampa improvvisata fra le macerie. Entrambi i fronti reclamano la vittoria. Il cessate il fuoco a Gaza è stato accolto da un’esplosione di gioia liberatoria ma sono proprio i palestinesi ad aver pagato il prezzo più caro, con 227 vittime, contro le 12 israeliane.

Le regole del gioco

“Hamas ha vissuto 11 giorni e notti di grandi umiliazioni che hanno cambiato le regole del gioco”, ha dichiarato il premier israeliano, Benjamin Netanyahu. “Voglio sottolineare che più di ogni altra cosa, abbiamo cambiato l’equazione, anche per il futuro” .

   L’artiglieria israeliana rimane schierata a Sderot, vicino al confine, segno che l’esercito dello Stato ebraico è pronto ad attaccare di nuovo. Resta da capire anche se le tensioni interne allo Stato si placheranno: ancora venerdì ci sono stati scontri fra palestinesi e forze dell’ordine sulla spianata delle moschee.

Primi aiuti

Nella Striscia finalmente possono arrivare gli aiuti esteri: dal Marocco sono arrivate 40 tonnellate di derrate alimentari, farmaci e coperte. Sono arrivati all’aeroporto internazionale Marka di Amman, in Giordania, prima di entrare via terra attraverso il valico di frontiera Giordania-Palestina ed essere consegnati a Ramallah all’autorità palestinese.

   Nelle ultime ore è arrivato anche un ospedale da campo mobile, inviato da Amman.

   Le Nazioni Unite hanno annunciato sabato di aver stanziato 4 milioni e mezzo di dollari dal Fondo di Risposta alle Emergenze. Si aggiungono ad altri 14 annunciati a inizio settimana per i Territori Palestinesi Occupati. (Giulia Avataneo)

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L’INCENDIO AVVOLTO DAL BUIO

di Paolo Lepri, da “il Corriere della Sera” del 19/5/2021

ISRAELE, GAZA E NOI

   Il grande, angosciante buio che circonda israeliani e palestinesi è il segno della totale assenza di futuro. In una regione, tanto più, dove è invece così presente la Storia. Ma sembra che nessuno voglia ascoltarne le lezioni. Non è esagerato dire che quanto sta accadendo in questi giorni – una ferita lancinante nelle nostre coscienze – rappresenti una sconfitta del mondo nel suo complesso. Anche se dovesse tornare la calma (come ci auguriamo, sia nelle città dello Stato ebraico colpite dai missili di Hamas targati Teheran, sia nella striscia di Gaza) il rischio è che, una volta riaggiustati i cocci, protagonisti e comprimari si dedichino alla loro attività principale: la ricerca della non-soluzione.

   La crisi che stiamo vivendo è una sconfitta del mondo, la più grave nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale, perché tutti stanno perdendo. Questa constatazione è perfino più urgente, oggi, dell’esercizio legittimo di stabilire punti fermi, come il diritto di Israele a vivere in pace e sicurezza e l’impossibilità di privare i palestinesi di una patria. Stanno perdendo i leader politici, sta perdendo la gente.  Sta perdendo la comunità internazionale perché sono anni che nessuno, ai livelli più alti, tenta di gettare acqua sul fuoco. Sta perdendo la diplomazia, che è stata duramente ostacolata ma non ha saputo fare un cambio di passo necessario, riuscendo a farsi ascoltare da chi non voleva farlo. Anche la fiducia e la buona volontà si stanno esaurendo insieme alla speranza.

   Non è ormai più tempo di ragionare (come ci aveva insegnato a fare un uomo di pace della forza di Amos Oz, sempre acuto e appassionato) se il conflitto israelo-palestinese sia lo scontro tra due ragioni o piuttosto
quello tra due torti, pensando in questo ultimo caso (senza metterli sullo stesso piano) alla volontà pervicace di Benjamin Netanyahu, primo ministro per quindici anni, di rimandare sine die possibili compromessi, andando avanti a testa bassa su una strada che lo mantenesse al potere, o alla perversa determinazione dei fondamentalisti di Hamas nel costruire le proprie fortune sulla violenza e sull’odio del nemico.

   Tutto è stato ulteriormente aggravato dalla capacità della leadership in Cisgiordania (guidata dallo screditato Abu Mazen, giunto al diciassettesimo anno del suo mandato quadriennale di presidente dell’Anp) di chiudere le porte ad un rinnovamento della classe dirigente e allo svolgimento di elezioni democratiche che sono state ancora una volta rinviate.

   Il vero problema è che in troppi hanno creduto (o hanno voluto fingere di credere) che la causa nazionale palestinese fosse destinata a perdere progressivamente rilevanza e interesse. C’è chi lo ha pensato anche in buona fede, preoccupato nei decenni scorsi dalla deriva terroristica di una parte importante della galassia politica post-arafatiana. Molti Paesi arabi hanno preferito sfruttare o alimentare questa deriva, finendo per lasciare un intero popolo a combattere da solo contro il proprio destino.

   Poi è arrivato il momento degli interessi geo-politici ed economici. Che cosa sono stati nell’attuale situazione gli «accordi di Abramo», raggiunti con Israele da Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Sudan e Marocco nel giusto obiettivo di stabilizzare la regione, se non anche il tentativo di accantonare per sempre la questione palestinese? Le recenti fiammate di Gerusalemme, sulla Spianata delle Moschee, dimostrano che si è trattato se non altro di un calcolo sbagliato ed egoistico.

   L’America di Joe Biden, finora così attiva su altri dossier, ha lasciato passare molto tempo prezioso. Ora qualcosa, per fortuna, si sta muovendo. L’amministrazione statunitense chiarisce, con le parole del segretario di Stato Antony Blinken, che «non c’è paragone tra un gruppo terrorista che lancia razzi contro i civili e un Paese che si difende». Giusto. Ma bisognerebbe pretendere con maggiore potenza di persuasione che cessino le ostilità per dare un segnale inequivocabile di impegno umanitario e di rottura con il passato.

   Le armi devono tacere al più presto. La gente non si deve «abituare a morire», come scriveva ai tempi dell’assedio di Beirut il poeta palestinese Mahmoud Darwish. Poi non esiste alternativa al negoziato, che va perseguito in maniera convinta, premendo in tutte le direzioni. È necessario rimetterne totalmente in piedi le basi, valutando eventualmente altre formule oltre quella dei «due Stati». Non è sbagliata in teoria, ma si rivela difficile nella realtà. Bisogna quindi avere realismo, oltre che coraggio. Due delle tante cose che sono mancate nel buio di questi anni dolorosi. (Paolo Lepri)

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 PERCHÉ GLI SCONTRI FRA ISRAELE E PALESTINA

da IL POST.IT https://www.ilpost.it/ 15/5/2021

– A causa delle proteste a Gerusalemme, ma non solo: c’entrano anche ragioni che arrivano da lontano, mai risolte –

   Le violenze fra Israele e i gruppi armati palestinesi sono state in questi 11 giorni di guerra le più intense dall’ultima guerra combattuta fra le due parti, nel 2014. Negli anni scorsi ci sono stati diversi momenti in cui una grave crisi sembrava inevitabile: le violenze però erano sempre rientrate. I primi tre mesi del 2021 in particolare erano stati piuttosto tranquilli, senza lanci di razzi o bombardamenti né attacchi suicidi sulle città israeliane. Nelle ultime settimane però sono successe diverse cose, che insieme ai problemi mai risolti fra le due comunità hanno funzionato da catalizzatore per le nuove violenze.

Due passi indietro
La disputa territoriale che riguarda israeliani e palestinesi è considerata la più complessa al mondo: Continua a leggere