QUESTIONE CLIMA: la MANCATA RATIFICA degli USA dell’ACCORDO DI PARIGI (i paesi sviluppati contengono l’aumento della temperatura sotto i 2 gradi dai livelli pre-industriali, e aiutano i paesi poveri per uno sviluppo compatibile), è un disimpegno mondiale a salvare il pianeta? (oppure un monito a fare di più?)

Dal 10 al 12 giugno la città di BOLOGNA ha ospitato il G7 AMBIENTE, il vertice dei MINISTRI DELL’AMBIENTE dei 7 Paesi più ricchi appartenenti all’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, che conta 35 paesi aderenti, ha sede a Parigi ed è un’organizzazione internazionale di studi economici per i paesi membri, paesi sviluppati aventi in comune un sistema di governo di tipo democratico ed un’economia di mercato ). DI FRONTE ALLA CRISI AMBIENTALE E CLIMATICA, LE ORGANIZZAZIONI SOCIALI, in contemporanea, HANNO ORGANIZZATO TRE GIORNATE DI DISCUSSIONE E MOBILITAZIONE PER CHIEDERE UNA SVOLTA RADICALE NELLE POLITICHE AMBIENTALI E CLIMATICHE. Tre giornate in cui presentare, confrontare e approfondire proposte che puntino ad una reale trasformazione ambientale, sociale ed economica necessaria a tutelare le risorse ambientali e ad affrontare la sfida dei cambiamenti climatici

   Alluvioni, piogge estreme, violente nevicate, lunghi periodi di siccità e ondate di calore che persistono per vari giorni e notti. Il clima sta già cambiando, aumentano i fenomeni metereologici estremi: Il dramma è che attenzione o meno, responsabilità politica o meno… le emergenze ambientali restano e spetta alle realtà sociali sollevarle con forza di fronte ai decisori politici, rivendicando spazi partecipativi e misure efficaci.

Il presidente Donald Trump alla conferenza stampa in cui ha annunciato che gli Stati Uniti abbandonano l’Accordo sul clima, nel Giardino delle rose della Casa Bianca, Washington DC, 1 giugno 2017
(AP Photo/Susan Walsh)

   Per porre sul tavolo proposte concrete che proietterebbero il paese verso l’anelato orizzonte carbon neutral, oltre 100 scienziati italiani e circa 200 realtà della società civile hanno presentato, a BOLOGNA tra il 10 e il 12 giugno scorsi (in occasione e in parallelo al G7 Ambiente, che vedeva la presenza dei ministri dell’Ambiente dei 7 Paesi più sviluppati), un manifesto radicalmente ambientalista, il “Decalogo per una società ecologica” (poi parafrasato, nella presentazione, cambiando la seconda vocale da “a” in “o” per denotare l’importanza, ancora oggi più attuale, della parola “eco”, ecologia: pertanto qui (cliccando) potete trovare le proposte del “DECOLOGO PER UNA SOCIETÀ ECOLOGICA” : 78 misure per una serrata transizione in senso ecologico di economia e società.

1) MODELLO ENERGETICO, 2)PRODUTTIVO e 3)AGRICOLO, 4)MOBILITÀ, 5)GESTIONE DEI RIFIUTI, 6)INFRASTRUTTURE e 7)CEMENTIFICAZIONE, 8)ACQUA E SERVIZI PUBBLICI LOCALI, 9)SALUTE PUBBLICA e 10)MODELLO PARTECIPATIVO: sono gli ambiti in cui RE.S.eT. (la Rete Scienza e Territori per una società ecologica) declina 10 PUNTI E 78 PROPOSTE per fare dell’Italia un Paese a zero emissioni e zero veleni. Proposte contenute nel “DECOLOGO PER UNA SOCIETÀ ECOLOGICA” , presentato tra il 10 e 12 giugno scorsi a Bologna in vista del G7 Ambiente. IL MANIFESTO DI PROPOSTE è stato redatto e promosso da UNA RETE che conta un centinaio di RAPPRESENTANTI DELLA COMUNITÀ SCIENTIFICA E ACCADEMICA e da circa 200 ASSOCIAZIONI attive in tutto il Paese sul fronte della tutela ambientale

   L’ACCORDO di Parigi del dicembre 2015, ora abiurato dagli Stati Uniti (da Trump…non solo la green economy americana e le maggiori realtà innovative economiche negli Usa volevano che gli Usa restassero, ma pure la maggior parte delle multinazionali petrolifere, che stanno facendo grandi investimenti sull’energia del domani, non sarebbero uscite da quest’accordo internazionale…), l’Accordo di Parigi, dicevamo, prevede come base portante quello di contenere l’aumento della temperatura ben al di sotto dei 2 gradi centigradi rispetto ai livelli pre-industriali, con l’impegno a limitare progressivamente l’aumento di temperatura a 1,5 gradi. E’ stato poi firmato ufficialmente il 22 aprile 2016, in occasione della Giornata mondiale della Terra, alle Nazioni Unite a New York, da 175 Paesi.

   Allora va ripreso il discorso di Donald Trump, che ha deciso di ritirare gli Stati Uniti da questo accordo: lo ribadiamo questo, per dire, nelle righe che seguono, che la cosa è complessa, e che non tutto è perduto in merito alla importante presenza americana. Infatti l’accordo sul clima di Parigi del 2015, firmato poi, come detto, all’Onu, da 175 paesi che si sono impegnati a ridurre le emissioni di gas serra, rappresenta uno degli strumenti all’interno di una “CONVENZIONE QUADRO SUI CAMBIAMENTI CLIMATICI” firmata a RIO DE JANEIRO nel 1992.

“(…) Nell’aria l’ANIDRIDE CARBONICA è in quota ridottissima, lo 0,04%, ma CRESCE RAPIDAMENTE: era lo 0,031, negli anni 70. A titolo di confronto un gas raro come l’argo è presente allo 0,9%. Ma L’ANIDRIDE CARBONICA, CIOÈ BIOSSIDO DI CARBONIO, CIOÈ IN FORMULA BRUTA LA CO2, ha la proprietà di TRATTENERE IL CALORE IRRAGGIATO DAL SOLE, e quindi di SCALDARE L’ATMOSFERA spostando il punto di equilibrio verso una temperatura più calda. La CO2 si sviluppa soprattutto dai processi di COMBUSTIONE NATURALE (eruzioni, incendi di foreste), BIOLOGICA (la respirazione di piante e animali, fra i quali anche noi) e COMBUSTIONE ARTIFICIALE (centrali elettriche, ciminiere, motori e così via). UN MONDO PIÙ CALDO non significa l’estinzione della vita sul pianeta, questo no, ma SIGNIFICA comunque UN MONDO DIVERSO da come lo conosciamo: i MARI PIÙ ALTI, la SIBERIA E il CANADA VERDEGGIANTI, DESERTI SENZA FINE NELLE ZONE TROPICALI, la SCOMPARSA DI ALCUNE SPECIE VIVENTI e la comparsa di altre specie che oggi non possiamo nemmeno immaginare. Nell’ITALIA delle frane un clima diverso fa presagire PIOGGE PIÙ RARE MA CON TEMPESTE PIÙ FURIOSE, uno SPOSTAMENTO DELLE COLTURE MERIDIONALI VERSO L’ALTA ITALIA e comparsa di AREE ARIDE NEL MEZZOGIORNO. E i BASSOPIANI PADANI del Veneto, dell’Emilia e della Romagna, finirebbero SOTTO IL MARE, VENEZIA COMPRESA.(…)” (Jacopo Giliberto, da “il Sole 24ore” del 1/6/2017)

   Allora è bene specificare: GLI STATI UNITI SI RITIRANO DALL’ACCORDO DI PARIGI, MA NON SONO USCITI DALLA CONVENZIONE QUADRO SUI CAMBIAMENTI CLIMATICI. Senza così invertire la tendenza che porta alla DECARBONIZZAZIONE. Forse solo si è trattato di un debito elettorale da pagare “a qualcuno” per Trump, ma la tendenza a invertire ricerca ed economia verso la decarbonizzazione continua ancora negli Usa.

   Quel che invece può preoccupare è che, a livello mondiale, non ci possa essere la spinta vera a un cambiamento radicale nello sviluppo, a volere una società ecologica. A “non interferire” anche (e questo forse è il vero tema) sui nostri consumi e modi di vita quotidiani. Ok: d’accordo, viaggeremo forse fra qualche anno, o decennio, su auto elettriche, ma la produzione elettrica per far funzionare queste nostre auto elettriche da cosa sarà data? …da risorse naturali rinnovabili e “infinite” (come il sole) oppure da fonti fossili che tenderanno prima o poi a esaurirsi (il petrolio, il carbone, anche il gas…e anche metodi altamente inquinanti come il gas ricavato in profondità dalle rocce, lo shale gas?). Vien da pensare che una nuova fase di “grande decarbonizzazione” del pianeta ci sarà solo se prioritariamente l’economia si orienterà stabilmente così, se si potranno fare molti affari e molti soldi…

Co2 pro-capite (da focus)

   E’ da capire allora quali saranno LE MISURE CONCRETE per dar corso all’accordo di Parigi sul clima: cioè come ci si muoverà. Per questo interessante, tra le tante cose, iniziative e proposte, il decalogo per una società ecologica di qui parlavamo qui sopra, presentato tra il 10 e 12 giugno scorsi a Bologna in vista del G7 Ambiente.

foto manifestazione per il clima (da il fatto quotidiano del 14/6/2017)

   IL MANIFESTO DI PROPOSTE è stato redatto e promosso da UNA RETE che conta un centinaio di rappresentanti della comunità scientifica e accademica e da circa 200 associazioni attive in tutto il Paese sul fronte della tutela ambientale. I temi sono quelli del MODELLO ENERGETICO, PRODUTTIVO e AGRICOLO, della MOBILITÀ, della GESTIONE DEI RIFIUTI, delle INFRASTRUTTURE e CEMENTIFICAZIONE, dell’ACQUA E SERVIZI PUBBLICI LOCALI, della SALUTE PUBBLICA e che MODELLO PARTECIPATIVO (per quest’ultimo tema noi propendiamo da sempre in questo blog per un sistema fortemente federalista).

   E c’è da ribadire, da sottolineare ancora, che non basta la DECARBONIZZAZIONE…ad esempio: la produzione energetica si baserà ancora sul nucleare? …o dobbiamo pensare di puntare su energie rinnovabili non pericolose, magari in una rete diffusa locale? (s.m.)

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L’ACCORDO DI PARIGI è stato firmato nel dicembre del 2015 e ratificato finora da 147 paesi, sui 197 rappresentati nella CONVENZIONE QUADRO SUI CAMBIAMENTI CLIMATICI. Rappresenta uno degli strumenti all’interno, appunto, di una “Convenzione quadro sui cambiamenti climatici” firmata ancora a Rio de Janeiro nel 1992. Questa CONVENZIONE DI RIO del 1992 prevede, all’art. 2, di STABILIZZARE, in conformità con le disposizioni della Convenzione, LE CONCENTRAZIONI DI GAS A EFFETTO SERRA NELL’ATMOSFERA a un livello tale CHE SIA ESCLUSA QUALSIASI PERICOLOSA INTERFERENZA DELLE ATTIVITÀ UMANE SUL SISTEMA CLIMATICO. Ma NON SI DICONO I TEMPI PER FARE QUESTO. E’ così che allora sono state create le COP (CONFERENCE OF PARTIES), ovvero gli incontri fra i firmatari della Convenzione (Parties) per chiarire quello che al suo interno non è previsto. Come hanno fatto Cop3 a KYOTO nel 1997 e Cop21 a PARIGI nel 2015. GLI STATI UNITI SI RITIRANO DALL’ACCORDO DI PARIGI, MA NON SONO USCITI DALLA CONVENZIONE QUADRO SUI CAMBIAMENTI CLIMATICI. Senza così invertire la tendenza che porta alla decarbonizzazione. Un debito elettorale da pagare per Trump, ma la tendenza a invertire ricerca ed economia verso la decarbonizzazione continua anche negli Usa. (Marzio Galeotti e Alessandro Lanza, 9/6/2017, da “LA VOCE.INFO” – http://www.lavoce.info/)

COS’E’ L’ACCORDO DI PARIGI SUL CLIMA

L’intesa raggiunta a dicembre del 2015 e ratificata dai vari Paesi durante l’anno successivo punta a limitare le emissioni di gas serra e a contenere il riscaldamento globale. Continua a leggere

I CURDI: quale destino? – In memoria di AYSE DENIZ KARACAGIL, ragazza turca uccisa per la causa curda contro l’Isis – Il MEDIO ORIENTE, tra SIRIA e IRAQ, dove la (ri)conquista dei territori del Califfato terrorista, è cosa minore per i SUNNITI (Arabia, Turchia) rispetto alla lotta agli SCITI (IRAN, IRAQ, e il possibile STATO CURDO)

La scheggia d’una granata, o forse la pallottola d’un cecchino islamista, ha falciato lunedì 28 maggio la vita di AYSE DENIZ KARACAGIL, ragazza turca che aveva sposato la causa curda. E’ morta combattendo alle porte di RAQQA. era diventata un idolo per milioni di sue coetanee. In Italia era stata resa famosa dalla matita del fumettista romano MICHELE RECH, alias ZEROCALCARE, che in KOBANE CALLING aveva raccontato il suo coraggioso impegno in difesa della città curda-siriana di RAQQA contro l’avanzata dei jihadisti

   “Nel post che le ha dedicato su Facebook, ZEROCALCARE (alias MICHELE RECH) scrive: «È sempre antipatico puntare i riflettori su una persona specifica, in una guerra dove la gente muore ogni giorno e non se ne cura nessuno. Però siccome siamo fatti che se incontriamo qualcuno poi per forza di cose ce lo ricordiamo e quel lutto sembra toccarci più da vicino, a morire sul fronte di RAQQA contro i miliziani di daesh è stata AYSE DENIZ KARACAGIL, la ragazza soprannominata CAPPUCCIO ROSSO». Nel suo bel libro KOBANE CALLING – a metà tra diario e graphic journalism – il fumettista aveva ripercorso i suoi viaggi in TURCHIA, IRAQ, SIRIA, raccontando tra le macerie della città contesa il sogno del popolo curdo, il solo al mondo a cui nessuno ancora riconosce i confini di una nazione.” (Pietro Del Re, “la Repubblica” del 2/6/2017)

da KOBANE CALLING , di ZEROCALCARE, dedicato a AYSE DENIZ KARACAGIL, ragazza turca che aveva sposato la causa curda

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   Dedichiamo questo post a AYSE DENIZ KARACAGIL, ragazza turca combattente per i curdi, uccisa alle porte di Raqqa (nel centro-nord della Siria, nei combattimenti per la liberazione della città dall’Isis) dalla scheggia d’una granata, o forse la pallottola d’un cecchino islamista, il 28 maggio scorso.

   Questa giovane donna, che le autorità turche consideravano una terrorista latitante (perché aveva partecipato attivamente a Istanbul, nella primavera del 2013, alla rivolta in difesa degli alberi di Gezi Park, una rivolta di fatto in toto contro il regime di Erdogan), era diventata un idolo per milioni di sue coetanee.

   In Italia era stata resa famosa dalla matita del fumettista Michele Rech, alias ZEROCALCARE, che in KOBANE CALLING aveva raccontato il coraggioso impegno di Ayse in difesa della città curda-siriana di KOBANE contro l’avanzata dei jihadisti (Kobane, città curda enclave, in Siria, al confine con la Turchia: enclave, com’era stata Sarajevo, perché teatro di una guerra casa per casa nell’ottobre 2014 tra curdi e assedianti dell’Isis, completamente riconquistata dai curdi qualche mese dopo). Rispetto ai tempi di Kobane, a Raqqa i ruoli ora sono invertiti: gli assediati sono adesso gli assassini dell’Isis, che Ayse voleva snidare dalla loro ultima roccaforte in Siria.

   E in questo post colleghiamo la tragica vicenda di Ayse che si ribella al regime turco, e poi ai terroristi dell’Isis, in favore dei curdi, lo colleghiamo al voler parlare proprio del popolo curdo, frammentato in più nazioni (Turchia, Siria, Iraq, Iran); e in parallelo di qual è la complicata situazione di adesso in quella parte di Medio Oriente, in particolare Siria e Iraq, dove lo scontro con l’Isis sembrava guadagnare posizioni, portare alla vittoria delle fore anti-Isis, anche e in particolare grazie al sacrificio diretto, sul campo, di uomini e donne curde, nell’affrontare i terroristi islamici (e con l’appoggio di un Occidente sempre più preoccupato del dilagare nelle proprie nazioni di un terrorismo fatto di individui che si richiamano in vari modi al Califfato terrorista).

(Il Kurdistan sulla mappa fra progetto e stesura definitiva, da http://www.linkedin.com/) – Il KURDISTAN è una regione che si estende per quasi 400mila chilometri quadrati a cavallo tra TURCHIA, SIRIA, IRAN e IRAQ. I curdi sono in lotta da decenni per il riconoscimento del loro diritto all’autodeterminazione. Con il trattato di Losanna del 1923, i territori abitati dalla popolazione di etnia curda – che avevano fatto parte dell’impero ottomano – furono divisi tra quattro paesi. Oggi solo le zone del Kurdistan iracheno e di quello siriano godono di forme di autonomia

   Dicevamo che la battaglia contro lo stato islamico integralista sembrava già dall’autunno scorso in buona situazione, e c’era chi ottimisticamente (e un po’ irresponsabilmente) dava per sicuro il soccombere degli integralisti islamici. Ma qualcosa è accaduto, e ora tutto sembra magmaticamente incontrollato. Perché le forze anti-Isis forse hanno obbiettivi e priorità diverse rispetto alla chiara e diretta lotta all’islamismo integralista.

   Infatti prima ancora di combattere il Califfato terrorista assediato a MOSUL (città nel nord dell’Iraq), e nella capitale dell’Isis RAQQA (Raqqa si trova nell’area centro-nord della Siria), forse le forze in campo sono prioritariamente concentrate a contrastare Teheran e magari a usare i jihadisti in funzione anti-sciita. E’ un fatto che la città di Mosul, città in mano all’Isis e per il Califfato terrorista assai strategica, ebbene a Mosul è iniziata una “liberazione” da parte delle forze anti-Isis già il 17 ottobre scorso, e che doveva concludersi in pochi giorni.

A destra Jihan Sheikh Ahmed, portavoce delle forze curdo-siriane – “…LA BATTAGLIA PER LA LIBERAZIONE DI RAQQA, LA CAPITALE DELLO STATO ISLAMICO NEL NORD DELLA SIRIA SCATTERÀ “A GIORNI”. Lo ha detto JIHAN SHEIKH AHMED la portavoce delle Forze Democratiche siriane (Sdf), l’alleanza curda-araba sostenuta da Washington e composta principalmente dalle Unità di Difesa del Popolo curdo (Ypg) affiancati dal battaglione femminile, ossia Ypj…” (da “Globalist”, 3/6/2017, http://www.globalist.it/ )

   E, nel giugno 2017, quasi otto mesi dopo, a Mosul l’assedio, la liberazione dagli integralisti islamici, non è ancora terminata… siamo sempre fermi, sembra che la città stia per essere liberata e invece non accade. Secondo tanti osservatori questo non avviene perché la lotta all’Isis è sviata, superata, da altre questioni in quella parte del Medio Oriente (in particolare in Siria): cioè il “pericolo” rappresentato dalla creazione di un stato del Kurdistan (i più generosi combattenti contro l’Isis sono appunto i curdi…), cosa avversata in particolare dalla Turchia; e poi c’è il pericolo di una presenza in Siria dell’Iran (anch’esso paese che si è impegnato contro l’Isis).

Mappa presenza curda nel nord della Siria (da Internazionale) – “…I CURDI SIRIANI (vedi parte verde scuro della carte) vivono nel NORD DEL PAESE, una zona che costeggia la frontiera turca, oltre la quale vivono curdi turchi. La frontiera turco-siriana separa i due Kurdistan. Quello siriano – il ROJAVA, dal marzo di quest’anno FEDERAZIONE DELLA SIRIA DEL NORD – gode di un’autonomia de facto da quando il regime di Damasco è in guerra con i ribelli, mentre quello turco ricomincia a sognare la secessione, ispirato dai curdi iracheni e siriani…..” (Bernard Guetta. France Inter, Francia, 11/5/2017, da INTERNAZIONALE)

   Così allora è ancora una volta la lotta dei SUNNITI (Arabia Saudita, Turchia…) CONTRO GLI SCIITI (Iran, Iraq… gli sciiti hanno combattuto con convinzione l’Isis, mentre i paesi sunniti hanno dimostrato meno fermezza nel combattere i terroristi islamici), scontro di derivazione politica-religiosa dentro al mondo arabo (tra sunniti e sciiti) che prende il sopravvento sul pericolo del Califfato terrorista dell’Isis, che ora colpisce sempre più, con terrorismi individuali, quasi quotidianamente le capitali europee (Parigi, Londra, Berlino…).

   Trump ha confermato il programma di armamenti ai curdi siriani in vista della riconquista di Raqqa, che è considerata la capitale dell’Isis, dando in questo un dispiacere all’alleato turco Erdogan. Ma l’America è incerta nel da farsi, come lo è l’Europa.

(foto da http://www.retekurdistan.it/) – I CURDI SONO UNA COMUNITÀ ETNICA CON CULTURA, TRADIZIONI E LINGUA PROPRIA. Sono IN MAGGIORANZA SUNNITI ma anche sciiti (come in Iran e Azerbaijan). E’ una POPOLAZIONE AUTOCTONA DELLA REGIONE MEDIORIENTALE. La recrudescenza della LOTTA CONTRO LA TURCHIA ha alimentato la crescita anche di un’altra fazione ancora più estremista: il TAK (I falchi per un Kurdistan Libero). NEL MONDO SONO CIRCA 30/35 MILIONI, di cui circa 15/16 MILIONI IN TURCHIA (18/20% DELLA POPOLAZIONE), 5/6 MILIONI IN IRAQ, 6/7 MILIONI IN IRAN, 2/2,5 MILIONI IN SIRIA (circa 10% della popolazione), il resto in alcune nazioni caucasiche o diaspora nel mondo. La guerra civile in Siria ha nei fatti permesso ai CURDI SIRIANI di affrancarsi dalle persecuzioni del regime e di ottenere una propria autonomia territoriale. Sono rappresentati dalle formazioni militari dell’YPG (Unità di Protezione Popolare), braccio armato del PYD (Partito dell’Unione Democratica). I CURDI IRACHENI sono politicamente divisi al loro interno tra il KDP (Kurdistan Democratic Party) di Masoud Barzani, che guida la regione semi-autonoma, e il PUK (Patriotic Union of Kurdistan) di Jalal Talabani, presidente iracheno dal 2005 al 2014. (25/4/2017, da http://reporterspress.it/)

   Per quel che riguarda i curdi, nell’arduo tentativo di comporre lo stato del Kurdistan (tra Turchia, Siria, Iraq e Iran), dato ora dalla credibilità internazione dei curdi che sono i primi combattenti “diretti”, sul terreno, del Califfato terrorista dell’isis, in questa nuova credibilità si innestano però differenze tra le varie fazioni del popolo curdo, che hanno portato anche a scontri tra di loro. E’ infatti successo, nel maggio scorso a Mosul, in Iraq che si sono combattuti tra di loro i “duri” dell’esercito PKK (il partito dei lavoratori curdo) contro chi rappresentava il governo di Erbil, città del nord dell’Iraq capitale del governo curdo regionale iracheno che gode ampia autonomia in Iraq.

SCONTRI TRA CURDI NEL MAGGIO 2017 – “…. In quei giorni della prima metà di maggio, il territorio yazida di SHINGAL, fra Mosul e il confine siriano, già teatro di scaramucce e poi VERI SCONTRI ARMATI FRA “GUERRIGLIA” CURDA LEGATA AL PKK E PESHMERGA CURDI LEGATI AL GOVERNO DI ERBIL (Erbil è la capitale del Governo Regionale autonomo del Kurdistan iracheno, ndr), ha conosciuto un inizio di invasione da parte delle truppe sciite di Hashd al Shaabi, già descritte come “paramilitari” e ora inglobate nelle Forze armate regolari irachene (o viceversa) e obbedienti di fatto a Teheran. L’avanzata delle milizie sciite dentro villaggi yazidi ha violato l’esplicito patto fra Baghdad ed Erbil che le escludeva da quel territorio e ha sollevato l’allarme di BARZANI, PRESIDENTE DEL GOVERNO REGIONALE CURDO, che oltretutto si era trovato di fronte al fatto compiuto senza averne avuto alcun preavviso….” (Adriano Sofri, 18/5/2017, IL FOGLIO)

   Altre differenziazioni ci sono state: ad esempio i curdi siriani “vanno da soli”, e hanno per la prima volta ammesso pubblicamente di non considerare più un’utopia la possibilità di arrivare fino al mar Mediterraneo, mettendo in difficoltà la Turchia. A sua volta la Turchia ha annunciato di voler costruire un muro (un altro muro…) al confine con l’Iraq, cioè con il Kurdistan iracheno (unica realtà dove uno stato – l’Iraq – riconosce autonomia al popolo curdo), per bloccare i movimenti transfrontalieri del Pkk, che il regime turco e molti suoi tradizionali alleati dichiarano terrorista. Intanto Pdk e Puk, i due maggiori partiti curdi del Krg, il governo regionale curdo provvisorio nel nord dell’Iraq, col dissenso concorrenziale dei partiti minori, dichiara di avere ormai concordato di tenere il referendum sull’indipendenza (motu proprio: senza considerare altre parti in altre nazioni della presenza curda).

IRAQ: L’ISIS PERDE CITTÀ A OVEST DI MOSUL – Filogovernativi conquistano Baaj, confine con la Siria
4/6/2017 la Gazzetta del Mezzogiorno – BAGHDAD, 4 GIU – Truppe paramilitari filogovernative irachene hanno conquistato la strategica città di BAAJ, a ovest di MOSUL, dove ancora resistevano i jihadisti dell’Isis sbarrando una delle vie di accesso a MOSUL ovest, NON ANCORA COMPLETAMENTE LIBERATA. Lo ha reso noto Abu Mahdi al-Muhandis, uno dei capi del gruppo paramilitare Forze di Mobilitazione Popolare, dichiarando in un comunicato che i suoi uomini hanno conquistato il centro di Baaj, un progresso “importante per la strategia” dell’offensiva lanciata lo scorso ottobre dalla coalizione a guida Usa per cacciare i terroristi islamici da Mosul, località vicina al confine con la Siria. (Federica Giovannetti)

   Insomma la questione curda, popolo combattivo frammentato in più nazioni (Turchia, Siria, Iraq, Iran), ora sembra venire al pettine. Il fatto che i curdi siano tra i pochi che combattono “sul campo”, “sul terreno” il Califfato islamico (che tanto preoccupa anche l’occidente, per gli attentati in Europa e America), ebbene questo fa sì che le rivendicazioni del popolo curdo siano ora più autorevoli di una volta per la comunità internazionale (poi è da vedere SE I CURDI RIUSCIRANNO A UNIRSI, a stabilire UNA STRATEGIA COMUNE: che ad esempio potrebbe essere UNA PRESENZA FEDERALISTA, RICONOSCIUTA, NEI SINGOLI ODIERNI STATI).

   Tutto questo per dire che la complessità delle questioni in questa parte del Medio Oriente (così da qualche anno martoriata…Siria, Iraq…) è tutt’altro che finita, e purtroppo il prolungarsi di vicende dolorose e guerra civile è da mettere in conto anche nei prossimi anni. Su una pacificazione possibile ancora una volta l’Europa potrebbe fare molto… ma finora è rimasta solo a guardare: speriamo che la situazione cambi, che il ruolo europeo sia più autorevole nel combattere ingiustizie e sopraffazioni, e nel proporre soluzioni istituzionali adatte a un futuro di pace. (s.m.)

Siria, Iraq e il controllo del territorio attuale

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MORTA IN BATTAGLIA CONTRO L’ISIS, A RAQQA, AYSE DENIZ KARACAGIL

di Pietro Del Re, da “la Repubblica” del 2/6/2017

– 24 anni era il simbolo della lotta per la libertà dei curdi, disegnata da ZeroCalcare – Cappuccio rosso: Addio all’eroina ribelle che contribuì alla liberazione di Kobane – Continua a leggere

2017- ISTAT E UNIVERSITA’ LA SAPIENZA: DUE RAPPORTI CON CONCLUSIONI SIMILI nel fotografare la realtà italiana – La STAGNAZIONE SECOLARE che sta colpendo l’Italia (e buona parte d’Europa) stravolge la separazione tra ricchi, poveri e una volta il predominante ceto medio – COME SUPERARE IL MOMENTO DIFFICILE?

Dal panorama sociale italiano scompaiono il ceto medio e la classe operaia, mentre aumentano le diseguaglianze: è questa la fotografia, con tante ombre e poche luci, scattata dall’ISTAT nel suo report annuale del 2017 (immagine da http://www.newsitaliane.it/)

   Parliamo (e presentiamo) qui due studi importanti di analisi della realtà italiana (ma in parte anche europea) che sono stati presentati nelle scorse settimane. E che entrambi servono a capire “come siamo cambiati”, come società italiana, e come la lunga infinita crisi economica sta “mordendo” di più alcune categorie rispetto ad altre.

La RELAZIONE ANNUALE SULLO STATO SOCIALE DELL’ITALIA è stata presentata il 17 maggio scorso dall’ISTAT. Vi è una sempre più una SCARSA MOBILITÀ SOCIALE e un ANCOR PIÙ FORTE DIVARIO NORD SUD. IN DIFFICOLTÀ SOPRATTUTTO LE FAMIGLIE DI STRANIERI A BASSO REDDITO, si legge nel rapporto annuale dell’Istituto di statistica nazionale. Per una lettura della stratificazione sociale (non più solo ricchi, poveri e ceto medio) l’ISTAT propone ben 9 NUOVE CATEGORIE SOCIALI (per leggere la realtà, sempre più frammentata), che sono: 1) I GIOVANI blue-collar (colletti blu, cioè lavoratori manuali, operai…)(molte coppie senza figli, età media 45 anni) – 2) LE FAMIGLIE DEGLI OPERAI IN PENSIONE con reddito medio – 3) LE FAMIGLIE A REDDITO BASSO CON STRANIERI, le più colpite dalla crisi – 4) A REDDITO BASSO CON SOLI ITALIANI – 5) FAMIGLIE TRADIZIONALI della provincia – 6) ANZIANE SOLE E GIOVANI DISOCCUPATI – 7) FAMIGLIE BENESTANTI di occupati – 8) FAMIGLIE CON PENSIONI D’ARGENTO – 9) CLASSE DIRIGENTE

   Il rapporto ISTAT per il 2017 presentato il 17 maggio scorso (RELAZIONE ANNUALE SULLO STATO SOCIALE DELL’ITALIA), mette subito in rilievo la SCARSA MOBILITÀ SOCIALE e il FORTE AUMENTATO DIVARIO TRA NORD E SUD. In difficoltà soprattutto, più di tutti le famiglie di stranieri a basso reddito (così si legge nel rapporto dell’Istituto di statistica nazionale).

   Per l’Istat sono così necessarie nuove categorie per leggere la nuova realtà, sempre più frammentata. la perdita del senso di appartenenza a un classe sociale ha investito con più forza classe operaia e piccola borghesia. Da qui l’Istat per la prima volta riconosce una complessità nella stratificazione sociale non più omologabile tra ricchi, poveri e (ex)predominante classe media.

(Leggi il rapporto ISTAT 2017:

https://www.istat.it/it/files/2017/05/RapportoAnnuale2017.pdf )

   Qualcuno già nel 1977, lo studioso Alberto Asor Rosa, aveva proposto una suddivisione sociale del tutto originale ma inoppugnabile. Cioè un Paese suddiviso in due categorie: il vasto MONDO DEI GARANTITI, fatto di dipendenti pubblici e di dipendenti privati protetti da Statuto dei lavoratori e sindacati. Dall’altra la SOCIETÀ DEL RISCHIO, fatta di lavoratori autonomi, dipendenti delle piccole imprese, lavoratori precari delle imprese maggiori. Ora tutto sta diventando un po’ diverso, in parte (le garanzie esistono ancora ma minori, la licenziabilità è possibile…) (in uno degli articoli che vi proponiamo in questo post, Luca Ricolfi individua l’aggiunta ora di una “terza società”, cioè di quelli che sono “OUT”, fuori… dal lavoro, da ogni reddito…fuori da tutto…

   Ma restando senza divagazioni ulteriori sul tema del rapporto Istat, l’Ente di Statistica quest’anno individua la società italiana suddivisa in 9 categorie, nove soggetti sociali: 1) i giovani blue-collar (colletti blu, cioè lavoratori manuali, operai…)(molte coppie senza figli, età media 45 anni) – 2) le famiglie degli operai in pensione con reddito medio – 3) le famiglie a reddito basso con stranieri, le più colpite dalla crisi – 4) a reddito basso con soli italiani – 5) famiglie tradizionali della provincia – 6) anziane sole e giovani disoccupati – 7) famiglie benestanti di occupati – 8) famiglie con pensioni d’argento – 9) classe dirigente. Negli articoli che seguono si parlerà anche di questo.

   Dall’altra è stato presentato il 15 maggio all’Università “la Sapienza” di Roma il «RAPPORTO SULLO STATO SOCIALE 2017: il ruolo del Welfare nell’epoca dei bassi salari e investimenti». E qui il titolo, la parola che ne è uscita come dominante, dagli studi, analisi e ricerche degli studiosi di economia, è quella che è stata chiamata STAGNAZIONE SECOLARE. Questa è un’espressione coniata nel 1938 dall’economista Alvin Hansen, e l’autore di questo rapporto sullo stato sociale edito da La Sapienza, FELICE ROBERTO PIZZUTI, la ha usata come elemento predominante dato dall’analisi sociale ed economica del momento che stiamo vivendo.

LA NUOVA STAGNAZIONE SECOLARE – I temi del rapporto sullo stato sociale 2017 – Rapporto sullo Stato sociale, che è stato discusso il 15 maggio scorso all’UNIVERSITÀ “LA SAPIENZA” DI ROMA. Da dodici anni il Rapporto, promosso e coordinato da FELICE ROBERTO PIZZUTI ma alla cui elaborazione hanno partecipato 27 economisti, è un appuntamento importante per fare il punto sulle situazione del welfare in Italia (confrontata con quella degli altri paesi europei), ma non è ricco solo di statistiche: propone anche analisi originali. Quest’anno è stata dedicata particolare attenzione ai temi della “STAGNAZIONE SECOLARE” (un’espressione coniata nel 1938 dall’economista Alvin Hansen per descrivere il perdurare della crisi del ’29), della PRODUTTIVITÀ, delle DISUGUAGLIANZE, del REDDITO MINIMO e vari altri (qui l’indice del volume). – Si affronta la questione della “GRANDE RECESSIONE” INIZIATA NEL 2007-2008 e le sue connessioni con L’IPOTESI CHE SIA IN ATTO UNA “STAGNAZIONE SECOLARE”. Approfondendo poi i temi specifici dello stato sociale in Europa e in Italia, anche attraverso l’analisi delle più recenti riforme e delle tendenze DEL MERCATO DEL LAVORO, DEL SISTEMA SCOLASTICO E UNIVERSITARIO, PREVIDENZIALE E SANITARIO, DEL REDDITO MINIMO GARANTITO, DEGLI AMMORTIZZATORI SOCIALI E DELL’ASSISTENZA

   Il «rapporto sullo Stato sociale 2017» è alla sua dodicesima edizione, e, come detto, è edito da Sapienza Università Editrice, e anche per questo presentato il 15 maggio alla Facoltà di Economia a Roma. Per descrivere le conseguenze della «SECONDA GRANDE RECESSIONE» esplosa nel 2007-2008 (dopo quella del ’29 del secolo scorso) si è, appunto, usato il termine di STAGNAZIONE SECOLARE che, specificatamente, in economia, è un’espressione utile per descrivere lo squilibrio prodotto all’eccesso di risparmio rispetto al drastico calo degli investimenti che spinge in basso il tasso d’interesse reale. E la stagnazione impera.

(Leggi la sintesi del RAPPORTO SULLO STATO SOCIALE, edito dall’UNIVERSITÀ “LA SAPIENZA” DI ROMA e curato da FELICE ROBERTO PIZZUTI: Pizzuti_Rapporto SULLO STATO SOCIALE 2017_Estratto_Universita la Sapienza )

Felice Roberto Pizzuti, estensore e coordinatore del lavoro che ha portato al RAPPORTO SULLO STATO SOCIALE 2017

   Il ritorno alla crescita, rivendicata dalle principali istituzionali economiche globali e dai governi, non sembra così produrre significativi passi in avanti in termini di aumenti di ricchezza (salari) e di produttività, mentre la ripresa dell’occupazione avviene solo attraverso la moltiplicazione del precariato, niente di più, una «crescita senza occupazione fissa». Si può accettare di riconoscere che di più è impossibile fare: basta dirselo.

   “Stagnazione secolare” che, si badi bene, non coinvolge solo l’Italia ma buona parte dell’Europa. Appunto, solo con la crisi del ’29 del secolo scorso si era notata una cosa simile. E allora si è risolta (si fa per dire…) con la carneficina della seconda guerra mondiale. Pertanto sono analisi, e precedenti preoccupanti….sul nostro futuro immediato e più lontano.

Presentazione il 15 maggio alla Sapienza di Roma del Rapporto sullo stato sociale 2017: il ruolo del Welfare nell’epoca dei bassi salari e investimenti

   Come allora rilanciare quindi le nostre economie? Il Documento è chiaro: solo con l’ampliamento delle politiche pubbliche, il rilancio del welfare e il potenziamento degli investimenti pubblici possiamo tornare a crescere e tirare un sospiro di sollievo.

   Qui ora le teorie si sprecano, ma par di capire che tutti condividono che gli investimenti devono essere di qualità, innovativi, nel rispetto delle persone, dell’ambiente, nell’individuare le nuove tecnologie che avanzano sempre più, e nell’avere a che fare con persone istruite, coscienti di sè….

   Pertanto serve sì REDISTRIBUIRE IL REDDITO, LA RICCHEZZA in modo diverso, più equo…. Ma questo non può bastare…

   Altri modi di intervenire? “Intervenire a correggere i meccanismi redistributivi è importante, ma non risolutivo” – è l’opinione di Giorgio Alleva, presidente dell’Istat (di cui in questo post proponiamo un suo articolo che spiega la metodologia del lavoro fatto nel creare il Rapporto 2017) – perché, dice Alleva,  “per dare respiro al futuro di milioni di individui e nuovo slancio al sistema economico, è necessario operare a monte…. e il mezzo primario di promozione sociale è l’istruzione e la formazione del capitale umano….Pertanto investire sulla formazione del capitale umano e più in generale sull’innovazione (tecnologica, economica e sociale) e sulla modernizzazione delle istituzioni è una strada obbligata per lo sviluppo della società e del sistema economico, nell’intero territorio nazionale”. Speriamo che si inizi. (s.m.)

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ISTAT 2017 (RELAZIONE ANNUALE SULLO STATO SOCIALE DELL’ITALIA)

ITALIA PAESE DI VECCHI. SCOMPAIONO CLASSE OPERAIA E PICCOLA BORGHESIA

17.05.2017, di Redazione Online/ANTONELLA SERRANO, di http://tg.la7.it/economia/

– Scarsa mobilità sociale e forte divario nord sud. In difficoltà soprattutto le famiglie di stranieri a basso reddito, si legge nel rapporto annuale dell’Istituto di statistica nazionale. Sono necessarie nuove categorie per leggere la nuova realtà, sempre più frammentata –

   Italia ‘UN PAESE PER VECCHI’. Dove gli over 65 sono il 22% della popolazione, primato europeo, e dove sette giovani (under 35) su dieci rimane in famiglia, perché non ha un reddito sufficiente per essere indipendente. Italia paese sempre più bloccato dove crescono le diseguaglianze, anche in una stessa classe, e dove scompaiono invece la classe operaia e la piccola borghesia mentre nascono nuovi gruppi sociali, Continua a leggere

LA CINA E LA NUOVA VIA DELLA SETA – “Belt and Road Initiative” (l’iniziativa di UNA CINTURA UNA STRADA) – La proposta di UN PONTE TRA ASIA ED EUROPA – CINA: paese emergente, affascinante, con problemi di libertà, democrazia; con molti giovani motivati – L’Europa dialogherà di più con l’ “impero” cinese?

Xi Jinping, il leader cinese, ha parlato di NUOVA VIA DELLA SETA per la prima volta nel 2013. Sembrava solo una suggestione. Invece rapidamente i cinesi hanno spiegato di VOLER CONNETTERE CINA ED EUROPA CON CORRIDOI TERRESTRI E MARITTIMI ATTRAVERSANDO L’ASIA E TOCCANDO L’AFRICA. Quattro anni dopo, Il 14 e 15 maggio, a Pechino per questo si è tenuto il «FORUM BELT AND ROAD FOR INTERNATIONAL COOPERATION». Ne parliamo in questo post per cercare di capire

   Si chiama «UNA CINTURA UNA STRADA» (Belt and Road Initiative) ed è l’iniziativa del leader cinese XI JINPING (proposta ancora nel 2013) per costruire una rete globale di infrastrutture (tra Cina, Russia ed Europa) lungo le quali far scorrere i commerci (cinesi anzitutto). La proposta è quella di costruire un “rete” commerciale, di trasporto, con investimenti internazionali per 900 miliardi di dollari da adesso per i prossimi 5-10 anni, e anche con investimenti di 500 miliardi in altri 62 Paesi “esterni” alla Cina.

“(…) L’Italia a Pechino il 14 e 15 maggio al FORUM BELT AND ROAD FOR INTERNATIONAL COOPERATION è stata rappresentata dal PRESIDENTE DEL CONSIGLIO PAOLO GENTILONI, unico leader di un Paese europeo del G7 lì presente. Stiamo rincorrendo una partecipazione possibilmente di peso. Durante la visita a febbraio, il presidente Mattarella ha offerto i nostri PORTI DI GENOVA sul Tirreno E VENEZIA-TRIESTE sull’Adriatico come TERMINALI DELLA VIA MARITTIMA: bisogna decidere in fretta, perché i cinesi si sono già insediati al Pireo (…)” (Guido Santevecchi, da “il Corriere della Sera” del 13/5/2017)

   Pertanto una montagna di denaro, però non solo cinese: perché ci si rivolge in particolare sia alla Russia che all’Europa. Tutti questi soldi servirebbero a costruire porti, autostrade, linee ferroviarie ad alta velocità, reti elettriche… appunto anche fuori dell’impero cinese, specie in Paesi in via di sviluppo. La Cina non è in grado di sostenere da sola i costi di una rete infrastrutturale di dimensioni globali, e così invita il resto del mondo a contribuire alla realizzazione di questo ambizioso piano.

corridoi economici, nuove vie della seta, DA LIMES (www.limesonline.com/)[Carta di Laura Canali] – “(…) Xi Jinping ha parlato di NUOVA VIA DELLA SETA per la prima volta nel 2013. Sembrava solo una suggestione. Invece rapidamente i cinesi hanno spiegato di VOLER CONNETTERE CINA ED EUROPA CON CORRIDOI TERRESTRI E MARITTIMI ATTRAVERSANDO L’ASIA E TOCCANDO L’AFRICA: al momento ci sono SEI PERCORSI TRACCIATI SULLE MAPPE. QUELLO MARITTIMO POTREBBE SBOCCARE IN ITALIA, come nei tempi epici dell’Antica Roma e della Dinastia Han (206 avanti Cristo-220 dopo Cristo). I romani peraltro pare non sapessero nemmeno se la seta fosse di origine animale o vegetale e l’attribuivano al Popolo dei Seri. LA DEFINIZIONE VIA DELLA SETA FU CONIATA DAL GEOGRAFO TEDESCO FERDINAND VON RICHTHOFEN NEL 1877: Seidenstraße la chiamò il barone (…)” (Guido Santevecchi, da “il Corriere della Sera” del 13/5/2017)

   Il rilancio dell’iniziativa (abbozzata dal leader cinese Xi Jinping già nel 2013), ora (nel 2017, quattro anni dopo) ha fatto sì che a Pechino siano stati invitati il 14 e 15 maggio (e si sono riuniti) 28 capi di Stato e di governo, un centinaio di ministri, leader di 70 organizzazioni internazionali, per quello che è stato chiamato il «FORUM BELT AND ROAD FOR INTERNATIONAL COOPERATION».

Un soldato durante il Belt and Road Forum di Pechino del 14 e 15 maggio scorso (da http://www.linkiesta.it/)

   Con la presenza anche del leader russo Vladimir Putin, del premier pachistano Nawaz Sharif, il filippino Rodrigo Duterte… (per l’Italia ha partecipato il presidente del Consiglio Gentiloni, Italia interessata a uno “sviluppo-partecipazione” con il coinvolgimento di due porti, nell’Adriatico e nel Tirreno, Trieste e Genova -ma ne parliamo poi in questo post-). Anche con la presenza di una delegazione statunitense: Donald Trump, nell’ambivalenza poco coerente tra quel che dice di voler fare e ha promesso in campagna elettorale, cioè restringere gli USA negli scambi commerciali (America first, prima l’America), e dall’altra l’impossibilità di non esserci nel commercio globale.

“(…) Uno dei settori più in crescita del business cinese: l’E-COMMERCE. IL MERCATO ONLINE IN CINA INFATTI È TRA I PIÙ FORTI A LIVELLO INTERNAZIONALE, se si considera che ben 731 MILIONI DI UTENTI HANNO ACCESSO A INTERNET. Di questi, 572 milioni lo fanno attraverso DISPOSITIVI MOBILE, CON CUI FANNO ACQUISTI ONLINE. Si pensi al SOCIAL MEDIA più utilizzato in Cina, WECHAT, che oggi conta 889 MILIONI DI UTENTI REGISTRATI, che POSSONO ESEGUIRE PRENOTAZIONI (taxi, ristoranti e voli), FARE SHOPPING ONLINE E TRASFERIRE DIRETTAMENTE SOLDI AD ALTRI CONTATTI. Quest’ultimo servizio in particolare ha dato la possibilità di far nascere i cosiddetti DAI GOU, ovvero utenti che acquistano all’estero sfruttando la differenza di prezzo e si fanno rimborsare immediatamente dai propri contatti tramite la FUNZIONE WALLET di WECHAT. Una piattaforma che asseconda il trend dell’e-commerce nel mercato cinese, che ENTRO IL 2020 SARÀ SUPERIORE ALL’INSIEME DEI VOLUMI GENERATI DA USA, UK, GIAPPONE E FRANCIA(…)(Francesca Matta, Fabrizio Patti, 20/5/2017, da LINKIESTA – http://www.linkiesta.it/)

   Volontà espressa con quest’iniziativa cinese è quella di rilanciare il commercio internazionale e la globalizzazione su basi più egualitarie ed inclusive. In particolare, secondo Xi Jinping, un progetto di reti di comunicazioni avanzate tra Cina, Russia ed Europa, se ne avvantaggerebbero tutti i paesi, specie asiatici, che ora sono tagliati fuori, e sono in sottosviluppo.

ACCORDO E-MARCOPOLO con ALI BABA – E-Marco Polo lancia una vetrina B2C di servizi end-to-end che permette ad aziende e brand italiani di vendere i propri prodotti direttamente ai consumatori cinesi senza avere una presenza fisica nel Paese

   Proposta cinese che forse deve acquistare maggiore credibilità nel tempo (visto che la Cina non garantisce alcun standard, almeno di tipo occidentale, di democrazia e libertà, di scarsa finora attenzione ai problemi dell’inquinamento, di tutela del lavoro da situazioni di ipersfruttamento….).

LA CINA DEI SUICIDI – FOXCONN INTERNATIONAL HOLDINGS LTD è un’azienda multinazionale. È la più grande produttrice di componenti elettrici ed elettronici per i produttori di apparecchiature originali in tutto il mondo, e produce principalmente su contratto ad altre aziende tra le quali AMAZON, APPLE, DELL, HP, MICROSOFT, MOTOROLA, NINTENDO, NOKIA (solo per il mercato cinese), SONY, BLACKBERRY E XIAOMI. È stata fondata nel 1974 e dal 1980 apre linee di fabbricazione di connettori per personal computer. La società ha aperto il suo primo impianto produttivo in Cina nel 1988, una fabbrica a SHENZHEN, che ora è l’impianto più grande, con più di 330.000 dipendenti. DAL 2009 LA FOXCONN È STATA SPESSO TRISTEMENTE CITATA SULLE PAGINE DI CRONACA A CAUSA DI UNA SERIE DI SUICIDI CHE HANNO COINVOLTO I SUOI DIPENDENTI, causati dallo STRESS DA IPERLAVORO e dalle CATTIVE CONDIZIONI PER I LAVORATORI. (da Wikipedia, marzo 2017)

   Il tutto in questa fase vede anche la prevalenza della ragion di stato, della geopolitica dei rapporti tra stati e federazione di Stati nazionali, la ricchezza e il commercio globale… in un momento di persistente e probabilmente stabile per molto tempo crisi economica internazionale, che sta coinvolgendo anche paesi che fino a qualche anno fa erano dati in un “progresso inarrestabile” (come i cosiddetti BRICS, Brasile Russia India Cina Sudafrica).

“(…) PER LA CINA SI DEVE GUARDARE ANCHE GLI EFFETTI, CONTRADDITTORI, CHE STANNO CONTRADDISTINGUENDO L’OPERATIVITÀ DI CHI INVESTE NEL PAESE: dove alcune regole si semplificano, le tutele aumentano (come per la proprietà intellettuale) e le opportunità rimangono amplissime. Ma dove il clima verso gli stranieri si è fatto più ostile e il rapporto con le istituzioni sempre più asimmetrico a svantaggio delle imprese estere. Sono alcuni degli spunti emersi dalla presentazione del rapporto “CINA 2017 – SCENARI E PROSPETTIVE PER LE IMPRESE” della FONDAZIONE ITALIA-CINA, presentato venerdì 19 MAGGIO A MILANO (…) (Francesca Matta, Fabrizio Patti, 20/5/2017, da LINKIESTA – http://www.linkiesta.it/)

       E’ assai difficile che la Russia e la frammentata Europa accettino la proposta cinese di investire in infrastrutture per una moderna “via della seta” est-ovest tra i continenti dell’EurAsia. La disponibilità di quasi tutti almeno a parola può esserci (l’Italia, sperando in un rilancio economico dei propri porti, dei mari che la circondano, si è dimostrata entusiasta ed attenta…).

Al via “E-MARCO POLO” (E-MP), la nuova vetrina per le aziende e i prodotti del MADE IN ITALY AGROALIMENTARE che intendono vendere sul mercato cinese dell’e-commerce: più precisamente su TMALL GLOBAL, uno dei più grandi portali del mondo e che fa parte del GRUPPO ALIBABA

   Ne parliamo in questo post da diversi punti di vista, e analisi, sulla geopolitica mondiale del momento. L’uscire per la prima volta comunque allo scoperto in politica estera (economica) da parte della Cina, in una fase di decadenza dell’impero americano (non iniziata con Trump, ma con lo stesso Obama, riluttante a farsi carico di situazione di caos geolocali), questa situazione di fatto di mancanza di “figure internazionali” di riferimento (prima, fino al 1989, prima della caduta del muro di Berlino, c’era il blocco Urss-Usa, poi fino a qualche anno fa erano gli Usa a dettare l’agenda internazionale…), questo vuoto che esiste ora, vede nuovi protagonisti, come appunto la Cina, che vorrebbero mettersi in gioco. Sembra, ancora una volta, un momento propizio, necessario, della presenza di un’Europa più unita e univoca nella scelte internazionali… (si potrà fare? Speriamo di sì) (s.m.)

La proposta di VIA DELLA SETA avrà come centro del MEDITERRANEO i porti di Genova e Trieste

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LA NUOVA VIA DELLA SETA CINESE: COS’È E CHI CI GUADAGNA

di Claudia Astarita, da PANORAMA del 17/5/2017

– Belt and Road Initiative: 5mila miliardi di dollari per costruire un ponte tra Asia e Europa –

   La Nuova Via della Seta, in inglese Belt and Road Initiative, in ciese yi dai yi lu, Continua a leggere

VENEZUELA NEL CAOS, con l’economia al tracollo e condizioni di vita difficili per l’80% della popolazione. E la crisi del regime di Maduro (successore di Chavez) si esprime con la repressione politica – Che accade al Venezuela, terra di grande tradizione e cultura, e di bellissima natura? Perché non si parla di America latina?

6 maggio, per le strade di CARACAS sono scese in migliaia, con CARTELLI E MAGLIETTE BIANCHE, hanno chiesto che “si restituisca la democrazia al Paese”. LE ‘MUJERES’ DELLA CAPITALE si sono date appuntamento nella Piazza Brion del Quartiere Chicaito

   Il VENEZUELA è in preda al caos, tra repressione politica e tracollo dell’economia. Le proteste che da un mese scuotono questo Paese bellissimo, pieno di storia e tradizioni, naturalisticamente meraviglioso (conta la maggiore diversità ecologica al mondo), queste proteste hanno una motivazione specifica: si chiedono nuove elezioni presidenziali e l’apertura di un canale umanitario che consenta di aiutare il Paese, colpito da una gravissima crisi economica. Sono proteste iniziate ai primi di aprile e non destinate a fermarsi. Finora sono una quarantina le persone che hanno perso la vita, mentre continuano gli scontri tra oppositori e militari, con l’intervento, l’intromissione, di bande armate filo regime, i famigerati colectivos, in diverse città del Paese.

UNA SITUAZIONE VERAMENTE DIFFICILE, CATASTROFICA, PER L’ECONOMIA VENEZUELANA, che sta rendendo assai DURA LA VITA QUOTIDIANA PER BEN L’80% DELLA POPOLAZIONE (secondo dati della Caritas venezuelana). Un prodotto interno lordo che nel corso del 2016 si è contratto del 18%, un’inflazione che viaggia su percentuali a tre cifre e dovrebbe attestarsi alla fine dell’anno sul 720%; un tasso di disoccupazione che toccherà il 25%. Sono numeri duri, che offrono una fotografia della grave crisi che sta attraversando da anni il Venezuela

   Il presidente NICOLAS MADURO, sempre più sotto pressione, ha risposto convocando una nuova “Assemblea costituente del popolo” per riformare lo Stato, dice lui, e scrivere una nuova costituzione. Una mossa denunciata dall’opposizione, che la vede come un tentativo golpista di Maduro di ridare legittimazione a se stesso, di rimanere al potere, evitando le elezioni, che il presidente rimanda dal dicembre 2015.

“(…) domenica 30 aprile il presidente MADURO – durante la trasmissione televisiva LOS DOMINGOS CON MADURO («Le domeniche con Maduro») – ha espresso chiaramente la sua posizione: «Il problema del Venezuela non è un deficit elettorale. Il problema è che c’è un impero gringo nelle mani di alcuni estremisti che vogliono privarci del nostro petrolio, e vogliono portare a termine un colpo di Stato per interrompere la rivoluzione bolivariana. È ingenuo chi pensa che questa gente (gli oppositori, ndr) abbandonerà le sue violente pretese una volta fissate le elezioni regionali». Dunque, pieno ricorso alla retorica antimperialista, con Caracas pronta a tutelare le conquiste della sua revolución e a portare avanti il “socialismo del XXI secolo” contro tutto e tutti. (…) (Gianandrea Rossi, 5/5/2017, da http://www.treccani.it/magazine/geopolitica/)

   Maduro è la diretta continuazione, l’erede, del defunto ex presidente Hugo Chavez, che è stato presidente del Venezuela dal 1999 fino alla sua morte nel 2013; e il nuovo presidente Maduro ha provato a portare avanti, allo stesso modo, il progetto e il modo di governare di Chavez (considerato in Venezuela un mito, e anche tra le comunità latino-americane di credo socialista-rivoluzionario).

   Negli anni d’oro dell’ideologia chavista, grazie soprattutto ai proventi derivanti dal commercio del petrolio, il Venezuela riusciva a crescere economicamente e a mostrarsi attore dinamico nell’arena regionale.

Venezuela, scontri a Caracas tra gli oppositori di Maduro e la polizia

   Oggi però è tutto diverso. Il sistema fondato sui sussidi e sui programmi sociali, che avevano contribuito al consolidamento del chavismo, è saltato con la crisi mondiale del prezzo del petrolio, e questo regime ha mostrato tutti i suoi limiti, e oggi (e probabilmente anche in futuro) non è più proponibile. Tra l’altro, il ribasso delle quotazioni del petrolio ha determinato una drastica riduzione delle riserve di valuta estera, fondamentali per il pagamento dei debiti e per i commerci internazionali. Un vero stato di grave crisi del Paese.

VENEZUELA (da Wikipedia) – Situata subito a nord dell’equatore, è considerato come uno dei paesi con la maggiore diversità ecologica nel mondo. Abitata già in epoca precolombiana da gruppi tribali amerindi come caribe e arawac, fu toccata da Cristoforo Colombo nel suo terzo viaggio nel 1498 e venne inglobata nel vasto impero sudamericano spagnolo nel sedicesimo secolo, anche se il clima limitò fortemente l’entità della colonizzazione. Fu il primo stato latinoamericano ad emanciparsi dalla Corona spagnola, proclamando formalmente il 5 luglio 1811 la propria indipendenza, che divenne effettiva solo nel 1830

   E la miccia che ha acceso l’ultima ondata di manifestazioni, scoppiata nel corso del mese di aprile e che si protrae a maggio, si collega alla decisione presa il 29 marzo dal TRIBUNALE SUPREMO DI GIUSTIZIA – vicino al presidente Maduro – di limitare l’immunità parlamentare ed esautorare di fatto il Parlamento dall’esercizio delle sue funzioni, assumendole su di sé. La dura reazione della comunità internazionale, con le Nazioni Unite che hanno espresso la loro preoccupazione per quanto deliberato, e l’Organizzazione degli Stati americani che ha parlato di «colpo di Stato auto-inflitto», ha fatto sì che il Tribunale Supremo sia ritornato sui suoi passi rivedendo la sua originaria posizione. Questo però non ha fermato la protesta e il malcontento.

IL PAESE, OGGI STRUTTURATO IN 23 STATI E UN DISTRETTO FEDERALE (attualmente definito Distrito Capital), è delimitato a nord dal Mar dei Caraibi (che a sua volta comprende la frontiera marittima con la Repubblica Dominicana, Aruba, Antille Olandesi, Porto Rico, Isole Vergini, Martinica, Guadalupa, e Trinidad e Tobago), a est confina con la Guyana, a sud e a sud-est con il Brasile, a ovest e a sud-ovest con la Colombia. IL VENEZUELA SI ESTENDE SU UNA SUPERFICIE TERRESTRE TOTALE DI 916.445 KM², comprensiva della cross continentale, dell’isola di Margarita e delle Dipendenze Federali venezuelane. Il punto più settentrionale del suo territorio è rappresentato dall’isola di Aves. Il Paese esercita la sovranità su 860.000 km² di superficie marina sotto il concetto Zona economica esclusiva. (…) – DOPO LA PROCLAMAZIONE DELL’INDIPENDENZA e per buona parte dell’Ottocento e della prima metà del Novecento, a causa dell’instabilità interna e di una serie di lotte civili, il Venezuela non riuscì ad avere uno sviluppo economico soddisfacente. Fu solo a partire dalla seconda metà degli anni quaranta del Novecento, con la massiccia immigrazione europea (tra cui molti italiani) e lo sfruttamento intensivo delle proprie risorse minerarie (e in particolare del petrolio) che cominciò rapidamente a modernizzarsi, sperimentando una forte crescita economica. Sul finire degli anni cinquanta del XX secolo, all’indomani della caduta del dittatore Marcos Pérez Jiménez (1958) si impose nel paese un sistema di governo democratico, in vigore fino ai nostri giorni. (da Wikipedia)

   Una situazione veramente difficile, catastrofica, per l’economia venezuelana, che sta rendendo assai dura la vita quotidiana per ben l’80% della popolazione (secondo dati della Caritas venezuelana). Un prodotto interno lordo che nel corso del 2016 si è contratto del 18%, un’inflazione che viaggia su percentuali a tre cifre e dovrebbe attestarsi alla fine dell’anno sul 720%; un tasso di disoccupazione che toccherà il 25%. Sono numeri duri, che offrono una fotografia della grave crisi che sta attraversando da anni il Venezuela.

   Con una crisi, sia economica che politica, estremamente acuta, si è cercato di far tacere ogni voce di dissenso e di denuncia: e così alcuni capi dell’opposizione, i più bravi ed influenti, sono stati messi in carcere: tra questi il leader più conosciuto nel paese è LEOPOLDO LÓPEZ; e manifestazioni per la sua liberazione si sono susseguite in questi mesi.

   E’ anche in questo modo, con le incarcerazioni, che la galassia chavista al potere cerca di rafforzare la sua debole posizione. Pertanto si fa pieno ricorso alla retorica antimperialista per giustificare lo stato di emergenza e povertà, e per il disastro economico del Paese si da la colpa agli imperialisti controrivoluzionari; con Caracas pronta a tutelare le conquiste della sua revolución e a portare avanti il “socialismo del XXI secolo” contro tutto e tutti. In primis gli Stati Uniti, che, secondo questa retorica, vorrebbero impadronirsi del Paese e del suo petrolio. Così i media filogovernativi…

   Però è sintomatico che alle ultime manifestazioni hanno partecipato anche gli strati più poveri della popolazione, tradizionalmente vicini al potere ufficiale, da sempre abbagliati da Chavez fin che era in vita, e ora dal suo successore Maduro. Anche loro hanno partecipato (e stanno partecipando) alla protesta.

IL VENEZUELA È ANCOR OGGI CONSIDERATO UN PAESE IN VIA DI SVILUPPO CON UN’ECONOMIA BASATA PRINCIPALMENTE SULLE OPERAZIONI DI ESTRAZIONE, RAFFINAZIONE E COMMERCIALIZZAZIONE DEL PETROLIO e di altre risorse minerali. L’agricoltura riveste ormai una scarsa importanza mentre l’industria ha avuto negli ultimi decenni uno sviluppo diseguale (in gran parte è ancora un’industria di assemblaggio e montaggio). – LA SUA POPOLAZIONE CONTA 33.221.865 ABITANTI in gran parte meticci nati dall’incrocio delle etnie indigene sia con bianchi di origine generalmente ispanica sia con creoli e africani. Sono presenti nel Paese anche molti europei (spagnoli, italiani e portoghesi in particolare) e loro discendenti, mentre gli indigeni allo stato puro e gli asiatici rappresentano una parte trascurabile della popolazione. La multietnicità del Venezuela ha fortemente influenzato sia la sua vita sociale e culturale sia l’arte. L’attuale capo dello Stato è Nicolas Maduro. La lingua ufficiale è lo spagnolo. (da Wikipedia)

   Nonostante la crisi del “sistema Venezuela”, con caratteristiche in parte simili ai “fratelli cubani”, ma giocato nei decenni da Chavez, in particolare sul potere del petrolio e sull’uso politico che se ne è fatto (a volte concesso anche gratuitamente a Paesi che appoggiavano il “progetto socialista” di Chavez), nonostante questa crisi e la situazione catastrofica delle condizioni di vita, va detto che in taluni ambienti, l’ideologia del passato presidente Chavez (e che Maduro tenta di continuare) continua a far presa.

   E’ il problema del Venezuela e di Cuba. Ma anche gli altri stati, sia d’impostazione socialista che non, vengono a scontare la marginalità e l’isolamento internazionale dell’America Latina. Di questo continente non si parla mai, non conta granché nel contesto e nella politica mondiale; e solamente il flusso di immigrati verso l’America del Nord lo mette in qualche modo all’attenzione.

   E’ la figura del papa argentino che porta a segnali di geopolitica attiva in America Latina; e le discrete, riservate, ma efficaci mediazioni vaticane, della Santa Sede di Roma (pensiamo ad esempio all’accordo tra Obama e Raul Castro), non possono che fare bene al continente latino-americano, ai suoi popoli…. Ma forse non basta… (e l’Europa, gli Usa, hanno adesso ben altri problemi dell’interessarsi della disastrosa economia del Venezuela e dei poveri sudamericani). (s.m.)

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VENEZUELA: LA NOTTE DI CARACAS

di OMERO CIAI, da “La Repubblica” del 5/5/2017 (foto di Juan Barreto/Afp)

– Un Paese alla fame e sull’orlo della guerra civile raccontato attraverso le storie di vita quotidiana di giovani, professionisti, anziani, studenti: la tessera per il razionamento alimentare, la mancanza di medicine, l’iperinflazione, il clima di insicurezza, la rabbia per le libertà civili violate. Con le strade trasformate in terreno di una battaglia campale infinita, il regime di Maduro si afferra al potere con un colpo di mano per cambiare la Costituzione. E l’opposizione politica grida al “golpe” –

Venezuelani in fila in un supermercato di Caracas per ricevere il pane (foto di Juan Barreto, Afp, da “la Repubblica”)

La rivoluzione bolivariana, avviata da Hugo Chávez quasi vent’anni fa, si sta spegnendo in un sanguinoso caos. Perfino il procuratore generale dello Stato, Luisa Ortega Díaz, alto funzionario nominato dal potere chavista, ha condannato la violenza della repressione della Guardia Nazionale bolivariana contro le manifestazioni di protesta, che ieri ha fatto la 34esima vittima, un leader studentesco. Mentre Lilián Tintori, la moglie di Leopoldo López, leader oppositore, prigioniero politico da oltre tre anni, chiede “una prova di vita” del marito, e si è recata davanti al carcere dopo che si sono diffuse voci sull’aggravamento delle sue condizioni. L’altro ieri il presidente Maduro ha presentato la sua proposta per l’elezione di una nuova Assemblea Costituente, soluzione già respinta dall’opposizione che la considera soltanto un “nuovo tentativo di golpe”. L’avvilupparsi della crisi politica, la carestia, e l’iperinflazione (che potrebbe arrivare al 1600% secondo l’Fmi nel 2017) hanno fatto fare crac anche a tutto il progetto del socialismo bolivariano sostenuto, almeno fino alle ultime presidenziali, aprile 2014, da una maggioranza, seppur limitata, della popolazione. Oggi il blocco sociale, che seguì il caudillo rivoluzionario morto nel 2013 e le sue promesse di riscatto sociale, è in minoranza. Per questo Maduro – che secondo i sondaggi ha ormai contro il 70% del Paese – ha rinviato le elezioni, amministrative e regionali. E per questo, insieme alla miseria sempre più drammatica nel Paese, l’opposizione si è lanciata in piazza. Se si votasse ora, il destino del presidente sarebbe segnato. Così Nicolás Maduro rischia di convertirsi sempre di più in un autocratico satrapo d’altri tempi, che balla salsa in tv, mentre la Guardia Nazionale reprime le manifestazioni di protesta. Vie d’uscita però non se ne vedono e anche il Vaticano, che nei mesi scorsi guidò una trattativa per un compromesso fra governo e opposizione, giudica ora “quasi impossibile” una nuova mediazione. La notte del Venezuela non è ancora finita – Continua a leggere

FUSIONE DEI COMUNI E NUOVE CITTÀ: UN PROCESSO TROPPO LENTO nel galoppante sviluppo dei sistemi urbani globali – Come unire la URBANITÀ TECNOLOGICA che ora si sviluppa e la DEMOCRAZIA e PARTECIPAZIONE DIRETTA dei cittadini? – La necessità di accelerare la fusione dei comuni in nuove città

NON SIAMO PIÙ IL PAESE DEGLI OTTOMILA COMUNI. Per la prima volta dagli anni Cinquanta, infatti, il numero dei comuni presenti in Italia è sceso sotto quella quota – AL 1° GENNAIO 2017 SONO 7.983. (…)…numeri oggi ancora insufficienti per affermare l’esistenza di un vero cambiamento dell’assetto istituzionale locale…Oggi le fusioni non sono obbligatorie. Tuttavia, di fronte a una normativa che vincola i municipi con meno di 5mila abitanti a gestire i servizi in forma associata, in alcuni casi – anche per gli importanti incentivi economici sia a livello nazionale che regionale – la strada scelta è stata quella della fusione. (…) …si punta sulle fusioni tra comuni con norme ordinamentali e finanziarie di favore (…) ….L’attenzione andrebbe però spostata sulla fase di valutazione del processo. In che modo i nuovi comuni utilizzano gli importanti incentivi ricevuti? Quali sono i risultati in termini di servizi locali e governo del territorio? QUALI VANTAGGI DÀ AI CITTADINI L’APPARTENENZA AD AMMINISTRAZIONI PIÙ GRANDI? (…) (“FUSIONI DI COMUNI: QUANDO IL TERRITORIO SI RIFORMA DA SOLO”, di Alberto Cestari, Riccardo Dalla Torre e Andrea Favaretto, da LA VOCE.INFO del 24/2/2017 – http://www.lavoce.info/ )

   In questi ultimi 5 anni la crescita del numero di fusioni tra comuni è stata favorita dal decreto legge n. 95 del 2012, che ha introdotto importanti incentivi finanziari per incoraggiare il processo di riordino e di semplificazione degli enti territoriali. Incentivi ulteriormente innalzati, dal 40 al 50 per cento dei trasferimenti statali, dalla legge di bilancio 2017.

   E’ accaduto così che ora non siamo più, nella penisola italica, il paese degli ottomila comuni. Per la prima volta dagli anni Cinquanta del secolo scorso (il dopoguerra ha portato a istanze e concessioni dello status di tanti troppi nuovi comuni…), per la prima volta dal dopoguerra il numero dei comuni presenti in Italia è sceso sotto la quota di 8mila (al 1° gennaio 2017 sono 7.983).

(…)“LA RIORGANIZZAZIONE DEI CONFINI COMUNALI DI SOLITO AVVIENE PER PICCOLE AREE: in 28 casi su 37 si tratta della fusione tra due soli enti, in 30 casi su 37 la fusione crea enti che non raggiungono i 10mila abitanti, in 29 casi su 37 la popolazione coinvolta rappresenta meno del 5 per cento di quella complessiva del sistema locale del lavoro di riferimento, cioè dell’ambito del pendolarismo quotidiano che, come mostrato in alcuni studi, ha il vantaggio di CORRISPONDERE MAGGIORMENTE ALLA VITA QUOTIDIANA REALE DELLE PERSONE.(…) (Sabrina Iommi, da LA VOCE.INFO del 14/6/2016) – Nella MAPPA: Riorganizzare i comuni – urbanistica – SLIDE DA https://www.slideshare.net/matierno/riorganizzare-i-comuni-urbanistica

   Però, va detto, il 90 per cento degli enti finora soppressi ha meno di 5mila abitanti; e solamente in pochi casi (dodici) si è arrivati ad aggregazioni con più di 10mila abitanti (il fatto che si siano aggregati di più i piccoli comuni è dato anche dalla normativa che vincola ora i municipi con meno di 5mila abitanti a gestire i servizi in forma associata).

L’EVOLUZIONE LEGISLATIVA VERSO LE FUSIONI TRA COMUNI (da LA VOCE.INFO http://www.lavoce.info/ )

   Per lo più i criteri adottati, nelle fusioni tra comuni, sono stati abbastanza razionali: cioè la continuità territoriale, la morfologia del territorio, l’articolazione dei distretti sanitari, dei sistemi locali di lavoro…. (a volte, e questo non è cosa buona, è valsa l’appartenenza delle amministrazioni comunali alla stessa parte politica).

   Ci sarebbe poi da dire molto (e ragionarci su, riflettere) sui referendum di fusione. Su 158 referendum effettuati in Italia per la fusione di comuni, 91 hanno avuto esito positivo (pari al 58 per cento) e hanno portato alla nascita di un nuovo comune. Negli altri 67 referendum (il 42 per cento) la proposta è stata bocciata dalla popolazione dei comuni interessati (i dati che vi stiamo dando li abbiamo ricavati dal sito de “la Voce.info” e da lì, qui di seguito in questo post, riportiamo 3 articoli fondamentali per fare il punto delle situazioni di aggregazione che stanno –o non stanno- avvenendo).

ESPANSIONE URBANA STORICA DI ROMA VISTA DALL ALTO

   Perché alcuni referendum di approvazione della fusione hanno funzionato e altri no? Quali temi sono stati affrontati per convincere gli elettori? Quali sono gli elementi che i cittadini valutano ai fini della propria scelta? Fa specie notare che molto spesso i referendum di fusione “vinti”, avvengono in luoghi di montagna, con difficoltà economiche per la scarsa popolazione e i pochi finanziamenti pubblici (con territori molto ampi da amministrare); e in questi comuni spesso è difficile trovare qualche lista (e sindaco) che si candida alle elezioni.

   Altre realtà di comuni, più grandi e più ricchi, hanno sonoramente bocciato il referendum proposto (e necessario al riconoscimento dello status di “nuovo comune”) per paure di perdere “l’identità”, per ragioni campanilistiche, storiche, di separazione “da sempre”, di realtà territoriali che “non si riconoscono” nell’una o nell’altra realtà. Divisioni ancora oggi difficile da superare….

   Pertanto si ha l’impressione che la volontà popolare di accogliere la fusione sia più legata a “uno stato di necessità”, che da un desiderio di aprirsi a una nuova entità locale più allargata e confacente ai tempi contemporanei (e futuri).

DA LA STAMPA I PICCOLI COMUNI CHE SPARISCONO – “NOI E L’EUROPA – Nel Paese dei campanili l’85% dei Comuni (6875) ha meno di 10 mila abitanti. Di questi 5627 sono incasellati dalle statistiche sotto la voce «piccoli» perché non raggiungono i 5 mila residenti. Di più: ben 3532 (vale a dire il 43,8% del totale) restano sotto i 2 mila. Attenzione però, l’Italia non ha un numero di municipi superiore al resto d’Europa. A fronte degli 8 mila Comuni italiani (circa uno ogni 7500 abitanti circa), in Germania ci sono 11.334 gemeinden (uno ogni 7213), nel Regno Unito 9434 wards (uno ogni 6618) in Francia 36.680 communes (uno ogni 1774) e in Spagna 8116 municipios (uno ogni 5687). La media dell’Ue è di un ente ogni 4132 abitanti. IL PROBLEMA È UN ALTRO, E SI CHIAMA CROLLO DEMOGRAFICO. Speso conseguenza della mancanza di lavoro e servizi locali (….)” (“COSÌ UN COMUNE SU TRE RISCHIA DI SPARIRE”, di Gabriele Martini, “da “La Stampa” del 1/6/2016”)

   E’ comunque da chiedersi quali sono i vantaggi per i cittadini dall’appartenenza ad amministrazioni più grandi… Quali sono i risultati in termini di servizi locali e governo del territorio…

… Il tutto partendo da un  riscontro ineccepibile: cioè che oggi più della metà della popolazione mondiale si concentra nelle città (sia essa residente in raffinati centri storici o nelle bidonvilles periferiche) e di anno in anno il fenomeno cresce. Da noi, in Italia, è lo stesso che altrove, Piuttosto, in tante aree regionali (come il Nordest), la diffusione urbana non ha un “centro”, ma è, appunto, diffusa e “confusa” nel territorio.

   Tornando al discorso delle fusioni tra comuni, se le piccole entità sono obbligate a convergere in “Unioni di servizi” (e pertanto alcuni capiscono la necessità di fondersi, pochi per la verità…), anche gli altri, paesi “intermedi” che, pur non avendo obblighi di unioni,  incominciano a sentire la necessità di condividere e partecipare a una PIANIFICAZIONE DI AREA VASTA, e alcuni (ancora pochi purtroppo) stanno concretamente procedendo verso tentativi di fusione, non senza conflitti (che spesso si risolvono negativamente in referendum finali che bocciano l’iniziativa).

   Sono in particolare due le tipologie principali di costi ed effetti negativi presenti nella iper-frammentazione istituzionale dei territori (cioè “troppi comuni”): l’INEFFICIENZA frutto DELLE DISECONOMIE DI SCALA nei servizi, e la DEBOLEZZA DELL’AZIONE PUBBLICA.

PROPOSTA DI “GEOGRAFICAMENTE” PER IL VENETO: 70 CITTA’ NEL VENETO AL POSTO DEGLI ATTUALI 581 COMUNI – Con una MEDIA di circa 70.000 ABITANTI PER CITTA’ (ripartizione ripresa dal Piano di Zonizzazione in Distretti della Polizia Urbana fatto nel 2010 dalla Regione Veneto)

   “Se nasci in un paese piccolo sei fregato”, qualcuno diceva già decenni fa. Ed è vero che questo “svantaggio” è peggiorato negli ultimi anni. Sia chiaro: non è che noi sosteniamo che nelle città si vive meglio, così, a prescindere…. (a volte si vive peggio… ogni anno ci sono studi, del “Sole 24ore” e di altri giornali o istituti di ricerca, che dicono che questa o quella è la città migliore da viverci, o peggiore, -di solito nelle medie città del nord si dimostra che si vive meglio che al sud-). Ma oltre a studi opinabili (difficile dire che a Belluno si è felici e a Napoli no…. pur con la raccolta differenziata al top a Belluno, mentre è da lasciar perdere per il secondo…)… Il contesto di vita urbano porta sicuramente a difficoltà in certi servizi e nella quotidianità (traffico, parcheggi…. criminalità no, è parimenti distribuita); però, premesso tutto questo, è indubitabile che IL CONTESTO URBANO (pensiamo per i bambini, i ragazzi, le giovani generazioni…) OFFRE OPPORTUNITA’ che i piccoli sperduti comuni non possono offrire.

   L’IDEA CHE QUI (RI)PROPONIAMO non è quella di un “andare verso le città” da parte di chi vive in sparsi e anonimi comuni, ma di RIVOLUZIONARE ISTITUZIONALMENTE I TERRITORI, aggregando medi e piccoli comuni che si costituiscano in NUOVE CITTA’.

   Non è da pensare che così si perde “l’identità” del piccolo paese, del posto dove sei nato o ci vivi da molto: anzi, il ridare linfa a luoghi oramai decadenti (decaduti) (spesso sorti su strade, ora trafficate, inquinate, e con edifici per forza abbandonati, cadenti -che non si sa cosa fare-…e dove gli abitanti sono andati a cercarsi casa in condomini e “abbinate” un po’ oltre le strade trafficate, in quartieri dormitorio anonimi…)… ebbene, con le nuove realtà urbane che possono nascere concretamente dallo sviluppo delle FUSIONI TRA COMUNI, e la costituzione istituzionale di NUOVE CITTA’ (un unico sindaco, un unico consiglio comunale…), porta a rivalorizzare “il piccolo”, il “municipio” (che ora non è più comune autonomo ma compartecipa al progetto della Nuova Città). Sviluppando in loco servizi diretti alla persona (l’Anagrafe, le Poste, sportelli Enel, Uls, agenzie fiscali….) servizi che, accorpati, solo così possono creare presidi a portata dei cittadini nei luoghi dei Municipi e frazioni (che così non sono più periferici).

   Nelle Nuove Città al posto dei comuni (città con almeno 60mila abitanti, noi pensiamo, per ragioni di economia di scala nei servizi…) potrà esserci la separazione tra servizi di “front office” a contatto con i cittadini, e servizi di “back office” che al cittadino non interessa se sono centralizzati e lontani (l’ufficio ragioneria della nuova città a nessuno serve averlo vicino a casa…).

   Quel che però più conta nella FUSIONE dei comuni e costituzione di NUOVE CITTA’ è che ne guadagna l’AUTOREVOLEZZA del nuovo contesto urbano, che potrà far valere di più agli altri organi istituzionali le proprie ragioni e necessità (sui servizi essenziali, sui finanziamenti richiesti, sulle opere pubbliche…). Ma AUTOREVOLEZZA anche di altro tipo, CULTURALE, ECONOMICA, NEL RAPPORTARSI AL MONDO e a tutte quelle innovazioni che stanno avvenendo, e molte meritano di non perder l’opportunità di “esserci” noi tutti, parteciparvi. (s.m.)

VEDI ANCHE SU QUESTO BLOG:

https://geograficamente.wordpress.com/2014/02/01/fusioni-dei-comuni-referendum-difficili-da-vincere-per-i-fautori-dellaggregazione-tra-comuni-paura-di-perdere-lidentita-territoriale-spesso-vince-sulla-necessita/

LE CITTA DEL FUTURO? – “È in città che l’economia cresce, che le persone raggiungono alti livelli di istruzione, che la creatività sboccia, che le relazioni sociali fioriscono, che il patrimonio di intelligenza collettiva si accumula (…)La cosiddetta «classe dirigente globale» vola di città in città senza curarsi di quale Paese queste facciano parte. Per loro, le metropoli sono centri off-shore, non più legate al Paese e al territorio che le circonda: sono entità urbane che hanno costruito pezzi di se stesse interamente dedicati a questa élite globale dai grandi mezzi finanziari che vive come se non avesse nazionalità. È una classe nuova — o relativamente nuova — che guarda il mondo dall’alto: che arriva in aereo e osserva i canyon urbani dalla cima dei suoi grattacieli. (…) L’altra parte della città, in un certo senso underground, è quella dei pendolari che vivono ai margini, dei quartieri poveri e — nelle megalopoli del Terzo Mondo — degli slums, i quartieri che bollono della vita di nuovi e meno nuovi inurbati venuti dalle campagne in cerca di futuro.(…) Ciò nonostante, anche per la parte di umanità che vivrà nelle bidonville si apriranno opportunità che nelle campagne povere e superstiziose non sarebbero mai sbocciate.(…) È IL TRIONFO DELLA CITTÀ, titolo di un libro dell’economista di Harvard EDWARD GLAESER. Sottotitolo: «Come la nostra più grande invenzione ci rende più ricchi, più smart, più verdi, più sani e più felici». Il cuore del suo ragionamento è che «le città esaltano le forze dell’umanità»: moltiplicano le interazioni personali, attraggono talenti e creatività, incoraggiano gli spiriti imprenditoriali, favoriscono la mobilità sociale (…) (DA LA GEOGRAFIA DELLE NUOVE CITTÀ-STATO, di DANILO TAINO, da LA LETTURA inserto de “il Corriere della Sera”)

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FUSIONI DI COMUNI: QUANDO IL TERRITORIO SI RIFORMA DA SOLO

di Alberto Cestari, Riccardo Dalla Torre e Andrea Favaretto,

da LA VOCE.INFO del 24/2/2017 – http://www.lavoce.info/

– Il numero dei comuni in Italia continua a scendere, grazie alle fusioni finora portate a termine. Contano senz’altro gli incentivi finanziari previsti. Ma per capirne a fondo il carattere, il processo dovrebbe essere seguito da sistemi di valutazione in grado di guidare amministratori e cittadini. –

COMUNI SOTTO QUOTA OTTOMILA

Non siamo più il paese degli ottomila comuni. Per la prima volta dagli anni Cinquanta, infatti, il numero dei comuni presenti in Italia è sceso sotto quella quota – AL 1° GENNAIO 2017 SONO 7.983 – grazie al successo di numerosi referendum consultivi, indetti per raccogliere l’opinione dei cittadini in merito all’istituzione di un nuovo ente mediante la fusione di due o più municipi.    Sebbene la diminuzione del numero dei comuni in Italia non abbia avuto ancora un impatto significativo, bisogna comunque riconoscere i forti caratteri di discontinuità rispetto al passato. Continua a leggere