LA MATTANZA SIRIANA e GLI OCCHI CHIUSI DELL’OCCIDENTE – CHE NE SARÀ del MEDIO ORIENTE dei prossimi anni (con il mondo governato da Putin, Trump, la Cina, senza Onu e Europa)? Sarà meglio, peggio? – CON CHI STARE? SOLO CON I CIVILI (ora in fuga, arrivati anche in Europa e di fatto respinti)

ALEPPO, un tempo fiorente, oggi in macerie - “I siriani, da qualunque parte si trovino, sono ostaggio della guerra. Nella PESTE di ALBERT CAMUS, uno dei personaggi afferma: «Sulla terra ci sono flagelli e vittime, e bisogna, per quanto è possibile, rifiutarsi di essere con il flagello». Ai siriani, dall'inizio di questo conflitto, stritolati tra jihadisti, lealisti e milizie straniere, non è stata concessa neppure questa scelta” (Alberto Negri, da “il Sole 24ore” del 27/12/2016)
ALEPPO, un tempo fiorente, oggi in macerie – “I siriani, da qualunque parte si trovino, sono ostaggio della guerra. Nella PESTE di ALBERT CAMUS, uno dei personaggi afferma: «Sulla terra ci sono flagelli e vittime, e bisogna, per quanto è possibile, rifiutarsi di essere con il flagello». Ai siriani, dall’inizio di questo conflitto, stritolati tra jihadisti, lealisti e milizie straniere, non è stata concessa neppure questa scelta” (Alberto Negri, da “il Sole 24ore” del 27/12/2016)

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CAPODANNO DI SANGUE E DI TERRORE IN TURCHIA - Un aggressore, armato di kalashnikov e vestito da Babbo Natale, ha aperto il fuoco contro oltre 600 persone in un NIGHT CLUB di ISTANBUL, nella zona europea. Il bilancio provvisorio è di 39 PERSONE UCCISE e oltre 70 i feriti. L'aggressore sarebbe entrato nel 'REINA' e avrebbe aperto il fuoco a caso sulla folla. Il locale, notissimo, si trova nel QUARTIERE DI BESIKTAS, nella zona "europea" della città, ed è frequentato dalla parte benestante della popolazione
CAPODANNO DI SANGUE E DI TERRORE IN TURCHIA – Un aggressore, armato di kalashnikov e vestito da Babbo Natale, ha aperto il fuoco contro oltre 600 persone in un NIGHT CLUB di ISTANBUL, nella zona europea. Il bilancio provvisorio è di 39 PERSONE UCCISE e oltre 70 i feriti. L’aggressore sarebbe entrato nel ‘REINA’ e avrebbe aperto il fuoco a caso sulla folla. Il locale, notissimo, si trova nel QUARTIERE DI BESIKTAS, nella zona “europea” della città, ed è frequentato dalla parte benestante della popolazione

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SIRIA - Immagini di bombardamenti sui villaggi di AL-FU’AH e KEFRAYA, villaggi a maggioranza sciita (sulla predominante area sunnita) situati a nord della città di IDLIB
SIRIA – Immagini di bombardamenti sui villaggi di AL-FU’AH e KEFRAYA, villaggi a maggioranza sciita (sulla predominante area sunnita) situati a nord della città di IDLIB

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   Il 2016 resterà nella storia (almeno quella della crisi mediorientale) come l’anno della mattanza di Aleppo. La battaglia è iniziata ben prima del 2016: è durata in tutto 53 mesi, dal 19 luglio 2012 al 22 dicembre scorso; e ha prodotto una carneficina con decine di migliaia di morti.

   E’ stata una guerra crudelissima e l’opinione pubblica internazionale (anche noi) si è dimostrata distratta, insensibile, impotente (…l’incapacità nostra di incidere in qualche modo, l’attenzione rivolta alla “nostra” crisi economica, ad altri problemi…)

   Per la guerra in Siria cifre esatte non ce ne sono, ma secondo le stime più attendibili i morti si aggirano sui 500mila, mentre sfollati e profughi sono 5 milioni. Cifre che lasciano attoniti.

Tra le macerie bambini raccolgono pezzi di legno tra le rovine delle case bombardate in un sobborgo di Damasco: serviranno a cucinare e a scaldarsi (Atp, da “il Corriere della Sera” del 31/12/2016)
Tra le macerie bambini raccolgono pezzi di legno tra le rovine delle case bombardate in un sobborgo di Damasco: serviranno a cucinare e a scaldarsi (Atp, da “il Corriere della Sera” del 31/12/2016)

   La Russia, vincitrice anche da un punto di vista internazionale del conflitto interno siriano, assieme a Turchia e Iran (i curdi che si sono sacrificati più di tutte le parti in causa contro l’Isis, non fanno parte del novero dei tre vincitori che decideranno le condizioni di una eventuale pace…), i russi in questa guerra siriana hanno potuto testare nuovi sistemi d’arma e hanno consolidato la loro presenza nel Paese (il punto rilevante della loro presenza fisica in Siria è l’aeroporto di Hmeymim, lì c’è la base del contingente dell’aeronautica russa, vicino a LATAKIA, città della Siria nord-occidentale, a 30 chilometri dal Mar Mediterraneo).

IDLIB e LATAKIA, la parte nord della SIRIA, confine con la TURCHIA
IDLIB e LATAKIA, la parte nord della SIRIA, confine con la TURCHIA

   I ribelli (dati sia da truppe che si sono separate da Assad – l’FSA: il colonnello Riad al-Asaad nel luglio del 2011 tradì l’esercito di Assad per fondare il Free Syrian Army -, che da terroristi islamici dell’Isis e di al Qaeda), i ribelli hanno a loro volta combattuto con crudeltà (tra gli esempi che vengono fatti c’è quello che riempivano con dinamite e chiodi bombole del gas per poi lanciarle con rudimentali catapulte, hanno usato violenze di tutti i tipi sulla popolazione…). E poi ci sono state le bombe al cloro sganciate dagli elicotteri di Assad (il cloro, più pesante dell’aria, scende ed entra nelle cantine dove vanno a rifugiarsi i civili, e fa strage di donne, bambini, anziani, tutti…). Insomma una guerra cruenta e crudele (tra bombardamenti tecnologici e metodi più primitivi ma lo stesso sanguinari).

   Ma con la “riconquista di Aleppo” (in particolare la parte Est fino ai primi di dicembre in mano ai ribelli anti Assad) da parte delle truppe filo-governative (in particolare sotto l’azione dell’aviazione russa e della Turchia, e sul campo vero e proprio di battaglia dei filo-iraniani e dei curdi..), con la fine della guerra ad Aleppo è possibile che il conflitto si sposti verso sud-ovest. Cioè che la prossima città siriana che presumibilmente subirà il «trattamento russo» e tutto il resto, sarà IDLIB dove hanno trovato rifugio gli jihadisti in fuga da Aleppo e che è considerata la capitale non già dell’Isis (quella, in territorio siriano, è RAQQA) bensì della più storica al Qaeda, cioè degli integralisti islamici presenti in forze nel conflitto da prima che, nel 2014, venissero allo scoperto i seguaci di Abu Bakr al-Baghdadi, leader dell’Isis.

LE QUATTRO PARTI DEL KURDISTAN sono: BAKUR (Kurdistan del nord, cioè Kurdistan turco), BASHUR (Kurdistan del sud cioè Kurdistan iracheno), ROJAVA (Kurdistan dell’ovest, cioè Kurdistan siriano), ROJHELAT (Kurdistan dell’est cioè Kurdistan iraniano) - … Ma la guerra in Siria non è finita, anzi. Con la Turchia impegnata a massacrare i KURDI e a demolire le autonomie del ROJAVA ai suoi confini, e con l’Isis che resta forte a Idlib e Raqqa. Dove affluiscono tutti i jihadisti scampati da Aleppo e quelli in fuga dall’Iraq.(…) (Tommaso Di Francesco, “IL MANIFESTO” del 15/12/2016)
LE QUATTRO PARTI DEL KURDISTAN sono: BAKUR (Kurdistan del nord, cioè Kurdistan turco), BASHUR (Kurdistan del sud cioè Kurdistan iracheno), ROJAVA (Kurdistan dell’ovest, cioè Kurdistan siriano), ROJHELAT (Kurdistan dell’est cioè Kurdistan iraniano) – … Ma la guerra in Siria non è finita, anzi. Con la Turchia impegnata a massacrare i KURDI e a demolire le autonomie del ROJAVA ai suoi confini, e con l’Isis che resta forte a Idlib e Raqqa. Dove affluiscono tutti i jihadisti scampati da Aleppo e quelli in fuga dall’Iraq.(…) (Tommaso Di Francesco, “IL MANIFESTO” del 15/12/2016)

   Già adesso, sia i ribelli siriani oppositori di Assad (il Free Syrian Army, cui dicevamo prima), e dall’altra i sunniti armati di Idlib, stanno mettendo sotto assedio i villaggi sciiti di FUAA e KEFRAYA cercando di impedirne l’evacuazione. E qui sta uno dei punti centrali di questa crisi: la presenza sul campo di battaglia di gruppi armati islamisti al momento persino più forti e feroci di quelli riconducibili a Daesh (cioè all’Isis).

   Ma su tutto in questo momento le maggiori parti in causa (Russia, Turchia, Iran) sperano in una tregua che permetta loro di trovare una pacificazione in modo da spartirsi le più importanti aree geografiche del Paese. Un piano di spartizione senza i sauditi, e con gli americani fuori gioco.

Caccia bombardieri russi, all’aeroporto di HMEYMIM, la BASE DEL CONTINGENTE DELL’AERONAUTICA RUSSA in SIRIA, vicino a LATAKIA (città della Siria nord-occidentale, a 30 chilometri dal Mar Mediterraneo). 500 mila i morti causati dalla guerra civile siriana cominciata nel 2012, 5 milioni gli sfollati e rifugiati, 98 le formazioni armate, 195 miliardi di dollari il costo stimato per avviare la ricostruzione
Caccia bombardieri russi, all’aeroporto di HMEYMIM, la BASE DEL CONTINGENTE DELL’AERONAUTICA RUSSA in SIRIA, vicino a LATAKIA (città della Siria nord-occidentale, a 30 chilometri dal Mar Mediterraneo). 500 mila i morti causati dalla guerra civile siriana cominciata nel 2012, 5 milioni gli sfollati e rifugiati, 98 le formazioni armate, 195 miliardi di dollari il costo stimato per avviare la ricostruzione

   E’ da questo che la Russia ha proposto di tenere per la Siria una «conferenza di pace» ad ASTANA, capitale del Kazakhstan, nella seconda metà di gennaio, subito dopo l’ingresso di Donald Trump alla Casa Bianca.

   Si capisce che il grande vincitore della guerra siriana, nel contesto internazionale, è il leader russo Vladimiri Putin, in grado ora di imporre una “pax” russa. Un punto di disaccordo tra i vincitori potrà essere il mantenimento o meno dell’attuale Presidente siriano. Tuttavia le obiezioni della Turchia, nemica acerrima di Assad, sono destinate a cadere di fronte alle concessioni che Mosca farà ad Ankara: mano libera nel fermare militarmente i curdi nel nord della Siria, e il permesso di controllare e gestire l’intero nord del Paese, dove le truppe di Ankara sono già presenti. In ogni caso e prioritariamente, per BLOCCARE LA NASCITA DEL ROJAVA, cioè IL KURDISTAN DELL’OVEST. Pertanto chi esce peggio dalla proposta di pace sono i curdi e il loro sogno di un Kurdistan siriano, appunto il ROJAVA.

   Il nord assegnato alla Turchia, e la permanenza di Assad per qualche anno a Damasco, farà sì che Russia e Iran resteranno i grandi protettori di Damasco. Con l’Iraq lasciato agli Usa (qui vincitori), e la Siria nelle mani di Mosca, l’Iran otterrebbe il vantaggio di mantenere, dopo Assad, un Presidente alawita a Damasco, più vicino dunque agli sciiti, senza far cadere la capitale siriana in mani sunnite (oltre a tenere aperto il CORRIDOIO CHE COLLEGA TEHERAN A BEIRUT permettendo così il passaggio di armi agli Hezbollah nel Libano).

AL-FU’AH e KEFRAYA sono villaggi a maggioranza sciita, della predominante area sunnita, A NORD DELLA CITTÀ DI IDLIB, sotto assedio dai combattenti di al-Nusra e affiliati
AL-FU’AH e KEFRAYA sono villaggi a maggioranza sciita, della predominante area sunnita, A NORD DELLA CITTÀ DI IDLIB, sotto assedio dai combattenti di al-Nusra e affiliati

Con chi stare in questo caos mediorientale sanguinoso, complicato, con cattivi auspici anche per il futuro? Si può stare solo con i civili, il popolo siriano (fatto di persone… bambini, donne, anziani, uomini inermi…) in fuga in milioni, e in centinaia di migliaia arrivati nel cuore dell’Europa e sostanzialmente da noi respinti. (s.m.)

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SIRIA, E LE SUE PRINCIPALI SITTA' - PERCHÉ IL NUOVO MEDIO ORIENTE (DI PUTIN E FORSE TRUMP) È PEGGIO DEL VECCHIO - (…) Dopo la doccia di illusioni generate dalle «primavere arabe», dopo la crescita di Isis e delle follie jihadiste dalle macerie delle dittature mediorientali, è ormai molto tempo che noi occidentali siamo diventati cinicamente realisti nel vedere «gli arabi» che si combattono nelle loro strade. «Erano meglio Gheddafi, Saddam, Mubarak, è meglio che ora rimanga in sella in Siria Bashar. «Meglio i loro Stati di polizia, meglio la censura al caos», si sente ripetere sempre più spesso. Adesso poi che Trump si accorderà con Putin sulla Siria e ha già detto che per lui Bashar può restare, perché prendersela tanto? Ebbene, pur sfidando le opinioni più diffuse, lasciateci ancora una volta sottolineare un paio di punti. 1- La parte di Aleppo tenuta dalle milizie ribelli oggi è caduta grazie all’intervento determinante di Mosca e Teheran. Senza i raid dell’aviazione russa e la presenza delle milizie sciite pro-iraniane, con l’Hezbollah libanese in testa, il regime di Damasco sarebbe fallito già da oltre un anno. 2- È stata inoltre la repressione brutale del regime contro le rivolte, che al momento del loro scoppio nel 2011 erano sostanzialmente pacifiche, a innescare la violenza senza limiti anche contro i civili. Fu la Nomenklatura degli Assad a volere la liberazione dalle carceri militari dei prigionieri jihadisti, che a loro volta diventarono i militanti locali di Isis. In questo modo venne criminalizzato il nemico ed evitato l’intervento americano. (…..) Il nuovo Medio Oriente di Putin e (forse) Trump sembra persino peggiore di quello vecchio. (Lorenzo Cremonesi, da “il Corriere della Sera” del 29/11/2016)
SIRIA, E LE SUE PRINCIPALI SITTA’ – PERCHÉ IL NUOVO MEDIO ORIENTE (DI PUTIN E FORSE TRUMP) È PEGGIO DEL VECCHIO – (…) Dopo la doccia di illusioni generate dalle «primavere arabe», dopo la crescita di Isis e delle follie jihadiste dalle macerie delle dittature mediorientali, è ormai molto tempo che noi occidentali siamo diventati cinicamente realisti nel vedere «gli arabi» che si combattono nelle loro strade. «Erano meglio Gheddafi, Saddam, Mubarak, è meglio che ora rimanga in sella in Siria Bashar. «Meglio i loro Stati di polizia, meglio la censura al caos», si sente ripetere sempre più spesso. Adesso poi che Trump si accorderà con Putin sulla Siria e ha già detto che per lui Bashar può restare, perché prendersela tanto? Ebbene, pur sfidando le opinioni più diffuse, lasciateci ancora una volta sottolineare un paio di punti. 1- La parte di Aleppo tenuta dalle milizie ribelli oggi è caduta grazie all’intervento determinante di Mosca e Teheran. Senza i raid dell’aviazione russa e la presenza delle milizie sciite pro-iraniane, con l’Hezbollah libanese in testa, il regime di Damasco sarebbe fallito già da oltre un anno. 2- È stata inoltre la repressione brutale del regime contro le rivolte, che al momento del loro scoppio nel 2011 erano sostanzialmente pacifiche, a innescare la violenza senza limiti anche contro i civili. Fu la Nomenklatura degli Assad a volere la liberazione dalle carceri militari dei prigionieri jihadisti, che a loro volta diventarono i militanti locali di Isis. In questo modo venne criminalizzato il nemico ed evitato l’intervento americano. (…..) Il nuovo Medio Oriente di Putin e (forse) Trump sembra persino peggiore di quello vecchio. (Lorenzo Cremonesi, da “il Corriere della Sera” del 29/11/2016)

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LE DEBOLEZZE CONGENITE DELLA «PAX RUSSA» IN SIRIA

di Ugo Tramballi, da “il Sole 24ore” del 3/1/2017

– I problemi arriveranno nel momento del disimpegno militare: Putin capirà di aver ignorato la maggioranza sunnita della regione –

   C’era un’epoca, poco tempo fa, nella quale la Russia trattava con tutti in Medio Oriente. La diplomazia americana era incagliata nel politicamente corretto imposto da troppe lobbies attorno al Campidoglio.

   Quella di Putin intratteneva relazioni con Hamas ed Hezbollah, senza che venissero meno quelle con Israele; i suoi rapporti con l’Iran non le impedivano di averne con l’Arabia Saudita. Aveva difeso fino all’ultimo Gheddafi, senza perdere un posto in prima fila nel futuro della Libia.

   Mentre Bush e poi Obama non sapevano come uscirne, dallo scisma fra sciiti e sunniti la Russia restava abilmente distante, dopo l’esperienza cecena. Quell’epoca è finita. Continua a leggere

Il RAPPORTO BES 2016 (Benessere equo e sostenibile) dell’ISTAT denuncia L’AUMENTO DELLA POVERTA’ e delle DISEGUAGLIANZE (intergenerazionali, tra gruppi sociali, territoriali) – RICONQUISTARE I PERDENTI DELLA CRISI: come fare per garantire a tutti un giusto benessere e superare il degrado urbano

“… siamo poco interessati a ragionare sul destino dei tanti che hanno oltrepassato la soglia verso il basso o di chi va ammassandosi sull’orlo del precipizio. Un po’ come se oltre una certa soglia il destino delle persone ci diventasse indifferente sancendone così l’invisibilità sociale. Eppure i numeri delle povertà sono sempre più eclatanti. … La povertà è un destino che riguarda qualcuno e che può riguardarci tutti ed ognuno, ma non può essere una condanna senza appello, non è questo lo spirito della migliore civiltà europea.” ALDO BONOMI, sociologo (nella foto: MENSA DEI POVERI, da www.blastingnews.com/
“… siamo poco interessati a ragionare sul destino dei tanti che hanno oltrepassato la soglia verso il basso o di chi va ammassandosi sull’orlo del precipizio. Un po’ come se oltre una certa soglia il destino delle persone ci diventasse indifferente sancendone così l’invisibilità sociale. Eppure i numeri delle povertà sono sempre più eclatanti. … La povertà è un destino che riguarda qualcuno e che può riguardarci tutti ed ognuno, ma non può essere una condanna senza appello, non è questo lo spirito della migliore civiltà europea.”
ALDO BONOMI, sociologo (nella foto: MENSA DEI POVERI, da http://www.blastingnews.com/

 

Giunto alla quarta edizione, il RAPPORTO BES (Benessere equo e sostenibile) dell’ISTAT offre un quadro integrato dei principali fenomeni economici, sociali e ambientali che caratterizzano il nostro Paese, attraverso l’analisi di un ampio set di indicatori suddivisi in 12 domini. Questo 12 domini sono:

01. Salute
02. Istruzione e formazione
03. Lavoro e conciliazione dei tempi di vita
04. Benessere economico
05. Relazioni sociali
06. Politica e istituzioni
07. Sicurezza
08. Benessere soggettivo
09. Paesaggio e patrimonio culturale
10. Ambiente
11. Ricerca e innovazione
12. Qualità dei servizi

 

   Il RAPPORTO BES (Benessere Equo e Solidale) 2016 dell’ISTAT (reso pubblico il 14 dicembre scorso) offre un quadro integrato dei principali fenomeni economici, sociali e ambientali che caratterizzano il nostro Paese. E ci fa capire, molto di più dell’assai criticato PIL (prodotto interno lordo), quale è la situazione dell’Italia, cioè se c’è una tendenza positiva da un punto di vista sociale (cioè i poveri diminuiscono), ambientale (la qualità del vivere) o se invece le cose peggiorano. Diciamo subito che le cose non vanno bene.

immagine-copertina-rapporto-bes-istat-2016

   Da un punto di vista del metodo di analisi di questi fenomeni sociali che fanno parte della nostra vita, della nostra Comunità, sembra che ci siano parametri nuovi, più allargati e approfonditi per capire quel che sta accadendo. Infatti quest’anno il “Rapporto Bes” si lega a due importanti novità:

1- l’inclusione degli INDICATORI di benessere equo e sostenibile tra gli strumenti di programmazione e valutazione della politica economica nazionale, come previsto dalla riforma della Legge di bilancio, entrata in vigore nel settembre 2016 (gli indicatori li trovate specificatamente rappresentati qui sopra).

2- l’approvazione da parte delle Nazioni Unite dell’AGENDA 2030 per lo sviluppo sostenibile e dei 17 OBIETTIVI (SDGs, Sustainable Development Goals, nell’acronimo inglese), con i quali vengono delineate a livello mondiale le direttrici dello sviluppo sostenibile dei prossimi anni (vedi qui sotto quali sono i 17 obiettivo dell’Onu). INDICATORI DELL’ONU CHE IL RAPPORTO BES FA PROPRI.

   Bene che l’Istat abbia adottato degli indicatori di sviluppo sostenibile, e inoltre ascoltando i suggerimenti delle Nazioni Unite su obiettivi generali globali.

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infografica-istat

LE TENDENZE DEL BENESSERE EQUO E SOSTENIBILE RISPETTO AL 2008 – Infografica interattiva sul peggioramento e miglioramento di alcuni indicatori del benessere rispetto al 2008

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   E’ così che ci si viene a dare delle linee reali, un po’ più chiare, di programmazione, di “obiettivo”… per capire dove le cose non vanno e trovare soluzioni per migliorarle. Ed è interessante che gli indicatori siano vari ma precisi (dal lavoro alla salute, dall’ambiente di vita alla qualità dei servizi…). E che il tutto abbia una visione allargata al mondo: cioè si guarda a quelli che sono gli obiettivi dell’Onu validi e da tenere in considerazione in ogni parte del pianeta, dell’umanità (esempio: ridurre l’ineguaglianza all’interno di e fra le nazioni, garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo, favorire un uso appropriato dell’ecosistema, promuovere società pacifiche e inclusive, rendere disponibile l’accesso alla giustizia per tutti….. etc.)

   E si viene a sapere che per il nostro Paese (in base a questi indicatori interni e obiettivi generali) le cose non vanno bene: la QUOTA DI PERSONE A RISCHIO DI POVERTÀ È SALITA AL 19,9%, e LA POVERTÀ ASSOLUTA È CRESCIUTA raggiungendo quota 7,6%, pari a 4 MILIONI e 598 MILA PERSONE, a seguito in particolare dell’aggravarsi della condizione delle coppie con figli e delle famiglie di stranieri.

Giovani e lavori precari. LA DISUGUAGLIANZA ITALIANA È COMPOSTA IN PRIMO LUOGO DA UNA GENERAZIONE DIMENTICATA (GLI UNDER 35). AI NOSTRI GIOVANI VA DATA CONCRETAMENTE LA SENSAZIONE CHE DAL GIORNO IN CUI TERMINANO LA SCUOLA ALLA MATTINA IN CUI FINALMENTE TROVANO UN LAVORO LA SOCIETÀ DEGLI ADULTI NON LI PERDE D'OCCHIO (Dario Di Vico, da “il Corriere della Sera” del 14/12/2016)
Giovani e lavori precari. “LA DISUGUAGLIANZA ITALIANA È COMPOSTA IN PRIMO LUOGO DA UNA GENERAZIONE DIMENTICATA (GLI UNDER 35). AI NOSTRI GIOVANI VA DATA CONCRETAMENTE LA SENSAZIONE CHE DAL GIORNO IN CUI TERMINANO LA SCUOLA ALLA MATTINA IN CUI FINALMENTE TROVANO UN LAVORO LA SOCIETÀ DEGLI ADULTI NON LI PERDE D’OCCHIO” (Dario Di Vico, da “il Corriere della Sera” del 14/12/2016)

   C’è un aumento molto forte delle disuguaglianze. Che disuguaglianze? Soprattutto di tre tipi: a) quelle INTERGENERAZIONALI, b) TRA GRUPPI SOCIALI, e c) TERRITORIALI.

   A proposito di queste ultime (le Territoriali) non riguardano solo l’acuirsi della crisi sociale nel SUD d’Italia, ma ci sono aree del Nord che non stanno per niente messe meglio del Mezzogiorno, ad esempio alcune periferie di grandi città. Tra le “diseguaglianze fra generazioni” queste in particolare riguardano il fatto che specie per i giovani manca il lavoro. E qui va sottolineato come l’elemento principale del DISAGIO ECONOMICO (giovani e non) è appunto legato alla DIFFICOLTÀ per famiglie e individui A ENTRARE E RESTARE NEL MERCATO DEL LAVORO.

   Sono peraltro temi che si pongono all’attenzione collettiva pure nel resto dell’Europa e stanno mettendo in crisi le élite continentali, a vantaggio dei populismi (e negli Stati Uniti ha vinto Trump, che ha cavalcato “bene” questo disagio).

crisi e miserie crescenti
crisi e miserie crescenti

   Par di capire comunque, per l’Italia, che l’estensione della povertà è data da fenomeni diversi che si incrociano, e che rendono una disunione assai forte di un “sistema Paese” che si possa dare linee di sviluppo presenti e future efficaci. Si va dai giovani che non trovano lavoro (e questo è forse il maggior problema, cioè la drastica riduzione del lavoro); poi dalle famiglie con figli in forte difficoltà; dalle famiglie di immigrati (che connettono queste ultime i due precedenti problemi citati: cioè il lavoro calato drasticamente con quello dell’avere figli che costano molto per mantenerli dignitosamente); e poi ci sono le diversità territoriali, con un degrado urbano, specie nelle periferie delle città, che tende a crescere sempre più….

   Segnali di reazione locale e mondiale che si vedono, per ora sono solo di protesta, mentre il sistema generale (la politica, l’economia, la cultura) sembra incapace di “fare un salto di qualità” e dare slancio e una ripresa.

   Perché forse “questa ripresa” non è ancora identificabile su cosa e come dev’essere. Cogliamo il punto qui per sottolineare che, a nostro avviso, ancor più della “crisi del lavoro” può far paura ed essere un problema il “LIMITE DELLE RISORSE”: non ci sono risorse sufficienti a far vivere con parametri occidentali di consumo, per ora i 7 miliardi di persone del pianeta, e in breve tempo saranno ben di più.

LA QUOTA DI PERSONE A RISCHIO DI POVERTÀ È SALITA AL 19,9%, e LA POVERTÀ ASSOLUTA È CRESCIUTA RAGGIUNGENDO QUOTA 7,6%, pari a 4 MILIONI E 598 MILA PERSONE, a seguito dell'aggravarsi della condizione delle coppie con due figli e delle famiglie di stranieri
LA QUOTA DI PERSONE A RISCHIO DI POVERTÀ È SALITA AL 19,9%, e LA POVERTÀ ASSOLUTA È CRESCIUTA RAGGIUNGENDO QUOTA 7,6%, pari a 4 MILIONI E 598 MILA PERSONE, a seguito dell’aggravarsi della condizione delle coppie con due figli e delle famiglie di stranieri

   Giova ricordare che questi fenomeni già nel 1972 (quasi 45 anni fa) qualcuno li aveva individuati (IL CLUB DI ROMA, un’associazione nata nel 1968 da scienziati, economisti, uomini d’affari, attivisti dei diritti civili, alti dirigenti pubblici internazionali e capi di Stato di tutti e cinque i continenti che si erano ritrovati la prima volta a Roma), rilevando come crescita demografica eccessiva, limite delle risorse, produzioni industriali, inquinamento dell’aria e delle acque…. siano contesti che il nostro pianeta non può sopportare.

Il Rapporto sui limiti dello sviluppo (dal libro THE LIMITS TO GROWTH. I LIMITI DELLO SVILUPPO), commissionato al MIT dal CLUB DI ROMA, fu pubblicato nel 1972 da Donella H. Meadows , Dennis L. Meadows, Jorgen Randers e William W. Behrens III. Il rapporto, basato sulla simulazione al computer World3 predice le conseguenze della continua crescita della popolazione sull'ecosistema terrestre e sulla stessa sopravvivenza della specie umana
Il Rapporto sui limiti dello sviluppo (dal libro THE LIMITS TO GROWTH. I LIMITI DELLO SVILUPPO), commissionato al MIT dal CLUB DI ROMA, fu pubblicato nel 1972 da Donella H. Meadows , Dennis L. Meadows, Jorgen Randers e William W. Behrens III. Il rapporto, basato sulla simulazione al computer World3 predice le conseguenze della continua crescita della popolazione sull’ecosistema terrestre e sulla stessa sopravvivenza della specie umana

   Ora noi pensiamo che una revisione dei nostri consumi, una riconversione ecologica, un rivedere i nostri modi di vita… (chiamiamo la cosa come vogliamo) sia necessità non più procrastinabile. Ma nessuno lo dice (e lo pensa, a parte forse qualche “élite” di studio, politica, economica…), e questo silenzio è un problema. Pertanto forse il “nodo” vero è il “cambiare il modo di vita”, per un superamento dell’attuale crisi di sistema dei paesi occidentali (e più che mai del “nostro”) (s.m.)

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I DICIASETTE OBIETTIVI DELL’ONU SONO:

Obiettivo 1 | xls | pdf | Porre fine a ogni forma di povertà nel mondo

Obiettivo 2 | xls | pdf | Porre fine alla fame, raggiungere la sicurezza alimentare, migliorare la nutrizione e promuovere un’agricoltura sostenibile

Obiettivo 3 | xls | pdf | Assicurare la salute e il benessere per tutti e per tutte le età

Obiettivo 4 | xls | pdf | Fornire un’educazione di qualità, equa e inclusiva, e promuovere opportunità di apprendimento per tutti

Obiettivo 5 | xls | pdf | Raggiungere l’uguaglianza di genere ed emancipare tutte le donne e le ragazze

Obiettivo 6 | xls | pdf | Garantire a tutti la disponibilità e la gestione sostenibile dell’acqua e delle strutture igienico-sanitarie

Obiettivo 7 | xls | pdf | Assicurare a tutti l’accesso a sistemi di energia economici, affidabili, sostenibili e moderni

Obiettivo 8 | xls | pdf | Incentivare una crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile, un’occupazione piena e produttiva e un lavoro dignitoso per tutti

Obiettivo 9 | xls | pdf | Costruire un’infrastruttura resiliente, promuovere l’innovazione e una industrializzazione equa, responsabile e sostenibile

Obiettivo 10 | xls | pdf | Ridurre l’ineguaglianza all’interno di e fra le nazioni

Obiettivo 11 | xls | pdf | Rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, resilienti e sostenibili

Obiettivo 12 | xls | pdf | Garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo

Obiettivo 13 | xls | pdf | Adottare misure urgenti per combattere il cambiamento climatico e le sue conseguenze

Obiettivo 14 | xls | pdf | Conservare e utilizzare in modo sostenibile gli oceani, i mari e le risorse marine per uno sviluppo sostenibile

Obiettivo 15 | xls | pdf | Favorire un uso sostenibile dell’ecosistema, gestire le foreste, contrastare la desertificazione, arrestare il degrado del terreno e la perdita di biodiversità

Obiettivo 16 | xls | pdf | Promuovere società pacifiche e inclusive, rendere disponibile l’accesso alla giustizia per tutti e creare organismi efficaci, responsabili e inclusivi a tutti i livelli

Obiettivo 17 | xls | pdf | Rafforzare i mezzi di attuazione e rinnovare il partenariato mondiale per lo sviluppo sostenibile

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ASSEGNO PER I POVERI, SPINTA DEL GOVERNO: «UN MILIARDO AL REDDITO D’INCLUSIONE»

di Enrico Marro, da “il Corriere della Sera” del 3/1/2017

– Effetto crisi. Prima della crisi gli indigenti erano 1,6 milioni. Ora sono saliti a quota 4,7 milioni – II governo Renzi ha varato lo scorso febbraio un disegno di legge delega per l’introduzione del reddito nazionale di inclusione. – Obiettivo: raggiungere 250mila famiglie con minori in condizioni di povertà assoluta. Il ddl è stato approvato alla Camera e ora è all’esame del Senato. – Continua a leggere

Il VENETO si proclama MINORANZA LINGUISTICA rivendicando di avere una lingua e non un dialetto (è solo per avere più soldi?) – Sì al valore delle parlate locali (lingue o dialetti), ma anche a lingue per parlare a tutti (“dell’importanza di mediatori, di costruttori di ponti, saltatori di muri, esploratori di frontiere“, A. Langer)

Il CONSIGLIO REGIONALE DEL VENETO ha approvato lo scorso 6 dicembre il contestato disegno di legge 116 che ridefinisce il "POPOLO VENETO" come "MINORANZA NAZIONALE", aprendo la strada alla dichiarazione di appartenenza etnica, all'insegnamento del veneto nelle scuole e all'uso del dialetto negli uffici pubblici e nella toponomastica, cartelli stradali compresi. IL VENETO VUOLE COSÌ CHE LO STATO APPLICHI IN REGIONE LA CONVENZIONE QUADRO EUROPEA VARATA DAL CONSIGLIO D'EUROPA PER TUTELARE LE MINORANZE STORICHE, come quella dei rom, ratificata anche dall'Italia nel 1997 (nella foto: Venezia, Canal Grande, sulla sinistra Palazzo Ferro Fini sede del Consiglio regionale veneto; poi a seguire Palazzo Contarini e Palazzo Michiel Alvisi; foto tratta da www.tripadvisor.co.uk/
Il CONSIGLIO REGIONALE DEL VENETO ha approvato lo scorso 6 dicembre il contestato disegno di legge 116 che ridefinisce il “POPOLO VENETO” come “MINORANZA NAZIONALE”, aprendo la strada alla dichiarazione di appartenenza etnica, all’insegnamento del veneto nelle scuole e all’uso del dialetto negli uffici pubblici e nella toponomastica, cartelli stradali compresi. IL VENETO VUOLE COSÌ CHE LO STATO APPLICHI IN REGIONE LA CONVENZIONE QUADRO EUROPEA VARATA DAL CONSIGLIO D’EUROPA PER TUTELARE LE MINORANZE STORICHE, come quella dei rom, ratificata anche dall’Italia nel 1997 (nella foto: Venezia, Canal Grande, sulla sinistra Palazzo Ferro Fini sede del Consiglio regionale veneto; poi a seguire Palazzo Contarini e Palazzo Michiel Alvisi; foto tratta da http://www.tripadvisor.co.uk/

   Capire se il dialetto veneto è da considerarsi a tutti gli effetti una lingua (pur nelle sue assai variegate formulazione nella geografia dei vari luoghi regionali) è cosa assai interessante e seria: in effetti l’uso di un determinato linguaggio, di certe parole, assume un connotato specifico di una certa cultura, di un territorio a volte isolato a volte in un contesto cosmopolita; e così “fa pensare” che sia una cosa molto importante, che siamo in presenza di una “vera” lingua, storica, consolidata. Ma questa “lingua veneta” che si vuole riconoscere, porta ad ammettere che anche in altri contesti regionali i dialetti posso essere considerati lingue vere e proprie. Cioè i Veneti possono comunque ben rivendicare il carattere di lingua della propria parlata, ma però riconoscere lo stesso diritto a tutti i cittadini italiani, ai Lucani come ai Molisani, ai Toscani come ai Liguri.

ANDREA ZANZOTTO (1921 – 2011): «NON CONDANNIAMO IL DIALETTO AL TRISTE DESTINO DI DIVENTARE LINGUA»
ANDREA ZANZOTTO (1921 – 2011): «NON CONDANNIAMO IL DIALETTO AL TRISTE DESTINO DI DIVENTARE LINGUA»

   Comunque è accaduto che con il disegno di legge n. 116 approvato dal Consiglio regionale del Veneto il 6 dicembre scorso, i veneti si autoproclamano minoranza nazionale. E’ così stata approvata (nel Consiglio regionale veneto a trazione leghista) la cosiddetta “Venexit”, che, se la Corte Costituzionale non la boccerà, vuole istituire il bilinguismo e rivendicare garanzie tributarie incardinandole nella Convenzione quadro europea del Consiglio d’Europa, ratificata in Italia nel 1997, per la tutela delle minoranze storiche.

   Pertanto il veneto diventerà lingua di una “minoranza”, appunto i veneti, con un territorio da difendere, una lingua da insegnare. A partire proprio dalle scuole, ma anche da immettere, come bilinguismo (come in Sud Tirolo, a Bolzano), negli atti delle pubbliche amministrazioni che ci sono in questa regione (statali, regionali, comunali…). E poi la toponomastica delle strade dovrà essere bilingue… eccetera…. Sembra una boutade, una forzatura, uno scherzo, qualcosa cui ci si è spinti troppo in là, ma è legge “veneta” (pur con rischio –quasi certo?- di incostituzionalità).

“La polemica che spesso contrappone la lingua al dialetto, talvolta con una forte connotazione politica, non ha ragione di esistere…. Dialetto è l’etichetta di cui ci serviamo, ma, se uno vuole, può chiamarla lingua…. La differenza è tra lingue codificate come l’italiano e lingue solo orali come il dialetto, che sono in balia di chi le trasmette e anche di chi decide di non trasmetterle più. Certo, il dialetto può essere scritto, però mantiene una diversità che deriva dal suo essere fin dalle origini una lingua non codificata, che si è sviluppata affidandosi all’oralità con regole trasmesse da piccoli nuclei di parlanti, magari isolati che ne hanno determinato un’ampia varietà….” (Gianna Marcato, docente di “Dialettologia italiana” all’Università di Padova; intervista ripresa dal sito: http://www.waltertobagi.net/?p=839 )
“La polemica che spesso contrappone la lingua al dialetto, talvolta con una forte connotazione politica, non ha ragione di esistere…. Dialetto è l’etichetta di cui ci serviamo, ma, se uno vuole, può chiamarla lingua…. La differenza è tra lingue codificate come l’italiano e lingue solo orali come il dialetto, che sono in balia di chi le trasmette e anche di chi decide di non trasmetterle più. Certo, il dialetto può essere scritto, però mantiene una diversità che deriva dal suo essere fin dalle origini una lingua non codificata, che si è sviluppata affidandosi all’oralità con regole trasmesse da piccoli nuclei di parlanti, magari isolati che ne hanno determinato un’ampia varietà….” (Gianna Marcato, docente di “Dialettologia italiana” all’Università di Padova; intervista ripresa dal sito: http://www.waltertobagi.net/?p=839 )

   Il fatto che il Veneto rivendichi pertanto quello di avere una lingua vera e propria, con dietro una sua cultura, con una parlata ben distinguibile dall’italiano, fa un po’ specie e da un po’ l’impressione che sia usato come strumento per far la guerra al resto d’Italia e rivendicare una tanto agognata autonomia.

   Il motivo (della insistente ricerca di autonomia) in Veneto, più che in altri parti d’Italia, c’è: in questa regione si vive con un certo disagio il fatto di essere in un contesto più largo extraregionale (chiamato NORDEST) che è assai omogeneo geograficamente, economicamente, geomorfologicamente (pensiamo all’area alpina delle Dolomiti, ma anche alla Laguna veneta che si estende da Chioggia a Grado, negli scambi quotidiani, nella cultura e nei modi di essere). Ma che, questa “omogeneità” del Nordest d’Italia, deve fare i conti con il fatto che il Veneto è una regione “semplice”, come la maggior parte delle regioni italiane, mentre il Trentino Alto Adige e il Friuli Venezia Giulia (anche loro “Nordest”, e che partecipano più o meno alla stessa famiglia geografica) sono regioni “a statuto speciale” ad alta autonomia (e, con essa autonomia, a privilegi non da poco nel poter disporre di maggiori risorse finanziarie nel contesto dello stato italico).

Pieve di Soligo, nella Valle del fiume Soligo - ANDREA ZANZOTTO: “Il DIALETTO usato nel Filò è press’a poco quello che si continua ancora a parlare nella VALLE DEL SOLIGO (alto Trevigiano), con sfumature diverse per vocaboli, modi dire, inflessioni […] Esso resta carico della vertigine del passato, dei megasecoli in cui si è stesa, infiltrata, suddivisa, ricomposta, in cui è morta e risorta «la» lingua (canto, ritmo, muscoli danzanti, sogno, ragione, funzionalità) entro una violentissima deriva che fa tremare di inquietudine perché vi si tocca, con la lingua (nelle sue due accezioni) il nostro non sapere di dove la lingua venga, nel momento in cui viene, monta come un latte: […] forte di tutto il viscoso che la permea riconnettendola direttamente a tutti i contesti ambientali, biologici, «cosmici», liberando entro di essi il desiderio di espressione e l’espressione. IL DIALETTO È SENTITO COME VENIENTE DI LÀ DOVE NON È SCRITTURA.” (Andrea Zanzotto, dal sito www.waltertobagi.net/ )
Pieve di Soligo, nella Valle del fiume Soligo – ANDREA ZANZOTTO: “Il DIALETTO usato nel Filò è press’a poco quello che si continua ancora a parlare nella VALLE DEL SOLIGO (alto Trevigiano), con sfumature diverse per vocaboli, modi dire, inflessioni […] Esso resta carico della vertigine del passato, dei megasecoli in cui si è stesa, infiltrata, suddivisa, ricomposta, in cui è morta e risorta «la» lingua (canto, ritmo, muscoli danzanti, sogno, ragione, funzionalità) entro una violentissima deriva che fa tremare di inquietudine perché vi si tocca, con la lingua (nelle sue due accezioni) il nostro non sapere di dove la lingua venga, nel momento in cui viene, monta come un latte: […] forte di tutto il viscoso che la permea riconnettendola direttamente a tutti i contesti ambientali, biologici, «cosmici», liberando entro di essi il desiderio di espressione e l’espressione. IL DIALETTO È SENTITO COME VENIENTE DI LÀ DOVE NON È SCRITTURA.” (Andrea Zanzotto, dal sito http://www.waltertobagi.net/ )

   Da questo si percepisce il “cul de sac” di un Veneto che deve rinunciare a ogni speranza MACROREGIONALE (come invece un po’ alla volta potrebbe accadere in altre parti d’Italia, pensiamo ad esempio alla possibile unione istituzionale tra Toscana, Marche e Umbria…), e che in Veneto non può accadere perché mai le altre due regioni di territorio comune (Friuli e Trentino) accetterebbero di condividere i privilegi dell’autonomia; ebbene questo fa sì che nasca in Veneto in modo ufficiale, con una legge regionale, qualche purchessia motivazione che mostra la propria specificità, in questo caso appunto una lingua che “va oltre” l’essere dialetto, e che fa dire che i veneti sono minoranza linguistica in Italia.

   E così rispunta anche l’annosa questione (irrisolvibile) quando una lingua sia tale o sia solo dialetto; e, avendo premesso che i motivi paiono molto strumentali (quello dell’autonomia e di avere più soldi) va pur detto che la questione di “lingua o dialetto” meriterebbe di esse trattata meglio, perché può essere cosa seria.

Lingue nella Penisola - “Trovo insensata l’idea di una lingua veneta codificata nella quale, proprio per le varietà di cui parlavo, nessuno si riconoscerebbe… Con i miei studenti mi diverto dicendo loro di alzarsi in piedi e di verificare che sotto i loro piedi non ci sono radici, non sono alberi. Insistere sul dialetto come radice significa affermare un’idea di identità chiusa, immutabile a cui andrebbe contrapposta un’idea di identità aperta dove ogni esperienza mi aiuta a formare la mia identità e arricchirla….” (Gianna Marcato, docente di “Dialettologia italiana” all’Università di Padova; intervista ripresa dal sito: http://www.waltertobagi.net/?p=839 )
Lingue nella Penisola – “Trovo insensata l’idea di una lingua veneta codificata nella quale, proprio per le varietà di cui parlavo, nessuno si riconoscerebbe… Con i miei studenti mi diverto dicendo loro di alzarsi in piedi e di verificare che sotto i loro piedi non ci sono radici, non sono alberi. Insistere sul dialetto come radice significa affermare un’idea di identità chiusa, immutabile a cui andrebbe contrapposta un’idea di identità aperta dove ogni esperienza mi aiuta a formare la mia identità e arricchirla….” (Gianna Marcato, docente di “Dialettologia italiana” all’Università di Padova; intervista ripresa dal sito: http://www.waltertobagi.net/?p=839 )

   E’ infatti vero che, ad esempio proprio per il Veneto, questa lingua-dialetto è assai usata in contesti anche ufficiali (nelle amministrazioni pubbliche, negli ospedali, in incontri collettivi di qualsivoglia genere). Ma è anche vero che è assai diversificata la lingua veneta da posto a posto (nel bellunese si parla un veneto ben diverso dal veneziano, o dall’area veronese…); cioè questo vuol dire che non ci possono essere regole scritte comuni, valide per tutti (perché appunto è una “parlata”, non ha una documentazione scritta, una possibile grammatica, almeno che valga per tutti i territori regionali). E poi è in diminuzione nell’uso della popolazione: ai bambini, ad esempio, anche se nati e sempre vissuti in luoghi di forte diffusione del dialetto, non viene insegnato (non viene parlato a loro) fin dalla nascita il veneto bensì “li si parla loro” in italiano (o simil-lingua, spesso mista a termini dialettali….).

   Insomma il discorso delle minoranze linguistiche è argomento che merita trattazione seria. E va anche detto comunque che ogni forma di lingua che si perde è cosa per niente buona. E nel mondo globale, nella babele delle lingue o dialetti che si incontrano, sembra invece prevalere sempre più (o prevarrà forse definitivamente in futuro) l’ “inglese globale” (anche attraverso vocaboli e terminologie che troviamo nel nostro uso quotidiano), lingua questa (l’inglese globale) per comunicare con tutto il mondo, nata a prescindere forse dall’importanza economica prima della Gran Bretagna e dal secondo dopoguerra in particolare dagli USA: il vero motivo forse è che si può parlare questa lingua inglese anche approssimativamente (e magari con strafalcioni) senza per questo non essere capiti o essere irrisi, che invece può capitare con tutte le altre lingue, meno adatte a essere parlate da principianti.

mappa fisica del Veneto - “Il dialetto vive se le generazioni che devono trasmetterlo decidono di farlo. Alcuni dicono che il dialetto è stato salvato negli anni settanta proprio da chi sapeva bene l’italiano. Perché la vergogna e il disagio di dover interloquire in un mondo nuovo con una varietà di lingua che si sapeva disprezzata ha fatto sì che solo chi aveva acquisito una certa sicurezza linguistica potesse azzardarsi a parlarlo. Il dialetto è ancora molto parlato in diverse zone, ma prendendo elementi e regole dell’italiano. C’è un concetto molto importante che mi preme affermare ed è quello dell’eteronomia Non è necessario che io mi senta autonomo perché uso una varietà dialettale. Posso usare il dialetto e sentirlo come mia lingua e sentire come mia lingua anche l’italiano. Quando due varietà sono vissute come eteronome accetto che passino regole e forme dell’una nell’altra e viceversa…” (Gianna Marcato, docente di “Dialettologia italiana” all’Università di Padova; intervista ripresa dal sito: http://www.waltertobagi.net/?p=839 )
mappa fisica del Veneto – “Il dialetto vive se le generazioni che devono trasmetterlo decidono di farlo. Alcuni dicono che il dialetto è stato salvato negli anni settanta proprio da chi sapeva bene l’italiano. Perché la vergogna e il disagio di dover interloquire in un mondo nuovo con una varietà di lingua che si sapeva disprezzata ha fatto sì che solo chi aveva acquisito una certa sicurezza linguistica potesse azzardarsi a parlarlo. Il dialetto è ancora molto parlato in diverse zone, ma prendendo elementi e regole dell’italiano. C’è un concetto molto importante che mi preme affermare ed è quello dell’eteronomia Non è necessario che io mi senta autonomo perché uso una varietà dialettale. Posso usare il dialetto e sentirlo come mia lingua e sentire come mia lingua anche l’italiano. Quando due varietà sono vissute come eteronome accetto che passino regole e forme dell’una nell’altra e viceversa…” (Gianna Marcato, docente di “Dialettologia italiana” all’Università di Padova; intervista ripresa dal sito: http://www.waltertobagi.net/?p=839 )

   Va comunque detto che quando ogni rivendicazione di specificità locale (la lingua da conservare) è strumentale ad altri scopi (ad esempio per il veneto di rivendicare un’autonomia dallo Stato italiano in modo da poter mantenere più risorse finanziarie nel proprio territori), questa è cosa che può sì avere motivazioni valide, ma se poi la lingua e la sua rivendicazione di esistenza porta a fatti concreti (come ad esempio l’esclusione da uffici pubblici di chi non la conosce), allora tutto questo diventa assai pericoloso: è una comunità che discrimina le persone, che si chiude in se stessa, in difesa di un passato che non c’è più. Mentre invece adesso più che mai servono idee e coraggio per affrontare un nuovo mondo che sempre più viviamo, e dove tradizione e innovazione possono coesistere e creare un’originalità virtuosa. (s.m.)

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IL VENETO DEI DIALETTI E I DIALETTI D’ITALIA: SIAMO TUTTI MINORANZA

di Michele A. Cortelazzo, da “Il Mattino di Padova” del 9/12/2016

– nella nostra regione il dialetto è molto usato in contesti informali ma questo non basta a dargli più valore rispetto ad altri –

   Ragiono sulla legge regionale che definisce il popolo veneto una minoranza nazionale a partire dai resoconti giornalistici, dato che non mi risulta che il testo ufficiale sia stato ancora pubblicato. Continua a leggere

CUBA celebra la dipartita del suo “Lider Maximo” FIDEL CASTRO – Figura controversa quella di Fidel, tra EROE LIBERATORE e DITTATORE SANGUINARIO – Cosa resta del mito di Cuba? Del suo ruolo autorevole nella geopolitica dell’America latina? Dell’autonomia duramente cercata dai troppi vicini USA?

Nella foto: Ernesto “Che” Guevara e Fidel Castro - “….Giovani, belli, insolenti, portatori di tutte le virtù, FIDEL CASTRO e CHE GUEVARA erano le divinità viventi della generazione degli anni sessanta, quella che voleva distruggere l’ordine mondiale della guerra fredda e sognava la rivoluzione senza però riconoscersi nel grigiore dei leader sovietici. Giustizia sociale, gioventù e libertà, discorsi accorati e salsa. LA NUOVA CUBA sembrava annunciare un cambiamento entusiasmante, ma come tutte le rivoluzioni anche quella cubana non ha mantenuto le sue promesse (…)” (Bernard Guetta, 28/11/2016, da “France Inter”)
Nella foto: Ernesto “Che” Guevara e Fidel Castro – “….Giovani, belli, insolenti, portatori di tutte le virtù, FIDEL CASTRO e CHE GUEVARA erano le divinità viventi della generazione degli anni sessanta, quella che voleva distruggere l’ordine mondiale della guerra fredda e sognava la rivoluzione senza però riconoscersi nel grigiore dei leader sovietici. Giustizia sociale, gioventù e libertà, discorsi accorati e salsa. LA NUOVA CUBA sembrava annunciare un cambiamento entusiasmante, ma come tutte le rivoluzioni anche quella cubana non ha mantenuto le sue promesse (…)” (Bernard Guetta, 28/11/2016, da “France Inter”)

I DUE VOLTI DI FIDEL CASTRO

di BERNARD GUETTA, 28/11/2016, da “France Inter” (una delle più importanti radio pubbliche francesi e fa parte di Radio France) (articolo ripreso dalla rivista INTERNAZIONALE – www.internazionale.it/ )

   UN EROE? UN BOIA? Forse discuterne così tanto, dopo l’annuncio della sua morte, non ha senso. Perché Fidel Castro è stato prima l’uno e poi l’altro, o le due cose contemporaneamente, eroe e boia. Eroe lo è stato perché nel 1959, entrando all’Avana alla guida di una colonna di guerriglieri assetati di giustizia sociale e pronti a cacciare l’ex sergente FULGENCIO BATISTA (diventato capo di stato dopo un golpe militare), Castro rovesciò un regime odioso.

L'AVANA (in spagnolo La Habana, ufficialmente San Cristóbal de La Habana) è la CAPITALE DI CUBA, di cui è anche il principale porto, il centro economico-culturale e il principale polo turistico. È la città più popolata del paese, con UNA POPOLAZIONE DI PIÙ DI 2 MILIONI DI ABITANTI, e la più popolata dei Caraibi. Fondata nel 1514 dal conquistador Diego Velázquez de Cuéllar, con il nome di Villa di San Cristóbal de La Habana, grazie alla sua posizione privilegiata rispetto alle coste del Mar dei Caraibi, e per le caratteristiche della sua baia, diventò subito un importante centro commerciale. Il suo CENTRO STORICO, dichiarato PATRIMONIO DELL'UMANITÀ dall'UNESCO nel 1982, è uno dei meglio conservati dell'America Latina. Dal 1976 è suddivisa in QUINDICI MUNICIPI
L’AVANA (in spagnolo La Habana, ufficialmente San Cristóbal de La Habana) è la CAPITALE DI CUBA, di cui è anche il principale porto, il centro economico-culturale e il principale polo turistico. È la città più popolata del paese, con UNA POPOLAZIONE DI PIÙ DI 2 MILIONI DI ABITANTI, e la più popolata dei Caraibi. Fondata nel 1514 dal conquistador Diego Velázquez de Cuéllar, con il nome di Villa di San Cristóbal de La Habana, grazie alla sua posizione privilegiata rispetto alle coste del Mar dei Caraibi, e per le caratteristiche della sua baia, diventò subito un importante centro commerciale. Il suo CENTRO STORICO, dichiarato PATRIMONIO DELL’UMANITÀ dall’UNESCO nel 1982, è uno dei meglio conservati dell’America Latina. Dal 1976 è suddivisa in QUINDICI MUNICIPI

   Sotto Batista, Cuba era la destinazione preferita del turismo sessuale statunitense, e questo non è nemmeno l’aspetto peggiore. Con la complicità del suo presidente, Cuba era diventata la base della mafia americana, che vi investiva e riciclava il denaro sporco oltre a sceglierla come sede per le riunioni dei padrini (amici di Batista) negli hotel di lusso di loro proprietà. Nel frattempo la popolazione viveva in condizioni disastrose.

Gioventù, libertà e fallimenti

In questo senso Fidel Castro è stato senz’altro un liberatore, acclamato e ammirato dal mondo intero e adulato in tutta l’America Latina per aver realizzato l’impossibile: liberarsi di un regime asservito agli Stati Uniti a due passi dal territorio americano, dove niente poteva accadere senza il consenso di Washington, impegnata nella lotta contro il comunismo.

CUBA - I MOVIMENTI DI FIDEL E DELLA SUA RIVOLUZIONE - da LIMES (carta di Laura Canali)
CUBA – I MOVIMENTI DI FIDEL E DELLA SUA RIVOLUZIONE – da LIMES (carta di Laura Canali)

   Giovani, belli, insolenti, portatori di tutte le virtù e sempre con il sigaro in bocca, Fidel Castro e Che Guevara erano le divinità viventi della generazione degli anni sessanta, quella che voleva distruggere l’ordine mondiale della guerra fredda e sognava la rivoluzione senza però riconoscersi nel grigiore dei leader sovietici.

   Giustizia sociale, gioventù e libertà, discorsi accorati e salsa. La nuova Cuba sembrava annunciare un cambiamento entusiasmante, ma come tutte le rivoluzioni anche quella cubana non ha mantenuto le sue promesse. Dal terrore in Francia al gulag nell’ex Unione Sovietica, storicamente la rivoluzione tende a precipitare nel sangue, perché è nata dalla violenza e non può sopravvivere senza la violenza, senza la repressione, la censura e l’incarcerazione.

   La rivoluzione cubana ha portato risultati importanti. L’istruzione e il sistema sanitario rappresentano due grandi successi, ma i risultati positivi si fermano qui.

   La deriva repressiva si spiega in parte con l’embargo imposto dagli Stati Uniti che ha soffocato l’economia dell’isola, ma è anche vero che questo embargo nasce dall’aumento della tensione con Washington che aveva spinto la Cia a voler rovesciare il regime di Castro, che accettando l’installazione di missili sovietici sul suo territorio aveva spinto il mondo sull’orlo di una guerra nucleare.

Fidel Castro durante un discorso per l'anniversario della rivoluzione all'Avana il 26 luglio 1964 (da Ansa, ripreso da Internazionale)
Fidel Castro durante un discorso per l’anniversario della rivoluzione all’Avana il 26 luglio 1964 (da Ansa, ripreso da Internazionale)

   L’ebbrezza della rivoluzione ha fatto dimenticare a Castro i rapporti di forza, condannandolo a diventare sempre più brutale e intransigente. Oggi la posizione del governo cubano si è ammorbidita, ma sull’isola il dibattito, aperto ben prima della sua morte, riguarda ancora il modo di lasciarsi alle spalle il comunismo. È un processo difficile, e i precedenti non sono incoraggianti. (Bernard Guetta, traduzione di Andrea Sparacino)

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CUBA DOPO LA MORTE DI FIDEL CASTRO

di Niccolò Locatelli, da www.limesonline.com/, 26/11/2016

   Il leader della rivoluzione comunista a Cuba, è morto alle ore 10.29 cubane di venerdì 25 novembre 2016.

A dare l’annuncio è stato suo fratello Raúl, presidente di Cuba al potere da quando nel 2006 Fidel ha lasciato gli incarichi politici per motivi di salute.

Con la morte di Fidel Castro si chiude simbolicamente un’era che in termini geopolitici sembrava – prima della vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali Usa – alle spalle: quella della contrapposizione tra l’isola comunista e gli Stati Uniti d’America.

Panoramica su L'AVANA
Panoramica su L’AVANA

Washington e L’Avana hanno intrapreso negli ultimi anni della presidenza Obama un processo di riavvicinamento – mediato da Papa Francesco – che ha portato nel luglio 2015 alla riapertura delle rispettive ambasciate.

La distensione verso gli Stati Uniti non entusiasmava Fidel, ma è conforme alla strategia da lui perseguita che per decenni ha fatto sì che Cuba non rimanesse troppo a lungo senza un patrono che finanziasse l’economia dell’isola.

L’Unione Sovietica e successivamente il Venezuela (al tempo di Hugo Chavez) hanno sussidiato L’Avana, permettendole di offrire ai cittadini uno Stato sociale per alcuni aspetti superiore alla media regionale e all’avanguardia – e garantendo la sopravvivenza dell’ultima dittatura dell’America Latina.

L’apertura ai capitali (e al capitalismo) dell’Occidente è incompleta sino a quando Washington non revocherà l’embargo; essa rischia inoltre di patire la linea anti-castrista di Trump e del Congresso Usa. Ma, se confermata, potrebbe permettere a Raúl Castro di mantenere in vita il regime fondato con il fratello.

L'incontro tra Papa Francesco e Fidel Castro avvenuto il 20 settembre 2015
L’incontro tra Papa Francesco e Fidel Castro avvenuto il 20 settembre 2015

Nata come ribellione al dittatore Fulgencio Batista (rovesciato il 1° gennaio 1959), la rivoluzione dei fratelli Castro e di Ernesto “Che” Guevara non aveva inizialmente un carattere anti-statunitense.

L’avvicinamento all’Unione Sovietica di uno Stato caraibico piccolo ma in posizione strategica (all’ingresso del Golfo del Messico e a meno di 150 kilometri dalla Florida), concretizzatosi nel 1960-61, fece della dittatura comunista di Cuba un’ossessione per gli Stati Uniti.

Dall’invasione della baia dei Porci nel 1961 all’embargo economico tuttora in vigore, Washington ha tentato con molti mezzi e senza esito di eliminare Fidel Castro, contribuendo a trasformare il suo regime in un emblema della resistenza all’imperialismo degli Usa.

(A NORD OVEST DELLA MAPPA LA BAIA DEI PORCI) - L'INVASIONE DELLA BAIA DEI PORCI fu il fallito tentativo di rovesciare il regime di Fidel Castro, messo in atto da un gruppo di ESULI CUBANI e di MERCENARI, addestrati dalla CIA, che progettavano di CONQUISTARE CUBA a partire dall'invasione della PARTE SUD-OVEST DELL'ISOLA. L'operazione è conosciuta in inglese come "BAY OF THE PIGS INVASION" e, tra i cubani, col nome spagnolo di "INVASIÓN DE PLAYA GIRÓN" o "BATALLA DE GIRÓN".   L'operazione programmata dalla CIA durante l'amministrazione Eisenhower, fu lanciata nell'APRILE 1961, neanche tre mesi dopo l'insediamento di JOHN FITZGERALD KENNEDY alla presidenza degli Stati Uniti, il quale, non approvando l'assalto, decise di non sostenere le forze della CIA con l'esercito americano. Le forze armate cubane, equipaggiate ed addestrate dalle nazioni filo-sovietiche del blocco orientale, sconfissero la forza d'invasione in tre giorni di combattimenti. Questo tentativo portò al DISPIEGAMENTO DIFENSIVO NELL'ISOLA DI CUBA DI MISSILI NUCLEARI SOVIETICI. Ciò portò a una CRISI INTERNAZIONALE con IL MONDO SULL’ORLO DELLA GUERRA ATOMICA. La crisi iniziò il 15 ottobre 1962 e durò tredici giorni, in seguito alla scoperta americana dei missili nucleari il 14 ottobre. Dopo giorni di tensione, Nikita Chruščëv, ordinò il ritiro dei missili in cambio della promessa di non invasione dell'isola e del ritiro dei missili Jupiter installati nelle basi di Turchia e Italia (Basilicata e Puglia), avvenuto sei mesi più tardi. (da Wikipedia)
(A NORD OVEST DELLA MAPPA LA BAIA DEI PORCI) – L’INVASIONE DELLA BAIA DEI PORCI fu il fallito tentativo di rovesciare il regime di Fidel Castro, messo in atto da un gruppo di ESULI CUBANI e di MERCENARI, addestrati dalla CIA, che progettavano di CONQUISTARE CUBA a partire dall’invasione della PARTE SUD-OVEST DELL’ISOLA. L’operazione è conosciuta in inglese come “BAY OF THE PIGS INVASION” e, tra i cubani, col nome spagnolo di “INVASIÓN DE PLAYA GIRÓN” o “BATALLA DE GIRÓN”. L’operazione programmata dalla CIA durante l’amministrazione Eisenhower, fu lanciata nell’APRILE 1961, neanche tre mesi dopo l’insediamento di JOHN FITZGERALD KENNEDY alla presidenza degli Stati Uniti, il quale, non approvando l’assalto, decise di non sostenere le forze della CIA con l’esercito americano. Le forze armate cubane, equipaggiate ed addestrate dalle nazioni filo-sovietiche del blocco orientale, sconfissero la forza d’invasione in tre giorni di combattimenti. Questo tentativo portò al DISPIEGAMENTO DIFENSIVO NELL’ISOLA DI CUBA DI MISSILI NUCLEARI SOVIETICI. Ciò portò a una CRISI INTERNAZIONALE con IL MONDO SULL’ORLO DELLA GUERRA ATOMICA. La crisi iniziò il 15 ottobre 1962 e durò tredici giorni, in seguito alla scoperta americana dei missili nucleari il 14 ottobre. Dopo giorni di tensione, Nikita Chruščëv, ordinò il ritiro dei missili in cambio della promessa di non invasione dell’isola e del ritiro dei missili Jupiter installati nelle basi di Turchia e Italia (Basilicata e Puglia), avvenuto sei mesi più tardi. (da Wikipedia)
Cuban crisis map missile range - -carta strategica con indicazione del raggio d'azione potenziale dei missili sovietici a Cuba (da Wikipedia)
Cuban crisis map missile range – -carta strategica con indicazione del raggio d’azione potenziale dei missili sovietici a Cuba (da Wikipedia)

Così, per gli Stati Uniti “evitare un’altra Cuba” – anche a costo di sostenere guerriglie e governi che poco o nulla avevano da invidiare a Castro quanto ad antidemocraticità – diveniva la priorità strategica e la lente attraverso cui guardare all’America Latina durante gli ultimi trent’anni della guerra fredda.

A sua volta, Cuba sosteneva governi e guerriglie ideologicamente affini in America Latina e Africa.

Il collasso dell’Unione Sovietica e la fine dei suoi sussidi aprivano una fase di difficoltà che sarebbe stata superata all’inizio del Ventunesimo secolo.

“Morto Fidel Castro, dittatore. Incarcerò qualsiasi oppositore, perseguitò gli omosessuali, scacciò un presidente corrotto sostituendolo con un regime militare.  Fu amato per i suoi ideali che mai realizzò, mai.  Giustificò ogni violenza dicendo che la sanità gratuita e l'educazione a Cuba erano all'avanguardia, eppure, per realizzarsi, i cubani hanno sempre dovuto lasciare Cuba non potendo, molto spesso, far ritorno.” (Roberto Saviano)
“Morto Fidel Castro, dittatore. Incarcerò qualsiasi oppositore, perseguitò gli omosessuali, scacciò un presidente corrotto sostituendolo con un regime militare. Fu amato per i suoi ideali che mai realizzò, mai.
Giustificò ogni violenza dicendo che la sanità gratuita e l’educazione a Cuba erano all’avanguardia, eppure, per realizzarsi, i cubani hanno sempre dovuto lasciare Cuba non potendo, molto spesso, far ritorno.” (Roberto Saviano)

Nell’asse forgiato con Hugo Chavez, Castro offriva alla rivoluzione bolivariana inaugurata dal presidente del Venezuela il patrocinio ideologico e la consulenza degli apparati cubani militari e di intelligence. In cambio la sua isola riceveva – oltre a una rinnovata centralità politica imprevedibile a guerra fredda finita – petrolio a prezzi sussidiati.

Con il crollo dei prezzi dell’oro nero e la scomparsa di Chavez, nel marzo 2013, il Venezuela è entrato in una crisi economico-politica che ha reso sempre più fragile il suo sostegno a Cuba, nel frattempo passata da Fidel al fratello Raúl.

La Cina è un paese formalmente comunista ed è il secondo partner commerciale di L’Avana dopo Caracas. Ma Pechino non era in affinità ideologica con l’isola filosovietica durante la guerra fredda e non ha – ancora – espresso l’intenzione di sfruttare politicamente la sua influenza economica in America Latina. Un altro importante partner dell’isola, il Brasile, stava riducendo la propria proiezione internazionale negli anni di Dilma Rousseff (prima di cambiare orientamento politico con la presidenza di Michel Temer).

In queste circostanze, per Cuba l’apertura verso gli Stati Uniti diventava praticamente inevitabile e aveva il beneficio collaterale di incentivare l’aumento degli investimenti degli altri paesi occidentali. Apertura facilitata dalla presenza alla Casa Bianca di un presidente democratico, afro-americano e interessato a raggiungere accordi storici (come quello sul nucleare iraniano).

RAUL CASTRO, fratello di FIDEL, sostituto alla guida di CUBA dal 2006
RAUL CASTRO, fratello di FIDEL, sostituto alla guida di CUBA dal 2006

Sotto Raúl, l’isola ha intrapreso un lento percorso di riforma dell’economia che non dovrebbe intaccare le fondamenta politiche del sistema. A questo percorso si è affiancato il disgelo con gli Stati Uniti, che non ha comportato la rescissione del legame con il Venezuela. La scomparsa di una figura simbolica come quella del líder máximo può avere delle conseguenze su ognuno di questi dossier.

In vita come in morte, per valutare l’impatto di Fidel Castro è necessario guardare oltre Cuba. (Niccolò Locatelli)

cuba

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FIDEL CASTRO MORTO: IL BRACCIO DI FERRO SU CUBA TRA TRUMP E BERGOGLIO

di Pietro Schiavazzi, da L’Huffington Post del 26/11/2016 (www.huffingtonpost.it/ ) Continua a leggere

LA GLOBALIZZAZIONE E’ MORTA? QUALE COMMERCIO MONDIALE? Cos’è il Ttip, il Ttp, il Nafta, il Ceta, l’Acta…? Inizia l’ERA DEL PROTEZIONISMO? – Grandi, piccoli, medi produttori nel disordine mondiale – Quale sicurezza per le merci che compriamo? E chi produce (specie i piccoli) starà meglio o peggio?

BERLINO. ATTIVISTI DI GREENPEACE PROIETTANO DEGLI ESTRATTI DEI DOCUMENTI DEL TTIP SUL PARLAMENTO TEDESCO il 2 maggio 2016 (foto dalla rivista INTERNAZIONALE) - Il PARTENARIATO TRANSATLANTICO PER IL COMMERCIO E GLI INVESTIMENTI (TTIP), un accordo di libero scambio tra STATI UNITI e UNIONE EUROPEA, è stato proposto nel 2013. Da allora ci sono stati tredici round di negoziati, l’ultimo dei quali si è svolto a New York nell’aprile del 2016. SECONDO I SOSTENITORI DEL TTIP, IL TRATTATO FARÀ NASCERE LA PIÙ GRANDE AREA DI LIBERO SCAMBIO AL MONDO, CREANDO NUOVI POSTI DI LAVORO. SECONDO GLI ATTIVISTI, LE ASSOCIAZIONI E I MOVIMENTI CHE SI OPPONGONO AL TRATTATO, invece, il Ttip È FRUTTO DELLE PRESSIONI DELLE MULTINAZIONALI E FINIRÀ PER TUTELARE SOLO GLI INTERESSI DELLE AZIENDE, IGNORANDO QUELLI DEI LAVORATORI E DEI CONSUMATORI
BERLINO. ATTIVISTI DI GREENPEACE PROIETTANO DEGLI ESTRATTI DEI DOCUMENTI DEL TTIP SUL PARLAMENTO TEDESCO il 2 maggio 2016 (foto dalla rivista INTERNAZIONALE) – Il PARTENARIATO TRANSATLANTICO PER IL COMMERCIO E GLI INVESTIMENTI (TTIP), un accordo di libero scambio tra STATI UNITI e UNIONE EUROPEA, è stato proposto nel 2013. Da allora ci sono stati tredici round di negoziati, l’ultimo dei quali si è svolto a New York nell’aprile del 2016. SECONDO I SOSTENITORI DEL TTIP, IL TRATTATO FARÀ NASCERE LA PIÙ GRANDE AREA DI LIBERO SCAMBIO AL MONDO, CREANDO NUOVI POSTI DI LAVORO. SECONDO GLI ATTIVISTI, LE ASSOCIAZIONI E I MOVIMENTI CHE SI OPPONGONO AL TRATTATO, invece, il Ttip È FRUTTO DELLE PRESSIONI DELLE MULTINAZIONALI E FINIRÀ PER TUTELARE SOLO GLI INTERESSI DELLE AZIENDE, IGNORANDO QUELLI DEI LAVORATORI E DEI CONSUMATORI

   L’America si chiude al libero commercio? alla liberalizzazione degli scambi internazionali? Ma pare che non sia solo un problema americano: in tutto il mondo occidentale c’è sempre più insofferenza verso le forme di globalizzazione del commercio iniziate più o meno nel 1990, attraverso l’affermazione in particolare di partiti populisti che propugnano “una chiusura”.

   Il protezionismo che ha sventolato Trump in campagna elettorale (risultato vincente), parte dal dichiarare di voler proteggere i posti di lavoro americani contro la concorrenza cinese e messicana a basso costo. Se l’America adotterà una politica fortemente protezionistica, se abbandonerà i maggiori trattati commerciali internazionali (in primis le trattative con l’Europa, per approvare il TTIP, il Transatlantic Trade and Investment Partnership, di cui ampiamente parliamo in questo post per capire cos’è, i pro e i contro)…. Se gli Stati Uniti abbandoneranno con Trump il ruolo di attore principale negli scambi mondiali, e a seguire nell’essere stato (a volte male a volte bene) attore militare nelle maggiori controversie internazionali…), da chi sarà sostituita l’America? Chi cercherà di prendere il suo posto?

“(….) IL LEGAME TRA GLOBALIZZAZIONE E MIGLIORAMENTI DELLE CONDIZIONI DI VITA NEI PAESI PIÙ POVERI HA BASE TEORICHE SOLIDE: con l'APERTURA DELLE FRONTIERE, le aziende possono delocalizzare parti della loro produzione nei Paesi dove la manodopera costa meno, creandovi OCCUPAZIONE. L'EMIGRAZIONE permette ai cittadini delle economie emergenti di accedere a quella che l'economista BRANKO MILANOVIC della City University di New York ha chiamato la “RENDITA DI CITTADINANZA”, ovvero il diritto a guadagnare di più semplicemente grazie alla ricchezza dello Stato in cui si svolge una determinata professione, indipendentemente da quale essa sia. I risultati sono stati impressionanti: secondo il rapporto "TAKING ON INEQUALITY" pubblicato ad ottobre dalla BANCA MONDIALE, NEL 2013 C'ERANO CIRCA 1,1 MILIARDI DI PERSONE CHE VIVEVANO IN CONDIZIONI DI ESTREMA POVERTÀ IN MENO RISPETTO AL 1990 (…) tra il 2002 e il 2013 una media di 75 milioni di persone all'anno sono uscite dalle condizioni di indigenza (…) La percentuale di poveri nel mondo nel 2013 era al 10,7%, rispetto al 35% di 26 anni fa.(….)” (Ferdinando Giugliano, da “la Repubblica” del 23/11/2016)
“(….) IL LEGAME TRA GLOBALIZZAZIONE E MIGLIORAMENTI DELLE CONDIZIONI DI VITA NEI PAESI PIÙ POVERI HA BASE TEORICHE SOLIDE: con l’APERTURA DELLE FRONTIERE, le aziende possono delocalizzare parti della loro produzione nei Paesi dove la manodopera costa meno, creandovi OCCUPAZIONE. L’EMIGRAZIONE permette ai cittadini delle economie emergenti di accedere a quella che l’economista BRANKO MILANOVIC della City University di New York ha chiamato la “RENDITA DI CITTADINANZA”, ovvero il diritto a guadagnare di più semplicemente grazie alla ricchezza dello Stato in cui si svolge una determinata professione, indipendentemente da quale essa sia. I risultati sono stati impressionanti: secondo il rapporto “TAKING ON INEQUALITY” pubblicato ad ottobre dalla BANCA MONDIALE, NEL 2013 C’ERANO CIRCA 1,1 MILIARDI DI PERSONE CHE VIVEVANO IN CONDIZIONI DI ESTREMA POVERTÀ IN MENO RISPETTO AL 1990 (…) tra il 2002 e il 2013 una media di 75 milioni di persone all’anno sono uscite dalle condizioni di indigenza (…) La percentuale di poveri nel mondo nel 2013 era al 10,7%, rispetto al 35% di 26 anni fa.(….)” (Ferdinando Giugliano, da “la Repubblica” del 23/11/2016)

   Ci sarà un’anarchia totale, nei commerci, nei conflitti? … O forse sarà la Cina ad avere un ruolo predominante. Sul piano geopolitico l’azione di Pechino, potenza già seconda nell’economia mondiale, la porterà (com’è possibile e probabile) a un ruolo di leadership sullo scacchiere prima solo asiatico e poi mondiale. Preludio appunto di un nuovo ordine mondiale. Con l’Europa che sarà tutto da decidere che ruolo potrà avere (o non avere).

   E POI …. Le misure protezioniste cui sembrano ora andare incontro gli USA e il mondo intero (un ritorno al protezionismo), che vedono negli Stati Uniti un certo consenso tra parti opposte, la destra nazionalista e la classe operaia (entrambi hanno votato Trump), segnano forse la fine di un libero mercato e globalizzazione spinta iniziata dopo il crollo del muro di Berlino nel 1989?

(il grafico a elefante di Milanovic) - IL LIBERO COMMERCIO E LA GLOBALIZZAZIONE, Oltre al miglioramento delle condizioni di vita per i più poveri, ha portato però al DECLINO DELLA CLASSE MEDIA NEI PAESI PIÙ RICCHI. L'economista BRANKO MILANOVIC della City University di New York, ha rappresentato in maniera molto eloquente il contesto in un diagramma del 2012 che è stato ribattezzato, a causa della sua forma, "IL GRAFICO ELEFANTE". Questa linea mostra come tra il 1988 e il 2008, i maggiori aumenti di reddito siano avvenuti PER IL 65% PIÙ POVERO DELLA POPOLAZIONE MONDIALE (il secondo gruppo da sinistra) (AD ECCEZIONE DEI POVERISSIMI, il primo gruppo da sinistra) e PER I SUPER-RICCHI (il quarto gruppo da sinistra), mentre per gli altri (LA CLASSE MEDIA OCCIDENTALE, maggioranza della popolazione) i guadagni sono stati praticamente zero (il terzo gruppo da sinistra)
(il grafico a elefante di Milanovic) – IL LIBERO COMMERCIO E LA GLOBALIZZAZIONE, Oltre al miglioramento delle condizioni di vita per i più poveri, ha portato però al DECLINO DELLA CLASSE MEDIA NEI PAESI PIÙ RICCHI. L’economista BRANKO MILANOVIC della City University di New York, ha rappresentato in maniera molto eloquente il contesto in un diagramma del 2012 che è stato ribattezzato, a causa della sua forma, “IL GRAFICO ELEFANTE”. Questa linea mostra come tra il 1988 e il 2008, i maggiori aumenti di reddito siano avvenuti PER IL 65% PIÙ POVERO DELLA POPOLAZIONE MONDIALE (il secondo gruppo da sinistra) (AD ECCEZIONE DEI POVERISSIMI, il primo gruppo da sinistra) e PER I SUPER-RICCHI (il quarto gruppo da sinistra), mentre per gli altri (LA CLASSE MEDIA OCCIDENTALE, maggioranza della popolazione) i guadagni sono stati praticamente zero (il terzo gruppo da sinistra)

   Sarà anche ora di cambiare (è quanto sembra…), ma il sistema globale ha portato sì a dei guasti: pensiamo ai “sottopagati” e sfruttati nei paesi poveri dall’industria manifatturiera occidentale, alla prostituzione di donne da paesi poveri nelle strade dei nostri luoghi… ma anche alla crisi della predominante classe media dei paesi occidentali che deve affrontare la mancanza di lavoro dirottato nei paesi emergenti, e l’immigrazione crescente dei poverissimi): Ma questi anni “globali”, che forse ci stiamo lasciando alle spalle, sono stati pure segnati da un abbattimento della povertà e delle diseguaglianze mondiali senza precedenti: centinaia di milioni di persone sono uscite dalla miseria, riuscendo a mandare i loro figli a scuola, avendo iniziato ad avere un (magari seppur limitato) potere di acquisto per comprare beni essenziali e vivere ben più dignitosamente….

   Per essere più precisi, secondo il rapporto “Taking On Inequality” pubblicato ad ottobre dalla Banca Mondiale, NEL 2013 C’ERANO CIRCA 1,1 MILIARDI IN MENO DI PERSONE CHE VIVEVANO IN CONDIZIONI DI ESTREMA POVERTÀ RISPETTO AL 1990, nonostante la popolazione mondiale fosse aumentata allo stesso tempo di 1,9 miliardi di individui. Questa riduzione ha avuto il suo picco tra il 2002 e il 2013, quando una media di 75 milioni di persone all’anno sono uscite dalle condizioni di indigenza (più o meno la popolazione di Germania o Turchia).

IL NUOVO ORDINE MONDIALE DEL COMMERCIO (secondo gli economisti Felbermayr e Aichele) (da www.dariotaburrano.it ). Secondo Felbermayr e Aichele e secondo il modello economico che essi utilizzano, QUANDO TUTTI QUESTI TRATTATI SARANNO IN VIGORE IL LORO EFFETTO COMPLESSIVO SARÀ UN AUMENTO IN TUTTO DEL REDDITO MEDIO REALE PRO CAPITE PARI AL 2,6%. Non viene esplicitamente chiarito l'arco temporale entro il quale il fenomeno dovrebbe prodursi; supponendo che - come nel caso del TTIP - si tratti di una decina di anni, l'aumento sarebbe pari allo 0,26% circa all'anno: il doppio dell'effetto che il TTIP avrebbe da solo. Però, di nuovo, le variazioni del reddito non saranno omogeneamente distribuite: I MAGGIORI VANTAGGI RICADREBBERO QUASI ESCLUSIVAMENTE SUI PAESI OCCIDENTALI; ALCUNE AREE IN AFRICA E IN AMERICA LATINA SI RITROVERANNO IN UNA SITUAZIONE SOSTANZIALMENTE INVARIATA; il reddito reale pro capite diminuirà in pochissimi Paesi, fra cui la Cina.
IL NUOVO ORDINE MONDIALE DEL COMMERCIO (secondo gli economisti Felbermayr e Aichele) (da http://www.dariotaburrano.it ). Secondo Felbermayr e Aichele e secondo il modello economico che essi utilizzano, QUANDO TUTTI QUESTI TRATTATI SARANNO IN VIGORE IL LORO EFFETTO COMPLESSIVO SARÀ UN AUMENTO IN TUTTO DEL REDDITO MEDIO REALE PRO CAPITE PARI AL 2,6%. Non viene esplicitamente chiarito l’arco temporale entro il quale il fenomeno dovrebbe prodursi; supponendo che – come nel caso del TTIP – si tratti di una decina di anni, l’aumento sarebbe pari allo 0,26% circa all’anno: il doppio dell’effetto che il TTIP avrebbe da solo. Però, di nuovo, le variazioni del reddito non saranno omogeneamente distribuite: I MAGGIORI VANTAGGI RICADREBBERO QUASI ESCLUSIVAMENTE SUI PAESI OCCIDENTALI; ALCUNE AREE IN AFRICA E IN AMERICA LATINA SI RITROVERANNO IN UNA SITUAZIONE SOSTANZIALMENTE INVARIATA; il reddito reale pro capite diminuirà in pochissimi Paesi, fra cui la Cina.

   E iI protezionismo “trumpista” che “si annuncia” rischia di provocare i maggiori danni proprio nei Paesi emergenti, protagonisti assoluti (se si vuole anche con conseguenze negative per “noi”) dell’epoca del libero mercato globale di questi ultimi 26, 27 anni. Ma, poi, sarà benefico per un ritorno di ricchezza nei Paesi Occidentali? Molti hanno dubbi su questo, e il mondo che si prospetta è tutto da capire, da inventare. (s.m.)

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ttip-commercio-globale

TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership) (IN FASE DI TRATTATIVA TRA USA E UNIONE EUROPEA): FAVOREVOLI E CONTRARI – PER ALCUNI «prevede che le legislazioni di Stati Uniti ed Europa si pieghino alle regole del libero scambio stabilite da e per le grandi aziende europee e statunitensi», PER ALTRI  faciliterebbe i rapporti commerciali tra Europa e Stati Uniti portando opportunità economiche, sviluppo, un aumento delle esportazioni e anche dell’occupazione

TPP (Trans-Pacific Partnership), l’accordo di libero scambio tra 12 paesi dell’area del Pacifico, Cina esclusa, voluto dall’amministrazione Obama, che non l’ha ratificato, lasciando che sia il successore a deciderne il destino. Trump ha già annunciato che lo farà colare a picco.

NAFTA, (North American Free Trade Agreement), l’area di libero scambio fra Stati Uniti, Canada e Messico, entrata in vigore il 1°gennaio 1994. Il Nafta il nuovo presidente degli USA dice che lo farà pure questo affossare: l’ossessione di Trump per il Messico – con il muro contro l’immigrazione – ha origine dal Nafta, cioè dalla delocalizzazione realizzata da una parte consistente della manifattura statunitense in un Paese confinante e con un costo del lavoro più basso.

CETA (Comprehensive Economic and Trade Agreement: trattato di libero scambio già negoziato UE-CANADA). Firmato il 30 ottobre 2016, accordo economico e commerciale globale tra UE e Canada. Una volta applicato, eliminerà i dazi doganali tra Europa e Canada, porrà fine alle restrizioni nell’accesso agli appalti pubblici, aprirà il mercato dei servizi, contribuirà a prevenire le copie illecite di innovazioni e prodotti tradizionali tra le due aree geografiche. C’è l’impegno, nel CETA, a far sì che tutti i vantaggi economici ottenuti non vadano a scapito della democrazia, dell’ambiente o della salute e della sicurezza dei consumatori, dei diritti dei lavoratori.

APEC (Asia-Pacific Economic Cooperation), è la principale organizzazione per la cooperazione economica dell’area dell’ASIA e del PACIFICO. Nel novembre 1989 si tenne in Australia la prima CONFERENZA con 12 Paesi (tra cui STATI UNITI, CANADA e GIAPPONE) con scadenze annuali per stabilire le regole degli scambi commerciali in quest’area del Pacifico. Con la DICHIARAZIONE DI SEOUL del novembre 1991 si sono meglio stabilite le finalità dell’APEC: appoggio reciproco, interesse comune, persistenza in un sistema di commercio multilaterale di tipo aperto e riduzione delle barriere commerciali interne alla regione. E la CINA, TAIPEI della Cina e HONG KONG della Cina sono entrate. Attualmente l’organizzazione conta 21 MEMBRI, oltre ai già citati ci sono: AUSTRALIA, BRUNEI, CILE, INDONESIA, COREA DEL SUD, MESSICO, MALAYSIA, NUOVA ZELANDA, PAPUA NUOVA GUINEA, PERÙ, FILIPPINE, SINGAPORE, TAILANDIA, RUSSIA E VIETNAM.

RCEP (Regional Comprehensive Economic Partnership) comprende sedici paesi, tra cui colossi come Cina, India, Australia, Corea del Sud, Giappone, oltre che le piccole e sviluppatissime Singapore e Nuova Zelanda. Il RCEP è un trattato di libero scambio in corso di negoziazione fra l’ASEAN23) (Associazione delle Nazioni del Sud Est Asiatico) e i Paesi con cui l’ASEAN ha già accordi di libero scambio, cioè Australia, Cina, India, Giappone, Corea del Sud e Nuova Zelanda.

ACTA, (Anti-Counterfeiting Trade Agreement). Accordo commerciale anticontraffazione, accordo in difesa della proprietà intellettuale firmato nel gennaio 2012 a Tokio dai rappresentanti di quasi 40 stati. Da la possibilità di perseguire la criminalità organizzata per il furto di proprietà intellettuale, reato che danneggia l’innovazione e la concorrenza. Però la ratifica di questo controverso accordo commerciale è stata respinta il 4 luglio 2012 dal Parlamento Europeo.

IL CAVALLO DI TROIA DEL TTIP (da www.slowfood.it/ ) - “(…) Mi preoccupa, e molto, come IL NOSTRO CIBO QUOTIDIANO POTREBBE CAMBIARE, IN MODO SILENZIOSO E TOTALMENTE SCONNESSO DA OGNI CONDIVISIONE POPOLARE, se venisse approvato l’accordo di commercio transatlantico, Europa-USA (quello che con una delle consuete e criptiche sigle si chiama TTIP: Transatlantic Trade & Investment Partnership). Il trattato viene annunciato come una straordinaria opportunità economica e di crescita, perché dovrebbe creare tra Europa e USA, quelle facilitazioni commerciali che mitologicamente dovrebbero rendere tutti più ricchi. Dico mitologicamente, perché un Nobel dell’economia come JOSEPH STIGLITZ ha scritto apertamente che la teoria – secondo cui se si arricchiscono i ceti più abbienti in una società, certamente staranno meglio tutti – è semplicemente una bugia. Gli accordi di libero scambio, dal NAFTA in poi, infatti NON HANNO VISTO MIGLIORARE IL TENORE DI VITA DEI PIÙ POVERI E DEI PICCOLI PRODUTTORI, ma solo moltiplicare i guadagni dei più ricchi speculatori.(…)” (CARLO PETRINI)
IL CAVALLO DI TROIA DEL TTIP (da http://www.slowfood.it/ ) – “(…) Mi preoccupa, e molto, come IL NOSTRO CIBO QUOTIDIANO POTREBBE CAMBIARE, IN MODO SILENZIOSO E TOTALMENTE SCONNESSO DA OGNI CONDIVISIONE POPOLARE, se venisse approvato l’accordo di commercio transatlantico, Europa-USA (quello che con una delle consuete e criptiche sigle si chiama TTIP: Transatlantic Trade & Investment Partnership). Il trattato viene annunciato come una straordinaria opportunità economica e di crescita, perché dovrebbe creare tra Europa e USA, quelle facilitazioni commerciali che mitologicamente dovrebbero rendere tutti più ricchi. Dico mitologicamente, perché un Nobel dell’economia come JOSEPH STIGLITZ ha scritto apertamente che la teoria – secondo cui se si arricchiscono i ceti più abbienti in una società, certamente staranno meglio tutti – è semplicemente una bugia. Gli accordi di libero scambio, dal NAFTA in poi, infatti NON HANNO VISTO MIGLIORARE IL TENORE DI VITA DEI PIÙ POVERI E DEI PICCOLI PRODUTTORI, ma solo moltiplicare i guadagni dei più ricchi speculatori.(…)” (CARLO PETRINI)

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IL FASCINO DEL PROTEZIONISMO. “MA CREA SOLO PIÙ POVERTÀ”

di Ferdinando Giugliano, da “la Repubblica” del 23/11/2016

– Dopo decenni di barriere più aperte, il tycoon sposta indietro l’orologio del mercato. Tra molte incognite – Esperti internazionali hanno rilevato le molte criticità dei “muri economici” –

   L’elezione di Donald Trump segna la fine del quarto di secolo, cominciato con il crollo dell’Unione Sovietica, in cui l’economia mondiale è stata dominata dalla globalizzazione. II presidente eletto degli Stati Uniti si avvia a tornare indietro sui trattati di libero scambio siglati dai suoi predecessori come Barack Obama e a limitare l’immigrazione verso gli Usa. Continua a leggere

CHE SARA’ DELL’AMERICA (e del mondo)? – L’elezione di DONALD TRUMP negli USA porterà a un PROTEZIONISMO interno e ISOLAZIONISMO dall’esterno? minor interesse all’ambiente, chiusura xenofoba ai poveri, sostegno ai regimi autoritari? – MA SARÀ POI COSÌ? Le incognite della nuova geografia mondiale

da www.rivistailmulino.it/
da http://www.rivistailmulino.it/

   Mai come adesso la lettura dei dati delle elezioni americane, e delle prospettive che potrà creare il nuovo presidente, figura assai atipica di un miliardario che mai ha svolto alcun tipo di incarichi istituzionali (pertanto impreparatissimo alla delicata funzione che sta per esercitare), mai come adesso si richiede a ciascuno di noi uno sforzo per capire cosa accadrà, come andrà a finire (come andrà a cominciare…).

US-VOTE-TRUMP

   Ogni presidenza americana è un segnale sociale del prevalere di una parte o dell’altra della composita società statunitense (di apertura alle classi povere, oppure di sostegno alle lobby finanziarie più potenti, di sensibilità ai temi ambientali o di appoggio netto ai petrolieri…) ebbene, questa elezione di Trump è sì un segnale antiecologico, anti immigrati, per la chiusura isolazionista delle comunicazioni tra gli stati (a partire dal commercio, riproponendo dazi alle importazioni di merci… una politica economica protezionista). Ma è anche qualcosa d’altro. Una specie di salto nel vuoto, un trovarsi al buio.

I 50 STATI FEDERATI sono le entità amministrative nei quali sono suddivisi gli Stati Uniti. Sono entità subnazionali federali. I SINGOLI GOVERNI STATALI E IL GOVERNO FEDERALE CONDIVIDONO LA SOVRANITÀ, dal momento che un cittadino statunitense è allo stesso tempo cittadino del suo Stato di residenza e dell'entità federale. La cittadinanza a livello locale non è rigida, non sono richieste autorizzazioni per un eventuale cambiamento, e la circolazione delle persone da uno Stato all'altro è libera
I 50 STATI FEDERATI sono le entità amministrative nei quali sono suddivisi gli Stati Uniti. Sono entità subnazionali federali. I SINGOLI GOVERNI STATALI E IL GOVERNO FEDERALE CONDIVIDONO LA SOVRANITÀ, dal momento che un cittadino statunitense è allo stesso tempo cittadino del suo Stato di residenza e dell’entità federale. La cittadinanza a livello locale non è rigida, non sono richieste autorizzazioni per un eventuale cambiamento, e la circolazione delle persone da uno Stato all’altro è libera

   E’ pur vero che il segnale di una così atipica propensione degli elettori americani per un personaggio così “diverso” com’è Trump, ha delle motivazioni assai concrete. Si sente la necessità di correggere gli errori della globalizzazione, che hanno portato in tanti posti d’America alla desertificazione industriale e insieme urbana; e questo è uno dei temi che ha fatto vincere Trump (la sua proposta di protezionismo dell’industria americana….). Tra i temi forti della sua campagna elettorale c’è stata fin dall’inizio l’accusa alla Cina di rubare il lavoro agli americani: e così ha promesso di piegare questo grande Paese d’Oriente tassando il suo export per il 45%. La verità è che Trump forse doveva parlare così in campagna elettorale per poter vincere: ma neppure lui può fermare quella cosa che chiamiamo “globalizzazione”.

La TRUMP TOWER è un grattacielo di 58 piani, situato a NEW YORK, Manhattan, al numero 721 della Fifth Avenue, all’angolo con la 56th Street. È un edificio a utilizzo promiscuo, in cui vi sono sia uffici sia appartamenti residenziali. È considerato come uno degli edifici più emblematici della città di New York e come emblema dell’impero di DONALD TRUMP. La torre fu completata nel 1983. La sua altezza è di 202 m.

   Ma Trump è stato anche efficacie, pur in modo sgangherato nel trattare tematiche e programmi, a mettere in rilievo la crisi del ceto medio americano, il suo impoverimento, e la necessità di redistribuire la ricchezza al fine di rispondere allo scontento dei ceti disagiati, rimasti ai margini della crescita di prosperità.

   Perché negli Stati Uniti, come in Europa, la «middle class» ha visto peggiorare la propria condizione, il tasso di povertà è aumentato, e i grandi ricchi sono divenuti sempre più ricchi. Ora lui, super ricco, si è presentato come paladino della classe media.

   E forse, dopo otto anni di un presidente “nero”, aperto ai problemi dei più deboli, di “sinistra”… nel piglio e desiderio di cambiamento dello spirito popolare americano, non si aveva nessuna voglia di una presidente della stessa parte politica, per di più donna (un’altra novità dopo il presidente nero…) (donna, ma anche appartenente più che mai a quel ristretto cerchio di famiglie di potere che ha controllato negli ultimi decenni il potere politico, i Clinton, i Bush…). Se la politica è “speranza” e voglia di andare a votare per qualcuno con un certo entusiasmo, la Clinton non aveva per niente questo appeal.

STEVE BANNON, lo STRATEGA DI TRUMP amato dal KU KLUX KLAN. Propagandista del SUPREMATISMO BIANCO, dell'ODIO per gli immigrati e dell'ANTISEMITISMO, principale ideologo dell'alt-right movement. Avrà un ruolo chiave alla Casa Bianca
STEVE BANNON, lo STRATEGA DI TRUMP amato dal KU KLUX KLAN. Propagandista del SUPREMATISMO BIANCO, dell’ODIO per gli immigrati e dell’ANTISEMITISMO, principale ideologo dell’alt-right movement. Avrà un ruolo chiave alla Casa Bianca

   E’ così che ci può essere stata la riemersione carsica della peculiare cultura e identità dell’America bianca, un po’ razzista; ma anche delle frustrazioni economiche e di classe di quei bianchi che vivono fuori delle grandi città, in provincia, nelle piccole città, nei posti rurali; del proletariato e del ceto medio impoverito (sempre e soprattutto non urbano); e sicuramente poi hanno votato Trump gli operai dell’industria statunitense defenestrati dalla globalizzazione con prodotti (spesso cinesi) importati in America a prezzi ben più competitivi dei loro (nel “senza regole” e con sfruttamenti illimitati dell’industria cinese).

In rosso la mappa delle vittorie di Trurmp nei vari Stati federali
In rosso la mappa delle vittorie di Trurmp nei vari Stati federali

   La necessità di rompere questi schemi può anche indurre a votare un presidente palesemente del tutto impreparato ai temi internazionali, alle procedure e ai modi di governo di un grande Paese, un vero outsider della politica. Assai razzista, ultraconservatore, antifemminista, dai modi per niente gentili.

GEOPOLITICA DI TRUMP
GEOPOLITICA DI TRUMP

   E tutto questo in una fase geopolitica così difficile… (ma quando non lo è stata, difficile?…), nella quale gli Stati Uniti stanno sempre più perdendo il ruolo di potenza globale dominante. Posizione che per loro vacilla sempre più. E stanno perdendo terreno anche sul piano economico e anche politico, appunto rispetto alla Cina, ma anche alla Russia e ad altri «paesi emergenti».

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   Quel che accadrà lo capiremo (lo subiremo, forse) nei prossimi mesi e nei quattro anni di questa presidenza (che potrebbero, anni di presidenza di Trump, poi raddoppiare). Dove andrà il mondo? l’Europa? noi? in meglio, in peggio? Rimarremo uguali, nella stessa condizione e situazione, nei processi geopolitici che accadranno?

   Quel che appare è che la comprensione degli accadimenti futuri è diventata ancora più ardua, difficile… ma di sicuro viene da pensare, per il mondo, che potrà esserci già domani una condizione più negativa che positiva.

Il primo fine settimana dopo l’elezione di TRUMP ha visto una serie corposa di manifestazioni. In particolare a PORTLAND (nell’Oregon) e a NEW YORK sotto la TRUMP TOWER. Ancora una volta gli americani che non hanno votato per il tycoon newyorchese e che lo considerano pericoloso, sia internamente che esternamente, sono tornati per strada al grido di «TU NON SEI IL MIO PRESIDENTE»
Il primo fine settimana dopo l’elezione di TRUMP ha visto una serie corposa di manifestazioni. In particolare a PORTLAND (nell’Oregon) e a NEW YORK sotto la TRUMP TOWER. Ancora una volta gli americani che non hanno votato per il tycoon newyorchese e che lo considerano pericoloso, sia internamente che esternamente, sono tornati per strada al grido di «TU NON SEI IL MIO PRESIDENTE»

   Finora il processo di globalizzazione in atto dagli anni ‘90 del secolo scorso (con la caduta del muro di Berlino nel 1989, cioè la rigida e immutabile divisione del mondo in due blocchi), questa globalizzazione ha aperto le menti di molti di noi, e sono sorte pure grandi opportunità tecnologiche come strumenti di scambio e conoscenza (internet…); e ha poi creato (la globalizzazione) quella crisi dei paesi del benessere (le produzioni manifatturiere che sono andate nei “nuovi Paesi”), aggravata irrimediabilmente poi con il crollo della finanza speculativa che dal 2007 ha profondamente cambiato la nostra economia.

   Però nello stesso tempo centinaia di milioni di persone in quest’era “globale” si sono affrancati dalla povertà (in Cina, in India, Brasile….) riuscendo per la prima volta a mandare i loro figli a scuola, ad avere un reddito migliore di prima, a muoversi, viaggiare, conoscere un po’ il mondo ad di fuori del loro villaggio… (nella storia mai in poco più di vent’anni così tante milioni di persone sono uscite dalla condizione di assoluta miseria e fame)

   Ora l’elezione americana di un miliardario che con la globalizzazione ha fatto i soldi, ma che intende combattere la stessa “èra globale”, chiudendo il mercato americano con i dazi, dimostrando una forte volontà di isolamento dal mondo (al massimo appoggiare il despota russo Putin, rifiutare in Medio Oriente ogni possibilità di stato palestinese, oppure in Siria tornare ad appoggiare il regime di Assad, cioè tutto come prima…), questa nuova situazione del Paese più potente al mondo (pur in declino da tempo in questo ruolo di predominio) porta a un contesto internazionale, nel macro e nel micro (cioè anche nella nostra realtà personale quotidiana), diverso da sempre, e che poco a poco cambierà in qualcosa che non riusciamo bene a comprendere. La lettura e l’interpretazione di quel che sarà, è cosa più ardua che mai. Ma, appunto, dobbiamo in ogni caso riuscire a decifrare quel che accade e può accadere, e pensare a dare delle risposte, individuali e collettive.

da www.rivistailmulino.it/
da http://www.rivistailmulino.it/

   Per questo vi invitiamo a leggere diverse ipotesi e interpretazioni su questo nuovo contesto mondiale che si formerà con l’elezione di Trump, a partire dagli articoli che qui di seguito vi proponiamo. Cercando di capire lo spirito americano, la loro democrazia (che, in fondo, non si è per niente smentita facendo eleggere un personaggio del tutto fuori dagli apparati precedenti e presenti). E tutti i commentatori, pur preoccupati (almeno questo ci pare di intuire sicuramente) cercano di scavare sulle possibilità e situazioni nuove che potranno venire a crearsi, in primis nella geopolitica mondiale (che vuol dire prima di tutto nel nostro quotidiano, nel nostro modo di vivere la realtà). (s.m.)

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BIOGRAFIA

CHE POSTO FEROCE È IL MONDO DI DONALD TRUMP

di Davide Piacenza, da http://www.rivistastudio.com/standard/ (3/8/2015)

   Fra i molti profili di Donald John Trump reperibili con una veloce ricerca su Google, ce n’è uno che contiene una chiosa che mi sembra inquadrare il personaggio alla perfezione: rispetto agli altri tycoon della sua epoca, Trump ha capito che non deve essere miliardario per essere famoso, ma al contrario che il prerequisito necessario all’incremento del proprio patrimonio è la fama. È una teoria che spiega molto di «The Donald», uomo d’affari di successo, celebrità ultradecennale. (e da qualche settimana anche Presidente degli Stati Uniti, ndr)

   Nel suo announcement alla Trump Tower di New York si è disgraziatamente scagliato contro gli immigrati messicani, definiti nientemeno che «stupratori» con leggerezza e consueto ghigno da maschio alfa in favore di telecamera. Eppure non è stato uno scivolone, una caduta di stile, un’infausta concessione alla verbosità.

   È un modus operandi, una strategia spregiudicata, ma consapevole. Tra le altre cose, durante l’annuncio il sessantanovenne ha anche rimarcato: «Non mi interessa fare lobbying, cercare fondi, non mi interessano le donazioni. Userò i miei soldi. Sono molto ricco, sapete?», e poi un disegno con la mano per aria, come a dire “lasciatemi in pace”. La folla è andata in visibilio Continua a leggere