COP25 a MADRID (dicembre 2019): l’aumento del fabbisogno energetico mondiale pone gravi problemi. Le fonti rinnovabili (vento, sole…) non ce la fanno a ridurre quelle fossili (gas, petrolio, carbone): non bastano le nuove tecnologie a risolvere la crisi ambientale, serve anche una ridefinizione dei nostri consumi quotidiani

CAROLINA SCHMIDT, ministro dell’Ambiente del CILE e presidente di COP25 a MADRID – IL 2 DICEMBRE SI È APERTA A MADRID, IN SPAGNA, LA COP25, CHE SI CHIUDERÀ IL 13 DICEMBRE.
CHE COS’È UNA COP? Cop è l’acronimo di CONFERENCE OF THE PARTIES (conferenza della parti), cioè l’incontro – normalmente annuale – dei quasi 200 PAESI CHE FANNO PARTE DELLA CONVENZIONE QUADRO DELLE NAZIONI UNITE SUI CAMBIAMENTI CLIMATICI (UNFCCC). La convenzione è stata adottata nel 1992 (nel mitico Vertice della Terra a Rio de Janeiro), e ha stabilito che i gas serra emessi dagli esseri umani con le loro attività quotidiane stanno contribuendo alla crisi climatica. La convenzione chiede ai firmatari di ridurre queste emissioni. Per mettere in pratica il trattato si svolgono le Cop, a cui partecipano delegati e ministri di quasi 200 paesi del mondo. I vertici si svolgono ogni anno in una diversa regione del pianeta e questa edizione doveva essere in America Latina. Inizialmente si pensava al Brasile, ma con l’elezione del presidente di estrema destra Jair Bolsonaro il paese ha ritirato la sua candidatura. In seguito ANCHE IL CILE HA RINUNCIATO, per i disordini in corso, MA MANTIENE LA PRESIDENZA DEL VERTICE, e quindi la guida dei negoziati

   La conferenza sul clima dell’Unfccc (United Nations Framework Convention on Climate Change) in corso a Madrid dal 2 dicembre scorso, la Cop25 (e che si concluderà il 13 dicembre), prospetta scenari sempre più preoccupanti, per le sorti del pianeta, e di noi tutti.

(foto da http://www.corriere.it)

   La concentrazione di CO2 e di altri gas che alterano il clima, dannosi, sta crescendo sempre più; la temperatura media planetaria aumenta; i ghiacciai si sciolgono; il livello medio degli oceani si alza. La visibile crescita dei fenomeni meteorologici estremi che colpiscono tutto il pianeta (da noi si è visto la recente drammatica acqua alta a Venezia; oppure poco più di un anno fa la devastante tempesta Vaia nelle montagne del Nordest; le sempre più frequenti esondazioni di fiumi e torrenti….), tutti questi accadimenti climatici, metereologici estremi non lasciano dubbi (anche ai più scettici) che siamo in pieno cambiamento climatico.

Gli ultimi dati mostrano che anche parte della calotta glaciale dell’Antartide orientale — in particolare nel bacino di Wilkes — potrebbe essere altrettanto instabile. Un modello scientifico suggerisce che il suo scioglimento potrebbe innalzare di 3-4 metri il livello del mare su tempi superiori ad un secolo (immagine da http://www.corriere.it/)

   Il mondo è già più caldo di 1,1°C rispetto agli albori della rivoluzione industriale, con un impatto significativo sul pianeta e sulle vite delle persone. Se le attuali tendenze dovessero continuare, le temperature globali potrebbero aumentare dai 3,4 ai 3,9°C già in questo secolo, causando effetti climatici distruttivi su larga scala. Questo è il forte grido di allarme che la comunità internazionale sta lanciando alla conferenza Onu di Madrid.

Alla Cop25 in corso c’è la partecipazione ai colloqui di circa 25mila persone. Tra loro (arriveranno?) una trentina di capi di stato, il segretario generale delle Nazioni Unite, ANTÓNIO GUTERRES (nella foto), e la presidente della Commissione europea, URSULA VON DER LEYEN. È arrivata anche l’attivista svedese GRETA THUNBERG che si trovava negli Stati Uniti ed è tornata indietro in catamarano

   Ma non è solo questo. Un rapporto di Oxfam diffuso in concomitanza con l’avvio del vertice, rileva come cicloni, inondazioni e incendi (cioè alcune tra le più evidenti conseguenze dei cambiamenti climatici) abbiano oggi 7 volte più probabilità di causare migrazioni forzate rispetto a terremoti o eruzioni vulcaniche. E tre volte in più rispetto a guerre e conflitti. Tradotto in numeri, sono OLTRE 20 MILIONI OGNI ANNO LE PERSONE SFOLLATE, una ogni due secondi, soprattutto nei Paesi più piccoli del mondo. I quali, sottolinea Oxfam, producono solo un terzo delle emissioni inquinanti di qualsiasi Stato ad alto reddito. Il che significa che pur non contribuendo a quella che è la principale causa di migrazione forzata, sono quelli che ne pagano loro malgrado le conseguenze.

(INONDAZIONI IN PAKISTAN) – Un rapporto di Oxfam diffuso in concomitanza con l’avvio del vertice, rileva come cicloni, inondazioni e incendi (cioè alcune tra le più evidenti conseguenze dei cambiamenti climatici) abbiano oggi 7 volte più probabilità di causare migrazioni forzate rispetto a terremoti o eruzioni vulcaniche. E tre volte in più rispetto a guerre e conflitti. Tradotto in numeri, sono OLTRE 20 MILIONI OGNI ANNO LE PERSONE SFOLLATE

   Dati appena pubblicati da istituzioni scientifiche internazionali (l’Agenzia internazionale per l’energia -Aie-, il Programma ambientale dell’Onu, -Unep-), concordano che il fabbisogno mondiale di energia continuerà a crescere almeno dell’1 per cento all’anno fino al 2040. Circa la metà di questa crescita sarà coperta dalle nuove energie rinnovabili; si afferma che poi il consumo di gas aumenterà rapidamente, superando il carbone per diventare la seconda fonte di energia dopo il petrolio; ma che le fonti energetiche fossili ed inquinanti come il petrolio e il carbone continueranno a “coprire” le esigenze di quel dato stabile di consumo energetico (produttore di CO2) che ora abbiamo.

Fridays for Future: protests in Madrid, 7/12/2019

   Allora sì, bene, che ci sia l’introduzione e l’affermazione di fonti energetiche rinnovabili; e che ci sia sempre più maggiore efficienza energetica (nei motori delle auto, nel riscaldamento a gas delle abitazioni, etc.), ma questi progressi si stanno esaurendo. Serve qualcosa “di più”.

   E a Madrid, alla COP25 si chiede agli Stati del mondo, in particolare da parte dell’ONU, spinto dal movimento internazionale dei giovani (il cosiddetto Fridays for Future), dal Papa (anche con la sua importante enciclica Laudato si’), anche dalla Commissione europea che con la nuova presidente Ursula von der Leyen ha messo come primo il punto del clima…. ebbene si chiede in questa Conferenza di Madrid agli Stati, di andare oltre anche agli impegni presi alla conferenza sul clima di Parigi (COP21) del dicembre 2015 (195 paesi si sono impegnati a contenere il riscaldamento globale al di sotto dei 2ºC con piani di azione nazionali): a Madrid si chiede ai Governi che i paesi debbano aumentare di tre volte le proprie ambizioni di riduzione per restare al di sotto di +2°C e più di cinque volte nel caso di +1,5°C.

QUAL È LO SCOPO DEI COLLOQUI? – Sono principalmente un trampolino verso il 2020, anno chiave nella lotta alla crisi climatica da QUANDO NEL 2015 È STATO RAGGIUNTO L’ACCORDO DI PARIGI. Questo perché per la prima volta i paesi dovrebbero aggiornare i loro piani di riduzione delle emissioni di anidride carbonica e potenzialmente delineare i piani a lungo termine per arrivare a zero emissioni IN VISTA DEL VERTICE DI GLASGOW DEL PROSSIMO ANNO, LA COP26. I colloqui a Madrid devono fare ordine su alcune questioni in sospeso dell’accordo di Parigi. Tra queste il cosiddetto articolo 6, sulle nuove regole del mercato globale delle emissioni di CO2 (o mercato del carbonio): un sistema che prevede lo scambio di diritti o di quote di emissioni di gas a effetto serra tra paesi

   L’impressione (non solo l’impressione, ma secondo gli esperti “dati certi”) è che anche l’avanzamento tecnologico con sistemi a inquinamento zero o quasi, con l’ulteriore efficienza energetica nel consumo di tutti gli apparati (auto, impianti di riscaldamento e refrigerazione, etc.), tutto questo non basta, non modifica il trend negativo.

LO SCENARIO DELLA CONFERENZA DI MADRID – COS’È L’ACCORDO DI PARIGI? – L’UNFCCC HA PUNTATO INIZIALMENTE ALL’APPROVAZIONE DEL PROTOCOLLO DI KYOTO DEL 1997. QUINDI, NEL 2015, È STATO ADOTTATO L’ACCORDO DI PARIGI, che dal prossimo decennio sostituirà Kyoto e costringe tutti i paesi a tagliare le emissioni di gas serra. La somma di tutte queste riduzioni deve essere sufficiente a raggiungere l’obiettivo principale dell’accordo di Parigi, secondo il quale l’aumento della temperatura media del pianeta dovrebbe essere mantenuto al di sotto dei 2 gradi centigradi rispetto ai livelli preindustriali e, nella misura del possibile, non dovrebbe superare gli 1,5 gradi. Questo è il limite che la scienza pone per evitare gli effetti più catastrofici di una crisi climatica i cui effetti non sono più reversibili. (New Scientist, El País)

   E “si ricade” ancora una volta sulla cosa più difficile da fare, “da convincere” (convincersi): che bisogna tutti consumare meno, ricalibrando la propria vita verso un modello più parsimonioso con l’ambiente, in tutti i suoi aspetti (nel non sprecare, nel rivedere certi modi di vita “dispendiosi” per l’ambiente). Qui tutti ne hanno da pensare e “decidere” cosa fare, individualmente e collettivamente. Elencare una lista di comportamenti nuovi, virtuosi, nel non sprecare risorse inutilmente e non inquinare, è compito e impegno di tutti. E’ la cosa più difficile. (s.m.)

6 dicembre 2019. Migliaia di persone hanno invaso le strade del centro di Madrid per la #MarchaPorElClima, un corteo enorme che ha dato il via al Vertice sociale, parallelo e antagonista a COP25 (foto da http://www.corriere.it/)

…………………………….

DAGLI SCENARI SUL CLIMA DI DOMANI UNA SPINTA ALL’AZIONE

di Marzio Galeotti e Alessandro Lanza, 6/12/2019, da LA VOCE.INFO

(https://www.lavoce.info/)

– Il WORLD ENERGY OUTLOOK descrive alcuni scenari sull’evoluzione del consumo di energia da qui al 2040. Gli fa eco l’EMISSIONS GAP REPORT. Per entrambi solo perseguendo obiettivi ambiziosi si può limitare l’aumento della temperatura a livelli accettabili. –

Il World Energy Outlook 2019

Il 13 novembre l’Agenzia internazionale per l’energia (Aie) ha pubblicato il World Energy Outlook (Weo) 2019, annuale rapporto di più di 800 pagine che suscita sempre grande attesa tra gli addetti ai lavori. Si tratta della “bibbia” per chi ha a che fare con questo mondo e la sua versione elettronica viene consultata attraverso milioni di computer in giro per il mondo.

   Oltre a un’analisi della situazione attuale, il Weo propone l’evoluzione delle variabili energetiche lungo alcuni scenari che hanno come orizzonte il 2040. Gli scenari forniscono una visione di come si prospetta l’evoluzione sia “a politiche invariate” sia secondo determinate ipotesi alternative.

   Quest’anno, il rapporto introduce un nuovo scenario, lo “Stated Policies Scenario” (Sps) (in sostituzione del precedente “New Policies Scenario”) che mira a rispecchiare l’esito delle politiche già stabilite dai governi. In questo quadro, IL FABBISOGNO MONDIALE DI ENERGIA CONTINUERÀ A CRESCERE DELL’1 PER CENTO ALL’ANNO FINO AL 2040, Continua a leggere

Il CANALE DI SUEZ a 150 anni dalla sua entrata in funzione: è iniziata lì l’era globale? – Ma ora il Canale conta ancora nei commerci mondiali? Forse sì: con il suo allargamento, e il progetto della VIA DELLA SETA cinese – E il commercio tra popoli “VIA DI PACE” cambia la realtà geopolitica difficile dei territori del Canale?

Il CANALE DI SUEZ è un canale artificiale navigabile situato in EGITTO, a ovest della PENISOLA DEL SINAI, tra PORTO SAID (Bûr Sa’îd) sul MAR MEDITERRANEO e SUEZ (al-Suways) sul MAR ROSSO, che taglia l’omonimo ISTMO DI SUEZ, permettendo la navigazione diretta DAL MEDITERRANEO ALL’OCEANO INDIANO, senza la necessità di circumnavigare l’Africa sull’Oceano Atlantico lungo la rotta del CAPO DI BUONA SPERANZA. Completato nel 1869 e aperto il 17 novembre 1869, il canale venne realizzato dal francese FERDINANDE DE LESSEPS su progetto dell’ingegnere trentino LUIGI NEGRELLI e consiste di due tratte, A NORD E A SUD DEL GRANDE LAGO AMARO: la costruzione durò 10 anni, lavoro svolto grazie ad una cooperazione tra molte nazioni europee (l’Italia partecipò con mille operai specializzati), tra cui la FRANCIA che diede il contributo maggiore, mentre nel 2015 è stato completato il raddoppio di alcuni tratti del canale. (da Wikipedia)

…………………..

Il Canale di Suez dal 17 novembre 1869 (il giorno dell’inaugurazione e inizio della navigazione, 150 anni fa), ha accorciato di circa settemila chilometri la distanza tra l’Europa e l’India (mettendo in comunicazione il Mar Mediterraneo con il Mar Rosso), non dovendo più le navi circumnavigare l’Africa, passando per il Capo di Buona Speranza

……………………………..

   Adesso nel Canale di Suez passa il 10% del commercio internazionale del pianeta, con una crescita rispetto ai decenni precedenti, che invece hanno visto gli scambi sia nell’Atlantico che nel Pacifico avanzare.

UN PO’ DI STORIA – Il progetto del Canale fu animato in particolare dal diplomatico FERDINAND DE LESSEPS (NELLA FOTO QUI SOPRA). L’INAUGURAZIONE avvenne, sotto il CONTROLLO DEI FRANCESI, il 17 NOVEMBRE 1869, alla presenza del KHEDIVÈ (viceré) ISMAIL, pascià d’EGITTO e del SUDAN, ospite d’onore EUGENIA, moglie di NAPOLEONE III. Il pascià aveva ordinato per l’occasione un’opera a GIUSEPPE VERDI, ma l’AIDA fu rappresentata al Cairo la vigilia di Natale del 1871 quando Napoleone III aveva già perduto l’impero a Sedan. Nei dieci anni in cui fu scavato IL CANALE, che HA ACCORCIATO DI CIRCA SETTEMILA CHILOMETRI LA DISTANZA TRA L’EUROPA E L’INDIA, non dovendo le navi passare per il CAPO DI BUONA SPERANZA, l’intenso traffico di mercanti e tecnici ha contribuito a rianimare la città di ALESSANDRIA. La quale è diventata un’importante borsa del cotone, approfittando della guerra di secessione americana che bloccava il commercio d’Oltre Atlantico, e della guerra di indipendenza greca che faceva della città egiziana un rifugio ambito. In quell’agitato periodo ALESSANDRIA DIVENTÒ, grazie ai traffici stimolati dai lavori del Canale, UN CENTRO D’AFFARI MA ANCHE DI CULTURA. Scrittori e poeti, come più tardi il grande KAVAFIS, fecero il miracolo di riallacciare il presente alessandrino con l’antichità, quella di Antonio e di Cleopatra. (da Bernardo Valli, “la Repubblica”, 6/8/2015) —————————- LA COSTRUZIONE DEL CANALE. Il successo dell’iniziativa è ascrivibile a FERDINAND DE LESSEPS, diplomatico francese dalle amicizie influenti e dalle capacità – anche propagandistiche – notevoli. Nel 1859, dopo aver fondato la COMPAGNIA DEL CANALE DI SUEZ, inizia l’impresa della sua costruzione, che durerà esattamente un decennio. Nel tentativo di guadagnare condizioni contrattuali più favorevoli, a lavori già in corso, gli egiziani si indebitano per milioni di franchi – ipotecando così ogni possibilità di incidere sulle future scelte geopolitiche relative al canale. Il rischio di bancarotta del Cairo fornisce infatti agli inglesi la scusa per entrare nel progetto. (Pietro Figuera, da Limes luglio 2019).

   Ci sono voluti, all’origine del Canale, dieci anni (dal 1859) per scavarlo e renderlo navigabile. E il Canale di Suez da allora (17 novembre 1869 il giorno dell’inaugurazione, 150 anni fa) ha accorciato di circa settemila chilometri la distanza tra l’Europa e l’India (mettendo in comunicazione il mar Mediterraneo con il Mar Rosso), non dovendo più le navi circumnavigare l’Africa, passando per il Capo di Buona Speranza. Allora era lungo 163 km, profondo 8 metri e largo 22 sul fondo e 58 sulla superficie. Successivamente fu ampliato per potervi far transitare navi di stazza superiore alle 150.000 tonnellate. Fino ad arrivare all’agosto 2015, quando c’è stata la cerimonia ufficiale presieduta dal presidente egiziano Abdel Fatah El-Sisi per l’apertura del NUOVO CANALE DI SUEZ. Un’opera che lo stesso governo egiziano ha definito così impegnativa da rivaleggiare con lo scavo dell’originale.

IL PROGETTO ITALIANO: Luigi Negrelli e Pietro Paleocapa – LUIGI NEGRELLI (nella foto) – E’ stato un ingegnere italiano con cittadinanza austriaca, di origine trentina. Nacque il 23 gennaio 1799 a Fiera di Primiero nell’area italiana del Tirolo (odierna provincia di Trento), dal genovese Angelo Michele e dalla tedesca Elisabeth Wirtemberg. Conseguita la licenza, superò tra il 1821 e il 1824 gli esami di Stato in diversi rami dell’ingegneria al Politecnico di Innsbruck e iniziò a lavorare presso la direzione dei Lavori pubblici dello Stato del Vorarlberg nel campo delle costruzioni idrauliche e stradali.
Nel 1824 si trasferì a Vienna per perfezionarsi nella costruzione dei ponti e approfondire le nuove tecnologie che utilizzavano ferro. Dal 1832 al 1835 è ispettore delle costruzioni stradali e idrauliche nel cantone San Gallo a San Gallo. Già da quel periodo si interessa alla questione del canale di Suez e dall’inizio degli anni ’40 si impegna nello studio e nelle prove di stesura del progetto. Nel 1846 viene fondata a Parigi la Società di studi per il canale di Suez. Presidente della Compagnia è Ferdinand de Lesseps, già console francese in Egitto, legato da cordiale amicizia con Said Pascha ed in strette relazioni con i principali rappresentanti della Società di studi. Il viceré pretende che una commissione internazionale di tecnici esamini gli studi fatti fino allora. Dopo un sopralluogo in Egitto durante i mesi di novembre e dicembre del 1855, la Commissione internazionale si riunsce a Parigi nel giugno del 1856. Dei quattro progetti sottoposti al suo studio la commissione determina di adottare il progetto che Luigi Negrelli aveva elaborato fin dal 1847. Ma la morte lo coglie a Vienna il 1° ottobre 1858. – PIETRO PALEOCAPA: scienziato, politico e ingegnere idraulico italiano (1788-1869), nel 1855 fu nominato presidente della commissione scientifica preposta allo scavo dell’istmo di Suez. I suoi rilievi idrografici indussero la Compagnia del Canale a modificare i piani originari spostando di alcuni chilometri la località su cui doveva sorgere il porto d’ingresso al canale.

   Il nuovo canale è un raddoppio del tratto nella sua parte centrale, lungo 72 km del canale esistente, realizzato in soli 12 mesi al costo di 9 miliardi di dollari. Che permette di accorciare il tempo di attesa e aumentare il numero di imbarcazioni che passano dal Mediterraneo al Mar Rosso, e può portare positive ricadute sul commercio, il turismo e l’economia, non solo egiziana.

   Grazie all’apertura del secondo tracciato nel 2015, lo scorso anno (nel 2018) la dimensione media delle navi in transito per il Canale è cresciuta del 12% rispetto al 2014 (le navi container del 24%), evidenziando che la nuova infrastruttura sta assecondando le esigenze del GIGANTISMO, fenomeno riguardante tutte le tipologie di naviglio.

Quando fu inaugurato, nel 1869, il canale di Suez, che mette in comunicazione il mar Mediterraneo con il Mar Rosso, era lungo 163 km, profondo 8 m e largo 22 m sul fondo e 58 m sulla superficie. Successivamente fu ampliato per potervi far transitare navi di stazza superiore alle 150.000 tonnellate

   Allora possiamo dire che, mettendo in ordine le cose, se all’origine il “passaggio” delle navi da nord a sud e viceversa, non più circumnavigando l’Africa, questa cosa ha fatto sì che il Mediterraneo assumesse un ruolo strategico nel commercio mondiale, poi però questo ruolo si è man mano affievolito con l’avvento degli scambi tra le due sponde dell’Atlantico e del Pacifico; e lo sviluppo dei porti del Nord Europa. In ogni caso, con le economie emergenti in tante parti del mondo, con un’Europa in declino (il miglior posto da viverci ancora, si dice, l’unica con un welfare per i propri cittadini, democrazia e diritti alla persona più o meno garantiti…ma lo stesso in declino…), nell’era della globalità, ha visto un decadimento anche del ruolo del Mediterraneo (dal passato magnifico, “mare di civiltà” nelle sue coste).

L’AMPLIAMENTO IN FUNZIONE DALL’AGOSTO 2015 – Nell’infografica realizzata da Centimetri il Canale di Suez: vecchio e nuovo percorso.
ANSA/CENTIMETRI

   Ma adesso, con l’annunciato progetto cinese della “Via della Seta” (la “Belt and Road Initiative”, BRI), il Mediterraneo potrebbe riacquisire (sta già riacquistando) la centralità perduta nel tempo; e Suez tornare ad assumere un ruolo di primo piano nei flussi commerciali internazionali (appunto, come dicevamo, agevolato anche con il suo ampliamento inaugurato dall’Egitto nell’agosto 2015).

(da The Economist) BRI Belt and Road Iniziative (Nuova Via della Seta) VIA MARE e l’importanza del CANALE DI SUEZ

   Suez pertanto visto come passaggio strategico del commercio: CHOKEPOINTS li chiamano, cioè quegli stretti o canali artificiali di importanza globale, punti obbligati per il passaggio di merci e risorse energetiche, e i principali sono Suez, Panama, Malacca e Hormuz.

6 AGOSTO 2015: Cerimonia ufficiale presieduta dal presidente Abdel Fatah El-Sisi per l’APERTURA DEL NUOVO CANALE DI SUEZ. Un’opera che lo stesso governo egiziano ha definito così impegnativa da rivaleggiare con lo scavo dell’originale. Il nuovo canale è un RADDOPPIO DEL TRATTO LUNGO 72 KM DEL CANALE ESISTENTE, realizzato in soli 12 mesi al costo di 9 miliardi di dollari. Che permette di accorciare il tempo di attesa e aumentare il numero di imbarcazioni che passano dal Mediterraneo al Mar Rosso e può portare positive ricadute sul commercio, il turismo e l’economia, non solo egiziana

   Ma il Canale di Suez non è solo un passaggio strategico dei commerci e delle risorse energetiche (il petrolio, il gas naturale): è anche importante in sé, come territorio geopolitico tra Oriente ed Occidente, tra Africa, Europa, medio Oriente, i paesi che si affacciano nell’Oceano Indiano, e naturalmente la Cina… Ma Suez, in Egitto, è anche sinonimo di instabilità, a volte avvenuta con la fine del colonialismo (la nazionalizzazione del Canale da parte di Nasser, con la reazione pericolosa delle potenze occidentali, quasi da guerra mondiale…).

DAL 6° RAPPORTO DELL’OSSERVATORIO ITALIANO D’ECONOMIA MARITTIMA (luglio 2019):“IL 9-10% DEL COMMERCIO INTERNAZIONALE DEL GLOBO UTILIZZA come via di passaggio il CANALE DI SUEZ. La crescita delle merci in transito registra valori importanti, confermata anche nel 2018, anno in cui è stato segnato un doppio record in termini di numero di navi (oltre 18mila, +3,6%) e di cargo trasportato (983,4 milioni di tonnellate, +8,2%). IL NUOVO RISULTATO È STATO STABILITO GRAZIE ALLE MERCI SULLE NAVI IN DIREZIONE DA NORD VERSO SUD, pari a 524,6 milioni di tonnellate (+9,8%), mentre da Sud a Nord sono state registrate 458,8 milioni di tonnellate (+6,6). Grazie all’apertura del secondo tracciato nel 2015, lo scorso anno la dimensione media delle navi in transito per il Canale è cresciuta del 12% rispetto al 2014 (le navi container del 24%), evidenziando che la nuova infrastruttura sta assecondando le esigenze del gigantismo, fenomeno riguardante tutte le tipologie di naviglio”

  Nuovi scenari nel Mediterraneo: Suez e la Cina, le strategie dei grandi carrier, le nuove tecnologie e le rotte dell’energia – 6° RAPPORTO ANNUALE : ITALIAN MARITIME ECONOMY 2019

   E’ invece da augurarsi (e da propendere) che tutte le vie di comunicazione, strategiche (come il Canale di Suez) ma anche meno strategiche, siano dei segnali pace, delle VIE DI PACE, di scambio virtuoso tra realtà geopolitiche anche diverse, ma che si confrontano sul piano degli scambi commerciali, culturali, della conoscenza e comprensione reciproca. (s.m.)

foto: 26 LUGLIO 1956 – NASSER ANNUNCIA LA NAZIONALIZZAZIONE DEL CANALE DI SUEZ – LA NAZIONALIZZAZIONE DEL CANALE DI SUEZ DA PARTE DELL’EGITTO DI NASSER – “(…) Era il 26 luglio 1956 quando il colonnello GAMAL ABDEL NASSER annunciava al mondo: «Il Canale pagherà per la Diga». Nel giorno in cui cadeva il quarto anniversario della detronizzazione di re Faruq, LA NAZIONALIZZAZIONE DELLA COMPAGNIA DEL CANALE DI SUEZ, giuridicamente egiziana ma di fatto in mano a una maggioranza di azionisti anglo-francesi fu UN FATTO CLAMOROSO. Così il Corriere riportava il discorso di Nasser: «Ci riprendiamo quello che era nostro, perché il Canale fu scavato dai lavoratori egiziani e con denaro egiziano». Il neo Presidente della Repubblica conquistava così l’attenzione mondiale, sostenuto da una nazione festante che per la prima volta nella sua storia si alzava sovrana e indipendente, ancora ignara che IL COLPO DI MANO DI NASSER AVREBBE PRECIPITATO IL MONDO SULL’ORLO DELLA TERZA GUERRA MONDIALE. Nasser che con la nazionalizzazione del Canale mirava ad assicurarsi entrate per circa 100milioni di dollari all’anno, grazie ai pedaggi pagati dalle navi in transito, e soprattutto voleva riguadagnare quel prestigio mondiale messo prima in discussione…. Pochi mesi dopo, il 29 ottobre, con la tensione ormai alle stelle, Francia, Inghilterra e Israele, legate da un patto d’acciaio firmato in gran segreto a Sèvres, attaccarono l’Egitto. Il rifiuto di Nasser, era stato usato dalle tre potenze per giustificare agli occhi del mondo l’intervento bellico, forti della certezza che l’Egitto stava violando la Convenzione internazionale di Costantinopoli (patto che assicurava il libero passaggio delle navi sia in tempo di pace sia in guerra). (…) (di Leda Balzarotti e Barbara Miccolupi, da “il Corriere della Sera” del 31/7/2016, leggi tutto l’interessante articolo su: https://www.corriere.it/extra-per-voi/2016/07/30/sessant-anni-fa-crisi-suez-cosi-l-egitto-piego-mondo-pur-avendo-perso-guerra-5e3c8f38-5669-11e6-8307-f119c314f7af.shtml)

…………………………

GLI ITALIANI ALLA COSTRUZIONE DEL CANALE – La lunghezza del Canale di Suez, DAL FARO DI PORTO SAID ALL’ENTRATA NELLA RADA DI SUEZ, era di 161 km. La larghezza, alla superficie dell’acqua, variava dai 70 ai 125 metri; quella del fondo dai 45 ai 100 metri. La profondità era di 11-12 metri. Nel canale erano ammesse le navi che avevano un pescaggio (altezza della parte della nave che resta sotto il livello dell’acqua) fino a metri 10,36. Dopo i lavori di ampliamento queste sono i nuovi dati: lunghezza 193 Km, 24 metri di profondità, 225 metri di larghezza, e consente il transito a navi con un pescaggio di 20 metri. PER COSTRUIRE IL CANALE FURONO IMPIEGATI 10 ANNI. VI LAVORARONO 25 000 FELLAH EGIZIANI e circa UN MIGLIAIO DI OPERAI SPECIALIZZATI EUROPEI, QUASI TUTTI ITALIANI, nonché NUMEROSI INGEGNERI E TECNICI sotto la guida di impresari in maggioranza francesi

………………………

CANALE DI SUEZ – APERTURA

………………………

Canale di Suez – mappa

……………………….

RISCHIO MEDUSE – I DANNI AMBIENTALI DELL’AMPLIAMENTO DEL CANALE DAL 2015 – ‘(…)“Abbiamo ripetutamente portato l’attenzione sul FALLIMENTO DELLE POLICY AMBIENTALI LEGATE ALL’ESPANSIONE DEL CANALE DI SUEZ”, ha evidenziato BELLA GALIL, biologa marina dell’Istituto Oceanografico d’Israele e membro di un team internazionale di ricercatori sull’ecosistema del Mediterraneo. “Oltre 700 SPECIE ALIENE, la metà delle quali IN ARRIVO DALL’OCEANO INDIANO, hanno già COLONIZZATO tutta L’AREA ORIENTALE DELL’ANTICO MARE NOSTRUM e, nonostante siano disponibili studi da quasi cent’anni, nessuno oggi è in grado di dire cosa potrà accadere alla vita marina per via di questo IMPATTO INARRESTABILE”. Due specie di PESCE-CONIGLIO hanno distrutto interi corridoi di piante sottomarine nel Mediterraneo orientale, mentre le pericolosissime COLONIE DI MEDUSE Rhopilema nomadica hanno già reso impossibile la pesca commerciale in ampie aree, danneggiando il turismo, così come alcune stazioni energetiche sottomarine, lungo la costa FRA LIBANO ED EGITTO. Solo nell’ALTO ADRIATICO ITALO-CROATO, secondo l’Università dell’East Anglia, le perdite economiche sono state di 8.2 milioni di euro. “Per far spazio alle opere legate all’apertura del secondo tracciato del Canale di Suez – ha poi dichiarato Sherine al-Haddad, avvocato difensore dei residenti nella penisola del Sinai – QUASI 5MILA CITTADINI, dal 2015, SONO STATI COSTRETTI AD ABBANDONARE LE PROPRIE ABITAZIONI”.(…) (Alberto Caspani, 31/10/2019, da https://altreconomia.it/)

……………………………..

IL CANALE DI SUEZ COMPIE 150 ANNI, ED È ANCORA FONDAMENTALE

di Alessandro Gili, 16/11/2019, da ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale)

https://www.ispionline.it/

– Il 17 novembre di 150 anni fa veniva inaugurato il più lungo stretto artificiale del mondo, il Canale di Suez. Dalla sua costruzione il Canale ha avuto un’influenza decisiva negli affari regionali e globali, riportando il Mar Mediterraneo ad un ruolo strategico, affievolitosi con l’avvento degli scambi tra le due sponde dell’Atlantico e lo sviluppo dei porti del Nord Europa. Oggi, con il progetto cinese Belt and Road Initiative (BRI), il Mediterraneo ha riacquisito una nuova centralità, e Suez è tornata ad assumere un ruolo di primo piano nei flussi commerciali internazionali, in particolare dopo il suo ampliamento. – Cosa sono i chokepoints? Quali interessi geopolitici ruotano intorno a Suez? Quali prospettive per l’Italia? –
Cosa sono i chokepoints.

DA DOVE PASSA IL COMMERCIO INTERNAZIONALE (da ISPI – https://www.ispionline.it/)

   I chokepoints (o colli di bottiglia) sono stretti o canali artificiali di importanza globale, punti obbligati per il passaggio di merci e risorse energetiche lungo le principali rotte commerciali internazionali. Nel mondo, sono quattro quelli considerati strategici per i flussi commerciali mondiali: il Canale di Suez, il Canale di Panama, lo Stretto di Malacca e lo Stretto di Hormuz.

   Le ultime stime disponibili indicano che il 90% dei flussi commerciali marittimi internazionali transita per almeno un chokepoint, tra cui il 61% dei flussi del petrolio mondiale. La situazione non differisce significativamente se si considerano gli approvvigionamenti alimentari: negli ultimi vent’anni la quota di grano e fertilizzanti commercializzati a livello mondiale transitante per almeno un chokepoint marittimo è passata dal 43 al 54%. Una quota significativa di tale commercio (10% nel 2019, dal 6% del 2000) dipende ora dal transito attraverso uno o più chokepoints come unica via di approvvigionamento disponibile. Snodi tanto strategici quanto vulnerabili essendo collocati in zone caratterizzate da una forte instabilità politica.

La geopolitica del Canale di Suez: Belt and Road e non solo

Il Canale marittimo di Suez sarà sempre libero ed aperto, in tempo di guerra come in tempo di pace, ad ogni nave mercantile o da guerra, senza distinzione di bandiera. Esso non sarà mai soggetto all’esercizio del diritto di blocco”. Il primo articolo della Convenzione di Costantinopoli dell’ottobre 1888 rimane forse l’esempio più chiaro della percezione di strategicità del Canale di Suez e del suo ruolo fondamentale nei flussi commerciali e per la proiezione strategica delle maggiori potenze.

   Nodo fondamentale, chokepoint nel controllo delle maggiori rotte commerciali, il Canale ha attratto nel corso della sua storia gli interessi delle maggiori potenze, a partire dall’influenza anglo-francese nel corso della prima metà del Novecento per finire, in epoca contemporanea, nel grande gioco dei disegni commerciali, infrastrutturali e di potenza della Cina e non solo.

da https://www.ispionline.it/

   Oggi, a distanza di 150 anni dalla sua costruzione, il Canale rimane una delle arterie fondamentali della globalizzazione e ha anzi acquisito una nuova centralità nel quadro della BRI (ndr: BELT & ROAD INITIATIVE, il progetto della Nuova Via della Seta), che ha nel passaggio attraverso Suez una tappa obbligata della rotta commerciale da Pechino all’Europa e viceversa.

   Secondo gli ultimi dati del Rapporto Italian Maritime Economy del 2019, nel corso del 2018 attraverso il Canale di Suez è transitato il 9% del traffico commerciale mondiale, con una crescita del 3,6% del numero di navi rispetto all’anno precedente e di addirittura l’8,2% del volume di cargo trasportato; tendenza confermata nei primi cinque mesi del 2019, con una crescita rispettivamente del 5,2% e 7,4% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Il petrolio e il gas, risorse essenziali nel mix energetico dei paesi europei, seguono il trend generale: nel 2018 il traffico attraverso il Canale ha rappresentato il 9% dei flussi marittimi mondiali di greggio e l’8% del gas liquido.

   Il RADDOPPIO DI UNA PARTE DEL CANALE, COMPLETATO NEL 2015 e costato 8 miliardi di dollari, costituisce una pietra miliare nel disegno cinese della Via della Seta Marittima. Dopo l’allargamento, infatti, il tempo di percorrenza del Canale è passato da 18 ad 11 ore e il numero di navi che transitano ogni giorno è aumentato da 49 a 97, incrementando ulteriormente l’attrattività per le rotte commerciali tra Asia ed Europa.

   La Cina ha ben compreso le opportunità derivanti dall’ampliamento e, a partire dalla nascita della Belt and Road Initiative, ha investito ingentemente in Egitto: tra il 2014 e il 2019, Pechino ha destinato al paese africano 16,36 miliardi di dollari, il secondo valore più alto nel Mediterraneo dopo l’Italia. L’Egitto è stato infatti scelto da Pechino come hub logistico privilegiato per tutta la regione del Mediterraneo orientale: in questa direzione si inserisce l’accordo siglato nell’agosto 2019 alla presenza del presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi per la costruzione ad Abu Qir di un importante terminal che potrà gestire sino a 1 milione di container.

   Sono presenti inoltre ingenti investimenti nella zona economica esclusiva del Canale di Suez (SCZone). Nel 2013, la cinese TEDA Corporation aveva infatti firmato un accordo di sviluppo della SCZone per un periodo di 45 anni: nel solo 2019 sono stati annunciati investimenti per oltre 5 miliardi di dollari.

   A Port Said la cinese COSCO detiene inoltre il 20% della Suez Canal Container Terminal, partecipando ai progetti di espansione e potenziamento, in particolare Continua a leggere

TRENT’ANNI FA LA FINE DEL MURO DI BERLINO: i vari risvolti problematici di quel pur importante e felice evento – Popoli dell’Est “liberatisi”, ma che sono diventati un problema per l’Ovest (non preparato ad accoglierli); nuovi muri che sono sorti; il mondo “liberato” ma nell’anarchia, e anche in mano a nuovi despoti (in Africa, in Russia…); gli immigrati da Sud a Nord

Il 9 NOVEMBRE 1989, IL MURO CHE DIVIDEVA LA CITTÀ DI BERLINO IN DUE, costruito nel 1961, simbolo dell’incomunicabilità tra Occidente e Oriente, CROLLÒ. SEMBRAVA CHE DA QUEL MOMENTO NON CI SAREBBERO PIU’ STATI MURI… E INVECE….

   Celebrando anche noi l’evento della caduta, trent’anni fa, del muro di Berlino, non possiamo che unirci al giubilo di quell’evento fatidico che ha messo fine al “blocco Est-Ovest” sorto con la fine della seconda guerra mondiale, e che sicuramente aveva avuto (il blocco, la contrapposizione) come simbolo il muro costruito tra le due parti (est-ovest) della città di Berlino nel 1961 (ma per niente simbolo era!).

9 novembre 2019 – ANGELA MERKEL RICORDA LA CADUTA DEL MURO DI BERLINO E LE PERSECUZIONI CONTRO GLI EBREI – La cancelliera alle celebrazioni ricorda la notte dei cristalli che diede il via alle azioni naziste contro la comunità ebraica e le persone uccise perché tentavano di fuggire dalla Ddr e arrivare a Berlino ovest – Un ricordo molto sentito in un paese riunificato nel quale sta tornando il pericolo neo-nazista: “Il 9 novembre è un giorno fatidico della storia tedesca”. Oltre alla caduta del Muro, “oggi ricordiamo anche le vittime dei pogrom di novembre dell’anno 1938”, “i crimini che furono perpetrati nella notte tra il 9 e il 10 novembre” ai danni “di persone ebree e quello che seguì fu il crimine contro l’umanità e il crollo della civiltà rappresentato dalla Shoah”: lo ha detto la cancelliera Angela Merkel alle commemorazione per i 30 anni della caduta del Muro di Berlino.(…) (da https://globalist.it/world/ del 9/11/2019)

   Come spesso accade un evento geopolitico di grande portata è salutato positivamente, e tutti quelli che credono un po’ nella giustizia umana, nella libertà per tutti, etc…. non possono che esserne felici. Anche se poi accade che sorgono problemi irrisolti all’origine dell’accadimento. Pensiamo alla fine del colonialismo in Africa, di tante potenze imperialiste che se ne sono andate (magari alcune indirettamente però rimaste con il loro peso economico, militare…). E la fine del colonialismo quasi sempre non ha portato per i popoli africani pace, ricchezza, sviluppo, serenità… ma è stato motivo per l’insediamento di despoti (dittatori) locali; a volte molto più feroci dei colonialisti europei, e che hanno fatto accumulare alla loro cerchia di adepti ricchezze immense sulla pelle della popolazione in miseria.

(manifesto nella DDR dopo la caduta del muro, ripreso da http://www.doppiozero.com/ – “(…) LA BANANA era il simbolo per antonomasia delle CARENZE NELLA DDR. Teoricamente, avrebbe potuto riguardare qualsiasi frutto tropicale, perché anche l’ANANAS e la PESCA erano estremamente scarsi. Tuttavia, proprio LA BANANA, tra tutte le cose, SAREBBE DIVENTATA UNO DEI SIMBOLI DELLA CADUTA DEL MURO.(…)”(Gian Piero Piretto, da https://www.doppiozero.com/,9/11/2019)

   Anche la caduta del muro di Berlino, la fine di quell’epoca di guerra fredda, di suddivisione del mondo fra Unione Sovietica e Stati Uniti… anche in questo caso, salutato felicemente da tutti, ha portato e sta ancora portando un caos poco descrivibile nella frammentazione generale: nazionalismi esasperati che sono tornati a galla (pensiamo ai paesi dell’Est); l’immigrazione di massa da Sud a Nord che non riusciamo a governare; il rispuntare, specie all’est di movimenti fascisti e nazisti che parevano sepolti per sempre; nella prima metà degli anni ’90 del secolo scorso la carneficina balcanica (dopo la morte del dittatore Tito e appunto il riemergere delle nazionalità, del nazionalismo esasperato e dell’odio etnico…).

9/11/2019: Il violoncellista MSTISLAV ROSTROPOVIČ, esiliato dall’URSS nel 1974, improvvisò un concerto al CHECK POINT CHARLIE, suonando BACH per onorare le vittime cadute durante i tentativi di fuga

   L’Occidente, noi, poi, non eravamo per niente preparati ad accogliere i nostri “fratelli” dell’est, a cui fino a quel momento auguravamo di liberarsi dal giogo comunista sovietico: era come il parente disperso in guerra che ritorna in modo imprevisto dopo trent’anni a casa, e li si è occupata la sua camera, perché lo si dava per morto, e porta a grandi difficoltà e imbarazzo ad accoglierlo… Spesso poi “la liberazione” ha portato sfruttamento (la prostituzione delle ragazze dell’est) e caos economico (i nuovi mercati dell’est, il lavoro mal pagato di queste nuove braccia…).

   Un mondo in confusione totale che però non ci fa per niente dire che “prima era meglio”: sarebbe comunque stato un bene che “la politica” fosse stata in grado di governare meglio il passaggio: ad esempio nel 1991 il riconoscimento da parte della Germania della Slovenia e in particolare della Croazia come stati indipendenti, disconoscendo la loro appartenenza alla Iugoslavia, è stata una decisione scellerata che ha dato il via alla guerra civile nei Balcani. Per dire, che le scelte politiche (geopolitiche) fatte o meno con meditazione ed accortezza, incidono sugli eventi portandoli da una parte (positiva, la pace) o dall’altra (negativa, la guerra).

    Per ora, in questo post limitiamoci anche noi a celebrare questo evento dei trent’anni della caduta del muro, senza la necessità di fare sintesi difficili, e proponendo alcuni spunti bibliografici (libri) pubblicati in questo momento, che riteniamo di notevole interesse. (s.m.)

immagine da IL CIELO SOPRA BERLINO film di WIM WENDERS (film di due anni prima della caduta del muro)

………………………………..

ANIME PRIGIONIERE di EZIO MAURO

EZIO MAURO:

“I primi ad accorgersi che qualcosa stava cambiando furono i cani da confine. Venivano addestrati la notte, perché le fughe quasi sempre si tentavano nel buio, non avevano contatti sociali, mangiavano solo ogni due giorni per essere più aggressivi. Ammaestrati a inseguire l’odore del grande sospetto che avviluppava l’intera Ddr, i cani del muro non potevano riconoscere il profumo della libertà che si spargeva nelle strade dell’Est europeo, arrivando a disperdersi sulle porte di Berlino.” Tutti sappiamo cosa è successo il 9 novembre 1989 a Berlino. Qualcuno ha pensato che la storia fosse finita e che con il passare del tempo il mondo intero sarebbe stato sempre più simile all’Occidente. Ma la storia si nasconde nei dettagli. Nei gesti, nei passi e nei ripensamenti dei suoi protagonisti. Nel 1989, all’interno dei 108.000 chilometri quadrati della Ddr, il blocco comunista si sgretola e si libera dalla prigionia del Muro, che separa il mondo correndo per 106 chilometri e divide così una città e l’Europa intera. È un simbolo del titanismo totalitario, non una semplice barriera. È un’arma. “Chi è salito molto in alto cadrà nell’abisso,” così scrivono con lo spray i ventenni a Prenzlauer Berg, nella Berlino che vive di notte e si muove col buio.  Se la caduta del Muro è un segno inciso nell’identità di coloro che l’hanno vista in televisione, ma anche di coloro che sono nati dopo, è perché da allora le cose hanno preso una direzione nuova e, soprattutto, diversa da quella che ci aspettavamo.

Le fughe folli e l’ipnosi del potere, i divieti, i permessi, le minacce e i silenzi.  Berlino: cronaca dell’ultima rivoluzione nel cuore dell’Europa. “I primi ad accorgersi che qualcosa stava cambiando furono i cani da confine. Venivano addestrati la notte, perché le fughe quasi sempre si tentavano nel buio, non avevano contatti sociali, mangiavano solo ogni due giorni per essere più aggressivi. Ammaestrati a inseguire l’odore del grande sospetto che avviluppava l’intera Ddr, i cani del Muro non potevano riconoscere il profumo della libertà che si spargeva nelle strade dell’Est europeo, arrivando a disperdersi sulle porte di Berlino.” Tutti sappiamo cosa è successo il 9 novembre 1989 a Berlino, quando, all’interno dei 108.000 chilometri quadrati della Ddr, il blocco comunista si sgretola e si affranca dalla prigionia del Muro, che separava il mondo correndo per 156 chilometri e divideva così una città e l’Europa intera. Era un simbolo del titanismo totalitario, non una semplice barriera: era un’arma. Ed era destinato a fallire. La caduta del Muro riunisce le due Berlino, che in una notte ritornano per sempre una sola città, e libera il pezzo di Europa che per decenni era finito dietro la Cortina di ferro, segnando il passaggio da un’epoca all’altra. È l’ultima rivoluzione nel cuore dell’Europa. È una storia che sa dove vuole andare, e adesso sta correndo. Ma, come tutte le grandi storie, nasconde il suo segreto nei dettagli. Nei gesti, nei passi e nei ripensamenti dei suoi protagonisti. Ezio Mauro ricostruisce in una cronaca serrata, corale e politica, il romanzo di Berlino e della sua ossessione di pietra, fino alla capitolazione finale, fino a quando ”il Muro non garantisce ormai più il potere e il potere non protegge più il Muro. Questa è la formula della caduta, la chiave di Berlino, il saldo del Novecento”. “La storia passerà tra pochi minuti attraverso questo buio.”

IN EDICOLA EZIO MAURO RACCONTA IN UN LIBRO E UN DVD. Il racconto di cosa è successo il 9 novembre 1989 a Berlino, quando, all’interno dei 108mila chilometri quadrati della Ddr, il blocco comunista si sgretola e si affranca dalla prigionia del Muro, che divideva così una città e l’Europa intera. Ezio Mauro ricostruisce in una cronaca serrata, corale e politica, il romanzo di Berlino e della sua ossessione di pietra, fino alla capitolazione finale, nel libro “Anime prigioniere” e nel dvd “1989. Cronache dal muro di Berlino” (editi da Repubblica), entrambi in vendita in edicola a 12,90 euro

……………………………….

BERLINO, 9/11/19, TRENT’ANNI DOPO IL MURO: ENTUSIASMO O RIFLESSIONE?

di Gian Piero Piretto, da https://www.doppiozero.com/ del 9/11/2019

   Sono già passati trent’anni dalla sera del 9 novembre 1989 quando alle 18,53 il corrispondente ANSA da Berlino Est, Riccardo Ehrman, chiese a Günter Schabowski, ministro della Propaganda della DDR, da quando le nuove Reiseregelungen (regole di viaggio) che avrebbero permesso ai cittadini orientali di varcare il confine con la Germania Federale sarebbero entrate in vigore. Schabowski, preso alla sprovvista e non avendo un’idea precisa, improvvisò: “Per accontentare i nostri alleati, è stata presa la decisione di aprire i posti di blocco. […] Se sono stato informato correttamente quest’ordine diventa efficace immediatamente!”.

   Il simbolo per antonomasia della guerra fredda, il Muro che per 28 anni aveva diviso in due Berlino, costringendo la Germania Ovest a spostare a Bonn la capitale e riempiendo d’orgoglio quella Est per essere rimasta l’unica a vantare Berlino come Haupstadt, lo sbarramento che aveva separato famiglie, amicizie, amori causando vittime tra coloro che avevano ripetutamente cercato di infrangerla, cadeva quasi per caso, come in conseguenza di una risposta azzardata. Il primo sentimento nei cittadini che seguivano in televisione la conferenza stampa, dopo svariate settimane di disordini e proteste, fu di incredulità e spaesamento.

   Non era realistico che un confine tanto feroce e blindato potesse perdere da un momento all’altro il suo potere e smettere di essere temibile e dannato. Ampiamente note sono le azioni che seguirono, i volti basiti delle impotenti e sconcertate guardie di confine (memorabile resta la scena del film comico Bornholmer Straβe, 2014, in cui le sentinelle di frontiera la fatidica sera del 9 novembre 1989 si trovano alle prese con un tentativo di sconfinamento da parte di un cagnolino), gli assalti, reali e metaforici, alle barriere di cemento armato, le lunghe code di Trabant che si formarono per lasciare la DDR, le entusiastiche accoglienze (con tanto di post-coloniali banane in omaggio) agli Ossis da parte dei Wessis, i “fratelli” occidentali.

   Era il simbolo per antonomasia delle carenze nella DDR: la banana. Teoricamente, avrebbe potuto riguardare qualsiasi frutto tropicale, perché anche l’ananas e la pesca erano estremamente scarsi. Tuttavia, proprio la banana, tra tutte le cose, sarebbe diventata uno dei simboli della caduta del muro. Euforia, empatia, solidarietà, eccitazione. Pareva che soltanto di buoni sentimenti fosse colma la Germania in quei giorni. Il violoncellista Mstislav Rostropovič, esiliato dall’URSS nel 1974, improvvisò un concerto al Check Point Charlie, suonando Bach per onorare le vittime cadute durante i tentativi di fuga.

   Trent’anni dopo la situazione è assai cambiata. Non è questa la sede per affrontare bilanci politici o sociali. Segnalo doverosamente il fenomeno (ampiamente e debitamente oggetto di approfonditi studi) dell’Ostalgie, nostalgia per l’universo dell’Est, non necessariamente sinonimo di rimpianto per un regime dittatoriale ma piuttosto per un sistema di vita basato su principi e consuetudini socialisti troppo in fretta sradicati e gettati al macero.

   Simboli e riferimenti culturali che avevano costituito la base di molte esistenze vennero cancellati nel giro di poche ore. La situazione socio-economica del Paese prese una piega inusitata: moltissimi posti di lavoro scomparvero assieme alle aziende rottamate (l’86% della popolazione lavorava in imprese statali), esodi massicci e frenetici svuotarono le città. I cittadini orientali, in seguito all’unificazione delle Germanie (1990) avrebbero progressivamente percepito l’operazione come un’annessione, indiscutibile portatrice di nuove libertà, ma al contempo umiliante e penalizzante per chi ancora oggi si considera tedesco di serie B. (segue: vedi il link https://www.doppiozero.com/materiali/berlino-91119-trentanni-dopo-il-muro )

……………………………

L’ETA’ DEI MURI: Breve storia del nostro tempo, di CARLO GREPPI

Da Varsavia a Berlino, dal Mar dei Caraibi alle spiagge della Normandia, dalla Palestina alla Corea, per finire al confine tra Messico e Stati Uniti e nella “fortezza Europa”, Carlo Greppi racconta le vite di quattro testimoni che convergono nella trama inquietante del nostro tempo, L’ETÀ DEI MURI. – «Trent’anni fa, quando crollava il muro di Berlino, pensavamo che fosse finita un’epoca. Ma era solo un nuovo inizio»

Nel 1941 un soldato della Wehrmacht, Joe J. Heydecker, scavalca un muro e scatta le foto che testimonieranno il terribile esperimento del ghetto di Varsavia, nel cuore nero dell’Europa nazista. Intanto lo storico Emmanuel Ringelblum, imprigionato dietro quel muro con la famiglia, raccoglie dati, “contrabbanda storia” perché qualcuno la possa raccontare. Quasi mezzo secolo dopo John Runnings, un reduce canadese della Seconda guerra mondiale, è a Berlino per il venticinquesimo anniversario della “Barriera di protezione antifascista”. Ed è il primo a salire sul Muro per abbatterlo. Sarà ricordato come il “Wall Walker”. Nell’anno in cui cominciava la costruzione del simbolo della Cortina di ferro, il 1961, un giovane giamaicano nato nel 1945 stava inventando un nuovo genere musicale per cantare la lotta contro l’oppressione politica e razziale. Il suo nome era Bob Marley, e veniva da una famiglia di costruttori che avrebbe fatto fortuna: anche lui, senza saperlo, aveva in mano il suo pezzo di muro. Da Varsavia a Berlino, dal Mar dei Caraibi alle spiagge della Normandia, dalla Palestina alla Corea, per finire al confine tra Messico e Stati Uniti e nella “fortezza Europa”, CARLO GREPPI racconta le vite di quattro testimoni che convergono nella trama inquietante del nostro tempo, l’età dei muri. Sono più di quaranta le barriere che dividono popoli e paesi nel mondo e oltre tre quarti sono state innalzate dopo il 1989. «È tutto collegato. Il mondo sembra in fiamme, oggi, e non sappiamo cosa verrà fuori da queste macerie, da questo business impressionante, da questa nuova religione dell’esclusione».

…………………………….

Muro che delimita la città di Melilla in Marocco (da http://www.ilbolive.unipd.it/)

…………………………….

Il recinto di confine tra Rastina (Serbia) e Bácsszentgyörgy (Ungheria), costruito nel 2015 per fermare i rifugiati e i migranti in arrivo (19 marzo 2016). da http://www.treccani.it/)

…………………

Muro tra Stati Uniti e Messico a Tijuana. (Foto Mohammed Salem da http://www.ilboliveunipd.it/)

…………………………..

Muro al confine tra Ungheria e Serbia (da http://www.ilbolive.it/)

OLTRE IL MURO, I NUOVI MURI

di Luca Attanasio, 8/11/2019, da http://www.treccani.it/magazine/atlante/geopolitica/

   «Il Muro – ebbe a dire nel gennaio 1989 l’allora presidente della Germania dell’Est Erich Honecker, con scarsissima visione profetica – resisterà per altri 50, 100 anni». Pensava che quei 150 km di striscia grigia che separavano due mondi, sarebbero sopravvissuti all’idea di Comunità Europea che si stava espandendo e che, di lì a poco, avrebbe addirittura concepito l’abbattimento delle barriere e inaugurato la libera circolazione nell’area Schengen. Il muro era un archetipo prima che una costruzione fisica. Un concetto di separazione e chiusura dal resto del pianeta, di protezione da possibili attacchi o invasioni, di respingimento, di paura.

   30 anni dopo, di quel muro non resta nulla. Continua a leggere

GEOGRAFICAMENTE IN PILLOLE – La temperatura sale a 51 gradi, CASCATE VITTORIA A SECCO, e ZIMBABWE IN GINOCCHIO – L’Africa nella tragedia della crisi ambientale

Le CASCATE VITTORIA si trovano TRA ZAMBIA E ZIMBABWE e sono uno dei più incredibili spettacoli della natura osservabili sul nostro Pianeta. Per colpa di temperatura e siccità, le MOSI-OA-TUNYA, il fumo che tuona, come le chiamano i MAKALOLO, sono ora l’ombra di se stesse

LA MORTE DELLE CASCATE VICTORIA

di Corrado Mordasini, 8/11/2019, da https://gas.social/

   Fu DAVID LIVINGSTONE, il famoso esploratore scozzese a dar loro il nome: CASCATE VICTORIA, in memoria di una delle regine più potenti mai apparse sul globo terracqueo, colei che regnò nel periodo di maggior espansione dell’impero britannico.

Le cascate si trovano TRA ZAMBIA E ZIMBABWE

Le cascate moribonde

Le cascate si trovano TRA ZAMBIA E ZIMBABWE e sono uno dei più incredibili spettacoli della natura osservabili sul nostro Pianeta. PATRIMONIO DELL’UNESCO SONO OGGI A SECCO. Temperature di 51 GRADI CENTIGRADI e una SICCITÀ così tremenda che non si vedeva da quarant’anni, le hanno ridotte a un lumicino. Le conseguenze sono pesanti e paurose, SETTE MILIONI DI PERSONE RISCHIANO LA CARESTIA, il territorio si trova confrontato con un enorme danno ambientale ed economico, visto che lo ZAMBESI fa anche funzionare LA MAGGIORE CENTRALE ELETTRICA dei due paesi, quella di KARIBA.

Le CASCATE VITTORIA COM’ERANO (da Wikipedia) – Situate sul corso del FIUME ZAMBESI, le Victoria si estendono per un fronte di un chilometro e mezzo, facendo un salto di quasi 130 metri. La grande massa d’acqua, cadendo nel dirupo, genera una nebbia di gocce d’acqua che sale a oltre 1.600 metri di altezza, ed è (era) visibile da una distanza di 40 km.

   Situate sul corso del FIUME ZAMBESI, le Victoria si estendono per un fronte di un chilometro e mezzo, facendo un salto di quasi 130 metri. La grande massa d’acqua, cadendo nel dirupo, genera una nebbia di gocce d’acqua che sale a oltre 1.600 metri di altezza, ed è visibile da una distanza di 40 km. O perlomeno si generava prima della siccità.

   LO ZAMBESI, ORA IN SECCA, trasportava, durante la stagione delle piogge, 9’100 metri cubi d’acqua al secondo. Oggi quei metri cubi sono appena 109.

CASCATE VITTORIA A SECCO (da https://www.meteoweb.eu/

Il fumo che tuona

Per colpa di temperatura e siccità, le Mosi-oa-Tunya, il fumo che tuona, come le chiamano i Makalolo, sono l’ombra di se stesse. Sono un monito che solo i più ottusi tra di noi si ostinano a non vedere, come il presidente americano Donald Trump, che si è recentemente ritirato dagli accordi di Parigi, volti a ridurre il disastro ormai annunciato che ci sta per capitare tra capo e collo.

   A pagare il conto di quello che l’ultimo rapporto di 11’000 scienziati di tutto il mondo ha definito “una minaccia catastrofica”, che porterà con se “indicibili sofferenze umane” saranno come sempre i più disgraziati. Ma questo a noi che ci illudiamo di stare bene non importa, non ci ha mai importato. D’altronde il presidente statunitense, la sua famiglia la può infilare in un bunker accessoriato con rubinetterie d’oro, piscina e giardino artificiale. Un contadino sulle rive dello Zambesi può solo veder morire i suoi figli mentre le piante di sorgo avvizziscono.

Chi non agisce è un assassino

Alla fine cosa cambia? Oggi muoiono per denutrizione circa 25’000 persone al giorno, domani saranno 50 o 100’000 ma saranno sempre morti lontane. MILIONI DI POVERI DISPERATI DELL’AFRICA SUBSAHARIANA, DEL SUDEST ASIATICO, DELLE STEPPE MEDIORIENTALI. Gente che già oggi fa una vita dura si ritroverà a farne una impossibile.  Legioni di DISPERATI SI MUOVERANNO PER TROVARE SALVEZZA, e NON CHIAMATELI MIGRANTI ECONOMICI, questa è gente che non avrà più nulla da perdere, nemmeno la vita. Capirlo e fare qualcosa è fondamentale. Chi rifiuta lo sforzo corale delle nazioni, non è in disaccordo, è semplicemente un assassino, che avrà sulla coscienza centinaia, migliaia, milioni di vite. (Corrado Mordasini)

QUANDO I BAMBINI DEL MERIDIONE vittime di guerra, rivolte e calamità, erano accolti al Nord: una politica solidale del passato – E’ possibile ora una politica solidale sull’immigrazione dal Sud del Mondo? 1-La pratica dei CORRIDOI UMANITARI, 2-Come rinnovare con garanzie sui diritti umani il MEMORANDUM Italia-Libia sui migranti?

“PASTA NERA. STORIE DI BAMBINI IN VIAGGIO TRA DUE ITALIE” (docu-film, 2011) – Nel dopoguerra 70.000 bambini meridionali in condizioni disperate vennero ospitati per lunghi periodi (talvolta per una vita intera) da famiglie italiane del centro-nord. Lo ha raccontato nel 2011 UN DOCUMENTARIO DI ALESSANDRO PIVA

PASTA NERA: Storie di bambini in viaggio tra due Italie (docu-film, 2011)

Pasta nera. Come e perché.

– L’eccezionale movimento collettivo di accoglienza delle famiglie emiliane, marchigiane e toscane che, grazie alla rete dei comitati di Solidarietà Democratica, accolsero come figli adottivi i bambini del Sud.

– La sorpresa dei “piccoli” meridionali rispetto agli agi e alle comodità a loro sconosciuti e l’integrazione in una società a loro vicina ideologicamente ma lontanissima come tenore di vita.

– La “scoperta” di un mondo culinario totalmente differente (il cioccolato, la brioche, le tagliatelle…) rispetto ai cibi poveri del Sud del dopoguerra.

– La felicità dei bambini nel comunicare tra loro nonostante la mancanza di una lingua comune determinata dall’utilizzo esclusivo dei rispettivi italiani dialettali.

– Il difficile ritorno dei bambini nella famiglia d’origine o la dolorosa scelta di alcuni di rimanere nella nuova realtà sociale appena conosciuta.

– Le vite parallele, dopo la liberazione dal carcere, delle famiglie meridionali e settentrionali accomunate da un’esperienza comune.

…………..

“I TRENI DELLA FELICITA – Storie di bambini in viaggio tra due Italie” di GIOVANNI RINALDI, ed. CARTABIANCA, gennaio 2009, euro 10

I TRENI DELLA FELICITA’

   Giovanni Rinaldi, tessendo sottili fili di memorie sparse, anni fa si è messo in cerca dei bambini che erano saliti su quelli che vennero chiamati «I treni della felicità». Si trattava di una straordinaria rete di solidarietà sostenuta dalla neonata UDI e dal PCI che, a partire dal secondo dopoguerra, affidò per mesi (talvolta anni) a famiglie del Centro Italia oltre 70.000 figli del Sud vittime delle conseguenze belliche, di rivolte operaie sedate col sangue, di calamità naturali.

   Bambini che lasciarono le loro famiglie per essere ospitati da altrettante famiglie contadine, nei paesi del reggiano, del modenese, del bolognese. Lì vennero rivestiti, mandati a scuola, curati. Mezzo secolo dopo un cineasta, ALESSANDRO PIVA, e uno storico, GIOVANNI RINALDI, si mettono sulle tracce dei sopravvissuti. Ne escono fuori due lavori confinanti e di documentazione tra storia di ieri e di oggi, il documentario PASTA NERA e QUESTO LIBRO, frutto di appassionati viaggi e ricerche in diverse città del centro Italia.

   Scritto in presa diretta, il libro ricostruisce le storie di alcuni di quei bambini che su malandati vagoni ferroviari arrivarono in UN’ALTRA ITALIA. Soprattutto di quelli rimasti a vivere nelle famiglie che li avevano adottati, scovati dall’autore nel corso dei suoi viaggi ad Ancona, Follonica, Ravenna, Lugo di Romagna.

   Come i bambini figli degli scioperanti di San Severo, arrestati nel 1950 per insurrezione armata contro i poteri dello Stato, per volontà del governo Scelba. Sono Severino, Dante, Zazà, che oggi parlano ricordando i fanciulli che furono in un Paese più povero e semplice, dove mangiare un gelato o un piatto di pasta erano cose che potevano emozionare. Ma è anche LA STORIA DELLE «DUE ITALIE» e di un Sud ancora socialmente arretratissimo. Fu proprio questo che spinse alcuni di quei bambini a fare una scelta drammatica: lasciare la propria terra e la propria famiglia, restare dove il destino e quei treni li avevano portati, sognando una vita migliore.

…………

IL TRENO DEI BAMBINI, di VIOLA ARDONE (romanzo), ed. EINAUDI, settembre 2019, euro15

IL TRENO DEI BAMBINI – Viola Ardone (ROMANZO) – È il 1946 quando Amerigo lascia il suo rione di Napoli e sale su un treno. Assieme a migliaia di altri bambini meridionali attraverserà l’intera penisola e trascorrerà alcuni mesi in una famiglia del Nord; un’iniziativa del Partito comunista per strappare i piccoli alla miseria dopo l’ultimo conflitto. Con lo stupore dei suoi sette anni e il piglio furbo di un bambino dei vicoli, Amerigo ci mostra un’Italia che si rialza dalla guerra come se la vedessimo per la prima volta. E ci affida la storia commovente di una separazione. Quel dolore originario cui non ci si può sottrarre, perché non c’è altro modo per crescere.

…………………………….

…………………….

IMMIGRAZIONE DAL SUD DEL MONDO ADESSO: QUALI POLITICHE DI SOLIDARIETA’ SONO PRATICABILI? 

– LA PRATICA DEI CORRIDOI UMANITARI

– RIVEDERE SUBITO IL MEMORANDUM ITALIA-LIBIA SUI MIGRANTI

 

da https://www.sositalia.it.jpg

Migranti

CORRIDOI UMANITARI: COSA SONO E COME FUNZIONANO

da https://www.sositalia.it/news/, 29/6/2018

   I corridoi umanitari sono uno tra i tanti modelli di accoglienza che gli Stati Europei hanno a disposizione come alternativa sicura e legale ai viaggi della disperazione.

   I corridoi umanitari sono un programma sicuro e legale di trasferimento e integrazione in Italia rivolto a migranti in condizione di particolare vulnerabilità: donne sole con bambini, vittime del traffico di essere umani, anziani, persone con disabilità o con patologie, oppure persone segnalate da organizzazioni umanitarie quali l’Alto Commissariato dell’Onu per i Rifugiati (UNHCR).
In un’Europa tuttora incapace di dare una risposta significativa e corale alla tragedia del crescente numero di persone che muoiono nel tentativo di raggiungere la salvezza o sono esposte a gravi abusi e sfruttamenti, i corridoi umanitari sono una via sicura e legale per l’ingresso nel nostro Paese di persone richiedenti asilo.

Come funzionano i corridoi umanitari in 4 passi

   Il primo passo spetta alle associazioni proponenti, le quali inviano sul posto esperti e volontari che, attraverso contatti diretti nei Paesi interessati dal progetto o grazie a segnalazioni provenienti da attori locali (ONG, associazioni, organismi internazionali, chiese, ecc.), predispongono una lista di potenziali beneficiari.

Ogni segnalazione viene verificata dai responsabili delle associazioni per poi essere inviata al Ministero dell’Interno italiano per un ulteriore controllo.

   Terminati i controlli, le liste dei potenziali beneficiari sono trasmesse alle autorità consolari italiane dei Paesi coinvolti le quali rilasciano, qualora ritenuto opportuno, dei “visti umanitari con validità territoriale limitata” (solo per l’Italia) ai sensi dell’art. 25 del Regolamento (CE) n. 810/2009 del 13 luglio 2009.

   Una volta arrivati in Italia, i profughi sono accolti dai promotori del progetto i quali, in collaborazione con altri partner, li ospitano in strutture disseminate sul territorio nazionale secondo il modello dell’“accoglienza diffusa” e offrono loro la possibilità di un’integrazione nel tessuto sociale e culturale, attraverso  l’apprendimento della lingua italiana, la scolarizzazione dei minorenni e altre iniziative.

Gli effetti sulla sicurezza dei corridoi umanitari

Questo metodo di accoglienza offre una piena sicurezza per chi arriva e per chi accoglie: i migranti evitano i “viaggi della morte” e di finire intrappolati nella rete dei trafficanti di esseri umani. Il Paese di ingresso, inoltre, può selezionare gli accessi attraverso gli attenti controlli effettuati dalle autorità preposte alla concessione dei visti.

Il progetto italiano

Il progetto “Apertura di corridoi umanitari” ha preso il via in Italia il 15 dicembre 2015  a seguito della firma di un Protocollo d’intesa tra la Comunità di Sant’Egidio, la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, la Tavola Valdese e il Governo italiano, ed è stato rinnovato il 7 novembre 2017.
Il progetto non pesa in alcun modo sullo Stato: i fondi per la sua realizzazione – dal sostegno economico per il trasferimento in Italia all’assistenza ai migranti una volta arrivati – provengono interamente dalle associazioni promotrici, in larga parte dall’otto per mille dell’Unione delle Chiese Metodiste e Valdesi e, per il resto, da altre raccolte e donazioni, come quelle arrivate a seguito di una campagna lanciata dalla Comunità di Sant’Egidio.
I corridoi umanitari attivati verso il Libano e il Marocco a seguito del Protocollo sottoscritto nel 2015 hanno permesso, nel biennio 2016- 2017, l’arrivo in Italia dal Libano di 1.000 richiedenti asilo, in prevalenza di nazionalità siriana. Il primo corridoio umanitario effettuato dopo il rinnovo del Protocollo nel novembre 2017 ha portato in salvo 30 persone sbarcate a Roma Fiumicino.

La nostra esperienza nel Villaggio SOS di Saronno

Il Villaggio SOS di Saronno accoglie dal 27 ottobre 2017 una famiglia siriana di dieci persone giunta in Italia attraverso i corridoi umanitari predisposti dalla Comunità di Sant’Egidio. Il periodo di accoglienza durerà 2 anni, tempo considerato utile per l’acquisizione della lingua italiana, l’integrazione nel territorio, il raggiungimento di un’autonoma sistemazione lavorativa e abitativa e, soprattutto, per la completa guarigione di uno dei bambini affetto da una grave malattia e in cura presso l’Ospedale di Monza. Il Villaggio SOS, senza alcun contributo economico pubblico, ha messo a disposizione della famiglia una casa e una rete di sostegno molto forte che l’accompagna in tutte le sfide e le difficoltà dell’integrazione.
La famiglia si è ben inserita nel Villaggio SOS e si sta abituando alla sua nuova vita. I bambini sono stati inseriti gradualmente in una scuola pubblica e, per garantire loro una più facile integrazione, vengono seguiti anche a scuola da un educatore. Di recente, poi, è nata la bambina di uno dei figli più grandi, giunto in Italia insieme alla moglie, e le è stato dato il nome di Salam, pace. Ora, dopo aver aiutato i membri della famiglia a concludere positivamente l’iter per l’ottenimento della residenza, la rete costituita dal Villaggio SOS ha come obiettivo principale quello di affiancare alcuni di loro, in particolare i ragazzi più grandi, nella ricerca di un lavoro.

I corridoi umanitari in Europa

L’iniziativa italiana si propone come modello replicabile nei Paesi dell’area Schengen. Il progetto dei corridoi umanitari ha ottenuto il plauso di diversi esponenti istituzionali, italiani e internazionali, nonché di leader religiosi, primi fra tutti Papa Francesco, e del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ed è stato insignito di prestigiosi premi, come la “Colomba d’oro per la pace”, il Premio “Terra e Pace”, il Premio “Giuseppe Dossetti” e il Premio giornalistico “Marco Luchetta”.
Corridoi umanitari sono stati realizzati anche da Francia e Belgio: due viaggi, sono stati effettuati verso Bruxelles dal Libano e dalla Turchia. Il 29 gennaio 2018 è stato effettuato dal Libano a Parigi un terzo viaggio che ha permesso a 40 persone di raggiungere la Francia in sicurezza.
L’obiettivo finale è consentire l’arrivo di 500 persone in Francia e di 150 persone in Belgio e, soprattutto, di coinvolgere al più presto altri Paesi europei.

L’appello delle ONG

Queste riflessioni hanno portato alcune importanti ONG – tra cui Amnesty International, Caritas Europa e Terre Des Hommes – a lanciare un appello alle istituzioni europee e agli Stati membri.
Partendo da una statistica dell’UNHCR e dello IOM secondo la quale più di 5.000 persone, solo nel 2016 sono morte o risultano disperse nel Mediterraneo, le ONG si rivolgono agli Stati membri delle Nazioni Unite affinché facciano del salvataggio di vite umane attraverso l’apertura e l’utilizzo di canali sicuri e legali una priorità.
Le ONG sottolineano, in particolare, come gli Stati europei abbiano a disposizione una vasta gamma di strumenti con cui garantire percorsi legali e sicuri di protezione – programmi di ammissione per motivi umanitari, visti umanitari, procedure di ricongiungimento familiare, ricollocamento dei migranti, ecc. – che permetterebbero ai migranti di non doversi affidare ai trafficanti di uomini e rischiare la vita o quella dei propri figli in viaggi della speranza condotti in condizioni disumane e ribadiscono come l’utilizzo di tali strumenti sia ancora troppo limitato. (da https://www.sositalia.it/news/)

…………

“PORTE APERTE: viaggio nell’Italia che non ha paura” (di Mario Marazziti, ed. PIEMME, ottobre 2019, euro 16,00)

“PORTE APERTE: viaggio nell’Italia che non ha paura” – L’ESPERIENZA DEI CORRIDOI UMANITARI, UN MODELLO DI INTEGRAZIONE CHE DÀ NUOVA VITA AI MIGRANTI E ALLE NOSTRE COMUNITÀ –   Porte aperte: della comunità, della propria casa, della mente. Le storie raccolte in questo libro iniziano così, da persone che, vincendo la diffidenza, hanno accolto in vario modo persone in fuga dalla guerra, dalle persecuzioni, dalla morte. Attraverso di loro la RETE DEI CORRIDOI UMANITARI promossi dalla COMUNITÀ DI SANT’EGIDIO, dalla FEDERAZIONE DELLE CHIESE EVANGELICHE e dalla CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA si è allargata ed è diventata il modello concreto e praticabile di una vera integrazione. MARIO MARAZZITI, esperto e protagonista di politiche sociali innovative, ha attraversato l’intero Paese, da Treviso a Palermo, visitando città e piccoli centri, per raccogliere esperienze di un tipo di accoglienza diffusa che funziona e non richiede finanziamenti pubblici e che, mentre offre una nuova vita ai profughi, fa rinascere anche le comunità locali intorno a un progetto comune.   NEL SUO VIAGGIO DÀ VOCE ALL’ITALIA CHE NON CEDE ALLA PAURA, non distoglie lo sguardo dalle sofferenze degli altri; a cittadini che a partire dalle ragioni della solidarietà e di un umanesimo profondo, hanno dato l’avvio a una significativa trasformazione sociale. E nella conclusione offre proposte operative per le politiche italiane ed europee. UN LIBRO DI STORIE AUTENTICHE che lasciano intravedere un futuro alternativo ai muri e ai porti chiusi e rappresentano l’antidoto alle narrazioni che impediscono di vedere nell’altro la somiglianza con noi stessi. (MARIO MARAZZITI, nato a Roma nel 1952, giornalista e scrittore, autore di diversi libri, è stato per anni editorialista per il Corriere della Sera, Avvenire, Famiglia Cristiana, Huffington Post e portavoce della Comunità di Sant’Egidio. Presidente del Comitato per i Diritti Umani e poi della Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati dal 2013 al 2018, è stato promotore e primo firmatario della legge di cittadinanza per i bambini immigrati (ius soli e ius culturae) e ha portato a termine, tra l’altro, la riforma delle professioni sanitarie, la legge di sostegno ai disabili gravi «Dopo di noi», e quella sul recupero degli sprechi alimentari. È cofondatore della Coalizione Mondiale contro la Pena di Morte.)

……………………….

da https://www.santegidio.org/

Ci siamo chiesti: come evitare le morti in mare di migliaia di persone, tra cui molti bambini?
La risposta è stata: creiamo dei…

CORRIDOI UMANITARI PER I PROFUGHI

   E’ un progetto-pilota, realizzato dalla Comunità di Sant’Egidio con la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, la Tavola Valdese e la Cei-Caritas, completamente autofinanziato.
Ha come principali obiettivi evitare i viaggi con i barconi nel Mediterraneo, che hanno già provocato un numero altissimo di morti, tra cui molti bambini; impedire lo sfruttamento dei trafficanti di uomini che fanno affari con chi fugge dalle guerre; concedere a persone in “condizioni di vulnerabilità” (ad esempio, oltre a vittime di persecuzioni, torture e violenze, famiglie con bambini, anziani, malati, persone con disabilità) un ingresso legale sul territorio italiano con visto umanitario e la possibilità di presentare successivamente domanda di asilo.
E’ un modo sicuro per tutti, perché il rilascio dei visti umanitari prevede i necessari controlli da parte delle autorità italiane.
Arrivati in Italia, i profughi sono accolti a spese delle nostre associazioni in strutture o case. Insegniamo loro l’italiano, iscriviamo a scuola i loro bambini, per favorire l’integrazione nel nostro paese e aiutarli a cercare un lavoro.
Da febbraio 2016 a oggi sono già arrivate quasi 2500 persone, siriani in fuga dalla guerra e dal Corno d’Africa.

 DOSSIER DEI CORRIDOI UMANITARI – aggiornato a giugno 2019. FREE DOWNLOAD
Come funzionano?
I corridoi umanitari sono frutto di un Protocollo d’intesa tra la Comunità di Sant’Egidio, la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, la Tavola Valdese, la Cei-Caritas e il governo italiano.
Le associazioni inviano sul posto dei volontari, che prendono contatti diretti con i rifugiati nei paesi interessati dal progetto, predispongono una lista di potenziali beneficiari da trasmettere alle autorità consolari italiane, che dopo il controllo da parte del Ministero dell’Interno rilasciano dei visti umanitari con Validità Territoriale Limitata, validi dunque solo per l’Italia. Una volta arrivati in Italia legalmente e in sicurezza, i profughi potranno presentare domanda di asilo.
Come sono finanziati?
I corridoi umanitari sono totalmente autofinanziati dalle associazioni che li hanno promossi.

SOSTIENICI CON UNA DONAZIONE

This page is also available in english, castellano, deutsch, français, català, nederlands, polski

DOSSIER SANT’EGIDIO SUI CORRIDOI UMANITARI:

https://www.santegidio.org/downloads/Dossier-Corridoi-Umanitari-20190627-web.pdf

……………………….

IL MEMORANDUM ITALIA-LIBIA SUI MIGRANTI DA RIVEDERE

Migranti in Libia – foto da NIGRIZIA

LAGER LIBICI: IMMAGINI FUNZIONALI ALLA SOTTOMISSIONE

di Gad Lerner, da Nigrizia (aprile 2019)

   La trasmissione televisiva Piazzapulita, condotta da Corrado Formigli, ha meritoriamente dedicato ampio spazio in prima serata a filmati dei centri di detenzione per migranti in Libia.

   Con testimonianze dei reclusi, ma anche con terribili scene di tortura e interviste ai carcerieri. Questi ultimi hanno tra l’altro rivendicato di essere, parole loro, proprietari di schiavi e sfruttatori di donne condannate alla prostituzione forzata.

   La diffusione di tali messaggi, naturalmente, non può essere avvenuta senza il beneplacito di questi criminali trafficanti, i quali peraltro coincidono spesso con le autorità di polizia. Per nulla disturbati dalla cattiva fama che gliene deriva, al contrario favoriscono la circolazione di immagini spaventose considerandole funzionali alla sottomissione dei loro prigionieri. Uomini e donne che arrivano in Libia già depredati di ogni loro avere durante il viaggio nel Sahel o nel Sahara, e che hanno già assistito a numerose morti violente o per stenti durante l’itinerario compiuto.

migranti in un centro di detenzione in Libia (da IL MANIFESTO)

   Ora si tratta di convincerli, attraverso l’intimidazione, che la loro unica speranza è di sottoporsi disciplinatamente a un duro periodo di lavori forzati gratuiti, la cui retribuzione consisterà, dopo sei mesi o un anno, in un passaggio su imbarcazioni malsicure verso la sponda nord del Mediterraneo.

   Sia ben chiaro. Non critico affatto Piazzapulita né gli altri media europei che hanno trasmesso quelle immagini. Tanto i migranti che affrontano il viaggio vengono comunque bombardati con sistematicità da quella propaganda del terrore che scorre in rete fino ai loro smartphone. È bene, dunque, che l’opinione pubblica dei nostri paesi ne sia messa al corrente, anche con l’oscena brutalità di quelle immagini.

   Nessuno potrà dire che non sapeva. Neanche quei governanti che continuano a vantarsi di avere fermato gli sbarchi. SONO GLI STESSI CHE DA UN QUARTO DI SECOLO HANNO BLOCCATO I CANALI DI IMMIGRAZIONE REGOLARI E SICURI (gli unici, tra l’altro, che consentono un controllo accurato su chi arriva) regalando ai trafficanti di esseri umani, contro cui levano grida ipocrite, il monopolio assoluto sulle rotte mediterranee.

   QUEI FILMATI CI RACCONTANO L’ESITO DEGLI ACCORDI DI FINANZIAMENTO E RIFORNIMENTO ALLA GUARDIA COSTIERA LIBICA, LA QUALE OPERA NOTORIAMENTE IN SIMBIOSI CON GLI SCHIAVISTI. Chi si vanta della diminuzione del numero di morti in mare, non solo tralascia di specificare che le traversate sono diventate molto più rischiose, ma soprattutto finge di ignorare l’aumento del numero dei morti nel deserto, e il crimine contro l’umanità che si consuma nei campi di concentramento. (Gad Lerner)

………………………

Migranti riportati in Libia

………………….

MEMORANDUM ITALIA-LIBIA

Che cos’è il memorandum Italia Libia sui migranti e perché fa discutere

Il patto sottoscritto da Minniti ha fatto crollare gli sbarchi ma ha sollevato problemi di natura umanitaria per il trattamento a cui i profughi sono sottoposti nei campi libici

di Claudio Del Frate, da https://www.corriere.it/ del 1/11/2019

   Il 2 novembre è scattato automaticamente il rinnovo del cosiddetto memorandum tra Italia e Libia sottoscritto nel 2017 dal governo Gentiloni con il capo del governo provvisorio di Tripoli Al Serraj per limitare gli sbarchi dal Nordafrica: un patto che ha effettivamente fatto crollare il flusso lungo la rotta centrale del Mediterraneo ma che al tempo stesso è stato oggetto di ripetute critiche (di organizzazioni umanitarie, di settori della politica) per il ruolo affidato alla Libia e per le violenze e le violazioni dei diritti a cui sono sottoposti i migranti trattenuti al di là del mare. Sia il ministro degli esteri Luigi Di Maio che la collega degli interni Luciana Lamorgese ritengono possibili modifiche al trattato e la prossima settimana è prevista una discussione in Parlamento ma il documento non verrà revocato.

Cosa dice il memorandum

L’accordo è figlio della situazione vissuta dall’Italia tra il 2015 e il 2017, quando l’arrivo di migranti dalla Libia e l’attività degli scafisti erano al loro apice. Nel 2016 gli arrivi erano stati oltre 160.000 con una punta di ben 12.000 in appena 48 ore (tra il 25 e il 27 giugno 2017). Il flusso era alimentato dal fatto che la Libia non esercitava da tempo alcuna sorveglianza sulle sue coste e su questo punto si innesta in via primaria l’accordo promosso dall’allora ministro degli interni Marco Minniti. Il memorandum impegna l’Italia ad addestrare la Guardia Costiera libica, a fornirle mezzi e fondi. Quanti? Secondo il dato fornito dalla ong Oxfam sono 150 milioni di euro in 3 anni, a cui ne vanno aggiunti altrettanti forniti dall’Unione Europea.

Il crollo degli sbarchi

Gli effetti dell’accordo sono immediati: già da luglio 2017 unità navali libiche cominciano a pattugliare la loro zona Sar di competenza (ben più ampia delle semplici acque territoriali) e a riportare indietro barconi e gommoni carichi di migranti. Il numero di sbarchi in Italia – secondo i dati rintracciabili sul sito del Viminale – crolla già nel 2017 a 111.000 che diventano 22.000 l’anno successivo. A ottobre 2019 gli arrivi sono 9.600. Secondo i calcoli dell’Ispi (Istituto di studi di politiche internazionali) dall’entrata in vigore dell’accordo oltre 38.000 migranti sono stati riportati in Libia, il 50% di quelli che partiti.

Ma la Libia non è «porto sicuro»

Bilancio positivo, dunque? Non proprio ed ecco apparire l’altra faccia della medaglia. Il personale della cosiddetta Guardia Costiera è costituito da componenti delle milizie protagoniste della guerra civile, l’utilizzo dei fondi stanziati non è trasparente e si teme vada ad alimentare traffici illeciti, la qualità dei soccorsi è scarsa: i numeri di telefono da chiamare spesso squillano a vuoto, chi risponde dall’altro capo del filo spesso parla solo arabo e non inglese. Ma soprattutto: in base alla convenzione di Ginevra e in base a sentenze della Corte Europea dei diritti dell’uomo la Libia non è considerata «porto sicuro» per i richiedenti asilo: organizzazioni umanitarie hanno più volte documentato le torture, le violenze, gli stupri, le terribili condizioni di vita a cui sono sottoposte le persone ferme nei cosiddetti centri di detenzione in attesa di imbarcarsi per l’Italia; concordi sono le testimonianze di chi è arrivato in Italia. La Ue, inoltre, vieta espressamente a navi battenti bandiera di uno Stato dell’Unione di riconsegnare migranti soccorsi in mare alla Guardia Costiera libica.

Quanti migranti in Libia? (Numeri discordi)

Un altro interrogativo riguarda il numero delle persone che attendono di prendere la via del mare verso l’Italia e l’Europa. In ripetute dichiarazioni il capo del governo di Tripoli Al Serraj ha minacciato di far arrivare in Italia 600.000 persone che si trovano nei suoi campi. Rapporti dell’intelligence italiana parlano invece di 5-8.000 migranti trattenuti in quei lager. Cifre oggettivamente troppo discordanti. In più, negli ultimi mesi la rotta del Mediterraneo è mutata: sempre più barche (e di dimensioni più piccole) arrivano non più dalla Libia ma dalla Tunisia.

Realpolitik o diritti umani?

La partita, dunque, dalla prossima settimana si sposta nel parlamento italiano. Sul fronte politico italiano, esponenti sia del Pd che del M5S chiedono la cancellazione del memorandum; altri ne auspicano modifiche, ad esempio attraverso l’apertura di strutture in Libia controllate da organizzazioni internazionali. La Ue ha però già escluso l’apertura di hotspot sotto il suo controllo. La contraddizione dunque si fa evidente: da un lato l’intesa è necessaria per ragioni di Realpolitik e per non far esplodere di nuovo il problema degli sbarchi; dall’altro l’Italia deve affidare il compito di «gendarme» a un partner come la Libia, preda di un’assoluta instabilità politica e militare e totalmente al di sotto degli standard umanitari. (Claudio Del Frate, da https://www.corriere.it/ del 1/11/2019)

……………………………

MIGRANTI, SCONTRO SUL NUOVO PATTO ITALIA-LIBIA: 25 DELLA MAGGIORANZA NON CI STANNO. MEDICI SENZA FRONTIERE: «MAQUILLAGE UMANITARIO»

31 Ottobre 2019, da https://www.open.online/ Continua a leggere

CILE, UN PAESE IN CRISI (crisi di tutta l’America Latina, e di tanti Paesi del pianeta) E LA PROTESTA IMPERVERSA – Rabbia, delusione, malumori collettivi si esprimono in piazza: dal Cile a Hong Kong, dall’Egitto al Libano, fino ad arrivare all’Europa, in Catalogna: il 2019 è L’ANNO delle PROTESTE di piazza

PIÙ DI UN MILIONE DI PERSONE – 1,2 milioni secondo El Pais – sono scese per le strade, A SANTIAGO IN CILE, IL 25 OTTOBRE SCORSO, in segno di protesta CONTRO IL PRESIDENTE CILENO, SEBASTIAN PINERA. Nel centro di Santiago del Cile, la gente si è nuovamente riunita dando così vita all’OTTAVO GIORNO DI MANIFESTAZIONI INIZIATE PER L’AUMENTO DEL BIGLIETTO DELLA METROPOLITANA.  Al grido di “Il Cile si è svegliato!, I CILENI SI RIVERSANO IN PLAZA ITALIA (NELLA FOTO QUI SOPRA), il luogo per loro simbolo dei festeggiamenti. Non potendo ignorare la massiccia partecipazione e il volere della piazza, il presidente SEBASTIAN PINERA HA REVOCATO L’AUMENTO DEL BIGLIETTO DELLA METRO, annunciando UNA “AGENDA SOCIALE” CONCORDATA con i partiti politici che metta al primo posto le PENSIONI, il SALARIO MINIMO e una SANITÀ PUBBLICA più accessibile. Il Cile non registrò numeri così alti di manifestanti neppure 31 anni fa, quando le persone erano scese in piazza per opporsi al regime dittatoriale di Pinochet, che, nel frattempo (1988) indiceva un referendum per cercare di restare al potere (e lo perse).  NEI GIORNI SCORSI, NEGLI SCONTRI CON LE FORZE DELL’ORDINE 17 PERSONE SONO MORTE E A CENTINAIA SONO RIMASTE FERITE. Oltre 7mila gli arresti mentre sono stati stimati 1,4 miliardi di dollari di danni per l’economia cilena. (da https://www.open.online/ del 26/10/2019)

…………………………………………………………

CILE: SOSPESO IL COPRIFUOCO A SANTIAGO

Pinera si rallegra per la marcia ‘pacifica e allegra’ di ieri (il 25/10/2019)

(da ANSA – http://www.ansa.it/ 26/10/2019) – SANTIAGO DEL CILE, 26 OTT – Le Forze armate cilene hanno annunciato oggi la decisione di sospendere il coprifuoco in varie città fra cui Santiago del CILE, VALPARAÍSO, CONCEPCIÓN, COQUIMBO e LOS LAGOS.   In dichiarazioni a Radio BioBio, il contrammiraglio Carlos Huber ha spiegato che in sostanza questo significa che “ci manterremo vigili durante la notte, ma senza il sostegno del coprifuoco”.    Permane invece lo stato di emergenza di 15 giorni, introdotto il 19 ottobre scorso, che può essere revocato, secondo la Costituzione, unicamente dal presidente Sebastián Pinera che lo ha decretato.   Intanto il capo dello Stato si è rallegrato per “la massiccia, allegra e pacifica marcia” che secondo i media ha raccolto ieri sui principali viali di Santiago 1,2 milioni di persone.

……………………

Militari a Santiago del Cile (da IL MANIFESTO del 22/10/2019)

……………………………….

   In Cile la revoca dell’aumento del prezzo del biglietto (revoca avvenuta il 25 ottobre scorso), motivo che aveva dato fuoco alle manifestazioni in piazza di centinaia di migliaia di persone non solo nella capitale Santiago, ma anche in altre città cilene, come Valparaíso, Concepción, Coquimbo, Los Lagos… questa revoca non ha fermato la protesta, che va avanti, E ben si capisce che tale così estesa protesta (un milione e duecentomila persone manifestanti a Santiago venerdì 25 ottobre!) ha ragioni più profonde del rincaro dei prezzi della metro.

   È cominciato tutto venerdì 18 ottobre, qualche giorno dopo l’entrata in vigore dell’aumento del prezzo del biglietto della metro a Santiago del Cile (per capirci da gennaio il prezzo del biglietto -in pesos cileni-, aumentato pertanto in 10 mesi due volte, porta il biglietto da 0,52 a 1,03 euro). E nei primi giorni il governo cileno e il presidente (il miliardario Pinera) avevano sottovalutato il tutto, mandando la polizia a reprimere le manifestazioni: molti hanno visto i metodi usati dal dittatore Pinochet, al potere dal sanguinoso colpo di stato del 1973 (11 settembre) fino al 1990. Tant’è che 18 morti ci sono stati nella repressione della polizia dal 18 ottobre (2019) al 25 ottobre. Allora il presidente Pinera, rendendosi conto che la situazione era ben più grave del previsto, ora ha revocato lo stato di emergenza, abolendo l’aumento del biglietto della metropolitana, chiedendo scusa, eccetera…. Ma la protesta non si ferma. Perché non sono i 30 centesimi (di euro, e in pesos) in più del biglietto l’elemento “vero” della protesta, ma un malcontento profondo per la crescente povertà e disuguaglianza sociale in un Paese a due velocità.

Studenti entrano in una stazione della metropolitana di Santiago senza pagare il biglietto, il 18 ottobre 2019 (AP Photo/Esteban Felix) – (…..) Fonti italiane residenti in CILE da anni, anonime per motivi di sicurezza, contattate da Agi spiegano che….’L’ULTIMO AUMENTO DEL PREZZO DEL BIGLIETTO DELLA METROPOLITANA di Santiago del Cile di 0,04 dollari È SOLO LA PUNTA DELL’ICEBERG di “30 ANNI DI FURTI, EVASIONI, INGIUSTIZIE E ABUSI ISTITUZIONALIZZATI DI OGNI TIPO: DALL’EDUCAZIONE ALLA SALUTE, DALLA PREVIDENZA SOCIALE ALLE RISORSE NATURALI. Esorbitanti i costi dei servizi essenziali come gas, luce, pane, trasporto, carta igienica, paragonabili a quelli dell’Italia, solo che QUI LO STIPENDIO MINIMO NON SUPERA I 300 EURO CIRCA”, conclude la stessa fonte.(….) (Veronique Viriglio, https://www.agi.it/estero/, 26/10/2019)

   Paese a due velocità significa che chi è ricco, sta bene economicamente, può permettersi i servizi essenziali. Gli altri, la maggioranza, no. E in Cile è accaduto, da Pinochet in poi, che c’è stata una forte privatizzazione della SANITA’, dell’ISTRUZIONE, anche delle PENSIONI. E inoltre i beni di prima necessità sono aumentati di molto, e così il costo della vita è alle stelle (specie a Santiago, nella regione area metropolitana vivono quasi 7 milioni di persone, il 35% dei cileni).

SANTIAGO, capitale del CILE nonché città più grande del Paese, sorge in una valle circondata dalle cime innevate della Cordigliera delle Ande e dai rilievi della Cordigliera della Costa. Una città che riesce a connettere la modernità urbanistica di questi ultimi decenni con i tratti dei palazzi, delle strade e vie storiche. Santiago del Cile la capitale e il centro urbano più importante del Cile. L’area metropolitana della città è stata denominata GRAN SANTIAGO e corrisponde al CAPOLUOGO DELLA REGIONE METROPOLITANA DI SANTIAGO. Considerata spesso un’unica città in realtà è UNA CONURBAZIONE che comprende completamente il territorio di 26 COMUNI E PARTE DEL TERRITORIO DI ALTRI 11 COMUNI. La città è situata a un’ALTITUDINE media di 567 M S.L.M. sulle rive del MAPOCHO. Nell’anno 2014 l’estensione della conurbazione era pari a 641,4 km² e la POPOLAZIONE era pari a 6.158.080 abitanti che equivale a circa IL 35,9% DELLA POPOLAZIONE TOTALE DEL PAESE. IL COMUNE DI SANTIAGO PROPRIAMENTE DETTO, CORRISPONDENTE AL CENTRO DELLA CITTÀ, ha una superficie di 22,4 km² e 200.792 abitanti al 2002. Attualmente si stima che la “Gran Santiago” abbia 6.269.629 abitanti. Secondo le statistiche Santiago è la settima città più popolosa del Sudamerica e la 35ª area metropolitana del mondo

   Vi invitiamo ad approfondire la situazione cilena negli articoli che qui di seguito vi proponiamo, in questo post. In particolare poi, facciamo notare che lo stato di contrapposizione ed emergenza, di protesta della popolazione che c’è in Cile, non è il solo caso che sta accadendo in AMERICA LATINA. Altri Paesi, quasi tutti, vi sono coinvolti in forme diverse (Ecuador, Venezuela, Argentina, Brasile, Messico, Bolivia, Perù, Haiti, Honduras…). Ma anche in molte altre parti del mondo (Hong Kong, Libano, Egitto, Tunisia….) e anche nella nostra Europa la protesta e le manifestazioni oceaniche ci sono (come a Barcellona…).

Mezzi militari blindati a Santiago, il 20 ottobre (AP Photo/Luis Hidalgo)

   L’America Latina vive più che in altre parti del mondo adesso una stagnazione economica che non è certo positiva per il risollevarsi della popolazione (ammesso che ci siano governanti in grado e portati a fare politiche sociali). L’America Latina, nel contesto mondiale economico (ma anche politico) ha contato sempre molto poco; e adesso conta ancora meno.

La partecipazione degli indios Mapuche alle proteste antigovernative nelle strade di Santiago (da IL MANIFESTO del 25/10/2019)

    E lì, come nelle altre aree del mondo citate (praticamente tutte o quasi, se si esclude Canada, Giappone e qualche altro Paese ricco di cui arrivano poche notizie di manifestazioni…), vi è un malessere diffuso, che fino a qualche mese fa si attribuiva all’impoverimento della classe media, vittima di una globalizzazione che peraltro ha dato possibilità di uscire dalla povertà a più di un miliardo di persone, (in Cina, India…). Ma forse adesso questo paradigma della “classe media” colpita dalla crisi non basta a giustificare le proteste. Che sono, principalmente, condotte da fasce giovanili che “non ci stanno” più a un mondo che limita le loro aspirazioni.

Miguel Juan Sebastián PIÑERA Echenique, miliardario PRESIDENTE DEL CILE a partire dall’11 marzo 2018, dopo esserlo già stato dal 2010 al 2014, diventando in questo modo l’ottavo presidente del Cile ad essere rieletto – “In meno di una settimana SEBASTIÁN PIÑERA è passato dal «SIAMO IN GUERRA» al «CHIEDO SCUSA AI MIEI COMPATRIOTI». La mimica da attore consumato è stata messa in scena martedì sera, quando il presidente ha annunciato una serie di misure che sembravano fare eco alle parole della first lady Cecilia Morel, la quale in una conversazione telefonica intercettata esponeva a un’amica la necessità di diminuire i «privilegi» e «condividere con gli altri» per resistere a «un’invasione straniera, aliena». (…) (DACIL LANZA, da Il MANIFESTO del 25/10/2019)
CILE, mappa (da Wikipedia) – IL CILE MAGGIOR PRODUTTORE AL MONDO DI RAME – “Se il rame fosse dei cileni la scuola sarebbe gratuita”, ripetono da anni studenti e lavoratori di Santiago. La loro rabbia esplode periodicamente sulla base di una minima scintilla, com’è stato il rincaro della metro di 30 pesos (0,04 euro). Un malcontento profondo che mina alle radici IL PAESE PIÙ AVANZATO DEL SUDAMERICA. A chi vanno i proventi del rame cileno, la maggior risorsa del Paese? Oggi per due terzi a multinazionali estere. IL CILE È IL PRIMO PRODUTTORE AL MONDO DI QUESTO PREZIOSO METALLO

   Secondo Mario Giro (cui in questo post proponiamo un suo articolo su “https://formiche.net/ ” molto interessante), esponente della Comunità di Sant’Egidio ed ex vice ministro agli esteri nei governi precedenti (Renzi e Gentiloni), esperto di tematiche internazionali, specie dei Paesi poveri o in via di sviluppo, queste “rivolte” dei giovani così diffuse in parti così diverse del mondo (povere ma anche in quelle ricche) sono date da un malessere dei giovani che si tramuta in rivolta, perché essi hanno una forte “sensazione di tradimento degli adulti (come del resto esprime bene Greta Thunberg nella protesta sui cambiamenti climatici) perché sentono (le fasce giovanili) che la generazione precedente sta lasciando loro un mondo ben peggiore di quello che avevano ereditato”. Come non essere d’accordo su quest’analisi.

   Ora il da farsi, creare le condizioni di un mondo più giusto, superare le povertà, la mancanza di prospettive e opportunità, è cosa non da poco, ma cui dovremmo tutti impegnarci all’interno delle nostre possibilità. (s.m.)

………………………………

COSA STA SUCCEDENDO IN CILE

di VERONIQUE VIRIGLIO, da https://www.agi.it/estero/, 26/10/2019

– DOPO OTTO GIORNI DI PROTESTE IL PRESIDENTE PINERA CEDE ALLE PRESSIONI E ANNUNCIA UN RIMPASTO DI GOVERNO. Una decisione che potrebbe decretare la fine della crisi. Ma la protesta va avanti, e ciò che la muove ha ragioni più profonde del rincaro dei prezzi della metro, che aveva dato il via alle manifestazioni – 

   All’ottavo giorno di proteste, il presidente Sebastian Pinera ha ceduto alla pressione della strada: sospeso il coprifuoco in vigore da una settimana nell’area metropolitana di Santiago del Cile e annunciato un rimpasto di governo. Ieri oltre un milione di persone si è riversata sulle strade di Santiago per protestare contro il carovita.

   “Abbiamo tutti recepito il messaggio. Siamo tutti cambiati e con l’aiuto di Dio prenderemo una strada verso un Cile che sia migliore per tutti” ha reagito su Twitter il presidente Pinera, dopo quella che si ritiene la più grande manifestazione del Paese, con un milione di persone in piazza a Santiago, il 5% della popolazione totale dello Stato. Continua a leggere