UN MONDO DI MURI? – I CONFINI, le BARRIERE, che crescono di giorno in giorno – Non per motivi ideologici (comunismo, capitalismo…), ma PER FERMARE I POVERI, I DERELITTI DELL’UMANITÀ che aumentano sempre più – Una (TRISTE) PANORAMICA in questo POST di alcuni di questi TANTI CONFINI

Il 9 NOVEMBRE 1989, IL MURO CHE DIVIDEVA LA CITTÀ DI BERLINO IN DUE, costruito nel 1961, simbolo dell’incomunicabilità tra Occidente e Oriente, CROLLÒ. SEMBRAVA CHE DA QUEL MOMENTO NON CI SAREBBERO PIU’ STATI MURI… E INVECE….

   Vi proponiamo qui un Post dedicato ai tanti (troppi) CONFINI che, anziché diminuire, stanno sempre più aumentando nel mondo. E’ una rappresentazione fatta di immagini, foto, prese qua e là, e in ogni caso si tratta di una rappresentazione molto personale e assai parziale, limitata. Ciascuno di noi (voi) conosce e immagina muri (CONFINI) che rappresentano delimitazioni improprie, artificiali e artificiose, che in natura non esisterebbero. Siamo nell’epoca delle chiusure, dei populismi, delle “paure”… forse il tutto dato da un futuro incerto, con il crescere delle povertà, la crisi economica; “sviluppi possibili” nel creare ricchezza e prosperità che non sono bene identificabili… ALLORA C’È LA TENDENZA A CHIUDERSI, AD AVERE PAURA.

   ISOLAZIONISMO E NAZIONALISMO sono tentazioni pericolose: specie nelle loro conseguenze (a nostro avviso molto di più del contrario: cioè di togliere qualsivoglia “muro”). Ciò non vuol dire che non ci devono essere delle regole nella MOBILITÀ delle persone che si spostano da un luogo all’altro, che emigrano. Ma le barriere fisiche andrebbero sostituite con risposte concrete, autorevoli e meditate. Avendo un PROGETTO chiaro di nuova società, dei rapporti pacifici e solidali tra popoli, persone…. E con l’accettazione più ragionata di possibilità concrete di vivere felicemente, in modo ordinato, in un mondo multiculturale, multietnico.

   Ma limitiamoci qui a “vedere” alcuni dei CONFINI delle nostra epoca. Dividendo questo POST (fatto solo di immagini, foto) IN TRE PARTI:

1) I CONFINI-MURI CONTRO I POVERI E GLI IMMIGRATI (tema principale di quest’epoca);

2) GLI ALTRI CONFINI-LIMITI GEOPOLITICI che ancora persistono;

3) LE PROPOSTE E LE INIZIATIVE VIRTUOSE PER SUPERARE I CONFINI, “SALTARE IL MURO”

   Prospettando un’azione di tutti, nelle possibilità “micro o macro” di ciascuno, di dare una soluzione virtuosa alla “geografia dei troppi confini”, imparando a “saltare i muri”. (s.m.)

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In quel 9 novembre 1989 la folla festeggia la caduta del Muro

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85 ANNI PRIMA….

IL CONFINE E LA GUERRA

I CONFINI COME PRETESTO PER LE ARMI – «Non esistono confini politici naturali, perché tutti i confini politici sono artificiali, cioè creati dalla coscienza e dalla volontà dell’uomo», sostengono Gaetano Salvemini e Carlo Maranelli nel 1918, ossia in un’Italia massacrata da una guerra in cui entrò spinta dal programma di Vittorio Emanuele III che incitava i soldati a «piantare il tricolore d’Italia sui termini sacri che la natura pose ai confini della Patria nostra»

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NUOVE BARRIERE IN EUROPA

SETTEMBRE 2015: FILO SPINATO TRA SERBIA E UNGHERIA PER BLOCCARE LA ROTTA DEI MIGRANTI ATTRAVERSO I BALCANI

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Barriera di confine a MELILLA (tra Marocco e Spagna)

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BARDONECCHIA, TRAFORO DEL FREJUS – Un confine facilmente superato tra Italia e Francia……

Facilmente superato il confine, ma non per tutti…

Per andare in Francia, stesso luogo, Bardonecchia, stesso confine, ma qui d’inverno è propria dura…
Un migrante tra le due gallerie sul Col de L’Échelle (COLLE DELLA SCALA), partito da Bardonecchia verso la Francia
TRA ITALIA E FRANCIA E’ UN CONFINE RITORNATO (SOLO PER ALCUNI…)

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E CON L’AUSTRIA IL BRENNERO DIVENTERA’ UN CONFINE RIPRISTINATO?

BRENNERO: UN CONFINE CHE RITORNA?

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L’EUROTUNNEL SULLA MANICA: SEMBRAVA L’INIZIO DI UNA NUOVA ERA…

IL TUNNEL FERROVIARIO SULLA MANICA

MA LA CHIUSURA NON E’ SOLO “BREXIT”; PRIMA DI TUTTO SONO I MIGRANTI CHE VOGLIONO ANDARE IN INGHILTERRA (SPESSO A RICONGIUNGERSI ALLE LORO FAMIGLIE)…

Migranti che tentano di andare in Inghilterra (per l’autostrada che porta all’imbarco dei traghetti per Dover o per il tunnel dei treni che passano sotto la Manica)

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“CONFINI IN EUROPA” (MA GLI IMMIGRATI NON C’ENTRANO)

IRLANDA ED EIRE DOPO LA BREXIT: UN NUOVO CONFINE?

   LA BREXIT VUOLE RIFARE IL CONFINE TRA LE DUE IRLANDE – 30.000 persone ogni giorno attraversano il confine tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord. …anche agricoltori che hanno i campi al di là del confine…. UNA PARTE E’ IN EUROPA, E L’ALTRA (CON LA BREXIT) NON PIÙ. COME FUNZIONERÀ? …Il confine si snoda attraverso l’Irlanda per 500 km, e ha una quantità di valichi doppia rispetto all’intera frontiera orientale dell’UE. Da una parte c’è l’Irlanda del Nord, che fa parte del Regno Unito. A sud, c’è la Repubblica d’Irlanda. SI TROVERA’ UN ACCORDO PER NON (RI)FARE IL CONFINE??

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L ISTRIA DIVISA DA CROAZIA E SLOVENIA – Tra il GOLFO DEL QUARNARO e il GOLFO DI TRIESTE si staglia l’ISTRIA, la maggiore penisola presente nel MAR ADRIATICO. CONTESA TRA LA SLOVENIA, LA CROAZIA e, per una piccola porzione, l’Italia (Friuli Venezia Giulia e Veneto), L’ISTRIA È PER LA MAGGIOR PARTE DEL SUO TERRITORIO APPARTENENTE ALLA CROAZIA: UN REGIONE D’EUROPA DIVISA IN TRE.

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SIRIA, KURDISTAN, PALESTINA, LIBIA: i POPOLI-COMUNITÀ cui ora SI STA DECIDENDO (si è deciso?) IL LORO DESTINO per i decenni a venire, con il controllo geopolitico delle potenze attuali globali – QUALI POSSIBILITÀ per un’inversione di tendenza di un mondo che vada verso la PACE e lo SVILUPPO per tutti?

8/4/2018: Un NUOVO ATTACCO aereo a DOUMA (una città a est di Damasco controllata ancora dai ribelli anti-Assad) CON ARMI CHIMICHE provoca almeno 100 morti e mille feriti. A riaccendere la tensione nell’area della Ghouta orientale, la presenza degli ultimi ribelli anti-Assad che avevano chiesto una tregua per lasciare assieme ai loro familiari la città. Ma la decisione dell’ala dura JAISH AL-ISLAM di non evacuare la città avrebbe scatenato la reazione del governo di Damasco. Ora però le trattative per una nuova tregua sembrano essere arrivate a un accordo. Secondo la tv di Stato il regime avrebbe acconsentito a rilasciare i prigionieri in cambio dell’evacuazione totale dei combattenti di Jaish al-Islam da Douma: “La partenza di tutti i cosiddetti terroristi di Jaish al-Islam per Jarablus dovrà avvenire entro 48 ore” (da “la Repubblica.it del 8/4/2018)

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MERCOLEDÌ 4 APRILE il SUMMIT TRILATERALE AD ANKARA ha mostrato ERDOGAN, PUTIN e ROUHANI intenti a spartirsi le zone di influenza IN SIRIA e ad accordarsi su come risolvere i problemi in futuro (…): TRE NAZIONI CON ANTICHE DIFFIDENZE E NON LONTANI RANCORI RECIPROCI – TURCHIA, RUSSIA E IRAN – APPAIONO COME IL DIRETTORIO DI COMANDO DELL’INTERA REGIONE, una regione peraltro vicina a noi europei, diciamo almeno a portata di rotte dei migranti. (Daniele Bellasio, “la Repubblica”, 5/4/2018)

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Con il VERTICE DI ANKARA del 4 aprile 2018 tra ERDOGAN, PUTIN e HASSAN ROHANI si è definito il nuovo triangolo mediorientale: 1-LA TURCHIA VUOLE PRENDERE IL CONTROLLO DELL’AREA NORD DEI CURDI SIRIANI, ritenuti da Ankara degli alleati del Pkk turco – tutti considerati dai turchi dei terroristi – 2-LA RUSSIA INTENDE CONSOLIDARE LE SUE BASI AEREE E NAVALI SULLE SPONDE DEL MEDITERRANEO, mentre 3-L’IRAN HA COME INTERESSE PRINCIPALE TENERE IN PIEDI A DAMASCO UN REGIME AMICO per dare consistenza alla Mezzaluna sciita. L’arco che partendo da Teheran e passando per Baghdad e Damasco arriva alle postazioni degli Hezbollah in Libano, la pistola puntata del ayatollah contro Israele.

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LA CONTESA ISRAELO-PALESTINESE

Le forze israeliane uccidono 16 persone a Gaza mentre i palestinesi manifestano nel “Giorno della Terra” – Per i PALESTINESI il 30 marzo è il “YOM AL ARD”, che in arabo significa “GIORNO DELLA TERRA”. È una ricorrenza molto sentita dai palestinesi perché ricorda l’uccisione nello stesso giorno del 1976 di sei arabo-israeliani che si opponevano alla confisca delle loro terre in Galilea da parte dello Stato ebraico. Quella tragedia unì il popolo palestinese come raramente era accaduto prima. Oltre alle proteste, i palestinesi di solito piantano anche una PIANTA DI ULIVO per il diritto alla terra. HAMAS, la parte più integralista della rivolta palestinese, strumentalizza molto l’avvenimento, e manda a morire famiglie oltre il confine controllato dai cecchini dell’esercito israeliano. Le proteste dureranno fino al 14 maggio, ossia il giorno della fondazione dello Stato di Israele nel 1948, che i palestinesi ricordano con la parola “NAKBA”, la “CATASTROFE”.

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in verde i territori palestinesi: GAZA, un territorio stretto tra Israele e a sud l’Egitto, controllato dalla parte più estremista palestinese, HAMAS. Poi WEST BANNK, cioè la CISGIORDANIA, per la maggior parte desertica, e con tanti insediamneti israeliani sorti in questi anni malgrado l’opposizione dell’Onu, della Comunità internazionale – GAZA: 360 km² di superficie (meno di un terzo della superficie di Roma) popolata da circa 1.760.000 abitanti di etnia palestinese, di cui 1.240.000 rifugiati palestinesi. A GAZA è impossibile che ci si possa vivere civilmente: tantissime persone in un posto ristrettissimo. E il controllo della parte più integralista palestinese porta alla rivolta. Gli israeliani da una parte, e gli egiziani a sud, poi fomentano la disperazione. Basti pensare che Gaza, questo Paese tra i più poveri al mondo, è ormai senza acqua potabile, perché gli egiziani hanno inondato i tunnel con acqua di mare, e le falde adesso sono salate.

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SUL MEDIO-ORIENTE e L’AREA MEDITERRANEA:

MAPPA GEO-POLITICA E RELIGIOSA DEI PAESI DEL MEDITERRANEO; in rosso ‘musulmani’; in giallo ‘cristiani cattolici’; in verde ‘cristiani ortodossi’; in giallo chiaro ‘ebraici’ – NELLE CRISI ATTUALE DEL MEDITERRANEO (LIBIA NEL CAOS, SPARTIZIONE DELLA SIRIA, PALESTINA E SCONTRO CON ISRAELE, KURDISTAN E REPRESSIONE TURCA), L’UNIONE EUROPEA NON RIESCE A METTERE SUL TAVOLO UNA VERA E FORTE STRATEGIA PER IL MEDITERRANEO, se non una dispendiosa linea di contenimento tattico dei flussi migratori.

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102 ANNI FA È NATO L’ACCORDO SYKES-PICOT: COSÌ È NATO IL MEDIORIENTE DI OGGI – Durante il primo conflitto mondiale un giovane diplomatico britannico, Sir Mark Sykes (a sinistra), e il suo omologo francese François Georges-Picot, tracciando una linea nel deserto su una mappa, spartirono tra FRANCIA e REGNO UNITO i territori della cosiddetta Mezzaluna fertile. Le zone a nord della linea (ZONA A, CORRISPONDENTE A SIRIA E LIBANO) sarebbero state sotto l’influenza di PARIGI, mentre quelle a sud (ZONA B, GIORDANIA E IRAQ) sotto quella di LONDRA. Era il 16 MAGGIO 1916, l’accordo passò alla storia con il nome degli artefici, Sykes-Picot.

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SULLA LIBIA:

LA LIBIA COM’È DIVISA ORA – IN CELESTE: TOBRUK, nella costa orientale del paese vicino al confine con l’Egitto, è sede del parlamento riconosciuto dalla comunità internazionale, che è stato eletto l’anno scorso. Il governo guidato dal primo ministro Abdullah al Thinni ha sede nella città di Beida. Può vantare il sostegno esterno degli Emirati Arabi Uniti e dell’Egitto, e interno dei reduci dell’esercito regolare libico guidati dal generale Khalifa Haftar, nemico giurato di ogni fazione jihadista o islamista. – IN VERDE: Sostenute da una serie di gruppi armati, alcuni dei quali di impronta islamista, le autorità di TRIPOLI hanno preso il controllo della capitale nell’agosto del 2014 e sono guidate da Khalifa al Ghwell, il primo ministro nominato dal congresso nazionale generale, il parlamento uscente che sta estendendo il suo mandato invece di lasciare il potere dopo aver perso le elezioni dell’anno scorso. I suoi sponsor internazionali sono il Qatar e la Turchia. – IN VIOLA: la Libia si è dimostrata il terreno più fertile per l’espansione dell’ISIS che ha imposto il suo controllo su SIRTE, ex roccaforte di Muammar Gheddafi, e su oltre centocinquanta chilometri di costa mediterranea. Il gruppo è presente anche nell’est del paese, dove è entrato in competizione con i gruppi legati ad Al Qaeda. (mappa ripresa dalla rivista INTERNAZIONALE, http://www.internazionale.it/ )

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UN FILM SULL’IMMIGRAZIONE (DALLA LIBIA):

LA LIBIA VIOLENTA CONTRO CHI TENTA DI ANDARE IN EUROPA. Il film di ANDREA SEGRE “L’ORDINE DELLE COSE” è uscito nelle sale nel settembre 2017. Parla dei CENTRI DI DETENZIONE DEGLI IMMIGRATI IN LIBIA. Alla base della vicenda ne “L’ordine delle cose” c’è Corrado (Paolo Pierobon), alto funzionario del Ministero degli Interni specializzato in missioni internazionali contro l’immigrazione clandestina. Viene inviato il Libia dal governo con il compito di arginare i flussi migratori da quel paese. La missione è complessa e lui si muove tra i luoghi di potere e i centri di detenzione. In più incontra Swada (Yusra Warsama), una donna somala rinchiusa in prigione e che gli chiede aiuto per arrivare in Finlandia per raggiungere il marito. Lui si trova così in crisi: seguire la legge o aiutare una persona in difficoltà?

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LIBIA

NEI LAGER DI TRIPOLI ALLA RICERCA DI UN MIGRANTE SCOMPARSO

di Domenico Quirico, da “La Stampa” del 5/4/2018
– L’impossibile promessa alla sorella arrivata in Italia. Gli uomini costretti a pagare per lavorare fuori dalle carceri, le donne alla mercé dei miliziani –
Sono venuto a Tripoli a cercare un uomo, un ragazzo di ventiquattro anni, un migrante. Adesso che, all’aeroporto, mi incolonno nella folla pigiata di viaggiatori, rivenduglioli, salafiti, spie, miliziani… mi accorgo di quanto il mio scopo sia assurdo. Mi hanno chiesto di ritrovare una pagliuzza nell’immenso mucchio della migrazione, impigliata nella rete che noi e i libici abbiamo teso sulla spiaggia del mare. Di lui ho soltanto un nome, LEHI, una data e un luogo di nascita, YASSAP in Costa d’Avorio.
E un numero di telefono, libico, che quasi certamente non potrò usare per non metterlo in pericolo, per non allertare coloro che lo hanno forse rapito imprigionato reso schiavo. Ecco. Ora che sono qui quello che provo assomiglia all’eccitazione che si avvertiva quando a scuola il professore cominciava la lezione di geometria con queste parole: prendiamo un punto nell’infinito.
L’auto corre sul lungomare, la vicinanza del deserto si avverte nei colori dell’aria che è chiara e celestina, il cielo di un azzurro pallido, leggero, di un rosa che sfuma ormai nel tramonto vale di più della città che gli deve quanto ha di meglio. Vedo intorno le solite case strette come scaglie di pigna di una architettura spuria, strade senza carattere, senza bellezza né ricchezza, l’immondizia a mucchi, i murales della rivoluzione, «alla fine liberi», sudici e illeggibili. Continua a leggere

L’enigma PUTIN, padrone della RUSSIA – Le elezioni del 18 marzo confermano per altri 6 anni un leader che suscita timore all’Occidente; in una RUSSIA percepita ancora (dopo il comunismo) come Entità estranea – Ma la Russia è “Europa”, “Occidente” (noi leggiamo Tolstoj, Dostoevskij…): quando tornerà ad esserlo?

PUTIN – Una vittoria che era largamente prevista, e che arriva in un periodo di relazioni tese a livello internazionale, con il crescente isolamento di Mosca per l’avvelenamento dell’ex spia russa Serghei Skripal nel Regno Unito e la pressione delle sanzioni americane. Le autorità hanno detto di non aver rilevato irregolarità significative, ma opposizione e ong ne hanno denunciate migliaia (da Il Fatto Quotidiano.It del 19/3/2018)

   Putin è forse stato il primo, tra i leader globali di questa epoca, ad essere “antipatico”, estraneo, visto con timore (adesso probabilmente sta accadendo in pieno, e a ragione, con Trump). E’ sintomatico che la stessa sensazione ci sia “meno” con il leader cinese: di cui la maggior parte di noi fa fatica a ricordarsi il nome, Xi Jinping, proclamato ora leader a vita, in una sistema dittatoriale in una nazione da un miliardo e quattrocento milioni di persone che opprime ogni dissenso.

I RISULTATI DI DOMENICA 18 MARZO – Mandati presidenziali • II presidente della Russia resta in carica per sei anni, dopo la riforma del 2008 che ha esteso il termine del mandato (fino ad allora di 4) • I candidati devono avere almeno 35 anni, non essere titolari di doppia nazionalità e aver vissuto in Russia per i 10 anni precedenti alle elezioni. Non si può servire per più di due mandati consecutivi • Sette elezioni dal 1990 a oggi, tre presidenti: BORIS YELTSIN (1991 e 1996), VLADIMIR PUTIN (2000, 2004, 2012, 2018) e DMITRIJ MEDVEDEV (2008)

Sarà che Putin ha un passato nel Kgb, nei servizi segreti, in un’epoca di dura divisione del mondo dove queste entità segrete (la Cia americana, appunto il Kgb sovietico…) tessevano trame nei confronti di tanti singoli cittadini e di Paesi stranieri….

DA SLIDEPLAYER_IT

Pertanto un Putin che è un po’ un’ossessione per l’Occidente, un nemico, un leader spregiudicato, e la vicenda dell’avvelenamento in Inghilterra non fa che alimentare la cosa. Cioè è accaduto che c’è stato il 4 marzo scorso il tentativo di avvelenamento con gas nervino (che, pare, solo in Russia si produce quel tipo di gas) di un ex agente segreto russo (che molti anni fa faceva il doppio gioco con gli inglesi); si chiama Sergei Skripal, e della figlia Yulia: accusa prima lanciata dall’Inghilterra, poi seguita da Stati Uniti, Germania e Francia. Fatto avvenuto a Salisbury, nel Sud dell’Inghilterra, ed essendo avvenuto nel suolo inglese è stato considerato secondo il governo britannico un attentato alla propria sovranità, e la regia di questo tentativo di duplice assassinio è appunto stato subito attribuito a Putin… (magari Putin niente ne sapeva, ma è sintomatica la reazione di quasi tutti i Paesi occidentali che hanno subito appoggiato le deduzioni di colpevolezza formulate dall’Inghilterra..).

ALEKSEY NAVALNY, blogger russo, l’unico oppositore che alle elezioni poteva forse un po’ impensierire la vittoria di Putin. Elezioni che Navalny ha invitato a boicottare dopo che la sua candidatura è stata respinta a causa dei suoi guai giudiziari, che molti ritengono di matrice politica (una condanna per frode che la Corte Suprema russa ha revocato dopo il verdetto della Corte europea che stabiliva che il processo a Navalny era stato scorretto, ma che i giudici russi hanno riconfermato tale e quale, refusi inclusi). Navalny nel corso dell’ultimo anno ha trascinato in piazza contro il governo russo migliaia di persone. L’ultima manifestazione, non autorizzata, si è svolta il 28 gennaio e ha visto Navalny finire per l’ennesima volta in un cellulare della polizia, salvo poi essere rilasciato nella notte.

E’ così che Putin fa paura, si ha timore di lui…. E non si capisce se la sua ferrea unità nazionale da lui imposta, possa essere considerata un tentativo per “togliere di mano” la Russia a quei pochi oligarchi divenuti straricchi con la fine del comunismo (impossessandosi delle risorse energetiche del paese, di tutte le più importanti ricchezze…); o se invece Putin non è che a capo di questa oligarchia che sta impedendo probabilmente una ripartizione più democratica e positiva delle risorse e uno sviluppo più libero per i cittadini di questo grande Paese (la Federazione russa è il più vasto, il più esteso paese del pianeta).

da wikipedia, map of Russia

Perché la Russia rimane povera: il prodotto interno lordo (come dicevamo è il paese più vasto del pianeta) è inferiore a quello dell’Italia. La dipendenza dal settore energetico e dalle materie prime rimane elevatissima, pur avendo risorse di questo tipo enormi che esporta abbondantemente e permette di controllare la politica di molti Paesi… La capacità d’innovazione è bassa nonostante l’abbondanza di intelligenze, segno dell’ingessatura del sistema. Proprio perché la ricchezza prodotta è in misura notevole dirottata verso la cerchia del potere e solo in parte arriva ai cittadini comuni.

DA LIMES – Federazione russa — il Paese più vasto del pianeta – Gli 83 soggetti che compongono la Federazione russa sono raggruppati per grandi distretti federali: quello del CAUCASO DEL NORD (ROSSO), del VOLGA (CELESTE), CENTRALE (VIOLA), MERIDIONALE (GIALLO OCRA), NORD-OCCIDENTALE (GIALLO LIMONE), degli URALI (AZZURRO), SIBERIANO (ARANCIO) ed ESTREMO-ORIENTALE (BLU). IL PAESE PIÙ VASTO DEL MONDO È UN INSIEME STERMINATO DI REGIONI, REPUBBLICHE, CIRCONDARI AUTONOMI, TERRITORI E CITTÀ FEDERALI.

In questo post proponiamo le prime reazioni di qualcuno dei più attenti commentatori di ciò che accade in Russia, dopo le elezioni del 18 marzo scorso che hanno confermato la presidenza a un Putin senza effettivi avversari: e le carenze democratiche, l’impossibilità che si crei un’opposizione, non fanno certo bene a un Paese così chiuso.

IL DISCORSO DI PUTIN alla folla sotto le mura del Cremlino dopo la vittoria elettorale

Resta la nostra idea che la “grande madre Russia” è un Paese vicino a noi, per storia e sensibilità, per la letteratura che ha espresso (Dostoevskij, Cechov, Tolstoj, Bulgakov, Gogol, e tantissimi altri…), la cultura scientifica, la musica e i compositori russi… e le sensazioni nell’immaginare il mondo che sono venute dalla Russia ci appartengono… Difficile pensarla come un paese estraneo, come accade con le attuali oligarchie, Putin, i modi di un mondo chiuso e freddo… Tutto questo non può appartenere allo status della Russia che amiamo e speriamo di tornare presto ad amare, a riconoscerci. (s.m.)

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IL SACCO DI AFRIN – PER NON DIMENTICARE LA SIRIA E DEI CURDI MASSACRATI – IL SACCO DI AFRIN – I mercenari dell’Els, alleati di Ankara, hanno saccheggiato la città curda occupata dalle truppe turche il 18 marzo scorso. Erdogan canta vittoria e annuncia che l’offensiva andrà avanti. I combattenti curdi delle Ypg però non si arrendono e proclamano la resistenza ad oltranza – (di Michele Giorgio, da “il Manifesto” del 20/3/2018)

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SE L’EUROPA È ASSEDIATA DAI DESPOTI

di Andrea Bonanni, da “la Repubblica” del 19/3/2018
Sempre più sola, sempre più diversa. Le cronache internazionali descrivono un’Europa sotto assedio. Nel giorno (domenica 18 marzo, ndr) in cui PUTIN STRAVINCE LE ELEZIONI-PLEBISICITO, i carri I CARRI ARMATI DI ERDOGAN COMPLETANO LA CONQUISTA DI AFRIN, occupando permanentemente una fetta del territorio siriano e iniziando la pulizia etnica dei curdi che avevano combattuto l’Isis in nome dei valori occidentali.
Intanto a Pechino Xi Jinping si gode la nomina a dittatore a vita della Cina. E a Washington Trump mette a punto gli ultimi dettagli delle sanzioni commerciali contro la Ue.
Non è un bello spettacolo. E soprattutto non è quello scenario di irresistibile ascesa delle democrazie che l’Occidente pensava di aver garantito dopo la caduta del muro di Berlino, la fine del comunismo e la riunificazione europea.
In qualsiasi direzione si guardi al di fuori dei confini della Ue si percepiscono solo minacce. Nel MEDITERRANEO Continua a leggere

I DAZI DI TRUMP contro L’EUROPA – L’ACCIAIO OBSOLETO bloccherà il Pianeta? – L’inizio di una possibile GUERRA COMMERCIALE a catena che metterebbe (metterà?) in crisi il modello di vita di tutti – L’EUROPA ora divisa, nelle sue potenzialità economiche e politiche, impensierisce l’America di Trump

Circondato da un gruppo di OPERAI DELL’INDUSTRIA DELL’ACCIAIO, il presidente statunitense DONALD TRUMP lo scorso 8 marzo ha firmato il provvedimento per imporre dazi del 25% sull’acciaio e del 10% sull’alluminio, definendoli “una necessità per la sicurezza” degli Stati Uniti

   Fa specie pensare che la superata industria pesante mondiale, quella dell’acciaio del dopoguerra, oramai inutile e superata dalle nuove economie tecnologiche (anche nella produzione di beni di prima necessità), questa stessa industria pesante che ci fa pensare a Taranto e Piombino (luoghi industriali che appaiono in irreversibile crisi, lo vogliamo a no), ebbene l’industria dell’acciaio con i dazi che Trump sta mettendo, può portare a una guerra commerciale mondiale di cui tutti noi pagheremo le conseguenze.
Così Donald Trump ha confermato la nuova tappa della sua offensiva protezionista. I settori da difendere stavolta sono appunto l’acciaio e l’alluminio. Il presidente ha firmato il decreto che infligge alle importazioni dall’estero un dazio doganale del 25% per il primo, del 10% per il secondo. Sceglie di usare l’articolo di legge 232 che si riferisce alla “sicurezza nazionale”.

UN’ACCIAIERIA – “GUERRA DEI DAZI: ECCO COME FUNZIONANO I DAZI DOGANALI – COSA SONO I DAZI? Il dazio è un’imposta indiretta che si applica alla dogana ai prodotti che vengono venduti e acquistati da uno Stato all’altro. Di solito viene calcolato in percentuale sul valore del prodotto, e riscosso quando questo arriva nello Stato dove risiede l’acquirente. A COSA SERVONO? Il loro effetto principale è quello di far salire il prezzo del prodotto venduto all’estero, proteggendo quindi dalla concorrenza i beni e servizi dello stesso tipo prodotti nello Stato d’importazione. TUTTI I PAESI APPLICANO DAZI? Ci sono tracce e testimonianze dell’applicazione dei dazi in documenti molto antichi, di oltre 2.000 anni fa. Tuttavia ormai da molto tempo gli Stati cercano di evitare l’applicazione di dazi penalizzanti, per evitare ritorsioni sui propri prodotti, e ci sono anche molti accordi commerciali, che eliminano o riducono fortemente i dazi. Nell’Unione Europea per esempio vige la libera circolazione delle merci, che comporta l’abolizione di qualunque dazio tra gli Stati membri. “(di Rosaria Amato, da “la Repubblica” del 9/3/2018)

La giustificazione ufficiosa (nel discorso “di firma” l’8 marzo scorso) è quella che i due metalli vengono usati in molte produzioni di armamenti e l’America sarebbe vicina a perdere l’autosufficienza, pertanto appunto una decisione per la “sicurezza nazionale”. Ma evidentemente questa motivazione non c’entra niente. Di fatto questa decisione è l’esaudire una promessa elettorale, nello spirito della sua campagna presidenziale all’insegna di “American first”; a favore dei 33mila posti dei lavoratori e per le (obsolete) aziende Usa produttrici di acciaio e alluminio.

QUALI SONO GLI ALTRI PRINCIPALI ACCORDI DI LIBERO SCAMBIO? Dal 1947 opera il GATT, GENERAL AGREEMENT ON TARIFFS AND TRADE, un accordo internazionale, firmato il 30 ottobre 1947 a Ginevra, in Svizzera, da 23 Paesi (che negli anni sono diventati oltre 120), per stabilire le basi per un sistema multilaterale di relazioni commerciali con lo scopo di favorire la liberalizzazione del commercio mondiale. Nel 1995 al Gatt è subentrato il WTO, ORGANIZZAZIONE MONDIALE DEL COMMERCIO, che si pone come obiettivo principale proprio quello dell’abolizione o della riduzione dei dazi doganali. Operano poi moltissimi trattati bilaterali e multilaterali di libero scambio: l’ultimo firmato dall’Unione Europea (e non ancora ratificato da tutti gli Stati membri) è il CETA, con il Canada. PERCHÉ IL PRESIDENTE USA DONALD TRUMP VUOLE IMPORRE NUOVI DAZI? Secondo quanto ha dichiarato, “per proteggere i lavoratori e le aziende Usa”, rendendo meno convenienti le importazioni di acciaio e alluminio rispetto alla produzione nazionale. (di Rosaria Amato, da “la Repubblica” del 9/3/2018) (immagine da http://www.lifegate.it)

E’ una decisione di una certa gravità. Perché nel passato altri presidenti avevano applicato o minacciato dazi, ma perlopiù era per la necessità di reagire nei confronti di violazioni alle regole del commercio internazionale contro gli USA, o per ragioni di scontri politici internazionali, per ritorsione. I precedenti presidenti poi, pur intervenendo con dazi, restavano all’interno del sistema del libero scambio costruito con gli accordi del Dopoguerra. Con Trump invece non c’è nessun motivo di questo genere, e la decisione è interna, di mantenimento di una promessa elettorale e di puro protezionismo (partendo proprio dall’industria pesante dell’acciaio che oramai conta assai poco nelle economie avanzate planetarie). Trump, a differenza dei suoi predecessori, è un nazionalista radicale convinto che quello che ha ereditato è un sistema ingiusto che punisce l’America.

GRAFICO TRATTO DA WWW.ISPIONLINE.IT – COSA ACCADRÀ ADESSO? Molti Paesi stanno considerando significative ritorsioni nei confronti dei principali prodotti Usa esportati. CI SONO PRECEDENTI RISPETTO ALL’ATTUALE “GUERRA DEI DAZI”? Nel 2002 l’allora presidente George W. Bush avviò una guerra dei dazi per difendere ancora una volta l’acciaio di produzione americana, ma l’Unione Europea rispose con una rete articolata di contromisure e Bush dovette fare marcia indietro rapidamente. La più celebre guerra dei dazi scatenata dagli Stati Uniti risale però al 1930: a farla esplodere lo SMOOT HAWLEY TARIFF ACT, che fece salire i dazi dei principali prodotti importati negli Stati Uniti al 40% e poi negli anni successivi anche oltre. Le ritorsioni degli altri Paesi non si fecero attendere, le conseguenze furono catastrofiche per l’economia. (di Rosaria Amato, da “la Repubblica” del 9/3/2018)

E i paesi danneggiati sono soprattutto paesi amici e strettamente legati agli Stati Uniti come Canada, Brasile, Corea del Sud, Messico e Germania, mentre quasi nulle sono le conseguenze sulla Cina (che importa poco o niente negli Usa di questi metalli -vedere il grafico qui rappresentato-), sempre additata da Trump come l’origine di ogni violazione delle regole del commercio internazionale.
Per l’Europa, piuttosto colpita nelle sue esportazioni, l’atteggiamento è di giusta prudenza, di “toni bassi” e, per ora, di nessuna ritorsione, perché “seguire Trump” con contromisure protezionistiche verso gli USA, reagendo allo stesso modo, si rischia una spirale che ci porterebbe al disastro.

WORLD TRADE ORGANIZATION (WTO) – ORGANIZZAZIONE MONDIALE DEL COMMERCIO – L’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) rappresenta attualmente il più importante foro negoziale per le relazioni commerciali multilaterali a livello internazionale, in ambiti che si estendono non solo al commercio di beni ma anche ai servizi e agli aspetti commerciali della proprietà intellettuale. Il Wto è oggi composto da 157 membri che contano per più del 97% del commercio mondiale (nella MAPPA i Paesi membri del WTO)

Non è solo questo che ha fatto il problematico presidente americano in questi giorni: ha anche licenziato il suo segretario di Stato, Rex Tillerson. E questa è un’altra storia, nel Trump imprevedibile e ondivago su quasi tutti i fronti, con una esclusiva attenzione agli interessi del proprio paese. E’ da chiedersi se tutte queste decisioni “pericolose” e crisi minacciate, possano sempre essere assorbite senza troppi danni in un pianeta in difficoltà.

“(…) Trump in particolare punta a mettere alle strette soprattutto la GERMANIA DI ANGELA MERKEL. Il tormento dell’inquilino della Casa Bianca è figlio di un primato tedesco, in particolare per quanto riguarda alcuni prodotti, come le AUTO da cui gli americani sono affascinati, e strumenti per la medicina molto richiesti dalle strutture ospedaliere Usa. (…) Qualità ed efficienza quella tedesca che si riflette nei numeri. La Germania ha esportato in Usa nel 2016 beni per 114 miliardi di dollari: le tre categorie di punta sono AUTO, STRUMENTI MEDICALI DI ALTA PRECISIONE E MACCHINARI SPECIALIZZATI (…)”. (Francesco Semprini, “La Stampa”, 13/3/2018)

Nei dazi introdotti su acciaio e alluminio importati negli Stati Uniti, Trump ha selezionato i Paesi da “non colpire”, cioè quelli “amici”: infatti, Canada, Messico e Australia sono già stati esentati dal pagamento dei dazi generali imposti. Trump salva sì (forse) 33.500 posti nella siderurgia del suo paese, ma, se ci saranno alla fine prevedibili ritorsioni con dazi sui prodotti americani, mette in pericolo (secondo le stime degli analisti economici) circa 180mila posti di lavoro in altri settori.

(NELLA FOTO l’ex Segretario di Stato USA REX TILLERSON) – Martedì 13 marzo TRUMP ha cacciato con effetto immediato il Segretario di Stato REX TILLERSON, l’ex chief executive di EXXON MOBIL e il volto più noto della diplomazia di Washington e degli sforzi di smussare tensioni con i partner e gestire crisi con i rivali. E l’ha sostituito con il “duro” uomo di fiducia MIKE POMPEO, 54enne direttore della Cia cresciuto quale deputato del movimento ultraconservatore dei Tea Party, privo di esperienza globale e grande critico dell’accordo nucleare con l’Iran come di vere trattative sulla crisi della Corea del Nord

L’interpretazione che viene assunta da molti di questa decisione del presidente americano, è che Trump vuole spingere altri paesi a fare lo stesso; e il suo vero obiettivo è mettere in difficoltà l’Europa. Vista, infatti, l’esenzione concessa a Canada, Messico e Australia, e dato lo scarso peso dell’import siderurgico dalla Cina, i dazi trumpiani risultano diretti a colpire principalmente l’Europa. Per gli Usa di Trump oggi l’Europa è diventata un nemico; si irretisce nel vedere i tanti (per lui troppi) prodotti europei: nell’agroalimentare dalla Francia e Italia; ma in particolare le tante auto tedesche che circolano nelle metropoli americane. La Germania, nella sua potenza esportatrice, viene così vista come nemica commerciale. Il libero scambio pertanto non viene contrastato e rivolto verso i Paesi a basso costo di manodopera e a tassi di inquinamento elevati (come la Cina), come il presidente americano vorrebbe far credere.

DA LIMES

Dall’altra, è possibile che si verificherà una diversione dei flussi commerciali verso l’Europa: il pur ridotto (in percentuale) acciaio cinese finora esportato negli Usa potrebbe prendere la via dell’Europa, dove i produttori locali sono già in difficoltà (pensiamo appunto all’Ilva di Taranto, ma anche a Piombino). E si calcola che solo nell’Unione europea siano a rischio 160 mila posti in un settore dell’industria pesante obsoleto oramai, e in stato di sovrapproduzione mondiale.
In questo contesto apprezzata (una volta tanto) è l’azione prudente e responsabile dell’Unione Europa. Perché i Paesi che la formano hanno dato ad essa i poteri sul commercio (e i dazi). Qualcuno in Italia non sembra accorgersi di questo, ed è convinto che le “tempeste planetarie” si possano risolvere “in casa”, da soli. Non riconoscendo un ruolo di un’Europa di 500 milioni di persone in grado, come soggetto politico e per il suo peso economico, di reggere da protagonista nel nuovo “grande gioco” mondiale. (s.m.)

GRAFICO che mostra tutte le aree del mondo in un cui è stato sottoscritto un FREE TRADE AGREEMENT, un accordo di libero scambio (da http://www.termometropolitico.it)

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C’È UN DISEGNO DEL MONDO DIETRO ALLA GUERRA COMMERCIALE APERTA DA TRUMP
Intervista a SABINO CASSESE, da “IL FOGLIO” del 13/3/2018
– II disegno di Trump: un progetto nazionalistico il cui impatto negativo sarà interno. Una lezione per i piccoli Trump nostrani –
Professor Cassese, il presidente Trump non sa che, per salvare 33.500 posti nella siderurgia del suo paese mette in pericolo 179.300 posti di lavoro in altri settori?
Pur nella sua rozzezza, il presidente americano sa che la prosperità del suo paese dipende anche dal commercio. Non vuole limitarlo. Si muove guidato da un disegno, Continua a leggere

UNA TURCHIA geograficamente europea (ed atlantica) dà l’ergastolo a scrittori e giornalisti dissidenti; fa la guerra ai CURDI; partecipa alla contesa del GAS METANO del Mediterraneo orientale; e per l’UE blocca i migranti nella rotta balcanica – IL CASO ENI (la nave SAIPEM) e la questione TURCO-GRECO-CIPRIOTA

Piazza di Faneromeni, Centro Storico di NICOSIA, CAPITALE DI CIPRO – NICOSIA è la città più popolosa di Cipro e il centro dell’economia cipriota. Si tratta dell’UNICA CAPITALE ANCORA DIVISA: una recinzione militare di separazione, detta “LINEA VERDE”, che corre da nordovest a sudest, la divide infatti in DUE ZONE delle quali QUELLA MERIDIONALE CAPITALE DELLA REPUBBLICA DI CIPRO e quella SETTENTRIONALE DELLA REPUBBLICA TURCA DI CIPRO, riconosciuta solo dalla Turchia. (da Wikipedia)

   Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha alzato i toni dello scontro sulle trivellazioni davanti alle coste di Cipro, che coinvolge anche una nave dell’Eni, bloccata dal 10 febbraio scorso dalla Marina militare di Ankara. Questa nave ha la funzione di essere una piattaforma per l’esplorazione di giacimenti di idrocarburi (in particolare gas metano) in acque cipriote. “Saipem 12000” (così si chiama la nave che opera su mandato dell’Eni), e i francesi di Total, sono lì appunto per avviare delle esplorazioni attorno a Cipro.

La nave dell’Eni bloccata dalla marina turca: TENSIONI NEL MEDITERRANEO ORIENTALE

Il blocco ha come scusa il fatto che in quel lembo di mare la Marina militare turca sta(va) facendo delle esercitazioni. E’ invece una ritorsione della Turchia verso tutti i soggetti geopolitici che lì stanno cercando o trasportando il gas (l’Unione Europea e suoi Paesi come Francia e Italia, Israele, il Libano, l’Egitto, e in particolare Cipro, nella parte greca dell’isola, che fa parte anch’essa della UE). Il blocco della nave Eni incide pesantemente nei già logorati rapporti fra Roma e Ankara.

Il presidente turco Erdogan – ERDOGAN CONTRO CIPRO E LA PIATTAFORMA ENI – EGEO. LA CRISI SI FA ESPLOSIVA. IL PRESIDENTE TURCO: «SONO I NOSTRI DIRITTI COME A AFRIN». L’Ue ammonisce Ankara mentre nell’area lo scontro è anche con i pozzi d’Israele – Il presidente turco Erdogan ha usato toni che lasciano ben poco spazio alla diplomazia in cui le cancellerie europee confidano ancora: “Nessuno deve pensare che passino inosservati opportunistici tentativi di esplorazione del gas. Consiglio alle compagnie straniere che operano fidandosi di Nicosia di non superare i limiti e piazzare i propri apparati. Le provocazioni sono seguite attentamente dai nostri aerei, navi e militari”. E ha concluso: “I nostri diritti ad Afrin non sono differenti dai nostri diritti a Cipro e nell’Egeo”, sottolineando come l’interessi nazionale vada difeso anche con l’intervento militare. (Dimitri Bettone, “IL MANIFESTO”, 14/2/2018 https://ilmanifesto.it/ )

L’intervento di Erdogan arriva mentre sale la tensione turca anche con la Grecia, alleata e ‘protettrice’ di Cipro, come anche dimostra lo speronamento nell’Egeo di un pattugliatore della Guardia costiera greca il 12 febbraio scorso ancorato al largo dell’isola contesa di IMIA da parte di una motovedetta turca.

“(…) L’ENI è presente a CIPRO dal 2013 e detiene interessi in sei licenze situate nell’acque economiche esclusive della repubblica (vengono chiamati BLOCCHI 2, 3, 6, 8, 9 E 11), di cui cinque come operatore. Pochi giorni fa il gruppo ha annunciato di aver effettuato una scoperta di gas nel BLOCCO 6, nell’offshore di Cipro, attraverso il pozzo CALYPSO 1, considerato “una promettente scoperta di gas”, che “conferma l’estensione del tema di ricerca di ZOHR (il grande giacimento egiziano, ndr) nelle acque economiche esclusive di Cipro”. Anche se “per una valutazione accurata delle dimensioni della scoperta, sono richiesti nuovi studi e un programma di delineazione”, dice la ditta italiana. (Emanuele Rossi, da http://formiche.net/ del 11/2/2018)

E i rapporti tra il nostro Paese e la Turchia restano appesi a un delicato gioco di pesi e contrappesi in cui l’aspetto economico conta tantissimo, e non solo per gli interessi di Eni in acque cipriote. Le aziende italiane presenti in Turchia sono molte (circa 1300) e secondo SACE (Servizi Assicurativi del Commercio Estero) l’incremento potenziale dell’export italiano entro il 2020 è stimato in circa 3 miliardi di euro. Numeri che dimostrano quanto sia scomodo questo caso.

Giacimenti di gas nella costa sud di Cipro e le tante ambizioni geopolitiche in quella parte del Mediterraneo orientale

Ma la Turchia è anche il crocevia da cui oggi passano alcune delle principali rotte del metano verso l’Unione Europa: dalla Turchia passa il CORRIDOIO TAP-TANAP dal Caspio all’Italia, e il gasdotto TURKISH STREAM nel Mar Nero.

Il 9 febbraio la piattaforma di ENI SAIPEM 12000 si stava spostando dall’AREA DI CALYPSO, nel BLOCCO 6, AL BLOCCO 3. QUI AVREBBE DOVUTO COMPIERE DELLE ESPLORAZIONI in una zona economica esclusiva cipriota IN CERCA DI NUOVI GIACIMENTI DI GAS NATURALE. ENI ha ottenuto dal governo di Nicosia la licenza per effettuare perforazioni in entrambi i blocchi. Nonostante ciò il VIAGGIO di Saipem 12000 è stato INTERROTTO DA NAVI DELLA MARINA TURCA (tra 3 e 6 imbarcazioni), che hanno motivato il loro intervento parlando di «attività militari nell’area di destinazione». IL GAS È UNO DEI NODI CHE NON SONO STATI MAI SCIOLTI. La Turchia rivendica per il nord dell’isola lo sfruttamento dei giacimenti offshore situati nel Mediterraneo Orientale. Richiesta finora sempre respinta al mittente da Nicosia, che ospita nelle proprie acque oltre a ENI e TOTAL altri top player del mercato energetico internazionale tra cui la statunitense EXXONMOBIL e l’olandese SHELL. (Rocco Bellantone, da http://www.oltrefrontieranews.it/ del 12/2/2018)

E il Mediterraneo Orientale è inoltre pieno di giacimenti di metano cui tanti cercano di esserne gli attori principali; appunto come la Turchia, il governo di Cipro (con capitale Nicosia), il vicino Libano, Israele, e tutte le grandi compagnie energetiche (come è l’Eni o la francese Total…).

LA GUERRA IN SIRIA DI ERDOGAN CONTRO I CURDI – Dal 20 gennaio I TURCHI hanno lanciato l’operazione “RAMOSCELLO D’ULIVO” per ripulire il NORD DELLA SIRIA dalle forze curde dell’Ypg, alleate degli Usa, ma considerate da Ankara terroristi alla stregua dei curdi turchi del Pkk. E l’artiglieria turca ha bombardato martedì 13 febbraio, per la prima volta, il centro della cittadina curdo-siriana di AFRIN, nella SIRIA NORD-OCCIDENTALE, capoluogo del confederalismo democratico sotto attacco del Sultano Erdogan dal 20 gennaio scorso. LA CITTADINA DI AFRIN È STATA COLPITA PIÙ VOLTE da bombardamenti aerei e di artiglieria ma il centro cittadino era stato fino a oggi risparmiato. Colpito l’ospedale, diversi parchi giochi per bambini e uno degli approvvigionamenti idrici della città. Dal 20 gennaio finora, secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, si contano 78 civili curdi uccisi. (da http://www.radiondadurto.org/ del 13/2/2018)

L’irruenza di Ankara è stata interpretata come un segnale di nervosismo di fronte agli accordi di spartizione del Bacino Orientale del Mediterraneo tra Cipro, Israele, Egitto e Libano, e che hanno relegato la Turchia in un angolo

L’ANNOSA DISPUTA TURCO-CIPRIOTA – Il caso di questi ultimi giorni è solo l’ultimo capitolo dell’annosa questione turco-cipriota. L’ISOLA È DIVISA DAL 1974, anno in cui è stata invasa dall’esercito turco in risposta a un colpo di Stato filo-greco. OGGI ANKARA CONTROLLA LA PARTE SETTENTRIONALE DELL’ISOLA (un terzo del territorio totale), governata dalla Repubblica Turca di Cipro del Nord. IL GOVERNO DI NICOSIA – l’unico che gode del riconoscimento della comunità internazionale – amministra invece LA RESTANTE PARTE DELL’ISOLA, VALE A DIRE LA REPUBBLICA DI CIPRO, DAL 2004 ENTRATA A FAR PARTE DELL’UNIONE EUROPEA. Nonostante i ripetuti tentativi di trovare un accordo tra le parti (l’ultimo è fallito lo scorso anno), una soluzione politica a questa crisi appare ancora oggi distante. E il gas è uno dei nodi che non sono stati mai sciolti. (…)(Rocco Bellantone, da http://www.oltrefrontieranews.it/ del 12/2/2018)

Ma il ruolo della Turchia come crocevia del gas naturale con i corridoi e gasdotti che abbiamo sopra detto, e passano per il suo territorio, viene messo in crisi anche da altri fattori geopolitici: come la guerra ai curdi in Siria (curdi vincitori della lotta all’Isis); e poi del sistema autoritario interno turco, che Erdogan sta attuando contro qualsiasi forma di dissenso.

Mappa dei principali giacimenti di gas nel Mediterraneo Orientale (da http://www.rienergia.staffettaonline.com/ – “I successi energetici di Ankara, registrati sia con il corridoio Tap-Tanap dal Caspio all’Italia, sia con il gasdotto Turkish Stream nel Mar Nero, rischiano di venire ridimensionati da altri due recenti sviluppi. Il primo è il PASSO INDIETRO DI ISRAELE sul PROGETTO DEL GASDOTTO DAL GIACIMENTO LEVIATHAN fino alle coste turche, dopo che i rapporti politici tra Ankara e Tel Aviv sono tornati ai minimi storici. Gli israeliani mettono oggi in dubbio l’investimento e guardano a paesi come l’Egitto o, appunto, Cipro stessa. CIPRO INFATTI È IL PERNO DEL PROGETTO EASTMED, AMBIZIOSO GASDOTTO TRA ISRAELE, CIPRO, GRECIA E ITALIA su cui l’Unione Europea ha stanziato 34 milioni di euro destinati alla IGI Poseidon, società greca che si occuperà di sviluppare il progetto, oltre ad un ulteriore fondo di 100 milioni destinati a “terminarne l’isolamento e consentire il transito di gas dalla regione del Mediterraneo orientale”. Un progetto che suscita perplessità tra gli esperti per i costi stimati in 6 miliardi di dollari.” (Dimitri Bettone, “IL MANIFESTO”, 14/2/2018 https://ilmanifesto.it/

In una Turchia così difficile da cooperare, ad esempio da sì che Israele ha rinunciato al progetto del gasdotto dal giacimento Leviathan che doveva raggiungere le coste turche, non fidandosi di Erdogan: e preferendo guardare come partners l’Egitto e, appunto, Cipro. Perché Cipro è strategica nel progetto “Eastmed”, ambizioso gasdotto tra Israele, Cipro, Grecia e Italia, di cui l’Unione Europea ha stanziato 34 milioni di euro destinati a una società greca che si occuperà di sviluppare il progetto, oltre ad un ulteriore fondo di 100 milioni destinati a sviluppare il transito del gas in tutto il Mediterraneo orientale (vedi le mappe che in questa pagine proponiamo).
Tutto questo, dicevamo, accade perché la Turchia a livello internazionale viene considerata inaffidabile. E qui in primis torna il problema dello status di Cipro Nord, anche con la delimitazione della “zona economica esclusiva” (Zee) dei paesi affacciati su quei mari, marcate secondo trattati internazionali che Ankara non riconosce.

Per QUESTIONE DI CIPRO (o QUESTIONE CIPRIOTA) si intende comunemente la situazione di TENSIONE E GUERRA effettiva venutasi a creare sull’isola di Cipro TRA LE COMUNITÀ GRECO-CIPRIOTA (maggioritaria) E QUELLA TURCO-CIPRIOTA (minoritaria), e che si è articolata in varie fasi A PARTIRE DAL 1963 fino ai giorni nostri. Allo stato attuale la situazione non è ancora risolta e ha condotto alla PARTIZIONE de facto DELL’ISOLA TRA LA REPUBBLICA DI CIPRO GRECO-CIPRIOTA, riconosciuta internazionalmente e membro dell’Unione europea, e l’AUTOPROCLAMATA REPUBBLICA TURCA DI CIPRO NORD (RTCN) che occupa il terzo settentrionale dell’isola, riconosciuta solamente dalla Turchia. (da Wikipedia – per saperne di più: https://it.wikipedia.org/wiki/Questione_di_Cipro)

   Data la vicinanza delle piccole isole greche alla costa turca infatti, la sua Zee viene compressa in un modo che la Turchia considera ingiustamente punitiva per il proprio interesse nazionale. La corsa al gas naturale non fa che alimentare contrasti sempre più grandi.
E qui si innesta la QUESTIONE TURCO-CIPRIOTA. I negoziati per la riunificazione di CIPRO, DAL 1974 DIVISA IN DUE con un’entità turca nel nord non riconosciuta dalla comunità internazionale, sono naufragati nel luglio dello scorso anno. Ankara rivendica la sovranità su una parte della cosiddetta “Zona Economica esclusiva” attorno alle coste: compreso il BLOCCO 3 in cui l’ENI dovrebbe condurre le esplorazioni. In questo “Blocco 3”, in questo braccio di mare la nave Saipem il 10 febbraio scorso era diretta dopo aver concluso i lavori nell’area 6 sul giacimento Calypso, da poco scoperto a sudovest di Cipro. Ed entrambe le zone sono oggetto di contesta tra Turchia, Cipro e Grecia.

FRONTIERA DELLA PARTE TURCA DI CIPRO – L’INVASIONE TURCA DI CIPRO, che iniziò il 20 luglio 1974, fu la RISPOSTA DELLA TURCHIA AL COLPO DI STATO MILITARE CIPRIOTA che depose il presidente cipriota, l’arcivescovo greco-ortodosso Makarios, ALTERANDO GLI EQUILIBRI faticosamente raggiunti con il TRATTATO DI ZURIGO E LONDRA del 1960 tra l’ex potenza coloniale, il REGNO UNITO, e la GRECIA e la TURCHIA, cui facevano riferimento linguistico, culturale e politico le due comunità isolane (percentualmente la comunità greco-cipriota costituiva all’incirca il 78% dell’intera popolazione e quella turca il 22%). In quel Trattato si legittimava l’intervento militare di ciascun garante in caso di sensibile alterazione dello status politico dell’isola mediterranea. (da Wikipedia, per saperne di più: https://it.wikipedia.org/wiki/Invasione_turca_di_Cipro )

   Tra le potenze interessate alla strategia del gas naturale nel Mediterraneo orientale (sia come gasdotti che lì passano che per le estrazioni del metano), c’è naturalmente l’Unione Europea, che nella sua “mission” ha anche quello di garantire il più possibile una futura autosufficienza energetica al suo interno (cosa assai ardua): e Cipro (e non, per adesso, la Turchia) fa parte dell’Unione Europea.

IL PROGETTO EASTMED DAL GIACIMENTO LEVIATHAN (DA LA STAMPA)

   Un nodo che si scioglierebbe se la Turchia, superando la politica autoritaria di Erdogan, appartenesse all’Unione Europea (come viene ad essere la società turca, occidentale, ed europea di fatto è, e si riconosce nell’Europa) (s.m.) (p.s.: Pertanto 1- è importante trovare il prima possibile UNA SOLUZIONE ALLA QUESTIONE DI CIPRO; 2- intervenire su Erdogan perché riconosca un’identità territoriale ai curdi -magari di tipo federalista-: l’artiglieria turca ha bombardato martedì 13 febbraio, per la prima volta, il centro della cittadina curdo-siriana di AFRIN, nella SIRIA NORD-OCCIDENTALE, capoluogo del confederalismo democratico sotto attacco del Sultano Erdogan dal 20 gennaio scorso con centinaia di civili curdi finora uccisi. La cittadina di Afrin è stata colpita più volte da bombardamenti aerei e di artiglieria; 3- e che la Ue non si faccia ricattare (da Erdogan) per l’accordo sui rifugiati che passavano -nel 2015- sulla rotta dei Balcani …e chissà che fine stanno facendo quelle persone…) (s.m.)

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(nella foto lo scrittore e giornalista turco AHMET ALTAN) – “Una sentenza atlantica e crudele quella del tribunale di Istanbul che venerdì 16 febbraio ha condannato all’ergastolo aggravato SEI GIORNALISTI E ACCADEMICI turchi, tra cui I FRATELLI AHMET E MEHMET ALTAN e LA REPORTER VETERANA NAZLI ILICAK, accusati di aver tentato di «rimuovere l’ordine costituzionale» (parliamo del fallito golpe militare del luglio 2016), sostenendo la presunta rete golpista di Fethullah Gulen. Accuse insostenibili, si parla di «messaggi subliminali prima del colpo di stato». AHMET ALTAN, romanziere di valore, sarà da oggi L’UNICO SCRITTORE IN GALERA DELL’INTERA EUROPA.(…)” (Tommaso Di Francesco, “Il Manifesto”, 17/2/2018)

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L’ANALISI

MEDIO ORIENTE E SIRIA: I SEI CONFLITTI CHE PESANO SUL FUTURO DELLA REGIONE – IL CAOS TRA ERRORI E ILLUSIONI

di Franco Venturini, da “il Corriere della Sera” del 21/2/2018

   L’inaudita strage siriana che dal 2011 ha fatto mezzo milione di morti e sei milioni di profughi, non si era conclusa nello scorso ottobre con la caduta di Raqqa e la definitiva sconfitta dei tagliagole dell’Isis? A scuotere i troppo distratti e gli inguaribili ottimisti ha pensato ieri Bashar Assad, con la sua abituale ferocia.

   Su GHOUTA EST, un agglomerato di 400 MILA ANIME che è l’ultima roccaforte degli islamisti anti regime NELLA VICINANZA DI DAMASCO, sono piovuti centinaia di razzi, barili esplosivi, colpi di mortaio, cannonate, bombe d’aereo.

   Secondo stime prudenti i morti civili sono 190, più di 800 i feriti, e come sempre nella mattanza siriana hanno pagato con la vita soprattutto i bambini. Si pensa che Assad abbia deciso di liquidare la spina nel fianco di Ghouta facendo seguire ai bombardamenti un attacco di terra.

   L’Onu protesta, il mediatore Staffan de Mistura dice che siamo alla vigilia di una «seconda Aleppo». Ma per quanto gli eventi di Ghouta Est suscitino indignazione e pietà, anche noi abbiamo il dovere di non essere distratti.

   E dobbiamo capire che la guerra siriana, lungi dal concludersi con la vittoria sull’Isis, si è moltiplicata per sei.

1-   IN SIRIA C’È LA GUERRA DI BASHAR ASSAD, quella che ieri si è vista a Ghouta Est. II presidente salvato da Putin vuole finirla con i ribelli, vuole evitare una spartizione del Paese, e soprattutto vuole rimanere al potere.

   Per esempio vincendo elezioni-farsa, che metterebbero in imbarazzo gli americani e i loro alleati. Bashar cerca anche di mostrarsi più autonomo da Mosca, ma senza il suo appoggio militare e politico rischierebbe nuovamente di cadere.

2-   IN SIRIA POI C’È LA GUERRA DI ERDOGAN. LE FORZE TURCHE ASSEDIANO L’ENCLAVE CURDA DI AFRIN, Continua a leggere

L’ITALIA manda una MISSIONE militare in NIGER, per controllare la ROTTA DEI MIGRANTI che parte dal SAHEL – E’ una svolta alla politica italiana nel voler essere per l’Africa un volano di pace e sviluppo? O è solo un controllo e repressione di migrazioni di poveri affamati, in guerra in terre con un ambiente inospitale?

L’Italia schiererà UNA MISSIONE MILITARE IN NIGER, nel cuore dell’Africa. Un contingente che nel corso del prossimo anno arriverà a contare 470 soldati con 130 veicoli. E che non si occuperà solo di ADDESTRARE LE FORZE LOCALI ma anche di “concorrere all’attività di SORVEGLIANZA e di CONTROLLO del territorio del Niger”. Un impegno diretto, quindi, per PRESIDIARE LA ROTTA CHIAVE DEI MIGRANTI diretti verso le coste del Mediterraneo (foto da “Il Sole 24ore”)

   Dal 17 gennaio (con il voto alla Camera dei Deputati) anche l’Italia ha una sua missione in Niger, nel cuore del Sahel, il Paese da cui transita la maggior parte dei migranti diretti in Libia e poi in Italia. La stabilità di Paesi come il NIGER e il BURKINA FASO è decisiva per l’Africa occidentale, ma anche per l’Italia e l’Europa.

Il risultato della votazione alla Camera dei Deputati del 17 gennaio scorso per la missione in NIGER

Il Niger non è un Paese semplice: numerosi sono stati e sono tuttora gli attentati terroristi degli integralisti islamici. L’Isis ha proclamato la volontà di creare uno Stato islamico nei vasti spazi desertici degli Stati saheliani. E Il controllo delle autorità locali nigerine è scarso, soprattutto lungo i confini, specie in quello strategico con la Libia: lì è una terra di nessuno, dove convivono mercenari, gruppi jihadisti, trafficanti di petrolio…

“…TRAFFICANTI DI UOMINI. NARCOTRAFFICANTI. JIHADISTI. Il loro crocevia è LA FASCIA DESERTICA CHE DALLA MAURITANIA SI DISTENDE FINO AL SUDAN: IL SAHEL. La FRANCIA da luglio guida con 4 MILA SOLDATI una missione per «stabilizzare» la regione. «Bisogna vincere la guerra contro i terroristi», diceva il presidente EMMANUEL MACRON a NIAMEY, capitale del NIGER, a dicembre. Parigi guida una coalizione di cui fanno parte i Paesi del “G5 SAHEL”: Mali, Niger, Burkina Faso, Ciad e Mauritania. (…) Lorenzo Bagnoli 19 gennaio 2018 da https://www.osservatoriodiritti.it/

E’ così che il Niger e gli altri Stati saheliani restano fragili, senza frontiere, e con una difficile convivenza tra musulmani e i minoritari cristiani (colpiti quest’ultimi da attentati tragici).

NIGER: militari Usa approntano un campo di addestramento

L’obiettivo della missione italiana è di fornire un supporto al governo nigerino rafforzando la sua capacità di controllo del territorio per contrastare i traffici illegali, con la sorveglianza delle frontiere anche con aerei militari. L’Italia porterà in Niger un contingente di 256 soldati, che potranno salire fino a 470, e ha un mandato di operare, oltre che in Niger, anche in Mauritania, Nigeria e Benin.

(MAPPA SAHARA E SAHEL) – IL SAHEL (dall’arabo Sahil, “bordo del deserto”) È UNA FASCIA DI TERRITORIO DELL’AFRICA SUB-SAHARIANA CHE SI ESTENDE TRA IL DESERTO DEL SAHARA A NORD E LA SAVANA DEL SUDAN A SUD, e tra l’OCEANO ATLANTICO a ovest e il MAR ROSSO a est. Essa costituisce una zona di TRANSIZIONE TRA L’ECOZONA PALEARTICA E QUELLA AFROTROPICALE, ovvero un’area di passaggio climatico DALL’AREA ARIDA (STEPPICA) DEL SAHARA A QUELLA FERTILE DELLA SAVANA ARBORATA SUDANESE (asse nord-sud). Il Sahel copre i seguenti stati (da ovest a est): GAMBIA, SENEGAL, la parte sud della Mauritania, il centro del MALI, BURKINA FASO, la parte sud dell’ALGERIA e del NIGER, la parte nord della NIGERIA e del CAMERUN, la parte centrale del CIAD, il sud del SUDAN, il nord del SUD SUDAN e l’ERITREA

Ma è un mandato assai limitato: non potranno debellare i jihadisti né bloccare i trafficanti di esseri umani (manca un accordo col Niger per arrestarli e consegnarli alla giustizia); e difficile sarà pattugliare efficacemente il tratto di confine ipotizzato, sia per l’accordo limitato con il governo del Niger che per il contingente militare a disposizione che non è numeroso.

Rotte dell’immigrazione

   Quel che (pare) si farà, sarà addestrare le forze nigerine. Come è finora accaduto con i curdi in Siria, e altre parti del mondo dove in questi anni c’è stata una presenza di contingenti “di pace” italiani.

NIGER – (5/12/2017 da Limes) – IL PIÙ ESTESO E PIÙ POVERO PAESE DELL’AFRICA OCCIDENTALE ha un sottosuolo ricco di risorse. ECONOMIA, JIHADISMO E QUESTIONE MIGRATORIA attirano gli interessi di numerosi attori stranieri, tra cui l’Italia. (CARTA INEDITA DELLA SETTIMANA, – mappa da Limes, carta di Laura Canali)

Però, se la vogliamo vedere positivamente (senza sospetti di interessi nazionalistici), va rilevato che è la prima volta che “si va a vedere” a Sud, “oltre il Mediterraneo” e “oltre la Libia”, quel che accade nel formarsi di quelle rotte di migranti. Migranti quasi sempre disperati, in miseria economica e provenienti da guerre e violenze, e abitanti terre sempre più aride, in condizioni ambientali di vita impossibili.

(FOTO: la nave AQUARIUS della organizzazione umanitaria italo-franco-tedesca SOS MEDITERRANÉE, opera in partenariato con MSF (Medici senza frontiere) “….Era pieno di BAMBINI, alcuni dei quali neonati, quel GOMMONE sul quale i TRAFFICANTI LIBICI avevano ficcato 120 PERSONE. E così, quando ha cominciato a sgonfiarsi e ad affondare, le mani di tante giovani mamme si sono tese verso il cielo provando a tenere su i loro piccoli. Quando la AQUARIUS di SOS MEDITERRANÉE è arrivata, in acqua c’erano decine di persone, molti ormai in stato di incoscienza, i polmoni pieni di acqua. Ma almeno UNA TRENTINA, stando al racconto degli 83 superstiti, sono I DISPERSI……” (Alessandra Ziniti, “la Repubblica”, 29/1/2018)

E forse, accanto alle poche e difficili presenze in questi decenni di qualche centro missionario cattolico, o di organismi di volontariato laico (organizzazioni non governative con medici e cooperatori), forse l’aggiungersi di un pur limitato contingente militare, può accrescere la sensibilità italiana ed europea verso queste aree d’Africa.

Controllo francese nell’africa centrale (foto da http://www.comedonchisciotte.org/)

Africa centro-settentrionale che per noi è diventata “importante” solo in questi ultimi anni, perché da lì si formano le rotte dei tanti migrati verso l’Italia e l’Europa (prima non ce ne importava granché di fame, miseria, guerre e malattie cui quei luoghi e quelle popolazioni soffrivano).

I CAMPI DI DETENZIONE IN LIBIA – «Le statistiche non descrivono tutto. Al di là dei numeri, dietro le 119 mila persone arrivate in Italia dal Sud del Mediterraneo nel 2017 ci sono storie individuali: il calo degli sbarchi nel vostro Paese SIGNIFICA, IN LIBIA, AUMENTI DELLE TORTURE, DEGLI STUPRI, DI VITE IN CONDIZIONI DI FAME. Non voglio immaginare che cosa succede. DOPO CIÒ CHE HO VISTO È TROPPO DURO»…JOANNE LIU, presidente internazionale di MEDICI SENZA FRONTIERE (da Maurizio Caprara, “Il Corriere della Sera”, 1/2/2018)

Qualcuno dice che l’Italia in quelle aree non può altro che essere di supporto (subordinata) alla presenza della missione francese nel Sahel, nazione (la Francia) sempre molto interessata all’Africa e alla sua storica influenza (post)coloniale. In primis potrebbero interessare le risorse minerarie: in Mauritania, Mali, Burkina e Chad le compagnie francesi hanno in mano uranio, carbone, ferro, fosfato e petrolio.

AFRICA: La fascia del Sahel

Ma vogliamo credere (e sperare) che non sia questo il contesto? Che ci sia invece la volontà sì di porre un freno all’immigrazione, ma con “altri metodi” e senza “sfruttamenti di risorse” a questi paesi e a queste popolazioni? E senza che i migranti subiscano violenze nel deserto, nei campi di concentramento libici, e poi rischiando la vita nei barconi dei trafficanti nel Mediterraneo? E che si inizi, proprio dal Sahel, dal Niger e dagli altri Paesi, un percorso di collaborazione allo sviluppo e di pace (contro le forze jihadiste)?

SAHEL

E’ pur vero che la Francia in quest’Area saheliana si è impegnata e si sta impegnando molto nella lotta al terrorismo dell’estremismo islamista: e che forse la presenza italiana diventerà strategica e importante se sarà di supporto all’ “antiterrorismo” francese.
In ogni caso una pacificazione (dal terrorismo) e sviluppo dell’area, con possibilità di creare benessere nelle popolazioni africane, se questo è il “compito italiano” che ci si prefigge con questa pur ridotta missione in Niger, lo potremmo chiamare un “sano egoismo”: il controllo delle rotte dei migranti può ridurre le difficoltà europee (e italiane) nell’accogliere l’arrivo in modo incontrollato di sempre più persone; allo stesso tempo incominciamo a interessarci (come italiani e francesi, come europei…) all’Africa, contribuendo a dare ad essa pace e sviluppo (possiamo essere fiduciosi una volta tanto, e vedere positivamente questa missione in Niger?) (sm)

da WWW.osservatoriodiritti.it/

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EUROPA E AFRICA UN DESTINO COMUNE

di Andrea Riccardi, da FAMIGLIA CRISTIANA del 21/1/2018
– DOPO ANNI DI DISTACCO, FINALMENTE L’ITALIA HA RIAPERTO AMBASCIATE IN BURKINA FASO E IN NIGER: LE NOSTRE FRONTIERE VANNO OLTRE IL MEDITERRANEO – DIPLOMAZIA INTERNAZIONALE EUROPA E AFRICA, UN DESTINO COMUNE –
Economia, politica e sicurezza del Continente nero influiscono direttamente sul nostro futuro. Le frontiere di un Paese, nel mondo globale, non si identificano con i confini geografici. Al contrario, i “sovranisti” credono che blindare i confini offra sicurezza. È la logica del muro per fermare migranti e rifugiati, com’è avvenuto quando questi salivano disperati per i Balcani.
L’Italia, circondata dai mari, per geografia e storia non è portata alla blindatura delle frontiere, Continua a leggere