GIORNATA MONDIALE DEL RIFUGIATO (è stato questo 20 giugno) – 80 MILIONI DI PERSONE IN FUGA DA CONFLITTI, PERSECUZIONI E VIOLENZE – La CRISI DELL’ACCOGLIENZA DEI RIFUGIATI degli ultimi anni, è incapacità nostra ad accogliere – Come prospettare un mondo dove ci sia posto per tutti

POSTER GIORNATA DEL RIFUGIATO – GIORNATA MONDIALE DEI PROFUGHI (da Wikipedia, l’enciclopedia libera) – La GIORNATA INTERNAZIONALE DEL RIFUGIATO, indetta dalle NAZIONI UNITE, viene celebrata il 20 GIUGNO di ogni anno, per commemorare l’approvazione nel 1951 della Convenzione relativa allo statuto dei rifugiati (Convention Relating to the Status of Refugees) da parte dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Venne celebrata per la prima volta il 20 giugno 2001, nel cinquantesimo anniversario della suddetta Convenzione. Ogni anno l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) seleziona un tema comune per coordinare gli eventi celebrativi in tutto il mondo. Nel 1914 venne istituita la Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato dalla Chiesa cattolica, che, dal 2019, si celebra ogni anno nell’ultima domenica di settembre.

20 GIUGNO – GIORNATA MONDIALE DEL RIFUGIATO

da https://www.onuitalia.it/

   Al fine di intensificare gli sforzi per prevenire e risolvere i conflitti e contribuire alla pace e alla sicurezza dei rifugiati, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha scelto di celebrare la Giornata Mondiale del Rifugiato il 20 giugno di ogni anno con la Risoluzione 55/76. Il documento è stato approvato il 4 dicembre 2000 in occasione del 50° anniversario della Convenzione del 1951 relativa allo status dei rifugiati.

Mappa dei paesi inseriti nel rapporto annuale dell’International Rescue Committee (da https://www.osservatoriodiritti.it/) – Nell’ultimo RAPPORTO dell’INTERNATIONAL RESCUE COMMITTEE sono elencati i DIECI PAESI che affrontano le MAGGIORI CRISI UMANITARIE NEL MONDO. YEMEN, REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO, SIRIA, NIGERIA e VENEZUELA sono i primi cinque paesi segnalati. In assoluto l’AFRICA è il Continente più presente (40% del totale) (Fabio Polese, da https://www.osservatoriodiritti.it/, 29/1/2020) (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   Per celebrare la Giornata, l’UNHCR ha lanciato la campagna #WithRefugees che durerà fino al 19 settembre. La campagna ha come obiettivo quello di far conoscere i rifugiati attraverso i loro sogni e le loro speranze: PRENDERSI CURA DELLA PROPRIA FAMIGLIA, AVERE UN LAVORO, ANDARE A SCUOLA E AVERE UN POSTO CHE SI POSSA CHIAMARE “CASA”. Molti attori e personaggi pubblici stanno partecipando alla campagna inviando messaggi e foto con lo slogan #WithRefugees. Lo scopo della campagna consiste nel mostrare ai leader mondiali che i cittadini sono dalla parte dei rifugiati e vogliono inviare un messaggio ai governi affinché collaborino per migliorare le loro condizioni.

Nel mondo una persona su 97 è in fuga da conflitti, persecuzioni e violenze. Alla fine del 2019, 79,5 MILIONI DI PERSONE ERANO VITTIME DI ESODI FORZATI (il 40% dei quali minori) con un incremento di quasi 9 milioni rispetto al dato del 2018 (foto da il quotidiano IL RIFOMISTA https://www.ilriformista.it/)

   La petizione #WithRefugees verrà presentata all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York il 19 settembre e consisterà in una serie di richieste rivolte ai governi: garantire che ogni bambino rifugiato possa accedere all’istruzione, che ogni famiglia rifugiata abbia un posto sicuro in cui vivere e garantire che ogni rifugiato possa lavorare o acquisire nuove competenze per dare il suo contributo alla comunità.

da Avvenire del 18 giugno 2020 (ripreso dal blog https://francescomacri.wordpress.com/) – “(…) L’incremento annuale dei PROFUGHI rappresenta il risultato di DUE FATTORI principali. IL PRIMO riguarda le nuove crisi verificatesi nel 2019, in particolare nella Repubblica Democratica del CONGO, nella regione del SAHEL, in YEMEN e in SIRIA, quest’ultima responsabile dell’esodo di 13,2 milioni di persone, più di un sesto del totale mondiale. IL SECONDO è relativo a una migliore mappatura della situazione dei VENEZUELANI che si trovano fuori dal proprio Paese, molti non legalmente registrati come rifugiati o richiedenti asilo. (…)” (19/6/2020 da https://www.rainews.it/dl/rainews/) (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   Negli ultimi dieci anni, l’UNHCR ha presentato la richiesta per il reinsediamento in favore di più di 1 milione di rifugiati a 30 diversi paesi, ma il numero di persone che necessitano di reinsediamento supera di gran lunga le opportunità disponibili in un paese terzo.

LA PETIZIONE #WithRefugees verrà presentata all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York il 19 settembre e consisterà in una serie di richieste rivolte ai governi: garantire che ogni bambino rifugiato possa accedere all’istruzione, che ogni famiglia rifugiata abbia un posto sicuro in cui vivere e garantire che ogni rifugiato possa lavorare o acquisire nuove competenze per dare il suo contributo alla comunità. (da https://www.onuitalia.it/)

   Nel rapporto Projected Global Resettlement Needs 2017 che fotografa questa situazione, si afferma che in virtù dell’aumento delle quote di reinsediamento da parte di alcuni paesi, e dell’aumento delle richieste, il numero previsto di persone che necessiteranno di reinsediamento nel 2017 raggiungerà i 1,19 milioni, ovvero il 72% in più rispetto al 2014.

POSTER DA WIKIPEDIA – Global Trends mostra che dei 79,5 MILIONI DI PERSONE CHE RISULTAVANO ESSERE IN FUGA alla fine dell’anno scorso, 45,7 MILIONI ERANO SFOLLATI ALL’INTERNO DEI PROPRI PAESI. La cifra RESTANTE È COMPOSTA DA PERSONE FUGGITE OLTRE CONFINE, 4,2 milioni delle quali in attesa dell’esito della domanda di asilo, e 29,6 milioni tra rifugiati (26 milioni) e altre persone costrette alla fuga fuori dai propri Paesi. (19/6/2020 da https://www.rainews.it/dl/rainews/)

   Il reinsediamento è una delle soluzioni migliori per i rifugiati, insieme all’integrazione nella società di accoglienza e al rimpatrio volontario. Grazie a questo strumento, ai rifugiati che non possono rimanere nel Paese di primo asilo, né possono rientrare nel proprio, viene data la possibilità di cominciare una nuova vita in un Paese terzo.

AMERICA LATINA e CARAIBI, circa 3,9 MILIONI DI MIGRANTI E RIFUGIATI VENEZUELANI: IL FLUSSO MIGRATORIO PIÙ GRANDE AL MONDO – Il report dell’UNICEF – Quest’anno oltre 1,9 milioni di bambini, inclusi sia i migranti venezuelani che quelli delle comunità ospitanti, avranno bisogno di assistenza. (CARLO CIAVONI, 10/1/2020, da “la Repubblica”)

   Nel 2017 i siriani, seguiti da cittadini del Sudan, dell’Afghanistan e della Repubblica Democratica del Congo, saranno tra coloro che maggiormente necessiteranno di un programma di reinsediamento.

   L’UNICRI sta conducendo un programma per lo sviluppo di meccanismi regionali e nazionali di risposta rapida alle sfide poste dalla migrazione irregolare, alla tratta di esseri umani e al traffico di migranti in Nord Africa. In particolare, l’iniziativa si basa sul rafforzamento della cooperazione fra i principali attori (governi, ONG e organizzazioni internazionali e regionali).

Nella Giornata mondiale del Rifugiato (20 giugno 2020) CARITAS ITALIANA dedica il suo 57° DOSSIER CON DATI E TESTIMONIANZE (DDT) agli “SFOLLATI. UOMINI, DONNE E BAMBINI PROFUGHI NEL PROPRIO PAESE” . Un focus specifico è riservato alla situazione dell’Iraq, paese in cui Caritas Italiana sostiene da anni interventi in favore degli sfollati ed altre fasce vulnerabili della popolazione in collaborazione con Caritas Iraq ed altre realtà della Chiesa locale. Vedi il link: https://www.caritas.it/materiali/Mondo/mor_naf/iraq/ddt57_iraq2020.pdf

   La Summer School organizzata dall’UNICRI e dalla John Cabot University dall’11 al 15 luglio si focalizzerà sulle violazioni dei diritti umani dei migranti a livello globale ed in particolare sugli abusi che i rifugiati subiscono da parte dei trafficanti.

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GIORNATA MONDIALE RIFUGIATI. DAL PICCOLO ALAN AGLI HOTSPOT, LA CRISI DELL’ACCOGLIENZA

di Maurizio Ambrosini, 20 giugno 2020 da AVVENIRE https://www.avvenire.it/

– A 5 anni dall’esplosione della questione rifugiati in Europa, cosa è cambiato e cosa resta da fare. Un’inchiesta di “Avvenire”, “La Croix” e “Nederlands Dagblad” –

   Sono passati cinque anni dal 2015, entrato nell’immaginario collettivo come l’ANNO DELLA “CRISI DEI RIFUGIATI”. In quell’anno lo Stato islamico avanzava in Iraq. In Siria la guerra civile aveva sradicato milioni di persone. Il 20 aprile 800 PERSONE ERANO AFFONDATE NEL MEDITERRANEO, in acque libiche ma non lontano dall’isola di Lampedusa. Un fatto purtroppo non nuovo, che riattualizzava la memoria del naufragio del 3 ottobre 2013, avvenuto a poche miglia dal porto di Lampedusa, con un bilancio di 368 morti accertati e circa 20 dispersi.

   A fine anno le vittime accertate sarebbero state 3.328, più del doppio del 2014 (1.456) e meno che nel 2016 (4.481). Cominceranno a calare nel 2017 (3.552), poi ancora nel 2018 (2.275) e nel 2019 (1.283), a fronte però di una drastica contrazione degli arrivi, a seguito degli accordi con i PAESI DI TRANSITO: TURCHIA, NIGER, LIBIA. La pericolosità delle traversate infatti è aumentata: la stima è di una vita persa ogni 60 arrivi riusciti, secondo il Dossier Idos 2019.

Le parole di Merkel

Le tragedie delle migrazioni non avvenivano però soltanto in mare. Il 28 agosto 2015 le autorità austriache scoprirono i corpi di 71 persone in un camion frigorifero abbandonato in prossimità del confine ungherese. Si trattava del drammatico epilogo di un ramo del flusso di centinaia di migliaia di persone, che soprattutto dalla Siria cercavano di raggiungere il territorio dell’Unione Europea via terra, attraverso la cosiddetta “rotta balcanica”, passando attraverso Turchia e Grecia. L’Ungheria era il primo Paese dell’Ue che incontravano sul loro cammino, e lì venivano ammassati in campi di detenzione e sostanzialmente abbandonati, per effetto del regolamento di Dublino III.
Il 29 agosto i richiedenti asilo accampati alla stazione Keleti di Budapest decisero di intraprendere una “marcia della speranza” verso il confine austriaco, nel tentativo Continua a leggere

I MONUMENTI ABBATTUTI come giusta risposta antirazzista? – Dopo l’assassinio di GEORGE FLOYD, vengono RIMOSSE LE STATUE di personaggi famosi considerati razzisti – Come dialogare con la ferocia di tanti avvenimenti storici? e anche con i simboli negativi dei monumenti (senza doverli per forza abbattere)?

MAPPA ALLA CASA GIL A ROMA DELL’AFRICA – “(…) Nel 2019 il festival Short theatre ha svolto alcune delle sue attività anche nel palazzo che un tempo fu la CASA DELLA GIOVENTÙ ITALIANA DEL LITTORIO (Gil). (…) L’edificio è in puro stile razionalista ed è stato inaugurato nel 1937, l’anno dopo la CONQUISTA VIOLENTA DELL’ETIOPIA, proprio per celebrare quella guerra sanguinaria. Nel 2019 un collettivo di studiose (..) hanno portato all’attenzione pubblica la problematicità del palazzo e soprattutto di una MAPPA ESPOSTA NEL SALONE D’ONORE (..). In quella raffigurazione, l’AFRICA è immensa e domina tutta la parete, ma è UN CONTINENTE VUOTO, dove sono segnati solo i POSSEDIMENTI ITALIANI e si vede solo la M di Mussolini (insieme alla sua famosa frase “NOI TIREREMO DRITTO”), che sembra incombere sui territori occupati. Accanto alla mappa i nomi delle città conquistate dagli italiani: ADUA, ADIGRAT, MACALLÈ… COSA FARE DAVANTI A UN TALE SFOGGIO DI FASCISMO COLONIALE? Quella mappa lascia interdetti per la sua ferocia, ma PICCONARLA SAREBBE UN GRANDE ERRORE, perché solo osservandola si capiscono tante cose della nefasta visione che il fascismo aveva del mondo, soprattutto di quei popoli che erano malauguratamente finiti sotto il suo dominio. QUELLA MAPPA VUOTA CI PARLA ANCORA OGGI DELLE VIOLENZE CHE SI SONO ABBATTUTE SUI CORPI DEI COLONIZZATI. (…) (IGIABA SCEGO, scrittrice, 9/6/2020, da INTERNAZIONALE – https://www.internazionale.it/)

   Dopo la feroce e drammatica (che si è potuta vedere!) uccisione di George Floyd a Minneapolis da parte della polizia, le proteste sono sorte spontaneamente in moltissime città (non solo degli USA ma in tutto il mondo), con milioni di persone in piazza contro il razzismo (mai cessato, anche adesso!); e dopo questo tragico episodio, è accaduto che in tanti luoghi degli Usa, della Gran Bretagna, ma in tutta Europa e altri continenti (quasi dappertutto) si è scatenata una protesta popolare collettiva dei manifestanti contro monumenti e statue che esaltano figure famose del passato che erano esplicitamente razziste, nella loro vita, nelle loro attività, nei loro comportamenti.

Morte di George Floyd: A LONDRA il sindaco fa abbattere la statua di un commerciante di schiavi (foto ripresa da http://www.huffingtonpost.it/)

   L’abbattimento di alcuni simboli (che solo adesso ci rendiamo conto negativi?) del passato, avviene quasi sempre con episodi accaduti nel presente (come nel caso di George Floyd, che ha destato vasta impressione…) che creano una psicosi collettiva (peraltro riteniamo in questo caso più che positiva, la protesta per quanto accaduto e il rifiuto del razzismo…); e che fa sì che non si tollerano più simboli del passato che, ci accorgiamo solo ora, magari sono monumenti vicini a casa, ci passiamo ogni giorno davanti…, e rappresentano figure che nella loro vita si sono rivelate razziste, crudeli; e che creano in noi conflitto rispetto all’episodio accaduto nel nostro presente, che contestiamo.

L’immagine della statua di CRISTOFORO COLOMBO al momento di essere abbattuta a MINNEAPOLIS (ripresa da Youtube)

   Ci sono poi ricorrenze (oppure iniziative di singoli) nelle quali “ci si accorge”, che un personaggio storico famoso, venerato, questa persona non meritava statue, intitolazioni di strade, piazze, scuole…un episodio emblematico è quello del generale comandante in capo delle truppe italiane nella prima guerra mondiale (fino alla disfatta di Caporetto) LUIGI CADORNA.

Il generale della prima guerra mondiale LUIGI CADORNA (foto da WIKIPEDIA)

   Solo adesso (pochi anni fa) ci si è accorti della crudeltà delle azioni di Cadorna. Usava una tattica di guerra senza tener alcun conto delle vite umane: attacchi frontali, i nostri soldati a scagliarsi contro le postazioni nemiche a ranghi compatti, offrendo squadre, plotoni e compagnie al tiro delle mitragliatrici. Gli attacchi si concludevano sempre con un numero altissimo di morti, e peraltro quasi nessuna conquista territoriale. Ma non si limitava a questo Cadorna: faceva fucilare chi arretrava al massacro: i carabinieri si distinguevano in questo, qualora il soldato che arretrava non fosse ucciso dal “suo” ufficiale, un plotone di carabinieri “aspettava” nelle retrovie chi si ritirava per fucilarli sul posto. E addirittura, nella giustizia sommaria delle fucilazioni dopo l’eventuale ritirata, si estraeva a sorte chi doveva essere ucciso (lo stesso Cadorna ordinava, in un telegramma inviato a tutti i reparti militari sul fronte, il 1 novembre 1916: «Ricordo che non vi è altro mezzo idoneo per reprimere i reati collettivi che quello della immediata fucilazione dei maggiori colpevoli, e allorché l’accertamento dell’identità personale dei responsabili non è possibile, rimane ai comandanti il diritto e il dovere di estrarre a sorte tra gli indiziati alcuni militari e punirli con la pena di morte». Ebbene, questo generale Cadorna è nel nome di tante piazze, strade, scuole, monumenti delle nostre città…. (e solo adesso ci si accorge di cos’era veramente Cadorna, e lo si vuole rimuovere…).

Roma, manifestazione antirazzista dopo l’uccisione di George Floyd (foto da https://www.peopleforplanet.it/)

   Tornando ora alla decapitazione a furor di popolo, antirazzista, di statue di personaggi dichiaratamente razzisti (oppure alla richiesta, meno violenta e “immediata”, di rimozione; o ad amministrazioni comunali che d’iniziativa propria in questo senso deliberano…), vien da pensare che la cosa può anche essere sì auspicabile, condivisibile….ma rischiamo di perdere traccia visibile di certi fatti negativi….e richiederebbe invece un dialogo più ragionato “con la storia”, con gli accadimenti del passato; con una rivisitazione di essi, e capire perché e per come sono accaduti certi episodi spesso crudeli, atroci, che personaggi allora venerati per qualche loro altra azione (magari benefattori e finanziatori di opere cittadine, valenti affermati giornalisti, etc.) ha fatto sì che li si venisse a dedicare una statua (o più d’una) che adesso si vuole abbattere.

Morte Floyd, Virginia: imbrattate statue degli eroi confederati e razzisti

   Il problema è che anche dittature fasciste e violente, anche loro si sono dedicate ad abbattere statue di personaggi del passato. Più di tutti l’Isis negli appena passati anni di dominio assoluto in Siria e altre parti del Medio Oriente ha fatto man bassa di simboli (anche statue) del passato. E prima ancora la rivoluzione Khomeinista in Iran; e perfino i Khmer rossi in Cambogia. Questi esempi comunque non necessariamente possono essere messi sullo stesso piano al fatto che la “rivisitazione storica” che accadde adesso, portata avanti da un movimento antirazzista mondiale in auge in queste settimane, possa avere invece anche degli aspetti positivi.

   Solo è da chiedersi se ha senso questa (temporanea?) furia popolare di rimozione dei monumenti sgraditi, se sia giusta o meno: se invece non si potesse auspicare fatti più concreti affinché episodi e modi quotidiani razzisti non avvengano più. E se si possono mantenere i monumenti, i simboli (negativi) del passato, cercando di “dialogare” e contrapporsi ad essi.

Un dettaglio del bassorilievo di Mussolini a Bolzano sulla facciata dell’ex Casa del Fascio (ora Palazzo delle Finanze) con la scritta impressa “CREDERE, OBBEDIRE, COMBATTERE”

   Una soluzione può essere quella che propone in un articolo sul “Foglio” (che in questo post qui di seguito vi proponiamo) Adriano Sofri, riferendosi alla città di Bolzano. A Bolzano, sulla facciata dell’ex Casa del Fascio (ora ci sono gli uffici finanziari) c’è un colossale bassorilievo col duce a cavallo (vedi una parte nella foto qui sopra) e l’epopea fascista, con il motto “credere obbedire combattere”; e si è sovrapposta, in risposta, sul frontone, una scritta luminosa tratta da Hannah Arendt, in italiano, tedesco e ladino: “NESSUNO HA IL DIRITTO DI OBBEDIRE”. E questo è avvenuto forse troppo tardi, nel 2017, in ogni caso pacatamente, cercando di rispondere al moto fascista a mente fredda, con la forza della ragione e della convivenza pacifica rappresentata dal pensiero di Hannah Arendt.

“(…) Anche con le storie comuni, anche con la storia dell’intero genere umano, che è andata sempre più ravvicinandosi, possiamo usare, se non un’indulgenza (sì una pietà) una comprensione. Abbattere qualche monumento davvero insopportabile, accostare a qualche altro una buona didascalia, continuare a onorarne altri. A BOLZANO c’è un esempio prezioso, sulla FACCIATA dell’EX CASA DEL FASCIO. Si è conservato il colossale bassorilievo col DUCE A CAVALLO e l’epopea fascista e il motto “CREDERE OBBEDIRE COMBATTERE”, e SI È SOVRAPPOSTA sul frontone UNA SCRITTA LUMINOSA tratta da HANNAH ARENDT, in italiano, tedesco e ladino: “NESSUNO HA IL DIRITTO DI OBBEDIRE”. Questo è avvenuto tardi, nel 2017, e a mente fredda, per così dire. (…)” (ADRIANO SOFRI, 11/6/2020, IL FOGLIO)

   Nel contesto della GEOGRAFIA, del pensiero geografico, la mappa, la carta geografica, molto spesso si è prestata a strumentalizzazioni fasciste, violente, di dominio e di potere. In una bella mostra tenuta a Treviso dalla Fondazione Benetton tra il novembre 2016 e marzo 2017, i proponenti si chiedevano (e cartograficamente con esempi storici dimostravano) se “la Geografia può servire a fare la guerra”, nella soggettività politica della mappa nel rappresentare i confini, gli stati, le popolazione a volte sottomesse a quel o quell’altro potere (vedi: https://geograficamente.wordpress.com/2016/11/10/la-geografia-serve-a-fare-la-guerra-la-bella-mostra-a-treviso-a-palazzo-bomben-fino-al-19-febbraio-2017-della-fondazione-benetton-rileva-quale-sia-stato-specie-nel-suo/ ).

A BRISTOL la folla abbatte la statua di Edward Colston trafficante di schiavi inglese (foto da “la Repubblica”)

   Tutto questo per dire che ai simboli del passato, come nel caso di queste settimane del diffondersi della volontà di manifestanti (e amministrazioni comunali) di togliere statue di personaggi razzisti, sarebbe forse più utile una risposta (anche popolare) ragionata: acquisire nella propria coscienza personale, e insieme in quella collettiva, i drammi e anche le atrocità del passato, ragionarci su (anche con scritte e sovrapposizioni allo spirito originario razzista del monumento) perché cose del genere non possano più accadere (e dialogare di più con “la storia”) (s.m.)

A RICHMOND, in VIRGINIA, dopo anni si è deciso finalmente di rimuovere anche la statua del comandante delle truppe confederate ROBERT E. LEE dal suo piedistallo (nella foto ora il monumento è “vuoto”, senza statua) (foto ripresa da “il Fatto Quotidiano”)

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(nella foto l’obelisco di Mussolini al Foro Italico a ROMA, con la scritta “MUSSOLINI DUX”) – “(…) Alla vigilia delle Olimpiadi di Roma del 1960 GIANNI RODARI scrisse per il quotidiano Paese Sera un pezzo dal titolo “Poscritto per il Foro”. Era sulle scritte al Foro Italico che inneggiano al fascismo, un’epoca ancora piuttosto recente nei tempi in cui Rodari firmava il suo articolo. SI VOGLIONO LASCIARE LE SCRITTE MUSSOLINIANE? Va bene. Ma SIANO ADEGUATAMENTE COMPLETATE. Lo spazio, sui bianchi marmi del Foro Italico, non manca. Abbiamo BUONI SCRITTORI PER DETTARE IL SEGUITO DI QUELLE EPIGRAFI e valenti artigiani per incidere le aggiunte. Per Rodari le aggiunte dovevano riguardare il dolore che il fascismo aveva inflitto. Un dolore che andava ricordato per non ripetere più un obbrobrio del genere. COMPLETARE QUINDI, PER NON SOCCOMBERE. (…)” (IGIABA SCEGO, scrittrice, 9/6/2020, da INTERNAZIONALE – https://www.internazionale.it/)

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I MONUMENTI ABBATTUTI E LA MEMORIA: NON C’È UN PRINCIPIO CUI SPERARE DI FAR ATTENERE I POPOLI NEI CONFRONTI DELLA STORIA

di Adriano Sofri, 11/6/2020, da IL FOGLIO, https://www.ilfoglio.it/

   La storia, lo studio del passato, è letteralmente un monumento. Nei suoi momenti più esaltati, la rivalsa contro il passato non si accontenta di abbattere alcuni monumenti particolari, ma cerca di fare tabula rasa della storia. Il suo “uomo nuovo” non ha precedenti e non vuole averne.

   Abbiamo assistito a queste sfide smisurate, dalla Grande Rivoluzione francese in poi, fino alla Cina della Rivoluzione culturale, la Cambogia dei Khmer rossi, e possiamo guardare ai nuovi episodi di demolizione o decapitazione delle statue con un maggior distacco.

   Il fatto è che anche ciascuno di noi ha un proprio personale passato, una propria storia, e quanto più è lunga – nella nostra longeva parte di mondo è mediamente lunga – tanto più è stata intrisa di pregiudizi. La Costituzione, che ha anche lei la sua età, stabiliva che tutti i cittadini fossero uguali davanti alla legge senza distinzioni di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche o condizioni personali e sociali. Ma non è stato così, per nessuno di noi o quasi. Ciascuno di noi – bastava essere maschio, per esempio – è cresciuto senza riconoscere i propri pregiudizi di sesso, razza, lingua, religione e distanza sociale, e li ha superati, quando ne è stato capace, molto lentamente e attraverso vere rivelazioni. Ma anche la legge ha fatto una gran fatica ad applicare quel principio costituzionale, e ancora non ha finito e del resto non finirà mai, e conosce anche retrocessioni.

   Si era appena rassegnata a far votare le donne, e ci ha messo decenni a far entrare le donne in magistratura, o nella professione militare, a cancellare il delitto d’onore… Nella nostra vita pubblica e in quella privata, di noi vivi al momento, abbiamo eretto altrettanti monumenti piccoli o grandi che, alla luce di quello che crediamo giusto oggi, dovremmo abbattere clamorosamente. Non lo facciamo, naturalmente, salvo che diventiamo dei fanatici e compiaciuti convertiti; possiamo prenderne le distanze e provare a capire com’è andata e a chiederci come sta andando e a fare attenzione a come andrà ancora.

   Dunque anche con le storie comuni, anche con la storia dell’intero genere umano, che è andata sempre più ravvicinandosi, possiamo usare, se non un’indulgenza (sì una pietà) una comprensione. Abbattere qualche monumento davvero insopportabile, accostare a qualche altro una buona didascalia, continuare a onorarne altri. Continua a leggere

L’AMERICA IN RIVOLTA per l’assassinio a MINNEAPOLIS (Minnesota) di GEORGE FLOYD – “I CAN’T BREATHE”, il “non riesco a respirare” pronunciato da Floyd è lo slogan contro la polizia – E torna il grido “BLACK LIVES MATTER”, le vite nere contano – E la PROTESTA è MULTIETNICA, neri e bianchi insieme

“Non riesco a respirare” (foto da http://www.perlapace.it/) – “La sera del 25 maggio GEORGE FLOYD va a comprare le sigarette nel solito negozio di MINNEAPOLIS (città del Minnesota) ma porge all’impiegato una banconota da 20 dollari falsa, l’impiegato se ne accorge e chiama il 911. LA POLIZIA ARRIVA. UNO DEI POLIZIOTTI, Derek Chauvin, ferma l’uomo, lo blocca, si accanisce, PER 8 MINUTI SPINGE IL SUO GINOCCHIO CONTRO IL PETTO DI FLOYD che ripete “NON RIESCO A RESPIRARE”, il poliziotto non si ferma, Floyd muore. Il tutto è ripreso con i telefonini dei testimoni, il video finisce sul web, ESPLODE IL CASO, POI LA PROTESTA, SI RIEMPIONO LE PIAZZE CONTRO LA POLIZIA E TRUMP, L’AMERICA È IN RIVOLTA, torna il grido di questi ultimi anni “Black lives matter”, le vite nere contano.(…)”(Angela Manganaro, da “il Sole 24ore” del 1/6/2020)

   Gli Stati Uniti stanno vivendo un momento particolarmente duro e difficile. La protesta per la morte a Minneapolis (città del Minnesota, in un’area urbana di 3 milioni e mezzo di abitanti) di un cittadino 46enne nero, George Floyd, ad opera della polizia (di fatto soffocato dal ginocchio del poliziotto che lo teneva a terra…senza che la vittima avesse opposto alcuna resistenza), questa uccisione ha riaperto la vecchia e mai sopita (e mai risolta) ferita del razzismo in America nei confronti dei neri (gli afroamericani sono il 12 per cento della popolazione). Un contesto di disperazione collettiva sembra aver preso gli Stati Uniti, nella protesta dilagante.

(nella foto, la manifestazione antirazzista a Washington di sabato 6 giugno – foto da https://it_euronews.com/) – GEORGE FLOYD: WASHINGTON, SABATO 6 GIUGNO, EPICENTRO DELLA PROTESTA, MOBILITAZIONI IN EUROPA (da https://it.euronews.com/ – 6/6/2020) – Non si fermano negli Stati Uniti le manifestazioni in memoria di George Floyd, morto lo scorso 25 maggio, e di protesta contro la brutalità della Polizia. CENTINAIA DI PERSONE LO HANNO COMMEMORATO A FAYETTEVILLE, sua terra d’origine, nel NORTH CAROLINA, stesso discorso ad ARLINGTON, in VIRGINIA: per loro, questa morte deve diventare l’occasione per cambiare le carte in tavola sul fronte “discriminazione”. “Non importa chi siamo, da dove veniamo, che aspetto abbiamo o chi amiamo – dice il Reverendo Adrian Nelson – purché riconosciamo che siamo nella stessa comunità e tutti esseri umani: quello che si è perso a Minneapolis è l’umanità di George Floyd”. Intanto, spunta l’ennesimo video che infiamma ancor più l’America – involontario protagonista un 33enne afroamericano morto lo scorso marzo dopo essere stato fermato da alcuni agenti – proprio nel giorno della MEGA MANIFESTAZIONE A WASHINGTON. Qui, CENTINAIA DI MIGLIAIA LE PERSONE IN PIAZZA, CONTRO IL RAZZISMO E CONTRO I METODI DELLA POLIZIA nei confronti degli afroamericani, in una delle più grandi manifestazioni della storia della capitale.

   Parte di questa disperazione deriva sicuramente anche dalla pandemia da coronavirus, che ha stressato (sta stressando) la popolazione (ne viviamo pure noi l’esperienza…): e questo ha portato finora negli USA a centomila decessi per Covid-19, più di un milione di positivi e oltre 20 milioni di persone che hanno perso il lavoro (il tasso di disoccupazione è il più alto dal dopoguerra). In tutto negli USA abbiamo un numero di disoccupati arrivato a 40 milioni, e quasi 20 milioni di lavoratori che rischiano o perderanno di certo la propria copertura sanitaria.

(mappa Minnesota, dove c’e MINNEAPOLIS, immagine ripresa da https://www.ultimenotizieflash.com/) – MINNEAPOLIS è la città principale dello STATO DEL MINNESOTA (centro-nord degli USA), e capoluogo della CONTEA DI HENNEPIN. La città è situata nella parte sud-orientale del Minnesota, lungo le sponde del MISSISSIPPI poco a nord della confluenza con il fiume Minnesota. Con la vicina capitale dello Stato SAINT PAUL, forma la cosiddetta AREA METROPOLITANA DELLE TWIN CITIES (CITTÀ GEMELLE), SEDICESIMA AREA METROPOLITANA PIÙ POPOLOSA DEGLI STATI UNITI con una popolazione complessiva di oltre 3 500 000 ABITANTI. Nell’area cittadina si trovano oltre VENTI LAGHI E AREE UMIDE, le RIVE DEL MISSISSIPPI, numerosi TORRENTI e CASCATE, molti di questi sono collegati da un SISTEMA DI PARCHI. Fu proprio l’abbondanza di acqua a suggerire ai fondatori il nome della città. Il nome Minneapolis deriva infatti dall’unione dei termini mni, che significa acqua in lingua Dakota e polis, città in greco. La città è anche nota con il nomignolo di “Città dei laghi” oppure “Mill City”, in passato infatti l’attività economica principale era la molitura del grano. (da WIKIPEDIA)

   Pertanto la morte di George Floyd per mano delle forze dell’ordine ha incendiato un Paese in forte tensione sanitaria ed economica, di dilagante perdita di lavoro, con una povertà che si estende giorno per giorno sempre di più; e un Paese da sempre diviso e diseguale, riportando così la questione razziale al centro del dibattito.

USA, POLIZIOTTI IN GINOCCHIO CHIEDONO SCUSA PER LA MORTE DI GEORGE FLOYD (foto da https.www.huffingtonpost/) – Sui social network troviamo però anche la capo della polizia di Atlanta che parla con i manifestanti o lo sceriffo di Flint, la città natale di Michael Moore, che decide di marciare assieme ai manifestanti. Qualcosa sta cambiando è nella reazione di diverse forze di polizia, che in parte si stanno schierando dalla parte dei cittadini. Un segno di speranza. Questa scelta dovrebbe venire particolarmente apprezzata perché tra le rivendicazioni che si sentono urlare in strada c’è proprio la richiesta di veder riconosciuta l’esistenza di un razzismo istituzionale. Poi ci sono migliaia di persone, la maggioranza, che ovunque manifestano pacificamente, impediscono i saccheggi, cacciano gruppi di manifestanti organizzati arrivati per scontrarsi con la polizia.

   Per di più, una delle differenze rispetto al passato, è che queste manifestazioni sono scoppiate in varie città, dall’Atlantico al Pacifico, contemporaneamente, oltre a Minneapolis, Los Angeles, Oakland, Denver, Cleveland, Washington, Chicago, Portland… (ora estendendosi a movimenti per i diritti civili presente anche in tante città d’Europa).

Negli Stati Uniti ci sono 917 GRUPPI ORGANIZZATI CHE INNEGGIANO ALL’ODIO RAZZIALE. “Hate groups” li definisce il SOUTHERN POVERTY LAW CENTER che li ha inseriti in un’unica mappa. I dati arrivano al 2019 e sono scaricabili. La cartina (qui sopra) che, STATO PER STATO, rappresenta IL LATO PEGGIORE DELLA NAZIONE PIÙ POTENTE DEL MONDO. Il SOUTHERN POVERTY LAW CENTER è una organizzazione non-profit che si occupa del monitoraggio delle attività dei gruppi di “haters” degli Stati Uniti. Dal KU KLUX KLAN al MOVIMENTO NEO-NAZISTA. SPLC dichiara di tenere sotto traccia 1.600 gruppi estremisti che operano in tutto il Paese. 940 solo nel 2019. (da https://www.infodata.ilsole24ore.com/, 2/6/2020)

   Si tratta comunque di una situazione atipica, diversa dalle altre, l’opposizione e l’indignazione per la crudele uccisione di George Floyd. Perché il fatto “positivo” (se così si può dire nella tragicità del contesto…) è che LA RIVOLTA, LA PROTESTA, E’ MULTIETNICA (si è per la prima volta superata la barriera che voleva che a protestare fosse solo la comunità nera colpita). Una situazione molto diversa da episodi simili del passato (con l’uccisione di un afroamericano disarmato da parte di un poliziotto bianco). Addirittura in certe città (come Atlanta) si sono uniti a chi protestava anche autorità politiche e gli stessi poliziotti.

5 giugno 2020: Manifestazione a NEW YORK per la morte di George Floyd (foto da https.www.open.online/) – Quello che si è visto in tutte le città è stato uno scenario diverso per molti aspetti, non solo per la violenza della protesta che ha portato a incendiare macchine della polizia, cassonetti, innalzare barricate, ma per la non omogeneità razziale di questa protesta. La trasversalità etnica la si era vista altre volte in passato, ma in singoli luoghi, per l’episodio accaduto. Ora è invece la prima volta che in ogni parte degli USA (ma la protesta si è diffusa in tante parti del mondo) le manifestazioni hanno come partecipanti persone di “origine” diversa (difficile dover pronunciare ancora queste differenziazioni che apparivano superate, dimenticate, e invece la violenza razzista sui neri è cosa reale ancora…)

   Ciò non toglie che molto spesso sono manifestazioni di estrema violenza, con episodi di distruzione e anche, è accaduto, con vittime. Però è una situazione composita. La stragrande maggioranza di chi protesta (nel racconto dei testimoni degli accadimenti di questi giorni) sembra mostrare uno spirito sì arrabbiato (incazzato), una situazione di stanchezza (che dicevamo, per il virus, la disoccupazione, l’economia, ora anche il ritorno razzista…), ma anche un andare in piazza per ribadire “la voglia di cambiare”. Cioè la gente è unita sul fatto che è arrivato il momento di cambiare.

Diverse migliaia di manifestanti si riuniscono a Oakland, California (foto ripresa da https://it.euronews.com/) – Dal 25 maggio molta America dimentica lockdown e cautele antipandemia e si riversa in strada a manifestare. “I can’t breathe”, il “non riesco a respirare” pronunciato da Floyd diventa il nuovo slogan contro la polizia stampato sulle mascherine anti-coronavirus

   L’inadeguatezza spaventosa di un presidente americano che fomenta la rivolta anziché dare un senso di autorevolezza e superamento delle difficoltà, crea un contesto di necessità di scendere da casa per protestare, per “cercare una soluzione” al caos, al razzismo, alle difficoltà economiche che sempre più persone vivono. Nel caso americano, è da capire se esiste ancora una “maggioranza silenziosa” che voterà per Trump, o se per lui è difficile essere rieletto alle elezioni di novembre. Ma il qualsivoglia presidente che l’America sceglierà a novembre, è da capire se riuscirà a dare una svolta positiva a un paese in così gravi difficoltà.

Manifestazione a Roma (come in tutta Europa) contro l’uccisione di George Floyd (foto da http://www.welfarenetwork.it/) – BLACK LIVES MATTER (BLM, letteralmente “LE VITE DEI NERI CONTANO”) è un MOVIMENTO ATTIVISTA INTERNAZIONALE, originato all’interno della comunità afroamericana, impegnato nella LOTTA CONTRO IL RAZZISMO, perpetuato a livello socio-politico, verso le persone nere. (da WIKIPEDIA)

   Quel che accadde in America di solito accadde qualche tempo dopo anche da noi (così si diceva, e veniva dimostrato, una volta). Sarebbe pertanto importante non guardare solo da spettatori passivi e distaccati alla “crisi americana”; perché anche da noi qualsiasi episodio negativo anche individuale, minimale, potrebbe avere conseguenze generali esplosive per tutti. Per questo emerge la necessità e la fatica di ciascuno di noi, nelle strutture sociali che viviamo, di “cambiare in meglio” nell’epoca post coronavirus, cercando concretamente di essere migliori e per un mondo nuovo possibilmente più giusto. (s.m.)

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LARRY SABATO: “VIRUS, CRISI ECONOMICA, RIVOLTA RAZZIALE. LA MIA AMERICA SMARRITA E SENZA GUIDA”

di Anna Lombardi da “la Repubblica” del 31/5/2020

Parla il politologo a capo del Center for Politics dell’Università della Virginia, autore di numerosi saggi e di una newsletter sempre ricca di informazioni, “Sabato’s Crystal Ball” –

È come se l’America fosse stata maledetta: stiamo affrontando un cigno nero dopo l’altro, una serie di eventi imprevisti che però a guardarli bene non sono poi così sorprendenti. Qui la pandemia è ancora attiva, il collasso economico somiglia a quello drammatico degli anni Trenta, abbiamo 40 milioni di disoccupati. L’ultima cosa che serviva era una rivolta razziale“. Larry Sabato, 67 anni, è il politologo a capo del Center for Politics dell’Università della Virginia, autore di numerosi saggi e di una newsletter sempre ricca di informazioni, “Sabato’s Crystal Ball”.
L’America è in fiamme. Da dove viene tutta questa rabbia?
“La questione razziale ha radici profonde. Ma in questo momento la combinazione virus, economia, rivolta è sicuramente la peggiore possibile. Sta mettendo a nudo le contraddizioni della società americana tutte insieme. La connessione virus, rabbia nelle piazze può non essere evidente, ma a fare da collante c’è il disastro dell’economia. Fra coloro che protestano per una legittima causa, l’ennesimo afroamericano assassinato dalla polizia, ci sono sicuramente tanti disoccupati, gente che ha perso il lavoro in questi mesi e ha perso ogni prospettiva di futuro. L’America in fiamme è il simbolo di un’America smarrita”.

Una situazione difficilissima da affrontare…
“Esatto. Quanti shock può reggere una società già di per sé non sana, prima di sgretolarsi? Eravamo già di fronte a divisioni profonde. Ora quelle divisioni sembrano Continua a leggere

IL MONDO IN FIAMME nel post-Coronavirus? Tra guerre cibernetiche, eserciti di droni, rivolte popolari per l’indipendenza e contro la povertà – Ora le prime crisi: in Venezuela; tra Iran e Israele; a Hong Kong – SCENARI negativi da superare con istituzioni planetarie che pratichino POLITICHE DI PACE e SVILUPPO globale

La polizia di HONG KONG ha fatto ricorso ai gas lacrimogeni per disperdere i manifestanti pro-democrazia, scesi in strada per protestare contro la NUOVA LEGGE SULLA SICUREZZA NAZIONALE – in attesa di essere approvata dal parlamento cinese – e contro un’altra legge sull’inno nazionale – (da http://www.rainews.it/)

  Nella situazione geopolitica che si prospetta con il calare della pandemia globale (almeno, pur lentamente, questo sembra…) il mondo sta andando inesorabilmente (lo è già) verso una crisi economica molto grave, e di inevitabili ulteriori tensioni internazionali; e di scontri tra nazioni, tra alleanze di paesi che in modo inimmaginabile si stanno formando (con protagonisti la Cina, India, Turchia, Iran, Russia…..molto poco gli Usa che hanno rinunciato alla loro storica supremazia, e men che meno l’Unione Europea lacerata dal protagonismo di 27 nazionalismi che non vogliono rinunciare al loro potere.

HONG KONG, TAIWAN e TIBET nello scontro con la CINA per l’indipendenza

   Se la popolazione (nel mondo) non ha più lavoro, non ha un reddito per campare, ha fame e gli Stati non riescono a dare loro la soddisfazione di bisogni essenziali per vivere, ci saranno rivolte, sofferenze, tensioni inevitabili. Se gli Stati si troveranno in queste difficoltà di controllo delle loro popolazione, attueranno politiche autoritarie, repressive, al loro interno, e cercheranno alleanze esterne con chi potrà dare loro aiuto economico, con un riequilibrio mondiale fatto di concorrenza di forza bellica tra potenze, alleanze (e anche questo è estremamente pericoloso). Tutto può accadere in questa situazione.

VENEZUELA E AMERICA LATINA NEL DRAMMA DI POVERTA E PANDEMIA (foto da http://www.ceinews.it/)

   Allargando lo sguardo sul contesto geopolitico internazionale, fatto di cambiamenti e accadimenti diversificati, a volte imprevedibili, giorno per giorno, si può adesso vedere (nello scenario politico) come, ad esempio, nel post coronavirus le prime crisi internazionali visibili in queste ore evidenti (ma moltissime altre -ri-torneranno a farsi sentire), sono in VENEZUELA (una povertà assoluta da molto tempo con il collasso del sistema, con lo scontro interno tra Maduro al potere e Guaidò all’opposizione); poi tra IRAN e ISRAELE, con l’Iran che lancia proclami bellicosi (non solo proclami) nei confronti dello stato israeliano, che a sua volta vede il mondo iraniano scita come il principale nemico da colpire; poi, nell’immediato post-Covid c’è il conflitto tra la CINA e HONG KONG (scontro aggravato negli ultimi giorni dalla volontà cinese di approvare una legge per mettere a tacere l’autonomismo della ex provincia britannica, e che dal 2047 sarà a tutti gli effetti cinese).

KHAMENEI: «JIHAD CONTRO ISRAELE E IL VIRUS SIONISTA». NETANYAHU: ««Chi ci minaccia rischia» – Tensione elevatissima tra IRAN e ISRAELE. «Il Jihad e la lotta per liberare la Palestina sono doveri islamici»: è con un appello alla guerra santa che la Guida iraniana ALI KHAMENEI (nella foto) ha risposto alle ipotesi di annessione ad Israele di parti della Cisgiordania, Valle del Giordano compresa, sulla scia del piano di pace di Donald Trump. «Chiunque minacci di distruggere Israele si metterà nello stesso pericolo», ha risposto il primo ministro Benyamin Netanyahu. (da “Il Messaggero” del 22/5/2020)

   Qui si sta temendo che l’idea di “un paese due sistemi” a Hong Kong, stia tra poco per finire, per naufragare. Infatti la “restituzione” della Gran Bretagna di Hong Kong alla Cina è avvenuta secondo il principio, dicevamo, di “un paese due sistemi” che prevedeva uno status ad hoc per Hong Kong, al fine di garantire una lenta transizione del sistema economico e giuridico della ex colonia britannica alla Cina, che si compirà nel 2047. Questa teoria era fondata sulla necessità di non modificare nell’isola il sistema legale, sociale ed economico, al fine di rassicurare il mondo imprenditoriale e finanziario, molto scettico, dopo la repressione della protesta avvenuta a piazza Tian’anmen nel 1989, sulle reali intenzioni dei dirigenti cinesi di rispettare i diritti umani e di governare in base alla legge. Ma il vero problema è, a Honk Kong, che adesso non è tanto il sistema finanziario che teme l’incorporazione alla Cina, bensì buona parte della popolazione, i giovani in primis, abituati a sistemi occidentali più democratici ed aperti, e per niente favorevoli ad essere inglobati nel sistema e nelle “regole” autoritarie cinesi.

BRASILE – Nella seconda metà di maggio oltre 14mila contagi al giorno: l’epidemia accelera in Brasile. Con la rivolta dei governatori contro il presidente BOLSONARO (nella foto), che continua a minimizzare. Il Brasile è il sesto Paese più colpito. Il presidente ordina di aprire barbieri e palestre, ma gli amministratori locali si oppongono. E uno studio Usa lancia l’allarme: ad agosto ci saranno 88mila morti.

   E la nuova legge che si vuol far approvare, che il parlamento cinese si appresta a varare, servirà a “prevenire, fermare e punire” ogni possibile atto di secessione e vietare “attività di forze esterne o straniere” a Hong Kong, permettendo a Pechino di stabilire agenzie di sicurezza sul territorio. Cioè l’inizio della repressione vera e propria, di far divenire Hong Kong una provincia “stabilizzata”, uguale alle altre provincie dell’impero cinese.

In TIBET l’occupazione da parte di PECHINO è più rigorosa che mai. (da LINKIESTA,https://www.linkiesta.it/ ) – Dal 2009 sono stati quasi 160 i monaci che si sono dati fuoco, in una forma di suicidio rituale, per denunciare le condizioni difficili dei tibetani.(…) La CINA VUOLE MANTENERE IL CONTROLLO DELL’AREA E IL RISERBO ASSOLUTO SULL’ARGOMENTO. La pressione è fortissima e agisce a più livelli, mettendo a tacere denunce e risoluzioni, anche quelle portate avanti da parte dei maggiori organismi internazionali (Unione Europea compresa). Il DALAI LAMA nel 2011 ha rinunciato a rivestire il ruolo di guida politica del popolo tibetano, affidandola all’avvocato LOBSANG SANGAY, ora PRIMO MINISTRO DEL GOVERNO IN ESILIO; e ha da tempo rinunciato a un’ipotesi di Tibet indipendente, privilegiando per il suo Paese UNA FORMA DI AUTONOMIA DA PECHINO RIMANENDO NEI CONFINI CINESI (la cosiddetta VIA DI MEZZO). Ma nemmeno questa posizione ha ricevuto aperture da parte dei vertici cinesi. PECHINO NON HA NESSUNA INTENZIONE DI NEGOZIARE.

   E la Cina sta pure vivendo tensioni con TAIWAN. Nel 1949, quando la guerra civile cinese si rivolse decisamente a favore del partito comunista, la Repubblica di Cina, si ritirò appunto a Taiwan ponendo la capitale a Taipei. Il rapporto della grande Cina, con la piccola repubblica di Taiwan, è stato sempre insidioso, e mal tollerata la convivenza. E in questa fase di Coronavirus, Taiwan ha dato dimostrazione di capacità organizzativa e sanitaria tale che non c’è stato alcun morto (almeno dichiarato), e rivolgendo l’accusa alla Cina di non aver detto prima delle segnalazioni che esso, piccolo Paese, già a dicembre aveva fatte della pericolosità del virus….(la Repubblica popolare cinese, in risposta, è riuscita ad escludere Taiwan dall’Organizzazione Mondiale della Sanità).

PROTESTE IN TIBET per l’autonomia, e contro il genocidio culturale  portato avanti dalla CINA

   E poi, in questa fase sempre riguardo alla Cina, nulla si dice del dominio cinese in TIBET, territorio che ha sempre vantato e dimostrato una sua autonomia culturale e politica rispetto all’essere ora forzatamente inglobato nell’impero cinese.

   Tanti Paesi (Cina, Hong Kong, Venezuela, Iran, Israele…) che dimostrano le loro crisi… (come la disastrosa situazione del Brasile, in balìa del diffondersi della pandemia e con un presidente che non sa cosa fare, se non negare l’evidenza del contagio)…ma nei prossimi giorni, nelle prossime ore, il contesto di crisi è probabile che si allargherà, inevitabilmente.

Secondo il pamphlet di VITTORIO EMANUELE PARSI (VULNERABILI: COME LA PANDEMIA CAMBIERÀ IL MONDO – ed. Piemme – Molecole, 3 euro), vi sono TRE SCENARI POSSIBILI per la politica internazionale. IL PRIMO è quello della RESTAURAZIONE, nel quale, esattamente come avvenne nel 1815, prevarrà l’illusione di poter tornare a ricostituire l’ordine del sistema politico ed economico (..). IL SECONDO scenario è quello della FINE DELL’IMPERO. Se l’UE fallisse la sfida della solidarietà e della condivisione il suo destino politico sarebbe segnato. Ci sarebbe un forte rimbalzo nella direzione del SOVRANISMO POPULISTA che travolgerebbe la Ue (…). IL TERZO SCENARIO È QUELLO DEL RISORGIMENTO che si verificherà se l’impatto devastante della pandemia farà sorgere delle straordinarie opportunità di cambiamento come avvenne in America dopo la crisi del ‘29 ed in Europa dopo la seconda guerra mondiale (…) (di DOMENICO GALLO, 8/5/2020, da http://blog-micromega.blogautore)

   Pertanto la pandemia (pur nella maggior parte delle aree geografiche che sembra si stia attenuando) ha aumentato di molto le tensioni tra Paesi, tensioni che già c’erano precedentemente e ora vengono aggravate.

Un mondo che a poco a poco si prospetta in fiamme anche per l’acuirsi delle tensioni tra poteri, tra Stati, nell’imperversare di una crisi economica globale che vede tutti sicuri che già c’è e ci sarà di più estendendo la massa dei poveri. Che fare allora per perseguire la pace e lo sviluppo? (un governo mondiale è possibile?).

IL PAPA: DA OGGI UN ANNO PER I POVERI E L’AMBIENTE, RICORDANDO LA «LAUDATO SI’» (da http://www.corriere.it/ del 24/5/2020) – Al Regina Coeli della festa dell’Ascensione Francesco annuncia l’iniziativa legata ai 5 anni della sua enciclica sull’ambiente (poi si affaccia su piazza San Pietro, dove per la prima volta ci sono un centinaio di fedeli ad aspettarlo) (foto da https://roma.corriere.it/)

   E’ necessario non rimanere inermi (cioè non stare a guardare passivamente cosa succede) in questo contesto difficile su vari fronti; e ritrovare una democrazia attiva, partecipativa, sia nell’agire personale quotidiano di tutti i giorni, che nelle scelte delle nostre comunità (persone che si ritrovano su vari temi, politici, religiosi, ambientali, culturali, economici…). Affinché si possa “dire qualcosa” per evitare conflittualità latenti e situazioni di sofferenza personale e di tutti. (s.m.)

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Il papa nel prossimo viaggio nella terra dei fuochi – ACERRA e gli incendi dei rifiuti (foto da https://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/, 20/1/2020)

IL PAPA: DA OGGI UN ANNO PER I POVERI E L’AMBIENTE, RICORDANDO LA «LAUDATO SI’»

di Ester Palma, da www.corriere.it/ del 24/5/2020

– Al Regina Coeli della festa dell’Ascensione Francesco annuncia l’iniziativa legata ai 5 anni della sua enciclica: poi si affaccia su piazza San Pietro, dove per la prima volta ci sono un centinaio di fedeli a aspettarlo –

Un anno, da oggi, di riflessione sull’enciclica «Laudato si’», firmata esattamente 5 anni fa, il 24 maggio del 2015, e dedicata «ai più poveri del pianeta e alla tutela del Creato»: lo ha annunciato oggi Papa Francesco dopo la recita del Regina Coeli dal Palazzo Apostolico, ma poco prima di affacciarsi su piazza San Pietro, dove per la prima volta dal lockdown, c’erano ad aspettarlo oltre un centinaio di persone per la benedizione . Speciale, visto che oggi la Chiesa cattolica celebra la festa dell’Ascensione.

   Ha spiegato il Papa: «Con la “Laudato Si’” si è cercato di richiamare l’attenzione al grido della Terra e dei poveri. Grazie all’iniziativa del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo umano integrale, la settimana Laudato sì, che abbiano appena celebrato, sboccherà in un Anno speciale di anniversario della “Laudato si’”. Invito tutte le persone di buona volontà ad aderire per prendersi cura della nostra casa comune e dei nostri fratelli e sorelle più fragili». E ha concluso: «Sul sito verrà pubblicata la preghiera dedicata a quest’anno. Sarà bello pregarla».

   E a proposto di ambiente «violentato», Francesco ha ricordato che «oggi avrei dovuto recarmi ad Acerra, per sostenere la fede di quella popolazione e l’impegno di quanti si adoperano per contrastare il dramma dell’inquinamento nella cosiddetta Terra dei fuochi. La mia visita è stata rimandata; tuttavia al Vescovo, ai sacerdoti, alle famiglie e all’intera Comunità diocesana il mio saluto, la mia benedizione e il mio incoraggiamento, in attesa di incontrarci appena possibile. Ci andrò, sicuro». (….) (Ester Palma)

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L’OPPOSIZIONE VENEZUELANA STA TRATTANDO CON MADURO

da IL POST.IT del 22/5/2020 https://www.ilpost.it/

– I rappresentanti dei due schieramenti – quello di Guaidó e quello di Maduro – sono in Norvegia per provare a risolvere la crisi: e per Guaidó è una mezza sconfitta – Continua a leggere

NON SOLO BICI-IN-CITTÀ nell’epoca post coronavirus – LA RISCOPERTA DEL VIAGGIO (lento?): negli spostamenti (per lavoro, tempo libero, altre necessità) per tornare (se possibile) a “VIVERE IL VIAGGIO” – Per diventare VIAGGIATORI LEGGERI, consapevoli, osservatori dei luoghi e delle persone, e non inquinare

(foto da http://www.gazzettadimilano.it/) – IL RAPPORTO di LEGAMBIENTE e ISNART-UNIONCAMERE SUL CICLOTURISMO (maggio 2020) – Il cicloturismo protagonista della prossima stagione estiva all’insegna della Low Touch Economy e della NUOVA NORMALITÀ in epoca Covid 19. Negli ultimi anni si è registrata una crescita esponenziale di chi sceglie di trascorrere le VACANZE PEDALANDO nel nostro Paese. Il cicloturismo è un fenomeno uscito ampiamente dalla condizione di nicchia e che ora determina un impatto economico rilevante, e con enormi potenzialità di crescita. Lo evidenziano i numeri del RAPPORTO VIAGGIARE CON LA BICI di Legambiente e Isnart-Unioncamere: 20,5 MILIONI DI PERNOTTAMENTI DI CICLOTURISTI ITALIANI REGISTRATI NEL 2019. Numeri che potrebbero lievitare nel 2020 come dimostra il Rapporto. Il cicloturismo può infatti rappresentare una componente importante per sostenere la ripresa del turismo e per FRUIRE DELLE BELLEZZE DEI TERRITORI ITALIANI all’insegna dell’ambiente e della sostenibilità. Esprime i caratteri distintivi della Low Touch Economy – SICUREZZA, SALUTE, DISTANZIAMENTO, CORTO RAGGIO – ed è un candidato d’eccellenza alle esigenze di “nuova normalità” per il superamento dell’emergenza coronavirus. (leggi qui il RAPPORTO LEGAMBIENTE: https://www.legambiente.it/wp-content/uploads/2020/05/economia-del-cicloturismo-2020.pdf)

   E’ molto probabile che, se accadesse, che questa pandemia tra qualche mese diventa solo un (orribile) ricordo (ma tutti gli esperti, scienziati, assicurano che non sarà così, e se questo virus fosse definitivamente sconfitto, altri se ne proporranno…), se comunque (ipotizziamo) accadesse che ogni pericolo fosse totalmente passato (magari con la scoperta del famoso vaccino…) è assai probabile, sicuro, che le abitudini di vita che c’erano prima, per la stragrande maggioranza della popolazione, riappiano completamente uguali.

L’attrazione in Africa degli elefanti attira (attirava) un TURISMO DI MASSA (immagine tratta dal sito http://www.wallpaperflare.com/) – “Se il momento è difficile, e purtroppo drammatico per l’economia, si presenta però anche UN’OCCASIONE STRAORDINARIA: QUELLA DI RIPENSARE IL NOSTRO SISTEMA DI VIAGGIARE e con esso la fruizione del patrimonio culturale e paesaggistico del Bel Paese. Forse è giunto il tempo di un nuovo approccio che, considerato l’obbligo del distanziamento sociale, metta fine all’aberrante fenomeno dell’OVERTOURISM e valorizzi finalmente l’identità autentica di luoghi, paesaggi e destinazioni d’Italia.” (VALERIA CANAVESI, 14/5/2020, da TRECCANI.IT – http://www.treccani.it/magazine/atlante/ )

   Una di queste abitudini di massa (almeno per chi ha una condizione economica media) è il viaggiare “facile”, di massa, in ogni luogo del mondo: facilitata finora dall’avere (in Occidente, nel Nord del mondo) condizioni discrete di disponibilità finanziaria da parte della maggioranza della popolazione, oltreché la possibilità di viaggi anche considerevolmente lontani, low cost, a basso prezzo: in particolare per il viaggio vero e proprio, il raggiungimento della meta agognata, quasi sempre in aereo per le medio-lunghe distanze.

(le grandi navi a Venezia, foto da https://www.corriere.it/) – “Da RIFONDARE E RIORGANIZZARE sarà in primis l’INTERO SISTEMA DEI TRASPORTI. Per treni, traghetti e aerei si discute di sedili isolati da plexiglass, dimezzamento dei posti per vagoni e cabine, scomparsa definitiva dei biglietti cartacei. SULLE NAVI DA CROCIERA, condomini-alveare itineranti tra gli OCEANI e il CANAL GRANDE, il DESTINO si fa ANCORA PIÙ INCERTO: impossibile per chiunque valutare una vacanza a bordo di queste ex “regine” dei mari senza ripensare ai rischi e alle cupe vicende della Costa Atlantica e della Diamond Princess. (VALERIA CANAVESI, 14/5/2020, da TRECCANI.IT – http://www.treccani.it/magazine/atlante/ )

   Il sistema di sviluppo della mobilità in questi ultimi decenni ha incentivato più che mai la “facilità del viaggio a lunga percorrenza”: attraverso appunto i VOLI AEREI low cost (nulla importa che gli aerei scarichino quantità considerevoli di carburanti, specie alla partenza sulle sfortunate popolazioni che vivono in prossimità dell’aereoporto), l’ALTA VELOCITÀ dei treni (un gigantismo infrastrutturale con costi altissimi e spese energetiche doppie a quelle dei treni normali ad alta capacità…..quando basterebbero treni veloci ed efficienti) per le lunghe distanze, per quelle brevi, i treni sono spesso altra cosa…); e per quanto riguarda i viaggi SU GOMMA, in automobile, AUTOSTRADE, SUPERSTRADE, VIADOTTI, GALLERIE che sforano montagne….insomma tutto il possibile per ridurre i tempi e la fatica del viaggio.

(Fontana di Trevi, Roma, foto da “la Repubblica.it”) – Costruito nel corso di decenni, l’OVERTOURISM è stato disfatto in poche settimane dalla pandemia

   Appunto, ridurre i tempi del viaggio, dello spostamento. Proprio le mega gallerie (assieme agli aerei low cost) a nostro avviso ne sono l’emblema: tante (gallerie, tunnel) in costruzione, non solo per le auto ma anche per i treni. Pensiamo a quella del BRENNERO: più di 60 chilometri! Quando sarà completata nel 2025, la Galleria di base del Brennero con i suoi 64 km sarà il tunnel ferroviario sotterraneo più lungo del mondo, permettendo di by-passare in poche decine di minuti le Alpi da Innsbruck (nel nord Tirolo, Austria) a Fortezza (Sud Tirolo, Alto Adige, Italia). O, sempre a proposito di tunnel che velocizzano “il viaggio”, l’alta velocità nella Val di Susa per la Francia: il tunnel “di base” (ancora da iniziare) della nuova linea Torino-Lione sarà lungo 57,5 chilometri, cioè circa 500 metri in più di quello del Gottardo (quello della Manica è di “soli” 50,450 chilometri).

Milano deserta (foto da “Il Sole 24ore.it”) – Dall’OVERTOURISM al grado zero del turismo

   Il discorso dei grandi tunnel di attraversamento è solo per dire quanto si sta (o si stava) investendo per viaggiare il più veloce possibile: percorrere distanze di centinaia, e migliaia, di chilometri in poco tempo (come prendere la metropolitana nelle medio grandi città).

(Firenze, foto da https://www.controradio.it/) – Tra le città più penalizzate quelle d’arte: VENEZIA con un calo stimato del 47,3 per cento, FIRENZE (-45,6) e ROMA (-42,5) – “Ma il dilemma si pone anche in montagna, nei borghi medievali, nei siti storicoartistici: come contingentare gli accessi ai rifugi alpini, i pienoni nei centri storici, gli ingressi ai musei e ai parchi archeologici? Si presenta inderogabile la necessità di reinventare un intero sistema: un grosso rischio e d’altra parte una clamorosa opportunità per ripensare alla fruizione turistica del nostro territorio, costituito in larga misura da destinazioni dalle dimensioni limitate e con una capacità ricettiva teoricamente piuttosto contenuta.” (VALERIA CANAVESI, 14/5/2020, da TRECCANI.IT (http://www.treccani.it/magazine/atlante/ )

   Il viaggio annullato nella sua funzione di “attraversamento”, di rapporto con i luoghi che appunto attraversiamo per giungere alla meta, al punto di arrivo. Un discorso vecchio e obsoleto, si potrà dire. Ma, se ci è permesso, che può avere un suo fondamento specie quando decidiamo di dedicare il nostro tempo libero alla vacanza, al cosiddetto turismo.

VENEZIA VUOTA – PERSI UN TURISTA SU DUE Nel 2020 la spesa per il turismo in Italia sarà più bassa di 66 miliardi di euro rispetto all’anno scorso. È la stima, drammatica, dell’Enit, l’Agenzia nazionale del turismo, che ogni due settimane aggiorna il bollettino delle perdite. Tra le città più penalizzate quelle d’arte.

   E’ così che i lunghi tunnel di più di 50 chilometri (se pensate, una lunghezza pazzesca!) ci faranno del tutto ignorare i paesaggi delle Alpi, sforate, attraversate in poco tempo senza neanche vederle, percepire.

(Incentivare l’uso della bici, foto da http://www.ilfoglio.it/) – Nel decreto Rilancio, art 205 si legge che: “Ai residenti maggiorenni nei capoluoghi di Regione, nelle Città metropolitane, nei capoluoghi di Provincia, ovvero nei COMUNI CON POPOLAZIONE SUPERIORE A 50.000 ABITANTI, è riconosciuto un ‘buono mobilità’, pari al 60% della spesa sostenuta e comunque non superiore a euro 500, a partire dal 4 maggio e fino al 31 dicembre 2020, per l’acquisto di biciclette, anche a pedalata assistita, nonché di veicoli per la mobilità personale a propulsione prevalentemente elettrica”.

   Cosa normale e finora accettabile. Lo stesso peraltro vale in contesti urbani. Il nostro Paese (l’Italia) come peraltro tutti o quasi i Paesi europei, è urbanisticamente sorta, si è sviluppata, e la popolazione è vissuta, sulla costruzione di elaborati magnifici centri storici (medievali, poi rinascimentali….depauperati in epoca contemporanea però, se conservati, bellissimi): nei quali, centri cittadini, lo spostarsi da un posto all’altra, presupponeva il passare per “la piazza”, per luoghi urbani centrali che diventavano erano (ma lo sono in parte ancora) intermedi, area di attraversamento, al (seppur piccolo) viaggio da un luogo all’altro. Spesso così sono nate piazze come luogo d’incontro: a volte dal pregevole confronto architettonico, ai due lati della piazza, tra il “potere religioso” (la chiesa, la cattedrale) e quello civile dall’altro lato (il municipio).

Le grandi navi da crociera che nel 2019 hanno trasportato 30 milioni di passeggeri (rispetto ai 18 milioni del 2009) sono ferme nei porti, come cetacei spiaggiati. Ci vorrà tempo prima che un nuovo DAVID FOSTER WALLACE possa metterci piede per raccontare “UNA COSA DIVERTENTE CHE NON FARÒ MAI PIÙ” (Editore MINIMUM FAX), l’eccezionale reportage narrativo sul turismo di massa. (GIULIANO BATTISTON, da “L’Espresso” del 10/5/2020)

   Se i luoghi di attraversamento (di viaggio) sono stati man mano superati (nel “micro”, ad esempio lo spostarsi veloce in auto da casa verso il centro commerciale, la scuola dei figli, l’ospedale etc.) (e nel “macro” con le autostrade, le mega gallerie che dicevamo, l’alta velocità dei treni, gli aerei low cost…), ebbene questa sensazione, fatica, della fine (o quasi fine) del viaggio come esperienza di vita (interessa solo la meta finale), è stata una GRAVE PERDITA DI CONOSCENZA DEI LUOGHI DI ATTRAVERSAMENTO, dei paesaggi perduti neanche visti, ignorati del tutto, magari anche delle chissà tante e interessanti persone che si potevano incontrare, parlarci, salutare….

MARCO D’ERAMO, autore de “IL SELFIE DEL MONDO” (Feltrinelli), un’indagine sull’età del turismo che si apre con la descrizione di una Roma ridotta a guscio vuoto, fondale di teatro sul quale va in scena lo spettacolo del turismo. «Il distanziamento sociale, introdotto come allontanamento dei corpi, si è trasformato subito in divario incolmabile tra le classi», nota d’Eramo. E il meccanismo potrebbe riprodursi nel turismo, accentuando le differenze tra chi può sostenere i costi di una vacanza “infection-free”, protetta, garantita, sterilizzata, e chi no. (GIULIANO BATTISTON, da “L’Espresso” del 10/5/2020)

   Ora che accade? Una situazione di crisi pandemica mostra come tutto “può riaprirsi”. Non potendo più viaggiare come prima con gli aerei, i treni che magari saranno (ancora) più cari… ci toccherà scegliere tra l’automobile (e temiamo che all’inizio sarà cosa che prevarrà) oppure provare a “rivivere il viaggio”, a pensare di viaggiare recuperando il rapporto con i paesaggi, le chiese, le opere d’arte diffuse dappertutto, le persone (le attività commerciali, i piccoli negozi, gli alberghi, dei luoghi che, più lentamente attraverseremo. Accorgendoci della loro ricchezza e della fortuna che potremo viverli come esperienza personale, che il viaggio superveloce prima del coronavirus ci aveva sempre impedito. Diventare dei “viaggiatori leggeri” (citando un libro su Alex Langer, che nel titolo ne descrive la sua figura), più consapevoli del mondo. (s.m.)

(“IL VIAGGIATORE LEGGERO”, scritti 1961-1995 di ALEXANDER LANGER, Sellerio editore) – “Il mondo non è a nostra portata, né del tutto addomesticabile. E dimostra l’attualità di un “VIAGGIATORE LEGGERO” come ALEXANDER LANGER, ecologista politico e costruttore di ponti. Nel 1990, nella “Lettera a San Cristoforo”, Langer ricorda che «il motto dei moderni giochi olimpici» – CITIUS, ALTIUS, FORTIUS, PIÙ VELOCI, PIÙ ALTI, PIÙ FORTI – «è diventato legge suprema e universale di una civiltà in espansione illimitata». La pandemia ci obbliga a confrontarci con «il cuore della traversata che ci sta davanti: il passaggio DA UNA CIVILTÀ DEL “DI PIÙ” A UNA DEL “PUÒ BASTARE” O DEL “FORSE È GIÀ TROPPO”». DA CITIUS, ALTIUS, FORTIUS, A “LENTIUS, PROFUNDIUS, SUAVIUS”. (GIULIANO BATTISTON, da “L’Espresso” del 10/5/2020)

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ALLA RICERCA DEI VIAGGI PERDUTI

di GIULIANO BATTISTON, da “L’Espresso” del 10/5/2020

– Il tempo di ripartire – Stop all’overtourism, assalto ai luoghi frenetico, occasionale e di massa. Per un’estate all’insegna di destinazioni vicine, conosciute e rassicuranti. La pandemia cambia l’idea di avventura. E il nostro rapporto con il mondo –

   Messaggio da Madrid. Non perdiamo tempo: il lavoro perso devasta le vite…. Il primo maggio Zurab Pololikashvili, segretario generale dell’Organizzazione mondiale del Turismo (Unwto), l’agenzia delle Nazioni Unite del settore, ha lanciato l’allarme: serve una risposta urgente per fronteggiare gli effetti della pandemia sui lavoratori del turismo.

   Un’industria che genera il 13% del prodotto interno lordo mondiale, dà lavoro a un 1 lavoratore ogni 10 e che «per volumi è passata dai 527 milioni di movimenti internazionali del 1995 a 1,5 miliardi nel 2019», spiega all’Espresso Valentina Doorly, una lunga e autorevole esperienza nel settore e autrice di “Megatrends Deining the Future of Tourism”, in uscita nei prossimi mesi per l’editore Springer.

   Le grandi navi da crociera che nel 2019 hanno trasportato 30 milioni di passeggeri (rispetto ai 18 milioni del 2009) sono ferme nei porti, come cetacei spiaggiati. Ci vorrà tempo prima che un nuovo David Foster Wallace possa metterci piede per raccontare “Una cosa divertente che non farò mai più”, l’eccezionale reportage narrativo sul turismo di massa.

   L’immobilità forzata dei pachidermi degli oceani mette a nudo la fragilità dell’economia politica del turismo. Ma ci fornisce qualche indicazione anche sui cambiamenti di lungo corso nell’idea di viaggio e nel nostro rapporto con il mondo. Per quanto provvisori, i dati sono più facili da decifrare rispetto ai cambiamenti nell’immaginario.

   Il 100 per 100 delle destinazioni turistiche ha adottato e continua a mantenere restrizioni di viaggio, certifica l’Unwto. «È una cesura storica, un annichilimento del settore nel suo complesso» commenta Valentina Doorly. Gli arrivi turistici internazionali potrebbero ridursi del 30%, con una perdita corrispondente fino a 450 miliardi di dollari. Costruito nel corso di decenni, l’overtourism è stato disfatto in poche settimane dalla pandemia. Dall’overtourism al grado zero del turismo. In attesa della ripartenza.

   «La ripresa sarà con tutta probabilità molto lenta e a scalini», nota Doorly. Le più penalizzate saranno le città d’arte a vocazione internazionale. «Questo è un virus urbanofobico, che odia le città e tutto ciò che è urbano», commenta Marco d’Eramo, autore de “Il selfie del mondo” (Feltrinelli), un’indagine sull’età del turismo che si apre con la descrizione di una Roma ridotta a guscio vuoto, fondale di teatro sul quale va in scena lo spettacolo del turismo. La Roma quasi deserta della pandemia offre allo sguardo le quinte, senza protagonisti e comparse, ma rimane dentro l’immaginario turistico: «È una sorta di spiaggia dei Caraibi, immacolata, tanto più attraente quanto più irraggiungibile. Rappresenta la coscienza infelice di ogni turista, che spera sempre di trovarsi dove non ci sono altri turisti: impossibile».

   Nei prossimi mesi a Roma di turisti ne arriveranno molti meno, soprattutto stranieri. «Nell’immaginario collettivo l’aereo è diventato uno spazio confinato e affollato in cui il contagio trionfa, ci sarà una rinuncia ai viaggi internazionali, conquista del ceto medio occidentale degli ultimi 20 anni», nota Valentina Doorly. Una conquista che ha trasformato intere città in oggetti di consumo frenetico e occasionale, come la Firenze descritta da Grazia Galli e Massimo Lensi ne “La filosofia del trolley. Indagine sull’overtourism a Firenze” (Garmagni editrice 2019).

   Gli stessi connotati fisici delle città potrebbero cambiare. Secondo d’Eramo il principio informatore dell’urbanità e del turismo è lo zooning, che ha governato la pianificazione urbana del XX secolo, tracciando una corrispondenza biunivoca tra spazio e funzione. È l’uso esclusivo, non promiscuo, monofunzionale dello spazio. «Un principio che traduce in geografia urbana la struttura disciplinare della società», una «prima forma di biopolitica».

   La pandemia offre inedite opportunità agli «urbanisti demiurghi»: ogni cosa e persona al loro posto, profilassi e prevenzione per città asettiche e sterilizzate, meno promiscue, sicure. Ma le città sono promiscue per definizione, insegnano i sociologi. Si fondano sulla diversità. Troppa profilassi ne compromette la natura. I turisti in cerca di spazi sicuri punteranno ad altri luoghi. Accessibili a pochi.

   «Il distanziamento sociale, introdotto come allontanamento dei corpi, si è trasformato subito in divario incolmabile tra le classi», nota d’Eramo. E il meccanismo potrebbe riprodursi nel turismo, accentuando le differenze tra chi può sostenere i costi di una vacanza “infection-free”, protetta, garantita, sterilizzata, e chi no.

   «Saranno proprio le strutture di fascia alta, con maggiore forza finanziaria e spesso maggiori spazi ad aver qualche margine di manovra in più per inventarsi nuove formule di ospitalità», commenta Valentina Doorly. Per la quale «più che in vacanza nell’estate 2020 “andremo a nasconderci”, con tanto di saponetta tradizionale e portasapone». Cercheremo luoghi vicini, conosciuti. La rassicurazione, non l’avventura. Si rafforzerà quello che il sociologo francese Rodolphe Christin “in Turismo di massa e usura del mondo (Elèuthera 2019) definisce come lo spazio-isola «che protegge dal mondo esterno», «dove poter stare per i fatti propri, ripiegati su di sé, senza alcun contatto» con l’esterno. Una forma di cocooning, di chiusura nel proprio bozzolo. Socialmente puro.

   Il turismo, spiega d’Eramo, non è altro che una strategia globale con cui il moderno ha fronteggiato ed è venuto a patti con l’irruzione dell’altro da sé, figlia della «globalizzazione precoce» dell’Ottocento. Si fonda Continua a leggere

SABATO 9 MAGGIO – GIORNATA DELL’EUROPA: eventi online in tutta Italia per celebrare i 70 ANNI DELLA “DICHIARAZIONE SCHUMAN” all’insegna della solidarietà europea – Le prove che l’Europa deve affrontare (in questo duro momento) ne possono fare un esempio globale di pace, sviluppo, solidarietà

Il 9 maggio 1950, 70 anni fa, il ministro degli Esteri francese ROBERT SCHUMAN (nella foto) tiene uno storico discorso che è considerato IL PRIMO DISCORSO POLITICO UFFICIALE in cui compare il concetto CHE PORTERÀ ALLA FORMAZIONE DELLA COMUNITÀ EUROPEA. La dichiarazione propone il superamento delle rivalità storiche tra Francia e Germania, grazie alla realizzazione di un’Alta Autorità per la messa in comune ed il controllo delle riserve europee di carbone ed acciaio. Poco meno di un anno dopo verrà creata la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio. (da https://www.mandelaforum.it/)

 

IL SIGNIFICATO STORICO DELLA DICHIARAZIONE SCHUMAN

da http://www.treccani.it/

   La dichiarazione Schuman, rilasciata dal ministro degli Esteri francese Robert Schuman il 9 maggio 1950, che proponeva la creazione di una Comunità europea del carbone e dell’acciaio (la CECA, nata poi il 18 aprile dell’anno successivo con il trattato firmato a Parigi), fu il primo atto concreto della nascita di un’unione europea. Può forse oggi apparire un passo di carattere troppo limitatamente burocratico, e probabilmente anche allora il suo senso non raggiunse a pieno la maggioranza dei cittadini i cui Paesi (Italia, Germania, Francia, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo) avrebbero aderito all’accordo, ma ebbe invece in quel contesto storico una grande importanza anche ideale; e neppure è un caso che tra i primi aderenti vi fossero, oltre ai due maggiori responsabili del conflitto (Germania e Italia), i Paesi che erano stati il principale teatro della guerra.

   Mentre idee europeiste avevano cominciato a diffondersi e a essere approfondite già nel corso del conflitto (elaborate da pensatori lucidi come Altiero Spinelli o Luigi Einaudi), e benché nell’immediato dopoguerra termini quali “federazione” o “unione” ricorressero negli ambienti diplomatici con insistenza, magari usati indistintamente, ancora nulla di pratico era stato fino ad allora realizzato. In quell’epoca, infatti, più interessati alla nascita di una federazione europea, a un rafforzamento e alla stabilità del blocco occidentale del continente, erano gli Stati Uniti, in funzione antisovietica, ma le sollecitazioni in quel senso venivano raccolte più a parole che nei fatti.

   Nel 1946 Churchill aveva pronunciato un discorso filoeuropeista in cui auspicava il superamento della rivalità franco-tedesca, e tra il 1946 e il 1947 erano sorti diversi movimenti “europeisti” (l’Unione europea dei federalisti a Parigi, lo United Europe movement per volontà dello stesso Churchill, il Mouvement socialiste pour les États-Unis d’Europe, il Movimento federalista europeo italiano di Spinelli ecc.), ma tutti di orientamento molto diverso, e senza che a questo diffuso richiamo a una qualche forma di unione seguisse poi il discorso sulle modalità istituzionali in cui si sarebbe dovuta concretizzare. La maggiore entità creata era fino a quel momento, nel 1949, il Consiglio d’Europa, organo consultivo che non metteva minimamente in dubbio la piena sovranità nazionale dei suoi membri. Materialmente, invece, si stava riproponendo la questione del controllo della Ruhr, posta sotto l’Autorité internationale de la Ruhr, organo che aveva il compito di ripartire tra i Paesi, per la ricostruzione postbellica, le materie prime tedesche, che finivano perlopiù in Francia.

   La dichiarazione Schuman, e la creazione della CECA che ne seguì, fu una presa d’atto che un settore così decisivo per lo sviluppo economico come quello della produzione e del commercio delle materie prime non poteva essere abbandonato nuovamente alla conflittualità egoistica degli Stati e ai loro atteggiamenti predatori e che dovesse essere delegato a un’autorità superiore. Si trattava dunque di un passo decisivo per il superamento di una concezione assolutistica della sovranità alla base degli antichi conflitti europei e, benché limitato a un’area specifica, rappresentava una scelta radicale in quella direzione, tanto che la Gran Bretagna rifiutò di firmare i trattati dichiarando che mai avrebbe permesso tale intrusione nella sua sfera sovrana. Il suo principale ideatore fu Jean Monnet, che pensava così – con una politica graduale – di superare il problema della resistenza degli Stati a cedere una porzione del loro potere.

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Per il 70° anniversario della dichiarazione Schuman EVENTI TRASMESSI ONLINE VE NE SONO TANTISSIMI (vedi su internet “eventi 70° anniversario Schuman”): VE NE PROPONIAMO ALCUNI QUI DI SEGUITO:

https://www.facebook.com/MovimentoFederalistaEuropeo/

LA NUOVA SFIDA PER L’EUROPA – Sabato 9 maggio, dalle 14.30 alle 16.30

Live sulla pagina del Movimento Federalista Europeo (MFE)

– 9 maggio, dalle ore 10.00, “Gli anticorpi del futuro“, evento online organizzato dal quotidiano Il Fogliointerviene la Commissaria europea Mariya Gabriel.

– 8-10 maggio, Associazione Civetta  Milano –  “Europe City Project” – Canali social Instagram e facebook. In particolare il 9 maggio alle ore 10.45 si terrà un Dialogo on-line con la Vicepresidente della Commissione europea Dubravka Šuica.

– 9 maggio 2020 ore 11.00, Comune di Ravenna – “9 maggio 1950 – 9 maggio 2020: da Schuman al tempo della pandemia. Rilanciare il processo di integrazione europea” – Diretta streaming sulla pagina Facebook e sul canale YouTube EuRoPe Romagna. Alle ore 11.00 interviene il Capo della Rappresentanza a Milano della Commissione europea Massimo Gaudina.

Molti altri eventi online e webinar saranno organizzati dalla rete Europe Direct.

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European-map_it E LA SUA STORIA vedi: https://europa.eu/european-union/about-eu/easy-to-read_it

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La ZONA EURO (nella mappa i 19 Paesi in BLU) o, altrettanto frequentemente chiamata, EUROZONA, AREA EURO o EUROLANDIA) indica informalmente l’INSIEME DEGLI STATI MEMBRI DELL’UNIONE EUROPEA CHE ADOTTANO L’EURO COME VALUTA UFFICIALE ovvero formano l’UNIONE ECONOMICA E MONETARIA DELL’UNIONE EUROPEA. Attualmente l’euro è la moneta ufficiale di 19 dei 27 paesi membri dell’UE. (mappa da Wikipedia)

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La DICHIARAZIONE SCHUMAN, rilasciata dall’allora ministro degli Esteri francese il 9 maggio 1950, giusto 70 anni fa,, proponeva la creazione di una Comunità europea del carbone e dell’acciaio, i cui membri avrebbero messo in comune le produzioni di carbone e acciaio.

La CECA (paesi fondatori: Francia, Germania occidentale, Italia, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo) è stata la prima di una serie di istituzioni europee sovranazionali che avrebbero condotto a quella che si chiama oggi “Unione europea”.

Il contesto storico

Nel 1950, le nazioni europee cercavano ancora di risollevarsi dalle conseguenze devastanti della Seconda guerra mondiale, conclusasi cinque anni prima.

   Determinati ad impedire il ripetersi di un simile terribile conflitto, i governi europei giunsero alla conclusione che la fusione delle produzioni di carbone e acciaio avrebbe fatto sì che una guerra tra Francia e Germania, storicamente rivali, diventasse – per citare Robert Schuman – “non solo impensabile, ma materialmente impossibile”.

   Si pensava, giustamente, che mettere in comune gli interessi economici avrebbe contribuito ad innalzare i livelli di vita e sarebbe stato il primo passo verso un’Europa più unita. L’adesione alla CECA era aperta ad altri paesi.

La principali citazioni

“La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano.”

“L’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto.”

“La fusione delle produzioni di carbone e di acciaio… cambierà il destino di queste regioni che per lungo tempo si sono dedicate alla fabbricazione di strumenti bellici di cui più costantemente sono state le vittime.”

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In occasione dell’anniversario della dichiarazione Schuman, il presidente del Parlamento europeo, DAVID SASSOLI (nella foto) aprirà l’evento: «IL CORAGGIO DI AGIRE: LA LEZIONE DI SCHUMAN 70 ANNI DOPO».
Il presidente dell’Europarlamento ha voluto riunire simbolicamente, nell’Emiciclo e in videoconferenza, le realtà europee che con le loro azioni quotidiane contribuiscono a cambiare e migliorare concretamente le condizioni di vita delle persone più svantaggiate e vulnerabili.
«L’Europa del dopo Covid-19 – ha dichiarato David Sassoli – non potrà essere la stessa. Ci sarà sempre più bisogno di una Conferenza sul Futuro della UE, che non potrà che essere costruita dal basso verso l’alto e che avrà bisogno di ascoltare tutti coloro che, già ora, lavorano per cambiare le cose.»
In Video conferenza interverranno*:
1. Pierre Rabhi, fondatore del movimento Colibrì
2. Luca Casarini, capo Missione in mare di Mediterranea Saving Humans
3. Yayo Herrera, presidente del think tank ecologico Transitions Forum
Interverranno in emiciclo le organizzazioni che stanno collaborando con l’Europarlamento nella solidarietà ai più vulnerabili a Bruxelles:
•    Chez nous – Bij Ons
•    EMMAÜS – LA POUDRIÈRE
•    Samusocial
•    DoucheFLOUX
•    Jamais Sans Toit
•    Croix rouge
L’Inizio è previsto alle ore 10.00 del 9 maggio 2020

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dal sito del Movimento Federalista Europeo

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In occasione del 70° anniversario della dichiarazione di Robert Schuman, il Consiglio italiano del MOVIMENTO EUROPEO, il MOVIMENTO FEDERALISTA EUROPEO, la GIOVENTÙ FEDERALISTA EUROPEA e l’ASSOCIAZIONE ITALIANA PER IL CONSIGLIO DEI COMUNI E DELLE REGIONI D’EUROPA, hanno adottato la seguente Dichiarazione comune sul futuro dell’Unione europea.

   “Il 9 maggio di 70 anni fa ha segnato l’avvio di un processo rivoluzionario, destinato ad incidere profondamente nella storia dell’umanità. Con la sua Dichiarazione, Robert Schuman annunciava all’Europa e al mondo la nascita di una Comunità radicalmente nuova nei principi che la ispiravano e la guidavano. Era l’avvio del primo processo democratico di unificazione di Stati sovrani; Stati che si erano combattuti ferocemente fino a pochi anni prima, e che sceglievano di unirsi non perché costretti da una minaccia esterna, ma perché consapevoli di dover costruire una comunità di destino, rendendo “non solo impensabile, ma materialmente impossibile” la guerra sul continente europeo. Si trattava del “primo nucleo concreto di una Federazione europea indispensabile al mantenimento della pace”.

   Settanta anni dopo l’Europa celebra questo anniversario minacciata da un pericolo diverso, ma la cui drammaticità non mette meno a rischio la sua coesione e il suo futuro. Anche se l’Europa non è in guerra, le conseguenze della pandemia che sta provocando tanti lutti e situazioni dolorose saranno egualmente devastanti per l’insieme della società europea, soprattutto sul sistema produttivo, fra le lavoratrici e i lavoratori, e sulle categorie più deboli nelle nostre comunità.

   Oggi, settanta anni di progressiva integrazione hanno reso tuttavia i cittadini europei molto più consapevoli della necessità di dover fronteggiare uniti la sfida della crisi pandemica. Per questo guardano con rinnovata attenzione alle istituzioni sovranazionali costruite nel corso dei decenni.

   Spetta dunque innanzitutto a loro, al Parlamento europeo e alla Commissione europea, avere l’ambizione e il coraggio di elaborare e di proporre un nuovo grande “Progetto per l’Europa“, condividendo una roadmap che permetta di usare la pandemia come una opportunità per una nuova fase dell’integrazione europea, centrata sui valori comuni a tutti gli Europei nel quadro di una più ampia condivisione della sovranità a livello europeo.

   Le trasformazioni necessarie riguardano la capacità dell’Europa di competere nel mondo globalizzato e di perseguire al tempo stesso con coerenza un nuovo modello di economia verde che sappia coniugare l’uguaglianza delle opportunità, la lotta alle diseguaglianze e alla povertà, la politica di inclusione e promuovere un nuovo eco-sistema fondato sull’obiettivo della piena occupazione e sul contrasto alla precarietà. Tutto questo passa attraverso una rinnovata strategia industriale, che comprenda le PMI e il sistema cooperativo, lo sviluppo della ricerca e di un adeguato sistema di formazione scolastica e permanente, il rafforzamento del Mercato unico. Inoltre richiede una diversa pianificazione dello spazio e del ruolo delle città, l’organizzazione della mobilità, la redistribuzione del tempo, il ricambio generazionale e la parità di genere, le forme della partecipazione civile, la democrazia economica, lo sviluppo della comunicazione e del pluralismo dell’informazione.

   Sono tutte trasformazioni che non possono prescindere dal quadro geo-politico internazionale in un mondo globalizzato dove l’Unione europea deve essere protagonista di un’azione a sostegno della pace e del multilateralismo, promuovendo la riforma delle Nazioni Unite e rafforzando le relazioni speciali con il Mediterraneo e con il continente africano.

   Per fare tutto questo è necessario e urgente far uscire l’Unione europea dai riti paralizzanti dei meccanismi intergovernativi, che hanno indebolito la sua unità e lasciato crescere egoismi e incomprensioni. Oggi, come nel 1950, è giunto il momento di far emergere l’interesse comune europeo invertendo la logica che vincola l’Unione europea ad una negoziazione condotta da ogni Stato con l’obiettivo di trarne dei vantaggi per sé.
Per questa ragione ci appelliamo innanzitutto al Parlamento europeo perché colga l’occasione del 70° anniversario della Dichiarazione Schuman per rivendicare – a nome delle cittadine e dei cittadini che lo hanno eletto – quel potere costituente che possa aprire la strada ad una costituzione federale per l’Europa.

   E’ arrivato il momento di aprire il dibattito e di fare proposte concrete per vedere chi fra gli Stati e i popoli europei sia disposto a dar vita ad un “patto rifondativo” come risposta alla interdipendenza nella dimensione planetaria tragicamente evidenziata dalla pandemia. E’ tempo di una nuova rinascita per l’Europa. E’ tempo di riprendere il cammino verso l’obiettivo delineato da Schuman di una Federazione europea.

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Vedi anche: 

https://www.facebook.com/MovimentoFederalistaEuropeo/videos/948896992213765/

http://www.mfe.it/sito39/index.php/4603-la-nuova-sfida-per-l-europa-70-anniversario-dichiarazione-schuman

MANIFESTO MFE EVENTI

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Robert Schuman

Il testo integrale della dichiarazione di Robert Schuman del 9 maggio 1950

La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano.

Il contributo che un’Europa organizzata e vitale può apportare alla civiltà è indispensabile per il mantenimento di relazioni pacifiche. La Francia, facendosi da oltre vent’anni antesignana di un’Europa unita, ha sempre avuto per obiettivo essenziale di servire la pace. L’Europa non è stata fatta : abbiamo avuto la guerra.

L’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto. L’unione delle nazioni esige Continua a leggere