L’ITALIA CERCA SOLUZIONI IN LIBIA all’emergenza migranti (con navi in acque libiche per FERMARE I BARCONI: ma poi cosa succede?) . E promette, con la UE, un impegno per lo SVILUPPO DELL’AFRICA – La FRANCIA, con Macron, “viaggia” senza l’Europa (ma è da condividere L’IDEA DI HOTSPOT in Libia)

“(….) C’è un UN MOSAICO IN LIBIA difficile se non IMPOSSIBILE DA CONCILIARE. Perché non esistono soltanto le TRE GRANDI REALTÀ GEOGRAFICHE – la TRIPOLITANIA di AL-SARRAJ sostenuta e riconosciuta dall’Onu, la CIRENAICA dominata manu militari dall’ex protetto di Gheddafi HAFTAR, e il FEZZAN, immenso suk dove si traffica e ci si muove indisturbati fra le tribù beduine che chiedono il pizzo per ogni convoglio, ogni carovana, ogni essere umano che attraversa il deserto – ma viceversa ESISTONO DECINE DI PICCOLI E FRAMMENTATI POTENTATI, ciascuno immerso nella propria anarchia autocefala, tanto da disegnare una caricatura di nazione a macchia di leopardo. E dietro al generale Haftar, ad Al-Sarraj, agli Zintan, ai tuareg, a quel che resta dei fratelli musulmani, ci sono altre ombre e altri disegni, per i quali IL BOTTINO PETROLIFERO È PRIORITARIO. (…) (Giorgio Ferrari, 26/7/2017 da TPI NEWS http://www.tpi.it/mondo/)

   La missione navale richiesta dal premier libico Fayez Al Sarraj il 23 luglio scorso al governo italiano, della presenza di navi militari italiane al largo della Libia (in territorio libico, nelle 12 miglia dalla costa), che sia di supporto alle forze locali contro i barconi dei trafficanti di migranti, ha visto il governo italiano favorevole (supportato su questo dall’Unione Europea). Non sarà, nella volontà italiana, un respingimento di migranti, e l’Italia ha chiesto la garanzia del trattamento umanitario di chi viene riportato a terra, con la presenza di osservatori dell’Onu o comunque di osservatori internazionali.

MIGRANTI, CODICE ONG: MEDICI SENZA FRONTIERE NON FIRMA. MINNITI: “CHI NON SOTTOSCRIVE REGOLAMENTO È FUORI” – Neanche la tedesca JUGEND RETTET ha accettato il testo per le organizzazioni che soccorrono persone in mare. Il direttore di Medici senza frontiere: “NON POSSIAMO AVERE ARMI A BORDO” – Non può accettare la presenza di armi sulle navi che soccorrono i migranti in mare, né il divieto dei trasbordi dalle proprie imbarcazioni a quelle ufficiali. Per questo Medici senza frontiere non ha firmato il codice delle Ong nell’ultima riunione convocata dal Viminale. “In nessun Paese in cui lavoriamo accettiamo la presenza di armi, ad esempio nei nostri ospedali”, ha detto il direttore generale di Msf, Gabriele Eminente. Ha, invece, firmato SAVE THE CHILDREN, secondo cui “gran parte dei punti del codice di condotta indicano cose che già facciamo e ci sono stati chiarimenti su un paio di punti che ci preoccupavano, quindi non abbiamo avuto problemi a firmare”, ha detto Valerio Neri, dell’organizzazione. “Siamo convinti – ha aggiunto – di aver fatto la cosa corretta e mi dispiace che altre ong non ci abbiano seguito, ma evidentemente avevano altre sensibilità”. Nei giorni scorsi aveva sottoscritto il documento anche MOAS, che oggi non era presente all’incontro, mentre PROACTIVA OPEN ARMS, riferisce il Viminale, “ha fatto pervenire una comunicazione con la quale ha annunciato la volontà di sottoscrivere l’accordo”. Niente firma, invece, per la tedesca JUGEND RETTET, presente al Viminale. Il mondo delle organizzazioni non governative, quindi, si divide davanti a un documento che, da quando è stato annunciato, ha suscitato dubbi e timori. (1/8/2017, http://www.repubblica.it )

   Questa operazione che l’Italia si appresta a fare, è data dal “cogliere al balzo” la proposta del governo ufficiale libico di Al Serraj (che controlla solo la parte orientale del paese, la Tripolitania), perché la situazione si sta facendo più seria che mai nella vera e propria invasione di migranti nella rotta mediterranea verso l’Italia: pertanto un’ EMERGENZA FLUSSI (catena umana proveniente dal golfo di Guinea, dal Mali e dalla Nigeria, che transitano indisturbati a migliaia e migliaia lungo le rotte del Niger), e qualcosa di veramente concreto va fatto….

   E’ un po’ quel che è accaduto due anni fa con la lunga fila di migranti nella cosiddetta ROTTA BALCANICA: dalla Siria in fiamme, alla Turchia, Grecia, Macedonia, Croazia e Serbia, e su verso il centro Europa…situazione risolta con grande coraggio e intuizione politica dalla Merkel con l’accoglimento di un milione di profughi (e contemporaneamente il pur oneroso accordo finanziario con la Turchia – che la Germania ha fatto accollare alla Ue – perché Erdogan bloccasse il flusso di migranti).

   Una situazione del genere, nel flusso “Libia – Italia” porta a un contesto umanitario anche più grave (le violenze subite dai migranti nel tragitto africano, gli annegamenti in mare…), e forse la proposta del leader libico Al Serraj è stata concordata prima con le autorità italiane (in cambio di non si sa di cosa…)

LE ROTTE DEI MIGRANTI DALLA LIBIA VERSO L’ITALIA

   Il Governo, il ministro dell’Interno Minniti, dice che l’azione italiana ha tre scopi concreti: FERMARE I MIGRANTI AL CONFINE MERIDIONALE DELLA LIBIA senza creare campi lager; CREARE CONDIZIONI DI SVILUPPO E INSERIMENTO nei luoghi di partenza (specie dell’Africa sub-sahariana); AGIRE SUBITO e con la collaborazione di tutti.

   E poi, oltre ad arrestare l’insostenibile emorragia di flussi che sta mettendo a dura prova il nostro paese, il piano servirebbe anche a rafforzare il governo libico attraverso il ripristino del controllo sulle sue acque territoriali, e anche rilanciare il ruolo centrale dell’azione di Roma nel Mediterraneo e con il partner libico in particolare.

(nella foto a sinistra il generale KHALIFA HAFTAR, leader in Cirenaica, al centro il presidente francese MACRON, a destra FAYEZ AL-SARRAJ leader in Tripolitania e riconosciuto leader libico dall’Italia, da molti Paesi e dall’Onu) – “ Ha sorpreso – forse non positivamente – l’opinione pubblica italiana la mossa del Presidente francese MACRON, che riporta la ‘Republique‘ alla ribalta in nord Africa, vestendo i panni del ‘mediatore’ tra I DUE PRINCIPALI ATTORI – per lo meno gli unici ufficialmente riconosciuti come tali dalla comunità internazionale – FAYEZ AL-SARRAJ, supportato anche dalla nostra Italia, e KHALIFA HAFTAR, più vicino al Cremlino. Il primo, leader politico, è visto come il legittimo rappresentante della Libia post-Gheddafi. Il secondo, generale esperto e veterano dell’esercito nazionale appare – e piace – proprio come uomo forte, in grado di ottenere il supporto dell’esercito e mantenere il controllo della parte orientale del Paese. In tutto questo, MACRON OCCUPA LO SPAZIO CHE GEOGRAFIA, STORIA E INTERESSE ECONOMICO OFFRIVANO INVECE ALL’ITALIA, ma che il Belpaese, in questi anni di incertezza sulla sua vecchia ‘quarta sponda’, non ha mai saputo sfruttare. (Lea Vettorato 25 luglio 2017 16:30 da https://www.lindro.it/)

   Forse questo accadrà (lo speriamo veramente, qualcosa bisogna pur fare…), i migranti saranno fermati; è da capire quale sarà il loro destino (è improbabile che torneranno indietro, nei loro paesi di orgine, e la Libia è in un caos profondo, e speriamo che si garantiscano in questa operazione diritti umani e non violenze…). Forse nasceranno lì (nel sud della Libia) grandi campi profughi finanziati e mantenuti dall’Italia e dall’Europa; forse i migranti affronteranno il viaggio verso la “meta europea” per altre strade e aspettando tempi più propizi, e forse anche ritentando l’attraversamento del Mediterraneo con flussi meno visibili, più “rallentati”…

   Ed è, nel contesto geopolitico di questi avvenimenti, di questa crisi delle migrazioni, che appare la necessità di “intervenire in Africa” positivamente, stabilire rapporti concreti di sostegno allo sviluppo: cosa questa diventata una necessità per noi, un sano egoismo, piaccia o non piaccia.

Presencia francesa en África (da http://www.elordenmundial.com/)

   E in questi movimenti geostrategici che ci saranno e già ci sono, in questo contesto assai confuso di serio “tentativo di azione” italiano di dare risposte all’emergenza degli sbarchi sempre più massici, si innesta LA CRISI CON LA FRANCIA, il rapporto con i cugini transalpini che si è incrinato, e il ruolo predominante che da sempre gioca questo Paese per il controllo del Mediterraneo e dell’Africa, specie nelle sue ex colonie.

   La Francia, dopo la Brexit, resterà l’unico Paese dell’Unione Europea membro del Consiglio di sicurezza Onu, l’unica potenza nucleare e quella che conduce la maggior parte delle missioni militari in Africa. Gli stessi Stati Uniti e Russia alla Francia si rivolgono per una politica mediterranea. Anche perché l’Italia non ha saputo prendere in mano la situazione, in un contesto di politica mediterranea che è da noi sempre stata debole, è mancata, anche per la paura delle reazioni di un’opinione pubblica poco propensa a una geopolitica italiana nel Mediterraneo (sbagliando clamorosamente).

FRANCAFRIQUE (da Limes) – LA FRANCIA E IL SUO RAPPORTO “NEO-COLONIALE” CON L’AFRICA – “(…) C’è un rapporto sempre presente tra l’ex potenza coloniale e le sue ex colonie. Essa ha mantenuto dei legami militari, economici, politici. (…) HA DECOLONIZZATO, MA HA VOLUTO CONSERVARE UN LEGAME SPECIALE CON ALCUNI PAESI. Mentre per alcuni è solamente ‘interferenza’, per altri lo scopo è la difesa degli interessi francesi. Dipende da quale lato del Mediterraneo ci troviamo. DAL PUNTO DI VISTA DEL SUD DEL MEDITERRANEO E DEL SUD DEL SAHEL, è UNA INGERENZA FRANCESE CHE PROSEGUE NEGLI AFFARI DI QUESTI PAESI AFRICANI. Dal punto di vista dell’Europa, è un paese europeo (…) che deve competere con altre forze politiche ed economiche lì presenti come gli Stati Uniti e la Cina sul mercato africano. L’INGERENZA SI FA ATTRAVERSO L’AZIONE MILITARE. Ricordiamo che la Francia ha condotto DUE GUERRE, UNA IN MALI E UNA IN REPUBLICA CENTRO AFRICANA, per proteggere i regimi e chiudere le porte al terrorismo. La diplomazia dice che se non ci fosse stata la Francia in Mali il Paese sarebbe oggi guidato da jihadisti e movimenti terroristici con tutta l’influenza che potrebbe avere sulla regione. PUÒ ANCHE ASSUMERE QUESTA FORMA, IL COLONIALISMO, MA ANCHE LA FORMA DI COLONIALISMO ECONOMICO, perché si tratta di una LOTTA MORTALE PER I MERCATI, per l’accaparramento di materie prime e prodotti essenziali per la propria industria in una concorrenza spietata con poteri industriali europei, americani e cinesi (….)”(MUSTAPHA TOSSA, giornalista politologo specializzato sulle tematiche riguardanti il mondo arabo, sulle accuse rivolte alla Francia di Sarkozy e non solo per la sua politica in Africa – intervista di Lea Vettorato 25/7/2017, da https://www.lindro.it/)

   E’ così che si è lasciato di fatto il destino della Libia in mano a Francia, Russia ed Egitto, tentando ora il governo italiano, con fatica, di giocare una difficile partita in Tripolitania, con il governo ufficiale, anche per l’Onu, di Al-Sarraj (però assai debole e incapace di unire tutto il Paese).

   E su tutto ora si innesta pure la “delusione Macron”, che tutti pensavamo convinto europeista (e probabilmente lo è), ma prima dell’Europa viene in Francia e il suo forte nazionalismo, la grandeur francese. E così il neo presidente, mostra di ripercorrere l’autonomismo francese con la politica di grandeur.

   In questa logica la Francia ha così lanciato un suo progetto autonomo (dall’Italia, dall’Europa) per l’emergenza flussi migratori, di creazione di hotspot in Libia: cioè aprire già quest’estate dei centri direttamente in territorio libico per comprendere chi ha i requisiti per ottenere lo status di rifugiato. Per poi subito ritirare questo progetto (“non li faremo”, ha detto adesso Macron).

Gentiloni e il leader libico Fayez al Serraj

   Il presidente francese nei pochi mesi da quando è stato eletto, ha più volte rimarcato la differenza tra migranti economici e richiedenti asilo, spiegando di voler garantire assistenza sul territorio francese solo ai secondi. La sua proposta e iniziativa è stata accolta con un “no comment” dalla Commissione Ue. Immediata è arrivata, invece, la risposta dell’Italia che ha ribadito di voler intraprendere, appoggiata dalla UE, la strada delle navi in territorio libico (entro le 12 miglia marine dalla costa) come chiesto dal governo libico di Al-Sarraj;

   Senza (l’Italia) polemizzare troppo con la Francia, impegnata contemporaneamente in un’altra decisione “anti-Italia”, di esercizio del diritto di prelazione di Parigi ai danni di Fincantieri sulla gestione dei cantieri navali Saint Nazaire (qualcuno vede in questa decisione l’assoluto interesse strategico per il governo francese di quei cantieri navali: cioè Saint Nazaire sarebbe l’ultimo cantiere in grado di varare una portaerei di nuova generazione, così si spiegherebbe così la volontà di controllare operativamente quel sito …).

   In risposta agli hot spot francesi decisi in autonomia dalla Francia (che poi ci ha ripensato e li ha esclusi), sui flussi migratori “serve un impegno comune – ha detto il presidente del Consiglio italiano Gentiloni – non ci rassegniamo all’idea che la grande questione della sfida migratoria, che riguarda i rifugiati con diritto di asilo ma anche migranti economici dall’Africa, possa essere lasciata a singoli Paesi per scelta del caso o della geografia. Deve essere un impegno comune”.

(da ANSA: L’infografica dei cantieri di Saint-Nazaire e la nuova proprietà) – ALTA TENSIONE TRA PARIGI E ROMA SUL CASO FINCANTIERI (…)- La Francia ha di fatto nazionalizzato i CANTIERI FRANCESI DI SAINT NAZAIRE bloccando l’acquisizione di Fincantieri di Ftx. La scelta di Parigi viene considerata incomprensibile visto CHE PRIMA LA SOCIETÀ ERA PER IL 66% COREANA e visto che mette in pericolo un progetto industriale concreto ed europeo (…). La scelta è stata fatta sicuramente per ragioni interne: qualcuno ipotizza che serva ad ammorbidire i rigidi e fortissimi sindacati dei cantieri in vista del varo di un jobs act alla francese. Parigi forse non si attendeva una risposta italiana così dura, ma certo erano chiare le possibili conseguenze nella dialettica tra Italia e Francia (da Ansa, 28/7/2017)

   Sta di fatto che neanche “l’operatività italiana” che si appresta a mettere in opera, cioè quella delle navi militari per fermare i barconi e respingere i migranti nella costa libica, anche questa sembra una soluzione con molte incognite. E l’idea francese degli hotspot era sicuramente strumentale alle necessità francesi: costretta a fare i conti con gravi problemi di integrazione, con l’apertura degli hotspot in Libia ci sarebbe stato per i francesi un controllo e una selezione dei migranti possibili diretti in Francia, senza alleggerire il peso della massa di migranti con meta di destinazione l’Italia via mare.

   Però, nonostante i dubbi delle motivazioni forse meramente egoistiche francesi, l’idea di centri di raccolta in Libia dei migranti per valutare l’ingresso in Europa, sembrava (sembra) perlomeno più chiara nell’affrontare il problema, nel decidere cosa e come…. E nel controllare direttamente in quei luoghi libici di raccolta e presenza delle persone immigrate le loro condizioni di vita, di rispetto dei diritti umani ora terribilmente calpestati con violenze d’ogni genere. (s.m.)

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INTERVISTA A IL VICE MINISTRO AGLI ESTERI MARIO GIRO “TENERLI IN LIBIA È COME SPEDIRLI IN UN INFERNO”

di Marco Menduni, da “La Stampa” del 6/8/2017

– Il viceministro degli Esteri, Giro: i profughi finiscono nelle mani delle milizie che ne approfittano. Così non si raggiunge neanche l’obiettivo di alleggerire la situazione –

   «Le nostre navi continueranno a raccogliere i migranti. Sarebbe auspicabile, anche quelli ospitati da imbarcazioni bloccate dalla Guardia costiera libica, quando le nostre imbarcazioni siano in condizione di poterlo fare. Perché riportarli in Libia, in questo momento, vuol dire riportarli all’inferno». Continua a leggere

Preservare le DOLOMITI “PATRIMONIO DELL’UMANITÀ” dall’assalto turistico – La chiusura alle auto e moto del Passo Sella ogni mercoledì estivo è la prova di un futuro nuovo nei passi alpini – Una possibile REGIONE DOLOMITICA sperimenta convergenze, per superare le obsolete regioni e province autonome

La CHIUSURA DEL PASSO SELLA – ai CONFINI TRA LE PROVINCE DI TRENTO E BOLZANO – è prevista OGNI MERCOLEDÌ DI LUGLIO E AGOSTO DALLE 9 ALLE 16. Via libera ai bus navetta che – assieme alle funivie – porteranno in quota i turisti. Passo aperto poi naturalmente a pedoni, biciclette, ma anche a veicoli elettrici e bus di linea, ai mezzi di soccorso, auto per i disabili e trattori per lo sfalcio dei prati Una soluzione presa nonostante il “no” di Belluno (la terza provincia delle Dolomiti) e nonostante le proteste di molti operatori turistici che temono di rimetterci un sacco di soldi, nonostante un programma di iniziative alternative

   Notiamo tutti, in qualsiasi luogo andiamo, specie in estate (ma in alcuni posti tutto l’anno, pensiamo a Venezia) un’ “impossibilità” di questi luoghi (città d’arte, litorali marittimi balneari, passi dolomitici…) di far fronte a masse di persone (e mezzi motorizzati) che, di anno in anno, crescono sempre di più.

Dolomiti – 3 Cime di Lavaredo

   Un fenomeno di turismo (di “frequentazione”), fatta di “attraversamenti”, e al massimo in forma solo quotidiana (una solo giornata…”mordi e fuggi”), che snatura quei luoghi. E questa specie di turismo (cui tutti noi spesso siamo, consapevoli o inconsapevoli, protagonisti) rappresenta l’eterogenesi dei fini di un “andare a visitare posti belli” che dovrebbe portare a effettivamente conoscere, ammirare, “vivere e capire” quelle città, montagne, spiagge di laghi e mare, quasi sempre bellissimi e affascinanti. Oltre noi a creare inquinamento e disagio per tutti (in particolare per chi vive in essi, e non trae vantaggio turistico dalle masse di persone che arrivano, attraversano, queste zone), torniamo pure a casa con esperienze di conoscenza sommaria, senza aver recepito alcunché.

DELIMITAZIONE DELLE DOLOMITI secondo le varie accezioni: IN VERDE la definizione delle Dolomiti secondo la SOIUSA (acronimo di “Suddivisione orografica internazionale unificata del Sistema Alpino”, progetto patrocinato dal C.A.I. per ridefinire la suddivisione e classificare le Alpi oltre ciascuna nazione); IN ROSA le aree geografiche in cui è presente la ROCCIA DOLOMITICA; IN ARANCIONE i gruppi definiti dall’UNESCO come PATRIMONIO DELL’UMANITÀ. Sono inoltre evidenziati i confini geografici delle regioni e provincie interessate. (da Wikipedia)

   Uno dei posti dove il turismo di massa, di passaggio, specie con moto rumorose (ma anche tantissime auto) che ci capita di vedere (e, ahinoi, a volte “partecipare”) sono i passi alpini, in particolare quelli dolomitici.

   La decisione delle Province di Bolzano e di Trento di chiudere al traffico privato motorizzato tutti i mercoledì di luglio e agosto uno di questi passi dolomitici tra i più frequentati, il PASSO SELLA, è un’importante novità per chi ama la montagna e vuole preservarne una dimensione naturalistica, pacifica… contro l’assalto di un turismo senza regole, inquinante, rumoroso, senza limiti e rispetto per gli ambienti naturali. E’ vero che la chiusura avrebbe avuto più senso (ed efficacia) la domenica… ma accontentiamoci di questa prima interessante limitazione dei mercoledì estivi, sperando che si venga a innestare un processo di chiusura ai motori privati che va ben oltre.

“(…) «Chiudere al traffico motorizzato solo PASSO SELLA e soltanto un giorno alla settimana, è un po’ poco. Dobbiamo fare di più, se non vogliamo che altre località alpine ci superino». MICHIL COSTA (NELLA FOTO), l’albergatore di CORVARA, che promuove un turismo lento e silenzioso, lo ha ripetuto anche domenica, alla MARATONA DES DOLOMITES, augurandosi che dal prossimo anno tutti i passi possano sperimentare la medesima opportunità di chiusura (….)”«È SOLAMENTE L’INIZIO NEL 2018 BLOCCHEREMO TUTTI I QUATTRO VALICHI» (da “il Mattino di Padova”, 4/7/2017)

   Al di là del “caso Dolomiti” noi pensiamo che il riportare la visita dei luoghi a una dimensione accettabile, il passare da un turismo mordi e fuggi a un modello consapevole, “lento e dinamico”, di visione e ascolto della natura (ma anche degli “artifici umani” che alcuni di essi meritano attenzione: pensiamo ai rifugi alpini, in particolare quelli che si raggiungono a piedi…), è una possibilità sperabile, e che può nascere anche dall’esempio di questa prima limitazione al traffico in un passo dolomitico. In montagna, viene, ci va, chi ama la montagna ed è disponibile a rispettarla.

   Trattare il tema “montagna” nei suoi vari aspetti è cosa complessa, ma è necessario iniziare.

I 4 PASSI INTORNO AL GRUPPO DEL SELLA – OBIETTIVO PER IL PROSSIMO ANNO? «CHIUSURA DI TUTTI E QUATTRO I PASSI INTORNO AL GRUPPO DEL SELLA, ovvero Campolongo, Pordoi, Sella e Gardena (IL SELLA RONDA: i quattro passi dolomitici dove d’inverno i turisti viaggiano con gli sci ai piedi) – Il PASSO SELLA è valico alpino a 2.240 metri sul livello del mare che riguarda da un lato Selva di Val Gardena (Bolzano) e Canazei (Trento) e dall’altro Livinallongo del Col di Lana (Belluno)

   Spesso i fenomeni atmosferici degenerativi che avvengono anche in pianura si difendono a partire dalla montagna, dall’evitare la sua marginalità: la virulenza di tanti fenomeni naturali recenti è favorita dal suo abbandono o, nel caso dell’eccessivo turismo in certe località, del suo eccessivo sfruttamento.

La biodiversità delle Dolomiti (di cui in parte parliamo in questo post) è possibile solo con azioni e politiche ambientali per la montagna, di rispetto, e anche che favoriscano la presenza delle popolazioni stabili su quei territori. E’ pur vero che può esistere un disagio nel vivere in montagna: ma una presenza virtuosa di popolazioni che fanno proprio il rispetto dei loro luoghi (con un turismo ecologicamente praticabile, con la cura e la manutenzione del territorio…) può essere dato da politiche di sostegno al reddito e alle attività degli abitanti in questi territori montani.

I NOVE SISTEMI DOLOMITICI: 1- Pelmo, Croda da Lago; 2- Marmolada; 3- Pale di San Martino, San Lucano, Dolomiti Bellunesi, Vette Feltrine; 4- Dolomiti Friulane e d’Oltre Piave; 5- Dolomiti settentrionali; 6- Puez-Odle; 7- Sciliar-Catinaccio, Latemar; 8- Bletterbach; 9- Dolomiti di Brenta

   Iniziative di sostegno, progetti complessivi per incentivare il lavoro e la vita alpina (ma anche appenninica, dimentichiamo spesso gli Appennini!) queste iniziative, forse sono mancate nella pressoché totalità delle montagne dolomitiche, o forse lì sviluppate in modo frammentario, occasionale, senza un disegno preciso e convinto.

   Oppure ci si può accorgere che in certe entità regionali (…nel Sud Tirolo al posto del Trentino, o delle Dolomiti bellunesi, o in quelle friulane…) vi è un modo di intervenire e di concepire la montagna ben diverso da posto e posto (sarà per le maggiori risorse finanziarie che le province autonome hanno?… forse, ma crediamo che non sia solo questo…).

ALPI ORIENTALI SECONDO LA SOUISA – SOIUSA è l’acronimo di “Suddivisione orografica internazionale unificata del Sistema Alpino”, in pratica è il nome del progetto patrocinato dal C.A.I. e curato da Sergio Marazzi, studioso di orografia alpina (orografia è il settore della geografia che studia i rilievi terrestri), che si è prefisso il compito di ridefinire la suddivisione e relativa classificazione, su scala internazionale, delle Alpi dalla grande scala fino alla piccola scala cioè al singolo gruppo montuoso

   E’ probabile che una regione come il Trentino Altro Adige (divisa fra Trento e Bolzano), cui tutto il proprio territorio è “di montagna”, non possa che fare una politica “unica” per la montagna, rispetto a maggiori disattenzioni e superficialità da parte di regioni (il Veneto, il Friuli) con caratteristiche territoriali eterogenee (mare, laguna, pianura, urbanità concentrata e diffusa, collina, aree pedemontane e, appunto, montagna…).

MACROREGIOE ALPINA – E’ AUSPICABILE UNA MACROREGIONE ALPINA EUROPEA? (oltre le nazioni che la compongono: Austria, Francia, Germania, Italia e Slovenia; e fuori dalla UE Liechtenstein e Svizzera)? …UN PROGETTO OLTRE LE NAZIONI è ora di difficile presente realizzazione – Possibile invece iniziare a costruire convergenze sull’individuazione e realizzazione di REGIONI ALPINE, federali, con autonomia istituzionale, come può essere (diventare) la REGIONE DOLOMITICA. – (VEDI SULLA MACREREGIONE ALPINA: http://www.macroregionealpina.net/?page_id=1225 )

   E’ così che molteplici politiche territoriali hanno messo in luce scelte diverse fra le regioni e le provincie.   Ad esempio nella parziale assenza di iniziative da parte del Veneto, dove l’abbandono della montagna (là dove i luoghi non sono attraenti per i turisti, e nella cosiddetta “mezza montagna”, cioè nelle aree tra pedemontana e montagna come ora viene intesa) è evidente. Alla invece situazione più fortunata del Trentino. E in particolare ad una efficace politica per la montagna operata in Sud Tirolo.

SUONI DELLE DOLOMITI 2017 IN TRENTINO – Da ventitre anni il Trentino organizza e propone un festival di musica in alta quota. Decine di appuntamenti che durante l’estate toccano alcuni dei luoghi più incantevoli delle Dolomiti. Sono prati, conche, palcoscenici naturali che accolgono famosi musicisti provenienti da tutto il mondo che si esibiscono in ogni genere musicale. I luoghi dei concerti sono nelle vicinanze di rifugi alpini, malghe e vette. Per saperne di più, anche sul programma 2017: http://www.isuonidelledolomiti.it/IT/i-suoni-delle-dolomiti-eventi-edizione-2017/ oppure http://www.isuonidelledolomiti.it/IT/i-suoni-delle-dolomiti-musica-sulle-montagne-del-trentino/

   Interessante poi, cosa che distingue anche il Trentino dal Sud Tirolo, il fatto che il modello turistico altoatesino è più imperniato sul turismo familiare, sulla accoglienza diffusa, sulla integrazione del reddito facendo in questo modo crescere una identità tirolese di accoglienza di qualità (cosa non accaduta nella provincia di Trento, men che meno a Belluno).

SUDTIROLO, SALTA LA PACE DEI CARTELLI. ITALIANI E TEDESCHI IN LITE PER I NOMI
(…) In Sudtirolo il nome dei luoghi torna a separare gli italiani dai tedeschi. Il muro linguistico alzato dal fascismo, fino a pochi giorni fa, sembrava a un passo dall’essere abbattuto. Il Novecento, anche in provincia di Bolzano, stava finalmente per chiudersi: una mano tesa dalle autonomie allo Stato, ma pure dal nostro Paese all’Europa. Per ordine di Mussolini, deciso a italianizzare il Sudtirolo, su oltre 170 mila toponimi originari tedeschi, l’irredentista Ettore Tolomei ne impose circa 8 mila nuovi in italiano. Nel 1946, grazie ad Alcide de Gasperi, fu ripristinato almeno il bilinguismo. Nell’ultimo decennio i segnali alpinistici con il doppio toponimo hanno però cominciato a sparire, sostituiti con cartelli solo in tedesco. (…) (Giampaolo Visetti, da “la Repubblica” del 20/3/2017)

   E poi il paradigma di “montagna protagonista delle sue scelte”: intendiamo che la montagna deve acquisire autorevolezza e autonomia in quel che essa è. Un esempio? Capita molto spesso che centraline metereologiche, centri di ricerca scientifica, naturalistica, etc., siano gestiti da università “lontane”, di pianura…. E’ possibile che le aree di montagna possano sviluppare ricerca scientifica, recupero dei luoghi, assetto territoriale virtuoso (contro le frane ad esempio…) senza dipendere dalla “pianura”? (s.m.)

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DOLOMITI, PASSO SELLA CHIUSO ALLE AUTO

da “Il Corriere delle Alpi” del 7/7/2017

– Scontro istituzionale tra Zaia e Delrio – Il governatore scrive al ministro: «Atto unilaterale e così danni gravi al turismo» chieste misure alternative allo stop alle auto – Continua a leggere

PROFUGHI, MIGRANTI ECONOMICI, CLANDESTINI…i tanti nomi per chi viene da Sud in Europa – L’Africa, in esplosione demografica, si avvicina alle sponde europee – Per la prima volta si parla di sostegno alla sviluppo dei Paesi africani – L’Italia, in prima linea (lasciata sola) inizia una POLITICA MEDITERRANEA

LE ROTTE DEI MIGRANTI DALLA LIBIA VERSO L’ITALIA 

Le rotte più battute. La rotta principale percorsa dai migranti dall’Africa occidentale passa attraverso il Niger e la Libia per poi arrivare in Italia attraverso il Canale di Sicilia (rotta occidentale-est). Dal Senegal, Gambia, Guinea e Costa d’Avorio i migranti si spostano prima a Bamako, in Mali, per poi passare da Ouagadougou in Burkina Faso e raggiungere il Niger. Una via alternativa passa da Bamako a Gao, in Mali, per poi arrivare a Niamey, in Niger.

   Molti nigeriani raggiungono il Niger attraverso Kano. Alcuni migranti provenienti dal Camerun hanno raccontato di aver attraversato il Ciad per raggiungere Madama in Niger e proseguire fino in Libia. Da Agadez a Sabah comincia un tratto di rotta nel deserto chiamato “la strada verso l’inferno”, che tutti i migranti sono costretti ad affrontare per raggiungere la Libia. La durata media del viaggio dal paese di origine è di venti mesi. Il tempo medio di permanenza in Libia è di 14 mesi.

Le rotte orientali. La principale rotta dal Corno d’Africa passa attraverso il Sudan e la Libia per raggiungere l’Italia attraverso il canale di Sicilia (Rotta orientale-centro). Dopo aver attraversato il confine tra Eritrea e Sudan, che è molto pericoloso, la maggior parte dei migranti raggiunge Kassala o il campo profughi di Shagrab in Sudan oppure il campo di Mai Aini in Etiopia. Una volta raggiunta Khartoum, i migranti attraversano il deserto verso la Libia con i pick-up. Un percorso alternativo e più breve attraverso il deserto parte dalla città di Dongola a nord di Khartoum.

   Generalmente, un primo pick-up lascia i migranti al confine con la Libia, per poi tornare indietro verso Khartoum. I migranti vengono quindi fatti salire su un altro pick-up gestito dai trafficanti libici. Il costo del viaggio dal Sudan fino alla Libia varia da mille a 1.500 dollari. La maggior parte dei migranti raggiunge poi Agedabia situata in Cirenaica, a pochi chilometri dalla costa mediterranea. Dal nord della Libia i migranti cercano di raggiungere la costa a Bengasi (nel nordest) oppure a Zuwara e Sabratha (a ovest di Tripoli e più vicine alla Sicilia) per poi imbarcarsi.

   La durata media del viaggio dal paese di origine è di 15 mesi. Il tempo medio di permanenza in Libia per i migranti del Corno d’Africa (la maggior parte eritrei) è di tre mesi. L’Etiopia e il Sudan sono i paesi dove i migranti eritrei rimangono più a lungo. Le tratte sono gestite da intermediari e trafficanti. La somme pagate dai migranti per affrontare queste rotte, in genere più alte dal Corno d’Africa, possono variare. In Libia, Niger e Sudan i migranti rischiano di essere sequestrati e messi in carcere. (da Internazionale – settembre 2016 – www.internazionale.it/notizie/ )

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foto da http://www.treccani.it

   Dall’inizio del 2017 alla fine di giugno i migranti arrivati in Italia via mare sono più di 80mila, mentre nello stesso periodo del 2016 erano stati 64mila. E sono morti duemila migranti sulla rotta tra il Nord Africa e l’Italia.

nella foto MARCO MINNITI, ministro dell’interno. LE RICHIESTE ALL’UE, OLTRE L’ATTUALE EMERGENZA, per governare l’immigrazione: “Interventi concreti per stabilizzare la situazione politica in Libia e un progetto a lungo termine, che si gioca nei rapporti tra l’Unione e i paesi subsahariani….”. Intanto Minniti batte cassa, perché, dopo anni di sforzi, pretende che i ventisette Paesi Ue condividano fattivamente la responsabilità dell’accoglienza… Un sostegno che, d’altra parte, il ministro sollecita anche agli amministratori locali, chiamati già da tempo a un senso di responsabilità e a rispettare criteri di accoglienza condivisa

   Si tratta di dati sempre più allarmanti, che hanno spinto il ministro dell’Interno, Marco Minniti, a chiedere formalmente a Frontex, l’agenzia dell’Unione Europea la gestione della cooperazione operativa alle frontiere esterne degli Stati membri, di trovare al più presto una soluzione condivisa per alleggerire la pressione migratoria. E cioè di “regionalizzare” le operazioni di salvataggio in mare dei migranti: l’Italia non è più in grado di essere l’unico approdo degli sbarchi ed è quanto mai necessaria l’apertura di nuovi porti che consentano di portare i migranti, al termine dei soccorsi, negli altri Paesi coinvolti (Francia, Grecia, Spagna e Malta). Le unità costiere e della Marina militare di ciascun Paese impegnato nel pattugliamento del Mediterraneo dovrebbero, dunque, trasferire i migranti nei propri porti dal momento che ormai il problema è diventato una questione europea, non più soltanto italiana.

foto di TALLIN, Estonia – Il tema più caldo in questi giorni sui migranti, su cui il ministro degli interni Minniti aveva cercato sponde in Europa, è la “REGIONALIZZAZIONE” DEL SOCCORSO – termine burocratico con cui si intende l’APERTURA DEI PORTI DELLA COSTA MERIDIONALE EUROPEA ALLE NAVI CHE RECUPERANO MIGRANTI NEL MEDITERRANEO – che non era all’ordine del giorno del vertice dei ministri degli interni della Ue tenutosi il 6 luglio scorso a TALLIN (capitale dell’ESTONIA, il più settentrionale dei paesi baltici, dal primo luglio per un semestre a capo della presidenza del Consiglio dell’UE). Tuttavia agli espliciti no di FRANCIA e SPAGNA comunicati prima del vertice (“i nostri porti sono già sotto pressione”), se ne sono aggiunti altri. Secondo Minniti, il passo avanti è stato fatto invece sull’APPROVAZIONE DEL CODICE DI COMPORTAMENTO PER LE ONG. Inoltre, sono stati decisi i NUOVI FINANZIAMENTI A SOSTEGNO DELLA GUARDIA COSTIERA LIBICA ed è stata riaffermata la necessità di ELABORARE UNA NUOVA POLITICA EUROPEA SUI RIMPATRI

   Proposta di coinvolgimento di nuovi porti europei subito rigettata. Dal vertice informale dei ministri dell’Interno europei che si è svolto il 6 luglio scorso a TALLIN (capitale dell’Estonia, il più settentrionale dei paesi baltici, dal primo luglio per un semestre a capo della presidenza del Consiglio dell’UE), è arrivata una chiusura unanime alla richiesta di regionalizzazione che, secondo i partner europei, non sarebbe una soluzione percorribile.

La ROTTA DEI DISPERATI in NIGER verso il confine meridionale della Libia

   Tentando di vedere qualche aspetto positivo sul tema “migranti che sbarcano in Sicilia e Calabria”, il ministro dell’Interno Minniti ha fatto presente che un passo avanti è stato fatto (a Tallin) sull’approvazione di un codice di comportamento per le Ong, e che sono stati decisi nuovi finanziamenti a sostegno della Guardia Costiera libica ed è stata riaffermata la necessità di elaborare una nuova politica europea sui rimpatri. Pertanto, niente da fare per i porti francesi, spagnoli… ma disponibilità per ONG, PROBLEMA LIBIA, RIMPATRI.

Salvataggi delle ONG in mare

   Sulle ONG, Organizzazione non governative che con le loro medio-piccole navi contribuisco nel sud del Mediterraneo, vicino alle coste libiche, a salvare tanti migranti nei barconi improvvisati, c’è stata in queste settimane forte polemica: si dice e si critica dicendo che “se metti in opera possibilità di salvataggio, i trafficanti di uomini portano in mare ancora una maggiore umanità disperata e inconsapevole”, che viene “salvata” da queste navi-vascello che così, secondo alcuni, diventano loro malgrado complici involontari dei trafficanti di uomini, e dell’attraversare il Mediterraneo verso l’Europa di sempre più persone. Le Ong, e i tanti che conoscono il loro impegno, parlano invece di queste navi “volontarie” come di iniziative che riempiono un vuoto, dove non arrivano le navi e le motovedette della Marina, e salvano dalla morte molte persone.

LIBIA CONFINE SUD

   Sul PROBLEMA LIBIA si sottolinea che è da quel Paese in stato di semianarchia che si inizia ad organizzare la migrazione sempre più di massa verso l’Europa, e così è lì che bisogna agire….

 

   Sui RIMPATRI dei migranti la cosa appare difficile, costosa, impossibile… e così si pensa alla necessità di stabilire rapporti più concreti con i loro Paesi di origine…

Migranti e guardia costiera libica (da Internazionale)

   Vien qui la necessità di tracciare linee generali sul tema immigrazione per poi proporre e immaginare modi concreti e immediati per fare un’azione virtuosa su chi arriva o è arrivato in Italia (ed Europa), sulla politica mediterranea che (finalmente) si comprende che va praticata, sul rapporto più diretto che la UE deve avere con l’Africa.

Migranti e l’accordo con le tribù libiche – “(….) il 31 Marzo scorso al Viminale, il presidente del consiglio dei Ministri Paolo Gentiloni, e il ministro degli interni Marco Minniti, hanno accolto 60 ”CAPI TRIBÙ” DEL SUD DELLA LIBIA per siglare un accordo volto a fermare i flussi migratori da paesi subsahariani prima della partenza dalle coste nord-africane. Questo accordo si pone in continuità con quello già stretto 2 mesi fa con FAYEZ MUSTAFA SERRAJ, presidente di uno dei due principali schieramenti libici con sedi amministrative a Tripoli. Perché il Viminale ha accolto 60 capi di tribù che non sono rappresentanti di alcun stato di diritto vagamente riconosciuto a livello internazionale? La risposta è abbastanza semplice: FERMARE LE PARTENZE DALLE COSTE LIBICHE È IMPOSSIBILE. L’unico modo realmente efficace per fermare i migranti sub-sahariani, provenienti soprattutto dalle regioni dell’Africa dell’Ovest, è quello di fermarli in quella STRISCIA DI TERRA CHE COLLEGA IL NORD DEL NIGER AL SUD DELLA LIBIA. Proprio IN MEZZO AL DESERTO DEL SAHARA (…)” (da http://www.milanoinmovimento.com)

   Il problema dell’immigrazione, proprio dopo l’escalation degli sbarchi negli ultimi giorni e dopo i ripetuti tentativi di ottenere dai partner europei maggiore solidarietà, intanto dimostra come ogni paese europeo pensa a se stesso e al fatto in particolare che una politica di attenzione e solidarietà verso lo “straniero” è fortemente impopolare (e può rischiare di far perdere le elezioni, come in Germania la Merkel sta preparandosi, alle elezioni, per settembre).

   E’ un fronte (maggioritario) di paesi europei incline a osservare quanto avviene nel Mediterraneo come un problema lontano non solo geograficamente: una filiera trasversale di interessi nazionali poco attenta al fenomeno, che cerca di scansarlo, di evitarlo (finché può), anche e specialmente per la (giusta) paura di fare concessioni che potrebbero dare fiato ai movimenti xenofobi. Ciò non toglie che, se andiamo a vedere, molti dei Paesi che vengono ora criticati e considerati “anti-immigrati”, mostrano di avere quantità elevate di persone straniere da loro presenti, e che cercano di integrare, migranti provenienti dall’Africa, dal Medio Oriente in guerra, dal sud est asiatico…

Libia: pik up con trasporto migranti (da Internazionale)

   E il fenomeno delle migrazioni africane non è fatto temporaneo, di questa breve nostra fase storica. A muovere uomini e donne verso terre più promettenti (non necessariamente in Europa, anzi: nove volte su dieci per mancanza di alternative i migranti si spostano in Africa) è l’intreccio fra eruzione demografica e depressione economica, aggravata dal mutamento climatico che rende inabitabili ampie porzioni di territorio a sud del Sahara. C’è poi, forse, un desidero, da parte dei giovani, di andare verso “nuovi mondi”, di uscire da un guscio troppo ristretto, di dare un senso più nuovo alla propria vita (anche questo, non solo problemi economici o climatici). E, dall’altra, il dilemma dell’accoglienza non nasce oggi. Perché il rapporto con chi viene da fuori oscilla, per sua natura, tra un estremo ospitale e un estremo ostile.

   E c’è una palese paura dello straniero, supportata peraltro da validi e concreti motivi di “non farcela” (come accade in queste settimane per l’Italia); che “tutti non li possiamo accogliere”. Si avverte l’urgenza immediata di una regolamentazione per stabilire un giusto equilibrio tra respingimento e accoglimento. Per evitare che l’arrivo di altri uomini diventi un qualcosa di inarrestabile, non più gestibile. Anche tra le persone più aperte al vivere la ricchezza della diversità, si percepisce la preoccupazione di questo “non farcela”.

LE ROTTE DELLE MIGRAZIONI AFRO-MEDITERRANEE

   E, a proposito dell’Italia, tra flussi mediterranei e stretta ai valichi alpini imposta dai vicini europei, la penisola italica si è così trasformata da paese di transito in destinazione obbligata dei migranti. E aumentano i migranti dall’Africa centro-occidentale (al primo posto la Nigeria, un vero e proprio colosso demografico…. Finora avevamo avuto conoscenza di gente proveniente dal Marocco, Senegal, Ghana…).

   Pertanto un insieme di sensazioni e fatti che concorrono alla percezione di un’instabilità: la minaccia di chiusura dei porti, il timore sempre più strisciante di un’invasione fuori controllo, la percezione di un limite di sicurezza ormai superato, la delusione per l’indifferenza di un’Europa solidale a parole e farisaica nei fatti…. lo straniero è l’ospite ma potenzialmente anche il nemico.

   Questo contesto di geopolitica migratoria non deve suscitare isterismi, come adesso quotidianamente accade, ma va governato convintamente e virtuosamente.

migranti nel deserto

   Tra le proposte immediate che segnaliamo (al di là dell’improbabile e impossibile chiusura dei porti italiani, o delle collaborazioni e coinvolgimenti all’attracco in altri porti non italiani, che ha già avuto il niet di Francia e Spagna), tra le proposte immediate concrete riportiamo in questo post quella della Comunità di Sant.Egidio, di Luigi Manconi (senatore Pd), e dei Radicali italiani, che nei giorni scorsi hanno proposto (e messo in atto iniziative politiche e articoli sui giornali) per la concessione di una PROTEZIONE TEMPORANEA AI PROFUGHI, di un anno, perché si possa decidere intanto “che fare”, garantendo a loro l’emergenza umanitaria in uno stato di sia pur temporanea legalità. In questo modo tutti i Paesi europei si prenderebbero una parte dei migranti riconoscendo loro la “protezione temporanea”, che assicura comunque l’assistenza sanitaria, l’istruzione scolastica. Al fine di creare (come è già accaduto nel 2013 in analoga emergenza di arrivo massiccio di profughi) un PIANO DI AMMISSIONE UMANITARIA, che preveda canali legali e sicuri verso l’Europa per i profughi bisognosi di protezione. Una proposta che significherebbe per i Paesi europei ora “riluttanti” ad accogliere migranti, un impegno ridotto con una parte minima di essi migranti ben distribuiti, un “rallentamento” del flusso e di richieste di impegno senza limiti precisi, con la gestione di alcuni di essi migranti in modo soft, mirato (e temporaneo, cioè un anno).

   La “protezione umanitaria” è tra l’altro già prevista nella UE: è una direttiva del 20 luglio 2001 (la numero 55), pensata dopo la crisi jugoslava della prima metà degli anni ‘90, allora per far fronte, così c’è scritto, a un afflusso massiccio di sfollati. Perché i rimpatri sono costosissimi, non funzionano (gli stati di origine non accettano il ritorno e serve stabilire con ciascuno di essi convenzioni che incomincino anche ad essere collaborazione economiche, culturali….).

   Due anni fa poi c’era stata l’idea (sempre della Comunità di Sant’Egidio) dei «CORRIDOI UMANITARI», il sistema per far arrivare in Italia, senza più barconi o traversate impossibili, i profughi siriani accampati in Libano, dopo la fuga dalle città distrutte dalla guerra (in un anno sono arrivati in Italia 800 profughi siriani). Può essere un modo, un metodo per “controllare le migrazioni” all’origine, stabilirne i flussi e le possibilità fattibili.

   Già adesso poi si inizia a pensare concretamente a convenzioni e rapporti con Paesi africani di partenza e di transito dei migranti (Niger, Sudan, Burkina Faso, e poi anche Algeria, Ciad ….), e questo non può che portare a trovare relazioni anche di altro tipo, economiche, culturali, di conoscenza, atte a far sì che l’Africa, e i suoi stati nazionali, diventino soggetti paritari, come gli altri paesi europei, per politiche di collaborazione e sviluppo, che finora son state assai poco praticate.

   Insomma c’è la necessità di darsi da fare per controllare il fenomeno di questa massiccia mobilità “Nord-Sud” del mondo con iniziative verso l’Africa di tipo economico, culturale, di amicizia…. E’, in fondo, un modo pratico, concreto, di iniziare una POLITICA MEDITTERRANEA che adesso manca del tutto. Una necessità che può diventare una opportunità di scambi e sviluppo in un’AREA EURO-AFRICANA che, volente o no, dovrà nel prossimo futuro collaborare assieme, scambiarsi energie, “piacersi”. (s.m.)

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Dall’antica Grecia a oggi

STRANIERO, OSPITE O NEMICO: COSA CI INSEGNA LA STORIA

di Marino Niola, da “la Repubblica” del 4/7/2017

– L’onda di piena dei migranti scuote l’Italia e la mette di fronte al dilemma dell’accoglienza. Ricevere a oltranza e rischiare di essere sommersi. O respingere per arginare la marea e porre fine agli effetti collaterali di Frontex. I fatti di questi giorni hanno reso la questione indifferibile – Continua a leggere

L’ISIS in Siria e Iraq sta capitolando: QUALE RICOSTRUZIONE di quelle terre dai disastri alle persone e alle cose che lascia il sedicente stato islamico? – Come RIDARE VITA ALLA STORIA DEI LUOGHI, moschee, siti archeologi, biblioteche…- Chi governerà Siria e Iraq? (un federalismo possibile anche in Medio Oriente)

MOSUL (nord Iraq), (foto da “la Stampa” del 30/6/2017) – L’ESERCITO IRACHENO, alleato e aiutato dagli Stati Uniti, È MOLTO VICINO ALLA LIBERAZIONE DI MOSUL, la città dell’Iraq dove c’è ancora la presenza dell’ISIS

   Alla fine del giugno 2014 il leader supremo dell’Isis, Abu Bakr Al Baghdadi, aveva proclamato la creazione del Califfato, dello Stato islamico, a Mosul (nel nord dell’Iraq), nella Moschea di al-Nuri, nella città antica. La stessa moschea così importante per il mondo musulmano, e “fatta propria” nel 2014 dall’Isis che adesso, il 21 giugno scorso (tre anni dopo) lo stesso movimento terroristico ha deciso di distruggere: non doveva cadere in mano al nemico fatto di islamici non integralisti come iracheni e curdi (appoggiati dalle forze internazionali, che hanno iniziato da ottobre 2016 una lunga e difficile controffensiva anti-Isis per riprendere il controllo del territorio).

Nella foto Il minareto della Grande Moschea di al Nuri a Mosul, in una foto scattata prima della distruzione da parte dell’Isis) – IL 29 GIUGNO SCORSO L’ESERCITO IRACHENO HA RICONQUISTATO LA GRANDE MOSCHEA DI AL-NURI A MOSUL – La moschea di al-Nuri a Mosul, dove il sedicente Stato islamico tre anni fa dichiarò la nascita del Califfato, è stata riconquistata dalle forze irachene. La riconquista della grande moschea di al-Nuri dove ABU BAKR AL-BAGHDADI si proclamò leader, segna un momento altamente simbolico nella guerra, con l’arrivo delle truppe governative irachene nel cuore della Città Vecchia. Secondo gli esperti, entro quindici giorni sarà completata la riconquista della città dalle mani dell’Isis. IL 21 GIUGNO 2017 ERA STATA DIFFUSA LA NOTIZIA CHE LA MOSCHEA È STATA DISTRUTTA DAGLI STESSI MEMBRI DELL’ISIS, in una Mosul quasi completamente riconquistata dai militari iracheni. (…) La moschea è uno dei più grandi monumenti dell’Islam dopo le grandi moschee della Mecca e Medina, di al-Aqsa a Gerusalemme e della moschea Umayyad a Damasco. (LAURA MELISSARI, 29/6/2017, da TPI NEWS – http://www.tpi.it/ ) Perché l’Isis ha abbattuto la moschea di Mosul dove aveva proclamato il califfato?

   Ora che l’Isis è in grave difficoltà, che sta per essere definitivamente sconfitto sia in Iraq che in Siria, il movimento terrorista diventa ancora più pericoloso per le popolazioni locali, come appunto a Mosul in Iraq o a Raqqua in Siria, persone usate come ostaggi, scudi umani.

   In questi tre anni di crudeltà, violenze, terrorismo internazionale dell’Isis (che è certo purtroppo non finirà, il terrorismo…), si è consolidato il caos totale in Siria e in tante parti del Medio Oriente. Può essere considerata una vera e propria guerra mondiale del Medio Oriente, che coinvolge in pieno le superpotenze, Stati Uniti e Russia, rende ancora più acceso lo scontro Iran-Arabia Saudita; e lo scontro nel mondo islamico tra sciiti e sunniti che lacera tutto l’universo musulmano.

Iraq-Syria, IS control, june 2017 (da http://www.bbc.com/news/world-middle-east)

   La conta di questa guerra, in pochissimi anni, è di centinaia di migliaia di morti e milioni di profughi. Sconvolgimenti e lutti di famiglie, violenze su comunità, il mondo femminile schiavizzato e stuprato.

Allarme dell’Unicef: a Mosul centomila bambini sotto assedio

   Su tutto questo non è per niente banale parlare della distruzione della storia di questi luoghi. Perché in buona parte viene a compromettere pure il futuro. Da anni è in corso la distruzione di intere nazioni e del loro patrimonio artistico, archeologico e culturale. Insieme ai monumenti i jihadisti hanno dato alle fiamme anche i libri: emblematico che nel 2015 sia stata incendiata LA BIBLIOTECA DI MOSUL (ma non è certo la sola biblioteca distrutta dall’Isis), come era già accaduto a Sarajevo in Bosnia nel 1992 e a Baghdad nel 2003.

I resti della grande moschea di Mosul (Reuters)

   Pertanto, accanto alle sofferenze delle popolazioni, accade che ci sia una strage silenziosa dell’arte. I conflitti e la criminalità ogni anno mettono a rischio una parte notevole del patrimonio culturale nel mondo.

Un particolare del sito archeologico di PALMIRA, in SIRIA (com’era e com’è rimasta dopo la distruzione dell’Isis) – “LA STRAGE (SILENZIOSA) DELL’ARTE – I conflitti e la criminalità ogni anno mettono a rischio una parte notevole del patrimonio culturale nel mondo. C’È UN CONFLITTO SILENZIOSO CHE NON COMPARE SUI TITOLI DEI GIORNALI O NEI SERVIZI IN TV. Un conflitto parallelo a quelli eclatanti, che si consuma in silenzio ma che, lentamente, sta erodendo la memoria del mondo. È LA STRAGE DELLA CULTURA, LA DISTRUZIONE DEL PATRIMONIO DI TUTTI A CAUSA DI GUERRE, DISASTRI AMBIENTALI, DELLA CRIMINALITÀ che si approfitta del caos congenito alle TURBOLENZE GEOPOLITICHE. E se tutti abbiamo negli occhi la distruzione del sito archeologico di PALMIRA (Siria) e il sacrificio di KHALED AL-ASAAD, il custode di quell’area, vittima della furia iconoclasta dell’Isis, forse non sappiamo che il traffico illecito di beni culturali è diventato una delle attività criminali più proficue per le organizzazioni criminali, compresi i gruppi terroristici…. (….)” (Roberto Scorranese, 23/5/2017, da http://www.corriere.it/ )

   Appunto un conflitto silenzioso che non compare sui titoli dei giornali o nei servizi in Tv. Un conflitto parallelo a quelli eclatanti, che si consuma in silenzio ma che, lentamente, sta erodendo la memoria del mondo. Emblematico e positivo è che Mosul Eye (storico e blogger che, questo nome è il suo pseudonimo, ha raccontato su Facebook e Twitter la vita quotidiana degli abitanti di Mosul negli ultimi tre anni), abbia lanciato una campagna per ricostruire la Biblioteca universitaria della città, devastata dall’Isis.

nella foto  ABU BAKR AL BAGHDADI, nella Moschea al-Nuri a fine giugno 2014 – “…..L’ISIS NEL SUO COMPLESSO È ALLE CORDE. LA SUA DIMENSIONE TERRITORIALE IN MEDIO ORIENTE RIDOTTA IN BRICIOLE, spezzata in poche enclave accerchiate e al lumicino. IL «CALIFFATO» tanto sbandierato dal suo AUTO-PROCLAMATO LEADER ABU BAKR AL BAGHDADI, proprio DALLA MOSCHEA NURI NEL CENTRO DI MOSUL A FINE GIUGNO 2014, appare in ginocchio.”(…) (Lorenzo Cremonesi, “il Corriere della Sera”, 19/6/2017)

   La strage del patrimonio artistico e storico a causa delle guerre è cosa che accade quasi sempre: forse ancor di più è accaduto con la furia iconoclasta dell’Isis, il desiderio e forse “la provocazione” di distruggere ogni cosa che attirava turisti, studiosi, e che rappresentava il passato delle popolazioni locali, il “bello” dei luoghi.

(nella foto: strada di MOSUL, 29 giugno 2017) – “A nove mesi dal suo inizio, la sfida per MOSUL passa alla fase finale e più acuta. La battaglia diventa ancor più che in passato guerriglia urbana. Entrare a combattere i jihadisti di Isis nel cuore dei quartieri medioevali, tra gli edifici fragili, le viuzze strette, le abitazioni ancora densamente popolate significa infatti cambiare strategie e logistica. «Non possiamo più utilizzare i cingolati, le artiglierie e l’aviazione. Ci si deve battere strada per strada, casa per casa, stanza per stanza», ammettono gli stessi ufficiali delle truppe scelte irachene. Il numero delle loro perdite pare destinato ad aumentare….(…)”( Lorenzo Cremonesi, “il Corriere della Sera”, 19/6/2017)

   Non solo pertanto la distruzione del sito archeologico di PALMIRA (Siria) e il sacrificio di KHALED AL-ASAAD il custode di quell’area ucciso dall’Isis: ancor di più forse rappresenta una perdita umanitaria, artistica collettiva, il traffico illecito di opere d’arte vendute dall’Isis a mercanti occidentali. La vendita di beni culturali è diventata una delle attività illecite più proficue per le organizzazioni criminali e i gruppi terroristici.

Persone che attraversano un passaggio improvvisato in un villaggio vicino RAQQA (SIRIA) dopo che il ponte è stato distrutto nella lotta tra la coalizione guidata dagli Usa e lo Stato islamico. REUTERS/Goran Tomasevic

   C’è poi da capire cosa accadrà in quei territori (specie del nord della Siria e Iraq) quando l’Isis sarà (almeno militarmente) definitivamente sconfitto. La Siria resta nel caos… In Iraq il governo di Bagdad è debole…e ci sono le anche legittime aspirazioni dei curdi (tra i maggiori combattenti contro l’Isis) che, sì, godono di una autonomia in Iraq, ma certo non sarà facile stabilire forme di convivenza in un territorio che ha uno stato debole. E poi la Siria allo sbando; e le pretese turche di Erdogan di controllo di quelle aree in funzione anti-curda.

Mosul: famiglia asseragliata in casa negli scontri

   La fine della frontiere siriano-irachena l’aveva già sancita la guerra civile in Siria, le difficoltà governative di Bagdad, le varie pretese medio-orientali…tutto questo ben prima dell’avvento nel 2014 dell’Isis.

militanti ISIS

   Difficile e inopportuno pensare a una ridefinizione autoritaria occidentale dei confini lì stabiliti dal patto Sykes-Picot del 1916 tra Francia e Regno Unito, che aveva disegnato i confini della regione secondo gli interessi coloniali franco-inglesi, e che portò nella spartizione del Medio Oriente, dell’Asia Minore, e anche appunto a stabilire la frontiera tra Iraq e Siria, senza alcun rispetto delle etnie e popolazioni che si trovarono dall’una o dall’altra parte all’improvviso divise.

Le fasi della riconquista di Mosul dall’Isis (da “il Corriere.it” del 19/6/2017)

   E’ pensabile un Medio Oriente che, pur rispettando gli stati nazionali, e creando pure un’autorità sovranazionale (come un’unione europea…), diluisca il valore delle frontiere in un patto federalista dove ogni confine è superato dalla composizione di “progetti comuni” per aree geografiche, geomorfologiche, dato dalle aspirazioni e speranze delle etnie e popolazioni presenti?…. Riuscendo così a far convivere tutti in un progetto multietnico?… Che, del resto, appartiene alla caratteristica storica di quella parte del continente asiatico fatta di tante religioni, tante culture, incontri….alla base, tra fiumi Tigri ed Eufrate, dell’origine di tante civiltà… (s.m.)

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LA RICONQUISTA DI MOSUL

da www.treccani.it/ (19/7/2017)

   9 luglio 2017, il giorno della vittoria. Una data da contrapporre al 29 giugno 2014, quando la disfatta prese corpo nella dichiarazione della nascita del califfato. Questa volta però, le parole sono diverse e l’annuncio del primo ministro iracheno Haider al-Abadi è quello atteso ormai da tempo: finalmente, Mosul è libera dal giogo del sedicente Stato islamico.

   È stata necessaria una battaglia di circa 9 mesi per arrivare alla liberazione, una battaglia che ha visto coinvolte forze composite Continua a leggere

QUESTIONE CLIMA: la MANCATA RATIFICA degli USA dell’ACCORDO DI PARIGI (i paesi sviluppati contengono l’aumento della temperatura sotto i 2 gradi dai livelli pre-industriali, e aiutano i paesi poveri per uno sviluppo compatibile), è un disimpegno mondiale a salvare il pianeta? (oppure un monito a fare di più?)

Dal 10 al 12 giugno la città di BOLOGNA ha ospitato il G7 AMBIENTE, il vertice dei MINISTRI DELL’AMBIENTE dei 7 Paesi più ricchi appartenenti all’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, che conta 35 paesi aderenti, ha sede a Parigi ed è un’organizzazione internazionale di studi economici per i paesi membri, paesi sviluppati aventi in comune un sistema di governo di tipo democratico ed un’economia di mercato ). DI FRONTE ALLA CRISI AMBIENTALE E CLIMATICA, LE ORGANIZZAZIONI SOCIALI, in contemporanea, HANNO ORGANIZZATO TRE GIORNATE DI DISCUSSIONE E MOBILITAZIONE PER CHIEDERE UNA SVOLTA RADICALE NELLE POLITICHE AMBIENTALI E CLIMATICHE. Tre giornate in cui presentare, confrontare e approfondire proposte che puntino ad una reale trasformazione ambientale, sociale ed economica necessaria a tutelare le risorse ambientali e ad affrontare la sfida dei cambiamenti climatici

   Alluvioni, piogge estreme, violente nevicate, lunghi periodi di siccità e ondate di calore che persistono per vari giorni e notti. Il clima sta già cambiando, aumentano i fenomeni metereologici estremi: Il dramma è che attenzione o meno, responsabilità politica o meno… le emergenze ambientali restano e spetta alle realtà sociali sollevarle con forza di fronte ai decisori politici, rivendicando spazi partecipativi e misure efficaci.

Il presidente Donald Trump alla conferenza stampa in cui ha annunciato che gli Stati Uniti abbandonano l’Accordo sul clima, nel Giardino delle rose della Casa Bianca, Washington DC, 1 giugno 2017
(AP Photo/Susan Walsh)

   Per porre sul tavolo proposte concrete che proietterebbero il paese verso l’anelato orizzonte carbon neutral, oltre 100 scienziati italiani e circa 200 realtà della società civile hanno presentato, a BOLOGNA tra il 10 e il 12 giugno scorsi (in occasione e in parallelo al G7 Ambiente, che vedeva la presenza dei ministri dell’Ambiente dei 7 Paesi più sviluppati), un manifesto radicalmente ambientalista, il “Decalogo per una società ecologica” (poi parafrasato, nella presentazione, cambiando la seconda vocale da “a” in “o” per denotare l’importanza, ancora oggi più attuale, della parola “eco”, ecologia: pertanto qui (cliccando) potete trovare le proposte del “DECOLOGO PER UNA SOCIETÀ ECOLOGICA” : 78 misure per una serrata transizione in senso ecologico di economia e società.

1) MODELLO ENERGETICO, 2)PRODUTTIVO e 3)AGRICOLO, 4)MOBILITÀ, 5)GESTIONE DEI RIFIUTI, 6)INFRASTRUTTURE e 7)CEMENTIFICAZIONE, 8)ACQUA E SERVIZI PUBBLICI LOCALI, 9)SALUTE PUBBLICA e 10)MODELLO PARTECIPATIVO: sono gli ambiti in cui RE.S.eT. (la Rete Scienza e Territori per una società ecologica) declina 10 PUNTI E 78 PROPOSTE per fare dell’Italia un Paese a zero emissioni e zero veleni. Proposte contenute nel “DECOLOGO PER UNA SOCIETÀ ECOLOGICA” , presentato tra il 10 e 12 giugno scorsi a Bologna in vista del G7 Ambiente. IL MANIFESTO DI PROPOSTE è stato redatto e promosso da UNA RETE che conta un centinaio di RAPPRESENTANTI DELLA COMUNITÀ SCIENTIFICA E ACCADEMICA e da circa 200 ASSOCIAZIONI attive in tutto il Paese sul fronte della tutela ambientale

   L’ACCORDO di Parigi del dicembre 2015, ora abiurato dagli Stati Uniti (da Trump…non solo la green economy americana e le maggiori realtà innovative economiche negli Usa volevano che gli Usa restassero, ma pure la maggior parte delle multinazionali petrolifere, che stanno facendo grandi investimenti sull’energia del domani, non sarebbero uscite da quest’accordo internazionale…), l’Accordo di Parigi, dicevamo, prevede come base portante quello di contenere l’aumento della temperatura ben al di sotto dei 2 gradi centigradi rispetto ai livelli pre-industriali, con l’impegno a limitare progressivamente l’aumento di temperatura a 1,5 gradi. E’ stato poi firmato ufficialmente il 22 aprile 2016, in occasione della Giornata mondiale della Terra, alle Nazioni Unite a New York, da 175 Paesi.

   Allora va ripreso il discorso di Donald Trump, che ha deciso di ritirare gli Stati Uniti da questo accordo: lo ribadiamo questo, per dire, nelle righe che seguono, che la cosa è complessa, e che non tutto è perduto in merito alla importante presenza americana. Infatti l’accordo sul clima di Parigi del 2015, firmato poi, come detto, all’Onu, da 175 paesi che si sono impegnati a ridurre le emissioni di gas serra, rappresenta uno degli strumenti all’interno di una “CONVENZIONE QUADRO SUI CAMBIAMENTI CLIMATICI” firmata a RIO DE JANEIRO nel 1992.

“(…) Nell’aria l’ANIDRIDE CARBONICA è in quota ridottissima, lo 0,04%, ma CRESCE RAPIDAMENTE: era lo 0,031, negli anni 70. A titolo di confronto un gas raro come l’argo è presente allo 0,9%. Ma L’ANIDRIDE CARBONICA, CIOÈ BIOSSIDO DI CARBONIO, CIOÈ IN FORMULA BRUTA LA CO2, ha la proprietà di TRATTENERE IL CALORE IRRAGGIATO DAL SOLE, e quindi di SCALDARE L’ATMOSFERA spostando il punto di equilibrio verso una temperatura più calda. La CO2 si sviluppa soprattutto dai processi di COMBUSTIONE NATURALE (eruzioni, incendi di foreste), BIOLOGICA (la respirazione di piante e animali, fra i quali anche noi) e COMBUSTIONE ARTIFICIALE (centrali elettriche, ciminiere, motori e così via). UN MONDO PIÙ CALDO non significa l’estinzione della vita sul pianeta, questo no, ma SIGNIFICA comunque UN MONDO DIVERSO da come lo conosciamo: i MARI PIÙ ALTI, la SIBERIA E il CANADA VERDEGGIANTI, DESERTI SENZA FINE NELLE ZONE TROPICALI, la SCOMPARSA DI ALCUNE SPECIE VIVENTI e la comparsa di altre specie che oggi non possiamo nemmeno immaginare. Nell’ITALIA delle frane un clima diverso fa presagire PIOGGE PIÙ RARE MA CON TEMPESTE PIÙ FURIOSE, uno SPOSTAMENTO DELLE COLTURE MERIDIONALI VERSO L’ALTA ITALIA e comparsa di AREE ARIDE NEL MEZZOGIORNO. E i BASSOPIANI PADANI del Veneto, dell’Emilia e della Romagna, finirebbero SOTTO IL MARE, VENEZIA COMPRESA.(…)” (Jacopo Giliberto, da “il Sole 24ore” del 1/6/2017)

   Allora è bene specificare: GLI STATI UNITI SI RITIRANO DALL’ACCORDO DI PARIGI, MA NON SONO USCITI DALLA CONVENZIONE QUADRO SUI CAMBIAMENTI CLIMATICI. Senza così invertire la tendenza che porta alla DECARBONIZZAZIONE. Forse solo si è trattato di un debito elettorale da pagare “a qualcuno” per Trump, ma la tendenza a invertire ricerca ed economia verso la decarbonizzazione continua ancora negli Usa.

   Quel che invece può preoccupare è che, a livello mondiale, non ci possa essere la spinta vera a un cambiamento radicale nello sviluppo, a volere una società ecologica. A “non interferire” anche (e questo forse è il vero tema) sui nostri consumi e modi di vita quotidiani. Ok: d’accordo, viaggeremo forse fra qualche anno, o decennio, su auto elettriche, ma la produzione elettrica per far funzionare queste nostre auto elettriche da cosa sarà data? …da risorse naturali rinnovabili e “infinite” (come il sole) oppure da fonti fossili che tenderanno prima o poi a esaurirsi (il petrolio, il carbone, anche il gas…e anche metodi altamente inquinanti come il gas ricavato in profondità dalle rocce, lo shale gas?). Vien da pensare che una nuova fase di “grande decarbonizzazione” del pianeta ci sarà solo se prioritariamente l’economia si orienterà stabilmente così, se si potranno fare molti affari e molti soldi…

Co2 pro-capite (da focus)

   E’ da capire allora quali saranno LE MISURE CONCRETE per dar corso all’accordo di Parigi sul clima: cioè come ci si muoverà. Per questo interessante, tra le tante cose, iniziative e proposte, il decalogo per una società ecologica di qui parlavamo qui sopra, presentato tra il 10 e 12 giugno scorsi a Bologna in vista del G7 Ambiente.

foto manifestazione per il clima (da il fatto quotidiano del 14/6/2017)

   IL MANIFESTO DI PROPOSTE è stato redatto e promosso da UNA RETE che conta un centinaio di rappresentanti della comunità scientifica e accademica e da circa 200 associazioni attive in tutto il Paese sul fronte della tutela ambientale. I temi sono quelli del MODELLO ENERGETICO, PRODUTTIVO e AGRICOLO, della MOBILITÀ, della GESTIONE DEI RIFIUTI, delle INFRASTRUTTURE e CEMENTIFICAZIONE, dell’ACQUA E SERVIZI PUBBLICI LOCALI, della SALUTE PUBBLICA e che MODELLO PARTECIPATIVO (per quest’ultimo tema noi propendiamo da sempre in questo blog per un sistema fortemente federalista).

   E c’è da ribadire, da sottolineare ancora, che non basta la DECARBONIZZAZIONE…ad esempio: la produzione energetica si baserà ancora sul nucleare? …o dobbiamo pensare di puntare su energie rinnovabili non pericolose, magari in una rete diffusa locale? (s.m.)

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L’ACCORDO DI PARIGI è stato firmato nel dicembre del 2015 e ratificato finora da 147 paesi, sui 197 rappresentati nella CONVENZIONE QUADRO SUI CAMBIAMENTI CLIMATICI. Rappresenta uno degli strumenti all’interno, appunto, di una “Convenzione quadro sui cambiamenti climatici” firmata ancora a Rio de Janeiro nel 1992. Questa CONVENZIONE DI RIO del 1992 prevede, all’art. 2, di STABILIZZARE, in conformità con le disposizioni della Convenzione, LE CONCENTRAZIONI DI GAS A EFFETTO SERRA NELL’ATMOSFERA a un livello tale CHE SIA ESCLUSA QUALSIASI PERICOLOSA INTERFERENZA DELLE ATTIVITÀ UMANE SUL SISTEMA CLIMATICO. Ma NON SI DICONO I TEMPI PER FARE QUESTO. E’ così che allora sono state create le COP (CONFERENCE OF PARTIES), ovvero gli incontri fra i firmatari della Convenzione (Parties) per chiarire quello che al suo interno non è previsto. Come hanno fatto Cop3 a KYOTO nel 1997 e Cop21 a PARIGI nel 2015. GLI STATI UNITI SI RITIRANO DALL’ACCORDO DI PARIGI, MA NON SONO USCITI DALLA CONVENZIONE QUADRO SUI CAMBIAMENTI CLIMATICI. Senza così invertire la tendenza che porta alla decarbonizzazione. Un debito elettorale da pagare per Trump, ma la tendenza a invertire ricerca ed economia verso la decarbonizzazione continua anche negli Usa. (Marzio Galeotti e Alessandro Lanza, 9/6/2017, da “LA VOCE.INFO” – http://www.lavoce.info/)

COS’E’ L’ACCORDO DI PARIGI SUL CLIMA

L’intesa raggiunta a dicembre del 2015 e ratificata dai vari Paesi durante l’anno successivo punta a limitare le emissioni di gas serra e a contenere il riscaldamento globale. Continua a leggere

I CURDI: quale destino? – In memoria di AYSE DENIZ KARACAGIL, ragazza turca uccisa per la causa curda contro l’Isis – Il MEDIO ORIENTE, tra SIRIA e IRAQ, dove la (ri)conquista dei territori del Califfato terrorista, è cosa minore per i SUNNITI (Arabia, Turchia) rispetto alla lotta agli SCITI (IRAN, IRAQ, e il possibile STATO CURDO)

La scheggia d’una granata, o forse la pallottola d’un cecchino islamista, ha falciato lunedì 28 maggio la vita di AYSE DENIZ KARACAGIL, ragazza turca che aveva sposato la causa curda. E’ morta combattendo alle porte di RAQQA. era diventata un idolo per milioni di sue coetanee. In Italia era stata resa famosa dalla matita del fumettista romano MICHELE RECH, alias ZEROCALCARE, che in KOBANE CALLING aveva raccontato il suo coraggioso impegno in difesa della città curda-siriana di RAQQA contro l’avanzata dei jihadisti

   “Nel post che le ha dedicato su Facebook, ZEROCALCARE (alias MICHELE RECH) scrive: «È sempre antipatico puntare i riflettori su una persona specifica, in una guerra dove la gente muore ogni giorno e non se ne cura nessuno. Però siccome siamo fatti che se incontriamo qualcuno poi per forza di cose ce lo ricordiamo e quel lutto sembra toccarci più da vicino, a morire sul fronte di RAQQA contro i miliziani di daesh è stata AYSE DENIZ KARACAGIL, la ragazza soprannominata CAPPUCCIO ROSSO». Nel suo bel libro KOBANE CALLING – a metà tra diario e graphic journalism – il fumettista aveva ripercorso i suoi viaggi in TURCHIA, IRAQ, SIRIA, raccontando tra le macerie della città contesa il sogno del popolo curdo, il solo al mondo a cui nessuno ancora riconosce i confini di una nazione.” (Pietro Del Re, “la Repubblica” del 2/6/2017)

da KOBANE CALLING , di ZEROCALCARE, dedicato a AYSE DENIZ KARACAGIL, ragazza turca che aveva sposato la causa curda

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   Dedichiamo questo post a AYSE DENIZ KARACAGIL, ragazza turca combattente per i curdi, uccisa alle porte di Raqqa (nel centro-nord della Siria, nei combattimenti per la liberazione della città dall’Isis) dalla scheggia d’una granata, o forse la pallottola d’un cecchino islamista, il 28 maggio scorso.

   Questa giovane donna, che le autorità turche consideravano una terrorista latitante (perché aveva partecipato attivamente a Istanbul, nella primavera del 2013, alla rivolta in difesa degli alberi di Gezi Park, una rivolta di fatto in toto contro il regime di Erdogan), era diventata un idolo per milioni di sue coetanee.

   In Italia era stata resa famosa dalla matita del fumettista Michele Rech, alias ZEROCALCARE, che in KOBANE CALLING aveva raccontato il coraggioso impegno di Ayse in difesa della città curda-siriana di KOBANE contro l’avanzata dei jihadisti (Kobane, città curda enclave, in Siria, al confine con la Turchia: enclave, com’era stata Sarajevo, perché teatro di una guerra casa per casa nell’ottobre 2014 tra curdi e assedianti dell’Isis, completamente riconquistata dai curdi qualche mese dopo). Rispetto ai tempi di Kobane, a Raqqa i ruoli ora sono invertiti: gli assediati sono adesso gli assassini dell’Isis, che Ayse voleva snidare dalla loro ultima roccaforte in Siria.

   E in questo post colleghiamo la tragica vicenda di Ayse che si ribella al regime turco, e poi ai terroristi dell’Isis, in favore dei curdi, lo colleghiamo al voler parlare proprio del popolo curdo, frammentato in più nazioni (Turchia, Siria, Iraq, Iran); e in parallelo di qual è la complicata situazione di adesso in quella parte di Medio Oriente, in particolare Siria e Iraq, dove lo scontro con l’Isis sembrava guadagnare posizioni, portare alla vittoria delle fore anti-Isis, anche e in particolare grazie al sacrificio diretto, sul campo, di uomini e donne curde, nell’affrontare i terroristi islamici (e con l’appoggio di un Occidente sempre più preoccupato del dilagare nelle proprie nazioni di un terrorismo fatto di individui che si richiamano in vari modi al Califfato terrorista).

(Il Kurdistan sulla mappa fra progetto e stesura definitiva, da http://www.linkedin.com/) – Il KURDISTAN è una regione che si estende per quasi 400mila chilometri quadrati a cavallo tra TURCHIA, SIRIA, IRAN e IRAQ. I curdi sono in lotta da decenni per il riconoscimento del loro diritto all’autodeterminazione. Con il trattato di Losanna del 1923, i territori abitati dalla popolazione di etnia curda – che avevano fatto parte dell’impero ottomano – furono divisi tra quattro paesi. Oggi solo le zone del Kurdistan iracheno e di quello siriano godono di forme di autonomia

   Dicevamo che la battaglia contro lo stato islamico integralista sembrava già dall’autunno scorso in buona situazione, e c’era chi ottimisticamente (e un po’ irresponsabilmente) dava per sicuro il soccombere degli integralisti islamici. Ma qualcosa è accaduto, e ora tutto sembra magmaticamente incontrollato. Perché le forze anti-Isis forse hanno obbiettivi e priorità diverse rispetto alla chiara e diretta lotta all’islamismo integralista.

   Infatti prima ancora di combattere il Califfato terrorista assediato a MOSUL (città nel nord dell’Iraq), e nella capitale dell’Isis RAQQA (Raqqa si trova nell’area centro-nord della Siria), forse le forze in campo sono prioritariamente concentrate a contrastare Teheran e magari a usare i jihadisti in funzione anti-sciita. E’ un fatto che la città di Mosul, città in mano all’Isis e per il Califfato terrorista assai strategica, ebbene a Mosul è iniziata una “liberazione” da parte delle forze anti-Isis già il 17 ottobre scorso, e che doveva concludersi in pochi giorni.

A destra Jihan Sheikh Ahmed, portavoce delle forze curdo-siriane – “…LA BATTAGLIA PER LA LIBERAZIONE DI RAQQA, LA CAPITALE DELLO STATO ISLAMICO NEL NORD DELLA SIRIA SCATTERÀ “A GIORNI”. Lo ha detto JIHAN SHEIKH AHMED la portavoce delle Forze Democratiche siriane (Sdf), l’alleanza curda-araba sostenuta da Washington e composta principalmente dalle Unità di Difesa del Popolo curdo (Ypg) affiancati dal battaglione femminile, ossia Ypj…” (da “Globalist”, 3/6/2017, http://www.globalist.it/ )

   E, nel giugno 2017, quasi otto mesi dopo, a Mosul l’assedio, la liberazione dagli integralisti islamici, non è ancora terminata… siamo sempre fermi, sembra che la città stia per essere liberata e invece non accade. Secondo tanti osservatori questo non avviene perché la lotta all’Isis è sviata, superata, da altre questioni in quella parte del Medio Oriente (in particolare in Siria): cioè il “pericolo” rappresentato dalla creazione di un stato del Kurdistan (i più generosi combattenti contro l’Isis sono appunto i curdi…), cosa avversata in particolare dalla Turchia; e poi c’è il pericolo di una presenza in Siria dell’Iran (anch’esso paese che si è impegnato contro l’Isis).

Mappa presenza curda nel nord della Siria (da Internazionale) – “…I CURDI SIRIANI (vedi parte verde scuro della carte) vivono nel NORD DEL PAESE, una zona che costeggia la frontiera turca, oltre la quale vivono curdi turchi. La frontiera turco-siriana separa i due Kurdistan. Quello siriano – il ROJAVA, dal marzo di quest’anno FEDERAZIONE DELLA SIRIA DEL NORD – gode di un’autonomia de facto da quando il regime di Damasco è in guerra con i ribelli, mentre quello turco ricomincia a sognare la secessione, ispirato dai curdi iracheni e siriani…..” (Bernard Guetta. France Inter, Francia, 11/5/2017, da INTERNAZIONALE)

   Così allora è ancora una volta la lotta dei SUNNITI (Arabia Saudita, Turchia…) CONTRO GLI SCIITI (Iran, Iraq… gli sciiti hanno combattuto con convinzione l’Isis, mentre i paesi sunniti hanno dimostrato meno fermezza nel combattere i terroristi islamici), scontro di derivazione politica-religiosa dentro al mondo arabo (tra sunniti e sciiti) che prende il sopravvento sul pericolo del Califfato terrorista dell’Isis, che ora colpisce sempre più, con terrorismi individuali, quasi quotidianamente le capitali europee (Parigi, Londra, Berlino…).

   Trump ha confermato il programma di armamenti ai curdi siriani in vista della riconquista di Raqqa, che è considerata la capitale dell’Isis, dando in questo un dispiacere all’alleato turco Erdogan. Ma l’America è incerta nel da farsi, come lo è l’Europa.

(foto da http://www.retekurdistan.it/) – I CURDI SONO UNA COMUNITÀ ETNICA CON CULTURA, TRADIZIONI E LINGUA PROPRIA. Sono IN MAGGIORANZA SUNNITI ma anche sciiti (come in Iran e Azerbaijan). E’ una POPOLAZIONE AUTOCTONA DELLA REGIONE MEDIORIENTALE. La recrudescenza della LOTTA CONTRO LA TURCHIA ha alimentato la crescita anche di un’altra fazione ancora più estremista: il TAK (I falchi per un Kurdistan Libero). NEL MONDO SONO CIRCA 30/35 MILIONI, di cui circa 15/16 MILIONI IN TURCHIA (18/20% DELLA POPOLAZIONE), 5/6 MILIONI IN IRAQ, 6/7 MILIONI IN IRAN, 2/2,5 MILIONI IN SIRIA (circa 10% della popolazione), il resto in alcune nazioni caucasiche o diaspora nel mondo. La guerra civile in Siria ha nei fatti permesso ai CURDI SIRIANI di affrancarsi dalle persecuzioni del regime e di ottenere una propria autonomia territoriale. Sono rappresentati dalle formazioni militari dell’YPG (Unità di Protezione Popolare), braccio armato del PYD (Partito dell’Unione Democratica). I CURDI IRACHENI sono politicamente divisi al loro interno tra il KDP (Kurdistan Democratic Party) di Masoud Barzani, che guida la regione semi-autonoma, e il PUK (Patriotic Union of Kurdistan) di Jalal Talabani, presidente iracheno dal 2005 al 2014. (25/4/2017, da http://reporterspress.it/)

   Per quel che riguarda i curdi, nell’arduo tentativo di comporre lo stato del Kurdistan (tra Turchia, Siria, Iraq e Iran), dato ora dalla credibilità internazione dei curdi che sono i primi combattenti “diretti”, sul terreno, del Califfato terrorista dell’isis, in questa nuova credibilità si innestano però differenze tra le varie fazioni del popolo curdo, che hanno portato anche a scontri tra di loro. E’ infatti successo, nel maggio scorso a Mosul, in Iraq che si sono combattuti tra di loro i “duri” dell’esercito PKK (il partito dei lavoratori curdo) contro chi rappresentava il governo di Erbil, città del nord dell’Iraq capitale del governo curdo regionale iracheno che gode ampia autonomia in Iraq.

SCONTRI TRA CURDI NEL MAGGIO 2017 – “…. In quei giorni della prima metà di maggio, il territorio yazida di SHINGAL, fra Mosul e il confine siriano, già teatro di scaramucce e poi VERI SCONTRI ARMATI FRA “GUERRIGLIA” CURDA LEGATA AL PKK E PESHMERGA CURDI LEGATI AL GOVERNO DI ERBIL (Erbil è la capitale del Governo Regionale autonomo del Kurdistan iracheno, ndr), ha conosciuto un inizio di invasione da parte delle truppe sciite di Hashd al Shaabi, già descritte come “paramilitari” e ora inglobate nelle Forze armate regolari irachene (o viceversa) e obbedienti di fatto a Teheran. L’avanzata delle milizie sciite dentro villaggi yazidi ha violato l’esplicito patto fra Baghdad ed Erbil che le escludeva da quel territorio e ha sollevato l’allarme di BARZANI, PRESIDENTE DEL GOVERNO REGIONALE CURDO, che oltretutto si era trovato di fronte al fatto compiuto senza averne avuto alcun preavviso….” (Adriano Sofri, 18/5/2017, IL FOGLIO)

   Altre differenziazioni ci sono state: ad esempio i curdi siriani “vanno da soli”, e hanno per la prima volta ammesso pubblicamente di non considerare più un’utopia la possibilità di arrivare fino al mar Mediterraneo, mettendo in difficoltà la Turchia. A sua volta la Turchia ha annunciato di voler costruire un muro (un altro muro…) al confine con l’Iraq, cioè con il Kurdistan iracheno (unica realtà dove uno stato – l’Iraq – riconosce autonomia al popolo curdo), per bloccare i movimenti transfrontalieri del Pkk, che il regime turco e molti suoi tradizionali alleati dichiarano terrorista. Intanto Pdk e Puk, i due maggiori partiti curdi del Krg, il governo regionale curdo provvisorio nel nord dell’Iraq, col dissenso concorrenziale dei partiti minori, dichiara di avere ormai concordato di tenere il referendum sull’indipendenza (motu proprio: senza considerare altre parti in altre nazioni della presenza curda).

IRAQ: L’ISIS PERDE CITTÀ A OVEST DI MOSUL – Filogovernativi conquistano Baaj, confine con la Siria
4/6/2017 la Gazzetta del Mezzogiorno – BAGHDAD, 4 GIU – Truppe paramilitari filogovernative irachene hanno conquistato la strategica città di BAAJ, a ovest di MOSUL, dove ancora resistevano i jihadisti dell’Isis sbarrando una delle vie di accesso a MOSUL ovest, NON ANCORA COMPLETAMENTE LIBERATA. Lo ha reso noto Abu Mahdi al-Muhandis, uno dei capi del gruppo paramilitare Forze di Mobilitazione Popolare, dichiarando in un comunicato che i suoi uomini hanno conquistato il centro di Baaj, un progresso “importante per la strategia” dell’offensiva lanciata lo scorso ottobre dalla coalizione a guida Usa per cacciare i terroristi islamici da Mosul, località vicina al confine con la Siria. (Federica Giovannetti)

   Insomma la questione curda, popolo combattivo frammentato in più nazioni (Turchia, Siria, Iraq, Iran), ora sembra venire al pettine. Il fatto che i curdi siano tra i pochi che combattono “sul campo”, “sul terreno” il Califfato islamico (che tanto preoccupa anche l’occidente, per gli attentati in Europa e America), ebbene questo fa sì che le rivendicazioni del popolo curdo siano ora più autorevoli di una volta per la comunità internazionale (poi è da vedere SE I CURDI RIUSCIRANNO A UNIRSI, a stabilire UNA STRATEGIA COMUNE: che ad esempio potrebbe essere UNA PRESENZA FEDERALISTA, RICONOSCIUTA, NEI SINGOLI ODIERNI STATI).

   Tutto questo per dire che la complessità delle questioni in questa parte del Medio Oriente (così da qualche anno martoriata…Siria, Iraq…) è tutt’altro che finita, e purtroppo il prolungarsi di vicende dolorose e guerra civile è da mettere in conto anche nei prossimi anni. Su una pacificazione possibile ancora una volta l’Europa potrebbe fare molto… ma finora è rimasta solo a guardare: speriamo che la situazione cambi, che il ruolo europeo sia più autorevole nel combattere ingiustizie e sopraffazioni, e nel proporre soluzioni istituzionali adatte a un futuro di pace. (s.m.)

Siria, Iraq e il controllo del territorio attuale

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MORTA IN BATTAGLIA CONTRO L’ISIS, A RAQQA, AYSE DENIZ KARACAGIL

di Pietro Del Re, da “la Repubblica” del 2/6/2017

– 24 anni era il simbolo della lotta per la libertà dei curdi, disegnata da ZeroCalcare – Cappuccio rosso: Addio all’eroina ribelle che contribuì alla liberazione di Kobane – Continua a leggere