IL NUOVO ORDINE POST BELLICO sarà aperto alla libertà di commercio, di movimento…nella globalità?  O ci sarà una divisione tra DEMOCRAZIE e AUTOCRAZIE? – Le opportunità di un’EUROPA nemica delle aggressioni (come quella di Putin), e alleata degli Usa, ma con una propria identità e autonomia federalista

“(…) Dopo il brillante adattamento del primo decennio del dopoguerra fredda, culminato nel Concetto strategico del 1999, la Nato ha arrancato per trovare un posto nell’architettura della guerra globale al terrore e ha condiviso con gli Stati Uniti il clamoroso fallimento in Afghanistan. Il rilancio attuale dell’alleanza in funzione antirussa è il sigillo finale del FALLIMENTO DEL NUOVO ORDINE: a trent’anni dalla fine della guerra fredda le RELAZIONI TRA OCCIDENTE E RUSSIA si ritrovano paradossalmente AL PUNTO DI PARTENZA. (…)” (Alessandro Colombo, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, 23/3/2022) (la FOTO qui sopra è ripresa da https://www.micromega.net/)

………………………………………….

DEMOCRAZIE IN RIBASSO NEL MONDO (mappa da https://www.lavoce.info/)

LA CRISI DEL NUOVO ORDINE MONDIALE

di Alessandro Colombo, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, 23/3/2022

   Sebbene non sia ancora possibile prevedere i suoi esiti immediati, è certo che l’attuale guerra in Ucraina segnerà una svolta nelle relazioni internazionali del XXI secolo.

   Intanto perché alimenterà o, meglio, accentuerà una tendenza già riconoscibile negli ultimi anni alla rimilitarizzazione dei rapporti tra gli stati, anzi la estenderà definitivamente anche ai rapporti tra le principali potenze.

   Questo elemento è già sufficiente a segnare uno stacco rispetto all’epoca d’oro del dopoguerra fredda.

   Per quasi trent’anni larga parte dell’opinione pubblica, dei decisori politici e degli stessi studiosi si era abituata a ritenere che la guerra, almeno nella sua forma classica e nelle sue principali manifestazioni, avesse cessato di costituire un elemento-cardine della politica internazionale e dei calcoli degli attori, per lasciare spazio a due tipi residuali e, appunto, marginali di conflitti armati: le guerre civili combattute al di fuori dello spazio centrale del sistema internazionale da fazioni a propria volta marginali delle rispettive società; e il complesso delle “guerre di polizia” condotte dai paesi occidentali nelle aree periferiche, attraverso l’uso di uno strumento militare incomparabilmente superiore per capacità tecnologiche e organizzative ai propri nemici.

   La guerra in Ucraina ci riporta, invece, alla più tradizionale delle guerre interstatali. Con l’aggravante che a questa eventualità torneranno a prepararsi anche tutti gli altri Stati, aumentando come prima cosa le rispettive spese per la difesa.

   Fianco a fianco alla militarizzazione, è prevedibile che la guerra in Ucraina contribuisca alla pericolosa bipolarizzazione del sistema internazionale già implicita nella retorica dello scontro tra democrazie ed autocrazie che aveva appena sostituito la bipolarizzazione ancora più irrealistica della cosiddetta “guerra globale al terrore”.

   Come quest’ultima, anche la bipolarizzazione emergente lungo l’asse democrazie/ autocrazie avrà i suoi problemi a conciliarsi con la crescente scomposizione geopolitica del sistema internazionale in insiemi regionali sempre più eterogenei tra loro. Ma, nel frattempo, la bipolarizzazione ha un impatto ambivalente sull’Europa.

   Da un lato, essa ha il vantaggio di allontanare lo spettro dell’abbandono periodicamente agitato dalla precedente amministrazione Trump, restituendo all’Europa il ruolo di interlocutore e partner privilegiato degli Stati Uniti.

   Ma, dall’altro lato, il “richiamo all’ordine” dell’Europa ha il triplice svantaggio di intralciare sul nascere la flessibilità diplomatica che sembrerebbe più consona a un contesto multipolare quale quello a cui la stessa Unione Europea dichiara di ispirarsi; di intrappolarla, al contrario, in una competizione regionale con la Russia e globale con la Cina; di sfumare ulteriormente le velleità già deboli di una autonomia politica e strategica dell’Unione.

   A propria volta, l’approfondimento delle fratture politiche e strategiche rischia di disarticolare lo spazio economico internazionale, rovesciando anche un altro dei luoghi comuni della fase di ascesa del nuovo ordine liberale seguito alla fine della guerra fredda.

   Se, ancora fino a pochi anni fa, la convinzione prevalente era che la globalizzazione economica si sarebbe portata dietro presto o tardi qualche forma di globalizzazione politica e culturale, oggi scopriamo che sono le fratture politiche a mettere a rischio la globalizzazione economica.

   I segnali in questa direzione sono inequivocabili, a maggior ragione in quanto si sommano a quelli già prodotti dalla pandemia del Covid 19: la spinta (politica più ancora che economica) a “riportare a casa” attività in precedenza delocalizzate, almeno in settori nuovamente dichiarati “sensibili”; la riscoperta della promessa di “confinamento” e “messa in sicurezza” dei confini dei singoli Stati nazionali e delle stesse organizzazioni regionali (Unione Europea compresa); più in generale, la rinnovata enfasi sulla necessità strategica dell’autonomia (a cominciare da quella energetica), che vede sempre di più la globalizzazione come un vettore di vulnerabilità invece che di mutuo arricchimento.

   Ma l’effetto più impressionante della guerra in Ucraina è quello di portare definitivamente allo scoperto i grandi nodi irrisolti del passaggio dal XX al XXI secolo.

   Il primo è il fallimento politico, e diplomatico e strategico del progetto di “Nuovo Ordine Mondiale” varato all’inizio degli anni Novanta ed entrato in crisi irreversibile dalla metà del primo decennio del nuovo secolo. Almeno due capitoli di questo fallimento si sono manifestati in pieno in questa crisi.

   Il primo è la mancata risposta al problema capitale di tutti i grandi dopoguerra, quello di come trattare il nemico sconfitto: lo stesso problema che aveva già costituito il contrassegno di tutti i grandi dopoguerra degli ultimi duecento anni, oltre che il primo e decisivo criterio distintivo tra di loro.

   All’indomani delle guerre napoleoniche, la Francia era stata rapidamente riammessa nel concerto delle grandi potenze; dopo la Prima guerra mondiale, la Germania era stata invece duramente punita sia sul piano politico che su quello economico che su quello cerimoniale; dopo la Seconda guerra mondiale, la Germania era stata punita ancora più duramente attraverso la sua stessa divisione territoriale, ma le due Germanie erano state prontamente accolte nei rispettivi sistemi di alleanza.

   Tra il 1990 e oggi, al contrario, alla Russia sono stati rivolti segnali ambigui, a volte clamorosamente contraddittori.

   Da un lato, non è mancata soprattutto nel primo decennio del dopoguerra fredda la suggestione (mai pienamente realizzata) di coinvolgerla in un’architettura comune di sicurezza europea – proprio per evitare lo spettro già evocato allora di una “Russia weimeriana”.

   Ma, dall’altro lato, i successivi allargamenti a Est della Nato, la guerra unilaterale della Nato contro la Jugoslavia nel 1999 e, negli ultimi mesi, la ripetuta allusione al possibile ingresso della stessa Ucraina nella Nato hanno spinto sempre di più la Russia ai margini di quell’architettura.

   L’altro capitolo, strettamente (anzi forse troppo strettamente) legato al primo, è quello di come rilanciare l’alleanza vittoriosa, nel nostro caso la Nato.

   Dopo il brillante adattamento del primo decennio del dopoguerra fredda, culminato nel Concetto strategico del 1999, la Nato ha arrancato per trovare un posto nell’architettura della guerra globale al terrore e ha condiviso con gli Stati Uniti il clamoroso fallimento in Afghanistan.

   Il rilancio attuale dell’alleanza in funzione antirussa è il sigillo finale del fallimento del Nuovo Ordine: a trent’anni dalla fine della guerra fredda, le relazioni tra Occidente e Russia si ritrovano paradossalmente al punto di partenza.

   Il secondo nodo è la vera e propria “crisi costituente” che la società internazionale sta attraversando per effetto del riflusso contemporaneo delle due centralità sulle quali si era strutturata la convivenza internazionale moderna: la centralità dello Stato e la centralità dell’Occidente.

   Nessuno dei prìncipi fondamentali della convivenza internazionale è risparmiato da questa transizione. L’idea che gli stati siano gli unici o i principali soggetti dell’ordinamento internazionale è controbilanciata e, almeno in parte, minata dal riconoscimento di diritti inalienabili in capo ai singoli individui.

   Il principio stesso di sovranità tende a essere eroso in una direzione e riappropriato in un’altra, per effetto della diffusione dei principi di ingerenza da un lato ma, dall’altro, per la pretesa avanzata da sempre più stati di tutelare se necessario anche al di sopra delle norme restrittive della Carta delle Nazioni Unite i propri interessi irrinunciabili di sicurezza.

   Il tradizionale principio dell’eguaglianza formale degli stati è contestato (e non da attori deboli e marginali, ma dallo stesso paese più forte) in nome di un nuovo e controverso principio di discriminazione a favore delle democrazie.

   Il ricorso alla guerra continua in linea di principio a essere vietato dalla Carta delle Nazioni Unite; ma, nei fatti, l’introduzione di una serie di eccezioni non necessariamente coerenti tra loro (l’ingerenza umanitaria, la lotta contro il terrorismo, l’estensione della legittima difesa preventiva a casi nei quali la minaccia non è ancora imminente) ha già eroso surrettiziamente il divieto.

   Soprattutto, è sempre più apertamente contestata dai grandi paesi non occidentali emergenti la tradizionale pretesa dei paesi occidentali di parlare a nome dell’intera comunità internazionale, dettando la soglia di accesso alla piena appartenenza e i criteri di normalità politica, economica e culturale validi per tutti.

   E proprio a ciò si collega l’ultimo nodo – più paradossale ma, con ogni probabilità, ancora più importante.

   La guerra in Ucraina rimette l’Europa al centro delle tensioni e dei calcoli strategici dei principali attori; ma lo fa in un contesto nel quale è evidente a tutti – a cominciare dai protagonisti diretti e indiretti della guerra – che il baricentro politico, economico e strategico del sistema internazionale si sta spostando altrove.

   Su questo spostamento sarà bene che nessuno si faccia troppe illusioni.

   Anzi, se negli ultimi decenni la guerra aperta era giunta a essere considerata come un fatto periferico, se non addirittura come il sigillo della propria perifericità, ci sarebbe da chiedersi se la spaventosa guerra in Ucraina non sia l’ultimo segno della detronizzazione dell’Europa da centro del mondo. (Alessandro Colombo, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli)

…………………….

Mappa dell’invasione russa in Ucraina al 16 maggio 2022 (da https://www.tviweb.it/)

………………………….

(MAPPA ripresa da https://www.globalist.it/: CI SARÀ, NONOSTANTE LA CONTRARIETÀ DELLA TURCHIA DI ERDOGAN, L’ADESIONE DELLA SVEZIA E DELLA FINLANDIA ALLA NATO? Il presidente finlandese Niinistö e la premier Marin hanno chiesto l’adesione della Finlandia alla Nato. E così anche la Svezia) – “(…) se Putin può ottenere un’Ucraina divisa per meglio insediarsi sul Mar Nero e guardare ai Mari del Sud, dovrà accettare come prezzo una Nato assai più presente nel Mar Baltico, quasi a ridosso della sua San Pietroburgo. Ma non è tutto perché nella partita ucraina si affaccia con determinazione anche la Cina di Xi Jinping, che telefona al presidente francese Macron esprimendo un sostegno di fatto ai suoi sforzi negoziali con il Cremlino, assieme all’auspicio che l’Europa «reciti un proprio ruolo» nella composizione della crisi. Una formula precisa, con cui Pechino prova a spingere l’Unione Europea ad avere un approccio alla soluzione ucraina indipendente da Washington (…)” (Maurizio Molinari, da “la Repubblica” del 15/5/2022)

……………………………

LA TRINCEA DELLA NUOVA EUROPA

di Maurizio Molinari, da “la Repubblica” del 15/5/2022

   Il negoziato diplomatico che può interrompere la guerra ucraina è solo al suo fragile inizio ma appare già evidente che ha in palio la ridefinizione degli equilibri di sicurezza sullo scacchiere europeo. La fragilità del negoziato nasce dallo stallo sul campo di battaglia – dove la Russia non riesce ad avanzare e l’Ucraina non è in grado di recuperare Crimea e Donbass – dalla profonda ostilità fra i contendenti dovuta ad un conflitto fratricida ed all’entità dei crimini di guerra commessi, destinati ad essere investigati dal Tribunale penale internazionale.

   Sono tali elementi a spiegare perché l’unico canale capace di far sedere i co-belligeranti attorno ad un tavolo è il “telefono rosso” che, sin dalla Guerra Fredda, consente ai militari di Washington e Mosca di affrontare in maniera diretta e riservata le crisi più difficili e pericolose. I primi contatti fra i due ministri della Difesa hanno avuto per tema il “cessate il fuoco” e ora sta alle rispettive catene di comando gestire il seguito, nel tentativo di compiere dei progressi per raggiungere l’unico obiettivo possibile: congelare la situazione sul terreno così come è, facendo tacere le armi, in maniera analoga a quanto avvenne nella Penisola di Corea nel luglio del 1953 con un armistizio lungo il 38° parallelo che divise il Nord filo-cinese dal Sud filo-occidentale, pose fine al primo conflitto della Guerra Fredda e dura fino ad oggi.

   Quando Nikolai Patrushev, capo del consiglio per la sicurezza nazionale di Vladimir Putin, prevede in un’intervista alla Rossiyskaya Gazeta che la guerra porterà alla «disintegrazione dell’Ucraina in più Stati» nella cornice di un «più vasto confronto» fra la Russia e l’Occidente, delinea proprio uno scenario coreano ovvero la trasformazione dell’Ucraina nella trincea congelata di un lungo conflitto destinato a contrapporre l’autarchia russa costruita attorno al putinismo alle «democrazie liberali avviate all’inevitabile declino».

   D’altra parte, sin dal discorso del 21 febbraio con cui teorizzò il conflitto, Putin si è dato per obiettivo la costruzione di una sfera d’influenza russa lungo i propri confini e la divisione dell’Ucraina rientra in questo schema, anche se forse con frontiere ben diverse da quelle che il Cremlino immaginava.

   Ciò che colpisce dell’impostazione di Patrushev sul «lungo conflitto» è quanto coincida con la lettura dell’Ucraina che sta maturando a Washington nell’amministrazione Biden. Non solo perché Avril Haines, direttore nazionale dell’intelligence, ha usato la stessa identica espressione – «lungo conflitto» – deponendo di fronte al Congresso di Washington ma anche perché Richard Haass, presidente del “Council on Foreign Relations” di New York e veterano della Guerra Fredda, sostiene che «bisogna staccare l’Ucraina dal complesso delle relazioni con la Russia», per arrivare ad una soluzione al conflitto che generi un nuovo equilibrio globale con Mosca.

   Proprio come avveniva durante la Guerra Fredda in occasione dei conflitti regionali che opponevano l’Occidente a Russia e Cina. Come lo stesso Haass precisa: ciò significa rinunciare al cambio di regime a Mosca per definire un nuovo equilibrio con la Russia. Lo scambio di messaggi fra consiglieri strategici di Mosca e Washington su un possibile “plebiscito nel Donbass” conferma questa atmosfera.

   E ancora: è lo stesso scenario di un nuovo equilibrio europeo con Mosca che porta la Nato a vedere con favore l’adesione di Finlandia e Svezia, soprattutto perché Helsinki ha un confine di ben 1335 km con la Russia. Per non parlare della Karelia: una regione in gran parte etnicamente finlandese di oltre 172mila kmq e 650 mila abitanti che Mosca annesse al termine della Seconda Guerra Mondiale e rimane una ferita aperta fra i due Paesi.

   Ovvero, se Putin può ottenere un’Ucraina divisa per meglio insediarsi sul Mar Nero e guardare ai Mari del Sud, dovrà accettare come prezzo una Nato assai più presente nel Mar Baltico, quasi a ridosso della sua San Pietroburgo. Ma non è tutto perché nella partita ucraina si affaccia con determinazione anche la Cina di Xi Jinping, che telefona al presidente francese Macron esprimendo un sostegno di fatto ai suoi sforzi negoziali con il Cremlino, assieme all’auspicio che l’Europa «reciti un proprio ruolo» nella composizione della crisi. Una formula precisa, con cui Pechino prova a spingere l’Unione Europea ad avere un approccio alla soluzione ucraina indipendente da Washington.

   Finora molto attenta a tenersi in bilico fra il legame privilegiato con Mosca e il sostegno per la sovranità dell’Ucraina, Pechino vede all’orizzonte il possibile negoziato Mosca-Occidente sugli equilibri europei e prova a spingere su Parigi (e Berlino) per tentare di allontanare l’Ue dagli Usa. A conferma che la linea del premier italiano Mario Draghi sulla forte coesione euroatlantica, ribadita durante la visita alla Casa Bianca, resta la formula più efficace per consentire alla comunità delle democrazie di sostenere la sfida con le autocrazie che sta segnando il XXI secolo. (Maurizio Molinari)

……………..…….

(DIVISIONE DELLA COREA, mappa da WIKIPEDIA) – “(…) l’unico canale capace di far sedere i co-belligeranti attorno ad un tavolo è il “telefono rosso” che, sin dalla Guerra Fredda, consente ai militari di Washington e Mosca di affrontare in maniera diretta e riservata le crisi più difficili e pericolose. I primi contatti fra i due ministri della Difesa hanno avuto per tema il “cessate il fuoco” e ora sta alle rispettive catene di comando gestire il seguito, nel tentativo di compiere dei progressi per raggiungere l’unico obiettivo possibile: congelare la situazione sul terreno così come è, facendo tacere le armi, in maniera analoga a quanto avvenne nella PENISOLA DI COREA nel luglio del 1953 con un armistizio lungo il 38° parallelo che divise il Nord filo-cinese dal Sud filo-occidentale, pose fine al primo conflitto della Guerra Fredda e dura fino ad oggi.(…)” (Maurizio Molinari, da “la Repubblica” del 15/5/2022)

…………………………

IL NUOVO ORDINE INTERNAZIONALE E LA RINASCITA DELLA GUERRA FREDDA

di Giovanni Elia Bray, da TRECCANI, https://www.treccani.it/, 19/4/2022

   Con l’invasione della Russia in Ucraina si frantuma l’equilibrio internazionale realizzato alla fine della guerra fredda. Vediamo perché e cerchiamo di capire quali saranno i nuovi scenari che si creeranno.

   I “decisori” americani dell’amministrazione Biden hanno intuito, con preoccupazione, che l’ascesa economica della Cina, a partire dalla crisi del 2007-2008, era in continua crescita e le avrebbe permesso di divenire la potenza internazionale egemone. Il progetto della Nuova Via della Seta viene letto come il piano perfetto di una politica di egemonia, e non nella visione promossa dal presidente Xi Jinping di un nuovo rinascimento di pace e di collaborazione tra gli Stati e i popoli del mondo.

   Pechino, sostengono gli americani, ha promosso negli anni azioni che confermano il loro timore: Continua a leggere

L’AGGRESSIONE RUSSA ALL’UCRAINA e i CRIMINI DI GUERRA: con gli efferati eccidi in corso è importante che indagini e identificazioni di autori dei crimini sulla popolazione possano essere penalmente perseguiti – L’importanza della Giustizia ucraina e della CORTE PENALE INTERNAZIONALE

MARIUPOL, FUGA DALL’INFERNO: i civili evacuati dall’acciaieria Azovstal (foto da www.tgcom24.mediaset/it/)

……………………………………………….

La procuratrice generale di Kiev, IRYNA VENEDIKTOVA (nella FOTO), ha pubblicato su Facebook nomi e fotografie di dieci ufficiali e sottoufficiali della 64ma brigata di fucilieri motorizzati russi, proveniente dalla Siberia, ritenuta responsabile del massacro di Bucha, dove dopo la ritirata delle truppe di Mosca sono stati trovati almeno 400 cadaveri in strada, nelle case, nelle fosse comuni, alcuni con le mani legate dietro la schiena e un colpo alla nuca, vittime di vere e proprie esecuzioni

UCRAINA: PROCURATRICE, INDAGHIAMO SU OLTRE 9MILA CRIMINI DI GUERRA

– ‘Ritenuti responsabili di torture, stupri e saccheggi’ – “Abbiamo già identificato specifici criminali di guerra”, ha affermato IRYNA VENEDIKTOVA –

da ANSA del 1/5/2022

   La procuratrice generale dell’Ucraina ha affermato che è in corso un’indagine su nuovi casi di presunti crimini di guerra da parte delle forze russe per un totale di 9.158 procedimenti penali.

   “Abbiamo già identificato specifici criminali di guerra”, ha affermato IRYNA VENEDIKTOVA.

   “Ci sono 15 persone nella regione di Kiev, ad esempio, 10 delle quali a Bucha. Le riteniamo responsabili di torture, stupri e saccheggi”, ha aggiunto secondo quanto riferisce la Cnn online.
   La scorsa settimana i pubblici ministeri ucraini hanno reso noto i nomi e i volti di dieci soldati russi sospettati di una serie di crimini a BUCHA. Sull’identificazione delle vittime della strage, VENEDIKTOVA ha affermato che su alcuni cadaveri è impossibile il riconoscimento e vengono raccolti campioni di Dna.
   “Purtroppo abbiamo motivi per aprire nuovi casi ogni giorno: per la morte di civili, i bombardamenti, la deportazione dei nostri cittadini e bambini nei territori occupati e nel territorio dello Stato aggressore”, ha proseguito la procuratrice. “I casi – ha sottolineato – riguardano le regioni di KIEV, CHERNIHIV e SUMY”.   Sulle indagini, l’Ucraina sta ricevendo assistenza internazionale.
   “Ora abbiamo un team di esperti francesi e della Slovacchia.
   Stiamo aspettando quelli della Lituania attesi per martedì prossimo”, ha detto Venediktova. (ANSA)

………………………….

Vedi anche sull’argomento il precedente post:

https://geograficamente.wordpress.com/2022/03/08/putin-e-lucraina-invasa-la-corte-penale-internazionale-dellaja-

…………………….

UCRAINA, UN SITO PER I CRIMINI DI GUERRA (immagine da httpsaltomantovanonews.it)

UCRAINA, IL GOVERNO CREA -UN ARCHIVIO ONLINE «SUI CRIMINI DI GUERRA RUSSI»: COSA CONTIENE E COM’È FATTO

di Lorenzo Nicolao, da Corriere.it https://www.corriere.it/ del 9/4/2022

– L’annuncio del ministro degli Esteri ucraino Kuleba per rispondere alla disinformazione del Cremlino. «Ecco i crimini della Russia» –

   Le atrocità commesse, le foto delle città prima e dopo i bombardamenti, il suono delle sirene, i corpi dei civili brutalmente uccisi e i volti segnati dal dramma della guerra. Con un tweet il ministro degli Affari esteri ucraino DMYTRO KULEBA ha annunciato la creazione di un archivio multimediale, sullo stile del «web-doc» o reportage giornalistico online, che raccolga testimonianze di ogni tipo, per video, immagini, suoni e brevi sintesi, di quanto accaduto in Ucraina dall’inizio dell’invasione russa lo scorso 24 febbraio a oggi, con un costante aggiornamento delle violazioni e delle azioni commesse dall’esercito russo. «Abbiamo creato un archivio online per documentare i crimini di guerra della Russia nel nostro Paese», così il ministro su Twitter, ricordando che «nessuno dei responsabili sfuggirà alla giustizia». Nel post viene anche aggiunto il link al sito web appena realizzato, così che ogni utente possa farsi un’idea del clima che si vive nelle città bombardate.

Archivio multimediale

Si tratta di un viaggio immersivo, accessibile tanto da computer quanto da dispositivi portatili come smartphone e tablet, che permette a tutti di vivere la realtà del conflitto. Immagini a tutto schermo con gli scorci delle città colpite, le immagini delle vittime soccorse e portate via dai volontari, il suono costante delle sirene che annunciano i bombardamenti.

   «Non voltarti dall’altra parte, prova orrore!» Questa lo slogan in testa, seguito dai numeri costantemente aggiornati delle persone uccise, degli edifici distrutti, dei crimini di guerra registrati e nello specifico dei bambini sfollati e che hanno perso la vita, trucidati deliberatamente senza che avessero alcuna parte in causa.

   Una dimensione emotiva forte nella quale l’utente si può calare, in modo tale da sensibilizzare qualsiasi tipo di pubblico, citando anche molti esempi e testimonianze dei cittadini ucraini, delle loro esperienze personali e dell’incubo che hanno vissuto da quando è scoppiato il conflitto. C’è però anche la dimensione statistica, con alcune sezioni dedicate alla documentazione, con le notizie legate ai crimini di guerra, riportare singolarmente, e una sezione riservata ai media internazionali, con materiale in lingua inglese in una cartella condivisa su Google Drive. Non manca infine una parte dedicata alle donazioni per sostenere la popolazione colpita, con tanto di tasso di cambio tra la grivnia ucraina e le altre valute (un euro vale attualmente circa 33 grivnia).

La guerra dell’informazione

L’iniziativa del governo di Kiev non ha solo un risvolto concreto per il pubblico straniero e il fine delle donazioni per sostenere l’esercito ucraino, ma si inserisce nel terzo fronte (dopo la guerra combattuta sul campo e la cyberwar di Anonymous e altri collettivi di hacker contro i gruppi filorussi) che invece coinvolge fortemente il mondo dell’informazione.

   Da una parte la denuncia delle istituzioni ucraine, dall’altra la propaganda di Mosca, con il Cremlino disposto a tutto pur di non compromettere il consenso dei cittadini russi e non solo. Se il presidente Vladimir Putin, attraverso il Roskomnazdor, l’ente regolatore delle comunicazioni nel Paese, ha non solo fatto sospendere le pubblicazioni dei giornali indipendenti e oscurato i programmi televisivi e radiofonici non allineati al governo, ma ha bloccato anche i social media e l’informazione libera sul web (tanto che perfino una piattaforma come Twitter ha deciso di schierarsi e limitare gli account di Mosca), dal fronte opposto Kiev sta studiando diversi modi per reagire al “bavaglio”. Il portale multimediale vuole così essere un nuovo tentativo per testimoniare l’orrore e far toccare con mano una tragedia che rischia di essere censurata e travisata. (Lorenzo Nicolao, da Corriere.it)

………………………

Una donna di Bucha in quel che resta del suo cortile, il 5 aprile 2022 (foto da www.rainews.it/)

…………………………………………..

Lo scorso 3 marzo la CORTE PENALE INTERNAZIONALE (Cpi), con sede all’Aia, ha aperto un’indagine su sospetti crimini di guerra compiuti in Ucraina. Decisiva la visita a Bucha il 13/4/2022 del procuratore capo della Corte KARIM KHAN (nella FOTO: Il procuratore capo della Corte Penale Internazionale KARIM KHAN -avvocato britannico- ha incontrato il procuratore generale dell’Ucraina, IRYNA VENEDIKTOVA -entrambi nella FOTO-, e ha visitato la città di BUCHA, a est di Kiev». -FOTO tratta da: https://www.infobae.com/it/)

Come funziona e quando interviene la Corte penale internazionale

L’ISTITUZIONE CON SEDE ALL’AIA IL 3 APRILE HA APERTO UN DOSSIER SUI POSSIBILI CRIMINI DI GUERRA COMPIUTI IN UCRAINA. DECISIVA LA VISITA A BUCHA DEL PROCURATORE CAPO KARIM KHAN

da https://www.agi.it/, 15/4/2022

AGI – Lo scorso 3 marzo la Corte penale internazionale (Cpi) con sede all’Aia ha aperto un’indagine su sospetti crimini di guerra compiuti in Ucraina. Il procuratore capo, KARIM KHAN, che ha visitato Bucha, teatro di centinaia di uccisioni di civili attribuite da Kiev alle forze russe, ha dichiarato che l’intero territorio è “una scena del crimine” dove “abbiamo motivi ragionevoli per credere che vengano commessi crimini all’interno della giurisdizione del tribunale”.

Cpi competente sui presunti crimini commessi in Ucraina

Flavia Lattanzi – già professore ordinario di Diritto internazionale dell’Università Roma Tre, già giudice ad litem del TPIR e del TPIY – ha riferito all’AGI che né la Federazione russa né l’Ucraina hanno ratificato lo Statuto di Roma che nel 1998 ha istituito la Cpi, ma nel 2014 e nel 2015 l’Ucraina ha accettato ad hoc la competenza della Corte per i crimini commessi sul suo territorio dal 2013 in poi.

   Tale accettazione ad hoc implica per lo Stato in questione l’obbligo di cooperare con la Corte su vari aspetti, ma anzitutto ai fini della raccolta delle prove. In effetti la competenza della Cpi si accetta con la ratifica dello Statuto oppure con una Dichiarazione ad hoc, come quella del governo di Kiev.

   Si prescinde invece dall’accettazione degli Stati nel caso di una certa situazione in cui appaia che determinati crimini siano stati commessi e che viene rinviata alla Cpi dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ai sensi del Capo VII della Carta e cioè allorché i crimini siano collegati con una situazione di minaccia alla pace, rottura della pace o atto di aggressione. In questo caso tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite hanno l’obbligo di cooperare con la Corte. Tuttavia nel Consiglio di sicurezza i membri permanenti hanno il diritto di veto, che nel caso dell’Ucraina sarebbe quindi utilizzato dalla Russia e forse anche dalla Cina.

Crimini sui quali la Cpi è competente

La Corte penale internazionale è competente a occuparsi dei CRIMINI DI GUERRA, dei CRIMINI CONTRO L’UMANITÀ e del CRIMINE DI GENOCIDIO nella misura in cui lo Stato sul territorio del quale il crimine sia stato commesso oppure lo Stato nazionale del presunto autore ne abbiano accettato la competenza. Essa è altresì competente a occuparsi del crimine di aggressione nulla misura in cui entrambi i due suddetti Stati ne abbiano accettato la competenza.

Comunicazione su crimini commessi e apertura inchiesta

Alla Cpi possono pervenire le ‘notitiae criminis’ da qualsia fonte, pubblica o privata. Sulla base di tali notitiae il Procuratore decide discrezionalmente se iniziare o meno a indagare su una determinata situazione nella quale appaia che alcuni crimini di competenza della Corte siano stati commessi, ma ciò solo a condizione che non se ne occupi una giurisdizione statale. La competenza della Cpi non è infatti né esclusiva, né prioritaria, ma complementare a quella delle giurisdizioni statali.

Raccolta prove e tipo di azione della Cpi

Già la fase preliminare dell’indagine sulla situazione comporta la necessità di una raccolta delle prove – testimoniali e documentali – soprattutto sul terreno dei crimini, ciò che può rivelarsi impossibile se manca la cooperazione dello Stato territoriale. Superata tale fase, il Procuratore, proprio sulla base delle prove, decide se iniziare un’investigazione su singoli individui specificamente identificati.

   A questo punto si aprono due possibilità: un’azione motu proprio del Procuratore, ma sottoposta alla condizione dell’autorizzazione da parte della Camera preliminare oppure un’azione su rinvio della situazione da parte di uno Stato parte dello Statuto.

Sull’Ucraina rinvio da 43 Stati

Nel caso dell’Ucraina, cosa mai accaduta, c’è stato il rinvio da parte di ben 43 Stati, Italia compresa. Il procedimento continua con una raccolta molto approfondita delle prove da parte degli investigatori dell’Ufficio del Procuratore, con l’individuazione dei testimoni disponibili a comparire in udienza, con la raccolta delle prove documentali e la richiesta della cooperazione a tal fine dello Stato di residenza dei possibili testimoni e la richiesta a qualsiasi Stato della cooperazione a tal fine e al fine di ottenere anche le prove documentali.

   Gli Stati parti dello Statuto hanno naturalmente l’obbligo di prestare la loro cooperazione, ma gli Stati non parti non hanno tale obbligo, salvo se la Corte opera su rinvio del Consiglio di sicurezza. Sulla base delle prove disponibili, il Procuratore emana un Atto di accusa con specifici capi di imputazione relativi a specifiche fattispecie di reato elencate nello Statuto e con l’indicazione altresì delle forme di responsabilità.

L’ATTO DI ACCUSA E IL PROCESSO

L’Atto di accusa può concernere uno o più individui.La Camera preliminare, su richiesta del Procuratore, decide un ordine di comparizione o un mandato di arresto nei confronti dell’accusato. Se l’accusato non compare volontariamente o non viene consegnato da uno Stato obbligato a cooperare con la Corte, il processo resta sospeso, in attesa del superamento di questo ostacolo, rappresentato dal processo solo in presenza che lo Statuto prevede.

   Se l’accusato arriva davanti alla Corte, il processo inizia con il dovuto rispetto di articolatissime norme procedurali molto stringenti sulla sua condotta. La Cpi ha inoltre regole molto stringenti per quanto riguarda i diritti della difesa ed è tenuta a operare con imparzialità assoluta rispetto all’accusa e alla difesa.

   Qualsiasi prova è sottoposta al contraddittorio fra le due parti. La sentenza tanto di assoluzione che di condanna si impone agli Stati parti dello Statuto (o membri delle Nazioni Unite se la situazione è stata rinviata dal Consiglio di sicurezza) e si impone altresì il principio ne bis in idem: né l’assolto né il condannato può essere sottoposto a nuovo processo. (da https://www.agi.it/, 15/4/2022)

…………………………..

AUTOPSIE, FOTO, PERIZIE. LA CPI IMMERSA NEI MASSACRI DI CIVILI A BUCHA

di Daniele Zaccaria, da https://www.ildubbio.news/, 18/4/2022

– Karim Khan in missione in Ucraina: mai prima d’ora il procuratore della Corte penale internazionale era andato sulla scena del crimine con una guerra ancora in corso –

   «A Bucha, durante l’occupazione dell’esercito russo è stato ucciso un abitante su cinque», tuona Anatoliy Fedoruk sindaco della città ucraina diventata il simbolo degli orrori di guerra. Sull’onda dell’emozione in molti hanno parlato di «genocidio», di stragi pianificate, di pulizia etnica. Altri si sono limitati a evocare “semplici” crimini di guerra, altri ancora di crimini contro l’umanità.

   Di sicuro a Bucha è accaduto l’inferno; le immagini di civili giustiziati con un colpo alla tempia, le fosse comuni e le stanze delle torture hanno scosso il mondo. Ma anche messo in moto la macchina della giustizia, di solito lentissima e pachidermica nelle sue istruttorie su i crimini di guerra. Stavolta la Corte penale internazionale dell’Aja (Cpi) si è mossa con grande solerzia, un po’ per la rapidità con cui le testimonianze dei massacri sono venute a galla, dai video alle interviste dei superstiti, un po’ per lo stile risoluto del suo nuovo procuratore capo, l’avvocato britannico Karim Khan che lo scorso 13 aprile è volato personalmente a Bucha: è la prima volta che il capo della Cpi visita una scena del crimine a conflitto ancora in corso.

   Il viaggio di Khan non è stata infatti una parata per i fotografi o un gesto di solidarietà umana nei confronti del governo di Kiev da due mesi sotto invasione militare: «Siamo qui perché abbiamo motivi ragionevoli per credere che vengano commessi crimini all’interno della giurisdizione del tribunale. Dobbiamo dissolvere la nebbia della guerra per arrivare alla verità». Assieme a Khan, a Bucha era presente una folta squadra di investigatori che sono all’opera da diversi giorni; periti balistici, medici legali, specialisti della polizia scientifica e persino ufficiali della gendarmeria francese che collaborano con le procure ucraine. Verranno effettuate centinaia di autopsie per capire le cause dei decessi, per controllare se i proiettili conficcati nei cadaveri appartengano effettivamente alle forze armate russe o delle loro milizie locali. E naturalmente saranno raccolte migliaia di testimonianze dirette tra la popolazione ucraina che ha assistito ai massacri.

   Alla fine delle indagini verrà anche disegnata una mappa delle esazioni, villaggio per villaggio, allo scopo di verificarne l’ampiezza e la sistematicità. Questo è un elemento centrale per stabilire se c’è stata una pianificazione dei massacri e una specifica volontà da parte delle autorità russe di “de-ucranizzare” il territorio. È un lavoro importantissimo anche perché la propaganda del Cremlino ha inizialmente negato gli eccidi, parlando di «messa in scena ucraina», definendo «figuranti» i corpi riversi sul ciglio delle strade e inondando il web con queste fake news. Poi, di fronte all’evidenza delle prove ha cambiato versione, accusando i militari ucraini di aver assassinato i loro stessi compatrioti per poi poter dare la colpa a Mosca. Insomma, un grande classico.

   Per la prima volta dunque ci sarà la possibilità di mettere a fuoco delle responsabilità di crimini di guerra con una relativa rapidità come suggeriscono i passaggi già compiuti della Corte penale dell’Aja e dal suo volitivo procuratore capo. «Scommetto che in questo caso le indagini penali e l’individuazione dei fatti saranno molto più veloci rispetto a quanto accaduto in altri teatri di guerra e di crimini contro l’umanità come nell’ex Yugoslavia oppure in Sudan», spiega l’avvocato Emmanuel Daoud, specialista di diritto penale internazionale intervistato da France info che fu parte civile nel processo contro la banca francese Parisbas poi condannata per complicità nei crimini commessi in Sudan dal regime Omar el-Bashir. (Daniele Zaccaria, da https://www.ildubbio.news/)

…………………………….

COME TROVARE GIUSTIZIA PER LE DONNE STUPRATE NELLA GUERRA IN UCRAINA

di LAUREN WOLFE, The Atlantic, Stati Uniti, 29/4/2022, da INTERNAZIONALE https://www.internazionale.it/

– Perfino in luoghi con un sistema legale solido, come gli Stati Uniti o l’Europa occidentale, troppe sopravvissute non trovano giustizia o hanno paura di farsi avanti – Anche se una donna insiste nel voler ottenere una condanna, non c’è alcuna garanzia del fatto che la potrà avere –

   Il 13 marzo 2022 un soldato russo ha fatto irruzione in una scuola a Malaya Rohan, un paesino nei pressi della città ucraina di Charkiv sottoposto per settimane ad attacchi incessanti da parte delle forze di Vladimir Putin. Gli abitanti si erano rifugiati nel seminterrato della scuola per mettersi al riparo dalle violenze. Ciò che è seguito, secondo un resoconto di una sopravvissuta pubblicato da Human rights watch, è orribile ma pieno di dettagli.

   Il soldato ha ordinato a una donna di 31 anni di seguirlo su un altro piano dell’edificio, dove l’ha stuprata più volte. L’ha costretta a fare sesso orale mentre le teneva puntata una pistola alla testa o direttamente sul viso. Ha sparato per due volte al soffitto. “Diceva che mi avrebbe dato più ‘motivazione’”, ha raccontato la donna a Hrw.

   Quando l’aggressione apparentemente infinita è giunta al termine, il soldato ha detto alla donna come si chiamava, quanti anni aveva e si è dichiarato russo. In modo perverso e senza alcun pudore le ha anche detto che gli “ricordava una ragazza con cui era andato a scuola”.

In tempo reale
Questa è una delle tante storie che stanno piano piano trapelando dall’Ucraina nelle ultime settimane, dopo l’inizio dell’invasione russa, e che raccontano di violenze sessuali documentate da ong come Human rights watch, Amnesty international e diverse organizzazioni interne all’Ucraina. La realtà è che probabilmente questi resoconti sono solo la punta dell’iceberg. Nei dieci anni in cui mi sono occupata di violenze sessuali commesse nel contesto di conflitti in tutto il mondo, tantissimi esperti mi hanno detto che per ogni donna di cui si sa che è stata stuprata ce ne sono probabilmente altre otto o dieci che non sono state conteggiate, e che anche solo riuscire a tracciare un quadro generale delle aggressioni sessuali in circostanze simili può richiedere parecchi anni.

   È per questo che la storia di Malaya Rohan e altre storie simili sono insolite. Veniamo a sapere di queste violenze quasi in tempo reale. Delle persone che le hanno commesse conosciamo moltissimi dettagli – a volte perfino il nome, l’età e la nazionalità. Questo è senza ombra di dubbio angosciante, ma dà anche delle speranze. La speranza di poter offrire rapidamente alle sopravvissute a stupri e violenze sessuali in Ucraina un supporto medico e psicologico; la speranza di poter registrare le loro storie così da poterle usare in tribunale; la speranza che alla fine, per quanto adesso possa apparire improbabile, giustizia sarà fatta.

   La violenza sessuale è stata usata per secoli come strumento nei conflitti in tutto il mondo, dalla Sierra Leone al Bangladesh alla Colombia e oltre. A volte l’uso dello stupro ha una motivazione genocida, come nel caso del Ruanda, dove gli appartenenti al gruppo etnico degli hutu volevano ingravidare le donne tutsi per spezzare la loro discendenza o contagiarle con l’hiv (attenzione: il contenuto di questo podcast è estremamente forte). Altre volte lo stupro è un crimine di opportunità, o uno strumento per dichiarare che una parte è la “vincitrice” di una guerra. Le stime variano, ma secondo gli storici sia i soldati sovietici sia quelli statunitensi stuprarono tantissime donne tedesche al termine della seconda guerra mondiale.

   La possibilità che le donne (e anche gli uomini) parlino di violenza sessuale, in un qualsiasi contesto, dipende da una serie di fattori, tra cui elementi culturali e religiosi, l’esistenza di un’infrastruttura per la raccolta della documentazione e per l’indagine e la disponibilità di un supporto medico e psicologico per i sopravvissuti. Perfino in luoghi con un sistema legale solido, come gli Stati Uniti o l’Europa occidentale, fin troppe sopravvissute non trovano giustizia o hanno paura di farsi avanti.

Stime difficili
Denunciare stupri e aggressioni in una zona dove la guerra è in corso è ovviamente più difficile. Magari i sistemi giudiziari hanno smesso di funzionare, circolano tante armi e fornire prove può essere impossibile in contesti caratterizzati da un tale livello di insicurezza. Finora, dunque, lo stupro in guerra è stato documentato soprattutto a posteriori e questo ha reso molto più difficile sia raccogliere prove sia portare avanti dei processi.

   Consideriamo per esempio il modo in cui gli esperti sono arrivati ai calcoli di 250mila-500mila donne stuprate durante il genocidio in Ruanda. Nel 1996, due anni dopo i massacri, l’inviato speciale delle Nazioni Unite per il Ruanda ha creato delle tabelle con il numero di casi documentati ufficialmente e poi, ben sapendo che anche in tempo di pace si denunciano molti meno stupri di quanti non se ne siano effettivamente verificati, ha dedotto le sue stime definitive in base alle valutazioni riguardo la diffusione delle aggressioni sessuali.

   Diversi studi hanno stabilito che le donne aggredite sessualmente nei cosiddetti campi degli stupri nella guerra in Bosnia all’inizio degli anni novanta sono state tra le ventimila e le 60mila. E tuttavia, secondo gran parte delle fonti è improbabile che si arrivi a un conto preciso, in questo come nella maggioranza dei conflitti.

   Le sopravvissute hanno di solito pochi incentivi a cercare giustizia. Semmai devono affrontare una serie di grossi ostacoli. La guerra civile siriana offre un buon esempio. Ricercatori e giornalisti come me hanno fatto molta fatica a scovare denunce degli stupri commessi dai combattenti del dittatore siriano Bashar al Assad; le sopravvissute temevano ritorsioni non solo da parte delle forze governative, ma anche dai loro familiari di sesso maschile. Ho incontrato donne siriane i cui mariti avevano chiesto il divorzio o le avevano picchiate per essere state vittime di violenze sessuali e ho parlato con molti profughi siriani che mi hanno riferito di conoscere uomini che hanno ucciso le mogli perché erano state stuprate. Non sono le sole ad aver vissuto quest’esperienza. Ho parlato con ragazzine nella Repubblica Democratica del Congo, scenario di numerosi conflitti ancora in corso, che hanno lasciato i loro villaggi in cerca di aiuto dopo essere state stuprate e, una volta tornate a casa, sono state scacciate dalle loro comunità.

   La violenza sessuale “sembra essere l’unica forma di violenza rimasta in cui la vittima è colpevolizzata o perfino accusata di essersela cercata”, mi ha detto nel 2012 la giornalista e attivista Gloria Steinem.

   Anche se una donna insiste nel voler ottenere una condanna, non c’è alcuna garanzia del fatto che la potrà avere. Nonostante l’istituzione di un tribunale speciale per processare i crimini di guerra nella ex Jugoslavia, per esempio, molte donne mi hanno raccontato che continuano a vedere i loro stupratori sugli autobus e per strada e che, nei casi in cui sono stati condannati, gli uomini hanno pagato per uscire di galera. Per quanto sia difficile stabilire il numero di condanne per aggressione sessuale durante un conflitto, essendomi occupata per più di dieci anni di questo genere di cose posso dirvi che è piuttosto raro che un tribunale riconosca la colpevolezza dei responsabili di questi reati. Ancora meno comuni sono le condanne di chi sta più in alto nella catena di comando e ha dato ai soldati l’ordine di stuprare.

Tecnologia e tradizione
Lo stupro in guerra è al tempo stesso un crimine di guerra e un crimine contro l’umanità. Però, nonostante un sostanziale accordo sulla definizione di questi crimini, portare tali casi davanti a un tribunale e produrre le prove è tutta un’altra storia. La guerra in Ucraina offre un’opportunità per correggere questi fallimenti.

   Grazie ai progressi tecnologici – una quantità maggiore di immagini satellitari, telefoni in grado di fare foto e video ad alta risoluzione, servizi internet più veloci e più accessibili, piattaforme di comunicazione sostanzialmente più efficaci – operatori sanitari, avvocati e attivisti per i diritti umani sono in grado di far sapere a tutto il mondo quello che sta accadendo in Ucraina e documentare i casi con modalità che torneranno utili nel caso di eventuali processi.

   Queste nuove o più moderne tecnologie sono da considerarsi complementari ai tradizionali metodi di documentazione, compresa la raccolta di informazioni da disertori, la rilevazione tempestiva di prove mediche e il reperimento di dettagli da parte di chi ha commesso i crimini, come è stato fatto con i nazisti nella seconda guerra mondiale e con l’esercito serbo-bosniaco.

   Nel caso specifico dello stupro, spesso non ci sono prove fisiche del danno ai tessuti molli utili a dimostrare il reato nell’aula di un tribunale. Possono però esserci altre ferite rivelatrici, come le bruciature di sigarette, le cicatrici provocate da legacci, schegge di legno, abrasioni o mutilazioni genitali, che devono essere documentate in modo chiaro e professionale. Le indagini devono essere condotte da personale “competente sulle questioni di genere”: sono in grado di porre in modo efficace ai testimoni e agli operatori sanitari le domande giuste sulla violenza sessuale? Riescono a raccogliere le giuste evidenze fisiche, testimonianze e prove dirette e circostanziali?

   Cosa fondamentale, tutta questa raccolta di prove può cominciare subito, sia nelle aree da dove le forze russe si sono ritirate sia nelle parti dell’Ucraina ancora contese ma dove le comunicazioni non sono state interrotte. L’Unione europea, le Nazioni Unite, diverse organizzazioni per i diritti umani, il segretario generale della Nato e il procuratore generale dell’Ucraina hanno tutti di recente chiesto di indagare su possibili crimini di guerra in Ucraina, compreso lo stupro, o offerto il loro aiuto in indagini di questo tipo.

   In questa fase, mentre la Russia sta ancora colpendo duramente in Ucraina senza che all’orizzonte si intraveda alcuna forma di soluzione del conflitto, pensare a un momento in cui i soldati russi potrebbero essere processati per le loro violenze sembrerà pura fantasia. E tuttavia non è del tutto impossibile: né la Russia né l’Ucraina sono soggette ai procedimenti della Corte penale internazionale, ma l’Ucraina ne ha accettato in precedenza la giurisdizione. Un’altra possibilità è che i paesi che hanno cominciato a perseguire crimini di guerra non compiuti dai loro cittadini, come la Germania, potrebbero avviare procedimenti sulla base del concetto della giurisdizione universale. Si tratta di una strada lunga e non ci sono garanzie di successo, ma oggi la raccolta di prove di alta qualità in Ucraina aumenta in modo sostanziale le probabilità di successo.

   Forse è vero che la maggioranza delle donne ucraine non ha combattuto sulla linea del fronte, ma la realtà è che stanno sacrificando le loro vite tanto quanto gli uomini. Assicurarci che gli uomini che violano i corpi delle donne non possano farlo nella più totale impunità è un dovere che abbiamo nei confronti di queste donne, e nei confronti dell’intera umanità. Per una volta abbiamo la speranza di poter aiutare le donne e di indagare sui crimini di guerra. Siamo in realtà a un punto di partenza.

   “È come nel 1942: da dove cominciamo l’indagine sull’olocausto?”, mi ha detto Patricia Viseur Sellers, ex consulente legale per le questioni di genere nei processi in ex Jugoslavia e Ruanda. “Si comincia da dove si può”. (LAUREN WOLFE, traduzione di Giusy Muzzopappa, 29/4/2022, da INTERNAZIONALE https://www.internazionale.it/Questo articolo è uscito sul sito del mensile statunitense THE ATLANTIC) 

…………………………..

UCRAINA: mappa della guerra al 28 aprile 2022 (da https://www.repubblica.it/esteri/)

……………………….

QUALE GIUSTIZIA PER I CRIMINI IN UCRAINA? IL PAPER DI FLAVIA LATTANZI

di FLAVIA LATTANZI, 29/04/2022 da FORMICHE https://formiche.net/

– L’analisi approfondita della professoressa LATTANZI, che è stata giudice nei tribunali penali per la ex-Iugoslavia e il Ruanda, sulle strade giudiziarie che si potranno prendere per sanzionare i responsabili delle condotte più efferate in Ucraina. Genocidio, aggressione, crimini di guerra: cosa dicono il diritto internazionale e gli ordinamenti russo, ucraino, svedese, tedesco –

Introduzione Continua a leggere

L’AGRESSIONE RUSSA ALL’UCRAINA e i suoi EFFETTI sull’economia degli Stati e in primis dei Paesi più poveri: con la possibile CRISI ALIMENTARE in Africa, e l’aumento dei prezzi di carburante e fertilizzanti in America Latina – E la guerra peggiora anche il cambiamento climatico – Prospettive gravi che richiedono solidarietà

MARIUPOL, città martire, ora nella mani dei russi

……………………………………….

……………….

“(…) L’invasione da parte dell’esercito russo di regioni come KHARKIV e LUGANSK, dove si concentra quasi il totale della produzione ucraina di semi di girasole, e DNIPROPETROVSK, ZAPORIŽŽJA, NIKOLAEV, ODESSA, KIROVOGRAD e POLTAVA, le principali aree di coltivazione di cereali che insieme rappresentano il 62% dell’intera superfice coltivabile ucraina, ha irrimediabilmente paralizzato la produzione alimentare del Paese. In aggiunta, la presa delle città portuali di KHERSON e MYKOLAÏV ed il controllo russo della totalità del versante costiero del MARE DI AZOV hanno bloccato le principali tratte commerciali dalle quali si diramava l’export agricolo ucraino, soprattutto verso il mercato asiatico. (…)” (Stefania Balzano, da https://www.cesi-italia.org/, 24/3/2022) (nell’immagine: mappa fisica dell’Ucraina, da https://www.storicang.it/)

……………….

IL CONFLITTO RUSSO-UCRAINO E LE CONSEGUENZE SULLA FILIERA AGRO-ALIMENTARE MONDIALE

di Stefania Balzano, da https://www.cesi-italia.org/, 24/3/2022

   Il conflitto russo-ucraino ha provocato una grave crisi della filiera agro-alimentare globale con un’interruzione della produzione e dell’esportazione di prodotti agricoli, fra i quali grano, mais e olio di semi di girasole, alla base del commercio internazionale di Kiev e Mosca.

   Di conseguenza, l’inizio della guerra in Ucraina ha visto il rapido innalzamento dei prezzi di alcuni beni di prima necessità, registrando nell’ultimo mese un aumento di circa il 35% del prezzo del grano, del 17% per il mais e dell’8% per la soia. Il conflitto rischia quindi di generare una crisi alimentare che avrà forti ripercussioni in termini di stabilità sociale alimentando disordini e proteste in aree anche molto lontane dai confini russi e ucraini.

   Difatti, la Russia e l’Ucraina rappresentano insieme circa un quarto dell’export mondiale di grano, il 15% dell’export di mais e la quasi totalità dell’export di olio di semi di girasole. In particolare, secondo i dati della Commissione Europea, fra il 2019 e il 2020 l’Ue ha prodotto circa 154.5 milioni di tonnellate di grano tenero, contribuendo per un quinto all’intera produzione mondiale grazie a Paesi membri come Romania, Francia e Germania, che si confermano leader nella coltivazione e nell’esportazione del cereale.

   Tuttavia, la produzione interna si rivela insufficiente a coprire il fabbisogno alimentare dell’Unione Europa, che nell’anno 2021/2022 ha importato circa il 40% del grano tenero da Russia ed Ucraina, diretto principalmente verso Paesi come l’Italia, la Spagna e la Grecia, i più vulnerabili al deficit di importazione registrato dall’inizio del conflitto.

   Nello specifico, l’Italia produce solo il 36% del totale del suo fabbisogno di grano tenero, posizionandosi al primo posto in Europa per tonnellate di frumento importato, circa 600.000 dal secondo trimestre del 2021 ad oggi. La Spagna, d’altra parte, rappresenta il primo Paese in Europa per importazione di mais, di cui circa il 37% proviene dall’Ucraina, seguita dai Paesi Bassi che ricevono da Kiev più della metà del mais importato e ancora dall’Italia che dipende dal mais ucraino per circa il 23% del suo fabbisogno. Oltre ai cereali, l’olio di semi di girasole rappresenta il bene alimentare per cui l’Europa più dipende dall’Ucraina, che secondo la Commissione Europea, fra il 2021 ed il 2022, ha coperto circa l’85% del totale dell’import nel Vecchio Continente.

   L’invasione da parte dell’esercito russo di regioni come KHARKIV e LUGANSK, dove si concentra quasi il totale della produzione ucraina di semi di girasole, e DNIPROPETROVSK, ZAPORIŽŽJA, NIKOLAEV, ODESSA, KIROVOGRAD e POLTAVA, le principali aree di coltivazione di cereali che insieme rappresentano il 62% dell’intera superfice coltivabile ucraina, ha irrimediabilmente paralizzato la produzione alimentare del Paese. In aggiunta, la presa delle città portuali di KHERSON e MYKOLAÏV ed il controllo russo della totalità del versante costiero del MARE DI AZOV hanno bloccato le principali tratte commerciali dalle quali si diramava l’export agricolo ucraino, soprattutto verso il mercato asiatico.

   La Cina, infatti. fra il 2021 ed il 2022 si è posizionata come il Paese asiatico che ha importato più mais, per un totale di circa 26 milioni di tonnellate. Nello specifico, da quando nel 2009 Pechino ha iniziato ad incrementare il suo import di mais, gli Stati Uniti si sono sempre attestati come interlocutori commerciali privilegiati arrivando a garantire nel 2012 il 100% della fornitura cerealicola in Cina. Lo stesso anno, tuttavia, la firma di un accordo fra Kiev e Pechino che avrebbe garantito un prestito di circa 3 milioni di dollari da parte cinese in cambio di 3 milioni di tonnellate di mais, ha sancito il rafforzamento delle relazioni commerciali tra i due partner. Ad oggi, Kiev è il principale supplier di mais del Paese asiatico.

   Sempre sul fronte asiatico, l’Ucraina costituisce circa il 74% delle forniture di olio di semi di girasole dell’India, seguita da Argentina e Russia. Il blocco delle esportazioni di olio dall’Ucraina, tuttavia, ha portato Nuova Delhi non solo a rivolgersi ad altri mercati, ma anche a diversificare i propri import agro-alimentari, prediligendo altri tipi di oli. Allo stesso tempo, l’inaspettato aumento della richiesta di oli vegetali, come l’olio di palma, ha innescato l’adozione di nuove misure protezionistiche da parte dei Paesi produttori. L’Indonesia, per esempio, a cui l’India si è rivolta per colmare il gap ucraino, ha recentemente introdotto una legge volta a proteggere il mercato interno di olio di palma, costringendo le principali aziende esportatrici a destinare circa il 30% del volume dei loro carichi al mercato domestico.

   Una delle regioni più esposte alla crisi agro-alimentare è sicuramente l’area MENA (Middle East and North Africa, acronimo di “Medio Oriente e Nord Africa”, NDR). L’EGITTO è il primo Paese al mondo per import di grano tenero, per la quasi totalità proveniente da Russia ed Ucraina. Dalle forniture di Kiev e Mosca dipendono inoltre numerosi altri Paesi dell’area, fra i quali la TURCHIA, che nel 2020 ha importato dai due Paesi circa il 78% del suo grano, TUNISIA e ARABIA SAUDITA. Quest’ultima, il più grande importatore mondiale di orzo, utilizza il cereale principalmente come mangime per animali. La maggior parte delle proprie forniture proviene dall’Ucraina e dalla Russia e lo stop alle importazioni avrà ripercussioni anche sugli allevamenti intensivi, generando una crisi alimentare con un impatto ben più ampio rispetto al solo settore agricolo.

   Sicuramente lo YEMEN, al centro di una devastante guerra civile dal 2014, rappresenterà uno dei Paesi più esposti alla crisi d’approvvigionamento. Non solo l’interruzione delle forniture da Russia e Ucraina, che rappresentano insieme circa il 40% dell’import yemenita di grano, ma anche l’aumento dei prezzi dei cereali a livello globale, costituiranno un motivo di grave preoccupazione per il Paese arabo, già provato da una grave crisi economica in seguito al conflitto civile e quasi completamente dipendente dagli aiuti umanitari delle organizzazioni internazionali presenti sul territorio.

   Anche il MAROCCO, in ultima analisi, grande produttore di cereali del Nord Africa e possibile alternativa di approvvigionamento per i propri vicini arabi, ha ridotto drasticamente la sua produzione di grano in seguito ad un periodo di forte siccità che ha innescato nelle ultime settimane numerose proteste contro il rincaro dei prezzi dei beni di prima necessità.

   L’area MENA è una regione da sempre sensibile alle oscillazioni del prezzo del pane e che ha visto sorgere, per il suo aumento, numerose proteste. Tra queste, le “rivolte del pane” in Egitto, che hanno portato l’allora Presidente Anwar Al-Sadat a calmierarne il prezzo nel 1977, le rivolte del 1984 in Tunisia e quelle del 1988 in Algeria, senza dimenticare che, nei mesi immediatamente precedenti allo scoppio delle Primavere Arabe, il prezzo del pane era salito vertiginosamente, innescando il primo livello di malcontento poi esploso con rivolte su larga scala.

   Fra i vari provvedimenti volti a contenere la crisi alimentare ed il malcontento popolare, il Primo Ministro marocchino, Aziz Akhennouch, ha annunciato la sospensione dei dazi doganali sulle importazioni di grano duro e tenero, oltre all’allocazione di rimborsi aggiuntivi agli importatori. Il Governo tunisino ha già approntato un piano di diversificazione dei fornitori che punta ad Argentina, Uruguay, Bulgaria e Romania come possibili alternative per il grano tenero e alla Francia per l’orzo, mentre Paesi come l’Egitto, il Libano e l’Iraq rivedono le loro politiche di sussidi alimentari che col rincaro dei prezzi potrebbero pesare sul budget nazionale per un aumento di circa 760 milioni di dollari.

   Oltre ai CEREALI, la Russia produce circa il 13% del totale mondiale di FERTILIZZANTI, la cui vendita all’estero potrebbe essere limitata, per ragioni politiche (contro-sanzioni) o logistiche.  Inoltre, la decisione del Cremlino di sospendere fino ad aprile l’esportazione di nitrato di ammonio, fondamentale per la concimazione del grano, rischia di aggravare ulteriormente la crisi agricola, ponendo rischi a lungo termine anche per le rendite cerealicole degli anni successivi.

   La diversificazione delle fonti di approvvigionamento risulta essere la principale strategia per mitigare gli effetti dell’interruzione della filiera alimentare. Infatti, il 2 marzo, in una riunione straordinaria in seno al Consiglio dell’UE, i Ministri dell’Agricoltura dei Paesi membri hanno discusso di possibili misure da adottare a livello interno e comunitario per far fronte alla crisi. Fra queste, adottare misure che rendano il commercio internazionale compatibile con gli alti standard di produzione agricola europea ABBASSANDO, ad esempio, IL LIMITE MASSIMO DI PESTICIDI consentito attualmente dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA), permetterebbe di implementare nuovi accordi con Paesi terzi ed allentare la dipendenza agricola che attualmente lega l’Unione Europea all’Ucraina e alla Russia.

   In aggiunta, il conflitto in Ucraina ha innescato in molti Paesi una reazione protezionistica volta a salvaguardare la propria produzione cerealicola domestica. È il caso di Ungheria e Bulgaria, che dal 5 marzo hanno bloccato l’esportazione di grano per assicurare i rifornimenti interni e contenere la crescita dei prezzi per i propri cittadini.

   In ultimo, il conflitto in Ucraina ha riacceso il DIBATTITO SULLA SOVRANITÀ ALIMENTARE. La crisi ha infatti risvegliato in ogni Paese la necessità di dotarsi di una strategia che diminuisca la dipendenza dalle importazioni di Paesi terzi e che punti verso una rapida autosufficienza alimentare che garantisca resilienza in casi di instabilità internazionale. È possibile che in futuro si assista sempre più all’implementazione di misure che accorcino la catena produttiva avvicinando il produttore al consumatore attraverso una rinnovata ATTENZIONE AL TERRITORIO LOCALE e alla SOSTENIBILITÀ DELL’INDUSTRIA AGRO-ALIMENTARE. (Stefania Balzano, da https://www.cesi-italia.org/, 24/3/2022)

…………………..

“(…) Una delle regioni più esposte alla CRISI AGRO-ALIMENTARE è sicuramente l’area MENA (Middle East and North Africa, acronimo di “Medio Oriente e Nord Africa”, NDR). L’Egitto è il primo Paese al mondo per import di grano tenero, per la quasi totalità proveniente da Russia ed Ucraina. Dalle forniture di Kiev e Mosca dipendono inoltre numerosi altri Paesi dell’area, fra i quali la Turchia, che nel 2020 ha importato dai due Paesi circa il 78% del suo grano, Tunisia e Arabia Saudita. (…)” (Stefania Balzano, da https://www.cesi-italia.org/, 24/3/2022) – LA MAPPA (da WIKIPEDIA) è dell’area MENA – Il termine MENA (Middle East and North Africa) è un acronimo di “Medio Oriente e Nord Africa”, spesso usato da accademici, pianificatori militari ed economisti. Il termine si riferisce ad un’ampia regione, estesa dal Marocco all’Iran, che include la maggior parte sia degli Stati mediorientali che del Maghreb. Il termine è sinonimo di Grande Medio Oriente (quest’ultimo, però, ricomprende a volte Pakistan e/o Afghanistan). La popolazione della regione MENA, secondo la sua estensione minima, è di circa 381 milioni di persone, circa il 6% della popolazione totale del Mondo. Per la sua estensione massima, la popolazione è di circa 523 milioni. (da WIKIPEDIA) (nell’immagine l’AREA MENA, sempre da Wikipedia)

…………………………….

“(…) A livello regionale, LA GUERRA IN UCRAINA HA RESO EVIDENTE LA FRAMMENTAZIONE INTERNA ALL’AMERICA LATINA. Infatti, non c’è stata una condanna univoca all’invasione russa. Ad esempio, la RISOLUZIONE votata all’ONU per condannare l’aggressione ha visto 35 ASTENUTI, di cui 4 SONO PAESI LATINOAMERICANI (CUBA, BOLIVIA, NICARAGUA ED EL SALVADOR); il VENEZUELA, uno dei principali alleati della Russia nella regione, assieme ad altri 12 paesi NON HA PARTECIPATO alla votazione. (…)” (Santiago Olarte, 14/4/2022, da https://www.msoithepost.org/) (nella FOTO: le rivolte in PERU’ contro l’aumento dei prezzi -combustibili e fertilizzanti- causa diretta dell’aggressione russa all’Ucraina, foto da https://www.huffingtonpost.it/)

DAL PERÙ AL BRASILE, LE CONSEGUENZE IN SUD AMERICA DELLA GUERRA IN UCRAINA

da https://www.tag43.it/, 7/4/2022

– Il Sud America fa i conti con l’eco della guerra. L’aumento dei prezzi di carburante e fertilizzanti ha indotto il presidente peruviano a introdurre il coprifuoco nella Capitale. In Brasile, Bolsonaro vuole sottrarre le terre agli indigeni per sfruttare le riserve di potassio. –

   Cittadini reclusi in casa, per evitare che prendano parte alle proteste. È l’ultimo provvedimento del presidente peruviano Pedro Castillo, per arginare le manifestazioni esplose in seguito all’aumento del prezzo di carburante e fertilizzanti causato dalla guerra in Ucraina.

   Ma la situazione è tesa anche in Brasile, dove Jair Bolsonaro, con il pretesto di accaparrarsi materie prime, sta provando a sottrare le terre alle comunità indigene. A Lima, il coprifuoco è stato annunciato in diretta tv nei giorni scorsi. È durato dalle due di lunedì e la mezzanotte di martedì, allo scopo «di proteggere i diritti fondamentali di tutte le persone», ha detto il presidente. «Per rispondere agli atti violenti organizzati da alcuni gruppi, colpevoli di aver bloccato il transito sulle strade in entrata e in uscita dalla Capitale». Ma il provvedimento, come prevedibile, ha suscitato ampie critiche. Una scelta definita «eccessiva e improvvisata, assolutamente sproporzionata» dagli attivisti peruviani a sostegno dei diritti umani.

Oltre la guerra in Ucraina, i problemi del presidente peruviano Pedro Castillo

Ma anche un segno di un potere sempre più instabile. Castillo in otto mesi è infatti sopravvissuto a due tentativi di impeachment, ha cambiato quattro esecutivi e 45 ministri, un record nella storia del Paese. «Il suo incarico è garanzia di malgoverno e mantenimento di un sistema fondato sulla corruzione», ha spiegato al Guardian il politologo Fernando Tuesta, per il quale l’unica soluzione sarebbero nuove elezioni da tenere dopo l’introduzione di una riforma del sistema.

   Intanto, a causa dei disordini, si contano già quattro morti, mentre sono sempre più feroci gli scontri tra cittadini e polizia. Che ha risposto con i lacrimogeni a quanti hanno provato a saccheggiare negozi e palazzi delle istituzioni al centro di Lima. Le scuole sono rimaste chiuse mercoledì (6 aprile, ndr). Ennesimo duro colpo a un’istruzione già piegata dalla didattica a distanza imposta dalla pandemia. Sullo sfondo un’inflazione che ha toccato il massimo da 26 anni a questa parte, con un aumento dei prezzi al consumo dell’1,48 per cento solo nell’ultimo mese.

   Il problema, in un paese a forte trazione agricola, riguarda soprattutto i fertilizzanti importati per una quota pari a 1,2 milioni di tonnellate ogni anno.

Castillo, il coprifuoco nel giorno dell’anniversario dell’autogolpe del 1992

Ex insegnante, Castillo ha vinto per un soffio le ultime elezioni battendo la figlia del vecchio presidente Keiko Fujimori. Un successo maturato con l’appoggio decisivo delle comunità rurali. Le stesse che da due settimane conducono le proteste, chiedendo al governo di calmierare i prezzi.

   Contro di lui, gli oppositori evocano anche uno storico precedente. Il coprifuoco, infatti, coincide con l’autogolpe del 5 aprile 1992. Allora, il presidente Alberto Fujimori, oggi in carcere, a causa della crisi economica sciolse il congresso e inviò in strada i carri armati. A novembre, un successivo tentativo di colpo di Stato orchestrato dal generale Jaime Salinas Sedó venne sventato, i responsabili arrestati e Fujimori sfruttò la vicenda per governare con maggiore durezza.

Bolsonaro e l’espropriazione delle terre agli indigeni con il pretesto delle riserve di potassio

La situazione resta difficile anche in Brasile. Qui, secondo gli oppositori, il presidente Jair Bolsonaro starebbe sfruttando le ripercussioni del conflitto in Europa per accelerare l’approvazione di una legge che consentirebbe l’espropriazione delle terre agli indigeni a fini commerciali. «La crisi tra Ucraina e Russia ci sta consegnando una grande opportunità», ha affermato Bolsonaro lo scorso mese.

   Il presidente ha spiegato come fosse necessario un maggiore sfruttamento delle riserve  di potassio presenti in alcune aree del Brasile per compensare lo stop alle esportazioni di fertilizzanti deciso dalla Russia. A sentire gli esperti, tuttavia, tali materie si troverebbero solo in minima parte nelle aree occupate dagli indigeni.

   «È un pretesto», ha affermato Márcio Astrini, segretario esecutivo dell’Osservatorio climatico brasiliano, rete di gruppi ambientalisti. «Bolsonaro sta sfruttando la situazione per accelerare le procedure su un disegno di legge che obbedisce ad altri interessi. Vuole sottrarre queste terre alle comunità locali e privatizzarle». È il motivo per cui a Brasilia le proteste vanno avanti da dieci giorni. (da https://www.tag43.it/, 7/4/2022)

“(…) Il Sud America fa i conti con l’eco della guerra. L’AUMENTO dei PREZZI di CARBURANTE e FERTILIZZANTI ha indotto il presidente PERUVIANO a introdurre il COPRIFUOCO nella Capitale. In Brasile, BOLSONARO (nella FOTO con Putin) vuole sottrarre le terre agli indigeni per sfruttare le riserve di potassio (…)” (da https://www.tag43.it/, 7/4/2022)

……………………….

…………..

“(…) Complessivamente, secondo una stima del PAM (Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite) il conflitto armato in corso provocherà un incremento di 13 milioni delle persone che soffrono la fame, il cui numero potrebbe superare gli 800 milioni, tenendo conto degli effetti ancora notevoli della pandemia. (…)” (da TRECCANI https://www.treccani.it/, 22/3/2022) (nella FOTO: AFRICA la fame con la siccità come conseguenza della guerra in Ucraina, foto da http://www.vita.it/)

LE CONSEGUENZE DELLA GUERRA TRA RUSSIA E UCRAINA IN AFRICA

di Bruna Sironi (dal Kenya), da NIGRIZIA, 28/2/2022

– Previsti aumenti del prezzo del pane del 30%. Farina già esaurita in molti supermercati in Tunisia – A rischio i rifornimenti di alimenti di base come grano, mais e olio di semi, di cui Mosca e Kiev sono tra i massimi produttori mondiali e tra i maggiori fornitori di diversi paesi del continente. Intrappolati nel conflitto anche migliaia di studenti africani –

   La guerra russa in Ucraina avrà conseguenze anche in Africa. I legami con Mosca sono diventati sempre più importanti negli ultimi anni. Accordi militari e la presenza, più o meno evidente, di addestratori dell’esercito russo e dei mercenari del gruppo Wagner, legati direttamente al presidente Putin, interessano ormai la gran parte dei paesi del continente.

   Ne è un segnale, ad esempio, la visita a Mosca del vicepresidente del Consiglio sovrano sudanese, Mohamed Hamdan Daglo, detto Hemetti, nei giorni dell’inizio dell’invasione russa in Ucraina. Le sue dichiarazioni sono state lette come un appoggio all’operazione: «La Russia ha il diritto di agire nell’interesse dei suoi cittadini e di proteggere il suo popolo». Parole significative, anche se sono state immediatamente ridimensionate dal ministro degli esteri di Khartoum, che sta tentando di non deteriorare ulteriormente i rapporti del suo governo con l’Occidente.

   Questo non ha impedito, tuttavia, ad Hemetti, di proseguire i suoi incontri ai massimi livelli con la leadership di Mosca. Secondo l’agenzia ufficiale sudanese Suna, il 25 febbraio scorso, mentre l’esercito russo penetrava sempre più profondamente in territorio ucraino, incontrava Nikolai Patrushev, capo del Consiglio di sicurezza della federazione russa, con il quale concordava una cooperazione congiunta “in tutti i campi e a tutti i livelli, da quello bilaterale a quelli internazionali”.

   Altri, nel continente, hanno invece preso le distanze da Mosca in modo inequivocabile. Importante e significativa è la richiesta sudafricana di ritirare immediatamente le truppe dal territorio ucraino, ribadendo che la disputa deve essere risolta pacificamente. Il Sudafrica è considerato al Cremlino come il maggior alleato in Africa e dunque la sua presa di posizione brucia particolarmente. I due paesi hanno consolidati legami economici. Il Sudafrica ha investimenti in Russia per circa 80 miliardi di rand, pari a 5 miliardi di dollari, mentre quelli russi in Sudafrica ammontano a poco più di un terzo, circa 23 miliardi di rand, circa 1 miliardo e mezzo di dollari.

   Durissimo il discorso dell’ambasciatore keniano Martin Kimani al Consiglio di sicurezza Onu, dove il Kenya in questo periodo ha il seggio di membro non permanete: «L’integrità territoriale e la sovranità dell’Ucraina sono state violate. La carta delle Nazioni Unite continua ad indebolirsi sotto gli assalti incessanti dei potenti».  Anche Gabon e Ghana, pure membri non permanenti del Consiglio di sicurezza, hanno condannato l’operazione militare russa contro l’Ucraina.

   Tranne l’ambigua posizione sudanese, nessun paese africano ha finora appoggiato apertamente Mosca, neppure il Mali e la Repubblica Centrafricana, dove i miliziani della compagnia Wagner agiscono alla luce del sole in supporto dei locali governi.

   Vedremo prossimamente se l’attacco russo all’Ucraina avrà conseguenze diplomatiche di medio e lungo periodo nel continente. Le conseguenze economiche si vedranno invece immediatamente, e con ogni probabilità saranno molto pesanti.

Grano, mais e olio di semi

In gioco ci sono infatti, tra l’altro, i rifornimenti di alimenti di base, di cui Russia e Ucraina sono tra i massimi produttori mondiali e tra i maggiori fornitori di diversi paesi del continente. Lo afferma Wandile Sihlobo, economista alla Camera d’affari agricola sudafricana (Agbiz) e membro del Consiglio economico consultivo presidenziale (Peac).

   Alcuni dati aiutano ad inquadrare il problema. Nel 2020 i paesi africani hanno importato dalla Russia prodotti agricoli per un valore di 4 miliardi di dollari; circa il 90% era grano e il 6% olio di semi di girasole. Il maggior importatore è stato l’Egitto (circa la metà del giro d’affari), seguito da Sudan, Nigeria, Tanzania, Algeria, Kenya e Sudafrica. L’Ucraina ha invece esportato in Africa prodotti agricoli per un valore di 2,9 miliardi di dollari; circa il 48% era grano, il 31% mais e poi olio di semi di girasole, orzo e semi di soia.

   I due paesi sono tra i maggiori produttori mondiali di grano e contribuiscono al suo commercio internazionale per oltre un quarto del totale: la Russia con il 18% e l’Ucraina per l’8%. Insieme contribuiscono anche per il 14% del totale di mais e per il 58% di olio di semi di girasole.

   Secondo numerosi esperti, l’azione militare russa in Ucraina potrebbe minare la stessa stabilità dei mercati delle derrate alimentari a livello internazionale e provocare un ulteriore notevole aumento dei prezzi. Nei giorni precedenti all’invasione russa dell’Ucraina c’era già stato un notevole aumento dei prezzi di diverse derrate alimentari sul mercato internazionale rispetto all’anno scorso, in cui peraltro, i prezzi erano già saliti notevolmente: + 21% del mais, + 35% del grano, + 20% dei semi di soia e + 11% dell’olio di semi di girasole.

   Ne sarebbero colpiti in particolare i paesi africani, in cui i prodotti citati costituiscono il cibo di base della popolazione, già messa a dura prova dalla crisi economica provocata dalla pandemia e dalla scarsità della produzione interna, drasticamente ridotta dall’ennesimo periodo di siccità, fenomeno reso sempre più lungo e frequente dai cambiamenti climatici in atto. All’aumento del prezzo delle derrate alimentari si deve aggiungere quello dei trasporti, dal momento che anche il petrolio ha ormai raggiunto i 100 dollari a barile, il livello più alto dal 2014.

   Secondo diversi analisti economici, il prezzo del pane potrebbe aumentare del 30% in diversi paesi africani. Questo farebbe crescere anche il rischio di instabilità. Ѐ stato proprio l’aumento del prezzo del pane a scatenare le rivolte della primavera araba e, più recentemente, la mobilitazione popolare che ha provocato la caduta del trentennale regime del presidente Omar El-Bashir in Sudan nel 2019.

Studenti in trappola

Un altro impatto della crisi sugli africani è già evidente. L’Ucraina è la meta di moltissimi studenti africani, attirati dalla qualità dell’insegnamento nelle sue università e dal costo degli studi e della permanenza, molto minore di quelli di quasi tutti gli altri paesi europei. Sarebbero decine di migliaia gli studenti intrappolati nelle città ucraine sotto assedio. Solo da Marocco, Nigeria ed Egitto se ne conterebbero almeno 16mila. (…..) (Bruna Sironi , da NIGRIZIA)

“(…) L’Ucraina e la Russia sono tra i maggiori PRODUTTORI MONDIALI DI GRANO e contribuiscono al suo commercio internazionale per oltre un quarto del totale: la Russia con il 18% e l’Ucraina per l’8%. Insieme contribuiscono anche per il 14% del totale di MAIS e per il 58% di OLIO DI SEMI DI GIRASOLE. … Nei giorni precedenti all’invasione russa dell’Ucraina c’era già stato un NOTEVOLE AUMENTO DEI PREZZI di diverse derrate alimentari sul mercato internazionale rispetto all’anno scorso, in cui peraltro, i prezzi erano già saliti notevolmente: + 21% del MAIS, + 35% del GRANO, + 20% dei SEMI DI SOIA e + 11% dell’OLIO DI SEMI DI GIRASOLE.  Ne SAREBBERO COLPITI IN PARTICOLARE I PAESI AFRICANI, in cui i prodotti citati costituiscono il cibo di base della popolazione, già messa a dura prova dalla crisi economica provocata dalla pandemia e dalla scarsità della produzione interna, drasticamente ridotta dall’ennesimo periodo di SICCITÀ, fenomeno reso sempre più lungo e frequente dai CAMBIAMENTI CLIMATICI in atto. (…)” (Bruna Sironi, da NIGRIZIA) (nella foto: SICCITÀ ripresa da “il Fatto Quotidiano”)

…………………………..

LA GUERRA RISCHIA DI PEGGIORARE ANCHE IL CAMBIAMENTO CLIMATICO

– l’allarme lanciato dal segretario generale dell’Onu –

da https://it.gariwo.net/ del 24/3/2022

   António Guterres è intervenuto qualche giorno fa all’Economist Sustainability Summit, tenuto a Londra dal quotidiano The Economist, sottolineando come le conseguenze del conflitto in corso tra Russia e Ucraina potrebbero toccare profondamente anche la lotta al cambiamento climatico e, conseguentemente, contribuire a mettere a rischio la sopravvivenza di molti ambienti del nostro pianeta e di tutti coloro che li abitano. “Le conseguenze della guerra russa in Ucraina non solo rischiano di distruggere i mercati alimentari ed energetici globali, ma potrebbero anche minare l’agenda climatica globale. Se i Paesi risponderanno all’aggressione della Russia aumentando il proprio uso di combustibili fossili, il conflitto rischia di allontanarci dal raggiungimento degli obiettivi globali sul clima“, dice Guterres.

   Già qualche giorno dopo l’inizio dell’invasione, anche la meteorologa ucraina Svitlana Krakovska aveva manifestato da Kiev la sua preoccupazione a riguardo, durante la riunione zoom dellInternational Governmental Panel on Climate Change (IPCC). “Il denaro che finanzia questa aggressione proviene dai combustibili fossili, esattamente come il cambiamento climatico. Se non dipendessimo da questi ultimi, la Russia non potrebbe finanziare il conflitto”.

   Guterres ha continuato spiegando che l’obiettivo di limitare le temperature globali a 1,5°C sopra i livelli preindustriali, fissato al vertice delle Nazioni Unite sul clima Cop26 nel 2021, è in pericolo poiché i Paesi cercano alternative “rapide” alle forniture russe di petrolio e gas. “Le principali economie perseguono una strategia del ‘va bene tutto’ per sostituire i combustibili fossili russi, misure a breve termine potrebbero quindi creare dipendenza a lungo termine dai combustibili fossili e distruggere l’obiettivo 1,5°C. I Paesi potrebbero essere messi così in difficoltà dall’immediato deficit di approvvigionamento di combustibili fossili, da trascurare o mettere in ginocchio le politiche per ridurne l’uso. E questa è una follia”.

   Oltre all’espansione delle energie rinnovabili, gli Stati cercherebbero quindi combustibili fossili da altre nazioni, come nel caso del gas del Qatar e del petrolio dell’Arabia Saudita, si legge sul GuardianGli Stati Uniti stanno per esempio cercando di espandere le proprie importazioni di petrolio, anche considerando Paesi precedentemente considerati Stati paria, come Venezuela e Iran. Si prevede un aumento anche della produzione interna di petrolio e gas con il metodo fracking. I governi, inoltre, assorbiti dall’affrontare il conflitto e le sue conseguenze economiche, potrebbero avere più difficoltà nel concentrarsi sulla minaccia dell’emergenza climatica.
   “Invece di frenare la decarbonizzazione dell’economia globale, ora è il momento di dare il massimo verso un futuro di energia rinnovabile”, ha concluso il segretario generale dell’Onu, per il quale la via da seguire, dopo che la ripresa green post Covid-19 non si è verificata, è quella di costruire coalizioni per aiutare le principali economie emergenti ad allontanarsi rapidamente dai combustibili fossili, attuando una transizione energetica rapida, equa e sostenibile.

   Parallelamente a questo quadro preoccupante, si fa strada anche la possibilità che i Paesi reagiscano invece con un atteggiamento più lungimirante, puntando sulle energie green per limitare la dipendenza dalle forniture russe. “Questa guerra fornisce ancora più prove del perché non c’è tempo da perdere nella transizione dai combustibili fossili verso un futuro più pulito”, ha dichiarato David Blood, creatore insieme ad Al Gore del Generation Investment Management. L’auspicio è che la presa di coscienza ulteriore del fatto che gli idrocarburi siano insostenibili dal punto di vista ambientale, ma anche sociale, politico ed economico, spinga il mondo a velocizzare la transizione ecologica di cui da anni si parla. (da https://it.gariwo.net/)

………………………

CRISI CLIMATICA e GUERRA contro l’UCRAINA: SICCITÀ e MANCANZA DI GRANO (CARESTIA) – “(…) Gli effetti di questa crisi mondiale sono già concreti: AMINA YUSUF CIGE ha 90 anni e vive nel villaggio di Xidhinta in SOMALILAND, la regione autonoma A NORD DELLA SOMALIA. Nella sua vita è sopravvissuta a dodici SICCITÀ, ma questa è la situazione peggiore che abbia mai visto: “Manca acqua, non possiamo coltivare i nostri campi e quindi non abbiamo cibo né soldi per comprarlo. Qui il mondo sta finendo”. In Somaliland non piove dallo scorso aprile e si stima che la siccità, la fame e la grave mancanza d’acqua metteranno in pericolo 1.2 milioni di persone nei prossimi mesi. (…)” (da VITA http://www.vita.it/it/, 4/4/2022) (SOMALILAND, mappa da https://www.internazionale.it/)

LA GUERRA IN UCRAINA PRODUCE LA FAME NEL CORNO D’AFRICA

da VITA http://www.vita.it/it/, 4/4/2022

– Siccità estrema e aumento dei cereali spingono Etiopia, Kenya e Somaliland al limite della sopravvivenza. Le ragazze costrette dalle famiglie a sposarsi in cambio di acqua e cibo. ActionAid in Somaliland: «Per la prima volta sulla nostra pelle le conseguenze di una guerra dall’altra parte del mondo» – Continua a leggere

SOSTITUIRE IL GAS DI PUTIN con tecnologie RINNOVABILI e RISPARMI energetici; e approvvigionamenti alternativi SENZA LEGARSI TROPPO a STATI AUTORITARI (Egitto, Algeria, Congo, Qatar…); e neanche all’inquinante gas Usa prodotto con il FRACKING – Proposte che si possono realizzare in tempi brevi

LA DISTRUZIONE DI MARIUPOL DA PARTE DEI RUSSI (nella foto l’OSPEDALE) (foto da https://europa.today.it/)

ENERGIA. EOLICO E SOLARE AL POSTO DEL GAS. UNA SVOLTA ENERGETICA PER LA PACE

di Leonardo Becchetti, 8/4/2022, da AVVENIRE.IT https://www.avvenire.it/

– Il governo ha eliminato i criteri autorizzativi per l’installazione di pannelli sotto i 200 kilowattora, ma non basta. Ora si deve liberalizzare di più – Muovere da una dipendenza dalle fonti fossili a un sistema di produzione diffuso e distribuito diventa strumento decisivo – Bastano 2-3 anni per renderci indipendenti dalla Russia, ma in prospettiva anche dal legame con altri regimi non democratici. Una rivoluzione positiva per clima e salute –

   L’Italia è quel paese ricchissimo di pesci (sole e vento per eolico e fotovoltaico) che invece di investire nelle canne da pesca (impianti di produzione da rinnovabili) compra a carissimo prezzo il gas dalla Russia.   Con l’aggressione dell’Ucraina c’è stato un brusco risveglio e qualcuno annuncia (poco credibilmente) che dall’oggi al domani faremo a meno del gas e del petrolio russo. Da domani non è possibile, ma già oggi potremmo annunciare credibilmente che lo faremo nell’arco di due anni. Spieghiamo come, andando per gradi.

   Prima della guerra in Ucraina la scelta delle rinnovabili trovava le sue motivazioni in termini di riscaldamento globale (emissioni climalteranti), salute (qualità dell’aria), e condizioni più convenienti di prezzo (economie di scala e dinamiche di mercato ci dicono che oggi fare energia con eolico e fotovoltaico ha costi minori di tutte le altre fonti).

   Dopo l’invasione russa la spinta verso le rinnovabili ha tratto ulteriori motivazioni a causa della volatilità dei prezzi delle fonti fossili e dell’obiettivo strategico di liberarci dal gas di Putin (che sopra i 43 euro per chilowattora gli consente di realizzare profitti per finanziare le sue campagne belliche) e più in generale della dipendenza da fonti di energia controllate da paesi terzi che spesso hanno regimi non democratici e potrebbero in futuro rappresentare nuovi e simili fattori di rischio strategico.

   Appena scoppiata la guerra per correre ai ripari i nostri ministri sono corsi in Algeria e Azerbaijan, ma forse molto di quello che cercano possono trovarlo sui nostri tetti, nei nostri borghi e sul nostro territorio.

   Concretamente questo vuol dire che muovere da una dipendenza dalle fonti fossili ad un sistema di produzione di energia diffuso e distribuito diventa strumento decisivo per promuovere la pace. Le istituzioni nazionali ed europee hanno pertanto sottolineato in questi giorni che per tutti questi motivi la transizione deve essere accelerata al di là delle esigenze di brevissimo che richiedono la diversificazione tra le fonti fossili. La questione è dunque anche temporale perché la domanda fondamentale a cui rispondere è quanto l’aumento della produzione di energia da fonti rinnovabili può consentirci nel breve e brevissimo termine di sostituire il gas russo.

   L’Italia produce in un anno circa 280 terawattora annui di energia. Ad oggi il 16% proviene da fotovoltaico ed eolico, il 18% da idroelettrico e il 67% da fonti fossili. Tra le fonti fossili il gas naturale rappresenta circa il 48%, e il 40% di questo gas naturale proviene dalla Russia (la Russia dunque di per sé produce non più del 16% dell’energia che utilizziamo, pari circa a 53 terawattora annui).

   Una recente indagine mostra che gli impianti di fotovoltaico per i quali è stata chiesta autorizzazione (34 GW), arriverebbero a produrre energia pari all’80% del gas russo. Impensabile ovviamente approvarli e realizzarli all’istante. Ragionevole però pensare di poter installare almeno 8 GW all’anno per raggiungere una maggiore indipendenza energetica (la Germania si sta dando l’obiettivo di arrivare all’80% di produzione da fonti rinnovabili entro il 2030). Al contributo del fotovoltaico possiamo aggiungere i progetti eolici anch’essi bloccati (25 GW) che sostituirebbero circa il 70% della produzione di gas russo. 

   Sulla base di questi dati è evidente che il solo contributo delle rinnovabili (eolico e fotovoltaico) potrebbe pertanto nel giro di 2-3 anni sostituire interamente l’energia che arriva dalla Russia solo autorizzando i progetti già presentati.

   Come è possibile accelerare? In primo luogo, il Governo ha eliminato i criteri autorizzativi per l’installazione di pannelli sotto i 200 kilowatt snellendo di molto il percorso per piccoli impianti. Non basta, nel 2021 l’Italia ha installato meno di 1GW a causa delle (mancate) autorizzazioni. Se invece si liberalizzasse l’installazione degli impianti fino 5MW sui tetti delle aziende e sui parcheggi, l’obiettivo degli 8 GW/anno potrebbe essere realizzabile. Il limite degli 8 GW/anno è stato stabilito in base al vincolo del reperimento dei pannelli. A valle di un enorme picco di domanda, si potrebbe anche realizzare uno scenario di aumento esponenziale della produzione di pannelli come avvenuto per i test del Covid. In questo caso si potrebbero installare impianti anche per più di 8 GW/anno.

   Una spinta ulteriore potrebbe arrivare incentivando la produzione fotovoltaica di energia sui capannoni o nei parcheggi delle imprese con il duplice obiettivo di accelerare la transizione ecologica e rendere le nostre aziende più competitive riducendone i costi. Peraltro, l’installazione dei pannelli sui tetti consente un maggior isolamento termico e quindi un risparmio aggiuntivo mentre i pannelli sui parcheggi evitano d’estate le emissioni nocive dell’asfalto.

   Fondamentale l’impegno del governo, delle amministrazioni locali e della sovrintendenza a ridurre gli ostacoli frapposti alle istallazioni. Le regioni si sono impegnate entro dicembre del 2022 ad indicare le aree dedicate alle nuove installazioni. Non è un po’ tardi? In molte parti del Paese sono pronti o in via di completamento progetti per realizzare comunità energetiche ma si attendono i decreti attuativi dell’ultimo provvedimento in materia, fondamentali per capire in quale direzione conviene orientare i progetti per renderli sostenibili e redditizi.

   I vari comitati del no tendono a concentrare l’attenzione sui piccoli costi connessi a questa scelta ignorando i costi molto più grandi derivanti dall’inazione. Non autorizzare i nuovi impianti, non eliminare autorizzazioni poco utili, vuol dire continuare a finanziare Putin, rendere meno veloce la transizione ecologica con costi in termini di salute, riscaldamento globale e rischio climatico oltre che competitività delle nostre aziende.

   La lentezza nella transizione la stiamo già pagando tutti. L’inflazione che è arrivata al 7% sarebbe ancora al 2% se non ci fossero i costi dell’energia (i cui prezzi medi sono aumentati circa del 50% a causa dei rincari su gas e petrolio). Esiste per una volta qualcosa in grado di contribuire positivamente a obiettivi altrettanto importanti ma diversissimi come pace, salute, clima, bilanci delle famiglie e delle imprese. Muoviamoci con la massima rapidità non perdendo tempo ed occasioni. (Leonardo Becchetti, 8/4/2022, da AVVENIRE.IT)

“(…) Efficientamento e nuovi approvvigionamenti possono ragionevolmente diminuire della metà le importazioni russe. Il grosso delle riduzioni di gas russo dovrà però venire dal settore elettrico, in particolare dalla sostituzione del gas con fonti rinnovabili, anche tenendo conto dei tempi di realizzazione. (…)” (Alice Di Bella e Massimo Tavoni, da lavoce.info del 13/04/2022 https://www.lavoce.info/) (l’immagine è tratta da https://mole24.it/)

…………………………………

L’ACCORDO ITALIA – EGITTO PER IL GAS E IL MACIGNO DEL CASO REGENI

di Alberto Berlini, da https://www.today.it/ del 14/4/2022

– Tramite Eni importeremo dall’Egitto circa 3 miliardi di metri cubi di gas liquido liquefatto, ma l’accordo con Il Cairo pone dei problemi politici: abbiamo già dimenticato l’ultimo affronto su Regeni? –

   L’accordo per ulteriori forniture di gas dall’Egitto, alla luce degli ultimi sviluppi sul caso Regeni, “mi lascia tantissimi dubbi”. Lo ha detto il segretario del Pd Enrico Letta, ospite della trasmissione “Forrest” su Rai Radio Uno. “La vicenda di Regeni – ha spiegato Letta – è una vicenda che va oltre la singola vicenda personale, drammatica”, è diventata “un simbolo della necessità di difendere i diritti umani, della necessità di fare giustizia. Quindi è netta la nostra richiesta al governo di essere molto più esigenti nei confronti degli egiziani” e “quindi i dubbi” su questo accordo sul gas “sono sicuramente molto alti”.

   “Il miliardo o poco più di metri cubi di gas che arriverebbe da un accordo con l’Egitto non valga la credibilità del nostro Paese sul piano internazionale” spiega Erasmo Palazzotto, presidente della commissione Regeni. “Nel rapporto con l’Egitto non si può ignorare il macigno che c’è nelle relazioni internazionali tra i nostri due paesi. L’atteggiamento dell’Egitto sul caso Regeni è inaccettabile. L’ultima risposta che è arrivata è stato il no a fornire gli indirizzi degli imputati impedendo al processo di partire: è un’offesa”.

L’accordo per il gas egiziano

Secondo quanto si apprende Eni ha firmato mercoledì (13 aprile) un accordo quadro con la società statale egiziana Egyptian Natural Gas Holding Company che punta a rifornire l’Italia di 3 miliardi di metri cubi di gas liquido liquefatto (le note navi metaniere). 

   Eni ha affermato che aumenterà l’esplorazione in Egitto sia nei siti esistenti che in quelli di nuova acquisizione nelle regioni del Delta del Nilo, del Mediterraneo orientale e del deserto occidentale. Solo ieri Eni aveva affermato di aver avviato a produzione un nuovo giacimento di petrolio e gas recentemente scoperto nel deserto occidentale dell’Egitto, che fornirebbe circa 8.500 barili di petrolio equivalente al giorno.

   Dopo le sanzioni alla Russia e il ventilato embargo energetico, l’Italia – che riceve da Mosca circa il 40% delle sue importazioni di gas – ha sottoscritto un accordo per aumentare le sue importazioni di gas dall’Algeria di circa il 40%. (Alberto Berlini, da https://www.today.it/)  

……………………………….

RINNOVABILI PER SOSTITUIRE IL GAS RUSSO

di Alice Di Bella e Massimo Tavoni, da lavoce.info del 13/04/2022 https://www.lavoce.info/

– L’Italia può rinunciare al gas russo, ma deve attuare una strategia integrata di decarbonizzazione del sistema elettrico, seguendo le politiche climatiche europee. Localizzazione degli investimenti e stoccaggio di elettricità sono i fattori cruciali. –

Come sostituire il gas russo

Nel 2021 l’Italia ha importato 29 bcm di gas naturale dalla Russia: per farne a meno è necessaria una strategia integrata con approvvigionamenti alternativi, risparmi energetici e tecnologie rinnovabili. La diversificazione delle fonti di approvvigionamento è la strada su cui i governi europei lavorano di più in questo momento. È già stato siglato un accordo di aumento dell’import dall’Algeria, e contemporaneamente si cerca gas naturale liquido, considerando che la ridefinizione dei flussi internazionali sarà frutto delle diverse strategie energetiche dei paesi europei, in particolare la Germania. Il nostro governo prevede di reperire da altri paesi un terzo delle importazioni dalla Russia.

   In realtà, lo strumento cruciale per aumentare la sicurezza energetica, e allo stesso tempo ridurre le emissioni di gas serra, è il risparmio energetico: riduzione delle temperature, nuove caldaie ed efficientamento dei processi industriali possono portare a un risparmio di almeno 5 bcm.

   Efficientamento e nuovi approvvigionamenti possono ragionevolmente diminuire della metà le importazioni russe. Il grosso delle riduzioni di gas russo dovrà però venire dal settore elettrico, in particolare dalla sostituzione del gas con fonti rinnovabili, anche tenendo conto dei tempi di realizzazione.

Tre scenari di riduzione

Per analizzare questa strategia, abbiamo usato un modello del sistema elettrico italiano con risoluzione oraria e suddivisione nelle sette zone di mercato definite da Terna, recentemente utilizzato per analizzare la decarbonizzazione del settore power. Non prendiamo in considerazione le centrali a carbone e le capacità di trasmissione tra zone ottenute dal piano di sviluppo di Terna del 2021 (ma consideriamo un caso senza nuovi investimenti di rete).

   Abbiamo studiato tre scenari di riduzione dei 15 bcm residui di gas russo, rispettivamente del 50, 75 e 100 per cento. Oggi il sistema elettrico italiano consuma circa 25 bcm, quindi nel caso di blocco delle importazioni dalla Russia, rimarrebbero a disposizione 10 bcm.

   I risultati mostrano che la completa indipendenza dal gas russo (non l’indipendenza totale dal gas naturale) richiederebbe 32 GW di eolico e 36 GW di solare. Vi sono anche 1,5 GW di eolico offshore in Sardegna, zona in cui l’elevato capacity factor ne comporta una buona convenienza economica.

   Solo nello scenario di completa indipendenza vengono installate batterie per uso stazionario, ma comunque in modo limitato. Gran parte dello stoccaggio avviene con idroelettrico a pompaggio, che fornisce fino a 9,6 TWh di elettricità. Questa tecnologia è già largamente presente in Italia, in particolare al Nord, ed è attualmente poco sfruttata. Ciò è dovuto a fattori tecnologici ed economici, quali la flessibilità degli impianti termoelettrici e le differenze di prezzo di vendita e acquisto. La remunerazione dello stoccaggio è stata recentemente inserita nelle aste di capacity, creando l’opportunità economica del pompaggio rispetto all’uso di gas peaker.

   In tutti questi scenari è inevitabilmente presente elettricità in eccesso, che nel caso di riduzione al 100 per cento risulta essere 20,9 TWh (7 per cento del consumo elettrico nazionale), ma presenta l’opportunità di sfruttare energia a basso costo per produrre idrogeno o e-fuels.

La localizzazione delle rinnovabili

L’elemento più critico è l’ubicazione delle fonti rinnovabili. Gli impianti fotovoltaici si trovano principalmente nel Nord del paese, mentre gli impianti eolici sono quasi interamente a Centro-Sud. Le richieste di allacciamento sono oggi più che sufficienti a soddisfare la richiesta sia di solare (richieste per 100 GW) che eolico (richieste per 70 GW) prevista dagli scenari, ma non la suddivisione territoriale.

   Il Nord ha meno di 10 GW di richieste, mentre secondo le stime ne servirebbero 15 GW. È necessario che le aste future tengano conto del funzionamento del sistema elettrico nel suo insieme, per ottimizzare l’integrazione delle rinnovabili.

(…) Il costo annuale del sistema nel caso di completa indipendenza aumenta circa del 40 per cento rispetto al caso base, corrispondenti a 3,5 miliardi di euro. Nel 2021 l’Italia ha pagato alla Russia quasi 10 miliardi di euro di gas: si ha dunque una riduzione netta dei costi operativi di fronte a significativi investimenti in nuova capacità rinnovabile.

   Questi investimenti rientrano comunque nel quadro del Fit-for-55 europeo, che indica la profonda decarbonizzazione della generazione elettrica come fattore necessario per la transizione e come fattore abilitante anche per altri settori, come quello del trasporto. Le stesse indicazioni sono riassunte nel sesto Rapporto quadro dell’Ipcc, uscito a fine febbraio.

   L’occasione per fermare i finanziamenti alla guerra e accelerare il percorso di transizione climatica è dunque concreta, ma richiede una strategia integrata nazionale ed europea, che massimizzi l’efficacia delle fonti rinnovabili integrandole nel modo migliore nel sistema elettrico. (Alice Di Bella e Massimo Tavoni, da lavoce.info del 13/04/2022 https://www.lavoce.info/)

………………………..

Il ministro degli Affari Esteri, Luigi Di Maio, durante la missione a Doha (Qatar) il 5 marzo 2022. Ansa/Angelo Carconi – Fonte: Profilo Facebook di Luigi Di Maio – foto ripresa da https://pagellapolitica.it/

………………..

LE NUOVE ROTTE ITALIANE DEL GAS NON RISPETTANO I DIRITTI UMANI E AMBIENTALI

di Andrea Turco da https://economiacircolare.com/, 17/3/2022

– Per risolvere la dipendenza dal gas russo il nostro Paese ha sancito una serie di accordi per diversificare gli approvvigionamenti. Per Amnesty “le alternative individuate dal governo garantiranno introiti ad altri Stati autoritari per reprimere le proteste interne” –

   A guardare le pagine social di Luigi Di Maio, si nota che è in una sorta di tour energetico: in pochi giorni il ministro degli esteri, accompagnato dall’amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi, ha sancito una serie di accordi per tracciare “nuove” rotte del gas che possano rimpiazzare il gas russo, dal quale il nostro Paese dipende per il 40% dei propri consumi. Algeria, Qatar, Congo e Angola: in pochissimi giorni l’Italia, grazie soprattutto al ruolo di cerniera di Descalzi che vanta un’esperienza ultradecennale nel settore oil&gas nonché consolidati legami con i Paesi africani e il Medioriente, è riuscita a stabilire alcuni accordi per affrancarsi dal regime autoritario di Putin. Legandosi però a Paesi che però non sembrano molto dissimili da quello da cui ci si intende emancipare. Ecco perché abbiamo chiesto un parere ad Amnesty International, la più nota ong sul tema dei diritti umani.

   “Va ricordato innanzitutto che la Russia sta muovendo una guerra di aggressione – afferma il portavoce di Amnesty International Italia, Riccardo Noury – E già questo rende la sua situazione non paragonabile a quella di altri Stati. Dopo di che è vero che le alternative che si stanno individuando sono Stati in cui la situazione dei diritti umani nel migliore dei casi non è buona e in quella peggiore è pessima. Questo conferma che quando si tratta di questioni energetiche vengono tenuti in conto gli aspetti economici e non si tiene conto della politica interna dei Paesi da cui ci si rifornisce”.

   D’altra parte le connessioni con tali Paesi riguardano al momento soltanto forniture di altro gas, alimentando ulteriormente la dipendenza italiana da una fonte fossile. Lo ha ribadito anche il ministro alla Transizione Ecologica Roberto Cingolani nell’informativa del 16 marzo al Parlamento sull’ulteriore aumento dei costi dell’energia – la crisi cominciata a fine 2021 è stata poi aggravata dal conflitto bellico in Ucraina. “Al momento l’Italia dipende dal punto di vista energetico al 95% dal gas naturale – ha affermato il ministro – Le importazioni dalla Russia sono aumentate dai 20 miliardi di metri cubi del 2011, che costituivano il 25% dei consumi, ai 29 miliardi del 2021, che costituisce più del 39%. Dal punto di vista della diversificazione abbiamo un sistema di approviggionamento che è abbastanza resiliente, soprattutto gas proveniente dall’estero”.

   Insomma: le strutture in buona parte già ci sono ma vanno rafforzate, secondo il governo. In che modo?

EGITTO E LIBIA I PROSSIMI INTERLOCUTORI?

Al tavolo delle trattative tra l’Italia e i “nuovi” partner, in realtà quasi sempre fornitori già esistenti ai quali si chiede di aumentare le forniture, non si è minimamente discusso di diritti umani. “Questa è una realtà, e vale sia per gli scenari attuali che per quelli passati – afferma Noury – Penso per esempio all’Egitto, il Paese con cui le relazioni italiane sono dominate dal petrolio e dal gas e dalle armi nonostante l’omicidio di Giulio Regeni. Oppure pensiamo alla Libia dove, dopo la deposizione di Gheddafi, l’unico tema sollevato dall’Italia, oltre alla richiesta di frenare i flussi di migranti, è stato quello della tutela della presenza petrolifera italiana. Invece di ricostruire lo Stato di diritto, si è preferito mettere sotto scorta i giacimenti”.

   Sia in Libia che in Egitto Eni vanta una storica e consolidata presenza. Basti pensare che dalla costa libica di Mellitah parte il gasdotto GreenStream che poi approda a Gela, in Sicilia: sin dalla sua costruzione nel 2004 il gasdotto non ha mai marciato a pieno regime e, secondo gli ultimi dati del MiTE, a fronte di una capacità di 10 miliardi di metri cubi di gas nel 2021 ne ha fornito appena un terzo. In Egitto, invece, il solo giacimento di Zhor ha un potenziale di 850 miliardi di metri cubi di gas. Ecco perché è facile supporre che, seppur al momento esclusi dalle visite di Di Maio e Descalzi, l’Italia potrebbe tornare a bussare a breve in questi due Paesi.

PIÙ GAS E MENO DIRITTI UMANI

Per il portavoce di Amnesty International Italia, tuttavia, i due casi nordafricani “sono due esempi gravi tra tanti, perché potremmo parlare allo stesso modo dell’Algeria, dell’area del Golfo, dell’Azerbaigian. Sono tutti Stati che anzi beneficiano delle loro risorse in campo energetico per legittimarsi come interlocutori e, attraverso gli introiti che ne ricavano, mettono a tacere il dissenso interno e le critiche internazionali. Paradossalmente questi Stati autoritari magari riescono pure a essere affidabili dal punto di vista della continuità delle forniture, mentre dal punto di vista etico e morale si preferisce chiudere un occhio”. È uno dei motivi per cui fino a febbraio l’Europa si è legata in maniera così netta alla Russia: l’autoritarismo di Putin, al potere dalla fine degli anni ’90, era comunque garanzia di stabilità.

   L’esperienza russa insegna però che dipendere eccessivamente dal volere di despoti e sultani non è neppure conveniente dal punto di vista economico. E allora si può trarre qualche insegnamento dalla guerra in Ucraina, magari a partire dalle trattative in corso? “Se a un livello macro l’Italia ha scelto di abbandonare la Russia, e dunque di non finanziare indirettamente la guerra pagando le forniture di gas, a livello micro si pone lo stesso problema perché le alternative individuate dal governo garantiranno introiti ad altri Stati autoritari per reprimere le proteste interne. Proprio per questo motivo come Amnesty da tempo chiediamo che nelle relazioni economiche vengano inseriti vincoli precisi sulla tutela dei diritti umani, anzi che sia una precondizione. Ma questa richiesta finora non ha incontrato molto consenso all’interno degli Stati”.

   In ogni caso, attraverso i nuovi accordi già stabiliti e quelli ancora da concludere, secondo il ministro Cingolani è plausibile “colmare le forniture russe tra i 24 e i 36 mesi”. Ma è davvero un obiettivo alla portata?

“NÉ OTTIMISTI NÉ INGENUI”

“Dovremo sostituire 30 miliardi di metri cubi di gas prima possibile, ma è uno scenario che non voglio nemmeno considerare perché ha a che fare con una guerra”. Quando il ministro alla Transizione Ecologica si presenta in Senato lo scorso 10 marzo, in teoria il tema dell’audizione è il Pnrr. Al posto della verifica degli obiettivi del MiTE, il dibattito tra governo e parlamento si focalizza però inevitabilmente dalla guerra in Ucraina. Da poco meno di un mese l’Italia sta ridisegnando infatti la propria strategia energetica. Al momento il presidente Vladimir Putin continua a rifornire l’Europa ma, afferma Cingolani, “noi dobbiamo rimpiazzare il gas russo il prima possibile e ci stiamo lavorando”.

   Si tratta di una questione complessa, che mette insieme politica ambientale ed estera. Secondo il ministro, “circa 15 miliardi di metri cubi di gas sono già assicurati entro il primo semestre, attraverso una serie di accordi preliminari che sono stati stipulati”. Cifre importanti ma che, come ribadito, sono al di là dell’essere raggiunte. “Non siamo né ottimisti né ingenui, come ci ha dipinto certa stampa, stiamo lavorando con fornitori internazionali e ci basiamo sulle stime di questi Paesi” ha affermato Cingolani. Resta il fatto però, che a detta di parecchie analisi, i tempi descritti dal ministro difficilmente verranno rispettati.

SE IL GAS FINANZIA LA GUERRA IN UCRAINA

Il perno centrale di ogni strategia energetica non può non partire dal fatto che il nostro Paese ogni anno consuma circa 75 miliardi di metri cubi di gas. Ad oggi l’Italia ha già quasi esaurito le riserve per affrontare un inverno particolarmente rigido. Con i prezzi del gas alle stelle – le quotazioni al mercato internazionale di Amsterdam sono attualmente 10 volte superiori rispetto al prezzo di estrazione – il timore è che in questi mesi non potremo permetterci di colmare le riserve o che comunque questo processo comporterà salassi esorbitanti.

   “Con tutta onestà dobbiamo risolvere la questione degli stoccaggi: attualmente sono semivuoti e, in vista del prossimo inverno, dovremo riempirli al 90%”, ha aggiunto ancora Cingolani, così come stabilito dall’Europa con RePower Eu, il piano energetico reso pubblico dalla Commissione lo scorso 8 marzo. D’altra parte “con gli attuali prezzi del gas circa un miliardo di euro al giorno sta entrando nelle casse della Russia. E se consideriamo che la guerra in Ucraina ne sta costando circa la metà, in pratica è come se l’Europa stesse finanziando questo conflitto” … Insomma: da qualunque parte lo si guardi, l’utilizzo del gas è nemico dei diritti umani. Ma anche di quelli ambientali.

LE CONSEGUENZE AMBIENTALI DEL FRACKING USA

Oltre al rafforzamento dei gasdotti già esistenti, il nostro Paese punta molto sul GNL, il Gas Naturale Liquefatto, soprattutto di provenienza statunitense. Lo ha ribadito qualche settimana direttamente il premier Mario Draghi, in un’informativa alla Camera, quando ha riferito di essersi confrontato direttamente con il presidente Usa Joe Biden. Se dal punto di vista dei diritti umani gli Stati Uniti danno qualche garanzia in più – anche se secondo l’ultima edizione dell’Index Democracy, redatto dal settimanale The Economist, sono al 26esimo posto e classificati come “democrazia imperfetta” – non avviene lo stesso con gli impatti ambientali. Negli ultimi anni gli Stati Uniti sono diventati autosufficienti dal punto di vista energetico soprattutto grazie al fracking, la discussa tecnica di fratturazione idraulica che ricava gli idrocarburi dalle rocce.

   Nel rapporto Fracking by the Numbers l’Environment America Research & Policy Center evidenzia l’inquinamento a danno delle falde acquifere. Ciò avviene soprattutto per via delle infiltrazioni che a causa della trivellazione orizzontale (che consente di arrivare in profondità mai raggiunge prima) possono comportare una contaminazione diretta. In una recente inchiesta del programma Rai Presa Diretta si è evidenziato che il boom del fracking negli Stati Uniti comporta comunque una notevole dispersione di metano che, vale la pena ricordarlo, secondo l’Onu è fino a 70 volte più climalterante dell’anidride carbonica.

   E da noi? Come riporta Geopop, “in Italia la Commissione Ambiente della Camera dei Deputati ha approvato nel 2014 una risoluzione che esclude ogni tipo di attività legata al fracking. La scelta è stata fatta seguendo un principio di precauzione ed è stata adottata anche da altri Paesi europei”. Ancora una volta, dunque, vale il principio: quel che accade a casa tua non mi riguarda, purché mi convenga. (Andrea Turco da https://economiacircolare.com/, 17/3/2022)

IL GAS degli USA prodotto con il FRACKING (fratturazione idraulica) – “(…) Nel rapporto Fracking by the Numbers l’Environment America Research & Policy Center evidenzia l’inquinamento a danno delle falde acquifere. Ciò avviene soprattutto per via delle infiltrazioni che a causa della trivellazione orizzontale (che consente di arrivare in profondità mai raggiunge prima) possono comportare una contaminazione diretta.(…)” (Andrea Turco da https://economiacircolare.com/, 17/3/2022)(immagine da https://www.soloecologia.it/)

………………………………..

(nell’immagine: GASDOTTI IN EUROPA, mappa ripresa da https://tg24.sky.it/) –  “(…) L’ACQUISTO DEL GAS NON È IMMUNE DA PROBLEMI: da un lato si finisce per finanziare AMMINISTRAZIONI CHE NON BRILLANO PER IL RISPETTO DEI DIRITTI UMANI, dall’altro si rischia di mettere A REPENTAGLIO LA SICUREZZA non solo energetica ma anche militare DI AREE POLITICAMENTE INSTABILI. Il Corridoio meridionale che arriva in Italia attraverso il TAP è l’esempio perfetto. La ciclopica infrastruttura parte in AZERBAIGIAN, teatro di uno dei più drammatici tracolli democratici dell’intera Eurasia e Paese in perenne conflitto con l’Armenia. Passa in GEORGIA, che ospita da decenni un “conflitto congelato” con due regioni separatiste sostenute da Mosca. Infine, prima di arrivare in Grecia, attraversa la TURCHIA di Recep Tayyip Erdogan, che ha un lungo storico di disinteresse per i diritti umani e che continua a reprimere la minoranza curda dentro e fuori i propri confini. (…)” (Francesco Bortoletto, 23/3/2022, da EUROPATODAY)

……………………………

LA GEOPOLITICA DEL GAS: COME L’UE PUÒ SOSTITUIRE LE FORNITURE RUSSE

di Francesco Bortoletto, 23/3/2022, da EUROPATODAY https://europa.today.it/

– Bruxelles ha annunciato che taglierà di due terzi la sua dipendenza da Mosca, ma trovare rapidamente alternative a questa indispensabile fonte energetica non sarà facile –

   La guerra in Ucraina costringe l’Unione europea a riconsiderare le proprie priorità: contano di più i diritti umani o l’approvvigionamento di gas naturale? L’Ue vuole punire la Russia di Vladimir Putin per l’invasione dell’Ucraina, riducendo le importazioni dal paese, ma per salvaguardare la propria sicurezza energetica, si rivolge a dei regimi autoritari. La geopolitica del gas ha dei limiti sia politici che logistici: le forniture multimiliardarie non si sostituiscono da un giorno all’altro, né si creano rapidamente le infrastrutture per la ricezione, lo stoccaggio e la distribuzione del carburante.

Missione autonomia

Ad oggi, l’Ue importa dalla Russia circa il 40% del suo fabbisogno di gas naturale per un totale di quasi 155 miliardi di metri cubi (bcm). Ma dopo l’invasione dell’Ucraina, la Commissione europea ha elaborato il piano REPowerEU per ridurre di due terzi la dipendenza dell’Ue dal gas russo entro la fine del 2022. Nel breve termine saranno aumentate le forniture alternative di gas naturale e si punterà sull’acquisto massiccio di gas naturale liquefatto (gnl).

   Ci sarà poi l’aumento delle riserve: oggi lo stoccaggio fornisce circa il 25-30% del gas che l’Ue consuma in inverno, ma la Commissione vuole il riempimento al 90% entro ottobre ogni anno. Inoltre, Bruxelles vuole garantire un’equa ripartizione dei costi. Vedremo infine operazioni coordinate di rifornimento tramite appalti congiunti, raccolta di ordini e forniture.

   Su questi temi si stanno peraltro spendendo i governi di Italia, Spagna, Portogallo e Grecia, che a Roma hanno concordato la “via mediterranea” al gas imperniata su tre punti: acquisto e stoccaggio comuni, tetto massimo ai prezzi d’importazione del gas e separazione di questi da quelli dell’energia elettrica.

Da chi importiamo il gas

Secondo i dati Eurostat, il 44% del gas importato dall’Ue nel 2020 è arrivato dalla Russia, mentre Norvegia e Algeria hanno fornito rispettivamente il 20% ed il 12%. Se il Paese scandinavo (il secondo produttore continentale) rifornisce principalmente l’Europa settentrionale, lo Stato nordafricano pompa il proprio gas soprattutto verso Spagna, Portogallo e Italia. Al momento Oslo sarebbe già al massimo della capacità di produzione, mentre Algeri potrebbe aumentare le forniture ma la questione è irta di ostacoli politici. Seguono Regno Unito (5,5%) e Stati Uniti (5%).

   Tra le altre via di ingresso del gas c’è poi il Tap (che rifornisce l’Italia passando per l’Albania), che nelle speranze di Bruxelles potrebbe passare dagli attuali 8 a 10 bcm annui di forniture. Il controverso gasdotto transadriatico è la parte finale di un maxi-progetto da 40 miliardi di dollari, il Corridoio meridionale del gas, creato per far arrivare nei mercati europei il gas dell’Azerbaigian, che arriva attraverso la Turchia.

Il gas dall’Africa

L’Europa riceve già grandi volumi di gas dai Paesi nordafricani, che però non sembrano nelle condizioni di aumentare la loro produzione. La Libia, ad esempio, è collegata all’Italia dal gasdotto Greenstream, che corre per 520km sotto il mare a circa 1200m di profondità.

   Ma il principale fornitore regionale dell’Ue è Algeri: è il secondo esportatore a Roma (tramite il Transmed, via Tunisia) e il primo a Madrid, cui fino a ottobre scorso forniva oltre il 43% del suo gas. Tra i due Paesi era attivo il gasdotto Maghreb-Europa, che riforniva Madrid via Marocco ma è stato bloccato dall’Algeria per il deteriorarsi dei rapporti con Rabat. Ora è rimasto in funzione solo il Medgaz, che fornisce direttamente alla Spagna il 23% del suo fabbisogno e che dovrebbe essere ampliato in futuro.

   Ci sarebbero poi i Paesi dell’Africa subsahariana, Nigeria in testa, che possiedono alcuni tra i giacimenti più ricchi al mondo e sono in cerca di nuovi mercati, ma devono scontare una carenza cronica di infrastrutture e investimenti, senza considerare l’instabilità politica del continente che minaccia la sicurezza delle forniture.

Cantieri aperti

Nel Mediterraneo, Bruxelles sta lavorando al gasdotto Eastmed, che dovrebbe collegare la rete europea del gas ai ricchi giacimenti offshore del Mediterraneo sud-orientale. Una volta completato, bypasserebbe la Turchia ed allaccerebbe direttamente la rete cipriota a quella europea. I lavori dovrebbero terminare nel 2027, insieme a quelli per Poseidon, che dovrebbe agganciare all’Eastmed anche l’Italia ma che sono al momento in naftalina.

   C’è inoltre il progetto Midcat: dovrebbe collegare Francia e Spagna (per connettere Madrid alla rete europea di distribuzione) ma è stato messo in pausa dalle autorità francesi, probabilmente su pressione delle lobby nucleari. Ma la rinnovata necessità di sganciarsi dalle forniture russe potrebbe imprimere un’accelerata anche a quest’opera, che renderebbe la penisola iberica un hub energetico continentale.

Diritti umani e geopolitica 

Ma l’acquisto del gas non è immune da problemi: da un lato si finisce per finanziare amministrazioni che non brillano per il rispetto dei diritti umani, dall’altro si rischia di mettere a repentaglio la sicurezza non solo energetica ma anche militare di aree politicamente instabili.

   Il Corridoio meridionale che arriva in Italia attraverso il Tap è l’esempio perfetto. La ciclopica infrastruttura parte in Azerbaigian, teatro di uno dei più drammatici tracolli democratici dell’intera Eurasia e Paese in perenne conflitto con l’Armenia. Passa in Georgia, che ospita da decenni un “conflitto congelato” con due regioni separatiste sostenute da Mosca. Infine, prima di arrivare in Grecia, attraversa la Turchia di Recep Tayyip Erdogan, che ha un lungo storico di disinteresse per i diritti umani e che continua a reprimere la minoranza curda dentro e fuori i propri confini.

   C’è poi la geopolitica pura, che incide sulle alleanze internazionali. Ad esempio, pare che Washington sia scettica sull’Eastmed perché rischierebbe di alienare Ankara, alleato chiave nella Nato soprattutto nella prospettiva della crisi ucraina. Tagliarla fuori dalle rotte energetiche del Levante, secondo la Casa Bianca, potrebbe essere un boomerang strategico.

   Dall’altra parte del Mediterraneo si gioca un’altra partita chiave, quella con l’Algeria. Le sue dispute con il Marocco sulla sovranità del Sahara Occidentale sono state recentemente complicate dall’inaspettata giravolta diplomatica di Madrid che ha appoggiato un vecchio piano di Rabat per “annettere” l’area contesa.  Del resto, Algeri è un’alleata storica di Mosca, che la sostiene all’Onu e da cui importa armi. Il Paese nordafricano ha recentemente aperto ad un aumento della fornitura verso l’Europa via Italia bypassando la Spagna, che è corsa ai ripari acquistando gnl dagli Stati Uniti.

   Infine, gli intrecci geopolitici e strategici nel quadrante del Levante e del Mediterraneo sud-orientale sono, possibilmente, ancora più complessi e vedono un bilanciamento tra gli interessi egiziani, israeliani, turchi, libanesi, ciprioti e greci.

I problemi del gnl

Infine, vanno considerati gli ostacoli tecnici per l’utilizzo massiccio del gnl, pure caldeggiato dalla Commissione europea. Questo combustibile molto versatile arriva dalla liquefazione a freddo del gas naturale, che permette una riduzione del volume rendendolo più pratico da conservare (ma anche fino a 5 volte più costoso). Per spostarlo, dunque, non sono necessarie tubature ma bastano delle apposite navi, che lo possono però scaricare solo in porti dotati di attrezzature ad hoc. Una volta stoccato, poi, il gnl dev’essere rigassificato per poter essere poi pompato nelle tubature delle reti di distribuzione. In Europa, la Spagna è l’unico Paese con impianti di rigassificazione di grandi dimensioni.

   Nel 2020 i più grandi esportatori di gnl sono stati Australia, Qatar e Stati Uniti, che però sarebbero tutti alla massima capacità di produzione. Il Qatar, che è stato “invitato” dagli alleati americani ad alleviare la crisi europea del gas, ha detto di non essere disposto a rompere i suoi contratti a lungo termine con i clienti asiatici per soddisfare le necessità temporanee europee.

   Ma anche se aumentassero le importazioni di gnl, all’Ue mancherebbero comunque le infrastrutture necessarie per la ricezione, lo stoccaggio e la distribuzione di questo carburante. Attualmente, i terminali di gnl sono in Regno Unito, Spagna e Francia, mentre Germania, Cipro e Finlandia stanno lavorando per crearne di nuovi. (Francesco Bortoletto, 23/3/2022, da EUROPATODAY https://europa.today.it/)

……………………..

ALGERIAAMNESTY INTERNATIONAL denuncia un aumento degli arresti e l’inasprimento della repressione contro gli attivisti anti regime –
UN Human Rights @UNHumanRights #Algeria: @mbachelet urges the country “to guarantee its people’s rights to freedom of speech, association & peaceful assembly,” while noting an increase in arrests & detentions of human rights #defenders, #civil society members & political opponents: http://ow.ly/hN4H50IcJTx

TRA RUSSIA E UNIONE EUROPEA, L’ALGERIA DEI MILITARI CHE SERVE ALL’ITALIA PER IL GAS

di Arianna Poletti, da https://www.valigiablu.it/, 11/3/2022

(….) Il 3 marzo 2022, ad Algeri, a circa mille chilometri da Roma – gli stessi che separano i confini italiani da quello ucraino – una sentenza definitiva attesa da più di tre anni condanna un giornalista a sei mesi di carcere per “minaccia all’integrità del territorio nazionale” e “istigazione a manifestazione non armata”. A finire dietro le sbarre è KHALED DRARENI, rappresentante di Reporter Senza Frontiere (RSF) nel paese, corrispondente per il canale francese TV5 Monde e fondatore del portale Casbah Tribune. Drareni è conosciuto in Algeria e all’estero per la sua copertura della “primavera algerina”, quel movimento di protesta detto hirak – in arabo, appunto, movimento – che nel 2019 ha occupato le piazze portando alla caduta del presidente Abdelaziz Bouteflika e di un regime durato esattamente vent’anni.

   Amnesty International ha definito l’accanimento giudiziario nei confronti del giornalista “la conferma che in Algeria è in atto un pericoloso giro di vite nei confronti della libertà di stampa”. In questi anni, infatti, Continua a leggere

Ci sarà mai giustizia per i crimini di Bucha, Maripol, Motyzhin, Irpin, Hostomel, Dymerka….e tutti i luoghi dell’UCRAINA assediata? – Speranza è nella CORTE PENALE INTERNAZIONALE dell’AJA (riportiamo qui alcuni pareri, e aspetti giuridici e politici su come è possibile fare giustizia dei massacri russi in Ucraina)

Gli effetti dei bombardamenti su KHARKIV (foto da Ticinonline https://www.tio.ch/)

INTERVISTA A STEFANO MANACORDA, docente di diritto penale

“UN PROCESSO A PUTIN È POSSIBILE MA LA CORTE DELL’AJA NON BASTA”

di Giuseppe Salvaggiulo, da “La Stampa” del 6/4/2022

– Il giurista: “È riconosciuta da Kiev e ha la giurisdizione; senza la cooperazione degli Stati però non può operare” – Civili usati come scudi umani e umiliazione di prigionieri sono crimini di guerra – Nel caso di questo tipo di violazioni un capo di Stato è chiamato a rispondere –

Stefano Manacorda, docente di diritto penale all’università della Campania e componente della commissione per la codificazione italiana dei crimini internazionali, che idea si è fatto del dibattito di questi giorni?

«Ciò che emerge in Ucraina ha generato la domanda sulla configurabilità dei crimini internazionali e la speranza di una risposta anche giudiziaria alla guerra».

C’è chi parla di genocidio, chi di crimini di guerra, chi di crimini contro l’umanità. Categorie indistinguibili?

«Sono i cosiddetti “core crimes”, quelli di maggior gravità. Ma non sono tutti uguali. E non tutti sono configurabili in Ucraina».

Chi lo stabilisce?

«Lo statuto della Corte penale internazionale, firmato a Roma nel 1998: un’istituzione permanente in cui si sedimentano crimini elaborati tra la fine dell’800 e l’immediato dopoguerra, chiamata a giudicare non specifiche vicende del passato, ma potenzialmente ogni manifestazione di questi terribili illeciti».

Quali sono le differenze?

«Principalmente gli elementi di contesto. I crimini di guerra riguardano condotte realizzate nel corso di un conflitto armato e sono volti a limitare l’uso della forza».

Non è la guerra in sé, un crimine?

«No. Le operazioni belliche sono ammesse dal diritto internazionale, ma con limiti».

Per esempio?

«Uso di civili come scudi umani, attacchi a chiese e scuole, umiliazione di prigionieri».

I crimini contro l’umanità?

«Sono caratterizzati da un attacco ampio e sistematico alla popolazione civile, indipendentemente dall’esistenza di un conflitto armato. Il disvalore è ulteriore, secondo un’ideale gerarchia ascendente, fino al genocidio».

Invocato da Zelensky.

«Si compie con atti finalizzati alla distruzione di un gruppo, tipicamente etnico. Il pensiero corre allo sterminio degli ebrei, tanto che questo crimine nasce a Norimberga e viene codificato nel 1948».

Si configura in Ucraina?

«Sarei cauto. Al momento, il procuratore della Corte penale internazionale ha annunciato l’apertura di un’indagine per crimini di guerra e crimini contro l’umanità».

Come agisce il procuratore?

«Su deferimento di Stati, su segnalazione del consiglio di sicurezza dell’Onu o per autonoma determinazione. In passato la Corte aveva già avuto modo di occuparsi delle vicende dell’Ucraina, ma senza esiti. Ora ci sono denunce di oltre 40 Stati, che hanno sollecitato indagini. Il che agevola una reazione più efficace».

Perché, la Corte non basta?

«La Corte non dispone di un corpo di polizia. Può solo raccogliere prove da soggetti esterni: Stati, agenzie di intelligence, Ong. Un’attività che richiede una presenza territoriale. Senza cooperazione degli Stati tutto diventa difficile se non utopistico».

Gli Stati devono collaborare?

«Sì, ma la Corte non ha poteri e mezzi per rendere l’obbligo cogente. La cooperazione dipende da diversi fattori: territoriali, logistici, politici».

In Ucraina c’è cooperazione?

«Non solo le autorità ucraine ma molti osservatori stranieri raccolgono prove: rilevazioni satellitari, analisi dei cadaveri, reperti fotografici».

Altri Stati si sono mossi?

«Numerosi. Alcuni come la Francia hanno aperto indagini sulla morte di propri cittadini. Tutto materiale che potrà essere riversato alla Corte».

Dunque altri Paesi occidentali potrebbero aggiungersi in questa raccolta di prove?

«Certamente. E potranno anche agire in autonomia, specie laddove adottino un criterio di giurisdizione basato sull’universalità. Come la Germania ove -a certe condizioni- possono radicarsi processi per crimini commessi altrove e in cui i tedeschi non c’entrano».

E l’Italia?

«Conosce limitati casi di universalità, dovremo riflettere se estenderli».

Si può sperare in una qualche collaborazione russa?

«Gli stati interessati sono estremamente restii alla cooperazione. La Russia presenta un quadro dei fatti di estraneità delle sue milizie; improbabile che da lì possano provenire informazioni utili».

Ma né Russia né Ucraina hanno ratificato lo Statuto. Quindi? Fatica sprecata?

«Non proprio. Lo statuto si applica ai cittadini degli Stati che l’hanno ratificato, ma anche a cittadini di diversa nazionalità, se il crimine è avvenuto sul territorio di uno di quegli Stati. La Russia si è sfilata proprio per le sue politiche aggressive, ma l’Ucraina, ha accettato formalmente la giurisdizione della Corte».

Si arriverà a processare Putin o ci si fermerà ai militari?

«Per i crimini sistematici ci sono tre livelli di responsabilità: meri esecutori; “middle men” con responsabilità di pianificazione o sul campo; vertici politici e militari».

Ma come si fa ad accertare se Putin vuole, o almeno sa di ogni singolo crimine?

«Rispetto al diritto nazionale, in quello penale internazionale si è imposto il principio per cui il maggiore disvalore riguarda le condotte di chi si situa al vertice della catena di comando e si avvale di altri soggetti. Norimberga docet».

Negazionismo e assenza di sanzioni per i colpevoli sono fonte di responsabilità per i vertici?

«Nello statuto c’è la “command responsability”: si risponde per omesso controllo e omessa punizione».

Per Putin si mette male?

«È presto per dirlo, ma la prospettiva che venga processato non è estranea. Certamente questi crimini materialmente non sono stati realizzati dai vertici, ma ideazione, pianificazione e consapevolezza possono risalire fino alle più alte sfere politiche e militari. In tal caso anche un capo di Stato è chiamato a risponderne».

(di Giuseppe Salvaggiulo, da “La Stampa” del 6/4/2022)

………………………………………..

La CORTE PENALE INTERNAZIONALE dell’AJA, riconosciuta da 123 Paesi nel mondo (ma non da Russia, Ucraina e Usa) sta raccogliendo prove di crimini di guerra in Ucraina su richiesta di oltre 40 Paesi membri (tra cui l’Italia). Per le Convenzioni di Ginevra, è reato in guerra colpire i civili (vedi, sulla Corte Penale Internazionale dell’Aja che intervenga sulle atrocità in Ucraina, anche il precedente nostro post: https://geograficamente.wordpress.com/2022/03/08/)

………………………………

PUTIN E I CRIMINI DI GUERRA, PROCESSO CHE SFOCIA NELLA RETORICA

di Vladimiro Zagrebelsky, da “La Stampa”, 7 aprile 2022

– Si lascia intendere che a effettuare l’arresto dello Zar debbano essere i giudici, ma Usa e Russia non hanno mai ratificato lo statuto della Corte internazionale. –

   Il procuratore della Corte penale internazionale, su richiesta di numerosi Stati, ha già aperto una indagine, che riguarda tutti i fatti avvenuti in Ucraina a partire dal 2014, dalla presa della Crimea. Sono oggetto della indagine numerosi episodi di crimini di guerra e crimini contro l’umanità, così come descritti dallo Statuto della Corte.

   In ambito nazionale ucraino altra indagine è condotta dalla procuratrice generale. In prospettiva potrebbe verificarsi il blocco del giudizio davanti alla Corte internazionale, poiché questa ha una competenza sussidiaria, che si manifesta solo se le autorità giudiziarie del Paese interessato non volessero o non potessero efficacemente agire.

   Dunque, per ora si tratta di accertare preliminarmente i fatti, in modo che il procuratore, sulla base di quanto acquisirà, possa chiedere formalmente alla Corte di essere autorizzato a condurre una indagine. Oggetto del giudizio della Corte internazionale non sarà la responsabilità di uno Stato per l’agire dei suoi agenti, ma si tratterà di portare delle persone fisiche al giudizio della Corte, con prove che ne indichino la responsabilità individuale per il singolo fatto criminoso, personalmente commesso o ordinato.

   Così avviene anche per la giustizia penale nazionale e in generale nei procedimenti a carattere giudiziario. Un giudizio che riguarda responsabilità individuali è particolarmente complesso, per le garanzie individuali che lo caratterizzano. Ciò spiega tra l’altro il fatto che sia prevista la partecipazione necessaria delle persone imputate al processo, che devono essere presenti (arrestate o libere).

   Le prove presentate al giudice, poi, devono riferirsi al singolo fatto e alla singola persona accusata di averlo commesso. Ciò talora potrebbe essere più facile con riferimento a chi esegue un ordine illegittimo (i soldati sulla strada), che per chi comanda, in una gerarchia che potrebbe finire fino al Cremlino. Una novità di questa guerra è la presenza ovunque dei telefoni cellulari. Essi fotografano, documentano, trasmettono ciò che avviene nelle strade, ma non quello che si svolge nei palazzi del potere.

   Il processo sarà lungo e probabilmente sarà selettivo, nel senso che il procuratore sceglierà di procedere per i casi più gravi o per i quali ha potuto raccogliere prove sicure. Nel frattempo, la Corte penale internazionali sarà assente sul piano della informazione, cui ha diritto e urgenza l’opinione pubblica. Lo sarebbe anche una Corte specialmente istituita per giudicare i crimini che si commettono nel territorio ucraino.

   Sempre che a livello internazionale si scegliesse quella via (ma non dall’Onu, il cui Consiglio di sicurezza è bloccato dal veto russo e magari anche cinese). Difficilmente potrà essere soddisfatta la necessità grave e urgente di informazione, che aiuti a conoscere la verità e a contrastare la disinformazione rispetto a fatti tanto crudeli e selvaggi da rasentare l’incredibile che è proprio del disumano. Sarebbe invece indispensabile che indagini affidabili siano rapidamente compiute e che i risultati man mano raggiunti siano messi a disposizione. Infatti l’esito giudiziario, con tutte le sue garanzie e i suoi limiti, è utile, ma nel frattempo il giudizio politico e morale non può essere dilazionato.

   E se un simile giudizio è impedito in Russia, nell’Occidente libero c’è la possibilità di farsi una opinione, senza essere troppo gravemente vittime della battaglia informativa. E allora l’opera delle organizzazioni umanitarie internazionali sul terreno e di quelle non governative sarà preziosa. E quella delle giornaliste e dei giornalisti. Si può allora credere che l’opera del procuratore e poi della Corte penale internazionale, che è in corso, sia utile ed anzi necessaria, ma non può bastare.

   L’insistenza da tante parti perché Putin sia processato per crimini di guerra e contro l’umanità o altro ancora, pur prospettabile secondo il diritto internazionale, appartiene principalmente alla retorica politica di guerra. Nessuno pare voler essere lasciato in secondo piano nelle dichiarazioni: non potendo ovviamente arrestarlo, fanno intendere che potrebbero e dovrebbero farlo i giudici. Meccanismo ben noto anche a livello nazionale: colpa dei giudici se non lo faranno. Ma la questione non si risolve con le parole.

   E lascia perplesso tanto improvviso affidamento ai giudici internazionali. Stati Uniti, Russia, Cina, India, Pakistan, Israele e numerosi altri Stati hanno rifiutato di ratificare il trattato istitutivo della Corte internazionale. Gli Stati Uniti (sotto Trump) erano arrivati a rifiutare il visto di ingresso alla allora procuratrice della Corte internazionale, che indagava su possibili crimini delle truppe americane in Afghanistan e hanno persino imposto sanzioni alla Corte internazionale. Così suscitando proteste vibranti da parte di diversi Stati europei “per l’attacco al cuore della Corte”.

   Gli Stati Uniti non ammettono che loro soldati possano essere giudicati dalla Corte, ovunque compiano le loro azioni. La Russia, dopo aver sottoscritto lo Statuto della Corte, ha rifiutato di ratificarlo quando la Corte ha iniziato a trattare dell’occupazione della Crimea. Che dire allora di certe difficoltà operative della Corte e del suo procuratore? Come stupirsene?

   Negli stessi giorni dell’eccidio di Bucha, 200 civili sono stati uccisi in Mali, ad opera probabile dell’esercito e dei miliziani russi del gruppo Wagner. Oscurato dalle vicende ucraine, quest’altro episodio ci ricorda come vasto e crudele sia il male nel mondo. La pace e la preminenza del diritto, che la Comunità internazionale aveva volute con l’istituzione delle Nazioni Unite nel dopoguerra e della Corte penale internazionale nel 1998 sono negate, anche quando vanamente proclamate. E lo sono anche dai governi più potenti. Prepotenti. (Vladimiro Zagrebelsky, da “La Stampa”)

…………………………

IN CERCA DI GIUSTIZIA

COSÌ RUSSIA E CINA POSSONO RISCRIVERE LE REGOLE DELLA GIUSTIZIA PENALE INTERNAZIONALE

di Giulia Pompili, da IL FOGLIO 5/4/2022

– Tutti invocano la Corte penale dell’Aia, ma le autocrazie hanno trovato modi per scamparla –

   Ieri (lunedì 4 aprile, NDR) il ministro degli Esteri ucraino, DMYTRO KULEBA, ha fatto un appello alla Corte penale internazionale dell’Aia affinché “organizzi al più presto delle missioni a BUCHA e nelle altre zone liberate per raccogliere tutte le prove sui crimini di guerra” compiuti dai soldati russi.

   Anche la Polonia ha annunciato che si rivolgerà alla Corte penale internazionale per chiedere di inviare “immediatamente” i suoi investigatori a Bucha, Irpin e Hostomel; stessa richiesta del primo ministro inglese Boris Johnson, che ha annunciato anche “un ulteriore sostegno finanziario”. Il presidente americano Joe Biden ha detto: “Dobbiamo avere i dettagli. Raccogliere informazioni. E poi ci sarà un processo per crimini di guerra”. Ma non è così facile. La comunità internazionale parla ormai una lingua diversa rispetto a quella delle autocrazie e dei dittatori.

   In realtà le prove ci sarebbero già, quelle che stanno raccogliendo organizzazioni indipendenti e ong su cui di frequente sono basate le indagini preliminari della Corte dell’Aia. L’altro ieri HUMAN RIGHTS WATCH ha pubblicato un report per stomaci forti: l’organizzazione “ha documentato diversi casi di militari russi che hanno commesso delle violazioni delle leggi di guerra contro i civili nelle aree occupate delle regioni ucraine di Chernihiv, Kharkiv e Kyiv”, si legge nel report. Queste violazioni includono: “Un caso di stupro multiplo; due casi di esecuzione sommaria, uno di sei uomini, l’altro di un uomo; altri casi di violenza illegale e minacce contro civili tra il 27 febbraio e il 14 marzo 2022. I soldati sono stati anche attivi nel saccheggio di proprietà dei civili, inclusi cibo, vestiti e legna da ardere. Coloro che hanno compiuto questi abusi sono responsabili di crimini di guerra”.

   Le informazioni raccolte da HUMAN RIGHTS WATCH si basano sulle testimonianze di dieci tra vittime e residenti, e il dettagliato rapporto fa presente che “tutte le parti coinvolte nel conflitto armato in Ucraina sono obbligate a rispettare il diritto internazionale umanitario e le leggi di guerra”, che vietano l’attacco indiscriminato ai civili, i saccheggi e la violenza sessuale.

   La Corte penale dell’Aia è uno dei luoghi simbolo delle regole internazionali, parte di quelle istituzioni sovranazionali che dovrebbero garantire a tutti un processo giusto, non politico e nemmeno emotivo (non è facile, se ti occupi di genocidio, crimini contro l’umanità, di guerra e di aggressione).

   Il primo problema riguarda la difficoltà delle indagini: i giudici della Corte dell’Aia fanno un lavoro che è a metà tra l’investigazione e la diplomazia. Proprio ieri è iniziato il processo contro Ali Kushayb, il leader della milizia Janjaweed, accusato di aver sostenuto il governo sudanese contro i gruppi ribelli del Darfur e di aver compiuto crimini contro l’umanità e crimini di guerra. I fatti risalgono al 2004 – poco meno di vent’anni fa.

   C’è poi un’altra questione: i processi e le indagini della Corte dell’Aia sono stati più volte politicizzati, e l’istituzione è finita spesso in scandali che hanno depotenziato la sua immagine indipendente e imparziale (l’ultimo nel 2007).

   L’ultimo problema, che riguarda direttamente la diplomazia internazionale, è che la Corte nasce ufficialmente con lo Statuto di Roma del 1998 –un trattato mai ratificato né dalla Russia né formalmente dall’Ucraina, che però di recente ha accettato la sua giurisdizione.

   Negli ultimi anni l’esistenza stessa di certe regole sovranazionali, di convivenza pacifica tra paesi ed economie è stata sistematicamente messa in dubbio dai paesi autoritari e dai governi più populisti. Nel settembre del 2018, l’Amministrazione Trump minacciò sanzioni contro la Corte se avesse iniziato un’indagine sui presunti crimini americani in Afghanistan, e nel 2020, all’inizio della pandemia, la Cina si è opposta a una indagine internazionale indipendente sull’origine del virus mettendo sanzioni contro l’Australia che l’aveva proposta.

   Nel 2016 un tribunale internazionale appoggiato dall’Onu e con sede all’Aia ha dato torto alla Cina nelle sue rivendicazioni territoriali nel Mar cinese meridionale. A Pechino è bastato rispondere: non riconosco questo tribunale. A Mosca basterà dire: non riconosco quel tribunale.

   Un altro modo per processare le Forze armate russe sarebbe un diretto avvio del procedimento da parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, dove però Russia e Cina hanno diritto di veto. E’ difficile sperare che la Corte penale dell’Aia faccia giustizia per i crimini commessi dalla Russia in Ucraina: il nuovo ordine mondiale degli autocrati ha già riscritto le regole della giustizia internazionale. (Giulia Pompili)

………………………….

Guerra russa contro l’Ucraina aggiornata al 6 aprile (mappa da https://www.tviweb.it/)

……………………………………

L’ITER GIUDIZIARIO

TRIBUNALE, TEMPI, PROVE: PER PROCESSARE LO ZAR SERVE LA SVOLTA A MOSCA

di Michele Farina, da “il Corriere della Sera” del 5/4/2022

– Il destino di Milosevic, lo spettro di Ceausescu –

   Joe Biden ha detto ieri che Vladimir Putin «deve essere processato per crimini di guerra». Immaginare il presidente russo sul banco degli imputati significa comunque ipotizzare la sua caduta dal piedestallo del Cremlino, dopo un golpe, un cambio di governo o di regime. Ed è sempre così: quando un «imperatore» viene deposto, i successori hanno il problema di come disporne. E non sempre fare giustizia è la priorità. I prussiani volevano sparare a Napoleone, i britannici invece lo spedirono in fondo all’Atlantico, come «prigioniero di guerra».

   In ogni epoca, un dittatore alla sbarra può essere scomodo, soprattutto in patria: Nicolae Ceaucescu in Romania fu passato per le armi accanto alla moglie Elena il giorno di Natale del 1989, per ordine di un sedicente «tribunale del popolo» che in poche ore lo giudicò colpevole di genocidio. Gheddafi fu ucciso sul posto, appena catturato. Saddam Hussein fu impiccato di nascosto a Bagdad al termine di un processo orchestrato di fatto dagli americani.

   Pensando all’Ucraina, il paragone che più spesso ricorre è quello del TRIBUNALE SPECIALE DELL’ONU PER L’EX JUGOSLAVIA: nella stessa Serbia che oggi sostiene Putin, nel 2001 il governo spedì all’Aia l’ex presidente Slobodan MILOSEVIC, che fu poi trovato morto in cella durante il processo. La stessa Corte processò il suo sodale Radovan KARADZIC, architetto della pulizia etnica in Bosnia: condannato per genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità, Karadzic sconta l’ergastolo in un carcere britannico. Il braccio armato Ratko MLADIC, «il boia di Srebrenica», dopo 16 anni di latitanza fu preso in Serbia ed estradato: per lui sentenza definitiva nel 2021 e carcere a vita nel penitenziario dell’Aia.

   Un tribunale speciale Onu per i crimini in Ucraina, con Putin e compagni chiamati a risponderne, potrebbe nascere soltanto con l’avallo del Consiglio di Sicurezza, dove la Russia ha diritto di veto, e dunque in seguito a un sostanziale cambio della guardia a Mosca.

   Lo stesso scenario è richiesto nel caso di un procedimento di fronte alla CORTE PENALE INTERNAZIONALE (sede all’Aia), nata con lo Statuto di Roma ed entrata in vigore nel 2002. La Cpi non prevede giudizi in contumacia. Ed è l’unica che, al di là dei proclami politici, sta facendo qualcosa. Il procuratore generale KARIM KHAN sta raccogliendo le prove dei crimini di guerra (c’è l’imbarazzo della scelta).

   Un mandato di cattura per PUTIN potrebbe arrivare entro fine anno. COME ARRESTARLO? Due ipotesi: se Putin mettesse piede in uno dei 123 Stati che sostengono la Cpi (né Usa né Ucraina ne fanno parte) e sono tenuti (ma non obbligati) ad arrestare un ricercato (il Sudafrica nel 2015 rifiutò di farlo con l’allora leader sudanese al-Bashir). Oppure se lo zar venisse deposto, e il nuovo governo russo decidesse che è meglio consegnarlo alla Cpi piuttosto che processarlo in casa: la sorte dell’ex presidente della Costa D’Avorio Laurent Gbagbo, arrestato in patria nel 2011. Nel 2019 la Cpi lo ha assolto dall’accusa di crimini contro l’umanità.

   Perché c’è anche questa possibilità: l’assoluzione. Un’opzione poco considerata nella grande tradizione russa, dai tribunali di Vishinsky ai processi farsa contro Navalny, passando per «il metodo Molotov». Nel 1946 il ministro degli Esteri sovietico spiegò agli ospiti occidentali il destino che attendeva 16 leader politici polacchi sotto custodia: «I colpevoli saranno processati». (Michele Farina, da “il Corriere della Sera”)

……………………..

………………………………

L’intervista: SILVANA ARBIA (ex Cancelliera dell’Aja)

«IL GENOCIDIO VA DIMOSTRATO, PER ORA NON CI SONO PROVE»

di Gigi Di Fiore, da “Il Mattino di Napoli” del 5/4/2022

– «Alcuni Stati hanno iniziato a fornire al Procuratore dell’Aja elementi utili» – «Putin criminale di guerra? Aspettiamo che la Corte concluda il proprio lavoro» –

   Magistrato, esperta in diritto internazionale, SILVANA ARBIA è stata procuratore internazionale presso il tribunale Onu per il Ruanda e subito dopo cancelliera della corte penale internazionale dell’Aja.

Dottoressa Arbia, le immagini delle fosse comuni a Bucha sono elementi nuovi per un’inchiesta penale internazionale?

«Difficile non essere profondamente turbati da quelle immagini. Anche persone come me, che hanno visto atrocità indescrivibili in varie parti del globo, sono profondamente scioccata, e questo colpo al cuore dell’Europa, che si considerava moderna e abbastanza matura per non rivivere esperienze di distruzione di massa, ci deve spingere a trovare soluzioni ad effetti immediati per la cessazione del conflitto».

Che passaggi ha un’indagine penale internazionale?

«Le indagini in una procedura penale internazionale, quale quella avviata dalla Corte penale internazionale, hanno le loro esigenze e le loro regole. L’esito di un processo dipende fondamentalmente dalla qualità delle indagini. So che il Procuratore della Corte penale internazionale ha invitato gli Stati, e qualcuno ha già accolto la richiesta, a fornire mezzi e persone per raccogliere elementi, vagliarli e valutarli ai fini della formulazione di accuse contro i presunti responsabili di crimini gravissimi, come quelli che si possono ipotizzare su quanto accade in Ucraina».

Con quali ipotesi d’accusa?

«Essenzialmente crimini di guerra e anche crimini contro l’umanità. Essendo la responsabilità penale individuale, occorre disporre di sufficienti elementi per stabilire almeno delle prime prove, ai fini della fase iniziale della procedura, che gli eventi tragici di cui vediamo le immagini siano stati commessi per azione e o per omissione dagli individui contro i quali si procede. Comandanti militari o civili, che esercitano un controllo di fatto su coloro che eseguono materialmente i crimini in questione, sono responsabili anche per non averne impedito e o punito la commissione. Esiste un’ampia giurisprudenza dei Tribunali penali internazionali, ad esempio per quanto è accaduto nella ex Jugoslavia e nel Ruanda».

Di quali elementi c’è bisogno per avviare un’indagine?

«Tutte le informazioni e i materiali sono utili per sviluppare le indagini. L’autenticità e la custodia delle prove sono condizioni essenziali per la fase processuale vera e propria. Le scoperte di BUCHA apportano elementi di grande rilevanza per lo sviluppo delle indagini e l’accelerazione delle loro conclusioni. Il numero delle vittime non basta, però, a configurare il crimine di genocidio. Lo sterminio, quale crimine contro l’umanità, allo stato si può ipotizzare in aggiunta ai crimini di guerra, includendovi la deliberata uccisione di civili. Il genocidio richiede il dolo specifico, ovvero l’intenzione di eliminare in tutto o in parte uno dei quattro gruppi protetti (etnico, razziale, religioso, nazionale). Non ci sono ad oggi elementi disponibili che possano sostenere la qualificazione delle atrocità riportate come genocidio».

Che valore hanno le tesi russe, che parlano di messinscene dell’Ucraina?

«La giustizia della Corte penale internazionale, di cui l’Ucraina ha accettato la giurisdizione, è basata su principi di legalità, indipendenza e imparzialità, che il Tribunale nazionale dello Stato aggredito non potrebbe garantire. Tutti i crimini di competenza di questa Corte, commessi dalle parti in conflitto, vanno perseguiti e puniti. I processi si svolgono in contraddittorio tra accusa e difesa. Ci sono fatti certi: la Russia ha usato illecitamente la forza contro l’Ucraina e ha svolto nel territorio di questo Paese operazioni militari che, dalle informazioni disponibili, possono costituire violazioni del diritto internazionale umanitario. Se consideriamo il contesto di un attacco generalizzato o sistematico contro la popolazione civile, si passa dai crimini di guerra ai crimini contro l’umanità».

Carla Del Ponte definisce Putin un “criminale di guerra”, chi può stabilirlo?

«Dobbiamo aspettare che la Corte penale internazionale concluda i suoi lavori».

Esistono strumenti giuridici in grado di bloccare crimini contro la popolazione civile?

«L’uso della forza costituisce violazione del diritto internazionale. La Corte internazionale di Giustizia ha competenza per accertare tale violazione e condannare gli Stati responsabili a riparazioni e emanare misure interinali per evitare che, nelle more, siano causati danni irreversibili. Tali misure sono state adottate a carico della Russia e un comitato di giudici designati deve verificarne l’osservanza. Da ricordare, che neppure la riparazione che questa Corte ha stabilito a carico degli Usa e in favore del Nicaragua, per accertato uso illecito della forza, venne ottemperata».

Putin potrebbe non tenere alcun conto di un processo internazionale?

«Gli Stati hanno il potere e il dovere di eseguire l’arresto, se richiesto dalla Corte penale internazionale. Ma è stato sempre difficile ottenere la cooperazione degli Stati che non sono parte. Pressioni mediatiche, politiche ed economiche, possono aiutare molto ad ottenere però anche questa delicata cooperazione. Se qualcuno degli individui che ha commesso crimini internazionali viene arrestato dalle autorità ucraine, può essere immediatamente arrestato e processato. Ma l’imparzialità deve essere garantita e per questo sono nati i Tribunali penali internazionali speciali e poi la Corte penale internazionale».

(Gigi Di Fiore, da “Il Mattino di Napoli” del 5/4/2022)

……………………………

IMMAGINE SATTELLITARE DEL MASSACRO DI BUCHA – Le immagini satellitari smentiscono quanto Mosca afferma sul massacro di BUCHA (cioè che i cadaveri sono stati “portati” dopo che le truppe russe si erano ritirate dalla cittadina ucraina vicino a Kiev). E’ quanto emerge da un’analisi delle foto satellitari condotta dal New York Times, analisi secondo la quale molti civili sono stati uccisi più di tre settimane fa, quando i russi avevano ancora il controllo di Bucha (l’immagine qui sopra è ripresa dal https://www.huffingtonpost.it/)

…………………………..

CRIMINI DI GUERRA IN UCRAINA: «PUTIN RICERCATO? POSSIBILE ENTRO FINE ANNO»

di Michele Farina, da Il Corriere della Sera del 3/4/2022

– CUNO TARFUSSER, ex giudice italiano della Corte Penale Internazionale: «Non bisogna andare lontano per raccogliere le prove ed individuare i responsabili» –

Vladimir Putin ricercato dalla Corte Penale Internazionale. Ipotesi plausibile?
«Direi proprio di sì. In Ucraina si commettono crimini di guerra ogni giorno. Il punto è raccogliere prove “genuine”, cosa non facile in una situazione di conflitto aperto. È quanto sta cercando di fare la squadra del procuratore generale della Cpi KARIM KHAN».

Per un mandato di cattura nei confronti del presidente russo e dei suoi generali si dovranno aspettare anni?

«Non credo così a lungo. Ci si potrebbe arrivare entro la fine dell’anno. In questa guerra non bisogna andare lontano per individuare i responsabili e raccogliere le prove».

Nei panni del procuratore Khan come si muoverebbe?
«Cercherei innanzitutto le prove per pochi crimini. Per esempio l’attacco all’ospedale e al teatro di Mariupol, le fosse comuni e i civili uccisi nelle strade di Bucha. Basterebbero per un’incriminazione. La Cpi non deve fare la storia».
CUNO TARFUSSER, 67 anni, dal 2009 al 2019 è stato giudice della Corte Penale Internazionale con sede all’Aja. Anche lui ha firmato il mandato di cattura per il dittatore sudanese Omar al-Bashir, ricercato dalla Cpi per il genocidio in Darfur. «Ho tentato di farlo arrestare, le poche volte che è uscito dal suo Paese».

Bashir è stato arrestato in Sudan nel 2019, ma all’Aja non è arrivato…
«La giurisdizione della Cpi è complementare a quella nazionale. Quindi se la Russia giudicasse seriamente Putin, la Cpi si farebbe da parte».

Finché Putin resta al potere, dorme sonni tranquilli…
«Fino a un certo punto. Se fosse raggiunto da un mandato di cattura, la sua capacità di muoversi sulla scena internazionale diminuirebbe fortemente. Se andasse in uno dei 123 Paesi che hanno ratificato lo Statuto di Roma (che ha dato vita alla Cpi, ndr) rischierebbe l’arresto. Per lui anche solo questa possibilità rappresenterebbe un danno».

C’è chi propone la creazione di un tribunale Onu ad hoc, come quelli per l’ex Jugoslavia e il Ruanda.
«Un discorso che non ha senso nel caso dell’Ucraina. Quei tribunali furono istituiti dal Consiglio di Sicurezza, dove la Russia ha diritto di veto».

Tra i 123 Paesi che sostengono la Cpi non ci sono né la Russia né gli Stati Uniti. Curioso: quando Biden chiede che Putin venga giudicato per crimini di guerra, a quale tribunale penserà mai? A un’altra Norimberga?
«Non ho idea. Si tratta di un paradosso politico. Aggiungo che neppure l’Ucraina ha ratificato il Trattato di Roma, pur chiedendo da otto anni alla Cpi di intervenire».

(Michele Farina, da Il Corriere della Sera del 3/4/2022)

……………………..

……………

LE ACCUSE

«AVEVO RAGIONE, È UN CRIMINALE» BIDEN VUOLE PUTIN ALLA SBARRA

di Giuseppe Sarcina, da “Il Corriere della Sera” del 5/4/2022

– La Russia: «Possono iniziare dal giudicare l’occupazione dell’Iraq o le bombe in Jugoslavia». E al Consiglio di sicurezza vuole discutere della «montatura di Bucha» –

WASHINGTON – Di prima mattina Joe Biden si avvicina ai giornalisti in attesa e coglie un’amara rivincita: «Ho un’osservazione da fare prima di iniziare la giornata. Ricorderete che mi hanno criticato perché ho definito Putin “un criminale di guerra”…Avete visto quello che è accaduto a Bucha: Putin è “criminale di guerra”».

   Venerdì 25 marzo, a Varsavia, il presidente americano Continua a leggere

DISSIDENTI e CENSURA dell’informazione nella RUSSIA di Putin che sta aggredendo l’UCRAINA – Il regime autoritario russo esige, per poter esistere, di annullare ogni voce critica e libera (ma questo fa parte di tutte le dittature)

Monaco, 11 ottobre 2006: manifestanti attendono l’arrivo di PUTIN in visita mostrando le foto della giornalista ANNA POLITKOVSKAJA uccisa a Mosca quattro giorni prima – Nelle librerie italiane torna “La Russia di Putin”, scritto dalla Politkovskaja. Un’analisi lucida sulla sua ascesa al potere. E sulla cecità dell’Occidente

………………………………..

 

DMITRY MURATOV, premio Nobel per la pace 2021 e direttore di NOVAJA GAZETA, autore di inchieste coraggiose, costretto a sospendere le pubblicazione (foto da “la Repubblica” del 29/3/2022)

CHIUDE NOVAYA GAZETA: A MOSCA NON C’È PIÙ SPAZIO PER UNA VOCE LIBERA

di Maria Michela D’Alessandro, da https://www.lasvolta.it/ del 29/3/2022

– Si ferma anche l’ultimo giornale indipendente rimasto in Russia. L’annuncio: sospese le pubblicazioni fino alla fine della guerra in Ucraina. La stretta del Cremlino su tutte le pubblicazioni che non si piegano alla propaganda –

   Di questo passo, così, non ne rimarrà più nessuno. Anche se in Russia Novaya Gazeta era davvero l’ultima voce libera nel mare di censura sempre più profondo da un mese a questa parte. Ieri l’annuncio, sospese le pubblicazioni fino alla fine della guerra.

   Sono bastate poche righe per spiegare la decisione: «Abbiamo ricevuto un altro avviso da Roskomnadzor (NDR: Roskomnadzor è un organo della Federazione Russa che controlla le comunicazioni, la possibilità di censurarle, la privacy e le frequenze radio) – si legge sul sito del giornale con data 28 marzo – Sospendiamo la pubblicazione online e sulla carta fino alla fine della “operazione speciale sul territorio dell’Ucraina”. Cordiali saluti, i redattori di Novaya Gazeta».

   Qualche minuto prima, la notizia di un secondo avvertimento ricevuto dall’ente statale russo che controlla i media nei confronti della redazione e del fondatore del giornale per aver menzionato una associazione riconosciuta come “agente straniero” senza farlo presente ai lettori, violando di fatto la legge. Nel Paese i media che operano in Russia, finanziati dall’estero, sono infatti costretti a registrarsi con questa dicitura, pena multe, blocco o addirittura la detenzione.

   Dalla sua entrata in vigore, il 21 novembre 2012, centinaia di organizzazioni non governative che ricevevano fondi dall’estero hanno subito una profonda riduzione delle donazioni, danni alla reputazione, intimidazioni e procedimenti giudiziari nei confronti dei loro esponenti. Dall’inizio della guerra in Ucraina, la maggior parte delle associazioni o media riconosciuti come “agenti stranieri” è stata costretta a chiudere o a lasciare il Paese (molti siti sono stati oscurati e bloccati).

   Un’ulteriore stretta è arrivata il 4 marzo con la legge che introduce pene fino a 15 anni di carcere per la diffusione di notizie ritenute false sulle azioni militari russe in Ucraina.

   Lo scorso 22 marzo Roskomnadzor aveva già inviato un avvertimento scritto alla redazione di Novaya Gazeta per non aver etichettato una ONG proprio come “agente straniero”. Tra pochi giorni l’ultimo periodico libero e indipendente russo avrebbe compiuto 29 anni dalla sua prima pubblicazione il 1° aprile 1993, due anni dopo il crollo dell’URSS: il sogno di un prodotto di informazione libero sostenuto e cofondato da Mikhail Gorbaciev e Dmitrij Muratov, premio Nobel per la Pace nel 2021 e direttore dal 1995.

   Chissà se a complicare la situazione sia stato anche il video di Muratov nel giorno dell’aggressione militare russa in Ucraina in cui esprimeva “dolore e vergogna”, o la prima pagina del giornale stampato in russo e in ucraino in segno di solidarietà con il Paese invaso. In continua collisione con il governo per il bavaglio alla libertà di stampa, Novaya Gazeta si è sempre distinto per le inchieste, gli articoli di denuncia, e la voce di dissenso.

   Ne è un esempio la morte di Anna Politkovskaja, uccisa nel giorno del 54esimo compleanno di Vladimir Putin, il 7 ottobre 2006, in un agguato di cui non è mai stato indicato il mandante. Nel giornale, c’era sempre spazio per la penna di Anna, per i suoi reportage sulla seconda guerra cecena e per le critiche contro i governi russi, così come per quelli di Anastasia Baburova, collaboratrice di Novaya Gazeta, uccisa nel 2009, a 25 anni, nel centro di Mosca per una ferita d’arma da fuoco alla testa.

   Ci ha provato fino alla fine Muratov, il giornalista che dopo aver vinto il premio Nobel per la Pace lo scorso ottobre aveva ringraziato proprio i colleghi del giornale: «Il merito è della Novaya Gazeta. Di quelli che sono morti difendendo il diritto alla libertà di parola. Dato che non sono più con noi, il Comitato del Nobel ha evidentemente deciso che lo dica io. Il merito è di Igor Domnikov, di Yuri Shchekochikhin, di Anna Stepanovna Politkovskaja, di Nastja Baburova, di Natasha Estemirova, di Stas Markelov. Ecco la verità. Questo Nobel è per loro». (di Maria Michela D’Alessandro, da https://www.lasvolta.it/ del 29/3/2022)

……………………….

KAMRAN MANAFLY (foto Istangram da Fanpage – https://www.fanpage.it/)

IN RUSSIA CHI PROTESTA CONTRO LA GUERRA PERDE IL LAVORO

di Gabriella Mazzeo, da FANPAGE https://www.fanpage.it/ 21/3/2022

– Chi esprime dissenso in Russia perde il posto di lavoro. Questo è il caso di KAMRAN MANAFLY, insegnante 28enne che su Instagram ha detto di non voler essere “uno strumento della propaganda russa”. Il giovane è stato licenziato pochi giorni dopo l’accaduto –

   Kamran Manafly ha 28 anni ed è un insegnante di geografia in Russia. Si sente un insegnante nonostante il fatto che abbia perso quel posto di lavoro pochi giorni fa dopo un post pubblicato su Instagram. L’ultima foto postata da Kamram è dell’8 marzo, pochi giorni prima che la Russia perdesse l’accesso al social network.

   “Ho una mia opinione che chiaramente non coincide con quella dello Stato. Non voglio essere uno specchio della propaganda governativa e sono orgoglioso di non aver paura di dirlo” ha scritto l’insegnante 28enne sulla sua pagina personale a proposito della guerra in Ucraina. Il post è arrivato dopo una riunione del personale nella sua scuola al centro di Mosca.

   Durante l’incontro, l‘insegnante ha ricevuto ordine di non parlare della situazione in Ucraina agli alunni. Un invito al corpo docenti ad allinearsi su una versione comune che non distogliesse dalle informazioni fornite dal governo.

   Dopo la pubblicazione del post correlato alla foto nella piazza principale di Mosca, la scuola gli ha chiesto di fare un passo indietro. Lui ha rifiutato, però ha anche capito che non c’era margine di discussione. Non ha cancellato la didascalia: semplicemente si è dimesso dal suo ruolo. “Amo tutti gli studenti che ho e tutti quelli che ho avuto – scrive ancora su Instagram -. La mia coscienza non mi tormenta”. (Gabriella Mazzeo, da FANPAGE https://www.fanpage.it/ 21/3/2022)

………………………..

“I VERI UCRAINI SONO BUONI RUSSI” COSÌ LO ZAR RISCRIVE LA STORIA

di Anna Zafesova, da “la Stampa” del 27/3/2022

– Libri bruciati e monumenti abbattuti: ecco la cancel culture secondo il Cremlino; i testimoni: all’opera nelle zone occupate squadre speciali di censori –

   Manuali scolastici, pubblicazioni sulla politica e l’attualità, libri sui Maidan del 2004 e del 2014, e sulla guerra del Donbass, ma soprattutto libri di storia: nei territori ucraini occupati i russi starebbero operando una «pulizia culturale» metodica e spietata.

   Squadre di polizia militare, arrivate al seguito dell’esercito nelle regioni di Donetsk, Luhansk, Sumy e Chernihiv, vanno a perquisire biblioteche e a «confiscare» libri che non corrispondono ai dettami ideologici del Cremlino. I censori sono dotati di una lista di nomi da «epurare», indipendentemente dal contesto in cui vengono trattati, che vanno da Ivan Mazepa, il leader cosacco che nel Seicento sfidò la Russia, a Simon Petlyura, uno dei protagonisti del tentativo di indipendenza di Kiev del 1918, con particolare attenzione a Stepan Bandera e Roman Shukhevich, i leader collaborazionisti dell’Oun, l’organizzazione dei nazionalisti ucraini durante la Seconda guerra mondiale.

   I libri sequestrati, stando a quello che testimoni presenti nei territori occupati hanno riferito al governo di Kiev, vengono distrutti sul posto, oppure portati via in direzione sconosciuta. Un’informazione non facile da verificare, che potrebbe ovviamente anche essere prodotta dall’intelligence ucraina che ne riferisce. Già più difficili da falsificare, però, sono i numerosi video di soldati russi che prendono a martellate lapidi commemorative sugli edifici, e strappano le bandiere ucraine, come ha fatto sotto le telecamere la cantante rock russa Yulia Chicherina a Energodar, nella regione di Zaporizzhia.

   Per l’ideologia sovietica, era una bandiera «nazionalista», e la propaganda russa si rifà alla tradizione staliniana che bollava ogni menzione dell’identità ucraina come «nazionalismo», e ogni manifestazione di nazionalismo veniva equiparata al «nazismo». «La popolazione delle città che liberiamo ci accoglie in russo, ci ringrazia in russo», dice la responsabile della propaganda del Cremlino Margarita Simonyan, la creatrice della famigerata tv di regime RT.

   Gli ucraini buoni sono russi, dunque, e quando insistono a rimanere ucraini diventano «nazisti», che Simonyan definisce come «bestialmente feroci, pronti a cavare gli occhi ai bambini di altre etnie». E sul canale TV Rossia 24 un «esperto» sostiene che lo slogan «no alla guerra» usato dai dissidenti russi è «tipico del nazismo», un’altra scoperta «storica» sorprendente.

   Del resto, la storia è la materia preferita di Vladimir Putin, che negli ultimi anni si è dedicato alla stesura di saggi «storici» che fondamentalmente pescavano dall’arsenale della storiografia sovietica, e che era difficile pensare avrebbero ispirato una guerra che il capo del Cremlino ha voluto per riparare a quella che considera un’ingiustizia storica, il collasso dell’Urss.

   Non è un caso che abbia scelto come capo negoziatore Vladimir Medinsky, che da ministro della Cultura era stato un convinto produttore di falsi storici «patriottici» e ora guida la Società di storia militare. È una guerra sulla storia, e mentre Putin si lamenta che la cultura russa viene «proibita in Occidente» e si considera una vittima della cancel culture, paragonandosi a J.K. Rowling, mentre i suoi militari cancellano i manuali di storia ucraina, secondo il classico teorema di George Orwell che «chi controlla il passato controlla il presente».

   Ovviamente scegliendo dal passato solo i frammenti che corrispondono al mosaico ideologico. Uno di questi tasselli, fondamentali per il regime putiniano, potrebbe essere Kherson, unico capoluogo regionale ucraino occupato dai russi, dove girano voci su un’introduzione del rublo come moneta, e su un’imminente «adesione alla Russia» che verrebbe proclamata il 1° aprile.

   Nemmeno una «repubblica popolare» finto indipendente come quelle del Donbass, dunque, ma Russia a tutti gli effetti. Forse il Cremlino ha urgente bisogno di presentare al suo elettorato nostalgico una nuova conquista territoriale. Ma è possibile anche che Kherson occupi un posto speciale nella storiografia putiniana: fondata nel 1778 dal principe Potiomkin, è stata battezzata in onore di Khersones, l’antica colonia greca in Crimea dove, secondo una leggenda tutta da verificare, si sarebbe convertito al cristianesimo il principe Vladimir di Kiev. Il Vladimir odierno è particolarmente devoto al suo omonimo, e ha fatto erigere un’enorme e molto contestata statua che lo raffigura all’ingresso del Cremlino. Aveva già giustificato l’annessione della Crimea con il battesimo di Vladimir, ora potrebbe essere il turno del Sud ucraino. (Anna Zafesova, da “la Stampa” del 27/3/2022)

…………………………….

DISSIDENTI (Rizzoli, 19 euro)

IL LIBRO

ASCOLTANDO LE VOCI LIBERE CHE I REGIMI DI MOSCA E PECHINO VORREBBERO RIDURRE AL SILENZIO

di Jacopo Iacoboni, da “La Stampa” del 29/3/2022

– Il saggio “DISSIDENTI” di GIANNI VERNETTI (Rizzoli pagg. 360 euro 19) e il racconto delle distopie del presente –

   Si sarebbe potuti essere quasi certi che Putin avrebbe invaso l’Ucraina semplicemente mettendo in fila la progressione di violenze e invasioni che la Russia ha prodotto in questi 22 anni, e la scia imponente e profetica di dissidenti che quelle violenze si sono portati dietro. La TRANSNISTRIA in Moldavia nel 1999, l’ABCAZIA e l’OSSEZIA DEL SUD in GEORGIA nel 2008, la CRIMEA e il DONBASS in Ucraina nel 2014.

   Senza contare le tecniche di bombardamento a GROZNY, in CECENIA, o la guerra ibrida condotta a colpi di avvelenamenti (Sergey Skripal e Alexey Navalny), le morti di oppositori politici o giornalisti assassinati (da Anna Politkovskaya a Boris Nemtsov, per citarne solo due), gli hackeraggi ai danni di Paesi europei e all’America (dall’Ucraina di Not Petya alle elezioni presidenziali che portarono nel 2016 alla vittoria di Donald Trump).

   Il nuovo lavoro di Gianni Vernetti compie tuttavia un’operazione rovesciata: la certezza della guerra finale e dell’invasione russa in Ucraina si sarebbe facilmente potuta ricavare osservando e studiando quelle che sono state a un tempo le vittime ma anche i personaggi più temuti dal Cremlino (e più in generale dalle dittature o delle autocrazie nel mondo, dalla Cina all’Iran al Venezuela, alla Bielorussia, la Siria, la Turchia, l’Iraq, per dirne solo alcune).

  I DISSIDENTI (Rizzoli), da Alexei Navalny a Nadia Murad, da Azar Nafisi al Dalai Lama, incontri con donne e uomini che lottano contro i regimi. Perché questi ritratti? Cosa ci insegna la storia dei totalitarismi del Novecento e qual è la lezione che possiamo cogliere oggi dalle incredibili e coraggiose storie, tra gli altri, di Andrej Sacharov, Natan Sharansky, Václav Havel, Jiří Pelikán, fino a donne come Svetlana Thikanovskaya, ormai perseguitata dal dittatore di Minsk, Alexandr Lukashenko? «La prima: i regimi, le dittature e le autocrazie non sono immutabili e possono anche cadere». La seconda: possiamo cambiare anche noi la storia, aiutare a far cadere «le satrapie», noi che in Occidente ci dimentichiamo a volte di combattere per la libertà e la democrazia, cioè i nostri valori, e che i dissidenti non sono assolutamente dei generici pacifisti.

   Ma bisogna raccontarne le storie anche per un motivo assai pratico e contemporaneo: siccome molti dei dissidenti contemporanei hanno trovato la loro voce usando, più o meno abilmente, Internet, i social network, le communities, le repressioni sanno che cancellare la dissidenza da Internet significa cancellarla dalla realtà. È quello che è stato tentato a Hong Kong dalla Cina, contro Joshua Wong. O, per fare solo un altro esempio tra i possibili, la Cina non solo fa sparire la tennista Peng Shui: la fa sparire da Internet (lei aveva denunciato sul social cinese Weibo di esser stata stuprata da Zhang Gaoli, membro del Consiglio permanente del Politburo cinese, e uno tra i più potenti di tutta la Cina).

   Controllare il passato per cancellare il presente e il futuro, parafrasando Orwell. Dissidenti è dunque, anche, una distopia. Frutto di tanti incontri dell’autore nelle capitali della dissidenza, da Vilnius (specialmente per russi e bielorussi) a Taipei o a Dharamsala, il Tibet in esilio sulle montagne indiane. Per esempio quello con l’uomo più vicino a Navalny, il capo del suo staff, Leonid Volkov, che racconta come in Russia i sondaggi reali diano i sostenitori di Navalny al secondo posto, al 20 per cento, «ma non possiamo registrare un partito, né partecipare alle elezioni nazionali per la Duma e a quelle locali, e nonostante il controllo assoluto dei mezzi d’informazione il partito di Putin raggiunge solo il 27 per cento».

   Volkov nel giugno 2021 già parla compiutamente di «crimini di guerra» di Putin (e non aveva ancora visto Mariupol, Kharkhiv, Irpin e le città ucraine rase al suolo in pieno stile Aleppo): «Da quando ha commesso crimini di guerra (l’aereo malese abbattuto, la guerra in Crimea, l’invasione del Donbasss), Putin ha scelto la via di non ritorno: non può certo immaginare per lui un sereno pensionamento in Toscana a coltivare pomodori…».

   Dove il riferimento all’Italia è dovuto al fatto, spiega Volkov, che molti dei soldi e degli asset (ville e barche comprese) degli oligarchi putiniani (ossia spesso di Putin) sono appunto da noi, nel Belpaese. Vladimir Kara Murza si è battuto più di tutti con Boris Nemtsov per far approvare la legge Magnitsky (dal nome dell’avvocato ucciso in un carcere russo dopo aver svelato una serie di schemi offshore usati da soggetti legati al Cremlino per nascondere ricchezze e asset).

   Ora dice a Vernetti che «quasi tutti i dittatori, da Mussolini a Hitler, hanno fatto affermazioni molto simili» a quelle di Putin («l’idea liberale è obsoleta»): un paragone tra il putinismo e il nazismo che risuona potente, ora che abbiamo visto le immagini della Z (wastika) del Cremlino sui carri armati in Ucraina e nella propaganda interna con l’adunata allo stadio.

   Mikhail Khodorkovsy, l’oligarca che non si piegò a Putin e si fece 10 anni in Siberia in carcere (e che il Cremlino teme ancora a tal punto da dichiarare fuorilegge le sue tre charity), ci informa che «oggi ci sono circa 4 mila prigionieri politici nelle carceri russe». E le tecniche non sono cambiate da quelle delle infami «sette carceri del Kgb», come del resto col chekista Putin c’era da aspettarsi.

   Ecco, Putin non è uno scacchista, un maestro di strategia (semmai un lottatore di judo). Il grande scacchista dissidente, Gerry Kasparov, lascia una profezia: «La Russia, anche alla luce della debolezza strutturale della propria economia, potrà essere solo uno junior partner del gigante cinese». La folle guerra all’Ucraina lo sta già dimostrando. (Jacopo Iacoboni)

……………………………..

 

L’INVERNO STA ARRIVANDO (KASPAROV, Feltrinelli, 21 euro)

IL LIBRO

GARRY KASPAROV – L’INVERNO STA ARRIVANDO (2016)

– Una riedizione del libro tradotto in italiano nel 2016 –

   L’ascesa di Vladimir Putin, un ex colonnello del KGB, alla presidenza della Russia nel 1999, da molti è stata letta come un primo segno di allontanamento del paese dalla democrazia. In questi lunghi anni, nonostante il mondo abbia tentato di trovare un canale di comunicazione pacifico con il nuovo Presidente, Putin ha trasformato sempre più la sua presidenza in un regime e rischia di diventare una minaccia globale.

   Con il suo ampio arsenale nucleare, Putin è al centro di un assalto alla libertà politica.

   Per Garry Kasparov, niente di tutto questo è una novità. Per più di 10 anni ha criticato aspramente la politica di Putin, fino a guidare una lista pro-democrazia nelle farsesche elezioni presidenziali del 2008. Dopo aver trascorso anni a inviare le sue fosche profezie sulle reali intenzioni di Putin, come una moderna Cassandra, Kasparov ha visto realizzarsi le sue più nere aspettative: la Russia di Putin si definisce, come fanno l’Isis e Al Qaeda, a partire dalla contrapposizione con gli stati liberi del mondo.

   È come se stesse ancora combattendo una sua personale Guerra Fredda, dimenticando o smentendo le lezioni apprese da quella passata. Per evitare di essere trascinati in un altro prolungato e drammatico conflitto, Kasparov incita a una presa di posizione ferma – diplomatica, politica ed economica – contro la Russia. Se le più importanti democrazie del mondo continueranno a riconoscere e negoziare con Putin, lui manterrà la sua credibilità e consenso nel Paese. Il Presidente affronta pochi nemici interni, ormai allo stremo, quindi un’opposizione efficace deve provenire dall’estero.

………………………………..

 

BRIGATE RUSSE (Marta Ottaviani, Ledizioni, 15 euro)

IL LIBRO

MARTA FEDERICA OTTAVIANI – BRIGATE RUSSE (2022)

   Perché negli ultimi anni abbiamo sentito parlare sempre più di troll e bot russi? Cosa sono e quale strategia nascondono questi attacchi informatici? L’avvento al potere di Vladimir Putin, nel 2000, ha aperto una nuova fase nella storia della Russia, portando il Paese a nutrire maggiori ambizioni nell’arena internazionale non più sostenibili con le vecchie strategie.

   La cosiddetta ‘Dottrina Gerasimov’, che prende il nome dal Generale che l’ha teorizzata, è il punto di partenza della guerra non convenzionale che vede come strumenti principali internet, le nuove tecnologie e i social network. Una guerra occulta, che si combatte anche in tempo di pace e che ha, fra i suoi obiettivi, la manipolazione dell’opinione pubblica e l’uso dell’informazione come arma a largo spettro.

   In questo libro Marta Ottaviani illustra come Mosca sia riuscita a influenzare alcuni grandi conflitti e appuntamenti internazionali attraverso attacchi hacker ai danni di molti Paesi europei e legioni di troll al soldo del Cremlino, che operano per accrescere la popolarità di Putin e screditare gli oppositori.  L’obiettivo è quello di far filtrare la versione dei fatti russa, ribaltando la realtà, anche attraverso una galassia di media legati a Putin e al suo cerchio magico.

…………………………..

 

LE GUERRE DI PUTIN (Giorgio Dell’Arti – La Nave di Teseo – 13 euro)

IL LIBRO

GIORGIO DELL’ARTI – LE GUERRE DI PUTIN (2022)

Se non sai che cosa accadrà domani, perché parlare a vanvera oggi? (Vladimir Putin)
“Ho raccolto informazioni su Putin per vent’anni. Quando ha attaccato l’Ucraina, ho cominciato a scrivere questo libro che ripercorre la vita dell’ultimo autocrate russo, dal primo vagito a oggi, per mostrare come, attraverso una fitta rete di alleanze e di sostegni, palesi o occulti, e un’implacabile caccia a nemici e oppositori, è arrivato fin dove è arrivato. La tattica e i pretesti sono sempre gli stessi, e basterà rileggere le vicende relative alla Georgia o alla Crimea per rendersene conto. È cioè la storia appassionante e incredibile di una presa di potere nel paese più grande del mondo, illuminata dal racconto di centinaia di aneddoti.”
Giorgio Dell’Arti
Il libro racconta – ed è la prima volta, almeno in Italia – la vita di Putin dall’infanzia fino ad oggi, illustrandone non solo vizi, amori, ossessioni, delitti e colpi di genio, ma anche le ragioni strategiche che stanno dietro all’invasione della Georgia, ai bombardamenti in Siria, alla presa di possesso della Cirenaica. Questo col sistema di far raccontare la vicenda attraverso un dialogo, in cui l’interlocutore (cioè Dell’Arti) pone a colui che racconta (sempre Dell’Arti) le stesse domande che si fanno tutti.

…………………………

 

LA RUSSIA DI PUTIN (Anna Politkovskaja, Adelphi, 13 euro)

IL LIBRO

ANNA POLITKOVSKAJA – LA RUSSIA DI PUTIN (ed. italiana 2015 e 2022)

«Siamo solo un mezzo, per lui. Un mezzo per rag­giungere il potere personale. Per questo dispone di noi come vuole. Può giocare con noi, se ne ha voglia. Può distruggerci, se lo desidera. Noi non siamo niente. Lui, finito dov’è per puro caso, è il dio e il re che dobbiamo temere e venerare. La Russia ha già avuto governanti di questa risma. Ed è finita in tragedia. In un bagno di sangue. In guerre civili. Io non voglio che accada di nuovo. Per questo ce l’ho con un tipico čekista sovietico che ascende al trono di Russia incedendo tronfio sul tappeto rosso del Cremlino».

DI CHE COSA PARLA QUESTO LIBRO| Questo libro parla di un argomento che non è molto in voga in Occidente: parla di Putin senza toni ammirati. A scanso di equivoci, spiego subito perché tale ammirazione (di stampo prettamente occidentale e quanto mai relativa in Russia, dato che è sulla nostra pelle che si sta giocando la partita) faccia qui difetto. Il motivo è semplice: diventato presidente, Putin – figlio del più nefasto tra i servizi segreti del Paese – non ha saputo estirpare il tenente colonnello del kgb che vive in lui, e pertanto insiste nel voler raddrizzare i propri connazionali amanti della libertà. E la soffoca, ogni forma di libertà, come ha sempre fatto nel corso della sua precedente professione. Questo libro spiega inoltre come noi, che in Russia ci viviamo, non vogliamo che ciò accada. Non vogliamo più essere schiavi, anche se è quanto più aggrada all’Europa e all’America di oggi. Né vogliamo essere granelli di sabbia, polvere sui calzari altolocati – ma pur sempre calzari di tenente colonnello – di Vladimir Putin. Vogliamo essere liberi. Lo pretendiamo. Perché amiamo la libertà tanto quanto voi.

Questo libro, però, non è un’analisi della politica di Putin dal 2000 al 2004. Le analisi politiche le fanno i politologi. Io sono un essere umano tra i tanti, un volto nella folla di Mosca, della Cecenia, di San Pietroburgo o di qualunque altra città della Russia. Ragion per cui il mio è un libro di appunti appassionati a margine della vita come la si vive oggi in Russia. Perché per il momento non riesco a fare un passo indietro e a sezionare quanto raccolto, come è bene che sia se si vuole analizzare un fenomeno. Io vivo la vita, e scrivo di ciò che vedo (…..) (Anna Politkovskaja, uccisa dai sicari di Putin il 7 ottobre 2006)