CATALOGNA IN MEZZO AL GUADO – LA CRISI CATALANO-ISPANICA: le parti contrapposte mostrano limiti e poca “speranza” da offrire. Il governo centrale spagnolo è duro e autoritario. Il governo catalano propone un indipendentismo senza progetto – L’IMPOSSIBILE RICONCILIAZIONE, con nessun vincitore

Catalogna, domenica 8 ottobre a Barcellona c’è stata la marcia degli unionisti (foto da “Il Fatto Quotidiano”)

   L’indipendentismo catalano sembra che stia perdendo non per la dura opposizione del governo centrale di Madrid, ma in primis perché in queste settimane, in questi giorni, “pezzi” importanti che sostenevano l’indipendenza e la secessione dalla Spagna, stanno avendo dei dubbi, e si stanno allontanando. Anche impauriti di doversi trovare fuori dall’Europa, dal mercato comune, in un contesto inusuale per quella regione della Spagna sicuramente la più europeista (anche nel panorama di complessiva arretratezza dello Stato spagnolo); e Catalogna che forse meglio di tutte le regioni europee rappresenta un certo spirito libertario del nostro continente.

Catalogna, il discorso di Puigdemont al Parlamento a Barcellona il 10 ottobre scorso – “(…) DIAMO UN’ULTIMA POSSIBILITÀ ALLA POLITICA. Questo il SENSO DEL DISCORSO CHE PUIGDEMONT HA PRONUNCIATO DAVANTI AL SUO PARLAMENTO. Con notevole inventiva dialettica, il presidente della Regione autonoma ha prima dichiarato poi sospeso l’indipendenza. Mossa più che discutibile sotto il profilo legale, ma con la quale si apre forse uno spiraglio verso un compromesso che risparmi a tutti gli spagnoli il rischio di una seconda guerra civile. Dopo i giorni del parossismo, del sangue e del muro contro muro — fra Madrid e Barcellona, come all’interno della Catalogna divisa — è questo il primo frutto dei negoziati segreti fra le parti che hanno finora impedito il salto nel vuoto. Di qui a immaginare una soluzione alla profondissima crisi che devasta Spagna e Catalogna, molto ne corre. Anche perché la diplomazia riservata non può molto se chi la pratica si dedica, allo stesso tempo, a eccitare pubblicamente gli animi dei propri seguaci.(…..) (Lucio Caracciolo, “la Repubblica” del 11/10/2017)

   Pensiamo in particolare alla modernità (pur nella tradizione della sua lingua, della sua cultura del suo modo di essere…) di BARCELLONA, divenuta celebre anche per essere la metropoli preferita dagli studenti europei, dai turisti come meta “obbligata” da non mancare, da tutti…

   Il blocco sociale ed economico che ha puntellato negli ultimi decenni il governo catalano della Generalitat è assai atipico. E’ rappresentato dall’alta borghesia catalana, che una volta appoggiava il dittatore Franco, che era (ed è) di destra, e che in Catalogna si è convertita alla democrazia e alla modernità e (pur essendo e rimanendo di destra!), ha in questi ultimi decenni appoggiato un’esperienza socialdemocratica; e si è aperta al mondo, all’europeismo. Fa specie tornare a ribadire che la Catalogna è la regione sicuramente la più moderna e avanzata della Spagna.

L’ultimatum di Rajoy: “Confermi se ha proclamato l’indipendenza”

   Ora tutto quel mondo economico catalano dell’alta borghesia è andato in crisi in queste settimane, e man mano sta togliendo l’appoggio a un indipendentismo molto avventurista, poco chiaro (che tra l’altro non ha progettato, previsto, i vari passaggi istituzionali dell’indipendenza): poi con il governo centrale forse inaspettatamente duro nell’opposizione; con l’Europa che avverte che la Catalogna se indipendente “sarà fuori”… Questo “potere economico” borghese catalano mostra di aver paura e poca motivazione, e sta man mano togliendo l’appoggio al governo di Barcellona, lasciandolo così in mezzo al guado.

   E’ così che le grandi entità finanziarie si sono affrettate, dopo l’1 ottobre (giorno del referendum), ad abbandonare Barcellona, la commissione europea faceva sapere che una Catalogna indipendente si sarebbe ritrovata fuori dall’Ue….

Spagna Catalogna a confronto

   Se in precedenti post, descrivendo cosa sta accadendo in Spagna e Catalogna, abbiamo ribadito che per noi è difficile riconoscersi (e pensare all’Europa come la vorremmo) nei rigidi e centralistici STATI NAZIONALI. Stato nazione che, nel caso spagnolo nei confronti della Catalogna: a) ha impedito una revisione dello statuto catalano di autonomia, che a suo tempo si considerò, b) ha sottovalutato la lingua catalana, c) non ha fatto attenzione alla questione del finanziamento economico della regione più produttiva di Spagna…. d) fino a quello di andare anche maldestramente a opporsi al referendum, arrivando in qualche caso, la Guardia Civil, a picchiare le signore anziane che volevano votare al referendum…

   Dall’altra altrettanto difficile è prospettare una frammentazione in una miriade di REGIONI che creano a loro volte “piccoli stati nazionali”, “PICCOLE PATRIE”….

CHARLIE HEBDO CONTRO L’INDIPENDENZA: CATALANI PIÙ COGLIONI DEI CORSI – Il settimanale satirico se la prende con i separatisti: in Europa si parlano 200 lingue, perché non creare 200 nuovi paesi? – dal globalist, 11/10/2017 – A molti piacciono ma a tanti non piacciono più: INDEPENDANTISTES: LES CATALANS PLUS CONS QUE LES CORSES”, “I catalani più coglioni dei corsi”: questo il titolo di PRIMA PAGINA DEL SETTIMANALE SATIRICO FRANCESE, CHARLIE HEBDO, che in un editoriale intitolato ‘Coglionaggine o morte?!’ si schiera apertamente contro l’indipendenza della Catalogna. “SE TUTTE LE REGIONI D’EUROPA CHE HANNO UNA LINGUA, UNA STORIA, UNA CULTURA ORIGINALI COMINCIANO A RIVENDICARE LA PROPRIA INDIPENDENZA, il Vecchio continente finirà rapidamente a pezzi come la banchisa sotto l’effetto del riscaldamento climatico. Visto che ESISTONO CIRCA DUECENTO LINGUE IN EUROPA, PERCHÉ NON CREARE 200 NUOVI PAESI?? E perché non proclamare altrettante dichiarazioni di indipendenza che il numero di vini e formaggi che abbiamo in Europa?? L’indipendenza, ma rispetto a cosa? L’indipendenza è legittima quando ti vuoi liberare da una tirannia o dall’oppressione. DA QUALE TRAGICO DESTINO I CATALANI VOGLIONO DUNQUE LIBERARSI OGGI?”. (nella vignetta in prima che accompagna il titolo, firmata Juin, un gruppo di militanti incappucciati e armati, con la testa di moro simbolo della Corsica, affermano “esigiamo un dibattito!”.)

   E pertanto, posto che i catalani non sono vessati da regimi dittatoriali, e vivono in democrazia e prosperità (almeno la maggioranza di loro…), pur riconoscendo la loro specificità e spesso modernità che loro catalani possono avere rispetto alle altre regioni spagnole (ma chi qui scrive, apprezza il fascino della Spagna in tutte le sue espressioni geografiche…), pensiamo comunque che il progetto di costituirsi in “Stato-Nazione” non abbia alcun senso.

   Cionondimeno quello che è accaduto in queste settimane (e che ha avuto l’apice nel referendum in Catalogna nella domenica del 1° ottobre) segna un’IMPOSSIBILITÀ DEFINITIVA DI RICONCILIAZIONE CON IL GOVERNO SPAGNOLO, con il resto del Paese. Ma segna anche LA FINE DI PROPOSIZIONI DI INDIPENDENTISMO SENZA RAGIONI FORTI (ragioni “vere”, come contro una dittatura, un regime di polizia…. situazioni ora non presenti in Catalogna).

“Catalogna è Europa”. da LIMES (dettaglio CARTA “Catalogna-Europa”)

   Cosa potrà accadere adesso in Spagna e Catalogna, porta a pensare a 4 POSSIBILI SCENARI: 1- una progressiva normalizzazione (un difficile arduo ritorno a com’era prima…); 2- l’apertura di un processo costituzionale con un nuovo assetto più federalista (magari che coinvolge anche le altre regioni ispaniche); 3- una ripresa dell’indipendentismo nelle sue forme più radicali, con la successiva tragica reazione da parte del governo centrale; 4- un terrorismo (contro il governo di Madrid) del tipo di quello basco (che peraltro quest’ultimo ha invece definitivamente “consegnato le armi”); 5- una più rapida integrazione europea che riduca ancor di più i poteri degli Stati nazionali, e si riconosca nel progetto di “Stati Uniti d’Europa” ma anche in un’ “Europa delle Regioni” (le due cose non sono in contraddizione, con un potere europeo centrale autorevole, e nel processo federalista di ripartizione delle competenze al miglior livello possibile).

Barcellona, manifestazione indipendentista

   L’accadimento della “rivolta indipendentista” (espressa nel referendum), che ha messo definitivamente nei guai Spagna e Catalogna, forse può essere vista come “modello da non perseguire” per altri, se in condizioni di democrazia e dialettica europea (ogni riferimento a istanze autonomiste regionali italiane un po’ blande, fatte solo ed esclusivamente di maggiori richieste di soldi -magari per poi spenderli male-, non vuol essere casuale) (s.m.)

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SE LA BORGHESIA CATALANA VOLTA LE SPALLE A PUIGDEMONT

di Tommaso Nencioni, da “Il Manifesto” del 17/10/2017

– Spagna. Il blocco economico e sociale, che ha puntellato gli ultimi decenni del governo catalano, toglie l’appoggio al governo lasciandolo in mezzo al guado –

   Il velo di incertezza che ammanta il processo indipendentista catalano non dipende solo dal muro contro muro tra il governo statale e quello regionale. E’ il processo in sé ad essere contraddittorio, e questa contraddittorietà è più scoperta che mai tra i conservatori del Partito Democratico Europeo Catalano (PDECat), di cui fa parte il presidente Puigdemont. Continua a leggere

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LA possibile realistica SEPARAZIONE TRA CATALOGNA E SPAGNA richiede risposte concrete, nel processo di INTEGRAZIONE FEDERALISTA EUROPEA, in modo pacifico e accettando una autodeterminazione (il referendum catalano) pur illegale nei suoi modi – Nello spirito di UN’EUROPA DELLE REGIONI E DEI POPOLI (e non solo delle NAZIONI)

CATALOGNA E INDIPENDENZA: UNA POSSIBILITA PER L’EUROPA? – II REFERENDUM di domenica scorsa 1 ottobre sull’INDIPENDENZA della CATALOGNA segna iI culmine di un mese intenso, cominciato con il VIA LIBERA DEL PARLAMENTO CATALANO alla legge che spianava la strada alla consultazione (approvata il 6 settembre) e che ha permesso al GOVERNATORE CARIES PUIGDEMONT di firmare il decreto di CONVOCAZIONE DEL REFERENDUM PER IL 1 OTTOBRE. II giorno dopo LA CORTE SUPREMA SPAGNOLA HA SOSPESO IL VOTO accettando il ricorso presentato da Madrid

LEZIONE CATALANA SULL’EUROPA DELLE MINORANZE

di Alberto Mingardi, da “La Stampa” del 3/10/2017

   Come mai la causa degli indipendentisti catalani attira tanta simpatia? II principio di legittimità su cui si fondano le nostre democrazie è la partecipazione dei cittadini al governo attraverso il voto. Non è sempre stato così ma oggi la grande maggioranza di noi pensa di dovere obbedienza allo Stato non perché esso fornisce servizi utili (per esempio l’amministrazione della giustizia o la difesa nazionale), ma perché chi Io guida è stato eletto dal popolo.

   Nonostante la storia ci ricordi che il popolo ogni tanto è ben felice di scegliersi un padrone, l’idea di limitare la democrazia ci risulta odiosa. Se la legittimità dei governi si fonda sul voto, un governo che ne impedisce l’esercizio può essere legittimo? II plebiscito catalano era, com’è noto, illegale per la Costituzione spagnola, che non prevede il diritto di secessione. Ma raramente un movimento secessionista può procedere «legalmente», dal momento che desidera produrre una frattura. Ciò non significa che esso debba essere violento.

NEL GIORNO DEL REFERENDUMDI DOMENICA 1° OTTOBRE GLI AGENTI HANNO SMANTELLATO DIVERSI SEGGI (nella foto) – LA POLIZIA NAZIONALE MANGANELLA e spara proiettili di gomma contro gli elettori in coda per votare. – “(…) la Spagna di Mariano Rajoy è caduta a capofitto nella trappola catalana per non aver voluto guardare oltre l’illegalità del referendum indipendentista. La sua Guardia Civil, all’assalto di pacifiche schiere di capelli bianchi e calzoni corti in fila per andare a votare, ne ha stigmatizzato l’immagine ottusa, l’incapacità di una risposta politica articolata a una convivenza complessa. Da sempre.(…)( Adriana Cerretelli, “il Sole 24ore” del 3/10/2017)

   Islanda, Norvegia e, più recentemente, Slovacchia sono riuscite a raggiungere l’indipendenza senza spargimenti di sangue. Questo è un progresso, non un’eventualità da scongiurare. Cosa deve fare il resto d’Europa? Dalla risposta a questa domanda può dipendere il futuro del processo d’integrazione. Se l’Unione Europea è un «cartello» di Stati, per forza deve prendere le parti di Madrid, come ha fatto il portavoce della Commissione, Martin Schinas. Ma se l’Europa, come ci è stato raccontato in questi anni, è invece qualcosa di più, allora questa scelta non è affatto scontata.

   I catalani vogliono rimanere nell’Unione Europea, non mettono in discussione il mercato comune né la libertà di circolazione. Anni fa gli europeisti più convinti predicavano il «principio di sussidiarietà», per il quale le decisioni politiche debbono avvenire non necessariamente al livello del governo nazionale, ma nel luogo in cui è più opportuno e efficace che vengano prese. Questo può voler dire una devoluzione «verso l’alto» (se si discute di politica doganale) ma anche «verso il basso» (se si parla di come organizzare servizi ai cittadini come sanità o scuola). L’una è probabilmente impossibile senza l’altra. Ciò non è in contrasto con la globalizzazione economica.

IL RE CON MADRID, CONTRO IL REFERENDUM CATALANO – FELIPE IN TV a due giorni dal referendum: «CATALOGNA IRRESPONSABILE. DIFENDEREMO LA COSTITUZIONE E L’UNITÀ. Le autorità catalane hanno violato i principi democratici dello Stato di diritto con una “slealtà inaccettabile”».

   Una maggiore integrazione economica, come ricordano gli studi di Alberto Alesina, allenta la necessità di mantenere vivi Stati nazionali che sono sorti anche come blocchi commerciali e «protezionisti». Un’economia aperta non ha bisogno di essere un grande mercato nazionale, perché per i suoi prodotti sceglie come mercato il mondo. Se uno sforzo va fatto al di fuori della Spagna, a Bruxelles e negli altri Paesi europei, dev’esser quello per rendere questo processo quanto più possibile ordinato e compatibile con la tutela delle minoranze.

   Un plebiscito può rivelarsi un atto politico violentissimo. II referendum catalano doveva essere efficace con una maggioranza semplice, e indipendentemente dal livello di partecipazione raggiunto. II che è assolutamente coerente col principio democratico, ma è pure problematico. Anche nelle assemblee parlamentari, cambiamenti di rilievo costituzionale di solito hanno bisogno di maggioranze «rinforzate».

   Meccanismi di questo tipo rassicurano le minoranze e impongono alle maggioranze di cercare di convincerle, anziché schiacciarle con la forza dei numeri. E’ vero che in Catalogna ha votato sì il 90%, e che la partecipazione (42%) è stata disincentivata dalla polizia: regole diverse, però, avrebbero aiutato a legittimare il referendum innanzi alla comunità internazionale.

Martedì è stata giornata di SCIOPERO GENERALE IN CATALOGNA. Contro le violenze di domenica. DA BARCELLONA A GIRONA, centinaia di migliaia di persone sono scese in strada

   L’idea di nazione è da sempre ambigua. Una nazione può essere un patto che si rinnova ogni giorno fra chi ci vive; oppure «sangue e suolo». La prima versione dell’idea di nazione è compatibile con un sistema politico nel quale le teste si contano e non si tagliano, la seconda no. Questo non è un dettaglio. Come per le persone, anche per le comunità legalizzare il divorzio può rappresentare un modo per risolvere i conflitti, prima che diventino esplosivi. (Alberto Mingardi)

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LA DEBOLEZZA ECONOMICA DEI SEPARATISTI

di Mario Deaglio, da “La Stampa” del 4/10/2017

   Nel suo brevissimo e secco messaggio agli spagnoli, il re Filippo VI non ha aperto alcuno spiraglio al dialogo con i catalani. E forse, allo stato attuale delle cose, non poteva fare altrimenti. Dal canto loro, gli indipendentisti si illudono che siano sufficienti un referendum, uno sciopero, le sfilate, lo sventolio di bandiere per essere davvero indipendenti. Terminate le manifestazioni, messa in disparte la retorica, occorre infatti tornare quietamente alle cifre.

   Intanto vale cominciare dal debito pubblico: se la Catalogna vuole davvero «andar via» in maniera pacifica deve accollarsi una quota del debito pubblico della Spagna unita, dal momento che si tratta di un debito in parte suo così come in parte sue sono le esigue riserve valutarie e auree del Banco de España. Senza questo riconoscimento di debito (e di credito), difficilmente l’eventuale nuovo stato troverebbe sui mercati finanziari internazionali qualcuno disposto a prestargli denaro a tassi sostenibili. Di questi prestiti una Catalogna indipendente avrebbe sicuramente un gran bisogno, anche se le finanze pubbliche della Catalogna sono in stato migliore di quelle della Spagna, non foss’altro che per gli imponenti flussi turistici.

LA SINDACA DI BARCELLONA ADA COLAU ha definito il discorso «irresponsabile e indegno di un capo di Stato»

   E’, infatti, pressoché scontato che ci sarebbe una fase iniziale di debolezza estrema, anche per la prospettiva di esodo dalla Catalogna di imprese spagnole e straniere. Le probabilità di tale esodo sarebbero maggiori se Madrid si opponesse all’ingresso di una Catalogna indipendente nell’Unione Europea e quindi se le merci in partenza da Barcellona dovessero superare una dogana per entrare nel resto dell’Unione e nella stessa Spagna.

   Come suddividere il debito pubblico tra i catalani e gli altri spagnoli? I criteri estremi sono essenzialmente due: in base alla popolazione, la Catalogna, con sette milioni e mezzo di abitanti, pari al 15 per cento della popolazione della Spagna, dovrebbe accollarsi all’incirca 160 miliardi di euro. In base alla quota del prodotto lordo, che è superiore al 20 per cento del totale spagnolo, il governo di Barcellona dovrebbe riconoscersi debitore di oltre 220 miliardi, dei quali dovrebbe curare regolarmente interessi e rimborsi.

Il presidente catalano Carles Puigdemont al centro e alcuni membri del suo governo a Barcellona il 2 ottobre scorso – PIGDEMONT, ha annunciato che «a giorni ci sarà l’atto di indipendenza»

   Tra queste due cifre sono possibili, anzi necessari, i «tavoli» delle trattative. Non più soggette alla sorveglianza della Bce, le banche di una Catalogna che dichiarasse unilateralmente l’indipendenza sarebbero automaticamente meno credibili. Inoltre, tra quindici giorni l’agenzia Moody’s rivedrà il «rating» internazionale della Spagna, al quale è legato, in maniera indiretta ma efficace, il tasso di interesse che lo Stato spagnolo dovrà pagare per i prossimi prestiti.

   I problemi non si fermano qui per il fortissimo intreccio di interessi tra la Catalogna e il resto della Spagna. CHE FINE FAREBBERO LE BALEARI, vero gioiello del turismo spagnolo, prossime alla costa catalana, che vantano oltre un milione di abitanti, la cui cultura e la cui lingua sono vicinissime a quelle dei catalani? Che cosa succederà al treno ad alta velocità Barcellona-Madrid? Che ne sarà dei finanziamenti europei a progetti basati in Catalogna? E così, via discorrendo, in trattative sicuramente lunghe se l’indipendenza non deve essere solo uno slogan.

DALLA SCOZIA ALLA SLESIA: SEPARATISTI D’EUROPA – Sono quasi 30 le comunità con spinte sovraniste in Europa (nelle regioni ricche ma non solo)

   Probabilmente l’Unione Europea ha fatto bene, finora, a non intervenire. Ora però conviene quindi a entrambe le parti che non si facciano passi falsi e si proceda subito a colloqui concreti, nei quali la Bce e l’Unione Europea potrebbero avere un ruolo determinante, anche senza necessariamente schierarsi per l’indipendenza o per una maggiore autonomia.

   Se però il «caso Catalogna» dovesse precipitare, ci troveremmo di fronte a un pericoloso gioco a somma negativa, in cui a perdere saremmo tutti noi europei. Per contro, una buona gestione della crisi catalana potrebbe innescare quel processo di revisione istituzionale europea che, in mezzo a tante parole, non si è ancora riusciti a far partire. Quale che sia la forma giuridica, una maggior vicinanza tra le regioni europee e Bruxelles, «garantito» dal trasferimento di una parte dell’imposizione fiscale dai governi nazionali al centro dell’Unione è un possibile sviluppo positivo. Siccome anche le nuvole più nere hanno un bordo d’argento, è su questo che dobbiamo contare. (Mario Deaglio)

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IL DISCORSO DEL RE: CATALANI SLEALI – FELIPE IN TV: «CATALOGNA IRRESPONSABILE DIFENDEREMO LA COSTITUZIONE E L’UNITÀ» Continua a leggere

La difficile domenica ISPANO-CATALANA – La CATALOGNA ottiene di fatto la liberatoria per essere un’ALTRA PICCOLA PATRIA, nell’incedere del mondo globale – L’EUROPA riuscirà a realizzare un PROGETTO FEDERALISTA CONDIVISO, non solo con obsoleti STATI-NAZIONE ma anche con REGIONALISMI diffusi?

BARCELLONA, 1° OTTOBRE – L’opposizione della Guardia Civil al voto

FERITA EUROPEA

IL POPULISMO DELLE PICCOLE PATRIE LOCALI

di Biagio De Giovanni, da “il Messaggero” del 2/10/2017

   Stiamo oggi assistendo ai disordini nella Catalogna spagnola, nel giorno di un voto non riconosciuto dal governo centrale, ma l’Europa e il mondo sono più che mai davanti all’imprevisto. È così per tanti, in forme e con cadenze diverse e perfino opposte.

   In un situazione dove gli attori che contano non sanno se aprirsi alla globalizzazione o rinchiudersi nelle proprie frontiere. Chiusura che intende reagire alla spinta verso l’omologazione di tutto, e che sembra rispondere a due temi-chiave, identità e sicurezza. E così Brexit; così Trump. Qualcosa che nientemeno ha intaccato anzitutto l’Occidente anglosassone, che è all’origine del mondo globalizzato, ma che oggi ne percepisce i rischi.

Al referendum sull’indipendenza catalano il ‘si’ ha ottenuto il 90% dei voti, secondo i dati resi pubblici dal portavoce del governo catalano Jordi Turull. Al voto hanno partecipato 2,2 milioni di elettori, sui 5,3 chiamati alle urne. Il ‘no’ ha ottenuto il 7,8%. Migliaia di sostenitori dell’indipendenza, radunati a BARCELLONA in PLAZA CATALUNYA (nella foto), hanno esultato all’annuncio dei risultati

   All’opposto, la Cina, l’ India, e tante realtà, da Singapore a Hong Kong, diventano, invece, i paladini del mondo globale, con la loro crescita esponenziale, resa possibile dalla libertà del commercio mondiale e dalla rottura dei confini di spazio e di tempo, a sua volta prodotto della incalzante rivoluzione digitale. Un mondo capovolto, si direbbe.

   La globalizzazione che si morde la coda, si rovescia su se stessa, se proprio i suoi autori e, si potrebbe dire “creatori”, provano a ritirarsi precipitosamente nei propri confini. Con la buona pace dei cantori del mondo omologato e finalmente pacificato, che appaiono un po’ fuori tempo, nel momento in cui tutto è in discussione.

   La stessa immigrazione di massa, che sta scuotendo l’Europa, è un prodotto del mondo globale, e di uno spostamento potenzialmente senza confini di popoli da un continente all’altro. Nei tempi lunghi, lo scontro mondiale prenderà forma dall’interno di queste grandi contraddizioni, con modalità impreviste che non possono escludere nulla, nemmeno la guerra, proprio l’opposto di ciò che hanno pensato gli ingenui cantori di un nuovo cosmopolitismo.

La Guardia civil interviene in un seggio

   Impreviste le modalità, perché tutto è in fibrillazione, economia, cultura, politica, non come problemi separati e speciali, ma come concrete cerchie esistenziali che riflettono elementi profondi e contrastati della vita in comune.

   L’Europa ha già pagato il prezzo di Brexit, e sta cercando di reagire, con la Francia come nuova avanguardia. MA LA PARTITA SI VA APRENDO SU UN ALTRO FRONTE, CHE È STATO CHIAMATO DELLE PICCOLE PATRIE.

   La Catalogna è oggi all’ordine del giorno, e sarebbe inutile qui ricordare QUANTE DI QUESTE PICCOLE PATRIE SONO IN MOVIMENTO, con tempi e cadenze anch’esse non prevedibili, mettendo in discussione, nelle scelte estreme, il processo unitario di formazione degli stati nazionali, nella prospettiva di UNA SORTA DI NEOMEDIEVALISMO, dove l’Europa dovrebbe fungere da orizzonte imperiale.

   Questa insorgenza fa parte anch’essa, a modo suo, degli squarci che si aprono nel tessuto del mondo globale, ed è gravida di sviluppi contrastati. Lo Stato-nazione ha formato, e tuttora forma, il contenitore della democrazia politica, degli equilibri tra le sue parti, dell’ incompiuto rapporto con la sovranazionalità europea, ed è anche una patria.

fac-simile della scheda elettorale al referendum catalano di domenica 1° ottobre

   E siccome sono in generale le regioni ricche che abbracciano la causa dell’indipendenza, e la Catalogna non fa eccezione, il movimento ha una doppia faccia: da un lato esso tende alla formazione di un nuovo circuito economico che salti e magari ignori i contrasti e le diseguaglianze interne alla propria nazione, il circuito delle regioni avanzate; dall’altro, come conseguenza della medesima tendenza, esso può contribuire a uno stato di criticità all’interno dei recinti nazionali, mettendo in discussione la logica del principio di sovranità, dividendo ciò che una lunghissima storia ha tenuto insieme, incrinando il già difficile equilibro tra gli Stati sovrani e il complicato terreno dell’integrazione europea.

   Questo processo, che ha oggi per protagonista la Catalogna, contiene una propria lettura del “globale” come un terreno neutrale, impolitico, nel quale si può giocare la partita della partecipazione alla sua virtualità, una forma di populismo che si distingue da quello ancorato al sovranismo nazionale: a proposito di quanti significati si celano dietro quella parola, e di come sia complessa l’analisi del mondo d’oggi.

   E’ anzi, quello localistico o regionale, l’opposto del populismo sovranista: questo crede fino in fondo alla necessità di recuperare la sovranità politica del proprio Stato; l’altro immagina che la politica non abbia più spazio nel mondo globale (vi immaginate una politica estera della Catalogna?), e che tutto si articoli intorno ad economia e tecnica.

   Un mondo algido, neutralizzato, solo amministrato, con richiami spesso strumentali a particolarità etnico-linguistiche. Su tutto questo, in Europa, si sta aprendo una lotta politica e la posizione dello Stato spagnolo appare nella sua piena legittimità politica.

Regioni della Spagna comunità autonome

   Ha iniziato la Francia di Macron, forte di aver battuto il Fronte lepenista, e lo sta facendo con un insieme di proposte di gran consistenza sull’Europa, dopo tante parole a vuoto, tante rigidità, tante chiacchiere retoriche. Un’ Europa presa, in questi anni, dall’idea di poter fare a meno della politica, quasi un invito alle forze particolaristiche che essa contiene dentro di sé a regolarsi allo stesso modo.

   Ecco perché ora si apre una battaglia importante per il futuro della sua integrazione. Si fanno avanti forze iperpolitiche, sovraniste, e forze impolitiche, tecnico-economiche. SE L’EUROPA HA UN’ANIMA POLITICA QUESTO È IL MOMENTO DI ESPORLA IN PUBBLICO E DI INCOMINCIARE A DARLE FORMA. Si pensi, anche in Italia, alla gravità del momento, alla necessità di star dentro questo processo che forse si avvia. (Biagio De Giovanni)

Il presidente catalano CARLES PUIGDEMONT (nella foto al voto domenica) si è pronunciato per una “mediazione internazionale” con Madrid sulla crisi della Catlogna e annunciato la creazione di una commissione d’inchiesta sulle violenze di ieri contro la popolazione civile. Il Govern avvierà inoltre azioni legali “fino alle ultime conseguenze” contro i responsabili anche politici dell’intervento della polizia spagnola che ha fatto 893 feriti. il Govern esige il ritiro delle migliaia di agenti inviati dalla Spagna in Catalogna per impedire il referendum. ‘L’Ue – ga detto – deve favorire una mediazione fra Madrid e Barcellona sulla crisi della Catalogna. Non può continuare a guardare dall’altra parte: questa è una questione europea, non interna”. Il portavoce della Commissione europea, Margaritis Schinas, però , ha sottolineato che “per la Costituzione spagnola, quel voto non è legale. Per la Commissione europea si tratta di una questione interna alla Spagna, che deve essere affrontata nel quadro dell’ordine costituzionale spagnolo

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LA CATENA DEGLI ERRORI

LA DOMENICA NERA DELL’EUROPA E I FANTASMI DEL RE

di Aldo Cazzullo, da “Il Corriere della Sera” del 2/10/2017

– Il governo di Madrid e quello di Barcellona si sono lanciati uno contro l’altro come due temerari che si sfidano a chi frena per ultimo. Tocca al re Felipe, come capitò a suo padre, salvare l’unità della Nazione –

   E’ la domenica nera dell’Europa. Gli errori di Barcellona e quelli di Madrid hanno evocato i fantasmi della storia, comprese le repressioni della Guardia Civil; e ora gli apprendisti stregoni non sanno più padroneggiare le forze che hanno improvvidamente risvegliato. Senza che si sia visto finora uno sforzo serio di mediazione, né da parte della monarchia, né da parte di Bruxelles. Ci sono conflitti, nel mondo, che vedono opporsi due ragioni.

   La Catalogna non è una terra oppressa da un conquistatore. È la regione più ricca della Spagna; e lo è diventata anche grazie al sudore e talora al sangue degli operai andalusi, dei muratori estremegni, dei manovali manchegos, dei lavoratori venuti dalle regioni più povere. I loro figli sono a volte accesi separatisti (non però il più importante scrittore catalano, Javier Cercas, figlio di un veterinario di Ibahernando, Estremadura).

il capo del Governo spagnolo MARIANO RAJOY

   Ma il modo in cui si è arrivati alla violenza di domenica – altro che il «clima festaiolo» improvvidamente auspicato dal presidente Caries Puidgemont – è frutto di una serie di forzature, imposte da una minoranza rumorosa a una maggioranza contraria o incerta.

   Gli estremisti catalani hanno però trovato un imprevedibile alleato in Mariano Rajoy. Non era facile passare dalla parte del torto, di fronte a una secessione avventata e pasticciata; eppure il primo ministro ci è riuscito. Ha drammatizzato lo scontro, senza riuscire né a trovare una soluzione politica, né a impedire il voto.

   II gioco delle irresponsabilità incrociate ha messo la Guardia Civil nelle condizioni di affrontare masse di dimostranti, come ai tempi — non paragonabili — della guerra e della dittatura. II governo di Madrid e quello di Barcellona si sono lanciati uno contro l’altro come due temerari che si sfidano a chi frena per ultimo; e ora le conseguenze dell’impatto sono imprevedibili.

   C’è una sola spiegazione logica per il comportamento di Rajoy. II suo governo è debolissimo, si regge sull’astensione dei socialisti, e può cadere da un momento all’altro. In Catalogna il partito popolare quasi non esiste, e non ha molto da perdere. Ma mostrare la faccia feroce lo rafforza — almeno nei calcoli di Rajoy — nel resto del Paese, dove l’opinione pubblica è fortemente contraria alla secessione, tranne dove — dai Paesi baschi alla Galizia — i movimenti separatisti hanno rialzato la testa, pronti a completare la disintegrazione della Spagna.

un civile che abbraccia un agente dei mossos desquadra mentre la polizia nazionale carica i manifestanti (da “la Repubblica”, 2/10/2017)

   A peggiorare se possibile le cose contribuiscono altri tre protagonisti. II primo fin troppo chiassoso, gli altri due fin troppo silenti. II Barcellona — più che una squadra di calcio: elemento costitutivo dell’identità catalana e brand internazionale — ha contribuito a esasperare gli animi, cavalcando la causa separatista, e schierando ieri ai seggi i suoi uomini più significativi, dall’ex demiurgo Guardiola all’alfiere Piqué; che hanno postato sul social le loro foto sorridenti, badando più alla comunicazione che alle istituzioni.

L’Europa invece tace. La Merkel ha espresso solidarietà al suo fedele vassallo Rajoy, ma ha i suoi guai in casa, e più di tanto non può o non vuole fare. Berlino e Bruxelles non possono ovviamente sostenere i separatisti; però non possono lasciare che una grande metropoli europea sia occupata manu militari da forze che talora si sono comportate come truppe di occupazione.

   Se l’Europa non riesce a mediare tra Madrid e Barcellona, cosa ci sta a fare? Colpisce anche il silenzio del re. Suo padre Juan Carlos salvò la giovane democrazia dall’intentona di Tejero, giudicata oggi — come tutti i golpe che non riescono — un golpe da operetta, che fu invece un rischio serio, come ha raccontato proprio Cercas in Anatomia di un istante.

   Oggi Felipe è chiamato a salvare l’unità della nazione. E il solo modo in cui può farlo è favorire l’apertura di un processo costituente, promuovendo l’elezione a suffragio universale di un’assemblea che scriva un nuovo patto federalista. E la via indicata dagli esponenti più assennati dei quattro grandi partiti nazionali: oltre a popolari e socialisti, Ciudadanos e Podemos. Non è detto che la Spagna sia ancora in tempo. Ma più aspetta a imboccare questa strada, più faticherà a salvarsi. (Aldo Cazzullo)

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POSSIBILI STATI IN GESTAZIONE (DA LIMES, 2015)

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HANNO PERSO TUTTI INCLUSA L’EUROPA

di Andrea Bonanni, da “la Repubblica” del 2/10/2017

   ADESSO che le urne sono chiuse o sequestrate, adesso che i fumogeni si diradano e il sangue di centinaia di feriti si asciuga sui marciapiedi di Barcellona, la Spagna e la Catalogna si trovano esattamente dove si sarebbero trovate senza le violenze che hanno scandito questa brutta pagina di storia europea. Continua a leggere

EUROPA CHE ACCADRÀ? – Tra POPULISTI TEDESCHI (filo-nazisti? molti di loro; anti-immigrati? sì) con 93 deputati al Bundestag; – INDIPENDENTISMI in auge e avvenute SEPARAZIONI (Catalogna, Brexit); – E tentativi di UNIONE: l’iniziativa politica francese (MACRON) per la rimessa in moto dell’idea di STATI UNITI D’EUROPA

Macron alla Sorbona (foto Ansa) – MACRON: IL DISCORSO EUROPEISTA ALLA SORBONA – “PARIGI – C’è tutto nell’Europa di Emmanuel Macron, c’è «il sorriso di MONNA LISA, MUSIL, PROUST, SOARES» e il SISIFO felice di CAMUS, c’è il debito, «che non suona nello stesso modo in tedesco e francese», c’è quella parte di «intraducibile e di mistero». Poi c’è anche UN BILANCIO UNICO PER LA ZONA EURO, UN MINISTRO DELLE FINANZE, una Commissione ridotta a quindici commissari (e che i paesi fondatori diano l’esempio e ritirino per primi i loro), c’è PIÙ CONVERGENZA, E PIÙ SOLIDARIETÀ, anche a costo di cambiare i trattati, ci sono LE DUE VELOCITÀ, UN PROCURATORE UNICO CONTRO IL TERRORISMO, UNA FORZA MILITARE COMUNE D’INTERVENTO, un’AGENZIA unica PER IL DIRITTO D’ASILO, ci sono frontiere ma OPRATTUTTO ORIZZONTI (…)” (Francesca Pierantozzi, “il Messaggero”, 27/9/2017)

   In Germania, alle elezioni tenutesi domenica 24 settembre scorso, non ha fatto notizia la vittoria della cancelliera Merkel, bensì l’affermazione (prevista, ma lo stesso clamorosa) del partito di ultra-destra “Alternative fuer Deutschland” (AfD), un partito considerato filo-nazista (ma, prima di tutto, fortemente anti-immigrati), con quasi il 13% dei voti e con 93 deputati che siederanno al Bundestag, il parlamento tedesco.

   Perché non era mai successo, dal secondo dopoguerra, che la Germania dovesse confrontarsi ancora, istituzionalmente, con lo spettro nazista.

ANGELA MERKEL, dopo la vittoria sancita dalle urne domenica sera 24 settembre del suo partito (e della sua linea di governo) con il 33% dei voti. Ma un milione di voti sono stati persi a vantaggio dell’ultra-destra anti-immigrati e filonazista…

   E così, tra alti e bassi, sconfitte e vittorie, i partiti populisti che ci sono in Europa, continuano a suscitare una scia di paura, quando si affermano (e sollievo quando escono sconfitti dalla contesa elettorale, come è accaduto in Francia con la Le Pen). Perché il populismo cavalca due elementi cui gli europei devono fare i conti in quest’epoca: l’arrivo del “diverso”, cioè di immigrati dal Sud del mondo (che fuggono dalla guerra, o dalla fame, o dal clima sempre più arido…); e, dall’altra, la crisi economica globale che colpisce anche i Paesi ricchi, che si trovano ad avere situazione di “non lavoro”, una disoccupazione atavica (data dallo sviluppo dell’automazione, e dallo spostamento delle produzioni in Paesi dove la mano d’opera costa meno).

LA SERA DEI RISULTATI IN GERMANIA (24 settembre) BERLINO: PROTESTE CONTRO ALTERNATIVE FUR DEUTSCHLAND (da lettera 43.it/ – “(…) Gli elettori di AfD, la sera della vittoria elettorale, non si sono fatti vedere: sono molti in Germania a non voler dire di aver votato per l’estrema destra (un fenomeno che influenza anche l’attendibilità dei sondaggi pre-elettorali). A differenza degli oppositori: circa 700 solo a Berlino, che a un certo punto hanno iniziato a lanciare sassi e bottiglie contro la polizia. MANIFESTAZIONE SPONTANEE DI PROTESTA CI SONO STATE anche A COLONIA, AMBURGO, FRANCOFORTE, DÜSSELDORF, MONACO, LIPSIA (…)”(Elena Tebano, “il Corriere della Sera”, 24/9/2017)

   In questo contesto, quasi contemporaneamente, qualche giorno dopo le elezioni tedesche, c’è stato il discorso di Emmanuel Macron alla prestigiosa Università parigina de “La Sorbona” (martedì 26 settembre). Discorso, quello del Presidente francese, che ha rilanciato concretamente il progetto di “Stati Uniti d’Europa”, che sembrava particolarmente in crisi, con l’impegno francese di portare avanti, già nei prossimi mesi proprio le proposte enunciate da Macron in occasione di questo discorso alla Sorbona.

   Che sono: un BILANCIO UNICO (e debito futuro comune) e un UNICO MINISTRO DELLE FINANZE e dell’Economia PER LA ZONA EURO, cioè per i 19 Paesi della Unione Europea (sui 28) che hanno adottato l’euro come moneta comune; UN ESERCITO IN COMUNE; UN PROCURATORE comune CONTRO IL TERRORISMO; un’unica AGENZIA PER IL DIRITTO DI ASILO dei profughi. Entro il 2024 tutti gli studenti potranno essere bilingue (cioè parlare due lingue europee); un’UNICA PROTEZIONE CIVILE, un’Agenzia per l’Innovazione, una scuola per l’Intelligence…

   Un’Europa più solidale e innovativa, dice Macron, che più che a guardare ai confini GUARDA AGLI “ORIZZONTI”….un discorso di un’ora e quaranta tutto europeista e concreto, dove la proposta è rivolta a tutti i paesi che ci stanno; e in questo senso propugnando la possibilità, cui oramai tutti sono d’accordo, di UN’EUROPA “A DUE VELOCITÀ” (chi non vuole subito aderire ai nuovi meccanismi messi in comune, lo potrà fare dopo).

   Pertanto ci troviamo in Europa in questa situazione agli antipodi: da un lato spinte ad unirsi in un progetto federalista sempre più elevato, necessario più che mai all’attuale (e futuro) contesto mondiale; dall’altra la vittoria di populisti o, come in Germania, possibili neonazisti.

Le urne in Germania hanno confermato la cancelleria del Bundestag ANGELA MERKEL. La CDU è riuscita infatti a confermarsi il primo partito tedesco con il 33 per cento dei voti, perdendo però oltre otto punti rispetto alle elezioni di quattro anni fa. Calano anche i socialisti che scendono al 20,5 per cento delle preferenze (meno 5,2 punti rispetto al 2013), mentre crescono i liberali del FDP di Christian Lindner (passati da meno del 5 per cento dei voti al 10,7), la Linke (dall’8,6 per cento al 9,2), e i Verdi (dall’8,4 al 8,9). L’Afd diventa il terzo partito con il 12,6 per cento

   A proposito di questi ultimi, le regioni tedesche (länder) dove ha trionfato l’estrema destra sono Sassonia, Pomerania-Meclemburgo, regioni che hanno provato quasi 50 anni di socialismo reale. I Länder orientali non hanno la consolidata tradizione democratica di quelli occidentali. I partiti fondatori della democrazia tedesca – la Cdu e l’Spd – vi sono, in quelle regioni, meno radicati. E l’aspetto più strano, emblematico, è che le zone dove la destra è più forte non sono quelle con più immigrati, come si penserebbe. Pare che all’origine del successo dell’ “Alternativa per la Germania” sia di più il disagio sociale (ma vi possono essere altri motivi contestuali alla mentalità popolare più o meno aperta al mondo: per dire, i paesi veneti dove c’è più timore dell’”invasione” di immigrati sono quelli montani bellunesi, dove gli immigrati quasi non ci sono del tutto).

“ALICE WEIDEL, 38 anni (capolista e leader di Alternative fuer Deutschland -AfD- insieme al 76enne ALEXANDER GAULAND)(i due nella FOTO) ha promesso ai suoi elettori «un’opposizione ragionevole, ma per la Germania ed i tedeschi prima di tutto, e stando attenti a cosa farà Angela Merkel». Parole tutto sommato rassicuranti, da cui traspare, però, la linea ben più estremista del partito: Weidel e Gauland l’hanno condotto al successo esacerbando i toni ed esautorando di fatto FRAUKE PETRY, che aveva portato la formazione in 10 Parlamenti regionali su 16, ma chiedeva di adottare posizioni più moderate che portassero l’AfD al governo nei prossimi decenni (…)”(Elena Tebano,“il Corriere della Sera”, 24/9/2017)

   Gli aderenti di estrema destra dell’ “Alternative fuer Deutschland” (AfD) sono veramente filo-nazisti? Le opinioni di osservatori ed esperti divergono, nell’attribuire loro il “grado” di assimilazione al nazismo originario degli anni ‘30-‘40 del secolo scorso. Sicuramente propendono per una propria nazione fatta di una sola etnia (non usiamo la sconsiderata parola “razza”), quelle dei tedeschi: pertanto la discriminante resta sempre la stessa, uguale agli altri partiti cosiddetti populisti nei vari paesi d’Europa: cioè il NON VOLERE GLI IMMIGRATI. I toni e i modi poi saranno diversi da Paese a Paese: arrivando a propendere per soluzioni drastiche di allontanamento, ad altre più moderate pur sulla stessa linea di rifiuto dell’immigrato.

FRAUKE PETRY, fondatrice di Alternative fuer Deutschland -AfD- e ora di fatto esautorata dal partito, aveva portato la formazione in 10 Parlamenti regionali su 16, ma chiedeva ora di adottare posizioni più moderate che portassero l’AfD al governo nei prossimi decenni. La 42enne Petry, che chi ha conosciuto nella roccaforte di AfD di Dresda definisce opportunisticamente molto populista ma non di convinzioni naziste, non ci stava a passare per la Führerin del Terzo millennio. Pur sui migranti aveva dichiarato che sarebbero dovuti «essere tradotti su isole fuori dall’Europa, separati tra uomini e donne» (BARBARA CIOLLI, Linkiesta.it)

   E’ un tema serio, quello dell’immigrazione, e ci possono essere delle motivazioni valide per chi vede un pericolo, uno “squilibrio”, nella moltitudine di persone che si spostano da sud a nord del mondo. Pertanto, nel guardare con preoccupazione a movimenti xenofobi (anti-immigrati) che stanno sviluppandosi, non dobbiamo non porci il problema e cercare soluzioni concrete, solidali, ma anche autorevoli nel porre dei “limiti”.

ALICE WEIDEL, il volto nuovo della destra radicale. – “(…) Sono pochi gli elementi che uniscono l’elettorato di Afd. Il partito ha superato le contraddizioni interne mantenendosi sul vago su molti temi. A partire dalla sua leader, Alice Weidel, il volto nuovo della destra radicale. Che, con le proprie scelte di vita nega parecchie delle posizioni di base del partito: lesbica, è sposata con una cittadina svizzera nata in Sri Lanka con cui ha due figli (AfD è tra le altre cose a favore della famiglia tradizionale)(…)(Elena Tebano, “il Corriere della Sera” 24/9/2017)

   La “purezza etnica” del Paese in cui si vive (al di là che storicamente non è mai avvenuta in nessun luogo al mondo) denota il rifiuto totale di alcuna politica di “controllo dei flussi migratori” e di convivenza pacifica con le “diversità” del pianeta (“ci chiudiamo tra le nostre mura di casa”: solo così conserveremo benessere e tranquillità…). I toni drastici di Alternative fuer Deutschland fanno così pensare che sì, sono filo-nazisti (anche se è pensabile, sperabile, auspicabile, che non propendano per i metodi tragici dei loro ideologi originari del secolo scorso…). La cosa ancora più grave è che è adesso, dal secondo dopoguerra ad adesso, che entrano nel Parlamento tedesco (che Hitler fece incendiare, il Bundestag); e ci sono non con una presenza residuale, ma con ben 93 deputati.

   Pertanto ci troviamo in presenza di un’Europa già a “DUE VELOCITÀ IDEALI” (per riprendere e trasformare un’espressione di questi tempi), “due tendenze”, e possibilità, completamente diverse: una prospettiva di crescita europeista verso gli “Stati Uniti d’Europa” (come nel discorso di Macron alla Sorbona), e dall’altra fosche immagini di filo-nazisti che ritornano alla soglia del potere. I fenomeni migratori gestibili con umanità e autorevolezza, lo sviluppo del continente africano, un ruolo nuovo di sviluppo che l’Europa deve cercarsi per mantenere, conservare, un sistema di vita che, ancora adesso (con l’Europa in declino) resta quello che offre una qualità di vita migliore rispetto a qualsiasi altra parte del pianeta….. sono tutte cose sullo stesso piano, un tutt’uno, una scommessa (di riuscirci) sul presente e futuro. (s.m.)

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MACRON, MANIFESTO PER LA NUOVA UE: «ESERCITO, BILANCI E TASSE IN COMUNE»

di Francesca Pierantozzi, da “il Messaggero” del 27/9/2017

– L’Europa di Macron: tassare i giganti web e un esercito comune – Dalla Sorbona il presidente propone il bilancio unico e la Procura anti-terrorismo. – «Unione a due velocità, l’Italia nel gruppo di testa» –

PARIGI – C’è tutto nell’Europa di Emmanuel Macron, c’è «il sorriso di Monna Lisa, Musil, Proust, Soares» e il Sisifo felice di Camus, c’è il debito, «che non suona nello stesso modo in tedesco e francese», c’è quella parte di «intraducibile e di mistero». Continua a leggere

CATALOGNA INDIPENDENTISTA? Forse sì, forse no: ma IL REFERENDUM del 1° ottobre non si potrà fare – La crisi degli Stati nazionali è anche crisi delle Regioni (come da noi VENETO e LOMBARDIA: al referendum per l’autonomia il 22/10) – L’EUROPA POTREBBE INTERVENIRE, e mediare sulla crisi spagnolo-catalana

La SAGRADA FAMILIA con srotolata una bandiera per l’indipendenza catalana, Barcellona, 11 settembre 2017
(David Ramos/Getty Images) – Il comune di BARCELLONA NON APRIRÀ SEGGI ELETTORALI IL PROSSIMO 1 OTTOBRE, quando si dovrebbe tenere il referendum (dichiarato illegale dalla Corte Costituzionale) per la secessione della Catalogna dalla Spagna. Barcellona, guidata dalla sindaca ADA COLAU (sindaca prima impegnata nei movimenti per la casa a tutti, indipendente, eletta nel 2015 in una lista civica, anche appoggiata da Podemos, ma non appartiene a nessun partito, ndr), insieme ad ALTRI SEI COMUNI della Catalogna CON PIÙ DI 100.000 ABITANTI, ha respinto la richiesta del PRESIDENTE DELLA GENERALITAT (IL GOVERNO REGIONALE CATALANO) PUIGDEMONT, di cedere locali comunali per garantire seggi elettorali nella giornata del primo ottobre. Questi SETTE MUNICIPI DELLA CATALOGNA, nei quali vive più di UN TERZO DELLA POPOLAZIONE DELLA REGIONE, hanno argomentato il loro no affermando che rispetteranno le disposizioni della Corte Costituzionale. Il Tribunal Constitucional, oltre a dichiarare illegittima la legge per il referendum approvata la sera del 6 settembre scorso, ha comunicato agli oltre 900 sindaci catalani che, nel caso in cui partecipassero alla realizzazione del referendum illegale, incorrerebbero nella possibilità di commettere un reato

   Il 6 settembre i partiti indipendentisti della Catalogna, a Barcellona, hanno approvato nel Parlamento Catalano, la legge che spiana la strada alla convocazione del referendum sull’indipendenza, già annunciata da tempo per il primo ottobre prossimo.

   Un referendum che però, per la Costituzione spagnola, è illegale. Comunque vada a finire (e pare non ci siano dubbi che mai e poi mai il governo spagnola permetterà la realizzazione del referendum), comunque vada, la giornata del 6 settembre scorso resta una giornata (negativamente) storica per la Spagna come Paese unito: segna la rottura definitiva di ogni possibilità di dialogo fra indipendentisti (la Comunità Autonoma della Catalogna) e dall’altra gli unionisti che si riconoscono nella Spagna come stato nazionale. Una situazione inedita mai vista prima dopo la fine del franchismo, nei 40 anni di democrazia. Un livello di sfida del governo catalano verso lo stato centrale spagnolo mai raggiunto prima.

LA CATALOGNA è Il motore dell’economia spagnola, la regione più ricca della spagna. Il Pil catalano vale il 19% del Pil spagnolo. Il 26% delle esportazioni della Spagna sono catalane. Il 65% delle esportazioni catalane è diretto ai paesi Ue. Sono 615mila le aziende attive in Catalogna. 5.600 le imprese straniere attive in Catalogna. Il 38% delle imprese straniere presenti in Spagna sono in Catalogna

   Perché le posizioni tra i due governi, quello centrale e quello locale indipendentista, restano incolmabili, non ci sono ponti, né alcun tipo di dialogo, di mediazione.

   Così Madrid sta ora impedendo in tutti i modi che il 1° ottobre si tenga il referendum, non solo mandando carte bollate e diffide, ma anche inviando rinforzi della Guardia Civil, in primo luogo mobilitata a cercare le stampe delle schede e le urne che si vogliono utilizzare per il referendum considerato fuorilegge.

Referendum: la sceda elettorale come sarebbe se il referendum si realizzasse l’1 ottobre – La Catalogna sarà indipendente se ci sarà il referendum (e se gli indipendentisti lo vinceranno)? A Barcellona è tutto pronto ma per la Spagna il voto non ha base legale. Una dichiarazione unilaterale di indipendenza potrebbe avere conseguenze gravissime. La forza delle rivendicazioni separatiste dipenderà da quanti catalani voteranno Sì in un referendum che non prevede quorum

   Come prima accennavamo, questa consultazione popolare catalana per l’indipendenza dalla Spagna è stata promossa dalla GENERALITAT DE CATALUNYA (il governo regionale catalano, con a capo CARLES PUIGDEMONT), ed è stato approvata dal PARLAMENTO DELLA CATALOGNA.

   Da parte sua, il governo spagnolo in carica si oppone a qualsiasi referendum locale di autodeterminazione, perché la COSTITUZIONE SPAGNOLA non consente di votare sull’indipendenza di alcuna regione, giudicando pertanto la consultazione illegale.

Manifestazione indipendentista

   Se la Costituzione spagnola non prevede referendum di autodeterminazione, forse il tema, l’iniziativa del referendum, poteva essere contrattata tra le parti, magari da parte degli indipendentisti chiedendo per la Catalogna un’autonomia ancora più spinta, più forte… al potere centrale di Madrid (autonomia che già è molto marcata nella regione catalana), evitando che si arrivi a una vera e propria secessione, con la costituzione di un nuovo stato.

   Peraltro l’onda indipendentista in Catalogna è tutta da vedere nella sua effettiva dimensione fra la popolazione (da misurare nelle urne, da verificare). Se è vero che masse enormi di persone partecipano a manifestazioni e iniziative indipendentiste (come è accaduto lo scorso 11 settembre a Barcellona), è anche vero che può esistere una “maggioranza silenziosa” che potrebbe farsi viva nelle urne, nella realizzazione di un eventuale legittimo referendum pro o contro l’indipendenza.

Catalogna evidenziata in giallo – COSA CHIEDE LA CATALOGNA? La Catalogna rivendica una storia, una cultura e una lingua diverse dal resto della Spagna. Le spinte indipendentiste sono sempre state fortissime e tenute sotto controllo solo dalle concessioni dei governi nazionali. I partiti autonomisti catalani, di destra e di sinistra, si sono coalizzati nel nome del «diritto a decidere» dei cittadini e vogliono che si tenga un referendum sull’indipendenza il primo ottobre. Le leggi sulla consultazione approvata il 6 settembre scorso dal Parlamento catalano hanno già messo di fatto la Catalogna fuori dall’ordinamento giuridico spagnolo

   Secondo i sondaggi oggi la scelta indipendentista contro quella unionista al referendum avrebbe la possibilità di prevalere per una manciata di voti, 52 a 48 più o meno. Ma molti elettori “unionisti”, contrari al “salto nel vuoto” dell’indipendenza, forse non si esprimono pubblicamente, nemmeno nei sondaggi, in un clima di euforia pro-indipendenza.

   E forse anche l’atteggiamento duro e senza dialogo del governo centrale che si è opposto frontalmente alla richiesta del “diritto a decidere” del popolo della Catalogna, ha danneggiato la causa “unionista”: la non realizzazione del referendum, l’impedimento usando anche le forze di polizia, questo non fa altro che creare una grande frustrazione in tutti quelli che ci hanno creduto in buona fede; e aumentare ancor di più il numero di chi vuole la separazione.

Il presidente del governo della Catalogna, Carles Puigdemont

   Resta che non è detto che la maggiorana dei catalani, rendendosi conto del pericolo dall’uscire dalla Spagna, dal dover reinventare tutto, decida di andarsene dalla unione con la Spagna; ed è probabile che il no all’indipendenza avrebbe vinto.

   In ogni caso tutto è stato congegnato male dagli indipendentisti nel proporre il referendum: non si sa minimamente che tipo di paese si vuole costruire in alternativa con la “nuova Catalogna”. Un referendum poi fatto senza regole certe: senza una commissione di controllo sui risultati, senza i paradigmi costituzionali della legalità, e pertanto senza alcuna legittimità. Senza aver stabilito alcun quorum minimo di votanti per la sua validità: vale la maggioranza relativa (cioè la maggioranza di chi va a votare) o assoluta (il 50 più uno degli elettori)?

BARCELLONA, 11 SETTEMRE 2017: MANIFESTAZIONE INDIPENDENTISTA – La Diada, la festa nazionale catalana che ricorda la caduta di Barcellona nella guerra di successione del 1714, è l’occasione, dal 2012, per esibire la forza dell’indipendentismo. Così, nel giorno della Diada, si è manifestata la voglia indipendentista dei catalani (per la polizia municipale di Barcellona c’era 1milione di persone, per il governo 350mila)(durante la manifestazione si è tenuto anche un minuto di silenzio in ricordo delle vittime degli attacchi terroristici di agosto). Il corteo è partito in Paseig de Gracia e si è concluso in Plaza Catalunya

   E poi, il “libero Stato di Catalogna” da chi sarà riconosciuto? Con le regole attuali l’Unione Europea certo non lo farà: perché servirà il consenso della Spagna, e, ancor di più, per evitare episodi a catena di regioni che frammentano gli stati separandosi con referendum autogestiti di dubbia legalità e democraticità…

   Nonostante tutto questo, il problema del riconoscimento e allargamento dei poteri locali, ancor di più in situazioni di identità forti come è quella catalana (dove la lingua è forse l’elemento più importante, più ancora di essere la più ricca economia dello stato spagnolo), il riconoscimento dei poteri locali è cosa importante, dovuta.

Che per la Catalogna sia un momento storico non c’è dubbio: lo ha ripetuto anche LA SINDACA DI BARCELLONA ADA COLAU (nella foto), ex leader dei movimenti antisfratto e alleata di Podemos (ma non di Podemos), oggi in una situazione complicata: gli indipendentisti le chiedono di concedere i locali pubblici per votare, mettendo a rischio la sua fedina penale e quella dei dipendenti comunali

   Solo che più che fenomeni secessionisti e creazione di altri tanti piccoli stati e staterelli (in quelle che sono regioni europee pur ricche in stati nazionali spesso deboli), lo strumento democratico che nella storia (e in prospettiva politica futura) più adeguato non può che essere IL FEDERALISMO: una distribuzione di poteri che privilegia “il locale”, la comunità, gli individui, per materie che la scelta più vicina al popolo che si fa è cosa migliore, più efficiente; ma che mantenga e riconosco l’importanza di altri “livelli di potere” nazionali, sovranazionali, là dove le scelte da fare non possono essere delegate a comunità locali inadeguate a scegliere.

   Pertanto la situazione di impasse politico-istituzionale che rischia di crearsi in Spagna, che si realizzi o meno il referendum (ma non si realizzerà…), potrà essere risolta nell’ambito di una POLITICA FEDERALISTA dove il governo centrale potrà delegare ALTRI POTERI ALLA CATALOGNA, e contemporaneamente delegare altre competenze al PROGETTO POLITICO EUROPEO: a un’entità più grande e virtuosa (gli Stati uniti dì Europa).

Cosa può fare Madrid per fermare la secessione? Per la Costituzione spagnola «lo Stato è indivisibile». Per questo motivo il governo di Mariano Rajoy fa affidamento sulla Corte Costituzionale che ha sempre bocciato – come nel 2014 con un primo referendum poi – i tentativi della Catalogna di forzare le leggi nazionali per arrivare alla secessione. In casi eccezionali, la Costituzione attribuisce inoltre al governo di Madrid la facoltà, se una delle 17comunità autonome non rispetta la legge – di «adottare tutte le misure necessarie a proteggere l’interesse generale», fino ad arrivare ad azzerare l’autonomia delle istituzioni regionali

   La situazione catalana è istituzionalmente ben più grave dei referendum regionali che si terranno il 22 ottobre prossimo in LOMBARDIA e VENETO, dove invece vi sarà una consultazione della popolazione, degli elettori, per la possibilità di richiedere ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia; cioè se si vuole nella propria regione una maggiore autonomia dallo stato italiano (domanda forse pleonastica, con una risposta ovvia: chi non può volere maggiore autonomia?).

   C’è qui (vedendola dalla parte dei proponenti) un tentativo di dimostrare autorevolezza e forza regionale (certificata dal voto popolare) per avere più soldi dallo stato centrale…

   E’ da constatare che questi due referendum regionali sull’autonomia avvengono in un momento di debolezza delle classi dirigenti locali (veneta e lombarda). E il “pathos” per l’autonomia tra la popolazione non richiamerebbe certo le folle che ci sono in Catalogna…

   E’ una fase storica dove i “poteri regionali” e le classi dirigenti locali sono assai in crisi e si sono dimostrati fallimentari nella gestione della cosa pubblica: pensiamo al Veneto, con le due maggiori banche regionali fallite; oppure al progetto del MOSE a Venezia, le dighe mobili contro l’acqua alta, lungi da realizzarsi e vero collasso di denaro per le casse dello stato (5 miliardi e mezzo di euro spesi dal primo progetto del 1989 e la fine della realizzazione, e sicurezza dell’efficacia, è ben lungi dal realizzarsi); oppure pensiamo alla maggiore arteria stradale nazionale in realizzazione, la Superstrada Pedemontana Veneta, già costata più di 600 milioni di euro allo Stato (e ce ne vorranno moltissimi di più) e con un futuro di possibile realizzazione pieno di ombre e assai giustificato pessimismo… (s.m.)

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LA PARTITA CHE SI GIOCA IN EUROPA

di Cesare Martinetti, da “La Stampa” del 21/9/2017

   La scelta brutale del premier spagnolo Mariano Rajoy di bloccare il referendum catalano con l’arresto di un politico indipendentista e alti funzionari del governo regionale riapre in modo drammatico la questione dei nazionalismi. Dopo la vittoria di Brexit, la netta sconfitta di Marine Le Pen alle presidenziali francesi aveva illuso i custodi dell’Europa, quasi fosse il sigillo a uno scampato pericolo. Continua a leggere

COREA DEL NORD: IL POTERE DELLA BOMBA c’è ancora – Il Paese più chiuso, minaccia il mondo con la BOMBA NUCLEARE – Il dittatore dinastico KIM JONG-UN consolida il suo potere (punta a espandersi nella Corea del Sud?) – E potrà questa crisi che interessa Cina, Usa, Giappone portare a un conflitto mondiale?

COREA DEL NORD, PYONGYANG (la capitale) – Nella foto il PALAZZO DEL SOLE DI KUMSUSAN, noto anche come MAUSOLEO DI KIM IL SUNG. E’ l’ex dimora del “Grande Leader” della Corea del Nord che alla sua morte nel 1994 è stata trasformata in mausoleo. L’imponente edificio, oltre alla salma del “Presidente Eterno” nordcoreano, ospita anche quella del figlio KIM JONG IL, suo successore. E’ il più grande mausoleo al mondo dedicato a un leader comunista, e il solo a ospitare più corpi. E’ in assoluto IL LUOGO PIÙ VENERATO DELLA COREA DEL NORD. E’ una tappa obbligata per qualsiasi visitatore che si rechi a PYONGYANG. (foto e testo da: http://www.parmadaily.it/ )

   KIM JONG-UN, il dittatore della Corea del Nord che sta terrorizzando in particolare il Giappone e gli Stati Uniti (e ancor di più il regime filo-occidentale della Corea del sud), è uno dei leader più misteriosi del mondo. Di lui si sa molto poco. Ha 33 o 34 anni, ed è il terzo “capo supremo” della Corea del Nord, di una dinastia famigliare (prima di lui il potere era di Kim Il-sung, suo nonno, e poi Kim Jong-il, suo padre). E nessuno, quando lui arrivò al potere (con la morte del padre) nel 2011, avrebbe scommesso sul suo carisma e la sua capacità di guidare uno stato così isolato e ostile all’Occidente.

La COREA DEL NORD è un Paese dell’Asia orientale. Occupa la porzione settentrionale della PENISOLA COREANA, che si protende dal continente asiatico tra il mare Orientale (MAR DEL GIAPPONE) e il MAR GIALLO; la Corea del Nord occupa circa il 55 per cento della superficie dell’intera penisola. Il Paese confina con la Cina e la Russia a nord e con la Repubblica di Corea (Corea del Sud) a sud. La capitale nazionale, PYONGYANG, è un importante centro industriale e logistico nei pressi della costa occidentale. Tra la Corea del Nord e la Corea del Sud si estende una ZONA DEMILITARIZZATA (DMZ) larga 4 km istituita in base ai termini dell’ARMISTIZIO del 1953 che pose fine ai combattimenti della GUERRA DI COREA (1950-53 La DMZ, che si estende per circa 240 km, costituisce la linea militare del cessate il fuoco del 1953 e segue all’incirca i 38° N di latitudine (il 38° parallelo) dalla foce del FIUME HAN sulla costa occidentale della penisola coreana fino a una località poco a sud della città nordcoreana di KOSŎNG sulla costa orientale. (da Wikipedia)

   L’operazione di questi mesi, con la minaccia della Corea del Nord in particolare a Giappone, Usa, e Corea del Sud, con missili sempre più potenti inviati verso questi Paesi (quello del 29 agosto ha sorvolato la Penisola nipponica prima di finire nel Pacifico…), e pure la minaccia al mondo intero con l’arma nucleare, tutto questo ha portato in primis alla celebrazione del leader nordcoreano, rendendolo in patria una specie di divinità. Un’operazione che sembra perfettamente riuscita: e nel mondo tutti ora, attraverso i media, lo hanno visto, Kim Jong-un, e si sono fatti di lui un’immagine inquietante ben diversa dal giovane solamente un po’ goffo che appariva prima delle minacce.

Da sinsitra a destra: Kim Il-sung, Kim Jong-il e Kim Jong-un (AP Photo/Ahn Young-joon)

   Perché oggi Kim Jong-un è conosciuto dal mondo soprattutto per lanciare missili continuativamente verso gli “stati nemici”: 21 missili lanciati in 14 test. E, l’ultimo, il più importante: un test nucleare il 3 settembre scorso (è stata fatta esplodere una Bomba-H sotterranea che ha causato un terremoto di 6,3 gradi sulla scala Richter), dimostrando l’accelerazione dello sviluppo dei programmi atomici e missilistici nordcoreani (peraltro già avviati dai suoi due predecessori).

Il 29 AGOSTO 2017 PER LA PRIMA VOLTA UN MISSILE LANCIATO DAL REGIME DI PYONYANG HA SORVOLATO L’ARCIPELAGO NIPPONICO. “Minaccia senza precedenti”, dice il governo di Tokyo che ha chiesto e ottenuto la convocazione del Consiglio di sicurezza Onu

   La storia della Corea del Nord comincia all’indomani della capitolazione dell’Impero giapponese avvenuta il 15 agosto 1945, quando Kim II-sung, che aveva guidato l’esercito rivoluzionario popolare coreano nella resistenza comunista coreana all’occupazione giapponese, si impose come il principale capo del Paese. La spartizione della Corea, in cui dopo la capitolazione giapponese nel 1945 i soldati sovietici e statunitensi erano presenti da una parte e dall’altra del 38° parallelo, fu ratificata alla fine del 1948. Pertanto importante è il 38° parallelo nella divisione geografica nel dopoguerra della Penisola Coreana: a nord filo-sovietica, comunista, a sud filo-americana (con una guerra sanguinosa tra le parti fra il 1950 e il 1953, che ancor di più sancì la divisione assoluta tra i due Paesi).

Tra la COREA DEL NORD e la COREA DEL SUD si estende una ZONA DEMILITARIZZATA (DMZ) larga 4 km istituita in base ai termini dell’ARMISTIZIO del 1953 che pose fine ai combattimenti della GUERRA DI COREA

   Tornando a quel che sta accadendo in questi mesi, pare di capire che il programma-obiettivo della Corea del Nord per rilanciare il Paese, per far sì che non sparisca e venga fagocitato dai poteri internazionali “forti” in quell’area del Pacifico (il Giappone, ma prima di tutto la Cina e gli Usa), dalla fine degli stati isolati in possesso di singole famiglie di dittatori, Kim Jong-un ha annunciato già nel 2013 (due anni dopo aver raggiunto il potere) un piano nazionale che si chiama «BYUNGJIN», cioè tradotto significa “linee parallele”, che implica lo sviluppo contemporaneo dell’economia nazionale e della forza militare: per dirla in modo semplice, BURRO E CANNONI, che significa “cibo per tutti” e “forza militare” (bombe atomiche e missili intercontinentali). Questa dottrina è stata enunciata il 13 aprile del 2013 e ha sostituito la linea unica del padre di Kim, il «SONGUN» che significava «prima le forze armate».

ONU-11/9/2017 – COREA DEL NORD: EMBARGO E SANZIONI INTERNAZIONALI – Al Palazzo di Vetro di New York la PROPOSTA AMERICANA che prevedeva un totale embargo petrolifero e il congelamento di tutti gli asset del leader nordcoreano Kim Jong-un sarebbe stata ‘ANNACQUATA’ nelle ultime ore, nel tentativo di trovare un compromesso con CINA e RUSSIA contrarie in linea di principio a nuove misure. E comunque decise ad ammorbidire ogni eventuale reazione della comunità internazionale all’ULTIMO TEST NUCLEARE di PYONGYANG. Per Pechino e Mosca la via maestra da seguire è quella della diplomazia, anche se finora ha portato a scarsi risultati. Mentre per Washington perché la soluzione politica abbia successo è fondamentale inasprire la pressione sul regime di Kim, tagliando tutte le risorse e i finanziamenti che alimentano il programma nucleare e missilistico nordcoreani

   La Corea del Nord è un Paese in gravi difficoltà economiche, per molti osservatori alla fame, e l’INCENTIVAZIONE che si sta accettando, “tollerando”, DEL MERCATO NERO nel Paese del surplus di prodotti alimentari per integrare il cibo famigliare, somiglia molto alle prime politiche dell’Unione Sovietica del secondo Dopoguerra del secolo scorso, che, resisi conto che il mercato ufficiale dei Solkoz portava a fame e carestia per la popolazione, nell’URSS si tollerava il mercato clandestino, “privato”, che copriva le inefficienze e l’inadeguatezza del mercato ufficiale “comunista”, statale.

Casa del popolo a Pyongyang – 10 settembre 2017: COREA DEL NORD, KIM JONG-UN ELOGIA GLI SCIENZIATI che hanno contribuito ai TEST NUCLEARI – E’ tempo di festeggiamenti per Kim Jong-Un. Il leader della Corea del Nord, in un’occasione ad hoc alla CASA DEL POPOLO DI PYONGYANG (NELLA FOTO), elogia gli scienziati che hanno contribuito ai test nucleari e glorifica il programma missilistico. Tra musica, colori e applausi si celebrano i 21 missili lanciati in 14 test. E, soprattutto, l’ultimo esperimento atomico, quello del 3 settembre scorso

   Assieme a questa situazione interna di grande difficoltà popolare, dall’altra vi è la politica della minaccia esterna, della bomba nucleare, dei missili che mostrano di voler colpire Corea del Sud, Giappone, Stati Uniti. Dimostrazione di essere un Grande Paese, importante militarmente nel Pacifico, nel mondo: un consolidamento della nomenclatura di potere interna.

“(…) Mentre la COREA DEL NORD viene denunciata come unica fonte di minaccia, una ristretta cerchia di Stati mantiene l’oligopolio delle armi nucleari: chi le possiede minaccia chi non ce le ha e è sempre più probabile che altri cerchino di procurarsele e ci riescano. OLTRE AI NOVE PAESI CHE LE POSSEGGONO GIÀ (Usa, Russia, Gran Bretagna, Francia, Cina, Pakistan, India, Israele e, appunto, Corea del Nord), ALTRI 35 SONO IN GRADO DI COSTRUIRLE. (….) Fondamentale è una larga mobilitazione per imporre che anche il nostro paese aderisca al TRATTATO SULLA PROIBIZIONE DELLE ARMI NUCLEARI e quindi RIMUOVA DAL SUO TERRITORIO LE BOMBE NUCLEARI USA, la cui presenza VIOLA IL TRATTATO DI NON-PROLIFERAZIONE GIÀ RATIFICATO DALL’ITALIA. Se manca la coscienza politica, dovrebbe almeno scattare l’istinto di sopravvivenza.” (Manlio Dinucci, da “il Manifesto” del 5/9/2017)

  Pertanto tutti i più attenti conoscitori della geopolitica del Pacifico sono concordi nel sostenere che il dittatore nord coreano sta terrorizzando il mondo non per pazzia (o forse, sì, è anche pazzia…), ma per rinsaldare un potere interno che rischiava di scemare. E, sembra strano (e incredibile) in questa epoca, ma, SE VUOI CONTARE MOLTO ED ESISTERE nel pianeta Terra, ancora adesso (e più che mai) devi possedere il potere atomico, LA BOMBA.

Mappa della Corea del Nord

   E’ uno strano risveglio che ci fa fare Kim Jong-un nel pensare allo stesso modo di prima del 1989, della caduta del muro di Berlino, ai rapporti internazionali, per chi considerava che gli equilibri internazionali evolvessero verso altri fattori di potere (la Cina, gli Usa, l’Europa che non c’è, gli Stati emergenti –India, Brasile, Sud-Africa-, la Russia di Putin, l’Africa preoccupazione demografica e che si sviluppa troppo poco, il Medio Oriente sempre incandescente e senza pace, l’epica delle grandi immigrazioni, tra profughi che fuggono da guerre e immigrati che scappano dalla miseria….).

Metropolitana di Pyongyang

   E’ un ricondurci, con il dittatore nord-coreano, all’importanza ancora dell’equilibrio del terrore nucleare, per niente cessato, superato. Quella che ancora dobbiamo chiamare DETERRENZA ATOMICA, data da una crescente corsa agli armamenti. Ad adesso sono nove i paesi che posseggono la bomba nucleare, e altri 35 sono in grado di costruirla.

Nella città della Corea del Nord, SINCHON, vi è il MUSEO DELLE ATROCITÀ DI GUERRA AMERICANE, dedicato a mostrare e preservare le atrocità del MASSACRO DI SINCHON, uno sterminio di massa di civili e simpatizzanti comunisti che il Partito del Lavoro di Corea attribuisce alle forze armate statunitensi durante la GUERRA DI COREA (1950-1953)

   Non è dato sapere come evolveranno (negativamente o positivamente) le minacce concrete della Corea del Nord al resto del Mondo: però ci ricorda che la situazione mondiale si mantiene in una perenne instabilità, e ancora una volta richiederebbe la capacità di “esserci”, noi, in funzione di forza credibile di mediazione per la pace e lo sviluppo che l’Europa potrebbe esercitare (se fosse un’entità, federalista, ma unica, come Stati Uniti d’Europa). (s.m.)

la capitale della Corea del Nord PYONGYANG sorge sul fiume TAEDONG

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KIM JONG-UN, CHI È

– Storia di uno dei leader più misteriosi del mondo, di cui per anni non si è conosciuto nemmeno l’aspetto, ricostruita dal New York Times –

12/8/2017, da www.ilpost.it/

Kim Jong-un insieme alla moglie Ri Sol-ju in una foto diffusa dall’agenzia KCNA il 26 luglio 2012 (AP Photo/Korean Central News Agency via Korea News Service)

   Kim Jong-un, il dittatore della Corea del Nord, è uno dei leader più misteriosi del mondo. Di lui si sa molto poco: ci sono pezzi della sua vita praticamente sconosciuti e ancora oggi politici e analisti non sanno con certezza se definirlo un pazzo o uno che è riuscito con grande abilità a conquistare il potere giovanissimo e mettere all’angolo la più grande potenza del mondo, gli Stati Uniti.

   Kim Jong-un ha 33 o 34 anni, è il terzo leader della Corea del Nord e nessuno, quando prese il potere nel 2011, avrebbe scommesso Continua a leggere