L’AMAZZONIA CHE BRUCIA (che viene bruciata) – Uccisa dalle produzioni globali di carni bovine e del cuoio; ma anche alle ricerche minerarie e petrolifere – UN PATTO CON IL GOVERNO BRASILIANO perché per ogni aiuto economico ci sia l’impegno a preservare la foresta e le popolazioni indigene che lì vivono

22 agosto 2019 – INCENDI IN AMAZZONIA, IN UN VIDEO LA DENUNCIA DIVENTA VIRALE: “TERRE DEGLI INDIGENI BRUCIATE DAGLI ALLEVATORI” – https://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/incendi-in-amazzonia-in-un-video-la-denuncia-diventa-virale-terre-degli-indigeni-bruciate-dagli-allevatori-_3227502-201902a.shtml – IL GRIDO DI DOLORE LANCIATO DA UNA DONNA DEL GRUPPO ETNICO PATAXÒ PUNTA IL DITO CONTRO LA POLITICA DI DEFORESTAZIONE PORTATA AVANTI DAL PRESIDENTE BRASILIANO BOLSONARO – Sullo sfondo la foresta amazzonica in fiamme, in primo piano lei, un’indigena del GRUPPO ETNICO DEI PATAXÒ (2MILA INDIVIDUI CIRCA NELLO STATO BRASILIANO DI BAHIA), che grida tutto il suo dolore e lancia pesanti accuse contro il presidente Bolsonaro e la sua politica di deforestazione. Il video della denuncia dal Brasile è diventato virale grazie al supporto dell’associazione ecologista americana SUNRISE MOVEMENT. – “Per due anni abbiamo combattuto per preservare la nostra riserva (quella Caramuru-Paraguaçu, ndr) e questi str…i sono entrati e l’hanno bruciata”. Così la donna del video, con toni concitati, esprime la sua angoscia, mentre indica la distruzione alle sue spalle, causata dal fuoco, che devasta la foresta amazzonica. – Nella sua denuncia, la portavoce degli indigeni incolpa per la deforestazione l’allevamento di bestiame, un’attività che il presidente brasiliano Bolsonaro incoraggia attivamente. – “Stanno uccidendo i nostri fiumi, le nostre fonti di vita e ora hanno incendiato la nostra riserva – continua la video-denuncia. – Voglio che tutti i media vedano questo”. – Il commento via Twitter dell’associazione Sunrise Movement, che ha pubblicato le immagini e le ha rese virali, suona come un grido di battaglia: “Non possiamo tollerare programmi politici di deforestazione. Non vedremo bruciare il nostro futuro”.

   L’incendio dell’Amazzonia è un 20% dei nostri polmoni che non respirano più. Perché l’Amazzonia è il polmone verde del mondo: infatti, insieme con il verde, se scompare poco a poco questa foresta, perdiamo il 20% della produzione di ossigeno del pianeta (e il 10% della biodiversità mondiale di flora e fauna).

Il fumo degli incendi si eleva dagli Stati brasiliani di Amazonas, Mato Grosso e Rondônia

   L’Amazzonia è considerata l’ecosistema più ricco di biodiversità al mondo: ospita circa 60.000 specie di piante, 1.000 specie di uccelli e oltre 300 specie di mammiferi. Si estende su un’area di circa 6,5 milioni di chilometri quadrati e attraversa nove paesi del Sud America (BOLIVIA, BRASILE, COLOMBIA, ECUADOR, PERÙ, VENEZUELA, SURINAME, GUYANA e GUYANA FRANCESE) per circa il 5% della superficie terrestre. Ma è il Brasile il Paese più interessato alla presenza della foresta (che per circa il 65% è nel suo territorio).

Il settore dell’allevamento nell’Amazzonia brasiliana, incentivato dalle produzioni internazionali di carni bovine e di cuoio, è il responsabile di circa l’80% di tutta la deforestazione nella regione, e di circa il 14% della deforestazione annua totale nel mondo, ed è la maggiore causa mondiale di deforestazione. Nel 1995, il 70% delle terre precedentemente sotto forma di foreste in Amazzonia, e il 91% dei terreni disboscati dal 1970, è stato convertito in allevamento del bestiame. Gran parte delle deforestazione rimanenti nell’Amazzonia è stata opera da parte degli agricoltori per ottenere terreni per l’agricoltura di sussistenza su piccola scala o per la produzione meccanizzata di soia, palma e altre colture.

   L’allevamento del bestiame è responsabile dell’80% della deforestazione in corso nella di questa grandiosa foresta. Una parte significativa dell’offerta globale di carne bovina, compresa gran parte dell’offerta di carne bovina in scatola in Europa (anche da noi!), proviene da terreni che un tempo erano la foresta pluviale amazzonica. E la cosa si sta estendendo. Sempre più popolazioni chiedono di incentivare il consumo di carne (pensiamo adesso alla Cina), e gli allevamenti di bestiame si stanno espandendo (a danno della vegetazione).

   C’è poi in Amazzonia il fenomeno costante che, nella stagione secca, da giugno a novembre, allevatori e coltivatori bruciano porzioni di foresta per fare spazio a nuovi pascoli o sottrarre alla foresta terreno appunto per nuovi appezzamenti agricoli.

i grandi incendi della FORESTA AMAZZONICA_da teleSUR _ teleSUR es la señal informativa de América Latina _ htts___twitter_com_teleSURTV – “(…) In base ai dati del satellite AQUA riportati dall’ISTITUTO NACIONAL DE PESQUITAS ESPACIAIS (INPE) l’Istituto nazionale di ricerche spaziali del Brasile che insieme alla NASA e al Programma Copernicus dell’ESA vigila sulla deforestazione amazzonica, dall’inizio del 2019 ci sono stati 76.720 incendi in tutto il Brasile, l’84% in più rispetto al 2018, il numero più alto dal 2013 (…)” (Elisabetta Intini, 23/8/2019, da https://www.focus.it/)

   Ma alla radice di questo aumento del ritmo di incendi e deforestazione che stiamo vivendo in queste settimane convulse e preoccupanti, c’è il nuovo corso del governo brasiliano (rispetto alle politiche di conservazioni avviate dai governi precedenti, che avevano dato dei buoni risultati).  L’attuale nuovo presidente JAIR BOLSONARO non crede nell’importanza della conservazione della flora e fauna, della vegetazione, e sta incentivando lo sfruttamento industriale e minerario della foresta amazzonica con lo sviluppo delle pratiche di deforestazione. Adesso, allevatori e imprenditori agricoli si sentono incoraggiati e sostenuti dal governo ad avviare attività di ‘sviluppo’ in territori coperti da foreste.

Un’area di Amazzonia deforestata per attività minerarie illegali in Brasile. Il suolo spoglio è avvelenato da contaminanti come il mercurio.

  Molti di questi territori sono elementi di vita fondamentale per le popolazioni indigene, che così subiscono ulteriori irreversibili limiti alla loro sopravvivenza. Insomma un vero disastro, per queste popolazioni che subiscono direttamente la violenza degli incendi creati, e poi indirettamente per l’ecologia mondiale.

SAN PAOLO DEL BRASILE OSCURATA – “(…) Il sole invernale a sud del Tropico del Capricorno tramonta poco prima delle 18. Lunedì a SAN PAOLO alle 16 non c’era già più. LA CITTÀ È PIOMBATA IN UN’OSCURITÀ SURREALE. Non era un’eclissi, ma L’AGONIA DELL’AMAZZONIA, a 2.700 CHILOMETRI DI DISTANZA, che bruciava come non era mai successo prima. I social sono impazziti con teorie apocalittiche, e stavolta anche i media. La causa l’ha centrata un utente su Facebook: “C’è puzza di bruciato. Questa oscurità è la diretta conseguenza della politica di deforestazione di Bolsonaro (…)”. (Raffaella Scuderi, da “la Repubblica” del 22/8/2019)

   Nel tempo è maturata una sensibilità ecologica che non si limita alla pura salvaguardia della flora e fauna del pianeta: ma che considera anche le persone che vivono in luoghi “sacrificati al progresso”, e che perdono il loro equilibrio di vita. Proprio in Amazzonia, nel 1988, è stato ammazzato CHICO MEDES, un sindacalista dei seringueros (i raccoglitori di caucciù) che aveva posto nella sua attività sindacale e politica la tutela dei diritti dei suoi colleghi lavoratori, in rapporto e direttamente connessa anche con i “diritti della foresta”, cioè la salvaguardia e conservazione contro il disboscamento.

CHICO MENDES, sindacalista dei seringueros e difensore della conservazione della foresta amazzonica, assassinato nel 1988

   Pertanto, in questo momento di crisi globale anche segnato dalla preoccupazione per la sopravvivenza della foresta amazzonica dagli incendi che si estendono (senza che si faccia nulla), dobbiamo trovare una strada di convergenza tra conservazione ecologica (da praticare concretamente) con i diritti delle persone colpite direttamente dai disastri ambientali (come sono adesso gli indios amazzonici). (s.m.)

fotografías huaorani (maggio 2019, da http://losbuffo.com/ ) – Dopo anni di contenziosi giudiziari, battaglie, avvocati e magistrati, in ECUADOR si respira un’aria di vittoria: i WAORANI, POPOLAZIONE INDIGENA RESIDENTE NELLA FORESTA AMAZZONICA, sono riusciti a FERMARE LA STRAPOTENZA DI ALCUNE COMPAGNIE PETROLIFERE che intendevano trivellare quei territori pressoché incontaminati. L’ECUADOR accoglie una PICCOLA PARTE DELLA FORESTA AMAZZONICA, principalmente estesa lungo il confine orientale del paese, eppure è dal 1972 che petrolieri e multinazionali ne prosciugano i giacimenti petroliferi, danneggiando irreversibilmente i popoli indigeni e la vegetazione circostante e distruggendo così uno dei luoghi caratterizzati da una ricchissima biodiversità. (continua la lettura su http://losbuffo.com/2019/05/28/la-vittoria-degli-indigeni-un-riscatto-storico/ )

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INCENDI IN AMAZZONIA: QUELLO CHE C’È DA SAPERE

di Elisabetta Intini, 23/8/2019, da https://www.focus.it/

– I roghi nella foresta pluviale in Brasile sarebbero intenzionali e strettamente legati alla deforestazione: è un problema grave e noto da tempo, che non ha origine dal riscaldamento globale. –

   L’Amazzonia brucia, e diversamente dagli incendi che hanno interessato diversi Paesi artici nelle ultime settimane, non si tratta di roghi spontanei. L’abbondanza di incendi che nel mese di agosto ha investito la più grande foresta pluviale al mondo, estesa per 5,5 milioni di chilometri quadrati, oltre la metà dei quali sul territorio brasiliano, ha portato l’Amazonas (il più esteso Stato del Brasile, in gran parte coperto dalla foresta) a dichiarare un’emergenza nel sud del Paese e nella capitale, Manaus.

Una storia che si ripete. Purtroppo, i roghi nella foresta pluviale in questa stagione non sono una novità di quest’anno, come potrebbe sembrare da alcuni titoli di giornale, né sono causati dal riscaldamento globale – piuttosto, andranno ad aggravarne le conseguenze.

   Il fenomeno è, come spiega il sito di Quartz, strettamente legato alla deforestazione. I livelli di umidità in questo ecosistema dal clima equatoriale sono tali da rendere altamente improbabile lo sviluppo di incendi spontanei. Invece, nella stagione secca, da giugno a novembre, allevatori e coltivatori bruciano porzioni di foresta per fare spazio a nuovi pascoli o sottrarre alla foresta terreno per nuovi appezzamenti agricoli.

   Si tagliano gli alberi, si lascia il legname ad asciugare e quindi lo si brucia, usando le ceneri per fertilizzare il suolo. Al ritorno delle piogge, a novembre, dal terreno fertile nascerà prato per nutrire il bestiame. Per gli agricoltori, il fuoco è anche un modo per ripulire il terreno in attesa della nuova stagione. Ma appiccare fuochi nella stagione secca è illegale, per l’alto rischio di incendi.

I dati ufficiali. In base ai dati del satellite AQUA riportati dall’ISTITUTO NACIONAL DE PESQUITAS ESPACIAIS (INPE)  l’Istituto nazionale di ricerche spaziali del Brasile che insieme alla NASA e al Programma Copernicus dell’ESA vigila sulla deforestazione amazzonica, dall’inizio del 2019 ci sono stati 76.720 incendi in tutto il Brasile, l’84% in più rispetto al 2018, il numero più alto dal 2013.

   Oltre la metà dei roghi – non la totalità, come si è letto in alcuni siti – è avvenuta nella foresta pluviale. Il numero totale di incendi (oltre 39.000) negli Stati ricoperti dalla foresta amazzonica è molto preoccupante, ma non da record, almeno per ora; anche se in alcuni Stati, come l’Amazonas, Rondônia e Parà, è in aumento rispetto alle stagioni secche degli ultimi anni.

Monetizzare sulle foreste. Il supporto dell’attuale presidente brasiliano Jair Bolsonaro allo sfruttamento industriale e minerario della foresta amazzonica ha incoraggiato le pratiche di deforestazione, come da tempo denuncia l’INPE: nel giugno 2019 il tasso di abbattimento di piante nel polmone verde del Pianeta è stato più alto dell’88% rispetto allo stesso mese nel 2018. La denuncia del trattamento delle foreste è costata il posto a Ricardo Magnus Osório Galvão, ex capo dell’organizzazione, accusato da Bolsonaro di “aver manipolato i dati” sul tema.

Non è colpa del global warming. Il clima attuale nella regione non sarebbe invece anomalo: attribuire al clima secco lo sviluppo di incendi in Amazzonia è inaccurato. Come ha precisato all’agenzia Reuters Alberto Setzer, ricercatore dell’INPE, «la piovosità nella regione amazzonica quest’anno è solo lievemente sotto la media. La stagione secca crea le condizioni favorevoli per l’uso e la diffusione del fuoco, ma appiccare un fuoco, in modo deliberato o accidentale, è un’azione dell’uomo». (Elisabetta Intini)

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da teleSUR _ teleSUR es la señal informativa de América Latina (htts://twitter.com/teleSURTV)

 

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Il PAPA ha convocato (nello scorso febbraio) l’ASSEMBLEA SPECIALE DEL SINODO DEI VESCOVI PER LA REGIONE PANAMAZZONICA, da domenica 6 a domenica 27 ottobre 2019. Il Sinodo avrà come tema «AMAZZONIA: NUOVI CAMMINI PER LA CHIESA E PER UNA ECOLOGIA INTEGRALE». La PANAMAZZONIA è composta da nove Paesi: BOLIVIA, BRASILE, COLOMBIA, ECUADOR, PERÙ, VENEZUELA, SURINAME, GUYANA e GUYANA FRANCESE

EMERGENZA AMBIENTE

MA AMAZZONIA E GROENLANDIA SONO DI TUTTI

di Federico Rampini, da “la Repubblica” del 23/8/2019

   Vasti incendi stanno divampando in un patrimonio dell’umanità. Brucia il più grande generatore d’ossigeno e “assorbente” di CO2, la foresta dell’Amazzonia. La tragedia ci interpella tutti e pone un problema di principio: Continua a leggere

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L’anticipazione del RAPPORTO SVIMEZ (dell’agosto 2019) dà una condizione difficile per il MERIDIONE D’ITALIA: i giovani se ne vanno, i piccoli centri si spopolano, l’economia è sotto zero – Come adottare misure per invertire la tendenza? La (nostra) proposta di un ridisegno territoriale con le MACROREGIONI

I GIOVANI PARTONO: LA VERA EMERGENZA – Secondo le anticipazioni (del 1° agosto) del RAPPORTO SVIMEZ 2019, gli emigrati dal Sud tra il 2002 e il 2017 sono stati OLTRE 2 MILIONI, di cui 132.187 NEL SOLO 2017. Di questi ultimi, si legge, “66.557 SONO GIOVANI (50,4%, DI CUI IL 33% LAUREATI)”

   L’anticipazione del rapporto “L’ECONOMIA E LA SOCIETÀ DEL MEZZOGIORNO” da parte della SVIMEZ, l’associazione che promuove lo studio delle condizioni economiche del Mezzogiorno d’Italia (che elabora tutti i dati all’anno precedente, il 2018), questo rapporto viene a dare un contesto molto grave sulla situazione economica e sociale dell’area meridionale del nostro Paese. Si vede chiaramente come l’Italia sia un paese spaccato in due, con un Sud svuotato dall’emigrazione di migliaia di giovani (molti di questi laureati o con diplomi di specializzazione).

La SVIMEZ (acronimo per Associazione per lo SVIluppo dell’industria nel MEZzogiorno) è un’associazione privata senza fini di lucro, che include nel suo statuto lo scopo di promuovere lo studio delle condizioni economiche del Mezzogiorno d’Italia, al fine di proporre concreti programmi di azione e di opere intesi a creare e a sviluppare le attività industriali. Tra le attività svolte c’è la pubblicazione annuale di un RAPPORTO SULLO STATO DELLO SVILUPPO DEL MEZZOGIORNO riferito all’anno precedente. L’associazione, inoltre, promuove la pubblicazione di riviste scientifiche, la realizzazione di ricerche sulle diverse realtà e problematiche meridionali, presentate anche come note di ricerca. (da Wikipedia) (nella foto LUCA BIANCHI, DIRETTORE DELLO SVIMEZ)

   Si potrà dire che non è una novità, e da sempre le condizione dell’economia meridionale, e poi della sicurezza pubblica, della criminalità, dei servizi come sanità e scuola, e tutto il resto….queste condizioni di difficoltà ci sono sempre state: e nessuno è mai riuscito a risolvere questo divario tra centro-nord, sostanzialmente ricco, e sud in difficoltà.

   Il tema però che colpisce di quest’ultimo rapporto è che i giovani se ne vanno “ancora di più”. Un segnale molto brutto e definitivo, in merito alle speranze di una “possibilità” di sollevarsi del Meridione d’Italia dalla sua crisi storica.

   Addirittura, secondo i dati del rapporto Svimez di agosto 2019, sono più i meridionali che emigrano dal Sud per andare a lavorare o a studiare al Centro-Nord e all’estero, che gli stranieri immigrati regolari che scelgono di vivere nelle regioni meridionali.

IL CALO DEMOGRAFICO (SLIDE RAPPORTO SVIMEZ 2019)

   Una emorragia di abitanti, appunto, in particolare giovani: tra il 2002 e il 2017 sono stati oltre 2 milioni i giovani che se ne sono andati dalle regioni meridionale.

   Fa specie, colpisce, che questo fenomeno è più evidente e sentito nei centri minori, nei paesi medio-piccoli, con il rischio reale del loro spopolamento. Ma è peraltro spiegabile: se il sud nel suo complesso soffre di disoccupazione, di mancanza di servizi, di criminalità, è evidente che nei piccoli centri le OPPORTUNITÀ di vita, specie per i giovani, sono ancora meno (e così loro se ne vanno, e i piccoli centri rischiano di morire, di essere lentamente abbandonati).

“(….) Ma dove vanno gli emigrati meridionali? Secondo il report Istat di mobilità, nel 2017 sono stati circa 110 mila i movimenti da Sud a Nord (perdita netta pari a 54 mila). Nei venti anni precedenti, la perdita netta ammonta a più di un milione di residenti. I GIOVANI SCELGONO MAGGIORMENTE LE CITTÀ (MILANO, ROMA, FIRENZE, VENEZIA). La regione che ha invece il miglior saldo netto giovanile, come prevedibile, è stata la LOMBARDIA. Ma se Atene piange, Sparta non ride, dato che è molto forte anche l’emigrazione di settentrionali verso l’estero. I MAGGIORI PAESI ESTERI CHE ATTRAGGONO GLI ITALIANI SONO SEMPRE IL REGNO UNITO, LA GERMANIA, LA FRANCIA E LA SVIZZERA. Quindi abbiamo due elementi che sicuramente trainano i flussi migratori, come le AREE RICCHE E I CENTRI URBANI. E ciò non rappresenta una sorpresa. Si tratta di due elementi che mancano attualmente nel Mezzogiorno. LE GRANDI CITTÀ CHE UN TEMPO ERANO CAPITALI DI REGNI, NAPOLI E PALERMO, NON RIESCONO A COMPETERE CON MILANO, BOLOGNA O ROMA.(…)” (Francesco Bruno, 5 Agosto 2019, da https://www.econopoly.ilsole24ore.com/)

   Un’altra cosa che appare preoccupante dal rapporto SVIMEZ 2019 è il troppo BASSO TASSO DI OCCUPAZIONE FEMMINILE NEL MEZZOGIORNO rispetto alle altri parti d’Italia: nel 2018 appena il 35,4% di donne è impegnata in un lavoro, contro il 62,7% del Centro-Nord, il 67,4% dell’Europa a 28 (e il 75,8% della Germania). Ecco, diamo il dato anche dell’Europa (e della Germania) per dire che il contesto italico è ora in crisi per quel che riguarda l’economia (e non solo); ma che il sud va peggio ancora, molto peggio, e abbiamo invece l’Europa, gli altri Paesi (cui avremo sempre più un destino comune) che vanno molto meglio di noi (e il nostro Sud è “fermo”).

1° agosto 2019 – RAPPORTO SVIMEZ: “TRAGICO 2019 PER IL SUD, IL PIL ANDRÀ SOTTO ZERO” – Nel report, LʼASSOCIAZIONE PER LO SVILUPPO DELLʼINDUSTRIA NEL MEZZOGIORNO mette in guardia: “NEL MERIDIONE CI SONO PIÙ EMIGRATI CHE IMMIGRATI, È VERA EMERGENZA” – Il Nord Italia avanza e il Sud va in retromarcia: è la drammatica previsione che emerge dal RAPPORTO SVIMEZ 2019 che parla di una “RECESSIONE PER IL MEZZOGIORNO”.

   La “questione meridionale”, termine che ha assunto valenza già dall’Unità d’Italia (1861) e che è stato esplicitata da valenti studiosi dai primi del ‘900 (120 anni fa) non ha trovato modi e indicazioni per perlomeno iniziare a ridurre il gap tra nord e sud d’Italia (anzi, la forbice si è allargata).

   Da un punto di vista geografico, delle istituzioni regionali, tempo fa noi (nel nostro piccolo, anche in questo blog) avevamo proposto una “rivoluzione soft”, con l’eliminazione delle regioni attuali, e la creazione di una MACROREGIONE DEL SUD:

https://geograficamente.wordpress.com/2015/01/05/macroregioni-al-posto-delle-regioni-superare-al-piu-presto-le-obsolete-regioni-con-aree-territoriali-demograficamente-e-geomorfologicamente-omogene-e-il-progetto-macroregioni/

Uno degli esempi di macroregioni possibili (autore Maria Carmela Fiumana, fonte agenzia “dire” – http://www.dire.it/ )

   POTREBBERO ESSERE (SECONDO LA NOSTRA PROPOSTA, DIVERSA DA QUELLA DISEGNATA QUI SOPRA) 5 LE MACROREGIONI IN ITALIA, e cioè:

– due MACROREGIONI DEL NORD, una del NORDEST (Emilia Romagna, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige) e l’altra del NORDOVEST (Lombardia, Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria);

– poi due MACROREGIONI DEL CENTRO (la prima formata dai territori attuali di Toscana, Umbria, Marche; e la seconda da Lazio, Abruzzo, Molise, ma anche dalla Sardegna così da togliere quest’ultima dall’isolamento politico-insulare);

– e, APPUNTO, una sola possibile MACROREGIONE MERIDIONALE (formata dai territori di CAMPANIA, PUGLIA, BASILICATA, CALABRIA e SICILIA). Creando all’interno dell’Unione Europea e di una STATO CENTRALE forte e autorevole, una MACROREGIONE DEL SUD, elimineremmo tutti quei “poteri obsoleti” (negativi) che non hanno mai risolto la “questione meridionale”: anzi, dall’entrata in funzione delle Regioni nel 1970, la spesa pubblica in quel contesto geografico (non solo lì a dire il vero, anche al centro-nord) è fortemente aumentata, creando grandi sprechi e sistemi parassitari; e anziché risolvere il divario nord-sud lo hanno ancor di più ampliato.

SVIMEZ FLUSSO MIGRATORIO SUD NORD IN CRESCITA – “(…) C’è un INDICE che riassume il DIVARIO CRESCENTE TRA NORD E SUD per quanto riguarda la vita di tutti i giorni. L’HA CREATO SVIMEZ. Eccone alcuni esempi. Fatto 100 il valore della regione più efficiente, il TRENTINO ALTO ADIGE, la CAMPANIA si attesta a 61, la SARDEGNA a 60, l’ABRUZZO a 53, CALABRIA (39), SICILIA (40), BASILICATA (42) e PUGLIA (43) sono sotto la media. Vivere lì costa tempo e fatica.(…)” (Barbara Ardù, “la Repubblica”, 1/8/2019)

   Insomma, tutto questo è per dire che l’ulteriore decadimento meridionale con i giovani che se ne vanno, necessita di misure credibili di superamento di poteri parassitari e una nuova e più efficace (e sana) organizzazione geografica territoriale istituzionale.

   Questo però crediamo che non accadrà, ed è probabile che il Sud continuerà a vivere (e sprofondare) in una crisi sempre maggiore che lo allontanerà dall’Europa (ma speriamo che non accada, e vorremmo sbagliarci). (s.m.)

Anticipazioni del Rapporto SVIMEZ 2019 su L ECONOMIA E LA SOCIETA DEL MEZZOGIORNO – 1 agosto 2019

SLIDES RAPPORTO SVIMEZ 1 AGOSTO 2019

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SVIMEZ SALDO AL SUD TRA IMMIGRATI CHE ARRIVANO E ITALIANI CHE EMIGRANO

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RAPPORTO SVIMEZ, “2 MILIONI DI EMIGRATI DAL SUD IN 15 ANNI. ADDIO A GIOVANI E LAVORATORI QUALIFICATI”

da “Il Fatto Quotidiano” del 1/8/2019

– La ripresa dei flussi migratori, si legge nel Rapporto Svimez, è “la vera emergenza meridionale, che negli ultimi anni si è via via allargata anche al resto del Paese”. Negativa anche la proiezione del Pil per il Sud che nel 2019 andrà in recessione. E l’Italia è l’unico paese Ue, Grecia a parte, a non avere ancora recuperato i livelli pre crisi –

   Un paese spaccato, un Sud svuotato dall’emigrazione di migliaia di giovani e laureati. Fenomeno assai più problematico dell’immigrazione, che lo compensa soltanto in parte. E se cresce il divario tra Italia meridionale e settentrionale si amplia anche quello tra Nord e resto dell’Europa, in un’Italia che è l’unico paese Ue, Grecia a parte, a non avere ancora recuperato i livelli pre crisi.

   Il quadro che emerge dalle anticipazioni del rapporto Svimez (Associazione per lo Sviluppo Industriale del Mezzogiorno) segna una tendenza di abbandono del Mezzogiorno, dove la ripresa dei flussi migratori è “la vera emergenza meridionale, che negli ultimi anni si è via via allargata anche al resto del Paese”.

   Negativa anche la proiezione del Pil per il Sud che “nel 2019 calerà dello 0,3% mentre il resto del paese crescerà dello 0,3% aumentando la divaricazione che, “all’interno di un paese fermo porta il Mezzogiorno in recessione. Questo – precisa il direttore di Svimez Luca Bianchi – alimenta grande preoccupazione anche per l’impatto sulla dinamica dell’occupazione, già negativa al sud e che può peggiorare ulteriormente”.

   Negli ultimi mesi, anche ilfattoquotidiano.it – che da anni raccoglie le esperienze degli italiani che decidono di andare all’estero nella sezione Cervelli in fuga – ha raccontato il fenomeno di chi decide di emigrare dal Sud al Nord Italia. Se volete, mandateci la vostra storia scrivendo a valigiadicartone.ilfatto@gmail.com.

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PERCHÉ I GIOVANI SE NE VANNO IN MASSA DAL MEZZOGIORNO?

di Francesco Bruno, 5 Agosto 2019, da https://www.econopoly.ilsole24ore.com/

   Le anticipazioni del rapporto Svimez lanciano l’ennesimo allarme sulle condizioni economiche e sociali del Mezzogiorno. Non una grande novità, ma quest’anno preoccupano maggiormente alla luce della crescita zero nazionale.

   Come ricorda il rapporto, «il mezzogiorno aggancia in ritardo la ripresa e anticipa le fasi di crisi». Ed ecco quindi presentarsi lo spettro della recessione, che potrebbe non riguardare solo il Sud.

   Sarebbero tante le chiavi di lettura, dall’occupazione agli investimenti pubblici e privati. Continua a leggere

Le donne e gli uomini ai vertici dell’EUROPA dei prossimi 5 anni: tra negative divisioni (fra filoeuropeisti, e presenza di forti gruppi sovranisti antieuropei), e positive novità (il programma “verde”, la prima volta di una donna a capo dell’UE): sarà UN PASSO IN PIÙ nell’UNIFICAZIONE EUROPEA? o l’IRREVERSIBILE DECADENZA?

La neo-presidente della Commissione Europea URSULA VON DER LEYEN (eletta il 16 luglio scorso) ha parlato di UN GREEN DEAL EUROPEO per rendere il nostro continente ad IMPATTO ZERO ENTRO IL 2050, attivando ben 1.000 miliardi di investimenti per la riconversione ecologica ed imponendo una CARBON BORDER TAX; di una riassicurazione europea contro la disoccupazione e di un salario minimo europeo; di una forte spinta per l’innovazione digitale e dell’introduzione di una WEB TAX; di rafforzare la politica migratoria comune, inclusa la REVISIONE DELLE PROCEDURE DI DUBLINO in materia di immigrazione ed asilo; di nuove iniziative per UN’UNIONE EUROPEA DELLA DIFESA; di concedere l’INIZIATIVA LEGISLATIVA AL PARLAMENTO durante il suo mandato; di ABOLIRE L’UNANIMITÀ in materie come il CLIMA, l’ENERGIA, gli AFFARI SOCIALI e la FISCALITÀ e la POLITICA ESTERA. Resta il problema di costruire attorno a questo programma una chiara maggioranza che la sostenga nel Parlamento, ma soprattutto restano i PROBLEMI DELLE DIVISIONI TRA GLI STATI, proprio su molti di questi temi, e di UN BILANCIO DEL TUTTO INADEGUATO per raggiungere obiettivi così ambiziosi. (…) (da http://www.mfe.it/site/,17/7/2019)

   Il voto con cui il nuovo Parlamento europeo (eletto il 26 maggio scorso) ha ratificato la scelta (proposta dai gruppi di maggioranza usciti dalle elezioni, popolari, socialisti e liberali) di URSULA VON DER LEYEN, prima donna nella storia a divenire presidente della Commissione Europea (l’organo di governo della UE), ha rivelato tutta la gracilità dei compromessi politici ed istituzionali su cui si regge l’Unione.

Unione Europea (da http://www.treccani.it/)

   Infatti la candidata tedesca Ursula von der Leyen è passata (il 16 luglio scorso) con una risicata maggioranza, in cui è stato determinante il voto di alcuni parlamentari euroscettici (tra cui anche i parlamentari italiani “Cinque Stelle”). Il Consiglio europeo (cioè chi ha veramente il potere nella UE, i leader dei 28 Paesi, siano questi capi di Stato o di governo…), dopo una lunga e difficile trattativa, hanno trovato un accordo sul suo nome all’inizio del mese di luglio e, appunto, il 16 luglio il Parlamento europeo si è espresso favorevolmente su tale proposta, seppur, come dicevamo, con una maggioranza risicata: solo nove voti di stacco dai 374 necessari per ottenere il via libera.

Il GRUPPO SPINELLI è un movimento politico europeo che riunisce una serie di personalità politiche ed intellettuali desiderose di impegnarsi per rilanciare il processo di integrazione europea.
Il Gruppo è stato fondato il 15 settembre 2010 a Bruxelles nell’ambito del Parlamento europeo. È stato intitolato ad Altiero Spinelli, tra i padri fondatori dell’integrazione europea e tra i creatori dell’Unione dei Federalisti Europei. Spinelli stesso lanciò un’iniziativa simile nel 1980, il Club del coccodrillo.
L’iniziativa è stata promossa in particolare da Guy Verhofstadt e Daniel Cohn-Bendit], con il sostegno dell’Unione dei Federalisti Europei. Tra le personalità che vi hanno aderito vi sono Jacques Delors, Joschka Fischer, Mario Monti, Pat Cox, Ulrich Beck, Amartya Sen e Mercedes Bresso. Anche Tommaso Padoa-Schioppa aderì al Gruppo. Tra gli obiettivi principali del Gruppo vi sono l’impegno per il rafforzamento dell’integrazione europea e il desiderio di difendere e rilanciare il ruolo delle istituzioni comunitarie. Secondo i suoi aderenti, il processo di integrazione europea non sta avanzando in maniera soddisfacente e stanno emergendo tendenze verso un rafforzamento del ruolo degli stati membri a scapito del ruolo della Commissione europea e del Parlamento europeo. CON IL NUOVO EUROPARLAMENTO formatosi con le elezioni del maggio 2019 si vorrebbe ricostituire il GRUPPO SPINELLI

   Nelle divisioni e frammentazioni tra gli stessi gruppi politici al loro interno (socialisti in particolare, ma anche popolari e liberali…) si è notato, per la prima volta, che non c’è stata una condivisione e identità di scelta nazionale: ad esempio nella delegazione tedesca al Parlamento europeo non c’è stato un comportamento compatto sulla base della nazionalità, al contrario si sono esacerbate frizioni nazionali.

I GRUPPI POLITICI NEI SEGGI AL PARLAMENTO EUROPEO DOPO LE ELEZIONI DEL 26 MAGGIO 2019

   Per dire: nel voto alla candidata tedesca si è visto la spaccatura del fronte filoeuropeista di socialisti, liberali e verdi: questi ultimi hanno votato contro, seppur il programma della nuova presidente sia fortemente filo-ambientalista.

URSULA VON DER LEYEN PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE UE – Il ministro della Difesa in Germania (anche lei prima donna a rivestire il ruolo) e precedentemente ministro del Lavoro e degli Affari sociali è stata scelta per guidare la Commissione Europea. La tedesca von der Leyen è una sostenitrice delle quote rosa e si fa portavoce delle mamme che lavorano, riuscendo a capirne bene le problematiche, dato che lei è una dottoressa e ha sette figli. È stata già indicata come potenziale erede della Merkel.

   Infatti la Presidente ha parlato di un GREEN DEAL europeo per rendere il nostro continente ad impatto zero entro il 2050, attivando ben 1.000 miliardi di investimenti per la riconversione ecologica ed imponendo una CARBON BORDER TAX . E poi, oltre al programma ambientalista enunciato, una POLITICA SOCIALE di forte valenza: una riassicurazione europea CONTRO LA DISOCCUPAZIONE e di UN SALARIO MINIMO EUROPEO. E di una forte spinta per l’INNOVAZIONE DIGITALE e dell’introduzione di una WEB TAX.

CHRISTINE LEGARDE ALLA BCE – Sarà la parigina Christine Lagarde il nuovo presidente della Banca Centrale Europea, che prenderà il posto di Mario Draghi, che ha ricoperto l’incarico dal 2011. È avvocato, specializzata anche in economia e finanza. Come ricorda il Corriere della Sera, nel 1999, è stata nominata presidente del consiglio di amministrazione dello studio legale Baker & McKenzie ed è stata la prima donna ad accedere a tale carica. Nel 2005 è stata ministro del Commercio estero e nel 2007 la prima donna ministro dell’Economia non solo in Francia, ma tra i tutti Paesi del G8.

   E poi la presidente eletta ha naturalmente trattato il PROBLEMA IMMIGRAZIONE: promettendo di rafforzare la POLITICA MIGRATORIA COMUNE, inclusa la revisione delle procedure di Dublino in materia di immigrazione ed asilo. E poi di nuove iniziative per un’Unione europea della difesa (da tempo si parla di un esercito comune europeo…); di concedere l’iniziativa legislativa al Parlamento durante il suo mandato; di abolire l’unanimità in materie come il clima, l’energia, gli affari sociali e la fiscalità e la politica estera.

CHARLES MICHEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO EUROPEO – È il primo ministro del Belgio, in carica dal 2014. Ha rassegnato le dimissioni nel 2018, rimanendo in carica per accompagnare il Paese fino alle nuove elezioni. Le dimissioni arrivano a seguito di una crisi governativa, iniziata con il Global compact sui migranti: a dicembre i ministri del partito di coalizione si erano dimessi, contrari alle decisione del governo di approvare il patto. L’Europa lo ha scelto per guidare il Consiglio.

   Serve sicuramente che l’Europa riprenda a “piacere” ai cittadini europei. Un’Europa più forte, più democratica, più sociale, più efficace, un’Europa sovrana e federale capace di affrontare le sfide di oggi, dal cambiamento climatico al problema migratorio; e per far sì che l’Europa conti in un mondo sempre più dominato dai contrasti tra grandi potenze… ma tutto passa per un consenso popolare al progetto europeo che in questi ultimi anni è venuto fortemente a indebolirsi….

JOSEP BORRELL ALTO RAPPRESENTANTE PER LA POLITICA ESTERA – È il ministro degli Affari esteri, dell’Unione Europea e della Cooperazione spagnolo, per il governo Sanchez. Ha iniziato la sua carriera in Parlamento nel 1986 e, in seguito, ha ricoperto la carica di ministro delle Opere pubbliche, dei Trasporti e dell’Ambiente. Nel 2002 ha partecipato alla Convenzione europea sul futuro dell’Europa e ha redatto anche un Trattato, che espone la Costituzione europea, poi non approvato da alcuni Stati membri. Nel 2004 è diventato presidente dell’Europarlamento, carica mantenuta fino al 2007. Ora ricoprirà la carica di Alto rappresentante per la politica estera.

   In primis, per recuperare questo consenso perduto, pensiamo che l’Europa debba e possa dare segnali forti e concreti nella POLITICA SOCIALE, per tutte quelle categorie di cittadini europei colpiti dalla crisi economica e dalle difficoltà: disoccupati, giovani senza prospettive chiare del loro futuro, disabili, categorie deboli e in difficoltà di ogni genere… una politica sociale forte e determinata, univoca e chiara dell’Unione Europea, un WELFARE unico e generalizzato per tutti i cittadini europei (sul modello di quello che c’è attualmente in Francia?…), sarebbe una buona premessa alla riconquista di fiducia nel progetto di unificazione europea, così necessario, così indispensabile, così bello a pensarsi. (s.m.)

DAVID SASSOLI PRESIDENTE DELL’EUROPARLAMENTO – Il rappresentante del Partito democratico e dei Socialisti guiderà l’Europarlamento dopo Antonio Tajani. Nel suo appello di fronte agli eurodeputati per sostenere la sua candidatura, Sassoli ha voluto citare uno dei padri fondatori dell’Ue, Jean Monnet: “Niente è possibile senza gli uomini, niente dura senza le istituzioni”. “Sarò garante di un confronto aperto, diretto e plurale ma sempre nel pieno rispetto delle opinioni di tutti voi e delle prerogative del Parlamento. In questa aula perché è in questa aula che spesso non ci rendiamo conto che si protegge la nostra indipendenza”.

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ORGANI DELL’UNIONE EUROPEA

PARLAMENTO – E’ l’unico organismo legislativo dell’Unione, il solo eletto dai cittadini, a suffragio universale. I deputati sono 751 e vengono scelti ogni cinque anni. Al Parlamento spetta anche un ruolo di vigilanza sulle altre istituzioni, oltre all’approvazione del quadro pluriennale dell’Europa (una sorta di bilancio a lungo termine). L’istituzione non ha una sede unica, i lavori si svolgono tra le sedi di Strasburgo (Francia), Bruxelles (Belgio) e Lussemburgo.

CONSIGLIO EUROPEO – Riunisce il suo presidente, il vertice della Commissione e i leader dei 28, siano questi capi di Stato o di governo. Il Consiglio europeo rappresenta il livello più elevato di cooperazione politica tra i Paesi dell’Unione. Nei fatti definisce l’orientamento politico generale e le priorità deell’Europa.

CONSIGLIO DELL’UNIONE – Da non confondere con il Consiglio europeo, è la voce dei governi degli Stati dell’Unione. Si compone di volta in volta dei ministri competenti per l’argomento all’ordine del giorno (Interno, Esteri, Economia). Dà attuazione alla legislazione europea.

COMMISSIONE EUROPEA – È il braccio esecutivo, politicamente indipendente dell’Europa. Redige le proposte di nuovi atti legislativi europei, attua le decisioni del Parlamento e del Consiglio dell’Unione.

CORTE DI GIUSTIZIA DELL’UNIONE EUROPEA – L’organo giurisdizionale dell’Europa ha il compito di garantire l’applicazione uniforme del diritto europeo. Dirime le controversie fra uno Stato membro e le istituzioni comunitarie. Può essere adito anche dai cittadini europeei, qualora ritengano di aver subito una lesione dei propri diritti per mano di un organismo di Bruxelles.

BCE – BANCA CENTRALE EUROPEA – La Banca centrale europea (BCE) è la banca centrale incaricata dell’attuazione della politica monetaria per i diciannove paesi dell’Unione europea che hanno aderito alla MONETA UNICA formando la cosiddetta ZONA EURO, nonché della politica di vigilanza sugli enti creditizi.

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EUROPA: IL PROGRAMMA DI URSULA

di Alessia Mosca da http://www.settimananews.it/, 25/7/2019

   La Commissione europea ha una nuova presidente incaricata di formare il nuovo governo europeo: URSULA VON DER LEYEN. Politica di lungo corso della CDU, vicina alla cancelliera Angela Merkel, è stata ministro della famiglia dal 2005, poi ministro del lavoro e degli affari sociali e, infine, ministro della difesa a partire dal 2013.

   Il Consiglio europeo, dopo una lunga e difficile trattativa, ha trovato un accordo sul suo nome all’inizio del mese di luglio e, successivamente, il 16 luglio, il Parlamento europeo si è espresso favorevolmente su tale proposta, seppur con una maggioranza risicata: solo nove voti di stacco dai 374 necessari per ottenere il via libera.

   La neopresidente della Commissione si è presentata con un’agenda dettagliata, le cui priorità coincidono con le grandi sfide del nostro continente: la tutela dell’ambiente e la digitalizzazione.

Il suo programma si struttura in 6 CAPITOLI: Continua a leggere

I CAMPI DI DETENZIONE IN LIBIA e il loro possibile smantellamento: un’opportunità per superare violenze che “sappiamo esserci” e ci lasciano indifferenti – L’attuale disponibilità del governo di FAYEZ AL-SARRAJ – Un PONTE AEREO per liberare gli 8mila prigionieri oppressi dalle milizie libiche? (adesso o mai più?)

LA LIBIA, da Sud a Nord, da Est a Ovest, È COSTELLATA DI CENTRI DI DETENZIONE, definiti anche “HOLDING CENTRES”: alcuni hanno la forma di prigioni, altri sorgono improvvisamente in vecchie scuole o fabbriche abbandonate. Qui migranti e richiedenti asilo subiscono ogni forma possibile di abuso, in assenza di leggi, con periodi di detenzione indefiniti, senza cibo, acqua, cure mediche e costretti ai lavori forzati. Donne e bambini non sono considerati soggetti vulnerabili.(…) (da http://www.vita.it/it/article/2018/11/27/libia-ecco-dove-la-guardia-costiera-libica-rispedisce-i-profughi-socco/149913/ )

   Ha destato una certa impressione (a dire il vero non quanto avrebbe dovuta essere la cosa…) la vicenda del bombardamento (nell’attuale guerra civile libica) del centro di detenzione di immigrati di TAJOURA, a est di Tripoli (il 2 luglio scorso), che ha causato almeno 53 morti (e oltre 130 feriti). Poi, nel disastro (apocalittico) del campo colpito, accogliendo un appello dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), il leader libico FAYEZ AL-SARRAJ (in guerra civile con il leader della Tripolitania generale KHALIFA AFTAR, autore con i suoi aerei del bombardamento), ha liberato 350 migranti che erano rinchiusi in quello stesso centro di detenzione.

Libia. Nel centro di TAJOURA, dove 700 migranti vivevano ammassati e imploravano le ong: “Non lasciateci soli” (foto da IL FATTO QUOTIDIANO)

   Subito dopo il massacro di Tajoura c’è stata una dichiarazione del governo libico importante. Il ministro dell’Interno Fathi Bashagha (come ha riferito “The Libya Observer”) ha detto che «il governo libico sta considerando il rilascio di tutti i migranti nei centri di detenzione, perché la loro sicurezza non può essere garantita». E qui sta il punto di ogni “possibilità” di superamento dei campi di detenzione (di violenza e tortura) libica contro i migranti.

Il bombardamento (nell’attuale guerra civile libica) del centro di detenzione di immigrati di TAJOURA, A EST DI TRIPOLI (il 2 luglio scorso) ha causato almeno 53 morti (e oltre 130 feriti)

   La questione profughi (siano essi persone che fuggono dalle violenze nei loro Paesi, o che fuggono dalla miseria; oppure che potrebbero resistere in minima sussistenza ma non accettano di vivere tutta la vita in sofferenza e miseria…), questa questione c’è da tanto tempo, c’è adesso, ci sarà, temiamo, in futuro per ancora molti decenni. Ora molti parlano (Papa Francesco in primis) di una “terza guerra mondiale combattuta a pezzi”. E i profughi rappresentano nel mondo questo: ce ne sono adesso (secondo stime ONU) 72 milioni (perfino più che durante la Seconda guerra mondiale), negli oltre 70 conflitti nei cinque continenti. E, complessivamente ai migranti per motivi economici si parla di numeri oltre 300 milioni: pertanto una cosa assai seria, preoccupante, che perlomeno va gestita dalla geopolitica mondiali, non limitandosi a creare inutili muri.

IN LIBIA IL GOVERNO HA LIBERATO 350 MIGRANTI DAL CENTRO BOMBARDATO IL 2 LUGLIO SCORSO – In Libia, nel pomeriggio di martedì 9 luglio, il governo di Fayez al Serraj ha liberato 350 migranti, trattenuti da giorni in un centro di detenzione di TAJOURA, a una dozzina di chilometri a est di Tripoli. La zona era stata colpita il 2 luglio da un BOMBARDAMENTO che il governo di Serraj aveva attribuito all’aviazione del maresciallo Khalifa Haftar, CAUSANDO LA MORTE DI 53 PERSONE. L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) ha confermato la notizia, aggiungendo che fornirà l’assistenza necessaria alle 350 persone liberate. (da IL POST.IT) – (nella foto: Soccorritori intorno al centro di detenzione per migranti di Tajoura, colpito nell’attacco (AP Photo/Hazem Ahmed)

   Ma tornando alla “nostra parte” del problema, a “noi”, alla “nostra” vicenda libica (alle porte di casa nostra), quanto accaduto il 2 luglio con il massacro di 53 migranti nel campo di detenzione di Tajoura, questo tragico fatto ha riaperto la considerazione che non possiamo continuare a far finta di niente, ad ignorare le condizioni di violenza e disumanità presente in questi campi lager.
L’Associated Press riporta i casi di più di 20 migranti detenuti nella prigione libica di Zintan morti di malattia, stenti, fame e violenza. Le persone a lungo detenute e intervistate hanno denunciato il loro isolamento, hanno detto di essere stati completamente abbandonati in contesti di detenzione disumana.

Una MAPPA delle ROTTE dei migranti diretti verso l’Italia passando per la LIBIA (da UNICEF 2017)

   Nonostante il calo degli sbarchi (o forse ancor più per questo), migliaia di persone continuano ad essere torturate e stuprate nei centri libici, dice un rapporto ONU del dicembre 2018. Se le condizioni variano da centro a centro, sono però tutti (questi campi di detenzione) disumani, molto al di sotto di ogni standard internazionale per i diritti umani. In molti centri i migranti e rifugiati vengono ammassati in capannoni, con soli due o tre servizi igienici intasati, inutilizzabili. La maggior parte delle persone vive seduta su materassini o coperte sporche appoggiate sul pavimento, circondati da spazzatura e avanzi di cibo.
La stragrande maggioranza di donne e ragazze intervistate dalla missione ONU in Libia ha raccontato di aver subito uno stupro di gruppo da parte dei trafficanti o di aver visto persone che venivano portate fuori dalle strutture per essere violentate.

In molti centri i migranti e rifugiati vengono ammassati in capannoni, con soli due o tre servizi igienici intasati, inutilizzabili. La maggior parte delle persone vive seduta su materassini o coperte sporche appoggiate sul pavimento, circondati da spazzatura e avanzi di cibo…

   Chi entra irregolarmente nel territorio libico, spiega il rapporto ONU, «la stragrande maggioranza di migranti e rifugiati viene incarcerata arbitrariamente senza essere incriminata». Una volta che si finisce in questi centri, è molto complicato uscirne: i funzionari che formalmente li gestiscono per conto del ministro dell’Interno sono in combutta con i trafficanti, e la maggior parte dei migranti viene costretta a pagare un “riscatto” per poter partire, che spesso viene estorto dopo sessioni di torture oppure ai parenti dei migranti. Chi non ha soldi, viene costretto a lavori forzati. Nel caso delle donne, significa soprattutto essere costrette alla prostituzione.

“(…) La stragrande maggioranza di DONNE E RAGAZZE intervistate dalla missione ONU in Libia ha raccontato di aver subito uno stupro di gruppo da parte dei trafficanti o di aver visto persone che venivano portate fuori dalle strutture per essere violentate. Le donne più giovani che viaggiano senza un compagno diventano vulnerabili e potenzialmente vittime della tratta della prostituzione.(…)” (IL POST.IT (https://www.ilpost.it/) del 24/12/2018)”

   I centri di detenzione libici sono anche finanziati, attraverso accordi con il governo libico, dalla comunità internazionale perché “fanno comodo”, “fermano i migranti” (l’Italia in primis, a partire dal governo Gentiloni, con il ministro dell’Interno Minniti), e si è finito così per finanziare le milizie che cercano di estorcere soldi ai migranti e costringere donne allo stupro e alla prostituzione. Questo accade in particolare poi nelle prigioni clandestine dei trafficanti di uomini, dove tortura e violenza, “schiavitù”, è cosa “normale”.
Nell’ultimo secolo abbiamo conosciuto anche altri lager, gulag, “campi di rieducazione”, che si è voluto far finta di non vedere. Nelle epoche passate però si poteva usare con maggiore disinvoltura l’alibi del “non sapevamo”. Ma al tempo della comunicazione di massa non possiamo più permetterci questo sotterfugio.

Migranti, in Libia, in un centro di detenzione

   Tornando al tema iniziale, dicevamo che il governo libico del premier Fayez al Sarraj, dopo il massacro a Tajoura da parte del generale Haftar, sta considerando il rilascio di tutti i (forse) 8000 migranti nei centri di detenzione. Questo (come specifichiamo riportando un articolo qui di seguito de “La Voce.Info”) viene ad essere un’opportunità clamorosa, possibile, di “liberare” tutti questi schiavi dai campi libici. Uno spiraglio non da poco se si realizzasse: e se l’Europa vuole farsi carico, una volta tanto e con coraggio (il “nuovo corso” europeo…), di quelli 8mila migranti finora lasciati alla tortura e disperazione. Un modo per azzerare il tutto, chiedendo contemporaneamente la non ricostituzione di “altri campi”, l’impedimento dell’arrivo in Libia di altri migranti dai paresi del Sahel; e agendo Stato per Stato africano per creare condizioni di sviluppo locale; provando anche a stabilire delle quote precise di immigrazione (necessaria a un’Europa in forte calo demografico, ma con “nuove” persone bene integrate). (s.m.)

I PROFUGHI IGNORANO OGNI CONFINE: RAGIONI DI STATO CONTRO DISPERAZIONE (DOMENICO QUIRICO, “LA STAMPA”, 7/7/2019) – “(….)Ai migranti verrebbe da suggerire (se non fosse istigazione alla immigrazione clandestina): evitate, per carità, le flotte piratesche delle Ong, quando vedete la loro bandiera allontanatevi a vele spiegate, remando! Imbarcarvi con loro significa certi guai. Con il vostro anonimo barchino o gommone sgonfio arriverete a Lampedusa, sbarcherete senza telecamere e senza chiasso. È fatta. Protetti da quel salvacondotto senza eccezioni che è la ipocrisia interessata degli xenofobi: quello che nella migrazione non si vede o non serve a proprio vantaggio non esiste. Così a migliaia stanno entrando in Europa con omeopatica discrezione, mentre gli altri, i meschini salvati dalle Ong, vegetano in mare, stramaledetti in diretta tv o social. Per loro il (sacro) confine esiste. Eccome. Il Vallo del Mediterraneo, che battaglia ammuffita! (…)”

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UN PONTE AEREO PER SALVARE I RIFUGIATI IN LIBIA

di Maurizio Ambrosini, 9/7/2019, da LA VOCE.INFO https://www.lavoce.info/
– Il bombardamento del centro di detenzione di TAJOURA non ha finora portato a ripensamenti nelle politiche dell’asilo di Italia e Ue. Eppure, i rifugiati detenuti in Libia sono solo 7mila. Ecco una PROPOSTA per accoglierli in modo legale e ordinato. – 

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L’AFFERMARSI DELLE CITTÀ-STATO – Il caso ISTANBUL, megalopoli di 15 milioni di abitanti (sugli 82 della Turchia) che elegge un sindaco anti Erdogan – Ma CITTÀ-STATO potranno essere LONDRA, metropoli anti-Brexit; Barcellona, Danzica, Praga, Milano… Città-Stato autonome da Stati-Nazione e periferie

(da http://www.internazionale.it/) – Festeggiamenti a ISTANBUL per l’elezione a sindaco di Ekrem İmamoğlu, candidato dell’opposizione, il 23 giugno 2019 (Kemal Aslan, Reuters Contrasto)

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Nella foto EKREM İMAMOĞLU, nuovo sindaco di ISTANBUL. Un sindaco anti-Erdogan, moderno (lui, musulmano praticante), che ha saputo mettere d’accordo due anime turche: quella religiosa ma democratica, e quella modernista aperta al mondo, creando una prospettiva nuova per Istanbul (e, forse, alle prossime elezioni, a tutta la Turchia). Pur İmamoğlu dovendo fare i conti con un vecchio apparato di potere con cui dovrà lui coesistere (governerà una città in cui il consiglio comunale è ancora in mano all’Akp).

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   Chiuse dentro confini sempre più obsoleti che gli STATI NAZIONE impongono, le CITTÀ-METROPOLI più vivaci, aperte… (pur con problemi di emarginazione e inquinamento da risolvere), queste città più innovative e che guardano al mondo, pian piano tenderanno ad affermare una propria autonomia dal conservatorismo (fuori della storia, causa dei conflitti mondiali del secolo scorso) che i NAZIONALISMI degli stati centrali perseverano a portare avanti. E si affermeranno (si affermano), appunto, come CITTÀ- STATO. Cioè in grado di esprime una propria autonomia e autorevolezza interna e internazionale, a prescindere dalle loro nazioni di appartenenza.

La PROVINCIA DI ISTANBUL è una provincia della Turchia. Dal 2012 il suo territorio coincide con quello del COMUNE METROPOLITANO DI ISTANBUL. Costituisce la provincia più popolosa del paese ed è in gran parte coincidente con la CITTÀ METROPOLITANA DI ISTANBUL. Con una popolazione di circa 15 000 000 di abitanti, ISTANBUL (considerando però anche i quartieri asiatici) è il CENTRO MUNICIPALE PIÙ POPOLOSO D’EUROPA (sesto nel mondo) davanti a Mosca e Londra. Le PROVINCE DELLA TURCHIA sono la SUDDIVISIONE TERRITORIALE DI PRIMO LIVELLO del Paese e sono 81; ricomprese in REGIONI (7, del Mar Mediterraneo, del Mar Nero, dell’Anatolia Centrale, dell’Anatolia Orientale, dell’Anatolia Sud Orientale, dell’Egeo, di Marmara) prive però (le regioni) di rilevanza amministrativa, si suddividono (le provincie) a loro volta in DISTRETTI

   E’ il caso di LONDRA, dove la popolazione, “la città”, non ha condiviso l’esito del referendum (BREXIT) vinto dagli anti europei: Londra che vuole rimanere “aperta” e in Europa. Ma è anche il caso di altre grandi città che emblematicamente mostrano di distanziarsi dai propri stati centrali (e anche dall’umore conservatore delle periferie): lo si è visto nelle primavere arabe in Tunisia, Algeria, Egitto…. dove le grandi città hanno visto maree di giovani contrapporsi all’integralismo e conservatorismo (poi, ahinoi, vincente) delle periferie (il caso di Teheran, città moderna e occidentale, nel contesto iraniano, è emblematico).

LONDRA – (LO SHARD, L’EDIFICIO PIÙ ALTO DI LONDRA, domina lo skyline eclissando altri simboli della capitale come il Tower Bridge. La costruzione in corso di oltre 70 nuovi grattacieli cambierà nuovamente la faccia della città) – “(…) LONDRA oggi è più grande e ricca che mai, ha 8,8 MILIONI DI ABITANTI e si calcola che entro il 2050 ne ospiterà due milioni in più. Trent’anni di crescita demografica l’hanno trasformata da grande dame un po’ sfiorita a città globale di primo piano, UN IMPORTANTE NODO FINANZIARIO CON TASSI DI CRESCITA ECONOMICI TRA I PIÙ ALTI AL MONDO. Crescita che ha alimentato un boom edilizio che prevede ALCUNI DEI PIÙ GRANDI PROGETTI DI RIGENERAZIONE URBANA D’EUROPA, come la “super fognatura” sotto il Tamigi, che impedirà alle acque reflue di riversarsi nelle zone umide lungo il fiume, o gli oltre 500 nuovi edifici a sviluppo verticale che ridisegneranno lo skyline della città. O CROSSRAIL, LA FERROVIA RAPIDA DA OLTRE 15 MILIARDI di sterline concepita per decongestionare la più antica rete metropolitana del mondo, la cui nuova Elizabeth Line dovrebbe essere completata a breve, collegando West London con l’area in forte sviluppo di East London, dimezzando i tempi di viaggio. MOLTI SITI INDUSTRIALI DISMESSI SONO STATI TRASFORMATI IN QUARTIERI MODERNI con zone pedonali, spazi pubblici e, in linea con quella che potrebbe diventare una nuova tendenza, negozi gestiti da imprenditori locali anziché grandi catene commerciali. IL QUARTIERE DI KING’S CROSS, IN PASSATO UN FATISCENTE NODO FERROVIARIO PER IL TRASPORTO DI CARBONE E FRUMENTO e, in tempi più recenti, noto soprattutto per prostituzione e spaccio, è oggetto di un intervento di risanamento ventennale in via di conclusione che include la ristrutturazione delle stazioni di King’s Cross e di St.Pancras e la realizzazione del nuovo campus di un college di arte e design, di sale da concerti, fontane ed edifici residenziali.(….)” (Laura Parker, “Occhi puntati su Londra: Sopravviverà anche all’incognita Brexit? 15/3/2019, da http://www.nationalgeographic.it/)

   E lo si vede più che mai adesso a ISTANBUL (15 milioni di abitanti sul totale degli 82 della Turchia), dove domenica 23 giugno 2019 il candidato dell’opposizione EKREM İMAMOĞLU è stato eletto sindaco dopo che il risultato del 31 marzo precedente – che lo vedeva già vincitore – era stato annullato per presunte irregolarità nel voto. Dopo 16 anni di dominio incontrastato dell’Akp (“Adalet ve Kalkınma Partisi”, Partito della Giustizia e dello Sviluppo), il partito del presidente turco RECEP TAYYIP ERDOGAN, c’è stata la sconfitta del vecchio potere, con la vittoria del candidato dell’opposizione, appunto Ekrem İmamoğlu.

TORINO, ORTO BOTANICO in Piazza Risorgimento – INFRASTRUTTURE, TECNOLOGIE E SERVIZI DI NUOVA GENERAZIONE, così LE CITTÀ CAMBIERANNO PELLE E SI APRIRANNO ALL’INNOVAZIONE, che dovrà essere SOSTENIBILE A LIVELLO AMBIENTALE, perché NEL 2050 IL 66% DELLA POPOLAZIONE MONDIALE ABITERÀ PROPRIO IN GRANDI METROPOLI (da https://www.key4biz.it/ )

   In questi decenni di predominio conservatore che ha imposto regole religiose integraliste (Istanbul è diventata sempre più mediorientale: donne velate, moschee in ogni angolo…) alla fine (causa anche l’inizio di una flessione economica e decadenza del potere di Erdogan) ha prevalso un candidato nuovo, moderno, che (lui, musulmano praticante) ha saputo mettere d’accordo due anime turche: la religiosa ma democratica, e quella modernista aperta al mondo, creando una prospettiva nuova per Istanbul (e, forse, alle prossime elezioni, per tutta la Turchia). Pur İmamoğlu dovendo fare i conti con un vecchio apparato di potere con cui dovrà lui coesistere (governerà una città nella quale il consiglio comunale è ancora in mano all’Akp).

DANZICA CITTÀ-STATO? – EUROPA come MEMORIA, ACCOGLIENZA, COMUNITÀ: a DANZICA, la città polacca simbolo della guerra mondiale, la giovane sindaca costruisce l’alternativa ai nazionalismi – ALEKSANDRA DULKIEWICZ (nella foto) è da pochi mesi sindaco di DANZICA. È stata eletta dopo l’assassinio di PAWEL ADAMOWICZ, che lei continua a chiamare “signor sindaco”, oppure “il mio capo”. «L’Europa per me è il luogo dove le persone si incontrano e si guardano l’una negli occhi dell’altra, per conoscersi e per cooperare nella costruzione di un avvenire. NELLA MIA EUROPA C’È SPAZIO PER TUTTE LE DIVERSITÀ».(…) (Wlodek Goldkorn, da “L’Espresso”, 26.5.2019)

   Pertanto lo strapotere di Erdogan rimane, e forse le opposizioni troveranno difficile amministrare in piena autonomia la megalopoli turca (15 milioni di abitanti). Istanbul è, però, un simbolo, e può essere, diventare, una CITTÀ-STATO. Perché, oltre ad essere la città più popolosa della Turchia (la capitale è Ankara), nonché il suo centro economico maggiore, è anche il luogo in cui si è imposto Erdogan a partire dal 1994, anno in cui venne eletto sindaco. Per questo, oggi si parla di una vittoria storica, soprattutto in termini di valori democratici: una grande metropoli che da sola rappresenta un terzo del PIL del paese (peraltro va detto che l’opposizione controlla cinque delle sei città più grandi della Turchia; per dire dello stacco tra centri urbani “aperti” al nuovo, e periferie conservatrici…).

PRAGA (Repubblica Ceca) – 23 giugno 2019: centinaia di migliaia di persone in PIAZZA VENCESLAO chiedono le dimissioni del premier ceco ANDREJ BABIS. Una manifestazione oceanica, in cui sono state chieste LE DIMISSIONI DEL PRIMO MINISTRO CECO, accusato di frode. I dimostranti hanno sfilato con le BANDIERE DELL’UE e della REPUBBLICA CECA e con striscioni contro Babis e contro il presidente Milos Zeman

   E’ così che, offuscate dal perdurare delle Nazioni, oggi le città vivono una rinascita. In esse vive la metà delle popolazione mondiale che, secondo le previsioni, diventerà il 75% alla metà del secolo. Ma oggi almeno la concentrazione di popolazione non è il tema dominante di per sé, anche se porta a problemi sicuramente (di marginalità sociale, inquinamento, di qualche difficoltà nella gestione virtuosa dei servizi, sovraffolamento…).

TOKYO. Oggi l’area che comprende la capitale giapponese Tokyo e i territori limitrofi è la più popolosa del mondo con 37,5 milioni di abitanti. – NEL MONDO OGGI IL 55% DELLA POPOLAZIONE MONDIALE VIVE GIÀ IN CITTÀ, CIRCA 4,2 MILIARDI DI PERSONE

   Perché nell’idea di creazione di CITTA’ STATO che mostrano capacità di inserimento nel contesto “internazionale”, nelle opportunità che possono offrire (se vediamo la cosa positivamente per chi ci vive, per i giovani in particolare), si dimostra come esse riescano a fare una politica diversa dagli stati in cui si trovano, entità politico-istituzionali che spesso perseguono miti nazionalistici (la Brexit, l’integralismo islamico, il sovranismo e populismo…): trovando così la forza e la volontà di essere, pur nella regole dello stato di appartenenza, delle CITTA’ STATO.

CITTA’ STATO – Secondo il REPORT DELLE NAZIONI UNITE basterà una generazione a trasformare per sempre il volto delle già ENORMI MEGALOPOLI. ENTRO IL 2030 la classifica ci dice che DELHI (India) conterà 39 milioni di abitanti, TOKYO 36,5 milioni, SHANGHAI (Cina) 32,8 milioni, DHAKA (Bangladesh) 28 milioni, CAIRO 25,5 milioni, MUMBAI (India) 24,5 milioni, PECHINO 24,2 milioni, CITTÀ DEL MESSICO 24,1 milioni, SAN PAOLO (Brasile) 23,8 milioni e KINSHASA (Congo) 22 milioni. (da https://www.key4biz.it/citta-stato-al-posto-delle-nazioni-nel-2030-avremo-43-megacity-nel-mondo/242427/)

   La rinascita del valore storicamente avuto di grandi città, si afferma proprio nelle difficoltà. Ad esempio, a DANZICA l’uccisione a gennaio 2019 del sindaco della città (Pawel Adamowicz), ha provocato un sussulto della popolazione, nominando d’impeto alle elezioni la sua vice (Aleksandra Dulkiewicz) che persegue la stessa linea di apertura del sindaco assassinato, portando la città su posizioni molto diverse dalla attuale Polonia antieuropea, nazionalista. Oppure è accaduto il 23 giugno scorso, a PRAGA, nella Repubblica Ceca, che una marea umana ha chiesto le dimissioni del primo ministro populista travolto dalle accuse di frode dopo un’inchiesta europea. Città che si affermano sul conservatorismo nazionalista dei loro stati e della nomenclatura politica tradizionale.

CLASSIFICA STATISTA DELLE CITTÀ PIÙ POPOLOSE DEL MONDO ENTRO IL 2035 (da https://www.key4biz.it/citta-stato-al-posto-delle-nazioni-nel-2030-avremo-43-megacity-nel-mondo/242427/)

   E’ così che gli Stati nazionali devono confrontarsi con queste Città-Stato nascenti, che esse vengono a vivere il cambiamento in atto, città con flussi connettivi sovrapposti: mutamenti epocali in atto, con grandi migrazioni inarrestabili, la crescita convulsa delle metropoli/megalopoli; la nascita consequenziale di zone economiche nuove.
Nella città si concentrano la conoscenza, la produzione, le opportunità per i giovani, il benessere…. si offrono le migliori occasioni. Ma è anche vero che nelle città si riscontrano pure povertà, disuguaglianze, la progressiva disgregazione del ceto medio, l’inquinamento…… Eppure la città non è, come è stato un tempo, cinta da mura, chiusa in se stessa: rappresenta il nuovo, il mondo a venire. Per questo pare inevitabile (pur con tutti i limiti e pericoli) l’affermarsi delle città come luogo di espressione della speranza, del futuro migliore. (s.m.)

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A ISTANBUL E ALTROVE, LA RIVOLTA CONTRO I POPULISMI NASCE NELLE CITTÀ
di PIERRE HASKI, France inter, Francia, 25 giugno 2019 da INTERNAZIONALE
https://www.internazionale.it/
Qualche settimana fa la giornalista turca in esilio Ece Temelkuran ha pubblicato un saggio intitolato COME SFASCIARE UN PAESE IN SETTE MOSSE, che analizza l’ascesa di un potere populista sempre più autoritario ed elenca segnali d’allarme che ritroviamo anche lontano dalla Turchia. Si comincia con l’autoproclamazione del “vero popolo” e si prosegue con la postverità e il terrore del linguaggio.
Probabilmente Ece Temelkuran dovrà scrivere un seguito alla sua opera e intitolarlo “come recuperare un paese”, dopo che il 23 giugno, a Istanbul, il partito del presidente Recep Tayyip Erdoğan ha subìto una sconfitta cocente. In un paese dove la libertà di stampa è stata decimata e la società civile è costretta a nascondersi, la sconfitta del candidato islamico-conservatore alla poltrona di sindaco di Istanbul (dove ha vinto il candidato dell’opposizione, EKREM İMAMOĞLU) è un avvenimento tanto più sorprendente Continua a leggere

LA MONOCOLTURA DEL PROSECCO (nella Marca Trevigiana), candidata possibile vincente ad essere “Patrimonio dell’Umanità 2019” per l’UNESCO: ma ci salverà dalla monocoltura agricola e dall’inquinamento da pesticidi? – L’Unesco e il “suo” patrimonio tutelato è utile a fermare il generale degrado paesaggistico?

(patrimonio Unesco: immagine da http://www.touringclub.it/) – I 53 SITI UNESCO IN ITALIA DA VISITARE ALMENO UNA VOLTA NELLA VITA – da https://www.huffingtonpost.it/, 29/12/2018  –  QUALI SONO I LUOGHI DA CONOSCERE ASSOLUTAMENTE IN ITALIA E DI CUI ANDARE ORGOGLIOSI? Nell’ampia scelta delle bellissime mete che la Penisola offre, ci si può concentrare sui siti definiti dall’Unesco, ‘Patrimonio dell’umanità”. Dalle testimonianze archeologiche ai paesaggi naturalistici, dai centri storici alle chiese, c’è solo l’imbarazzo della scelta. CON I SUOI 52 LUOGHI RICONOSCIUTI DI VALORE UNIVERSALE, informa un articolo sull’edizione online dell’Almanacco della Scienza del Cnr, L’ITALIA DETIENE IL RECORD NELLA LISTA DEL WORLD HERITAGE, CHE CONTA 1.001 SITI A LIVELLO MONDIALE: 777 BENI CULTURALI, 194 NATURALI E 30 MISTI, PRESENTI IN 161 PAESI DEL MONDO. Dalla cartina dell’Italia si evince la diffusione, da nord a sud, di questi tesori, testimonianza della nostra millenaria stratificazione storica e culturale. L’OBIETTIVO DELLA CONVENZIONE UNESCO firmata nel 1972 è “quello di riunire in un unico documento i concetti di protezione della natura e tutela dei beni culturali. La Convenzione riconosce L’INTERAZIONE TRA UOMO E NATURA e la necessità fondamentale di PRESERVARE L’EQUILIBRIO TRA I DUE”. “Il criterio di base per la scelta dei luoghi è l’UNICITÀ, cioè la capacità di quel bene di costituire un ‘unicum’ nel suo genere; deve poi avere una capacità di attrazione, culturale soprattutto, di tipo internazionale”, spiega Daniele Malfitana, direttore dell’Istituto per i beni archeologici e monumentali del Cnr, che vanta un proprio ricercatore, Davide Leucci, nel comitato di valutazione di questo organismo internazionale. VEDI QUI LE FOTO DI TUTTI E 53 I LUOGHI ITALIANI “PATRIMONIO DELL’UMANITA’ UNESCO”: https://www.huffingtonpost.it/2018/01/11/i-52-siti-unesco-in-italia-da-visitare-almeno-una-volta-nella-vita_a_23330594/

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L’ICOMOS, ente consultore di Unesco, HA DATO IL VIA LIBERA ALLE COLLINE DEL PROSECCO dell’area Conegliano-Valdobbiadene della Marca trevigiana – COS’È ICOMOS? – L’INTERNATIONAL COUNCIL ON MONUMENTS AND SITES (noto anche con l’acronimo ICOMOS) è una organizzazione internazionale non governativa che ha principalmente lo scopo di promuovere la teoria, la metodologia e le tecnologie applicate alla conservazione, alla protezione e alla valorizzazione dei monumenti e dei siti di interesse culturale. L’ICOMOS è stato fondato nel 1965 come risultato della CARTA DI VENEZIA del 1964 e dai consigli all’UNESCO sui Patrimoni dell’umanità. Il suo quartier generale è a PARIGI. Ne fanno parte oltre 10.000 membri, provenienti da diversi paesi ed esperti di diverse discipline: architetti, storici, archeologi, storici dell’arte, geografi, antropologi, ingegneri e urbanisti. Secondo la Convenzione UNESCO del 1972 ”Convention concerning the protection of the World Cultural and Natural Heritage” adottata dalla Conferenza Generale nella sedicesima sessione, Parigi, 16 novembre 1972, ICOMOS è una delle tre organizzazioni non governative o intergovernative internazionali NOMINATA DI CONSIGLIARE IL COMITATO UNESCO NELLE SUE DELIBERAZIONI, insieme a IUCN – International Union for Conservation of Nature e ICCROM – The International Centre for the Study of the Preservation and Restoration of Cultural Property. In particolare ICOMOS è il CONSULENTE professionale e scientifico alla Commissione UNESCO per tutti gli ASPETTI CHE RIGUARDANO IL PATRIMONIO CULTURALE E LA SUA CONSERVAZIONE. Inoltre, ICOMOS è responsabile della valutazione di tutte le NOMINE NELLA WORLD HERITAGE LIST di beni culturali e misti, nei confronti del criterio fondamentale di “eccezionale valore universale”, e gli altri criteri come specificato nella convenzione (nella foto: COLLINE DEL PROSECCO IN ZONA COL SAN MARTINO)

   Un “sì con riserva” da parte dell’Icomos (l’ente consultore di Unesco) viene dato (come via libera) alla proclamazione di “Patrimonio dell’Umanità” delle colline tra Conegliano e Valdobbiadene (in Veneto, nella Marca Trevigiana): “sì con riserva” solo se saranno rispettate alcune prescrizioni. Non siamo riusciti a reperire il documento integrale originario dell’Icomos, ma quanto prescritto viene indicato in alcuni articoli che qui di seguito proponiamo in questo post.
Tra queste prescrizione pare ci siano, come esempio, la “vendemmia a mano” e l’obbligo di preservare il paesaggio dalla “monocoltura”, che il mercato richiederebbe. Già queste prescrizioni, se ci sono veramente, creeranno qualche problema. La vendemmia a mano è progressivamente, di anno in anno, sostituita dalla macchina (che “vendemmia”, cioè toglie i grappoli, da sola, e non c’è bisogno più di persone). Per quanto riguarda il preservare il paesaggio dalla monocoltura poi, questo non esiste da moltissimo tempo (cioè è tutto monocoltura). Allora di cosa stiamo parlando? Che regole impossibili si stanno dando per una candidatura Unesco che invece pare già sicura nel verdetto vincente (la decisione definitiva si avrà con la votazione della commissione Unesco del 7 luglio a Baku in Azerbaijan).

LA NUOVA STRATEGIA PER IL RICONOSCIMENTO: LA DELIMITAZIONE DELL’AREA DA TUTELARE PER L’UNESCO – Nella cartina la “CORE ZONE” è indicata in NERO; la “BUFFER ZONE” in BLU. In VERDE i COMUNI appartenenti alla ZONA PRINCIPALE, in BLU quelli che rientrano nella ZONA TAMPONE. In GIALLO la “COMMITMENT AREA”. – “Conegliano esclusa dalla “core zone”: “Area troppo urbanizzata” “CONEGLIANO – nel luglio 2018 era arrivato il rinvio della candidatura al prossimo anno, previa presentazione di un dossier con le correzioni richieste per l’iscrizione. (…) CAMBIA LA “CORE ZONE” candidata a diventare patrimonio Unesco. La zona principale è stata infatti RIDOTTA RISPETTO ALLA PRIMA PROPOSTA (…)Una delle richiesta dell’Unesco riguarda il disciplinare tecnico che regola gli interventi agricoli nella “CORE ZONE” (PRINCIPALE) e nella “BUFFER ZONE” (ZONA TAMPONE). (…)Rispetto alla prima versione della candidatura, ci sono TRE COMUNI che rimangono FUORI dalla “core zone”: si tratta di CONEGLIANO, SUSEGANA e SAN VENDEMIANO, finiti nella zona cuscinetto.(…) Anche la “buffer zone” viene ridotta, e vi rientrano quei comuni esclusi dalla zona principe in seconda battuta. Sia la zona “core” che quella “buffer”, ad ogni modo, sono candidate a diventare patrimonio dell’umanità. La novità riguarda una “COMMITMENT AREA”, che ha FUNZIONI DI SERVIZIO, nella quale rientrano i comuni limitrofi alle altre due aree. (Roberto Silvestrin, da http://www.oggitreviso.it/, 6/9/2018)

   Però questo Ente “esploratore” per conto di Unesco (l’Icomos), sembra essersi tenuto largo, tiepido, ad alcune richieste importanti che non ha fatto. Se è pur vero che il paesaggio collinare nell’alta Marca Trevigiana (tra Valdobbiadene e Conegliano), pur con molte brutture (anche lì ad esempio ci sono molte case sparse e insediamenti urbanistici in modo continuativo ed incessante lungo le strade), non si è tenuto conto (cioè l’Icomos non ha tenuto conto) di due cose.

GLERA (da Wikipedia) – La GLERA è un VITIGNO A BACCA BIANCA, componente base del PROSECCO. Ha tralci color nocciola e produce grappoli grandi e lunghi, con acini giallo-dorati. NELLA PRODUZIONE DEL PROSECCO LA GLERA COSTITUISCE ALMENO L’85% DELLE UVE UTILIZZATE. La frazione rimanente può essere rappresentata da VERDISO, PERERA, BIANCHETTA, PINOT e CHARDONNAY

   La PRIMA è che quell’area destinata a divenire patrimonio dell’umanità è sì bella nel disporsi geometrico dei filari di vitigni di glera, ma che trattasi di monocoltura dedita ad alto tasso di INQUINAMENTO DA PESTICIDI periodicamente irrorati. In certi periodi dell’anno è perfino (giustamente) proibito dai sindaci (il caso nel comune di Vidor) di inoltrarsi tra i vigneti perché ne risentirebbe gravemente la propria salute (e stiamo parlando del maturare di un prodotto agroalimentare!!…cioè che si beve).

(Un fermo immagine mostra lo spargimento di pesticidi sui vigneti tra Veneto e Friuli, da LA STAMPA.IT) – I dati del dossier Legambiente Stop Pesticidi 2019 hanno confermato come “BOSCALID, CHLORPYRIFOS, FLUDIOXONIL, METALAXIL, IMIDACLOPRID, CAPTAN, CYPRODINIL siano alcuni dei residui di pesticidi più diffusi negli alimenti – spiega Legambiente – Si tratta di fungicidi e insetticidi utilizzati in campo e di cui ancora troppo spesso si ritrovano residui negli alimenti e nell’ambiente, in primis nelle acque superficiali e profonde come testimonia l’ultimo rapporto Ispra”. (…) UN SEVERO MONITO ALL’UNESCO VIENE, IN CONTEMPORANEA, da associazioni e movimenti veneto-friulani che partecipano alle marce, CONTRO LA PROPOSTA DI RICONOSCERE LE COLLINE DEL PROSECCO DI CONEGLIANO E VALDOBBIADENE COME PATRIMONIO DELL’UMANITÀ (…) (Giuseppe Pietrobelli, 18 Maggio 2019, “Il Fatto Quotidiano”)

   E così abbiamo una scarsa tutela della salute e della biodiversità. Dell’inquinamento ne risentirà il consumatore (che beve quel vino) ma in particolare vengono ignorati i gravi disagi dei residenti, inquinati dai diserbanti. Pertanto ci sarà (e persisterà, crediamo) la MONOCOLTURA e l’INQUINAMENTO DA PESTICIDI nella prossima zona tutelata dall’Unesco: riuscirà l’Unesco a invertire la rotta, e che si realizzi una biodiversità? …Lo si può sperare…. Anche se è difficile, molto difficile, che questo avvenga…

MANIFESTAZIONE CONTRO I PESTICIDI NELLE COLLINE DEL PROSECCO

   La SECONDA cosa (di cui l’Icomos, di questa, non poteva certo tenerne conto) è che il processo economico della produzione del prosecco sembra oramai sfuggito di mano sia alle Autorità politiche regionali (e dei comuni che hanno competenza nei piani e nella tutela ambientale e sanitaria dei propri territori), e la diffusione della coltivazione a prosecco appare altamente invasiva per qualsiasi altra forma agricola, oltreché eliminando specie vitivinicole storiche di gran pregio, diverse, “altre” dal prosecco, che vengono estirpate, per installare nei campi e in ogni dove c’è un po’ di terra, la vite a prosecco.

«In provincia di Belluno, da quando la Regione Veneto ha deciso di estendere la zona doc del prosecco anche a questa provincia, c’è una corsa all’acquisto/accapparramento (una sorta di land grabbing) di terreni da parte di coltivatori o cantine del prosecco” spiega Tiziano Fantinel del gruppo Coltivare Condividendo. «Sono già stati realizzati vigneti di grosse proporzioni in comune di Limana, Belluno, Cesiomaggiore, ma la corsa non si ferma….(https://www.terranuova.it/ )

   Emblematico poi il caso bellunese. In un territorio (rientrante anch’esso nell’area del prosecco) coltivazioni di montagna importanti ma delicate e meno redditizie, subiscono la competizione economica della forza di profitto del prosecco, e inevitabilmente quei campi, quei terreni, sono dediti alla monocoltura della glera (cioè del vitigno a prosecco).

(mappa zone del prosecco) – IL CONSORZIO DELLA DOCG DI CONEGLIANO è saturo, si estende su quasi 8.000 ettari. Nelle 9 PROVINCIE DELLA DOC gli ettari coltivati a glera, riconosciuti dalla denominazione, sono 24.450. Nella Docg di Asolo, dal 2011 al 2017, i nuovi impianti sono aumentati dell’80% circa. Ogni anno l’Unione europea concede un diritto di incremento della superficie vitata nazionale pari all’1% della stessa. I diritti di impianto vengono distribuiti alle regioni, che li concedono attraverso bandi. Ogni Consorzio di tutela adotta regole diverse per l’accettazione di questi nuovi impianti all’interno dell’aree di competenza. PER LE DUE DOCG VALE L’ADESIONE IMMEDIATA: UN NUOVA VITE A GLERA ENTRA AUTOMATICAMENTE NELLA DENOMINAZIONE. NEL CONSORZIO DOC, INVECE, VIGE IL BLOCCO, DAL 2011. «I nuovi ingressi vengono regolati, per tenere in equilibrio domanda e offerta», sottolinea il presidente della Doc Stefano Zanette. FUORI DALLA DENOMINAZIONE CI SONO 7 MILA ETTARI DI GLERA, piantumati dopo il blocco, che potrebbero non diventare mai prosecco. (Marta Gatti, IL MANIFESTO, 12/7/2018)

   E’ così che le colline e le pianure dove sorgono ora i vitigni per la produzione industriale del prosecco, dove per tale produzione è preponderante l’utilizzo di macchinari in luogo dell’opera dell’uomo e c’è un utilizzo massivo di pesticidi di sintesi, questi luoghi sono stati completamente stravolti a causa degli sbancamenti, sradicamento di alberi, anche secolari o storici, eliminazione di siepi, per far posto a questa monocoltura.

(Le colline della zona Conegliano-Valdobbiadene) – COLDIRETTI: IL PROSECCO E’ IL VINO PIU’ BEVUTO AL MONDO (da “la Tribuna di Treviso” del 6/6/2019) – Il Prosecco è il vino italiano più bevuto nel mondo: lo testimonia l’AUMENTO RECORD DELLE ESPORTAZIONI NEL 2019, pari al 25%, con la previsione di arrivare al valore di un miliardo a fine anno. Lo rileva la Coldiretti, basandosi sui dati Istat relativi al primo bimestre 2019, all’indomani della candidature delle Colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene nella Lista del patrimonio mondiale dell’Unesco, come PAESAGGIO CULTURALE. «Un risultato atteso – rileva la Coldiretti – che riconosce l’importanza di un territorio dallo straordinario valore storico, culturale e paesaggistico in grado di esprimere una produzione che ha saputo conquistare apprezzamenti su scala mondiale». Secondo i DATI ISTAT SONO STATE VENDUTE ALL’ESTERO DUE BOTTIGLIE DOC SU TRE, dei 466 milioni venduti lo scorso anno. LA GRAN BRETAGNA, RILEVA LA COLDIRETTI, «È DI GRAN LUNGA IL PAESE CHE NE CONSUMA DI PIÙ». La produzione del Prosecco, prosegue la nota, «è intimamente connessa con le caratteristiche del territorio e del meraviglioso paesaggio delle Colline del Prosecco di Conegliano-Valdobbiadene».

   Secondo le associazioni ambientaliste (per dare dei dati), nella Pedemontana trevigiana, anche a causa dei pesticidi e dell’eliminazione dei prati, è scomparso il 52% delle specie di uccelli, tra cui cardellino, allodola, quaglia, passera mattugia, rondini. Ma ancor di più “nella stragrande maggioranza delle aree coltivate a prosecco tra aprile e agosto/settembre di ogni anno la popolazione che qui ci vive, è limitata nel proprio diritto alla salute e nel proprio diritto di proprietà” a causa delle irrorazioni dei vigneti.


Di per sé, se il mantenimento della nomea di “patrimonio dell’umanità” di questi luoghi e di tutti (largamente) i territori limitrofi, richiederà una revisione di questo abnorme sviluppo agricolo monocolturale e inquinante, forse il fatto dell’arrivo dell’Unesco sarà cosa assai positiva. (s.m.)

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(immagine: PADOVA URBS PICTA, da http://www.touringclub.it/) -LE CANDIDATURE UNESCO 2020 – PER IL 2020 LA COMMISSIONE NAZIONALE ITALIANA PER L’UNESCO PUNTA SU DUE SITI. IL PRIMO È CHIAMATO “PADOVA URBS PICTA-GIOTTO, LA CAPPELLA DEGLI SCROVEGNI E I CICLI PITTORICI DEL TRECENTO” e riguarda gli straordinari monumenti di Padova che conservano importanti testimonianze pittoriche: CAPPELLA DEGLI SCROVEGNI E CHIESA DEGLI EREMITANI, PALAZZO DELLA RAGIONE, BATTISTERO DEL DUOMO, CAPPELLA DELLA REGGIA CARRARESE, BASILICA DEL SANTO, ORATORIO DI SAN GIORGIO, ORATORIO DI SAN MICHELE. Il SECONDO invece è un sito seriale, detto “GREAT SPAS OF EUROPE” che raggruppa, oltre al nostro Paese, Germania, Austria, Francia, Belgio, Regno Unito e Repubblica Ceca. Si tratta di dieci siti termali storici: per l’Italia è candidata Montecatini Terme. (…) (Stefano Brambilla, 31/1/2019, da https://www.touringclub.it/)

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https://www.unesco.it/ – il sito della Commissione italiana per l’Unesco

UNESCO: QUANTO PAGHIAMO PER DIVENTARE PATRIMONIO DELL’UMANITÀ
di Milena Gabanelli, da “il Corriere della Sera” del 29/1/2019
Siamo il Paese più bello del mondo: è un fatto. La maggior parte delle bellezze mondiali, dichiarate Patrimonio dell’Umanità, si trovano in Italia. Un totale di 54 meraviglie fra monumenti, parchi, centri storici, luoghi culturali espressamente dichiarati «unici» dall’Unesco, l’organizzazione delle Nazioni Unite che ad oggi tutela 1092 luoghi sparsi in tutto il mondo.
Il riconoscimento è così prestigioso che quasi ogni anno puntiamo a incrementare la lista e di solito ci riusciamo: tranne la Valle D’Aosta e il Molise, ogni nostra regione ha uno o più siti ammessi al Patrimonio, confermando all’Italia il record indiscusso fra i 167 Paesi che possono sfoggiare il marchio Unesco.
Tutta questa bellezza ha un prezzo. Continua a leggere