Un VACCINO ANTI-MALARIA: il flagello, in particolare nell’Africa Sub-Sahariana, è ora (solo in parte) risolto dal vaccino approvato dall’OMS – La battaglia per eliminare il Covid può dare impulso alle istituzioni internazionali (e all’impegno di noi tutti) per debellare anche contagi di grande sofferenza com’è la MALARIA

“(….) Il vaccino contro la MALARIA ora a disposizione, seppure presenti un’efficacia contenuta, è il più importante strumento in uso nella lotta contro la malattia negli ultimi decenni. Sino ad ora, infatti, la misura preventiva largamente diffusa contro la malaria è rappresentata dalle zanzariere intrise di insetticida (vedi la FOTO qui sopra, da https://www.mediciconlafrica.org/), sotto le quali i bambini sono costretti a dormire e vivere per non essere punti ed infettati, e il cui utilizzo è servito a ridurre i decessi tra i bambini sotto i 5 anni del 20 per cento circa. (…)” (da https://www.my-personaltrainer.it/ del 7/10/2021)

MALARIA: COS’È E DOVE È DIFFUSA

La Malaria è una malattia infettiva causata da cinque distinti protozoi, appartenenti al genere Plasmodium, che si trasmettono all’uomo attraverso la puntura di zanzare femmine del genere Anopheles. Questi insetti vettori possono infettarsi pungendo un individuo malato e trasmettere l’infezione ad una persona sana con una seconda puntura. La malaria è particolarmente diffusa a livello tropicale, mentre in Italia – dopo aver causato svariate epidemie fino alla metà del secolo scorso – è stata debellata ormai da molti anni. Quando una zanzara infetta punge un soggetto sano, i parassiti entrano nel sangue, migrano verso il fegato e penetrano negli epatociti, dove proliferano. Il periodo di attiva proliferazione dura all’incirca 2-4 settimane, poi i parassiti figli fuoriescono dalle cellule epatiche, invadono il circolo sanguigno ed entrano nei globuli rossi. Compaiono febbre, anche molto alta, dolori ossei, sudorazione ed anemia

(da https://www.my-personaltrainer.it/ del 7/10/2021)

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L’area tratteggiata indica la distribuzione delle anomalie dei globuli rossi. In rosso sono le zone di forte endemia malarica, in giallo un rischio malarico moderato, e in verde le aree dove è rara.
(da https://media.accademiaxl.it/) (ripresa da http://ww
w.nature.com/)

   E’ arrivato il via libera dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, per l’uso di massa nei bambini, del primo vaccino contro la malaria, il MOSQUIRIX, prodotto da GlaxoSmithKline (una casa farmaceutica londinese), da distribuire in zone ad alto rischio, com’è in particolare l’Africa Sub-Sahariana.

   Questa del 6 ottobre 2021 è l’approvazione ufficiale, cioè il “via politico di massa” ad effettuare il vaccino specie nei bambini dei paesi a rischio. In effetti gli studi si sono protratti da trent’anni, hanno avuto un’accelerazione dal 2015, e poi in particolare nei primi mesi del 2019 con sperimentazioni testando il vaccino Mosquirix in un programma pilota in Ghana, Kenya e Malawi. Finora sono state inoculate oltre 2,3 milioni di dosi e l’analisi dei risultati mostra che il siero, oltre a essere affidabile e sicuro, riduce la malattia del 39% nei confronti dei contagi, e del 29% nei confronti della malattia grave.

6 ottobre 2021 – L’Organizzazione Mondiale della Sanità (World Health Organization) ha approvato il VACCINO CONTRO LA MALARIA, il Mosquirix, prodotto da GlaxoSmithKline (GSK), casa farmaceutica britannica con sede londinese; da distribuire in zone ad alto rischio come l’Africa Sub-Sahariana. La malaria rimane una delle principali cause di malattie infantili e di morte nell’Africa subsahariana. Più di 260mila bambini africani di età inferiore ai 5 anni muoiono di malaria ogni anno. (MOSQIRIX: immagine da www.africarivista.it/)

   Sperando che questa sperimentazione, specie sui bambini africani, si sia verificata nel massimo di controllo e sicurezza su possibili effetti collaterali, ora i risultati sembrano importanti proprio per i bambini africani “sub-sahariani” (in parte anche del Sud Est Asiatico) che sono le maggiori vittime della malaria.

“(…) Soltanto nel 2018 l’OMS ha stimato 230 milioni di casi di malaria con oltre 400 mila morti, per lo più bambini sotto i 5 anni in Africa subsahariana. Ciò significa che questa infezione uccide un bambino ogni due minuti. L’Europa conta ogni anno circa 8000 casi di malaria importata da viaggiatori, di cui 800 solo in Italia. «Solo pochi anni fa, nel 2011, la vicina Grecia, dichiarata libera dalla malaria nel 1974, è stata afflitta da diversi focolai di malaria trasmessa dalle zanzare locali — dice Carlo Severini, malariologo dell’ISS — È indispensabile vigilare costantemente contro i rischi di reintroduzione di questa malattia». Un motivo di allarme è la diffusione di ceppi di zanzara resistenti agli insetticidi. (…)” (da https://video.corriere.it/ DEL 16/11/2020) (NELL’IMMAGINE QUI SOPRA: Malaria_in_numeri, da ISPI-Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, www.ispionline.it/)

   L’unico vero problema è che, come detto, riduce “solo” del 39% nei confronti dei contagi e del 29% nei confronti della malattia grave. Pertanto va supportato con altre ricerche scientifiche; e l’inoculazione del siero deve essere integrato con misure di protezione dalle zanzare malariche (queste zanzare sono denominate del genere Anopheles); protezioni, specie di notte, con la presenza di zanzariere attorno al letto; e con l’utilizzo contemporaneo di farmaci antimalarici efficaci….. Il rischio di ricovero e morte secondo gli esperti si può ridurre fino al 70 per cento dei casi che ora accadono: nel 2018 l’OMS ha stimato nel mondo 230 milioni di casi di malaria con oltre 400 mila morti, per lo più bambini sotto i 5 anni in Africa subsahariana (ciò significa che questa infezione uccide un bambino ogni due minuti).

 La DIFFERENZA PRINCIPALE fra PLASMODIUM FALCIPARUM e PLASMODIUM VIVAX è che FALCIPARUM è causa grave di malaria in quanto si moltiplica rapidamente nel sangue, mentre VIVAX è meno virulento di FALCIPARUM (mappa qui sopra: DIFFUSIONE DELLA MALARIA, da https://www.epicentro.iss.it/)

   E poi, noi crediamo, importante sarebbe sradicare le condizioni ambientali di vita di questo tipo di zanzare letali…. Pensiamo al risanamento di aree paludose con progetti agro-forestali che non utilizzino sostanze chimiche ed insetticidi quanto peggiori della stessa malaria (come nei decenni passati è stato fatto in varie parti del mondo, anche in Italia, utilizzando il DDT).

Su 400.000 vittime di MALARIA ogni anno, il 94 per cento si registra in AFRICA e in DUE CASI SU tre si tratta proprio di BAMBINI sotto i cinque anni (nella foto: TANZANIA, un medico sottopone un bimbo al test per la malaria, da https://www.vaticannews.va/)

   Pertanto, tornando al vaccino approvato dall’OMS, non è uno scudo infallibile e quindi non riuscirà a sradicare la malaria, ma può cambiarne drasticamente il corso e aiutare alla soluzione man mano definitiva del problema: servirà impegnare risorse anche per altre ricerche e altri mezzi di protezione, come, prima dicevamo, l’uso corretto delle zanzariere attorno al letto; inoltre, se il vaccino viene utilizzato assieme agli antimalarici il rischio di ricovero e morte dei bimbi si riduce del 70 per cento. Un risultato che accende la speranza, mentre lo studio nei tre Paesi pilota prosegue per valutare l’impatto del vaccino sulla mortalità nel lungo periodo.

Un’approvazione storica, ha sottolineato il direttore generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus (nella FOTO), per una profilassi che promette di salvare decine di migliaia di piccoli (su 400.000 vittime di malaria ogni anno, il 94 per cento si registra in Africa e in due casi su tre si tratta proprio di bimbi)

   Su tutto questo colpisce come la malaria rappresenti quella che è adesso la povertà mondiale: è presente in nazioni a basso reddito, con situazioni generali (ambientali, politiche, economiche…) tra le peggiori al mondo. E la malaria, dunque, è ancora una piaga, ed è per questo che il 6 ottobre 2021 dell’approvazione del vaccino, è stato definito un “giorno storico” dal direttore generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus.

   Allora, per concludere, da quel che si può percepire, il vaccino anti-malaria non è nato “a caso” in un dato momento, ma da un lavoro pluriennale: è il risultato di 30 anni di ricerca e sviluppo di GSK (GlaxoSmithKline), questo gruppo farmaceutico londinese, che però è stato supportato da una partnership con PATH (Patient Associations Talks Hub: associazioni di pazienti con lo scopo di diffondere idee ed esperienze approfondendo il dialogo, una sorta di gruppi di pressione e coordinamento e messa in relazione di ricerche diverse), e con il supporto di una rete di centri di ricerca africani.

GlaxoSmithKline plc è una casa farmaceutica britannica la cui sede sociale è nel sobborgo londinese di Brentford (Hounslow). Nata nel 2000 per fusione di Glaxo Wellcome e SmithKline Beecham, a fine 2016 GSK era la 10ª industria farmaceutica (e 194ª in assoluto compagnia ad azionariato diffuso) del mondo dopo Pfizer, Novartis, Roche, Sanofi, Merck, Abbott Laboratories, Allergan, AstraZeneca e McKesson (nella foto: GlaxoSmithKline, headquaters – Brentford, London, England, foto da WIKIPEDIA)

   Un lavoro di ricerca (condiviso da vari soggetti) e sperimentazione autorevole, convinti nel voler realizzare un progetto virtuoso; per arrivare a un vaccino così essenziale, che apre le porte alla speranza di non debellare ma almeno drasticamente diminuire una della malattie più gravi del nostro pianeta. Questo per dire che, quando ci si vuole impegnare, i risultati arrivano.

   E’ in questo senso che la battaglia contro il COVID (tutt’altro che vinta, e il vaccino anti-covid è prevalentemente a disposizione solo delle popolazioni dei paesi ricchi, e questo non è bene…), la battaglia del Covid potrebbe rappresentare l’impulso politico delle istituzioni internazionali, di tutte le aree geostrategiche planetarie (come gli Usa, la Cina, la Ue…), delle singole nazioni, e di ampi strati di società civile (associazioni, Ong…) nonché di noi tutti per quello che possiamo fare, per dare forza a un’azione collettiva mondiale di impegno alle risoluzione delle gravi crisi del pianeta (la malaria, ma anche la povertà, l’ambiente che muore, le guerre, i diritti umani…ciascuno per quel che può fare…) (s.m.)

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NUOVO VACCINO, DALL’OMS UNA SVOLTA STORICA: L’ANNUNCIO

8 Ottobre 2021 da https://quifinanza.it/

– L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha trovato il vaccino contro la malaria, tra le principali cause di malattie infantili e di morte nell’Africa subsahariana –

   Non solo vaccino Covid. Una notizia storica, che potrebbe cambiare per sempre il futuro di intere generazioni. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha finalmente trovato il vaccino contro la malaria.   La malaria rimane una delle principali cause di malattie infantili e di morte nell’Africa subsahariana. Più di 260mila bambini africani di età inferiore ai 5 anni muoiono di malaria ogni anno.

   Negli ultimi anni, l’OMS e i suoi partner avevano segnalato più volte una preoccupante fase di stagnazione nella ricerca di soluzioni contro questa malattia mortale. “Per secoli, la malaria ha perseguitato l’Africa subsahariana, causando immense sofferenze personali”, ha affermato Matshidiso Moeti, direttore regionale dell’OMS per l’Africa.

   Il vaccino contro la malaria è il risultato di 30 anni di ricerca e sviluppo di GSK (GlaxoSmithKline, gruppo farmaceutico londinese, NDR) ed è stato creato attraverso una partnership con PATH (Patient Associations Talks Hub: associazioni di pazienti con lo scopo di diffondere idee ed esperienze approfondendo il dialogo, NDR), e con il supporto di una rete di centri di ricerca africani. “Abbiamo a lungo sperato in un vaccino efficace e ora, per la prima volta in assoluto, abbiamo un vaccino raccomandato per un uso diffuso”. (da https://quifinanza.it/)

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MALARIA: IL VACCINO APPROVATO DALL’OMS

di Elena Meli, da https://www.focus.it/ del 7/10/2021

– Un cambiamento storico nella lotta alla malaria: c’è un vaccino approvato dall’OMS per l’uso di massa nei bambini. –

   È arrivato il via libera dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS/WHO) per l’uso di massa nei bambini del primo vaccino contro la malaria, il Mosquirix, prodotto da GlaxoSmithKline (casa farmaceutica britannica con sede londinese, ndr), da distribuire in zone ad alto rischio come l’Africa Sub-Sahariana.

   Un’approvazione storica, ha sottolineato il direttore generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, per una profilassi che promette di salvare decine di migliaia di piccoli (su 400.000 vittime di malaria ogni anno, il 94 per cento si registra in Africa e in due casi su tre si tratta proprio di bimbi) e perché è un traguardo atteso da decenni. Il vaccino, l’unico per cui negli studi precedenti sia stata dimostrata una buona efficacia, si sta testando in un programma pilota in GHANA, KENYA e MALAWI: dal 2019 sono state inoculate oltre 2,3 milioni di dosi e l’analisi dei risultati mostra che il siero, oltre a essere sicuro, riduce del 30 per cento la malaria grave.

   Non è uno scudo infallibile quindi e non riuscirà a sradicare la malaria, ma può cambiarne drasticamente il corso e aiutare a proteggere i tanti piccoli che non vengono tutelati in altro modo; per esempio con l’uso, ricovero e morte dei bimbi si riduce del 70 per cento. Un risultato che accende la speranza, mentre lo studio nei tre Paesi pilota prosegue per valutare l’impatto del vaccino sulla mortalità nel lungo periodo. (Elena Meli, da https://www.focus.it/)

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Intervista al professor Crisanti

VACCINO MALARIA, CRISANTI A FANPAGE.IT: “MOSSA DISPERATA, I CONTAGI AUMENTANO PER COLPA DEL COVID”

di Davide Falcioni, 7/10/2021, da FANPAGE.IT, https://www.fanpage.it/

– “Il professor Crisanti, microbiologo dell’Università di Padova, è tra i maggiori esperti di malaria:Purtroppo è ancora molto presto per esultare: questo vaccino è molto sicuro e collaudato ma protezione contro il contagio è del 39%, quindi piuttosto bassa. È stato approvato dall’OMS solo perché siamo disperati. I malati sono tornati ad aumentare a causa della pandemia di Covid-19

   Il 6 ottobre (2021) l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha Continua a leggere

La prima volta di UNA DONNA PRIMO MINISTRO in uno stato arabo: NAJLA BOUDEN ROMDHANE – In una TUNISIA finora pluralista (dalla rivoluzione dei Gelsomini di 10 anni fa), ma ora in crisi democratica, c’è una donna primo ministro – Solo apparenza o una vera apertura del mondo arabo al potere pubblico alle donne?

LA PRIMA DONNA PREMIER IN TUNISIA
– Con un obiettivo preciso, quello di «combattere la corruzione e il caos che pervadono molte istituzioni statali», NAJLA BOUDEN ROMDHANE (nella FOTO qui sopra) sarà l’undicesimo capo del governo dalla rivoluzione del 2011 e il suo difficile compito sarà quello di formare un nuovo governo “il prima possibile” in un momento di grave crisi politica nazionale per il Paese –
   «Sono onorata di essere la prima donna a occupare la posizione di primo ministro in Tunisia, lavorerò per un formare un governo coerente che affronti le difficoltà economiche del Paese, combatta la corruzione e risponda alle richieste dei tunisini», ha scritto sul profilo Twitter aperto poco dopo la nomina.
CHI È NAJLA BOUDEN ROMDHANE
Ingegnere di formazione, la neo premier ha alle spalle una lunga esperienza accademica e nella ricerca, in particolare nel settore della valutazione sismica e della gestione delle catastrofi. Attualmente è responsabile dell’attuazione del programma finanziato dalla Banca mondiale che dà sostegno alla riforma dell’istruzione superiore in corso in Tunisia.
   Dal 2006 al 2016 è stata la principale consigliera di sette ministri dell’Istruzione superiore e della ricerca scientifica. Ed è stata lei ad aver istituito il primo Programma di sostegno alla qualità (PAQ) a sostegno dei progetti che vertono sulla garanzia di qualità, il buon governo, l’innovazione e l’imprenditoria.
(di Viola Rigoli, dal Corriere della Sera – Io Donna https://www.iodonna.it/ 30/9/2021)

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TUNISIA: LA PRIMA DONNA PREMIER

da ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), https://www.ispionline.it/, 30 settembre 2021

– Najla Bouden Romdhane ricoprirà l’incarico di primo ministro della Tunisia. Una ‘prima’ per tutto il mondo arabo. Ma basta ad allontanare i timori di una deriva autoritaria nel paese? –

   Per la prima volta nella storia della Tunisia sarà una donna, Najla Bouden Romdhane, a ricoprire l’incarico di primo ministro. Lo ha annunciato il presidente Kais Saied con una decisione che ha raccolto ampia eco anche all’estero e che rappresenta una ‘prima volta’ per l’intero mondo arabo.

   Docente universitaria, 63 anni, Bouden è stata incaricata di formare un governo “nel minor tempo possibile” riporta un comunicato stampa della Presidenza della Repubblica. La sua nomina però si inserisce in un quadro politico complesso e in una congiuntura critica per il paese, dove lo scorso 25 luglio il presidente ha destituito il primo ministro, sospeso il parlamento e concentrato su di sé il potere legislativo e giudiziario.

   Per la Tunisia in preda a uno stallo istituzionale ed economico senza precedenti, in bilico tra lo stato d’eccezione e il timore di una deriva autoritaria, la nomina di Bouden Romdhane “è una luce in fondo al tunnel?” si interroga la stampa francofona. Non tutti sembrano esserne convinti. In molti accusano Saied di un’operazione di ‘maquillage politico’, tardiva e illegittima, e annunciano che non riconosceranno la nomina.  Nel paese resta in vigore il congelamento del Parlamento e la revoca dell’immunità dei deputati.

(da ISPI -Istituto per gli Studi di Politica Internazionale-, https://www.ispionline.it/, 30 settembre 2021)

 

LA DONNA NEI PAESI ARABO-ISLAMICI: “(…) i Paesi arabo-islamici adottano trattamenti molto diversi tra loro nei confronti del mondo femminile. I diritti delle donne non sono ovunque tutelati o comunque non sono tutelati alla stessa maniera. Un dato di fatto sta nell’ineguaglianza tra i sessi, il che rimane un importante problema da affrontare e risolvere. (…) LA SITUAZIONE TRA UOMINI E DONNE È DIVERSA DA STATO A STATO. Alcuni tra i PAESI PIÙ AVANTI sotto questo punto di vista sono TUNISIA e MAROCCO: entrambi hanno avviato da tempo riforme a favore di una società moderna. AL CONTRARIO, lo YEMEN (paese islamico) sembra essere TRA I PAESI PIÙ ARRETRATI e meno sviluppati, in cui la POLIGAMIA è legale e largamente diffusa, le donne non possiedono alcun diritto legale sui figli e non è prevista un’età minima per il matrimonio. Non è un caso che sentiamo purtroppo sempre più spesso di storie raccapriccianti che raccontano di “spose-bambine” provenienti da Paesi (islamici) come YEMEN ed AFGHANISTAN. (…) (Sofia Abourachid, da https://mondointernazionale.com/) – (nella foto: DONNE ARABE TUNISINE – foto ripresa da NIGRIZIA https://www.nigrizia.it/)

UN’OUTSIDER DELLA POLITICA?

Originaria di Kairouan, a sud di Tunisi, Najla Bouden è una docente di scienze geologiche all’università di Tunisi e responsabile dell’attuazione del programma della Banca mondiale presso il ministero dell’Istruzione.  Poco conosciuta negli ambienti istituzionali tunisini, non sembra aver ricoperto finora altri incarichi politici.

   Succederà a Hichem Mechichi, vicino al partito islamista moderato Ennahda, e premier per appena 10 mesi prima di essere destituito dal presidente lo scorso luglio. In un discorso alla nazione in cui aveva spiegato i motivi della sua decisione, il presidente Saied aveva parlato di “situazione insostenibile” dopo mesi di stallo istituzionale e settimane di proteste diffuse contro la malagestione della pandemia, la corruzione diffusa e l’incapacità della politica di varare riforme economiche e sociali.

   A dieci anni dalla Rivoluzione dei gelsomini, che nel 2011 rovesciò Zine El Abidine Ben Ali, la Tunisia – per anni indicata come l’unico ‘cantiere democratico’ della regione – si era confermata così preda di un’instabilità politica che ha ostacolato gli sforzi per rilanciare economia e servizi e realizzare le riforme richieste dal Fondo monetario internazionale.

   A causa del congelamento del Parlamento, il governo Bouden – la cui composizione sarà comunicata nelle prossime ore – non riceverà il voto di fiducia dei legislatori e sarà formalmente approvato durante una breve cerimonia davanti al capo dello stato.

(da ISPI -Istituto per gli Studi di Politica Internazionale-, https://www.ispionline.it/, 30 settembre 2021)

 

“(…) Il 26 settembre (2021) IN MIGLIAIA SONO SCESI IN PIAZZA A TUNISI per protestare contro il ‘regime’ e il ‘colpo di Stato’, con la bandiera tunisina ma non quelle dei partiti. Tra loro c’erano sostenitori di ENNAHDA (il partito islamista moderato che ha finora dominato la scena nazionale, ndr) ma anche cittadini delusi dal presidente. (…)” (Gabriella Colarusso, da La Repubblica del 29/9/2021) (nella FOTO: settembre 2021: una protesta in Tunisia contro il presidente SAIED autore di un vero e proprio colpo di stato, foto ripresa da IL MANIFESTO)

VERSO UN SISTEMA PRESIDENZIALE?

Nonostante il biasimo di molti partiti politici, il presidente Saied conta tuttora su un forte sostegno popolare.  Secondo un recente sondaggio pubblicato dai media tunisini il 90% della popolazione si dice a favore delle sue ultime decisioni.

   “Saied è contrario a molti aspetti delle istituzioni così come sanciti dalla Costituzione – spiega un ex parlamentare ad al Jazeera – e sta cercando a ogni costo di cambiare il sistema politico ‘ibrido’ trasformando la Tunisia in una Repubblica Presidenziale a colpi di decreti”. Gli esperti sono divisi sulla costituzionalità delle scelte del presidente tunisino. 

   A tal proposito, è utile ricordare come, dopo la riforma costituzionale del 2014, la Tunisia sia passata da un sistema puramente presidenziale (in cui il capo dello stato godeva di fatto di poteri pressoché illimitati) a un sistema simile al semipresidenzialismo francese

   Nei giorni scorsi, era stato lo stesso presidente tunisino ad avanzare l’ipotesi di una revisione costituzionale affermando di rispettare la Carta fondamentale ma aprendo alla possibilità di modificarne il testo. “Le Costituzioni non sono eterneha dichiarato, precisando che “si possono modificare tenendo presente che la sovranità appartiene al popolo”.

(da ISPI -Istituto per gli Studi di Politica Internazionale-, https://www.ispionline.it/, 30 settembre 2021)

 

“(…) SAIED è un personaggio enigmatico: assistente universitario piuttosto incolore ai tempi di Ben Ali e poi esperto di diritto costituzionale, conservatore, vinse le presidenziali del 2019 con una campagna in stile populista centrata sulla lotta alla corruzione e sul richiamo alla democrazia diretta – un tema che ora ripropone annunciando che sottoporrà a referendum le modifiche costituzionali. Un sostenitore della democrazia che il 25 luglio (2021) ha proclamato lo stato di emergenza e chiuso il Parlamento, forte di un consenso che stando ai sondaggi più recenti supera l’80% della popolazione. (…)” (Gabriella Colarusso, da La Repubblica del 29/9/2021) (nella foto: Il presidente tunisino KAIS SAIED, foto ripresa da http://www.ilpost.it/)

TIMORI DI UNA DERIVA?

La nomina di Najla Bouden non è stata accolta da tutti con lo stesso favore. Se il suo predecessore Hichem Mechichi le ha augurato “pieno successo nella sua missione di capo del governo”, auspicando che “riesca a soddisfare le speranze dei tunisini in queste difficili condizioni economiche e sociali”, altri partiti rifiutano di riconoscere la prima ministra e il nuovo governo. Sono coloro che accusano il presidente di aver messo in atto un golpe bianco (con il sostegno dell’Egitto, secondo alcuni) e di voler continuare a governare indisturbato il paese circondandosi di tecnocrati.

   Ai loro occhi, la scelta di nominare Bouden risponderebbe all’esigenza di placare i tunisini arrabbiati, e rassicurare la comunità internazionale. Preoccupazioni che appaiono legittime dal momento che non è chiaro quanta autonomia avrà il nuovo governo né che argini potrà opporre al controllo totale di Saied sull’attività legislativa, esecutiva e giudiziaria del paese.

   Timori condivisi anche all’estero, alla luce della grave crisi economica e degli impegni presi dalla Tunisia con i donatori e le istituzioni internazionali. Mentre avanza lungo un percorso scivoloso e pieno di incognite, il paese resta un osservato speciale.

(da ISPI -Istituto per gli Studi di Politica Internazionale-, https://www.ispionline.it/, 30 settembre 2021)

 

LA CRISI POLITICA IN TUNISIA, dove il 25 luglio scorso (2021) il presidente KAIS SAIED ha rimosso il primo ministro, bloccato i lavori del parlamento e assunto lui stesso gli incarichi di governo, ha 4 cause principali tutte legate alla storia recente del paese: 1-l’INSTABILITÀ POLITICA ENDEMICA, 2-la GRAVISSIMA SITUAZIONE ECONOMICA e la conseguente INCAPACITÀ DEL GOVERNO DEPOSTO DI GESTIRE 3-LA PANDEMIA da coronavirus, che in Tunisia è una delle peggiori di tutta l’Africa. (…) La crisi ha anche una causa ulteriore: 4-LO STESSO SAIED, un politico indipendente eletto alla presidenza nel 2019, che non aveva mai davvero nascosto la sua intenzione di cambiare radicalmente la struttura della democrazia tunisina; o di distruggerla, come sostengono i suoi critici. (da https://www.ilpost.it/ del 28/7/2021) – (nella foto: proteste a Tunisi il 25 luglio scorso, foto ripresa da https://www.notiziegeopolitiche.net/)

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Il COMMENTO di ARIANNA POLETTI, giornalista

“La nomina di una donna nel ruolo di primo ministro non può che essere una buona notizia per la Tunisia. Ma se si guarda al contesto in cui occorre, viene spontaneo chiedersi: fino a che punto? La sospensione del parlamento e il depotenziamento dell’esecutivo annunciati dal presidente Kais Saied a luglio sono stati formalizzati, per decreto, il 22 settembre. Significa che, concretamente, la nuova premier Najla Bouden non godrà dei poteri che attualmente la Costituzione tunisina le garantisce. Ciononostante la Tunisia ha accolto la notizia con favore. L’attenzione dell’opinione pubblica però è concentrata sulla promessa di cambiamento e di riforme economiche e sociali che il presidente ha annunciato in campagna elettorale, e che sono la priorità più urgente per un paese che sa di non poter più aspettare”.

(da ISPI -Istituto per gli Studi di Politica Internazionale-, https://www.ispionline.it/, 30 settembre 2021)

 

Ad aiutare i progetti di SAIED ha contribuito la PANDEMIA DA CORONAVIRUS, e la terribile INEFFICIENZA DEL GOVERNO NEL GESTIRLA. La Tunisia ha dovuto affrontare una delle peggiori crisi sanitarie dell’Africa: 550 MILA PERSONE sono state CONTAGIATE e 18 MILA sono MORTE, in un paese di 11,6 milioni di persone. LA PANDEMIA HA BLOCCATO IL TURISMO, una delle principali fonti di reddito del paese, e la CAMPAGNA VACCINALE sta andando A RILENTO.   Questo, unito alla CRISI ECONOMICA, ha peggiorato ulteriormente il tasso di gradimento del governo tra la popolazione, e ha consentito ancora una volta a SAIED di presentarsi come “l’UOMO DELL’ORDINE”: in luglio (2021) ha ordinato all’esercito di prendere il controllo della campagna vaccinale e ha imposto le dimissioni del ministro della Salute. (da https://www.ilpost.it/ del 28/7/2021) – (nella foto: PANDEMIA DA CORONAVIRUS IN TUNISIA – foto ripresa da www.repubblica.it/, maggio 2021)

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mappa della TUNISIA con le più importanti città (tratta da https://www.viaggiatori.net/)

“(…) Già prima della pandemia, in TUNISIA la crescita del PIL di circa 1,5 per cento all’anno era gravemente insufficiente per un paese ancora in via di sviluppo: in seguito, la crisi è diventata disastrosa. Il PIL è calato dell’8 per cento nel 2020, e di un ulteriore 3 per cento nei primi tre mesi del 2021. Il tasso di disoccupazione, che era già piuttosto alto prima della pandemia (14,9 per cento secondo l’ufficio nazionale di statistica), è arrivato al 17,8 per cento, e la disoccupazione giovanile al 36 per cento. La Tunisia è a rischio default. (…)” (da https://www.ilpost.it/ del 28/7/2021)

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DONNA PREMIER IN TUNISIA: NOVITÀ NEL MONDO ARABO. MA TUTTO IL POTERE È DI SAIED

di Gabriella Colarusso, da La Repubblica del 29/9/2021

   Per la prima volta nella storia della Tunisia a guidare il governo sarà una donna, Najla Bouden, un passaggio d’epoca che avviene tuttavia nel momento più difficile della giovane democrazia tunisina. Meno di una settimana fa, il presidente Kais Saied, che a fine luglio ha sciolto il governo e sospeso il Parlamento, si è dato di fatto pieni poteri con un decreto che lo autorizza a nominare il premier, i ministri, gli assegna il potere esecutivo e l’ultima parola su quello giudiziario. Una “misura eccezionale”, ha promesso, in attesa di “riforme politiche” e di una modifica della stessa Costituzione tunisina nata sulle ceneri dell’era Ben Ali.

   Martedì 28 settembre (2021) Saied ha incaricato Bouden di formare il nuovo governo con l’obiettivo di “combattere la corruzione” e garantire a tutti i tunisini i loro diritti di base all’istruzione, ai trasporti, alla sanità. Ma il futuro esecutivo avrà prerogative limitate, considerato che in base al decreto del 22 settembre (2021) sarà Saied a presiedere il consiglio dei ministri.

   Bouden, che è anche la prima donna premier di un Paese arabo, sottolinea la Cnn, è una personalità sconosciuta all’opinione pubblica: 63 anni, geofisica di formazione francese, originaria della città sacra di Kairouan, nel nord della Tunisia, ha gestito un progetto sovvenzionato dalla Banca Mondiale per riformare l’istruzione superiore ed è stata una dei dirigenti del ministero. Oggi insegna alla Scuola nazionale di ingegneria di Tunisi. C’è chi dice che sia molto vicina alla moglie del presidente Saied.

   «Sono onorata di essere la prima donna a occupare la posizione di primo ministro in Tunisia, lavorerò per formare un governo coerente che affronti le difficoltà economiche del Paese, combatta la corruzione e risponda alle richieste dei tunisini», ha scritto sul profilo Twitter aperto poco dopo la nomina.

   Saied è un personaggio enigmatico: assistente universitario piuttosto incolore ai tempi di Ben Ali e poi esperto di diritto costituzionale, conservatore, vinse le presidenziali del 2019 con una campagna in stile populista centrata sulla lotta alla corruzione e sul richiamo alla democrazia diretta – un tema che ora ripropone annunciando che sottoporrà a referendum le modifiche costituzionali. Un sostenitore della democrazia che il 25 luglio (2021) ha proclamato lo stato di emergenza e chiuso il Parlamento, forte di un consenso che stando ai sondaggi più recenti supera l’80% della popolazione.

   La crisi economica, il quasi collasso delle finanze pubbliche tunisine e il tradimento delle speranze di lavoro e benessere accese dalla rivoluzione del 2011 hanno alimentato la disillusione di molti tunisini verso i partiti politici, tra i quali ha giocato un ruolo centrale in questi anni il partito moderato islamico Ennahda.

   Ora la Tunisia, considerata a lungo l’esperimento democratico più riuscito dopo le cosiddette primavere arabe, viaggia verso una pericolosa “deriva autoritaria”, accusano i critici di Saied, che considerano la nomina di Bouden più un colpo di teatro più che l’inizio di un cambiamento reale.

   Il 26 settembre in migliaia sono scesi in piazza a Tunisi per protestare contro il “regime” e il “colpo di Stato”, con la bandiera tunisina ma non quelle dei partiti. Tra loro c’erano sostenitori di Ennahda ma anche cittadini delusi dal presidente.

   Di fronte agli sviluppi tunisini, l’Europa appare divisa. Mentre da Parigi sono arrivare parole prudenti nei confronti di Saied, ieri in una telefonata con il presidente è stata la cancelliera uscente Angela Merkel a ribadire che è «essenziale» che la Tunisia torni a essere una «democrazia parlamentare» attraverso il dialogo «con tutti gli attori politici». (Gabriella Colarusso)

 

(Nell’immagine: MAPPA LEGA STATI ARABI, da https://www.treccani.it/) – “(…) Il ‘MONDO ARABO’ rappresenta l’insieme delle ventidue nazioni che al mondo costituiscono la LEGA DEGLI STATI ARABI, ovvero: ALGERIA, ARABIA SAUDITA, BAHREIN, COMORE, EGITTO, EMIRATI ARABI UNITI, GIBUTI, GIORDANIA, IRAQ, KUWAIT, LIBANO, LIBIA, MAURITANIA, MAROCCO, OMAN, PALESTINA, QATAR, SIRIA, SOMALIA, SUDAN, TUNISIA, YEMEN.
Sono, pertanto, quei Paesi che hanno come lingua ufficiale maggioritaria l’arabo e che vantano l’Islam come religione maggiormente diffusa. Sono Stati che comprendono però anche altre significative minoranze religiose, tra cui cristianesimo ed ebraismo.
Ad aggiungersi a questi ventidue Paesi, situati tra Medio Oriente e Africa, vi sono quelli che, molto vicini alle aree interessate, hanno un alto tasso di musulmani, come la TURCHIA, l’IRAN, l’AFGHANISTAN, il PAKISTAN, il BANGLADESH, l’INDONESIA e la MALESIA, ma che NON SONO PAESI PROPRIAMENTE ARABI.(…)”
(SOFIA ABOURACHID, 19/9/2019, da https://mondointernazionale.com/)

DA DOVE ARRIVA LA CRISI IN TUNISIA

da https://www.ilpost.it/ del 28/7/2021

– da una forte instabilità politica, un’intensa crisi economica e dalla pandemia, ma soprattutto dall’autoritarismo del presidente Saied

   La crisi politica in Tunisia, dove il 25 luglio scorso (2021) il presidente KAIS SAIED ha rimosso il primo ministro, bloccato i lavori del parlamento e annunciato che assumerà lui stesso gli incarichi di governo, ha diverse cause tutte legate alla storia recente del paese: l’instabilità politica endemica, la gravissima situazione economica e la conseguente incapacità del governo deposto di gestire la pandemia da coronavirus, che in Tunisia è una delle peggiori di tutta l’Africa.

   Tutti questi elementi, soprattutto l’instabilità politica e la crisi economica, sono ben noti ormai da anni, ma la crisi degli ultimi giorni ha anche una causa ulteriore: lo stesso Saied, un politico indipendente eletto alla presidenza nel 2019, che non aveva mai davvero nascosto la sua intenzione di cambiare radicalmente la struttura della democrazia tunisina; o di distruggerla, come sostengono i suoi critici.

   Dopo aver rimosso il primo ministro, bloccato i lavori del parlamento e inviato l’esercito a presidiare i principali palazzi governativi della capitale Tunisi, Saied ha imposto un coprifuoco in tutta la nazione dalle 18 alle 7, e ha vietato tutti gli assembramenti di più di tre persone.

   Le cause strutturali della crisi hanno a che fare con lo stato piuttosto fragile in cui la Tunisia è uscita dalla primavera araba, l’insieme di proteste che iniziarono nel 2011 contro i regimi autoritari di diversi paesi nordafricani e mediorientali.

   La Tunisia è stata l’unico paese coinvolto nella primavera araba ad aver mantenuto una forma di governo democratica, ma negli ultimi 10 anni la democrazia tunisina si è mostrata Continua a leggere

AUKUS (che sta per Australia, United Kingdom, United State of America), nuovo patto di difesa fra i 3 Stati contro l’espansionismo cinese – L’INDO-PACIFICO, area geostrategica prioritaria militare e del commercio mondiale (ma anche il Mediterraneo conta) segna il duello tra USA e CINA (ci sarà GUERRA? speriamo di no)

(BIDEN annuncia AUKUS) – Nella conferenza stampa virtuale di mercoledì sera 15 settembre (2021) presieduta dai capi di governo britannico e australiano e dal presidente Usa è emerso l’intento di creare AUKUS, una forza di contenimento anti-cinese nell’INDO-PACIFICO, la nuova area geopolitica più “calda” del mondo, dove le potenze anglosassoni cercheranno in primis di limitare l’espansionismo cinese

   Con il patto AUKUS (acronimo ripreso dalle iniziali di Australia, United Kingdom e United State), nuova iniziativa del presidente americano Biden, appunto Usa, Gran Bretagna e Australia decidono di muoversi insieme nella sfida di questo secolo alla Cina, sulla regione dell’INDO-PACIFICO. L’accordo segna in modo chiaro la volontà americana di spostare i propri interessi geopolitici sul fronte asiatico e il suo asse militare nell’intera regione dell’Indo-Pacifico, che è il nuovo centro geopolitico mondiale.

(REGIONE INDO-PACIFICA, mappa da https://www.quotedbusiness.com/) – L’INDO-PACIFICO è una regione biogeografica oceanica che comprende le zone tropicali e subtropicali dell’oceano Indiano e della parte occidentale dell’oceano Pacifico a est, fino alle Hawaii e all’Isola di Pasqua ma mai fino alle coste americane (da Wikipedia)

   Questo accordo a tre, questa iniziativa, permetterà all’Australia di costruire per la prima volta sottomarini a propulsione (carburante) nucleare (non con armi nucleari), utilizzando tecnologia fornita dagli Stati Uniti, con anche la condivisione di capacità informatiche, intelligenza artificiale, tecnologie quantistiche e altre tecnologie sottomarine. AUKUS sta creando un caso diplomatico di scontro non da poco con la Francia, che ha visto sfumare un contratto con l’Australia da 56 miliardi di euro per la consegna di 12 sottomarini convenzionali (cioè a carburante diesel).

   Forse la Francia non è arrabbiata solo per la enorme commessa dei sommergibili persa: l’accordo con l’Australia rappresentava per Parigi l’opportunità concreta e fattiva di consolidare la propria presenza e influenza nell’Indo-Pacifico, essendo la Francia presente con una ZEE (Zona Economica Esclusiva) nella quale i francesi contano 9 milioni di chilometri quadrati di territorio, fra la Nuova Caledonia e Tahiti (uno dei possedimenti della Francia coloniale che ancora conserva).

INDO-PACIFIC e ASIA-PACIFIC REGION (mappa da https://angelowijaya.medium.com/)

   Questo accordo nell’INDO-PACIFICO, anticinese, nasce quasi a metter ordine e chiarire i vari accordi, militari e commerciali che vi sono in quell’immensa regione biogeografica oceanica che comprende le zone tropicali e subtropicali dell’oceano Indiano e della parte occidentale dell’oceano Pacifico a est, fino alle Hawaii e all’Isola di Pasqua. Ad esempio avevamo (ed abbiamo) in corso già l’accordo QUAD: il quadrilatero delle democrazie indo-pacifiche, formato da Giappone, India e appunto Stati Uniti e Australia. E il 24 settembre (2021) Biden ospiterà un vertice con i leader di Australia, India e Giappone, alleanza QUAD creata nel 2007 per contrastare l’ascesa della Cina in campo militare. Conterà da adesso di più il QUAD o l’AUKUS? (crediamo il secondo)

da LIMES: L’OCEANO PACIFICO tra USA e CINA (Carta di Laura Canali, Limes)

   Dall’altra adesso, Pechino, da parte sua, ha presentato ufficialmente la domanda di adesione al CPTPP (“Comprehensive and Progressive Trans-Pacific Partnership Agreement”), l’accordo di libero scambio di 11 Paesi dell’area Asia-Pacifico (è il patto commerciale siglato nel 2018 da Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam, nato sulle ceneri del Trans-Pacific Partnership -TPP-, e voluto allora da Barack Obama, ma disertato clamorosamente dal successore, Donald Trump) nato anch’esso per contenere la Cina. Adesso la Cina, chiedendo l’adesione, ovviamente intende estendere la propria influenza in tale ambito e annullare così il fatto che l’accordo sia nato commercialmente contro di essa (sarà la Cina accolta nel CPTPP? …è cosa non da poco la sua adesione o meno!).

(nella FOTO: JOSEPH BORREL, da https://www.ilsole24ore.com/) – “(…) A poche ore dall’annuncio di un patto tra Stati Uniti, Regno Unito e Australia per contrastare l’influenza cinese a Est, la Commissione europea ha presentato giovedì 16 settembre una nuova strategia per l’Indo-Pacifico. Con l’occasione, l’Alto Rappresentante per la Politica estera e di Sicurezza JOSEP BORRELL (nella FOTO) ha sostenuto che l’iniziativa anglo-sassone è un nuovo pungolo nel fianco dell’Unione Europea perché questa si rafforzi nel settore della difesa. LA NUOVA STRATEGIA COMUNITARIA NELL’INDO-PACIFICO è il primo tassello di un progetto chiamato GLOBAL GATEWAY per firmare accordi internazionali oltre il commercio: un rafforzamento delle catene di produzione, nuovi partenariati in campo ambientale e digitale, nuovi accordi nella sicurezza marittima…In campo digitale, per esempio, i primi accordi nell’Indo-Pacifico verranno negoziati con il GIAPPONE, SINGAPORE e la COREA DEL SUD. (Beda Romano, da “Il Sole 24ore” del 16/9/2021 https://www.ilsole24ore.com/)

   Pertanto la sfida principalmente tra USA e CINA è destinata a continuare su più fronti. E questo accordo trilaterale anti-Cina, Aukus, fa capire che il grande gioco della conflittualità mondiale si gioca adesso prioritariamente nell’Indo-Pacifico. E non a caso, il nuovo patto trilaterale è stato etichettato come una sorta di “nuova NATO”.  Gli USA si sono sì ritirati dall’Afghanistan e dal pantano di una guerra durata vent’anni, ma per concentrarsi sull’obiettivo strategico del presente e del futuro: il contenimento cinese.

   Un passo aggressivo decisamente importante questo in contrapposizione alla Cina: sforzi congiunti fra i tre partner per sviluppare tecnologie avanzate, anche in settori come sicurezza informatica, intelligenza artificiale, informatica quantistica e, appunto, capacità sottomarine. Sottomarini a propulsione nucleare potenzialmente in grado di alterare l’equilibrio di potere navale in tutta quell’area geografica.

(LA GUERRA DEI SOTTOMARINI NELL’INDO-PACIFICO, foto-schema ripreso da IL FOGLIO del 16/9/2021) – L’AUKUS è il nuovo patto di difesa tra STATI UNITI, REGNO UNITO e AUSTRALIA, concepito per arginare le velleità espansionistiche cinesi. “(…) Il PATTO AUKUS permetterà all’AUSTRALIA di costruire per la prima volta sottomarini a propulsione nucleare, utilizzando tecnologia fornita dagli Stati Uniti. Si tratta della prima volta in 50 anni che gli USA condividono la loro tecnologia sottomarina; finora, lo avevano fatto soltanto con il Regno Unito. La partnership riguarderà anche la condivisione di capacità informatiche, intelligenza artificiale, tecnologie quantistiche e altre tecnologie sottomarine. (…)” (Giulia Belardelli, 16/9/2021, da https://www.huffingtonpost.it/)

   Per quanto riguarda l’Europa, la UE, non è vero che sta solo a guardare: per quanto possibile e nelle potenzialità di una UE poco compatta al suo interno (con la necessità del voto all’unanimità dei 27 Paesi aderenti per ogni decisione strategica), c’è però un impegno concreto di rispondere anch’essa all’espansione cinese, a partire proprio dall’INDO-PACIFICO, in vari settori. Ad esempio in campo digitale; e i primi accordi in quell’area verranno negoziati con Giappone, Singapore e Corea del Sud. E poi, sempre nell’impegno presente della UE, si prospetta che le intese in campo ambientale verranno messe a punto con i Paesi che più condividono l’approccio comunitario in questo campo: e alla Cina naturalmente (e giustamente) non si chiudono le porte e si cerca un positivo dialogo con Pechino; pur allo stesso tempo dando priorità ad un rafforzamento della cooperazione con il Giappone, l’Australia, l’India e Taiwan.

(VISIONE GENERALE AREA INDO-PACIFICA mappa da http://www.thenewsnow.co.in/). Il duello tra Usa e Cina si combatte nell’Indo-Pacifico

   Oltre alla Cina, c’è da supporre che anche altre Nazioni (India e Giappone in primis, ma anche Corea del Sud e Filippine) vorranno / dovranno rinnovare e ammodernare il proprio armamentario bellico. Insomma è probabile che ci sarà nell’Indo-Pacifico una nuova corsa al riarmo, tecnologicamente “all’avanguardia”, sicuramente con combustibile atomico per i sottomarini che ciascun Stato avrà in quell’area oceanica (sempre in funzione anticinese).

   E’ da chiedersi: è ipotizzabile che potrà esserci una guerra, un conflitto militare, in primis tra le due superpotenze? (gli USA con i suoi alleati locali, che non vuole abdicare al proprio potere globale già esercitato nel secolo scorso; la CINA, già divenuta in brevissimo tempo superpotenza, ma ancora con un’espansione mondiale sempre più veloce ed allargata)?

   Tutto farebbe supporre che questo, purtroppo, potrebbe essere uno scenario possibile (una guerra). Forse la logica dello schieramento americano è quello che aveva con la “guerra fredda” con l’Unione Sovietica: cioè due forze contrapposte “paritarie militarmente” che si annullano, azzerano la possibilità di uno scontro (nucleare) catastrofico se accadesse. Ma la questione geostrategica è tutt’altro che semplice: Altri soggetti (come l’Europa) potrebbero diventare attori di pace….. Resta il fatto che questo contesto geografico dell’INDO-PACIFICO, così preoccupante, mette in subordine altre situazioni geopolitiche a noi assai vicine e che ci coinvolgono direttamente, che sono altrettanto confuse e pericolose, com’è l’area mediterranea. (s.m.)

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GRAHAM ALLISON, Destinati alla guerra. Possono l’America e la Cina sfuggire alla trappola di Tucidide? (…) Per decenni gli studiosi si sono divisi sul significato che lo storico greco Tucidide assegnò alla guerra intercorsa fra ATENE e SPARTA. Ciò nonostante, le sue parole tuonano ancora oggi lapidarie: «Fu l’ascesa di Atene e la paura che quest’ultima instillò in Sparta che rese la guerra inevitabile». (…) DOVE RISIEDONO LE RADICI DELLA RIVALITÀ SINO-AMERICANA? Esistono precedenti nel passato che possano, nelle élite cinesi e statunitensi, instillare tanto un maggior senso di responsabilità quanto spargere i semi della discordia e dunque condurle verso uno scontro apocalittico? Quale potrà essere la miglior ricetta per una gestione pacifica o quanto meno contenuta dei rapporti tra Pechino e Washington? Ma soprattutto, LA GUERRA È INEVITABILE?   GRAHAM ALLISON – Professore emerito all’Università di Harvard e direttore del Belfer Center for Science and International Affairs – nel suo vibrante e dibattuto volume riattualizza la lezione della ‘TRAPPOLA DI TUCIDIDE’ per cercare di rispondere a questi ed altri importanti quesiti in uno sforzo intellettuale e civico. Il fine è quello di STIMOLARE UNA RIFLESSIONE SUL FUTURO DELLE RELAZIONI TRA STATI UNITI E CINA, auspicando CHE SI POSSA DEVIARE DALLA «TRAIETTORIA CORRENTE», nella quale «la guerra […] nei decenni avvenire non è soltanto possibile, ma più probabile di quanto non si sia disposti a credere». (Alberto Prina Cerai, da PANDORA RIVISTA del 29/5/2019 https://www.pandorarivista.it/)

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IL NEMICO È LA CINA, IL PATTO AUKUS CAMBIA L’ASSE DEL MONDO

di Giulia Belardelli, 16/9/2021, da https://www.huffingtonpost.it/

– Tra Usa, Uk e Australia, la più grande partnership di difesa da decenni. Perché chi controlla l’Indo-Pacifico comanda –

   Nella notizia dello storico patto tra USA, Regno Unito e Australia per la sicurezza nella regione dell’Indo-Pacifico c’è l’immagine di un mondo che ha cambiato baricentro. Da tempo la crescente assertività militare di Pechino nel Mar Cinese Meridionale e verso Taiwan è guardata con preoccupazione a Washington, ma la nascita di Aukus segna una svolta nell’approccio della superpotenza americana verso il rivale cinese.

   Secondo gli analisti, infatti, l’accordo tra Washington, Londra e Canberra rappresenta la più grande partnership di difesa tra paesi da decenni, paragonabile per importanza all’accordo sull’intelligence Five Eyes firmato 75 anni fa da Usa, Uk, Canada, Australia e Nuova Zelanda. Al vecchio nemico di allora, l’Unione Sovietica, si è sostituito il grande rivale di oggi, la Repubblica Popolare Cinese, in una sfida che rende l’Europa sempre più piccola e marginale.

   Il patto Aukus permetterà all’Australia di costruire per la prima volta sottomarini a propulsione nucleare, utilizzando tecnologia fornita dagli Stati Uniti. Si tratta della prima volta in 50 anni che gli USA condividono la loro tecnologia sottomarina; finora, lo avevano fatto soltanto con il Regno Unito. La partnership riguarderà anche la condivisione di capacità informatiche, intelligenza artificiale, tecnologie quantistiche e altre tecnologie sottomarine.

   L’insieme di queste novità – scrive il NYT – mette l’Australia nelle condizioni di iniziare a condurre pattuglie di routine che potrebbero spostarsi attraverso le aree del Mar Cinese Meridionale che Pechino rivendica come sua zona esclusiva e che si estendono fino a Taiwan.

   La Cina ha bollato come “estremamente irresponsabile” il patto per la sicurezza nell’Indo-Pacifico, avvertendo che “danneggerà la pace e la stabilità regionale”. L’ambasciata cinese degli Stati Uniti ha consigliato ai tre firmatari di “sbarazzarsi della mentalità da Guerra Fredda e dei pregiudizi ideologici”.

   Ma Aukus ha fatto arrabbiare anche i francesi, che vedono sfumare un contratto con l’Australia da 56 miliardi di euro per la consegna di 12 sottomarini convenzionali. Biden ha preso una decisione “brutale, unilaterale e imprevedibile che assomiglia molto a quanto fatto da Trump”, ha denunciato il ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian in un’intervista a France Info, dopo che il suo governo aveva già parlato di iniziativa “deplorevole”.

   Per Washington, tuttavia, la collera francese è un effetto collaterale trascurabile. Come il ritiro dall’Afghanistan ha drammaticamente ricordato, quando si tratta di perseguire i propri piani il coordinamento e la comunicazione con gli alleati è una materia in cui Biden non teme di prendere brutti voti.

   Semplicemente, gli sta a cuore un’unica priorità su tutto il resto: affrontare le minacce poste dalla Cina su una regione lontana eppure sempre più centrale per le ambizioni americane. 

   Aukus mira a “promuovere la sicurezza e la prosperità” nella regione, hanno dichiarato il presidente americano Joe Biden, il premier britannico Boris Johnson e il suo omologo australiano Scott Morrison. La conferenza stampa virtuale ha riservato anche un momento di imbarazzo, quando a Biden è sembrato sfuggire il nome del premier australiano, a cui si è riferito con l’espressione “that fellow down under” (“quel tizio laggiù”). Gaffe a parte, il siparietto è utile per avere un’idea dell’importanza strategica che Canberra riveste per Washington: in un tempo relativamente breve, l’ha promossa da semplice partner affidabile -al pari di tanti altri – ad avamposto per portare avanti la sua sfida prioritaria per il XXI secolo. 

   “Questa è un’opportunità storica per le tre nazioni, con alleati e partner affini, per proteggere i valori condivisi e promuovere la sicurezza e la prosperità nella regione Indo-Pacifica”, si legge nella dichiarazione congiunta.

   I leader non hanno fatto riferimento direttamente alla Cina, ma hanno affermato che le sfide alla sicurezza regionale sono “cresciute in modo significativo”. Secondo Guy Boekenstein dell’Asia Society Australia, la firma del patto “dimostra che tutte e tre le nazioni stanno davvero tracciando una linea nella sabbia per iniziare e contrastare le mosse aggressive [della Cina] nell’Indo-Pacifico”.

   Negli ultimi anni il potenziamento militare e la crescente assertività della Cina hanno preoccupato le potenze rivali. Pechino è stata accusata di aumentare le tensioni in territori contesi come il Mar Cinese Meridionale. Ha anche investito molto nella sua capacità militare, compresa la sua guardia costiera che alcuni analisti sostengono sia diventata di fatto una flotta militare. I paesi occidentali, gli Usa in particolare, hanno espresso diffidenza verso gli investimenti infrastrutturali della Cina nelle isole del Pacifico e hanno anche criticato le sanzioni commerciali di Pechino contro paesi come l’Australia.

   In passato Canberra aveva mantenuto buone relazioni con Pechino, suo principale partner commerciale, ma il rapporto si è interrotto negli ultimi anni per via di crescenti tensioni politiche.

   La possibilità di sviluppare per la prima volta sottomarini a propulsione nucleare rappresenta per l’Australia un’accelerazione pazzesca nel suo ruolo di contrasto alla Cina. Questi sottomarini – spiega Jonathan Beale, analista Bbc specializzato in Difesa – sono molto più veloci e difficili da rilevare rispetto alle flotte a propulsione convenzionale. Possono rimanere sommersi per mesi, sparare missili a distanze maggiori e anche trasportarne di più. Per gli Stati Uniti, averli di stanza in Australia è fondamentale per l’influenza che vogliono avere nella regione.

   L’Australia diventerà solo la settima nazione al mondo a utilizzare questo tipo di sottomarino, dopo Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Cina, India e Russia. L’annuncio è arrivato Continua a leggere

La CRISI DEI PORTI e delle grandi navi portacontainer, causa la pandemia e altro, porta alle difficoltà nei commerci e reperimento della materia prime mondiali – SEGNALI di uno stravolgimento tra aree geopolitiche globali (Asia, Europa, Americhe, Africa…)? o un semplice riassetto mondiale delle strutture dei commerci?

“(…) Mercoledì 11 agosto, ha scritto il Financial Times, di fronte ai porti di tutto il mondo c’erano 353 navi portacontainer ferme in rada, cioè stazionate al largo in attesa di poter entrare in porto. 353 navi sono quasi il 7 per cento del numero totale di navi cargo al mondo (…)”(Leonardo Siligato, da “il POST.IT” del 22/8/2021, https://www.ilpost.it/) (Foto da httpsamendolasrl.it/)

   Nel mondo oberato dalla necessità di uscire, o perlomeno limitare i danni, dalla pandemia da Covid, una delle trasformazioni che stanno concretamente ed inesorabilmente accadendo (e che forse ancora non ce ne accorgiamo, ma tra poco sì) è quella del trasporto via mare di gran parte delle merci (non deperibili) che avviene in una condizione di rallentamento e porta (e porterà) a una lentezza (rispetto a prima) nell’avere merci e materie prime (e a pagare molto di più i prodotti).

   E’ una crisi durissima che sta colpendo il trasporto marittimo a livello globale: l’aumento esorbitante dei noli e dei ritardi nelle consegne di materie prime e semilavorati è provocato in primis dalla scarsità di container. Mancano i container, i prezzi per noleggiarli sono saliti a livelli mai visti, il traffico nei porti più importanti è intasato e le navi accumulano giorni di ritardo.

(CONTAINER dalla nave ai camion, foto da IL POST.IT) – “(…) Il Financial Times sostiene che quella in corso è LA PIÙ GRANDE CRISI DEL TRASPORTO MARITTIMO DA QUANDO IL CONTAINER È STATO INVENTATO, sessantacinque anni fa, e lamenta il fatto che non ci sono stati sufficienti investimenti nelle INFRASTRUTTURE, il COORDINAMENTO, la DIGITALIZZAZIONE. Ma programmare adesso investimenti del genere sarebbe assai complicato, visto che nessuno ha idea della faccia che avrà la produzione mondiale, con i tentativi di imprese e Stati di ri-allocare o almeno accorciare le catene della produzione che si sono rivelate così fragili. (…)” (Roberta Carlini, 7/9/2021, da IL BO LIVE (Università di Padova) – https://ilbolive.unipd.it/)

   In questo post geografico, attraverso articolo di grande interesse e chiarezza che abbiamo ripreso da varie fonti, poniamo la questione del commercio mondiale via mare in difficoltà.

   La causa può essere fatta risalire alla pandemia, sicuramente, che ha provocato squilibri tra domanda e offerta, tra paese e paese. Ma, per dire che il sistema è troppo in disequilibrio, che qualcosa non va nell’organizzazione del commercio mondiale (del trasporto via mare delle merci) basta ricordare un episodio di per sé limitato. Cioè la vicenda dello choc globale che c’è stato con l’incidente del Canale di Suez: l’ostruzione dal 23 al 29 marzo (2021) a causa di una portacontainer insabbiata (e che si è messa di traverso nel Canale impedendo il passaggio di altre navi), ha mandato in crisi i collegamenti di mezzo pianeta.

   Va detto che la difficoltà a far arrivare merci e materie prime (nella maggior parte dall’Asia, la Cina in particolare) fa sì, e farà sì nei prossimi mesi (e forse anni) che avremo difficoltà (tutti noi) di procurarci cose che credevamo di facile reperibilità (e, tra l’altro, i prezzi saliranno).

PECHINO ha deciso di fermare prima il terminal container di YANTIAN, nel PORTO di SHENZHEN, per più di un mese a maggio (2021), e poi un terminal container del PORTO di NINGBO-ZHOUSHAN, entrambi dopo un caso di Covid. Insieme ai prezzi aumentano i ritardi nelle consegne. (nella FOTO: porti cinesi, mappa da https://it.maps-china-cn.com/)

   E saranno le imprese di piccola e media dimensione (le piccole ditte, i negozi, le medio-piccole officine…) a essere più colpiti, essendo più dipendenti dalla filiera della fornitura e più vulnerabili in un contesto di riduzione progressiva delle scorte. E, come dicevamo, tutto questo si ripercuoterà anche sui prezzi al dettaglio dei prodotti finiti e, quindi, sulle tasche di tutti.

   Per anni si è teorizzata la fine delle scorte di magazzino: inutile tenere scorte di merci o materie prime, se quando serve, quando ti chiedono il prodotto, puoi procurartele in pochissimo tempo e magari sempre “l’ultimo modello” per certi beni (questo sistema è noto come il JUST IN TIME, “appena in tempo”, cioè della rinuncia al magazzino non necessario: ora invece delle scorte di magazzino sarebbero state utili a un reperimento alla fonte troppo lento).

“(…) Secondo i dati della società di ricerche IHS Markit, il tempo medio di attesa in rada per un approdo è più che raddoppiato dal 2019 a oggi, e anche il tempo passato dalle navi nei porti in attesa di essere scaricate e caricate è aumentato considerevolmente.   Per recuperare questi ritardi, le navi possono decidere di saltare alcuni approdi sulla loro rotta (pratica chiamata in gergo blank sailing), ma se lo fanno le consegne delle merci che dovevano essere scaricate in quei porti subiscono ritardi ancora maggiori. (…)” (Leonardo Siligato, da “il POST.IT” del 22/8/2021, https://www.ilpost.it/) (foto da https://filippolubrano.medium.com/)

   Una delle cause principali della crisi del trasporto navale delle merci è che molti porti sono inefficienti e non riescono a gestire il traffico generato dalla forte domanda di merci (attualmente stimolata dalla ripresa economica a livello mondiale); e la maggior parte di essi non è in grado di accogliere le navi più moderne, che vengono costruite sempre più grandi per generare economie di scala e ridurre i costi di trasporto. Se poi consideriamo che sulle navi cargo, quelle che trasportano i container, viaggia più dell’80 per cento del volume delle merci trasportate in tutto il mondo, si capisce che “l’ingorgo”, la difficoltà a scaricare merci nei porti, provoca inefficienze a catena, e una crisi generale.

(In blu i maggiori porti della Via della Seta cinese – mappa da The Economist) – “(…) Sulle navi cargo, quelle che trasportano i container, viaggia più dell’80 per cento del volume delle merci trasportate in tutto il mondo. Questo significa che quasi tutti i beni che compriamo (o i materiali con cui sono stati prodotti), a un certo punto del viaggio che li ha portati fino a noi sono stati trasportati in un container su una nave cargo. (…)” (Leonardo Siligato, da “il POST.IT” del 22/8/2021, https://www.ilpost.it/)

   Pertanto i problemi che si sono verificati con la pandemia sono in gran parte dovuti all’inefficienza delle strutture portuali: e negli ultimi anni, gli armatori hanno costruito navi cargo sempre più capienti con l’obiettivo di aumentare la quantità di container trasportabili in un singolo viaggio. Poi diversi armatori avevano anche approfittato del calo di traffico durante i lockdown per ristrutturare le proprie navi. Viste le difficoltà dei porti, alcuni armatori hanno così deciso di investire essi stessi nei porti, comprandone delle quote societarie. Sta così accadendo che vi è una concentrazione del traffico in mano a pochi soggetti: chi ha in mano l’offerta è un oligopolio basato su poche alleanze di grandi armatori.

I 10 MAGGIORI PORTI COMMERCIALI AL MONDO (7 su 10 sono cinesi, 9 in Asia e uno in medio Oriente, Dubai) – dati pubblicati da World Shipping Council, l’associazione di categoria mondiale che regola le spedizioni internazionali di linea
Porto di Shanghai, Cina: 42.01 milioni di TEU
Porto di Singapore: 36.60 milioni di TEU
Porto di Shenzhen, Cina: 27.74 milioni di TEU
Porto Ningbo-Zhoushan, Cina: 26.35 milioni di TEU
Guangzhou Harbor, Cina: 21.87 milioni di TEU
Porto di Busan, South Korea: 21.66 milioni di TEU
Porto di Hong Kong, China: 19.60 milioni di TEU
Porto di Qingdao, China: 18.26 milioni di TEU
Porto di Tianjin, China: 16.00 milioni di TEU
Porto Jebel Ali, Dubai: 14.95 milioni di TEU
Il traffico sostenuto dai porti commerciali viene valutato con un parametro chiamato TEU, acronimo di “Twenty-foot Equivalent Unit“: tradotto, è l’unità equivalente a venti piedi, ovvero la misura standard di volume nel trasporto dei container secondo normativa ISO, e corrisponde a circa 40 metri cubi totali. La maggior parte dei container infatti ha misure standard, con lunghezze da 20 piedi (1 TEU) e 40 piedi (2 TEU).
(da https://www.travel365.it/ )

   Il congestionamento del trasporto marittimo è dovuto poi ad altri fattori. Come le misure messe in atto ovunque per contrastare la pandemia che hanno aumentato la burocrazia e rallentato ogni operazione di scarico. In secondo luogo c’è l’aumento dei consumi. Molte persone, forzate dalla pandemia a passare più tempo a casa, hanno comprato più cose online. E poi la carenza di container nasce anche dallo squilibrio tra importazioni ed esportazioni che c’è: la Cina esporta tantissimi prodotti hi-tech (e ha bisogno di container) e adesso importa meno dall’ “estero” (dagli Usa in primis) non avendo così ricambio e disponibilità di container.

(LA RETE PORTUALE DEL MEDITERRANEO, mappa ripresa da LIMES) –  “(…) La CINA, che da tempo sta portando avanti una strategia di posizionamento commerciale-infrastrutturale in AFRICA, ha rivolto la sua attenzione sul SISTEMA PORTUALE MEDITERRANEO come NODO DI SMISTAMENTO e ramificazione in Europa delle supply chains che corrono lungo la VIA DELLA SETA, che altri non è se non una filiera di porti connessi ad aree ZES di elaborazione delle merci (Zona Economica Speciale, ZES, si intende una zona geograficamente limitata e chiaramente identificata, nella quale le aziende già operative – e quelle che si insedieranno – possono beneficiare di speciali condizioni per gli investimenti e per lo sviluppo). Tre grandi compagnie cinesi (COSCO, CMPORT, QPI) hanno già acquisito quote importanti nei porti mediterranei: dal PIREO a PORTO SAID, a TANGER MED, a AMBARLI, a HAIFA, a VALENCIA, a MARSIGLIA, a VADO. (…)” (Rosario Pavia, 3/9/2021, da ISPI, Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, https://www.ispionline.it/ )

   La politica di certe aree geografiche, come la Ue, non è intervenuta granché. Si capisce. In una fase di tensione con il moloch cinese (al di là degli accordi a suo tempo stabiliti), di rapporti difficili con la Cina, si vuole e si spera in un possibile (ma aleatorio in tempi brevi) restringimento del commercio di importazione con i paesi asiatici, appunto la Cina in primis; e così convincere le imprese europee a riportare vicino casa le lavorazioni affidate ai più economici fornitori dell’Asia. Ma questa cosa è assai improbabile in tempi stretti.

   In questi anni il commercio mondiale ha messo in atto molti strumenti di facilitazione nella mobilità delle merci e materie prime: dalla standardizzazione dei container a livello internazionale, alla rete organizzativa della intermodalità (il passaggio veloce dalla nave al camion, o al treno…); selezionando tutti i prodotti non deperibili via mare (mentre a livello internazionale quelli deperibili viaggiano via aerea, per poi essere distribuiti nei territori via gomma). Ora tutto questo si dimostra inefficiente e da ridefinire.

“(…) Nella produzione, sono cambiati i consumi e la domanda, come dimostra LA CRISI DEI MICROCHIP; i BENI DI PRIMA NECESSITÀ nell’era pandemica, tutti A BASE DI ELETTRONICA, più la spinta alla produzione delle AUTO ELETTRICHE, hanno comportato una CARENZA GENERALIZZATA DI MICROCHIP, con le case automobilistiche costrette a tagliare la produzione e chiudere impianti. COME PER I PORTI, CRESCONO SIA I PREZZI CHE I TEMPI DI ATTESA. (…)” (Roberta Carlini, 7/9/2021, da IL BO LIVE (Università di Padova) – https://ilbolive.unipd.it/) (immagine tratta da https://www.italian.tech/)

   Ma ha senso allargare i porti a dismisura per accogliere navi container sempre più enormi? E le vie d’acqua, i Canali (come accade a Suez) vanno raddoppiati nella loro larghezza?…. Cioè, pensiamo, non è possibile una ridefinizione della produzione delle merci e delle materie prime che si basi su aree geo-regionali, allargate sì, ma a un livello geografico accettabile e non globale; affinché si possa superare la situazione che la crisi di un porto marino (o di un Paese) blocchi lo sviluppo e lo scorrere quotidiano della vita dell’intero pianeta? (s.m.)

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LA CRISI DEI PORTI, SPIEGATA

di Leonardo Siligato, da “il POST.IT” del 22/8/2021, https://www.ilpost.it/

– Da mesi, in tutto il mondo, mancano beni e materie prime: per un problema di porti troppo piccoli, navi troppo grandi e container lasciati nel posto sbagliato –

   Da mesi si parla della crisi che ha colpito il trasporto marittimo a livello globale: mancano i container, i prezzi per noleggiarli sono saliti a livelli mai visti, il traffico nei porti più importanti è intasato e le navi accumulano giorni di ritardo, tanto che il Financial Times l’ha definita la più grande crisi dall’inizio delle spedizioni via container. Le conseguenze principali di questa situazione sono ritardi che si ripercuotono sull’intera catena di approvvigionamento di merci, una scarsità di prodotti generalizzata e un aumento del loro prezzo, che da un lato stanno frenando la produzione di molti beni, e dall’altro stanno concorrendo a far salire l’inflazione in diversi paesi.

   Questa crisi è stata in parte causata dalla pandemia ed esacerbata da eventi avversi come l’incagliamento della nave portacontainer Ever Given nel Canale di Suez lo scorso marzo, la chiusura del porto cinese di Yantian per un focolaio di Covid-19 a maggio, e la più recente chiusura di parte di un altro porto cinese, quello di Ningbo-Zhoushan, che sta creando forti disagi da più di una settimana.

   Questi eventi non costituiscono però le uniche cause del congestionamento e hanno messo in luce problemi che esistevano già prima della pandemia: molti porti sono inefficienti e non riescono a gestire il traffico generato dalla forte domanda di merci (attualmente stimolata dalla ripresa economica a livello mondiale), e la maggior parte di essi non è in grado di accogliere le navi più moderne, che vengono costruite sempre più grandi per generare economie di scala e ridurre i costi di trasporto.

   Sulle navi cargo, quelle che trasportano i container, viaggia più dell’80 per cento del volume delle merci trasportate in tutto il mondo. Questo significa che quasi tutti i beni che compriamo (o i materiali con cui sono stati prodotti), a un certo punto del viaggio che li ha portati fino a noi sono stati trasportati in un container su una nave cargo.

   Il trasporto via mare è infatti il più conveniente per lo spostamento su tratte lunghe di grandi volumi di merci non deperibili (mentre per quelle deperibili è spesso preferibile il trasporto aereo, più rapido).

   Nei porti in cui arrivano, i container vengono caricati su camion o treni per completare il loro viaggio: un metodo logistico chiamato trasporto intermodale e basato sulla standardizzazione dei container a livello internazionale, che permette di spostarli facilmente da un mezzo a un altro in modo da rendere il processo il più veloce possibile.

   Il trasporto intermodale è un’innovazione relativamente recente: esiste da meno di settant’anni ed è stato uno dei fattori che hanno permesso il fenomeno della globalizzazione, cioè l’integrazione delle diverse economie regionali in un’unica economia globale. Se di norma l’intermodalità permette un trasporto efficiente delle merci, eventi imprevisti come una pandemia, un aumento inatteso e consistente della domanda di merci o una nave incagliata nel Canale di Suez, possono renderlo il più inefficiente dei processi: la puntualità di tutto il sistema dipende da quella delle navi e se qualcosa va storto lì, i problemi riguardano a cascata tutto il resto del processo.

   I ritardi delle navi cargo hanno interrotto le catene di approvvigionamento di tantissime imprese, con effetti particolarmente problematici su quelle che utilizzano processi produttivi che tendono a minimizzare le giacenze di magazzino affidandosi a un tipo di organizzazione chiamata “just in time” (“appena in tempo”), che prevede di rifornirsi di materie prime e semilavorati esattamente nel momento in cui sono necessari. A gestire la propria produzione in questo modo ci sono alcune delle società più grandi del mondo – come Apple, Toyota e Nike –, che negli ultimi mesi hanno perciò probabilmente dovuto fare i conti con questo problema più di altre.

   Mercoledì 11 agosto, ha scritto il Financial Times, di fronte ai porti di tutto il mondo c’erano 353 navi portacontainer ferme in rada, cioè stazionate al largo in attesa di poter entrare in porto. 353 navi sono quasi il 7 per cento del numero totale di navi cargo al mondo e questo significa che, a quella data, il sistema portuale mondiale nel suo complesso riusciva a gestire in buon ordine solo il 93 per cento delle navi cargo, il cui numero, data la domanda sempre maggiore di servizi di trasporto di merci, è destinato ad aumentare.

   Da allora, la situazione è peraltro peggiorata a causa della chiusura di uno dei terminal del porto cinese di Ningbo-Zhoushan, il terzo più trafficato al mondo, dove dall’11 agosto sono state fermate tutte le operazioni a causa dell’infezione da Covid-19 di uno dei suoi lavoratori. Il terminal chiuso gestiva circa il 20 per cento del traffico del porto, motivo per cui molte navi sono state dirottate sui vicini porti di Shanghai e Hong Kong anche se le autorità portuali hanno fatto sapere lunedì che sono riuscite a ripristinare il 90 per cento della capacità del porto. Tuttavia l’ingorgo rimane: martedì 17 agosto, secondo Bloomberg c’erano 141 navi cargo ferme davanti ai porti di Shanghai e Ningbo-Zhoushan.

   Tra i porti più congestionati dall’inizio della pandemia ci sono quello di Karachi, in Pakistan, dove il ritardo medio di una nave – calcolato come la differenza tra la data di partenza pianificata e quella effettiva – è stato di 27 giorni (con massimi di 89 giorni), quello di Fos sur Mer in Francia (16 giorni), quelli statunitensi di Charleston, Long Beach e Atlanta, dove le navi cargo hanno accumulato ritardi rispettivamente di 25, 12 e 11 giorni, quelli di Santos in Brasile e Tomakomai in Giappone, entrambi con 14 giorni di ritardo in media.

   Secondo i dati della società di ricerche IHS Markit, il tempo medio di attesa in rada per un approdo è più che raddoppiato dal 2019 a oggi, e anche il tempo passato dalle navi nei porti in attesa di essere scaricate e caricate è aumentato considerevolmente.

   Per recuperare questi ritardi, le navi possono decidere di saltare alcuni approdi sulla loro rotta (pratica chiamata in gergo blank sailing), ma se lo fanno le consegne delle merci che dovevano essere scaricate in quei porti subiscono ritardi ancora maggiori.

   Le possibilità sono infatti solo due: consegnare le merci in un porto diverso da quello inizialmente previsto e spostarle su altre imbarcazioni per completare la tratta o aspettare di tornare nel porto saltato per completare la consegna. Le rotte cargo, tuttavia, sono circolari e quando le navi arrivano all’ultimo porto del loro viaggio ripartono per il punto di partenza e ricominciano lo stesso giro: se saltano un porto durante un giro, possono tornarci solo durante il giro successivo. Intanto, anche le merci in attesa di essere spedite dal porto saltato subiranno un ritardo e dovranno aspettare di poter essere caricate sulla successiva nave che viaggia sulla stessa tratta, con un congestionamento che a cascata interessa tutti i centri di interscambio delle merci.

   Il congestionamento del trasporto marittimo è dovuto a una serie di fattori. Prima di tutto, le misure messe in atto ovunque per contrastare la pandemia hanno aumentato la burocrazia e allungato le procedure necessarie a muovere le merci. Un esempio sono i test Covid-19 a cui gli autisti dei camion si devono sottoporre per entrare nei porti, che rallentano il processo di afflusso dei container e allungano i tempi necessari a caricare le navi.

   In secondo luogo c’è l’aumento dei consumi. Molte persone, forzate dalla pandemia a passare più tempo a casa, hanno comprato più cose online, svuotando i magazzini di molte aziende. Queste, anche anticipando l’aumento dei consumi che si sarebbe poi verificato con la ripresa economica, nella seconda metà del 2020 hanno incrementato i propri ordini di materie prime e semilavorati, in modo da non rimanere a corto quando sarebbe arrivato il momento di aumentare la produzione. Tutto ciò ha fatto crescere molto repentinamente la domanda di servizi di trasporto di merci quando le restrizioni sono state allentate, senza che il sistema logistico fosse pronto ad assorbirla.

   Infatti, visto il crollo globale della produzione e dell’esportazione di merci dovuto ai lockdown, durante la prima ondata di pandemia le compagnie di trasporto avevano cancellato centinaia di viaggi. Questo aveva interrotto il normale flusso dei container vuoti, che non erano tornati nelle destinazioni in cui servivano di più.

   In particolare, quelli che avevano trasportato merci dalla Cina agli Stati Uniti erano rimasti nei depositi statunitensi, spesso collocati lontano dai porti per questioni di spazio. Gli Stati Uniti importano dalla Cina molta più merce di quanta ne esportino, e perciò c’è un flusso di container pieni che tende ad andare dalla Cina agli Stati Uniti, e uno di container vuoti che tende a seguire la rotta opposta. Quando la produzione cinese è ripresa e la domanda del trasporto di merci ha cominciato a risalire – e lo ha fatto molto in fretta –, diversi porti cinesi si sono trovati così senza container a sufficienza.

   Questo ha peraltro fatto aumentare il prezzo del noleggio dei container a livelli difficili da sostenere per gli spedizionieri: dai 1.400 dollari di marzo 2020, il prezzo medio per noleggiare un container da 40 piedi (cioè poco più di 12 metri) di lunghezza è salito a oltre 9.500 dollari, dopo aver superato i 10 mila a inizio agosto. Sulle tratte con maggior carenza di container, come quella tra la Cina e la costa orientale degli Stati Uniti, il prezzo del loro noleggio è passato da poco più di 3 mila a oltre 20 mila dollari.

   Tra l’altro, l’aumento dei prezzi di noleggio dei container sta avendo un forte impatto sull’attività dei piccoli spedizionieri (che difficilmente possono permettersi questi esborsi), nonché sul tipo di merce che può essere spedita a condizioni economicamente accettabili: un container pieno di iPhone ha un valore che giustifica la spesa, ma uno riempito di copertoni (molto più voluminosi e molto meno preziosi) potrebbe non giustificarla.  Chi guadagna da questa situazione sono i grandi armatori come l’impresa danese Maersk, l’operatore di trasporti marittimi più grande al mondo, che nei primi sei mesi del 2021 ha accumulato un profitto record di 6,5 miliardi di dollari.

   Ad aumentare la disparità tra la domanda e l’offerta di servizi di trasporto c’è stato poi un altro fattore: diversi armatori avevano approfittato del calo di traffico durante i lockdown per ristrutturare le proprie navi.  Quando la domanda è risalita, molte di queste erano ancora ferme in cantiere, il che ha aggravato la carenza della disponibilità di trasporto.

   La situazione è poi peggiorata col verificarsi di eventi avversi già citati come l’incagliamento della nave portacontainer Ever Given nel Canale di Suez a marzo e la riduzione della capacità operativa dei porti cinesi di Yantian e Ningbo-Zhoushan a causa del Covid-19. Stando a quanto riportato da Maersk, i ritardi generati dall’incagliamento dell’Ever Given si protrarranno fino all’inizio di questo autunno.

   Il porto di Yantian, uno dei più importanti al mondo, a fine maggio funzionava solo al 30 per cento della sua capacità abituale a causa di un focolaio di Covid-19 che ne aveva reso necessaria la chiusura per sei giorni, imponendo il dirottamento delle navi nei porti più vicini, e ancora a fine giugno era operativo solo al 70%.

   Tutti questi fattori non bastano però a spiegare l’attuale congestione del trasporto marittimo mondiale. Secondo il Financial Times, i problemi che si sono verificati con la pandemia sono in gran parte dovuti all’inefficienza delle strutture portuali, alla loro insufficiente capacità di stoccaggio, alla mancanza di coordinazione con gli altri attori del trasporto e all’inadeguatezza della maggior parte di esse a gestire le operazioni di carico e scarico di navi cargo che stanno diventando sempre più grandi. Questioni già note da anni, che la situazione attuale ha reso necessario affrontare.

   Negli ultimi anni, gli armatori hanno costruito navi cargo sempre più capienti con l’obiettivo di aumentare la quantità di container trasportabili in un singolo viaggio, ottenendo così economie di scala sempre maggiori che gli consentono di abbattere i costi. Le navi più grandi, di cui la Ever Given è un esempio, vengono chiamate Ultra Large Container Ship (ULCS): sono lunghe circa 400 metri e larghe una sessantina, e possono trasportare in una sola volta più di ventimila container da venti piedi di lunghezza (poco più di sei metri). Di così grandi ne esistono circa 85 al mondo, di cui 26 sono state completate solo negli ultimi due anni, mentre altre 8 sono in cantiere. Il problema è che i porti in grado di accogliere navi così grandi sono ancora molto pochi.

   Per trasformare un porto in modo da poter ospitare una nave del genere servono investimenti ingenti: vanno ampliati gli spazi di attracco, installate gru più alte, aumentata la capacità di stoccaggio, eccetera.  Questi lavori non solo richiedono mesi (per una nuova gru possono volercene 18 dall’ordinazione all’installazione), ma soprattutto tanti soldi, che i porti potrebbero non essere incentivati a spendere. Navi più grandi significano infatti meno viaggi, meno attracchi, e quindi meno incassi per i porti, le cui finanze peraltro sono state già colpite duramente dalla pandemia: le misure per contrastarla ne hanno fatto salire i costi di gestione, forzandoli a tagliare le spese e licenziare personale (il che ne ha rallentato ancor più le operazioni).

   Ecco perché, dice il Financial Times, alcuni armatori hanno deciso di investire essi stessi nei porti, comprandone delle quote societarie in modo da poterne influenzare le decisioni di investimento e ottenere trattamenti prioritari per le proprie navi.

   Questo potrebbe rendere i porti più efficienti e adeguati nel medio termine, ma al tempo stesso potrebbe dare inizio a un processo di integrazione verticale (in cui cioè un’azienda acquisisce un proprio fornitore) che porterebbe i porti nelle mani degli armatori più grandi, a discapito della concorrenza di quelli più piccoli.

   In ogni caso, questi investimenti non sembrano poter risolvere la congestione del traffico nel breve periodo. Su questo orizzonte temporale, la minaccia più grande restano le chiusure dovute a focolai di Covid-19, soprattutto in Cina, dove vigono regole molto stringenti che possono comportare, come visto, la chiusura di interi terminal per un solo caso di infezione. Perciò si teme che situazioni analoghe a quelle dei porti di Yantian e Ningbo-Zhoushan possano verificarsi in altri porti, peggiorando il problema. (Leonardo Siligato, da “il POST.IT” del 22/8/2021, https://www.ilpost.it/)

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«CRISI DEI CONTAINER, UE INERTE IL CONTO LO PAGANO LE PMI»

D’Agostino: «Vedremo il ritorno dei magazzini»

di Gianni Favero, da “Corriere del Veneto (Treviso e Belluno)” del 1/9/2021

VENEZIA «Il tema di fondo è la concentrazione del traffico in mano a pochi soggetti. Si trattasse di multinazionali del web le autorità antitrust avrebbero i riflettori puntati di continuo. Siccome si parla di navi cariche di container, argomento poco attrattivo per l’opinione comune, nessuno pare voglia sollecitare provvedimenti».

   La lettura della crisi dei trasporti commerciali transoceanici è del manager veneto ZENO D’AGOSTINO, presidente dell’AUTORITÀ PORTUALE DI TRIESTE, che non usa giri di parole Continua a leggere

IL POPOLO AFGHANO, solo (e non ci saranno emigrazioni di massa) e in balìa dei talebani – Tra il mondo che guarda all’AFGHANISTAN (Cina, Russia, Turchia, Iran, Usa…) l’EUROPA può esprimere solidarietà e sostegno all’opposizione civile afghana – L’EUROPA VIVE ed ESISTE se saprà essere con il popolo afghano

KABUL, AFGHANISTAN – 19 AGOSTO: UN GRUPPO DI PERSONE MARCIA CON BANDIERE AFGANE DURANTE LA MANIFESTAZIONE PER LA GIORNATA DELL’INDIPENDENZA DELL’AFGHANISTAN IL 19 AGOSTO 2021 (foto ripresa da www.rainews.it/)

   Passate le tragiche immagini degli occidentali che se ne vanno dall’Afghanistan ora in mano ai talebani (con le apocalittiche scene dell’aeroporto di Kabul e delle madri che “lanciano”, letteralmente, i loro figli ai militari americani per salvarli da un “non futuro” talebano), è da capire cosa accadrà alla popolazione (alle donne in particolare, alle minoranze etniche…) in balìa di un potere afghano che basa la gestione dello Stato in un integralismo islamico tradizionalista, antimoderno e oppressivo.

L’AFGHANISTAN, con un territorio all’80% montuoso, ha una popolazione di circa 38 milioni di abitanti stimati nel 2019, con capitale KABUL. Confina a ovest con l’IRAN, a sud e a est con il PAKISTAN, a nord con il TURKMENISTAN, l’UZBEKISTAN e il TAGIKISTAN e con la CINA nella regione più a est della nazione (CORRIDOIO DEL VACAN). Le lingue ufficiali del paese sono il PASHTU e il DARI. (da Wikipedia) (mappa da https://www.radiooff.org/)

   Se molto dipenderà dalla CINA e dai suoi interessati finanziamenti per sostenere il fragile bilancio dello stato afghano (ma anche dello sblocco dei finanziamenti USA); e se dipenderà anche da altre potenze che lì potrebbero trovare un loro spazio geopolitico (tra tutte l’IRAN e la TURCHIA, forse meno la RUSSIA, memore l’occupazione e la guerra dell’Unione Sovietica contro i mujaheddin tra il 1979 e il 1989 in quel territorio), la vera opposizione all’improbabile integralismo talebano (i tempi sono cambiati rispetto agli anni ’90!) non può che venire dall’interno del paese, dalla popolazione tutta e da organizzazioni di tipo islamico-militare, che adesso in occidente vengono identificate come l’Alleanza del nord.

Caos all’aeroporto di Kabul: in migliaia cercano di fuggire dall’Afghanistan (da http://www.msn.com/)

   Quest’ultima opposizione al regime ora insediatosi, l’Alleanza del nord, ha anche in questa fase lanciato ai talebani una (saggia, a nostro avviso) sfida nonviolenta di compartecipazione al governo (a parere di molti conoscitori dei talebani impossibile a durare, ammesso che si realizzi). Si tratta del cosiddetto “Fronte islamico unito per la salvezza dell’Afghanistan” un’organizzazione politico-militare fondata dallo Stato islamico dell’Afghanistan nel 1996. E che alle fine del 2001, grazie anche all’intervento statunitense, è riuscita a riconquistare gran parte dell’Afghanistan, sottraendolo ai talebani (e che poi decise di riconoscere il nuovo governo afghano, adesso ricaduto in mano ai talebani a causa dell’abbandono militare occidentale).

C’è una zona dell’Afghanistan che non si è arresa all’avanzata dei talebani e continua la sua opera di resistenza. Nel Panjshir, regione a Nord-Est di Kabul, sono due i leader che sfidano gli “studenti del Corano”: Ahmad Massoud, figlio dell’omonimo guerrigliero che negli anni ‘90 combatteva proprio i talebani, e Amrullah Saleh, vicepresidente del governo del fuggitivo Ashraf Ghani. Anche se Massoud, riporta Al Jazeera, avrebbe incontrato i responsabili regionali e presentato loro un piano che include le sue condizioni per trattare la resa ai talebani (22/8/2021, da https://tg24.sky.it/) (Afghanistan, provincia del PANJSHIR, mappa da http://www.bbc.com/)

   Ora l’Alleanza del Nord sembra concretamente rappresentata nel PANJSHIR (provincia a nord-est di Kabul che, considerata una fortezza naturale per la conformazione del suo territorio, è stata in più occasioni il teatro della resistenza afghana) dalle forze guidate da AHMAD MASSOUD, figlio del famoso comandante AHMAD MASSOUD SHAH, oppositore prima ai sovietici negli anni Ottanta e poi agli stessi talebani (e ucciso da Al Qaeda nel 2001). Sono oltre tremila gli uomini pronti ad affrontare l’offensiva dei talebani. Pochi uomini e forse male armati, ma rappresentano l’inizio di una concreta opposizione militare interna al Paese (fatta dagli afghani), che andrebbe sostenuta.

L’AFGHANISTAN IN MANO AI TALEBANI – I nuovi padroni di Kabul tentano di rassicurare la popolazione e la comunità internazionale, promettendo la fine delle ostilità e il rispetto dei diritti delle donne. Lo scetticismo di BORRELL, alto rappresentante della politica estera dell’Unione, e dell’UNCHR: “Vigileremo sul mantenimento di queste promesse”. L’Europa e l’Italia temono una nuova ondata migratoria

   Ma in questi giorni ci sono state anche manifestazioni di civile protesta in alcune città dell’Afghanistan: nella festività dell’indipendenza dal controllo britannico (19 agosto 1919), in diverse città del Paese gruppi di persone hanno sfidato i talebani, protestando contro il loro ritorno al potere. Le manifestazioni sono state represse con violenza, causando vari morti. I gruppi hanno sfilato sventolando la bandiera nazionale, togliendo la bandiera dei talebani. Sono fenomeni seppur ancora ridotti di opposizione al nuovo regime integralista.

Il Mullah ABDUL GHANI BARADAR, co-fondatore dell’organizzazione dei talebani e probabile nuovo leader dell’Afghanistan

   E’ pertanto possibile (e auspicabile) che a vari livelli possano nascere forme di opposizione, militare, civile, di non collaborazione, nonviolenta, a un regime che, a nostro avviso farà più fatica rispetto a vent’anni fa ad imporre modi e metodi di vita di esclusione da ogni diritto delle donne, di massacro delle minoranze, di imposizione di leggi islamiche sopra ogni contesto di espressione dei diritti umani fondamentali.

LA BANDIERA DEI TALEBANI È DI COLORE BIANCO con la scritta SHAHADA in nero al centro, ovvero la dichiarazione di fede islamica. La bandiera bianca è comparsa durante la prima conferenza stampa del loro portavoce, ZABIHULLA MUJAHID. Questa bandiera di riconoscimento talebano ha fatto la sua apparizione per la prima volta in Afghanistan nel 1994 (nella FOTO: TALEBANI A KABUL il 19 agosto 2021 con la loro bandiera di riconoscimento, foto da IL POST.IT)

   Questo è quello che speriamo; ma ci si rende conto che tutte queste forme di opposizione interna dovranno avere una pressione internazionale a loro favorevoli; che a sua volta bisognerà convincere il mondo ad isolare il potere talebano, ma non scordarsi di trovare modi e forme di appoggio alla popolazione oppressa. Che non è credibile e possibile che Cina, Iran, Turchia, Russia, anche se proveranno a tenere un corridoio aperto in Afghanistan, possano assecondare ed accettare il regime feudale talebano.

   E’ qui che nasce il possibile e indispensabile ruolo dell’Europa. In un indimenticabile slogan della metà degli anni ’90 di Alex Langer sulla allora martoriata città di Sarajevo (“l’Europa muore o rinasce a Sarajevo”), viene da auspicare l’impegno concreto, attivo e visibile dell’Europa in favore della popolazione afghana, con una frase di intento che potrebbe essere “L’EUROPA VIVE ed ESISTE se sarà al fianco del POPOLO AFGHANO”. (s.m.)  

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A KABUL PROTESTE CON LA BANDIERA NAZIONALE (foto da https://www.rainews.it/)

A KABUL PROTESTE CON LA BANDIERA NAZIONALE

19/8/2021, da https://www.rainews.it/

– Il 19 agosto, l’Afghanistan celebra la sua indipendenza del 1919 dal controllo britannico –

   A Kabul ci sono state “proteste isolate” di persone che hanno sventolato la bandiera afghana, contrapposta a quella dei Talebani che hanno preso da alcuni giorni il potere in Afghanistan.

   Lo riporta la corrispondente di al-Jazeera che riferisce di afghani, donne comprese, che sfilano nelle strade presidiate dai Talebani sotto lo slogan “la nostra bandiera è la nostra identità”. 

   Secondo il sito di notizie Khaama Press sarebbero “centinaia” nella capitale le persone scese in strada con la bandiera tradizionale.

Vittime a Asadabad e Jalalabad

Sono almeno quattro i morti ad ASADABAD – nell’est dell’Afghanistan, vicino al confine con il Pakistan – dove i talebani hanno sparato contro la gente durante le celebrazioni annuali dell’indipendenza del Paese. 

   “Centinaia di persone sono uscite in strada”, ha riferito da Asadabad il testimone di Reuters Mohammed Salim, “diverse persone sono rimaste uccise e ferite nella calca e negli spari da parte dei talebani”. 

   Almeno due persone, un uomo e un ragazzo, sono rimaste ferite oggi a JALALABAD (est dell’Afghanistan) quando i talebani hanno sparato sulla folla che sventolava la bandiera nazionale in occasione delle celebrazioni dell’indipendenza del Paese. Lo riporta Al Jazeera, riferendo inoltre che a KHOST (sud di Kabul) i fondamentalisti hanno imposto il coprifuoco per impedire alla popolazione di protestare contro di loro. Il 19 agosto, l’Afghanistan celebra la sua indipendenza del 1919 dal controllo britannico. (19/8/2021, da https://www.rainews.it/)

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L’ALLEANZA DEL NORD È PRONTA ALLA RESISTENZA CONTRO I TALEBANI. L’annuncio è arrivato tramite un video pubblicato sui canali social che mostra il passaggio nel PANJSHIR delle forze guidate da AHMAD MASSOUD, figlio del famoso comandante AHMAD MASSOUD SHAH, capace di opporsi, prima ai sovietici negli anni Ottanta e poi agli stessi talebani (e ucciso nel 2001 da Al Qaeda). Sono oltre tremila gli uomini pronti ad affrontare l’offensiva dei talebani. (20/8/2021, da https://www.open.online/ ) (nella FOTO: Ahmad Massoud, figlio dell’omonimo guerrigliero che negli anni ’90 combatteva proprio i talebani, foto da httpswww.controinformazione.info/)

Intervista di Bernard-Henri Lévy ad AHMAD MASSUD

“LA MIA SFIDA AI TALEBANI”

di BERNARD-HENRI LÉVY, da “la Repubblica” del 23/8/2021

La tragedia dell’Afghanistan

– Parla Ahmad Massud, comandante dell’opposizione armata nel Panshir. “La nostra guerra è solo all’inizio” L’Italia accoglierà 5 mila profughi, ma è scontro nella Ue. La Slovenia dice no ai corridoi umanitari – Biden: ho il cuore spezzato per Kabul, possibile restare dopo il 31 agosto –

   Riesco a fare questa intervista telefonica la sera del 21 agosto. AHMAD MASSUD, figlio e continuatore dell’opera del leggendario comandante Ahmad Shah Massud, è asserragliato nella valle del Panshir, da dove, poche ore prima del mio colloquio con lui, quando la resa di Kabul era ormai definitiva, ha lanciato un vibrante appello alla resistenza.
   È un uomo tagliato fuori dal mondo. Non ha accesso ad alcun mezzo di comunicazione. I talebani sono accampati nei varchi di ingresso alle vallate, e lo assediano. Le notizie che filtrano dalla zona tendono a insinuare che questo erede, privo di esperienza, di mezzi e di possibilità di fuga nelle retrovie, non potrà resistere a lungo.

   Contemporaneamente, sui social, si sparge la voce di trattative in corso tra lui e i talebani, e di un imminente annuncio della resa di Massud, come già è accaduto per il resto delle élites afgane.

   Cosa c’è di vero in tutto ciò? Quali sono le intenzioni e, soprattutto, le capacità di questo ragazzo che ho conosciuto di persona – la fotocopia del padre, nel fisico – proprio qui, un anno fa, e che allora mi confidò i suoi progetti per la democrazia e per i diritti delle donne nel suo paese? Può, una persona che fa la guerra sua malgrado, che ciò che più ama al mondo è realizzare giardini e osservare le stelle, diventare di colpo il Churchill, il De Gaulle, il Mustafa Barzani o anche solo il nuovo Massud di un Afghanistan abbandonato dai propri alleati, alle prese con l’oscurantismo più cieco?

   Il contatto tra me e lui è stato predisposto dal comandante Muslem Hayat, veterano delle guerre antisovietiche. Ci incontrammo nel 1998, quando guidava la guardia personale di Massud padre e io mi ero recato nel Panshir per un reportage.

   La linea che il comandate ha installato è sicura ma traballante. La voce mi giunge nitida, con un timbro chiaro, ma frammentata. Sono costretto, quando la conversazione si interrompe, a richiamare e a farmi ripetere le parole. Noto fino a che punto il giovane Massud le soppesi. A volte il suo parere è immediato, ma spesso prende tempo prima di rispondere, ribadisce i propri concetti, riflette. So che per lunghe ore, dopo che ci saremo accomiatati, rileggerà, nel corso della notte e nella giornata di domenica i pensieri che ha voluto affidarmi, e lo farà su un altro servizio di messaggeria criptato.

   Si gioca molto, in questa situazione. Il destino e la vita, ma anche l’onore e le sorti del suo popolo, di cui, in questo momento, rimane quasi l’unico a incarnarne l’indomabile sete di libertà. Ecco l’enorme fardello che porta sulle sue sole spalle.
Mio caro Ahmad, finalmente! Da giorni tentavo in tutti i modi di raggiungervi…

«Lo so. Mi trovo in un luogo sperduto del Panshir, e qui la connessione è pessima».

Innanzitutto, lei come sta?

«Bene. Come le ho detto la mattina della caduta di Kabul, l’ultima volta che siamo riusciti a sentirci, abbiamo perso una battaglia, ma non la guerra, e io sono più determinato che mai».

Circola notizia, in Europa e negli Stati Uniti, che anche lei si stia preparando ad abbandonare la lotta.

«È solo propaganda. E, a quanto pare, lì da voi ci sono dei disfattisti che confondono i loro desideri con la realtà. Non è affatto così, e la prego di renderlo noto. Non se ne parla di abbandonare la lotta; anzi, la nostra resistenza, qui nel Panshir, è appena iniziata».

Haqqani, il leader dei talebani, ha dichiarato poco fa, via Twitter, che lei stava “battendo in ritirata”. Non è vero, quindi.

«Le ripeto che è pura disinformazione».

Me lo dica chiaro e tondo: nessuna resa?

«Nessuna resa, confermo. Preferirei morire, piuttosto che arrendermi. Sono figlio di Ahmad Shah Massud: “resa” è una parola che non esiste, nel mio dizionario».

Nonostante gli americani se ne siano andati? Nonostante gli alleati abbiano tradito e lo Stato sia crollato?

«Quando lei venne a farmi visita, un anno fa, nel mio territorio del Panshir, le dissi che per me mio padre era più di un padre, era stato un mentore. Mio padre non accetterebbe che mi arrendessi».

L’Europa, in proposito, ha dei dubbi. Si dice che lei non è nato per condurre una guerra e che non riuscirà a diventare un guerriero.

«Mio padre mi ha insegnato una cosa: che la forza di un popolo è fatta, ben oltre la disparità dei mezzi fisici, dallo spirito di resistenza. È questo che conta. Bisogna credere con ogni forza nella missione che ci viene assegnata, e questa missione, per me, è irrevocabile, qualunque sia il prezzo da pagare. Mio padre, dentro di sé, questa forza l’aveva, non l’ho mai messo in dubbio. Farò tutto il necessario per dimostrarmi degno del suo esempio, della sua fermezza e del suo coraggio pacato».

Mi scusi se insisto, caro Ahmad, amico mio. Purtroppo la linea è davvero pessima e voglio essere sicuro di aver capito bene. Le voci che dicono che siete in dialogo con i talebani sono quindi false?

«Parlare, è una cosa. Parlare si può. In qualsiasi guerra si parla. E mio padre ha sempre parlato con i nemici. Sempre. Persino nei momenti di guerra più aspri. Arrendersi però è un’altra cosa. E le ripeto che non se ne parla, non ci arrenderemo, né io né i miei uomini. Non se ne parla proprio».

Ma allora, perché parlare?

«Perché io sono un uomo di pace e voglio il bene del mio popolo. Pensi se i talebani si mettessero a rispettare i diritti delle donne, delle minoranze; e la democrazia, le basi di una società aperta e tutto il resto. Perché rinunciare a dire loro che tali principi avrebbero effetti positivi su tutti gli afghani, talebani compresi? Tuttavia ripeto, e torno a ripetere, che non accetterò mai una pace imposta, il cui unico merito sia l’apporto di stabilità. La libertà e i diritti umani sono beni di un valore incalcolabile, non si possono barattare con la stabilità di una prigione».

E quindi, se ho ben capito, lei si mantiene sulle stesse posizioni di una settimana fa, quando lasciò Kabul per raggiungere il suo territorio del Panshir. Non accetta, dunque, il proclama di chi assicura che è tutto finito, che la guerra è stata persa, che continuare a combattere sia inutile…

«Mio padre, quando ero piccolo, mi raccontava del generale De Gaulle, delle sue Memorie, quel libro che proprio lei gli aveva regalato. All’accademia militare di Standurst, dove ho studiato, ho letto anche le memorie di Churchill, che si rivolge al proprio popolo nello stesso periodo storico in cui lo fa De Gaulle: «Non ho altro da offrirvi se non sangue e lacrime; non ci arrenderemo mai». Non so ancora cosa ci riservi la nostra lotta e non oso certo paragonare noi a quei gloriosi esempi. Le assicuro però che li tengo ben presenti, e che m’ispirano enorme rispetto».

Ora, mentre stiamo parlando, teme un assalto dei talebani?

«I talebani sono pericolosi. Hanno fatto man bassa nei depositi d’armi degli americani. E non posso certo dimenticare l’errore clamoroso, che rimarrà nella storia, di coloro a cui, fino a otto giorni fa, a Kabul, ho chiesto armi e me le hanno negate. E quelle armi, quell’artiglieria, gli elicotteri, i carri armati di fabbricazione americana, oggi sono finiti proprio nelle mani dei talebani! Le montagne del Panshir, però, hanno una lunga tradizione di resistenza. Né i talebani, prima del 2001, né i sovietici, prima di loro, sono riusciti a violare questo santuario. Credo che anche per oggi continuerà a essere così».

Alla vigilia della caduta di Kabul, lei, attraverso la mia rivista La Regle du Jeu, ha lanciato un appello al popolo afghano affinché si unisse a voi. A che punto siamo? È stato recepito l’appello?

«Assolutamente sì. Migliaia di uomini stanno per unirsi a noi; tra loro ci sono attivisti, intellettuali, politici, ufficiali dell’esercito afghano. Ed è solo l’inizio».

Come viene dato, di preciso, questo sostegno?

«Arrivano a piedi, a cavallo, in moto, in auto: affrontano pericoli di ogni tipo. E ci raggiungono. Sono molto agguerriti. Sono membri di lunga data delle forze speciali. Rappresentano un solido pilastro per il nostro movimento».

Una guerriglia può sopravvivere quando è priva di vie di fuga in retroguardia? Suo padre poteva contare sul Tagikistan. Fino alla fine ha avuto a disposizione degli elicotteri. Lei non dispone di elicotteri e…

«Sì. Sono equipaggiato. Ma avrò bisogno di mezzi per mantenere operativa questa risorsa».

Allora posso dire al mio paese, agli Stati Uniti, che lei continua a nutrire speranza?

«Sì. Restiamo saldi nella tempesta, e il vento finirà per soffiare a nostro favore. Lo farà con più forza se riceveremo aiuto».

Da parte di chi?

«Da chiunque vorrà prestarcelo. E dal suo paese, spero. Quando sono venuto a Parigi ho incontrato, insieme a lei, il presidente Macron. Sono rimasto molto colpito da quel giovane presidente che ammirava mio padre e il presidente De Gaulle. Non riesco a immaginare che possa lasciarci soli. Sa che i resistenti del Panshir sono uno scudo contro la barbarie. E non soltanto per il popolo afghano, ma per i liberi cittadini del mondo intero».

(di BERNARD-HENRI LÉVY, da “la Repubblica” del 23/8/2021, traduzione di Monica Rita Bedana)

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COMUNICATO MFE (Movimento Federalista Europeo) del 23/8/2021

LA TRAGEDIA DELL’AFGHANISTAN

– L’Europa deve usare l’occasione della Conferenza sul futuro dell’Europa per cambiare e potersi assumere le proprie responsabilità –
   Le notizie e le immagini scioccanti che arrivano dall’Afghanistan costituiscono un vulnus nella nostra coscienza di cittadini dei Paesi occidentali che non possiamo pensare di archiviare dopo averle ammantate di parole di orrore e di dichiarazioni di sostegno. Deve esserci chiaro che se non sapremo farci carico di questa tragedia organizzando una solidarietà effettiva sarà la nostra stessa dignità a morirne.

   Politicamente la ritirata dall’Afghanistan si è trasformata in una débacle da cui è difficile capire come riprendersi. L’elenco degli effetti di questa vittoria strepitosa dei Talebani – a cui Trump ha svenduto il Paese, senza che Biden rimettesse minimamente in dubbio la scelta e mentre gli Europei stavano a guardare – è lunghissimo, e i giornali di tutto il mondo ne stanno parlando diffusamente. Ne esce a brandelli la credibilità innanzitutto degli USA, ma in più ci sono il ritorno trionfale del radicalismo islamico e persino la possibilità che il terrorismo riconquisti gli spazi che aveva dovuto abbandonare, la perdita di influenza, innanzitutto per gli Americani, in tutta l’area mediorientale e asiatica, i vantaggi enormi di cui potranno godere Cina, Russia, e persino Turchia.

   Si tratta di un disastro totale, di fronte al quale suona offensivamente ridicolo l’affannarsi a discutere se bisogna parlare o no con i Talebani che intanto uccidono, picchiano, ricercano e catturano chiunque rappresenti un’alternativa al loro Medioevo. Ovviamene servirà l’amaro realismo degli sconfitti per tentare di capire come muoversi in questo scenario; ma forse sarebbe il caso di interrogarsi e valutare che prospettive ci si vuole dare, invece di farsi travolgere dal panico dell’impotenza e di puntare solo a tenere il più lontano possibile nel breve periodo le conseguenze dei propri errori.

   Non spetta a noi Europei farci carico del processo attraverso cui dovranno passare gli Stati Uniti per affrontare questo disastro. Come sottolinea Fukuyama, la loro drammatica divisione interna si riflette nella loro politica estera priva di vera bussola; ma a noi Europei spetta capire dove abbiamo mancato e cosa dobbiamo fare, ora, per non continuare ad essere testimoni delle stesse disumanità, incapaci di assumerci responsabilità all’altezza delle nostre possibilità.

   Per questo, se in questo momento è doveroso impegnarci per tamponare la situazione, prodigandoci per costruire un’alleanza internazionale che contenga il dilagare della violenza, che faccia tutto il possibile per salvaguardare le donne e un minimo della loro autonomia riacquisita, che cerchi di mettere in salvo le vite delle cittadine e dei cittadini afghani che hanno creduto nella democrazia e nella libertà e che ora rischiano di venire uccisi o schiacciati; al tempo stesso è indispensabile tracciare già la rotta per cambiare la situazione che mantiene l’UE in questo stato, colpevole, di debolezza che la rende spettatrice impotente di tragedie e orrori.

   Il monito giusto è giunto sabato all’apertura del Meeting di Rimini dal nostro Presidente della Repubblica: “C’è un io, un tu e un noi anche per l’Europa e per le sue responsabilità, contro ogni grettezza, contro mortificanti ottusità miste a ipocrisia – che si manifestano anche in questi giorni – che sono frutto di arroccamenti antistorici e, in realtà, autolesionisti. … Anche da qui nasce l’esigenza di potenziare la sovranità comunitaria che sola può integrare e rendere non illusorie le sovranità nazionali. La sovranità comunitaria è un atto di responsabilità verso i cittadini e di fronte a un mondo globale che ha bisogno della civiltà dell’Europa e del suo ruolo di cooperazione e di pace. … Lo consente la riflessione in atto sul futuro dell’Europa. La Conferenza in corso deve essere occasione di ampia visione storica e non di scialba ordinaria gestione del contingente”.

   Costruire una sovranità comunitaria è l’unico modo per diventare capaci di agire come Europei e smettere di lasciare il destino del mondo – e il nostro – nelle mani altrui. Ci sono cambiamenti precisi e puntuali che l’UE deve fare a questo proposito: attribuire nuove competenze e poteri reali alla Commissione europea, sotto il controllo del Parlamento europeo e del Consiglio, e modificare di conseguenza i meccanismi decisionali (abolendo il diritto di veto) e le modalità di elezione degli organi europei, perché abbiano maggiore legittimità democratica. Tra i poteri effettivi quello prioritario è quello fiscale, per potere contare su risorse proprie, totalmente indipendenti dagli Stati, con cui attuare le proprie politiche; e quello di agire direttamente almeno a livello macro nei campi di propria competenza.

   Tra le competenze serve immediatamente, oltre a quella macro-economica, quella sulla politica migratoria. Di fronte alla tragedia dell’Afghanistan stiamo parlando di dare asilo – peraltro si spera temporaneo – ad una classe borghese istruita, e di gestire, non nell’immediato, in modo coerente e degno di paesi civili, flussi di disperati in fuga da uno dei peggiori regimi possibili. Sentire rievocare i fantasmi del 2015, pensare di attrezzarsi con gli stessi stratagemmi, frutto della divisione e, a questo punto, dell’ignavia, è imboccare la strada della nostra perdizione morale. Questa volta c’è l’occasione e ci sono le condizioni per fare un salto politico a livello europeo, ed è solo una nostra responsabilità. 

   Le fughe di lato, come, spiace dirlo, è quella di Armin Laschet (che recentemente in un’intervista ha invocato un’“avanguardia” sulla politica estera e di sicurezza, intergovernativa, con la Polonia e i Paesi Baltici) suonano gravemente fuorvianti. Certo, in Europa si deve muovere un’avanguardia; e in politica estera e di sicurezza inizialmente sarà intergovernativa; ma dovrà essere il prodotto di un progetto politico condiviso dal gruppo di Paesi che vogliono costruire un’unione federale e che in questo quadro fissano i termini di uno stretto coordinamento in politica estera, in attesa di attribuire anche questa competenza alle istituzioni europee.

   L’Afghanistan ci costringe, come Europei, a fare un salto politico per assumerci le nostre responsabilità innanzitutto morali. Se falliremo, noi per primi non avremo un vero futuro.

Pavia, 23 agosto 2021

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BARADAR SI ALLEA CON I “SIGNORI DELLE GUERRA”

di GIORDANO STABILE, da “Il Mattino di Padova” del 22/8/2021

– Il capo politico dei talebani negozia con gli ex mujaheddin che combatterono l’Urss per costruire l’Emirato – Continua a leggere

LA FUGA DALL’AFGHANISTAN che sta tornando nelle mani dei TALEBANI – Immigrazione scomposta verso l’Europa, fine dei diritti alle donne afghane, incubatoio di terrorismo internazionale: la GUERRA PERSA degli occidentali mostra l’impossibilità di pace e sviluppo per tutti, con il rispetto dei diritti umani

“(…) Da inizio anno, la degenerazione dello scenario afgano ha portato alla morte o al ferimento di più di 5000 civili: il numero più alto dell’ultimo decennio. Chi può fugge e così sono quasi 300mila gli afgani costretti a lasciare le loro case negli ultimi otto mesi, per un totale di 3,5 milioni di sfollati interni. La gran parte di questi passa attraverso l’Iran per poi raggiungere le confinanti province turche di Van e Igdir e provare a dirigersi verso l’Europa (…)” (da ISPI https://www.ispionline.it/, 2/8/2021) (FOTO: “fuga dall’Afghanistan”, da la Repubblica.it)

AFGHANISTAN, L’AVANZATA DEI TALEBANI. E UNA CITTÀ DIETRO L’ALTRA RIPIOMBA NEL TERRORE

di Giampaolo Cadalanu, da “la Repubblica” del 8/8/2021

– Venerdì (6/8/2021, ndr) hanno occupato ZARANJI, al confine iraniano, e sabato (7/8/2021, ndr) SHEBERGHAN, frontiera turkmena. Domenica (8/8/2021, ndr) sono avanzati anche a KUNDUZ, SAR-I-PAUL e TALOQAN dove sono in corso combattimenti –

   I primi a percepire la paura sono i soldati afgani: si insinua sotto l’uniforme, si fa largo di fronte ai rifornimenti che non arrivano, dilaga quando dalle zone dei combattimenti più aspri arrivano notizie di militari torturati, accecati, giustiziati a freddo dopo aver finito le munizioni. E per qualcuno la tensione è insostenibile, l’unica scelta è buttare la divisa in un fosso e sparire, sperando che nessuno si ricordi. Gli uomini dell’Esercito nazionale sanno che il mostro è vicino, a pochi chilometri dalle città, fermato solo dalla loro resistenza sempre più precaria. (Giampaolo Cadalanu, da “la Repubblica” del 8/8/2021)

L’AVANZATA DEI TALEBANI NELLE CITTA’ DELL’AFGHANISTAN. Venerdì 6/8/2021 hanno occupato ZARANJI, al confine iraniano, e sabato 7 agosto SHEBERGHAN, frontiera turkmena. Domenica 8 agosto sono avanzati anche a KUNDUZ, SAR-I-PAUL e TALOQAN. Martedì 10 agosto FARAH, nell’ovest dell’Afghanistan, è la sesta provincia a cadere nelle mani degli insorti dall’inizio della nuova offensiva dei primi giorni di agosto (nell’immagine qui sopra: AFGHANISTAN, mappa da https://www.radiooff.org/)

   “(…) La paura è arrivata nei centri più popolosi: a KUNDUZ, dove nella notte di sabato (7/8/2021, ndr) gli integralisti hanno conquistato diversi quartieri, dando alle fiamme interi edifici, prendendo possesso degli uffici governativi e rivendicando la conquista totale. A poco è servita la precisazione governativa, quasi inascoltata, secondo cui le truppe speciali stanno ancora combattendo per riprendere le zone perdute. Del tutto persa è da ieri TALOQAN, capoluogo della provincia di Takhar: per i talebani è un successo simbolico, perché la città a suo tempo era base del leader mujahiddin Ahmad Shah Massoud e roccaforte dell’Alleanza del nord.

   L’offensiva dei fondamentalisti sembra inarrestabile, e difficilmente servirà a rallentarla la decisione del presidente americano Joe Biden, che ha dato il via libera a bombardamenti con i B-52 e con le “corazzate volanti” Hercules Ac-130. Dopo gli scontri vicino a HERAT, KANDAHAR e LASHKAR-GAH, si combatte anche a FAIZABAD. Nei giorni scorsi è caduto il primo capoluogo, ZARANJ, della provincia di Nimroz, al confine con l’Iran. Poi è toccato a SHEBERGHAN, capoluogo del Jawzjan e tradizionale base dell’ex vicepresidente Abdul Rashid Dostum.(…)” (Giampaolo Cadalanu, da “la Repubblica” del 8/8/2021)

(nella foto: IL RITIRO DEI SOLDATI AMERICANI DALL’AFGHANISTAN, foto da www.repubblica.it/ ) “Con l’assedio a HERAT, LASHKARGAH e KANDAHAR, tra le più importanti città del Paese, l’offensiva militare dei talebani entra in una nuova fase. Che passa anche per la conquista dei capoluoghi di provincia, finora risparmiati in base a un accordo con Washington. L’OBIETTIVO È DUPLICE: ENFATIZZARE LA SCONFITTA DEGLI AMERICANI a ridosso del ritiro completo delle truppe straniere e DIMOSTRARE LA COMPLETA VULNERABILITÀ DEL GOVERNO DI KABUL. Ma i costi sociali dell’offensiva vengono pagati dai civili: SECONDO L’ONU, NEI PRIMI 6 MESI DEL 2021 SONO 1.659 I CIVILI UCCISI, 3.524 quelli feriti. Il 47 per cento in più rispetto allo stesso periodo del 2020.” (GIULIANO BATTISTON, da ISPI https://www.ispionline.it/, 2/8/2021)

   “(…) Persino lui, signore della guerra dalla fama di crudeltà estrema e leader della minoranza uzbeka, ha sentito il morso della paura nelle reni ed è riparato precipitosamente a Kabul. Lo stesso, dicono fonti afgane, ha fatto un altro potente del nord, Mohammed Atta Noor, governatore di MAZAR-E-SHARIF. «La verità è che questi signorotti non hanno nessuna voglia di combattere. Hanno fatto milioni di dollari con gli occidentali e hanno comprato case a Dubai, in Turchia, in Tagikistan. Ora preparano le valigie», racconta un osservatore qualificato da Kabul.(….)” (Giampaolo Cadalanu, da “la Repubblica” del 8/8/2021)

(nella mappa: la rotta degli afghani verso l’Europa passa sempre per la Turchia) – LA GRANDE FUGA È SOLO ALL’INIZIO. Il ritiro delle forze alleate dall’Afghanistan e l’avanzata dei talebani sta offrendo UNA SOLA SCELTA ai profughi fuori dal Paese e ai civili tornati nella morsa: DIRIGERSI VERSO L’EUROPA.   – LA TURCHIA È SITUATA SULLA ROTTA MIGRATORIA CHE DALL’EST CONDUCE VERSO L’EUROPA; una rotta tornata trafficatissima in seguito all’avanzata talebana in Afghanistan, che sta causando fughe di massa dal Paese.   – LE RICADUTE SULLA ROTTA BALCANICA SONO QUOTIDIANE, ma anche MIGRANTI SIRIANI E AFGHANI IN FUGA che spariscono da campi profughi turchi e RIAPPAIONO A BORDO DI BARCHE A VELA DIRETTE VERSO L’ITALIA DEL SUD

   L’unico warlord che non ha ceduto alle promesse né alle minacce dei talebani è Ismail Khan, che ha schierato i fedelissimi accanto alle truppe governative per difendere la “sua” HERAT. Ma nella città che fino a poco tempo fa era affidata ai militari del nostro Paese si sentono già le esplosioni. Le code all’aeroporto, dove sventolava il tricolore, sono senza fine. E la delusione di chi aveva contato sulla riconoscenza italiana è tangibile. «Mando continuamente messaggi alle persone con cui lavoravo, ho provato a telefonare all’ambasciata. Ma non riesco ad avere una risposta. E temo per la vita mia e della mia famiglia. Dopo dieci anni di collaborazione con le Ong italiane e con la Cooperazione, ora sono spariti tutti. Sono sicuro di essere nella lista degli obiettivi dei talebani, devo andare via. L’Italia non risponde, per disperazione ho provato persino al consolato iraniano, ma ormai è chiuso», dice al telefono da Herat, con voce rotta, un ex interprete che chiameremo Hamid.(….)” (Giampaolo Cadalanu, da “la Repubblica” del 8/8/2021)

(Hindu-Kush-Karakoram, mappa da https://delphipages.live.it/)- GEOGRAFIA – L’Afghanistan presenta un TERRITORIO PREVALENTEMENTE MONTUOSO, nella parte nord-orientale del Paese c’è la CATENA MONTUOSA DELL’HINDU KUSH, una delle più alte al mondo. È presente un clima continentale, piuttosto secco. Gli inverni sono gelidi e nevica su quasi tutto il paese, ed è proprio durante l’inverno che si verificano la maggior parte delle precipitazioni. Le estati sono torride e secche, perciò l’Afghanistan ha generalmente un grande tasso d’escursione termica annuale. xxx Morfologia – Privo di sbocchi sul mare e prevalentemente montuoso (per l’80% ha un’altitudine compresa tra i 600 e i 700 m), il TERRITORIO è DOMINATO DALL’HINDU KUSH, che taglia in due il paese: verso nord-est il sistema si salda con i massicci del PAMIR e del KARAKORUM, mentre a sud-est si congiunge con i MONTI SULAYMAN, in cui si aprono i passi di KHYBER e BOLAN, vie d’accesso all’India e importanti «porte storiche» dell’Asia. Verso Nord-ovest i rilievi digradano nella pianura percorsa dal fiume AMU DARYA, mentre verso sud lasciano spazio ad aree prevalentemente desertiche e ad ampi bacini palustri.  L’Hindu Kush prosegue a ovest con il massiccio del KOH-I-BABA collegato ai rilievi marginali dell’Iran; più a sud, si apre a ventaglio in una serie di catene parallele che digradano verso l’ALTOPIANO DESERTICO del RIGESTAN (o REGISTAN) e la DEPRESSIONE SALINA del SISTAN. Nell’estremità settentrionale del paese si estende una limitata area pianeggiante – la regione storica della BATTRIA o TURKESTAN AFGANO – lambita dall’AMU DARYA. (da WIKIPEDIA)

   “(…) Nelle zone del distretto di Herat conquistate dagli studenti coranici è già disponibile una anticipazione di quello che sarà l’Afghanistan del futuro: «Hanno preso due persone accusate di furto e hanno loro mozzato le mani», racconta Hamid. E per le donne il terrore è totale: «Sappiamo che nelle zone controllate prelevano le vedove e le nubili fra i 15 e i 40 anni, per darle in sposa ai combattenti. L’organizzazione Voice of Women ha fatto sgombrare le ospiti del suo rifugio in città per evacuarle a Kabul d’urgenza. I maschi vengono arruolati a forza».(…)” (Giampaolo Cadalanu, da “la Repubblica” del 8/8/2021)

IL RITIRO DALL’AFGHANISTAN DEGLI ITALIANI DALLA BASE DI HERAT (foto da http://www.affaritaliani.it/)

   Anche la capitale è paralizzata. Chi può, evita di uscire per strada. L’incubo degli attentati sta pian piano bloccando anche l’attività economica. I residenti di Kabul raccontano di una rabbia diffusa verso il governo e verso l’Occidente, responsabile di aver distribuito illusioni per poi abbandonare il Paese ai fondamentalisti. Chi può permettersi un biglietto aereo si mette in fila davanti alle ambasciate nella speranza di ottenere un visto. E per chi non può andarsene, ci sono anche problemi di sicurezza immediati. Il disfacimento del regime di Ashraf Ghani, spiega un analista occidentale, è come un via libera per le bande criminali, che possono operare in totale impunità, con rapine e sequestri. Il presidente ha chiesto alla popolazione di mobilitarsi, ma contro le granate Rpg e i kalashnikov le persone inermi che gridano dai tetti «Dio è grande» potranno ben poco. (Giampaolo Cadalanu, da “la Repubblica” del 8/8/2021)

(nell’immagine: IL CONTROLLO TALEBANO DEL TERRITORIO AFGHANO ad agosto 2021, da ISPI) – I TALEBANI POSSONO ANCHE CONTARE IN EFFETTI SULL’APPOGGIO DI ALTRI PAESI, oltre alla CINA e in parte all’INDIA: del PAKISTAN, che insieme ad ARABIA SAUDITA ed EMIRATI ARABI UNITI aveva riconosciuto per primo il regime talebano quando aveva preso il controllo di Kabul, nel 1996, ma anche dell’IRAN e della RUSSIA

10 agosto 2021

Abbiamo conquistato il centro di FARAH, la città è sotto il completo controllo dei mujaheddin: lo afferma un portavoce dei Talebani. FARAH, nell’OVEST DELL’AFGHANISTAN, è la SETTIMA PROVINCIA A CADERE nelle mani degli insorti dall’inizio della nuova offensiva.  “Oggi i Talebani sono entrati nel centro della città, hanno conquistato la sede del governatore e il quartier generale della polizia”, afferma Shahla Abubar, componente del consiglio provinciale di Farah. Le forze afghane, invece, hanno respinto l’attacco dei Talebani a MAZAR-I-SHARIF e riconquistato il settore di NAHR-I-SHAHI. Ad annunciarlo il governatore della provincia di Balkh, di cui Mazar-i-Sharif è capoluogo, citato dai media di Kabul. Le forze afghane, si precisa, sono state coadiuvate dal supporto aereo.  – Qualsiasi governo che in Afghanistan conquisti il potere con la forza non sarà riconosciuto dalla comunità internazionale. E’ questo l’avvertimento che l’inviato Usa per l’Afghanistan, Zalmay Khalilzad, ha lanciato ai talebani nell’incontro di DOHA, in QATAR, dopo la striscia di conquiste militari da parte degli insorti. Secondo quanto riporta il Guardian, Khalilzad avrebbe riferito agli ‘studenti coranici’ che la ricerca della vittoria sul campo di battaglia non porterà loro alcun vantaggio, ma solamente l’emarginazione da parte della comunità internazionale. – Fonti Ue: i Talebani controllano il 65% del Paese. I Talebani “ora controllano il 65% del territorio dell’Afghanistan”: lo afferma un alto responsabile della Ue citato dalla Reuters sul proprio sito. Gli insorti “minacciano di conquistare 11 capoluoghi di provincia e privare Kabul del supporto delle forze governative stazionate nel nord”, aggiunge la fonte. (da https://www.rainews.it/)

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(KUNDUZ, conquistata il 7/8/2021 dai talebani, foto da https://www.internazionale.it/) – “(…) La paura è arrivata nei centri più popolosi: a KUNDUZ (città all’estremo nord del paese), dove nella notte di sabato (7/8/2021, ndr) gli integralisti hanno conquistato diversi quartieri, dando alle fiamme interi edifici, prendendo possesso degli uffici governativi e rivendicando la conquista totale. A poco è servita la precisazione governativa, quasi inascoltata, secondo cui le truppe speciali stanno ancora combattendo per riprendere le zone perdute (…)” (Giampaolo Cadalanu, da “la Repubblica” del 8/8/2021)

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AFGHANISTAN, SE RINASCE IL SANTUARIO DELLA JIHAD

di Maurizio Molinari, da “la Repubblica” del 15/8/2021

   A quattro anni dalla dissoluzione dello Stato Islamico di Abu Bakr al-Baghdadi la riconquista dei talebani di gran parte dell’Afghanistan – sono entrati a Kabul – è una vittoria della Jihad globale perché restituisce al fondamentalismo sunnita più estremo il territorio di una nazione dove edificare il proprio modello di Emirato basato sulla versione più oscurantista della Sharia, la legge islamica.
   Nella sfida jihadista “agli apostati ed agli infedeli”, iniziata con il patto fra Jihad egiziana di Ayman al-Zawahiri e Al Qaeda di Osama bin Laden del febbraio 1998, il possesso di un territorio nazionale è stato sin dall’inizio una priorità.
   Per tre ragioni convergenti: la prima è militare perché significa disporre di una base sicura da dove attaccare i propri nemici; la seconda è economica perché il controllo di risorse e trasporti consente di finanziarsi; la terza è ideologica perché sottomettere un’intera collettività permette di evidenziare la superiorità del modello jihadista sui governi musulmani “corrotti”, per non parlare delle “depravate” democrazie occidentali.
   Al-Zawahiri e Bin Laden trovarono questo santuario jihadista nell’Afghanistan dei talebani del Mullah Omar, che li ospitò, sostenne e finanziò fino a consentirgli di organizzare l’attacco agli Stati Uniti dell’11 settembre 2001.
   Ma dopo l’intervento americano la base territoriale svanì, obbligando ciò che restava dei gruppi jihadisti a cercare rifugio dall’Iraq alla Somalia. Fino al giugno del 2014 quando Abu Bakr al-Baghdadi dichiarò nella moschea di Mosul la nascita dello Stato Islamico su vasti territori catturati in Siria e Iraq, e rimasti sotto il suo controllo per poco più di tre anni fino a quando una imponente coalizione militare internazionale – guidata da Usa, Russia e Paesi arabi – portò alla caduta della capitale Raqqa.

   Ancora una volta, dopo quella sconfitta militare, i gruppi jihadisti sono tornati a disperdersi, tentando ovunque – dal Sahel al Corno d’Africa, dalla Libia al Nord della Siria – di arrivare a controllare propri territori, richiamandosi sempre in varia forma al progetto di Emirato islamico o Califfato basato sull’interpretazione più rigida della Sharia.
   Ora i talebani riescono nell’impresa, riproponendo l’Afghanistan come epicentro della Jihad globale a dispetto di rivalità di leadership, differenze teologiche e ostilità tribali-militari fra le diverse anime di una galassia di fondamentalisti violenti che in comune ha solo il rifiuto della modernità teorizzato dal teologo egiziano Hassan el-Banna nel 1924 per rigettare l’allora decisione di Ataturk di abolire in Turchia l’istituto del Califfato risalente alle origini stesse dell’Islam.
   A rendere il ritorno dei talebani un pericoloso modello di affermazione jihadista sono le sue caratteristiche: avviene dopo 20 anni di guerriglia e dunque dimostra la resilienza dei mujaheddin; è la conseguenza del ritiro delle truppe Usa e Nato e così evidenzia la debolezza strategica dell’Occidente; è reso possibile dalla diserzione in massa di militari e poliziotti e quindi nasce dalla inaffidabilità del governo nazionale. Tutto ciò è destinato a rafforzare identità, motivazione e reclutamento dei gruppi jihadisti che operano in più Continenti – Europa inclusa – riproponendo la minaccia del terrorismo più feroce. Bisogna chiedersi dunque che cosa c’è all’origine della riconquista talebana ovvero che cosa è andato storto in Afghanistan.
   Non c’è dubbio che la scelta degli Stati Uniti – presa dal presidente Donald Trump e confermata dal successore Joe Biden – di ritirare le truppe sia stata il detonatore dell’attuale escalation, comportando l’abbandono a se stessa della debole nazione afghana, così come la Nato è di fronte all’evidente fallimento della transizione dei poteri alle leadership locali a cui ha dedicato imponenti risorse. Ma gli errori lampanti e gravi commessi dagli alleati occidentali non bastano a spiegare perché gli afghani non si battono per evitare il ritorno dei talebani, il cui terrore ricordano bene.
   Nessuno più della popolazione afghana ha patito per il regime medioevale che i talebani hanno imposto dal 1996 al 2001, come nessuno più delle famiglie afghane sa cosa significa per ogni donna tornare nella prigione del burqa. Dunque perché soldati e poliziotti non combattono? La risposta più evidente viene dalle cronache di Kabul: gli afghani non hanno alcuna fiducia nel loro governo e ciò significa che non sono bastati venti anni di imponenti aiuti stranieri per far germogliare il rifiuto della Jihad nelle viscere del Paese.

   E se non sono gli afghani a battersi per loro stessi e per le loro libertà, nessun altro potrà farlo con garanzia di pieno successo. Poiché il conflitto con la Jihad appare destinato a continuare e poiché le minacce per le democrazie sono destinate a crescere proprio a causa della ricostruzione del santuario dei talebani, è bene dunque tenere a mente la feroce lezione che viene da quanto sta avvenendo a Kabul: il jihadismo si può sradicare solo se i musulmani trovano, nei singoli Paesi, la forza ed il coraggio di rigettarlo per loro scelta e convinzione. È una forza, morale e politica, che deve nascere da loro stessi e che neanche il più potente degli eserciti potrà mai riuscire a rimpiazzare. (Maurizio Molinari)

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LA GRANDE FUGA DALL’AFGHANISTAN (ABBANDONATO) È APPENA INIZIATA

di NELLO SCAVO, 5 agosto 2021 da AVVENIRE (https://www.avvenire.it/)

– E in Siria due milioni di sfollati ammassati nei campi nella regione di Idlib fuori dal controllo governativo e a ridosso del confine con la Turchia, stanno affrontando un’altra estate torrida – Continua a leggere