CAOS MEDITERRANEO ORIENTALE: TURCHIA e GRECIA al limite della guerra per controllare i giacimenti energetici dell’Egeo, con Turchia-Libia ed Egitto-Grecia contrapposte. – E l’Italia che appoggia la Turchia per la sua politica libica e i giacimenti estrattivi Eni – A quando una politica mediterranea di pace?

La recente scoperta di IMPORTANTI GIACIMENTI DI GAS NATURALE RACCHIUSI NEL SOTTOSUOLO DEL MEDITERRANEO ORIENTALE ha inasprito dispute e TENSIONI IN ATTO DA TEMPO FRA TURCHIA E GRECIA, ormai prossime allo scontro nell’improbabile tentativo di (RI)DEFINIRE I CONFINI MARITTIMI (immagine da http://www.asianews.it/)

   Venti di guerra percorrono il Mediterraneo orientale, dopo che la Grecia ha deciso di avviare, a partire dalla giornata di martedì 25 agosto, le esercitazioni militari della sua flotta. Per tre giorni, nella zona intorno a Creta. Nella stessa area dove, in modo molto contestato, la Turchia ha avviato nell’ultimo periodo ricerche con le sue navi da perforazione energetica, alla caccia dei colossali giacimenti di gas e petrolio. Un’iniziativa, quella turca, chiaramente non solo di ricerca, ma di posizionamento strategico.

(Meditterraneo Orientale, mappa da http://www.progettoprometeo.it/) – “(…) La ZONA MARITTIMA DEL MEDITERRANEO ORIENTALE è diventata una delle principali aree di interesse energetico, quando a partire dal 2009 sono stati scoperti ingenti giacimenti di gas naturale. La scoperta ha fatto ipotizzare la REALIZZAZIONE DI UN GASDOTTO EASTMED, che dovrebbe collegare il Mediterraneo orientale con l’Europa continentale attraverso gli attracchi in Grecia e Italia. Dai progetti di sfruttamento energetico così concepiti tuttavia, RIMANEVA ESCLUSA LA TURCHIA: per questo a fine 2019 il governo di ANKARA FIRMÒ UN ACCORDO sulle ZONE ECONOMICHE ESCLUSIVE (Zee) CON LA LIBIA in cambio di assistenza militare al governo di Tripoli. Per tutta risposta, A INIZIO AGOSTO, LA GRECIA HA FIRMATO UN ACCORDO CON L’EGITTO per delimitare una Zee, che però include alcune aree rivendicate da Ankara. (…) (26/8/2020) da https://www.ispionline.it/ (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   Ma, su tutto, appare evidente che l’iniziativa di Erdogan, della Turchia, sovrasta ogni (pur precario) equilibrio mediterraneo. Forse per fugare la crisi economica interna e le conseguenti difficoltà, Erdogan sta portando avanti una politica estera molto aggressiva, prima in Siria, poi con la minaccia di far passare milioni di profughi immigrati verso l’Europa attraverso la rotta balcanica (ricattando la Ue, e chiedendo in cambio molti soldi); ed ora intervenendo in Libia a favore del governo di Fayez al Serraj (il finora debole presidente e premier del governo di unità nazionale a Tripoli). Ed espandendo, la Turchia, i propri interessi petroliferi e del gas nel Mediterraneo orientale a svantaggio di quanto finora codificato dall’Onu che aveva stabilito fra i vari paesi (in primis la Grecia) delle “Zee” (zone economiche esclusive) che ora sono sparigliate e concretamente messe in discussione dalla Turchia, e possono a breve provocare una guerra, un conflitto tra i due paesi (tra l’altro appartenenti entrambi alla Nato, come lo sono Grecia e Turchia).

SANZIONI? “Noi riteniamo le sanzioni alla Turchia assolutamente necessarie”. Lo ha detto il ministro degli Esteri greco NIKOS DENDIAS, entrando alla seconda giornata di lavoro del GYMNICH (si tratta di una riunione informale del MINISTRI DEGLI ESTERI DELLA UE ospitata dal paese che di turno detiene la presidenza semestrale Ue, ora la Germania, tenutasi il 27 e 28 agosto a Berlino, VEDI LA FOTO). “Contiamo sulla solidarietà europea”, ha aggiunto ai giornalisti prima dell’avvio della ministeriale informale dei ministri degli Esteri, che si è occupata proprio della crisi del Mediterraneo orientale.

   L’Italia a sua volta guarda al proprio diretto interesse: se la Turchia appoggia con le armi e l’esercito l’alleato al Serraj in Libia (luogo per noi assai difficile, pericoloso, che non ne veniamo a capo in ogni mediazione); se poi la Turchia si appoggia pur parzialmente all’Eni nei giacimenti petroliferi che sta cercando nelle acque “greche” dell’Egeo…. ebbene l’Italia lascia gli alleati per appoggiare la Turchia.

“(…) Le finanze della Turchia stanno attraversando un momento complicato e da tempo ERDOGAN (nella foto), il presidente turco, ha compreso che la sua unica ANCORA DI SALVEZZA si trova alla voce ENERGIA. Per questa ragione ha avviato da tre anni una STRATEGIA DI RIVENDICAZIONE DEI DIRITTI NELLE ACQUE CIPRIOTE E ELLENICHE al fine di prendere parte allo SFRUTTAMENTO DEI GIACIMENTI SOTTOMARINI, ma le sue iniziative navali sono attuate IN VIOLAZIONE DEL DIRITTO INTERNAZIONALE, tanto nella ZONA ECONOMICA ESCLUSIVA DI CIPRO CHE IN QUELLA GRECA, ovvero contravvenendo la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare e la Convenzione di Montego Bay.(…)” (Francesco Di Palo, da “il Fatto Quotidiano” del 26/8/2020)

   Infatti nella battaglia navale per il gas offshore del Mediterraneo orientale l’Italia, pur partecipando il 25-27 agosto scorsi all’operazione chiamata “Eunomia”, un’esercitazione navale che ha coinvolto le unità di Grecia, Cipro, Francia e appunto l’Italia sul mare conteso con la Turchia, dall’altra nella vicenda il nostro Paese sembra mostrare un evidente appoggio alla Turchia. C’è poi la Germania (presidente di turno Ue) che tenta una mediazione tra Atene e Ankara; ma anche Berlino deve tenere buono Erdogan che, profumatamente pagato dall’Unione europea, controlla il flusso di profughi sulla rotta ellenica e balcanica verso il cuore del continente.

(mappa Mediterraneo Orientale con giacimenti, da http://www.ispionline.it/) – ATENE RATIFICA ACCORDO CON EGITTO – Intanto il parlamento greco ha ratificato l’accordo bilaterale con l’Egitto per la spartizione in aree di sfruttamento degli idrocarburi nel Mediterraneo orientale, che mette ATENE IN CONFLITTO CON LA TURCHIA. L’accordo costituisce infatti una RISPOSTA ALL’INTESA DI ANKARA DEL 2019 CON IL GOVERNO DI TRIPOLI, in Libia, che proiettava una vasta ‘ZONA ECONOMICA ESCLUSIVA’ TURCA in UN SEGMENTO DEL MEDITERRANEO VERSO LA COSTA LIBICA IN AGGIUNTA ALL’AREA CHE LA TURCHIA CONSIDERA GIÀ SUA ZONA ESCLUSIVA, A NORD DELL’ISOLA DI CIPRO, dove enormi giacimenti di gas e petrolio erano stati scoperti in precedenza. La ratifica arriva nel pieno delle tensioni fra Atene e Ankara, che ha lanciato la sua sfida inviando la nave di prospezione Oruc Reis con tanto di scorta di navi militari. Hanno votato a favore della ratifica 178 deputati sui 300 che compongono il parlamento di Atene. (28/8/2020 da https://www.rainews.it/) (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   Il fatto poi che lo scontro armato possibile tra Grecia e Turchia avvenga con due Stati entrambi membri dell’Alleanza Atlantica, dimostra che le attuali strutture internazionali di garanzia fra gli Stati sono lì lì per cadere, per sparire. E se la politica estera degli Stati non riuscirà a perseguire un metodo di contenimento dei conflitti economici (anche attraverso sanzioni per chi non rispetta le regole) c’è il tragico rischio di uno scatenarsi di un conflitto regionale che può allargarsi a macchia d’olio.

“(…) Lo scorso 29 maggio, data importante perché anniversario della conquista di Costantinopoli da parte di Mehmet, la nave turca Fatih (cioè il Conquistatore) è partita dal Mar Nero per attraversare l’Egeo e POSIZIONARSI NEL MEDITERRANEO. La Turchia appronta le sue navi ANCHE NEL BRACCIO DI MARE PIÙ A OVEST, VERSO LA LIBIA, in virtù del Memorandum di intesa firmato a novembre 2019 con il governo di Tripoli. NON TUTTI I PAESI LITORANEI, O INTERESSATI ALLO SFRUTTAMENTO DELL’AREA, PLAUDONO ALLO SCENARIO: Israele, Francia, Grecia, Cipro, Egitto e Emirati Arabi hanno da tempo lanciato l’allarme. NON L’ITALIA, oggi ORIENTATA A RIPRENDERE I RAPPORTI CON ANKARA. Molti segnali lo confermano. Luigi Di Maio non ha siglato il protocollo del Cairo sul GASDOTTO EASTMED, perché “troppo sbilanciato” in Libia contro la Turchia. E a maggio il ministro non ha firmato la nota di protesta elaborata da Francia, Grecia, Egitto e Emirati contro le “attività illecite” della Turchia. (…) Snodo Fondamentale di questa partita geopolitica è l’EASTMED, Il Gasdotto del Mediterraneo Orientale, che collega le risorse energetiche del mare alla Grecia continentale attraverso Cipro e Creta. Il progetto prevede l’Italia come approdo del trasporto di gas. L’EASTMED finirebbe per aggirare la Turchia, ed Ankara ovviamente non ci sta. (…)” (Marco Ansaldo, da “la Repubblica” del 21/07/2020)

   Un mondo complicato e difficile il nostro: non per questo soluzioni pacifiche e che vanno bene per tutti vanno ricercate con determinazione (compito che un’Europa unita e credibile potrebbe avere ed esercitare con successo). (s.m.)

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Plastica nel Mediterraneo (foto da http://www.nauticatrenodisrl.it/) – INQUINAMENTO – COME MUORE IL MEDITERRANEO, IL PIÙ GRANDE MARE DELLA STORIA – La maggior parte dei mari del mondo soffre di qualche forma di problema ambientale, ma pochi si sono deteriorati velocemente e qualitativamente come l’estremità orientale del Mediterraneo. Nonostante abbia dato vita ad alcune delle più grandi civiltà della storia, il MEDITERRANEO ORIENTALE È DIVENTATO UN TRISTE SIMBOLO DEGLI ATTUALI FALLIMENTI DEGLI STATI LITORANEI. In quei luoghi dai quali gli antenati salpavano, molti oggi gettano rifiuti industriali. Le conquiste, tra gli altri, di greci, fenici, romani ed egizi dell’età dei faraoni non fanno altro che evidenziare la decadenza politica ed economica dei loro discendenti…. (PETER SCHWARTZSTEIN, The Atlantic, Stati Uniti (da INTERNAZIONALE del 20 dicembre 2019) (https://www.internazionale.it/)

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Mar Egeo (mappa), da Wikipedia (cliccare sull’immagine per ingrandirla)

ESCALATION GRECIA-TURCHIA NEL MEDITERRANEO: ESERCITAZIONI MILITARI AL LARGO DI CRETA

di Marco Ansaldo, da “la Repubblica” del 25/8/2020

– Atene ha deciso di avviare le esercitazioni militari della sua flotta proprio dove Ankara ha avviato nell’ultimo periodo ricerche con le sue navi da perforazione energetica. La Germania interviene e tenta la mediazione –

   “Quelli che lanciano la Grecia davanti alle navi della Turchia, infine non le rimarranno dietro”. Recep Tayyip Erdogan è uomo di parole roboanti, e lo sappiamo. Però mai come ora la minaccia della Turchia di rispondere militarmente ad Atene oltre che, come è evidente, alla Francia, vero obiettivo del leader di Ankara, si fa concreta.

   Venti di guerra percorrono il Mediterraneo orientale, dopo che la Grecia ha deciso di avviare, a partire dalla giornata di martedì 25 agosto, le esercitazioni militari della sua flotta. Per tre giorni, al momento, e nella zona intorno a Creta. Nella stessa area dove, in modo molto contestato, la Turchia ha avviato nell’ultimo periodo ricerche con le sue navi da perforazione energetica, alla caccia dei colossali giacimenti di gas e petrolio.

Un’iniziativa chiaramente non solo di ricerca, ma di posizionamento strategico, contro cui da settimane molti Paesi dell’area, dall’Egitto a Israele, stanno protestando in modo veemente. Eccetto l’Italia, che con la Turchia ha infine raggiunto un’intesa sul comune appoggio al premier Fayez al Serraj in Libia. Accordo che comprende il via libera di Erdogan alle navi dell’Eni, per poter esplorare nella zona fissata dal nuovo Memorandum di intesa firmato lo scorso novembre da Ankara con Tripoli.
La decisione presa da Atene sulle sue esercitazioni militari in una zona legittima, ma oggi pericolosa al punto da poter rischiare lo scontro, inasprisce le tensioni già alte nell’area marittima, fra tutti i Paesi che sono coinvolti. Tra cui Francia e Stati Uniti che, già a giugno, hanno cercato di fermare il cargo “Cirkin” (che significa “Brutto”) battente bandiera della Tanzania, ma partito da Istanbul, che risultava carico di armi, verso la Libia a dispetto dell’embargo in atto.

   Erdogan è ovviamente furibondo: “La Grecia sta cercando il caos. Se succede qualcosa, non incolpateci. Ad Atene ci sono dei provocatori”.  A tentare la mediazione è la Germania. Il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas è partito alla volta di Atene e di Ankara per una missione difficile. “Un’ulteriore escalation non farebbe che danneggiare tutte le parti in causa”, dice. “Invece di nuove provocazioni, adesso sono necessari nuovi passi di distensione, oltre all’inizio di colloqui diretti, che noi intendiamo sostenere con forza”. Ad Atene, Maas incontra il premier Kyriakos Mitsotakis e il ministro degli Esteri, Nikos Dendias. Ad Ankara, vede il capo della diplomazia turca Mevlut Cavusoglu.
“La Turchia e la Grecia sono ambedue nostri alleati nella Nato”, aggiunge il ministro tedesco. E una soluzione nell’aspro confronto in atto nel Mediterraneo orientale potrà esserci soltanto “sulla base del diritto internazionale e attraverso un dialogo sincero”. (…) Al momento, le posizioni fra le parti appaiono piuttosto lontane. Atene è incline a escludere ogni “dialogo diretto”, fino a quando la Turchia “non metterà fine alla missione della nave Oruc Reis” alla ricerca delle riserve naturali vicino alle isole greche. Ma Erdogan non è certo tipo da lasciarsi intimidire: “Ankara non cederà nemmeno di un passo”. (Marco Ansaldo)

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ESERCITAZIONE NEL MEDITERRANEO PER FRENARE ERDOGAN. LUI INSISTE: “LA GRECIA CI AFFRONTI O STIA ALLA LARGA”

di Francesco Di Palo, da “il Fatto Quotidiano” del 26/8/2020

– Nelle settimane in cui il presidente turco fa salire la tensione Atene e l’Europa, Cipro, Grecia, Francia e Italia inviano navi e aerei nell’Egeo per un’esercitazione fino al 28 Agosto. Un modo per rafforzare la sicurezza nella macroarea mentre Erdogan rivendica diritti violando la legge –

   Perché proprio adesso Cipro, Grecia, Francia e Italia hanno deciso di far valere una presenza congiunta nel Mediterraneo orientale? L’esercitazione Eunomia, in programma a sud di Cipro dal 26 al 28 Agosto, non è stata solo il frutto della costante collaborazione tra i quattro paesi (Quartet Cooperation Initiative) ma si inserisce in un momento delicatissimo, caratterizzato dall’escalation delle provocazioni militari di Erdogan nell’Egeo.

   Le finanze della Turchia stanno attraversando un momento complicato e da tempo il presidente turco ha compreso che la sua unica ancora di salvezza si trova alla voce energia. Per questa ragione ha avviato da tre anni una strategia di rivendicazione dei diritti nelle acque cipriote e elleniche al fine di prendere parte allo sfruttamento dei giacimenti sottomarini, ma le sue iniziative navali sono attuate in violazione del diritto internazionale, tanto nella Zona Economica Esclusiva di Cipro che in quella greca, ovvero contravvenendo la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare e la Convenzione di Montego Bay.

   Nell’ultimo mese alle provocazioni delle navi turche da ricerca Barbaros a Cipro e Oruc a Kastellorizo si è aggiunta anche una intensa presenza di fregate (39) e sottomarini (2) in acque greche: pochi giorni fa al largo di Capo Sounio, il tempio di Poseidone nella marina ateniese, si sono vissute scene da film come in “Caccia a Ottobre rosso”. Un sottomarino turco si è spinto sotto costa ma è stato messo in fuga da una coppia di elicotteri greci, aumentando esponenzialmente la tensione tra i due paesi. L’area è presidiata anche dai mezzi navali della Sesta Flotta americana come la portaelicotteri Williams giunta due giorni fa a Creta nella base di Souda Bay con a bordo i potenti Osprey a decollo verticale.

   Berlino si è ritagliata il ruolo di mediatrice tra Atene e Ankara: il ministro degli esteri Maas ieri ha incontrato per la seconda volta in un mese i due omologhi greco e turco, ma ancora una volta senza risultati, come dimostra il piglio poco distensivo del presidente turco. “Coloro che furono costretti a lasciare l’Anatolia in una situazione miserabile ora stanno facendo false magie nell’Egeo e fischiettano dentro al cimitero”, ha detto pubblicamente Erdogan rivolgendosi provocatoriamente ai greci trucidati nel 1921 in occasione della catastrofe dell’Asia Minore.

   E ha aggiunto: “La paura non giova alla morte. La Turchia nell’Egeo, nel Mediterraneo orientale e nel Mar Nero otterrà ciò che si merita. Poiché non abbiamo aspirazioni per i diritti, la sovranità e gli interessi di alcuno stato, non ci arrenderemo per i nostri. Faremo di tutto e li inviteremo a unirsi a noi, per evitare azioni che li porteranno alla distruzione. La Turchia non è un paese la cui pazienza, capacità e determinazione devono essere messe alla prova. Tutti devono capirlo. Se diciamo qualcosa, significa che lo facciamo e ne paghiamo il prezzo. Se la Grecia vuole pagare il prezzo, che venga ad affrontarci. Se non hanno il coraggio di farlo, dovranno tenersi alla larga”.

   Dichiarazioni al vetriolo, pronunciate da un membro della Nato verso uno Stato pari e alleato, e nelle stesse ore in cui il premier ellenico Kyriakos Mitsotakis in Parlamento ha annunciato che Atene intende esercitare il suo diritto legale di estendere le proprie acque territoriali lungo la costa occidentale fino a due miglia nautiche.

   “La Grecia non è degna dell’eredità bizantina. Il successore di Bisanzio fu l’Impero Ottomano – ha proseguito Erdogan -. Atene rifiuta di prendere lezioni dalla storia e si comporta come uno pseudo-uomo nel Mediterraneo. La Turchia otterrà ciò di cui ha diritto nel Mediterraneo orientale, nell’Egeo e nel Mar Nero. Non faremo concessioni”.

   Per questa ragione e al fine di rafforzare la sicurezza nella macroarea che comprende geopoliticamente anche Siria e Libia, i quattro Stati europei Quad (Cipro, Grecia, Italia e Francia) hanno deciso di sottolineare la loro presenza navale e aerea nel Mediterraneo orientale attraverso l’esercitazione.

   “È necessario un approccio bilanciato per la ricerca di una sempre maggiore cooperazione e dialogo tra le parti”, ha commentato il Ministro della Difesa Lorenzo Guerini, a margine della riunione informale dei Ministri della Difesa in corso a Berlino.
Secondo la sua collega francese, invece, il Mediterraneo orientale sta diventando una regione di tensione. “Il rispetto del diritto internazionale dovrebbe essere la regola, non l’eccezione”, ha detto Florence Parley in un tweet, aggiungendo che la regione “non dovrebbe essere un campo da gioco per le ambizioni di nessuno; è un bene comune”, facendo riferimento alle mosse scomposte turche. “Il nostro messaggio è semplice: priorità nel dialogo, nella cooperazione e nella diplomazia affinché il Mediterraneo orientale diventi un’area di stabilità e rispetto per il diritto internazionale”, ha aggiunto.

   Del resto Emmanuel Macron ha preso una posizione netta contro la Turchia inviando anche due caccia Rafale a Cipro. In gioco c’è anche la fornitura alla Grecia di due nuove fregate per 2,5 miliardi di euro: l’affare è stato per il momento congelato da Atene per l’emergenza Covid. (Francesco Di Palo)

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SCONTRO SUI GIACIMENTI NEL MEDITERRANEO. LA GRECIA: “SANZIONI CONTRO LA TURCHIA NECESSARIE”

28/8/2020 da https://www.rainews.it/

– A Berlino riunione dei ministri degli esteri per affrontare la crisi. Merkel: “Tensione tra Grecia e Turchia non può lasciarci freddi” –

SANZIONI?   “Noi riteniamo le sanzioni alla Turchia assolutamente necessarie”. Lo ha detto il ministro degli Esteri greco NIKOS DENDIAS, entrando alla seconda giornata di lavoro del GYMNICH (si tratta di una riunione informale del Ministri degli Esteri della UE ospitata dal paese che di turno detiene la presidenza semestrale Ue, ora la Germania, tenutasi il 27 e 28 agosto a Berlino, NDR). “Contiamo sulla solidarietà europea”, ha aggiunto ai giornalisti prima dell’avvio della ministeriale informale dei ministri degli Esteri, che si è occupata proprio della crisi del Mediterraneo orientale.

MERKEL: “Tensione tra Grecia e Turchia non può lasciarci freddi” – La tensione fra Grecia e Turchia coinvolge due partner della Nato e “questo non può lasciarci freddi”. Lo ha detto Angela Merkel, affermando di aver “parlato molto intensamente” con Emmanuel Macron circa la situazione attuale. Merkel ha ricordato che la Germania “si è molto impegnata per evitare un’escalation”.

ATENE RATIFICA ACCORDO CON EGITTO – Intanto il parlamento greco ha ratificato l’accordo bilaterale con l’Egitto per la spartizione in aree di sfruttamento degli idrocarburi nel Mediterraneo orientale, che mette ATENE IN CONFLITTO CON LA TURCHIA. L’accordo costituisce infatti una RISPOSTA ALL’INTESA DI ANKARA DEL 2019 CON IL GOVERNO DI TRIPOLI, in Libia, che proiettava una vasta ‘ZONA ECONOMICA ESCLUSIVA’ TURCA in UN SEGMENTO DEL MEDITERRANEO VERSO LA COSTA LIBICA IN AGGIUNTA ALL’AREA CHE LA TURCHIA CONSIDERA GIÀ SUA ZONA ESCLUSIVA, A NORD DELL’ISOLA DI CIPRO, dove enormi giacimenti di gas e petrolio erano stati scoperti in precedenza. La ratifica arriva nel pieno delle tensioni fra Atene e Ankara, che ha lanciato la sua sfida inviando la nave di prospezione Oruc Reis con tanto di scorta di navi militari. Hanno votato a favore della ratifica 178 deputati sui 300 che compongono il parlamento di Atene. (28/8/2020 da https://www.rainews.it/)

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GRECIA-TURCHIA, LE VERE RAGIONI DELLA CRISI: SI RISCHIA UNA NUOVA GUERRA NEL MEDITERRANEO?

da https://quifinanza.it/editoriali/, 27/8/2020

– Tra Grecia e Turchia è di nuovo crisi. Nelle ultime settimane le tensioni tra i due Paesi si sono fatte sentire nelle acque del Mediterraneo orientale. Ecco le ragioni vere dello scontro –

   Tra Grecia e Turchia è di nuovo crisi. Oltre al nodo migranti, nelle ultime settimane le tensioni tra i due    Paesi si sono fatte sentire nelle acque del Mediterraneo orientale. Alla base dell’escalation c’è soprattutto una grossa rivalità per le risorse energetiche. Ma non solo.

   La Turchia ha perseguito un’azione definita aggressiva di esplorazione del gas, “scontrandosi”, metaforicamente parlando, con navi greche rivali. Un terzo paese Nato, la Francia, è stato coinvolto, schierandosi con i greci. Più recentemente è stato anche annunciato che un piccolo numero di aerei da guerra F-16 degli Emirati Arabi si sta schierando in una base aerea a Creta per esercitazioni con le controparti greche.

   Di fatto, nulla di così strano o preoccupante. E allora perché si parla di profonda crisi e qualcuno ipotizza persino venti di guerra? Corriamo davvero il rischio che il Mediterraneo orientale, e lo scacchiere geopolitico in quell’area, si trasformi in una polveriera? La risposta è: forse. Ma non solo a causa del gas.

IL GAS E I SUOI PARADOSSI

Diversi Paesi della regione hanno scoperto giacimenti di gas significativi o stanno portando avanti missioni esplorative per trovarli, il che può innescare conseguenze molto contrastanti.

   Da un lato questo sovralimenta le rivalità nazionali, con battaglie in corso sulla delimitazione dei confini marittimi. Gli accordi per riconoscere i rispettivi diritti avevano già provocato un’escalation di tensione. L’anno scorso, la Turchia ha firmato un accordo marittimo con il governo libico e ha avviato una nuova esplorazione del gas in aree che la Grecia considera sua zona economica esclusiva. All’inizio di questo mese, la Grecia e l’Egitto hanno firmato un accordo sui confini marittimi, scatenando la rabbia di Erdogan, con tanto di nuova esplorazione e schieramenti navali.

   Ma ciò che è paradossale è che, mentre l’esplorazione energetica quasi inevitabilmente esacerba la tensione e nel lungo termine potrebbe alimentare una corsa agli armamenti aerei e navali regionali, se si vogliono ottenere benefici economici dal gas sarà necessaria in realtà un’azione concertata.

   Sarà necessario creare tutta una serie di infrastrutture, come i condotti, che attraversano il territorio sottomarino di diversi Paesi se davvero si vuole approdare ai mercati europei più strategici. Di fatto si sta realizzando una nuova infrastruttura internazionale per i potenziali produttori di energia del bacino del Mediterraneo e questo potrebbe aiutare a ridurre le tensioni, magari offrendo anche un percorso per la risoluzione dell’annoso problema di Cipro.

LE RADICI PROFONDE DELLO SCONTRO

Ma non è solo questione di rivalità sulle risorse energetiche. Le radici della crisi sono certamente più profonde. Tra Turchia e Grecia c’è da sempre una competizione latente, regionale e geostrategica, che mette la Turchia, oggi molto più forte, contro molti altri attori internazionali. Il “campo di battaglia” si estende dalla Libia, attraverso le acque del Mediterraneo orientale, alla Siria e oltre.

   Una preoccupazione è che, mentre gli altri Paesi si uniscono nella loro opposizione alle ambizioni regionali di Ankara, la stessa Turchia si senta più isolata. Il che rischierebbe di diventare molto pericoloso.

LA POLITICA ESTERA AGGRESSIVA DI ERDOGAN

Un altro elemento cruciale del puzzle è la politica estera molto più aggressiva perseguita da Erdogan, che alcuni analisti hanno persino paragonato a una rinascita del vecchio impero ottomano. Gli orizzonti geografici del presidente si sono certamente ampliati. La posizione strategica della Turchia è cambiata notevolmente dalla fine della Guerra Fredda, con la scomparsa dello stato fermamente laico e l’imposizione, da parte di Erdogan, di un taglio decisamente più islamista alla sua politica.

   Il partito al governo AKP ha capito che un’economia turca dinamica e in crescita ha contribuito a stabilire la nazione. Nonostante alcuni segnali recenti di crisi, Erdogan non molla e tira dritto. La cosiddetta dottrina “Blue Homeland” del governo, che prevede esplicitamente un ruolo marittimo molto più grande per Ankara all’interno di quelle che considera le proprie acque strategiche, sembra pagare.

LE GUERRE IN SIRIA E LIBIA

La Turchia ha sentito minacciati quelli che percepisce come i suoi interessi nazionali vitali, non da ultimo in Siria, dove si sente delusa da molti dei suoi alleati occidentali della Nato, tra cui gli Stati Uniti. Per questo ha adottato una sua linea, giocando a fianco di altri attori, come Russia e Iran. Oggi sfrutta una notevole autonomia strategica e sta cercando di espandere la sua forza regionale.

   Come tante battaglie nella regione, come la stessa Siria, anche la Libia è diventata una sorta di guerra per procura, con vari attori esterni che si schierano l’uno contro l’altro. La Turchia, qui, è osteggiata da attori potenti come l’Egitto e gli Emirati Arabi.

   La Turchia è intervenuta pesantemente a fianco del governo libico sostenuto dalle Nazioni Unite, mentre gli Emirati Arabi Uniti e l’Egitto appoggiano le milizie orientali del generale Khalifa Haftar. Il conflitto in Libia ha così anche acuito l’inimicizia tra Turchia ed Egitto. Idem con la Francia. Sicuramente, in questo momento il Mediterraneo orientale potrebbe esplodere, ma è ancora impossibile sapere come e quando.

IL DISINTERESSE DEGLI USA

Come spiega bene l’esperto della Bbc Jonathan Marcus, le tensioni nel Mediterraneo orientale evidenziano anche un altro cambiamento nella regione: il declino del potere degli Stati Uniti o, meglio, il declino dell’interesse strategico dell’amministrazione Trump per ciò che accade lì.

   The Donald ha sospeso la Turchia dal programma di aerei da guerra F-35 dopo l’acquisto di missili terra-aria russi avanzati. Ma non c’è stata alcuna reale pressione degli Stati Uniti sulla Turchia per far fronte ai problemi che ha creato per la politica statunitense all’interno della Nato, in Siria e altrove.

   In assenza di un’azione chiara degli Stati Uniti, la Germania ha cercato di mediare tra Grecia e Turchia, con la Francia che, come detto, pende più dalla parte della Grecia. Di fatto, i motivi della crisi sono quindi molteplici.

IL NODO DI CIPRO

Infine, c’è l’annosa questione di Cipro. Cipro è oggetto di una controversia tra Grecia e Turchia da quando le forze turche hanno invaso l’isola in risposta a un colpo di stato militare appoggiato dalla Grecia nel 1974 e alla successiva dichiarazione unilaterale di una Repubblica turca di Cipro del Nord. Ma tutto in realtà nasce molto prima, da una lunga antipatia tra greci e turchi che risale a prima della fondazione del moderno stato turco.

   I molteplici sforzi diplomatici hanno fatto sperare che con l’avvicinarsi della Turchia all’adesione all’Unione Europea la questione di Cipro potesse essere più facile da risolvere, e invece così non è stato. Ora non ci sono prospettive realistiche che la Turchia aderisca all’Ue. (da https://quifinanza.it/editoriali/, 27/8/2020)

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MEDITERRANEO ORIENTALE: BATTAGLIA NAVALE TRA GRECIA E TURCHIA

26 Agosto 2020, da https://www.ispionline.it/

– La tensione tra Grecia e Turchia nel Mediterraneo orientale rischia di innescare una escalation militare. La Germania prova a mediare ma Erdogan non cede: “Prenderemo quello che è nostro”. –

   Nel Mediterraneo orientale si gioca, e neanche troppo, a fare la guerra. I governi di Atene ed Ankara, che continuano a dirsi “pronti al dialogo”, si rinfacciano da mesi ingerenze e incursioni illegittime nel tratto di mare al largo di Cipro, il cui sottosuolo è ricco di idrocarburi. La scorsa settimana la situazione è sembrata precipitare quando una nave da ricognizione turca – che scortava un’altra nave destinata all’esplorazione di giacimenti di gas naturale – e una nave da guerra greca si sono scontrate.

   L’incidente è avvenuto in acque rivendicate da entrambi i paesi, che da anni si contendono il controllo di questo pezzo di mare e che per aggiungere nuova linfa all’escalation in corso hanno annunciato esercitazioni militari contrapposte nelle acque dell’isola di Creta.

   L’annuncio, da parte greca, sembra essere una risposta al Navtex – un avviso di restrizione alla navigazione – diramato da Ankara per informare che le operazioni di esplorazione inizialmente annunciate fino al 2 agosto, saranno estese fino al 27. È la goccia che fa traboccare il vaso, considerato che per Atene quella turca è una violazione delle proprie acque territoriali.

   Una situazione potenzialmente esplosiva, quella tra i due paesi, entrambi membri Nato, a cui guarda con preoccupazione anche l’Unione Europea, schierata al fianco di Atene contro le perforazioni turche nel Mediterraneo orientale. Al punto che il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas è volato nelle due capitali per cercare di stemperare la tensione.

ACQUE BOLLENTI?

La zona marittima del Mediterraneo orientale è diventata una delle principali aree di interesse energetico, quando a partire dal 2009 sono stati scoperti ingenti giacimenti di gas naturale. La scoperta ha fatto ipotizzare la realizzazione di un gasdotto EastMed, che dovrebbe collegare il Mediterraneo orientale con l’Europa continentale attraverso gli attracchi in Grecia e Italia. Dai progetti di sfruttamento energetico così concepiti tuttavia, rimaneva esclusa la Turchia: per questo a fine 2019 il governo di Ankara firmò un accordo sulle Zone economiche esclusive (Zee) con la Libia in cambio di assistenza militare al governo di Tripoli. Per tutta risposta, a inizio agosto, la Grecia ha firmato un accordo con l’Egitto per delimitare una Zee, che però include alcune aree rivendicate da Ankara.

IL NODO CIPRO?

Quella per il Mediterraneo orientale è solo l’ultima di una lunga serie di dispute che vedono Ankara e Atene su fronti contrapposti. La crisi dei migranti, la battaglia ideologico-religiosa sulla recente riconversione di Santa Sofia voluta dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan, ne sono esempi eloquenti. Ma la disputa più grave tra i due paesi è quella per l’isola di Cipro, divisa tra la Repubblica di Cipro, di influenza greca e riconosciuta a livello internazionale, e la Repubblica turca di Cipro Nord, riconosciuta soltanto dalla Turchia. Il fatto che Ankara rivendichi l’esistenza di uno stato non riconosciuto dalla comunità internazionale genera ulteriori difficoltà nelle dispute sullo sfruttamento delle risorse dell’area e nel 2019 l’Unione Europea ha imposto sanzioni alla Turchia per aver trivellato illegalmente nelle aree attorno a Cipro del Nord.

VENTI DI GUERRA?

È in questo contesto che hanno preso il via oggi a sud di Cipro le esercitazioni militari congiunte di Grecia, Cipro, Francia ed Italia. Come se non bastasse, i funzionari greci hanno reso noto che anche gli Emirati Arabi Uniti invieranno i loro caccia per unirsi all’addestramento congiunto. E il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis ha annunciato in parlamento che il governo sta lavorando a un disegno di legge che estenderà le acque territoriali della Grecia nel Mar Ionio da 6 a 12 miglia nautiche. La Turchia ha avvertito che una mossa simile da parte della Grecia verso est costituirebbe un “casus belli”.

L’escalation Grecia-Turchia sarà al centro della riunione informale dei ministri degli Esteri Ue che si terrà domani e venerdì a Berlino, presidente di turno dell’Ue, con Atene intenzionata a chiedere sanzioni contro Ankara. Ma Erdogan annuncia che “Ankara non cede e non è disposta a fare concessioni su ciò che è nostro” e ammonisce la controparte greca dal commettere errori “che potrebbero determinare la sua rovina”. Heiko Maas invita a stemperare i toni e avverte: “Nel Mediterraneo orientale si sta giocando col fuoco. Chi si avvicina sempre di più all’abisso può a un certo punto cadere. Questo è uno sviluppo che vogliamo evitare”.

Il commento

di Matteo Colombo, ISPI Associate Research Fellow e ECFR Pan-European Junior Fellow

“La Turchia è sempre stata il convitato di pietra nei negoziati internazionali sul Mediterraneo orientale e ha saputo sfruttare a suo vantaggio la mancanza di una posizione unitaria a livello europeo. Oggi però, la sua retorica aggressiva sembra rivolta soprattutto alla propaganda interna, mentre l’obiettivo reale di Ankara è quello di avere voce in capitolo nelle dinamiche di prezzo, estrazione e vendita del gas”.

A cura della redazione di ISPI Online Publications (Responsabile Daily Focus: Alessia De Luca,  ISPI Advisor for Online Publications)

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NELLA BATTAGLIA NAVALE MEDITERRANEA L’ITALIA SI METTE D’ACCORDO CON ERDOGAN

Verso il via libera della Turchia alle trivellazioni per il gas dell’Eni nel Mediterraneo orientale

di Alberto Negri, da https://www.quotidianodelsud.it/, 27/8/2020

   Nella battaglia navale per il gas offshore del Mediterraneo orientale l’Italia ha scelto di mettersi d’accordo con Erdogan e sfilarsi dal confronto ingaggiato dall’asse tra Francia-Grecia-Cipro-Israele-Emirati con la Turchia. Tutto questo al netto di sorprese mentre la Germania tenta una mediazione tra Atene e Ankara fortemente interessata: Berlino deve tenere buono Erdogan che, profumatamente pagato dall’Unione europea, ha in mano il rubinetto di profughi sulla rotta ellenica e balcanica verso il cuore del continente.

   La “Patria Blu”, il Mediterraneo che ci interessa direttamente, è finita sotto il controllo di Erdogan e noi ne abbiamo preso atto mestamente. A fine agosto l’Italia ha perso ufficialmente la Libia, già disintegrata dall’intervento militare di Francia, Stati Uniti e Gran Bretagna nel 2011 che pose fine, con la nostra complicità passiva e attiva, al regime di Gheddafi, il nostro maggiore alleato nel Mediterraneo.

   Il governo libico di Tripoli, quello per intenderci di Al Sarraj, ha concesso per 99 anni alla Turchia il porto di Misurata che potrà andare e venire con le sue navi da guerra e commerciali in un approdo libico strategico dove teniamo anche un ospedale militare da campo con 350 soldati che su richiesta dei turchi ci prepariamo a spostare o a smobilitare.

   Ai turchi è stata assegnata anche la base aerea di Al Watiya dove secondo il rivale di Tripoli, il generale Khalifa Haftar, Ankara ha già schierato 50 caccia da combattimento.

   L’accordo è stato firmato in agosto alla presenza del ministro della Difesa turco e di quello del Qatar, una chiara indicazione che la Libia occidentale, quella con la maggiore presenza economica ed energetica italiana, finirà nelle mani dei militari turchi e in quelle finanziarie di Doha.

   Insomma l’Italia si prepara a contare sempre di meno nella sua ex colonia anche se la pillola è stata indorata da un accordo con Erdogan che darebbe il via libera alle navi dell’Eni per trivellare il gas nel Mediterraneo orientale dove due anni fa una nave italiana era stata cacciata dalla marina turca. Il condizionale è d’obbligo perché il “reiss” turco, una sorta di Sultano atlantico visto che è membro della Nato, molto spesso non rispetta i patti e ha dimostrato più volte di non tenere in nessun conto il diritto internazionale.

   Nel Mediterraneo orientale è in corso un conflitto per la “Patria Blu” che fa ancora più a pezzi l’atlante del disordine Nato.

   L’espansione di Erdogan va dall’Egeo alla Sirte, ma anche oltre Suez, in Mar Rosso (Somalia) e nel Golfo (Qatar), e ha un nome: MAVI VATAN, la PATRIA BLU, così viene chiamata dagli strateghi dell’ammiragliato turco. Nel concreto significa che le navi da guerra turche stanno accompagnando quelle per l’esplorazione delle risorse energetiche offshore nell’Egeo, da Cipro fino a Castellorizo, mentre sull’altro fronte si muovono la marina greca, quella francese e si alzano in volo i droni di Israele, con l’Egitto in allerta per difendere gli accordi recenti con Atene.

   Intese che come quella stipulata il 6 agosto tra Atene e il Cairo per una zona economica esclusiva tra i due Paesi sono il controaltare a quelle stipulate da Erdogan con la Tripolitania di Sarraj, occupata dalle truppe e dai jihadisti di Ankara in guerra contro il generale Haftar, l’Egitto, gli Emirati, la Russia e la Francia.

   Il memorandum commerciale tra la Turchia e Tripoli, accanto alle basi militari libiche ottenute dai turchi, ormai lega Serraj mani e piedi al suo protettore.

   All’Italia restano gli interessi dell’Eni, il gasdotto Greenstream con la Sicilia e il bruciante capitolo dei profughi che gestiamo in condominio con la Turchia, il guardiano pagato dall’Unione europea di tre milioni di rifugiati siriani, che all’inizio dell’anno ha tentato di destabilizzare la Grecia inondandola di profughi e schierando le forze speciali ai confini. A noi il compito umanitario di salvare la gente in mare e quello di smontare i lager dei rifugiati in Libia, a Erdogan di aprire o chiudere le valvole della “Quarta Sponda”, in circostanze per niente chiarite dall’ultima telefonata tra Conte e il presidente turco.

   I confini marittimi del Mediterraneo, dove aleggia insistente l’eco dell’esplosione del Libano, sono ribollenti. Coinvolti ci sono Paesi dell’Alleanza Atlantica con la Francia e la Turchia, su fronti contrapposti in Libia, l’Italia stessa (con gli interessi dell’Eni in Libia, in Egitto e nell’Egeo), la Grecia, sempre ai ferri corti con Ankara, questa volta appoggiata anche da Israele oltre che dall’Unione europea, con gli Usa in posizione quanto meno ambigua: tra la Turchia e la Grecia a Washington non hanno ancora deciso davvero con chi stare, come del resto in Libia.

   Ma dal punto di vista economico la posta è così alta? Certo per Egitto, Israele, Cipro e Libano le risorse sono ingenti e significative per le ricadute economiche e ambientali. Ma il famoso gasdotto EastMed, che doveva portare le risorse di gas dell’Egitto e del Levante fino all’Europa, sembra ormai saltato, almeno secondo l’Eni: troppo costoso e complicato politicamente.

L’escalation di Erdogan nell’Egeo sta in pratica dimezzando il potenziale di questo bacino offshore. Se la ride la Russia che fornisce il 50% del gas alla Turchia, vede sfiorire progetti concorrenziali come il gasdotto EastMed e la Nato sempre più a pezzi mentre gli Usa probabilmente sono meno disposti a battersi per i diritti della Grecia o di Cipro e maggiormente inclini a lisciare il pelo a Erdogan, padrone di una parte della Libia e attore ineludibile in Siria per tenere sotto pressione Putin. E così nella nuova Patria Blu della Turchia sprofondano i progetti di cooperazione e affiorano vecchi e nuovi conflitti. (Alberto Negri)

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VENTI DI GUERRA SULLA GRECIA: LA NECESSITÀ DI UNA MARINA EUROPEA

di Marco Malaguti, 31/7/2020, da https://www.progettoprometeo.it/

   Non passa giorno che la Turchia non irriti o provochi qualcuno dei suoi numerosi confinanti: Grecia, Siria, Armenia, Iraq, Cipro, sono tutti stati che bene o male si trovano ad avere a che fare con le mire espansionistiche di un presidente, quello turco, che non fa mistero delle sue velleità neo-ottomane.

   Tuttavia, la Grecia, in questo numeroso club, è quella che appare più isolata; un fatto sorprendente se consideriamo che al contempo è anche la nazione più occidentalizzata e da più tempo parte della NATO. I recenti fatti di questi giorni hanno tuttavia messo in evidenza la veridicità di questo isolamento, fatto non nuovo, ma che mai era emerso in tutta la sua drammaticità.

   I recenti accordi tra la Turchia ed il governo libico di Fayez al-Sarraj hanno dato la stura, oltre ad una nuova politica di potenza turca in Tripolitania, anche ad una recrudescenza dell’aggressività anatolica nell’Egeo e nel Mediterraneo Orientale. Tramite l’accordo con Tripoli, infatti, la Libia virtuale di al-Serraj e la Turchia di Erdogan si sono spartite una corposa sezione diagonale di Mar Mediterraneo che unisce la Cirenaica (che peraltro al-Serraj non controlla) e le coste dell’antica Licia, nella moderna provincia turca di Adalia.

   Senza una cartina geografica alla mano è difficile comprendere la portata destabilizzante di tale accordo: le due zone economiche esclusive, quella libica e quella turca, vengono a toccarsi, finendo per annettere unilateralmente ampi tratti di mare che sono già parte di un’altra zona economica esclusiva, ossia quella greca.
In particolare, la nuova estensione unilaterale della ZEE turca minaccia da vicino le acque territoriali greche presso le isole di Castelrosso, Rodi, Scarpanto, Caso e le coste orientali dell’isola di Creta.

Simili provocazioni sono state portate avanti dalla Turchia anche nelle acque a sud-est di Cipro, dove Ankara ha deciso di procedere unilateralmente a trivellazioni per la ricerca di idrocarburi incurante del fatto che le aree interessate siano parte della ZEE cipriota suscitando, tra le altre cose, anche l’irritazione di Israele.

   Per rimarcare i suoi propositi, Erdogan, contemporaneamente alla nuova trasformazione di Santa Sofia in una moschea, ha optato per una politica di esercitazioni e scorte militari nell’Egeo, con il proposito, nemmeno troppo larvato, di provocare Atene e saggiare le eventuali reazioni delle sue forze armate. Le navi oceanografiche di Ankara hanno gironzolato liberamente nelle acque della ZEE greca nei pressi di Castelrosso, a soli due chilometri dalla costa anatolica, debitamente scortate da oltre diciassette navi da guerra e svariati sommergibili: un’esibizione muscolare che, oltre a causare la fuga di migliaia di turisti dal Dodecaneso, ha messo in allerta le forze armate elleniche, non nuove a provocazioni di questo genere.

Aviazione e marina militare di Ankara, infatti, da anni si esibiscono in provocazioni ai confini greci: l’aviazione turca, ad esempio, è ormai habituè dello spazio aereo greco sulle isole di Lesbo, Lemno e Rodi, mentre analoghe provocazioni sono portate avanti, nelle stesse zone, anche dalla marina militare, che opera in questo senso anche nelle acque a sud-est di Cipro, isola tutt’ora occupata illegalmente dalla Turchia per oltre un terzo del suo territorio.
In tal senso, nemmeno le forze armate terrestri erano rimaste a guardare, con l’esercito turco che durante lo scorso mese di maggio ha proceduto all’occupazione di un piccolo lembo di territorio greco ad oriente del fiume Evros, nella provincia ellenica della Tracia.
In questo scenario di aggressività la Grecia è senza alleati. Nonostante sia parte dell’Alleanza Atlantica, nessuno, ad eccezione forse della Francia, sembra aver capito la gravità della situazione nella quale i greci si trovano. Donald Trump, inquilino della Casa Bianca alle prese con la campagna elettorale per la rielezione e l’emergenza Covid-19, che negli Stati Uniti non accenna a placarsi, non sembra avere intenzione di occuparsi minimamente della faccenda, posizione questa già assunta dagli Stati Uniti anche in merito al contesto libico.

   Dall’altro campo, Vladimir Putin, considerato l’unico contrappeso alle ambizioni turche in Medio Oriente, non sembra intenzionato ad assumere lo stesso ruolo anche nell’Egeo, nonostante Ankara continui a sobillare la minoranza tatara (e musulmana) di Crimea contro le autorità di Mosca.

   Altro grande assente è l’Unione Europea: schiacciata com’è dalle sue discussioni di carattere economicistico su Recovery Fund, MES e altre misure per fronteggiare la più grave crisi economica degli ultimi decenni, l’unione politica e monetaria della quale Atene fa parte dal 1981 non sembra interessata a prestare alcun aiuto al piccolo stato mediterraneo, complice anche la nutrita comunità turca (tre milioni di persone, di cui la metà ancora con cittadinanza turca) da decenni incistata nel Paese più forte e “pesante” dell’UE, la Germania, con la quale Ankara intrattiene profondi legami economici fin dall’epoca del primo conflitto mondiale.
Battitori liberi, invero gli unici attori in grado di portare soccorso ai Greci in questo frangente sembrano essere da un lato la Francia di Emmanuel Macron e dall’altro Israele. Diviso da Erdogan per via della frammentaria situazione libica (i turchi appoggiano al-Serraj, i francesi Khalifa Haftar), l’inquilino dell’Eliseo non ha gradito le provocazioni turche indirizzate alla Marine Nationale al largo della Libia dove in un caso le navi militari turche hanno puntato i loro sistemi balistici contro la fregata transalpina Courbet mentre questa tentava di ispezionare un cargo turco carico di armi per al-Serraj.

   L’escalation dell’aggressività turca nei confronti di Parigi ha causato il ritiro, per protesta, della Marine Nationale dalla missione NATO “Sea Guardian” colpevole, secondo una dura lettera dell’ambasciatore francese presso l’alleanza Muriel Domenach, di un eccessivo atteggiamento di appeasement nei confronti di Ankara. Non più di una settimana fa, Macron si è spinto oltre, incontrando all’Eliseo il presidente cipriota Nikos Anastasiades, accusando la Turchia di violazione della sovranità sia greca che cipriota, e proponendo sanzioni contro la Turchia.

   Macron era però stato anticipato già dal presidente israeliano Benjamin Netanyahu. Il capo del governo di Gerusalemme e leader del Likud era infatti giunto ad Atene già nel mese di gennaio, prima dell’esplosione della pandemia, per concordare con Atene e con Nicosia una politica di contenimento nei confronti dell’ingombrante vicino musulmano anatolico. Israele in particolare non gradisce la politica di potenza neo-ottomana di Erdogan, che mira a compattare i musulmani dietro la bandiera turca e che ha assunto, negli ultimi anni, forti connotati antisionisti e filo-palestinesi.

   In particolare, le ambizioni turche a sud-est di Cipro mettono a repentaglio le ambizioni israeliane nell’area (che si trova ai confini della ZEE israeliana), e Gerusalemme non gradisce movimenti ostili della marina militare turca a poche miglia marine dalle coste israeliane. Ad Atene, Netanyahu ha siglato gli accordi conclusivi per il gasdotto East-Med destinato a collegare, una volta ultimato, i giacimenti di metano denominati “giacimenti Leviathan”, nella ZEE israeliana, con la Grecia e le coste pugliesi, passando proprio al centro delle rivendicazioni turco-libiche nella ZEE greca. Accordi di carattere economico, quelli tra Atene e Gerusalemme, dalle fortissime implicazioni militari.

   Del resto, la collaborazione tra Grecia e Stato Ebraico nel settore della Difesa non è nuova, e all’interno di questo solco si colloca il recentissimo annuncio, da parte del Primo Ministro ellenico Mitsotakis, di un nuovo progetto di collaborazione tra i cantieri navali greci ONEX Neorion di Siro e quelli israeliani della Israel Shipyards Ltd di Haifa.
Il progetto israelo-ellenico prevede la collaborazione tra i due paesi nella costruzione di una nuova classe di corvette per la marina militare greca, denominata classe “Themistocles”, adattamento alle esigenze elleniche della israeliana classe “Sa’ar 72”, il cui obbiettivo sarà proprio rendere più competitiva la marina di Atene nelle acque dell’Egeo e di Cipro.

   Al di là di queste due sponde, nonostante Ankara stia creando problemi a tutti i suoi vicini, Atene non ha ricevuto alcun aiuto, a cominciare da paesi come l’Italia, che tutto hanno da perdere in un’eventuale ascesa della Turchia al ruolo di potenza egemone nel Mediterraneo.

   Ancora oggi, nell’anno 2020, la prima flotta per tonnellaggio dislocata nel Mar Mediterraneo è quella britannica, come ai tempi del British Empire, quando Londra controllava completamente Gibilterra, Malta, Cipro, Suez, l’Egitto ed il Mandato della Palestina, e nonostante questo Londra non sembra minimamente intenzionata, come il resto della NATO, ad intervenire nel porre un freno alle ambizioni turche sul territorio della Grecia. Solo se Erdogan giungesse a minacciare le due basi britanniche cipriote di Akrotiri e Dhekelia il Regno Unito reagirebbe, ma non ci sono segni di eventuali minacce turche alle due enclavi inglesi sull’isola.
In un Mediterraneo troppo frazionato tra potenze di medio calibro (e dunque potenzialmente instabile) quali Francia, Italia, Turchia, Regno Unito, Israele, e potenzialmente anche Egitto e Spagna, emerge la necessità di una nuova forza militare che possa nuovamente essere arbitra degli assetti e della stabilità del “mare di mezzo”. Questa forza, che ancora non esiste, è la futura Marina Militare Europea unificata, parte di quel grande progetto, l’esercito unico europeo, che ancora stenta a decollare, arrancando tra vincoli di bilancio, veti incrociati, ed egoismi nazionali dei vari paesi membri.
Nemmeno a dirlo, l’unico Politico (P maiuscola), ad aver intuito la svolta necessaria sembra ancora una volta Emmanuel Macron. Più volte Macron ha dichiarato che la NATO, della quale anche la Francia fa parte, non sembra all’altezza delle sfide che la contemporaneità le pone davanti. Parole molto dure, che rievocano quell’affermazione, dello scorso autunno, secondo la quale la NATO è “in stato di morte cerebrale”, pronunciata sempre da Macron e sempre in merito all’atteggiamento dell’Alleanza verso la Turchia.

   Senza Esercito Europeo, Marina Militare Europea, Aeronautica Europea emerge come, oggi più che mai, la Grecia è destinata ad essere sola di fronte ad un vicino di casa bellicoso, popoloso, nazionalista e forte del secondo esercito più grande della NATO.

   L’Unione Europea ha già tratto amare lezioni dal suo atteggiamento ignavo tenuto in passato verso la Bosnia, il Kosovo e l’Ucraina, ma la partita che si gioca a Castelrosso e attorno alle isole egee questa volta coinvolge direttamente un altro stato membro, mettendo in palio la credibilità stessa dell’intera istituzione europea.

   Erdogan sembra dunque essere il più involontario e contemporaneamente il più prezioso degli alleati dell’integrazione europea: tramite le sue continue sfide in ambito militare, migratorio e demografico, nulla sembra chiamare più efficacemente i Paesi dell’UE ad una collaborazione e ad un progressivo accentramento della sovranità su Bruxelles. Se anche le tensioni nell’Egeo serviranno ad una progressione in questo senso lo vedremo solamente nel prossimo futuro; per ora, i cannoni turchi rimangono puntati su Castelrosso e sulla Grecia. (Marco Malaguti, 31/7/2020, da https://www.progettoprometeo.it/)

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PROVE DI FORZA NEL MEDITERRANEO, ITALIA CON CIPRO, GRECIA E FRANCIA. ED ERDOGAN…

di Stefano Pioppi, da https://Formiche.Net/, del 25/8/2020

   L’Europa si compatta per evitare l’escalation nel Mediterraneo orientale. È iniziata “Eunomia”, un’esercitazione navale che coinvolge le unità di Grecia, Cipro, Francia e Italia. “È necessario un approccio bilanciato per la ricerca di una sempre maggiore cooperazione e dialogo tra le parti”, ha detto il ministro Lorenzo Guerini a margine del vertice a Berlino con i colleghi dell’Ue. La risposta di Erdogan è però netta: “La Turchia resta determinata a fare tutto il necessario per ottenere il riconoscimento dei propri diritti nell’Egeo, nel Mar Nero e nel Mediterraneo”.

L’ESERCITAZIONE

Il primo a dare annuncio dell’esercitazione “Eunomia” è stato il ministro della Difesa greco Nikos Panagiotopoulos ripreso dalla stampa ellenica e seguito dalla collega francese Florence Parly. “Il nostro messaggio è semplice: priorità al dialogo, alla cooperazione e alla diplomazia affinché il Mediterraneo orientale sia uno spazio di stabilità e di rispetto del diritto internazionale” e non “un terreno di giochi di potenza”, ha detto la ministra francese specificando la partecipazione transalpina: tre velivoli Rafale, una fregata e un elicottero. Si prevedono attività in mare e cielo, con esercitazioni su ricerca e salvataggio. Le manovre sono “di media complessità”, finalizzate ad aumentare la “maritime situational awareness” degli attori coinvolti, cioè la capacità di avere consapevolezza del contesto operativo in mare. Si svolgono nell’ambito della Quartet Cooperation Initiative (Quad), attività quadrilaterale di coordinamento nel settore marittimo finalizzata ad assicurare una presenza navale costante nella regione”, spiega palazzo Baracchini.

LA LINEA ITALIANA

In questo contesto, lo scorso febbraio, i ministri della Difesa di Cipro, Francia e Italia, cui si è aggiunta la Grecia, hanno convenuto sulla opportunità di avviare forme di collaborazione strutturate, sempre improntate al dialogo e alla cooperazione. Va letta in tal senso l’esercitazione Eunomia, a cui l’Italia partecipa con la nave Durand De La Penne, già impegnata nel Mediterraneo orientale per la campagna addestrativa a favore degli allievi dell’Accademia Navale. La stessa unità, durante il trasferimento verso l’area di esercitazione a largo di Cipro, ha svolto anche una attività addestrativa cosiddetta di “passaggio” con la Marina turca, durata circa quattro ore durante il transito verso Cipro.

ESERCITAZIONI A CONFRONTO

Un doppio impegno che non deve confondere. “L’attività conferma e rafforza la cooperazione tra gli attori coinvolti, essenziale per dare concretezza all’azione che vede il nostro Paese impegnato per la stabilizzazione della Regione”, spiega il ministero della Difesa in una nota.  “Troppo semplicistico dire che l’Italia supporti la Turchia o la Grecia – nota in un tweet l’esperta dell’Ecfr Cinzia Bianco – infatti, come gli Stati Uniti, Roma rifiuta silenziosamente ma fermamente di alimentare una rottura nella Nato e di favorire la polarizzazione del Mediterraneo orientale”. La posizione è d’altra parte simile a quella americana. Oggi, come riporta il ministero della Difesa turco, anche il cacciatorpediniere USS Winston Churchill della Marina Usa ha svolto attività esercitative con le unità turche. Pure in questo caso, trattasi di manovre “di passaggio”, di minore portata rispetto a quelle condotte dagli americani ieri con la Marina greca e sud di Creta.

IL RUOLO TEDESCO

Per quanto riguarda il Vecchio continente, all’esercitazione di Francia e Italia si aggiunge la spinta diplomatica della Germania, protagonista di un tentativo di mediazione che tarda a mostrare i suo frutti. Ieri, il ministro degli Esteri Heiko Maas è stato ad Atene e Ankara, mentre la stessa Angela Merkel era già stata protagonista di un’intermediazione dell’ultimo minuto, notturna e telefonica, per evitare l’escalation a fine luglio, quando la Grecia aveva allertato la sua Marina (e richiamato il capo di Stato maggiore) dopo l’avviso ai naviganti (Navtex) turco per l’avvio di attività di ricerca di idrocarburi tra le isole greche di Rodi e Castelrosso, con l’invio lì di almeno 18 unità militari mentre due caccia F-16 dell’aviazione penetravano nello spazio aereo greco.

IL PUNTO DI ERDOGAN

Al rinnovato attivismo europeo continua comunque a contrapporsi la determinazione di Recep Tayyip Erdogan. Il presidente è tornato sul dossier dalla città di Malazgirt, dove ha presieduto oggi la commemorazione della battaglia del 1071, quando i turchi selgiuchidi sconfissero le truppe dell’impero bizantino. L’atmosfera del ricordo ottomano (sempre più ricorrente) ha fatto alzare i toni a Erdogan. La Turchia “non scenderà a compromessi” con la Grecia, ma anzi resta “determinata a fare tutto il necessario per ottenere il riconoscimento dei propri diritti nell’Egeo, nel Mar Nero e nel Mediterraneo”. Si aggiunge una minaccia neanche troppo velata. Eventuali errori di Atene, ha detto il presidente, “saranno la sua rovina”.

I VERTICI A BERLINO

L’immagine che rende meglio è quella usata ieri del tedesco Maas: “Ogni scintilla può portare alla catastrofe”. Per questo le diplomazie europee sono a lavoro. Oggi a Berlino ci sono i ministri della Difesa dell’Ue. Domani sarà la volta dei colleghi degli Esteri con la crisi nel Mediterraneo orientale al primo punto dell’agenda. Eppure, l’impressione è che il contesto migliore per risolvere la questione sia la Nato, lì dove sono presenti i rappresentanti turchi e dove i meccanismi di dialogo sono più rodati a livello operativo. Aiuterà in questo la presenza a Berlino per il vertice europeo di Jens Stoltenberg, segretario generale dell’Alleanza Atlantica, che domani si vedrà faccia-a-faccia con la cancelliera Merkel. “Siamo preoccupati della situazione nel Mediterraneo orientale”, ha detto oggi Stoltenberg. “Abbiamo bisogno di de-escalation e dialogo – ha aggiunto – Turchia e Grecia sono entrambi da tanti anni importanti alleati della Nato”.

DIALOGO CON ANKARA?

Sulla linea dell’Alleanza (tesa a evitare lo strappo) c’è anche l’Italia. Non è un caso che i ministri Luigi Di Maio e Lorenzo Guerini abbiano fatto entrambi visita ad Ankara (nel giro di tre settimane) come prima missione ufficiale dopo il lockdown. “Auspico che si compia ogni sforzo per una soluzione bilanciata delle contese emerse”, ha detto Guerini a inizio luglio dopo l’incontro con l’omologo turco. Emergeva anche allora fermezza su un punto: “Ogni eventuale violazione del rispetto delle norme di diritto internazionale in quell’area verrà registrata”. A novembre, quando l’attenzione era tutta per le attività portate avanti dalla Turchia all’interno della zona economica esclusiva cipriota, il ministro italiano spiegava che “la Difesa ha confermato la sua prontezza a garantire la tutela dei suoi interessi nazionali nell’area”, e che, “in accordo con la compagnia italiana Eni, il governo segue con attenzione le costanti attività di esplorazione in coordinamento con Cipro e la Francia, co-licenziataria in alcuni blocchi attraverso Total”. (Stefano Pioppi, da https://Formiche.Net/)

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NEL CONFINE STRETTO DEL MEDITERRANEO DOVE ERDOGAN GIOCA LA BATTAGLIA DEL GAS

di Marco Ansaldo, da “la Repubblica” del 21/07/2020

   Il caso delle miglia marine greche da sempre contestate da Ankara rischia di essere un nuovo motivo di contenzioso in una regione ad alta tensione. Un nodo che Erdogan potrebbe decidere di tagliare in modo spiccio, avviando trivellazioni petrolifere in tutta l’area del Mediterraneo orientale.

   E pure Cipro si prepara a vivere una stagione difficile dopo che Ankara ha annunciato esplorazioni di gas e di petrolio a sud, in acque considerate secondo la sfera geopolitica greca e greco-cipriota come proprie. Ankara ha deciso di dare il via libera, entro pochi mesi, sui lotti 1, 4, 5, 6, 7 del giacimento gas chiamato Afrodite, dato in concessione unilateralmente a compagnie straniere dalla parte greca dell’isola.

   Lo scorso 29 maggio, data importante perché anniversario della conquista di Costantinopoli da parte di Mehmet, la nave Fatih (Cioè il Conquistatore) è partita dal Mar Nero per attraversare l’Egeo e posizionarsi nel Mediterraneo. La Turchia appronta le sue navi anche nel braccio di mare più a ovest, verso la Libia, in virtù del Memorandum di intesa firmato a novembre 2019 con il governo di Tripoli.

   Non tutti i Paesi litoranei, o interessati allo sfruttamento dell’area, plaudono allo scenario: Israele, Francia, Grecia, Cipro, Egitto e Emirati Arabi hanno da tempo lanciato l’allarme.

   Non l’Italia, oggi orientata a riprendere i rapporti con Ankara. Molti segnali lo confermano. Luigi Di Maio non ha siglato il protocollo del Cairo sul gasdotto EastMed, perché “troppo sbilanciato” in Libia contro la Turchia. E a maggio il ministro non ha firmato la nota di protesta elaborata da Francia, Grecia, Egitto e Emirati contro le “attività illecite” della Turchia.

   Ultimo tassello: la collaborazione tra servizi turchi e italiani nella liberazione della cooperante in Somalia, Silvia Romano. Snodo fondamentale di questa partita geopolitica è l’EastMed, il gasdotto del Mediterraneo orientale, che collega le risorse energetiche del mare alla Grecia continentale attraverso Cipro e Creta. Il progetto prevede l’Italia come approdo del trasporto di gas. L’EastMed finirebbe per aggirare la Turchia, ed Ankara ovviamente non ci sta. (Marco Ansaldo)

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COME MUORE IL MEDITERRANEO, IL PIU’ GRANDE MARE DELLA STORIA

di PETER SCHWARTZSTEIN, The Atlantic, Stati Uniti (da INTERNAZIONALE del 20 dicembre 2019) (https://www.internazionale.it/ )

   La maggior parte dei mari del mondo soffre di qualche forma di problema ambientale, ma pochi si sono deteriorati velocemente e qualitativamente come l’estremità orientale del Mediterraneo. Nonostante abbia dato vita ad alcune delle più grandi civiltà della storia, il Mediterraneo orientale è diventato un triste simbolo degli attuali fallimenti degli stati litoranei. In quei luoghi dai quali gli antenati salpavano, molti oggi gettano rifiuti industriali. Le conquiste, tra gli altri, di greci, fenici, romani ed egizi dell’età dei faraoni non fanno altro che evidenziare la decadenza politica ed economica dei loro discendenti.

   Negli ultimi anni il Mediterraneo orientale è diventato in un certo senso il palcoscenico nel quale salvare o distruggere, una volta per tutte, il mare: “ora o mai più”. Ingenti e nuove scoperte di gas al largo delle coste hanno messo i paesi che si affacciano sulle sue coste gli uni contro gli altri, nel tentativo di accaparrarsi una parte delle risorse. Il riaccendersi di giochi di potere strategici, in particolare a proposito della Siria, hanno trasformato ancor di più il mare in un campo di battaglia geopolitico. In alcune sue parti, navi da guerra e aerei militari provenienti da luoghi lontani come il Pakistan attraversano furtivi le sue acque.

   Mentre buona parte dell’Europa si preoccupa dei flussi migratori provenienti dal confine meridionale del continente, aumentano più che mai anche gli ostacoli alla ricerca di una soluzione per i mali ambientali del Mediterraneo orientale.

Caldo e soffocato dalla plastica
Allo stato attuale la situazione è molto preoccupante. Il Mediterraneo si sta scaldando a uno dei ritmi più rapidi al mondo (fino a 0,12 gradi all’anno, in superficie) ed è soffocato dalla plastica. Nonostante il Mediterraneo è pari ad appena l’1 per cento degli oceani del mondo, contiene il 7 per cento delle sue microplastiche. Gli stati costieri continuano a riversare in mare tonnellate di materiali, dagli oli industriali ai rifiuti fognari non trattati, il che significa che non esiste praticamente più un ecosistema intatto (qualcosa di simile accade sulla terraferma: basi navali affiancano spiagge ricoperte d’immondizia e discariche sulla costa, mentre a bilanci militari relativamente elevati si accompagnano ministeri dell’ambiente privi di fondi).

   Per i milioni di persone che dipendono dal Mediterraneo per il proprio posto di lavoro, e per i molti milioni di altri che lo considerano un “polmone blu” di una regione dove spesso il caldo è soffocante e le città sono claustrofobiche, le battaglie del mare rischiano di diventare anche le loro.

   Ma potrebbe esserci un sottotesto ancora più importante nel declino del Mediterraneo orientale. Per millenni le persone che vivevano vicino a esso prosperarono grazie agli scambi reciproci, commerciando costantemente e spesso cooperando da una costa all’altra, creando alcune delle più grandi civiltà della storia mondiale. Ma questo succedeva molto tempo fa, e il declino intellettuale della regione è specchio della sua decadenza ambientale. Schiacciato dall’unilateralismo, dall’avidità e da una cronica miopia politica, il più grande mare dell’antichità somiglia al mondo contemporaneo in miniatura. Con i negoziati sul clima delle Nazioni Unite di quest’anno appena conclusi a Madrid con pochi risultati concreti, le lezioni offerte dal Mediterraneo orientale non autorizzano un particolare ottimismo.

   “Sono tornato nel Mediterraneo dopo trent’anni e ho il cuore spezzato”, mi dice Gaetano Leone, napoletano di nascita e oggi direttore della segreteria del Piano d’azione per il Mediterraneo del programma ambientale delle Nazioni Unite (Unep/Map). “Torneremo mai a quel Mediterraneo azzurro che ospitava i pesci migliori e spiagge intatte? Non so se riusciremo a tornare a questa immagine romantica e ideale”.

   Alcuni dei problemi del Mediterraneo sono dovuti alla sua insolita topografia. Avendo pochi sbocchi verso l’esterno, occorrono circa cento anni perché una goccia d’acqua esca da questo mare. La diluizione delle tossine è quindi ridotta, e dal momento che alcune delle sue correnti più forti si muovono da occidente a oriente, il Mediterraneo orientale paga il prezzo delle cattive pratiche di tutto il bacino. Ma questa è solo una parte della storia.

Una preoccupazione lontana
La guerra lo ha ferito in modi più o meno gravi. Più di recente, in Siria, gli oleodotti sotterranei del terminal petrolifero di Baniyas sono stati sabotati, il che ha provocato la dispersione di greggio verso le coste vicine e oltre, mentre gli impianti di trattamento delle acque reflue di Gaza, danneggiati dalle bombe, continuano a sversare rifiuti non trattati nei fondali. Come sempre accade in tempo di guerra, l’ambiente tende a diventare una preoccupazione lontana.

   Anni di disfunzioni economiche e politiche hanno inoltre lasciato un segno preoccupante. Impantanate in crisi finanziarie di varia gravità, in alcune parti dell’Africa del nord, dell’Europa del sud e del vicino oriente la protezione del mare è diventata una priorità sempre meno urgente. La Grecia è uno dei tanti paesi che, nella sua corsa agli investimenti, hanno trascurato alcune delle migliori pratiche ambientali. “Durante gli anni di crisi, abbiamo cercato di spremere al massimo le nostre coste”, mi racconta Dimitris Ibrahim, un funzionario della programmazione marina del Wwf in Grecia. “Non accade solo in Grecia, naturalmente, ma si è diffusa una retorica secondo cui la protezione dell’ambiente è un freno alla crescita. Alcune persone dicono: ‘Voglio che la prossima generazione possa godere di un ecosistema sano, ma devo anche dare da mangiare ai miei figli’”.

Oggi abbiamo mille specie aliene. È come se ci fosse un altro Mediterraneo nel Mediterraneo

E quando gli stati non riescono a coordinarsi per periodi di tempo lunghi, come è spesso accaduto nel Mediterraneo orientale, ci sono conseguenze impreviste. Il canale di Suez, per esempio, ha facilitato il passaggio di specie invasive aggressive dal mar Rosso, molte delle quali, come l’appuntito pesce scorpione, hanno gettato scompiglio e decimato le riserve ittiche locali. I problemi non hanno fatto che peggiorare con l’allargamento del canale nel 2014, che a quanto pare è stato realizzato dall’Egitto preoccupandosi pochissimo dell’impatto ambientale che avrebbe avuto altrove. “La situazione è pessima. Davvero pessima”, mi dice Bayram Öztürk, fondatore e direttore della fondazione di ricerca marina turca. “Oggi abbiamo mille specie aliene nel Mediterraneo. È come se ci fosse un altro Mediterraneo nel Mediterraneo”.

   Ma questi potrebbero essere in realtà i problemi più risolvibili. Il deterioramento del Mediterraneo orientale, soprattutto di recente, è anche il risultato di un mondo che appare più incapace che mai di rinunciare a guadagni economici a breve termine, nonostante le sue ferite ambientali peggiorino di giorno in giorno. Nell’ultimo decennio, imponenti scoperte d’idrocarburi hanno scatenato una corsa alle risorse sottomarine, con paesi come Egitto, Israele, Cipro e Grecia che si sono mossi per sfruttare i loro ritrovamenti.

   Questo zelo estrattivo degli stati alimenta, a ragione, il timore di riversamenti in mare tra gli ambientalisti. Quando una petroliera è affondata vicino ad Atene due anni fa, le autorità, poco equipaggiate, hanno faticato a contenere le perdite nonostante le perfette condizioni atmosferiche e la vicinanza con la capitale, racconta Ibrahim del Wwf. Se dovesse accadere qualcosa vicino a uno dei principali giacimenti isolati, l’impatto potrebbe essere catastrofico.

   Gli ambientalisti sono preoccupati anche per la biodiversità del Mediterraneo, buona parte della quale sta rapidamente scomparendo, man mano che petroliere, trivelle e l’incessante inquinamento si appropriano degli habitat naturali. Molte tartarughe marine sono arrivate morte sulle coste israeliane in circostanze che i funzionari locali ritengono legate alle esplosioni sottomarine. Analogamente, in Grecia, la combinazione di aumento del traffico marino da e per il canale di Suez e di rumoroso sfruttamento sotterraneo dell’energia sta uccidendo o allontanando capodogli e zifio sensibili agli ultrasuoni. Questi effetti negativi non potranno che accelerarsi se saranno approvati importanti infrastrutture come i gasdotti, nel tentativo dell’Unione europea di liberarsi della sua dipendenza dalla Russia.

Una polveriera
Ma più di tutto ambientalisti e funzionari temono che la decisa espansione navale che aumenta lo sfruttamento dei giacimenti di gas faccia scomparire ogni preoccupazione ambientale, trasformando al contempo la regione ancor di più in una polveriera. La Turchia è diventata una potente presenza marittima, che porta avanti una strategia che molti dei suoi vicini considerano un tentativo di dominare la porzione orientale del Mediterraneo. Anche Egitto e Israele hanno rafforzato i loro effettivi, in parte per sorvegliare i loro impianti di gas. La Russia ha di recente condotto la sua principale esercitazione navale nel Mediterraneo dai tempi della guerra fredda, proprio mentre gli Stati Uniti aumentano le loro operazioni in una regione che per anni hanno trattato come qualcosa d’irrilevante. Sembra che perfino l’Iran e la Cina stiano mostrando i muscoli. Il primo ha ottenuto una parte del porto di Latakia, in Siria. La seconda ha investito pesantemente nella regione e controlla una serie di importanti porti mediterranei, tra cui il Pireo.

   Anche se le possibilità sono poche, la minaccia di scontri è stata sufficiente a congelare la cooperazione transfrontaliera. Attivisti ecologisti delle aree turca e greca di Cipro hanno dovuto agire con estrema prudenza adesso che la Turchia, che occupa la parte settentrionale dell’isola, conduce le sue ricerche di gas in acque che la comunità internazionale non riconosce come sue.

   I loro colleghi in Egitto, Libia e oltre riferiscono di una crescente intimidazione da parte dello stato. Mentre la regione si divide in nuove e variabili alleanze, con Egitto, Israele, Grecia e Cipro da una parte, e adesso Turchia e Libia dall’altra, gli sforzi di preservazione ambientale diventano sempre meno una priorità politica. “Siamo arrivati a questa situazione a causa di una pessima amministrazione, degli interventi politici e naturalmente della corruzione, e tutto questo penalizza il Mediterraneo”, ha dichiarato in un’intervista il ministro dell’ambiente libanese, Fadi Jreissati. “Per dirla in parole semplici, la politica sta uccidendo la natura”.

   I mari possono subire gravi maltrattamenti senza darne segno, e questo potrebbe essere parte del problema. La maggior parte del Mediterraneo orientale si presenta ancora con un tale splendore che non è difficile per un osservatore casuale ignorarne i gravi problemi. Ma non manterrà quest’apparenza per molto tempo. A causa dei cambiamenti climatici e della rapida crescita della popolazione, i problemi non potranno che accelerarsi e inasprirsi. “Ogni anno le tempeste si fanno più violente e imprevedibili”, mi spiega Dimitris Achladotis, un pescatore della remota isola greca di Kastellorizo. “Non c’è più niente di normale ormai”.

   Ci sono chiaramente alcuni punti da cui partire. In primo luogo gli stati non possono dedicarsi da soli alla salvaguardia dell’ambiente, per quante scarse possano essere le relazioni tra loro. Il Mediterraneo orientale è troppo piccolo e troppo interconnesso per permettere azioni unilaterali. I suoi paesi hanno tutti avuto un ruolo nell’inquinamento delle acque. Dovranno collaborare per risolvere le cose.

   Appare inoltre chiaro che, per un rapido cambiamento, non si può fare affidamento né sui governi regionali né sulla società civile, anche se tutti decidessero di cooperare. Per dare un’idea di quanto poco la maggior parte degli stati si stia dando da fare per la crisi, basti pensare che il Libano, forse in proporzione il paese più inquinante del Mediterraneo, fornisce al suo ministero dell’ambiente un bilancio annuale di appena nove milioni di dollari.

   La maggior parte delle ong e delle istituzioni sovraregionali hanno troppo poche risorse, sono troppo intimidite dai loro stati d’origine spesso autoritari, o troppo prive di potere, in un’epoca nella quale molte di queste questioni non sono nei radar delle autorità ufficiali. “Possiamo fare un sacco di rumore. Possiamo stare col fiato sul collo delle autorità, ma se le persone non ascoltano c’è un limite a quel che possiamo ottenere”, ha sostenuto Asaf Ariel, responsabile scientifico presso EcoOcean, un’ong israeliana, in un’intervista.

   Gli interessi commerciali potrebbero rappresentare la carta migliore del Mediterraneo, ma non nella forma di petrolio o gas. Più di duecento milioni di turisti affollano ogni anno le coste di questo mare, e c’è un limite alla quantità di rifiuti sulle spiagge, ai problemi legati alla scarsa qualità dell’acqua, o ai banchi di meduse che i visitatori possono tollerare. Se, o più probabilmente quando, il peggioramento delle condizioni comincerà a danneggiare in profondità le attività turistiche, le conseguenze saranno gravi. Le economie del Mediterraneo sono troppo fragili per sostenere colpi che possono mandare al tappeto uno dei suoi principali settori economici. I governi, sostengono i residenti, non potranno fare altro che agire, indipendentemente dai sentimenti che provano gli uni nei confronti degli altri.

   “Se non puoi nuotare, che senso ha venire qui?”, mi dice Margarita Kannis, consigliera comunale locale e ambientalista di Kastellorizo. “In questa parte del mondo è turismo o niente”.

(da The Atlantic., traduzione di Federico Ferrone, ripreso da INTERNAZIONALE del 20/12/2019) (https://www.internazionale.it/)

Una risposta a "CAOS MEDITERRANEO ORIENTALE: TURCHIA e GRECIA al limite della guerra per controllare i giacimenti energetici dell’Egeo, con Turchia-Libia ed Egitto-Grecia contrapposte. – E l’Italia che appoggia la Turchia per la sua politica libica e i giacimenti estrattivi Eni – A quando una politica mediterranea di pace?"

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