Il boom del vino PROSECCO ha portato alla MUTAZIONE DEL PAESAGGIO AGRICOLO nel VENETO (e parte in FRIULI): fenomeno di sviluppo agro-alimentare positivo, se non fosse per la trasformazione agricola in MONOCOLTURA, nell’USO DI PESTICIDI, nell’IMPOVERIMENTO e AVVELENAMENTO della terra

LE SPLENDIDE COLLINE DEL PROSECCO (luogo originario del vitigno) TRA VALDOBBIADENE E CONEGLIANO, nella Marca Trevigiana – LA FORTUNA ECONOMICA PER I TERRITORI DEL PROSECCO è arrivata con il successo mondiale delle bollicine e con l’istituzione, nel 2009, della Doc (denominazione di origine controllata) e delle due Docg (“denominazione di origine controllata e garantita” a Conegliano-Valdobbiadene e Asolo-Montello). L’allora ministro dell’agricoltura Zaia, infatti, creò una Doc che comprende 9 province, tra Veneto e Friuli, e due Docg nelle aree di produzione storica del prosecco. I tre consorzi la pensano allo stesso modo: senza quella mossa il prosecco avrebbero potuto produrlo ovunque nel mondo

   La vendemmia nel Nordest d’Italia del 2018, in particolare del vino prosecco, sarà ricordata come un’annata eccezionale. Grazie alle condizioni climatiche particolarmente favorevoli, la produzione è stata molto superiore alle attese. Con ogni probabilità anche i nuovi vigneti, messi a dimora in questi ultimi anni, hanno avuto un peso non piccolo nell’aumento della produzione.

“PONTE DI PIAVE. UNA FILA INTERMINABILE DI TRATTORI, CON I RIMORCHI COLMI D’UVA. Una scena mai vista, neanche nelle annate più generose. La vendemmia record di quest’anno porta anche alla scena descritta e circolata ieri mattina in una chat di viticoltori: a Ponte di Piave almeno cinquanta trattori erano in coda in attesa di conferire il proprio prezioso carico alla cantina sociale. Tutta via Verdi e tutta via De Gasperi – quasi un chilometro – occupate su un lato, con la Polizia locale incaricata di gestire il traffico per gran parte della mattinata. Insomma, un caos. (…) (DANIELE FERRAZZA, 19/9/2018, “LA TRIBUNA DI TREVISO”)

   E il prossimo anno sarà ancora “di più” (condizioni climatico-atmosferiche permettendo). Perché altri vigneti già piantumati, in corso di maturazione, ci saranno. Pertanto la produzione, nonostante i limiti posti crescerà ancora. Con una qualità sempre minore, che non interessa (interessa il business).
Oltre 500 milioni di bottiglie di vino Prosecco vendute in tutto il mondo ogni anno, un exploit vitivinicolo inimitabile (per qualsiasi altro prodotto agroalimentare) negli ultimi anni. Tra Vicenza e Treviso si nota un graduale cambiamento nel paesaggio: dalle distese di mais ai filari delle viti.

IL CONSORZIO DELLA DOCG DI CONEGLIANO è saturo, si estende su quasi 8.000 ettari. Nelle 9 PROVINCIE DELLA DOC gli ettari coltivati a glera, riconosciuti dalla denominazione, sono 24.450. Nella Docg di Asolo, dal 2011 al 2017, i nuovi impianti sono aumentati dell’80% circa. Ogni anno l’Unione europea concede un diritto di incremento della superficie vitata nazionale pari all’1% della stessa. I diritti di impianto vengono distribuiti alle regioni, che li concedono attraverso bandi. Ogni Consorzio di tutela adotta regole diverse per l’accettazione di questi nuovi impianti all’interno dell’aree di competenza. PER LE DUE DOCG VALE L’ADESIONE IMMEDIATA: UN NUOVA VITE A GLERA ENTRA AUTOMATICAMENTE NELLA DENOMINAZIONE. NEL CONSORZIO DOC, INVECE, VIGE IL BLOCCO, DAL 2011. «I nuovi ingressi vengono regolati, per tenere in equilibrio domanda e offerta», sottolinea il presidente della Doc Stefano Zanette. FUORI DALLA DENOMINAZIONE CI SONO 7 MILA ETTARI DI GLERA, piantumati dopo il blocco, che potrebbero non diventare mai prosecco. (Marta Gatti, IL MANIFESTO, 12/7/2018)

Sono molti gli interventi negli ultimi decenni di mutazione dei tanti paesaggi nel Nordest d’Italia (Veneto in particolare, ma anche Friuli), rurali, agricoli, naturalistici, ambientali… mutazioni verificatesi e dovute principalmente alla piantumazione di vigneti di Prosecco. E c’è stato l’annuncio, in questo 2018, che nella provincia di Treviso la viticoltura ha superato, per estensione, le colture cerealicole.

   Dal 2007 la viticoltura a prosecco ha aumentato di un terzo la superficie coltivata. Molti (tutti?) dicono (noi con loro) che c’è stata una sicuramente eccessiva diffusione del Prosecco a scapito di altre (seppur ottime) qualità di uva con il conseguente rischio di una monocoltura… (ma il business è business).

CISON DI VALMARINO – La 2^ Marcia STOP PESTICIDI contro la chimica in agricoltura, si è TENUTA il 13 maggio 2018 da Cison a Follina – NO AI VELENI IRRORATI NEI VIGNETI, TUTELA DELLA BIODIVERSITÀ e SALVAGUARDIA DEL PAESAGGIO sono temi centrali di chi si oppone a quando accade con il boom del Prosecco

   Mutazioni del paesaggio agrario (quel che resta) a volte molto pesanti, e che hanno modificato in maniera sostanziale la conformazione del territorio. Con risvolti paesaggistici che sono sotto agli occhi di tutti e che, con tutta probabilità, influiscono anche sull’assetto idrogeologico.
E’ da notare che la trasformazione avviene anche dove da sempre c’erano vigneti: se prima erano distanziati tra di loro nella “giusta misura” (né troppo stretti né troppo larghi, per l’irradiazione solare, le caratteristiche del terreno…), ora molto spesso sono “fitti, fitti” per avere più vitigni possibili e massima (industriale) produzione: il business è adesso… quanto durerà?…non si sa…. e allora bisogna cercare la produzione industriale al massimo, che sfrutta il momento propizio, e nulla tiene conto della qualità dell’uva che ne esce, e ancor meno del vino prodotto (“aggiustato” poi dai bravi enologi, tecnici-chimici che nella cantine arrivano a creare un vino “normalizzato” da eventuali difetti).

GLERA (da Wikipedia) – La GLERA è un VITIGNO A BACCA BIANCA, componente base del PROSECCO. Ha tralci color nocciola e produce grappoli grandi e lunghi, con acini giallo-dorati. NELLA PRODUZIONE DEL PROSECCO LA GLERA COSTITUISCE ALMENO L’85% DELLE UVE UTILIZZATE. La frazione rimanente può essere rappresentata da VERDISO, PERERA, BIANCHETTA, PINOT e CHARDONNAY

   Pertanto la giusta ragionata impostazione del vigneto (una scelta dei terreni adatti, le condizioni microclimatiche, la corretta disposizioni delle piante nello spazio, l’utilizzo di sostanze che non siano velenose – di quest’ultima cosa ne parliamo dopo -, il sole che riscalda, l’acqua, il lavoro umano, i consigli dell’agronomo), tutta questa ragionata impostazione sembra lasciata in secondo piano…. Ora, ad esempio, la meccanizzazione della raccolta che in parte si sta attuando (togliendo il lavoro umano di raccolta, la vendemmia), che può avere certamente dei pro, porta a un nuovo modo di intendere la viticoltura, col rischio di concepirla esclusivamente sulla base del sistema produttivo industriale.

PROSECCO. IL LAVORO DI MOLTI IMMIGRATI NELLA VENDEMMIA RECORD 2018

Allora, riepilogando, le cose che fanno “portare l’uva in cantina” nelle condizioni ideali per un vino di qualità, questo (domandiamo) sta avvenendo nei vigneti del prosecco di adesso?…Non sembra per niente: pare che la priorità sia quella di “sfruttare il momento favorevole”, appunto il business.
La fortuna economica per i territori del prosecco si vede poco, cioè non si è riversata granché sull’indotto limitato della filiera del vino, che sembra determinare una ricaduta assai ridotta della ricchezza sul territorio. Questa fortuna economica comunque, con il successo mondiale delle bollicine e con l’istituzione, nel 2009, della Doc (denominazione di origine controllata, nelle terre di “espansione” del prosecco) e delle due Docg (“denominazione di origine controllata e garantita” a Conegliano-Valdobbiadene e Asolo-Montello, nelle terre di “origine” del prosecco), questa fortuna ha sicuramente origine da un fatto: l’allora ministro dell’agricoltura Zaia, infatti, creò appunto una Doc che comprende 9 province, tra Veneto e Friuli, e due Docg nelle aree di produzione storica del prosecco. Senza quella mossa il prosecco avrebbero potuto produrlo ovunque nel mondo.

Nel giugno scorso la rivista SALVAGENTE (mensile, leader nei Test di laboratorio, https://ilsalvagente.it/ ) ha dedicato un’analisi assai dettagliata sul PROSECCO, esaminando molte produzioni e il livello di presenza di pesticidi in bottiglia

La mutazione del paesaggio che noi vediamo, che tutti vedono, è in particolare nei luoghi oltre la produzione originaria (Docg) del prosecco; a Valdobbiadene, Conegliano Asolo poco è cambiato nel paesaggio: è in pianura, nel resto del Veneto (e Friuli) che la possibilità di utilizzare il marchio “prosecco” (Doc) ha cambiato la fisionomia dei luoghi agricoli, rurali ma anche urbani: case sparse e diffuse, vigneti negli orti, a volte nei giardini, negli angoli di terreni rimasti liberi lungo le strade…ogni posto è buono per fare prosecco… Appunto li si vede (i vigneti) anche lungo le strade che si percorrono, in pianura e anche verso il mare, case alternate a campi coltivati e, a volte, circondate dalle viti.

Invasione di Prosecco e pesticidi nel Bellunese (da TERRA NUOVA)

E nei vigneti di prosecco si fa uso ancora di troppi fitofarmaci, c’è un massiccio utilizzo di sostanze chimiche. Nel giugno scorso la rivista “Il Salvagente” ha fatto delle analisi in alcune produzione di prosecco, venendo a trovare un uso di pesticidi assai rilevante. Fino a 7 fungicidi differenti sono stati a volte trovati…in nessun caso i residui trovati superavano il “limite massimo di residuo” (Lmr) consentito per ogni sostanza, però c’è un effetto sommatorio che non può essere trascurato, si sommano comunque nell’organismo umano.

Scempio ambientale sul Montello per nuovi vigneti di Prosecco, con sbancamento di una dolina (da http://www.trevisotoday.it/)

Ed è nata così una monocoltura del vino, dove i vigneti hanno superato in superficie i cereali.
Noi crediamo poco che si possa fermare questa “invasione”. Ne usciranno sempre più vini che magari non potranno utilizzare il marchio “prosecco”, ma che troveranno il modo di indentificarsi con questi vino con le bollicine. Sarà forse il “Mercato”, più che le “Autorità politiche” (il “gioco” sembra sfuggito di mano alla Regione Veneto…) a decidere quando dire basta. E’ il classico caso di un’iniziativa economica (agroalimentare) in se positiva che rischia di implodere, di ridurre drasticamente ogni qualità, di portare a prodotti di massa solo scadenti, di impoverire il territorio sfruttandolo troppo e rendendolo sterile…

da rai report

Appoggiare ogni forma di “resistenza” a questo sembra essere il minimo che si può fare: dalle manifestazioni “no pesticidi” che si stanno allargando, a sostenere i coltivatori che cercano di produrre vini “altri” (incentivando vitigni locali di ottime antiche qualità) rispetto al prosecco (come la ricerca e coltivazione di cereali di qualità, sementi di grano antichi finora perduti, il biologico diffuso…). E poi la terra ha bisogno anche di momenti di pausa (maggese), di diversificazioni produttive, di non impoverirsi come sta accadendo. (s.m.)

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PROSECCO: NORMATIVA, CIFRE E DATI
– 135 QUINTALI PER ETTARO, è la resa massima nelle Dogc di Asolo e di Conegliano-Valdobbiadene
– 180 QUINTALI PER ETTARO, è la resa massima per i produttori di Prosecco Doc, tutta l’uva in più non può essere rivendicata a Prosecco
– 20 PER CENTO, è il surplus di produzione della vendemmia 2018 che non può essere rivendicato a Doc e Docg, e diventa vino bianco frizzante comune
– 2,1 MILIARDI DI EURO, il valore della produzione totale di Prosecco Doc nel 2017; il Conegliano-Valdobbiadene Docg vale complessivamente 492,5 milioni di euro

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UNA RIFLESSIONE PROVVISORIA E APERTA SULLA VENDEMMIA 2018
L’editoriale del direttore DON ALESSIO MAGOGA, da “L’AZIONE”, SETTIMANALE DIOCESANO di Vittorio Veneto – http://www.lazione.it/Editoriale/
20/9/2018
Nei ricordi dei viticoltori trevigiani il 2018 resterà come l’anno della vendemmia più abbondante e generosa che ci sia mai stata. A memoria d’uomo, nei vigneti di pianura, nessuno ricorda che ci sia stata la necessità di ricorrere a giornate di blocco della raccolta, perché la produzione di mosto si è rivelata troppo abbondante rispetto alle capacità di lavorazione e di stoccaggio delle cantine. Una cosa mai accaduta prima, se non vado errando e se la mia memoria non mi inganna. Un certo scalpore hanno fatto anche gli sversamenti di uva o di mosto sul manto stradale, tanto da allarmare alcuni conducenti e, in particolar modo, i motociclisti.
Un po’ di esperienza “sul campo”, ce l’ho anch’io come tanti altri, perché da noi, gente di pianura, è ancora abbastanza diffuso il vigneto – chiamiamolo così – “di famiglia”, la cui origine affonda le sue radici nelle tradizioni familiari ed è accudito dai membri della famiglia. Generalmente si tratta di appezzamenti di terreno medi o piccoli, ai quali si tiene particolarmente perché ricordano i genitori o i nonni, ma anche perché – ammettiamolo – diventano per il nucleo familiare una fonte di reddito non trascurabile. Infatti, con buona pace di tutti, è noto che la coltura della vite è generalmente più redditizia rispetto ad altri tipi di coltivazione (grano, mais, orzo…).
E alcune qualità di uva, come il Prosecco, sono decisamente vantaggiose. Dimensione culturale e convenienza economica si mescolano e si fondono. Non ci si deve stupire, perché è sempre stato così, non solo nella Marca Gioiosa: cultura ed economia possono sovrapporsi e rigenerarsi vicendevolmente in modo virtuoso.
Dalle nostre parti è piuttosto spontaneo associare la fine dell’estate con la vendemmia. E subito affiorano i ricordi di un tempo, quando la vendemmia era un rito collettivo, capace di coinvolgere tutti i membri di una famiglia e anche del vicinato: dagli anziani – gli esperti la cui parola era piena di autorevolezza –, sino ai bambini, che svolgevano le mansioni più semplici, orgogliosi di dare il proprio contributo… Erano coinvolti persino gli animali che facevano compagnia agli umani, intenti al loro lavoro nei campi.
Tutto questo – ne sono convinto – al giorno d’oggi non si è perduto, ma si sono aggiunti nuovi aspetti e nuove criticità, che un tempo nessuno avrebbe immaginato e invece ora mettono a rischio la dimensione squisitamente culturale e propriamente umana che da sempre caratterizza il mondo della viticoltura. Mi riferisco a varie questioni di grande attualità, come l’uso poco oculato dei pesticidi, il sospetto di forme di sfruttamento della manodopera soprattutto per la potatura, l’indotto limitato della filiera del vino che sembra determinare una ricaduta ridotta della ricchezza sul territorio, l’eccessiva diffusione del Prosecco a scapito di altre (seppur ottime) qualità di uva con il conseguente rischio di una monocoltura…
Da un certo punto di vista, pure la meccanizzazione della raccolta, che ha certamente dei pro, rivela anche dei contro, che si riflettono sul modo di intendere la viticoltura, col rischio di concepirla esclusivamente sulla base del sistema produttivo industriale.
La vendemmia del 2018 sarà ricordata – si diceva – come un’annata eccezionale. Grazie alle condizioni climatiche particolarmente favorevoli, la produzione è stata molto superiore alle attese. Con ogni probabilità anche i nuovi vigneti, messi a dimora in questi ultimi anni, hanno avuto un peso non piccolo nell’aumento della produzione. Tutto questo, come varie voci hanno già preconizzato, non si tradurrà in un abbondante guadagno per gli agricoltori.
L’eccesso di produzione, infatti, ha già creato difficoltà nella fase di raccolta, con la conseguente perdita o svendita di una parte del prodotto, e si paventa anche una certa saturazione del mercato con il rischio di un ribasso dei prezzi del vino. In questi giorni vi è pure chi ha ricordato la necessità di un maggiore controllo in fase di produzione e si è chiesto perché non si sia provveduto a togliere i grappoli in eccesso prima della maturazione.
Nei prossimi mesi vedremo quali saranno gli sviluppi del mercato. In ogni caso, recuperare quell’amore per la terra e quell’attenzione alla qualità, che hanno caratterizzato le generazioni che ci hanno preceduto, è senza dubbio l’operazione culturale – ed anche economica – più urgente e saggia da fare, perché l’agricoltura non diventi preda della speculazione finanziaria, con tutte le conseguenze del caso. Proprio di questi temi si parlerà nell’ambito delle iniziative organizzate della nostra diocesi per la giornata del creato, cui abbiamo dedicato il Primo Piano. (Alessio Magoga)

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TRATTORI IN CODA ALLE CANTINE DI PONTE DI PIAVE: QUEST’ANNO RACCOLTA RECORD
di Daniele Ferrazza, 19/9/2018, da “la Tribuna di Treviso”

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La scomparsa di CAVALLI SFORZA: GENETISTA ESPLORATORE del microcosmo che legge nel DNA l’origine umana, eventi di migliaia di anni fa, la storia dei popoli – Non ci sono RAZZE, ma solo una SPECIE, quella UMANA: con accadimenti culturali, linguisti, geografici, che rendono l’umanità ricca e diversificata

“….LO STUDIO E L’ANALISI DEL DNA, HA PERMESSO DI RICOSTRUIRE IN DETTAGLIO IL PASSATO PIÙ REMOTO della storia dell’uomo…. Lì dove non c’erano più prove concrete sull’origine dell’uomo, dove non si poteva scavare in siti archeologici per ottenere risposta, si è passati all’analisi e alla ricostruzione del dna e alle origini della nostra specie di «homo sapiens», ORIGINI CHE HO CIRCOSCRITTO IN AFRICA. NATO AFRICANO, infatti, L’UOMO È STATO SEMPRE CARATTERIZZATO DALLA VOLONTÀ DI VIAGGIARE, quasi un istinto, che ha portato i nostri antenati a spargersi per il mondo, e colonizzarlo, il tutto in un arco di tempo molto ampio, che va da 100 mila anni fa, con la prima migrazione verso il Medio Oriente, fino a 800 anni fa, con la colonizzazione della Nuova Zelanda e della Polinesia….” (LUIGI LUCA CAVALLI-SFORZA)(la foto è di Luigi Luca Cavalli-Sforza ripresa da “il Manifesto”)

   LUIGI LUCA CAVALLI-SFORZA è morto venerdì pomeriggio del 31 agosto scorso a Belluno, a 96 anni; ed è considerato uno dei più grandi scienziati del Ventesimo secolo. Come gli astronomi osservano nelle galassie lontane cose accadute nel passato, così, grazie a lui, i genetisti ora possono leggere nel Dna eventi accaduti migliaia di anni fa, riuscendo a stabilire tratti della storia dei popoli fino a poco tempo fa del tutto sconosciuti. Dall’origine della specie umana (secondo Cavalli Sforza partita in un unicum dall’Africa), all’importanza delle lingue nella diversificazione avutasi.

80 anni fa la prima legge razziale in Italia

E la capacità riconosciuta a Luigi Luca Cavalli-Sforza è stata proprio di aver scientificamente connesso la ricerca genetica sugli “umani” con accadimenti culturali che questi stessi umani hanno avuto, e che gli hanno diversificati nel loro andare geografico per il globo terrestre; nel venire a stabilirsi a nord o a sud, a est o a ovest: ovunque mantenendo tratti e caratteristiche comunque uniche. E con il desiderio sempre di muoversi, di incontrarsi, in una mobilità positiva che ha cambiato popoli, tradizioni, usanze, economie…

SI PUÒ PARLARE DI RAZZE UMANE? Dal punto di vista scientifico LA DISTINZIONE RAZZIALE NON STA IN PIEDI. Le migrazioni dei nostri antenati infatti hanno mescolato i geni – Il termine “razza” non è scientifico: gli uomini non sono stati isolati geograficamente abbastanza a lungo da creare varietà genetiche distinte. L’UOMO È DA SEMPRE IN CONTINUO MOVIMENTO e le varietà continuano a diluirsi una nell’altra. COME HA DIMOSTRATO IL GENETISTA LUCA CAVALLI-SFORZA, che ha demolito i fondamenti biologici del concetto di razza, LE CIVILTÀ NON SONO STRUTTURE CHIUSE E ISOLATE (da FOCUS, 15/1/2018, https://www.focus.it/ )

   Pertanto siamo in presenza di uno scienziato, ora scomparso a una venerabile età, che ha saputo andare oltre l’antropologia, pur avendola frequentata allo scopo di approfondire i suoi studi, per dare risposte al percorso umano.
Partire dal microcosmo dell’esame scientifico del DNA è, a nostro avviso, un’esplorazione geografica tanto affascinante (e produttiva di risultati e conoscenze) quanto quella degli esploratori di geografie ignote una volta, di terre sconosciute.

“Cavalli Sforza Human Migration” Paths – Espansione dell’uomo moderno nel paleolitico, vie ipotetiche

   E’ interessante che in quest’epoca poco propensa a capire, conoscere e rapportarsi con culture diverse, con un’umanità “diversa”, che Cavalli Sforza sia riuscito scientificamente a dimostrare che non esistono razze umane; che il ceppo originario genetico è lo stesso; e che ogni differenziazione è minima, data da esperienze di vita molteplici (e anche in contesti geografici spesso assai lontani).
Vi invitiamo a leggere gli articoli che qui di seguito vi proponiamo, cercando ragioni nuove al nostro approccio alla vita; di maggiore curiosità verso ogni diversificazione umana, culturale, di vita, che potrebbe essere stata nostra se ci fosse accaduto di vivere in altri contesti all’interno del nostro variegato e affascinante pianeta. (s.m.)

“….LA GENETICA DIMOSTRA IN MANIERA CHIARA CHE L’UOMO APPARTIENE A UNA SOLA E UNICA RAZZA, affermazione dimostrata dal fatto che la differenza genetica tra africani, europei, cinesi e via dicendo è analoga in tutto e per tutto alla variabilità genetica interna a ciascun gruppo….. sono convinto che I GENI SONO INDUBBIAMENTE IMPORTANTI, MA LO È ALTRETTANTO L’EDUCAZIONE per quanto riguarda l’ambiente sociale in cui siamo cresciuti….. abbiamo ormai accertato che LE DIFFERENZE CULTURALI SONO ENORMEMENTE IMPORTANTI, almeno quanto quelle genetiche, anzi probabilmente di più….. Ecco un esempio. Dalla misurazione del QUOZIENTE D’INTELLIGENZA, che io considero una grossa montatura, si è visto che ci sarebbe una differenza media di quindici punti tra l’intelligenza di americani bianchi e neri. Molti hanno cominciato a chiedersi se non dipendesse da fattori genetici. Diversi anni dopo, però, lo stesso test è stato sperimentato sui giapponesi. E questi sono risultati di undici punti più intelligenti degli americani bianchi. Tale esito era semplicemente dovuto al fatto che in Giappone ci sono scuole migliori di quelle americane. Allo stesso modo si è visto – altro esempio – che i cinesi sono molto più bravi in matematica….” (LUIGI LUCA CAVALLI-SFORZA)(nella foto lo scienziato)

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CAVALLI SFORZA, LA GENETICA CHE SVELA LA NOSTRA NATURA MIGRANTE –
CHI ERA
LUIGI LUCA CAVALLI-SFORZA (Italia/USA), Premio Balzan 1999 per la scienza delle origini dell’uomo
È stato il massimo esperto mondiale sulla diversità genetica delle popolazioni e su quanto essa ci può dire sull’albero filogenetico dell’umanità.
Ha intuito come la comprensione dell’evoluzione del genere umano richieda la conoscenza sia dei meccanismi genetici, sia di quelli culturali, ed in special modo linguistici. Studiando i geni di un gran numero di gruppi etnici diversi e analizzando dati storici, demografici e linguistici è pervenuto a ricostruire l’origine delle antiche migrazioni ed a elaborare un modello di diffusione della cultura nell’Età del Neolitico.
Nei lavori onnicomprensivi che egli ha così condotto, hanno avuto un ruolo importante le sue ricerche genetiche su popolazioni primitive quali i Pigmei dell’Africa, uno dei pochi gruppi rimasti che vivono di raccolta e caccia.
Esemplari, inoltre, sono i suoi studi sulle conseguenze genetiche dello sviluppo tecnologico, in particolare sugli effetti della diffusione dell’agricoltura dal Medio Oriente, sua area di origine, verso l’Europa. Tutto ciò, unito ai dati archeologici, gli ha permesso di ricostruire un albero completo della discendenza dei popoli, nel quale geni e linguaggi vanno di pari passo, per dimostrare come la convergenza di dati genetici e culturali consenta di dare una spiegazione convincente dell’evoluzione dell’uomo.
Luigi Luca Cavalli-Sforza ha creato di sicuro, una sintesi molto completa sulla differenziazione delle popolazioni del pianeta, integrando vari campi di ricerca e fornendo in modo evidente la prova della nostra “co-evoluzione” genetica e culturale (Cfr. Premio Balzan 1999).
LUIGI LUCA CAVALLI-SFORZA, nato il 25 gennaio 1922 a Genova e morto a Belluno il 31 agosto scorso (a 96 anni), era cittadino italiano e statunitense.
Laurea in Medicina e Chirurgia (1944), Università di Pavia, e M.A. (1950), Università di Cambridge, UK Direttore dei Laboratori di Ricerca di Microbiologia, Istituto Sieroterapico Milanese, Milano (1950-1957); Docente di Genetica e Statistica, Facoltà di Scienze, Università di Parma e Università di Pavia (1957-1960); Professore di Genetica, Università di Parma (1960-1962); Professore di Genetica e Direttore dell’Istituto di Genetica, Università di Pavia (1962-1970); alla Stanford University come Professore di Genetica (1970-1992), Direttore del Dipartimento di Genetica (1986-1990) e Professore Emerito alla School of Medicine dal 1992.

“Nel Dna – ha raccontato nei suoi saggi, come il celebre STORIA E GEOGRAFIA DEI GENI UMANI – è racchiusa la memoria di tutte le migrazioni – e quindi degli incroci e degli adattamenti all’ambiente – e di come siamo diventati agricoltori, diecimila anni fa.” (Gabriele Beccaria, da “La Stampa” del 2/9/2018)

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CAVALLI-SFORZA, L’ESPLORATORE DEL DNA CHE HA SMONTATO IL MITO DELLA RAZZA
di Gabriele Beccaria, da “La Stampa” del 2/9/2018
Nell’abisso del Dna ha trovato molto, moltissimo, tranne la parola più pericolosa e scottante: razza. Non siamo una razza, né ci sono razze umane, separate da incolmabili differenze biologiche. C’è solo una specie, quella umana. Che inventa concetti esecrabili – come quello di razza, appunto – ma che negli ultimi 200 mila anni ha realizzato un cammino unico tra gli esseri viventi.
L’esploratore dell’avventura primigenia si chiama Luigi Luca Cavalli-Sforza e la sua intelligenza multiforme si è spenta ieri, a Belluno, a 96 anni. Non c’è retorica nel celebrarlo tra i grandi della scienza. Uno dei suoi meriti è aver contribuito a definire una visione rivoluzionaria: il nostro passato ancestrale non si limita più a una fragile collezione di fossili, in cui dannarsi per far combaciare un dente con un teschio. Da almeno tre decenni stiamo imparando a considerare ognuno di noi, e ogni antenato, come un archivio, vivente o congelato nel tempo. Una massa di informazioni, quasi inconcepibile per i non addetti ai lavori, concentrata nei geni e lì custodita per chi sa decifrarla.

Pelle scura e occhi chiari. Il volto del cacciatore mesolitico ricostruito dal DNA ritrovato a La Braña, nel nord della Spagna (Guido Barbujanni, da “il sole 24ore” del 6/2/2018)

   Nel XXI secolo paleoantropologi e archeologi non possono più fare a meno dei genetisti e così si sono fatte scoperte sorprendenti, come quella che nel nostro Genoma si è riversato un po’ di Dna di una specie concorrente, estintasi 40 mila anni fa, i Neandertal.
Ma a dare il via alla colossale decifrazione dell’Homo sapiens è stato proprio Cavalli-Sforza: lui – ha raccontato – già negli Anni 50 si chiese «se fosse possibile ricostruire la storia dell’evoluzione umana ricorrendo ai dati genetici delle popolazioni attuali». La paleogenetica – l’analisi del Dna antico – non esisteva ancora, e il professore-pioniere raccolse quantità crescenti di dati biologici, a cominciare dai gruppi sanguigni, fino a tracciare un «albero darwiniano» che equivale alla vulgata che oggi va per la maggiore.
Noi Sapiens siamo africani e poi, spinti da una curiosità che non smette di tormentarci (e che Cavalli-Sforza ha interpretato da maestro), abbiamo dato il via all’impetuosa colonizzazione del Pianeta: l’Europa e quindi l’Asia intorno a 55 mila anni fa e le Americhe all’incirca 30 mila anni fa. Nel Dna – ha raccontato nei suoi saggi, come il celebre STORIA E GEOGRAFIA DEI GENI UMANI – è racchiusa la memoria di tutte le migrazioni – e quindi degli incroci e degli adattamenti all’ambiente – e di come siamo diventati agricoltori, diecimila anni fa.

L’origine dell’uomo moderno e delle lingue secondo il genetista Luca Cavalli Sforza

   Cavalli-Sforza, nomade anche lui (nato a Genova, studente a Torino, professore a Stanford e a Pavia), si divertiva a smontare le elucubrazioni di Arthur de Gobineau, assertore della superiorità degli europei. Proprio gli europei – ha dimostrato – sono il vertice di una maionese genetica, frutto di incroci di popolazioni. Non c’è alcuna «purezza» e il diverso colore della pelle non è altro che una variazione del look, mentre all’intelligenza riconosceva aspetti ancora misteriosi, all’incrocio tra sfera naturale e sfera culturale.
Forse l’enigma avrebbe potuto essere sciolto con il mega-progetto dello «Human Genome Diversity Project», destinato a mappare la diversità genetica dei Sapiens. Ma le accuse di razzismo (e biopirateria) hanno incrinato la visione dell’uomo che più di ogni altro ha contribuito a farci riflettere sulle nostre comuni radici. (Gabriele Beccaria)

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DA https.www.slideplayer.it/slide/12354987/

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Nel suo famoso saggio GENI, POPOLI E LINGUE (1996), usando anche la demografia, CAVALLI SFORZA traccia un parallelismo fra le linee filogenetiche delle popolazioni mondiali, la linguistica e l’archeologia e ne osserva la sostanziale sovrapponibilità. (Luca Tancredi Barone, da “Il Manifesto” del 2/9/2018)

10 Ottobre 2006, da http://www.gazzettadisondrio.it/societa/

DARWIN ABITA ANCORA QUI

(INTERVISTA A LUIGI LUCA CAVALLI SFORZA, GENETISTA DI FAMA MONDIALE, SECOND WORLD CONFERENCE, VENEZIA 20- 23 SETTEMBRE 2006)
L’Italia è un paese immerso in una cultura condizionata dalla religione, in particolare da quella cattolica. E, di conseguenza, il nostro contesto sociale guarda con favore alla cultura scientifica oppure prevale un atteggiamento di rifiuto nei suoi confronti?
Dal centro di ricerche Observa – Science in Society, in collaborazione con “Tutto Scienze Tecnologia” de La Stampa (www.observa.it/), ultimamente è stata realizzata un’indagine sulla prospettiva darwiniana, quella del creazionismo e quella del cosiddetto “disegno intelligente”. Gli italiani sono per il 31% a favore dell’evoluzionismo, mentre il 17% è per il creazionismo (battiamo gli americani di gran lunga, secondo un’indagine condotta nel 2005 da Gallup per conto della CNN ben il 53% della popolazione statunitense ritiene che “Dio ha creato gli esseri umani nella loro forma attuale, così come descritto dalla Bibbia”, mentre solo il 12% condivide la prospettiva evoluzionistica).

“Le differenze tra singoli individui sono più importanti di quelle che si vedono fra gruppi razziali”, come CAVALLI SFORZA scrive efficacemente in CHI SIAMO. LA STORIA DELLA DIVERSITÀ UMANA (1995). In altre parole, il mio vicino potrebbe essere più diverso da me, geneticamente, di un aborigeno australiano. (Luca Tancredi Barone, da “Il Manifesto” del 2/9/2018)

   Inoltre l’ipotesi del “disegno intelligente” – nella quale si riconoscono quasi quattro Italiani su dieci – non sembra si possa ricondurre a posizioni antiscientifiche. Si tratta, infatti, di un atteggiamento più facilmente riconducibile ad una sorta di mediazione pragmatica che, mentre da credito alla teoria darwiniana, si riserva comunque la possibilità di un riferimento trascendente senza per questo entrare in conflitto con la scienza. Senza dubbio la convinzione per cui il processo evolutivo, lungo e laborioso, per mezzo del quale avrebbe preso forma l’uomo, sarebbe stato in qualche modo guidato da un progetto divino non è compatibile con la visione scientifica ortodossa, ma non per questo deve essere necessariamente interpretata come aperto rifiuto dell’evoluzionismo. Il ruolo divino sembra confinato in una funzione marginale: è un Dio lontano, così lontano dalla vicende terrene da non diventare incompatibile, nell’opinione di molti, con la loro spiegazione scientifica.
Infine, l’evoluzionismo si afferma soprattutto fra i giovani e fra le persone più istruite, esattamente il contrario di quanto accade con il creazionismo. Si può dire che l’evoluzionismo, anche nella forma attenuata del “disegno intelligente”, appartiene al futuro, mentre il creazionismo si radica nel passato.
Una cosa è certa: i numerosi scienziati riuniti a S. Giorgio per la Second World Conference, proprio sull’evoluzione, sono assolutamente contrari al cosiddetto Intelligent Design(= Disegno intelligente), che il genetista Luigi Luca Cavalli Sforza, docente di genetica all’Università di Stanford- USA- ha bollato come un mezzo ideato per sostenere la candidatura del presidente Bush.

KARIN BOJS sottopose sé stessa e alcuni familiari ai test genetici e iniziò un viaggio a ritroso nel tempo. Nel libro che lo racconta, I MIEI PRIMI 54.000 ANNI (Utet), la storia della sua famiglia si intreccia con quella dell’Europa preistorica (Telmo Pievani, da “LA LETTURA” supplemento domenicale de “il Corriere della Sera” del 2/9/2018)

   C’è da aggiungere, che al di là delle molte posizioni controverse tra gli studiosi, la scienza non è la sola via per raggiungere la verità, e la teoria di Darwin è “una delle possibili spiegazioni non condivisa da tutti gli scienziati e non ancora dimostrata da un modello matematico che spieghi come dalla non vita si passa alla vita” (Marcelo Sanches Sorondo, cancelliere della Pontificia Accademia delle scienze).
Ma sono talmente tanti gli sviluppi del nostro cervello, il cui volume si è triplicato nel corso dell’evoluzione, che i fattori culturali (linguaggio simbolico, utensili sempre più complessi, internet, utilizzo della mente artificiale…) la faranno da padroni (altro che Darwin).
E leggiamo cosa ci ha detto uno che in quanto a cultura come fattore di crescita umana ne sa una più del diavolo: quel simpaticissimo, amichevole, disponibile, carinissimo genetista LUIGI LUCA CAVALLI SFORZA che tanto onore ha dato all’Italia per le sue scoperte nel campo della genetica culturale.
Prof., tutti gli uomini e le donne del mondo hanno un antenato comune. Che cosa però ci differenzia nel corso dell’evoluzione?
“Noi abbiamo un genoma molto vario che si può ricostruire a pezzi. Ognuno di essi ha un antenato comune. Vi sono state più di duemila persone e il pezzo comune viene da uno di questi 2000. Altro pezzo da un altro e così di seguito. Quindi non c’è stato un solo Adamo ed una sola Eva come scrive la Bibbia, però c’è sempre l’origine in comune che comporta in noi tutti una grande comunione ed una grande somiglianza. La specie umana è una e diversa al tempo stesso, per cui le differenze genetiche sono meno importanti degli apporti culturali e ambientali che separano i diversi gruppi etnici”.
Lei nella sua relazione ha detto che l’antropologia vive una grave crisi. Ci può dire quali sono gli elementi più importanti che l’hanno provocata?

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IL RAMMENDO DELLE PERIFERIE non piace più: bocciato con un emendamento il finanziamento di 96 progetti di ricomposizione urbana di PERIFERIE DEGRADATE presentati da amministrazioni cittadine – Sperando nel ripensamento legislativo, urge ABBATTERE I CONFINI tra Centro, Periferia, Città Diffusa

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……..MARTEDI’ 14 AGOSTO UN PONTE E’ CROLLATO A GENOVA, TANTE PERSONE SONO MORTE….. SI POTEVA EVITARE?

L’INGEGNERE CHE NEL 2016 DICEVA: «IL PONTE MORANDI È UN FALLIMENTO. DEVE ESSERE SOSTITUITO» – di FEDERICA SENEGHINI, da “il Corriere della Sera.it” del 14/8/2018 – ANTONIO BRENCICH, docente all’Università di Genova: «Già alla fine degli anni Novanta i costi della manutenzione del ponte avevano superato l’80 per cento dei costi di costruzione» – «Il ponte Morandi è un fallimento dell’ingegneria». Era il 2016. Due anni prima della tragedia che il 14 agosto ha colpito la città di Genova. Ma già allora Antonio Brencich, docente di Costruzioni in cemento armato presso la facoltà di Ingegneria dell’Università di Genova, era stato chiaro. In un’intervista rilasciata all’emittente Primocanale aveva detto. «Quel ponte è sbagliato. Prima o poi dovrà essere sostituito. Non so quando. Ma ci sarà un momento in cui il costo della manutenzione sarà superiore a quello della sostituzione. Alla fine degli anni Novanta erano già oltre l’80 per cento del costo della costruzione». ERA IL 1957 QUANDO RICCARDO MORANDI, «PAPÀ» DEL VIADOTTO SUL POLCEVERA, PROGETTÒ PER LA PRIMA VOLTA UN PONTE DI QUESTO TIPO. Vinse un concorso bandito dal governo del VENEZUELA. Il ponte General Rafael Urdaneta vide la luce sulla baia di Maracaibo nel 1962, lungo oltre 8,7 km. «Morandi non mise in conto che una nave potesse sbagliare la campata – spiega Brencich. I ponti hanno di solito una campata molto alta per fare passare le imbarcazioni e altre più basse. Appena due anni dopo una petroliera Esso si incastrò sotto la campata più bassa». IL BILANCIO: CINQUE MORTI. NONOSTANTE QUESTO, MORANDI FIRMÒ NEGLI ANNI SUCCESSIVI ALTRI DUE PONTI GEMELLI: IL VIADOTTO DI GENOVA, FINITO NEL 1964, E IL PONTE SUL WADI EL KUF DI BEIDA, IN LIBIA, APERTO NEL 1971. «A quel tempo fare un ponte con questa sagoma – a “cavalletto bilanciato” – spiega Brencich – sembrava un’idea molto innovativa e piacque molto». Ma anche a Genova i problemi iniziarono quasi subito. «Negli anni Novanta furono fatti molti lavori: gli stralli furono affiancati da nuovi cavi di acciaio – ha spiegato Brencich – Indice che già al tempo furono rilevati cedimenti e si cercò di correre ai ripari integrando la struttura originaria per far sì che non insorgessero situazioni di pericolo. E sono tanti i genovesi come me che si ricordano cosa succedeva all’inizio passandoci sopra: era tutto un saliscendi. Morandi aveva sbagliato il calcolo della “deformazione viscosa”. Tradotto: di cosa succede alle strutture in cemento armato nel tempo. Era un ingegnere di grandi intuizioni ma senza grande pratica di calcolo». (Federica Seneghini)

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LA BOCCIATURA DEI PROGETTI DI RAMMENDO DELLE PERIFERIE

quartiere ZEN a PALERMO: sospeso l’intervento per ripristinare l’illuminazione pubblica finanziato dal “Bando per la riqualificazione urbana e la sicurezza delle periferie”

   Tutto è iniziato da un articolo di Renzo Piano su il Sole 24ore del gennaio 2014 sulla necessità del “RAMMENDO DELLE PERIFERIE”, cioè la necessità di mirati progetti di riqualificazione urbana delle tante periferie urbane, e delle tantissime aree di degrado che queste periferie adesso hanno.

E poi, questo discorso, anche virtuosamente ripreso in uno dei temi di maturità nel giugno delle stesso anno (ne avevamo parlato nel post: https://geograficamente.wordpress.com/2014/06/19/il-rammendo-delle-periferie-tema-di-maturita-da-un-articolo-di-renzo-piano-ma-ce-periferia-e-periferia-la-bruttura-dei-medio-piccoli-comuni-puo-essere-piu-grave-delle-periferie-ur/ ).

Fondi Periferie spariti (infografica da IL CORRIERE DELLA SERA del 9/8/2018) – COSA È IL PIANO PERIFERIE: IL PROGETTO, IL BANDO, LE FINALITÀ… Dei 120 progetti (dei quali 107 sono stati presentati da Comuni e 13 da Città Metropolitane, per un totale di 445 Comuni interessati), 24 convenzioni sono state firmate nel marzo 2017, 96 tra novembre e dicembre dello stesso anno. Si tratta di progetti presentati dai Comuni italiani attraverso apposito bando, e hanno come scopo non solo la realizzazione di nuove opere nelle periferie, ma soprattutto la rivalorizzazione di queste ultime, attraverso il recupero e il riuso di immobili abbandonati. (Desirée Maida, 12/8/2018, da http://www.artribune.com/progettazione/architettura/ )

Il celebre architetto Renzo Piano, a seguito della sua nomina a senatore a vita nel 2013, aveva deciso di devolvere il suo stipendio da parlamentare per finanziare l’attività di un gruppo di lavoro composto da giovani architetti e ingegneri selezionati ogni anno per riflettere sul tema delle periferie urbane e dei luoghi della marginalità sociale e urbana.
Il tema delle periferie urbane veniva a rappresentare, da questa iniziativa, da questa proposta, una sfida con la quale confrontarsi, considerando che la cosiddetta periferia rappresenta oltre il 70% del territorio urbanizzato dove vive oltre il 60% della popolazione.

Renzo Piano

E’ da questa iniziativa urbanistica, propositiva di mille possibili progetti, del gruppo di architetti di Renzo Piano, che nel maggio 2016 il Governo di allora ha promulgato un “Bando per la riqualificazione urbana e la sicurezza delle periferie”. E che, in trance di bilancio statali successivi, aveva stabilito stanziamenti ai comuni e alle città metropolitane per 140 milioni nel 2018, 320 nel 2019, 350 nel 2020 e 220 milioni nel 2021; con inoltre la possibilità di sbloccare gli avanzi di amministrazione dei Comuni “virtuosi”: quelli che hanno soldi in cassa, ma non possono spenderli per via delle regole sull’equilibrio di bilancio degli enti locali che gli assegna rigidi obiettivi annuali. L’iniziativa coinvolgeva così finanziamenti totali per circa 2 miliardi di euro.
Centoventi sono stati i progetti presentati e approvati dai comuni e città metropolitane (e molti di questi già iniziati concretamente), ma solo 24 potranno essere finanziati (24 convenzioni sono state firmate nel marzo 2017, e solo queste rientrano nel finanziamento, e non le 96 stipulate tra novembre e dicembre dello stesso anno). Questo perché il 6 agosto scorso c’è stato al Senato un emendamento al cosiddetto “Decreto Milleproroghe” (emendamento 13.2 al ddl n. 717) che comporta il congelamento dei fondi del bando per le periferie fino al 2020 per 96 tra città e aree metropolitane, con il quale il Senato ha congelato fino al 2020 (all’unanimità, maggioranza e opposizione, quest’ultima dice di essersi sbagliata…) quanto previsto dai governi precedenti per il risanamento delle periferie (di fatto cancellandoli, i fondi stanziati, salvo ripensamenti della Camera).

A Napoli bloccati i soldi impegnati dal sindaco Luigi De Magistris per abbattere le vele di Scampia – LO STOP DI 2 ANNI. IL DISAPPUNTO DELLE AMMINISTRAZIONI LOCALI – I 24 progetti già avviati sarebbero salvi dal decreto, dato che l’accordo per ricevere i finanziamenti risale a marzo 2017, ma i rimanenti 96 progetti, alla luce del recente emendamento, vedono almeno per il momento slittare la loro attuazione. (Desirée Maida, 12/8/2018, da http://www.artribune.com/progettazione/architettura/ )

Novantasei città che avevano presentato progetti per il Bando Periferie e sui quali le amministrazioni comunali avevano già impegnato poste di bilancio, non immaginando la revoca del Parlamento di quanto era stato (con legge) deciso; ebbene 96 amministrazioni comunali ora si trovano in palese difficoltà. Anche perché i sindaci che si sono visti rinviare di due anni i progetti temono, soprattutto, che alla fine quei soldi spariranno per sempre.
Da qui la protesta e il “disagio” non solo dei Comuni rimasti senza finanziamento (e con progetti iniziati), ma di tutti quelli che (come noi, come voi che leggete) guardavano con speranza e fiducia alla possibilità che finalmente ci possano essere interventi diffusi di “ricomposizione urbana” dei territori ora in degrado. Attraverso appunto non “Grandi Opere”, ma con interventi multipli mirati, condivisi da chi vive in quei luoghi degradati.

LIVORNO – FOSSI MEDICEI – LIVORNO – Se il testo del milleproroghe fosse approvato così, Livorno perderebbe ben 18 milioni che avrebbe investito in dieci progetti. Si va da rilancio delle TERME DEL CORALLO all’EMERGENZA ABITATIVA con la realizzazione di alloggi. Il piano prevede anche il NUOVO MERCATO ORTOFRUTTICOLO, la CHICCAIA, la RIQUALIFICAZIONE DELLA STAZIONE. E poi ancora interventi legati alla MOBILITÀ SOSTENIBILE, promozione turistica, la VALORIZZAZIONE sia del LUNGOMARE che dei FOSSI MEDICEI

E’ appunto la sospensione, di fatto il possibile fallimento, del discorso del RAMMENDO DELLE PERIFERIE che il gruppo di ricerca e progettazione istituito dall’architetto Renzo Piano aveva avviato dal 2014. “Arte del rammendo” vista come opera per ridare valore a un tessuto fragile: partire dall’esistente selezionando punti urbani, architettonici, potenzialmente strategici per trasformarli in polarità da cui innescare un processo di riqualificazione.
Resta adesso la speranza di un ripensamento politico, legislativo. E in particolare che si proceda ben oltre in questo senso. Cioè che i nostri luoghi, i nostri territori (quasi ovunque in Italia) hanno bisogno di una “ricomposizione”, di uscire dal degrado di anni (decenni) scellerati di amministrazione, con disinteresse alla cura (a un’urbanistica pianificata e attenta ai valori ambientali, al paesaggio, alle esigenze di chi ci vive); un’urbanistica spesso criminale (anche quando le concessioni edilizie c’erano e non si poteva parlare di abusivismo); dove lo sviluppo urbano si è diffuso senza regola (spesso e quasi sempre lungo le strade, in forma diffusa, almeno nel nord del Paese).

a Tireste saltera il fondo per la riqualificazione di ROZZOL MELARA (foto da http://www.triesteprima.it/) – La decisione di sospendere il fondo è stata presa lunedì 6 agosto quando il Senato, con il parere favorevole del governo, ha approvato all’unanimità un emendamento al cosiddetto “decreto milleproroghe”. Anche il PD e Liberi e Uguali hanno votato a favore dell’emendamento, nonostante il piano fosse stato approvato dai precedenti governi di centrosinistra. Per spiegare l’errore, alcuni senatori del PD hanno definito l’emendamento “involuto” e “truffaldino” (il testo, che potete trovare qui: http://www.senato.it/leg/18/BGT/Schede/Ddliter/testi/50320_testi.htm , sembra in realtà abbastanza chiaro, un dettaglio confermato al Post da diversi esperti della materia). Per diventare definitivo l’emendamento dovrà essere confermato dalla Camera alla ripresa dei lavori parlamentari il prossimo settembre. (da http://www.ilpost.it )

Torna allora qui un tema geografico a noi caro: cosa vuol dire veramente “periferia”? qualcosa di diverso dal centro? Periferia intesa solo per luoghi fuori delle mura della città originaria? ….  Le Città diffusa e le Periferie sono DUE COSE DISTINTE?
A nostro avviso i piccoli medi comuni sviluppatesi lungo le principali strade sono anch’essi diventati PERIFERIA; non sono luoghi aggregativi, funzionali al vivere bene di chi ci abita; sono assai poco rivolti alle necessità del presente e del futuro. E’ così che necessita ragionare per “un tutt’uno”, dove “OGNI LUOGO DEV’ESSERE CENTRO, E MAI PERIFERIA”.
Nasce spontanea la critica nel aver voluto creare delle aree metropolitane solo in alcuni luoghi urbani e non in altri. Si sono create, escludendo tutto il resto, quindici, privilegiate negli interventi finanziari, AREE METROPOLITANE (Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Bari, Napoli: specificate nella Legge 142 del 1990; Trieste, Cagliari, Catania, Messina, Palermo, individuate dalle rispettive leggi regionali; Reggio Calabria, individuata nella Legge Delega per il Federalismo Fiscale n. 42 del 2009). Escludendo tutto il resto dall’attenzione “metropolitana” (urbana, dei servizi ai cittadini…).

MATERA sarà capitale europea della cultura 2019, ma adesso si trova in grave difficoltà per i tagli al Bando periferie (da http://www.avvenire.it/ )

La nostra proposta è che TUTTE LE AREE GEOGRAFICHE italiane siano individuate (e coltivino in sé) un loro specifico progetto comunitario di vita), come AREE-CITTA’ METROPOLITANE. Solo così il riassetto territoriale potrà rimettere in gioco democrazia e coinvolgimento fattivo dei cittadini e delle istituzioni locali.
Insomma pensiamo che le AREE-CITTA’ METROPOLITANE dovranno coinvolgere tutti i territori (non solo alcuni), con contemporaneamente insieme la creazione di nuove CITTA’ al posto degli obsoleti comuni (che si dovranno unire, non per questo non conservando lo spirito originario di municipalità, di “paese”), e con la costituzione di MACRO-REGIONI (al posto delle attuali dispendiose regioni): portando così a una nuova qualità del vivere e a una ripresa della coscienza individuale e collettiva sul valore del “bene comune” rappresentato dal territorio nel quale si vive.
Così pensiamo si possa uscire dal dubbio su quello che è periferia, rispetto al centro, o alla città diffusa. E che il RAMMENDO proposto per ogni degrado urbano e sociale, sia una iniziativa virtuosa, intrigante, che impegnerà tutti noi da adesso, nei prossimi anni, nel decenni (c’è tanto da fare…).

QUARTIERE PERTINI MESTRE – MESTRE, Venezia: QUARTIERE PERTINI – Il taglio delle risorse per le periferie mette in allarme anche il QUARTIERE PERTINI A MESTRE. “Dopo tutto quello che hanno fatto i residenti contro il degrado, l’abusivismo, per la sicurezza e contro il vandalismo, bloccare i fondi già stanziati sarebbe un errore, che non lasceremo passare in silenzio – scrive Giorgio Rocelli, presidente comitato quartiere Pertini -. Metteremo in campo tutte le azioni necessarie affinché neanche un centesimo venga sottratto alle opere già messe in cantiere. Se qualcuno pensa di usare le periferie come figlie di un dio minore e lasciare i residenti senza i minimi servizi, sbaglia i calcoli”. (da http://www.veneziatoday.it )

Sul tema dell’individuazione di Centro e Periferia c’è poi un’interessante disquisizione che tante volte in questo blog ne abbiamo parlato. Se il Centro è Centro, la Periferia è la Circonferenza del cerchio, è appunto “cosa periferica”? Proponiamo invece che ogni territorio sia “Centro”, e non circonferenza. E’ un tema questo (del cerchio, della circonferenza e del centro che è ovunque), ripreso dal pensiero di Nicola di Cusa (1401–1464, cardinale, teologo, filosofo neoplatonico, umanista rinascimentale, giurista, matematico e astronomo tedesco) che affermava la necessità di far sì che il centro sia in ogni luogo e la circonferenza in nessun luogo. Pertanto anche le periferie sono centri. (s.m.)

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“TORNATE INDIETRO. PRONTI A ORGANIZZARE UN PERIFERIA PRIDE”

intervista di Francesco Merlo a RENZO PIANO, da “la Repubblica” del 10/8/2018
«Voglio cominciare dalla fine e appellarmi al governo, ai deputati della maggioranza, al Parlamento. Ovviamente so che gli appelli sono pericolosi».
Coinvolgono i sentimenti e dunque rischiano la retorica.
«Ma qui non c’è il minimo sospetto di retorica e neppure di demagogia perché queste non sono le grandi opere di cui si sta discutendo in questi giorni, Tav, Tap… Questi sono piccoli progetti, tanti piccoli progetti, circa 120. Proprio il contrario della grandeur. Insomma hanno bocciato quel rammendo delle periferie che gli studenti italiani nel 2014 scelsero in maggioranza come tema della maturità. Il rammendo significa cantieri leggeri, interventi d’amore che riqualificano. Per esempio, una stazione di autobus in periferia è già aggregazione sociale. E i passaggi per i disabili a Milano, l’illuminazione, i marciapiedi …».
Non hanno bocciato solo 120 miniprogetti, ma un’idea di futuro?  

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INCENDI ESTIVI: il tragico caso GRECIA; il caso ITALIA – Non solo alte temperature, aridità e criminali piromani all’origine degli incendi: anche ABUSIVISMO edilizio, TURISMO irrispettoso, deficit di intervento, mancata programmazione urbanistica – Il RAPPORTO ISPRA 2018 sul cattivo consumo di suolo in Italia

GRECIA, 24 luglio 2018 – Le persone nelle spiagge per scappare alle fiamme (da http://www.Globalist.it/ ) – LA GRECIA CONTA I MORTI, PIÙ DI 90 LE STIME 27/7/2018, da www.globalist.it/world/“(…) Più di 90 persone morte negli incendi in Grecia. (…) Fuoco, fulmini e fango: non c’è stata tregua per Atene e l’Attica, dove si continuano a contare i morti uccisi dagli incendi, si cercano i dispersi casa per casa, e dove il sole cocente è stato oscurato da nubi scure cariche di pioggia che ha inondato alcuni quartieri della capitale. Auto distrutte, tombini esplosi, ora è anche emergenza temporali.

   Brucia la Grecia, ma bruciano anche alcune aree sopra il circolo polare artico (in Groelandia, Alaska, Canada…aree una volta ad “estati fredde”, ora non più…).
Più di 90 morti in Grecia per gli incendi scoppiati e propagatisi dal 24 luglio, 1.200 case ora inabitabili. A MATI, epicentro della tragedia, città turistica a est di Atene c’è stato il maggior numero di morti. E Mati è una città sul mare molto particolare: questa città balneare viene definita “la capitale dell’abusivismo”, con decenni di concessioni di sanatorie, codoni. E Mati è (era) luogo di gran pregio, che andava tutelato. Invece le case si sono mangiate il bosco, gli accessi al mare; molta e molta spiaggia è sparita con l’espansione inarrestabile urbanistica.

24 LUGLIO 2018, mappa degli incendi in Grecia, da http://www.corriere.it ) – L’ARMAGEDDON DI FUOCO GRECA ha distrutto oltre 1.200 case, ora inabitabili, e spezzato le vite di intere famiglie. (…) A MATI, epicentro della tragedia a est di Atene con il maggior numero di morti, volontari e vigili del fuoco cercano ancora nelle case. (…) Intanto però scoppia la polemica politica: fonti vicine al governo, sotto il fuoco trasversale delle accuse per i ritardi nei soccorsi, definiscono la località balneare “la capitale dell’abusivismo”. Negli anni i precedenti governi hanno concesso sanatorie in un’area che secondo gli ispettori del ministero dell’Ambiente andava invece protetta. Le case e le varie proprietà si sono mangiate ogni pezzo di bosco, ogni accesso al mare, ogni singolo centimetro di spiaggia. “Con quel vento e con quel calore che ha spazzato via tutto in pochi minuti c’era poco da fare”, sentenziano amari in molti. (27/7/2018, da http://www.globalist.it/world/)

Non ci voleva questa tragedia per la Grecia, già in difficoltà nell’uscire nella fase più acuta dalle dure difficoltà economiche che hanno incominciato ad avere l’apice 5 anni fa, e che ora faticosamente si cerca di superare nell’impoverita società greca.
E subito si è sottolineato che le fiamme scaturite da più punti diversi il 24 luglio, dimostrano la dolosità degli incendi, e un caos creato in una situazione di palese difficoltà (disorganizzazione) delle autorità greche a dover affrontare un’emergenza così improvvisa ed estesa.

Incendio a Kineta (da VALERIE GACHE-AFP-Getty Images- DA http://WWW.VIAGGINEWS.COM/ – A KINETA, a ovest di Atene, teatro di giganteschi incendi che hanno divorato colline e montagne, oltre 200 vigili del fuoco sono finalmente riusciti a domare le fiamme. (…) Poi è arrivata altra acqua: violenti temporali si sono abbattuti su tutta l’area. (27/7/2018, da http://www.globalist.it/world/)

Uno dei massimi esperti del sistema anti-incendio italiani, l’ex dirigente del Corpo Forestale della Sardegna (regione assai colpita da incendi devastanti quasi ogni estate) in varie interviste radiofoniche, ha individuato questo problema, al di là dei piromani, dell’aridità e alte temperatura, dal fatto che l’assetto urbanistico della Grecia (ma è un “peccato” anche del nostro Paese) è del tutto disattendo all’equilibrio naturale, e le abitazioni (quasi sempre abusive) in certi posti non dovrebbero proprio esserci.

GIUSEPPE MARIANO DELOGU, del Corpo Forestale e di Vigilanza Ambientale della Regione Sardegna, autore del libro DALLA PARTE DEL FUOCO. OVVERO IL PARADOSSO DI BAMBI, Il Maestrale 2013 – “Il letale “intermix” (la sovrapposizione di insediamenti più o meno sparsi con vegetazione gestita poco e male) privo di vie di fuga, di aree sicure caratterizza una grande parte dei territori bagnati dal Mediterraneo – scrive su Facebook Delogu – insieme all’impreparazione di persone di cultura urbana o turisti occasionali che non riescono a comprendere minimamente il senso del pericolo perché confondono il verde con il paradiso terrestre sono stati, sono e saranno causa di altri o peggiori eventi”

Viene così a crearsi, secondo Delogu, una “sovrapposizione di insediamenti più o meno sparsi con vegetazione gestita poco e male; e in un territorio privo di vie di fuga, di aree sicure”. E’ questa una caratteristica, sì italiana e greca, ma anche di tutte le aree marine dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo e sui suoi mari interni. E, dice ancora, «nessuno ripulisce più i boschi, lasciando che il combustibile vegetale si converta prima in miccia e poi in benzina».

Incendio ad Atene _ Ansa – Ad ATENE diversi quartieri sono stati allagati, e in quello di KIFISIA decine di auto sono accatastate una sopra l’altra, come fosse passato uno tsunami. Ovunque ancora i vigili del fuoco, nuovi eroi greci, hanno soccorso decine e decine di automobilisti intrappolati. Si guardano le montagne, si prega che i fulmini non scatenino un’altra Apocalisse.” (27/7/2018, da http://www.globalist.it/world/)

C’è poi l’impreparazione delle autorità che dovrebbero sovrintendere alla sicurezza del territorio, dagli uffici urbanistici alla protezione civile. Ma c’è anche l’ “incultura” dei turisti, che “assaltano” luoghi di mare depredandoli, consumandoli; che non hanno nessuna cognizione dei territori dove essi sono, che stanno frequentando in vacanza; che, dice sempre Dologu, “non riescono a comprendere minimamente il senso del pericolo perché confondono il verde con il paradiso terrestre…”.
Ma c’è l’incultura anche della gente comune che in quei posti marittimi ci vive. E la tragedia del fuoco greco è nata da questo contesto. E può accadere anche da noi.

La Svezia è alle prese con l’emergenza incendi ed ha chiesto aiuto all’Europa per fronteggiarla (da http://www.ilmeteo.net/)

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FOREST FIRES – GLI INCENDI DI QUEST’ESTATE 2018 (FINORA) IN NORD EUROPA

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E così, essendo partiti con l’attualità degli incendi e le possibili motivazioni perché essi accadono, che introduciamo il tema del CONSUMO DEL SUOLO, del poco valore che si da ad esso.
Il 24 luglio scorso è stata presentata l’edizione 2018 del RAPPORTO SUL CONSUMO DI SUOLO IN ITALIA, studio fatto dall’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale); è questa la quinta edizione dedicata al tema, e fornisce un quadro aggiornato dei processi di trasformazione del nostro territorio (grazie anche alla cartografia aggiornata del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente –SNPA-). È una collaborazione che vede ISPRA insieme alle Agenzie per la protezione dell’ambiente delle Regioni (ARPA). (se volete vedere, leggere, il Rapporto:

https://drive.google.com/open?id=1On04eZWuKL6EJFkZwNk_0fMXeb5dpulo )

RAPPORTO ISPRA 2018 (da http://www.meteo.it/) – L’edizione 2018 del RAPPORTO SUL CONSUMO DI SUOLO IN ITALIA, la quinta dedicata a questo tema, fornisce il quadro aggiornato dei processi di trasformazione del nostro territorio, grazie alla cartografia aggiornata del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA), che vede ISPRA insieme alle Agenzie per la protezione dell’ambiente delle Regioni e delle Province Autonome, in un lavoro congiunto di monitoraggio svolto anche utilizzando le migliori informazioni che le nuove tecnologie sono in grado di offrire.
Il Rapporto analizza l’EVOLUZIONE DEL CONSUMO DI SUOLO all’interno di un più ampio quadro delle TRASFORMAZIONI TERRITORIALI ai diversi livelli, attraverso indicatori utili a valutare le caratteristiche e le tendenze del consumo e fornisce nuove valutazioni sull’impatto della crescita della copertura artificiale, con particolare attenzione alla MAPPATURA e alla VALUTAZIONE dei SERVIZI ECOSISTEMICI DEL SUOLO. Se vuoi vedere il Rapporto: https://drive.google.com/open?id=1On04eZWuKL6EJFkZwNk_0fMXeb5dpulo

E dal Rapporto Ispra sul consumo del suolo ne esce un quadro preoccupante: se già la situazione negli anni precedenti era grave, il 2017 fa registrare dati allarmanti. Ben il 91% dei comuni italiani è a rischio idrogeologico. Più di 3 milioni di famiglie risiedono in zone ad alta vulnerabilità. In 9 regioni il 100% dei comuni rischia il dissesto idrogeologico, in altre 6 regioni le località in pericolo vanno dal 90 al 100%.

RAPPORTO ISPRA 2018: UN QUADRO PREOCCUPANTE. Se già la situazione negli anni precedenti era grave, il 2017 fa registrare dati allarmanti. Ben IL 91% DEI COMUNI ITALIANI È A RISCHIO IDROGEOLOGICO. Più di 3 MILIONI DI FAMIGLIE risiedono in zone ad alta vulnerabilità. In 9 regioni il 100% dei comuni rischia il dissesto idrogeologico, in altre 6 regioni le località in pericolo vanno dal 90 al 100%. L’edizione 2018 del RAPPORTO “DISSESTO IDROGEOLOGICO IN ITALIA”, a cura dell’ISPRA, è stata presentata il 24 luglio alla Camera dei Deputati. (24/7/2018, da http://www.meteo.it/ ) – (foto da http://www.nationalgeographic.it/ )

Ecco. Per dire e confermare che le catastrofi “naturali” come le rovinose e assassine alluvioni, oppure il propagarsi di tragici grandi incendi nei boschi, nelle foreste, nelle zone marine o nelle grandi città (come ora accaduto in Grecia), ebbene mai è cosa “naturale”. E non è solo data dalla mano criminale di uomini che incendiano per interesse: è anche data da incuria, caos urbanistico, poca attenzione a qualsiasi luogo, perché tutti meritano (abitati o desertici, economicamente rilevanti o poveri…) attenzione e rispetto. Il propagarsi di rovinosi incendi richiede pertanto capacità di prevenire superando ogni incuria e sottovalutazione dei pericoli; e, se accade, se il fuoco si propaga, gestire l’emergenza con intelligenza, sapendo bene cosa subito fare. (s.m.)

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“IN GRECIA? INTERMIX LETALE PIÙ TURISTI OCCASIONALI: COSÌ SUCCEDONO LE TRAGEDIE”

ATENE. “Il tema degli incendi è anche – o soprattutto – un problema di assetto urbanistico”. Così GIUSEPPE MARIANO DELOGU, ex dirigente regionale del Corpo Forestale sardo e uno dei massimi esperti nelle problematiche dei roghi in ambito internazionale, prova a rispondere ai tanti perché che stanno attanagliando in queste ore tutto il mondo sulla tragedia in Grecia. Continua a leggere

A MILANO l’evento STATE OF THE MAP 2018 dal 28 al 30 luglio – L’appuntamento mondiale sulle MAPPE LIBERE, promosso da WIKIMEDIA, OPENSTREETMAP, e dal POLITECNICO DI MILANO (luogo dell’evento) – Una conoscenza dei dati geografici per renderli liberi, gratuiti, partecipati

 

A MILANO RADUNO WIKIPEDIA DELLE MAPPE – Dal 28 luglio. E il Comune di Milano rilascia 60mila numeri civici ‘OPEN DATA’ – (ANSA) – MILANO CAPITALE DELLE MAPPE LIBERE: dal 28 luglio e per due giorni al via STATE OF THE MAP il raduno mondiale organizzato da OPENSTREETMAP, progetto di mappatura libera e collaborativa noto come la Wikipedia delle mappe. L’evento è organizzato in collaborazione con WIKIMEDIA ITALIA ed è patrocinato dal COMUNE DI MILANO che per l’occasione rilascia oltre 60.000 numeri civici come OPEN DATA. Nella due giorni ci saranno OLTRE 400 MAPPATORI DA TUTTO IL MONDO, RICERCATORI, aziende, amministrazioni, istituzioni e associazioni non governative. Saranno spiegate le OPPORTUNITÀ CONNESSE A OPENSTREETMAP E I DIVERSI AMBITI DI APPLICAZIONE E USO DEI DATI GEOGRAFICI APERTI: dai trasporti alla gestione delle misure di soccorso, dalla logistica al turismo. Protagonisti non solo gli appassionati (i ‘mappers’) o ricercatori ma anche dipendenti di grandi aziende hi-tech come Apple, Facebook, Google e Microsoft
da http://www.impresedilinews_it

Da https://www.rivistageomedia.it/:
L’evento STATE OF THE MAP 2018 coinvolgerà oltre 400 partecipanti provenienti da tutto il mondo. Il più importante appuntamento dedicato alle mappe libere è promosso da Wikimedia Italia, OpenStreetMap Foundation e dal Politecnico di Milano, luogo dove si svolgerà l’evento dal 28 al 30 Luglio 2018.
Grazie al programma di scholarship attivato da OpenStreetMap Foundation sarà inoltre garantita la partecipazione al più importante evento per la comunità OSM a livello globale a un ampio numero di mappers, anche provenienti da Paesi in via di sviluppo.
Il programma della tre giorni si presenta già oggi ricco di workshop e interventi a cura di mappatori, ricercatori e aziende che hanno saputo riconoscere le opportunità connesse a OpenStreetMap. Molto spazio sarà dato anche a uno dei settori in cui OpenStreetMap sta facendo la differenza nel mondo: la mappatura per scopi umanitari (Humanitarian OpenStreetMap Team).
PROGRAMMA Conferenza (https://2018.stateofthemap.org/program/ )
Sito web ufficiale Conferenza (https://2018.stateofthemap.org/ )
Humanitarian OpenStreetMap Team (https://join.osmfoundation.org/state-of-the-map-2018/ )

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“OPEN DATA”, COS’È – (da Wikipedia) I DATI APERTI, comunemente chiamati con il termine inglese OPEN DATA, sono dati liberamente accessibili a tutti le cui eventuali restrizioni sono l’obbligo di citare la fonte o di mantenere la banca dati sempre aperta. L’OPEN DATA si richiama alla più ampia disciplina dell’OPEN GOVERNMENT, cioè una dottrina in base alla quale la pubblica amministrazione dovrebbe essere aperta ai cittadini, tanto in termini di trasparenza quanto di partecipazione diretta al processo decisionale, anche attraverso il ricorso alle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione; e ha alla base un’etica simile ad altri movimenti e comunità di sviluppo “open”, come l’open source, l’open access e l’open content.(…)(Wikipedia)(immagine tratta da http://www.welfarenetwork.it/ )

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COS’È OPENSTREETMAP

OpenStreetMap è un progetto mondiale per la raccolta collaborativa di dati geografici da cui si possono derivare innumerevoli lavori e servizi. I risultati più evidenti sono le mappe online che però rappresentano solo la punta dell’iceberg di quel che si può ottenere da questi dati. La caratteristica fondamentale è che i dati di OpenStreetMap possiedono una licenza libera. (…) Infatti è possibile usare i dati OpenStreetMap liberamente per qualsiasi scopo, anche quelli commerciali, con il solo vincolo di citare il progetto e usare la stessa licenza per eventuali dati derivati. L’altra caratteristica molto importante è che tutti possono contribuire arricchendo o correggendo i dati e, come i progetti simili (Wikipedia e mondo del software libero ad esempio) la comunità è l’elemento fondamentale perché oltre a essere quella che inserisce i dati e arricchisce il progetto, ne controlla anche la qualità.

COSA NON È OPENSTREETMAP

OpenStreetMap non è una raccolta di tracce GPS tra loro slegate. Le tracce GPS sono solo utili per capire come tracciare il reticolo delle strade e per inserire i punti di interesse. OpenStreetMap non è una copia di Google Maps e non è quello il suo scopo, è molto di piu` …

PERCHÉ OPENSTREETMAP

OpenStreetMap come abbiamo detto è un progetto che vuole creare una banca dati geografica libera, uno dei punti di forza è la possibilità di utilizzarla per le più svariate necessità e su dispositivi differenti. I dati sono disponibili in moltissimi formati, possono essere caricati su GPS, navigatori o cellulari per sapere sempre la vostra posizione o per calcolare il percorso più breve per raggiungere una certa località; potete utilizzarli sul vostro sito per segnalare dove si trova la vostra azienda o per mostrare le vostre immagini georiferite; potete stampare mappe cartacee a diverse scale e con diversi stili; possono essere usati come base di videogiochi; esistono in diversi formati vettoriali per essere analizzati con software GIS; per ultimo, ma forse uno dei motivi più importanti, anche se è quello per il quale si spera non debbano mai essere utilizzate, per salvare vite…

openstreetmap: immagine da Foss4g2017 slide

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MILANO CAPITALE DELLE MAPPE LIBERE

da http://www.thatsmilan.it/

20 luglio 2018 – da http://viveremilano.info/eventi/milano-capitale-delle-mappe-libere.html
AL VIA “STATE OF THE MAP”, IL RADUNO GLOBALE DI OPENSTREETMAP
Disponibili e scaricabili dal Geoportale del Comune i dati geografici relativi a oltre 60.000 numeri civici della città. Oltre 400 mappatori di cinquanta nazionalità diverse, ricercatori, aziende, pubbliche amministrazioni, istituzioni e associazioni non governative giungeranno dal 28 al 30 luglio a Milano per partecipare all’edizione 2018 di “State of the Map”, il grande raduno internazionale della comunità OpenStreetMap, progetto di mappatura libera e collaborativa noto anche come la “Wikipedia delle mappe”.
L’evento, che sarà ospitato presso gli spazi del POLITECNICO DI MILANO in PIAZZA LEONARDO DA VINCI, prevede numerose sessioni e workshop (2018.stateofthemap.org/it) in cui saranno illustrate le opportunità connesse a OPENSTREETMAP e i molteplici ambiti di applicazione e utilizzo dei dati geografici aperti: dal settore dei trasporti alla gestione delle misure di soccorso, dalla logistica al turismo, dalla mappatura dell’accessibilità fino ad arrivare al campo dell’innovazione e della ricerca scientifica.

Protagonisti non saranno solo appassionati (i mappers) o ricercatori, ma anche dipendenti di grandi aziende di rilevanza come Apple, Facebook, Google e Microsoft che racconteranno come contribuiscono e usano il patrimonio informatico che il progetto mette e disposizione di tutti.
“OpenStreetMap è, ad oggi, il più grande e aggiornato database globale geospaziale, utilizzato nella stragrande maggioranza delle applicazioni per le quali la contestualizzazione geografica è rilevante – ha dichiarato Maria Antonia Brovelli, professore di Sistemi Informativi Geografici al Politecnico di Milano. – Come Politecnico siamo attivi da anni su questo tema, principalmente sul fronte della validazione, per dimostrare come un dato collaborativo possa essere anche un dato di qualità.
Anche i nostri giovani mappatori (i PoliMappers) partecipano con entusiasmo e competenza a questo progetto, portando il loro prezioso contributo soprattutto nel caso di crisi ambientali e umanitarie”.
“Organizzare la conferenza internazionale di OpenStreetMap in Italia – ha aggiunto Maurizio Napolitano, membro del direttivo di Wikimedia Italia – è anche frutto della scelta della comunità italiana di mappatori che ha voluto farsi riconoscere all’interno di Wikimedia Italia. Contribuire alla creazione e diffusione dei beni comuni è un’opera che richiede un grande lavoro; la parcellizzazione degli sforzi è deleteria, l’unione porta a grandi risultati”.

Città Metropolitana di Milano (da http://www.google.it/ )

In occasione della conferenza stampa di lancio di STATE OF THE MAP, l’assessore alla Partecipazione, Cittadinanza attiva e Open data Lorenzo Lipparini – che sarà presente all’appuntamento il 30 luglio, alle ore 15, all’interno del panel “OpenStreetMap and future of transport” – ha annunciato un nuovo, importante rilascio disponibile sul Geoportale del Comune di Milano: “Da oggi sono finalmente disponibili e scaricabili i dati geografici relativi ai numeri civici e alle vie (centroidi) della toponomastica milanese. Parliamo di oltre 60.000 civici in diverse proiezioni del sistema geografico e in svariati formati, prodotti e costantemente aggiornati grazie al lavoro dell’Unità SIT centrale e Toponomastica della Direzione Sistemi Informativi. Si tratta di un rilascio importante che mettiamo a disposizione di tutti in versione open e che costituisce un tassello importante anche per quanto riguarda il percorso partecipativo intrapreso da questa Amministrazione: la condivisione di questi dati, infatti, ci consentirà di accrescere il costante e continuo confronto con le community e le associazioni di riferimento, che avranno anche il compito di mantenere il dato aggiornato. Con OpenStreetMap si avvia una collaborazione con Wikimedia Italia che ci porterà, a partire dal mese di settembre, a condividere sempre più esperienze”.
Fino a oggi OpenStreetMap offriva la mappatura di circa 21.000 civici di Milano, poco più di un terzo del totale. Grazie a questo importante rilascio tutti i dati diventeranno accessibili potranno essere utilizzati dai cittadini, dalle aziende di promozione turistica, dagli enti di ricerca e dalle stesse pubbliche amministrazioni.Che cos’è OpenStreetMap?
OPENSTREETMAP, IN BREVE OSM, È UN PROGETTO COLLABORATIVO VOLTO A CREARE UNA BANCA DI DATI GEOGRAFICI aperti che siano utilizzabili per qualsiasi scopo, in primis generare mappe. Il progetto è totalmente ispirato all’enciclopedia libera e ne replica lo spirito collaborativo e di creazione di un bene comune, per questo è noto anche come la “Wikipedia delle mappe”.
Il progetto, NATO NEL 2004 A LONDRA e coordinato dalla OPENSTREETMAP FOUNDATION – fondazione non profit con sede nel Regno Unito – si presenta come la più importante piattaforma di open data geografici al mondo.
OpenStreetMap si fonda principalmente su lavoro svolto da volontari, il cui numero a livello globale è in continua crescita: oltre un milione di utenti è iscritto al sito e ha attivamente contribuito all’arricchimento di questo enorme patrimonio di dati, accessibili gratuitamente da chiunque e riutilizzabili a qualsiasi scopo, anche commerciale.

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COS’È UN MAPPING PARTY

da https://wiki.openstreetmap.org/wiki/IT:Mapping_parties del 17/1/2018
PERCHÈ DOVREI ORGANIZZARE UN MAPPING PARTY?
I mapper più esperti, prima di cominciare, insegnano ai nuovi arrivati come usare i GPS.
OpenStreetMap è un progetto che migliora quanto più esperte sono le persone che vi partecipano, per questo i momenti di condivisione e trasmissione dell’esperienza sono fondamentali. I mapping party sono eventi in cui gli utenti esperti si riuniscono con utenti meno esperti, cittadini e chiunque voglia partecipare, per diffondere lo spirito di condivisione della mappa e ottenere una conoscenza condivisa e ampia del territorio in cui si vive o che si sta visitando.

ESEMPIO DI VOLANTINO BEN ESPLICATIVO DI UN MAPPING PARTY DEL 2017 – da http://www.opengeodataschool.it/

I mapping party possono avere qualsiasi forma: possono essere una passeggiata, una biciclettata, un viaggio in auto quando piove, o anche essere fatti totalmente in ambienti chiusi, se si vogliono mappare zone visibili dalle fotografie satellitari.
COME SI SVOLGE UN MAPPING PARTY
Per sommi capi, un estremo riassunto:
PREPARAZIONE: si contattano persone, gruppi o associazioni che potrebbero essere interessate. In alcuni casi può servire avere UN ‘TEMA’ (mappare le piste ciclabili, ristoranti o negozi, mappare completamente un parco ..) così le persone possono vedere il raggiungimento di uno scopo anziché vedere un generico miglioramento della mappatura. A chi possiede solo uno smartphone si consigliano un paio di App utili a mappare.
MOMENTO INTRODUTTIVO: specialmente se partecipano persone per la prima volta, è utile avere un proiettore e fermarsi almeno 5 minuti a spiegare cos’è OSM, come funziona e perché si dovrebbe aiutare la crescita di una mappa libera. In questa fase può essere utile aiutarsi con slide, immagini, video, ecc. La presentazione deve essere veloce e divertente.
MOMENTO SOCIALE: è utile che tutti si conoscano, al fine di creare una comunità coesa e — soprattutto — al fine di far conoscere persone che mappano lo stesso territorio.
USCITA, MAPPING: dopo aver diviso in gruppi gli utenti, ad ognuno viene distribuita una mappa con la zona da mappare assegnata a quel gruppo; è utile darsi una scadenza e fissare un orario al quale tutti i gruppi devono trovarsi al punto finale stabilito. Ai nuovi arrivati dare compiti di mappatura semplici senza voler far loro mappare tutto il mappabile: poche cose ma chiare.

da http://www.wiki.openstreetmap.org/

POST-ELABORAZIONE DEI DATI: i mapper si ritrovano nella sede di un volontario, di un’associazione, di un’azienda, di un pub o un caffè per accendere i propri PC e disegnare le strade sulla base delle tracce registrate con i ricevitori GPS. Gli utenti esperti insegnano ai nuovi arrivati come usare i programmi per la modifica delle mappe. Se possibile, al termine della giornata lasciare una paginetta con alcuni link alla wiki, alle map feature e a qualche mappa tematica. Se organizzato con un minimo di anticipo e non sapete cosa o come stampare materiale informativo Wikimedia potrebbe spedire un pò di materiale cartaceo.
MOMENTO GASTRONOMICO: i mapping party sono attività conviviali e comunitarie, per questo dopo la fine del party spesso i partecipanti si spostano in un ristorante, caffè o pub per bere un drink, una birra o consumare una cena insieme.
COME ORGANIZZARE UN MAPPING PARTY
La percentuale delle persone che continuano a mappare dopo aver conosciuto OSM ad un mapping party è statisticamente basso, per non vanificare gli sforzi dei volontari che organizzano la giornata diamo qui alcuni CONSIGLI PER FA SÌ CHE QUESTA PERCENTUALE AUMENTI.
Tra i possibili motivi c’è la RELATIVA COMPLESSITÀ DELL’INTERO PROCESSO. In una giornata occorre assimilare molte informazioni di svariato tipo; gli utenti non riescono a prendere confidenza con i vari passaggi e potrebbero aver paura di fare danni.
Per quanto possibile cercare di FAR VEDERE IL RISULTATO DELLA MAPPATURA o almeno una possibile elaborazione dei dati OSM, ad esempio una semplice mappa di umap, in questo modo saranno più invogliati a proseguire nella mappatura.
ASSICURARSI CHE LA ZONA DA MAPPARE (comune, quartiere, parco naturale, ecc) ESISTA ALL’INTERNO DI UNA QUALCHE PAGINA SUL WIKI; se non esiste, crearla.
CREARE UNA PAGINA APPOSITAMENTE PER IL MAPPING PARTY; se c’è già stato un mapping party in quella zona, riutilizzare la vecchia pagina per non crearne una nuova.
Aggiungere il mapping party sia all’elenco degli eventi italiani che in quello internazionale.
Mandare una mail in mailing list italiana; se la zona da mappare si trova al confine con altre nazioni, segnalare l’evento anche nella mailing list estera. Segnalare l’evento anche sui social network, come il gruppo OpenStreetMap Italy su Facebook o Twitter; pubblicare la notizia sul proprio blog, che allo scopo può essere inserito nel planet italiano dei blog di OSM.
Via messaggio personale, avvisare tutti gli utenti del wiki e del portale di OSM che risultano nel comune o nell’area interessata.
Si può fare altrettanto dal www con gli utenti che risultano presenti nei dintorni, con i quali si sono avuti contatti nei precedenti mapping party.
MANDARE UNA MAIL ALLE MAILING LIST DI GRUPPI E ASSOCIAZIONI che si pensa possano essere interessate (LUG della zona, associazioni di ciclisti, attivisti, ecc).
Cercare di dare un seguito alla giornata: terminare la giornata dando già l’appuntamento ad un ulteriore incontro ad una o due settimane di distanza, senza mapping party, in cui rivedere la parte di editing e togliere i dubbi ai nuovi mappatori.
Nei giorni precedenti cercare di far girare informazioni sul tipo di App da installare e sulla necessità di registrarsi come utenti a OSM; sarebbe consigliabile che gli utenti provassero a seguire il tutorial dell’editor ID; questo allo scopo di evitare tempi morti.
Contattare la stampa: risulta molto utile diffondere la notizia sui giornali cittadini, televisioni, ecc; è possibile utilizzare un comunicato stampa già pronto per l’uso – e modificarlo secondo le esigenze, riportato nella pagina Marketing. Se si contattano quotidiani è bene avere un primo contatto diversi giorni prima e il ‘reminder’ il giorno prima dell’evento.
Preparare materiale cartaceo da distribuire durante gli eventi e locandine per pubblicizzarlo
CREARE MATERIALE CARTACEO
È molto importante che durante il mapping party vengano distribuiti VOLANTINI, GUIDE e che lo stesso party venga preventivamente pubblicizzato e segnalato con poster, striscioni, ecc. Nella pagina Marketing sono presenti materiali pronti per l’uso.
STRUMENTI UTILI per i mapping parties:
– Walking Papers. (https://wiki.openstreetmap.org/wiki/IT:Walking_Papers )
– MapCraft. Zonizzazione di Londra per un mapping party. (https://mapcraft.nanodesu.ru/pie/50 )
– Field Papers facilita la raccolta dei dati di campo senza GPS, solo scrivendo note su un foglio di carta. (http://www.fieldpapers.org/ )
– MapCraft è uno strumento per creare una zonizzazione dell’area da mappare, assegnare le zone ai diversi utenti e seguire il progresso della mappatura. (https://wiki.openstreetmap.org/wiki/IT:MapCraft )

VOLANTINO DI UN MAPPING PARTY DI GEOGRAFICAMENTE TENUTO QUALCHE ANNO FA

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…le “città stato”, una riflessione sul possibile “domani”….

La geografia delle nuove città-Stato
LA GEOGRAFIA DELLE NUOVE CITTÀ-STATO

di Danilo Taino, da “LA LETTURA” supplemento domenicale de “il Corriere della Sera” Continua a leggere

VERIFICA COSTI-BENEFICI delle GRANDI OPERE al vaglio del nuovo Governo: TAV (Treno Alta Velocità Torino-Lione, ma anche Brescia-Verona…); MOSE a Venezia; Superstrada Pedemontana Veneta; … – Alcune sacrificate (Mose?), altre “sospese” (Tav Torino Lione?), altre che seppur inefficienti vanno avanti?

Uno tra i temi più rilevanti che il nuovo Governo dovrà affrontare in questi primi mesi, è quello delle GRANDI OPERE PUBBLICHE

   Uno tra i temi più rilevanti che il nuovo Governo dovrà affrontare in questi primi mesi, è quello delle GRANDI OPERE PUBBLICHE. La maggior parte riguardano infrastrutture per la mobilità (per le persone, per le merci). Ma ci sono anche grandi opere di salvaguardia ambientale, idraulica: come nel caso, nel Veneto, il risanamento dell’area di Marghera; e poi in particolare il MOSE (Modulo Sperimentale Elettromeccanico), il sistema di paratie mobili (dighe) che dovrebbe “salvare Venezia” nei casi di fenomeni di acqua alta eccezionale.

IL MINISTRO TONINELLI: «Nelle prossime settimane ESAMINEREMO TUTTI I PROGETTI DI OPERE PUBBLICHE in Italia. Il NOSTRO OBIETTIVO È ANALIZZARE COSTI E BENEFICI di ciascuna. QUELLE CHE SARANNO VALUTATE COME UTILI PER I CITTADINI SARANNO CONFERMATE, SULLE ALTRE VALUTEREMO COME PROCEDERE. Il tutto conti alla mano». Il ministro delle Infrastrutture DANILO TONINELLI, a Torino per inaugurare il Salone dell’auto, spiega la linea del governo Conte sulle grandi opere a cominciare dalla TAV TORINO-LIONE. E a chi gli chiede conto di come sarà l’atteggiamento della Lega, che ieri in Regione (Piemonte, ndr) ha votato un ordine del giorno a favore dell’opera con Pd e Forza Italia, risponde: «Nel contratto di governo c’è scritto che sulla Tav si procederà a una rivalutazione dell’opera e lo faremo insieme con la Lega. Stiamo costruendo una squadra, radunando le migliori energie: tra qualche settimana avremo le prime risposte». (da “la Stampa” del 6/6/2018)

C’è un impegno del nuovo Ministro alle Infrastrutture Danilo Toninelli, di fare una verifica a tutto campo di queste opere in progetto, ma anche di quelli nelle quali sono già in corso i lavori. Risaltano in particolare alcuni casi eclatanti, su cui l’analisi “costi-benefici” sarà politicamente “più strategica” di altre analisi.

LA TAV TORINO LIONE, DOPO 30 ANNI, HA ANCORA SENSO? NECESSITA RIPENSARE L’OPERA. Il CONTROSSERVATORIO VALSUSA nello scorso febbraio ha lanciato un appello al Governo e alle forze politiche per riaprire il confronto sull’opera. Tra i firmatari dell’appello figurano l’ex ministro ai Beni Culturali, Massimo Bray, don Luigi Ciotti e lo scrittore Christian Raimo. L’OSSERVATORIO SULLA TAV riconosce come il progetto della nuova linea Torino – Lione approvato da Francia e Italia sia basato su STIME SBAGLIATE e previsioni “smentite dai fatti”

Pensiamo in particolate alla linea ferroviaria ad alta velocità “Torino – Lione”. E anche al Mose di Venezia. Ma ci sono moltissime opere (ferroviarie e stradali) che costano tantissimo alla collettività, e che non si capisce se ne vale la pena: come l’Alta Velocità Ferroviaria tra Brescia e Verona, e, sempre in ambito ferroviario, la Galleria di Base del Brennero, il Tunnel Ferroviario del Frejus, le Linee ad “Alta Velocità – Alta Capacità” Milano-Genova (Terzo Valico dei Giovi), la Napoli-Bari, la Messina-Palermo…

SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA – (TABELLA da “il Corriere del Veneto del 12/3/2017: piano finanziario SPV -SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA – TABELLA (da “IL Corriere del Veneto” del 12/3/2017) – Il dato (A DESTRA) mostra che LA NUOVA SUPERSTRADA AVRÀ PREZZI AL CHILOMETRO NOTEVOLMENTE PIÙ CARI DELLE AUTOSTRADE GIÀ IN ESERCIZIO IN VENETO. – A SINISTRA, IL CONTRIBUTO PUBBLICO. Nell’anno della stipula della prima convenzione, il 2009, era previsto un contributo in conto capitale di 245 milioni, a carico dello Stato, su un’opera che all’epoca doveva costare all’incirca 1,6 miliardi. Con il ritocco del 2013 si aggiunse un nuovo contributo, sempre a carico dello Stato, di 370 milioni. Ora se ne somma un terzo, da 300 milioni, e stavolta paga la Regione. TOTALE CONTRIBUTO PUBBLICO FINALE: 914 MILIONI. Dunque se nel 2009 il pubblico copriva il 15% dei costi complessivi di costruzione, oggi siamo saliti fino al 40%. (MA E’ FINITO QUI IL CONTRIBUTO PUBBLICO???) – SOTTO A SINISTRA: il CANONE DI DISPONIBILITÀ, cioè «L’AFFITTO» che la Regione dovrà pagare al Consorzio di costruttori SIS dal 2020, anno annunciato per l’apertura al traffico, al 2059, ultimo anno della concessione: SI PARTE DA 153 MILIONI, POI SALIRÀ FINO A 400. In base al nuovo accordo, i pedaggi verranno versati in un conto e trattenuti da SIS per l’importo pari al canone concordato, ogni mese. Se l’incasso sarà superiore al canone, la Regione potrà chiedere di introitare il surplus; viceversa dovrà essere l’ente a pagare la differenza a beneficio di SIS.

   In Veneto è in fase di costruzione (è arrivata a circa il 30% di realizzazione, forse meno) la Superstrada Pedemontana Veneta (95 chilometri di tracciato e 60 di opere connesse di adduzione), e le polemiche per la sua effettiva funzionalità (con i costi di fatto “caricati” alle future generazioni per i 40 anni di concessione data dalla Regione alla ditta concessionaria) fanno discutere (sarà da vedere e da capire cosa dirà il “rapporto costi-benefici” del nuovo Ministro su un’opera che nasce, prima di essere finita, con moltissimi dubbi di utilità, e tecnologicamente pare già vecchia…

mappa della costruenda Superstrada Pedemontana Veneta

LE “GRANDI OPERE” COSTANO MOLTO: quasi sempre a danno delle manutenzioni ordinarie o straordinarie delle opere che già ci sono, e delle migliorìe possibili alle infrastrutture esistenti. I denari pubblici in gioco sono moltissimi: CIRCA 70 MILIARDI. Una cifra enorme se si pensa agli stretti vincoli di bilancio; e il tutto concentrato, appunto su “Grandi Interventi” visibili politicamente (quando si va ad inaugurarli), ma spesso che non risolvono i problemi di una più scorrevole, sicura, efficacie, mobilità delle persone (e delle merci).

GRANDI OPERE – I COSTI

Ai 70 miliardi di euro previsti, investiti, si sommano poi risorse assegnate direttamente (e annualmente) alle Ferrovie dello Stato e all’Anas (che peraltro ora sono inglobate: le Ferrovie hanno incorporato a sè l’Anas).

MARCO PONTI: “SOLO ANDATA” – Ed. Università Bocconi – MARCO PONTI, decano dell’ECONOMIA DEI TRASPORTI, in questo libro decide di spiazzare tutti. Si intitola “SOLO ANDATA”. Il contenuto? Una serie di dati che ha soprattutto un bersaglio: LA RETE FERROVIARIA ITALIANA. Per esempio, il fatto che in Italia abbiamo tracciati vecchi, ricostruiti su quelli ottocenteschi nel Dopoguerra. Per non parlare delle linee poco efficienti che rappresentano meno del 10% del traffico. In quali infrastrutture di trasporto è opportuno investire? L’evoluzione delle tecnologie suggerisce di evitare di spendere fiumi di denaro pubblico in grandi opere ferroviarie. Perché il futuro è della strada, spiega MARCO PONTI in questo suo ultimo libro. Le ferrovie sono il passato, sono meno ecologiche di quanto si pensi e sono costosissime. Un’analisi in cui escono a pezzi i politici ma anche gli accademici

   E il costo complessivo dei soli interventi ferroviari ammonta a quasi 26 miliardi di euro, da sommarsi ai 70 miliardi prima detti di investimenti (sia ferroviari dell’Alta Velocità che stradali).
E’ per questo che da tante parti è stata accolta positivamente la possibilità di una verifica seria e approfondita dei “COSTI-BENEFICI” di tutte le opere previste (anche quelle in corso di realizzazione). Perché non si può più prescindere dai risultati di analisi rigorose, trasparenti e comparative, né ignorare studi e valutazioni effettuate da esperti (possibilmente credibili e indipendenti), e con un confronto con tutte le parti interessate.

IL MOSE, SE REALIZZATO, SOLO DI MANUTENZIONE COSTERÀ 80 MILIONI ALL’ANNO e, inoltre, ci sarà un’intromissione impattante in Laguna: LA MANUTENZIONE delle paratoie – nonostante molte opposizioni – AVRÀ LUOGO ALL’ARSENALE, accanto ai monumentali bacini di carenaggio dell’800

   Ad esempio il MOSE. Solo di manutenzione costerà 80 milioni all’anno e, inoltre, ci sarà un’intromissione impattante in Laguna, a Venezia: la manutenzione delle paratoie del Mose – nonostante molte opposizioni – avrà luogo in ARSENALE, accanto ai monumentali bacini di carenaggio dell’800. Ci sarà una trasformazione della destinazione dell’Arsenale da cantieristica a industriale, per i secoli (?!) a venire (l’ultimo regalo avvelenato della disastrosa fin qui vicenda del Mose a Venezia).
Poi, tornando all’opera simbolo ferroviaria, il progetto della nuova LINEA TORINO-LIONE è basato su stime troppo vecchie e superate, con previsioni non più attendibili: la Commissione Europea aveva ampiamente sovrastimato il traffico merci. Tutto è cambiato negli ultimi 30 anni, rispetto all’idea progettuale pensata e ora in corso di possibile realizzazione: sul piano delle conoscenze dei danni ambientali, nella situazione economica, nelle politiche dei trasporti, nelle prospettive dello sviluppo… E i lavori per il tunnel di base non sono ancora iniziati (bene! ci si può fermare un momento).

TAV BRESCIA-VERONA

   In Veneto, oltre al MOSE c’è la questione della TAV Brescia Verona (e poi verso Padova), e della SPV, la Superstrada Pedemontana Veneta.
Bloccare i lavori della TAV BRESCIA-VERONA proprio adesso che i cantieri sono al via, sarà un po’ arduo. Però l’opera è veramente “difficile da realizzarsi”: in particolare l’attraversamento delle due città sono i punti più delicati del progetto. L’intera Brescia-Verona costerà quasi 3,4 miliardi di euro: 64 milioni al chilometro. La realizzazione della Torino-Milano ha dimostrato che l’utilità è assai scarsa rispetto alle risorse investite, e la continuazione di un progetto “alta velocità est-ovest” lascia molti dubbi sui benefici (rispetto ai costi: sociali, ambientali, finanziari…).

Sono circa 50 le firme di ECONOMISTI ITALIANI in calce all’APPELLO inviato nel MARZO SCORSO al Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti e volto a sensibilizzare il Governo sulla necessità DI SOSTENERE LA PROGRAMMAZIONE E LA REALIZZAZIONE DI GRANDI OPERE INFRASTRUTTURALI CON RIGOROSE ANALISI TECNICO-ECONOMICHE che giustifichino il sacrificio di risorse pubbliche necessario (in questo post, a seguire, potete leggere l’APPELLO)

Per quanto riguarda la Superstrada Pedemontana Veneta, la proposta di modifica che realizzi un giusto virtuoso rapporto tra “costi e benefici” (proposta che noi appoggiamo), è a nostro avviso quella del CoVePA (Coordinamento Veneto Pedemontana Alternativa) e della Legambiente Veneto, e cioè di una modifica possibile/fattibile ora in “corso di realizzazione”, e cioè: 1-stralciare i 30 chilometri inutili della parte ovest (dalla A31 alla A4, compresi 6 km. in galleria); 2-collegare di più la SPV alla viabilità esistente, con 28 accessi compatti al posto degli attuali previsti 11 caselli autostradali; 3-superare la necessità di altri 60 km. (oltre ai 95, che su nostra proposta diventerebbero 65) di opere di adduzione (complanari, bretelle, cavalcavia, ecc.) perché la strada si collega direttamente e in modo più leggero (rispetto ai pochi caselli) alle 28 strade nord-sud esistenti adesso, eliminando così quasi tutte le cosiddette opere “complementari”; 4-prevedere un’analisi più attenta di realizzazione di opere di mitigazione e compensazione ambientale e paesaggistica.
Non si sa se questo CHECK-UP “COSTI BENEFICI” previsto dal nuovo ministro alle Infrastrutture e Trasporti potrà dare frutti, risultati. Noi ce lo auguriamo e glielo auguriamo al Ministro. Quello che è sperabile è che sia attento e serio nelle valutazione, realistico nel valutare ciascuna opera, e che possa mirare a una innovativa mobilità del futuro che potremo reakizzare; e che dovrà tenere conto di efficienza, modernità, ma anche di costi più limitati. (s.m.)

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VALUTARE LE GRANDI OPERE: UNA NECESSITÀ SEMPRE DIMENTICATA

– STRALCI dall’intervento di MARCO PONTI, da “la voce.info” del 3/3/2018 (www.lavoce.info ) –
Non mancano gli esempi di grandi opere che si sono rivelate uno spreco di soldi dei cittadini. Continua a leggere