La TAV Torino-Lione dopo l’analisi “COSTI-BENEFICI” che la boccia – All’impasse sono da proporre alternative: 1-la seconda Galleria stradale del Frejus commutata da galleria di sicurezza a transito; 2-Il rinnovo della Ferrovia Torino-Lione esistente; 3-la trazione elettrica non inquinante dei nuovi TIR nella A32, sono soluzioni possibili?

VAL DI SUSA – Nell’immagine la SACRA DI SAN MICHELE (ad Avigliana, in Val di Susa), abbazia (costruita tra il 983 e il 987 d.C.) che domina la cima del MONTE PIRCHIRIANO – La Val di Susa, in Piemonte, ben collegata alle principali città del territorio e ricchissima di valichi alpini, è da sempre punto di passaggio fra Italia e Francia, un territorio di mezzo che è stato per secoli frequentato da pellegrini, artisti, mercanti, soldati

   Uno dei temi fondamentali che appaiono dalla lettura e dalle conclusioni della Acb (analisi “costi-benefici”) sul progetto di Tav (treno ad alta velocità) Torino-Lione, è che i parametri ambientalisti tradizionali cui noi siamo abituati a ragionare da sempre, sono opinabili. Cioè che è meglio la strada, il trasporto su gomma, piuttosto che la ferrovia, specie se questa “impone” costi altissimi nella costruzione.

La VALLE DI SUSA è posta nelle ALPI COZIE e GRAIE in Piemonte, tra Torino e il confine francese. Si articola amministrativamente in 37 comuni. Le vette della Valle superano la quota di 3000 metri: la più alta è il MONTE ROCCIAMELONE, con i suoi 3538 metri, seguita dai MONTI GIUSALET (3313 m.), TABOR (3178 m.) e CHABERTON (3136 m.). Sul territorio sono presenti anche tre parchi naturali regionali: il PARCO NATURALE DEI LAGHI DI AVIGLIANA, il PARCO NATURALE ORSIERA-ROCCIAVRÈ e il PARCO NATURALE DEL GRAN BOSCO DI SALBERTRAND. La Valle di Susa è collegata con la Savoia attraverso il VALICO DEL MONCENISIO e altri passi minori e tramite il TRAFORO DEL FREJUS, mentre i collegamenti con l’antico Delfinato sono garantiti dai VALICHI DEL MONGINEVRO e DELLA SCALA. Da sempre territorio di passaggio, quest’area è attraversata ogni anno da circa quattro milioni di veicoli, in gran parte diretti verso la Francia e verso le zone di accoglienza turistica site in alta Valle.

   Le critiche all’Analisi sulla Tav, redatta dal gruppo di lavoro coordinato dal professor Marco Ponti e dagli altri quattro esperti, queste critiche possono essere legittime (come l’aver inserito tra i costi il mancato guadagno delle accise da carburante del trasporto su gomma), però sono oneste e “rivoluzionarie” nel voler riconoscere che il sistema ferroviario non può essere la soluzione predominante alla mobilità di persone e merci (per carità, bene che ci sia, e tutti noi siamo contenti ad utilizzarlo): perché costosissimo nella costruzione e gestione, e poco pratico (è più “veloce” per una ditta caricare i propri prodotti in un Tir e che vada a destinazione, che portare le merci allo scalo merci ferroviario, scaricare il camion, eccetera…).

FREJUS DALL’ALTO – L’area del Frejus tra Italia e Francia (da https://www.net-italia.com/selezione-progetti/seconda-galleria-frejus/ )

   Pertanto tutte le critiche si possono rivolgere a questa “analisi costi-benefici”, ma non che non dica la difficoltà e i limiti di una “grande opera” vissuta dalla collettività e dal mondo politico quasi unanimemente come la costruzione della “piramide”, del trionfo tecnologico, ma nei fatti assai poco funzionale a quel che dovrebbe servire (cioè rendere scorrevole il traffico delle merci e delle persone, quando questo traffico realmente c’è). Nasce qui però la necessità di “essere propositivi” e di prospettare nuove soluzioni possibili e migliori (anche in quella fascia geografica alpina stupenda che è la Val di Susa).

IL PERCORSO DELLA TAV (da http://www.agi.it/ ) – In totale, le tre parti del progetto TAV, della linea ferroviaria Torino-Lione compongono un tracciato lungo circa 270 km – di cui il 70 per cento (189 km) in territorio francese e il 30 per cento (81 km) in territorio italiano – che interessa complessivamente 112 comuni. Il TUNNEL DI BASE di 57,5 CHILOMETRI NON È ANCORA STATO COSTRUITO (è in costruzione il TUNNEL GEOGNOSTICO DI SAINT-MARTIN-LA-PORTE -funzione dichiarata di questa galleria è quella di conoscere un’area dalla «geologia particolarmente delicata», che, al 13 febbraio 2019, sono stati scavati circa 6,7 km sui 9 km complessivi). Tutta la TAV comporta molti interventi, sia sulle ferrovie nazionali sia in scavi geognostici, questi ultimi fatti appunto per analizzare il terreno e preparare i tunnel utilizzati per la manutenzione e la sicurezza a opera ultimata

   Se una nuova linea-rotaia elettrificata è difficile (e arduo) costruirla (e bucare la montagna con un tunnel di 57 chilometri e mezzo), e costa troppo (finanziariamente e ambientalmente, lì, in Val di Susa); se forse non ne vale la pena (visto che quel che c’è adesso, su strada e su rotaia, può ampiamente bastare)…. è anche necessario intravedere altre opportunità ora che quell’opera rischia di non farsi mai, e, se anche presto o tardi nuovi governi si succederanno e ci sarà un contesto politico-sociale-economico favorevole alla Tav, accadrà in ogni caso che ci vorranno decenni per realizzarla (la Tav), che il costo aumenterà chissà quanto, per alla fine rischiare di trovarsi (non noi, ma le future generazioni) con una cattedrale nel deserto (cioè poco o niente utilizzata) e con tanti debiti pregressi ancora (loro, i giovani, le future generazioni) da pagare.

TUNNEL GEOGNOSTICO di Saint-Martin-La-Porte — Tra i cantieri ancora in corso tra Francia e Italia, risulta ancora in costruzione il TUNNEL GEOGNOSTICO DI SAINT-MARTIN-LA-PORTE. Qui, al 13 febbraio 2019, sono stati scavati circa 6,7 km sui 9 km complessivi. Sebbene questa galleria sia in asse e nel diametro del futuro tunnel di base, da un punto di vista formale NON È IL TUNNEL VERO E PROPRIO, i cui bandi per l’inizio ufficiale degli scavi sono stati rimandati. La funzione dichiarata di questa galleria è quella di conoscere un’area dalla «geologia particolarmente delicata», spiega Telt (ndr: TELT, Tunnel Euralpin Lyon-Turinquella, ha la competenza della tratta transfrontaliera del progetto – tra Saint-Jean-de-Maurienne e Susa/Bussoleno), in vista della realizzazione definitiva del tunnel di base e il passaggio dei primi treni (nel 2030, se saranno rispettati i tempi previsti)

   Per questo modestamente proponiamo, oltre e a soluzione dell’attuale accantonamento della Tav in Val di Susa questi tre principi-idee guida.
1- Che si incentivi subito l’ELETTRIFICAZIONE dei camion sulle autostrade (nel “nostro” caso la A32 che porta da Torino a Bardonecchia, al traforo del Frejus). Nel nord Europa e in altre parti del pianeta si stanno sperimentando e costruendo TIR a “combustibile elettrico”, che non inquinano e non usano combustibili fossili (ovvio che l’energia elettrica che utilizzano deve venire da fonti rinnovabili, ma questo fa parte del processo virtuoso…). Pertanto: sviluppare sull’autostrada A32 (che è la cosiddetta autostrada del Frejus o Torino-Bardonecchia ed è lunga 72,4 km) un sistema di elettrificazione del trasporto pesante sull’esempio delle E-HIGHWAY svedesi, tedesche, californiane…

IN CALIFORNIA. GERMANIA E SVEZIA LE PRIME E-HIGHWAY

2- La linea ferroviaria “storica” Torino-Lione (e ora operante, con l’attuale traforo ferroviario del “Frejus”) non è obsoleta: funziona bene, è stata ammodernata (sul traforo ferroviario ci sono stati interventi recenti, nel 2003 e 2011: le pareti e il fondo del tunnel sono stati scavati per permettere il passaggio di treni con carichi e semirimorchi fino a 3,75 metri). Pertanto la linea ferroviaria attuale può essere (migliorata) ancora di più; i flussi di traffico merci e passeggeri (non in crescita) possono far adeguare con intervenuti mirati e virtuosamente il “sistema strada-ferrovia” senza altre grandi opere.

nella foto: TRAFORO FERROVIARIO DEL FREJUS – La FERROVIA DEL FREJUS (Torino-Bardonecchia/Susa o anche Torino-Modane-Chambéry-Culoz) è la strada ferrata internazionale che partendo dal capoluogo piemontese e attraversa la cintura suburbana ovest, per transitare poi attraverso la valle di Susa ed il TRAFORO FERROVIARIO DEL FREJUS, e terminare infine presso la località stazione di Modane. Da qui inizia la FERROVIA CULOZ-MODANE, che permette ai treni di proseguire verso le altre città d’oltralpe e svizzere. Il tratto in territorio italiano, da Torino fino al traforo, è gestito da Rete Ferroviaria Italiana (RFI), mentre quello in territorio francese, fino a Modane, è di competenza dei francesi (SNCF). Quest’ultimo tratto, sulla base di accordi fra i due stati, è dotato di un sistema di segnalamento ferroviario rispettoso degli standard di segnalamento ferroviario in Italia).
A volte è definita “FERROVIA DEL FRÉJUS” l’intera tratta Torino-Modane-Chambéry-Culoz, compresa quindi la tratta della ferrovia Culoz-Modane, la quale in altri testi è indicata come FERROVIA DELLA SAVOIA o FERROVIA DELLA MORIANA

3- La seconda Galleria stradale, di Sicurezza, del Frejus iniziata a costruire nel 2014 e praticamente finita, che corre parallela alla prima operante storica galleria (Il traforo stradale del Frejus collega Bardonecchia a Modane in Savoia), questa seconda Galleria stradale del Frejus può benissimo essere commutata da galleria di sicurezza a galleria di transito: permettendo una separazione materiale, totale, del traffico (pur adesso per niente eccessivo) nelle due direzioni, in andata o in arrivo dalla Francia (con minore pericolo di possibili incidenti); rendendo anche più fruibile, automatizzato e scorrevole il transito (e automatizzando il pagamento del passaggio meglio di quanto lo sia ora).

L’AUTOSTRADA A32 è nota anche come AUTOSTRADA DEL FREJUS o TORINO-BARDONECCHIA ed è lunga 72,4 km con percorso che si sviluppa interamente nella città metropolitana di Torino: partendo dal capoluogo piemontese, collega l’Italia alla Francia tramite il traforo stradale del Frejus per poi proseguire fino a Lione come AUTOROUTE A43

   Se adesso l’analisi “costi-benefici” negativa sul progetto Tav sarà perlomeno elemento che prorogherà i lavori al futuro, ad altri governi favorevoli (e abbiamo già da ora la sensazione che questi lavori saranno sospesi per lungo tempo…), se si potesse individuare un’alternativa concreta e condivisa alla Tav, non sarebbe cosa da poco. (s.m.)

…….

APPUNTI SULLO “STATO DELLE COSE”
– Esistono già alcune infrastrutture che mettono in comunicazione le città di Torino e Lione, o più in generale che attraversano il confine alpino tra Francia e Italia.

LE INFRASTRUTTURE ESISTENTI (da http://www.agi.it/ )

– Per quanto riguarda i treni, Torino è collegata al confine con la Francia dalla ferrovia del Fréjus, o linea Torino-Modane-Chambéry-Culoz. Da quest’ultimo comune transalpino è possibile raggiungere Lione con una linea gestita dalle ferrovie francesi. Questo tratto ferroviario è anche chiamato “linea storica” perché la prima tratta, tra Susa e Torino, è stata inaugurata nel 1854, e il traforo ferroviario del Frejus – lungo oltre 13,5 km e con un’altitudine massima di  24 m sul livello del mare – è stato aperto nel 1871: la sua costruzione ebbe il sostegno, tra gli altri, di Camillo Benso, conte di Cavour.
– Durante tutto il Novecento, la tratta è stata oggetto di numerosi lavori di potenziamento e ammodernamento. Gli interventi recenti più importanti sono stati fatti tra il 2003 e il 2011, quando le pareti e il fondo del tunnel sono stati scavati per permettere il passaggio di treni con carichi e semirimorchi più alti (fino a 3,75 metri).

VAL DI SUSA, i lavori per la TAV

– Dal 2003, sulla linea storica Torino-Lione è anche attiva l’autostrada ferroviaria alpina (Afa), che permette, su un percorso di 175 km, il trasporto combinato delle merci, che vengono spostate in un container, posizionato prima su camion e poi su rotaia.
– Secondo i critici della Tav, i lavori di ammodernamento (uniti ai dati sui traffici delle merci e dei passeggeri) dimostrano che la linea storica «non è vecchia», cioè non è ancora superata, e consente il passaggio della maggior parte degli autocarri e dei container.

LE PROTESTE IN VAL DI SUSA CONTRO LA TAV

– Viceversa, i sostenitori della Tav criticano come non sufficiente per gli standard europei la nuova sagoma del traforo ferroviario del Frejus, definita P/C45 – una sigla che indica il trasporto intermodale di casse mobili e semirimorchi con un’altezza massima di 3.750 mm. Secondo il commissario Foietta «la vecchia tratta di valico» non sarebbe adeguata al trasporto moderno ed «è oggi considerata fuori dagli standard moderni di sicurezza dei tunnel ferroviari».

LA VAL DI SUSA E LE TENSIONI PER LA TAV

– Per quanto riguarda il trasporto su gomma al confine alpino, in questa zona Italia e Francia sono collegate dall’autostrada A32, che – con una lunghezza di oltre 70 km – attraversa la Val di Susa e arriva al traforo autostradale del Frejus. Quest’area è attraversata anche da due strade statali che arrivano ai valichi del Monginevro e del Moncenisio.

TRAFORO STRADALE DEL FREJUS


– NEL DIBATTITO PLURIENNALE TRA PROMOTORI E CONTRARI ALLA TAV, pertanto i primi sostengono che i collegamenti attuali sono insufficienti, antiquati e inefficienti dal punto di vista economico e ambientale; i secondi, invece, ritengono che le linee presenti sono adeguate per gli obiettivi fissati dalle politiche infrastrutturali e per i volumi di traffico, e che – con cifre minori a quelle stanziate per la grande opera – possono essere potenziate e ammodernate.
– A FEBBRAIO 2019 TELT (ndr: TELT, Tunnel Euralpin Lyon-Turinquella, ha la competenza della tratta transfrontaliera del progetto – tra Saint-Jean-de-Maurienne e Susa/Bussoleno) NON HA ANCORA AVVIATO LE PROCEDURE per il lancio della gara da circa 2,5 miliardi di euro complessivi per la COSTRUZIONE DEL TUNNEL DI BASE (i 57,5 chilometri più difficile e importanti).

CANTIERE TAV

– I PRINCIPALI OBIETTIVI DEI PROMOTORI DELLA TAV sono ECONOMICI, per rendere più competitivo il treno per il trasporto di persone e merci; AMBIENTALI, per ridurre il numero di Tir dalle strade; SOCIALI, per connettere meglio e valorizzare aree diverse.
– L’ANALISI COSTI-BENEFICI NON È UN’ANALISI FINANZIARIA, il cui obiettivo è calcolare se uno o più attori impegnati nel progetto ne otterranno un guadagno monetario, ha spiegato il professor Marco Ponti durante l’audizione alla Commissione Trasporti della Camera il 13/2/2019: «Misura invece gli effetti sul benessere collettivo di tutti gli stakeholder, cioè gli enti e le persone coinvolte nel progetto».
– IN CIASCUNO DI QUESTI SCENARI, IL COSTO DELL’OPERA È DIVERSO, MA SEMPRE NEGATIVO: il costo più alto è di circa 8 miliardi di euro, mentre il più basso scende fino a 5 miliardi (si tratterebbe quindi di meno di 300 milioni di euro l’anno per 30 anni, una cifra relativamente ridotta). Questi “costi” di cui parla l’analisi sono stimati per il primo trentennio di attività della linea, cioè il periodo che va dal 2030, quando l’opera dovrebbe essere completata, fino alla fine del 2059.
– LA CRITICA PIÙ DIFFUSA ALL’ANALISI COSTI-BENEFICI, è che una delle principali voci tra i “costi” dell’opera è rappresentata dal CALO DELLE ACCISE E DEI PEDAGGI AUTOSTRADALI, che causerà una perdita allo stato e ai concessionari delle autostrade. L’analisi, in ogni caso, rimarrebbe negativa anche senza considerare il costo delle accise e dei pedaggi.

L’audizione del 13 febbraio scorso alla Commissione Trasporti della Camera del prof. MARCO PONTI sull’analisi costi benefici del progetto Tav (foto LaPresse, ripresa dal quotidiano IL FOGLIO)

– ALCUNI HANNO MESSO IN DUBBIO CHE QUALSIASI OPERA PUBBLICA POSSA RISULTARE “PROFITTEVOLE” se ad essere applicato fosse il metodo di Ponti: il costo di costruzione di un sistema ferroviario è così elevato che mai in ogni caso riesce ad essere ammortizzato dai ticket di chi lo utilizza o da qualsivoglia beneficio (anche ambientale). In economia è un COSTO POLITICO che la Comunità si accolla perché ritiene l’opera in ogni caso necessaria e “strategica”.
– CRITICI ALLA TAV, COME MARCO PONTI – professore ordinario, oggi in pensione, di Economia e pianificazione dei trasporti al Politecnico di Milano, nominato a luglio 2018 dal ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli consulente per la valutazione delle grandi opere – restano comunque dubbiosi sulla maggior convenienza dei treni rispetto alla strada, indipendentemente dalle questioni di velocità e capacità di una linea;
– E’ COSÌ CHE L’ANALISI COSTI-BENEFICI SULLA TAV PUBBLICATA IL 12 FEBBRAIO 2019 dalla commissione del Ministero presieduta da Ponti arriva alla conclusione che, a fronte dei costi per lo Stato, la ferrovia – in questo caso la Torino-Lione – non ha nel complesso un vantaggio competitivo favorevole rispetto alla strada.
– PONTI E I SUOI COLLEGHI HANNO RISPOSTO ALLE CRITICHE PROVENTI DA PIÙ PARTI, ribadendo la loro indipendenza e affermando che il lavoro non ha l’ambizione di essere «perfetto», come non può essere perfetta alcuna analisi che tenti di fare stime per un futuro che è ancora lontano decenni, ma che è comunque uno strumento utile per il decisore, cioè la politica.
Se vuoi leggere l’analisi “costi-benefici” questo è il link:

http://www.mit.gov.it/comunicazione/news/torinolione-ferrovie-alta-velocita-tav/torino-lione-ultimate-lanalisi-costi

un’immagine della VAL DI SUSA

……………………………….

COSA SI DICE DELL’ANALISI COSTI-BENEFICI SULLA TAV

da IL POST.IT del 13/2/2019 (www.ilpost.it )
– Lo studio voluto dal ministro Toninelli è stato molto commentato e criticato, la commissione che se ne è occupata lo ha difeso alla Camera –
In questi giorni si discute molto dell’analisi “costi­benefici” sulla TAV Torino-Lione, secondo cui l’opera sarebbe un investimento poco conveniente, che potrebbe arrivare a costare una decina di miliardi nel corso di un trentennio.
L’analisi, voluta dal ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli e realizzata da una commissione di esperti, è stata accusata dai sostenitori della TAV di essere parziale e incompleta. Lo scorso 13 febbraio, nel corso di un’audizione alla Camera, gli autori dell’analisi hanno avuto occasione di rispondere a numerose delle critiche ricevute.
DI COSA STIAMO PARLANDO? Continua a leggere

Annunci

LA FINE DEI GHIACCIAI – Ghiacciai che spariscono; questo fenomeno mette in crisi l’ECOSISTEMA in cui viviamo. Ma cambia anche la GEOPOLITICA mondiale: con NUOVE ROTTE e nuovi spostamenti delle popolazioni – La necessità di ELIMINARE I COMBUSTIBILI FOSSILI per fermare la FINE DEL GHIACCIO

ANTARTIDE: UNA STORIA SCOLPITA NEL GHIACCIO – MUSEO DI GEOGRAFIA, VIA DEL SANTO 26, PADOVA – VENERDÌ 8 FEBBRAIO 2019 . H. 15.30 – 18.00

– In occasione della terza CONFERENZA NAZIONALE SULLA RETE MONDIALE UNESCO DEI MUSEI DELL’ACQUA un evento dedicato all’ANTARTIDE.   L’evento ha l’obiettivo di avvicinare il pubblico al continente antartico e al dibattito legato ai temi ambientali attraverso le testimonianze di chi ha avuto modo di viverlo in prima persona.

– ESPLORAZIONI E RICERCHE SULLA CATENA TRANSANTARTICA RIFLESSIONI E NUOVI STIMOLI. Continuano gli interessanti eventi promossi dal Museo di Geografia di Padova grazie al prossimo evento organizzato con l’obiettivo di avvicinare il pubblico al continente antartico e al dibattito legato ai temi ambientali attraverso le testimonianze di chi ha avuto modo di viverlo in prima persona. Si parlerà di esplorazione, ricerca, avventura, rocce, ghiacci e ovviamente di cambiamenti climatici.

Durante l’evento, in particolare affronteremo i seguenti temi:

IL CONTINENTE ANTARTICO TRA ESPLORAZIONE E RICERCA
ALDINO BONDESAN | Università di Padova – Museo di Geografia
ZINGARI IN ANTARTIDE. RACCONTO DI UN’ESCURSIONE SULLA CATENA TRANSANTARTICA
MARCELLO MANZONI | Consiglio Nazionale delle Ricerche
GHIACCI E ROCCE DELL’ANTARTIDE, ARCHIVIO DEI CAMBIAMENTI CLIMATICI E SENTINELLA DEL FUTURO
FRANCO MARIA TALARICO | Università di Siena – Museo Nazionale dell’Antartide

FacebookGoogle+GmailEvernoteTwitterWhatsAppOutlook.comPinterestPrintFriendly

Museo di Geografia Padova,  Via del Santo, 26, Padova
clicca qui per visualizzare la mappa
https://www.facebook.com/events/793708780989271/
comunicazione@watermuseumofvenice.com

http://www.padovando.com/incontri-convegni/antartide-una-storia-scolpita-nel-ghiaccio/

………………………………..

Per far sciogliere la calotta di ghiaccio della Groenlandia è sufficiente una temperatura terrestre di 1 grado °C e soleggiamento. “UNA VOLTA ERA RARO AVERE TEMPERATURE SUPERIORI allo 0 sulla CALOTTA, MA ORA NON PIÙ”, dice Michael Bevis (geoscienziato della Ohio State University). E ogni grado superiore a 1 °C raddoppia la quantità di ghiaccio che si scioglie. (di Stephen Leahy, 22/1/2019, da http://www.nationalgeographic.it/ambiente/)

………………………..

(Un circo è un vuoto scavato a forma di scodella che si trova in alto a lato di una montagna da ww_onegeology_org) – I GHIACCIAI ALPINI si trovano in alto sulle montagne in conche a forma di scodella e vengono chiamati GHIACCIAI DI CIRCO. Man mano che il ghiacciaio cresce il ghiaccio si sposta al di fuori del circo, verso la valle. Diversi ghiacciai di circo possono fondersi insieme formando un unico GHIACCIAIO VALLIVO. Quando i ghiacciai vallivi si spostano oltre il limite delle montagne diffondendosi e unendosi formando un GHIACCIAIO PIEDEMONTANO. (da http://www.onegeology.org/http://www.onegeology.org/extra/kids/italian/earthprocesses/alpineGlaciers.html

…………………………….

GIACCIAIO DEI FORNI (nella foto) (si trova nel gruppo Ortles-Cevedale in alta Valtellina all’interno del settore lombardo del Parco nazionale dello Stelvio) – “(…) MARCO CONFORTOLA ci testimonia l’agonia del GHIACCIAIO DEI FORNI. “Era IL PIÙ GRANDE ghiacciaio vallivo italiano e L’UNICO DI TIPO HIMALAYANO, originato da tre bacini collettori con tre lingue glaciali distinte confluenti a quota 3000 m in un’unica lingua di ablazione con morene mediane che si spingeva nel fondovalle – scrive l’alpinista-. Il ghiacciaio ATTUALMENTE È ESTINTO COME FENOMENO UNITARIO.(…)”(da 1/9/2018 https://www.montagna.tv/)

………………………………

Il BALTORO (nella foto) è un ghiacciaio situato in Pakistan nel gruppo montuoso del Karakorum. Lungo circa 60 Km, si estende per circa 700 km², e sbocca nella valle del Braldo a poca distanza dal villaggio di Askole, ultimo centro abitato sulla strada per il ghiacciaio. È TRA I PIÙ GRANDI GHIACCIAI VALLIVI AL MONDO, ed è attorniato da alcune delle principali vette della Terra come il K2, il Broad Peak, il Masherbrun ed il gruppo del Gasherbrum. Questi ghiacciai si riducono di anno in anno, ma non rischiano di scomparire a breve; ma è probabile che la continua ritirata del ghiaccio significhi la fine di forniture idriche affidabili per le popolazioni che dipendono da essi.

………………………………..

(immagine da http://www.slideplayer.it/)

Geograficamente

COS’È E COM’È UN GHIACCIAIO

   Semplificando ma dando pure un’immagine affascinante della bellezza dei ghiacciai, potremmo dire che il ghiacciaio è “un paesaggio in movimento”. Nei ghiacciai più grandi (che assumono, dall’alto in basso, CARATTERISTICHE A FORMA DI LINGUA, scendendo nella valle…) la parte più alta è quella dove prevale nel corso dell’anno “l’ALIMENTAZIONE” rispetto allo scioglimento (i tecnici infatti lo chiamano BACINO DI ALIMENTAZIONE” o CIRCO GLACIALE), mentre la parte più bassa è quella nella quale prevale lo “SCIOGLIMENTO” rispetto all’alimentazione (viene chiamata BACINO DI ABLAZIONE, cioè dove il ghiaccio si scioglie). TRA I DUE BACINI STA, appunto, il “LIMITE DELLE NEVI”, la LINEA DI EQUILIBRIO (dove la somma algebrica, per capirci, tra alimentazione e scioglimento è zero, si equivale).

   Ma I GHIACCIAI ALPINI, e in particolare quelli dolomitici, molto spesso non sono a “forma di lingua” e non sono di grandi dimensioni; sono più compatti, senza “lingua” di discesa nella valle, e VENGONO CHIAMATI GHIACCIAI DI CIRCO (e la Marmolada è un “ghiacciaio di circo”). A tutta questa sommaria esposizione delle parti del ghiacciaio non bisogno dimenticare la parte finale, più bassa, dell’apparato glaciale, chiamata “FRONTE” (è dalla fronte che esce il “TORRENTE GLACIALE”, la concretizzazione del passaggio dallo stato solido allo stato liquido).

   Pertanto “bacino di alimentazione, linea delle nevi o di equilibrio, bacino di ablazione o scioglimento, fronte del ghiacciaio”. Tutto questo IN UN PERENNE MOVIMENTO: un oggetto lasciato sulla parte alta, dopo pochi anni lo ritroveremo nella parte bassa in scioglimento.

   Perché questa breve descrizione? Per inquadrare questo nostro “paesaggio che scompare”. Perché i ghiacciai alpini, ma in particolare quelli dell’area dolomitica sono in grande crisi, alcuni, i più piccoli, sono in fase di sparizione totale.

   Il ghiacciaio misura la sua POSSIBILITÀ DI “BENESSERE” E SOPRAVVIVENZA su DUE ELEMENTI: le PRECIPITAZIONI e la TEMPERATURA. ENTRAMBI QUESTI FENOMENI ORA SONO NEGATIVI PER I GHIACCIAI: diminuiscono le precipitazioni nevose invernali e la temperatura media si sta alzando. E per “ricostruire” la tendenza a un recupero e alla “fine della perdita” per i ghiacciai dolomitici, ci vorrebbero forse almeno trenta inverni a clima molto rigido e con abbondanti precipitazioni nevose.

   CHE FARE? Noi non pensiamo che nella condizione “micro”, regionale, territoriale, si possa fare molto (diverso invece è il discorso nel “macro”, iniziative globali mondiali per ridurre l’inquinamento e riportare il clima a condizioni di qualche decennio fa).

   Però, premesso che ci auguriamo che mai accada (come qualcuno forse sta prospettando) di “mantenere o costruire artificialmente il ghiacciaio” (magari “sparando acqua-neve” d’inverno, come si fa nelle piste da sci, per “incentivare le precipitazioni”; o coprire il ghiaccio di teloni che mantengano la temperatura fredda, come già si sta facendo in alcuni casi…), ebbene se è augurabile che questo non accada, è però anche vero che nell’ambito “micro”, regionale, territoriale, ALCUNE COSE NON POSSONO CHE DANNEGGIARE ALCUNI GHIACCIAI, come nel caso di quello della Marmolada: COME L’UTILIZZO A PISTA DA SCI, fenomeno di sfruttamento di un ecosistema che, come stiamo qui cercando di dimostrare, è già di per sè in forte disequilibrio.

   Necessitano pertanto anche decisioni coraggiose sia “macro” (l’eliminazione planetaria dell’uso dei combustibili fossili inquinanti) che “micro” (basta allo sfruttamento dei ghiacciai con piste da sci, ad esempio): un utilizzo meno impattante della montagna e di questi preziosi siti naturali che sono i ghiacciai (ora, in queste condizioni di disequilibrio ambientale, in via di estinzione). (s.m.)

……

   I ghiacciai in Europa stanno scomparendo. I ghiacciai europei sono infatti tra i più duramente colpiti dai cambiamenti climatici. A partire dalla prima metà del XIX secolo i PIRENEI hanno perso circa i due terzi della copertura di ghiaccio, con una marcata accelerazione dopo il 1980. Nelle ALPI quasi la metà dei ghiacciai è scomparsa da quando si è iniziato a monitorare il fenomeno (appunto due secoli fa, nei primi decenni dell’800).

   Ma non è solo un problema nelle Alpi (e nei Pirenei). In ALASKA ci sono i più drammatici esempi di cambiamento climatico, come appunto la avanzata recessione del ghiacciaio del massiccio del Muir, dove vengono interessati moltissimi ghiacciai e ci sono rischi catastrofici: le placche tettoniche, trovandosi improvvisamente senza ghiaccio e alleggerite, velocizzano i propri movimenti dando vita a molti terremoti.

   E la recessione dei ghiacciaio interessa anche l’HIMALAYA, che vanta la più vasta superficie occupata da ghiacci del mondo (al di fuori delle calotte polari), alimentando molti dei più grandi fiumi asiatici grazie ai quali sopravvivono quasi un miliardo di persone.

   Oppure in GROENLANDIA il ghiacciaio di Helheim e la sua rapidissima riduzione: dal 2000 in avanti, è calato di più di sette chilometri, ad una velocità media di 3,8 metri al giorno; e questo ha fatto approfittare le compagnie petrolifere per cercare petrolio e gas attraverso trivellazioni prima impedite dal ghiaccio (oltre al danno…).

   E poi il Kilimangiaro in AFRICA (nella TANZANIA nordorientale), ridottosi negli ultimi cento anni dell’85%: un’altra fonte d’acqua che per il continente africano, assetato, è stata oramai del tutto perduta.

   Il ghiacciaio Chacaltaya, in BOLIVIA, una volta tra le stazioni sciistiche più alte della terra, è completamente svanito (e così tutti o ghiacciai del terre andine sudamericane stanno del tutto scomparendo). E così sta accadendo negli USA (in MONTANA è rimasto il 25% del famoso Glacier National Monument).

   Da noi emblematica, per tutte, la situazione di disintegrazione dei GHIACCIAI TRENTINI (e la MARMOLADA fra Trento e Belluno). Per la situazione della Marmolada e dei ghiacciai trentini, vi invitiamo a vedere questo interessante breve reportage (QUI SOTTO IL LINK):

MARMOLADA. LA SOFFERENZA DEI GHIACCIAI TRENTINI

https://www.rainews.it/tgr/trento/video/2018/09/tnt-Ambiente-ghiacciaio-Marmolada-Meteotrentino-Val-di-Fassa-clima-ghiacci-d8256e0e-09b9-4a48-87bd-6a61f861b481.html

MARMOLADA

……………………………..

I ghiacciai alpini hanno perso più del 50% della loro massa dalla fine dell’Ottocento, e l’estensione dei ghiacciai, che in Italia era di circa 700 chilometri quadrati a metà dello stesso secolo, si è quasi dimezzata raggiungendo i 360 chilometri quadrati ai giorni nostri, una quantità pari all’intero volume d’acqua del Lago di Garda.

 

………………………….

Masse di ghiaccio, riserve d’acqua dolce, attrazione turistica, laboratori scientifici a cielo aperto, termometri del riscaldamento medio globale, testimoni dell’impronta dell’uomo sull’ambiente. I GHIACCIAI SONO TUTTO QUESTO e ce lo racconta una mostra allestita al MUSE DI TRENTO, il celebre Museo della Scienza progettato da Renzo Piano, dal titolo “GHIACCIAI. IL FUTURO DEI GHIACCI PERENNI NELLE NOSTRE MANI”, VISITABILE FINO AL 23 MARZO 2019. Una mostra che fa il punto della situazione sul grave problema dello scioglimento progressivo dei ghiacciai, e invita a riflettere, partendo da QUATTRO PROSPETTIVE diverse: L’AMBIENTE NATURALE glaciale e le dinamiche che lo mantengono in equilibrio; le ATTIVITÀ SCIENTIFICHE e i rilievi che permettono di quantificare lo stato di salute dei ghiacciai e di studiare i cambiamenti climatici degli ultimi secoli; le AVVENTUROSE ESPLORAZIONI sui sentieri glaciologici; e le VICENDE STORICHE E I MITI legati ai luoghi più inospitali dell’ambiente montano.

…………………………………

“Cosa dobbiamo aspettarci? In mancanza di interventi per ridurre in maniera drammatica il consumo di carburanti fossili responsabile dell’aumento delle temperature, la maggior parte del ghiaccio della Groenlandia potrebbe sciogliersi, facendo salire il livello del mare di 7 metri”, avverte Richard Alley, un glaciologo dell’Università americana Penn State. “Ciò accadrebbe nel corso di secoli: tuttavia esiste una soglia del riscaldamento che si rischia di oltrepassare nel giro di pochi decenni o giù di lì e se, varcata troppo a lungo, lo scioglimento della Groenlandia sarebbe irreversibile”, dice Alley.

………………..

POLONIA, CONFERENZA ONU SUL CLIMA: È ALLARME GHIACCIAI – Nel dicembre scorso si è tenuta a KATOVICE, in Polonia, la COP24, CONFERENZA MONDIALE ONU SUI CAMBIAMENTI CLIMATICI. Tra gli EFFETTI PIÙ PERICOLOSI per il pianeta, secondo gli scienziati, VI È LO SCIOGLIMENTO DELLO STRATO GHIACCIATO presente sotto terra in CANADA, ALASKA e RUSSIA

……………………………………………………………..

La mummia conservata al museo archeologico dell’Alto Adige di Bolzano

Il ritrovamento nel 1991 della MUMMIA DI ÖTZI, «l’uomo di ghiaccio tirolese», il cui corpo è stato scoperto nelle ALPI ORIENTALI, al CONFINE FRA ITALIA E AUSTRIA, è testimonianza evidente che l’attuale fase di ritiro dei ghiacci non era mai stata raggiunta negli ultimi 5.200 anni; la mummia risale infatti al 3300-3100 a.C. e si sarebbe decomposta in caso contrario, mentre è stata ritrovata in perfetto stato di conservazione. (Massimo Frezzotti, da “La Lettura” de “Il Corriere della Sera” del 27/1/2019)

Il luogo del ritrovamento poco sopra al rifugio del SIMILAUN

…………………………………………..

Da sempre affascinata dalla natura solida ma impermanente del ghiaccio, dalla sua aspra, desolata bellezza, la scrittrice e poetessa NANCY CAMPBELL nel 2010 ha lasciato l’impiego presso un commerciante londinese di libri e manoscritti, per lavorare come scrittore in residenza «nel museo più settentrionale del mondo», sull’ISOLA di UPERNAVIK, sulla costa nord-occidentale della GROENLANDIA. Per sette anni ha esplorato ghiacciai, lande artiche, vetrati, gelo, neve. Bianchi e remoti reami scivolati nelle pagine di “LA BIBLIOTECA DEL GHIACCIO. LETTURE DAL FREDDO” (Bompiani, uscito il 31 gennaio), un libro di memorie sulla sua avventura alla ricerca del ghiaccio che scompare nel mondo. (Laura Zangarini, “La Lettura”, “Corriere della Sera” del 27/1/2019)

……………………………….

SVIZZERA. Il ghiacciaio del Rodano coperto dai teli geotessili – Ratoppi un po’ paradossali allo scioglimento dei ghiacciai, come nelle Alpi Svizzere dove stanno coprendo con delle lenzuola bianche alcune parti del Ghiacciaio del Rodano (secondo gli scienziati infatti il tessuto rifletterebbe i raggi solari, ponendo così un freno allo scioglimento). Oppure sparare la neve artificiale sui ghiacciai

…………………………….

LE CARTINE SULL’ACCESSIBILITÀ ALL’ARTICO CON IL RITIRO DEL GHIACCIO – Il cambiamento climatico giova a chi avrà il controllo delle risorse agricole (USA, RUSSIA e CANADA) e a chi usufruirà delle nuove rotte commerciali (come la CINA)

…………………………

CAMBIAMENTI CLIMATICI PLANETARI E CHI DOMINERA’ IL MONDO – Nella cartina qui sopra sono disegnate le aree a coltura diversa: IL GIALLO È IL DESERTO (un terzo dell’Africa); guardiamo il CELESTE: quello PIÙ CHIARO (MIDDLE WEST USA E KAZAKHISTAN) è attualmente il granaio del mondo; poi, CON L’AUMENTO DELLA TEMPERATURA della superficie terrestre andranno A COLTURA CEREALICOLA LE AREE CELESTE SCURO. – IL CONTROLLO SU ALCUNE RISORSE ALIMENTARI FONDAMENTALI, derivanti dalla messa a coltura di nuove aree produttive, SARANNO IN MANO a CANADA, STATI UNITI e RUSSIA SIBERIANA, con una prevedibile dialettica con il grande serbatoio di popolazione (leggi: consumatori) collocato tra India, Cina e Sudest asiatico (e in futuro anche l’Africa); ciò rende chiaro quale sarà il futuro bipolarismo, tra USA e RUSSIA, destinate a organizzare il monopolio, in particolare nei confronti dell’immensa AREA di consumatori AFRO/INDO/CINESE. (Mario Fadda)

……………………………………………

L’AGONIA DEL GHIACCIO

di Massimo Frezzotti, da “La Lettura” de “Il Corriere della Sera” del 27/1/2019
Il ritiro dei ghiacciai è uno degli indicatori macroscopici dei cambiamenti climatici globali più visibile su scala planetaria. I ghiacciai agiscono come importanti regolatori del ciclo idrico stagionale, poiché la loro fusione rifornisce di acqua molte regioni del mondo durante le stagioni secche. I ghiacciai alpini, inoltre, essendo costituiti quasi esclusivamente da ghiaccio a temperatura prossima a quella di fusione, sono sentinelle particolarmente attente alle variazioni di temperatura, soprattutto nei mesi estivi.
La riduzione degli stessi porta spesso alla destabilizzazione dei pendii montani e alla formazione di Continua a leggere

VENEZIA (e le altre città d’arte): SENZA RESIDENTI NON C’È CITTÀ – Il difficile rapporto con il TURISMO (distruzione del tessuto urbano o risorsa per le ristrutturazioni?) – Come superare il MONOPOLIO TURISTICO e creare possibilità di vita e reddito ai residenti? – UN DECALOGO DI PROPOSTE POSSIBILI

Mercato del pesce a Rialto – I RESIDENTI, RIVOGLIONO LA LORO RIALTO – L’associazione «RIALTO NUOVO», fatta di 4.500 aderenti, il 10 per cento della popolazione, chiede un RECUPERO ARCHITETTONICO E COMMERCIALE DI RIALTO; in particolare il RESTAURO DELLA LOGGIA DELLA PESCHERIA, palazzina neogotica dei primi del Novecento, e le FABBRICHE NUOVE, costruzione di Jacopo Sansovino del 1550; i due edifici sorti nel luogo in cui da mille anni vive il mercato di Rialto; arrivando così a un rilancio commerciale di Rialto. (foto da http://www.fashionfortravel.com/)

   La crisi di Venezia (e, forse in misura un po’ meno evidente di tutte le cosiddette “città d’arte”) è data da due elementi che si interconnettono:
1 – L’ENORME MASSA DI TURISTI che la città deve riuscire a gestire nel proprio tessuto urbano (Venezia negli anni ’70 del secolo scorso, 40 anni fa, aveva circa 2 milioni di turisti all’anno, e non era certo vuota; ora ne conta 30 milioni in un anno….)(la caduta del muro di Berlino, dal 1989 in poi, ha inciso drasticamente nel turismo dall’est; e poi a seguire tutte quelle popolazioni che si sono affacciate al benessere e alla possibilità di viaggiare, come adesso i cinesi cui ora a Venezia se ne vedono moltissimi…);
2 – LO SPOPOLAMENTO PROGRESSIVO DI VENEZIA DEI SUOI RESIDENTI STORICI è il secondo fattore non meno problematico nella crisi dei modi di vita quotidiana che ogni città deve poter esercitare (Venezia è una città economicamente cara per viverci; ci sono poche attività al di là della monocultura turistica; restaurare le case e i palazzi costa; “l’assedio” del turismo è problematico nella vita di ogni giorno….).

(la LAGUNA di Venezia vista dall’alto, da Wikipedia) – PIER LUIGI CERVELLATI: «UN CENTRO È TROPPO FACILE CHE SLITTI IN SHOPPING CENTER. Ed è infatti quel che è accaduto a partire dagli anni Cinquanta del Novecento. Allora (a Bologna, ma anche in altre città, ndr) se ne sono cominciati ad andare i residenti. (…..) decine e decine di BANCHE si piazzarono dove c’erano NEGOZI e BOTTEGHE…. Ora se ne sono andate anche le banche e SONO ARRIVATI SUPERMERCATI E NEGOZI D’ABBIGLIAMENTO. Domanda: È L’ECONOMIA LEGATA AL TURISMO CHE HA IMPRESSO QUESTI CAMBIAMENTI? «Da ultimo sì. Perché dovrei affittare un appartamento a chi vorrebbe risiedervi se mettendolo su AIRBNB guadagno quattro volte tanto con un affitto turistico per una settimana o un week end? A Firenze, a Roma e anche altrove una parte crescente di abitazioni in centro non appartiene a residenti. Non parliamo di Venezia. Ora, non dovunque, ma LO SPOPOLAMENTO È SPAVENTOSO». QUALI SONO LE CONSEGUENZE? «SENZA RESIDENTI NON C’È CITTÀ. NÉ STORICA NÉ D’ALTRO TIPO». (intervista a PIER LUIGI CERVELLATI di Francesco Erbani, da “la Repubblica” del 12/11/2018)

   Fenomeni che riguardano non solo Venezia ma anche altre città turistiche (e pensiamo poi a Roma, dove la bellezza architettonica d’arte diffusa in tutto il centro storico raccoglie turismo, che poi è anche indirizzato alla Roma come capitale del cattolicesimo; e inoltre Roma è capitale politica d’Italia con ministeri, il Parlamento, strutture annesse, e tutto quanto riguarda l’affollamento dato dalle istituzioni politiche…troppe cose…).

Venezia durante lo scorso Carnevale (2018) (foto da “La Stampa.it” – “Bisogna partire da una visione realistica non dalle utopie”. MASSIMO CACCIARI risponde a Pier Luigi Cervellati sulla questione dello svuotamento dei centri storici ridotti a grandi shopping center……. “Sarebbe un’idea strepitosa se fosse fattibile, ma non lo è. Tutte le persone ricche e straricche che abitavano sul Canal Grande quando ero ragazzo hanno scelto di andarsene perché i costi di manutenzione di una residenza storica sono incompatibili con le tasche di chicchessia”… “Sono discorsi destinati a cadere nel vuoto perché ignorano il contesto storico, economico, sociale in cui ci troviamo. Sono proposte assolutamente irrealizzabili, sia nei centri storici italiani sia in quelli di Parigi, Vienna o Londra. A Manhattan come a Trafalgar Square. Il fenomeno che viviamo in Italia è analogo a quello di tutti i centri storici delle maggiori città del mondo, dove funzioni più redditizie di quelle residenziali diventano competitive”…. (Intervista di Raffaella De Santis a Massimo Cacciari, “la Repubblica” del 13/11/2018)

   Vien da pensare che, rimanendo sul tema di Venezia e dei suoi problemi, è necessario che vi siano provvedimenti virtuosi, determinati e concreti, che ristabiliscano l’equilibrio perduto di una mirabile città che sta diventando (è diventata?) una “non-città”.

(Rialto, Loggia della Pescheria, da Wikipedia) – DONATELLA CALABI, docente di Storia della Città allo Iuav: “L’idea di UN MUSEO DELLA CITTÀ INCENTRATO SULL’ARGOMENTO DEL MERCATO E DEL COMMERCIO INTERNAZIONALE (…), mettendo in rete vari musei, come quello della Laguna, che sta nascendo». «Venezia ha tanti musei con opere e testimonianze eccezionali ma nessuno racconta una storia – fa eco LUCA MOLÀ, veneziano, docente di Storia del Rinascimento a Warwick (Regno Unito) – IL MUSEO DI RIALTO INVECE RACCONTERÀ UNA STORIA, QUELLA DELLA CITTÀ DAL PUNTO DI VISTA DEI TRAFFICI, DELL’ECONOMIA, DELLA PRODUZIONE». Una storia densa perché Venezia era una città-mondo e Rialto riassumeva tutte le funzioni: City, agorà, foro, porto, fabbrica. E lì è nato il primo ufficio brevetti della storia nel 1474 (I provveditori di comùn), il copyright per registrare i marchi di fabbrica e le botteghe, è il luogo di shopping di tessuti pregiati e raffinatissimi gioielli, è pure il primo posto dove si può comprare una specie di giornale, gli «avvisi», che riportavano notizie finanziarie e commerciali da tutto il mondo. Di testimonianze da esporre, i musei e le istituzioni cittadini, traboccano. All’archivio di Stato, Molà ha trovato in un registro notarile il documento che testimonia il prestito di Marco Polo al mercante a Rialto e anche la trascrizione di un accordo su di una proprietà a San Marcuola. (da Corriere del Veneto del 22/1/2019)

   Per questo la singola iniziativa di un’associazione («Rialto Nuovo», fatta di 4.500 aderenti, il 10 per cento della popolazione), che chiede un RECUPERO ARCHITETTONICO e COMMERCIALE di RIALTO (con il restauro della Loggia della Pescheria e delle Fabbriche Nuove, per ridare vita quotidiana al mercato lì presente da sempre, arrivando così a un rilancio commerciale dell’area del famoso ponte), ebbene questa iniziativa può andare nel senso di iniziare a ristabilire elementi di possibile quotidiana vita attiva per la città (per i residenti storici, per i nuovi, e anche per chi si stabilisce per un certo periodo con continuità a Venezia, come gli studenti…). E’ da vedere se il progetto (speriamo) si realizzerà.

(nella foto: Rialto, FABBRICHE NUOVE, progetto di Jacopo Sansovino del 1553, da Wikipedia) – “PROPOSTA RIALTO” – NELLE FABBRICHE NUOVE, di proprietà demaniale, al PIANO TERRA si riorganizzerebbe e rilancerebbe IL MERCATO ITTICO e al PRIMO PIANO si allestirebbe UN PADIGLIONE GASTRONOMICO in cui degustare il pesce, fornito dal mercato sottostante e cucinato secondo le ricette tradizionali veneziane. Esattamente come avviene a Barcellona, a Parigi, ad Amburgo e come si apprestano a fare anche a Londra. Tutte grandi e belle città, ma dalle quali Venezia può solo essere invidiata. (…)(Carlo Vulpio, da “La Lettura” de “il Corriere della Sera” del 20/1/2019)

   Ora, con la Finanziaria 2019, Venezia (il Comune) può stabilire (come da tempo chiedeva) una “tassa di ingresso” alla città, per tutti quelli che non si fermano (e non pagano tassa di soggiorno) e hanno un rapporto breve, estemporaneo con Venezia, di qualche ora, ma ugualmente invasivo nell’utilizzo della città e dei suoi servizi. Noi non sappiamo se questa è una soluzione al limitare della presenza turistica (come impedire o limitare l’ingresso a chi vuole vedere la bellezza di Venezia almeno per un giornata?!?); ma l’amministrazione comunale la mette in altro modo che ci pare serio: non parliamo di tassa per entrare, ma di “contributo a Venezia”, alle sue necessità per far funzionare al meglio i suoi servizi (la pulizia, l’igiene, la conservazione dei monumenti, il controllo urbano della polizia locale…).

PIER LUIGI CERVELLATI «C’è tanto da fare nelle città storiche». Domanda: CHE COSA? «IL RESTAURO URBANO. Il restauro non del singolo edificio, ma di un complesso di edifici, risalendo al concetto per cui la città storica non è solo contenitore di monumenti, ma luogo di vita, di attività». Domanda: E SE QUESTA VITA E QUESTE ATTIVITÀ NON CI SONO PIÙ? «Dobbiamo riportarcele» «A Bologna negli anni ’70 utilizzammo LE NORME DELL’EDILIZIA POPOLARE, ma invece di costruire in periferia con soldi pubblici cercammo di RISANARE LE ABITAZIONI perché ci potesse restare a vivere chi altrimenti sarebbe stato espulso da pure logiche di mercato…e la tutela della residenza non è un principio del passato, si può riproporre…… Insieme all’associazione Bianchi Bandinelli abbiamo messo a punto una proposta di legge che salvaguarda la città storica nel suo insieme, VIETANDO DEMOLIZIONI E RICOSTRUZIONI, e prevede un intervento pubblico affinché i tanti SPAZI VUOTI O ABBANDONATI ATTRAGGANO NUOVI RESIDENTI di tutti i ceti sociali. E perché SIANO FERMATI I CAMBI DI DESTINAZIONE D’USO DI UN IMMOBILE da abitativo ad altro. Così si salva non solo la città storica, ma la città tutta». (intervista a PIER LUIGI CERVELLATI di Francesco Erbani, da “la Repubblica” del 12/11/2018)

   Inoltre le limitazioni a certi luoghi (campi, campielli, piazza San Marco…) nel caso di eventi straordinari “di massa” (ancor più affollati della normalità già problematica) (il Carnevale, il Redentore, un concerto di una star della musica…), queste limitazioni sono cose difficili ma necessarie: antipatiche per chi arriva ai tornelli e viene impedito nell’ingresso, ma non vediamo come altrimenti si possa fare.
Insomma è da individuare politiche che contengano e organizzino dignitosamente la massa turistica; e dall’altra politiche che favoriscano il ripopolamento della città.

(foto da Il Post.it: il varco posto all’inizio di lista di Spagn accanto al Ponte degli Scalzi) – LE SOLUZIONI DEVONO ESSERE POLITICHE, PIÙ CHE ESTETICHE? CACCIARI: «Possiamo solo cercare di governare la trasformazione. A VENEZIA C’ERANO DUE MILIONI DI TURISTI ALL’ANNO NEGLI ANNI SETTANTA, ADESSO CE NE SONO TRENTA MILIONI. Ed è una pressione irresistibile, una domanda che continuerà a crescere. Pochi anni fa non c’erano i cinesi, non c’erano i russi. Adesso sì, a valanghe. Sarà dura. Il consumo della città aumenta vertiginosamente. Un monumento visitato da dieci persone soffre di meno di un monumento visitato da dieci milioni. BISOGNA LAVORARE SULL’ORGANIZZAZIONE DEL FLUSSO TURISTICO, renderlo più razionale nelle città più martellate, ma certo non è pensabile disincentivare il turismo. Vorrebbe dire farsi del male, in Italia è l’unica risorsa che abbiamo»….«Il problema italiano è che stiamo diventando una monocultura. Il turismo dovrebbe affiancarsi ad altro. Dovremmo riuscire a far decollare nei centri storici altre attività, direzionali e terziarie: aziende, centri di ricerca, attività di formazione, università».(..) (Intervista di Raffaella De Santis a Massimo Cacciari, “la Repubblica” del 13/11/2018)

Abbozziamo qui UN DECALOGO DI PROPOSTE. Dieci punti che potrebbero essere una base di intenti.
1- SENZA RESIDENTI NON C’È CITTÀ. Si può agire con la LEVA FISCALE, cioè ad esempio favorendo massicciamente l’affitto in centro storico per giovani che vogliono risiedervi (non auspicabile una Venezia fatta di soli anziani… nelle città storiche allo spopolamento si affianca l’invecchiamento dei residenti…).
2- CONTRASTARE, CON UN SERIO PIANO URBANISTICO, IL CAMBIO DI DESTINAZIONE D’USO DI FABBRICATI DA RESIDENZIALE A COMMERCIALE. Impedire così che immobili classificati come abitazioni, anche se sfitte o disabitate, si trasformino in qualcos’altro rispetto alla residenzialità. Per far questo però è necessario applicare le possibili proposte che abbiamo inserito nei qui due successivi punti.
3- SVILUPPARE INIZIATIVE PUBBLICHE DI EDILIZIA POPOLARE, con il restauro di abitazioni malandate da ristrutturare, a condizioni super-agevolate a famiglie che voglio andarci ad abitare (ovviamente con controlli severi che non si verifichino fenomeni e abusi speculativi) (potrebbero essere proprietà date in affitto a chi è interessato ad andare ad abitare stabilmente a Venezia, con severo controllo che il canone sia equo e non speculativo).
4- METTERE A DISPOSIZIONE DEI PRIVATI (anche Imprese di costruzione e vendita) PALAZZI E FABBRICATI di proprietà pubblica ma che stanno cadendo, sono abbandonati; al fine dell’utilizzo residenziale (stabilendo quote di appartamenti di lusso e popolari da vendere o affittare). Creando così un intervento privato-pubblico affinché i tanti spazi vuoti o abbandonati attraggano nuovi residenti di tutti i ceti sociali.

NON È TRISTE VENEZIA” (Manni Editore, ottobre 2018, euro 15,0) è un lungo reportage del giornalista FRANCESCO ERBANI, che con pazienza esamina dati, parla con studiosi, incontra associazioni, affronta i centri di potere cittadini. Tra chi ha continuato a fare libri con la cura di una forma di artigianato c’è la casa editrice CORTE DEL FONTEGO. (…..) In NON È TRISTE VENEZIA sono presenti molti degli autori legati alla Corte del Fontego, dall’urbanista Franco Mancuso, all’ex preside dello Iuav Edoardo Salzano, alla presidente della sezione locale di Italia Nostra Lidia Fersuoch. UN INTERO CAPITOLO DEL REPORTAGE DI ERBANI È DEDICATO ALLA LAGUNA di Venezia: un luogo specifico, vivo, unico. Il rapporto tra Venezia e la sua Laguna è il principio di tutto. La ricerca incessante di un equilibrio ha ridefinito continuamente lo spazio, introdotto saperi e pratiche sperimentali, indotto una forma di governo del territorio che si occupava della gestione delle acque fino ai boschi di montagna. VIGEVA IL CRITERIO DELLA REVERSIBILITÀ: qualsiasi intervento, grande o piccolo, doveva prevedere la possibilità di tornare indietro, di ripartire da capo, di ripristinare le condizioni di partenza. (Marco De Vidi, 22/1/2018, da www.esquire.com/)

…….

5- INCENTIVARE E AIUTARE L’INSEDIAMENTO DI ATTIVITÀ DI STUDIO E RICERCA, ed è quel che potrebbero fare (e organizzare) le UNIVERSITÀ, con le loro attività e necessità di ampliare formazione e ricerca. Oppure, IL PRIVATO, le imprese: quanti servizi non strettamente legati alla produzione possono tornare o essere collocati in centro…
6- INCENTIVARE IL RITORNO DELLE ATTIVITÀ ARTIGIANALI controllate e certificate (ora molte attività pseudo veneziane sono in mano al commercio globale con prodotti che di “veneziano” non hanno nulla), dando a queste attività genuinamente originali, aiuti attraverso detrazioni, crediti di imposta sugli affitti, servizi comunali gratuiti…;
7- I RESIDENTI A VENEZIA NON POSSONO SOSTENERE COSTI DI VITA QUOTIDIANA (alimentare e altro) PIÙ ONEROSI DI CHI VIVE ALTROVE. I prezzi a Venezia ora sono molto elevati anche per i residenti. E’ anche in questo caso che si può agire con la leva fiscale, con agevolazioni sulle tasse e le imposte…;
8- LAVORARE SULL’ORGANIZZAZIONE DEL FLUSSO TURISTICO, renderlo più razionale; tentare di “diffonderlo” in luoghi adesso del tutto non utilizzati (come le numerose isole della Laguna ora abbandonate…) (ma è impensabile che il turista straniero non possa fare una capatina a Piazza San Marco, in Riva degli Schiavoni…), SENZA COMUNQUE DISINCENTIVARE IL TURISMO, che in Italia è l’unica risorsa che abbiamo (se è possibile “diffonderlo, estenderlo” meglio, far vedere cose, architetture, chiese, momenti di convivialità o ristorazione, che adesso vengono trascurati…).

“LA VENEZIA CHE VORREI (parole e pratiche per una città felice)”, antologia curata da Elisabetta Tiveron e Cristiano Dorigo (Helvetia Editrice, settembre 2018, euro 12,75), raccoglie i contributi di: Shaul Bassi con Lala Hu e Leatitia Ouedraogo, Gianni Berengo Gardin, Gianfranco Bettin, Enrico Bettinello, Renzo Di Renzo, Cristiano Dorigo, Gianni Favarato, Roberto Ferrucci, Maria Fiano e Beatrice Barzaghi, Federico Gnech, Mario Isnenghi, Maddalena Lotter, Giovanni Montanaro, Edoardo Pittalis, Tiziana Plebani, Anna Poma, Tiziano Scarpa, Lucio Schiavon, Elisabetta Tiveron, Anna Toscano, Alberto Toso Fei, Gilda Zazzara, Julian Zhara

9- CERCARE DI INCIDERE VIRTUOSAMENTE SUI FLUSSI TURISTICI, ad esempio prospettando incentivi o, al contrario, penalizzazioni, alle Agenzie di viaggio italiane ed estere (ma anche sui Provveditorati scolastici riguardo alle gite scolastiche); per dirottare molto turismo in certi periodi meno affollati o in luoghi di Venezia meno oberati di turismo. Pertanto arrivare a PROGRAMMARE ALLA PARTENZA GLI ARRIVI.
10- VENEZIA DEVE TORNARE AD ESSERE SE STESSA. Le Corbusier la riteneva come “IL MODELLO PER OGNI CITTÀ DEL FUTURO”. Venezia deve superare la monocultura turistica con altre attività al pari importanti, sia come CITTÀ DI SPERIMENTAZIONE E RICERCA (dando spazio a tutti quelli, istituzioni e singoli, che rappresentano qualcosa di innovativo nel panorama mondiale), che con il RECUPERO DEI SAPERI ACCUMULATI NEI SECOLI (con l’apertura al mondo che l’accompagna da sempre). E il ritorno a dare valore ai propri abitanti (residenti, che abbiamo fin qui detto), va accompagnato con una PIÙ CORRETTA E DECISA ATTENZIONE AL PROPRIO TERRITORIO (ora in difficoltà, non solo con la monocultura turistica, ma anche con il fallimento del progetto MOSE, e con tanti centri commerciali…come quello sorto nel Fondaco dei tedeschi, oppure il centro commerciale in Stazione…. tutti rivolti al mero consumo dei milioni di visitatori)(ma non si poteva recuperare il Fondaco dei tedeschi, come si vorrebbe ora fare con Rialto, con finanziamenti e progetti un po’ più innovativi?!). (s.m.)

(FOTO da http://www.esquire.com/ gettyimages – A VENEZIA esistono le condizioni per prefigurare UN ORGANISMO URBANO DEL FUTURO: perché NON CRESCE e NON CONSUMA SUOLO, perché NON SPRECA RISORSE, perché RIUSA TUTTO (dall’acqua ai materiali edili) e si è sempre ricostruita su sé stessa, utilizzando moduli costantemente replicabili e mai monotoni, perché insegna la manutenzione, perché è OSPITALE, MULTICULTURALE e MULTIETNICA, perché si circola SENZA MACCHINE, perché coltiva gli SPAZI PUBBLICI, perché anche gli elementi più privati di un edificio hanno una DIMENSIONE PUBBLICA, perché ha conservato per secoli (tranne che nell’ultimo) un’eccezionale RELAZIONE FRA IL COSTRUITO E IL SUO AMBIENTE, CIOÈ LA LAGUNA. (Francesco Erbani, dal libro-reportage “NON È TRISTE VENEZIA” (Manni Editore, ottobre 2018, euro 15,00)

………………………………….

ANCHE MARCO POLO INVESTE SU RIALTO

di Carlo Vulpio, da “La Lettura” de “il Corriere della Sera” del 20/1/2019
Non sarà la laguna a inghiottire Venezia, e nemmeno l’orda continua dei turisti a farla sprofondare. Da queste due calamità, in qualche modo, Venezia si salverà. Non potrà far nulla invece se si spegnerà la sua vitalità. Se continuerà cioè il suo declino demografico e ancor più se con il corpo della città se ne andrà anche la sua anima. Continua a leggere

I CAMBIAMENTI CLIMATICI GLOBALI con le loro crescenti e sempre più dannose conseguenze, e la poca volontà politica a nuovi paradigmi nello SVILUPPO GLOBALE: il caso della COP24, la Conferenza mondiale sul clima tenutasi nel dicembre scorso in POLONIA a KATOWICE (le NON DECISIONI che lì ci sono state)

GRETA THUNBERG – IL FUTURO HA 16 ANNI – GUARDA E ASCOLTA IL DISCORSO DI GRETA:
https://www.lifegate.it/persone/news/cop-24-katowice-greta-thunberg-cambiamenti-climatici

   Il testo dell’intervento di Greta alla Cop24 di KATOWICE, Polonia, il 4 dicembre scorso:
“Il mio nome è Greta Thunberg, ho quindici anni e vengo dalla Svezia. Molte persone dicono che la Svezia sia solo un piccolo Paese e a loro non importa cosa facciamo. Ma io ho imparato che non sei mai troppo piccolo per fare la differenza. Se alcuni ragazzi decidono di manifestare dopo la scuola, immaginate cosa potremmo fare tutti insieme, se solo lo volessimo veramente. Ma per fare ciò dobbiamo parlare chiaramente, non importa quanto questo possa risultare scomodo. Voi parlate solo di una crescita senza fine in riferimento alla green economy, perché avete paura di diventare impopolari. Parlate solo di andare avanti con le stesse idee sbagliate che ci hanno messo in questo casino. (…) Ma non mi importa risultare impopolare, mi importa della giustizia climatica e di un pianeta vivibile. La civiltà viene sacrificata per dare la possibilità a una piccola cerchia di persone di continuare a fare profitti. La nostra biosfera viene sacrificata per far sì che le persone ricche in Paesi come il mio possano vivere nel lusso. Molti soffrono per garantire a pochi di vivere nel lusso.
Nel 2078 festeggerò il mio settantacinquesimo compleanno. Se avrò dei bambini probabilmente un giorno mi faranno domande su di voi. Forse mi chiederanno come mai non avete fatto niente quando era ancora il tempo di agire. Voi dite di amare i vostri figli sopra ogni cosa, ma state rubando loro il futuro davanti agli occhi. Finché non vi fermerete a focalizzare cosa deve essere fatto anziché su cosa sia politicamente meglio fare, non c’è alcuna speranza. Non possiamo risolvere una crisi senza trattarla come tale. Noi dobbiamo lasciare i combustibili fossili sotto terra e dobbiamo focalizzarci sull’uguaglianza e se le soluzioni sono impossibili da trovare in questo sistema significa che dobbiamo cambiarlo. Non siamo venuti qui per pregare i leader a occuparsene. Tanto ci avete ignorato in passato e continuerete a ignorarci. Voi non avete più scuse e noi abbiamo poco tempo. Noi siamo qui per farvi sapere che il cambiamento sta arrivando, che vi piaccia o no. Il vero potere appartiene al popolo. Grazie”. Greta Thunberg‏ @GretaThunberg
(qui sopra il discorso del 4 dicembre 2018 di GRETA THUNBERG alla classe politica mondiale dove spiega la gravità del problema, al COP24, il Summit delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici in Polonia a Katowice in occasione della 24a Conference Of Parties (COP24).

   Ha compiuto 16 anni il 3 gennaio. Non più da semplice adolescente svedese impegnata e fragile, ma da simbolo globale della lotta contro il cambiamento climatico. Greta Thunberg è la ragazza con l’impermeabile giallo che ha scioperato da scuola, sedendosi sul pavimento del Parlamento svedese, perché i politici sentissero la pressione e l’urgenza di intervenire per ridurre le emissioni di gas serra. Con la sua protesta gentile e determinata ha conquistato titoli, reportage, pagine e pagine di interviste in tutto il mondo, fino all’invito alla CNN, ma soprattutto alla CONFERENZA DI KATOWICE, dove il suo discorso alla sessione plenaria è diventato il contenuto più visto su AL JAZEERA ENGLISH nella settimana del 20 dicembre, fra milioni di condivisioni. Greta, che ha una madre cantante lirica sinfonica, un padre attore, una diagnosi da sindrome di Asperger (un disturbo prossimo all’autismo di cui lei racconta «mi fa vedere le cose in bianco o nero. Non mi piace mentire»), incalza politici e adulti sul peso che stanno lasciando sui bambini, togliendo loro il futuro. «La nostra biosfera viene sacrificata perché i ricchi in paesi come il mio possano vivere nel lusso», ha detto alla platea della conferenza per il clima: «È la sofferenza dei molti che paga i lussi di pochi. Nel 2078 festeggerò il mio 75esimo compleanno. Se avrò bambini forse quel giorno mi chiederanno di voi. Mi chiederanno perché non avete fatto tutto il possibile quando ancora c’era tempo per agire». (L’ESPRESSO 30/12/2018)

La quindicenne Greta Thunberg durante la sua protesta del venerdì sui cambiamenti climatici

…………………………..

   Emblematico che la Conferenza sul clima (denominata Cop24), tenutasi nella prima quindicina del dicembre scorso, si sia svolta in Polonia, e in particolare a KATOWICE, capoluogo della SLESIA, la regione a sud che è considerata la regione carbonifera non solo di Polonia ma di tutta Europa (la capitale europea del carbone). Anche se è la Cina che, da sola, consuma la metà della produzione globale, la Polonia rappresenta in modo forte il legame con questo minerale, combustibile così inquinante. Una regione come appunto la Slesia dipende completamente dal carbone, in termini di economia, di occupazione.

COP24, il presidente polacco DUDA spiazza tutti: “LA POLONIA NON PUÒ RINUNCIARE AL CARBONE” -Nonostante i ripetuti richiami alla DECARBONIZZAZIONE DEL PIANETA, in una conferenza stampa congiunta il 3 dicembre scorso, a presentazione dell’inizio dei lavori della COP24 a KATOWICE con il segretario dell’Onu ANTONIO GUTERRES, il PRESIDENTE POLACCO DUDA ha dichiarato che IL SUO PAESE “NON PUÒ RINUNCIARE AL CARBONE”, una MATERIA PRIMA “STRATEGICA” che garantisce “la SOVRANITÀ ENERGETICA”- Varsavia conta ancora sul CARBONE per l’80% del suo FABBISOGNO ENERGETICO, e prevede di arrivare al 50% entro il 2030. Quando il target fissato dalla Commissione europea per quella data è del 40%. (foto da IL FATTO QUOTIDIANO del 4/12/2018)

   Non è poi un caso che sulle 50 città più inquinate d’Europa, ben 33 sono in Polonia: per dire l’“importanza del carbone” in terra polacca, e il collegamento esistente tra il forte inquinamento atmosferico che lì c’è e l’estrazione di questo materiale. E sul banco degli imputati, alla Conferenza sul clima dello scorso dicembre, assieme a Trump e alla Russia, è finito così anche il paese ospitante. Gli impegni a ridurre la dipendenza energetica dal carbone ci sono da parte della Polonia, ma è evidente che l’ancor esistente (ed essenziale alla ricchezza del paese) industria mineraria carbonifera, appunto soprattutto nella regione della Slesia, gioca un ruolo fondamentale (e negativo) nell’alto tasso di inquinamento del paese. E il carbone è anche (quasi) un simbolo dell’indipendenza (un sovranismo energetico polacco). Anche se lì non è solo questione di inquinamento atmosferico: per dire, nella città di BYTOM (agglomerato urbano-industriale sempre in Slesia), costruita in pratica sopra una miniera, gli edifici sono pieni di crepe, rischiano di cadere.

“La DIRETTIVA 2003/87/CE, prevede che gli impianti produttivi di grandi emettitori dell’Unione europea non possano funzionare senza un’AUTORIZZAZIONE alle EMISSIONI DI GAS SERRA. Ogni impianto autorizzato deve COMPENSARE ANNUALMENTE LE PROPRIE EMISSIONI INQUINANTI ACQUISTANDO ALL’ASTA, OPPURE SU UN VERO E PROPRIO LIBERO MERCATO, delle QUOTE PER OGNI TONNELLATA EMESSA di biossido di carbonio (CO2) o di qualsiasi altro gas a effetto serra, come ossido di metano (CH4), protossido di azoto (N2O), idrofluorocarburi (HFC), perfluorocarburi (PFC) ed esafluoro di zolfo (SF6), che abbia un potenziale effetto di riscaldamento planetario, in altri termini un sistema congegnato per acquisire il diritto a inquinare a fronte di una penale scambiata sul libero mercato dei capitali. (…)”(Angelo Richiello, “L’ESPRESSO”, 30/12/2018)

   Per quanto riguarda la problematica globale trattata nella Cop24, la Conferenza sul clima a Katowice (dove si decidevano i destini dell’accordo di Parigi del 2015), va detto che nel 2018 c’è stato un nuovo record di emissioni di CO2. E (dati della Conferenza) per contenere il disastro servono 900 miliardi di dollari l’anno da qui al 2050, l’uno per cento del Pil globale.
Le regole e gli impegni che ci si è dati in Polonia per rendere operativo l’accordo di Parigi, però, non sembrano particolarmente ambiziosi. E lasciano dubitare che possano consentire di centrare il principale obiettivo dell’intesa raggiunta nel 2015 nella capitale francese, cioè di limitare la crescita della temperatura media globale, entro la fine del secolo, ad un massimo di 2 gradi centigradi, rispetto ai livelli pre-industriali.

In Polonia vi sono 16 regioni e si chiamano VOIVODATI (WOJEWÓDZTWA). Nella cartina qui sopra (ripresa da http://www.quipoloniaeitalia.wordpress.com/) si può vedere all’estremo sud la SLESIA (regione carbonifera polacca e d’Europa) e il suo capoluogo KATOWICE (che è stata sede, a dicembre 2018, della CONFERENZA MONDIALE SUL CLIMA denominata COP24)

   C’è stato, dal primo testo proposto nella Conferenza, alcuni stati (Stati Uniti, Arabia Saudita, Russia e Kuwait) che si sono opposti al segnale di gravità indicato dall’Onu: l’ultimo rapporto sul clima dell’Ipcc, l’Intergovernmental Panel On Climate Change (il foro scientifico formato nel 1988 dalle Nazioni Unite che monitora il riscaldamento globale) prevede che, di questo passo, il mondo potrebbe raggiungere i +1,5 gradi centigradi già nel 2030.
In particolare, par di capire, l’impegno (concreto, finanziario…) che c’era stato a Parigi di “garantire” lo sviluppo di Paesi poveri, viene di fatto ad essere assai labile (per non dire che lo si è del tutto abbandonato). Il nodo dei 100 miliardi di dollari di trasferimenti dai paesi ricchi a quelli poveri, promessi pure dalla Cop 15 di Copenaghen, nel 2009, sono stati finora stanziati in parti piccolissime. (per una più ampia informazione sulla Cop24 di Katowice, vi invitiamo a leggere gli articoli che seguono in questo post).

Katowice, veduta aerea di una parte della citta (di 310mila abitanti) (da wikipedia)

   Il carbone resta la fonte di energia più utilizzata al mondo per produrre elettricità. Nel 2017, secondo l’International Energy Agency, produzione e consumo a livello globale sono tornati ad aumentare dopo due anni di declino. Il motivo è semplice: ci sono milioni di tonnellate di carbone sotto terra; e così è difficile abbandonare questo combustibile così fortemente inquinante.

minatore in miniera di carbone

Secondo le stime dell’Onu, per contenere il riscaldamento globale entro il limite minimo di +1,5° (come previsto alla Conferenza di Parigi), entro il 2050 le rinnovabili dovranno fornire la maggior parte di energia, e il carbone dovrà crollare dall’attuale 30 per cento a meno del 2%. Ma, appunto, non è solo problema della Polonia, di Trump, della Russia: conta molto la Cina, e pure la sua influenza asiatica. La Cina, come detto, da sola consuma metà del carbone mondiale e le sue imprese stanno costruendo centrali in 17 Paesi, soprattutto nel Sud-Est asiatico, l’ultima frontiera del carbone.
L’Europa, invece, si dimostra (politicamente) come l’entità istituzionale (l’Unione Europea) più disposta e coerente a mantenere gli impegni precedentemente presi: e si fanno già i conti della conversione, dell’abbandono dei combustibili inquinanti, delle energie rinnovabili e pulite; e anche (dopo la rivolta dei gilet gialli francesi contro l’aumento del gasolio) anche dei rischi sociali connessi. Ce la faremo almeno noi europei a dare un segnale concreto? (speriamo) (s.m.)

…………………………………

PUÒ ESISTERE UNO SVILUPPO SOSTENIBILE, posto il peso preponderante che ha la parola “crescita” nel più ampio ambito designato dalla parola “sviluppo”? Secondo l’economista MAURO BONAIUTI, attento studioso della “Grande transizione” (che è anche il titolo di uno dei suoi lavori più noti) verso un’economia della decrescita, la risposta non solo è negativa, ma è chiara fin dagli anni ’70 agli studiosi più rigorosi…” (Marco Pacini, “L’ESPRESSO”, 30/12/2018) – …(MAURO BONAIUTI, tra i primi in Italia a muoversi in questa prospettiva avviata da Serge Latouche, riflette sui presupposti de «LA GRANDE TRANSIZIONE» (Mauro Buonaiuti, Bollati Boringhieri, 15 euro) che ci aspetta: dalla durezza senza sbocco dello sviluppo a tutti i costi, causa di malessere sociale, predazione di risorse e danni ambientali, alla resilienza o «decrescita serena», sinonimo di ritessitura delle relazioni umane in uno spazio di prossimità e in una dimensione di reciprocità. L’arroganza dei mercati non esaurisce l’orizzonte. Esiste anche un progetto di società di decrescita, e secondo Bonaiuti è l’unico a poterci salvare dal baratro.)

…………………………………..

QUANTO MI COSTI, GAS SERRA

di Angelo Richiello, da “L’ESPRESSO” del 30/12/2018
– Il valore delle quote delle emissioni sta crescendo in modo esponenziale. Ecco come funziona il mercato dell’inquinamento –
Nel primo giorno del nuovo anno ha compiuto quindici anni esatti il sistema dell’Unione europea nato con lo scopo di ridurre nei 28 paesi membri le emissioni di gas serra, precisamente una riduzione del 21 per cento entro il 2020 e del 43 per cento entro il 2030. Il sistema interessa principalmente quei settori industriali la cui produzione di gas serra ha un maggiore impatto sui cambiamenti climatici, non solo nei Paesi membri della Unione europea, ma anche del mondo intero, costituendo così la risposta europea agli impegni assunti a Kyoto nel dicembre del 1997.
La disposizione, nota come Direttiva 2003/87/CE, prevede che gli impianti produttivi di grandi emettitori dell’Unione europea non possano funzionare senza un’autorizzazione alle emissioni di gas serra. Ogni impianto autorizzato deve compensare annualmente le proprie emissioni inquinanti acquistando all’asta, oppure su un vero e proprio libero mercato, delle quote per ogni tonnellata emessa di biossido di carbonio (CO2) o di qualsiasi altro gas a effetto serra, come ossido di metano (CH4), protossido di azoto (N2O), idrofluorocarburi (HFC), perfluorocarburi (PFC) ed esafluoro di zolfo (SF6), che abbia un potenziale effetto di riscaldamento planetario, in altri termini un sistema congegnato per acquisire il diritto a inquinare a fronte di una penale scambiata sul libero mercato dei capitali.
Il sistema per lo scambio delle quote di emissione è uno strumento essenziale, Continua a leggere

L’ITALIA DEL CATTIVISMO (figlio dell’INSICUREZZA) del Rapporto CENSIS 2018: geografia di un Paese impoverito in preda al SOVRANISMO PSICHICO, che odia gli immigrati e non trova un’idea di sviluppo e coesione sociale – Come ripartire da valori come SOLIDARIETÀ, GIUSTIZIA, ECOLOGIA e INNOVAZIONE?

IL RAPPORTO CENSIS 2018 – L’ITALIA DEL RANCORE – Per il 75% degli italiani gli IMMIGRATI fanno aumentare la CRIMINALITÀ, per il 63% sono un peso per il nostro sistema di welfare – SOLO IL 23% degli italiani ritiene di aver raggiunto una CONDIZIONE SOCIO-ECONOMICA MIGLIORE DI QUELLA DEI GENITORI. E il 67% ora guarda il futuro con paura o incertezza

   Il Censis (sigla che sta per Centro Studi Investimenti Sociali), fondato nel 1964, è un (emerito) istituto italiano di ricerca sociale su vari campi del vivere quotidiano nel nostro Paese; e dal 1967 propone un annuale (interessantissimo e vasto) RAPPORTO sui più significativi FENOMENI SOCIO-ECONOMICI DEL PAESE.

Giunto alla 52ª edizione, il RAPPORTO CENSIS interpreta i più significativi FENOMENI SOCIO-ECONOMICI DEL PAESE nella fase di attesa di cambiamento e di deludente ripresa che stiamo attraversando. LE CONSIDERAZIONI GENERALI introducono il Rapporto descrivendo LA TRANSIZIONE DA UN’ECONOMIA DEI SISTEMI A UN ECOSISTEMA DEGLI ATTORI INDIVIDUALI, verso un APPIATTIMENTO della società. Nella SECONDA parte, LA SOCIETÀ ITALIANA AL 2018, vengono affrontati i temi di maggiore interesse emersi nel corso dell’anno: le RADICI SOCIALI di un SOVRANISMO PSICHICO, prima ancora che politico, le tensioni alla convergenza e le spinte centrifughe che caratterizzano i rapporti con l’Europa, gli snodi da cui ripartire per dare slancio alla crescita. Nella TERZA e QUARTA parte si presentano le ANALISI PER SETTORI: la FORMAZIONE, il LAVORO e la RAPPRESENTANZA, il WELFARE e la SANITÀ, il TERRITORIO e le RETI, i SOGGETTI E i PROCESSI ECONOMICI, i MEDIA e la COMUNICAZIONE, la SICUREZZA e la CITTADINANZA.

   Il 7 dicembre scorso ha reso noto il 52° RAPPORTO annuale, che ha suscitato molto clamore, nel modo (scientifico, statistico) con il quale si è individuata la crisi italiana: nel modo di pensare, nel rapportarsi ai (nuovi) mezzi di informazione, nelle differenze geografiche territoriali. Recependo la presenza di un popolo (italiano) incattivito, e insicuro del proprio presente e ancor più del futuro.
Dicevamo, che dal Rapporto ne esce un Paese incattivito. Cupo, anziano, diffidente, senza speranza. La rabbia, che nel frattempo è diventata «cattiveria», si sta tramutando in «SOVRANISMO PSICHICO», nella ricerca di un «sovrano autoritario» al quale affidare le sorti del Paese. (sul significato di “sovranismo psichico”, termine inventato per l’occasione ora dal Censis, vi invitiamo a leggere il primo articolo qui di seguito in questo post che abbiamo ripreso da “il Fatto Quotidiano”).

COS’È IL CENSIS – Il Censis (CENTRO STUDI INVESTIMENTI SOCIALI) è un ISTITUTO DI RICERCA SOCIO-ECONOMICA italiano fondato nel 1964. Dalla sua fondazione svolge attività di studio, ricerca, consulenza e assistenza tecnica. La maggior parte delle attività dell’istituto è incentrata sulla REALIZZAZIONE DI STUDI SUL SOCIALE, L’ECONOMIA E L’EVOLUZIONE TERRITORIALE o su programmi d’intervento e iniziative culturali nei settori vitali della realtà sociale: la FORMAZIONE, il LAVORO e la RAPPRESENTANZA, il WELFARE e la SANITÀ, il TERRITORIO e le RETI, l’ECONOMIA, i MEDIA e la COMUNICAZIONE, il GOVERNO PUBBLICO, la SICUREZZA e la CITTADINANZA. Alcuni anni dopo la sua nascita, esattamente nel 1973 è diventato una fondazione riconosciuta con D.P.R n. 712/1973. A partire dal 1967 ogni anno le attività e gli spunti di analisi dell’istituto vengono condensati nel RAPPORTO SULLA SITUAZIONE SOCIALE DEL PAESE, nato dalla volontà di fornire una NARRAZIONE PUNTUALE DEI MUTAMENTI SOCIO-ECONOMICI IN CORSO. (da Wikipedia)

   L’insicurezza è il sentimento di base della società. Si dà tutta la colpa alle “cose straniere”, in primis all’immigrazione dai paesi poveri; ma anche agli organismi internazionali: dall’Unione Europea (cui è calato fortemente il pathos “europeista” che una volta avevamo), al Fondo Monetario, i Mercati che ci prestano i soldi…tutto quel che viene da fuori.

(considerazioni dal rapporto Censis) – “Rancore e pregiudizi sono radicati fra le persone più fragili, ossia più povere anche di sapere. Persone che non riuscendo a capire la complessità sono alla ricerca di spiegazioni semplici: vere o false che siano. L’unica strada per uscire dalla crisi è quella della coesione sociale che si concretizza in più servizi e più occupati in ambito pubblico” (Francesco Gesualdi, da AVVENIRE del 22/12/2018) (immagine da “Avvenire”)

   E’ prioritario comunque, secondo il Rapporto Censis, come una gran parte degli italiani attribuisca agli immigrati la responsabilità della propria decadenza, pensando che si siano appropriati del nostro lavoro, delle nostre case popolari, dei nostri sussidi. Che gli immigrati ci sottraggano posti di lavoro; che rappresentano un peso per il nostro welfare; che si fa di più per gli immigrati che per gli italiani… E il tutto porta al risentimento, all’avversione, e ad ogni altra forma di pregiudizio.

OSTILITÀ VERSO L’IMMIGRAZIONE – Il capitolo migrazione è un nervo scoperto. Il 63% degli italiani vede in modo negativo l’immigrazione da Paesi non comunitari (contro una media Ue del 52%). Ma neppure l’immigrazione da Paesi comunitari è vista di buon occhio: è infatti negativa per il 45% (rispetto al 29% media Ue). I più ostili verso gli extracomunitari sono gli italiani più fragili: il 71% degli over 55 anni e il 78% dei disoccupati, mentre il dato scende al 23% tra gli imprenditori. Il 58% degli italiani pensa che gli immigrati sottraggano posti di lavoro in casa nostra; il 63% pensa che rappresentino un peso per il nostro sistema di welfare, solo il 37% ne sottolinea invece l’impatto favorevole sull’economia nazionale. Per il 75% degli italiani l’immigrazione aumenta il rischio di criminalità. E il 59,3% degli italiani è convinto che tra dieci anni nel nostro Paese non ci sarà un buon livello di integrazione tra etnie e culture diverse (foto da Il fatto Quotidiano)

   Il senso e l’origine di questa crisi probabilmente sorge da una crisi generalizzata della classe media dei paesi ricchi iniziata nella metà degli anni Ottanta del secolo scorso, quando venne ridefinito l’ordine economico mondiale e venne riscritta la geografia internazionale del lavoro: le fabbriche andarono nei Paesi poveri dove il costo del lavoro era assai basso; e nei paesi ricchi una classe di lavoratori si trovò in difficoltà, o disoccupata; o dovendo sopportare assai bassi salari. Pertanto i ricchi (industriali, finanzieri) ci guadagnarono molto, la maggioranza della popolazione si trovò (e si trova) in difficoltà a mantenere livelli alti di consumi cui si era abituata: una rivoluzione economica e normativa passata alla storia sotto il nome di GLOBALIZZAZIONE.
E’ così che il LIBERO COMMERCIO e la GLOBALIZZAZIONE, oltre al miglioramento delle condizioni di vita per i più poveri del pianeta (cosa non da poco: PIÙ DI UN MILIARDO DI PERSONE HA POTUTO USCIRE DALLA FAME, mandare a scuola i loro figli, avere un inizio di sanità, poter spostarsi da un luogo all’altro…), ma tutto questo ha portato però al DECLINO DELLA CLASSE MEDIA NEI PAESI PIÙ RICCHI. Un economista di New York, BRANKO MILANOVIC, ha rappresentato in maniera molto eloquente il contesto in un diagramma del 2012 che è stato ribattezzato, a causa della sua forma, “IL GRAFICO ELEFANTE”. Eccolo:

Questa linea mostra come tra il 1988 e il 2008, i maggiori aumenti di reddito siano avvenuti PER IL 75% PIÙ POVERO DELLA POPOLAZIONE MONDIALE (il secondo gruppo da sinistra) (AD ECCEZIONE DEI POVERISSIMI, il primo gruppo da sinistra) e PER I SUPER-RICCHI (il quarto gruppo da sinistra), mentre per gli altri (LA CLASSE MEDIA OCCIDENTALE, maggioranza della popolazione) i guadagni sono stati praticamente zero (il terzo gruppo da sinistra)

   Ma questo accadde in tutto il mondo, non solo in Italia. Però, specificatamente in Italia, dice il Censis, i continui trasferimenti produttivi, associati a una crescente automazione (l’informatica, i robot…), produssero meno occupazione e meno diritti al Nord, più lavoro sfruttato al Sud. E sia a Nord che a Sud si sono fortemente abbassate le retribuzione dei lavoratori dipendenti, ma anche il reddito di artigiani, commercianti, che hanno risentito della grande crisi economica. E’ andata bene, anche da noi, per i detentori di capitale (se non sono incappati nella crisi italiana, ma mondiale, delle banche, del sistema finanziario), ma al tempo stesso si è creato un grande disagio e incazzatura per chi si è trovato ad avere meno soldi (o niente…) e non poter esaudire il livello di vita (e godere del welfare pubblico) che si era conquistato.

IL DIVERSO PERCEPITO COME UN PERICOLO – C’è un 63,6% convinto che nessuno ne difenda interessi e identità e quindi devono pensarci da soli. Quota che sale al 72% tra chi possiede un basso titolo di studio e al 71,3% tra chi può contare solo su redditi bassi. Il non sopportare gli altri si traduce nel via libera ai pregiudizi. L’essere diverso diventa, nella percezione, un pericolo da cui proteggersi. E non è una questione di basse percentuali: il 69,7% degli italiani non vorrebbe come vicini di casa i rom; il 69,4% non vorrebbe a portata di occhio e udito persone con dipendenze da droga o alcol. Il 52% è convinto che vengono prima gli immigrati, altro che “prima gli italiani”, e questo 52% diventa il 57% tra le persone con redditi bassi.

   E il Censis, nel Rapporto reso noto adesso, nel dicembre 2018, individua quali sono gli squilibri sociali, gli squilibri territoriali. Un quadro allarmante, su cui, su tutto, pesa molto la condizione lavorativa dei giovani, con precarietà, sottoccupazione, part-time non voluto ma subìto…

(nella foto: il dominio globale dello smarthphone) – CENSIS 2018: POCA FIDUCIA NELLA CRESCITA – Alla base di questo processo, secondo il Censis, c’e’ “l’assenza di prospettive di crescita, individuali e collettive”. E l’analisi ci ricorda che l’Italia è ormai il Paese dell’Unione europea con la più bassa quota di cittadini che affermano di aver raggiunto una condizione socio-economica migliore di quella dei genitori: il 23%, contro una media Ue del 30%, il 43% in Danimarca, il 41% in Svezia, il 33% in Germania. Il 96% delle persone con un basso titolo di studio e l’89% di quelle a basso reddito sono convinte che resteranno nella loro condizione attuale, ritenendo irrealistico poter diventare benestanti nel corso della propria vita. E il 56,3% degli italiani dichiara che non è vero che le cose nel nostro Paese hanno iniziato a cambiare veramente. Il 35,6% degli italiani è pessimista, guarda all’orizzonte con delusione e paura; il 31,3% è incerto e il restante 33,1% è ottimista.

   L’involuzione e l’arrabbiatura che vi è, porta a fenomeni negativi di chiusura, di odio… a cattivismo e sovranismo psichico, come dice il Censis. La soluzione a questo stato di crisi non è facile (individuarla e praticarla). Tentiamo qui di iniziare a definirla per (nel nostro piccolo) contribuire ad arrivare a possibili soluzioni. (s.m.)

I MEZZI USATI COME INFORMAZIONE

……………………………

Quanto più la paura non trova luoghi sociali di decantazione e di elaborazione emotiva, tanto più tende a trasformarsi in rancore e odio verso l’altro da sé». NEL LABIRINTO DELLE PAURE. POLITICA, PRECARIETÀ, IMMIGRAZIONE (Bollati Boringhieri, pp. 159, euro 15) ruota intorno a questo focus ed è il volume – bello e terribile – di ALDO BONOMI e PIERFRANCESCO MAJORINO. Un viaggio «di lavoro» dentro il «labirinto del sociale muto» alla ricerca del punto germinale di questa inedita cattiveria che tutti oggi ci colpisce: noi, osservatori che attoniti ci chiediamo cosa mai sia successo; loro, gli oggetti, le vittime di quanto in Europa, nel XXI secolo, non si aspettavano di subire. E forse anche gli altri, gli attori dell’odio, quelli che dopo un lungo ciclo di «italiani brava gente» oggi si ritrovano tra gli haters, irriconoscibili a se stessi nei luoghi che non riescono più a riconoscere, a ostentare come uno straccio di bandiera i propri peggiori sentimenti. (MARCO REVELLI, da “IL MANIFESTO” del 27/12/2018)

………………………………

COS’È IL ‘SOVRANISMO PSICHICO’ E PERCHÉ PUÒ AIUTARCI A CAPIRE LA REALTÀ DI OGGI
di LUCIANO CASOLARI (medico psicoanalista), da “IL FATTO QUOTIDIANO del 18/12/2018)
Studio e lavoro in campo psicologico da oltre trenta anni ma non avevo mai sentito parlare di “SOVRANISMO PSICHICO”. Sono rimasto colpito nel leggere che il RAPPORTO DEL CENSIS cita questo modello per descrivere l’atteggiamento mentale degli Italiani in questa fase storica.
La descrizione attuata dal DR. GIUSEPPE DE RITA (segretario del Censis) è “un’espressione psichica con cui tendiamo ad affermare quello che è il modello di sviluppo Italiano. Cioè abbiamo la necessità, di fronte a un mondo sempre più globale, di dire noi sappiamo stare nel mondo globale con un modello che è però tutto nostro”.
Se ho ben capito l’idea è che, Continua a leggere

IL RACCONTO DI NATALE di GEOGRAFICAMENTE (augurio ai nostri affezionati 25 lettori) – L’Italia (irrimediabile?) di GOFFREDO PARISE (da il Corriere, rubrica dei lettori, 1974-75), scrittore globale (inviato nel mondo), ma con solide radici locali (sul greto della Piave) che descrive un’ITALIA IN LOTTI, amorfa e disillusa

LA CASA NELLA GOLENA DEL PIAVE A SALGAREDA, ULTIMA DIMORA DI PARISE – Nel suo «Veneto barbaro di muschi e nebbie» Goffredo Parise si chiedeva cosa, nel grande mondo che aveva conosciuto da Capri a New York a Parigi, lo inchiodasse «a quell’albero di more, a quelle nebbie, al fiume Piave, alle montagne vicine». Si riferiva a quello che amava anche definire «IL MIO ANGOLO DI PARADISO SUL PIAVE» e cioè alla casa nella golena di Salgareda, dove visse dal 1970 al 1983 e che, da 12 anni, per volere di Moreno Vidotto e Enzo Lorenzon, è diventata la «CASA DELLE FATE», un luogo dove ricordare lo scrittore vicentino e le sue opere. (casa che il 30 ottobre 2018 ha subìto la PIENA DEL PIAVE, acqua che ha rovinato la collezione di oggetti, lettere, libri e quadri lì raccolti in sua memoria) (Milvana Citter, “il Corriere del Veneto”, 4/11/2018)
GOFFREDO PARISE (Vicenza 1929 – Treviso 1986) si era trasferito a MILANO dove scriveva per il “Corriere della Sera”, e lavorava nella casa editrice di Livio Garzanti. Nella città conobbe anche Leo Longanesi e con lui pubblicò uno dei suoi romanzi più noti, IL PRETE BELLO (1954), con cui fu consacrato autore di fama anche all’estero. Dopo il 1964 si trasferì da Milano a ROMA, vicino di casa di Carlo Emilio Gadda; nel frattempo, però, diede inizio a un lungo periodo di viaggi in tutto il mondo.

   “La difesa dell’ambiente è un tema sul quale, da un anno a questa parte ho ricevuto un certo numero di lettere….non ho mai risposto perché sono profondamente convinto che la difesa dell’ambiente è, nel nostro Paese, causa persa. Non nego, anzi so, che qualche risultato è stato ottenuto, ma solo provvisoriamente: e la difesa dell’ambiente non è questione provvisoria, ma appartiene soprattutto al futuro….”
“…L’Italia non vuole più essere l’Italia. Gli italiani (parlo della grandissima maggioranza) non vogliono più essere italiani. Se ne fregano dei monumenti, dei musei, di San Pietro e della chiesa cattolica, dei Palazzi Pitti e Uffizi; ci mandano i loro figli con la scuola, ma se ne fregano, e se ne fregheranno i loro figli quando sarà il momento. Gli italiani non vogliono più essere italiani perché vogliono essere ancora meno che regionali, vogliono essere “paesani”, “paisà”, perché l’unità d’Italia, che del resto non c’è mai stata, oggi c’è meno che mai….”
“….Oggi l’Italia è spezzata non in staterelli, ma in “lotti”, in piccole, piccolissime, proprietà private a cui gli italiani, nel loro povero animo e nel loro povero corpo privi di Stato tengono in modo fanatico. Per gli italiani di oggi, non di ieri, l’Italia è il “lotto”, il proprio terreno, la propria villetta, il proprio “bicamere e servizi”, costruiti da geometri o finti architetti secondo i propri gusti e soprattutto in materiali pressoché eterni come il cemento armato che diano a quei poveri corpi e a quelle povere anime senza Stato l’illusione di averne uno, indistruttibile. Se potessero costruirsi un bunker, con fabbrichetta accanto e un proprio esercito personale, lo farebbero. Il perché è troppo lungo da spiegare, fondamentalmente va ricercato nell’assenza non soltanto dello Stato ma dell’idea dello Stato (che fa lo Stato), che non gli è mai stata insegnata, che non hanno mai amata, che è ostica al loro cervello e al loro cuore, e in cui non credono.”…..
(L’ITALIA DEI “LOTTI” di Goffredo Parise, RISPOSTE ai lettori, da “il Corriere della Sera”, febbraio 1975)
Questo è il tema della risposta al lettore del Corriere della Sera alla rubrica che teneva Goffredo Parise; una raccolta di risposte ai lettori apparse sul «Corriere della Sera» tra il 1974 e il 1975, da noi riprese dal libro (un piccolissimo libro, una settantina di pagine, ma assai intense) dal titolo “DOBBIAMO DISOBBEDIRE” (Adelphi, 2013, 7 euro).
Pertanto non è un vero e proprio racconto quello che Vi proponiamo per questo Natale: forse è uno “sfogo”, una constatazione di difficoltà… di un grande scrittore che osserva una realtà che non gli piace: fatta di un’ambiente che si degrada sempre più; che in definitiva interessa assai a pochi che sia conservato, tutelato, salvaguardato.. Un’Italia chiusa in se stessa (e Parise scrive nel 1975…..). Un Paese dove lo scrittore lamenta una mancanza di comunicazione vera (e la sua rubrica coi lettori lui la vive, anche lì, con una difficoltà di capirsi). Un Paese (l’Italia) che non sa godere (e conservare) le sue bellezze naturali, i suoi paesaggi, l’arte e le mirabili architetture del passato che vi si trovano.
La risposta alla lettera di un lettore (che qui di seguito Vi proponiamo), il signor Framarin, torinese ma vicentino di nascita come Parise (peraltro allora soprintendente del parco nazionale del Gran Paradiso), che gli chiede di intervenire sulla questione di tutela del suo (loro) paesaggio dell’altopiano vicentino (la montagna veneta Verena-Campolongo), su questo Parise esprime uno stupendo e doloroso sfogo che il giornale intitola “L’Italia dei lotti”, un piccolo capolavoro di prosa, elevato nella forma, ma ancor di più nei contenuti (buona lettura, buon Natale) (s.m.)

«La mia ragione e il mio sentimento sono condotti da un’idea estremamente elementare: l’enorme difficoltà di molti italiani a concepire non soltanto l’idea dello Stato ma soprattutto l’idea della democrazia». Così scriveva Goffredo Parise nella rubrica di corrispondenza con i lettori del Corriere della Sera tenuta tra il 1974 e il 1975. Alcune di quelle risposte sono raccolte da Adelphi in DOBBIAMO DISOBBEDIRE (76 pagine, 7 euro a cura e con una postfazione di Silvio Perrella) (http://fabriziofalconi.blogspot.com/)

…………….

L’ITALIA DEI LOTTI

Goffredo Parise, 1975, Corriere delle Sera
La difesa dell’ambiente è un tema sul quale, da un anno a questa parte, ho ricevuto un certo numero di lettere: non ho mai risposto perché mi è parso corretto (e come si vedrà, non soltanto corretto) lasciare la risposta ad altri, per così dire agli specialisti. Prima fra tutti Italia Nostra, poi Alfredo Todisco e Antonio Cederna che dalle colonne di questo giornale si battono con non minore passione di Giorgio Bassani.
Inoltre non ho mai risposto perché sono profondamente convinto che la difesa dell’ambiente è, nel nostro paese, causa persa. Non nego, anzi so, che qualche risultato è stato ottenuto; ma solo provvisoriamente. E la difesa dell’ambiente non è questione provvisoria, ma appartiene soprattutto al futuro.
E nel futuro (immediato) quel provvisoriamente scomparirà e l’azione devastatrice continuerà per una ragione importantissima: che gli interessi politici legati al prestigio dell’ecologia sono troppo deboli rispetto agli interessi politici che, a fatti, sono contrari all’ecologia. La causa dunque, a mio avviso, rimane persa e il paesaggio italiano continuerà a mutare, a corrompersi, a degradare inesorabilmente sotto la spinta più forte che esista al mondo e che non so come chiamare se non “la forza delle cose”.
Questa volta però rispondo. Al signor Franco Framarin, soprintendente del parco nazionale del Gran Paradiso, che mi scrive da Torino. Il signor Framarin mi scrive soprattutto come concittadino (entrambi siamo nati a Vicenza) in difesa delle prealpi vicentine (Altopiano di Asiago, Pasubio, Verena, Cima Dodici, Ortigara…) che stanno anch’esse crollando sotto “la forza delle cose” della speculazione edilizia.
La sua lettera è piena di dati italianamente credibilissimi, come questo: “… Dopo aver facilmente convinto gli amministratori di Roana, uno dei sette Comuni – paese che però non trarrà dalla operazione alcun vantaggio, perché il suo insediamento turistico sorgerà a 8 km – dopo aver ottenuto le necessarie protezioni politiche, questo gruppo di stimati professionisti vicentini e padovani, unicamente alla ricerca di un investimento dei loro sudati guadagni, ha deciso e ottenuto di costruire nel cuore del Verena-Campolongo – la più ricca ed integra ecologicamente di tutte le montagne che ho nominato sopra – un hotel con piscina coperta e shopping center di 10.000 metri cubi…”.
Il Signor Framarin così conclude la sua lettera: “… spenda per favore qualche sua parola per queste montagne. I dati che ho scritto sono certissimi. E’ bene che voi intellettuali dibattiate problemi generali e difendiate i grandi principi. Ma il mondo è fatto anche, meglio anzitutto, di rocce, di boschi, di animali selvatici. Di queste rocce, di questi boschi, di questi animali. Finiti questi non ce ne saranno altri”.

Perché rispondo proprio al signor Framarin e non ad altri che mi hanno scritto sullo stesso argomento? Perché egli scrive a me come concittadino, e dunque particolarmente affezionato a quei paesaggi, a quelle montagne. Ecco la mia risposta.
Io non ricordo più quei paesaggi e quelle montagne, signor Framarin, io se potessi difenderei l’intera Italia perché spero sempre nella sua unità, ma non posso andare contro la “forza delle cose”. Né ricordo più la città dove sono nato, se non a vaghe luci, come in un sogno. Se ci torno fatico a ritrovare le vie. Né ricordo più l’Italia di venti-trent’anni fa. E la colpa non è mia, ma della “forza delle cose” (la storia) che ha mutato profondamente il volto del nostro paese.
Non ricordo e non voglio ricordare, per molte ragioni consce e subconscie. Prima fra tutte perché l’Italia di trent’anni fa è lontana, lontanissima, in tutti i suoi aspetti, politici, culturali, linguistici, fonici, agricoli, non soltanto paesaggistici; poi non la ricordo più perché non voglio ricordare la mia giovinezza, perché essa non c’è più, scomparsa assieme a tutti quegli aspetti detti or ora; poi non la voglio ricordare (se non in letteratura, per testimonianza) perché, la realtà del nostro paese essendo profondamente mutata, sento la necessità di vivere oggi e non ieri; ancora non la voglio ricordare perché la conservazione del ricordo (come la conservazione delle cose) è un dato al tempo stesso statico e regressivo che, in modo assolutamente certo, viene travolto dalla realtà contingente di oggi, quella in cui, lo vogliamo o no, siamo ancora impegnati a vivere. Infine non la voglio ricordare, non voglio ricordare quei monti e quei boschi nella loro integrità, perché essi, nella realtà di oggi, l’hanno perduta.
Le speculazioni edilizie avvengono e così la degradazione dell’Italia di ieri. Ho detto degradazione che implica un giudizio di ieri, avrei dovuto dire mutamento che è un giudizio di oggi. Le cose mutano, per “la forza delle cose”, e non soltanto degli uomini, non c’è niente da fare.
La splendente villa palladiana La Malcontenta, ai bordi della laguna, tornata gloriosamente di proprietà del mio amico conte Antonio Foscari, è un bizzarro fantasma circondato dai fiumi e nebbie e sbarramenti di ciminiere e depositi di carburante di Marghera. Potrebbe tranquillamente scomparire, perché la sua alta essenza è andata perduta; al contrario, l’essenza dei depositi di carburante, i fumi e le nebbie tossiche, vivono e si espandono.
Inoltre, e questo è il concetto fondamentale della mia risposta, l’Italia non vuole più essere l’Italia. Gli italiani (parlo della grandissima maggioranza) non vogliono più essere italiani. Se ne fregano dei monumenti, dei musei, di San Pietro, della Chiesa cattolica, dei Palazzi Pitti e Uffizi; ci mandano i loro figli con la scuola, ma se ne fregano e se ne fregheranno i loro figli quando sarà il momento.
Gli italiani non vogliono più essere italiani perché vogliono essere ancora meno che regionali (che tempismo regressivo le regioni!), vogliono essere “paesani”, “paisà”, perché l’unità d’Italia, che del resto non c’è mai stata, oggi c’è meno che mai.
Oggi l’Italia è spezzata non in staterelli, ma in “lotti”, in piccole, piccolissime proprietà private a cui gli italiani, nel loro povero animo e nel loro povero corpo privi di Stato, tengono in modo fanatico. Per gli italiani di oggi, non di ieri, signor Framarin, l’Italia è il “lotto”, il proprio terreno, la propria villetta, il proprio “bicamere e servizi”, costruiti da geometri o finti architetti secondo i propri gusti e soprattutto in materiali pressoché eterni come il cemento armato che diano a quei poveri corpi e a quelle povere anime senza Stato l’illusione di averne uno, indistruttibile.
Se potessero costruirsi un bunker, con fabbrichetta accanto e un proprio esercito personale, lo farebbero. Il perché è troppo lungo da spiegare in questa rubrica, fondamentalmente va ricercato nell’assenza non soltanto dello Stato ma dell’idea dello Stato (che fa lo Stato), che non gli è mai stata insegnata, che non hanno mai amata, che è ostica al loro cervello e al loro cuore, e in cui non credono.
I fanti del ’15-’18 sono quasi tutti morti o sono molto vecchi, signor Framarin, e sono stati gli ultimi a credere di amare l’idea di uno Stato italiano. Non so cosa succederà dei figli degli italiani di oggi, quelli del “lotto”. Probabilmente una parte tenderà a difendere coi denti il “lotto”, per il quale darebbe cento Palazzi Pitti e l’intera flora del paese.
Negli Stati Uniti, paese senza Colossei, tutto ciò è fragile e affascinante: città si formano nei deserti di pietra da assembramenti di carovane nell’Arizona, nel Nevada: appaiono e scompaiono nel giro di pochi anni. Eppure in queste città che vanno e vengono come fantasmi su un pianeta, c’è l’idea dello Stato americano che si consuma, si rinnova, si consuma.
Da noi si parla tutto di consumo (anch’io ne parlo) ma quelle villette, quei bunker, sono destinati a durare più di qualunque villa palladiana, tenuto conto di come è gestito il patrimonio artistico nazionale. E il fatto che sia gestito così non è soltanto colpa degli uomini, dei responsabili, di quegli ometti vestiti di cartone grigio o cartone blu, con villetta, con bunker, con cani, che vengono chiamati chissà perché “i governanti”. La colpa non è soltanto di questi ometti italiani di oggi, che stanno alla pari col loro tempo e devono pur tirare avanti, ma la colpa, se si può parlare di colpa, è della “forza delle cose” che emana, tutta intera e potente, da un intero paese, dal suo paesaggio interiore che è lo specchio di quello esteriore, che lei deplora.
Come posso io a questo punto, signor Framarin, “spendere qualche parola per queste montagne”?
(Goffredo Parise, 1975, da “il Corriere della Sera”)

……………………………

Goffredo Parise in riva al Piave, all’altezza di Salgareda (Treviso) foto dal CORRIERE DEL VENETO – DEL VENETO, PARISE AMAVA TUTTO. MA ERA ANCHE MOLTO INQUIETO. FUGGIVA; faceva dei VIAGGI SPERICOLATI in cui, per il «Corriere», raccontava le GUERRE (in VIETNAM, in BIAFRA) e dei viaggi nei quali voleva soltanto conoscere (l’AMERICA, la CINA, il GIAPPONE); prendeva casa a ROMA, nel quartiere della CAMILLUCCIA, vicino a quella di un altro suo padre: CARLO EMILIO GADDA; tornava in Veneto; tornava a Roma, magari per rinchiudersi in un monolocale assurdo tutto foderato di legno di radica come una tabacchiera; aveva nostalgia dell’aria di CORTINA; in VENETO BARBARO DI MUSCHI E NEBBIE, scritto probabilmente in quella assurda stanza, metteva giù queste righe: «Riflettevo: alla sublime bellezza di CAPRI, alla emozionante vita a NEW YORK, alla dolce PARIGI, alla cupa MOSCA, alla polverosa e immensa PECHINO, alla bellezza del MEDITERRANEO con il suo MARE E COSTE su cui scorre la voce delle sirene e mi chiedevo, non senza turbamento: CHE COSA MI INCHIODAVA sempre più spesso a quell’ALBERO DI MORE, a quelle NEBBIE, al fiume PIAVE, alle MONTAGNE vicine?». (Giorgio Montefoschi, “il Corriere della Sera”, 26/9/2016)

……………………

“DOBBIAMO DISOBBEDIRE”, LE RISPOSTE DI GOFFREDO PARISE AI LETTORI DALLE PAGINE DEL CORRIERE DELLA SERA
Post di ALBERTO CELLOTTO, da https://librobreve.blogspot.com/ Continua a leggere