VERIFICA COSTI-BENEFICI delle GRANDI OPERE al vaglio del nuovo Governo: TAV (Treno Alta Velocità Torino-Lione, ma anche Brescia-Verona…); MOSE a Venezia; Superstrada Pedemontana Veneta; … – Alcune sacrificate (Mose?), altre “sospese” (Tav Torino Lione?), altre che seppur inefficienti vanno avanti?

Uno tra i temi più rilevanti che il nuovo Governo dovrà affrontare in questi primi mesi, è quello delle GRANDI OPERE PUBBLICHE

   Uno tra i temi più rilevanti che il nuovo Governo dovrà affrontare in questi primi mesi, è quello delle GRANDI OPERE PUBBLICHE. La maggior parte riguardano infrastrutture per la mobilità (per le persone, per le merci). Ma ci sono anche grandi opere di salvaguardia ambientale, idraulica: come nel caso, nel Veneto, il risanamento dell’area di Marghera; e poi in particolare il MOSE (Modulo Sperimentale Elettromeccanico), il sistema di paratie mobili (dighe) che dovrebbe “salvare Venezia” nei casi di fenomeni di acqua alta eccezionale.

IL MINISTRO TONINELLI: «Nelle prossime settimane ESAMINEREMO TUTTI I PROGETTI DI OPERE PUBBLICHE in Italia. Il NOSTRO OBIETTIVO È ANALIZZARE COSTI E BENEFICI di ciascuna. QUELLE CHE SARANNO VALUTATE COME UTILI PER I CITTADINI SARANNO CONFERMATE, SULLE ALTRE VALUTEREMO COME PROCEDERE. Il tutto conti alla mano». Il ministro delle Infrastrutture DANILO TONINELLI, a Torino per inaugurare il Salone dell’auto, spiega la linea del governo Conte sulle grandi opere a cominciare dalla TAV TORINO-LIONE. E a chi gli chiede conto di come sarà l’atteggiamento della Lega, che ieri in Regione (Piemonte, ndr) ha votato un ordine del giorno a favore dell’opera con Pd e Forza Italia, risponde: «Nel contratto di governo c’è scritto che sulla Tav si procederà a una rivalutazione dell’opera e lo faremo insieme con la Lega. Stiamo costruendo una squadra, radunando le migliori energie: tra qualche settimana avremo le prime risposte». (da “la Stampa” del 6/6/2018)

C’è un impegno del nuovo Ministro alle Infrastrutture Danilo Toninelli, di fare una verifica a tutto campo di queste opere in progetto, ma anche di quelli nelle quali sono già in corso i lavori. Risaltano in particolare alcuni casi eclatanti, su cui l’analisi “costi-benefici” sarà politicamente “più strategica” di altre analisi.

LA TAV TORINO LIONE, DOPO 30 ANNI, HA ANCORA SENSO? NECESSITA RIPENSARE L’OPERA. Il CONTROSSERVATORIO VALSUSA nello scorso febbraio ha lanciato un appello al Governo e alle forze politiche per riaprire il confronto sull’opera. Tra i firmatari dell’appello figurano l’ex ministro ai Beni Culturali, Massimo Bray, don Luigi Ciotti e lo scrittore Christian Raimo. L’OSSERVATORIO SULLA TAV riconosce come il progetto della nuova linea Torino – Lione approvato da Francia e Italia sia basato su STIME SBAGLIATE e previsioni “smentite dai fatti”

Pensiamo in particolate alla linea ferroviaria ad alta velocità “Torino – Lione”. E anche al Mose di Venezia. Ma ci sono moltissime opere (ferroviarie e stradali) che costano tantissimo alla collettività, e che non si capisce se ne vale la pena: come l’Alta Velocità Ferroviaria tra Brescia e Verona, e, sempre in ambito ferroviario, la Galleria di Base del Brennero, il Tunnel Ferroviario del Frejus, le Linee ad “Alta Velocità – Alta Capacità” Milano-Genova (Terzo Valico dei Giovi), la Napoli-Bari, la Messina-Palermo…

SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA – (TABELLA da “il Corriere del Veneto del 12/3/2017: piano finanziario SPV -SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA – TABELLA (da “IL Corriere del Veneto” del 12/3/2017) – Il dato (A DESTRA) mostra che LA NUOVA SUPERSTRADA AVRÀ PREZZI AL CHILOMETRO NOTEVOLMENTE PIÙ CARI DELLE AUTOSTRADE GIÀ IN ESERCIZIO IN VENETO. – A SINISTRA, IL CONTRIBUTO PUBBLICO. Nell’anno della stipula della prima convenzione, il 2009, era previsto un contributo in conto capitale di 245 milioni, a carico dello Stato, su un’opera che all’epoca doveva costare all’incirca 1,6 miliardi. Con il ritocco del 2013 si aggiunse un nuovo contributo, sempre a carico dello Stato, di 370 milioni. Ora se ne somma un terzo, da 300 milioni, e stavolta paga la Regione. TOTALE CONTRIBUTO PUBBLICO FINALE: 914 MILIONI. Dunque se nel 2009 il pubblico copriva il 15% dei costi complessivi di costruzione, oggi siamo saliti fino al 40%. (MA E’ FINITO QUI IL CONTRIBUTO PUBBLICO???) – SOTTO A SINISTRA: il CANONE DI DISPONIBILITÀ, cioè «L’AFFITTO» che la Regione dovrà pagare al Consorzio di costruttori SIS dal 2020, anno annunciato per l’apertura al traffico, al 2059, ultimo anno della concessione: SI PARTE DA 153 MILIONI, POI SALIRÀ FINO A 400. In base al nuovo accordo, i pedaggi verranno versati in un conto e trattenuti da SIS per l’importo pari al canone concordato, ogni mese. Se l’incasso sarà superiore al canone, la Regione potrà chiedere di introitare il surplus; viceversa dovrà essere l’ente a pagare la differenza a beneficio di SIS.

   In Veneto è in fase di costruzione (è arrivata a circa il 30% di realizzazione, forse meno) la Superstrada Pedemontana Veneta (95 chilometri di tracciato e 60 di opere connesse di adduzione), e le polemiche per la sua effettiva funzionalità (con i costi di fatto “caricati” alle future generazioni per i 40 anni di concessione data dalla Regione alla ditta concessionaria) fanno discutere (sarà da vedere e da capire cosa dirà il “rapporto costi-benefici” del nuovo Ministro su un’opera che nasce, prima di essere finita, con moltissimi dubbi di utilità, e tecnologicamente pare già vecchia…

mappa della costruenda Superstrada Pedemontana Veneta

LE “GRANDI OPERE” COSTANO MOLTO: quasi sempre a danno delle manutenzioni ordinarie o straordinarie delle opere che già ci sono, e delle migliorìe possibili alle infrastrutture esistenti. I denari pubblici in gioco sono moltissimi: CIRCA 70 MILIARDI. Una cifra enorme se si pensa agli stretti vincoli di bilancio; e il tutto concentrato, appunto su “Grandi Interventi” visibili politicamente (quando si va ad inaugurarli), ma spesso che non risolvono i problemi di una più scorrevole, sicura, efficacie, mobilità delle persone (e delle merci).

GRANDI OPERE – I COSTI

Ai 70 miliardi di euro previsti, investiti, si sommano poi risorse assegnate direttamente (e annualmente) alle Ferrovie dello Stato e all’Anas (che peraltro ora sono inglobate: le Ferrovie hanno incorporato a sè l’Anas).

MARCO PONTI: “SOLO ANDATA” – Ed. Università Bocconi – MARCO PONTI, decano dell’ECONOMIA DEI TRASPORTI, in questo libro decide di spiazzare tutti. Si intitola “SOLO ANDATA”. Il contenuto? Una serie di dati che ha soprattutto un bersaglio: LA RETE FERROVIARIA ITALIANA. Per esempio, il fatto che in Italia abbiamo tracciati vecchi, ricostruiti su quelli ottocenteschi nel Dopoguerra. Per non parlare delle linee poco efficienti che rappresentano meno del 10% del traffico. In quali infrastrutture di trasporto è opportuno investire? L’evoluzione delle tecnologie suggerisce di evitare di spendere fiumi di denaro pubblico in grandi opere ferroviarie. Perché il futuro è della strada, spiega MARCO PONTI in questo suo ultimo libro. Le ferrovie sono il passato, sono meno ecologiche di quanto si pensi e sono costosissime. Un’analisi in cui escono a pezzi i politici ma anche gli accademici

   E il costo complessivo dei soli interventi ferroviari ammonta a quasi 26 miliardi di euro, da sommarsi ai 70 miliardi prima detti di investimenti (sia ferroviari dell’Alta Velocità che stradali).
E’ per questo che da tante parti è stata accolta positivamente la possibilità di una verifica seria e approfondita dei “COSTI-BENEFICI” di tutte le opere previste (anche quelle in corso di realizzazione). Perché non si può più prescindere dai risultati di analisi rigorose, trasparenti e comparative, né ignorare studi e valutazioni effettuate da esperti (possibilmente credibili e indipendenti), e con un confronto con tutte le parti interessate.

IL MOSE, SE REALIZZATO, SOLO DI MANUTENZIONE COSTERÀ 80 MILIONI ALL’ANNO e, inoltre, ci sarà un’intromissione impattante in Laguna: LA MANUTENZIONE delle paratoie – nonostante molte opposizioni – AVRÀ LUOGO ALL’ARSENALE, accanto ai monumentali bacini di carenaggio dell’800

   Ad esempio il MOSE. Solo di manutenzione costerà 80 milioni all’anno e, inoltre, ci sarà un’intromissione impattante in Laguna, a Venezia: la manutenzione delle paratoie del Mose – nonostante molte opposizioni – avrà luogo in ARSENALE, accanto ai monumentali bacini di carenaggio dell’800. Ci sarà una trasformazione della destinazione dell’Arsenale da cantieristica a industriale, per i secoli (?!) a venire (l’ultimo regalo avvelenato della disastrosa fin qui vicenda del Mose a Venezia).
Poi, tornando all’opera simbolo ferroviaria, il progetto della nuova LINEA TORINO-LIONE è basato su stime troppo vecchie e superate, con previsioni non più attendibili: la Commissione Europea aveva ampiamente sovrastimato il traffico merci. Tutto è cambiato negli ultimi 30 anni, rispetto all’idea progettuale pensata e ora in corso di possibile realizzazione: sul piano delle conoscenze dei danni ambientali, nella situazione economica, nelle politiche dei trasporti, nelle prospettive dello sviluppo… E i lavori per il tunnel di base non sono ancora iniziati (bene! ci si può fermare un momento).

TAV BRESCIA-VERONA

   In Veneto, oltre al MOSE c’è la questione della TAV Brescia Verona (e poi verso Padova), e della SPV, la Superstrada Pedemontana Veneta.
Bloccare i lavori della TAV BRESCIA-VERONA proprio adesso che i cantieri sono al via, sarà un po’ arduo. Però l’opera è veramente “difficile da realizzarsi”: in particolare l’attraversamento delle due città sono i punti più delicati del progetto. L’intera Brescia-Verona costerà quasi 3,4 miliardi di euro: 64 milioni al chilometro. La realizzazione della Torino-Milano ha dimostrato che l’utilità è assai scarsa rispetto alle risorse investite, e la continuazione di un progetto “alta velocità est-ovest” lascia molti dubbi sui benefici (rispetto ai costi: sociali, ambientali, finanziari…).

Sono circa 50 le firme di ECONOMISTI ITALIANI in calce all’APPELLO inviato nel MARZO SCORSO al Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti e volto a sensibilizzare il Governo sulla necessità DI SOSTENERE LA PROGRAMMAZIONE E LA REALIZZAZIONE DI GRANDI OPERE INFRASTRUTTURALI CON RIGOROSE ANALISI TECNICO-ECONOMICHE che giustifichino il sacrificio di risorse pubbliche necessario (in questo post, a seguire, potete leggere l’APPELLO)

Per quanto riguarda la Superstrada Pedemontana Veneta, la proposta di modifica che realizzi un giusto virtuoso rapporto tra “costi e benefici” (proposta che noi appoggiamo), è a nostro avviso quella del CoVePA (Coordinamento Veneto Pedemontana Alternativa) e della Legambiente Veneto, e cioè di una modifica possibile/fattibile ora in “corso di realizzazione”, e cioè: 1-stralciare i 30 chilometri inutili della parte ovest (dalla A31 alla A4, compresi 6 km. in galleria); 2-collegare di più la SPV alla viabilità esistente, con 28 accessi compatti al posto degli attuali previsti 11 caselli autostradali; 3-superare la necessità di altri 60 km. (oltre ai 95, che su nostra proposta diventerebbero 65) di opere di adduzione (complanari, bretelle, cavalcavia, ecc.) perché la strada si collega direttamente e in modo più leggero (rispetto ai pochi caselli) alle 28 strade nord-sud esistenti adesso, eliminando così quasi tutte le cosiddette opere “complementari”; 4-prevedere un’analisi più attenta di realizzazione di opere di mitigazione e compensazione ambientale e paesaggistica.
Non si sa se questo CHECK-UP “COSTI BENEFICI” previsto dal nuovo ministro alle Infrastrutture e Trasporti potrà dare frutti, risultati. Noi ce lo auguriamo e glielo auguriamo al Ministro. Quello che è sperabile è che sia attento e serio nelle valutazione, realistico nel valutare ciascuna opera, e che possa mirare a una innovativa mobilità del futuro che potremo reakizzare; e che dovrà tenere conto di efficienza, modernità, ma anche di costi più limitati. (s.m.)

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VALUTARE LE GRANDI OPERE: UNA NECESSITÀ SEMPRE DIMENTICATA

– STRALCI dall’intervento di MARCO PONTI, da “la voce.info” del 3/3/2018 (www.lavoce.info ) –
Non mancano gli esempi di grandi opere che si sono rivelate uno spreco di soldi dei cittadini. Continua a leggere

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L’AREA PADANO-VENETA È SEMPRE PIÙ INQUINATA: nell’ACQUA (da pesticidi, da PFAS…) e in GRANDI OPERE (MOSE, Superstrada Pedemontana Veneta…) che non trovano una loro realizzazione eco-compatibile, e risultano dirompenti – Il tutto nonostante buone intenzioni declamate ma non concrete

PFAS – Area ROSSA: area di massima esposizione sanitaria – Area ARANCIO: area captazioni autonome – Area GIALLO CHIARO: area di attenzione – Area VERDE: area di approfondimento – Area OMBREGGIATA: Plume di contaminazione

I 30 COMUNI DEL VENETO PIU’ INQUINATI DA PFAS

COMUNI del Veneto nell’AREA ROSSA A (dove è maggiore la concentrazione di sostanze perfluoroalchiliche in tutta la matrice acqua -oltre che nell’acqua potabile, anche nelle acque superficiali e sotterranee-): ALONTE, ASIGLIANO VENETO, BRENDOLA, LONIGO, NOVENTA VICENTINA, ORGIANO, POJANA MAGGIORE, SAREGO (Vicenza); COLOGNA VENETA, ROVEREDO DI GUÀ, ZIMELLA (Verona); MONTAGNANA (Padova).
COMUNI del Veneto nell’AREA ROSSA B (dove la contaminazione delle acque superficiali e sotterranee è minore): AGUGLIARO e VAL LIONA (Vicenza); ALBAREDO D’ADIGE, ARCOLE, BEVILACQUA, BONAVIGO, BOSCHI SANT’ANNA, LEGNAGO, MINERBE, PRESSANA, TERRAZZO e VERONELLA (Verona); BORGO VENETO, CASALE DI SCODOSIA, LOZZO ATESTINO, MEGLIADINO SAN VITALE, MERLARA e URBANA (Padova).

La contaminazione riguarda un’area abitata da oltre 350 mila persone compresa tra le province di Vicenza, Verona e Padova.
Gli abitanti delle aree maggiormente contaminate, sottoposti ad esami clinici, hanno scoperto di avere valori di PFOA nel sangue (un tipo di PFAS) 40 volte superiori rispetto a popolazioni italiane che vivono in aree non inquinate. Livelli molto alti di PFAS possono essere associati a forti rischi per la salute, tra cui complicazioni in gravidanza, alcune forme tumorali, alti livelli di colesterolo e problemi alla tiroide.
Migliaia di persone, di associazioni e di gruppi di abitanti della zona contaminata si sono mobilitati scendendo in piazza e firmando la petizione di Greenpeace per chiedere alla Regione Veneto di agire in tutela della loro salute.
Spinta da questa grande mobilitazione a Ottobre 2017 la Regione Veneto ha compiuto un primo passo concreto: l’abbassamento drastico dei limiti di PFAS e il potenziamento dei sistemi di abbattimento di questi inquinanti.
Grazie a questo provvedimento, l’acqua potabile di 21 comuni è tornata priva di PFAS.
Una soluzione ancora provvisoria, ma una prima vittoria per la popolazione.

(immagine tratta da: http://www.studio3a.net) – Da ventuno a trenta. Si allarga, e non di poco, il perimetro di massima emergenza per la contaminazione da Pfas. Fino a ieri erano 21 i Comuni veneti inseriti nella cosiddetta Area Rossa dal “Piano di sorveglianza sulla popolazione esposta a sostanze perfluoroalchiliche (Pfas)” varato nel 2016. Un’attesa delibera di giunta approvata ieri mattina ha esteso i confini a 30 Comuni. Non solo: il monitoraggio sanitario è stato esteso anche ad un’ampia fascia pediatrica.

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4 CASI DI “VENETO IN CRISI AMBIENTALE” (il nostro punto di vista)

   Un’indagine dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale) rivela la quantità di prodotti chimici e pesticidi presenti nelle acque italiane: secondo le ultime rilevazioni quasi il 64% delle acque di fiumi e laghi sono contaminate. E l’AREA GEOGRAFICA con i livelli più alti di contaminazione acquifera è quella della pianura padano-veneta. Circa il 70% delle acque superficiali risulta inquinato in Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna.
Tante, troppe, le cause di tale situazione di precarietà. Inquinamento da pesticidi e, in Veneto, anche (non solo) inquinamento da PFAS.
Dei PFAS (“perfluoro-alchilici”) ne abbiamo parlato più volte in questo blog geografico (https://geograficamente.wordpress.com/?s=pfas). E’ una situazione incredibile e grave: la contaminazione (delle falde acquifere, degli acquedotti) riguarda un’area abitata da oltre 350 mila persone compresa tra le province di Vicenza, Verona e Padova. I Pfas sono dei composti chimici utilizzati in molti settori industriali, soprattutto per la produzione di materiali resistenti ai grassi e all’acqua, in particolare per impermeabilizzare tessuti e altri materiali (moltissimi prodotti di largo consumo nostro quotidiano contengono Pfas: ad esempio il rivestimento anti-aderente delle padelle, ma anche il “Goretex”, che serve a certi indumenti sportivi per essere impermeabili all’acqua ma non all’aria). I Pfas sono usati, fra l’altro, per la produzione di pesticidi e insetticidi, detersivi, pelli, tessuti impermeabili, contenitori per alimenti (sacchetti per patatine, ecc.), con rischio che possano contaminare i cibi che “proteggono”….
E gli abitanti delle aree maggiormente contaminate da PFAS, sottoposti ad esami clinici, hanno scoperto di avere valori di PFOA nel sangue (un tipo di PFAS) 40 volte superiori rispetto a popolazioni italiane che vivono in aree non inquinate. Livelli molto alti di PFAS possono essere associati a forti rischi per la salute, tra cui complicazioni in gravidanza, alcune forme tumorali, alti livelli di colesterolo e problemi alla tiroide.
La Regione ha cercato di porre rimedio a questo inquinamento di diffuso (specie con il potenziamento dei filtri alle centrali idriche del Basso Veneto, che ha dato dei risultati con l’abbassamento dell’inquinamento), ma la situazione rimane ancora pericolosa. Anzi: la stessa Regione Veneto ha deciso di allargare, e non di poco, il perimetro di massima emergenza per la contaminazione da Pfas. Infatti fino al 20 maggio scorso erano 21 i Comuni veneti inseriti nella cosiddetta Area Rossa dal “Piano di sorveglianza sulla popolazione esposta a sostanze perfluoroalchiliche (Pfas)” varato nel 2016. Con una delibera di giunta del 21 maggio 2018 la Regione Veneto ha esteso i confini di pericolosità a 30 Comuni.

(immagine da “rapporto ISPRA SULL AMBIENTE 2018”) – Un’indagine dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale) rivela la quantità di prodotti chimici e pesticidi presenti nelle acque italiane: secondo le ultime rilevazioni quasi il 64% delle acque di fiumi e laghi sono contaminate.

 

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Una situazione di precarietà che si vive anche nel grande sviluppo della VITICOLTURA in questi anni (specie quella del PROSECCO NELL’AREA TREVIGIANA pedemontana tra Valdobbiadene e Conegliano, ma i confini si sono ben oltre allargati, allargati…) dove, alle promesse di convertire produzioni vitivinicole (sostenute dall’uso della chimica) in produzioni meno inquinanti (biologiche…), a queste promesse persiste invece, nel grandissimo business planetario del momento, un trend a produrre il più possibile, ad allargare in modo abnorme le aree di produzione, a far diventare un grande ed esteso territorio agricolo in una monocoltura di produzione del vino (prosecco, anche estirpando vigneti di uva pregiatissima e storica ma ora molto meno redditizia).

LE COLLINE DEI PESTICIDI

Il business agroalimentare viene pertanto pagato dalla terra: da colture che non ruotano, non si diversificano; dall’inaridimento futuro possibile e dal disequilibrio ambientale quando alla terra si manca del rispetto dovuto.

Il “Paesaggio del Prosecco”, nell’Alto Trevigiano, tra Conegliano e Valdobbiadene

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E’ quel che accade poi in situazioni e GRANDI OPERE VENETE verso la bassa pianura e la laguna-mare: per tutte IL MOSE (sigla che sta per: MOdulo Sperimentale Elettromeccanico), le cosiddette paratoie mobili che dovrebbero “salvare” Venezia da alte maree straordinarie: ma che stanno creando notevoli problemi già nella costruzione (iniziata nel 2003) (pur nei 6 miliardi di euro spesi o da finir di spendere!).

MOSE COME FUNZIONA (da Avvenire.it)

Opera (il MOSE) anche travolta dagli scandali di corruzione; dove le alternative che il Comune aveva indicato per fermare l’acqua alta dei momenti straordinari non sono neanche state prese in considerazione; e che ha già da adesso (che non è ancora entrata in funzione) modificato la morfologia lagunare (l’equilibrio della laguna) con gli scavi dei fondali alle bocche di porto: uno sprofondamento lagunare sotto il peso di milioni di tonnellate di cemento e ferro.
Vien da pensare se in questo penoso susseguirsi di tentativi di costruzione, di finire quest’opera (con problematiche sempre più ardue) non ci possa essere qualche politico, amministratore, qualcuno che ha il potere di farlo, che abbia il coraggio di dire “basta”; di sospendere questo Mose così fallimentare nella sua realizzazione, così impattante nel (im)possibile futuro funzionamento…. Avere il coraggio di fermare il tutto, pur dopo tutti i miliardi fin qui spesi…
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Nell’indebitamento regionale, presente e futuro, rientra anche la SPV, SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA, dove la Regione si troverà a garantire un introito di costruzione e gestione alla Ditta concessionaria per i prossimi 39 anni (dopo aver già messo 300milioni di euro, e lo Stato 600 milioni); con prospettive di traffico assai poco credibili: è un’opera poco funzionale ai 95 chilometri di territorio attraversato… con pochi accessi, e rischia di avere un traffico assai limitato, come già sta accadendo in Lombardia con la BreBeMi e la Pedemontana lombarda. Un costo ambientale stratosferico (95 chilometri di territorio “coinvolto”) per risultati di sollievo dal traffico cui pochi credono ci saranno.

I LAVORI SULLA SPV

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Negli articoli che vi proponiamo qui di seguito proviamo ad accennare a questi quattro argomenti (PFAS, VIGNETI, MOSE, SUPERSTRADA PEDEMONTANA) per ribadire che “non va bene”, e che c’è la necessità “reale” di un cambiamento di rotta; verso una RICONVERSIONE ECOLOGICA che sicuramente scontenterà alcuni, ma che potrà ridare il valore che meritano luoghi, terre, una volta bellissime, ma ora in crisi e con prospettive di un futuro mediocre. (s.m.)

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PFAS, L’AREA A RISCHIO SI ALLARGA: PIÙ CONTROLLI SUI BAMBINI

di Nicola Cesaro, da “Il Mattino di Padova” del 22/5/2018
– La Regione interviene: monitorati altri 9 comuni, di cui 6 padovani. In totale sono 30 Analisi anche per i bimbi di 9 e 10 anni, potenziati i filtri della centrale di Lonigo –
PADOVA. Da ventuno a trenta. Si allarga, e non di poco, il perimetro di massima emergenza per la contaminazione da Pfas. Fino a ieri erano 21 i Comuni veneti inseriti nella cosiddetta Area Rossa dal “Piano di sorveglianza sulla popolazione esposta a sostanze perfluoroalchiliche (Pfas)” varato nel 2016. Un’attesa delibera di giunta approvata ieri mattina ha esteso i confini a 30 Comuni. Non solo: Continua a leggere

LA GRANDE SETE possibile in aumento nel Pianeta – Uso e consumo d’acqua da rivedere; e per le AREE DI CRISI (l’AFRICA in primis) è possibile investire sui DISSALATORI? – L’AFRICA, tra crescita demografica, migrazioni, ma anche possibilità di sviluppo: un diffuso progetto di DISSALAZIONE DELL’ACQUA MARINA

SUDAFRICA GIORNO ZERO – CITTÀ DEL CAPO sta per restare a secco: la seconda più grande città del SUDAFRICA, se non pioverà, e molto, AI PRIMI DI MAGGIO DOVRÀ FERMARE L’EROGAZIONE IDRICA, già ora limitata a 50 litri al giorno per ognuno dei suoi 3,5 MILIONI DI ABITANTI (Alessandro Codegoni, QUALENERGIA.IT, 26/2/2018) – nella foto: Activation of Disaster Operations Centre: http://bit.ly/2DUnoLq #ThinkWater #DayZero #CTNews, Un tecnico collauda uno dei punti di distribuzione dell’acqua a cui dovranno rivolgersi i residenti dopo il GIORNO ZERO

   Nel 2030 il 47% della popolazione mondiale potrebbe avere problemi di scarsità di acqua. Poi ci sono aree del nostro Pianeta già ora in grave difficoltà, e con un contesto di sete, di siccità, che rischia di diventare inarrestabile; e queste aree saranno inabitabili.
Un esempio è la siccità eccezionale che affligge l’Africa orientale e meridionale da diversi anni; sembra un anticipo di quanto accadrà, per via del cambiamento climatico, in quella parte di mondo, che comprende, più su, anche l’area del Mediterraneo, che vedrà ridursi in futuro le precipitazioni.

DISSALATORI nell’Area del Mediterraneo (da http://www.greenreport.it )“(…) Sono solo DUE I TIPI principali DI TRASFORMAZIONE DELL’ACQUA SALATA IN ACQUA FRESCA E BEVIBILE: la DESALINIZZAZIONE TERMICA e la DESALINIZZAZIONE “OSMOSI INVERSA” (RO). ENTRAMBI sono AD ALTA INTENSITÀ ENERGETICA. 1) La DESALINIZZAZIONE TERMICA funziona causando l’EVAPORAZIONE DELL’ACQUA, lasciando dietro il sale e altre impurità. 2) DESALINIZZAZIONE “OSMOSI INVERSA” (RO) lavora usando un PROCESSO DI FILTRAZIONE A PIÙ FASI che culmina nell’uso di pompe ad alta pressione per forzare l’acqua salata attraverso una membrana la cui maglia è così stretta che solo le molecole d’acqua possano passare, ma sale e altre impurità non possono.(…)” (Cristian Barucca, 9/8/2017, http://www.themarsicanbear.com/)

Ci sono poi, in questa situazione africana, casi eclatanti, non riferibili a povere comunità sub-sahariane (che sopravvivono con grande difficoltà alla mancanza d’acqua); casi di realtà urbane, metropolitane, dell’Africa meridionale, in pericolo di grave carestia d’acqua. Ci riferiamo a CITTÀ DEL CAPO, che sta per restare senz’acqua: la seconda più grande città del SUDAFRICA, se non pioverà, e molto, in queste settimane, già ai primi di maggio dovrà fermare l’erogazione idrica, già ora limitata a 50 litri al giorno per ognuno dei suoi 3,5 milioni di abitanti. Secondo i tecnici e le autorità sudafricane l’11 maggio è il “day zero”, cioè il giorno dei rubinetti chiusi a causa della siccità. Ma è un’ipotesi che, crediamo, i sudafricani sapranno scongiurare, ma l’emergenza c’è, resta. Un pericolo che ci si augura, questa metropoli supererà… Però è emblematica la situazione di fragilità che si verifica, e che lascia appese le speranze alla possibilità che “piova presto e tanto”, perché le riserve non ci sono più.

L’impianto di energia solare Noor Ouarzazate alimenterà l’impianto di dissalazione dell’acqua di mare ad Agadir (Marocco) – Nel 2030 il 47% DELLA POPOLAZIONE MONDIALE, secondo lo Stockholm International Water Institute, potrebbe avere PROBLEMI DI SCARSITÀ DI ACQUA. I GRANDI IMPIANTI DI DISSALAZIONE hanno però impatti ambientali e notevoli consumi energetici. Ma si sta pensando a nuove tecnologie alimentate anche a fonti rinnovabili (Alessandro Codegoni, QUALENERGIA.IT, 26/2/2018)

Del resto questa contesto non è solo africano: questa sensazione di “pericolo”, dei rubinetti senz’acqua, Roma lo ha vissuto nell’estate scorsa. E anche in molte (meno note e non al centro dell’attenzione mediatica) altri parti d’Italia: è accaduto, l’estate scorsa, nel momento in cui le riserve d’acqua nei bacini della penisola si sono dimezzate.

L’IMPIANTO DI DISSALAZIONE “SOREK” IN ISRALE: costruito dall’ISRAEL DESALINATION ENTERPRISES per il Governo Israeliano, terminato alla fine del 2013: trasforma, dall’acqua del mare, 627.000 metri cubi di acqua potabile al giorno – La dissalazione di acqua di mare potrebbe rappresentare una valida alternativa, come dimostra proprio IL CASO DI ISRAELE, che già produce dal mare il 20% della sua acqua potabile, ma bisogna assicurarsi che gli impianti e i processi siano realizzati nel rispetto degli ecosistemi naturali

Ma tornando là dove l’acqua è veramente scarsa, nelle zone aride della Terra, viene da pensare, e chiedere, che qualcosa bisogna fare per garantire questo primario bene per la vita di tutti. E così da più parti si prospetta la possibilità di estendere la creazione di GRANDI IMPIANTI DI DISSALAZIONE, che permettano di “riconvertire” ad uso potabile l’acqua salata del mare.

AFRICA SENZ’ACQUA – MENO DELL’1 PER CENTO della popolazione mondiale dipende dall’acqua marina desalinizzata. Ci sono circa 21.000 grandi impianti di dissalazione in esercizio; La maggior parte sono in Medio Oriente. (Cristian Barucca, 9/8/2017, http://www.themarsicanbear.com/)

Impianti che hanno però allo stato attuale un considerevole impatto ambientale, e notevoli consumi energetici. Ci riferiamo (per l’impatto marino) sullo scarico nel mare che viene fatto dei sali accumulati, “tolti” all’acqua; cioè lo SCARICO IN MARE DELLA SALAMOIA, residuo del processo di dissalazione: una soluzione ad alta concentrazione di sale, che può essere molto dannosa all’ambiente marino. E poi appunto l’altro aspetto ambientale legato alla desalinizzazione è quello dei suoi attuali alti consumi energetici: anche se, per questo, si sta pensando a nuove tecnologie alimentate da fonti rinnovabili.

DISPONIBILITA’ IDRICA NEL MONDO (mappa ripresa da http://www.greenreport.it) – Circa il 97,5 PER CENTO dei 1.385 MILIONI DI CHILOMETRI CUBICI DI ACQUA su terra è acqua marina salata. Il restante 2,5 PER CENTO È L’ACQUA DOLCE, Ma circa il 90 PER CENTO DI QUELL’ACQUA DOLCE È BLOCCATO NEI GHIACCIAI DELL’ANTARTIDE, Groenlandia o altri ghiacciai (Cristian Barucca, 9/8/2017, http://www.themarsicanbear.com/)

Se di necessità di minor energia (e rinnovabile) si può arrivare a fare, anche l’impatto dello scarico in mare del sale accumulato (semplificando qui il concetto…), per i tecnici questo può essere risolto con uno scarico meno concentrato e più diffuso, “largo”. Pertanto, oltre alle nuove tecnologie, capaci di ridurre il costo energetico utilizzando fonti di produzione energetica rinnovabili, ci sono realistiche ipotesi in grado di risolvere il “ritorno in mare” di forti quantità di sale “estratto” in modo da non rovinare l’equilibrio marino…
Questo per dire che un grande sviluppo per le terre aride della tecnologia dei DISSALATORI che rendono “buona “ l’acqua del mare, potrebbe essere un PROGETTO GLOBALE dove tutti (istituzioni e volontari) avrebbero posto.

LIPARI: IL RINNOVATO (NEL 2015) DISSALATORE – DISSALATORE DELL’ISOLA DI LIPARI, il più grande d’Italia: QUALCHE PROBLEMA AMBIENTALE. CI SI RIFERISCE ALLO SCARICO IN MARE DELLA SALAMOIA, residuo del processo di dissalazione: una soluzione ad alta concentrazione di sale, che può essere molto dannosa

E, nel recupero di acqua potabile, tutto questo appare evidente che, geograficamente, le strade sono due: per chi (come noi) vive in ambienti ricchi di piovosità ma spreca troppo (con un eccessivo inutile consumo, con reti idriche che perdono spesso la metà dell’acqua…), più che di dissalatori, bisogna pensare a essere più parsimoniosi nell’uso dell’acqua: ad essere di fatto più virtuosi nell’utilizzo di questa prezioso bene comune. E prevedere modi di trattenimento dell’acqua piovana; pensare di separare nella costruzione o ristrutturazione delle abitazioni, l’acqua potabile per l’alimentazione, dall’acqua per altri usi (per dire: lo sciacquone del bagno impegna 6 litri d’acqua potabile a ogni utilizzo).

IMPIANTO DI DESALINIZZAZIONE BECKTON (Inghilterra) -Filtri di pressione che comprendono parte di un impianto di desalinizzazione a Beckton, in Inghilterra. Questo impianto di osmosi inversa trasforma acqua mista del fiume e delle maree dal TAMIGI in acqua potabile, ad un tasso di 150.000 m3 al giorno

E che invece LA DISSALAZIONE IMPEGNI PROGETTI RIVOLTI A PAESI CLIMATICAMENTE E GEOMORFOLOGICAMENTE IN DIFFICOLTÀ, zone aride o semi-aride, PAESI che vogliamo che escano da questa condizione di “non diritto” di ciascuna persona ad avere un bene primario di vita. Avviare così un grande progetto (mondiale) per creare tecnologie di desalinizzazione in ogni luogo dove l’acqua (e la sua mancanza) è un vero problema.

Nella foto la città di AGADIR (in Marocco) – “(…) Mentre l’impianto di AGADIR (MAROCCO) capterà l’acqua di mare dall’oceano e la trasformerà in acqua dolce, “solo la metà degli impianti di dissalazione al mondo lo fa”. Il resto prende l’acqua da altre fonti impure, come l’acqua salmastra o l’acqua di fiume inquinata (…)”. (Cristian Barucca, 9/8/2017, http://www.themarsicanbear.com/)

Non è quello che quotidianamente prospettiamo: cioè lo sviluppo e la fine della precarietà per paesi e comunità che vivono in zone aride, che hanno bisogno di una vita dignitosa e autosufficiente con le risorse necessarie al loro mantenimento?
La prospettiva di un grande piano (svolto da tutti, micro e macro organismi di volontariato o istituzionale), concentrato SULL’ACQUA e l’utilizzo delle ACQUE MARINE per la loro trasformazione in ACQUA DA BERE, attraverso micro e macro IMPIANTI DI DESALINIZZAZIONE… Non potrebbe essere un progetto da iniziare, da crederci concretamente? (s.m.)

ANCORA SULLA CRITICA SITUAZIONE DI SICCITA’ IN SUDAFRICA… – In media, OGNI ESSERE UMANO UTILIZZA DIRETTAMENTE o INDIRETTAMENTE 3,8 METRI CUBI D’ACQUA OGNI GIORNO, quando viene tenuto conto di tutto, dal LAVARSI e SERVIZI IGIENICI, al BERE e ALIMENTAZIONE in genere, e indirettamente attraverso l’AGRICOLTURA, e l’USO dell’ACQUA INDUSTRIALE

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DISSALARE L’ACQUA MARINA IN MODO SOSTENIBILE: TECNOLOGIE E FONTI ENERGETICHE
di Alessandro Codegoni, da QUALENERGIA.IT del 26/2/2018 (http://www.qualenergia.it/)
– Già nel 2030 il 47% della popolazione mondiale potrebbe avere problemi di scarsità di acqua. I grandi impianti di dissalazione hanno però impatti ambientali e notevoli consumi energetici. Ma si sta pensando a nuove tecnologie alimentate anche a fonti rinnovabili-

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SFMR (Sistema Ferroviario Metropolitano Regionale) in Veneto: UN SOGNO SVANITO -La “Metropolitana di Superficie del Veneto” non si farà: costa troppo; e dopo tanti anni (dal 1998) si è realizzato poco, e quel poco non funziona per niente – L’idea di un SISTEMA INTEGRATO DI TRASPORTO ferrovie/strade però resta

Il SISTEMA FERROVIARIO METROPOLITANO REGIONALE (SFMR) è (era) un progetto (iniziato nel 1998) finanziato principalmente dalla Regione Veneto, che prevede(va) l’attivazione di un servizio ferroviario regionale/suburbano ad elevata frequenza (ogni 15/30 minuti) con orario cadenzato lungo alcune linee ferroviarie nella Regione Veneto. La rete ferroviaria sfrutta(va) le ferrovie già esistenti integrate da nuove tratte e da nuove stazioni in progetto o già realizzate. Il progetto è (era) integrato da interventi di riqualificazione della rete stradale (ad esempio l’eliminazione dei passaggi a livello) e dalla riorganizzazione del trasporto automobilistico pubblico. (per un’ampia ed esauriente descrizione vedi: https://it.wikipedia.org/wiki/Sistema.Ferroviario.Metropolitano.Regionale ) (immagine tratta da http://www.net-italia.com/ )

   Nel 2° Piano Regionale dei Trasporti del Veneto (PRT, adottato dalla Giunta Regionale nel luglio 2005), il “Sistema Ferroviario Metropolitano Regionale” (SFMR) dichiara di avere un obiettivo preciso e assai innovativo: il viaggiatore si sposta da un punto all’altro del territorio potendo servirsi di più mezzi pubblici, utilizzando sempre e soltanto un solo titolo di viaggio, con stazioni dotate di aree per agevolare l’interscambio con gli autobus e le auto; con partenze dei treni ogni 15 minuti sincronizzati con il servizio pubblico locale.

STAZIONE SFMR VENEZIA MESTRE PORTA OVEST – La stazione SFMR è gestita da “Sistemi Territoriali”. Si trova tra la stazione di Venezia-Mestre e la stazione di Oriago della Ferrovia Adria-Mestre. È stata inaugurata nel 2008. A causa dei vandali è stata danneggiata sia con scritte sia con danneggiamenti alle parti di plastica del sottopassaggio pedonale (da http://www.ferrovieanordest.it)

E’ così che si viene incontro a quello che da tempo si dice del Veneto: che è una “metropoli diffusa”, al di là dei 576 comuni che conta: e il trasporto pubblico è assai difficile organizzarlo in un’area a urbanizzazione “dispersa”. Questo modo, di passare agevolmente da un mezzo di trasporto ad un altro (treno, auto, bus…rotaia, strada…), può agevolare gli spostamenti efficienti.
Poi va anche detto che la SFMR nasce da un’intuizione virtuosa: più che creare nuove linee ferroviarie, si decide di utilizzare le vecchie direttrici, i binari che si son sempre usati, adeguandoli (a volte raddoppiati) e lì far passare i treni veloci della metropolitana, come vediamo in quelle sotterranee nelle grandi città (…da noi in superficie…); come nelle metropoli (Parigi, Mosca, Londra, Milano, Roma, Barcellona etc.).
Appunto. Anche il Veneto lo possiamo considerare una metropoli, diffusa, allargata, con tanto verde ancora rimasto al posto dei parchi metropolitani, con il mare, le montagne, la “Laguna mondo” (come la chiama Marco Paolini), le città d’arte, i borghi ancora conservatisi….
Treni metropolitani che passano ogni 15 minuti: pertanto senza il patema che se ne perdi uno devi aspettare due ore l’altro. Treni che fanno tante fermate (fermarsi e ripartire in pochi secondi è caratteristica dei treni metropolitani). Che le stesse stazioni, oltre ad utilizzare quelle esistenti rinnovandole dall’attuale abbandono, nuove stazioni si possono fare in modo più semplice (più che di stazione, si potrebbe parlare di “fermata”: luoghi per poter salire o scendere dal treno, in sicurezza).

Schema delle linee di SFMR PRESENTATO NEL 2001 (da http://www.ferrovieanordest.it/ )

E veniva, con l’SFMR, introdotto il principio dell’INTERMODALITÀ: si scende e c’è il parcheggio dove si è lasciata l’auto, o viceversa; oppure c’è l’autobus, la corriera che aspetta.
Insomma la “Metropolitana di Superficie” è un’invenzione niente male, come infrastruttura diffusa per la mobilità delle persone, nel Veneto di adesso, di domani, del futuro.
Ecco. MA TUTTO QUESTO NON HA FUNZIONATO. E dopo trent’anni siamo al palo. Trent’anni. Infatti il primo progetto e l’inizio dei lavori è del 1998. Ma ancor prima è l’ideazione, l’”avvio politico”: è nel 1988 che l’allora presidente veneto Carlo Bernini, le Ferrovie dello Stato e il ministero dei Trasporti firmarono un protocollo di intesa, e la SFMR veniva inserita nei Piano Regionale dei Trasporti approvato dal Consiglio Regionale nel 1990.

Nuova “stazione-fermata” SFMR di Venezia-Mestre Terraglio-Ospedale

Con quello che finora è stato fatto (ne diamo un resoconto subito dopo queste nostre osservazioni) non è cambiato granché. Anzi, a volte ha distolto l’attenzione su una rete locale ferroviaria che dovrebbe essere efficiente. Si sono create nuove stazioni pressoché inutili, inutilizzate; e grandi parcheggi vuoti, ora abbandonati. Trent’anni per un “sogno” che non si è realizzato.
E ADESSO LA REGIONE VENETO HA DECISO DI ABBANDONARE IL PROGETTO: il Sistema Ferroviario Metropolitano Regionale, contraddistinto dall’acronimo Sfmr, finisce su un binario morto. Ciò che ne rimane, passa alla società RFI (Rete Ferroviaria Italiana), delle Ferrovie dello Stato, che (anche con un finanziamento della Regione) raddoppierà la Maerne-Castelfranco, costruirà un ponte sul Brenta e realizzerà altri interventi. Ma l’autonomia trasportistica veneta, questo progetto, questa idea, viene del tutto abbandonata.
Ed è ora difficile tornare alla normalità nel pensare il trasporto pubblico (così difficile in Veneto: nella maggior parte dei luoghi se non hai la macchina sei proprio in difficoltà a spostarti… e anche andare al lavoro o a scuola non è facile, spesso con treni pochi e strapieni nell’orario di punta…).
Forse in epoca di “vacche grasse”, di tanti soldi, finirlo, il progetto, realizzarlo, era più facile. Si sarebbe dovuto crederci di più allora….

CATTEDRALI NELLA CAMPAGNA: parcheggi vuoti come a MIRA-ORIAGO – PARCHEGGI INTERMODALI VUOTI DELLA SFMR (Una stazione sguarnita di ogni comodità (FOTO di LUCA FASCIA da WIKIMEDIA COMMONS)

Adesso, si dice, non ci sono più risorse sufficienti. Ma, a nostro avviso, non è solo un fatto di risorse: è forse la mancanza di fiducia in uno sviluppo trasportistico (delle persone), di mobilità, che sia nuovo, innovativo, una svolta…Non c’è intenzione di “rischiare per un diverso futuro”… si pensa ai piccoli passi, con innovazioni in tempi biblici (mentre il mondo corre…).
E’ da sperare che qualcosa cambi: che si ritorni ad un approccio virtuoso nel futuro della qualificazione dei nostri così disastrati territori; nei modi di sviluppo del Veneto e delle sue infrastrutture che veramente servirebbero (e ben diverse da obsolete superstrade che invece si stanno realizzando); che si possa pensare a una mobilità efficiente, alternativa all’auto. Modi e strutture che ci portino al lavoro, a scuola, al mare, in montagna, ovunque, riprendendo quell’idea così ancora adesso più che mai moderna, innovativa, che doveva essere la Metropolitana di Superficie. (s.m.)

SFMR – MAPPA DEL DETTAGLIO DELLA FASE 1, TRA VENEZIA E PADOVA

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SCHEDA

Nel 2° Piano Regionale dei Trasporti del Veneto (PRT), il Sistema Ferroviario Metropolitano Regionale del Veneto (SFMR) parte da un obiettivo preciso e innovativo: il viaggiatore si sposta da un punto all’altro del territorio servendosi di più mezzi pubblici, utilizzando sempre e soltanto un solo titolo di viaggio, stazioni dotate di aree per agevolare l’interscambio con gli autobus e le auto, partenze dei treni ogni 15 minuti sincronizzati con il servizio pubblico locale.
La sua realizzazione è suddivisa in 4 distinte fasi di attuazione:
– prima fase: Venezia, Padova, Castelfranco e Treviso fino a Quarto d’Altino;
– seconda fase: Monselice – Padova, Vicenza – Castelfranco – Treviso, Treviso – Conegliano, Quarto d’Altino – Portogruaro e la nuova linea che collega l’aeroporto Marco Polo di Venezia;
– terza fase: Mira Buse – Adria, Chioggia – Adria – Rovigo, Rovigo – Monselice, Vicenza – Schio, Bassano – Cittadella – Camposampiero, Bassano – Castelfranco, Montebelluna – Castelfranco, Montebelluna – Treviso, Treviso – Portogruaro, Padova Interporto – Piove di Sacco – Chioggia;
– nella quarta fase è prevista l’estensione del SFMR alle cosiddette “Aste di adduzione”: Vicenza – Verona, Bassano – Trento, Montebelluna – Feltre – Belluno e Conegliano – Vittorio Veneto – Ponte nelle Alpi – Calalzo.

SFMR, LE VARIE FASI PROGETTUALI IN QUELLA CHE DOVEVA ESSERE LA REALIZZAZIONE

Previa la sottoscrizione di un accordo di programma con l’allora Ministro dei Trasporti Carlo Bernini, la Regione ottenne dal CIPE, nel dicembre 1995, un contributo di 330 miliardi di lire, pari al 50% dell’investimento previsto per la realizzazione del SFMR.
Seguono la redazione del progetto esecutivo approvato dalla Conferenza di servizi nel gennaio 1999 e le gare per l’appalto dei lavori relativi ai primi due lotti della prima fase di attuazione (tratte Padova – Castelfranco e Castelfranco – Salzano). Nel settembre 2001 assegnarono con gara l’appalto del lotto Mogliano – Treviso e Mestre – Mira Buse. I lavori dei primi due lotti sono stati consegnati nel 2001. E poi cosa è successo?

SFMR: L’AREA VENEZIANA

La costruzione ha avuto diversi intoppi, difficoltà nell’individuare la collocazione delle stazioni. I lavori sulle linee sono progrediti ma non ancora completati. Più o meno ultimate la Padova-Castelfranco, la Mestre-Treviso, la Mestre-Padova, la Mestre-Quarto d’Altino, la Mestre-Castelfranco. A livello di infrastrutture rimane da realizzare il nodo della Gazzera, presso Mestre.
Dei 5,9 miliardi (in euro) preventivati dal progetto approvato dalla Regione nel 1990 a oggi (aprile 2018) è stato speso solo un sesto. Un miliardo utilizzato soprattutto per sottopassi, eliminazione di passaggi a livello (66 su 407), creazione di parcheggi, nuove stazioni (9 sulle 37 previste), acquisto di nuovi treni (24 sui 120 preventivati), adeguamento di fermate (22 su 162). Molto cemento e asfalto, un po’ meno binari: l’opera propriamente ferroviaria più imponente è stata il raddoppio della linea tra Mestre e Padova, poi sono stati attivati gli adeguamenti a doppio binario sulla Padova-Castelfranco, su 25 chilometri tra Maerne e Castelfranco e su 18 nella tratta Castelfranco-Bassano. C’è adesso l’orario cadenzato introdotto tre anni fa. Treni ogni mezz’ora alla stazione (non 15 minuti). E niente a che fare con il progetto originario ora abbandonato.

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L’Assessore regionale del Veneto alle Infrastrutture e Trasporti ELISA DE BERTI

L’OPERA

SFMR: 30 ANNI E TUTTO DA RIFARE CON LA METROPOLITANA DI SUPERFICIE

di Monica Zicchiero da “il Corriere del Veneto” del 6/4/2018
– Tra annunci e liti tramonta il progetto veneto. Un miliardo buttato e mille polemiche –
VENEZIA – Che qualcosa non fosse andato per il verso giusto nel grandioso progetto di collegare tutto il Veneto con bus, auto e ferrovie in un unico mosaico di mobilità funzionale, lo si era capito quando un pezzo del grande puzzle della metropolitana veneta di superficie «Sfmr» è finito nel sito «Trovacamporella.com». Camporella, sì. Parcheggio Porta Ovest di Oriago, 600 posti auto nei quali non si fa mai fatica a trovare uno spazio libero perché è sempre deserto e per questo nella classifica del sito ha tre stelle e mezzo su cinque: «Ampissimo parcheggio della stazione inutilizzato dagli utenti, poco illuminato e molto tranquillo. Dopo il tramonto ho sempre trovato delle coppie e a volte singole molto disponibili e davvero simpatiche», è la recensione di un utente.
LA RELAZIONE
Sipario, SFMR EXIT. Silenzio in sala. Continua a leggere

UNA NUOVA LEGGE SULLE CAVE IN VENETO (dopo 36 anni) – Ma il CONSUMO DI SUOLO e LA SPECULAZIONE EDILIZIA si sono già fermati con la crisi economico-immobiliare (la vera Legge di tutela la ha già fatta il Mercato) – Indicazioni e prospettive nel consumo di risorse e materiali edili nei prossimi anni

Nel Veneto sono presenti oltre 400 cave in attività, per l’estrazione dei seguenti principali materiali: -SABBIA e GHIAIA; -DETRITO; -CALCARE PER INDUSTRIA (cemento, calce, granulati) E COSTRUZIONE (sottofondi, ecc.); -ARGILLA PER LATERIZI; -BASALTO; -PIETRE ORNAMENTALI (calcare da taglio, lucidabile, trachite da taglio); -ROCCIA di CARBONATO (di calcio e magnesio, come la Dolomia)

CAVE IN VENETO – La nuova L.R. Veneto 16/03/2018, n. 13 “disciplina dell’attività di cava” è stata approvata dopo 36 anni della prima legge (n. 44 del 1982) che disciplinava l’attività di cava, ma che di fatto non è mai entrata in funzione: tutto era demandato alla Giunta Regionale, perché non era stato approvato il piano del fabbisogno regionale di materiali estratti (cioè il cosiddetto PRAC, piano regionale per l’attività di cava). La legge regionale n. 13 vorrebbe nascere (nella mutata situazione economico-immobiliare di minor sfruttamento del territorio e drastica riduzione dei grandi profitti della speculazione edilizia), questa nuova legge sulle cave del Veneto vorrebbe nascere in armonia con i principi del corretto uso delle risorse e della salvaguardia dell’ambiente e del paesaggio nelle rispettive componenti. Per questo esprime l’intento (sarà poi così?) di perseguire le seguenti finalità:
riduzione del consumo di suolo in coerenza con l’obiettivo europeo di azzerarlo entro il 2050, mediante il contenimento della coltivazione di nuove superfici estrattive, favorendo il massimo sfruttamento del giacimento di cava e l’utilizzo di materiali di scavo provenienti dalla realizzazione di opere pubbliche e private;
tutela e salvaguardia dei giacimenti, da considerare, unitamente all’attività estrattiva, risorse primarie per lo sviluppo socio-economico del territorio;
limitazione degli impatti dell’attività estrattiva sull’ambiente, salvaguardando l’integrità delle falde e riducendo le emissioni delle sostanze climalteranti, di gas e polveri nell’aria.
Per quanto non previsto dalla legge continuano a osservarsi le norme di cui al R.D. 29/07/1927, n. 1443 (Norme di carattere legislativo per disciplinare la ricerca e la coltivazione delle miniere nel regno).
Prevista entro tre mesi l’approvazione del Piano regionale dell’attività di cava (PRAC), che dovrà fornire una corretta pianificazione regionale, e abrogata la L.R. Veneto 07/09/1982, n. 44 che per quasi quarant’anni ha disciplinato la materia.

Testo della L.R. Veneto 16/03/2018, n. 13

Testo dell’abrogata L.R. Veneto 07/09/1982, n. 44

Testo del R.D. 29/07/1927, n. 1443 (Norme di carattere legislativo per disciplinare la ricerca e la coltivazione delle miniere nel regno)

(da  http://www.legislazionetecnica.it/ del 19/3/2018)

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UNA CAVA DI TRACHITE NEI COLLI EUGANEI – L’ARTICOLO 32 DELLA NUOVA LEGGE VENETA SULLE CAVE DA’ IL VIA LIBERA AI TUNNEL PER ESTRARRE LA TRACHITE NEL COLLI EUGANEI – “(…) La legge Fracanzani varata nel 1971 per la TUTELA DEI COLLI EUGANEI finisce in soffitta e si apre la stagione delle “GALLERIE DI TRACHITE” per salvare cinque aziende tra VO, ZOVON, MONTEMERLO e CERVARESE SANTA CROCE: quelle pietre formatesi 35 milioni d’anni fa, nell’era dell’Oligocene, sono un tesoro per la tutela dei centri storici. Senza “MASEGNE” DI TRACHITE, Venezia sarebbe una distesa di brutale cemento e così le piazze medievali di Padova, Vicenza e Verona e di mezza Italia, ma c’è sempre un punto di equilibrio da rispettare: la tutela dell’ambiente (…)”. (Albino Salmaso, “il Mattino di Padova”, 15/3/2018)

   Dopo trentasei anni il Veneto ha una nuova legge sulle cave. E’ stata approvata dal Consiglio Regionale veneto il 16 marzo scorso la Legge Regionale n. 13 che detta “Norme per la disciplina dell’attività di cava”. Che dire di questa nuova legge tanto attesa da anni? ….che forse si è chiuso la stalla quando i buoi sono già scappati? Troppo tardi?…visto che una legge di salvaguardia (che poi, vedremo in questo post, proprio salvaguardia non è…) è già di fatto stata anticipata “dal mercato”: cioè la crisi molto forte da 10 anni a questa parte dell’edilizia, delle nuove case, ha deciso lei (questa crisi) che le cave di ghiaia erano molto ma molto meno necessarie…
Comunque, dando fiducia a un sistema politico, economico, culturale che vuole andare in altra direzione rispetto alle speculazione edilizia di questi decenni, va detto che il cardine intorno a cui ruota la nuova legge veneta sulle cave dovrebbe essere quello della riduzione del consumo del suolo.

CAVE IN VENETO E CONSUMO DI SUOLO

Rispetto alle legge del 1982 (la n. 44) sono passate otto legislature regionali, e la nuova legge sembra quasi segnare la fine di un’impasse psicologica (si parlava, ci si impegnava politicamente, ma non si faceva alcuna nuova normativa sulle cave) (o forse a qualcuno, come i cavatori, andava bene lasciar tutto così com’era…).
Ma qui c’è un equivoco da chiarire. La tanto vituperata legge regionale (n. 44) del 1982 era una buona legge. Prevedeva un sistema di pianificazione a diversi livelli, affidati alle Province ed all’apporto dei Comuni (quest’ultimo sì un errore: i nostri piccoli comuni non ne erano tecnicamente minimamente in grado di entrare nel sistema pianificatorio e decisionale sulle cave). Però di fatto questi vari livelli (Regione, Provincie, Comuni…) non sono mai avvenuti, non si sono mai realizzati: tutto veniva deciso dalla Regione, anche (e specialmente) per le autorizzazioni, perché una postilla finale di questa legge diceva che fintantoché non sarebbe stato approvato un PRAC (piano regionale attività estrattiva, per decenni mai approvato), era la Giunta Regionale (di fatto l’assessore alle cave) che doveva decidere quanto, cosa e a chi dare le autorizzazioni (un mitico assessore alle cave degli anni ’80, Camillo Cimenti, era considerato l’uomo più potente del Veneto, vista la mole di interessi e stratosferico business che poteva muovere in una direzione o in un’altra…).

CAVA DI MARMO SULLE ALPI APUANE (TOSCANA) – CAVE, IN ITALIA 4.700 ATTIVE E 14.000 ABBANDONATE. LEGAMBIENTE: “SERVE LEGGE QUADRO NAZIONALE” – (….) La CRISI DEL SETTORE EDILIZIO degli ultimi anni ha fatto registrare una RIDUZIONE DEL NUMERO DI CAVE ATTIVE (-20,6% rispetto al 2010), ma sono ben 4.752 LE CAVE ATTIVE E 13.414 QUELLE DISMESSE nelle Regioni in cui esiste un monitoraggio. Se a queste aggiungessimo anche quelle delle REGIONI CHE NON HANNO UN MONITORAGGIO (Friuli Venezia Giulia, Lazio e Calabria), il dato potrebbe salire ad oltre 14mila cave dismesse. Sono poi 53 MILIONI DI METRI CUBI LA SABBIA E LA GHIAIA ESTRATTI OGNI ANNO, materiali fondamentali nelle costruzioni, 22,1 MILIONI DI METRI CUBI I QUANTITATIVI DI CALCARE e oltre 5,8 MILIONI DI METRI CUBI DI PIETRE ORNAMENTALI estratti. IN NOVE REGIONI ITALIANE NON SONO IN VIGORE PIANI CAVA e le regole risultano quasi ovunque inadeguate a garantire tutela e recupero delle aree. (Marcella Piretti, da DIRE http://www.dire.it/ ,14/2/2017)

Adesso questa ipocrisia dei vari livelli istituzionali di decisione, pare definitivamente abbandonata, e a decidere la pianificazione con la nuova legge regionale 13/2018, dove fare le cave e a chi dare le autorizzazioni, è unicamente la Regione.
E con l’approvazione del 16 marzo scorso si introduce la logica del fabbisogno, e si fissano i tetti di escavazione per ciascuna provincia. Del fabbisogno regionale, stimato in 80 milioni di mc. di materiale nei prossimi 10 anni, solo 12,5 milioni di mc saranno derivanti da nuove estrazioni. Gli altri materiali saranno recuperati da demolizioni, dai recuperi con la costruzione di opere pubbliche (come adesso il materiale che si sta ricavando nella costruzione della Superstrada Pedemontana Veneta), e con estrazioni già autorizzate. E poi ci sono le cosiddette RISERVE, ovvero le autorizzazioni già acquisite dai cavatori, che non perdono il diritto a scavare con le vecchie regole.

CAVA miniera di COSTA ALTA – cava di DOLOMIA, a Carpanè di San Nazario in VALBRENTA (La DOLOMIA è una ROCCIA SEDIMENTARIA CARBONATICA costituita principalmente dal minerale dolomite, chimicamente un CARBONATO DOPPIO DI CALCIO E MAGNESIO)

Oltre agli 80 milioni di mc previsti nei prossimi dieci anni, sono stati concessi altri 12 milioni di mc, specie per le province di Vicenza e Verona che hanno ottenuto un “bonus” per la sabbia e la ghiaia di 5 e 4,5 mln. Ci sono delle disparità tra le province ma “i diritti pregressi non si possono toccare”. Treviso, con tante autorizzazioni e gestioni di cave in corso (spesso pluri-prorogate le originarie autorizzazioni), Treviso, dicevamo, è a regime zero e non potrà più ottenere nessuna nuova escavazione.
Elenchiamo qui di seguito le diversità che abbiamo rilevato nella nuova legge rispetto al passato (demandando a voi, se interessa, la lettura specifica degli altri articoli di questo post, e anche la lettura integrale della LR 13/2018 che qui si trova).

L.R. Veneto 16/03/2018, n. 13 “disciplina dell’attività di cava” Ve_16032018_13_

1- Viene tolto il limite per ciascun territorio comunale del 3% della superficie della zona agricola di possibile escavazione, demandando invece al PRAC (Piano Regionale delle Attività Estrattive) la individuazione delle aree potenzialmente indiziate (a prescindere pertanto da limiti comunali che hanno in passato ancor di più permesso cave in un Veneto frammentato in troppi comuni inseriti nella fascia di escavazione).

mappa estrazione in Veneto (da il Mattino di PD)

2- Non si vanno ad intaccare le FALDE FREATICHE, cioè non si autorizzeranno più cave che superano il limite di falda: nella bassa pianura veneta, ad esempio per l’escavazione dell’argilla, ma anche di sabbie e ghiaie, accadeva quasi sempre (e nasceva, sono nati, moltissimi laghetti). Però le cave aperte in passato in diversi casi continueranno a operare “in deroga” e ad estrarre sabbia e ghiaia sottofalda (lo si fa di solito con rucole meccaniche che prelevano sott’acqua la ghiaia o sabbia).
3- Si è cercato di risolvere (molto moderatamente!) la pratica assai diffusa di escavazioni senza dover essere autorizzati come nelle cave vere e proprie, come finora è accaduto spesso: ad esempio nell’ESCAVAZIONE DI SOTTOFONDI di opere pubbliche o private, che consentono di ricavare molta sabbia o ghiaia, e la si vende derogando da ogni regola, disciplina di cava. Adesso, con questa nuova legge, viene consentita sì la commercializzazione del materiale escavato purché non superi il volume di 100.000 mc. …se si supera questa soglia si rientra nell’attività di cava e serve l’autorizzazione regionale (la cosa è macchinosa… chi controlla la soglia di superamento?… 100mila metri cubi sono difficili da individuare…e l’iter dell’autorizzazione quando parte, al superamento della soglia? prima?….).

IN CELESTE GLI AMBITI ESTRATTIVI PER LE CAVE DI SABBIA E GHIAIA IN VENETO

4- Dello stesso genere, cioè di cave vere e proprie realizzate ma senza dover essere autorizzate, è il caso delle “MIGLIORIE FONDIARIE” (terreni agricoli abbassati di qualche metro per fare ACQUACOLTURE o cose simili, con ricavo di quantità enormi di argilla o altro materiale da vendere…): qui non è cambiato niente, si può continuare a fare (c’è solo il limite, a nostro avviso facilmente aggirabile, di non superare un asporto di materiale superiore a 5000 mc per ettaro).
5- Quanto alla RICOMPOSIZIONE dei terreni divenuti cava, non si dice molto (quasi niente rispetto al passato). Si afferma che quei terreni devono ritornare agricoli (anche con la legge del 1982 il dispositivo era lo stesso). Ma non si può dimenticare le deroghe del passato… che trasformavano spesso le cave in discariche…. Oppure cantieri per trasformazione della materia prima, manufatti edili, cantieri in cava gestiti dagli stessi cavatori, prorogando in ogni caso all’infinito il disagio per le comunità che vicino vi abitano…).

CAVE DA ESCAVAZIONE SOTTO FALDA TRASFORMATE IN LAGHETTI

6- C’è poi un certo tono enfatico-ecologico nel dire che se si è andati troppo vicini alla falda (una profondità inferiore a 10 mt dal livello di massima escursione) si dovrà praticare solo agricoltura biologica…. Poi una particolare predilezione, nelle possibilità di ricomposizione si afferma nel voler incentivare la creazione di “CASSE DI ESPANSIONE” gestite dai consorzi di bonifica contro le piene delle alluvioni (cioè far defluire la massa d’acqua verso queste ex cave in modo da contenere la piena…) (questo utilizzo contro le piene d’acqua trova molti dubbi sulla sua effettiva efficacia nella maggior parte di casse di espansione eseguite).
7- E poi per la RICOMPOSIZIONE DELLE AREE DEGRADATE da cave lasciate in completo abbandono (accadeva sempre lo stato di abbandono, prima del 1982 –ma anche dopo!-, prima della legge 44, che ha regolamentato, peraltro prevedendo alternative all’uso agricolo che han portato da quell’anno alle prime discariche di rifiuti indifferenziati ma autorizzate!); per la ricomposizione di questa aree-cave in abbandono ora si promettono soldi, finanziamenti, da dare non ai proprietari della cava (ci vorrebbe!!) ma ai comuni e a chi promette ricomposizioni.
8- Su tutto poi i cavatori dei COLLI EUGANEI hanno vinto la loro battaglia per continuare a prelevare la preziosa TRACHITE, peraltro assai necessaria per i restauri delle antiche piazze e palazzi; la loro lobby è riuscita ad inserire un emendamento: viene data nuovamente l’autorizzazione a scavare nel parco naturalistico senza che venga specificato quanto si potrà scavare, quanto a lungo o quanto a fondo. Basta farlo al coperto, CON DEI TUNNEL, cioè in GALLERIA, in modo che non si veda fuori il prelievo di materiale, non a cielo aperto….(il sottosuolo “mangiato” dall’estrazione, ma il paesaggio “salvato” alla sua visibilità…come non è stato finora)
9- E infine per le PROROGHE ALLE AUTORIZZAZIONI si vuole dare UN LIMITE rispetto al passato (le cave spesso non chiudono mai, ben oltre gli anni autorizzati all’origine): nella nuova Legge 13 del 16/3/2018 si può dare la proroga limitata ad una sola volta, per una durata non superiore alla metà dell’autorizzazione originaria: pertanto che si concede originariamente l’autorizzazione per 20 anni, si può prorogare per altri 10, non di più….(!?)
Nel complesso, questa nuova legge, che mantiene la struttura originaria del passato, dal 1982 in avanti, ha perlomeno il pregio di riconoscere che nel fabbisogno dei prossimi anni (80 milioni di metri cubi di ghiaia e sabbia nei prossimi 10 anni…8 milioni all’anno sono un’enormità per un’edilizia ben minore dei decenni passati…) si dovranno considerare le “scorte” accumulate: cioè le molteplici cave ora in attività, in questi ultimi dieci anni di crisi edilizia-economica fortemente sotto-utilizzate, e che rientrano (almeno pare, e speriamo) nel fabbisogno dei prossini anni.

CAVE che non chiudono mai (PROROGATE anche per l’utilizzo della lavorazione del materiale)

E implicitamente la nuova legge riconosce la fine degli “anni d’assalto”: ma questo non è essa legge che impone il maggior rispetto del territorio (non è la Regione) bensì, come all’inizio dicevamo e ancora qui va ribadito, è il MERCATO che lo ha deciso oramai da anni: l’assalto edilizio, delle lottizzazioni ora non abitate, dei capannoni inutili e adesso in abbandono, questo assalto edilizio pare finito non perché lo già deciso la “politica”, ma perché non conviene più, non dà denaro, profitti, non crea speculazione finanziaria. La politica, in subordine, ne prende atto, ed emana una nuova legge sulle cave (e un Prac, piano del fabbisogno dei prossimi anni) dove in subordine arriva a riconoscere che ora il problema è non tanto costruire di più (perché non rende), ma “che fare” dei molteplici diffusi capannoni abbandonati, degli appartamenti e condomini vuoti che si degradano.
Un unico settore sembra ancora in auge con possibile espansione speculativa: quello dei CENTRI COMMERCIALI. Con un effetto a catena disastroso: nuovi CENTRI COMMERCIALI che nascono occupando quantità notevoli del poco terreno rimasto ancora libero, e altri che devono chiudere (per troppa concorrenza), lasciando manufatti enormi vuoti e abbandonati (come i capannoni, ma spesso ben più grandi!)….
Prendiamo atto di qualche regola in più (debole, fragile, scontata…) della nuova legge sulle cave in Veneto, ma niente cambia per un territorio che resta disastrato. (s.m.)

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PRIME RIFLESSIONI SULLA L.R. VENETO 16 MARZO 2018 N. 13 CHE DETTA “NORME PER LA DISCIPLINA DELL’ATTIVITÀ DI CAVA”
di Franco Zambelli, 21/3/2018, da “Global Legal Chronicle – Italia” Continua a leggere

VIAGGIARE O FARE TURISMO DI MASSA? – il caso (ancora una volta) di Venezia – l’opera e le azioni amministrative perché le persone (pur oggi numerose) tornino ad essere viaggiatori, “ESPLORATORI DEI LUOGHI” e non turisti di massa – L’EDUCAZIONE all’antropologia dei luoghi

turisti a Venezia

   I turisti sono un importante business economico, ma non per tutti. Ad esempio i residenti delle più belle città europee, presi d’assalto da un turismo sempre più numeroso, sono in una situazione di stress, di tracollo psico-fisico. E anche le strutture artistiche, architettoniche, i monumenti… ma anche logistiche (strade, servizi igienici…) ne risentono. La speculazione edilizia, le strutture più o meno legali di accoglienza dei visitatori (affitta-camere, B&B…), portano a un modello odierno di turismo che tende a mandar via i residenti storici dai propri quartieri e colpisce l’ambiente.

FOTO DI GIANNI BERENGO GARDIN (DA IL CORRIERE DELLA SERA, SUPPL. “SETTE” DEL 22/2/2018

Venezia, Barcellona, Mont Saint Michel, Dubrovnik in Croazia…. sono di fatto diventate non più città (o luoghi ameni di grande pregio) ma parchi turistici…. con un turismo di massa che va ovunque (c’è perfino un turismo in eccesso nei luoghi dell’Olocausto nazista…). E poi il turismo d’assalto nei posti di montagna, i passi e rifugi raggiungibili in macchina…. Non parliamo che sovra-affollamento delle coste, pur quasi sempre nate solo per la vocazione turistica e poco come residenze storiche… E poi Il turismo religioso, a intasare cattedrali e altri luoghi sacri…
Poi, con l’aumentata minaccia del terrorismo in Maghreb e Medio Oriente, e con il successo delle crociere e la diffusione di luoghi in cui dormire a bassa prezzo (parlavamo prima di affittacamere più o meno tollerati, i B&B…), il turismo (anche quello di pochi giorni), si è rivolto verso destinazioni più nel Mediterraneo del nord, destinazioni “nostre”, mettendo sotto pressione gli ecosistemi cittadini, senza risposte adeguate da parte delle amministrazioni comunali, delle autorità sovracomunali (Regioni, Stato…).

(foto da VENEZIA TODAY) – “(….) È COME SE SI CERCASSE DI CANCELLARE LA VENEZIA DEL NOVECENTO: una città moderna, all’avanguardia, creativa. Oggi molto è cambiato, certo. Ma dimenticare che questa è stata una città moderna, e rifarsi solo a un passato distante, è un errore. QUESTA CITTÀ È NEL MONDO, NON FUORI DAL MONDO (…) ”(intervista a Paolo Baratta, presidente della Biennale, da SETTE de “il Corriere della Sera”, 22/2/2018)

E ancora, nella nostra epoca globale, una fascia sempre più larga di persone “lontane” riesce ad avere risorse finanziarie sufficienti per poter viaggiare, andare a vedere posti di cui una volta sentivano solo parlare (Venezia su tutte…) … e con i viaggi low cost, le opportunità aumentano.
Venezia è un emblema di questo divenire una “non città” per troppa presenza turistica: i residenti sono 55mila, che devono convivere (magari molti anche commercialmente guadagnandoci con la ristorazione, i negozi, alcune di queste attività in mano a stranieri) con gli oltre 20 milioni di visitatori all’anno. In ogni caso un disequilibrio che snatura la città.

GRANDI NAVI, FOTO DI GIANNI BERENGO GARDIN, da “Sette” del Corriere della Sera – «Qui le cose o sono eccezionali o non sono. E con il termine ‘eccezionale’ intendo qualcosa che esce dall’ordinario, dal locale. Qualcosa capace di dialogare con il mondo. Giustamente si parla del numero esagerato dei turisti e della fuga dei residenti. Però non dobbiamo fermarci a questo. Bisogna pensare a che cosa mettere accanto al flusso dei turisti, come far crescere la città attirando qui le competenze giuste, nazionali e internazionali». E LE GRANDI NAVI SUL CANAL GRANDE? BARATTA SE LA CAVA CON UNA BATTUTA: «QUELLE SÌ CHE SONO FUTURISTE! MARINETTI NON SAREBBE MAI ARRIVATO A IMMAGINARE TANTO…». (intervista a Paolo Baratta, presidente della Biennale, da SETTE de “il Corriere della Sera”, 22/2/2018)

E cresce però in tutta Europa la fronda contro il fenomeno “turistico” di massa. Ci sono sempre più città in cui le amministrazioni locali stanno valutando o attuando misure per porre un limite alla pressione turistica. Stop agli affitta-camere illegali, alla diffusione di B&B non autorizzati, e con la creazione di numeri controllati e limitati di visitatori nelle piazze principali (come l’esperimento del conta-persone che si è avuto a Venezia nello scorso Carnevale).

Venezia anni ’60, foto di Gianni Berengo Gardin, da Sette, supplemento del Corriere della Sera del 22/2/2018

Allora vanno bene le misure “anti-turista di massa”, però sarà difficile fermare il fenomeno. Per questo bisogna pensare ad allargare il giro delle destinazioni “alternative” all’interno delle città d’arte, scegliendo anche quelle minori; diversificare le attività proposte, ampliare la stagione…. E così rispondere alle esigenze dei residenti….. Pertanto ci vuole un’ipotesi di turismo diffuso, di educazione a un turismo motivato, culturale, rispettoso dei luoghi….. il sistema delle sanzioni può servire ma non può bastare.

CORRADO DEL BÒ, “ETICA DEL TURISMO”, ed. CAROCCI. – “SIAMO TUTTI TURISTI. NON VIAGGIATORI. Il turista è colui che si sposta per diletto, per svago, per divertimento. Viaggiare vuole dire scoperta, avventura, è un’idea dei tempi passati. Ed è inutile rifarsi a questo concetto affannandosi di distinguersi dalla massa”. Il professore di Filosofia del diritto e Filosofia del Turismo, CORRADO DEL BÒ, non lascia all’homo low cost un grosso margine di manovra. (vedi l’ultimo articolo di questo post dedicato a questo libro) (immagine tratta da http://www.ravenna.it/)

Il rapporto della Amministrazioni Comunali è però spesso ambiguo: sì alle limitazione, ma fa anche comodo avere persone che portano soldi (a volte pochi, ma pur sempre qualcosa spendono…). Rapporto ambiguo spiegabile anche emotivamente dal fatto che “è brutto” cacciare il visitatore, seppur povero, che vuole visitare la bellezza della tua città…

PATRIZIA BATTILANI, “VACANZE DI POCHI, VACANZE DI MOLTI”, IL MULINO, 2000 – VIAGGIO E TURISMO NELLA STORIA: 1- PROTOTURISMO 2- TURISMO MODERNO 3- TURISMO DI MASSA 4- TURISMO GLOBALE. – IL VIAGGIO. Impulso a viaggiare. Viaggio è desiderio di conoscenza, di scoperta. Possibilità di vivere in età e culture diverse. Viaggio come fuga dalla quotidianità, come ricerca di emozioni, di svago Viaggio come esperienza di vita e di crescita , di rinnovamento sia fisico che culturale, di conoscenza di sé stessi. Viaggio come metafora della vita… Artisti, poeti, esploratori, geografi, turisti… – VIAGGIO E GEOGRAFIA. Un modo diretto (o indiretto attraverso il racconto) di avvicinarsi a un territorio Ci dà una prima interpretazione (soggettiva) che richiede verifiche e approfondimenti. Dipende da ciò che esso offre ma , molto, da come viene vissuto. LA GEOGRAFIA STESSA È NATA DAL DESIDERIO DI VIAGGIARE E DAL RACCONTO DI VIAGGIO. (da AIIG – ASSOCIAZIONE ITALIANA INSEGNANTI DI GEOGRAFIA – PAESE CHE VAI… TURISTI O VIAGGIATORI? – A cura del Prof. CARLO CENCINI )

Più importante allora è per le istituzioni locali creare delle regole ferree cui il turista deve attenersi (stop a cose folli come il bagno nelle fontane o azioni simili, ma anche a pic-nic per strada, o alla paranoia di selfie dappertutto anche con bastoni appositi…); e poi (ribadiamo) invitarlo (il turista) ad uscire dai circuiti soliti di massa dove tutti si concentrano nelle città d’arte (Piazza San Marco a Venezia…) e proporre visite “intelligenti”. E Venezia (presa da noi in questo post come “campione simbolo”), Venezia avrebbe tante isole della Laguna di notevole bellezza ora abbandonate…
Il “turismo diffuso” sembra l’idea forse più interessante per non concentrare in un unico posto “tutta la gente”. Ed è pure quasi sempre un turismo più intelligente, meditativo, per far conoscere meglio popolazioni, luoghi ambienti….

IL VIAGGIO E L’ESPLORAZIONE SECONDO LÉVI-STRAUSS (nella foto) – “ODIO I VIAGGI E GLI ESPLORATORI”. Così suona l’inizio di TRISTI TROPICI, il libro che nel 1955 avrebbe reso il suo autore e l’antropologia noti in tutto il mondo. L’autore di quel libro, CLAUDE LÉVI-STRAUSS, aveva cominciato a viaggiare quando, giovane professore di filosofia nei licei di provincia francesi, aveva colto la proposta di andare a insegnare sociologia a San Paolo del Brasile. Lì sarebbe cominciata la sua grande avventura intellettuale e umana: le ricerche tra gli indios, il ritorno in Francia, la guerra, la sconfitta, la fuga in America, l’esilio, il ritorno. (Ugo Fabietti, Professore Ordinario di Antropologia culturale all’Università di Milano Bicocca)

Tutto questo però può nascere con una nuova cultura imprenditiva turistica, che privilegi la conservazione dei luoghi nella loro funzione naturalistica, artistica… rispetto al mero immediato profitto da ricavarsi sul turismo. E far divenire così il turismo il “migliore alleato” per la protezione e la conservazione; ma deve essere gestito correttamente. Un tentativo sarebbe di farlo tornare, il “turista”, all’origine del “muoversi per andare in altri luoghi” (per lavoro, conoscenza o altro), cioè che torni ad essere “viaggiatore” (ne parliamo nella seconda e ultima parte di questo post) (s.m.)

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«SCUSI, SA DIRMI A CHE ORA CHIUDE VENEZIA?»

di Gian Antonio Stella, da “Sette” supplemento de “il Corriere della Sera”, 22/2/2018
– Il turismo nella Serenissima è insostenibile, inconsapevole, spesso incivile. Tanto che qualche visitatore crede che la città sia un parco a tema, con orari di chiusura e apertura –
«Otto de sera. Camino verso el Pontil del Monumento, trovo un grupeto de turisti. “Scusi”, i me dixe, “A che ora chiude?” Rispondo: “Tranquilli: i vaporetti vanno, più rari, anche la notte”. I me varda: “Non i vaporetti: Venezia! Quando chiude, Venezia?” Robe da mati: i credeva che Venessia fosse un parco turistico!». Continua a leggere