I FIUMI e le opere per evitare le piene: IL CASO DEL PIAVE – GRANDI INTERVENTI o DIFFUSA REGIMAZIONE con ripristino del deflusso ampio e lento delle acque? – Le CASSE DI ESPANSIONE a Ciano del Montello nel trevigiano destinate a inurbare di cemento una vasta area golenale naturalistica del fiume

Immagine del fiume PIAVE (foto tratta da https://tribunatreviso.gelocal.it/) – E’ in questi mesi in corso di approvazione un mega progetto che viene dai Piani della Regione Veneto chiamato “CASSE DI ESPANSIONE PER LE PIENE DEL FIUME PIAVE IN CORRISPONDENZA DELLE GRAVE DI CIANO”, e l’intervento che si vuole fare è principalmente situato nel territorio del comune di CROCETTA DEL MONTELLO

   Trattiamo qui un caso emblematico di possibile intervento idraulico sul fiume Piave, per proteggere la parte medio-bassa del fiume (da Salgareda, dopo che il Piave si restringe e da fiume di montagna man mano diventa fiume di pianura). E’ un progetto di grandissime dimensioni, quello delle casse di espansione che si vogliono fare a Ciano del Montello.

mappa (tracciata in verde dei confini ) di tutto l’intervento della CASSE DI ESPANSIONE (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   Un progetto che viene dai Piani della Regione Veneto chiamato appunto “Casse di espansione per le piene del fiume Piave in corrispondenza delle Grave di Ciano”, e l’intervento che si vuole fare è principalmente situato nel territorio del comune di Crocetta del Montello. Tanto per far capire le dimensioni vanno espresse le misure: si prevede lo scavo di un bacino di laminazione stimato in 35 milioni di metri cubi distribuiti su 555 ettari (una superficie enorme!), e la costruzione di 13,5 km di muri in cemento armato alti fino ad 8 metri delimitanti quattro vasche contigue.

(vedi il PROGETTO DI FATTIBILITA’ DELLA REGIONE VENETO:

REGIONE VENETO_Casse di espansione per le piene del fiume Piave_Relazione_prefattibilità_ambientale_CIANO-Spresiano _ del)

   Una mega opera il cui costo complessivo è stato stimato in circa 55 milioni di euro e la cui fase progettuale è già stata finanziata fino al livello esecutivo per un importo di 1.651.700 euro, con procedura di gara che sta avvenendo adesso (primi mesi del 2020). Ovvio che, contrari o favorevoli, non si può non convenire che si tratta di uno sconvolgimento totale di una vasta area del Piave.

(immagine ripresa da LA VITA DEL POPOLO – CLICCARE PER INGRANDIRE)

   Ed è ormai cosa nota la volontà della Regione Veneto, rappresentata dall’assessore all’ambiente Gianpaolo Bottacin, di procedere con il progetto di costruzione di queste casse di espansione. Previo, si dice (sembra) non appaia un altro piano meno devastante ma che assicuri la sicurezza idraulica del fiume, contro le piene. Il caso di Vaia (del ciclone devastante le montagne del nordest d’Italia, a fine ottobre del 2018), ha costituito anche un pericolo di alluvione del Basso Piave, e in ogni caso ha fatto vedere che i mutamenti climatici che portano a improvvisi accadimenti metereologici (piogge intensissime in poche ore) non possono che confermare che il problema esiste, cioè di un’improvvisa alluvione e straripamento del fiume con possibili danni tragici alle persone e alle cose.

IL PIAVE, sullo sfondo il Ponte di Vidor (foto da “La Tribuna di Treviso“) – “I FIUMI SONO AMBIENTI COMPLESSI”, spiega PIERA LISA DI FELICE, vicepresidente della Federazione Nazionale PRO NATURA, coordinatore dell’Organizzazione Regionale Pro Natura Abruzzo e vicepresidente del Coordinamento Nazionale Alberi e Paesaggio, IDROBIOLOGA ESPERTA DI FIUMI. “Ecosistemi che bisogna conoscere e tutelare con professionalità e competenza. Spesso l’aspetto ecologico del fiume non viene preso in considerazione in nome della sicurezza. La gestione degli ambiti fluviali è sempre stata improntata su una visione ingegneristica e non naturalistica, trasformando i fiumi in una sorta di canali per far defluire il più velocemente possibile le acque. Stiamo pagando la regimentazione dei corsi d’acqua fatta negli anni Ottanta del secolo scorso che ha cancellato gran parte del sistema biologico e degli equilibri dell’ecosistema fiume. La scomparsa della vegetazione riparia, la tendenza alla rimozione delle asperità del fondo hanno come unica conseguenza l’aumento della velocità e della devastazione del fiume”(…) (da https://www.hgnews.it/, 4/11/2018)

   Ma tutto questo è risolvibile annullando la funzione e le caratteristiche del fiume? Con un intervento mastodontico ed esagerato?
Se vi capita di andare a vedere il Piave in quella zona dove dovrebbero sorgere la casse di espansione (in località Ciano del Montello, ma estese verso nord e sud), è possibile ammirare la vasta area golenale, il paesaggio autentico naturalistico che rappresenta (pur con qualche sviluppo, nelle parti estreme anche lì di vigneti a prosecco, ma per fortuna non eccessivamente impattanti…).

Ciano, una giornata per dire no alle casse dI espansione (foto da https://www.lavitadelpopolo.it/) – Ancora PIERA LISA DI FELICE, vicepresidente della Federazione Nazionale PRO NATURA, IDROBIOLOGA ESPERTA DI FIUMI: “Eliminare la fitocenosi in un fiume provoca gravi danni all’ambiente acquatico con perdita di habitat e impoverimento della biodiversità animale e vegetale. Inoltre gli interventi di escavazione in alveo con opere di regimentazione non risolvono affatto il problema delle esondazioni ma le peggiorano. I boschi ripariali sono argini naturali contro le esondazioni, una fascia tampone che permette al fiume di calmare la sua forza ed evitare l’esondazione. Un fiume che evolve verso uno stato naturale è molto più resiliente di un corso d’acqua cementificato o demolito dalle ruspe.” (da https://www.hgnews.it/, 4/11/2018)

   Questa è poi un’area protetta da varie normative (RETE NATURA 2000 – strumento della politica dell’Unione Europea per la conservazione della biodiversità, rete ecologica diffusa su tutto il territorio dell’Unione; ZPS – zone di protezione speciale, cioè zone di protezione poste lungo le rotte di migrazione dell’avifauna, finalizzate al mantenimento ed alla sistemazione di idonei habitat per la conservazione e gestione delle popolazioni di uccelli selvatici migratori; ZCS – Zone Speciali di Conservazione -…), area protetta proprio per le caratteristiche specifiche ed uniche che la rendono una riserva di biodiversità da difendere.

   Per contrastare questo progetto, che i cittadini di Crocetta e i frequentatori del Piave e della natura definiscono scellerato (se non siete troppo lontano, andate a vedere la dimensione dell’area, effettivamente è difficile dar torto a chi lo definisce così), per contrastare questo progetto è sceso in campo il Comitato per la tutela delle Grave di Ciano, che quotidianamente tiene informati, aggiorna sulle evoluzioni degli incartamenti ed organizza appuntamenti volti a sensibilizzare la popolazione.

Il Piave nella piena del ’66, da LA TRIBUNA DI TREVISO – PIERA LISA DI FELICE, IDROBIOLOGA ESPERTA DI FIUMI: “Il futuro è quello della ingegneria naturalistica e della rinaturalizzazione, evitando l’intervento di ruspe che possano alterare i fiumi e provocare danni ambientali irreparabili. “La decementificazione dei fiumi è la prima fase di questo processo di restauro del paesaggio fluviale – continua Di Felice – Eliminare totalmente gli interventi di canalizzazione, regimazione e cementificazione che devastano l’ecosistema fluviale. Questo è solo il primo stadio di un lungo processo a cui è necessario seguano interventi molto specialistici che devono rispettare il valore paesaggistico del fiume e la ricostruzione graduale delle comunità vegetali e animali”. (da https://www.hgnews.it/, 4/11/2018)

   Va detto che nessuno contesta la necessità di interventi atti a mettere “in sicurezza” il Piave da possibili eventi improvvisi, con piene devastanti specie a valle. Ma il “trattenimento” delle acque, il loro rallentamento, può avvenire (deve avvenire) senza dover distruggere parte del fiume, snaturandolo come corso d’acqua e facendolo diventare un bacino di cemento armato.

   DARE SPAZIO al fiume pare la parola acquisita, condivisa da tutti. Quel che propongono i contrari a questo progetto di cementificazione, è RIQUALIFICARE IL FIUME, DARE SICUREZZA IDRAULICA sì, ma con UN CAMBIO CULTURALE attraverso una VALENZA AMBIENTALE (INTERVENTI INTEGRATI tra ambiente e sicurezza idraulica); una MANUTENZIONE NATURALISTICA, l’ecosistema del corso d’acqua, dove l’acqua che arriva possa espandersi e acquistare lentezza, essere frenata.

Altra immagine del Piave (da https://tribunatreviso.gelocal.it/) – PIERA LISA DI FELICE, IDROBIOLOGA ESPERTA DI FIUMI: “E’ necessario un cambiamento radicale rispetto alle opere tradizionali di difesa alluvioni. E fondamentale rimane la rinaturalizzazione dei corsi d’acqua come riconosciuto dalla DIRETTIVA ALLUVIONI (2007/60/CE)”. “Tale direttiva – conclude Di Felice – chiede di mettere in atto tutte le sinergie possibili tra obiettivi di qualità ecologica dei fiumi e riduzione del rischio idraulico applicando un approccio mirato a dare “più spazio ai fiumi”. La Direttiva afferma che i Piani di Gestione del Rischio di alluvioni “al fine di conferire maggiore spazio ai fiumi” dovrebbero comprendere, ovunque possibile “il mantenimento e/o il ripristino delle pianure alluvionali”, ovvero interventi di riqualificazione morfologica. (da https://www.hgnews.it/, 4/11/2018)

   Modi e forme di REGIMAZIONE delle acque possono portare a interventi nei quali si riduce (si scava) in una sponda sovraccarica del fiume, portando lo stesso materiale nell’altra sponda dove i residui ghiaiosi sono invece insufficienti. La stessa presenza di flora diffusa può divenire elemento di freno delle acque, di loro espansione nel momento di piena. Perché dare più spazio al fiume, rendere la riduzione del rischio alluvioni meno dipendente da complesse opere idrauliche, rende meno critica e meno costosa l’opera di gestione e manutenzione delle opere e del fiume.

   I BACINI IDRICI e le ATTUALI DIGHE A MONTE vanno poi gestiti con intelligenza anche prima dell’evento atmosferico tumultuoso: gli invasi già esistenti (operanti in particolare per le canalizzazioni irrigue dell’alta pianura, e più a nord per funzioni idroelettriche), possono e devono essere utilizzati anche per prevenire esondazioni del fiume. E per questo dovrebbero essere SVUOTATI ENTRO FINE ESTATE.

Camminata manifestazione sulle Grave di Ciano (foto da http://www.venetouno.it/)

   Tornando poi alle AREE GOLENALI, queste sono naturalmente deputate allo svaso dell’acqua in eccesso, ma nell’asta del Piave (come in quasi tutti i fiumi di montagna e alta pianura) oggi sono occupate da case, capannoni e costruzioni di vario genere che rendono impossibile sfruttarle in caso di piena. Nel caso nostro, di Ciano del Montello, vi sono alcune case sparse e anche dei piccoli borghi storici, in pericolo con la piena: è il caso di “sacrificarne” alcuni, evitando pericoli a chi ci vive, e lasciando più libero il fiume (delle coltivazioni a prosecco non parliamo)?

SIMBOLO DEL COMITATO PER LA TUTELA DELLE GRAVE DI CIANO

   Necessita pertanto di individuare un piano di intervento diffuso e massiccio, che non sia quello di soffocare il fiume nel cemento e in un mega invaso artificiale, ma individuando tante tantissime necessarie opere di regimazione virtuosa con lo scopo di contenere l’acqua, di prevenire gli effetti disastrosi di una piena. Da quel che accade in Italia e in Europa, con opere di bonifica naturalistica, anche massicce, dimostra che si può fare, che un progetto integrato naturalistico contro le alluvioni può essere attuato, senza nulla togliere alla funzione meravigliosa del fiume. (s.m.)

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GRANDI INTERVENTI PROPOSTI DALLA REGIONE VENETO PER FERMARE LE PIENE STRAORDINARIE DEL PIAVE (e contestati da idrobiologi esperti di fiumi, comuni rivieraschi e ambientalisti): 1-LA DIGA A FALZÈ DI PIAVE. La proposta di realizzazione di una diga a Falzè di Piave è un contestatissimo piano già avanzato negli anni Sessanta (si ipotizzava un invaso da 90 milioni di metri cubi); poi mitigato sotto l’onda delle proteste negli anni Ottanta (60 milioni di portata); congelato negli anni Novanta. Luigi D’Alpas, noto ingegnere e docente emerito di idraulica all’Università di Padova lo rilancia (contestatissimo dai comuni rivieraschi della sinistra Piave, come Sernaglia della Battaglia) ricalcolando tutto: inutile una diga monstre, meglio un bacino ridotto (40 milioni di metri cubi) che non necessiti d’interventi per la realizzazione di argini e terrapieni di contenimento dell’acqua, ma che sia sostenuto da un altro invaso più a monte, da realizzarsi appunto (è il tema dominante adesso) a Ciano del Montello. 2-LA MAXI CASSA DI ESPANSIONE NELLE CAVE A CIANO. Una “vasca” capace di contenere dai 35 ai 45 milioni di metri cubi, da realizzarsi sul lato destro del fiume (spalle a monte) nell’ampia area sfruttata per anni da attività di cava. Un bacino di sassi e ghiaia da preparare e scavare per prepararlo alla piena, esattamente come si prevede di fare in un altro sito più a valle: cioè 3-IL GRANDE INVASO DI SPRESIANO. Lì si prevede di realizzare un altro bacino di contenimento della piena, una cassa di invaso da 10 milioni di metri cubi d’acqua (anche questa tutta da scavare e preparare) giudicata «preferibile» rispetto agli altri progetti lanciati in questi anni e riferiti a casse di espansione in zona Maserada e Ponte di Piave. In questo caso pare che le zone deputate possano essere due, sulle opposte rive del fiume. (immagine da LA TRIBUNA DI TREVISO)

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RISCHIO IDRAULICO SUL PIAVE, CASSE DI ESPANSIONE CONTRO LE ESONDAZIONI
da http://www.veneziatoday.it/ 10/12/2020

– La grande cassa di espansione è da realizzare a Crocetta del Montello (Treviso), insieme ad altre opere, nei territori interessati dall’asta del fiume. La Regione: «Alternative solo se scientificamente fondate» –

  Casse di espansione, da realizzare a Crocetta del Montello, in provincia di Treviso, per mitigare il rischio di esondazione del fiume Piave, che riguarda tutte le popolazioni dei territori interessati dall’asta del corso d’acqua.

   Lo ha deciso il 9 dicembre scorso, in Prefettura a Venezia, una riunione congiunta dei Prefetti, di Venezia e Treviso, l’autorità di Bacino del distretto Alpi orientali, i consorzi di Bonifica, i sindaci dei Comuni, l’assessorato regionale all’Ambiente, la Città Metropolitana di Venezia, per valutare la situazione di rischio idraulico.

   L’opera considerata, approvata dal Consiglio dei ministri ancora il 13 novembre 2010, prevede la realizzazione di casse di espansione nel Comune di Crocetta del Montello, che può contribuire, in modo importante, a mitigare il problema, insieme ad altri interventi che dovranno essere posti in essere nei territori interessati.

Tempi stretti

Alla fine della riunione, Stato, Regione, Comuni e autorità tecniche si sono trovati d’accordo sul fatto che la situazione va affrontata in tempi stretti, e che occorre far fronte comune per realizzare l’opera a partire da quella progettuale, nella massima trasparenza. A tal fine verrà costituita una cabina di regia composta dalle amministrazioni interessate. Si è concordata la data del 19 FEBBRAIO per il prossimo incontro alla Prefettura di Treviso, anche per dare tempo al Comune di Crocetta del Montello di presentare proposte alternative di mitigazione del rischio idraulico.

Alternative

«La Regione del Veneto può valutare alternative al progetto governativo che prevede di realizzare dei bacini di laminazione a Ciano, in Comune di Crocetta del Montello. Il Piave continua tuttavia a preoccuparci molto e siamo consapevoli che, da pubblici amministratori, abbiamo la responsabilità di agire. Ciò che ci interessa è mettere in sicurezza il fiume e le popolazioni rivierasche. I progetti attuali sono basati su studi e ricerche di primari centri studi. Se ci sono altre ipotesi vanno esposte, ma devono essere circostanziate da dati scientifici validati da esperti», commenta GIANPAOLO BOTTACIN, assessore regionale all’Ambiente, Protezione civile e Difesa del suolo. (da http://www.veneziatoday.it/)

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CIANO, UNA GIORNATA PER DIRE NO ALLE CASSE D’ESPANSIONE

di Giovanni Cosatti da LA VITA DEL POPOLO del 8/2/2020

   Mentre sabato 8 febbraio si è svolta la manifestazione “Fiume di gente, Gente di fiume… Insieme per la Piave”, prosegue incessante la raccolta di firme per modificare il progetto.

   Si intensificano, specialmente nel territorio montelliano e nell’area del Quartier del Piave, le iniziative di sensibilizzazione che hanno l’obiettivo di bloccare e rivedere il progetto relativo alle casse di espansione, per contenere in caso di necessità le piene del fiume Piave nella zona delle Grave di Ciano che si trovano ai piedi del versante Nord del Montello, nel Comune di Crocetta del Montello.

   Motore della protesta, che sta coinvolgendo migliaia di cittadini (come accaduto qualche domenica fa con una passeggiata lungo il Piave), è il COMITATO PER LA TUTELA DELLE GRAVE DI CIANO, che è sostenuto da tutte le associazioni storico-ambientaliste attive nella zona (dal Wwf, agli Amici del Bosco Montello ad Arianova, per citarne alcune), ma anche il Comune di Crocetta del Montello, con in testa la sindaca leghista Marinella Tormena.

   “Le casse di espansione – sottolineano i membri del Comitato per la Tutela delle Grave di Ciano -, come si evince dal progetto preliminare, prevedono lo scavo di un bacino di laminazione, stimato in 35 milioni di metri cubi distribuiti su 555 ettari, e la costruzione di 13,5 km di muri in cemento armato alti fino a 8 metri delimitanti quattro vasche contigue”.

   Inoltre, si tratta per il Comune, le associazioni ambientaliste e i tanti cittadini che stanno sostenendo la protesta, di un progetto inutile, perché la “Direttiva Quadro Europea sulle Acque, da alcuni anni, ha introdotto un approccio diverso considerando come risolutivi gli interventi che riguardano l’intero corso di un fiume. In Austria, Germania, Svizzera, Trentino Alto Adige, le opere di protezione dalle piene sono integrate con la riqualificazione del paesaggio e creano anche le condizioni per il raggiungimento o il mantenimento del buono stato ecologico del fiume, come prescritto dalla direttiva stessa, coniugando sicurezza idraulica e conservazione dell’ambiente”.

   Non va altresì dimenticato che l’intervento provocherebbe la distruzione di un ambiente protetto a livello europeo da Rete Natura 2000 come Zona di Protezione Speciale (ZPS IT 3240023 Grave del Piave) e Zona Speciale di Conservazione (ZSC IT 3240030) e quindi di notevole valore naturalistico per la biodiversità che lo contraddistingue. Scomparirebbe un paesaggio che è un vero e proprio bene comune, che si è creato naturalmente.

   L’area che interessata dalle casse d’espansione è, tra l’altro, ricca di borghi storici, luoghi di attracco degli zattieri che approdavano ai piedi del Bosco Montello per trasportare poi il legname verso la Serenissima e questi luoghi sono stati teatro dei tragici eventi fra il 1917 e il 1918, della Prima guerra Mondiale. E a poca distanza, a villa Correr Pisani di Biadene, non a caso, si trova il Memoriale Veneto della Grande guerra.

   Le casse d’espansione comprometterebbero, in tal modo, non solo il paesaggio, la natura, la biodiversità e la memoria storica, ma pure importanti prospettive di sviluppo di un sistema di turismo diffuso, sostenibile, capace di rivitalizzare l’economia in molteplici settori così come si propongono l’Intesa dei Comuni Montello-Sile e Il Consorzio Bosco Montello.

   Ecco allora che prosegue incessante la raccolta di firme per modificare il progetto delle casse di laminazione. (Giovanni Cosatti)

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Sabato scorso 8 febbraio si è svolta la manifestazione “Fiume di gente, Gente di fiume… Insieme per la Piave”, con inizio nel primo pomeriggio e alla fine in oratorio di Ciano la cena per i partecipanti e un concerto con vari musicisti veneti; e prosegue la raccolta di firme per modificare il progetto (qui di seguito la petizione proposta):

Il Comitato per la Tutela delle Grave di Ciano ha lanciato questa PETIZIONE e l’ha diretta a al Presidente della Regione Veneto)

“Chiediamo di bloccare i lavori di avanzamento per il progetto denominato ‘Casse di espansione per le piene del fiume Piave in corrispondenza delle Grave di Ciano’ situate nel Comune di Crocetta del Montello, opera il cui costo complessivo è stato stimato in 55.3 milioni di euro e la cui fase progettuale è già stata finanziata fino al livello esecutivo per un importo di euro 1.651.700 con procedura di gara fissata per dicembre 2019. Le casse di espansione, come si evince dal progetto preliminare, prevedono lo scavo di un bacino di laminazione stimato in 35 milioni di metri cubi distribuiti su 555 ettari, e la costruzione di 13,5 km di muri in c.a. alti fino ad 8 metri delimitanti quattro vasche contigue.

IL PROGETTO È OBSOLETO E DISTRUTTIVO

La direttiva europea 2000/60/CE “Direttiva Quadro sulle Acque” da alcuni anni ha introdotto un approccio diverso considerando come risolutivi gli interventi che riguardano l’intero corso di un fiume. L’applicazione di tale approccio sistematico per la risoluzione delle problematiche fluviali è già stato realizzato nelle regioni alpine confinanti. Lì si è dimostrata tutta la sua efficacia, ottenendo azioni di “rinaturazione” e di “rivitalizzazione” fluviale. In Austria, Germania, Svizzera, Trentino Alto Adige, le opere di protezione dalle piene sono integrate con la riqualificazione del paesaggio e tessono contemporaneamente le condizioni per il raggiungimento o il mantenimento del “buono stato ecologico“ del fiume, come prescritto dalla direttiva stessa.

L’esatto contrario di quanto il progetto citato andrebbe a compiere:

· la distruzione di un ambiente protetto a livello europeo da Rete Natura 2000 come Zona di Protezione Speciale (ZPS IT 3240023 Grave del Piave) e Zona Speciale di Conservazione (ZSC IT 3240030) per l’alto valore naturalistico e di biodiversità che lo contraddistingue, con la conseguente irreversibile perdita di flora e fauna preziosissime e di un paesaggio unico, naturalmente formatosi e già peraltro minacciato da interventi spesso non ispirati alla conservazione di un bene comune;

· la lacerazione dell’assetto socio-urbanistico dell’area prospiciente le Grave di Ciano,  caratterizzato dalla presenza degli storici borghi di Rivasecca, S. Nicolò, Belvedere, Gildi, Botteselle, S.Urbano, S. Margherita e Santa Mama. Questi primi nuclei abitativi sorti lungo le sponde del fiume, testimoni della intensa relazione tra i loro abitanti e il Piave, luoghi di attracco degli zattieri che approdavano ai piedi del Bosco Montello per trasportare poi il legname verso la Serenissima, vedrebbero drammaticamente reciso il loro millenario legame con il corso del fiume. Sarebbe così reso vano lo sforzo intrapreso negli anni recenti di recuperare i borghi rivieraschi per l’importante riqualificazione dell’area;

· la deturpazione del vasto e suggestivo paesaggio che dal Montello, attraverso le Grave, si protende verso le Prealpi. Un paesaggio che sarebbe perso per sempre e ciò in contrasto ad ogni attuale indicazione di tutela urbanistica;

· la profanazione della memoria storica. Indiscusso è l’alto valore storico dell’area a livello nazionale ed internazionale: teatro di azioni decisive della Prima Guerra Mondiale,  qui, tra Piave e Montello sono state condotte le valorose azioni degli Arditi e si è compiuto il sacrificio di migliaia di giovani vite.

Sarebbero così irreversibilmente disperse risorse fondamentali, irrinunciabili per la ripresa economica di un intero territorio, compromettendo nuove, importanti prospettive di sviluppo. Grazie alle valenze naturalistiche, paesaggistiche e storico-culturali, alla presenza di pregevoli opere artistiche e unitamente alla ricca offerta eno-gastronomica, quest’area potrebbe davvero essere un nodo focale di un sistema di turismo diffuso, sostenibile, capace di rivitalizzare l’economia in molteplici settori.

Peraltro essendo le Grave di Ciano e il Montello parti di un unico, complesso, delicato ecosistema geo-morfologico strettamente connesso, un intervento così impattante su di una parte del sistema potrebbe ingenerare un pericoloso squilibrio, con conseguenze difficili da prevedere per l’intera area.

Consapevoli e non certo insensibili alla necessità di garantire la sicurezza nel Basso Piave, chiediamo tuttavia si scelga l’approccio introdotto dalla Direttiva Quadro sulle Acque 2000/60/CE che mira a ricostituire il sistema integrale del fiume coniugando sicurezza idraulica e conservazione dell’ambiente.

Tutti noi firmatari ci sentiamo responsabili del nostro territorio, profondamente innervato nella storia e nell’identità collettiva della comunità, così unico dal punto di vista naturalistico, storico, culturale e per questo tanto prezioso. Per preservarlo non possiamo quindi esimerci dal lottare contro progetti così devastanti. E’ nostro dovere, anche verso le future generazioni.

(FINALE DEL CONCERTO dalla manifestazione a CIANO DEL MONTELLO dell’8 febbraio 2020 contro le CASSE DI ESPANSIONE sulle GRAVE DEL PIAVE:

https://m.facebook.com/pages/category/Community/Comitato-per-la-tutela-delle-Grave-di-Ciano-111463263608583/

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“INACCETTABILE SCAVARE NEL PIAVE”: GLI INGEGNERI DEL CIRF DIC (CENTRO ITALIANO PER LA RIQUALIFICAZIONE FLUVIALE) DICONO NO ALLE CASSE DI ESPANSIONE NELLE GRAVE DI CIANO

di INGRID FELTRIN JEFWA, da  https://www.oggitreviso.it/ del 11/12/2019

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SALVARE L’EUROPA, SALVARE LA TERRA: il GREEN DEAL EUROPEO, piano di riconversione ecologica dell’Europa – Una politica ambiziosa e urgente per convincere gli Stati della UE (come la Polonia del carbone), ma anche il resto del pianeta, a cambiare rotta – Ma riusciremo a modificare le nostre abitudini inquinanti?

La Commissione europea ha presentato l’11 dicembre scorso il GREEEN DEAL EUROPEO, una tabella di marcia per RENDERE SOSTENIBILE L’ECONOMIA DELL’UE “(…) Pietra angolare del GREEN DEAL EUROPEO è il sistema di SCAMBIO DI QUOTE DI EMISSIONE (Ets) per FAR PAGARE DI PIÙ CHI EMETTE PIÙ CO2. Inoltre – ed è una novità introdotta dopo anni di resistenze – propone l’istituzione di una “CARBON TAX” ALLE FRONTIERE EUROPEE, PER I PAESI CHE NON RISPETTANO GLI STANDARD AMBIENTALI DELL’UE. STATI UNITI, CINA e INDIA sono avvisati: o si adattano o le loro merci in entrata in Europa saranno tassate in base alle emissioni causate dalla loro produzione. (…) (“Alessia De Luca, 11/12/2019, da https://www.ispionline.it/”

   Il Green Deal europeo è un progetto molto ambizioso: è stato annunciato l’11 dicembre scorso, ed è stata presentata la definizione e i dettagli della realizzazione a Bruxelles il 14 gennaio dalla nuova presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen, che ne ha fatto il tema dominante e quasi esclusivo dell’azione della Commissione nei prossimi 5 anni.

La Presidente della Commissione Europea URSULA VON DER LEYEN (nella foto), nel presentare il GREEN DEAL, ha dichiarato: “Il GREEN DEAL EUROPEO è la nostra nuova strategia per la crescita – una crescita che restituisce più di quanto prende. Mostra come trasformare il nostro modo di vivere e lavorare, di produrre e consumare, per rendere più sano il nostro stile di vita e più innovative le nostre imprese. Tutti noi possiamo partecipare alla transizione e beneficiare delle opportunità che offre. Muovendoci per primi e rapidamente aiuteremo la nostra economia ad assumere la leadership a livello mondiale. Siamo determinati a fare sì che questa strategia abbia successo per il bene del pianeta e delle sue forme di vita – per il patrimonio naturale europeo, la biodiversità, le nostre foreste e i nostri mari. Mostrando al resto del mondo la nostra capacità di essere sostenibili e competitivi, possiamo convincere altri paesi a muoversi con noi.” (da https://ec.europa.eu/)

   Il Green Deal europeo interesserà direttamente decine di milioni di persone: cioè l’Europa, la EU, a partire appunto dal governo della Commissione Europea, Commissione che è appunto l’organo esecutivo dell’Unione. Ma il piano chiede evidentemente l’approvazione, la partecipazione e condivisione del Parlamento e del Consiglio (cioè quest’ultimo, i capi di governo, quelli che realmente poi decidono se sì o se no). E questo piano di riconversione ecologica europea prevede di mettere in atto una serie di misure per rendere più sostenibili e meno dannosi per l’ambiente la produzione di energia e lo stile di vita dei cittadini europei.

“(…) La POLONIA, per esempio, ancora oggi ottiene L’80 PER CENTO DELLA PROPRIA ENERGIA ELETTRICA DAL CARBONE, uno dei combustibili più inquinanti ancora in circolazione: per questa ragione è l’unico paese che non ha ancora accettato ufficialmente di azzerare le proprie emissioni nette nel 2050. In tutti i paesi dell’est la costruzione di centrali a energia solare o eolica è praticamente NULLA, a differenza di quello che succede nell’Europa centrale. (…)” (Luca Misculin, da https://www.ilpost.it/, 2/2/2020)(foto ripresa da httpsit.euronews.com/)

   Si riuscirà a mettere d’accordo tutti, e, in particolare sull’attuazione di misure ecologiche vere, concrete, efficaci? Qui sta il punto. Vien da pensare che sono due gli elementi che convinceranno i molti riottosi a cambiare rotta (pensiamo alla Polonia, ad esempio, che ha una produzione energetica essenzialmente basato sul carbone, di cui il suolo e sottosuolo – con le tante miniere – è ricco, e che cambiare “costa molto”  in risorse finanziarie).

Il Vicepresidente esecutivo FRANS TIMMERMANS (NELLA FOTO)(DELEGATO A GESTIRE LUI DIRETTAMENTE IL GREEN DEAL EUROPEO), alla presentazione del PIANO, l’11 dicembre scorso, ha detto: “Stiamo vivendo un’emergenza climatica e ambientale. Il Green Deal europeo costituisce un’opportunità per migliorare la salute e il benessere dei nostri concittadini, trasformando il nostro modello economico. Il piano illustra come ridurre le emissioni, ripristinare la salute del nostro ambiente naturale, proteggere la fauna selvatica, creare nuove opportunità economiche e migliorare la qualità della vita dei nostri concittadini. Tutti noi abbiamo un ruolo importante da svolgere e ogni settore industriale e paese saranno interessati da questa trasformazione. Inoltre, è nostra responsabilità fare sì che la transizione sia un processo giusto e che nessuno resti escluso dalla realizzazione del Green Deal”. (da https://ec.europa.eu/)

  Il primo elemento di accettazione del Green Deal sarà dato dal mettere a disposizione proprio cospicue risorse finanziarie, i finanziamenti cospicui: l’Unione Eurpea troverà queste risorse? E sarà costretta a sacrificare altri attuali progetti a vantaggio di Stati e regioni d’Europa? E poi è da vedere se tanti Stati più ricchi saranno disposti a contribuire di più di quanto “tornerà” loro con i progetti “green” rivolti ad altri. Cioè ad avere di meno, e pagare per riconvertire il modello di sviluppo di “altri” Stati (in particolare quell’dell’Est) più poveri e storicamente meno virtuosi, in condizioni ambientali più disastrose.

«GREEN DEAL» EUROPEO – Dopo l’ANNUNCIO DEL GREEN DEAL EUROPEO dell’11 dicembre scorso, è stato presentato il 14 gennaio l’atteso progetto legislativo che dovrebbe contribuire a finanziare tra il 2021 e il 2027 la TRANSIZIONE VERSO LA NEUTRALITÀ CLIMATICA ENTRO IL 2050. Secondo Bruxelles questo ambizioso PIANO comporterà COSTI ECONOMICI, CAMBIAMENTI SOCIALI, INVESTIMENTI INFRASTRUTTURALI. Ruolo cruciale avrà il JUST TRANSITION FUND (il FONDO PER UNA TRANSIZIONE EQUA). Quest’ultimo sarà dotato di denaro fresco per 7,5 miliardi di euro, che grazie al cofinanziamento nazionale, al braccio finanziario InvestEu e alla Banca europea degli investimenti porterà il totale a 100 miliardi di euro (Beda Romano, da “il Sole 24ore” del 14/1/2020)

   Il secondo elemento che aiuterà un possibile consenso al Green Deal, saranno le conseguenze più o meno visibili ai cittadini della crisi ambientale; cioè se sulla loro pelle si accorgeranno di più o di meno che il clima è cambiato, che l’inquinamento atmosferico è intollerabile, che malattie e altre conseguenze gravi accadranno a causa di uno sviluppo scellerato: se ciò avverrà allora, forse, ci sarà un po’ più di disponibilità a pagare perché le cose migliorino, e a cambiare stili di vita negativi per l’ambiente. Forse.

NEGLI ACCORDI DI PARIGI DEL 2015, l’UNIONE EUROPEA si è impegnata ad AZZERARE LE PROPRIE EMISSIONI INQUINANTI NETTE ENTRO IL 2050, e a rispettare obiettivi intermedi per il 2030 e il 2040 (grafico ripreso da https://www.ispionline.it/ )

   Cioè più la situazione si farà grave (che non bisogna augurarselo…) e più ci sarà disponibilità degli Stati (e dell’industria, dei poteri forti…ma in particolare dei cittadini) a “cedere”, ad accettare il cambiamento ecologico. Le misure impopolari possono forse diventare “popolari” in una condizione di “guerra” ambientale.

GREEN DEAL EUROPEO (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA) – “(…) L’obiettivo principale è quello di fare la propria parte per LIMITARE L’AUMENTO DEL RISCALDAMENTO GLOBALE, che secondo le stime del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC) dell’ONU deve RIMANERE ENTRO GLI 1,5 °C RISPETTO ALL’EPOCA PRE-INDUSTRIALE, per non causare danni enormi al pianeta e quindi alla specie umana. Per rispettare questo limite, stabilito dagli ACCORDI DI PARIGI DEL 2015, l’UNIONE EUROPEA SI È IMPEGNATA AD AZZERARE LE PROPRIE EMISSIONI INQUINANTI NETTE ENTRO IL 2050, e a rispettare obiettivi intermedi per il 2030 e il 2040. Da questo obiettivo principale, a cascata, ne derivano altri più specifici.(…)” (Luca Misculin, https://www.ilpost.it/, 2/2/2020)

   Poi, non è da dimenticare, che l’Europa contribuisce all’inquinamento globale solo per il 9%. La speranza della Commissione è di assumere un ruolo guida che possa portare altri paesi sul suo stesso esempio. Ma è tutto da vedere che accada: dovrà essere un “pensiero dominante”, autorevole, che fa vedere i benefici nel benessere della popolazione.

Primi 5 paesi europei a emissioni CO2, grafico da http://www.ispionline.it/ – L’EUROPA CONTRIBUISCE ALL’INQUINAMENTO GLOBALE SOLO PER IL 9%. La speranza della Commissione è di assumere un ruolo guida che possa portare altri paesi sul suo stesso esempio

  Perché uno sviluppo ecologico non è cosa di per sé che costa solo sacrificio, non è un boccone amaro: è la possibilità di avere uno sviluppo più adatto alle persone, alla comunità, al cambiamento in positivo dei modi di vivere; a “star meglio”.

European Green Deal e gli obiettivi per il settore FOOD

   Peccato che in tutti questi anni la necessità di uno sviluppo veramente eco-compatibile non sia stato recepito, voluto. E che si siano fatte cose (modi di vita collettiva) improntate al peggio per l’ambiente, la biosfera; come base di tutto: dalla cementificazione scellerata, all’abuso di inquinanti (pensiamo alla chimica che ha avvelenato molta parte delle acque…), a una motorizzazione tutta basata sull’auto e sull’uso del petrolio.

La creazione del JTF (FONDO PER LA TRANSIZIONE GIUSTA – JUST TRANSITION FUND -) è stata accompagnata dalla promessa di una revisione delle regole sugli aiuti di Stato entro la fine del 2021, per consentire di finanziare anche LA RICONVERSIONE E LA BONIFICA DI GRANDI AZIENDE quando queste sono in linea con gli obiettivi del GREEN DEAL. Per l’Italia questo potrebbe tradursi in un’occasione irripetibile per INTERVENIRE NELL’AREA DELL’EX  ILVA, così come in decine di altri siti industriali o da bonificare, senza rischiare d’incorrere in sanzioni o indagini da parte della Commissione.(..) (Matteo Miglietta, 16/1/2020, da TRECCANI.IThttp://www.treccani.it/magazine/atlante/geopolitica/)/)(NELLA FOTO: Gli impianti della fabbrica Ilva di Arcelor Mittal a Taranto, foto ripresa da http://www.ansa.it/)

   Questioni non da poco, cariche di difficoltà. E poi, e qui sta il punto, saremmo disposti a cambiare le nostre abitudini? A rinunciare a spostarsi con mezzi troppo inquinanti (come gli aerei, le automobili), utilizzando mezzi pubblici ecologici? Saremmo disposti a cambiare la nostra alimentazione, mangiando meno carne (ad esempio), che porta al forte inquinamento degli allevamenti intensivi e a un utilizzo di acqua esagerato (oltre a un rapporto disdicevole con il mondo animale, sfruttato e utilizzato nell’industria della macellazione)?

   Qualche dubbio sorge, nella possibile rigenerazione (macro, del Green Deal Europeo, e micro, della riconversione ecologica degli stili di vita di ciascuno). Comunque il piano europeo per un’Europa più ecologicamente compatibilmente va a nostro avviso visto con fiducia, entusiasmo, collaborazione di tutti. (s.m.)

Come sopra accennato, ribadendone l’importanza, il “PILASTRO FONDAMENTALE attorno al quale si articola la strategia di riconversione dell’economia europea sarà il nuovo MECCANISMO PER LA TRANSIZIONE GIUSTA (JUST TRANSITION FUND), all’interno del quale verrà creato un apposito fondo europeo. Lo strumento vuole fornire un SUPPORTO SPECIFICO AI TERRITORI ANCORA FORTEMENTE DIPENDENTI DALLE FONTI FOSSILI, che dovranno quindi gestire le conseguenze ambientali e sociali più complesse nei prossimi anni. Si va DALLE REGIONI CARBONIFERE DELLA POLONIA a quelle legate a grandi industrie che fanno un grande uso di CARBONE, come quelle SIDERURGICHE (da http://www.treccani.it/)

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LA RIVOLUZIONE VERDE DI URSULA

di Alessia De Luca, 11/12/2019, da https://www.ispionline.it/

– Ursula von der Leyen ha presentato il suo progetto per un Green Deal europeo. L’obiettivo è trasformare il volto del vecchio continente attraverso politiche volte a contrastare il riscaldamento globale, facendo dell’Europa il primo continente a impatto climatico zero entro il 2050. Più facile a dirsi che a farsi? – Continua a leggere

Le ECOREGIONI D’ITALIA individuate dall’ISTAT, per una PIANIFICAZIONE TERRITORIALE del nostro Paese che unisca ASPETTI AMBIENTALI (di conservazione delle risorse vegetali e animali, e la geomorfologia del paesaggio), con le ATTIVITÀ ECONOMICHE e i FENOMENI SOCIO-CULTURALI presenti in un luogo

CLIMATE CHANGE: una risposta possibile viene anche dalla ridefinizione dei territori – La proposta dell’ISTAT, come statistica sperimentale: la classificazione dei comuni secondo le ECOREGIONI D’ITALIA

   Proponiamo qui (partendo da un articolo ripreso dall’inserto “LA LETTURA” del Corriere della Sera) l’iniziativa di studio e classificazione dell’ISTAT sulle ECOREGIONI D’ITALIA, iniziativa che l’Istat sta portando avanti nel tentativo di rideterminare geograficamente le caratteristiche di omogeneità del nostro territorio nazionale in base a una RILEVAZIONE ECOSISTEMICA, che potrebbe mettere ordine, ed essere virtuosa, nel pianificare i tanti variegati (e spesso magnifici, pur se maltrattati in questi decenni) paesaggi umani italici, sia naturalistici che dati dall’intervento e presenza umana (come nei paesi, nelle città, nelle vaste e spesso degradate periferie…).

Esempio di suddivisione ISTAT in Ecoregioni, prima del lavoro dello stesso Istat del 2019, dove si riprende la ripartizione in 1-Divisioni, 2-Provincie, 3-Sezioni e 4-Sottosezioni (ripreso da: s-cruciani-le-basi-informative-territoriali-per-i-censimenti-permanenti.jpg)

   Questo lavoro, che ha visto la collaborazione dell’Istat con l’Università LA SAPIENZA di Roma, è arrivato a rideterminare l’omogeneità (tra di loro) nei COMUNI D’ITALIA, realizzando appunto una classificazione dei comuni italiani secondo questa determinazione delle ECOREGIONI D’ITALIA, dove gli attuali confini amministrativi dei comuni sono superati dagli elementi simili che essi hanno, di tipo geologico, climatico, biologico o idrografico, mettendo così poi in relazione le potenzialità naturalistiche di un territorio a prescindere dai rigidi e superati confini attuali amministrativi, con le nuove possibilità di ripristino ambientale, di crescita economica nelle specificità ambientali e socioeconomiche che un territorio ha come vocazione storica. Insomma, ripensare il proprio luogo di vita per pianificare virtuosamente il futuro.

Le ECOREGIONI, o REGIONI ECOLOGICHE, sono porzioni più o meno ampie di territorio ecologicamente omogenee nelle quali specie e comunità naturali interagiscono in modo discreto con i caratteri fisici dell’ambiente

   Se un territorio, un luogo, è dato da tre fattori, cioè 1-le CARATTERISTICHE NATURALISTICHE originarie e da conservare, poi 2-l’ARTIFICIO UMANO che su di esso è intervento l’uomo con l’abitare, e infine gli 3-ACCADIMENTI STORICI che quello stesso luogo ha vissuto (e vive), ebbene, un ritorno all’individuazione di omogeneità territoriali (che vengono chiamate in questo caso molto opportunamente ECOREGIONI)…tutto questo ci sembra il modo giusto per ripartire a ripensare un vero effettivo processo sostenibile di ogni luogo, scientificamente andando a rilevare le caratteristiche di omogeneità di ciascun territorio, per lavorare su di esso, conservare, ripristinare, pianificare… (s.m.)

La penisola italiana ricade nelle DUE DIVISIONI «MEDITERRANEA» e «TEMPERATA»

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La penisola italiana ricade nelle due divisioni «mediterranea» e «temperata», a loro volta suddivise in SETTE PROVINCE (vedi la mappa qui sopra delle 7 provincie)

UOMO E NATURA: NUOVE GEOGRAFIE DEL NOSTRO PAESE

REGIONI ECOLOGICHE – UNA CLASSIFICAZIONE APPOSITA PER GESTIRE ACQUE, SUOLO, FAUNA

di SILVIA PEPPOLONI, da LA LETTURA, inserto domenicale del “Corriere della Sera” del 12/1/2020

   Da alcuni anni è sempre più evidente la necessità di un approccio alla pianificazione ambientale e territoriale che sia di tipo «ecosistemico», ovvero che abbia come unità di riferimento l’insieme delle componenti biotiche (organismi viventi, sia vegetali che animali) e abiotiche (elementi non viventi, come le rocce o i suoli) presenti nel territorio e tenga conto delle loro reciproche interazioni.

   Questo criterio diviene essenziale quando l’area interessata da indagini e interventi è molto ampia, come nel caso di una regione o di un’intera nazione.

   Per indagare un vasto territorio al fine di pianificare lo sviluppo delle sue risorse, intraprendere misure di conservazione della biodiversità, preservare dall’inquinamento le falde idriche e il suolo, o stabilire le priorità di intervento per la sua salvaguardia è necessario non solo studiare e prevedere l’evoluzione dei processi fisici, chimici e biologici che in esso hanno luogo, ma anche e soprattutto riuscire a integrare le sue caratteristiche naturali (sia fisiche che biologiche) con le dinamiche antropiche che lo caratterizzano sia in termini strutturali che funzionali.

   Si tratta di un compito molto delicato soprattutto in presenza di un territorio complesso, articolato e interessato da criticità ambientali. Per questa ragione, una pianificazione territoriale che sia in grado di rispondere in modo efficace alle diverse e mutevoli condizioni naturali e antropiche necessita di parametri di confronto e di criteri di classificazione nuovi, che tengano nel dovuto conto le specificità di ogni territorio, incluse le attività economiche e i fenomeni socio-culturali presenti, e che ne indirizzino lo sviluppo in accordo con la sua più connaturata vocazione.

   Per permettere una lettura rinnovata del territorio, finalizzata a integrare aspetti naturali del paesaggio e cambiamenti legati alle attività umane sull’ambiente, l’ISTAT ha recentemente elaborato una classificazione dei comuni italiani basata sulla categoria innovativa di «ECOREGIONE». Le ECOREGIONI o REGIONI ECOLOGICHE sono definite come «porzioni più o meno ampie di territorio ecologicamente omogenee nelle quali specie e comunità naturali interagiscono in modo discreto con i caratteri fisici dell’ambiente». Esse costituiscono il riferimento per la pianificazione paesaggistica e territoriale a diverse scale.

   La classificazione ecoregionale in Italia è articolata in QUATTRO LIVELLI GERARCHICI a crescente grado di omogeneità (DIVISIONI, PROVINCE, SEZIONI E SOTTOSEZIONI) e basata sulla distinzione di ambiti omogenei per ASPETTI FISICI (come quelli CLIMATICI, LITOLOGICI, IDROGRAFICI o MORFOLOGICI) e BIOLOGICI (come quelli di VEGETAZIONE e FAUNA).

   La penisola italiana ricade nelle due divisioni «mediterranea» e «temperata», a loro volta suddivise in sette province. Queste ultime sono articolate in undici sezioni, a loro volta suddivise in 33 sottosezioni. I diversi livelli gerarchici consentono di rappresentare in termini ecosistemici la complessità ambientale del nostro Paese, come illustrato dalla visualizzazione di queste pagine.

   L’evidente vantaggio di poter realizzare una classificazione di questo tipo anche per i singoli comuni italiani ha portato all’attivazione di una collaborazione tra la Direzione centrale per le statistiche ambientali e territoriali (Dcat) dell’Istat e il Centro di ricerca interuniversitario «Biodiversità, Servizi ecosistemici e Sostenibilità» (Cirbises) del dipartimento di Biologia ambientale dell’Università La Sapienza di Roma.

   L’obiettivo è stato quello di realizzare una classificazione dei comuni italiani secondo le ecoregioni d’Italia, sovrapponendo in ambiente Gis (sigla inglese di Sistema informativo geografico) la Carta delle ecoregioni a livello di Sottosezione e i confini amministrativi dei comuni. Gli elementi di tipo geologico, climatico, biologico o idrografico presenti in un singolo comune, se ben rappresentati anche cartograficamente, possono dare una chiara indicazione delle potenzialità naturali del territorio e delle possibili interazioni con l’attività antropica, e influenzarne fortemente la crescita socio-economica.

   Pertanto, soprattutto a livello comunale una lettura del territorio che permetta di analizzare insieme informazioni di carattere socio-demografico ed economico con aspetti di omogeneità ecosistemica può rivelarsi indispensabile per supportare le autorità locali nella gestione sostenibile, orientando i decisori politici verso le scelte più funzionali per l’ambiente e la popolazione.

   Questa classificazione rappresenta un quadro geografico di riferimento, il cui impiego può efficacemente supportare le strategie per la CONSERVAZIONE DELLA BIODIVERSITÀ e la valutazione delle risorse forestali del territorio, l’applicazione delle più appropriate tecniche agricole e la ricerca di misure per il controllo della qualità delle acque o la diminuzione del consumo di suolo, gli STUDI PER LA PREVISIONE DEGLI EFFETTI DEL CAMBIAMENTO CLIMATICO o la definizione di EFFICACI STRATEGIE DI RIDUZIONE DEI RISCHI AMBIENTALI, nonché l’individuazione di quegli elementi che possono dare IMPULSO A TURISMO E CULTURA.

   L’utilizzo della classificazione può infine aiutare il nostro Paese a UNIFORMARSI ALLE POLITICHE EUROPEE, nell’applicazione di strumenti strategici già esistenti dedicati allo sviluppo sostenibile delle aree urbane (come l’Agenda urbana dell’Unione Europea, la Direttiva habitat o la Convenzione europea del paesaggio), o alle normative nazionali vigenti (come la legge quadro 394/1991 per le aree protette o il codice dei Beni culturali e del paesaggio). (SILVIA PEPPOLONI, da LA LETTURA, inserto domenicale del “Corriere della Sera” del 12/1/2020)

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ECOREGIONI IN SEZIONI – La penisola italiana ricade nelle due divisioni «mediterranea» e «temperata», a loro volta suddivise in sette province. Queste ultime sono articolate in SEZIONI

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Statistica sperimentale

CLASSIFICAZIONE DEI COMUNI SECONDO LE ECOREGIONI D’ITALIA 

da https://www.istat.it/ 8/11/2019

   Le Ecoregioni, o regioni ecologiche, sono porzioni più o meno ampie di territorio ecologicamente omogenee nelle quali specie e comunità naturali interagiscono in modo discreto con i caratteri fisici dell’ambiente.

   Nel panorama internazionale, i processi di classificazione ecologica che portano alla definizione delle Ecoregioni vengono utilizzati come strumento di indirizzo per le strategie di gestione e sviluppo sostenibile del territorio a diverse scale.

   L’approccio adottato in Italia prevede una classificazione gerarchica e divisiva del territorio in unità a crescente grado di omogeneità, coerentemente con specifiche combinazioni tra i fattori climatici, biogeografici, fisiografici e idrografici che determinano presenza e distribuzione di diverse specie, comunità ed ecosistemi.

   Per la classificazione dei Comuni secondo le Ecoregioni d’Italia è stata attivata una collaborazione tra la Direzione Centrale per le Statistiche Territoriali e Ambientali (DCAT) dell’Istat e il Centro di Ricerca Interuniversitario “Biodiversità, Servizi ecosistemici e Sostenibilità” (CIRBISES), Dipartimento di Biologia Ambientale, La Sapienza Università di Roma.

   La statistica sperimentale prodotta basata sulla classificazione dei Comuni Italiani secondo le Ecoregioni d’Italia tiene conto di informazioni aggiuntive rispetto a quelle sino ad ora pubblicate dall’Istat e riportate rispetto alle variazioni territoriali e amministrative che si verificano ogni anno sul territorio Nazionale.

   Un elemento rilevante di questa nuova modalità di classificare i comuni è quello di consentire una nuova lettura del territorio in base alla quale analizzare in modo congiunto i dati statistici di carattere socio-demografici ed economici con le caratteristiche intrinseche delle ecoregioni relative all’omogeneità rispetto a fattori climatici, biogeografici, fisiografici e idrografici.

VEDI anche:

https://www.istat.it/it/files//2018/12/Nota-metodologica-ecoregioni

ECOREGIONI IN SOTTOSEZIONI – La penisola italiana ricade nelle due divisioni «mediterranea» e «temperata», a loro volta suddivise in sette province. Queste ultime sono articolate in sezioni, a loro volta suddivise in SOTTOSEZIONI

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CLASSIFICAZIONE ECOREGIONI – (Comuni classificati secondo le ECOREGIONI d’Italia a livello di SOTTOSEZIONE e limiti amministrativi regionali, ISTAT anno 2019)

 

IL DISASTRO AMBIENTALE DELL’AUSTRALIA con GLI INCENDI CHE DISTRUGGONO boschi, uccidono animali, e anche persone – In quelle nubi di fuoco c’è il destino di tutto il pianeta, incapace di affrontare seriamente il cambiamento climatico, di avviare la RICONVERSIONE ECOLOGICA delle nostre comunità

DAVID BOWMAN, professore di PIROGEOGRAFIA all’UNIVERSITÀ DELLA TASMANIA e direttore di un centro di ricerca sugli incendi, ha detto alla rivista TIME: «L’intensità, la portata, il numero, l’ampiezza geografica, la simultaneità degli incendi e la varietà di ambienti che stanno bruciando sono tutte fuori dall’ordinario. Siamo in stato di guerra».(…) (da https://www.ilpost.it/, 7/1/2020) (NELLA FOTO: un vigile del fuoco gestisce un incendio controllato a Tomerong, in Australia, l’8 gennaio 2020)

IL DISASTRO AMBIENTALE

NELLE NUBI DI FUOCO SULL’AUSTRALIA C’È IL DESTINO DI TUTTO IL PIANETA

di Walter Veltroni, da “Il Corriere della Sera” del 11/1/2020

– L’impero romano crollò anche per i cambiamenti climatici, noi possiamo evitarli. I koala assetati tra i roghi non sono in problema diverso dalle alluvioni nelle Filippine –

   Brucia, l’Australia brucia. Ma è lontana e, quindi, chi se ne importa? Il mondo globalizzato, piccolo, raggiungibile immagina che sia possibile acquistare beni di consumo da potenti siti cinesi in un batter d’occhio ma che sia inutile occuparsi del destino delle più di mille case distrutte, delle decine di morti, dei 480 milioni, non è una cifra inventata, di mammiferi che sono stati uccisi o dispersi per effetto del fuoco che divora l’Australia.

Sussex Inlet, nel Nuovo Galles del sud, il 31 dicembre (Sammooy Getty-images, da il post.it/)

   Sono stati divorati dai roghi 50 mila chilometri quadrati di terra, come se fossero bruciati Piemonte e Lombardia. In NUOVA ZELANDA le nubi che vengono dall’Australia hanno colorato di marrone le nevi e i ghiacciai. A CANBERRA sono state distribuite centomila maschere per evitare intossicazioni. Si è arrivati ad abbattere circa diecimila cammelli perché, bevendo, sottraevano acqua agli umani durante la siccità. Le temperature sono costantemente sopra i quaranta gradi e a metà dicembre quel Paese ha vissuto il giorno più caldo di tutta la sua storia.

da http://www.ilbolive.unipd.it/

Negazionismo ambientale

Il governo australiano è tra i più attivi nel negazionismo della questione ambientale, tanto che è arrivato a togliere le tasse sul carbone che limitavano le emissioni di CO2 in atmosfera. I koala, ne sono spariti 8.000 dei 23 mila presenti nella zone incendiate, fanno tenerezza. E magari qualche immagine della loro sete o quella del canguro davanti al cielo rosso, farà sentire più vicino ciò che ormai viviamo alla stregua delle ultime notizie sulle Kardashian.

   Ma il cielo di fuoco del NUOVO GALLES del SUD non è diverso, nei suoi effetti catastrofici, dalla marea grigia delle alluvioni nelle Filippine. Tra il 2007 e il 2014 centocinquanta milioni di esseri umani sono migrati per ragioni ambientali. E secondo la Banca mondiale i cambiamenti climatici produrranno 143 milioni di migranti nei prossimi trent’anni presentandosi come uno dei più potenti fattori di crisi anche per la coesistenza pacifica.

AUSTRALIA CHE BRUCIA (FOTO DA IL CORRIERE DELLA SERA DEL 11/1/2020)

Il confronto con l’impero romano

Catastrofismo? Lo si dica alle persone che in queste ore stanno fuggendo dall’acqua o dal fuoco. Nel suo bellissimo «Il destino di Roma» Kyle Harper si incarica di dimostrare come la sorte dell’impero romano sia stata segnata dai mutamenti climatici. «Nei tre secoli che vanno dal 150 al 450 d. C. l’instabilità del clima mise alle strette le riserve energetiche dell’impero, interferendo drammaticamente con il corso degli eventi…» e aggiunge «I romani non si limitavano a modificare l’ambiente circostante ma imponevano la loro volontà su di esso. Tagliavano e bruciavano foreste; deviavano fiumi; drenavano bacini e costruivano strade attraverso le paludi più impraticabili: l’invasione umana di nuovi ambienti è un gioco pericoloso…». Tanto pericoloso che cambiamenti climatici e pandemie collegate furono fattori decisivi del crollo dell’impero.

I KOALA ASSETTATI TRA I ROGHI (immagine da http://www.tio.ch/)

Tra sviluppo e natura

Si può dire, è giusto farlo, che senza quelle azioni i romani non avrebbero fatto nascere la loro civiltà. Non potevano fare altrimenti, allora, per la modernità. Ma noi invece oggi sappiamo produrre senza carbone, sappiamo usare energie alternative, abbiamo a disposizione la scienza, per non alterare la natura. Ma decidiamo di non farlo. Lo spirito del tempo, che ci rinchiude in fortini sempre più friabili, dismettendo la coscienza dell’unità del mondo, ci trascina verso quel «gioco pericoloso».

   I nuovi potenti dicono che l’Amazzonia riguarda solo i brasiliani, il carbone serve alle industrie australiane, che l’America necessita, per sé, di gas e petrolio. Il pianeta, mai come oggi, avrebbe invece bisogno di un governo mondiale. Possiamo continuare a deridere chi lancia l’allarme sul riscaldamento globale. Ma, finora, la realtà ha dato ragione a chi lo ha fatto. Il rosso dell’Australia e il grigio delle Filippine stanno lì a ricordarcelo. Anzi a gridarcelo. (Walter Veltroni)

Bairnsdale, Victoria, il 31 dicembre (Glen Morey, da il post.it.jpg/) – “(…) DECENNIO PIÙ CALDO DELLA STORIA – L’Ufficio di meteorologia ha confermato la settimana scorsa che il 2019 è stato l’anno più caldo dell’Australia e il record del giorno più caldo della storia è stato battuto per due giorni di seguito, il 16 e il 17 dicembre. Il 2019 è stato anche l’anno più secco, con una piovosità media nazionale totale di 277 millimetri, la più bassa mai registrata.(…)” (Elena Comelli, da “Il Sole 24ore” del 11/1/2020)

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(Australia, da Wikipedia) – “(…) L’Australia è formata da SEI STATI e in ognuno c’è almeno qualche incendio di una certa importanza, ma LO STATO PIÙ COLPITO È IL NUOVO GALLES DEL SUD: lo stato più popoloso, la cui capitale è SYDNEY. Nel Nuovo Galles del Sud ci sono PIÙ DI CENTO INCENDI ATTIVI, le case distrutte sono più di 1.500 e gli ETTARI BRUCIATI QUASI CINQUE MILIONI. (…) (https://www.ilpost.it/, 7/1/2020)

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(Australia, mappa incendi, da http://www.teleambiente.it/) – “(…) Più in generale, l’area in cui la situazione è più critica è quella che si trova sulla COSTA SUD-ORIENTALE, che oltre al NUOVO GALLES DEL SUD riguarda anche gli STATI DI VICTORIA e dell’AUSTRALIA MERIDIONALE, in cui vive la maggior parte degli australiani.(…) Nel Nuovo Galles del Sud il precedente record di ettari bruciati era di 3,5 milioni, ma erano in gran parte di praterie e terreni incolti. ORA A BRUCIARE SONO SOPRATTUTTO BOSCHI MA ANCHE CAMPI E PARTI DI PARCHI NATURALI, come nel caso delle BLUE MOUNTAINS, non lontano da Sydney” (https://www.ilpost.it/, 7/1/2020)

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IL PUNTO SUGLI INCENDI SENZA PRECEDENTI IN AUSTRALIA

da https://www.ilpost.it/, 7/1/2020

– Le cause, la situazione, le aree più colpite, i problemi e quel che si può dire su come potrebbe andare nei prossimi giorni –

   Gli enormi incendi che da settimane sono in corso in diverse aree dell’Australia hanno bruciato quasi duemila case, causato la morte di 25 persone e bruciato più di 6,3 milioni di ettari di terra, un’area grande circa un quinto dell’Italia. Rispetto a inizio anno, in questi giorni la situazione è lievemente migliorata, grazie alle operazioni di contenimento delle fiamme – in certi casi alte diverse decine di metri – e soprattutto grazie alla pioggia.

   Ma a cominciare dal fine settimana le piogge finiranno, le temperature torneranno a salire e la situazione potrebbe diventare ancora più grave. Si teme, per esempio, che alcuni dei circa 200 incendi attivi al momento possano unirsi tra loro. Per di più, in Australia gennaio e febbraio sono i mesi estivi più caldi, in cui le temperature raggiungono i loro massimi: gli incendi potrebbero andare avanti insomma per diverse altre settimane.

   David Bowman, professore di pirogeografia all’Università della Tasmania e direttore di un centro di ricerca sugli incendi, ha detto alla rivista TIME: «L’intensità, la portata, il numero, l’ampiezza geografica, la simultaneità degli incendi e la varietà di ambienti che stanno bruciando sono tutte fuori dall’ordinario. Siamo in stato di guerra». Daniel Andrews, il premier dello stato australiano di Victoria (lo stato di Melbourne), ha detto ad Associated Press: «Non ne siamo per niente usciti. I prossimi giorni, anzi i prossimi mesi, saranno una sfida».

Un KOALA ferito fotografato a Kangaro Island il 7 gennaio 2020 (foto EPA DAVID MARIUZ ripresa da http://www.today.it/)

Gli incendi
L’Australia è formata da sei stati e in ognuno c’è almeno qualche incendio di una certa importanza, ma lo stato più colpito è il Nuovo Galles del Sud: lo stato più popoloso, la cui capitale è Sydney. Nel Nuovo Galles del Sud ci sono più di cento incendi attivi, le case distrutte sono più di 1.500 e gli ettari bruciati quasi cinque milioni. Più in generale, l’area in cui la situazione è più critica è quella che si trova sulla costa sud-orientale, che oltre al Nuovo Galles del Sud riguarda anche gli stati di Victoria e dell’Australia Meridionale, in cui vive la maggior parte degli australiani.

   Gli incendi di questi mesi non sono per ora i più mortali della storia australiana – nel “Black Saturday“, nel 2009 in Victoria, morirono più di 170 persone – ma secondo diversi parametri stanno avendo un impatto che nessun incendio aveva avuto negli ultimi decenni. Nel Nuovo Galles del Sud il precedente record di ettari bruciati era di 3,5 milioni, ma erano in gran parte di praterie e terreni incolti. ORA A BRUCIARE SONO SOPRATTUTTO BOSCHI MA ANCHE CAMPI E PARTI DI PARCHI NATURALI, come nel caso delle BLUE MOUNTAINS, non lontano da Sydney. Owen Price, professore dell’Università di Wollongong, nel Nuovo Galles del Sud, ha detto al Guardian: «Le grandi stagioni di incendi del passato bruciavano al massimo il 20 per cento dei boschi; questa volta arriveremo quasi al 50 per cento. È un nuovo record sotto ogni punto di vista».

   In alcuni casi le fiamme hanno raggiunto anche centri abitati, persino nelle periferie di MELBOURNE e SYDNEY e della capitale CANBERRA. I luoghi abitati in cui gli incendi hanno avuto le peggiori conseguenze sono la piccola città di BALMORAL, nel Nuovo Galles del Sud, e la cittadina costiera di MALLACOOTA, nel Victoria. A fine dicembre Balmoral è stata in gran parte distrutta e nell’ultimo giorno del 2019 circa un migliaio tra abitanti e turisti che si trovavano Mallacoota sono stati evacuati via mare dall’esercito per il concreto rischio che le fiamme – che poi hanno preso una diversa direzione – raggiungessero le loro case.

   Un altro luogo di cui si è parlato in relazione a questi incendi è KANGAROO ISLAND, nota soprattutto per la varietà della sua fauna. Si trova al largo della costa dell’Australia Meridionale, è la terza più grande isola del paese e le fiamme hanno interessato quasi un terzo del suo intero territorio.

il WWF Australia ha lanciato una raccolta fondi su Facebook per aiutare gli animali colpiti dai roghi – Gli incendi in Australia hanno bruciato 8,4 milioni di ettari. La sezione locale del Wwf stima che dei roghi possano essere rimasti vittima oltre un miliardo tra koala, canguri e altre iconiche specie australi e ha lanciato una raccolta fondi su Facebook. – Thank you so much for your support so far. We’ve extended the goal so that we can do more to help our iconic wildlife who have been injured and left homeless by the catastrophic fires. Every dollar helps, we couldn’t do this without you. Thank You! –

I problemi
In conseguenza degli incendi la qualità dell’aria è notevolmente peggiorata in diverse aree, Sydney compresa, con possibili problemi di salute per chi la respira, e sta succedendo sempre più spesso che ci sia scarsa visibilità (a Melbourne ieri era inferiore a un chilometro), con conseguenti possibili problemi, per esempio, per il trasporto aereo.

   Oltre alle abitazioni distrutte e alle persone evacuate, ci sono poi i problemi per l’ecosistema, l’allevamento e l’agricoltura. I giornali parlano per esempio di gravi problemi per l’industria vinicola del sud dell’Australia e si ipotizza la perdita di oltre 100mila capi di bestiame.

   Per quanto riguarda invece gli animali non da allevamento, da qualche giorno gira uno studio fatto da un esperto di biodiversità dell’Università di Sydney che parla della morte di quasi mezzo miliardo di animali. Il dato è basato su una stima degli animali-per-ettaro e non c’è modo di avere numeri effettivi. Ma è certo che gli incendi che stanno bruciano in Australia stanno avendo e avranno in futuro pesanti ripercussioni per molti animali, anche solo per il fatto che ne stanno distruggendo l’habitat. Si parla anche della possibile morte di quasi un terzo dei koala del Nuovo Galles del Sud. Per avere informazioni più dettagliate bisognerà aspettare comunque la fine degli incendi.

INCENDI AUSTRALIA, MANIFESTAZIONI E PROTESTE IN TUTTO IL PAESE – Giornata di proteste, venerdì 10 gennaio, in Australia, dove decine di migliaia di cittadini si sono radunati a Sydney, Melbourne, Brisbane, Adelaide, Hobart e Canberra e in molte altre città per manifestare contro la politica nazionale in materia di cambiamenti climatici, una gestione ritenuta inadeguata degli incendi e per chiedere alloggi di emergenza e risarcimenti per le persone colpite dagli incendi. E c’è chi chiede le dimissioni del primo ministro Scott Morrison, richiesta che diventa social con l’hashtag #SackScoMo su Twitter. Traffico bloccato a Sydney e Melbourne per più di un’ora dai manifestanti. Il bilancio attuale è di oltre 10 milioni di ettari bruciati dall’inizio della stagione degli incendi boschivi, a settembre, almeno 26 morti e diverse migliaia di case distrutte dalle fiamme. Scienziati australiani affermano che almeno 1 miliardo di animali sono morti tra le fiamme. (da https://www.adnkronos.com/fatti/esteri/ 10/1/2020)

Le cause
La maggior parte degli incendi australiani di queste settimane è causata dal CALDO (a metà dicembre era stato registrato il giorno più caldo della storia dell’Australia) dai FORTI VENTI e da un LUNGO PERIODO SENZA PIOGGE (interrotto solo in questi giorni). Nello specifico, tra le cause più citate di queste particolari condizioni c’è l’INDIAN OCEAN DIPOLE (anche noto come Niño indiano). Molto in sintesi, è un fenomeno che fa sì che le variazioni di temperatura tra la parte orientale e quella occidentale dell’oceano Indiano siano particolarmente pronunciate, e che tra le tante conseguenze ha generato una stagione più arida del solito in gran parte dell’Australia. A questo si sono aggiunte le PARTICOLARI CONDIZIONI DEI VENTI ANTARTICI, che hanno anch’esse favorito un clima secco in Australia, mentre il RITARDO DELLA STAGIONE DEI MONSONI AL NORD ha permesso un aumento delle temperature nella parte centrale del paese. Si tratta, anche qui in breve, di FENOMENI CHE HANNO IN VARIO MODO A CHE FARE CON IL CAMBIAMENTO CLIMATICO.

   Si può dire, quindi, che gli incendi siano legati a una particolare serie di condizioni naturali, in parte conseguenti al cambiamento climatico, ma ci sono stati anche alcuni casi di incendi dolosi.

“(…) COSA SONO LE FORMAZIONI DI CUMULONEMBI – Le formazioni di cumulonembi sono, in pratica, UN TEMPORALE CHE SI FORMA DAL PENNACCHIO DI FUMO DI UN INCENDIO. Il calore intenso del fuoco fa salire rapidamente l’aria, creando una forte corrente ascendente, in base alla descrizione dell’Australian Bureau of Meteorology. MENTRE LA NUVOLA SI ALZA RAPIDAMENTE E QUINDI SI RAFFREDDA a contatto con le basse temperature dell’atmosfera superiore, LE COLLISIONI DELLE PARTICELLE DI GHIACCIO nelle zone alte del cumulonembo TENDONO A GENERARE DELLE CARICHE ELETTRICHE, CHE SI SCARICANO SOTTO FORMA DI FULMINI. QUESTI APPICCANO IL FUOCO ANCHE LÀ DOV’ERA GIÀ SPENTO, rendendo gli incendi più difficili da combattere e provocando focolai nuovi in aree imprevedibili. Le correnti ascendenti, inoltre, risucchiano così tanta aria da sviluppare forti venti, che fanno bruciare più violentemente il fuoco e provocano una maggiore diffusione dell’incendio.(…)” (Elena Comelli, da “Il Sole 24ore” del 11/1/2020)

La situazione
Per provare a spegnere gli incendi sono all’opera da giorni i vigili del fuoco (alcuni dei quali arrivati dall’estero), moltissimi volontari (molti più rispetto ai vigili del fuoco di professione) e i militari (compresi circa tremila riservisti chiamati negli ultimi giorni). Sono impegnati per spegnere gli incendi (una cosa sempre molto complicata, nel caso di incendi boschivi), ma nello stesso tempo anche a rallentarne o evitarne l’avanzata.

   Tra le altre cose, stanno spruzzando una sostanza che serve per ritardare l’avanzata delle fiamme e, in certi casi, stanno realizzando grandi buche o barriere per far sì che gli incendi non possano avanzare. È difficile avere numeri precisi su quante persone siano all’opera nei rispettivi stati, ma CNN scrive che solo nel Nuovo Galles del Sud i vigili del fuoco all’opera sono più di duemila.

   Sia il Victoria che il Nuovo Galles del Sud hanno dichiarato più volte lo stato d’emergenza negli ultimi mesi e il primo ministro australiano SCOTT MORRISON ha finora stanziato 2 miliardi di dollari australiani (circa 1,2 miliardi di euro) per la ricostruzione. Morrison e gran parte del governo australiano (che dal 2013 è guidato dai conservatori) stanno ricevendo però moltissime critiche per non aver saputo dare in questi anni una risposta chiara sul cambiamento climatico, anche a causa del tradizionale legame del paese con l’industria mineraria e del carbone, e per aver dato l’idea di interessarsi poco degli incendi nelle passate settimane.

   Al problema degli incendi si stanno interessando anche diverse celebrità: alcune di loro hanno sfruttato il palco dei Golden Globe, importanti premi statunitensi, del cinema e della televisione, e altri si sono impegnati a donare centinaia di milioni di dollari alla causa. Tra gli altri, l’attore australiano Chris Hemsworth, ha detto che donerà un milione di dollari. Per ora è stato confermato che a partire dal 14 gennaio a Melbourne si svolgeranno gli Australian Open, uno dei più importanti tornei tennistici al mondo.

(immagine di Anthony Hearsey tratta dai dati dei salettelliti NASA) – E’ diventata virale una immagine realizzata da ANTHONY HEARSEY in cui viene mostrata una ELABORAZIONE DEI TERRITORI COLPITI DAGLI INCENDI in Australia tra il 5 dicembre 2019 e il 5 gennaio 2020 attraverso i DATI DEI SATELLITI NASA. – “(….) Per quanto 10,7 milioni di ettari siano molti, ATTENZIONE PERÒ A DIRE CHE “L’AUSTRALIA È IN FIAMME”. Fortunatamente non è così: fino ad ora il fuoco ha percorso “solo” l’1,4% di tutto il territorio australiano pari a 769 milioni di ettari. A CONTRIBUIRE A QUESTA FALSA PERCEZIONE È STATA UN’IMMAGINE PUBBLICATA SU INSTAGRAM DA UN GRAFICO DI BRISBANE, ANTHONY HEARSEY. A una prima sommaria occhiata, l’immagine poteva risultare uno scatto immortalato dallo spazio, con l’Australia ripresa dall’alto e costellata di fuochi. In realtà Hearsey ha utilizzato i dati satellitari raccolti dal sistema FIRMS della NASA per creare un rendering 3D, insomma un’infografica, che mostra la somma di tutti gli incendi sviluppatisi nell’ultimo mese. Ma c’è di più, non solo è una somma di tutti gli incendi dell’ultimo mese e la maggior parte di questi è già spento, ma le dimensioni di ogni singolo fuoco sono state ingrandite – come ha dichiarato l’autore stesso – per aumentare l’effetto di bagliore. (…)” (Francesca Buoninconti, da https://ilbolive.unipd.it/it/news/ del 9/1/2020)

Il futuro
Non è possibile dire ora quando si risolverà la situazione, o anche solo quanto ci vorrà prima che rientri in qualche modo nella norma. Come detto, sono in arrivo i giorni solitamente più caldi e potrebbero volerci ancora diverse settimane.

Un incendio a Lake Conjola, Aust​ralia, il 31 dicembre 201​9 (Matthew Abbott, The​ New York Times, DA WWW.INTERNAZIONALE.IT/)

   Guardando ancora più lontano, secondo gli scienziati, pochi posti nel mondo sono esposti ai cambiamenti climatici come l’Australia, e da tempo gli esperti avvertono che gli incendi diventeranno sempre più frequenti con l’aumento delle temperature nel paese causate dal riscaldamento globale, che porta periodi di caldo più lunghi ed estremi, così come una maggiore siccità che rende il terreno e la vegetazione più secchi e adatti alla combustione. (da https://www.ilpost.it/, 7/1/2020)

HARVEY, 19 MESI, DECORATO COL CIUCCIO in memoria del papà pompiere – Il vigile del fuoco volontario è morto lottando con i roghi, una delle trenta vittime degli incendi in Australia. Il figlio piccolo al funerale con la divisa del «Fire Service» (da “il Corriere della Sera” del 5/1/2020)

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GLI INCENDI IN AUSTRALIA ALIMENTANO IL DIBATTITO SULLA CRISI CLIMATICA

(The Economist, Regno Unito, 3 gennaio 2020)

da https://www.internazionale.it/

   A Natale gli incendi sembravano aver dato tregua all’Australia, ma con l’avvicinarsi dell’anno nuovo nel paese è tornato l’inferno. Nello stato di Victoria, mentre le fiamme avvolgevano la città costiera di Mallacoota, migliaia di persone si sono rifugiate in spiaggia alla vigilia di capodanno. Continua a leggere

LA FUSIONE dei COMUNI ITALIANI procede in minima parte e casualmente, e porta al decadimento degli enti locali, inadeguati a dare servizi efficienti e non dispendiosi, con la diminuzione delle opportunità di vita per giovani e meno giovani – La riorganizzazione territoriale geografica delle istituzioni locali è cosa urgente

Nel corso del 2019 sono state approvate 31 FUSIONI DI COMUNI, di cui sei per incorporazione, per un totale di 65 comuni soppressi. Il numero complessivo dei comuni italiani è diminuito di quaranta unità passando da 7.954 a 7.914

   La fusione di comuni italiani non decolla. Il mettersi assieme per creare nuove realtà istituzionali, più adeguate ai tempi, territorialmente più confacenti allo spostarsi quotidiano dei propri abitanti, ma, in particolare, creando realtà locali (comunali) che abbiano un “senso di città”, dove appunto i cittadini aumentano le loro opportunità di vita (di studio, di assistenza, di socialità…), ebbene questo “sciogliersi” di realtà locali troppo piccole per creare nuove città non sta per niente avvenendo.

“Il rapporto 2019 dell’UNIVERSITÀ CA’ FOSCARI di VENEZIA sui COMUNI ITALIANI, ha rilevato che negli ultimi 25 anni SONO STATI I COMUNI PIÙ PICCOLI AD AVERE MAGGIORI DIFFICOLTÀ FINANZIARIE. Dal 1993 al gennaio 2019, infatti, ben 86 sono stati i municipi italiani con popolazione inferiore ai 5 mila abitanti andati in dissesto. Non molti meno, 58, quelli con abitanti tra i 5 e i 15 mila. «È il motivo per cui LE FUSIONI RAPPRESENTANO UNA RISPOSTA PER SCONGIURARE PROBLEMI FINANZIARI» ha detto Stefano Campostrini, docente a Ca’ Foscari che ha seguito il report, «mettersi assieme è una risposta alle complessità degli enti». (…)” (Alessandro Bozzi Valenti, “la Tribuna di Treviso”, 21/9/2019)

   Oppure qualcosa accade: ma in modo del tutto minimale e sporadico, frutto di capacità virtuose di amministratori locali che sanno anche rinunciare al loro “piccolo potere”, a esigue rendite di posizione, e decidono di mettersi in gioco, scommettendo sul rinnovo della propria realtà territoriale; “provando” appunto a creare un nuovo ente locale assieme al comune (ai comuni) vicini, limitrofi, con amministratori che lì sentono la loro stessa esigenza.

Fasi della fusione (da http://www.comunitrentini.it/)

   Nel 2019 sono state approvate nel nostro Paese solo (ribadiamo: solo) 31 fusioni di comuni, di cui sei per incorporazione, per un totale di 65 comuni soppressi. Attualmente ci sono in Italia 7.914 comuni. E di questi ben 5.498 sono sotto i 5.000 abitanti, che rappresentano il 69,47% del numero totale dei comuni italiani (il Piemonte è la regione che ha il maggior numero di piccoli comuni, ne conta 1.045, cioè il 19,01% del totale nazionale, seguita a ruota dalla Lombardia con 1.035).

VALBRENTA è un nuovo comune di 5.186 abitanti della provincia di Vicenza, appunto nella Valle del Brenta, a nord di Bassano verso Trento (l’inizio della Valsugana). Istituito nel 2019, dopo un referendum approvativo è frutto della fusione degli ex comuni di CAMPOLONGO SUL BRENTA, CISMON DEL GRAPPA, SAN NAZARIO e VALSTAGNA (SOLAGNA, 1900 abitanti, non ha aderito)

   E a proposito di comuni sotto i 5mila abitanti, secondo un rapporto del 2019 dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, risulta che negli ultimi 25 anni sono stati i comuni più piccoli ad avere maggiori difficoltà finanziarie. Dal 1993 al gennaio 2019, infatti, ben 86 sono stati i municipi italiani con popolazione inferiore ai 5 mila abitanti andati in dissesto. Ma, sempre secondo Ca’ Foscari, anche nei comuni da 5mila a 15mila abitanti la realtà finanziaria non è andata tanto meglio: lì ci sono stati 58 casi di dissesto.

VAL DI NON, REFERENDUM: UNO DEI TANTI CASI DI BOCCIATURA DELLA FUSIONE. NO AL NUOVO COMUNE DI BELVEDERE D’ANAUNIA

   Pertanto il Rapporto 2019 sui Comuni italiani dell’Università veneziana lancia l’allarme sul rischio default di tanti comuni, che non ce la fanno a garantire i servizi minimi essenziali per i cittadini. E proprio per questo devono rivedere la loro organizzazione, i loro bilanci. E, appunto, l’UNIONE TRA COMUNI diventa un elemento essenziale per individuare la “misura giusta” per superare le inefficienze economiche di scala: secondo Ca’ Foscari non si può essere in ogni caso sotto i 10mila abitanti; ed è pur vero, si sottolinea, che le inefficienze di scala vi sono anche con i medio-grandi comuni: sopra i 60mila abitanti vi possono essere problemi di spesa fuori misura.

PROPOSTA DI “GEOGRAFICAMENTE”: 70 CITTA’ NEL VENETO AL POSTO DEGLI ATTUALI 581 COMUNI – Con una MEDIA di circa 70.000 ABITANTI PER CITTA’ (ripartizione ripresa dal Piano di Zonizzazione in Distretti della Polizia Urbana fatto nel 2010 dalla Regione Veneto)

   Pertanto la frammentazione rappresenta un problema di efficienza degli apparati pubblici, incapaci di raggiungere standard adeguati nell’esercizio delle funzioni e nell’erogazione dei servizi. E’ anche vero che non basta associarsi, creare un comune con un numero di abitanti più adeguato (noi in questo blog geografico abbiamo sempre proposto la creazione di nuove città sulla misura di 60mila abitanti): secondo Ca’ Foscari «per rispondere alle problematiche dei comuni si devono anche individuare nuovi modelli di governance, innovazione sociale e partecipazione, che mettano in rete pubblico e privato sociale».

UN ESEMPIO IN CORSO IN PROVINCIA DI TREVISO: IL CASO DELLA PROPOSTA DI FUSIONE DI 4 COMUNI – Quattro Comuni sono pronti a superare la logica dei campanili verso una possibile fusione. I sindaci di CAVASO, POSSAGNO, CASTELCUCCO e MONFUMO si sono già riuniti per aprire un tavolo di lavoro (nella foto il TEMPIO progettato e voluto da ANTONIO CANOVA a POSSAGNO)

   E poi, noi pensiamo che non sia solo un problema di bilanci ed efficienza della macchina amministrativa (che non sarebbe in ogni caso poco!). E’ anche una questione, per un nuovo comune, una “nuova città”, di autorevolezza, di capacità di porsi attivamente nel contesto delle istituzioni pubbliche e private regionali, nazionali e oltre; di creare un dibattito interno che possa rilevare e mettere concretamente in pratica le specificità di un territorio (specificità ambientali, turistiche, di determinate produzioni industriali, o agroalimentari, di forme artigianali di pregio, artistiche, etc…). Insomma di creare un volano per essere più innovativi su quella che è la vocazione sulla quale investire, “crederci”, di un territorio. E così anche dare spazio ai giovani, che possono trovare “in loco” scuole e lavoro in grado di poter farli restare, e sviluppare nel proprio luogo di appartenenza le proprie specificità e capacità.

“(…) IL NUMERO IDEALE DI ABITANTI PER NON RISCHIARE DIFFICOLTÀ? Sopra i 10 mila abitanti. «Sotto a tale soglia emergono inefficienze di scala, le stesse che si ritrovano poi in comuni sopra i 60 mila abitanti» ha precisato a riguardo Marcello Degni, magistrato e docente a Ca’ Foscari (… )” (Alessandro Bozzi Valenti, “la Tribuna di Treviso”, 21/9/2019) (immagine da http://www.tuttitalia.it/)

   Pertanto la scarsa, lenta ridefinizione territoriale delle istituzioni pubbliche che vi è in questo momento (la fusione tra comuni in primis), è un problema serio da non sottovalutare (attualmente non se ne parla proprio nella dialettica politica e culturale italiana). Lo ribadiamo ancora a forte voce da questo blog geografico: impegniamoci a allargare a tutto il territorio nazionale la necessità di ridurre drasticamente gli attuali quasi 8 mila comuni, arrivando a creare al loro posto nuove città (noi, ripetiamo, pensiamo debbano essere di almeno 60mila abitanti). (s.m.)

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Alleghiamo qui di seguito il link di un PowerPoint di una conferenza tenuta da Geograficamente il 28 gennaio 2018 a Valstagna in occasione dell’allora imminente referendum per la proposta di fusione dei comuni della VAL BRENTA.

«SCIOGLIERE PER CONSERVARE»: IL RIDISEGNO DEI COMUNI
tra OPPORTUNITA’ (da saper cogliere) e RISCHI (da evitare)
:

SCIOGLIERE PER CONSERVARE_ LE FUSIONI TRA COMUNI IN NUOVE REALTA URBANE

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CA’ FOSCARI: «I COMUNI A RISCHIO DEFAULT: SOLO L’UNIONE LI SALVERÀ»

di Alessandro Bozzi Valenti, da “la Tribuna di Treviso” del 21/9/2019

– Campostrini: «Soglia di sopravvivenza a 10 mila abitanti» – Il viceministro Castelli: «Allo studio percorsi di risanamento» –

Treviso – Niente rischi finanziari, nel 2018, per i comuni del Veneto. Ma l’attenzione va tenuta alta, andando a favorire le unioni e progetti che mettano in sinergia pubblico e privato. È quanto fatto emergere (il 20 settembre 2019, ndr) nella presentazione del rapporto dell’università Ca’ Foscari sui comuni italiani, Continua a leggere

COP25 a MADRID (dicembre 2019): l’aumento del fabbisogno energetico mondiale pone gravi problemi. Le fonti rinnovabili (vento, sole…) non ce la fanno a ridurre quelle fossili (gas, petrolio, carbone): non bastano le nuove tecnologie a risolvere la crisi ambientale, serve anche una ridefinizione dei nostri consumi quotidiani

CAROLINA SCHMIDT, ministro dell’Ambiente del CILE e presidente di COP25 a MADRID – IL 2 DICEMBRE SI È APERTA A MADRID, IN SPAGNA, LA COP25, CHE SI CHIUDERÀ IL 13 DICEMBRE.
CHE COS’È UNA COP? Cop è l’acronimo di CONFERENCE OF THE PARTIES (conferenza della parti), cioè l’incontro – normalmente annuale – dei quasi 200 PAESI CHE FANNO PARTE DELLA CONVENZIONE QUADRO DELLE NAZIONI UNITE SUI CAMBIAMENTI CLIMATICI (UNFCCC). La convenzione è stata adottata nel 1992 (nel mitico Vertice della Terra a Rio de Janeiro), e ha stabilito che i gas serra emessi dagli esseri umani con le loro attività quotidiane stanno contribuendo alla crisi climatica. La convenzione chiede ai firmatari di ridurre queste emissioni. Per mettere in pratica il trattato si svolgono le Cop, a cui partecipano delegati e ministri di quasi 200 paesi del mondo. I vertici si svolgono ogni anno in una diversa regione del pianeta e questa edizione doveva essere in America Latina. Inizialmente si pensava al Brasile, ma con l’elezione del presidente di estrema destra Jair Bolsonaro il paese ha ritirato la sua candidatura. In seguito ANCHE IL CILE HA RINUNCIATO, per i disordini in corso, MA MANTIENE LA PRESIDENZA DEL VERTICE, e quindi la guida dei negoziati

   La conferenza sul clima dell’Unfccc (United Nations Framework Convention on Climate Change) in corso a Madrid dal 2 dicembre scorso, la Cop25 (e che si concluderà il 13 dicembre), prospetta scenari sempre più preoccupanti, per le sorti del pianeta, e di noi tutti.

(foto da http://www.corriere.it)

   La concentrazione di CO2 e di altri gas che alterano il clima, dannosi, sta crescendo sempre più; la temperatura media planetaria aumenta; i ghiacciai si sciolgono; il livello medio degli oceani si alza. La visibile crescita dei fenomeni meteorologici estremi che colpiscono tutto il pianeta (da noi si è visto la recente drammatica acqua alta a Venezia; oppure poco più di un anno fa la devastante tempesta Vaia nelle montagne del Nordest; le sempre più frequenti esondazioni di fiumi e torrenti….), tutti questi accadimenti climatici, metereologici estremi non lasciano dubbi (anche ai più scettici) che siamo in pieno cambiamento climatico.

Gli ultimi dati mostrano che anche parte della calotta glaciale dell’Antartide orientale — in particolare nel bacino di Wilkes — potrebbe essere altrettanto instabile. Un modello scientifico suggerisce che il suo scioglimento potrebbe innalzare di 3-4 metri il livello del mare su tempi superiori ad un secolo (immagine da http://www.corriere.it/)

   Il mondo è già più caldo di 1,1°C rispetto agli albori della rivoluzione industriale, con un impatto significativo sul pianeta e sulle vite delle persone. Se le attuali tendenze dovessero continuare, le temperature globali potrebbero aumentare dai 3,4 ai 3,9°C già in questo secolo, causando effetti climatici distruttivi su larga scala. Questo è il forte grido di allarme che la comunità internazionale sta lanciando alla conferenza Onu di Madrid.

Alla Cop25 in corso c’è la partecipazione ai colloqui di circa 25mila persone. Tra loro (arriveranno?) una trentina di capi di stato, il segretario generale delle Nazioni Unite, ANTÓNIO GUTERRES (nella foto), e la presidente della Commissione europea, URSULA VON DER LEYEN. È arrivata anche l’attivista svedese GRETA THUNBERG che si trovava negli Stati Uniti ed è tornata indietro in catamarano

   Ma non è solo questo. Un rapporto di Oxfam diffuso in concomitanza con l’avvio del vertice, rileva come cicloni, inondazioni e incendi (cioè alcune tra le più evidenti conseguenze dei cambiamenti climatici) abbiano oggi 7 volte più probabilità di causare migrazioni forzate rispetto a terremoti o eruzioni vulcaniche. E tre volte in più rispetto a guerre e conflitti. Tradotto in numeri, sono OLTRE 20 MILIONI OGNI ANNO LE PERSONE SFOLLATE, una ogni due secondi, soprattutto nei Paesi più piccoli del mondo. I quali, sottolinea Oxfam, producono solo un terzo delle emissioni inquinanti di qualsiasi Stato ad alto reddito. Il che significa che pur non contribuendo a quella che è la principale causa di migrazione forzata, sono quelli che ne pagano loro malgrado le conseguenze.

(INONDAZIONI IN PAKISTAN) – Un rapporto di Oxfam diffuso in concomitanza con l’avvio del vertice, rileva come cicloni, inondazioni e incendi (cioè alcune tra le più evidenti conseguenze dei cambiamenti climatici) abbiano oggi 7 volte più probabilità di causare migrazioni forzate rispetto a terremoti o eruzioni vulcaniche. E tre volte in più rispetto a guerre e conflitti. Tradotto in numeri, sono OLTRE 20 MILIONI OGNI ANNO LE PERSONE SFOLLATE

   Dati appena pubblicati da istituzioni scientifiche internazionali (l’Agenzia internazionale per l’energia -Aie-, il Programma ambientale dell’Onu, -Unep-), concordano che il fabbisogno mondiale di energia continuerà a crescere almeno dell’1 per cento all’anno fino al 2040. Circa la metà di questa crescita sarà coperta dalle nuove energie rinnovabili; si afferma che poi il consumo di gas aumenterà rapidamente, superando il carbone per diventare la seconda fonte di energia dopo il petrolio; ma che le fonti energetiche fossili ed inquinanti come il petrolio e il carbone continueranno a “coprire” le esigenze di quel dato stabile di consumo energetico (produttore di CO2) che ora abbiamo.

Fridays for Future: protests in Madrid, 7/12/2019

   Allora sì, bene, che ci sia l’introduzione e l’affermazione di fonti energetiche rinnovabili; e che ci sia sempre più maggiore efficienza energetica (nei motori delle auto, nel riscaldamento a gas delle abitazioni, etc.), ma questi progressi si stanno esaurendo. Serve qualcosa “di più”.

   E a Madrid, alla COP25 si chiede agli Stati del mondo, in particolare da parte dell’ONU, spinto dal movimento internazionale dei giovani (il cosiddetto Fridays for Future), dal Papa (anche con la sua importante enciclica Laudato si’), anche dalla Commissione europea che con la nuova presidente Ursula von der Leyen ha messo come primo il punto del clima…. ebbene si chiede in questa Conferenza di Madrid agli Stati, di andare oltre anche agli impegni presi alla conferenza sul clima di Parigi (COP21) del dicembre 2015 (195 paesi si sono impegnati a contenere il riscaldamento globale al di sotto dei 2ºC con piani di azione nazionali): a Madrid si chiede ai Governi che i paesi debbano aumentare di tre volte le proprie ambizioni di riduzione per restare al di sotto di +2°C e più di cinque volte nel caso di +1,5°C.

QUAL È LO SCOPO DEI COLLOQUI? – Sono principalmente un trampolino verso il 2020, anno chiave nella lotta alla crisi climatica da QUANDO NEL 2015 È STATO RAGGIUNTO L’ACCORDO DI PARIGI. Questo perché per la prima volta i paesi dovrebbero aggiornare i loro piani di riduzione delle emissioni di anidride carbonica e potenzialmente delineare i piani a lungo termine per arrivare a zero emissioni IN VISTA DEL VERTICE DI GLASGOW DEL PROSSIMO ANNO, LA COP26. I colloqui a Madrid devono fare ordine su alcune questioni in sospeso dell’accordo di Parigi. Tra queste il cosiddetto articolo 6, sulle nuove regole del mercato globale delle emissioni di CO2 (o mercato del carbonio): un sistema che prevede lo scambio di diritti o di quote di emissioni di gas a effetto serra tra paesi

   L’impressione (non solo l’impressione, ma secondo gli esperti “dati certi”) è che anche l’avanzamento tecnologico con sistemi a inquinamento zero o quasi, con l’ulteriore efficienza energetica nel consumo di tutti gli apparati (auto, impianti di riscaldamento e refrigerazione, etc.), tutto questo non basta, non modifica il trend negativo.

LO SCENARIO DELLA CONFERENZA DI MADRID – COS’È L’ACCORDO DI PARIGI? – L’UNFCCC HA PUNTATO INIZIALMENTE ALL’APPROVAZIONE DEL PROTOCOLLO DI KYOTO DEL 1997. QUINDI, NEL 2015, È STATO ADOTTATO L’ACCORDO DI PARIGI, che dal prossimo decennio sostituirà Kyoto e costringe tutti i paesi a tagliare le emissioni di gas serra. La somma di tutte queste riduzioni deve essere sufficiente a raggiungere l’obiettivo principale dell’accordo di Parigi, secondo il quale l’aumento della temperatura media del pianeta dovrebbe essere mantenuto al di sotto dei 2 gradi centigradi rispetto ai livelli preindustriali e, nella misura del possibile, non dovrebbe superare gli 1,5 gradi. Questo è il limite che la scienza pone per evitare gli effetti più catastrofici di una crisi climatica i cui effetti non sono più reversibili. (New Scientist, El País)

   E “si ricade” ancora una volta sulla cosa più difficile da fare, “da convincere” (convincersi): che bisogna tutti consumare meno, ricalibrando la propria vita verso un modello più parsimonioso con l’ambiente, in tutti i suoi aspetti (nel non sprecare, nel rivedere certi modi di vita “dispendiosi” per l’ambiente). Qui tutti ne hanno da pensare e “decidere” cosa fare, individualmente e collettivamente. Elencare una lista di comportamenti nuovi, virtuosi, nel non sprecare risorse inutilmente e non inquinare, è compito e impegno di tutti. E’ la cosa più difficile. (s.m.)

6 dicembre 2019. Migliaia di persone hanno invaso le strade del centro di Madrid per la #MarchaPorElClima, un corteo enorme che ha dato il via al Vertice sociale, parallelo e antagonista a COP25 (foto da http://www.corriere.it/)

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DAGLI SCENARI SUL CLIMA DI DOMANI UNA SPINTA ALL’AZIONE

di Marzio Galeotti e Alessandro Lanza, 6/12/2019, da LA VOCE.INFO

(https://www.lavoce.info/)

– Il WORLD ENERGY OUTLOOK descrive alcuni scenari sull’evoluzione del consumo di energia da qui al 2040. Gli fa eco l’EMISSIONS GAP REPORT. Per entrambi solo perseguendo obiettivi ambiziosi si può limitare l’aumento della temperatura a livelli accettabili. –

Il World Energy Outlook 2019

Il 13 novembre l’Agenzia internazionale per l’energia (Aie) ha pubblicato il World Energy Outlook (Weo) 2019, annuale rapporto di più di 800 pagine che suscita sempre grande attesa tra gli addetti ai lavori. Si tratta della “bibbia” per chi ha a che fare con questo mondo e la sua versione elettronica viene consultata attraverso milioni di computer in giro per il mondo.

   Oltre a un’analisi della situazione attuale, il Weo propone l’evoluzione delle variabili energetiche lungo alcuni scenari che hanno come orizzonte il 2040. Gli scenari forniscono una visione di come si prospetta l’evoluzione sia “a politiche invariate” sia secondo determinate ipotesi alternative.

   Quest’anno, il rapporto introduce un nuovo scenario, lo “Stated Policies Scenario” (Sps) (in sostituzione del precedente “New Policies Scenario”) che mira a rispecchiare l’esito delle politiche già stabilite dai governi. In questo quadro, IL FABBISOGNO MONDIALE DI ENERGIA CONTINUERÀ A CRESCERE DELL’1 PER CENTO ALL’ANNO FINO AL 2040, Continua a leggere