IL RACCONTO DI NATALE di GEOGRAFICAMENTE quest’anno è dedicato ai LUPI, con un brano che vi proponiamo di JACK LONDON da “IL RICHIAMO DELLA FORESTA” – E poi parliamo della bella notizia del ritorno dopo un centinaio di anni nelle Alpi e negli Appennini dei LUPI, e come poter convivere con loro

Quando nelle lunghe notti gelate levava il muso alle stelle gettando lunghi ululati nello stile dei lupi, erano i suoi antenati morti e ridotti in polvere, che levavano il muso alle stelle e ululavano nei secoli attraverso di lui.
(Jack London)

Il cane BUCK incontra i LUPI, sente il RICHIAMO DELLA FORESTA e, ormai solo, si unisce a loro, diventandone il capo branco (brano parte finale del romanzo di JACK LONDON)
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“….Venne la notte, e la luna piena si levò alta sopra gli alberi nel cielo, illuminando la landa, finché essa giacque immersa in una luce spettrale. E con l’arrivo della notte, meditando e gemendo vicino allo stagno, Buck sentì l’animazione della nuova vita nella foresta, diversa da quella che avevano creato gli Yeehats. Si alzò, ascoltando e annusando. Da lontano proveniva un debole, acuto guaito, seguito da un coro di simili acuti guaiti. A poco a poco i guaiti si fecero più vicini e più forti. Di nuovo Buck li riconobbe come suoni uditi in quell’altro mondo che persisteva nella sua memoria. Si diresse al centro del luogo aperto e si mise in ascolto. Era il richiamo, il richiamo fatto di molte note, che risuonava più alettante e imperioso che mai. E più che mai egli era pronto a obbedire. John Thorton era morto. L’ultimo legame era spezzato. L’uomo e i diritti dell’uomo non lo vincolavano più. Cacciando il loro cibo vivente, come lo cacciavano gli Yeehats, al fianco degli alci che migravano, il branco di lupi alla fine aveva attraversato il valico della landa dei corsi d’acqua e dei boschi e aveva invaso la valle di Buck. Nella radura inondata dal chiarore della luna essi si riversarono come un fiume d’argento; e al centro della radura stava Buck, immobile come una statua, aspettando il loro arrivo.
Erano intimoriti, tanto immobile e grande egli si ergeva, e vi fu un attimo di pausa, finché il più audace balzò dritto contro di lui. Come un lampo Buck colpì, rompendogli il collo. Poi si fermò, immobile come prima, mentre il lupo colpito rotolava agonizzante dietro di lui. Altri tre fecero il tentativo, in rapida successione; e uno dopo l’altro si ritirarono, perdendo fiumi di sangue dalla gola o dalla spalla squarciate.
Ciò fu sufficiente a far scattare in avanti l’intero branco, alla rinfusa, accalcato insieme, ostacolato e confuso dal desiderio stesso di abbattere la preda. La meravigliosa rapidità e agilità di Buck lo misero in una posizione di vantaggio. Ruotando sulle zampe posteriori, mordendo e lacerando, era ovunque nello stesso istante, presentandosi apparentemente illeso, tanto rapidamente roteava e stava in guardia da una parte all’altra. Tuttavia, per evitare che essi lo attaccassero da dietro, fu costretto a indietreggiare, oltre lo stagno e nel letto del torrente, finché si fermò contro un alto mucchio di ghiaia. Fece in modo di dirigersi verso un angolo retto del mucchio che gli uomini avevano formato nel corso degli scavi, e si collocò nell’incavatura di quest’angolo, protetto su tre lati, in modo da doversi difendere solo di fronte.
E fronteggiò così bene la situazione, che dopo mezz’ora i lupi si ritirarono sconfitti. Avevano tutti la lingua penzoloni, e le bianche zanne si mostravano in tutto il loro crudele biancore alla luce della luna. Alcuni erano sdraiati con la testa ritta e le orecchie tese; altri stavano in piedi, osservandolo; e altri ancora leccavano acqua dallo stagno. Un lupo, lungo, magro e grigio, si fece avanti con cautela, in modo amichevole, e Buck riconobbe il fratello selvaggio con il quale aveva corso per una notte e un giorno. Mugolava piano, e, quando Buck mugolò, si toccarono il naso.
Allora un vecchio lupo, scarno e coperto di cicatrici, avanzò. Buck contrasse le labbra preparandosi a ringhiare, ma lo annusò naso contro naso. Dopo di che il vecchio lupo si sedette, puntò il naso verso la luna e lanciò il lungo ululato dei lupi. Gli altri si sedettero e ulularono. E ora il richiamo giungeva a Buck in accenti inequivocabili. Anch’egli si sedette e ululò. Poi uscì dal suo angolo e il branco gli si affollò attorno annusandolo in modo per metà amichevole e per metà selvaggio. I capi innalzarono l’uggiolio del branco e si lanciarono nei boschi. I lupi balzarono dietro, uggiolando in coro. E Buck corse con loro, fianco a fianco col fratello selvaggio, uggiolando mentre correva.
E qui può ben terminare la storia di Buck. Non erano trascorsi molti anni quando gli Yeehats notarono un cambiamento nella razza dei lupi della foresta; infatti se ne vedevano alcuni con chiazze scure sulla testa e sul muso, e con una striscia bianca in mezzo al petto.
Ma cosa ancora più notevole, gli Yeehats raccontano di un Cane Fantasma che corre alla testa del branco. Essi hanno paura del Cane Fantasma, poiché ha un’astuzia più grande della loro, e ruba nei loro accampamenti nei rigidi inverni, saccheggia le loro trappole, ammazza i loro cani e sfida i loro più coraggiosi cacciatori.
Anzi, la storia volge in peggio. Ci sono cacciatori che non ritornano più all’accampamento, e alcuni di loro sono stati trovati dagli uomini della tribù con la gola crudelmente squarciata e con impronte di lupo nella neve intorno a loro più grandi delle impronte di qualsiasi lupo.
Ogni autunno, quando gli Yeehats seguono il movimento degli alci, c’è una certa valle nella quale non entrano mai. E ci sono donne che si rattristano quando, intorno al fuoco, si narra di come lo Spirito del Male venne a scegliere quella valle come dimora.
In estate, tuttavia, c’è un visitatore in quella valle, del quale gli Yeehats non sono a conoscenza. E’ un grande lupo dalla splendida pelliccia, simile, eppure diverso da tutti gli altri lupi. Attraversa solitario il valico dalla ridente landa dei boschi e scende nel luogo aperto tra gli alberi.
Qui un ruscello giallo scaturisce da sacchi di pelle di alce in putrefazione, e scende nella terra; in esso crescono alte erbe, ed è pieno di terra vegetale, che protegge dal sole il suo giallo; e qui egli si sofferma per un po’ a meditare, lanciando un lungo e lugubre ululato prima di andarsene. Ma non è sempre solo. Quando sopraggiungono le lunghe notti invernali e i lupi seguono il loro cibo vivente nelle valli più basse, lo si può vedere correre alla testa del branco nel pallido chiarore lunare e nella fioca luce boreale, balzando gigantesco tra i suoi compagni, con la grande gola spalancata mentre emette l’ululato del mondo primitivo, che è il richiamo del branco”. (Jack London, “Il richiamo della foresta”)
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IL RICHIAMO DELLA FORESTA: RIASSUNTO DEL ROMANZO

Il libro si apre con le vicissitudini di Buck, che trascorre la sua vita in modo sereno e spensierato, nell’agiata dimora presso la villa del giudice Miller. Ci troviamo in California, a Santa Clara Valley. La sua vita trascorre felice ma anche monotona fino a quando, un bel giorno, il giardiniere di nome Manuel lo rapisce per venderlo ai commercianti di cani.
Il giardiniere lo rapisce poiché viene a conoscenza che nella regione del Klondike, in Canada, cresce la domanda di cani forti in grado di tirare le slitte, tutto ciò dovuto alla smania frenetica della “febbre dell’oro” a causa della scoperta di molti giacimenti in quella zona. Per questo motivo decide di vendere il povero Buck. Da lì in poi, la vita di Buck cambia drasticamente.

JACK LONDON

Il viaggio di Buck
Il malefico giardiniere vende il cane ad un uomo tutt’altro che gentile che lo spedisce su un vagone merci diretto a San Francisco. Successivamente, Buck viene affidato alle mani di altri commercianti di cani che lo trasferiscono, sempre via treno, fino a Seattle. Al suo arrivo, Buck viene preso in custodia e imprigionato da un uomo spietato che, in una sorta di magazzino, lo costringe ad ubbidire ai suoi ordini sotto i colpi di bastone infertigli.
Poi, il viaggio del povero Buck prosegue fino a nord, su nel Canada, per arrivare nel Klondike. In questo viaggio si trova insieme ad altri cani, tra cui la cagnetta di nome Curly. Buck, arrivato alla fine del viaggio, si trova ad affrontare tutte le drastiche problematiche che questo nuovo compito e il clima rigido gli propongono.
La situazione precipita quando la muta di cani appena sbarcata viene assalita da altri cani inferociti. Ad avere la peggio è l’amica cagnetta Curly, che viene uccisa da un cane di nome Spitz. Buck è sconvolto dalla scena a cui assiste impotente. Ma ciò che è accaduto fa scattare in lui l’istinto di sopravvivenza. Buck si ripromette di non farsi mai più schiacciare da nessuno e di far di tutto per portare sempre in salvo il suo “pelo”.

Il freddo e le difficoltà 

Nel frattempo, Buck viene affidato a due postini che lavorano per il governo canadese che si chiamano Francois e Perrault. Viene impiegato come cane da slitta. Inizialmente, ha qualche difficoltà ad adattarsi alla nuova vita ma, in seguito, scopre di amare questa vita selvatica da cane da slitta, che gli fa conoscere solo “la legge della mazza e della zanna”.
Nel tempo, Buck impara a lottare contro gli avversari più temibili, procurandosi da solo il cibo e dormendo perfino sotto la neve nelle gelide notti invernali. Tra Buck e Spitz, il cane guida della squadra, si sviluppa sin da subito una violenta rivalità, che sfocia ben presto in un duello.
Ad avere la meglio è Buck che uccide Spitz. Buck prende il suo posto come cane guida del gruppo. Grazie a lui il gruppo ottiene sempre dei tempi di percorrenza ottimi. La situazione prende una brutta piega quando, durante un viaggio, uno dei cani della sua muta si ammala e il conducente della slitta purtroppo si vede costretto a porre fine alla sua vita. I cani, essendo uno di meno, sono sempre più stanchi e stremati poiché costretti a trasportare carichi molto pesanti e per lunghi tragitti.
Gli ultimi padroni
I due postini decidono allora di riaffidare i cani, tra cui Buck, a un gruppo di cacciatori d’oro americani. I loro nomi sono Charles e Mercedes. Anche loro tuttavia si rivelano non all’altezza nel gestire la situazione. I due partono per il loro viaggio sovraccaricando troppo la slitta. Ogni volta che la muta rallenta, continuano a percuotere i cani con le loro bastonate.
Avendo pianificato nel peggiore dei modi il loro viaggio, a metà percorso, si trovano con il cibo per i poveri animali che inizia a scarseggiare. Ad un certo punto le scorte di cibo terminano. Solo cinque cani su quattordici riescono ad arrivare fino al campo di John Thorton. A peggiorare ulteriormente e drasticamente la situazione ci pensa il ghiaccio. L’insidia del ghiaccio a un certo punto, risucchia uomini e animali.
Il povero Buck viene salvato dal cercatore d’oro John Thorton. Buck ricambierà il favore salvando più volte l’uomo da morte certa. Buck così diventa il cane di Thorton. Avvincente l’episodio in cui Buck fa vincere al padrone un premio in denaro della cifra di 1600 dollari. Buck riesce a tirare da solo una slitta con un carico di mille libbre.
Finale
Buck e il suo padrone si recano ad Est, alla ricerca di una miniera abbandonata ai margini di una foresta. Qui, Buck inizia a sentire “il richiamo della foresta“. Decide di allontanarsi dal campo base di Thorton per dirigersi verso la foresta. Al suo ritorno all’accampamento, scopre che il suo padrone, insieme ad altri compagni, è stato ucciso da degli indiani Yeehats. A questo punto, il prode Buck, cerca la sua vendetta e uccide gli indiani Yeehats che avevano commesso quel terribile crimine.
Buck, ormai solo, decide di trascorrere i giorni che gli rimarranno da vivere nella foresta. Si unisce così a un branco di lupi, di cui in breve tempo diventa il capo branco.

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un lupo fotografato in Lessinia – “Il lupo è un predatore quasi puro e nella caccia, specialmente quando si tratta di selvaggina grossa, deve poter contare sulla solidarietà dei compagni di branco. Per soddisfare le sue notevoli esigenze alimentari un branco di lupi è costretto a superare grandi distanze. Durante queste migrazioni deve mantenersi ben compatto per poter sopraffare le prede più grosse. Una rigida organizzazione sociale, una perfetta ubbidienza al capo del branco e una assoluta solidarietà nella lotta contro gli animali più pericolosi sono le condizioni preliminari per il successo nella precaria esistenza dei lupi. (KONRAD LORENZ)”

I LUPI CHE RITORNANO (e altri animali selvatici): l’antropizzazione delle montagne non restituisce gli spazi che erano loro – COME AFFRONTARE I CONFLITTI con la fauna selvatica – Dalle protezioni per gli animali domestici, ai corridoi di tutela, a ogni coesistenza pacifica, con un turismo e allevamenti eco-compatibili

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   Il ritorno del lupo in regioni da cui era scomparso da secoli sta provocando preoccupazioni e proteste da parte delle comunità locali, allarmate per i possibili episodi di predazione ai danni del bestiame domestico. La presenza di popolazioni di lupo e di altre specie di grandi carnivori (orso bruno, lince) in aree antropizzate in Europa ed in Italia, è da sempre causa di conflitti con le attività produttive, agricole e zootecniche.
Le razzie di bestiame che a volte accadono si motivano da un pascolo fatto libero, e dove spesso anche di notte gli animali dormano fuori dei recinti, delle stalle. Le mandrie e le pecore che vengono sbranate dai lupi sono sempre isolate, quando sono assalite. In stalla invece rumore di zoccoli e di muggiti non fa passare inosservata nessuna razzìa.

PASTORI MAREMMANI PER COMBATTERE LE RAZZIE DEI LUPI. La Regione Veneto ha completato la consegna delle quattro coppie di maremmano-abruzzesi promesse agli allevatori dell’Alpago, del Col Visentin, della Pedemontana del Grappa e della Lessinia orientale

I lupi, presi singolarmente, hanno timore dell’uomo, del traffico, di tutto ciò che turba la loro tranquillità. Forse sarà da capire come comportarsi con il branco. Ma è evento assai raro (rarissimo) che possa accadere un incontro. Paura atavica e ancestrale la nostra… Come negare il loro spazio in montagna visto che fino più o meno a un secolo fa, i lupi abitavano regolarmente le Alpi e gli Appennini, ne erano i padroni di questi luoghi?
Le varie regioni italiane hanno atteggiamenti ambivalenti e ben diversi rispetto alla presenza del lupo, e ai modi di convivenza che si possono trovare con gli allevamenti di montagna e i pascoli. Ad esempio la Regione Veneto dà recinti elettrificati, pastori maremmani in difesa delle greggi e l’indennizzo al 100% del bestiame ferito o lasciato morto sul terreno, ma, sotto la spinta e le pressioni delle popolazioni locali di montagna, sta avendo un atteggiamento sempre più contrario alla presenza del lupo. Poi non è detto che qualcuno non cerchi di innescare un circolo economico virtuoso usando i lupi: indennizzi, possibilità di abbattere qualche capo….

MAPPA PRESENZA DEI LUPI SULLE ALPI – Attualmente in Veneto ci sono tra i 14 e i 16 esemplari stabili, distribuiti in due branchi (quello “storico” della LESSINIA e quello di più recente insediamento di ASIAGO) e due coppie (sul massiccio del Grappa e in Valbelluna), al netto delle nuove cucciolate del 2017

La cosa è seria e ci sono ragioni serie che meritano soluzioni confacenti. Ad esempio ci possono essere problemi circa il futuro del turismo in montagna (quale turismo?), dell’antropizzazione (giunta nelle nostre montagne spesso a livelli molto alti, specie con le seconde case…).
E, tornando al Veneto, dal luglio scorso la giunta regionale, su proposta dell’assessore all’agricoltura e alla caccia, ha approvato il progetto per un piano di gestione del lupo, che contempla la proposta di interventi in deroga al regime di protezione imposto dalla Direttiva europea Habitat (di questa direttiva e altre norme ne parliamo qui di seguito nel primo articolo), al fine di ridurre, attraverso l’intervento sui lupi presenti nelle aree a maggiore vocazione zootecnica e turistica, il forte conflitto sociale in atto. Concretamente il Veneto prevede: a) la cattura ai fini di successiva captivazione permanente in struttura idonea (recinto) da individuare/costruire ex novo e la sterilizzazione degli esemplari catturati; b) la cattura ai fini di successiva traslocazione in altro sito idoneo non interessato da rilevante attività di allevamento zootecnico. Cioè: alcuni lupi finiranno in gabbia, dopo essere stati sterilizzati. Altri saranno trasferiti lontano dalla presenza umana e radiocollarati, per verificare che non scendano a valle. Pertanto il Veneto e il suo Assessorato preposto (all’agricoltura e alla caccia), dichiarano apertamente di non riuscire a garantire la convivenza delle economie di montagna con il lupo e iniziano una politica di effettiva eliminazione. Con la fine pertanto della politica (europea) di ripopolamento.

DISTRIBUZIONE DEI LUPI IN EUROPA – LUPO, LINCE e ORSO sono oggetto di tutela a livello internazionale e nazionale: sono inseriti nell’allegato 2 della Convenzione di Berna (“Specie di fauna rigorosamente protette”), negli allegati 2 (“Specie animali e vegetali di interesse comunitario la cui conservazione richiede la designazione di zone speciali di conservazione”) e 4 (“Specie animali e vegetali che richiedono una protezione rigorosa”) della Direttiva Habitat, negli allegati A e B della convenzione di Washington (CITES) e nell’art. 2 della legge nazionale 157/92 (“specie particolarmente protette”)

La presenza di animali selvatici che sono tornati (oltre al lupo, la lince, l’orso, e poi quelli di sempre come la volpe), mette in evidenza l’eccessiva antropizzazione della montagna… è così che gli animali selvatici pongono un problema “umano”, se si vuole politico, urbanistico: non può andar bene che tutti i luoghi della montagna siano abitati o frequentati. E’ allora da chiedersi se esiste la possibilità che anche aree montuose alpine o appenniniche ritrovino “spazi di libertà” oltre la presenza umana: luoghi solo per gli animali, che garantiscano così una convivenza pacifica…. Un massiccio sistema di corridoi, interconnessi tra loro, regionali e interregionali, per la fauna selvatica, in modo da “dividerla” rispetto alle popolazioni umane (e così garantendo la coesistenza pacifica).

In TRENTINO nel luglio scorso c’è stato l’abbattimento di KJ2, l’ORSA che si era resa protagonista di un’aggressione ai danni di un uomo presso i laghi di Lamar a Trento. Decisione assai contestata

Sennò si può convivere lo stesso con greggi, mandrie etc…basta che ci siano recinti attrezzati, stalle, per la notte…ora, come prima dicevamo, quasi sempre capita che i malgari non fanno rientrare mucche e altri animali in stalla o recinti, e questi nelle ore notturne sono, dormono, in zone isolate, isolati tra loro…ovvio che possono essere attaccati, diventare preda di animali selvatici….

VOLPE IN CITTA’, FATTO ORAMAI USUALE

Come pretendere che nella giungla non ci siano i serpenti e nella savana non ci siano i leoni? La natura ha i propri equilibri, e la nostra presenza umana deve rispettare anche gli animali selvatici che sempre vi sono stati in quei luoghi. Si riuscirà a fare questo? (s.m.)

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PROGETTO LIFE WOLFALPS (life12 nat/it/000807) – Titolo del progetto: WOLF IN THE ALPS: IMPLEMENTATION OF COORDINATED WOLF CONSERVATION ACTIONS IN CORE AREAS AND BEYOND – Il lupo nelle Alpi: azioni coordinate per la conservazione del lupo nelle aree chiave e sull’intero arco alpino – Acronimo: LIFE WOLFALPS – Durata: Data inizio: 01/09/2013. Data fine: 31/05/2018 – Importo: Totale budget di progetto: 6.100.454 Euro – Contributo finanziario europeo: 4.174.309 Euro – Il progetto LIFE WOLFALPS, cofinanziato dall’Unione Europea nell’ambito della programmazione LIFE+ 2007-2013 “Natura e biodiversità”, ha l’obiettivo di realizzare azioni coordinate per la conservazione a lungo termine della popolazione alpina di lupo. Il progetto interviene in SETTE AREE CHIAVE, individuate in quanto particolarmente importanti per la presenza della specie e/o perché determinanti per la sua diffusione nell’intero ecosistema alpino. Tra gli obiettivi di LIFE WOLFALPS c’è l’individuazione di strategie funzionali ad assicurare una CONVIVENZA STABILE tra il lupo e le attività economiche tradizionali, sia nei territori dove il lupo è già presente da tempo, sia nelle zone in cui il processo di naturale ricolonizzazione è attualmente in corso. Il progetto si concretizza grazie al lavoro congiunto di dieci partner italiani, due partner sloveni e numerosi enti sostenitori: tutti insieme, formano un gruppo di lavoro internazionale, indispensabile per avviare una forma di GESTIONE COORDINATA della popolazione di lupo su scala alpina. Oltre al MONITORAGGIO, tra le attività previste dal progetto vi sono misure di PREVENZIONE degli attacchi da lupo sugli animali domestici, azioni per contrastare il BRACCONAGGIO e strategie di CONTROLLO DELL’IBRIDAZIONE lupo-cane, necessarie per mantenere a lungo termine la diversità genetica della popolazione alpina di lupo. Altri interventi importanti riguardano infine la COMUNICAZIONE, necessaria per diffondere la conoscenza della specie, sfatare falsi miti e credenze e incentivare la tolleranza nei confronti del lupo, così da garantire la conservazione di questo importante animale sull’intero arco alpino. (da http://www.lifewolfalps.eu/il-progetto-in-breve/ )

IL LUPO: STRATEGIE DI CONVIVENZA E GESTIONE DEI CONFLITTI

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Il caso di SAPPADA CHE PASSA DAL VENETO AL FRIULI (perché regione più ricca) – Il perpetuarsi della LOGICA DEI VECCHI CONFINI: con regioni a Statuto Speciale superate, Macroregioni che mancano (come quella del Nordest), comuni di montagna troppo piccoli: ma SAPPADA non apparterebbe al CADORE?

SAPPADA, provincia di Udine. Sappada lascia il Veneto e passa all’autonomo Friuli Venezia Giulia. Si potrebbe definire una piccola secessione, quella dell’ex comune veneto che ha richiesto, e ottenuto, di passare da una Regione a statuto ordinario ad una autonoma, passaggio che per la prima volta nella sua storia il Parlamento ha concesso. L’iter per lasciare la regione Veneto era iniziato nel lontano 2008, anno in cui i cittadini espressero il proprio consenso alla “secessione” mediante referendum.

   Sappada lascia il Veneto e passa al Friuli Venezia Giulia. Si è concluso il 22 novembre scorso, con il voto favorevole della Camera dei Deputati, l’iter per il passaggio del comune di Sappada al Friuli Venezia Giulia. L’iter per lasciare la regione Veneto era iniziato nel lontano 2008, anno in cui i cittadini espressero il proprio consenso alla “secessione” mediante referendum.
Interessante come nacque l’idea a Sappada. L’iniziativa era partita ancora nel 1966, quando i capifamiglia si riunirono dal parroco per lamentare la marginalità del paese rispetto a Venezia e per cercare la riaggregazione col Friuli: parliamo di riaggregazione perché in origine (fino al 1852, nel periodo di dominazione austriaca) il comune era sotto la provincia di Udine, e solo in quell’anno passò a Belluno.

SAPPADA (Plodn nel dialetto tedesco, Bladen in tedesco, Sapade o Ploden in friulano e Sapada in ladino) è un comune italiano di circa 1.300 abitanti e fino al 22 novembre scorso faceva parte della provincia di Belluno (ORA SARÀ NELLA PROVINCIA DI UDINE). Si sviluppa lungo una VALLE ATTRAVERSATA DAL FIUME PIAVE e si trova a 1.245 METRI DI ALTITUDINE nell’ESTREMITÀ NORD-ORIENTALE DELLE DOLOMITI, al confine tra Veneto, Friuli Venezia Giulia e Austria. Sappada è conosciuta soprattutto come META TURISTICA sia invernale che estiva e perché, IN VENETO, È UN’ISOLA GERMANOFONA. Il DIALETTO che si parla a Sappada è stato infatti classificato come AUSTRIACO-BAVARESE, cioè di matrice tedesca, e fu portato dai primi abitanti della valle che, secondo l’ipotesi più accreditata, provenivano dall’Austria. NEL 1400 IL PAESE PASSÒ ALLA SERENISSIMA REPUBBLICA DI VENEZIA e, dopo una breve parentesi di DOMINAZIONE FRANCESE, NEL 1814 PASSÒ SOTTO GLI AUSTRIACI che costruirono le prime scuole e le prime opere pubbliche. NEL 1852 SAPPADA PASSÒ DALLA PROVINCIA DI UDINE A QUELLA DI BELLUNO che a sua volta, qualche anno dopo, VENNE ANNESSA ALL’ITALIA. La parrocchia di Sappada fa invece tuttora parte della Pieve di Gorto, arcidiocesi di Udine.

   Falliti vari tentativi dal 1966, nel 2008 arrivò il referendum. Con un consenso plebiscitario verso quella che veniva considerata la madre patria, il Friuli appunto (il referendum avvenne nel marzo del 2008, e il 95 per cento degli elettori votò a favore dell’annessione friulana).
Secondo i comitati promotori l’aggregazione al Friuli ha a che fare con questioni sia GEOGRAFICHE (una più idonea appartenenza ai comuni friulani delle Alpi carniche, trovandosi nell’estremità nord-orientale delle Dolomiti), sia STORICHE (come appena detto fino al 1852 apparteneva alla provincia allora austriaca di Udine), che CULTURALI (forse date da un dialetto vicino a quello austriaco-bavarese, comunque con un’influenza germanofona)…… Boh…vien da dire, tutto questo ci appare una scusa….semmai un qualcosa legato a un passato remoto impossibile da ripristinare (per fortuna, crediamo).

Nel luglio 2007 il consiglio comunale di Sappada decise di indire un referendum popolare per il passaggio del paese alla regione autonoma del Friuli Venezia Giulia. La richiesta era stata sottoscritta da oltre 400 cittadini e i motivi, secondo i comitati promotori, avevano e hanno a che fare con questioni geografiche, storiche e culturali. Il referendum venne votato nel marzo del 2008 e il 95 per cento degli elettori votò a favore dell’annessione (su un totale di 1.199 aventi diritto al voto, andarono a votare 903 elettori e cioè il 75,3 per cento: di questi votarono per il sì in 860 e per il no in 41). Il passaggio dei comuni da una regione all’altra è regolato dal secondo comma dell’articolo 132 della Costituzione. Prevede un parere delle regioni e dice: «Si può, con l’approvazione della maggioranza delle popolazioni della Provincia o delle Province interessate e del Comune o dei Comuni interessati espressa mediante referendum e con legge della Repubblica, sentiti i Consigli regionali, consentire che Provincie e Comuni, che ne facciano richiesta, siano staccati da una Regione ed aggregati ad un’altra».

   La spiegazione prevalente invece è che il desiderio di muovere verso la regione friulana confinante, a statuto speciale, sia esclusivamente determinata dalle risorse (i schèi)…. anche se non possiamo escludere una originaria motivazione di “ritorno a casa”, alle origini (identità territoriale).
Perché che desiderano PASSARE IL CONFINE non è solo Sappada, dal Veneto al Friuli o al Trentino: in Veneto ci sono ben 33 comuni di confine che vogliono cambiare regione (ora convinti che il Parlamento non potrà disconoscere loro quanto ha permesso a Sappada).
La vera questione è che le regioni come ora sono, risultano inadeguate, sia nella loro entità geografica (geomorfologica…pensiamo all’area dolomitica suddivisa rigidamente dal punto di vista istituzionale tra le regioni del nordest…ci si contende la cima della Marmolada tra Veneto e Trentino…), che dal punto di vista dei servizi offerti ai cittadini e dall’apparato burocratico messo in piedi dalla loro costituzione (istituite, quelle ordinarie, come il Veneto, nel 1970, il Friuli a statuto speciale nel 1963, Trentino, Sicilia, Sardegna, Valle d’Aosta nel 1948…).

MAPPA DEL VENETO, CON SOPRA ALL’ESTREMO NORDEST SAPPADA – Il passaggio è poi normato dalla legge 352 del 1970 che stabilisce iter pratici e tempi: l’esito del referendum deve essere pubblicato in Gazzetta Ufficiale ed entro 60 giorni dalla pubblicazione il ministero degli Interni deve proporre un disegno di legge sull’aggregazione-distacco che deve essere votato dal parlamento. Tutta questa procedura si applica anche quando, come nel caso di Sappada, si preveda il distacco di un ente locale da una regione a statuto ordinario (in questo caso il Veneto) e l’aggregazione a una regione a statuto speciale (il Friuli Venezia Giulia). Il parere favorevole delle regioni coinvolte nel caso di Sappada non arrivò subito dopo il referendum, ma nel 2010 quello del Friuli Venezia Giulia e nel 2012 quello del Veneto. Il disegno di legge per il distacco e l’aggregazione venne presentato nel 2013, l’esame in commissione si concluse nel febbraio del 2016 e il voto favorevole al Senato è arrivato nello scorso settembre, dopo quindi nove anni dal referendum. Lo scorso 22 novembre, infine, la Camera dei deputati ha votato a grande maggioranza per il passaggio di Sappada al Friuli Venezia Giulia. (da http://www.ilpost.it/ )

   E continuiamo a ragionare di confini amministrativi e di regolazione dei territori, rimanendo fermi a concezioni del passato, ottocentesche. Naturale sviluppo geografico e istituzionale vorrebbe, nel contesto nazionale ed europeo che si è creato (quest’ultimo, della UE, che speriamo pian piano si consolidi) che si arrivi ad avere delle MACROREGIONI in Italia che riducano drasticamente le attuali venti regioni.
Ma questo per il nordest sarà ancora più difficile. C’è un’impossibilità più di altri territori regionali di aggregarsi in macroregione. Perché Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige sono in condizioni attuali ben diverse. Nessuna delle due regioni a statuto speciale (Friuli e Trentino) ha voglia e interesse di diventare qualcosa di unico con il Veneto, godendo adesso di maggiori introiti finanziari (che non vogliono certo dividere con nessun altro) che restano nel proprio territorio, e di un’autonomia (un potere) ben maggiore del Veneto. Allora la macroregione diventa improbabile (almeno per adesso); e così il Veneto vuole anch’esso una maggiore autonomia sul tipo delle altre due (ma è difficile che raggiunga -anche dopo il successo del referendum autonomista del 22 ottobre scorso- situazioni simili alle altre due entità regionali del nordest).

IL CADORE – da http://www.nuovocadore.it/ – l Cadore si trova in una splendida posizione panoramica e costituisce uno dei più belli ed incantevoli territori d’Italia, avendo caratteristiche proprie ben distinte sia dal punto di vista geologico che dal punto di vista storico. Ha una superficie di 1.427,221 chilometri quadrati ed è composto da 22 comuni, per un totale di circa 32.000 abitanti: Pieve, che è il maggior centro, Auronzo, il più esteso, San Vito, Borca, Vodo, Cibiana, Valle, Perarolo, Ospitale, Calalzo, Domegge, Lozzo, Vigo, Lorenzago, Santo Stefano, San Pietro, SAPPADA, San Nicolò di Comelico, Comelico Superiore, Danta, Zoppè, Selva. Confina a Nord Nord-Ovest con la provincia di Bolzano (Val Pusteria) e con l’Austria, a Est Sud-Est con le province di Pordenone ed Udine, a Sud con la zona del Bellunese ed a Ovest con l’Agordino e lo Zoldano. Geograficamente il Cadore comprende tutto il bacino del fiume Piave dalla sua sorgente sul monte Peralba alla località di Termine.

   Poi, nelle motivazioni dell’aver voluto il passaggio, da parte della comunità di Sappada, dal Veneto al Friuli, il richiamo all’identità culturale, storica….. in un contesto nel quale siamo in presenza di una globalità che dovrebbe fare i conti con la territorialità forse in altro modo. Cioè come riuscire a creare OPPORTUNITA’ ai giovani anche in questi territori di montagna; come fare in modo che non si viva in condizione di PERIFERIA….
E’ su questo che si deve ragionare, e la riscoperta delle tradizioni (fatta anche di cose carine, turisticamente parlando, come le rievocazioni storiche, il cibo e i piatti della tradizione antica, la cultura con le inflessioni dialettali, il mito della Serenissima…), sono anche tradizioni interessanti ma da non prendere troppo sul serio come prospettiva vera per il futuro.
Le tradizioni possono essere (forse) identificazione per gli anziani, ma, come detto prima, non sono “opportunità” per i più giovani. Che cercano socialità, relazioni, occasioni da far nascere sui territori dove si trovano a vivere, sennò son costretti ad andarsene. Pertanto il passaggio al Friuli forse porterà un po’ più di denaro, ma non risolverà l’attuale destino delle terre di montagna, che sono vere “periferie”, solo (pur rilevantissimo) patrimonio di natura e (a volte) paesaggio a beneficio di chi viene da fuori a visitarle.

Sappada, versante sud

   E dove il Veneto probabilmente è mancato, come Regione, nei confronti di “Sappada e le altre” è sicuramente stato nel non aver mai avuto una “politica della montagna”. Forse cosa più facile al Trentino (tutto montano) o al Friuli, territorio sì diversificato, dal mare alla montagna, ma più compatto; meno complicato di un Veneto che va dall’area del Po rodigino, ai territori rivieraschi, all’ ”estraneità” del veronese (che è proiettato verso ovest e nord ma poco nel Veneto), al polo centrale “Padova-Treviso-Venezia”, alla Pedemontana vicentina e trevigiana…ad appunto una montagna fruibile turisticamente ma con nessun progetto chiaro (pensiamo proprio in particolare all’area del Cadore).

NORDEST carta fisica

   Fa specie che la “Montagna verso l’abbandono” è fenomeno generale di tutte le aree montane, ma che nel Bellunese la perdita di popolazione (lo spopolamento) è doppia rispetto alle altre aree montane: abitanti sempre più vecchi, servizi essenziali smantellati, niente fondi strutturali e finanziamento virtuosi (non per solo turismo, ma per ricerca tecnologica, ripristino e ricerca ambientale autoctona con scuole e studi specialistici, artigianato di alta qualità e diffuso…com’era l’occhialeria nel Cadore…), infrastrutture inadeguate, economia in ginocchio. Insomma, tornando al tema di Sappada, questo passaggio di Regione sa di vecchio, non pare per niente cosa innovativa. (s.m.)

SAPPADA – La chiesa di Santa Margherita

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DOPO 165 ANNI IL COMUNE DI SAPPADA TORNA AL FRIULI. ZAIA PROTESTA: “UN’AMPUTAZIONE”
– Si è concluso il 22 novembre scorso, con il voto favorevole di Montecitorio, l’iter per il passaggio – anzi, del ritorno – del comune di Sappada al Friuli Venezia Giulia. Alcuni deputati veneti, però, promettono battaglia e invocano il ricorso alla Corte Costituzionale –
22/11/2017, da http://www.fanpage.it
Sappada lascia il Veneto e passa all’autonomo Friuli Venezia Giulia. Si potrebbe definire una piccola secessione, quella dell’ex comune veneto che ha richiesto, e ottenuto, di passare da una Regione a statuto ordinario ad una autonoma, passaggio che per la prima volta nella sua storia il Parlamento ha concesso. L’iter per lasciare la regione Veneto era iniziato nel lontano 2008, anno in cui i cittadini espressero il proprio consenso alla “secessione” mediante referendum.
Quel giorno i cittadini di Sappada approvarono il ritorno della località al Friuli Venezia Giulia, dando dunque inizio al conseguente iter burocratico che si è concluso solo oggi. Dunque, ora, dopo oltre 150 anni, Sappada può ritornare alla sua regione d’origine, da cui era stato separato nel lontano 1852. Il provvedimento per l’annessione di Sappada al Friuli aveva subito qualche rallentamento nel corso del tempo, ma dopo l’approvazione del Senato a settembre, è stato definitivamente approvato il 22 novembre anche dalla Camera, dando così conclusione a un iter quasi decennale.
Nelle ultime settimane, però, non sono mancati i tentativi di trattenere Sappada in Veneto. La Lega Nord, tramite il presidente del Consiglio Regionale Veneto Roberto Ciambetti, ha inutilmente provato a sollevare dubbi circa le procedure burocratiche utilizzate per ottenere il consenso del Consiglio del Veneto, ma nessun effetto ha sortito questa battaglia.
Nonostante il passaggio di Sappada al Friuli sia ormai legge, alcuni deputati veneti non hanno ancora intenzione di arrendersi e promettono il ricorso in Corte Costituzionale. “Oggi vincono la democrazia, i cittadini e la buona politica. Il voto di oggi è il giusto riconoscimento della volontà della comunità sappadina, che non poteva essere calpestata”; ha dichiarato l’europarlamentare del Pd, Isabella De Monte, prima firmataria della proposta di legge presentata quando era ancora al Senato. Per ora, dunque, Sappada è formalmente un comune del Friuli Venezia Giulia, fino a un eventuale stop della Corte Costituzionale. (…)

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“MANDI SAPADE” IL PAESE PASSA AL FRIULI

di Francesco Dal Mas, da “la Tribuna di Treviso”, 23/11/2017
– La Camera vota sì a grande maggioranza per il cambio di Regione molti altri Comuni veneti hanno vinto il referendum ma restano al palo –
SAPPADA. «Mandi Sapade! Ben rivat tal Friul. Hallo Plodn! Zuruck in Friaul. Ciao Sappada, bentornata in Friuli». Continua a leggere

La Caporetto de LA PIAVE: fiume (sacro alla Patria?) lasciato in aridità, in agonia; tra prelievi (idroelettrici) esagerati e per coltivazioni ad alto consumo idrico; con una REGIMAZIONE IDRAULICA da canale artificiale – È la FINE DI UN ECOSISTEMA unico? (Ti invitiamo a firmare qui LA PETIZIONE LEGAMBIENTE)

IMPARARE SUL CORSO DELLA PIAVE

   La Piave è uno dei fiumi più sfruttati e artificiali d’Europa. E’ lungo 220 chilometri (quinto fiume d’Italia), con le sorgenti oltre i duemila metri (2.040) tra il monte Peralba e il Chiadenis, nel territorio del comune di Sappada (nelle Alpi Carniche Occidentali, Sappada che sta istituzionalmente passando dal Veneto al Friuli). E la foce della Piave è (grazie a una deviazione artificiale ad opera del magistrato alle acque della Serenissima) a Cortellazzo di Jesolo, direttamente nel mare Adriatico.

Il Piave scende dalle falde del monte Peralba, nelle Alpi Carniche, attraversa il Comelico e il Cadore, dove accoglie i contributi di alcuni consistenti corsi d’acqua alpini. Dopo Feltre, nell’area prealpina bellunese, il fiume volge a mezzogiorno, incuneandosi tra i monti Grappa e Cesèn, sfiora il dosso del Montello ed esce in pianura a Nervesa della Battaglia. Da qui prosegue in un ampio letto ghiaioso suddiviso in molti canali intrecciati, separati da isolotti e barre. Tra Maserada e Cimadolmo due suoi rami divergono per racchiudere l’“isola” delle grave di Papadopoli, singolare varice di ghiaia e sabbia. A valle di Ponte di Piave il fiume si approfondisce nelle proprie fini alluvioni, passa per San Donà e sfocia in mare a Jesolo, nel porto di Cortellazzo

   Però, pur essendo questo fiume “secondario”, in grandezza (lunghezza) rispetto a numerosi fiumi europei, assume un carattere importante, rilevante: è molto conosciuto. Sicuramente per le vicende della prima guerra mondiale (1914-1918), con la rotta delle truppe italiane a Caporetto nell’ottobre-novembre 1917, e la resistenza, il “muro” creato sul Monte Grappa e sulla Piave in particolare, con la controffensiva (sempre con al centro il fiume) del giugno 1918.

PIAVE IN SECCA – SI PUÒ CONTINUARE a perpetuare un tipo di COLTURE “IDROVORE” in tutta la pianura trevigiana senza un ripensamento che privilegi la vita e la biodiversità del nostro corso d’acqua? SI PUÒ CONTINUARE a concepire questo fiume alpino come UN CANALE SCOLMATORE in cui si rilascia acqua quando non serve per le dighe del sistema idroelettrico e per le irrigazioni nell’alta pianura?

   Ma non è solo questo il dato rilevante della Piave. E’ anche conosciuto e strategico perché il suo bacino idrico è importante, interessa il paesaggio dolomitico, ha molti affluenti di grande importanza (come il Cordevole)… tra l’altro scendendo, in alta pianura, la Piave è all’origine poi in bassa pianura delle risorgive della pianura nell’area tra la Marca Trevigiana, il Veneziano e il Padovano…. Poi, in bassa pianura, queste risorgive, l’acqua che esce dal suolo, danno origine al più grande fiume di pianura europeo: il Sile (da Casacorba di Vedelago, a Portegrandi a ridosso della Laguna di Venezia, 90 chilometri di paesaggio di grande bellezza).

La battaglia sulla Piave dopo la rotta di Caporetto dell’ottobre 1917, e la controffensiva (sempre con al centro la Piave) del giugno 1918

   Perché il nome, che era al femminile, si è tramutato al maschile (la Piave, il Piave)? Ci sono varie tesi, “verità” su questo. Noi sposiamo quella che dice che ciò è accaduto appunto durante il primo (cruento, doloroso) conflitto mondiale che ha interessato l’Italia dal 1915 al 1918…. Sembra che, per motivi di sintesi, nei quotidiani bollettini di guerra, a poco a poco, il “fronte della Piave” e divenuto, “fronte del Piave”, più corto da scrivere, telegrafare, diffondere…

LE SORGENTI DEL FIUME PIAVE AI PIEDI DEL MONTE PERABLA – VAL SESIS, SAPPADA PLODN. La punta più a nord del Veneto, incuneata tra l’alta Carnia e l’Alto Adige, confina per un breve tratto con l’Austria. Questa è la Val Sesis e protagonista è il MONTE PERALBA (m.2693), sulle cui pendici nasce il fiume Piave. La POLLA D’ACQUA accreditata quale sorgente ‘ufficiale’ del ‘Fiume sacro alla Patria’ è una sistemazione della fine anni sessanta del novecento che canalizza acque di risorgiva del vasto colmo paludoso tra la val Sesis e la val Visdende, ai piedi del Peralba. Per secoli le ‘sorgenti della Piave’ furono motivo di campanilismo tra Sappada e Comelico che vedeva nel torrente CORDEVOLE della VAL VISDENDE il percorso iniziale del fiume, torrente conosciuto anche quale PIAVE DI VISDENDE, anzi LA PIAE il lingua locale (PIAI è un TERMINE CADORINO indicante un po’ tutti i ruscelletti alla loro sorgente). Da WWW.MAGICOVENETO.IT

   La Piave da qualche decennio è un fiume malato, ma ora è ancora peggio, la sua sembra proprio un’agonia. Le malattie che ha sono diverse a seconda dei territori che attraversa, dalla sorgente alla foce. A nord (nel bellunese) ci sono gli sbarramenti, le centraline idroelettriche in particolare, per l’utilizzo a energia. Nel medio Piave (ancora bellunese) troviamo le escavazioni, e, a partire dal trevigiano quel che impoverisce fortemente il fiume sono i prelievi per le irrigazioni agricole dell’alta pianura (con canali artificiali rilevanti, sempre pieni d’acqua, come il Brentella, il Canale della Vittoria più il Piavesella…).

MASERADA, REGIMAZIONE DEL PIAVE: un canalone enorme per far defluire il Piave, a gran velocità – REGIMAZIONE NON ACCETTABILE- progetto proposto alla Regione dal Crif, Consorzio Regimazione Idraulica Fiumi di Cimadolmo, intitolato “Lavori di riordino idraulico mediante ricalibratura delle sezioni di deflusso con movimentazione e asporto di materiale litoide, adeguamento opere di difesa e riqualificazione ambientale nel tratto del fiume Piave compreso fra i comuni di Breda, Maserada, San Biagio e Ponte di Piave”. 7 chilometri di opere di REGIMAZIONE del fiume che da tempo si stanno portando avanti: nel timore delle possibili piene di novembre, si toglie ghiaia nella parte centrale del Fiume, creando di fatto un vero e proprio canale artificiale…. Tra l’altro il possibile arrivo di grosse quantità alluvionali d’acqua, farà sì che la canalizzazione della Piave porta a una maggiore velocità della stessa acqua nel scendere a valle (l’effetto della canna da fucile, viene chiamata dai critici di tali interventi…). Rifiutando invece interventi di REGIMAZIONE DIFFUSA e di MIGLIORAMENTO DI TUTTA L’AREA GOLENALE nella sua ampiezza (che rallentano e “disperdono” la piena” se arriva)

   Un utilizzo eccessivo, per coltivazioni, tipo il mais, che hanno bisogno d’estate di tanta acqua, che non è perlomeno a goccia, a risparmio: insediamenti agricoli poco rispettosi dell’equilibrio biologico. A sud, sempre più si fa notare l’effetto del mare che risale, rendendo l’acqua salata, il cosiddetto “cuneo salino”, e con il fenomeno delle alghe che soffocano il fiume.

BACINO E AFFLUENTI DELLA PIAVE – Il fiume è lungo 220 chilometri con le sorgenti a m.2.040 tra il MONTE PERALBA e il CHIADENIS, a SAPPADA (Alpi Carniche Occidentali) e la foce, deviazione artificiale ad opera del magistrato alle acque della Serenissima, a CORTELLAZZO di JESOLO direttamente nel mare Adriatico. (da http://www.magicoveneto.it )

   E nel Medio corso, i prelievi eccessivi (accompagnati in primavera estate da poche piogge, da carenza idrica) colpiscono ancor di più il Fiume, soggetto a magre/secche sempre più accentuate, inaridendolo, tanto che le eventuali risorgive che in alcuni posti non ci sono più, fanno sì che pesci e altra fauna acquatica muoia non trovando più piccole pozze d’acqua di risorgiva che, grazie a queste pozze, una volta potevano sopravvivere al momento di aridità.

IL PERCORSO NATURALISTICO “PIAVENIRE” – All’interno dell’oasi naturalistica “Il Codibugnolo”, è stato istituito il Percorso Naturalistico denominato “Piavenire”. Esso si sviluppa lungo 24 Ha di area golenale del fiume Piave, in concessione demaniale. Questo angolo di paesaggio, situato in località Salettuol di Maserada sul Piave (Tv), rappresenta una risorsa ecosistemica e culturale di notevole importanza per tutta la provincia di Treviso e, in prospettiva, per l’intera area Triveneta. (per saperne di più: http://home.teletu.it/piavenire/oasi%20piavenire.htm )

   E la stessa alimentazione della falda che poi “uscirà” nelle risorgive della bassa pianura, sta compromettendo anche la salute del Sile, fiume di pianura che nasce grazie al bacino fluviale della Piave.

BACINO FLUVIALE DELLA PIAVE _ da www_magicoveneto_it – la Piave è inoltre inserita nell’elenco delle zone della “RETE NATURA 2000” (DIRETTIVE EU “UCCELLI” ED “HABITAT” Z.P.S. (ZONA PROTEZIONE SPECIALE) 3240023 Grave della Piave ) e quindi dovrebbe essere oggetto di specifica tutela da parte della Regione Veneto in primis. Per non parlare dell’ignorata DIRETTIVA ACQUE 2000/60 o del PIANO DI GESTIONE della citata Zona di Protezione Speciale “Grave della Piave”

   E poi la carenza d’acqua crea problemi alla fruibilità del greto e dello scorrimento delle acque (ci troviamo in presenza di un “non-fiume”, rigagnoli qua e là), che non si possono più valorizzare per attività turistiche e ricreative, come pesca, iniziative di educazione ambientale, l’uso di kayak e canoa, semplici passeggiate, osservazioni naturalistiche…

Il presidente di Legambiente Piavenire, FAUSTO POZZOBON

    Viene inoltre compromessa gravemente la capacità di autodepurazione del Fiume dagli inquinanti che derivano dagli scarichi urbani e agrari. Gli ecosistemi della zona golenale e dell’intera pianura alluvionale tendono a cambiare, diventano banali, ripetitivi, privi di valore paesaggistico, monotoni e con una grave perdita di biodiversità …

Paesaggi acquatici nella Piave (da http://www.legambientepiavenire.it)

   E’ così urgente “credere” in un progetto che favorisca interventi di rinaturalizzazione volti a migliorarne il patrimonio di biodiversità, la sicurezza idraulica e la fruizione culturale e turistica sostenibile!

garzette nella Piave (da http://www.legambiente.it/)

   Non certo con le opere di REGIMAZIONE del fiume che da tempo si stanno portando avanti: nel timore delle possibili piene di novembre, si toglie ghiaia nella parte centrale del Fiume, creando un vero e proprio canale artificiale…. Tra l’altro il possibile arrivo di grosse quantità alluvionali d’acqua, farà sì che la canalizzazione della Piave porta a una maggiore velocità della stessa acqua nel scendere a valle (l’effetto della canna da fucile, viene chiamata dai critici di tali interventi…). Rifiutando invece interventi di regimazione diffusi e di miglioramento di tutta l’area golenale nella sua ampiezza (che rallentano e “disperdono” la piena” se arriva).

Paesaggi della Piave (da http://www.legambientepiavenire.it)

   E’ poi necessario che lo sfruttamento idroelettrico e il prelievo d’acqua ad uso agricolo per l’alta pianura sia più limitato e in ogni caso maggiormente regolamentato: dagli sbarramenti servono rilasci d’acqua modulari delle acque; un rilascio costante o limitato a certi periodi non ha senso; i produttori di energia idroelettrica, ad esempio, devono rilasciare dei picchi di magra e di morbida che siano quelli naturali.

PIAVE PAESAGGIO (da http://www.legambientepiavenire.it/)

   E’ così che il “caso Piave” è ancora aperto, come ben sottolinea la Legambiente nei suoi circoli in territori lungo la Piave. Un caso aperto anche culturalmente. Non esisterebbe la civiltà del fiume e non esisterebbe, almeno in parte, Venezia così com’è, se il Piave non fosse stato una via d’acqua (allora l’acqua c’era) percorsa dagli zattieri con merci e carbone diretti alla foce e quindi alla Laguna. Vi invitiamo qui a firmare la petizione “MANIFESTO PER IL FIUME PIAVE” della Legambiente, e ad avere interesse a questo tema così importante della vita dei FIUMI, e della risorsa ACQUA. (s.m.)

PIAVE IN SECCA

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MANIFESTO PER IL FIUME PIAVE

Legambiente Piavenire – Maserada sul Piave (TV)

Manifesto per La Piave – FIUME SACRO ALLA PATRIA – e per tutti i corsi d’acqua.

   Il bacino del Fiume Piave, Sacro alla Patria, è tra i più sfruttati e artificializzati d’Europa. Continua a leggere

L’AMIANTO CHE UCCIDE I FIGLI, 20-30 anni dopo – A MONFALCONE c’è un “salto generazionale” sulle malattie da amianto: dolorosa prova che gli ERRORI DEL PASSATO (inquinamento, distruzione ambientale, saccheggio delle risorse naturali) li pagano i figli – Che fare adesso per controllare le gravi conseguenze?

A MONFALCONE (Gorizia) c’è UNO DEI PIÙ GRANDI CANTIERI NAVALI D’ITALIA, fondato nei primi del ‘900 e oggi di proprietà di FINCANTIERI. Qui sono state costruite enormi navi da crociera, cacciatorpedinieri e sommergibili per la Marina Militare italiana. Per il FRIULI VENEZIA GIULIA è un polo industriale importante, che ha dato lavoro a generazioni di operai provenienti da tutta Italia

   A Monfalcone accade che le malattie da amianto colpiscono ancora, dopo che è stato proibito da 25 anni (nel 1992). E, emblematica la cosa, colpisce i figli (ora cinquantenni, sessantenni) degli operai dell’industria cantieristica che lavoravano in ambienti (stra)pieni di quella fibra minerale così letale. Operai che tornavano a casa, magari abbracciavano i figli, con le loro tute intrise della polvere velenosa. E dopo trent’anni l’asbestosi, il mesotelioma, colpiscono quei figli…. Oppure mogli che lavavano quelle tute, e poi anche loro si sono ammalate…

Monfalcone (GO) Piazza Della Repubblica (da http://www.panoramio_com) . MONFALCONE È UNA CITTÀ INDUSTRIALE IN TRASFORMAZIONE verso una città commerciale e di servizi, soprattutto grazie alla presenza del porto. E’ conosciuta come “LA CITTÀ DELLE NAVI DA CROCIERA” per l’importante presenza della FINCANTIERI. Ha circa 30mila abitanti, ma tutta l’area contermine la popolazione arriva a circa 50mila. IL TERRITORIO SU CUI SI ESTENDE MONFALCONE è compreso tra il Carso a Nord, il Golfo di Panzano a Sud, le campagne di Ronchi e di Staranzano ad Ovest; il comune di Duino e la provincia di Trieste a Est (Monfalcone sorge a 25 km a N.O. da Trieste)

   Il mesotelioma è un tumore che si forma nel mesotelio, che è lo strato di cellule che riveste le cavità sierose del corpo, in particolare nella pleura. Infatti la quasi totalità dei casi attualmente rilevati del tumore si riferisce a mesotelioma pleurico, ed è correlata all’esposizione alle fibre disperse nell’aria appunto dell’amianto (chiamato scientificamente asbesto), con un periodo di tempo per i suoi effetti letali, di malattia assai grave, che possono verificarsi “attivamente” a distanza anche tra i 15 e i 40 anni di tempo (con un decorso di “attacco” al corpo umano che si verifica in uno-due anni).

PANZANO è un rione della città di MONFALCONE nato negli anni ’20 del secolo scorso come VILLAGGIO OPERAIO a servizio del CANTIERE NAVALE

   Il Parlamento nel 1992 ha emanata una legge (la n. 257) che, finalmente (dopo decenni di denunce, accuse…) ha proibito l’uso dell’amianto, mentre fino all’inizio degli anni Ottanta l’industria ne produceva sempre di più e si usava in tutti i modi servisse a impermeabilizzare edifici, manufatti (il cemento-amianto dei tubi dei nostri acquedotti che gran parte persiste dappertutto…, o ancor di più le tettoie in amianto che faticosamente stanno sparendo…); cioè negli anni 80, a ridosso della messa al bando, erano incessantemente aumentate le tonnellate di amianto impiegate all’interno del ciclo produttivo.

Il monumento alle vittime dell’amianto di Panzano (Monfalcone)

   L’amianto è stato ampiamente utilizzato come isolante acustico e termico e come rivestimento antincendio in alberghi, scuole, ospedali, aeroporti, reti di trasporto sotterraneo, edifici commerciali e residenziali, su treni e navi e nelle centrali elettriche. Alcune amministrazioni hanno addirittura prescritto l’isolamento con pannelli in amianto come presidio antincendio obbligatorio negli edifici a più piani. Per un breve periodo negli anni Cinquanta l’amianto è stato messo persino nei filtri delle sigarette…

Che cos’è L’ASBESTO (o AMIANTO) – In natura è un materiale molto comune. La sua resistenza al calore e la sua struttura fibrosa lo hanno reso adatto come materiale per indumenti e tessuti da arredamento a prova di fuoco, ma la sua ormai accertata nocività per la salute ha portato a vietarne l’uso. Le polveri di amianto, respirate, provocano infatti l’ASBESTOSI (malattia polmonare cronica), nonché TUMORI DELLA PLEURA, ovvero il MESOTELIOMA PLEURICO E DEI BRONCHI, e il CARCINOMA POLMONARE. (vedi: http://it.wikipedia.org/wiki/Asbesto )( Cos’è l’amianto – Spanghero, Arpa FVG )

   Pur che già nel corso degli anni Sessanta era stata (definitivamente) accertata la cancerogenicità del minerale, responsabile di neoplasie particolarmente virulente (come detto il mesotelioma e il carcinoma polmonare). Per il mesotelioma (come anche per l’asbestosi) la “causa scatenante” risultava già allora certa e pressoché univoca: l’inalazione delle fibre di amianto, mentre nel caso del carcinoma polmonare potevano subentrare diverse concause come il tabagismo o altri cancerogeni che interagivano nel manifestarsi del tumore.

   A Casale Monferrato c’era una delle fabbriche più grandi d’Italia, la ETERNIT, cioè la fabbrica di amianto che oltre a esportare in tutta Italia questa usatissima fibra isolante nelle costruzioni e manufatti, la Eternit di Casale è ritenuta la causa di migliaia di decessi per tumore nella cittadina piemontese.

   La vicenda incredibile della prescrizione alla condanna dell’industriale svizzero dell’eternit per il disastro ambientale che ha causato negli anni 70-80, ripropone il tema scottante della nostra convivenza con questo terribile inquinante e la difficoltà di stabilire responsabilità certe. Nella vicenda giudiziaria di Casale Monferrato la Cassazione ha infatti annullato la condanna del magnate svizzero Schmidheiny, che il 3 giugno 2013 era stato condannato a 18 anni di carcere per “disastro ambientale doloso continuato” commesso nelle città in cui l’Eternit aveva i suoi stabilimenti (CASALE MONFERRATO, CAVAGNOLO, BAGNOLI e RUBIERA), e in cui la fibra killer si era diffusa nell’aria provocando malattie e decessi che colpiscono ancora oggi gli abitanti di quei luoghi.

“(…)Un ALBERO DI DAVIDIA INVOLUCRATA, il cosiddetto ALBERO DEI FAZZOLETTI, DONATO DA CASALE MONFERRATO come gesto di solidarietà rispetto alle vittime da esposizione ad amianto, è stato PIANTUMATO A MONFALCONE, nell’area verde antistante il pronto soccorso dell’ospedale San Polo….I fiori bianchi della Davidia, simili a dei fazzoletti appesi, simboleggiano la possibilità d’asciugare le lacrime di dolore di chi ha vissuto in prima persona il dramma dell’amianto. La piantina è giunta a Monfalcone tramite Stefano Cosma, vincitore del premio Vivaio Eternot assegnato ogni anno a persone, associazioni o enti che offrono esempi significativi di responsabilità civile per fare sì che in Italia e nel mondo non si piangano mai più vittime dell’amianto…(…) (29 settembre 2017 da https://gorizia.diariodelweb.it/ )

   MA QUI VOGLIAMO PARLARE DI MONFALCONE, e del fatto che dopo venticinque anni dalla proibizione dell’amianto (chiamato anche eternit, appunto dalla fabbrica che lo produceva, a Monfalcone, dicevamo, si continua a morire: UN’EREDITA’ DEL PASSATO involontariamente lasciata ai figli da operai (molti di questi morti di tumore) che nel loro lavoro convivevano quotidianamente con la letale fibra minerale.

   L’utilizzo particolarmente intenso dell’amianto si era concentrato in determinate aree produttive (negli anni sessanta, settanta e ottanta del secolo scorso), in particolare nell’Italia settentrionale. I siti principali in cui il minerale fu impiegato sorgono prevalentemente nelle aree costiere, interessate prioritariamente dalle ATTIVITÀ CANTIERISTICHE E PORTUALI.

PER NOI ERA POLVERE, SOLO POLVERE… – L’AMIANTO, una tragedia fra le più terribili del mondo del lavoro. Nel RACCONTO DEGLI OPERAI DI MONFALCONE l’inferno di un lavoro continuamente avvolti nella polvere d’amianto, fortemente cancerogena. Le odiose resistenze a riconoscere il danno subìto dagli operai, molti dei quali non potranno godersi la pensione. In questo POST troverete delle testimonianze significative riprese dalla TESI di ALESSANDRO MORENA (a sua volta pubblicate dalla rivista di Forlì “UNA CITTÀ” – http://www.unacitta.it/ )

   Nei «Quaderni del Ministero della Salute» furono elaborati i dati provenienti dal Registro Nazionale dei Mesoteliomi e, attraverso i tassi grezzi di incidenza del tumore per 100.000 residenti, furono identificati i 61 COMUNI IN ITALIA CON I MAGGIORI TASSI RELATIVI: nella graduatoria si trovavano diverse aree caratterizzate dalla presenza della cantieristica navale, come i comuni della provincia di Trieste (MUGGIA e TRIESTE); i comuni dell’AREA MONFALCONESE (SAN CANZIAN D’ISONZO, MONFALCONE, RONCHI DEI LEGIONARI e STARANZANO) e quelli della PROVINCIA DI VENEZIA (VENEZIA, MIRA e SPINEA).

Giovedì 28 settembre nel TEATRO COMUNALE DI MONFALCONE è stata ospitata la 7A CONFERENZA REGIONALE SULL’AMIANTO, appuntamento organizzato dalla Commissione regionale amianto in collaborazione con la Regione e il Comune. L’evento prende spunto dall’adozione in Friuli Venezia Giulia di UN NUOVO PERCORSO SOCIO SANITARIO ASSISTENZIALE PER TUTTI GLI ESPOSTI, EX ESPOSTI E LORO FAMILIARI iscritti al REGISTRO AMIANTO e ha visto l’illustrazione delle linee di indirizzo per la stesura del nuovo piano regionale (29/9/2017, da https://gorizia.diariodelweb.it/ ) (nella FOTO Maria Sandra Telesca, assessore regionale alla Sanità)

   All’ITALCANTIERI di Monfalcone (società allora proprietaria e gestrice dell’attività cantieristica a Monfalcone, adesso c’è la FINCANTIERI), negli anni Settanta c’erano circa 5.000 addetti diretti, e si costruivano principalmente navi da crociera, petroliere e sommergibili. Con queste dimensioni rappresentava e rappresenta il più grande stabilimento del Mediterraneo.

   Risaliva al 1972 uno dei primi accorgimenti aziendali relativi all’uso dell’amianto, adottato anche in seguito a segnalazioni sindacali e soprattutto agli interventi dell’Ispettorato del Lavoro, che comportò – almeno in teoria – la modifica dell’organizzazione del lavoro. Infatti, l’Italcantieri chiese che le operazioni di SPRUZZATURA DELL’ASBESTO (dell’amianto) fossero eseguite dalle ditte in appalto in orari diversi e senza la contemporanea presenza di altri lavoratori, spesso dipendenti dell’Italcantieri addetti ad altre mansioni, che potevano però subire un’esposizione cosiddetta passiva (ma non per questo meno pericolosa). Nonostante ciò questo principio non sembra sia stato rispettato.

Tetto in cemento amianto che si sgretola e rilascia le particelle letali – La LEGGE 27 MARZO 1992 N° 257 “ NORME RELATIVE ALLA CESSAZIONE DELL’IMPIEGO DELL’AMIANTO” costituisce, per la sua valenza rigidamente definitoria, una sorta di spartiacque legislativo di portata storica. Legge 257 del 1992 (vedi tutta la legislazione sull’amianto, prima e dopo la legge del 1992, su http://www.amiantomaipiu.it/site/sez_cms.php?menu_id=194740 )

   In questo periodo ci furono anche le prime segnalazioni sindacali documentabili, dove si lamentava, oltre alla mancata turnazione nei lavori di coibentazione, la non pulizia dei residui di amianto prodotti durante i lavori che provocavano un’esposizione indiretta per molti operai del Cantiere. Questo avveniva anche sui ponteggi, dove si depositava una notevole quantità di sfridi di asbesto che di rado veniva prontamente rimossa.

   Nel dicembre del 1976 il Consiglio di Fabbrica dell’Italcantieri di Monfalcone diffuse un volantino nel quale sollevava i problemi legati alla polverosità dell’ambiente di lavoro (… se volete saperne di più, e meglio, vedete la ricerca contenuta nel sito https://diacronie.revues.org/454).

Cantiere Monfalcone – foto da ERPAC Ente Regionale Patrimonio Culturale Regione Friuli – Veduta dell’interno di un officina con operai al lavoro, in posa, presso il Cantiere navale di Monfalcone
– MONFALCONE E L’AMIANTO NEI CANTIERI NAVALI – Intervistato GUIDO TONZAR, ex-operaio Fincantieri, morto a 54 anni di cancro da amianto (asbestosi) nel 2002, in un’intervista, pochi mesi prima, alla trasmissione televisiva Report: “ANDAVAMO a bordo, andavamo in officina, andavamo dappertutto. AVEVAMO TELI DI AMIANTO, AVEVAMO GUARNIZIONI DI AMIANTO, AVEVAMO AMIANTO DAPPERTUTTO, AVEVAMO. Anche per l’ambiente si camminava senza mascherine, senza niente, perché non si sapeva che faceva male, questa polvere. PERCHÉ TUTTI QUANTI SI LAVORAVA SENZA NESSUNA DIFESA, SENZA NESSUNA PRECAUZIONE. Niente, non si aveva niente! I miei colleghi sono anche morti per l’asbestosi. Tutti quelli che lavoravano a bordo con me sono andati in prepensionamento per l’amianto. E io mi trovo con l’asbestosi. Mi trovo ammalato, non riconosciuto e con la malattia”

   Quel che qui preme a noi sottolineare, nel descrivere in questo post il contesto di avvelenamento da amianto (e morti, e sofferenza…) di Monfalcone, è il prezzo pagato a uno sviluppo per niente attento alla salute delle persone, che spesso sfora nell’indifferenza ai possibili concreti rischi che procura.

   Ma, inoltre, il fatto che a pagarne le conseguenze di anni di scellerato impiego di prodotti così pericolosi e letali (se è vero che all’inizio “non si sapeva”, man mano ci si è accorti che “qualcosa non andava”….e solo dopo decenni, nel 1992, si è proibito l’uso…), a pagarne il prezzo sono pure i figli, in un contesto che va pertanto oltre la cosiddetta “malattia professionale”: persone che non hanno mai lavorato con l’amianto, ma ne sono le vittime per esserne stati a contatto in famiglia, con i loro padri…. Questa è una cosa che fa pensare, che è ancor meno accettabile (e non dovrebbe mai accadere) (s.m.)

La rimozione pericolosa di tetti in cemento amianto

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L’AMIANTO ORA COLPISCE I FIGLI DEGLI OPERAI

di Laura Borsani, da IL PICCOLO DI TRESTE del 24/8/2017

– Il centro regionale unico di Monfalcone conferma il «salto generazionale». Coinvolte persone di 50-60 anni. Quattro i casi rilevati nel corso del 2017 – Continua a leggere

IL CASO PFAS (perfluoro-alchilici), sostanza chimica che sta inquinando 4 province del Nord-Est – VENETO INQUINATO ma anche VENETO INQUINATORE (di se stesso): una regione svenduta (nella salute, nel suo territorio) a una ricchezza evaporata – PFAS come caso nazionale di inerzia nella difesa dell’ambiente?

9 marzo 2017 – ATTIVISTI GREENPEACE ALLA SEDE DELLA REGIONE VENETO CONTRO L’INQUINAMENTO DA PFAS – Davanti alla sede della Regione Veneto a Palazzo Balbi, a Venezia, per protestare contro il grave inquinamento da PFAS, sostanze chimiche pericolose presenti anche nell’acqua potabile di molti comuni tra le province di Vicenza, Verona e Padova. Perché le autorità regionali fermino subito gli scarichi di queste sostanze

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COSA SONO I PFAS? – 12/6/2017

da http://scienzamateria.blog.tiscali.it/?doing_wp_cron

   Una famiglia di COMPOSTI CHIMICI POLI E PERFLUORATI UTILIZZATI IN MOLTI SETTORI INDUSTRIALI, soprattutto per la produzione di materiali resistenti ai grassi e all’acqua. Sono molecole caratterizzate da un forte legame tra fluoro e carbonio che le rende difficilmente degradabili, perciò SI ACCUMULANO NELL’AMBIENTE E POSSONO FACILMENTE PASSARE NEI VIVENTI interferendo anche in modo grave con il loro metabolismo.     

i PFAS sono un problema grave nell’inquinamento delle acque negli USA

   D’altra parte il fluoro è l’elemento chimico più elettronegativo del Sistema Periodico, quello che ha la maggiore tendenza ad attrarre a sé gli elettroni di legame. Concetto introdotto nel 1932 dal Premio Nobel, per la chimica (1954) e per la Pace (1962), Linus Carl Pauling.

     Alla stessa famiglia dei PFAS appartengono i PFOS, acido perfluorooctansulfonico, e i PFOA, acido perfluorooctanoico, utilizzati anche per la produzione del politetrafluoroetilene (teflon), che ha rivestito per decenni le padelle antiaderenti e tuttora utilizzato nell’abbigliamento sportivo a base di goretex. Ma il loro utilizzo riguarda anche altri prodotti: cere, vernici, pesticidi.

     Studi dell’ultimo decennio hanno confermato che queste molecole, formate da catene in genere da 4 a 16 atomi di carbonio, con la loro persistenza nell’ambiente sono causa di gravi inquinamenti anche delle falde acquifere e, attraverso l’acqua, entrano nel corpo umano accumulandosi con effetti tossici di vario tipo. In particolare I PFAS RIENTRANO NELLA FAMIGLIA DEGLI “INTERFERENTI ENDOCRINI”, sostanze che modificano i delicati e importantissimi equilibri ormonali dei viventi, soprattutto della nostra specie. L’assorbimento dei PFAS può avvenire anche attraverso i residui presenti nei contenitori di alimenti, il consumo di pesci e crostacei delle aree inquinate e, secondo alcuni, addirittura attraverso l’aria.

     La loro azione, una volta entrati nell’organismo, si concentra su tutte le ghiandole endocrine, dalla tiroide alle ghiandole sessuali, alle surrenali, al pancreas (parte endocrina), alterandone il funzionamento. (….)

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   Introduciamo il discorso sui PFAS cercando di spiegare cosa sono (dopo la precisa introduzione, sintetica e scientifica, esposta qui sopra).

   La sigla starebbe per “perfluoro-alchilici”. Sono dei composti chimici utilizzati in molti settori industriali, soprattutto per la produzione di materiali resistenti ai grassi e all’acqua, in particolare utilizzati per impermeabilizzare tessuti e altri materiali.

   Moltissimi prodotti di largo consumo nostro quotidiano contengono Pfas: ad esempio il rivestimento anti-aderente delle padelle, ma anche il “Goretex”, che serve a certi indumenti sportivi per essere impermeabili all’acqua ma non all’aria.

   I Pfas sono usati, fra l’altro, per la produzione di pesticidi e insetticidi, detersivi, pelli, tessuti impermeabili, contenitori per alimenti (sacchetti per patatine, ecc.), con rischio che possano contaminare i cibi che “proteggono”….

   E’ pur vero che sono assai resistenti, come molecole caratterizzate da un forte legame tra fluoro e carbonio che le rende difficilmente degradabili. Ma se questo può dare garanzia agli alimenti che vengono a contatto con i PFAS, dall’altra questa loro resistenza fa sì che si accumulano nell’ambiente e possono facilmente passare negli organismi viventi (le persone, gli animali…) interferendo anche in modo grave con il loro metabolismo. In particolare possono essere causa di gravi inquinamenti anche delle falde acquifere e, attraverso l’acqua, entrano nel corpo umano accumulandosi con effetti tossici di vario tipo.

   E’ così che la loro azione si concentra su tutte le ghiandole endocrine, dalla tiroide alle ghiandole sessuali, alle surrenali, alla parte endocrina del pancreas, alterandone il funzionamento. Secondo uno studio statunitense del 2012 sono causa di malattie della tiroide e alterazioni degli ormoni tiroidei, colite ulcerosa, tumore del rene e tumore del testicolo.

   PERCHE’ PARLIAMO DEI PFAS? …Perché in una vasta area del Nordest italiano, in Veneto, sta diventando (è diventato) un problema assai serio e grave l’inquinamento da Pfas. L’inquinamento è stato scoperto ancora nel 2013 grazie a uno studio del Cnr commissionato due anni prima dal Ministero dell’ambiente, ma il caso è esploso in tutta la sua drammaticità nel 2016 (e adesso siamo in piena crisi, vanno prese delle decisioni urgenti…).

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PFAS IN VENETO, MAPPA ARPAV – SU INQUINAMENTO DA PFAS IN VENETO, GREENPEACE PUBBLICA un grafico interattivo con la situazione in oltre 90 comuni. Livelli di inquinamento che negli Usa e in Svezia non sarebbero consentiti

   (clicca sul grafico interattivo di Greenpeace: grafico interattivo ) 

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   I campioni sui quali sono stati trovati i Pfas, per un valore variabile da 1 a ben 57,4 microgrammi a kilogrammo, riguardano in particolare uova, pesci, bovini, insalata, foraggio, e altre carni. Quello che preoccupa di più, è che l’agente inquinante è stato riscontrato in presenza massiccia anche nel sangue delle persone (in particolare su persone che bevono acqua di rubinetto).

I comuni più colpiti (mappa da “il Giornale di Vicenza) – Inquinamento da Pfas, 250 mila veneti a rischio: trovate concentrazioni abnormi nel sangue

   Allora siamo in presenza di un VENETO INQUINATO e un VENETO INQUINATORE. Perché è proprio nel Nord-Est, in Veneto, per tutto il territorio nazionale, che sono stati prodotti i Pfas. E la principale fonte di sospetti è l’impianto della Miteni, un’industria di prodotti chimici di Trissino (in provincia di Vicenza), specializzata nella produzione di molecole fluorurate per la farmaceutica, l’agricoltura e l’industria tecnica.

   Secondo l’Arpav (l’agenzia per l’ambiente veneta), la Miteni ha immesso per decenni queste sostanze chimiche direttamente nel fiume Agno e in un depuratore civile che scarica nel fiume Fratta-Gorzone, la cui acqua è usata per irrigare i campi e allevare gli animali. Questo ha portato alla contaminazione idrica di una vasta superficie regionale, che interessa la PARTE OVEST DEL VICENTINO, fino alla BASSA PADOVANA e LAMBISCE pure IL VERONESE. Tutto questo è categoricamente smentito dalla ditta interessata (che dichiara: “la trincea e i carotaggi eseguiti nel sito aziendale non hanno evidenziato alcuna traccia dei solventi al benzene ipotizzati dai carabinieri del Noe su base documentale”).

La MITENI DI TRISSINO IN PROVINCIA DI VICENZA DOVE E STATA TROVATA L ORIGINE DELL INQUINAMENTO DA PFAS – Secondo l’Arpav (l’agenzia per l’ambiente veneta), la Miteni ha immesso per decenni queste sostanze chimiche direttamente nel fiume Agno e in un depuratore civile che scarica nel fiume Fratta-Gorzone, la cui acqua è usata per irrigare i campi e allevare gli animali. Tutto QUESTO È CATEGORICAMENTE SMENTITO DALLA DITTA INTERESSATA (che dichiara: “la trincea e i carotaggi eseguiti nel sito aziendale non hanno evidenziato alcuna traccia dei solventi al benzene ipotizzati dai carabinieri del Noe su base documentale”)

   A Trissino, nei pressi della società Miteni, questo agosto sono stati ritrovati (da tecnici della stessa società, che ha subito denunciato la scoperta), sacchi di rifiuti industriali mescolati a calce, sepolti probabilmente negli anni Settanta quando “Rimar”, la società “Ricerche Marzotto”, realizzò l’attuale arginatura del torrente che passa di lì (il Poscola).

   E’ forse un modo per coinvolgere storicamente altri soggetti su azioni del passato, quando altri soggetti erano anche loro presenti in quel territorio (pur comunque la società, la Miteni, si dice disposta a finanziare la bonifica del luogo). Inoltre la Miteni avverte che il Pfas è usato nel vicentino da oltre duecento industrie del settore conciario e manifatturiero (con Pfas acquistato all’estero, aziende conciarie che sono allacciate agli stessi scarichi consortili…). Pertanto può essere una colpa collettiva, o di qualcuna di queste concerie, di tutto un sistema industriale vicentino….

A Trissino, nei pressi della società Miteni, questo agosto sono stati ritrovati (da tecnici della stessa società, che ha subito denunciato la scoperta), sacchi di rifiuti industriali mescolati a calce, sepolti probabilmente negli anni Settanta quando “Rimar”, la società “Ricerche Marzotto”, realizzò l’attuale arginatura del torrente che passa di lì (il Poscola)

   Insomma, ribadiamo, un Veneto piuttosto inquinato (come del resto gran parte della nostra Penisola), un Veneto “grande inquinatore” di se stesso, assai poco attento e sensibile alle tematiche di salvaguardia del (suo) ambiente.

   Una situazione complessa, complicata, gravissima, ora che l’inquinamento oramai è esteso. E la sostanza chimica è assai pericolosa per la salute di moltissime persone. Basta dare questo dato: ad oggi la contaminazione delle falde acquifere si estende per circa 180 kmq, interessando oltre 350.000 persone in circa 50 comuni e 4 province (Vicenza, Verona, Padova e, in misura minore, Treviso).

“(….) Per la prima volta dopo un anno e mezzo di ricerche (scandite da polemiche, denunce e parole in libertà) L’AGENZIA REGIONALE DI PROTEZIONE AMBIENTALE individua e CERTIFICA UN AGENTE CONTAMINANTE DELLE ACQUE A FRONTE DI UNA SUPERFICIE INQUINATA CHE SI ESTENDE LUNGO 150 KMQ – dall’OVEST VICENTINO alla BASSA PADOVANA fino ai lembi del VERONESE – minacciando LA SALUTE DI OLTRE 120 MILA PERSONE, ora DESTINATARIE DI UNO SCREENING SANITARIO DI MASSA che non trova precedenti nella storia del Paese (…)” (Filippo Tosatto, “il Mattino di Padova” 26/8/2017”

   Il caos di uno sviluppo senza regole, industriale, economico, finanziario, ma anche sociale, politico, che il Nord-Est ha vissuto e sta vivendo, forse è una rappresentazione di quanto sta accadendo anche nelle altre parti d’Italia. Fa riflettere, su questa vicenda, che nelle altre regioni non sta accadendo nulla di simile. Nel senso che i Pfas, per l’ecletticità del loro impiego in ambito industriale, sono utilizzati e diffusi ovunque, ma solo in Veneto è stato denunciato l’inquinamento e si cercano tutte le fonti possibili… Come dire: tutto bene nelle altre regioni?

   E’ comunque evidente la difficoltà, l’incapacità, di “venirne fuori” da un passato di utilizzo scellerato del proprio ambiente naturale, delle ricchezze (acqua, suolo, paesaggio…) che ogni realtà territoriale non riesce a ripristinare nel suo valore originario (o perlomeno a difendere per quel che resta). (s.m.)

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LA GRANDE SCHIFEZZA IN UNA REGIONE SVENDUTA

di Francesco Jori, da “il Mattino di Padova” del 25/8/2017

   Dalla Grande Bellezza alla Grande Schifezza. Lo scandalo della micidiale mistura chimica contrassegnata dalla sigla Pfas, è solo l’ultimo anello in ordine di tempo di una perversa semina di veleni che hanno ridotto un paesaggio da favola a un ambiente da incubo. Continua a leggere

Il “PICCOLO” TERREMOTO A ISCHIA (che mostra la fragilità costruttiva rispetto alla sismicità avvenuta), A UN ANNO dal “GRANDE” SISMA DEL 2016 IN CENTRO ITALIA, dove la ricostruzione mostra difficoltà, ritardi, stanchezza. Come uscire dalla straordinarietà dell’evento sismico? E dall’idea del “tutto come prima”?

Alle 3.36 del 24 agosto del 2016 il terremoto nell’Appennino Centrale spazzò via interi paesi e comunità, lasciando sotto le macerie 299 vittime, 249 delle quali solo tra Amatrice e Accumoli. Ed è proprio AD AMATRICE che SI È SVOLTA LA NOTTE DEL 24 AGOSTO 2017, UN ANNO DOPO, UNA FIACCOLATA CULMINATA CON 249 RINTOCCHI DI CAMPANA. La gente di Amatrice le ha ricordate non solo leggendo i loro nomi ma anche le loro storie. Un lungo appello, durato quasi due ore e interrotto più volte dagli applausi e da momenti di profonda commozione. (da AgenPress.it, http://www.agenpress.it/ )(foto da Corriere.it)

  Partiamo col parlare del terremoto che ha colpito l’ISOLA D’ISCHIA la sera del 21 agosto scorso, un’isola nata su colate ed esplosioni vulcaniche. Il terremoto di quella sera è stato di una relativa bassa intensità (magnitudo 4), ma con epicentro uno dei Comuni dell’isola in zona (storicamente) tra le più colpite, cioè il comune di CASAMICCIOLA TERME. E lì il sisma è stato particolarmente sentito e grave anche perché molto superficiale nella sua origine, in quanto l’ipocentro è stato localizzato a soli 1,7 chilometri di profondità.

   Ma la gravità dell’evento, e i danni che hanno reso tanti edifici inabitabili (e poi, in particolare, due donne morte travolte dai calcinacci), la gravità è da tutti riconosciuta che è data dalla fragilità di queste abitazioni, o perché antiche e non in grado di resistere a un terremoto (pur esso di non eccessiva intensità), oppure perché costruite sì recentemente ma in modo abusivo (e pertanto quasi sempre senza porsi il problema di usare metodi e tecnologie antisismiche).

Il cratere e i ritardi – Dopo dodici mesi il quadro nel cratere dell’Italia centrale è sconcertante: cumuli di macerie, poche casette consegnate, ritardi e immobilismo

   A tal proposto, cioè della “fragilità” del sistema degli edifici, di quel che è accaduto a Ischia, è stato riscontrato che nei soli 46,3 chilometri quadrati di superficie dell’isola, si concentrano nei decenni ben 27mila pratiche di condono per abusi edilizi. E gli abusi, viene appunto da pensare, avvengono utilizzando materiali edilizi al gran risparmio, mai certo adottando rigide norme antisismiche.

   Ora quest’episodio sismico verificatosi ad Ischia, si ricollega, pur nella sua minimissima entità (pur avendo provocato due morti e moltissime case non più abitabili), a quello, assai devastante, avvenuto nell’Appennino Centrale un anno fa (con ben 299 morti).

   E ad un anno da quei ripetuti eventi sismici in Centro Italia (quattro accadimenti catastrofici: il 24 agosto 2016, poi il 26 e 30 ottobre, cioè due mesi dopo, e anche il 18 gennaio 2017… così ravvicinati e tutti molto forti), ora il bilancio delle ricostruzione che se ne trae è di grave ritardo: solo nel rimuovere le macerie nei 55 Comuni ad “area rossa” (dei 141 compresi in tutta l’area del sisma) si è proceduto per un solo 10% (cioè il 90% sono ancora lì, non sono state rimosse). E ancora più in ritardo sembra essere il pieno ripristino della viabilità e l’approntamento delle casette di prima emergenza abitativa. E sono tutte cose che vengono prima di ogni ricostruzione vera e propria.

ISOLA D ISCHIA con i suoi attuali 6 comuni (da http://www.focus.it/) – Amministrativamente l’isola d’ISCHIA è divisa in SEI COMUNI: ISCHIA (il comune più grande con 18.828 residenti), FORIO (17.600), BARANO D’ISCHIA (10.083), CASAMICCIOLA TERME (8.361), LACCO AMENO (4.783), SERRARA FONTANA (3.205). In tutto 62.860 abitanti per una superficie totale di 46,3 chilometri quadrati. Negli ultimi anni, tuttavia, è nato il progetto del Comune unico che prevede l’istituzione di un solo comune in luogo delle sei amministrazioni attuali. Questo progetto ha portato alla fondazione, l’11 novembre 2001, dell’Associazione per il Comune Unico. L’operato dell’Associazione per il Comune Unico è culminato nell’approvazione per un referendum popolare che si è tenuto il 5 e 6 giugno 2011. È stato richiesto direttamente ai cittadini se desiderassero il “Comune Unico”. Non ha superato il quorum. (da Wikipedia)

   Vien da pensare che tre possono essere le cause di questi ritardi: 1-la difficoltà di “gestire” un evento catastrofico come questo dell’estate-autunno 2016 nell’area centrale appenninica di dimensioni troppo vaste rispetto ad altri accadimenti sismici precedenti; 2-la burocrazia che rallenta drasticamente la ricostruzione, forte anche dei fenomeni di corruzione che in terremoti precedenti si sono poi verificati (e nessun amministratore ora vuole rischiare di prendere iniziative fuori dall’iter burocratico di norma), e, infine, 3- una “stanchezza” generale, nazionale, del volontariato, di tutti, della “macchina della ricostruzione” nel suo complesso, nel gestire un evento che non si può più considerare straordinario, ma che dimostra un ripetersi oramai “ordinario”, frequente, di eventi sismici catastrofici nel nostro Paese (in tutta la fascia appenninica da sud a nord).

Nonostante l’apparente calma l’ISOLA D’ISCHIA non è un luogo morto dal punto di vista geologico (da http://www.focus.it/ )

   E le comunità locali vogliono, con le loro ragioni, una ricostruzione il più possibile “com’era e dov’era”. Ma appunto, vien da pensare, dove è possibile, e non sempre è possibile e auspicabile…. Un numero molto alto di piccolissimi borghi, frazioni, quasi sempre in luoghi geomorfologicamente difficili, può impedire o richiedere sforzi enormi per ricostruzioni “com’era, dov’era” prima. Tanto più se si trattava già di abitazioni, annessi rustici, ricoveri per animali.. che erano fragili per la natura geologica del terreno, per essere vicini a torrenti e zone franose, e, appunto, per l’alta sismicità del luogo che fa presupporre che altri eventi di tal genere possano accadere….

TERREMOTO NELL’ISOLA D’ISCHIA – Comune di Casamicciola Terme (da http://www.lavoripubblici.it/)

   Ma, ancor di più, i problemi (di manufatti abitativi in “collocazione sbagliata” in questi, peraltro bellissimi, contesti naturali) non si presentano solo in caso di terremoti, ma molto più spesso per alluvioni o frane. Perché appunto sono sbagliati i luoghi degli insediamenti. Pertanto la ricostruzione, anche dopo un terremoto, dovrà tener conto dell’asperità del luogo, dell’inadeguatezza, della difficoltà (geologica, idraulica…) di quella collocazione.

   E’ così che l’assioma “tutto come prima” si è potuto realizzare nei piccoli paesi del Friuli (nella parte storica, centrale), dopo i suoi due terremoti del 1976 (il caso simbolo è la ricostruzione “pietra su pietra” di Venzone), ma risulta forse più difficile pensare a una ricostruzione totalmente uguale a prima di un piccolo paese come Amatrice (2.700 abitanti) che ha ben 69 piccole realtà abitate, borghi sparsi sullAppennino.

   E’ pur vero che il mantenere in vita, “l’abitare”, piccole realtà sparse in territori sennò deserti, facilita un maggior controllo del territorio (gli abitanti diventano “sentinelle” dei mutamenti che possono avvenire), dalle possibili frane che si verificano, con il mantenimento (e manutenzione) di artifici umani storici (sentieri, strade, stradine, ponti e attraversamenti di torrenti, scolo regolare delle acque..) che si perderebbero se non ci fosse nessuno che vi abita. Pertanto è sì vero che i borghi ancora abitati sono l’unica rete vitale che può salvare quelle montagne dall’abbandono, ma bisogna ricostruire dove si è più in sicurezza.

Sprofondamento del terreno nell’Isola d’Ischia dopo il terremoto del 21 agosto scorso – In rosso, l’area che si è abbassata di 4 centimetri. In giallo le zone dove lo sprofondamento è stato di 2 centimetri. Il verde indica un’assenza di deformazione

   Dall’evento sismico del 2016 in Italia Centrale (e ora con il “piccolo” terremoto a Ischia) si rafforza in ogni caso la convinzione che l’obiettivo di portare tutto il territorio italiano ad avviare finalmente un grande progetto nazionale per la messa in sicurezza sismica e idrogeologica va ben oltre la concessione di incentivi fiscali come sta accadendo ora.

   Riguarda la “messa a norma” (antisismica) di ogni manufatto esistente, con una iniziativa che deve coinvolgere le istituzioni pubbliche, ma anche in primis ciascun cittadino, famiglia, oltreché tutto il mondo professionale che lavora nel settore della costruzione e mantenimento degli edifici.

   Una nuova sensibilità ecologica (e quanto mai può essere ecologica il mettere in sicurezza i luoghi in cui viviamo!) forse si sta facendo strada: ha però bisogno di individuare strumenti, agevolazioni, aiuti, per incominciare a prendere in mano tutto il patrimonio edilizio costruito antico o di relativa recente costruzione ma inadatto a sopportare eventi sismici.

ISCHIA, MAPPA (da Wikipedia)

Studiare di più il fenomeno, partendo anche da un “chek-up” pubblico (fatto da un ente istituzionale affidabile) del “costruito”, per poi decidere come intervenire subito (garantendo livelli minimi di sicurezza, almeno, ad esempio con l’imbragamento delle abitazioni, cioè un intervento possibile migliore in termini di costo-beneficio come sono le catene di ferro da una facciata all’altra della casa in modo che, se arriva il terremoto, si fa in tempo ad uscire…). Mettersi in moto, fare qualcosa di significativo a livello generale, salverebbe molte vite umane per i prossimi eventi sismici (che è presumibile, accadranno). (s.m.)

MAPPA ITALIANA DELL INTENSITA MACROSISMICA

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SUBITO CASA ITALIA PER EVITARE UN’ALTRA AMATRICE

di Oscar Giannino, da “Il Messaggero” del 23/8/2017

– I ritardi sul piano –

   Come tenere insieme il maxi ritardo accumulato nel rimuovere le macerie almeno nei 55 Comuni ad area rossa, dei 141 compresi nel cratere del sisma in centro Italia di un anno fa, le nuove vittime a Casamicciola, e gli obiettivi che portarono l’Italia ad avviare finalmente un grande progetto nazionale per la messa in sicurezza sismica e idrogeologica dell’Italia? Continua a leggere