LA GRANDE SETE possibile in aumento nel Pianeta – Uso e consumo d’acqua da rivedere; e per le AREE DI CRISI (l’AFRICA in primis) è possibile investire sui DISSALATORI? – L’AFRICA, tra crescita demografica, migrazioni, ma anche possibilità di sviluppo: un diffuso progetto di DISSALAZIONE DELL’ACQUA MARINA

SUDAFRICA GIORNO ZERO – CITTÀ DEL CAPO sta per restare a secco: la seconda più grande città del SUDAFRICA, se non pioverà, e molto, AI PRIMI DI MAGGIO DOVRÀ FERMARE L’EROGAZIONE IDRICA, già ora limitata a 50 litri al giorno per ognuno dei suoi 3,5 MILIONI DI ABITANTI (Alessandro Codegoni, QUALENERGIA.IT, 26/2/2018) – nella foto: Activation of Disaster Operations Centre: http://bit.ly/2DUnoLq #ThinkWater #DayZero #CTNews, Un tecnico collauda uno dei punti di distribuzione dell’acqua a cui dovranno rivolgersi i residenti dopo il GIORNO ZERO

   Nel 2030 il 47% della popolazione mondiale potrebbe avere problemi di scarsità di acqua. Poi ci sono aree del nostro Pianeta già ora in grave difficoltà, e con un contesto di sete, di siccità, che rischia di diventare inarrestabile; e queste aree saranno inabitabili.
Un esempio è la siccità eccezionale che affligge l’Africa orientale e meridionale da diversi anni; sembra un anticipo di quanto accadrà, per via del cambiamento climatico, in quella parte di mondo, che comprende, più su, anche l’area del Mediterraneo, che vedrà ridursi in futuro le precipitazioni.

DISSALATORI nell’Area del Mediterraneo (da http://www.greenreport.it )“(…) Sono solo DUE I TIPI principali DI TRASFORMAZIONE DELL’ACQUA SALATA IN ACQUA FRESCA E BEVIBILE: la DESALINIZZAZIONE TERMICA e la DESALINIZZAZIONE “OSMOSI INVERSA” (RO). ENTRAMBI sono AD ALTA INTENSITÀ ENERGETICA. 1) La DESALINIZZAZIONE TERMICA funziona causando l’EVAPORAZIONE DELL’ACQUA, lasciando dietro il sale e altre impurità. 2) DESALINIZZAZIONE “OSMOSI INVERSA” (RO) lavora usando un PROCESSO DI FILTRAZIONE A PIÙ FASI che culmina nell’uso di pompe ad alta pressione per forzare l’acqua salata attraverso una membrana la cui maglia è così stretta che solo le molecole d’acqua possano passare, ma sale e altre impurità non possono.(…)” (Cristian Barucca, 9/8/2017, http://www.themarsicanbear.com/)

Ci sono poi, in questa situazione africana, casi eclatanti, non riferibili a povere comunità sub-sahariane (che sopravvivono con grande difficoltà alla mancanza d’acqua); casi di realtà urbane, metropolitane, dell’Africa meridionale, in pericolo di grave carestia d’acqua. Ci riferiamo a CITTÀ DEL CAPO, che sta per restare senz’acqua: la seconda più grande città del SUDAFRICA, se non pioverà, e molto, in queste settimane, già ai primi di maggio dovrà fermare l’erogazione idrica, già ora limitata a 50 litri al giorno per ognuno dei suoi 3,5 milioni di abitanti. Secondo i tecnici e le autorità sudafricane l’11 maggio è il “day zero”, cioè il giorno dei rubinetti chiusi a causa della siccità. Ma è un’ipotesi che, crediamo, i sudafricani sapranno scongiurare, ma l’emergenza c’è, resta. Un pericolo che ci si augura, questa metropoli supererà… Però è emblematica la situazione di fragilità che si verifica, e che lascia appese le speranze alla possibilità che “piova presto e tanto”, perché le riserve non ci sono più.

L’impianto di energia solare Noor Ouarzazate alimenterà l’impianto di dissalazione dell’acqua di mare ad Agadir (Marocco) – Nel 2030 il 47% DELLA POPOLAZIONE MONDIALE, secondo lo Stockholm International Water Institute, potrebbe avere PROBLEMI DI SCARSITÀ DI ACQUA. I GRANDI IMPIANTI DI DISSALAZIONE hanno però impatti ambientali e notevoli consumi energetici. Ma si sta pensando a nuove tecnologie alimentate anche a fonti rinnovabili (Alessandro Codegoni, QUALENERGIA.IT, 26/2/2018)

Del resto questa contesto non è solo africano: questa sensazione di “pericolo”, dei rubinetti senz’acqua, Roma lo ha vissuto nell’estate scorsa. E anche in molte (meno note e non al centro dell’attenzione mediatica) altri parti d’Italia: è accaduto, l’estate scorsa, nel momento in cui le riserve d’acqua nei bacini della penisola si sono dimezzate.

L’IMPIANTO DI DISSALAZIONE “SOREK” IN ISRALE: costruito dall’ISRAEL DESALINATION ENTERPRISES per il Governo Israeliano, terminato alla fine del 2013: trasforma, dall’acqua del mare, 627.000 metri cubi di acqua potabile al giorno – La dissalazione di acqua di mare potrebbe rappresentare una valida alternativa, come dimostra proprio IL CASO DI ISRAELE, che già produce dal mare il 20% della sua acqua potabile, ma bisogna assicurarsi che gli impianti e i processi siano realizzati nel rispetto degli ecosistemi naturali

Ma tornando là dove l’acqua è veramente scarsa, nelle zone aride della Terra, viene da pensare, e chiedere, che qualcosa bisogna fare per garantire questo primario bene per la vita di tutti. E così da più parti si prospetta la possibilità di estendere la creazione di GRANDI IMPIANTI DI DISSALAZIONE, che permettano di “riconvertire” ad uso potabile l’acqua salata del mare.

AFRICA SENZ’ACQUA – MENO DELL’1 PER CENTO della popolazione mondiale dipende dall’acqua marina desalinizzata. Ci sono circa 21.000 grandi impianti di dissalazione in esercizio; La maggior parte sono in Medio Oriente. (Cristian Barucca, 9/8/2017, http://www.themarsicanbear.com/)

Impianti che hanno però allo stato attuale un considerevole impatto ambientale, e notevoli consumi energetici. Ci riferiamo (per l’impatto marino) sullo scarico nel mare che viene fatto dei sali accumulati, “tolti” all’acqua; cioè lo SCARICO IN MARE DELLA SALAMOIA, residuo del processo di dissalazione: una soluzione ad alta concentrazione di sale, che può essere molto dannosa all’ambiente marino. E poi appunto l’altro aspetto ambientale legato alla desalinizzazione è quello dei suoi attuali alti consumi energetici: anche se, per questo, si sta pensando a nuove tecnologie alimentate da fonti rinnovabili.

DISPONIBILITA’ IDRICA NEL MONDO (mappa ripresa da http://www.greenreport.it) – Circa il 97,5 PER CENTO dei 1.385 MILIONI DI CHILOMETRI CUBICI DI ACQUA su terra è acqua marina salata. Il restante 2,5 PER CENTO È L’ACQUA DOLCE, Ma circa il 90 PER CENTO DI QUELL’ACQUA DOLCE È BLOCCATO NEI GHIACCIAI DELL’ANTARTIDE, Groenlandia o altri ghiacciai (Cristian Barucca, 9/8/2017, http://www.themarsicanbear.com/)

Se di necessità di minor energia (e rinnovabile) si può arrivare a fare, anche l’impatto dello scarico in mare del sale accumulato (semplificando qui il concetto…), per i tecnici questo può essere risolto con uno scarico meno concentrato e più diffuso, “largo”. Pertanto, oltre alle nuove tecnologie, capaci di ridurre il costo energetico utilizzando fonti di produzione energetica rinnovabili, ci sono realistiche ipotesi in grado di risolvere il “ritorno in mare” di forti quantità di sale “estratto” in modo da non rovinare l’equilibrio marino…
Questo per dire che un grande sviluppo per le terre aride della tecnologia dei DISSALATORI che rendono “buona “ l’acqua del mare, potrebbe essere un PROGETTO GLOBALE dove tutti (istituzioni e volontari) avrebbero posto.

LIPARI: IL RINNOVATO (NEL 2015) DISSALATORE – DISSALATORE DELL’ISOLA DI LIPARI, il più grande d’Italia: QUALCHE PROBLEMA AMBIENTALE. CI SI RIFERISCE ALLO SCARICO IN MARE DELLA SALAMOIA, residuo del processo di dissalazione: una soluzione ad alta concentrazione di sale, che può essere molto dannosa

E, nel recupero di acqua potabile, tutto questo appare evidente che, geograficamente, le strade sono due: per chi (come noi) vive in ambienti ricchi di piovosità ma spreca troppo (con un eccessivo inutile consumo, con reti idriche che perdono spesso la metà dell’acqua…), più che di dissalatori, bisogna pensare a essere più parsimoniosi nell’uso dell’acqua: ad essere di fatto più virtuosi nell’utilizzo di questa prezioso bene comune. E prevedere modi di trattenimento dell’acqua piovana; pensare di separare nella costruzione o ristrutturazione delle abitazioni, l’acqua potabile per l’alimentazione, dall’acqua per altri usi (per dire: lo sciacquone del bagno impegna 6 litri d’acqua potabile a ogni utilizzo).

IMPIANTO DI DESALINIZZAZIONE BECKTON (Inghilterra) -Filtri di pressione che comprendono parte di un impianto di desalinizzazione a Beckton, in Inghilterra. Questo impianto di osmosi inversa trasforma acqua mista del fiume e delle maree dal TAMIGI in acqua potabile, ad un tasso di 150.000 m3 al giorno

E che invece LA DISSALAZIONE IMPEGNI PROGETTI RIVOLTI A PAESI CLIMATICAMENTE E GEOMORFOLOGICAMENTE IN DIFFICOLTÀ, zone aride o semi-aride, PAESI che vogliamo che escano da questa condizione di “non diritto” di ciascuna persona ad avere un bene primario di vita. Avviare così un grande progetto (mondiale) per creare tecnologie di desalinizzazione in ogni luogo dove l’acqua (e la sua mancanza) è un vero problema.

Nella foto la città di AGADIR (in Marocco) – “(…) Mentre l’impianto di AGADIR (MAROCCO) capterà l’acqua di mare dall’oceano e la trasformerà in acqua dolce, “solo la metà degli impianti di dissalazione al mondo lo fa”. Il resto prende l’acqua da altre fonti impure, come l’acqua salmastra o l’acqua di fiume inquinata (…)”. (Cristian Barucca, 9/8/2017, http://www.themarsicanbear.com/)

Non è quello che quotidianamente prospettiamo: cioè lo sviluppo e la fine della precarietà per paesi e comunità che vivono in zone aride, che hanno bisogno di una vita dignitosa e autosufficiente con le risorse necessarie al loro mantenimento?
La prospettiva di un grande piano (svolto da tutti, micro e macro organismi di volontariato o istituzionale), concentrato SULL’ACQUA e l’utilizzo delle ACQUE MARINE per la loro trasformazione in ACQUA DA BERE, attraverso micro e macro IMPIANTI DI DESALINIZZAZIONE… Non potrebbe essere un progetto da iniziare, da crederci concretamente? (s.m.)

ANCORA SULLA CRITICA SITUAZIONE DI SICCITA’ IN SUDAFRICA… – In media, OGNI ESSERE UMANO UTILIZZA DIRETTAMENTE o INDIRETTAMENTE 3,8 METRI CUBI D’ACQUA OGNI GIORNO, quando viene tenuto conto di tutto, dal LAVARSI e SERVIZI IGIENICI, al BERE e ALIMENTAZIONE in genere, e indirettamente attraverso l’AGRICOLTURA, e l’USO dell’ACQUA INDUSTRIALE

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DISSALARE L’ACQUA MARINA IN MODO SOSTENIBILE: TECNOLOGIE E FONTI ENERGETICHE
di Alessandro Codegoni, da QUALENERGIA.IT del 26/2/2018 (http://www.qualenergia.it/)
– Già nel 2030 il 47% della popolazione mondiale potrebbe avere problemi di scarsità di acqua. I grandi impianti di dissalazione hanno però impatti ambientali e notevoli consumi energetici. Ma si sta pensando a nuove tecnologie alimentate anche a fonti rinnovabili-

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SFMR (Sistema Ferroviario Metropolitano Regionale) in Veneto: UN SOGNO SVANITO -La “Metropolitana di Superficie del Veneto” non si farà: costa troppo; e dopo tanti anni (dal 1998) si è realizzato poco, e quel poco non funziona per niente – L’idea di un SISTEMA INTEGRATO DI TRASPORTO ferrovie/strade però resta

Il SISTEMA FERROVIARIO METROPOLITANO REGIONALE (SFMR) è (era) un progetto (iniziato nel 1998) finanziato principalmente dalla Regione Veneto, che prevede(va) l’attivazione di un servizio ferroviario regionale/suburbano ad elevata frequenza (ogni 15/30 minuti) con orario cadenzato lungo alcune linee ferroviarie nella Regione Veneto. La rete ferroviaria sfrutta(va) le ferrovie già esistenti integrate da nuove tratte e da nuove stazioni in progetto o già realizzate. Il progetto è (era) integrato da interventi di riqualificazione della rete stradale (ad esempio l’eliminazione dei passaggi a livello) e dalla riorganizzazione del trasporto automobilistico pubblico. (per un’ampia ed esauriente descrizione vedi: https://it.wikipedia.org/wiki/Sistema.Ferroviario.Metropolitano.Regionale ) (immagine tratta da http://www.net-italia.com/ )

   Nel 2° Piano Regionale dei Trasporti del Veneto (PRT, adottato dalla Giunta Regionale nel luglio 2005), il “Sistema Ferroviario Metropolitano Regionale” (SFMR) dichiara di avere un obiettivo preciso e assai innovativo: il viaggiatore si sposta da un punto all’altro del territorio potendo servirsi di più mezzi pubblici, utilizzando sempre e soltanto un solo titolo di viaggio, con stazioni dotate di aree per agevolare l’interscambio con gli autobus e le auto; con partenze dei treni ogni 15 minuti sincronizzati con il servizio pubblico locale.

STAZIONE SFMR VENEZIA MESTRE PORTA OVEST – La stazione SFMR è gestita da “Sistemi Territoriali”. Si trova tra la stazione di Venezia-Mestre e la stazione di Oriago della Ferrovia Adria-Mestre. È stata inaugurata nel 2008. A causa dei vandali è stata danneggiata sia con scritte sia con danneggiamenti alle parti di plastica del sottopassaggio pedonale (da http://www.ferrovieanordest.it)

E’ così che si viene incontro a quello che da tempo si dice del Veneto: che è una “metropoli diffusa”, al di là dei 576 comuni che conta: e il trasporto pubblico è assai difficile organizzarlo in un’area a urbanizzazione “dispersa”. Questo modo, di passare agevolmente da un mezzo di trasporto ad un altro (treno, auto, bus…rotaia, strada…), può agevolare gli spostamenti efficienti.
Poi va anche detto che la SFMR nasce da un’intuizione virtuosa: più che creare nuove linee ferroviarie, si decide di utilizzare le vecchie direttrici, i binari che si son sempre usati, adeguandoli (a volte raddoppiati) e lì far passare i treni veloci della metropolitana, come vediamo in quelle sotterranee nelle grandi città (…da noi in superficie…); come nelle metropoli (Parigi, Mosca, Londra, Milano, Roma, Barcellona etc.).
Appunto. Anche il Veneto lo possiamo considerare una metropoli, diffusa, allargata, con tanto verde ancora rimasto al posto dei parchi metropolitani, con il mare, le montagne, la “Laguna mondo” (come la chiama Marco Paolini), le città d’arte, i borghi ancora conservatisi….
Treni metropolitani che passano ogni 15 minuti: pertanto senza il patema che se ne perdi uno devi aspettare due ore l’altro. Treni che fanno tante fermate (fermarsi e ripartire in pochi secondi è caratteristica dei treni metropolitani). Che le stesse stazioni, oltre ad utilizzare quelle esistenti rinnovandole dall’attuale abbandono, nuove stazioni si possono fare in modo più semplice (più che di stazione, si potrebbe parlare di “fermata”: luoghi per poter salire o scendere dal treno, in sicurezza).

Schema delle linee di SFMR PRESENTATO NEL 2001 (da http://www.ferrovieanordest.it/ )

E veniva, con l’SFMR, introdotto il principio dell’INTERMODALITÀ: si scende e c’è il parcheggio dove si è lasciata l’auto, o viceversa; oppure c’è l’autobus, la corriera che aspetta.
Insomma la “Metropolitana di Superficie” è un’invenzione niente male, come infrastruttura diffusa per la mobilità delle persone, nel Veneto di adesso, di domani, del futuro.
Ecco. MA TUTTO QUESTO NON HA FUNZIONATO. E dopo trent’anni siamo al palo. Trent’anni. Infatti il primo progetto e l’inizio dei lavori è del 1998. Ma ancor prima è l’ideazione, l’”avvio politico”: è nel 1988 che l’allora presidente veneto Carlo Bernini, le Ferrovie dello Stato e il ministero dei Trasporti firmarono un protocollo di intesa, e la SFMR veniva inserita nei Piano Regionale dei Trasporti approvato dal Consiglio Regionale nel 1990.

Nuova “stazione-fermata” SFMR di Venezia-Mestre Terraglio-Ospedale

Con quello che finora è stato fatto (ne diamo un resoconto subito dopo queste nostre osservazioni) non è cambiato granché. Anzi, a volte ha distolto l’attenzione su una rete locale ferroviaria che dovrebbe essere efficiente. Si sono create nuove stazioni pressoché inutili, inutilizzate; e grandi parcheggi vuoti, ora abbandonati. Trent’anni per un “sogno” che non si è realizzato.
E ADESSO LA REGIONE VENETO HA DECISO DI ABBANDONARE IL PROGETTO: il Sistema Ferroviario Metropolitano Regionale, contraddistinto dall’acronimo Sfmr, finisce su un binario morto. Ciò che ne rimane, passa alla società RFI (Rete Ferroviaria Italiana), delle Ferrovie dello Stato, che (anche con un finanziamento della Regione) raddoppierà la Maerne-Castelfranco, costruirà un ponte sul Brenta e realizzerà altri interventi. Ma l’autonomia trasportistica veneta, questo progetto, questa idea, viene del tutto abbandonata.
Ed è ora difficile tornare alla normalità nel pensare il trasporto pubblico (così difficile in Veneto: nella maggior parte dei luoghi se non hai la macchina sei proprio in difficoltà a spostarti… e anche andare al lavoro o a scuola non è facile, spesso con treni pochi e strapieni nell’orario di punta…).
Forse in epoca di “vacche grasse”, di tanti soldi, finirlo, il progetto, realizzarlo, era più facile. Si sarebbe dovuto crederci di più allora….

CATTEDRALI NELLA CAMPAGNA: parcheggi vuoti come a MIRA-ORIAGO – PARCHEGGI INTERMODALI VUOTI DELLA SFMR (Una stazione sguarnita di ogni comodità (FOTO di LUCA FASCIA da WIKIMEDIA COMMONS)

Adesso, si dice, non ci sono più risorse sufficienti. Ma, a nostro avviso, non è solo un fatto di risorse: è forse la mancanza di fiducia in uno sviluppo trasportistico (delle persone), di mobilità, che sia nuovo, innovativo, una svolta…Non c’è intenzione di “rischiare per un diverso futuro”… si pensa ai piccoli passi, con innovazioni in tempi biblici (mentre il mondo corre…).
E’ da sperare che qualcosa cambi: che si ritorni ad un approccio virtuoso nel futuro della qualificazione dei nostri così disastrati territori; nei modi di sviluppo del Veneto e delle sue infrastrutture che veramente servirebbero (e ben diverse da obsolete superstrade che invece si stanno realizzando); che si possa pensare a una mobilità efficiente, alternativa all’auto. Modi e strutture che ci portino al lavoro, a scuola, al mare, in montagna, ovunque, riprendendo quell’idea così ancora adesso più che mai moderna, innovativa, che doveva essere la Metropolitana di Superficie. (s.m.)

SFMR – MAPPA DEL DETTAGLIO DELLA FASE 1, TRA VENEZIA E PADOVA

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SCHEDA

Nel 2° Piano Regionale dei Trasporti del Veneto (PRT), il Sistema Ferroviario Metropolitano Regionale del Veneto (SFMR) parte da un obiettivo preciso e innovativo: il viaggiatore si sposta da un punto all’altro del territorio servendosi di più mezzi pubblici, utilizzando sempre e soltanto un solo titolo di viaggio, stazioni dotate di aree per agevolare l’interscambio con gli autobus e le auto, partenze dei treni ogni 15 minuti sincronizzati con il servizio pubblico locale.
La sua realizzazione è suddivisa in 4 distinte fasi di attuazione:
– prima fase: Venezia, Padova, Castelfranco e Treviso fino a Quarto d’Altino;
– seconda fase: Monselice – Padova, Vicenza – Castelfranco – Treviso, Treviso – Conegliano, Quarto d’Altino – Portogruaro e la nuova linea che collega l’aeroporto Marco Polo di Venezia;
– terza fase: Mira Buse – Adria, Chioggia – Adria – Rovigo, Rovigo – Monselice, Vicenza – Schio, Bassano – Cittadella – Camposampiero, Bassano – Castelfranco, Montebelluna – Castelfranco, Montebelluna – Treviso, Treviso – Portogruaro, Padova Interporto – Piove di Sacco – Chioggia;
– nella quarta fase è prevista l’estensione del SFMR alle cosiddette “Aste di adduzione”: Vicenza – Verona, Bassano – Trento, Montebelluna – Feltre – Belluno e Conegliano – Vittorio Veneto – Ponte nelle Alpi – Calalzo.

SFMR, LE VARIE FASI PROGETTUALI IN QUELLA CHE DOVEVA ESSERE LA REALIZZAZIONE

Previa la sottoscrizione di un accordo di programma con l’allora Ministro dei Trasporti Carlo Bernini, la Regione ottenne dal CIPE, nel dicembre 1995, un contributo di 330 miliardi di lire, pari al 50% dell’investimento previsto per la realizzazione del SFMR.
Seguono la redazione del progetto esecutivo approvato dalla Conferenza di servizi nel gennaio 1999 e le gare per l’appalto dei lavori relativi ai primi due lotti della prima fase di attuazione (tratte Padova – Castelfranco e Castelfranco – Salzano). Nel settembre 2001 assegnarono con gara l’appalto del lotto Mogliano – Treviso e Mestre – Mira Buse. I lavori dei primi due lotti sono stati consegnati nel 2001. E poi cosa è successo?

SFMR: L’AREA VENEZIANA

La costruzione ha avuto diversi intoppi, difficoltà nell’individuare la collocazione delle stazioni. I lavori sulle linee sono progrediti ma non ancora completati. Più o meno ultimate la Padova-Castelfranco, la Mestre-Treviso, la Mestre-Padova, la Mestre-Quarto d’Altino, la Mestre-Castelfranco. A livello di infrastrutture rimane da realizzare il nodo della Gazzera, presso Mestre.
Dei 5,9 miliardi (in euro) preventivati dal progetto approvato dalla Regione nel 1990 a oggi (aprile 2018) è stato speso solo un sesto. Un miliardo utilizzato soprattutto per sottopassi, eliminazione di passaggi a livello (66 su 407), creazione di parcheggi, nuove stazioni (9 sulle 37 previste), acquisto di nuovi treni (24 sui 120 preventivati), adeguamento di fermate (22 su 162). Molto cemento e asfalto, un po’ meno binari: l’opera propriamente ferroviaria più imponente è stata il raddoppio della linea tra Mestre e Padova, poi sono stati attivati gli adeguamenti a doppio binario sulla Padova-Castelfranco, su 25 chilometri tra Maerne e Castelfranco e su 18 nella tratta Castelfranco-Bassano. C’è adesso l’orario cadenzato introdotto tre anni fa. Treni ogni mezz’ora alla stazione (non 15 minuti). E niente a che fare con il progetto originario ora abbandonato.

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L’Assessore regionale del Veneto alle Infrastrutture e Trasporti ELISA DE BERTI

L’OPERA

SFMR: 30 ANNI E TUTTO DA RIFARE CON LA METROPOLITANA DI SUPERFICIE

di Monica Zicchiero da “il Corriere del Veneto” del 6/4/2018
– Tra annunci e liti tramonta il progetto veneto. Un miliardo buttato e mille polemiche –
VENEZIA – Che qualcosa non fosse andato per il verso giusto nel grandioso progetto di collegare tutto il Veneto con bus, auto e ferrovie in un unico mosaico di mobilità funzionale, lo si era capito quando un pezzo del grande puzzle della metropolitana veneta di superficie «Sfmr» è finito nel sito «Trovacamporella.com». Camporella, sì. Parcheggio Porta Ovest di Oriago, 600 posti auto nei quali non si fa mai fatica a trovare uno spazio libero perché è sempre deserto e per questo nella classifica del sito ha tre stelle e mezzo su cinque: «Ampissimo parcheggio della stazione inutilizzato dagli utenti, poco illuminato e molto tranquillo. Dopo il tramonto ho sempre trovato delle coppie e a volte singole molto disponibili e davvero simpatiche», è la recensione di un utente.
LA RELAZIONE
Sipario, SFMR EXIT. Silenzio in sala. Continua a leggere

UNA NUOVA LEGGE SULLE CAVE IN VENETO (dopo 36 anni) – Ma il CONSUMO DI SUOLO e LA SPECULAZIONE EDILIZIA si sono già fermati con la crisi economico-immobiliare (la vera Legge di tutela la ha già fatta il Mercato) – Indicazioni e prospettive nel consumo di risorse e materiali edili nei prossimi anni

Nel Veneto sono presenti oltre 400 cave in attività, per l’estrazione dei seguenti principali materiali: -SABBIA e GHIAIA; -DETRITO; -CALCARE PER INDUSTRIA (cemento, calce, granulati) E COSTRUZIONE (sottofondi, ecc.); -ARGILLA PER LATERIZI; -BASALTO; -PIETRE ORNAMENTALI (calcare da taglio, lucidabile, trachite da taglio); -ROCCIA di CARBONATO (di calcio e magnesio, come la Dolomia)

CAVE IN VENETO – La nuova L.R. Veneto 16/03/2018, n. 13 “disciplina dell’attività di cava” è stata approvata dopo 36 anni della prima legge (n. 44 del 1982) che disciplinava l’attività di cava, ma che di fatto non è mai entrata in funzione: tutto era demandato alla Giunta Regionale, perché non era stato approvato il piano del fabbisogno regionale di materiali estratti (cioè il cosiddetto PRAC, piano regionale per l’attività di cava). La legge regionale n. 13 vorrebbe nascere (nella mutata situazione economico-immobiliare di minor sfruttamento del territorio e drastica riduzione dei grandi profitti della speculazione edilizia), questa nuova legge sulle cave del Veneto vorrebbe nascere in armonia con i principi del corretto uso delle risorse e della salvaguardia dell’ambiente e del paesaggio nelle rispettive componenti. Per questo esprime l’intento (sarà poi così?) di perseguire le seguenti finalità:
riduzione del consumo di suolo in coerenza con l’obiettivo europeo di azzerarlo entro il 2050, mediante il contenimento della coltivazione di nuove superfici estrattive, favorendo il massimo sfruttamento del giacimento di cava e l’utilizzo di materiali di scavo provenienti dalla realizzazione di opere pubbliche e private;
tutela e salvaguardia dei giacimenti, da considerare, unitamente all’attività estrattiva, risorse primarie per lo sviluppo socio-economico del territorio;
limitazione degli impatti dell’attività estrattiva sull’ambiente, salvaguardando l’integrità delle falde e riducendo le emissioni delle sostanze climalteranti, di gas e polveri nell’aria.
Per quanto non previsto dalla legge continuano a osservarsi le norme di cui al R.D. 29/07/1927, n. 1443 (Norme di carattere legislativo per disciplinare la ricerca e la coltivazione delle miniere nel regno).
Prevista entro tre mesi l’approvazione del Piano regionale dell’attività di cava (PRAC), che dovrà fornire una corretta pianificazione regionale, e abrogata la L.R. Veneto 07/09/1982, n. 44 che per quasi quarant’anni ha disciplinato la materia.

Testo della L.R. Veneto 16/03/2018, n. 13

Testo dell’abrogata L.R. Veneto 07/09/1982, n. 44

Testo del R.D. 29/07/1927, n. 1443 (Norme di carattere legislativo per disciplinare la ricerca e la coltivazione delle miniere nel regno)

(da  http://www.legislazionetecnica.it/ del 19/3/2018)

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UNA CAVA DI TRACHITE NEI COLLI EUGANEI – L’ARTICOLO 32 DELLA NUOVA LEGGE VENETA SULLE CAVE DA’ IL VIA LIBERA AI TUNNEL PER ESTRARRE LA TRACHITE NEL COLLI EUGANEI – “(…) La legge Fracanzani varata nel 1971 per la TUTELA DEI COLLI EUGANEI finisce in soffitta e si apre la stagione delle “GALLERIE DI TRACHITE” per salvare cinque aziende tra VO, ZOVON, MONTEMERLO e CERVARESE SANTA CROCE: quelle pietre formatesi 35 milioni d’anni fa, nell’era dell’Oligocene, sono un tesoro per la tutela dei centri storici. Senza “MASEGNE” DI TRACHITE, Venezia sarebbe una distesa di brutale cemento e così le piazze medievali di Padova, Vicenza e Verona e di mezza Italia, ma c’è sempre un punto di equilibrio da rispettare: la tutela dell’ambiente (…)”. (Albino Salmaso, “il Mattino di Padova”, 15/3/2018)

   Dopo trentasei anni il Veneto ha una nuova legge sulle cave. E’ stata approvata dal Consiglio Regionale veneto il 16 marzo scorso la Legge Regionale n. 13 che detta “Norme per la disciplina dell’attività di cava”. Che dire di questa nuova legge tanto attesa da anni? ….che forse si è chiuso la stalla quando i buoi sono già scappati? Troppo tardi?…visto che una legge di salvaguardia (che poi, vedremo in questo post, proprio salvaguardia non è…) è già di fatto stata anticipata “dal mercato”: cioè la crisi molto forte da 10 anni a questa parte dell’edilizia, delle nuove case, ha deciso lei (questa crisi) che le cave di ghiaia erano molto ma molto meno necessarie…
Comunque, dando fiducia a un sistema politico, economico, culturale che vuole andare in altra direzione rispetto alle speculazione edilizia di questi decenni, va detto che il cardine intorno a cui ruota la nuova legge veneta sulle cave dovrebbe essere quello della riduzione del consumo del suolo.

CAVE IN VENETO E CONSUMO DI SUOLO

Rispetto alle legge del 1982 (la n. 44) sono passate otto legislature regionali, e la nuova legge sembra quasi segnare la fine di un’impasse psicologica (si parlava, ci si impegnava politicamente, ma non si faceva alcuna nuova normativa sulle cave) (o forse a qualcuno, come i cavatori, andava bene lasciar tutto così com’era…).
Ma qui c’è un equivoco da chiarire. La tanto vituperata legge regionale (n. 44) del 1982 era una buona legge. Prevedeva un sistema di pianificazione a diversi livelli, affidati alle Province ed all’apporto dei Comuni (quest’ultimo sì un errore: i nostri piccoli comuni non ne erano tecnicamente minimamente in grado di entrare nel sistema pianificatorio e decisionale sulle cave). Però di fatto questi vari livelli (Regione, Provincie, Comuni…) non sono mai avvenuti, non si sono mai realizzati: tutto veniva deciso dalla Regione, anche (e specialmente) per le autorizzazioni, perché una postilla finale di questa legge diceva che fintantoché non sarebbe stato approvato un PRAC (piano regionale attività estrattiva, per decenni mai approvato), era la Giunta Regionale (di fatto l’assessore alle cave) che doveva decidere quanto, cosa e a chi dare le autorizzazioni (un mitico assessore alle cave degli anni ’80, Camillo Cimenti, era considerato l’uomo più potente del Veneto, vista la mole di interessi e stratosferico business che poteva muovere in una direzione o in un’altra…).

CAVA DI MARMO SULLE ALPI APUANE (TOSCANA) – CAVE, IN ITALIA 4.700 ATTIVE E 14.000 ABBANDONATE. LEGAMBIENTE: “SERVE LEGGE QUADRO NAZIONALE” – (….) La CRISI DEL SETTORE EDILIZIO degli ultimi anni ha fatto registrare una RIDUZIONE DEL NUMERO DI CAVE ATTIVE (-20,6% rispetto al 2010), ma sono ben 4.752 LE CAVE ATTIVE E 13.414 QUELLE DISMESSE nelle Regioni in cui esiste un monitoraggio. Se a queste aggiungessimo anche quelle delle REGIONI CHE NON HANNO UN MONITORAGGIO (Friuli Venezia Giulia, Lazio e Calabria), il dato potrebbe salire ad oltre 14mila cave dismesse. Sono poi 53 MILIONI DI METRI CUBI LA SABBIA E LA GHIAIA ESTRATTI OGNI ANNO, materiali fondamentali nelle costruzioni, 22,1 MILIONI DI METRI CUBI I QUANTITATIVI DI CALCARE e oltre 5,8 MILIONI DI METRI CUBI DI PIETRE ORNAMENTALI estratti. IN NOVE REGIONI ITALIANE NON SONO IN VIGORE PIANI CAVA e le regole risultano quasi ovunque inadeguate a garantire tutela e recupero delle aree. (Marcella Piretti, da DIRE http://www.dire.it/ ,14/2/2017)

Adesso questa ipocrisia dei vari livelli istituzionali di decisione, pare definitivamente abbandonata, e a decidere la pianificazione con la nuova legge regionale 13/2018, dove fare le cave e a chi dare le autorizzazioni, è unicamente la Regione.
E con l’approvazione del 16 marzo scorso si introduce la logica del fabbisogno, e si fissano i tetti di escavazione per ciascuna provincia. Del fabbisogno regionale, stimato in 80 milioni di mc. di materiale nei prossimi 10 anni, solo 12,5 milioni di mc saranno derivanti da nuove estrazioni. Gli altri materiali saranno recuperati da demolizioni, dai recuperi con la costruzione di opere pubbliche (come adesso il materiale che si sta ricavando nella costruzione della Superstrada Pedemontana Veneta), e con estrazioni già autorizzate. E poi ci sono le cosiddette RISERVE, ovvero le autorizzazioni già acquisite dai cavatori, che non perdono il diritto a scavare con le vecchie regole.

CAVA miniera di COSTA ALTA – cava di DOLOMIA, a Carpanè di San Nazario in VALBRENTA (La DOLOMIA è una ROCCIA SEDIMENTARIA CARBONATICA costituita principalmente dal minerale dolomite, chimicamente un CARBONATO DOPPIO DI CALCIO E MAGNESIO)

Oltre agli 80 milioni di mc previsti nei prossimi dieci anni, sono stati concessi altri 12 milioni di mc, specie per le province di Vicenza e Verona che hanno ottenuto un “bonus” per la sabbia e la ghiaia di 5 e 4,5 mln. Ci sono delle disparità tra le province ma “i diritti pregressi non si possono toccare”. Treviso, con tante autorizzazioni e gestioni di cave in corso (spesso pluri-prorogate le originarie autorizzazioni), Treviso, dicevamo, è a regime zero e non potrà più ottenere nessuna nuova escavazione.
Elenchiamo qui di seguito le diversità che abbiamo rilevato nella nuova legge rispetto al passato (demandando a voi, se interessa, la lettura specifica degli altri articoli di questo post, e anche la lettura integrale della LR 13/2018 che qui si trova).

L.R. Veneto 16/03/2018, n. 13 “disciplina dell’attività di cava” Ve_16032018_13_

1- Viene tolto il limite per ciascun territorio comunale del 3% della superficie della zona agricola di possibile escavazione, demandando invece al PRAC (Piano Regionale delle Attività Estrattive) la individuazione delle aree potenzialmente indiziate (a prescindere pertanto da limiti comunali che hanno in passato ancor di più permesso cave in un Veneto frammentato in troppi comuni inseriti nella fascia di escavazione).

mappa estrazione in Veneto (da il Mattino di PD)

2- Non si vanno ad intaccare le FALDE FREATICHE, cioè non si autorizzeranno più cave che superano il limite di falda: nella bassa pianura veneta, ad esempio per l’escavazione dell’argilla, ma anche di sabbie e ghiaie, accadeva quasi sempre (e nasceva, sono nati, moltissimi laghetti). Però le cave aperte in passato in diversi casi continueranno a operare “in deroga” e ad estrarre sabbia e ghiaia sottofalda (lo si fa di solito con rucole meccaniche che prelevano sott’acqua la ghiaia o sabbia).
3- Si è cercato di risolvere (molto moderatamente!) la pratica assai diffusa di escavazioni senza dover essere autorizzati come nelle cave vere e proprie, come finora è accaduto spesso: ad esempio nell’ESCAVAZIONE DI SOTTOFONDI di opere pubbliche o private, che consentono di ricavare molta sabbia o ghiaia, e la si vende derogando da ogni regola, disciplina di cava. Adesso, con questa nuova legge, viene consentita sì la commercializzazione del materiale escavato purché non superi il volume di 100.000 mc. …se si supera questa soglia si rientra nell’attività di cava e serve l’autorizzazione regionale (la cosa è macchinosa… chi controlla la soglia di superamento?… 100mila metri cubi sono difficili da individuare…e l’iter dell’autorizzazione quando parte, al superamento della soglia? prima?….).

IN CELESTE GLI AMBITI ESTRATTIVI PER LE CAVE DI SABBIA E GHIAIA IN VENETO

4- Dello stesso genere, cioè di cave vere e proprie realizzate ma senza dover essere autorizzate, è il caso delle “MIGLIORIE FONDIARIE” (terreni agricoli abbassati di qualche metro per fare ACQUACOLTURE o cose simili, con ricavo di quantità enormi di argilla o altro materiale da vendere…): qui non è cambiato niente, si può continuare a fare (c’è solo il limite, a nostro avviso facilmente aggirabile, di non superare un asporto di materiale superiore a 5000 mc per ettaro).
5- Quanto alla RICOMPOSIZIONE dei terreni divenuti cava, non si dice molto (quasi niente rispetto al passato). Si afferma che quei terreni devono ritornare agricoli (anche con la legge del 1982 il dispositivo era lo stesso). Ma non si può dimenticare le deroghe del passato… che trasformavano spesso le cave in discariche…. Oppure cantieri per trasformazione della materia prima, manufatti edili, cantieri in cava gestiti dagli stessi cavatori, prorogando in ogni caso all’infinito il disagio per le comunità che vicino vi abitano…).

CAVE DA ESCAVAZIONE SOTTO FALDA TRASFORMATE IN LAGHETTI

6- C’è poi un certo tono enfatico-ecologico nel dire che se si è andati troppo vicini alla falda (una profondità inferiore a 10 mt dal livello di massima escursione) si dovrà praticare solo agricoltura biologica…. Poi una particolare predilezione, nelle possibilità di ricomposizione si afferma nel voler incentivare la creazione di “CASSE DI ESPANSIONE” gestite dai consorzi di bonifica contro le piene delle alluvioni (cioè far defluire la massa d’acqua verso queste ex cave in modo da contenere la piena…) (questo utilizzo contro le piene d’acqua trova molti dubbi sulla sua effettiva efficacia nella maggior parte di casse di espansione eseguite).
7- E poi per la RICOMPOSIZIONE DELLE AREE DEGRADATE da cave lasciate in completo abbandono (accadeva sempre lo stato di abbandono, prima del 1982 –ma anche dopo!-, prima della legge 44, che ha regolamentato, peraltro prevedendo alternative all’uso agricolo che han portato da quell’anno alle prime discariche di rifiuti indifferenziati ma autorizzate!); per la ricomposizione di questa aree-cave in abbandono ora si promettono soldi, finanziamenti, da dare non ai proprietari della cava (ci vorrebbe!!) ma ai comuni e a chi promette ricomposizioni.
8- Su tutto poi i cavatori dei COLLI EUGANEI hanno vinto la loro battaglia per continuare a prelevare la preziosa TRACHITE, peraltro assai necessaria per i restauri delle antiche piazze e palazzi; la loro lobby è riuscita ad inserire un emendamento: viene data nuovamente l’autorizzazione a scavare nel parco naturalistico senza che venga specificato quanto si potrà scavare, quanto a lungo o quanto a fondo. Basta farlo al coperto, CON DEI TUNNEL, cioè in GALLERIA, in modo che non si veda fuori il prelievo di materiale, non a cielo aperto….(il sottosuolo “mangiato” dall’estrazione, ma il paesaggio “salvato” alla sua visibilità…come non è stato finora)
9- E infine per le PROROGHE ALLE AUTORIZZAZIONI si vuole dare UN LIMITE rispetto al passato (le cave spesso non chiudono mai, ben oltre gli anni autorizzati all’origine): nella nuova Legge 13 del 16/3/2018 si può dare la proroga limitata ad una sola volta, per una durata non superiore alla metà dell’autorizzazione originaria: pertanto che si concede originariamente l’autorizzazione per 20 anni, si può prorogare per altri 10, non di più….(!?)
Nel complesso, questa nuova legge, che mantiene la struttura originaria del passato, dal 1982 in avanti, ha perlomeno il pregio di riconoscere che nel fabbisogno dei prossimi anni (80 milioni di metri cubi di ghiaia e sabbia nei prossimi 10 anni…8 milioni all’anno sono un’enormità per un’edilizia ben minore dei decenni passati…) si dovranno considerare le “scorte” accumulate: cioè le molteplici cave ora in attività, in questi ultimi dieci anni di crisi edilizia-economica fortemente sotto-utilizzate, e che rientrano (almeno pare, e speriamo) nel fabbisogno dei prossini anni.

CAVE che non chiudono mai (PROROGATE anche per l’utilizzo della lavorazione del materiale)

E implicitamente la nuova legge riconosce la fine degli “anni d’assalto”: ma questo non è essa legge che impone il maggior rispetto del territorio (non è la Regione) bensì, come all’inizio dicevamo e ancora qui va ribadito, è il MERCATO che lo ha deciso oramai da anni: l’assalto edilizio, delle lottizzazioni ora non abitate, dei capannoni inutili e adesso in abbandono, questo assalto edilizio pare finito non perché lo già deciso la “politica”, ma perché non conviene più, non dà denaro, profitti, non crea speculazione finanziaria. La politica, in subordine, ne prende atto, ed emana una nuova legge sulle cave (e un Prac, piano del fabbisogno dei prossimi anni) dove in subordine arriva a riconoscere che ora il problema è non tanto costruire di più (perché non rende), ma “che fare” dei molteplici diffusi capannoni abbandonati, degli appartamenti e condomini vuoti che si degradano.
Un unico settore sembra ancora in auge con possibile espansione speculativa: quello dei CENTRI COMMERCIALI. Con un effetto a catena disastroso: nuovi CENTRI COMMERCIALI che nascono occupando quantità notevoli del poco terreno rimasto ancora libero, e altri che devono chiudere (per troppa concorrenza), lasciando manufatti enormi vuoti e abbandonati (come i capannoni, ma spesso ben più grandi!)….
Prendiamo atto di qualche regola in più (debole, fragile, scontata…) della nuova legge sulle cave in Veneto, ma niente cambia per un territorio che resta disastrato. (s.m.)

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PRIME RIFLESSIONI SULLA L.R. VENETO 16 MARZO 2018 N. 13 CHE DETTA “NORME PER LA DISCIPLINA DELL’ATTIVITÀ DI CAVA”
di Franco Zambelli, 21/3/2018, da “Global Legal Chronicle – Italia” Continua a leggere

VIAGGIARE O FARE TURISMO DI MASSA? – il caso (ancora una volta) di Venezia – l’opera e le azioni amministrative perché le persone (pur oggi numerose) tornino ad essere viaggiatori, “ESPLORATORI DEI LUOGHI” e non turisti di massa – L’EDUCAZIONE all’antropologia dei luoghi

turisti a Venezia

   I turisti sono un importante business economico, ma non per tutti. Ad esempio i residenti delle più belle città europee, presi d’assalto da un turismo sempre più numeroso, sono in una situazione di stress, di tracollo psico-fisico. E anche le strutture artistiche, architettoniche, i monumenti… ma anche logistiche (strade, servizi igienici…) ne risentono. La speculazione edilizia, le strutture più o meno legali di accoglienza dei visitatori (affitta-camere, B&B…), portano a un modello odierno di turismo che tende a mandar via i residenti storici dai propri quartieri e colpisce l’ambiente.

FOTO DI GIANNI BERENGO GARDIN (DA IL CORRIERE DELLA SERA, SUPPL. “SETTE” DEL 22/2/2018

Venezia, Barcellona, Mont Saint Michel, Dubrovnik in Croazia…. sono di fatto diventate non più città (o luoghi ameni di grande pregio) ma parchi turistici…. con un turismo di massa che va ovunque (c’è perfino un turismo in eccesso nei luoghi dell’Olocausto nazista…). E poi il turismo d’assalto nei posti di montagna, i passi e rifugi raggiungibili in macchina…. Non parliamo che sovra-affollamento delle coste, pur quasi sempre nate solo per la vocazione turistica e poco come residenze storiche… E poi Il turismo religioso, a intasare cattedrali e altri luoghi sacri…
Poi, con l’aumentata minaccia del terrorismo in Maghreb e Medio Oriente, e con il successo delle crociere e la diffusione di luoghi in cui dormire a bassa prezzo (parlavamo prima di affittacamere più o meno tollerati, i B&B…), il turismo (anche quello di pochi giorni), si è rivolto verso destinazioni più nel Mediterraneo del nord, destinazioni “nostre”, mettendo sotto pressione gli ecosistemi cittadini, senza risposte adeguate da parte delle amministrazioni comunali, delle autorità sovracomunali (Regioni, Stato…).

(foto da VENEZIA TODAY) – “(….) È COME SE SI CERCASSE DI CANCELLARE LA VENEZIA DEL NOVECENTO: una città moderna, all’avanguardia, creativa. Oggi molto è cambiato, certo. Ma dimenticare che questa è stata una città moderna, e rifarsi solo a un passato distante, è un errore. QUESTA CITTÀ È NEL MONDO, NON FUORI DAL MONDO (…) ”(intervista a Paolo Baratta, presidente della Biennale, da SETTE de “il Corriere della Sera”, 22/2/2018)

E ancora, nella nostra epoca globale, una fascia sempre più larga di persone “lontane” riesce ad avere risorse finanziarie sufficienti per poter viaggiare, andare a vedere posti di cui una volta sentivano solo parlare (Venezia su tutte…) … e con i viaggi low cost, le opportunità aumentano.
Venezia è un emblema di questo divenire una “non città” per troppa presenza turistica: i residenti sono 55mila, che devono convivere (magari molti anche commercialmente guadagnandoci con la ristorazione, i negozi, alcune di queste attività in mano a stranieri) con gli oltre 20 milioni di visitatori all’anno. In ogni caso un disequilibrio che snatura la città.

GRANDI NAVI, FOTO DI GIANNI BERENGO GARDIN, da “Sette” del Corriere della Sera – «Qui le cose o sono eccezionali o non sono. E con il termine ‘eccezionale’ intendo qualcosa che esce dall’ordinario, dal locale. Qualcosa capace di dialogare con il mondo. Giustamente si parla del numero esagerato dei turisti e della fuga dei residenti. Però non dobbiamo fermarci a questo. Bisogna pensare a che cosa mettere accanto al flusso dei turisti, come far crescere la città attirando qui le competenze giuste, nazionali e internazionali». E LE GRANDI NAVI SUL CANAL GRANDE? BARATTA SE LA CAVA CON UNA BATTUTA: «QUELLE SÌ CHE SONO FUTURISTE! MARINETTI NON SAREBBE MAI ARRIVATO A IMMAGINARE TANTO…». (intervista a Paolo Baratta, presidente della Biennale, da SETTE de “il Corriere della Sera”, 22/2/2018)

E cresce però in tutta Europa la fronda contro il fenomeno “turistico” di massa. Ci sono sempre più città in cui le amministrazioni locali stanno valutando o attuando misure per porre un limite alla pressione turistica. Stop agli affitta-camere illegali, alla diffusione di B&B non autorizzati, e con la creazione di numeri controllati e limitati di visitatori nelle piazze principali (come l’esperimento del conta-persone che si è avuto a Venezia nello scorso Carnevale).

Venezia anni ’60, foto di Gianni Berengo Gardin, da Sette, supplemento del Corriere della Sera del 22/2/2018

Allora vanno bene le misure “anti-turista di massa”, però sarà difficile fermare il fenomeno. Per questo bisogna pensare ad allargare il giro delle destinazioni “alternative” all’interno delle città d’arte, scegliendo anche quelle minori; diversificare le attività proposte, ampliare la stagione…. E così rispondere alle esigenze dei residenti….. Pertanto ci vuole un’ipotesi di turismo diffuso, di educazione a un turismo motivato, culturale, rispettoso dei luoghi….. il sistema delle sanzioni può servire ma non può bastare.

CORRADO DEL BÒ, “ETICA DEL TURISMO”, ed. CAROCCI. – “SIAMO TUTTI TURISTI. NON VIAGGIATORI. Il turista è colui che si sposta per diletto, per svago, per divertimento. Viaggiare vuole dire scoperta, avventura, è un’idea dei tempi passati. Ed è inutile rifarsi a questo concetto affannandosi di distinguersi dalla massa”. Il professore di Filosofia del diritto e Filosofia del Turismo, CORRADO DEL BÒ, non lascia all’homo low cost un grosso margine di manovra. (vedi l’ultimo articolo di questo post dedicato a questo libro) (immagine tratta da http://www.ravenna.it/)

Il rapporto della Amministrazioni Comunali è però spesso ambiguo: sì alle limitazione, ma fa anche comodo avere persone che portano soldi (a volte pochi, ma pur sempre qualcosa spendono…). Rapporto ambiguo spiegabile anche emotivamente dal fatto che “è brutto” cacciare il visitatore, seppur povero, che vuole visitare la bellezza della tua città…

PATRIZIA BATTILANI, “VACANZE DI POCHI, VACANZE DI MOLTI”, IL MULINO, 2000 – VIAGGIO E TURISMO NELLA STORIA: 1- PROTOTURISMO 2- TURISMO MODERNO 3- TURISMO DI MASSA 4- TURISMO GLOBALE. – IL VIAGGIO. Impulso a viaggiare. Viaggio è desiderio di conoscenza, di scoperta. Possibilità di vivere in età e culture diverse. Viaggio come fuga dalla quotidianità, come ricerca di emozioni, di svago Viaggio come esperienza di vita e di crescita , di rinnovamento sia fisico che culturale, di conoscenza di sé stessi. Viaggio come metafora della vita… Artisti, poeti, esploratori, geografi, turisti… – VIAGGIO E GEOGRAFIA. Un modo diretto (o indiretto attraverso il racconto) di avvicinarsi a un territorio Ci dà una prima interpretazione (soggettiva) che richiede verifiche e approfondimenti. Dipende da ciò che esso offre ma , molto, da come viene vissuto. LA GEOGRAFIA STESSA È NATA DAL DESIDERIO DI VIAGGIARE E DAL RACCONTO DI VIAGGIO. (da AIIG – ASSOCIAZIONE ITALIANA INSEGNANTI DI GEOGRAFIA – PAESE CHE VAI… TURISTI O VIAGGIATORI? – A cura del Prof. CARLO CENCINI )

Più importante allora è per le istituzioni locali creare delle regole ferree cui il turista deve attenersi (stop a cose folli come il bagno nelle fontane o azioni simili, ma anche a pic-nic per strada, o alla paranoia di selfie dappertutto anche con bastoni appositi…); e poi (ribadiamo) invitarlo (il turista) ad uscire dai circuiti soliti di massa dove tutti si concentrano nelle città d’arte (Piazza San Marco a Venezia…) e proporre visite “intelligenti”. E Venezia (presa da noi in questo post come “campione simbolo”), Venezia avrebbe tante isole della Laguna di notevole bellezza ora abbandonate…
Il “turismo diffuso” sembra l’idea forse più interessante per non concentrare in un unico posto “tutta la gente”. Ed è pure quasi sempre un turismo più intelligente, meditativo, per far conoscere meglio popolazioni, luoghi ambienti….

IL VIAGGIO E L’ESPLORAZIONE SECONDO LÉVI-STRAUSS (nella foto) – “ODIO I VIAGGI E GLI ESPLORATORI”. Così suona l’inizio di TRISTI TROPICI, il libro che nel 1955 avrebbe reso il suo autore e l’antropologia noti in tutto il mondo. L’autore di quel libro, CLAUDE LÉVI-STRAUSS, aveva cominciato a viaggiare quando, giovane professore di filosofia nei licei di provincia francesi, aveva colto la proposta di andare a insegnare sociologia a San Paolo del Brasile. Lì sarebbe cominciata la sua grande avventura intellettuale e umana: le ricerche tra gli indios, il ritorno in Francia, la guerra, la sconfitta, la fuga in America, l’esilio, il ritorno. (Ugo Fabietti, Professore Ordinario di Antropologia culturale all’Università di Milano Bicocca)

Tutto questo però può nascere con una nuova cultura imprenditiva turistica, che privilegi la conservazione dei luoghi nella loro funzione naturalistica, artistica… rispetto al mero immediato profitto da ricavarsi sul turismo. E far divenire così il turismo il “migliore alleato” per la protezione e la conservazione; ma deve essere gestito correttamente. Un tentativo sarebbe di farlo tornare, il “turista”, all’origine del “muoversi per andare in altri luoghi” (per lavoro, conoscenza o altro), cioè che torni ad essere “viaggiatore” (ne parliamo nella seconda e ultima parte di questo post) (s.m.)

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«SCUSI, SA DIRMI A CHE ORA CHIUDE VENEZIA?»

di Gian Antonio Stella, da “Sette” supplemento de “il Corriere della Sera”, 22/2/2018
– Il turismo nella Serenissima è insostenibile, inconsapevole, spesso incivile. Tanto che qualche visitatore crede che la città sia un parco a tema, con orari di chiusura e apertura –
«Otto de sera. Camino verso el Pontil del Monumento, trovo un grupeto de turisti. “Scusi”, i me dixe, “A che ora chiude?” Rispondo: “Tranquilli: i vaporetti vanno, più rari, anche la notte”. I me varda: “Non i vaporetti: Venezia! Quando chiude, Venezia?” Robe da mati: i credeva che Venessia fosse un parco turistico!». Continua a leggere

PFAS: una problematica difficile (per la salute di tanta parte di popolazione veneta, e non solo) – CHE FARE dell’INQUINAMENTO da PFAS? Dalla BONIFICA AMBIENTALE complicata e costosa; alla CURA per chi ha subìto l’inquinamento (quale metodo di terapia?) – La geografia diffusa delle falde acquifere compromesse

PFAS, SIT-IN DEI COMITATI DAVANTI ALLA PROCURA DI VICENZA – “Sit-in ieri mattina (24 FEBBRAIO scorso, ndr), a VICENZA, davanti all’edificio del tribunale dei vari gruppi e comitati No Pfas. E’ stato un incontro pacifico nel quale attivisti ed ambientalisti hanno voluto soprattutto esprimere il loro SOSTEGNO ALLA PROCURA DI VICENZA che indaga sul grave inquinamento del territorio da sostanze perfluoroalchiliche.”(…) (da http://www.vicenzareport.it/ )

   “Usiamo l’acqua in bottiglia non solo per bere, ma anche per cuocere la pasta, per fare il brodo, per l’ultimo risciacquo alla verdura… in alcune famiglie usano l’acqua in bottiglia anche per lavarsi i denti” (dall’inchiesta del quotidiano “Il Manifesto”, v. in questo post l’articolo)…. E’ un cambio di abitudini vivere con l’acqua “sicuramente” inquinata, non affidabile, con sostanze chimiche che fanno male.

PFAS – Una famiglia di COMPOSTI CHIMICI POLI E PERFLUORATI UTILIZZATI IN MOLTI SETTORI INDUSTRIALI, soprattutto per la produzione di materiali resistenti ai grassi e all’acqua. Sono molecole caratterizzate da un forte legame tra fluoro e carbonio che le rende difficilmente degradabili, perciò SI ACCUMULANO NELL’AMBIENTE E POSSONO FACILMENTE PASSARE NEI VIVENTI interferendo anche in modo grave con il loro metabolismo

   E’ il caso dei PFAS…..(ne abbiamo parlato già in questo blog nel settembre scorso…
https://geograficamente.wordpress.com/2017/09/03/il-caso-pfas-perfluoro-alchilici-sostanza-chimica-che-sta-inquinando-4-province-del-nord-est-veneto-inquinato-ma-anche-veneto-inquinatore-di-se-stesso-una-regione-svenduta-nella-salut/
…e ora tentiamo di dare un aggiornamento sulla scabrosa vicenda di inquinamento diffuso e generalizzato dell’acqua (non più potabile se non si usano filtri raffinatissimi).

PFAS – Area ROSSA: area di massima esposizione sanitaria – Area ARANCIO: area captazioni autonome – Area GIALLO CHIARO: area di attenzione – Area VERDE: area di approfondimento – Area OMBREGGIATA: Plume di contaminazione

   Dallo scoppio del caso della contaminazione da Pfas (scoperto “ufficialmente” dal CNR nel 2013) nelle falde acquifere che riforniscono 300 mila residenti nelle province di Vicenza, Padova e Verona, sembra che non se ne esca; che non si trovi una soluzione virtuosa sia per garantire la salute delle persone che hanno utilizzato acqua contaminata; né della bonifica strutturale per fermare l’inquinamento della falda, e garantire acqua pulita dai rubinetti di casa.
All’inizio chi sollevava la questione (come medici, comitati o alcuni politici), veniva addirittura accusato di procurato allarme. Successivamente la Regione ha fatto un passo avanti e ora si ha la consapevolezza che l’inquinamento da Pfas è un vero disastro per la salute, per l’ambiente, per l’economia.
Il Pfas è una sostanza chimica che viene adoperata per impermeabilizzanti, tappeti, divani, sedili delle auto: ma l’utilizzo più noto è probabilmente quello che se ne fa come rivestimento antiaderente delle pentole e dei tessuti impermeabilizzanti.

PFAS mappa Italia

   I Pfas sono un problema solo del Veneto? Non sembra. Ci sono preoccupazione anche in provincia di Alessandria (nel comune di Spinetta Marengo), dove uno stabilimento è fabbrica di prodotti fluorurati e antiaderenti; o anche nella zona industriale lombarda fra i bacini dei fiumi Lambro e Olona; poi in Toscana nella zona conciaria di Santa Croce Sull’Arno (Pisa) e nell’area tessile di Prato. Con ogni probabilità presenze rilevabili di Pfas si trovano anche nel Polo Conciario Campano di Solofra e nel bacino del fiume Sarno.
A livello medico i Pfas sono riconosciuti come cancerogeni e responsabili di una serie di altre gravi patologie (si ipotizza ad esempio che incida sull’infertilità maschile…). In Veneto la contaminazione delle acque superficiali e le acque di falda da Pfas è concentrata in particolare sugli scarichi industriali che nel passato hanno interessato un’industria chimica di Trissino. La scoperta in Veneto è avvenuta nel 2013, da uno studio del CNR: i ricercatori evidenziavano come le elevate concentrazioni di Pfas destassero preoccupazione dal punto di vista ambientale e un possibile rischio sanitario per la popolazione che beveva quest’acqua.

PFAS IN VENETO (MAPPA ARPAV, DIFFUSIONE) – “La sola zona rossa è un’area vasta tra i 150 e i 200 km quadrati, che comprende almeno 79 comuni tra le province di Verona, Vicenza e Padova; ci abitano circa 350mila abitanti. «Ma i contaminati da Pfas sono molti di più», secondo Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna Stop PFAS di Greenpeace: «Recentemente, cittadini di comuni non inseriti nella zona considerata a rischio, hanno scoperto di avere alti livelli di Pfas grazie ad analisi fatte di propria iniziativa. È verosimile quindi che il problema sia più esteso di quanto si possa immaginare».(…)” (Sara Milanese, da “Il Manifesto” del 10/1/2018)

   In questi anni la Regione Veneto, per affrontare il problema della salute dei concittadini colpiti da questo inquinamento (specie in particolare in 21 comuni -i più colpiti dall’inquinamento- della provincia di Vicenza, ma anche in quella di Padova e Verona), da un punto di vista sanitario, medico, ha adottato la terapia della “plasmaferesi”. Cioè una tecnica di separazione selettiva di plasma dal sangue allo scopo di rimuovere dal circolo sanguigno le sostanze nocive o tossiche. Con lo scopo di “pulire il sangue”. Ed è su questa terapia medica che si è subito creato un grave scontro con il Ministero della Sanità, che non crede a questo metodo (in particolare l’Istituto Superiore di Sanità).
Uno scontro tra Roma e il Veneto su come intervenire medicalmente sulle contaminazioni da composti chimici usati in campo industriale, scontro che in questi mesi si sta mantenendo assai duro.

I NODI DELLA VICENDA (da “Il Mattino di Padova” del 3/1/2018)

   E’ su questo contesto così fragile, confuso, che gli attori in campo sembra non si trovino d’accordo su niente: la Regione rispetto al Ministero della Sanità; la ditta interessata (la Miteni di Trissino) che si propone per una bonifica ma chiede che si smetta con i carotaggi nel sottosuolo dell’azienda (minacciando la Regione per i danni che dice di subire); gli amministratori dei comuni interessati e ancor di più i cittadini, spaesati e impotenti, che guardano con preoccupazione alla loro salute, e vorrebbero tornare alla normalità, ad avere acqua potabile sicuramente pulita, con la realizzazione di una bonifica efficacie.

PFAS, I CAROTAGGI

   E, la BONIFICA, questo è un altro tema assai importante, è difficile. La vicenda della contaminazione da Pfas su questo non ha ancora ben preciso quali saranno (sono) i COSTI (che dovrà accollarsi la Miteni, tutti credono, ma la Regione deve intervenire finanziariamente lei per ora…) (Miteni è disponibile a pagare, ma chiede la fine dei carotaggi nei terreni dov’è l’azienda).
La bonifica serve anche a FERMARE LA CONTAMINAZIONE ancora in atto, con la conseguente esposizione, (alla contaminazione) che dura da anni, della popolazione dei 21 comuni della provincia di Vicenza, sia attraverso l’acqua delle falde che attraverso i prodotti agricoli lì coltivati.
La bonifica è necessaria a garantire l’ACQUA PULITA NELLE CASE. Sono sì stati messi dei filtri, ma hanno costi altissimi e pertanto occorre accelerare la realizzazione di CONDOTTE SOSTITUTIVE (nuovi acquedotti, o ristrutturare quelli esistenti). E mancano sufficienti RISORSE FINANZIARIE (almeno così la Regione Veneto accusa il Governo).

LA FABBRICA MITENI A TRISSINO (VI)

   E la bonifica è anche la necessità di “BONIFICARE IL SITO”. L’azienda che secondo Arpav ha inquinato, ora ricorre contro la Regione perché non vuole la bonifica approfondita, la continuazione dei carotaggi. E molti chiedono che ci sia la RICONVERSIONE DELL’IMPIANTO. Che da Trissino, da quello specifico terreno e luogo, la linea di produzione del Pfas si sposti in altro luogo (non contaminato) e con garanzia assoluta di produzioni non pericolose. Al depuratore di Trissino, dove scaricano diverse aziende, sono stati rinvenuti notevoli quantità di Pfas: per questo la Miteni chiede che anche altri siti siano controllati, che l’inquinamento non possa venire solo da lei.

UNA DELLE TANTE PROTESTE DELLE “MAMME NO PFAS” (questa a Montagnana)

   Adesso, nel 2018, sono passati già cinque anni dalla rilevazione ufficiale del disastro ambientale, e persiste ancora molta incertezza. Sulla bonifica da fare (quale tipo di bonifica occorra effettuare), e sulla terapia medica per la popolazione contaminata (cioè la questione sopraddetta, se la “plasmaferesi” sia giusta o meno). Il governo che sta impedendo alla Regione di far la plasmaferesi, a torto o a ragione, sta però lasciando così le persone in uno stato di indecisione.
Vanno prese invece decisioni coraggiose e coerenti…. Il gioco pericoloso delle sostanze chimiche cui tutti noi facciamo uso quotidiano, mostra la fragilità di un sistema produttivo che mai all’origine riesce a garantire certezza di salubrità nei suoi processi produttivi (e alla fine a rimetterci è la tanta popolazione coinvolta in una situazione grave e pericolosa, di disagio). (s.m.)

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IL GAMBERO VERDE

PFAS, LE ACQUE AVVELENATE DEL VENETO

di Sara Milanese, da “Il Manifesto” del 10/1/2018
– Scandali. La fonte di contaminazione si trova sepolta sotto l’azienda chimica Miteni di Trissino. Dagli anni ’70, tonnellate di rifiuti tossici inquinano fiumi e falda –
   «Usiamo l’acqua in bottiglia non solo per bere, ma anche per cuocere la pasta, per fare il brodo, per l’ultimo risciacquo alla verdura… in alcune famiglie usano l’acqua in bottiglia anche per lavarsi i denti». Queste sono le nuove abitudine quotidiane nella famiglia di Michela Piccoli, a Lonigo, provincia di Vicenza. Ci troviamo in piena «zona rossa» dell’inquinamento da Pfas (sostanze perfluoroalchiliche), i veleni che hanno contaminato gli acquedotti del Veneto centrale.
Un male scoperto solo nel 2013, grazie ad uno studio del CNR che ha rivelato livelli «allarmanti» di questi inquinanti, definiti «emergenti», perché la loro presenza non è ancora normata. Nel maggio dello stesso anno la Regione Veneto ha confermato che la principale, anche se non unica, fonte di contaminazione si trova sotto la ditta chimica Miteni di Trissino: tonnellate di rifiuti e scarti industriali sepolti dagli anni ’70, che da allora inquinano i fiumi, la falda, e i terreni. I Pfas entrano nel corpo attraverso acqua e alimenti, e si accumulano: impiegano fino a 5 anni per essere smaltiti dall’uomo, dagli animali e dall’ambiente. Le indagini sui loro effetti non hanno ancora prodotto risultati definitivi, ma le conseguenze in chi ha alti livelli di Pfas nel sangue sono già evidenti: diabete, ipertensione gravidica, patologie cardiache e del metabolismo, probabili effetti cancerogeni.
«Nella nostra famiglia siamo in 4, ma solo mia figlia 15enne rientrava nel monitoraggio della regione: le sue analisi dicono che nel sangue ha livelli di Pfas 11 volte più alti di quelli consentiti», racconta ancora Michela, Continua a leggere

NUOVO ELDORADO ARTICO: SARÀ GUERRA? – Nell’ARTICO, con lo scioglimento dei ghiacciai, si sono aperte NUOVE ROTTE geografiche, e GRANDI GIACIMENTI (minerari, petrolio, gas): CAUSE di una guerra strisciante tra grandi potenze mondiali – E il Circolo Polare Artico muore nel disequilibrio climatico globale

Il MAR GLACIALE ARTICO è un mare situato interamente nella regione del POLO NORD, circondato dalle estreme regioni settentrionali di EUROPA, ASIA e AMERICA. La caratteristica principale di questo mare è il fatto di AVERE, NELLA SUA PARTE CENTRALE, LA SUPERFICIE PERMANENTEMENTE GELATA, ATTORNO AL POLO NORD; da ciò deriva il suo nome. Si tratta della BANCHISA ARTICA, che subisce variazioni in base alla stagione, estendendosi verso sud durante i mesi invernali. L’innalzarsi della temperatura dovuta all’EFFETTO SERRA (il contenimento dei raggi solari nella biosfera, sta riducendo drasticamente lo strato di ghiaccio

   L’Artico, cui i ghiacci man mano si sciolgono, è due volte vittima: prima del riscaldamento globale che sta sciogliendo sempre più il permafrost, cioè il suo suolo ghiacciato, e poi come “protagonista” (…l’Artico, suo malgrado…) dell’inquinamento per lo sfruttamento delle risorse minerarie e del petrolio che Russia, Usa, Cina, Canada (ma anche Norvegia, Danimarca, e tanti altri Paesi, tra cui pur in misura minore l’Italia con l’Eni) stanno sfruttando. Cosicché in particolare l’individuazione in questi luoghi di petrolio non può che aggravare l’impatto sull’ecosistema artico, ma anche globale, per tutto il pianeta.

MAR GLACIALE ARTICO – (….) “SOTTO LO STRATO DI GHIACCIO C’È METANO IN FORMA GASSOSA LEGATO AL PROGRESSIVO SCIOGLIMENTO DEL PERMAFROST (il permafrost è il terreno tipico delle regioni dell’estremo Nordeuropa con un suolo perennemente ghiacciato), con la conseguente liberazione di riserve di idrati di metano e clatrati, e l’esposizione di antico materiale organico alla decomposizione dei batteri. È solo una delle componenti della cosiddetta «AMPLIFICAZIONE ARTICA», il fenomeno per cui A FRONTE DI UN CAMBIAMENTO CLIMATICO EFFETTIVO (ad esempio un aumento dei gas serra) I POLI SONO LE REGIONI TERRESTRI CHE TENDONO A RISCALDARSI DI PIÙ (nel caso dell’Artide, a velocità addirittura doppia rispetto al resto del pianeta). Ciò avviene soprattutto a causa della DIMINUZIONE DELL’EFFETTO ALBEDO: IL GHIACCIO RESPINGE FINO AL 70% DELL’ENERGIA SOLARE, L’ACQUA DI MARE SOLO IL 6%. La drastica riduzione di ghiaccio polare avvenuta dagli anni Settanta a oggi (da 8 milioni di chilometri quadrati a 3,4), ha fatto calare la capacità di rifrazione della Terra di diverse misure. Se questa rotta non viene invertita (e le possibilità che ciò avvenga, considerando la situazione degli accordi internazionali, non sono molte) PRESTO LA CALOTTA POLARE ARTICA SI RIDURRÀ SENSIBILMENTE, LIBERANDO NUOVI TERRENI, RISORSE E ROTTE NAVALI. Parliamo di UN NUOVO CONTINENTE — distribuito sui territori di SIBERIA, NORVEGIA, ALASKA, CANADA e, soprattutto, GROENLANDIA — che sta letteralmente emergendo dai ghiacci; un continente estremamente ricco, peraltro, tanto che secondo alcune stime in questa zona sarebbe custodito il 25% delle riserve mondiali di combustibili fossili. Naturalmente, c’è già chi si sta attrezzando per lucrarci sopra” (….) (Fabio Deotto, da “La Lettura”, “il Corriere della Sera” del 21/1/2018)

Nell’Artico da anni è così in atto una guerra poco visibile, strisciante, tra gli Stati che si affacciano sulla regione (Stati Uniti, Canada, Russia, Paesi Scandinavi) e la Cina, per l’accaparramento delle rotte marine e le risorse naturali, da quelle minerarie a quelle petrolifere e il gas. E’ una NUOVA CORSA COLONIALE, con la Russia di Putin che già avrebbe schierato quasi 1.400 testate nucleari nella regione.

da “la Repubblica” del 20/10/2016

Ci sono le “migliori” (si fa per dire) condizioni climatiche favorevoli nell’emergenza del riscaldamento globale. Basta pensare che a fronte di un cambiamento climatico effettivo (ad esempio un aumento dei gas serra) i poli sono le regioni terrestri che tendono a riscaldarsi di più, ad amplificare gli effetti del riscaldamento (nel caso dell’Artide, a velocità addirittura doppia rispetto al resto del pianeta).

Foto: BAMBINI INUIT – Gli INUIT – in lingua inuktitut, parola che significa uomini/umanità- è il piccolo popolo dell’Artico discendente dei Thule. Gli Inuit sono uno dei due gruppi principali nei quali sono divisi gli Eschimesi, insieme agli Yupik. Il termine “eschimesi” (che secondo alcuni, significa “mangiatori di carne cruda”, secondo altri “fabbricante di racchette da neve”) fu usato dai nativi Americani Algonchini del Canada orientale per indicare questo popolo loro vicino, che si vestiva di pelli ed era costituito da esperti cacciatori. Gli Inuit e gli Yupik non amano essere chiamati “eschimesi” considerato che hanno, appunto, un proprio nome specifico. Gli INUIT sono gli originari abitanti delle regioni costiere artiche e subartiche dell’America settentrionale e della punta nord orientale della Siberia. Il loro territorio è principalmente composto dalla tundra, pianure basse e prive di alberi dove il terreno è perennemente ghiacciato, il cosiddetto permafrost, salvo pochi centimetri in superficie durante la breve stagione estiva. Attualmente vivono in Alaska (Stati Uniti), in Groenlandia (Danimarca) ed in Canada dove risultano concentrati in particolare nel Territorio del Nord-Ovest, nel vicino Nunavut e nella regione settentrionale del Labrador della Federazione Canadese. (da Wikipedia)

Nel 2009 un’équipe di scienziati, utilizzando un moderno modello climatico e seguendo uno scenario di inquinamento medio, ha stimato che entro il 2100 nel mare Artico tutti i ghiacciai saranno fusi.

YAMAL, mega-impianto della Russia di gas nell’Artico siberiano – RUSSIA: ALLA CONQUISTA DEL POLO – GUERRA DELL’ARTICO: TRA LE POTENZE COINVOLTE C’È ANCHE L’ITALIA – 3 Gennaio 2018, da http://www.liberoquotidiano.it/ – Nella conferenza stampa di fine 2017 il presidente russo VLADIMIR PUTIN ha messo in chiaro che “la ricchezza della Russia crescerà con l’espansione nell’Artico”. Dove ormai da anni è in atto una guerra a “bassa intensità” tra gli Stati che affacciano sulla regione (STATI UNITI, CANADA, RUSSIA, PAESI SCANDINAVI) e la CINA, che un affaccio sull’Artico non ce l’ha ma negli ultimi anni ha investito nella regione qualcosa come 80 miliardi di dollari. La “guerra” ha come obiettivo l’accaparramento delle rotte marine (coi relativi dazi per il passaggio o veti a Paesi sgraditi) e l’accaparramento di risorse naturali, da quelle minerarie a quelle petrolifere e il gas. Con un potenziale illimitato e al quale si sta guardando con sempre più impazienza se è vero, come dichiara su “La Stampa” Davide Tabarelli di Nomisma Energia, che “tra due anni il petrolio nel mondo tornerà a mancare perché la domanda cresce più dell’offerta di shale oil”. (leggi anche: Putin inaugura il mega-impianto nell’artico siberiano ) . E tra gli attori che stanno intervenendo nell’Artico c’è anche l’Italia attraverso Eni, che da qualche mese ha iniziato le trivellazioni alla ricerca del greggio su SPY ISLAND, nell’estremo nord dell’Alaska in una località che si chiama OLIKTOK POINT. Il greggio non è ancora stata pompato, ma all’Eni sono pressoché certi di trovarlo perché l’isola si trova poco distante dalla costa in una regione il cui sottosuolo è ricchissimo di petrolio. La capacità sarà di 20mila barili al giorno.

E lo scioglimento dello strato ghiacciato è connesso alla velocità e risparmio economico del commercio internazionale: si è allungato il periodo estivo di accesso al PASSAGGIO A NORD-EST del Mar Glaciale Artico, che è un tragitto più corto rispetto alla rotta che passa dal Canale di Suez, e quindi appunto strategico per le rotte commerciali che dal Nord Europa arrivano all’Asia e all’Estremo Oriente.

DA “LA REPUBBLICA” 20/10/2016

Pertanto una volta, in passato, la ricerca dei passaggi di Nord-Est e Nord-Ovest era un motivo “geografico” degli esploratori, di spedizioni verso quei mari ghiacciati. Ora la gran parte dei navigatori di oggi è mossa da un’urgenza commerciale e politica, ben oltre, diversa, da quella scientifica e naturalistica.

Passaggio a nord est attraverso lo stretto di Bering fra la Russia e l’Alaska (passa a sud del Polo Nord). DAL WALL STREET JOURNAL

La Cina punta con ogni mezzo a espandere nel Grande Nord le sue ambizioni globali; gli Stati Uniti, ma anche la Norvegia, fronteggiano il pericoloso disegno neo imperiale di Vladimir Putin che considera l’Artico il “mare nostrum” della Russia e dispiega spie, basi e testate nucleari.
I giacimenti di oro, diamanti e nickel, tra i più estesi della Terra, vengono già sfruttati a pieno regime e il sempre più veloce ritirarsi dei ghiacci, unito allo scioglimento del permafrost, sta facilitando l’accesso anche a petrolio e gas naturale.

I SÀMI, LE ULTIME SENTINELLE DELL’ARTICO (di JACOPO PASOTTI) – “In una vastissima area a cavallo TRA RUSSIA E SCANDINAVIA vivono circa 100.000 SÀMI. Dopo secoli di adattamento e una collaudata capacità di integrare antiche tradizioni e nuove tecnologie, il cambiamento climatico minaccia ora di spazzarli via. Il problema non è però l’ennesimo esame di resilienza da superare, ma il rischio di diventare sempre più un ostacolo allo sfruttamento delle enormi risorse naturali custodite nelle loro terre che lo scioglimento dei ghiacci renderà finalmente disponibili”(…vedi i reportage di Jacopo Pasotti in conclusione di questo post)

Tra gli attori che stanno intervenendo nell’Artico c’è anche l’ITALIA attraverso l’ENI, che da qualche mese ha iniziato le TRIVELLAZIONI. Le associazioni ambientaliste sono naturalmente in cima alla lista degli oppositori delle perforazioni nei mari ghiacciati del Nord (il ramo americano dell’Eni, per esempio, è stata duramente contestata dalle associazioni ambientaliste).

ENI A OLIKTOK POINT – Tra gli attori che stanno intervenendo nell’Artico c’è anche l’Italia attraverso ENI, che da qualche mese ha iniziato le TRIVELLAZIONI alla ricerca del greggio su SPY ISLAND, nell’estremo nord dell’Alaska in una località che si chiama OLIKTOK POINT. Il greggio non è ancora stata pompato, ma all’Eni sono pressoché certi di trovarlo perché l’isola si trova poco distante dalla costa in una regione il cui sottosuolo è ricchissimo di petrolio. La capacità sarà di 20mila barili al giorno

E’ un mondo strano il nostro: con gli accordi sul clima di Parigi si riconosce l’emergenza ambientale climatica. Ma gli interessi delle nazioni non si fermano a niente: e i buoni propositi (e gli accordi internazionali) magari si cerca di applicarli con qualche regola più ferrea sul contenimento dei sistemi di inquinamento (dell’industria, delle auto, dei riscaldamenti domestici…) ma tutto il resto va drasticamente verso il disequilibrio globale.

IL GRANDE NORD (da Limes)

La lenta ma inesorabile fine dei ghiacci dell’Artico ne sta rappresentando un simbolo negativo assai temerario, preoccupante (dobbiamo trovare il modo non solo di enunciare i problemi ma risolverli). (s.m.)

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IL LIBRO – “ARTICO. LA BATTAGLIA PER IL GRANDE NORD” di MARZIO G. MIAN (Ed. NERI POZZA, 13,50 euro) – Era quasi la Luna, l’Artico. Un altro pianeta rispetto alla grande storia dell’umanità. Invece ora si trova al centro di trasformazioni epocali. Dallo spazio appare sempre meno bianco e sempre più blu; un nuovo mare sta emergendo come un’Atlantide d’acqua, perché il riscaldamento nel Grande Nord è doppio rispetto al resto della Terra. Ma lo scioglimento dei ghiacci perenni ha scatenato la contesa per la conquista dell’unica area del mondo ancora non sfruttata e che nasconde risorse pari al valore dell’intera economia Usa. Si aprono strategiche rotte mercantili, ampie e pescose regioni marittime, ciclopiche infrastrutture per le estrazioni. Una spietata corsa neocoloniale ai danni degli INUIT. Marzio G. Mian è uno dei pochi giornalisti internazionali ad aver esplorato sul campo il Nuovo Artico. Dalla Groenlandia all’Alaska, dal Mare di Barents allo Stretto di Bering, questo VIAGGIO-INCHIESTA racconta in presa diretta la battaglia per la conquista dell’ultima delle ultime frontiere. La Cina punta con ogni mezzo a espandere nel Grande Nord le sue ambizioni globali; gli Stati Uniti, ma anche la Norvegia, fronteggiano il pericoloso disegno neo imperiale di Vladimir Putin che considera l’Artico il mare nostrum della Russia e dispiega spie, basi e testate nucleari: un conflitto appare qui oggi più realistico che ai tempi della Guerra fredda, scrive Mian. Nel Grande Gioco del Ventunesimo secolo incombe su tutte una domanda: di chi è il Polo Nord?

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LA GUERRA FREDDISSIMA TRA I GHIACCI CHE SI RITIRANO

di Fabio Deotto, da “La Lettura” da “il Corriere della Sera” del 21/1/2018
– La nuova corsa coloniale coinvolge cinque nazioni: Norvegia, Usa, Canada, Russia e Danimarca (Groenlandia) impegnate in un tenace braccio di ferro – Putin avrebbe schierato già quasi 1.400 testate nucleari nella regione – Cina e Australia sono ossessionate dalle clamorose opportunità naturali –
La scena è ambientata in un lago ghiacciato ricoperto da una coltre di neve e circondato da una corona di conifere. Davanti alla telecamera ci sono due persone: una è in piedi e regge un lungo bastone appuntito, l’altra è in ginocchio e tiene tra le dita un fiammifero acceso. Appena il bastone perfora lo strato di ghiaccio, la fiammella si trasforma in una colonna di fuoco alta almeno due metri. Seguono urla e risate.
Il video si trova facilmente su YouTube ma non è stato girato per rastrellare visualizzazioni. La persona con il fiammifero si chiama Katey Walter Anthony, è professoressa alla University of Alaska di Fairbanks e se ha passato ore a far sputare fiamme a un lago ghiacciato è per dimostrare in tempo reale gli effetti del cambiamento climatico.
Il fatto che sotto quello strato di ghiaccio ci sia metano in forma gassosa è infatti legato al progressivo scioglimento del permafrost, con la conseguente liberazione di riserve di idrati di metano e clatrati, e l’esposizione di antico materiale organico alla decomposizione dei batteri. È solo una delle componenti della cosiddetta «amplificazione artica», il fenomeno per cui a fronte di un cambiamento climatico effettivo (ad esempio un aumento dei gas serra) i poli sono le regioni terrestri che tendono a riscaldarsi di più (nel caso dell’Artide, a velocità addirittura doppia rispetto al resto del pianeta). Continua a leggere