GATED COMMUNITY (comunità col cancello): è il Medioevo prossimo venturo? – Il CASO del QUARTIERE-FORTINO di Treviso – Anche da noi iniziano le aree residenziali difese da alti muri? (come negli USA, Sud America, Sudafrica…) – Fenomeno urbanistico-sociale pericoloso (ma sono da capire le paure, e superarle)

IL QUARTIERE-FORTINO “SAN MARTINO” A TREVISO – Un quartiere di 22 villette a due piani (55 abitazioni), con balconi fioriti e piscina, “difeso” da occhi indiscreti da UN MURO ALTO TRE METRI. Accade a TREVISO, nel QUARTIERE DI SAN BONA, a poca distanza, peraltro, da un altro muro, quello della recinzione del carcere cittadino. Tre metri di sicurezza, sul MODELLO AMERICANO. Tre metri di difesa, in una sorta di CITTADELLA FORTIFICATA CON PISCINA, alla periferia della città. Tre metri di altezza, per marcare anche verticalmente il territorio. E tre metri di protezione, di clausura, di perimetro, di blindatura. Ma anche tre metri di polemiche, di discussioni e dibattito.(…) (Andrea Passerini, la Tribuna di Treviso, 2/3/2917)

   Sta accadendo a Treviso, ma esempi si stanno diffondendo in altre parti d’Italia: la nascita di nuovi nuclei residenziali (20-30 e più abitazioni) protetti da muri di almeno tre metri, “chiusi”, impenetrabili all’esterno.

Il muro di tre metri nel quartiere fortino di Treviso

   In questo post illustriamo appunto quel che sta accadendo a Treviso con la nascita della prima, seppur piccola, GATED COMMUNITY (“comunità col cancello” letteralmente). Ma vogliamo anche “dare uno sguardo” ad altri luoghi della Terra, per tentare di descrivere, seppur minimamente, il vero senso della diffusione delle Gated Community.

Treviso, Quartiere San Martino

   A Treviso il muro proteggerà “solo” 55 abitazioni, cosa piccola rispetto alle esperienze a dimensioni ben maggiori che ci sono negli Stati Uniti, in Sud America, in Australia, e in megalopoli sparse in molte parti del pianeta, specie del Sud del mondo.

Nel Pordenonese, a Fontanafredda, esiste già un quartiere fortificato. Si chiama Borgo Ronche, vi risiedono 250 persone

   Ma, questo modo di abitare “chiudendosi”, sembra apparire sempre più come un fenomeno irreversibile. Non che prima non ci siano stati esempi, episodi, di “chiusura residenziale” verso l’esterno (ville, palazzi, fino a castelli…). Ma, secondo noi, appartenevano a élite o economiche (la borghesia arricchita), o sociali (la nobiltà) che si chiudevano (si chiudono) con muri di elevata dimensione per garantirsi sì sicurezza (la paura che qualcuno entri per rubare), ma ancor di più per ribadire il proprio stato sociale-economico elevato, e la propria privacy privilegiata. Pensiamo che contasse molto la riservatezza: godersi il luogo e lo status di appartenenza (il bel giardino, la piscina…) senza essere visti.

LA CITTA’ FORTIFICATA DI BORGO DI VIONE – UN ALTRO ESEMPIO DI GATED COMMUNITY (ASSAI FAMOSO) NEL NORD ITALIA: si tratta di BORGO DI VIONE (frazione del comune di BASIGLIO, piccolo comune dell’hinterland milanese), UN’EX CASCINA TRASFORMATA IN RESIDENZE DI LUSSO nel 2011 dalla famiglia milanese Vedani

   Adesso a nostro avviso conta di più la paura dei furti, delle violenze, l’insicurezza, che il resto. Fenomeno peraltro (quello dei furti) dicono le statistiche e le rilevazioni della polizia, in vistoso calo; anche rispetto ad altri tipi di violenza (ad esempio stanno crescendo le violenze tra famigliari… vien da dire quasi che il pericolo viene non da fuori ma da dentro casa…). Non che le violenze di qualcuno che entra in casa per rubare non ci siano (a volte con conseguenze crudeli e terribili), ma è molto meno diffuso di quel che possa apparire, è cosa minimissima (ma il tam tam dei media lo amplifica).

ALBARELLA, L’ISOLA PRIVATA SITUATA NELLA LAGUNA A SUD DI VENEZIA, è a suo modo una GATED COMMUNITY PER LE VACANZE, un’ENCLAVE per l’estate in particolare. Nel cuore del PARCO NATURALE DEL DELTA DEL PO, collegata con un ponte alla terraferma, l’isola si estende per 528 ettari coperti dalla macchia mediterranea. Inaccessibile a chi non è proprietario. Ci sono più di 2300 proprietari privati che hanno acquistato un immobile (l’isola è della famiglia Marcegaglia)

   Allora quel che conta è “la percezione” dei possibili pericoli che possono accadere. E una società, delle persone, che percepiscono un pericolo, che “si chiudono”, non vanno criticate, ma vanno capite, aiutate, ridando loro concretamente la fiducia persa. E così servono risposte adeguate. Modi per poter “riprendersi i luoghi” in comunità, senza paure e patemi…..

Le GATED COMMUNITY sono aree residenziali, generalmente in contesti urbani, alle quali è impedito l’accesso o il transito a chi non vi sia residente o che da un residente non sia stato invitato a entrare. La cesura spaziale è realizzata mediante SISTEMI DI RECINZIONE (MURI, INFERRIATE, canali o altri dispositivi), VIGILATI E PRESIDIATI A CICLO CONTINUO da operatori di polizia privata anche attraverso l’uso delle tecnologie più sofisticate.(…) In queste condizioni, l’impresa costruttrice pubblicizza e pone in vendita non soltanto una porzione di proprietà, ma UN ‘MODELLO DI VITA’, una sorta di CITTÀ NELLA CITTÀ con regole sue proprie, stabilite al momento della fondazione, che si configura come un’isola economico-sociale all’interno di uno spazio più vasto.(…) Tra le principali caratteristiche attrattive delle gated community, quella prevalente è LA RICERCA DI PROTEZIONE ATTRAVERSO LA SEPARAZIONE DAL RESTO DEL TESSUTO URBANO, che evidenzia una sfiducia verso il livello di sicurezza garantito dal sistema pubblico.(…) IL MOLTIPLICARSI DELLE GATED COMMUNITY PONE DIVERSI PROBLEMI attinenti a nodi che riguardano la società nel suo insieme, come la definizione e il valore da attribuire a concetti come bene comune, spazio pubblico, comunità, diritto di cittadinanza, proprietà, ruolo dello Stato e delle amministrazioni locali.(…) (da http://www.treccani.it/enciclopedia/ )

   Difficile da invertire la tendenza alla chiusura. Ma, rilevato il problema e il processo urbanistico-sociale a isolarsi, bisognerà pensare a modi concreti di (ri)stabilire la convivialità nelle comunità. Magari con una conoscenza reciproca (nel quartiere, nelle città…) che faccia riprendere la fiducia “nell’altro” e ridimensioni la percezione al pericolo. Una scommessa propositiva (di proposte concrete) anche per questo blog geografico. (s.m.)

BRASILE_GATE COMMUNITY VICINO EZEIZA CHIAMATO ANCHE CONDOMINIO FECHADO – CHE COS’È UN CONDOMINIO FECHADO IN BRASILE (condomínios fechados)? – Un condominio Fechado è una forma di comunità residenziale composta da un gruppo di case recintate, con entrata sorvegliata. Questi complessi residenziali all’interno hanno piccole strade e comprendono vari servizi condivisi . Per le comunità più piccole questo può essere solo un parco o di altra area comune. Per le comunità più grandi, può essere possibile per i residenti rimanere all’interno della comunità per la maggior parte delle attività quotidiane, avendo a disposizione negozi, parchi, piscine. (foto e testo da http://brasileinvestimenti.blogspot.it/ )

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El polémico muro que separa a ricos y pobres en Lima – PAMPLONA/LIMA/PERÙ: IL MURO DELLA VERGOGNA – (…..) A Pamplona Alta si rovesciano i significati della verticalità relativi alla LIMA che raccoglie i frutti della crescita economica. Più si sale verso la vetta di VISTA HERMOSA più gli insediamenti si fanno recenti e le condizioni di vita estreme. (…) In cima, queste abitazioni precarie sorgono a ridosso di UN MURO ALTO TRE METRI e LUNGO DIECI CHILOMETRI, che le sovrasta e rende impossibile valicare il poggio. (…) È stato definito IL “MURO DELLA VERGOGNA”, perché SEPARA I POVERI DI VISTA HERMOSA DAI RICCHI ABITANTI DI LAS CASUARINAS, LA PIÙ ESCLUSIVA GATED COMMUNITY DI LIMA e forse dell’intero Perù, dove si vive in ville con piscina dal valore di milioni di dollari. (….) (Nicolò Cavalli, 12/6/2016, da INTERNAZIONALE http://www.internazionale.it/ )

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Skyline di INTERLOMAS, area residenziale e commerciale di CITTA’ DEL MESSICO che ospita oltre 250 GATED COMMUNITY adiacenti a insediamenti di tipo favelas

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TREVISO: UN MURO ALTO TRE METRI PER IL PRIMO QUARTIERE FORTIFICATO DELLA CITTÀ

di Daniele Ferrazza, da “la Tribuna di Treviso” del 25/2/2017

– A Santa Bona il Borgo San Martino: 55 abitazioni protette e videosorvegliate. Nasce a Treviso il primo quartiere a modello americano, praticamente fortificato, con videosorveglianza e la possibilità di ingaggiare un guardiano privato –

TREVISO – Il muro sfiora i tre metri di altezza e circonda l’intero quartiere.  All’interno sono previste cinquantacinque case abbinate destinate ad ospitare almeno centocinquanta persone. Per adesso ne sono state costruite 21, vendute già 20, di cui abitate sedici. L’unico ingresso, controllato, è costituito da un portone automatizzato, la cui altezza impedisce la vista del quartiere, dove sono stati realizzate strade, marciapiedi, parcheggi, giardini privati e una piscina centrale come spazio aggregativo. Continua a leggere

I ROBOT DEVONO PAGARE LE TASSE? E’ giusto tassare i robot che TOLGONO IL LAVORO agli “umani”? – La proposta di BILL GATES pone interrogativi sul MONDO DEL LAVORO CHE CAMBIA – Come dare un REDDITO A TUTTI se IL LAVORO NON È PIÙ IL PARADIGMA essenziale delle nostre società?

Il 30 aprile 2016 CENTINAIA DI ROBOT HANNO MANIFESTATO PER LE STRADE DI ZURIGO, IN SVIZZERA (NELLA FOTO), per chiedere l’introduzione del REDDITO DI BASE INCONDIZIONATO PER GLI UMANI, cioè l’erogazione di un beneficio economico a prescindere dal reddito e senza l’obbligo di accettare un lavoro. A organizzare questa provocazione è stato il gruppo “Robot for basic income” in vista del REFERENDUM FEDERALE del 5 giugno. La Svizzera è stata, infatti, il primo paese al mondo a votare un referendum per introdurre il reddito di cittadinanza (NDR: circa il 78% degli svizzeri ha respinto il 5 giugno 2016 la proposta di introdurre un reddito minimo di cittadinanza). Non è la prima volta che i robot si schierano in difesa dei diritti degli umani. Prima avevano già preso la parola durante il WORLD ECONOMIC FORUM DI DAVOS nel gennaio 2016. Alla domanda del fondatore e presidente del Forum, Klaus Schwab, “Quali sono gli effetti della quarta rivoluzione industriale?”, i robot hanno risposto con un manifesto in cui hanno chiesto un reddito di base per gli umani. “La nostra missione è di fornire alle persone beni e servizi. Il compito della politica è di fornire alle persone un reddito di base incondizionato. In caso contrario, il nostro sforzo rimane inutile. Chiediamo pertanto che tutti coloro che hanno responsabilità in politica, in economia e nel mondo culturale, di introdurre un reddito di base incondizionato per tutti.” (…)Andrea Zitelli, Angelo Romano e Marco Nurra – da https://medium.com/italia/, 5/5/2016
Il 30 aprile 2016 CENTINAIA DI ROBOT HANNO MANIFESTATO PER LE STRADE DI ZURIGO, IN SVIZZERA (NELLA FOTO), per chiedere l’introduzione del REDDITO DI BASE INCONDIZIONATO PER GLI UMANI, cioè l’erogazione di un beneficio economico a prescindere dal reddito e senza l’obbligo di accettare un lavoro. A organizzare questa provocazione è stato il gruppo “Robot for basic income” in vista del REFERENDUM FEDERALE del 5 giugno. La Svizzera è stata, infatti, il primo paese al mondo a votare un referendum per introdurre il reddito di cittadinanza (NDR: circa il 78% degli svizzeri ha respinto il 5 giugno 2016 la proposta di introdurre un reddito minimo di cittadinanza). Non è la prima volta che i robot si schierano in difesa dei diritti degli umani. Prima avevano già preso la parola durante il WORLD ECONOMIC FORUM DI DAVOS nel gennaio 2016. Alla domanda del fondatore e presidente del Forum, Klaus Schwab, “Quali sono gli effetti della quarta rivoluzione industriale?”, i robot hanno risposto con un manifesto in cui hanno chiesto un reddito di base per gli umani. “La nostra missione è di fornire alle persone beni e servizi. Il compito della politica è di fornire alle persone un reddito di base incondizionato. In caso contrario, il nostro sforzo rimane inutile. Chiediamo pertanto che tutti coloro che hanno responsabilità in politica, in economia e nel mondo culturale, di introdurre un reddito di base incondizionato per tutti.” (…)Andrea Zitelli, Angelo Romano e Marco Nurra – da https://medium.com/italia/, 5/5/2016

   “Liberarsi della necessità del lavoro”, già lo proponeva Karl Marx. E poi di lì a seguire tanti hanno messo in rilievo che “la fatica” (ma spesso anche la schiavitù, le sopraffazioni…) che tanti lavori impongono doveva essere superata con la tecnologia, ma anche con una società più “giusta” (con regole e garanzie dei diritti fondamentali di tutte le persone). E molto su questo si è storicamente fatto.

   Se, come sta accadendo, le industrie ma non solo, tutto il mondo del lavoro, i settori terziari compresi… riducono sempre più la presenza di lavoratori, sostituendoli con robot, con macchine ad intelligenza artificiale, è da chiedersi che ne sarà di “tanti” (sempre più) espulsi dalle attività produttive e sostituiti dai robot. E, cosa che sta insieme, che ne sarà delle finanze statali, come sostenerle? (per i servizi, per il Welfare, per aiutare i disoccupati crescenti…?). Perché se da una parte ridurre le forze lavoro umane potrebbe portare ad un notevole taglio dei costi di produzione, dall’altra però sta portando a conseguenze sociali importanti, da averne coscienza per porvi rimedio.

“Il dibattito sulla tassazione dei robot potrebbe apparire, in Italia e nel mondo, come una novità assoluta. Ma a guardare bene, anche a costo di semplificare un po’ dovremmo riconoscere che si ispira a un principio a cui nel tempo ci siamo abituati e di cui riconosciamo l’utilità. Ad esempio nel campo dell’ambiente, dove ormai consideriamo normale che un’azienda che ha abbattuto 10 alberi per proprie esigenze produttive debba assumere l’impegno di ripiantarne altrettanti per non danneggiare la qualità della vita della comunità. Ecco, in linea generale è comprensibile che per l’utilizzo dei robot possa valere lo stesso principio ‘compensativo’ rispetto ai posti di lavoro per umani che le nuove tecnologie potrebbero far scomparire”. STEFANO MICELLI, docente di International management all’Università Ca’ Foscari di Venezia (da “il Corriere della Sera” del 20/2/2017)
“Il dibattito sulla tassazione dei robot potrebbe apparire, in Italia e nel mondo, come una novità assoluta. Ma a guardare bene, anche a costo di semplificare un po’ dovremmo riconoscere che si ispira a un principio a cui nel tempo ci siamo abituati e di cui riconosciamo l’utilità. Ad esempio nel campo dell’ambiente, dove ormai consideriamo normale che un’azienda che ha abbattuto 10 alberi per proprie esigenze produttive debba assumere l’impegno di ripiantarne altrettanti per non danneggiare la qualità della vita della comunità. Ecco, in linea generale è comprensibile che per l’utilizzo dei robot possa valere lo stesso principio ‘compensativo’ rispetto ai posti di lavoro per umani che le nuove tecnologie potrebbero far scomparire”. STEFANO MICELLI, docente di International management all’Università Ca’ Foscari di Venezia (da “il Corriere della Sera” del 20/2/2017)

   Da qui ne è uscita una proposta formulata da Bill Gates a un giornale online il 17 febbraio scorso. Secondo Bill Gates, celebre imprenditore statunitense, fondatore di Microsoft e filantropo, il lavoro delle macchine dovrebbe essere tassato come quello dei lavoratori umani. Gates pensa che se i governi tassassero il lavoro fatto dalle macchine, si ridurrebbe l’impatto negativo della progressiva sostituzione del lavoro umano con quello automatizzato…. i governi nel frattempo potrebbero fare degli investimenti per formare le persone rimaste senza lavoro in ambiti in cui il contributo umano resta indispensabile e non ci sono mai abbastanza operatori, come ad esempio la cura degli anziani e l’insegnamento.

   La proposta da alcuni è stata vista come una boutade inapplicabile, altri la hanno vista come una provocazione positiva, e si sono posti il modo per realizzarla almeno in parte… però è una considerazione, una proposta (venuta anche dall’autorevolezza di chi la ha espressa) che ha “colpito nel segno”: il lavoro sta riducendosi drasticamente per tutti (i giovani in primis) e la causa non è solo la crisi economica mondiale, ma è vero che c’è una progressiva, drammatica e ineluttabile sostituzione di arti e mestieri per la maggiore produttività dei robot animati di intelligenza artificiale.

BILL GATES vorrebbe tassare i robot che sostituiscono gli umani sul lavoro
BILL GATES vorrebbe tassare i robot che sostituiscono gli umani sul lavoro

   L’utilizzo di robot nelle fabbriche è sempre più esteso, sostituisce sempre più il lavoro degli operai. E questo accade in tutto il mondo: anche nei paesi in via di sviluppo dove tante produzioni si sono spostate in questi anni, o si sono create all’interno per far uscire il Paese dalla povertà (come in Cina).

   Tornando allora all’idea di tassare i robot in quanto aumentano la produttività del lavoro ma tolgono manodopera “umana”, questa idea si fa ardua nella sua realizzazione anche perché è complicato e difficile definire cosa è un robot ed in quali casi sostituisca uno specifico lavoro. In fondo tutti gli strumenti applicati ad ogni attività hanno sostituito lavoro (pensiamo solo in agricoltura alle macchine che finalmente hanno sostituito il lavoro assai duro dei contadini e degli animali usati sui campi).

Reddito minimo in Europa (da "Il Fatto Quotidiano")
Reddito minimo in Europa (da “Il Fatto Quotidiano”)

   Molti hanno espresso un giudizio negativo, alla proposta di tassare i robot, dicendo che quello che propone Gates è di fatto un’altra tassa sulle imprese. Poiché tassando qualcosa se ne ottiene una riduzione, tassare la produzione la farebbe diminuire causando un danno all’economia. Affermando, questi “contrari”, che l’automazione fa sì rimanere senza lavoro molte persone, ma da la possibilità allo sviluppo di nuove professioni altamente qualificate, nuovi “mondi” che si possono aprire sul lavoro; e da vita a uno sforzo collettivo e positivo per (ri)mettere in gioco l’intraprendenza personale di chi rimarrà senza occupazione.

   Cose forse vere, ma è altrettanto vero che mai come in questa fase storica, la trasformazione del lavoro e l’espulsione di lavoratori è così veloce, che fa pensare che sia alquanto difficile una eventuale “sostituzione” immediata verso altre nuove attività. Perché è sicuramente vero che, a differenza di tutte le precedenti rivoluzioni, i nuovi posti di lavoro creati sono una percentuale nettamente inferiore rispetto a quelli perduti.

DISOCCUPAZIONE E SALARIO MINIMO IN EUROPA (da Internazionale)
DISOCCUPAZIONE E SALARIO MINIMO IN EUROPA (da Internazionale)

   Tra chi invece è favorevole a prendere precauzioni contro la progressiva automazione dell’industria è il candidato socialista alle prossime elezioni presidenziali francesi, Benoît Hamon, anche se la sua proposta non è proprio uguale a quella di Bill Gates. Hamon infatti propone come soluzione alle perdite di lavoro un REDDITO MINIMO DI CITTADINANZA in parte finanziato da una tassa sui robot (Gates propone di usare i soldi della tassazione dei robot per fare investimenti per formare le persone rimaste senza lavoro in ambiti in cui il contributo umano resta indispensabile, come sul “sociale”). Quel che è certo è che bisognerà riflettere su una diversa distribuzione dei redditi e delle opportunità fra tutti gli uomini.

   E poi serve dare una definizione di COS’È UN ROBOT, se vogliamo tassarlo, se parliamo della loro futura applicazione ai sistemi produttivi. Perché tante sono le tecnologie avanzate che riducono il lavoro, dai laser ai sensori, a tutto quello che ci facilita la vita (e quasi sempre meritoriamente: pensiamo a macchinari nel campo della sanità…), e invece forse dobbiamo individuare, tassare, qualcosa di diverso, cioè macchine che in modo puro e semplice fanno il lavoro che facevano prima tanti umani.

MADY DELVAUX, deputata socialista lussemburghese al Parlamento Europeo - Bisogna incominciare a stabilire i modi e metodi per un “RICONOSCIMENTO DELLO STATUS GIURIDICO DEI ROBOT: i robot autonomi più sofisticati devono essere considerati «persone elettroniche responsabili di risarcire qualsiasi danno da loro causato, nonché eventualmente il riconoscimento della personalità elettronica dei robot che prendono decisioni autonome o che interagiscono in modo indipendente con terzi»(…) (parte di una RISOLUZIONE DEL PARLAMENTO EUROPEO APPROVATA IL 16 FEBBRAIO 2017, grazie alla battaglia di sensibilizzazione su questa tematica della deputata socialista lussemburghese MADY DELVAUX)
MADY DELVAUX, deputata socialista lussemburghese al Parlamento Europeo – Bisogna incominciare a stabilire i modi e metodi per un “RICONOSCIMENTO DELLO STATUS GIURIDICO DEI ROBOT: i robot autonomi più sofisticati devono essere considerati «persone elettroniche responsabili di risarcire qualsiasi danno da loro causato, nonché eventualmente il riconoscimento della personalità elettronica dei robot che prendono decisioni autonome o che interagiscono in modo indipendente con terzi»(…) (parte di una RISOLUZIONE DEL PARLAMENTO EUROPEO APPROVATA IL 16 FEBBRAIO 2017, grazie alla battaglia di sensibilizzazione su questa tematica della deputata socialista lussemburghese MADY DELVAUX)

   E in questa logica bisogna incominciare a stabilire (come ha previsto una risoluzione del Parlamento europeo) i modi e metodi per un “riconoscimento dello status giuridico dei robot: i robot autonomi più sofisticati devono essere considerati «persone elettroniche responsabili di risarcire qualsiasi danno da loro causato, nonché eventualmente il riconoscimento della personalità elettronica dei robot che prendono decisioni autonome o che interagiscono in modo indipendente con terzi»(…) (questa citata è una parte di una Risoluzione del Parlamento Europeo proposta grazie alla battaglia di sensibilizzazione su questa tematica della deputata socialista lussemburghese Mady Delvaux, risoluzione approvata a larga maggioranza il 16 febbraio scorso).

LIBERARSI NELLA NECESSITA’ DEL LAVORO: PERCHE’ NO? – da ALESSANDRO GILIOLI nel suo post (da “L’ESPRESSO”) “(…)Toccherà quindi inventarci nuove forme di identità, passione, coesione tra persone, realizzazione personale. Ottenuto il welfare universale, sarà questa la vera sfida. Forse la più difficile, ma anche la più bella. La più bella perché il lavoro è ed è stato anche schiavitù, frustrazione, alienazione, tempo di vita buttato al servizio di altri. E la sfida è che quei tre adulti e quel bambino, là sopra, possano quindi tornare ad avvicinarsi. Semplicemente, per vivere in modo decente o addirittura piacevole il tempo della loro esistenza in questa Terra. Che poi è lo scopo di tutto.”(…) (nell'immagine: GENESI, CREAZIONE DI ADAMO, CAPPELLA SISTINA, ROMA, MICHELANGELO)
LIBERARSI NELLA NECESSITA’ DEL LAVORO: PERCHE’ NO? – da ALESSANDRO GILIOLI nel suo post (da “L’ESPRESSO”) “(…)Toccherà quindi inventarci nuove forme di identità, passione, coesione tra persone, realizzazione personale. Ottenuto il welfare universale, sarà questa la vera sfida. Forse la più difficile, ma anche la più bella. La più bella perché il lavoro è ed è stato anche schiavitù, frustrazione, alienazione, tempo di vita buttato al servizio di altri. E la sfida è che quei tre adulti e quel bambino, là sopra, possano quindi tornare ad avvicinarsi. Semplicemente, per vivere in modo decente o addirittura piacevole il tempo della loro esistenza in questa Terra. Che poi è lo scopo di tutto.”(…) (nell’immagine: GENESI, CREAZIONE DI ADAMO, CAPPELLA SISTINA, ROMA, MICHELANGELO)

   E serve ancor di più che ci sia un sistema nel quale più verranno utilizzate le macchine, meno dovrà essere tassato il lavoro degli umani. Redistribuendo il reddito, attraverso il Welfare pubblico, a chi non può lavorare, non perché non ne ha voglia, ma perché la possibilità di lavorare si sta riducendo drasticamente per l’automazione. Le proposte sono tante: reddito di cittadinanza, o di sopravvivenza, richiesta di fare lavori sociali…. È un campo di intervento tutto da inventare e su cui le idee si sovrappongono. Ma non c’è molto tempo per decidere: la rivoluzione dei robot corre veloce. (s.m.)

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I ROBOT DEVONO PAGARE LE TASSE?

da IL POST.IT, 20/2/2017 (http://www.ilpost.it/ )

– Lo propone Bill Gates per finanziare l’occupazione dove le persone sono indispensabili, ma ci sono pareri molto diversi –

   Secondo Bill Gates, celebre imprenditore statunitense, fondatore di Microsoft e filantropo, il lavoro delle macchine dovrebbe essere tassato come quello dei lavoratori umani. Continua a leggere

GRANDI OPERE IN CRISI: il caso della “Superstrada Pedemontana Veneta” – La NUOVA POLITICA GOVERNATIVA DELLE OPERE SALVA-VITA, come la DIFESA DEL SUOLO e la MESSA IN SICUREZZA DEGLI EDIFICI – Non si finanziano più opere inutili – LE POSSIBILITÀ DATE DAL “PROJECT REVIEW”

L’AUTOSTRADA A3 (meglio conosciuta come la “SALERNO – REGGIO CALABRIA”, ora chiamata “AUTOSTRADA DEL MEDITERRANEO” è stata completata nel dicembre 2016 grazie alla nuova procedura del PROJECT REVIEW. Sugli ultimi 58 chilometri da ammodernare (sul totale di 443) sono stati accantonati i progetti 2014 che prevedevano costose tratte in variante. E al loro posto si è fatto un piano pluriennale di manutenzione straordinaria del tracciato esistente. E’ così che la “Salerno - Reggio Calabria” è finita grazie alla radicale operazione di "PROJECT REVIEW". – Che cos’è il PROJECT REVIEW? il NUOVO CODICE DEGLI APPALTI, SERVIZI E FORNITURE PUBBLICHE, pubblicato il 19 aprile 2016 in Gazzetta Ufficiale con il Decreto Legislativo n. 50 (che recepisce anche tre nuove direttive europee, 2014/23/UE, 2014/24/UE e 2014/25/UE, PREVEDE LA cosiddetta PROJECT REVIEW, disposizione approvata per poter rivedere le opere non ancora avviate ma già decise con le procedure della legge obiettivo (legge obiettivo che il codice appalti cancella). Sul totale della lista delle opere della Legge obiettivo, ben 190, per un costo complessivo di 145 miliardi, sono state approvate con progetto preliminare, progetto definitivo o con il quadro economico e finanziario. E sarà necessario intervenire per selezionare, ridimensionare e cancellare una buona parte di queste opere, e per questo è utile lo strumento della PROJECT REVIEW
L’AUTOSTRADA A3 (meglio conosciuta come la “SALERNO – REGGIO CALABRIA”, ora chiamata “AUTOSTRADA DEL MEDITERRANEO” è stata completata nel dicembre 2016 grazie alla nuova procedura del PROJECT REVIEW. Sugli ultimi 58 chilometri da ammodernare (sul totale di 443) sono stati accantonati i progetti 2014 che prevedevano costose tratte in variante. E al loro posto si è fatto un piano pluriennale di manutenzione straordinaria del tracciato esistente. E’ così che la “Salerno – Reggio Calabria” è finita grazie alla radicale operazione di “PROJECT REVIEW”. – Che cos’è il PROJECT REVIEW? il NUOVO CODICE DEGLI APPALTI, SERVIZI E FORNITURE PUBBLICHE, pubblicato il 19 aprile 2016 in Gazzetta Ufficiale con il Decreto Legislativo n. 50 (che recepisce anche tre nuove direttive europee, 2014/23/UE, 2014/24/UE e 2014/25/UE, PREVEDE LA cosiddetta PROJECT REVIEW, disposizione approvata per poter rivedere le opere non ancora avviate ma già decise con le procedure della legge obiettivo (legge obiettivo che il codice appalti cancella). Sul totale della lista delle opere della Legge obiettivo, ben 190, per un costo complessivo di 145 miliardi, sono state approvate con progetto preliminare, progetto definitivo o con il quadro economico e finanziario. E sarà necessario intervenire per selezionare, ridimensionare e cancellare una buona parte di queste opere, e per questo è utile lo strumento della PROJECT REVIEW

   Tra i tanti cantieri incompiuti di Grandi Opere irrealizzate, ce n’è uno in Veneto che suscita sgomento e dolore, per lo scempio ambientale fin qui perpetrato e che rischia di rimanere tale per sempre. Parliamo della “Superstrada Pedemontana Veneta” (SPV): 95 chilometri nell’area pedemontana tra le province di Vicenza e Treviso per un’opera “in project financing” (cioè che doveva essere finanziata da privati in cambio della concessione quarantennale), e che è ora “al palo”: cioè, esaurita la parte di finanziamento pubblico, il “privato” non riesce a raccogliere (dalle banche, dal sistema finanziario…) il miliardo e mezzo di euro necessario per completare l’opera (ora si dice che è realizzata al 30%, ma a noi sembra molto meno), perché nessuno finanzia un progetto fallimentare (i flussi di traffico finora fatti erano gonfiati per far vedere che la realizzazione della SPV era appettibile…).

SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA: 95 chilometri nell’area pedemontana tra le province di Vicenza e Treviso per un’opera “in project financing” (cioè che doveva essere finanziata da privati in cambio della concessione quarantennale), e che è ora “al palo”: cioè, esaurita la parte di finanziamento pubblico, il “privato” non riesce a raccogliere (dalle banche, dal sistema finanziario…) il miliardo e seicento milioni di euro necessari per completare l’opera
SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA: 95 chilometri nell’area pedemontana tra le province di Vicenza e Treviso per un’opera “in project financing” (cioè che doveva essere finanziata da privati in cambio della concessione quarantennale), e che è ora “al palo”: cioè, esaurita la parte di finanziamento pubblico, il “privato” non riesce a raccogliere (dalle banche, dal sistema finanziario…) il miliardo e seicento milioni di euro necessari per completare l’opera

   E, sperando che come sempre accaduto lo Stato mandasse soldi a pioggia per finire la SPV, questa speranza è andata delusa (finalmente! …il ministro preposto Delrio ha detto che lo Stato ha finito di essere un bancomat!). Ve ne diamo conto degli ultimi sviluppi negli articoli della stampa veneta che proponiamo in questo post, assai interessanti perché riguardano un nuovo modo di pensare il territorio, quelle che sono le esigenze vere di “messa in opera”, di “artificio umano” realizzabile. Che non può più essere quello di dirottare immani risorse di tutti su progetti inutili, sacrificando inutilmente il territorio, l’ambiente, e invece virtuosamente concentrare ogni sforzo nell’intervento pubblico per opere veramente necessarie.

IL VIADOTTO “ITALIA” della SALERNO – REGGIO CALABRIA, tra gli svincoli di Mormanno e Laino Borgo - “(….) Il governo, oltre a selezionare le nuove grandi opere, ha rivoluzionato le REGOLE NELLA VALUTAZIONE DEGLI INVESTIMENTI E NEGLI APPALTI. Obiettivo: più qualità e trasparenza, tempi più rapidi, scelta delle opere in base a valutazioni rigorose, le cosiddette ANALISI COSTI-BENEFICI. «Già, tutte buone intenzioni – dice Claudio Virno, esperto in valutazioni degli investimenti e consulente dell’Ufficio parlamentare di bilancio - ma QUESTO SEMBRA APPLICARSI AI PROGETTI FUTURI, non a quelli in corso per i quali pare che il governo voglia mantenere le vecchie procedure, che di rigoroso non hanno nulla». Sotto esame finiscono importanti opere ferroviarie per l’alta velocità: il Terzo Valico della Milano- Genova, il Tunnel del Brennero, quello del Frejus della Torino-Lione, la Napoli-Bari. «Queste ultime due in particolare – continua Virno – non supererebbero test seri: hanno chiaramente sopravvalutato la domanda, il traffico futuro» (….)”. (Marco Ruffolo, da “la Repubblica” del 10/10/2016
IL VIADOTTO “ITALIA” della SALERNO – REGGIO CALABRIA, tra gli svincoli di Mormanno e Laino Borgo – “(….) Il governo, oltre a selezionare le nuove grandi opere, ha rivoluzionato le REGOLE NELLA VALUTAZIONE DEGLI INVESTIMENTI E NEGLI APPALTI. Obiettivo: più qualità e trasparenza, tempi più rapidi, scelta delle opere in base a valutazioni rigorose, le cosiddette ANALISI COSTI-BENEFICI.
«Già, tutte buone intenzioni – dice Claudio Virno, esperto in valutazioni degli investimenti e consulente dell’Ufficio parlamentare di bilancio – ma QUESTO SEMBRA APPLICARSI AI PROGETTI FUTURI, non a quelli in corso per i quali pare che il governo voglia mantenere le vecchie procedure, che di rigoroso non hanno nulla». Sotto esame finiscono importanti opere ferroviarie per l’alta velocità: il Terzo Valico della Milano- Genova, il Tunnel del Brennero, quello del Frejus della Torino-Lione, la Napoli-Bari. «Queste ultime due in particolare – continua Virno – non supererebbero test seri: hanno chiaramente sopravvalutato la domanda, il traffico futuro» (….)”. (Marco Ruffolo, da “la Repubblica” del 10/10/2016

   E’ pur vero che le grandi opere di collegamento, come l’alta velocità ferroviaria, sono ancora in gran parte finanziate e “volute”, restano nei programmi statali, seppur prive di un serio attuale esame preventivo di verifica se servono o meno (e continuano ad avere a disposizione risorse ingenti).

   I soldi previsti e messi in bilancio per l’Alta velocità ferroviaria, per le varie nuove “superstrade-autostrade”… (per non parlare del fantasma del Ponte sullo Stretto, che appare-scompare a brevi cicli storici…); o per progetti incredibilmente costosi e che si stanno verificando fallimentari nella funzionalità, come la paratìe mobili (progetto MOSE) nella laguna di Venezia che avrebbero il compito di difendere la città lagunare dai fenomeni straordinari (solo quelli) dell’acqua alta, ebbene questa massa enorme di denaro speso e buttato al vento per la maggior parte dei progetti di grandi opere, ora sembra si cominci a capire che così non va.

   Forse, speriamo, sta prendendo piede una nuova filosofia politica (ne va merito al governo degli ultimi due anni) che dice “basta” agli sprechi, e parla per la prima volta della volontà di investire nelle cosiddette OPERE SALVA-VITA, quelle che dovrebbero PREVENIRE alluvioni, frane, crolli di edifici, incidenti ferroviari…. E finora è andata che ci sono state “zero risorse”, o quasi, per queste cose, per interventi come la DIFESA DEL SUOLO o la MESSA IN SICUREZZA DEGLI EDIFICI.

SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA: UNA POSSIBILITA’ CONCRETA DI “PROJECT REVIEW” - TRATTO VICENTINO DELLA SPV, dal sito http://www.difesasaluteterritorio.blogspot.it/ – Il TRATTO DI SUPERSTRADA TRA MONTECCHIO M. E LA VALDASTICO NORD-A31(lungo 31 chilometri, con un GALLERIA da farsi -PRIABONA- di 6 chilometri) costa 750 milioni di euro ma non ha senso poiché esiste già la Valdastico Nord-A31 direttamente collegata all’autostrada A4
SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA: UNA POSSIBILITA’ CONCRETA DI “PROJECT REVIEW” – TRATTO VICENTINO DELLA SPV, dal sito http://www.difesasaluteterritorio.blogspot.it/ – Il TRATTO DI SUPERSTRADA TRA MONTECCHIO M. E LA VALDASTICO NORD-A31(lungo 31 chilometri, con un GALLERIA da farsi -PRIABONA- di 6 chilometri) costa 750 milioni di euro ma non ha senso poiché esiste già la Valdastico Nord-A31 direttamente collegata all’autostrada A4

   «Opere utili, snelle e condivise», è lo slogan del Def 2016 (il “Def”, Documento di Economia e Finanza, è il principale strumento con cui in Italia si programmano l’economia e la finanza pubblica, come spendere i soldi pubblici nell’anno a venire, questo 2017, e anche i seguenti per le opere a costi pluriennali). «Opere utili, snelle e condivise»… MA SARA’ VERO? Alcune grandi opere, ad avviso dei più, inutili e costosissime, pur dimezzate dal novero di quelle prioritarie, sono rimaste, soprattutto quelle ferroviarie del valico appenninico e delle gallerie transalpine, di prolungamento dei corridoi europei, e quelle per l’Alta velocità al Sud. Pertanto è da vedere se una svolta di REVISIONE effettiva ci sarà veramente.

Cantieri della SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA: tratto in trincea, attraversamento dell’Astico, gallerie artificiali Cà Fusa e Carpellina (foto tratta da www.ingegneriverona.it )
Cantieri della SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA: tratto in trincea, attraversamento dell’Astico, gallerie artificiali Cà Fusa e Carpellina (foto tratta da http://www.ingegneriverona.it )

   Un segnale interessante, sul metodo da applicare, può essere dato da quel che è accaduto con l’ultimo cantiere della “Salerno Reggio-Calabria” (la A3), cioè la messa in pratica della cosiddetta PROJECT REVIEW: Che cos’è la project review?

   Il NUOVO CODICE DEGLI APPALTI, SERVIZI E FORNITURE PUBBLICHE, dell’aprile 2016 prevede appunto la cosiddetta PROJECT REVIEW, che è una disposizione approvata per poter rivedere le opere non ancora avviate ma già decise con le procedure della legge obiettivo (legge obiettivo che il codice appalti cancella). Rendere cos’, con il project review, queste opere, spesso sovradimensionate, adatte al tempo presente e futuro, più fattibili e funzionali, meno costose, meno problematiche per l’ambiente in cui si inseriscono.

   Sul totale della lista delle opere della Legge obiettivo, ben 190, per un costo complessivo di 145 miliardi, sono state approvate con progetto preliminare, progetto definitivo o con il quadro economico e finanziario. E sarà necessario intervenire per selezionare, ridimensionare e cancellare una buona parte di queste opere, e per questo è utile lo strumento della PROJECT REVIEW. E ad esempio sulla “Salerno – Reggio Calabria” finalmente nel dicembre (2016) si sono terminati i lavori (ora si chiama “Autostrada del Mediterraneo”), sugli ultimi 58 chilometri da ammodernare (sul totale di 443), e sono stati accantonati i progetti 2014 che prevedevano costose tratte in variante. E al loro posto si è fatto un piano pluriennale di manutenzione straordinaria del tracciato esistente. E’ così che la “Salerno – Reggio Calabria” è finita grazie alla radicale operazione di “PROJECT REVIEW”.

SPV, UNO DEI TANTI TRATTI RIMASTI INCOMPIUTI
SPV, UNO DEI TANTI TRATTI RIMASTI INCOMPIUTI

   Tornando all’incipit delle «Opere utili, snelle e condivise» come slogan del Def 2016, viene data per la prima volta certezza di risorse pluriennali al riassetto idrogeologico, all’edilizia scolastica e alla manutenzione stradale e ferroviaria. Così il governo sembra voler dare una risposta a due grandi obiettivi: da una parte collegare l’Italia, dall’altra metterla in sicurezza.

   Dei 4,3 miliardi di euro di sforamento del patto di stabilità concessi da Bruxelles nel bilancio di previsione per il 2017 per finanziare le opere pubbliche, la parte del leone (circa la metà) la fanno TRASPORTI e BANDA LARGA per velocizzare Internet, mentre solo il 5% va alla protezione ambientale. Se poi restringiamo il campo ai progetti effettivamente in corso (2,6 miliardi) quasi il 40% va alle reti transeuropee con dentro i famosi corridoi ferroviari.    Pertanto niente di entusiasmante. Qualcosa comunque c’è come fondi per i cantieri minori e spesso più urgenti. L’Ance calcola in 900 milioni la disponibilità 2016 per l’edilizia scolastica e in 800 quella contro il rischio idrogeologico. C’è chi fa notare però che bisognerebbe concentrarsi quasi esclusivamente sul quel tipo di infrastrutture, di opere, le “opere salva-vita”, perché rispetto alle “opere di collegamento” presentano carenze infinitamente maggiori, e assoluta urgenza.

   E poi c’è tutto il capitolo della DIFESA DEL SUOLO e alla impari lotta contro le catastrofi. Nei primi quindici anni del nuovo millennio abbiamo avuto ben DUEMILA CASI DI ALLUVIONI che hanno spezzato 293 vite umane e provocato danni per 3 miliardi e mezzo di euro l’anno. Dall’altro, l’impegno dello Stato per il riassetto idrogeologico che non è andato oltre i 400 milioni annui.

LE PARATIE MOBILI DEL MOSE NELLA LAGUNA VENEZIANA - “(…) 221 i milioni che mancano all’appello per il completamento del MOSE. Una goccia nel mare dei 5 miliardi e mezzo della grande opera. Il costo finale del sistema Mose è dunque quantificato in 5493,15 milioni di euro. Gestione e manutenzione escluse (almeno 80 milioni l’anno). Basteranno gli ultimi 221 milioni a completare la grande e discussa opera nei tempi previsti, cioè entro il luglio del 2018? I dubbi sono tanti. Anche perché restano sull’opera molte incognite tecniche. Come la tenuta delle cerniere e dei loro materiali, la subsidenza, i detriti.(…)” (Alberto Vitucci, “la Nuova Venezia” del 29/12/2016)
LE PARATIE MOBILI DEL MOSE NELLA LAGUNA VENEZIANA – “(…) 221 i milioni che mancano all’appello per il completamento del MOSE. Una goccia nel mare dei 5 miliardi e mezzo della grande opera. Il costo finale del sistema Mose è dunque quantificato in 5493,15 milioni di euro. Gestione e manutenzione escluse (almeno 80 milioni l’anno). Basteranno gli ultimi 221 milioni a completare la grande e discussa opera nei tempi previsti, cioè entro il luglio del 2018? I dubbi sono tanti. Anche perché restano sull’opera molte incognite tecniche. Come la tenuta delle cerniere e dei loro materiali, la subsidenza, i detriti.(…)” (Alberto Vitucci, “la Nuova Venezia” del 29/12/2016)

   Parassitismi, interessi contrari alla collettività, scandiscono ancora purtroppo i tempi del rifiuto ad abbandonare la logica di “grandi opere” non verificate nella loro utilità; e per quel che serve veramente i tempi e i finanziamenti delle opere saranno ancora difficili e lenti (mentre torrenti e frane non aspettano).

Rinunciare coraggiosamente ad alcune “grandi opere” (o applicare drastici project review) per dare più spazio alle infrastrutture salva-vita, è necessità vitale per guardare al futuro con più speranza. (s.m.)

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GRANDI OPERE, QUALI OPPORTUNITÀ E QUALI RISCHI

di ANNA DONATI, 30/12/2016, da SBILANCIAMOCI-INFO

(http://sbilanciamoci.info/ )

– I fatti dimostrano che le “grandi opere” solo occasionalmente producono utilità sociale. Un convegno della Fondazione Basso e della Fondazione Culturale Responsabilità Etica – Continua a leggere

Il VENETO si proclama MINORANZA LINGUISTICA rivendicando di avere una lingua e non un dialetto (è solo per avere più soldi?) – Sì al valore delle parlate locali (lingue o dialetti), ma anche a lingue per parlare a tutti (“dell’importanza di mediatori, di costruttori di ponti, saltatori di muri, esploratori di frontiere“, A. Langer)

Il CONSIGLIO REGIONALE DEL VENETO ha approvato lo scorso 6 dicembre il contestato disegno di legge 116 che ridefinisce il "POPOLO VENETO" come "MINORANZA NAZIONALE", aprendo la strada alla dichiarazione di appartenenza etnica, all'insegnamento del veneto nelle scuole e all'uso del dialetto negli uffici pubblici e nella toponomastica, cartelli stradali compresi. IL VENETO VUOLE COSÌ CHE LO STATO APPLICHI IN REGIONE LA CONVENZIONE QUADRO EUROPEA VARATA DAL CONSIGLIO D'EUROPA PER TUTELARE LE MINORANZE STORICHE, come quella dei rom, ratificata anche dall'Italia nel 1997 (nella foto: Venezia, Canal Grande, sulla sinistra Palazzo Ferro Fini sede del Consiglio regionale veneto; poi a seguire Palazzo Contarini e Palazzo Michiel Alvisi; foto tratta da www.tripadvisor.co.uk/
Il CONSIGLIO REGIONALE DEL VENETO ha approvato lo scorso 6 dicembre il contestato disegno di legge 116 che ridefinisce il “POPOLO VENETO” come “MINORANZA NAZIONALE”, aprendo la strada alla dichiarazione di appartenenza etnica, all’insegnamento del veneto nelle scuole e all’uso del dialetto negli uffici pubblici e nella toponomastica, cartelli stradali compresi. IL VENETO VUOLE COSÌ CHE LO STATO APPLICHI IN REGIONE LA CONVENZIONE QUADRO EUROPEA VARATA DAL CONSIGLIO D’EUROPA PER TUTELARE LE MINORANZE STORICHE, come quella dei rom, ratificata anche dall’Italia nel 1997 (nella foto: Venezia, Canal Grande, sulla sinistra Palazzo Ferro Fini sede del Consiglio regionale veneto; poi a seguire Palazzo Contarini e Palazzo Michiel Alvisi; foto tratta da http://www.tripadvisor.co.uk/

   Capire se il dialetto veneto è da considerarsi a tutti gli effetti una lingua (pur nelle sue assai variegate formulazione nella geografia dei vari luoghi regionali) è cosa assai interessante e seria: in effetti l’uso di un determinato linguaggio, di certe parole, assume un connotato specifico di una certa cultura, di un territorio a volte isolato a volte in un contesto cosmopolita; e così “fa pensare” che sia una cosa molto importante, che siamo in presenza di una “vera” lingua, storica, consolidata. Ma questa “lingua veneta” che si vuole riconoscere, porta ad ammettere che anche in altri contesti regionali i dialetti posso essere considerati lingue vere e proprie. Cioè i Veneti possono comunque ben rivendicare il carattere di lingua della propria parlata, ma però riconoscere lo stesso diritto a tutti i cittadini italiani, ai Lucani come ai Molisani, ai Toscani come ai Liguri.

ANDREA ZANZOTTO (1921 – 2011): «NON CONDANNIAMO IL DIALETTO AL TRISTE DESTINO DI DIVENTARE LINGUA»
ANDREA ZANZOTTO (1921 – 2011): «NON CONDANNIAMO IL DIALETTO AL TRISTE DESTINO DI DIVENTARE LINGUA»

   Comunque è accaduto che con il disegno di legge n. 116 approvato dal Consiglio regionale del Veneto il 6 dicembre scorso, i veneti si autoproclamano minoranza nazionale. E’ così stata approvata (nel Consiglio regionale veneto a trazione leghista) la cosiddetta “Venexit”, che, se la Corte Costituzionale non la boccerà, vuole istituire il bilinguismo e rivendicare garanzie tributarie incardinandole nella Convenzione quadro europea del Consiglio d’Europa, ratificata in Italia nel 1997, per la tutela delle minoranze storiche.

   Pertanto il veneto diventerà lingua di una “minoranza”, appunto i veneti, con un territorio da difendere, una lingua da insegnare. A partire proprio dalle scuole, ma anche da immettere, come bilinguismo (come in Sud Tirolo, a Bolzano), negli atti delle pubbliche amministrazioni che ci sono in questa regione (statali, regionali, comunali…). E poi la toponomastica delle strade dovrà essere bilingue… eccetera…. Sembra una boutade, una forzatura, uno scherzo, qualcosa cui ci si è spinti troppo in là, ma è legge “veneta” (pur con rischio –quasi certo?- di incostituzionalità).

“La polemica che spesso contrappone la lingua al dialetto, talvolta con una forte connotazione politica, non ha ragione di esistere…. Dialetto è l’etichetta di cui ci serviamo, ma, se uno vuole, può chiamarla lingua…. La differenza è tra lingue codificate come l’italiano e lingue solo orali come il dialetto, che sono in balia di chi le trasmette e anche di chi decide di non trasmetterle più. Certo, il dialetto può essere scritto, però mantiene una diversità che deriva dal suo essere fin dalle origini una lingua non codificata, che si è sviluppata affidandosi all’oralità con regole trasmesse da piccoli nuclei di parlanti, magari isolati che ne hanno determinato un’ampia varietà….” (Gianna Marcato, docente di “Dialettologia italiana” all’Università di Padova; intervista ripresa dal sito: http://www.waltertobagi.net/?p=839 )
“La polemica che spesso contrappone la lingua al dialetto, talvolta con una forte connotazione politica, non ha ragione di esistere…. Dialetto è l’etichetta di cui ci serviamo, ma, se uno vuole, può chiamarla lingua…. La differenza è tra lingue codificate come l’italiano e lingue solo orali come il dialetto, che sono in balia di chi le trasmette e anche di chi decide di non trasmetterle più. Certo, il dialetto può essere scritto, però mantiene una diversità che deriva dal suo essere fin dalle origini una lingua non codificata, che si è sviluppata affidandosi all’oralità con regole trasmesse da piccoli nuclei di parlanti, magari isolati che ne hanno determinato un’ampia varietà….” (Gianna Marcato, docente di “Dialettologia italiana” all’Università di Padova; intervista ripresa dal sito: http://www.waltertobagi.net/?p=839 )

   Il fatto che il Veneto rivendichi pertanto quello di avere una lingua vera e propria, con dietro una sua cultura, con una parlata ben distinguibile dall’italiano, fa un po’ specie e da un po’ l’impressione che sia usato come strumento per far la guerra al resto d’Italia e rivendicare una tanto agognata autonomia.

   Il motivo (della insistente ricerca di autonomia) in Veneto, più che in altri parti d’Italia, c’è: in questa regione si vive con un certo disagio il fatto di essere in un contesto più largo extraregionale (chiamato NORDEST) che è assai omogeneo geograficamente, economicamente, geomorfologicamente (pensiamo all’area alpina delle Dolomiti, ma anche alla Laguna veneta che si estende da Chioggia a Grado, negli scambi quotidiani, nella cultura e nei modi di essere). Ma che, questa “omogeneità” del Nordest d’Italia, deve fare i conti con il fatto che il Veneto è una regione “semplice”, come la maggior parte delle regioni italiane, mentre il Trentino Alto Adige e il Friuli Venezia Giulia (anche loro “Nordest”, e che partecipano più o meno alla stessa famiglia geografica) sono regioni “a statuto speciale” ad alta autonomia (e, con essa autonomia, a privilegi non da poco nel poter disporre di maggiori risorse finanziarie nel contesto dello stato italico).

Pieve di Soligo, nella Valle del fiume Soligo - ANDREA ZANZOTTO: “Il DIALETTO usato nel Filò è press’a poco quello che si continua ancora a parlare nella VALLE DEL SOLIGO (alto Trevigiano), con sfumature diverse per vocaboli, modi dire, inflessioni […] Esso resta carico della vertigine del passato, dei megasecoli in cui si è stesa, infiltrata, suddivisa, ricomposta, in cui è morta e risorta «la» lingua (canto, ritmo, muscoli danzanti, sogno, ragione, funzionalità) entro una violentissima deriva che fa tremare di inquietudine perché vi si tocca, con la lingua (nelle sue due accezioni) il nostro non sapere di dove la lingua venga, nel momento in cui viene, monta come un latte: […] forte di tutto il viscoso che la permea riconnettendola direttamente a tutti i contesti ambientali, biologici, «cosmici», liberando entro di essi il desiderio di espressione e l’espressione. IL DIALETTO È SENTITO COME VENIENTE DI LÀ DOVE NON È SCRITTURA.” (Andrea Zanzotto, dal sito www.waltertobagi.net/ )
Pieve di Soligo, nella Valle del fiume Soligo – ANDREA ZANZOTTO: “Il DIALETTO usato nel Filò è press’a poco quello che si continua ancora a parlare nella VALLE DEL SOLIGO (alto Trevigiano), con sfumature diverse per vocaboli, modi dire, inflessioni […] Esso resta carico della vertigine del passato, dei megasecoli in cui si è stesa, infiltrata, suddivisa, ricomposta, in cui è morta e risorta «la» lingua (canto, ritmo, muscoli danzanti, sogno, ragione, funzionalità) entro una violentissima deriva che fa tremare di inquietudine perché vi si tocca, con la lingua (nelle sue due accezioni) il nostro non sapere di dove la lingua venga, nel momento in cui viene, monta come un latte: […] forte di tutto il viscoso che la permea riconnettendola direttamente a tutti i contesti ambientali, biologici, «cosmici», liberando entro di essi il desiderio di espressione e l’espressione. IL DIALETTO È SENTITO COME VENIENTE DI LÀ DOVE NON È SCRITTURA.” (Andrea Zanzotto, dal sito http://www.waltertobagi.net/ )

   Da questo si percepisce il “cul de sac” di un Veneto che deve rinunciare a ogni speranza MACROREGIONALE (come invece un po’ alla volta potrebbe accadere in altre parti d’Italia, pensiamo ad esempio alla possibile unione istituzionale tra Toscana, Marche e Umbria…), e che in Veneto non può accadere perché mai le altre due regioni di territorio comune (Friuli e Trentino) accetterebbero di condividere i privilegi dell’autonomia; ebbene questo fa sì che nasca in Veneto in modo ufficiale, con una legge regionale, qualche purchessia motivazione che mostra la propria specificità, in questo caso appunto una lingua che “va oltre” l’essere dialetto, e che fa dire che i veneti sono minoranza linguistica in Italia.

   E così rispunta anche l’annosa questione (irrisolvibile) quando una lingua sia tale o sia solo dialetto; e, avendo premesso che i motivi paiono molto strumentali (quello dell’autonomia e di avere più soldi) va pur detto che la questione di “lingua o dialetto” meriterebbe di esse trattata meglio, perché può essere cosa seria.

Lingue nella Penisola - “Trovo insensata l’idea di una lingua veneta codificata nella quale, proprio per le varietà di cui parlavo, nessuno si riconoscerebbe… Con i miei studenti mi diverto dicendo loro di alzarsi in piedi e di verificare che sotto i loro piedi non ci sono radici, non sono alberi. Insistere sul dialetto come radice significa affermare un’idea di identità chiusa, immutabile a cui andrebbe contrapposta un’idea di identità aperta dove ogni esperienza mi aiuta a formare la mia identità e arricchirla….” (Gianna Marcato, docente di “Dialettologia italiana” all’Università di Padova; intervista ripresa dal sito: http://www.waltertobagi.net/?p=839 )
Lingue nella Penisola – “Trovo insensata l’idea di una lingua veneta codificata nella quale, proprio per le varietà di cui parlavo, nessuno si riconoscerebbe… Con i miei studenti mi diverto dicendo loro di alzarsi in piedi e di verificare che sotto i loro piedi non ci sono radici, non sono alberi. Insistere sul dialetto come radice significa affermare un’idea di identità chiusa, immutabile a cui andrebbe contrapposta un’idea di identità aperta dove ogni esperienza mi aiuta a formare la mia identità e arricchirla….” (Gianna Marcato, docente di “Dialettologia italiana” all’Università di Padova; intervista ripresa dal sito: http://www.waltertobagi.net/?p=839 )

   E’ infatti vero che, ad esempio proprio per il Veneto, questa lingua-dialetto è assai usata in contesti anche ufficiali (nelle amministrazioni pubbliche, negli ospedali, in incontri collettivi di qualsivoglia genere). Ma è anche vero che è assai diversificata la lingua veneta da posto a posto (nel bellunese si parla un veneto ben diverso dal veneziano, o dall’area veronese…); cioè questo vuol dire che non ci possono essere regole scritte comuni, valide per tutti (perché appunto è una “parlata”, non ha una documentazione scritta, una possibile grammatica, almeno che valga per tutti i territori regionali). E poi è in diminuzione nell’uso della popolazione: ai bambini, ad esempio, anche se nati e sempre vissuti in luoghi di forte diffusione del dialetto, non viene insegnato (non viene parlato a loro) fin dalla nascita il veneto bensì “li si parla loro” in italiano (o simil-lingua, spesso mista a termini dialettali….).

   Insomma il discorso delle minoranze linguistiche è argomento che merita trattazione seria. E va anche detto comunque che ogni forma di lingua che si perde è cosa per niente buona. E nel mondo globale, nella babele delle lingue o dialetti che si incontrano, sembra invece prevalere sempre più (o prevarrà forse definitivamente in futuro) l’ “inglese globale” (anche attraverso vocaboli e terminologie che troviamo nel nostro uso quotidiano), lingua questa (l’inglese globale) per comunicare con tutto il mondo, nata a prescindere forse dall’importanza economica prima della Gran Bretagna e dal secondo dopoguerra in particolare dagli USA: il vero motivo forse è che si può parlare questa lingua inglese anche approssimativamente (e magari con strafalcioni) senza per questo non essere capiti o essere irrisi, che invece può capitare con tutte le altre lingue, meno adatte a essere parlate da principianti.

mappa fisica del Veneto - “Il dialetto vive se le generazioni che devono trasmetterlo decidono di farlo. Alcuni dicono che il dialetto è stato salvato negli anni settanta proprio da chi sapeva bene l’italiano. Perché la vergogna e il disagio di dover interloquire in un mondo nuovo con una varietà di lingua che si sapeva disprezzata ha fatto sì che solo chi aveva acquisito una certa sicurezza linguistica potesse azzardarsi a parlarlo. Il dialetto è ancora molto parlato in diverse zone, ma prendendo elementi e regole dell’italiano. C’è un concetto molto importante che mi preme affermare ed è quello dell’eteronomia Non è necessario che io mi senta autonomo perché uso una varietà dialettale. Posso usare il dialetto e sentirlo come mia lingua e sentire come mia lingua anche l’italiano. Quando due varietà sono vissute come eteronome accetto che passino regole e forme dell’una nell’altra e viceversa…” (Gianna Marcato, docente di “Dialettologia italiana” all’Università di Padova; intervista ripresa dal sito: http://www.waltertobagi.net/?p=839 )
mappa fisica del Veneto – “Il dialetto vive se le generazioni che devono trasmetterlo decidono di farlo. Alcuni dicono che il dialetto è stato salvato negli anni settanta proprio da chi sapeva bene l’italiano. Perché la vergogna e il disagio di dover interloquire in un mondo nuovo con una varietà di lingua che si sapeva disprezzata ha fatto sì che solo chi aveva acquisito una certa sicurezza linguistica potesse azzardarsi a parlarlo. Il dialetto è ancora molto parlato in diverse zone, ma prendendo elementi e regole dell’italiano. C’è un concetto molto importante che mi preme affermare ed è quello dell’eteronomia Non è necessario che io mi senta autonomo perché uso una varietà dialettale. Posso usare il dialetto e sentirlo come mia lingua e sentire come mia lingua anche l’italiano. Quando due varietà sono vissute come eteronome accetto che passino regole e forme dell’una nell’altra e viceversa…” (Gianna Marcato, docente di “Dialettologia italiana” all’Università di Padova; intervista ripresa dal sito: http://www.waltertobagi.net/?p=839 )

   Va comunque detto che quando ogni rivendicazione di specificità locale (la lingua da conservare) è strumentale ad altri scopi (ad esempio per il veneto di rivendicare un’autonomia dallo Stato italiano in modo da poter mantenere più risorse finanziarie nel proprio territori), questa è cosa che può sì avere motivazioni valide, ma se poi la lingua e la sua rivendicazione di esistenza porta a fatti concreti (come ad esempio l’esclusione da uffici pubblici di chi non la conosce), allora tutto questo diventa assai pericoloso: è una comunità che discrimina le persone, che si chiude in se stessa, in difesa di un passato che non c’è più. Mentre invece adesso più che mai servono idee e coraggio per affrontare un nuovo mondo che sempre più viviamo, e dove tradizione e innovazione possono coesistere e creare un’originalità virtuosa. (s.m.)

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IL VENETO DEI DIALETTI E I DIALETTI D’ITALIA: SIAMO TUTTI MINORANZA

di Michele A. Cortelazzo, da “Il Mattino di Padova” del 9/12/2016

– nella nostra regione il dialetto è molto usato in contesti informali ma questo non basta a dargli più valore rispetto ad altri –

   Ragiono sulla legge regionale che definisce il popolo veneto una minoranza nazionale a partire dai resoconti giornalistici, dato che non mi risulta che il testo ufficiale sia stato ancora pubblicato. Continua a leggere

ANCORA TERREMOTO nell’Appennino centrale: SALVARE il SALVABILE, un PATRIMONIO DIFFUSO non recuperabile com’era prima – il “Centro” non può farcela a RESTAURARE beni naturalistici, architettonici, artistici che erano “sistema” di ineguagliabile bellezza – Servirà l’aiuto di privati, dell’Europa, del mondo

LA BASILICA DI SAN BENETTO A NORCIA, prima dell'inizio del terremoto dal 24 agosto in poi
LA BASILICA DI SAN BENEDETTO A NORCIA, prima dell’inizio del terremoto dal 24 agosto in poi
La basilica ora distrutta, dopo la scossa del 30 ottobre
La basilica ora distrutta, dopo la scossa del 30 ottobre

   Il terremoto, con la scossa di domenica mattina (magnitudo 6.5 il più forte dal 1980, che era il terremoto dell’Irpinia) non ha fortunatamente causato nessuna vittima. E questo è un dato confortante: possiamo parlare dei tragici danni senza nel cuore avere vittime insensatamente sacrificate all’evento catastrofico quale è sempre il terremoto.

   Alla scossa del 24 agosto con 297 vittime, e dopo centinaia e centinaia di altre di assestamento, e poi alle tre forti scosse del 26 ottobre (magnitudo 5,4, 5,9 e 4,6) il colpo di grazia alle abitazioni, alle chiese, alle strade che si inerpicavano in centri spesso non facili da raggiungere, ebbene questa scossa delle 7.40 del mattino di domenica 30 ottobre, con epicentro vicino a Norcia, ha buttato giù quel che restava in piedi pur pericolante, e ha portato alla disperazione, al pessimismo chi vive in quei luoghi.

MAPPA EPICENTRO DEL SISMA DEL 30 OTTOBRE 2016
MAPPA EPICENTRO DEL SISMA DEL 30 OTTOBRE 2016

   Pur con il sollievo, dicevamo, che non ci sono state vittime. E ora gli abitanti sono costretti a malincuore ad accettare la proposta di andarsene sugli hotel della costa marchigiana o sulle rive del lago Trasimeno, fin che non saranno approntati container adatti all’inverno appenninico.

   E intanto il mondo ha visto che tutto un territorio diffuso di ineguagliabile bellezza è stato distrutto: cattedrali, chiese, palazzi, abitazioni di valenza architettonica di pregio, strade storiche…tutto!).

Immagini dalla Fiorita (fioritura), lo spettacolo che ogni anno si ripete sulla piana di CASTELLUCCIO DI NORCIA, un altopiano situato a oltre 1.400 metri nel cuore dei Monti Sibillini, quasi al confine tra Umbria e Marche. La scossa di terremoto 6.5 con epicentro tra Norcia e Preci ha quasi raso al suolo il borgo di Castelluccio di Norcia. In piedi è rimasto solo qualche edificio fortemente lesionato, il resto è tutto un cumulo di macerie - LA “PIANA” DI CASTELLUCCIO DI NORCIA (il più alto paesino dell’Apennino, 1.450 metri s.l.m., ora quasi del tutto distrutto dal terremoto del 30 ottobre) - La PIANA DI CASTELLUCCIO è un ambiente dallo scenario tra i più suggestivi, soprattutto durante il periodo della FIORITA che in genere avviene tra la fine di giugno e l’inizio di luglio quando i campi di LENTICCHIA si riempiono con fiori spontanei come PAPAVERI, MARGHERITE e FIORDALISI a cui si aggiungono RANUNCOLI, GENZIANE, ASFODELI, VIOLE, NARCISI e tanti altri. L’intero altopiano si colora come un “caleidoscopio” creando effetti ottici stupendi, sia osservandoli dall’alto che passeggiando tra i campi dove si è avvolti da profumi e colori. Qui la LENTICCHIA, che ha ottenuto la Indicazione Geografica Protetta, è il prodotto su cui si basa l’agricoltura e si semina non appena scioglie l’ultima neve per essere raccolta verso la fine di luglio. (da www.centroturistico.it/ )
Immagini dalla Fiorita (fioritura), lo spettacolo che ogni anno si ripete sulla piana di CASTELLUCCIO DI NORCIA, un altopiano situato a oltre 1.400 metri nel cuore dei Monti Sibillini, quasi al confine tra Umbria e Marche. La scossa di terremoto 6.5 con epicentro tra Norcia e Preci ha quasi raso al suolo il borgo di Castelluccio di Norcia. In piedi è rimasto solo qualche edificio fortemente lesionato, il resto è tutto un cumulo di macerie – LA “PIANA” DI CASTELLUCCIO DI NORCIA (il più alto paesino dell’Apennino, 1.450 metri s.l.m., ora quasi del tutto distrutto dal terremoto del 30 ottobre) – La PIANA DI CASTELLUCCIO è un ambiente dallo scenario tra i più suggestivi, soprattutto durante il periodo della FIORITA che in genere avviene tra la fine di giugno e l’inizio di luglio quando i campi di LENTICCHIA si riempiono con fiori spontanei come PAPAVERI, MARGHERITE e FIORDALISI a cui si aggiungono RANUNCOLI, GENZIANE, ASFODELI, VIOLE, NARCISI e tanti altri. L’intero altopiano si colora come un “caleidoscopio” creando effetti ottici stupendi, sia osservandoli dall’alto che passeggiando tra i campi dove si è avvolti da profumi e colori. Qui la LENTICCHIA, che ha ottenuto la Indicazione Geografica Protetta, è il prodotto su cui si basa l’agricoltura e si semina non appena scioglie l’ultima neve per essere raccolta verso la fine di luglio. (da http://www.centroturistico.it/ )

   E’ così che II terremoto colpisce l’Italia più fragile, cioè quella dorsale dell’Appennino centrale, già vittima dello spopolamento e delle inevitabili difficoltà di comunicazione. Luoghi pieni di storia e tradizione, di santi e ordini religiosi, di pittori e poeti, tra Umbria e Marche. Terre senza grandi città; ma con un tessuto di piccoli centri abitati, quasi sempre di grande pregio, con centri storici, palazzi comunali, chiese, campanili, abitazioni antiche, viottoli medioevali, piazze… tutto di grande valore. Patrimonio non solo delle popolazioni locali, ma di tutti, del mondo intero, e di ciascuno di noi che bene o male qualche volta lì ci siamo stati, e ciascuno conserva quasi sempre visioni e ricordi positivi.

   Ebbene, tutto fa sembrare che quel patrimonio di “territorio diffuso” così di grande valore, sia andato perduto. O almeno in buona parte, sulle tracce di quei borghi e paesi così fortemente colpiti dai terremoti a seguire che si sono stati da agosto a ottobre (e non osiamo pensare che possa accadere ancora…).

La mappa con gli epicentri dei terremoti di magnitudo maggiore di 5.5 che hanno colpito il nostro Paese negli ultimi duemila anni (si noti come la maggior parte degli eventi è avvenuta nella dorsale appenninica) (da www.meteoweb.eu)
La mappa con gli epicentri dei terremoti di magnitudo maggiore di 5.5 che hanno colpito il nostro Paese negli ultimi duemila anni (si noti come la maggior parte degli eventi è avvenuta nella dorsale appenninica) (da http://www.meteoweb.eu)

   Realisticamente è da credere che, pur se ci sarà un impegno massimo per ripristinare quanto possibile, ristrutturare i manufatti (abitazioni, chiese, palazzi) nel migliore dei modi per farli ritornare a com’erano prima, ebbene noi pensiamo che non sarà del tutto realizzabile. Cioè abbiamo perso per sempre una buona parte di un paesaggio dell’Italia Centrale, dell’Appennino, che neanche il miglior restauro possibile potrà riportarlo all’origine. Questo perché non ci sono solo manufatti danneggiati più o meno rovinosamente (si è fatta una stima che possono essere cinquemila, ma a noi sembra una sottostima…), ma è un INSIEME che è stato colpito dal terremoto….Luoghi, interi territori…. E NON TUTTO SI PUO’ RICOSTRUIRE.

   Se prendiamo la Valnerina, con i suoi borghi, chiese, piazze… il valore è complessivo e non dei singoli palazzi o chiese che, peraltro, tutte, è assai difficile che saranno ripristinate all’antico valore: ci vogliono mezzi ingenti, e a volte non basta, lo sbriciolamento delle pietre e dei dipinti vanificano ogni virtuoso restauro.

Nelle immagini la città di Amatrice prima e dopo il sisma del 24 agosto e del 30 ottobre
Nelle immagini la città di Amatrice prima e dopo il sisma del 24 agosto e del 30 ottobre

   Così è probabile che ci si concentrerà di più sul riportare (giustamente) la popolazione alle proprie abitazioni (ma quanti anni ci vorranno!), e sui LUOGHI SIMBOLO. Subito è da pensare alla basilica di San Benedetto a Norcia, e Norcia si identifica con la sua piazza che fa un tutt’uno con la basilica, e per questo si cercherà di recuperarla. Un’impresa peraltro non facile: non si tratta qui solo di adottare un “metodo Friuli” come è stato fatto con il duomo di Venzone che nel 1976 ha portato alla numerazione delle pietre per poi ricostruire esattamente com’era prima quella chiesa. A Norcia e negli altri paesi e borghi colpiti ci sono state ripetute scosse dal 24 agosto in poi, e siamo in presenza di sbriciolamenti, di polvere…. E anche il più mirabile restauro conservativo non rappresenterà mai “la verità” di com’era veramente la Chiesa prima.

   Pertanto è da procedere con un realistico progetto di SALVARE IL SALVABILE, recuperando sì i materiali dove è possibile nella ricostruzione, ma con la cognizione che non tutto è rimediabile, non tutto si può ricostruire, restaurare. Forse (ma è solo un’ipotesi) se dopo la scossa, il 1° terremoto del 24 agosto, se subito certe chiese e campanili fossero stati messi in sicurezza, pur provvisoriamente, forse non sarebbero crollati definitivamente il 30 ottobre.

Dopo il terremoto del 30 ottobre
Dopo il terremoto del 30 ottobre

   C’è poi da dire che il sistema italiano del beni artistici, il Ministero apposito, e tutta la struttura che dovrebbe farsi carico della grande opera di restauro, in Italia è cosa fragilissima (più delle chiese e manufatti colpiti dal sisma…). E men che meno l’istituzione di un commissario straordinario. Mai e poi mai saranno in grado di affrontare, questa sì, una UTILE GRADE OPERA di ripristino dei beni artistici, delle abitazioni storiche, del paesaggio umbro-marchigiano appenninico colpito dal sisma.

   Allora, che fare? Cosa sperare? Noi pensiamo che solo “RISORSE ALTRE” sarebbero in grado di mettere in moto una grande virtuosa operazione di ripristino della bellezza di quei territori. Un coinvolgimento di sponsor PRIVATI che possano dare al questo progetto parte dei proventi avuti dalle loro attività, senza avere nulla in cambio. Oppure anche un’EUROPA, come istituzione positiva che possa credere di intervenire su un luogo che le appartiene ed è patrimonio dell’umanità… ASSOCIAZIONI CULTURALI di rilievo e credibili, private e pubbliche, INDUSTRIE, GOVERNI europei ed extraeuropei che adottano un luogo, un’opera artistica, un palazzo da far tornare come prima, PRIVATI incentivati a ricostruire case, strade e luoghi…. Insomma un sistema che si mette in moto oltre ogni intervento del singolo governo italiano, o delle regioni interessate, dei commissari nominati….

Sequenza sismica in Italia centrale: nuovo evento di magnitudo 6.5 ( 30 ottobre 2016, ore 07.40).
Sequenza sismica in Italia centrale: nuovo evento di magnitudo 6.5 ( 30 ottobre 2016, ore 07.40).

   E’ da far capire che la suddivisione in singole regioni come sta avvenendo, nel pensare che beni artistici e paesaggi meravigliosi siano di “proprietà” di una nazione (che quasi sempre per la loro conservazione ha fatto più male che bene, promuovendo speculazioni edilizie, interventi opinabili, grandi opere…), tutto questo non va bene.

   La necessità di un ripensamento del sistema organizzativo vigente dei poteri, che porti a una nuova revisione del sistema della regioni per meglio intervenire sui territori, è cosa che si collega a nostro avviso al credere o meno a un ripristino del valore dei beni artistici di quei luoghi, e dei paesaggi lì presenti (emblematico che ci sia stata la partecipazione alla prima riunione di governo dopo il 30 ottobre di tre -3- presidenti di regione dei territori colpiti, a capo di burocrazie ben separate e del tutto incapaci a solo pensare -figuriamoci organizzare- un unico grande progetto di restauro, di ripresa del valore antico e futuro del patrimonio artistico ora colpito dal sisma.

   Intanto comunque buona pare l’idea governativa di invitare la popolazione ad andare a soggiornare in luoghi diversi per meglio poter gestire l’emergenza attuale, con l’impegno del ritorno approntando i container prima di Natale. E subito dopo i container attendere innanzitutto le casette, i prefabbricati, destinati ad arrivare tra la primavera e l’estate; e poi la ricostruzione edilizia vera e propria.

   In questa prima fase è importante l’attenzione per le persone rimaste senza casa. E anche per il salvataggio degli animali (trovare una soluzione agli animali domestici e di allevamento, che sono spesso in borghi e luoghi difficilmente accessibili). E garantire i lavori agricoli con il ritorno a pieno ritmo dell’attività degli agricoltori in primavera per la semina (la bellezza dei paesaggi va di pari passo con lo svolgersi in modo compiuto delle attività agricole). (s.m.)

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UN GRANDE PATTO PER SALVARE IL PAESE

di Gian Antonio Stella, da “il Corriere della sera” del 31/10/2016

   E rischia di non essere ancora finita. Certo, siamo tutti appesi alla speranza che questo grappolo di terremoti che da mesi devasta l’Appennino abbia finalmente fine. La storia dice che prima o poi dovranno ben esaurirsi, questi scossoni che spezzano la spina dorsale dell’Italia seminando lutti e annientando quei bellissimi borghi antichi che sono la nostra anima. Continua a leggere

LA DISTRUZIONE DELLE OPERE ARTISTICHE con le guerre, il terrorismo, l’incuria e gli eventi naturali – Le distruzioni in Siria dell’Isis; il venir meno del PATRIMONIO ARTISTICO MONDIALE – Le novità: i CRIMINI DI GUERRA giudicati dalla CORTE PENALE DELL’AJA; e la RICOSTRUZIONE DIGITALE delle opere perdute

Un uomo prega sui resti di un mausoleo islamico devastato dai terroristi a TIMBUCTU (da "la Stampa") - 23 agosto 2016 - E’ iniziato il processo davanti alla CORTE PENALE INTERNAZIONALE DELL’AJA che vede come imputato Ahmad al-Faqi al-Mahdi, jihadista e uno dei leader del movimento islamista vicini ad Al Qaeda, accusato di “CRIMINI DI GUERRA ” e “DISTRUZIONE DI MONUMENTI RELIGIOSI”. Aveva guidato la distruzione del patrimonio culturale islamico di TIMBUCTÙ, in MALI
Un uomo prega sui resti di un mausoleo islamico devastato dai terroristi a TIMBUCTU (da “la Stampa”) – 23 agosto 2016 – E’ iniziato il processo davanti alla CORTE PENALE INTERNAZIONALE DELL’AJA che vede come imputato Ahmad al-Faqi al-Mahdi, jihadista e uno dei leader del movimento islamista vicini ad Al Qaeda, accusato di “CRIMINI DI GUERRA ” e “DISTRUZIONE DI MONUMENTI RELIGIOSI”. Aveva guidato la distruzione del patrimonio culturale islamico di TIMBUCTÙ, in MALI

   Tre accadimenti sono un pur flebile (ma significativo) segnale di speranza per la conservazione, restauro, difesa del patrimonio artistico mondiale che sembra, pian piano, andare sempre più perduto. Viene in mente, adesso, in questo momento storico, le distruzioni dell’Isis in Siria ed Iraq, ma anche in Mali (con la distruzione dei templi dell’antichissima Timbuctu).

Siti e musei in Siria a rischio distruzione (da www.treccani.it) - L’impiego di immagini satellitari e le informazioni provenienti dall’interno della Siria hanno permesso di accertare che 5 su 6 siti siriani Patrimonio dell’umanità hanno subito danni significativi o addirittura, in alcuni casi, sono stati distrutti. Attualmente, solo la Città vecchia di Damasco risulta non danneggiata in maniera seria, mentre distruzioni massicce sono evidenti nella Città vecchia di Aleppo, dove negli scontri tra esercito e opposizione sono stati distrutti, fra i vari edifici, il minareto selgiuchide della Grande moschea, la madrasa alKhosrofiyeh (costruita nel 153746 da Sinan, l’architetto di Solimano il Magnifico), la madrasa alSultaniyeh, lo hammam (bagno turco) Yalbougha anNasry, il khan (caravanserraglio) Qurt Bey. Lesioni estese sono evidenti anche in numerosi edifici del suq alMedina, il mercato coperto medievale, e nella cittadella di Aleppo, al cui interno scavi archeologici avevano da poco portato alla luce il Tempio del dio della tempesta del 3°1° millennio a.C.
Siti e musei in Siria a rischio distruzione (da http://www.treccani.it) – L’impiego di immagini satellitari e le informazioni provenienti dall’interno della Siria hanno permesso di accertare che 5 su 6 siti siriani Patrimonio dell’umanità hanno subito danni significativi o addirittura, in alcuni casi, sono stati distrutti. Attualmente, solo la Città vecchia di Damasco risulta non danneggiata in maniera seria, mentre distruzioni massicce sono evidenti nella Città vecchia di Aleppo, dove negli scontri tra esercito e opposizione sono stati distrutti, fra i vari edifici, il minareto selgiuchide della Grande moschea, la madrasa alKhosrofiyeh (costruita nel 153746 da Sinan, l’architetto di Solimano il Magnifico), la madrasa alSultaniyeh, lo hammam (bagno turco) Yalbougha anNasry, il khan (caravanserraglio) Qurt Bey. Lesioni estese sono evidenti anche in numerosi edifici del suq alMedina, il mercato coperto medievale, e nella cittadella di Aleppo, al cui interno scavi archeologici avevano da poco portato alla luce il Tempio del dio della tempesta del 3°1° millennio a.C.

   Proprio per il Mali, e Timbuctu, c’è un motivo positivo come segnale internazionale che ci pare importante riprendere. Il 22 agosto scorso la Corte Penale internazionale dell’Aja, proprio in Olanda in questa città, ha iniziato il primo processo della storia per CRIMINI CONTRO L’UMANITÀ PER LA DISTRUZIONE DI TEMPLI E MONUMENTI, nei confronti di Ahmad Al Faqih al-Mahdi, noto come Abu Tourab, in custodia all’Aia dal 26 settembre 2015 (è stato arrestato nel settembre scorso dalle truppe francesi e detenuto in Niger prima di essere trasferito all’Aia). Incarcerato con l’accusa di aver distrutto nel 2012 a Timbuctù nove tra moschee e mausolei risalenti tra il XIII e il XVII secolo. Un’azione, la sua, voluta dal gruppo jihadista Ansar Dine, affiliato ad Al-Qaeda, con lo scopo di radere al suolo le tombe dei santi musulmani considerati apostati da parte dei terroristi.

Immagine aerea della citta di Aleppo in Siria - Lesioni estese sono evidenti anche in numerosi edifici nella cittadella di ALEPPO, al cui interno scavi archeologici avevano da poco portato alla luce il Tempio del dio della tempesta del 3°1° millennio a.C.
Immagine aerea della citta di Aleppo in Siria – Lesioni estese sono evidenti anche in numerosi edifici nella cittadella di ALEPPO, al cui interno scavi archeologici avevano da poco portato alla luce il Tempio del dio della tempesta del 3°1° millennio a.C.

   Dobbiamo dire che la furia iconoclasta, distruttrice di segni nobili di civiltà, non è invenzione dell’Isis. Da sempre le guerre, le violenze di gruppo, le sopraffazioni, hanno avuto tra le vittime non solo donne, bambini, uomini, ma anche appunto le cose più belle delle civiltà: i templi, i segni religiosi, le opere artistiche più significative e irrepetibili…. E’ così che i romani distrassero Cartagine, fin su al secolo scorso e alle distruzioni durante la Seconda guerra mondiale di città, monumenti, monasteri… (il monastero di Montecassino in Italia, le città di Dresda in Germania, Varsavia in Polonia, e moltissime altre…).

L'arco del TEMPOI DI BEL a PALMIRA, distrutto dall’Isis nell’agosto 2015
L’arco del TEMPOI DI BEL a PALMIRA, distrutto dall’Isis nell’agosto 2015

   Pertanto il fatto che si possa a livello internazionale (per i paesi che aderiscono alla Corte Penale dell’Aja e riconoscono il suo potere) processare ed eventualmente condannare chi commette “crimini contro l’umanità” quando distruggono il patrimonio artistico, gli antichi segni religiosi, civili, umani di qualsivoglia civiltà, ebbene questo crimine ora “processabile” ci sembra un passo in avanti importante nel riconoscimento internazionale per la tutela dei beni del patrimonio artistico appartenenti a tutta l’umanità.

I resti della città di PALMIRA - Significativi danni sono stati registrati nel teatro romano di Bosra, nel sito di età ellenistica e romana di Palmira – dove nell’agosto 2015 l’IS ha fatto saltare i templi di Baalshamin e di Bel – e nel suo museo (dove la statua della dea Allat è stata distrutta dall’IS nel giugno del 2015), nel castello crociato del Crac dei cavalieri e nelle cosiddette Città morte di epoca tardoantica della Siria nordoccidentale
I resti della città di PALMIRA – Significativi danni sono stati registrati nel teatro romano di Bosra, nel sito di età ellenistica e romana di Palmira – dove nell’agosto 2015 l’IS ha fatto saltare i templi di Baalshamin e di Bel – e nel suo museo (dove la statua della dea Allat è stata distrutta dall’IS nel giugno del 2015), nel castello crociato del Crac dei cavalieri e nelle cosiddette Città morte di epoca tardoantica della Siria nordoccidentale

   L’altro segnale che ci pare interessante è più “nostro”, italiano, ed è la firma del MEMORANDUM ITALIA-UNESCO che ha dato vita al primo gruppo composto da 60 persone (30 carabinieri e 30 esperti tra archeologi, studiosi di antichità, informatici etc.) che hanno il compito di impegnarsi in progetti di tutela dei beni artistici rispetto alla distruzione delle guerre e delle catastrofi naturali. Da questa idea concreta l’Italia ha avanzato la proposta dei “Caschi blu della cultura”, gruppi di pronto intervento formati appunto da esperti, studiosi e personale specializzato messi a disposizione dagli Stati membri per promuovere la messa in sicurezza dei beni culturali e il contrasto di traffici illeciti. Forse qualcosa ne esce di positivo.

La città ellenistica e romana di APAMEA con il suo lungo cardo di stile corinzio è stata saccheggiata in modo irrimediabile da scavi clandestini che hanno interamente distrutto il sito, devastandone anche le parti non ancora fatte oggetto di scavi archeologici. Nella Siria orientale sotto il controllo dell’IS due città d’importanza cruciale per la storia e l’arte della Siria di età preclassica e classica, MARI e DURA EUROPOS, sono egualmente oggetto di scavi illegali estesissimi. Il confronto fra le immagini satellitari dei siti riprese nel 2012, quando la regione non era ancora caduta sotto il controllo dell’IS, e nel 2014 hanno rivelato, soprattutto a Dura Europos, la presenza di migliaia di buche scavate da tombaroli, la cui attività ha completamente distrutto il sito. Gravi saccheggi sono documentati anche nelle città di epoca assira di TELL SHEIKH HAMAD, TELL AJAJA e TELL HAMIDIYAH nella valle del fiume Khabur, il maggior affluente dell’Eufrate
La città ellenistica e romana di APAMEA con il suo lungo cardo di stile corinzio è stata saccheggiata in modo irrimediabile da scavi clandestini che hanno interamente distrutto il sito, devastandone anche le parti non ancora fatte oggetto di scavi archeologici. Nella Siria orientale sotto il controllo dell’IS due città d’importanza cruciale per la storia e l’arte della Siria di età preclassica e classica, MARI e DURA EUROPOS, sono egualmente oggetto di scavi illegali estesissimi. Il confronto fra le immagini satellitari dei siti riprese nel 2012, quando la regione non era ancora caduta sotto il controllo dell’IS, e nel 2014 hanno rivelato, soprattutto a Dura Europos, la presenza di migliaia di buche scavate da tombaroli, la cui attività ha completamente distrutto il sito. Gravi saccheggi sono documentati anche nelle città di epoca assira di TELL SHEIKH HAMAD, TELL AJAJA e TELL HAMIDIYAH nella valle del fiume Khabur, il maggior affluente dell’Eufrate

apamea

   Su questa linea è interessante l’approccio di una mostra che si tiene a Roma, dal 7 ottobre all’11 dicembre, nel secondo anello del Colosseo, mostra che prende il nome di «RINASCERE DALLE DISTRUZIONI: EBLA, NIMRUD, PALMIRA».

DAL 7 OTTOBRE E FINO ALL’11 DICEMBRE 2016, a ROMA, nel secondo anello del COLOSSEO, verrà allestita la rassegna «RINASCERE DALLE DISTRUZIONI/ EBLA, NIMRUD, PALMIRA» (nella foto uno dei pezzi esposti al Colosseo)
DAL 7 OTTOBRE E FINO ALL’11 DICEMBRE 2016, a ROMA, nel secondo anello del COLOSSEO, verrà allestita la rassegna «RINASCERE DALLE DISTRUZIONI/ EBLA, NIMRUD, PALMIRA» (nella foto uno dei pezzi esposti al Colosseo)

   Qui tre aziende italiane (la Nicola Salvioli, Arte Idea e Tryeco 2.0) presentano rispettivamente la ricostruzione di tre “Patrimoni dell’umanità” distrutti recentemente in Medio Oriente: il TORO ANDROCEFALO dell’antica città di NIMRUD, distrutto dall’Isis nel marzo 2015; l’ARCHIVIO DI EBLA del 2300 avanti Cristo, riportato alla luce negli scavi del 1974 importante per la qualità e l’antichità dei testi cuneiformi; IL SOFFITTO DEL TEMPIO DI BEL a PALMIRA, distrutto dall’Isis nell’agosto 2015. Si tratta di ricostruzioni a grandezza naturale, realizzate grazie a nuove tecnologie: robot a 5 assi, la macchina del polistirolo, laser scanner 3D a prototipazione rapida, scanner raffinatissimi.

AFGHANISTAN, quindici anni fa sparivano I BUDDHA DI BAMYAN: nel 2001 i talebani fecero saltare in aria uno dei maggiori monumenti buddhisti. Ora restano solo le nicchie vuote - “…la distruzione dei giganteschi BUDDHA GEMELLI DI BAMIYAN (12 marzo 2001) anticipò di nove mesi esatti l’abbattimento delle Torri gemelle di New York (11 settembre), come se il secondo evento, con le sue vittime umane e la sua spettacolarità ineguagliata, fosse già in gestazione nel primo. In ambo i casi, centro generatore dell’azione devastatrice non fu una statua o un grattacielo, ma la scena, o meglio lo spettacolo, della distruzione. Le Twin Towers furono abbattute nella certezza che l’evento sarebbe stato ripreso sull’istante dalle televisioni, e che il mondo si sarebbe fermato a guardare. A Bamiyan, a Mosul, a Palmira sono stati gli stessi distruttori a documentare se stessi, in un’orgia di selfie fotografici e cinematografici, da diffondersi poi in tutto il mondo. Adepti più o meno consapevoli della “società dello spettacolo” profetizzata da Guy Debord (1967), questi nemici delle immagini le annientano sì, ma allo scopo di produrre nuove immagini, quelle della loro distruzione. (….)” (Salvatore Settis, “la Repubblica” del 28/8/2016)
AFGHANISTAN, quindici anni fa sparivano I BUDDHA DI BAMYAN: nel 2001 i talebani fecero saltare in aria uno dei maggiori monumenti buddhisti. Ora restano solo le nicchie vuote – “…la distruzione dei giganteschi BUDDHA GEMELLI DI BAMIYAN (12 marzo 2001) anticipò di nove mesi esatti l’abbattimento delle Torri gemelle di New York (11 settembre), come se il secondo evento, con le sue vittime umane e la sua spettacolarità ineguagliata, fosse già in gestazione nel primo. In ambo i casi, centro generatore dell’azione devastatrice non fu una statua o un grattacielo, ma la scena, o meglio lo spettacolo, della distruzione. Le Twin Towers furono abbattute nella certezza che l’evento sarebbe stato ripreso sull’istante dalle televisioni, e che il mondo si sarebbe fermato a guardare. A Bamiyan, a Mosul, a Palmira sono stati gli stessi distruttori a documentare se stessi, in un’orgia di selfie fotografici e cinematografici, da diffondersi poi in tutto il mondo. Adepti più o meno consapevoli della “società dello spettacolo” profetizzata da Guy Debord (1967), questi nemici delle immagini le annientano sì, ma allo scopo di produrre nuove immagini, quelle della loro distruzione. (….)” (Salvatore Settis, “la Repubblica” del 28/8/2016)

   Per dire: non possiamo restare fermi a vedere il patrimonio artistico mondiale andare man mano in rovina: diamoci concretamente da fare. E può darsi che questi, seppur piccoli, segnali concreti (come il Tribunale dell’Aja che processa i distruttori; le forme di restauro dov’è possibile; i tentativi tecnologici di ricostruzione di opere artistiche, pur creando solo copie, ma per conservare almeno la memoria), (aggiungiamo poi un coordinamento internazionale contro i trafficanti di opere d’arte e i privati che lo incentivano comprando opere “di tutti”), ebbene tutte queste iniziative possono dimostrare che anche in molti altri campi della vita del pianeta, un’azione “unica”, virtuosa, internazionale può difendere e tutelare le singole persone, la loro vita in pericolo, l’ambiente minacciato, nonché appunto i segni vitali dati nel tempo dall’artificio umano (le opere artistiche) anch’essi importanti per un equilibrio dell’esistenza di noi tutti. (s.m.)

MOSTRA A MILANO - “SALVARE LA MEMORIA (LA BELLEZZA, L’ARTE, LA STORIA)”, è una mostra che dal 15 settembre al 6 novembre 2016 è ospitata al MUSEO DI SANT’EUSTORGIO a MILANO, accanto alla CAPPELLA PORTINARI. Il tema della mostra sono tutte le opere d’arte e gli esempi di bellezza distrutti in guerre e calamità naturali, e recuperate dall’opera di uomini e donne che hanno dedicato a questo lavoro la loro vita, arrivando a volte a perderla
MOSTRA A MILANO – “SALVARE LA MEMORIA (LA BELLEZZA, L’ARTE, LA STORIA)”, è una mostra che dal 15 settembre al 6 novembre 2016 è ospitata al MUSEO DI SANT’EUSTORGIO a MILANO, accanto alla CAPPELLA PORTINARI. Il tema della mostra sono tutte le opere d’arte e gli esempi di bellezza distrutti in guerre e calamità naturali, e recuperate dall’opera di uomini e donne che hanno dedicato a questo lavoro la loro vita, arrivando a volte a perderla

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DALLA VIOLENZA ICONOCLASTA ALLA FORZA DI RICOSTRUIRE

di Salvatore Settis, da “la Repubblica” del 28/8/2016

   «Qui tutte le chiese sono piene di sordide, maledette e menzognere immagini, ma tutti le venerano. Perciò le sto distruggendo una per una da solo, con le mie mani, per combattere la superstizione e l’eresia». La scena è Torino, e chi parla non è un estremista islamico ma Claudio, irriducibile campione di un’iconoclastia militante, che di Torino fu vescovo per dodici anni (dall’816 all’828). Secondo il suo contemporaneo Giona di Orléans, Claudio, «acceso da zelo sconfinato e senza freni, devastò e abbatté in tutte le chiese della diocesi non solo i dipinti di storia sacra, ma perfino tutte le croci», deridendo gli avversari: «Cristo fu sulla croce per sei ore, e dobbiamo venerare tutte le croci? Non dovremmo allora venerare anche le mangiatoie, dato che fu in una mangiatoia, le barche perché in barca fu spesso, gli asini perché su un asino entrò a Gerusalemme, i rovi perché di rovo era la corona di spine, le lance perché una lancia gli fu confitta nel costato?».

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