CITTÀ CHE AFFONDANO o INVASE DALL’ACQUA marina, e le improbabili nuove città “sicure” da costruire – Il caso GIACARTA (Indonesia) – Le città subiscono: la SUBSIDENZA (il peso che le fa sprofondare); e i CAMBIAMENTI CLIMATICI che ALZANO mari e oceani (e il PERMAFROST si scioglie) (CHE FARE?)

GIACARTA STA AFFONDANDO – la capitale dell’Indonesia è sprofondata di due metri e mezzo in 10 anni – una velocità doppia rispetto alle altre città costiere – se si rompesse la “GRANDE GARUDA”, la muraglia che serve ad arginare le mareggiate, la città diventerebbe il più grande wc del mondo – VENEZIA e NEW ORLEANS, le altre città a rischio (foto da https://m.dagospia.com/)

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   La nuova guerra mondiale pare essere “ambientale”. Se gli innumerevoli conflitti armati che ci sono nel pianeta portano sofferenze e dolore a tante popolazioni (in Africa, in Medio Oriente….), ma preservano alcune aree del pianeta dall’esserne coinvolti (come da noi…), i CAMBIAMENTI CLIMATICI, con l’aumento delle temperature e le innumerevoli conseguenze sulle città, campagne, boschi, ambienti marini…., vanno a colpire tutto il pianeta nelle conseguenze oramai sempre più visibili e concrete (appunto, anche da noi, nei nostri luoghi, territori di vita quotidiana preservati dai conflitti armati in questi decenni…).

GIACARTA (o JAKARTA). Città dell’Indonesia (10.516.927 abitanti nel 2017), capitale dello Stato, situata nel Nord Ovest dell’isola di GIAVA, sulla costa del Mar di Giava. Il clima è di tipo tropicale caldo-umido, con temperatura media annua di 26-27 °C e piogge annuali intorno ai 1800 mm. (da http://www.treccani.it/enciclopedia/)

   E, nel trattare in questi ultimi post geografici alcuni di questi eventi ambientali drammatici procurati dalla non virtuosa azione umana (l’acqua da bere che nel mondo drammaticamente si riduce…, le foreste come l’Amazzonia che bruciano…, lo scioglimento dei ghiacci e gli incendi al Circolo Polare Artico (in Siberia, Alaska, Groenlandia)…, l’inquinamento diffuso delle falde acquifere (da PFAS in Veneto)…, ebbene a questo lungo e drammatico elenco vi si può aggiungere l’argomento che qui cerchiamo di trattare: cioè le CITTÀ CHE AFFONDANO per l’innalzamento dei mari e oceani a causa del surriscaldamento climatico; e che affondano anche perché “troppo pesanti” nel loro divenire gigantesco (il cemento che copre ogni città), e negli eccessivi sfruttamenti e prelievi di falde acquifere che hanno creato vuoti sotto di esse (città), fenomeno chiamato “subsidenza”.

Traffico caotico a Giacarta all’ora di punta (REUTERS, Willy Kurniawan, da http://www.it.euronews.com/) – “(…) Affacciata a nord sul MARE DI JAVA, circondata A SUD da FORESTE DOVE PIOVE 300 GIORNI L’ANNO e da MONTAGNE CHE SCARICANO A VALLE ACQUA PIOVANA incanalata in 13 fiumi, i primi fondatori la chiamarono JAYAKARTA, «la città vittoriosa». Ma minacciata com’è dal LIVELLO DEI MARI CHE SI ALZA a causa del surriscaldamento, Giacarta oggi rischia di perdere la battaglia per la sopravvivenza. (…)” (Carlo Pizzati e Luca Mercalli, 14/8/2018, https://www.lastampa.it/esteri/)

   C’è la crescita del livello del mare a causa del surriscaldamento climatico, ed è così che le città costiere rischiano allagamenti, e pian piano di essere sommerse. Gli insediamenti umani prevalentemente sono sorti, per ragioni storiche (di difesa, commerci, agroalimentari…), nei pressi di corsi d’acqua o nelle zone costiere marine, cioè sopra terreni ricchi di infiltrazioni liquide. Oltre all’innalzamento dei mari, il peso crescente del centro urbano, dovuto alle costruzioni massicce, fa pressione sul suolo e i suoi sedimenti che, se funzionavano quando si trattava di sostenere piccoli villaggi, ora cedono e si compattano sotto il peso di una grande metropoli.

GIACARTA, bambini che giocano sull’acqua sempre più diffusa (da “la Stampa”) – “(…) PERCHÉ PREOCCUPARCI OGGI DELL’INNALZAMENTO DEL LIVELLO DEL MARE? Due sono i motivi principali. Il primo fa riferimento alla CRESCENTE PORTATA DEGLI IMPATTI: la popolazione mondiale è giunta a quasi 7 MILIARDI DI PERSONE colonizzando la totalità delle terre emerse, TRE QUARTI DELLE MEGALOPOLI SI AFFACCIANO SULLA COSTA e circa IL 50% DEGLI ABITANTI MONDIALI VIVE ENTRO I PRIMI 60 KM DA ESSA. È chiaro quindi che modifiche rispetto alla ‘regolarità’ dei nostri oceani vadano ora a impattare un numero elevatissimo di esseri umani, con conseguenze ancora non del tutto immaginabili su versanti economici, produttivi e sociali. Il secondo pertiene LA NUOVA RELAZIONE TRA UOMO E NATURA. Al contrario di qualche decennio fa, OGGI PER LA PRIMA VOLTA CI SI CONFRONTA CON UNA CAPACITÀ DIRETTA DI MODIFICARE PERCORSI GLOBALI DELLA BIOSFERA, scoprendo di non essere attrezzati –in primis culturalmente – per questa sfida.(…)” (SANDRO CARNIEL, OCEANOGRAFO, da https://www.linkiesta.it/, 9/8/2019)

   Inoltre, come dicevamo, grandi metropoli (megalopoli) (come Shanghai, Teheran, Città del Messico…) hanno a lungo accompagnato il processo di crescita urbana all’estrazione dell’acqua del sottosuolo, impoverendo le risorse idriche e assottigliando lo spazio tra i sedimenti, creando le condizioni allo sprofondamento poco a poco del suolo.

LE CITTA ASIATICHE A RISCHIO (da “La Stampa”)

   Qui (in questo post) ci concentriamo in particolare sul caso di GIACARTA, in Indonesia. Questa megalopoli, 10 milioni di abitanti, e con più di 30 milioni di persone che vivono nel suo hinterland, sta sprofondando a ritmi ben più considerevoli rispetto alla velocità media di tutte le metropoli costiere al mondo: Giacarta-nord è già sprofondata di due metri e mezzo negli ultimi 10 anni, un intero piano di un’abitazione, con una media di 25 cm l’anno.

26/8/2019: Il presidente JOKO WIDODO (nella foto), rieletto pochi mesi fa, ha annunciato il luogo in cui sarà costruita la nuova capitale amministrativa dell’Indonesia (in un’area oggi coperta da una foresta situata vicino alle città di Balikpapan e Samarinda, centro geografico dell’arcipelago del Sud-Est asiatico, tra i distretti di Penajam Paser e Kutai Kertanegara, provincia del Kalimantan Orientale, nell’isola del Borneo) (foto da “la Repubblica del 26/8/2019)(nella foto: ll Presidente dell’Indonesia Joko Widodo (al centro) e il suo vice Jusuf Kalla (a destra nella foto).

   A Giacarta tutti gli eventi peggiori nella stabilità della città stanno accadendo: dal livello dei mari che si alza a causa del surriscaldamento, alla subsidenza (il terreno che sprofonda a causa dei prelievi d’acqua). Ci sono quartieri con palazzi abbandonati con il pianterreno sommerso dall’acqua; fabbriche semi-allagate; un groviglio di grattacieli e autostrade in una città abnorme, senza verde, solo cemento che si sgretola all’acqua. E anno dopo anno, il terreno affonda sempre di più.

Vista su Giacarta, la capitale dell’Indonesia (REUTERS, Kurnawian, da http://www.it.euronews.com/)

   Giacarta sprofonda perché tutte le “sue” fondamenta sono state indebolite anche dal pompaggio delle falde acquifere, che sembra (nonostante i divieti) ora continuare. E l’anarchia delle trivellazioni per estrarre acqua dai pozzi si aggiunge al fatto che il 97 per cento del territorio è asfaltato e cementato; dove tutti o quasi i campi aperti sono divenuti gettate di cemento; e dove non ci sono più le mangrovie (vegetazione spontanea in continuità e piante acquatiche), che aiutavano i canali a far defluire l’acqua: ora (campi e mongrovie) sono palazzi residenziali o baraccopoli.

Indonesia, mappa turistica (da https://it.maps-indonesia.com/) (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   Bisognerebbe ripristinare almeno le mangrovie, restituire parte della città al mare, ma non vi è alcuna intenzione politica di fare questo. Anzi: la soluzione che viene proposta in Indonesia è quella di andarsene da Giacarta e approdare in una foresta posseduta e controllata dal governo indonesiano (nella provincia del Kalimantan Orientale, nell’isola del Borneo), dove attualmente la popolazione è fatta di pochi villaggi, e c’è la volontà lì di costruire ex novo una grande metropoli: fondare una nuova città, una nuova megalopoli, la nuova capitale dell’Indonesia.

   Idea a nostro avviso semplicemente irrazionale, infruttuosa, carica di drammatiche future conseguenze: spostare masse di persone, servizi, centri di potere… in un luogo senza alcun legame storico con il territorio, la regione, l’area geografica…è cosa che non può che portare che nuovi irrimediabili danni sociali, ambientali, esistenziali per milioni di persone… (ma così si sta procedendo da parte delle autorità politiche).

ITALIA: I PORTI A RISCHIO ALLAGAMENTO NEL 2100 (da Enea e Confcommercio) ((CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   Venendo a noi, ai nostri luoghi di vita, le conseguenze del surriscaldamento ambientale si faranno e si stanno facendo già sentire: sulle coste italiane entro la fine del secolo è previsto un innalzamento dei mari da un minimo di 50 centimetri a un massimo di 1,40 metri. Il Mediterraneo si è innalzato di circa 30 cm negli ultimi 1.000 anni rispetto a un aumento più che triplo previsto nei prossimi 100 anni (la previsione è del gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite, IPCC, Intergovernmental Panel on Climate Change).

Aree italiane a rischio allagamento al 2100 (da Enea e Confcommercio) (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   Pensiamo, tra le nostre tante città costiere, a Venezia; che continua ad affondare in modo lento, ma a una velocità maggiore di ogni passata previsione. A Venezia non c’è solo il livello del mare che si sta innalzando per il riscaldamento globale, ma anche il suolo che s’abbassa, per il fenomeno della subsidenza, e le sue fondamenta urbane lignee che cedono.

VENEZIA continua ad affondare in modo lento, ma a una velocità maggiore di quanto previsto, e in più si sta inclinando leggermente verso est. Non c’è solo il LIVELLO DEL MARE che si sta innalzando per il riscaldamento globale, ma anche IL SUOLO CHE SI ABBASSA, per il fenomeno della SUBSIDENZA. A Venezia avviene con un tasso di circa 2 millimetri l’anno. Gli studiosi legano il fenomeno all’estrazione di acque dalle falde sotterranee, messa in atto dagli anni Venti agli anni Settanta, per raffreddare gli impianti di Porto Marghera. Il pompaggio di conseguenza fu vietato: la subsidenza artificiale si fermò, ma non quella dovuta a cause naturali, come l’INABISSARSI DEI SUOLI NELLE ZONE UMIDE. (CARLO PIZZATI, LUCA MERCALLI 14 Agosto 2018 https://www.lastampa.it/esteri/)

   Cosa accadrà? (a Venezia, come in contesti diversi a Giacarta, e altrove nelle innumerevoli forme urbane grandi, medie e piccole interessate allo “sprofondamento”)?… Misure minime e urgenti che si stanno approntando (dighe, muri, sistemi idraulici che mai temiamo funzioneranno come il Mose a Venezia…) sono in ogni caso sistemi di emergenza, non risolutivi al trend negativo. Occorre cambiare radicalmente il modo in cui si produce e consuma per scongiurare la peggior ‘vendetta’ da parte cambiamento climatico e del degrado ambientale.

   Si torna così a parlare e prospettare un (coraggioso) cambiamento radicale nella vita e nello sviluppo del pianeta che (pur in lunga prospettiva temporale) venga a bloccare il surriscaldamento globale. Tema che, anche da questo punto di vista che tentiamo di illustrare in questo post (le città che sprofondano nell’acqua dei mari), si ritrova inesorabilmente. (s.m.)

(New Orleans, veduta aerea) – NEW ORLEANS STA AFFONDANDO proprio come Venezia: ma ancora più velocemente del previsto. Alcune zone della metropoli patria del jazz stanno andando sotto persino di 2-2.5 cm l’anno: lo studio condotto per due anni usando radar GPS che catturano immagini sino a 7 miglia di altitudine, ha rivelato lo sprofondamento di New Orleans. Il rapporto è pubblicato sul “Journal of Geophysical Research”. Le sezioni più colpite e minacciate per il futuro sono quelle sotto il livello del mare: il quartiere ‘Michoud’ tra i laghi Ponchartrain e Borguen, e il cosiddetto ‘Upper 9th Ward’. Entrambe stanno sprofondando al ritmo di 1-3 cm ogni 12 mesi. La disastrosa inondazione dell’uragano Katrina ha contribuito a rendere drammatica la situazione (da http://www.swissinfo.ch/ita/ )

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“L’INNALZAMENTO DEL LIVELLO DEI MARI POTREBBE PROVOCARE 280 MILIONI DI SFOLLATI già entro il 2100 nello SCENARIO “OTTIMISTICO” di un aumento delle temperature mondiali di 2 GRADI centigradi rispetto all’era preindustriale. Lo sostiene lo speciale RAPPORTO dell’Intergovernmental Panel for Climate Change (IPCC) dell’ONU su OCEANI e CRIOSFERA (…). Nel dossier, che sarà pubblicato a Monaco il prossimo 25 settembre, si prevede che IN ASSENZA DI UNA PROFONDA RIDUZIONE NELLE EMISSIONI INQUINANTI provocate dall’uomo, il 30% del PERMAFROST DELL’EMISFERO SETTENTRIONALE SI SCIOGLIERÀ entro la fine del secolo, LIBERANDO MILIARDI DI TONNELLATE DI ANIDRIDE CARBONICA e accelerando il riscaldamento globale.(…) (Rita Lofano, 30 agosto 2019, da https://www.agi.it/estero/) (immagine da https://www.urbesmagazine.it/)

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INDONESIA, L’ANNUNCIO DEL PRESIDENTE: “GIACARTA AFFONDA, LA NUOVA CAPITALE SORGERÀ NEL BORNEO”

27/8/2019, da “la Repubblica”

– Sarà costruita in un’area oggi coperta da una foresta vicino alle città di Balikpapan e Samarinda. Il nome non è ancora stato deciso ma il progetto costerà quasi 33 miliardi di dollari Usa. Parti dell’attuale capitale stanno affondando al ritmo di 25 centimetri l’anno e quasi metà si trova sotto il livello del mare –

GIACARTA – Giacarta addio. Il presidente Joko Widodo, rieletto pochi mesi fa, ha annunciato ieri il luogo in cui sarà costruita la nuova capitale amministrativa dell’Indonesia. L’intenzione di spostare la capitale era nota da tempo, ma non era mai stato reso noto dove. Si tratta di un’area oggi coperta da una foresta situata vicino alle città di Balikpapan e Samarinda, centro geografico dell’arcipelago del Sud-Est asiatico, in un’area dove il governo già possiede circa 180 mila ettari di terra. Continua a leggere

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UN QUARTO DELLA POPOLAZIONE mondiale rimarrà SENZ’ACQUA? – Il più importante bene per la vita è in crisi: per i cambiamenti climatici, l’esplosione demografica, l’utilizzo non virtuoso della RISORSA ACQUA – E cattiva gestione delle risorse, impianti obsoleti e spreco diffuso sono le cause della scarsità d’acqua

SECONDO UNA RICERCA DEL WRI (WORLD RESOURCES INSTITUTE, ISTITUTO MONDIALE DELLE RISORSE) attualmente ci sono al mondo 17 PAESI CHE OSPITANO UN QUARTO DELLA POPOLAZIONE CHE STANNO AFFRONTANDO UNA GRAVISSIMA CRISI IDRICA: corrono un rischio molto elevato di terminare le proprie risorse di acqua. La crisi idrica riguarda soprattutto MEDIO ORIENTE e NORD AFRICA, l’area che nella classifica dei paesi più a rischio è presente con 12 paesi su 17 (la foto è ripresa da GettyImages, da https://thevision.com/scienza/)

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Il WORLD RESOURCES INSTITUTE in sigla WRI (ISTITUTO MONDIALE DELLE RISORSE) è una organizzazione no-profit di ricerca mondiale nata nel 1982 con fondi della FONDAZIONE MACARTHUR (la dodicesima fondazione privata più grande degli Stati Uniti, con sede a Chicago: eroga sovvenzioni per sostenere negli USA e in tutto il mondo organizzazioni no profit sui temi ambientali; con attività focalizzate su 6 aree: CIBO, FORESTE, ACQUA, ENERGIA, CITTÀ, e CLIMA)

   Uno studio del World Resources Institute (WRI), un’organizzazione non profit che si occupa di misurare le risorse naturali globali, sostiene che 17 paesi al mondo (che ospitano un quarto della popolazione del pianeta), stanno prelevando troppa acqua dalle proprie falde acquifere (il prelievo idrico supera largamente la ricarica). Del consumo totale d’acqua nel pianeta, il 70% va all’agricoltura, il 20% all’industria e il 10% alle famiglie.

(da https://oggiscienza.it/)

   La crisi idrica riguarda soprattutto Medio Oriente e Nord Africa, l’area che nella classifica dei paesi più a rischio è presente con 12 paesi su 17. La crescita della popolazione mondiale (la prospettiva è di arrivare a quota 9,7 miliari di persone entro il 2050…) (…adesso siamo 7 miliardi e mezzo…), con un bisogno pro-capite di 50 litri giornalieri (che garantiscono corretta idratazione e igiene) fanno capire che la situazione è assai seria, e la mancanza d’acqua sufficiente sarà un’altra delle emergenze ambientali che da qui a poco dovremo affrontare in forma di emergenza.

(da WORLD RESURCE INSTITUTE, https://www.wri.org.blog/ – 17/8/2019

   Inoltre la domanda globale è aumentata di sei volte negli ultimi 100 anni e continua a crescere al ritmo dell’1% ogni anno. In questo contesto più di due miliardi di persone sono costrette a bere acqua non potabile e oltre 4,5 miliardi non ha accesso a servizi igienico-sanitari sicuri. E l’80% delle acque reflue viene sversato direttamente nell’ambiente.

“(…) Il WRI (World Resources Institute ) dice che tra tutte le città che hanno più di 3 milioni di abitanti, 33 stanno soffrendo una grave crisi idrica, con un totale di 255 milioni di persone coinvolte, e stima che per il 2030 la situazione peggiorerà e il numero di città colpite dalla crisi salirà a 45, con 470 milioni di persone interessate (…)” (https://www.ilpost.it/ del 7/8/2019) (immagine da WORLD RESURCE INSTITUTE https://www.wri.org.blog/ – 17/8/2019)

   Lo spreco d’acqua è generalizzato: da noi, nella Penisola Italica, l’acqua prelevata quotidianamente è al più alto livello pro-capite nell’Unione europea, ma se ne consuma molto meno di quel che si preleva, perché quasi la metà si perde nel tragitto a causa di acquedotti colabrodo. E poi più del 50% del volume complessivamente utilizzato in Italia è destinato all’irrigazione, cioè alle attività agricole (anche qui l’adozione di sistemi di irrigazione a goccia darebbe più resa e meno spreco) (…e l’agricoltura chimica richiede molta più acqua di quella biologica).

IN ITALIA (acqua e rubinetto da http://www.greenreport.it/) – “(…) In occasione della Giornata mondiale dell’acqua, istituita dall’Onu e celebrata ogni anno il 22 marzo, l’ISTAT come di consueto ha elaborato un REPORT per fotografare lo STATO DELL’ARTE: «Il VOLUME DI ACQUA complessivamente prelevato PER USO POTABILE dalle fonti di approvvigionamento presenti IN ITALIA è di 9,49 MILIARDI DI METRI CUBI nel 2015 – si legge nel dossier – pari a un VOLUME GIORNALIERO PRO CAPITE DI 428 LITRI, IL PIÙ ALTO NELL’UNIONE EUROPEA. Tuttavia, QUASI LA METÀ di tale volume (47,9%) NON RAGGIUNGE GLI UTENTI finali a causa delle DISPERSIONI DI RETE». Significa che, attraverso un piano d’investimenti adeguato per migliorare le condizioni di tubazioni e condotte idriche, potremmo SALVARE OGNI ANNO buona parte degli OLTRE 4,5 MILIARDI DI METRI CUBI D’ACQUA potabile che oggi vanno inutilmente sprecati. (…)” (Luca Aterini, 22/3/2019, da http://www.greenreport.it/)

   Pertanto in Africa, nel Medio Oriente, qui da noi… (con le opportune rispettose distinzioni), altrove nel pianeta, lo spreco d’acqua e la carenza idrica sono cosa seria: e i periodi di siccità prolungati e le temperature sempre più alte si uniscono a uno scarso investimento nel riutilizzo delle acque reflue, con un conseguente maggiore sfruttamento delle risorse interne.

“(…) L’ACQUA non manca sul “Pianeta Blu” – che ne è costituito per il 70% – ma quella DISPONIBILE
PER L’ALIMENTAZIONE E L’IDRATAZIONE UMANA E PER L’AGRICOLTURA non ne è che una minima parte, dato che IL 97,5% DI TUTTA L’ACQUA ESISTENTE È SALATA e un altro 1,75 % SI TROVA SOTTO FORMA DI GHIACCIO O PERMAFROST.(…)” (Silvia Granziero, 22/7/2019, da https://thevision.com/scienza/)

   Oltre a riuscire a consumare (e sprecare) meno acqua possibile (e questa è la prima cosa da farsi) occorre mettere in atto interventi per sottoporre a trattamento la maggior parte delle acque che si utilizzano (obiettivo possibile: il 100 per cento delle proprie acque reflue); per poi nel contempo avere strumenti per il riutilizzo massimo di queste acque “recuperate”.

LAGO ARAL, UNA DISTESA DI SABBIA SALATA – IL CASO DEL LAGO ARAL– “(…) il LAGO D’ARAL fino agli anni Cinquanta del secolo scorso era tra i più grandi al mondo e fonte di sostentamento per la popolazione delle sue sponde in UZBEKISTAN e in KAZAKISTAN, grazie alla PESCA e all’INDUSTRIA TURISTICA. La sua SCOMPARSA IN TEMPO RECORD è dovuta alla DECISIONE DEL GOVERNO SOVIETICO di incrementare la produzione di COTONE E RISO nella regione, DEVIANDO I DUE AFFLUENTI DELL’ARAL. Negli ANNI NOVANTA il lago si era RIDOTTO DEL 75%, fino a diventare UNA DISTESA DI SABBIA SALATA impregnata di fertilizzanti: oltre al crollo dell’economia legata alla pesca e al turismo, fu registrato anche un aumento vertiginoso dei casi di cancro alle vie respiratorie e della mortalità infantile, perché il vento disperdeva le sabbie nocive. La COSTRUZIONE DI UNA DIGA ha riportato in vita un “PICCOLO ARAL” sul lato kazako, mentre in Uzbekistan i fondi per riparare il danno più scarsi e un’economia ancora basata sulla coltivazione del cotone continuano a prosciugare l’acqua del lago.(…)” (Silvia Granziero, 22/7/2019, da https://thevision.com/scienza/)

   Ovviamente nel mondo la crisi idrica viene vissuta in modo diverso a seconda del grado di ricchezza di un Paese: può essere una cosa che dà fastidio il non poter riempire d’acqua le piscine della California negli USA; è cosa drammatica e tragica non avere acqua a sufficienza per bere, alimentarsi, in alcuni Paesi africani o del Medio Oriente.

“(…) Nella REGIONE del SAHEL in MAURITANIA negli ultimi anni si sono verificati ripetuti SCONTRI TRA PASTORI E AGRICOLTORI a causa della sempre più dura siccità. I pastori per salvare i propri animali sono costretti a spostarsi alla ricerca di acqua e pascoli, attraversando i campi degli agricoltori e danneggiandoli. La creazione di un CORRIDOIO sicuro di 2500 km per spostare le mandrie, grazie al PROGETTO BRACED per l’adattamento ai cambiamenti climatici, ha migliorato la situazione, mentre in SUDAN solo l’intervento della FAO ha scongiurato il disastro umanitario, portando aiuti alimentari e veterinari ai 30mila capi di bestiame di 5mila famiglie. Procedure di emergenza come queste non potranno continuare a essere impiegate in situazioni che sono sempre più spesso la norma. (…)” (Silvia Granziero, 22/7/2019, da https://thevision.com/scienza/)

   L’acqua, tra tutte le risorse a rischio esaurimento (come quelle energetiche, petrolifere…) come elemento più necessario, la sua mancanza porta a gravi problemi nei fabbisogni primari (di igiene, di alimentazione…). E lo spreco d’acqua non è pertanto solo la quotidianità delle persone, con la doccia prolungata o dar troppo da bere al giardino di casa (che comunque sono problemi di spreco per niente da trascurare…), ma è la struttura economica, dei consumi globali della popolazione, che portano a un utilizzo di fonti acquifere eccessivo, inusitato.

LE TRE SOLUZIONI ALLE CRISI IDRICHE – “(…) il WRI suggerisce tre soluzioni: 1-i paesi dovrebbero MIGLIORARE L’EFFICIENZA DELLA PROPRIA AGRICOLTURA, utilizzando per esempio coltivazioni che richiedono MENO ACQUA e migliorando le TECNICHE DI IRRIGAZIONE; 2-i CONSUMATORI potrebbero fare qualcosa, RIDURRE LO SPRECO DI CIBO, la cui produzione richiede circa un quarto di tutta l’acqua utilizzata in agricoltura; 3-bisogna poi INVESTIRE IN NUOVE INFRASTRUTTURE PER IL TRATTAMENTO DELLE ACQUE e in bacini per la CONSERVAZIONE DELLE PIOGGE, e infine cambiare il modo di pensare alle ACQUE REFLUE: non più uno scarto di cui disfarsi, ma qualcosa da riutilizzare per non gravare più sulle risorse idriche interne.(…)”( https://www.ilpost.it/ del 7/8/2019) (nell’IMMAGINE: INDIA da WORLD RESURCE INSTITUTE https://www.wri.org.blog/ – 17/8/2019)

   Come accennavamo, la chimica delle coltivazioni agricole richiede enormi quantità d’acqua (che non vi sono nell’agricoltura biologica); gli allevamenti intensivi e l’eccessivo uso di carne da parte della popolazione, portano ad un utilizzo dell’acqua fuori di ogni misura sostenibile.

   Da tutto questo, è comunque difficile pensare che una “riconversione ecologica” delle nostre società, sia sì gestita con efficienza dai governi (e su questo… “speriamo bene…”); ma anche la nostra quotidianità deve essere più consapevole (ad esempio, il consumo di carne porta ad un uso spropositato di risorse idriche negli allevamenti; e allora dovremmo consumare meno carne, o per niente). (s.m.)

Solutions to the Worlds Water (da http://www.plef.org/)

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UN QUARTO DELLA POPOLAZIONE MONDIALE RISCHIA DI RIMANERE SENZ’ACQUA

da https://www.ilpost.it/ del 7/8/2019

– E anche l’Italia non se la passa molto bene –

   Ci sono 17 paesi che ospitano un quarto della popolazione di tutto il mondo e che stanno affrontando una gravissima crisi idrica: corrono un rischio molto elevato di terminare le proprie risorse di acqua. Lo sostiene un’analisi del World Resources Institute (WRI), un’organizzazione non profit che si occupa di misurare le risorse naturali globali.

   Secondo i dati del WRI questi paesi stanno prelevando troppa acqua dalle proprie falde acquifere, mentre dovrebbero conservarne per periodi di maggiore siccità. Continua a leggere

L’AMAZZONIA CHE BRUCIA (che viene bruciata) – Uccisa dalle produzioni globali di carni bovine e del cuoio; ma anche alle ricerche minerarie e petrolifere – UN PATTO CON IL GOVERNO BRASILIANO perché per ogni aiuto economico ci sia l’impegno a preservare la foresta e le popolazioni indigene che lì vivono

22 agosto 2019 – INCENDI IN AMAZZONIA, IN UN VIDEO LA DENUNCIA DIVENTA VIRALE: “TERRE DEGLI INDIGENI BRUCIATE DAGLI ALLEVATORI” – https://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/incendi-in-amazzonia-in-un-video-la-denuncia-diventa-virale-terre-degli-indigeni-bruciate-dagli-allevatori-_3227502-201902a.shtml – IL GRIDO DI DOLORE LANCIATO DA UNA DONNA DEL GRUPPO ETNICO PATAXÒ PUNTA IL DITO CONTRO LA POLITICA DI DEFORESTAZIONE PORTATA AVANTI DAL PRESIDENTE BRASILIANO BOLSONARO – Sullo sfondo la foresta amazzonica in fiamme, in primo piano lei, un’indigena del GRUPPO ETNICO DEI PATAXÒ (2MILA INDIVIDUI CIRCA NELLO STATO BRASILIANO DI BAHIA), che grida tutto il suo dolore e lancia pesanti accuse contro il presidente Bolsonaro e la sua politica di deforestazione. Il video della denuncia dal Brasile è diventato virale grazie al supporto dell’associazione ecologista americana SUNRISE MOVEMENT. – “Per due anni abbiamo combattuto per preservare la nostra riserva (quella Caramuru-Paraguaçu, ndr) e questi str…i sono entrati e l’hanno bruciata”. Così la donna del video, con toni concitati, esprime la sua angoscia, mentre indica la distruzione alle sue spalle, causata dal fuoco, che devasta la foresta amazzonica. – Nella sua denuncia, la portavoce degli indigeni incolpa per la deforestazione l’allevamento di bestiame, un’attività che il presidente brasiliano Bolsonaro incoraggia attivamente. – “Stanno uccidendo i nostri fiumi, le nostre fonti di vita e ora hanno incendiato la nostra riserva – continua la video-denuncia. – Voglio che tutti i media vedano questo”. – Il commento via Twitter dell’associazione Sunrise Movement, che ha pubblicato le immagini e le ha rese virali, suona come un grido di battaglia: “Non possiamo tollerare programmi politici di deforestazione. Non vedremo bruciare il nostro futuro”.

   L’incendio dell’Amazzonia è un 20% dei nostri polmoni che non respirano più. Perché l’Amazzonia è il polmone verde del mondo: infatti, insieme con il verde, se scompare poco a poco questa foresta, perdiamo il 20% della produzione di ossigeno del pianeta (e il 10% della biodiversità mondiale di flora e fauna).

Il fumo degli incendi si eleva dagli Stati brasiliani di Amazonas, Mato Grosso e Rondônia

   L’Amazzonia è considerata l’ecosistema più ricco di biodiversità al mondo: ospita circa 60.000 specie di piante, 1.000 specie di uccelli e oltre 300 specie di mammiferi. Si estende su un’area di circa 6,5 milioni di chilometri quadrati e attraversa nove paesi del Sud America (BOLIVIA, BRASILE, COLOMBIA, ECUADOR, PERÙ, VENEZUELA, SURINAME, GUYANA e GUYANA FRANCESE) per circa il 5% della superficie terrestre. Ma è il Brasile il Paese più interessato alla presenza della foresta (che per circa il 65% è nel suo territorio).

Il settore dell’allevamento nell’Amazzonia brasiliana, incentivato dalle produzioni internazionali di carni bovine e di cuoio, è il responsabile di circa l’80% di tutta la deforestazione nella regione, e di circa il 14% della deforestazione annua totale nel mondo, ed è la maggiore causa mondiale di deforestazione. Nel 1995, il 70% delle terre precedentemente sotto forma di foreste in Amazzonia, e il 91% dei terreni disboscati dal 1970, è stato convertito in allevamento del bestiame. Gran parte delle deforestazione rimanenti nell’Amazzonia è stata opera da parte degli agricoltori per ottenere terreni per l’agricoltura di sussistenza su piccola scala o per la produzione meccanizzata di soia, palma e altre colture.

   L’allevamento del bestiame è responsabile dell’80% della deforestazione in corso nella di questa grandiosa foresta. Una parte significativa dell’offerta globale di carne bovina, compresa gran parte dell’offerta di carne bovina in scatola in Europa (anche da noi!), proviene da terreni che un tempo erano la foresta pluviale amazzonica. E la cosa si sta estendendo. Sempre più popolazioni chiedono di incentivare il consumo di carne (pensiamo adesso alla Cina), e gli allevamenti di bestiame si stanno espandendo (a danno della vegetazione).

   C’è poi in Amazzonia il fenomeno costante che, nella stagione secca, da giugno a novembre, allevatori e coltivatori bruciano porzioni di foresta per fare spazio a nuovi pascoli o sottrarre alla foresta terreno appunto per nuovi appezzamenti agricoli.

i grandi incendi della FORESTA AMAZZONICA_da teleSUR _ teleSUR es la señal informativa de América Latina _ htts___twitter_com_teleSURTV – “(…) In base ai dati del satellite AQUA riportati dall’ISTITUTO NACIONAL DE PESQUITAS ESPACIAIS (INPE) l’Istituto nazionale di ricerche spaziali del Brasile che insieme alla NASA e al Programma Copernicus dell’ESA vigila sulla deforestazione amazzonica, dall’inizio del 2019 ci sono stati 76.720 incendi in tutto il Brasile, l’84% in più rispetto al 2018, il numero più alto dal 2013 (…)” (Elisabetta Intini, 23/8/2019, da https://www.focus.it/)

   Ma alla radice di questo aumento del ritmo di incendi e deforestazione che stiamo vivendo in queste settimane convulse e preoccupanti, c’è il nuovo corso del governo brasiliano (rispetto alle politiche di conservazioni avviate dai governi precedenti, che avevano dato dei buoni risultati).  L’attuale nuovo presidente JAIR BOLSONARO non crede nell’importanza della conservazione della flora e fauna, della vegetazione, e sta incentivando lo sfruttamento industriale e minerario della foresta amazzonica con lo sviluppo delle pratiche di deforestazione. Adesso, allevatori e imprenditori agricoli si sentono incoraggiati e sostenuti dal governo ad avviare attività di ‘sviluppo’ in territori coperti da foreste.

Un’area di Amazzonia deforestata per attività minerarie illegali in Brasile. Il suolo spoglio è avvelenato da contaminanti come il mercurio.

  Molti di questi territori sono elementi di vita fondamentale per le popolazioni indigene, che così subiscono ulteriori irreversibili limiti alla loro sopravvivenza. Insomma un vero disastro, per queste popolazioni che subiscono direttamente la violenza degli incendi creati, e poi indirettamente per l’ecologia mondiale.

SAN PAOLO DEL BRASILE OSCURATA – “(…) Il sole invernale a sud del Tropico del Capricorno tramonta poco prima delle 18. Lunedì a SAN PAOLO alle 16 non c’era già più. LA CITTÀ È PIOMBATA IN UN’OSCURITÀ SURREALE. Non era un’eclissi, ma L’AGONIA DELL’AMAZZONIA, a 2.700 CHILOMETRI DI DISTANZA, che bruciava come non era mai successo prima. I social sono impazziti con teorie apocalittiche, e stavolta anche i media. La causa l’ha centrata un utente su Facebook: “C’è puzza di bruciato. Questa oscurità è la diretta conseguenza della politica di deforestazione di Bolsonaro (…)”. (Raffaella Scuderi, da “la Repubblica” del 22/8/2019)

   Nel tempo è maturata una sensibilità ecologica che non si limita alla pura salvaguardia della flora e fauna del pianeta: ma che considera anche le persone che vivono in luoghi “sacrificati al progresso”, e che perdono il loro equilibrio di vita. Proprio in Amazzonia, nel 1988, è stato ammazzato CHICO MEDES, un sindacalista dei seringueros (i raccoglitori di caucciù) che aveva posto nella sua attività sindacale e politica la tutela dei diritti dei suoi colleghi lavoratori, in rapporto e direttamente connessa anche con i “diritti della foresta”, cioè la salvaguardia e conservazione contro il disboscamento.

CHICO MENDES, sindacalista dei seringueros e difensore della conservazione della foresta amazzonica, assassinato nel 1988

   Pertanto, in questo momento di crisi globale anche segnato dalla preoccupazione per la sopravvivenza della foresta amazzonica dagli incendi che si estendono (senza che si faccia nulla), dobbiamo trovare una strada di convergenza tra conservazione ecologica (da praticare concretamente) con i diritti delle persone colpite direttamente dai disastri ambientali (come sono adesso gli indios amazzonici). (s.m.)

fotografías huaorani (maggio 2019, da http://losbuffo.com/ ) – Dopo anni di contenziosi giudiziari, battaglie, avvocati e magistrati, in ECUADOR si respira un’aria di vittoria: i WAORANI, POPOLAZIONE INDIGENA RESIDENTE NELLA FORESTA AMAZZONICA, sono riusciti a FERMARE LA STRAPOTENZA DI ALCUNE COMPAGNIE PETROLIFERE che intendevano trivellare quei territori pressoché incontaminati. L’ECUADOR accoglie una PICCOLA PARTE DELLA FORESTA AMAZZONICA, principalmente estesa lungo il confine orientale del paese, eppure è dal 1972 che petrolieri e multinazionali ne prosciugano i giacimenti petroliferi, danneggiando irreversibilmente i popoli indigeni e la vegetazione circostante e distruggendo così uno dei luoghi caratterizzati da una ricchissima biodiversità. (continua la lettura su http://losbuffo.com/2019/05/28/la-vittoria-degli-indigeni-un-riscatto-storico/ )

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INCENDI IN AMAZZONIA: QUELLO CHE C’È DA SAPERE

di Elisabetta Intini, 23/8/2019, da https://www.focus.it/

– I roghi nella foresta pluviale in Brasile sarebbero intenzionali e strettamente legati alla deforestazione: è un problema grave e noto da tempo, che non ha origine dal riscaldamento globale. –

   L’Amazzonia brucia, e diversamente dagli incendi che hanno interessato diversi Paesi artici nelle ultime settimane, non si tratta di roghi spontanei. L’abbondanza di incendi che nel mese di agosto ha investito la più grande foresta pluviale al mondo, estesa per 5,5 milioni di chilometri quadrati, oltre la metà dei quali sul territorio brasiliano, ha portato l’Amazonas (il più esteso Stato del Brasile, in gran parte coperto dalla foresta) a dichiarare un’emergenza nel sud del Paese e nella capitale, Manaus.

Una storia che si ripete. Purtroppo, i roghi nella foresta pluviale in questa stagione non sono una novità di quest’anno, come potrebbe sembrare da alcuni titoli di giornale, né sono causati dal riscaldamento globale – piuttosto, andranno ad aggravarne le conseguenze.

   Il fenomeno è, come spiega il sito di Quartz, strettamente legato alla deforestazione. I livelli di umidità in questo ecosistema dal clima equatoriale sono tali da rendere altamente improbabile lo sviluppo di incendi spontanei. Invece, nella stagione secca, da giugno a novembre, allevatori e coltivatori bruciano porzioni di foresta per fare spazio a nuovi pascoli o sottrarre alla foresta terreno per nuovi appezzamenti agricoli.

   Si tagliano gli alberi, si lascia il legname ad asciugare e quindi lo si brucia, usando le ceneri per fertilizzare il suolo. Al ritorno delle piogge, a novembre, dal terreno fertile nascerà prato per nutrire il bestiame. Per gli agricoltori, il fuoco è anche un modo per ripulire il terreno in attesa della nuova stagione. Ma appiccare fuochi nella stagione secca è illegale, per l’alto rischio di incendi.

I dati ufficiali. In base ai dati del satellite AQUA riportati dall’ISTITUTO NACIONAL DE PESQUITAS ESPACIAIS (INPE)  l’Istituto nazionale di ricerche spaziali del Brasile che insieme alla NASA e al Programma Copernicus dell’ESA vigila sulla deforestazione amazzonica, dall’inizio del 2019 ci sono stati 76.720 incendi in tutto il Brasile, l’84% in più rispetto al 2018, il numero più alto dal 2013.

   Oltre la metà dei roghi – non la totalità, come si è letto in alcuni siti – è avvenuta nella foresta pluviale. Il numero totale di incendi (oltre 39.000) negli Stati ricoperti dalla foresta amazzonica è molto preoccupante, ma non da record, almeno per ora; anche se in alcuni Stati, come l’Amazonas, Rondônia e Parà, è in aumento rispetto alle stagioni secche degli ultimi anni.

Monetizzare sulle foreste. Il supporto dell’attuale presidente brasiliano Jair Bolsonaro allo sfruttamento industriale e minerario della foresta amazzonica ha incoraggiato le pratiche di deforestazione, come da tempo denuncia l’INPE: nel giugno 2019 il tasso di abbattimento di piante nel polmone verde del Pianeta è stato più alto dell’88% rispetto allo stesso mese nel 2018. La denuncia del trattamento delle foreste è costata il posto a Ricardo Magnus Osório Galvão, ex capo dell’organizzazione, accusato da Bolsonaro di “aver manipolato i dati” sul tema.

Non è colpa del global warming. Il clima attuale nella regione non sarebbe invece anomalo: attribuire al clima secco lo sviluppo di incendi in Amazzonia è inaccurato. Come ha precisato all’agenzia Reuters Alberto Setzer, ricercatore dell’INPE, «la piovosità nella regione amazzonica quest’anno è solo lievemente sotto la media. La stagione secca crea le condizioni favorevoli per l’uso e la diffusione del fuoco, ma appiccare un fuoco, in modo deliberato o accidentale, è un’azione dell’uomo». (Elisabetta Intini)

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da teleSUR _ teleSUR es la señal informativa de América Latina (htts://twitter.com/teleSURTV)

 

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Il PAPA ha convocato (nello scorso febbraio) l’ASSEMBLEA SPECIALE DEL SINODO DEI VESCOVI PER LA REGIONE PANAMAZZONICA, da domenica 6 a domenica 27 ottobre 2019. Il Sinodo avrà come tema «AMAZZONIA: NUOVI CAMMINI PER LA CHIESA E PER UNA ECOLOGIA INTEGRALE». La PANAMAZZONIA è composta da nove Paesi: BOLIVIA, BRASILE, COLOMBIA, ECUADOR, PERÙ, VENEZUELA, SURINAME, GUYANA e GUYANA FRANCESE

EMERGENZA AMBIENTE

MA AMAZZONIA E GROENLANDIA SONO DI TUTTI

di Federico Rampini, da “la Repubblica” del 23/8/2019

   Vasti incendi stanno divampando in un patrimonio dell’umanità. Brucia il più grande generatore d’ossigeno e “assorbente” di CO2, la foresta dell’Amazzonia. La tragedia ci interpella tutti e pone un problema di principio: Continua a leggere

ARTICO IN FIAMME: la geografia apocalittica di un mondo succube del surriscaldamento globale – SIBERIA (Russia), ALASKA (Usa), GROENLANDIA (Danimarca) colpiti dagli incendi estivi in terre glaciali: è un mondo che muta anche nella geopolitica dei cambiamenti climatici (c’è volontà di un nuovo sviluppo?)

(Il Polo Nord brucia. foto: Emergenza incendi in Svezia) – 100 È IL NUMERO DEGLI INCENDI CHE, da giugno fino ad oggi, STANNO LETTERALMENTE DISTRUGGENDO ETTARI DI BOSCHI NELLE AREE INTORNO AL CIRCOLO POLARE. Un dato preoccupante che emerge dalla combustione è l’emissione di CO2 nell’aria. Si stima che nei primi 14 giorni di luglio, gli incendi nel CIRCOLO POLARE hanno già rilasciato circa trentuno megatoni di CO2. In particolare, è stato stimato che l’incendio di Chuckegg Creek ad Alberta si sia propagato per 300.000 ettari. Il pericolo più grande, se gli incendi continueranno a produrre CO2, potrebbe essere quello che le emissioni si propaghino su gran parte dei continenti, almeno quelli dell’emisfero settentrionale.

   Un’estate 2019 fatta di grandi e diffusi incendi che stanno devastando vaste aree della SIBERIA e dell’ALASKA, oltre il CIRCOLO POLARE ARTICO. Coinvolta anche, in misura minore, la GROENLANDIA. Sono almeno cento i roghi di durata e intensità significativa che si sono verificati a nord del circolo polare artico a partire da giugno (2019). Il troppo caldo fa crescere, nei terreni asciutti, più arbusti, che poi, una volta seccati, bruciano facilmente (ad esempio se vengono colpiti da un fulmine) (e qualcuno ipotizza anche qualche seppur sporadico intervento umano, cioè piromani in azione). Il caldo asciuga terreni che normalmente sono ricchi di acqua e che per questo finora erano immuni dalle fiamme.

Il CIRCOLO POLARE ARTICO attraversa i seguenti Paesi, da est a ovest: RUSSIA, FINLANDIA, SVEZIA, NORVEGIA, ISLANDA (Grimsey), GROENLANDIA (Danimarca), CANADA, USA (Alaska)

   Il RISCALDAMENTO GLOBALE sta creando le condizioni per il proliferare delle fiamme e LE FIAMME STESSE LO ALIMENTANO scaricando nell’atmosfera milioni di tonnellate di CO2; riscaldando ancora di più l’Artico, in un circolo vizioso
E poi con lo scongelamento della parte superficiale del terreno permanentemente ghiacciato (il famoso PERMAFROST), si potrebbero rilasciare nell’atmosfera enormi quantità di carbonio e di metano. E, in caso di incendi, il fenomeno diventa esplosivo: una vera e propria bomba ecologica. E, tra le cause degli incendi in Siberia, ci possono essere i depositi naturali di TORBA (che sono resti vegetali sprofondati e impregnati d’acqua, che con le nuove alte temperature si seccano e si incendiano).

(Copernicus foto) -ARTICO IN FIAMME: AUMENTANO LE CONCENTRAZIONI DI ANIDRIDE CARBONICA IN ATMOSFERA – Gli ultimi dati sugli incendi in ALASKA, rilasciati dagli scienziati del team COPERNICUS EUROPA sono eloquenti. Le IMMAGINI SATELLITARI senza precedenti inquadrano l’ARTICO e gli incendi che stanno coinvolgendo ALASKA, GROENLANDIA e la SIBERIA. Secondo gli scienziati, gli incendi estivi non sono insoliti nell’artico ma, una entità simile in questa stagione è maggiore di qualsiasi altro episodio da qui a 16 anni. (31/07/2019, da https://www.iconanews.it/)

   Pertanto apocalittici accadimenti con questi enormi incendi sulla linea del Circolo Polare Artico, che stanno sta innescando una spirale distruttiva alla quale l’uomo non ha mai assistito….

(foto incendio in SVEZIA)- Sono più di 50 gli incendi divampati in Norvegia, Svezia, Finlandia e Russia (foto da http://www.lifegate.it/)

   Non sembriamo rendercene conto, ma stiamo sprofondando verso un nuovo mondo, una nuova realtà fatta di situazioni cui la nostra vita (e in particolare quella delle future prossime immediate generazioni) cambierà i suoi parametri, i paradigmi della quotidianità fin qui vissuta. Più caldo, più terre aride, più anidride carbonica, meno ossigeno….(ci sarà per ciascuno una tessera annonaria dell’ossigeno da consumare?…e magari i ricchi compreranno quote dai più poveri??…).

(Gli incendi che stanno divorando la Siberia visti dall’alto nella Repubblica di Sakha -Yakutia-) – Gli studiosi temono anche che, vista l’estensione verso nord delle fiamme, NON SI TRATTI SOLO DI INCENDI BOSCHIVI MA ANCHE DI INCENDI DI TORBA (combustibile fossile derivato da parziale carbonizzazione di detriti e depositi vegetali in acqua). La preoccupazione è data dal fatto che, mentre un incendio boschivo artico dura in media poche ore o al massimo pochi giorni, gli incendi di torba possono durare per settimane siccome bruciano in profondità nel terreno. La torba immagazzina anche grandi quantità di carbonio quindi grandi quantità di anidride carbonica vengono rilasciate nell’atmosfera. Nel dettaglio, Mark Parrington – scienziato senior del servizio di monitoraggio dell’atmosfera COPERNICUS EUROPA – sostiene che gli incendi nell’Artico hanno già rilasciato circa 100 megatoni, 100 milioni di tonnellate di anidride carbonica da giugno (2019), un totale che si avvicina alle emissioni di anidride carbonica dei combustibili fossili del 2017 dell’intero Belgio. (31/07/2019, da https://www.iconanews.it/)

   Il riscaldamento globale e quel che sta mutando nella vita della nostra biosfera, non è più “opzione” e “idea sballata” di ecologisti e benpensanti…cioè di ristrette minoranze spesso viste con sufficienza, senza crederci troppo….. ma (l’aumento della temperatura) muterà la nostra vita radicalmente.

(foto: Tundra nella Penisola del Tajmyr,Siberia settentrionale) – La TUNDRA è un bioma (porzione di biosfera terrestre specifica, ndr) propria delle regioni subpolari, e occupa zone dell’emisfero dove la temperatura media annuale è inferiore allo zero. Il suo LIMITE SETTENTRIONALE sono i GHIACCI POLARI PERENNI, mentre A SUD essa si arresta alle prime FORMAZIONI FORESTALI della TAIGA. (da Wikipedia)

   Basterò dotarci di impianti di aria condizionata (nelle nostre case e automobili? …prigionieri di questi artifici…), a loro volta impianti inquinatissimi… oppure dobbiamo pensare e scegliere qualcosa di più vero e serio?

mappa del CIRCOLO POLARE ARTICO (da Wikipedia)

   E se muterà ancora di più la nostra vita, non è il caso di farne “necessità – virtù”, cioè di cogliere l’occasione (negativa) per cambiare considerevolmente la propria quotidianità?? (difficile a credersi, però…)

GROENLANDIA: un fiume formato dall’acqua dello scioglimento glaciale nell’ovest della Groenlandia, il primo agosto. (Caspar Haarløv, Into the Ice via AP)da http://www.ilpost.it/)

   Ora la “autorità” politiche nazionali, extranazionali, chi conta veramente, cercherà di porre dei rimedi (auto “ecologiche”, meno uso di carbone e petrolio, e più di risorse energetiche rinnovabili…), ma temiamo che essi saranno rimedi non sufficienti, non adeguati e unici per un’inversione di tendenza: il ritorno a situazioni ecologiche, climatiche della biosfera a secoli precedenti, richiederanno (richiederebbero) ancora molti secoli e già da ora misure più drastiche (difficilmente individuabili e praticabili): e non sappiamo se c’è voglia di impegnarci per un cambiamento a lunga scadenza, oltre la nostra esistenza. Speriamo su questo di essere smentiti…Vedremo. (s.m.)

LE CONSEGUENZE DELLO SCIOGLIMENTO DEI GHIACCI – Passaggio a nord est attraverso lo stretto di Bering fra la Russia e l’Alaska (passa a sud del Polo Nord). DAL WALL STREET JOURNAL – È PARTITA LA “GARA POLARE”, la “febbre bianca” o come in molti lo definiscono il secondo allunaggio

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MAR GLACIALE ARTICO – (….) “SOTTO LO STRATO DI GHIACCIO C’È METANO IN FORMA GASSOSA LEGATO AL PROGRESSIVO SCIOGLIMENTO DEL PERMAFROST (il permafrost è il terreno tipico delle regioni dell’estremo Nordeuropa con un suolo perennemente ghiacciato), con la conseguente liberazione di riserve di idrati di metano e clatrati, e l’esposizione di antico materiale organico alla decomposizione dei batteri. È solo una delle componenti della cosiddetta «AMPLIFICAZIONE ARTICA», il fenomeno per cui A FRONTE DI UN CAMBIAMENTO CLIMATICO EFFETTIVO (ad esempio un aumento dei gas serra) I POLI SONO LE REGIONI TERRESTRI CHE TENDONO A RISCALDARSI DI PIÙ (nel caso dell’Artide, a velocità addirittura doppia rispetto al resto del pianeta). Ciò avviene soprattutto a causa della DIMINUZIONE DELL’EFFETTO ALBEDO: IL GHIACCIO RESPINGE FINO AL 70% DELL’ENERGIA SOLARE, L’ACQUA DI MARE SOLO IL 6%. La drastica riduzione di ghiaccio polare avvenuta dagli anni Settanta a oggi (da 8 milioni di chilometri quadrati a 3,4), ha fatto calare la capacità di rifrazione della Terra di diverse misure. Se questa rotta non viene invertita (e le possibilità che ciò avvenga, considerando la situazione degli accordi internazionali, non sono molte) PRESTO LA CALOTTA POLARE ARTICA SI RIDURRÀ SENSIBILMENTE, LIBERANDO NUOVI TERRENI, RISORSE E ROTTE NAVALI. Parliamo di UN NUOVO CONTINENTE — distribuito sui territori di SIBERIA, NORVEGIA, ALASKA, CANADA e, soprattutto, GROENLANDIA — che sta letteralmente emergendo dai ghiacci; un continente estremamente ricco, peraltro, tanto che secondo alcune stime in questa zona sarebbe custodito il 25% delle riserve mondiali di combustibili fossili. Naturalmente, c’è già chi si sta attrezzando per lucrarci sopra” (….) (Fabio Deotto, da “La Lettura”, “il Corriere della Sera” del 21/1/2018)

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INCENDI «SENZA PRECEDENTI» IN SIBERIA E ALASKA, A NORD DEL CIRCOLO POLARE ARTICO

di Chiara Severgnini, da “il Corriere della Sera” del 30/7/2019

– Alcuni roghi sono così estesi da coprire una superficie pari a quella di 100mila campi da calcio. Secondo una stima prudente, la quantità di anidride carbonica che hanno immesso nell’atmosfera è pari a quella prodotta dalla Svezia in un anno –

La Siberia è una vasta regione della Russia che copre quasi tutta l’Asia settentrionale e comprende una grande parte della steppa eurasiatica.

   È da oltre un mese, ormai, che gli incendi stanno devastando vaste aree della SIBERIA e dell’ALASKA, oltre il CIRCOLO POLARE ARTICO. Coinvolta anche, in misura minore, la GROENLANDIA. SONO ALMENO CENTO, secondo il Copernicus Atmosphere Monitoring Service (Cams, https://atmosphere.copernicus.eu/), I ROGHI di durata e intensità significativa che si sono verificati A NORD DEL CIRCOLO POLARE ARTICO a partire da giugno.

L’ALASKA è uno Stato federato degli Stati Uniti d’America. Situato nella estremità nordoccidentale del continente nordamericano, confina a est con il Canada ed è bagnato a nord dal Mar Glaciale Artico e a sud dall’Oceano Pacifico; a ovest lo Stretto di Bering lo separa dalla Siberia.

   Le foreste di questi territori sono da sempre interessate da incendi, ma questa volta il fenomeno è «senza precedenti». A definirlo così sono sia il Cams (che dipende dal Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine) sia l’Organizzazione meteorologica mondiale (Omm). Gli incendi di quest’anno, oltre ad essere iniziati UN MESE PRIMA DEL SOLITO, sono STRAORDINARI sia per la loro DURATA, sia per la loro ESTENSIONE TERRITORIALE. E stanno immettendo nell’atmosfera QUANTITÀ ENORMI DI ANIDRIDE CARBONICA: secondo l’Omm, nel solo mese di giugno questi roghi hanno prodotto la stessa quantità di CO2 emessa in un anno dalla Svezia. E non è che una stima parziale, che alcuni scienziati ritengono già superata.

LE CAUSE

Le aree più coinvolte sono Alaska e Siberia, dove alcuni roghi — secondo l’Organizzazione meteorologica mondiale — sono stati così estesi da coprire una superficie pari a quella di 100mila campi da calcio. Sia nello Stato americano, sia nella regione settentrionale della Russia quest’anno sono state registrate temperature insolitamente alte, che contribuiscono a rendere gli incendi più probabili e più estesi, perché fanno crescere più arbusti che poi, una volta seccati, bruciano facilmente, ad esempio se vengono colpiti da un fulmine. Il caldo, inoltre, asciuga terreni che normalmente sono ricchi di acqua e per questo immuni alle fiamme. È il caso, ad esempio, dei depositi naturali di torba, che già nel 2010, in alcune regioni nord-orientali della Russia, hanno alimentato un incendio durato settimane che costrinse le autorità a dichiarare lo stato di emergenza. Oppure del devastante incendio della tundra artica che ha interessato l’Alaska nel 2007, che ridusse in cenere un’area di oltre 1000 kmq: poco meno dell’estensione dell’intera provincia di Imperia.

I ROGHI VISIBILI DALLO SPAZIO

Gli incendi di quest’anno sono così estesi da essere visibili dallo spazio. Alcune immagini satellitari della Nasa mostrano i roghi siberiani che si sono scatenati nelle regioni di IRKUTSK, KRASNOYARSK e BURYATIA, e che si ritiene siano stati causati dai fulmini.

L’AVVERTIMENTO DEGLI SCIENZIATI

Il fenomeno non è nuovo, ma è molto peggiorato, complice il cambiamento climatico che, secondo l’Omm, «amplifica il rischio» che incendi simili si verifichino per via delle «temperature in aumento» e degli «slittamenti nell’andamento delle precipitazioni». È da anni che ricercatori e scienziati spiegano i rischi dell’innalzamento delle temperature nelle aree subpolari, quelle della tundra: uno studio di Nature del 2011 spiegava, ad esempio, che con lo scongelamento della parte superficiale del terreno permanentemente ghiacciato — il permafrost — si potrebbero rilasciare nell’atmosfera enormi quantità di carbonio e di metano. E, in caso di incendi, il fenomeno diventa esplosivo: una vera e propria bomba ecologica. (Chiara Severgnini)

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RISCALDAMENTO GLOBALE: LA MINACCIA ORA SONO I ROGHI NELLA TUNDRA Continua a leggere

I CAMBIAMENTI CLIMATICI: rimedi “NON SOLO TECNICI” o di politica globale (le pur importanti Conferenze sul Clima); ma una RICONVERSIONE ECOLOGICA del modo di vivere il pianeta, le CITTA’, i consumi in famiglia – Per un APPROCCIO ALLA NATURA SINCERO che fermi il declino ambientale

CAMBIAMENTI CLIMATICI: PIÙ DI 19 MILIONI DI BAMBINI DEL BANGLADESH A RISCHIO – Secondo lo studio “Gathering Storm: Climate change clouds the future of children in Bangladesh” del’Unicef, il futuro di più di 19 milioni di bambini del Bangladesh è a rischio per inondazioni devastanti, cicloni e altri disastri ambientali legati al cambiamento climatico. L’Unicef dice che «La topografia piatta del Paese, la densità della popolazione e le infrastrutture deboli» rendono il Bangladesh «Eccezionalmente vulnerabile alle potenti e imprevedibili forze che il cambiamento climatico sta mettendo insieme». In uno dei Paesi più poveri e affollati del mondo la minaccia climatica è presente ovunque: dalle alluvioni ricorrenti alle pianure del nord soggette alla siccità, fino alla costa sul Golfo del Bengala devastata dalle tempeste. (testo e foto da http://www.blueplanetheart.it/, 5/4/2019)

   La temperatura media dell’atmosfera alla superficie delle terre emerse e dei mari di tutto il pianeta è aumentata di 0,85 °C tra il 1880 e il 2012. Questa è la valutazione che propone l’IPCC (“Intergovernmental Panel on Climate Change”, il principale organismo internazionale per la valutazione dei cambiamenti climatici, istituito da Organismi dell’ONU nel 1988). E misure più recenti ci dicono che rispetto al 2012 la temperatura media è ulteriormente aumentata. Di circa un grado, rispetto all’anno di riferimento, il 1880. Ma va detto anche che l’aumento della temperatura in questi 130 e più anni non è stato lineare: nel periodo compreso tra il 1950 e il 2012 c’è stata un’accelerazione dei dati negativi.

CAMBIAMENTO CLIMATICO: IL MEDIO ORIENTE POTREBBE DIVENTARE UN DESERTO – Se le politiche non cambiano il riscaldamento globale potrebbe superare i 2 gradi celsius entro il 2035. LE EMISSIONI DI CO2 COLPISCONO LE COLTURE: MENO ZINCO, FERRO E PROTEINE. SICCITÀ, DISASTRI NATURALI E CIBO SENZA NUTRIENTI. Gli esperti: “Sempre più vicini al punto di non ritorno” (testo e immagine da http://www.asianews.it)

   E non che la rivoluzione industriale (dell’Ottocento, della prima metà del Novecento, anche con lo sviluppo bellico delle due guerre mondiali), fosse “più ecologica” rispetto al secondo dopoguerra fino a noi (pensiamo al massiccio uso del carbone, a quasi nessuna prevenzione industriale del contenimento degli inquinanti…).

   A peggiorare le condizioni climatiche sono aumentati dal secondo dopoguerra fattori contingenti di allargamento dell’inquinamento, e così anche dell’effetto serra, e dell’aumento conseguente della temperatura globale. Come la DEMOGRAFIA, che mostra una popolazione mondiale in forte crescita (ora 7,7 miliardi, nel 2050, secondo l’ONU, e sarà di 10 miliardi, e poi 11 miliardi nel 2100….). Poi c’è il “FATTORE SVILUPPO INDUSTRIALE e dei beni di consumo” che si è ALLARGATO AI PAESI EMERGENTI: dell’Asia (Cina, India…), ma anche dell’America latina (pensiamo al Brasile…) e più in generale a tutti i continenti del sud del mondo…

LANGER: UNA COSTITUENTE ECOLOGICA? – Se si vuole riconoscere ed ancorare davvero la DESIDERABILITÀ SOCIALE DI MODI DI VIVERE, DI PRODURRE, DI CONSUMARE COMPATIBILI CON L’AMBIENTE, bisognerà forse cominciare ad IMMAGINARE UN PROCESSO COSTITUENTE, che non potrà avere, ovviamente, in primo luogo carattere giuridico, quanto piuttosto CULTURALE e SOCIALE, ma che dovrebbe sfociare in qualcosa come UNA “COSTITUENTE ECOLOGICA” (ALEX LANGER, intervento ai “Colloqui di Dobbiaco 94” sul tema del «Benessere ecologico», 8-10 settembre 1994)

   E ovviamente, perché chiedere misure drastiche di protezione ambientale dall’inquinamento a Paesi che iniziano il loro sviluppo, che si addentrano nel benessere (possono mandare i figli a scuola, hanno una qualche inizio di protezione sanitaria, si possono spostare con mezzi propri, cioè acquistano come noi un’auto…), come pensare di negare un processo di uscita dalla povertà imponente che è iniziato in questi ultimi vent’anni? … Mentre “noi” il nostro benessere è iniziato, è sorto, molti decenni (secoli) fa, e lo abbiamo raggiunto tagliando le foreste, usando fonti energetiche assai inquinanti (il carbone, il petrolio..), depredando le risorse naturali non rinnovabili, senza farci tanti problemi…e continuiamo a fare così.

La temperatura media dell’atmosfera alla superficie delle terre emerse e dei mari di tutto il pianeta è aumentata di 0,85 °C tra il 1880 e il 2012. Questa è la valutazione che propone l’IPCC (“Intergovernmental Panel on Climate Change”, il principale organismo internazionale per la valutazione dei cambiamenti climatici, istituito da Organismi dell’ONU nel 1988)

   Tra l’altro, di fatto sta ora avvenendo una vera e propria INGIUSTIZIA CLIMATICA: le maggiori emissioni di gas serra provengono adesso dalle nazioni più ricche, ma sono (e saranno) quelle più povere a pagarne maggiormente le conseguenze.

POPOLAZIONE MONDIALE: NEL 2050 SAREMO 10 MILIARDI (da https://www.focus.it/ ) “WORLD POPULATION PROSPECTS”, IL NUOVO RAPPORTO DELL’ONU SULLA CRESCITA DELLA POPOLAZIONE MONDIALE E SUGLI SCENARI ECONOMICI E SOCIALI alla base dello studio: scenari, dati demografici e sociali presentati nel rapporto dell’ONU World Population Prospects 2019) – LA POPOLAZIONE MONDIALE CONTINUA A CRESCERE, anche se a piccoli passi e a un ritmo più lento di quanto stimato in precedenza: eravamo circa 2 miliardi nel 1927 e 6 miliardi a fine ‘900, adesso siamo circa 7,7 miliardi, le proiezioni a 30 anni mostrano che nel 2050 toccheremo i 9,7 miliardi e tutti gli indicatori suggeriscono che a fine secolo, nel 2100, sulla Terra cammineranno 11 miliardi di persone. (immagine da https://www.focus.it/ )

   Il tentativo di “aiutare” (sincero??) i Paesi in via di sviluppo ad attuare un incremento di benessere compatibile (rispettoso) con l’ambiente dirottando risorse finanziarie verso quei Paesi, che è un po’ la scommessa della Conferenza di Parigi (COP21 del dicembre 2015, attuata nel novembre dell’anno dopo), di limitazione del riscaldamento globale al di sotto dei 2ºC, pur riconoscendo che per i paesi in via di sviluppo occorrerà più tempo, e per questo impegnandosi a fornire ai paesi in via di sviluppo un sostegno economico internazionale continuo e più consistente all’adattamento… questo tentativo forse è l’ultima seria possibilità.

i giovani contro il pianeta malato

   Sarà vero (l’impegno dei ricchi a finanziare i poveri per un loro sviluppo “più ecologico”)? Servirà? Non sappiamo. Ma questi tentativi di accordi internazionali, la volontà di “esserci” su tematiche così globali (come sono i cambiamenti climatici), oltre ogni confine, paiono cose da non trascurare e, partendo anche da realtà “piccole” (città, comunità, singole persone…), provarle nella propria pratica della gestione e vita quotidiana (delle CITTÀ, delle PERSONE, delle FAMIGLIE nei propri consumi…), dando il senso di un PROGETTO COMUNE VERSO UN CAMBIAMENTO DI ROTTA, una perlomeno riduzione drastica del tragico problema del cambiamento climatico che già stiamo concretamente percependo, tutto questo appare buono. L’OTTIMISMO DELLA VOLONTÀ sul PESSIMISMO DELLA RAGIONE.

PAPA FRANCESCO: APPELLO PER “SALVARE IL NOSTRO MONDO DALL’INDIFFERENZA E DALL’IDOLATRIA DEL DENARO”. “IL TEMPO È ESSENZIALE” – “Che apprezziamo ciò che è importante, non ciò che è superfluo; che correggiamo i nostri conti nazionali e i conti dei nostri ‘affari’, in modo tale da non perseguire più quelle attività che stanno distruggendo il nostro pianeta; che poniamo termine alla dipendenza globale dai combustibili fossili; che apriamo un nuovo capitolo di energia pulita e sicura, che ad esempio utilizzi risorse rinnovabili come il vento, il sole e l’acqua; soprattutto, che agiamo con prudenza e responsabilità nelle nostre economie per venire realmente incontro alle necessità umane, per promuovere la dignità umana, per aiutare i poveri, e per liberarci dall’idolatria del denaro che crea così tante sofferenze”. (….) “in qualità di amministratori delle finanze del mondo, vi poniate d’accordo su un piano comune, che sia in armonia con la scienza del clima, con la nuova ingegneria dell’energia pulita e anzitutto con l’etica della dignità umana”. “Vi esorto a chiedere ai vostri colleghi Ministri delle Finanze di tutto il mondo di unire i vostri sforzi e i vostri piani”, la preghiera del Papa: “Possa il vostro lavoro con gli scienziati e i tecnici e con i popoli delle vostre nazioni, specialmente con i più poveri, raggiungere gli OBIETTIVI DELLO SVILUPPO SOSTENIBILE e dell’ACCORDO DI PARIGI SUL CLIMA. Una volta che il piano comune sia concordato dai vostri Governi, spero che possiamo nuovamente incontrarci, per ringraziare Dio per la sua misericordia che ci consente di correggere il nostro cammino prima che sia troppo tardi. Il tempo è essenziale. Attendiamo la vostra decisiva azione per il bene di tutta l’umanità”. (27/5/2019, da https://agensir.it/quotidiano/) (nella FOTO: 17 apr 2019 FRIDAYS FOR FUTURE a Roma: PAPA FRANCESCO incontra GRETA: “Vai avanti” – da “la Repubblica”)

   Azioni di un possibile governo mondiale, fatto sì di “stati nazione”, ma anche di comunità e persone che ci credono, di una società diffusa di persone e individualità, con l’obiettivo di rinaturalizzazione del pianeta (che poi sentiamo come nostra esigenza di vivere bene, nelle città, nella natura…) (s.m.)

IL PIANO LANGER, edito da PEOPLE, 2019, euro 9,60, a cura di GIUSEPPE CIVATI, con prefazione di LUCIO CAVAZZONI e postfazione di IRENE SCAVELLO. – «La conversione ecologica potrà affermarsi soltanto se apparirà socialmente desiderabile» – Una politica ecologica potrà aversi solo sulla base di nuove (forse antiche) convinzioni culturali e civili, elaborate − come è ovvio − in larga misura al di fuori della politica, fondate piuttosto su basi religiose, etiche, sociali, estetiche, tradizionali, forse persino etniche (radicate, cioè, nella storia e nell’identità dei popoli)

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PIOGGE MONSONICHE IN ASIA: INONDAZIONI E FRANE TRA BANGLADESH E INDIA, ALMENO 180 MORTI
di Filomena Fotia 16 luglio 2019 da http://www.meteoweb.eu/
– Ogni anno le piogge monsoniche in Asia portano con sé anche una scia di vittime e distruzione –
Le piogge monsoniche hanno innescato inondazioni e frane, provocando la morte di almeno 180 persone nell’Asia meridionale, secondo un nuovo bilancio emesso dalle autorità dei Paesi colpiti.
Il monsone, tipico del periodo tra giugno a settembre, è fondamentale per irrigare le colture e influisce sull’approvvigionamento idrico del subcontinente, che ospita un quinto della popolazione mondiale.
Ogni anno, la pioggia porta con sé anche una scia di vittime e distruzione: almeno 5 bambini sono annegati in Bangladesh, portando il bilancio delle vittime a 34. Altre 10 persone sono morte nei campi profughi Rohingya nel sud-est del Paese, dove i temporali hanno distrutto migliaia di capanne. Le inondazioni nel nord hanno colpito centinaia di migliaia di persone.
In Nepal almeno 67 persone sono morte a causa delle inondazioni.
In India hanno perso la vita circa 50 persone. Oltre 83mila gli sfollati.
Nel Cachemire pakistano le autorità hanno segnalato 23 morti e 120 case danneggiate da improvvise inondazioni.
Le Nazioni Unite hanno annunciato “di essere pronte a lavorare con le autorità dei Paesi colpiti nella loro risposta ai bisogni umanitari derivanti dalla stagione dei monsoni in corso“.
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CAMBIAMENTI CLIMATICI: PIÙ DI 19 MILIONI DI BAMBINI DEL BANGLADESH A RISCHIO
da http://www.blueplanetheart.it/, 5/4/2019
– I profughi climatici delle zone rurali migrano nelle grandi città e all’estero –
http://www.greenreport.it
Secondo lo studio “Gathering Storm: Climate change clouds the future of children in Bangladesh” del’Unicef, Continua a leggere

L’INVERNO DEMOGRAFICO della POPOLAZIONE ITALIANA – Siamo sempre di meno, NON VOGLIAMO STRANIERI, e molti di quelli che c’erano SE NE SONO ANDATI (verso luoghi, come la Francia e i Paesi del nord, con più LAVORO e WELFARE per le famiglie) – IL DECLINO DI UN POPOLO che non cambia

Nella classifica della NATALITÀ l’Italia sta affrontando LA CRISI PIÙ GRAVE DI SEMPRE, «paragonabile soltanto agli anni della prima guerra mondiale e all’epidemia di influenza spagnola» del 1918-1920, ha detto il presidente dell’Istat Gian Carlo BLANGIARDO, presentando il rapporto annuale dell’istituto di statistica. Il saldo naturale (nascite-decessi) è infatti di -193.000 unità (foto ripresa da IL FOGLIO)

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NON È, E NON SARÀ, UN PAESE PER GIOVANI

https://www.istat.it/storage/rapporto-annuale/2019/capitolo1.pdf – PAG 36 del RAPPORTO ISTAT – “Tutti gli scenari di previsione ipotizzano incrementi di sopravvivenza della popolazione (con aumenti tra i 2 e i 6 anni della vita media alla nascita entro il 2050) che, favorendo in modo significativo le età anziane, amplierebbero la spesa per il welfare, con implicazioni negative sulla sostenibilità dei saldi di finanza pubblica che già soffrono di una situazione di squilibrio rispetto alla media europea.”
“Nello scenario mediano, il progressivo invecchiamento della popolazione determinerebbe un continuo aumento dei decessi (690 mila entro il 2030 e 808 mila entro il 2050), che verrebbe solo in parte bilanciato da un parziale recupero della fecondità. Conseguentemente i saldi naturali risulterebbero sempre più negativi: -229 mila unità nel 2030, -379 mila nel 2050″
PAG 37: ” I meccanismi demografici sottostanti (progressiva riduzione numerica delle coorti di donne in età feconda e invecchiamento della popolazione) sono già impliciti nell’attuale struttura per età della popolazione, che comprende le generazioni del baby boom nate negli anni ’60. La trasformazione di queste ultime, da adulti di oggi ad anziani di domani, è la principale determinante del futuro invecchiamento della popolazione. La quota di ultrasessantacinquenni sul totale della popolazione, ad esempio, potrebbe essere nel 2050 tra i 9 e i 14 punti percentuali superiore rispetto al 2018. Nello stesso periodo, la popolazione di età 0-14 anni potrebbe mantenere, nella migliore delle ipotesi, circa lo stesso peso di oggi (13,5 per cento), mentre nello scenario meno favorevole scenderebbe al 10,2 per cento. Va da sé che la trasformazione della struttura per età della popolazione implica la necessità di efficaci politiche in grado di gestire i cambiamenti nei rapporti intergenerazionali di questa portata” (estratto da http://www.orazero.org/ )

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ISTAT _ Rapporto annuale 2019

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SIAMO SEMPRE DI MENO E SE NON CI FOSSERO GLI IMMIGRATI IL NUMERO SAREBBE ANCORA PIÙ PICCOLO. Lo dice l’ULTIMO STUDIO DELL’ISTAT secondo cui il declino demografico in Italia è rallentato dalla crescita dei cittadini stranieri. DAL 2015 LA POPOLAZIONE RESIDENTE È IN DIMINUZIONE, configurando PER LA PRIMA VOLTA NEGLI ULTIMI 90 ANNI UNA FASE DI DECLINO DEMOGRAFICO. Il calo è interamente attribuibile alla popolazione italiana, che scende AL 31 DICEMBRE 2018 a 55 milioni 104 mila: 235 MILA IN MENO RISPETTO ALL’ANNO PRECEDENTE (-0,4%). Rispetto al 2014 la perdita di italiani è pari alla scomparsa di una città grande come Palermo (-677 mila)

   L’ultimo rapporto dell’Istat reso noto nel giugno 2019 (con dati riferiti al 31 dicembre 2018) mostra che in Italia “siamo, saremo, sempre meno”. Al primo gennaio 2019 risiedevano in Italia 60.359.546 persone, di cui l’8,7% straniere. La diminuzione delle nascite nel 2018 è stato di oltre 18 mila unità rispetto al 2017, pari al -4%, certifica l’Istat.

(https://www.istat.it/storage/rapporto-annuale/2019/Rapportoannuale2019.pdf).

Nascite, decessi e saldo naturale popolazione in Italia, 2008-2018 (fonte: Istat) da http://www.wired.it

   La spiegazione è prima di tutto “tecnico-strutturale”. Cioè si registra una progressiva riduzione delle potenziali madri, dovuta, da un lato, all’uscita dall’età riproduttiva delle generazioni molto numerose nate all’epoca del baby-boom (anni ’60 del secolo scorso); dall’altro, all’ingresso di contingenti meno numerosi a causa della prolungata diminuzione delle nascite osservata a partire dalla metà degli anni Settanta (insomma, un ciclo vizioso, di declino, a “perdere”). Così arriviamo a un paese sempre più anziano: che costituiscono (gli anziani) il 22,8% della popolazione (erano il 20,3% dieci anni fa); e quindi un Paese sempre meno attento ai giovani.

(foto da Il Fatto Quotidiano) – Migliora la salute in Italia, ma c’è ancora un problema demografico. Sono due punti importanti contenuti nella 27ª edizione del “RAPPORTO ANNUALE ISTAT 2019-LA SITUAZIONE DEL PAESE”, presentato a Roma il 20 giugno 2019 alla Camera dei Deputati. … A PROPOSITO DI LONGEVITÀ nel volume si legge che in Italia: “Un uomo può godere di buona salute in media 59,7 anni, mentre una donna 57,8 anni. Queste ultime, sebbene più longeve degli uomini, vivono un maggior numero di anni in condizioni di salute via via più precarie. Le donne sono infatti maggiormente colpite da patologie croniche meno letali, che insorgono più precocemente e diventano progressivamente invalidanti con l’avanzare degli anni. Rispetto al 2009 gli uomini hanno però guadagnato solo due anni di vita in buona salute, mentre le donne ne hanno conquistati quasi tre.” Nel confronto internazionale si sottolinea, sempre nel Rapporto ISTAT, come “l’Italia sia tra i paesi in Europa con i minori differenziali sociali nella salute” in relazione al livello d’istruzione. Insomma, il nostro Sistema Sanitario Nazionale nel complesso sembra funzionare efficacemente come “livellatore” sociale. PROGRESSI SU DIVERSI FRONTI. Secondo l’ISTAT gli ambiti nei quali oltre due terzi degli indicatori in Italia migliorano sono sei: salute, benessere soggettivo, politica e istituzioni, sicurezza, ambiente, innovazione ricerca e creatività. Ciò sintetizza progressi per buona parte degli indicatori che riguardano la salute: la speranza di vita alla nascita, indicatori relativi agli stili di vita, con diminuzioni nella quota di fumatori, nel comportamento a rischio nel consumo di alcol e nella sedentarietà, ecc. Per quanto riguarda il benessere soggettivo, è aumentata la quota di persone che ritengono che la loro situazione migliorerà nei prossimi cinque anni [passando dal 24,6 per cento nel 2012 al 29 per cento nel 2018].

   Sintomatico è il fatto che alcuni Paesi e Continenti (l’Africa su tutti) stanno vivendo l’esplosione demografica, mentre altri (come l’Europa, ancora ricca) debbano fare i conti con il declino della popolazione.   In Italia l’incremento delle nascite registrato, aumento che si è avuto fino al 2008, era dovuto principalmente alle donne straniere. Negli ultimi anni ha iniziato progressivamente a ridursi anche il numero di stranieri nati in Italia, pari a 65.444 nel 2018 (il 14,9% del totale dei nati). E quest’ultimo dato è meno tecnico e di origine più “politica”.

Antonio Golini, Marco Valerio Lo Prete – “ITALIANI POCA GENTEIl Paese ai tempi del malessere demografico” – (ed. LUISS University Press), Febbraio 2019, 244 pagine, euro 14,00 – “ITALIANI POCA GENTE”, un libro lucido e fortunato prodotto dal demografo ANTONIO GOLINI e dal giornalista MARCO VALERIO LO PRETE per i tipi di Luiss University Press. PER COMPRENDERE LE ATTUALI DINAMICHE, affermano i due autori, OCCORRE PARTIRE DA LONTANO. Con l’avvento della rivoluzione industriale, tutti i paesi del mondo hanno intrapreso – e in alcuni casi stanno ancora ultimando – il PASSAGGIO DA una condizione di “DEMOGRAFIA NATURALE”, caratterizzata da alti tassi di fecondità e mortalità, a una condizione di “DEMOGRAFIA CONTROLLATA”, caratterizzata da bassi tassi di fecondità e mortalità. Le due variabili, tuttavia, non si muovono necessariamente di pari passo: TRA LE DUE FASI, pertanto, se ne colloca UNA DI “TRANSIZIONE DEMOGRAFICA”, in cui la riduzione della mortalità, influenzata dal miglioramento delle condizioni igieniche e dalla diffusione delle conoscenze mediche, precede il rallentamento della fecondità, determinato dalla disponibilità dei metodi contraccettivi, ma anche dall’evoluzione di fattori economici e culturali.(…)” (Massimiliano Trovato, 18/6/2019, da https://www.wired.it/)

   Perché il forte calo demografico italiano, par di capire, è sì dato a italiani “d’origine” che fanno sempre meno figli, che non costituiscono nuclei di coppia anche per questo; ma è dato anche da una presenza di (ex) stranieri che, o si sono adeguati al trend negativo italiano sulla procreazione, o che SE NE SONO ANDATI IN ALTRI PAESI.

   Se è pur vero che l’Istat certifica anche che il numero di cittadini stranieri che lasciano il nostro Paese in quest’ultimo anno rilevato (il 2018) è in lieve flessione (-0,8%), mentre è in aumento l’emigrazione di cittadini italiani (+1,9%)…. dall’altra negli anni passati molti stranieri (che si erano ben integrati con noi, molti già cittadini italiani), hanno preferito andarsene per motivi di lavoro e per insostenibilità della vita del nucleo famigliare (in un Paese, il nostro, dispendioso da viverci, e con bassi salari e lavori spesso precari).

   Pensiamo in particolare a FAMIGLIE MAROCCHINE (e di altre provenienze, in particolare, dai paesi arabi della costa sud del Mediterraneo), che sono andate a vivere in FRANCIA, per una maggiore “sostenibilità” di vita: più possibilità di trovare lavoro (nelle fabbriche, nei cantieri edili, in agricoltura…) e un’assistenza sociale (per i figli in particolare), ben più solida e “presente” rispetto a quella (meno efficacie, casuale se non assente) che c’è in Italia per le famiglie con bambini. O a MACEDONI tornati in patria (che ora si chiama “Repubblica di Macedonia del nord”) per cercare di partecipare al nuovo sviluppo economico che quel Paese sta provando di portare avanti.

PRAMIDE della popolazione residente in Italia al 1° gennaio (anni 2018 e 2050) (Fonte Elaborazione su dati Istat da http://www.orazero.org/)

  Così, pur riconoscendo che fare figli (nel nostro Paese) è (dovrebbe essere) fatto di responsabilità (e libertà) individuale, di coppia, e che nessuno può intromettersi (tanto meno lo Stato); e pur riconoscendo che sulla scelta di procreare pesa l’attuale incertezza che si viene ad avere del futuro, di cosa accadrà…. pur tutto questo, e aggiungendo le difficoltà economiche (i costi “insostenibili”), IL TEMA VERO CHE LA SOCIETÀ si pone (DOVREBBE PORSI) è proprio quello di UN WELFARE PIÙ EFFICACIE, che faciliti in tutti i modi le famiglie, le coppie, i single, che hanno (fanno) figli. Seguendoli e aiutandoli nelle esigenze primarie del bambino, del figlio.

Il Presidente dell’ISTAT, Gian Carlo Blangiardo, ha illustrato a grandi linee i contenuti del Rapporto nella cornice istituzionale della Camera. “Gli ultra 90enni – oggi 800.000 – sono destinati ad aumentare di altri 500.000 nei prossimi 20 anni”. Allungamento della vita e diminuzione della natalità sono già in atto da tempo e sono fenomeni che non mostrano un’inversione di rotta, anzi s’aggravano in Italia, testimoniando un “malessere demografico del Paese” (il numero di nascite si è ulteriormente ridotto a poco più di un figlio per donna).

      Chi denuncia pertanto politiche famigliari molto scarse in Italia, ha purtroppo ragione; e se raffrontiamo questo contesto con altri Paesi europei (la Francia su tutti, con un Welfare di riguardo da sempre) se ne comprende l’inefficienza della politica sociale italiana sul tema dell’aiuto alle famiglie (da sempre).

PROIEZIONI POPOLAZIONE MONDIALE PER REGIONE (2015 – 2100) (fonte: Nazioni Unite, da http://www.wired.it/ ) – “(…) Nel corso del Novecento, c’è stata l’ESPLOSIONE DELLA POPOLAZIONE MONDIALE. Se sono occorsi CENTINAIA DI MIGLIAIA DI ANNI per superare la SOGLIA DEL PRIMO MILIARDO di abitanti del pianeta, e poi 123 ANNI PER RAGGIUNGERE IL SECONDO MILIARDO, i salti DAL QUINTO AL SESTO e DAL SESTO AL SETTIMO HANNO RICHIESTO APPENA DODICI ANNI. DA QUI ALLA FINE DEL SECOLO, la crescita continuerà, ma a un ritmo ridotto; e sarà concentrata nel CONTINENTE AFRICANO, che vedrà quasi QUADRUPLICARE LA PROPRIA POPOLAZIONE ENTRO IL 2100, sino a contendere all’ASIA la palma del continente più numeroso. Nello stesso orizzonte temporale, viceversa, l’EUROPA è destinata a ridurre la propria consistenza del 16%, passando da 750 a 630 milioni di abitanti.(…)” (Massimiliano Trovato, 18/6/2019, da https://www.wired.it/

   Nel “futuribile”, cioè nelle ipotesi future di un mondo che avrà bisogno di sempre meno lavoro manuale umano (sostituito dalla macchine, dai robot) c’è chi prospetta che la divisione della ricchezza possa andare a tutti già dal momento della nascita, per il fatto di “vivere”, “esistere”: un REDDITO DI BASE (a prescindere che sia un bambino povero o ricco di famiglia, non fa differenza), che garantisca un sostegno sicuro ai bisogni fondamentali. Un’ipotesi tutt’altro, a nostro avviso, che lontana da una possibile futura applicazione reale.

   Intanto è da sperare che la “nuova Europa” che si va formando in queste settimane con il nuovo Parlamento europeo appena eletto, e le nuove cariche esecutive (la Commissione europea), non si limiti (l’Unione Europea) a “sorvegliare” (pur giustamente) gli Stati sul rispetto del bilancio pubblico, ma incentivi e spinga verso un’ “Europa sociale” che assicuri servizi sociali alle famiglie (e alle nuove generazioni) per tutti i cittadini europei; in grado di sovvertire un trend demografico negativo cui il nostro Paese ha già raggiunto il punto più basso (ma così, senza provvedimenti concreti, destinato a peggiorare ulteriormente) (s.m.)

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COMUNICATO STAMPA ISTAT:
https://www.istat.it/it/archivio/231884

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ISTAT: GLI ITALIANI SONO 55 MILIONI, È CROLLO DEMOGRAFICO. NASCITE -4%
3/7/2019, da “La Stampa”
– Il declino è rallentato dalla presenza dei cittadini stranieri. In Italia ci sono quasi 50 nazionalità con almeno 10 mila residenti. Nascono meno bambini, ma scendono anche i decessi. Giù anche il numero degli immigrati che ottengono la cittadinanza. I dati si riferiscono al 2018 –  Continua a leggere