PFAS in Veneto: INQUINAMENTO e avvelenamento non solo dell’ACQUA ma anche degli ALIMENTI vegetali e animali – Uno progresso per nulla attento alla salute e al rispetto dell’ambiente (e con dati nascosti o sottovalutati) porta alla contaminazione generale di persone e territori (è questo lo sviluppo che si vuole?)

La contaminazione da PFAS in Veneto riguarda un’area abitata da oltre 350 mila persone compresa tra le province di Vicenza, Verona e Padova.
Gli abitanti delle aree maggiormente contaminate, sottoposti ad esami clinici, hanno scoperto di avere valori di PFOA nel sangue (un tipo di PFAS) 40 volte superiori rispetto a popolazioni italiane che vivono in aree non inquinate. Livelli molto alti di PFAS possono essere associati a forti rischi per la salute, tra cui complicazioni in gravidanza, alcune forme tumorali, alti livelli di colesterolo e problemi alla tiroide.
Migliaia di persone, di associazioni e di gruppi di abitanti della zona contaminata si sono mobilitati scendendo in piazza e firmando la petizione di Greenpeace per chiedere alla Regione Veneto di agire in tutela della loro salute.
Spinta da questa grande mobilitazione a Ottobre 2017 la Regione Veneto ha compiuto un primo passo concreto: l’abbassamento drastico dei limiti di PFAS e il potenziamento dei sistemi di abbattimento di questi inquinanti.
Grazie a questo provvedimento, l’acqua potabile di 21 comuni è tornata priva di PFAS.
Una soluzione ancora del tutto provvisoria. Ora (nel 2021) si è scoperto che la Regione ha tenuto nascosto l’inquinamento (da PFAS, ma non solo) di alimenti vegetali ed animali.
(PFAS in Veneto: fermiamo gli scarichi, la protesta di GREENPEACE – foto di Greenpeace ripresa da IL FATTO QUOTIDIANO)

   Dei PFAS (“perfluoro-alchilici”) ne abbiamo parlato più volte in questo blog geografico (https://geograficamente.wordpress.com/?s=pfas). E’ una situazione incredibile e grave: la contaminazione (delle falde acquifere, degli acquedotti) riguarda un’area abitata in Veneto da oltre 350 mila persone, compresa tra le province di Vicenza, Verona e Padova. Ed ora si è scoperto, da dati finora tenuti nascosti, che oltre all’acqua dai rubinetti, l’inquinamento riguarda gli alimenti prodotti in quei territori, sia vegetali che animali.

Nell’immagine strutture chimiche dei due acidi perfluorocarbossilici, PFOA e PFOS, più comunemente impiegati in applicazioni in ambito industriale e commerciale – I PFAS sono una classe di composti costituiti da una catena alchilica idrofobica completamente fluorurata di varia lunghezza (in genere da 4 a 16 atomi di Carbonio). Gli acidi prefluorurati sono i composti fluorurati maggiormente riscontrati nei campioni ambientali. Tra gli acidi perfluorocarbossilici il più diffuso è l’acido perfluorottanoico (PFOA), il quale ha numerose applicazioni sia industriali che commerciali, un altro esempio è l’acido perfluorottanosulfonato (PFOS), intermedio chimico impiegato nella produzione di polimeri fluorurati e come tensioattivo nelle schiume degli estintori

   I Pfas sono dei composti chimici utilizzati in molti settori industriali, soprattutto per la produzione di materiali resistenti ai grassi e all’acqua, in particolare per impermeabilizzare tessuti e altri materiali (moltissimi prodotti di largo consumo nostro quotidiano contengono Pfas: ad esempio il rivestimento anti-aderente delle padelle, ma anche il “Goretex”, che serve a certi indumenti sportivi per essere impermeabili all’acqua ma non all’aria). I Pfas sono usati, fra l’altro, per la produzione di pesticidi e insetticidi, detersivi, pelli, tessuti impermeabili, contenitori per alimenti, con rischio che possano contaminare i cibi che “proteggono”….

MAMME NO PFAS, foto da “il Corriere del Veneto”

   E gli abitanti delle aree maggiormente contaminate da PFAS (la falda acquifera), sottoposti ad esami clinici, hanno scoperto di avere valori di PFOA nel sangue (che è un tipo di PFAS) 40 volte superiori rispetto a popolazioni italiane che vivono in aree non inquinate. Livelli molto alti di PFAS possono essere associati a forti rischi per la salute, tra cui complicazioni in gravidanza, alcune forme tumorali, alti livelli di colesterolo e problemi alla tiroide.

PFAS, la diffusione dell’inquinamento – Area ROSSA: area di massima esposizione sanitaria – Area ARANCIO: area captazioni autonome – Area GIALLO CHIARO: area di attenzione – Area VERDE: area di approfondimento – Area OMBREGGIATA: Plume di contaminazione

   La Regione ha cercato di porre rimedio a questo inquinamento diffuso (specie con il potenziamento dei filtri alle centrali idriche del Basso Veneto, che ha dato dei risultati con l’abbassamento dell’inquinamento), ma la situazione rimane più che mai incerta e pericolosa.

I 30 COMUNI DEL VENETO PIU’ INQUINATI DA PFAS
COMUNI del Veneto nell’AREA ROSSA A (dove è maggiore la concentrazione di sostanze perfluoroalchiliche in tutta la matrice acqua -oltre che nell’acqua potabile, anche nelle acque superficiali e sotterranee-): ALONTE, ASIGLIANO VENETO, BRENDOLA, LONIGO, NOVENTA VICENTINA, ORGIANO, POJANA MAGGIORE, SAREGO (Vicenza); COLOGNA VENETA, ROVEREDO DI GUÀ, ZIMELLA (Verona); MONTAGNANA (Padova).
COMUNI del Veneto nell’AREA ROSSA B (dove la contaminazione delle acque superficiali e sotterranee è minore): AGUGLIARO e VAL LIONA (Vicenza); ALBAREDO D’ADIGE, ARCOLE, BEVILACQUA, BONAVIGO, BOSCHI SANT’ANNA, LEGNAGO, MINERBE, PRESSANA, TERRAZZO e VERONELLA (Verona); BORGO VENETO, CASALE DI SCODOSIA, LOZZO ATESTINO, MEGLIADINO SAN VITALE, MERLARA e URBANA (Padova).
(COMUNI AREA ROSSA A E B, mappa da http://www.analisipfas.it./)

   Ora, nel settembre 2021, i gruppi spontanei nati per la difesa della (propria e altrui) salute, specie nella provincia di Vicenza (in particolare le “Mamme No Pfas”, appoggiate da Greenpeace), hanno scoperto che la Regione Veneto ha tenuto segreti i dati di inquinamento da Pfas di numerosi alimenti: Mamme NO PFAS e Greenpeace sono venuti in possesso di dati di campionamento (ufficiali, delle USL del territorio), dimostranti il grave inquinamento dei prodotti alimentari, fino a quel momento tenuti nascosti.

Un’indagine dell’ISPRA (Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale) rivela la quantità di prodotti chimici e pesticidi presenti nelle acque italiane: secondo le ultime rilevazioni quasi il 64% delle acque di fiumi e laghi sono contaminate. E l’AREA GEOGRAFICA con i livelli più alti di contaminazione acquifera è quella della pianura padano-veneta. Circa il 70% delle acque superficiali risulta inquinato in Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna. Tante, troppe, le cause di tale situazione di precarietà. Inquinamento da pesticidi e, in Veneto, anche (non solo) inquinamento da PFAS. (mappa da ISPRA, INQUINAMENTO ACQUE ITALIA)

   Questi dati sono stati resi pubblici dopo una dura battaglia legale contro la Regione, con una sentenza del TAR del Veneto (del 8 aprile 2021), che ha definitivamente accertato l’illegittimità del comportamento regionale che continua(va) a negare l’accesso agli atti, cioè alle analisi sugli alimenti fatte negli anni 2016/2017 nella zona rossa (la zona rossa è di quei 30 comuni dove la diffusione dell’inquinamento è più forte, comuni situati nelle province di Vicenza, Padova e Verona).

PFAS Veneto: prelievi dell’acqua (da http://www.osservatoriodiritti.it/)

   Diamo conto qui, in questo post, degli aggiornamenti della vicenda, rimanendo delusi che anni di battaglie, di denunce contro gli inquinamenti (su questa problematica, ma anche in tanti altri sversamenti e abusi di sostanze chimiche), tutto questo non abbia portato ancora a un contesto diverso di tutela, protezione dell’ambiente e della popolazione.

   Impegni di tutte le istituzioni, di tutte le autorità che ci sono a una “transizione ecologica”, degli stessi produttori economici, delle leggi severe che pare ci sono…. ebbene tutto questo non ferma situazioni di grave inquinamento; e di incapacità di trovare alternative, anche tecnologiche (o non volerle mettere in atto), a produzioni che maneggiano materiali pericolosi, spesso letali. La vicenda dei PFAS, e del diffuso disastro ambientale nel Veneto e della sua popolazione (ma la cosa riguarda anche industrie e popolazioni del Piemonte e della Toscana) non stanno insegnando purtroppo niente. (s.m.)

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(Tabella dei dati accertati sui singoli alimenti, settembre 2021)
VEDI LA TABELLA QUI SOPRA – Sono 26 gli alimenti risultati positivi con almeno una molecola di Pfas, per un totale di 204 campioni su 792 (VEDI LA COLONNA 1) (i dati forniti sono inferiori a quelli del rapporto 2019 dell’Istituto Superiore di Sanità). I risultati più allarmanti, sotto il profilo della somma di Pfas, sono illustrati nella COLONNA 3. Tanto per fare qualche esempio: dai 600 ai 3500 nanogrammi per chilo nelle albicocche, dai 100 ai 1300 nella lattuga, dagli 800 ai 2900 nell’uva da vino, dai 100 ai 37100 nelle uova di gallina.   Questi alcuni alimenti con la somma delle quattro molecole (PFOA, PFOS, PFNA, PFHxS) incluse nel parere Efsa (Agenzia europea per la sicurezza alimentare) per le quali una persona di 60 chili di peso può assumere, per rientrare nella soglia tollerabile, fino a un massimo di 264 ng di Pfas ogni settimana (nella COLONNA 4 i dati EFSA 2020 che fissano l’assunzione settimanale tollerabile -TWI, Tolerable weekly intake-):  Albicocche 0-770 ng/kg, mais 0-1.200, uva da vino 0-200, fegato vitello 100-3.000, fegato polli 100-1.300, fegato suini 100-31.800, fegato tacchino 100-500, carpe 1.090-17.720, uova anatre 3.000, uova galline 100-35.500. A titolo di esempio, consumando in una sola settimana mezzo chilo delle albicocche più contaminate si supererebbe il valore di tolleranza. (Giuseppe Pietrobelli, 21/9/2021, da https://www.ilfattoquotidiano.it/)

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PFAS IN VENETO, LA MAPPA DEI VELENI: IN 30 COMUNI ALIMENTI CONTAMINATI, DALLE ALBICOCCHE ALLE UOVA. IL RAPPORTO TENUTO SEGRETO DALLA REGIONE

di Giuseppe Pietrobelli, 21/9/2021, da https://www.ilfattoquotidiano.it/

– Il report sul campionamento del 2016 e 2017 è diventato integralmente pubblico solo ora, grazie a una lunga battaglia legale di Greenpeace e l’associazione Mamme No Pfas. “Serve un nuovo monitoraggio, Zaia non può ignorare il rischio per la comunità locale, ma anche nazionale”. In 8 anni mai un’iniziativa per ridurre le contaminazioni –

   La Regione Veneto ha tenuto segreti per quattro anni i dati sulla contaminazione alimentare dovuta alle sostanze perfluoroalchilidiche (più noti come Pfas) che inquinano da decenni la falda idrica nelle province di Vicenza, Padova e Verona.

   Dopo aver ottenuto ad aprile (2021) dal Tar la pubblicizzazione del “Piano di campionamento degli alimenti” effettuato nel 2016-17, che riguarda gli effetti del più vasto inquinamento di questa natura che si sia registrato in Veneto, il movimento Mamme No Pfas e Greenpeace hanno diffuso i risultati, che indicano la presenza diffusa e drammatica delle sostanze negli alimenti di origine vegetale e animale coltivati in zona rossa, l’area più contaminata.

   “Si tratta di dati georeferenziati e mai diffusi in forma integrale dalle autorità competenti che abbiamo ottenuto dopo una lunga battaglia legale nei confronti della Regione, che per anni ci ha negato l’accesso.   Dalle elaborazioni emergono molte criticità: numerosi alimenti risultano infatti contaminati non solo per la presenza di Pfoa e Pfos, ma anche per tanti altri composti di più recente applicazione industriale”. La Regione si era opposta all’accesso agli atti nel luglio 2020 e si era ripetuta in ottobre, nonostante l’accoglimento del ricorso al Garante per la Difesa dei Diritti della persona e Difesa civica. C’è voluto il Tar per “accertare l’illegittimità” delle azioni della Regione.

   L’inquinamento, come raccontato più volte da ilfattoquotidiano.it, è stato causato da sversamenti dell’industria Miteni di Trissino, per i quali nel luglio scorso – 8 anni dopo la scoperta dell’inquinamento della falda – è iniziato un processo. Gli imputati sono 15 (i vari proprietari della Miteni), le parti civili quasi 200: tra queste ministeri, Regione, Province, Comuni, associazioni ambientaliste e tanti cittadini privati. Tra i reati contestati avvelenamento delle acque, disastro doloso, inquinamento ambientale. Dal momento degli sversamenti, peraltro, nessuna istituzione ha preso alcuna iniziativa per limitare la contaminazione delle falde e quindi di riflesso sull’acqua usata in agricoltura e allevamento nelle tre Province venete.

LE ANALISI
Le analisi che finalmente sono diventate di dominio pubblico sono state effettuate su 1.248 alimenti (614 di origine vegetale e 634 di origine animale) da parte del laboratorio Arpav di Verona, del dipartimento di Sicurezza Alimentare, Nutrizione e Sanità Pubblica Veterinaria dell’Istituto Superiore di Sanità a Roma e dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie di Legnaro (Padova). I dati sono stati forniti dalle Ulss di Vicenza, Padova e Verona.

   I risultati? Continua a leggere

LA DIFFICILE RICONVERSIONE ENERGETICA, e le dichiarazioni del ministro, fanno ripartire le voci dei FILO-NUCLEARISTI – Come attuare progetti virtuosi per l’ENERGIA EOLICA OFFSHORE (sul mare) e il FOTOVOLTAICO (non su campi agricoli)? Il prossimo piano Energia e Clima e l’individuazione regionale dei siti

EUROPA: spunta il NUCLEARE? …tra le energie RINNOVABILI al posto di quelle FOSSILI? (immagine tratta da https://www.qualenergia.it/)

   Dopo le dichiarazioni favorevoli al “nuovo nucleare” del ministro alla transizione ecologica Cingolani (poi in parte smentite), si è subito riaperto il dibattito sul nucleare: cioè, in primis, se è un’energia “verde”? …da considerare valida nel programma europeo di riduzione fino all’eliminazione dell’uso dei combustibili fossili. Mettendo in allarme tutti quelli che (come noi) considerano l’energia nucleare assai pericolosa; e seppur senza emissioni di Co2 il nucleare “lascia” una quantità di scorie radioattive che restano in eredità alle future generazioni per migliaia di anni.

   Ma l’ipotesi di una riproposizione dell’energia nucleare in Europa va al di là delle parole di un ministro italiano, e sta mettendo a dura prova l’Unione Europea che vede al suo interno nazioni largamente nucleariste (come la Francia) e lobby potentissime che, superando il nucleare, dovrebbero rivedere i loro progetti (e guadagni) se passasse l’idea di puntare solo sulle energie rinnovabili (come pare fin qui si voglia da parte dell’UE): per i loro investimenti nella chimica, nel cemento, nell’industria automobilistica tradizionale.

Nei punti blu l’EOLICO attuale in Italia, e le potenzialità energetiche oltre le coste marine in IMPIANTI EOLICI OFFSHORE (Mappa-Eolico ripresa da https://www.enermedenergia.it/)

   Di tutto questo, ne vediamo alcuni aspetti negli articoli che riportiamo in questo post; cercando già in questa presentazione di provare a comprendere la necessità di sviluppare già da subito, e nei prossimi mesi, una politica atta alla creazione di impianti che producano energia rinnovabile (dal sole, dal vento) e che abbiano però una sostenibilità ambientale sicura (sennò che senso avrebbe questa trasformazione ecologica europea?).

   Proviamo noi a impostare la cosa, a cercare di chiarire qual è il problema. Partiamo con il “Green Deal”: la proposta approvata dalla Commissione europea il 14 luglio scorso (2021) e che punta a ridurre drasticamente le emissioni già a partire dal 2035. Ebbene, parlando di energie non inquinanti, il Green Deal non ha avuto il coraggio di dire se il nucleare sia “chiuso al futuro”, non rientri tra le energie applicabili: lascia sostanzialmente il problema aperto, non dichiara con un minimo di linearità se quell’energia sia “verde” oppure no.

Centrali nucleari in Europa (sono 186) (mappa da http://www.mollotutto.info/)

   E’ così, in questo dilemma “nucleare sì, nucleare no”, che la cosa dovrà al più presto essere chiarita: si discute della cosiddetta “tassonomia green”, una sorta di lista che comprenda tutte le tecnologie e gli interventi “verdi” e dunque finanziabili dalla Ue. Che possa rientrare il nucleare su un piano di transizione ecologica europeo appare impossibile a nostro avviso. Ma la lobby nuclearista è molto forte, e può contare su nazioni importanti. In particolare la Francia, che sarebbe molto vicina ad ottenere che le centrali nucleari entrino nella tassonomia dell’Unione. La Francia, che già ci vende l’elettricità prodotta dai suoi reattori, finirebbe così per avere un ulteriore vantaggio competitivo sul nostro Paese (e poi pensiamo alla Cina, che in questo momento sta costruendo diciassette nuove centrali nucleari, e la maggior parte di esse si basa su progetti o brevetti francesi: un affare colossale di molti miliardi di euro).

    Ebbene, c’è questo nodo da superare, e non sarà facile (cioè che l’energia nucleare non può essere un’energia “verde”).

Il ministro per la Transizione ecologica Roberto Cingolani (da L’ESPRESSO del 30/9/2021)

    Ma tornando al 14 luglio 2021 dobbiamo capire l’importanza del “Fit for 55”. Infatti è stato presentato dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen il pacchetto di proposte “Fit for 55”: contiene 13 proposte legislative sull’energia e sul clima, che hanno lo scopo comune di mettere l’Unione Europea in condizione di centrare l’obiettivo di ridurre le emissioni di gas serra del 55% entro il 2030.

   Alcuni dei provvedimenti sono un aggiornamento della legislazione già esistente, per allinearla con il Green Deal e i nuovi target. È il caso della revisione dell’ETS, il mercato del carbonio europeo (se un’industria inquina di più può comprare quote da quelle che inquinano di meno, sempre all’interno del limite totale prestabilito, che si riduce di anno in anno).

   In altri casi, invece, il pacchetto “Fit for 55” introduce una nuova legislazione: ad esempio la proposta di tassa sul carbonio alla frontiera (CBAM) (cioè è prevista l’introduzione di un nuovo meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere, appunto la sigla sta per “Carbon Border Adjustment Mechanism), che fisserà un prezzo del carbonio per le importazioni di determinati prodotti per garantire che l’azione ambiziosa per il clima in Europa non porti alla rilocalizzazione delle emissioni di carbonio in alcuni Paesi più permissivi.

PANNELLI FOTOVOLTAICI NEI CAMPI (da L’ESPRESSO del 30/8/2021)

   Poi tra le 13 proposte della UE c’è quella che ogni anno il 3% degli edifici pubblici devono essere riqualificati, con l’obiettivo di rinnovare energeticamente il patrimonio pubblico e pure renderlo non inquinante nelle emissioni (con un aumento della quota di rinnovabili nel mix energetico al 40% al 2030, dal 32% attuale).

   Poi tutte le nuove auto immatricolate a partire dal 2035 dovranno essere a emissione zero, cioè di fatto ci sarà lo stop alla vendita di auto a benzina e diesel dal 2035.

   C’è poi, sempre tra le 13 proposte del “Fit for 55”, la riduzione delle emissioni del trasporto su strada, del riscaldamento degli edifici, dell’agricoltura, dei piccoli impianti industriali e della gestione dei rifiuti: riduzione delle emissioni che dovrà salire dall’attuale 29% ad almeno il 40%, rispetto ai livelli del 2005.

“AGRO FOTOVOLTAICO” (cioè far diventare le aziende agricole autosufficienti sul consumo energetico attraverso pannelli sulle stalle e sui capannoni) (foto da https://www.qualenergia.it/)

   Per quanto riguarda invece le energie rinnovabili, la nuova direttiva fisserà l’obiettivo di «produrre il 40% della nostra energia da fonti rinnovabili entro il 2030», a fronte del 19,7% registrato nel 2019 (in Italia al 18% circa nello stesso anno).

   È evidente allora che la gigantesca transizione ecologica che l’Europa dovrà affrontare con il cosiddetto “Fit for 55” rischia di mettere i Paesi in condizioni di assoluta disparità. Per questo, se il nucleare è “verde”, la Francia godrà allora di un vantaggio competitivo non da poco. Preoccupa lo spirito sulla futura decisione della Commissaria UE per l’energia, la estone Kadri Simson (che riportiamo in ultimo articolo di questo post in un’intervista recente) nella quale la Commissaria propone che “nucleare come energia verde?” sia un decisione che prenderà ogni singolo stato, individualmente nel conteggio della propria riduzione della CO2; che cioè ognuno decide per sé (se accadesse questo sarebbe una frantumazione della linea energetica comune europea).

Il SOLARE e l’EOLICO

   Dicevamo qui sopra che l’obiettivo è di produrre il 40% della nostra energia da fonti rinnovabili entro il 2030, mentre adesso è al 18% in Italia. Il 2030 non è molto lontano, e bisogna “correre”. Il fatto è che finora le (ridotte) esperienze pratiche di fotovoltaico ed eolico non hanno dato buona prova di sé.

   Partendo dal FOTOVOLTAICO si nota quel che è accaduto, e sta accadendo adesso, cioè della grande speculazione sui terreni agricoli. Le Regioni non hanno individuato le aree idonee e le aziende offrono cifre da capogiro agli agricoltori, impossessandosi di campi coltivati o coltivabili. Stravolgendo spesso il paesaggio e la perdita della produzione agricola. Dal Veneto all’entroterra siciliano gli imprenditori vendono così la loro terra ai grandi intermediari delle aziende che vogliono realizzare mega impianti di fotovoltaico.

   E’ invece auspicabile che gli impianti nascano nelle aree dismesse, specie ex-industriali, o ex cave e discariche, o strutture urbane abbandonate. Se è vero che l’Europa fissa dei target ambiziosi, è anche vero che esplicitamente Bruxelles ha chiesto di fare prima una «localizzazione delle aree idonee» a ospitare questi impianti. In Italia invece, complice il caos delle competenze in materia tra enti locali e Stato, come si diceva le principali regioni interessate al fotovoltaico (Veneto, Lazio, Sardegna, Campania, Calabria, Puglia e Sicilia) non hanno fatto alcuna mappatura delle aree idonee. Così non ci sono paletti e le aziende decidono in totale autonomia dove fare gli impianti, affittando o acquistando terreni da agricoltori (demotivati a proseguire coltivazioni spesso malpagate, e disponibili a incassi redditizi).

   A parte l’unico caso di possibile utilizzo virtuoso di pannelli solari in agricoltura con progetti di agrifotovoltaico” (cioè far diventare le aziende agricole autosufficienti sul consumo energetico attraverso pannelli sulle stalle e sui capannoni), la vera scommessa è poter utilizzare le aree dismesse: in Italia ci sono 9 mila chilometri quadrati di aree industriali dismesse (non comprese le ex discariche e cave che si potrebbero anch’esse utilizzare, e quasi sempre ripristinare al degrado ambientale). Se, come si prevede, nel nostro Paese entro il 2030 l’energia prodotta dal sole deve passare dall’attuale 21 gigawatt a quasi 50 gigawatt, tutto questo, in termini di aree da occupare è quantificabile in 82 mila ettari: significa che basterebbero una quota non rilevante di aree industriali dismesse, 820 chilometri quadrati (sui 9mila totali odierni) (questi dati li abbiamo ricavati e sviluppati noi dall’articolo sul fotovoltaico de “l’Espresso” che qui di seguito in questo post vi proponiamo).

Campagna ANEV PER L’UTILIZZO ENERGETICO DEL VENTO (immagine da https://www.anev.org/)

   In merito all’EOLICO, finora presente solo nel sud Italia (adatto molto più del centro-nord a tale produzione energetica), i modi e gli esempi di installazione di impianti hanno creato molti problemi alla popolazione (specie per la rumorosità); sono stati fatti con speculazioni e impatto sociale e ambientale che adesso questa fonte rinnovabile e il suo possibile (e necessario) sviluppo viene (giustamente) avversato dagli enti locali e dalla popolazione.

   Preso atto del grande potenziale dell’energia del vento nei mari italiani LEGAMBIENTE, GREENPEACE e KYOTO CLUB hanno firmato insieme con ANEV (Associazione nazionale energia del vento) il Manifesto per lo sviluppo dell’EOLICO OFFSHORE in Italia, nel rispetto della tutela ambientale e paesaggistica”. Il manifesto è stato presentato il 5 novembre (2020) e l’obiettivo è conciliare lo sviluppo della produzione di energia pulita con le necessarie tutele di valorizzazione e salvaguardia del territorio. L’eolico off-shore (cioè in mare, lontano dalle coste, dove è possibile sfruttare i forti venti) risolve i problemi di compatibilità ambientale nei rapporti con la popolazione. Possono esserci anche qui (in ambiente marino) delle difficoltà date da coni visuali paesaggistici; oppure da rotte marine… ma siamo più che sicuri che negli oltre 8mila chilometri di coste italiane, numerosi sono i luoghi marini adatti (anche per intensità del vento) a far sì che da ora si punti con grande priorità allo sviluppo dell’eolico offshore (se non ora quando?). (s.m.)

Per “energia rinnovabile” si intende l’energia che viene prodotta utilizzando le risorse naturali della Terra, come la luce solare, il vento, le risorse idriche (fiumi, maree e moto ondoso), l’energia termica della superficie terrestre o la biomassa. Il processo mediante il quale queste risorse rinnovabili sono convertite in energia non produce emissioni nette di gas a effetto serra, motivo per cui l’energia rinnovabile è definita anche “energia pulita”. (testo e immagine da https://ec.europa.eu/info/)

LA RISCOSSA DELL’ATOMO

LA LOBBY NUCLEARE È TORNATA IN CERCA DI NUOVI SUSSIDI

di Edoardo Zanchini vicepresidente Legambiente, dal quotidiano DOMANI del 6/9/2021

– Dietro alle polemiche di questi giorni ci sono le manovre di chi cerca di intercettare le risorse destinate alla transizione ecologica. Il ministro Cingolani deve decidere da che parte stare –

   Non è stata una bolla estiva l’improvviso ritorno di attenzione verso l’energia nucleare. La rapida marcia indietro del ministro per la Transizione ecologica Roberto Cingolani non ha infatti cancellato le tracce degli interessi che si sono messi in moto intorno alle scelte sul clima nell’establishment economico e politico, non solo italiano.

   È un quadro in movimento che ha descritto bene l’economista premio Nobel Paul Krugman sul New York Times, con la potente e ricca lobby di imprese che vuole fermare in parlamento l’approvazione del piano del presidente americano Joe Biden contro la crisi climatica, perché non accetta l’idea che nei prossimi anni si dovrà arrivare a una rapida e radicale trasformazione del sistema energetico ed economico. E quindi si organizza per combatterla con ogni mezzo economico, politico e mediatico.

Il fronte italiano

L’ex presidente di Eni Paolo Scaroni, con l’intervista rilasciata a Repubblica, si è fatto portavoce in Italia di questi interessi attraverso due tesi che sentiremo ripetere a lungo e che non possono essere sottovalutate.

   La prima è a supporto del “nuovo” nucleare, indispensabile perché non possiamo puntare sulle sole rinnovabili su cui lui, da coerente petroliere, è sempre stato scettico. Tanto vale investire anche qui, almeno per provarci e pazienza se le soluzioni arriveranno nel 2050 o 2100, quando secondo gli scienziati dell’IPCC il mondo sarebbe devastato da una temperatura cresciuta oltre i tre gradi. «Non si può escludere a priori una tecnologia che annulla le emissioni di anidride carbonica», dice Scaroni.

   La seconda argomentazione, direttamente collegata ma più pericolosa e forte dentro Confindustria, è che la transizione ecologica del sistema industriale italiano sarà un bagno di sangue, con conseguenze devastanti in particolare per chimica, energia, automotive. Altro che accelerare rispetto ai target europei, piuttosto il governo si impegni a difendere l’interesse nazionale in questi settori con scelte meno «irrazionali», spinte da «ambientalisti radical chic che sono peggio della crisi climatica», per usare le parole del ministro Cingolani.

Conflitto tra interessi

La ragione per cui questa discussione di inizio settembre continuerà a lungo sta nel fatto che si tratta di un vero e proprio conflitto tra interessi. Tra chi pensa che i cambiamenti climatici impongano una svolta politica e industriale – e tra questi l’Europa e la nuova amministrazione americana – e chi prova a smontare obiettivi su rinnovabili e gas serra, credibilità delle tecnologie e fattibilità reale di questo scenario.

   La vera posta in gioco non sta nel ribaltare l’architettura di decisioni messa in piedi con l’accordo di Parigi sul clima, ma nel rallentarla e ricavare uno spazio per ottenere fondi per la ricerca europea e nazionale sul nucleare, per la cattura e stoccaggio di carbonio collegata a impianti a gas, per l’idrogeno da fonti fossili.

   Le regole fissate da Next Generation Eu hanno impedito che questi progetti fossero finanziati con il Recovery plan italiano e ora a Eni, Snam, Leonardo provano a cercare altre strade per ottenere finanziamenti.

   Sono tutte vicende note e già viste, il problema è che rischiano di rallentare processi di riconversione industriale che potrebbero generare benefici enormi in un paese che importa milioni di tonnellate di carbone, petrolio, gas, materie prime e che potrebbe diventare un campione internazionale in settori con colossali margini di crescita come rinnovabili, efficienza energetica, economia circolare.

   Potrebbe, e il condizionale è d’obbligo, perché oggi siamo praticamente fermi e con poche idee e confuse al governo su come accelerare investimenti di cui potrebbero beneficiare famiglie e imprese. Un risultato positivo di questo dibattito estivo sta nel fatto che si è chiuso il periodo di prova del ministro Cingolani.

   Ora dovrà decidere da che parte stare, perché uno scienziato ha la libertà di girare per convegni e fiere a commentare idee e tecnologie, ma un ministro parla con gli atti che è capace di far approvare.

Il momento della verità

Per lui il banco di prova arriverà presto, visto che nei prossimi mesi il governo dovrà approvare un nuovo Piano energia e clima con le scelte per raggiungere gli obiettivi fissati dall’Unione europea al 2030, e poi la semplificazione delle autorizzazioni per i progetti degli impianti da rinnovabili, le nuove politiche per aiutare i sindaci a rendere città e territori resilienti nei confronti di impatti climatici sempre più drammatici e realizzare una drastica accelerazione negli interventi indispensabili alla transizione ecologica previsti dal Pnrr, il Piano nazionale di ripresa e resilienza.

   Di sicuro non potrà trincerarsi dietro le accuse agli ambientalisti o alle regioni, visto che ha la responsabilità e il privilegio di poter definire in un momento delicatissimo scelte fondamentali per il futuro del paese. (Edoardo Zanchini)

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PERCHÉ TORNA IL NUCLEARE

di Luca Fraioli, da “la Repubblica” del 3/9/2021

I 5S contro Cingolani

   Non sarà facile spegnere la reazione a catena innescata dalle parole di Roberto Cingolani sul possibile ritorno dell’Italia al nucleare. E il ministro, che è anche un fisico, avrebbe dovuto immaginare il rischio di una detonazione, vista la massa critica delle sue affermazioni: in un solo intervento, l’apertura alle centrali atomiche di nuova generazione e il fendente contro gli «ambientalisti radical chic».
   Ma al di là delle polemiche, e Continua a leggere

VENEZIA POST-COVID: una “proposta planetaria” di città che diventi mito del “buon vivere” – Adesso un turismo di massa uccide la città, incapace di “vita propria” – Ma i tornelli e le prenotazioni previsti per il 2022 non fanno di Venezia ancor più “città museo”? – E se si pensasse a iniziative di qualità e presenze giovanili residenziali?

VENEZIA A NUMERO CHIUSO NELL’ESTATE 2022, TORNANO I TORNELLI – Dal pagamento saranno ESENTATI RESIDENTI, LAVORATORI e STUDENTI PENDOLARI e una serie di altre categorie ancora da definire – DALLA PROSSIMA ESTATE, per entrare a Venezia bisognerà PRENOTARE LA VISITA: dopo i rinvii legati anche al covid, il Comune ha stabilito che il prossimo anno ci sarà il battesimo della gestione attiva dei flussi turistici giornalieri. Il sistema, secondo quanto riportano i giornali locali, sarà quello dei VARCHI ELETTRONICI situati nei punti di accesso della città lagunare e un’applicazione che consentirà di PRENOTARE e, se deciso, di PAGARE IL CONTRIBUTO DI ACCESSO. L’amministrazione sembra essere arrivata a questa decisione sulla base di quanto sta accadendo in questi giorni, con calli letteralmente intasate di visitatori, in molti casi bel lontani dal voler seguire qualunque norma igienica.   Dal pagamento saranno esentati i RESIDENTI, i PENDOLARI e una serie di categorie che verranno definite. I VENETI non dovranno pagare ma saranno comunque chiamati a prenotare la visita. Non è escluso che da settembre i primi tornelli vengano posizionati al TRONCHETTO per essere ‘testati’ dai dipendenti del Comune e delle società partecipate. L’ipotesi è che alla fine vegano posizionati presso la STAZIONE FERROVIARIA, a PIAZZALE ROMA e al TERMINAL DEI LANCIONI dei turisti. (testo e foto da https://www.veneziatoday.it/ 20/8/2021)

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VENEZIA E TURISMO, VISITE SOLO SU PRENOTAZIONE E PAGANDO IL CONTRIBUTO D’ACCESSO DALL’ESTATE 2022: CANCELLI ELETTRONICI SU TUTTI I TERMINAL – (21/8/2021, testo e foto da                https://www.informazione.it/) – Lo faranno collegandosi a un Sito o un’App e l’ingresso in città avverrà solo mostrando un QrCode ai tornelli magnetici che saranno installati nei principali punti d’accesso. Un contributo d’accesso secondo le tariffe che saranno stabilite, ora rinviato fino al primo gennaio 2022 ma passibile di un nuovo posticipo per farlo coincidere con l’avvio dei tornelli. Il pagamento del contributo d’accesso attraverso la prenotazione apre anche il problema del rimborso della prenotazione in caso di mancato accesso.

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   Difficile impedire a qualcuno “nel mondo” di andare a visitare Venezia; adesso poi che i mezzi di mobilità (aerei, treni, auto, pullman…) sono alla portata di tutti. Se un turismo “esclusivo” (di persone ricche…e pertanto neanche tanti, e non è giusto…) manteneva in passato la specificità della città, ora tutto appare impossibile con il turismo di massa.

   E se è pur vero che i tragitti tradizionali nella città (San Marco, Rialto etc.) sono invasi, è anche vero che altri luoghi veneziani sono deserti, o quasi, perlomeno vivibili (e chi ci vive li utilizza di più)….Una città mal ripartita nell’accoglienza turistica, ma lo stesso il problema esiste, è evidente.

   L’ipotesi concreta che dal 2022 ci sia il blocco dell’invasione mettendo tornelli, facendo pagare il biglietto, e chiedendo prenotazioni (deciso dall’Amministrazione comunale), se appare inevitabile, dall’altra a nostro avviso rischia di creare veramente la “città museo”; dove, appunto, si entra pagando, prenotando (con il privilegio, anche ovvio dei residenti e di chi ci lavora; ma anche dei veneti, e questo è meno comprensibile…).

   E’ proprio impossibile perlomeno tentare di orientare il turismo di massa?…creando difficoltà e rallentamenti a un turismo troppo facile (le grandi navi non più davanti San Marco e nel canale della Giudecca, se accadrà veramente, è già cosa buona…); impedendo ad esempio le trasformazioni residenziali in tanti B&B (anche se adesso il problema sembra a Mestre, che sta pian piano diventando “centro logistico” di hotel, pensioni etc. in funzione del turismo veneziano)? O spostare iniziative dai luoghi più affollati verso aree ora deserte o quasi della città (e delle tante isole ora abbandonate)? Privilegiando imbarcazioni a remi o leggere e impedendo (o riducendo drasticamente) ai motoscafi di produrre il modo ondoso e un traffico acqueo caotico e anche pericoloso?

   E perché non dare priorità a un turismo che sia lento e non invasivo, magari privilegiando i giovani (studenti che voglio appunto “studiare a Venezia”, e conoscere e “vivere” la città), creando forme di residenzialità a prezzi accessibili?

   E se si portassero a Venezia (creando incentivi) servizi pubblici e privati, e attività innovative, che richiedono abbastanza personale, cercando forme residenziali per le persone (giovani) che qui lavorerebbero e accetterebbero di vivere a Venezia, di “farsi famiglia” qui?

   Venezia non ha solo bisogno di ridurre l’abnorme flusso turistico: deve recuperare quella dimensione che il privilegio della sua bellezza urbana le ha donato, per essere (diventare) mito globale di città del presente e del futuro, dove in essa si incontrano e si conoscono persone di tutto il mondo, con idee nuove, sperimentazioni, modi di vivere e di sviluppo esempio positivo per tutta l’umanità.

   Su tutto ci si rende conto che i tornelli, le prenotazioni, il biglietto etc. cui si pensa per il prossimo anno, possano essere decisioni inevitabili a frenare un po’ l’invasione; ma sorge il dubbio che, in primis, siano concretamente realizzabili, e poi riescano a risolvere il problema dell’affollamento caotico; e che dall’altra non ci si trovi di fronte alla ufficializzazione della “città museo”, inevitabilmente defunta, solo da vedere nei fine settimana e/o nei momenti di ferie, di vacanza. (s.m.)

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VENEZIA E LA FINE DEL PASSAGGIO DELLE GRANDI NAVI (foto da http://www.ilrestodelcarlino.it/)

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VENEZIA, DALL’ESTATE 2022 TORNELLI E TASSA D’INGRESSO. L’OVERTOURISM FA GIÀ PAURA

da https://www.repubblica.it/ 20/8/2021

Rinviata due volte, l’adozione del numero chiuso è stata approvata in queste ore, complice l’invasione di massa delle ultime settimana, capace di intasare calli e campielli come e più che in passato, con l’aggravante del rischio assembramento. Già a settembre i primi test. Tra i contrari il Pd: “C’erano il tempo e le risorse per pensare a un nuovo modello di turismo, non è stato fatto”

Venezia, altro che turismo di qualità. L’overtourism è tornato, con le sue folle capaci di intasare calli e campielli – con buona pace delle regole antiassembramento – e persino con i tuffi notturni dai ponti del Canal Grande. Lo si rivede prima del previsto, seppure con picchi sinusoidali tra periodi di calma e improvvise invasioni. Un’invasione tanto rapida e pressante da riportare in auge alla prima estate utile la strategia del numero chiuso.

VENEZIA, MOSE SOMMERSO DAI DEBITI. NON SI ALZERÀ PIÙ NEMMENO CON L’ACQUA ALTA: 280 milioni euro di debiti per il Consorzio che ha realizzato il Mose (foto da https://www.affaritaliani.it/ 8/8/2021)

   L’amministrazione locale ha infatti deciso di mettere in atto, dall’estate 2022, la gestione “attiva” dei flussi turistici, imperniata sul contributo d’accesso e sui tornelli elettronici. Strategia solo sperimentata nelle ultime stagioni pre-covid e la cui entrata in vigore è stata differita due volte, l’ultima nella primavera scorsa. Secondo quanto riportano i giornali locali, il sistema prevede appunto varchi situati nei punti d’accesso della Serenissima, abbinati a un’applicazione che consentirà di prenotare la visita, pagando appunto la tassa d’accesso.

   L’amministrazione sembra essere arrivata a questa decisione sulla base di quanto sta accadendo in questi giorni, con calli letteralmente intasate di visitatori, in molti casi bel lontani dal voler seguire qualunque norma igienica. Dal pagamento saranno esentati i residenti, i pendolari e una serie di categorie che verranno definite. I veneti non dovranno pagare ma saranno comunque chiamati a prenotare la visita. Non è escluso che già da settembre i primi tornelli vengano posizionati al Tronchetto per essere “testati” dai dipendenti del Comune e delle società partecipate. L’ipotesi è che alla fine vegano posizionati presso la stazione ferroviaria, a Piazzale Roma e al terminal dei lancioni dei turisti. (da https://www.repubblica.it/ 20/8/2021)

VENEZIA. La mappa dei maggiori punti di accesso alla città: dal Tronchetto, alla Marittima a Piazzale Roma, alla Stazione FFSS Santa Lucia (da WIKIPEDIA – di Arbalete – openstreetmap.org, CC BY-SA 2.0, httpscommons.wikimed)

   La scelta non sembra essere stata unanime.  “Dopo sei anni l’amministrazione non ha ancora avviato alcun piano per la gestione e programmazione del turismo”: lo dice Monica Sambo, capogruppo Pd del Comune di Venezia in merito ai progetti di gestione dei flussi turistici nel 2022. “Il comune di Venezia ha ricevuto innumerevoli risorse statali per la gestione e programmazione del turismo – puntualizza -. Basta solo ricordare  i 10 milioni del patto per Venezia. Purtroppo la giunta Brugnaro ha deciso di destinare questi fondi per altre funzioni assolutamente   non condivisibili  (come ad esempio i milioni di euro dirottati sul Salone nautico)”. (da https://www.repubblica.it/ 20/8/2021)

L’ATTRAVERSAMENTO IN GONDOLA DEL CANAL GRANDE A SOLI 2 EURO (ora in 7 approdi) verrebbe incentivato da minori motoscafi e nessun moto ondoso (foto da http://www.lavocedivenezia.it/)

   Per Sambo, “avremmo potuto sperimentare e programmare i nuovi arrivi , sfruttando proprio il periodo della pandemia  per ripensare anche ad un nuovo modello per Venezia, invece l’amministrazione si comporta come se nulla fosse successo”. Dato che le risorse c’erano, “abbiamo  chiesto come PD per anni un investimento serio sulla gestione dei flussi, eppure è ancora tutto fermo – accusa – a malapena abbiamo iniziato a contare i visitatori, senza però alcuna strategia e alcuna politica di gestione dei flussi” .  Duro il giudizio sui progetti dell’amministrazione: “nessuna  politica di gestione e di programmazione dei flussi, ecco il ritorno dei tornelli, che non limitano realmente gli arrivi – conclude –  e che risultano di fatto assolutamente inutili”. (da https://www.repubblica.it/ 20/8/2021)

LE GRANDI NAVI A VENEZIA: in blu la rotta attuale ora esclusa, in rosso la rotta provvisoria adottata, in attesa di un progetto che le porti fuori della Laguna (mappa da IL CORRIERE VENETO 18 giugno 2021)

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LAGUNA DI VENEZIA (da WIKIPEDIA, Pubblico dominio, httpscommons.wikimedia.orgwindex.phpcurid.919089)

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IL CONVEGNO

VENEZIA CAPITALE DI UN MONDO SOSTENIBILE

di Enrico Tantucci, 31/8/2021, da IL MATTINO di Padova

Draghi: «Il Governo sarà al vostro fianco»

– Alla Fondazione Cini prima giornata della Soft Power Conference: apertura di Rutelli, numerosi gli interventi dei relatori 
   La sostenibilità ambientale deve essere di casa a Venezia. Lo ha ribadito anche la prima giornata di lavori del Softpower Club, l’associazione internazionale fondata da Francesco Rutelli per affrontare appunto tematiche legate all’ambiente, ma anche le nuove sfide globali che il dopo pandemia impone, che ha vissuto ieri la sua prima giornata nella Sala degli Arazzi della Fondazione Cini.

   «Venezia vuole essere la capitale mondiale della sostenibilità» ha sottolineato Rutelli, aprendo i lavori della seconda edizione della Soft Power Conference, alla Fondazione «un traguardo decisivo, perché è la città più minacciata dai cambiamenti climatici che, se portassero le conseguenze temute, con l’innalzamento dei mari, porterebbero alla fine di Venezia e a un disastro ambientale dal punto di vista del patrimonio culturale e storico senza precedenti».

   L’incontro è promosso dall’istituto democratici europei di Bruxelles, e Rutelli ha ricordato anche l’obiettivo stabilito dalla Commissione Europea, che punta a ridurre del 5% le emissioni appena tra nove anni. «È un obiettivo realizzabile» si è chiesto «o rischia di essere un traguardo il cui impatto sarà vissuto come punitivo da tante persone?».

   In apertura è stato letto anche il messaggio del presidente del Consiglio Mario Draghi, che vede ancora Venezia e la difesa del suo ambiente come protagonista. «Gli occhi del mondo sono su Venezia» sottolinea Draghi «Lo sono sempre stati. Nel luglio scorso, il nostro Governo ha deciso di limitare severamente l’accesso delle grandi navi da crociera nella Laguna veneziana. Vogliamo promuovere un paradigma di sempre maggiore sostenibilità per la nostra industria turistica e siamo pronti a sostenere cittadini e imprese in questa impegnativa e costosa transizione».
   Al centro dell’attenzione temi legati alla transizione ambientale, al ruolo della scienza e della ricerca nella protezione della salute e a quello della cultura nel post pandemia. Da Venezia anche nel 2021 i membri del Club lanciano un messaggio alla comunità internazionale affinché si possano utilizzare le “lezioni apprese” durante la pandemia per sostenere approcci nuovi ed affrontare anche le sfide globali attraverso un rinnovato Soft Power aperto al contributo di cittadini, organizzazioni imprenditoriali, accademie e organizzazioni sovranazionali.

   L’obiettivo è trasformare la forza delle idee in azione, con iniziative e progetti. In primo luogo la promozione della scienza come valore universale per accrescere la consapevolezza e la partecipazione dei cittadini; poi il sostegno a una comunicazione responsabile da parte di leader e aziende e infine l’impegno non solo per contrastare il cambiamento climatico nel rispetto e al di là degli impegni esistenti (come accordo di Parigi sul clima), ma per rendere il sistema globale adattabile e resiliente a questi cambiamenti.
   A dare il benvenuto della città è stato il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro, che ha illustrato i progetti avviati nell’ambito della sostenibilità ambientale, della ricerca e dell’innovazione, presentando il progetto “Venezia Capitale mondiale della sostenibilità”: dal sistema “porta a porta” per la raccolta differenziata in centro storico al progetto di elettrificazione degli autobus al Lido; dal biodiesel, con la rigenerazione degli oli esausti da cucina trasformati in biocarburanti, all’impianto a idrogeno che verrà realizzato a Campalto.

   Sono seguiti gli interventi di numerosi relatori: Sarah El Haïry, Segretario di Stato francese incaricata della Gioventù, Simone Bemporad, Group Director of Communications and Public Affairs delle Assicurazioni Generali. E poi, Marco Alverà, ad di Snam, Maria Cristina Piovesana vice presidente per l’Ambiente, la Sostenibilità e la Cultura, Confindustria, Carlo Doglioni, presidente Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e Carlo Barbante del Dipartimento di Scienze Ambientali, Informatica e Statistica di Ca’ Foscari. (…) (Enrico Tantucci, 31/8/2021, da IL MATTINO di Padova)

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VENEZIA E LE CROCIERE: UNA STORIA INFINITA

di Stefano Landi, da “la voce.info” del 17/08/2021, https://www.lavoce.info/

– Il decreto operativo dal primo agosto 2021 sembra aver dato un taglio netto alle navi da crociera in Laguna, ma le cose non stanno così. Le crociere continueranno ad essere croce e delizia per la Serenissima e la bilancia penderà dove le scelte di governance vorranno che penda. –

Il problema delle grandi navi

In tutto il mondo, il business delle crociere è sostanzialmente in mano a due soggetti: da un lato le grandi compagnie, dall’altro le autorità locali, variamente organizzate e coese tra loro.

   Le funzioni di utilità delle imprese private sono piuttosto chiare e mirano ai profitti nel breve e medio periodo, considerando il ciclo di vita di una nave e quindi di una flotta. Spesso questo si sostanzia nel massimizzare il numero dei passeggeri, che utilizzano le navi stesse come hotel, ristorante e luogo di intrattenimento, e nel governare strettamente le escursioni a terra nei luoghi più belli del mondo, uno dei richiami fondamentali delle crociere stesse. Il meccanismo ha funzionato a tal punto che i proprietari delle compagnie hanno capitali personali stimati in decine di miliardi di dollari.

   Anche per le Autorità locali le funzioni di utilità dovrebbero essere chiare, a patto di avere una strategia condivisa: massimizzare la spesa delle compagnie per l’attracco e quelle dei turisti per i consumi “a terra”, possibilmente senza creare un congestionamento di persone e un eccessivo aggravio di servizi a carico della collettività. In Italia, però, le autorità portuali hanno come prioritario il primo obiettivo, gli enti locali il secondo.

   Venezia è il paradigma di questo conflitto potenziale, che diventa strategico non solo per i rischi ambientali e l’impatto paesaggistico, ma soprattutto per il valore del brand locale, minato da quello che è stato definito a livello mondiale overtourism, ma che in realtà è un eccesso di escursionisti non pernottanti, come appunto i crocieristi che scendono a terra solo per poche ore.

   La questione, non certo limitata alle sole crociere, è quindi l’uso privatizzato e incontrollato di un bene comune, con il rischio di un suo depauperamento.

Il tentativo di risolvere il problema

È dal 2012 che il Governo centrale tenta di porre almeno un limite fisico all’invasività delle grandi navi da crociera nella delicata Laguna, con circa 500 imbarcazioni che transitano e attraccano ogni anno a Venezia cariche di 1,6 milioni di passeggeri (2019). La massa fisica di questi turisti, sommata a quella di altre categorie di utenti escursionisti, ha reso problematica la situazione, fino a spingere il Comune a proporre itinerari alternativi, sensi unici pedonali, codici comportamentali (“Enjoy Respect Venezia”), sperimentazioni di contingentamento anche tramite webcam, tornelli, ecc.

   Dopo un Decreto legislativo del 2012 che limitava il traffico a navi sotto le 40 mila tonnellate, rimasto inapplicato, ed una ulteriore determinazione del Comitato interministeriale per la salvaguardia della Laguna di Venezia, poi annullato dal Tar, dal 2015 le compagnie hanno auto-limitato la stazza delle proprie navi in Laguna a 96 mila tonnellate (anche se dispongono di unità che superano le 200 mila).

   Dal primo agosto 2021, complice il Covid che ha comunque azzerato i traffici insieme al turismo intercontinentale, un apposito Decreto-legge vieta il transito in laguna alle navi con peso superiore alle 25 mila tonnellate e con lunghezza superiore a 180 metri.

Le prospettive

Venezia è e rimane un unicum globale insostituibile per il mercato turistico e quello crocieristico, ma perderà a breve una parte consistente dei propri traffici crocieristici, anche se certo non tutti. Questo almeno fino alla realizzazione di un nuovo terminal che eviti il passaggio delle navi nel Canale della Giudecca, in fase di progettazione a Marghera tramite un concorso internazionale di idee per cui sono stati stanziati 157 milioni di euro. Nello stanziamento sono previste compensazioni per salvaguardare indotto ed occupazione, stabilendo un principio importante e inedito in una logica di governance integrata della destinazione.

   Stando alle ultime rilevazioni disponibili, la spesa annua dei crocieristi a Venezia pre-Covid era di 206 milioni di euro, con una media di 145 euro a testa. Questo valore riguarda sia gli escursionisti giornalieri (220 mila nel 2019) che quanti iniziano o concludono la propria crociera a Venezia (home  port).

   Alcune compagnie e classi di navi si sposteranno almeno temporaneamente a Ravenna (2,30-3 ore distante da Venezia) ed altre a Trieste (2 ore). Da qui, seppure con qualche evidente difficoltà, potranno organizzare escursioni a Venezia, andando a sostenere il sovraffollamento meno redditizio e più congestionante per la città. Un problema da gestire, ma non certo da subire passivamente.

   Il bilancio dello stop alle grandi navi non è facile da tracciare, così come non lo è lo scenario post-Covid. Un fattore positivo sta certamente nell’aver sventato il rischio per Venezia di essere inserita nella “danger list” dell’Unesco.

   Gli altri effetti, però, devono essere ancora valutati e sono tutti nelle mani della governance locale (Comune e Autorità portuale) nel confronto con i Cruise operators, nella capacità di ridurre il congestionamento (da maggio a ottobre e soprattutto tra le 10 e le 18)  e valorizzare le minori quantità in termini di immagine del “brand” e di migliore qualità dell’esperienza, anche mediante il complessivo controllo sui flussi di persone con meccanismi efficienti di prenotazione. (Stefano Landi, da “la voce.info” del 17/08/2021)

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UN PRIMO PASSO PER RISOLVERE IL PROBLEMA DELLE GRANDI NAVI A VENEZIA

14/7/2021, da IL POST.IT https://www.ilpost.it/

– Un decreto del governo le allontanerà temporaneamente verso Marghera, ma continuerà a consentirne l’accesso nella laguna – Continua a leggere

Il 6° Rapporto IPCC (Intergovernmental panel on climate change) presentato a Ginevra il 9/8/2021 sul CLIMA indica uno scenario catastrofico, con obiettivi fuori da ogni portata – Ma, anche se è già troppo tardi, ci sarà la forza dei governi mondiali di “cambiare rotta”? e le popolazioni di rivedere il proprio stile di vita?

(CALDO RECORD, foto da https://www.adnkronos.com/) – Lo SCENARIO CATASTROFICO prospettato dal RAPPORTO IPCC (Intergovernmental panel on climate change) presentato a GINEVRA il 9/8/2021 fa dire che, A MENO CHE non ci siano RIDUZIONI IMMEDIATE, rapide e su larga scala delle emissioni di gas serra, limitare il riscaldamento a circa 1,5°C o addirittura 2°C sarà un OBIETTIVO FUORI DA OGNI PORTATA

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Il 6° rapporto IPCC (Intergovernmental panel on climate change) è la più solida e verificata informazione scientifica sul clima mondiale allo stato attuale, ottenuta analizzando oltre 14.000 articoli scientifici. L’ultima volta che l’IPCC aveva studiato e sintetizzato la letteratura riguardo la scienza del clima era il 2013.

I risultati principali. La temperatura media globale del pianeta nel decennio 2011-2020 è stata di 1,09°C superiore a quella del periodo 1850-1900; la concentrazione dei principali gas serra è oggi la più elevata degli ultimi 800.000 anni. Tra le conseguenze principali, una riduzione del ghiaccio artico che non ha uguali negli ultimi 2.000 anni, il livello del mare è cresciuto a una velocità mai osservata negli ultimi 3.000 anni e l’acidificazione delle acque dei mari sta procedendo a ritmi mai visti negli ultimi 26.000 anni. Alcuni degli effetti dei cambiamenti climatici in atto sono irreversibili e proseguiranno per centinaia di anni. È necessario ridurre drasticamente le emissioni, almeno del 7% circa all’anno, per contenere l’aumento della temperatura globale entro 1,5°C – massimo 2°C. (…) (da https://www.scienzainrete.it/)

Il Rapporto:

Sixth Assessment Report (ipcc.ch)

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L’ALLARMANTE RAPPORTO DELL’ONU SUL CLIMA

da IL POST.IT del 9/8/2021 –  https://www.ilpost.it/

– Dice che i cambiamenti climatici sono «inequivocabilmente» causati dalle attività umane, ma si può ancora intervenire-

   Il 9 agosto 2021 è stato pubblicato il nuovo rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) dell’ONU, il principale organismo internazionale per la valutazione dei cambiamenti climatici.  Secondo le conclusioni del rapporto, presentate durante una videoconferenza, i cambiamenti climatici alla base dell’aumento della frequenza e dell’intensità di fenomeni meteorologici disastrosi, come piogge torrenziali e ondate di grande caldo, sono «inequivocabilmente» dovuti alle attività umane e sono «senza precedenti»: ma soprattutto, se non si interviene per ridurre le emissioni inquinanti in maniera tempestiva potrebbero essere ancora peggiori. (da IL POST.IT del 9/8/2021 –  https://www.ilpost.it/)

Concluso il 9/8/2021 a Ginevra il meeting IPCC con il rilascio del 6° Rapporto del Primo Gruppo di lavoro, sulle basi fisiche del cambiamento climatico (Climate Change 2021: the Physical Science Basis). Si tratta di un documento scientifico di grande interesse, perché riassume le conoscenze scientifiche sulla fenomenologia del problema, ad esempio sui dati che mostrano l’inequivocabile surriscaldamento globale in corso, i diversi modi in cui emerge in modo chiaro l’influenza delle attività umane, le proiezioni future a livello globale e regionale. (da https://www.climalteranti.it/ )

   Nel rapporto dell’IPCC, considerato particolarmente allarmante, viene spiegato che un ulteriore aumento delle temperature è inevitabile. Si aggiunge comunque che non è ancora troppo tardi per impedire che nei prossimi decenni le temperature medie globali aumentino di più di 1,5°C rispetto al periodo pre-industriale, considerata una soglia di riferimento per evitare danni catastrofici. Servirà però uno sforzo «immediato e su larga scala» da parte dei paesi di tutto il mondo per ridurre le emissioni inquinanti. (da IL POST.IT del 9/8/2021 –  https://www.ilpost.it/)

(LOGO IPCC) – Alcuni PUNTI CHIAVE di una delle tre parti del REPORT dell’IPCC pubblicizzato a Ginevra il 9 agosto scorso dal gruppo di scienziati esperti in cambiamento climatico dell’Onu (le altre due parti sul CLIMA del REPORT sono allo studio, e usciranno nel 2022) – 1) La temperatura media globale in superficie è stata di 1,09 °C più alta nell’ultima decade rispetto al 1850-1900 con un aumento maggiore nelle terre emerse;  2) la CO2 nel 2019 è stata la più alta degli ultimi 2 mln di anni (419 ppm);  3) gli ultimi 5 anni sono stati i più caldi dal 1850;  4) l’innalzamento del livello del mare è avvenuto ad una velocità mai vista;  5) gli eventi estremi come ondate di calore sono diventati più frequenti  e anche più intensi dal 1950, gli eventi freddi estremi invece  diventano meno frequenti e meno severi;  6) l’influenza umana è con ogni probabilità responsabile della diminuzione dei ghiacciai dal 1990 e della decrescita del ghiaccio artico.  –  Solo una drastica riduzione delle emissioni dei gas ad effetto serra potrebbe portare a una stabilizzazione dell’aumento termico; tuttavia anche nel caso di tagli massicci delle emissioni il superamento della soglia, seppur ancora accettabile di +1,5°C sarebbe realtà entro il 2040.

   Quello pubblicato è lo studio più dettagliato di sempre sui cambiamenti climatici, ed è basato sull’analisi di più di 14mila articoli scientifici da parte di oltre 200 scienziati di tutto il mondo. Come era già stato osservato in precedenza, il rapporto dice che le attività umane hanno provocato un aumento medio delle temperature globali di 1,1°C rispetto al periodo precedente alla rivoluzione industriale: il riscaldamento globale non ha soltanto fatto aumentare la frequenza e l’intensità di diversi fenomeni meteorologici particolarmente gravi, ma ha anche danneggiato e aggravato la situazione degli ecosistemi in tutto il mondo. (da IL POST.IT del 9/8/2021 –  https://www.ilpost.it/)

Il combinato disposto di riscaldamento globale e cambiamenti climatici, porta a conclusioni drammatiche – L’ISOLA CHE BRUCIA, a fine luglio (2021), in SARDEGNA, emergenza incendi nel MEDIO CAMPIDANO: a fuoco i monti fra ARBUS e GONNOSFANADIGA (foto da https://www.videolina.it/)

   Per fare qualche esempio, lo scioglimento dei ghiacci ha causato il riversamento di miliardi di tonnellate di acqua negli oceani, provocando l’innalzamento dei livelli dei mari, con conseguenze talvolta già irreversibili. Rispetto agli anni Cinquanta, inoltre, ci sono state ondate di caldo più intense e più frequenti nel 90 per cento delle regioni del mondo, che sono collegate allo scoppio di incendi vastissimi, e il riscaldamento globale ha influenzato anche altri eventi meteorologici estremi, come le recenti alluvioni in Germania e in Cina. (da IL POST.IT del 9/8/2021 –  https://www.ilpost.it/)

Grafico tratto dal Rapporto IPCC. È rappresentata la TEMPERATURA GLOBALE MEDIA DEGLI ULTIMI 2000 ANNI A SINISTRA (ricostruita e osservata); e degli ULTIMI 170 A DESTRA, con anche la SIMULAZIONE DELL’ASSENZA DI ATTIVITÀ UMANA. (Annalisa Cherchi, Susanna Corti, Sandro Fuzzi, da https://www.scienzainrete.it/ – 6/8/2021)

   Secondo lo studio, gli ultimi cinque anni sono stati i più caldi che siano stati registrati dal 1850 a oggi, e probabilmente l’ultimo decennio è stato il periodo più caldo degli ultimi 125mila anni; allo stesso tempo, sempre a causa delle attività umane, i livelli di anidride carbonica nell’atmosfera sono i più alti degli ultimi 2 milioni di anni. (da IL POST.IT del 9/8/2021 –  https://www.ilpost.it/)

“(…) L’azione dell’Unione europea si sta dimostrando convincente, se non altro per la serietà degli obiettivi prefissati. Il pacchetto «Fit for 55», presentato in luglio, prevede la riduzioni delle emissioni nette di almeno il 55% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990 per raggiungere nel 2050 la «carbon neutrality». Il piano prevede tra l’altro una gigantesca opera di rimboschimento (tre miliardi di alberi piantati nei prossimi dieci anni) e il divieto di vendita di auto a benzina e diesel dal 2035.(…)” (Paolo Lepri, da “il Corriere della Sera” del 15/8/2021)

   Se la temperatura media globale aumentasse di 2°C rispetto al periodo pre-industriale, le conseguenze stimate sarebbero ancora più gravi. Tra le altre cose, il riscaldamento globale provocherebbe una grande riduzione dei ghiacci polari, l’innalzamento del livello dei mari al punto da rendere inabitabili ampie zone costiere e contemporaneamente l’inaridimento di molte aree coltivate: tutte cose che costringerebbero milioni di persone a migrare, dal momento che le coste sono tra le zone più abitate del pianeta. (da IL POST.IT del 9/8/2021 –  https://www.ilpost.it/)

Il segretario generale dell’ONU ANTONIO GUTERRES: il nuovo rapporto IPCC è «un codice rosso per l’umanità»

   Il segretario generale dell’ONU, António Guterres, ha detto che il rapporto è un «codice rosso per l’umanità»: ridurre le emissioni inquinanti nel più breve tempo possibile è cruciale per evitare che le temperature aumentino eccessivamente, perciò «non c’è più tempo per scuse o per ritardi». Per Helen Mountford, vicepresidente della sezione clima ed economia del World Resources Institute (WRI) – un’organizzazione non profit che si occupa di misurare le risorse naturali globali – il prossimo decennio sarà «l’ultima vera chance per adottare le azioni necessarie» per limitare l’aumento delle temperature. (da IL POST.IT del 9/8/2021 –  https://www.ilpost.it/)

Report-IPCC (la copertina del rapporto)

IL FUTURO DEL PIANETA

PERCHÉ QUESTO RISCALDAMENTO CLIMATICO È DIVERSO DAL PASSATO?

da “DOMANI”, 11/8/2021

– Il clima sulla Terra, per sua natura, è sempre cambiato. Ma ciò che sta accadendo oggi è piuttosto insolito. Domande (e risposte) contenute nel rapporto pubblicato dall’IPCC – Intergovernmental panel on climate change – TUTTI LO CITANO, NESSUNO LO LEGGE: il sesto rapporto del gruppo intergovernativo Ipcc riassume lo stato dell’arte della conoscenza scientifica sul cambiamento climatico e i suoi effetti. Abbiamo deciso quindi di tradurre e pubblicare la parte più divulgativa, quella dedicata alle domande frequenti (con risposte).

   Il clima sulla Terra, per sua natura, è sempre cambiato. Ma il carattere globale e il tasso dell’attuale riscaldamento globale sono insoliti. L’aumento delle temperature registrato di recente ha invertito una lenta e persistente tendenza al raffreddamento, e gli studi indicano che la temperatura della superficie terrestre è la più alta registrata negli ultimi millenni.

   Mentre il clima può essere determinato da molte variabili, la temperatura costituisce un indicatore chiave dello stato complessivo del clima, e la temperatura della superficie terrestre è fondamentale per capire il cambiamento climatico globale e il bilancio energetico della Terra.

   Ci sono numerose evidenze geologiche che confermano la fluttuazione delle temperature nella storia del pianeta Terra. Una varietà di “archivi naturali”, come i depositi degli oceani e dei laghi, i ghiacci dei ghiacciai e gli anelli degli alberi, rivelano che le temperature del pianeta sono cambiate anche nel passato: ci sono stati tempi in cui erano più basse, tempi in cui erano più alte.

   L’attendibilità delle nostre stime delle variazioni delle temperature globali diminuisce più andiamo indietro nel tempo, ma gli esperti sono riusciti a identificare almeno quattro differenze principali tra il recente surriscaldamento del pianeta e quelli registrati nel passato.

   Il riscaldamento si sta registrando praticamente ovunque. Nell’arco di decenni e secoli degli ultimi 2.000 anni le temperature di alcune regioni sono aumentate più della media globale e al contempo in altre regioni le temperature diminuivano. Per esempio, Continua a leggere

La TRANSIZIONE ECOLOGICA DIFFICILE: Cina, India, Russia, Brasile non ci stanno a eliminare il carbone, e a misure drastiche contro il riscaldamento globale. Nonostante emergenze climatiche e surriscaldamento – E riusciremmo poi noi cittadini a ridurre i consumi energetici? (la scienza risolve tutto?)

(Manifestazione ambientalista al G20 di Napoli sull’Ambiente del 22 e 23 luglio 2021, foto da http://www.ilfattoquotidiano.it/) – AL G20 SULL’AMBIENTE (a Napoli, tenuto il 22 e 23 luglio 2021) È MANCATO L’ACCORDO SU DUE PUNTI – «Su due punti non abbiamo trovato l’accordo al G20 dei ministri dell’Ambiente e li abbiamo rinviati al G20 dei capi di Stato e di governo: rimanere sotto 1,5 gradi di riscaldamento globale al 2030 ed eliminare il carbone dalla produzione energetica al 2025. Stati Uniti, Europa, Giappone e Canada sono favorevoli, ma quattro o cinque paesi, fra i quali Cina, India e Russia, hanno detto che non se la sentono di dare questa accelerazione, anche se vogliono rimanere nei limiti dell’Accordo di Parigi». Lo ha detto il ministro italiano della Transizione ecologica, ROBERTO CINGOLANI, in conferenza stampa al termine del G20 Ambiente di Napoli. (da https://www.bluewin.ch/ 23/7/2021)

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   “Una società prospera, inclusiva, resiliente, sicura e sostenibile che non lasci indietro nessuno”: è il contenuto e il senso del lungo documento che i ministri dell’ambiente e dell’energia dei grandi Paesi della Terra, riuniti dalla Presidenza italiana del G20 a Napoli il 22 e 23 luglio 2021, hanno sottoscritto.

   Nei rilievi complessivi (il documento mette insieme temi divisivi come la transizione energetica, i cambiamenti climatici e la necessità di tenere la temperatura del Pianeta sotto il grado e mezzo) si rileva che non c’è accordo mondiale; e che i Paesi più ricchi (Usa, Unione Europea, Gran Bretagna, Canada, Giappone) magari ci credono (con qualche differenza nazionalistica interna) mentre gli altri in via di sviluppo (Cina, India, Russia, Brasile e paesi poveri africani e latino-americani, pur differenziandosi tra loro, l’aggressiva economia cinese ben diversa dai paesi africani…) hanno altre priorità.

   Si riconosce il problema indiscutibilmente, ma un conto è prendere decisioni dolorose (come eliminare l’uso delle fonti fossili, imporre sacrifici e riduzioni della richiesta energetica…).

(foto: il logo del G20 AMBIENTE di Napoli, a Palazzo Reale, con il ministro della transizione ecologica ROBERTO CINGOLANI che accoglie le delegazioni) – “(…) Il ministro Cingolani, al G20 di Napoli del 22-23 luglio, nel documento finale approvato, ha promesso: «Noi entro dieci anni dobbiamo fare il grosso del lavoro che ci deve portare nel 2050 a DECARBONIZZARE, è una questione di accelerazione nel passaggio alle energie pulite». PUNTI DEL DOCUMENTO FINALE riguardano l’ALLINEAMENTO dei FLUSSI FINANZIARI agli impegni dell’ACCORDO DI PARIGI, il sostegno all’ADATTAMENTO e alla MITIGAZIONE DEGLI EFFETTI DEL CAMBIAMENTO CLIMATICO, gli strumenti di FINANZA VERDE che dovranno essere compatibili con la road map di Parigi 2015, la CONDIVISIONE DELLE MIGLIORI PRATICHE TECNOLOGICHE, il RUOLO DELLA RICERCA, SVILUPPO E INNOVAZIONE che dovranno introdurre, ha spiegato Cingolani, una «transizione epocale» nei settori industriali più pesanti per il clima – e questo riguarda i paesi fortemente manifatturieri. Ovviamente fanno parte dell’orizzonte soluzioni che molti ambientalisti ritengono false, come la cattura e lo stoccaggio della CO2. (…)(Marinella Correggia, da Il Manifesto del 23/7/2021)

   Pertanto si sono ritrovati al G20 di Napoli paesi tra di loro molto distanti, non solo geograficamente. Alla fine, pare, che l’accordo che riunisce tutti è che sì, si procederà con il privilegiare le fonti energetiche rinnovabili, e che in ogni caso la scienza dovrà risolvere tutto.

   Si capisce allora che si possono avere cambiamenti effettivi solo se sono convenienti socialmente e politicamente: la sostenibilità ambientale va coniugata insieme con una sostenibilità sociale. Che lo “sviluppo verde” ci potrà essere solo se creerà più posti di lavoro di quello tradizionale inquinante, se darà ricchezza. Che le energie rinnovabili avranno successo se daranno anche maggiori opportunità sociali.

(Il mese di giugno 2021 è stato caratterizzato da temperature record in diverse aree del Pianeta, MAPPA da https://www.lifegate.it/) – “(…) PERCHÉ È IMPORTANTE UN ACCORDO?   L’incontro dei ministri del G20 su Ambiente, Clima ed Energia, cade nel mezzo di SETTIMANE SEGNATE DA EVENTI CLIMATICI ESTREMI che hanno ribadito l’urgenza di UN’AZIONE COMUNE nella lotta contro il riscaldamento globale. L’aumento della temperatura della superficie terrestre è sempre più evidente, tanto che secondo la NOAA – l’agenzia federale statunitense che si interessa di climatologia – il 2021 risulta già Tra I 10 Anni Più Caldi Dal 1880. A inizio luglio AL CIRCOLO POLARE ARTICO SI È RAGGIUNTA LA TEMPERATURA RECORD DI 48°C, causata da un’inedita e persistente ondata di calore in Siberia. Nonostante questi dati allarmanti, SOLO IL 2% DEI FINANZIAMENTI STANZIATI DALLE AUTORITÀ MONDIALI per il rilancio dell’economia post-Covid verrà SPESO IN SETTORI GREEN. (…)  La definizione di impegni concreti in sede G20 può quindi fornire la linea guida necessaria su cui costruire un rinnovato impegno climatico ALLA COP26 DI QUESTO NOVEMBRE A GLASGOW, definita non a caso “l’ultima e migliore possibilità che il mondo ha di evitare la crisi climatica”. (…)” (da https://www.ispionline.it/, 23/7/2021)

   Perché pensare di volere un mondo che frena il surriscaldamento e i disastri climatici, così, tout court, è un “vecchio” discorso che veniva fatto dagli ecologisti del Paesi ricchi già trent’anni fa (la prima Conferenza importante sull’ambiente quella di Rio del Janeiro è del 1992). “Voi non volete che si tagli la foresta, ma voi l’avete fatto in Europa più di due secoli fa per il vostro sviluppo. Voi non volete che si inquini con combustibili fossili come carbone e petrolio, ma l’epoca di sviluppo delle materie prime carburanti fossili a nostra disposizione voi l’avete già vissuta e ne avete avuto i vantaggi…”. Difficile individuare, anche alla luce delle più moderne tecnologie (l’idrogeno, auto elettriche e a minor consumo, impianti produttivi più sofisticati e risparmiosi di energia…) ora a disposizione, modi e metodi per un “riequilibrio sociale mondiale” da far condividere ai paesi in via di sviluppo che hanno livelli di consumo ben minori dei nostri (come sono i paesi africani, i latinoamericani, ma ancora Cina e India…).

UNA CENTRALE A CARBONE (foto da http://www.emmedimeccanica.com/)

   Pertanto il documento raccoglie tante affermazioni e idee condivise da tutti o quasi. È da crederci (che si condividono): con le continue emergenze climatiche e disastri ambientali…trent’anni fa, e anche di più, erano solo previsioni (ahinoi azzeccate) di scienziati ed ecologisti non allineati al progresso buono ed illimitato. Segnali ed iniziative premonitrici più che mai (andiamo a memoria): il Club di Roma negli anni 60, poi il Rapporto Brundtland del 1987, la campagna “nord sud” di Alexander Langer nel 1988, appunto il Summit di Rio del 1992, il protocollo di Kyoto del 1997, le associazioni ambientaliste e verdi degli anni ‘90, i sindacalisti seringueiros brasiliani come Chico Mendes (ucciso nel 1988) a difesa della foresta amazzonica…

John Kerry delegato USA e Roberto Cingolani ministro della transizione ecologica al G20 AMBIENTE di Napoli del 22-23 luglio 2021

   Pare poi che la Cina ci creda, alla crisi ambientale (pur allineandosi solo come principio) dal fatto che in queste settimane e mesi di ripresa veloce della produzione industriale dopo il blocco per la pandemia, stia subendo continui shock energetici: cioè blackout elettrici a ripetizione sulla rete industriale e urbana delle città; perché la richiesta di energia è superiore a quanto si riesce a produrre energeticamente (cose che accadono normalmente in India, ma in Cina non erano abituati…). Pertanto figuriamoci se Cina (e India) si impegnano ad eliminare il carbone e a non inquinare….

Il G20 Ambiente del 22 e 23 luglio si è tenuto a Napoli nella splendida cornice del PALAZZO REALE in Piazza del Plebiscito

   E poi va bene in Europa cercare di convincere la Polonia così ricca di carbone di ridurre quella fonte energetica così inquinante, ma non si dirà mai niente (crediamo) dell’energia fossile rappresentata dal gas sotterraneo naturale. Per questo la stessa Germania si è messa d’accordo con gli Stati Uniti di “poter accettare” il gasdotto russo “Nord Stream 2” così importante per il suo sviluppo industriale, nel contempo impegnandosi ad aiutare l’Ucraina ad evitare economicamente il ritorno nell’orbita russa…….. Se questo è il contesto che “tutti hanno le loro buone ragioni”, è assai difficile pretendere di più da paesi come quelli africani, poveri, in via di sviluppo, a volte li possiamo definire “emergenti”, che hanno consumi energetici pro capite molto inferiori ai nostri e che per tentare uno sviluppo possibile usano combustibili inquinanti… (nonostante siamo arrivati a un punto di non ritorno globale).

“(…) Parallelamente, LA STRATEGIA ITALIANA SU CLIMA E ENERGIA RIENTRA IN QUELLA DELL’UNIONE EUROPEA che punta ad affermarsi come STANDARD-SETTER GLOBALE. Non sorprende che l’arrivo dei ministri a Napoli segua di pochi giorni la presentazione di “FIT FOR 55”, il pacchetto di misure con cui la Commissione europea punta, entro il 2030, a RIDURRE LE EMISSIONI DI GAS A EFFETTO SERRA DEL 55% rispetto ai livelli del 1990, con l’obiettivo di ARRIVARE ALLA CARBON NEUTRALITY PER IL 2050. Un piano ambizioso che però da solo non sarà sufficiente per salvare il pianeta. L’Unione europea da sola contribuisce infatti all’8% delle emissioni globali di gas serra, contro il 28% della Cina.(…)” (da https://www.ispionline.it/, 23/7/2021)

   Qualcuno di quelli ecologisti premonitori di trent’anni fa ipotizzava allora che continuando così saremmo arrivati a un governo mondiale dove a ciascuno viene affidata (imposta) una tessera di consumo energetico e anidride carbonica, da utilizzare come meglio vuole, e poi nulla più. Scenari apocalittici ma non tanto. Speriamo che non si arrivi a questo, e che scelte importanti e coraggiose (anche un po’ dolorose) vengano concretamente prese. (s.m.)

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IL RESPIRO DEL COMPROMESSO

di Federico Rampini, da “la Repubblica” del 24/7/2021

   Roberto Cingolani, ministro della Transizione ecologica, ha fatto un bilancio onesto e sincero del vertice mondiale sotto la sua presidenza (il G20 sull’ambiente di Napoli dello scorso 22 e 23 luglio). La strada verso la riduzione delle emissioni carboniche è ancora in salita, nonostante le calamità estive che hanno colpito il Nord Europa e alcune regioni asiatiche. Qualcosa si sta muovendo, sia in Occidente che nei giganti del capitalismo carbonico orientale. È importante capire quali ostacoli andranno superati, e come.

   «Su due punti – ha detto Cingolani – non abbiamo trovato l’accordo al G20 Ambiente e li abbiamo rinviati al summit dei capi di Stato e di governo: rimanere sotto 1,5 gradi di riscaldamento globale al 2030 ed eliminare il carbone dalla produzione energetica al 2025. Stati Uniti, Europa, Giappone e Canada sono favorevoli, ma quattro o cinque Paesi, fra i quali Cina, India e Russia, hanno detto che non se la sentono di dare questa accelerazione, anche se vogliono rimanere nei limiti dell’Accordo di Parigi». L’esponente del governo italiano, che dirigeva i lavori a Napoli, ha parlato però di «un accordo senza precedenti perché per la prima volta il G20 accetta che clima e politica energetica sono strettamente connessi».
   Coinvolgere il trio Cina-India-Russia è fondamentale. La Repubblica popolare cinese è di gran lunga la prima fonte di emissioni carboniche del pianeta: con il suo 28% del totale pesa il doppio degli Stati Uniti. L’India sta aumentando velocemente la sua impronta carbonica e in un futuro non lontano peserà quanto l’Europa. La Russia è un nano economico ma è un petro-Stato con un ruolo sostanziale nell’esportazione di energie fossili (incluso verso il mercato europeo, Germania in testa). Senza di loro, gli impegni dei Paesi occidentali non bastano, anche ammesso che le promesse euro-americane vengano tutte mantenute.
   L’America di Joe Biden ha indicato una strada per coinvolgere la Cina in un ruolo virtuoso. Mentre i rapporti bilaterali Washington-Pechino continuano a deteriorarsi in quasi ogni altro campo, nella lotta all’emergenza climatica invece prevale il dialogo e la ricerca della cooperazione tra le due superpotenze, con un ruolo di punta per John Kerry. Al tempo stesso, i democratici americani non disdegnano di seguire l’esempio europeo agitando un possibile deterrente: è il piano della carbon border tax, un dazio verde che andrebbe a colpire le importazioni da Paesi che fanno intenso uso di energie fossili. Su questo protezionismo ambientalista è possibile un’intesa fra Washington e Bruxelles. Il bersaglio principale sarebbe la Cina.
   La posizione di Xi Jinping va letta alla luce di una novità per lui sconvolgente, dell’estate 2021. Non mi riferisco alle alluvioni cinesi – il cui bilancio di vittime per fortuna è modesto, proporzionalmente una minuscola frazione rispetto a quanto accaduto in Germania. Lo shock del luglio 2021 è che la Repubblica popolare subisce blackout elettrici a ripetizione. È vero che questi sono la diretta conseguenza della ripresa economica, con le fabbriche del made in China che producono a ritmi record. Però i blackout elettrici facevano parte della routine indiana più che di quella cinese. Xi non può inseguire obiettivi di emancipazione dal carbone, se questi penalizzano la crescita economica. Perfino un autocrate ha dei vincoli di consenso. In tutto il mondo oggi la sostenibilità ambientale va coniugata insieme con una sostenibilità sociale. Lo ha capito Biden, che associa strettamente gli investimenti in energie rinnovabili alla creazione di nuovi posti di lavoro.
   Nessun governo, neanche il più autoritario, reggerà proponendo una decrescita che non è mai felice.
   Non è un caso se Xi Jinping oggi punta a conquistare il predominio mondiale nell’auto elettrica, e nella produzione di tutti i suoi componenti (a cominciare dai minerali rari): anche a Pechino la lotta all’emergenza climatica va trasformata in una nuova opportunità di business e di esportazione, per essere politicamente spendibile.

   Nel frattempo la transizione includerà dei compromessi. Se neppure la “virtuosa” Germania riesce ad affrancarsi dall’energia fossile russa, è impolitico e immorale pretendere di più da Paesi emergenti che hanno consumi energetici pro capite molto inferiori ai nostri. Draghi e Cingolani, come l’amministrazione Biden, hanno capito che conviene alleare scienza e tecnologia con le risorse del mondo imprenditoriale, per accelerare la transizione e renderla appetibile all’intero pianeta.
   Le visioni apocalittiche, così come le nostalgie di un’Arcadia bucolica, possono affascinare un pubblico adolescenziale in Occidente ma non smuoveranno la realtà dei giganti asiatici, tantomeno degli africani. Con questa strategia realistica, la tappa di Napoli può agevolare il successo della conferenza Onu Cop26, a novembre a Glasgow. (Federico Rampini)

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CINGOLANI: G20 ENERGIA E CLIMA: UN ACCORDO STORICO CHE GUARDA AL FUTURO E PUNTA ALLA COP26

La sintesi del documento finale della ministeriale fatta dal ministero della transizione ecologica

[24 Luglio 2021] da GREENREPORT.IT (quotidiano per un’economia ecologica) – https://greenreport.it/

   “Una società prospera, inclusiva, resiliente, sicura e sostenibile che non lasci indietro nessuno”: così i ministri dell’ambiente e dell’energia dei grandi Paesi della Terra, riuniti dalla Presidenza italiana del G20 a Napoli, in presenza e da remoto, hanno sottoscritto il documento finale della ministeriale Energia e Clima.

   Un documento che mette insieme, su temi divisivi come la transizione energetica, i cambiamenti climatici e la necessità di tenere la temperatura del Pianeta sotto il grado e mezzo, Paesi tra di loro molto distanti, non solo geograficamente.

   Tutti, da Cina a India, a Stati Uniti, Russia e paesi Europei, hanno concordato che, soprattutto dopo la fase pandemica, la transizione energetica verso le energie rinnovabili sono uno strumento per la crescita socio-economica inclusiva e veloce, la creazione di posti di lavoro e deve essere una transizione giusta che non lascia nessuno indietro.

   La comunità internazionale del G20 riconosce nella scienza un ruolo fondamentale, su cui la politica dovrà basarsi. E, soprattutto, viene riconosciuto uno stretto nesso tra clima ed energia e la necessità di ridurre le emissioni globali e migliorare l’adattamento al cambiamento climatico.

1 – Azioni contro il cambiamento climatico

Vengono riaffermati gli impegni dell’Accordo di Parigi come il faro vincolante che dovrà condurre fino a Glasgow, dove si svolgerà, a novembre, la COP 26. Obiettivo comune è mantenere la temperatura ben al di sotto dei 2° e a proseguire gli sforzi per limitarla a 1,5° al di sopra dei livelli preindustriali. I Paesi del G20 concordano nell’aumentare gli aiuti ai paesi in via di sviluppo affinché nessuno resti indietro. Rimane centrale il ruolo dell’impegno finanziario da 100 miliardi, così come previsto dall’Accordo di Parigi, con l’impegno ad aumentare i contributi ogni anno fino al 2025.

   E un ruolo, per l’aumento di questi fondi, è richiesto in particolare alle istituzioni finanziarie per lo sviluppo e alle banche multilaterali. La transizione è necessaria e indispensabile, però deve essere giusta, e assicurare sostegno e solidarietà alle categorie e ai paesi più fragili. Unanimemente si riconosce il ruolo del cambiamento climatico nella perdita di biodiversità.

2 – Accelerare le transizioni verso l’energia pulita Continua a leggere

Le NAVI DEI VELENI del commercio globale che si incendiano o naufragano, e distruggono mari e coste incontaminate, ed economie di sussistenza (la pesca, il turismo) – Il CASO dello SRI LANKA avvelenato da plastica e acidi – Come impedire il trasporto nei mari di carburanti, prodotti chimici e ogni merce pericolosa?

IL DISASTRO DELLA NAVE “MV X-PRESS PEARL”: il paradiso dello SRI LANKA AVVELENATO DA PLASTICA E ACIDI. Le squadre di pulizia raccolgono tonnellate di plastica bruciata, pesci e tartarughe marine avvelenati dall’acido nitrico lungo le spiagge del paese, colpito dalle più grave catastrofe ecologica della sua storia. Il danno potrebbe essere accresciuto dalla fuoriuscita del carburante – (la costa devastata, foto da https://www.corriere.it/pianeta2020/)

   Una nave è in questo momento al centro delle cronache internazionali. Si tratta della portacontainer MV X-Press Pearl, battente bandiera di Singapore, che ha preso fuoco alcuni giorni fa al largo dello Sri Lanka, è affondata con la prua in un mare di venti metri di profondità, e ci sono pesantissime ripercussioni a livello ambientale.

   Perché è una portacontainer carica di prodotti chimici, e sta compromettendo (ha già compromesso?) l’integrità delle coste dello Sri Lanka, rivelandosi uno dei peggiori disastri ecologici marini che l’isola abbia conosciuto. È l’ultimo di una serie infinita di incidenti collegati con queste grandi navi che nei decenni scorsi hanno inquinato (nell’incendiarsi, nell’affondare, nella perdita di carburanti e sostanze chimiche…) i mari di mezzo mondo.

A distanza di alcune settimane dall’incidente che nel Canale di Suez ha coinvolto la portacontainer Ever Given – fortunatamente senza vittime né danni ambientali di rilievo – e a meno di un anno dal disastro petrolifero causato alle Mauritius dal naufragio della Wakashio, una nuova nave è in questo momento al centro delle cronache internazionali. Si tratta della PORTACONTAINER MV X-PRESS PEARL, battente bandiera di Singapore, che ha preso fuoco alcuni giorni fa al largo dello SRI LANKA, con pesantissime ripercussioni a livello ambientale.  La nave era ferma a quasi dieci miglia nautiche a nord-ovest di COLOMBO, la città più grande e popolosa dello Stato asiatico, in attesa di entrare nel porto, quando a bordo è scoppiato un incendio andato avanti per giorni. L’INCENDIO sarebbe stato CAUSATO DA SOSTANZE CHIMICHE trasportate sulla nave battente bandiera di Singapore. La nave trasportava 1.486 container, comprese 25 tonnellate di ACIDO NITRICO e altri prodotti chimici. (foto: la nave che affonda, da www.corriere.it/pianeta2020/)

   Ora, che pare che ancor di più la sostenibilità ambientale sia diventata un’urgenza, ci si chiede se non bisogna fare qualcosa perché incidenti come questi, distruggano mari bellissimi, coste incontaminate, e le diffuse piccole attività (di pesca o di turismo) che paesi poveri (com’è lo Sri Lanka) possano dare da vivere a una buona parte della popolazione.

   Così che il mondo si sta ponendo il problema della sostenibilità nei sistemi di produzione e consumo, ma le leggi dell’economia prevalgono su quelle dell’ambiente: evidentemente vale ancora la pena di correre il rischio. E poi la maggior parte di prodotti che queste navi portano, li usiamo tutti noi, e più o meno consapevolmente, ne siamo edotti (siamo corresponsabili).

Mappa dello SRI LANKA (una volta si chiamava CEYLON). La nave è affondata a 9,5 miglia nautiche, cioè 18 chilometri, da KEPUNGODA, città situata tra la capitale COLOMBO e NEGOMBO (mappa di SRI LANKA CEYLON da https://3bonline.wordpress.com/)

   Da giorni le squadre di soccorso stanno tentando di ripulire le spiagge finora incontaminate, ora piene di miliardi di micro-palline di plastica, polietilene, con la chimica dell’acido nitrico che si è in parte già riversata in mare, e con il pericolo che dalla nave fuoriesca tutto il carburante che non è ancora bruciato (evidentemente inquinando l’aria di quei luoghi, per giorni e giorni).

Disastro Sri Lanka (foto da https://www.vaticannews.va/it/mondo/)

   Sarà, almeno per lungo tempo, la fine del turismo (post covid) in quelle coste dello Sri Lanka (la nave è affondata a 9,5 miglia nautiche, cioè 18 chilometri, da Kepungoda, città situata tra la capitale Colombo e Negombo). Già ora, secondo i maggiori esperti, i danni all’ecosistema marino sono incalcolabili. La pesca è sospesa in un raggio di 80 chilometri attorno alla nave e, come dicevamo. è a rischio la fragile economia della zona.

   Al momento dell’incendio la nave trasportava 1.486 container (per dire la grandezza di queste navi!), di cui la maggior parte è stata incenerita. Ottantuno container contenevano merci pericolose, incluse 25 tonnellate di acido nitrico, cosmetici e altre sostanze chimiche. Almeno il contenuto di uno dei container con l’acido nitrico si è già riversato in mare. Il restante carico era costituito da prodotti alimentari, veicoli, parti di veicoli e prodotti automobilistici, forniture di costruzione e di produzione e materie prime, granuli di polietilene e altre merci.

(La nave che affonda, foto da https://tg24.sky.it/) – AL SUO INTERNO 278 TONNELLATE DI OLIO COMBUSTIBILE, 50 TONNELLATE DI GASOLIO e 20 CONTENITORI PIENI DI OLIO LUBRIFICANTE. Nei 1.486 container a bordo, 81 dei quali classificati come “carico tossico”, ci sono anche: – lingotti di piombo, – 25 tonnellate di acido nitrico, – altri prodotti chimici e cosmetici.  Secondo l’ANSA una parte del carico è finito in mare, preoccupano LE TONNELLATE DI MICROGRANULI DI PLASTICA DA IMBALLAGGIO contenute in altri 28 container che hanno sommerso le coste dell’area oltre a disperdersi in acqua.   A rischio di sversamento in mare anche gli OLTRE 350 TONNELLATE DI CARBURANTE contenuti nei serbatoi dell’imbarcazione, aggiunge WWF che parla del “più grave disastro ambientale nella storia dello Sri Lanka”, e di “una catastrofe per la vita marina dell’Oceano Indiano”. (Antonio Mazzucca, da https://www.insic.it/)

La prima perdita di acido nitrico era avvenuta molto tempo prima, già l’11 maggio scorso, e la nave era nelle coste del Qatar, ma le è stato negato l’approdo perché le autorità portuali si ritenevano incompetenti a risolvere il problema. Pertanto questo aggrava il fatto: ci vorrebbero autorità internazionali e mezzi adatti a soccorrere navi con questi tipi di difficoltà, anziché aspettare che la cosa diventi così grave. Infatti l’acido nitrico perduto in mare sembra essere anche la causa dell’incendio che ha devastato la porta container e tutto quello che c’era (e c’è ancora) a bordo.

Il luogo dell’incendio-naufragio (Sri-Lanka-mappa da https://www.remocontro.it/)

   Esiste qualche regola internazionale per il trasporto delle merci pericolose. Ma casi come questi accaduti fanno pensare che ci si può fidare poco di queste regole, ed esistono condizioni per dire che merci pericolose non possono, non devono, viaggiare per i mari. Il fatto poi è anche che quando parliamo di merci pericolose non intendiamo solo sostanze chimiche: ma ci sono prodotti di nostro uso quotidiano che sono a tutti gli effetti “pericolosi”: come quelli contenenti batterie al litio, tra cui cellulari e i computer portatili.

Un granchio nelle palline di poliuretano fuoriuscite dalla porta-containers

   Noi speriamo che l’inquinamento delle coste dello Sri Lanka non sia irreversibile, che si possa migliorare e ripristinare: fatto è che migliaia di pesci, tartarughe, animali incolpevoli sono morti e inquinati da questa distruzione (granchi tartarughe soffocati da miliardi di micro-palline di plastica); che la flora di quei mari e quelle coste difficilmente tornerà come prima. Per dire che ancora una volta appare evidente che il nostro sistema di sviluppo globale non va bene; e che dovremmo rivedere anche tutto il commercio globale e il trasporto delle merci, anche se ci costerà nella nostra vita quotidiana. (s.m.)

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DISASTRO SRI LANKA, PER QUANTO LE LEGGI DELL’ECONOMIA PREVARRANNO SULL’AMBIENTE?

di Ferdinando Boero, vicepresidente di Marevivo (associazione ambientalista), 3/6/2021, da https://www.huffingtonpost.it/

   Il naufragio della MV X-Press Pearl, una portacontainer carica di prodotti chimici, sta compromettendo l’integrità delle coste dello Sri Lanka, rivelandosi uno dei peggiori disastri ecologici marini che l’isola abbia conosciuto. È l’ultimo di una serie infinita di incidenti collegati ai nomi delle navi, dalla Amoco-Cadiz in Bretagna, all’Exxon-Valdez in Alaska, per non parlare della Haven, a Genova.

   La lista è lunghissima. Poi ci sono gli incidenti alle piattaforme, Come la Deepwater Horizon, in Florida. Le navi che solcano gli oceani di tutto il mondo sono alla base del commercio globalizzato e sono migliaia, come anche le piattaforme estrattive. Le misure di sicurezza nella costruzione delle navi e delle piattaforme sono sempre più rigide ma, nonostante questo, gli incidenti non accennano a diminuire.

   Ogni volta l’attenzione del mondo si rivolge all’evento, ci mostra lo scempio delle coste, la vita marina aggredita dai rifiuti del progresso.

   Il mondo si sta ponendo il problema della sostenibilità nei sistemi di produzione e consumo, ma le leggi dell’economia prevalgono su quelle dell’ambiente: evidentemente vale ancora la pena di correre il rischio. Le assicurazioni pagano i danni, pare che le aziende “si possano permettere” di causare i disastri ambientali causati alle loro attività.

   L’uso di materiali altamente inquinanti, dal petrolio a prodotti chimici usati per le produzioni, a prodotti di scarto da smaltire, ci mostra quanto sia pericoloso il nostro stile di vita. Ma presto dimentichiamo. Chi ricorda la Cavtat, la nave dei veleni affondata al largo di Otranto? Ogni incidente cancella la memoria dei precedenti, e ogni volta ci indigniamo, come se fosse il primo. Fotocopiando i commenti agli eventi precedenti.

   Noi di Marevivo da sempre denunciamo questi “effetti collaterali” del cosiddetto sviluppo. Se il prezzo da pagare per l’attuale stile di vita compromette la vita stessa, forse è il caso di ripensare a come abbiamo progettato i nostri sistemi di produzione e consumo.

   L’innovazione tecnologica sarà cruciale nel disegnare la sostenibilità ambientale del futuro. Abbiamo tollerato per troppo tempo le conseguenze del progresso, come è avvenuto per decenni a Taranto. Non si tratta di casi isolati, ma di un modo di produrre che compromette l’ambiente e la salute.

   Non auspichiamo il ritorno alle navi di legno, che trasportavano anfore e statue, come quelle che, dai loro naufragi, ci restituiscono le tracce di navigazioni del passato. Come fecero i galeoni spagnoli che tornavano in patria con i loro tesori, dopo aver depredato le civiltà precolombiane.

   Gli archeologi del futuro troveranno veleni nelle navi affondate in questo momento storico. Magari anche scorie nucleari.

   Pare si voglia risolvere la crisi del Covid con un Nuovo Patto Verde, con la Transizione Ecologica. Dalle crisi nasce innovazione, si cambiano i paradigmi.

   Ci commuoviamo per le immagini di devastazione in Sri Lanka, ma le emozioni del momento devono innescare richieste di cambio di rotta. Abbiamo davvero bisogno di tutti questi veleni? Forse ora non ci sono alternative al loro uso, ma è plausibile auspicare lo sviluppo di nuovi modi di produrre, di consumare, di trasportare. La scienza dei materiali ci deve spingere in nuovi territori, dove le soluzioni non possono creare problemi più grandi dei problemi che dovrebbero risolvere.

   La scienza e la tecnologia devono essere indirizzate in questa direzione, e non possono ignorare l’ecologia ma devono, invece, essere concepite su basi ecologiche.

   Non è chiedere troppo, se si auspica un progresso che ci liberi dai veleni.

(Ferdinando Boero, vicepresidente di Marevivo, 3/6/2021, da https://www.huffingtonpost.it/)

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SRI LANKA, INCUBO MAREA NERA: ‘DISASTRO AMBIENTALE’

Semiaffondato il cargo dopo 13 giorni alla deriva tra le fiamme Continua a leggere