BAMBINI CHIUSI IN VALIGE e giovani che scavalcano le barriere: CHE FARE? – MIGRANTI, L’EUROPA PROVA A FARE SUL SERIO: per i profughi e poveri del Sud del mondo in cerca di una vita migliore il sogno europeo si fa ancora sentire, e l’UE prova per la prima volta a dare risposte concrete e solidali (ci riuscirà?)

ABOU NELLA VALIGIA - Viaggiava chiuso in un trolley, con le gambe piegate strette al petto, ed è stato trovato dai funzionari dell'immigrazione durante i controlli a CEUTA, enclave spagnola nel territorio marocchino. A 'trasportare' il piccolo di otto anni di nome Abou nella valigia, una 19enne marocchin a, arrestata con l'accusa di favoreggiamento di immigrazione clandestina. ''Pensavamo che trasportasse droga'' hanno spiegato i poliziotti che hanno fermato la giovane. Secondo le prime ricostruzioni la donna stava cercando di riportare il piccolo a sua madre, legalmente residente in Spagna. La città autonoma spagnola di Ceuta è un luogo chiave -  insieme a Melilla - nel panorama delle migrazioni transnazionali ed è diventata una porta d'ingresso all'Europa per i migranti provenienti dall'Africa sub sahariana (da reuters, 9/5/2015)
ABOU NELLA VALIGIA – Viaggiava chiuso in un trolley, con le gambe piegate strette al petto, ed è stato trovato dai funzionari dell’immigrazione durante i controlli a CEUTA, enclave spagnola nel territorio marocchino. A ‘trasportare’ il piccolo di otto anni di nome Abou nella valigia, una 19enne marocchin a, arrestata con l’accusa di favoreggiamento di immigrazione clandestina. ”Pensavamo che trasportasse droga” hanno spiegato i poliziotti che hanno fermato la giovane. Secondo le prime ricostruzioni la donna stava cercando di riportare il piccolo a sua madre, legalmente residente in Spagna. La città autonoma spagnola di Ceuta è un luogo chiave – insieme a Melilla – nel panorama delle migrazioni transnazionali ed è diventata una porta d’ingresso all’Europa per i migranti provenienti dall’Africa sub sahariana (da reuters, 9/5/2015)

   La Commissione europea ha approvato il 13 maggio scorso le prime concrete (speriamo…) linee guida per meglio gestire un’immigrazione che appare sempre più fuori controllo e in mano a sfruttatori e criminalità. La Commissione proporrà entro la fine del mese di maggio un sistema di reinsediamento di 20MILA RIFUGIATI CHE NON SONO ANCORA SUL TERRITORIO EUROPEO (ma che bussano alle frontiere d’Europa), secondo quote specifiche per ciascun paese dell’UE.

   E inoltre Bruxelles proporrà UN SISTEMA OBBLIGATORIO DI RICOLLOCAZIONE IN TUTTI I PAESI EUROPEI DEI “RICHIEDENTI ASILO “ (non “immigrati”, come qualcuno dice) GIÀ PRESENTI in Europa. La quota di questi spettante all’Italia sarà del 12% del totale (attualmente, le regole europee prevedono che la responsabilità dell’accoglienza del migrante spetti al paese di primo sbarco, in base al Regolamento di Dublino approvato nel 2003).

CEUTA e MELILLA sono città autonome spagnole situate nel Nord Africa, nel Marocco. Hanno uno status a metà strada tra quello di un comune e quello di una comunità autonoma. Il loro territorio fa parte del sistema doganale dell'Unione Europea, e del sistema politico ed economico dell'Unione. Sono città porto franco  (da Wikipedia)
CEUTA e MELILLA sono città autonome spagnole situate nel Nord Africa, nel Marocco. Hanno uno status a metà strada tra quello di un comune e quello di una comunità autonoma. Il loro territorio fa parte del sistema doganale dell’Unione Europea, e del sistema politico ed economico dell’Unione. Sono città porto franco (da Wikipedia)

   Secondo i parametri comunitari, basati tra le altre cose su Pil e popolazione, la Germania sarebbe chiamata ad accogliere il 18% degli immigrati da ricollocare (nel 2014, il paese ha ricevuto il 35% di tutte le richieste d’asilo registrate nell’Unione). Alla Francia andrebbe il 14% degli immigrati (rispetto all’11% delle richieste dell’anno scorso), alla Spagna il 9%… come prima detto il 12% all’Italia, e via a seguire gli altri Stati membri (che sono 24).

CEUTA e MELILLA (Enclavi spagnole in terra marocchina), così come il Canale di Sicilia per l'Italia, sono ideologici ponti di congiunzione tra il Contiente africano e quello europeo. Due realtà che si confrontano: l'una flagellata da povertà, guerre e tensioni sociali, l'altra guardata dai migranti come terra promessa, come luogo in cui poter realizzare un futuro che nei loro Paesi non c'è. Ma OLTRE AL MARE, TRA L'AFRICA E L'EUROPA C'È ANCHE UN MURO. SIA A CEUTA CHE A MELILLA, infatti, IL GOVERNO DI MADRID HA FATTO COSTRUIRE ormai molti anni fa UNA TRIPLA BARRIERA LUNGO I CONFINI delle due città con il Marocco, RECINZIONI ALTE 6 METRI E SORMONTATE DA RETICOLATI DI FILO SPINATO. Inoltre, AGENTI DELLA GUARDIA CIVIL CONTROLLANO NOTTE E GIORNO tanto i passaggi via terra quanto quelli via mare, macchiandosi spesso di violenze brutali contro i migranti (….) (Luca Lampugnani, http://it.ibtimes.com/ )
CEUTA e MELILLA (Enclavi spagnole in terra marocchina), così come il Canale di Sicilia per l’Italia, sono ideologici ponti di congiunzione tra il Contiente africano e quello europeo. Due realtà che si confrontano: l’una flagellata da povertà, guerre e tensioni sociali, l’altra guardata dai migranti come terra promessa, come luogo in cui poter realizzare un futuro che nei loro Paesi non c’è. Ma OLTRE AL MARE, TRA L’AFRICA E L’EUROPA C’È ANCHE UN MURO. SIA A CEUTA CHE A MELILLA, infatti, IL GOVERNO DI MADRID HA FATTO COSTRUIRE ormai molti anni fa UNA TRIPLA BARRIERA LUNGO I CONFINI delle due città con il Marocco, RECINZIONI ALTE 6 METRI E SORMONTATE DA RETICOLATI DI FILO SPINATO. Inoltre, AGENTI DELLA GUARDIA CIVIL CONTROLLANO NOTTE E GIORNO tanto i passaggi via terra quanto quelli via mare, macchiandosi spesso di violenze brutali contro i migranti (….) (Luca Lampugnani, http://it.ibtimes.com/ )

   Contrari e “al di fuori”, esentati da queste quote di accoglienza restano Londra e alcuni paesi dell’Est Europa, come Polonia e Ungheria (ma questi ultimi si dice che alla fine ci staranno al piano di ripartizione). Per quel che riguarda invece gli esentati effettivi, va detto che esiste un precedente trattato – denominato ‘opt out’, inteso come “opzione fuori” cioè “rinuncia” a partecipare all’accordo europeo – che garantisce alla Gran Bretagna, all’Irlanda e alla Danimarca la possibilità di non partecipare al meccanismo di redistribuzione dei migranti.

   Un tentativo (questo approvato il 13 maggio) di affrontare il problema profughi, tentativo che tanti considerano destinato a fallire (come convincere persone ad andare e restare in questo o quel Paese, senza peraltro troppe garanzie di un effettivo inserimento?…magari senza appoggio di amici e parenti che lì non ci sono?…) (oppure, come considerare le persone come pacchi postali, indirizzandole qua e là?…); ma è anche la prima volta che l’Unione europea “ragiona” in modo concreto sui tanti profughi che stanno arrivando (ma anche in questo, si sta enfatizzando il problema, in altri luoghi geografici le dimensioni dell’esodo son di dimensioni neanche paragonabili al “piccolo-medio” fenomeno europeo…), prospettando soluzioni, cercando di governare il fenomeno.

DA DOVE VENGONO I MIGRANTI (MAPPA DA “LIMES”, CLICCARE SULL’IMMAGINE E INGRANDIRE PER VEDERE I PARTICOLARI) - Il numero di gennaio della rivista LIMES contiene una MAPPA molto utile per capire quali sono i cosiddetti “FLUSSI MIGRATORI” percorsi dai MIGRANTI CHE ARRIVANO IN ITALIA e il numero e la provenienza degli stranieri regolarmente residenti in Italia. La mappa è stata realizzata da Laura Canali, che è un’esperta in cartografia geopolitica ed è la responsabile della cartografia e della copertina di Limes. I dati si riferiscono al 2013 e sono stati elaborati dal CENTRO STUDI E RICERCHE IDOS SULLA BASE DI DATI ISTAT. La mappa di Limes mostra bene che BUONA PARTE DEI FLUSSI MIGRATORI verso l’Italia PASSA DA TERRA, soprattutto da paesi dell’EST EUROPA come la ROMANIA (il paese da cui arrivano più migranti in assoluto, in Italia) e l’UCRAINA, oppure dell’ASIA come la CINA. Per quanto riguarda gli arrivi VIA MARE nel canale di Sicilia, sono interessati perlopiù paesi come EGITTO e TUNISIA: quest’ultimo paese, assieme alla LIBIA, è ormai diventato un paese da dove partono o transitano migranti provenienti anche da paesi dell’AFRICA CENTRALE come NIGERIA e SENEGAL. Nella mappa sono anche indicati i PUNTI DI INGRESSO DEI MIGRANTI, dei quali ben OTTO SI TROVANO NEL NORD ITALIA (e c’è anche l’aeroporto di Malpensa). (da www.ilpost.it )
DA DOVE VENGONO I MIGRANTI (MAPPA DA “LIMES”, CLICCARE SULL’IMMAGINE E INGRANDIRE PER VEDERE I PARTICOLARI) – Il numero di gennaio della rivista LIMES contiene una MAPPA molto utile per capire quali sono i cosiddetti “FLUSSI MIGRATORI” percorsi dai MIGRANTI CHE ARRIVANO IN ITALIA e il numero e la provenienza degli stranieri regolarmente residenti in Italia. La mappa è stata realizzata da Laura Canali, che è un’esperta in cartografia geopolitica ed è la responsabile della cartografia e della copertina di Limes. I dati si riferiscono al 2013 e sono stati elaborati dal CENTRO STUDI E RICERCHE IDOS SULLA BASE DI DATI ISTAT. La mappa di Limes mostra bene che BUONA PARTE DEI FLUSSI MIGRATORI verso l’Italia PASSA DA TERRA, soprattutto da paesi dell’EST EUROPA come la ROMANIA (il paese da cui arrivano più migranti in assoluto, in Italia) e l’UCRAINA, oppure dell’ASIA come la CINA. Per quanto riguarda gli arrivi VIA MARE nel canale di Sicilia, sono interessati perlopiù paesi come EGITTO e TUNISIA: quest’ultimo paese, assieme alla LIBIA, è ormai diventato un paese da dove partono o transitano migranti provenienti anche da paesi dell’AFRICA CENTRALE come NIGERIA e SENEGAL. Nella mappa sono anche indicati i PUNTI DI INGRESSO DEI MIGRANTI, dei quali ben OTTO SI TROVANO NEL NORD ITALIA (e c’è anche l’aeroporto di Malpensa). (da http://www.ilpost.it )

   Un altro limite evidente è che il provvedimento si applica ai soli richiedenti asilo. Non alle altre categorie d’immigrati, che sono il maggior numero: loro continueranno ad essere, a restare, un problema. Pertanto abbandoniamo ogni speranza di aver risolto il problema degli immigrati che passano il Mediterraneo con barconi assassini…. ma a noi adesso fa specie che per la prima volta si tenta di uscire da un’inerzia pressoché assoluta…

   E a proposito della traversata del “mare nostrum”, è’ tra l’altro stato stabilito (nel provvedimento dell’Ue) di “voler fermare i barconi”, con una missione militare in Libia; con l’obiettivo di intercettare ed eventualmente distruggere le imbarcazioni nelle quali vengono caricati poi i migranti (questo intervento militare è possibile anche grazie a una autorizzazione delle Nazioni Unite). Anche su questo tema esistono evidenti perplessità, ma qualcosa (ripetiamo) pare si stia muovendo positivamente in una politica europea decisamente ferma su temi così decisivi per la nostra epoca. Fin da pensare, eliminati i barconi assassini, se la provocazione di chi propone di trasformare i viaggi della disperazione in spostamenti organizzati e sicuri sia davvero così estrema e impossibile…

La barca con a bordo circa 350 migranti rohingya, al largo delle coste tailandesi, nel mare delle Andamane. Almeno dieci persone sono morte durante il viaggio DA INTERNAZIONALE 14 maggio 2015 - “…basta aprire la televisione e vedere il tragico spettacolo di gente alla deriva su imbarcazioni di fortuna. No, non vengono dal Nord Africa, e non si dirigono verso le nostre coste. Appartengono a una MINORANZA MUSULMANA DI MYANMAR, che cerca di sottrarsi a discriminazioni e persecuzioni che rendono la loro vita impossibile, e si dirigono verso THAILANDIA, INDONESIA, MALAYSIA. Paesi che…li respingono mettendone al rischio la sopravvivenza, dato che spesso quando si avvicinano alle coste hanno terminato sia viveri che acqua. (Roberto Toscano, da “la Stampa”” del 16/5/2015)
La barca con a bordo circa 350 migranti rohingya, al largo delle coste tailandesi, nel mare delle Andamane. Almeno dieci persone sono morte durante il viaggio DA INTERNAZIONALE 14 maggio 2015 – “…basta aprire la televisione e vedere il tragico spettacolo di gente alla deriva su imbarcazioni di fortuna. No, non vengono dal Nord Africa, e non si dirigono verso le nostre coste. Appartengono a una MINORANZA MUSULMANA DI MYANMAR, che cerca di sottrarsi a discriminazioni e persecuzioni che rendono la loro vita impossibile, e si dirigono verso THAILANDIA, INDONESIA, MALAYSIA. Paesi che…li respingono mettendone al rischio la sopravvivenza, dato che spesso quando si avvicinano alle coste hanno terminato sia viveri che acqua. (Roberto Toscano, da “la Stampa”” del 16/5/2015)
MYAMMAR, più comunemente chiamata BIRMANIA
MYAMMAR, più comunemente chiamata BIRMANIA

   Dal macro al micro. Vogliamo poi dire qualcosa in quel che accade in realtà territoriali locali circa l’atteggiamento sull’arrivo dei profughi, illustrando brevemente in questo post il “caso Padova”, dove pare che la città sia divisa (almeno nell’agire pubblico…. poi forse l’indifferenza e il fastidio per i nuovi arrivati regna tra la maggior parte dei cittadini…) su che risposta dare all’arrivo in città di tanti profughi. Una differenziazione di atteggiamento che è emblematica. Venerdì sera 15 maggio doveva tenersi una fiaccolata per manifestare contro l’ospitalità, e addirittura qualche giorno prima il sindaco (leghista) di Padova, Bitonci, ha firmato un’ordinanza che prevede multe ai privati che aprano le loro porte ai profughi (un divieto comunale a un’ospitalità spontanea, privata!!…). La risposta delle associazioni favorevoli alla solidarietà è venuta nella stessa serata con una contromanifestazione, e il sindaco ha molto responsabilmente evitato un confronto-scontro cittadino convincendo i promotori della manifestazione contro l’ospitalità a desistere, a rinviare la loro protesta.

Un migliaio di persone hanno partecipato la sera di venerdì 15 maggi alla manifestazione PADOVA ACCOGLIE in piazza Garibaldi da IL MATTINO DI PD
Un migliaio di persone hanno partecipato la sera di venerdì 15 maggi alla manifestazione PADOVA ACCOGLIE in piazza Garibaldi da IL MATTINO DI PD

   Cose, fenomeni, assai pericolosi di tensione sociale, quasi di scontro etnico: la città è solo dei “padovani doc” e di chi viene magari per studiare, per turismo che porta soldi… oppure può essere anche la città di chi viene da lontano fuggendo conflitti o fame e ha bisogno di aiuto, ospitalità, magari integrazione?

   E’ una questione non da poco che, piaccia o no, dobbiamo proporci. Saremo in grado di “farci carico” materialmente, concretamente, nelle nostre abitudini, di vivere in città mutate nella loro composizione di cittadini? …stabilendo regole che valgono per tutti ma rispettose anche di possibili differenze culturali che possono benissimo essere accettate e condivise (come la libertà di culto). Noi pensiamo che sta già accadendo (dai primi anni ’90 del secolo scorso) inesorabilmente di vivere in un contesto multietnico, e magari non solo con problemi di difficoltà di integrazione, ma arricchiti di nuove vitalità positive, di modi di vita che non conoscevamo, e dobbiamo solo far rispettare regole e diritti di tutela per tutti (aggiungendo quella solidarietà, personale e pubblica) per chi sta peggio.

(in fondo questo blog e le sue iniziative si rivolge a tutti, la geografia è per sua natura multietnica). (s.m.)

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IL VIAGGIO DI ABU NEL TROLLEY FUCSIA PER CONQUISTARE UNA NUOVA VITA

di Adriano Sofri, da “la Repubblica” del 9/5/2015

   NON è una vera valigia, è più piccola, è un trolley, col manico e le ruote, ed è anche color fucsia. METTIAMO CHE. Per cominciare, mettiamo che siate un agente della Guardia civil, addetto al controllo degli ingressi alla frontiera del TARAJAL, fra il Marocco e l’enclave spagnola di CEUTA.

Abu nel trolley
Abu nel trolley

   Ne avete viste tante. Pur di passare di qua, i migranti si fanno acrobati e contorsionisti. Nei bagagliai delle auto, è il meno, o sotto il fondale dei camion, nei pacchi di cartone da riciclare, sotto la cenere degli inceneritori. È successo che si siano sistemati dentro il cofano del motore: come hanno fatto? Va’ a capire: l’hanno fatto. Però questa non vi era mai successa.

   Uno che non vuol dare nell’occhio sceglie un trolley color fucsia? Continua a leggere

Le contraddizioni della GRAN BRETAGNA nelle vittoriose elezioni per i Conservatori: Paese ad ALTA DEMOCRAZIA ma DISUNITO (v. SCOZIA e IRLANDA DEL NORD); che NON CREDE AL PROGETTO EUROPEO ma non può farne a meno; che SOGNA UN IRREALIZZABILE ISOLAMENTO dal mondo globalizzato in crisi

 

Il Primo ministro britannico David Cameron e sua moglie Samantha al loro arrivoal numero 10 di Downing Street (Reuters) - “Nei prossimi giorni quello che accadrà a WESTMINSTER sembrerà forse normale amministrazione. Un primo ministro conservatore etoniano resterà al 10 di Downing Street, formerà il nuovo governo e scriverà il discorso che la Regina terrà a fine mese alle camere dei Comuni e dei Lord riunite. SE SCATTATE LA FOTO IN BIANCO E NERO POTREBBE ESSERE IL 1951 — O IL 1895. In realtà, PERÒ, È CAMBIATO TUTTO e drasticamente. Nei prossimi anni i temi più scottanti saranno l'economia, l'impatto diseguale dei tagli alla spesa pubblica e il referendum sull'adesione della Gran Bretagna all'Ue, che si terrà prima della fine del 2017. Ma nell'arco di vita di questo Parlamento SARÀ NECESSARIO RIPENSARE IN TOTO LA STRUTTURA DI QUESTO PAESE. Per quanto l'idea possa andare poco a genio al nuovo governo Cameron, la soluzione è il Regno federale di Gran Bretagna.(….)” (Timothy Garton Ash, da “la Repubblica” del 9/5/2015)
Il Primo ministro britannico David Cameron e sua moglie Samantha al loro arrivoal numero 10 di Downing Street (Reuters) – “Nei prossimi giorni quello che accadrà a WESTMINSTER sembrerà forse normale amministrazione. Un primo ministro conservatore etoniano resterà al 10 di Downing Street, formerà il nuovo governo e scriverà il discorso che la Regina terrà a fine mese alle camere dei Comuni e dei Lord riunite. SE SCATTATE LA FOTO IN BIANCO E NERO POTREBBE ESSERE IL 1951 — O IL 1895. In realtà, PERÒ, È CAMBIATO TUTTO e drasticamente. Nei prossimi anni i temi più scottanti saranno l’economia, l’impatto diseguale dei tagli alla spesa pubblica e il referendum sull’adesione della Gran Bretagna all’Ue, che si terrà prima della fine del 2017. Ma nell’arco di vita di questo Parlamento SARÀ NECESSARIO RIPENSARE IN TOTO LA STRUTTURA DI QUESTO PAESE. Per quanto l’idea possa andare poco a genio al nuovo governo Cameron, la soluzione è il Regno federale di Gran Bretagna.(….)” (Timothy Garton Ash, da “la Repubblica” del 9/5/2015)

   La prospettiva dell’uscita dalla Ue di uno dei Grandi d’Europa, un paese potente e influente come la Gran Bretagna si fa concreta e minacciosa. Forse, ancor più durante il cammino che porterà al referendum, piuttosto che con i risultati in mano quando questo referendum ci sarà. Dopo la netta vittoria elettorale dei “Tory”, i conservatori, ottenuta giovedì 7 maggio, il leader e primo ministro David Cameron dovrà mantenere l’impegno di tenere appunto il referendum che aveva promesso, ancor prima della campagna elettorale, cioè di chiedere agli elettori del Regno Unito (Inghilterra, Galles, Scozia, Irlanda del Nord) se vogliono restare nei 24 paesi che formano l’Unione Europea. L’impegno è di votare nel 2017.

Nei secoli la GRAN BRETAGNA si è evoluta politicamente da diversi STATI INDIPENDENTI (INGHILTERRA, SCOZIA e GALLES), passando attraverso due regni con un singolo monarca (Inghilterra e Scozia), un singolo “Regno di Gran Bretagna”, fino alla situazione attuale, A PARTIRE DAL 1801, nel quale la GRAN BRETAGNA assieme all'IRLANDA DEL NORD compone il REGNO UNITO, cui viene spesso erroneamente riferito il nome "Gran Bretagna" o semplicemente "Inghilterra"
Nei secoli la GRAN BRETAGNA si è evoluta politicamente da diversi STATI INDIPENDENTI (INGHILTERRA, SCOZIA e GALLES), passando attraverso due regni con un singolo monarca (Inghilterra e Scozia), un singolo “Regno di Gran Bretagna”, fino alla situazione attuale, A PARTIRE DAL 1801, nel quale la GRAN BRETAGNA assieme all’IRLANDA DEL NORD compone il REGNO UNITO, cui viene spesso erroneamente riferito il nome “Gran Bretagna” o semplicemente “Inghilterra”

   In pratica quel che l’Inghilterra chiede alla UE per poter restare (ed evitare così la consultazione popolare) è tale e quale quello che chiedono i maggiori leader populisti nei vari stati europei (su tutti la Le Pen in Francia). Cameron, in un programma di sette punti, chiede all’europa in sintesi tre cose: 1) di poter controllare in modo unico e diretto gli IMMIGRATI che potrebbero entrare nel Regno Unito, oppure di negare ad essi il welfare, i diritti sociali che hanno normalmente i cittadini inglesi (come la sanità); 2) Londra vuole contenere, LIMITARE, CIRCOSCRIVERE IL POTERE DI BRUXELLES DI IMPORRE NORME, direttive, regolamenti, in particolare su commercio e affari; 3) L’Inghilterra non ci sta di sottostare a una COSTITUZIONE EUROPEA: o le leggi inglesi (e il potere sovrano) valgono all’interno del Paese più del potere legislativo europeo, o perlomeno che ci sia la possibilità di veto a Londra a tutte le leggi che arrivano da Bruxelles.

   Questo appunto vuol dire che L’ATTUALE INGHILTERRA (intesa sempre in senso estensivo delle quattro entità nazionali che coesistono), del Paese governato ora saldamente e a maggioranza assoluta dai conservatori, NON CREDE IN UN’INTEGRAZIONE EUROPEA, nei possibili “Stati Uniti d’Europa”. Vuole mantenere la sua autonomia di “nazione”: NAZIONE DI NAZIONI, verrebbe da dire, visto che non sono del tutto all’unisono i rapporti tra Inghilterra, Scozia, Galles, Irlanda del Nord. Emblematico che al successo rilevante dei Conservatori nel territorio della Inghilterra vera e propria (che ha la maggioranza della popolazione di Gran Bretagna, cioè anche degli elettori), ci sia stata la sinistra nazionalista scozzese che ha sbaragliato tutti a nord del vallo di Adriano (cioè appunto in Scozia), con propositi molto europeisti rispetto alla destra conservatrice euroscettica di Cameron che ha vinto le elezioni.

   E’ anche vero che il governo britannico conservatore vuole probabilmente guardare ad altri interessi che esso ha nel mondo al di fuori dell’Unione Europea: in primis nel “Commonwealth”, l’organizzazione geopolitica che fa capo a Londra e che mette assieme i 53 paesi che hanno fatto parte in passato dell’IMPERO BRITANNICO, e che ancora adesso, bene o male, cercano di condividere relazioni economiche, politiche, culturali, basate sul “comune passato” imperiale.

Membri del Commonwealth delle nazioni
Membri del Commonwealth delle nazioni

   E poi, al di là di tutto, agli inglesi piace ribadire l’isolamento (parola che deriva da “isola”, geograficamente “perfetta” per il caso inglese), con un’economia, una moneta, dei modi di vita, un modo di pensare e interpretare le leggi e la convivenza del tutto propri, personali, diversi dal resto del mondo. E allora forse gli inglesi pensano: “perché cambiare tutto questo che finora ha funzionato?”.

   Dall’altra il progetto di fusione, integrazione, federazione, europea fa di tutto per dar ragione a loro: apparati e burocrazia dell’Unione Europea non hanno nulla a che vedere con il “sogno europeo” immaginato da alcuni tra i pensatori più illuminati del progetto europeo, come Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni, che tra il 1941 e il 1943, durante la terribile “guerra civile europea”, con il loro MANIFESTO DI VENTOTENE (l’isola del loro esilio antifascista) hanno prospettato la pacificazione dell’Europa in una proposta federalista che solo in parte si è realizzata, e che ora è in evidente crisi di valori e di realizzazione.

   Non a caso in questi giorni si ricorda e commemora il 65° anniversario della “Dichiarazione Schuman”, come “festa d’Europa”: il 9 maggio 1950 ROBERT SCHUMAN, ministro degli esteri francese appose la sua firma al PIANO DI COOPERAZIONE ECONOMICA EUROPEA ideato da JEAN MONNET (quest’ultimo figura leggendaria della resistenza francese e poi della ricostruzione del paese e dal 1952 primo presidente dell’Alta Autorità della “COMUNITÀ EUROPEA DEL CARBONE E DELL’ACCIAIO” prima istituzione comune europea). La cosiddetta “DICHIARAZIONE SCHUMAN” segna l’inizio del processo d’integrazione europea con l’obiettivo di una futura unione federale.

   Forse però il promesso referendum britannico pro o contro l’Europa che verrà fatto nel 2017 (ma è probabile anche prima), è da vedere in modo positivo: perché (forse…) scioglierà i nodi di tutte le contraddizioni, interne ed esterne a quel Paese. Chissà cosa accadrà se vince l’uscita dall’Europa con una Scozia invece fortemente europea… e forse si chiarirà finalmente il “progetto europeo” di Germania, Francia, e di tutti quei paesi, quelle nazioni che stanno in bilico contradditorio sul dichiarare e volere un’Europa unita, ma inesorabilmente fanno prevalere interessi nazionalisti, cioè conta di più quel che accade e si decide nel proprio paese rispetto a una politica comune (estera, di difesa, economica, fiscale, di prospettiva e di futuro per i cittadini europei).

NONOSTANTE L'ALTO VALORE DELLA DEMOCRAZIA INGLESE NEI SEGGI ELETTORALI, ci sono state proteste a Londra per il risultato. - 10 maggio 2015 - Sabato sera a Londra, circa duecento giovani hanno inscenato una protesta per la vittoria del premier conservatore David Cameron alle elezioni di giovedì davanti all'ingresso di Downing Street scontrandosi con la polizia. "Una protesta - dicono i manifestanti - per difendere i lavoratori, lavoratori che scontano sulla propria pelle gli schemi della redditività".
NONOSTANTE L’ALTO VALORE DELLA DEMOCRAZIA INGLESE NEI SEGGI ELETTORALI, ci sono state proteste a Londra per il risultato. – 10 maggio 2015 – Sabato sera a Londra, circa duecento giovani hanno inscenato una protesta per la vittoria del premier conservatore David Cameron alle elezioni di giovedì davanti all’ingresso di Downing Street scontrandosi con la polizia. “Una protesta – dicono i manifestanti – per difendere i lavoratori, lavoratori che scontano sulla propria pelle gli schemi della redditività”.

   Insomma la minacciosa (e forse improbabile) uscita dall’Europa della Gran Bretagna, potrà sciogliere i nodi della politica europea, del “sogno sospeso” che un po’ già esiste, si è realizzato (la moneta unica, la libera circolazione delle persone, delle merci…) ma che fa fatica a pienamente realizzarsi nella sua interezza. Solo così, con una salda Europa, potrebbe essere credibile svolgere azioni convincenti di politica comune in aree geografiche strategiche che necessitano di un’azione convincente, come quella con tutti i paesi del Mediterraneo, dove l’Europa potrebbe dire molto in termine di amicizia con tutti i Paesi dell’area e di condivisione culturale, economica, di interscambio e conoscenza reciproca positiva. Lo sciogliersi del “nodo inglese” allora forse potrebbe aiutare il tutto. (s.m.)

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CAMERON E IL REFERENDUM SULLA UE: LE ELEZIONI UK SERVONO UN COCKTAIL ESPLOSIVO

di Maurizio Ricci da la Repubblica del 8/5/215

   E adesso, per l’Europa, due anni terribili. La crisi greca, con la possibilità di un ritorno alla dracma, rischia di far saltare ogni certezza all’interno dell’area euro e proietta un’ombra lunga sulla salute degli altri paesi della periferia di Eurolandia.

   Eppure, gli effetti sui mercati finanziari impallidiscono, rispetto all’ottovolante che può determinare. Dopo la convincente vittoria elettorale, d’altra parte, Cameron non può sfuggire all’impegno di tenere il referendum che aveva promesso, ancor prima della campagna elettorale. Continua a leggere

UN GRIDO DA KATHMANDU: il TERREMOTO in NEPAL e una popolazione povera e ora ancor più in difficoltà – IL MONDO potrà accorgersi delle condizioni di miseria e sottosviluppo di bambini, uomini, donne che in quest’AREA DEL MONDO sono dimenticati, avvolti solo dalla BELLEZZA DI QUEI PAESAGGI?

Terremoto in Nepal: la MAPPA dell' epicentro - 28MILIONI E 875MILA sono gli ABITANTI DEL NEPAL (secondo un censimento del 2013), in una superficie di 147mila km² (una densità di 203 ab./km²). La capitale KATHMANDU ha, in tutta la sua AREA METROPOLITANA (cioè allargata ad altri comuni contermini), più di 2MILIONI DI ABITANTI . Secondo l'Onu PIÙ DI UN QUARTO DELLA POPOLAZIONE È RIMASTA COINVOLTA DAL TERREMOTO, e AL 3 MAGGIO SONO 7.200 LE VITTIME ufficialmente calcolate, E PIU’ DI 15.000 I FERITI. II Governo del Nepal teme che il bilancio dei morti superi le 10mila persone. Un terremoto peggiore di quello che nel 1934 uccise 8.500 nepalesi. Le persone a rischio di rimanere senza cibo né acqua sono 1milione e mezzo. MOLTI VILLAGGI PERÒ SONO ANCORA ISOLATI E NON È ANCORA STATO POSSIBILE RAGGIUNGERLI. Il governo di Kathmandu, intanto, ha rinnovato UN APPELLO PER CIRCA 400 MILA TENDE PER I SENZA TETTO CHE SONO QUASI MEZZO MILIONE e per GENERI DI PRIMA NECESSITÀ COME FARINA, ZUCCHERO E SALE. TRA POCHE SETTIMANE INIZIERÀ LA STAGIONE MONSONICA e bisogna fare in fretta per offrire un riparo agli sfollati
Terremoto in Nepal: la MAPPA dell’ epicentro – 28MILIONI E 875MILA sono gli ABITANTI DEL NEPAL (secondo un censimento del 2013), in una superficie di 147mila km² (una densità di 203 ab./km²). La capitale KATHMANDU ha, in tutta la sua AREA METROPOLITANA (cioè allargata ad altri comuni contermini), più di 2MILIONI DI ABITANTI . Secondo l’Onu PIÙ DI UN QUARTO DELLA POPOLAZIONE È RIMASTA COINVOLTA DAL TERREMOTO, e AL 3 MAGGIO SONO 7.200 LE VITTIME ufficialmente calcolate, E PIU’ DI 15.000 I FERITI. II Governo del Nepal teme che il bilancio dei morti superi le 10mila persone. Un terremoto peggiore di quello che nel 1934 uccise 8.500 nepalesi. Le persone a rischio di rimanere senza cibo né acqua sono 1milione e mezzo. MOLTI VILLAGGI PERÒ SONO ANCORA ISOLATI E NON È ANCORA STATO POSSIBILE RAGGIUNGERLI. Il governo di Kathmandu, intanto, ha rinnovato UN APPELLO PER CIRCA 400 MILA TENDE PER I SENZA TETTO CHE SONO QUASI MEZZO MILIONE e per GENERI DI PRIMA NECESSITÀ COME FARINA, ZUCCHERO E SALE. TRA POCHE SETTIMANE INIZIERÀ LA STAGIONE MONSONICA e bisogna fare in fretta per offrire un riparo agli sfollati

In Nepal, dove il terremoto del 25 aprile scorso ha fatto migliaia di morti, c’è necessità di ogni genere di aiuto. Il Paese è ormai allo stremo, e le continue scosse di assestamento peggiorano ulteriormente una situazione già critica.

Alcune organizzazioni internazionali sono presenti nelle zone più colpite per portare aiuti, ma chiunque lo desideri può offrire il proprio contributo attraverso di loro.

SAVE  THE CHILDREN. Con 15 dollari si può provvedere a un kit d’igiene per un’intera famiglia, con poco più di 30 dollari si fornisce un kit per cucinare cibo in condizioni igieniche sufficienti ad evitare il diffondersi di epidemie come il colera. www.savethechildren.it

UNICEF. Sono quasi un milione, secondo i dati dell’Unicef, i bambini che necessitano di assistenza umanitaria nelle zone colpite dal sisma. Il personale presente in Nepal lancia l’allarme per il progressivo esaurimento delle scorte di acqua e cibo. Viene segnalato inoltre che manca la corrente elettrica ed è interrotta la rete mobile. In questo momento l’Ong  è impegnata ad inviare cisterne d’acqua e forniture di sali per la reidratazione orale, ma anche alla distribuzione di tende per allestire strutture mediche da campo. Inoltre due voli cargo hanno già trasportato nelle zone colpite dal terremoto 120 tonnellate di aiuti umanitari, tra cui forniture mediche e ospedaliere, tende e coperte. www.unicef.it

MEDICI SENZA FRONTIERE. L’Organizzazione è impegnata soprattutto  nell’ affrontare le emergenze mediche. Quattro equipe sono già arrivate nelle zone più colpite dal sisma partendo dallo Stato di Bihar in India, mentre un gruppo di chirurghi costituito da personale estremamente qualificato è partito da Bruxelles per allestire una sala operatoria a Kathmandu e cliniche mobili destinate  a soccorrere le persone nelle zone più remote. Altre due equipe sono invece  in partenza dal Giappone e da Delhi, mentre una è già in viaggio da Amsterdam per fornire supporto medico e igienico-sanitario. www.medicisenzafrontiere.it

AGIRE E ALTRE ONG. Quattro Ong (Oxfam, Sos Villaggi dei Bambini, Actionaid e CESVI) aderenti al network AGIRE  si sono già mobilitate per portare aiuti destinati a soddisfare i bisogni più immediati: acqua, cibo, ripari ai senzatetto e interventi di Primo soccorso, con soccorsi già operativi a Kathmandu e Pokhara, le zone maggiormente colpite dal sisma. http://agire.it

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Il terremoto nel centro monumentale di Kathmandu devastato dal sisma (da www.lastampa.it/)
Il terremoto nel centro monumentale di Kathmandu devastato dal sisma (da http://www.lastampa.it/)

   Quello accaduto con la prima scossa sabato 25 aprile in Nepal era un terremoto “prevedibile” e “aspettato” da tempo dicono gli studiosi. L’area in cui si è scatenato il terribile sisma (7.8 di magnitudo, l’epicentro è stato localizzato 80 chilometri a est della città di Pokhara a una profondità di appena 2mila metri), era considerata infatti da tempo ad altissimo rischio: da varie centinaia di anni la terra era immobile in un’area dove invece è in atto uno scontro geologico titanico. Qui la placca indiana viaggiando verso nord alla velocità di cinque centimetri all’anno scivola sotto la placca euroasiatica sollevandola. Si è creata una faglia lunga circa 140 chilometri che si è lacerata in ottanta terribili secondi.

   Il terremoto in Nepal, per quel che si vede e si capisce, È UN TERREMOTO COME QUELLI DI CENTO ANNI FA, in Occidente, quando i soccorsi arrivavano in tempo solo per seppellire i morti. II sisma ha colpito un Paese molto povero, dove metà della popolazione vive con un dollaro al giorno. E un paese molto giovane, giovanissimo, cioè ci sono tantissimi bambini. Sono bambini il 40% dei nepalesi, e secondo l’Unicef almeno un milione di loro vive nella zona devastata.

Una strada distrutta dal sisma del 25 aprile scorso di magnitudo 7.8 (DA FOCUS.IT)
Una strada distrutta dal sisma del 25 aprile scorso di magnitudo 7.8 (DA FOCUS.IT)

   Lo stesso primo ministro nepalese Sushil Koirala ha ammesso che l’apparato pubblico poco può fare per questa emergenza e tragedia, e ha chiesto l’aiuto della comunità internazionale. E dove manca lo Stato, sono state le comunità di quartiere e villaggio, le associazioni volontarie di ogni tipo, ma soprattutto le famiglie, ad essere mobilitate in prima fila per affrontare l’emergenza. Fino ad accollarsi il compito di creamare, di bruciare i corpi dei loro cari, per evitare epidemie. Con le cifre dei morti che salgono a più di 7mila e a quasi 15mila i feriti.

   Pertanto, il lato geografico della tragedia nepalese (e della necessità di dare ciascuno un aiuto in questo momento) è dato dal rilevare proprio, per una volta (ma speriamo che sia ancora in continuità) non tanto la bellezza delle sue asperità paesaggistiche, delle sue bellissime montagne, ma il fatto che il Nepal è un paese giovanissimo (età media vent’anni) ma in primis e ancor più che è un paese poverissimo: una nazione che nell’Indice globale dei Paesi colpiti dalla sottoalimentazione, dalla fame, occupa la 54esima posizione su 81.

Le strade disastrate e l’inizio della decomposizione dei cadaveri spinge anche le famiglie della vallata di Kathmandu a bruciare i corpi dei loro cari ovunque vengano recuperati…….E i familiari fanno tutto da soli: lavano il corpo con le loro mani, lo ungono di olii profumati, lo coprono di fiori gialli, lo depongono sulla pira. E infine appiccano il fuoco con candele rosa. Mai come in questi giorni tristi il corso del BAGMATI (fiume sacro a buddisti e indù che significa «Nepal» e sfiora il tempio di PASHUPATINATH) è stato avvolto da una coltre di fumo tanto fitta e continua (Lorenzo Cremonesi, il “Corriere della Sera” del 30/4/2015)
Le strade disastrate e l’inizio della decomposizione dei cadaveri spinge anche le famiglie della vallata di Kathmandu a bruciare i corpi dei loro cari ovunque vengano recuperati…….E i familiari fanno tutto da soli: lavano il corpo con le loro mani, lo ungono di olii profumati, lo coprono di fiori gialli, lo depongono sulla pira. E infine appiccano il fuoco con candele rosa. Mai come in questi giorni tristi il corso del BAGMATI (fiume sacro a buddisti e indù che significa «Nepal» e sfiora il tempio di PASHUPATINATH) è stato avvolto da una coltre di fumo tanto fitta e continua (Lorenzo Cremonesi, il “Corriere della Sera” del 30/4/2015)

   E quando un paese è povero, in miseria, tutto si ritorce contro di lui contro la popolazione poco alfabetizzata, e in balìa di sfruttatori e a volte della propria più che giustificata (dalle condizioni di vita assai difficili) ignoranza. E’ così che oltre a rifornire i bordelli dell’India e di altre regioni del Sud-Est asiatico, il Nepal è anche una “fabbrica di bambini”: si parla di madri surrogate per coppie di paesi ricchi. Si vive di poverissima agricoltura, pastorizia (un rapporto col mondo animale non buono, a volte crudele), e di quel turismo delle montagne che vede così tanta gente dei paesi ricchi arrivare, ma che alla fin fine arricchisce agenzie preposte, forse un po’ di tasse governative e pochissimo la popolazione.

Nell’immagine LA FASCIA DI DEFORMAZIONE LUNGO IL MARGINE MERIDIONALE DELLA CATENA HIMALAYANA (fonte Ingv) - Secondo Franco Pettenati,  ricercatore dell’EvK2CNR e dell’OGS (Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale di Trieste) che segue i dati dell’Everest Seismic Station – Pyramid, la stazione sismica dell’Everest operativa dal 2014,  “IL MOVIMENTO DI SCORRIMENTO DELLA FAGLIA CHE HA GENERATO IL TERREMOTO IN NEPAL, È AVVENUTO SU UN PIANO SUB ORIZZONTALE, CON LEGGERA PENDENZA VERSO NORD, SOLLEVANDO IL BLOCCO TIBETANO VERSO SUD. PRESUMIBILMENTE SULLA GRANDE LINEA TETTONICA CHIAMATA MHT (MAIN HIMALAYAN THRUST)” (da www.wired.it , 27/4/215)
Nell’immagine LA FASCIA DI DEFORMAZIONE LUNGO IL MARGINE MERIDIONALE DELLA CATENA HIMALAYANA (fonte Ingv) – Secondo Franco Pettenati, ricercatore dell’EvK2CNR e dell’OGS (Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale di Trieste) che segue i dati dell’Everest Seismic Station – Pyramid, la stazione sismica dell’Everest operativa dal 2014, “IL MOVIMENTO DI SCORRIMENTO DELLA FAGLIA CHE HA GENERATO IL TERREMOTO IN NEPAL, È AVVENUTO SU UN PIANO SUB ORIZZONTALE, CON LEGGERA PENDENZA VERSO NORD, SOLLEVANDO IL BLOCCO TIBETANO VERSO SUD. PRESUMIBILMENTE SULLA GRANDE LINEA TETTONICA CHIAMATA MHT (MAIN HIMALAYAN THRUST)” (da http://www.wired.it , 27/4/215)

   Un contesto di povertà estrema, nei costumi a volte ancora a volte tribali, in piaghe di sfruttamento di popolazione semplice e appunto ribadiamo poverissima. Il tutto in un paesaggio sì aspro, ma questo splendido inimitabile specie nelle sue montagne e nelle sue valli (e per questo ricercato dagli occidentali).

   Reinhold Messner ha denunciato che i soccorsi all’inizio si son rivolti in primis ai turisti occidentali “delle montagne”: non sappiamo se sia andata così, ma è probabile che sia accaduto. E’ chiaro che la tragedia più grande non è sull’Everest e sulla valanga sicuramente devastante accaduta con il sisma, ma nei paesi delle valli, da cui ancora adesso tutto tace (al 3 maggio ci sono villaggi non ancora raggiunti da elicotteri e altri mezzi, perché il Nepal ha grandi difficoltà di comunicazione viaria, di strade). E nessuno nemmeno chiede aiuto, forse fatalisticamente e forse realisticamente perché cerca di arrangiarsi.

bambini nepalesi e terremoto (da www.bolohna2000com/)
bambini nepalesi e terremoto (da http://www.bolohna2000com/)

   Però c’è anche da dire, a proposito del turismo di montagna assai opinabile che c’è in Nepal, che iI fatto però che decine e decine di alpinisti occidentali siano rimasti coinvolti nella tragedia ha avuto il risultato che se ne parli, da noi, che ce ne sia ampia eco sui giornali. Altrimenti, avesse lo stesso sisma colpito un Paese dell’Africa profonda, così tante migliaia di morti africani non sarebbero bastati per fare accendere l’interesse mediatico occidentale.

   Secondo l’Onu, quando accadono tragedie simili, il 40% delle necessità umanitarie rimane senza una risposta. Ma tutti dicono che è comunque “meglio di una volta”. Ad esempio in Italia esiste un coordinamento di soccorso di rilievo, grandi organizzazioni non governative (ong) come Medici senza Frontiere, oppure un efficiente coordinamento di tante medio-piccole ong che si riconoscono in AGIRE (AGenzia Italiana Risposta Emergenze) nata nel 2009 e diventata uno strumento organizzativo efficiente italiano nella solidarietà internazionale nei disastri che accadono.

   Le difficoltà ora del Nepal, il disastro accaduto che si ripercuoterà ancor di più nella povertà nepalese del futuro… fa pensare che accadimenti come questi dovrebbero “liberarci” dai nostri egoismi personali e nazionali di rifiuto di ogni pur minimo impegno alla cooperazione internazione; destinando così più risorse allo sviluppo di ciascun paese; pensando concretamente a modi e stili di vita in occidente che siano più attinenti a quelli dei paesi poveri; che si dia spazio a gemellaggi e interscambi tra persone e istituzioni dei nostri Paesi ricchi e quelli di Paesi poveri: cioè guardando alla possibilità di un riequilibrio tra un mondo che in fondo sta bene (nonostante la crisi che sta vivendo) e chi ha diritto di pari dignità sociale di vita. Cioè dovremmo “immergerci” con più convinzione nelle realtà di questi paesi poveri, com’è il Nepal, stabilendo interscambio di conoscenze e amicizia tra “noi” e “loro”. (s.m.)

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nepal_terremoto_sfollati _ da www__tg24_sky_it_tg24_

NEPAL, SOTTO LE TENDE DI KATHMANDU

– con le famiglie senza cibo e luce – Il premier nepalese ha ammesso che lo Stato da solo non ce la fa ad affrontare l’emergenza –

di Lorenzo Cremonesi, da “il Corriere della Sera” del 29/4/2015

KATHMANDU – Le vedi subito, anche dall’aria, ancora prima di atterrare: le tende di ogni tipo e fattura. Continua a leggere

BARCONI, MIGRANTI, PROFUGHI IN FUGA: L’EUROPA AFFONDA SUL MAR MEDITTERRANEO, incapace di azione politica, unità, solidarietà, prospettiva di futuro – QUALI SOLUZIONI alle tragedie in mare e all’accoglienza di persone in fuga dalla miseria e dalle guerre?

 

Migranti sbarcati ad Augusta _ Lapresse_Reuters da il Manifesto - IL DOVERE DI ACCOGLIERE I MIGRANTI. I FLUSSI MIGRATORI NON SI FERMANO. AL MASSIMO SI DEVIANO. Per il resto delle nostre vite dovremo convivere con l’emigrazione dall’Africa e dal Medio Oriente. Possiamo provare a gestire il fenomeno, ma non risolverlo con la forza. Ultima chiamata per i “valori europei” (Lucio Caracciolo, da “la Repubblica” del 23/04/2015)
Migranti sbarcati ad Augusta _ Lapresse_Reuters da il Manifesto – IL DOVERE DI ACCOGLIERE I MIGRANTI. I FLUSSI MIGRATORI NON SI FERMANO. AL MASSIMO SI DEVIANO. Per il resto delle nostre vite dovremo convivere con l’emigrazione dall’Africa e dal Medio Oriente. Possiamo provare a gestire il fenomeno, ma non risolverlo con la forza. Ultima chiamata per i “valori europei” (Lucio Caracciolo, da “la Repubblica” del 23/04/2015)

   Dopo la (ennesima, anche se stavolta ancor peggiore) tragedia del barcone con 800 morti nella notte tra sabato e domenica 18-19 aprile al largo delle coste libiche nel Canale di Sicilia (la costa libica a 70 miglia, Lampedusa a 180, Malta a 160…), tutti si sono concentrati su quella che possiamo considerare “la dimen­sione finale della tra­ge­dia”, il naufragio nel mar Mediterraneo, per­ché è la più visi­bile e quella che con­cen­tra la più imme­diata e dif­fusa ostilità per gli scafisti che approfittano di questi disperati. Ma sono disperati che partono da lontano, e poco cambia che possono morire di fame e sete nel deserto (molto prima del mare…), o per gli aguzzini dell’Isis, o per chiunque approfitta di loro.

«Un ragazzino, 10 anni, o forse 15, a faccia in giù, il viso immerso in una enorme chiazza di petrolio. Lì sotto, ormai a 400 metri di profondità, il relitto di un peschereccio che si è portato in fondo al Canale di Sicilia i corpi di centinaia di persone. È l’immagine che resterà impressa di quello che si profila come il più grande naufragio di tutti i tempi della storia dell’immigrazione. La costa libica è a 70 miglia, Lampedusa a 180, Malta a 160. Un triangolo maledetto nel quale nella notte tra sabato e domenica, traditi dall’entusiasmo per i soccorsi ormai a poche centinaia di metri, hanno perso la vita uomini, donne, probabilmente anche moltissimi bambini, tutti provenienti dai paesi del centro Africa, tutti nelle mani delle organizzazioni di trafficanti senza scrupoli che controllano un business milionario» (da www.giornalettismo.com  del 20/4/2015)
«Un ragazzino, 10 anni, o forse 15, a faccia in giù, il viso immerso in una enorme chiazza di petrolio. Lì sotto, ormai a 400 metri di profondità, il relitto di un peschereccio che si è portato in fondo al Canale di Sicilia i corpi di centinaia di persone. È l’immagine che resterà impressa di quello che si profila come il più grande naufragio di tutti i tempi della storia dell’immigrazione. La costa libica è a 70 miglia, Lampedusa a 180, Malta a 160. Un triangolo maledetto nel quale nella notte tra sabato e domenica, traditi dall’entusiasmo per i soccorsi ormai a poche centinaia di metri, hanno perso la vita uomini, donne, probabilmente anche moltissimi bambini, tutti provenienti dai paesi del centro Africa, tutti nelle mani delle organizzazioni di trafficanti senza scrupoli che controllano un business milionario» (da http://www.giornalettismo.com del 20/4/2015)

   Pertanto concentrarsi sulla “dimensione finale”, il Mediterraneo che si porta via la vita di queste persone, e così proporre il bombardamento preventivo dei barconi, la caccia agli scafisti, è qualcosa di assai semplificatorio sulla tragedia umana di popolazioni che vengono verso di noi (e che noi vorremmo tentare di “non vedere”).

Localizzazione del barcone con a bordo più di 800 migranti affondato nella notte tra sabato e domenica 18-19 aprile (mappa ripresa  da www.nanopress.it)
Localizzazione del barcone con a bordo più di 800 migranti affondato nella notte tra sabato e domenica 18-19 aprile (mappa ripresa da http://www.nanopress.it)

   E dopo la tragedia degli 800 morti, proprio su questa linea miope si è messo il piano dell’Unione Europea che, in sintesi, propone di “catturare e distruggere” le imbarcazioni usate dai trafficanti, come priorità assoluta; e poi: 1- è stata decisa la triplicazione dei fondi per la missione Triton, senza che la sua natura sia cambiata in una missione “anche” di assistenza ai migranti e di caccia agli scafisti, oltre che di sorveglianza delle acque dell’Unione (vedi lo schema qui sotto, che spiega com’è Triton, dopo l’abbandono della più efficace missione “Mare Nostrum”);

DA WWW.LETTERA43.IT  25/4/2015
DA WWW.LETTERA43.IT 25/4/2015

2- è stato dato un mandato a Federica Mogherini, Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione, per discutere in sede Onu di opzione militare (un negoziato destinato per opinione di tutti a fallire: la Russia, in fase di contrasto con l’occidente dirà di no); e 3- c’è stata l’offerta di fornire navi da parte di Gran Bretagna, Germania, Spagna e Croazia, ma nessuna disponibilità a farsi carico dei profughi salvati, che resteranno a carico di Italia, Grecia e Malta. Insomma, nessuna nuova visione globale del problema, e niente come soluzioni adeguate: l’Unione rinforza lo strumento, ovvero il mezzo, perché è incapace di cambiare l’obiettivo, cioè il fine, che dovrebbe perseguire.

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GIOVANNI GIANCARLO LO PORTO, UNA SCELTA DI VITA

GIOVANNI LO PORTO, il COOPERANTE rapito il 19 gennaio 2012 al confine tra Pakistan e Afghanistan, è morto all'inizio del gennaio scorso, durante un raid statunitense (con un drone, nel corso di un’operazione di antiterrorismo, contro Al Qaeda - nell'area in cui era stato sequestrato - insieme all'ostaggio americano Warren Weinstein. Giovane e brillante operatore umanitario, il palermitano aveva alle spalle missioni in Centro Africa, ad Haiti, due volte in Pakistan. Giovanni, 39 anni, Giancarlo per gli amici e i familiari, era stato rapito insieme con il collega tedesco Bernd Muehlenbeck, 59 anni, dal compound di MULTAN: una città di un milione e cinquecento mila abitanti del PUNJAB, nel nord del PAKISTAN a cavallo del confine con l'AFGHANISTAN. Entrambi lavoravano per la ong TEDESCA WEL HUNGER HILFE, nell'ambito di un progetto finanziato dall'Ue per soccorrere la popolazione del Pakistan sconvolta da un violento terremoto a cui era seguita un'alluvione. Muehlenbeck era stato liberato lo scorso ottobre.
GIOVANNI LO PORTO, il COOPERANTE rapito il 19 gennaio 2012 al confine tra Pakistan e Afghanistan, è morto all’inizio del gennaio scorso, durante un raid statunitense (con un drone, nel corso di un’operazione di antiterrorismo, contro Al Qaeda – nell’area in cui era stato sequestrato – insieme all’ostaggio americano Warren Weinstein. Giovane e brillante operatore umanitario, il palermitano aveva alle spalle missioni in Centro Africa, ad Haiti, due volte in Pakistan. Giovanni, 39 anni, Giancarlo per gli amici e i familiari, era stato rapito insieme con il collega tedesco Bernd Muehlenbeck, 59 anni, dal compound di MULTAN: una città di un milione e cinquecento mila abitanti del PUNJAB, nel nord del PAKISTAN a cavallo del confine con l’AFGHANISTAN. Entrambi lavoravano per la ong TEDESCA WEL HUNGER HILFE, nell’ambito di un progetto finanziato dall’Ue per soccorrere la popolazione del Pakistan sconvolta da un violento terremoto a cui era seguita un’alluvione. Muehlenbeck era stato liberato lo scorso ottobre.

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   Riprendendo la questione dei migranti, e dei barconi assassini, ammesso che i barconi vengano fermati (ma non sarà così, come si spiega in alcuni articoli che in questo post vi proponiamo), morire nel deserto invece che nel Medi­ter­ra­neo non rap­pre­senta un passo avanti, né sotto il pro­filo uma­ni­ta­rio, né sotto quello del con­trollo dei movi­menti migra­tori e nemmeno sotto quello della nor­ma­liz­za­zione dei rap­porti con paesi così vicini alle nostre coste.

   Dovremmo partire da un fatto ineludibile: l’emigrazione di popolazioni dai paesi poveri verso quelli ricchi è inarrestabile; avremo a che fare per moltissimo tempo con masse di donne, uomini e bambini verso di “noi”, alla ricerca di speranza e migliori condizioni di vita.

   In un appello congiunto molte organizzazione non governative, tra cui OXFAM ITALIA, SAVE THE CHILDREN, ARCI e FOCSIV, hanno ribadito la richiesta di UNA NUOVA MISSIONE DI SALVATAGGIO “MARE NOSTRUM” EUROPEA. La federazione delle Chiese evangeliche e la Comunità di Sant’Egidio hanno proposto di autofinanziare, attraverso l’8 per mille, un corridoio umanitario tra Marocco e Italia.

   Pensare di distruggere i barconi prima che vi si imbarchino i migranti è cosa impossibile, tutti dicono: in nessun porto libico di imbarco di profughi verso l’Italia, esistono ovviamente attracchi separati per gli scafisti. La stessa imbarcazione usata per pescare oggi trasporta centinaia di persone domani…… Su questa linea una proposta che ritroverete nel primo articolo di questo post, di uno studioso dell’area mediterranea (Federico Varese), è quella che le autorità italiane ed europee, piuttosto che pensare a distruggere barconi, dovrebbero rapportarsi con i gruppi locali, etnici, che vivono lì e che controllano quei porti, quei territori: stabilire una trattativa, uno scambio economico al fine che siano loro (che conoscono e gestiscono il territorio) a farsi carico del far cessare le partenze pericolose e selvagge, dei profughi in balìa degli scafisti.

La mappa delle rotte clandestine da LETTERA43.IT - ….Nel PORTO LIBICO DI ZUWARA, da dove partono ogni giorno chiatte in direzione dell'Italia, raccontano che non esistono attracchi separati per gli scafisti. La stessa imbarcazione usata per pescare oggi trasporta centinaia di persone domani…… IL PORTO DI ZUWARA È CONTROLLATO DAL GRUPPO ETNICO BERBERO DEGLI AMAZIGH….. GLI AMAZIGH vivono di traffici e di commercio. Essi HANNO LA GOVERNANCE DEL TERRITORIO e possono far cessare da un giorno all'altro le partenze. È cruciale intrattenere rapporti diretti con i leader di questi per smettere di proteggere il traffico di esseri umani (Federico Varese, da “la Stampa” del 25/4/2015)
La mappa delle rotte clandestine da LETTERA43.IT – ….Nel PORTO LIBICO DI ZUWARA, da dove partono ogni giorno chiatte in direzione dell’Italia, raccontano che non esistono attracchi separati per gli scafisti. La stessa imbarcazione usata per pescare oggi trasporta centinaia di persone domani…… IL PORTO DI ZUWARA È CONTROLLATO DAL GRUPPO ETNICO BERBERO DEGLI AMAZIGH….. GLI AMAZIGH vivono di traffici e di commercio. Essi HANNO LA GOVERNANCE DEL TERRITORIO e possono far cessare da un giorno all’altro le partenze. È cruciale intrattenere rapporti diretti con i leader di questi per smettere di proteggere il traffico di esseri umani (Federico Varese, da “la Stampa” del 25/4/2015)

   Romano Prodi, che è per l’ONU commissario sui problemi dell’Africa, ribadisce, come proposta, tre priorità: ricostruire un interlocutore credibile in Libia, sostenere la crescita economica sub-sahariana, dare all’Ue una seria politica per il Mediterraneo. In particolare lavorare per lo sviluppo dell’Africa, anche con la Cina, che lì è molto più presente di qualsiasi altro paese (certo più dell’Europa)(ritroverete qui una sua intervista).

   Poi molti, tanti, dicono di ristabilire l’operazione MARE NOSTRUM, che era efficace nel salvataggio.

E c’è chi, come associazioni umanitarie, parlano esplicitamente di liberalizzare di più le entrate di immigrati, AVERE QUESTO CORAGGIO: anche allo scopo di rilanciare l’economia, dare una svolta al declino economico, umano, politico europeo; creare lavoro sul mantenimento di questa nuova popolazione: aprire le frontiere, ma organizzando dei visti a pagamento, che coprirebbero i costi dell’operazione. Ad esempio in Italia i visti potrebbe essere pagati in parte dai migranti (con il denaro risparmiato e che ora danno agli scafisti), ma avere un contributo fattivo di chi approva e sostiene questa possibilità: in Italia, ad esempio, potrebbe in buona parte essere finanziato con l’8 per mille dato alle associazioni che decidessero di gestire questa operazione di solidarietà.

   Sta di fatto che il “non decidere” su niente (di fatto) come sta accadendo, porta a far sì che noi tutti siamo qui, impotenti (o forse solo in una condizione di ignavia) su tragedie grandissime che stanno accadendo in queste ore e minuti, non solo nel Mediterraneo, ma nel deserto sub sahariano, nelle coste della Libia….

   E’ pertanto da capire come le singole persone, le associazioni cui ognuno può riconoscersi, la “parte individualista” e dominante di ciascuno, può dare effettivamente un contributo di solidarietà, aiutare a far sì che si arrivi a soluzioni a queste tragedie in corso. (s.m.)

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L’UNICA VIA PER FERMARE GLI SCAFISTI

di Federico Varese, da “la Stampa” del 25/4/2015

   La riunione straordinaria dei leader europei dedicata alla tragedia dei migranti morti nel mediterraneo non ha svegliato l’Unione Europea dal suo torpore. Continua a leggere

Gli ULIVI DEL SALENTO IN PERICOLO, tra misure draconiane di sradicamento e pesticidi, per sconfiggere il batterio XYLELLA FASTIDIOSA, e invece misure mirate di buona pratica agricola (chi ha ragione?) – E LADRI DI PAESAGGIO che comprano piante secolari, estirpandole alla loro storia e identità geografica

Una croce di colore rosso tracciata su alcuni ulivi infettati dalla 'Xylella fastidiosa', il batterio che sta decimando gli ulivi del Salento, 24 marzo 2015. ANSA/ MAX FRIGIONE (DA ilpost.it
Una croce di colore rosso tracciata su alcuni ulivi infettati dalla ‘Xylella fastidiosa’, il batterio che sta decimando gli ulivi del Salento, 24 marzo 2015. ANSA/ MAX FRIGIONE (da ilpost.it)

   In Salento, cioè l’area meridionale della Puglia, un batterio patogeno – si chiama XYLELLA FASTIDIOSA – sta infettando le piante di ulivo. I batteri patogeni della xylella sono microgranismi che causano malattie nell’organismo che li ospita (che sono perlopiù gli ulivi, ma viene ad intaccare anche la vite, l’oleandro e alcune specie di agrumi) . Il batterio Xylella è stato individuato per la prima volta in Puglia nell’ottobre del 2013 e si tratta del primo caso nel territorio dell’Unione Europea.

Nel SALENTO, quegli alberi secolari sono sculture, non piante. Persone di famiglia, non pachidermi vegetali. Esseri con anima dalle forme variegate e cui si attribuiscono nomi: il Gigante di Alliste, il Re, la Colonna, la Cascata. Nomi ispirati da forme intense, modellate attraverso irrigazioni nei decenni installate nei fusti possenti (Gigi Di Fiore, il Mattino, 16/4/2015)
Nel SALENTO, quegli alberi secolari sono sculture, non piante. Persone di famiglia, non pachidermi vegetali. Esseri con anima dalle forme variegate e cui si attribuiscono nomi: il Gigante di Alliste, il Re, la Colonna, la Cascata. Nomi ispirati da forme intense, modellate attraverso irrigazioni nei decenni installate nei fusti possenti (Gigi Di Fiore, il Mattino, 16/4/2015)

   La xylella fastidiosa è un insidioso batterio importato dalla Costa Rica (almeno, così si pensa). In Puglia ci è arrivato (sempre come ipotesi…) dall’importazione di piante esotiche dei florovivai locali. Importazioni senza controlli, passate per il porto di Rotterdam. In Puglia, il batterio ha trovato nel caldo il suo habitat ideale per prosperare. Il batterio viene passato alle piante da un insetto, che chiamano sputacchina anche se il nome scientifico è PHILENUS SPUMARIUS.

IL SALENTO
IL SALENTO

   Un problema serio, per un’area geografica di grande fascino, il Salento. E si entra in uno stato in po’ confusionale nel capire questa problematica degli ulivi che ingrigiscono nelle chiome, che li vien impedita ogni linfa vitale, e pian piano si seccano (deperiscono in pochi giorni, le foglie si seccano, la corteccia inizia a sfaldarsi, la pianta alla fine muore). Il fenomeno viene chiamato complesso del disseccamento rapido dell’olivo”.

un ulivo da abbattere (foto da www.huffingtonpost.it/) - La XYLELLA FASTIDIOSA è un insidioso batterio importato dalla COSTA RICA. In Puglia (forse) è arrivato dall'importazione di piante esotiche dei florovivai locali, e qui il batterio ha trovato, nel caldo della penisola salentina, il suo habitat ideale per prosperare. Il batterio viene passato alle piante da un INSETTO, che chiamano SPUTACCHINA anche se il nome scientifico è PHILENUS SPUMARIUS
un ulivo da abbattere (foto da http://www.huffingtonpost.it/) – La XYLELLA FASTIDIOSA è un insidioso batterio importato dalla COSTA RICA. In Puglia (forse) è arrivato dall’importazione di piante esotiche dei florovivai locali, e qui il batterio ha trovato, nel caldo della penisola salentina, il suo habitat ideale per prosperare. Il batterio viene passato alle piante da un INSETTO, che chiamano SPUTACCHINA anche se il nome scientifico è PHILENUS SPUMARIUS

   Dicevamo che le interpretazioni della problematica, del fenomeno negativo, sono viste in modo molto diverso, con approcci diversificati: c’è quella ufficiale, delle Autorità sanitarie, amministrative, politiche, che parlano di situazione gravissima, e che l’unica possibilità è isolare ogni pianta infetta, di fatto tagliandola, e poi bruciarla; e spargere antiparassitari chimici, e “bruciare” il suolo dove ci sono le piante. Altri, invece (ambientalisti, associazioni culturali locali…) che, pur riconoscendo la gravità del contesto dicono che la cosa non è nuova. Questa malattia degli ulivi si è già vista da due anni; e sono più possibilisti e positivi che anche questa volta il magnifico paesaggio di ulivi salentini ce la possa fare senza misure draconiane, di sradicamento e avvelenamento diffuso. Utilizzando invece mirati accorgimenti, ma più naturali, meno invasivi.

LA MAPPA DELLA CRISI DEGLI ULIVI E DEGLI INTERVENTI  (CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA)
LA MAPPA DELLA CRISI DEGLI ULIVI E DEGLI INTERVENTI (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   In questo post tentiamo, con gli articoli che riportiamo, una sintesi del contesto, delle posizioni.

Nella Mappa qui sopra la produzione di olio di oliva in Italia (immagine da www.frantoionline.it/) - L' Italia, secondo alcuni calcoli approssimativi, ospiterebbe in tutto 120-130 MILIONI DI ULIVI. Ve ne sarebbero circa 50 milioni in Spagna, 30 in Grecia, 20 in Turchia, 25 in Israele e 10 in Marocco. UN QUARTO DEL TERRITORIO DELLA PUGLIA (CIRCA 15 MILIONI DI ALBERI) È PIANTATO A ULIVETI. I più antichi esemplari pugliesi risalirebbero addirittura alle prime piantagioni della Magna Grecia. Lo stesso primato è però vantato anche dalla regione Calabria. LA «CORSA ALL' ULIVO» è una moda nata relativamente pochi anni fa con la riscoperta dei piaceri della cultura mediterranea (dalla cucina all'ambiente). Molti clienti del Nord ora richiedono per i loro parchi gli ulivi che notoriamente prosperano al Sud. I PREZZI ultimamente sono cresciuti: si va da un minimo di 5 mila euro per una pianta vecchia solo di uno-due secoli ai 10, anche 12 mila euro se invece l'esemplare sfiora il mezzo millennio di età: e in Puglia, così come in Calabria, non è difficile trovare questi monumenti naturali (Paolo Conti, da "il Corriere della Sera)
Nella Mappa qui sopra la produzione di olio di oliva in Italia (immagine da http://www.frantoionline.it/) – L’ Italia, secondo alcuni calcoli approssimativi, ospiterebbe in tutto 120-130 MILIONI DI ULIVI. Ve ne sarebbero circa 50 milioni in Spagna, 30 in Grecia, 20 in Turchia, 25 in Israele e 10 in Marocco. UN QUARTO DEL TERRITORIO DELLA PUGLIA (CIRCA 15 MILIONI DI ALBERI) È PIANTATO A ULIVETI. I più antichi esemplari pugliesi risalirebbero addirittura alle prime piantagioni della Magna Grecia. Lo stesso primato è però vantato anche dalla regione Calabria. LA «CORSA ALL’ ULIVO» è una moda nata relativamente pochi anni fa con la riscoperta dei piaceri della cultura mediterranea (dalla cucina all’ambiente). Molti clienti del Nord ora richiedono per i loro parchi gli ulivi che notoriamente prosperano al Sud. I PREZZI ultimamente sono cresciuti: si va da un minimo di 5 mila euro per una pianta vecchia solo di uno-due secoli ai 10, anche 12 mila euro se invece l’esemplare sfiora il mezzo millennio di età: e in Puglia, così come in Calabria, non è difficile trovare questi monumenti naturali (Paolo Conti, da “il Corriere della Sera)

   Tutti riconoscono che sicuramente la situazione è peggiorata in questi primi mesi del 2015. E le autorità (anche con la nomina di un commissario straordinario ad hoc) stanno cercando di delimitare il territorio di infezione, con la costituzione (nell’area di Gallipoli) di una linea di confine con una zona cuscinetto, a ridosso della quale si deve provvedere (secondo loro) allo sradicamento, per evitare che l’epidemia si propaghi. Come dicevamo gli agricoltori vengono invitati a tagliare l’erba il più possibile nei campi dove ci sono gli ulivi (di modo che lì non si sviluppi l’insetto portatore di questa nuova peste).

   Una posizione meno cruenta è quella di realtà locali (associazioni culturali, economiche, i contadini stessi che lavorano con gli ulivi…) che tentano di rapportarsi all’economia particolare che l’ulivo da, alla loro vita quotidiana, alla storia del territorio… e poi ci sono gli ambientalisti che rifuggono da queste drastiche misure draconiane di sradicare, bruciare, infettare tutto con la chimica: e propongono rimedi fitosanitari di tipo naturale, e buone pratiche agricole, a partire dalla sarchiatura del terreno e dalle potature, anche drastiche quando necessario, oltre che da una corretta gestione del suolo e del suo equilibrio biologico.

LA PROTESTA CONTRO L'ABBATTIMENTO DEGLI ULIVI (foto da www.huffingtonpost.it/)
LA PROTESTA CONTRO L’ABBATTIMENTO DEGLI ULIVI (foto da http://www.huffingtonpost.it/)

   Ovviamente non è solo un problema economico del settore agroalimentare, degli agricoltori che con gli ulivi ci vivono e di tutto l’indotto oleario, dell’olio extravergine di oliva a rischio; c’è anche una storia di queste Terre; e c’è questo PAESAGGIO così unico: nel Salento quegli alberi secolari sono vere e proprie sculture, non piante: sradicarle, eliminarle, significa perdere ogni identità, ogni continuità tra passato, presente, futuro.

Oria in provincia di Brindisi: un ulivo secolare abbattuto
Oria in provincia di Brindisi: un ulivo secolare abbattuto

   Finora sono stati abbattuti solo 7 ulivi nell’area vicina alla provincia di Brindisi. Per altri 22 nel Salento, la protesta ha bloccato l’azione. Per ora l’infezione del batterio è circoscritta alla Puglia, principalmente nella provincia di Lecce: secondo la Commissione Europea di 11 milioni di ulivi circa il 10 per cento è stato infettato dal batterio. In tutta la Puglia ci sono circa 50 milioni di ulivi, tra cui molti esemplari secolari.

   Il PAESAGGIO DELL’ULIVO non è la prima volta che è in pericolo: viene ad esempio in mente la pratica in voga alcuni anni fa (ma che adesso non è per niente finita, pur se ora clandestina, illegale per legge regionale della Puglia…) cioè quella di estirpare piante secolari per venderle nel nord Italia (e non solo); le si ritrova nei giardini di villette veneto e lombarde, che perseguono (i loro proprietari) quest’ultima moda, tra un nanetto e l’altro (i prezzi di ulivi secolari sono a volte stracciati: con meno di cinquemila euro se ne può procurare uno, trasporto compreso nel prezzo). Ladri di paesaggio, potremmo dire in questo caso.

   La bellezza del Salento affascina per la sua originalità; ma vien da pensare che troppi, foresti e indigeni, non amano questa Terra, e la usano per possederla a un mero fine privato di consumo personale. E’ il solito problema di inestimabili ricchezze ereditate dal mondo attuale, da noi, e che non vengono conservate, magari ripristinate, restaurate al meglio se danneggiate. Il principio di fare il mondo più bello per le future generazioni, o perlomeno conservarlo con cura, sembra essere una delle cose più sagge che sono state dette, e che dovremmo però applicare concretamente.

   E la malattia attuale dell’ulivo ci fa sentire un po’ passivamente impotenti, spettatori, sperando solo che misure drastiche di estirpazione e pesticidi non facciano peggio. (s.m.)

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LA XYLELLA E GLI ULIVI DEL SALENTO, L’ALLARME TRA STORIA E TRADIZIONE

di Gigi Di Fiore, da IL MATTINO.IT del 16/4/2015

ULIVI, OPERE D'ARTE (foto da eunews.it/)
ULIVI, OPERE D’ARTE (foto da eunews.it/)

   Torno dal Salento, da una terra che amo, che mi ha spesso ospitato. Torno da Lecce, una delle più belle città barocche d’Italia. Torno dalla Puglia, terra del Sud ricca di storia e tradizioni. Torno da un tour di lavoro per Il Mattino, tra i secolari ulivi nell’area di Gallipoli. E porto dentro amarezza e speranza. Continua a leggere

MEDIO ORIENTE NEL CAOS: 1) la GUERRA CIVILE IN YEMEN vede lo scontro tra Arabia Saudita e Iran, 2) l’ISIS attacca il campo profughi di YARMUK in SIRIA massacrando palestinesi inermi – Il Medio Oriente cambia i propri equilibri geopolitici: quale pace e sviluppo per le popolazioni di un’area così sofferente?

 

AYHAM AL-AHMAD E IL SUO PIANOFORTE NEL CAMPO PROFUGHI PALESTINESE DI YARMUK - SIRIA – “Se vi capita di andare in quel girone infernale che è il CAMPO DI YARMUK (18MILA ANIME ridotte a larve umane sulle rovine di un borgo dove sciamavano mercanti, notabili borghesi e nugoli di bambini, ma in cui ora spadroneggiano i jihadisti di Al Qaeda e dello Stato islamico) non dovete sorprendervi se nell’aria sentite volare le note di BEETHOVEN. In qualche angolo, fra i cumuli di calcinacci, c’è AEHAM che sfida il demone della morte, picchiando sui tasti d’ebano e d’avorio del pianoforte. Il suo nome per esteso è AEHAM AHMAD, ma tutti insistono nel chiamarlo IL LEGGENDARIO PIANISTA DI YARMUK, ALLE PORTE DI DAMASCO. Ogni giorno che il cielo è bello, cioè nelle pause della pioggia battente che da due anni scarica su Yarmuk missili e bombe e proiettili, lui esce di casa — o quel che resta delle stanze sbrecciate dai colpi — tira fuori il carretto dello zio fruttivendolo, carica il piano e va a suonare, testardo, per riportare l’eco della vita alla perduta gente fra torri vuote e annerite a perdita d’occhio…” (Alix Van Buren, “la Repubblica” del 9-4-2015)
AYHAM AL-AHMAD E IL SUO PIANOFORTE NEL CAMPO PROFUGHI PALESTINESE DI YARMUK – SIRIA – “Se vi capita di andare in quel girone infernale che è il CAMPO DI YARMUK (18MILA ANIME ridotte a larve umane sulle rovine di un borgo dove sciamavano mercanti, notabili borghesi e nugoli di bambini, ma in cui ora spadroneggiano i jihadisti di Al Qaeda e dello Stato islamico) non dovete sorprendervi se nell’aria sentite volare le note di BEETHOVEN. In qualche angolo, fra i cumuli di calcinacci, c’è AEHAM che sfida il demone della morte, picchiando sui tasti d’ebano e d’avorio del pianoforte. Il suo nome per esteso è AEHAM AHMAD, ma tutti insistono nel chiamarlo IL LEGGENDARIO PIANISTA DI YARMUK, ALLE PORTE DI DAMASCO. Ogni giorno che il cielo è bello, cioè nelle pause della pioggia battente che da due anni scarica su Yarmuk missili e bombe e proiettili, lui esce di casa — o quel che resta delle stanze sbrecciate dai colpi — tira fuori il carretto dello zio fruttivendolo, carica il piano e va a suonare, testardo, per riportare l’eco della vita alla perduta gente fra torri vuote e annerite a perdita d’occhio…” (Alix Van Buren, “la Repubblica” del 9-4-2015)

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QUELLA VOLTA A SARAJEVO NELLA BIBLIOTECA INCENDIATA….

AEHAM AHMAD che suona BEETHOVEN nel campo profughi palestinese di YARMUK sotto i missili e le bombe nell’assedio dell’Isis, fa venire in mente l’immagine-simbolo della distruzione di SARAJEVO, la notte del 25 agosto 1992, di “VIJEĆNICA” (la BIBLIOTECA DI SARAJEVO): il violoncellista VEDRAN SAMJLOVIĆ che il 2 settembre successivo (otto giorni dopo l’incendio) suona l’ADAGIO di TOMMASO ALBINONI, sfidando i cannoni serbi che dalle colline colpivano la città suonando nella biblioteca distrutta

   Mai come adesso possiamo parlare di “caos Medio Oriente”. A segnali positivi di pacificazione internazionale (come indubbiamente è stato l’accordo sulla rinuncia all’arma atomica da parte dell’Iran, accordo comunque non del tutto completatosi….), dall’altra si vedono segnali alquanto gravi: l’espansione quotidiana dei terroristi dell’Isis (che si richiamano a valori islamici, ma che hanno di fatto come primo obiettivo la guerra alla parte maggioritaria dell’Islam), con le loro atrocità, che in queste settimane sono entrati nel campo palestinese di Yarmuk, alle porte di Bagdad (il più grande campo profughi della diaspora palestinese,18.000 le persone che ora qui ci vivono) e ha iniziato un’opera di violenze e massacri (finora si riferisce di mille palestinesi uccisi, venticinque trovati decapitati).

"Per sapere cosa sta succedendo a YARMOUK, interrompete l'elettricità, l'acqua, il riscaldamento, mangiate una volta al giorno, vivete nell'oscurità e riscaldatavi al fuoco di un falò", così uno dei residenti del campo profughi palestinesi di Yarmouk in Siria alle porte di Damasco. Una situazione che un funzionario dell'Onu descrive come "al di là del disumano". Centinaia di profughi palestinesi sono in fuga dal campo occupato dai miliziani dell'Is, dove sono in corso scontri tra jihadisti e militanti palestinesi e bombardamenti da parte del governo di Damasco
“Per sapere cosa sta succedendo a YARMOUK, interrompete l’elettricità, l’acqua, il riscaldamento, mangiate una volta al giorno, vivete nell’oscurità e riscaldatavi al fuoco di un falò”, così uno dei residenti del campo profughi palestinesi di Yarmouk in Siria alle porte di Damasco. Una situazione che un funzionario dell’Onu descrive come “al di là del disumano”. Centinaia di profughi palestinesi sono in fuga dal campo occupato dai miliziani dell’Is, dove sono in corso scontri tra jihadisti e militanti palestinesi e bombardamenti da parte del governo di Damasco

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   Dall’altra un nuovo fronte si è aperto con la guerra civile che imperversa nello Yemen: nel febbraio scorso i ribelli Houti (sciiti) hanno destituito e costretto alla fuga il presidente Abdel Rabbo Mansour Hadi. Questo colpo di stato ha dato inizio allo scontro del tutti contro tutti all’interno del Paese. Ma la guerra civile sta sempre più perdendo la sua dimensione nazionale per trasformarsi in un conflitto dai confini ben più vasti: l’Araba Saudita e l’Egitto sono intervenuti in favore del destituito presidente sciita; dall’altra l’Iran è intervenuto in sostegno dei ribelli.

YEMEN, da la Stampa.it - LA GUERRA CIVILE IN YEMEN - La GUERRA CIVILE che sta devastando lo YEMEN rischia di trasformarsi a breve in UN CONFLITTO SU BASE REGIONALE in grado di determinare conseguenze devastanti per l’equilibrio del MEDIO ORIENTE. L’offensiva che, nel febbraio scorso, ha portato i ribelli HOUTI (sciiti) a destituire e costringere alla fuga il presidente ABDEL RABBO MANSOUR HADI ha fatto precipitare il Paese in una spirale di violenza, dalla quale è sempre più difficile uscire. Ma ora lo scontro sta sempre più perdendo la sua dimensione nazionale per trasformarsi in UN CONFLITTO DAI CONFINI BEN PIÙ VASTI. Vi è una PROVA DI FORZA FRA IRAN E ARABIA SAUDITA nelle acque yemenite. Teheran ha inviato almeno due unità da guerra nel GOLFO DI ADEN, dove già si trovano le NAVI DI ARABIA SAUDITA ED EGITTO. Nel conflitto in Yemen, I SAUDITI SOSTENGONO LE FAZIONI SUNNITE FAVOREVOLI A MANSOUR HADI mentre L’IRAN FA ALTRETTANTO CON GLI HOUTHI, DI ORIGINE SCIITA.  Le avversità vissute giornalmente in Yemen fanno emergere una realtà spaventosa: soltanto nelle ultime due settimane, OLTRE 540 PERSONE SONO STATE UCCISE, delle quali 311 erano CIVILI e circa 77 erano BAMBINI, mentre 513 sono i civili rimasti feriti e più di 100 mila persone sono stati evacuate
YEMEN, da la Stampa.it – LA GUERRA CIVILE IN YEMEN – La GUERRA CIVILE che sta devastando lo YEMEN rischia di trasformarsi a breve in UN CONFLITTO SU BASE REGIONALE in grado di determinare conseguenze devastanti per l’equilibrio del MEDIO ORIENTE. L’offensiva che, nel febbraio scorso, ha portato i ribelli HOUTI (sciiti) a destituire e costringere alla fuga il presidente ABDEL RABBO MANSOUR HADI ha fatto precipitare il Paese in una spirale di violenza, dalla quale è sempre più difficile uscire. Ma ora lo scontro sta sempre più perdendo la sua dimensione nazionale per trasformarsi in UN CONFLITTO DAI CONFINI BEN PIÙ VASTI. Vi è una PROVA DI FORZA FRA IRAN E ARABIA SAUDITA nelle acque yemenite. Teheran ha inviato almeno due unità da guerra nel GOLFO DI ADEN, dove già si trovano le NAVI DI ARABIA SAUDITA ED EGITTO. Nel conflitto in Yemen, I SAUDITI SOSTENGONO LE FAZIONI SUNNITE FAVOREVOLI A MANSOUR HADI mentre L’IRAN FA ALTRETTANTO CON GLI HOUTHI, DI ORIGINE SCIITA. Le avversità vissute giornalmente in Yemen fanno emergere una realtà spaventosa: soltanto nelle ultime due settimane, OLTRE 540 PERSONE SONO STATE UCCISE, delle quali 311 erano CIVILI e circa 77 erano BAMBINI, mentre 513 sono i civili rimasti feriti e più di 100 mila persone sono stati evacuate

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   E’ un durissimo scontro quel che sta avvenendo nel mondo mediorientale, arabo, tendente a mantenere o rovesciare gli attuali precari equilibri di potere. Su tutti la paura che un nemico “storico” (ad esempio per l’Arabia Saudita l’Iran, e viceversa) si impossessi di aree strategiche, di paesi satelliti, e minacci il potere, il controllo dell’area geopolitica, e diventi una minaccia alla propria presenza (peraltro dispotica in entrambe le parti). Nessuno si fida di nessuno, tutti contro tutti. A guadagnarci pare poi essere l’affermarsi dei terroristi dell’Isis che consolidano la loro presenza, il loro “Stato”.

   E’ lo stesso contesto di Israele, unico Paese non arabo, che non crede e non appoggia alcun minimo progetto di pace (come può essere considerato l’accordo per la non proliferazione nucleare firmata dall’Iran con gli Usa, la Russia, la Cina, l’Europa), ritenendo, Israele, qualsiasi avvenimento politico pacifico strumentale e falso, e pericoloso alla propria incolumità di Stato (Israele, a ragione o a torto, forse può esistere solo in una condizione di guerra continua, di “necessità di difesa” dagli altri paesi mediorientali, una condizione di avere sempre un nemico…).

Medio Oriente
Medio Oriente

   Se in Yemen imperversa la guerra civile e troviamo ora in quell’area geografica l’affrontarsi minaccioso di Iran e Arabia Saudita, dall’altra l’Isis continua la sua azione di massacri in Siria, Iraq, e in tutti quei paesi che, strumentalmente o meno, i gruppi terroristici si riconoscono nel cosiddetto “Stato Islamico” e colpiscono territori (come è accaduto ed è in Libia, in Nigeria, nella democratica Tunisia, l’assassinio degli studenti cristiani nella scuola universitaria in Kenia…): e appunto è di questi giorni il massacro di palestinesi nel campo di Yarmuk vicino a Damasco (ne parliamo di quel che è accaduto, e sta accadendo, in alcuni articoli di questo post).

   Da questo contesto di instabilità totale, pare evidente che in disparte appare l’ “antico nemico” del terrorismo islamista: cioè il mondo occidentale. Pur che le minacce dell’Isis all’Europa, agli Usa, al mondo occidentale, minacce quotidiane (e attentati ci son stati e potranno esserci…), par di intendere che prioritariamente sia in questo momento in in atto un conflitto a volte aspro e dichiarato a volte più sotterraneo tra nazioni arabe musulmane.

Il libro: IL GRANDE CALIFFATO di DOMENICO QUIRICO (Neri Pozza, 16 euro) - Ne “Il Grande Califfato” Domenico Quirico ci guida dentro il “cuore di tenebra” di questa realtà che in pochi mesi ha spazzato via ogni residuo equilibrio mediorientale. Lo fa muovendosi sullo sfondo della geopolitica, ma dando al Califfato e ai suoi adepti un nome, un volto e delle ragioni
Il libro: IL GRANDE CALIFFATO di DOMENICO QUIRICO (Neri Pozza, 16 euro) – Ne “Il Grande Califfato” Domenico Quirico ci guida dentro il “cuore di tenebra” di questa realtà che in pochi mesi ha spazzato via ogni residuo equilibrio mediorientale. Lo fa muovendosi sullo sfondo della geopolitica, ma dando al Califfato e ai suoi adepti un nome, un volto e delle ragioni

   Quali le cause di tutto questo? …la fine dell’egemonia del petrolio mediorientale come “quasi” unica fonte energetica del mondo?… Lo scontro di potere nazionalista tra i vari Paesi arabi? (…sulle tracce e imitazione del nazionalismo occidentale che procurò guerre e crudeltà nel ventesimo secolo in Europa e nei paesi dominati, come quelli coloniali africani…)? … L’antica diversità culturale e storica (con vendette e conti da regolare rispetto al passato antico e recente) di predominio sulla religione islamica tra sciiti e sunniti?…

   Noi non sappiamo quale sia il vero motivo di tanto contrasto e dello scompaginamento terroristico dell’Isis (sicuramento involontariamente assecondato dall’Occidente che ha lasciato fare…). Quel che però appare in primis, a nostro avviso, è uno scontro egemonico che vede la difficoltà interna di ogni stato arabo ad affrontare e gestire la modernità che “invade” ciascuno di questi paesi (i giovani che vogliono vivere una vita diversa, viaggiare, le donne che vogliono essere riconosciute nei loro pari diritti, internet e la comunicazione globale, la voglia di muoversi e conoscere il mondo…).

   Un processo inarrestabile di modernità globale (nel bene quasi sempre, e nel male a volte) che mette in crisi classi dirigenti, apparati religioso-confessionali che temono per la loro sopravvivenza, gente che vive in zone rurali con tradizioni arcaiche che rifiutano la modernità e i pari diritti uomo-donna…. Insomma noi pensiamo che lo sconvolgimento del Medio Oriente è prima di tutto dato dalla crisi profonda delle forme di gestione interne di ciascuno di essi paesi del proprio potere, rapportato al mondo che cambia e alle libertà individuali che vengono conosciute (attraverso i mezzi di informazione globali) e desiderate dalla maggior parte della popolazione.

   Per questo poco può fare l’Occidente, se non aprire ogni porta a qualsiasi entità (persona, associazione, autorità politica…) che vuole il dialogo, che necessita di appoggio e sostegno sulla strada di un cambiamento (democratico? …forse… ma del riconoscimento dei diritti fondamentali di ciascuna persona sicuramente) che i popoli mediorientali richiedono. (s.m.)

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LA LEGGENDA DI AEHAM IL PIANISTA DI YARMOUK: “SUONO LA MIA MUSICA PER REGALARE SPERANZA”

di Alix Van Buren, da “la Repubblica” del 9-4-2015

– Siria. Nel campo ostaggio dell’Is un giovane palestinese prova a dare conforto ai sopravvissuti con le note: “Qui c’è solo desolazione, dovevo nutrire il mio spirito” –

   SE VI capita di andare in quel girone infernale che è il campo di Yarmuk (18mila anime ridotte a larve umane sulle rovine di un borgo dove sciamavano mercanti, notabili borghesi e nugoli di bambini, ma in cui ora spadroneggiano i jihadisti di Al Qaeda e dello Stato islamico) non dovete sorprendervi se nell’aria sentite volare le note di Beethoven. In qualche angolo, fra i cumuli di calcinacci, c’è Aeham che sfida il demone della morte, Continua a leggere