CAOS LIBICO: I DUBBI sui risultati della CONFERENZA di BERLINO – Le mire di nuovi attori (Turchia, Russia, Egitto, assieme ai tanti altri), incentiva la rigida spartizione dell’Area Mediterranea – Riuscirà l’Unione Europea a portare la pace in Libia e in tutto il Mediterraneo, libero mare di incontro di genti e commerci?

“(…) L’aspetto positivo della Conferenza di Berlino del 19 gennaio, è che alla riunione hanno preso parte i leader politici dei Paesi interessati al livello più elevato positivo; che essi abbiano firmato un documento volto a confermare la permanenza della tregua e l’embargo della fornitura delle armi; la proposta di formare un comitato militare di dieci persone che dovranno controllare sul terreno il comportamento delle parti in conflitto….però… non sono stati apprestati gli strumenti tecnici e non sono state decise le sanzioni concrete per fare rispettare la tregua e, soprattutto, l’embargo delle armi. Poi i protagonisti della guerra, cioè il primo ministro Serraj ed il generale Haftar, sono rimasti chiusi nelle loro stanze e non si sono fisicamente incontrati. Il che obbliga a dubitare ancora di più sulla durata della tregua…(…)” (Romano Prodi, da “Il Gazzettino” del 21/1/2020)

   Il caos libico preoccupa molto gli equilibri geopolitici internazionali, a nostro avviso per tre motivi: 1- perché sempre più sta provocando un “caos Mediterraneo” con nazionalismi che si affacciano in questo mare (ancora nonostante tutto strategico), a chiedere la loro parte di “presenza” (Turchia, Russia, Egitto, Emirati arabi e Arabia saudita, con Francia e Italia da sempre presenti…); 2- per la questione immigrazione e i barconi che da quel paese partono verso l’Europa; e, 3- non ultima, per le risorse energetiche presenti in Libia (petrolio e gas) e in tutta l’area circostante mediterranea (che, ad esempio, interessa nella parte orientale, la Turchia, in contrapposizione con Grecia e Cipro, ma anche contro l’Egitto).

LA SPARTIZIONE TRA I TANTI POTERI DELLA LIBIA (da “Il Messaggero”) 9_1_2020

   Su questa situazione che appare di difficile controllo si è esercitata la diplomazia tedesca nell’ “arte del possibile”: la Cancelliera Merkel ha puntato a mettere d’accordo i burattinai della guerra, in primo luogo Egitto, Turchia e Russia, sull’impegno a cessare le interferenze nella guerra civile libica, come hanno fatto finora. Arrivando a far approvare da tutte le parti, alla Conferenza di Berlino di domenica 19 gennaio 2020, un accordo senza però i due attori principali, cioè il governo di Fayez al-Serraj, riconosciuto dall’ONU, e il generale Khalifa Haftar, che sta assediando Tripoli (sostenuto invece da Russia, Egitto ed Emirati Arabi Uniti). Per non parlare delle forti tribù in Libia, e delle tante milizie al servizio dell’uno o dell’altro schieramento (ma prima di tutto al servizio di “sé stesse”). Con la convinzione, per la diplomazia tedesca, che fermare le “forze esterne” che sponsorizzano l’uno o l’altro schieramento, anche i due contendenti interni alla Libia dovranno trovare un accordo.

a Berlino domenica 19 gennaio 2020 (dall’ESPRESSO)

   In una situazione, appunto, di “vero caos”: con favorevoli e contrari all’embargo delle armi….l’accordo di Berlino non prevede meccanismi repressivi su questo stesso embargo delle armi se non rispettato…..non sono stati previsti caschi blu, forze esterne di interposizione (come chiedeva l’Italia)…con la diffidenza degli arabi con chi non è arabo come russi e turchi presenti nel terreno con propri mercenari….il generale Aftar che il giorno della Conferenza ha chiuso i pozzi petroliferi nei territori da lui controllati…. con, sotto le righe, nascosto ma non tanto, anche un problema della competizione petrolifera tra Italia e Francia, da governare…

mappa Libia Cirenaica

   E poi, dicevamo appunto il problema delle milizie e delle tribù: le zone sotto il controllo dei combattenti Tuareg, quelle guidate dalle milizie Tubu, e c’è anche una parte del territorio libico in mano allo Stato islamico. Un territorio diviso in più parti con molti attori in campo, circa 140 tribù e 230 milizie armate, tutti decisi a consolidare e a espandere il proprio controllo di parte del Paese, soprattutto sulla capitale Tripoli, e poi sulle città di Misurata, Sirte, l’importante porto sull’omonimo golfo, e poi anche su Bengasi….

la conferenza

   Funzionerà l’accordo stabilito a Berlino? Difficile dirlo. La fine della guerra rischia di far uscire di scena i due contendenti (Aftar e Al Serraj), e loro mai vorranno questo; ma farà uscire di scena anche chi è riuscito a entrare nel contesto libico e così nell’influenza mediterranea, come il caso della Turchia. Viene da chiedersi: a chi conviene smettere di combattersi, se non si raggiunge uno stabile potere, una collocazione geopolitica solida sui territori di terra e di mare?

TRIBU’ DELLA LIBIA (mappa da http://www.lavocedeisenzavoce.altervista.org/2018 (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   Solo così forse (purtroppo) una pace duratura può avvenire: cioè se tutti si riterranno soddisfatti dei risultati raggiunti, il potere acquisito. Così sta andando il nostri pianeta, nel quale i nazionalismi, invece che superarli (dopo i disastri di due guerre mondiali nel secolo scorso), si stanno accentuando ancora di più. Su tutto, un ruolo positivo potrebbe provarlo ad esercitare l’Unione Europea, e il nuovo governo creatosi a Bruxelles, suscita speranze in vari campi: come quello della green economy, ma anche un po’ nel provare ad essere protagonista nei conflitti geopolitici, avviando percorsi di pace e sviluppo. Vedremo; partendo dal caso della Libia. (s.m.)

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la mappa del petrolio in Libia

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CONTROLLI DELLA LIBIA

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LIBIA, COSA PREVEDE L’ACCORDO DI BERLINO: SETTE PUNTI E 55 ARTICOLI

Domenica 19 Gennaio 2020, da Il Messaggero.it https://www.ilmessaggero.it/mondo/

   Consolidare la TREGUA con un cessate il fuoco stabile e duraturo, monitorato da COMITATI TECNICI e sostenuto dall’EMBARGO sulle armi. Per poi aprire un vero e proprio negoziato politico che porti la Libia a nuove elezioni ed un nuovo governo «unico, unificato, inclusivo ed effettivo».

   In quasi sei pagine, articolate in sette titoli e 55 punti, le conclusioni della Conferenza di Berlino disegnano un percorso, sotto l’egida dell’Onu, per accompagnare la Libia fuori dalla crisi, garantendo un «forte impegno per la sovranità, l’indipendenza, l’integrità territoriale e l’unità nazionale».

   Senza ingerenze, è il senso della dichiarazione che precisa come «soltanto un processo politico guidato dai libici e dei libici può porre fine al conflitto e portare a una pace duratura».

   Un documento corposo che affronta anche i nodi economici e strutturali del Paese, nonché il capitolo diritti umani e quel follow up necessario perché il percorso prosegua. Ecco, in sintesi, i passaggi principali delle conclusioni.

CESSATE IL FUOCO – Tutte le parti devono cessare le ostilità dismettendo le armi pesanti, l’artiglieria, i mezzi aerei e «tutti i movimenti militari o quelli in supporto nell’intero territorio libico». Viene affidato all’Onu il compito di agevolare i negoziati per la tregua, monitorare e verificare la tenuta attraverso l’immediata creazione di «comitati tecnici».

EMBARGO SULLE ARMI – Rispetto assoluto dell’embargo sulle armi previsto dalle risoluzioni del Consiglio di sicurezza Onu. E un appello a tutti gli attori affinché si astengano da «attività che aggravino il conflitto o non siano conformi con l’embargo sulle armi o il cessate il fuoco, incluso il finanziamento di capacità militari o il reclutamento di mercenari». Chiesta l’applicazione delle sanzioni Onu contro coloro che «violino l’embargo sulle armi o il cessate il fuoco».

RITORNO AL PROCESSO POLITICO – È il secondo step da mettere in campo dopo la tregua. Si chiede «la creazione di un Consiglio presidenziale funzionante e di un singolo, unitario, inclusivo ed effettivo Governo nazionale libico approvato dal Parlamento».

RIFORMA DEL SETTORE DELLA SICUREZZA – «Ripristinare il monopolio dello Stato sull’uso legittimo della forza» e sostegno «alla creazione di forze nazionali libiche di sicurezza, di polizia e militari sotto il controllo centrale della autorità civile».

RIFORME ECONOMICHE E FINANZIARIE – Proposta la creazione di una Commissione di esperti per rilanciare il Paese e ribadire che solo la Noc è la compagnia energetica libica legittimata. Si chiede che tutte le parti continuino «a garantire la sicurezza delle infrastrutture petrolifere, rigettando ogni azione mirata a danneggiarle».

RISPETTO DEI DIRITTI UMANI – Si «sollecita a rispettare pienamente il diritto internazionale umanitario e i diritti umani, a proteggere i civili e le infrastrutture civili». Prevedendo anche la graduale chiusura «dei centri di detenzione».

FOLLOW UP – Si riafferma il ruolo dell’Onu ed un impegno della missione Unsmil nel processo mentre è prevista la creazione di un Comitato internazionale di raccordo per seguire il processo.

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CHI HA VINTO A BERLINO

di Andrea Bonanni, da “la Repubblica” del 20/1/2020

L’analisi

– «Non abbiamo potuto risolvere tutti i problemi»: è il realismo di Angela Merkel a dare la misura di chi ha vinto al tavolo di Berlino – Continua a leggere

Le ECOREGIONI D’ITALIA individuate dall’ISTAT, per una PIANIFICAZIONE TERRITORIALE del nostro Paese che unisca ASPETTI AMBIENTALI (di conservazione delle risorse vegetali e animali, e la geomorfologia del paesaggio), con le ATTIVITÀ ECONOMICHE e i FENOMENI SOCIO-CULTURALI presenti in un luogo

CLIMATE CHANGE: una risposta possibile viene anche dalla ridefinizione dei territori – La proposta dell’ISTAT, come statistica sperimentale: la classificazione dei comuni secondo le ECOREGIONI D’ITALIA

   Proponiamo qui (partendo da un articolo ripreso dall’inserto “LA LETTURA” del Corriere della Sera) l’iniziativa di studio e classificazione dell’ISTAT sulle ECOREGIONI D’ITALIA, iniziativa che l’Istat sta portando avanti nel tentativo di rideterminare geograficamente le caratteristiche di omogeneità del nostro territorio nazionale in base a una RILEVAZIONE ECOSISTEMICA, che potrebbe mettere ordine, ed essere virtuosa, nel pianificare i tanti variegati (e spesso magnifici, pur se maltrattati in questi decenni) paesaggi umani italici, sia naturalistici che dati dall’intervento e presenza umana (come nei paesi, nelle città, nelle vaste e spesso degradate periferie…).

Esempio di suddivisione ISTAT in Ecoregioni, prima del lavoro dello stesso Istat del 2019, dove si riprende la ripartizione in 1-Divisioni, 2-Provincie, 3-Sezioni e 4-Sottosezioni (ripreso da: s-cruciani-le-basi-informative-territoriali-per-i-censimenti-permanenti.jpg)

   Questo lavoro, che ha visto la collaborazione dell’Istat con l’Università LA SAPIENZA di Roma, è arrivato a rideterminare l’omogeneità (tra di loro) nei COMUNI D’ITALIA, realizzando appunto una classificazione dei comuni italiani secondo questa determinazione delle ECOREGIONI D’ITALIA, dove gli attuali confini amministrativi dei comuni sono superati dagli elementi simili che essi hanno, di tipo geologico, climatico, biologico o idrografico, mettendo così poi in relazione le potenzialità naturalistiche di un territorio a prescindere dai rigidi e superati confini attuali amministrativi, con le nuove possibilità di ripristino ambientale, di crescita economica nelle specificità ambientali e socioeconomiche che un territorio ha come vocazione storica. Insomma, ripensare il proprio luogo di vita per pianificare virtuosamente il futuro.

Le ECOREGIONI, o REGIONI ECOLOGICHE, sono porzioni più o meno ampie di territorio ecologicamente omogenee nelle quali specie e comunità naturali interagiscono in modo discreto con i caratteri fisici dell’ambiente

   Se un territorio, un luogo, è dato da tre fattori, cioè 1-le CARATTERISTICHE NATURALISTICHE originarie e da conservare, poi 2-l’ARTIFICIO UMANO che su di esso è intervento l’uomo con l’abitare, e infine gli 3-ACCADIMENTI STORICI che quello stesso luogo ha vissuto (e vive), ebbene, un ritorno all’individuazione di omogeneità territoriali (che vengono chiamate in questo caso molto opportunamente ECOREGIONI)…tutto questo ci sembra il modo giusto per ripartire a ripensare un vero effettivo processo sostenibile di ogni luogo, scientificamente andando a rilevare le caratteristiche di omogeneità di ciascun territorio, per lavorare su di esso, conservare, ripristinare, pianificare… (s.m.)

La penisola italiana ricade nelle DUE DIVISIONI «MEDITERRANEA» e «TEMPERATA»

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La penisola italiana ricade nelle due divisioni «mediterranea» e «temperata», a loro volta suddivise in SETTE PROVINCE (vedi la mappa qui sopra delle 7 provincie)

UOMO E NATURA: NUOVE GEOGRAFIE DEL NOSTRO PAESE

REGIONI ECOLOGICHE – UNA CLASSIFICAZIONE APPOSITA PER GESTIRE ACQUE, SUOLO, FAUNA

di SILVIA PEPPOLONI, da LA LETTURA, inserto domenicale del “Corriere della Sera” del 12/1/2020

   Da alcuni anni è sempre più evidente la necessità di un approccio alla pianificazione ambientale e territoriale che sia di tipo «ecosistemico», ovvero che abbia come unità di riferimento l’insieme delle componenti biotiche (organismi viventi, sia vegetali che animali) e abiotiche (elementi non viventi, come le rocce o i suoli) presenti nel territorio e tenga conto delle loro reciproche interazioni.

   Questo criterio diviene essenziale quando l’area interessata da indagini e interventi è molto ampia, come nel caso di una regione o di un’intera nazione.

   Per indagare un vasto territorio al fine di pianificare lo sviluppo delle sue risorse, intraprendere misure di conservazione della biodiversità, preservare dall’inquinamento le falde idriche e il suolo, o stabilire le priorità di intervento per la sua salvaguardia è necessario non solo studiare e prevedere l’evoluzione dei processi fisici, chimici e biologici che in esso hanno luogo, ma anche e soprattutto riuscire a integrare le sue caratteristiche naturali (sia fisiche che biologiche) con le dinamiche antropiche che lo caratterizzano sia in termini strutturali che funzionali.

   Si tratta di un compito molto delicato soprattutto in presenza di un territorio complesso, articolato e interessato da criticità ambientali. Per questa ragione, una pianificazione territoriale che sia in grado di rispondere in modo efficace alle diverse e mutevoli condizioni naturali e antropiche necessita di parametri di confronto e di criteri di classificazione nuovi, che tengano nel dovuto conto le specificità di ogni territorio, incluse le attività economiche e i fenomeni socio-culturali presenti, e che ne indirizzino lo sviluppo in accordo con la sua più connaturata vocazione.

   Per permettere una lettura rinnovata del territorio, finalizzata a integrare aspetti naturali del paesaggio e cambiamenti legati alle attività umane sull’ambiente, l’ISTAT ha recentemente elaborato una classificazione dei comuni italiani basata sulla categoria innovativa di «ECOREGIONE». Le ECOREGIONI o REGIONI ECOLOGICHE sono definite come «porzioni più o meno ampie di territorio ecologicamente omogenee nelle quali specie e comunità naturali interagiscono in modo discreto con i caratteri fisici dell’ambiente». Esse costituiscono il riferimento per la pianificazione paesaggistica e territoriale a diverse scale.

   La classificazione ecoregionale in Italia è articolata in QUATTRO LIVELLI GERARCHICI a crescente grado di omogeneità (DIVISIONI, PROVINCE, SEZIONI E SOTTOSEZIONI) e basata sulla distinzione di ambiti omogenei per ASPETTI FISICI (come quelli CLIMATICI, LITOLOGICI, IDROGRAFICI o MORFOLOGICI) e BIOLOGICI (come quelli di VEGETAZIONE e FAUNA).

   La penisola italiana ricade nelle due divisioni «mediterranea» e «temperata», a loro volta suddivise in sette province. Queste ultime sono articolate in undici sezioni, a loro volta suddivise in 33 sottosezioni. I diversi livelli gerarchici consentono di rappresentare in termini ecosistemici la complessità ambientale del nostro Paese, come illustrato dalla visualizzazione di queste pagine.

   L’evidente vantaggio di poter realizzare una classificazione di questo tipo anche per i singoli comuni italiani ha portato all’attivazione di una collaborazione tra la Direzione centrale per le statistiche ambientali e territoriali (Dcat) dell’Istat e il Centro di ricerca interuniversitario «Biodiversità, Servizi ecosistemici e Sostenibilità» (Cirbises) del dipartimento di Biologia ambientale dell’Università La Sapienza di Roma.

   L’obiettivo è stato quello di realizzare una classificazione dei comuni italiani secondo le ecoregioni d’Italia, sovrapponendo in ambiente Gis (sigla inglese di Sistema informativo geografico) la Carta delle ecoregioni a livello di Sottosezione e i confini amministrativi dei comuni. Gli elementi di tipo geologico, climatico, biologico o idrografico presenti in un singolo comune, se ben rappresentati anche cartograficamente, possono dare una chiara indicazione delle potenzialità naturali del territorio e delle possibili interazioni con l’attività antropica, e influenzarne fortemente la crescita socio-economica.

   Pertanto, soprattutto a livello comunale una lettura del territorio che permetta di analizzare insieme informazioni di carattere socio-demografico ed economico con aspetti di omogeneità ecosistemica può rivelarsi indispensabile per supportare le autorità locali nella gestione sostenibile, orientando i decisori politici verso le scelte più funzionali per l’ambiente e la popolazione.

   Questa classificazione rappresenta un quadro geografico di riferimento, il cui impiego può efficacemente supportare le strategie per la CONSERVAZIONE DELLA BIODIVERSITÀ e la valutazione delle risorse forestali del territorio, l’applicazione delle più appropriate tecniche agricole e la ricerca di misure per il controllo della qualità delle acque o la diminuzione del consumo di suolo, gli STUDI PER LA PREVISIONE DEGLI EFFETTI DEL CAMBIAMENTO CLIMATICO o la definizione di EFFICACI STRATEGIE DI RIDUZIONE DEI RISCHI AMBIENTALI, nonché l’individuazione di quegli elementi che possono dare IMPULSO A TURISMO E CULTURA.

   L’utilizzo della classificazione può infine aiutare il nostro Paese a UNIFORMARSI ALLE POLITICHE EUROPEE, nell’applicazione di strumenti strategici già esistenti dedicati allo sviluppo sostenibile delle aree urbane (come l’Agenda urbana dell’Unione Europea, la Direttiva habitat o la Convenzione europea del paesaggio), o alle normative nazionali vigenti (come la legge quadro 394/1991 per le aree protette o il codice dei Beni culturali e del paesaggio). (SILVIA PEPPOLONI, da LA LETTURA, inserto domenicale del “Corriere della Sera” del 12/1/2020)

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ECOREGIONI IN SEZIONI – La penisola italiana ricade nelle due divisioni «mediterranea» e «temperata», a loro volta suddivise in sette province. Queste ultime sono articolate in SEZIONI

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Statistica sperimentale

CLASSIFICAZIONE DEI COMUNI SECONDO LE ECOREGIONI D’ITALIA 

da https://www.istat.it/ 8/11/2019

   Le Ecoregioni, o regioni ecologiche, sono porzioni più o meno ampie di territorio ecologicamente omogenee nelle quali specie e comunità naturali interagiscono in modo discreto con i caratteri fisici dell’ambiente.

   Nel panorama internazionale, i processi di classificazione ecologica che portano alla definizione delle Ecoregioni vengono utilizzati come strumento di indirizzo per le strategie di gestione e sviluppo sostenibile del territorio a diverse scale.

   L’approccio adottato in Italia prevede una classificazione gerarchica e divisiva del territorio in unità a crescente grado di omogeneità, coerentemente con specifiche combinazioni tra i fattori climatici, biogeografici, fisiografici e idrografici che determinano presenza e distribuzione di diverse specie, comunità ed ecosistemi.

   Per la classificazione dei Comuni secondo le Ecoregioni d’Italia è stata attivata una collaborazione tra la Direzione Centrale per le Statistiche Territoriali e Ambientali (DCAT) dell’Istat e il Centro di Ricerca Interuniversitario “Biodiversità, Servizi ecosistemici e Sostenibilità” (CIRBISES), Dipartimento di Biologia Ambientale, La Sapienza Università di Roma.

   La statistica sperimentale prodotta basata sulla classificazione dei Comuni Italiani secondo le Ecoregioni d’Italia tiene conto di informazioni aggiuntive rispetto a quelle sino ad ora pubblicate dall’Istat e riportate rispetto alle variazioni territoriali e amministrative che si verificano ogni anno sul territorio Nazionale.

   Un elemento rilevante di questa nuova modalità di classificare i comuni è quello di consentire una nuova lettura del territorio in base alla quale analizzare in modo congiunto i dati statistici di carattere socio-demografici ed economici con le caratteristiche intrinseche delle ecoregioni relative all’omogeneità rispetto a fattori climatici, biogeografici, fisiografici e idrografici.

VEDI anche:

https://www.istat.it/it/files//2018/12/Nota-metodologica-ecoregioni

ECOREGIONI IN SOTTOSEZIONI – La penisola italiana ricade nelle due divisioni «mediterranea» e «temperata», a loro volta suddivise in sette province. Queste ultime sono articolate in sezioni, a loro volta suddivise in SOTTOSEZIONI

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CLASSIFICAZIONE ECOREGIONI – (Comuni classificati secondo le ECOREGIONI d’Italia a livello di SOTTOSEZIONE e limiti amministrativi regionali, ISTAT anno 2019)

 

IL DISASTRO AMBIENTALE DELL’AUSTRALIA con GLI INCENDI CHE DISTRUGGONO boschi, uccidono animali, e anche persone – In quelle nubi di fuoco c’è il destino di tutto il pianeta, incapace di affrontare seriamente il cambiamento climatico, di avviare la RICONVERSIONE ECOLOGICA delle nostre comunità

DAVID BOWMAN, professore di PIROGEOGRAFIA all’UNIVERSITÀ DELLA TASMANIA e direttore di un centro di ricerca sugli incendi, ha detto alla rivista TIME: «L’intensità, la portata, il numero, l’ampiezza geografica, la simultaneità degli incendi e la varietà di ambienti che stanno bruciando sono tutte fuori dall’ordinario. Siamo in stato di guerra».(…) (da https://www.ilpost.it/, 7/1/2020) (NELLA FOTO: un vigile del fuoco gestisce un incendio controllato a Tomerong, in Australia, l’8 gennaio 2020)

IL DISASTRO AMBIENTALE

NELLE NUBI DI FUOCO SULL’AUSTRALIA C’È IL DESTINO DI TUTTO IL PIANETA

di Walter Veltroni, da “Il Corriere della Sera” del 11/1/2020

– L’impero romano crollò anche per i cambiamenti climatici, noi possiamo evitarli. I koala assetati tra i roghi non sono in problema diverso dalle alluvioni nelle Filippine –

   Brucia, l’Australia brucia. Ma è lontana e, quindi, chi se ne importa? Il mondo globalizzato, piccolo, raggiungibile immagina che sia possibile acquistare beni di consumo da potenti siti cinesi in un batter d’occhio ma che sia inutile occuparsi del destino delle più di mille case distrutte, delle decine di morti, dei 480 milioni, non è una cifra inventata, di mammiferi che sono stati uccisi o dispersi per effetto del fuoco che divora l’Australia.

Sussex Inlet, nel Nuovo Galles del sud, il 31 dicembre (Sammooy Getty-images, da il post.it/)

   Sono stati divorati dai roghi 50 mila chilometri quadrati di terra, come se fossero bruciati Piemonte e Lombardia. In NUOVA ZELANDA le nubi che vengono dall’Australia hanno colorato di marrone le nevi e i ghiacciai. A CANBERRA sono state distribuite centomila maschere per evitare intossicazioni. Si è arrivati ad abbattere circa diecimila cammelli perché, bevendo, sottraevano acqua agli umani durante la siccità. Le temperature sono costantemente sopra i quaranta gradi e a metà dicembre quel Paese ha vissuto il giorno più caldo di tutta la sua storia.

da http://www.ilbolive.unipd.it/

Negazionismo ambientale

Il governo australiano è tra i più attivi nel negazionismo della questione ambientale, tanto che è arrivato a togliere le tasse sul carbone che limitavano le emissioni di CO2 in atmosfera. I koala, ne sono spariti 8.000 dei 23 mila presenti nella zone incendiate, fanno tenerezza. E magari qualche immagine della loro sete o quella del canguro davanti al cielo rosso, farà sentire più vicino ciò che ormai viviamo alla stregua delle ultime notizie sulle Kardashian.

   Ma il cielo di fuoco del NUOVO GALLES del SUD non è diverso, nei suoi effetti catastrofici, dalla marea grigia delle alluvioni nelle Filippine. Tra il 2007 e il 2014 centocinquanta milioni di esseri umani sono migrati per ragioni ambientali. E secondo la Banca mondiale i cambiamenti climatici produrranno 143 milioni di migranti nei prossimi trent’anni presentandosi come uno dei più potenti fattori di crisi anche per la coesistenza pacifica.

AUSTRALIA CHE BRUCIA (FOTO DA IL CORRIERE DELLA SERA DEL 11/1/2020)

Il confronto con l’impero romano

Catastrofismo? Lo si dica alle persone che in queste ore stanno fuggendo dall’acqua o dal fuoco. Nel suo bellissimo «Il destino di Roma» Kyle Harper si incarica di dimostrare come la sorte dell’impero romano sia stata segnata dai mutamenti climatici. «Nei tre secoli che vanno dal 150 al 450 d. C. l’instabilità del clima mise alle strette le riserve energetiche dell’impero, interferendo drammaticamente con il corso degli eventi…» e aggiunge «I romani non si limitavano a modificare l’ambiente circostante ma imponevano la loro volontà su di esso. Tagliavano e bruciavano foreste; deviavano fiumi; drenavano bacini e costruivano strade attraverso le paludi più impraticabili: l’invasione umana di nuovi ambienti è un gioco pericoloso…». Tanto pericoloso che cambiamenti climatici e pandemie collegate furono fattori decisivi del crollo dell’impero.

I KOALA ASSETTATI TRA I ROGHI (immagine da http://www.tio.ch/)

Tra sviluppo e natura

Si può dire, è giusto farlo, che senza quelle azioni i romani non avrebbero fatto nascere la loro civiltà. Non potevano fare altrimenti, allora, per la modernità. Ma noi invece oggi sappiamo produrre senza carbone, sappiamo usare energie alternative, abbiamo a disposizione la scienza, per non alterare la natura. Ma decidiamo di non farlo. Lo spirito del tempo, che ci rinchiude in fortini sempre più friabili, dismettendo la coscienza dell’unità del mondo, ci trascina verso quel «gioco pericoloso».

   I nuovi potenti dicono che l’Amazzonia riguarda solo i brasiliani, il carbone serve alle industrie australiane, che l’America necessita, per sé, di gas e petrolio. Il pianeta, mai come oggi, avrebbe invece bisogno di un governo mondiale. Possiamo continuare a deridere chi lancia l’allarme sul riscaldamento globale. Ma, finora, la realtà ha dato ragione a chi lo ha fatto. Il rosso dell’Australia e il grigio delle Filippine stanno lì a ricordarcelo. Anzi a gridarcelo. (Walter Veltroni)

Bairnsdale, Victoria, il 31 dicembre (Glen Morey, da il post.it.jpg/) – “(…) DECENNIO PIÙ CALDO DELLA STORIA – L’Ufficio di meteorologia ha confermato la settimana scorsa che il 2019 è stato l’anno più caldo dell’Australia e il record del giorno più caldo della storia è stato battuto per due giorni di seguito, il 16 e il 17 dicembre. Il 2019 è stato anche l’anno più secco, con una piovosità media nazionale totale di 277 millimetri, la più bassa mai registrata.(…)” (Elena Comelli, da “Il Sole 24ore” del 11/1/2020)

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(Australia, da Wikipedia) – “(…) L’Australia è formata da SEI STATI e in ognuno c’è almeno qualche incendio di una certa importanza, ma LO STATO PIÙ COLPITO È IL NUOVO GALLES DEL SUD: lo stato più popoloso, la cui capitale è SYDNEY. Nel Nuovo Galles del Sud ci sono PIÙ DI CENTO INCENDI ATTIVI, le case distrutte sono più di 1.500 e gli ETTARI BRUCIATI QUASI CINQUE MILIONI. (…) (https://www.ilpost.it/, 7/1/2020)

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(Australia, mappa incendi, da http://www.teleambiente.it/) – “(…) Più in generale, l’area in cui la situazione è più critica è quella che si trova sulla COSTA SUD-ORIENTALE, che oltre al NUOVO GALLES DEL SUD riguarda anche gli STATI DI VICTORIA e dell’AUSTRALIA MERIDIONALE, in cui vive la maggior parte degli australiani.(…) Nel Nuovo Galles del Sud il precedente record di ettari bruciati era di 3,5 milioni, ma erano in gran parte di praterie e terreni incolti. ORA A BRUCIARE SONO SOPRATTUTTO BOSCHI MA ANCHE CAMPI E PARTI DI PARCHI NATURALI, come nel caso delle BLUE MOUNTAINS, non lontano da Sydney” (https://www.ilpost.it/, 7/1/2020)

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IL PUNTO SUGLI INCENDI SENZA PRECEDENTI IN AUSTRALIA

da https://www.ilpost.it/, 7/1/2020

– Le cause, la situazione, le aree più colpite, i problemi e quel che si può dire su come potrebbe andare nei prossimi giorni –

   Gli enormi incendi che da settimane sono in corso in diverse aree dell’Australia hanno bruciato quasi duemila case, causato la morte di 25 persone e bruciato più di 6,3 milioni di ettari di terra, un’area grande circa un quinto dell’Italia. Rispetto a inizio anno, in questi giorni la situazione è lievemente migliorata, grazie alle operazioni di contenimento delle fiamme – in certi casi alte diverse decine di metri – e soprattutto grazie alla pioggia.

   Ma a cominciare dal fine settimana le piogge finiranno, le temperature torneranno a salire e la situazione potrebbe diventare ancora più grave. Si teme, per esempio, che alcuni dei circa 200 incendi attivi al momento possano unirsi tra loro. Per di più, in Australia gennaio e febbraio sono i mesi estivi più caldi, in cui le temperature raggiungono i loro massimi: gli incendi potrebbero andare avanti insomma per diverse altre settimane.

   David Bowman, professore di pirogeografia all’Università della Tasmania e direttore di un centro di ricerca sugli incendi, ha detto alla rivista TIME: «L’intensità, la portata, il numero, l’ampiezza geografica, la simultaneità degli incendi e la varietà di ambienti che stanno bruciando sono tutte fuori dall’ordinario. Siamo in stato di guerra». Daniel Andrews, il premier dello stato australiano di Victoria (lo stato di Melbourne), ha detto ad Associated Press: «Non ne siamo per niente usciti. I prossimi giorni, anzi i prossimi mesi, saranno una sfida».

Un KOALA ferito fotografato a Kangaro Island il 7 gennaio 2020 (foto EPA DAVID MARIUZ ripresa da http://www.today.it/)

Gli incendi
L’Australia è formata da sei stati e in ognuno c’è almeno qualche incendio di una certa importanza, ma lo stato più colpito è il Nuovo Galles del Sud: lo stato più popoloso, la cui capitale è Sydney. Nel Nuovo Galles del Sud ci sono più di cento incendi attivi, le case distrutte sono più di 1.500 e gli ettari bruciati quasi cinque milioni. Più in generale, l’area in cui la situazione è più critica è quella che si trova sulla costa sud-orientale, che oltre al Nuovo Galles del Sud riguarda anche gli stati di Victoria e dell’Australia Meridionale, in cui vive la maggior parte degli australiani.

   Gli incendi di questi mesi non sono per ora i più mortali della storia australiana – nel “Black Saturday“, nel 2009 in Victoria, morirono più di 170 persone – ma secondo diversi parametri stanno avendo un impatto che nessun incendio aveva avuto negli ultimi decenni. Nel Nuovo Galles del Sud il precedente record di ettari bruciati era di 3,5 milioni, ma erano in gran parte di praterie e terreni incolti. ORA A BRUCIARE SONO SOPRATTUTTO BOSCHI MA ANCHE CAMPI E PARTI DI PARCHI NATURALI, come nel caso delle BLUE MOUNTAINS, non lontano da Sydney. Owen Price, professore dell’Università di Wollongong, nel Nuovo Galles del Sud, ha detto al Guardian: «Le grandi stagioni di incendi del passato bruciavano al massimo il 20 per cento dei boschi; questa volta arriveremo quasi al 50 per cento. È un nuovo record sotto ogni punto di vista».

   In alcuni casi le fiamme hanno raggiunto anche centri abitati, persino nelle periferie di MELBOURNE e SYDNEY e della capitale CANBERRA. I luoghi abitati in cui gli incendi hanno avuto le peggiori conseguenze sono la piccola città di BALMORAL, nel Nuovo Galles del Sud, e la cittadina costiera di MALLACOOTA, nel Victoria. A fine dicembre Balmoral è stata in gran parte distrutta e nell’ultimo giorno del 2019 circa un migliaio tra abitanti e turisti che si trovavano Mallacoota sono stati evacuati via mare dall’esercito per il concreto rischio che le fiamme – che poi hanno preso una diversa direzione – raggiungessero le loro case.

   Un altro luogo di cui si è parlato in relazione a questi incendi è KANGAROO ISLAND, nota soprattutto per la varietà della sua fauna. Si trova al largo della costa dell’Australia Meridionale, è la terza più grande isola del paese e le fiamme hanno interessato quasi un terzo del suo intero territorio.

il WWF Australia ha lanciato una raccolta fondi su Facebook per aiutare gli animali colpiti dai roghi – Gli incendi in Australia hanno bruciato 8,4 milioni di ettari. La sezione locale del Wwf stima che dei roghi possano essere rimasti vittima oltre un miliardo tra koala, canguri e altre iconiche specie australi e ha lanciato una raccolta fondi su Facebook. – Thank you so much for your support so far. We’ve extended the goal so that we can do more to help our iconic wildlife who have been injured and left homeless by the catastrophic fires. Every dollar helps, we couldn’t do this without you. Thank You! –

I problemi
In conseguenza degli incendi la qualità dell’aria è notevolmente peggiorata in diverse aree, Sydney compresa, con possibili problemi di salute per chi la respira, e sta succedendo sempre più spesso che ci sia scarsa visibilità (a Melbourne ieri era inferiore a un chilometro), con conseguenti possibili problemi, per esempio, per il trasporto aereo.

   Oltre alle abitazioni distrutte e alle persone evacuate, ci sono poi i problemi per l’ecosistema, l’allevamento e l’agricoltura. I giornali parlano per esempio di gravi problemi per l’industria vinicola del sud dell’Australia e si ipotizza la perdita di oltre 100mila capi di bestiame.

   Per quanto riguarda invece gli animali non da allevamento, da qualche giorno gira uno studio fatto da un esperto di biodiversità dell’Università di Sydney che parla della morte di quasi mezzo miliardo di animali. Il dato è basato su una stima degli animali-per-ettaro e non c’è modo di avere numeri effettivi. Ma è certo che gli incendi che stanno bruciano in Australia stanno avendo e avranno in futuro pesanti ripercussioni per molti animali, anche solo per il fatto che ne stanno distruggendo l’habitat. Si parla anche della possibile morte di quasi un terzo dei koala del Nuovo Galles del Sud. Per avere informazioni più dettagliate bisognerà aspettare comunque la fine degli incendi.

INCENDI AUSTRALIA, MANIFESTAZIONI E PROTESTE IN TUTTO IL PAESE – Giornata di proteste, venerdì 10 gennaio, in Australia, dove decine di migliaia di cittadini si sono radunati a Sydney, Melbourne, Brisbane, Adelaide, Hobart e Canberra e in molte altre città per manifestare contro la politica nazionale in materia di cambiamenti climatici, una gestione ritenuta inadeguata degli incendi e per chiedere alloggi di emergenza e risarcimenti per le persone colpite dagli incendi. E c’è chi chiede le dimissioni del primo ministro Scott Morrison, richiesta che diventa social con l’hashtag #SackScoMo su Twitter. Traffico bloccato a Sydney e Melbourne per più di un’ora dai manifestanti. Il bilancio attuale è di oltre 10 milioni di ettari bruciati dall’inizio della stagione degli incendi boschivi, a settembre, almeno 26 morti e diverse migliaia di case distrutte dalle fiamme. Scienziati australiani affermano che almeno 1 miliardo di animali sono morti tra le fiamme. (da https://www.adnkronos.com/fatti/esteri/ 10/1/2020)

Le cause
La maggior parte degli incendi australiani di queste settimane è causata dal CALDO (a metà dicembre era stato registrato il giorno più caldo della storia dell’Australia) dai FORTI VENTI e da un LUNGO PERIODO SENZA PIOGGE (interrotto solo in questi giorni). Nello specifico, tra le cause più citate di queste particolari condizioni c’è l’INDIAN OCEAN DIPOLE (anche noto come Niño indiano). Molto in sintesi, è un fenomeno che fa sì che le variazioni di temperatura tra la parte orientale e quella occidentale dell’oceano Indiano siano particolarmente pronunciate, e che tra le tante conseguenze ha generato una stagione più arida del solito in gran parte dell’Australia. A questo si sono aggiunte le PARTICOLARI CONDIZIONI DEI VENTI ANTARTICI, che hanno anch’esse favorito un clima secco in Australia, mentre il RITARDO DELLA STAGIONE DEI MONSONI AL NORD ha permesso un aumento delle temperature nella parte centrale del paese. Si tratta, anche qui in breve, di FENOMENI CHE HANNO IN VARIO MODO A CHE FARE CON IL CAMBIAMENTO CLIMATICO.

   Si può dire, quindi, che gli incendi siano legati a una particolare serie di condizioni naturali, in parte conseguenti al cambiamento climatico, ma ci sono stati anche alcuni casi di incendi dolosi.

“(…) COSA SONO LE FORMAZIONI DI CUMULONEMBI – Le formazioni di cumulonembi sono, in pratica, UN TEMPORALE CHE SI FORMA DAL PENNACCHIO DI FUMO DI UN INCENDIO. Il calore intenso del fuoco fa salire rapidamente l’aria, creando una forte corrente ascendente, in base alla descrizione dell’Australian Bureau of Meteorology. MENTRE LA NUVOLA SI ALZA RAPIDAMENTE E QUINDI SI RAFFREDDA a contatto con le basse temperature dell’atmosfera superiore, LE COLLISIONI DELLE PARTICELLE DI GHIACCIO nelle zone alte del cumulonembo TENDONO A GENERARE DELLE CARICHE ELETTRICHE, CHE SI SCARICANO SOTTO FORMA DI FULMINI. QUESTI APPICCANO IL FUOCO ANCHE LÀ DOV’ERA GIÀ SPENTO, rendendo gli incendi più difficili da combattere e provocando focolai nuovi in aree imprevedibili. Le correnti ascendenti, inoltre, risucchiano così tanta aria da sviluppare forti venti, che fanno bruciare più violentemente il fuoco e provocano una maggiore diffusione dell’incendio.(…)” (Elena Comelli, da “Il Sole 24ore” del 11/1/2020)

La situazione
Per provare a spegnere gli incendi sono all’opera da giorni i vigili del fuoco (alcuni dei quali arrivati dall’estero), moltissimi volontari (molti più rispetto ai vigili del fuoco di professione) e i militari (compresi circa tremila riservisti chiamati negli ultimi giorni). Sono impegnati per spegnere gli incendi (una cosa sempre molto complicata, nel caso di incendi boschivi), ma nello stesso tempo anche a rallentarne o evitarne l’avanzata.

   Tra le altre cose, stanno spruzzando una sostanza che serve per ritardare l’avanzata delle fiamme e, in certi casi, stanno realizzando grandi buche o barriere per far sì che gli incendi non possano avanzare. È difficile avere numeri precisi su quante persone siano all’opera nei rispettivi stati, ma CNN scrive che solo nel Nuovo Galles del Sud i vigili del fuoco all’opera sono più di duemila.

   Sia il Victoria che il Nuovo Galles del Sud hanno dichiarato più volte lo stato d’emergenza negli ultimi mesi e il primo ministro australiano SCOTT MORRISON ha finora stanziato 2 miliardi di dollari australiani (circa 1,2 miliardi di euro) per la ricostruzione. Morrison e gran parte del governo australiano (che dal 2013 è guidato dai conservatori) stanno ricevendo però moltissime critiche per non aver saputo dare in questi anni una risposta chiara sul cambiamento climatico, anche a causa del tradizionale legame del paese con l’industria mineraria e del carbone, e per aver dato l’idea di interessarsi poco degli incendi nelle passate settimane.

   Al problema degli incendi si stanno interessando anche diverse celebrità: alcune di loro hanno sfruttato il palco dei Golden Globe, importanti premi statunitensi, del cinema e della televisione, e altri si sono impegnati a donare centinaia di milioni di dollari alla causa. Tra gli altri, l’attore australiano Chris Hemsworth, ha detto che donerà un milione di dollari. Per ora è stato confermato che a partire dal 14 gennaio a Melbourne si svolgeranno gli Australian Open, uno dei più importanti tornei tennistici al mondo.

(immagine di Anthony Hearsey tratta dai dati dei salettelliti NASA) – E’ diventata virale una immagine realizzata da ANTHONY HEARSEY in cui viene mostrata una ELABORAZIONE DEI TERRITORI COLPITI DAGLI INCENDI in Australia tra il 5 dicembre 2019 e il 5 gennaio 2020 attraverso i DATI DEI SATELLITI NASA. – “(….) Per quanto 10,7 milioni di ettari siano molti, ATTENZIONE PERÒ A DIRE CHE “L’AUSTRALIA È IN FIAMME”. Fortunatamente non è così: fino ad ora il fuoco ha percorso “solo” l’1,4% di tutto il territorio australiano pari a 769 milioni di ettari. A CONTRIBUIRE A QUESTA FALSA PERCEZIONE È STATA UN’IMMAGINE PUBBLICATA SU INSTAGRAM DA UN GRAFICO DI BRISBANE, ANTHONY HEARSEY. A una prima sommaria occhiata, l’immagine poteva risultare uno scatto immortalato dallo spazio, con l’Australia ripresa dall’alto e costellata di fuochi. In realtà Hearsey ha utilizzato i dati satellitari raccolti dal sistema FIRMS della NASA per creare un rendering 3D, insomma un’infografica, che mostra la somma di tutti gli incendi sviluppatisi nell’ultimo mese. Ma c’è di più, non solo è una somma di tutti gli incendi dell’ultimo mese e la maggior parte di questi è già spento, ma le dimensioni di ogni singolo fuoco sono state ingrandite – come ha dichiarato l’autore stesso – per aumentare l’effetto di bagliore. (…)” (Francesca Buoninconti, da https://ilbolive.unipd.it/it/news/ del 9/1/2020)

Il futuro
Non è possibile dire ora quando si risolverà la situazione, o anche solo quanto ci vorrà prima che rientri in qualche modo nella norma. Come detto, sono in arrivo i giorni solitamente più caldi e potrebbero volerci ancora diverse settimane.

Un incendio a Lake Conjola, Aust​ralia, il 31 dicembre 201​9 (Matthew Abbott, The​ New York Times, DA WWW.INTERNAZIONALE.IT/)

   Guardando ancora più lontano, secondo gli scienziati, pochi posti nel mondo sono esposti ai cambiamenti climatici come l’Australia, e da tempo gli esperti avvertono che gli incendi diventeranno sempre più frequenti con l’aumento delle temperature nel paese causate dal riscaldamento globale, che porta periodi di caldo più lunghi ed estremi, così come una maggiore siccità che rende il terreno e la vegetazione più secchi e adatti alla combustione. (da https://www.ilpost.it/, 7/1/2020)

HARVEY, 19 MESI, DECORATO COL CIUCCIO in memoria del papà pompiere – Il vigile del fuoco volontario è morto lottando con i roghi, una delle trenta vittime degli incendi in Australia. Il figlio piccolo al funerale con la divisa del «Fire Service» (da “il Corriere della Sera” del 5/1/2020)

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GLI INCENDI IN AUSTRALIA ALIMENTANO IL DIBATTITO SULLA CRISI CLIMATICA

(The Economist, Regno Unito, 3 gennaio 2020)

da https://www.internazionale.it/

   A Natale gli incendi sembravano aver dato tregua all’Australia, ma con l’avvicinarsi dell’anno nuovo nel paese è tornato l’inferno. Nello stato di Victoria, mentre le fiamme avvolgevano la città costiera di Mallacoota, migliaia di persone si sono rifugiate in spiaggia alla vigilia di capodanno. Continua a leggere

IL CAOS MEDIORIENTE – L’uccisione del generale iraniano QASSEM SOLEIMANI (per alcuni eroe contro l’Isis, per altri feroce assassino) sconvolge ancora di più un MEDIO ORIENTE possibile esportatore di una guerra planetaria – E’ poi vera la notizia di altre bombe atomiche USA nella Base di Aviano (Pordenone)?

Venerdì 4 gennaio 2020, le forze americane hanno ucciso a BAGHDAD il generale iraniano QASSEM SOLEIMANI (nella foto, con quel che resta dell’auto e di chi c’era all’interno). Qassem Soleimani era una delle figure chiave dell’Iran, molto vicino alla Guida suprema, l’ayatollah ALI KHAMENEI, e considerato da alcuni il potenziale futuro leader del Paese. Un raid, quello statunitense, condotto con un drone, e ordinato da DONALD TRUMP. E che fa salire la già alta tensione fra Stati Uniti e Iran, ma anche in tutto il Medio Oriente e in tutto il mondo

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Che cosa può succedere ora tra Usa e Iran dopo la morte di Soleimani? Verso una guerra aperta? (immagine da https://www.open.online/)

L’ATTACCO USA. MIGLIAIA IN PIAZZA A TEHERAN, L’EUROPA È PREOCCUPATA

da Avvenire del 3/1/2020, https://www.avvenire.it/mondo/

– Con un attacco mirato, condotto con drone, gli Usa hanno ucciso a Baghdad un generale iraniano. Teheran: “Ci vendicheremo”. Altri 3.500 soldati Usa in Medioriente –

   Le forze americane hanno ucciso a Baghdad il generale iraniano QASSEM SOLEIMANI, una delle figure chiave dell’Iran, molto vicino alla Guida suprema, l’ayatollah ALI KHAMENEI, e considerato da alcuni il potenziale futuro leader del Paese. Un raid, quello statunitense, condotto – secondo indiscrezioni – con un drone e ordinato da Donald Trump. E che rischia di far salire la già alta tensione fra Stati Uniti e Iran, ma anche in tutto il Medio Oriente.

   La reazione iraniana è immediata, con Teheran che parla di “atto di terrorismo” e fa sapere che ci saranno ritorsioni.

   Gli Stati Uniti hanno deciso di inviare altri 3.500 soldati in Medio Oriente. Lo hanno riferito tre funzionari della Difesa e un ufficiale militare a Nbc News. Le nuove truppe saranno dispiegate in Iraq, Kuwait e altre parti della regione.

MIGLIAIA IN PIAZZA CONTRO GLI USA NELLE CITTÀ IRANIANE – Manifestazioni di protesta contro gli Usa si sono tenute in diverse città iraniane. A TEHERAN decine di migliaia di persone hanno sfilato con le foto di Soleimani, gridando “MORTE ALL’AMERICA”; manifestazioni simili si sono svolte ad ARAK, BOJNOURD, HAMEDAN, HORMOZGAN, SANANDAJ, SEMNAN, SHIRAZ e YAZD. Un fiume di gente vestita di nero ha manifestato in una sorta di corteo funebre nella città natale di Soleimani, KERMAN; la guida della preghiera locale, HASSAN ALIDADI, ha affermato che l’uccisione di Soleimani porterà alla “fine della presenza militare Usa nella regione e alla vittoria finale del fronte della resistenza su Israele”. I media iraniani mostrano donne vestite a lutto, che piangono per le strade di TABRIZ. (Avvenire del 3/1/2020, https://www.avvenire.it/mondo/)

 

Migliaia in piazza contro gli Usa nelle città iraniane

Manifestazioni di protesta contro gli Usa si sono tenute in diverse città iraniane. A Teheran decine di migliaia di persone hanno sfilato con le foto di Soleimani, gridando “morte all’America”; manifestazioni simili si sono svolte ad Arak, Bojnourd, Hamedan, Hormozgan, Sanandaj, Semnan, Shiraz e Yazd. Un fiume di gente vestita di nero ha manifestato in una sorta di corteo funebre nella città natale di Soleimani, Kerman; la guida della preghiera locale, Hassan Alidadi, ha affermato che l’uccisione di Soleimani porterà alla “fine della presenza militare Usa nella regione e alla vittoria finale del fronte della resistenza su Israele”. I media iraniani mostrano donne vestite a lutto, che piangono per le strade di Tabriz.

Mappa città dell’Iran

Il Nunzio in Iran: abbassare la tensione

È importante in questo momento “abbassare la tensione, chiamare tutti al negoziato e credere al dialogo sapendo, come la storia ci ha sempre insegnato, che la guerra e le armi non sono le soluzioni ai problemi che affliggono il mondo di oggi. Bisogna credere nel negoziato. Si deve credere nel dialogo. Bisogna rinunciare al conflitto e si deve ‘armarsi’ con le altre armi che sono quelle della giustizia e della buona volontà”. Così il Nunzio apostolico in Iran, monsignor Leo Boccardi, raggiunto telefonicamente a Teheran da Vatican News. Per monsignor Boccardi, occorre “continuare a prodigarsi e a portare all’attenzione della comunità internazionale la situazione del Medio Oriente. Una situazione che deve essere risolta e si devono chiamare tutti alla responsabilità diretta che abbiamo. Pacta sunt servanda, dice una regola importante della diplomazia. E le regole del diritto devono essere rispettate da tutti”.

“(…) TRUMP, subito dopo l’uccisione di Soleimani, si è limitato a twittare la BANDIERA DEGLI STATI UNITI sul suo profilo Twitter, ma vari analisti ritengono che GLI STATI UNITI NON AVREBBERO LE IDEE CHIARE SU COME PROCEDERE e soprattutto SU COME FRONTEGGIARE UNA POSSIBILE ESCALATION MILITARE COL PAESE DEGLI AYATOLLAH (…)” (da https://www.wired.it/, 3/1/2019)

Teheran: dagli Usa una folle escalation

“Il lavoro e il cammino del generale Qassem Soleimani non si fermeranno e una dura vendetta attende i criminali, le cui mani nefaste sono insanguinate con il sangue di Soleimani e altri martiri dell’attacco della notte scorsa”, ha detto la guida suprema iraniana Ali Khamenei.

   Da parte sua, il ministro degli Esteri iraniano, Javad Zarif, ha commentato: “L’atto di terrorismo internazionale degli Stati Uniti con l’assassinio del generale Soleimani, la forza più efficace nel combattere il Daesh, Al Nusrah e al-Qaeda, è estremamente pericoloso e una folle escalation”. E poi: “Gli Stati Uniti si assumeranno la responsabilità di questo avventurismo disonesto”.

Washington: Soleimani era responsabile degli attacchi all’ambasciata

“Il generale Soleimani stava mettendo a punto attacchi contro diplomatici americani e personale in servizio in Iraq e nell’area”, afferma il Pentagono confermano il raid e assumendosene la responsabilità. “Il generale Soleimani e le sue forze Quds sono responsabili della morte di centinaia di americani e del ferimento di altri migliaia”, aggiunge il Pentagono, precisando che il generale iraniano è stato anche il responsabile degli “attacchi contro l’ambasciata americana a Baghdad negli ultimi giorni”. Il raid punta a essere un “deterrente per futuri piani di attacco dell’Iran. Gli Stati Uniti continueranno a prendere tutte le azioni necessarie per tutelare la nostra gente e i nostri interessi del mondo”, mette in evidenza il Dipartimento della Difesa.

Solo due giorni prima dell’uccisione di Soleimani c’era stato un assalto (nella foto) all’ambasciata statunitense in Iraq, innescato dalla tensione fra Stati Uniti e Iran. Trump aveva subito accusato l’Iran di averlo “orchestrato”. Ma l’inaspettata risposta Usa con l’uccisione di Soleimani complica i fragili equilibri nello scacchiere mediorientale con possibili conseguenze a livello mondiale.(…) (da https://www.wired.it/, 3/1/2019)

   L’attacco americano segue l’avvertimento lanciato dal ministro della Difesa, Mark Esper, dopo le tensioni degli ultimi giorni con ore e ore di guerriglia e diversi tentativi di penetrare il compound che ospita la sede diplomatica Usa nella capitale irachena, la cui torretta all’ingresso principale è stata data alle fiamme. La dichiarazione del Pentagono arriva dopo ore di confusione, fra voci che si rincorrevano e nessuna rivendicazione della responsabilità. Trump, avvolto nel silenzio, si è limitato a twittare una foto della bandiera americana prima che il ministero della Difesa uscisse alla scoperto.

L’attacco mirato, all’aeroporto di Baghdad

La Guardia Rivoluzionaria iraniana, confermando la morte di Soleimani, afferma che il generale è stato ucciso da un attacco sferrato da un elicottero americano (si tratterebbe però di un drone). Secondo le ricostruzioni iniziali, Soleimani e MOHAMMED RIDHA, il responsabile delle public relation delle forze pro-Iran in Iraq, erano da poco atterrati all’aeroporto internazionale di Baghdad ed entrati in una delle due auto che li attendeva quando l’attacco è stato sferrato. L’attacco è seguito al lancio di tre razzi all’aeroporto che non causato alcun ferito.

   I parlamentari americani non sono stati avvertiti dell’attacco, ha reso noto in un comunicato il deputato democratico Eliot Engel. Il raid eseguito in Iraq contro l’iraniano Qassem Soleimani “ha avuto luogo senza alcuna notifica o consultazione con il Congresso”, recita la nota: Soleimani era “la mente di una grande violenza” e ha “il sangue degli americani sulle sue mani”. Tuttavia, ha proseguito, “intraprendere un’azione di questa gravità senza coinvolgere il Congresso solleva seri problemi legali ed è un affronto ai poteri del Congresso nella sua veste di ramo paritetico del governo”.

Medio Oriente mappa

Israele alza lo stato di allerta, l’Europa preoccupata

Intanto, Israele ha elevato lo stato di allerta dopo aver appreso dell’uccisione di Soleimani, considerato nello Stato ebraico come il principale artefice da molti anni della sistematica penetrazione militare dell’Iran in vari Paesi della Regione.

Preoccupazione. E inviti alla moderazione

Le reazioni alla morte del comandante iraniano, Qassem Soleimani, sono pressoché unanimi. Berlino, con la portavoce della cancelliera Ulrike Demmer, ha espresso “preoccupazione” per il “pericoloso momento di escalation” in cui ci si trova, e sollecita “oculatezza e moderazione, per contribuire alla distensione” nella regione.

   La Gran Bretagna ha lanciato un appello alla calma. Il ministro degli Esteri, Dominic Raab, ha ribadito che Londra “ha sempre riconosciuto la minaccia aggressiva” rappresentata da Soleimani e dalla sua unità d’elite Forze Qods e ha aggiunto: “In seguito alla sua morte, sollecitiamo le parti alla de-escalation. Un ulteriore conflitto non è nel nostro interesse”.

   L’uccisione del comandante iraniano Qassem Soleimani ha reso il mondo “più pericoloso”. Lo ha dichiarato il ministro francese per gli Affari Europei Amèlie de Montchalin. “Ci siamo svegliati in un mondo più pericoloso”, ha detto Montchalin, aggiungendo che il presidente Emmanuel Macron avrà presto un confronto con “gli attori della regione”. “Il nostro ruolo”, ha concluso, “non è schierarci ma parlare con tutti”.

   La Russia ha avvertito che l’uccisione da parte degli Usa di Soleimani, a Baghdad, aumenterà le tensioni in Medio Oriente. “L’uccisione di Soleimani rappresenta un passo avventurista che aumenterà le tensioni nella regione”, ha ammonito il ministero degli Esteri, commentando a Ria Novosti il raid Usa. “Soleimani serviva la causa della protezione degli interessi nazionali dell’Iran con devozione”, ha aggiunto il dicastero, “esprimiamo le nostre sincere condoglianze al popolo iraniano”.

Biden: Trump getta dinamite in una polveriera

“Nessun americano piangerà la morte di Qassem Soleimani, meritava di essere consegnato alla giustizia per i suoi crimini contro le truppe americane e contro migliaia di innocenti nella regione”, ma col raid che lo ha ucciso a Baghdad, il presidente Donald Trump ha gettato dinamite in una polveriera”. Così in una dichiarazione ufficiale il candidato alle primarie democratiche per la Casa Bianca, Joe Biden, sottolineando che ora Trump “deve al popolo americano una spiegazione sulla strategia e il piano per tenere al sicuro le truppe statunitensi e il personale dell’ambasciata, come pure i nostri interessi a casa e all’estero”. “L’Iran risponderà sicuramente, potremmo essere sull’orlo di un grande conflitto in Medio Oriente”, ha avvertito Biden, dicendo di temere che l’amministrazione Trump non abbia “la necessaria visione a lungo termine”.

L’Iraq: gli Usa ci hanno attaccato, ci sarà guerra

   Il primo ministro iracheno, Adel Abdel Mahdi, ha definito “un’aggressione” da parte degli Usa, il raid compiuto a Baghdad, avvertendo che questo “scatenerà una guerra devastante” in Iraq. “L’assassinio di un comandante militare iracheno, che occupa un ruolo ufficiale, è un’aggressione all’Iraq, al suo Stato, al suo governo e al suo popolo”, ha denunciato il premier. Al-Muhandis era il numero due di Hashed, una coalizione di forze paramilitari filo-iraniena, integrate nelle forze governative irachene. (da Avvenire del 3/1/2020, https://www.avvenire.it/mondo/)

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Da Incirlik’ ad Aviano? – AVIANO TRASFORMATA NEL DEPOSITO ATOMICO PIÙ GRANDE D’EUROPA: 50 TESTATE NUCLEARI IN ARRIVO DALLA TURCHIA? – Alla base dell’operazione ci sarebbe l’inaffidabilità del presidente turco RECEP TAYYIP ERDOGAN, che starebbe spingendo la Nato e gli Stati Uniti, che in ANATOLIA usufruiscono della BASE AEREA DI INCIRLIK, con annessi depositi di bombe nucleari di propria pertinenza, a trasferire l’arsenale atomico in un avamposto alternativo. La soluzione ottimale sarebbe stata individuata proprio nell’aeroporto pordenonese “Pagliano e Gori”, sede di uno stormo dell’Usaf (il 31esimo Fighter Wing) a capacità nucleare. (…) (da https://www.liberoquotidiano.it/news/, 31/12/2019)

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(Nucleareurope, da http://www.notizie.tiscali.it/) – DATI RELATIVI ALLA PRESENZA DI BOMBE ATOMICHE AD AVIANO E A GHEDI TORRE fanno riferimento al 1998 e sono citati da parecchie fonti; a seconda delle fonti i dati oscillano leggermente ma restano costanti i nomi delle postazioni. Dal 1987 le basi devono soddisfare certi requisiti per ospitare le armi nucleari, il cosiddetto WS3 (Weapons Storage and Security Systems). Nel 1998 le uniche basi italiane con sistemi WS3 erano Aviano e Ghedi Torre. Aviano ospita bombe atomiche dagli anni ’50, Ghedi dal 1963.

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BOMBE NUCLEARI NEL PIANETA: DOVE SI TROVANO? I paesi segnati in ROSSO possiedono armi nucleari, quelli segnati in GIALLO sono parte di un’alleanza militare che ha a disposizione bombe atomiche, mentre i paesi segnati in ARANCIONE ospitano questo tipo di ordigni in base al trattato di condivisione nucleare della NATO (mappa tratta da https://www.tpi.it/)

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L’aeroporto militare di AVIANO (nel pordenonese) “Pagliano e Gori”, BASE NUCLEARE NATO-AMERICANA

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LA SFIDA LETALE DELLA CASA BIANCA

di Federico Rampini, da “la Repubblica” del 4/1/2020

   «È la mossa più rischiosa compiuta dall’America in Medio Oriente dopo l’invasione dell’Iraq nel 2003». Così il New York Times giudica l’uccisione del generale Qassem Soleimani, il capo militare iraniano eliminato su ordine di Donald Trump. La reazione da Teheran è così minacciosa che lo stesso Trump sembra in cerca di giustificazioni, o di un’improbabile distensione.
Dice che la sua decisione era necessaria, perché «Soleimani preparava attacchi imminenti e sinistri contro diplomatici e militari americani». Questa motivazione ufficiale è la risposta alle accuse dell’opposizione democratica americana. Trump aggiunge: «Ho deciso quest’azione per fermare una guerra, non per cominciarla».

   Ma davvero la Casa Bianca è sorpresa dalla reazione dell’Iran, di cui ha eliminato uno dei massimi capi militari? Ora Washington teme una vendetta durissima: il Dipartimento di Stato esorta gli americani a lasciare l’Iraq, cioè uno Stato alleato, dove l’America ha investito migliaia di vite umane e risorse economiche ingenti.

   L’eliminazione di un singolo nemico, per quanto importante, può valere la perdita d’influenza in Iraq?

Il fattore Golfo

Per spiegare quel che ha condotto all’eliminazione di un combattente di quel livello, mentre si trovava sul territorio iracheno “invitato come consulente” dal governo di Bagdad, bisogna ricostruire le ULTIME PUNTATE DI UN CRESCENDO DI TENSIONE. Continua a leggere

LA FUSIONE dei COMUNI ITALIANI procede in minima parte e casualmente, e porta al decadimento degli enti locali, inadeguati a dare servizi efficienti e non dispendiosi, con la diminuzione delle opportunità di vita per giovani e meno giovani – La riorganizzazione territoriale geografica delle istituzioni locali è cosa urgente

Nel corso del 2019 sono state approvate 31 FUSIONI DI COMUNI, di cui sei per incorporazione, per un totale di 65 comuni soppressi. Il numero complessivo dei comuni italiani è diminuito di quaranta unità passando da 7.954 a 7.914

   La fusione di comuni italiani non decolla. Il mettersi assieme per creare nuove realtà istituzionali, più adeguate ai tempi, territorialmente più confacenti allo spostarsi quotidiano dei propri abitanti, ma, in particolare, creando realtà locali (comunali) che abbiano un “senso di città”, dove appunto i cittadini aumentano le loro opportunità di vita (di studio, di assistenza, di socialità…), ebbene questo “sciogliersi” di realtà locali troppo piccole per creare nuove città non sta per niente avvenendo.

“Il rapporto 2019 dell’UNIVERSITÀ CA’ FOSCARI di VENEZIA sui COMUNI ITALIANI, ha rilevato che negli ultimi 25 anni SONO STATI I COMUNI PIÙ PICCOLI AD AVERE MAGGIORI DIFFICOLTÀ FINANZIARIE. Dal 1993 al gennaio 2019, infatti, ben 86 sono stati i municipi italiani con popolazione inferiore ai 5 mila abitanti andati in dissesto. Non molti meno, 58, quelli con abitanti tra i 5 e i 15 mila. «È il motivo per cui LE FUSIONI RAPPRESENTANO UNA RISPOSTA PER SCONGIURARE PROBLEMI FINANZIARI» ha detto Stefano Campostrini, docente a Ca’ Foscari che ha seguito il report, «mettersi assieme è una risposta alle complessità degli enti». (…)” (Alessandro Bozzi Valenti, “la Tribuna di Treviso”, 21/9/2019)

   Oppure qualcosa accade: ma in modo del tutto minimale e sporadico, frutto di capacità virtuose di amministratori locali che sanno anche rinunciare al loro “piccolo potere”, a esigue rendite di posizione, e decidono di mettersi in gioco, scommettendo sul rinnovo della propria realtà territoriale; “provando” appunto a creare un nuovo ente locale assieme al comune (ai comuni) vicini, limitrofi, con amministratori che lì sentono la loro stessa esigenza.

Fasi della fusione (da http://www.comunitrentini.it/)

   Nel 2019 sono state approvate nel nostro Paese solo (ribadiamo: solo) 31 fusioni di comuni, di cui sei per incorporazione, per un totale di 65 comuni soppressi. Attualmente ci sono in Italia 7.914 comuni. E di questi ben 5.498 sono sotto i 5.000 abitanti, che rappresentano il 69,47% del numero totale dei comuni italiani (il Piemonte è la regione che ha il maggior numero di piccoli comuni, ne conta 1.045, cioè il 19,01% del totale nazionale, seguita a ruota dalla Lombardia con 1.035).

VALBRENTA è un nuovo comune di 5.186 abitanti della provincia di Vicenza, appunto nella Valle del Brenta, a nord di Bassano verso Trento (l’inizio della Valsugana). Istituito nel 2019, dopo un referendum approvativo è frutto della fusione degli ex comuni di CAMPOLONGO SUL BRENTA, CISMON DEL GRAPPA, SAN NAZARIO e VALSTAGNA (SOLAGNA, 1900 abitanti, non ha aderito)

   E a proposito di comuni sotto i 5mila abitanti, secondo un rapporto del 2019 dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, risulta che negli ultimi 25 anni sono stati i comuni più piccoli ad avere maggiori difficoltà finanziarie. Dal 1993 al gennaio 2019, infatti, ben 86 sono stati i municipi italiani con popolazione inferiore ai 5 mila abitanti andati in dissesto. Ma, sempre secondo Ca’ Foscari, anche nei comuni da 5mila a 15mila abitanti la realtà finanziaria non è andata tanto meglio: lì ci sono stati 58 casi di dissesto.

VAL DI NON, REFERENDUM: UNO DEI TANTI CASI DI BOCCIATURA DELLA FUSIONE. NO AL NUOVO COMUNE DI BELVEDERE D’ANAUNIA

   Pertanto il Rapporto 2019 sui Comuni italiani dell’Università veneziana lancia l’allarme sul rischio default di tanti comuni, che non ce la fanno a garantire i servizi minimi essenziali per i cittadini. E proprio per questo devono rivedere la loro organizzazione, i loro bilanci. E, appunto, l’UNIONE TRA COMUNI diventa un elemento essenziale per individuare la “misura giusta” per superare le inefficienze economiche di scala: secondo Ca’ Foscari non si può essere in ogni caso sotto i 10mila abitanti; ed è pur vero, si sottolinea, che le inefficienze di scala vi sono anche con i medio-grandi comuni: sopra i 60mila abitanti vi possono essere problemi di spesa fuori misura.

PROPOSTA DI “GEOGRAFICAMENTE”: 70 CITTA’ NEL VENETO AL POSTO DEGLI ATTUALI 581 COMUNI – Con una MEDIA di circa 70.000 ABITANTI PER CITTA’ (ripartizione ripresa dal Piano di Zonizzazione in Distretti della Polizia Urbana fatto nel 2010 dalla Regione Veneto)

   Pertanto la frammentazione rappresenta un problema di efficienza degli apparati pubblici, incapaci di raggiungere standard adeguati nell’esercizio delle funzioni e nell’erogazione dei servizi. E’ anche vero che non basta associarsi, creare un comune con un numero di abitanti più adeguato (noi in questo blog geografico abbiamo sempre proposto la creazione di nuove città sulla misura di 60mila abitanti): secondo Ca’ Foscari «per rispondere alle problematiche dei comuni si devono anche individuare nuovi modelli di governance, innovazione sociale e partecipazione, che mettano in rete pubblico e privato sociale».

UN ESEMPIO IN CORSO IN PROVINCIA DI TREVISO: IL CASO DELLA PROPOSTA DI FUSIONE DI 4 COMUNI – Quattro Comuni sono pronti a superare la logica dei campanili verso una possibile fusione. I sindaci di CAVASO, POSSAGNO, CASTELCUCCO e MONFUMO si sono già riuniti per aprire un tavolo di lavoro (nella foto il TEMPIO progettato e voluto da ANTONIO CANOVA a POSSAGNO)

   E poi, noi pensiamo che non sia solo un problema di bilanci ed efficienza della macchina amministrativa (che non sarebbe in ogni caso poco!). E’ anche una questione, per un nuovo comune, una “nuova città”, di autorevolezza, di capacità di porsi attivamente nel contesto delle istituzioni pubbliche e private regionali, nazionali e oltre; di creare un dibattito interno che possa rilevare e mettere concretamente in pratica le specificità di un territorio (specificità ambientali, turistiche, di determinate produzioni industriali, o agroalimentari, di forme artigianali di pregio, artistiche, etc…). Insomma di creare un volano per essere più innovativi su quella che è la vocazione sulla quale investire, “crederci”, di un territorio. E così anche dare spazio ai giovani, che possono trovare “in loco” scuole e lavoro in grado di poter farli restare, e sviluppare nel proprio luogo di appartenenza le proprie specificità e capacità.

“(…) IL NUMERO IDEALE DI ABITANTI PER NON RISCHIARE DIFFICOLTÀ? Sopra i 10 mila abitanti. «Sotto a tale soglia emergono inefficienze di scala, le stesse che si ritrovano poi in comuni sopra i 60 mila abitanti» ha precisato a riguardo Marcello Degni, magistrato e docente a Ca’ Foscari (… )” (Alessandro Bozzi Valenti, “la Tribuna di Treviso”, 21/9/2019) (immagine da http://www.tuttitalia.it/)

   Pertanto la scarsa, lenta ridefinizione territoriale delle istituzioni pubbliche che vi è in questo momento (la fusione tra comuni in primis), è un problema serio da non sottovalutare (attualmente non se ne parla proprio nella dialettica politica e culturale italiana). Lo ribadiamo ancora a forte voce da questo blog geografico: impegniamoci a allargare a tutto il territorio nazionale la necessità di ridurre drasticamente gli attuali quasi 8 mila comuni, arrivando a creare al loro posto nuove città (noi, ripetiamo, pensiamo debbano essere di almeno 60mila abitanti). (s.m.)

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Alleghiamo qui di seguito il link di un PowerPoint di una conferenza tenuta da Geograficamente il 28 gennaio 2018 a Valstagna in occasione dell’allora imminente referendum per la proposta di fusione dei comuni della VAL BRENTA.

«SCIOGLIERE PER CONSERVARE»: IL RIDISEGNO DEI COMUNI
tra OPPORTUNITA’ (da saper cogliere) e RISCHI (da evitare)
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SCIOGLIERE PER CONSERVARE_ LE FUSIONI TRA COMUNI IN NUOVE REALTA URBANE

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CA’ FOSCARI: «I COMUNI A RISCHIO DEFAULT: SOLO L’UNIONE LI SALVERÀ»

di Alessandro Bozzi Valenti, da “la Tribuna di Treviso” del 21/9/2019

– Campostrini: «Soglia di sopravvivenza a 10 mila abitanti» – Il viceministro Castelli: «Allo studio percorsi di risanamento» –

Treviso – Niente rischi finanziari, nel 2018, per i comuni del Veneto. Ma l’attenzione va tenuta alta, andando a favorire le unioni e progetti che mettano in sinergia pubblico e privato. È quanto fatto emergere (il 20 settembre 2019, ndr) nella presentazione del rapporto dell’università Ca’ Foscari sui comuni italiani, Continua a leggere

IL RACCONTO DI NATALE 2019 di Geograficamente quest’anno è dedicato a DINO BUZZATI e al suo romanzo-favola “LA FAMOSA INVASIONE DEGLI ORSI IN SICILIA” (ora anche film di animazione) – Ma lo DEDICHIAMO anche A TUTTI GLI ORSI che nelle nostre montagne vogliono conservare la loro libertà

Immagine dal film-animazione di LORENZO MATTOTTI “LA FAMOSA INVASIONE DEGLI ORSI IN SICILIA”, che si ispira all’omonima favola scritta e illustrata dallo scrittore DINO BUZZATI e pubblicata per la prima volta a puntate sul CORRIERE DEI PICCOLI nei primi mesi del 1945. Film e libro raccontano di quella volta in cui LEONZIO, IL RE DEGLI ORSI, decise di scendere in pianura, invadendo la terra degli uomini. UNA CARESTIA E IL RIGORE DI UN TERRIBILE INVERNO minacciavano il suo clan e, in più, il Re desiderava RITROVARE SUO FIGLIO TONIO, rapito tempo prima da alcuni cacciatori sulle montagne siciliane. Forte di un potente esercito e dell’aiuto di un mago, il Re provò a portare a termine entrambe le missioni e a RENDERE POSSIBILE LA CONVIVENZA TRA UOMINI E ORSI

   Augurando ai nostri affezionati (25) lettori un buon Natale (per questa fine del 2019), Vi proponiamo un autore, Dino Buzzati, che in un “precedente Natale” abbiamo già indicato come lettura; in un racconto (“I sette messaggeri”) che ancora adesso è, in questo blog, “cliccato”, apprezzato.

Immagine dal film-animazione di LORENZO MATTOTTI “LA FAMOSA INVASIONE DEGLI ORSI IN SICILIA”, che si ispira all’omonima favola scritta e illustrata dallo scrittore DINO BUZZATI

   Questa volta proponiamo alcune righe, dal terzo capitolo del libro romanzo-favola, “LA FAMOSA INVASIONE DEGLI ORSI IN SICILIA”; discorrendo poi, con contributi presi dai tanti studiosi, giornalisti e interessati a questo genere di letteratura (fantastica, realistica nel descrivere i nostri sogni e reconditi desideri di andare oltre la realtà), che hanno fatto di Buzzati uno scrittore straordinario del ‘900. E, riteniamo, con rappresentazioni e tematiche che anche le persone del presente e del futuro sentiranno importanti, edificanti, dentro di sè.

CORRIERE DEI PICCOLI (1945) – LA FAMOSA INVASIONE DEGLI ORSI IN SICILIA, di Dino Buzzati è pubblicata per la prima volta a puntate sul CORRIERE DEI PICCOLI (nell’immagine) nei primi mesi del 1945

   Il tema degli orsi è poi assai attuale nel nostro presente: c’è un ritorno dell’orso nelle nostre montagne, e desideriamo che non vengano uccisi e cacciati (come si è tentato di fare con l’orso M49 nella provincia di Trento la scorsa estate).

   Perché sono terre (le montagne) più “loro” che nostre. E convivenze possibili tra attività umane e la presenza-ritorno virtuosa di orsi, lupi, e altri animali selvaggi è possibile e bella. Ma ci fermiamo qui. Buon Natale. (s.m.)

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CORRIERE DEI PICCOLI (1945) – LA FAMOSA INVASIONE DEGLI ORSI IN SICILIA, di Dino Buzzati è pubblicata per la prima volta a puntate sul CORRIERE DEI PICCOLI (nell’immagine) nei primi mesi del 1945

La favola è ambientata in una Sicilia irreale di epoche lontanissime: sulle montagne vivono gli orsi governati dal saggio re Leonzio.

Una terribile carestia e un inverno particolarmente rigido li costringono a scendere a valle dove vivono gli uomini, gli stessi che un giorno rapirono il principino Tonio, figlio del re.

Re Leonzio nutre la segreta speranza di ritrovare Tonio e conduce il suo popolo verso la pianura dove li attende il formidabile esercito del Granduca, tiranno dell’isola.

Grazie a un’abile trovata gli orsi vincono la battaglia e assediano la capitale: il Granduca tiene prigioniero Tonio e lo costringe ad esibirsi come trapezista al Gran Teatro Excelsior; gli orsi irrompono durante uno spettacolo, giustiziano il tiranno e assumono il governo del paese.

Re Leonzio regnerà indisturbato per molti anni ma i suoi orsi, corrotti dai costumi degli uomini, diventeranno invidiosi e violenti.

In una congiura tramata a suo danno dal ciambellano Salnitro, re Leonzio muore, ma prima di andarsene si rivolge al suo popolo chiedendogli – in un commovente addio – di ritornare per sempre sulle cime delle montagne da cui erano partiti. (da https://www.teatrocolla.org/repertorio/la-famosa-invasione-degli-orsi-in-sicilia)

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INTRODUZIONE

“Ecco la storia dei miei orsi. Tanti anni fa, ogni mercoledì, la famiglia di mia sorella veniva a pranzo in casa nostra, cioè della mamma e di noi tre fratelli. Siccome io mi sono sempre divertito a disegnare, una di quelle sere, le nipotine Pupa e Lalla, che avranno avuto undici-dodici anni, mi hanno chiesto: «Zio Dino, perché non ci fai un bel disegno?». Allora ho preso le matite colorate e, chissà perché, mi sono messo a fare una battaglia di orsi e soldati, in un paesaggio di neve. Il disegno, fatto in pochi minuti, era abbastanza rozzo, ma piacque alle mie nipotine. Il mercoledì dopo, naturalmente: «Zio Dino, perché non ci fai un altro dise gno?». E allora ho immaginato che gli orsi della settimana prima avessero vin to la battaglia e fossero entrati nella città di un sultano, o arciduca, o tiranno che fosse. E ho fatto la scena del re degli orsi che entrava nella camera da letto del satrapo, che balzava sbalordito dalle coperte. Dopodiché, ogni settimana era un nuovo disegno. In tutto saranno stati sette otto, fin che le nipotine pen sarono ad altro e la storia rimase lì. Passarono gli anni e proprio nell’ultimo anno di guerra, Emilio Radius, che dirigeva allora il «Corriere dei Piccoli», mi disse: «Perché non mi scrivi una storia per bambini coi disegni relativi? Dovresti saperci fare, io penso». La proposta mi piacque, ma scrivere per bambini è molto più difficile che scrivere per i grandi, i quali più o meno si sa come la pensano.” (Dino Buzzatti)

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(Tanti anni fa la Sicilia fu invasa dagli orsi: guidati dal loro re, Leonzio, vanno alla ricerca dell’orsacchiotto Tonio, sparito molti anni prima. Sulla loro strada si pongono gli uomini: l’esercito del perfido Granduca, gli imbrogli dell’astrologo di corte e mago De Ambrosiis… Il principino Tonio verrà ritrovato ma gli orsi avranno appreso dagli uomini corruzione e malvagità finché, delusi, non torneranno alle loro montagne, nella pace della natura).

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C’era, nelle vicinanze, un vecchio castello, ce n’erano molti, anzi, a quel tempo, ma noi vogliam dire precisamente la Rocca Demona, che era tutta in rovina e brutta e piena di bestiacce, ma era il più famoso perché ci abitavano gli spiriti. In tutti gli antichi castelli, voi sapete benissimo, vive di solito un fantasma, al massimo due o tre. Nella Rocca Demona non si contavano neppure, centinaia erano, se non migliaia, nascosti durante il giorno; perfino nei buchi delle serrature.
Ci sono delle mamme che dicono: non riesco a capire che gusto ci sia a raccontare ai bambini le storie degli spiriti; dopo loro si spaventano e si mettono a gridare perché hanno sentito il rumore di un topo. E forse le mamme hanno ragione. Ma bisogna pensare tre cose: prima di tutto che gli spiriti, ammesso che ci siano, non hanno mai fatto male ai bambini, non hanno mai, anzi, fatto male a nessuno; sono gli uomini che vogliono prendere paura; gli spiriti o i fantasmi, se esistono […] sono come il vento, la pioggia, le ombre degli alberi, la voce del cuculo alla sera, cose naturali e innocenti; e probabilmente sono tristi di doversene stare soli soletti in vecchie case malinconiche e disabitate […].
Seconda cosa da dire: che la Rocca Demona non esiste più, non esiste più la città del Granduca, non esistono più gli orsi in Sicilia e la storia è ormai così lontana che non c’è proprio da impressionarsi.
Terzo: che la storia fu proprio così e non la possiamo cambiare. […]
Ora il professore De Ambrosiis, arrabbiatissimo con Re Leonzio e con gli orsi per aver dovuto sprecare uno dei suoi due incantesimi disponibili,1 voleva vendicarsi. E pensò che sarebbe stato magnifico far capitare le belve alla Rocca Demona; ingenui com’erano, alla vista dei fantasmi gli orsi sarebbero rimasti per lo meno morti sul colpo.
Detto fatto De Ambrosiis consigliò a Re Leonzio di condurre le sue bestie, per quella notte, al castello: avrebbero trovato da dormire, da mangiare, da divertirsi. «Io intanto corro avanti a fare i preparativi.»
E corse avanti alla Rocca per mettere sull’avviso i fantasmi. […]
«Fuori, fuori, amici! – gridava il professore correndo per i saloni diroccati già invasi dal crepuscolo. «Sveglia, che arrivano degli ospiti!»
E dai tendaggi polverosi, dalle corazze arrugginite, dai fuligginosi camini, dai vecchi libri, dalle bottiglie, perfino dalle canne dell’organo della cappella uscivano a frotte i fantasmi; brutte facce, a dire la verità, tutt’altro che incoraggianti per chi non avesse pratica. Ma lui, De Ambrosiis, personalmente se ne rideva, lui era di famiglia. […]
Mezzanotte, l’ora delle fate! Dalla torre più alta lo spirito di un antico orologio, ormai completamente scassato, mandò dodici flebili «deng! deng!» e nugoli di pipistrelli si staccarono dalle volte cadenti sparpagliandosi per il castello. Proprio in quel momento Re Leonzio, alla testa del suo popolo, si inoltrava negli androni desolati, meravigliandosi di non trovare luci accese, né tavole imbandite, né orchestre di musicanti […].
Altro che musicanti!
Da una grande ragnatela che pendeva in un angolo si staccarono, avanzando verso Leonzio, una dozzina di spettri che mugolavano e facevano boccacce.
Gli orsi, bestie ingenue – aveva pensato De Ambrosiis – avrebbero preso una paura d’inferno. Ma il calcolo era sbagliato. Proprio perché semplici e ingenui, gli orsi guardarono quelle strane apparizioni con curiosità e nient’altro. Perché spaventarsi? Non avevano denti, né zanne, né unghie. E le loro voci sembravano quelle della civetta.
«Toh, guarda i lenzuoli che ballano da soli!» esclamò un orsacchiotto.
«E tu, bel fazzolettino, perché giri a quel modo?» chiese un’altra belva a un pallido spiritello che roteava all’altezza del suo muso.
Ma ecco gli spiriti arrestarsi, smettere i mugolii e le smanie.
«Chi si vede?» grida uno di essi con voce fioca ma ansiosa, cambiando completamente tono. «Il nostro buon Re! Ma come? Non mi riconosci?»
«Non saprei … veramente …» fece Leonzio interdetto.
«Sono Teofilo,» disse lo spirito e quindi, indicando i compagni: «Ed ecco Gedeone, Bofis, Zampetta, Nasone, i tuoi orsi fedeli, non li riconosci?»
E finalmente il Re li riconobbe. I suoi orsi caduti in battaglia erano già trasformati in fantasmi. Rifugiatisi al castello, si erano subito fatti amici i fantasmi degli uomini e vivevano in buona compagnia. Ma come erano cambiati! Dov’era più il loro simpatico muso, le potenti zampe, la sontuosa pelliccia? Si erano fatti diafani, molli, pallidi, veli evanescenti!
«Orsi miei bravi!» disse Leonzio commovendosi, e tese le zampe.
Si abbracciarono o almeno cercarono di abbracciarsi, perché la cosa non è facile tra un orso in carne ed ossa e un fantasma fatto di materia impalpabile. Intanto arrivavano altri orsi da una parte, altri fantasmi dall’altra. Tra scoppi di risa ed esclamazioni di gioia avvenivano nuovi riconoscimenti. Anche gli spiriti degli uomini, passato il primo imbarazzo, accorrevano festosamente. Non pareva vero agli spettri che ci fosse finalmente un’occasione per fare un po’ d’allegria. Accesi dei falò si iniziarono senz’altro le danze ai suoni di un’improvvisata orchestrina: c’era il violoncello, il violino e il flauto, senza parlare dei cantanti e dei ballerini. […]
Ballarono, cantarono e si vollero bene, orsi e fantasmi. Un vecchissimo spettro, portando al colmo la gioia, andò a scovare nelle cantine del castello, fra mucchi di scheletri, ragni e topi grandissimi, un’antica botticella di vino che neppure il Granduca ne possedeva di uguali. Leonzio, come Re, dopo aver partecipato al primo girotondo, preferì appartarsi col fantasma di Teofilo, ch’era stato orso saggio e prudente. E con lui discusse a lungo la situazione, e le possibilità o meno di ritrovare il figliolo rapito.
«Ah, il tuo Tonio!» disse a questo punto Teofilo. «Mi dimenticavo di dirti! Lo sai che ne ho avuto notizia? Lo sai che si trova al T…».
Non poté finire la parola. Deng! deng! deng! fece lo spirito dell’antico orologio. Le tre di notte! L’ora del cessato incantesimo! Di un subito i fantasmi si dissolsero come il vapore che esce dalle pentole, si trasformarono in una nebbiolina leggera che tremolò un poco nei saloni con leggeri sussurri e poi sparì anche quella.
Leonzio avrebbe pianto di rabbia. E pensare che stava per sapere dov’era il suo Tonio! Ma bisognava rassegnarsi. Sarebbe stato inutile aspettare la notte successiva. Perché una legge stabilisce che i fantasmi non possono farsi vedere più di una volta all’anno.

(Dino Buzzati, La famosa invasione degli orsi in Sicilia, Mondadori)

(tratto da http://libropiuweb.mondadorieducation.it/)

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La trama

Il libro narra delle vicende di un gruppo di orsi che vive sulle montagne della Sicilia sotto il comando di re Leonzio. Durante un inverno particolarmente rigido gli orsi si trovano senza cibo, e decidono quindi di invadere il Granducato di Sicilia per sopravvivere; Leonzio spera anche di ritrovare il figlio Tonio, rapito dai cacciatori alcuni anni prima.

   Il Granduca manda il suo esercito contro gli orsi, la cui inferiorità è netta: gli animali sarebbero spacciati se non fosse per l’intervento del loro più valoroso e forte guerriero, l’orso Babbone, che mette in fuga i soldati nemici lanciando loro addosso delle enormi palle di neve. Gli orsi banchettano nel campo nemico, dove incontrano il professor De Ambrosiis, stregone ed ex-astrologo di corte del Granduca da lui licenziato per aver previsto la caduta del suo regno. Costui possiede una bacchetta magica, che può però essere utilizzata solo due volte e che egli conserva per guarirsi nel caso si ammalasse; il professor De Ambrosiis è però costretto a compiere un incantesimo per salvare gli orsi e se stesso dall’attacco dell’esercito di cinghiali del Sire di Molfetta, cugino e alleato del Granduca: questo incantesimo consiste nel far gonfiare i cinghiali fino a farli poi esplodere in cielo.

   Dopo diverse peripezie gli orsi giungono alla capitale del Granducato, dove sperano di trovare cibo in abbondanza. Dopo una prima giornata di combattimenti infruttuosi, gli animali hanno la meglio grazie alle geniali invenzioni dell’orso Frangipane, che permettono loro di entrare in città. Leonzio e alcuni suoi fedeli irrompono nel teatro Excelsior, dove il Granduca, tenuto dai suoi collaboratori all’oscuro della reale situazione, sta assistendo allo spettacolo conclusivo della serata: Tonio, costretto a esibirsi come equilibrista. Leonzio riconosce immediatamente il figlio e si lancia verso di lui, ma il Granduca spara all’orsacchiotto ferendolo mortalmente. I compagni di Leonzio uccidono il Granduca, mentre il professor De Ambrosiis, pur con estrema riluttanza, usa il secondo e ultimo incantesimo della sua bacchetta magica per guarire Tonio. Inizia così il regno di Leonzio sulla città, all’insegna della pacifica convivenza tra orsi e uomini.

   Col passare degli anni, però, gli orsi cominciano a corrompersi, assumendo abitudini umane come l’indossare vestiti e il bere. Il ciambellano, l’orso Salnitro, è al centro di questo processo: distratta l’attenzione di Leonzio con la costruzione di un monumento in suo onore, Salnitro apre una bisca (nella quale Leonzio sorprende il figlio Tonio) e organizza feste sfrenate in un palazzo nascosto, rubando poi al professor De Ambrosiis una seconda bacchetta magica che questi si era costruito. Il ciambellano, nella sua sete di potere, giunge a ferire mortalmente Leonzio quando questi, insieme ai suoi fedeli, esce in mare per combattere un terribile serpente marino che minaccia la città; Salnitro viene però immediatamente ucciso dall’orso Gelsomino, l’unico a essersi accorto delle sue macchinazioni.

   Sul letto di morte re Leonzio chiede agli orsi di lasciare la città e le ricchezze che li hanno corrotti e di tornare alle montagne, dove ritroveranno la pace d’animo; gli animali rispettano la sua volontà, abbandonando per sempre gli uomini.

(da https://it.wikipedia.org/wiki/La_famosa_invasione_degli_orsi_in_Sicilia )

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BIOGRAFIE – DINO BUZZATI nasce nel 1906 a SAN PELLEGRINO, vicino a BELLUNO. Frequenta il liceo a MILANO dove vive e si laurea in Giurisprudenza. Nel 1928 entra nella redazione del CORRIERE DELLA SERA, presso cui lavorerà per tutta la vita e per il quale rivestì i ruoli di corrispondente di guerra, inviato, critico d’arte ed elzevirista. Nel 1933 esce il primo romanzo, BÀRNABO DELLE MONTAGNE, in cui da subito emerge la vena fantastica che caratterizzerà il suo lavoro, nonché il LEGAME FORTE FRA BUZZATI E LA MONTAGNA. Segue nel 1935 IL SEGRETO DEL BOSCO VECCHIO, anch’esso ambientato tra le amate montagne (Buzzati era un provetto scalatore e sciatore). La notorietà arriva nel 1940 con il romanzo IL DESERTO DEI TARTARI che dà il via a una intensa produzione: nel 1942 escono i racconti, I SETTE MESSAGGERI, e tre anni dopo LA FAMOSA INVASIONE DEGLI ORSI IN SICILIA (1945). Adatta per il TEATRO alcune novelle e si dedica intensamente anche all’attività di PITTORE: la sua prima esposizione personale si tiene nel 1958 (da cui nascono LE STORIE DIPINTE); lo stesso anno in cui vince il premio Strega con l’antologia dei SESSANTA RACCONTI. La SCRITTURA FATTA DI PAROLE E IMMAGINI resta un leitmotif della sua carriera, come la rilettura in chiave contemporanea di Orfeo e Euridice in POEMA A FUMETTI del 1969 o la saga popolare di ex voto dedicati a Santa Rita ne I MIRACOLI DI VAL MOREL del 1970. Nel 1963 pubblica il suo ultimo romanzo, UN AMORE, a cui fanno seguito diverse raccolte di racconti e di testi giornalistici. Si spegne a Milano nel 1972, colpito da un male incurabile. (da https://www.leggendoleggendo.it/ )

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ALESSIA TERRUSI, Università degli Studi di Pisa (1/6/2017)

“LA FAMOSA INVASIONE DEGLI ORSI IN SICILIA DI DINO BUZZATI”: UNA FIABA-ROMANZO  TRA TESTO E IMMAGINI D’AUTORE

   La perdita, la quête, le battaglie, gli inganni e gli opposti schieramenti. Dagli scontri epici dell’Orlando furioso e della Gerusalemme liberata alla guerra tra orsi e uomini, montagna e pianura, selvaggi e civilizzati. Dagli intermezzi del coro nelle tragedie greche alle incursioni in rima a segnare il passaggio da uno scenario narrativo all’altro. Tutto questo è La famosa invasione degli orsi in Sicilia, che Dino Buzzati pubblicò per Rizzoli nel dicembre 1945 e che troppo spesso, ancora oggi, viene confinato ai margini della sua produzione.

   Eppure Buzzati era consapevole che proprio quel piccolo volume da lui stesso illustrato poteva essere uno strumento di guida e un ponte per il lettore che non era più bambino, ma non ancora adulto. “Essere proposto per la lettura nelle scuole è assolutamente il massimo della soddisfazione” (Albertazzi, 1979/1992), questo il desiderio più recondito – e in fondo meno stupefacente – dell’autore delle peripezie degli orsi.

   Narrare e al tempo stesso educare è la cifra di Buzzati a partire dal Deserto dei Tartari (1940) fino a Poema a fumetti (1969): l’immaginario, il disegno della stessa mano dell’autore, il motivo ricorrente del mostro come portatore di valori contrari a quelli della morale, tutto concorre a fare di Buzzati un autore dalle grandi potenzialità scolastiche.

   Anche quando, ne “La famosa invasione degli orsi in Sicilia”, decide di cimentarsi in un’opera non ascrivibile a un genere specifico ma classificabile entro un insieme a sé, autonomo e aperto, denominabile fiaba-romanzo. Il libro, in realtà, consisteva in undici puntate pubblicate sul Corriere dei Piccoli tra il gennaio e l’aprile del 1945.

   Originariamente il racconto era diviso in due parti, “La famosa invasione degli orsi” e “Vecchi orsi addio!”, ma non venne mai concluso perché il “Corrierino”, nel frattempo, cessò le pubblicazioni. Era, di fatto, un’altra opera: il granduca regnava sulla Maremma, non c’erano le filastrocche, la descrizione dei personaggi e degli ambienti, e la vicenda in sé era nel complesso più tetra, triste, mogia. Infine, era scomparsa la divisione in due parti che sembrava già presagire, come si diceva, la doppia natura de La famosa invasione degli orsi in Sicilia di fiaba e di romanzo.

   Con la prima condivide la struttura narrativa imperniata sulle funzioni di VLADIMIR PROPP (1928/1980), le esigenze pedagogiche, la struttura narrativa, l’inscindibile legame con le figure; del secondo riprende l’ambientazione immaginaria (e specificamente fantastica), l’uso dei personaggi come simbolo del reale colto nella sua dimensione astorica, l’incredibile capacità di veicolare contenuti su più fronti e di attivare la “partecipazione interpretativa” (Golfetto, 2010) ed emotiva del lettore.

  1. BUZZATI E LA FIABA

Le fiabe per bambini sono mai state concepite e inventate per bambini? Io non lo credo affatto e non sottoscrivo il principio generale che si debba creare qualcosa di specifico appositamente per loro. Ciò che fa parte delle cognizioni e dei precetti tradizionali da tutti condivisi viene accettato da grandi e piccoli, e quello che i bambini non afferrano e che scivola via dalla loro mente, lo capiranno in seguito quando saranno pronti ad apprenderlo. È così che avviene con ogni vero insegnamento che innesca e illumina tutto ciò che era già presente e noto.

   Così si esprimeva JACOB GRIMM in una lettera personale venuta alla luce solo di recente e pubblicata da Zipes (2012, p. 7). Le fiabe, secondo i filologi e narratori tedeschi, non andavano edulcorate, ma dovevano mantenere quei particolari realistici e talvolta cruenti che le rendevano, in ogni posto, cultura intrinseca di una comunità. Già i Grimm, inoltre, ponevano l’accento sulla stretta rilevanza tra fiaba e insegnamento, fiaba e “cognizione”.

   In pratica, era noto e quasi “naturale” che la fiaba insegnasse “precetti tradizionali” senza edulcorarli, che insomma narrasse la realtà senza intiepidirne i retroscena più crudi. Tuttavia, l’intuizione dei Grimm fu osteggiata dal pubblico al punto da costringere i fratelli a revisionare le fiabe e pubblicarne una versione addomesticata nel 1857. Prendeva corpo proprio il principio contro cui si era scagliato Jacob, ovvero che le fiabe per bambini fossero concepite appositamente per i bambini. Ciò che era condiviso da tutti veniva relegato a una dimensione infantile, artificiale e, come tale, sempre meno letteraria. Dovranno passare settant’anni prima che Vladimir Propp pubblichi la Morfologia della fiaba (1928) in cui, per la prima volta, si dà una scansione precisa e di taglio disciplinare alla fiaba. (ALESSIA TERRUSI) (continua su:

http://cejsh.icm.edu.pl/cejsh/element/bwmeta1.element.desklight-0c02787d-86c0-4bfe-bd95-7a68417a259f/c/10.pdf)

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LA GENESI DI UN’OPERA

   Come molti altri classici per l’infanzia, LA FAMOSA INVASIONE DEGLI ORSI IN SICILIA viene creato per due bambine, Pupa e Lalla, nipoti di Dino Buzzati. La genesi è un disegno di alcuni orsi da cui scaturirà la storia, pubblicata per la prima volta nel 1945 in una versione a puntate sul Corriere dei Piccoli , e poi raccolta in un volume unico l’anno stesso. È la prima volta che Buzzati si cimenta con l’infanzia inventando uno dei primi libri per bambini nel nostro Paese, concepito con una indissolubile relazione fra immagini e parole tipica del suo DNA.

   Uno scrittore per immagini Dino Buzzati si è sempre definito provocatoriamente prima pittore e poi scrittore e le incursioni del disegno nella sua opera letteraria sono molteplici: Le storie dipinte (1958), Poema a fumetti (1969), I miracoli di Val Morel (1970). La famosa invasione degli orsi in Sicilia si compone di dodici capitoli (più una presentazione dei personaggi e delle scene), ognuno segnato da un disegno al tratto di apertura, una illustrazione centrale a colori accompagnata ogni volta da una “spiega”, un breve testo incastonato graficamente dentro uno spazio-didascalia (disegnato anch’esso). Le immagini non decorano l’opera ma ne sono una parte integrante: in molti punti danno corpo al testo stesso, rivelando dettagli omessi dalla narrazione o completando alcune parti del discorso.

   Buzzati sembra molto interessato alla complicità con il lettore bambino e, in questo senso, il dialogo fra parola e figura è sostanziale.  Lo interpella spesso direttamente, lo richiama a partecipare (come nell’indovinello del capitolo in cui Re Leonzio ritrova il figlioletto Tonio) e lo stuzzica attraverso un continuo cambio di registri. La prosa si alterna ai versi, le rime giocose  di una ballata, da leggere a voce alta, quasi da declamare,  come a teatro.

(vedi tutto il testo da:

https://www.leggendoleggendo.it/wp-content/uploads/2019/10/buzzati_invasione_orsi_scheda.pdf)

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LORENZO MATTOTTI HA PORTATO AL CINEMA ‘LA FAMOSA INVASIONE DEGLI ORSI IN SICILIA’ DI DINO BUZZATI – LORENZO MATTOTTI, classe 1954, è un famoso illustratore e fumettista italiano, molto noto anche negli STATI UNITI (grazie alle numerose copertine disegnate per THE NEW YORKER) e in FRANCIA. Attivo dalla fine degli anni Settanta, MATTOTTI HA GIÀ LAVORATO NEL MONDO DEL CINEMA. Nel 2004, ha disegnato la locandina e si è occupato degli inserti animati del film corale EROS diretto da MICHELANGELO ANTONIONI, WONG KAR-WAI e STEVEN SODERBERGH. Ha partecipato al film animato a episodi PEUR(S) DU NOIR (2007) e ha collaborato al lungometraggio d’animazione PINOCCHIO (2012) di Enzo D’Alò. Il suo STILE INCONFONDIBILE, luminoso, essenziale ed estremamente evocativo, corposo e avvolgente, è stato anche il protagonista del manifesto ufficiale di Cannes 2000 e Venezia 75 (da https://www.nientepopcorn.it/)

IL FILM DI ANIMAZIONE DI LORENZO MATTOTTI

UN DOLCE GOTICO: “LA FAMOSA INVASIONE DEGLI ORSI IN SICILIA”

di MARCO BELPOLITI, di https://www.doppiozero.com/ 7/11/2019

   Un intrico di linee nere, così fitte che lasciano appena intravedere qualcosa là dietro, che si muove: animali, uomini oppure mostri? Siamo nel bosco, Continua a leggere