SCHIAVI DEL TERZO MILLENNIO – La condizione degli immigrati peggiora sempre più: spesso sfruttati nei lavori più bassi e con una regolarizzazione quasi impossibile; con paesi di provenienza afflitti da guerre e aridità da cambiamenti climatici – Come riuscire a progettare un futuro insieme di reciproco benessere?

(foto da “Il Fatto Quotidiano”) – «I MIGRANTI CI COSTANO; NON SOLO, MA GRAVANO SUL BILANCIO DEI NOSTRI SISTEMI SANITARI». E ANCORA: «I MIGRANTI DIFFONDONO MALATTIE». È DAVVERO COSÌ? Il «LANCET» — la più grande rivista di medicina dell’Europa — ha voluto vederci chiaro e ha lanciato un’iniziativa molto speciale: l’hanno chiamata COMMISSION ON MIGRATION AND HEALTH, si trattava di individuare venti esperti fra sociologi, economisti, studiosi di salute pubblica e di diritto internazionale, umanisti e antropologi da almeno 13 Paesi diversi — che poi si sarebbero incontrati in varie occasioni — con l’obiettivo di studiare questo problema in ogni possibile dettaglio e arrivare a un documento condiviso che potesse eventualmente essere utilizzato da chi ha responsabilità di governo per orientare le proprie scelte. IL RISULTATO È SORPRENDENTE (vedi in questo post l’articolo ripreso da LA LETTURA del Corriere della Sera del 13/1/2019)

   Sempre più vengono segnalati casi di sfruttamento da schiavitù per tanti immigrati (regolari e non) in Italia. E questo non sta accadendo solo al sud (gli immigrati utilizzati a 2 euro l’ora per la raccolte dei pomodori…) ma anche nel “ricco” Nordest, dove finora, aldilà di enunciazioni xenofobe, negli anni gli immigrati si sono inseriti abbastanza bene nelle realtà locali (là dove hanno trovato lavoro). Le mafie (specie nel lavoro nei campi), le “Agromafie” come vengono chiamate (ma non ci sono fenomeni mafiosi di sfruttamento degli immigrati solo in agricoltura…), hanno mutato ogni rapporto (più o meno) corretto con gli immigrati.

I BRACCIANTI «INVISIBILI»: «NEI CAMPI D’ITALIA CENTOMILA SCHIAVI»

   All’aspetto criminoso e di sfruttamento del fenomeno immigrazione, questo stesso fenomeno, lo vogliamo qui anche vedere nei suoi aspetti positivi, che ci sono. E per questo riprendiamo alcuni dettagli da uno studio di una rivista di medicina (LANCET, ripresa da un articolo dalla “Lettura” del “Corriere della Sera” del 13 gennaio scorso) dove, nei vari ambiti di presenza degli immigrati (nel lavoro, nelle strutture sanitaria…) si dimostra che il loro esserci ha portato a un aumento della quantità e qualità dei servizi, della produzione artigianale e industriale. Pertanto si cerca di dimostrare (nella ricerca Lancet) che una (nostra) società multietnica, pur nella conservazione delle nostre abitudini, valori tradizioni… con l’arrivo dell’“altro” è stata arricchita, è anche migliorata nei servizi.


La paura di troppi immigrati che arrivano può essere plausibile, e una regolamentazione e “limite” è sicuramente necessario. Però è anche vero che se andiamo a vedere i numeri di altri Paesi europei (la Germania, la Francia, la Gran Bretagna…), la presenza di persone provenienti da altri Paesi è ben superiore alla nostra. E che la “percezione di paura” dell’“invasione” è eccessiva ed esagerata, e spesso “creata ad arte”, cioè con messaggi subliminali che vanno oltre l’effettiva realtà delle cose.
E’ comunque in questo ambito (di rapporto con gli altri, gli immigrati) che ci si accorge del crescere del loro sfruttamento, fino ad arrivare a vere e proprie forme di schiavismo, a sud e a nord della penisola italica.

La votazione definitiva alla Camera – IL DECRETO “SICUREZZA” APPROVATO IL 28/11/2018 – “(….) La parte del decreto che ha suscitato maggiori discussioni è quella sull’IMMIGRAZIONE, che è anche la più corposa. (…) Le norme vanno tutte più o meno nello stesso senso: RENDERE PIÙ DIFFICILE AI RICHIEDENTI ASILO RESTARE IN ITALIA, PIÙ FACILE TOGLIERE LORO LO STATUS DI PROTEZIONE INTERNAZIONALE, in particolare se hanno commesso reati, e infine RISPARMIARE SULLA GESTIONE DELLA LORO PRESENZA IN ITALIA, anche a costo di peggiorarne le condizioni di vita (…..)”.(da IL POST.IT del 28/11/2018, http://www.ilpost.it/)

   E poi si aggiunge, adesso, una normativa molto penalizzante, e se si vuole “crudele” nei suoi effetti, circa il riconoscimento dei diritti fondamentali delle persone immigrate.
La legge denominata “DECRETO SICUREZZA” approvata definitivamente dalla Camera dei deputati il 28 novembre scorso, si concentra, come “pericolo” della sicurezza del cittadino, esclusivamente sugli immigrati, che così da tema politico, sociale e culturale di integrazione, diventa esclusivamente un tema di ordine pubblico, di polizia. Il “decreto sicurezza” regola la presenza dei migranti in maniera molto restrittiva, ad esempio abrogando il permesso di soggiorno per motivi umanitari e togliendo la protezione a chi chiede asilo proveniente da paesi dove ha subìto trattamenti disumani e degradanti.

IL DECRETO “SICUREZZA” APPROVATO IL 28/11/2018 – “(….) Il punto principale del decreto è la CANCELLAZIONE DEI PERMESSI DI SOGGIORNO UMANITARI, una delle tre forme di protezione che potevano essere accordate ai richiedenti asilo (insieme all’ASILO POLITICO vero e proprio, e alla PROTEZIONE SUSSIDIARIA). LA PROTEZIONE UMANITARIA, come veniva spesso chiamata, durava per due anni e dava accesso al lavoro, alle prestazioni sociali e all’edilizia popolare. Al suo posto il decreto introduce una serie di permessi speciali (per protezione sociale, per ragioni di salute, per calamità naturale nel paese d’origine), della durata massima di un anno. (da IL POST.IT del 28/11/2018, http://www.ilpost.it/)

   Così impedendo ai Comuni forme di regolarizzazione anagrafica (che potevano ed erano non solo forme di integrazione, umanità, ma se si vuole ragionando con “sano egoismo”, erano anche forme di “controllo” delle persone, degli immigrati); e “buttando sulla strada” e nella clandestinità tutti quelli che potevano vantare ragioni di necessaria protezione da violenze e abusi cui essi avevano subìto nei loro Paesi di origine.
Questa legge sulla sicurezza prevede di fatto l’abrogazione della protezione per motivi umanitari, che era prima prevista: le questure concedevano un permesso di soggiorno ai cittadini stranieri che presentavano seri motivi in particolare di carattere umanitario, oppure alle persone che fuggivano da emergenze come conflitti, disastri naturali o altri eventi di particolare gravità in paesi non appartenenti all’Unione europea.

IL DECRETO “SICUREZZA” APPROVATO IL 28/11/2018 – “(….) Il decreto AUMENTA IL TEMPO MASSIMO NEL QUALE GLI STRANIERI POSSONO ESSERE “TRATTENUTI” (cioè obbligati a rimanere) nei CENTRI DI PERMANENZA PER IL RIMPATRIO (CPR) da 90 a 180 giorni. Per effettuare più rapidamente i rimpatri, il decreto stabilisce anche un moderato incremento di fondi: 3,5 milioni di euro in tre anni. Calcolando che un rimpatrio costa, a seconda delle stime, tra i 4 e i 10 mila euro in media, significa che queste risorse aggiuntive permetteranno al massimo di effettuare 875 rimpatri in più nell’arco di tre anni. (da IL POST.IT del 28/11/2018, http://www.ilpost.it/)

   Viene tolta questa protezione per motivi umanitari anche a quei cittadini stranieri che, se li si espelle, vanno incontro a persecuzione nel loro paese; oppure, tornando, sono quasi sicuramente vittime di sfruttamento lavorativo o di tratta. In questi casi, prima di questa legge, la durata della protezione era variabile da sei mesi a due anni ed era rinnovabile. Ora niente più di tutto questo.
Gli stranieri che sono trattenuti nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (Cpr), ex Cie (Centro di Identificazione ed Espulsione), in attesa di essere rimpatriati, con il nuovo decreto potranno essere trattenuti fino a un massimo di 180 giorni (precedentemente potevano essere trattenuti per un massimo di 90 giorni).

IL DECRETO “SICUREZZA” APPROVATO IL 28/11/2018 – “(….) – Un’altra parte molto criticata del decreto è quella che DEPOTENZIA IL SISTEMA SPRAR (Sistema Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati, ndr), cioè l’ACCOGLIENZA DIFFUSA (come spesso viene chiamata) GESTITA DAI COMUNI che serve a fornire ai richiedenti asilo CORSI DI LINGUE E ALTRI PERCORSI DI INTEGRAZIONE. Il sistema sarà LIMITATO a coloro che hanno visto accogliere la loro domanda di protezione internazionale, NON POTRANNO PIÙ INVECE PRENDERVI PARTE COLORO CHE SONO ANCORA RICHIEDENTI. Questi ultimi saranno quindi trasferiti nei centri di accoglienza ordinari, dove attenderanno le decisioni sulle loro domande senza svolgere particolari attività o corsi. (da IL POST.IT del 28/11/2018, http://www.ilpost.it/)

   I “richiedenti asilo” possano essere trattenuti per un periodo al massimo di trenta giorni nei cosiddetti HOTSPOT (che sono strutture allestite per identificare rapidamente, registrare, fotosegnalare, raccogliere le impronte), Hotspot che devono esserci nei paesi di primo arrivo (come l’Italia, la Grecia…) per poi trasferirli come richiedenti asilo nei Paesi disponibili….. Insomma un decreto “sicurezza” assai contestato (specie da alcuni sindaci), che rischia di essere un’eterogenesi dei fini, cioè di portare fuori controllo il fenomeno immigrazione, con la crescita della clandestinità, degli irregolari.

Agromafie e caporalato, quarto rapporto, 13 ago 2018

“(…) Un’unica filiera che li accompagna dalla partenza all’arrivo e “organizza” l’inserimento nel mondo del lavoro. Vere e proprie società di servizi che gestiscono il percorso migratorio, con il passaggio della frontiera, per poi prendersi una fetta del salario per l'”intermediazione” con l’azienda agricola per cui lavori. Si tratta di organizzazioni che da una parte speculano sulla disperazione di chi non vede altre alternative se non migrare e dall’altra approfitta dell’assenza, in nome della lotta ai “clandestini”, di canali immigratori legali e sicuri. Una volta giunti in Italia le organizzazioni perfezionano l’assoggettamento delle persone sia nei luoghi di lavoro, ad opera dei caporali, sia in altre occasioni anche attraverso, ad esempio, l’imposizione del prestito ad usura. Modalità che oltre ad arricchire i gruppi criminali sortiscono l’effetto di tenere a bada le comunità di riferimento. L’agricoltura, un settore poco regolato, spesso al riparo da occhi indiscreti e che ha bisogno di importanti apporti di manodopera non specializzata per periodi determinati di tempo rappresenta il terreno ideale per questi gruppi criminali. E’ una delle conclusioni a cui arriva uno studio curato da Francesco Carchedi intitolato “I lavoratori migranti sottoposti alla volontà delle organizzazioni criminali” e pubblicato nell’ultimo numero del RAPPORTO AGROMAFIE E CAPORALATO dell’OSSERVATORIO PLACIDO RIZZOTTO (https://www.flai.it/osservatoriopr/osservatorio-placido-rizzotto/ ).” (Gianni Belloni, “la Tribuna di Treviso” del 17/1/2019)

   In questo post proviamo a mettere assieme le due cose: lo sfruttamento dell’immigrazione in forma criminosa, che si sta diffondendo, specie nei lavori più “bassi” (come quelli bracciantili agricoli, che gli italiani non vogliono più fare, anche perché pagati troppo poco…); e dall’altra una legislazione inasprita di chiusura verso il fenomeno immigrazione.
E qui le domande che pone la rivista Lancet: cioè siamo proprio sicuri che i fenomeni migratori non fanno bene al nostro Paese, non lo rilanciano da uno stato di decadimento economico, demografico, di abbandono di tanti territori…? Un diverso atteggiamento verso gli immigrati, e un trattamento che consideri i loro diritti umani pari a qualsiasi altra persona, dovrebbero essere un impegno da dover subito praticare. (s.m.)

(scarica il “decreto sicurezza”:
http://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2018/10/04/18G00140/sg )

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I BRACCIANTI «INVISIBILI»: «NEI CAMPI D’ITALIA CENTOMILA SCHIAVI»

di Goffredo Buccini, da “il Corriere della Sera” del 3/12/2018
– A 14 anni i figli non sanno leggere – I dossier di Caritas e Cgil: il 30% non ha accesso a un bagno. Anche al Nord si vive in strada –
Nove su dieci non parlano italiano, il 36% vive senza bagno: sono solo alcuni dei numeri dei braccianti «invisibili»: i centomila schiavi isolati nei campi. Nei poderi dei padroncini. E anche al Nord adesso arrivano i primi caporali. Continua a leggere

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CAOS PIANETA TERRA: SARÀ GUERRA? – Oltre ai cambiamenti climatici preoccupanti, ci sono GUERRE GEO-LOCALI, BOMBARDAMENTI (come in SIRIA), TERRORISMI, ARMI sofisticate, TENSIONI tra Stati… – Il pericolo, non trascurabile, di un’accelerazione verso una GUERRA GLOBALE: COME IMPEDIRLA?

“Vi ricordate la canzone ‘Generale’ di Francesco De Gregori? Quella dove dice “La guerra è bella anche se fa male”? È un capolavoro di poesia contro la guerra, però mi sa che là fuori qualcuno pensa veramente che la guerra sia una cosa bella. E che se fa male, farà male a qualcun altro mentre loro – generali, presidenti e politici vari – la fanno dalle loro poltrone. Non so cosa ne pensiate voi, ma LE COSE SEMBRANO ANDARE SEMPRE PEGGIO: BOMBARDAMENTI, TERRORISMO, GUERRE LOCALI, AUMENTO DELLE SPESE MILITARI, MINACCE DA UNA PARTE E DALL’ALTRA E DISCORSI SEMPRE PIÙ AGGRESSIVI. Sembrerebbe che siamo davanti a qualcosa che SOMIGLIA MOLTO AL PERIODO CHE POI PORTÒ ALLA PRIMA GUERRA MONDIALE, LA GRANDE GUERRA che all’epoca si diceva avrebbe messo fine a tutte le guerre.(…..)” (UGO BARDI, blog da “il Fatto Quotidiano” del 10/1/2019 – http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/ubardi/) (foto ripresa da http://www.technologyreview.com/)

   La pace che, dalla fine della Seconda guerra mondiale, è potuta esserci in Europa (non considerando la minaccia nucleare della guerra fredda, ed escludendo la terribile guerra civile nella ex Iugoslavia nella prima metà degli anni ’90, i terrorismi, e vari conflitti autonomisti, come nell’Ulster, nei Paesi Baschi, in Ucraina…), questa situazione di apparente “non guerra” (almeno per noi non coinvolti), fa considerare, anche adesso, che è impossibile che accada un nuovo conflitto/guerra mondiale, che ci coinvolga noi europei. E ci porta a considerare che la guerra sia un arnese del passato.

(da http://www.iltempo.it/ mappa conflitti al 2018) – Dall’AFGHANISTAN alla SIRIA, allo YEMEN, alle tensioni USA-CINA, al contrasto “ARABIA SAUDITA, STATI UNITI, ISRAELE E IRAN”, alla NIGERIA, al SUD SUDAN, al CAMERUN, all’UCRAINA e DONBASS, al VENEZUELA… sono QUESTI TRA i CONFLITTI E LE POSSIBILI CRISI DA SEGUIRE CON ATTENZIONE NEL 2019

   Qualcuno ha (secondo noi giustamente) dei dubbi su questo, cioè che la guerra mondiale, generalizzata, non possa più accadere. Partiamo qui da una ricerca di un GRUPPO DI STUDIOSI, capeggiati da un docente alla Facoltà di Scienze dell’università di Firenze, UGO BARDI, dove l’assioma dell’impossibilità della guerra viene fortemente messo in crisi dai loro studi, sia statistici (sugli accadimenti tragici collettivi) sia dal contesto generale geopolitico che stiamo vivendo: ci sono tantissime guerre geo-locali nel mondo, nel senso che interessano aree geografiche anche grandi –come il Medio Oriente in Siria, Iraq, Afghanistan, Yemen, Palestina, fino alla Libia….-; ma anche il terrorismo, e l’aumento delle spese militari, le minacce da una parte e dall’altra, e discorsi sempre più aggressivi….

Nella FOTO : UGO BARDI, docente di chimica-fisica alla Facoltà di Scienze dell’Università di Firenze – “(…) Lo studioso italiano UGO BARDI e ai suoi collaboratori, analizzando migliaia di conflitti dal 1400 all’invasione dell’Afghanistan nel 2001, e tabulandone i dati via teoria delle reti e computer, concludono che «GUERRA È SEMPRE» (…) I pochi decenni di «pace» che abbiamo vissuto sono oasi nel deserto ferreo del «guerra è sempre» e provano che la guerra, tragedia innervata nella storia, cultura e società, non viene «scatenata» da incidenti improvvisi, come si diceva una volta a scuola (…) ma, come le epidemie, la guerra è fenomeno statistico, ritorna con puntualità devastante, non accesa da episodi circostanziati, prevedibili e dunque controllabili, ma da un insieme di forze ineludibili che caricano la loro potenza nel tempo e la lasciano esplodere all’improvviso.(…)” (Gianni Riotta, “La Stampa”, 9/1/2019)

   Secondo Bardi e i suoi collaboratori, come le epidemie la guerra è fenomeno statistico, ritorna con puntualità devastante, non accesa da episodi circostanziati, prevedibili e dunque controllabili, ma da un insieme di forze ineludibili che caricano la loro potenza nel tempo e la lasciano esplodere all’improvviso.
Ed è probabile che le sfide del futuro (le guerre) siano sanguinose tanto quanto quelle due (mondiali) che ci sono state, per tecnologia avanzata, per potenza degli arsenali, masse di popolazione nelle metropoli e megalopoli, facilità di spostamenti da un teatro all’altro di lotta.
E’ vero però, secondo questi studiosi, che i conflitti non appaiono in modo casuale ma esiste una certa relazione fra il numero di vittime e la frequenza delle guerre che le producono, con conflitti tanto meno probabili quanto più sono grandi (il pericolo dell’estinzione della specie umana, con l’uso del nucleare, o con altre armi di distruzione sofisticate, fa sperare in forme di deterrenza…).

Le forze governative siriane pattugliano il centro di HOMS. La guerra civile siriana è soltanto una delle 36 guerre in atto nel mondo (da http://www.tpi./) – “SIRIA: SABBIA E MORTE”. Le parole dette dal presidente Trump per definire la Siria in guerra nel 2019 sono parole efficaci e in un certo senso realistiche. IN SIRIA NORD-ORIENTALE NULLA È CAMBIATO SUL TERRENO CON L’ARRIVO DEL NUOVO ANNO, QUELLO NEL QUALE SCOCCHERÀ L’OTTAVO DI GUERRA. Forse, però, presto o tardi, la zona dell’Eufrate sarà ancora più terra di ‘sabbia e morte’. (Michele Chiaruzzi, da TRECCANI.IT, 7/1/2019)

   Se comunque guerra potrà esserci (dato il clima locale e mondiale assai critico, dove conflitti di vario genere si sormontano – la limitazione del libero commercio con dazi, l’immigrazione percepita come invasione, i nazionalismi crescenti…-), e se si riesce a capire che la guerra è una cosa inerente alla struttura della società umana, dobbiamo trovare delle soluzioni sociali, politiche, per impedirla. Dobbiamo essere il più possibile razionali, non lasciarci andare (a nazionalismi, razzismi, desideri di conflittualità…) e creare strutture sociali conviviali che favoriscano la pace, la convivenza, la comprensione dell’ “altro”. La guerra è inevitabile soltanto se non facciamo nulla per evitarla.

MAPPA DELL’UCRAINA. In giallo a sud la Crimea “acquisita” dalla Russia, e in giallo a est la regione del DONBASS in guerra da quattro anni tra ucraini e separatisti appoggiati dalla Russia – Il DONBASS è una vasta regione dell’Europa orientale, APPARTENENTE QUASI PER INTERO ALL’UCRAINA E PER UN PICCOLO TRATTO ALLA RUSSIA; comprende parte del BACINO DEL DONEZ e dello DNEPR. Sono presenti vasti giacimenti di carbone. La vicinanza dei giacimenti di minerali di KRIVOJ ROG ha favorito il sorgere dell’industria siderurgica, cui si sono poi affiancati complessi meccanici, chimici e metallurgici. – LA GUERRA DELL’UCRAINA ORIENTALE O GUERRA DEL DONBASS, inizialmente indicata come rivolta (o crisi) dell’Ucraina orientale, è un conflitto in corso che ha avuto inizio il 6 aprile 2014, quando alcuni manifestanti armati, secondo le testimonianze, si sono impadroniti di alcuni palazzi governativi dell’Ucraina orientale, ossia nelle REGIONI DI DONEC’K, LUHANS’K e CHARKIV. Gli scontri in Ucraina Orientale tra le milizie vicino alla Russia e le truppe di Kiev continuano a fare morti. Anche se ormai non ne parla più nessuno, LA STORIA DEL CONFLITTO DEL DONBASS, cominciato quattro anni fa, HA GIÀ FATTO PIÙ DI 10 MILA VITTIME, tra cui molti civili, tra cui anche donne e bambini.

   E, in effetti, stiamo facendo assai poco per evitare la guerra. Anzi, stiamo ritornando alle strutture pericolose e regressive, tipo l’ideologia degli “Stati nazionali sovrani”, che avevano generato la Prima (ma anche la Seconda) guerra mondiale.
Sono tempi in cui domina l’incertezza, e con essa LA PAURA. E la paura, come dicevamo, è una cattiva consigliera, che porta a dare risposte già viste, e negativamente sperimentate. Si rispolverano le soluzioni di sempre: come la difesa dello STATO NAZIONALE (“prima gli americani”, prima gli italiani, gli ungheresi, i polacchi, gli austriaci eccetera…)….
Poi si vuole la CHIUSURA DELLE FRONTIERE (contro il “nemico immigrato”, senza neanche valutare la portata effettiva di questa immigrazione, la capacità di integrarla e gestirla umanamente e razionalmente…); RISPUNTA LA RAZZA come “forma” che ci rassicura (memoria questa funesta a dir poco); MAGARI CI SI ARMA (ci si vuole difende da soli, contro tutti)…

MEDUO ORIENTE – ARABIA SAUDITA, STATI UNITI, ISRAELE E IRAN – “(…) Proprio come il 2018, il 2019 presenta rischi di scontro – deliberati o involontari – che coinvolgono STATI UNITI, ARABIA SAUDITA, ISRAELE e IRAN. I primi tre condividono una visione comune che vede nella Repubblica Islamica una seria minaccia, le cui aspirazioni regionali devono essere frenate. Come sottolinea Foreign Policy, per Washington questo si è tradotto nel ritiro dall’accordo nucleare del 2015, nel ripristino delle sanzioni – oltre a sfoggiare una retorica più aggressiva fatta di minacce. Riyad ha abbracciato questo nuovo approccio bellicoso – per ora a parole – e ha annunciato che cercherà di contrastare l’IRAN in LIBANO, IRAQ, YEMEN e persino sul suolo iraniano. L’ostilità e la rivalità tra ARABIA SAUDITA e Iran si è riflettuta in tutto il MEDIO ORIENTE, dallo YEMEN al LIBANO e non c’è dubbio che proseguirà anche nel corso di quest’anno. (Roberto Vivaldelli, da http://www.occhidellaguerra.it/, 7/1/2019)

   E poi si riscopre che abbiamo un’IDENTITÀ da difendere, ne abbiamo una sola, data dalle nostre radici, e la vogliamo difendere contro tutti (al diavolo i discorsi della pluralità di apporti e di culture che si incontrano, di valorizzazione delle diversità…).
Insomma tutte cose (il nazionalismo, la razza, l’identità, la difesa dei confini…) che ci fanno tornare a un passato funesto, e pertanto anche a una possibilità realistica che qualche accadimento, anche magari banale, porti alla GUERRA.

LE GUERRE PER L’ACQUA – “È di questo fenomeno che parla ‘WATER GRABBING, LE GUERRE NASCOSTE PER L’ACQUA NEL XXI SECOLO’ (EMI editore, 16 euro), un libro firmato da EMANUELE BOMPAN e MARIROSA IANNELLI. Un fenomeno aggravato dalla crescente domanda di acqua per cibi e prodotti e dalla contemporanea diminuzione della disponibilità provocata dal cambiamento climatico, spiega Bompan, giornalista e collaboratore de La Stampa-Tuttogreen. «Vogliamo sempre più acqua mentre il bicchiere è sempre più vuoto – dice – e le mani che lo reggono si fanno sempre più avide»(…) (Roberto Giovannini, “La Stampa”, 22/3/2018)

   La dimensione della guerra a venire avrà comunque poco a che fare con l’episodio che la innescherà, dipendendo invece dalla rete di tensioni politiche, sociali ed economiche che ci sono nel presente (e tutti ce ne accorgiamo). E’ così possibile andare, arrivare, oltre le guerra adesso “limitate” (e finora che ci hanno escluso, come europei, occidentali, del nord del mondo…) alla guerra “mondiale”.
Episodi limitati, casuali, si diceva, che possono facilmente accadere, innescare la miccia per altre cause “vere”: come uno speronamento di un cacciamine, un hacker che in Internet fa saltare il sistema di comunicazione, una fake news che scombussola il mondo, che magari viene offeso un Paese “sovrano” da parte di un altro irrimediabilmente…. oppure la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina che sta accadendo; il populismo nazionalista che imperversa adesso in Europa; le aspirazioni di dominio commerciale sempre della Cina; l’incapacità europea di svolgere una politica estera comune… il terrorismo, il riarmo di tutti, i fondamentalismi islamici, le sempre più marcate disuguaglianze sociali… e altri episodi anche minimi ma che innescano clamore nei media…

   Tutto questo potrebbe portare a una guerra mondiale…Per questo non si può sottovalutare troppo così tanti episodi, grandi e piccoli, di scontro che stiamo vivendo nel mondo, nel nostro paese, e anche in ciascuna nostra piccola comunità. Creare meccanismi “micro” e “macro” (a seconda di ciascuna possibilità) di convivenza, razionalità, qualità del vivere, forse può fermare una terza possibile guerra mondiale. (s.m.)

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I CURDI SIRIANI E IL RITIRO AMERICANO DALLA SIRIA . “(…) Il ritiro americano sarebbe luce verde per Erdoğan e l’offensiva dell’esercito turco schierato contro i Curdi siriani, ammesso che già la mera pressione militare non ottenga da sé, in qualche modo, il proprio fine, come avvenuto in passato nella Siria orientale. Il fine è l’eliminazione della «minaccia curda» almeno dal territorio limitrofo controllato dai turchi. I quali, grazie a questa definizione della propria sicurezza, possono spingersi in profondità laddove vogliono e possono in territori ridotti a fronti di battaglia. LA GUERRA SIRIANA È DUNQUE GIUNTA A UNO DEI PIÙ COMPIUTI PARADOSSI DELLA SUA DURISSIMA E IGNOBILE STORIA. I CURDI, PRINCIPALI COMBATTENTI CONTRO IL DAESH, coloro ai quali si deve la resistenza e l’offensiva più accanita contro i ‘terroristi’ che hanno attaccato anche l’Europa, quella parte politica e militare che con più rischio ha contribuito a seppellire nella sabbia lo ‘Stato islamico’ fin dalle sue putride fondamenta gettate a Raqqa e altrove; ebbene, proprio A QUELLE DONNE E UOMINI TOCCANO OGGI NON ONORI E GLORIA BENSÌ ANCORA COMBATTIMENTI PER SOPRAVVIVERE; tocca ancora una lotta contro il proprio, beffardo, destino: l’abbandono consueto degli alleati, la guerra contro rinnovati nemici.(…)”(Michele Chiaruzzi, da TRECCANI.IT, 7/1/2019)

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GUERRA MONDIALE, ABBIAMO CALCOLATO LE PROBABILITÀ CHE UN NUOVO CONFLITTO SI VERIFICHI
di Ugo Bardi (docente di chimica-fisica alla Facoltà di Scienze dell’Università di Firenze), blog da “il Fatto Quotidiano” del 10/1/2019 – http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/ubardi/
Vi ricordate la canzone “Generale” di Francesco De Gregori? Quella dove dice “La guerra è bella anche se fa male”? È un capolavoro di poesia contro la guerra, però mi sa che là fuori qualcuno pensa veramente che la guerra sia una cosa bella. E che se fa male, farà male a qualcun altro mentre loro – generali, presidenti e politici vari – la fanno dalle loro poltrone.
Non so cosa ne pensiate voi, ma le cose sembrano andare sempre peggio: bombardamenti, terrorismo, guerre locali, aumento delle spese militari, minacce da una parte e dall’altra e discorsi sempre più aggressivi. Sembrerebbe che siamo davanti a qualcosa che somiglia molto al periodo che poi portò alla Prima guerra mondiale, la Grande Guerra che all’epoca si diceva avrebbe messo fine a tutte le guerre.
Ma allora cosa ci aspetta? Continua a leggere

I CAMBIAMENTI CLIMATICI GLOBALI con le loro crescenti e sempre più dannose conseguenze, e la poca volontà politica a nuovi paradigmi nello SVILUPPO GLOBALE: il caso della COP24, la Conferenza mondiale sul clima tenutasi nel dicembre scorso in POLONIA a KATOWICE (le NON DECISIONI che lì ci sono state)

GRETA THUNBERG – IL FUTURO HA 16 ANNI – GUARDA E ASCOLTA IL DISCORSO DI GRETA:
https://www.lifegate.it/persone/news/cop-24-katowice-greta-thunberg-cambiamenti-climatici

   Il testo dell’intervento di Greta alla Cop24 di KATOWICE, Polonia, il 4 dicembre scorso:
“Il mio nome è Greta Thunberg, ho quindici anni e vengo dalla Svezia. Molte persone dicono che la Svezia sia solo un piccolo Paese e a loro non importa cosa facciamo. Ma io ho imparato che non sei mai troppo piccolo per fare la differenza. Se alcuni ragazzi decidono di manifestare dopo la scuola, immaginate cosa potremmo fare tutti insieme, se solo lo volessimo veramente. Ma per fare ciò dobbiamo parlare chiaramente, non importa quanto questo possa risultare scomodo. Voi parlate solo di una crescita senza fine in riferimento alla green economy, perché avete paura di diventare impopolari. Parlate solo di andare avanti con le stesse idee sbagliate che ci hanno messo in questo casino. (…) Ma non mi importa risultare impopolare, mi importa della giustizia climatica e di un pianeta vivibile. La civiltà viene sacrificata per dare la possibilità a una piccola cerchia di persone di continuare a fare profitti. La nostra biosfera viene sacrificata per far sì che le persone ricche in Paesi come il mio possano vivere nel lusso. Molti soffrono per garantire a pochi di vivere nel lusso.
Nel 2078 festeggerò il mio settantacinquesimo compleanno. Se avrò dei bambini probabilmente un giorno mi faranno domande su di voi. Forse mi chiederanno come mai non avete fatto niente quando era ancora il tempo di agire. Voi dite di amare i vostri figli sopra ogni cosa, ma state rubando loro il futuro davanti agli occhi. Finché non vi fermerete a focalizzare cosa deve essere fatto anziché su cosa sia politicamente meglio fare, non c’è alcuna speranza. Non possiamo risolvere una crisi senza trattarla come tale. Noi dobbiamo lasciare i combustibili fossili sotto terra e dobbiamo focalizzarci sull’uguaglianza e se le soluzioni sono impossibili da trovare in questo sistema significa che dobbiamo cambiarlo. Non siamo venuti qui per pregare i leader a occuparsene. Tanto ci avete ignorato in passato e continuerete a ignorarci. Voi non avete più scuse e noi abbiamo poco tempo. Noi siamo qui per farvi sapere che il cambiamento sta arrivando, che vi piaccia o no. Il vero potere appartiene al popolo. Grazie”. Greta Thunberg‏ @GretaThunberg
(qui sopra il discorso del 4 dicembre 2018 di GRETA THUNBERG alla classe politica mondiale dove spiega la gravità del problema, al COP24, il Summit delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici in Polonia a Katowice in occasione della 24a Conference Of Parties (COP24).

   Ha compiuto 16 anni il 3 gennaio. Non più da semplice adolescente svedese impegnata e fragile, ma da simbolo globale della lotta contro il cambiamento climatico. Greta Thunberg è la ragazza con l’impermeabile giallo che ha scioperato da scuola, sedendosi sul pavimento del Parlamento svedese, perché i politici sentissero la pressione e l’urgenza di intervenire per ridurre le emissioni di gas serra. Con la sua protesta gentile e determinata ha conquistato titoli, reportage, pagine e pagine di interviste in tutto il mondo, fino all’invito alla CNN, ma soprattutto alla CONFERENZA DI KATOWICE, dove il suo discorso alla sessione plenaria è diventato il contenuto più visto su AL JAZEERA ENGLISH nella settimana del 20 dicembre, fra milioni di condivisioni. Greta, che ha una madre cantante lirica sinfonica, un padre attore, una diagnosi da sindrome di Asperger (un disturbo prossimo all’autismo di cui lei racconta «mi fa vedere le cose in bianco o nero. Non mi piace mentire»), incalza politici e adulti sul peso che stanno lasciando sui bambini, togliendo loro il futuro. «La nostra biosfera viene sacrificata perché i ricchi in paesi come il mio possano vivere nel lusso», ha detto alla platea della conferenza per il clima: «È la sofferenza dei molti che paga i lussi di pochi. Nel 2078 festeggerò il mio 75esimo compleanno. Se avrò bambini forse quel giorno mi chiederanno di voi. Mi chiederanno perché non avete fatto tutto il possibile quando ancora c’era tempo per agire». (L’ESPRESSO 30/12/2018)

La quindicenne Greta Thunberg durante la sua protesta del venerdì sui cambiamenti climatici

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   Emblematico che la Conferenza sul clima (denominata Cop24), tenutasi nella prima quindicina del dicembre scorso, si sia svolta in Polonia, e in particolare a KATOWICE, capoluogo della SLESIA, la regione a sud che è considerata la regione carbonifera non solo di Polonia ma di tutta Europa (la capitale europea del carbone). Anche se è la Cina che, da sola, consuma la metà della produzione globale, la Polonia rappresenta in modo forte il legame con questo minerale, combustibile così inquinante. Una regione come appunto la Slesia dipende completamente dal carbone, in termini di economia, di occupazione.

COP24, il presidente polacco DUDA spiazza tutti: “LA POLONIA NON PUÒ RINUNCIARE AL CARBONE” -Nonostante i ripetuti richiami alla DECARBONIZZAZIONE DEL PIANETA, in una conferenza stampa congiunta il 3 dicembre scorso, a presentazione dell’inizio dei lavori della COP24 a KATOWICE con il segretario dell’Onu ANTONIO GUTERRES, il PRESIDENTE POLACCO DUDA ha dichiarato che IL SUO PAESE “NON PUÒ RINUNCIARE AL CARBONE”, una MATERIA PRIMA “STRATEGICA” che garantisce “la SOVRANITÀ ENERGETICA”- Varsavia conta ancora sul CARBONE per l’80% del suo FABBISOGNO ENERGETICO, e prevede di arrivare al 50% entro il 2030. Quando il target fissato dalla Commissione europea per quella data è del 40%. (foto da IL FATTO QUOTIDIANO del 4/12/2018)

   Non è poi un caso che sulle 50 città più inquinate d’Europa, ben 33 sono in Polonia: per dire l’“importanza del carbone” in terra polacca, e il collegamento esistente tra il forte inquinamento atmosferico che lì c’è e l’estrazione di questo materiale. E sul banco degli imputati, alla Conferenza sul clima dello scorso dicembre, assieme a Trump e alla Russia, è finito così anche il paese ospitante. Gli impegni a ridurre la dipendenza energetica dal carbone ci sono da parte della Polonia, ma è evidente che l’ancor esistente (ed essenziale alla ricchezza del paese) industria mineraria carbonifera, appunto soprattutto nella regione della Slesia, gioca un ruolo fondamentale (e negativo) nell’alto tasso di inquinamento del paese. E il carbone è anche (quasi) un simbolo dell’indipendenza (un sovranismo energetico polacco). Anche se lì non è solo questione di inquinamento atmosferico: per dire, nella città di BYTOM (agglomerato urbano-industriale sempre in Slesia), costruita in pratica sopra una miniera, gli edifici sono pieni di crepe, rischiano di cadere.

“La DIRETTIVA 2003/87/CE, prevede che gli impianti produttivi di grandi emettitori dell’Unione europea non possano funzionare senza un’AUTORIZZAZIONE alle EMISSIONI DI GAS SERRA. Ogni impianto autorizzato deve COMPENSARE ANNUALMENTE LE PROPRIE EMISSIONI INQUINANTI ACQUISTANDO ALL’ASTA, OPPURE SU UN VERO E PROPRIO LIBERO MERCATO, delle QUOTE PER OGNI TONNELLATA EMESSA di biossido di carbonio (CO2) o di qualsiasi altro gas a effetto serra, come ossido di metano (CH4), protossido di azoto (N2O), idrofluorocarburi (HFC), perfluorocarburi (PFC) ed esafluoro di zolfo (SF6), che abbia un potenziale effetto di riscaldamento planetario, in altri termini un sistema congegnato per acquisire il diritto a inquinare a fronte di una penale scambiata sul libero mercato dei capitali. (…)”(Angelo Richiello, “L’ESPRESSO”, 30/12/2018)

   Per quanto riguarda la problematica globale trattata nella Cop24, la Conferenza sul clima a Katowice (dove si decidevano i destini dell’accordo di Parigi del 2015), va detto che nel 2018 c’è stato un nuovo record di emissioni di CO2. E (dati della Conferenza) per contenere il disastro servono 900 miliardi di dollari l’anno da qui al 2050, l’uno per cento del Pil globale.
Le regole e gli impegni che ci si è dati in Polonia per rendere operativo l’accordo di Parigi, però, non sembrano particolarmente ambiziosi. E lasciano dubitare che possano consentire di centrare il principale obiettivo dell’intesa raggiunta nel 2015 nella capitale francese, cioè di limitare la crescita della temperatura media globale, entro la fine del secolo, ad un massimo di 2 gradi centigradi, rispetto ai livelli pre-industriali.

In Polonia vi sono 16 regioni e si chiamano VOIVODATI (WOJEWÓDZTWA). Nella cartina qui sopra (ripresa da http://www.quipoloniaeitalia.wordpress.com/) si può vedere all’estremo sud la SLESIA (regione carbonifera polacca e d’Europa) e il suo capoluogo KATOWICE (che è stata sede, a dicembre 2018, della CONFERENZA MONDIALE SUL CLIMA denominata COP24)

   C’è stato, dal primo testo proposto nella Conferenza, alcuni stati (Stati Uniti, Arabia Saudita, Russia e Kuwait) che si sono opposti al segnale di gravità indicato dall’Onu: l’ultimo rapporto sul clima dell’Ipcc, l’Intergovernmental Panel On Climate Change (il foro scientifico formato nel 1988 dalle Nazioni Unite che monitora il riscaldamento globale) prevede che, di questo passo, il mondo potrebbe raggiungere i +1,5 gradi centigradi già nel 2030.
In particolare, par di capire, l’impegno (concreto, finanziario…) che c’era stato a Parigi di “garantire” lo sviluppo di Paesi poveri, viene di fatto ad essere assai labile (per non dire che lo si è del tutto abbandonato). Il nodo dei 100 miliardi di dollari di trasferimenti dai paesi ricchi a quelli poveri, promessi pure dalla Cop 15 di Copenaghen, nel 2009, sono stati finora stanziati in parti piccolissime. (per una più ampia informazione sulla Cop24 di Katowice, vi invitiamo a leggere gli articoli che seguono in questo post).

Katowice, veduta aerea di una parte della citta (di 310mila abitanti) (da wikipedia)

   Il carbone resta la fonte di energia più utilizzata al mondo per produrre elettricità. Nel 2017, secondo l’International Energy Agency, produzione e consumo a livello globale sono tornati ad aumentare dopo due anni di declino. Il motivo è semplice: ci sono milioni di tonnellate di carbone sotto terra; e così è difficile abbandonare questo combustibile così fortemente inquinante.

minatore in miniera di carbone

Secondo le stime dell’Onu, per contenere il riscaldamento globale entro il limite minimo di +1,5° (come previsto alla Conferenza di Parigi), entro il 2050 le rinnovabili dovranno fornire la maggior parte di energia, e il carbone dovrà crollare dall’attuale 30 per cento a meno del 2%. Ma, appunto, non è solo problema della Polonia, di Trump, della Russia: conta molto la Cina, e pure la sua influenza asiatica. La Cina, come detto, da sola consuma metà del carbone mondiale e le sue imprese stanno costruendo centrali in 17 Paesi, soprattutto nel Sud-Est asiatico, l’ultima frontiera del carbone.
L’Europa, invece, si dimostra (politicamente) come l’entità istituzionale (l’Unione Europea) più disposta e coerente a mantenere gli impegni precedentemente presi: e si fanno già i conti della conversione, dell’abbandono dei combustibili inquinanti, delle energie rinnovabili e pulite; e anche (dopo la rivolta dei gilet gialli francesi contro l’aumento del gasolio) anche dei rischi sociali connessi. Ce la faremo almeno noi europei a dare un segnale concreto? (speriamo) (s.m.)

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PUÒ ESISTERE UNO SVILUPPO SOSTENIBILE, posto il peso preponderante che ha la parola “crescita” nel più ampio ambito designato dalla parola “sviluppo”? Secondo l’economista MAURO BONAIUTI, attento studioso della “Grande transizione” (che è anche il titolo di uno dei suoi lavori più noti) verso un’economia della decrescita, la risposta non solo è negativa, ma è chiara fin dagli anni ’70 agli studiosi più rigorosi…” (Marco Pacini, “L’ESPRESSO”, 30/12/2018) – …(MAURO BONAIUTI, tra i primi in Italia a muoversi in questa prospettiva avviata da Serge Latouche, riflette sui presupposti de «LA GRANDE TRANSIZIONE» (Mauro Buonaiuti, Bollati Boringhieri, 15 euro) che ci aspetta: dalla durezza senza sbocco dello sviluppo a tutti i costi, causa di malessere sociale, predazione di risorse e danni ambientali, alla resilienza o «decrescita serena», sinonimo di ritessitura delle relazioni umane in uno spazio di prossimità e in una dimensione di reciprocità. L’arroganza dei mercati non esaurisce l’orizzonte. Esiste anche un progetto di società di decrescita, e secondo Bonaiuti è l’unico a poterci salvare dal baratro.)

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QUANTO MI COSTI, GAS SERRA

di Angelo Richiello, da “L’ESPRESSO” del 30/12/2018
– Il valore delle quote delle emissioni sta crescendo in modo esponenziale. Ecco come funziona il mercato dell’inquinamento –
Nel primo giorno del nuovo anno ha compiuto quindici anni esatti il sistema dell’Unione europea nato con lo scopo di ridurre nei 28 paesi membri le emissioni di gas serra, precisamente una riduzione del 21 per cento entro il 2020 e del 43 per cento entro il 2030. Il sistema interessa principalmente quei settori industriali la cui produzione di gas serra ha un maggiore impatto sui cambiamenti climatici, non solo nei Paesi membri della Unione europea, ma anche del mondo intero, costituendo così la risposta europea agli impegni assunti a Kyoto nel dicembre del 1997.
La disposizione, nota come Direttiva 2003/87/CE, prevede che gli impianti produttivi di grandi emettitori dell’Unione europea non possano funzionare senza un’autorizzazione alle emissioni di gas serra. Ogni impianto autorizzato deve compensare annualmente le proprie emissioni inquinanti acquistando all’asta, oppure su un vero e proprio libero mercato, delle quote per ogni tonnellata emessa di biossido di carbonio (CO2) o di qualsiasi altro gas a effetto serra, come ossido di metano (CH4), protossido di azoto (N2O), idrofluorocarburi (HFC), perfluorocarburi (PFC) ed esafluoro di zolfo (SF6), che abbia un potenziale effetto di riscaldamento planetario, in altri termini un sistema congegnato per acquisire il diritto a inquinare a fronte di una penale scambiata sul libero mercato dei capitali.
Il sistema per lo scambio delle quote di emissione è uno strumento essenziale, Continua a leggere

L’ITALIA DELLA CATTIVISMO (figlio dell’INSICUREZZA) del Rapporto CENSIS 2018: geografia di un Paese impoverito in preda al SOVRANISMO PSICHICO, che odia gli immigrati e non trova un’idea di sviluppo e coesione sociale – Come ripartire da valori come SOLIDARIETÀ, GIUSTIZIA, ECOLOGIA e INNOVAZIONE?

IL RAPPORTO CENSIS 2018 – L’ITALIA DEL RANCORE – Per il 75% degli italiani gli IMMIGRATI fanno aumentare la CRIMINALITÀ, per il 63% sono un peso per il nostro sistema di welfare – SOLO IL 23% degli italiani ritiene di aver raggiunto una CONDIZIONE SOCIO-ECONOMICA MIGLIORE DI QUELLA DEI GENITORI. E il 67% ora guarda il futuro con paura o incertezza

   Il Censis (sigla che sta per Centro Studi Investimenti Sociali), fondato nel 1964, è un (emerito) istituto italiano di ricerca sociale su vari campi del vivere quotidiano nel nostro Paese; e dal 1967 propone un annuale (interessantissimo e vasto) RAPPORTO sui più significativi FENOMENI SOCIO-ECONOMICI DEL PAESE.

Giunto alla 52ª edizione, il RAPPORTO CENSIS interpreta i più significativi FENOMENI SOCIO-ECONOMICI DEL PAESE nella fase di attesa di cambiamento e di deludente ripresa che stiamo attraversando. LE CONSIDERAZIONI GENERALI introducono il Rapporto descrivendo LA TRANSIZIONE DA UN’ECONOMIA DEI SISTEMI A UN ECOSISTEMA DEGLI ATTORI INDIVIDUALI, verso un APPIATTIMENTO della società. Nella SECONDA parte, LA SOCIETÀ ITALIANA AL 2018, vengono affrontati i temi di maggiore interesse emersi nel corso dell’anno: le RADICI SOCIALI di un SOVRANISMO PSICHICO, prima ancora che politico, le tensioni alla convergenza e le spinte centrifughe che caratterizzano i rapporti con l’Europa, gli snodi da cui ripartire per dare slancio alla crescita. Nella TERZA e QUARTA parte si presentano le ANALISI PER SETTORI: la FORMAZIONE, il LAVORO e la RAPPRESENTANZA, il WELFARE e la SANITÀ, il TERRITORIO e le RETI, i SOGGETTI E i PROCESSI ECONOMICI, i MEDIA e la COMUNICAZIONE, la SICUREZZA e la CITTADINANZA.

   Il 7 dicembre scorso ha reso noto il 52° RAPPORTO annuale, che ha suscitato molto clamore, nel modo (scientifico, statistico) con il quale si è individuata la crisi italiana: nel modo di pensare, nel rapportarsi ai (nuovi) mezzi di informazione, nelle differenze geografiche territoriali. Recependo la presenza di un popolo (italiano) incattivito, e insicuro del proprio presente e ancor più del futuro.
Dicevamo, che dal Rapporto ne esce un Paese incattivito. Cupo, anziano, diffidente, senza speranza. La rabbia, che nel frattempo è diventata «cattiveria», si sta tramutando in «SOVRANISMO PSICHICO», nella ricerca di un «sovrano autoritario» al quale affidare le sorti del Paese. (sul significato di “sovranismo psichico”, termine inventato per l’occasione ora dal Censis, vi invitiamo a leggere il primo articolo qui di seguito in questo post che abbiamo ripreso da “il Fatto Quotidiano”).

COS’È IL CENSIS – Il Censis (CENTRO STUDI INVESTIMENTI SOCIALI) è un ISTITUTO DI RICERCA SOCIO-ECONOMICA italiano fondato nel 1964. Dalla sua fondazione svolge attività di studio, ricerca, consulenza e assistenza tecnica. La maggior parte delle attività dell’istituto è incentrata sulla REALIZZAZIONE DI STUDI SUL SOCIALE, L’ECONOMIA E L’EVOLUZIONE TERRITORIALE o su programmi d’intervento e iniziative culturali nei settori vitali della realtà sociale: la FORMAZIONE, il LAVORO e la RAPPRESENTANZA, il WELFARE e la SANITÀ, il TERRITORIO e le RETI, l’ECONOMIA, i MEDIA e la COMUNICAZIONE, il GOVERNO PUBBLICO, la SICUREZZA e la CITTADINANZA. Alcuni anni dopo la sua nascita, esattamente nel 1973 è diventato una fondazione riconosciuta con D.P.R n. 712/1973. A partire dal 1967 ogni anno le attività e gli spunti di analisi dell’istituto vengono condensati nel RAPPORTO SULLA SITUAZIONE SOCIALE DEL PAESE, nato dalla volontà di fornire una NARRAZIONE PUNTUALE DEI MUTAMENTI SOCIO-ECONOMICI IN CORSO. (da Wikipedia)

   L’insicurezza è il sentimento di base della società. Si dà tutta la colpa alle “cose straniere”, in primis all’immigrazione dai paesi poveri; ma anche agli organismi internazionali: dall’Unione Europea (cui è calato fortemente il pathos “europeista” che una volta avevamo), al Fondo Monetario, i Mercati che ci prestano i soldi…tutto quel che viene da fuori.

(considerazioni dal rapporto Censis) – “Rancore e pregiudizi sono radicati fra le persone più fragili, ossia più povere anche di sapere. Persone che non riuscendo a capire la complessità sono alla ricerca di spiegazioni semplici: vere o false che siano. L’unica strada per uscire dalla crisi è quella della coesione sociale che si concretizza in più servizi e più occupati in ambito pubblico” (Francesco Gesualdi, da AVVENIRE del 22/12/2018) (immagine da “Avvenire”)

   E’ prioritario comunque, secondo il Rapporto Censis, come una gran parte degli italiani attribuisca agli immigrati la responsabilità della propria decadenza, pensando che si siano appropriati del nostro lavoro, delle nostre case popolari, dei nostri sussidi. Che gli immigrati ci sottraggano posti di lavoro; che rappresentano un peso per il nostro welfare; che si fa di più per gli immigrati che per gli italiani… E il tutto porta al risentimento, all’avversione, e ad ogni altra forma di pregiudizio.

OSTILITÀ VERSO L’IMMIGRAZIONE – Il capitolo migrazione è un nervo scoperto. Il 63% degli italiani vede in modo negativo l’immigrazione da Paesi non comunitari (contro una media Ue del 52%). Ma neppure l’immigrazione da Paesi comunitari è vista di buon occhio: è infatti negativa per il 45% (rispetto al 29% media Ue). I più ostili verso gli extracomunitari sono gli italiani più fragili: il 71% degli over 55 anni e il 78% dei disoccupati, mentre il dato scende al 23% tra gli imprenditori. Il 58% degli italiani pensa che gli immigrati sottraggano posti di lavoro in casa nostra; il 63% pensa che rappresentino un peso per il nostro sistema di welfare, solo il 37% ne sottolinea invece l’impatto favorevole sull’economia nazionale. Per il 75% degli italiani l’immigrazione aumenta il rischio di criminalità. E il 59,3% degli italiani è convinto che tra dieci anni nel nostro Paese non ci sarà un buon livello di integrazione tra etnie e culture diverse (foto da Il fatto Quotidiano)

   Il senso e l’origine di questa crisi probabilmente sorge da una crisi generalizzata della classe media dei paesi ricchi iniziata nella metà degli anni Ottanta del secolo scorso, quando venne ridefinito l’ordine economico mondiale e venne riscritta la geografia internazionale del lavoro: le fabbriche andarono nei Paesi poveri dove il costo del lavoro era assai basso; e nei paesi ricchi una classe di lavoratori si trovò in difficoltà, o disoccupata; o dovendo sopportare assai bassi salari. Pertanto i ricchi (industriali, finanzieri) ci guadagnarono molto, la maggioranza della popolazione si trovò (e si trova) in difficoltà a mantenere livelli alti di consumi cui si era abituata: una rivoluzione economica e normativa passata alla storia sotto il nome di GLOBALIZZAZIONE.
E’ così che il LIBERO COMMERCIO e la GLOBALIZZAZIONE, oltre al miglioramento delle condizioni di vita per i più poveri del pianeta (cosa non da poco: PIÙ DI UN MILIARDO DI PERSONE HA POTUTO USCIRE DALLA FAME, mandare a scuola i loro figli, avere un inizio di sanità, poter spostarsi da un luogo all’altro…), ma tutto questo ha portato però al DECLINO DELLA CLASSE MEDIA NEI PAESI PIÙ RICCHI. Un economista di New York, BRANKO MILANOVIC, ha rappresentato in maniera molto eloquente il contesto in un diagramma del 2012 che è stato ribattezzato, a causa della sua forma, “IL GRAFICO ELEFANTE”. Eccolo:

Questa linea mostra come tra il 1988 e il 2008, i maggiori aumenti di reddito siano avvenuti PER IL 75% PIÙ POVERO DELLA POPOLAZIONE MONDIALE (il secondo gruppo da sinistra) (AD ECCEZIONE DEI POVERISSIMI, il primo gruppo da sinistra) e PER I SUPER-RICCHI (il quarto gruppo da sinistra), mentre per gli altri (LA CLASSE MEDIA OCCIDENTALE, maggioranza della popolazione) i guadagni sono stati praticamente zero (il terzo gruppo da sinistra)

   Ma questo accadde in tutto il mondo, non solo in Italia. Però, specificatamente in Italia, dice il Censis, i continui trasferimenti produttivi, associati a una crescente automazione (l’informatica, i robot…), produssero meno occupazione e meno diritti al Nord, più lavoro sfruttato al Sud. E sia a Nord che a Sud si sono fortemente abbassate le retribuzione dei lavoratori dipendenti, ma anche il reddito di artigiani, commercianti, che hanno risentito della grande crisi economica. E’ andata bene, anche da noi, per i detentori di capitale (se non sono incappati nella crisi italiana, ma mondiale, delle banche, del sistema finanziario), ma al tempo stesso si è creato un grande disagio e incazzatura per chi si è trovato ad avere meno soldi (o niente…) e non poter esaudire il livello di vita (e godere del welfare pubblico) che si era conquistato.

IL DIVERSO PERCEPITO COME UN PERICOLO – C’è un 63,6% convinto che nessuno ne difenda interessi e identità e quindi devono pensarci da soli. Quota che sale al 72% tra chi possiede un basso titolo di studio e al 71,3% tra chi può contare solo su redditi bassi. Il non sopportare gli altri si traduce nel via libera ai pregiudizi. L’essere diverso diventa, nella percezione, un pericolo da cui proteggersi. E non è una questione di basse percentuali: il 69,7% degli italiani non vorrebbe come vicini di casa i rom; il 69,4% non vorrebbe a portata di occhio e udito persone con dipendenze da droga o alcol. Il 52% è convinto che vengono prima gli immigrati, altro che “prima gli italiani”, e questo 52% diventa il 57% tra le persone con redditi bassi.

   E il Censis, nel Rapporto reso noto adesso, nel dicembre 2018, individua quali sono gli squilibri sociali, gli squilibri territoriali. Un quadro allarmante, su cui, su tutto, pesa molto la condizione lavorativa dei giovani, con precarietà, sottoccupazione, part-time non voluto ma subìto…

(nella foto: il dominio globale dello smarthphone) – CENSIS 2018: POCA FIDUCIA NELLA CRESCITA – Alla base di questo processo, secondo il Censis, c’e’ “l’assenza di prospettive di crescita, individuali e collettive”. E l’analisi ci ricorda che l’Italia è ormai il Paese dell’Unione europea con la più bassa quota di cittadini che affermano di aver raggiunto una condizione socio-economica migliore di quella dei genitori: il 23%, contro una media Ue del 30%, il 43% in Danimarca, il 41% in Svezia, il 33% in Germania. Il 96% delle persone con un basso titolo di studio e l’89% di quelle a basso reddito sono convinte che resteranno nella loro condizione attuale, ritenendo irrealistico poter diventare benestanti nel corso della propria vita. E il 56,3% degli italiani dichiara che non è vero che le cose nel nostro Paese hanno iniziato a cambiare veramente. Il 35,6% degli italiani è pessimista, guarda all’orizzonte con delusione e paura; il 31,3% è incerto e il restante 33,1% è ottimista.

   L’involuzione e l’arrabbiatura che vi è, porta a fenomeni negativi di chiusura, di odio… a cattivismo e sovranismo psichico, come dice il Censis. La soluzione a questo stato di crisi non è facile (individuarla e praticarla). Tentiamo qui di iniziare a definirla per (nel nostro piccolo) contribuire ad arrivare a possibili soluzioni. (s.m.)

I MEZZI USATI COME INFORMAZIONE

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Quanto più la paura non trova luoghi sociali di decantazione e di elaborazione emotiva, tanto più tende a trasformarsi in rancore e odio verso l’altro da sé». NEL LABIRINTO DELLE PAURE. POLITICA, PRECARIETÀ, IMMIGRAZIONE (Bollati Boringhieri, pp. 159, euro 15) ruota intorno a questo focus ed è il volume – bello e terribile – di ALDO BONOMI e PIERFRANCESCO MAJORINO. Un viaggio «di lavoro» dentro il «labirinto del sociale muto» alla ricerca del punto germinale di questa inedita cattiveria che tutti oggi ci colpisce: noi, osservatori che attoniti ci chiediamo cosa mai sia successo; loro, gli oggetti, le vittime di quanto in Europa, nel XXI secolo, non si aspettavano di subire. E forse anche gli altri, gli attori dell’odio, quelli che dopo un lungo ciclo di «italiani brava gente» oggi si ritrovano tra gli haters, irriconoscibili a se stessi nei luoghi che non riescono più a riconoscere, a ostentare come uno straccio di bandiera i propri peggiori sentimenti. (MARCO REVELLI, da “IL MANIFESTO” del 27/12/2018)

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COS’È IL ‘SOVRANISMO PSICHICO’ E PERCHÉ PUÒ AIUTARCI A CAPIRE LA REALTÀ DI OGGI
di LUCIANO CASOLARI (medico psicoanalista), da “IL FATTO QUOTIDIANO del 18/12/2018)
Studio e lavoro in campo psicologico da oltre trenta anni ma non avevo mai sentito parlare di “SOVRANISMO PSICHICO”. Sono rimasto colpito nel leggere che il RAPPORTO DEL CENSIS cita questo modello per descrivere l’atteggiamento mentale degli Italiani in questa fase storica.
La descrizione attuata dal DR. GIUSEPPE DE RITA (segretario del Censis) è “un’espressione psichica con cui tendiamo ad affermare quello che è il modello di sviluppo Italiano. Cioè abbiamo la necessità, di fronte a un mondo sempre più globale, di dire noi sappiamo stare nel mondo globale con un modello che è però tutto nostro”.
Se ho ben capito l’idea è che, Continua a leggere

IL RACCONTO DI NATALE di GEOGRAFICAMENTE (augurio ai nostri affezionati 25 lettori) – L’Italia (irrimediabile?) di GOFFREDO PARISE (da il Corriere, rubrica dei lettori, 1974-75), scrittore globale (inviato nel mondo), ma con solide radici locali (sul greto della Piave) che descrive un’ITALIA IN LOTTI, amorfa e disillusa

LA CASA NELLA GOLENA DEL PIAVE A SALGAREDA, ULTIMA DIMORA DI PARISE – Nel suo «Veneto barbaro di muschi e nebbie» Goffredo Parise si chiedeva cosa, nel grande mondo che aveva conosciuto da Capri a New York a Parigi, lo inchiodasse «a quell’albero di more, a quelle nebbie, al fiume Piave, alle montagne vicine». Si riferiva a quello che amava anche definire «IL MIO ANGOLO DI PARADISO SUL PIAVE» e cioè alla casa nella golena di Salgareda, dove visse dal 1970 al 1983 e che, da 12 anni, per volere di Moreno Vidotto e Enzo Lorenzon, è diventata la «CASA DELLE FATE», un luogo dove ricordare lo scrittore vicentino e le sue opere. (casa che il 30 ottobre 2018 ha subìto la PIENA DEL PIAVE, acqua che ha rovinato la collezione di oggetti, lettere, libri e quadri lì raccolti in sua memoria) (Milvana Citter, “il Corriere del Veneto”, 4/11/2018)
GOFFREDO PARISE (Vicenza 1929 – Treviso 1986) si era trasferito a MILANO dove scriveva per il “Corriere della Sera”, e lavorava nella casa editrice di Livio Garzanti. Nella città conobbe anche Leo Longanesi e con lui pubblicò uno dei suoi romanzi più noti, IL PRETE BELLO (1954), con cui fu consacrato autore di fama anche all’estero. Dopo il 1964 si trasferì da Milano a ROMA, vicino di casa di Carlo Emilio Gadda; nel frattempo, però, diede inizio a un lungo periodo di viaggi in tutto il mondo.

   “La difesa dell’ambiente è un tema sul quale, da un anno a questa parte ho ricevuto un certo numero di lettere….non ho mai risposto perché sono profondamente convinto che la difesa dell’ambiente è, nel nostro Paese, causa persa. Non nego, anzi so, che qualche risultato è stato ottenuto, ma solo provvisoriamente: e la difesa dell’ambiente non è questione provvisoria, ma appartiene soprattutto al futuro….”
“…L’Italia non vuole più essere l’Italia. Gli italiani (parlo della grandissima maggioranza) non vogliono più essere italiani. Se ne fregano dei monumenti, dei musei, di San Pietro e della chiesa cattolica, dei Palazzi Pitti e Uffizi; ci mandano i loro figli con la scuola, ma se ne fregano, e se ne fregheranno i loro figli quando sarà il momento. Gli italiani non vogliono più essere italiani perché vogliono essere ancora meno che regionali, vogliono essere “paesani”, “paisà”, perché l’unità d’Italia, che del resto non c’è mai stata, oggi c’è meno che mai….”
“….Oggi l’Italia è spezzata non in staterelli, ma in “lotti”, in piccole, piccolissime, proprietà private a cui gli italiani, nel loro povero animo e nel loro povero corpo privi di Stato tengono in modo fanatico. Per gli italiani di oggi, non di ieri, l’Italia è il “lotto”, il proprio terreno, la propria villetta, il proprio “bicamere e servizi”, costruiti da geometri o finti architetti secondo i propri gusti e soprattutto in materiali pressoché eterni come il cemento armato che diano a quei poveri corpi e a quelle povere anime senza Stato l’illusione di averne uno, indistruttibile. Se potessero costruirsi un bunker, con fabbrichetta accanto e un proprio esercito personale, lo farebbero. Il perché è troppo lungo da spiegare, fondamentalmente va ricercato nell’assenza non soltanto dello Stato ma dell’idea dello Stato (che fa lo Stato), che non gli è mai stata insegnata, che non hanno mai amata, che è ostica al loro cervello e al loro cuore, e in cui non credono.”…..
(L’ITALIA DEI “LOTTI” di Goffredo Parise, RISPOSTE ai lettori, da “il Corriere della Sera”, febbraio 1975)
Questo è il tema della risposta al lettore del Corriere della Sera alla rubrica che teneva Goffredo Parise; una raccolta di risposte ai lettori apparse sul «Corriere della Sera» tra il 1974 e il 1975, da noi riprese dal libro (un piccolissimo libro, una settantina di pagine, ma assai intense) dal titolo “DOBBIAMO DISOBBEDIRE” (Adelphi, 2013, 7 euro).
Pertanto non è un vero e proprio racconto quello che Vi proponiamo per questo Natale: forse è uno “sfogo”, una constatazione di difficoltà… di un grande scrittore che osserva una realtà che non gli piace: fatta di un’ambiente che si degrada sempre più; che in definitiva interessa assai a pochi che sia conservato, tutelato, salvaguardato.. Un’Italia chiusa in se stessa (e Parise scrive nel 1975…..). Un Paese dove lo scrittore lamenta una mancanza di comunicazione vera (e la sua rubrica coi lettori lui la vive, anche lì, con una difficoltà di capirsi). Un Paese (l’Italia) che non sa godere (e conservare) le sue bellezze naturali, i suoi paesaggi, l’arte e le mirabili architetture del passato che vi si trovano.
La risposta alla lettera di un lettore (che qui di seguito Vi proponiamo), il signor Framarin, torinese ma vicentino di nascita come Parise (peraltro allora soprintendente del parco nazionale del Gran Paradiso), che gli chiede di intervenire sulla questione di tutela del suo (loro) paesaggio dell’altopiano vicentino (la montagna veneta Verena-Campolongo), su questo Parise esprime uno stupendo e doloroso sfogo che il giornale intitola “L’Italia dei lotti”, un piccolo capolavoro di prosa, elevato nella forma, ma ancor di più nei contenuti (buona lettura, buon Natale) (s.m.)

«La mia ragione e il mio sentimento sono condotti da un’idea estremamente elementare: l’enorme difficoltà di molti italiani a concepire non soltanto l’idea dello Stato ma soprattutto l’idea della democrazia». Così scriveva Goffredo Parise nella rubrica di corrispondenza con i lettori del Corriere della Sera tenuta tra il 1974 e il 1975. Alcune di quelle risposte sono raccolte da Adelphi in DOBBIAMO DISOBBEDIRE (76 pagine, 7 euro a cura e con una postfazione di Silvio Perrella) (http://fabriziofalconi.blogspot.com/)

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L’ITALIA DEI LOTTI

Goffredo Parise, 1975, Corriere delle Sera
La difesa dell’ambiente è un tema sul quale, da un anno a questa parte, ho ricevuto un certo numero di lettere: non ho mai risposto perché mi è parso corretto (e come si vedrà, non soltanto corretto) lasciare la risposta ad altri, per così dire agli specialisti. Prima fra tutti Italia Nostra, poi Alfredo Todisco e Antonio Cederna che dalle colonne di questo giornale si battono con non minore passione di Giorgio Bassani.
Inoltre non ho mai risposto perché sono profondamente convinto che la difesa dell’ambiente è, nel nostro paese, causa persa. Non nego, anzi so, che qualche risultato è stato ottenuto; ma solo provvisoriamente. E la difesa dell’ambiente non è questione provvisoria, ma appartiene soprattutto al futuro.
E nel futuro (immediato) quel provvisoriamente scomparirà e l’azione devastatrice continuerà per una ragione importantissima: che gli interessi politici legati al prestigio dell’ecologia sono troppo deboli rispetto agli interessi politici che, a fatti, sono contrari all’ecologia. La causa dunque, a mio avviso, rimane persa e il paesaggio italiano continuerà a mutare, a corrompersi, a degradare inesorabilmente sotto la spinta più forte che esista al mondo e che non so come chiamare se non “la forza delle cose”.
Questa volta però rispondo. Al signor Franco Framarin, soprintendente del parco nazionale del Gran Paradiso, che mi scrive da Torino. Il signor Framarin mi scrive soprattutto come concittadino (entrambi siamo nati a Vicenza) in difesa delle prealpi vicentine (Altopiano di Asiago, Pasubio, Verena, Cima Dodici, Ortigara…) che stanno anch’esse crollando sotto “la forza delle cose” della speculazione edilizia.
La sua lettera è piena di dati italianamente credibilissimi, come questo: “… Dopo aver facilmente convinto gli amministratori di Roana, uno dei sette Comuni – paese che però non trarrà dalla operazione alcun vantaggio, perché il suo insediamento turistico sorgerà a 8 km – dopo aver ottenuto le necessarie protezioni politiche, questo gruppo di stimati professionisti vicentini e padovani, unicamente alla ricerca di un investimento dei loro sudati guadagni, ha deciso e ottenuto di costruire nel cuore del Verena-Campolongo – la più ricca ed integra ecologicamente di tutte le montagne che ho nominato sopra – un hotel con piscina coperta e shopping center di 10.000 metri cubi…”.
Il Signor Framarin così conclude la sua lettera: “… spenda per favore qualche sua parola per queste montagne. I dati che ho scritto sono certissimi. E’ bene che voi intellettuali dibattiate problemi generali e difendiate i grandi principi. Ma il mondo è fatto anche, meglio anzitutto, di rocce, di boschi, di animali selvatici. Di queste rocce, di questi boschi, di questi animali. Finiti questi non ce ne saranno altri”.

Perché rispondo proprio al signor Framarin e non ad altri che mi hanno scritto sullo stesso argomento? Perché egli scrive a me come concittadino, e dunque particolarmente affezionato a quei paesaggi, a quelle montagne. Ecco la mia risposta.
Io non ricordo più quei paesaggi e quelle montagne, signor Framarin, io se potessi difenderei l’intera Italia perché spero sempre nella sua unità, ma non posso andare contro la “forza delle cose”. Né ricordo più la città dove sono nato, se non a vaghe luci, come in un sogno. Se ci torno fatico a ritrovare le vie. Né ricordo più l’Italia di venti-trent’anni fa. E la colpa non è mia, ma della “forza delle cose” (la storia) che ha mutato profondamente il volto del nostro paese.
Non ricordo e non voglio ricordare, per molte ragioni consce e subconscie. Prima fra tutte perché l’Italia di trent’anni fa è lontana, lontanissima, in tutti i suoi aspetti, politici, culturali, linguistici, fonici, agricoli, non soltanto paesaggistici; poi non la ricordo più perché non voglio ricordare la mia giovinezza, perché essa non c’è più, scomparsa assieme a tutti quegli aspetti detti or ora; poi non la voglio ricordare (se non in letteratura, per testimonianza) perché, la realtà del nostro paese essendo profondamente mutata, sento la necessità di vivere oggi e non ieri; ancora non la voglio ricordare perché la conservazione del ricordo (come la conservazione delle cose) è un dato al tempo stesso statico e regressivo che, in modo assolutamente certo, viene travolto dalla realtà contingente di oggi, quella in cui, lo vogliamo o no, siamo ancora impegnati a vivere. Infine non la voglio ricordare, non voglio ricordare quei monti e quei boschi nella loro integrità, perché essi, nella realtà di oggi, l’hanno perduta.
Le speculazioni edilizie avvengono e così la degradazione dell’Italia di ieri. Ho detto degradazione che implica un giudizio di ieri, avrei dovuto dire mutamento che è un giudizio di oggi. Le cose mutano, per “la forza delle cose”, e non soltanto degli uomini, non c’è niente da fare.
La splendente villa palladiana La Malcontenta, ai bordi della laguna, tornata gloriosamente di proprietà del mio amico conte Antonio Foscari, è un bizzarro fantasma circondato dai fiumi e nebbie e sbarramenti di ciminiere e depositi di carburante di Marghera. Potrebbe tranquillamente scomparire, perché la sua alta essenza è andata perduta; al contrario, l’essenza dei depositi di carburante, i fumi e le nebbie tossiche, vivono e si espandono.
Inoltre, e questo è il concetto fondamentale della mia risposta, l’Italia non vuole più essere l’Italia. Gli italiani (parlo della grandissima maggioranza) non vogliono più essere italiani. Se ne fregano dei monumenti, dei musei, di San Pietro, della Chiesa cattolica, dei Palazzi Pitti e Uffizi; ci mandano i loro figli con la scuola, ma se ne fregano e se ne fregheranno i loro figli quando sarà il momento.
Gli italiani non vogliono più essere italiani perché vogliono essere ancora meno che regionali (che tempismo regressivo le regioni!), vogliono essere “paesani”, “paisà”, perché l’unità d’Italia, che del resto non c’è mai stata, oggi c’è meno che mai.
Oggi l’Italia è spezzata non in staterelli, ma in “lotti”, in piccole, piccolissime proprietà private a cui gli italiani, nel loro povero animo e nel loro povero corpo privi di Stato, tengono in modo fanatico. Per gli italiani di oggi, non di ieri, signor Framarin, l’Italia è il “lotto”, il proprio terreno, la propria villetta, il proprio “bicamere e servizi”, costruiti da geometri o finti architetti secondo i propri gusti e soprattutto in materiali pressoché eterni come il cemento armato che diano a quei poveri corpi e a quelle povere anime senza Stato l’illusione di averne uno, indistruttibile.
Se potessero costruirsi un bunker, con fabbrichetta accanto e un proprio esercito personale, lo farebbero. Il perché è troppo lungo da spiegare in questa rubrica, fondamentalmente va ricercato nell’assenza non soltanto dello Stato ma dell’idea dello Stato (che fa lo Stato), che non gli è mai stata insegnata, che non hanno mai amata, che è ostica al loro cervello e al loro cuore, e in cui non credono.
I fanti del ’15-’18 sono quasi tutti morti o sono molto vecchi, signor Framarin, e sono stati gli ultimi a credere di amare l’idea di uno Stato italiano. Non so cosa succederà dei figli degli italiani di oggi, quelli del “lotto”. Probabilmente una parte tenderà a difendere coi denti il “lotto”, per il quale darebbe cento Palazzi Pitti e l’intera flora del paese.
Negli Stati Uniti, paese senza Colossei, tutto ciò è fragile e affascinante: città si formano nei deserti di pietra da assembramenti di carovane nell’Arizona, nel Nevada: appaiono e scompaiono nel giro di pochi anni. Eppure in queste città che vanno e vengono come fantasmi su un pianeta, c’è l’idea dello Stato americano che si consuma, si rinnova, si consuma.
Da noi si parla tutto di consumo (anch’io ne parlo) ma quelle villette, quei bunker, sono destinati a durare più di qualunque villa palladiana, tenuto conto di come è gestito il patrimonio artistico nazionale. E il fatto che sia gestito così non è soltanto colpa degli uomini, dei responsabili, di quegli ometti vestiti di cartone grigio o cartone blu, con villetta, con bunker, con cani, che vengono chiamati chissà perché “i governanti”. La colpa non è soltanto di questi ometti italiani di oggi, che stanno alla pari col loro tempo e devono pur tirare avanti, ma la colpa, se si può parlare di colpa, è della “forza delle cose” che emana, tutta intera e potente, da un intero paese, dal suo paesaggio interiore che è lo specchio di quello esteriore, che lei deplora.
Come posso io a questo punto, signor Framarin, “spendere qualche parola per queste montagne”?
(Goffredo Parise, 1975, da “il Corriere della Sera”)

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Goffredo Parise in riva al Piave, all’altezza di Salgareda (Treviso) foto dal CORRIERE DEL VENETO – DEL VENETO, PARISE AMAVA TUTTO. MA ERA ANCHE MOLTO INQUIETO. FUGGIVA; faceva dei VIAGGI SPERICOLATI in cui, per il «Corriere», raccontava le GUERRE (in VIETNAM, in BIAFRA) e dei viaggi nei quali voleva soltanto conoscere (l’AMERICA, la CINA, il GIAPPONE); prendeva casa a ROMA, nel quartiere della CAMILLUCCIA, vicino a quella di un altro suo padre: CARLO EMILIO GADDA; tornava in Veneto; tornava a Roma, magari per rinchiudersi in un monolocale assurdo tutto foderato di legno di radica come una tabacchiera; aveva nostalgia dell’aria di CORTINA; in VENETO BARBARO DI MUSCHI E NEBBIE, scritto probabilmente in quella assurda stanza, metteva giù queste righe: «Riflettevo: alla sublime bellezza di CAPRI, alla emozionante vita a NEW YORK, alla dolce PARIGI, alla cupa MOSCA, alla polverosa e immensa PECHINO, alla bellezza del MEDITERRANEO con il suo MARE E COSTE su cui scorre la voce delle sirene e mi chiedevo, non senza turbamento: CHE COSA MI INCHIODAVA sempre più spesso a quell’ALBERO DI MORE, a quelle NEBBIE, al fiume PIAVE, alle MONTAGNE vicine?». (Giorgio Montefoschi, “il Corriere della Sera”, 26/9/2016)

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“DOBBIAMO DISOBBEDIRE”, LE RISPOSTE DI GOFFREDO PARISE AI LETTORI DALLE PAGINE DEL CORRIERE DELLA SERA
Post di ALBERTO CELLOTTO, da https://librobreve.blogspot.com/ Continua a leggere

La BREXIT arenata sulla QUESTIONE IRLANDESE sta portando a una crisi assai grave il REGNO UNITO – L’ipotesi possibile è di rimandare tutto a tempi migliori e rimanere nel MERCATO UNICO EUROPEO senza parteciparvi politicamente – il caso BREXIT come l’emblema della necessità degli STATI UNITI D’EUROPA

CARTELLI AL CONFINE TRA LE DUE IRLANDE CONTRO LA SEPARAZIONE – Il BACKSTOP è quella clausola di salvaguardia introdotta per evitare il ritorno ad un confine fisico tra Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord. Questa clausola mantiene l’IRLANDA DEL NORD NEL MERCATO UNICO EUROPEO, e IL RESTO DEL REGNO UNITO nell’UNIONE DOGANALE dell’Ue; per evitare il ripristino di una frontiera “dura” con la Repubblica d’Irlanda, fino a quando non sarà negoziato un futuro accordo bilaterale migliore fra Londra e l’Unione.

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IPOTESI – IL REGNO UNITO ABBANDONA SENZA ACCORDO FINALE, CHE SUCCEDE? – Se il parlamento non vota il patto, a questo punto ci si abbandona senza accordo di divorzio e non si richiede la rinegoziazione. NESSUN PERIODO DI TRANSIZIONE, NESSUN ACCORDO TEMPORANEO. Il Regno Unito sarebbe uno stato terzo a tutti gli effetti dalla scadenza prevista. PER QUANTO RIGUARDA IL COMMERCIO utilizzerebbe le REGOLE DEL WTO (l’Organizzazione Mondiale del Commercio), CON DAZI E CONTROLLI IN ENTRATA E USCITA. Un ‘uscita senza accordo, fra le innumerevoli conseguenze, sarebbe una CATASTROFE PER I MERCATI, con la STERLINA, per esempio, CHE SI DEPREZZEREBBE da subito. PORTI E AEROPORTI CON LUNGHE FILE, CHILOMETRI (o miglia, dipende dal luogo) DI CAMION che attendono in fila sulle strade. (immagine tratta da http://www.giornaledicomo.it/)

 

Brexit: i termini dell’accordo

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   La questione irlandese sta mettendosi in crisi il regno Unito nel suo processo di uscita dall’Unione Europea (dopo il voto al referendum del 23 giugno 2016 con la vittoria di chi vuole la separazione dagli altri 27 Stati che formano la UE). Il grosso problema si chiama “BACKSTOP”, cioè la clausola di salvaguardia per l’Irlanda nell’ “Accordo di recesso”: accordo condiviso dalle due parti, approvato il 25 novembre dal Consiglio europeo – cioè i leader dei 27 Stati – ma che la primo ministro inglese Teresa May ha problemi a far ora accettare in patria.

12/12/2018: THERESA MAY ha ottenuto la fiducia del Partito Conservatore britannico e resterà così in carica come leader del partito e prima ministra del Regno Unito. I voti a favore sono stati 200 su 317, quelli contrari 117. Ora il partito non potrà votare di nuovo contro di lei per almeno un anno.

   L’accordo serve, tra le tante cose stabilite nelle più di 500 pagine, in particolare ad EVITARE CHE TORNI AD ESSERCI UNA FRONTIERA RIGIDA TRA LA REPUBBLICA DI IRLANDA (che è nella UE) e l’IRLANDA DEL NORD, l’Ulster (che fa parte del Regno Unito, pertanto ora fuori dalla UE). E, oltre il confine materiale, il “backstop” prevede di mantenere l’Irlanda del Nord nel Mercato Unico Europeo e il resto del Regno Unito nell’Unione doganale dell’Ue (questo almeno fino alla fine del 2020), per evitare il ripristino di una frontiera “dura” con la Repubblica d’Irlanda, fino a quando non sarà negoziato un FUTURO ACCORDO BILATERALE migliore fra Londra e la UE (pertanto, come potete vedere da queste ultime decisioni, l’accordo anche se entra in vigore prevede un parziale stand by fino alla fine del 2020, tanto per dimostrare come questo divorzio faccia molta paura ai due soggetti, in primis il regno Unito, ma anche la UE).

MANIFESTAZIONE CONTRO LA BREXIT A LONDRA

   Se accadesse che l’accordo stabilito dalla primo ministro Teresa May con la Ue non venisse approvato entro marzo 2019 dal parlamento britannico, tutta questa regola salterebbe, e entrerebbero in funzione regole internazionali stabilite dal WTO, cioè l’Organizzazione Mondiale del Commercio: ci sarebbero dazi e controlli in entrata e uscita, sui porti, sugli aeroporti: navi e aerei fermi aspettando il loro turno per l’esame dei container, e dei camion su strada e su nave. Un ritorno al passato, peggio perché non preparati, organizzati a questo; con un rallentamento dei commerci, dell’economia, di tutto…un vero caos per un Paese come il Regno Unito (ricordiamo, formato da Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda del nord).

LA DIVISIONE GEOGRAFICA IN GRAN BRETAGNA DEL VOTO “PRO” O “NO” BREXIT DEL 23 GIUGNO 2016 (“regno disunito” – DA LIMES – http://www.limesonline.com/)

   E questo metterebbe sì in seria difficoltà il Regno Unito, ma in parte anche gli Stati dell’Unione Europea che commerciano con la Gran Bretagna, e pur indirettamente, da questo ingorgo, tutti i paesi anche extraeuropei che hanno rapporti col Regno Unito.

Prime Minister Theresa May speaking in the House of Commons

   Ma se tutto appare inevitabile e catastrofico (per gli inglesi); dall’altra essi sperano forse di trovare qualche rimedio a una situazione nella quale la mobilità delle merci (ma anche delle persone) tornerà ad essere assai complicata; però la sostanza del regresso, del ritorno al passato, non cambia. Cioè il danno è (sarà) fatto.

OSLO, NORVEGIA – IPOTESI: IL REGNO UNITO, COME LA NORVEGIA, NELLO “SPAZIO ECONOMICO EUROPEO”? – OPZIONE VOTO PER “NORVEGIA PER ADESSO”. Nel fine settimana AMBER RUDD, ministro del Lavoro e fedelissima della May, è stata il primo ministro in carica a dichiarare che se l’accordo sarà respinto allora l’opzione meno negativa sarebbe quella NORVEGESE. La Rudd l’ha definita una “OPZIONE PLAUSIBILE ANCHE SE NON DESIDERABILE.” Numerosi deputati nelle ultime settimane hanno sostenuto questa ipotesi, dicendosi convinti che avrebbe una maggioranza in Parlamento e potrebbe quindi essere approvata senza troppe scosse. – La Gran Bretagna entrerebbe nello SPAZIO ECONOMICO EUROPEO, restando quindi nel mercato unico e non ci sarebbero contraccolpi per l’economia. Al contrario della Norvegia, dovrebbe restare anche nell’unione doganale per evitare il problema del confine interno irlandese. Con questa soluzione non ci sarebbero contraccolpi per l’economia e per gli scambi commerciali e Londra uscirebbe dalla Politica agricola comune e dalla Politica comune sulla pesca. – La Gran Bretagna dovrebbe però accettare la libera circolazione delle persone e quindi non potrebbe limitare l’immigrazione e “riprendersi il controllo delle frontiere” come ha promesso la May. Inoltre dovrebbe rispettare regole imposte dalla Ue e continuare a versare contributi al budget Ue. L’OPZIONE VIENE CHIAMATA “NORVEGIA PER ADESSO” perché nelle intenzioni dei deputati che la sostengono sarebbe una soluzione temporanea per tre anni in attesa di negoziare un nuovo trattato di libero scambio definitivo con la Ue.

   Il coltivare un sogno di autonomia e indipendenza (da chiunque) del popolo inglese, almeno una metà (il referendum per la Brexit è stato vinto dal 51,83% degli elettori il 23 giugno 2016), è sorto forse dal credere di non aver bisogno di nessuno (e di avere rapporti con tutti, agevolati dal dover decidere da soli). Più probabilmente è dato da paura della eccessiva immigrazione (ma Londra ha votato per restare nella UE!); dall’incazzatura che sempre più persone hanno, forse data dalla crisi economica di questi ultimi 10 anni. E di dialogare positivamente con il vecchio impero britannico, con le proprie nazioni “sorelle” (come l’Australia), i possedimenti e le zone di storica influenza (l’area dei 53 Paesi del Commonwealth, che conta ora 2 miliardi e mezzo di persone: la UE “solo” 500 milioni).

IPOTESI – LA GRAN BRETAGNA ADERIRA’ ALL’EFTA? (….IMPROBABILE, DATE LE AMBIZIONI INGLESI NON DA PICCOLO STATO) – CHE COS’È L’EFTA? L’Associazione europea di libero scambio (EFTA dall’acronimo inglese EUROPEAN FREE TRADE ASSOCIATION), fu fondata il 3 maggio 1960 come alternativa per gli stati europei che non volevano, o non potevano ancora, entrare nella Comunità Economica Europea, ora Ue. L’Efta è attualmente costituita da quattro stati: ISLANDA, LIECHTENSTEIN, NORVEGIA e SVIZZERA (MAPPA PAESI EFTA, da WIKIPEDIA)

   Ma, ribadiamo, il voto anti-Europa del referendum del 2016 (che probabilmente si riconfermerebbe anche adesso) è dato dall’ “aria che tira” dappertutto: crisi economica, impoverimento, voglia di chiusura, ritorno razzistico, paura degli immigrati…(vecchi fantasmi e “soluzioni spicce” che riappaiono sempre nei momenti di difficoltà collettiva). A volte paure e preoccupazioni che possono essere realistiche, altre (molto spesso) del tutto immotivate sorte dalla sola “percezioni di pericolo” e da messaggi subliminali sui media, dal mondo politico… Ed è questa la condizione attuale di tutto il pianeta (o quasi tutto, almeno dei paesi che hanno goduto, e stanno godendo, un relativo benessere e welfare ora messo un po’ in discussione).

LE AREE DEL COMMERCIO MONDIALE AL 2017

   Tornando alla questione inglese di separazione dall’Europa, molti osservatori pensano che è stato un grave errore la «clausola di secessione» introdotta nel Trattato di Lisbona. In particolare il famoso articolo 50, con il quale si fissa il processo che deve essere seguito dagli stati che desiderino uscire dall’Unione Europea: questa cosa ha creato un’opportunità che gli stati non hanno, ha indebolito quel sentimento comune che oramai, bene o male, sembrava acquisito di un comune destino europeo. Che poi è nei fatti: nei commerci, nei viaggi, negli spostamenti nella nostra bellissima Europa, nelle opportunità che vi sono ben maggiori, nelle loro potenzialità, nell’Erasmus dei giovani…. (perché perdere tutto questo?).

Irlanda

   Questo pathos europeo, questo sentimento comune, c’è anche in definitiva in chi non vuole credere nell’Europea e parla di ristabilire frontiere, confini rigidi. Invece l’«affezione», il sentimento positivo, nei confronti dell’Unione si può sviluppare spontaneamente nelle collettività politiche, nella condivisione di un progetto comune senza limiti temporali. Pertanto quella previsione dell’art. 50 del Trattato di Lisbona toglie possibilità all’idea di una “patria comune” (o perlomeno agli “Stati Uniti d’Europa”), e tende a individuare il progetto e il sogno europeo come una mera cooperazione fatta di contabilità nel dare e avere, una assai misera questione di costi e benefici. Speriamo che ci sia un ritorno alle origini del “sentirsi europei”. (s.m.)

L’ARTICOLO 50 del TRATTATO DI LISBONA, che è entrato in vigore il 1º dicembre 2009, ha introdotto per la prima volta una procedura per uno Stato membro che decide di uscire volontariamente dall’UE. L’ARTICOLO 50 fa parte del Diritto dell’Unione Europea e con il quale si fissa il processo che deve essere seguito dagli stati che desiderino uscire dall’Unione Europea. Si è molto dibattuto su di esso dopo il Referendum sulla permanenza del regno Unito nell’Unione Europea nel quale il 51.89% dei votanti è stato a favore dell’uscita della Brexit, dell’uscita dalla UE. DOPO CHE L’ARTICOLO 50 VIENE ATTIVATO, SI HA UN LIMITE DI TEMPO DI DUE ANNI PER COMPLETARE I NEGOZIATI. SE I NEGOZIATI NON PRODUCESSERO RISULTATI, il paese che decide di uscire e l’UE SEGUIREBBERO LE REGOLE DELL’ORGANIZZAZIONE INTERNAZIONALE DEL COMMERCIO SUI DAZI. Quest’articolo è stato utilizzato dal regno Unito il 29 Marzo 2017. Pertanto con accordo o senza accordo dopo due anni (IL 29 MARZO 2019) L’USCITA DALLA UE DEL REGNO UNITO È IRREVERSIBILE. (immagine/schema qui sopra tratto da “il Sole 24ore”)
Manifestazione contro la Brexit, sempre a Londra

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L’UNIONE, IL NOSTRO DESTINO

di Aldo Cazzullo, da “il Corriere della Sera” del 11/12/2018
Oramai l’accordo tra Londra e l’Europa non esiste più. Eppure proprio i fatti drammatici di questi giorni confermano che l’Europa è ineluttabile. La si può e la si deve cambiare, riformare, rifondare; ma l’Europa è più che mai il nostro destino. Pure per gli inglesi, che non riescono a lasciarla, e non lo faranno mai del tutto.
La settimana di dibattito a Westminster è stata un esame di coscienza collettivo. L’autobiografia di una nazione, avrebbe detto Gobetti. Continua a leggere