I DRONI CONTRO IL PETROLIO SAUDITA: siamo nella ETERNA sanguinosa GUERRA in MEDIO-ORIENTE, in primis tra ARABIA SAUDITA e IRAN (con alleanze e crudeli conflitti di tutti i Paesi di questa area geografica) – Dopo l’attacco al petrolio saudita, IL CONFLITTO DELLO YEMEN DIVENTA GLOBALE

Arabia Saudita, 14 settembre 2019, alle quattro del mattino droni attaccano due giacimenti-impianti petroliferi

   L’attacco del 14 settembre scorso in Arabia Saudita contro gli impianti petroliferi di ABQAIQ e KURAIS sono una cosa grave che farà infiammare ancor di più i conflitti nel Medio Oriente, e avrà (nelle prossime settimane, nei prossimi mesi) conseguenze dirette e indirette in tutto il mondo (il prezzo del petrolio che sale, un possibile aumento del terrorismo, ulteriori tensioni tra Stati.. quasi non ce ne fossero abbastanza…).

(Raffinerie colpite dai droni, infografica ANSA, da https://www.vaticannews.va.it/) – L’ATTACCO del 14 settembre scorso in Arabia Saudita contro gli impianti petroliferi di ABQAIQ e KURAIS: il primo è il più grande sistema di lavorazione del mondo del petrolio, di proprietà della SAUDI ARAMCO. L’impianto di trattamento del greggio di Abqaiq, danneggiato sabato 14 settembre, fornisce quasi un decimo di tutte le esportazioni mondiali, e oltre il 6 per cento della produzione globale.

   E’ peraltro incredibile che “si possano colpire” impianti (petroliferi) così strategici per un Paese come l’Arabia Saudita, senza essere tra l’altro sicuri da dove venisse veramente l’attacco (alle quattro del mattino).

LA GUERRA DEI DRONI: USA, RUSSIA, IRAN, TURCHIA, EGITTO, ISRAELE… E’ già iniziata, anzi è in corso, la prima GUERRA DEI DRONI. Succede in MEDIO ORIENTE dove a scontrarsi ed operare non sono i cloni di Guerre Stellari ma i droni di mezzo mondo. Teatro, il Medio Oriente, dove provare nuovi strumenti e nuove tecniche di guerra, come già successo molte volte in passato, e dove operano, direttamente o per interposta milizia, Usa, Russia, Israele, Turchia. Iran, Arabia Saudita, Egitto, Siria e Yemen. Tra quello che sta accadendo nella penisola Arabica e il film ‘La Guerra dei Cloni’ delle saga di Star Wars non c’è solo un’assonanza fonetica, ma nell’uno come nell’altro caso c’è una guerra combattuta per interposta ‘persona’.(…) POLVERIERA IL MEDIO ORIENTE, come è sempre stato, capace di far sempre traballare gli equilibri geopolitici mondiali.(…) Ultimo atto di questa guerra, l’ATTACCO AI TERMINAL PETROLIFICI DELL’ARABIA SAUDITA (…) (Riccardo Galli, https://www.blitzquotidiano.it/, 16/9/2019) (Nella foto: DRONI ARMATI cinesi sui cieli mediorientali, da http://www.agcnews.eu/)

   L’impianto di ABQAIQ è il primo e più grande sistema di lavorazione del mondo del petrolio, e fornisce quasi un decimo di tutte le esportazioni mondiali, e oltre il 6 per cento della produzione globale e, così (è stato dichiarato) è stato colpito dalla etnia yemenita degli HUTHI, che controllano la capitale (dello Yemen) San’a, e che sono SCIITI come l’Iran (grande nemico in Medio Oriente dall’Arabia Saudita). E gli Huthi (e l’Iran) sono storici alleati della Russia e del regime di Assad in Siria (si può dire invece che tutto il resto del Medio Oriente sia al contrario sunnita).

Bombardamenti dell’Arabia Saudita in Yemen (da https://www.controinformazione.info/)

   La guerra crudele e sanguinosa che l’Arabia Saudita sta facendo nello Yemen (appoggiando la guerra civile ma anche lanciando bombe e missili contro la popolazione), ha come primo obiettivo proprio quello di far cadere i ribelli HUTHI; di fatto conquistare un predominio e un’influenza diretta sullo Yemen (creando un governo fantoccio), e così indebolire il (grande nemico) IRAN.

(mappa da http://www.documentazione.info/) “(…) LA GUERRA NELLO YEMEN, un altro tassello della delicata partita a scacchi che si sta giocando in MEDIO ORIENTE. I ribelli HUTHI che controllano la capitale San’a sono SCIITI come l’Iran, storici alleati della RUSSIA e del regime di ASSAD in Siria. Si può dire invece che tutto il resto del Medio Oriente, ISIS compreso, sia al contrario SUNNITA. Far cadere i ribelli HUTHI (che dichiarano di essere loro ad aver lanciato il 9/9/2019 i droni contro gli impianti petroliferi dell’Arabia Saudita, NDR) nello Yemen, vorrebbe dire per Stati Uniti e Arabia Saudita INDEBOLIRE L’IRAN, grande nemica di entrambi i paesi. (…)”(Alessandro Cipolla, da https://www.money.it/)

   Manovre per il predominio in un Medio Oriente disastrato da decenni di guerre di tutti i tipi. E lo YEMEN è il Paese più povero del mondo arabo, ed è insanguinato (da quattro anni e mezzo, dal marzo 2015) da questa lotta tra sciiti e sunniti. E’ di fatto UNA GUERRA CIVILE INTERNA, che, come dicevamo, vede militarmente coinvolta anche, in modo più che diretto, l’ARABIA SAUDITA (sunnita) (in coalizione con altri otto paesi arabi: Marocco, Egitto, Sudan, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrain e Qatar), contro l’IRAN (sciita). Pure l’Italia ci mette del suo: fornendo bombe all’Arabia Saudita contro la popolazione yemenita (ne abbiamo parlato in un post di qualche mese fa:

https://geograficamente.wordpress.com/2019/05/05/bombe-italiane-sui-bambini-dello-yemen-nella-guerra-dimenticata-in-yemen-nel-tragico-scontro-in-medio-oriente-tra-sciiti-e-sunniti-larabia-saudita-sgancia-bombe-prodotte-in-italia-sulla-p/)

da https://www.limesonline.com/ (aprile 2018) (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   I droni che hanno colpito il 14 settembre i due grandi impianti petroliferi sauditi hanno fatto sì che la produzione è stata dimezzata, e i sauditi hanno chiesto aiuto agli alleati (l’America, intesa come Trump, gli Usa), per far fronte alla richiesta di greggio del mercato globale. Sintomatica questa alleanza “petrolifera” tra USA e Arabia Saudita (uno tra i più autoritari Stati, nel senso di dittatura e diritti civili violati, che ci sia al mondo).

GLI USA MAGGIORI PRODUTTORI DI PETROLIO E SHALE GAS _ U.S. leads global oil and gas production for third year (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   Facciamo notare, in tutto questo contesto di risorse petrolifere arabo-saudite, che vi è una sintomatica supremazia USA: gli Stati Uniti d’America sono il maggior stato consumatore di petrolio, il maggior produttore (di petrolio) e, e qui sta il nodo, il maggior stato mondiale importatore di petrolio. Se tanto mi da tanto, si può capire come va il mondo (la concentrazione di ricchezza e i disequilibri…).

GLI USA I MAGGIORI CONSUMATORI AL MONDO DI PETROLIO – (i 10 maggiori consumatori di petrolio, da “the economist”)

   Tornando alla questione medio-orientale tra Yemen e Arabia Saudita, sembra logico aspettarsi che lo sviluppo atteso non si limiterà a coinvolgere Houthi e sauditi, ma tirerà dentro l’Iran (sponsor militare degli yemeniti) e avrà contraccolpi sulla instabilità generale, rendendo la regione medio-orientale più favorevole al crescere del terrorismo.

GLI USA I MAGGIORI IMPORTATORI DI PETROLIO AL MONDO (A sinistra i dieci maggiori Paesi importatori di petrolio. A destra i dieci maggiori importatori di gas – da https://www.researchgate.net/) (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   Inoltre la “Polveriera medio-orientale” è capace, come è sempre stato, di far traballare gli equilibri geopolitici mondiali. Aspettiamoci pertanto delle conseguenze anche da noi. Anche per questo non si può, come Europa, come Italia, come “tutto” (società civile) stare passivamente a guardare.

L’ASSEMBLEA GENERALE DELL’ONU CONDIZIONATA DALLE TENSIONI IN MEDIO ORIENTE – All’apertura della settantaquattresima sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite che si sta tenendo a New York (dal 17 al 27 settembre) soffiano fortemente i venti di guerra innescati dall’attacco agli impianti petroliferi in Arabia Saudita. (…) In questo contesto, sembra difficile che si possa sfruttare l’occasione del summit di New York per un dialogo diretto fra Trump e Hassan Rohani (…) Il vertice dell’ONU sarà comunque condizionato dai rischi di guerra e dall’innalzamento del prezzo del petrolio. Rimane comunque inalterata l’agenda dei lavori, che riguardano temi decisivi per il futuro del pianeta: l’eliminazione della povertà, la qualità dell’istruzione, l’azione per il clima e l’inclusione sociale. (…)L’attenzione dei media si è concentrata soprattutto sul CLIMATE ACTION UN summit previsto per il 23 settembre; preceduto sabato 21 settembre dal Youth summit, a cui parteciperanno giovani attivisti provenienti da diversi Paesi, tra cui la svedese Greta Thunberg e l’italiana Federica Gasbarro; (…) (17/9/2019, da http://www.treccani.it/magazine/atlante/news/)

   Inquietante vedere che questi atti bellici e terroristici servono anche a mettere alla prova e testare le nuove tecniche di guerra. E’ già iniziata, anzi è in corso, la prima GUERRA DEI DRONI: e succede (come quasi sempre) nel disastrato Medio Oriente, dove si scontrano i droni di mezzo mondo.

(nella foto: Yemen, membri armati HUTHI, Foto Getty) – Siano o non siano stati loro a lanciare i droni contri gli impianti petroliferi dell’Arabia Saudita, gli HUTHI dallo Yemen (che controllano la capitale San’a), colpiscono ormai quasi giornalmente il territorio saudita, e stanno diventando il vero unico avversario in YEMEN contro la guerra civile perpetrata dall’ARABIA SAUDITA e i suoi alleati paesi sunniti (Marocco, Egitto, Sudan, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrain e Qatar) – immagine HUTHI: per saperne di più sugli HUTHI: https://it.wikipedia.org/wiki/Huthi

   Pare che ogni tentativo di pacificazione possibile (un ipotetico incontro tra il leader persiano Rouhani e Trump…sul modello di quanto avvenuto nella Corea del nord…), ebbene tutto questo sia rientrato; non può più accadere. Qualcuno, sempre accade in medio Oriente, sembra voglia mantenere nella regione un costante conflitto a bassa intensità, con lo scoppiare poi (spesso) di guerre sanguinosissime. Chi vuole questo conflitto costante lo possiamo trovare nelle varie parti geografiche del Medio Oriente ma anche fuori di quest’Area (..gli oltranzisti iraniani, le linee dure a Riad, le anime guerresche rimaste all’interno dell’amministrazione Usa, chi in Israele vuol costruire consensi attorno al tema del nemico…). Ecco perché un ruolo fondamentale e strategico potrebbe averlo l’Unione Europea, se solo volesse avere una politica estera unica, comune a tutti gli Stati confederati. E cominciare ad esercitare un ruolo di autorevole mediazione. (s.m.)

Yemen, la distruzione dopo uno dei bombardamenti della coalizione saudita (da Repubblica.it)

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GLI ATTACCHI ALL’ARABIA SAUDITA, TRA ASTUZIA E CONTESTO

di Michele Chiaruzzi, 19/9/2019, da TRECCANI –

http://www.treccani.it/magazine/atlante/geopolitica/

   Nel contesto della guerra, diceva Carl von Clausewitz, l’astuzia è un gioco di prestigio per mezzo di azioni, come il sofisma è un’illusione in fatto di idee (Vom Kriege, X). Gli attacchi condotti contro l’Arabia Saudita sono stati un astuto gioco di prestigio per mezzo di azioni in un contesto di guerra. Per discuterne possiamo considerare proprio questi tre aspetti: astuzia, abilità, contesto. Continua a leggere

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IL CASO DELL’ORSO M49 IN TRENTINO: catturato, perché considerato (finora a torto) pericoloso, riesce con grande capacità a fuggire e riconquistare la libertà – E’ possibile (ri)dare spazi e vita ad animali selvatici? …in territori che sono anche “loro”?…rivedendo la MUTAZIONE TURISTICA di quei luoghi da noi perseguita?

(foto di M49 in fuga, da www-ildolomiti.it/) – SETTEMBRE 2019: L’ORSO M49 SCAPPA DI NUOVO: ADESSO È NEL LAGORAI, FRA FIEMME E VALSUGANA – L’orso M49, fuggito dal recinto del CASTELLER (un’area faunistica in provincia di TRENTO), dopo la cattura in VAL RENDENA, ha lasciato la zona di passo OCLINI-LAVAZÉ e si è spostato sul LAGORAI, a cavallo fra FIEMME e VALSUGANA. La conferma verrebbe dall’esame delle tracce su una predazione (una manza), avvenuta domenica 4 settembre nel LAGORAI meridionale, a sud del passo MANGHEN, nella zona del LAGO DELLE BUSE (…) (da “L’ADIGE.IT” del 5/9/2019 (www.ladige.it/news/)

   L’operazione di cattura dell’orso chiamato M49 (cattura avvenuta in Trentino l’8 luglio scorso in Val Renden, e poi trasferito nell’area faunistica del Casteller e messo in una gabbia, dove è riuscito a fuggire), cattura secondo l’autorità perché ritenuto pericoloso (specifichiamo: non ha mai attaccato nessuno, ma ci sono delle predazione, animali da allevamento e qualche alveare…), e poi la sua immediata coraggiosa fuga (superando una recinzione elettrificata…), questa improvvida cattura ha fatto sì che, da un ambiente meno antropico e più adatto come la parte ovest dell’Adige (infatti i plantigradi si trovano solo sulla destra orografica dell’Adige perché il fiume, l’autostrada e la ferrovia sono barriere praticamente invalicabili), M49 si sia immediatamente ritrovato (con la immotivata cattura e la sua coraggiosa fuga, che ha anche politicamente messo in difficoltà la giunta trentina), M49 si è suo malgrado ritrovato, dicevamo, nel territorio più densamente popolato del Trentino. Ora (a settembre 2019), pare che M49 si trovi, si sia stabilmente collocato, nella catena del Lagorai, una zona scarsamente antropizzata e quindi più adatta perché l’orso possa viverci. Ma le ricerche per la cattura continuano.

PROVINCIA DI TRENTO, MAPPA – In Trentino vivono tra i 60 e gli 80 esemplari di orsi bruni, che nella maggior parte dei casi conducono una vita appartata

   Viene da chiedersi: il ripopolamento (un po’ voluto e un po’ accaduto naturalmente, con la migrazione di alcuni orsi dai boschi/foreste della Slovenia), questa cosa la accettiamo o no? …in fondo i boschi di montagna sono anche (e storicamente, specificatamente) territorio “loro” (degli animali selvatici, di orsi, lupi…) e pare un loro diritto naturale, legale, di poterci stare.

Settembre 2019: Papillon/M49 ha raggiunto il Lagorai (un luogo poco antropizzato)

    Il problema è che il bellissimo Trentino (e Alto Adige Sud Tirolo) è diventato zona assai antropizzata, e molto turistica… e la convivenza con gli orsi o i lupi o qualsivoglia altro animale selvatico, suscita paura per il turismo locale oltreché per gli allevamenti che lì ci sono….

Il ministro Costa e la t shirt per l’orso M49 “Nessuno tocchi Papillon“ – “Nessuna istruttoria fin qui elaborata dagli uffici, in collaborazione con Ispra, ha mai valutato il tema dell’uccisione dell’esemplare – ha spiegato il MINISTRO DELL’AMBIENTE, SERGIO COSTA – Il fatto che sia scappato dall’area attrezzata per ospitarlo, non può giustificare un intervento che ne provochi la morte…. “Le inefficienze mostrate nella cattura, che non mi vedono e mai mi hanno visto concorde, – ha concluso il Ministro Costa – reclamano professionalità e attenzione massima. Cosa che invece fin qui non è stata mostrata. E adesso si parla di abbattimento? Assurdo e paradossale”. (…) (da https://www.sempionenews.it/,15/7/2019)

   Le soluzioni possono essere tre. La prima, di un rifiuto di questa nuova presenza, che peraltro, pare, attiri turismo e maggiore interesse per zone che spesso sono troppo “perfette” nella loro bellezza da cartolina (per qualcuno il Trentino e l’Alto Adige / Sud Tirolo tendono ad essere innaturali, una Disneyland con sentieri ben puliti e con l’esibizione di fiori copiosi alle finestre sui davanzali delle case nei borghi….).

la cattura e la fuga di M49 ha suscitato vasta eco mediatica (non solo In Trentino, ma a livello nazionale e anche fuori d’Italia)

   Oppure, seconda ipotesi (la nostra), provare a portare avanti una convivenza con l’orso (gli orsi, i lupi…) in libertà, che, sì, potrà fare qualche danno (alle coltivazioni, agli allevamenti, che dovranno prendere alcune precauzioni nella mobilità degli animali che prima non avevano necessità…), ma in fondo (l’orso, ma anche il lupo) è animale che non attacca l’uomo, e nei boschi montani c’è posto per questi animali che sono tanto padroni (e forse di più) quanto noi di quei luoghi.

CASA SANTEL, DOVE SI CONVIVE CON L’ORSO: ”FACCIAMO BEARWATCHING PROMUOVENDO UN MODELLO DI TURISMO ECOLOGICO E SOSTENIBILE” – (…) La gestione dei grandi carnivori è argomento molto dibattuto, che da sempre divide la popolazione fra “favorevoli alla reintroduzione” e “contrari alla presenza dei plantigradi”. C’è però CHI HA DECISO DI APPROCCIARSI ALLA QUESTIONE CON UN METODO DIVERSO e assolutamente nuovo PER IL TRENTINO, dimostrando che non solo LA CONVIVENZA TRA UOMINI E ORSI È POSSIBILE ma che può portare benefici ad entrambi. E’ CASA SANTEL (sull’altopiano della Paganella), struttura di proprietà del Comune di TERRE D’ADIGE e presa in gestione, tramite un bando, dall’Associazione culturale TURISMO SCOLASTICO IN TRENTINO assieme alla società ALBATROS. (vedi l’articolo in questo post) (Tiziano Grottolo – 9 settembre 2019, da https://www.ildolomiti.it/)

   La terza ipotesi potrebbe essere di una suddivisione territoriale: aree nelle quali ogni presenza antropica, umana, non ci sia, venga esclusa, e possano stabilirsi di più animali selvatici, come l’orso. E’ quanto di fatto accade (il Lagorai dove ora è M49 è zona con pochissima presenza umana…).

La preseza dell’orso in Trentino (da ANSA)

  Una cosa è certa: la presenza di lupi e orsi sta dando un segnale nuovo e positivo per un recupero di una natura “vera” alla quale dobbiamo confrontarci: una natura meno “di plastica” (apparente, come la vogliamo) di quella che usiamo vivere da qualche decennio. Un segno dei tempi della crescita della crisi ambientale? E della reazione del mondo animale che rivendica la sua presenza e la legittimità di poter vivere anche loro il territorio? Un approccio diverso anche al mondo “della carne”, degli animali visti come cibo per gli umani? (di cui abbiamo assai poco bisogno, e pare un’abitudine alimentare dell’epoca del benessere arrivato e della “fine della fame”?).

il supporto WWF alle iniziative per la tutela dell’orso (e del lupo) (da http://www.ildolomiti.it/)

   Se poi consideriamo la valenza ecologica, va detto che l’orso e il lupo sono specie ecologicamente rilevanti anche nel mantenere gli equilibri ecologici: rappresentano i maggiori “grandi predatori” presenti sulla penisola italiana (nel ruolo ad esempio di contenere le popolazioni dei grandi erbivori, come i cervidi, ma anche cinghiali ect.). Cionondimeno il ritorno di lupi ed orsi fa discutere legittimamente, considerando le necessità e i bisogni dei pastori (che possono subire perdite all’interno del gregge), per gli allevatori in malghe, baite, rifugi con i loro animali, e certo per l’incolumità di escursionisti occasionali.

Trentino – carta fisica

   La vicenda del coraggio dell’orso M49, che con la sua avventurosa e intelligente fuga dai recinti della forestale trentina (recinti pure dotati di corrente elettrica!), ha suscitato una reazione di simpatia e condivisione per quell’orso (cioè “siamo dalla sua parte”), che possa vivere in libertà; e una riflessione nostra che ci faccia abituare a vivere un rapporto più vero, sano e rispettoso verso quella che chiamiamo natura, e il mondo degli animali (selvatici come l’orso e il lupo, ma anche gli animali “domestici”, “da allevamento”). (s.m.)

M49 (foto da La Repubblica)

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L’ORSO M49 È SCAPPATO IN CERCA DELLA LIBERTÀ, E IO STO CON LUI

di Ferdinando Camon, da “Il Corriere delle Alpi”, 16/7/2019

– Come già facciamo con i mari, noi vogliamo che i boschi siano nostri come i nostri giardini. È un arbitrio –

   Sto con l’orso. È scappato dalla cella di sbarre in cui lo tenevano, e questo era nel suo istinto, dunque nel suo diritto. Adesso lo vogliono uccidere, e questo non è legale, se l’orso era una specie protetta prima lo è anche adesso.

   Siamo stati noi a importare gli orsi dalla Slovenia, per ri-naturalizzare i boschi del Trentino e del Bellunese: buona idea, una Natura con animali selvatici, dove l’uomo deve stare in guardia, è più naturale di una Natura completamente umanizzata, dove l’uomo è padrone assoluto.

   L’orso M49 è scappato? Il suo scopo era scappare, c’è riuscito, ha un quoziente d’intelligenza alto. I suoi guardiani l’avevano messo in una cella che ritenevano insuperabile? Hanno un quoziente d’intelligenza basso, si son fatti fregare. Non hanno diritto di vendicarsi uccidendo il mancato prigioniero.

   L’orso per scappare ha pagato un prezzo altissimo. Perché c’era un primo sbarramento attraversato dalla corrente elettrica, e l’animale ha sopportato le scosse pur di raggiungere la libertà.

   Certo l’ha protetto il fitto pelo, impedendo che la corrente toccasse la pelle. Ma dev’essere stata una protezione a macchie, perché sulla rete son rimasti tanti ciuffi di pelo.

   M49 ama la libertà.

   È rimasto chiuso in prigione soltanto un paio d’ore. Ha subito cercato di scavare un tunnel sotto la rete, come si fa a Hollywood, ma ha cambiato idea quando ha trovato il cemento armato. La rete da scavalcare era alta quattro metri. Lui ce l’ha fatta. Non sappiamo in quanti tentativi. La libertà se l’è guadagnata. Non vedo perché meriti la morte.

   Definirlo “problematico” perché vuol essere libero è un non-senso. Hanno definito “problematica” l’orsa Daniza perché aveva aggredito un cercatore di funghi, e anche quella è stata una definizione arbitraria.  Daniza era appena diventata madre di due orsacchiotti, e quel cercatore di funghi li aveva scoperti e li stava guardando, lei gli è sopraggiunta alle spalle e lo ha graffiato con i suoi unghioni.

   Ha fatto quel che avrebbe fatto ogni madre, di qualunque specie animale. Non meritava di morire.

   E qui siamo al cuore del problema: ripopolando di orsi i boschi del Trentino e del Bellunese gli uomini speravano che gli orsi si umanizzassero, diventassero un po’ come noi, avessero paura di noi e ci rispettassero. Fossero semi-orsi.

   Ma son rimasti orsi, mangiano gli animali delle nostre stalle, si considerano padroni dei boschi. Invece di spartire il mondo, come dovremmo, e come già facciamo con i mari, noi vogliamo che i boschi siano nostri come i nostri giardini. È un arbitrio. Sto con l’orso. (Ferdinando Camon)

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L’ORSO M49 SCAPPA DI NUOVO: ADESSO È NEL LAGORAI, FRA FIEMME E VALSUGANA

 da “L’ADIGE.IT” del 5/9/2019 (www.ladige.it/news/) Continua a leggere

CITTÀ CHE AFFONDANO o INVASE DALL’ACQUA marina, e le improbabili nuove città “sicure” da costruire – Il caso GIACARTA (Indonesia) – Le città subiscono: la SUBSIDENZA (il peso che le fa sprofondare); e i CAMBIAMENTI CLIMATICI che ALZANO mari e oceani (e il PERMAFROST si scioglie) (CHE FARE?)

GIACARTA STA AFFONDANDO – la capitale dell’Indonesia è sprofondata di due metri e mezzo in 10 anni – una velocità doppia rispetto alle altre città costiere – se si rompesse la “GRANDE GARUDA”, la muraglia che serve ad arginare le mareggiate, la città diventerebbe il più grande wc del mondo – VENEZIA e NEW ORLEANS, le altre città a rischio (foto da https://m.dagospia.com/)

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   La nuova guerra mondiale pare essere “ambientale”. Se gli innumerevoli conflitti armati che ci sono nel pianeta portano sofferenze e dolore a tante popolazioni (in Africa, in Medio Oriente….), ma preservano alcune aree del pianeta dall’esserne coinvolti (come da noi…), i CAMBIAMENTI CLIMATICI, con l’aumento delle temperature e le innumerevoli conseguenze sulle città, campagne, boschi, ambienti marini…., vanno a colpire tutto il pianeta nelle conseguenze oramai sempre più visibili e concrete (appunto, anche da noi, nei nostri luoghi, territori di vita quotidiana preservati dai conflitti armati in questi decenni…).

GIACARTA (o JAKARTA). Città dell’Indonesia (10.516.927 abitanti nel 2017), capitale dello Stato, situata nel Nord Ovest dell’isola di GIAVA, sulla costa del Mar di Giava. Il clima è di tipo tropicale caldo-umido, con temperatura media annua di 26-27 °C e piogge annuali intorno ai 1800 mm. (da http://www.treccani.it/enciclopedia/)

   E, nel trattare in questi ultimi post geografici alcuni di questi eventi ambientali drammatici procurati dalla non virtuosa azione umana (l’acqua da bere che nel mondo drammaticamente si riduce…, le foreste come l’Amazzonia che bruciano…, lo scioglimento dei ghiacci e gli incendi al Circolo Polare Artico (in Siberia, Alaska, Groenlandia)…, l’inquinamento diffuso delle falde acquifere (da PFAS in Veneto)…, ebbene a questo lungo e drammatico elenco vi si può aggiungere l’argomento che qui cerchiamo di trattare: cioè le CITTÀ CHE AFFONDANO per l’innalzamento dei mari e oceani a causa del surriscaldamento climatico; e che affondano anche perché “troppo pesanti” nel loro divenire gigantesco (il cemento che copre ogni città), e negli eccessivi sfruttamenti e prelievi di falde acquifere che hanno creato vuoti sotto di esse (città), fenomeno chiamato “subsidenza”.

Traffico caotico a Giacarta all’ora di punta (REUTERS, Willy Kurniawan, da http://www.it.euronews.com/) – “(…) Affacciata a nord sul MARE DI JAVA, circondata A SUD da FORESTE DOVE PIOVE 300 GIORNI L’ANNO e da MONTAGNE CHE SCARICANO A VALLE ACQUA PIOVANA incanalata in 13 fiumi, i primi fondatori la chiamarono JAYAKARTA, «la città vittoriosa». Ma minacciata com’è dal LIVELLO DEI MARI CHE SI ALZA a causa del surriscaldamento, Giacarta oggi rischia di perdere la battaglia per la sopravvivenza. (…)” (Carlo Pizzati e Luca Mercalli, 14/8/2018, https://www.lastampa.it/esteri/)

   C’è la crescita del livello del mare a causa del surriscaldamento climatico, ed è così che le città costiere rischiano allagamenti, e pian piano di essere sommerse. Gli insediamenti umani prevalentemente sono sorti, per ragioni storiche (di difesa, commerci, agroalimentari…), nei pressi di corsi d’acqua o nelle zone costiere marine, cioè sopra terreni ricchi di infiltrazioni liquide. Oltre all’innalzamento dei mari, il peso crescente del centro urbano, dovuto alle costruzioni massicce, fa pressione sul suolo e i suoi sedimenti che, se funzionavano quando si trattava di sostenere piccoli villaggi, ora cedono e si compattano sotto il peso di una grande metropoli.

GIACARTA, bambini che giocano sull’acqua sempre più diffusa (da “la Stampa”) – “(…) PERCHÉ PREOCCUPARCI OGGI DELL’INNALZAMENTO DEL LIVELLO DEL MARE? Due sono i motivi principali. Il primo fa riferimento alla CRESCENTE PORTATA DEGLI IMPATTI: la popolazione mondiale è giunta a quasi 7 MILIARDI DI PERSONE colonizzando la totalità delle terre emerse, TRE QUARTI DELLE MEGALOPOLI SI AFFACCIANO SULLA COSTA e circa IL 50% DEGLI ABITANTI MONDIALI VIVE ENTRO I PRIMI 60 KM DA ESSA. È chiaro quindi che modifiche rispetto alla ‘regolarità’ dei nostri oceani vadano ora a impattare un numero elevatissimo di esseri umani, con conseguenze ancora non del tutto immaginabili su versanti economici, produttivi e sociali. Il secondo pertiene LA NUOVA RELAZIONE TRA UOMO E NATURA. Al contrario di qualche decennio fa, OGGI PER LA PRIMA VOLTA CI SI CONFRONTA CON UNA CAPACITÀ DIRETTA DI MODIFICARE PERCORSI GLOBALI DELLA BIOSFERA, scoprendo di non essere attrezzati –in primis culturalmente – per questa sfida.(…)” (SANDRO CARNIEL, OCEANOGRAFO, da https://www.linkiesta.it/, 9/8/2019)

   Inoltre, come dicevamo, grandi metropoli (megalopoli) (come Shanghai, Teheran, Città del Messico…) hanno a lungo accompagnato il processo di crescita urbana all’estrazione dell’acqua del sottosuolo, impoverendo le risorse idriche e assottigliando lo spazio tra i sedimenti, creando le condizioni allo sprofondamento poco a poco del suolo.

LE CITTA ASIATICHE A RISCHIO (da “La Stampa”)

   Qui (in questo post) ci concentriamo in particolare sul caso di GIACARTA, in Indonesia. Questa megalopoli, 10 milioni di abitanti, e con più di 30 milioni di persone che vivono nel suo hinterland, sta sprofondando a ritmi ben più considerevoli rispetto alla velocità media di tutte le metropoli costiere al mondo: Giacarta-nord è già sprofondata di due metri e mezzo negli ultimi 10 anni, un intero piano di un’abitazione, con una media di 25 cm l’anno.

26/8/2019: Il presidente JOKO WIDODO (nella foto), rieletto pochi mesi fa, ha annunciato il luogo in cui sarà costruita la nuova capitale amministrativa dell’Indonesia (in un’area oggi coperta da una foresta situata vicino alle città di Balikpapan e Samarinda, centro geografico dell’arcipelago del Sud-Est asiatico, tra i distretti di Penajam Paser e Kutai Kertanegara, provincia del Kalimantan Orientale, nell’isola del Borneo) (foto da “la Repubblica del 26/8/2019)(nella foto: ll Presidente dell’Indonesia Joko Widodo (al centro) e il suo vice Jusuf Kalla (a destra nella foto).

   A Giacarta tutti gli eventi peggiori nella stabilità della città stanno accadendo: dal livello dei mari che si alza a causa del surriscaldamento, alla subsidenza (il terreno che sprofonda a causa dei prelievi d’acqua). Ci sono quartieri con palazzi abbandonati con il pianterreno sommerso dall’acqua; fabbriche semi-allagate; un groviglio di grattacieli e autostrade in una città abnorme, senza verde, solo cemento che si sgretola all’acqua. E anno dopo anno, il terreno affonda sempre di più.

Vista su Giacarta, la capitale dell’Indonesia (REUTERS, Kurnawian, da http://www.it.euronews.com/)

   Giacarta sprofonda perché tutte le “sue” fondamenta sono state indebolite anche dal pompaggio delle falde acquifere, che sembra (nonostante i divieti) ora continuare. E l’anarchia delle trivellazioni per estrarre acqua dai pozzi si aggiunge al fatto che il 97 per cento del territorio è asfaltato e cementato; dove tutti o quasi i campi aperti sono divenuti gettate di cemento; e dove non ci sono più le mangrovie (vegetazione spontanea in continuità e piante acquatiche), che aiutavano i canali a far defluire l’acqua: ora (campi e mongrovie) sono palazzi residenziali o baraccopoli.

Indonesia, mappa turistica (da https://it.maps-indonesia.com/) (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   Bisognerebbe ripristinare almeno le mangrovie, restituire parte della città al mare, ma non vi è alcuna intenzione politica di fare questo. Anzi: la soluzione che viene proposta in Indonesia è quella di andarsene da Giacarta e approdare in una foresta posseduta e controllata dal governo indonesiano (nella provincia del Kalimantan Orientale, nell’isola del Borneo), dove attualmente la popolazione è fatta di pochi villaggi, e c’è la volontà lì di costruire ex novo una grande metropoli: fondare una nuova città, una nuova megalopoli, la nuova capitale dell’Indonesia.

   Idea a nostro avviso semplicemente irrazionale, infruttuosa, carica di drammatiche future conseguenze: spostare masse di persone, servizi, centri di potere… in un luogo senza alcun legame storico con il territorio, la regione, l’area geografica…è cosa che non può che portare che nuovi irrimediabili danni sociali, ambientali, esistenziali per milioni di persone… (ma così si sta procedendo da parte delle autorità politiche).

ITALIA: I PORTI A RISCHIO ALLAGAMENTO NEL 2100 (da Enea e Confcommercio) ((CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   Venendo a noi, ai nostri luoghi di vita, le conseguenze del surriscaldamento ambientale si faranno e si stanno facendo già sentire: sulle coste italiane entro la fine del secolo è previsto un innalzamento dei mari da un minimo di 50 centimetri a un massimo di 1,40 metri. Il Mediterraneo si è innalzato di circa 30 cm negli ultimi 1.000 anni rispetto a un aumento più che triplo previsto nei prossimi 100 anni (la previsione è del gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite, IPCC, Intergovernmental Panel on Climate Change).

Aree italiane a rischio allagamento al 2100 (da Enea e Confcommercio) (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   Pensiamo, tra le nostre tante città costiere, a Venezia; che continua ad affondare in modo lento, ma a una velocità maggiore di ogni passata previsione. A Venezia non c’è solo il livello del mare che si sta innalzando per il riscaldamento globale, ma anche il suolo che s’abbassa, per il fenomeno della subsidenza, e le sue fondamenta urbane lignee che cedono.

VENEZIA continua ad affondare in modo lento, ma a una velocità maggiore di quanto previsto, e in più si sta inclinando leggermente verso est. Non c’è solo il LIVELLO DEL MARE che si sta innalzando per il riscaldamento globale, ma anche IL SUOLO CHE SI ABBASSA, per il fenomeno della SUBSIDENZA. A Venezia avviene con un tasso di circa 2 millimetri l’anno. Gli studiosi legano il fenomeno all’estrazione di acque dalle falde sotterranee, messa in atto dagli anni Venti agli anni Settanta, per raffreddare gli impianti di Porto Marghera. Il pompaggio di conseguenza fu vietato: la subsidenza artificiale si fermò, ma non quella dovuta a cause naturali, come l’INABISSARSI DEI SUOLI NELLE ZONE UMIDE. (CARLO PIZZATI, LUCA MERCALLI 14 Agosto 2018 https://www.lastampa.it/esteri/)

   Cosa accadrà? (a Venezia, come in contesti diversi a Giacarta, e altrove nelle innumerevoli forme urbane grandi, medie e piccole interessate allo “sprofondamento”)?… Misure minime e urgenti che si stanno approntando (dighe, muri, sistemi idraulici che mai temiamo funzioneranno come il Mose a Venezia…) sono in ogni caso sistemi di emergenza, non risolutivi al trend negativo. Occorre cambiare radicalmente il modo in cui si produce e consuma per scongiurare la peggior ‘vendetta’ da parte cambiamento climatico e del degrado ambientale.

   Si torna così a parlare e prospettare un (coraggioso) cambiamento radicale nella vita e nello sviluppo del pianeta che (pur in lunga prospettiva temporale) venga a bloccare il surriscaldamento globale. Tema che, anche da questo punto di vista che tentiamo di illustrare in questo post (le città che sprofondano nell’acqua dei mari), si ritrova inesorabilmente. (s.m.)

(New Orleans, veduta aerea) – NEW ORLEANS STA AFFONDANDO proprio come Venezia: ma ancora più velocemente del previsto. Alcune zone della metropoli patria del jazz stanno andando sotto persino di 2-2.5 cm l’anno: lo studio condotto per due anni usando radar GPS che catturano immagini sino a 7 miglia di altitudine, ha rivelato lo sprofondamento di New Orleans. Il rapporto è pubblicato sul “Journal of Geophysical Research”. Le sezioni più colpite e minacciate per il futuro sono quelle sotto il livello del mare: il quartiere ‘Michoud’ tra i laghi Ponchartrain e Borguen, e il cosiddetto ‘Upper 9th Ward’. Entrambe stanno sprofondando al ritmo di 1-3 cm ogni 12 mesi. La disastrosa inondazione dell’uragano Katrina ha contribuito a rendere drammatica la situazione (da http://www.swissinfo.ch/ita/ )

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“L’INNALZAMENTO DEL LIVELLO DEI MARI POTREBBE PROVOCARE 280 MILIONI DI SFOLLATI già entro il 2100 nello SCENARIO “OTTIMISTICO” di un aumento delle temperature mondiali di 2 GRADI centigradi rispetto all’era preindustriale. Lo sostiene lo speciale RAPPORTO dell’Intergovernmental Panel for Climate Change (IPCC) dell’ONU su OCEANI e CRIOSFERA (…). Nel dossier, che sarà pubblicato a Monaco il prossimo 25 settembre, si prevede che IN ASSENZA DI UNA PROFONDA RIDUZIONE NELLE EMISSIONI INQUINANTI provocate dall’uomo, il 30% del PERMAFROST DELL’EMISFERO SETTENTRIONALE SI SCIOGLIERÀ entro la fine del secolo, LIBERANDO MILIARDI DI TONNELLATE DI ANIDRIDE CARBONICA e accelerando il riscaldamento globale.(…) (Rita Lofano, 30 agosto 2019, da https://www.agi.it/estero/) (immagine da https://www.urbesmagazine.it/)

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INDONESIA, L’ANNUNCIO DEL PRESIDENTE: “GIACARTA AFFONDA, LA NUOVA CAPITALE SORGERÀ NEL BORNEO”

27/8/2019, da “la Repubblica”

– Sarà costruita in un’area oggi coperta da una foresta vicino alle città di Balikpapan e Samarinda. Il nome non è ancora stato deciso ma il progetto costerà quasi 33 miliardi di dollari Usa. Parti dell’attuale capitale stanno affondando al ritmo di 25 centimetri l’anno e quasi metà si trova sotto il livello del mare –

GIACARTA – Giacarta addio. Il presidente Joko Widodo, rieletto pochi mesi fa, ha annunciato ieri il luogo in cui sarà costruita la nuova capitale amministrativa dell’Indonesia. L’intenzione di spostare la capitale era nota da tempo, ma non era mai stato reso noto dove. Si tratta di un’area oggi coperta da una foresta situata vicino alle città di Balikpapan e Samarinda, centro geografico dell’arcipelago del Sud-Est asiatico, in un’area dove il governo già possiede circa 180 mila ettari di terra. Continua a leggere

UN QUARTO DELLA POPOLAZIONE mondiale rimarrà SENZ’ACQUA? – Il più importante bene per la vita è in crisi: per i cambiamenti climatici, l’esplosione demografica, l’utilizzo non virtuoso della RISORSA ACQUA – E cattiva gestione delle risorse, impianti obsoleti e spreco diffuso sono le cause della scarsità d’acqua

SECONDO UNA RICERCA DEL WRI (WORLD RESOURCES INSTITUTE, ISTITUTO MONDIALE DELLE RISORSE) attualmente ci sono al mondo 17 PAESI CHE OSPITANO UN QUARTO DELLA POPOLAZIONE CHE STANNO AFFRONTANDO UNA GRAVISSIMA CRISI IDRICA: corrono un rischio molto elevato di terminare le proprie risorse di acqua. La crisi idrica riguarda soprattutto MEDIO ORIENTE e NORD AFRICA, l’area che nella classifica dei paesi più a rischio è presente con 12 paesi su 17 (la foto è ripresa da GettyImages, da https://thevision.com/scienza/)

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Il WORLD RESOURCES INSTITUTE in sigla WRI (ISTITUTO MONDIALE DELLE RISORSE) è una organizzazione no-profit di ricerca mondiale nata nel 1982 con fondi della FONDAZIONE MACARTHUR (la dodicesima fondazione privata più grande degli Stati Uniti, con sede a Chicago: eroga sovvenzioni per sostenere negli USA e in tutto il mondo organizzazioni no profit sui temi ambientali; con attività focalizzate su 6 aree: CIBO, FORESTE, ACQUA, ENERGIA, CITTÀ, e CLIMA)

   Uno studio del World Resources Institute (WRI), un’organizzazione non profit che si occupa di misurare le risorse naturali globali, sostiene che 17 paesi al mondo (che ospitano un quarto della popolazione del pianeta), stanno prelevando troppa acqua dalle proprie falde acquifere (il prelievo idrico supera largamente la ricarica). Del consumo totale d’acqua nel pianeta, il 70% va all’agricoltura, il 20% all’industria e il 10% alle famiglie.

(da https://oggiscienza.it/)

   La crisi idrica riguarda soprattutto Medio Oriente e Nord Africa, l’area che nella classifica dei paesi più a rischio è presente con 12 paesi su 17. La crescita della popolazione mondiale (la prospettiva è di arrivare a quota 9,7 miliari di persone entro il 2050…) (…adesso siamo 7 miliardi e mezzo…), con un bisogno pro-capite di 50 litri giornalieri (che garantiscono corretta idratazione e igiene) fanno capire che la situazione è assai seria, e la mancanza d’acqua sufficiente sarà un’altra delle emergenze ambientali che da qui a poco dovremo affrontare in forma di emergenza.

(da WORLD RESURCE INSTITUTE, https://www.wri.org.blog/ – 17/8/2019

   Inoltre la domanda globale è aumentata di sei volte negli ultimi 100 anni e continua a crescere al ritmo dell’1% ogni anno. In questo contesto più di due miliardi di persone sono costrette a bere acqua non potabile e oltre 4,5 miliardi non ha accesso a servizi igienico-sanitari sicuri. E l’80% delle acque reflue viene sversato direttamente nell’ambiente.

“(…) Il WRI (World Resources Institute ) dice che tra tutte le città che hanno più di 3 milioni di abitanti, 33 stanno soffrendo una grave crisi idrica, con un totale di 255 milioni di persone coinvolte, e stima che per il 2030 la situazione peggiorerà e il numero di città colpite dalla crisi salirà a 45, con 470 milioni di persone interessate (…)” (https://www.ilpost.it/ del 7/8/2019) (immagine da WORLD RESURCE INSTITUTE https://www.wri.org.blog/ – 17/8/2019)

   Lo spreco d’acqua è generalizzato: da noi, nella Penisola Italica, l’acqua prelevata quotidianamente è al più alto livello pro-capite nell’Unione europea, ma se ne consuma molto meno di quel che si preleva, perché quasi la metà si perde nel tragitto a causa di acquedotti colabrodo. E poi più del 50% del volume complessivamente utilizzato in Italia è destinato all’irrigazione, cioè alle attività agricole (anche qui l’adozione di sistemi di irrigazione a goccia darebbe più resa e meno spreco) (…e l’agricoltura chimica richiede molta più acqua di quella biologica).

IN ITALIA (acqua e rubinetto da http://www.greenreport.it/) – “(…) In occasione della Giornata mondiale dell’acqua, istituita dall’Onu e celebrata ogni anno il 22 marzo, l’ISTAT come di consueto ha elaborato un REPORT per fotografare lo STATO DELL’ARTE: «Il VOLUME DI ACQUA complessivamente prelevato PER USO POTABILE dalle fonti di approvvigionamento presenti IN ITALIA è di 9,49 MILIARDI DI METRI CUBI nel 2015 – si legge nel dossier – pari a un VOLUME GIORNALIERO PRO CAPITE DI 428 LITRI, IL PIÙ ALTO NELL’UNIONE EUROPEA. Tuttavia, QUASI LA METÀ di tale volume (47,9%) NON RAGGIUNGE GLI UTENTI finali a causa delle DISPERSIONI DI RETE». Significa che, attraverso un piano d’investimenti adeguato per migliorare le condizioni di tubazioni e condotte idriche, potremmo SALVARE OGNI ANNO buona parte degli OLTRE 4,5 MILIARDI DI METRI CUBI D’ACQUA potabile che oggi vanno inutilmente sprecati. (…)” (Luca Aterini, 22/3/2019, da http://www.greenreport.it/)

   Pertanto in Africa, nel Medio Oriente, qui da noi… (con le opportune rispettose distinzioni), altrove nel pianeta, lo spreco d’acqua e la carenza idrica sono cosa seria: e i periodi di siccità prolungati e le temperature sempre più alte si uniscono a uno scarso investimento nel riutilizzo delle acque reflue, con un conseguente maggiore sfruttamento delle risorse interne.

“(…) L’ACQUA non manca sul “Pianeta Blu” – che ne è costituito per il 70% – ma quella DISPONIBILE
PER L’ALIMENTAZIONE E L’IDRATAZIONE UMANA E PER L’AGRICOLTURA non ne è che una minima parte, dato che IL 97,5% DI TUTTA L’ACQUA ESISTENTE È SALATA e un altro 1,75 % SI TROVA SOTTO FORMA DI GHIACCIO O PERMAFROST.(…)” (Silvia Granziero, 22/7/2019, da https://thevision.com/scienza/)

   Oltre a riuscire a consumare (e sprecare) meno acqua possibile (e questa è la prima cosa da farsi) occorre mettere in atto interventi per sottoporre a trattamento la maggior parte delle acque che si utilizzano (obiettivo possibile: il 100 per cento delle proprie acque reflue); per poi nel contempo avere strumenti per il riutilizzo massimo di queste acque “recuperate”.

LAGO ARAL, UNA DISTESA DI SABBIA SALATA – IL CASO DEL LAGO ARAL– “(…) il LAGO D’ARAL fino agli anni Cinquanta del secolo scorso era tra i più grandi al mondo e fonte di sostentamento per la popolazione delle sue sponde in UZBEKISTAN e in KAZAKISTAN, grazie alla PESCA e all’INDUSTRIA TURISTICA. La sua SCOMPARSA IN TEMPO RECORD è dovuta alla DECISIONE DEL GOVERNO SOVIETICO di incrementare la produzione di COTONE E RISO nella regione, DEVIANDO I DUE AFFLUENTI DELL’ARAL. Negli ANNI NOVANTA il lago si era RIDOTTO DEL 75%, fino a diventare UNA DISTESA DI SABBIA SALATA impregnata di fertilizzanti: oltre al crollo dell’economia legata alla pesca e al turismo, fu registrato anche un aumento vertiginoso dei casi di cancro alle vie respiratorie e della mortalità infantile, perché il vento disperdeva le sabbie nocive. La COSTRUZIONE DI UNA DIGA ha riportato in vita un “PICCOLO ARAL” sul lato kazako, mentre in Uzbekistan i fondi per riparare il danno più scarsi e un’economia ancora basata sulla coltivazione del cotone continuano a prosciugare l’acqua del lago.(…)” (Silvia Granziero, 22/7/2019, da https://thevision.com/scienza/)

   Ovviamente nel mondo la crisi idrica viene vissuta in modo diverso a seconda del grado di ricchezza di un Paese: può essere una cosa che dà fastidio il non poter riempire d’acqua le piscine della California negli USA; è cosa drammatica e tragica non avere acqua a sufficienza per bere, alimentarsi, in alcuni Paesi africani o del Medio Oriente.

“(…) Nella REGIONE del SAHEL in MAURITANIA negli ultimi anni si sono verificati ripetuti SCONTRI TRA PASTORI E AGRICOLTORI a causa della sempre più dura siccità. I pastori per salvare i propri animali sono costretti a spostarsi alla ricerca di acqua e pascoli, attraversando i campi degli agricoltori e danneggiandoli. La creazione di un CORRIDOIO sicuro di 2500 km per spostare le mandrie, grazie al PROGETTO BRACED per l’adattamento ai cambiamenti climatici, ha migliorato la situazione, mentre in SUDAN solo l’intervento della FAO ha scongiurato il disastro umanitario, portando aiuti alimentari e veterinari ai 30mila capi di bestiame di 5mila famiglie. Procedure di emergenza come queste non potranno continuare a essere impiegate in situazioni che sono sempre più spesso la norma. (…)” (Silvia Granziero, 22/7/2019, da https://thevision.com/scienza/)

   L’acqua, tra tutte le risorse a rischio esaurimento (come quelle energetiche, petrolifere…) come elemento più necessario, la sua mancanza porta a gravi problemi nei fabbisogni primari (di igiene, di alimentazione…). E lo spreco d’acqua non è pertanto solo la quotidianità delle persone, con la doccia prolungata o dar troppo da bere al giardino di casa (che comunque sono problemi di spreco per niente da trascurare…), ma è la struttura economica, dei consumi globali della popolazione, che portano a un utilizzo di fonti acquifere eccessivo, inusitato.

LE TRE SOLUZIONI ALLE CRISI IDRICHE – “(…) il WRI suggerisce tre soluzioni: 1-i paesi dovrebbero MIGLIORARE L’EFFICIENZA DELLA PROPRIA AGRICOLTURA, utilizzando per esempio coltivazioni che richiedono MENO ACQUA e migliorando le TECNICHE DI IRRIGAZIONE; 2-i CONSUMATORI potrebbero fare qualcosa, RIDURRE LO SPRECO DI CIBO, la cui produzione richiede circa un quarto di tutta l’acqua utilizzata in agricoltura; 3-bisogna poi INVESTIRE IN NUOVE INFRASTRUTTURE PER IL TRATTAMENTO DELLE ACQUE e in bacini per la CONSERVAZIONE DELLE PIOGGE, e infine cambiare il modo di pensare alle ACQUE REFLUE: non più uno scarto di cui disfarsi, ma qualcosa da riutilizzare per non gravare più sulle risorse idriche interne.(…)”( https://www.ilpost.it/ del 7/8/2019) (nell’IMMAGINE: INDIA da WORLD RESURCE INSTITUTE https://www.wri.org.blog/ – 17/8/2019)

   Come accennavamo, la chimica delle coltivazioni agricole richiede enormi quantità d’acqua (che non vi sono nell’agricoltura biologica); gli allevamenti intensivi e l’eccessivo uso di carne da parte della popolazione, portano ad un utilizzo dell’acqua fuori di ogni misura sostenibile.

   Da tutto questo, è comunque difficile pensare che una “riconversione ecologica” delle nostre società, sia sì gestita con efficienza dai governi (e su questo… “speriamo bene…”); ma anche la nostra quotidianità deve essere più consapevole (ad esempio, il consumo di carne porta ad un uso spropositato di risorse idriche negli allevamenti; e allora dovremmo consumare meno carne, o per niente). (s.m.)

Solutions to the Worlds Water (da http://www.plef.org/)

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UN QUARTO DELLA POPOLAZIONE MONDIALE RISCHIA DI RIMANERE SENZ’ACQUA

da https://www.ilpost.it/ del 7/8/2019

– E anche l’Italia non se la passa molto bene –

   Ci sono 17 paesi che ospitano un quarto della popolazione di tutto il mondo e che stanno affrontando una gravissima crisi idrica: corrono un rischio molto elevato di terminare le proprie risorse di acqua. Lo sostiene un’analisi del World Resources Institute (WRI), un’organizzazione non profit che si occupa di misurare le risorse naturali globali.

   Secondo i dati del WRI questi paesi stanno prelevando troppa acqua dalle proprie falde acquifere, mentre dovrebbero conservarne per periodi di maggiore siccità. Continua a leggere

L’AMAZZONIA CHE BRUCIA (che viene bruciata) – Uccisa dalle produzioni globali di carni bovine e del cuoio; ma anche alle ricerche minerarie e petrolifere – UN PATTO CON IL GOVERNO BRASILIANO perché per ogni aiuto economico ci sia l’impegno a preservare la foresta e le popolazioni indigene che lì vivono

22 agosto 2019 – INCENDI IN AMAZZONIA, IN UN VIDEO LA DENUNCIA DIVENTA VIRALE: “TERRE DEGLI INDIGENI BRUCIATE DAGLI ALLEVATORI” – https://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/incendi-in-amazzonia-in-un-video-la-denuncia-diventa-virale-terre-degli-indigeni-bruciate-dagli-allevatori-_3227502-201902a.shtml – IL GRIDO DI DOLORE LANCIATO DA UNA DONNA DEL GRUPPO ETNICO PATAXÒ PUNTA IL DITO CONTRO LA POLITICA DI DEFORESTAZIONE PORTATA AVANTI DAL PRESIDENTE BRASILIANO BOLSONARO – Sullo sfondo la foresta amazzonica in fiamme, in primo piano lei, un’indigena del GRUPPO ETNICO DEI PATAXÒ (2MILA INDIVIDUI CIRCA NELLO STATO BRASILIANO DI BAHIA), che grida tutto il suo dolore e lancia pesanti accuse contro il presidente Bolsonaro e la sua politica di deforestazione. Il video della denuncia dal Brasile è diventato virale grazie al supporto dell’associazione ecologista americana SUNRISE MOVEMENT. – “Per due anni abbiamo combattuto per preservare la nostra riserva (quella Caramuru-Paraguaçu, ndr) e questi str…i sono entrati e l’hanno bruciata”. Così la donna del video, con toni concitati, esprime la sua angoscia, mentre indica la distruzione alle sue spalle, causata dal fuoco, che devasta la foresta amazzonica. – Nella sua denuncia, la portavoce degli indigeni incolpa per la deforestazione l’allevamento di bestiame, un’attività che il presidente brasiliano Bolsonaro incoraggia attivamente. – “Stanno uccidendo i nostri fiumi, le nostre fonti di vita e ora hanno incendiato la nostra riserva – continua la video-denuncia. – Voglio che tutti i media vedano questo”. – Il commento via Twitter dell’associazione Sunrise Movement, che ha pubblicato le immagini e le ha rese virali, suona come un grido di battaglia: “Non possiamo tollerare programmi politici di deforestazione. Non vedremo bruciare il nostro futuro”.

   L’incendio dell’Amazzonia è un 20% dei nostri polmoni che non respirano più. Perché l’Amazzonia è il polmone verde del mondo: infatti, insieme con il verde, se scompare poco a poco questa foresta, perdiamo il 20% della produzione di ossigeno del pianeta (e il 10% della biodiversità mondiale di flora e fauna).

Il fumo degli incendi si eleva dagli Stati brasiliani di Amazonas, Mato Grosso e Rondônia

   L’Amazzonia è considerata l’ecosistema più ricco di biodiversità al mondo: ospita circa 60.000 specie di piante, 1.000 specie di uccelli e oltre 300 specie di mammiferi. Si estende su un’area di circa 6,5 milioni di chilometri quadrati e attraversa nove paesi del Sud America (BOLIVIA, BRASILE, COLOMBIA, ECUADOR, PERÙ, VENEZUELA, SURINAME, GUYANA e GUYANA FRANCESE) per circa il 5% della superficie terrestre. Ma è il Brasile il Paese più interessato alla presenza della foresta (che per circa il 65% è nel suo territorio).

Il settore dell’allevamento nell’Amazzonia brasiliana, incentivato dalle produzioni internazionali di carni bovine e di cuoio, è il responsabile di circa l’80% di tutta la deforestazione nella regione, e di circa il 14% della deforestazione annua totale nel mondo, ed è la maggiore causa mondiale di deforestazione. Nel 1995, il 70% delle terre precedentemente sotto forma di foreste in Amazzonia, e il 91% dei terreni disboscati dal 1970, è stato convertito in allevamento del bestiame. Gran parte delle deforestazione rimanenti nell’Amazzonia è stata opera da parte degli agricoltori per ottenere terreni per l’agricoltura di sussistenza su piccola scala o per la produzione meccanizzata di soia, palma e altre colture.

   L’allevamento del bestiame è responsabile dell’80% della deforestazione in corso nella di questa grandiosa foresta. Una parte significativa dell’offerta globale di carne bovina, compresa gran parte dell’offerta di carne bovina in scatola in Europa (anche da noi!), proviene da terreni che un tempo erano la foresta pluviale amazzonica. E la cosa si sta estendendo. Sempre più popolazioni chiedono di incentivare il consumo di carne (pensiamo adesso alla Cina), e gli allevamenti di bestiame si stanno espandendo (a danno della vegetazione).

   C’è poi in Amazzonia il fenomeno costante che, nella stagione secca, da giugno a novembre, allevatori e coltivatori bruciano porzioni di foresta per fare spazio a nuovi pascoli o sottrarre alla foresta terreno appunto per nuovi appezzamenti agricoli.

i grandi incendi della FORESTA AMAZZONICA_da teleSUR _ teleSUR es la señal informativa de América Latina _ htts___twitter_com_teleSURTV – “(…) In base ai dati del satellite AQUA riportati dall’ISTITUTO NACIONAL DE PESQUITAS ESPACIAIS (INPE) l’Istituto nazionale di ricerche spaziali del Brasile che insieme alla NASA e al Programma Copernicus dell’ESA vigila sulla deforestazione amazzonica, dall’inizio del 2019 ci sono stati 76.720 incendi in tutto il Brasile, l’84% in più rispetto al 2018, il numero più alto dal 2013 (…)” (Elisabetta Intini, 23/8/2019, da https://www.focus.it/)

   Ma alla radice di questo aumento del ritmo di incendi e deforestazione che stiamo vivendo in queste settimane convulse e preoccupanti, c’è il nuovo corso del governo brasiliano (rispetto alle politiche di conservazioni avviate dai governi precedenti, che avevano dato dei buoni risultati).  L’attuale nuovo presidente JAIR BOLSONARO non crede nell’importanza della conservazione della flora e fauna, della vegetazione, e sta incentivando lo sfruttamento industriale e minerario della foresta amazzonica con lo sviluppo delle pratiche di deforestazione. Adesso, allevatori e imprenditori agricoli si sentono incoraggiati e sostenuti dal governo ad avviare attività di ‘sviluppo’ in territori coperti da foreste.

Un’area di Amazzonia deforestata per attività minerarie illegali in Brasile. Il suolo spoglio è avvelenato da contaminanti come il mercurio.

  Molti di questi territori sono elementi di vita fondamentale per le popolazioni indigene, che così subiscono ulteriori irreversibili limiti alla loro sopravvivenza. Insomma un vero disastro, per queste popolazioni che subiscono direttamente la violenza degli incendi creati, e poi indirettamente per l’ecologia mondiale.

SAN PAOLO DEL BRASILE OSCURATA – “(…) Il sole invernale a sud del Tropico del Capricorno tramonta poco prima delle 18. Lunedì a SAN PAOLO alle 16 non c’era già più. LA CITTÀ È PIOMBATA IN UN’OSCURITÀ SURREALE. Non era un’eclissi, ma L’AGONIA DELL’AMAZZONIA, a 2.700 CHILOMETRI DI DISTANZA, che bruciava come non era mai successo prima. I social sono impazziti con teorie apocalittiche, e stavolta anche i media. La causa l’ha centrata un utente su Facebook: “C’è puzza di bruciato. Questa oscurità è la diretta conseguenza della politica di deforestazione di Bolsonaro (…)”. (Raffaella Scuderi, da “la Repubblica” del 22/8/2019)

   Nel tempo è maturata una sensibilità ecologica che non si limita alla pura salvaguardia della flora e fauna del pianeta: ma che considera anche le persone che vivono in luoghi “sacrificati al progresso”, e che perdono il loro equilibrio di vita. Proprio in Amazzonia, nel 1988, è stato ammazzato CHICO MEDES, un sindacalista dei seringueros (i raccoglitori di caucciù) che aveva posto nella sua attività sindacale e politica la tutela dei diritti dei suoi colleghi lavoratori, in rapporto e direttamente connessa anche con i “diritti della foresta”, cioè la salvaguardia e conservazione contro il disboscamento.

CHICO MENDES, sindacalista dei seringueros e difensore della conservazione della foresta amazzonica, assassinato nel 1988

   Pertanto, in questo momento di crisi globale anche segnato dalla preoccupazione per la sopravvivenza della foresta amazzonica dagli incendi che si estendono (senza che si faccia nulla), dobbiamo trovare una strada di convergenza tra conservazione ecologica (da praticare concretamente) con i diritti delle persone colpite direttamente dai disastri ambientali (come sono adesso gli indios amazzonici). (s.m.)

fotografías huaorani (maggio 2019, da http://losbuffo.com/ ) – Dopo anni di contenziosi giudiziari, battaglie, avvocati e magistrati, in ECUADOR si respira un’aria di vittoria: i WAORANI, POPOLAZIONE INDIGENA RESIDENTE NELLA FORESTA AMAZZONICA, sono riusciti a FERMARE LA STRAPOTENZA DI ALCUNE COMPAGNIE PETROLIFERE che intendevano trivellare quei territori pressoché incontaminati. L’ECUADOR accoglie una PICCOLA PARTE DELLA FORESTA AMAZZONICA, principalmente estesa lungo il confine orientale del paese, eppure è dal 1972 che petrolieri e multinazionali ne prosciugano i giacimenti petroliferi, danneggiando irreversibilmente i popoli indigeni e la vegetazione circostante e distruggendo così uno dei luoghi caratterizzati da una ricchissima biodiversità. (continua la lettura su http://losbuffo.com/2019/05/28/la-vittoria-degli-indigeni-un-riscatto-storico/ )

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INCENDI IN AMAZZONIA: QUELLO CHE C’È DA SAPERE

di Elisabetta Intini, 23/8/2019, da https://www.focus.it/

– I roghi nella foresta pluviale in Brasile sarebbero intenzionali e strettamente legati alla deforestazione: è un problema grave e noto da tempo, che non ha origine dal riscaldamento globale. –

   L’Amazzonia brucia, e diversamente dagli incendi che hanno interessato diversi Paesi artici nelle ultime settimane, non si tratta di roghi spontanei. L’abbondanza di incendi che nel mese di agosto ha investito la più grande foresta pluviale al mondo, estesa per 5,5 milioni di chilometri quadrati, oltre la metà dei quali sul territorio brasiliano, ha portato l’Amazonas (il più esteso Stato del Brasile, in gran parte coperto dalla foresta) a dichiarare un’emergenza nel sud del Paese e nella capitale, Manaus.

Una storia che si ripete. Purtroppo, i roghi nella foresta pluviale in questa stagione non sono una novità di quest’anno, come potrebbe sembrare da alcuni titoli di giornale, né sono causati dal riscaldamento globale – piuttosto, andranno ad aggravarne le conseguenze.

   Il fenomeno è, come spiega il sito di Quartz, strettamente legato alla deforestazione. I livelli di umidità in questo ecosistema dal clima equatoriale sono tali da rendere altamente improbabile lo sviluppo di incendi spontanei. Invece, nella stagione secca, da giugno a novembre, allevatori e coltivatori bruciano porzioni di foresta per fare spazio a nuovi pascoli o sottrarre alla foresta terreno per nuovi appezzamenti agricoli.

   Si tagliano gli alberi, si lascia il legname ad asciugare e quindi lo si brucia, usando le ceneri per fertilizzare il suolo. Al ritorno delle piogge, a novembre, dal terreno fertile nascerà prato per nutrire il bestiame. Per gli agricoltori, il fuoco è anche un modo per ripulire il terreno in attesa della nuova stagione. Ma appiccare fuochi nella stagione secca è illegale, per l’alto rischio di incendi.

I dati ufficiali. In base ai dati del satellite AQUA riportati dall’ISTITUTO NACIONAL DE PESQUITAS ESPACIAIS (INPE)  l’Istituto nazionale di ricerche spaziali del Brasile che insieme alla NASA e al Programma Copernicus dell’ESA vigila sulla deforestazione amazzonica, dall’inizio del 2019 ci sono stati 76.720 incendi in tutto il Brasile, l’84% in più rispetto al 2018, il numero più alto dal 2013.

   Oltre la metà dei roghi – non la totalità, come si è letto in alcuni siti – è avvenuta nella foresta pluviale. Il numero totale di incendi (oltre 39.000) negli Stati ricoperti dalla foresta amazzonica è molto preoccupante, ma non da record, almeno per ora; anche se in alcuni Stati, come l’Amazonas, Rondônia e Parà, è in aumento rispetto alle stagioni secche degli ultimi anni.

Monetizzare sulle foreste. Il supporto dell’attuale presidente brasiliano Jair Bolsonaro allo sfruttamento industriale e minerario della foresta amazzonica ha incoraggiato le pratiche di deforestazione, come da tempo denuncia l’INPE: nel giugno 2019 il tasso di abbattimento di piante nel polmone verde del Pianeta è stato più alto dell’88% rispetto allo stesso mese nel 2018. La denuncia del trattamento delle foreste è costata il posto a Ricardo Magnus Osório Galvão, ex capo dell’organizzazione, accusato da Bolsonaro di “aver manipolato i dati” sul tema.

Non è colpa del global warming. Il clima attuale nella regione non sarebbe invece anomalo: attribuire al clima secco lo sviluppo di incendi in Amazzonia è inaccurato. Come ha precisato all’agenzia Reuters Alberto Setzer, ricercatore dell’INPE, «la piovosità nella regione amazzonica quest’anno è solo lievemente sotto la media. La stagione secca crea le condizioni favorevoli per l’uso e la diffusione del fuoco, ma appiccare un fuoco, in modo deliberato o accidentale, è un’azione dell’uomo». (Elisabetta Intini)

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da teleSUR _ teleSUR es la señal informativa de América Latina (htts://twitter.com/teleSURTV)

 

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Il PAPA ha convocato (nello scorso febbraio) l’ASSEMBLEA SPECIALE DEL SINODO DEI VESCOVI PER LA REGIONE PANAMAZZONICA, da domenica 6 a domenica 27 ottobre 2019. Il Sinodo avrà come tema «AMAZZONIA: NUOVI CAMMINI PER LA CHIESA E PER UNA ECOLOGIA INTEGRALE». La PANAMAZZONIA è composta da nove Paesi: BOLIVIA, BRASILE, COLOMBIA, ECUADOR, PERÙ, VENEZUELA, SURINAME, GUYANA e GUYANA FRANCESE

EMERGENZA AMBIENTE

MA AMAZZONIA E GROENLANDIA SONO DI TUTTI

di Federico Rampini, da “la Repubblica” del 23/8/2019

   Vasti incendi stanno divampando in un patrimonio dell’umanità. Brucia il più grande generatore d’ossigeno e “assorbente” di CO2, la foresta dell’Amazzonia. La tragedia ci interpella tutti e pone un problema di principio: Continua a leggere

LE PROTESTE A HONG KONG quale segnale di crisi internazionale: LA PAURA dell’ex colonia britannica di dover subire a breve il totalitarismo cinese, pone la QUESTIONE DELLA DEMOCRAZIA per ogni Paese, e del rispetto delle libertà individuali – CHE ACCADE A HONG KONG se non si trova una via democratica?

LA PROTESTA DI MIGLIAIA DI MANIFESTANTI A HONG KONG (iniziata il 9 giugno di quest’anno) è sorta dal MANCATO RITIRO DELLA PROPOSTA DI LEGGE SULL’ESTRADIZIONE, che avrebbe permesso alle autorità dell’ex colonia britannica di affidare alla giustizia di Pechino gli incriminati per una serie di reati. GIÀ DALL’INIZIO DELLE PROTESTE LA NORMA È STATA CONGELATA; MA SI CHIEDONO SIA IL SUO RITIRO DEFINITIVO, SIA LE DIMISSIONI DELLA GOVERNATRICE, accusata ora anche di brutalità nella repressione. I manifestanti hanno promesso di continuare il loro movimento fino a quando le loro richieste fondamentali non saranno soddisfatte, come le DIMISSIONI della governatrice della città, CARRIE LAM, un’INCHIESTA INDIPENDENTE sulle tattiche della polizia, un’AMNISTIA PER GLI ARRESTATI e un RITIRO PERMANENTE DEL DISEGNO DI LEGGE. (Maurizio Sacchi, 16/8/2019, da https://www.atlanteguerre.it/)

   Dal luglio 1997, dopo quasi 150 anni, Hong Kong non è più una colonia britannica ma è diventata una regione amministrativa speciale della Repubblica Popolare Cinese. I rapporti tra gli abitanti di Hong Kong e Pechino sono più che mai tesi (come dimostrano le proteste di queste settimane/mesi contro il disegno di legge che prevede l’estradizione verso la Cina), e in vista dell’accorpamento definitivo di Hong Kong al regime giurisdizionale e politico cinese dal 2047.

IL TERRITORIO DI HONG KONG È DATO DA UNA PENISOLA ED OLTRE 200 FRA ISOLE ED ISOLOTTI NEL MAR CINESE MERIDIONALE, è in gran parte montuoso e collinare ed è stato urbanizzato per circa il 25%, mentre il 40% è sotto tutela ambientale. LANTAU (147 Km²) è la MAGGIORE DELLE ISOLE, seguono HONG KONG (79 Km²), LAMMA (13,5 Km²) e CHEK LAP KOK (12,5 Km²), in origine molto più piccola (3 Km²), ma trasformata ed ampliata dall’uomo per ospitare il nuovo aeroporto internazionale; le coste si sviluppano per 733 chilometri in tutto. Nella parte peninsulare di Hong Kong si raggiungono quasi i mille metri col MONTE TAI MO SHAN (957 m.), ma anche su Lantau vi sono altezze massime di poco inferiori, FUNG WONG SHAN (934 m.). Vista la limitata superficie i CORSI D’ACQUA hanno CARATTERE TORRENTIZIO e raggiungono velocemente il mare, oppure confluiscono nello SHAM CHUN, che segna buona parte del confine col resto della Cina; i bacini lacustri sono quasi tutti di origine artificiale. Il CLIMA è SUBTROPICALE A REGIME MONSONICO, con una stagione secca e più fresca fra Novembre e Marzo ed una più calda e piovosa nei mesi estivi. Dopo essere passato alla Cina Hong Kong è diventato una regione amministrativa speciale, gli uffici governativi sono ubicati nella zona chiamata Central nella città di Victoria ed è suddiviso in 18 distretti. La POPOLAZIONE è per buona parte di ETNIA CINESE (93,5%), le due MINORANZE più rappresentate sono quella INDONESIANA (2%) e FILIPPINA (2%); IL 50% DEGLI ABITANTI NON È RELIGIOSO, il 21% professa il BUDDHISMO, il 14% il TAOISMO, il 12% il CRISTIANESIMO.

   Con la nuova norma sull’estradizione, Hong Kong avrebbe dovuto estradare gli inquisiti verso Cina, Macao e Taiwan, compresi gli oppositori politici rifugiatisi nella regione autonoma. CARRIE LAM, attuale capo (governatrice) dell’esecutivo, ha ritirato la proposta ma le proteste non sono terminate e si sono concentrate sulla richiesta di riforme democratiche.

DAL 9 GIUGNO (2019) HONG KONG SCENDE IN PIAZZA

   Le immagini di Hong Kong che i media hanno trasmesso nel corso delle ultime settimane ricordano quelle di cinque anni fa: un fiume di manifestanti e ombrelli colorati (allora). Nel 2014 infatti, la protesta (denominata appunto “degli ombrelli”), per tre mesi ha mostrato manifestazioni nate dalla decisione del “Comitato permanente del Congresso nazionale del popolo” (di Pechino) di riformare il sistema elettorale di Hong Kong. In pratica questa riforma elettorale (poi non adottata) veniva percepita come una misura estremamente restrittiva dell’autonomia della regione: i candidati di fatto venivano scelti dal potere centrale cinese (dal Partito Comunista Cinese, il PCC).

9 AGOSTO 2019, HONG KONG, INIZIO DELLA MANIFESTAZIONE ALL’AEREOPORTO (Il 12 e 13 agosto, l’aeroporto di Hong Kong è rimasto chiuso al traffico aereo in seguito alla occupazione dello scalo da parte dei manifestanti)

   Adesso è un po’ diverso, ma sulla stessa direzione di intromissione cinese. I manifestanti chiedono che non venga adottato un emendamento alla legge sulle estradizioni, e la motivazione di fatto è la stessa: gli oppositori al regime filo-cinese temono che questo possa determinare un’ingerenza sempre più accentuata di Pechino nell’autonomia di Hong Kong.

(foto: HONG KONG, da Wikipedia) – da https://www.globalgeografia.com/ : HONG KONG è una METROPOLI della Cina meridionale, posta a sud-est di GUANGZHOU (CANTON) ed è TORNATA ALLA CINA NEL 1997. La CINA s’è IMPEGNATA A MANTENERE PER I PROSSIMI 50 ANNI LO STATUS SPECIALE che Hong Kong aveva sotto la corona britannica; HONG KONG ha un’economia basata sul terziario, in special modo su commercio e traffici internazionali.

   Come dicevamo, queste proteste (e le precedenti di 5 anni fa) nascono dal profondo attrito tra Hong Kong e Pechino in vista dell’avvicinarsi della data in cui l’autonomia di Hong Kong dalla Cina, negoziata dal Regno Unito nel 1997, volgerà al termine. Nel 2047 Hong Kong cesserà infatti di avere standard politici, economici e istituzionali diversi e più autonomi rispetto al resto della Cina. E Pechino ha già dimostrato l’intenzione di erodere progressivamente, anche se in modo quasi impercettibile, il grado di autonomia di Hong Kong.

LA PROTESTA A HONG KONG

   Questa situazione non riguarda solo la popolazione di Hong Kong e la Cina. Ma ha effetti geopolitici a livello internazionale (riguarda anche noi), e l’evolversi dei fatti merita di prestarvi la massima attenzione.

(IN ROSSO L ISOLA DI HONG KONG, da Wikipedia) – Dal punto di vista geografico, Hong Kong è composta dall’isola principale (chiamata appunto Hong Kong), dalla penisola di Kowloon, dai cosiddetti Nuovi Territori e da più di 200 altre isole, di cui la più grande è Lantau. Si trova circa duemila chilometri a sud di Pechino, affacciata sul delta del fiume delle Perle e sul Mar Cinese Meridionale. Ci abitano 7 milioni di persone, in poco più di mille chilometri quadrati, una superficie meno estesa della provincia di Vibo Valentia.(…) (17/8/2019, da https://www.ilpost.it/)

   In questa fase storica, geopolitica, Hong Kong e l’attrito fortissimo con la Cina, assieme ad altre questioni internazionali assai rilevanti (come la BREXIT, o l’attrito tra PAKISTAN E INDIA, entrambi possessori della bomba atomica, per la regione del Cashmire, oppure la CRISI TRA IRAN E AMERICA, e non ultima la questione dei DAZI AMERICANI che stanno trascinando a breve verso una DEPRESSIONE ECONOMICA mondiale -gli economisti prospettano questo a partire al prossimo anno-)….tutti questi eventi, stanno pericolosamente mettendo in crisi i già precari (dis)equilibri mondiali….

La governatrice della città, CARRIE LAM (di cui i manifestanti chiedono le dimissioni)

   La situazione pertanto di Hong Kong è tra i fenomeni geografici che meritano di prestarvi la massima attenzione (e dove l’Europa potrebbe esercitare una funzione virtuosa, mostrando di incidere positivamente sul problema, anche chiedendo garanzie alla Cina di non intervento repressivo e una soluzione pacifica) (s.m.)

MAPPA DI HONG KONG CON I SUOI 18 DISTRETTI (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA) – LA CINA NON “STARÀ A GUARDARE” ed è pronta a “reprimere i disordini rapidamente” se la crisi di Hong Kong diventa “incontrollabile”. Lo ha assicurato l’ambasciatore cinese a Londra, Liu Xiaoming. “Se la situazione peggiora ulteriormente in disordini incontrollabili da parte del governo, il governo centrale non resterà a guardare. Abbiamo abbastanza soluzioni e abbastanza potere per reprimere i disordini rapidamente”, ha detto.

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Veduta notturna di Hong Kong – “(…) Hong Kong è il più importante snodo cinese a livello globale sul piano economico e soprattutto finanziario anche grazie al fatto di essere il quinto porto più importante a livello mondiale. La città rientra in un preciso progetto cinese chiamato Area della Grande Baia, finalizzato a integrare la città di Hong Kong all’interno della Cina allo scopo di accelerare il processo di integrazione sia politico che economico. Ad esempio, la costruzione dell’infrastruttura che permette di collegare Hong Kong, Zhihai e Macao rientra proprio in questo obiettivo. Allo stesso modo il fatto che Hong Kong sia divenuto membro dell’Asian Infrastructure Investment Bank dimostra la ferma volontà da parte di Pechino di proseguire nel suo progetto di integrazione anche in relazione alla realizzazione della Nuova Via della seta. Un progetto megamiliardario che la Cina intende difendere con ogni mezzo.(…) (Umberto De Giovannangeli, 15/8/2019, da https://www.huffingtonpost.it/)

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SULLE PROTESTE DI HONG KONG È PIOMBATA L’OFFENSIVA MEDIATICA CINESE

di Simone Pieranni, da “Il Manifesto” del 18/8/2019
– il 17 agosto si è anche tenuta una manifestazione a favore del governo di Hong Kong e Pechino – Pechino ha tentato di veicolare una narrazione più omogenea e facilmente comprensibile rispetto alla complessità di quanto sta accadendo a Hong Kong: la città è stata descritta come un luogo di perdizione e decadenza, in preda ai criminali e come un ricettacolo di mafiosi e businessmen senza scrupoli. –
   Un video di un paio di minuti nel quale sono state montate scene di film ambientati a Hong Kong e immagini delle recenti proteste. Un montaggio da kolossal e un’atmosfera epica e finale. Lo scopo del video: dimostrare al pubblico cinese il supporto del governo centrale alla polizia dell’ex colonia britannica alle prese con le proteste in corso da ormai undici settimane. Si tratta di uno dei metodi con i quali Pechino prova a dare la propria versione dei fatti accaduti a Hong Kong in Cina e non solo.
SE NEI PRIMI GIORNI delle manifestazioni a Hong Kong gli accadimenti erano stati silenziati sulle reti sociali cinesi, ben presto invece Pechino ha cambiato strategia, inondando WeChat e Weibo di messaggi a favore del governo e della polizia della città e sottolineando le «violenze» dei manifestanti che poi lo stesso governo ha bollato come prodromo di «terrorismo».
Ma la potenza degli uffici della propaganda di Pechino è arrivata anche in Occidente, dove ormai il peso dei media cinesi non è più ininfluente come qualche tempo fa. I network televisivi e informativi cinesi sono ormai in grado di fare breccia anche nel panorama mediatico occidentale, spesso anche grazie a collaborazioni con importanti media e agenzie, fornendo strumenti sia ai cinesi all’estero che mal hanno sopportato le manifestazioni a Hong Kong sia agli occidentali che parteggiano, come se fosse una partita di calcio, con la Cina contro i manifestanti di Hong Kong (naturalmente c’è anche chi «tifa» allo stesso modo contro la Cina).
I MANIFESTANTI sono stati rappresentati come studenti benestanti e inglese-parlanti (quindi «privilegiati») e in balia dell’ingerenza americana, quando non direttamente sospettati di esserne «agenti» con finalità anti cinesi.
Questo sforzo riguardo ai fatti di Hong Kong da parte dell’apparato statale cinese – comprese alcune ambasciate, come quella di Roma che ha organizzato una conferenza ad hoc sui fatti dell’ex colonia britannica, conseguenza di una tendenza generale, iniziata da alcune ambasciate in Africa capaci di usare i media con molta sicurezza –  costituisce comunque una novità e dipende da alcuni elementi fortemente radicati nel sentimento più nazionalista cinese: una diffidenza ovvia, storica, nei confronti dei media occidentali e la sensazione – spesso giustificata – che in ogni diatriba che coinvolga la Cina, gran parte della stampa occidentale sia pervasa da sentimenti anti-cinesi pregiudiziali e per interesse, o in ogni caso si dimostri acriticamente favorevole a qualsiasi richiesta di democrazia arrivi da una piazza contrapposta a Pechino (da qui lo sforzo attuale di penetrazione nel sistema dei media occidentali, dopo aver provato a comprarsi direttamente gruppi editoriali stranieri).
Da parte loro i manifestanti oltre ad aver dimostrato la propria variegata composizione, scegliendo anche di manifestare in zone più periferiche per non incorrere in divieti ma anche per sensibilizzare altre fasce di popolazione (operazione riuscita) hanno attivato diversi canali su Telegram e hanno cercato di gestire l’impatto mediatico come meglio hanno potuto, chiedendo perfino scusa a seguito di alcuni eventi cavalcati dalla propaganda cinese, come il caso del giornalista del Global Times (quotidiano costola del partito comunista e su posizioni ultra nazionaliste) bloccato e malmenato dai manifestanti all’aeroporto.
Un’altra chiave con la quale la Cina ha provato a fare pressione sulle proteste è stata la minaccia più o meno velata di un intervento dell’esercito. Dopo alcuni articoli allarmistici sulla stampa internazionale è stato proprio il Global Times a escludere, per ora, l’eventualità, dimostrando quanto in realtà in tanti avevano scritto: siamo di fronte a qualcosa di diverso da quanto accaduto trent’anni fa a Pechino, a TIANANMEN.
LA CINA È PIÙ POTENTE di allora, ma ha anche molti più strumenti per reagire. Uno di questi è la tattica utilizzata ad ora da Xi Jinping: non fare niente, se non utilizzare minacce verbali e aspettare che tutto quanto sta accadendo finisca per spegnersi da solo.
Il problema di questa opzione è la straordinaria capacità della mobilitazione a Hong Kong: anche ieri la città è stata percorsa da tre diverse manifestazioni, una delle quali organizzata dagli insegnanti a dimostrare l’ampio fronte anti Pechino.
Si è trattato di una giornata di proteste pacifiche, ennesimo tentativo dei manifestanti di mostrare che le proprie ragioni non hanno bisogno di violenza, almeno se non a seguito di provocazioni e violenti pestaggi come quelli messi in atto dalla polizia di Hong Kong (guidata, per altro, da due ufficiali britannici). Insieme alle proteste contro il governo della città e Pechino, si è svolta anche una manifestazione contro le proteste e a favore del governo di CARRIE LAM. (Simone Pieranni)

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HONG KONG: LA POSTA IN GIOCO

di Maurizio Sacchi, 16/8/2019, da https://www.atlanteguerre.it/

– Pechino al bivio fra repressione e diplomazia ribadisce: Hong Kong è Cina – Continua a leggere