Mappa aggiornata quotidianamente della diffusione del Coronavirus nel mondo

CORONAVIRUS COVID-19 Global Cases by the Center for Systems Science and Engineering (CSSE) at JOHNS HOPKINS UNIVERSITY (JHU) – (CLICCA IL LINK QUI SOTTO PER INGRANDIRE L’IMMAGINE ED AVERE LA SITUAZIONE AD ADESSO, AL MOMENTO CHE LEGGI: https://gisanddata.maps.arcgis.com/apps/opsdashboard/index.html#/bda7594740fd40299423467b48e9ecf6)

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Il LIBANO in RIVOLTA, tra crisi alimentare ed energetica, corruzione politica, dominio e scontro religioso – E la DISTRUZIONE DEL PORTO DI BEIRUT con l’esplosione – AIUTIAMO IL LIBANO, adesso, nella tragedia, e con una POLITICA MEDITERRANEA di pace e scambi nella geografia dei paesi del “mare nostrum”

(foto: Beirut, Libano, 5 agosto, da AP Photo/Bilal Hussein/LaPresse, riportata da WWW.ILPOST.I/ – MARTEDI’ 4 AGOSTO 2020, BEIRUT, Libano – “(…) Una bomba a orologeria della potenza di UNA PICCOLA ATOMICA, fino a un decimo di quella di Hiroshima, DUEMILASETTECENTO TONNELLATE DI NITRATO D’AMMONIO, PIAZZATE LÌ DA SEI ANNI, con accanto un detonatore, un deposito di fuochi d’artificio. È questa la TERRIFICANTE REALTÀ DI NEGLIGENZA CRIMINALE che ha portato alla distruzione di mezza Beirut (…) IL PORTO, MOSTRANO LE IMMAGINI DALL’ALTO, È SPIANATO, il mare se ne è ripreso alcuni pezzi, i silos dei cereali aperti come scatolette, edifici, depositi, capannoni, camion, tutto spazzato via, coperto dalla terra rossiccia.(…) Il bilancio è salito a 157 morti, i feriti sono cinquemila, manca il plasma, 300 MILA PERSONE, ha detto Marwan Abboud, il mohafez, governatore di Beirut, sono SFOLLATE, con le CASE INABITABILI per i detriti, le schegge di vetro, la POLVERE TOSSICA. La NUVOLA ROSSASTRA ERA DI BIOSSIDO D’AZOTO, SOTTOPRODOTTO DEI NITRATI COMBUSTI, VELENOSA. Le autorità della metropoli hanno invitato chi può ad «ANDARE VIA». Dove non si sa. (…)” (Giordano Stabile, da “Il Mattino di Padova” del 6/8/2020)

   La terribile esplosione avvenuta martedì 4 agosto al porto di Beirut, causata, pare, da un incendio all’interno di un deposito di nitrato di ammonio (ma con altre possibili cause prospettate, che di giorno in giorno allargano le ipotesi… non escludendo un missile, un attentato “esterno”) (ma la maggior parte di fonti giornalistiche indipendenti escludono queste ipotesi terroristiche e parlano di incidente causato da imperizia dall’aver lasciato per troppo tempo materiale assai pericoloso in stoccaggio), questa enorme esplosione ha provocato centinaia di morti e migliaia di feriti, e danni incalcolabili alla città e all’economia già oltre il collasso del Libano.

MAPPA LIBANO (da “La Stampa”) – “(….) Il Libano ha un sistema politico complesso, che riflette la diversità religiosa del paese. Dal 1943, con la nascita del Libano moderno, le tre principali cariche istituzionali (PRESIDENTE, CAPO DEL PARLAMENTO E PRIMO MINISTRO) sono state affidate ALLE TRE PIÙ GRANDI COMUNITÀ NAZIONALI – rispettivamente CRISTIANI MARONITI, MUSULMANI SCIITI e MUSULMANI SUNNITI; anche il PARLAMENTO è stato diviso su LINEE SETTARIE, e prevede la presenza di DIECI GRUPPI RELIGIOSI. Con la FINE DELLA GUERRA CIVILE, nel 1990, i leader politici di ciascuna comunità hanno mantenuto il loro potere attraverso UN SISTEMA CLIENTELARE, con l’obiettivo di proteggere gli interessi del proprio gruppo, anche attraverso manovre illegali. (…) Il Libano è un Paese fragilissimo perché è un Paese di quasi 7 milioni di abitanti che già ospita circa 1,5 milioni di rifugiati siriani. (…) (da ILPOST.IT https://www.ilpost.it/ del 5/8/2020)

   Appunto, Paese, il Libano, in profondissima crisi già da prima, con una classe politica molto corrotta, dedita prima di tutto al “bene proprio”, alla tutela dei propri interessi e di quelli dei propri amici e familiari, invece che quelli di tutti (e per questo anche con violente proteste antigovernative iniziate nell’autunno 2019, con una pausa durante l’epidemia da Covid, e che adesso sono riprese pure in questi giorni di totale emergenza, anzi vengono al nodo ancor di più i problemi della inefficienza della classe dirigente…).

Beirut, la devastazione dopo l’esplosione (foto da http://www.africa-ezpress.info/)

   Libano che ora viene pure colpito nelle infrastrutture per l’importazione di beni necessari, con la distruzione totale del principale porto (quello di Beirut) del paese, da cui entrava la stragrande maggioranza dei beni importati; ma anche con la sparizione, nell’esplosione, di alcune infrastrutture fondamentali come l’enorme silo che conteneva buona parte delle riserve nazionali di grano. Un Paese letteralmente alla fame, che ha bisogno, per far sopravvivere la sua popolazione, già nell’immediato di grandi aiuti esterni.

(scontri 8 agoto a BEIRUT: assalto ai MINISTERI -foto da https://www.quotidiano.net/) – LIBANO: UNA RIVOLTA DI PIAZZA “LAICA” E PACIFISTA, OPPURE VIOLENTA E FONDAMENTALISTA?? – “La terribile esplosione al porto di Beirut dello scorso 4 agosto, che ha provocato 157 morti e 5mila feriti, non ha sopito le tensioni politico-sociali nel Paese dei cedri, e le opposizioni stanno manifestando con forza nella capitale ed in altre città, con scontri (si parla di 109 feriti e 1 morto tra i poliziotti) e arresti. La polizia è intervenuta con gas lacrimogeni e manganelli, ma LE SCENE PEGGIORI SI SONO VISTE QUANDO I MANIFESTANTI HANNO IMPICCATO UN MANICHINO in piazza dei Martiri con le sembianze del leader degli Hezbollah HASAN NASRALLAH: miliziani e sostenitori del Partito di Dio hanno fatto irruzione nella piazza scontrandosi con i manifestanti fino a quando è intervenuto l’esercito, con i militari che hanno separato i due gruppi. (8 Agosto 2020, da https://www.notiziegeopolitiche.net/)

   Ci si è sempre chiesti come facesse il Libano a (sopra)vivere, dando peraltro l’impressione di un paese moderno (almeno nel centro di Beirut e le altre maggiori città), nonostante dovesse importare “tutto” come beni di necessità, e avesse poco o nulla da esportare, da offrire. Forse, per molti analisti, questa possibilità di ricchezza paventata è stata data dalle enormi quantità di valuta estera (in dollari) che il Paese disponeva, attraverso un sistema bancario che prometteva speculazioni finanziarie, tassi alti e redditizi, e che però in questi ultimi tempi ha fatto vedere la propria inconsistenza, trovandosi in un contesto di sfiducia totale di investitori esteri truffati, e percorrendo così la strada della miseria per la propria popolazione (basti pensare all’incapacità di offrire il fabbisogno energetico nella capitale Beirut nelle 24 ore, con l’attrezzarsi, per chi può permetterselo, di generatori autonomi per procurarsi la corrente elettrica).

Libano, mappa da wikipedia – Nel Libano ci sono profonde ed estese interferenze esterne, come quella dell’IRAN, che appoggia il gruppo radicale sciita HEZBOLLAH, considerata la forza politica e militare più potente del paese, ma anche l’Arabia Saudita influenza pesantemente la politica libanese

   Il tutto visibile con l’impossibilità di pagare ora l’enorme debito pubblico del paese, e con una svalutazione monetaria che rende la lira libanese con un potere di acquisto sempre più irrisorio (in poco tempo una lira libanese vale sul dollaro quattro volte di meno: per fare un esempio 200mila lire libanesi, una quantità di denaro che prima corrispondeva a circa 130 dollari, oggi valgono 30 dollari).

BEIRUT, LIBANO – SCONTRI DURANTE UNA MANIFESTAZIONE CONTRO IL GOVERNO, accusato tra le altre cose di gravi negligenze che avrebbero portato all’esplosione che martedì 4 agosto ha ucciso più di 150 persone ferendone oltre 5.000 (AP Photo/Hassan Ammar) (foto da http://www.ilpost.it/ 8/8/2020)

   E adesso, con il coronavirus e subito prima della devastante esplosione di martedì 4 agosto, con una fetta sempre maggiore di popolazione con difficoltà ad arrivare alla fine del mese, o difficoltà a procurarsi da mangiare: per fare un esempio, su Facebook sono nati gruppi che praticano il baratto, dove le persone scambiano oggetti di vario tipo con cibo e altri beni di prima necessità (a questo proposito, sulla condizione di vita in Libano, vi invitiamo a leggere qui di seguito in questo post, il reportage ripreso da ILPOST.IT https://www.ilpost.it/ del 5 agosto scorso).

(MACRON a BEIRUT, foto da “La Stampa”) – LA FRANCIA, GRANDE PROTETTRICE DEI CATTOLICI MARONITI, SI È MOSSA, con tre aerei carichi di medicinali, cinquanta soccorritori e pompieri. ED È SUBITO ARRIVATO EMMANUEL MACRON – (nella foto: la visita lampo di MACRON a Beirut il 5 agosto, il giorno dopo l’esplosione) – PERCHÉ MACRON È CORSO IN LIBANO? “La presenza di Macron a Beirut subito dopo la catastrofe obbedisce a delle coordinate tradizionali”, spiega a Formiche.net JEAN-PIERRE DARNIS, docente dell’Université Côte d’Azur, advisor dello Iai e fellow della Foundation for Strategic Research (il più importante dei think tank indipendenti francesi). “Non dimentichiamo che la Francia ha storicamente esercitato un potere diretto sul Libano, che sebbene perso alla fine del ventesimo secolo è restato nel Paese sotto forma di un interesse molto forte, con una comunità franco-libanese piuttosto importante. Anche tra le élite ci sono diversi francofoni e persone con doppio passaporto, oppure i tanti libanesi che vivono a Parigi”. LO STESSO PRESIDENTE AOUN È PASSATO PER LA FRANCIA sia durante la formazione militare, alla École supérieure de guerre, sia durante i 15 anni di esilio (ha vissuto a Parigi dal 1990 al 2005). “La visita di Macron – continua Darnis – ha come significato dunque un’immediata solidarietà, che si allinea sulla sensibilità dei francesi verso un paese con cui ci sono profondi contatti. Possiamo dire senza sbagliarci troppo che la stragrande maggioranza delle famiglie francesi conosce delle persone libanesi, o franco-libanesi. E questo è un aspetto che ha rilevanza” (….). (Emanuele Rossi, da https://formiche.net/2020/08/macron-libano-darnis/)

   E subito dopo l’esplosione, la rivolta popolare si è fatta più acuta che mai. Ma cosa accadrà veramente con queste manifestazioni di piazza, non è dato da prevedere: prevarrà un senso pacifico, una proposta politica necessaria a un cambio della dirigenza? …a uno Stato libanese più laico e con possibilità di rilancio?   Tutto fa prevedere che così non sarà. La rivolta è violenta, senza prospettive vere di cambiamento, forse momento di presa ancora più concreta delle posizioni religiose più fondamentaliste che ci sono nel Paese.

(foto da http://www.peacekeeping.it/) – (L’APPREZZATA PRESENZA ITALIANA DEI MILITARI IN LIBANO) – “In LIBANO ABBIAMO UNA PRESENZA MILITARE ITALIANA riconosciuta in termini di comando della MISSIONE “UNIFIL II” DELL’ONU. L’Italia è, da decenni, uno dei Paesi maggiormente impegnati nelle missioni di pace in Libano. Attualmente, più di 1.000 soldati italiani sono di stanza presso il contingente UNIFIL (United Nations Interim Force in Lebanon), facendo del nostro Paese il secondo contributore nel 2018 dopo l’Indonesia. Ma i soldati italiani sono presenti sul campo dal 1979, quando ancora il Paese dei cedri era in piena guerra civile.(…)” (leggi: https://lospiegone.com/2019/01/30/peacekeeping-in-libano-la-missione-unifil-italiana/ )

   Perché, tutto questo (come andrà il Libano, si salverà?) tra l ‘altro ci riguarda direttamente: il Paese dei Cedri (come viene chiamato, per la sua stupenda collocazione climatica adatta a questo frutto) è nel cuore del “mare nostrum”, del Mediterraneo. E se molte, quasi tutte, le nazioni che si affacciano in questo mare sono in difficoltà (specie nella parte sud), è anche perché non c’è, non esiste un politica mediterranea, un “sentire comune” fatto di scambi culturali, economici, commerciali, di conoscenza reciproca, e di sviluppo sostenibile per tutti, ciascuno proprie specificità.

(cartina geografica del Libano, da ENCARTA) – Il LIBANO in ginocchio, la SIRIA devastata da una guerra senza fine, la tragedia umanitaria che sta flagellando lo YEMEN, il caos armato in LIBIA, la TUNISIA a rischio di implosione sociale. Il SUD DEL MEDITERRANEO RISCHIA DI ESSERE UN IMMENSO CUMULO DI MACERIE? “La situazione è davvero complessa, e s’intrecciano molte cose: la GUERRA INTERSUNNITA, la GUERRA TRA SUNNITI E SCIITI, la PRESENZA DI TRIBÙ LOCALI MOLTO FORTI, ed è tutta un’AREA che caduto il vecchio ordine dei dittatori e degli autocrati, ANCORA NON HA TROVATO UNA SUA STRADA, perché di nemici interni e di potenziali alleati esterni non proprio affidabili, quest’area ne ha moltissimi. UN VECCHIO ORDINE È CADUTO E IL NUOVO STENTA AD APPARIRE” (dall’intervista a EMMA BONINO, già commissaria europea agli aiuti umanitari, di Umberto De Giovannangeli, da “IL RIFORMISTA” del 7/8/2020)

   Riusciremo noi, come Paese dell’Europa del Sud e appartenente a questa comunità mediterranea a ripristinare l’antico valore di comunanza che nei tempi antichi c’è sempre stato tra queste comunità che si affacciano nello stesso mare? Ne va, adesso, della salvezza del Libano (e degli altri contesti di crisi che ci sono e che avverranno). (s.m.)

Manifestazione a Beirut (foto da da https://www.notiziegeopolitiche.net/)

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LIBANO. SCONTRI TRA OPPOSITORI E HEZBOLLAH. L’ULTIMATUM DI DIAB, ‘DUE MESI O ELEZIONI ANTICIPATE’

8 Agosto 2020, da https://www.notiziegeopolitiche.net/

   La terribile esplosione al porto di Beirut dello scorso 4 agosto, che ha provocato 157 morti e 5mila feriti, non ha sopito le tensioni politico-sociali nel Paese dei cedri, ed anche oggi le opposizioni hanno manifestato con forza nella capitale ed in altre città, con scontri (si parla di 109 feriti) e arresti.
La polizia è intervenuta con gas lacrimogeni e manganelli, ma le scene peggiori si sono viste quando i manifestanti hanno impiccato un manichino in piazza dei Martiri con le sembianze del leader degli Hezbollah HASAN NASRALLAH: miliziani e sostenitori del Partito di Dio hanno fatto irruzione nella piazza scontrandosi con i manifestanti fino a quando è intervenuto l’esercito, con i militari che hanno separato i due gruppi.
Il paese è pressoché in default, la lira è quasi carta straccia, la disoccupazione giovanile è a livelli stratosferici e le opposizioni continuano a denunciare quello che per loro è il primo male del paese, la corruzione.
Il premier HASSAN DIAB, in carica da gennaio dopo la caduta del terzo governo guidato da Saad Hariri, non riesce a venire a capo della crisi, ed oggi ha affermato che “Ora è il momento della responsabilità collettiva. Vogliamo una soluzione per tutti i libanesi”: si tratta di un vero e proprio ultimatum, dal momento che il premier si è dato due mesi di tempo dopodiché vi saranno le ennesime elezioni anticipate.

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IL LIBANO ERA GIÀ MESSO MOLTO MALE

da ILPOST.IT https://www.ilpost.it/ del 5/8/2020

– Il Libano era già messo molto male: stava attraversando una crisi gravissima, con i cittadini ridotti al baratto e lunghi blackout quotidiani: ora ha mezza capitale danneggiata e centinaia di migliaia di persone senza casa – Continua a leggere

CENSIS-CONFCOOPERATIVE: «COVID, DA ACROBATI DELLA POVERTÀ A NUOVI POVERI»: rapporto su una geografia sociale ed economica del Paese. Baratro povertà assoluta per altre 2,1 milioni di famiglie – E NEL MONDO è uguale: come affrontare in modo nuovo e innovativo la crisi sociale ed economica in atto?

IL RAPPORTO CENSIS-CONFCOOPERATIVE: «COVID, DA ACROBATI DELLA POVERTÀ A NUOVI POVERI» – Baratro povertà assoluta per altre 2,1 milioni di famiglie. A rischio 830.000 posti di lavoro. Sfruttati, mortificati, mal pagati, senza una rete di protezione sociale e risparmi a cui attingere, con un futuro previdenziale da incubo. Sono i lavoratori che durante il lockdown hanno visto crollare all’improvviso il loro reddito andando a ingrossare la sacca di povertà assoluta. Ed emerge il rischio della rabbia e dell’odio sociale (foto da http://www.milano.repubblica.it/)

   CONFCOOPERATIVE e CENSIS hanno elaborato un rapporto sullo stato di quel che sta accadendo, e accadrà di qui a poco, nell’immediato “post Covid” (un rapporto presentato il 30 luglio scorso) dal titolo “COVID, DA ACROBATI DELLA POVERTÀ A NUOVI POVERI. ECCO IL RISCHIO DI UNA NUOVA FRATTURA SOCIALE”. Una geografia sociale ed economica, molto sbilanciata (nel senso che al Sud Italia andrà e sta andando molto peggio che al Nord) del Paese. I baratro è rappresentato dalla realistica fotografia di una povertà assoluta per altre 2,1 milioni di famiglie (che si aggiungono ai “poveri assoluti” pre-covid che erano, sono, 4,6 milioni di persone).

   E nel 2019 queste persone in povertà assoluta di 4,6 milioni, erano distribuite il 40,5% residente nelle regioni settentrionali e il 45,1% nel Mezzogiorno. Una situazione pregressa al Covid pertanto assai grave anche nel Nord Italia.

“Coronavirus, il lockdown ha messo in ginocchio oltre 2 milioni di famiglie” – Allarme del CENSIS: mesi di blocco hanno messo in difficoltà 3,3 milioni di LAVORATORI IRREGOLARI e 2,9 milioni di WORKING POOR. E ora a rischio altri 2 milioni. Gardini (CONFCOOPERATIVE): «Paese sbilanciato, recuperare competitività» (foto da http://www.corriere.it/)

   Il titolo del rapporto è assai azzeccato quando si parla di “acrobati della povertà”, spiegando bene quelle molteplici situazioni di precariato economico-lavorativo che sempre più si sono estese negli anni; che vedono giovani e meno giovani che fanno lavori saltuari e a bassissimo reddito (surrogato nelle migliori delle ipotesi dal stare in famiglia); agli immigrati con lavori saltuari (pensiamo ai braccianti agricoli) oppure rimasti senza alcun lavoro, incapaci di rimettersi nel mercato lavorativo. Oppure a chi perde il lavoro per aziende che chiudono, per trasformazioni globali in atto, fenomeni che subito creano le vittime proprio nei lavoratori licenziati e che non hanno alternative, cioè difficilmente troveranno un altro posto di lavoro.

Il fenomeno dei WORKING POOR (COSA SONO): riguarda i lavoratori che, nonostante siano occupati, non riescono con la retribuzione percepita ad assicurarsi una condizione dignitosa. SE SI CONSIDERA LA SOGLIA RETRIBUTIVA DI 9 EURO ALL’ORA – presa come riferimento per il salario minimo legale – la platea di lavoratori che si colloca al di sotto comprende 2,9 MILIONI DI INDIVIDUI, il 12,2% del totale degli occupati. Oltre la metà, il 53,3%, È COSTITUITO DA UOMINI, mentre il 47,4% (un milione e 395mila lavoratori) ha un’età compresa FRA I 30 E I 49 ANNI. Fra le figure professionali prevale quella operaia (79%). (da http://www.vita.it/)

   Una società (quella della povertà, dei senza reddito) che si allarga, silenziosa (per quanto??), che poco appare nei media; e ancor di più non appare a chi invece può vantare situazioni lavorative stabili, non precarie.

   Il peggioramento drastico che si è verificato con la pandemia da Covid che abbiamo vissuto (e non del tutto ancora superato) è stata una “pioggia sul bagnato”; ha creato condizioni davvero straordinarie, dove tutte e tre le categorie sociali che rappresentano la società (mondo politico, economico e culturale) non possono più tirarsi indietro dall’esprimere e praticare soluzioni e novità in grado di affrontare la crisi.

Perché servono da subito politiche strutturali che tendano sia alla salvaguardia dell’attuale occupazione, e con misure di aiuto a chi è in povertà, ma soprattutto serve trovare modi di creazione di nuovo lavoro e anche (pensiamo noi) di equa redistribuzione della ricchezza.

(foto da http://www.modenatoday.it/) – LE DIMENSIONI DEL LAVORO IRREGOLARE: sono più di 3,3 milioni gli occupati che prestano la propria opera in maniera irregolare. Di questi, 2,56 milioni sono nelle ATTIVITÀ DEI SERVIZI, mentre quasi 1 milione è riconducibile al PERSONALE DOMESTICO. Oltre MEZZO MILIONE DI LAVORATORI IRREGOLARI presta la propria attività all’interno del comparto INDUSTRIA e POCO MENO DI 220MILA NEL SETTORE AGRICOLO. Complessivamente il 74,1% svolge un’attività alle dipendenze, il restante 25,9% svolge la propria attività in forma autonoma. (da http://www.vita.it/)

   Ora si parla molto di green economy e di rivoluzione digitale nei nostri comportamenti. Se di quest’ultima si è più o meno capito cosa accadrà (il lavoro da casa, o meglio in smart working, i servizi usufruibili digitalmente…), diverso è il contesto della green economy, dove si richiedono rivoluzioni nel modo di amministrare ed esprimersi delle città e delle periferie, della mobilità, del consumo energetico; ma anche lo sforzo di comportamenti ecologici, nuovi e risparmiosi dei cittadini che appare tutto ancora da venire.

Lavoro: ISTAT, disoccupazione giovani sale a 35,7% (foto da www-ansa.it)

  Ovvio che, oltre al rapporto “Confcooperative-Censis” di cui qui parliamo, c’è adesso il fatto che questo fenomeno (dell’allargamento della povertà) sta interessando quasi tutto il mondo. Sempre per il Coronavirus, che tra l’altro ora continua più che mai a imperversare in molti paesi, ricchi e poveri: dall’America di Trump, all’America Latina, all’India, all’Europa orientale, il Medio Oriente (Iran, Israele, Siria, e chissà chi altro che non arrivano notizie…).

   E pertanto in questo post proviamo a parlare anche del “mondo”, di contesti altri da noi (specie attraverso una ricerca dell’associazione terzomondista OXFAM). Perché, mai come adesso, si percepisce che, nell’epoca globale, “o ci salviamo tutti o non si salva nessuno”.

OXFAM: IL VIRUS DELLA FAME – “Il Covid-19 ci sta causando molti danni. È diventato difficile dare ai miei figli qualcosa da mangiare ogni mattina. Siamo totalmente dipendenti dalla vendita del latte, ma a causa della chiusura dei mercati non possiamo più venderlo. E se non vendiamo il latte, non mangiamo”. (Kadidia Diallo, produttrice di latte in Burkina Faso.) – Vedi il RAPPORTO INTEGRALE DI OXFAM “IL VIRUS DELLA FAME: https://www.oxfamitalia.org/wp-content/uploads/2020/07/Report_IL-VIRUS-DELLA-FAME.pdf

   E uno degli effetti della pandemia di covid-19 è stato il far arretrare la lotta contro la povertà nel mondo, per la prima volta in decenni. E quel che è peggio, molti osservatori internazionali prospettano che nei prossimi mesi POTREBBE ESSERCI UNA CRISI ALIMENTARE MONDIALE.

   Perché la pandemia si è aggiunta a problematiche di gravi entità che già c’erano, imperversavano: sono questi ultimi anni pieni di CONFLITTI, guerre civili; e la CRISI CLIMATICA e l’INSTABILITÀ ECONOMICA hanno fatto aumentare il numero delle persone che soffrono la fame in modo grave.

OXFAM- YEMEN tra Coronavirus e colera – L’incubo di una catostrofe (foto da http://www.vita.it/)

   Nella maggior parte dei paesi di quello che identifichiamo come il “Sud del mondo” (Africa, America Latina, ma anche varie realtà del Medio Oriente, dell’Asia e dell’Est europeo) vi è una mancanza dello stato sociale (inesistente o embrionale in Africa, nel sud America). E questo contesto di “mancanza sociale” (pensiamo in particolare a servizi come la sanità) si farà crudelmente sentire.

   Pertanto una crisi, questa, diversa da quella del 2009, perché coinvolge tutti i motori economici, sociali, strutturali. E la fame e la povertà, come dicevamo, ora trovano altro terreno fertile anche a causa della crisi climatica, che colpisce di più i paesi che sono in condizioni ambientalmente precarie rispetto a noi (con acuti fenomeni di siccità e aridità, che sono tra le cause di aumento di profughi ambientali).

(da https://www.infodata.ilsole24ore.com/)

   Nella ricerca “OXFAM” va anche detto che quest’associazione internazionale ha esortato i Paesi ricchi delle Nazioni Unite a non guardare solo a loro, a se stessi, alla loro crisi post Covid, ma concordare un pacchetto di salvataggio mondiale, e mobilitare una somma in grado di evitare un collasso economico globale. Le possibili misure per raccogliere fondi potrebbero includere l’IMMEDIATA CANCELLAZIONE di buona parte del DEBITO dei Paesi poveri, l’EMISSIONE DA PARTE DEL FONDO MONETARIO INTERNAZIONALE di consistenti AIUTI FINANZIARI (cioè finanziamenti a fondo perduto). Pertanto un aumento generalizzato e concreto nei FLUSSI di AIUTI ai PAESI in DIFFICOLTÀ…

   Un governo mondiale dell’economia, e della pace tra i popoli, che eviti nuovi possibili conflitti e che trovi soluzioni concrete con quelle guerre che ora ci sono, sarebbe cosa fondamentale. O perlomeno, nell’impossibilità, un coordinamento tra paesi che vada oltre ogni nazionalismo. Un governo mondiale anche che intervenga contro la fame e le mancanze sanitarie di gran parte del pianeta. E che si confronti in modo serrato con i nazionalismi e i populismi che rischiano di crescere ancor di più. Come si diceva, le tre branchie di funzionamento sociale (“politica” che governa, “economia” che dà da mangiare, “cultura” che ricerca, informa e accomuna le esperienze) insieme, e operative nel momento di necessità. (s.m.)

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CENSIS-CONFCOOPERATIVE: «COVID, DA ACROBATI DELLA POVERTÀ A NUOVI POVERI»

di Redazione VITA, http://www.vita.it/, 30 luglio 2020

– Baratro povertà assoluta per altre 2,1 milioni di famiglie. A rischio 830.000 posti di lavoro. Per oltre 1 italiano su 2 da crisi e mancato rimbalzo emergono il rischio della rabbia e dell’odio sociale. Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative avverte: «Recovery Fund, subito risorse per politiche strutturali» –

   Sfruttati, mortificati, mal pagati, senza una rete di protezione sociale e risparmi a cui attingere, con un futuro previdenziale da incubo. Sono i lavoratori che durante il lockdown hanno visto crollare all’improvviso il loro reddito andando a ingrossare la sacca di povertà assoluta. Sono loro gli acrobati della povertà, hanno sempre guadagnato il minimo per sbarcare il lunario, ma il lockdown li ha messi ko.

   Lo stress test socio – economico della lockdown economy mette a dura prova il paese e apre crepe profonde in aree di fragilità già acute in fase precovid. Sono 2,1 milioni le famiglie con almeno un componente che lavora in maniera non regolare. Ben 1.059.000 famiglie vivono esclusivamente di lavoro irregolare (sono il 4,1% sul totale delle famiglie italiane). Di queste, più di 1 su 3, vale a dire 350 mila, è composta da cittadini stranieri. Un quinto ha minori fra i propri componenti, quasi un terzo è costituita da coppie con figli, mentre 131mila famiglie possono invece contare soltanto sul lavoro non regolare dell’unico genitore. È quanto emerge dal FOCUS CENSIS CONFCOOPERATIVE “Covid da acrobati della povertà a nuovi poveri. Ecco il rischio di una nuova frattura sociale”.

   La presenza di famiglie con solo occupati irregolari pesa al Sud dove si concentra il 44,2%, ma le percentuali che riguardano le altre ripartizioni danno conto comunque di una diffusione considerevole anche nel resto del Paese: Continua a leggere

Great Ethiopian Renaissance Dam (GERD): una futura GUERRA PER L’ACQUA? – La diga più grande d’AFRICA, in ETIOPIA, sul NILO AZZURRO, crea tensioni con SUDAN ed EGITTO – La RISORSA ACQUA vitale per l’AFRICA: per la vita umana e ogni sviluppo possibile. Tra nazionalismi, crisi demografica, interessi mondiali

(La grande diga della rinascita etiopica sul Nilo Blu, foto da http://www.nigrizia.it/ ) – La GRAND ETHIOPIAN RENAISSANCE DAM è una diga sul fiume NILO AZZURRO in ETIOPIA, che è in costruzione dal 2011, e al luglio 2020 è quasi ultimata (ha iniziato la fase del lento riempimento). Si trova nella regione di BENISHANGUL-GUMUZ in Etiopia, circa 15 km ad est del confine con il Sudan. Con un valore di 6.45 gigawatt, la diga sarà la più grande centrale idroelettrica in Africa una volta completata, nonché la settima più grande al mondo. IL SERBATOIO POTRÀ IMPIEGARE DA 5 A 15 ANNI PER RIEMPIRSI D’ACQUA, a seconda delle condizioni idrologiche durante il periodo di riempimento, e degli accordi raggiunti tra Etiopia, Sudan ed Egitto (….) (da Wikipedia)

   La diga etiope GRAND ETHIOPIAN RENAISSANCE DAM (GERD), è una diga in costruzione dal 2011 in Etiopia, sul fiume NILO AZZURRO (va detto che la costruzione è stata affidata –senza gara d’appalto- all’italiana Salini Impregilo… in un certo senso c’entriamo anche noi…), ed è pressoché ultimata, visto che le autorità etiopi hanno comunicato che è iniziato dai primi giorni di luglio il riempimento della diga.

(grande diga del rinascimento etiope, da http://www.africarivista.it/) – GRANDE DIGA, L’ETIOPIA HA INIZIATO IL RIEMPIMENTO – L’Etiopia ha iniziato a riempire la GRAND ETHIOPIAN RENAISSANCE DAM (GERD), la diga più grande d’Africa: lo ha dichiarato il ministro dell’Irrigazione etiope, secondo quanto riportato da Fana BC, emittente pubblica del Paese africano. La Gerd si trova al centro di una disputa tra Etiopia, Sudan ed Egitto per il controllo delle acque del Nilo di importanza strategica. (15/7/2020, da https://www.africarivista.it/)

   Questa grande diga (usiamo la sigla GERD come viene ora denominata) ha un potenziale di produzione elettrica di 6.45 gigawatt, e a pieno regime e riempimento sarà la più grande centrale idroelettrica in Africa, e la settima più grande al mondo.

   Un enorme invaso che potrà immagazzinare fino a 74 miliardi di metri cubi d’acqua; e questo serbatoio potrà essere riempito in tempi che vanno dai 5 ai 15 anni, a secondo dei valori idrologici, delle piogge e/o siccità che ci saranno…. Ma i tempi di riempimento dipenderanno ancor di più dalle condizioni di trattativa geopolitica, assai dura: nel contenzioso che si è creando e si sta inasprendo con i paesi a valle dell’Etiopia fruitori dell’acqua del Nilo azzurro, cioè il Sudan e l’Egitto. In particolare l’Egitto, paese assai attrezzato militarmente, non può tollerare rischi alla sua economia basata totalmente sull’acqua del Nilo.

Il percorso del Nilo e la nuova diga (Grand Ethiopian Renaissance Dam) su di esso segnata in giallo

   L’Etiopia ha fatto sapere di volersi tenere un margine di libertà per gestire la diga nel massimo interesse per lo sviluppo del paese, che ormai ha superato i 100 milioni di abitanti, diventando il più popoloso dell’Africa dopo la Nigeria; e ancora uno dei più poveri dell’Africa. L’Etiopia spera che la diga porti elettricità a decine di milioni di persone che attualmente vivono senza accesso all’energia elettrica.

CI SONO AREE DEL MONDO IN CUI LA VITA È APPESA non ad un filo, bensì AD UNA GOCCIA D’ACQUA. Nelle estese ZONE RURALI, così come nelle AFFOLLATE BARACCOPOLI DELLE METROPOLI DELL’AFRICA, DONNE, UOMINI E BAMBINI SOPRAVVIVONO AD UNA CRONICA MANCANZA DI ACQUA PULITA. Resistono ad ore di cammino in cerca d’acqua, combattono le insidie di virus e batteri che proliferano nelle fonti non sicure da cui sono costretti a dissetarsi. Milioni di persone che rischiano la vita, ogni giorno. (da http://www.vita.it/ 22/3/2020)

   Dall’altra l’Egitto – che riceve la maggior parte della sua acqua dolce dal Nilo – teme che lo sbarramento minaccerà la sua fornitura di acqua. Anche, ovviamente, il Sudan vuole garanzie sul fatto che l’approvvigionamento idrico essenziale non venga ridotto. Le Nazioni Unite hanno invitato i tre Paesi in contrapposizione a trovare un punto di accordo.

IL CONSUMO DI ACQUA NEL MONDO (da https://oggiscienza.it/)

   E’ evidente che Egitto e Sudan, a valle della GERD, subiranno un notevole impatto nel flusso delle acque che raggiungono e attraversano i loro paesi: la coperta, dell’acqua africana, è assai corta, e se un paese decide a valle di “tenersi più acqua”, per nobili motivi di sviluppo e sostentamento della poverissima popolazione, dall’altra gli altri sono preoccupati della possibile (probabile) riduzione del loro approvvigionamento idrico. E hanno fatto sapere che non possono accettare l’inizio dell’operatività della diga (come sta avvenendo) senza un accordo complessivo su tutti i punti ancora aperti.

L’ACCESSO A SERVIZI IDRICI SICURI IN AFRICA SUB-SAHARIANA È DEL 24% DELLA POPOLAZIONE CIRCA, contro un tasso mondiale del 71%. Non solo sete, ma anche salute. Tra le PRIME CAUSE DI MORTE IN AFRICA, MA ANCHE NEL MONDO, C’È LA DIARREA causata dallo SCARSO ACCESSO AD ACQUA PULITA O SCARSA IGIENE. Sul “triste podio” accanto alla mortalità per infezioni del tratto respiratorio inferiore. Infezioni di questo tipo colpiscono le vie aeree e i polmoni, possono essere causate da virus, batteri, funghi o parassiti, e le malattie più comuni dovute a queste infezioni sono la bronchite e la polmonite (da http://www.vita.it/ 22/3/2020)

   I temi della discordia sono principalmente due: il processo di riempimento dell’invaso in che quantità e in che tempi avverrà? (ovvio che l’Etiopia vuole farlo il più rapidamente possibile, il riempimento fermando l’acqua del Nilo azzurro, in pochi anni, ma gli altri paesi ne sarebbero danneggiati). E il secondo elemento di conflittualità e discordia è stabilire che tipo di gestione ci potrà essere delle acque dell’invaso nel caso di crisi ambientali, siccità (assai probabile con i cambiamenti climatici in corso) o piovosità improvvisa e troppo abbondante: in pratica Egitto e Sudan propongono delle regole molto ferree; o forse una specie di compartecipazione al potere di decisione sulla diga, per non esserne danneggiati.

Il primo ministro dell’Etiopia ABIY AHMED ALÌ (nella FOTO), è il premio Nobel per la pace 2019, per il fatto che ha promosso la riappacificazione con l’Eritrea ponendo fine a vent’anni di guerra tra le due ex colonie italiane, con un conflitto armato etiope-eritreo nel 1998–2000, continuato poi con un conflitto di frontiera tra i due paesi. Ora sta difendendo anche con proclami pubblici bellicosi il progetto della grande diga….

   Messa così la cosa, sembrerebbero ragionevoli le richieste dei paesi a valle della diga: se si considerassero pari situazioni di economia e benessere tra i Paesi. Invece il contesto dell’Etiopia è quello di uno sviluppo “quasi zero” rispetto all’Egitto. Un’Etiopia, come prima detto, con crescita demografica esponenziale ed economia poverissima; con servizi sociali inesistenti. E poi l’Egitto, il Sudan e il Regno Unito ignorarono completamente l’Etiopia e altri paesi africani nei negoziati che portarono all’accordo del 1959 sulla spartizione delle acque del Nilo. E ora un “riequilibrio politico ed economico” tra Stati, dell’uso delle acque del Nilo, nel protrarsi di nazionalismi assai marcati cui è succube l’Africa (come del resto buona parte del pianeta) impedisce, o limita fortemente, forme di cooperazione che gli orgasmi internazionali faticano a portare avanti.

Diga etiope GERD (foto da http://www.analisidifesa.it/)

   E’ per questo che qualcuno ipotizza in futuro (magari in un momento di acuirsi della crisi ambientale, di siccità o altri problemi…) una probabile possibile guerra (la guerra per “l’oro azzurro”, l’acqua) tra il bellicoso Egitto (fornito di esercito e mezzi bellici non da poco) contro una poverissima Etiopia. E’ pur vero che la decisione di costruire una diga così imponente e il modo spregiudicato di portare avanti il progetto da parte di Addis Abeba è per molti analisti e osservatori geopolitici dell’Africa così grave da rendere inutili le trattative.

Il presidente egiziano, ABDEL FATTAH AL-SISI (nella FOTO), mostra i muscoli, e le armate, all’Etiopia per il controllo di quella che, al suo completamento, sarà la diga più grande dell’Africa. “L’acqua è una questione di vita o di morte”, proclama al-Sisi, “nessuno può toccare la quota d’acqua dell’Egitto”.(…) (da https://www.globalist.it/ 6/7/2020)

   Ma serviva davvero un progetto così faraonico per la povera Etiopia? Noi non sappiamo (non abbiamo notizie sufficienti, si parla di tribù costrette ad abbandonare le loro terre, ma approfondiremo…) dei danni che ha provocato alla popolazione la creazione di questo invaso, e le possibili probabili conseguenze negative future …Su questo la Grand Ethiopian Renaissance Dam assomiglia molto alla diga egiziana di ASSUAN (costruita dai sovietici al tempo di Nasser negli anni ’60 del secolo scorso e definitivamente terminata del 1971) che portò gravi danni a tutta l’agricoltura della Valle del Nilo (non più invasa dalle consuete e prolifiche piene che depositava il fertile limo). La diga di Assuan fu la costruzione della “grande piramide” per l’Egitto di Nasser. La Grand Ethiopian Renaissance Dam (già il nome che evoca il Rinascimento…) è la simbolica piramide dell’Etiopia di adesso….

   Non era meglio creare tanti piccoli invasi, microinterventi (per la produzione energetica) lungo il Nilo azzurro etiope, più consoni a uno sviluppo sostenibile, e senza conseguenze di conflittualità con i Paesi a valle?

(Mappa dei Paesi che compongono l’Africa subsahariana altrimenti detta Africa nera – immagine da https://www.africa-express.info/) – La FAO individua i PAESI DELL’AFRICA SUB-SAHARIANA come i PAESI CHE SOFFRIRANNO MAGGIORMENTE DEI CAMBIAMENTI CLIMATICI IN TERMINI DI RIDUZIONE DELLA PRODUTTIVITÀ AGRICOLA E INSICUREZZA IDRICA. Nel 2019, nell’intero continente, ai 7,6 milioni di sfollati in fuga da conflitti, si sono aggiunti 2,6 MILIONI DI PROFUGHI DEL CLIMA. Con alcune delle situazioni più gravi che si sono verificate in ETIOPIA, SOMALIA, SUDAN e SUD SUDAN. (da http://www.vita.it/ 22/3/2020)

   Il primo ministro dell’Etiopia, Abiy Ahmed Ali, è il premio Nobel per la pace 2019, per il fatto che ha promosso la riappacificazione con l’Eritrea ponendo fine a vent’anni di guerra tra le due ex colonie italiane, con un conflitto armato etiope-eritreo nel 1998–2000, continuato poi con un conflitto di frontiera tra i due paesi. Abiy Ahmed Ali è riuscito a pacificare i due Paesi. Ora sta difendendo anche con pubblici bellicosi proclami il progetto della grande diga…. Ma confidiamo nel suo possibile virtuoso operare, perché la gestione dell’immenso invaso non porti troppi problemi ambientali e sociali, né “guerre dell’acqua” devastanti per la popolazione del suo Paese. (s.m.)

(da http://www.vita.it/ del 22/3/2020)

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Grande diga etiopica, trattative in stallo

GERD: A UN PASSO DA UNA CRISI REGIONALE

di Bruna Sironi, da NIGRIZIA del 23/6/2020 – https://www.nigrizia.it/

– Sale la tensione tra ETIOPIA, EGITTO e SUDAN che da anni cercano invano un accordo sulla gestione delle acque del Nilo Blu, fiume vitale per i tre paesi a monte del quale Addis Abeba ha realizzato un’imponente diga. Che minaccia di iniziare ad usare a partire da luglio –

   Mentre nella regione si attende una stagione delle piogge particolarmente abbondante, sembra che si siano arenate un’altra volta le trattative per accordarsi su diversi punti riguardanti la gestione delle acque a valle della Grande diga della rinascita (GREAT ETHIOPIAN RENAISSANCE DAM – GERD), la più grande d’Africa, costruita dall’Etiopia sul corso del Nilo Blu a pochi chilometri dal confine sudanese. Continua a leggere

LE CONCESSIONI AUTOSTRADALI (e superstradali) italiane: la soluzione è NAZIONALIZZARE? – Un sistema da cambiare (ora senza vere gare pubbliche, inefficiente, costoso…) – Con infrastrutture importanti e superiori alle altre realtà europee per l’orografia di un territorio bello e variegato, ma per questo complesso

(nell’immagine il nuovo ponte di Genova, foto da http://www.corriere.it/) – “Il sistema delle concessioni regola gli oltre 6.000 km di rete autostradale sul territorio nazionale. Le strade sono di proprietà pubblica e vengono date in concessione per tempi molto lunghi alle società che le gestiscono. Cosa chiede il governo quando dà la gestione delle autostrade in concessione? Che ci sia coerenza tra i pedaggi che vengono chiesti al casello e quanto viene investito per la manutenzione della rete. Proprio dal pedaggio infatti arriva il denaro per effettuare gli investimenti. Il governo, ex ante ed ex post deve monitorare che tutto sia commisurato e che i soldi chiesti al casello (con i loro relativi adeguamenti nel corso del tempo) siano coerenti con quanto speso per gli investimenti”. (Mariangela Pira da https://tg24.sky.it/economia/ del 15/8/2018)

   La vicenda recente della concessione autostradale ad ASPI (Autostrade per l’Italia), dopo il tragico avvenimento dell’agosto 2018 del crollo del ponte Morandi di Genova che provocò 43 morti, con la decisione finale concordata di un nuovo assetto proprietario per Aspi (con l’entrata finanziaria maggioritaria di Cassa Depositi e Prestiti, in pratica dello Stato), e che in questo post cerchiamo di trattare, ha mostrato come l’idea dei decenni precedenti, che poteva essere buona, di privatizzare servizi essenziali, per renderli più efficienti, tutto questo, almeno per le autostrade non è accaduto.

Le autostrade italiane (mappa da http://www.lastampa.it/) – “Metà di questi 6000 km (di rete autostradale sul territorio nazionale) sono dati in gestione ad “Autostrade per l’Italia”, il resto è dato in concessione ad altre società. La concessione ad Autostrade per l’Italia prevedeva una scadenza nel 2038, posticipata di recente al 2042 come una sorta di compensazione per gli investimenti richiesti proprio dalla costruzione della Gronda di Genova, la tangenziale esterna che avrebbe permesso di sgravare il ponte Morandi di gran parte del traffico”. (Mariangela Pira da https://tg24.sky.it/economia/ del 15/8/2018)

   Qui ci dedichiamo a parlare su come si svolge il sistema delle concessioni autostradali. Rilevando che nella maggior parte di decisioni di avviare sistemi di concessione attraverso meccanismi di coinvolgimento del “privato” (non solo per le autostrade esistenti, ma pensiamo anche all’utilizzo del project financing, cioè opere che devono essere finanziate dal privato e poi da lui gestite), ebbene la soluzione si è dimostrata disastrosa (e ancor più onerosa per le casse dello Stato): il privato, incapace di finanziare l’opera come aveva dapprincipio promesso, alla fine li si offre una “protezione pubblica” totale, dove non mette né capitali, né rischio d’impresa nella futura gestione dell’opera. Ci riferiamo qui, nella constatazione appena fatta, in particolare alla Superstrada Pedemontana Veneta, esempio paradossale di “infrastruttura a carico finanziario del concessionario”, e dove invece il privato di fatto non rischia nulla, e il conto assai salato dell’opera lo sosterrà lo Stato e la regione Veneto.

   In ogni caso, tornando alle autostrade, fa specie verificare come il sistema della concessione a società private (in primis proprio Aspi, che gestisce ben 2.700 chilometri, sui 6.000 totali, della rete autostradale sul territorio nazionale), di fatto non ha portato ad efficienza, ma creato un sistema parassitario monopolistico: per dire, la concessione trentennale, fino al 2038 per Aspi, è anche stata posticipata di recente al 2042 come una sorta di compensazione per gli investimenti richiesti per la promessa della costruzione della Gronda di Genova, tangenziale esterna alla città ligure.

(nella foto il Ponte di Vidor sul Piave, foto da radiovenetouno) – “Se i 1600 ponti della rete autostradale prevedono dunque investimenti e manutenzione a carico dei concessionari, coperti dai pedaggi, diverso è il caso delle decine di migliaia di ponti e viadotti sulle strade a gestione pubblica. Si pensi, ad esempio, alle provinciali, che dipendono da enti svuotati di competenze e risorse. E’ su questa rete che si pone il tema dei fondi e dei vincoli di bilancio. Il paradosso è che, come ricordato dal Tesoro, i soldi spesso ci sono, ma i lavori non partono per l’incapacità di mettere a punto i progetti”. (Mariangela Pira da https://tg24.sky.it/economia/ del 15/8/2018)

   Tanti sono gli elementi che fanno capire l’inadeguatezza del sistema delle concessioni. Su questo c’è stata nel dicembre 2019 una presa di posizione molto importante della Corte dei Conti, che ha approvato una relazione di un suo magistrato (Antonio Mezzera), che mette in rilievo lo spreco finanziario delle concessioni autostradali; e peraltro fa nello stesso momento ipotesi molto concrete di revisione di questo sistema (vi proponiamo stralci della relazione del giudice Mezzera, qui di seguito in questo post).

   Vale su tutto alcune questioni che sembrano finora o poco o del tutto non considerate, nel rapporto tra Stato (tutti noi) (che è proprietario del bene, dell’autostrada) e il privato gestore che, nella lunghezza temporale della concessione, ne diviene un “monopolista naturale”.

traffico su strade urbane (foto da http://www.ilfattoquotidiano.it/)

   Tra le varie cose che non vanno bene, pensiamo ad esempio a come si stabilisce la TARIFFA, il pedaggio, che finora non è stato regolato da un’autorità indipendente e competente. Serve pertanto introdurre una regolazione delle tariffe coerente. Ora in tutta Europa si propone il price cap, che è un meccanismo di prezzo controllato, prezzo limite di un servizio, di un prodotto, stabilito dallo Stato come Ente Regolatore, considerando parametri economici di redditività, di inflazione prevista, di flussi di traffico. Cioè una tariffa studiata, meditata, che preveda sì il giusto profitto del gestore, ma su basi ragionevoli e in efficienza del servizio.

traffico nella città diffusa

   Ma altri sono ancora i temi da approfondire e introdurre nelle concessioni. Come sui CONTROLLI DEGLI INVESTIMENTI attraverso la verifica delle CAPACITÀ REALIZZATIVE E MANUTENTIVE: le manutenzioni straordinarie, i piani di intervento (cosa che non è accaduta con la tragedia del ponte di Genova). E poi l’AFFIDAMENTO DELLA CONCESSIONE, che deve avvenire attraverso selezioni a evidenza pubblica (cioè vere GARE PUBBLICHE). E limitando la DURATA DELLE CONCESSIONI (trent’anni, prorogabili, significa come dicevamo che il concessionario diventa proprietario in monopolio naturale, per sempre, dell’opera). E ancor di più le PROROGHE SENZA GARA PUBBLICA vanno evitate.

(immagine tratta da https://it-it.facebook.com/CovepaVeneto/photos/) + STRADE = + TRAFFICO _ Oramai è assodato che più strade significa più traffico. Adattare strade all’automobile, ampliarle, farne di nuove… significa fomentare la mobilità, alla fine ci si trova nella situazione di dover costruire nuove strade dovute a traffico indotto. Nel breve periodo c’è una variazione dei comportamenti riguardo al modo di spostarsi che deriva dalla nuova infrastruttura; nel medio, nella scelta di servizi quotidiani, si va a cercarli più distanti in una sorta di concorrenza territoriale permessa dalla nuova comunicazione; nel lungo periodo anche le scelte di vita (lavoro e residenza) possono spostarsi in nuovi territori che verranno colonizzati e quindi avremo, oltre al traffico, anche nuova dispersione insediativa la quale anch’essa genererà nuova richiesta di strade. Tutto ciò lo dice l’Europa, questo andrebbe spiegato a chi vuole risolvere il problema traffico sempre e solo con nuove strade/autostrade. (Estratto da “L’ETÀ SUBURBANA: OLTRE LO SPRAWL” di Antonio GALANTI, Aracne Editrice, 2015, pagg. 400 euro 26,00) – (il GRAFICO è una rielaborazione di dati contenuti in RECLAIMING CITY STREETS FOR PEOPLE. Chaos or quality of life? European Commission 2004) – #SPRAWLVENETO #VENETOSPRAWL – Tratto da https://it-it.facebook.com/CovepaVeneto/

   Una cosa paradossale è poi che le CONVENZIONI di concessione tra Stato e Società privata sono SECRETATE, non si possono conoscere i loro contenuti, i patti stabiliti (per motivi di riservatezza dei piani economici delle società, questa sarebbe la motivazione). Solo ultimamente, attraverso forti pressioni di opinione pubblica critica nei confronti dei concessionari, gli stessi concessionari, su base volontaria, hanno pubblicizzato le convenzioni, però (però!) “nascondendo”, SECRETANDO, ALCUNI “ALLEGATI” STRATEGICI, più significativi dal punto di vista economico-finanziario. E allora nulla cambia.

La città diffusa e la difficoltà di mobilità senza l’auto – “Uno dei maggiori problemi in corso di valutazione riguarda il fenomeno dell’induzione del traffico generata dai MODELLI INSEDIATIVI DISPERSI. Esso postula che – in considerazione dell’adattabilità dell’utente automobilistico alle condizioni stradali – ogni modifica di queste stesse condizioni in termini di miglioramento e dunque di maggiore accessibilità, genera un aumento della domanda di spostamenti che nel tempo congestiona di nuovo il sistema stradale, il ché produce, a sua volta, una nuova domanda di miglioramento stradale in un processo ciclico auto-alimentante che crea sempre maggiore congestione. Inoltre, si generano modifiche a medio, breve e lungo termine nei comportamenti e nelle scelte localizzative: nel breve e medio termine le persone sfruttano questi miglioramenti in termini di risparmi di tempo o – a parità di tempo visto che tali miglioramenti consentono di dilatare ulteriormente gli spostamenti – per fare più cose in luoghi sempre più distanti: acquisti, attività sportive e ricreative, ecc. Nel lungo termine ciò finirà per influenzare non solo i loro comportamenti quotidiani ma le loro stesse decisioni di localizzazione, in particolare dove desiderano vivere rispetto ai luoghi di lavoro: in alcuni casi, taluni saranno propensi a sfruttare la possibilità di ridurre i tempi di percorrenza, altri invece a mantenerli ma dilatando i loro spostamenti. Insomma più accessibilità genera più mobilità che produce più dispersione.” (Estratto da “L’ETÀ SUBURBANA: OLTRE LO SPRAWL”, di Antonio GALANTI, 2015, Aracne Editrice, pagg. 400 euro 26,00) – Tratto da https://it-it.facebook.com/CovepaVeneto/

   Altro tema è che per quanto riguarda gli interventi per lavori ordinari e straordinari delle concessionarie, il coinvolgimento di altre ditte, competenze, non serve che venga fatta una gara pubblica: cioè una parte importante del mercato dei lavori delle concessionarie autostradali è scomparsa a seguito dell’introduzione legislativa, ad inizio 2009, della POSSIBILITÀ, per i concessionari privati, DI AFFIDARE IN VIA DIRETTA – senza gara d’appalto – fino al 60% dei lavori a società loro controllate o collegate.

   Tutto fa capire che un riposizionamento radicale delle concessioni autostradali non è più prorogabile, al fine di evitare rendite di posizioni dannose per il bene pubblico. (s.m.)

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Lo stato delle autostrade italiane e delle concessioni in corso

LE CONCESSIONI AUTOSTRADALI

(STRALCI ripresi dalla RELAZIONE del magistrato ANTONIO MEZZERA approvata il 18/12/2019 dalla CORTE DEI CONTI, “Sezione Centrale di controllo sulla gestione delle Amministrazioni dello Stato”)

Sintesi

   “La relazione, vista la notevole rilevanza delle concessioni autostradali e degli interessi economici pubblici e privati coinvolti, analizza le modalità di realizzazione e i costi dell’assetto in vigore, per verificarne l’impatto sulla finanza pubblica e sulle scelte dell’utenza anche in considerazione del fatto che, fin dagli anni Novanta, le Autorità indipendenti lamentano la mancata apertura al mercato delle concessioni e l’opacità nella loro gestione, non essendo state le convenzioni di affidamento, fino all’anno passato, rese pubbliche.

   Per superare le rilevanti obiezioni sollevate degli organi tecnici e di controllo la maggior parte delle concessioni furono approvate per legge nel 2008.

   Serrato, nel corso degli anni, è stato il confronto con l’Unione europea per ottenere deroghe all’affidamento tramite gara; peraltro, il mancato ricorso al mercato ha provocato, già nel 1997, la dichiarazione di illegittimità, da parte della Sezione di controllo della Corte dei conti, dell’attribuzione della più importante concessione.

   Effetti del tutto simili alla proroga formale conseguono dall’eccessivo valore di subentro, dalla proroga di fatto a seguito di mancato tempestivo riaffidamento della concessione e dalla revisione contrattuale attraverso la gestione unificata di tratte interconnesse, contigue o complementari se consentono di modificare i rapporti esistenti senza nuovo affidamento alla scadenza.

   In tale contesto, nel 2018 è stata anche limitata al 60 per cento la percentuale di affidamenti esterni cui le concessionarie sono obbligate, in deroga alla disciplina di maggior rigore dettata per gli altri settori.

   Il mantenimento dello status quo ha accentuato le inefficienze riscontrate nel sistema, quali l’irrazionalità degli ambiti delle tratte, dei modelli tariffari, di molte clausole contrattuali particolarmente vantaggiose per le parti private. Inoltre, costante è risultata, nel tempo, la diminuzione degli investimenti.

   La pluralità di modelli concessori ha reso problematica la valutazione delle performance con investimenti sottodimensionati ed extraprofitti, cosa, peraltro, contestata dalle concessionarie.

   Sono state segnalate dalle autorità indipendenti numerose carenze gestorie soprattutto nella fase successiva alla privatizzazione:

  1.  sulle tariffe, sinora non regolate da un’autorità indipendente secondo criteri di orientamento al costo;
  2.  sul capitale, non remunerato con criteri trasparenti e di mercato;
  3.  sull’accertamento periodico dell’allineamento delle tariffe ai costi;
  4.  sui controlli degli investimenti attraverso la verifica delle capacità realizzative e manutentive.

   Anche le procedure per le nuove concessioni sono state lunghe e intraprese dopo la scadenza delle vecchie convenzioni; l’incertezza derivata ha creato ulteriore confusione nel settore.

   Il Ministero delle infrastrutture segnala la rilevante litigiosità con le concessionarie avente a oggetto, soprattutto, l’adeguamento delle tariffe, le approvazioni dei progetti, i provvedimenti sanzionatori, l’attuazione dei lavori, le subconcessioni.

   Peraltro, il principio della leale collaborazione dovrebbe essere a fondamento dei rapporti tra concedente e concessionarie; al contrario, la conflittualità, dal 2012, si è inasprita, arrivandosi a 401 contenziosi pendenti.

   L’attività di controllo sulla complessa gestione è ostacolata, come riconosciuto dallo stesso Ministero, dalla scarsità del personale dedicato, benché nelle concessioni il controllo e la vigilanza del concedente risultino immanenti al sistema, in quanto posti in essere anzitutto nell’interesse dello stesso concedente.

   Per quanto il d.l. n. 109/2018 abbia previsto la costituzione dell’Agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie e delle infrastrutture stradali e autostradali (Ansfisa), questa, a oggi, ancora non è operativa. L’attribuzione di penetranti competenze all’Autorità di regolazione dei trasporti in materia al fine di tutelare maggiormente gli interessi pubblici coinvolti potrà risultare efficace solo con un’amministrazione dotata di qualificazioni tecnico-professionali in grado di negoziare con la controparte privata.

Lo stato delle concessioni in Italia

La rete autostradale italiana è un sistema infrastrutturale articolato e caratterizzato, a causa della particolare orografia del territorio, da un numero di opere d’arte superiore a quello delle altre realtà europee.

   La sua lunghezza è di circa 7.400 km, di cui oltre 6.800 in esercizio; su di esso transita il 90 per cento del trasporto merci via terra e il 25 per cento della mobilità nazionale.

   La maggior parte della sua estensione, poco meno di 6.000 km, è affidata a società concessionarie, mentre la restante ad Anas.

   La rete a pedaggio è gestita da 22 società con 25 rapporti concessori; inoltre, sono state costituite società partecipate pariteticamente da Anas e regioni, per circa 480 km, e ulteriori società concedenti che operano per la costruzione di autostrade regionali, per 220 km. Delle concessionarie, 14 sono a maggioranza privata e ricorrono ad affidamenti in house; gestiscono il 75 per cento della rete e il 77 per cento del traffico annuale.

   In linea generale, la quasi totalità delle tratte sono state affidate o prorogate senza gare in assenza di confronto concorrenziale, con un vulnus ai principi europei e nazionali.

(……)

Oggetto e finalità dell’indagine

La relazione (questa, del Magistrato Mezzera, della Corte dei Conti, NDR), considerata la rilevanza delle concessioni e degli interessi economici pubblici e privati coinvolti, analizza le modalità di realizzazione e i costi dell’assetto in vigore, anche per verificarne l’impatto sulla finanza pubblica e sulle scelte dell’utenza, tenuto conto delle sollecitazioni dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato (Agcm), che, da tempo, ha chiesto:

  1.  di disporre l’affidamento attraverso selezioni a evidenza pubblica, limitando la durata delle concessioni e il loro ambito oggettivo;
  2.  di fissare una durata non ingiustificatamente lunga, strettamente necessaria a recuperare gli investimenti, con la possibilità di compensazione delle concessionarie uscenti per gli investimenti non ancora ammortizzati al subentro;
  3.  di evitare la proroga delle concessioni attraverso il tempestivo avvio del procedimento di evidenza pubblica per l’affidamento delle nuove;
  4.  di introdurre una regolazione delle tariffe coerente con la logica del price cap (“price cap” è un meccanismo di prezzo controllato, prezzo limite di un servizio, di un prodotto, stabilito dallo Stato come Ente Regolatore, considerando parametri economici di redditività, di inflazione prevista, di flussi di traffico… ect; NDR)

(….) Scarsa è stata negli anni l’attenzione degli organi di controllo interno del Ministero vigilante sull’argomento; infatti, nonostante la rilevanza delle risorse finanziarie coinvolte, nessun organismo indipendente di valutazione (Oiv) o servizio di controllo interno ha proceduto a valutazioni sullo stato delle concessioni, pur in presenza di numerosi pronunciamenti delle Autorità indipendenti che, da anni, segnalano le numerose criticità del sistema vigente.

I rigorosi principi europei sulle concessioni

La direttiva 2014/23/Ue mira a costituire un sistema delle concessioni uniforme, eliminando le differenze tra le discipline nazionali che possano produrre distorsioni nel mercato interno e promuovendo un modello omogeneo.

   Pertanto, nel rinnovo delle concessioni scadute o nell’attribuzione di nuove, si devono osservare modalità che garantiscano la concorrenza mediante procedure competitive, favorendo la qualità delle prestazioni e i principi di economicità, efficacia, tempestività e correttezza.

   I ricavi di gestione devono provenire dalla vendita dei servizi; la parte privata non può essere sollevata dalle perdite mediante la garanzia di un introito minimo pari agli investimenti e ai costi; di conseguenza, a essa è trasferito il rischio di mercato, con obbligo di internalizzare l’eventualità di non coprire gli investimenti e i costi.

   Tale rischio non deve essere minimo, trascurabile o puramente nominale.

   La durata della concessione deve essere limitata al tempo necessario per il recupero degli investimenti unitamente a un ritorno sul capitale; pertanto, le concessioni di durata lunga non appaiono coerenti con il diritto europeo quando siano preclusive all’accesso al mercato.

Tali principi sono stati trasfusi nel nuovo codice dei contratti.

La tardiva pubblicazione delle convenzioni

A partire dalla privatizzazione delle concessioni, e cioè per un ventennio, le convenzioni non sono state ostensibili e, di conseguenza, pubblicate sul sito ministeriale, pur essendo molte concessionarie quotate in borsa, ove la trasparenza e l’informazione al mercato sono richieste. Ciò ha prodotto, nel tempo, un’“area grigia” nei rapporti concessori, caratterizzati da incertezza giuridica ed economica, con sacrificio dell’interesse generale alla conoscenza a favore di quello privato delle concessionarie, pur venendo impegnate ingenti risorse tali da giustificare la necessità di un controllo diffuso.

   Il 2 febbraio 2018 SI È, INFINE, PROVVEDUTO ALLA PUBBLICAZIONE DELLE CONVENZIONI, peraltro solo dopo aver chiesto il consenso alle concessionarie, che ne hanno sostenuto il carattere volontario, A ECCEZIONE, tuttavia, DEGLI ALLEGATI PIÙ SIGNIFICATIVI dal punto di vista economico-finanziario, quali quelli concernenti:

– la remunerazione del capitale investito per la costruzione di nuove opere o per il loro adeguamento (Wacc, weighted average cost of capital), fondamentale per la determinazione dei parametri delle formule per la revisione delle tariffe;

– il piano-economico finanziario;

– la descrizione delle opere da realizzare;

– il recupero degli introiti per gli investimenti non realizzati;

– il cronoprogramma degli investimenti;

– le inadempienze, le sanzioni e le penali.

   Tali dati sono imprescindibili per la valutazione della sana gestione e dell’effettivo perseguimento dell’interesse pubblico nella gestione concessoria.

   Nonostante ciò, ancora nel maggio 2018 l’Associazione italiana delle società concessionarie per la costruzione e l’esercizio di autostrade e trafori stradali (Aiscat) ebbe a sostenere che la PUBBLICITÀ NON avrebbe potuto essere ESTESA AGLI ALLEGATI, pur acconsentendo le concessionarie alla pubblicazione dei contratti, sebbene in assenza di un obbligo legislativo.

   A fronte di un generale INTERESSE PUBBLICO ALLA TRASPARENZA, sempre secondo la stessa associazione, sarebbe la stessa legge a prevedere che, per tutelare interessi economici e commerciali di operatori privati, possono essere posti limiti alla trasparenza e alla pubblicità; pertanto, anche nell’eventualità di una richiesta di accesso generalizzato, gli allegati avrebbero costituito un caso di esclusione prevista, contenendo dati rappresentativi di strategie commerciali di impresa.

(……)

Peraltro, dopo il crollo del ponte ‘Morandi’ di Genova, sia il Ministero delle infrastrutture che la concessionaria coinvolta hanno provveduto, nell’agosto del 2018, all’integrale pubblicazione degli atti, dimostrando, in tal modo, l’inconsistenza, dal punto di vista sostanziale, delle motivazioni, pur di recente difese sotto il profilo formale, per anni addotte contro la generalizzata conoscibilità degli atti.

La proroga delle concessioni del 1997

Nella ricostruzione del regime attualmente in vigore, fondamentale fu l’avvio, nel 1996, della procedura per la privatizzazione della società Autostrade. Il quadro regolatorio fu definito da due delibere Cipe che individuarono gli adempimenti per il rinnovo delle concessioni. La nuova convenzione del 4 agosto 1997 tra Anas e la società Autostrade, con proroga ventennale della precedente, fu adottata “al fine di meglio disciplinare la complessità dei rapporti maturati nel tempo, anche alla luce della normativa intervenuta in materia di opere pubbliche”.

   La base legislativa fu rinvenuta nell’art. 14 del d.l. 11 luglio 1992, n. 333, che prevedeva, nella prospettiva della privatizzazione degli enti di gestione delle partecipazioni statali, che le attività attribuite o riservate “per legge o con atti amministrativi ad amministrazioni diverse da quelle istituzionalmente competenti, a enti pubblici ovvero a società a partecipazione statale” restassero “attribuite a titolo di concessione ai medesimi soggetti attualmente titolari”.

   Tuttavia, la Sezione di controllo della Corte dei conti ricusò il visto alla proroga in quanto non conforme a legge, considerando che:

  1. nel settore operavano, in qualità di concessionari, soggetti pubblici e privati;
  2.  l’istituto giuridico da applicarsi fosse la concessione di costruzione e gestione di opera pubblica;
  3.  le concessioni, che, di norma, avevano durata trentennale, potevano essere prorogate esclusivamente per ristabilire condizioni di equilibrio nei piani finanziari che le supportavano, quando il concedente non ritenesse possibile o conveniente, in relazione a sopravvenute esigenze, agire sulle altre due componenti del rapporto, il contributo dello Stato e il regime tariffario.

   Peraltro, il Governo pro tempore ritenendo che l’ottemperanza alla deliberazione della Corte dei conti avrebbe determinato un limite al processo di privatizzazione, la cui certezza e rapidità dei tempi di attuazione rappresentavano uno dei momenti qualificanti della sua politica economica, attivò la procedura per la registrazione con riserva della proroga.

   Successivamente alla Corte dei conti, anche l’Autorità garante della concorrenza e del mercato (Agcm) si pronunciò contro la proroga (…….) ma nonostante ciò, fu stabilito che si sarebbe potuto procedere all’estensione del periodo di concessione a favore delle società interessate per la risoluzione del contenzioso pregresso, così come la proroga alla società Autostrade avrebbe sanato il contenzioso relativo ai mancati adeguamenti tariffari.

(se interessa completare la lettura della relazione integrale su “LE CONCESSIONI AUTOSTRADALI” del Giudice ANTONIO MEZZERA, approvata dalla Corte dei Conti il 18/12/2019, cliccare su questo link:

https://www.corteconti.it/Download?id=145d14c4-8879-4244-a2b0-0f04606402bc )

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AUTOSTRADE NAZIONALIZZATE: DOMANDE E RISPOSTE

da https://phastidio.net/ del 15/7/2020

   In base a quanto sappiamo dopo il consiglio dei ministri notturno, proviamo a valutare cosa è accaduto, cosa potrà accadere e -soprattutto- se i contribuenti e gli utenti di Autostrade per l’Italia potranno avere un qualche beneficio. Ovviamente sulla base di quanto sappiamo oggi.

Che è accaduto? Continua a leggere

SANTA SOFIA, a Istanbul in Turchia, mirabile luogo architettonico e simbolo della reciproca comprensione tra cristianesimo e islam, dal 1934 museo, ridiventa ora MOSCHEA per volere degli ultra-nazionalisti turchi e di ERDOGAN – Un nuovo passo indietro di una Turchia che poteva essere un ponte di pace tra oriente e occidente

(facciata di Santa Sofia, foto da http://www.bisanzioit.blogspot.com/) – La vicenda della (ri)TRASFORMAZIONE IN MOSCHEA dal 24 luglio 2020 del sito di SANTA SOFIA a ISTANBUL in TURCHIA, fa discutere perché si tratta di un luogo sacro non soltanto per il culto islamico. Costruito nel 537 sotto l’Imperatore GIUSTINIANO I, il padre del Corpus Iuris Civilis, fino al 1453 l’edificio fu una CATTEDRALE CRISTIANO-ORTODOSSA dedicata al Logos, la parola di Dio, e sede del Patriarcato di Costantinopoli, con la sola eccezione del periodo dal 1204 al 1261 quando i CROCIATI saccheggiarono il tempio e lo trasformarono in una CATTEDRALE CATTOLICA. Con la caduta dell’Impero Romano d’Oriente e la presa di Costantinopoli per mano dei turchi ottomani guidati dal sultano MAOMETTO II, la cattedrale venne trasformata in una MOSCHEA innalzata alla Divina Sapienza e così rimase fino al 1934 (quando il presidente MUSTAFA KEMAL ATATURK, fondatore della moderna, laica, repubblica turca, trasformò SANTA SOFIA IN UN MUSEO, spogliandola, almeno ufficialmente, del valore religioso). Nel 1985, l’UNESCO ha accolto la candidatura dell’AREA STORICA DI ISTANBUL, in cui spiccava il MUSEO DI HAGIA SOPHIA, iscrivendola nella lista dei PATRIMONI DELL’UMANITÀ. La basilica, importante meta turistica, è considerata simbolo d’identità per i nazionalisti che ogni anno, il 29 maggio, davanti alle sue porte, festeggiano l’anniversario della conquista ottomana di Costantinopoli

   Dal 24 luglio 2020 SANTA SOFIA a Istanbul ridiventa moschea (lo era stata dal 1453 al 1934). Luogo simbolo della reciproca comprensione tra cristianesimo e islam all’interno di una Turchia “stato laico”, come lo aveva prospettato Mustafa Kemal Ataturk, fondatore della moderna repubblica turca, tutto questo ora viene superato dall’attuale presidente Recep Tayyip Erdogan (alla guida della Turchia da 18 anni, prima come primo ministro e poi come presidente).

Manifestanti favorevoli alla riconversione di Santa Sofia, il 10 luglio 2020; sul cartellone si vede la faccia di Erdoğan affiancata a quella del sultano Maometto II, il conquistatore di Costantinopoli (foto da http://www.ilpost.it/)

   Nel 1935 Ataturk, trasformò Santa Sofia in un museo, spogliandola, almeno ufficialmente, del valore religioso. In questi decenni la basilica, oltre che un’importante meta turistica e sito patrimonio dell’umanità per l’Unesco dal 1985, è però anche considerata simbolo d’identità per gli ultranazionalisti turchi, che ogni anno, il 29 maggio, davanti alle sue porte, festeggiano l’anniversario della conquista ottomana di Costantinopoli (nel 1453 da parte del sultano Maometto II).

(Santa Sofia con la panoramica su Istanbul) – ISTANBUL, sulle rive del Bosforo, è il maggior centro urbano della Turchia (con attualmente 15,5 milioni di abitanti). Prima di chiamarsi Istanbul era COSTANTINOPOLI, nome tenuto dalla città nel periodo intercorrente tra la rifondazione ad opera dell’imperatore romano Costantino I e la conquista da parte del sultano ottomano Maometto II, cioè dal 330 al 1453. Prima del 330 d.C. si chiamava BISANZIO (fondata nel 659 a.C. da coloni greci). E’ dal 1930 che il nome Istanbul venne ufficializzato e reso esclusivo dalle autorità turche. È la città che subì più assedi nella storia umana, capitolando solamente due volte: la prima durante il saccheggio dei crociati nel 1204 e la seconda quando fu definitivamente conquistata dagli ottomani nel 1453. (testo e foto da Wikipedia)

   La condiscendenza e approvazione di Erdogan alla decisione del Consiglio di Stato turco di considerare illegittimo quell’atto del 1935 di trasformazione dell’allora moschea in museo, è da tutti considerato una chiara manovra politica dell’attuale presidente: per vincere le prossime elezioni (in una fase di crisi sua e del suo partito); per togliere il peso agli oppositori interni che stanno crescendo; per ribadire pertanto il controllo sul Paese, ma anche “all’esterno”; per mostrare una Turchia che va controcorrente e si islamizza ancora di più.… E’ così che la trasformazione (ritorno) di santa Sofia in moschea fa parte delle provocazioni di Erdogan, non si sa contro chi e per chi: gli oppositori interni? L’Europa? Il distogliere l’attenzione dalla crisi economica?…..

(foto da http://www.globalist.it/) – Bavaglio e manette. Manette e bavaglio: “L’ex presidente e presidente onorario di AMNESTY INTERNATIONAL TURCHIA, TANER KILIC e la direttrice IDIL ESER sono stati condannati rispettivamente a sei anni e mezzo e a 25 mesi di reclusione. “COSÌ LA TURCHIA RIDUCE AL SILENZIO COLORO CHE DIFENDONO I DIRITTI”. Lo ha dichiarato Riccardo Noury, portavoce di Amnesty international Italia. (…) Taner Kilic è stato condannato per appartenenza a un’organizzazione terrorista affiliata al chierico Fetullah Gulen, mentre Idil Eser e gli altri due imputati sono stati accusati di sostenere la stessa organizzazione. (da https://www.globalist.it/ 3/7/2020)

Paradossale che ci si richiami poi (ancora), in questi mesi, a un’entrata della Turchia nell’Unione Europea, ben sapendo che ogni parametro di democrazia e diritti civili richiesti dalla UE, in questi anni, mesi, e adesso, sono del tutto lontani dall’essere rispettati.

mappa da Wikipedia

   In questo nuovo assetto ultra-nazionalistico, ogni opposizione viene sedata, non ha più senso, significato, nello stato islamico. Non a caso la proclamazione a moschea di Santa Sofia avviene il 24 luglio, venerdì: e non è solo perché giorno della preghiera islamica; ma anche forse perché il 24 luglio è data simbolica per la Turchia: in quel giorno, nel 1923, è stato firmato il Trattato di Losanna che stabiliva i confini della Turchia moderna, dopo la sconfitta nella prima guerra mondiale dell’ormai ex Impero Ottomano. Simboli e significati che si ripropongono per fini esclusivamente attuali di dominio, di potere, interno e internazionale, di paesi e governanti che così rinsaldano sempre più in forma autoritaria un potere che sennò rischia di essere messo in discussione.

INTERNO DI SANTA SOFIA (foto ripresa da http://www.festivaldelmedioevo.it/)

   A nostro parere però la Turchia vive la dicotomia ideale tra realtà urbane che non ne vogliono sapere di uno stato confessionale, religioso, e (forse) aree rurali più tradizionaliste e conservatrici, tra città e campagna. E l’islamizzazione in Turchia convive con costumi e quotidianità molto occidentali… nei consumi (specie per i giovani), nella informazione globale, nella letteratura, nel cinema…nello stesso sport (pensiamo alle squadre turche di calcio, basket inserite in campionati europei….).

(foto da http://www.analisidifesa.it/) – “(…) Le mire turche sul mare hanno causato gli scontri di dicembre con CIPRO per il controverso ACCORDO FIRMATO DA ANKARA CON LA LIBIA. Nascosto nelle pieghe di un presunto corridoio di sicurezza ed assistenza fra Turchia e Libia, si cela il disegno di una VERA E PROPRIA “AUTOSTRADA” A CONTROLLO TURCO per replicare quanto già sperimentato nella Zona Economica Esclusiva (Exclusive Economic Zone, Eez) in acque cipriote. Dal 7 dicembre (2019, ndr) il MEMORANDUM D’INTESA FIRMATO DA ERDOGAN CON IL CAPO DEL GOVERNO DI ACCORDO NAZIONALE DELLA LIBIA, FAYEZ AL-SERRAY, sfida ufficialmente le regole del diritto internazionale. L’accordo stabilisce infatti i CONFINI DELL’ENNESIMA ZONA ECONOMICA ESCLUSIVA (EEZ) TRA TURCHIA E LIBIA, che però stavolta non ha COME SCOPO SOLO LA SICUREZZA, MA ANCHE LA RICERCA E LA GESTIONE DI RISORSE ENERGETICHE NELLA ZONA.(…)” (“TURCHIA, IL PIANO DI ERDOGAN PER LA CONQUISTA DEL MEDITERRANEO”, di CLAUDIA SEGRE, da https://www.firstonline.info/ del 23/6/2020)

   Insomma difficile pensare che si possa perseguire con successo un progetto di fare della Turchia il centro dell’islamismo mondiale (così sembra volere Erdogan con quest’ultima decisione di far diventare Santa Sofia moschea…). Erdogan che si fa paladino dell’islamismo, ma anche della causa palestinese, del processo all’uccisione del giornalista Jamal Khashoggi”, il giornalista saudita ucciso nel consolato dell’Arabia Saudita a Istanbul nel 2018….tutte cause che di per sé possono apparire positive: in un disegno autoritario e senza possibilità di opposizione; oltre il proprio potere personale nulla deve esistere.

“(…) ATATÜRK fu il presidente che RIFORMÒ IL PAESE IN SENSO LAICO DOPO LA FINE DELL’IMPERO OTTOMANO, e per tutto il Novecento era stato considerato il padre fondatore della Turchia. Ma LA SUA EREDITÀ È STATA FORTEMENTE MESSA IN DISCUSSIONE DALL’ATTUALE CLASSE DIRIGENTE del paese e DALLO STESSO ERDOĞAN, che sul suo conto ha espresso opinioni spesso ambigue alimentando il risentimento serbato per decenni dai turchi più conservatori. Molte azioni di governo di Erdoğan, dal divieto di vendita di alcolici vicino alle moschee o la cancellazione del divieto del velo nelle università, sono servite a rendere il paese meno laico un pezzetto alla volte.(…)” (da ILPOST.IT https://www.ilpost.it/, 11/7/2020)

   E’ da capire quanto la parabola dispotica di Erdogan possa continuare: se fino a che lui ci sarà; se ci saranno continuatori alla sua linea politica; se le forze democratiche turche riusciranno ad opporsi. Di per sé l’eliminazione di un simbolo, come la basilica di santa Sofia, che era diventata esempio mirabile architettonico e pittorico (visitata da centinaia di migliaia di persone ogni anno, peraltro con un introito economico non da poco), è voler non riconoscere un simbolo di fraternità fra religioni; un altro ponte che cade di comunicazione che la Turchia poteva rappresentare, essere, di scambio fra oriente e occidente, tra mondo islamico, cristiano, ebraico. (s.m.)

“(…) ERDOĞAN è alla guida della Turchia, prima come primo ministro e poi come presidente, da 18 anni, e nonostante alle ultime elezioni presidenziali abbia ottenuto un nuovo mandato fino al 2023, ultimamente le cose non gli stanno andando benissimo. L’anno scorso il suo Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP) ha perso – per due volte, dopo che le elezioni contestate dallo stesso presidente erano state ripetute – alle amministrative di Istanbul, città dove Erdoğan è nato e di cui peraltro fu sindaco negli anni Novanta. RICONVERTIRE SANTA SOFIA IN MOSCHEA È CONSIDERATO DAGLI OPPOSITORI DEL PRESIDENTE COME UNA MOSSA PER RIPRENDERE IL CONTROLLO, ANCHE SOLO SIMBOLICAMENTE, DELLA PROPRIA CITTÀ (…)”(da ILPOST.IT https://www.ilpost.it/, 11/7/2020)

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LA PROTESTA DELL’UNESCO – La decisione di Erdogan è uno schiaffo in faccia al mondo che chiedeva di mantenere integro «IL LUOGO-SIMBOLO DELLA RECIPROCA COMPRENSIONE TRA CRISTIANESIMO E ISLAM» per dirla con le parole del Patriarca Bartolomeo. L’UNESCO aveva invitato la Turchia a non prendere una decisione unilaterale sul tempio

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SANTA SOFIA. UN LUOGO DI CONTROVERSIE. E UN «RITORNO» CHE DIVIDE

di Franco Cardini, da AVVENIRE del 10/7/2020

   Santa Sofia, come siamo abituati a chiamarla, ossia Aghia Sophia com’era stata intitolata alla fondazione, Ayasofya come la chiamano i turchi: non è mai vissuta fuori dalle controversie. Fondata probabilmente sul modello delle basiliche romane – la tradizione dice da Costantino – e completata dall’imperatore Costanzo II nel 360, ma incendiata poi nel 404 in seguito a una rivolta, venne riedificata come la più ricca e imponente chiesa della capitale imperiale da Giustiniano, che ne mantenne la dedicazione alla Divina Sapienza (in greco, appunto, Aghia Sophia), vale a dire alla Seconda Persona della Santissima Trinità, il Figlio L’imperatore e legislatore affidò agli architetti Isidoro di Mileto e Antemio di Tralle un complesso lavoro di totale ristrutturazione che durò solo cinque anni in quanto sostenuto da un finanziamento colossale.

   La sua immensa cupola, di circa 30 metri di diametro, crollò nel 555-556 e venne sostituita da un edificio di ridotte dimensioni che tuttavia, con i suoi 61 metri di altezza, 77 di lunghezza e 71 di larghezza, era comunque il più straordinario monumento dell’impero. Marmi e metalli preziosi furono impiegati a profusione per l’edificio, completamente rivestito all’interno di mosaici. Le pietre e le colonne che erano state utilizzate per costruirlo provenivano, a quanto si diceva, da diversi luoghi dell’impero, a cominciare dal saccheggio del grande tempio di Artemide a Efeso.

   A partire dal VII secolo l’Impero romano d’Oriente, che siamo soliti chiamare Bisanzio, fu scosso dalla crisi iconoclasta; diversi imperatori aderirono al movimento contrario alle immagini sacre, fino a quando il lungo periodo di contese si concluse sotto il regno del basileus Michele allorché una cerimonia in Aghia Sophia, tenuta l’11 marzo dell’843, riaffermò solennemente e definitivamente il dettato del secondo concilio di Nicea, legittimando di nuovo la proskynesis (prostrazione) dinanzi alle immagini: secondo un culto di adorazione per Dio, di venerazione per Maria, gli angeli, i santi. Simbolo dell’unità religiosa dell’impero, la chiesa fu gravemente minacciata nelle fasi preliminari della conquista latina di Costantinopoli, nel 1204: in quell’occasione un gravissimo incidente avvenne mentre Alessio IV, il giovane principe che i “crociati” avevano rimesso sul trono, insieme al padre dopo un colpo di stato dello zio, in cambio della promessa di ingenti ricompense, era fuori dalla città accompagnato da alcuni dei baroni franchi in una spedizione contro i bulgari. Una banda di fiamminghi, pisani e veneziani mossero un attacco contro il quartiere musulmano per depredarlo: i residenti risposero con l’aiuto dei greci. Le conseguenze furono terribili perché un incendio divampò e il vento spinse le fiamme in profondità, estendendosi per circa 500 metri e arrivando a sfiorare Aghia Sophia. Seguirono settimane di tensione, al culmine delle quali i crociati saccheggiarono e conquistarono la capitale; preventivamente, i capi della crociata si erano riuniti per accordarsi sulla suddivisione del bottino e dell’Impero: al patriarca veneziano andava Aghia Sophia, convertita dalla confessione greca a quella latina che gli occupanti volevano imporre a una capitale recalcitrante.

   Proprio in quella sede il 16 maggio del 1204 il conte Baldovino IX delle Fiandre venne incoronato imperatore di Costantinopoli mentre il veneziano Tommaso Morosini ne divenne patriarca. Così, quando con l’aiuto dei genovesi, nemici dei veneziani, i greci riconquistarono la città, o quel che ne restava dopo le devastazioni, il 13 marzo 1261 fu sempre in Aghia Sophia che Michele VIII fu incoronato basileus. Chi vuol saperne di più può leggere adesso il bel libro di Marina Montesano, Dio lo volle? (Salerno editore, 2020). L’impero bizantino si trascinò stancamente per un paio di secoli, fino a quando gli ottomani non misero fine all’agonia; tuttavia, non prima che i cattolici imponessero, in cambio dell’aiuto (che comunque non arrivò mai) contro il Turco, la forzata riunione dei greci alla Chiesa di Roma: l’imperatore accettò, mentre buona parte del clero ortodosso e del popolo costantinopolitano si ribellava, e fu ancora in Aghia Sophiache il 12 dicembre del 1452 alla presenza del cardinale Isidoro patriarca latino di Costantinopoli, appositamente giunto da Roma, che si celebrò la fine dello scisma iniziato nel 1054. Dopo la conquista ottomana del 1453, il sultano Mehmet II convertì la chiesa in moschea: come dicono molti cronisti dell’epoca, fra i quali il fiorentino Cristoforo Buondelmonti, al momento della conquista l’edificio si trovava in uno stato fatiscente.

   I restauri e gli abbellimenti continuarono sotto i successori del conquistatore; gli ultimi lavori importanti, realizzati verso la metà dell’Ottocento, furono affidati ad architetti italiani. Dopo lo smantellamento dell’impero ottomano e la rivoluzione nazionalista di Mustafa Kemal Atatürk, nel 1935 si volle trasformare Ayasofya in un «tempio laico», cioè in un museo, in linea con la politica del governo. In anni recenti il presidente Recep Tayyip Erdogan ha permesso, se non favorito, il ritorno di diversi edifici del Paese a luoghi di culto: Chora, un’altra chiesa bizantina di Istanbul che pure era diventata una moschea e poi un museo è ora di nuovo moschea; e fuori dalla capitale edifici simili a Iznik e Trabzon. Da un paio d’anni a questa parte il presidente promette (o minaccia: secondo i punti di vista) di fare lo stesso con Ayasofya che tornerebbe al suo ruolo di luogo di culto. Va detto ch’esso è stato tale – cristiano latino, cristiano greco o musulmano – per oltre 1.500 anni. Evidentemente Erdogan intende con ciò ottenere ulteriore consenso da parte della base tradizionalista (se non proprio fondamentalista) del suo partito, cercando di distogliere l’attenzione da una gestione politica a dir poco controversa.

   Di per sé, il suo ritorno alla funzione sacra originaria può certamente ferire, e le reazioni di tutto il mondo cristiano (non solo) ortodosso lo dimostrano, ma non dovrebbe stupire: soprattutto alla luce del fatto che, come capitale di due imperi, quello romano e quello ottomano, Aghia Sophia/Ayasofya non è mai stata un simbolo neutro. Lo “strappo” vero, più che nel 1204 quanto il santuario passò dai greci ai latini o nel 1453 quando passò dai cristiani ai musulmani, avvenne durante il regime laicista di Kemal, in tempi nei quali perfino il nominare il nome di Dio in Parlamento era considerato un crimine. Oggi, un ritorno parziale al culto, in giorni speciali o attraverso l’organizzazione di uno spazio interno a «sala di preghiera», potrebbe essere comprensibile e persino maturo – si pensi alla visionaria e dirompente proposta del Patriarca armeno di Costantinopoli di consentire sia il culto musulmano sia quello cristiano – eppure accende diatribe e rinfocola dolorose divisioni. I veri problemi sono di altro ordine: interni alla Turchia, al mondo musulmano nel suo complesso e a tutta la nostra società.

   Erdogan persegue da anni una linea di ricerca di consenso in ambienti religiosi che vanno dal pietismo al fanatismo; ciò accade anche in molti altri Paesi musulmani nei quali i governi sembrano consentire sempre di più spinte religiose di vario genere, magari per motivi strumentali; e, spiace dirlo, si rilevano gli stessi atteggiamenti anche nel nostro Occidente laico e democratico. Dietro la volgarità demagogica – e obiettivamente blasfema – dei simboli religiosi ostentati e della preghiere scandite al microfono dinanzi a piazze piene di militanti, è questa nuova strategia di uso del Sacro che coinvolge molti: musulmani, ebrei, cristiani. Contro questi atteggiamenti è necessario vegliare con il massimo rigore al fine d’impedire l’insorgere di equivoci. (Franco Cardini)

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TENSIONE UNESCO-TURCHIA PER LA TRASFORMAZIONE DI SANTA SOFIA IN MOSCHEA

di Giuditta Giardini, da “il Sole 24ore” 11/7/2020, https://www.ilsole24ore.com/

– Dopo il sì del Consiglio di Stato, il presidente Erdogan annuncia la conversione in luogo di culto DAL 24 LUGLIO, ma l’organismo sovranazionale si oppone – Continua a leggere

HONG KONG: la fine di ogni libertà “occidentale”? – L’approvazione della Cina della LEGGE SULLA SICUREZZA NAZIONALE mostra incompatibile lo stato autoritario cinese con l’ex colonia britannica – Una coesistenza di repressione ed esilio per i dissidenti? Quali possibili autonomie vere nel contesto cinese?

La marcia del primo luglio a Hong Kong costata 370 arresti (foto da “Il Sole 24ore”) – IL 1° LUGLIO 2020 A HONG KONG SI E’ MANIFESTATO CONTRO LA NUOVA LEGGE SULLA SICUREZZA NAZIONALE. I manifestanti marciando, mostrano le cinque dita, a significare “CINQUE RICHIESTE – non una in meno”, proprio nell’anniversario del passaggio di Hong Kong in Cina dalla Gran Bretagna a Hong Kong, il 1° luglio di 23 anni fa. E Hong Kong ha segnato il 23° anniversario della sua consegna in Cina nel 1997, e il 30 giugno, il giorno prima, la Cina ha promulgato una legge sulla sicurezza nazionale che reprime le proteste sul territorio. – LE 5 RICHIESTE che i manifestanti hanno da tempo avanzato sono: 1-ritirare definitivamente il disegno di legge che prevede l’estradizione verso la Cina e che rappresenterebbe un primo passo verso l’ingerenza cinese nel sistema giuridico di Hong Kong; 2-le dimissioni del capo dell’esecutivo di Hong Kong, Carrie Lam; 3-un’inchiesta sulla brutalità espressa dalla polizia durante le proteste; 4-il rilascio di coloro che sono stati arrestati; 5-maggiori libertà democratiche. ORA TUTTO APPARE ANCORA PIU’ IMPROBABILE

   Chi come noi vedeva con un approccio favorevole il confronto “nostro”, italiano, dell’Europa, con la Cina, in particolare con la proposta di interscambio continentale nel riprendere (in modo moderno, post-moderno…) la VIA DELLA SETA, ebbene l’irrigidirsi del sistema cinese al suo interno, non sopportando (di fatto) diversità e modi di libertà, come sta accadendo adesso con HONG KONG (con la promulgazione il 30 giugno scorso della cosiddetta LEGGE SULLA SICUREZZA NAZIONALE per HONG KONG che è il provvedimento che permette a Pechino di agire sul territorio della regione speciale con propri reparti speciali per dare la caccia a separatisti, sovversivi, terroristi e agitatori stranieri), tutto questo fa pensare, pone dei pesanti dubbi, nello svolgersi dei rapporti internazionali tra noi e la Cina (che in ogni caso noi auspichiamo più che mai continuino ad essere di pace e di sviluppo reciproco).

HONG KONG – L’ex colonia britannica, oggi REGIONE AUTONOMA SPECIALE DI HONG KONG (HKSAR, che include l’isola omonima, KOWLOON, l’ISOLA di LANTAU e i NUOVI TERRITORI) è una delle più importanti piazze finanziarie al mondo; fino ad adesso ha avuto una serie di privilegi politici, sociali ed economici che la Cina continentale non ha. Quanto di questa autonomia resterà?

   Questo stato di fatto, di attrito tra le autorità cinesi e quella parte di popolazione di Hong Kong che vuole mantenere le “sue” libertà, queste proteste (e le precedenti, la rivoluzione cosiddetta degli ombrelli di 6 anni fa, nel 2014) nascono dal profonda diversità “di sistema” tra Hong Kong e Pechino in vista dell’avvicinarsi della data in cui l’autonomia di quest’isola dalla Cina (fino ad adesso ha avuto una serie di privilegi politici, sociali ed economici che la Cina continentale non ha), questa autonomia negoziata dal Regno Unito nel 1997, volgerà al termine. Nel 2047 l’ex colonia britannica cesserà infatti di avere standard politici, economici e istituzionali diversi e indipendenti rispetto al resto della Cina. E Pechino ha dimostrato, anche e in particolare con questa nuova legge sulla sicurezza nazionale per Hong Kong, l’intenzione di erodere progressivamente il suo grado di autonomia.

MAPPA DI HONG KONG CON I SUOI 18 DISTRETTI

   Ma, è da chiedersi: i “fatti interni” dei singoli Paesi, le repressioni autoritarie, contano per noi? …nei nostri scambi appunto pacifici, di sviluppo, culturali, commerciali?…Possiamo ignorarli?

   Noi pensiamo di no, che non si possono ignorare.

   Qualcuno rileva che il forte sistema autoritario interno cinese, di controllo della popolazione, antidemocratico, pur rivolto alla ricchezza e crescita del Paese, di fatto questo sistema ha i piedi di argilla; ed è difficile tenere insieme un territorio così immenso, territorialmente variegato nella sua vastità, con una popolazione di più di un miliardo e 400 milioni di persone.

LA STORIA DI HONG KONG (da https://www.corriere.it/dataroom-milena-gabanelli/)

   Un approccio alla democrazia, di tipo occidentale, in questo contesto, è assai duro e difficile (figurarsi con i giovani, e meno giovani, “occidentali” di Hong Kong). Prospettare che la Cina possa seguire metodi di autonomia interna virtuosi, “nostri” (un FEDERALISMO tra Regioni-Stati, ad esempio…), è assai difficile da pensare: nel senso che va bene per la gestione pubblica dei servizi, ma non in quella politica (che resta più che mai accentratrice) di espressione delle diversità territoriali.

HONG KONG, TAIWAN, TIBET, la persecuzione nei confronti degli UIGURI nello XINJIANG, e la soppressione della società civile, tutti territori e popolazioni in scontro con il potere centrale cinese per l’indipendenza (mappa regioni Cina da http://www.pisanews.net/)

   Nel mai dimenticato tragico avvenimento di “PIAZZA TIENANMEN”, dove la protesta in quella piazza di Pechino avvenuta dal 15 aprile al 4 giugno 1989, protesta per motivi molto simili al desiderio di libertà di Hong Kong, quella protesta che si chiuse il 4 giugno con il massacro dei 2.600 studenti da parte dell’esercito cinese (i dati del massacro sono della Croce Rossa), ebbene in quell’occasione il leader cinese di allora Deng Tsiao Ping, disse che se anche i giovani che protestavano fossero stati 10 mila (erano probabilmente di meno), nel rapporto tra popolazione cinese di allora di 1 miliardo, sarebbe stata un’opposizione al governo di un centomillesimo della popolazione, una minoranza di opposizione neanche da prendere in considerazione…. discorso terribile che esclude ogni libertà di opporsi…..Ecco, in questo contesto, ogni libertà individuale, nei Paesi autoritari, ogni dissenso non vale niente. Cioè, e qui sta il punto, vale solo se ha un megafono internazionale, se l’informazione ne parla, se gli altri Stati, le altre entità sullo scenario mondiale (come dovrebbe e deve essere l’Unione Europea), pongono paletti e condizioni di rispetto dei diritti umani al rapporto con Stati che praticano illibertà e repressioni al loro interno. (s.m.)

(FOTO DA IL RIFORMISTA) – La REPRESSIONE DEL DISSENSO – La NUOVA LEGGE SULLA SICUREZZA NAZIONALE per HONG KONG è il provvedimento che permette a Pechino di agire sul territorio della regione speciale con propri reparti speciali per dare la caccia a separatisti, sovversivi, terroristi e agitatori stranieri. Il presidente cinese Xi Jinping ha firmato la nuova legge che porta a una stretta nei confronti del dissenso nell’ex colonia britannica, legge che è già entrata in vigore e stabilisce fino alla pena dell’ergastolo. Nell’approvare la legge, il Comitato permanente del Congresso nazionale del popolo ha anche approvato la sua introduzione all’interno dell’ordinamento di Hong Kong.

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IL TERRITORIO DI HONG KONG È DATO DA UNA PENISOLA ED OLTRE 200 FRA ISOLE ED ISOLOTTI NEL MAR CINESE MERIDIONALE, è in gran parte montuoso e collinare ed è stato urbanizzato per circa il 25%, mentre il 40% è sotto tutela ambientale. LANTAU (147 Km²) è la MAGGIORE DELLE ISOLE, seguono HONG KONG (79 Km²), LAMMA (13,5 Km²) e CHEK LAP KOK (12,5 Km²), in origine molto più piccola (3 Km²), ma trasformata ed ampliata dall’uomo per ospitare il nuovo aeroporto internazionale; le coste si sviluppano per 733 chilometri in tutto. Nella parte peninsulare di Hong Kong si raggiungono quasi i mille metri col MONTE TAI MO SHAN (957 m.), ma anche su Lantau vi sono altezze massime di poco inferiori, FUNG WONG SHAN (934 m.). Vista la limitata superficie i CORSI D’ACQUA hanno CARATTERE TORRENTIZIO e raggiungono velocemente il mare, oppure confluiscono nello SHAM CHUN, che segna buona parte del confine col resto della Cina; i bacini lacustri sono quasi tutti di origine artificiale. Il CLIMA è SUBTROPICALE A REGIME MONSONICO, con una stagione secca e più fresca fra Novembre e Marzo ed una più calda e piovosa nei mesi estivi. Dopo essere passato alla Cina Hong Kong è diventato una regione amministrativa speciale, gli uffici governativi sono ubicati nella zona chiamata Central nella città di Victoria ed è suddiviso in 18 distretti. La POPOLAZIONE è per buona parte di ETNIA CINESE (93,5%), le due MINORANZE più rappresentate sono quella INDONESIANA (2%) e FILIPPINA (2%); IL 50% DEGLI ABITANTI NON È RELIGIOSO, il 21% professa il BUDDHISMO, il 14% il TAOISMO, il 12% il CRISTIANESIMO.

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ALTA TENSIONE ANCHE TRA PECHINO E LONDRA

2 Luglio 2020 da IL RIFORMISTA https://www.ilriformista.it/

– Hong Kong, quasi 400 arresti: nuove sanzioni degli Stati Uniti contro la Cina –

   Hong Kong è una polveriera. Almeno 370 persone sono state arrestate dopo l’entrata in vigore della legge sulla sicurezza approvata dalla Cina. Migliaia di persone sono scese in piazza, nonostante i divieti per via del coronavirus. La tensione non è soltanto locale. Le reazioni della comunità internazionale hanno dato seguito alle spaccature già ampiamente avviate con Pechino. In particolare, quelle di Stati Uniti e Regno Unito.

   La Camera dei rappresentanti ha approvato nuove sanzioni volte a colpire gli interessi cinesi nell’ex colonia britannica. Le misure puntano alle banche che fanno affari con funzionari collegati alla repressione dei dimostranti a Hong Kong. “È una legge brutale, che legittima una repressione nei confronti del popolo di Hong Kong ed è intesa distruggere le libertà che erano state promesse”, ha dichiarato la Speaker della Camera Nancy Pelosi. La misura dovrà passare al Senato prima di essere sottoposta alla firma del presidente Donald Trump. Si tratta di un’ulteriore stretta da parte di Washington dopo la cancellazione dello status speciale di Hong Kong e lo stop all’export per la difesa e dei prodotti ad alta tecnologia.

   La questione Hong Kong è un altro tassello delle tensioni, crescenti, tra gli Stati Uniti e la Cina. Un ulteriore terreno di scontro dopo i complicati rapporti commerciali tra i due Paesi e lo scaricabarile sulla responsabilità per la pandemia da coronavirus.

   Pechino ha intanto fatto sapere che prenderà “misure adeguate” qualora Londra dovesse procedere con il suo piano di facilitazione del regime dei visti nei confronti di 3 milioni di abitanti di Hong Kong.    L’eventualità era stata paventata dal primo ministro Boris Johnson e dal ministro degli Esteri Dominic Raab all’approvazione della legge da parte della Cina. La misura è per Boris Johnson una “grave violazione” della Dichiarazione congiunta sino-britannica del 1985 in base alla quale Hong Kong avrebbe dovuto godere di 50 anni di autonomia speciale con garanzie di libertà più ampie in basse all’approccio “un paese, due sistemi”. Il ministro degli Esteri britannico ha convocato l’ambasciatore cinese a Londra, Liu Xiaoming, per manifestare la sua insoddisfazione.

   Anche l’Australia ha fatto sapere di essere pronta a dare rifugio agli abitanti del territorio semi-autonomo, così come Taiwan e la Corea del Sud hanno espresso critiche sulla legge applicata su Hong Kong. Dove si continua comunque a scendere in piazza. E dove continuano gli interventi delle forze dell’ordine. Solo una parte dei fermi sarebbe riconducibile alle nuove restrizioni che stringono le misure su reati di secessione, sovversione, terrorismo e collusione con forze straniere, punibili anche con l’ergastolo. (2 Luglio 2020 da IL RIFORMISTA

https://www.ilriformista.it/)

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In TIBET l’occupazione da parte di PECHINO è più rigorosa che mai. (da LINKIESTA,https://www.linkiesta.it/ ) – Dal 2009 sono stati quasi 160 i monaci che si sono dati fuoco, in una forma di suicidio rituale, per denunciare le condizioni difficili dei tibetani.(…) La CINA VUOLE MANTENERE IL CONTROLLO DELL’AREA E IL RISERBO ASSOLUTO SULL’ARGOMENTO. La pressione è fortissima e agisce a più livelli, mettendo a tacere denunce e risoluzioni, anche quelle portate avanti da parte dei maggiori organismi internazionali (Unione Europea compresa). Il DALAI LAMA nel 2011 ha rinunciato a rivestire il ruolo di guida politica del popolo tibetano, affidandola all’avvocato LOBSANG SANGAY, ora PRIMO MINISTRO DEL GOVERNO IN ESILIO; e ha da tempo rinunciato a un’ipotesi di Tibet indipendente, privilegiando per il suo Paese UNA FORMA DI AUTONOMIA DA PECHINO RIMANENDO NEI CONFINI CINESI (la cosiddetta VIA DI MEZZO). Ma nemmeno questa posizione ha ricevuto aperture da parte dei vertici cinesi. PECHINO NON HA NESSUNA INTENZIONE DI NEGOZIARE.

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Hong Kong: dal 2014 (LA FOTO) la RIVOLTA DEGLI OMBRELLI contro la Cina – “Tutela della sicurezza nazionale, dell’ordine costituzionale e dello stato di diritto a Hong Kong” i concetti rivendicati dalla Cina dopo l’approvazione della legge il 30 giugno 2020. Il presidente del Comitato permanente dell’Assemblea nazionale del popolo, Li Zhanshu, ha sottolineato “gli sforzi risoluti ed efficaci” messi in campo in questa direzione dopo la chiusura dei lavori e ha insistito sul principio “un Paese, due sistemi” che – ha detto – va “orientato nella giusta direzione”. (da https://www.adnkronos.com/ – 30/6/2020)

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HONG KONG, CINA CONTRO TUTTI: LINEA DURA ANCHE CON USA E UK

Solo una promessa i 3 milioni di visti offerti dal governo britannico. Avanza negli Usa la proposta di legge che sanziona le banche

di An.Man. da IL SOLE 24ORE del 1/7/2020

Un centro finanziario mondiale ma anche una città che quasi da sola si oppone al colosso cinese. Hong Kong ha risposto alla legge liberticida cinese da poco entrata in vigore – formalmente una nuova legge di sicurezza nazionale contro secessione, terrorismo, sovversione, collusione con forze straniere. Legge che non rispetta gli accordi sull’autonomia della regione amministrativa speciale presi con la Gran Bretagna davanti alle Nazioni Unite ventitré anni fa, nel 1997, e in teoria validi 50 anni quindi fino al 2037. In teoria, perché la Cina non sta rispettando gli accordi, sta violando “chiaramente e seriamente il trattato firmato tra il governo cinese e quello britannico nel 1984” ha denunciato il premier britannico Johnson. La legge non colpisce soltanto la libertà di espressione ma preoccupa tutte quelle aziende che lavorano con la sicurezza del dati, mira a rendere difficile la vita agli stranieri a Hong Kong, punisce tutti coloro che per in qualche modo possono minacciare i segreti di stato. C’è molta paura anche tra le istituzioni finanziarie, riporta il Financial Times. La legge altera le regole della concorrenza perché rafforza le aziende che si sono già schierate con Pechino (la Camera di Commercio di Hong Kong ha affermato che la legge sulla sicurezza “riporta stabilità”) e ci sono pure istituzioni straniere come la banca inglese HSBC che si è già detta favorevole alla famigerata legge.

La Cina ferma e arresta circa 370 persone il 1° luglio, giorno del 23esimo anniversario del passaggio dei territori da Londra a Pechino nell’impotenza se non indifferenza generale. La colpa degli arrestati, tra cui pare alcuni quindicenni, è stato violare la nuova legge cioè partecipare a una manifestazione non autorizzata. La reazione cinese contro ogni tipo di obiezione è una pronta minaccia di contromisure.

La promessa britannica di un passaporto Continua a leggere