L’ASSASSINIO IN DIRETTA in Virginia e i SOCIAL MEDIA (e le televisioni “tradizionali”) che diffondono il crimine: la FOLLIA ESIBIZIONISTA GLOBALE che fa spettacolo e “utenti-clienti” dei media con la violenza (dai tagliagole dell’Isis all’assassino della Virginia) – E UN TERZO DEGLI AMERICANI HA UN’ARMA

Una delle strade di accesso al Bridgewater Plaza (a ROANOKE, cittadina di quasi centomila abitanti in Virginia, dove si è verificata la sparatoria), bloccata dalle autorità (Stephanie Klein-Davis/The Roanoke Times via AP)
Una delle strade di accesso al Bridgewater Plaza (a ROANOKE, cittadina di quasi centomila abitanti in Virginia, dove si è verificata la sparatoria), bloccata dalle autorità (Stephanie Klein-Davis/The Roanoke Times via AP)

   Mercoledì 26 agosto, in Virginia, negli Stati Uniti, un ex reporter trasformatosi in killer, Vester Lee Flanagan, ha sparato in diretta televisiva ammazzando a revolverate due suoi ex colleghi (la giovanissima giornalista della stazione televisiva Wdbj7 Alison Parker, appena 24enne, e il suo cameraman Adam Ward). Gli americani sintonizzati in quel canale televisivo, hanno potuto seguire quel che accadeva, visto che la trasmissione era in diretta (all’ora americana della colazione); e pochi istanti dopo l’accaduto l’omicida ha pure pubblicato il video online ripreso dal suo cellulare; e ha spiegato su Twitter le ragioni del suo gesto (addebitando alla vittima commenti razzisti, malgrado i quali sarebbe lei stata assunta e lui licenziato).

USA, la passione per le armi
USA, la passione per le armi

   Quel che appare abnorme di tutta questa delittuosa e tragica vicenda, è nell’ordine di tre gradi:

1- oramai ogni individuo è dotato di strumenti che porta sempre con se (il cellulare…) che riescono a documentare tutto ciò che gli accade intorno (o quel che lui provoca, come in questo caso).

2- Ha pure a disposizione una “rete informatica” e dei social network in grado di mostrare, diffondere e far sapere, liberamente, quel che è accaduto, magari (come in questo caso) avvalorando le sue tesi sull’accaduto.

3- Ogni abitante del pianeta, dotato di internet o semplicemente di un televisore, può vedere il dramma accaduto (in questo caso l’assassinio della giornalista e del suo cameramen… oppure i tagliagole dell’Isis che compiono il loro truce “lavoro”…). Addirittura propongono le scene i telegiornali, oppure per i dotati di internet, youtube e i link nei siti danno la possibilità agli utenti-clienti di usufruire di tali terribili immagini.

Il regista MICHEAL MOORE dedicò ampio spazio alla facile reperibilità di armi negli Stati Uniti, nel suo documentario BOWLING FOR COLUMBINE del 2002, accompagnato da uno dei ragazzi vittima della sparatoria alla scuola Columbine nel ’99, costretto su una sedia a rotelle
Il regista MICHEAL MOORE dedicò ampio spazio alla facile reperibilità di armi negli Stati Uniti, nel suo documentario BOWLING FOR COLUMBINE del 2002, accompagnato da uno dei ragazzi vittima della sparatoria alla scuola Columbine nel ’99, costretto su una sedia a rotelle

   E’ mai possibile che la “libertà informativa” o “libertà della rete” riduca il “consumatore”, lo “spettatore” come quel che si vedeva (e andavano numerosi e volontariamente a vedere…) durante il MEDIOEVO nelle pubbliche piazze quando venivano bruciate dall’Inquisizione (e non solo) le cosiddette “streghe”? (ma episodi si susseguono oltre il Medioevo, dalla ghigliottina della rivoluzione francese alle contemporanee condanne a morte “pubbliche” in Iran, Cina, negli Stati Uniti… e tanti altri posti del pianeta).

grafico armi pro capite nelle varie nazioni (da www.today.it) (CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA)
grafico armi pro capite nelle varie nazioni (da http://www.today.it) (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   Ma qui, concentrandoci sul tragico episodio della Virginia, vorremmo fare una riflessione su come la DISPONIBILITA’ LIBERA DELLE ARMI sia un fenomeno devastante: in questo caso in USA (ogni giorno o quasi in America accadono assassinii che sarebbero stati evitati se la libera disponibilità di pistole, fucili non ci fosse stata…). Ma TERRORISMI, sconvolgimenti internazionali, sono (ancor più loro) “agevolati” dal commercio delle armi, e da “economie di produzione” che si arrichiscono vendendo strumenti di morte a chicchessia (e l’Italia ha un’ottima industria di produzione di tali strumenti). (s.m.)

La rete di supermercati americana ha deciso di interrompere la vendita di fucili e pistole d'assalto, semi automatiche o con caricatori con più di sette pallottole, al terminare delle scorte ancora in magazzino. Il gruppo tuttavia ha precisato che non si tratta di una decisione politica, e che è stata presa mesi fa. "È simile a quello che facciamo con qualsiasi prodotto - ha detto il portavoce del gruppo - anche se in questo caso serve un po' più di attenzione, ma è lo stesso processo". (da “Il Fatto Quotidiano” del 27/8/2015)
La rete di supermercati americana ha deciso di interrompere la vendita di fucili e pistole d’assalto, semi automatiche o con caricatori con più di sette pallottole, al terminare delle scorte ancora in magazzino. Il gruppo tuttavia ha precisato che non si tratta di una decisione politica, e che è stata presa mesi fa.
“È simile a quello che facciamo con qualsiasi prodotto – ha detto il portavoce del gruppo – anche se in questo caso serve un po’ più di attenzione, ma è lo stesso processo”. (da “Il Fatto Quotidiano” del 27/8/2015)

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CE L’AVEVO QUASI FATTA…

di Michele Serra, da “la Repubblica” del 28/8/2015

   Ce l’avevo quasi fatta….ero riuscito a NON cliccare sul video del miserabile che ammazza a revolverate due suoi ex colleghi. Poi i telegiornali della sera si sono incaricati di seppellire questo mio inutile gesto di rispetto. Ci vorrebbero i riflessi di un pistolero per spegnere o cambiare canale in tempo utile, prima che il sogno di un criminale (farsi vedere da tutti, dunque anche da te) si realizzi anche grazie a te.

   Tecnicamente, la verità è questa: siamo noi i mandanti del narcisismo paranoico che arma le persone come quel tizio. Senza pubblico, loro non esisterebbero. E forse non premerebbero nemmeno il grilletto.

   Ecco un bel nodo da sciogliere, per il nostro futuro: da pubblico indifeso, permeabile a ogni porcheria, a ogni immagine forte, dovremmo diventare un pubblico agguerrito, in grado di oscurare ciò che merita di esserlo. Ma non sappiamo come.

   Né – va detto – chi manovra i media è molto più avvertito di noi, più avanti di noi. Chi manovra i media è solamente capace di contare il numero dei clic, dunque il numero dei clienti. È dunque lui che aspetta da noi un segnale di maturità. Provare a darglielo vuol dire non cliccare più sui gattini in pericolo, sulle tette in mostra, sul sangue da esibizione. E spegnere i telegiornali incapaci di interrompere il circolo vizioso. È un sogno anche questo, lo so: ma ognuno ha il suo. (Michele Serra)

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TUTTI COMPLICI DEL PRIMO OMICIDIO SOCIAL

di Massimo Russo, da “la Stampa” del 27/8/2015

– Sappiamo da tempo che la rete non è altro dalla vita, ne è solo uno specchio. Ma oggi, con l’omicidio in diretta tv della Virginia, per la prima volta ci ha fatto vedere com’è viverla – e toglierla – dall’ottica di un dannato –

   Il braccio che si distende, l’arma in primo piano, la fiammata. Il tutto in soggettiva. Se le morti di John Fitzgerald Kennedy e di Lee Harvey Oswald 52 anni fa segnarono la prima volta di un omicidio in diretta tv, gli assassinii della cronista Alison Parker e del cameraman Adam Ward in Virginia, più ancora dei crimini dei boia dell’Isis, saranno ricordati come la prima esecuzione social della storia.

   Non solo abbiamo potuto seguire quel che accadeva dall’emittente tv Wdbj – che trasmetteva in diretta all’ora americana della colazione – ma pochi istanti dopo l’accaduto l’omicida, un ex-collega dei due, ha postato un clip con la sua visione dei fatti, ripresa da un cellulare.

   Lo schermo è diventato una specie di diaframma frapposto tra l’autore e le sue vittime, e chissà se gli avrà reso più semplice il gesto. Al tempo stesso ci ha fatto tutti protagonisti: quasi fosse un videogioco e non la realtà quel che ci stava di fronte. Continua a leggere

LA ROTTA DEI BALCANI: gli INCERTI CONFINI DI UN’EUROPA DISUNITA – Le ondate migratorie di profughi in fuga da guerra, miseria, non-futuro – Le risposte necessarie da dare: 1- immediate con la SOLIDARIETA’; 2- Un governo mondiale di PACE e SVILUPPO condiviso in ogni parte del pianeta

i profughi al confine ungherese - I PROFUGHI IN MARCIA ATTRAVERSO LA SERBIA, lungo i binari della ferrovia che da Subotica porta a Szeged, in UNGHERIA, hanno raggiunto la frontiera e tentano di passare il confine. Là dove incontrano LA BARRIERA DI RETI METALLICHE e filo spinato costruita a tempo di record dal governo Orban e ormai quasi completata, si arrangiano come possono per superarla. Scavalcandola o strisciando sotto di essa (foto). Adesso però UN NUOVO CORPO SPECIALE, FORMATO DA OLTRE 2 MILA UOMINI ARMATI, è in arrivo al confine ungherese e minaccia di reprimere con la forza ogni tentativo d'ingresso. (da LETTERA43)
i profughi al confine ungherese – I PROFUGHI IN MARCIA ATTRAVERSO LA SERBIA, lungo i binari della ferrovia che da Subotica porta a Szeged, in UNGHERIA, hanno raggiunto la frontiera e tentano di passare il confine. Là dove incontrano LA BARRIERA DI RETI METALLICHE e filo spinato costruita a tempo di record dal governo Orban e ormai quasi completata, si arrangiano come possono per superarla. Scavalcandola o strisciando sotto di essa (foto). Adesso però UN NUOVO CORPO SPECIALE, FORMATO DA OLTRE 2 MILA UOMINI ARMATI, è in arrivo al confine ungherese e minaccia di reprimere con la forza ogni tentativo d’ingresso. (da LETTERA43)

Sta suscitando emozione vedere nei servizi televisivi masse di pofughi-migranti (in particolare siriani) risalire disperatamente la Macedonia, dopo aver superato la Turchia e la Grecia.

   Macedonia che, dopo un iniziale “blocco” (usando catene di poliziotti e anche i lacrimogeni…) di questo esodo di persone (donne, tanti bambini, giovani…) ha deciso di lasciarli passare in direzione Serbia, di aprire la frontiera. Profughi lungo la rotta balcanica con l’obiettivo “Europa”, ma l’Ungheria (dopo il passaggio in Serbia) non li vuole, e sta velocemente erigendo il muro di filo spinato per bloccare ogni esodo presente e futuro.

Nell'infografica realizzata da Centimetri la rotta del viaggio dei migranti.ANSA/CENTIMETRI
Nell’infografica realizzata da Centimetri la rotta del viaggio dei migranti.ANSA/CENTIMETRI

   Molte di queste persone in cammino disperato e di qualche possibile speranza verso il “mito Europa”, dicevamo che arrivano dalla Siria, ma anche dall’Iraq e dall’Afghanistan. Sono profughi che arrivano da zone di guerra e vogliono entrare in Europa: sono passati dalla Turchia, hanno oltrepassato il mare verso le isole greche, hanno raggiunto la terraferma e proseguito fino al confine con la Macedonia.

   E così dopo giorni di scontri con la polizia macedone sono riusciti a far aprire la frontiera, arrivando in Serbia. Ora vogliono proseguire la rotta balcanica fino all’Ungheria, che in gran fretta sta chiudendo i propri confini per evitare l’invasione. Dicevamo che il governo ungherese di Viktor Orban ha annunciato a inizio luglio la costruzione di una sorta di muro, una recinzione di rete metallica, filo spinato e lamette alta circa 4 metri e lunga 175 chilometri, che corre per la lunghezza del confine con la Serbia.

profughi in Macedonia il 23 agosto verso la Serbia
profughi in Macedonia il 23 agosto verso la Serbia

   I numeri dell’esodo impressionano e crescono giorno dopo giorno. SONO CIFRE EPOCALI: solo nei primi sei mesi del 2015, sono state oltre 400 mila le domande di asilo registrate nell’Ue, contro le 660 mila dell’intero 2014, già anno record. La sola Germania ha detto di aspettarsi entro fine anno 800mila richieste, mentre Frontex ha annunciato il dato-shock di 107mila arrivi solo per il mese di luglio. A prevalere finora sull’approccio più solidale della Commissione Ue, che spinge per un meccanismo europeo permanente per la redistribuzione di chi chiede asilo, sono state le divisioni dei 28 e i discorsi elettorali interni.

   Con un conseguente rimpallo dei disperati, bloccati all’una o all’altra frontiera mettendo in forse il futuro di Schengen e della libera circolazione, e della responsabilità europea. Francia e Germania chiedono a Italia e Grecia di iniziare seriamente e ufficialmente a identificare tutti i profughi-migranti (oramai la distinzione tra chi scappa per guerra o per fame, o per tutte e due le cose, è fuori luogo…), ma questa farebbe sì di “bloccare” i migranti (in base al trattato di Dublino) nei due Paesi della sponda meridionale dell’Unione Europea (Grecia e Italia) che dovrebbero solo loro farsene carico. E questa non è certo la soluzione alla solidarietà europea ora necessaria (va pur detto che di questo ultimo esodo sulla via balcanica la Germania ha sospeso il regolamento di Dublino per i profughi provenienti dalla Siria: questo significa che non li respingerà verso i Paesi di ingresso nell’Unione europea, come prevede il regolamento, e si farà carico di loro in ogni caso).

   LA ROTTA BALCANICA È UNA DELLE PIÙ COMPLESSE: in Grecia aumentano a dismisura gli sbarchi (un punto di criticità molto forte è a Kos) e disagi ci sono un po’ ovunque nelle isole: ad Agathonisi il numero di migranti ha superato quello degli abitanti e mancano acqua e medici per fronteggiare l’accoglienza. E l’emergenza non è destinata ad esaurirsi. Dal porto ateniese del Pireo i profughi puntano diretti verso nord-ovest, verso il confine macedone, poi Serbia, Ungheria, Europa…

   Nel contesto attuale quel che viene in mente è mettere in campo una SOLIDARIETA’ TOTALE EUROPEA, “senza se e senza ma”, per non macchiarci nella “Storia” di un ulteriore crimine verso l’Umanità. E poi decidere, in un possibile e sempre più necessario GOVERNO MONDIALE, prospettive di sviluppo per tutti: ECONOMIE VIRTUOSE che possano impiegare manodopera preziosa per lo sviluppo dell’Africa, di un Medio-Oriente riappacificato (cosa ardua, ma un’economia di benessere potrebbe aiutare…).EUROPE-MIGRANTS-MACEDONIA LaStampa_it

   Se ora anche questo esodo di agosto crediamo potrà ragionevolmente essere assorbito nel contesto europeo, gli scenari per il futuro (un futuro già assai vicino, le prossime settimane, mesi, anni…) mettono in campo numeri certo ben più difficili da far quadrare. Fare in modo che il ricco capitale umano dell’Africa non sia sminuito da un’emigrazione spesso dequalificata, ma venga valorizzato, sia volano di sviluppo (le tante intelligenze dei tanti giovani…) (magari con azioni di formazione, interscambio), per diventare un fattore di CAMBIAMENTO nella propria terra, non è solo un ideale di giustizia, è anche una strategia intelligente; e conveniente per il futuro della stessa Europa. (sm)

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LA FLOTTA INFINITA: QUELL’ESODO SENZA FINE CHE TRAVOLSE I CONFINI D’EUROPA

di Adriano Sofri, da “la Repubblica” del 23/8/2015

   Un bellissimo sabato d’estate al mare, pieno di barche. Il numero cresce di ora in ora: mentre scrivo sono 23, fra barconi e gommoni, e circa 3 mila esseri umani, ad aver chiesto aiuto, e una dozzina i bastimenti, fra navi della Guardia Costiera e della Marina italiana e norvegese, motovedette, imbarcazioni della Guardia di Finanza e di associazioni di buona volontà, e qualche volonteroso mezzo di diporto, ad aver risposto.

   Questo sulla rotta per le nostre coste. Appena più in là, si è guadagnata il primato la rotta fra Turchia e Grecia, favorita dalla vicinanza delle isole, dove sono i siriani i più numerosi. Fra gli sbarcati, le baruffe e a volte le risse di Kos si sono trasferite negli scontri al confine con la polizia macedone.

   A Kos e nelle altre isole delle vacanze, gli iracheni scappati da Anbar si fìngono siriani invidiando la loro precedenza -anche gli afgani-, ma li beccano subito. Lì il tragitto è breve: neanche mezz’ora con una barca normale.

   I migranti ci mettono anche una notte nei gommoni da strapazzo, e all’arrivo si sbrigano a forarli, per non essere rimandati indietro: la versione aggiornata del bruciarsi le navi alle spalle. Continua a leggere

MONTAGNA DA RIPOPOLARE o DA ABBONDONARE? – Le FRANE e le piogge intense nelle DOLOMITI pongono la priorità di intervenire per ridurre i disastri periodici – CHE FARE? DARE SPAZIO ai coni franosi naturali irreversibili; RIPOPOLARE E RIPRISTINARE I LUOGHI per i disastri conseguenza dell’abbandono

Il MONTE ANTELAO è la SECONDA CIMA DELLE DOLOMITI, con i suoi 3.264 metri (la prima cima è la Marmolada, con Punta Penìa, che con i 3.343 metri s.l.m è la montagna più alta di tutte le Dolomiti) . L'ANTELAO È LA CIMA PIÙ ALTA E SIMBOLO DELL'INTERO CADORE, è un poderoso insieme piramidale, articolato in gole e camini verticali in tutti i versanti. L’ANTELAO SI CARATTERIZZA PER LE NUMEROSISSIME FRANE che quasi di anno in anno avvengono nel versante meridionale.   - Ricordi tramandati nei secoli ci rimandano al 1348 quando fu distrutto il leggendario VILLAGGIO DI VILLALONGA che si ritiene si estendesse da San Vito a Vodo di Cadore: la frana fu causata da un terribile terremoto, lo stesso che distrusse Lozzo di Cadore.    - Ancora nel 1629 venne travolta la PARTE NORD DEL PAESE DI BORCA DI CADORE.   - documenti conservati presso questo comune descrivono una GRANDE FRANA CROLLATA IL 22 LUGLIO 1737, in totale ci furono 7 morti e la frazione di Sala completamente distrutta.  - Il 21 APRILE 1814 TRE FRAZIONI, fra cui TAULÈN e MARCEANA sulla riva destra del BOITE, furono distrutte. I MORTI FURONO 250. FU LA FRANA PIÙ DISASTROSA NELLA STORIA DELLE DOLOMITI a memoria d'uomo e lasciò un segno indelebile nella storia del paese. Sopra Taulèn è sorta Villanova di Borca.   - Ancora nel 1868 gravi danni alla frazione di CANCIA senza fortunatamente alcun morto.   - La stessa zona fu colpita dalle COLATE DETRITICHE DEL 1994 E DEL 1996, con gravi danni alla stessa frazione senza alcun decesso e   - nel LUGLIO 2009, quando 20.000 metri cubi di fango e ghiaia causarono il decesso di due abitanti.   - Nei giorni scorsi, il 4 agosto, una gigantesca frana di quasi 100 000 metri cubi ha provocato ingenti danni al paese di SAN VITO DI CADORE e causato la morte di tre persone
Il MONTE ANTELAO è la SECONDA CIMA DELLE DOLOMITI, con i suoi 3.264 metri (la prima cima è la Marmolada, con Punta Penìa, che con i 3.343 metri s.l.m è la montagna più alta di tutte le Dolomiti) . L’ANTELAO È LA CIMA PIÙ ALTA E SIMBOLO DELL’INTERO CADORE, è un poderoso insieme piramidale, articolato in gole e camini verticali in tutti i versanti. L’ANTELAO SI CARATTERIZZA PER LE NUMEROSISSIME FRANE che quasi di anno in anno avvengono nel versante meridionale. – Ricordi tramandati nei secoli ci rimandano al 1348 quando fu distrutto il leggendario VILLAGGIO DI VILLALONGA che si ritiene si estendesse da San Vito a Vodo di Cadore: la frana fu causata da un terribile terremoto, lo stesso che distrusse Lozzo di Cadore. – Ancora nel 1629 venne travolta la PARTE NORD DEL PAESE DI BORCA DI CADORE. – documenti conservati presso questo comune descrivono una GRANDE FRANA CROLLATA IL 22 LUGLIO 1737, in totale ci furono 7 morti e la frazione di Sala completamente distrutta. – Il 21 APRILE 1814 TRE FRAZIONI, fra cui TAULÈN e MARCEANA sulla riva destra del BOITE, furono distrutte. I MORTI FURONO 250. FU LA FRANA PIÙ DISASTROSA NELLA STORIA DELLE DOLOMITI a memoria d’uomo e lasciò un segno indelebile nella storia del paese. Sopra Taulèn è sorta Villanova di Borca. – Ancora nel 1868 gravi danni alla frazione di CANCIA senza fortunatamente alcun morto. – La stessa zona fu colpita dalle COLATE DETRITICHE DEL 1994 E DEL 1996, con gravi danni alla stessa frazione senza alcun decesso e – nel LUGLIO 2009, quando 20.000 metri cubi di fango e ghiaia causarono il decesso di due abitanti. – Nei giorni scorsi, il 4 agosto, una gigantesca frana di quasi 100 000 metri cubi ha provocato ingenti danni al paese di SAN VITO DI CADORE e causato la morte di tre persone

   Tutti turisti i morti trascinati dal fango e dai detriti scesi dall’Antelao: un ceco e due tedeschi. La più giovane aveva tra i 20 e i 25 anni. Auto schiacciate, muri abbattuti e impianti sciistici distrutti sono alcuni dei danni provocati dalla frana che martedì sera 4 agosto si è abbattuta su San Vito di Cadore, nel Bellunese.

   Un ripetersi di quel che era accaduto lì vicino, a Borca di Cadore nel luglio del 2009, quando un violento nubifragio causò due morti. E nel novembre 2013 c’è stata un’altra rovinosa frana dall’Antelao. E poi ancora il 12 novembre 2014 quando i massi caduti dalla vetta distrussero il bivacco “Cosi”.

il RU SECCO scava il proprio destino verso valle attraverso vie nuove: la valanga ha cambiato il corso del suo scendere. (…) Rimane un paesaggio lunare. UN CRATERE, FONDO CINQUE, SEI METRI. A SINISTRA, UN PRATO DI UN VERDE SURREALE, incontaminato (…) A destra, la ferita bianca e sanguinante della montagna, la roccia dolomitica pura, non quella ossidata alle quali l’ANTELAO ha abituato il mondo. (Mauro Pigozzo, Corriere del Veneto, 8/8/2015)
il RU SECCO scava il proprio destino verso valle attraverso vie nuove: la valanga ha cambiato il corso del suo scendere. (…) Rimane un paesaggio lunare. UN CRATERE, FONDO CINQUE, SEI METRI. A SINISTRA, UN PRATO DI UN VERDE SURREALE, incontaminato (…) A destra, la ferita bianca e sanguinante della montagna, la roccia dolomitica pura, non quella ossidata alle quali l’ANTELAO ha abituato il mondo. (Mauro Pigozzo, Corriere del Veneto, 8/8/2015)

   La montagna si erode naturalmente, ed è destinata a sparire di qui a non sappiamo quanti millenni. La stessa formazione e bellezza che ci da nel guardare le cime, è frutto del suo pur lentissimo disintegrarsi: se le guglie sono meravigliose è anche merito dell’erosione.

   E’ bello (!?) e importante che il tema della lotta al DISSESTO IDROGEOLOGICO stia diventando una priorità, sotto la spinta del problema del CAMBIAMENTO CLIMATICO che tutti dicono stia accadendo (ci sono più trombe d’aria, c’è più pioggia concentrata in pochi minuti rispetto a quella che una volta veniva in mesi…). E c’è la “presa di coscienza” che un problema sono le opere, i manufatti (case, alberghi, impianti da sci…) che già sorgono in aree a rischio esondazioni, frane, allagamenti; e che vanno rimossi, delocalizzati, portati altrove (anche se sarà dura…). E invece altre volte ci vogliono interventi di manutenzione.

FRANE, le tre fasi - Con il termine FRANA si indicano tutti i fenomeni di movimento o caduta di materiale roccioso sciolto dovuti alla rottura dell'equilibrio statico preesistente ovvero all'effetto della forza di gravità che, agendo su di esso, supera le forze opposte di coesione del terreno
FRANE, le tre fasi – Con il termine FRANA si indicano tutti i fenomeni di movimento o caduta di materiale roccioso sciolto dovuti alla rottura dell’equilibrio statico preesistente ovvero all’effetto della forza di gravità che, agendo su di esso, supera le forze opposte di coesione del terreno

   E che ci vuole una prevenzione come OSSERVAZIONE COSTANTE DEL TERRITORIO: alla quale università, stazioni meteorologiche, istituti di ricerca vi potrebbero dedicare di più (e i luoghi di montagna meriterebbero che sviluppassero “scuole” di questo tipo, che ora quasi sempre sono istituti che vengono dalle città, dalla pianura, che spesso, non sempre, “colonizzano” la montagna con un atteggiamento di studio di tipo “cittadino” come inevitabilmente essi tenderebbero a fare data la loro origine e provenienza geografica).

   In Italia negli ultimi trent’anni si sono registrati oltre 3500 morti per frane. Tutti sono concordi con dire quel che è realmente accaduto, ed è la causa dei morti e dei disastri: L’IMPONENTE E DISORDINATA ANTROPIZZAZIONE DEI TERRITORI, dei luoghi. Gli eventi catastrofici si sono sempre verificati, ma trovavano un tempo più facilmente le loro aree di sfogo. La novità è che oggi dovunque parta una frana, un masso cada o tracimi un fiume, c’è sempre qualcosa da distruggere.

LA FRANA VERSO SAN VITO
LA FRANA VERSO SAN VITO

   Questo è quel che si dice. Ma forse la realtà è più complessa. Tante volte le frane e gli smottamenti sono dati dall’ABBANDONO delle aree di montagna, territori dove la presenza umana era una buona cosa, per segnalare pericoli, smottamenti, ma anche per fare la manutenzione di quelli che erano (sono) “gli sfoghi” dell’acqua in caso di forti piogge (brentane…). Per dire: in zone di montagna i SENTIERI per andare alla propria casa o sulle proprie terre di pascolo, agricole, questi sentieri allora ben tenuti, ben curati, spesso erano lo sfogo naturale dell’acqua quando serviva, diventavano canali naturali a supporto delle brentane.

   Pertanto c’è questa duplice casualità per i disastri di adesso: a volte si è andati a costruire e marcare la propria presenza umana dove bisogna lasciar libera la montagna, al suo lento, libero, inesorabile crollo, frantumarsi verso la pianura; a volte invece è il contrario: la presenza umana, storica, fatta di fatiche impossibili da ripetere, questa presenza umana era (è) utile a evitare frane e danni. E l’abbandono non è stata una cosa buona.

LA SEGGIOVIA DISTRUTTA DALLA FRANA (foto da: LaPresse/Luciano Solero/ilpost.it)
LA SEGGIOVIA DISTRUTTA DALLA FRANA (foto da: LaPresse/Luciano Solero/ilpost.it)

   E altri modi e tecnologie possono essere alternativi alla pura fatica e isolamento delle persone… ad esempio una politica di sostegno dell’economia agropastorale alpina, che aiuti la popolazione a restare in alto in modo dignitoso è più che fattibile, e in Alto Adige sta in parte già accadendo con attività economiche famigliari multiple (di accoglienza turistica, agropastorale, agroalimentare, cura del bosco, taglio controllato del legno come energia e materiale edile alternativi, etc.).

Pessimisticamente: come pensare che tutto questo possa risolversi (la fine delle catastrofi provocate dalle valanghe, dalle frane) in un Paese a vocazione “GRANDI OPERE”, grandi interventi, e colluso con corruzione e denaro facile per ogni intervento pubblico, sociale, che si vuol mettere in atto? (e che ha bisogno di attente “Corti dei conti”, Autorità anticorruzione, etc…).

   Per questo il ripristino della montagna (là dove la si può salvare; dove invece non si può – la franosità dell’Antelao… – lasciamola franare in pace), ogni salvezza e ripristino forse passa anche per una nuova base morale, per un rispetto maggiore verso se stessi e la cosa pubblica.

   La montagna si addice di più, forse, a un atteggiamento onesto e leale: ci è sempre stato detto che in montagna ci si va con grande rispetto, che può essere pericolosa per i suoi eventi climatici più improvvisi che altrove (c’è il sole e dopo 5 minuti un temporale…)… che in montagna possiamo e dobbiamo capire i nostri limiti meglio che altrove; che il paesaggio lì è più sacro che mai. Poi che la montagna “è difficile”: chi ci vive, chi fa economia montana, forse sa meglio (o dovrebbe) che in montagna è cosa più difficile che vivere in pianura.

Il villaggio Eni di Borca di Cadore - A Borca di Cadore c’è il villaggio fatto realizzare alla fine degli anni Cinquanta da Enrico Mattei (villaggio progettato dall’architetto Edoardo Gellner con la collaborazione di Carlo Scarpa). L’idea era di fare delle case vacanze per i dipendenti dell’Eni; poi le costruzioni sono state vendute a turisti. È in mezzo a queste ville che l’Amministrazione comunale e in particolare il Comitato dei cittadini di Borca sorto dopo la frana del 2009 a Cancia, vuole far deviare il canalone
Il villaggio Eni di Borca di Cadore – A Borca di Cadore c’è il villaggio fatto realizzare alla fine degli anni Cinquanta da Enrico Mattei (villaggio progettato dall’architetto Edoardo Gellner con la collaborazione di Carlo Scarpa). L’idea era di fare delle case vacanze per i dipendenti dell’Eni; poi le costruzioni sono state vendute a turisti. È in mezzo a queste ville che l’Amministrazione comunale e in particolare il Comitato dei cittadini di Borca sorto dopo la frana del 2009 a Cancia, vuole far deviare il canalone

   L’intervento che si presuppone dovrebbe partire adesso (di diffusi progetti di risanamento e manutenzione idrogeologica, di spostamento di manufatti in zona pericolosa…) (ma pochi ci credono veramente che sarà fatto qualcosa…), è da chiedersi se questi interventi sapranno uscire dalla logica delle “grandi opere”; saprà non sprecare denaro e non essere motivo di corruzioni, clientele, rendite parassitarie di posizione…, saprà portar rispetto all’ambiente che andrà a porsi in contatto, saprà osservare con attenzione i fenomeni climatici, ambientali, del corso delle stagioni… efficacemente e senza spirito di priorità al “dio denaro”? (speriamo che accada). (s.m.)

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Franco Secchieri, geologo.glaciologo

“L’UNICA PREVENZIONE: LA MAPPA DELLE AREE”

di Daniela Boresi, da “il Gazzettino” dell’8/8/2015

   “la vera prevenzione è l’osservazione costante”. Ne è convinto il professor Franco Secchieri, glaciologo, che per la Regione Veneto ha fatto il catasto dei ghiacciai delle Dolomiti. “Se si guardano i gruppi montuosi come l’Antelao o la parte sinistra del Boite si vedono colate di detriti che sono tipiche dell’aspetto geologico – spiega – Un fenomeno naturale di modellazione dei versanti delle montagne, nelle Dolomiti ce ne sono molti. Diventano pericolosi quando l’uomo ci ha costruito vicino”.

Sono quindi fenomeni che dobbiamo mettere in conto? Continua a leggere

TORNADI E CATASTROFI NATURALI (Firenze, la RIVIERA DEL BRENTA): nella ricostruzione si ripensa l’economia di un’AREA – Il TURISMO DIFFUSO progetto possibile in tutte le regioni italiane – Nel NORDEST il VOLANO DELLE VILLE VENETE tra arte, paesaggio, economia manifatturiera e agroalimentare

FIRENZE, 2 AGOSTO 2015 - Tre palazzi completamente evacuati, MILIONI DI DANNI, CENTINAIA DI ALBERI CADUTI. FIRENZE SUD E BAGNO A RIPOLI SONO LE ZONE PIÙ COLPITE DALLA TREMENDA TROMBA D'ARIA CHE HA MESSO INTERE STRADE IN GINOCCHIO nella serata di SABATO 1 AGOSTO, INTORNO ALLE 20. Il cielo nero, il buio che cala in anticipo intorno alle 19.30. E poi LA FORZA DELLA TEMPESTA CHE SRADICA ALBERI, CARTELLI STRADALI, PALI DELLA LUCE. SONO UNA VENTINA I FERITI. Uno è grave. Si tratta di un ragazzo a cui è caduto un grosso ramo in testa. E' un bilancio pesantissimo quello che la città paga. Non si contano le strutture anche pubbliche che hanno riportato danni anche gravi. L'alba del giorno dopo è tremenda. Con la luce del sole il disastro è chiaro agli occhi di tutti. (…) (da “la Nazione”, 3/8/2015)
FIRENZE, 2 AGOSTO 2015 – Tre palazzi completamente evacuati, MILIONI DI DANNI, CENTINAIA DI ALBERI CADUTI. FIRENZE SUD E BAGNO A RIPOLI SONO LE ZONE PIÙ COLPITE DALLA TREMENDA TROMBA D’ARIA CHE HA MESSO INTERE STRADE IN GINOCCHIO nella serata di SABATO 1 AGOSTO, INTORNO ALLE 20. Il cielo nero, il buio che cala in anticipo intorno alle 19.30. E poi LA FORZA DELLA TEMPESTA CHE SRADICA ALBERI, CARTELLI STRADALI, PALI DELLA LUCE. SONO UNA VENTINA I FERITI. Uno è grave. Si tratta di un ragazzo a cui è caduto un grosso ramo in testa. E’ un bilancio pesantissimo quello che la città paga. Non si contano le strutture anche pubbliche che hanno riportato danni anche gravi. L’alba del giorno dopo è tremenda. Con la luce del sole il disastro è chiaro agli occhi di tutti. (…) (da “la Nazione”, 3/8/2015)

   Il violento nubifragio (e con tromba d’aria) che c’è stato a Firenze sabato sera 1° agosto, ripropone la questione dei modi possibili per difendersi da eventi meteorologici pericolosi, dannosi, disastrosi. E, senza togliere nulla a quel che è accaduto di sicuramente grave a Firenze, vogliamo qui riprendere l’episodio (per fare delle considerazioni e proposte) della tromba d’aria che ha disastrosamente interessato la Riviera del Brenta (tra Padova e Venezia) mercoledì 8 luglio verso le 17.30 (nei comuni di Dolo e Mira, con un morto e trenta feriti).

   Un mix allarmante di caldo, umidità e venti provenienti da tre direzioni diverse che si sarebbero di lì a poco scontrati trasformandosi in un tornado. Oltre 17 milioni di danni: 10 milioni sul patrimonio immobiliare e sette sui beni mobili. Tra le tante cose la tromba d’aria che ha colpito la Riviera del Brenta ha pure duramente colpito il patrimonio artistico (le ville venete) per il quale la zona è famosa nel mondo: Villa Fini è stata resa al suolo; Villa Ducale, Villa Caggiano, barchesse e pertinenze tra Dolo e Sambruson, sono finite nel vortice. Un patrimonio di grande valore sembra compromesso per sempre.

TORNADO IN RIVIERA - Come un terremoto molto forte: il TORNADO che l’8 luglio ha colpito la RIVIERA DEL BRENTA nel veneziano nei comuni di DOLO e MIRA
TORNADO IN RIVIERA – Come un terremoto molto forte: il TORNADO che l’8 luglio ha colpito la RIVIERA DEL BRENTA nel veneziano nei comuni di DOLO e MIRA

   Che fare allora con questi “eventi naturali”, le trombe d’aria, i tornadi, i violenti nubifragi??  Certo, prevenire, garantire la sicurezza delle persone in primis. E pare proprio che il più delle volte si riesca a prevederli questi eventi (in questo post parliamo di due persone che la tromba d’aria sulla Riviera del Brenta la avevano individuata prima che “scoppiasse”: una “cacciatrice di tornado”, Valentina Abinanti, e un meteorologo, Alessio Grosso con il suo sito “Meteolive.it”, www.meteolive.leonardo.it/).

   Fenomeni come questi, dopo periodi di caldo eccessivo, sono intuibili anche nell’esperienza popolare. E da un punto di vista scientifico, chi li studia (questi accadimenti meteorologici disastrosi), oltre ai dati matematici e scientifici, si fanno aiutare pure dalle esperienze passate, dalla statistica, dalla tipologia del territorio.

VILLA FINI COM'ERA E COM'E' ADESSO - LA TROMBA D'ARIA ha letteralmente raso al suolo la Villa, nota storicamente come VILLA SANTORINI-TODERINI-FINI, risalente almeno a 4 secoli fa. Oggi era un noto ristorante della zona. Completamente raso al suolo da un tornado che, in base a questo tipo di danni, può essere classificabile come un F3 SULLA SCALA FUJITA, CON VENTI SUPERIORI AI 220KM/H. In base a tutte le foto, proprio la classificazione dei danni del livello F3 della Scala Fujita sembra inquadrare meglio di tutti l’evento veneziano: “Danni gravi. Asportazione tegole o abbattimento di muri di case in mattoni; ribaltamento di treni; sradicamento di alberi anche in boschi e foreste; sollevamento di auto pesanti dal terreno“.
VILLA FINI COM’ERA E COM’E’ ADESSO – LA TROMBA D’ARIA ha letteralmente raso al suolo la Villa, nota storicamente come VILLA SANTORINI-TODERINI-FINI, risalente almeno a 4 secoli fa. Oggi era un noto ristorante della zona. Completamente raso al suolo da un tornado che, in base a questo tipo di danni, può essere classificabile come un F3 SULLA SCALA FUJITA, CON VENTI SUPERIORI AI 220KM/H. In base a tutte le foto, proprio la classificazione dei danni del livello F3 della Scala Fujita sembra inquadrare meglio di tutti l’evento veneziano: “Danni gravi. Asportazione tegole o abbattimento di muri di case in mattoni; ribaltamento di treni; sradicamento di alberi anche in boschi e foreste; sollevamento di auto pesanti dal terreno“.

   Forse quel che manca davvero (è mancato) è il diritto ad essere informati da parte della popolazione in una fascia di territorio prevedibile e in un tempo orario sufficientemente preventivo rispetto al possibile accadimento del fenomeno. Cellullari, messaggi sms…(vista la diffusione assai larga dello strumento) potrebbero aiutare a mettere in guardia, difendersi, da eventi di tal genere (già questo metodo di avvertire le persone accade in alcune città dove il Comune e la Protezione Civile lo usano in caso di inondazioni o eventi similari).

   Un contesto del tutto particolare, nella prevenzione e nell’avvertire la popolazione, sono i terremoti: in questo caso è previsto che ogni ente non possa diffondere alcuna notizia preventiva senza l’autorizzazione del Dipartimento della Protezione Civile. Ma per i terremoti andiamo in un campo più delicato e, se si vuole, più controverso (pensiamo al caso dell’Aquila e di chi aveva previsto con una certa sicurezza l’evento sismico del 6 aprile 2009, ma era stato denunciato per procurato allarme; e dall’altra, nell’ottobre 2012, i sette membri della Commissione Grandi Rischi che sono stati condannati a sei anni di reclusione e all’interdizione in perpetuo dai pubblici uffici per omicidio colposo per non aver avvertito la popolazione di quel terribile terremoto).

IL FORMARSI DEL TORNADO (dal sito www.diegocavalli.it/)
IL FORMARSI DEL TORNADO (dal sito http://www.diegocavalli.it/)

   Tornando all’informazione possibile sui tornado, sulle trombe d’aria, è opinione di chi conosce questi eventi che tre giorni prima del fenomeno si può già intuire, prevedere il loro accadimento: nel caso della Riviera del Brenta la tipologia dell’ incontro di venti freddi da nord e caldi da sud presupponevano che lì l’ondata di maltempo sarebbe stata più cruenta (con il caldo intenso e l’umidità che c’era, e la statistica che aiuta a prevedere il fatto).

   Un altro tema che si pone sempre nel caso di eventi naturali disastrosi, è il “dopo”, cioè come rimediare ai quasi sempre assai gravi danni che si son verificati: cioè si parla delle risorse finanziarie per rimediare all’evento dannoso, danni a cose sia private che pubbliche, edifici, beni mobili e immobili, il territorio devastato.

   Finora tutto si è basato su finanziamenti che le Regioni chiedono al Fondo assegnato alla Protezione Civile, a spese straordinarie con stanziamenti governativi, a finanziamenti regionali, anche a meritorie raccolte di fondi tra i cittadini. In merito ai soldi che servono, si sta facendo strada l’idea (che se ne parla ma finora non la si realizza) di un’assicurazione contro questi rischi, che veda coinvolti nella raccolta fondi per “coprire il premio assicurativo”, tutti i cittadini, indistintamente dal rischio ambientale del proprio territorio (ciascuno di noi), gli enti locali, lo Stato. Associare lo Stato, le compagnie assicurative e gli assicurati (i cittadini) in un “progetto assicurativo” che garantisca a chi subisce danni materiali un indennizzo tale da rimediare ai danni procurati dell’eventi naturale. Non più ragionare sulle emergenze, sull’ “accaduto”, ma garantire prima una sicurezza finanziaria alla ricostruzione, alla ripresa.

nella foto VALENTINA ABINANTI - Dopo il l’episodio del tornado a Mira e Dolo del 7 luglio scorso nel Veneziano, LA CACCIATRICE DI TORNADO ITALIANA VALENTINA ABINANTI, oltre ad aver vissuto e documentato con foto l’evento di Mira e Dolo ha realizzato una guida molto utile ed interessante su come si formano i Tornado, come si riconoscono e come comportarsi in caso di un evento tornadico. La presente guida in formato PDF è scaricabile per chiunque voglia informarsi adeguatamente ed in modo corretto su questi eventi - LINK al file PDF: Guida sui Tornado: Cosa sono, Come si Formano e Come Comportarsi in caso di Tornado.
nella foto VALENTINA ABINANTI – Dopo il l’episodio del tornado a Mira e Dolo del 7 luglio scorso nel Veneziano, LA CACCIATRICE DI TORNADO ITALIANA VALENTINA ABINANTI, oltre ad aver vissuto e documentato con foto l’evento di Mira e Dolo ha realizzato una guida molto utile ed interessante su come si formano i Tornado, come si riconoscono e come comportarsi in caso di un evento tornadico. Qui sotto il link della guida in formato PDF, scaricabile per chiunque voglia informarsi adeguatamente ed in modo corretto su questi eventi.

   LINK al file PDF: Guida sui Tornado: Cosa sono, Come si Formano e Come Comportarsi in caso di Tornado.

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   Quel che ha impressionato di più l’opinione pubblica e i mass-media del disastro del tornado dell’8 luglio sulla Riviera del Brenta, è stata la distruzione di una villa veneta (Villa Fini) che è stata letteralmente rasa al suolo dalla tromba d’aria. Con la promessa del presidente della Regione Veneto di ricostruirla pari pari a com’era (ma si può ricostruire con le stesse caratteristiche, lo stesso “spirito”, un manufatto artistico come una villa della metà del seicento?… forse sì, forse no… a Venzone nel Friuli ci son riusciti per la cattedrale distrutta dal terremoto del maggio 1976)).

   Nel percorso finale del fiume Brenta, da Padova a Venezia, il fiume in effetti vede la presenza di tanti capolavori dell’arte architettonica veneta. Ma tutto il Nordest è ricco di ville (ma in qualsiasi altra parte d’Italia capolavori architettonici esistono, danno il senso ai luoghi…).

   Tra Veneto e Friuli c’è un patrimonio di oltre 4 mila ville, 4.238 edifici per l’esattezza, di cui 3.803 in Veneto e 435 in Friuli Venezia Giulia. Solo il 14% è di proprietà pubblica o di enti ecclesiastici e l’86% è in mano ai privati. Mille e 900 sono dimore vincolate, oggi oltre l’80% è in buono stato.

   l’IRVV, l’istituto che si occupa della valorizzazione e conservazione delle ville venete (http://www.irvv.net/nc/it/ ) sottolinea anche il valore economico del patrimonio “villa veneta”.

   E’ sicuramente necessario, auspicabile, dare a questo grandioso patrimonio di ville (e ai paesaggi che, più male che bene, si riescono a conservare intorno ad esse) un valore economico, turistico, ma non solo: in condivisione e rapporto tra “pubblico” e “privato”, di ricerca universitaria e formazione culturale; di realizzazione di convegni su temi del lavoro; di esperienze agricole e botaniche nel vasti parchi e giardini che molte di esse hanno…

La foto scattata da Valentina Abinanti testimonia la furia del tornado che si è abbattuto tra Dolo e Mirano (da "La Stampa ")
La foto scattata da Valentina Abinanti testimonia la furia del tornado che si è abbattuto tra Dolo e Mirano (da “La Stampa “)

   Rispetto a zone turistiche europee dove il paesaggio diffuso, e il corso di un fiume, “incontra” manufatti di grande valore, come nella VALLE DELLA LOIRA (i castelli…), da noi ogni organizzazione economica, turistica, di studio, di ricerca…è tutto allo stato di improvvisazione, a volte c’è il nulla più assoluto sulle possibilità che può offrire questo patrimonio architettonico-artistico (solo da qualche anno è stata abbozzata in Regione Veneto una “Carta dei servizi” per una serie di offerte di tipo turistico).

   Anche eventi difficili, disastrosi, come un tornado, potrebbero esser motivo di provare a iniziare un percorso diverso, di valorizzazione territoriale virtuosa, che finora non c’è stato. (s.m.)

………………………

VILLE VENETE, IL TESORO FRAGILE E PREZIOSO DOVE ABITA LA STORIA

di Eleonora Vallin, da “Il Mattino di Padova” del 26/7/2015 Continua a leggere

PAESI DIMENTICATI: quale destino? – PROPOSTE di ritorno alla vita dei luoghi abbandonati: con AREE METROPOLITANE in ogni territorio; con la CONCESSIONE GRATUITA DI EDIFICI a immigrati; ritorno dei SERVIZI ESSENZIALI; RECUPERO AMBIENTALE (come la proposta di ripristino dei TERRAZZAMENTI)

SANTO STEFANIO DI SESSANIO (117 abitanti rimasti, in provincia dell’AQUILA) - Negli ultimi anni qualche imprenditore straniero si è innamorato delle città fantasma italiane. Uno di questi è lo svedese Daniel Kihlgren che si è messo in testa di far rivivere SANTO STEFANO DI SESSANIO, in Abruzzo, acquistandone una parte e realizzando un “ALBERGO DIFFUSO” nelle case prima abbandonate
SANTO STEFANIO DI SESSANIO (117 abitanti rimasti, in provincia dell’AQUILA) – Negli ultimi anni qualche imprenditore straniero si è innamorato delle città fantasma italiane. Uno di questi è lo svedese Daniel Kihlgren che si è messo in testa di far rivivere SANTO STEFANO DI SESSANIO, in Abruzzo, acquistandone una parte e realizzando un “ALBERGO DIFFUSO” nelle case prima abbandonate

   I paesi fantasma in Italia sono circa un migliaio, se si escludono stazzi e alpeggi, altrimenti si sale a 6mila. Non intendiamo paesi “istituzionali”, con tanto di seppur piccola amministrazione comunale, ma borghi, frazioni, colmelli, ma a volte veri e propri paesi “istituzionali” che hanno popolazione ridottissima, di poche decine di persone rispetto alle centinaia e migliaia di qualche decennio fa.

   Un fenomeno tangibile, visibile, l’abbandono e la desertificazione di paesi specie di montagna o lontani da centri urbani significativi, frutto dell’incedere della storia nei territori, dove ogni luogo (fatto di natura, artificio umano, accadimenti storici) può essere oggettivamente destinato all’abbandono. Ma la cosa non è rassicurante (l’oggettività):la rassegnazione all’abbandono denota incapacità di trasformarsi, un declino culturale, economico, ambientale, sociale, urbano….

L’emblema delle città abbandonate italiane è CIVITA DI BAGNOREGIO (provincia di Viterbo), appoggiata da secoli su un colle di tufo, CHIAMATA “LA CITTÀ CHE MUORE”. PER OGNI FRANA (FREQUENTE), CIVITA PERDE UN PEZZO, restringendosi ogni giorno di più, cercando di sopravvivere abbarbicata a quel tufo. A collegarla con il resto del mondo, un ponte sospeso percorribile solo a piedi. Mai nessuna macchina ha varcato i confini del paese (Lidia Baratta, da Linkiesta del 4/4/2015)
L’emblema delle città abbandonate italiane è CIVITA DI BAGNOREGIO (provincia di Viterbo), appoggiata da secoli su un colle di tufo, CHIAMATA “LA CITTÀ CHE MUORE”. PER OGNI FRANA (FREQUENTE), CIVITA PERDE UN PEZZO, restringendosi ogni giorno di più, cercando di sopravvivere abbarbicata a quel tufo. A collegarla con il resto del mondo, un ponte sospeso percorribile solo a piedi. Mai nessuna macchina ha varcato i confini del paese (Lidia Baratta, da Linkiesta del 4/4/2015)

   Tentiamo, nell’individuare in questo post geografie dei luoghi, cause dell’abbandono, effetti, di dare spunti per un ritorno alla vita di paesi ora desolatamente vuoti di giovani, bambini (spesso ci sono solo pochi anziani…), senza persone che ci vivono, lavorano, vivono.

LE CAUSE DELL’ABBANDONO

   I motivi di spopolamento sono molteplici. I vecchi alpeggi, ad esempio, sono stati abbandonati con il boom economico del secondo dopoguerra, preferendo ad essi condizioni di vita migliori, più comode, andando a lavorare in fabbrica o emigrando in altri Paesi. Ci sono borghi abbandonati perché troppo isolati; altri perché distrutti da continui terremoti, frane e alluvioni (forse questa è la causa principale dell’abbandono: si va a costruire in zona più sicura il “nuovo paese”, a volte ragionevolmente e con buone riuscite urbanistiche, la maggior parte creando degli obbrobri…). Ma non da meno ci sono in primis, come motivo dell’abbandono, ragioni economiche, come nel caso dei villaggi minerari in Sardegna, oppure nella Alpi e nella catena appenninica per l’insostenibilità di una vita magra, fatta di privazioni non più sopportabili nell’era dell’inizio del benessere economico dagli anni 60 del secolo scorso.

“LA MIA ITALIA FATTA DI ABBANDONO E DI VITE DESOLATE”: I LUOGHI ABBANDONATI DI CARMEN PELLEGRINO: UN ROMANZO PER PORTARLI A NUOVA VITA - L'autrice trova, studia e riporta in vita le “ROVINE”. Negli ultimi anni ha censito e visitato decine e decine di PAESI DIMENTICATI, in Italia e all’estero, al punto da indurre la Treccani a registrare un neologismo: ABBANDONOLOGO. Ora quelle storie sommerse  sono al centro di un romanzo "CADE LA TERRA". Perché all'abbandono si reagisce anche riscrivendolo -
“LA MIA ITALIA FATTA DI ABBANDONO E DI VITE DESOLATE”: I LUOGHI ABBANDONATI DI CARMEN PELLEGRINO: UN ROMANZO PER PORTARLI A NUOVA VITA – L’autrice trova, studia e riporta in vita le “ROVINE”. Negli ultimi anni ha censito e visitato decine e decine di PAESI DIMENTICATI, in Italia e all’estero, al punto da indurre la Treccani a registrare un neologismo: ABBANDONOLOGO. Ora quelle storie sommerse sono al centro di un romanzo “CADE LA TERRA”. Perché all’abbandono si reagisce anche riscrivendolo –

LE PROPOSTE DI RIPOPOLAMENTO

1- Innanzitutto noi crediamo a una vera nuova riorganizzazione istituzionale dei territori, coinvolgendoli tutti in AREE METROPOLITANE (se non piace questo termine per zone e paesi di montagna, chiamiamoli AGROPOLITANI o quant’altro di simile e più accattivante…). Non può essere che il “sistema-Paese” (nazione) pensi di potenziare e investire risorse e innovazione solo in 15 Aree-Città (metropolitane) (più o meno corrispondenti ai maggiori nuclei urbani che ci sono adesso), tralasciando il ruolo di tutto il resto del territorio nazionale.

Fare, realizzare AREE METROPOLITANE, anche sulla cima del Monte Bianco, non vuol dire urbanizzare e costruire grattacieli, per niente… significa dare un piano di conservazione qualificata, innovazione nel gestire il territorio (anche volutamente “dimenticando” e tutelando pure aree selvagge, nel rendere le varie comunità – villaggi, paesi, cittadine, etc. – partecipi di un progetto comune identificabile nel concetto più alto di METROPOLIS, città-area metropolitana che ha l’ambizione di voler portare felicità ai suoi abitanti (oltre ogni divisione etnica, sociale…).

   Parliamo di gente che vive e condivide il luogo “Area metropolitana” (pur riconoscendosi anche, ed essere fortemente legato, al suo piccolo villaggio)… Area Metropolitana come luogo di per se “forte”, autorevole (e non debole, subordinato e arrendevole a tutto, non avendo dimensioni e autorevolezza che lo rendano all’esterno capace di farsi valere, e all’interno non in grado di assumere un proprio progetto di sviluppo sostenibile, ambientale, conservativo, in ogni caso di benessere economico per tutti…). Il progetto “Aree metropolitane in ogni dove” è per noi essenziale per recuperare alla vita i borghi in declino, dimenticati, in abbandono.

MONTERANO (Foto di di Vittorio Caggiano, da L espresso del 18-2-2015) - LA CITTA' PERDUTA DI MONTERANO - Nella foto la CHIESA DI SAN BONAVENTURA, situata fuori dal BORGO DI CANALE MONTERANO (100 km. da Roma): la si può ammirare mentre si gira tra i suggestivi resti dell’antica MONTERANO, ZONA ABBANDONATA COMPLETAMENTE NEL XVIII SECOLO PRIMA A CAUSA DELL’ARIA INSALUBRE E POI PER L’ARRIVO DI TRUPPE FRANCESI
MONTERANO (Foto di di Vittorio Caggiano, da L espresso del 18-2-2015) – LA CITTA’ PERDUTA DI MONTERANO – Nella foto la CHIESA DI SAN BONAVENTURA, situata fuori dal BORGO DI CANALE MONTERANO (100 km. da Roma): la si può ammirare mentre si gira tra i suggestivi resti dell’antica MONTERANO, ZONA ABBANDONATA COMPLETAMENTE NEL XVIII SECOLO PRIMA A CAUSA DELL’ARIA INSALUBRE E POI PER L’ARRIVO DI TRUPPE FRANCESI

2- Senza SERVIZI ESSENZIALI ALLA PERSONA è impossibile riportare in vita un centro abbandonato, un paese, un borgo. Ufficio postale, negozio di generi alimentari, pronto soccorso medico a distanza non proibitiva, l’asilo o scuola primaria che non sia troppo distante, un bar, un centro ricreativo, per riunioni….sono tutte cose essenziali, che forse sono state loro, la loro sparizione, una delle principali cause di abbandono progressivo di un luogo. Ripristinarle “tale e quali” al passato è impossibile e improponibile.

   Però si possono trovare soluzioni nuove alternative. Creando sistemi “misti”, polifunzionali: il piccolo supermercato può fare anche da ricezione e spedizione della posta, del ricevimento delle raccomandate, oltreché da luogo in una stanza dove un impiegato “pubblico” (comunale, regionale, dell’agenzia entrate…), due volte la settimana presente, può ricevere le persone, gli abitanti… e collegandosi ad internet può svolgere mansioni diversificate in contatto con i vari enti pubblici (dalla carta di identità, al codice fiscale, a pratiche urbanistiche, a informazioni Inps, etc.).

Il giornalista napoletano ANTONIO MOCCIOLA nel suo ultimo libro LE BELLE ADDORMENTATE ha ritratto 82 delle città fantasma italiane, dall’Alto Adige alla Sicilia. Dopo dieci anni di viaggi in posti dimenticati da tutti, ha creato una sorta di guida per luoghi che nelle guide tradizionali non ci sono più, con tanto di foto e indicazioni per raggiungerli (Lidia Baratta, da Linkiesta del 4/4/2015)
Il giornalista napoletano ANTONIO MOCCIOLA nel suo ultimo libro LE BELLE ADDORMENTATE ha ritratto 82 delle città fantasma italiane, dall’Alto Adige alla Sicilia. Dopo dieci anni di viaggi in posti dimenticati da tutti, ha creato una sorta di guida per luoghi che nelle guide tradizionali non ci sono più, con tanto di foto e indicazioni per raggiungerli (Lidia Baratta, da Linkiesta del 4/4/2015)

   Pertanto i servizi nei luoghi lontani, “difficili”, possono essere ripristinati se si accetta il loro carattere “misto”, polifunzionale, in una stessa struttura, in uno stesso servizio (mettendo assieme pubblico e privato, e accorpando funzioni tali da far sì che non manchi niente dei servizi minimi essenziali che una popolazione chiede).

   Incredibilmente questo sta accadendo in molte grandi città, metropoli, nei loro quartieri….. e non accadde in piccole realtà comunali dove non si fa nulla per frenare l’inesorabile declino e abbandono. Inventare e proporre servizi multipli, polifunzionali, niente di nuovo sarebbe, comunque, sotto il cielo…. Ai primordi della civiltà industriale moderna, nei luoghi isolati (come quelli montani) i servizi così venivano dati: pensiamo, per fare un esempio, alla prima formazione scolastica, alle piccole scuole elementari diffuse nei villaggi, con un unico maestro/maestra, in classi multiple (genialità del periodo giolittiano dei primi del novecento per iniziare il processo di alfabetizzazione del Paese).

3– PROFUGHI E IMMIGRATI, attori nel ridare vita ai luoghi ora deserti di popolazione – C’è il cosiddetto “Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati” (Sprar) che fa capo al Ministero dell’Interno, che prevede di mettere assieme enti locali che, attraverso il “Fondo nazionale per le politiche e i servizi dell’asilo” ed altre risorse straordinarie (Protezione Civile, 8 per mille) (ne parliamo in questo post in un articolo da “Linkiesta” di Luigi Pandolfi), dando la possibilità di realizzare interventi di “accoglienza integrata” a favore di migranti che giungono nel nostro Paese da teatri di guerra o fuggono da regimi dittatoriali.

per le strade di RIACE in Calabria (foto da Linkiesta)
per le strade di RIACE in Calabria (foto da Linkiesta)

   E’ anche qui incredibile che i piccoli comuni in difficoltà non ne usufruiscano; perché, nella maggior parte dei casi, sono i comuni capoluogo a usufruire dei fondi, in generale grossi centri. L’unica eccezione “regionale” è la Calabria, dove ritroviamo coinvolti centri piccoli e piccolissimi. La loro accettazione di profughi è data proprio dall’esigenza di RIVITALIZZARE BORGHI IN DECLINO, abbandonati, soggetti a rapido spopolamento (casi calabresi di questo genere li ritroviamo a Riace, Badolato, Acquaformosa, Caulonia…).

   Va da se che persone profughe (ma anche immigrate per motivi di povertà assoluta), verificatane la bravura e serietà, sono assai motivate a farsi una vita in luoghi “da ricostruire della comunità”; e questo è certamente assai alternativo alla gestione segregante, disumana, dei migranti attraverso i centri d’accoglienza senz’alcuna speranza.

   Tra l’altro queste nuove iniziative di economia locale (rivitalizzazione di un borgo con gli immigrati) sono alquanto positive per la ripresa di tutto un territorio (per i lavori che si mettono in campo, piccole ristrutturazioni edilizie, richiesta di generi alimentari, formazione scolastica per i bambini…). Pian piano l’aiuto statale all’inserimento degli immigrati ne potrà fare a meno, individuando economie di ritorno (agricole, di allevamento, artigianali…) che permetterebbero forme di autosufficienza economica.

4 – il recupero dei territori abbandonati (il caso del RIPRISTINO DEI TERRAZZAMENTI nel Canale di Brenta, comune di Valstagna, in provincia di Vicenza) – L’abbandono delle attività agricole e pastorali della montagna, della mezza-montagna e di aree collinari pedemontane ha portato a far sì che artifici umani (come sono i terrazzamenti) costruiti e curati per tanti decenni (a volte secoli), nello stato di abbandono, siano stati sconvolti dall’espandersi della vegetazione selvatica, dal degrado per la mancata cura a eventi atmosferici dannosi, a volte per l’utilizzo di questi terreni a discariche o altri utilizzi impropri.

TERRAZZAMENTI IN VALSTAGNA, CON MASIERE (cioè muretti a secco, senza cemento)
TERRAZZAMENTI IN VALSTAGNA, CON MASIERE (cioè muretti a secco, senza cemento)

   E’ il caso di tanti TERRAZZAMENTI, cui è pieno il territorio italiano, spesso in stato di abbandono e degrado rovinoso. Il tentativo di un loro ripristino può proprio essere legato a fenomeni di ritorno all’abitazione ed alla coltivazione di aree montane in via di spopolamento, ad opera non solo di abitanti locali ma anche di cittadini provenienti da altre zone, sensibili a obiettivi quali la conservazione del territorio e una maggiore qualità della vita. In questo caso qualche studioso parla non di rapporto più vicino e nuovo tra città e campagna (i cittadini che si avvicinano alla natura…) ma di esempi di “neo-ruralismo” (van der ploeg, 2009) vero e proprio.

   Una via di mezzo, un tentativo assai interessante e che sta “facendo scuola” è quello di “Adotta un terrazzamento” campagna di recupero dei terrazzamenti, avviata 5 anni fa nel comune di Valstagna in provincia di Vicenza (in questo post potete leggere un articolo di Luca Lodatti, uno dei maggiori esperti sul tema terrazzamenti, e artefice tra i principali dell’esperienza di “Adotta un Terrazzamento” a Valstagna).

   Nel caso descritto non vi è una vera e propria ripopolazione del luogo causata dal ripristino dei terrazzamenti, perché l’opera di recupero è svolta da cittadini che vengono dalle vicine città (come Bassano del Grappa) ma anche da più lontano, per lavori periodici di coltivazione e manutenzione del terrazzamento (che prima era in degrado ed è stato recuperato).

   Il tema della montagna si connette comunque in modo spontaneo e naturale con la possibilità di “fare coltivazione”, agricoltura o pastorizia, allevamento…. Cioè di individuare attività in grado di essere remunerative, magari contornate da molteplici fonti di reddito che si compendiano tra loro (accoglienza di turisti, agriturismo, gestione del legname, trasformazione agroalimentare dei prodotti della terra, garanzia del mantenimento ambientale magari con piccoli finanziamenti pubblici – la regione, lo Stato… hanno tutto l’interesse a far sì che ci sia un controllo ambientale territoriale in certe aree di particolare delicatezza ambientale, geologica…).

   Partendo da piccole esperienze iniziali di attività spontanee di riuso dei terrazzamenti, a Vastagna queste prime esperienze hanno portato all’idea del progetto Adotta un terrazzamento che da circa 5 anni funziona con grandi risultati di recupero territoriale (per saperne di più vedi: www.adottaunterrazzamento.org/ ).

5 – LA CONCESSIONE GRATUITA DI EDIFICI (PUBBLICI O PRIVATI). Continua a leggere

IRAN: LA CADUTA DEL MURO di separazione dal mondo – L’IRAN, grande paese così vicino storicamente all’Italia, TORNA A VIVERE nel contesto globale, abbandonando il desiderio di armi atomiche – LA POLITICA DEL PETROLIO ora conta meno: e l’Occidente (e Russia e Cina), sperano di FERMARE L’ISIS

Nelle strade di Teheran la festa dei giovani: "Abbiamo riconquistato il diritto di sognare"
Nelle strade di Teheran la festa dei giovani: “Abbiamo riconquistato il diritto di sognare”

   Il 14 luglio scorso c’è stata la firma con la conclusione dell’accordo sul nucleare tra Iran e paesi del cosiddetto gruppo “5+1″ – formato dai membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU (Francia, Cina, Regno Unito, Stati Uniti e Russia) più la Germania –, che tra le altre cose prevede alcune forti limitazioni per l’Iran nel processo di arricchimento dell’uranio in cambio di un alleggerimento delle sanzioni economiche e commerciali.

CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRE (mappa da www.triskel182.files.wordpress.com/
CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRE (mappa da http://www.triskel182.files.wordpress.com/

   Già il 2 aprile scorso, a Losanna in Svizzera, era stato raggiunto un accordo politico, una prova, un preaccordo, annunciando sommariamente le regole che alla fine sono state perfezionate e accolte da tutti i sopradetti partecipanti il 14 luglio a Vienna (del preaccordo del 2 aprile ne avevamo ampiamente parlato in uno dei post di questo blog geografico,

https://geograficamente.wordpress.com/2015/04/06/ ).

   L’Iran così abbatte il suo muro di isolamento dal mondo, durato veramente troppo (36 anni, dall’ascesa al potere di Khomeyni). L’Iran è un paese grande e strategico non solo per tutto il Medioriente, me per il mondo intero, per la cultura che esprime, la sua storia, un Paese che tra l’altro ha sempre avuto forti legami con l’Italia, un “amore a prima vista”, un’amicizia istintiva. Messa a tacere, questa amicizia, da troppi anni di separazione dal mondo, con le dure sanzioni dell’Occidente (e pertanto anche dell’Italia) dall’anno 2006.

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   L’accordo di Vienna è stato celebrato come una grande conquista dalla maggior parte della comunità internazionale (a eccezione di Arabia Saudita e Israele), nonostante sia provvisorio e non abbia meccanismi vincolanti che ne garantiscano il rispetto. Cioè se tutti rispettano gli accordi (l’Iran rinuncia alla bomba atomica, l’Occidente “si apre” al commercio con esso) è tutto ok, se no salta tutto.

   Però è un fatto di veramente storica importanza geopolitica per la possibilità di pace in Medioriente, dove un Paese come l’Iran integralista religioso e fonte di destabilizzazione dall’ascesa al potere di Khomeyni 36 anni fa (è una repubblica islamica dal 1979), ora può diventare un soggetto geopolitico portatore di pace ed equilibrio anche tra i vari paesi islamici (che è il problema che forse più di tutti ha dato origine all’Isis).

JAVAD ZARIF, ministro degli esteri artefice iraniano dell’accordo
JAVAD ZARIF, ministro degli esteri artefice iraniano dell’accordo

   L’efficacia delle sanzioni (dal 2006 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha imposto diverse sanzioni economiche e commerciali sull’Iran per fermare i tentativi iraniani di costruzione della bomba atomica) sembra che in definitiva abbiano avuto successo. L’isolamento internazione (e la sanzioni in primis) hanno impoverito fortemente il Paese, privandolo di beni di consumo importanti, ma anche di un contatto intellettuale, nella ricerca, nel lavoro, nelle tecnologie nuove…. e forse, questo, è il vero motivo della rinuncia dell’Iran a costruire la bomba atomica. La popolazione è stanca e deprivata da questo isolamento; una popolazione, specie quella di Teheran e delle maggiori altre città, abituata a vivere “all’occidentale”. Vien da dire allora che non è vero che le sanzioni non servono mai, pur ricadendo su strati di popolazione meno coinvolti (o per niente coinvolti) col potere autoritario dominante.

   La spinta dei giovani iraniani a “vivere il mondo” come tutti gli altri giovani (e di una società fin che si vuole islamica, ma molto legata, specie come detto a Teheran e nelle principali città, ai modi della cultura occidentale), è così latente, evidente, che non può più essere ignorata da autorità in crisi nel loro potere tradizionale confessionale, fatto di regole aprioristiche, fuori del tempo (specie per quanto riguarda i diritti delle donne).

I protagonisti dell'accordo
I protagonisti dell’accordo

   Non che adesso, con l’accordo, tutto sia cambiato, per niente… ma il processo di apertura al mondo inevitabilmente farà sì che i costumi e le tradizioni iraniane si adeguino alle libertà e modernità occidentali (peraltro ben conosciuti nel paese). E, e qui sta poi l’importanza geopolitica strategica di questo “nuovo Iran”, la funzione di questo Paese nel Medioriente, specie contro il terribile terrorismo dell’isis, verrà riconosciuto e potrà avere aiuti e risorse anche da tutto l’Occidente (speriamo).

ALI KHAMENEI GUIDA SUPREMA DELL IRAN
ALI KHAMENEI GUIDA SUPREMA DELL IRAN

   L’accordo porta a un nuovo modo di pensare il Medio Oriente che, negli ultimi 36 anni ha avuto proprio nell’Iran un paese che destabilizzava tutta quell’Area geografica: invece adesso viene riconosciuto all’Iran il ruolo che già sta facendo di oppositore alla follia integralista dell’Isis; e poi l’accordo permetterà sicuramente (con il ritorno degli scambi commerciali, culturali…) una maggior forza delle fazioni politiche più moderate e dialoganti con l’esterno, e che si battono contro l’integralismo religioso che pur resiste ancora nel paese (e lo controlla ancora).

Il presidente HASSAN ROUHANI parla in tv: "Noi rispetteremo gli accordi se gli altri li rispetteranno"
Il presidente HASSAN ROUHANI parla in tv: “Noi rispetteremo gli accordi se gli altri li rispetteranno”

Insomma, nei molti elementi di crisi internazionale e locale che abbiamo ora (tra guerre, terrorismi, violenze su persone deboli e indifese, crisi ambientali, risorse naturali che mancano, povertà ed economie povere o al collasso…), il “NUOVO IRAN” (almeno questa prospettiva concreta che si fa avanti, incrociamo le dita…) è una notizia che (nel globale e nel locale) ce la possiamo ancora fare. (s.m.)

“ARGO”, IL FILM SULLA RIVOLUZIONE IRANIANA, TRA TRAMA E REALTÀ di quanto è veramente accaduto allora - La mattina del 4 NOVEMBRE 1979, all’AMBASCIATA USA DI TEHERAN, LA RIVOLUZIONE IRANIANA TOCCA UN PUNTO DI NON RITORNO QUANDO LA FOLLA ABBATTE I CANCELLI E CATTURA 52 PERSONE. La crisi degli ostaggi dura così 444 giorni, fra negoziati falliti, un disastroso tentativo d’intervento armato e problemi crescenti per la presidenza di JIMMY CARTER. Intanto la Cia si occupa di un’operazione particolare: finge la produzione di un inesistente film di fantascienza per far rientrare in patria i sei cittadini statunitensi che durante l’assalto all’ambasciata si sono rifugiati fortunosamente nella casa dell’ambasciatore canadese, a pochi isolati di distanza
“ARGO”, IL FILM SULLA RIVOLUZIONE IRANIANA, TRA TRAMA E REALTÀ di quanto è veramente accaduto allora – La mattina del 4 NOVEMBRE 1979, all’AMBASCIATA USA DI TEHERAN, LA RIVOLUZIONE IRANIANA TOCCA UN PUNTO DI NON RITORNO QUANDO LA FOLLA ABBATTE I CANCELLI E CATTURA 52 PERSONE. La crisi degli ostaggi dura così 444 giorni, fra negoziati falliti, un disastroso tentativo d’intervento armato e problemi crescenti per la presidenza di JIMMY CARTER. Intanto la Cia si occupa di un’operazione particolare: finge la produzione di un inesistente film di fantascienza per far rientrare in patria i sei cittadini statunitensi che durante l’assalto all’ambasciata si sono rifugiati fortunosamente nella casa dell’ambasciatore canadese, a pochi isolati di distanza

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L’ACCORDO SULL’IRAN IN 10 RISPOSTE

15 luglio 2015 – da IL POST.IT (www.ilpost.it/ )

– Una spiegazione chiara e sintetica per chi era distratto e volesse capire perché due paesi nemici festeggiano –

   Martedì 14 luglio l’Iran e i paesi del cosiddetto “5+1”, cioè i membri del Consiglio di Sicurezza dell’ONU con potere di veto (Regno Unito, Francia, Stati Uniti, Russia e Cina) più la Germania, hanno raggiunto a VIENNA uno storico accordo sul nucleare iraniano. L’accordo – di cui si stava discutendo da circa due anni – è stato considerato una vittoria per tutte le parti coinvolte ma è stato molto osteggiato dalle opposizioni interne di Stati Uniti e Iran, e da diversi paesi alleati all’Occidente. Al di là dei tecnicismi contenuti nel testo firmato a Vienna, l’accordo ha una grande importanza politica e potrebbe avere conseguenze notevoli in tutto il Medio Oriente. Queste che seguono sono 10 domande e 10 facili risposte per capire qualcosa di più sull’accordo, senza dovere imparare a memoria il numero e il tipo di centrifughe che potrà continuare ad avere l’Iran d’ora in avanti. Continua a leggere