CICLONI IN MOZAMBICO (e Zimbabwe e Malawi): le tragedie africane che non fanno notizia – L’AFRICA contribuisce in minima parte all’inquinamento globale ma è il Continente più minacciato dai cambiamenti climatici – Cosa fare per l’Africa? SOLIDARIETÀ, ma anche maggiore ATTENZIONE a ciò che accade

Nella notte tra il 14 e il 15 marzo, il CICLONE tropicale IDAI si è abbattuto su BEIRA, capoluogo della Provincia di SOFALA, in MOZAMBICO. Sono oltre un milione e mezzo le persone colpite e un numero imprecisato le vittime. Dall’Oceano indiano l’uragano si è abbattuto sulla città portuale, la seconda del paese, con una forza inaudita. I venti hanno raggiunto la velocità di 315 chilometri orari, una intensità paragonabile a quella dell’uragano Irma che colpì la Florida nel 2017, uno dei più violenti degli ultimi anni

   Nel marzo di quest’anno (2019) un ciclone (denominato dai meteoreologhi “IDAI”) ha colpito violentemente le coste centrali del MOZAMBICO, per poi spostarsi in ZIMBABWE e in MALAWI. Nella notte tra il 14 e il 15 marzo, dall’Oceano indiano l’uragano si è abbattuto sulla città portuale di BEIRA, la seconda del paese, con una forza inaudita. I venti hanno raggiunto la velocità di 315 chilometri orari, una intensità paragonabile a quella dell’uragano Irma che colpì la Florida nel 2017, uno dei più violenti degli ultimi anni.

IL CASO DEL MOZAMBICO riapre una domanda chiave dell’emergenza climatica: STANNO AUMENTANDO DI NUMERO E INTENSITÀ LE TEMPESTE sul nostro pianeta? Che impatto possono avere sulla sicurezza di una nazione? È un’ulteriore ragione per dichiarare l’emergenza climatica? da LINKIESTA, 3/5/2019, https://www.linkiesta.it/)

   Più di mille i morti, 344 in Zimbabwe, 602 in Mozambico e almeno 59 in Malawi. Secondo l’Onu almeno 3 milioni di persone (tra cui un milione di bambini) soffrono per le conseguenze del ciclone. E, tra le conseguenze, il diffondersi del colera (circa 6 mila casi) tra i sopravvissuti, soprattutto in Mozambico.

Ciclone Idai in Mozambico: c’è bisogno di aiuto

   E a solo un mese di distanza dal ciclone tropicale Idai, il Mozambico è stato colpito da un altro ciclone (denominato KENNETH), nella parte più a nord del Paese, nell’ARCIPELAGO delle ISOLE QUIRIMBAS, uragano di minore entità rispetto a Idai, però il più forte mai registrato in quella regione a nord, classificato forza 4 su una scala che arriva a un massimo di 5. Forti venti con picchi fino a 180 Km/h e incessanti piogge di circa 300-500 mm (oltre 8 volte la media di stagione) hanno distrutto interi villaggi dell’Arcipelago. Ancora morti: una quarantina, molto meno rispetto a Idai, ma le popolazioni delle isole dell’Arcipelago sono rimaste pressoché quasi tutte senza casa. Pertanto due cicloni in Mozambico a un mese l’uno dall’altro.

mappa Mozambico

   La situazione sociale in Mozambico è allo stremo: e quella che è oggi una emergenza alimentare potrebbe trasformarsi in una carestia di lunga durata. È andata completamente distrutta tutta la produzione agricola di quest’anno, già messa a dura prova dalle piogge che hanno flagellato il Paese all’inizio di marzo, prima del ciclone Idai. E poi c’è lo spettro di malattie infettive: colera, alterazioni intestinali e respiratorie, malaria.

MEDICI CON L’AFRICA – CUAMM (Padova) in Mozambico – EMERGENZA CICLONE IN MOZAMBICO COSA PUOI FARE TU – Fornire acqua potabile, riparo alle popolazioni sfollate, assistenza sanitaria. Queste le attività salvavita considerate prioritarie per far fronte all’emergenza. – https://www.mediciconlafrica.org/blog/la-nostra-voce/news/cosapuoifare?utm_source=phplist957&utm_medium=email&utm_content=HTML&utm_campaign=La+fantasia+moltiplica+l%27aiuto%3A+perch%C3%A9+sia+davvero+5+CON+1000

   Un paese ora in ginocchio, il Mozambico, già poverissimo, e ora pure con miliardi di dollari di danni da sanare. Eventi atmosferici dirompenti mai verificatisi. Da tutto questo nasce la domanda di quale sarà il futuro (atmosferico, ambientale, di vita…) di questa aree dell’Africa (del Pianeta).

  E vi è quasi purtroppo certezza che l’emergenza climatica sarà cosa da farci i conti molto spesso. Stanno aumentando di numero e intensità le tempeste sul nostro pianeta. E che impatto possono avere sulla sicurezza di una nazione? È un’ulteriore ragione per dichiararla, l’emergenza climatica?
Il paradosso è CHE L’AFRICA CONTRIBUISCE IN MINIMA PARTE ALL’INQUINAMENTO GLOBALE ma è IL CONTINENTE PIÙ MINACCIATO dagli effetti dei cambiamenti climatici. Condizioni climatiche avverse hanno portato a un calo della produzione agricola e all’aumento vertiginoso dei prezzi alimentari. Sull’agricoltura incide non poco il cambiamento climatico: precipitazioni ridotte e aumento delle temperature influenzano negativamente le rese delle colture alimentari. Inoltre siccità, stress da calore e inondazioni provocano una riduzione del raccolto e nella produttività del bestiame. Questo accade in particolare e ancor di più sulla fascia subsahariana.

Mozambico, carta da Treccani Enciclopedia

   Questa penuria ha scatenato migrazione transfrontaliera e conflitti intra-regionali, provocando instabilità politica in vari stati. In generale, l’insicurezza alimentare ha peggiorato le già difficili situazioni dei Paesi colpiti da conflitti. E gli agglomerati urbani africani risultano essere i più vulnerabili: aree molto densamente popolate stanno già vivendo grandi difficoltà nella fornitura di acqua potabile.

CICLONE IDAI da foto NASA – “(…) Secondo il GEOFISICAL FLUID DYNAMICS LABORATORY dell’Agenzia Americana NOAA ci sono una serie di elementi da considerare, che sono critici per la sicurezza globale, legati alle TEMPESTE.
I tassi di precipitazioni dei cicloni tropicali probabilmente AUMENTERANNO IN FUTURO A CAUSA DEL RISCALDAMENTO ANTROPOGENICO E DEL CONSEGUENTE AUMENTO DEL CONTENUTO DI UMIDITÀ ATMOSFERICA. L’intensità dei cicloni tropicali aumenterà dall’1 al 10% se la temperatura salirà di 2°. Questo implicherebbe un maggiore potenziale distruttivo per tempesta. Infine L’INNALZAMENTO DEI MARI RENDERÀ PIÙ IMPATTANTI I COSIDDETTI STORM SURGE, ovvero il temporaneo innalzamento del mare dovuto ai forti venti e alla bassa pressione della tempesta. (da LINKIESTA, 3/5/2019, (https://www.linkiesta.it/ )

   Proprio nelle stesse ore della tragedia del ciclone Indai in Mozambico, l’assemblea mondiale delle Nazioni Unite sui cambiamenti ambientali (riunita a Nairobi), lanciava l’ennesimo grido di allarme: TUTTI I GOVERNI DEVONO PRENDERE DECISIONI CONCRETE per fermare il degrado ambientale ed in tempi brevissimi.

MOZAMBICO – I sopravvissuti dal ciclone Idai vivono ancora nei campi di raccolta (da http://www.vaticannews.va/)

Perdere la sfida del cambiamento climatico potrebbe essere un disastro per l’Africa. Il Continente pagherebbe infatti il prezzo più alto di tutto il Pianeta, pur (lo ribadiamo) contribuendo pochissimo all’inquinamento globale. (s.m.)

«LA FAME IN AFRICA CONTINUA A CRESCERE, DOPO MOLTI ANNI DI DECLINO, minacciando gli sforzi del continente di sradicarla e raggiungere gli Obiettivi di Malabo 2025 e l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, in particolare il secondo OBIETTIVO DI SVILUPPO SOSTENIBILE (Sdg2)». E’ la terribile realtà che emerge dal RAPPORTO “Africa Regional Overview of Food Security and Nutrition. Addressing the threat from climate variability and extremes for food security and nutrition”, pubblicato da Fao e United Nations economic commission for Africa (Eca)( http://www.fao.org/3/CA2710EN/ca2710en.pdf ). Nell’Africa sub-sahariana 237 milioni di persone soffrono di denutrizione cronica, annullando così tutti i passi avanti fatti negli ultimi anni.(…)( 14 Febbraio 2019] da http://www.greenreport.it/news/)

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DUE TERZI DELLE CITTÀ AFRICANE DA QUI AL 2035 POTREBBERO ESSERE MINACCIATE DAGLI EFFETTI DEI CAMBIAMENTI CLIMATICI. A sostenerlo, come riportato dall’INFOAFRICA (https://www.infoafrica.it/) è uno studio pubblicato nel novembre 2018 dalla società di consulenza britannica Verisk Maplecroft, secondo il quale IL RISCHIO È RITENUTO ELEVATO e L’AFRICA È IL CONTINENTE PIÙ MINACCIATO dagli effetti dei cambiamenti climatici globali. (da https://www.africarivista.it/)

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CRISI AMBIENTALE E MIGRAZIONI FORZATE: NUOVI ESODI AL TEMPO DEI CAMBIAMENTI CLIMATICI (2018) – la seconda edizione (pubblicata nel dicembre 2018) del REPORT CURATO DA SALVATORE ALTIERO E MARIA MARANO per le ASSOCIAZIONI A SUD e CENTRO DI DOCUMENTAZIONE SUI CONFLITTI AMBIENTALI – “(…) Secondo i dati del Global Report on Internal Displacement 2018 dell’Internal Displacement Monitoring Centre, nelle seguenti aree geografiche, il numero di persone in fuga dalle conseguenze di disastri naturali supera quello di chi fugge da guerre e conflitti: Asia orientale e Pacifico (8,6 milioni contro 705.000), Asia meridionale (2,8 milioni contro 634.000), America (4,5 milioni contro 457.000), Europa e Asia centrale (66.000 contro 21.000). Nell’Africa subsahariana abbiamo 5,5 milioni di migranti interni dovuti ai conflitti armati ma comunque 2,6 milioni di persone sono costrette a spostarsi a causa dei disastri naturali.(…)” (di Salvatore Altiero, da http://www.atlanteguerre.it/ ). LINK DELLA PUBBLICAZIONE “CRISI AMBIENTALE E MIGRAZIONI FORZATE: NUOVI ESODI AL TEMPO DEI CAMBIAMENTI CLIMATICI (2018)”: http://asud.net/wp-content/uploads/2019/01/crisi-ambientale-e-migrazioni-forzate-2018-WEB.pdf

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CLIMATE CHANGE
CICLONE IN MOZAMBICO, L’EMERGENZA CLIMATICA FA STRAGE ANCORA UNA VOLTA
da LINKIESTA, 3/5/2019, (https://www.linkiesta.it/ )
– A un mese di distanza da Idai, il Mozambico è stato colpito dal ciclone Kenneth, il più forte mai registrato nella regione. Tassi di precipitazioni e intensità dei cicloni tropicali aumenteranno in futuro, a causa del riscaldamento antropogenico. È colpa nostra. –
«La tempesta è arrivata alle 14.30. Alle quattro il tetto della casa di fronte è volato via. Il vento ha continuato a soffiare fortissimo fino a mezzanotte. Quando siamo usciti di casa, la nostra è una delle poche in cemento, pensavamo di trovare morti ovunque». La voce di Tania Miorin (cooperante della ONG Oikos, raggiunta tramite whatsapp sull’isola di Ibo, arcipelago delle Quirimbas, Mozambico) è ancora scossa. «È il caos, ma fortunatamente sull’isola non ci sono stati morti. Al momento sono arrivati gli aiuti e la gente ha cominciato a raccogliere le macerie per rimettere in piedi una capanna, o costruire un tetto di fortuna con giunchi e palme».
Nella giornata di ieri sono stati distribuiti teloni per i rifugi temporanei e biscotti ad alto contenuto calorico come derrate di emergenza. La priorità è il trattamento dei pozzi comuni per evitare che si diffonda il colera».
Nella piccola fortezza portoghese sul mare hanno trovato rifugio oltre 100 persone. Sia l’ospedale che la scuola elementare hanno subito enormi danni e non possono più garantire nessun tipo di assistenza. A Matemo, l’isola adiacente, le scuole sono state interamente rase al suolo. Le piogge continuano incessanti mettendo a rischio la popolazione colpita.
A solo un mese di distanza dal ciclone tropicale Idai, il Mozambico è stato colpito dal ciclone Kenneth, il più forte mai registrato nella regione, classificato forza 4 su una scala che arriva a un massimo di 5. Forti venti con picchi fino a 180 Km/h e incessanti piogge di circa 300-500 mm – oltre 8 volte la media di stagione – hanno distrutto interi villaggi nell’Arcipelago.
Secondo dati del governo mozambicano il 95% della popolazione è rimasta senza casa. Al momento i morti nell’area sono 38, ma il numero potrebbe salire rapidamente. «Il suolo è saturo di pioggia e i fiumi sono già straripati, quindi l’emergenza probabilmente peggiorerà», ha dichiarato Michel Le Pechoux, vice rappresentante dell’UNICEF in Mozambico. «Stiamo facendo tutto il possibile per ottenere risorse umane e forniture sul campo per mantenere le persone al sicuro».
Il mese precedente IL CICLONE IDAI AVEVA COLPITO VIOLENTEMENTE LE COSTE CENTRALI DEL MOZAMBICO per poi spostarsi in Zimbabwe e in Malawi. Più di mille i morti, 344 in Zimbabwe, 602 in Mozambico e almeno 59 in Malawi, ma la cifra rimane ancora parziale. Al momento si registrano quasi 6 mila casi di colera tra i sopravvissuti, soprattutto in Mozambico. Un evento del genere non si era mai verificato, spiega il governo. Ed ora il paese è in ginocchio, con miliardi di dollari di danni da sanare.
Il caso del Mozambico riapre una domanda chiave dell’emergenza climatica: stanno aumentando di numero e intensità le tempeste sul nostro pianeta? Che impatto possono avere sulla sicurezza di una nazione? È un’ulteriore ragione per dichiarare l’emergenza climatica?
La scienza ha dati significativi sulle variazioni temporali di lunga data del numero ed intensità degli uragani e cicloni. I modelli proiettano Continua a leggere

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IL CASO ROM nelle PERIFERIE di Roma: xenofobia, razzismo (prima gli italiani!), disagio sociale, paura di un “diverso” mai accettato, strumentalizzazione politica, o tutte questo assieme? – STRUMENTI possibili per la CONVIVENZA pacifica (tra diversi) – L’IDENTITÀ GEOGRAFICA NUOVA dei quartieri, ora “internazionali”

Dal 5 all’8 maggio scorso ci sono state violente PROTESTE nella zona di CASAL BRUCIATO, un quartiere della periferia est di Roma, CONTRO L’ASSEGNAZIONE DI UN ALLOGGIO POPOLARE A UNA FAMIGLIA DI ETNIA ROM. La famiglia Omerovic – composta da un uomo bosniaco di 40 anni, da sua moglie e dai 12 figli, tutti nati in Italia – è arrivata nell’abitazione il 6 maggio ed è stata accolta da un gruppo di circa trenta persone, tra cui alcuni militanti del partito neofascista CasaPound, che hanno manifestato contro il loro arrivo anche con violenza. La famiglia ha preso possesso dell’appartamento secondo quanto previsto da leggi, regolamenti e graduatorie, ma le proteste non si sono fermate e il 7 maggio CasaPound – che dal 2003 ha occupato una palazzina romana in cui ha portato la sua sede e in cui vivono dirigenti, attivisti e simpatizzanti del partito – ha organizzato un sit-in invitando i cittadini a manifestare contro i rom. (…) Le manifestazioni di protesta sono continuate anche mercoledì 8 maggio quando LA SINDACA DI ROMA VIRGINIA RAGGI, che ha fatto VISITA ALLA FAMIGLIA PER ESPRIMERE LA PROPRIA SOLIDARIETÀ, è stata accolta da insulti e fischi. (foto da http://www.ilpost.it del 8/5/2019)

   Che fare nelle città, e in ogni luogo per evitare marginalità, persone che vivono in condizioni difficili (in baracche, bidonville, tende, sotto i ponti, all’addiaccio…)? Oppure come evitare “stati di disagio” in condomini popolari, specie nelle PERIFERIE (nei centri storici ci vivono molto meno immigrati e rom), periferie dove si creano tensioni a volte immotivate e un po’ xenofobe, a volte con qualche motivazione seria (comprensibile), data da “stili di vita” diversi?

La famiglia scortata all’ingresso nel palazzo (da http://www.roma.corriere.it/) – 6 maggio 2019: I caschi azzurri dei poliziotti spiccano nella folla di manifestanti che si accalca davanti al portoncino del palazzo popolare di via Sebastiano Satta 20, a CASAL BRUCIATO. Gli agenti cercano di proteggere l’ingresso nell’androne di SENADA e della figlia. Poco prima avevano fatto lo stesso con il capo famiglia IMER e un altro dei 12 figli della coppia rom. Dal caos si alza un grido contro la minorenne: «Ti stupro!». Non è la prima offesa grave ai nomadi del campo della BARBUTA, legittimi assegnatari di un alloggio popolare (da https://roma.corriere.it/ )

   Gli episodi “romani”, che qui descriviamo, nei confronti dei Rom, danno l’impressione di essere, a priori, non solo xenofobi (ma cercheremo anche le possibili ragioni dei residenti) ma anche strumentalizzati da forze dichiaratamente contrarie a ogni possibile integrazione fra persone.
Negli scorsi giorni, in particolare dal 6 maggio per 3-4 giorni, ci sono state proteste violente a Roma nella zona di CASAL BRUCIATO, un quartiere della periferia est della capitale, contro l’assegnazione di un alloggio popolare a una famiglia di etnia rom. Proteste di parte dei residenti, supportati da militanti neofascisti dell’Associazione CasaPound, mentre la famiglia Rom (marito, moglie e 12 figli) prendeva (a fatica, tra la folla inferocita) regolare possesso di una casa popolare a loro assegnata.

La famiglia rom assediata a Casal Bruciato, Roma (Ansa, da http://www.quotidiano.net/)

   Nel caos violento è pure intervenuta, in solidarietà della famiglia, la sindaca di Roma, Virginia Raggi: è andata (coraggiosamente) a trovare la famiglia Rom, nell’appartamento barricato e difeso dalla polizia, ribadendo, la sindaca, l’affermazione della legalità e una netta cesura politica (dell’amministrazione comunale) con i violenti che stavano protestando oltre ogni misura. La famiglia Omerovic (così è il cognome di questa famiglia assegnataria dell’alloggio), è arrivata a Casal Bruciato da un campo Rom (La Barbuta, al confine tra Roma e Ciampino), che il Comune sta smantellando, in virtù del piano approvato dalla giunta Raggi che prevede il superamento di tutti i campi nomadi di Roma entro il 31 dicembre del 2020.

Ecco dove vivono i circa seimila nomadi stanziati sul territorio capitolino, tra villaggi autorizzati e campi ‘tollerati’ (MAPPA DA http://www.roma.repubblica.it/, del 5/4/2019)

   Questo episodio di violenta protesta a Roma, a Casal Bruciato, si aggiunge ad altri episodi di analoga tensione (il 2 aprile a Torre Maura, ancora nella periferia romana, ma anche in un’altra zona periferica, Via Fachinetti), sempre per l’arrivo di famiglie di etnia rom.

“(…) L’ultimo report dell’ASSOCIAZIONE 21 LUGLIO conta 127 baraccopoli formali, cioè riconosciute dallo stato italiano. Ma c’è ancora molta confusione quando si parla di rom. (…..).Quando si parla di rom, sui giornali o nei discorsi, spesso si dà per scontato che si tratti di un blocco sociale omogeneo e riassumibile in una serie di luoghi comuni; eppure, nella realtà, quelli che chiamiamo rom fanno parte di popoli con storie, tradizioni e culture anche lontanissime fra loro. L’Associazione 21 luglio ha trovato 22 COMUNITÀ PRINCIPALI DISLOCATE SUL SUOLO ITALIANO: i ROM DI IMMIGRAZIONE PIÙ ANTICA (a loro volta divisi in abruzzesi, celentani, basalisk, pugliesi e calabresi); i SINTI, che si dividono in 9 gruppi su basi territoriali e linguistiche; i ROM BALCANICI che sono venuti in Italia più recentemente; i ROM BULGARI; i ROM RUMENI e infine i CAMINANTI, originari di Noto.(…)” (Giulia Giacobini, da WIRED.IT del 8/4/2019 https://www.wired.it/attualita/politica/) (foto da: da http://www.magazine3d.it.rom.no.un.esempio.integrazione-interculturale-napoli/)

   L’idea di smantellare campi, baraccopoli, dove le condizioni di vita sono (igienicamente, ma da tutti i punti di vista) fuori da ogni vivere civile, questa idea è buona, interessante, da condividere. Accompagnato, il progetto dell’amministrazione comunale, dal voler integrare queste famiglie ex nomadi (di origine Rom, ma come spieghiamo qui, il termine e la specificazione dell’etnia, è più complesso e variegato). Quest’idea di superare i campi nomadi, e distribuire la popolazione, le famiglie, in contesti abitativi “normali”, in mezzo ad altre famiglie “non rom”, sembra essere l’unica cosa possibile e civile.

MIGRAZIONE ITALIA – INSEDIAMENTI INFORMALI, MARGINALITÀ SOCIALE, OSTACOLI ALL’ACCESSO ALLE CURE E AI BENI ESSENZIALI PER MIGRANTI E RIFUGIATI. – Bloccati alle frontiere, negli spazi aperti e negli edifici occupati delle città, nei ghetti delle aree rurali, SENZA ACCESSO AI BENI ESSENZIALI e alle cure mediche di base, spesso costretti a condizioni di vita durissime. Vivono così MIGLIAIA DI RICHIEDENTI ASILO E RIFUGIATI, che pur essendo regolarmente presenti sul territorio italiano, si trovano al di fuori di un sistema di accoglienza ancora ampiamente inadeguato. Lo denuncia la SECONDA EDIZIONE DEL RAPPORTO “FUORI CAMPO” DI “MEDICI SENZA FRONTIERE”, frutto di un lavoro di monitoraggio compiuto nel 2016-2017 in circa 50 INSEDIAMENTI INFORMALI, per un totale di 10.000 PERSONE, in prevalenza richiedenti asilo o titolari di protezione internazionale o umanitaria. Rispetto al quadro delineato nella prima edizione del rapporto riferita al 2015, I RECENTI SGOMBERI FORZATI SENZA SOLUZIONI ABITATIVE ALTERNATIVE STANNO DETERMINANDO LA FRAMMENTAZIONE DEGLI INSEDIAMENTI INFORMALI e la costituzione di PICCOLI GRUPPI DI PERSONE CHE VIVONO IN LUOGHI SEMPRE PIÙ MARGINALI e che NON RIESCONO AD ACCEDERE non solo ai servizi socio-sanitari territoriali, ma ANCHE AI BENI PIÙ ELEMENTARI COME L’ACQUA, IL CIBO, L’ELETTRICITÀ. Leggi il rapporto: https://www.medicisenzafrontiere.it/wp-content/uploads/2018/06/Fuoricampo2018.pdf

   E’ anche vero che lo stato di disagio e protesta accade sempre e solamente nelle PERIFERIE delle città: là dove i problemi di convivenza a volte assumono caratteri di difficoltà anche tra persone “tutte italiane”, e l’arrivo di immigrati (o ex nomadi) aumenta e accresce le tensioni. Queste tensioni sono spesso reali, ma a volte anche frutto di pregiudizio e nessuna disponibilità ad approcciarsi positivamente al “diverso”.

BOLZANO (foto da http://www.medicisenzafrontiere.it/) – A Bolzano un numero crescente di migranti che cerca di attraversare le frontiere del Brennero è costretto a dormire e vivere in strada sotto i ponti e sulle rive del fiume.

   Se all’appartamento di sopra al nostro succede che a tarda notte ci son rumori perché stanno facendo una festa, se sono italiani o si tollera se sono amici nostri, o ci si arrabbia un po’, ma magari finisce al peggio in una LITE. Se sono stranieri o rom, è segno che sono incivili, fuori dalle regole, totalmente diversi da noi: diventa uno SCONTRO ETNICO. Quel che è accaduto e sta accadendo nelle periferie romane, è che lo scontro etnico è preventivo, a ogni possibile episodio che possa (o non possa) accadere.

Baraccopoli migranti: ben 4 in provincia di Foggia (16/2/2019, foto da http://www.immadiato.net/) – Nel secondo RAPPORTO “FUORI CAMPO”, presentato nel febbraio 2018 dall’organizzazione “MEDICI SENZA FRONTIERE”, è riportato l’elenco degli insediamenti informali abitati da migranti rifugiati in senso ampio, mappati dall’organizzazione in Italia. Diverse le tipologie considerate: INSEDIAMENTO ALL’APERTO (28%), EDIFICI (53%), CONTAINER (2%), TENDE (9%), BARACCHE (4%), CASOLARI (4%).

    Modi e sistemi di integrazione (di dialogo, di cose in comune da fare, di parlarsi e spiegare pacificamente anche “errori” che il vicino di casa non deve fare….di invitare i bambini al compleanno dei propri… e qualsiasi altra cosa conviviale…) tutto questo allenterebbe le tensioni, e permetterebbe un cammino di convivenza insieme; utile a tutti.

campo Rom (foto da “il Fatto Quotidiano”)

   Tecniche e modi per “parlarsi” e risolvere possibili diatribe sono testimonianza di tanti posti dove le cose vanno bene (cerchiamo di parlarne in alcuni articoli che ci sono in questo post). Va in ogni caso visto con preoccupazione sociale quel che sta accadendo, delle RIVOLTE DELLE PERIFERIE contro singoli membri di etnie diverse, che non stanno facendo nulla di male, ma “preventivamente” vengono rifiutati.

La Toscana (nella foto Rossi, presdente della regione, e alcuni Sinti), nel 2018 ha stanziato 1,5 milioni di euro per superare i campi Rom (foto da il fatto Quotidino)

   La “rivolta delle periferie” è ora termine abusato, ma si usa dire così adesso (non solo in Italia, ma anche forse di più in altri Paesi: pensiamo ai cosiddetti gilet gialli in Francia…), questa “rivolta” non è solo sintomo e reazione della crisi economica (come qualcuno dice), delle difficoltà di vivere in periferia; è a nostro avviso anche un “segno dei tempi”, di una mancanza di progetto sociale, di “infelicità urbana e personale”, che permea il nostro tempo.

Genocidio Rom e Sinti (foto da MICROMEGA) – IL PORAJMOS, LO STERMINIO NAZISTA DI ROM E SINTI – Soltanto nel corso degli ultimi decenni la persecuzione e lo sterminio nazi-fascisti della popolazione romaní (ROM, SINTI e CAMINANTI) sono divenuti oggetto di studi e di commemorazioni in occasione del GIORNO DELLA MEMORIA (27 GENNAIO). D’altronde, basta dire che nel corso dello stesso PROCESSO DI NORIMBERGA ai superstiti del PORAJMOS (traducibile dalla lingua romaní come “grande divoramento” o “devastazione”) fu rifiutata la costituzione quale parte civile. Eppure a esserne vittime furono centinaia di migliaia di loro. Alcuni/e studiosi/e (…) sostengono si tratti di un numero che si aggirerebbe tra le 500mila e il milione e mezzo di martiri (…). Quanto all’Italia fascista, già nel 1926 il ministero dell’Interno emanò una circolare volta a “epurare” il territorio nazionale dalla presenza di una minoranza considerata pericolosa “per la sicurezza e l’igiene pubblica” nonché per lo stile di vita: degli “eterni randagi privi di senso morale”, come li avrebbe definiti Guido Landra, tra i più noti firmatari del MANIFESTO DELLA RAZZA. (ANNAMARIA RIVERA, DA MICROMEGA)

   Nella geografia dei luoghi e del loro attuale smembramento, mancanza di connotazione e omogeneità, serve ritrovare un’identità culturale, geografica, di comunità, fatta di scoperta di tante identità, che sia esempio del carattere “internazionale” (non ci piace la parola “globalizzazione”, preferiamo “internazionale”) che ciascun borgo, quartiere, centro… ha inesorabilmente ormai assunto in ogni dove (e dobbiamo farcene una ragione positiva, e creare per ciascuno, al di dentro del borgo, un progetto di convivialità e felicità) (s.m.)

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La sindaca di Roma Virginia Raggi va all’incontro con la famiglia di nomadi assegnataria della casa popolare a Casal Bruciato, alla periferia di Roma, 8 maggio 2019.
ANSA/ MASSIMO PERCOSSI

COSA È SUCCESSO A CASAL BRUCIATO, ROMA

da http://www.ilpost.it del 8/5/2019
– I militanti di Casapound hanno contestato con violenza l’assegnazione di una casa popolare a una famiglia di etnia rom, che mercoledì 8/5 ha ricevuto la visita della sindaca Virginia Raggi –
Dal 5 all’8 maggio scorso ci sono state violente proteste nella zona di CASAL BRUCIATO, un quartiere della periferia est di Roma, contro l’assegnazione di un alloggio popolare a una famiglia di etnia rom. La famiglia Omerovic – composta da un uomo bosniaco di 40 anni, da sua moglie e dai 12 figli, tutti nati in Italia – è arrivata nell’abitazione il 6 maggio ed è stata accolta da un gruppo di circa trenta persone, tra cui alcuni militanti del partito neofascista CasaPound, che hanno manifestato contro il loro arrivo anche con violenza.
La famiglia ha preso possesso dell’appartamento secondo quanto previsto da leggi, regolamenti e graduatorie, ma le proteste non si sono fermate e il 7 maggio CasaPound – che dal 2003 ha occupato una palazzina romana in cui ha portato la sua sede e in cui vivono dirigenti, attivisti e simpatizzanti del partito – ha organizzato un sit-in invitando i cittadini a manifestare contro i rom.
La manifestazione è stata piuttosto agitata, ci sono stati spintoni e solo una numerosa presenza di poliziotti ha permesso alla famiglia di raggiungere la propria abitazione. Inoltre, sono state urlate diverse minacce nei confronti della famiglia rom: nel tumulto qualcuno ha anche gridato “vi impicchiamo”, e un ragazzo ha detto “troia, ti stupro” alla madre Omerovic che cercava di entrare in casa scortata dalla polizia.
Le manifestazioni di protesta sono continuate anche mercoledì 8 maggio quando la sindaca di Roma Virginia Raggi, che ha fatto visita alla famiglia per esprimere la propria solidarietà, è stata accolta da insulti e fischi.
Al termine della sua visita Raggi ha detto che la famiglia ha legittimamente diritto di ricevere l’alloggio, aggiungendo che «chi insulta i bambini e minaccia di stuprare le donne forse dovrebbe farsi un esame di coscienza, perché non è questa una società in cui si può continuare a vivere». Insieme alla sindaca c’era anche Gianpiero Palmieri, vescovo ausiliario di Roma est, secondo cui al momento in casa sono rimasti solo i due genitori con la figlia più piccola, mentre gli altri 11 figli sono tornati al campo La Barbuta per paura delle violenze dei manifestanti. (….)
La famiglia Omerovic è arrivata a Casal Bruciato dal campo La Barbuta, al confine tra Roma e Ciampino, in virtù del piano approvato dalla giunta Raggi che prevede il superamento dei campi nomadi di Roma entro il 31 dicembre del 2020. I manifestanti sostengono che i rom abbiano avuto un percorso di assegnazione facilitato, e chiedono che le case popolari vengano assegnate prima ai cittadini italiani. (…..)
Gli episodi di questi giorni a Casal Bruciato si aggiungono a quelli del 2 aprile a TORRE MAURA, sempre nella periferia di Roma, quando ci sono state violente proteste sostenute dall’estrema destra contro l’arrivo di alcune famiglie di etnia rom in una struttura di accoglienza. Pochi giorni dopo, proprio a Casal Bruciato, alcuni residenti in VIA FACCHINETTI 90 avevano protestato contro l’assegnazione di un alloggio popolare a una famiglia rom. In quel caso, alla fine, la famiglia rom decise di lasciare la casa.

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La famiglia rom assediata a Casal Bruciato, Roma  (foto da IL MANIFESTO)

IN FAVORE della SINDACA a CASAL BRUCIATO
LA SINDACA RAGGI A CASAL BRUCIATO ROMPE L’ASSEDIO RAZZISTA CONTRO LA FAMIGLIA ROM
di Giuliano Santoro, da “IL MANIFESTO” del 9/5/2019
La casa brucia. «Rimangono lì, è loro diritto». La sindaca di Roma tiene il punto della legalità ma viene contestata dalla folla aizzata dai fascisti di CasaPound. Nessun sostegno dal capo politico del Movimento 5 Stelle, Luigi Di Maio. Insieme alla prima cittadina, il direttore della Caritas e il vescovo ausiliario
L’immagine di Virginia Raggi, della sua scorta che rompe l’assedio stretto attorno al palazzo di via Sebastiano Satta nel quartiere romano di Casal Bruciato, è quella di una giornata di tensione fatta a cerchi concentrici. Al centro ci sono loro, Senada Sejdovic e suo marito Imer coi loro bambini ancora asserragliati dentro casa. Progettavano una festa per presentarsi ai nuovi vicini. Dalle finestre del secondo piano vedono accendersi conflitti e scombinarsi equilibri politici.
Ad esempio dentro al Movimento 5 Stelle: la visita della sindaca con tanto di incoraggiamento alla resistenza pare non sia stata apprezzata dal «capo politico» Luigi Di Maio in persona, che avrebbe detto ai suoi che avrebbe preferito che Raggi si fosse occupata «prima dei romani». La formula rimanda al «prima gli italiani» di Matteo Salvini e delle destre estreme.
Manifestano sostegno a Raggi – che ha risposto a chi la contestava: «Restano lì perché ne hanno diritto» – il M5S di Roma, il presidente della commissione Antimafia Nicola Morra e il presidente della commissione Affari costituzionali Giuseppe Brescia. Fuori dal mondo grillino, le esprime solidarietà una buona fetta delle opposizioni, da Forza Italia con la capogruppo Anna Maria Bernini al Pd col segretario Nicola Zingaretti. Assieme a Raggi, in visita agli assediati di Casal Bruciato ci sono il direttore della Caritas don Benoni Ambarus e il vescovo ausiliario di Roma, don Gianpiero Palmieri. Portano l’invito di Papa Bergoglio: proprio oggi in Vaticano era previsto l’incontro tra il Papa e alcuni esponenti del popolo rom.
IL SECONDO CENTRO CONCENTRICO È IL QUARTIERE. Dentro una Roma sfilacciata e spesso abbandonata a se stessa CASAL BRUCIATO CERCA UNA SUA IDENTITÀ, sospesa tra le lotte del passato e le paure del presente. A sentire le narrazioni delle destre e le semplificazioni mediatiche, ci si immagina una periferia estrema e apocalittica. La realtà è come sempre più complessa. Se si guarda questo territorio venendo dal centro, passando dall’ipermoderna stazione Tiburtina che con l’alta velocità diventa lo snodo più importante della capitale, si ha l’impressione di trovarsi nel cuore vitale di una metropoli caotica ma in movimento.
Procedendo sulla via Tiburtina, però, l’asfalto si fa sempre più irregolare, quasi mangiato dalla crisi. Il sogno industriale della TIBURTINA VALLEY lascia il posto a capannoni trasformati in sale da gioco, un distretto dell’azzardo che costeggia i lavori mai finiti del raddoppio della strada, pensato vent’anni fa, quando ancora si immaginava un futuro commerciale per l’area.
A SINISTRA C’È PIETRALATA, la borgata narrata da Elsa Morante che ha cambiato faccia soltanto alla fine degli anni Settanta, quando il sindaco comunista Luigi Petroselli innalzò il manto stradale sottraendolo alle esondazioni dell’Aniene. Bisogna passare dall’altro lato della Tiburtina, in mezzo ai palazzi sobri del piano casa di Fanfani, per arrivare a Casal Bruciato.
Il terreno della sfida è la PIAZZA RICCARDO BALSAMO CRIVELLI, sulla quale affaccia L’APPARTAMENTO CONTESO. Ci sono le bandiere tricolori dei fascisti, che non sono più di cinquanta. Al di là dei blindati, ecco un altro cerchio concentrico, l’assedio che ieri ha contestato gli assedianti. Quando gli antirazzisti si contano capiscono che possono partire in corteo per le strade del quartiere, la polizia si sposta. Dal megafono quelli di Asia Usb ricordano a questo quartiere fatto di case popolari e composto da moltissimi reduci di occupazioni e assegnazioni strappate con la lotta che un diritto negato a qualcuno non rappresenta un diritto concesso a tutti. I fascisti di CasaPound, al contrario, portano qui al Tiburtino la parola d’ordine coniate nel corso di un altro assedio recente, quello di Torre Maura, che sostiene esattamente la natura escludente e vendicativa della loro vertenza: «Diritto alla casa, diritto al lavoro – recita lo slogan – Non ce l’abbiamo noi, non ce l’avranno loro».
A proposito di cori, i capi di CasaPound, qui rappresentata da Mauro Antonini, giurano che non hanno nulla a che vedere col manifestante che l’altroieri è stato sorpreso ad urlare: «Troia, ti stupro!» a Senada Sejdovic mentre entrava in casa sua con in braccio una bambina terrorizzata. Le foto però dimostrano che quel personaggio è comparso più volte dietro ai banchetti dell’organizzazione neofascista con tanto di coccarda. Sarebbero in corso indagini. Una delegazione della Cgil in mattinata ha incontrato il questore di Roma Carmine Esposito per lamentare la tolleranza verso le minacce e le intimidazioni dell’estrema destra. Quest’ultimo, racconta il segretario generale della Cgil di Roma e del Lazio Michele Azzola, avrebbe annunciato che tutti i partecipanti alla contestazione organizzata da CasaPound «sono stati deferiti all’autorità giudiziaria».
Alberto Campailla, della campagna solidale Nonna Roma, ha passato la notte assieme della famiglia rom. Dopo di lui ci saranno altri ospiti. «È un segnale per non lasciarli soli, almeno fin quando non finisce il clamore – racconta – Adesso grazie alla generosità di molti stiamo raccogliendo mobili e suppellettili per arredare l’appartamento». Un altro modo di rompere l’assedio. (Giuliano Santoro)

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LA CRITICA ALLA SINDACA RAGGI A CASAL BRUCIATO

IL MALESSERE DEI ROMANI NON ACCETTA PASSERELLE

di Mario Ajello, da “IL GAZZETTINO”, 9/5/2019

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BOMBE ITALIANE SUI BAMBINI DELLO YEMEN – Nella GUERRA DIMENTICATA in Yemen, nel tragico scontro in Medio Oriente tra sciiti e sunniti, l’ARABIA SAUDITA sgancia bombe prodotte in Italia sulla popolazione inerme – La petizione di SAVE THE CHILDREN per fermare il massacro che vede l’Italia complice

(foto: bombardamenti nello Yemen, da http://www.globalist.it/) – “Nello YEMEN da 4 anni, dal 2015, è in corso una tragica GUERRA CIVILE dove l’ARABIA SAUDITA in modo diretto, oltre all’IRAN in modo indiretto, gioca un ruolo determinante. L’assedio da parte di NOVE PAESI ARABI SUNNITI, guidati dall’Arabia Saudita e sostenuti dagli STATI UNITI, nei confronti dei RIBELLI SCIITI, vicini all’IRAN, che dal 2015 controllano la capitale San’a sta provocando INFINITE SOFFERENZE AI CIVILI. Il BLOCCO all’arrivo di qualsiasi rifornimento e medicinale sta portando circa 7 milioni di yemeniti alla FAME, con un’epidemia di COLERA che soltanto negli ultimi tre mesi del 2017 ha provocato 2.000 morti. Ma PERCHÉ L’OCCIDENTE E LE NAZIONI UNITE TACCIONO DI FRONTE A QUESTA TRAGEDIA? (…)” (Alessandro Cipolla, 27/3/2019, da https://www.money.it/)

   Lo YEMEN è il Paese più povero del mondo arabo, ed è insanguinato (da quattro anni, dal marzo 2015) dalla lotta tra sciiti e sunniti (negli articoli che riportiamo di seguito in questo post si spiega il contesto e l’origine di questa atroce guerra). E’ di fatto una guerra civile interna, che però vede militarmente coinvolta anche, in modo diretto, l’ARABIA SAUDITA (sunnita) (in coalizione con altri otto paesi arabi: Marocco, Egitto, Sudan, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrain e Qatar), contro l’IRAN (sciita) che agisce in modo indiretto: appoggiando i ribelli della tribù-movimento-milizia HOUTHI, che controllano il nord-ovest del Paese con anche la capitale San’a, e resistono agli attacchi dell’Arabia Saudita.

(mappa da http://www.documentazione.info/) – “(…) LA GUERRA NELLO YEMEN, un altro tassello della delicata partita a scacchi che si sta giocando in MEDIO ORIENTE. I ribelli che controllano la capitale San’a sono SCIITI come l’Iran, storici alleati della RUSSIA e del regime di ASSAD in Siria. Si può dire invece che tutto il resto del Medio Oriente, ISIS compreso, sia al contrario SUNNITA. Far cadere i ribelli Huthi nello Yemen vorrebbe dire per Stati Uniti e Arabia Saudita INDEBOLIRE L’IRAN, grande nemica di entrambi i paesi. (…)”(Alessandro Cipolla, 27/3/2019, da https://www.money.it/)

   I risultati sono un sostanziale stallo della guerra (con l’Arabia Saudita), e una popolazione allo stremo, devastata da fame, colera, violenze su tutti (compresi e in particolare i bambini). Infatti sono PROPRIO I BAMBINI TRA I PIÙ COLPITI dalle bombe e devastazioni condotte dall’Arabia Saudita contro i ribelli sciiti del Nord, bombe che cadono indiscriminatamente nei luoghi e città del nord dello Yemen. E, e qui sta anche il punto che ci coinvolge ancora di più, usando (l’Arabia Saudita) tra i vari armamenti anche BOMBE DI FABBRICAZIONE ITALIANA.

CODICE IDENTIFICATIVO A4447, CHE CONTRADDISTINGUE I PRODOTTI DELLA RWM ITALIA. – BOMBE ITALIANE CONTRO LA POPOLAZIONE IN YEMEN – RWM Italia S.p.A. è una FABBRICA DI ARMAMENTI parte del conglomerato industriale tedesco della RHEINMETALL. La principale attività è la produzione di sistemi antimine, munizioni e testate di medio, grosso calibro. La compagnia ha SEDE LEGALE A GHEDI, BRESCIA E STABILIMENTO PRODUTTIVO A DOMUSNOVAS, IN PROVINCIA DI CARBONIA-IGLESIAS, IN SARDEGNA. L’utilizzo di ordigni della serie MK da 500 a 2000 libbre di fabbricazione italiana da parte dell’aviazione saudita è confermato dal Rapporto finale del gruppo di esperti sullo Yemen, commissionato dall’Onu: dai documenti risulta l’impiego in due attacchi nel Settembre 2016 sulla capitale Sana’a di bombe inerti marchiate con il CODICE IDENTIFICATIVO A4447, che contraddistingue i prodotti della RWM Italia. (da https://www.savethechildren.it/ )

   Sono bombe che provengono dalla RWM Italia S.p.A. (succursale italiana del gigante tedesco delle armi “Rheinmetall”): una fabbrica di armamenti, la RWM, la cui produzione avviene a DOMUSNOVAS, in provincia di CARBONIA-IGLESIAS, in SARDEGNA.

Una delle tante proteste antimilitariste sul piazzale dello stabilimento della RWM (a DOMUSNOVAS, in provincia di CARBONIA-IGLESIAS, in SARDEGNA) (foto di Simone Farris ripresa da https://www.unionesarda.it/ del 18/3/2019)

   Ci troviamo così ad essere i produttori e venditori di armi (all’Arabia Saudita) usate per la guerra che viene condotta in Yemen, paese del Medio Oriente diviso tra sciiti e sunniti, come dicevamo, il più povero, vittima non solo della violenza dei bombardamenti, ma della fame della popolazione e addirittura di malattie endemiche debellate in Occidente come il colera.

(…) Nella petizione di SAVE THE CHILDREN “STOP ALLA VENDITA DI ARMI ITALIANE PER LA GUERRA NELLO YEMEN” si legge: «Chiediamo, quindi, che l’Italia fermi immediatamente l’esportazione di armamenti verso i paesi responsabili delle sei gravi violazioni dei diritti di minori in conflitto armato e che si faccia promotrice di un’iniziativa globale per fermare questo commercio sulla pelle dei bambini in Europa e nel mondo. Chiediamo al Ministro degli Affari Esteri di FERMARE IMMEDIATAMENTE L’ESPORTAZIONE, LA FORNITURA E IL TRASFERIMENTO DI MATERIALI DI ARMAMENTO ALLA COALIZIONE SAUDITA, ARMI CHE UCCIDONO I BAMBINI YEMENITI e che quando anche sopravvivono, distruggono il loro futuro. Unisciti a noi».(…) vedi e firma la petizione: https://www.savethechildren.it/cosa-facciamo/campagne/stop-alla-guerra-sui-bambini/petizione-armi-yemen)

   Le armi italiane (le bombe) vendute all’Arabia Saudita, sono cosa intollerabile. SAVE THE CHILDREN ha lanciato una PETIZIONE online (https://www.savethechildren.it/cosa-facciamo/campagne/stop-alla-guerra-sui-bambini/petizione-armi-yemen) per fermare la vendita di armi italiane che l’Arabia saudita e i suoi alleati utilizzano per bombardare lo Yemen. Bombe, ribadiamo, che colpiscono e uccidono la popolazione, distruggono case, villaggi, strutture sanitarie quelle poche dove ci sono, aree civili di ogni genere…

(mappa da http://www.documentazione.info/) – (…) L’ITALIA è nella TOP 10 dei PRODUTTORI DI ARMI, preceduta da grandi potenze mondiali come Usa, Russia, Cina, Francia e Germania. Ad oggi ALCUNI PAESI HANNO GIÀ BLOCCATO L’EXPORT DI ARMI ALL’ARABIA SAUDITA, tra questi: Austria; Belgio (parziale – ha revocato 4 licenze); Danimarca; Finlandia; Germania; Grecia; Norvegia e Svizzera.(…) (25 Marzo 2019, da http://www.greenreport.it/news/ (25 Marzo 2019] da http://www.greenreport.it/news/

   C’È UNA LEGGE IN ITALIA (la 185 del 1990) (https://www.osservatoriodiritti.it/wp-content/uploads/2018/01/armi-legge-185-1990.pdf) che VIETA L’EXPORT DI MATERIALI D’ARMAMENTO A PAESI IN GUERRA o i cui governi non rispettano i diritti umani, ma viene abilmente e cinicamente AGGIRATA attraverso gli “ACCORDI BILATERALI” tra paesi. Tali accordi permettono di eluderne l’applicazione in quanto, come recita l’art. 1, comma 9, alla lettera B, ne sono escluse “le esportazioni o concessioni dirette da Stato a Stato, a fini di assistenza militare, in base ad accordi internazionali”. E l’Italia ha firmato una cinquantina di accordi di cooperazione militare bilaterale anche con Paesi non Nato o non Ue, alcuni in guerra o che non rispettano i diritti umani. È così che si facilita l’export di armi aggirando la normativa 185.

da http://www.money.it/

   Per dire che questa situazione ha superato ogni limite di decenza umana, e come italiani dovremmo proprio vergognarci di tollerare che accada che armamenti italiani uccidano popolazioni inermi.

chi controlla o si contende le provice dello YEMEN (da http://www.money.it/)

   Ma NON È SOLO CON L’ARABIA SAUDITA IL COMMERCIO DELLE ARMI ITALIANE. Tempo fa si è parlato della vendita al governo siriano di Assad della tecnologia del sistema per i carri armati per mirare e colpire in movimento, prodotto da “GALILEO AVIONICA”, del “GRUPPO LEONARDO” (una commessa da 230 milioni di euro). E il modo per vendere a tutti è, come dicevamo, l’appoggio politico (governativo) che viene da accordi di cooperazione bilaterali tra il nostro Paese e quelli in cui si intende vendere armamenti (aggirando il divieto di vendere a Paesi in guerra e del tutto inaffidabili).

26/2/2019: Pacifisti sardi in trasferta a Roma per annunciare una denuncia contro il governo, che avrebbe violato la legge 185/90 sul commercio delle armi dando semaforo verde alla vendita di bombe all’Arabia Saudita. Gli ordigni, prodotti dalla Rwm a Domusnovas, sono stati usati anche contro la popolazione yemenita, nonostante la legge vieti l’esportazione di sistemi d’arma a paesi in guerra. (da “Avvenire”, 27/2/2019)

   Resta il tema della liceità di produrre armi (e poi venderle ad altri paesi). E’ una questione di cui non si parla e si riflette abbastanza. Se può esser vero che un Paese ha diritto a difendersi da episodi di offesa da parte di altri; che può essere una “necessità” per intervenire e difendere popoli che vengono oppressi (pensiamo alla necessità di combattere il nazismo e il fascismo durante la seconda guerra mondiale) (ma anche il mancato intervento nella guerra civile della ex Iugoslavia nella prima metà degli anni ’90 del secolo scorso, che doveva essere una necessità di fermare anche con le armi i cecchini filo-serbi a Sarajevo, o le violenze sulle donne, e le uccisioni di massa come a Srebrenica…)….. EBBENE SE LA LICEITÀ DELL’USO DELLA FORZA (E DELLE ARMI) PUÒ ESSERCI IN CERTI CONTESTI (anzi, può essere necessaria per aiutare persone e popoli oppressi), dall’altra la vendita a regimi screditati com’è l’Arabia Saudita, porta non ad evitare guerre o aiutare popoli oppressi, ma a fomentare ancor di più la violenza internazionale e tragici episodi di crudeltà contro singolie comunità. Per questo la vendita di bombe all’Arabia Saudita per la guerra in YEMEN, come accade adesso con l’Italia, questo è intollerabile, tocca profondamente la nostra coscienza e richiede che venga fermata. (s.m.)

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appartenente alla tribù HOUTHI – Gli HOUTHI – Originario del nord dello Yemen, il MOVIMENTO-MILIZIA deve il suo nome al FONDATORE HUSSEIN BADREDDIN AL-HOUTHI, assassinato nel 2004. Conosciuti come ANSAR ALLAH O ANSARULLAH (PARTIGIANI DI DIO), tra il 2004 e il 2011 gli Houthi intraprendono una nuova guerra civile (le cosiddette SEI BATTAGLIE DI SA’DA) contro l’allora PRESIDENTE ALI ABDULLAH SALEH, sciita zaidita membro della confederazione tribale degli Hashid. Forte del sostegno militare iraniano, degli Hezbollah e della Liwa Fatemiyoun, il gruppo cresce in potere e influenza, collezionando una serie di vittorie contro il governo centrale e le tribù rivali. Adesso A NORD NELLO YEMEN CI SONO GLI SCIITI APPUNTO CON I RIBELLI HOUTHI CHE RESISTONO ALL’ASSEDIO DELL’ARABIA SAUDITA, con l’appoggio indiretto dell’Iran (testo e foto di un appartenente alla tribù HOUTHI, insediata nel nord-ovest dello Yemen, tratti da http://www.mangiatoridicervello.com/)

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(qui sotto, in questo link, Vi proponiamo un reportage andato in onda il 2 maggio scorso della trasmissione de “LA7 – Piazza Pulita” sulla RWM (a DOMUSNOVAS, in provincia di CARBONIA-IGLESIAS, in SARDEGNA), la fabbrica che produce bombe che l’ARABIA SAUDITA usa in YEMEN contro la popolazione):

http://www.la7.it/piazzapulita/video/le-armi-italiane-in-yemen-02-05-2019-270466

In Yemen è in corso una guerra sanguinosa dal 2015. L’inchiesta esclusiva di Alessandra Buccini sulle bombe che partono dall’azienda RWM in Sardegna per l’Arabia Saudita, per essere poi usate anche nel conflitto in Yemen. Alessandra Buccini

L’ingresso della RWM a Domusnovas (da http://www.gazzettadelsulcis.it/)

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Petizione: firma contro le armi italiane in Yemen

PETIZIONE: STOP ALLA VENDITA DI ARMI ITALIANE PER LA GUERRA NELLO YEMEN
[25 Marzo 2019] da http://www.greenreport.it/news/
– Save the Children: i sauditi e i loro alleati le usano contro i bambini –
Save the Children ha lanciato una petizione online per fermare la vendita di armi italiane che l’Arabia saudita e i suoi alleati utilizzano per bombardare lo Yemen.
L’associazione umanitaria sottolinea che «Milioni di bambini stanno vivendo orrori indescrivibili a causa della guerra in Yemen. Colpiti per strada, bombardati mentre sono a scuola: sono bambini e bambine a cui è negata un’infanzia. Rimasti orfani, senza più una casa, senza più i propri cari. Tutto questo è inaccettabile.
Anche le bombe fabbricate in Italia e vendute alla Coalizione Saudita sono utilizzate in Yemen per colpire la popolazione, case, villaggi, aree civili».
La petizione rammenta che «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali (art. 11 della Costituzione Italiana). Uccidere bambini in un conflitto è vietato dal diritto internazionale umanitario. La legge italiana sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento (legge 185/90) proibisce l’esportazione verso paesi che violano i diritti umani.
Per proteggere i bambini in conflitto è quindi necessario e urgente fermare l’esportazione, la fornitura e il trasferimento di armi e altro materiale militare alle parti in conflitto dove c’è il rischio che queste vengano utilizzate in attacchi illegali contro i bambini. Rapporti, foto e reportage realizzati in Yemen documentano che alcuni resti delle bombe esplose in zone civili, su case e villaggi in cui erano presenti famiglie con bambini, recavano il codice A4447 che riconduce ad una fabbrica di armi in Sardegna».
Come ben sanno i lettori di greenreport.it si tratta della RWM Italia S.p.A. è una fabbrica di armamenti parte del conglomerato industriale tedesco della Rheinmetall.
Save the Children spiega che «La principale attività è la produzione di sistemi antimine, munizioni e testate di medio, grosso calibro. La compagnia ha sede legale a Ghedi, Brescia e stabilimento produttivo a Domusnovas, in provincia di Carbonia-Iglesias, in Sardegna. L’utilizzo di ordigni della serie MK da 500 a 2000 libbre di fabbricazione italiana da parte dell’aviazione saudita è confermato dal Rapporto finale del gruppo di esperti sullo Yemen, commissionato dall’Onu: dai documenti risulta l’impiego in due attacchi nel settembre 2016 sulla capitale Sana’a di bombe inerti marchiate con il codice identificativo A4447, che contraddistingue i prodotti della RWM Italia. A questo si aggiunge il caso documentato da Mwatana, Rete Disarmo e ECCHR dell’8 ottobre 2016 in cui alle 3 del mattino una bomba di fabbricazione italiana è stata sganciata su un’abitazione civile occupata da una donna incinta, 4 bambini e il marito».
Per quanto riguarda l’esportazione di materiali bellici verso l’Arabia Saudita l’Italia è il terzo esportatore al mondo, «Quindi bloccando l’esportazione verso questo Paese si potrebbe generare davvero un cambiamento nella vita di tutti i bambini Yemeniti», dice Save the Children.
Inoltre, l’Italia è nella top 10 dei produttori di armi, preceduta da grandi potenze mondiali come Usa, Russia, Cina, Francia e Germania. Ad oggi alcuni Paesi hanno già bloccato l’export di armi all’Arabia Saudita, tra questi: Austria; Belgio (parziale – ha revocato 4 licenze); Danimarca; Finlandia; Germania; Grecia; Norvegia e Svizzera.
Nella petizione si legge: «Chiediamo, quindi, che l’Italia fermi immediatamente l’esportazione di armamenti verso i paesi responsabili delle sei gravi violazioni dei diritti di minori in conflitto armato e che si faccia promotrice di un’iniziativa globale per fermare questo commercio sulla pelle dei bambini in Europa e nel mondo. Chiediamo al Ministro degli Affari Esteri di fermare immediatamente l’esportazione, la fornitura e il trasferimento di materiali di armamento alla Coalizione Saudita, armi che uccidono i bambini yemeniti e che quando anche sopravvivono, distruggono il loro futuro. Unisciti a noi».
Le 6 gravi violazioni dei diritti di minori in conflitto armato citate da Save the Children sono: Uccisione e mutilazione di bambini; Reclutamento o utilizzo di bambini come soldati; Violenza sessuale contro i bambini; Attacchi contro scuole o ospedali; Impedimento dell’assistenza umanitaria ai bambini; Sequestro di bambini.
La petizione fa notare che «Un modo concreto per gli Stati di proteggere i bambini in conflitto è fermare l’esportazione, la fornitura e il trasferimento di armi e altro materiale militare alle parti in conflitto dove c’è il rischio che queste vengano utilizzate in attacchi illegali contro i bambini».
Chiediamo, quindi, che l’Italia fermi immediatamente l’esportazione di armamenti verso i paesi responsabili delle sei gravi violazioni dei diritti di minori in conflitto armato e di violazioni del diritto internazionale umanitario.

   La legge italiana sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento (legge 185/90)(http://presidenza.governo.it/UCPMA/normativa/Legge_185_90.pdf ) vieta già l’esportazione di armi verso Paesi che commettono violazioni dei diritti umani.
Save the Children si sta inoltre attivando a livello europeo e internazionale per fermare la vendita di armi alla coalizione saudita e a tutti coloro che si sono resi colpevoli di gravi violazioni dei diritti dei bambini in conflitto. In particolare facendo pressione affinché si adotti e si rispetti l’ARMS TRADE TREATY (il trattato internazionale sul commercio di armi) che obbliga gli Stati a fermare l’esportazione di materiali di armamento verso Paesi che minano la pace e la sicurezza internazionale o che abbiano commesso violazioni dei diritti umani, del diritto internazionale umanitario, o gravi crimini contro donne e bambini. (25 marzo 2019, da http://www.greenreport.it/news/)
Vedi petizione:
https://www.savethechildren.it/cosa-facciamo/campagne/stop-alla-guerra-sui-bambini/petizione-armi-yemen

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QUATTRO ANNI DI GUERRA IN YEMEN, IL CONFLITTO DIMENTICATO

di Lorenzo Forlani, da https://www.agi.it/estero/, 2/4/2019

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IL KIRGHIZISTAN, nella spedizione scientifica su ambiente, flora e fauna degli esponenti di GEOGRAFICAMENTE – KIRGHIZISTAN, terra a noi sconosciuta dell’ASIA CENTRALE, (con le altre 4 repubbliche di Kazakistan, Uzbekistan, Turkmenistan e Tagikistan) tra Oriente ed Occidente, CROCEVIA DEL MONDO

KIRGHIZISTAN – Una famiglia che vive in una YURTA

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KIRGHIZISTAN (mappa da http://www.treccani.it.enciclopedia/) – Il KIRGHIZISTAN è uno Stato dell’Asia centrale, confinante a Nord con il Kazakistan, a Est e a SudEst con la Cina, a Sud con il Tagikistan, a Ovest con l’Uzbekistan. – 1. CARATTERI FISICI. La superficie è per il 94% occupata da montagne. Circa il 40% del territorio è posto oltre i 3000 m s.l.m. ed è in buona parte coperto da nevi e ghiacci permanenti. La principale caratteristica morfologica è la CATENA DEL TIAN SHAN, a SudOvest, le cui cime formano un imponente CONFINE NATURALE CON LA CINA, e che culmina nel PIK POBEDY (7439 m). La CATENA DEL FERGANA, che taglia il paese a metà, e gli ALAJ DEL PAMIR a Sud, chiudono al loro centro la VALLE DI FERGANA. I FIUMI principali sono il NARYN, che percorre quasi per intero la lunghezza del paese fino a confluire nel SYRDAR´JA, e il ČU, che scorre lungo il confine con il Kazakistan. In una insenatura del TIAN SHAN si trova il LAGO ISSYK, profondo quasi 700 m. (da Wikipedia)

   I Paesi dell’ASIA CENTRALE (Kazakistan, Uzbekistan, Kirghizistan, Turkmenistan, Tagikistan) sono fuori dall’ “attenzione mediatica mondiale”. Se ne parla poco, niente. A proposito di Kirghizistan vengono in mente ricordi letterari, e cioè la poesia leopardiana dedicata ai pastori kirghisi che intonavano malinconici canti mentre contemplavano la luna (“Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, silenziosa luna?…Sorgi la sera, e vai, contemplando i deserti; indi ti posi…..”)(Leopardi, si legge nello Zibaldone, ricavò il “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” nel 1829, 1830, dalla lettura di un articolo del barone di Meyendorff (“Voyage d’Orenbourg à Boukhara fait en 1820”), e pubblicato dal «Journal des Savants» nel settembre del 1826. Per dire, l’importanza dell’esplorazione di terre sconosciute già nei primi decenni dell’ ‘800…

“OS-Tienshanica Trans-Naryn 2019”, così è stata battezzata la spedizione in partenza (il 20 aprile scorso, ndr) da Venezia per raggiungere la brulla regione orientale fino agli anni Novanta governata dalla Russia sovietica: dodici partecipanti provenienti da Veneto, Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna e Sardegna che, a piedi e a cavallo, hanno ripercorso gli itinerari dei viaggiatori ottocenteschi Franz Josef Ruprecht e Karl Robert Osten-Sacken, autori del trattato botanico “Setum Tienshanicum – che dà il nome all’iniziativa – e Semenov.

   L’esplorazione di adesso, aprile 2019, cui hanno partecipato attivamente tre nostri soci di Geograficamente (RACHELE AMERINI, geografa, ROBERTO BATTISTON, entomologo, ANNA TODESCAN, volontaria in America latina e insegnate di geografia))(tutti e tre con interessi naturalistici e scientifici assai vasti…), trae ispirazione da un’analoga spedizione scientifica sempre ottocentesca in cui il botanico RUPRECHT e il geografo, naturalista ed esploratore, barone OSTEN-SACKEN, hanno da essa esplorazione dato vita a un’opera di botanica ancora adesso molto importante, opera che è a metà strada tra il diario di viaggio e la monografia scientifica: ancora oggi punto di partenza di ogni indagine naturalistica dell’Asia centrale. In quell’esplorazione in Asia Centrale (e Kirghizistan in particolare) furono fatte misurazioni climatiche e geografiche importanti, descrivendo altresì oltre 70 specie floreali nuove per la scienza, a completamento della loro straordinaria opera botanica (che si chiama “SERTUM TIANSHANICUM”).

SYR-DARYA-RIVER, in KIRGHIZISTAN(foto da http://www.people-travels.com/ – “(…)Il KIRGHIZISTAN ambisce a realizzare su un affluente del SYR DARYA la centrale da record di KAMBARATA 3, con un potenziale previsto di 170 MW, nella speranza di PRODURRE E ANCHE ESPORTARE ENERGIA. Ma dura sembra essere finora la REAZIONE DELL’UZBEKISTAN, che teme una sensibile RIDUZIONE DELL’APPORTO IDRICO di cui necessitano i suoi campi di cotone. Tra l’altro, che la strada della cooperazione tra i due Paesi non sia di facile accesso è ampiamente dimostrato dalle rivendicazioni uzbeke sul bacino di Ala-Buka, in territorio kirghiso.(…)” (Luttine Ilenia Buioni, 9/6/2017, da https://www.ilcaffegeopolitico.org/)

   Adesso, in epoca contemporanea, abbiamo, con questa spedizione scientifica (denominata “OS-TIENSHANICA 2019”, e condotta dalla WORLD BIODIVERSITY ASSOCIATION, in collaborazione con GEOGRAFICAMENTE e con il sostegno, tra gli altri, dell’UNIVERSITÀ DI PADOVA) si è voluto ripercorrere l’esplorazione e lo studio riprodotto nella citata opera botanica, geografica, naturalistica dell’’800, rinnovandola di osservazioni e notizie nuove della nostra contemporaneità (raccogliendo il più largo possibile quantitativo di dati su ambiente, flora, fauna, e con la mappatura di terre mai localizzate prima d’ora). Pertanto l’itinerario ha ripercorso il tracciato dei viaggiatori ottocenteschi che esplorarono 150 anni fa il territorio dell’attuale Kirghizistan…. (sarà nostra cura in seguito relazionare, con i diretti protagonisti, su questa esplorazione).

Carta politica delle repubbliche dell’Asia centrale (mappa da Wikipedia) – “I PAESI DELL’ASIA CENTRALE E LA LORO DEBOLE ORGANIZZAZIONE DELLO STATO – Il KAZAKHSTAN, il KIRGHIZISTAN, il TAGIKISTAN, il TURKMENISTAN e l’UZBEKISTAN, tutte EX REPUBBLICHE SOVIETICHE, sono confrontate a problemi simili: 1-ACCESSO A SERVIZI DI BASE INSUFFICIENTE, 2-SCARSA DIVERSIFICAZIONE ECONOMICA, 3-MERCATO DEL LAVORO DEBOLE, 4-BASSA PARTECIPAZIONE DELLA POPOLAZIONE AI PROCESSI DECISIONALI, e 5-ISTITUZIONI PUBBLICHE CHE NON RENDONO CONTO DEL PROPRIO OPERATO. Sotto il profilo dello sviluppo economico, dell’organizzazione politica, dell’ambiente e della situazione in materia di sicurezza, l’ASIA CENTRALE rimane comunque una regione molto eterogenea.” (da https://www.eda.admin.ch/deza/it/ )

Tentiamo per ora di tracciare un breve excursus geopolitico sul KIRGHIZISTAN e su TUTTA L’AREA DELL’ASIA CENTRALE, senza pretese di essere esaustivi (tutt’altro, non lo siamo); ma con l’intenzione di tracciare delle visioni di sintesi su cos’è quell’area geografica a noi del tutto (o quasi) sconosciuta.
Dalla carta si vede, intanto, che il Kirghizistan è paese senza sbocco sul mare, ed è, per così dire, a metà strada tra il Medio Oriente e l’Estremo Oriente: il suo territorio, infatti, è compreso tra Cina, Kazakistan, Uzbekistan e Tagikistan. Molti dei CONFINI che dividono gli stati dell’Asia Centrale (ripetiamo: Kazakistan, Uzbekistan, Kirghizistan, Turkmenistan, Tagikistan) sono stati oggetto di discordie sin dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica (tra il 1990 e 1991).

BISHKEK, capitale del KIRGHIZISTAN (foto da http://www.it.nextews.com/ – Sono definiti “STAN COUNTRIES”(“stan” è un suffisso, in lingua persiana, che sta per “luogo dei… o degli..”; e’ preceduto dall’indicazione di una razza o di un’etnia: ad esempio, Tagikistan è “il luogo dei Tagiki”) i PAESI DELL’ASIA CENTRALE che negli anni 1924-1925 si costituirono come “Repubbliche Socialiste Sovietiche” (R.S.S.) e che, nell’ambito dell’UNIONE SOVIETICA (nata il 31 dicembre 1922), ne seguirono le vicende storiche per 69 anni (fino al 25 dicembre 1991, la data appunto della “implosione” dell’Unione Sovietica): – KAZAKISTAN (capitale Astana), 16 milioni di abitanti; – TURKMENISTAN (capitale Asgabat), 5 milioni; – UZBEKISTAN (capitale Tashkent), 27 milioni; KIRGHIZISTAN (capitale Bishkek), 5,5 milioni; TAGIKISTAN (capitale Dushanbe), 7,5 milioni.

   Sono (e restano) paesi poveri quelli dell’Asia centrale. Arretrati e con difficoltà di esprimere forme democratiche di tipo occidentale (come noi le conosciamo). Uno dei problemi ancora irrisolti è dato dalla DISTRIBUZIONE DELLE RISORSE IDRICHE nell’area. Ad esempio, il Kirghizistan è un paese ricco d’acqua; ma lo stesso nascono forti tensioni specie ai confini; perché durante il periodo sovietico molti dei villaggi al confine venivano riforniti da fonti che oggi fanno parte del Tagikistan e viceversa…. Cioè il nazionalismo è, come sempre, “brutta bestia”, cioè ci si chiude in se stessi e si dimentica ogni forma di COOPERAZIONE (prima imposta con la forza, il dominio, anche la sopraffazione e lo sfruttamento delle risorse, dallo Stato sovietico).

IL RAPIMENTO DELLA SPOSA: IN KIRGHIZISTAN UNA TRADIZIONE DURA A MORIRE – “(…) In KIRGHIZISTAN, repubblica dello spazio ex sovietico dell’Asia, nel 2016 (ultimi dati disponibili) il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione aveva denunciato che IL SEI PER CENTO DELLE SPOSE AL DI SOPRA DEI 15 ANNI DI ETÀ ERA STATO RAPITO. Ci sarebbe la legge a vietare la TRADIZIONE DELL’ALA KACHUU, ossia il rapimento delle spose (letteralmente “PRENDI E SCAPPA”). Ma, nonostante nel 2012 le pene siano state più che raddoppiate, da tre a sette anni, chi dovrebbe prevenire il fenomeno lo fa di rado. Le autorità cercano di risolvere le cose “amichevolmente”, favorendo l’ACCORDO TRA LA FAMIGLIA DELL’AGGRESSORE E QUELLA DELLA VITTIMA per mettere a tacere tutto e procedere al matrimonio.(…) (Riccardo Noury e Monica Ricci Sargentini, 18/6/2018 da http://lepersoneeladignita.corriere.it/ )

   Se poi andiamo a vedere storicamente il contesto geografico, l’ASIA CENTRALE “tutta” è stata un CROCEVIA DEL MONDO, che di regni e sovrani ne ha visti passare un’infinità, su e giù per la steppa: da Gengis Khan a Tamerlano, dalla Via della Seta (ora fortemente riproposta dalla Cina), alla contesa russo-britannica in questi luoghi nell’ ‘800… (insomma dalle orde mongole alla globalizzazione di adesso).

KIRGHIZISTAN, PAESAGGI

   E il Kirghizistan e gli altri quattro Stati dell’Asia centrale (le cinque ex repubbliche sovietiche), cercano ora di affermare una propria identità nazionale: in tutto sono 60 milioni di abitanti, in maggioranza musulmani. Ci tengono alla propria storia, cultura e identità “uniche”. Ma restano “schiacciati” tra Russia (ancora ben presente: come leggerete in questo post, Putin è di casa in Kirghizistan…) e Cina (…gli interessi della nuova Cina e la nuova Via della Seta…); in un contesto internazionale in movimento di “grandi entità”: sono sì a un crocevia geografico non da poco, ma in condizione di “periferia”, a metà tra Europa e Asia; tra Russia, Cina, India, Europa, Stati Uniti e Iran…

KIRGHIZISTAN – PAESAGGI – “(…) In Asia centrale, regione priva di sbocchi al mare, gli idrocarburi stanno al Kazakistan, al Turkmenistan e all’Uzbekistan come l’oro blu sta al Tagikistan e al Kirghizistan, che per primi accolgono le abbondanti acque dei fiumi Amu Darya e Syr Darya. Ad alimentarli le catene montuose del Pamir e del Tien Shan e proprio le Montagne Celesti (oltre 2500 km da Ovest ad Est) ospitano migliaia di ghiacciai, in parte soggetti ad un allarmante ciclo di fusione. Una tendenza che – prevedono gli esperti – svuoterà in pochi decenni il letto dei fiumi, destinati ad essere cancellati nella stagione estiva… (…)(Luttine Ilenia Buioni, 9/6/2017, da https://www.ilcaffegeopolitico.org/)

   DUE COSE vengono in mente per questi cinque piccoli ma importanti (ed estesi) stati dell’Asia centrale. LA PRIMA è che non è possibile alcun sviluppo se non decideranno di svolgere tra loro una sincera COOPERAZIONE (ad esempio lo scambio tra loro delle risorse idriche, cui sono ricchi il Tagikistan e il Kirghizistan, con le risorse energetiche, gli idrocarburi cui sono ricchi invece il Kazakistan, il Turkmenistan e l’Uzbekistan). La SECONDA necessità è la creazione di un soggetto politico autorevole che abbia peso e valenza a livello internazionale (andare oltre i 5 staterelli divisi), e questo lo si può fare (lo si dovrebbe fare) creando una unica FEDERAZIONE DEGLI STATI DELL’ASIA CENTRALE. Solo così quest’area geografica potrebbe, in un progetto di sostenibilità sociale ed ambientale, diventare un esempio virtuoso di CROCEVIA DEL MONDO come modello di sviluppo e di pace. (s.m.)

KIRGHIZISTAN – PAESAGGI

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LA SPEDIZIONE

SCIENZIATI ALLA RICERCA DI NUOVE SPECIE

di Giulia Armeni, da “il Giornale di Vicenza” del 20/4/2019
– Naturalisti e geografi sono partiti per le steppe del Kirghizistan, nell’Asia centrale, per raccogliere dati su ambiente, flora e fauna – L’itinerario ripercorre il tracciato dei viaggiatori ottocenteschi che esplorarono l’area 150 anni fa – “Potremmo imbatterci nel raro leopardo delle nevi” –
Aprono nuove strade e scoprono angoli sconosciuti di mondo. Come quelli, tra steppe sconfinate e rilievi innevati, dell’aspro Kirghizistan, lo Stato dell’Asia centrale dominato da natura selvaggia e vette mozzafiato.
E proprio tra le “Montagne celesti” lungo la via della Seta torneranno in questi mesi gli esploratori della missione capitanata dal naturalista vicentino Roberto Battiston e dalla geografa, anche lei vicentina d’adozione, Rachele Amerini, pronti a ripartire dopo aver già valicato, lo scorso anno, la catena montuosa del THIEN SHAN, spingendosi fino al lago del SONG KOL.
“OS-Tienshanica Trans-Naryn 2019”, così è stata battezzata la spedizione in partenza (il 20 aprile scorso, ndr) da Venezia per raggiungere la brulla regione orientale fino agli anni Novanta governata dalla Russia sovietica: dodici partecipanti provenienti da Veneto, Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna e Sardegna che, a piedi e a cavallo, ripercorreranno gli itinerari dei viaggiatori ottocenteschi Franz Josef Ruprecht e Karl Robert Osten-Sacken, autori del trattato botanico “Setum Tienshanicum – che dà il nome all’iniziativa – e Semenov.
Un progetto scientifico unico promosso dalla WORLD BIODIVERSITY ASSOCIATION e portato avanti in collaborazione con “GEOGRAFICAMENTE” e che grazie al sostegno, tra gli altri, dell’Università di Padova, mira a raccogliere un ingente quantitativo di dati su ambiente, flora, fauna e a mappare terre mai localizzate prima d’ora.
“Per me e Rachele Amerini è un ritorno, una seconda fase dopo aver perlustrato parte del Kirghizistan durante il primo viaggio nel 2018”, racconta Battiston, che lavora au musei di Valstagna.
Nel viaggio di dieci giorni il gruppo si inerpicherà fino a 4 mila metri di quota, passando per il lago di ISSYK KAL e la misteriosa valle di NARYN, sulla rotta di Osten-Sacken. Un’avventura d’altri tempi, con pernottamenti nelle tipiche YURTE asiatiche e continui saliscendi dalle nevi perenni alle spianate desertiche, che sarà documentato anche sui social, fino a dove la copertura Internet lo consentirà.
“Ogni membro del team (ci sono ricercatori, studenti e semplici appassionati, ndr) effettuerà indagini multidisciplinari e raccolte di campioni per conto di specialisti che seguiranno la spedizione dall’Italia – spiega Battiston – chissà che non ci si imbatta in qualche specie nuova o nel rarissimo leopardo delle nevi, che si trova nelle vette del Kirghizistan uno dei pochi santuari rimasto”.
Scienza ma anche turismo e dunque sviluppo in un Paese ancora fuori dai circuiti economici internazionali: “Oggi il Kirghizistan è un territorio tranquillo, la criminalità è molto bassa e la gente, prevalentemente pastori che discendono da antiche stirpi nomadi, è ospitale – assicura Battiston – l’ideale insomma, con i luoghi preziosi che ci sono, per escursioni e viaggi di tipo naturalistico”.
Esattamente 150 anni dopo (era il 1869) la pubblicazione del diario di viaggio di Ruprecht e Osten-Sacken che aprì per la prima volta una finestra su quell’angolo sconosciuto del mondo. (Giulia Armeni)

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2. POPOLAZIONE del KIRGHIZISTAN

Dal 1989, data dell’ultimo censimento ufficiale dell’URSS, Continua a leggere

Un mondo di PLASTICHE e MICROPLASTICHE – E di derivati chimici, come i PFAS (che si trovano non solo nelle falde acquifere venete ma anche in grandi fiumi, come il Po) – CHE FARE per il diffondersi delle plastiche? La Direttiva europea per limitare la “plastica usa e getta”; e poi ridurre le MICROPLASTICHE; e gli INQUINAMENTI DA PFAS….

(immagine da http://www.agrodolce.it/) – MICROPLASTICA, cos’è (da Wikipedia) CON MICROPLASTICA CI SI RIFERISCE A PICCOLE PARTICELLE DI MATERIALE PLASTICO GENERALMENTE PIÙ PICCOLE DI UN MILLIMETRO FINO A LIVELLO MICROMETRICO. Le microplastiche provengono da DIVERSE FONTI tra cui: cosmetica, abbigliamento e processi industriali (il caucciù, ad esempio, pur essendo una gomma naturale, non è concretamente usato di per sé, ma vulcanizzato e le sue micro particelle, probabilmente prodotte dal rotolamento degli pneumatici, sono state rinvenute in mare). Esistono attualmente DUE CATEGORIE DI MICROPLASTICA: LA PRIMARIA che è prodotta come risultato diretto dell’uso umano di questi materiali e SECONDARIA come risultato di frammentazione derivata dalla rottura di più grandi porzioni che creano la grande chiazza di immondizia del Pacifico. È stato riscontrato che ENTRAMBE LE TIPOLOGIE PERSISTONO NELL’AMBIENTE IN GRANDI QUANTITÀ, soprattutto negli ECOSISTEMI MARINI ED ACQUATICI. Ciò perché la plastica SI DEFORMA MA NON SI ROMPE per molti anni, e può essere INGERITA E ACCUMULATA NEL CORPO E NEI TESSUTI di molti organismi. (…) Recenti studi hanno dimostrato che L’INQUINAMENTO DA PARTE DELLE MICROPLASTICHE HA RAGGIUNTO LA CATENA ALIMENTARE interessando non solo la FAUNA MARINA ma ANCHE ALIMENTI COME IL SALE MARINO, LA BIRRA ED IL MIELE. Nonostante non siano stati condotti studi specifici, c’è anche la possibilità che i frammenti arrivino sulle nostre tavole attraverso la carne; infatti, pollame e suini vengono nutriti anche con farine ricavate da piccoli pesci che possono essere contaminati. L’Istituto tedesco per la valutazione del rischio alimentare (BfR) ha invitato l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) a indagare per capire quali siano gli effetti della microplastica sulla salute umana. (DA WIKIPEDIA)

   Addio a contenitori inutili posate e piatti di plastica usa-e-getta, ai bastoncini dei cotton-fioc, alle cannucce e anche alle palettine per miscelare le bevande delle macchinette? … Forse tutto questo, con il tentativo (nobile) dell’Unione Europea di vietare le plastiche inutili e invadenti dell’ambiente.

Nel Mediterraneo c è un mare di rifiuti di plastica (immagine tratta da http://www.rinnovabili.it/)

   La direttiva europea (ora approvata) prevede inoltre che entro il 2029 il 90% delle bottiglie di plastica “Pet” debba essere raccolto e riciclato dagli Stati membri (ma già da noi si fa, perlomeno…). Le bottiglie di plastica dovranno poi essere prodotte con almeno il 25% di materiale riciclato entro il 2025 e con il 30% entro il 2030 (e tappi e coperchi per bevande saranno ammessi solo se attaccati al contenitore e non disperdibili). Ci sarà il divieto di commercializzare prodotti di plastica monouso per cui esistono alternative sostenibili e economicamente accessibili. Per gli altri, invece, si prevede un lavoro di sensibilizzazione per ridurne in modo significativo il consumo….

Frammenti di plastica vengono trovati ovunque: nelle spiagge, nei laghi, mari e nei ventri dei pesci, nei fiumi, nel ghiaccio galleggiante sul Mar Artico, nella Fossa delle Marianne (cioè il punto più profondo degli oceani), nei ghiacciai alpini….

   Tutto appare non facile, vista l’invasione (nei consumi quotidiani) delle materie plastiche. E poi molte di queste stanno inquinando mari, oceani, fiumi…(perfino i pochi ghiacciai alpini rimasti)… e vengono ingerite dai cetacei…insomma si sta verificando un’ecatombe, un problema drammatico che dobbiamo avere la sensibilità (e il dovere) di porci, di preoccuparci seriamente.

CICLO DELLA PLASTICA NELL ORGANISMO UMANO (da http://www.agrodolce.it/)

   Ma, inoltrandoci sulla tematica delle PLASTICHE, e della loro dispersione nell’ambiente, dei danni che procurano, si viene a conoscere, a sensibilizzarci, su altre tipologie di prodotti chimici che (addirittura) entrano nel ciclo alimentare, penetrano il corpo umano. Parliamo delle MICROPLASTICHE (considerate tali le piccole particelle di materiale plastico generalmente più piccole di un millimetro fino a livello micrometrico). L’invadenza di esse, microplastiche, sta cambiando il mondo, provoca danni veri e seri alla salute di tutti. Ne parliamo in alcuni articoli in questo post.

“(…) UN ALLARME ARRIVA DALL’ANALISI DELLE ACQUE IN BOTTIGLIA. Sono state analizzate 150 marche da tutto il mondo, fra cui la francese Evian e l’italiana San Pellegrino, ed è risultato che nel 93% delle bottigliette erano presenti particelle di plastica. “Per ogni marca – prosegue Mason – abbiamo analizzato 10 bottigliette: tutte le marche sono risultate positive ai controlli anche se non lo erano tutte le bottigliette. Per quanto riguarda la dimensione delle microparticelle, sono dello stesso tipo e della stessa dimensione di quelle dell’acqua mentre la concentrazione era differente. NELL’ACQUA DA RUBINETTO NE ABBIAMO TROVATE 5,45 PER LITRO MENTRE NELLE BOTTIGLIE 10,4“. (…) (Alessandra Iannello, 17/3/2019, da https://www.agrodolce.it/)

   E viene spontaneo pensare che l’allarme ecologico che da più parti si cerca di sollecitare (come adesso quello degli adolescenti che si rifanno alla battaglia generosa della ragazza svedese Greta Thunberg, diventata un simbolo ambientalista globale), tutti i messaggi allarmisti che da più parti vengono lanciati (e che spesso incontrano indifferenza, oppure li si riconosce validità ma non ci si preoccupa più di tanto, presi da altre cose…), ebbene questo allarme ambientalista è cosa assai seria che si sta trasformando (si è già trasformata) in una guerra che l’umanità (globalmente e per ogni singola persona) sta pagando (spesso con la propria vita) a un sistema di “benessere” fatto di prodotti altamente letali. E le plastiche e microplastiche sono tra i principali elementi del danno che si sta verificando.

NON SOLO NEL MARE: LA PLASTICA È ARRIVATA NEI (SEMPRE MENO) GHIACCIAI ALPINI – “TROVATE PLASTICHE NEL GHIACCIAIO DEI FORNI”, il più grande ghiacciaio vallivo italiano e l’unico di tipo himalayano, nella parte nord orientale della Lombardia, nel Parco dello Stelvio (provincia di Sondrio) – «Valfurva, preoccupante analisi dell’università di Milano. Trovate particelle di microplastica in diversi campioni. Può derivare dall’attrezzatura di alpinisti o dal vento». (12/4/2019, da https://www.laprovinciadisondrio.it/ )

   Dal nostro osservatorio poi, in questo blog geografico, abbiamo varie volte cercato di trattare il problema di uno dei derivati chimici che sta creando grande preoccupazione per la salute di decine di migliaia di persone: cioè dei PFAS…. E’ di questi mesi (del 2019) che in Veneto le autorità sanitarie stanno facendo lo screening sui veneti con il sangue contaminato da Pfas: circa la metà dei residenti del Vicentino, Veronese e Padovano interessati dall’analisi è infatti già stata convocata dalle Usl locali. Sono state inviate 47 mila lettere e l’adesione è stata del 60 per cento, con analisi mediche disponibili per circa 25 mila persone interessato, cioè che vivono e hanno utilizzato in questi anni acqua potabile inquinata da Pfas.

COSA SONO I PFAS? Una famiglia di COMPOSTI CHIMICI POLI E PERFLUORATI UTILIZZATI IN MOLTI SETTORI INDUSTRIALI, soprattutto per la produzione di materiali resistenti ai grassi e all’acqua. Sono molecole caratterizzate da un forte legame tra fluoro e carbonio che le rende difficilmente degradabili, perciò SI ACCUMULANO NELL’AMBIENTE E POSSONO FACILMENTE PASSARE NEI VIVENTI interferendo anche in modo grave con il loro metabolismo.

   Ne vien fuori che sei veneti visitati su dieci, in aggiunta a livelli di Pfas elevati, hanno ulteriori complicazioni come colesterolo in eccesso o pressione arteriosa troppo alta. E che 270 bambini che vivono nella cosiddetta “area rossa” di maggiore inquinamento (vedi la mappa qui riportata delle varee aree di contaminazione), bambini di 10 e 11 anni, di loro l’11 per cento ha un livello di colesterolo totale fuori norma.

14/4/2019: LO SCREENING SUI VENETI CON IL SANGUE CONTAMINATO DA PFAS è al «giro di boa»: circa la metà dei residenti del VICENTINO, VERONESE e PADOVANO interessati dall’analisi è infatti già stata convocata dalle Usl locali. Sono state inviate 47 mila lettere e «l’adesione è stata del 60 per cento, sono già disponibili gli esami per 25.288 di loro» fa sapere la sanità regionale. NE VIEN FUORI CHE SEI VENETI VISITATI SU DIECI, IN AGGIUNTA A LIVELLI DI PFAS ELEVATI, HANNO ULTERIORI COMPLICAZIONI COME COLESTEROLO IN ECCESSO O PRESSIONE ARTERIOSA TROPPO ALTA. E sono stati invitati, o lo saranno, a fare un secondo livello di verifiche. L’analisi si è poi estesa a 272 BAMBINI DI 10 E 11 ANNI DELL’ «AREA ROSSA», con un dato significativo: ben L’11 PER CENTO DI LORO HA UN LIVELLO DI COLESTEROLO TOTALE FUORI NORMA. (Andrea Alba, da “il Corriere del Veneto” del 14/4/2019)(nalle mappa qui sopra: PFAS, VENETO AREE GEOGRAFICHE PER DIVERSI LIVELLI DI ESPOSIZIONE -da http://www.vicenzatoday.it/-)

   L’inquinamento da sostanze Pfas (l’esatto termine è “perfluoroalchiliche”) nelle province di Vicenza, Padova e Verona, ha portato a una contaminazione, con avvelenamento delle acque, che ha interessato ben 150 mila persone. Servivano 18 milioni per bonificare il “sito Miteni”: la ditta di Trissino nel vicentino accusata di aver inquinato le acque producendo queste materie plastiche usate per abbigliamento che resiste all’acqua, come giacche a vento, oppure per le pentole antiaderenti…

   Ma 18 milioni per la bonifica era operazione troppo costosa per la società, che non la ha fatta (la bonifica), limitandosi nel 2005 (già conscia dell’inquinamento in atto) a realizzare una barriera idraulica dal costo di 199 mila euro, decisamente inferiore ai 18 milioni previsti per la maxi-bonifica, per tentare di contrastare l’avanzare dell’inquinamento verso la falda. Con, pare, il silenzio dell’ARPAV, l’Ente regionale di controllo ambientale, che non ha denunciato la cosa, pur sapendo cosa stava accadendo.

PFAS IN VENETO, MAPPA ARPAV – LA PRESENZA DI INQUINAMENTO DA PFAS IN OLTRE 90 COMUNI. Livelli di inquinamento che negli Usa e in Svezia non sarebbero consentiti

   Nel 2013, quando viene reso pubblico e ufficiale che la falda è contaminata, scoppia il “caso Pfas” e Miteni fa di tutto per nascondere l’esistenza di quella barriera idraulica fatta fare fin dal 2005. Confermarne la realizzazione, significava ammettere di aver nascosto almeno per 8 anni l’inizio di un disastro ambientale. E l’Arpav in quel frangente sostenne la tesi della ditta (cioè che la barriera antinquinante della falda era stata costruita nel 2013, quando fu ufficializzato l’inquinamento). Insomma una gran brutta storia. E adesso si viene a scoprire che i Pfas sono stati rilevati anche nel Po: ciò significa che tutta ‘area geografica del bacino del nostro più grande fiume (Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna, ancora Veneto) è interessata da questa contaminazione che arriva (questa) da chissà dove….

   PLASTICHE, MICROPLASTICHE, altri derivati chimici (come i Pfas) sono elementi che dimostrano che l’emergenza ambientale è più che mai in atto, è arrivata da tempo, e che dobbiamo mobilitarci concretamente affinché si possa invertire una rotta suicida. (s.m.)

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ADDIO ALLA PLASTICA MONOUSO, ECCO LE ULTIME DECISIONI DELL’EUROPA SUI RIFIUTI
di Mara Magistroni, 29/3/2019, da https://www.wired.it/
– Stop all’inquinamento di spiagge e oceani. Passa al Parlamento europeo la legge per vietare le plastiche monouso e responsabilizzare i produttori e consumatori al riciclo –
ADDIO a posate, cannucce, cotton-fioc e agli altri prodotti di PLASTICA USA-E-GETTA per cui esistono alternative in materiali sostenibili o riutilizzabili. Così, con l’approvazione di NUOVE NORME che limitano la diffusione dei principali prodotti di plastica monouso ENTRO IL 2021 e volte a responsabilizzare produttori e consumatori, l’UNIONE EUROPEA muove (almeno sulla carta) i primi passi per contrastare l’inquinamento di spiagge, mari e oceani. Dopo il voto del PARLAMENTO EUROPEO, che segue la proposta della Commissione ambiente depositata a maggio e l’accordo politico del dicembre dello scorso anno, la palla passerà agli STATI MEMBRI, che dovranno RECEPIRE LA DIRETTIVA.
NUOVI DIVIETI, NUOVI OBIETTIVI Continua a leggere

LIBIA NEL CAOS (vicina a noi, per geografia e accadimenti passati), vittima dell’anarchia (con ambizioni forti di suoi leader e centinaia di milizie armate rivali); e un’Europa degli stati nazionali divisa sul CHE FARE (in primis la FRANCIA compromessa nel caos libico) – Come sciogliere i nodi per una GEOPOLITICA DI PACE?

(foto da http://www.Wikipedia.org : GADAMES, LA PERLA DEL DESERTO, Vista sui tetti della città vecchia di Gadames) – ALLA BASE DELLA REAZIONE DELLE FORZE DELLA CIRENAICA CAPEGGIATE DA HAFTAR CONTRO IL “GOVERNO UFFICIALE” (riconosciuto dalla Comunità internazionale) di Tripoli, paradossalmente, è stato l’avvicinarsi di una pacificazione voluta dall’Onu e dall’Unione Europea, dove Haftar diventava ufficialmente il capo dell’esercito libico, ma sottostava a un’autorità politica a Tripoli, che presumibilmente poteva essere guidata da quello che è adesso il suo maggior nemico, appunto al-Serraj. E questa pacificazione sarebbe avvenuta a breve, a metà aprile, alla CONFERENZA DI GHADAMES (SPLENDIDA, TURISTICA, CITTÀ-OASI LIBICA AL CONFINE CON TUNISIA E ALGERIA, NEL FEZZAN OCCIDENTALE); e questa conferenza doveva rendere ufficiale il compromesso. E che (CONFERENZA DI GADAMES) ovviamente, nello stato di guerra libico, NON C’È STATA e NON CI SARÀ.

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LA GUERRA TRA SARRAJ E HAFTAR È IN STALLO. INTANTO, TRIPOLI SI BLINDA. ANCHE DA POSSIBILI ATTACCHI ISIS – (11/4/2019, da http://www.difesaesicurezza.com/ ) – La sicurezza di Tripoli tiene nonostante l’offensiva di Khalifa Haftar. Le truppe del GNA di Fayez Sarraj sono riuscite a respingere tutti i tentativi dell’LNA di avvicinarsi alla capitale della Libia. In tutta l’area, comunque, è stata rafforzata la sicurezza contro possibili aggressioni con nuovi presidi, dotati anche di mezzi pesanti. Questi si sono schierati a Tajoura city, sulla strada costiera e sulla Al-Shaat Road, nonché presso l’area di Ghut Al-Rumman area e all’entrata est della città. L’obiettivo è proteggere soprattutto le istituzioni vitali del paese africano, sia dagli attacchi del Generale sia da gruppi terroristici come Isis, che negli ultimi giorni hanno alzato la testa dopo un lungo periodo di letargo. A questo proposito, sono stati intensificati i controlli dei veicoli e delle identità personali. Inoltre, è stato istituito un robusto servizio di pattugliamento notturno per evitare possibili raid a sorpresa.
IL GENERALE E IL CAPO DEL GNA CONTINUANO LE RISPETTIVE CAMPAGNE AREE PER SBLOCCARE LA SITUAZIONE. IL CONFLITTO È DIVENTATO SOPRATTUTTO DI PROPAGANDA E PASSA DAI SOCIAL MEDIA – Intanto, sia Haftar sia Sarraj continuano le rispettive campagne aeree per indebolire le difese nemiche. L’LNA ha annunciato di aver abbattuto un velivolo militare decollato da Misurata. Le truppe del GNA, però, hanno smentito affermando invece che in giornata sono stati effettuati 11 attacchi e che tutti hanno avuto successo, senza riportare perdite. Le truppe del generale, invece, stanno attaccando la base di Yarmouk e il ponte Al-Zahra, a sud di Tripoli. Entrambi gli schieramenti affermano di avere il controllo delle aree, in quella che sembra sia diventata più una guerra di propaganda attraverso i social media, rispetto a un conflitto su vasta scala, quale dovrebbe essere quello in corso in Libia. I portavoce di Haftar e Sarraj, infatti, si smentiscono reciprocamente più volte al giorno su ogni notizia. (da http://www.difesaesicurezza.com/)

   La Libia ha uno stretto legame con l’Italia (che dal 1911 fu costretta ad essere colonia italiana) (vedi la ottima descrizione in questo sito-link: http://win.storiain.net/arret/num153/artic3.asp ); e, storicamente, molto abbiamo (come paese) da farci perdonare dalla dominazione italiana. E poi è stata la Libia, ed è tuttora fonte di approvvigionamento energetico per noi (l’Eni gestisce il 70% delle risorse petrolifere libiche); ed è paese mediterraneo vicino a noi, della stessa civiltà del “mare nostrum”. E poi, in questi ultimi anni, le tragiche vicende dell’immigrazione: di centinaia di migliaia di immigrati africani che “cercano l’Europa” (una vita migliore, o scappare da guerre e fame) e transitano per la Libia. Spesso dovendo sopportare pene e sofferenze indicibili in quel paese in preda all’anarchia, dove predominano bande e gruppi di individui che cercano ricchezza da quelle persone che transitano (con ricatti di soldi alle famiglie di origine, stupri e violenze di ogni tipo, schiavitù…).

La guerra tra Serraj e Haftar è in stallo. Intanto, Tripoli si blinda. Anche da possibili attacchi Isis (carta da http://www.difesaesicurezza.com/)

   Insomma la Libia rappresenta un paese cardine delle questioni contemporanee, che nella cintura del nord Africa tra civiltà diverse (povere a sud, ricche a nord), nella sua situazione di instabilità totale, sta producendo e ampliando contesti, situazioni globali, di guerra e sofferenza che anziché risolversi, restano in stagnazione e, ora, pare, sembrano aggravarsi.
Pertanto difficile pensare alla Libia come cosa lontana: non lo è geograficamente, e non lo è per gli effetti che quel che accade lì si ripercuote poco più a nord, da noi. E i fragori della guerra (civile) che potrebbe ora scoppiare è più che mai un “problema nostro”.

le tre regioni della Libia

   La Libia è uno stato frammentato, che dalla guerra civile e dall’intervento militare della Nato che hanno portato alla destituzione di Gheddafi nel 2011, fatica ancora a trovare una vera legittimazione democratica. E da otto anni è spaccata in due: da una parte c’è il governo di AL SERRAJ a TRIPOLI, sostenuto dalla comunità internazionale (ma non da tutti, come diremo tra poco); dall’altro il governo di TOBRUK sotto la guida del generale HAFTAR. In mezzo decine di milizie tribali, gruppi armati che controllano parti del territorio, operano traffici illeciti di armi e migranti e compiono azioni di guerriglia.

il leader del governo ufficiale di Tripoli AL SERRAJ

   Roma ha puntato su Fayez al-Serraj e sul governo di “Accordo nazionale” da lui presieduto: questo per ragioni geopolitiche; perché appoggiato anche dall’Onu; per ragioni economiche (la maggior parte delle attività dell’ENI si svolgono in Tripolitania); e per la questione migranti (il tentativo di “fermarli”, non importa poi come e le condizioni dei campi di internamento libici…).
Dall’altra è da capire chi aiuta Haftar, ora che i suoi miliziani mascherati da esercito assediano Tripoli. Haftar ha l’appoggio di Egitto e Emirati Uniti oltre a quello di Francia e Russia, e ancor di più dell’Arabia Saudita (che sponsorizza finanziariamente le sue ambizioni di potere). HAFTAR STA CERCANDO DI CONQUISTARE TRIPOLI, ma NON SI COMPRENDE se l’intenzione è di ARRIVARE AD ELIMINARE IL GOVERNO ufficiale, O È SOLO UNA GRANDE PROVA DI FORZA, per contare molto di più di quel che vorrebbe la comunità internazionale. E nell’assedio di Tripoli, se cisarà un bagno di sangue e una tragica guerra civile (che può accadere), tutto questo non aiuterebbe la causa del generale di Bengasi.

il generale Haftar

   Il governo di Tripoli (e al-Serraj) è difeso anche dagli uomini di Misurata, che hanno armi e un simil-esercito (di ex militari di Gheddaffi, di mercenari, di volontari…), una milizia armata in grado di resistere alle milizie di Haftar. E sempre Tripoli, cioè al-Serraj riceve l’aiuto di Qatar e Turchia oltre a quello dell’ONU: e, come dicevamo, il governo italiano ha assecondato finora questa linea internazionale.
Il tutto in una situazione caotica, dove la Francia probabilmente considera anche i suoi interessi petroliferi (la Total, compagnia francese, in rivalità con la “nostra” Eni). Poi ci sono gli USA, finora poco interessati a quest’area geopolitica; e la Russia che sta a guardare sperando di entrare di più nel Mediterraneo; l’Unione Europea come spesso accade assente, poco credibile, divisa: la mozione europea di condanna dell’offensiva in corso nella capitale è stata censurata da Parigi (cioè la Francia ha posto il veto all’Unione Europea). Strano gioco sembra portare avanti la Francia di Macron: europeista sì in tante cose, ma indissolubilmente ancora legata ad una autonoma grandeur francese e a una politica (pseudo coloniale) in Africa che non vuole delegare poteri a un’Europa che invece dovrebbe esprimere una politica estera unitaria.

Libia. Truppe di Haftar avanzano verso Tripoli

   Forse alla base della reazione delle forze della Cirenaica capeggiate da Haftar contro il “governo ufficiale” (riconosciuto dalla Comunità internazionale) di Tripoli, paradossalmente, è stato l’avvicinarsi di una pacificazione voluta dall’Onu e dall’Unione Europea, dove Haftar diventava ufficialmente il capo dell’esercito libico, ma sottostava a un’autorità politica a Tripoli, che presumibilmente poteva essere guidata da quello che è adesso il suo maggior nemico, appunto al-Serraj. E questa pacificazione sarebbe avvenuta a breve, a metà aprile, alla CONFERENZA DI GHADAMES (splendida, turistica, città-oasi libica al confine con Tunisia e Algeria, nel Fezzan occidentale); e questa conferenza doveva rendere ufficiale il compromesso. E che (Conferenza) ovviamente, nello stato di guerra libico, NON C’È STATA e NON CI SARÀ.

I mezzi del generale Haftar sulla strada di Tripoli (NELLE GUERRE ATTUALI DEL SUD DEL MONDO CONTANO MOLTO I PICK UP, LE JEEP, I SUV…..)

   Per evitare il consolidarsi di questa posizione Haftar ha “dovuto” sparagliare subito le carte, far andare in frantumi il tentativo internazionale che lo avrebbe portato (Haftar) sì ai massimi ranghi militari della Libia, ma subordinato al potere civile, ad “altri” (è così che l’attacco verso Tripoli del suo pseudo esercito di miliziani e mercenari ha annullato la Conferenza Onu prevista e la pace possibile)
E’ questa una interpretazione realistica dell’attacco sferrato da Haftar, che pur in un momento di possibile conciliazione delle parti (pur difficile), tutto torna nella contrapposizione di prima (più di prima), senza sbocchi possibili al caos libico.

Libia, truppe di Serraj riprendono l’aeroporto di Tripoli (da http://www.Quotidiano.net/)

   Pertanto sono molte le cause della situazione difficile in Libia: le divisioni interne al Paese, la presenza di centinaia di milizie armate e rivali, le smisurate ambizioni personali di alcuni leader politici, l’ostinazione della comunità internazionale ad appoggiare soluzioni considerate illegittime dai libici e inefficaci agli occhi di tutti, e le ingerenze straniere che hanno finito per inasprire le violenze.
Su tutto grava quello che è la grande questione per l’Europa del caos libico: cioè il grande flusso di migranti che dall’Africa subsahariana vengono prima depredati e schiavizzati dalle fazioni tribali libiche o abbandonate ai trafficanti del Mediterraneo verso le coste europee (Spagna, Italia, Grecia, Malta), rischiando di affondare (tragicamente annegare) prima di tutto loro stessi (bambini donne, giovani, tutti…); e poi anche sembra fallire il sogno (obiettivo) di un’Europa federale unita (obiettivo forse accantonato dagli elettori arrabbiati alle prossime elezioni europee del 23-26 maggio).

(carta da “il fatto Quotidiano) – LA LIBIA E IL SUO PETROLIO – L’ENI produce in LIBIA quasi 400 MILA BARILI DI PETROLIO AL GIORNO (il 70% della produzione nazionale libica), la francese TOTAL si fermava nel 2017 ad appena 31mila (meno di un 10% rispetto all’ENI). Se c’è chi guadagna o perde dal conflitto libico e dalle milizie l’un contro l’altra armate, sono le compagnie petrolifere. E siccome la guerra riesplosa vede da una parte i gruppi fedeli al GOVERNO DI TRIPOLI e dall’altra quelli vicini al generale KHALIFA HAFTAR che può contare sul SOSTEGNO DI EGITTO E FRANCIA, in ballo ci sono anche i destini delle due imprese italiana e francese. LA SOLA ISTITUZIONE STATALE LIBICA CHE HA RETTO l’onda d’urto della guerra senza venire spezzata e divisa tra le diverse fazioni è la NATIONAL OIL COMPANY. Dai PROVENTI DELLA PRODUZIONE DEL PETROLIO dipende il 60% DEL PIL DELLA LIBIA, oltre l’80% DELLE ESPORTAZIONI. E se c’è dunque una qualche istituzione che rappresenta la Libia e la sua sovranità è proprio LA SUA COMPAGNIA PETROLIFERA che attraverso controllate come la Waha Oil company o la Zuetina Oil company, È PROPRIETARIA DELLA METÀ DEI POZZI LIBICI. (da https://www.lettera43.it/ 4/9/2018)

   CHE FARE per uscirne?…L’Europa dovrebbe subito ritrovare un’unità nella politica libica: convincere la Francia a fare un passo indietro, e trovare una soluzione veramente credibile che possa far cessare le ambizioni di potere dei singoli leader di quel paese, far cessare l’anarchia delle milizie e bande armate (cioè riuscire a disarmarle!) che lì imperversano, e trovare una pacificazione che faccia di quel paese uno stato unitario con regole precise, democratiche di libertà, rispettate da tutti. Questo anche con interventi mirati sul territorio, coordinati con quelle forze governative che intendono riportare la legalità e il rispetto dei diritti umani (cosa non facile, ma un’Europa unita avrebbe il potenziale per realizzare l’obiettivo). Noi poi in Italia, potremmo (dovremmo) diventare davvero, nell’ambito della UE, «cabina di regia», coinvolgendo pienamente e da subito anche Usa e Russia (e Cina); organizzando incontri e una conferenza di pace (non da soli, ma per esempio mettendo alla prova l’annunciata buona volontà di Parigi); iniziative non concorrenziali con la Francia, con l’Unione Europea; iniziative mirate su tutto il contesto libico, finalmente utili a dare stabilità e regole di diritto umanitario a quell’importante Paese che è la Libia. (s.m.)

Libia – carta politica (da http://www.atlante.unimondo.org/ )

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IL GENERALE CAMPORINI: “IN LIBIA UNA CAPORETTO INTERNAZIONALE”

di Umberto De Giovannangeli, 7/4/2019, da https://www.huffingtonpost.it/
– Una Caporetto della comunità internazionale e del suo organismo più rappresentativo: le Nazioni Unite. È quello che sta avvenendo in Libia con l’offensiva militare su Tripoli scatenata dalle forze fedeli all’uomo forte della CIRENAICA: il generale KHALIFA HAFTAR. Una Caporetto di cui parla, nell’intervista ad HufPost, il generale VINCENZO CAMPORINI, già capo di Stato maggiore della Difesa, tra i più autorevoli analisti di strategie militari e geopolitica italiani. –
Generale Camporini, in Libia è in atto una guerra civile con le forze fedeli al generale Khalifa Haftar puntare alla conquista di Tripoli. Per l’Europa e per l’Italia si tratta di una “Caporetto” politico-diplomatica? 
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