LA LIBIA (paese ricchissimo di petrolio) CERCA LA PACE, tra i tanti poteri: Fayez Al Sarraj, primo ministro di Tripoli; Khalifa Haftar, leader della Cirenaica; 120 tribù; Città-Stato come Misurata e Zintan; i Tuareg; Milizie armate e Brigate; e PRIGIONI di tortura agli immigrati – La CONFERENZA DI PALERMO è servita alla pace?

CHE COSA SUCCEDE IN LIBIA – Ma qual è la situazione in Libia? Un dipinto tragico per non dire drammatico di un paese lacerato tra milizie che si spartiscono un territorio ricco di petrolio

   La CONFERENZA DI PALERMO, tenuta nei giorni 12 e 13 novembre scorsi, voluta e organizzata dall’Italia (e avallata da ONU e UE, da USA e RUSSIA, dai vicini di casa della Libia come l’EGITTO e da Paesi assai influenti in Libia come la FRANCIA), non ha risolto granché del caos che sta vivendo quel Paese, così vicino a noi (non solo geograficamente, ma anche storicamente -dal 1911 al 1943 è stata colonia italiana, ferocemente da noi governata-, e per le risorse energetiche che ora ci fornisce).

FAYEZ AL-SARRAJ, 58 anni, è il PRESIDENTE DEL CONSIGLIO presidenziale e PRIMO MINISTRO del governo di unità nazionale della Libia, che si trova a Tripoli (in TRIPOLITANIA). La TENUTA del suo esecutivo, RICONOSCIUTO DALL’ONU e sostenuto dall’Italia, è MINACCIATA dall’iniziativa di Brigate e Milizie e dal Capo della CIRENAICA, KHALIFA HAFTAR

   Intitolato “PER LA LIBIA E CON LA LIBIA”, l’appuntamento di Palermo s’è svolto tra enormi difficoltà. Fino a un’ora prima dell’inizio, non c’era una lista dei partecipanti. Poi però un po’ tutti gli invitati si sono presentati. E non è cambiato granché della situazione attuale libica (situazione che qui di seguito descriviamo), però tutti i soggetti in campo dicono che è servita nel processo di pacificazione che quel Paese può (speriamo) raggiungere.

KHALIFA HAFTAR, l’uomo forte della CIRENAICA. Prima sostenitore di GHEDDAFI poi suo nemico, ha combattuto in Sinai e Ciad, poi si è rifugiato negli Usa e ha ottenuto il passaporto. Prima di tornare in Libia ed essere NOMINATO dal Parlamento Nazionale di Tobruk (CIRENAICA) a CAPO DELL’ESERCITO NAZIONALE LIBICO. E’ così che con i suoi uomini governa la CIRENAICA. È sostenuto dall’EGITTO, dalla RUSSIA e dagli EMIRATI ARABI UNITI, in contrapposizione all’UOMO APPOGGIATO DALL’OCCIDENTE E DALL’ONU, FAYEZ AL-SERRAJ, presidente del Consiglio presidenziale del governo di accordo nazionale

   Pur non essendoci stati risultati di “progresso” verso la pacificazione, il fatto che le parti in causa e le maggiori potenze europee e mondiali “interessate” alla Libia, vi abbiano partecipato positivamente (a parte la Turchia che se ne è andata prima), fa sì che si è guadagnato qualche mese di stand by, verso la riconciliazione e poi le elezioni. Perché è prevista una CONFERENZA NAZIONALE PRELUDIO DELLE ELEZIONI in Liba (conferenza che si potrà svolgere nelle prime settimane del 2019), Conferenza nazionale in Libia organizzata dall’inviato dell’Onu GHASSAN SALAMÉ, probabilmente appunto a gennaio, per poi andare alle ELEZIONI “UNITARIE” di tutto il Paese entro giugno 2019. Va nel contempo approvata una COSTITUZIONE, che comprende la LEGGE ELETTORALE, senza la quale è impossibile andare alle elezioni. Una Costituzione che, si dice, sarebbe già pronta; da far votare al Parlamento di Tobruk (in Cirenaica) e da un referendum nazionale.
I due principali soggetti in campo c’erano a Palermo: FAYEZ AL-SARRAJ, presidente del consiglio presidenziale e primo ministro del Governo di unità nazionale della Libia, che si trova a Tripoli (in TRIPOLITANIA); e KHALIFA HAFTAR, l’uomo forte della CIRENAICA, nominato dal Parlamento nazionale di Tobruk (appunto in Cirenaica) a capo dell’esercito nazionale libico. Haftar vuole comandare l’esercito unificato libico: solo così può riconoscere come primo ministro (fino alle prossime elezioni) Al-Sarraj.

(foto: TRIPOLI E LE MILIZIE CHE LA CONTROLLANO) – LE MILIZIE ARMATE – “(…) A TRIPOLI (la capitale) c’è una LOTTA PER LA SOPRAVVIVENZA CONTINUA, in una realtà caratterizzata da scontri a fuoco e violenze. SONO LE MILIZIE ARMATE CHE TENGONO IN MANO LA SITUAZIONE e controllano tutta la città, quartiere per quartiere. TRIPOLI È DIVISA IN FAZIONI, la situazione è costantemente tesa e GLI SCONTRI SONO ALL’ORDINE DEL GIORNO. (…) Esiste un preciso SISTEMA DI PARTIZIONE DELLA CITTÀ. In teoria, le MILIZIE sono ufficialmente riconosciute dal ministero dell’Interno e partecipano al governo nazionale di Tripoli, quindi dovrebbero essere attori istituzionalizzati. In realtà, SONO LORO AD AVERE IL CONTROLLO DELLA VITA QUOTIDIANA (…sono nelle banche, controllano i flussi di denaro, controllano … in un sistema di corruzione e loschi scambi (…).” (da http://www.sicurezzainternazionale.luiss.it/ – 18/9/2018)

   Mancavano a Palermo quelle che vengono un po’ definite in Libia le CITTA’-STATO (Misurata, Zintan) cioè entità di fatto che si autogovernano, autonome da qualsiasi potere….
E naturalmente mancavano quelle MILIZIE ARMATE che spadroneggiano in molti territori, e nella stessa Tripoli… Come mancava la 7° BRIGATA DI TARHUNA, i cosiddetti «insorti» contro le milizie (Tarhuna è l’enclave dei ribelli della Settima brigata che anche il 14 novembre scorso hanno fatto rombare di nuovo i cannoni contro le milizie di Tripoli), e che lo scorso agosto hanno innescato la rivolta contro le milizie di Tripoli.

Non sarà certo una STRETTA DI MANO a risolvere la crisi della Libia; tuttavia quella che FAYEZ AL SARRAJ (primo ministro di Tripoli) e KHALIFA HAFTAR (l’uomo forte della Cirenaica) si sono scambiati a Palermo ha un forte significato politico e segna, immortalato in una foto ufficiale, un passo in avanti nel tentativo di stabilizzazione della Libia (…) (13/11/2018, da http://www.today.it/mondo/)

   La società libica è molto composita, NEL PAESE VI SONO ALMENO 120 ETNÌE (TRIBÙ le chiamano); al sud vi è una forte PRESENZA TUAREG (popolo berbero, tradizionalmente nomade, stanziato lungo il deserto del Sahara, in Mali, Niger ma anche in Algeria, Burkina Faso, Ciad…). I maggiori quattro leader libici non sono in grado di rappresentare tutto questo variegato mondo dentro i confini della Libia (i quattro leader più importanti cui ci siamo appena riferiti sono, oltre ad 1- HAFTAR, e 2- AL SERRAJ, 3- KHALED AL-MESHRI, presidente a Tripoli del Consiglio di Stato, mentre da Tobruk l’altro attore fondamentale è 4- AGUILA SALEH, presidente del parlamento).
Quel che è certo è che questo volere il controllo del territorio di tutti questi soggetti in campo (dai “grandi capi” -Al Serraj e Haftar- alle centinaia di milizie che spadroneggiano piccoli o medi territori), tutti sono sì interessati al potere, ma ancor di più tengono a PARTECIPARE ALLA DISTRIBUZIONE DEI DOLLARI DEL PETROLIO. Perché la LIBIA è in primis TERRITORIO RICCHISSIMO DI RISORSE ENERGETICHE (petrolio, in primis, vende un milione di barili l’anno; ma anche gas) e così girano moltissimi soldi.

giugno 2018: Milizie libiche schierate contro il generale Haftar esultano dopo aver conquistato il terminal petrolifero di Ras Lanuf, nell_Est del Paese _DA IL SOLE 24ORE

   E’ l’elemento principale (la SPARTIZIONE DEI SOLDI DEL PETROLIO). Una delle cose che pare possano positivamente e sicuramente accadere entro breve è appunto l’UNIFICAZIONE DELLE DUE BANCHE CENTRALI e dei due Enti petroliferi attuali (basati ciascuno ora su Tripoli da una parte e Bengasi dall’altra). Questa cosa (l’unificazione bancaria) sembra che si farà a breve, perché è interesse delle parti che avvenga (sotto l’egida dell’Onu). Ora i soldi del petrolio e del gas arrivano nei forzieri delle due Banche e non si sa dove vanno a finire.
Pertanto è interesse “di tutti” che si controllino questi flussi finanziari. E, del resto, lo sviluppo della Libia, dei servizi essenziali per il suo popolo detenuti dal “Potere”, del (ri)trovare pace e serenità e guardare al futuro positivamente, è legato ad avere a disposizione quella ricchezza economica che c’è ma che invece sta sfuggendo.

MIGRANTI IN LIBIA in un campo di detenzione

   E’ così che il “guardarsi” seppur con diffidenza delle maggiori due parti in causa (Al Serraj e Haftar), se si metteranno d’accordo nel controllare insieme il potere senza la paura che l’uno elimini l’altro, e controllare insieme pure il fiume di petrodollari che entra nel Paese (e così poter anche accontentare le tribù locali, e forse qualche milizia posta al loro servizio); se tutto questo può accadere nelle prossime settimane e mesi, è possibile che la Libia diventi un Paese (con Tunisia, Algeria, Marocco, forse in futuro anche l’Egitto) importante della sponda sud del Mediterraneo; di proficua collaborazione e cooperazione.

Mappa della composizione etnica della Libia (da Wikipedia)

Paese importante, se pacificato, cui noi, e tutta l’Europa, meridionale ma non solo, possiamo allacciare progetti di civiltà (ora inesistenti nell’anarchia violenta di adesso) dove anche il fenomeno dell’immigrazione e della povertà dei paesi del Sahel (Gambia, Senegal, Mali, Burkina Faso, Niger, Nigeria, Camerun, Ciad, Sudan, Sud Sudan, Eritrea) e del Centrafrica (Angola, Guinea, Gabon, Rep. Centrafricana, Congo…) possa risolversi positivamente.

Massimiliano Boccolini; Alessio Postiglione, “SAHARA, DESERTO DI MAFIE E JIHAD, COME NARCOS, SEPARATISTI E CALIFFI MINACCIANO IL MEDITERRANEO” (ed. Castelvecchi) – Dall’espansione dell’Isis al ruolo delle mafie, dalle attività del Fronte Polisario al ritorno alle armi dei Tuareg. Il deserto del Sahara è un crocevia di traffici di armi, droga ed esseri umani. Rotte carovaniere di un’economia criminale che salda il narco-jihadismo alle mafie internazionali. Con un obiettivo: destabilizzare il pianeta

   Il tema migranti in Libia in questo momento è tema prioritario (anche se alla Conferenza di Palermo non se ne è parlato) Sono 700mila i migranti illegali in territorio libico: alcuni impiegati nei lavori manuali (c’è anche da dire che la Libia, come tanti paesi petroliferi in quella parte del mondo, ha sempre impiegato stranieri); ma moltissimi immigrati sono ora rinchiusi e torturati nelle prigioni che lì ci sono… una Libia unitaria con standard democratici non potrebbe che fare un passo in avanti anche nei metodi umanitari. (s.m.)

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CONFERENZA PALERMO, UN SUCCESSO O ‘UNA SCENEGGIATA’? VIENE IL SOSPETTO CHE AI LIBICI VADA BENE COSÌ
di Giampiero Gramaglia, giornalista consigliere IAI*, 14/11/2918, da “Il Fatto Quotidiano”*
Alla fine, ti viene il sospetto, o forse capisci, che a loro va bene così: trascinare avanti la pantomima d’una trattativa e d’una sequela di litigi, che d’improvviso divengono scaramucce di guerra imbrattate da schizzi di sangue, senza mai arrivare a un’intesa e senza mai tornare alla guerra civile.
Perché, così, ciascuno conserva la sua fetta di potere: il generale HAFTAR dai tanti passati e il premier AL SARRAJ senza popolo e senza territorio e i signori delle milizie lungo la costa e dentro il deserto, ben pagati per tenere i barconi in secco e per proteggere i pozzi di petrolio degli uni – gli italiani – e degli altri – i francesi. Se invece la macchina della pace e della stabilizzazione, messa in moto dall’Onu e dalla comunità internazionale, dovesse funzionare, loro rischiano, il giorno che si votasse, di perdere influenza, potere e soldi. Continua a leggere

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LA DEVASTAZIONE DELLE MONTAGNE VENETE (anche Trentine e Friulane) dell’uragano di vento e pioggia del 29 ottobre, richiede uno sforzo titanico per uscire dall’emergenza – La ricostruzione di BOSCHI e PAESAGGIO: OCCASIONE da non perdere PER RIPENSARE LA MONTAGNA, oltre il solo turismo

Particolare di un bosco di faggi (da wikipedia)

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GLI ALBERI ABBATTUTI DALLA GRANDE TEMPESTA NARRANO UN DISASTRO CHE STA ACCELERANDO – di PAOLO MALAGUTI, da “il Corriere delle Alpi” del 11/11/2018 – (…..) Questo che si conclude è stato per l’Europa l’anno più caldo da quando sono iniziate le registrazioni scientifiche delle temperature, oltre due secoli fa. La cosa più preoccupante è sentire da più parti, soprattutto dal mondo politico, ripetere l’AGGETTIVO “STRAORDINARIO”. Precipitazioni straordinarie, eventi straordinari… Un requisito della straordinarietà è l’unicità. Nel momento in cui un evento straordinario si ripete a distanza di breve tempo, diventa ordinario, non ci piove. O meglio, ci piove fin troppo. Forse il problema sta nel fatto che, ANCHE SE NON VOGLIAMO AMMETTERLO, LA MONTAGNA BELLUNESE È COMUNQUE PERIFERICA, e I MILIONI DI ALBERI CADUTI, per quanto impressionino, NON CI SCONVOLGONO. Nell’immaginario comune SONO MONTAGNE DA VACANZE, non spazi di vita quotidiana. E infatti ho trovato, per quanto fatte in buona fede, alquanto sintomatiche le dichiarazioni dei POLITICI CHE HANNO INCORAGGIATO GLI ITALIANI AD “ANDARE IN VACANZA” NELLE ZONE DEL BELLUNESE per aiutare le popolazioni in difficoltà. Certo, bene, giusto. Forse sarebbe stato più ambizioso dichiarare che l’Italia si confronterà nelle sedi opportune per rimettere con urgenza sul tavolo dei paesi occidentali la riduzione delle emissioni di CO2. O FORSE SAREBBE STATO PIÙ AMBIZIOSO, negli anni passati, VARARE PIANI DI RIFORME EFFICACI PER CONTRASTARE LO SPOPOLAMENTO DI UNA MONTAGNA che, prima ancora che essere un comprensorio sciistico, è, ripeto, uno SPAZIO DI VITA. Ma si sa, i piani di lungo corso in politica, e forse soprattutto nella politica degli ultimi anni, non pagano. E ALLORA TUTTI A SCIARE.”(…) (PAOLO MALAGUTI)

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I danni causati dal forte maltempo dei giorni scorsi (qui è in Val Visdende, nelle montagne bellunesi) – …«Chissà che i boschi che saranno ripiantati siano diversi: non solo pecci ma più larici, faggi, aceri, magari ciliegi selvatici», spera DANIELE ZOVI, generale della Forestale, autore di “ALBERI SAPIENTI, ANTICHE FORESTE” dove scrive delle PIANTE non come oggetti ma come «ESSERI SENSIBILI CHE COMUNICANO FRA DI LORO». ESSERI CAPACI DI PROVAR DOLORE: «COS’È, L’ODORE DELLA RESINA DI QUESTI GIORNI SE NON UN URLO DI DOLORE?»…(Gian Antonio Stella, “il Corriere della Sera”, 3/11/2018)

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   Nei giorni scorsi, in particolare il 29 ottobre, fortissimi venti e piogge hanno devastato le montagne venete (quelle bellunesi, ma anche il vicentino nell’Altopiano di Asiago); e anche le montagne dolomitiche del Trentino, e i parte del Friuli.
In Veneto, dal vento fortissimo (e dalla pioggia), sono stati rasi al suolo molti boschi: una prima stima parla di 25-30 mila ettari di bosco abbattuto, pari a circa tre milioni di piante divelte (ma forse sono molte di più). Un’ecatombe.

da http://www.fanpage.it

   E, appunto, la zona più colpita pare essere proprio il Bellunese, con il nubifragio della sera di lunedì 29 ottobre che ha fatto cadere 197 mm di pioggia ad Agordo ed a Longarone, con una punta di 252 mm nella Valle del Biois, in particolare a Cencenighe (come riportato dall’Arpa del Veneto). Ma citiamo delle località così, a caso, solo per puntualizzare alcune cose: DAPPERTUTTO, NELLA MONTAGNA VENETA (e non dimentichiamo in parte la trentina e friulana) CI SONO STATE DEVASTAZIONI ORA BEN EVIDENTI.

qui è San Tomaso, frazione di Colzaresè, a Belluno (foto da “la Stampa”)

   La macchina dei soccorsi, del ripristino, la protezione civile, molti volontari, le istituzioni regionali e locali… si son subito dati da fare (e lo stanno facendo) generosamente…. Ma è la popolazione colpita da questi disastri, subito, ha iniziato con motoseghe e quel che serviva per sgombrare le strade, riparare i tetti….. Ma ci vorrà un sacco di tempo per arrivare a una “minima normalità”….


Un vento difficilmente quantificabile nella sua forza, e che a ricordo degli anziani non si era mai visto così violento: come i 90 km/h rilevati nella zona del Lago di Misurina, i 114 km/h nell’Altopiano di Asiago nel vicentino. Ma le raffiche hanno sicuramente soffiato ad oltre 200 km/h in molti luoghi ora devastati, provocando (come dicevamo) così danni elevatissimi al patrimonio boschivo (alle otto di sera di lunedì 29 ottobre, i venti hanno raggiunto i 208 km/h sulle vette del Bellunese, con valori simili su quasi tutti gli altri rilievi montuosi del Veneto settentrionale e del Trentino Alto Adige).

Alleghe, i danni al lungolago e al parcheggio delle funivie e del palaghiaccio (da “il Corriere dell Alpi”

   E’ questa straordinaria (mai vista) tormenta di vento che è la causa principale, oltre sicuramente alla pioggia fortissima, dei danni maggiori soprattutto al patrimonio forestale, con boschi interi che sono stati abbattuti dalla furia del vento.
E poi gli alberi, cadendo, hanno troncato linee elettriche ed interrotto la circolazione su numerose strade (alcune località sono rimaste prive di corrente elettrica per giorni, e solo l’arrivo di generatori ha permesso il ritorno dell’energia elettrica).

“LA FRANA DEL TESSINA – Il maltempo e le piogge incessanti dei giorni scorsi in Veneto hanno rimesso in movimento la FRANA DEL TESSINA, in ALPAGO, il più grande smottamento conosciuto in Europa, circa 4 MILIONI DI METRI CUBI. (…) – La frana del Tessina (che prende il nome dal torrente) è ubicata in comune di CHIES D’ALPAGO (BL). Si tratta di un fenomeno complesso che si sviluppa da quota 1200 circa, per una lunghezza di oltre 2 chilometri fino all’abitato di LAMOSANO posto a quota 650.

   Un disastro incommensurabile. Dopo la necessità di assicurare la messa in sicurezza della popolazione (ad esempio dalle numerose frane verificatesi e che ancora possono verificarsi in questa condizione di fragilità territoriale); il ripristino delle rete elettrica e della viabilità (molte strade, specie le secondarie, sono impraticabili); il ritorno in certi posti dell’acqua potabile con il ripristino regolare degli acquedotti; e poi gli altri servizi essenziali (la scuola, il commercio, le attività produttive, etc.); la rimozione dei 3 milioni (e forse più) di alberi caduti (ci vorranno anni!), la piantumazione (quanto ci vorrà?) di nuovi alberi; gli impianti turistici, come quelli per lo sci (già ora ci si preoccupa del turismo degli sciatori, visto che la stagione sta per aprirsi, e questo francamente lo riteniamo molto opinabile…sì, l’intento è di “far tornare alla normalità subito”, ma questa necessità di far subito riprendere il carosello sciistico con neve artificiale ci sembra una cosa del tutto non condivisibile…)….ebbene, nel contesto di “tutto questo” di cui si parla adesso, noi pensiamo che, nella disgrazia di questi eventi, POTREBBE ANCHE NASCERE L’OPPORTUNITA’ di ripensare in modo nuovo il rapporto con la montagna, con chi ci vive, con il paesaggio e la natura che essa ha.

Nel 1981 la popolazione residente in provincia di Belluno superava le 220 mila unità. Dal 2009 è iniziata una curva discendente che ci ha portati nel 2017 a scendere sotto i 206 mila. Fra il 2012 e il 2017 il Bellunese ha perso l’1,9% della popolazione (SPOPOLAMENTO NEL BELLUNESE: I RESIDENTI SE NE VANNO E LE IMPRESE CHIUDONO di Alessia Forzin, da “il Corriere delle Alpi”, 16/5/2018)

   Rileviamo infatti, concentrandoci in particolare sulla MONTAGNA BELLUNESE, queste difficoltà che in questi anni essa sta vivendo:
– esiste un palese SQUILIBRIO TERRITORIALE tra zone iperturistiche (con le caratteristiche negative delle città di pianura: come l’inquinamento atmosferico da automobili ad esempio…) ed altre realtà bellunesi di zone IN COMPLETO ABBANDONO (specie nella cosiddetta “mezza-montagna”, posti isolati, senza alcuna cura, piena di rovi ed erba alta, a volte vengono scaricati rifiuti…totale disinteresse di tutti);
– l’AVANZARE DEL BOSCO in questi decenni di abbandono ha tolto spazio ai prati e al pascolo, creando un disequilibrio nel paesaggio montano sempre in situazione di progressivo abbandono di qualsiasi attività rurale;
– la MANCATA CURA DI SENTIERI, TERRAZZAMENTI prima esistenti, scoli e torrenti, ha smosso terreni ora più soggetti a FRANE: lo stesso abbandono di stalle e abitazioni in altura, diventati ruderi, fa sì che non ci siano più “sentinelle” date da persone che in questi posti ci vivevano e segnalavano il percolo di smottamenti e fragilità;
– E’ una montagna fatta di TANTISSIME SECONDE CASE, uno sviluppo edilizio incredibile dagli anni ’60 del secolo scorso ad oggi; e si è poi aggiunto un TURISMO di massa che privilegia il “MORDI E FUGGI” (nei passi dolomitici quasi sempre d’estate i gruppi di motociclisti manco si fermano, un rumore assordamento, gas di scarico…. oppure se si fermano lo fanno per qualche minuto in situazioni caotiche di affollamento…) (POSSIAMO INCOMINCARE A PRATICARE UN TURISMO DIVERSO?);
– l’ECONOMIA ARTIGIANALE (E INDUSTRIALE) della montagna SOPRAVVIVE, ma è in itinere (a volte bene a volte male): l’occhialeria del Cadore pare riprendersi anche sulla spinta dell’Agordino e della Luxottica internazionale. Idem per la falegnameria e l’industria del legno (adesso, con purtroppo i milioni di alberi caduti, se ne avrà di materia prima!). Un’economia comunque subordinata a quel che accade in pianura, che cerca di tenersi stretto fin che può quel che ha e niente più;
– le ISTITUZIONI LOCALI (i Comuni) del bellunese sono frammentatissime, contano poco o niente e non hanno risorse finanziarie neanche per pulire le strade dalla neve anche quelle poche volte che viene. In provincia di Belluno ci sono 64 comuni, per una popolazione complessiva di 203mila abitanti (in calo, UNO SPOPOLAMENTO LENTO MA PROGRESSIVO, costante negli ultimi decenni): vi è una media per comune di poco meno di 3.300 abitanti per comune… (in alcuni comuni non si riesce neanche a fare una lista per leggere un sindaco, o non si riesce a raggiungere il quorum sufficiente) (che senso ha mantenere tutti questi comuni?).

Fra il 2012 e il 2017 il Bellunese ha perso l’1,9% della popolazione, Trento e Bolzano hanno invece vissuto un incremento di abitanti del 2,6 e del 3,9%. La popolazione è aumentata anche a Sondrio (+0,4%), è scesa ma leggermente (-0,3%) a Verbano Cusio Ossola. Inoltre gli under 15 nel Bellunese sono appena il 12% della popolazione complessiva (a Bolzano sono quasi il 16%), mentre gli anziani, ovvero gli ultrasessantacinquenni, sono il 25,8%, tre punti percentuali più di Sondrio (a Bolzano sono appena il 19,3% dei residenti). Un dato preoccupante è quello sulla natalità: nel 2017 nel Bellunese sono nati 1334 bambini, ma sono morte 2476 persone. Gli stranieri sono pochi (il 5,9% della popolazione): segno che la provincia ha perso attrattività. Lo spopolamento interessa soprattutto i comuni di alta montagna, che negli ultimi cinque anni hanno perso il 4,6% dei residenti. In cinque comuni il calo supera il 10%. Bolzano, invece, ha guadagnato il 2,7%. (SPOPOLAMENTO NEL BELLUNESE: I RESIDENTI SE NE VANNO E LE IMPRESE CHIUDONO, di Alessia Forzin, da “il Corriere delle Alpi”, 16/5/2018)

…E torniamo a sottolineare che l’elemento forte del bellunese ora resta ed è solo il TURISMO, MA NON DAPPERTUTTO: solo in alcune aree urbane (Cortina, Auronzo, Alleghe, Arabba e la Marmolada…). E’ un turismo “DI CITTÀ” (come andare in una località marina), spesso con il divertimentificio dello sci in un ambiente dove la neve arriva assai poco in inverno: e allora bisogna spendere (e pubblicamente sponsorizzare) piste da sci con NEVE ARTIFICIALE, ad altissime SPESA ENERGETICA e UTILIZZO DI ACQUA; e non si sa quanto faccia bene all’ambiente questa neve artificiale…
CHE SENSO HA ALLORA CONTINUARE CON QUESTO TURISMO (DELLA NEVE) ARTIFICIALE, senza speranza?
IL DISASTRO AVVENUTO ADESSO può diventare l’OPPORTUNITA’ PER CAMBIARE MARCIA E PROGETTO PER LA MONTAGNA VENETA. E’ una montagna che non può nemmeno godere di una politica regionale univoca: mentre il Trentino e Sud Tirolo sono province regionali dove c’è solo “montagna”, e lì ogni azione politica necessariamente tiene conto dell’unicità del territorio, il Veneto è fatto di tante realtà territoriale dal punto di vista geomorfologico, e la montagna è solo una di queste realtà, forse quella di minor attenzione rispetto all’area PaTreVe (Padova, Treviso, Venezia), alla Laguna veneziana e veneta, al litorale marino, alle aree pedemontane come quella vicentina e trevigiana…
LA CENTRALITA’ della montagna passa per un privilegiare i servizi per la gente del posto (servizi scolastici, sanitari, dei settori specifici settoriali del lavoro…). E la RICOSTRUZIONE sarebbe bello avvenisse (dei boschi, delle terre franose e dissestate…) da parte di locali, riuniti in progetti e società che mettano insieme le competenze (agroforestali, geologiche, naturalistiche, ambientali, di gestione di un turismo creativo e responsabile, e non parassitario…).
Perché il controllo ambientale viene gestito dalla Università di pianura (Padova…)? …e non nasce invece un’Università, un CENTRO DI RICERCA SULLA MONTAGNA e le sue specificità che sia collocato e governato geograficamente nel bellunese…. in fondo il rapporto anche scientifico e di “aiuto” alla montagna assume adesso (FINORA) UNA VESTE “COLONIALE” (gente, esperti, che “da fuori” vengono a fare rilievi, a dire cosa serve…).
Il SUPERAMENTO della frammentazione DEGLI ATTUALI COMUNI con istituzioni di Enti comunali (cittadini) per AREE OMOGENEE (l’Agordino, il Cadore, il Comelico, il Feltrino, l’Alpago, il bellunese, la Val Belluna, ect.) permetterebbe di creare ISTITUZIONI PIÙ AUTOREVOLI in grado di affrontare politicamente, finanziariamente, i problemi della propria area geografica, dando risposte efficaci.

Bosco nel Parco delle Dolomiti bellunesi (com’era)

   E infine, una RICOSTRUZIONE DEI BOSCHI E DEL PAESAGGIO della montagna bellunese, dando lavoro e coordinando serie e autorevoli iniziative di sviluppo ambientale e sociale PER UNA “NUOVA MONTAGNA”, sarebbe il giusto compenso che tutti potrebbero dare (istituzioni regionali, nazionali, europee, associazioni locali e spontanee, noi individualmente…) a un valore territoriale e ambientale che va rivisto completamente nel suo sviluppo. (s.m.)

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Volontari e richiedenti asilo da Treviso a Belluno per ripulire strade e scuole – UN GRUPPO DI PROFUGHI RISPONDE ALLA CHIAMATA DEL SINDACO DI BELLUNO E RIPULISCE UN POLO SCOLASTICO (da http://www.oggitreviso.it del 5/11/2018 – Un esercito di volontari dalla Marca Trevigiana ha raccolto l’appello lanciato dal sindaco di Belluno, Jacopo Massaro, e si è presentato domenica nelle zone colpite dal maltempo per ripulire, tagliare alberi, spostare rami, liberare strade e fare tutto ciò che può essere utile alla popolazione per ripartire. Da Borgo Piave al Nevegal, da Col da Ren alle Ronce, da Col Fiorito a Salce, tantissime le persone arrivate da fuori città e anche da fuori provincia: tra loro, anche il sindaco di Preganziol e alcuni componenti della giunta.

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GLI ALBERI ABBATTUTI DALLA GRANDE TEMPESTA NARRANO UN DISASTRO CHE STA ACCELERANDO

di PAOLO MALAGUTI, da “il Corriere delle Alpi” del 11/11/2018 Continua a leggere

RAPPORTO MIGRANTES 2018: LA GEOGRAFIA DEGLI ITALIANI CHE VANNO A VIVERE ALL’ESTERO – Se ne va chi per lavoro, necessità, o per trovare nuove motivazioni; per avventura e scoprire nuovi luoghi; o per vivere bene la pensione, per rifiuto dell’Italia… con aspettative a volte confermate, e spesso deluse

LA MOBILITÀ ITALIANA VERSO L’ESTERO CRESCE. Si è passati da poco più di 3,1 milioni di iscritti Aire (Anagrafe Italiani Residenti all’Estero) nel 2006 ai 5,1 milioni del 2018. Un aumento del 64,7%. I nuovi iscritti Aire ammontano a 243 mila per l’anno 2017, con 128.193 per espatrio (+ 3,2% rispetto all’anno precedente). PER QUANTO RIGUARDA LE FASCE DI ETÀ, A PARTIRE SONO SOPRATTUTTO I GIOVANI TRA I 18-34 ANNI (37,4%)

   Il 24 ottobre scorso a Roma, è stata presentata la tredicesima edizione del Rapporto ITALIANI NEL MONDO realizzato dalla “FONDAZIONE MIGRANTES” (organismo pastorale della CEI – Conferenza Episcopale Italiana). Uno studio assai complesso, interessantissimo, dai contenuti molteplici (sono ben 500 pagine) che traccia (dal 2006) i modi e l’evoluzione della migrazione italiana nel mondo, cioè dove vanno, dove sono gli italiani all’estero.


Perché si va a vivere all’estero?…E’ ora di vedere il fenomeno nella sua complessità, senza stereotipi e semplicismi….è una cosa seria; e chi va a vivere fuori della penisola italica ha poi diritto di essersi a volte sbagliato, e di poter tornare senza sentirsi uno sconfitto. Ad altri va meglio, e si trovano bene nel nuovo luogo, lontano dall’Italia, cui son andati a vivere (non la rimpiangono!).
Si va via per molteplici motivi: per cercare lavoro (o averlo già trovato, all’estero), per amore, per spirito di avventura, per scoprire nuovi luoghi e nuove motivazioni alla propria vita, perché non se ne può più dell’Italia…. Su tutto (prima di andare ad esplicare qualche dato dal Rapporto Migrantes) c’è la necessità di ribadire che uno dei diritti fondamentali della persona è il “DIRITTO ALLA MOBILITÀ”; e chi si sposta dal proprio luogo di origine, dovrebbe averne piena facoltà e diritto (come anche di poterci rimanere).

AREE GEOGRAFICHE – Le province più colpite nel 2017/2018 dalle migrazioni sono quelle di Milano, Roma, Genova, Torino e Napoli. A livello regionale, al primo posto troviamo la Lombardia, seguita da Emilia Romagna, Veneto, Sicilia e Puglia. Le DESTINAZIONI PREFERITE sono quelle europee: la GERMANIA (20.007 arrivi) distanzia di molto il REGNO UNITO (18.517) e anche la FRANCIA (12.870). Crescita significativa invece quella del PORTOGALLO con un +32%

   Tornando al Rapporto Migrantes 2018 (presentato il 24 ottobre scorso), questo si avvale di molti autori (sessantaquattro) ed è coordinato da Delfina Licata, ricercatrice sociale, sociologa, che stabilmente cura il Rapporto e collabora con varie riviste su argomenti che trattano della mobilità delle persone (in Italia, in Europa, nel mondo).
Anche nel Rapporto 2018, viene confermato il trend crescente della mobilità italiana verso l’estero. Dal 2006 al 2018, la mobilità italiana è aumentata del 64,7%, passando da poco più di 3,1 milioni di iscritti all’AIRE (l’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero) a più di 5,1 milioni (ma, diciamo noi, tanti vanno via non si iscrivono nelle loro anagrafi comunali all’Aire, e quanti saranno?…).
Al 1° gennaio 2018, gli italiani residenti all’estero (e iscritti all’Aire) sono poco più di 5 milioni: l’8,5% dei quasi 60,5 milioni di residenti totali in Italia. Sono storie di speranza, di successi, ma spesso anche di dolore, di questi italiani all’estero. Quasi 130mila hanno lasciato l’Italia nel 2017, con un significativo incremento degli espatriati over 50. Il panorama è davvero variegato, e ci sono anche situazioni di disagio, come quelle degli illegali in Australia o di chi vive per strada a Londra (questi contesti di disagio vengono chiamati “migrazione malata”).

Emigrati italiani alla stazione di Wolfsburg, Germania, 1970 (foto ripresa da da http://www.noteverticali.it)

   Nell’ultimo anno, gli italiani sono partiti pressoché da tutta Italia (sud, centro, nord, le isole) e sono andati in 193 località diverse del mondo, di ciascuna realtà continentale. Milano, Roma, Genova, Torino e Napoli sono le prime cinque province di partenza. La prima regione di partenza è la LOMBARDIA (21.980) seguita, a distanza, dall’EMILIA-ROMAGNA (12.912), dal VENETO (11.132), dalla SICILIA (10.649) e dalla PUGLIA (8.816). La GERMANIA (20.007 arrivi) torna ad essere, quest’anno, la destinazione preferita distanziando il REGNO UNITO (18.517) e la FRANCIA (12.870). E poi anche verso Marocco, Thailandia, Spagna, Portogallo, Bulgaria, Tunisia, Santo Domingo, Cuba, Romania….
Pertanto dal 2006, c’è la cognizione di un processo chiaro: cioè che la mobilità italiana verso l’estero cresce. E quest’anno, dal punto di vista dei contenuti, il Rapporto si è soffermato di più sulle NEOMOBILITÀ. Dove vanno quelli “nuovi” che partono e perché? E si scoprono successi, grande storie, oppure appunto (come dicevamo qui sopra) fenomeni di “migrazione malata”.
E’ interessante questo (annuale) studio della Fondazione Migrantes di questi flussi di italiani verso paesi diversi, perché serve a comprenderne la complessità del fenomeno, le differenze tra le diverse motivazioni…

(foto da http://www.lastampa.it)

   In questa nostra epoca la MOBILITA’ si è fatta più facile: fin troppo, forse, aerei low cost che Ti portano in destinazioni cui quasi sempre sei del tutto impreparato a capire dove vai, e se fai il turista torni più ignorante di prima dei luoghi che credi di aver conosciuto…
Dal Rapporto Migrantes si capisce che a partire sono soprattutto i giovani tra i 18-34 anni (37,4%) e giovani adulti tra i 35-49 anni (25%), ma il dato più sorprendente riguarda le fasce di età più alte. In termini assoluti sono nettamente inferiori alle altre, ma l’aumento relativo nel 2017 è sorprendente: 65-74 anni (+26%), 75-84 (+49,8%), over 85 (+78,6%)… INSOMMA PER UN MOTIVO O PER UN ALTRO PARTONO DI PIU’ TUTTE LE FASCE D’ETA’…

Il direttore della FONDAZIONE MIGRANTES, DON GIOVANNI DE ROBERTIS (nella foto) – “LA VERA EMERGENZA È L’ESODO”, “Se oggi c’è un’emergenza in Italia, non riguarda il numero di stranieri che arrivano, ma l’esodo di tanti italiani che lasciano il loro Paese, così come di stranieri che ripartono per altre mete” (così ha detto Don Giovanni e Robertis, nell’ambito della presentazione del RAPPORTO ITALIANI NEL MONDO 2018”)

   Il Rapporto “Italiani nel Mondo 2018” pone comunque l’attenzione su una precisa categoria di migranti italiani oggi in partenza: i giovani e i giovani adulti, coloro cioè che hanno una età compresa tra i 20 e i 40 anni, e che hanno lasciato l’Italia nell’ultimo anno o, al massimo, negli ultimi 5 anni spostando la propria residenza in determinati Paesi del mondo. Si è definito questo movimento NEO-MOBILITÀ.

MAPPA 2016 da il sole 24ore

   Quel che viene da pensare è che mai come adesso ciascuna persona tenta di ridefinire dentro di se quale sia il posto che ritiene migliore per andare a vivere…. (poi quasi sempre si adatta a vivere dov’è, ma questa è un’altra storia) (…cioè, “rimanere” significa che ogni luogo dovrebbe essere di qualità, farlo diventare “CENTRO” positivo, e non “PERIFERIA” mediocre o diseredata) (s.m.)

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ARGENTINA: Costumbres de la comunidad italiana – La realtà italiana all’estero più numerosa è l’Argentina con 819.899 iscritti all’Aire, seguita da Germania (743.799) e Svizzera (614.545). Nel 2017 il Brasile (con italiani 415.933 residenti) ha superato la Francia, che ne conta 412.263. Gli italiani partiti da gennaio a dicembre 2017 sono andati in 193 località del mondo ma soprattutto in Europa (70 per cento) e in America (22,2 per cento) e, più nel dettaglio, nel Sudamerica (14,7). In America Latina preferiscono il Brasile (9.016) e l’Argentina (5.458), rispettivamente in quinta e ottava posizione tra le destinazioni scelte per una nuova vita. (di Maria Grazia Leo, da www_gauchonews_it)

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per leggere la sintesi del rapporto 2018 della Fondazione Migrantes:

Fondazione Migrantes – RAPPORTO ITALIANI MONDO NEL 2018 – Sintesi (3)

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LISBONA – Da diversi anni molti cittadini europei, in particolare italiani, DECIDONO DI TRASFERIRSI DA PENSIONATI IN PORTOGALLO. La Convenzione del 14/05/1980, n.18, stipulata tra Italia e Portogallo, ha eliminato la doppia imposizione fiscale, mentre il “Decreto legge Portoghese n. 249/2009 del 23/09/2009” ha stabilito, in favore dei redditi da pensione dei cittadini stranieri, una esenzione fiscale per 10 anni, decorrenti dall’ottenimento dello “Status di Residenti non Abituali”. Purtroppo la Convenzione di non doppia imposizione, stipulata fra l’Italia ed il Portogallo, non può essere applicata agli ex dipendenti pubblici (Ex Inpdap), per i quali le alternative di trasferimento, con convenzione fiscale sono, attualmente, limitate a soli quattro paesi al mondo (TUNISIA, SENEGAL, CILE, AUSTRALIA, ma quest’ultima tuttavia, oltre ad essere molto distante dall’Italia, da diversi anni non concede facilmente questo tipo di visto ai pensionati) (dal sito http://www.felicinpensione.org/ )

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NON SOLO “CERVELLI IN FUGA”: IL RAPPORTO MIGRANTES PRESENTA LE TANTE ITALIE NEL MONDO
di Riccardo Giumelli 25/10/2018, da http://www.lavocedinewyork.com/
– Il nuovo report non solo monitora l’emorragia di talenti dal nostro Paese, ma soprattutto racconta successi e difficoltà dei connazionali all’estero – Premesso che i dati (AIRE) sono un elemento oggettivo ma raccontano solo un parte, al ribasso, del fenomeno, definiscono, dal 2006, un processo chiaro: la mobilità italiana verso l’estero cresce. Dal punto di vista dei contenuti quest’anno il Rapporto si è soffermato sulle NEOMOBILITÀ. Dove vanno quelli che partono e perché? E si scoprono successi, grande storie ma anche fenomeni di “MIGRAZIONE MALATA” –
“Il diritto al viaggio come diritto all’esistenza”, queste le parole che possono fare da sottotitolo al Rapporto Italiani nel mondo 2018 della Fondazione Migrantes, appena presentato. Il tutto in 500 pagine, 64 autori e 50 saggi. Diritto al viaggio come diritto alla mobilità, elemento fondamentale per la costruzione della propria felicità. Perché, ricordiamolo, ai termini emigrazione ed immigrazione dobbiamo associare immediatamente quello di mobilità, che meglio racconta i processi contemporanei. Continua a leggere

SOLO GRANDI OPERE UTILI, e RIPRISTINO DELLA VIABILITA’ ESISTENTE, ora in stato di quasi abbandono (la viabilità “normale” in Italia è molto a rischio) – La SCOMMESSA di un domani senza opere eclatanti “da vedere”, ma basata sull’utilizzo efficiente dell’esistente (rinnovandolo e spendendo meglio)

Nelle tabelle stilate dall’Unione province d’Italia, parla chiaro: per “curare” un chilometro di strada, Anas ha a disposizione 22 mila euro all’anno, le concessionarie autostradali in media 120mila euro all’anno. Dopo i tagli, dagli uffici tecnici provinciali arrivano solo allarmi: Cosenza (2.574 km) dispone solo di 1.328 euro a km per manutenzione e investimenti; Pavia (1.980 km) ha 3.750 euro, il 50 per cento in meno rispetto a 5 anni fa; Pesaro Urbino passa dai 3.380 euro a km del 2010; Grosseto (1.836 km) ha a disposizione 1.216 euro per la manutenzione, il 655 per cento in meno rispetto al 2013……. DA NORD A SUD, PIÙ O MENO, LA SOLFA È QUESTA. «L’obiettivo minimo è ritornare ad avere almeno 4mila euro in media a chilometro», ribadisce Achille Variati, presidente dell’Unione province d’Italia. «Ma per farlo lo Stato ci dovrebbe trasferire, oltre al fondo aperto da Delrio, altri 280 milioni l’anno. Altrimenti strade e viadotti provinciali rimarranno così come sono». PRIVI DI MANUTENZIONI, CON IL MONITORAGGIO STRUTTURALE FATTO A VISTA, IN DECADENZA. E sottoposti a un traffico di auto e tir che, dagli anni Ottanta, è quintuplicato. (NELLA FOTO qui sopra: PONTE ALLARO, in Calabria, da http://www.ilmeridio.it)

   Troppe municipalità in Italia sono oramai sempre più in difficoltà finanziarie (a quando si potrà contare su un accorpamento dei comuni in nuove città: mille nuove città al posto dei quasi 8mila comuni di adesso… è la nostra proposta). E i comuni hanno la maggior parte della rete viaria (diffusissima quasi sempre), alla quale non possono destinare le risorse per mantenerla in buono stato (risolvere il problema delle buche, dell’asfalto disastrato, le curve pericolose, l’illuminazione assente, la mancanza di piste ciclabili e marciapiedi…).

il ponte Morandi a Genova crollato

   Dall’altra ci sono circa 100mila chilometri di rete viaria provinciale, cui le Provincie (che, pur ora ridotte nei compiti essendo diventate enti di secondo livello, rimane invariata la loro competenza sulla viabilità) dicono di non avere più le risorse sufficienti a mantenere la manutenzione straordinaria di ponti, strade, segnaletica, incroci, guardrail…
In effetti molto spesso ci sono più disponibilità finanziarie di quante se ne riescono a spendere. E’ che si spende male quasi sempre, con sovracosti; si sprecano risorse per opere, o parti di esse, inutili (magari trascurando elementi progettuali e realizzativi essenziali, come dovrebbe essere l’impatto ambientale).

STRADE PERICOLOSE (DA MODIFICARE) – La tratta stradale extraurbana più pericolosa in Italia è quella fra i chilometri 10 e 12 della Tangenziale Est di Milano (A51), dove nel 2016 sono stati registrati 46 incidenti (23 incidenti/chilometro). Il tasso di sinistri è molto elevato anche fra i chilometri 13 e 17 della Strada Statale 036 del Lago di Como e dello Spluga, dove la media è di 19,5 incidenti al chilometro (78 in totale), che precede in questa triste classifica il tratto fra i chilometri 135 e 137 dell’autostrada A4 Torino-Trieste: qui gli incidenti sono stati 37 per una media di 18,5. Il numero di incidenti in numeri assoluti è maggiore però fra i chilometri 36 e 46 del Grande Raccordo Anulare di Roma (152 scontri, media di 15,2 al chilometro) e sulla A24, sempre a Roma, l’autostrada che collega la Capitale con Teramo: fra i chilometri 0 e 7 gli incidenti nel 2016 sono stati 100, per una media di 14,3 al chilometro.

   Pertanto è un sistema perverso e “difettato” quello delle opere pubbliche: dove tutto viene sovradimensionato per quanto riguarda i costi. E spesso con tempi molto lunghi nella realizzazione dei lavori, tempi che si potrebbero accorciare pur facendo rispettare ogni normativa (le modalità decisionali ora sono lente, i tempi progettuali a volte esagerati, le fasi realizzative altrettanto).

nella mappa: TAV-Torinio-Lione, tunnel di base del Frejus da realizzare – “Cosa intende concretamente Piero Fassino quando dice che l’Italia resterà “isolata” se non si realizza la TORINO-LIONE? Che non mangeremo più camembert? Che per andare a Parigi dovremo passare da Londra? Oppure che ci mancheranno luce, acqua e gas? Non sto scherzando, vorrei che Fassino mi facesse un esempio concreto d’ISOLAMENTO DELL’ITALIA (O, SE PREFERISCE, DELL’ECONOMIA ITALIANA) SE IL TUNNEL DI BASE DEL FRÉJUS NON VENISSE REALIZZATO.(…..) Una “GRANDE OPERA” HA SENSO SOLO QUANDO “CAMBIA LA VITA”, quando modifica in maniera sostanziale il sistema degli spostamenti con effetti sociali, economici, urbanistici, territoriali di vasta portata (…)”(SERGIO BOLOGNA, 27/8/2018, da http://www.sinistrainrete.info/)

   L’idea (che perlomeno nelle intenzioni anche questo nuovo Governo dice di porsi) è quello di varare un PIANO DI INTERVENTI a bassa intensità burocratica, che è possibile fare mettendo al posto delle Grandi Opere la MANUTENZIONE STRAORDINARIA dell’esistente, la MESSA A NORMA (sismica, della sicurezza dei ponti, delle strade più pericolose…), le MIGLIORÌE AMBIENTALI (siepi protettive, piste ciclabili etc.); dando priorità a una “RETE DI PICCOLE OPERE DIFFUSE per riparare, dove possibile, o sostituire, dove necessario, le opere esistenti con particolare attenzione a viabilità e sicurezza appunto di ponti, gallerie e strade interne” (questa finalità la ritroviamo nella bozza della “Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza” che ora dev’essere approvata dal Parlamento) (vedi a tal proposito in questo post l’articolo sull’argomento ripreso da “la Voce.Info” di Claudio Virno).

Il ponte crollato a Carasco (GE), il 22 ottobre 2013. A cinque giorni di distanza sono stati scoperti i corpi di due persone che viaggiavano su un’auto precipitata dopo il crollo. (Ansa)

   Ma, in ogni caso, anche quando si tratta di Grandi Opere quel che conta è la qualità di come le si vuole fare. In VENETO abbiamo un esempio (negativo) eclatante nella pochissima funzionalità, e costosissima, costruenda “Superstrada Pedemontana Veneta”(SPV). 95 chilometri di superstrada (ma di fatto autostrada) “chiusa”, con pochissimi caselli (16) da Montecchio Maggiore (provincia di Vicenza) e Spresiano (Treviso); e la necessità, ai caselli, delle cosiddette “opere di adduzione” (rotatorie, cinconvallazioni, strade di collegamento….), con spreco massimo di territorio e per niente funzionali; in un contesto dove il traffico predominante è dato dalla viabilità locale (e non a lunga percorrenza). Pur essendo la SPV in stato avanzato di realizzazione, noi pensiamo che si possano ancora fare delle modifiche migliorative, che ne riducano drasticamente i costi e che portino l’opera ad essere maggiormente utilizzata, più utile (vedi le due immagini esplicative qui sotto).

   Negli articoli che Vi proponiamo insistiamo nel porre il problema che “E’ NECESSARIO USCIRE DALL’IDEOLOGIA DELLE GRADI OPERE” come risoluzione di problemi di mobilità, di viabilità, che invece richiedono intelligenza, buon senso, capacità di acquisire dati e conoscenze per scegliere la cosa migliore.

Chi accusa i movimenti ambientalisti di essere sempre “contro”, non si accorge della propria posizione rigidamente ideologica di difesa di un modello (le GRANDI OPERE) che deve incominciare a essere concretamente messo in discussione, valutando effettivamente COSA SERVE, DOVE SERVE, ciò che è meglio. (s.m.)

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STRADA PEDEMONTANA VENETA (SPV) DOVE SERVE, COME SERVE

Serve il coraggio di rivedere profondamente il progetto della Pedemontana per renderla SOSTENIBILE PER IL TERRITORIO:

– stralciando le parti inutili ad Ovest dell’A31, compresi 6 km. in galleria (30 km su 95 complessivi);

– collegandola alla viabilità esistente con 28 accessi compatti al posto di 11 caselli e 60 km. di opere di adduzione (complanari, bretelle, cavalcavia, ecc.);

– eliminando quasi tutte le cosiddette opere “complementari”;

– prevedendo opere di mitigazione e compensazione ambientale e paesaggistica;

DOPO IL FALLIMENTO ANNUNCIATO DEL PROJECT FINANCING, ora tutto a rischio della Regione anziché dei soci privati, occorre tagliare drasticamente tutto il superfluo per ricondurre un’opera faraonica e costosa (ufficialmente stimata nel 2013 in 2,2 miliardi di Euro più le opere complementari mai finanziate) ad un intervento realisticamente fattibile, senza indebitare i veneti per più generazioni;

SI PUÒ STIMARE IN 600 MILIONI DI EURO IL RISPARMIO OTTENIBILE CON LO STRALCIO DELL’INUTILE TRATTO OVEST.

PROPONIAMO (oltre ai 30 chilometri di stralcio dell’inutile parte ovest):

– 28 accessi aperti alla viabilità locale invece di 11 caselli chiusi (che si trovano nei 65 km da Thiene/Dueville a Spresiano), in modo da servire sia il traffico di attraversamento che quello locale;           

– l’eventuale pedaggio totalmente automatizzato, come si fa ormai in tutto il mondo;

– l’interconnessione con la rete ferroviaria esistente e predisposizione dell’elettrificazione per il trasporto merci su gomma.

28 ACCESSI APERTI DI FORMA COMPATTA e con eventuale pedaggio totalmente automatico, collegando così in entrata-uscita le 28 principali strade della viabilità pedemontana locale nord-sud. Sarebbero così sostanzialmente ridotte le opere come bretelle, cavalcavia, circonvallazioni, eliminando lo spreco di territorio per il collegamento ai caselli: il risultato, UNA PEDEMONTANA PIÙ “LEGGERA”, ESSA STESSA CIRCONVALLAZIONE DI CIASCUN COMUNE, ambientalmente meno impattante e al servizio delle realtà locali.

ABBIAMO ANCORA L’OPPORTUNITÀ DI TRASFORMARE IN CORSA QUESTA DANNOSA E COSTOSA “CATTEDRALE NEL DESERTO” in un intervento utile e compatibile con il territorio. Diamoci da fare!

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“Gli investimenti hanno senso solo se si misurano i benefici per la società in rapporto ai soldi spesi”. Il punto di vista di MARCO PONTI, economista, esperto in mobilità e trasporti, e consulente del ministro Danilo Toninelli

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L’EMERGENZA
L’ALLARME SICUREZZA SU STRADE E PONTI “SENZA MANUTENZIONE 100MILA CHILOMETRI”
di Fabio Tonacci, da “la Repubblica” del 1/10/2018
– Le Province: da quattro anni tagliate tutte le risorse necessarie alla gestione della rete viaria interna – “Per le opere a rischio servono almeno 2,5 miliardi” –
Concentrata sul dito delle macerie del Ponte Morandi, l’Italia non sta vedendo la luna. E la luna, in tema di strade, viadotti e gallerie a rischio, è una rete di circa 100mila chilometri di viabilità provinciale su cui nessuno, da almeno quattro anni, ha denaro da spendere per la manutenzione straordinaria.
Termine divenuto familiare dopo la tragedia di Genova, questo della manutenzione straordinaria: comprende quei costosi interventi per rattoppare l’asfalto, rifare i guardrail, mettere in sicurezza i vecchi ponti, riparare eventuali errori di progettazione. Continua a leggere

BALCANI OCCIDENTALI: la precaria coesistenza, e la difficoltà ad essere STATI-REGIONI D’EUROPA – 1)KOSOVO E SERBIA che, con pericolo, vogliono ridefinire i propri confini; 2)la BOSNIA: alle elezioni del 7 ottobre c’è stata la vittoria degli ultra-nazionalisti; 3)la MACEDONIA che non cambia in MACEDONIA DEL NORD

I BALCANI SONO UN CROGIUOLO DI POPOLI, ETNIE, LINGUE E RELIGIONI, e dalla storia sempre burrascosa, come dimostra la vicenda della Jugoslavia finita tragicamente con la guerra civile della prima metà degli anni ’90 del secolo scorso. MA I BALCANI SONO NEL CUORE DELL’EUROPA, DA QUELLA MEDITERRANEA ALLA MITTELEUROPA: E LA LORO PIENA INTEGRAZIONE NEL PROGETTO EUROPEO è una prospettiva che ci auguriamo che presto avvenga (se l’UE saprà superare le pericolose spinte nazionalistiche, sovraniste, dei giorni nostri)

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I BALCANI – È un crogiolo di popoli, etnie, lingue e religioni e dalla storia sempre burrascosa, come dimostra la breve storia della Jugoslavia. Nella penisola Balcanica sono geograficamente situati i seguenti Stati: CROAZIA, SERBIA, BOSNIA ED ERZEGOVINA, MONTENEGRO, BULGARIA, KOSOVO, ALBANIA, MACEDONIA, GRECIA e TURCHIA EUROPEA; per alcuni autori anche SLOVENIA, ROMANIA e MOLDAVIA. – BALCANI ORIENTALI. L’area orientale della penisola balcanica è occupata dalla BULGARIA. – BALCANI OCCIDENTALI. La regione occidentale della penisola balcanica comprende MOLTI PAESI DELL’EX-JUGOSLAVIA, più ALBANIA. Di questi Stati il MONTENEGRO e il KOSOVO adottano l’euro in base a decisioni unilaterali senza l’approvazione di Bruxelles dal 1º gennaio 2002. Tutti i paesi dell’area hanno aspirazioni d’ingresso nell’Unione europea: MACEDONIA: Candidata ufficiale dall’11 dicembre 2005; MONTENEGRO: Negoziati di adesione dal 29 giugno 2012; ALBANIA: Candidata ufficiale dal 27 giugno 2014; SERBIA: Negoziati di adesione dal 21 gennaio 2014 (la SLOVENIA è nell’UE dal 1/5/2004, e la CROAZIA dal 1/7/2013) – I BALCANI OCCIDENTALI hanno una popolazione di 22.710.121 abitanti distribuita su una superficie di 295.465 chilometri quadrati con una densità di 98,9 abitanti per chilometro quadrato. (da WIKIPEDIA) (MAPPA DA: http://www.erasmusplus.it/ )

   Il 25 agosto scorso, ad Alpbach (piccolo villaggio nel Tirolo austriaco), si è tenuto l’EUROPEAN FORUM, un incontro europeo che si tiene ogni anno nel comune di Alpbach dal 1945, e vede la partecipazione ogni estate di centinaia tra accademici, politici, esperti di settore e studenti che si incontrano per discutere e confrontarsi su temi economici politici, scientifici, ambientali. Quest’anno c’erano anche il presidente serbo ALEXANDER VUČIĆ e il presidente del Kosovo HASHIM THAÇI.

CAMBIARE I CONFINI TRA KOSOVO E SERBIA? – Un accordo storico tra Serbia e Kosovo con un possibile mutamento dei confini tra le due nazioni si sta profilando: UN PASSO POTENZIALMENTE PERICOLOSO? – Il 25 agosto scorso, all’importante “EUROPEAN FORUM” politico ad ALPBACH, in AUSTRIA, in una seduta dedicata alla futura integrazione dei Balcani nella Ue, i protagonisti della sessione, il presidente serbo, ALEKSANDAR VUČIĆ (a sinistra nella foto), e il suo omologo kosovaro, HASHIM THACI (a destra nella foto), hanno affermato la loro PROPOSTA DI MODIFICA DEI CONFINI NEI BALCANI: cioè IL NORD DEL KOSOVO ASSEGNATO A BELGRADO e PARTI DELLA VALLE SERBA DI PRESEVO (a maggioranza albanese) AL KOSOVO. (Majlinda Aliu, 12/10/2018, da http://www.balcanicaucaso.org/aree/)

   I due leader politici, serbo e kosovaro, sono apparsi insieme in una conferenza stampa, e c’è stata la riaffermazione della proposta di “scambiarsi” alcuni territori. E’ un negoziato (oramai definitivo nei dettagli) che si pone l’obiettivo di “correggere le frontiere”: il Kosovo chiede di poter avere la VALLE DI PREŠEVO che ora si trova nel sud della Serbia (vallata in prevalenza abitata da popolazione albanese); e dall’atra la Serbia vorrebbe avere il KOSOVO SETTENTRIONALE dove l’88% della popolazione è serba.
Già nel 2006 si erano svolti, sempre in Austria, negoziati per l’indipendenza del Kosovo, fino a quel momento provincia della Serbia; e poi si arrivò all’autoproclamazione di indipendenza del Kosovo nel febbraio 2008. Indipendenza kosovara che è stata a difficile da accettare per la Serbia: il territorio del Kosovo, pur adesso a grande maggioranza albanese, era (è) la terra di origine della popolazione serba. Ora di fatto il Kosovo è uno Stato indipendente (anche se i serbi non lo hanno mai formalmente riconosciuto).

LA PROPOSTA DI CORREZIONE DELLE FRONTIERE TRA KOSOVO E SERBIA: 1) UNIRE AL KOSOVO LA VALLE DI PREŠEVO nel SUD DELLA SERBIA, in PREVALENZA ALBANESE, 2) UNIRE ALLA SERBIA IL KOSOVO SETTENTRIONALE A POPOLAZIONE SERBA: un vero e proprio scambio di territori. (Majlinda Aliu, 12/10/2018, da http://www.balcanicaucaso.org/aree/)

   Diversa la situazione adesso, dove esiste questo accordo di scambiarsi dei territori (sempre in chiave di purezza etnica: far propri, per entrambi, territori con a maggioranza della popolazione della propria etnia). Ma questa prospettiva di ulteriore ridefinizione dei confini nei Balcani tra (piccoli) Stati, è guardata con cautela dall’esterno. E’ apertamente contrastata dalla Germania e da altri paesi dell’UE, che temono un effetto domino in altre parti dei Balcani, specialmente in Bosnia ed Erzegovina. E poi ci sono le minoranze nei territori che ci si vuole ora scambiare (gli albanesi che passerebbero con la Serbia e i serbi che andrebbero sotto la giurisdizione del Kosovo) che sono ben contrari a questa cosa.
Insomma, comunque la si vede, in qualsiasi luogo della ex Iugoslavia smembrata in tanti stati dopo la sanguinosissima guerra civile della prima metà degli anni ’90 del secolo scorso, ogni volta che “si muove qualcosa”, ritornano i pericoli latenti di ripresa di un conflitto, e il problema di sempre: un desiderio di coniugare il territorio alla “purezza etnica”. Cosa impossibile da realizzarsi: e da qui il pericolo di un ritorno alle violenze e crudeltà di un passato così recente, un guerra sanguinosa nel cuore dell’Europa avvenuta tra il 1992 e il 1995.

BOSNIA – “La forza del popolo”, slogan elettorale del partito SDA a Sarajevo (foto Alfredo Sasso, da http://www.balcanicaucaso.org/) – In BOSNIA alle ELEZIONI tenutesi il 7 OTTOBRE scorso HANNO VINTO LE FORZE DI DESTRA NAZIONALISTE: l’SDA (nazionalisti bosgnacchi) e l’SNSD (nazionalisti serbi). Il premier, per principio di rotazione etnica, dovrebbe essere un serbo e dunque appartenente all’SNSD. SDA e SNSD saranno, inoltre, i perni attorno a cui ruoteranno i governi nelle due entità. Oltre ai posti nella presidenza collettiva, questi due partiti si riconfermano come forza di maggioranza relativa nel voto parlamentare delle rispettive entità, con risultati simili a quelli di quattro anni fa: con L’SDA CHE RACCOGLIE CIRCA IL 26% IN FEDERAZIONE DI BIH (NDR: LA FEDERAZIONE DI BOSNIA ED ERZEGOVINA, una delle due entità politico-amministrative in cui è suddivisa la Bosnia ed Erzegovina, con predominanza di popolazione musulmana, ma anche croata), e IL SNSD CHE OTTIENE IL 39% IN REPUBLIKA SRPSKA (ndr: l’altra entità politico-amministrativa, controllata dai serbi). È LA VITTORIA DELLA CONSERVAZIONE, trattandosi dei partiti radicati da più tempo e più solidamente nelle istituzioni.

   Quando si sono formati i vari stati in quella parte dei Balcani prima uniti dalla Iugoslavia di Tito (con l’accordo di Dayton del novembre 1995) Croazia, Serbia, Bosnia ed Erzegovina, Macedonia, e poi Montenegro, Kosovo… -la Slovenia se ne era andata dalla ex Iugoslavia subito già nel 1991 non avendo problemi interni di scontro etnico-), ebbene, tutti questi piccoli Stati sono stati accolti come una necessità per una pacificazione necessaria, ed è apparso anche come un processo obbligato di affermazione del proprio “essere nazione indipendente”: finalmente sentirsi “padroni di se stessi”. E, dall’esterno, agli osservatori attenti e ragionevoli, appariva che questo processo poteva poco a poco essere positivamente superato nell’integrazione europea, verso un federalismo fatto di “regioni d’Europa” aventi interessi (economici, culturali, di sviluppo, di benessere della popolazione, di pacificazione..) comuni.
A più di vent’anni le “sofferenze” istituzionali di questi stati balcanici sono tutt’altro che superate. Qui, in questo post, parliamo di tre casi di queste settimane, dove la geopolitica balcanica non può essere ignorata.
Nel PRIMO CASO parliamo proprio, come sopra anticipato, della QUESTIONE DEI “PERICOLOSI” SCAMBI DI TERRITORIO TRA KOSOVO E SERBIA. Perché l’avversione già con la frammentazione della ex Iugoslavia a un consolidamento di uno stato “etnico albanese” con il Kosovo, da molti osservatori e stati europei veniva fin dall’origine visto come una possibile annessione e fusione con la confinante Albania (appunto lo stato degli albanesi, venendo a costituire nei Balcani occidentali quella GRANDE ALBANIA temuta da tutti…). Così non è stato finora, e pare che il Kosovo si avvii a un consolidamento interno nazionale, nazionalista (chiedendo altresì, come Stato, di entrare nell’Unione Europea).

BOSNIA TRA BIH E REPUBLIKA SRPSKA (da Wikipedia) – BOSNIA ED ERZEGOVINA – “A mettere in pericolo l’apparente pace politico istituzionale di una delle comunità più frammentate dei balcani è la SVOLTA ESTREMISTA-NAZIONALISTA CHE HA PRESO LA BOSNIA ERZEGOVINA dopo il voto politico di domenica 7 ottobre 2018, che ha visto la vittoria non solo del NAZIONALISTA ISLAMICO SEFIK DZAFEROVIC per la PARTE MUSULMANA, ma soprattutto del SEPARATISTA SERBO MILORAD DODIK, che con il 56% delle preferenze siederà su una delle tre poltrone destinate ad altrettanti presidenti. L’UNICO MODERATO (eletto dalla COMUNITÀ CATTOLICO-CROATA) è il centrista ŽELJKO KOMŠIĆ. A lui il compito di evitare che la profonda crepa etnico-culturale che esiste in Bosnia Erzegovina tra musulmani e ortodossi si trasformi in una polveriera pronta a esplodere in un nuovo conflitto civile”. (Barbara Massaro, da http://www.panorama.it/news/esteri/, 10/10/2018)

   Poi, nel SECONDO CASO, trattiamo di come sono andate le ELEZIONI DEL 7 OTTOBRE SCORSO nella difficile terra di BOSNIA ED ERZEGOVINA. Qui la destra nazionalista estremista imperversa, e ancora una volta ha vinto “tutto”. L’SDA (nazionalisti bosgnacchi) e l’SNSD (nazionalisti serbi) sono i partiti vincitori del 7 ottobre. Il premier, per principio di rotazione etnica, dovrebbe essere un serbo e dunque appartenente all’SNSD. SDA e SNSD saranno, inoltre, i perni attorno a cui ruoteranno i governi nelle due entità.
Oltre ai posti nella presidenza collettiva, questi due partiti si riconfermano come forza di maggioranza relativa nel voto parlamentare delle rispettive entità, con risultati simili a quelli di quattro anni fa: con l’SDA che raccoglie circa il 26% in Federazione di BiH (la FEDERAZIONE DI BOSNIA ED ERZEGOVINA, una delle due entità politico-amministrative in cui è suddivisa la Bosnia ed Erzegovina, con predominanza di popolazione musulmana, ma anche con la presenza dei croati); e il SNSD che ottiene il 39% in REPUBLIKA SRPSKA (l’altra entità politico-amministrativa, controllata dai serbi). È LA VITTORIA DELLA CONSERVAZIONE, trattandosi dei partiti per niente disponibili a una società multietnica, radicati da più tempo e più solidamente nelle istituzioni.

“Dopo un contenzioso lungo decenni tra la GRECIA e la REPUBBLICA DI MACEDONIA che si contendono il nome (…) nel giugno scorso (2018) si era finalmente giunti ad un accordo. La Macedonia avrebbe adottato il nome di «REPUBBLICA DELLA MACEDONIA DEL NORD» e la GRECIA, che ha una regione (all’estremo nord, confinante appunto con la repubblica di Macedonia) che si chiama MACEDONIA con capitale SALONICCO) avrebbe rimosso il suo decennale veto all’ingresso di SKOPJE nell’Unione Europea e nella Nato. Tutti si aspettavano che i cittadini macedoni avrebbero festosamente imboccato l’ingresso nella comunità occidentale. E invece no. Domenica 30 settembre scorso si è votato ma il quorum necessario del 50 per cento più uno è stato mancato alla grande: solo il 37 per cento di macedoni è andato a votare” (Giancarlo Loquenzi, “La Stampa”, 4/10/2018)

   E, TERZO CASO accaduto nei Balcani in queste settimane di cui qui parliamo (ma non ultimo per importanza), è la QUESTIONE del riconoscimento della MACEDONIA, all’interno della Ue, con il cambiamento di nome dello Stato (come chiede da sempre la Grecia), venendosi a chiamare “MACEDONIA DEL NORD”, nome concordato con la Grecia (ma questa scelta e decisione definitiva, sta subendo degli intoppi interni al Paese, per il referendum consultivo “mancato” nel numero dei partecipanti). Perché la regione a nord della Grecia si chiama anch’essa Macedonia, e con la frammentazione della ex Iugoslavia la Grecia ha avuto la “paura” che questa sua regione fosse “inglobata” naturalmente nella “Macedonia” sorta dalla ex Iugoslavia.

Il primo ministro greco Alexis Tsipras e il suo omologo macedone Zoran Zaev (da Limes)

   Come si vede, i problemi interni a ciascuna debole entità nazionalista balcanica è ben lungi dal poter guardare a uno sviluppo del proprio Paese, del proprio territorio, in modo equilibrato: multietnico e multiculturale come inevitabilmente dovrebbe (deve) essere, rapportandosi positivamente con tutti gli altri paesi europei e non europei, in un’epoca di grandi trasformazioni globali. E l’Europa debole e in crisi di realizzazione del proprio progetto federalista, poco può aiutare questi Stati a uscire della spinte ultra nazionaliste e assai pericolose.
Nonostante queste debolezze “europee” però si nota che l’Europa, l’Unione Europea, qui (nel Balcani) conta, è importante; e la sua opera mediatrice viene richiesta, pare apprezzata. Sicuramente necessaria, vitale. Un motivo in più per proseguire nei Balcani verso un sempre maggiore avvicinamento al processo europeo.
Considerando che questo avvicinamento (Balcani-Europa) a noi italiani ci riguarda particolarmente: i Balcani sono paesi vicini a noi; condividiamo con loro l’Adriatico, le sue sponde, e con loro ci inseriamo nella politica globale (nord africana e mediorientale) del “mare nostrum” Mediterraneo. E’ interesse di tutti uno sviluppo culturale di interscambio della regione adriatica tra il nostro Paese e l’area balcanica occidentale. (s.m.)

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KOSOVO

SERBIA-KOSOVO: SCAMBIO DI TERRITORI, UN’IPOTESI PERICOLOSA

di Majlinda Aliu, 12/10/2018, da http://www.balcanicaucaso.org/aree/
– Negli ultimi mesi si parla sempre più spesso di scambio di territori tra Serbia e Kosovo: una soluzione che solleva preoccupazioni e punti interrogativi. Il dibattito tra gli albanesi del KosovoContinua a leggere

Uomini che odiano le donne e violenza di guerra su di loro – Il NOBEL PER LA PACE 2018 assegnato alla vittima yazida NADIA MURAD e al ginecologo congolese DENIS MUKWEGE, impegnati contro la violenza e l’uso dello stupro nei conflitti- Quando il Tribunale Internazionale perseguirà di più ogni violenza sulle donne?

IL PREMIO NOBEL PER LA PACE 2018 È STATO ASSEGNATO A NADIA MURAD E DENIS MUKWEGE “per i loro sforzi per mettere fine alle violenze sessuali nei conflitti armati e nelle guerre”. L’annuncio è stato fatto intorno alle 11 del 5 ottobre scorso a OSLO, in Norvegia, dal Comitato norvegese per i Nobel. Entrambi i premiati, ha spiegato il Comitato, hanno dato un contributo essenziale per portare l’attenzione sui crimini di guerra. MUKWEGE ha dedicato la sua vita ad aiutare e difendere le persone coinvolte in violenze e abusi. MURAD ha raccontato le violenze subite e inflitte ad altre persone. Grazie al loro lavoro, ripreso spesso dai media internazionali, hanno entrambi contribuito a rendere di attualità e sentito il tema delle violenze sessuali nei conflitti e nelle guerre, consentendo spesso di identificarne gli autori. da IL POST.IT, 5/10/2018, https://www.ilpost.it/

   Il NOBEL PER LA PACE quest’anno è stato assegnato a due persone impegnate contro la violenza sessuale sulle donne nelle guerre dei loro Paesi: parliamo della vittima yazida NADIA MURAD e del ginecologo congolese DENIS MUKWEGE, impegnati contro la violenza e l’uso dello stupro nei conflitti: lui ha curato 50mila vittime, lei si batte per la tutela del popolo yazidi. La decisione del comitato norvegese è stata apprezzata ovunque.
DENIS MUKWEGE è un ginecologo che esercita la professione nel suo paese, la Repubblica democratica del Congo, 80 milioni di abitanti divisi in etnie e fazioni; la guerra sarebbe finita da tempo ma non le varie guerre civili, in cui le donne continuano a essere martirizzate.

DENIS MUKWEGE è di origini congolesi, ha 63 anni ed è un medico specializzato in ginecologia e ostetricia. È il fondatore dell’Ospedale Panzi di Bukavu, nella parte orientale del Congo, dove è diventato tra i più grandi esperti mondiali nel trattamento dei danni fisici dovuti agli stupri. Con i suoi colleghi, ha trattato migliaia di pazienti, accolte nella clinica dopo i numerosi casi di stupro avvenuti nella lunga guerra civile del paese. Nel corso degli anni, Mukwege è diventato un simbolo e un punto di riferimento, sia nel Congo sia per la comunità internazionale, per l’assistenza e l’aiuto delle persone che hanno subìto violenze sessuali in guerra e nei conflitti armati. Dice spesso che “la giustizia è un affare di tutti” e che tutti hanno il dovere di segnalare casi di violenze, in qualsiasi condizione e a qualsiasi costo. Mukwege ha criticato duramente il governo congolese per non avere fatto abbastanza nel contrasto delle violenze sessuali, estendendo le critiche ad altri governi in giro per il mondo. (IL POST.IT, 5/10/2018, https://www.ilpost.it/)

   NADIA MURAD, rapita dai militanti dello Stato islamico, stuprata, fuggita, ha raccontato pubblicamente la propria vicenda impegnandosi contro la violenza sessuale e per i diritti degli yazidi. Gli Yazidi sono considerati una comunità all’interno della etnia curda, accomunati dalla loro RELIGIONE. Vivono soprattutto nella zona attorno alla città di SINJAR, nel nord dell’Iraq, non lontano dal confine con la Siria.

NADIA MURAD, 25 anni, è un’attivista yazida, la minoranza religiosa di lingua curda che negli ultimi anni è stata oggetto di terribili persecuzioni e violenze da parte dello Stato Islamico (o ISIS). Nell’agosto 2014 Murad fu rapita da alcuni miliziani dell’ISIS durante la grande offensiva dello Stato Islamico nel Sinjar, area dell’Iraq abitata in prevalenza da yazidi. I miliziani massacrarono centinaia di persone che abitavano a Kocho, la cittadina di Murad: presero in ostaggio le donne più giovani, che poi furono vendute come schiave. (IL POST.IT, 5/10/2018, https://www.ilpost.it/)

   Nei conflitti fra Paesi, ma nello stesso modo nelle guerre civili interne, nelle violenze perpetrate alla popolazione civile, indifesa (dai bombardamenti indiscriminati, all’uso di armi chimiche, dagli arresti arbitrari alle torture…), la violenza sessuale contro le donne, lo stupro, accade quasi sempre.
E non è certo cosa nuova di questi ultimi anni: già nella quasi totalità dei conflitti del Ventesimo secolo accadeva, tra le altre atrocità (incendi di villaggi, assassini di bambini, crudeltà inusitate…nei quali gli italiani si sono fortemente coinvolti nella seconda guerra mondiale e ancor prima nell’espansione coloniale fascista…), accadeva che la violenza sulle donne, l’abuso sessuale è sempre stata nella “normalità” delle atrocità che si commettevano. E questo, nella nostra memoria personale, fin su alla fine del secolo, vicino a noi, nella guerra civile iugoslava della prima metà degli anni ’90… E ai giorni nostri, nell’Africa centrale sempre in guerra civile, come il Congo; o l’Isis in Siria…in questi ultimi anni…

la repubblica democratica del Congo

   Lo stupro di milizie, mercenari, soldati e dir si voglia, non è solo atto crudele l’abuso personale sulle donne partecipando spesso al branco senza regole (e accondisceso dai propri superiori); a volte è anche uno strumento mirato per umiliare una comunità; lo stupro ha anche come conseguenza quello di spezzare i legami sociali del “nemico”. E la donna diventa vittima due volte: perché subisce la violenza, ma anche perché spesso viene poi rifiutata dalla propria stessa comunità, dalla sua famiglia di origine o dal marito.

Una donna con il suo bambino tra le baracche nei sentieri del quartiere dove sorge l’ospedale Panzi di Bakavu, nella zona Sud Kivu (da l Espresso)

   Umiliate, ferite, terrorizzate, isolate. Accade così che gli stupri contro le donne non sono semplici episodi predatori, ma inseriti in un sistema che presenta schemi comuni, un certo livello di organizzazione e la connivenza delle gerarchie politiche e militari. Allora abbiamo donne usate come schiave sessuali, le loro etnie umiliate. Fino a far sì (la guerra civile nell’ex Iugoslavia lo ha dimostrato) che lo stupro sia anche usato come arma di pulizia etnica.

NADIA MURAD, pur continuamente minacciata di rapimento e morte: ha scritto la sua storia, L’ULTIMA RAGAZZA, (ed. Mondadori, euro 9,90), e su di lei l’americana ALESSANDRA BOMBASH ha girato il documentario ON HER SCHOULDERS presentato all’ultimo SUNDANCE FILM FESTIVAL

   Adesso in Siria, ma prima in Bosnia (prima metà anni novanta del secolo scorso), e nel genocidio del Ruanda dell’aprile-luglio 1994 (furono massacrate più di 500mila persone), e moltissimi altri casi dove la violenza sessuale sulle donne era (è) diffusa, estesa, quotidiana. Nella storia degli ultimi 60 anni non c’è stata guerra o conflitto in cui non sia stato praticato lo stupro ai danni delle donne come arma di guerra (come scrive anche Amnesty International – vedi l’articolo contenuto in questo post dal titolo: “Bosnia Erzegovina: stuprate e senza giustizia”).

Gli YAZIDI sono considerati una comunità all’interno della etnia curda, accomunati dalla loro RELIGIONE. Vivono soprattutto nella zona attorno alla città di SINJAR, nel nord dell’Iraq, non lontano dal confine con la Siria

   Nella guerra in Bosnia, dicevamo, in cui la sistematizzazione della violenza sulle donne arrivò persino alla creazione di veri e propri “campi di stupro”, messi in piedi con l’obiettivo di costringere le donne musulmane e croate detenute a mettere al mondo i figli dei loro violentatori. Bambini che, nel contesto di una società patrilineare, avrebbero poi ereditato la nazionalità del padre. La detenzione di queste donne – si stima che furono più di 35 mila quelle trattenute nei campi serbi – proseguiva fino all’ultima fase della gravidanza, rendendo così impossibile l’aborto (ci sono state alcune sentenze del Tribunale penale internazionale per la Jugoslavia che hanno stabilito che lo stupro fosse un reato autonomo rispetto al reato di tortura) (leggi l’articolo “lo stupro come arma di guerra” di seguito su questo post, dell’“Osservatorio Diritti “ http://www.osservatoriodiritti.it/ che parla di questo).

foto: una donna yazida in Kurdistan – Con la protezione dell’avvocata AMAL ALAMUDDIN (moglie di George Clooney) due anni fa Nadia ha raccontato all’Onu l’irraccontabile della sua schiavitù, della sua resistenza a ogni sevizia tra l’altro perpetrata in pubblico per aumentarne la crudeltà: e vederla così piccolina, intimidita, tutta vestita di nero, una fragile, irremovibile ragazza allora di 23 anni, accanto alla bellissima, elegante signora Amal in Clooney, era stato uno di quei momenti di commossa partecipazione che poi forse si è trasformata in autentici tentativi di aiuto, comunque non sufficienti. (Natalia Aspesi, da “la Repubblica” del 6/10/2018)

   E’ così che il riconoscimento del Nobel per la Pace 2018 da parte della giuria di Oslo a NADIA MURAD e a DENIS MUKWEGE, impegnati contro la violenza e l’uso dello stupro nei conflitti, può essere un volano positivo a perlomeno frenare questo fenomeno: a convincere Autorità internazionali, ma anche governi di tutti i Paesi a “chiedere conto” nei Paesi dove avvengono le violenze, che si rispettino i diritti umani (che si incominci a farlo…).
Lo stupro di guerra e la schiavitù sessuale sono riconosciuti dalle convenzioni di Ginevra come crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Questa violenza oggi è anche affiancata al crimine di genocidio quando commessa con l’intento di distruggere, in parte o totalmente, un gruppo specifico di individui. Tribunale Internazionale, la Corte penale internazionale dell’Aja, che persegue i crimini di guerra, può anch’essa essere uno strumento contro chi permette queste violenze contro le donne. Una sempre più diffusa informazione dei fatti che accadono nelle varie parti del mondo, forse possono aiutare ad arginare il fenomeno e perlomeno, a costringere le autorità locali a perseguire questi crimini, e ancor meno a non assecondarli. L’aiuto poi e l’accoglienza di donne che hanno subìto violenza diviene un gesto concreto per farle recuperare alla vita. (s.m.)

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NADIA E DENIS: IL NOBEL CONTRO LA GUERRA SUI CORPI DELLE DONNE
di Chiara Cruciati, da “Il Manifesto” del 6/10/2018
– Nobel per la pace. Il premio alla vittima yazida Murad e al ginecologo congolese Mukwege. Da anni impegnati contro la violenza sessuale e l’uso dello stupro nei conflitti: lui ha curato 50mila vittime, lei si batte per la tutela del popolo yazidi –
Una vittima e un medico, due persone che da anni si battono contro la violenza sessuale e lo stupro come arma di guerra: sono i due vincitori del premio Nobel per la pace, Nadia Murad e Denis Mukwege.
La prima, 25 anni, la seconda più giovane premiata dal comitato norvegese dopo Malala, è dal 2015 il volto del genocidio del popolo yazidi in Iraq; il secondo, ginecologo di 63 anni, ne ha trascorsi quasi 20 a curare le ferite di almeno 50mila vittime di stupri in Congo, nell’ospedale Panzi a Bukavu.
Due luoghi distanti, Iraq e Repubblica democratica del Congo, ma universali come la battaglia che i due vincitori portano avanti e che coinvolge l’intero pianeta:

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