XI JINPING, il nuovo TIMONIERE della CINA, sarà il FUTURO IMPERATORE GLOBALE? C’è ambizione e determinazione cinese ad essere “prima” in tutti campi (economico, tecnologico, scientifico, politico…) – Ma rispetterà i DIRITTI UMANI e le TANTE ETNÌE dei suoi territori? Vincerà la SCOMMESSA AMBIENTALE?

IL CONGRESSO CINESE TENUTO DAL 18 AL 25 OTTOBRE SCORSO – “GLOBALISMO ECONOMICO SENZA UNIVERSALISMO POLITICO” . ““Un elemento su cui occorre meditare profondamente emerge dal concetto di globalizzazione espresso dal Congresso: LA CINA ACCETTA e promuove LA GLOBALIZZAZIONE ECONOMICA MA SI OPPONE A OGNI PROCESSO DI GLOBALIZZAZIONE POLITICA. Pechino esprime cioè un’assoluta contrarietà all’adozione di valori universali proposti e imposti da altri Paesi. In parole più semplici la Cina rifiuta la pretesa dell’Occidente democratico di definire quello che è bene e quello che è male o, per essere ancora più espliciti, essa si ritiene legittimata, almeno come l’Occidente, a definire quello che è bene e quello che è male. (….) La Cina continuerà quindi ad avere rapporti con tutti a seconda delle sue convenienze e senza assolutamente curarsi del regime dei paesi con cui tratta. Mi sembra quindi che, in questi ultimi mesi, siamo ormai entrati in una nuova fase storica che potremmo definire come GLOBALISMO ECONOMICO SENZA UNIVERSALISMO POLITICO”. (Romano Prodi, Il Messaggero, 5/11/2017)

Il 19esimo Congresso del Partito comunista cinese (tenutosi dal 18 al 25 ottobre scorso) ha incoronato Xi Jinping come segretario, erede e terzo leader più potente nella storia della Repubblica Popolare dopo Mao Tsetung e Deng Xiaoping. Il pensiero e i progetti di Xi sono ora entrati nella Costituzione. E così la Cina rivendica il ruolo di potenza globale.

Xi Jinping con Donal Trump

Molti osservatori dei fatti internazionali e studiosi di geopolitica stanno probabilmente pensando che nel giro di pochi anni il presidente cinese potrebbe sottrarre agli Usa la leadership globale. Perché Xi Jinping, e la “sua Cina” ne hanno tutte le caratteristiche, le ambizioni, il desiderio… di essere la nazione (e che nazione! 1 miliardo e 380 milioni di persone!) prima al mondo in grado di influenzare i destini di gran parte del resto dell’umanità.

LA NUOVA VIA DELLA SETA – “(….) E’ da XI’AN che ripartono le ambizioni “imperiali” cinesi. La culla del glorioso passato è il punto più a Oriente della NUOVA VIA DELLA SETA, il faraonico progetto promosso dal presidente Xi Jinping nel 2013 (…). A NORD, VERSO ALMATY IN KAZAKHSTAN, e di lì A OVEST, IN DIREZIONE DI TEHERAN E ISTANBUL, la Nuova Via della Seta piega poi DI NUOVO A NORD VERSO MOSCA, per tagliare BIELORUSSIA, POLONIA e GERMANIA fino ad arrivare a ROTTERDAM. Un tracciato arricchito dal CORRIDOIO CINO-PAKISTANO, che sfiora (e irrita) l’INDIA, e raddoppiato dalle ROTTE MARITTIME che circumnavigano l’INDOCINA, toccano l’AFRICA in KENYA e, attraverso SUEZ, sboccano nel MEDITERRANEO, fino alla VENEZIA di Marco Polo. Un progetto enorme, che secondo Morgan Stanley richiede 1.200 miliardi di investimenti in 10 anni per costruire strade, ferrovie, porti e reti elettriche (…)” (Gianluca Di Donfrancesco, “il Sole 24ore”, 27/10/2017)(MAPPA da http://www.agi)

Infatti è in questa fase storica (così difficile, problematica per quasi tutte, per motivi diversi, le aree geopolitiche del pianeta) che la Cina ha l’occasione di rafforzare le sue relazioni sia nella regione asiatica (accrescendo la dipendenza degli altri Paesi asiatici in tema di commerci, aiuti, investimenti e sicurezza), che nelle altre parti del mondo, specie verso l’Europa.

IL CONGRESSO CINESE TENUTO DAL 18 AL 25 OTTOBRE SCORSO – La «nuova era» è alle porte, e Xi Jinping è il suo profeta. Ad annunciarla è stato lui stesso. È salito sul palco con chi l’ha preceduto, tracciando metaforicamente una linea di continuità con gli ex presidenti Jiang Zemin e Hu Jintao, gli stessi che durante tutto il suo primo mandato sono stati messi all’angolo, quando non trattati da acerrimi nemici. Poco dietro, nel ritratto di famiglia, c’è persino Li Peng, il premier ai tempi dei fatti di Tian’anmen. Il messaggio è chiaro. Alla guida del Paese c’è sempre la stessa ideologia, una classe dirigente senza soluzione di continuità. Eppure gli strappi ci sono stati. Prova ne è la campagna contro la corruzione che ha assicurato alla giustizia interna del Partito 240 alti quadri e un milione e 140 mila funzionari minori, rompendo il tacito accordo sotteso all’avvicendarsi dei leader cinesi dai tempi delle purghe di Mao: la leadership non indaga al suo interno…(da http://www.pagina99.it/, 29/10/2017)

A proposito e in particolare dell’Europa, la Cina ha già avviato la sua grande opera strategica, la «NUOVA VIA DELLA SETA», con enormi investimenti in infrastrutture e agevolazioni commerciali, passando di suoi territori al nostro Continente attraverso l’Asia Centrale. E’ un’ambizione non solo simbolica, quella di ricreare la Via della Seta che nel Medioevo collegava l’Italia e le altre città europee con Pechino. Ma è prima di tutto un’ambizione politica(prima ancora che economica) quella di stabilire legami di dipendenza dalla Cina, imponendo la sua autorità e la sua influenza. Appunto quel ruolo che, fino a qualche tempo fa, ha esercitato l’America, gli Stati Uniti.

DISSIDENTI IN CINA – L’intellettuale e dissidente cinese LIU XIAOBO (nella foto) il 13 luglio scorso si è spento, per malattia: pochi giorni prima di morire, Xiaobo era stato rilasciato, in libertà condizionale per motivi di salute, dal carcere, ma a nulla erano valsi gli appelli per farlo uscire dal paese e curarlo all’estero, sebbene fosse in fase terminale. Aveva 61 anni. Nel 2009 Xiaobo era stato condannato per attività sovversive a 11 anni di carcere. Formatosi accademicamente anche all’estero tra Europa e Stati Uniti dopo gli studi di letteratura e filosofia in patria, Xiaobo è stato ATTIVISTA NELLE PROTESTE DI PIAZZA TIANANMEN nel 1989 e già condannato al carcere ai tempi per un biennio. Da sempre impegnato per una Cina più aperta e democratica, è anche CO-AUTORE DELLA CHARTA 08, un manifesto per una svolta del sistema politico e legale nazionale verso la democrazia. Liu Xiaobo, in absentia, HA VINTO IL NOBEL PER LA PACE NEL 2010, “per la sua lunga e non violenta lotta per i diritti umani fondamentali in Cina”

Pertanto è una sfida, quella della Cina di Xi Jinping, che si rivolge sì al suo interno, per superare sempre più la povertà e creare ricchezza (in questo momento di debole spinta economica delle maggiori potenze, la Cina ha un prodotto interno che è dal 6 al 7 per cento), ma si rivolge in modo organico all’esterno, volendo diventare punto di riferimento geografico nell’era globale.

Se tanti ragazzi di tutto il mondo si sono avvicinati alla storia del dissidente premio Nobel lasciato morire in prigione (LIU XIAOBO), è anche grazie a BADIUCAO, il Banksy cinese, questo dissidente della matita. Qui vediamo il ritratto che Badiucao ha fatto di LIU XIA, ora in carcere, vedova di Liu Xiaobo. La serie “CHI È LIU XIA”, lanciata con AMNESTY INTERNATIONAL, ritrae LIU XIA associata alle donne famose della pittura, da MONNA LISA alla RAGAZZA CON L’ORECCHINO DI PERLA (opera questa di Jan Vermeer del 1665-66)

A proposito della “sfida interna”, di sviluppare il Paese, la composizione della nuova leadership evidenzia la continuità nella visione che Xi ha della Cina e sembra rispondere alle diverse sfide che attendono il paese: migliorare la qualità della vita dei cittadini; ridurre il divario di ricchezza tra la costa (dove si concentrano gli hub politici ed economici) e l’interno, e tra città e campagne; puntare più sui consumi interni e il settore dei servizi; contrastare l’alto livello di debito e l’inefficienza che caratterizza le imprese di Stato; ridurre i livelli d’inquinamento determinato dall’uso massiccio del carbone. Perché va detto che i poveri “assoluti” in Cina sono ancora molti: secondo le stime e i dati pubblici, 55 milioni nelle sole zone rurali.

DISSIDENTI CINESI – AI WEIWEI è un artista e designer cinese. Artista di fama mondiale, icona della dissidenza, ma anche simbolo di dibattiti e polarizzazioni piuttosto forti: Nasce a Pechino nel 1957 in una famiglia di intellettuali. Il padre, poeta, viene accusato di “idee destriste” dal Partito Comunista Cinese, così lui e la famiglia vengono inviati in un campo di rieducazione militare. Per anni la famiglia sarà costretta a vivere in una spelonca nel deserto dei Gobi e al padre, Ai Quing, verrà affidato il compito di pulire le latrine del paese. Solo nel 1976 potranno tornare nella capitale. A Pechino Ai Weiwei ci rimarrà pochi anni perché già nel 1981, decide di lasciare la Cina per vivere a New York. Sono anni intensi in cui l’artista farà molti lavori per mantenersi e cambia molte case. È a New York che si innamora dell’arte concettuale di Marcel Duchamp e della Pop Art di Andy Warhol

In politica estera, la Cina dovrà fare anche i conti con le complicate relazioni con le potenze asiatiche (Giappone, India, Corea del Nord e del Sud) e mondiali (Usa e Russia) e le diffidenze provocate all’estero dalla sua escalation, così dichiarata, sia politica che economica.

In tale contesto, non sorprende che nello statuto del Partito sia stato esplicitato il “perseguimento” della BELT AND ROAD INITIATIVE (BRI, o NUOVE VIE DELLA SETA) da parte del paese.

Corridoi economici delle Nuove Vie della Seta (da LIMES)

Pertanto, ancora su Xi Jinping, è da dire che il suo «pensiero» (dal liberismo all’ambiente) apre una nuova era in Cina. E, in assenza di altri capi autorevoli nel pianeta, vuole dare indicazioni, il “pensiero di Xi”, anche al resto del mondo. E il congresso tenutosi ad ottobre ha disegnato una nuova nomenklatura, una nuova linea per i prossimi cinque anni, un ulteriore rafforzamento del potere del leader che è già il più potente che la Cina abbia mai avuto dai tempi di Mao. Nella costituzione comunista sarà proprio inserito «Il Pensiero di Xi Jinping» (per dire, come il “libretto rosso” di Mao), un passo verso lo «Xiismo».

PETER FRANKOPAN nel suo libro LE VIE DELLA SETA. UNA NUOVA STORIA DEL MONDO, traccia un affascinante affresco, pur con qualche piccola sbavatura, forse inevitabile in un’opera di tale ampiezza, della storia dell’Asia e dell’Europa mettendo al centro le idee, i commerci, gli eserciti che hanno percorso queste vie da quando Ciro il Grande salì al trono in Persia ai nostri giorni. L’opera di Frankopan ha avuto una vasta eco in Europa e negli Stati Uniti, proponendo un nuovo modo di fare Storia, prossimo a quella World History tanto in voga oltreoceano, e al tempo stesso un nuovo approccio alla geopolitica, un metodo di analisi che nell’interpretazione del fatto politico tenga conto della profondità temporale dei fenomeni storici.(Carlo G. Cereti) – Peter Frankopan, Le Vie della Seta. Una nuova storia del mondo, Mondadori, 2017, pp. 732, euro 29,75

Quel che preoccupa di più è che il “sistema cinese” per poter funzionare, non può ammettere dialettica interna, forme di democrazia e di dissenso. E non è poca cosa. A questo poi è da notare come il globalismo cinese, rivolto a comunicare verso l’esterno con tutti, è dato sì da scambi economici, ma non ha niente di “globalismo delle libertà, dei diritti”. Nel senso che la Cina si rivolge a tutti, ma non prevede che ci sia il modello dei principi usciti dalla rivoluzione francese (libertà, uguaglianza, fraternità)…. Nel senso che tutto il percorso della filosofia occidentale verso l’affermazione del valore dei diritti umani e della libertà (individuale e collettiva), della democrazia… tutto questo non è e non vuole essere nel DNA della nuova Cina, che non prevede “paletti umanitari”, distinguo, con i Paesi cui andrà a collaborare. Questa è una cosa preoccupante, pericolosa, da valutare bene. (s.m.)

ragazze “hostess” al 19° congresso comunista cinese (cosa atipica, nuova)

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LA CINA MOSTRA I MUSCOLI: IL VERTICE DEL SORPASSO TRA XI JINPING E TRUMP

di Federico Rampini, da “la Repubblica” del 9/11/2017

 – Rapporti di forza capovolti nel summit tra i due presidenti – Usa in crisi di leadership e Pechino allarga la sua influenza – Gli occupati cinesi sono 776 milioni: più dell’intera popolazione europea – Ma l’America può contare ancora su una forza militare che non ha rivali –

PECHINO. Nel primo vero summit fra Donald Trump e Xi Jinping va in scena un ribaltamento di forze spettacolare. La forza è passata di mano? Continua a leggere

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La Caporetto de LA PIAVE: fiume (sacro alla Patria?) lasciato in aridità, in agonia; tra prelievi (idroelettrici) esagerati e per coltivazioni ad alto consumo idrico; con una REGIMAZIONE IDRAULICA da canale artificiale – È la FINE DI UN ECOSISTEMA unico? (Ti invitiamo a firmare qui LA PETIZIONE LEGAMBIENTE)

IMPARARE SUL CORSO DELLA PIAVE

   La Piave è uno dei fiumi più sfruttati e artificiali d’Europa. E’ lungo 220 chilometri (quinto fiume d’Italia), con le sorgenti oltre i duemila metri (2.040) tra il monte Peralba e il Chiadenis, nel territorio del comune di Sappada (nelle Alpi Carniche Occidentali, Sappada che sta istituzionalmente passando dal Veneto al Friuli). E la foce della Piave è (grazie a una deviazione artificiale ad opera del magistrato alle acque della Serenissima) a Cortellazzo di Jesolo, direttamente nel mare Adriatico.

Il Piave scende dalle falde del monte Peralba, nelle Alpi Carniche, attraversa il Comelico e il Cadore, dove accoglie i contributi di alcuni consistenti corsi d’acqua alpini. Dopo Feltre, nell’area prealpina bellunese, il fiume volge a mezzogiorno, incuneandosi tra i monti Grappa e Cesèn, sfiora il dosso del Montello ed esce in pianura a Nervesa della Battaglia. Da qui prosegue in un ampio letto ghiaioso suddiviso in molti canali intrecciati, separati da isolotti e barre. Tra Maserada e Cimadolmo due suoi rami divergono per racchiudere l’“isola” delle grave di Papadopoli, singolare varice di ghiaia e sabbia. A valle di Ponte di Piave il fiume si approfondisce nelle proprie fini alluvioni, passa per San Donà e sfocia in mare a Jesolo, nel porto di Cortellazzo

   Però, pur essendo questo fiume “secondario”, in grandezza (lunghezza) rispetto a numerosi fiumi europei, assume un carattere importante, rilevante: è molto conosciuto. Sicuramente per le vicende della prima guerra mondiale (1914-1918), con la rotta delle truppe italiane a Caporetto nell’ottobre-novembre 1917, e la resistenza, il “muro” creato sul Monte Grappa e sulla Piave in particolare, con la controffensiva (sempre con al centro il fiume) del giugno 1918.

PIAVE IN SECCA – SI PUÒ CONTINUARE a perpetuare un tipo di COLTURE “IDROVORE” in tutta la pianura trevigiana senza un ripensamento che privilegi la vita e la biodiversità del nostro corso d’acqua? SI PUÒ CONTINUARE a concepire questo fiume alpino come UN CANALE SCOLMATORE in cui si rilascia acqua quando non serve per le dighe del sistema idroelettrico e per le irrigazioni nell’alta pianura?

   Ma non è solo questo il dato rilevante della Piave. E’ anche conosciuto e strategico perché il suo bacino idrico è importante, interessa il paesaggio dolomitico, ha molti affluenti di grande importanza (come il Cordevole)… tra l’altro scendendo, in alta pianura, la Piave è all’origine poi in bassa pianura delle risorgive della pianura nell’area tra la Marca Trevigiana, il Veneziano e il Padovano…. Poi, in bassa pianura, queste risorgive, l’acqua che esce dal suolo, danno origine al più grande fiume di pianura europeo: il Sile (da Casacorba di Vedelago, a Portegrandi a ridosso della Laguna di Venezia, 90 chilometri di paesaggio di grande bellezza).

La battaglia sulla Piave dopo la rotta di Caporetto dell’ottobre 1917, e la controffensiva (sempre con al centro la Piave) del giugno 1918

   Perché il nome, che era al femminile, si è tramutato al maschile (la Piave, il Piave)? Ci sono varie tesi, “verità” su questo. Noi sposiamo quella che dice che ciò è accaduto appunto durante il primo (cruento, doloroso) conflitto mondiale che ha interessato l’Italia dal 1915 al 1918…. Sembra che, per motivi di sintesi, nei quotidiani bollettini di guerra, a poco a poco, il “fronte della Piave” e divenuto, “fronte del Piave”, più corto da scrivere, telegrafare, diffondere…

LE SORGENTI DEL FIUME PIAVE AI PIEDI DEL MONTE PERABLA – VAL SESIS, SAPPADA PLODN. La punta più a nord del Veneto, incuneata tra l’alta Carnia e l’Alto Adige, confina per un breve tratto con l’Austria. Questa è la Val Sesis e protagonista è il MONTE PERALBA (m.2693), sulle cui pendici nasce il fiume Piave. La POLLA D’ACQUA accreditata quale sorgente ‘ufficiale’ del ‘Fiume sacro alla Patria’ è una sistemazione della fine anni sessanta del novecento che canalizza acque di risorgiva del vasto colmo paludoso tra la val Sesis e la val Visdende, ai piedi del Peralba. Per secoli le ‘sorgenti della Piave’ furono motivo di campanilismo tra Sappada e Comelico che vedeva nel torrente CORDEVOLE della VAL VISDENDE il percorso iniziale del fiume, torrente conosciuto anche quale PIAVE DI VISDENDE, anzi LA PIAE il lingua locale (PIAI è un TERMINE CADORINO indicante un po’ tutti i ruscelletti alla loro sorgente). Da WWW.MAGICOVENETO.IT

   La Piave da qualche decennio è un fiume malato, ma ora è ancora peggio, la sua sembra proprio un’agonia. Le malattie che ha sono diverse a seconda dei territori che attraversa, dalla sorgente alla foce. A nord (nel bellunese) ci sono gli sbarramenti, le centraline idroelettriche in particolare, per l’utilizzo a energia. Nel medio Piave (ancora bellunese) troviamo le escavazioni, e, a partire dal trevigiano quel che impoverisce fortemente il fiume sono i prelievi per le irrigazioni agricole dell’alta pianura (con canali artificiali rilevanti, sempre pieni d’acqua, come il Brentella, il Canale della Vittoria più il Piavesella…).

MASERADA, REGIMAZIONE DEL PIAVE: un canalone enorme per far defluire il Piave, a gran velocità – REGIMAZIONE NON ACCETTABILE- progetto proposto alla Regione dal Crif, Consorzio Regimazione Idraulica Fiumi di Cimadolmo, intitolato “Lavori di riordino idraulico mediante ricalibratura delle sezioni di deflusso con movimentazione e asporto di materiale litoide, adeguamento opere di difesa e riqualificazione ambientale nel tratto del fiume Piave compreso fra i comuni di Breda, Maserada, San Biagio e Ponte di Piave”. 7 chilometri di opere di REGIMAZIONE del fiume che da tempo si stanno portando avanti: nel timore delle possibili piene di novembre, si toglie ghiaia nella parte centrale del Fiume, creando di fatto un vero e proprio canale artificiale…. Tra l’altro il possibile arrivo di grosse quantità alluvionali d’acqua, farà sì che la canalizzazione della Piave porta a una maggiore velocità della stessa acqua nel scendere a valle (l’effetto della canna da fucile, viene chiamata dai critici di tali interventi…). Rifiutando invece interventi di REGIMAZIONE DIFFUSA e di MIGLIORAMENTO DI TUTTA L’AREA GOLENALE nella sua ampiezza (che rallentano e “disperdono” la piena” se arriva)

   Un utilizzo eccessivo, per coltivazioni, tipo il mais, che hanno bisogno d’estate di tanta acqua, che non è perlomeno a goccia, a risparmio: insediamenti agricoli poco rispettosi dell’equilibrio biologico. A sud, sempre più si fa notare l’effetto del mare che risale, rendendo l’acqua salata, il cosiddetto “cuneo salino”, e con il fenomeno delle alghe che soffocano il fiume.

BACINO E AFFLUENTI DELLA PIAVE – Il fiume è lungo 220 chilometri con le sorgenti a m.2.040 tra il MONTE PERALBA e il CHIADENIS, a SAPPADA (Alpi Carniche Occidentali) e la foce, deviazione artificiale ad opera del magistrato alle acque della Serenissima, a CORTELLAZZO di JESOLO direttamente nel mare Adriatico. (da http://www.magicoveneto.it )

   E nel Medio corso, i prelievi eccessivi (accompagnati in primavera estate da poche piogge, da carenza idrica) colpiscono ancor di più il Fiume, soggetto a magre/secche sempre più accentuate, inaridendolo, tanto che le eventuali risorgive che in alcuni posti non ci sono più, fanno sì che pesci e altra fauna acquatica muoia non trovando più piccole pozze d’acqua di risorgiva che, grazie a queste pozze, una volta potevano sopravvivere al momento di aridità.

IL PERCORSO NATURALISTICO “PIAVENIRE” – All’interno dell’oasi naturalistica “Il Codibugnolo”, è stato istituito il Percorso Naturalistico denominato “Piavenire”. Esso si sviluppa lungo 24 Ha di area golenale del fiume Piave, in concessione demaniale. Questo angolo di paesaggio, situato in località Salettuol di Maserada sul Piave (Tv), rappresenta una risorsa ecosistemica e culturale di notevole importanza per tutta la provincia di Treviso e, in prospettiva, per l’intera area Triveneta. (per saperne di più: http://home.teletu.it/piavenire/oasi%20piavenire.htm )

   E la stessa alimentazione della falda che poi “uscirà” nelle risorgive della bassa pianura, sta compromettendo anche la salute del Sile, fiume di pianura che nasce grazie al bacino fluviale della Piave.

BACINO FLUVIALE DELLA PIAVE _ da www_magicoveneto_it – la Piave è inoltre inserita nell’elenco delle zone della “RETE NATURA 2000” (DIRETTIVE EU “UCCELLI” ED “HABITAT” Z.P.S. (ZONA PROTEZIONE SPECIALE) 3240023 Grave della Piave ) e quindi dovrebbe essere oggetto di specifica tutela da parte della Regione Veneto in primis. Per non parlare dell’ignorata DIRETTIVA ACQUE 2000/60 o del PIANO DI GESTIONE della citata Zona di Protezione Speciale “Grave della Piave”

   E poi la carenza d’acqua crea problemi alla fruibilità del greto e dello scorrimento delle acque (ci troviamo in presenza di un “non-fiume”, rigagnoli qua e là), che non si possono più valorizzare per attività turistiche e ricreative, come pesca, iniziative di educazione ambientale, l’uso di kayak e canoa, semplici passeggiate, osservazioni naturalistiche…

Il presidente di Legambiente Piavenire, FAUSTO POZZOBON

    Viene inoltre compromessa gravemente la capacità di autodepurazione del Fiume dagli inquinanti che derivano dagli scarichi urbani e agrari. Gli ecosistemi della zona golenale e dell’intera pianura alluvionale tendono a cambiare, diventano banali, ripetitivi, privi di valore paesaggistico, monotoni e con una grave perdita di biodiversità …

Paesaggi acquatici nella Piave (da http://www.legambientepiavenire.it)

   E’ così urgente “credere” in un progetto che favorisca interventi di rinaturalizzazione volti a migliorarne il patrimonio di biodiversità, la sicurezza idraulica e la fruizione culturale e turistica sostenibile!

garzette nella Piave (da http://www.legambiente.it/)

   Non certo con le opere di REGIMAZIONE del fiume che da tempo si stanno portando avanti: nel timore delle possibili piene di novembre, si toglie ghiaia nella parte centrale del Fiume, creando un vero e proprio canale artificiale…. Tra l’altro il possibile arrivo di grosse quantità alluvionali d’acqua, farà sì che la canalizzazione della Piave porta a una maggiore velocità della stessa acqua nel scendere a valle (l’effetto della canna da fucile, viene chiamata dai critici di tali interventi…). Rifiutando invece interventi di regimazione diffusi e di miglioramento di tutta l’area golenale nella sua ampiezza (che rallentano e “disperdono” la piena” se arriva).

Paesaggi della Piave (da http://www.legambientepiavenire.it)

   E’ poi necessario che lo sfruttamento idroelettrico e il prelievo d’acqua ad uso agricolo per l’alta pianura sia più limitato e in ogni caso maggiormente regolamentato: dagli sbarramenti servono rilasci d’acqua modulari delle acque; un rilascio costante o limitato a certi periodi non ha senso; i produttori di energia idroelettrica, ad esempio, devono rilasciare dei picchi di magra e di morbida che siano quelli naturali.

PIAVE PAESAGGIO (da http://www.legambientepiavenire.it/)

   E’ così che il “caso Piave” è ancora aperto, come ben sottolinea la Legambiente nei suoi circoli in territori lungo la Piave. Un caso aperto anche culturalmente. Non esisterebbe la civiltà del fiume e non esisterebbe, almeno in parte, Venezia così com’è, se il Piave non fosse stato una via d’acqua (allora l’acqua c’era) percorsa dagli zattieri con merci e carbone diretti alla foce e quindi alla Laguna. Vi invitiamo qui a firmare la petizione “MANIFESTO PER IL FIUME PIAVE” della Legambiente, e ad avere interesse a questo tema così importante della vita dei FIUMI, e della risorsa ACQUA. (s.m.)

PIAVE IN SECCA

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MANIFESTO PER IL FIUME PIAVE

Legambiente Piavenire – Maserada sul Piave (TV)

Manifesto per La Piave – FIUME SACRO ALLA PATRIA – e per tutti i corsi d’acqua.

   Il bacino del Fiume Piave, Sacro alla Patria, è tra i più sfruttati e artificializzati d’Europa. Continua a leggere

IL SOGNO DELL’INDIPENDENZA CURDA (PUR IN LOTTA TRA DI LORO) svanisce ancora una volta – Alla sconfitta dello Stato Islamico in SIRIA e IRAQ, con la liberazione di RAQQA, che ha visto i curdi protagonisti, e al REFERENDUM per l’indipendenza del Kurdistan, le potenze mondiali non riconoscono a loro uno Stato

CURDI CHE FESTEGGIANO LA LIBERAZIONE DI RAQQA DALL’ISIS – ”LA CITTÀ DI RAQQA È STATA COMPLETAMENTE LIBERATA”. E’ l’annuncio dato dalle forze democratiche siriane, un’alleanza CURDO-ARABA SIRIANA sostenuta dagli STATI UNITI che lo scorso giugno avevano lanciato un’offensiva per liberare l’ex capitale dello stato islamico. L’ultimo bastione dell’Isis a cadere sarebbe stato lo stadio della città dove ora sventola LA BANDIERA DELLE YGP, LE UNITÀ DI PROTEZIONE DEL POPOLO CURDO

   RAQQA, la città simbolo, che viene (veniva) considerata la capitale in Siria dell’Isis, è ora libera dal controllo terroristico del Califatto, dell’Isis. E questo accade dopo la città di MOSUL, che è stata capitale dell’Isis in Iraq, e liberata dagli integralisti islamici nel luglio scorso, pur ridotta a cumuli di rovine, con popolazione senza più niente, un miseria assoluta, che vaga tra le macerie (come del resto a Raqqa).

RAQQA È LIBERA. LA SCONFITTA DELL’ISIS – “(…)Per come lo abbiamo conosciuto, questo criminale movimento dell’estremismo islamico PERDE ciò che più lo caratterizzava rispetto ad Al Qaeda e agli altri gruppi jihadisti nella nostra era: LA DIMENSIONE TERRITORIALE. RAQQA, la sua capitale è trasformata in un CUMULO DI MACERIE, i suoi militanti siriani arresi con le famiglie. Quelli più pericolosi, i volontari stranieri, morti a centinaia nell’ultima battaglia senza speranza. L’annuncio della «presa totale» di Raqqa ieri (martedì 17 ottobre, ndr) a metà mattina segna un momento cruciale nella lotta contro il terrorismo religioso sunnita nato e cresciuto nel Medio Oriente post-2001. Lo SCENARIO della battaglia è quello ormai tristemente noto DELLE GUERRE URBANE CONTEMPORANEE. Almeno la metà degli edifici distrutti o inagibili, strade coperte di macerie e rottami, ovunque il lezzo della decomposizione e soprattutto onnipresente la minaccia delle mine, delle trappole bomba, degli ultimi cecchini irriducibili. I morti negli ultimi cinque mesi sarebbero almeno 3.250, tra cui 1.130 civili. Altre fonti alzano il dato a quasi 2 mila. Ma i bilanci potrebbero essere peggiori. Tanti morti restano sepolti sotto le rovine.(…)” (Lorenzo Cremonesi, “il Corriere della Sera”, 18/10/2017)

   E’ chiaro che i maggiori protagonisti di queste due “liberazioni”, protagonisti in questi mesi della “battaglia di Raqqa” quelli che sono stati “sul campo” (gli stivali sul terreno) nella lotta fisica al Califatto, cioè i CURDI (l’unico altro apporto “sul campo” è venuto dagli iraniani), ora chiedano alla Comunità internazionale un riconoscimento della loro esistenza, del loro diritto di “avere una patria”. Cioè si attendono d’essere ricompensati dagli Stati Uniti e (pur divisi i curdi tra loro in due fazioni) sognano l’indipendenza.

“(….) In parallelo alla BATTAGLIA DI RAQQA, più a Est, IN IRAQ, le forze irachene hanno svolto un’offensiva per impadronirsi della città di KIRKUK, centro petrolifero nevralgico che era in mano ai curdi. È la RISPOSTA AL REFERENDUM per l’indipendenza svoltosi il 25 settembre nel Kurdistan iracheno, che peraltro già gode di larga autonomia. L’esercito iracheno e le forze curde sono entrambi armate, equipaggiate entrambe da americani e occidentali, e ora si affrontano minacciosamente.(…)”(Giampiero Gramaglia, “Il Fatto”, 18/10/2017)

   I curdi iracheni hanno pure promosso un REFERENDUM nel KURDISTAN (la regione orientale dell’Iraq dove vantano una certa autonomia all’interno dello stato iracheno), il 25 settembre scorso (una settimana prima di quello in Catalogna), ma sembra non sia stata una mossa felice (come del resto è accaduto in Catalogna): si sono ritrovati la reazione delle forze nazionali irachene, non disposte a perdere una parte importante del territorio dell’Iraq. In particolare le forze irachene si sono impadronite della città di Kirkuk (che non è proprio nella regione del Kurdistan ma poco a sud, e che era però controllata dai curdi): KIRKUK È UN CENTRO PETROLIFERO NEVRALGICO PER L’IRAQ, e il governo iracheno non voleva perderlo. Pertanto questa azione governativa irachena a Kirkuk, è nata in risposta (e preoccupazione) al referendum per l’indipendenza curdo.

Il REFERENDUM SULL’INDIPENDENZA DEL KURDISTAN IRACHENO si è tenuto il 25 settembre 2017, per creare una stato iracheno indipendente dall’Iraq nella regione irachena (a nord del Paese) a predominanza curda. Il 93% dei cittadini ha votato per staccarsi dall’Iraq. Il risultato non è stato riconosciuto dal governo di Baghdad. Tutto questo può ora generare una guerra civile

   Da non trascurare poi le pesanti divisioni interne tra i curdi, dove la leadership è contrapposta tra due famiglie, i BARZANI e i TALABANI, che, attraverso i rispettivi partiti (PDK e PUK), da decenni governano e controllano la regione, spartendosi i proventi di gas e petrolio. Questa divisione, questo contrasto interno, era ormai arrivato a un punto di rottura. Ora in particolare buona parte dei curdi iracheni sono tutti contro Barzani, colui che ha voluto a ogni costo il referendum, e in questa contrapposizione “anti-Barzani” hanno addirittura appoggiato le truppe del governo iracheno alla conquista della città petrolifera di Kirkuk.

   Per dire: onore al sacrificio e all’apertura libertaria del mondo curdo, che (pur teleguidati e sostenuti in particolare dagli americani) hanno sconfitto lo Stato islamico in Siria e Iraq, ma anche al loro interno non tutto luccica…. e le lotte tra fazioni denotano interessi di parte da salvaguardare, e probabilmente ulteriori sofferenze per le popolazioni (curde) più povere e meno provviste di mezzi materiali e intellettuali per contrapporsi agli interessi (delle grandi famiglie curde) dominanti.

LA SCONFITTA DELL’ISIS

   Torniamo comunque a vedere il contesto geopolitico di quest’area del Medio Oriente “siriana-irachena”, con: a- la fine dello Stato islamico dell’Isis (ma non si sa cosa accadrà in altre parti del mondo dove si sono dispersi gli integralisti sconfitti…), b- dall’altra le istanze curde per avere uno stato indipendente (avversato da tutti, in special modo da turchi e iracheni) e, c- la spartizione della SIRIA che vede ora pure interessi nell’area dell’Arabia Saudita (alleata degli americani e nemica giurata dell’Iran).

PANORAMICA MEDIORIENTALE (con la posizione di Kirkuk)

   Ebbene questo scenario è assai complicato e pericoloso, come contesto geopolitico in tutta quella regione mediorientale (pur nella buona notizia della sconfitta dell’Isis). Perché tante sono le iniziative in corso non proprio pacifiche: 1- c’è appunto lo scontro in atto tra curdi e iracheni in Iraq; 2- poi ci sono i fermenti fra i curdi di Iraq; 3- ma anche in Siria i curdi sognano anch’essi uno Stato curdo; 4- c’è l’ostilità ai curdi dei governi centrali di Damasco (Siria) e Baghdad (Iraq) e, ancora di più, Ankara (Turchia) e Teheran (Iran)…Tutto ciò complica il quadro della regione; 5- quadro ulteriormente messo in pericolo dal deterioramento dei rapporti tra Usa e Iran voluto da Trump. 6- Ma anche sauditi e turchi non stanno a guardare, e cercano alleanza pure con Mosca (grande fornitrice loro di armi, ben pagate ai russi naturalmente). E, dulcis in fundo, 7- in funzione anti-curda, si parlano persino Iran e Turchia…. Una situazione che più caotica di così difficile che lo sia.

KIRKUK, la nuova guerra del petrolio

   C’è qui da sottolineare, come elemento importante, la ancora non comprensibile negli effetti e in quel che sarà, della prossima SPARTIZIONE DELLA SIRIA, dopo che l’Isis è stata sconfitta, con in primis l’ARABIA SAUDITA (grande nemica dell’Iran) che cerca di avere sempre più un’influenza territoriale. E le scelte contraddittorie del presidente Trump, che lusinga le monarchie sunnite, dove i jihadisti hanno appoggi e da dove traggono finanziamenti, e contrasta l’Iran, in prima linea in Iraq e con i suoi alleati in Siria contro l’Isis.

IL KURDISTAN tra Turchia, Iran. Iraq e Siria

   E la fuga dei militanti dell’Isis, i miliziani integralisti, i foreign fighters (questi venuti dall’Europa e da altri Paesi occidentali e che ora ritornano nelle nostre città…), e guerrieri locali, che non hanno più un territorio da difendere, tutto questo alimenterà terrorismo, ancora in quell’area geopolitica, ma non solo lì, anche in Africa (nel Nord libico e tunisino, in Mali, in Somalia….), e anche da noi con il ritorno dei terroristi “occidentali” ben capaci di azioni terroristiche.

Kirkuk, bambini e donne curde

   E’ da sperare che questa virulenza terroristica si plachi da sè, pur capendo e percependo che necessita il rafforzamento dei controlli anti-terroristici; ma anche soluzioni più adeguate per arrivare a un calo di tensione tra le potenze mondiali; e “che fare” in Siria per evitare altre guerre civili; che risposte concrete dare all’impegno diretto dei curdi nella lotta all’Isis. In questo post parliamo di una PROPOSTA di convocazione di una CONFERENZA DI PACE INTERNAZIONALE SULLA SIRIA, a cui prendano parte tutti gli stati mediorientali, gli Stati Uniti, l’Unione Europea, la Russia… e che prenda anche in considerazione le aspirazioni curde a uno Stato. E poi c’è la necessità di un’azione di ricostruzione (sia materiale che morale) di quella parte di Medio Oriente che ha dovuto soffrire in questi anni la guerra dell’Isis. L’Occidente dovrà trovare risorse economiche (soldi) e idee per una ricostruzione che possa ridurre e superare le sofferenze di quelle popolazioni. (s.m.)

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ISLAMISTI SIRIANI, INDIPENDENTISTI CURDI, SEPARATISTI CATALANI

IL VIZIO GEOPOLITICO DELL’AZIONE SENZA CALCOLARE PRIMA LE MOSSE”

di Daniele Raineri, da il FOGLIO” del 19/10/2017

   Che cosa lega IDLIB, ERBIL e BARCELLONA? La prima città è la roccaforte dell’opposizione estremista al regime siriano, la seconda è la capitale del Kurdistan iracheno e la terza è la città più importante della Catalogna. Sono tutte e tre luoghi dell’irrealtà, dove per qualche motivo che all’esterno viene difficile capire si è deciso di fare i conti senza tenere in considerazione le condizioni strutturali – contro cui prima o poi si va a sbattere la faccia. Continua a leggere

CATALOGNA IN MEZZO AL GUADO – LA CRISI CATALANO-ISPANICA: le parti contrapposte mostrano limiti e poca “speranza” da offrire. Il governo centrale spagnolo è duro e autoritario. Il governo catalano propone un indipendentismo senza progetto – L’IMPOSSIBILE RICONCILIAZIONE, con nessun vincitore

Catalogna, domenica 8 ottobre a Barcellona c’è stata la marcia degli unionisti (foto da “Il Fatto Quotidiano”)

   L’indipendentismo catalano sembra che stia perdendo non per la dura opposizione del governo centrale di Madrid, ma in primis perché in queste settimane, in questi giorni, “pezzi” importanti che sostenevano l’indipendenza e la secessione dalla Spagna, stanno avendo dei dubbi, e si stanno allontanando. Anche impauriti di doversi trovare fuori dall’Europa, dal mercato comune, in un contesto inusuale per quella regione della Spagna sicuramente la più europeista (anche nel panorama di complessiva arretratezza dello Stato spagnolo); e Catalogna che forse meglio di tutte le regioni europee rappresenta un certo spirito libertario del nostro continente.

Catalogna, il discorso di Puigdemont al Parlamento a Barcellona il 10 ottobre scorso – “(…) DIAMO UN’ULTIMA POSSIBILITÀ ALLA POLITICA. Questo il SENSO DEL DISCORSO CHE PUIGDEMONT HA PRONUNCIATO DAVANTI AL SUO PARLAMENTO. Con notevole inventiva dialettica, il presidente della Regione autonoma ha prima dichiarato poi sospeso l’indipendenza. Mossa più che discutibile sotto il profilo legale, ma con la quale si apre forse uno spiraglio verso un compromesso che risparmi a tutti gli spagnoli il rischio di una seconda guerra civile. Dopo i giorni del parossismo, del sangue e del muro contro muro — fra Madrid e Barcellona, come all’interno della Catalogna divisa — è questo il primo frutto dei negoziati segreti fra le parti che hanno finora impedito il salto nel vuoto. Di qui a immaginare una soluzione alla profondissima crisi che devasta Spagna e Catalogna, molto ne corre. Anche perché la diplomazia riservata non può molto se chi la pratica si dedica, allo stesso tempo, a eccitare pubblicamente gli animi dei propri seguaci.(…..) (Lucio Caracciolo, “la Repubblica” del 11/10/2017)

   Pensiamo in particolare alla modernità (pur nella tradizione della sua lingua, della sua cultura del suo modo di essere…) di BARCELLONA, divenuta celebre anche per essere la metropoli preferita dagli studenti europei, dai turisti come meta “obbligata” da non mancare, da tutti…

   Il blocco sociale ed economico che ha puntellato negli ultimi decenni il governo catalano della Generalitat è assai atipico. E’ rappresentato dall’alta borghesia catalana, che una volta appoggiava il dittatore Franco, che era (ed è) di destra, e che in Catalogna si è convertita alla democrazia e alla modernità e (pur essendo e rimanendo di destra!), ha in questi ultimi decenni appoggiato un’esperienza socialdemocratica; e si è aperta al mondo, all’europeismo. Fa specie tornare a ribadire che la Catalogna è la regione sicuramente la più moderna e avanzata della Spagna.

L’ultimatum di Rajoy: “Confermi se ha proclamato l’indipendenza”

   Ora tutto quel mondo economico catalano dell’alta borghesia è andato in crisi in queste settimane, e man mano sta togliendo l’appoggio a un indipendentismo molto avventurista, poco chiaro (che tra l’altro non ha progettato, previsto, i vari passaggi istituzionali dell’indipendenza): poi con il governo centrale forse inaspettatamente duro nell’opposizione; con l’Europa che avverte che la Catalogna se indipendente “sarà fuori”… Questo “potere economico” borghese catalano mostra di aver paura e poca motivazione, e sta man mano togliendo l’appoggio al governo di Barcellona, lasciandolo così in mezzo al guado.

   E’ così che le grandi entità finanziarie si sono affrettate, dopo l’1 ottobre (giorno del referendum), ad abbandonare Barcellona, la commissione europea faceva sapere che una Catalogna indipendente si sarebbe ritrovata fuori dall’Ue….

Spagna Catalogna a confronto

   Se in precedenti post, descrivendo cosa sta accadendo in Spagna e Catalogna, abbiamo ribadito che per noi è difficile riconoscersi (e pensare all’Europa come la vorremmo) nei rigidi e centralistici STATI NAZIONALI. Stato nazione che, nel caso spagnolo nei confronti della Catalogna: a) ha impedito una revisione dello statuto catalano di autonomia, che a suo tempo si considerò, b) ha sottovalutato la lingua catalana, c) non ha fatto attenzione alla questione del finanziamento economico della regione più produttiva di Spagna…. d) fino a quello di andare anche maldestramente a opporsi al referendum, arrivando in qualche caso, la Guardia Civil, a picchiare le signore anziane che volevano votare al referendum…

   Dall’altra altrettanto difficile è prospettare una frammentazione in una miriade di REGIONI che creano a loro volte “piccoli stati nazionali”, “PICCOLE PATRIE”….

CHARLIE HEBDO CONTRO L’INDIPENDENZA: CATALANI PIÙ COGLIONI DEI CORSI – Il settimanale satirico se la prende con i separatisti: in Europa si parlano 200 lingue, perché non creare 200 nuovi paesi? – dal globalist, 11/10/2017 – A molti piacciono ma a tanti non piacciono più: INDEPENDANTISTES: LES CATALANS PLUS CONS QUE LES CORSES”, “I catalani più coglioni dei corsi”: questo il titolo di PRIMA PAGINA DEL SETTIMANALE SATIRICO FRANCESE, CHARLIE HEBDO, che in un editoriale intitolato ‘Coglionaggine o morte?!’ si schiera apertamente contro l’indipendenza della Catalogna. “SE TUTTE LE REGIONI D’EUROPA CHE HANNO UNA LINGUA, UNA STORIA, UNA CULTURA ORIGINALI COMINCIANO A RIVENDICARE LA PROPRIA INDIPENDENZA, il Vecchio continente finirà rapidamente a pezzi come la banchisa sotto l’effetto del riscaldamento climatico. Visto che ESISTONO CIRCA DUECENTO LINGUE IN EUROPA, PERCHÉ NON CREARE 200 NUOVI PAESI?? E perché non proclamare altrettante dichiarazioni di indipendenza che il numero di vini e formaggi che abbiamo in Europa?? L’indipendenza, ma rispetto a cosa? L’indipendenza è legittima quando ti vuoi liberare da una tirannia o dall’oppressione. DA QUALE TRAGICO DESTINO I CATALANI VOGLIONO DUNQUE LIBERARSI OGGI?”. (nella vignetta in prima che accompagna il titolo, firmata Juin, un gruppo di militanti incappucciati e armati, con la testa di moro simbolo della Corsica, affermano “esigiamo un dibattito!”.)

   E pertanto, posto che i catalani non sono vessati da regimi dittatoriali, e vivono in democrazia e prosperità (almeno la maggioranza di loro…), pur riconoscendo la loro specificità e spesso modernità che loro catalani possono avere rispetto alle altre regioni spagnole (ma chi qui scrive, apprezza il fascino della Spagna in tutte le sue espressioni geografiche…), pensiamo comunque che il progetto di costituirsi in “Stato-Nazione” non abbia alcun senso.

   Cionondimeno quello che è accaduto in queste settimane (e che ha avuto l’apice nel referendum in Catalogna nella domenica del 1° ottobre) segna un’IMPOSSIBILITÀ DEFINITIVA DI RICONCILIAZIONE CON IL GOVERNO SPAGNOLO, con il resto del Paese. Ma segna anche LA FINE DI PROPOSIZIONI DI INDIPENDENTISMO SENZA RAGIONI FORTI (ragioni “vere”, come contro una dittatura, un regime di polizia…. situazioni ora non presenti in Catalogna).

“Catalogna è Europa”. da LIMES (dettaglio CARTA “Catalogna-Europa”)

   Cosa potrà accadere adesso in Spagna e Catalogna, porta a pensare a 4 POSSIBILI SCENARI: 1- una progressiva normalizzazione (un difficile arduo ritorno a com’era prima…); 2- l’apertura di un processo costituzionale con un nuovo assetto più federalista (magari che coinvolge anche le altre regioni ispaniche); 3- una ripresa dell’indipendentismo nelle sue forme più radicali, con la successiva tragica reazione da parte del governo centrale; 4- un terrorismo (contro il governo di Madrid) del tipo di quello basco (che peraltro quest’ultimo ha invece definitivamente “consegnato le armi”); 5- una più rapida integrazione europea che riduca ancor di più i poteri degli Stati nazionali, e si riconosca nel progetto di “Stati Uniti d’Europa” ma anche in un’ “Europa delle Regioni” (le due cose non sono in contraddizione, con un potere europeo centrale autorevole, e nel processo federalista di ripartizione delle competenze al miglior livello possibile).

Barcellona, manifestazione indipendentista

   L’accadimento della “rivolta indipendentista” (espressa nel referendum), che ha messo definitivamente nei guai Spagna e Catalogna, forse può essere vista come “modello da non perseguire” per altri, se in condizioni di democrazia e dialettica europea (ogni riferimento a istanze autonomiste regionali italiane un po’ blande, fatte solo ed esclusivamente di maggiori richieste di soldi -magari per poi spenderli male-, non vuol essere casuale) (s.m.)

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SE LA BORGHESIA CATALANA VOLTA LE SPALLE A PUIGDEMONT

di Tommaso Nencioni, da “Il Manifesto” del 17/10/2017

– Spagna. Il blocco economico e sociale, che ha puntellato gli ultimi decenni del governo catalano, toglie l’appoggio al governo lasciandolo in mezzo al guado –

   Il velo di incertezza che ammanta il processo indipendentista catalano non dipende solo dal muro contro muro tra il governo statale e quello regionale. E’ il processo in sé ad essere contraddittorio, e questa contraddittorietà è più scoperta che mai tra i conservatori del Partito Democratico Europeo Catalano (PDECat), di cui fa parte il presidente Puigdemont. Continua a leggere

L’AMIANTO CHE UCCIDE I FIGLI, 20-30 anni dopo – A MONFALCONE c’è un “salto generazionale” sulle malattie da amianto: dolorosa prova che gli ERRORI DEL PASSATO (inquinamento, distruzione ambientale, saccheggio delle risorse naturali) li pagano i figli – Che fare adesso per controllare le gravi conseguenze?

A MONFALCONE (Gorizia) c’è UNO DEI PIÙ GRANDI CANTIERI NAVALI D’ITALIA, fondato nei primi del ‘900 e oggi di proprietà di FINCANTIERI. Qui sono state costruite enormi navi da crociera, cacciatorpedinieri e sommergibili per la Marina Militare italiana. Per il FRIULI VENEZIA GIULIA è un polo industriale importante, che ha dato lavoro a generazioni di operai provenienti da tutta Italia

   A Monfalcone accade che le malattie da amianto colpiscono ancora, dopo che è stato proibito da 25 anni (nel 1992). E, emblematica la cosa, colpisce i figli (ora cinquantenni, sessantenni) degli operai dell’industria cantieristica che lavoravano in ambienti (stra)pieni di quella fibra minerale così letale. Operai che tornavano a casa, magari abbracciavano i figli, con le loro tute intrise della polvere velenosa. E dopo trent’anni l’asbestosi, il mesotelioma, colpiscono quei figli…. Oppure mogli che lavavano quelle tute, e poi anche loro si sono ammalate…

Monfalcone (GO) Piazza Della Repubblica (da http://www.panoramio_com) . MONFALCONE È UNA CITTÀ INDUSTRIALE IN TRASFORMAZIONE verso una città commerciale e di servizi, soprattutto grazie alla presenza del porto. E’ conosciuta come “LA CITTÀ DELLE NAVI DA CROCIERA” per l’importante presenza della FINCANTIERI. Ha circa 30mila abitanti, ma tutta l’area contermine la popolazione arriva a circa 50mila. IL TERRITORIO SU CUI SI ESTENDE MONFALCONE è compreso tra il Carso a Nord, il Golfo di Panzano a Sud, le campagne di Ronchi e di Staranzano ad Ovest; il comune di Duino e la provincia di Trieste a Est (Monfalcone sorge a 25 km a N.O. da Trieste)

   Il mesotelioma è un tumore che si forma nel mesotelio, che è lo strato di cellule che riveste le cavità sierose del corpo, in particolare nella pleura. Infatti la quasi totalità dei casi attualmente rilevati del tumore si riferisce a mesotelioma pleurico, ed è correlata all’esposizione alle fibre disperse nell’aria appunto dell’amianto (chiamato scientificamente asbesto), con un periodo di tempo per i suoi effetti letali, di malattia assai grave, che possono verificarsi “attivamente” a distanza anche tra i 15 e i 40 anni di tempo (con un decorso di “attacco” al corpo umano che si verifica in uno-due anni).

PANZANO è un rione della città di MONFALCONE nato negli anni ’20 del secolo scorso come VILLAGGIO OPERAIO a servizio del CANTIERE NAVALE

   Il Parlamento nel 1992 ha emanata una legge (la n. 257) che, finalmente (dopo decenni di denunce, accuse…) ha proibito l’uso dell’amianto, mentre fino all’inizio degli anni Ottanta l’industria ne produceva sempre di più e si usava in tutti i modi servisse a impermeabilizzare edifici, manufatti (il cemento-amianto dei tubi dei nostri acquedotti che gran parte persiste dappertutto…, o ancor di più le tettoie in amianto che faticosamente stanno sparendo…); cioè negli anni 80, a ridosso della messa al bando, erano incessantemente aumentate le tonnellate di amianto impiegate all’interno del ciclo produttivo.

Il monumento alle vittime dell’amianto di Panzano (Monfalcone)

   L’amianto è stato ampiamente utilizzato come isolante acustico e termico e come rivestimento antincendio in alberghi, scuole, ospedali, aeroporti, reti di trasporto sotterraneo, edifici commerciali e residenziali, su treni e navi e nelle centrali elettriche. Alcune amministrazioni hanno addirittura prescritto l’isolamento con pannelli in amianto come presidio antincendio obbligatorio negli edifici a più piani. Per un breve periodo negli anni Cinquanta l’amianto è stato messo persino nei filtri delle sigarette…

Che cos’è L’ASBESTO (o AMIANTO) – In natura è un materiale molto comune. La sua resistenza al calore e la sua struttura fibrosa lo hanno reso adatto come materiale per indumenti e tessuti da arredamento a prova di fuoco, ma la sua ormai accertata nocività per la salute ha portato a vietarne l’uso. Le polveri di amianto, respirate, provocano infatti l’ASBESTOSI (malattia polmonare cronica), nonché TUMORI DELLA PLEURA, ovvero il MESOTELIOMA PLEURICO E DEI BRONCHI, e il CARCINOMA POLMONARE. (vedi: http://it.wikipedia.org/wiki/Asbesto )( Cos’è l’amianto – Spanghero, Arpa FVG )

   Pur che già nel corso degli anni Sessanta era stata (definitivamente) accertata la cancerogenicità del minerale, responsabile di neoplasie particolarmente virulente (come detto il mesotelioma e il carcinoma polmonare). Per il mesotelioma (come anche per l’asbestosi) la “causa scatenante” risultava già allora certa e pressoché univoca: l’inalazione delle fibre di amianto, mentre nel caso del carcinoma polmonare potevano subentrare diverse concause come il tabagismo o altri cancerogeni che interagivano nel manifestarsi del tumore.

   A Casale Monferrato c’era una delle fabbriche più grandi d’Italia, la ETERNIT, cioè la fabbrica di amianto che oltre a esportare in tutta Italia questa usatissima fibra isolante nelle costruzioni e manufatti, la Eternit di Casale è ritenuta la causa di migliaia di decessi per tumore nella cittadina piemontese.

   La vicenda incredibile della prescrizione alla condanna dell’industriale svizzero dell’eternit per il disastro ambientale che ha causato negli anni 70-80, ripropone il tema scottante della nostra convivenza con questo terribile inquinante e la difficoltà di stabilire responsabilità certe. Nella vicenda giudiziaria di Casale Monferrato la Cassazione ha infatti annullato la condanna del magnate svizzero Schmidheiny, che il 3 giugno 2013 era stato condannato a 18 anni di carcere per “disastro ambientale doloso continuato” commesso nelle città in cui l’Eternit aveva i suoi stabilimenti (CASALE MONFERRATO, CAVAGNOLO, BAGNOLI e RUBIERA), e in cui la fibra killer si era diffusa nell’aria provocando malattie e decessi che colpiscono ancora oggi gli abitanti di quei luoghi.

“(…)Un ALBERO DI DAVIDIA INVOLUCRATA, il cosiddetto ALBERO DEI FAZZOLETTI, DONATO DA CASALE MONFERRATO come gesto di solidarietà rispetto alle vittime da esposizione ad amianto, è stato PIANTUMATO A MONFALCONE, nell’area verde antistante il pronto soccorso dell’ospedale San Polo….I fiori bianchi della Davidia, simili a dei fazzoletti appesi, simboleggiano la possibilità d’asciugare le lacrime di dolore di chi ha vissuto in prima persona il dramma dell’amianto. La piantina è giunta a Monfalcone tramite Stefano Cosma, vincitore del premio Vivaio Eternot assegnato ogni anno a persone, associazioni o enti che offrono esempi significativi di responsabilità civile per fare sì che in Italia e nel mondo non si piangano mai più vittime dell’amianto…(…) (29 settembre 2017 da https://gorizia.diariodelweb.it/ )

   MA QUI VOGLIAMO PARLARE DI MONFALCONE, e del fatto che dopo venticinque anni dalla proibizione dell’amianto (chiamato anche eternit, appunto dalla fabbrica che lo produceva, a Monfalcone, dicevamo, si continua a morire: UN’EREDITA’ DEL PASSATO involontariamente lasciata ai figli da operai (molti di questi morti di tumore) che nel loro lavoro convivevano quotidianamente con la letale fibra minerale.

   L’utilizzo particolarmente intenso dell’amianto si era concentrato in determinate aree produttive (negli anni sessanta, settanta e ottanta del secolo scorso), in particolare nell’Italia settentrionale. I siti principali in cui il minerale fu impiegato sorgono prevalentemente nelle aree costiere, interessate prioritariamente dalle ATTIVITÀ CANTIERISTICHE E PORTUALI.

PER NOI ERA POLVERE, SOLO POLVERE… – L’AMIANTO, una tragedia fra le più terribili del mondo del lavoro. Nel RACCONTO DEGLI OPERAI DI MONFALCONE l’inferno di un lavoro continuamente avvolti nella polvere d’amianto, fortemente cancerogena. Le odiose resistenze a riconoscere il danno subìto dagli operai, molti dei quali non potranno godersi la pensione. In questo POST troverete delle testimonianze significative riprese dalla TESI di ALESSANDRO MORENA (a sua volta pubblicate dalla rivista di Forlì “UNA CITTÀ” – http://www.unacitta.it/ )

   Nei «Quaderni del Ministero della Salute» furono elaborati i dati provenienti dal Registro Nazionale dei Mesoteliomi e, attraverso i tassi grezzi di incidenza del tumore per 100.000 residenti, furono identificati i 61 COMUNI IN ITALIA CON I MAGGIORI TASSI RELATIVI: nella graduatoria si trovavano diverse aree caratterizzate dalla presenza della cantieristica navale, come i comuni della provincia di Trieste (MUGGIA e TRIESTE); i comuni dell’AREA MONFALCONESE (SAN CANZIAN D’ISONZO, MONFALCONE, RONCHI DEI LEGIONARI e STARANZANO) e quelli della PROVINCIA DI VENEZIA (VENEZIA, MIRA e SPINEA).

Giovedì 28 settembre nel TEATRO COMUNALE DI MONFALCONE è stata ospitata la 7A CONFERENZA REGIONALE SULL’AMIANTO, appuntamento organizzato dalla Commissione regionale amianto in collaborazione con la Regione e il Comune. L’evento prende spunto dall’adozione in Friuli Venezia Giulia di UN NUOVO PERCORSO SOCIO SANITARIO ASSISTENZIALE PER TUTTI GLI ESPOSTI, EX ESPOSTI E LORO FAMILIARI iscritti al REGISTRO AMIANTO e ha visto l’illustrazione delle linee di indirizzo per la stesura del nuovo piano regionale (29/9/2017, da https://gorizia.diariodelweb.it/ ) (nella FOTO Maria Sandra Telesca, assessore regionale alla Sanità)

   All’ITALCANTIERI di Monfalcone (società allora proprietaria e gestrice dell’attività cantieristica a Monfalcone, adesso c’è la FINCANTIERI), negli anni Settanta c’erano circa 5.000 addetti diretti, e si costruivano principalmente navi da crociera, petroliere e sommergibili. Con queste dimensioni rappresentava e rappresenta il più grande stabilimento del Mediterraneo.

   Risaliva al 1972 uno dei primi accorgimenti aziendali relativi all’uso dell’amianto, adottato anche in seguito a segnalazioni sindacali e soprattutto agli interventi dell’Ispettorato del Lavoro, che comportò – almeno in teoria – la modifica dell’organizzazione del lavoro. Infatti, l’Italcantieri chiese che le operazioni di SPRUZZATURA DELL’ASBESTO (dell’amianto) fossero eseguite dalle ditte in appalto in orari diversi e senza la contemporanea presenza di altri lavoratori, spesso dipendenti dell’Italcantieri addetti ad altre mansioni, che potevano però subire un’esposizione cosiddetta passiva (ma non per questo meno pericolosa). Nonostante ciò questo principio non sembra sia stato rispettato.

Tetto in cemento amianto che si sgretola e rilascia le particelle letali – La LEGGE 27 MARZO 1992 N° 257 “ NORME RELATIVE ALLA CESSAZIONE DELL’IMPIEGO DELL’AMIANTO” costituisce, per la sua valenza rigidamente definitoria, una sorta di spartiacque legislativo di portata storica. Legge 257 del 1992 (vedi tutta la legislazione sull’amianto, prima e dopo la legge del 1992, su http://www.amiantomaipiu.it/site/sez_cms.php?menu_id=194740 )

   In questo periodo ci furono anche le prime segnalazioni sindacali documentabili, dove si lamentava, oltre alla mancata turnazione nei lavori di coibentazione, la non pulizia dei residui di amianto prodotti durante i lavori che provocavano un’esposizione indiretta per molti operai del Cantiere. Questo avveniva anche sui ponteggi, dove si depositava una notevole quantità di sfridi di asbesto che di rado veniva prontamente rimossa.

   Nel dicembre del 1976 il Consiglio di Fabbrica dell’Italcantieri di Monfalcone diffuse un volantino nel quale sollevava i problemi legati alla polverosità dell’ambiente di lavoro (… se volete saperne di più, e meglio, vedete la ricerca contenuta nel sito https://diacronie.revues.org/454).

Cantiere Monfalcone – foto da ERPAC Ente Regionale Patrimonio Culturale Regione Friuli – Veduta dell’interno di un officina con operai al lavoro, in posa, presso il Cantiere navale di Monfalcone
– MONFALCONE E L’AMIANTO NEI CANTIERI NAVALI – Intervistato GUIDO TONZAR, ex-operaio Fincantieri, morto a 54 anni di cancro da amianto (asbestosi) nel 2002, in un’intervista, pochi mesi prima, alla trasmissione televisiva Report: “ANDAVAMO a bordo, andavamo in officina, andavamo dappertutto. AVEVAMO TELI DI AMIANTO, AVEVAMO GUARNIZIONI DI AMIANTO, AVEVAMO AMIANTO DAPPERTUTTO, AVEVAMO. Anche per l’ambiente si camminava senza mascherine, senza niente, perché non si sapeva che faceva male, questa polvere. PERCHÉ TUTTI QUANTI SI LAVORAVA SENZA NESSUNA DIFESA, SENZA NESSUNA PRECAUZIONE. Niente, non si aveva niente! I miei colleghi sono anche morti per l’asbestosi. Tutti quelli che lavoravano a bordo con me sono andati in prepensionamento per l’amianto. E io mi trovo con l’asbestosi. Mi trovo ammalato, non riconosciuto e con la malattia”

   Quel che qui preme a noi sottolineare, nel descrivere in questo post il contesto di avvelenamento da amianto (e morti, e sofferenza…) di Monfalcone, è il prezzo pagato a uno sviluppo per niente attento alla salute delle persone, che spesso sfora nell’indifferenza ai possibili concreti rischi che procura.

   Ma, inoltre, il fatto che a pagarne le conseguenze di anni di scellerato impiego di prodotti così pericolosi e letali (se è vero che all’inizio “non si sapeva”, man mano ci si è accorti che “qualcosa non andava”….e solo dopo decenni, nel 1992, si è proibito l’uso…), a pagarne il prezzo sono pure i figli, in un contesto che va pertanto oltre la cosiddetta “malattia professionale”: persone che non hanno mai lavorato con l’amianto, ma ne sono le vittime per esserne stati a contatto in famiglia, con i loro padri…. Questa è una cosa che fa pensare, che è ancor meno accettabile (e non dovrebbe mai accadere) (s.m.)

La rimozione pericolosa di tetti in cemento amianto

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L’AMIANTO ORA COLPISCE I FIGLI DEGLI OPERAI

di Laura Borsani, da IL PICCOLO DI TRESTE del 24/8/2017

– Il centro regionale unico di Monfalcone conferma il «salto generazionale». Coinvolte persone di 50-60 anni. Quattro i casi rilevati nel corso del 2017 – Continua a leggere

LA possibile realistica SEPARAZIONE TRA CATALOGNA E SPAGNA richiede risposte concrete, nel processo di INTEGRAZIONE FEDERALISTA EUROPEA, in modo pacifico e accettando una autodeterminazione (il referendum catalano) pur illegale nei suoi modi – Nello spirito di UN’EUROPA DELLE REGIONI E DEI POPOLI (e non solo delle NAZIONI)

CATALOGNA E INDIPENDENZA: UNA POSSIBILITA PER L’EUROPA? – II REFERENDUM di domenica scorsa 1 ottobre sull’INDIPENDENZA della CATALOGNA segna iI culmine di un mese intenso, cominciato con il VIA LIBERA DEL PARLAMENTO CATALANO alla legge che spianava la strada alla consultazione (approvata il 6 settembre) e che ha permesso al GOVERNATORE CARIES PUIGDEMONT di firmare il decreto di CONVOCAZIONE DEL REFERENDUM PER IL 1 OTTOBRE. II giorno dopo LA CORTE SUPREMA SPAGNOLA HA SOSPESO IL VOTO accettando il ricorso presentato da Madrid

LEZIONE CATALANA SULL’EUROPA DELLE MINORANZE

di Alberto Mingardi, da “La Stampa” del 3/10/2017

   Come mai la causa degli indipendentisti catalani attira tanta simpatia? II principio di legittimità su cui si fondano le nostre democrazie è la partecipazione dei cittadini al governo attraverso il voto. Non è sempre stato così ma oggi la grande maggioranza di noi pensa di dovere obbedienza allo Stato non perché esso fornisce servizi utili (per esempio l’amministrazione della giustizia o la difesa nazionale), ma perché chi Io guida è stato eletto dal popolo.

   Nonostante la storia ci ricordi che il popolo ogni tanto è ben felice di scegliersi un padrone, l’idea di limitare la democrazia ci risulta odiosa. Se la legittimità dei governi si fonda sul voto, un governo che ne impedisce l’esercizio può essere legittimo? II plebiscito catalano era, com’è noto, illegale per la Costituzione spagnola, che non prevede il diritto di secessione. Ma raramente un movimento secessionista può procedere «legalmente», dal momento che desidera produrre una frattura. Ciò non significa che esso debba essere violento.

NEL GIORNO DEL REFERENDUMDI DOMENICA 1° OTTOBRE GLI AGENTI HANNO SMANTELLATO DIVERSI SEGGI (nella foto) – LA POLIZIA NAZIONALE MANGANELLA e spara proiettili di gomma contro gli elettori in coda per votare. – “(…) la Spagna di Mariano Rajoy è caduta a capofitto nella trappola catalana per non aver voluto guardare oltre l’illegalità del referendum indipendentista. La sua Guardia Civil, all’assalto di pacifiche schiere di capelli bianchi e calzoni corti in fila per andare a votare, ne ha stigmatizzato l’immagine ottusa, l’incapacità di una risposta politica articolata a una convivenza complessa. Da sempre.(…)( Adriana Cerretelli, “il Sole 24ore” del 3/10/2017)

   Islanda, Norvegia e, più recentemente, Slovacchia sono riuscite a raggiungere l’indipendenza senza spargimenti di sangue. Questo è un progresso, non un’eventualità da scongiurare. Cosa deve fare il resto d’Europa? Dalla risposta a questa domanda può dipendere il futuro del processo d’integrazione. Se l’Unione Europea è un «cartello» di Stati, per forza deve prendere le parti di Madrid, come ha fatto il portavoce della Commissione, Martin Schinas. Ma se l’Europa, come ci è stato raccontato in questi anni, è invece qualcosa di più, allora questa scelta non è affatto scontata.

   I catalani vogliono rimanere nell’Unione Europea, non mettono in discussione il mercato comune né la libertà di circolazione. Anni fa gli europeisti più convinti predicavano il «principio di sussidiarietà», per il quale le decisioni politiche debbono avvenire non necessariamente al livello del governo nazionale, ma nel luogo in cui è più opportuno e efficace che vengano prese. Questo può voler dire una devoluzione «verso l’alto» (se si discute di politica doganale) ma anche «verso il basso» (se si parla di come organizzare servizi ai cittadini come sanità o scuola). L’una è probabilmente impossibile senza l’altra. Ciò non è in contrasto con la globalizzazione economica.

IL RE CON MADRID, CONTRO IL REFERENDUM CATALANO – FELIPE IN TV a due giorni dal referendum: «CATALOGNA IRRESPONSABILE. DIFENDEREMO LA COSTITUZIONE E L’UNITÀ. Le autorità catalane hanno violato i principi democratici dello Stato di diritto con una “slealtà inaccettabile”».

   Una maggiore integrazione economica, come ricordano gli studi di Alberto Alesina, allenta la necessità di mantenere vivi Stati nazionali che sono sorti anche come blocchi commerciali e «protezionisti». Un’economia aperta non ha bisogno di essere un grande mercato nazionale, perché per i suoi prodotti sceglie come mercato il mondo. Se uno sforzo va fatto al di fuori della Spagna, a Bruxelles e negli altri Paesi europei, dev’esser quello per rendere questo processo quanto più possibile ordinato e compatibile con la tutela delle minoranze.

   Un plebiscito può rivelarsi un atto politico violentissimo. II referendum catalano doveva essere efficace con una maggioranza semplice, e indipendentemente dal livello di partecipazione raggiunto. II che è assolutamente coerente col principio democratico, ma è pure problematico. Anche nelle assemblee parlamentari, cambiamenti di rilievo costituzionale di solito hanno bisogno di maggioranze «rinforzate».

   Meccanismi di questo tipo rassicurano le minoranze e impongono alle maggioranze di cercare di convincerle, anziché schiacciarle con la forza dei numeri. E’ vero che in Catalogna ha votato sì il 90%, e che la partecipazione (42%) è stata disincentivata dalla polizia: regole diverse, però, avrebbero aiutato a legittimare il referendum innanzi alla comunità internazionale.

Martedì è stata giornata di SCIOPERO GENERALE IN CATALOGNA. Contro le violenze di domenica. DA BARCELLONA A GIRONA, centinaia di migliaia di persone sono scese in strada

   L’idea di nazione è da sempre ambigua. Una nazione può essere un patto che si rinnova ogni giorno fra chi ci vive; oppure «sangue e suolo». La prima versione dell’idea di nazione è compatibile con un sistema politico nel quale le teste si contano e non si tagliano, la seconda no. Questo non è un dettaglio. Come per le persone, anche per le comunità legalizzare il divorzio può rappresentare un modo per risolvere i conflitti, prima che diventino esplosivi. (Alberto Mingardi)

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LA DEBOLEZZA ECONOMICA DEI SEPARATISTI

di Mario Deaglio, da “La Stampa” del 4/10/2017

   Nel suo brevissimo e secco messaggio agli spagnoli, il re Filippo VI non ha aperto alcuno spiraglio al dialogo con i catalani. E forse, allo stato attuale delle cose, non poteva fare altrimenti. Dal canto loro, gli indipendentisti si illudono che siano sufficienti un referendum, uno sciopero, le sfilate, lo sventolio di bandiere per essere davvero indipendenti. Terminate le manifestazioni, messa in disparte la retorica, occorre infatti tornare quietamente alle cifre.

   Intanto vale cominciare dal debito pubblico: se la Catalogna vuole davvero «andar via» in maniera pacifica deve accollarsi una quota del debito pubblico della Spagna unita, dal momento che si tratta di un debito in parte suo così come in parte sue sono le esigue riserve valutarie e auree del Banco de España. Senza questo riconoscimento di debito (e di credito), difficilmente l’eventuale nuovo stato troverebbe sui mercati finanziari internazionali qualcuno disposto a prestargli denaro a tassi sostenibili. Di questi prestiti una Catalogna indipendente avrebbe sicuramente un gran bisogno, anche se le finanze pubbliche della Catalogna sono in stato migliore di quelle della Spagna, non foss’altro che per gli imponenti flussi turistici.

LA SINDACA DI BARCELLONA ADA COLAU ha definito il discorso «irresponsabile e indegno di un capo di Stato»

   E’, infatti, pressoché scontato che ci sarebbe una fase iniziale di debolezza estrema, anche per la prospettiva di esodo dalla Catalogna di imprese spagnole e straniere. Le probabilità di tale esodo sarebbero maggiori se Madrid si opponesse all’ingresso di una Catalogna indipendente nell’Unione Europea e quindi se le merci in partenza da Barcellona dovessero superare una dogana per entrare nel resto dell’Unione e nella stessa Spagna.

   Come suddividere il debito pubblico tra i catalani e gli altri spagnoli? I criteri estremi sono essenzialmente due: in base alla popolazione, la Catalogna, con sette milioni e mezzo di abitanti, pari al 15 per cento della popolazione della Spagna, dovrebbe accollarsi all’incirca 160 miliardi di euro. In base alla quota del prodotto lordo, che è superiore al 20 per cento del totale spagnolo, il governo di Barcellona dovrebbe riconoscersi debitore di oltre 220 miliardi, dei quali dovrebbe curare regolarmente interessi e rimborsi.

Il presidente catalano Carles Puigdemont al centro e alcuni membri del suo governo a Barcellona il 2 ottobre scorso – PIGDEMONT, ha annunciato che «a giorni ci sarà l’atto di indipendenza»

   Tra queste due cifre sono possibili, anzi necessari, i «tavoli» delle trattative. Non più soggette alla sorveglianza della Bce, le banche di una Catalogna che dichiarasse unilateralmente l’indipendenza sarebbero automaticamente meno credibili. Inoltre, tra quindici giorni l’agenzia Moody’s rivedrà il «rating» internazionale della Spagna, al quale è legato, in maniera indiretta ma efficace, il tasso di interesse che lo Stato spagnolo dovrà pagare per i prossimi prestiti.

   I problemi non si fermano qui per il fortissimo intreccio di interessi tra la Catalogna e il resto della Spagna. CHE FINE FAREBBERO LE BALEARI, vero gioiello del turismo spagnolo, prossime alla costa catalana, che vantano oltre un milione di abitanti, la cui cultura e la cui lingua sono vicinissime a quelle dei catalani? Che cosa succederà al treno ad alta velocità Barcellona-Madrid? Che ne sarà dei finanziamenti europei a progetti basati in Catalogna? E così, via discorrendo, in trattative sicuramente lunghe se l’indipendenza non deve essere solo uno slogan.

DALLA SCOZIA ALLA SLESIA: SEPARATISTI D’EUROPA – Sono quasi 30 le comunità con spinte sovraniste in Europa (nelle regioni ricche ma non solo)

   Probabilmente l’Unione Europea ha fatto bene, finora, a non intervenire. Ora però conviene quindi a entrambe le parti che non si facciano passi falsi e si proceda subito a colloqui concreti, nei quali la Bce e l’Unione Europea potrebbero avere un ruolo determinante, anche senza necessariamente schierarsi per l’indipendenza o per una maggiore autonomia.

   Se però il «caso Catalogna» dovesse precipitare, ci troveremmo di fronte a un pericoloso gioco a somma negativa, in cui a perdere saremmo tutti noi europei. Per contro, una buona gestione della crisi catalana potrebbe innescare quel processo di revisione istituzionale europea che, in mezzo a tante parole, non si è ancora riusciti a far partire. Quale che sia la forma giuridica, una maggior vicinanza tra le regioni europee e Bruxelles, «garantito» dal trasferimento di una parte dell’imposizione fiscale dai governi nazionali al centro dell’Unione è un possibile sviluppo positivo. Siccome anche le nuvole più nere hanno un bordo d’argento, è su questo che dobbiamo contare. (Mario Deaglio)

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IL DISCORSO DEL RE: CATALANI SLEALI – FELIPE IN TV: «CATALOGNA IRRESPONSABILE DIFENDEREMO LA COSTITUZIONE E L’UNITÀ» Continua a leggere