IMMIGRATI: UN PUNTO DI SVOLTA? Una SCELTA realistica di LIMITAZIONE ma di INTEGRAZIONE, oppure una reazione populista, considerando IMMIGRAZIONE UGUALE a ILLEGALITÀ e TERRORISMO? – Il caso dei 1500 migranti ammassati nel Centro di CONA (Venezia) e la possibile accoglienza diffusa

CONA (provincia di Venezia), 1500 migranti nel centro di accoglienza per 200 migranti-profughi. Sovraffollamento, acqua fredda, poco cibo. E’ ritornata la tranquillità dopo il pomeriggio del 2 gennaio e la notte tra il 2 e il 3 dove, nel Centro di accoglienza, ci sono state le proteste dei migranti legate alla situazione di sovraffollamento della struttura e alla morte di una giovane ivoriana, SANDRINE BAKAYOKO, deceduta per una trombosi polmonare come ha stabilito l'autopsia. Gli operatori del centro, spaventati dalle proteste, si sono barricati in un container e negli uffici amministrativi della struttura. La protesta è durata diverse ore, 25 operatori sono rimasti chiusi nel centro fino alle 2 di notte del 3 gennaio, quando la crisi si è risolta con la mediazione delle forze dell’ordine. C’è stato il trasferimento deciso dal Viminale di 100 ospiti in strutture di accoglienza dell'Emilia Romagna. Ma la situazione nel centro resta drammatica. 1500 ospiti in un luogo che potrebbe ospitarne 200. Tendoni con persone ammassate e senza acqua calda. E un potenziale bubbone di risentimento
CONA (provincia di Venezia), 1500 migranti nel centro di accoglienza per 200 migranti-profughi. Sovraffollamento, acqua fredda, poco cibo. E’ ritornata la tranquillità dopo il pomeriggio del 2 gennaio e la notte tra il 2 e il 3 dove, nel Centro di accoglienza, ci sono state le proteste dei migranti legate alla situazione di sovraffollamento della struttura e alla morte di una giovane ivoriana, SANDRINE BAKAYOKO, deceduta per una trombosi polmonare come ha stabilito l’autopsia. Gli operatori del centro, spaventati dalle proteste, si sono barricati in un container e negli uffici amministrativi della struttura. La protesta è durata diverse ore, 25 operatori sono rimasti chiusi nel centro fino alle 2 di notte del 3 gennaio, quando la crisi si è risolta con la mediazione delle forze dell’ordine. C’è stato il trasferimento deciso dal Viminale di 100 ospiti in strutture di accoglienza dell’Emilia Romagna. Ma la situazione nel centro resta drammatica. 1500 ospiti in un luogo che potrebbe ospitarne 200. Tendoni con persone ammassate e senza acqua calda. E un potenziale bubbone di risentimento

   E’ un caso nazionale la rivolta del 2 gennaio scorso dei profughi nel Centro di accoglienza (CDA) di Cona (paese di 3.000 abitanti nella parte sud della provincia di Venezia, ben più vicino a Rovigo, al Polesine, che a Mestre-Venezia). Il CDA è in un’ex base militare (missilistica) collocata in una delle sparse 11 contrade-frazioni di Cona, in quella che si chiama Conetta, di soli 190 abitanti.

   E nel Centro di accoglienza di Conetta molti denunciavano da tempo le condizioni di vita disumane del campo, così com’è circondato da filo spinato e da vecchie strutture militari, in cui i dormitori sono stati costruiti all’interno di tensostrutture temporanee nelle quali sono state ammassate le brande per dormire. A Conetta pertanto c’erano già state delle proteste, anche da parte dei migranti che si lamentavano della mancanza di docce, dei servizi igienici, e della scarsità dei pasti.

SANDRINE BAKAYOKO, una giovane donna di 25 anni della Costa d’Avorio è morta nel campo di Cona. Era arrivata in Italia il 30 agosto 2016 ed era ospitata nell’hub in attesa di avere una risposta alla sua richiesta d’asilo. Il malore finito in tragedia. Un malore che non le ha lasciato scampo. La giovane donna si sarebbe sentita male in doccia intorno alle 7 e l’ambulanza che l’ha portata via intorno alle 15 non sarebbe riuscita a salvarla. Dall’hub intanto i migranti accusano: «È stata anche colpa della negligenza della cooperativa, l’ambulanza è arrivata solo 8 ore dopo». In una nota, però, l’ospedale di Piove di Sacco ha detto che i mezzi di soccorso sono partiti subito dopo aver ricevuto la chiamata
SANDRINE BAKAYOKO, una giovane donna di 25 anni della Costa d’Avorio è morta nel campo di Cona. Era arrivata in Italia il 30 agosto 2016 ed era ospitata nell’hub in attesa di avere una risposta alla sua richiesta d’asilo. Il malore finito in tragedia. Un malore che non le ha lasciato scampo. La giovane donna si sarebbe sentita male in doccia intorno alle 7 e l’ambulanza che l’ha portata via intorno alle 15 non sarebbe riuscita a salvarla. Dall’hub intanto i migranti accusano: «È stata anche colpa della negligenza della cooperativa, l’ambulanza è arrivata solo 8 ore dopo». In una nota, però, l’ospedale di Piove di Sacco ha detto che i mezzi di soccorso sono partiti subito dopo aver ricevuto la chiamata

   La rivolta iniziata nel primo pomeriggio del 2 gennaio, con il sequestro da parte degli immigrati degli operatori del Centro, è andata avanti fino all’una di notte Ed è scoppiata a seguito della morte, per cause naturali, di una profuga di 25 anni, della Costa d’Avorio, SANDRINE BAYAKOKO. Le trattative portate avanti dalla polizia per arrivare alla liberazione dei 25 operatori che si erano rinchiusi in una struttura prefabbricata del campo, hanno avuto buon esito verso l’una di notte. La protesta dei profughi poi è proseguita nella mattinata, chiedendo da parte di un gruppo di profughi di far entrare i giornalisti nella base di Cona per mostrare le loro condizioni di vita. Ma l’accesso è stato impedito.

   Sulle abnormi condizioni di vita dentro a questo Centro (1500 migranti, in una struttura in grado di accoglierne dignitosamente non più di 200; e oltre al sovraffollamento, in situazione con acqua fredda, bagni insufficienti, poco cibo…), sulla disastrosa condizione del Centro nessuno è in grado di smentire, di non essere d’accordo. C’è pure stata “un’incursione”, tempo fa, di un giornalista del Corriere del Veneto (Andrea Priante), che è riuscito a infiltrarsi dentro al Centro come operatore della cooperativa «Ecofficina» che gestisce la struttura («lavoro sei giorni su sette, dalle 9 del mattino alle 7 di sera. Il pagamento è in voucher: 200 euro alla settimana….3 euro e 70 centesimi l’ora….»… «…otto letti a castello in uno stanzino, venti se la sala è un po’ più grande, quaranta se tra un letto e l’altro si lasciano pochi centimetri…uomini di Paesi, culture e religioni diverse, stipati come polli dentro stanze disadorne, possono trasformare quel posto in una bomba a orologeria. E se finora la situazione non è precipitata, il merito è proprio di chi lavora lì dentro. Eppure le forze in campo sono sproporzionate: durante il giorno, per supportare 530 profughi ci sono tra gli otto e i dieci dipendenti della coop, quasi tutti giovani…A ricevere decine di profughi doloranti siamo in due e nessuno di noi è un dottore e neppure un farmacista. I casi più gravi vengono dirottati nell’ospedale cittadino ma per il resto ci si affida alla nostra (poca, almeno nel mio caso) esperienza. Distribuiamo Buscopan, Ibuprofene, Maalox….» (questa parte della testimonianza del giornalista).

Il NUOVO PIANO governativo per l’accoglienza prevede PER LA DISTRIBUZIONE DIFFUSA DEI MIGRANTI un rapporto su 2,5/3 MIGRANTI OGNI MILLE ABITANTI. Per i comuni fino a 2000 abitanti è previsto un minimo di 6 migranti. Per i comuni metropolitani il rapporto diminuisce e al massimo sarà di 2 migranti ogni mille abitanti. I sindaci saranno gli attori dell’accoglienza, saranno loro a scegliere dove sistemare i profughi senza subire imposizioni dalla Prefettura. Se c’è l’adesione, la presa in carico dei profughi e questi vengono sistemati, il governo mette a disposizione del comune 500 euro per ogni persona ospitata (fondi liberamente utilizzabili, senza vincolo di spesa)
Il NUOVO PIANO governativo per l’accoglienza prevede PER LA DISTRIBUZIONE DIFFUSA DEI MIGRANTI un rapporto su 2,5/3 MIGRANTI OGNI MILLE ABITANTI. Per i comuni fino a 2000 abitanti è previsto un minimo di 6 migranti. Per i comuni metropolitani il rapporto diminuisce e al massimo sarà di 2 migranti ogni mille abitanti. I sindaci saranno gli attori dell’accoglienza, saranno loro a scegliere dove sistemare i profughi senza subire imposizioni dalla Prefettura. Se c’è l’adesione, la presa in carico dei profughi e questi vengono sistemati, il governo mette a disposizione del comune 500 euro per ogni persona ospitata (fondi liberamente utilizzabili, senza vincolo di spesa)

   Pertanto Cona è come tutte le strutture per immigrati di questo genere: quasi sempre non sono adatte alla vita di centinaia di persone per lunghi periodi di tempo; e sono gestite da grandi cooperative che le amministrano in maniera poco trasparente, perché nel regime straordinario hanno meno obblighi di rendicontazione.

   La morte nel Centro di accoglienza di Cona di Sandrine, e le proteste dei richiedenti asilo, hanno sollevato molte polemiche. C’è chi ha usato questo drammatico episodio per chiedere l’espulsione dei migranti e politiche migratorie ancora più restrittive. Altri invece hanno puntato il dito contro il sistema di accoglienza italiano ancora dominato dalla logica dell’emergenza, nonostante il flusso di arrivi di migranti sulle nostre coste sia costante da anni.

   Il trasferimento dei richiedenti asilo nei centri di prima accoglienza è gestito dalle prefetture e dai vertici del ministero dell’interno, sulla base della disponibilità dei posti nelle diverse regioni italiane. In questo meccanismo che tiene conto solo dei numeri, i prefetti finiscono per preferire alberghi, caserme e tendopoli, invece di strutture medio piccole, che consentirebbero una gestione più accurata e maggiori controlli. Questo perché gran parte dei comuni, delle amministrazioni locali, si rifiutano ad accogliere migranti: a volte per ragioni condivisibili di difficoltà vera, a volte (spesso), per assecondare le ritrosie all’accoglienza della cittadinanza. Questo rifiuto dei comuni impedisce così una distribuzione dell’accoglienza di tipo diffusa, assai meno problematica e più gestibile. Va da se che i mega-centri di accoglienza, portano a un sistema finanziario regolato complessivamente da decine di milioni di euro all’anno. E questo finisce per favorire grandi cooperative e aziende di assistenza che si accaparrano molti appalti, spesso a scapito della qualità dei servizi.

DOMENICA 15 GENNAIO a CONA si tiene una Cerimonia pubblica per SANDRINE BAYAKOKO, la ragazza morta nel centro disumano ospitato nella Caserma di CONETTA. Una cerimonia per onorare la memoria di Sandrine, ma anche per chiedere tutti insieme IL SUPERAMENTO DI QUESTI CENTRI, PER UN'ACCOGLIENZA UMANA E DIFFUSA. “ (…)La cerimonia per Sandrine non è una manifestazione a favore dei profughi. Non è una prova di forza degli anti-razzisti contro i razzisti. Se continuiamo a vedere le cose in questo modo saremo per sempre in ritardo e ci sarà sempre qualcuno che decide sopra di noi. Credo che la cerimonia per Sandrine possa diventare un momento di svolta nel modo con cui tutti noi ci rapportiamo all'accoglienza. Il momento in cui non ci scontriamo sul Si o il No all'accoglienza, ma in cui discutiamo democraticamente del Come.(…)” (Andrea Segre, “il Mattino di Padova” del 9/1/2017) (Per adesioni: cerimoniapersandrine@gmail.com - Per informazioni: Facebook "Bassa Padovana Accoglie")
DOMENICA 15 GENNAIO a CONA si tiene una Cerimonia pubblica per SANDRINE BAYAKOKO, la ragazza morta nel centro disumano ospitato nella Caserma di CONETTA. Una cerimonia per onorare la memoria di Sandrine, ma anche per chiedere tutti insieme IL SUPERAMENTO DI QUESTI CENTRI, PER UN’ACCOGLIENZA UMANA E DIFFUSA. “ (…)La cerimonia per Sandrine non è una manifestazione a favore dei profughi. Non è una prova di forza degli anti-razzisti contro i razzisti. Se continuiamo a vedere le cose in questo modo saremo per sempre in ritardo e ci sarà sempre qualcuno che decide sopra di noi. Credo che la cerimonia per Sandrine possa diventare un momento di svolta nel modo con cui tutti noi ci rapportiamo all’accoglienza. Il momento in cui non ci scontriamo sul Si o il No all’accoglienza, ma in cui discutiamo democraticamente del Come.(…)” (Andrea Segre, “il Mattino di Padova” del 9/1/2017) (Per adesioni: cerimoniapersandrine@gmail.com – Per informazioni: Facebook “Bassa Padovana Accoglie”)

   Evidente pertanto che l’unica possibile alternativa è (sarebbe) la distribuzione dei profughi sul territorio nazionale con il coinvolgimento dei comuni nell’assistenza, e l’applicazione degli standard e dei controlli previsti dal “Sistema nazionale per richiedenti asilo e rifugiati”. E’ comunque questa, adesso, la volontà politica e amministrativa del nuovo piano messo a punto tra Ministero dell’Interno e Anci Nazionale.

   Se pertanto il Governo (con il consenso dell’Anci nazionale, l’associazione dei comuni…) decidono per andare verso l’accoglienza diffusa, dall’altra lo stesso governo, per parte sempre del Ministro dell’Interno (Minniti), con il capo della Polizia Gabrielli, hanno annunciato, alla fine dell’anno (pertanto poco prima dell’episodio di Cona) il rilancio dei Centri di identificazione ed espulsione (CIE), uno per regione, che dovranno arrivare in tutto alla capienza di 1600 posti complessivi. La ripresa dei CIE (Centri di espulsione) denota un atteggiamento più duro “a prescindere” verso ogni forma di migrazione (di profughi da guerre o economici) (non che i CDA non ammettano l’espulsione, più del 60% non vengono accolti, ma il discorso diventa “più duro”, si guarda ancora meno il motivo della migrazione…). E’ anche così (e dalle dichiarazioni che vengono fatte) che lo sviluppo dei CIE fa percepire l’idea che si crei UN COLLEGAMENTO TRA IMMIGRAZIONE IRREGOLARE, ILLEGALITÀ E TERRORISMO.

da Ansa
da Ansa

   Cose invece del tutto separate (immigrazione e terrorismo), ma che certamente esistono nella percezione popolare, in quella dei gruppi politici e culturali che cavalcano la cosa (appunto: immigrazione uguale terrorismo), e ora pare che ci sia un adeguarsi “governativo” (elettorale?) a questa percezione di immigrazione che causa terrorismo. Infatti il Ministro dell’interno e il Capo della polizia, parlano, in questo contesto, si voler raddoppiare le espulsioni: dalle attuali 5mila all’anno a 10mila, forse a 20mila (su che base oggettiva si stabiliscono precedentemente queste cifre?…).

   Un inasprimento sul fenomeno migratorio è dato sicuramente da paura, dal rischio di non riuscire a controllare lo stesso fenomeno; in una situazione nazionale, europea, mediorientale, africana… globale… caotica (a dir poco).

Dentro il CPA di Cona
Dentro il CPA di Cona

   Che dire? Si va così che da episodi di solidarietà estrema (i salvataggi in mare, il volontariato mobilitato…), ad altri di linea dura anche quando non serve, non ha ragione di esserci (migranti a volte integrati, che parlano italiano, che si vedono respingere la domanda di permesso di soggiorno…). E situazioni di contrasto create da chi cavalca la situazione (e le preoccupazioni, sincere, dell’opinione pubblica), proponendo soluzioni drastiche (muri, espulsioni, abbandono dei salvataggi in mare…).

   Contesti (le migrazioni dall’Africa in particolare) che richiederebbero autorevolezza, fermezza, ma anche ragionevolezza, comprensione, solidarietà. Nella trattazione complessiva del problema dei migranti da sud a nord ci sono situazioni complesse che avrebbero (hanno) bisogno di risposte concrete e vere. Ad esempio: a) creare corridoi umanitari e punti di raccolta sull’altra sponda del Mediterraneo, b) organizzare in modo trasparente le traversate togliendo spazio ai trafficanti, c) concedere permessi di soggiorno temporanei (anche per cercare lavoro, evitando richieste di asilo improprie), d) rimpatri volontari assistiti; e) verificare, in piccole strutture decentrate, le specifiche richieste e i requisiti in tempi celeri (non i quasi due anni attuali, attuando anche ricerche su identità e provenienza degli immigrati), f) produrre l’immenso sforzo che serve sul piano globale per dare speranza ai paesi di origine…. Tutte cose che poco si fanno, e si rischia di tappare i buchi, un poco con umanità, un poco con disumanità, tanto con incertezza e disagio. (s.m.)

………………………..

LA VITA NEI CENTRI DI ACCOGLIENZA

AMMUCCHIATI AL GELO COME BESTIE MENTRE ALTRI CI GUADAGNANO MILIONI

di Gian Antonio Stella, da “il Corriere della Sera” del 3/1/2017

– La testimonianza di un giornalista del Corriere del Veneto “infiltrato” nella struttura di Cona: «Uomini di Paesi, culture e religioni diverse, stipati come polli dentro stanze disadorne, possono trasformare quel posto in una bomba a orologeria» – Continua a leggere

GRANDI OPERE IN CRISI: il caso della “Superstrada Pedemontana Veneta” – La NUOVA POLITICA GOVERNATIVA DELLE OPERE SALVA-VITA, come la DIFESA DEL SUOLO e la MESSA IN SICUREZZA DEGLI EDIFICI – Non si finanziano più opere inutili – LE POSSIBILITÀ DATE DAL “PROJECT REVIEW”

L’AUTOSTRADA A3 (meglio conosciuta come la “SALERNO – REGGIO CALABRIA”, ora chiamata “AUTOSTRADA DEL MEDITERRANEO” è stata completata nel dicembre 2016 grazie alla nuova procedura del PROJECT REVIEW. Sugli ultimi 58 chilometri da ammodernare (sul totale di 443) sono stati accantonati i progetti 2014 che prevedevano costose tratte in variante. E al loro posto si è fatto un piano pluriennale di manutenzione straordinaria del tracciato esistente. E’ così che la “Salerno - Reggio Calabria” è finita grazie alla radicale operazione di "PROJECT REVIEW". – Che cos’è il PROJECT REVIEW? il NUOVO CODICE DEGLI APPALTI, SERVIZI E FORNITURE PUBBLICHE, pubblicato il 19 aprile 2016 in Gazzetta Ufficiale con il Decreto Legislativo n. 50 (che recepisce anche tre nuove direttive europee, 2014/23/UE, 2014/24/UE e 2014/25/UE, PREVEDE LA cosiddetta PROJECT REVIEW, disposizione approvata per poter rivedere le opere non ancora avviate ma già decise con le procedure della legge obiettivo (legge obiettivo che il codice appalti cancella). Sul totale della lista delle opere della Legge obiettivo, ben 190, per un costo complessivo di 145 miliardi, sono state approvate con progetto preliminare, progetto definitivo o con il quadro economico e finanziario. E sarà necessario intervenire per selezionare, ridimensionare e cancellare una buona parte di queste opere, e per questo è utile lo strumento della PROJECT REVIEW
L’AUTOSTRADA A3 (meglio conosciuta come la “SALERNO – REGGIO CALABRIA”, ora chiamata “AUTOSTRADA DEL MEDITERRANEO” è stata completata nel dicembre 2016 grazie alla nuova procedura del PROJECT REVIEW. Sugli ultimi 58 chilometri da ammodernare (sul totale di 443) sono stati accantonati i progetti 2014 che prevedevano costose tratte in variante. E al loro posto si è fatto un piano pluriennale di manutenzione straordinaria del tracciato esistente. E’ così che la “Salerno – Reggio Calabria” è finita grazie alla radicale operazione di “PROJECT REVIEW”. – Che cos’è il PROJECT REVIEW? il NUOVO CODICE DEGLI APPALTI, SERVIZI E FORNITURE PUBBLICHE, pubblicato il 19 aprile 2016 in Gazzetta Ufficiale con il Decreto Legislativo n. 50 (che recepisce anche tre nuove direttive europee, 2014/23/UE, 2014/24/UE e 2014/25/UE, PREVEDE LA cosiddetta PROJECT REVIEW, disposizione approvata per poter rivedere le opere non ancora avviate ma già decise con le procedure della legge obiettivo (legge obiettivo che il codice appalti cancella). Sul totale della lista delle opere della Legge obiettivo, ben 190, per un costo complessivo di 145 miliardi, sono state approvate con progetto preliminare, progetto definitivo o con il quadro economico e finanziario. E sarà necessario intervenire per selezionare, ridimensionare e cancellare una buona parte di queste opere, e per questo è utile lo strumento della PROJECT REVIEW

   Tra i tanti cantieri incompiuti di Grandi Opere irrealizzate, ce n’è uno in Veneto che suscita sgomento e dolore, per lo scempio ambientale fin qui perpetrato e che rischia di rimanere tale per sempre. Parliamo della “Superstrada Pedemontana Veneta” (SPV): 95 chilometri nell’area pedemontana tra le province di Vicenza e Treviso per un’opera “in project financing” (cioè che doveva essere finanziata da privati in cambio della concessione quarantennale), e che è ora “al palo”: cioè, esaurita la parte di finanziamento pubblico, il “privato” non riesce a raccogliere (dalle banche, dal sistema finanziario…) il miliardo e mezzo di euro necessario per completare l’opera (ora si dice che è realizzata al 30%, ma a noi sembra molto meno), perché nessuno finanzia un progetto fallimentare (i flussi di traffico finora fatti erano gonfiati per far vedere che la realizzazione della SPV era appettibile…).

SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA: 95 chilometri nell’area pedemontana tra le province di Vicenza e Treviso per un’opera “in project financing” (cioè che doveva essere finanziata da privati in cambio della concessione quarantennale), e che è ora “al palo”: cioè, esaurita la parte di finanziamento pubblico, il “privato” non riesce a raccogliere (dalle banche, dal sistema finanziario…) il miliardo e seicento milioni di euro necessari per completare l’opera
SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA: 95 chilometri nell’area pedemontana tra le province di Vicenza e Treviso per un’opera “in project financing” (cioè che doveva essere finanziata da privati in cambio della concessione quarantennale), e che è ora “al palo”: cioè, esaurita la parte di finanziamento pubblico, il “privato” non riesce a raccogliere (dalle banche, dal sistema finanziario…) il miliardo e seicento milioni di euro necessari per completare l’opera

   E, sperando che come sempre accaduto lo Stato mandasse soldi a pioggia per finire la SPV, questa speranza è andata delusa (finalmente! …il ministro preposto Delrio ha detto che lo Stato ha finito di essere un bancomat!). Ve ne diamo conto degli ultimi sviluppi negli articoli della stampa veneta che proponiamo in questo post, assai interessanti perché riguardano un nuovo modo di pensare il territorio, quelle che sono le esigenze vere di “messa in opera”, di “artificio umano” realizzabile. Che non può più essere quello di dirottare immani risorse di tutti su progetti inutili, sacrificando inutilmente il territorio, l’ambiente, e invece virtuosamente concentrare ogni sforzo nell’intervento pubblico per opere veramente necessarie.

IL VIADOTTO “ITALIA” della SALERNO – REGGIO CALABRIA, tra gli svincoli di Mormanno e Laino Borgo - “(….) Il governo, oltre a selezionare le nuove grandi opere, ha rivoluzionato le REGOLE NELLA VALUTAZIONE DEGLI INVESTIMENTI E NEGLI APPALTI. Obiettivo: più qualità e trasparenza, tempi più rapidi, scelta delle opere in base a valutazioni rigorose, le cosiddette ANALISI COSTI-BENEFICI. «Già, tutte buone intenzioni – dice Claudio Virno, esperto in valutazioni degli investimenti e consulente dell’Ufficio parlamentare di bilancio - ma QUESTO SEMBRA APPLICARSI AI PROGETTI FUTURI, non a quelli in corso per i quali pare che il governo voglia mantenere le vecchie procedure, che di rigoroso non hanno nulla». Sotto esame finiscono importanti opere ferroviarie per l’alta velocità: il Terzo Valico della Milano- Genova, il Tunnel del Brennero, quello del Frejus della Torino-Lione, la Napoli-Bari. «Queste ultime due in particolare – continua Virno – non supererebbero test seri: hanno chiaramente sopravvalutato la domanda, il traffico futuro» (….)”. (Marco Ruffolo, da “la Repubblica” del 10/10/2016
IL VIADOTTO “ITALIA” della SALERNO – REGGIO CALABRIA, tra gli svincoli di Mormanno e Laino Borgo – “(….) Il governo, oltre a selezionare le nuove grandi opere, ha rivoluzionato le REGOLE NELLA VALUTAZIONE DEGLI INVESTIMENTI E NEGLI APPALTI. Obiettivo: più qualità e trasparenza, tempi più rapidi, scelta delle opere in base a valutazioni rigorose, le cosiddette ANALISI COSTI-BENEFICI.
«Già, tutte buone intenzioni – dice Claudio Virno, esperto in valutazioni degli investimenti e consulente dell’Ufficio parlamentare di bilancio – ma QUESTO SEMBRA APPLICARSI AI PROGETTI FUTURI, non a quelli in corso per i quali pare che il governo voglia mantenere le vecchie procedure, che di rigoroso non hanno nulla». Sotto esame finiscono importanti opere ferroviarie per l’alta velocità: il Terzo Valico della Milano- Genova, il Tunnel del Brennero, quello del Frejus della Torino-Lione, la Napoli-Bari. «Queste ultime due in particolare – continua Virno – non supererebbero test seri: hanno chiaramente sopravvalutato la domanda, il traffico futuro» (….)”. (Marco Ruffolo, da “la Repubblica” del 10/10/2016

   E’ pur vero che le grandi opere di collegamento, come l’alta velocità ferroviaria, sono ancora in gran parte finanziate e “volute”, restano nei programmi statali, seppur prive di un serio attuale esame preventivo di verifica se servono o meno (e continuano ad avere a disposizione risorse ingenti).

   I soldi previsti e messi in bilancio per l’Alta velocità ferroviaria, per le varie nuove “superstrade-autostrade”… (per non parlare del fantasma del Ponte sullo Stretto, che appare-scompare a brevi cicli storici…); o per progetti incredibilmente costosi e che si stanno verificando fallimentari nella funzionalità, come la paratìe mobili (progetto MOSE) nella laguna di Venezia che avrebbero il compito di difendere la città lagunare dai fenomeni straordinari (solo quelli) dell’acqua alta, ebbene questa massa enorme di denaro speso e buttato al vento per la maggior parte dei progetti di grandi opere, ora sembra si cominci a capire che così non va.

   Forse, speriamo, sta prendendo piede una nuova filosofia politica (ne va merito al governo degli ultimi due anni) che dice “basta” agli sprechi, e parla per la prima volta della volontà di investire nelle cosiddette OPERE SALVA-VITA, quelle che dovrebbero PREVENIRE alluvioni, frane, crolli di edifici, incidenti ferroviari…. E finora è andata che ci sono state “zero risorse”, o quasi, per queste cose, per interventi come la DIFESA DEL SUOLO o la MESSA IN SICUREZZA DEGLI EDIFICI.

SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA: UNA POSSIBILITA’ CONCRETA DI “PROJECT REVIEW” - TRATTO VICENTINO DELLA SPV, dal sito http://www.difesasaluteterritorio.blogspot.it/ – Il TRATTO DI SUPERSTRADA TRA MONTECCHIO M. E LA VALDASTICO NORD-A31(lungo 31 chilometri, con un GALLERIA da farsi -PRIABONA- di 6 chilometri) costa 750 milioni di euro ma non ha senso poiché esiste già la Valdastico Nord-A31 direttamente collegata all’autostrada A4
SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA: UNA POSSIBILITA’ CONCRETA DI “PROJECT REVIEW” – TRATTO VICENTINO DELLA SPV, dal sito http://www.difesasaluteterritorio.blogspot.it/ – Il TRATTO DI SUPERSTRADA TRA MONTECCHIO M. E LA VALDASTICO NORD-A31(lungo 31 chilometri, con un GALLERIA da farsi -PRIABONA- di 6 chilometri) costa 750 milioni di euro ma non ha senso poiché esiste già la Valdastico Nord-A31 direttamente collegata all’autostrada A4

   «Opere utili, snelle e condivise», è lo slogan del Def 2016 (il “Def”, Documento di Economia e Finanza, è il principale strumento con cui in Italia si programmano l’economia e la finanza pubblica, come spendere i soldi pubblici nell’anno a venire, questo 2017, e anche i seguenti per le opere a costi pluriennali). «Opere utili, snelle e condivise»… MA SARA’ VERO? Alcune grandi opere, ad avviso dei più, inutili e costosissime, pur dimezzate dal novero di quelle prioritarie, sono rimaste, soprattutto quelle ferroviarie del valico appenninico e delle gallerie transalpine, di prolungamento dei corridoi europei, e quelle per l’Alta velocità al Sud. Pertanto è da vedere se una svolta di REVISIONE effettiva ci sarà veramente.

Cantieri della SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA: tratto in trincea, attraversamento dell’Astico, gallerie artificiali Cà Fusa e Carpellina (foto tratta da www.ingegneriverona.it )
Cantieri della SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA: tratto in trincea, attraversamento dell’Astico, gallerie artificiali Cà Fusa e Carpellina (foto tratta da http://www.ingegneriverona.it )

   Un segnale interessante, sul metodo da applicare, può essere dato da quel che è accaduto con l’ultimo cantiere della “Salerno Reggio-Calabria” (la A3), cioè la messa in pratica della cosiddetta PROJECT REVIEW: Che cos’è la project review?

   Il NUOVO CODICE DEGLI APPALTI, SERVIZI E FORNITURE PUBBLICHE, dell’aprile 2016 prevede appunto la cosiddetta PROJECT REVIEW, che è una disposizione approvata per poter rivedere le opere non ancora avviate ma già decise con le procedure della legge obiettivo (legge obiettivo che il codice appalti cancella). Rendere cos’, con il project review, queste opere, spesso sovradimensionate, adatte al tempo presente e futuro, più fattibili e funzionali, meno costose, meno problematiche per l’ambiente in cui si inseriscono.

   Sul totale della lista delle opere della Legge obiettivo, ben 190, per un costo complessivo di 145 miliardi, sono state approvate con progetto preliminare, progetto definitivo o con il quadro economico e finanziario. E sarà necessario intervenire per selezionare, ridimensionare e cancellare una buona parte di queste opere, e per questo è utile lo strumento della PROJECT REVIEW. E ad esempio sulla “Salerno – Reggio Calabria” finalmente nel dicembre (2016) si sono terminati i lavori (ora si chiama “Autostrada del Mediterraneo”), sugli ultimi 58 chilometri da ammodernare (sul totale di 443), e sono stati accantonati i progetti 2014 che prevedevano costose tratte in variante. E al loro posto si è fatto un piano pluriennale di manutenzione straordinaria del tracciato esistente. E’ così che la “Salerno – Reggio Calabria” è finita grazie alla radicale operazione di “PROJECT REVIEW”.

SPV, UNO DEI TANTI TRATTI RIMASTI INCOMPIUTI
SPV, UNO DEI TANTI TRATTI RIMASTI INCOMPIUTI

   Tornando all’incipit delle «Opere utili, snelle e condivise» come slogan del Def 2016, viene data per la prima volta certezza di risorse pluriennali al riassetto idrogeologico, all’edilizia scolastica e alla manutenzione stradale e ferroviaria. Così il governo sembra voler dare una risposta a due grandi obiettivi: da una parte collegare l’Italia, dall’altra metterla in sicurezza.

   Dei 4,3 miliardi di euro di sforamento del patto di stabilità concessi da Bruxelles nel bilancio di previsione per il 2017 per finanziare le opere pubbliche, la parte del leone (circa la metà) la fanno TRASPORTI e BANDA LARGA per velocizzare Internet, mentre solo il 5% va alla protezione ambientale. Se poi restringiamo il campo ai progetti effettivamente in corso (2,6 miliardi) quasi il 40% va alle reti transeuropee con dentro i famosi corridoi ferroviari.    Pertanto niente di entusiasmante. Qualcosa comunque c’è come fondi per i cantieri minori e spesso più urgenti. L’Ance calcola in 900 milioni la disponibilità 2016 per l’edilizia scolastica e in 800 quella contro il rischio idrogeologico. C’è chi fa notare però che bisognerebbe concentrarsi quasi esclusivamente sul quel tipo di infrastrutture, di opere, le “opere salva-vita”, perché rispetto alle “opere di collegamento” presentano carenze infinitamente maggiori, e assoluta urgenza.

   E poi c’è tutto il capitolo della DIFESA DEL SUOLO e alla impari lotta contro le catastrofi. Nei primi quindici anni del nuovo millennio abbiamo avuto ben DUEMILA CASI DI ALLUVIONI che hanno spezzato 293 vite umane e provocato danni per 3 miliardi e mezzo di euro l’anno. Dall’altro, l’impegno dello Stato per il riassetto idrogeologico che non è andato oltre i 400 milioni annui.

LE PARATIE MOBILI DEL MOSE NELLA LAGUNA VENEZIANA - “(…) 221 i milioni che mancano all’appello per il completamento del MOSE. Una goccia nel mare dei 5 miliardi e mezzo della grande opera. Il costo finale del sistema Mose è dunque quantificato in 5493,15 milioni di euro. Gestione e manutenzione escluse (almeno 80 milioni l’anno). Basteranno gli ultimi 221 milioni a completare la grande e discussa opera nei tempi previsti, cioè entro il luglio del 2018? I dubbi sono tanti. Anche perché restano sull’opera molte incognite tecniche. Come la tenuta delle cerniere e dei loro materiali, la subsidenza, i detriti.(…)” (Alberto Vitucci, “la Nuova Venezia” del 29/12/2016)
LE PARATIE MOBILI DEL MOSE NELLA LAGUNA VENEZIANA – “(…) 221 i milioni che mancano all’appello per il completamento del MOSE. Una goccia nel mare dei 5 miliardi e mezzo della grande opera. Il costo finale del sistema Mose è dunque quantificato in 5493,15 milioni di euro. Gestione e manutenzione escluse (almeno 80 milioni l’anno). Basteranno gli ultimi 221 milioni a completare la grande e discussa opera nei tempi previsti, cioè entro il luglio del 2018? I dubbi sono tanti. Anche perché restano sull’opera molte incognite tecniche. Come la tenuta delle cerniere e dei loro materiali, la subsidenza, i detriti.(…)” (Alberto Vitucci, “la Nuova Venezia” del 29/12/2016)

   Parassitismi, interessi contrari alla collettività, scandiscono ancora purtroppo i tempi del rifiuto ad abbandonare la logica di “grandi opere” non verificate nella loro utilità; e per quel che serve veramente i tempi e i finanziamenti delle opere saranno ancora difficili e lenti (mentre torrenti e frane non aspettano).

Rinunciare coraggiosamente ad alcune “grandi opere” (o applicare drastici project review) per dare più spazio alle infrastrutture salva-vita, è necessità vitale per guardare al futuro con più speranza. (s.m.)

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GRANDI OPERE, QUALI OPPORTUNITÀ E QUALI RISCHI

di ANNA DONATI, 30/12/2016, da SBILANCIAMOCI-INFO

(http://sbilanciamoci.info/ )

– I fatti dimostrano che le “grandi opere” solo occasionalmente producono utilità sociale. Un convegno della Fondazione Basso e della Fondazione Culturale Responsabilità Etica – Continua a leggere

LA MATTANZA SIRIANA e GLI OCCHI CHIUSI DELL’OCCIDENTE – CHE NE SARÀ del MEDIO ORIENTE dei prossimi anni (con il mondo governato da Putin, Trump, la Cina, senza Onu e Europa)? Sarà meglio, peggio? – CON CHI STARE? SOLO CON I CIVILI (ora in fuga, arrivati anche in Europa e di fatto respinti)

ALEPPO, un tempo fiorente, oggi in macerie - “I siriani, da qualunque parte si trovino, sono ostaggio della guerra. Nella PESTE di ALBERT CAMUS, uno dei personaggi afferma: «Sulla terra ci sono flagelli e vittime, e bisogna, per quanto è possibile, rifiutarsi di essere con il flagello». Ai siriani, dall'inizio di questo conflitto, stritolati tra jihadisti, lealisti e milizie straniere, non è stata concessa neppure questa scelta” (Alberto Negri, da “il Sole 24ore” del 27/12/2016)
ALEPPO, un tempo fiorente, oggi in macerie – “I siriani, da qualunque parte si trovino, sono ostaggio della guerra. Nella PESTE di ALBERT CAMUS, uno dei personaggi afferma: «Sulla terra ci sono flagelli e vittime, e bisogna, per quanto è possibile, rifiutarsi di essere con il flagello». Ai siriani, dall’inizio di questo conflitto, stritolati tra jihadisti, lealisti e milizie straniere, non è stata concessa neppure questa scelta” (Alberto Negri, da “il Sole 24ore” del 27/12/2016)

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CAPODANNO DI SANGUE E DI TERRORE IN TURCHIA - Un aggressore, armato di kalashnikov e vestito da Babbo Natale, ha aperto il fuoco contro oltre 600 persone in un NIGHT CLUB di ISTANBUL, nella zona europea. Il bilancio provvisorio è di 39 PERSONE UCCISE e oltre 70 i feriti. L'aggressore sarebbe entrato nel 'REINA' e avrebbe aperto il fuoco a caso sulla folla. Il locale, notissimo, si trova nel QUARTIERE DI BESIKTAS, nella zona "europea" della città, ed è frequentato dalla parte benestante della popolazione
CAPODANNO DI SANGUE E DI TERRORE IN TURCHIA – Un aggressore, armato di kalashnikov e vestito da Babbo Natale, ha aperto il fuoco contro oltre 600 persone in un NIGHT CLUB di ISTANBUL, nella zona europea. Il bilancio provvisorio è di 39 PERSONE UCCISE e oltre 70 i feriti. L’aggressore sarebbe entrato nel ‘REINA’ e avrebbe aperto il fuoco a caso sulla folla. Il locale, notissimo, si trova nel QUARTIERE DI BESIKTAS, nella zona “europea” della città, ed è frequentato dalla parte benestante della popolazione

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SIRIA - Immagini di bombardamenti sui villaggi di AL-FU’AH e KEFRAYA, villaggi a maggioranza sciita (sulla predominante area sunnita) situati a nord della città di IDLIB
SIRIA – Immagini di bombardamenti sui villaggi di AL-FU’AH e KEFRAYA, villaggi a maggioranza sciita (sulla predominante area sunnita) situati a nord della città di IDLIB

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   Il 2016 resterà nella storia (almeno quella della crisi mediorientale) come l’anno della mattanza di Aleppo. La battaglia è iniziata ben prima del 2016: è durata in tutto 53 mesi, dal 19 luglio 2012 al 22 dicembre scorso; e ha prodotto una carneficina con decine di migliaia di morti.

   E’ stata una guerra crudelissima e l’opinione pubblica internazionale (anche noi) si è dimostrata distratta, insensibile, impotente (…l’incapacità nostra di incidere in qualche modo, l’attenzione rivolta alla “nostra” crisi economica, ad altri problemi…)

   Per la guerra in Siria cifre esatte non ce ne sono, ma secondo le stime più attendibili i morti si aggirano sui 500mila, mentre sfollati e profughi sono 5 milioni. Cifre che lasciano attoniti.

Tra le macerie bambini raccolgono pezzi di legno tra le rovine delle case bombardate in un sobborgo di Damasco: serviranno a cucinare e a scaldarsi (Atp, da “il Corriere della Sera” del 31/12/2016)
Tra le macerie bambini raccolgono pezzi di legno tra le rovine delle case bombardate in un sobborgo di Damasco: serviranno a cucinare e a scaldarsi (Atp, da “il Corriere della Sera” del 31/12/2016)

   La Russia, vincitrice anche da un punto di vista internazionale del conflitto interno siriano, assieme a Turchia e Iran (i curdi che si sono sacrificati più di tutte le parti in causa contro l’Isis, non fanno parte del novero dei tre vincitori che decideranno le condizioni di una eventuale pace…), i russi in questa guerra siriana hanno potuto testare nuovi sistemi d’arma e hanno consolidato la loro presenza nel Paese (il punto rilevante della loro presenza fisica in Siria è l’aeroporto di Hmeymim, lì c’è la base del contingente dell’aeronautica russa, vicino a LATAKIA, città della Siria nord-occidentale, a 30 chilometri dal Mar Mediterraneo).

IDLIB e LATAKIA, la parte nord della SIRIA, confine con la TURCHIA
IDLIB e LATAKIA, la parte nord della SIRIA, confine con la TURCHIA

   I ribelli (dati sia da truppe che si sono separate da Assad – l’FSA: il colonnello Riad al-Asaad nel luglio del 2011 tradì l’esercito di Assad per fondare il Free Syrian Army -, che da terroristi islamici dell’Isis e di al Qaeda), i ribelli hanno a loro volta combattuto con crudeltà (tra gli esempi che vengono fatti c’è quello che riempivano con dinamite e chiodi bombole del gas per poi lanciarle con rudimentali catapulte, hanno usato violenze di tutti i tipi sulla popolazione…). E poi ci sono state le bombe al cloro sganciate dagli elicotteri di Assad (il cloro, più pesante dell’aria, scende ed entra nelle cantine dove vanno a rifugiarsi i civili, e fa strage di donne, bambini, anziani, tutti…). Insomma una guerra cruenta e crudele (tra bombardamenti tecnologici e metodi più primitivi ma lo stesso sanguinari).

   Ma con la “riconquista di Aleppo” (in particolare la parte Est fino ai primi di dicembre in mano ai ribelli anti Assad) da parte delle truppe filo-governative (in particolare sotto l’azione dell’aviazione russa e della Turchia, e sul campo vero e proprio di battaglia dei filo-iraniani e dei curdi..), con la fine della guerra ad Aleppo è possibile che il conflitto si sposti verso sud-ovest. Cioè che la prossima città siriana che presumibilmente subirà il «trattamento russo» e tutto il resto, sarà IDLIB dove hanno trovato rifugio gli jihadisti in fuga da Aleppo e che è considerata la capitale non già dell’Isis (quella, in territorio siriano, è RAQQA) bensì della più storica al Qaeda, cioè degli integralisti islamici presenti in forze nel conflitto da prima che, nel 2014, venissero allo scoperto i seguaci di Abu Bakr al-Baghdadi, leader dell’Isis.

LE QUATTRO PARTI DEL KURDISTAN sono: BAKUR (Kurdistan del nord, cioè Kurdistan turco), BASHUR (Kurdistan del sud cioè Kurdistan iracheno), ROJAVA (Kurdistan dell’ovest, cioè Kurdistan siriano), ROJHELAT (Kurdistan dell’est cioè Kurdistan iraniano) - … Ma la guerra in Siria non è finita, anzi. Con la Turchia impegnata a massacrare i KURDI e a demolire le autonomie del ROJAVA ai suoi confini, e con l’Isis che resta forte a Idlib e Raqqa. Dove affluiscono tutti i jihadisti scampati da Aleppo e quelli in fuga dall’Iraq.(…) (Tommaso Di Francesco, “IL MANIFESTO” del 15/12/2016)
LE QUATTRO PARTI DEL KURDISTAN sono: BAKUR (Kurdistan del nord, cioè Kurdistan turco), BASHUR (Kurdistan del sud cioè Kurdistan iracheno), ROJAVA (Kurdistan dell’ovest, cioè Kurdistan siriano), ROJHELAT (Kurdistan dell’est cioè Kurdistan iraniano) – … Ma la guerra in Siria non è finita, anzi. Con la Turchia impegnata a massacrare i KURDI e a demolire le autonomie del ROJAVA ai suoi confini, e con l’Isis che resta forte a Idlib e Raqqa. Dove affluiscono tutti i jihadisti scampati da Aleppo e quelli in fuga dall’Iraq.(…) (Tommaso Di Francesco, “IL MANIFESTO” del 15/12/2016)

   Già adesso, sia i ribelli siriani oppositori di Assad (il Free Syrian Army, cui dicevamo prima), e dall’altra i sunniti armati di Idlib, stanno mettendo sotto assedio i villaggi sciiti di FUAA e KEFRAYA cercando di impedirne l’evacuazione. E qui sta uno dei punti centrali di questa crisi: la presenza sul campo di battaglia di gruppi armati islamisti al momento persino più forti e feroci di quelli riconducibili a Daesh (cioè all’Isis).

   Ma su tutto in questo momento le maggiori parti in causa (Russia, Turchia, Iran) sperano in una tregua che permetta loro di trovare una pacificazione in modo da spartirsi le più importanti aree geografiche del Paese. Un piano di spartizione senza i sauditi, e con gli americani fuori gioco.

Caccia bombardieri russi, all’aeroporto di HMEYMIM, la BASE DEL CONTINGENTE DELL’AERONAUTICA RUSSA in SIRIA, vicino a LATAKIA (città della Siria nord-occidentale, a 30 chilometri dal Mar Mediterraneo). 500 mila i morti causati dalla guerra civile siriana cominciata nel 2012, 5 milioni gli sfollati e rifugiati, 98 le formazioni armate, 195 miliardi di dollari il costo stimato per avviare la ricostruzione
Caccia bombardieri russi, all’aeroporto di HMEYMIM, la BASE DEL CONTINGENTE DELL’AERONAUTICA RUSSA in SIRIA, vicino a LATAKIA (città della Siria nord-occidentale, a 30 chilometri dal Mar Mediterraneo). 500 mila i morti causati dalla guerra civile siriana cominciata nel 2012, 5 milioni gli sfollati e rifugiati, 98 le formazioni armate, 195 miliardi di dollari il costo stimato per avviare la ricostruzione

   E’ da questo che la Russia ha proposto di tenere per la Siria una «conferenza di pace» ad ASTANA, capitale del Kazakhstan, nella seconda metà di gennaio, subito dopo l’ingresso di Donald Trump alla Casa Bianca.

   Si capisce che il grande vincitore della guerra siriana, nel contesto internazionale, è il leader russo Vladimiri Putin, in grado ora di imporre una “pax” russa. Un punto di disaccordo tra i vincitori potrà essere il mantenimento o meno dell’attuale Presidente siriano. Tuttavia le obiezioni della Turchia, nemica acerrima di Assad, sono destinate a cadere di fronte alle concessioni che Mosca farà ad Ankara: mano libera nel fermare militarmente i curdi nel nord della Siria, e il permesso di controllare e gestire l’intero nord del Paese, dove le truppe di Ankara sono già presenti. In ogni caso e prioritariamente, per BLOCCARE LA NASCITA DEL ROJAVA, cioè IL KURDISTAN DELL’OVEST. Pertanto chi esce peggio dalla proposta di pace sono i curdi e il loro sogno di un Kurdistan siriano, appunto il ROJAVA.

   Il nord assegnato alla Turchia, e la permanenza di Assad per qualche anno a Damasco, farà sì che Russia e Iran resteranno i grandi protettori di Damasco. Con l’Iraq lasciato agli Usa (qui vincitori), e la Siria nelle mani di Mosca, l’Iran otterrebbe il vantaggio di mantenere, dopo Assad, un Presidente alawita a Damasco, più vicino dunque agli sciiti, senza far cadere la capitale siriana in mani sunnite (oltre a tenere aperto il CORRIDOIO CHE COLLEGA TEHERAN A BEIRUT permettendo così il passaggio di armi agli Hezbollah nel Libano).

AL-FU’AH e KEFRAYA sono villaggi a maggioranza sciita, della predominante area sunnita, A NORD DELLA CITTÀ DI IDLIB, sotto assedio dai combattenti di al-Nusra e affiliati
AL-FU’AH e KEFRAYA sono villaggi a maggioranza sciita, della predominante area sunnita, A NORD DELLA CITTÀ DI IDLIB, sotto assedio dai combattenti di al-Nusra e affiliati

Con chi stare in questo caos mediorientale sanguinoso, complicato, con cattivi auspici anche per il futuro? Si può stare solo con i civili, il popolo siriano (fatto di persone… bambini, donne, anziani, uomini inermi…) in fuga in milioni, e in centinaia di migliaia arrivati nel cuore dell’Europa e sostanzialmente da noi respinti. (s.m.)

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SIRIA, E LE SUE PRINCIPALI SITTA' - PERCHÉ IL NUOVO MEDIO ORIENTE (DI PUTIN E FORSE TRUMP) È PEGGIO DEL VECCHIO - (…) Dopo la doccia di illusioni generate dalle «primavere arabe», dopo la crescita di Isis e delle follie jihadiste dalle macerie delle dittature mediorientali, è ormai molto tempo che noi occidentali siamo diventati cinicamente realisti nel vedere «gli arabi» che si combattono nelle loro strade. «Erano meglio Gheddafi, Saddam, Mubarak, è meglio che ora rimanga in sella in Siria Bashar. «Meglio i loro Stati di polizia, meglio la censura al caos», si sente ripetere sempre più spesso. Adesso poi che Trump si accorderà con Putin sulla Siria e ha già detto che per lui Bashar può restare, perché prendersela tanto? Ebbene, pur sfidando le opinioni più diffuse, lasciateci ancora una volta sottolineare un paio di punti. 1- La parte di Aleppo tenuta dalle milizie ribelli oggi è caduta grazie all’intervento determinante di Mosca e Teheran. Senza i raid dell’aviazione russa e la presenza delle milizie sciite pro-iraniane, con l’Hezbollah libanese in testa, il regime di Damasco sarebbe fallito già da oltre un anno. 2- È stata inoltre la repressione brutale del regime contro le rivolte, che al momento del loro scoppio nel 2011 erano sostanzialmente pacifiche, a innescare la violenza senza limiti anche contro i civili. Fu la Nomenklatura degli Assad a volere la liberazione dalle carceri militari dei prigionieri jihadisti, che a loro volta diventarono i militanti locali di Isis. In questo modo venne criminalizzato il nemico ed evitato l’intervento americano. (…..) Il nuovo Medio Oriente di Putin e (forse) Trump sembra persino peggiore di quello vecchio. (Lorenzo Cremonesi, da “il Corriere della Sera” del 29/11/2016)
SIRIA, E LE SUE PRINCIPALI SITTA’ – PERCHÉ IL NUOVO MEDIO ORIENTE (DI PUTIN E FORSE TRUMP) È PEGGIO DEL VECCHIO – (…) Dopo la doccia di illusioni generate dalle «primavere arabe», dopo la crescita di Isis e delle follie jihadiste dalle macerie delle dittature mediorientali, è ormai molto tempo che noi occidentali siamo diventati cinicamente realisti nel vedere «gli arabi» che si combattono nelle loro strade. «Erano meglio Gheddafi, Saddam, Mubarak, è meglio che ora rimanga in sella in Siria Bashar. «Meglio i loro Stati di polizia, meglio la censura al caos», si sente ripetere sempre più spesso. Adesso poi che Trump si accorderà con Putin sulla Siria e ha già detto che per lui Bashar può restare, perché prendersela tanto? Ebbene, pur sfidando le opinioni più diffuse, lasciateci ancora una volta sottolineare un paio di punti. 1- La parte di Aleppo tenuta dalle milizie ribelli oggi è caduta grazie all’intervento determinante di Mosca e Teheran. Senza i raid dell’aviazione russa e la presenza delle milizie sciite pro-iraniane, con l’Hezbollah libanese in testa, il regime di Damasco sarebbe fallito già da oltre un anno. 2- È stata inoltre la repressione brutale del regime contro le rivolte, che al momento del loro scoppio nel 2011 erano sostanzialmente pacifiche, a innescare la violenza senza limiti anche contro i civili. Fu la Nomenklatura degli Assad a volere la liberazione dalle carceri militari dei prigionieri jihadisti, che a loro volta diventarono i militanti locali di Isis. In questo modo venne criminalizzato il nemico ed evitato l’intervento americano. (…..) Il nuovo Medio Oriente di Putin e (forse) Trump sembra persino peggiore di quello vecchio. (Lorenzo Cremonesi, da “il Corriere della Sera” del 29/11/2016)

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LE DEBOLEZZE CONGENITE DELLA «PAX RUSSA» IN SIRIA

di Ugo Tramballi, da “il Sole 24ore” del 3/1/2017

– I problemi arriveranno nel momento del disimpegno militare: Putin capirà di aver ignorato la maggioranza sunnita della regione –

   C’era un’epoca, poco tempo fa, nella quale la Russia trattava con tutti in Medio Oriente. La diplomazia americana era incagliata nel politicamente corretto imposto da troppe lobbies attorno al Campidoglio.

   Quella di Putin intratteneva relazioni con Hamas ed Hezbollah, senza che venissero meno quelle con Israele; i suoi rapporti con l’Iran non le impedivano di averne con l’Arabia Saudita. Aveva difeso fino all’ultimo Gheddafi, senza perdere un posto in prima fila nel futuro della Libia.

   Mentre Bush e poi Obama non sapevano come uscirne, dallo scisma fra sciiti e sunniti la Russia restava abilmente distante, dopo l’esperienza cecena. Quell’epoca è finita. Continua a leggere

IL RACCONTO DI NATALE: dal DON CHISCIOTTE di MIGUEL DE CERVANTES – SIAMO TUTTI DON CHISCIOTTE: Cervantes, morto 400 anni fa, ha dato vita a un visionario contemporaneo: chi, ogni giorno, ha una battaglia da perdere, trasformando il quotidiano in epica, e con il sogno di andare oltre l’impossibile

MIGUEL DE CERVANTES: 400 ANNI DALLA MORTE DEL GRANDE SCRITTORE (avvenuta il 23 aprile 2016). DON CHISCIOTTE è uno dei testi più famosi al mondo, tradotto in ogni lingua, oggetto di centinaia di trasposizioni teatrali e cinematografiche e motivo di ispirazione per migliaia di artisti (pittori, scultori, coreografi) sparsi in ogni paese
MIGUEL DE CERVANTES: 400 ANNI DALLA MORTE DEL GRANDE SCRITTORE (avvenuta il 23 aprile 2016). DON CHISCIOTTE è uno dei testi più famosi al mondo, tradotto in ogni lingua, oggetto di centinaia di trasposizioni teatrali e cinematografiche e motivo di ispirazione per migliaia di artisti (pittori, scultori, coreografi) sparsi in ogni paese

   Da questo blog geografico, Vi proponiamo, per il Natale 2016 (come facciamo ogni fine anno) dei brani di lettura a nostro avviso da riprendere in mano, da recuperare (oppure da “prendere possesso” se non lo si è mai fatto). E stavolta ci siamo un po’ dedicati al Don Chisciotte di Miguel De Cervantes.

   Don Chisciotte della Mancia è considerato il primo romanzo della storia della letteratura occidentale. Il libro, diviso in due parti, narra le vicende del cavaliere errante, Don Chisciotte, e del suo scudiero, Sancio Panza. La trama del romanzo si impernia attorno ai due personaggi, entrambi inscindibili e centrali.

   Tutto prende avvio dalla follia di un possidente, un piccolo proprietario, Alonso Chisciano, un cavaliere con non troppi averi. E Alonso, dopo aver letto moltissimi libri sulla cavalleria errante, celebri e meno celebri, si è identificato con quel mondo, farneticando in se una realtà fatta di cavalieri e dame, e regole, che intende follemente applicare alla sua vita. Ma ciascuno di chi qui legge ben conosce la vicenda di Don Chisciotte.

   Quel che conta, lasciandovi alla lettura di brani del Don Chisciotte e ad alcune interpretazioni contemporanee sulla figura di questo personaggio (e del suo autore-creatore Miguel de Cervantes), quel che conta è il fatto di doverci confrontare, bene o male, con lui, che segna le nostre esistenze, cui ci riflettiamo (in lui) come in uno specchio.

   Sognando di essere Don Chisciotte e contemporaneamente mettendoncela tutta per evitare di esserlo. Non voler essere perdenti (come quasi sempre accade), ma non essendo per niente felici di dover vincere (vincere cosa?)….

   E’ questo personaggio, e questo straordinario libro, qualcosa che esce dall’essere un semplice racconto-romanzo, per diventare, nella lettura piacevole delle sue pagine e avventure (con una scrittura sì tradotta e ammodernata, ma con uno scorrere lessicale di 400 anni fa… nonostante tutto questo la lettura è facile), per diventare, essere, anche un po’ un testo di psicanalisi, e di storia dell’uomo di ogni epoca, e più che mai della nostra personale vita. Per questo condividiamo il moto che, volenti o meno, “SIAMO TUTTI DON CHISCIOTTE”. Buona lettura. Buon Natale. (s.m.)

Madrid, Piazza di Spagna, monumento dedicato a don Chisciotte e Sancio Panza (foto di Alisa Kolobova tratta dal sito www.minube.it/ )
Madrid, Piazza di Spagna, monumento dedicato a don Chisciotte e Sancio Panza (foto di Alisa Kolobova tratta dal sito http://www.minube.it/ )

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All’inizio del suo romanzo, Miguel de Cervantes ci presenta il protagonista, un gentiluomo della Mancia che, totalmente assorbito dalla lettura dei romanzi cavallereschi, finisce con l’impazzire. E con la fantasia si trasforma in cavaliere errante con tanto di armatura, di destriero e di dama alla quale dedicare i propri trionfi. A Don Chisciotte della Mancia non resta pertanto che partire: straordinarie e mirabolanti imprese lo attendono!

DON CHISCIOTTE DIVENTA CAVALIERE ERRANTE

   In un paese della Mancia, di cui non voglio fare il nome, viveva or non è molto uno di quei cavalieri che tengono la lancia nella rastrelliera, un vecchio scudo, un ossuto ronzino e il levriero da caccia. Tre quarti della sua rendita se ne andavano in un piatto più di vacca che di castrato, carne fredda per cena quasi ogni sera, uova e prosciutto il sabato, lenticchie il venerdì e qualche piccioncino di rinforzo alla domenica. A quello che restava davano fondo il tabarro di pettinato e i calzoni di velluto per i dì di festa, con soprascarpe dello stesso velluto, mentre negli altri giorni della settimana provvedeva al suo decoro con lana grezza della migliore. Aveva in casa una governante che passava i quarant’anni e una nipote che non arrivava ai venti, più un garzone per lavorare i campi e far la spesa, che gli sellava il ronzino e maneggiava il potatoio. L’età del nostro cavaliere sfiorava i cinquant’anni; era di corporatura vigorosa, secco, col viso asciutto, amante d’alzarsi presto al mattino e appassionato alla caccia.

Alonso Quixano, non ancora don Chisciotte, nella sua biblioteca tra i romanzi cavallereschi

Bisogna dunque sapere che il detto gentiluomo, nei momenti che stava senza far nulla (che erano i più dell’anno), si dedicava a leggere i libri di cavalleria con tanta passione, con tanto gusto, che arrivò quasi a trascurare l’esercizio della caccia, nonché l’amministrazione della sua proprietà; e arrivò a tanto quella sua folle mania che vendette diverse staia di terra da semina per comprare romanzi cavallereschi da leggere, e in tal modo se ne portò in casa quanti più riuscì a procurarsene.

Insomma, tanto s’immerse nelle sue letture, che passava le nottate a leggere da un crepuscolo all’altro, e le giornate dalla prima all’ultima luce; e così, dal poco dormire e il molto leggere gli s’inaridì il cervello in maniera che perdette il giudizio. La fantasia gli si empì di tutto quello che leggeva nei libri, sia d’incantamenti che di contese, battaglie, sfide, ferite, dichiarazioni, amori, tempeste e altre impossibili assurdità; e gli si ficcò in testa a tal punto che tutta quella macchina d’immaginarie invenzioni che leggeva, fossero verità, che per lui non c’era al mondo altra storia più certa. don-chisciotte_1

Così, con il cervello ormai frastornato, finì col venirgli la più stravagante idea che abbia avuto mai pazzo al mondo, e cioè che per accrescere il proprio nome, e servire la patria, gli parve conveniente e necessario farsi cavaliere errante, e andarsene per il mondo con le sue armi e cavallo, a cercare avventure e a cimentarsi in tutto ciò che aveva letto che i cavalieri erranti si cimentavano, disfacendo ogni specie di torti e esponendosi a situazioni e pericoli da cui, superatili, potesse acquistare onore e fama eterna. E la prima cosa che fece fu ripulire certe armi che erano state dei suoi bisavoli che, prese dalla ruggine e coperte di muffa, stavano da lunghi secoli accantonate e dimenticate in un angolo. Le ripulì e le rassettò come meglio poté. Andò poi a guardare il suo ronzino, e benché avesse più crepature agli zoccoli e più acciacchi del cavallo del Gonnella, che tantum pellis et ossa fuit, gli parve che non gli si potesse comparare neanche il Bucefalo di Alessandro o il Babieca del Cid. Passò quattro giorni ad almanaccare che nome dovesse dargli; perché (come egli diceva a se stesso) non era giusto che il cavallo d’un cavaliere così illustre, ed esso stesso così dotato di intrinseco valore, non avesse un nome famoso; perciò, ne cercava uno che lasciasse intendere ciò che era stato prima di appartenere a cavaliere errante, e quello che era adesso; ed era logico, del resto, che mutando di condizione il padrone, mutasse il nome anche lui, e ne acquistasse uno famoso e sonante, più consono al nuovo ordine e al nuovo esercizio che ormai professava; così, dopo infiniti nomi che formò, cancellò e tolse, aggiunse, disfece e tornò a rifare nella sua mente e nella sua immaginazione, finì col chiamarlo Ronzinante, nome, a parer suo, alto, sonoro e significativo di ciò che era stato ante quando era ronzino, e quello che era ora, primo ed innante a ogni ronzino al mondo. Avendo messo il nome, con tanta soddisfazione, al suo cavallo, volle ora trovarsene uno per sé, e in questo pensiero passò altri otto giorni, finché si risolse a chiamarsi don Chisciotte.

Ma, da buon cavaliere, volle egli aggiungere al suo il nome della sua patria e chiamarsi don Chisciotte della Mancia, e così a parer suo egli veniva a dichiarare apertamente il suo lignaggio e la sua patria, e la onorava, assumendone il soprannome.

Ripulite dunque le armi, battezzato il ronzino e data a se stesso la cresima, si convinse che non gli mancava ormai nient’altro se non cercare una dama di cui innamorarsi: perché un cavaliere errante senza amore è come un albero senza né foglie né frutti o come un corpo senz’anima. Oh, come si rallegrò il nostro buon cavaliere quand’ebbe trovato colei a cui dar nome di sua dama! Ed è che, a quanto si crede, in un paesetto vicino al suo c’era una giovane contadina di aspetto avvenente, di cui un tempo egli era stato innamorato, benché, a quanto è dato di credere, essa non ne seppe mai nulla e non se ne accorse nemmeno. Si chiamava Aldonza Lorenzo: ed è a costei che gli parve bene dare il titolo di signora dei suoi pensieri; e cercandole un nome che non disdicesse molto dal suo, e che si incamminasse a esser quello di una principessa e gran dama, la chiamò Dulcinea del Toboso, perché era nativa del Toboso: nome che gli parve musicale, prezioso e significativo, come tutti gli altri che aveva imposto a se stesso e alle proprie cose.

La copertina della prima parte del libro originario pubblicato nel 1605 - “Fate in modo che, leggendo la vostra storia, il malinconico si senta invitato a ridere, l’allegro lo diventi ancora di più, l’ignorante non se ne stufi, e chi è colto ne apprezzi la trama, il serio non la disprezzi, né il saggio manchi di lodarla.” MIGUEL DE CERVANTES
La copertina della prima parte del libro originario pubblicato nel 1605 – “Fate in modo che, leggendo la vostra storia, il malinconico si senta invitato a ridere, l’allegro lo diventi ancora di più, l’ignorante non se ne stufi, e chi è colto ne apprezzi la trama, il serio non la disprezzi, né il saggio manchi di lodarla.” MIGUEL DE CERVANTES

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IMPERDIBILE L’ASCOLTO DEL “DON CHISCIOTTE” LETTO DA TONI SERVILLO PER RADIOTRE:

La Grande Radio – Ascoltare Don Chisciotte – Radio 3 – Rai  

Voce recitante TONY SERVILLO – Musiche originali di STEFANO BOLLANI

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“WILLIAM SHAKESPEARE e MIGUEL DE CERVANTES, come stremati da un’identica vita titanica, sono MORTI LO STESSO GIORNO, IL 23 APRILE DEL 1616 (pur con 10 e più giorni di differenza, visti i due calendari diversi: in Spagna nel 1616 vigeva il calendario gregoriano, mentre in Inghilterra si seguiva ancora quello giuliano). Con una simmetria che non smette di stupirci, ENTRAMBI CI HANNO LASCIATO UN VERO TESTAMENTO IN MATERIA DI SAGGEZZA. È quello che ci raccontano le ultime pagine del DON CHISCIOTTE, e il monologo di Prospero che chiude LA TEMPESTA. Don Chisciotte morente, che riprende il nome di Alonso Chisciano e rinnega le imprese, non è diverso da Prospero, che consumata la sua vendetta depone arti magiche e potere.(…) Come tutti i grandi messaggi, anche questo punge e consola. Da una parte significa che la saggezza e il risveglio arrivano troppo tardi, e servono solo a morire bene; ma è ugualmente vero, e ricco di significato, che l’essere umano può risvegliarsi prima della morte, quando ancora è dentro la sua vita, non più come ospite ma come padrone.(…) (Emanuele Trevi, “Il Corriere della Sera” del 14/11/2016)
“WILLIAM SHAKESPEARE e MIGUEL DE CERVANTES, come stremati da un’identica vita titanica, sono MORTI LO STESSO GIORNO, IL 23 APRILE DEL 1616 (pur con 10 e più giorni di differenza, visti i due calendari diversi: in Spagna nel 1616 vigeva il calendario gregoriano, mentre in Inghilterra si seguiva ancora quello giuliano). Con una simmetria che non smette di stupirci, ENTRAMBI CI HANNO LASCIATO UN VERO TESTAMENTO IN MATERIA DI SAGGEZZA. È quello che ci raccontano le ultime pagine del DON CHISCIOTTE, e il monologo di Prospero che chiude LA TEMPESTA. Don Chisciotte morente, che riprende il nome di Alonso Chisciano e rinnega le imprese, non è diverso da Prospero, che consumata la sua vendetta depone arti magiche e potere.(…) Come tutti i grandi messaggi, anche questo punge e consola. Da una parte significa che la saggezza e il risveglio arrivano troppo tardi, e servono solo a morire bene; ma è ugualmente vero, e ricco di significato, che l’essere umano può risvegliarsi prima della morte, quando ancora è dentro la sua vita, non più come ospite ma come padrone.(…) (Emanuele Trevi, “Il Corriere della Sera” del 14/11/2016)

Questa è una delle più famose avventure di Don Chisciotte. Il “nobile cavaliere errante” vede da lontano dei mulini a vento, li scambia per giganti e li assale, ma…

DON CHISCIOTTE CONTRO I MULINI A VENTO

CAPITOLO VIII

DEL FORTUNATO COMPIMENTO CHE DIEDE IL VALOROSO DON CHISCIOTTE ALLA SPAVENTEVOLE E NON MAI IMMAGINATA AVVENTURA DEI MULINI DA VENTO CON ALTRI SUCCESSI DEGNI DI GLORIOSA MEMORIA.

Ed ecco intanto scoprirsi da trenta o quaranta mulini da vento, che si trovavano in quella campagna; e tosto che don Chisciotte li vide, disse al suo scudiere: «La fortuna va guidando le cose nostre meglio che noi non oseremmo desiderare. Vedi là, amico Sancio, come si vengono manifestando trenta, o poco più smisurati giganti? Io penso di azzuffarmi con essi, e levandoli di vita cominciare ad arricchirmi colle loro spoglie; perciocché questa è guerra onorata, ed è un servire Iddio il togliere dalla faccia della terra sì trista semente.

– Dove, sono i giganti? disse Sancio Pancia. – Quelli che vedi laggiù, rispose il padrone, con quelle braccia sì lunghe, che taluno d’essi le ha come di due leghe.

– Guardi bene la signoria vostra, soggiunse Sancio, che quelli che colà si discoprono non sono altrimenti giganti, ma mulini da vento, e quelle che le paiono braccia sono le pale delle ruote, che percosse dal vento, fanno girare la macina del mulino.

– Ben si conosce, disse don Chisciotte, che non sei pratico di avventure; quelli sono giganti, e se ne temi, fatti in disparte e mettiti in orazione mentre io vado ad entrar con essi in fiera e disugual tenzone.

Detto questo, diede de’ sproni a Ronzinante, senza badare al suo scudiere, il quale continuava ad avvertirlo che erano mulini da vento e non giganti, quelli che andava ad assaltare. Ma tanto s’era egli fitto in capo che fossero giganti, che non udiva più le parole di Sancio, né per avvicinarsi arrivava a discernere che cosa fossero realmente; anzi gridava a gran voce: «Non fuggite, codarde e vili creature, che un solo è il cavaliere che viene con voi a battaglia.»

In questo levossi un po’ di vento per cui le grandi pale delle ruote cominciarono a moversi; don Chisciotte soggiunse: «Potreste agitar più braccia del gigante Briareo, che me l’avete pur da pagare.» Ciò detto, e raccomandandosi di tutto cuore alla Dulcinea sua signora affinché lo assistesse in quello scontro, ben coperto colla rotella, e posta la lancia in resta, galoppando quanto poteva, investì il primo mulino in cui si incontrò e diede della lancia in una pala. Continua a leggere

Il RAPPORTO BES 2016 (Benessere equo e sostenibile) dell’ISTAT denuncia L’AUMENTO DELLA POVERTA’ e delle DISEGUAGLIANZE (intergenerazionali, tra gruppi sociali, territoriali) – RICONQUISTARE I PERDENTI DELLA CRISI: come fare per garantire a tutti un giusto benessere e superare il degrado urbano

“… siamo poco interessati a ragionare sul destino dei tanti che hanno oltrepassato la soglia verso il basso o di chi va ammassandosi sull’orlo del precipizio. Un po’ come se oltre una certa soglia il destino delle persone ci diventasse indifferente sancendone così l’invisibilità sociale. Eppure i numeri delle povertà sono sempre più eclatanti. … La povertà è un destino che riguarda qualcuno e che può riguardarci tutti ed ognuno, ma non può essere una condanna senza appello, non è questo lo spirito della migliore civiltà europea.” ALDO BONOMI, sociologo (nella foto: MENSA DEI POVERI, da www.blastingnews.com/
“… siamo poco interessati a ragionare sul destino dei tanti che hanno oltrepassato la soglia verso il basso o di chi va ammassandosi sull’orlo del precipizio. Un po’ come se oltre una certa soglia il destino delle persone ci diventasse indifferente sancendone così l’invisibilità sociale. Eppure i numeri delle povertà sono sempre più eclatanti. … La povertà è un destino che riguarda qualcuno e che può riguardarci tutti ed ognuno, ma non può essere una condanna senza appello, non è questo lo spirito della migliore civiltà europea.”
ALDO BONOMI, sociologo (nella foto: MENSA DEI POVERI, da http://www.blastingnews.com/

 

Giunto alla quarta edizione, il RAPPORTO BES (Benessere equo e sostenibile) dell’ISTAT offre un quadro integrato dei principali fenomeni economici, sociali e ambientali che caratterizzano il nostro Paese, attraverso l’analisi di un ampio set di indicatori suddivisi in 12 domini. Questo 12 domini sono:

01. Salute
02. Istruzione e formazione
03. Lavoro e conciliazione dei tempi di vita
04. Benessere economico
05. Relazioni sociali
06. Politica e istituzioni
07. Sicurezza
08. Benessere soggettivo
09. Paesaggio e patrimonio culturale
10. Ambiente
11. Ricerca e innovazione
12. Qualità dei servizi

 

   Il RAPPORTO BES (Benessere Equo e Solidale) 2016 dell’ISTAT (reso pubblico il 14 dicembre scorso) offre un quadro integrato dei principali fenomeni economici, sociali e ambientali che caratterizzano il nostro Paese. E ci fa capire, molto di più dell’assai criticato PIL (prodotto interno lordo), quale è la situazione dell’Italia, cioè se c’è una tendenza positiva da un punto di vista sociale (cioè i poveri diminuiscono), ambientale (la qualità del vivere) o se invece le cose peggiorano. Diciamo subito che le cose non vanno bene.

immagine-copertina-rapporto-bes-istat-2016

   Da un punto di vista del metodo di analisi di questi fenomeni sociali che fanno parte della nostra vita, della nostra Comunità, sembra che ci siano parametri nuovi, più allargati e approfonditi per capire quel che sta accadendo. Infatti quest’anno il “Rapporto Bes” si lega a due importanti novità:

1- l’inclusione degli INDICATORI di benessere equo e sostenibile tra gli strumenti di programmazione e valutazione della politica economica nazionale, come previsto dalla riforma della Legge di bilancio, entrata in vigore nel settembre 2016 (gli indicatori li trovate specificatamente rappresentati qui sopra).

2- l’approvazione da parte delle Nazioni Unite dell’AGENDA 2030 per lo sviluppo sostenibile e dei 17 OBIETTIVI (SDGs, Sustainable Development Goals, nell’acronimo inglese), con i quali vengono delineate a livello mondiale le direttrici dello sviluppo sostenibile dei prossimi anni (vedi qui sotto quali sono i 17 obiettivo dell’Onu). INDICATORI DELL’ONU CHE IL RAPPORTO BES FA PROPRI.

   Bene che l’Istat abbia adottato degli indicatori di sviluppo sostenibile, e inoltre ascoltando i suggerimenti delle Nazioni Unite su obiettivi generali globali.

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infografica-istat

LE TENDENZE DEL BENESSERE EQUO E SOSTENIBILE RISPETTO AL 2008 – Infografica interattiva sul peggioramento e miglioramento di alcuni indicatori del benessere rispetto al 2008

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   E’ così che ci si viene a dare delle linee reali, un po’ più chiare, di programmazione, di “obiettivo”… per capire dove le cose non vanno e trovare soluzioni per migliorarle. Ed è interessante che gli indicatori siano vari ma precisi (dal lavoro alla salute, dall’ambiente di vita alla qualità dei servizi…). E che il tutto abbia una visione allargata al mondo: cioè si guarda a quelli che sono gli obiettivi dell’Onu validi e da tenere in considerazione in ogni parte del pianeta, dell’umanità (esempio: ridurre l’ineguaglianza all’interno di e fra le nazioni, garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo, favorire un uso appropriato dell’ecosistema, promuovere società pacifiche e inclusive, rendere disponibile l’accesso alla giustizia per tutti….. etc.)

   E si viene a sapere che per il nostro Paese (in base a questi indicatori interni e obiettivi generali) le cose non vanno bene: la QUOTA DI PERSONE A RISCHIO DI POVERTÀ È SALITA AL 19,9%, e LA POVERTÀ ASSOLUTA È CRESCIUTA raggiungendo quota 7,6%, pari a 4 MILIONI e 598 MILA PERSONE, a seguito in particolare dell’aggravarsi della condizione delle coppie con figli e delle famiglie di stranieri.

Giovani e lavori precari. LA DISUGUAGLIANZA ITALIANA È COMPOSTA IN PRIMO LUOGO DA UNA GENERAZIONE DIMENTICATA (GLI UNDER 35). AI NOSTRI GIOVANI VA DATA CONCRETAMENTE LA SENSAZIONE CHE DAL GIORNO IN CUI TERMINANO LA SCUOLA ALLA MATTINA IN CUI FINALMENTE TROVANO UN LAVORO LA SOCIETÀ DEGLI ADULTI NON LI PERDE D'OCCHIO (Dario Di Vico, da “il Corriere della Sera” del 14/12/2016)
Giovani e lavori precari. “LA DISUGUAGLIANZA ITALIANA È COMPOSTA IN PRIMO LUOGO DA UNA GENERAZIONE DIMENTICATA (GLI UNDER 35). AI NOSTRI GIOVANI VA DATA CONCRETAMENTE LA SENSAZIONE CHE DAL GIORNO IN CUI TERMINANO LA SCUOLA ALLA MATTINA IN CUI FINALMENTE TROVANO UN LAVORO LA SOCIETÀ DEGLI ADULTI NON LI PERDE D’OCCHIO” (Dario Di Vico, da “il Corriere della Sera” del 14/12/2016)

   C’è un aumento molto forte delle disuguaglianze. Che disuguaglianze? Soprattutto di tre tipi: a) quelle INTERGENERAZIONALI, b) TRA GRUPPI SOCIALI, e c) TERRITORIALI.

   A proposito di queste ultime (le Territoriali) non riguardano solo l’acuirsi della crisi sociale nel SUD d’Italia, ma ci sono aree del Nord che non stanno per niente messe meglio del Mezzogiorno, ad esempio alcune periferie di grandi città. Tra le “diseguaglianze fra generazioni” queste in particolare riguardano il fatto che specie per i giovani manca il lavoro. E qui va sottolineato come l’elemento principale del DISAGIO ECONOMICO (giovani e non) è appunto legato alla DIFFICOLTÀ per famiglie e individui A ENTRARE E RESTARE NEL MERCATO DEL LAVORO.

   Sono peraltro temi che si pongono all’attenzione collettiva pure nel resto dell’Europa e stanno mettendo in crisi le élite continentali, a vantaggio dei populismi (e negli Stati Uniti ha vinto Trump, che ha cavalcato “bene” questo disagio).

crisi e miserie crescenti
crisi e miserie crescenti

   Par di capire comunque, per l’Italia, che l’estensione della povertà è data da fenomeni diversi che si incrociano, e che rendono una disunione assai forte di un “sistema Paese” che si possa dare linee di sviluppo presenti e future efficaci. Si va dai giovani che non trovano lavoro (e questo è forse il maggior problema, cioè la drastica riduzione del lavoro); poi dalle famiglie con figli in forte difficoltà; dalle famiglie di immigrati (che connettono queste ultime i due precedenti problemi citati: cioè il lavoro calato drasticamente con quello dell’avere figli che costano molto per mantenerli dignitosamente); e poi ci sono le diversità territoriali, con un degrado urbano, specie nelle periferie delle città, che tende a crescere sempre più….

   Segnali di reazione locale e mondiale che si vedono, per ora sono solo di protesta, mentre il sistema generale (la politica, l’economia, la cultura) sembra incapace di “fare un salto di qualità” e dare slancio e una ripresa.

   Perché forse “questa ripresa” non è ancora identificabile su cosa e come dev’essere. Cogliamo il punto qui per sottolineare che, a nostro avviso, ancor più della “crisi del lavoro” può far paura ed essere un problema il “LIMITE DELLE RISORSE”: non ci sono risorse sufficienti a far vivere con parametri occidentali di consumo, per ora i 7 miliardi di persone del pianeta, e in breve tempo saranno ben di più.

LA QUOTA DI PERSONE A RISCHIO DI POVERTÀ È SALITA AL 19,9%, e LA POVERTÀ ASSOLUTA È CRESCIUTA RAGGIUNGENDO QUOTA 7,6%, pari a 4 MILIONI E 598 MILA PERSONE, a seguito dell'aggravarsi della condizione delle coppie con due figli e delle famiglie di stranieri
LA QUOTA DI PERSONE A RISCHIO DI POVERTÀ È SALITA AL 19,9%, e LA POVERTÀ ASSOLUTA È CRESCIUTA RAGGIUNGENDO QUOTA 7,6%, pari a 4 MILIONI E 598 MILA PERSONE, a seguito dell’aggravarsi della condizione delle coppie con due figli e delle famiglie di stranieri

   Giova ricordare che questi fenomeni già nel 1972 (quasi 45 anni fa) qualcuno li aveva individuati (IL CLUB DI ROMA, un’associazione nata nel 1968 da scienziati, economisti, uomini d’affari, attivisti dei diritti civili, alti dirigenti pubblici internazionali e capi di Stato di tutti e cinque i continenti che si erano ritrovati la prima volta a Roma), rilevando come crescita demografica eccessiva, limite delle risorse, produzioni industriali, inquinamento dell’aria e delle acque…. siano contesti che il nostro pianeta non può sopportare.

Il Rapporto sui limiti dello sviluppo (dal libro THE LIMITS TO GROWTH. I LIMITI DELLO SVILUPPO), commissionato al MIT dal CLUB DI ROMA, fu pubblicato nel 1972 da Donella H. Meadows , Dennis L. Meadows, Jorgen Randers e William W. Behrens III. Il rapporto, basato sulla simulazione al computer World3 predice le conseguenze della continua crescita della popolazione sull'ecosistema terrestre e sulla stessa sopravvivenza della specie umana
Il Rapporto sui limiti dello sviluppo (dal libro THE LIMITS TO GROWTH. I LIMITI DELLO SVILUPPO), commissionato al MIT dal CLUB DI ROMA, fu pubblicato nel 1972 da Donella H. Meadows , Dennis L. Meadows, Jorgen Randers e William W. Behrens III. Il rapporto, basato sulla simulazione al computer World3 predice le conseguenze della continua crescita della popolazione sull’ecosistema terrestre e sulla stessa sopravvivenza della specie umana

   Ora noi pensiamo che una revisione dei nostri consumi, una riconversione ecologica, un rivedere i nostri modi di vita… (chiamiamo la cosa come vogliamo) sia necessità non più procrastinabile. Ma nessuno lo dice (e lo pensa, a parte forse qualche “élite” di studio, politica, economica…), e questo silenzio è un problema. Pertanto forse il “nodo” vero è il “cambiare il modo di vita”, per un superamento dell’attuale crisi di sistema dei paesi occidentali (e più che mai del “nostro”) (s.m.)

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I DICIASETTE OBIETTIVI DELL’ONU SONO:

Obiettivo 1 | xls | pdf | Porre fine a ogni forma di povertà nel mondo

Obiettivo 2 | xls | pdf | Porre fine alla fame, raggiungere la sicurezza alimentare, migliorare la nutrizione e promuovere un’agricoltura sostenibile

Obiettivo 3 | xls | pdf | Assicurare la salute e il benessere per tutti e per tutte le età

Obiettivo 4 | xls | pdf | Fornire un’educazione di qualità, equa e inclusiva, e promuovere opportunità di apprendimento per tutti

Obiettivo 5 | xls | pdf | Raggiungere l’uguaglianza di genere ed emancipare tutte le donne e le ragazze

Obiettivo 6 | xls | pdf | Garantire a tutti la disponibilità e la gestione sostenibile dell’acqua e delle strutture igienico-sanitarie

Obiettivo 7 | xls | pdf | Assicurare a tutti l’accesso a sistemi di energia economici, affidabili, sostenibili e moderni

Obiettivo 8 | xls | pdf | Incentivare una crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile, un’occupazione piena e produttiva e un lavoro dignitoso per tutti

Obiettivo 9 | xls | pdf | Costruire un’infrastruttura resiliente, promuovere l’innovazione e una industrializzazione equa, responsabile e sostenibile

Obiettivo 10 | xls | pdf | Ridurre l’ineguaglianza all’interno di e fra le nazioni

Obiettivo 11 | xls | pdf | Rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, resilienti e sostenibili

Obiettivo 12 | xls | pdf | Garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo

Obiettivo 13 | xls | pdf | Adottare misure urgenti per combattere il cambiamento climatico e le sue conseguenze

Obiettivo 14 | xls | pdf | Conservare e utilizzare in modo sostenibile gli oceani, i mari e le risorse marine per uno sviluppo sostenibile

Obiettivo 15 | xls | pdf | Favorire un uso sostenibile dell’ecosistema, gestire le foreste, contrastare la desertificazione, arrestare il degrado del terreno e la perdita di biodiversità

Obiettivo 16 | xls | pdf | Promuovere società pacifiche e inclusive, rendere disponibile l’accesso alla giustizia per tutti e creare organismi efficaci, responsabili e inclusivi a tutti i livelli

Obiettivo 17 | xls | pdf | Rafforzare i mezzi di attuazione e rinnovare il partenariato mondiale per lo sviluppo sostenibile

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ASSEGNO PER I POVERI, SPINTA DEL GOVERNO: «UN MILIARDO AL REDDITO D’INCLUSIONE»

di Enrico Marro, da “il Corriere della Sera” del 3/1/2017

– Effetto crisi. Prima della crisi gli indigenti erano 1,6 milioni. Ora sono saliti a quota 4,7 milioni – II governo Renzi ha varato lo scorso febbraio un disegno di legge delega per l’introduzione del reddito nazionale di inclusione. – Obiettivo: raggiungere 250mila famiglie con minori in condizioni di povertà assoluta. Il ddl è stato approvato alla Camera e ora è all’esame del Senato. – Continua a leggere

Il VENETO si proclama MINORANZA LINGUISTICA rivendicando di avere una lingua e non un dialetto (è solo per avere più soldi?) – Sì al valore delle parlate locali (lingue o dialetti), ma anche a lingue per parlare a tutti (“dell’importanza di mediatori, di costruttori di ponti, saltatori di muri, esploratori di frontiere“, A. Langer)

Il CONSIGLIO REGIONALE DEL VENETO ha approvato lo scorso 6 dicembre il contestato disegno di legge 116 che ridefinisce il "POPOLO VENETO" come "MINORANZA NAZIONALE", aprendo la strada alla dichiarazione di appartenenza etnica, all'insegnamento del veneto nelle scuole e all'uso del dialetto negli uffici pubblici e nella toponomastica, cartelli stradali compresi. IL VENETO VUOLE COSÌ CHE LO STATO APPLICHI IN REGIONE LA CONVENZIONE QUADRO EUROPEA VARATA DAL CONSIGLIO D'EUROPA PER TUTELARE LE MINORANZE STORICHE, come quella dei rom, ratificata anche dall'Italia nel 1997 (nella foto: Venezia, Canal Grande, sulla sinistra Palazzo Ferro Fini sede del Consiglio regionale veneto; poi a seguire Palazzo Contarini e Palazzo Michiel Alvisi; foto tratta da www.tripadvisor.co.uk/
Il CONSIGLIO REGIONALE DEL VENETO ha approvato lo scorso 6 dicembre il contestato disegno di legge 116 che ridefinisce il “POPOLO VENETO” come “MINORANZA NAZIONALE”, aprendo la strada alla dichiarazione di appartenenza etnica, all’insegnamento del veneto nelle scuole e all’uso del dialetto negli uffici pubblici e nella toponomastica, cartelli stradali compresi. IL VENETO VUOLE COSÌ CHE LO STATO APPLICHI IN REGIONE LA CONVENZIONE QUADRO EUROPEA VARATA DAL CONSIGLIO D’EUROPA PER TUTELARE LE MINORANZE STORICHE, come quella dei rom, ratificata anche dall’Italia nel 1997 (nella foto: Venezia, Canal Grande, sulla sinistra Palazzo Ferro Fini sede del Consiglio regionale veneto; poi a seguire Palazzo Contarini e Palazzo Michiel Alvisi; foto tratta da http://www.tripadvisor.co.uk/

   Capire se il dialetto veneto è da considerarsi a tutti gli effetti una lingua (pur nelle sue assai variegate formulazione nella geografia dei vari luoghi regionali) è cosa assai interessante e seria: in effetti l’uso di un determinato linguaggio, di certe parole, assume un connotato specifico di una certa cultura, di un territorio a volte isolato a volte in un contesto cosmopolita; e così “fa pensare” che sia una cosa molto importante, che siamo in presenza di una “vera” lingua, storica, consolidata. Ma questa “lingua veneta” che si vuole riconoscere, porta ad ammettere che anche in altri contesti regionali i dialetti posso essere considerati lingue vere e proprie. Cioè i Veneti possono comunque ben rivendicare il carattere di lingua della propria parlata, ma però riconoscere lo stesso diritto a tutti i cittadini italiani, ai Lucani come ai Molisani, ai Toscani come ai Liguri.

ANDREA ZANZOTTO (1921 – 2011): «NON CONDANNIAMO IL DIALETTO AL TRISTE DESTINO DI DIVENTARE LINGUA»
ANDREA ZANZOTTO (1921 – 2011): «NON CONDANNIAMO IL DIALETTO AL TRISTE DESTINO DI DIVENTARE LINGUA»

   Comunque è accaduto che con il disegno di legge n. 116 approvato dal Consiglio regionale del Veneto il 6 dicembre scorso, i veneti si autoproclamano minoranza nazionale. E’ così stata approvata (nel Consiglio regionale veneto a trazione leghista) la cosiddetta “Venexit”, che, se la Corte Costituzionale non la boccerà, vuole istituire il bilinguismo e rivendicare garanzie tributarie incardinandole nella Convenzione quadro europea del Consiglio d’Europa, ratificata in Italia nel 1997, per la tutela delle minoranze storiche.

   Pertanto il veneto diventerà lingua di una “minoranza”, appunto i veneti, con un territorio da difendere, una lingua da insegnare. A partire proprio dalle scuole, ma anche da immettere, come bilinguismo (come in Sud Tirolo, a Bolzano), negli atti delle pubbliche amministrazioni che ci sono in questa regione (statali, regionali, comunali…). E poi la toponomastica delle strade dovrà essere bilingue… eccetera…. Sembra una boutade, una forzatura, uno scherzo, qualcosa cui ci si è spinti troppo in là, ma è legge “veneta” (pur con rischio –quasi certo?- di incostituzionalità).

“La polemica che spesso contrappone la lingua al dialetto, talvolta con una forte connotazione politica, non ha ragione di esistere…. Dialetto è l’etichetta di cui ci serviamo, ma, se uno vuole, può chiamarla lingua…. La differenza è tra lingue codificate come l’italiano e lingue solo orali come il dialetto, che sono in balia di chi le trasmette e anche di chi decide di non trasmetterle più. Certo, il dialetto può essere scritto, però mantiene una diversità che deriva dal suo essere fin dalle origini una lingua non codificata, che si è sviluppata affidandosi all’oralità con regole trasmesse da piccoli nuclei di parlanti, magari isolati che ne hanno determinato un’ampia varietà….” (Gianna Marcato, docente di “Dialettologia italiana” all’Università di Padova; intervista ripresa dal sito: http://www.waltertobagi.net/?p=839 )
“La polemica che spesso contrappone la lingua al dialetto, talvolta con una forte connotazione politica, non ha ragione di esistere…. Dialetto è l’etichetta di cui ci serviamo, ma, se uno vuole, può chiamarla lingua…. La differenza è tra lingue codificate come l’italiano e lingue solo orali come il dialetto, che sono in balia di chi le trasmette e anche di chi decide di non trasmetterle più. Certo, il dialetto può essere scritto, però mantiene una diversità che deriva dal suo essere fin dalle origini una lingua non codificata, che si è sviluppata affidandosi all’oralità con regole trasmesse da piccoli nuclei di parlanti, magari isolati che ne hanno determinato un’ampia varietà….” (Gianna Marcato, docente di “Dialettologia italiana” all’Università di Padova; intervista ripresa dal sito: http://www.waltertobagi.net/?p=839 )

   Il fatto che il Veneto rivendichi pertanto quello di avere una lingua vera e propria, con dietro una sua cultura, con una parlata ben distinguibile dall’italiano, fa un po’ specie e da un po’ l’impressione che sia usato come strumento per far la guerra al resto d’Italia e rivendicare una tanto agognata autonomia.

   Il motivo (della insistente ricerca di autonomia) in Veneto, più che in altri parti d’Italia, c’è: in questa regione si vive con un certo disagio il fatto di essere in un contesto più largo extraregionale (chiamato NORDEST) che è assai omogeneo geograficamente, economicamente, geomorfologicamente (pensiamo all’area alpina delle Dolomiti, ma anche alla Laguna veneta che si estende da Chioggia a Grado, negli scambi quotidiani, nella cultura e nei modi di essere). Ma che, questa “omogeneità” del Nordest d’Italia, deve fare i conti con il fatto che il Veneto è una regione “semplice”, come la maggior parte delle regioni italiane, mentre il Trentino Alto Adige e il Friuli Venezia Giulia (anche loro “Nordest”, e che partecipano più o meno alla stessa famiglia geografica) sono regioni “a statuto speciale” ad alta autonomia (e, con essa autonomia, a privilegi non da poco nel poter disporre di maggiori risorse finanziarie nel contesto dello stato italico).

Pieve di Soligo, nella Valle del fiume Soligo - ANDREA ZANZOTTO: “Il DIALETTO usato nel Filò è press’a poco quello che si continua ancora a parlare nella VALLE DEL SOLIGO (alto Trevigiano), con sfumature diverse per vocaboli, modi dire, inflessioni […] Esso resta carico della vertigine del passato, dei megasecoli in cui si è stesa, infiltrata, suddivisa, ricomposta, in cui è morta e risorta «la» lingua (canto, ritmo, muscoli danzanti, sogno, ragione, funzionalità) entro una violentissima deriva che fa tremare di inquietudine perché vi si tocca, con la lingua (nelle sue due accezioni) il nostro non sapere di dove la lingua venga, nel momento in cui viene, monta come un latte: […] forte di tutto il viscoso che la permea riconnettendola direttamente a tutti i contesti ambientali, biologici, «cosmici», liberando entro di essi il desiderio di espressione e l’espressione. IL DIALETTO È SENTITO COME VENIENTE DI LÀ DOVE NON È SCRITTURA.” (Andrea Zanzotto, dal sito www.waltertobagi.net/ )
Pieve di Soligo, nella Valle del fiume Soligo – ANDREA ZANZOTTO: “Il DIALETTO usato nel Filò è press’a poco quello che si continua ancora a parlare nella VALLE DEL SOLIGO (alto Trevigiano), con sfumature diverse per vocaboli, modi dire, inflessioni […] Esso resta carico della vertigine del passato, dei megasecoli in cui si è stesa, infiltrata, suddivisa, ricomposta, in cui è morta e risorta «la» lingua (canto, ritmo, muscoli danzanti, sogno, ragione, funzionalità) entro una violentissima deriva che fa tremare di inquietudine perché vi si tocca, con la lingua (nelle sue due accezioni) il nostro non sapere di dove la lingua venga, nel momento in cui viene, monta come un latte: […] forte di tutto il viscoso che la permea riconnettendola direttamente a tutti i contesti ambientali, biologici, «cosmici», liberando entro di essi il desiderio di espressione e l’espressione. IL DIALETTO È SENTITO COME VENIENTE DI LÀ DOVE NON È SCRITTURA.” (Andrea Zanzotto, dal sito http://www.waltertobagi.net/ )

   Da questo si percepisce il “cul de sac” di un Veneto che deve rinunciare a ogni speranza MACROREGIONALE (come invece un po’ alla volta potrebbe accadere in altre parti d’Italia, pensiamo ad esempio alla possibile unione istituzionale tra Toscana, Marche e Umbria…), e che in Veneto non può accadere perché mai le altre due regioni di territorio comune (Friuli e Trentino) accetterebbero di condividere i privilegi dell’autonomia; ebbene questo fa sì che nasca in Veneto in modo ufficiale, con una legge regionale, qualche purchessia motivazione che mostra la propria specificità, in questo caso appunto una lingua che “va oltre” l’essere dialetto, e che fa dire che i veneti sono minoranza linguistica in Italia.

   E così rispunta anche l’annosa questione (irrisolvibile) quando una lingua sia tale o sia solo dialetto; e, avendo premesso che i motivi paiono molto strumentali (quello dell’autonomia e di avere più soldi) va pur detto che la questione di “lingua o dialetto” meriterebbe di esse trattata meglio, perché può essere cosa seria.

Lingue nella Penisola - “Trovo insensata l’idea di una lingua veneta codificata nella quale, proprio per le varietà di cui parlavo, nessuno si riconoscerebbe… Con i miei studenti mi diverto dicendo loro di alzarsi in piedi e di verificare che sotto i loro piedi non ci sono radici, non sono alberi. Insistere sul dialetto come radice significa affermare un’idea di identità chiusa, immutabile a cui andrebbe contrapposta un’idea di identità aperta dove ogni esperienza mi aiuta a formare la mia identità e arricchirla….” (Gianna Marcato, docente di “Dialettologia italiana” all’Università di Padova; intervista ripresa dal sito: http://www.waltertobagi.net/?p=839 )
Lingue nella Penisola – “Trovo insensata l’idea di una lingua veneta codificata nella quale, proprio per le varietà di cui parlavo, nessuno si riconoscerebbe… Con i miei studenti mi diverto dicendo loro di alzarsi in piedi e di verificare che sotto i loro piedi non ci sono radici, non sono alberi. Insistere sul dialetto come radice significa affermare un’idea di identità chiusa, immutabile a cui andrebbe contrapposta un’idea di identità aperta dove ogni esperienza mi aiuta a formare la mia identità e arricchirla….” (Gianna Marcato, docente di “Dialettologia italiana” all’Università di Padova; intervista ripresa dal sito: http://www.waltertobagi.net/?p=839 )

   E’ infatti vero che, ad esempio proprio per il Veneto, questa lingua-dialetto è assai usata in contesti anche ufficiali (nelle amministrazioni pubbliche, negli ospedali, in incontri collettivi di qualsivoglia genere). Ma è anche vero che è assai diversificata la lingua veneta da posto a posto (nel bellunese si parla un veneto ben diverso dal veneziano, o dall’area veronese…); cioè questo vuol dire che non ci possono essere regole scritte comuni, valide per tutti (perché appunto è una “parlata”, non ha una documentazione scritta, una possibile grammatica, almeno che valga per tutti i territori regionali). E poi è in diminuzione nell’uso della popolazione: ai bambini, ad esempio, anche se nati e sempre vissuti in luoghi di forte diffusione del dialetto, non viene insegnato (non viene parlato a loro) fin dalla nascita il veneto bensì “li si parla loro” in italiano (o simil-lingua, spesso mista a termini dialettali….).

   Insomma il discorso delle minoranze linguistiche è argomento che merita trattazione seria. E va anche detto comunque che ogni forma di lingua che si perde è cosa per niente buona. E nel mondo globale, nella babele delle lingue o dialetti che si incontrano, sembra invece prevalere sempre più (o prevarrà forse definitivamente in futuro) l’ “inglese globale” (anche attraverso vocaboli e terminologie che troviamo nel nostro uso quotidiano), lingua questa (l’inglese globale) per comunicare con tutto il mondo, nata a prescindere forse dall’importanza economica prima della Gran Bretagna e dal secondo dopoguerra in particolare dagli USA: il vero motivo forse è che si può parlare questa lingua inglese anche approssimativamente (e magari con strafalcioni) senza per questo non essere capiti o essere irrisi, che invece può capitare con tutte le altre lingue, meno adatte a essere parlate da principianti.

mappa fisica del Veneto - “Il dialetto vive se le generazioni che devono trasmetterlo decidono di farlo. Alcuni dicono che il dialetto è stato salvato negli anni settanta proprio da chi sapeva bene l’italiano. Perché la vergogna e il disagio di dover interloquire in un mondo nuovo con una varietà di lingua che si sapeva disprezzata ha fatto sì che solo chi aveva acquisito una certa sicurezza linguistica potesse azzardarsi a parlarlo. Il dialetto è ancora molto parlato in diverse zone, ma prendendo elementi e regole dell’italiano. C’è un concetto molto importante che mi preme affermare ed è quello dell’eteronomia Non è necessario che io mi senta autonomo perché uso una varietà dialettale. Posso usare il dialetto e sentirlo come mia lingua e sentire come mia lingua anche l’italiano. Quando due varietà sono vissute come eteronome accetto che passino regole e forme dell’una nell’altra e viceversa…” (Gianna Marcato, docente di “Dialettologia italiana” all’Università di Padova; intervista ripresa dal sito: http://www.waltertobagi.net/?p=839 )
mappa fisica del Veneto – “Il dialetto vive se le generazioni che devono trasmetterlo decidono di farlo. Alcuni dicono che il dialetto è stato salvato negli anni settanta proprio da chi sapeva bene l’italiano. Perché la vergogna e il disagio di dover interloquire in un mondo nuovo con una varietà di lingua che si sapeva disprezzata ha fatto sì che solo chi aveva acquisito una certa sicurezza linguistica potesse azzardarsi a parlarlo. Il dialetto è ancora molto parlato in diverse zone, ma prendendo elementi e regole dell’italiano. C’è un concetto molto importante che mi preme affermare ed è quello dell’eteronomia Non è necessario che io mi senta autonomo perché uso una varietà dialettale. Posso usare il dialetto e sentirlo come mia lingua e sentire come mia lingua anche l’italiano. Quando due varietà sono vissute come eteronome accetto che passino regole e forme dell’una nell’altra e viceversa…” (Gianna Marcato, docente di “Dialettologia italiana” all’Università di Padova; intervista ripresa dal sito: http://www.waltertobagi.net/?p=839 )

   Va comunque detto che quando ogni rivendicazione di specificità locale (la lingua da conservare) è strumentale ad altri scopi (ad esempio per il veneto di rivendicare un’autonomia dallo Stato italiano in modo da poter mantenere più risorse finanziarie nel proprio territori), questa è cosa che può sì avere motivazioni valide, ma se poi la lingua e la sua rivendicazione di esistenza porta a fatti concreti (come ad esempio l’esclusione da uffici pubblici di chi non la conosce), allora tutto questo diventa assai pericoloso: è una comunità che discrimina le persone, che si chiude in se stessa, in difesa di un passato che non c’è più. Mentre invece adesso più che mai servono idee e coraggio per affrontare un nuovo mondo che sempre più viviamo, e dove tradizione e innovazione possono coesistere e creare un’originalità virtuosa. (s.m.)

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IL VENETO DEI DIALETTI E I DIALETTI D’ITALIA: SIAMO TUTTI MINORANZA

di Michele A. Cortelazzo, da “Il Mattino di Padova” del 9/12/2016

– nella nostra regione il dialetto è molto usato in contesti informali ma questo non basta a dargli più valore rispetto ad altri –

   Ragiono sulla legge regionale che definisce il popolo veneto una minoranza nazionale a partire dai resoconti giornalistici, dato che non mi risulta che il testo ufficiale sia stato ancora pubblicato. Continua a leggere