Mappa aggiornata quotidianamente della diffusione del Coronavirus nel mondo

CORONAVIRUS COVID-19 Global Cases by the Center for Systems Science and Engineering (CSSE) at JOHNS HOPKINS UNIVERSITY (JHU) – (CLICCA IL LINK QUI SOTTO PER INGRANDIRE L’IMMAGINE ED AVERE LA SITUAZIONE AD ADESSO, AL MOMENTO CHE LEGGI: https://gisanddata.maps.arcgis.com/apps/opsdashboard/index.html#/bda7594740fd40299423467b48e9ecf6)

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LE NUOVE CORAGGIOSE PROTESTE CONTRO LE AUTARCHIE: giovani e non giovani protestano (e rischiano) contro i loro regimi – CINA, IRAN, la resistenza UCRAINA… (e forse altri popoli si opporranno a regimi interni o invasori)… (-Servirà a portare la democrazia?…. -È una lezione della resistenza ucraina alla Russia?)

È il simbolo delle ultime proteste in Cina: UN FOGLIO BIANCO. I manifestanti lo imbracciano come uno slogan, un vessillo che risalta ancora di più quando cala la sera. Centinaia di persone l’hanno sventolato in questi giorni: nelle università, nelle strade di Shanghai. Un foglio bianco formato A4. Semplice, minimalista, geniale. Un metodo ripreso dalle dimostrazioni di piazza a Hong Kong nel 2020. Le autorità avevano proibito gli slogan contro le nuove leggi liberticide. E qualcuno aveva pensato alla potenza antica del bianco. Una beffa: «Mi arrestate per un cartello che non dice nulla?». Un gesto potente: come ha detto l’altra sera una donna alla Bbc nelle strade di Shanghai, «i fogli sono bianchi, ma noi sappiamo benissimo che cosa c’è scritto». (nella FOTO: I FOGLI BIANCHI DI PROTESTA IN CINA, da https://www.corriere.it/)

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(PROTESTE IN IRAN, foto da https://www.micromega.net/)

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CENTINAIA DI MANIFESTANTI A SHANGAI BLOCCATI DALLA POLIZIA – “(…) Xi Jinping e compagni tecnocrati sono finiti nel guado di una crisi economica e sociale che si sono inflitti da soli, inseguendo il sogno irrealizzabile di eliminare il Covid-19 dal territorio nazionale, per dimostrare la superiorità del modello autoritario e repressivo al «caos occidentale».(…)” (Guido Santevecchi, da “il Corriere della Sera” del 29/11/2022) – foto: A SHANGHAI centinaia di persone hanno cominciato a scandire «Abbasso il Partito comunista», «Xi Jinping dimissioni», «Basta tamponi, vogliamo lavoro e diritti».

LE PROTESTE IN CINA CONTRO LE RESTRIZIONI ANTI-COVID 

PROTESTE IN CINA

di Giorgio Cuscito, 28/11/2022, da https://www.limesonline.com/

   Nel fine settimana in diverse città della Repubblica Popolare Cinese tra cui Pechino, Shanghai, Urumqi e Wuhan centinaia di persone sono scese in strada per protestare contro la tattica di azzeramento del Covid-19 attuata dal governo guidato da Xi Jinping. Alcuni manifestanti hanno persino invocato esplicitamente la democrazia e le dimissioni del presidente, confermato alla guida del paese poco più di un mese fa durante il XX Congresso del Partito comunista.

Perché conta: Questi episodi, abbinati agli scontri tra lavoratori e polizia presso gli stabilimenti di Foxconn a Zhengzhou, confermano il malcontento maturato dalla popolazione cinese a fronte delle rigide misure di controllo stabilite da Pechino per arginare il coronavirus dal 2019 a oggi. In questo arco di tempo, mai si era vista una contestazione così esplicita nei confronti di Xi.

   La vicenda che ha innescato le proteste in CINA è stata la morte di dieci persone in un palazzo di Urumqi, nel Xinjiang. Su Internet si è rapidamente diffusa la voce secondo cui le barriere applicate alle struttura in quarantena non avrebbero consentito loro di fuggire. Di qui le manifestazioni sul posto, a Shanghai in Wulumuqi lu (Via Urumqi) e poi in altre città, dove le persone per evidenziare la censura hanno esposto dei fogli bianchi privi di scritte.

   A inizio novembre, Pechino aveva introdotto delle misure per allentare parzialmente la tattica zero-Covid. Tuttavia, in diverse parti del paese le autorità locali hanno continuato a mantenere alta la soglia di attenzione alla luce del recente aumento dei contagi. Aumento che in alcune città ha determinato l’ennesima imposizione di lockdown mirati.

   Il governo cinese non ha ancora le idee chiare sul da farsi. Nella capitale, è stato espressamente vietato il blocco delle uscite degli edifici in quarantena, di fatto per evitare quanto successo a Urumqi. Mentre a Guangzhou le zone dove non vi sono positivi per cinque giorni possono chiedere la fine del lockdown. Pure in alcune aree del Xinjiang è previsto un rilassamento delle misure.

   A ogni modo, l’insufficiente numero di persone vaccinate nelle fasce d’età maggiormente a rischio e la scarsa efficacia dei medicinali Sinovac e Sinopharm rendono altamente rischiosa la rimozione completa delle misure anti-Covid nel periodo invernale. Infatti, il sistema sanitario potrebbe non reggere uno stato emergenziale di larga scala. D’altro canto, i rigidi meccanismi attuati sinora rischiano non solo di accrescere il malcontento dei cinesi ma anche di rallentare ulteriormente la crescita economica della Repubblica Popolare.

   In entrambi casi il pericolo è di alimentare l’instabilità domestica e, nel peggiore, di mettere in discussione la stessa sovranità del Partito comunista. (Giorgio Cuscito, 28/11/2022, da https://www.limesonline.com/)

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(MAHAK HASHEMI, 16 anni, vittima della repressione in Iran,  foto da www.corriere.it/) – IRAN – MAHAK, UCCISA PER UN CAPPELLO DA BASEBALL – “(…) Usciva da settimane senza velo: indossava al suo posto un berrettino da baseball, che faceva ombra al suo viso sedicenne e la iscriveva alla rivoluzione in corso nel suo Paese, quella dei giovani contro la teocrazia e in memoria di Mahsa Amini. Il 24 novembre è uscita così come ormai ogni giorno dalla sua casa di Shiraz, nella parte centromeridionale del Paese. Non ci è più tornata.  Mahak Hashemi è morta irriconoscibile, col volto deturpato dalle botte della polizia e la schiena spezzata dalle bastonate. Le autorità ne hanno proibito il funerale. (…)” (IRENE SOAVE, da www.corriere.it/, 29/11/2022)

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LA RESISTENZA UCRAINA CONTRO I RUSSI, LE PROTESTE IN IRAN E ORA IN CINA: REAGIRE AI DITTATORI SI PUÒ

di Paola Peduzzi, da “IL FOGLIO” del 29/11/2022

– Storia di un’ispirazione quotidiana di libertà, dai fuochi di Kyiv alle serrande di Teheran, ai fogli bianchi di Shanghai. I popoli prendono appunti guardando gli ucraini –

   Gli ucraini si industriano ogni giorno per sopravvivere al freddo e al buio cui li costringe la violenza dei bombardamenti costanti della Russia di Vladimir Putin: nei “nezlamnost”, i centri-rifugio creati nelle ultime settimane, si può bere una bevanda calda, ricaricare i telefoni e i computer, navigare in internet.

   La resistenza dell’Ucraina si è trasformata in una nuova economia domestica fatta di consigli e di solidarietà: come creare fonti di calore non pericolose, dove trovare la legna da bruciare, come tenere acceso un fuoco per più tempo possibile. E’ questa l’ultima espressione dello straordinario carattere ucraino, indomito e adattabile al tempo stesso, pronto a tutto pur di preservare la propria libertà e ricostruire sulle macerie la sua normalità. 

   Questo carattere è anche contagioso. Non è possibile guardare le proteste che vanno avanti da più di settanta giorni in Iran e quelle nuove, spontanee e determinate in Cina senza intravedere un filo rosso che si srotola dall’Ucraina e che collega la voglia di libertà e di normalità di molti altri popoli.

   Tendiamo sempre a parlare dei regimi e non delle persone, anzi l’approccio realista alla politica internazionale è fatta proprio di molti dibattiti sui sistemi di potere e i loro leader e di pochissima attenzione alle persone e alla loro forza.

   Invece quella che stiamo vedendo adesso è proprio una storia di popoli che dicono: basta. Non c’è bisogno di ricorrere a esempi del passato, alle primavere arabe o, per restare nell’area, alla rivoluzione arancione in Ucraina e a quella di velluto in Georgia nei primi anni Duemila per comprendere il presente: anzi, quelle manifestazioni di popolo sono spesso citate come esempi di un fallimento, o nei peggiori dei casi, come esempi di ingerenze straniere e ambizioni internazionaliste che hanno finito per sacrificare proprio i popoli che volevano salvare. 

   I paragoni non servono, il presente già dice abbastanza. La forza con cui gli ucraini sono riusciti a respingere l’aggressione russa serve da esempio per gli altri popoli: si può fare, si possono domare anche i regimi più potenti e più brutali del mondo. Certo, ci vuole il sostegno indefesso di alleati altrettanto determinati; ci vuole un’unità di mezzi e di intenti che raramente si era vista in passato e in altri contesti. Non ci si salva da soli dalle dittature, ma una volta che il desiderio di libertà di un popolo viene legittimato, allora l’esempio può valere per tutti.

   I contesti sono ovviamente diversi. Ma così come tendiamo a parlare delle relazioni tra regimi e delle loro convergenze, è possibile sottolineare quello che molti definiscono, non senza idealismo, “il vento della libertà” e questa sua nuova, improvvisa, potente convergenza.

   In Iran la protesta che nasceva dall’uccisione da parte della polizia morale di una ragazza “mal velata” è diventata una lotta che attraversa tutto il paese, inteso in senso geografico e in senso sociale. Le serrande del bazar abbassate in segno di solidarietà con i manifestanti sono un segnale; i proprietari dei bar che non danno più le multe alle ragazze che si presentano senza velo rischiando loro stessi delle punizioni sono un segnale; Farideh Moradkhani, la nipote della Guida suprema Ali Khamenei, che paragona suo zio ad altri dittatori, grida lo slogan della protesta, donna-vita-libertà, e viene arrestata è un segnale; i manifestanti che gridano ai mullah, sulla banchina della metropolitana di Teheran, “noi siamo liberi” sono un segnale; la dimensione delle proteste nonostante siano state arrestate 14 mila persone, nonostante i racconti e le prime esecuzioni del regime sono un segnale. E’ il mondo che cambia, perché la vessazione di un regime è diventata intollerabile e anche perché qualcuno, da tutt’altra parte e in tutt’altre condizioni, dimostra che si può fare.

   Le proteste in Cina scoppiate a causa dell’estremismo della politica Zero Covid del regime di Xi Jinping e diventate in pochi giorni più partecipate, estese e resistenti sono un’altra dimostrazione del potere dei popoli. Le veglie con le candele si sono trasformate in marce, cartelloni, canti in cui si sente il rintocco della parola libertà. Le proteste anche nella Cina della sorveglianza assoluta ci sono di tanto in tanto, ma sono locali, riguardano temi locali e vengono localmente sedate senza che si faccia quasi in tempo a registrare cosa è accaduto. Invece ora i cinesi protestano in almeno sedici città, alcuni chiedono che Xi se ne vada, altri chiedono più democrazia, non si fanno spaventare dagli arresti che stanno andando molto spediti. Il regime sta già mettendo in atto la sua repressione, anche ai danni dei testimoni stranieri, come i giornalisti.

   Quando ci sono, naturalmente, perché in Iran per esempio ce ne sono pochissimi. E la retorica del regime è sempre la stessa, in Russia, in Iran, in Cina: è colpa dell’occidente e delle sue illusioni di superiorità liberale che sparge di continuo senza poi però essere in grado di mantenere le proprie promesse.

   Da quando Putin ha invaso l’Ucraina nove mesi fa, abbiamo spesso discusso e analizzato le conseguenze sul sistema internazionale di questa sfida da parte di un regime contro un paese che si incamminava verso la democrazia. In particolare ci siamo concentrati sugli effetti sugli altri regimi: che lezione stanno imparando dalla guerra di Putin? L’Iran ha approfondito la sua alleanza con la Russia fatta in particolare di rifornimenti militari: i droni iraniani colpiscono le città ucraine, leggeri e infidi, con una capacità di penetrazione molto alta. Ci sono altri accordi in corso che potrebbero portare ad altre forniture, anche di missili con gittate molto lunghe.

   Pure se in realtà Iran e Russia competono sul mercato energetico dell’est del mondo – l’unico cui hanno accesso, visto che a ovest ci sono i limiti delle sanzioni – dal punto di vista militare e ideologico, almeno nella forma antioccidentale (e spesso anche antisemita), l’alleanza sembra solida. Sui rapporti tra la Russia di Putin e la Cina si sono scritte e dette moltissime cose: il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, è in missione questa settimana a Pechino proprio per cercare di spezzare almeno il sostegno militare della Cina alla Russia.

   Molti covano la speranza che Xi Jinping possa essere convinto a rivedere le proprie relazioni con il regime putiniano, ma se pure qualche piccola crepa si vede, un disallineamento sembra lontano oltre che improbabile. Semmai sono più forti gli scambi di tecnologia per la repressione tra la Cina e gli altri regimi; semmai la lezione della guerra di Putin alle altre dittature è che sia necessario fare calcoli militari corretti e costruirsi un’indipendenza economica più strutturata, ma ottenere risultati geostrategici imponendo la legge del più forte è possibile.

   Queste analisi però non tengono conto del potere dei popoli e di quanto possa essere contagioso anche il fatto di prendere coraggio e gettarsi contro dei regimi che usano la violenza come unica regola del mantenimento del loro sistema. Garry Kasparov ha scritto su Twitter: “Non sono soltanto i dittatori di tutto il mondo e i regimi aggressivi a guardare con attenzione l’Ucraina in cerca delle debolezze della risposta del mondo libero. Gli oppressi, i dissidenti: anche loro prendono ispirazione e cercano un sostegno simile”. E fanno loro il desiderio di rischiare tutto, in nome di una maggiore libertà, ribaltando con un fuoco in cortile alla volta, un foglio bianco alla volta, un hijab in mano invece che sulla testa alla volta, la minaccia esistenziale: rischiamo noi, ma rischiano anche i dittatori. (Paola Peduzzi, da “IL FOGLIO” del 29/11/2022)

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Wu’er Kaixi è stato uno dei leader della protesta studentesca di Tienanmen, foto da “la Repubblica”

CINA – IL REDUCE DI TIENANMEN “QUESTO POTREBBE ESSERE L’INIZIO DI UNA RIVOLUZIONE” – Wu’er Kaixi è stato uno dei leader della protesta studentesca di Tienanmen ed uno dei volti più noti di quella stagione politica. Da più di 30 anni vive in esilio a Taiwan, dopo essere fuggito dalla violenta repressione che il 4 giugno del 1989 mise fine alla rivolta studentesca. Oggi è segretario generale della Commissione Diritti Umani del Parlamento di Taiwan e non ha mai smesso di occuparsi dei diritti violati nella Cina continentale. «Da molti anni la Cina è diventata una specie di “pentola a pressione” all’interno della quale 1,3 miliardi di esseri umani sono stati costretti a vivere. Il Partito Comunista guida un regime totalitario che non conosce altri linguaggi al di fuori del controllo più ferreo sulla società. La politica Zero-Covid è dunque coerente con questo regime. Ma c’è anche di più: la consapevolezza del ritardo scientifico sui vaccini e sulla loro inefficacia». «Chi sta scendendo in piazza non sopporta più di essere considerato un soggetto insignificante, senza diritti e rispetto. Per questo i morti del condomino di Urumqi hanno suscitato tanta indignazione. Il regime non tratta la popolazione come cittadini ma come oggetti di cui disporre a piacimento». «Gli strumenti di controllo e sorveglianza sono sempre attivi e l’esercito di censori è all’opera. I giovani hanno però iniziato a usare nuove tecnologie (come il Vpn) per rompere la muraglia della censura e poi c’è un fatto di scala: la quantità di video, informazioni, post sui social è tale che sta travolgendo i tradizionali meccanismi di controllo».  (…)” (Gianni Vernetti, da “la Repubblica” del 29/11/2022)

INTERVISTA con WU’ER KAIXI, leader studentesco della rivolta del 1989

IL REDUCE DI TIENANMEN “QUESTO POTREBBE ESSERE L’INIZIO DI UNA RIVOLUZIONE”

di Gianni Vernetti, da “la Repubblica” del 29/11/2022

   Wu’er Kaixi è stato uno dei leader della protesta studentesca di Tienanmen ed uno dei volti più noti di quella stagione politica. Da più di 30 anni vive in esilio a Taiwan, dopo essere fuggito dalla violenta repressione che il 4 giugno del 1989 mise fine alla rivolta studentesca. Oggi è segretario generale della Commissione Diritti Umani del Parlamento di Taiwan e non ha mai smesso di occuparsi dei diritti violati nella Cina continentale.

   Lo raggiungiamo telefonicamente a Washington Dc dove si trova per partecipare ad una conferenza.

Una nuova rivolta si sta diffondendo in tutta la Cina. Ci può raccontare cosa stia succedendo alla Urumqi Road di Shanghai, a Guanghzhou ed alla Tsinghua University di Pechino?

«Potrebbe anche essere l’inizio di una rivoluzione. Le proteste si stanno diffondendo a macchia d’olio in tutto il Paese e in pochi giorni potrebbero diventare un movimento in grado di innescare un reale cambiamento».

Come descriverebbe questa protesta nata contro le politiche del cosiddetto Zero-Covid e che sta diventando sempre più una critica a tutto campo al regime di Xi Jinping?

«Da molti anni la Cina è diventata una specie di “pentola a pressione” all’interno della quale 1,3 miliardi di esseri umani sono stati costretti a vivere. Il Partito Comunista guida un regime totalitario che non conosce altri linguaggi al di fuori del controllo più ferreo sulla società. La politica Zero-Covid è dunque coerente con questo regime. Ma c’è anche di più: la consapevolezza del ritardo scientifico sui vaccini e sulla loro inefficacia».

Era prevedibile questa rivolta così diffusa?

«Chi sta scendendo in piazza non sopporta più di essere considerato un soggetto insignificante, senza diritti e rispetto. Per questo i morti del condomino di Urumqi hanno suscitato tanta indignazione. Il regime non tratta la popolazione come cittadini ma come oggetti di cui disporre a piacimento».

Per la prima volta siamo inondati di video e messaggi sulla rivolta. La grande muraglia informatica (“the great firewall”) si sta sgretolando?

«Gli strumenti di controllo e sorveglianza sono sempre attivi e l’esercito di censori è all’opera. I giovani hanno però iniziato a usare nuove tecnologie (come il Vpn) per rompere la muraglia della censura e poi c’è un fatto di scala: la quantità di video, informazioni, post sui social è tale che sta travolgendo i tradizionali meccanismi di controllo».

La Cina ha sempre legato la propria stabilità interna alla crescita economica. Ora tre anni di Zero-Covid, il crescente confronto con l’Occidente, la guerra dei chip, stanno rallentando la locomotiva cinese. Qual è la sua opinione?

«L’Europa e gli Usa hanno fatto la scelta giusta a reagire a una Cina sempre più aggressiva sul piano internazionale. Il progressivo “decoupling” ha prodotto una riduzione degli investimenti esteri e una crescente rilocalizzazione di molte attività manifatturiere verso paesi più affidabili. L’industria hi-tech cinese ha perso di competitività e leadership. Tutto ciò ha avuto un impatto molto maggiore sulla vita della Cina delle politiche Zero-Covid: se il regime non è più in grado di garantire la crescita economica, perché i cinesi dovrebbe continuare a stare in silenzio?».

Nel 1989 durante i fatti di Tienanmen una parte del Partito si schierò con gli studenti. Crede che oggi qualche voce del regime potrebbe rompere l’unanimismo intorno a Xi?

«Xi Jinping con la forzatura del terzo mandato ha eliminato ogni forma di dissenso interno e costruito un regime di fedelissimi. Per raggiungere questo obiettivo si è creato un grande numero di nemici. Qualche voce di dissenso emergerà di sicuro».

I fogli bianchi di Shanghai sono gli stessi dei manifestanti contro la guerra a Mosca e i giovani in piazza a Pechino gridano slogan simili ai loro coetanei di Teheran. Crede che stia nascendo un movimento globale contro le dittature?

«Credo di sì. Le dittature hanno generato paura per decenni e il massacro di Tienanmen è solo uno degli esempi nella storia recente. Ma la paura non si trasmette da una generazione all’altra. La voglia di libertà è scritta nel Dna degli esseri umani. Dobbiamo mandare un messaggio chiaro a tutti i dittatori: “Noi non abbiamo paura di voi”. Siamo una comunità globale e interdipendente e abbiamo il diritto a interferire nei vostri cosiddetti “affari interni”, che hanno a che fare con i nostri valori fondamentali, con la nostra sicurezza, con la nostra economia».

(Gianni Vernetti, da “la Repubblica” del 29/11/2022)

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Mappa satellitare Ucraina al buio –  UCRAINA – “Qualche giorno fa una foto satellitare dell’Europa scattata durante la notte ha riassunto perfettamente la situazione: luce ovunque tranne che su un grande buco nero, l’Ucraina. L’immagine risale al giorno successivo all’ultimo attacco missilistico russo contro le infrastrutture ucraine, che ha privato l’80 per cento del paese della corrente elettrica e dell’acqua, in un momento in cui le temperature scendono sotto zero. (…)” (Pierre HaskiFrance InterFrancia  – da INTERNAZIONALE, https://www.internazionale.it/) (foto da: Satellite image of Europe shows extent of Ukraine’s blackouts. Pic: NASA WORLDVIEW/Reuters)

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Garry Kasparov, nella foto (dissidente russo anti Putin, campione del mondo di scacchi dal 1985 al 2000, e arrestato tre volte dalla polizia russa per aver manifestato contro Vladimir Putin, ndr) ha scritto su Twitter: “Non sono soltanto i dittatori di tutto il mondo e i regimi aggressivi a guardare con attenzione l’Ucraina in cerca delle debolezze della risposta del mondo libero. Gli oppressi, i dissidenti: anche loro prendono ispirazione e cercano un sostegno simile”. (…) (Paola Peduzzi, da “IL FOGLIO” del 29/11/2022)

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MAPPA DEMOCRAZIE – Solo il 5,7% delle popolazione mondiale vive in democrazie “complete” (MAPPA del 2020 da https://www.infodata.ilsole24ore.com/) – Il Democracy Index ogni anno misura lo stato della democrazia in 167 Paesi. E’ calcolato dal settimanale The Economist. Più nello specifico se ne occupa Intelligence Unit una divisione dell’Economist che si concentra su analisi sul mondo degli affari e dei governi. Nel 2020 22 Paesi nel mondo sono stati classificati come “democrazie complete”. In classifica troviamo NORVEGIA (9.87), ISLANDA (9.58) e SVEZIA (9.39), mentre i valori più bassi sono quelli di COREA DEL NORD (1.03), REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO (1.13) e REPUBBLICA CENTRAFRICANA (1.32). Quindi per fare una sintesi abbiamo IN ALTO TUTTI I PAESI SCANDINAVI, diverse nazioni dell’EUROPA OCCIDENTALE, CANADA, NUOVA ZELANDA, AUSTRALIA, MAURITUS, COSTA RICA e CILE che si sono uniti ai vertici gruppo nel 2019 insieme a Francia e Portogallo. BASSI PUNTEGGI ANCHE PER INDIA E CINA. L’INDIA, una DEMOCRAZIA IMPERFETTA, è stata valutata solo a 6,9 punti mentre la CINA – un REGIME AUTORITARIO – ha raggiunto solo un punteggio di 2,3 punti. Il paese ha perso posizioni come nessuno nella classifica del 2019

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LE PROTESTE CONTRO I REGIMI CRESCONO, LA LORO CAPACITÀ DI CAMBIARE LE COSE NO – di Mattia Ferraresi, 3/10/2022, da https://www.editorialedomani.it/ – (…..) La dimensione crescente delle proteste in Iran dovrebbe far tremare la teocrazia di Teheran, ma in realtà negli ultimi anni le manifestazioni di massa hanno progressivamente perso la capacità di mettere in crisi i regimi autoritari. (…)     Un progetto di ricerca dell’università di Harvard che monitora le manifestazioni popolari dagli anni Trenta del secolo scorso dice che le mobilitazioni anti autoritarie non sono mai state così ampie e partecipate, e allo stesso tempo non sono mai state così inefficaci nel rovesciare gli autocrati o nel persuadere elementi del regime a unirsi all’opposizione.   Non significa che singole iniziative di resistenza popolare non possano avere successo. Nello SRI LANKA, ad esempio, le rivolte di un gruppo eterogeneo della società civile hanno fatto capitolare il governo, ritenuto responsabile della disastrosa situazione economica del paese.   I dati però indicano che un esito del genere è sempre più raro, e infatti sollevazioni popolari significative ad HAITI, in INDONESIA, a HONG KONG, in RUSSIA e CINA non hanno minimamente scalfito il potere. 

I dubbi sulla riuscita delle manifestazioni e proteste per il cambiamento democratico:

LE SPERANZE DELLA PIAZZA IRANIANA

LE PROTESTE CONTRO I REGIMI CRESCONO, LA LORO CAPACITÀ DI CAMBIARE LE COSE NO

di Mattia Ferraresi, 3/10/2022, da https://www.editorialedomani.it/

(…..) La dimensione crescente delle proteste in Iran dovrebbe far tremare la teocrazia di Teheran, ma in realtà Continua a leggere

IRAN, la protesta iniziata a metà settembre (con la giovane Mahsa Amini, arrestata perché non portava bene il velo, e uccisa) si è allargata a tutto il paese (una Rivoluzione nonviolenta) – E il regime ha reagito con centinaia di uccisioni – I manifestanti vogliono una Repubblica laica, democratica, fondata sullo stato di diritto e sul rispetto dei diritti umani

Torture, rapimenti e stupri: così in Iran reprimono le proteste di piazza (foto da www.fanpage.it/)
“(…) Questi giovani combattono per le strade del loro paese, pacificamente, a mani nude, contro un regime armato fino ai denti, pronti a rischiare tutto. I loro slogan più frequenti sono: “Via i mullah!”, “Mullah, andate al diavolo!”, “Vogliamo essere lasciati in pace”, “Via la Repubblica islamica dall’Iran”. (…)”
(Mariano Giustino, 19/11/2022, da https://www.genteditalia.org/) — La repressione del regime di Teheran, dall’inizio della protesta, è finora costata la vita a quasi 350 persone

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I calciatori iraniani ai campionati mondiali in QUATAR, solidali alle proteste nel loro Paese, non cantano l’inno: i loro tifosi divisi tra sostegno e insulti (foto da www.ilmessaggero.it/) — Le proteste sono iniziate a metà settembre dopo che la polizia del paese ha arrestato Mahsa Amini, 22 anni, per non aver indossato correttamente l’hijab. La polizia l’ha portata d’urgenza in ospedale un’ora dopo con quelle che sembravano ferite riportate a seguito di un pestaggio, ed è morta pochi giorni dopo

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LA FOTO DEL BACIO RIVOLUZIONARIO DELL’IRAN DIVENTA VIRALE COME FORTE ATTO DI LIBERTÀ

di Ilaria Arpino, 18/11/2022, da https://www.radiozeta.it/

– Lo scatto è diventato il simbolo della rivoluzione nel Paese, dove anche un bacio in pubblico è “contro la morale” ed è proibito –

   Una foto di una coppia in Iran che si bacia per strada è diventata virale come un atto di libertà unico e bellissimo in un momento in cui il governo aumenta la repressione delle proteste a livello nazionale.

   La foto ritrae un uomo e una donna che si baciano per strada, circondati da automobili. I loro volti sono oscurati, ma la donna non indossa il velo – un atto di sfida ancora più esplicito che si riferisce al presunto crimine che ha scatenato in primo luogo le proteste.

IL “BACIO DI SHIRAZ”, FOTO SIMBOLO DELLE PROTESTE IN IRAN

“C’è un motivo per cui questa foto è diventata virale sui social media”, ha detto a Fox News Digital Lisa Daftari, esperta di Medio Oriente e caporedattore di The Foreign Desk. 

   “Questa foto simboleggia così tanti aspetti dell’attuale rivoluzione in Iran. Una donna che sfida coraggiosamente le leggi dell’hijab, una coppia che infrange la rigida legge della Sharia che vieta i baci in pubblico, in particolare se non sono sposati, e coraggiosamente in piedi nel mezzo del traffico per far conoscere il loro messaggio al mondo”, ha spiegato. (…) 

   Secondo gli utenti sui social, la foto – di cui non si conosce l’autore – sarebbe stata scattata martedì sera su una strada trafficata di SHIRAZ. Lo scatto è diventato il simbolo della rivoluzione nel Paese, dove anche un bacio in pubblico è “contro la morale” ed è proibito.

LE PROTESTE IN IRAN

Il sentimento anti-hijab è stato un chiaro simbolo unificante per i manifestanti con le donne che si toglievano l’hijab e si tagliavano i capelli nei primi giorni delle proteste. “I giovani iraniani vogliono far sapere al mondo che non si tireranno indietro”, ha detto Daftari“Stanno combattendo per ogni libertà”.

   Le proteste si sono ora estese a oltre 140 paesi e città e durano da settimane. Le forze di sicurezza iraniane hanno ucciso almeno 326 manifestanti, secondo l’ONG norvegese per i diritti umani dell’Iran. (Ilaria Arpino, 18/11/2022, da https://www.radiozeta.it/) 

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IRAN, mappa delle maggiori CITTÀ e DENSITÀ della POPOLAZIONE nel Paese (mappa da https://it.wikipedia.org.wiki/) — “(…) Da Shiraz a Naziabad, da Tehran, a Isfahan a Mashhad e Kerman, dal Kurdistan iraniano con Sanandaj e Mahabad, dalla regione dell’Azerbaigian occidentale al Sīstān-Balūcistān, negozianti si sono rifiutati di aprire i loro esercizi commerciali e sono scesi in strada. È lo sciopero nazionale più vasto nell’era della Repubblica islamica. (…)” (Mariano Giustino, 19/11/2022, da https://www.genteditalia.org/)

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COSA STA SUCCEDENDO IN IRAN A PIÙ DI DUE MESI DALL’INIZIO DELLE PROTESTE

di Davide Maria de Luca, 18/11/2022, da https://www.editorialedomani.it/

– Giovedì (17 novembre 2022) è stata bruciata la casa-museo del fondatore della Repubblica islamica Khomeini. La rivolta in corso sembra ogni giorno diventare più simile a una vera e propria rivoluzione: ecco a che punto siamo e quali sono le prospettive –

   I manifestanti che da più di due mesi protestano contro il regime iraniano hanno bruciato la casa dell’ayatollah Ruhollah Khomeini, il fondatore della Repubblica islamica. Le agenzia di stampa Reuters e Afp hanno geolocalizzato e confermato le immagini che da giovedì sera circolano sui social network e che mostrano l’edificio, trasformato in un museo, in fiamme alle spalle di decine di persone in festa.

   Si tratta di uno dei gesti più simbolici della rivolta iniziata il 16 settembre che sempre più analisti definiscono una vera e propria rivoluzione. Dopo le prime proteste iniziate dopo l’uccisione della 22enne Mahsa Amini mentre si trovava in custodia della polizia morale, le proteste si sono estese a tutto il paese.

   Centinaia di manifestanti e decine di agenti di sicurezza sono stati uccisi. Almeno 15mila persone sono state arrestate, sostiene il governo, anche se il numero reale potrebbe essere molto più alto. Ma la repressione del regime fino ad ora non è riuscita a stroncare le proteste.

LE RAGIONI DELLA PROTESTA

Amini, la cui uccisione ha dato inizio alle proteste, era stata arrestata per non aver indossato correttamente l’hijab. In Iran le donne sono obbligate per legge a indossarlo, ma dopo un periodo di flessibilità durante i precedenti governo riformisti, il nuovo presidente ultra-conservatore EBRAHIM RAISI ne ha reso più stringente l’applicazione.

   Le prime manifestazioni sono state portate avanti soprattutto da donne per protestare contro le pesanti discriminazioni di cui sono oggetto in Iran. Molte erano studentesse, anche minorenni. In migliaia si sono tolte l’hijab durante le manifestazioni, mentre in scuole e università gli studenti hanno abbattuto le barriere che separano i maschi dalle femmine.

   Dopo i primi giorni, le richieste sono rapidamente passate dalla fine dell’obbligo di hijab e dello strapotere della polizia morale, alla richieste di un cambio di governo, al grido di “morte al regime”.

   L’aumento dei prezzi, la difficile situazione economica del paese, la corruzione hanno tutti contribuito a un’ondata di proteste che ha superato quelle del 2009 e del 2019-2020, secondo la maggioranza degli analisti. Nemmeno le aree rurali e quelle più vicine al regime, come le città sante di MASHHAD e QOM, sono state immuni alle proteste.

   Proteste di solidarietà condotte da emigrati iraniani e simpatizzanti sono state organizzate in Europa, Stati Uniti, Canada, India e molti altri paesi.

LA REAZIONE

Il governo guidato da Raisi non ha fatto alcuna concessione ai manifestanti e ha messo in atto una dura repressione, portata avanti soprattutto dai Basij, la polizia ausiliaria volontaria che spesso opera in borghese.    La guida suprema ALI KHAMENEI ha definito le manifestazioni della «rivolte organizzate dall’estero» e una forma di «guerra ibrida» condotta contro il paese.

   In alcune città del paese sono state organizzate manifestazioni pro regime, che il governo ha definito «spontanee».

   Una rappresaglia particolarmente dura è stata indirizzata contro la MINORANZA CURDA che vive nella parte occidentale del paese. Alla fine di settembre e nelle prime settimane di ottobre, l’esercito iraniano ha colpito diverse basi di gruppi di opposizione curdi che si trovano al di là del confine iracheno, uccidendo almeno 14 persone tra cui una cittadina americana e il suo neonato.

   Il parlamento iraniano, guidato da una netta maggioranza conservatrice dopo le elezioni del 2020 in cui alla maggioranza dei candidati riformisti è stato impedito di partecipare, ha votato una mozione in cui chiede di applicare la pena di morte a tutti i manifestanti arrestati, ufficialmente 15mila persone. La mozione non è vincolante e per il momento una sola persona coinvolta nelle manifestazioni è stata condannata a morte, ma gli attivisti per i diritti umani temono che questo numero possa presto aumentare

LE PROSPETTIVE

Quelle in corso sono le più importanti proteste nel paese dalla rivoluzione del 1979, che ha portato alla nascita della Repubblica islamica. Non sembrano limitate alle grandi città e alla classe media, ma hanno coinvolto almeno una parte della popolazione rurale. Anche le richieste dei manifestanti sono senza precedenti, con un numero elevato di dimostranti che chiede la fine dell’attuale regime controllato dal clero.

   Il movimento al momento non ha una leadership, il che rende difficile per il regime colpire il centro nevralgico della protesta, ma difficilmente le attuali proteste potranno trasformarsi in una vera rivoluzione senza figure di riferimento. 

   Il regime, inoltre, per il momento rimane compatto. Non ci sono state defezioni né aperture ai manifestanti. Nonostante la violenta repressione, le autorità non hanno ancora messo in campo tutta la loro forza, come hanno fatto durante le proteste del 2019, quando sono stati uccisi circa 1.500 manifestanti in pochi giorni. (Davide Maria de Luca, 18/11/2022, da https://www.editorialedomani.it/)

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TEHERAN, manifestazione contro il regime (foto da https://www.osservatoreromano.va/) — “(…) I manifestanti non stanno chiedendo all’Occidente un sostegno per abbattere il regime, perché non ne hanno bisogno: ad abbattere la Repubblica islamica stanno pensando loro mettendo in gioco la propria vita, ma chiedono alla comunità internazionale, semplicemente, di non sostenere più un regime criminale che li opprime. (…)” (Mariano Giustino, 19/11/2022, da https://www.genteditalia.org/)

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MAPPA delle REGIONI, e maggiori città dell’IRAN (da https://it.wikivoyage.org.wiki/)

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“AZADI! AZADI!”, LA DANZA DELLA LIBERTÀ IN IRAN PUÒ SCONVOLGERE IL MEDIO ORIENTE

di Mariano Giustino, 19/11/2022, da https://www.genteditalia.org/

– Il coraggio dei giovani sta annichilendo un regime che da due mesi reprime e massacra, e ora condanna a morte i manifestanti. Ma la rivolta si allarga, scioperano i commercianti e gli operai delle fabbriche. Un successo della protesta potrebbe cambiare il volto dell’Iran e a cascata dell’intera regione –

   Si canta e si balla in tutti i luoghi pubblici dell’Iran. Si canta nelle metropolitane, sugli autobus, per le strade, nelle piazze. Donne e uomini cantano e ballano insieme anche se è vietato e se si rischia la fustigazione e il carcere, anche se i pasdaran e le forze basij sparano contro di loro nelle metropolitane e sugli autobus.

   “Azadi, Azadi” (Libertà, Libertà), ripetono i giovani a squarciagola. “La liberazione dell’Iran è vicina”, gridano e, come in un sogno che all’alba non muore, saltellano sventolando un pezzo di stoffa e intonando canti di liberazione. Nelle piazze di Tehran, uomini e donne si tengono per mano e fanno il girotondo: è la “Rivoluzione dell’Amore”, ma in Occidente sono solo in pochi ad accorgersene.

   I giovani iraniani sono consapevoli che “la vita può essere vissuta in modo diverso” e non vedono altra speranza se non quella del salvifico abbattimento di questo regime orrifico. Con eroico coraggio affrontano le feroci milizie del Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche che sparano a vista sui manifestanti a braccia aperte che gridano: “Non abbiamo paura dei tuoi proiettili, uccidici pure, ma non potrai uccidere la nostra voglia di libertà”. Insomma, la nuova generazione iraniana è molto determinata a liberarsi della teocrazia, come se il proprio paese fosse stato occupato da mostri, da esseri alieni venuti dallo spazio che li ha ghermiti e ridotti alla segregazione.

   La video blogger di 16 anni, SARINA İSMAILZADE, uccisa il 23 settembre a manganellate in testa dalle forze basij durante una protesta a GOHARDASHT, nella provincia di Alborz, aveva riassunto questo atteggiamento in un suo video-clip sul suo canale YouTube, poche ore prima della sua morte: “Non siamo come la generazione di 20 anni fa che non sapeva cosa fosse la vita al di fuori dell’Iran. Ci chiediamo perché non possiamo divertirci come le adolescenti di New York o Los Angeles”. Sarina in un altro suo video cantava la canzone del musicista irlandese Hozier, “Take Me to Church”, che per le donne, in questa Rivoluzione, è diventato un inno alla libertà e all’amore per i quali si può morire.

   Questi giovani combattono per le strade del loro paese, pacificamente, a mani nude, contro un regime armato fino ai denti, pronti a rischiare tutto. I loro slogan più frequenti sono: “Via i mullah!”, “Mullah, andate al diavolo!”, “Vogliamo essere lasciati in pace”, “Via la Repubblica islamica dall’Iran”.

   I manifestanti non stanno chiedendo all’Occidente un sostegno per abbattere il regime, perché non ne hanno bisogno: ad abbattere la Repubblica islamica stanno pensando loro mettendo in gioco la propria vita, ma chiedono alla comunità internazionale, semplicemente, di non sostenere più un regime criminale che li opprime.

   Le coraggiose ragazze dell’hijab sono ora diventate l’incubo di Ali Khamenei. A Tehran, nel sessantesimo giorno dall’assassinio di Mahsa Amini, un folto gruppo di manifestanti si è incamminato lungo Via della Repubblica islamica, diretto verso la casa della guida suprema al grido di “Morte al dittatore”.

   In questo paese chiave sta accadendo QUALCOSA DI STRAORDINARIA PORTATA STORICA: se la Repubblica islamica dovesse cadere, quella iraniana diventerebbe la prima Rivoluzione riuscita nella storia del Medio Oriente dal 1979 e rappresenterebbe quello che per l’Europa ha rappresentato la Rivoluzione francese; il suo successo cambierebbe il volto dell’intera regione e non solo. NULLA SAREBBE PIÙ COME PRIMA in IRAQ, in SIRIA, in LIBANO e anche nel più oscurantista AFGHANISTAN. Si spalancherebbero le porte della speranza per la risoluzione della questione israelo-palestinese. E anche Putin perderebbe un prezioso alleato in Siria e Ucraina.

   In quest’ultima settimana le manifestazioni sono entrate in una fase decisiva anche perché ai giovani si sono uniti i commercianti dei bazar notoriamente conservatori e sostenitori del regime islamico che furono decisivi nella rivoluzione khomeinista. Si registrano scioperi anche nel settore petrolchimico che se proseguiranno paralizzeranno la macchina economica del sistema. Manifestazioni e marce si registrano in ogni regione del paese. L’età della maggior parte dei manifestanti è al di sotto dei trent’anni e tra questi, un gran numero di adolescenti. La fascia di età tra i trenta e i quarant’anni non si è ancora completamente mobilitata, ma se ciò dovesse accadere in una megalopoli come Tehran, ad esempio, avremmo in piazza milioni di persone e il regime sarebbe destinato al definitivo crollo.

   Da Shiraz a Naziabad, da Tehran, a Isfahan a Mashhad e Kerman, dal Kurdistan iraniano con Sanandaj e Mahabad, dalla regione dell’Azerbaigian occidentale al Sīstān-Balūcistān, negozianti si sono rifiutati di aprire i loro esercizi commerciali e sono scesi in strada. È lo sciopero nazionale più vasto nell’era della Repubblica islamica. Ora è come se le l’Iran fosse fuori dal controllo del regime e le donne e gli uomini fossero padroni delle strade e delle piazze dove far sentire il grido di libertà.

   Il sessantesimo giorno di rivoluzione è diventato un mercoledì di sangue per ĪZEH, nella provincia del Khūzestān, a sudovest dell’Iran. La città si è coperta di sangue: oltre 850 feriti e numerosi morti. Medici e infermieri sono mobilitati a tempo pieno per soccorrere e curare i feriti. A Īzeh il regime islamico sembra aver portato l’inferno sulla terra. Burhan Kerami è una delle decine di vittime di mercoledì nella città di Kamiyaran, freddato per strada durante l’insurrezione popolare, colpito al volto dal fuoco diretto delle milizie di Khamenei. Kian Pirfalak, era un bambino di 10 anni, colpito nell’inferno di Īzeh dal fuoco delle fucilate del Corpo delle guardie rivoluzionarie.

   Sembra prossima la completa liberazione anche della città di Kamiyaran, nella regione del Kurdistan iraniano dopo quella di Bukan con i mullah in fuga, nell’Azerbaigian occidentale. Kamiyaran potrebbe essere la seconda città iraniana ad essere liberata dai religiosi sciiti. Anche le ragazze e i ragazzi dell’Università di Medicina di Sanandaj, sempre nel Kurdistan iraniano, hanno esultato e cantato “Azadi, Azadi”. Vogliono vivere nell’unico Iran dove è possibile crescere e avere un futuro. Dove si può amare la vita.

   La rivoluzione, dicono, allontana la paura e allevia il dolore.

   Questo coraggio del popolo sta annichilendo un regime che da due mesi massacra i propri figli. Le autorità iraniane sono disperate e giocano la carta del terrorismo, sparano contro i manifestanti nelle strade e anche nelle metropolitane e sugli autobus. La tenacia dei giovani disarmati sorprende il Corpo delle guardie rivoluzione e le forze paramilitari basij che erano abituate a disperdere la folla a colpi d’arma da fuoco, ma questa volta si trovano davanti giovani a mani nude che li sfidano e non hanno paura e questo genera in loro stupore e sconcerto. Si trovano davanti a qualcosa di assolutamente nuovo e questo sta creando una crepa all’interno delle forze del regime.

   Sono diversi i casi che ci vengono segnalati di insubordinazioni, di fughe di membri del Corpo delle guardie rivoluzionarie e delle basij, tanto che il regime è costretto a reclutare forze straniere come le brigate Fatemiyoun afgane e le brigate irachene filoiraniane. Ma anche queste stanno incontrando molte difficoltà perché non conoscono l’Iran, non conoscono il territorio iraniano.

   Il regime si troverebbe a suo agio se avesse dinanzi una rivolta violenta, anziché giovani disarmati. Per questo la strategia delle autorità iraniane è quella di usare la forza più feroce per trascinare nelle proteste gruppi di opposizione e partiti curdi con le loro ale armate e scatenare la reazione violenta nella popolazione, compresa quella della vasta minoranza curda. Questa strategia mira a far perdere il vasto consenso e le simpatie che vi sono nel paese verso i giovani manifestanti e a dividere l’opinione pubblica movendo anche la leva del nazionalismo, accusando i curdi di voler creare un “Kurdistan iraniano indipendente”, un luogo comune, questo, che viene tirato fuori ogni volta che il regime si sente vulnerabile. Ma ciò non sta riuscendo perché anche i partiti curdi si astengono da ogni violenza.

   Nelle manifestazioni e nelle rivolte precedenti, come quelle del 2009, il regime agitava il pericolo del separatismo, del ritorno della monarchia, della minaccia dei mujaidin. La Repubblica islamica riusciva a spaventare in questo modo la popolazione e a mandare tutti a casa. Questa volta i giovani non ascoltano più quei messaggi, non hanno più alcuna paura, sono tutti votati al cambiamento e disposti ad affrontare anche le incertezze del futuro.

   La popolazione ha capito che deve rimanere per le strade e non commettere l’errore storico del 1979 quando lasciarono le piazze ai sostenitori di Khomeini che allora erano una minoranza, ma ben organizzata e purtroppo sostenuta con cecità dall’esterno.

   Il regime sta già cercando di far mediare ai riformisti come l’ex presidente Mohammad Khatami, al quale, per la prima volta dopo 10 anni, hanno concesso di rilasciare un’intervista. Gli hanno dato visibilità nel tentativo di calmare un po’ le acque tempestose della rivolta. Il regime pensa di lasciare piccoli spazi di libertà per sedare le rivolte e si nota già un allentamento dei controlli sul velo, ma i manifestanti vogliono aprire una pagina nuova. Vogliono una Repubblica laica, democratica fondata sullo stato di diritto e sul rispetto dei diritti umani fondamentali. (MARIANO GIUSTINO)

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KURDISTAN: in rosso la presenza di popolazioni CURDE in IRAN, IRAQ, SIRIA e TURCHIA (mappa da WIKIPEDIA) — IRAN, RAID SU GRUPPI DI OPPOSIZIONE CURDI NEL KURDISTAN IRACHENO. (21/11/2022, da https://www.repubblica.it/esteri) Un nuovo bombardamento iraniano contro gruppi d’opposizione curdi nel Kurdistan iracheno, a meno di una settimana dagli ultimi attacchi, dopo il primo di fine settembre. “I Guardiani della Rivoluzione hanno nuovamente bombardato i partiti curdo-iraniani”, hanno fatto sapere funzionari locali. Conferme sono arrivate dal Partito democratico del Kurdistan d’Iran (Pdki) e dal gruppo nazionalista curdo-iraniano Komala. L’attacco segue quello di sabato notte per mano della Turchia, che ha inviato aerei da guerra per colpire le regioni settentrionali della Siria e dell’Iraq, come confermato domenica dal ministero della Difesa turco: nel mirino, i gruppi curdi che Ankara ritiene responsabili dell’attentato dinamitardo della scorsa settimana a Istanbul. I morti sarebbero 35 stando all’agenzia Afp.

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GIORNI DI LUTTO E DI RABBIA PER L’IRAN CHE VUOLE LA RIVOLUZIONE

di Luciana Borsatti, da https://www.huffingtonpost.it/, 19/11/2022

– Manifestazioni nel mondo in ricordo del “Silent massacre” del novembre 2019, mentre dilaga la protesta e la repressione in Iran. Con diversi INTERROGATIVI: IL MOVIMENTO VUOLE LA CADUTA DEL REGIME, quello che ancora non è chiaro è come e CON QUALI ALLEANZE LO POSSA FARE –

   Mentre sui social circolano i video delle fiamme nella casa-museo dell’Imam Khomeini, luogo più che mai simbolico per la Repubblica Islamica, anche a Roma si tiene una manifestazione, in una nuova giornata globale a sostegno delle proteste in Iran in ricordo del “Silent massacre” di manifestanti del novembre 2019.  A promuoverla ancora una volta, dal Canada, Hamed Esmailion e il suo comitato che chiede giustizia per le vittime dell’aereo civile abbattuto dalla contraerea iraniana l’8 gennaio 2020 a Teheran.

   Secondo Amnesty International le forze di sicurezza uccisero allora 327 persone. Secondo Reuters i morti furono invece circa 1500 in meno di due settimane. Le fonti dell’agenzia britannica, tutte anonime, erano tre funzionari del ministero dell’Interno iraniano, mentre altre tre fonti vicine ad Ali Khamenei riferirono che l’ordine di porre fine alle proteste, a qualunque costo, partì dalla stessa Guida. A quella cifra si richiamano gli account “1500tasvir” (immagini in persiano) che, su Twitter e Instagram, danno un quotidiano resoconto delle proteste ormai entrate nel terzo mese, documentandole con diversi video che riescono a superare i blocchi di internet e filtrare all’estero.

   Anche le attuali proteste hanno avuto finora un pesante tributo di vittime tra i manifestanti: secondo l’Ong basata a Oslo Iran Human Rights, dal 17 settembre (giorno successivo alla notizia della morte della giovane curda Masha Amini) le forze dell’ordine hanno ucciso 342 persone, tra cui 43 minori e 26 donne.

   L’ambasciata iraniana a Roma, da parte sua, ha reso noto che i morti tra i manifestanti sono stati meno di 40, tutti colpiti non da armi in dotazione alle forze di sicurezza – che userebbero proiettili non letali – ma da “agenti stranieri infiltrati tra i manifestanti”. Inoltre “circa 45 membri delle forze armate e di polizia hanno sacrificato la vita in queste rivolte orchestrate da sabotatori”, precisa un comunicato, in linea con la narrativa ufficiale che attribuisce le proteste all’azione di potenze esterne volta a indebolire la Repubblica Islamica.

Perché anche la precisione sui numeri conta 

Qualcuno si chiederà forse il perché di tutta questa contabilità, di fronte alla gravità della perdita anche di una sola persona a causa della repressione: come quel bambino di nove anni, KIAN PIRFALAK , piccolo ma ingegnoso inventore ucciso da uomini armati nella città occidentale di Izeh. È stato colpito mentre era in macchina con il padre mercoledì scorso, giorno fra i più sanguinosi che, scrive il Guardian, potrebbe aver dato il segnale dell’inizio di una vera “insurrezione armata”, secondo le agenzie ufficiali, oppure di un’escalation della repressione. 

   Ma anche la correttezza nel maneggiare i numeri conta. Lo dimostra l’imbarazzante incidente in cui è caduto nei giorni scorsi il primo ministro canadese Justin Trudeau, che ha twittato, e poi rimosso dal web, la notizia – virale sui social – che l’Iran aveva condannato a morte ben 15 mila manifestanti (qui un fact-checking sul caso). Quindicimila è il numero degli arrestati diffuso da fonti basate all’estero, contro le cinque condanne a morte effettivamente emesse finora e in attesa di appello. Intrecciandosi con altre notizie inesatte sulla richiesta espressa alla magistratura da un gruppo di parlamentari, sostenitori del pugno duro contro chi fosse imputabile di “guerra contro Dio”, la falsa notizia potrebbe essere controproducente per chi sostiene le proteste: potrebbe infatti indurre l’opinione pubblica a ridimensionare l’importanza di altre condanne che in futuro saranno emesse per il solo esercizio del diritto di manifestare. Ma la scivolata di Trudeau dovrebbe anche indurre a riflettere su quanto l’informazione sulle proteste in Iran sia, fin dall’inizio, altamente drogata.

Il novembre 2019 segnò anche la morte della speranza

Quel mese terribile di Aban segnò anche, per molti iraniani, la morte di ogni residua speranza che il sistema fosse ancora riformabile senza traumi, e che potesse riaprirsi quella strada di apertura di Teheran verso l’Occidente che altri manifestanti, nell’agosto 2015, avevano salutato con ottimismo, festeggiando lo storico accordo sul nucleare che Trump avrebbe unilateralmente tradito nel 2018. Da allora ogni male dell’Iran, a partire dalle difficoltà dell’economia, è stato imputato da chi protestava alla dirigenza della Repubblica Islamica, sempre più sorda e arroccata nella sua deriva conservatrice e repressiva. Perché, se è vero che l’establishment è ancora una volta diviso tra falchi e colombe su come rispondere alle proteste, nulla è finora giunto dalle autorità ufficiali se non la solita tesi del complotto esterno, confermando così quanto sia ormai lontana la dirigenza della Repubblica Islamica da molta parte del suo popolo e delle sue giovani generazioni.

Ma oltre due mesi di proteste sono già “una rivoluzione”?

“Il movimento è non violento e non intende cadere nella trappola del secessionismo” – ha detto in un recente incontro pubblico un’esponente della comunità iraniana a Roma, con riferimento all’ipotesi che le proteste siano alimentate dal malcontento di minoranze etnico-religiose – né in quella della “guerra civile” in cui “il regime sta cercando di trasformare le proteste”.  QUANTO ALLA MANCANZA DI LEADER RICONOSCIUTI, ha aggiunto, “questa non è più l’epoca dei leader, e le nuove classi dirigenti si sono formate in questi decenni nelle carceri e lavorando nella società civile. Certo, ci saranno molte tragedie, ma stavolta gli iraniani non vogliono tornare indietro”.

   Ormai infatti i manifestanti lo hanno detto in tutti i modi: per loro la libertà e i diritti possono venire solo dalla FINE DELLA REPUBBLICA ISLAMICA. Quello che continua a non essere chiaro è COME E CON QUALI ALLEANZE, interne se non internazionali, lo vogliano e possano fare. E infatti sono ancora gli interrogativi a dominare.  

   FORSE VI È GIÀ QUELLA SALDATURA TRA DIVERSE COMPONENTI DELLA SOCIETÀ IRANIANA che qualcuno ritiene necessaria per una vera rivoluzione, e che altri vorrebbero vedere già in atto in alcuni occasionali scioperi di categorie di lavoratori e in quelle saracinesche abbassate nei bazar, in questi giorni di commemorazione dei lutti del 2019?  

   È forse pronta, la maggioranza degli iraniani che ancora resta a guardare, a vedere altro sangue dopo averne già visto scorrere fiumi, prima con la rivoluzione e poi nel lungo conflitto con l’Iraq?

   Basta forse una barricata nelle strade a fare la primavera di una rivoluzione, soprattutto alla luce della triste fine delle cosiddette “primavere arabe” del 2011?

   Sono forse i sistemi di potere caduti sotto l’ondata delle rivolte arabe (per poi magari rinascere dalle proprie ceneri, come nell’Egitto di Al Sisi) minimamente paragonabili alla Repubblica Islamica?

   Cioè a quell’Iran dove l’ormai anziana componente clericale e teocratica delle origini è ora affiancata dagli enormi poteri militari, politici e soprattutto economici della seconda e tecnocratica generazione delle Guardie della rivoluzione, cui interessi sono indissolubilmente legati proprio allo stesso sistema?

   E le cui ricchezze sono aumentate in questi anni proprio grazie alle sanzioni e all’isolamento internazionale, finendo magari per essere trasferite all’estero insieme ai loro rampolli, che ora godono in Occidente delle stesse libertà rivendicate dai loro coetanei al costo della vita? 

(Luciana Borsatti, da https://www.huffingtonpost.it/)

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RITORNO IN IRAN” di Fariborz Kamkari, ed. “La Nave di Teseo”, 2022, 20 euro – Ritorno in Iran è un libro utile e non semplice. Il racconto è molto ben scritto e fornisce grande quantità di informazioni storiche, sociali e politiche del contesto iraniano

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MONDIALI IN QATAR, I CALCIATORI DELLA NAZIONALE DELL’IRAN NON CANTANO L’INNO IN SEGNO DI PROTESTA

di Asia Buconi, 21 Novembre 2022, da https://www.nextquotidiano.it/

   All’esordio mondiale contro l’Inghilterra, i calciatori della nazionale iraniana hanno boicottato l’inno della Repubblica islamica, rimanendo in silenzio mentre risuonava al Khalifa International Stadium. Un silenzio che vale più di mille parole, un chiaro gesto di protesta nei confronti del regime di Khomeini, già messo in atto dalla squadra iraniana di pallavolo e di beach soccer. Dalla tribuna, accanto a chi sventolava striscioni in favore della libertà delle donne iraniane, parte dei tifosi provenienti da Teheran ha accolto il gesto dei giocatori con fischi, insulti e gestacci (come il dito medio e il pollice verso).

   La protesta messa in atto oggi dai calciatori era già stata annunciata nei giorni scorsi dal difensore e capitano della Nazionale Ehsan Hajsafi, 32 anni, che in conferenza stampa aveva espresso Continua a leggere

I ritrovamenti archeologici di SAN CASCIANO DEI BAGNI (Siena): nascita (e poi declino) del POPOLO ETRUSCO, sorto dal congiungersi alle popolazioni locali di altre etnie (provenenti da sud e da nord); popolo a suo volta “mischiato” ai ROMANI del nascente impero (un incontro di genti, e sviluppo di una grande civiltà nella convivenza)

“(…) La prima statua di bronzo ad uscire dal fango bollente, 2.300 anni dopo, è stato un putto in bronzo. Piccolo, bello e immutato, come se il tempo invece di dissolverlo lo avesse accarezzato. Non era solo. Dentro la vasca sacra, sotto una coltre di melma e stratificazioni secolari, c’era molto di più: il tesoro degli Etruschi e dei Romani che a quel tempo, siamo tra il secondo e il primo secolo avanti Cristo, in questi luoghi vivevano insieme nella tolleranza. (…)” (Marco Gasparetti, 9/11/2022, da “il Corriere della Sera”)

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IGEA statua bronzea – “(…) Lo scavo di San Casciano, che diventerà un museo con le terme ancora oggi in funzione, ha regalato molte sorprese. «Come il ritrovamento della statua bronzea più grande che raffigura Igea, moglie o figlia di Esculapio, il dio romano della medicina – racconta Jacopo Tabolli, 38 anni, professore di Etruscologia all’ateneo per Stranieri di Siena e direttore degli scavi -. Una grande emozione disseppellire la rappresentazione della medicina unita alla bellezza e alle terme». (…)”(Marco Gasparetti, 9/11/2022, da “il Corriere della Sera”)

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MAPPA dell’Etruria nel Centro Italia – “(…) Protetto per 2300 anni dal fango e dall’acqua bollente delle vasche sacre, è riemerso in questi giorni dagli scavi di San Casciano dei Bagni, in Toscana, nel senese, un deposito votivo mai visto, con almeno 24 statue in bronzo di raffinatissima fattura, cinque delle quali alte quasi un metro, tutte integre e in perfetto stato di conservazione. A darne per primo notizia è stato l’archeologo Jacopo Tabolli – giovane docente dell’Università per Stranieri di Siena, che dal 2019 guida il progetto con la concessione del ministero della Cultura e il sostegno anche economico del piccolo Comune toscano – che all’agenzia Ansa ha detto che si tratta di una scoperta “che riscriverà la storia e sulla quale sono già al lavoro oltre 60 esperti di tutto il mondo”. (…)” (da IL FATTO QUOTIDIANO del 9/11/2022)

SAN CASCIANO, UN VIAGGIO ALL’ORIGINE E ALLA FINE DI ETRURIA: «QUESTA, 2300 ANNI FA, ERA LA LORO LOURDES»

di Chiara Dino, 9/11/2022, da https://corrierefiorentino.corriere.it/

– Le terme custodivano oggetti databili tra il II e I secolo a. C. «Siamo all’incipit della ricerca» –

   Un territorio non troppo esteso, un pezzo di Italia centrale compreso tra Toscana, Lazio, Umbria con propaggini in Emilia Romagna e nella Bassa Lombardia. Questa è stata l’Etruria, terra dotata di una cultura avanzatissima, di una forma politica legata alla città-Stato, pian piano inglobata dalla grande potenza romana pre-imperiale. Una terra che produsse riti, abitudini, organizzazioni sociali di grande interesse e che grazie agli ultimi scavi, presentati (martedì 8/11/2022, NDR) a San Casciano dei Bagni, impareremo a conoscere meglio.  Almeno per quella fase — i reperti sono databili tra il II e il I secolo a.C — in cui gli etruschi si mescolarono ai romani da cui erano stati espugnati e conquistati un secolo prima: nel III a.C.

   Ma cosa c’era stato prima in questo territorio? E cosa potrà accadere, da oggi in poi, quando i reperti saranno restaurati e studiati e altri ne arriveranno alla ripresa degli scavi? La storia è entusiasmante: perché la civiltà etrusca, come tante altre, si formò nel tempo — così insegna Massimo Pallottino nel suo “L’origine degli Etruschi” quando sottolinea che quel popolo non «nacque» ma si «formò» grazie all’incontro tra diverse culture. Successe questo: delle popolazioni autoctone, vocate all’agricoltura, poco a poco si mischiarono con genti arrivate da oriente, dalla costa dell’odierna Turchia, e dal nord, da una zona che sta sopra il fiume Po. Siamo intorno al IX secolo a.C. e tale pout-pourri di culture genera quelli che chiamiamo etruschi. Niente di diverso rispetto a quanto abbiamo appreso su Roma dall’Eneide — con Enea che arriva da Troia sconfitta e fonda la città — o dall’Odissea, storia di viaggi, scoperte, incontro tra popoli.

   In Toscana questa gente si insedia in città come Chiusi, Cortona, Arezzo, Volterra, Populonia, Vetulonia, Sovana, Vitigliano; poco più tarde sono Roselle e Grosseto (tra il VII e il VI secolo a.C.) e qui fa, cresce, si sviluppa, prega i suoi dei. I romani arrivano intorno al III secolo a. C. e da allora parte il declino di questo popolo, lento per l’attitudine dell’Urbe di inglobare e accogliere istanze dei conquistati, ma inesorabile. Non tale però da non lasciare tracce in tombe, necropoli, mura, templi, strade e ora, a San Casciano dei Bagni, di queste terme sacre. «Un luogo — dice Piero Pruneti direttore di Archelogia Viva e turismo — che in fondo era una sorta di Lourdes del tempo. La gente qui faceva dei bagni in un’acqua che riteneva sacra pregando gli dei di ottenere delle grazie per la salute». Il paragone è suggestivo e fa pensare, come ci suggerisce sempre lui che: «Quando l’area archeologica sarà visitabile e sarà inaugurato il museo in procinto di nascere, questo sarà un luogo con una presenza turistica notevole. I reperti archeologici belli e importanti — non parlo dei frammenti che richiamano solo studiosi — affascinano perché al piacere della conoscenza si aggiunge quello della scoperta. Di qualcosa che ci ha restituito la terra».

   E qui arriviamo a quanto accaduto e dovrà ancora accadere nell’area interessata dagli scavi. Spiega il soprintendente di Arezzo, Siena, Grosseto, Gabriele Nannetti: «Quello che è stato presentato oggi è solo l’incipit di un lavoro di ricerca. Per il momento stiamo ripulendo in loco i reperti, bagnati e sporchi di fango. Poi saranno portati nei laboratori del territorio. Si sta lavorando tutti insieme, la Soprintendenza, il Comune, l’Istituto Centrale per il restauro, con una consonanza di intenti e di vedute straordinaria. Il ministero sta concludendo l’acquisto del palazzo della Propositura di San Casciano dei Bagni che dovrà ospitare il futuro museo». Nella tarda primavera del 2023 riprenderà la campagna di scavi: «Non prima perché già in estate le condizioni di lavoro sono difficili visto che si è scavato e si scava in luoghi dove arrivano 10 litri di acqua a 40° ogni secondo. Ma proseguiremo consapevoli che a spanna quanto si è trovato finora corrisponde a circa il 50 per cento di quanto potrebbe esserci. Dovremo farlo con cautela ancora maggiore perché le prossime ricerche si andranno a fare sopra strutture medicee». Ma questo è un lavoro di là da venire. Oggi la cosa più entusiasmante sarà studiare provenienza e storia dei pezzi portati qui come doni votivi. (CHIARA DINO, 9/11/2022, da https://corrierefiorentino.corriere.it/)

Nella FOTO sopra: IL LUOGO DEL RITROVAMENTO (da “Il Fatto Quotidiano”), lo scavo presso il Bagno Grande di San Casciano dei Bagni (Siena), un’area interessata dalla presenza di acque termali usate ancora oggi, può essere considerata una delle imprese archeologiche più importanti del secolo. Un santuario antico che nasce intorno al III secolo a.C. in territorio etrusco e che sarà frequentato fino alla fine del IV secolo d.C., quando i culti pagani saranno definitivamente chiusi.  –  “(…) Il contesto riveste grande rilevanza sul piano storico-archeologico anche perché getta nuova luce e pone nuove domande sui rapporti tra Etruschi e Romani in un’epoca assai delicata – quella tra II e I secolo a.C. – che vede l’acuirsi della crisi sociale e scontri tra le compagini presenti sul territorio, alle soglie della progressiva romanizzazione della Penisola italiana e del definitivo riassorbimento della componente etrusca all’interno del mondo romano. (…)(Massimo Osanna, da “LA STAMPA” del 9/11/2022)

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MIRACOLO A SAN CASCIANO

di Corrado Augias, 9/11/2022, da “la Repubblica”

– Storico ritrovamento. Il miracolo di San Casciano dopo 2300 anni spuntano 24 statue di bronzo –

   All’inizio dell’Ottocento il poeta francese Alphonse de Lamartine definiva crudamente l’Italia “una terra di morti”. Si riferiva all’aspetto politico, e non aveva torto. Per tre secoli, dalla fine del XV all’inizio del XIX, la penisola politicamente è stata come morta. Lo sapeva anche il ventenne Giacomo Leopardi che in una lirica composta più o meno negli stessi anni confermava, con più garbo, il concetto: “Vedo le mura e gli archi e le colonne e i simulacri e l’erme Torri degli avi nostri, ma la gloria non vedo…“.

   Questo però riguarda l’aspetto politico. Per altro verso, questa terra ha dato vita o ospitato il più smisurato insieme d’opere d’arte del pianeta. Il clamoroso ritrovamento di San Casciano ne è l’ennesima conferma – e certo non sarà l’ultima. In questo squilibrio tra un patrimonio immenso e un’insignificante storia politica, militare ed economica, c’è come un’indicazione di destino che, si potrebbe pensare, anche i nostri giorni confermano.

   La nostra è una terra dove per secoli ci si è dilaniati tra vicini dopo la caduta di quel miracolo politico che è stato l’Impero romano, e dove – anche per questo – non c’è borgo, non c’è lembo di territorio che non conservi una qualche insigne traccia della volontà di eccellere per volontà del Signore locale. Fosse anche solo una torre, un porticato, una cattedrale, una tomba.

   Ho avuto occasione di far notare tempo fa che se si toglie Parigi alla Francia e Londra all’Inghilterra resta certo qualcosa – ma si tratta appunto di qualcosa. Se si toglie Roma all’Italia resta un mondo e di Roma ci si potrebbe quasi dimenticare data l’ampiezza, la qualità, del resto.

   Terra di morti, dunque, ammettiamo che Lamartine aveva ragione, ma solo parzialmente: gli sfuggiva un ulteriore e ugualmente importante aspetto della questione. Tra l’altro parliamo di morti che qualche volta tornano alla luce, per non dire in vita, testimoni eloquenti di ciò che è stato. Gli archeologi faranno le loro valutazioni, ci diranno il valore assoluto e relativo dell’ultima clamorosa scoperta; a noi persone comuni spetta un altro compito: imparare a valutare meglio, ad apprezzare, di quale pezzo di pianeta siamo cittadini.

   Non è passato molto tempo da quando il nostro passato giaceva ancora sottoterra, gli antichi sarcofagi servivano alle mandrie come abbeveratoio, imponenti ruderi classici venivano utilizzati come muri di controspinta per miseri tuguri. Deriva da questa vasta, prolungata negligenza la quantità di errori e di orrori perpetrati quando un po’ di benessere ha favorito lo scempio di vaste zone del territorio.

   Posso citare un aneddoto personale. Parecchi anni fa in occasione di una visita professionale ad Agrigento, chiesi al sindaco com’era stato possibile lasciar costruire quelle decine di casette fin quasi a soffocare i magnifici templi della Magna Grecia. Mi rispose con malinconia: “Ci mancò la cultura”. Aveva ragione il sindaco: mancò la cultura, non solo ad Agrigento. Se c’è un insegnamento che può venire da San Casciano, a parte ogni considerazione storica e archeologica, è l’invito ad aprire gli occhi, a saper vedere, perché guardare non basta. Ad imparare, possibilmente, il rispetto per ciò che ci sta intorno. (Corrado Augias)

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La sindaca di San Casciano Agnese Carletti sugli scavi con “(…) Il team di giovani archeologi dell’Università degli Stranieri di Siena, per lo più ventenni (una équipe multidisciplinare di specialisti che annovera archeologi, architetti, ingegneri, restauratori, geologi, archeobotanici, archeozoologi, esperti di epigrafia e numismatica), insieme agli esperti della Sovrintendenza e grazie al contributo del Comune, hanno esplorato per tre anni le profondità dimenticate del santuario, tra i resti di piscine, fontane, terrazze digradanti, una meraviglia sulfurea rimasta attiva sino al V secolo e poi coperta in epoca cristiana. Hanno affondato braccia e mani sino a tre metri di profondità, quasi scottandosi per l’acqua termale. E hanno scoperto l’inimmaginabile. (…)” (Marco Gasparetti, 9/11/2022, da “il Corriere della Sera”)

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TESORO SOTTO IL FANGO DA MILLENNI

di Marco Gasparetti, 9/11/2022, da “il Corriere della Sera”

– Spuntano 24 statue di bronzo. La scoperta a San Casciano dei Bagni, risalgono anche al terzo secolo a.C- –

   La storia riemerge dal fango e dalle acque bollenti di San Casciano dei Bagni, in Toscana. In un deposito votivo, gli archeologi hanno trovato ventiquattro statue di bronzo risalenti all’epoca etrusca e romana. La prima statua di bronzo ad uscire dal fango bollente, 2.300 anni dopo, è stato un putto in bronzo. Piccolo, bello e immutato, come se il tempo invece di dissolverlo lo avesse accarezzato. Non era solo. Dentro la vasca sacra, sotto una coltre di melma e stratificazioni secolari, c’era molto di più: il tesoro degli Etruschi e dei Romani che a quel tempo, siamo tra il secondo e il primo secolo avanti Cristo, in questi luoghi vivevano insieme nella tolleranza.

   Il team di giovani archeologi dell’Università degli Stranieri di Siena, per lo più ventenni, insieme agli esperti della Sovrintendenza e grazie al contributo del Comune, hanno esplorato per tre anni le profondità dimenticate del santuario, tra i resti di piscine, fontane, terrazze digradanti, una meraviglia sulfurea rimasta attiva sino al V secolo e poi coperta in epoca cristiana. Hanno affondato braccia e mani sino a tre metri di profondità, quasi scottandosi per l’acqua termale. E hanno scoperto l’inimmaginabile.

   Dal cuore sacro del tempio sono usciti capolavori paragonabili ai Bronzi di Riace: 24 statue di circa un metro di altezza, un’ottantina di piccoli bronzi di rara bellezza e ancora seimila monete d’oro, argento e bronzo che raccontano un’altra storia, forse tutta da riscrivere. «Come la convivenza pacifica, multiculturale e plurilinguistica tra Etruschi e Romani in un’epoca di grandi conflitti, scoperta millenni dopo anche da giovani professori, ricercatori e studenti di mezzo mondo, quelli del nostro ateneo», spiega Tomaso Montanari, rettore dell’Università degli Stranieri di Siena. E tutto questo in un tempio immerso nelle terme, nel quale si univano preghiera, bellezza e beatitudine.

   Lo scavo di San Casciano, che diventerà un museo con le terme ancora oggi in funzione, ha regalato molte sorprese. «Come il ritrovamento della statua bronzea più grande che raffigura Igea, moglie o figlia di Esculapio, il dio romano della medicina – racconta Jacopo Tabolli, 38 anni, professore di Etruscologia all’ateneo per Stranieri di Siena e direttore degli scavi -. Una grande emozione disseppellire la rappresentazione della medicina unita alla bellezza e alle terme».

   Dalla melma millenaria sono riemerse in queste settimane divinità, effigi di Igea e di Apollo. E un bronzo che sembra assomigliare al celebre Arringatore. E ancora, come raccontano gli archeologi, nelle iscrizioni si leggono nomi di potenti famiglie etrusche. Entusiasta il ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, che ha visitato il sito. «Dobbiamo avere la consapevolezza che in campo culturale siamo la prima superpotenza del pianeta». (Marco Gasperetti)

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“(…) Un culto proseguito sino al IV secolo d.C. come attesta la deposizione di quasi seimila monete in bronzo, argento e oro. La fine dell’area sacra viene fatta risalire al V secolo d.C. con l’abbandono definitivo della religione pagana e la piena affermazione del Cristianesimo. In quel periodo la vasca fu resa inutilizzabile e coperta ricorrendo a grandi tegole. (…)” (Giuseppe M. Della Fina, da “la Repubblica” del 9/11/2022)

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(Statua bronzea) – Le 24 statue sono state realizzate secondo i canoni della “mensura honorata“, vale a dire alte tre piedi romani (è l’equivalente di circa un metro). I bronzi, in ottimo stato di conservazione, raffigurano le divinità venerate nel santuario, assieme agli organi e alle parti anatomiche per le quali si chiedeva l’intervento curativo della divinità attraverso le acque termali

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Statua bronzea recuperata dal fango e dall’acqua a 40 gradi

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LA SOPRAVVIVENZA DI UNA CIVILTÀ SCONFITTA DALLA STORIA

di Giuseppe M. Della Fina, da “la Repubblica” del 9/11/2022

   Le potenzialità della ricerca archeologica in Italia continuano a sorprendere: la sesta campagna di scavo condotta a San Casciano dei Bagni, nell’area del Bagno Grande, ha restituito una serie eccezionale di oltre venti statue di epoca etrusca e romana, di cui cinque alte quasi un metro, depositate ritualmente all’interno di un’area sacra nella quale l’acqua era la protagonista nei culti.

   I bronzi raffigurano le divinità venerate, tra cui Igea e Apollo, i devoti e, inoltre, le parti anatomiche per le quali veniva chiesta una grazia e sono databili al II e I secolo a.C. Le statue erano posizionate sul bordo esterno di una grande vasca con funzione sacrale e ancorate a eleganti basi in travertino. Nel corso del I secolo d.C. – a più riprese – vennero staccate e depositate sul fondo della vasca e questo ha fatto pensare agli archeologi, autori della scoperta, che si sia trattato di deposizioni rituali ripetute nel tempo.

   Un culto proseguito sino al IV secolo d.C. come attesta la deposizione di quasi seimila monete in bronzo, argento e oro. La fine dell’area sacra viene fatta risalire al V secolo d.C. con l’abbandono definitivo della religione pagana e la piena affermazione del Cristianesimo. In quel periodo la vasca fu resa inutilizzabile e coperta ricorrendo a grandi tegole.

   Lo strato ancora superiore venne sigillato con i resti delle colonne del portico circostante, anch’esso evidentemente non più in funzione. I bronzi hanno uno stato di conservazione buono e questo è dovuto sia al fatto che non vennero danneggiati nel momento della deposizione sia al contesto ambientale che li ha protetti sino ad oggi.

   Un interesse particolare riveste il fatto che essi presentano iscrizioni sia Continua a leggere

La COP27 in EGITTO porterà qualche risultato? – I CAMBIAMENTI CLIMATICI: è un tema dimenticato?…in un mondo di guerre, carenze energetiche, pandemie, economie in crisi, minacce di scontri nucleari tra potenze globali? – E questa Cop27 in AFRICA, servirà ai paesi africani che soffrono i disastri del clima (causati dai paesi ricchi)?

(nella foto: donne del Burkina Faso prendono l’acqua al pozzo) – Cambiamenti climatici in Africa: problemi ambientali e sociali devastanti. Anche se l’Africa contribuisce solo in minima parte ai cambiamenti climatici, ne sta subendo pesantemente gli impatti ambientali, sociali e sul patrimonio artistico e culturale. Una situazione, peraltro, che favorisce la crescita delle organizzazioni terroristiche (FOTO e testo da https://www.osservatoriodiritti.it/)

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(Logo Conferenza COP27) Dal 6 al 18 novembre in Egitto si incontreranno i rappresentanti di 197 Paesi per negoziare accordi e coordinate globali sul clima. COP27 sarà l’ultima chiamata per invertire davvero la rotta: da dove partiamo e cosa ci attendiamo da questo summit internazionale?

COP27, DA DOVE PARTIAMO E COSA CI ASPETTIAMO

di Sabrina Lorenzoni, da https://www.thegoodintown.it/, 26/10/2022

– Sono ormai 27 anni che i governi mondiali cercano di ‘fare squadra’ e lavorare insieme per evitare l’irreversibile sconvolgimento dell’ecosistema naturale del nostro pianeta. Ci riusciranno? La COP27 potrebbe essere l’ultimo treno…-

   Dal 6 al 18 novembre in Egitto si incontreranno i rappresentanti di 197 Paesi per negoziare accordi e coordinate globali sul clima. COP27 sarà l’ultima chiamata per invertire davvero la rotta: da dove partiamo e cosa ci attendiamo da questo summit internazionale?

(L’EGITTO e SHARM el SHEIKH sul MAR ROSSO, mappa da Wikipedia) – Sharm el Sheikh, località turistica egiziana molto frequentata sul Mar Rosso – L’EGITTO di al-Sisi è, ancora una volta, teatro di violazioni di diritti civili. A pochi giorni dall’inizio della COP27, infatti, i servizi di sicurezza egiziani hanno iniziato a portare avanti una dura campagna di repressione nei confronti di cittadini, accusati di voler protestare contro la Conferenza annuale delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico, con arresti preventivi e il controllo dei civili (…)” (Elena Malusardi , 2/11/2022, da https://www.ultimavoce.it/)

COP27 E I PRECEDENTI ACCORDI SUL CLIMA

La sigla COP nasce dalle iniziali delle parole inglesi Conference Of the Parties, conferenza delle parti, ovvero degli Stati. Il prossimo novembre, in Egitto, saranno presenti a questa conferenza i rappresentanti di 197 governi del mondo. Si tratta di un appuntamento annuale, nato nel 1995 con la prima riunione mondiale chiamata COP1.

   A partire da quella data, ogni anno i rappresentanti di Governi, organizzazioni, osservatori nazionali e internazionali, insieme ad esperti e lavoratori della stampa e dei media si riuniscono per stabilire accordi e comportamenti per rallentare ed adeguarsi al clima che cambia.

   Negli ultimi anni, grazie ad internet e ai social network, i summit sul clima hanno avuto molta eco e sono stati molto discussi e criticati. Restano solo parole? O poi seguono anche i fatti?

   Spesso ci si chiede se la conferenza ha avuto successo. Ognuno ha la propria risposta. I fatti contano, ma anche incontrarsi ogni anno e mettere sul tavolo risultati e obiettivi raggiunti, insieme a fallimenti e modifiche da apportare è di grande importanza per il mondo intero e per il futuro delle persone, dell’ambiente e del Pianeta.

   Alcune delle COP precedenti hanno raggiunto buoni risultati e vengono spesso nominate perché rappresentano dei punti di riferimento che seguiamo tuttora. In pratica possiamo dire che hanno avuto successo. (Sabrina Lorenzoni, da https://www.thegoodintown.it/, 26/10/2022)

Nella FOTO: Cambiamenti climatici nei paesi poveri: dopo le ALLUVIONI a DADU, nella provincia pachistana di SINDH il 7 settembre 2022. Da INTERNAZIONALE www.internazionale.it/)

I SUCCESSI DELLE CONFERENZE SUL CLIMA

Dalla COP3, che si è svolta nel 1997 a Kyoto, abbiamo ottenuto il Protocollo di Kyoto, un insieme di accordi e target da seguire per ridurre le emissioni che alterano il clima. Un risultato raggiunto dopo un primo accordo del 1997 che ha posto le basi per nuovi obiettivi globali. Un esito importante, anche se non tutte le Nazioni presenti avevano firmato il testo finale.

   La COP15 di Copenhagen è ricordata come un summit che ha avuto successo in quanto si è deciso di impegnarsi per limitare l’aumento della temperatura globale al di sotto di 2°C e di stanziare annualmente delle somme di denaro per aiutare le Nazioni più povere. Anche in questo caso COP15 viene ricordata come un successo, ma parziale, visto che i lavori sono stati interrotti senza ulteriori risultati.

   Infine una COP che ha raggiunto importanti e decisivi risultati è COP21, svoltasi a Parigi, che resta nella storia come Accordo di Parigi sul clima del 2015. In quell’anno per la prima volta tutte le Nazioni presenti furono d’accordo sulla necessità di contenere le emissioni atmosferiche di anidride carbonica al di sotto di 1,5°C. (Sabrina Lorenzoni, da https://www.thegoodintown.it/, 26/10/2022)

(CLICCA SULL’IMMAGINE PER RENDERLA BEN VISIBILE) L’ACCORDO DI PARIGI del 2015, COP21, cosa prevedeva e gli impegni dell’Unione Europea (da https://www.consilium.europa.eu/)

DA COP26 DI GLASGOW A COP27 DI SHARM EL-SHEIKH

Il 2015 con la firma dell’Accordo di Parigi resta una data importante nella storia dei negoziati sul clima. Da quell’anno in poi, gli Stati hanno iniziato a lavorare su tre punti principali:

  • ridurrele emissioni di gas serra in atmosfera, GHGs;
  • fornire un supporto economico ai Paesi più poverie a quelli situati in zone del mondo più a rischio di eventi climatici estremi;
  • raggiungere i target, gli obiettivi sul carbonio in due step successivi: 2030 e 2050.

   Lo scorso novembre (2021), a Glasgow, si è stabilito che l’Accordo di Parigi sul clima è un buon risultato, che gli impegni presi funzionano ma che occorre essere molto veloci e agire tempestivamente.

   COP26 è stata molto criticata perché gli impegni presi sulla carta non sono sempre stati messi in pratica dagli Stati che hanno firmato gli accordi. In quell’occasione tutti i governi presenti si sono trovati d’accordo sul fatto che le Nazioni più ricche devono aiutare quelle più povere. Si è anche deciso di raddoppiare gli investimenti finanziari fino al 2025.

   Per calibrare meglio il denaro investito, si è stabilito che ogni due anni si dovrà aggiornare questo programma di investimenti che è chiamato dagli addetti ai lavori col nome di Loss and Damage Finance Facilities.

   A Glasgow, tutte le Nazioni si sono impegnate a rispettare i seguenti accordi:

  • usare meno carbone
  • mettere in atto impegni finanziari per proteggersi e adattarsi al cambiamento climatico
  • ridurre l’uso dei combustibili fossili fino ad eliminarli del tutto nel 2050 per contenere la quantità di anidride carbonica in atmosfera e quindi l’aumento della temperatura globale terrestre.

   Nel 2021 eravamo nel mezzo di una pandemia e lo scenario mondiale sarebbe di nuovo cambiato qualche mese dopo. La guerra in Ucraina ha cambiato molte carte in tavola. I costi dell’energia e del gas hanno raggiunto livelli imprevisti, sono mancate materie prime essenziali quali il grano e i cereali e numerosi prodotti, dai fertilizzanti, ai metalli, alle terre rare sono meno disponibili.

   Da un lato, sono stati fatti molti passi indietro sul clima, a partire dall’aumento dell’inquinamento atmosferico, delle acque e della terra nelle zone del conflitto.

   A seguito del caro energia, molti Stati hanno ripreso ad utilizzare il carbone, andando contro i precedenti accordi sul clima, altri ancora continuano ad utilizzare ad alti livelli il gas metano e il petrolio, quei combustibili fossili che dovremo lasciare nel sottosuolo se vogliamo mitigare il cambiamento climatico.

   D’altra parte, il caro energia ha spinto molti Paesi ad accelerare ancora di più nell’utilizzo delle fonti rinnovabili e nella costruzione di nuovi impianti. (Sabrina Lorenzoni, da https://www.thegoodintown.it/, 26/10/2022)

AMAZZONIA E DEFORESTAZIONE – “Nei primi tre anni in cui BOLSONARO è stato al potere, come risultato, È SCOMPARSA UN’AREA DI FORESTA AMAZZONICA PARI A 34MILA CHILOMETRI QUADRATI, più grande del Belgio. (…)” (da https://www.lifegate.it/)

COSA CI ASPETTIAMO DA COP27?

Questo è il punto della situazione attuale a pochi giorni dall’apertura dei lavori in Egitto per COP27. Sarà un summit di successo? Raggiungeremo buoni accordi e soprattutto saremo in grado di metterli in pratica?

   Il sito inglese Energy and Climate Intelligence Unit ha pubblicato un’interessante infografica con cinque punti chiave che ci aspettiamo da COP27.

   Al primo punto: ottenere che le Nazioni ricche mantengano gli impegni presi verso i Paesi in via di sviluppo. Dalla finanza climatica, ai progressi sull’impegno per il Loss and Damage, ovvero fermare la perdita di natura, di servizi ecosistemici e di cultura collegata ai popoli.

   Due sono gli impatti principali da affrontare:

  • Impatti a rapida insorgenza, come alluvioni improvvise
  • Impatti a lenta insorgenza, quali l’innalzamento del livello di mari e oceani.

   Dagli Accordi del 2007, per arrivare agli obiettivi presi per il 2025, servono molti adattamenti e revisioni, che seguono il seguente principio generale:

Prima fermiamo il cambiamento climatico causato dall’uomo, meno misure di adattamento saranno necessarie”.

   Come secondo punto troviamo le promesse di riduzione del carbonio per allinearsi con la scienza e mantenere vivo l’obiettivo di non andare oltre un aumento di temperatura pari a 1,5°C. Anche in questo caso, serviranno strategie a lungo termine per arrivare al Net Zero Carbon nel 2050 e l’ideale sarebbe quello di dimezzare ogni anno le emissioni di CO2 in atmosfera da oggi al 2030.

   Il terzo punto chiave che ci aspettiamo di vedere trattato in Egitto a COP27 riguarda il progresso e la tecnologia. Sono di aiuto nel contrastare l’aumento delle temperature globali a partire dalle linee guide sui crediti del carbonio, ma servono regole trasparenti, misurazioni comuni e dati per valutare i risultati ottenuti.

   La quarta regola d’oro è: fare meglio e di più. Tutti siamo coinvolti nel cambiamento del clima, tutti dobbiamo agire, in ogni settore: le città, le regioni, il lavoro, gli investimenti.

   Molto importante è il quinto punto chiave per andare verso COP27: non dimentichiamoci della natura.

   La perdita di biodiversità è strettamente collegata ai cambiamenti climatici: a dicembre se ne parlerà durante (la seconda parte, ndr) della COP15 a Montreal, in Canada. (Sabrina Lorenzoni, da https://www.thegoodintown.it/, 26/10/2022)

La perdita di biodiversità è strettamente collegata ai cambiamenti climatici: a dicembre se ne parlerà durante (la seconda parte, ndr) della COP15 a Montreal, in CANADA. (…) (Sabrina Lorenzoni, da https://www.thegoodintown.it/ 26/10/2022)

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   Ma un summit sul clima come COP27 non può tralasciare il discorso sulla natura. Temi importanti in agenda sono:

  • includere accordi e azioni per arrestare la deforestazione
  • diminuire il degrado del suolo
  • inserire nei piani misure per usare meno carbonio in agricoltura
  • aiutare la natura a ristabilirsi.

In questo modo possiamo mitigare il cambiamento climatico grazie alle Nature-Based Solutions, soluzioni basate sulla natura.

   I prossimi due mesi ci attendono due importanti summit internazionali sul clima e sulla biodiversità. I rappresentanti dei vari Paesi saranno in grado di affrontare le sfide che ci attendono? Raggiungeranno risultati concreti in modo da essere ricordati in futuro come summit di successo? (Sabrina Lorenzoni, da https://www.thegoodintown.it/, 26/10/2022)

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da LA VOCE.INFO: Finanziamenti per il clima, forniti e mobilitati dai paesi sviluppati per i paesi in via di sviluppo (in miliardi di dollari)

CLIMA: A SHARM CON POCHE ILLUSIONI

di Marzio Galeotti e Alessandro Lanza, da LA VOCE.INFO del 28/10/2022, https://www.lavoce.info/

– Le tensioni internazionali peseranno sui risultati della Cop 27. La stabilità geopolitica è infatti una condizione necessaria per progressi concreti sui cambiamenti climatici. Poco ottimismo anche sulla questione dei finanziamenti per la mitigazione. –

Nuove preoccupazioni geopolitiche

Un mondo distratto da altri e più pressanti problemi si avvicina al ventisettesimo appuntamento del negoziato sui cambiamenti climatici, previsto dal 6 novembre a Sharm el-Sheikh sulle sponde del Mar Rosso. La Cop27 in Egitto cade a 30 anni esatti dalla Conferenza Onu di Rio de Janeiro e dalla firma della Convenzione quadro sui cambiamenti climatici (Unfccc), a 7 anni dall’Accordo di Parigi (2015, Cop21) e un anno dopo la Cop26 di Glasgow che avevamo lasciato con qualche speranza, alimentata dall’attenuarsi dell’emergenza pandemica. Ma da allora è successo di tutto, oltre l’immaginabile.

   La stabilità geopolitica, condizione necessaria per progressi concreti sul fronte del clima che cambia, è svanita praticamente in tutto il globo. L’inqualificabile aggressione russa dell’Ucraina ha provocato effetti che si riverberano su tutti i quadranti geografici e su tutte le questioni economiche e politiche, a partire dall’Europa, il continente tradizionalmente più avanzato e determinato nel contrastare i cambiamenti climatici, ora afflitta da problemi di sicurezza degli approvvigionamenti energetici (di una fonte fossile come il gas), dallo shock ai prezzi dell’energia che alimentano un’inflazione dimenticata da decenni e dal rischio di recessione.

   Ma anche gli Stati Uniti hanno problemi di inflazione contrastati da consistenti rialzi dei tassi d’interesse e messi in tensione non solo da Vladimir Putin, ma soprattutto da Xi Jinping ringalluzzito nelle sue mire su Taiwan. Questo fatto destabilizza l’intero continente asiatico, mentre le carenze di materie prime e il rialzo dei prezzi del grano minacciano anche i paesi poveri, a cominciare dall’ospitante della kermesse climatica, l’Egitto. La stessa parola d’ordine scelta dagli ospiti di questa “African Cop”, Together for implementation (Insieme per l’attuazione), suscita non poche perplessità, dal momento che siamo ancora ampiamente dentro la sfera delle parole, più che in quella dei fatti.

A che punto siamo sulla mitigazione

Sul fronte della mitigazione, ricordiamo che l’Accordo di Parigi del 2015 è basato sulle dichiarazioni volontarie dei singoli paesi, note come Nationally Determined Contributions (Ndc). Vanno aggiornate con cicli quinquennali per renderle più stringenti (“ambiziose”) e avvicinarle sempre più all’obiettivo di +2°C, meglio ancora +1,5°C.

   La Cop26 di Glasgow è stata la prima occasione per la presentazione delle Ndc riviste, ma con esito insufficiente, tanto da condurre all’approvazione formale del Glasgow Climate Pact che richiede ai paesi partecipanti di rivedere le proprie Ndc entro l’anno o comunque prima di Cop27 allineando i propri obiettivi a quelli consistenti con il target di Parigi.

   La proiezione di aumento di temperatura implicito nelle Ndc presentate a Glasgow pongono il termometro a +2,5°C circa secondo un rapporto Onu appena pubblicato. L’analisi aggiornata indica che gli impegni attuali portano a un aumento delle emissioni del 10,6 per cento al 2030 (rispetto ai livelli 2010), che è comunque meglio del 13,7 per cento previsto lo scorso anno.

   Le emissioni effettive post-Covid sono però rimbalzate rendendo l’obiettivo Net Zero Emissions al 2050 sempre più difficile da centrare.

   Sta di fatto che al termine del 23 settembre scorso, fissato dall’Onu in vista di Cop27, dai 193 “Parties” dell’Accordo di Parigi erano state presentate solo 24 nuove o aggiornate Ndc: un risultato sicuramente insoddisfacente, che non fa che confermare la generale distrazione rispetto al tema della mitigazione dei cambiamenti climatici.

La questione dei finanziamenti

Alla Cop26 era stato anche enunciato il proposito di raddoppiare i finanziamenti all’adattamento entro il 2025, l’altra faccia delle politiche contro i cambiamenti climatici, e lanciato il programma biennale sul Global Goal on Adaptation (Gga) finalizzato a ridurre la vulnerabilità e accrescere la resilienza ai cambiamenti del clima specialmente in quelle regioni i cui abitanti sono già 15 volte più a rischio di morte per alluvioni, allagamenti, siccità, uragani rispetto alle altre regioni con bassa vulnerabilità, come documentato dal sesto Rapporto Ipcc “Climate Change 2022: Impact, Adaptation and Vulnerability”.

   Cop27 dovrebbe portare a progressi sul fronte dei finanziamenti e della definizione delle aree di intervento, tenuto conto che le nazioni africane spendono attualmente tra il 2 e il 9 per cento del Pil in adattamento. Ma sui finanziamenti non vi sono motivi per essere ottimisti, visto che l’ormai storica promessa di destinare 100 miliardi di dollari all’anno, tra il 2020 e il 2025, da parte dei paesi sviluppati alle regioni più in difficoltà resta ancora ampiamente disattesa.

   Secondo l’OECD (ndr: Organization for economic cooperation and development, più chiamata OCSE, Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico: si propone di sostenere l’economia e l’occupazione dei Paesi membri – 38 Paesi – mantenendo la stabilità finanziaria, l’espansione del commercio mondiale, e di contribuire allo sviluppo economico dei Paesi non membri con apporto di capitali, assistenza tecnica e allargamento dei mercati di sbocco. – da www.treccani.it/ ), secondo l’OECD nel 2020 erano stati mobilitati 83, poco più, di miliardi tra fondi pubblici e privati.

   A Glasgow si era discusso anche di “loss and damage”, una richiesta di indennizzo da parte dei paesi più colpiti dai danni del clima nei confronti dei paesi storicamente responsabili, ma anche riluttanti ad aprire di più i cordoni della borsa. Si erano poi affrontate questioni settoriali e specifiche, come l’uscita dal carbone, la riduzione delle emissioni di metano, la fine della deforestazione. L’egiziana Cop27 sarà l’occasione per fare il punto dei progressi su tutti questi aspetti, ma molto dipenderà dalla buona volontà, dalla disponibilità e dalla sensibilità dei vari paesi verso un tema che non riguarda più solo le generazioni future, ma – come si è visto dalla siccità che ha colpito l’Europa, la ridotta ventilazione, i grandi incendi, lo scioglimento dei ghiacci, le attuali anomale temperature autunnali – riguarda direttamente anche noi.

   Un meccanismo istituzionale ormai inefficace non aiuta certo il processo e i progressi: queste pletoriche Cop cercano di mascherare i risultati insoddisfacenti con l’invenzione di nuovi patti, nuove alleanze, nuove intese prima di chiudere sempre fuori tempo massimo. È vero che una diversa ingegneria istituzionale non sarebbe sufficiente, ma è difficile pensare che un consesso con un numero ridotto di partecipanti rappresentativi, come il G20, sarebbe meno efficace, almeno in tema di mitigazione.

   Se ci guardiamo intorno vediamo dunque troppa distrazione. E non è un buon viatico per una Cop27 che rischia di consegnarsi alla storia nella categoria di quelle inutili.

(Marzio Galeotti e Alessandro Lanza, da LA VOCE.INFO del 28/10/2022)

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COP27: L’EGITTO DI AL-SISI TRA CLIMA E DIRITTI CIVILI

di Elena Malusardi, del 2/11/2022, da https://www.ultimavoce.it/

   L’Egitto di al-Sisi è, ancora una volta, teatro di violazioni di diritti civili. A pochi giorni dall’inizio della COP27, infatti, i servizi di sicurezza egiziani hanno iniziato a portare avanti una dura campagna di repressione nei confronti di cittadini, accusati di voler protestare contro la Conferenza annuale delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico (COP27), in programma dal 6 al 18 novembre 2022 a Sharm el-Sheikh.

Gli arresti preventivi e il controllo dei civili

In occasione della COP27, l’11 novembre, gruppi di attivisti egiziani hanno organizzato una manifestazione di protesta che avrà come bersaglio l’ipocrisia del governo al-Sisi. Appurato è, infatti, l’intento del presidente egiziano di servirsi della COP27 per guadagnare finanziariamente e rafforzare la sua posizione a livello internazionale. La questione climatica, dunque, non è tra le sue priorità. Venuto a conoscenza della volontà di protestare da parte di associazioni di attivisti, il governo ha deciso di intervenire con una severa repressione.

   L’organizzazione no-profit Middle East Monitor ha iniziato, infatti, a riportare sul proprio sito testimonianze di cittadini egiziani, fermati casualmente a Il Cairo dalle forze di sicurezza. Dopo averle perquisite, la polizia ha sequestrato i cellulari delle persone trattenute per controllare la presenza nei loro dispositivi di eventuali contenuti antigovernativi.

   Al quotidiano Mada Misr, l’avvocato per i diritti umani Mohamed Ramadan ha inoltre raccontato di essere stato testimone oculare dell’arresto di sei persone ad Alessandria. I civili sono risultati colpevoli di aver pubblicato sui social contenuti riguardanti la manifestazione prevista per l’11 novembre. Ha poi aggiunto di aver assistito al fermo di altre trenta persone nella stessa giornata.

   Il 25 ottobre, poi, le autorità turche hanno arrestato il giornalista Hossam Al-Ghamry, ex direttore dell’importante emittente vicina ai Fratelli Musulmani, Al-Sharq TV channel.  Il capo d’accusa è quello di aver contribuito ad alimentare gli appelli a scendere in piazza, nei giorni della COP27, contro l’operato di al-Sisi.

Con un tweet, Al-Ghamry ha confermato l’arresto tre giorni dopo.

COP27: un’occasione per parlare di diritti civili

Nel frattempo, gruppi di attivisti egiziani per i diritti civili stanno alzando la voce contro il governo affinché non continui a commettere soprusi contro i manifestanti. Inoltre, il collettivo Cop Civic Space, il cui motto è No climate justice without open civic space, sta esercitando pressioni sulle autorità egiziane affinché vengano rilasciati i migliaia di prigionieri politici detenuti da anni nelle carceri in attesa di processo. La COP27 può e deve diventare occasione per puntare i riflettori sull’Egitto di al-Sisi, oggi più che mai teatro di violazioni dei più basilari diritti civili.  (ELENA MALUSARDI)

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PAESI IN VIA DI SVILUPPO E CAMBIAMENTO CLIMATICO

Il World Food Programme (WFP), la cui sede è a Roma, è la principale organizzazione umanitaria e agenzia delle NAZIONI UNITE impegnata a salvare e migliorare le vite, fornendo assistenza alimentare nelle emergenze e lavorando con le comunità per migliorarne la nutrizione e costruirne la resilienza.

VERSO COP27: TRE MODI PER EVITARE CHE LA CRISI CLIMATICA AGGRAVI ANCORA DI PIÙ LA FAME

I leader mondiali che si incontreranno a Sharm el-Sheikh, Egitto, dal 6 al 18 novembre 2022, devono porre in essere azioni rapide per aiutare milioni di persone che rischiano fame e carestie.

di Jenny Wilson, da https://it.wfp.org/

   In un anno dai livelli senza precedenti di fame, la crisi climatica sta spingendo sempre più persone sull’orlo del baratro. Ondate di caldo, siccità, inondazioni e tempeste stanno aumentando di intensità e frequenza, mettendo in seria difficoltà la capacità delle persone di nutrire le proprie famiglie.

   In contesti come lo Yemen, la Somalia e la Repubblica Democratica del Congo, dove gli impatti climatici si sovrappongono ai conflitti, la carestia è una minaccia sempre presente.

   Mentre i leader mondiali si preparano ad incontrarsi a Sharm El-Sheikh, in Egitto, alla Conferenza sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite (COP27), dal 6 al 18 novembre 2022, il WFP chiede azioni urgenti per sostenere i paesi in prima linea sul fronte dell’emergenza climatica.

Nello specifico, bisognerebbe:

  1. Potenziare l’adattamento climatico e le soluzioni per evitare, ridurre al minimo e fare fronte alle perdite e ai danni.  

   Gli eventi meteorologici estremi si stanno verificando in ogni regione del mondo, dalle devastanti alluvioni in Pakistan, che hanno colpito una persona su sette nel paese, alle siccità consecutive che spingono le persone al limite della carestia nel Corno d’Africa.

   Le comunità hanno bisogno di soluzioni che Continua a leggere

La CINA, superpotenza globale, come sta? (con la riconferma a vita di XI JINPING) – Invaderà a breve TAIWAN, o aspetterà ancora? E nel pianeta il suo ruolo crescerà? La sua economia reggerà? (e il controllo della popolazione continuerà?) – TANTE DOMANDE nel divenire geopolitico del nostro presente globale

REPUBBLICA POPOLARE CINESE: una popolazione di oltre 1 miliardo e 400 milioni di persone, pari a circa il 19,5% della popolazione mondiale: ciò rende la Cina il Paese più popolato del mondo. (foto da https://www.italianvagabond.com/)

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“L’apertura del XX Congresso nazionale del Partito comunista cinese il 16 ottobre 2022 (e si è chiuso il 19 ottobre con l’elezione – a terzo mandato – di Xi Jinping) (foto da https://www.wired.it/)

CINA, IL PRESIDENTE XI JINPING CONFERMATO LEADER DEL PARTITO COMUNISTA. “CONTINUEREMO AD APRIRCI” 

di Debora Gandini  23/10/2022, da https://it.euronews.com/

   Xi Jinping si consolida al vertice del potere cinese. Il Presidente ha ottenuto lo storico terzo mandato consecutivo da Segretario del Partito Comunista Cinese, alla fine della plenaria del XX congresso a Shangai, in rottura con la tradizione dei due mandati

   Al vertice del Pcc dalla fine del diciottesimo Congresso, nel 2012, è ora considerato il leader cinese più potente dai tempi del fondatore della Repubblica Popolare Cinese, Mao Zedong

   Sono tutti alleati del presidente cinese, Xi Jinping, i nuovi vertici politici di Pechino. Oltre a lui, i quattro nuovi membri della sua squadra sono considerati alleati del leader: Li Qiang, segretario del partito di Shanghai – considerato successore del primo ministro uscente, Li Keqiang – e Cai Qi, segretario del partito di Pechino sono tra i nuovi volti del Comitato Permanente.

   Promossi nelle alte sfere anche Ding Xuexiang, capo dello staff di Xi e a capo dell’Ufficio Generale del partito, e Li Xi, segretario del partito del Guangdong. Confermati al vertice del partito per un secondo mandato quinquennale sono, invece, l’ideologo del neo-autoritarismo, Wang Huning, e l’uomo che è stato fino a oggi lo zar anti-corruzione, Zhao Leji.

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MAPPA CINA FISICA (da https://www.pinterest.it/)

La superficie della Cina è di 9.706.961 km2, di poco inferiore all’intera Europa, il che ne fa lo Stato più esteso dell’Asia orientale; la popolazione è d’oltre 1.401.586.000 persone, pari a circa il 19,5% della popolazione mondiale: ciò rende la Cina il Paese più popolato del mondo. La Cina è il terzo paese più esteso del mondo, preceduto da Russia e Canada.  Circa il 70% dello stato è ad un’altitudine superiore ai 1000 metri.  Nel sud-ovest della Cina si trovano le montagne più alte del mondo: l’Himalaya, la catena dove si trova l’Everest (8846 m); l’altopiano del Tibet, alto oltre 5000 metri; la catena del Karakoram, la cui cima più alta è il K2 (8611 metri). A nord invece si trovano i monti Tian Shan e Altai con cime che vanno dai 4000 ai 7000 metri.   In questo paese si trovano due grandi deserti: il deserto del Gobi, per lo più pietroso e il Takla Makan distinto da colline di sabbia. In Cina si trova il fiume più lungo del continente: il Fiume Azzurro (5552 km). E’ ritenuto un importante via di comunicazione, essendo interamente navigabile. Altri fiumi sono il Fiume Giallo il cui nome deriva da una roccia che vi si trova, che dà all’acqua un colore giallognolo, e lo Xi Jiang.  Tra questi tre fiumi si trova una pianura molto estesa nominata “pianura gialla” (325 000 km).  La conca della Manticuria è un’altra pianura della Cina, meno estesa ma più fertile. (…) (da https://www.sentascusiprof.it/) – Nella Cina centrale che è ricca di acque il prodotto principale è il riso; il frumento cresce nelle zone con un clima asciutto e fresco. Si allevano ovini e caprini. Altre importanti produzioni sono il tè, la soia, la canna da zucchero e il cotone di cui è il primo produttore al mondo.

Mappa fisica da https://www.sentascusiprof.it/

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Il discorso di Xi Jinping

Ringraziando tutto il Partito Comuista cinese per la fiducia, XI Jinping ha sottolineato che il percorso è arduo ma è ben chiara la missione e la responsabilità. Ecco perché raggiungeremo la destinazione. “Non saremo spaventati da pericolose tempeste, perché la gente ci darà sempre fiducia. Cavalcheremo sempre la tempesta con la nostra gente prendendo le loro priorità come nostre e agendo secondo i loro desideri, continueremo il duro lavoro per trasformare la loro aspirazione a una vita migliore in realtà”, ha detto Xi.

   Nel cammino che ci attende, “andremo sempre avanti con la riforma autoimposta. Un partito politico può raggiungere una grandezza duratura solo se rimane impegnato nella sua aspirazione originaria nonostante le molte difficoltà che ha attraversato», ha proseguito il presidente, per il quale il Pcc “può diventare invincibile solo se rimane impegnato nell’autoriforma anche se ha avuto un passato glorioso”.

   “Di fronte a nuove sfide e test nel viaggio che ci attende, dobbiamo rimanere in allerta e rimanere sobri e prudenti come uno studente che affronta un esame senza fine. Non dobbiamo fermare i nostri passi nell’esercizio di una piena e rigorosa governance all’interno del partito. Dobbiamo assicurarci che il nostro partito secolare, il più grande del mondo, diventi sempre più vigoroso attraverso l’autoriforma e continui ad essere la solida spina dorsale su cui il popolo cinese può contare in ogni momento”. (Debora Gandini 23/10/2022, da https://it.euronews.com/)

MAPPA amministrativa della Cina (da Wikipedia) – Le PROVINCE CINESI da sempre rivestono un importante ruolo culturale in Cina. I cinesi tendono a identificarsi con la provincia nativa e solitamente a ogni territorio provinciale corrispondono determinati stereotipi riferiti alla popolazione. I confini della maggior parte delle province cinesi furono stabiliti ai tempi della tarda dinastia Ming. La Cina ha una giurisdizione su VENTIDUE PROVINCE (e considera Taiwan la ventitreesima), CINQUE REGIONI AUTONOME, QUATTRO MUNICIPALITÀ e DUE REGIONI AMMINISTRATIVE SPECIALI.

DISSIDI INTERNI. Appartengono alla Repubblica Popolare Cinese anche le città di HONG KONG e di MACAO, che fino alla fine del XX secolo erano le ultime colonie in terra d’Asia rispettivamente di Regno Unito e Portogallo. In base al principio “una Cina, due sistemi“, Hong Kong possiede un sistema politico diverso dalla Cina continentale e regolato dalla “legge fondamentale di Hong Kong“, il suo documento costitutivo, che stabilisce che la regione gode di un alto grado di autonomia nella maggior parte delle materie (tranne che nella politica estera e difesa militare). L’1 luglio 1997 vi è stato il trasferimento della sovranità di Hong Kong: diventa la prima regione amministrativa speciale della Cina, conservando le sue leggi e un alto grado di autonomia per almeno 50 anni (cioè il 2048), ma come si sa dai media internazionali, la contestazione (dal 2014, rivolta degli ombrelli) sul di fatto già dominio assoluto cinese è c’è già (da https://it.wikipedia.org/). Anche nel TIBET l’annessione non è accettata: dall’invasione cinese, avvenuta nel 1959, i tibetani dovettero adattarsi al regime comunista cinese, che condanna ogni forma d’opinione diversa dalla sua: simboli tradizionali tibetani, monasteri, luoghi di culto o forme d’arte vennero distrutti e considerati illegali. (https://www.labottegadeltibet.com/). Ci sono poi gli UIGURI, una minoranza islamica che vive nella regione autonoma dello XINJIANG, nel nord-ovest della Cina: minoranza etnico-religiosa soggetta a violazioni dei diritti umani perpetrate dalla Cina negli ultimi decenni; organizzazioni umanitarie come Amnesty International ne stanno denunciando le sofferenze e le repressioni da parte del governo di Pechino. (https://www.focusjunior.it/)

(mappa da LIMES settembre 2022 www.limesonline.com/) – TAIWAN SI ÀNCORA A USA E GIAPPONE PER NON FINIRE COME L’UCRAINA

RIVENDICAZIONI TERRITORIALI. Oltre a rivendicare TAIWAN, la Cina è stata coinvolta in una serie di altre dispute territoriali internazionali. Dal 1990 la Cina è impegnata in negoziati per risolvere le contese sui territori del KASHMIR, tra cui una tratta di un confine conteso con l’India e una frontiera non ben definita con il Bhutan. La Cina contesta il possesso di diverse piccole isole nella parte orientale e sud del mar Cinese Meridionale: le ISOLE RYUKYU, le ISOLE SENKAKU e le ISOLE DIAOYU al Giappone, la provincia dell’ARUNĀCHAL PRADESH all’India, le ISOLE PARACELSO al Vietnam (attualmente sotto amministrazione cinese) e le ISOLE SPRATLY ai diversi Stati sud-est asiatici. –  TAIWAN – “(…) Al momento, la Cina non ha la capacità di invadere Taiwan con successo. Pagherebbe un prezzo enormemente alto a tutti i livelli e non raggiungerebbe il suo obiettivo. Questa realtà può cambiare in circa cinque anni. Il mondo e la più ampia regione dell’Asia orientale potrebbero avere una struttura geopolitica molto diversa. Fondamentalmente, al momento non c’è alcun vantaggio per la Cina nel perseguire un’azione militare contro Taiwan. La sua politica di massima pressione nei confronti di Taiwan è abbastanza orientata al consumo interno, con un avvertimento esterno, in particolare agli Stati Uniti. (…)” (Marco Vicenzino, 15/10/2022, da FORMICHE https://formiche.net/)

MAR CINESE MERIDIONALE, ISOLE RIVENDICATE DALLA CINA (mappa da https://www.internazionale.it/)

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   “Proprio come la Cina non può svilupparsi isolata dal mondo, il mondo ha bisogno della Cina per il suo sviluppo», ha aggiunto Xi, ricordando che “attraverso oltre 40 anni di incessanti riforme e aperture, abbiamo creato i due miracoli di una rapida crescita economica e di una stabilità sociale di lungo termine”. 

   L’economia cinese “ha grande resilienza e potenziale. I suoi solidi fondamentali non cambieranno e rimarrà su una traiettoria positiva nel lungo periodo. La Cina aprirà le sue porte sempre di più. Saremo risoluti nell’approfondire la riforma e l’apertura su tutta la linea e nel perseguire uno sviluppo di alta qualità”. La Cina, in altri termini, «creerà molte più opportunità per il mondo”.

   La linea di Xi Jinping è trionfata su tutti i fronti. Una mossa, l’allontanamento dell’anziano ex presidente dall’aula della Grande Sala del Popolo, tempio della politica cinese su piazza Tiananmen, rimasta senza spiegazioni e non ripresa dalle telecamere dei media statali cinesi. (Debora Gandini 23/10/2022, da https://it.euronews.com/)

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(da sinistra: Han Zheng, Wang Huning, Li Zhanshu, Xi Jinping, Li Keqiang, Wang Yang e Zhao Leji – FOTO da www.ilpost.it/)

ORA LA CINA È GOVERNATA DA QUESTI 7 UOMINI

– Il presidente Xi Jinping ha annunciato i nomi dei nuovi membri del gruppo di governo più importante del Politburo: tra loro non c’è nessun suo possibile successore

   Nel corso di un evento organizzato martedì scorso, 25/10/2022, a Pechino, il presidente della Cina, Xi Jinping, ha annunciato i nomi dei nuovi membri del Comitato permanente dell’ufficio politico del Partito Comunista Cinese, il gruppo di lavoro più importante e con maggiori poteri all’interno del Politburo, l’ufficio politico che controlla e supervisiona il partito.

   L’annuncio dei nomi – tutti uomini, non c’è nemmeno una donna – era molto atteso perché dai nuovi nominati si possono fare ipotesi più concrete sulle intenzioni di Xi per il suo secondo mandato da segretario del partito. Nessuno dei nuovi membri è giovane a sufficienza per poter essere considerato un futuro successore dell’attuale presidente, che quindi manterrà un ruolo centrale nella leadership cinese ancora per decenni. La scelta dei nuovi membri del Comitato è stata annunciata al termine del Congresso del Partito Comunista, che viene organizzato ogni 5 anni per stabilire le cariche interne e le politiche da seguire durante il nuovo mandato.

   L’annuncio dei nuovi membri del Comitato è stato fatto dallo stesso Xi, nel corso di un discorso televisivo alla nazione trasmesso dalla Grande Sala del Popolo, che si trova nell’edificio più conosciuto e simbolico di piazza Tiananmen a Pechino. Oltre a Xi Jinping e al primo ministro cinese, Li Keqiang, del nuovo gruppo di lavoro fanno parte 5 nuovi membri, con un’età media intorno ai sessant’anni. (da https://www.ilpost.it/)

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(XI JINPING, foto da “la Repubblica”)

XI JINPING, L’IMPERATORE NELL’ERA DELL’INSTABILITÀ CINESE

di Rita Fatiguso, 15/10/2022, da “il Sole 24ore”, https://www.ilsole24ore.com/

– con il XX Congresso del Partito comunista cinese Xi si presenta più forte che mai ma i nodi strutturali dell’economia cinese non sono risolti –

   La fortuna non arriva mai per caso. Quella di Xi Jinping, come in un noir, si manifestò un anno prima del 18esimo Congresso nazionale che dieci anni fa gli avrebbe consegnato le chiavi del Partito e del Paese, con la scoperta in un hotel di Chongqing del cadavere di Neil Heywood. L’anno era il 2011. Il businessman inglese era legato a doppio filo alla famiglia dell’astro nascente della politica cinese Bo Xilai, l’erede di Bo Yibo, tra gli otto uomini d’oro che governarono la Cina alla morte di Mao Zedong e che, dopo aver spalleggiato Jiang Zhemin, tesseva nell’ombra le sorti del più brillante dei suoi rampolli.

   Si scoprì che ad avvelenare Heywood era stata la moglie di Bo Xilai, Gu Kailai. Fu l’inizio di una serie di scandali che lo misero fuori gioco, sgombrando la strada al concorrente Xi Jinping.

Il colpo di fortuna

Ai grandi elettori del Congresso, Jiang Zhemin in testa, non rimase che votare il candidato meno appariscente: il grigio funzionario con laurea in ingegneria chimica, stage in una fattoria di maiali dello Iowa e sorriso rassicurante, l’outsider Xi, sbucò a sorpresa dai pesanti drappeggi di velluto rosso del Palazzo del Popolo. Peng Liyuan, sua moglie, famosa cantante folk, all’epoca era molto più popolare di lui.

   Ma il figlio di Xi Zhongxun, il dirigente che per conto del riformista Deng Xiaoping andò dai pescatori del villaggio di Shenzhen a spiegare che potevano diventare ricchi come quelli della dirimpettaia Hong Kong, si è rivelato un politico razionale e pragmatico che ha capitalizzato ben presto la fortuna di poter governare una Cina che macinava utili, con una locomotiva che marciava e inquinava ma tirava, eccome.

   La prima cosa fu consolidare il potere, eliminare i potenziali nemici, usare l’anticorruzione per ripulire il Paese, sfibrare le correnti interne e coagulare attorno a sé un nuovo gruppo di potere. All’esterno, lancio del Go Global, della Belt and Road eurasiatica, della Banca Aiib, con il multilateralismo a tutto campo e l’espansione africana.

Inizio difficile

Tutto ben raccontato nelle collane “Xi Jinping e la Governance della Cina” che inaugurava la narrativa sulla sua persona e sull’orgoglio nazionalista ritrovato. Non fu semplice ingranare, i nemici interni opposero resistenza, il fido Wang Qishan lo sostenne nella caccia a “tigri e mosche” e alle “volpi” scappate all’estero col bottino, ma quando una macchina uigura kamikaze andò a schiantarsi sul ritratto di Mao Zedong della Tienanmen seguirono giorni difficili. Il malcontento della popolazione contro l’inquinamento iniziò a serpeggiare.

   Ferale il crollo delle borse cinesi, nell’agosto del 2015, quando per 24 ore il mondo aspettò invano un segnale da Pechino mentre 5 trilioni di dollari andavano in fumo. Alla chiusura del primo quinquennio al potere arrivò l’imprevedibile nuovo presidente Donald Trump a guastare la festa, con i suoi dazi stellari e le telefonate di congratulazioni all’odiata presidente di Taiwan, Tsai Ing-Wen, il decoupling delle filiere produttive, le liste nere delle società cinesi colluse con la Difesa, le mosse nei mari del Sud della Cina.

   In parallelo Xi Jinping, il politico con il più grande cumulo di cariche mai visto della Cina contemporanea, da core leader a comandante in campo, arrivò al giro di boa del secondo mandato con una squadra plasmata a sua immagine, fatte alcune eccezioni come Wang Yang, Hu Chunhua, Han Zheng. E il premier Li Keqiang, destinato al pensionamento. Nel frattempo cresceva l’immagine del grande padre che si occupa dei suoi figli e lotta contro la povertà.

Via il limite del doppio mandato

Con il 19esimo Congresso il colpo da maestro: l’assise approvò la modifica costituzionale che faceva saltare il tetto al doppio mandato da segretario del partito e oggi Xi ne coglie i frutti. Ma l’ultimo quinquennio ha segnato il declino della Cina dei record, esacerbato dagli effetti della filosofia dello sviluppo ordinato del socialismo con caratteristiche cinesi scritto a caratteri cubitali nel 14esimo piano quinquennale. Separazione di finanza da e-commerce e controllo assoluto su dati personali, flussi di informazioni destinate all’estero, movimenti delle persone, perché dalla finestra del web possono entrare anche le mosche.

Lo shock della pandemia

Peccato che sia sopraggiunto un fattore impensabile, la pandemia da coronavirus che ha messo il mondo e la Cina in ginocchio agli inizi del 2020, epicentro WUHAN, e con le varianti anche nel 2022. Nel frattempo, vecchi problemi sono giunti a maturazione, lo scoppio della bolla immobiliare che ha seminato il panico tra investitori esteri e risparmiatori, innescando il primo sciopero dei mutui della storia della Cina. E l’instabilità politica mondiale con tensioni belliche sempre più forti all’orizzonte, il fianco scoperto di Taipei visitata dalla speaker Nancy Pelosi.

Il quinquennio delle incognite

La stabilità politica del terzo mandato diventa un fattore di garanzia anche se il quasi settantenne Xi Jinping, finora, ha cooptato alleati senza allevare eredi, lasciando in panchina i leader della sesta generazione nati negli anni Sessanta. Il vertice di Samarcanda il mese scorso è stato un capolavoro di pragmatismo, tenere a bada un alleato guerrafondaio come Vladimir Putin, rinsaldare i legami con gli ex Stati sovietici ricchi di materie prime e, sembra, declinare anche l’offerta di un incontro con il Papa di passaggio da quelle parti, è cosa non da poco. Tuttavia ora parte il quinquennio delle incognite, crescita risicata, debito e inflazione in aumento, la cappa dell’autarchia tecnologica, i focolai di Covid-19, gli stranieri in fuga, la denatalità. La Cina ha più problemi interni di quanti non ne racconti, terreno fertile perché il caso prenda il sopravvento sulla fortuna. (Rita Fatiguso, da “il Sole 24ore”)

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LA SFIDA CINESE. IL CONGRESSO E LA CENTRALITÀ DI XI IN PATRIA E ALL’ESTERO

di Marco Vicenzino, 15/10/2022, da FORMICHE https://formiche.net/  

   (…..) Per Xi Jinping l’’incoronazione al suo terzo mandato consolida definitivamente il controllo di Xi sulla Cina e sul Pcc.

   L’attenzione generale di Xi per la centralizzazione del potere nell’ultimo decennio è accelerata da questo Congresso. Le crescenti sfide economiche in patria e all’estero hanno fornito a Xi il pretesto per rafforzare ulteriormente questo processo di centralizzazione. Gli ha permesso di assumere una leadership assoluta, in particolare nei momenti di crisi come la pandemia di Covid-19. Tuttavia, la crescente centralizzazione minaccia il dinamismo economico e il pragmatismo che, iniziati più di quarant’anni fa, hanno fatto della Cina la seconda economia del mondo.

Il messaggio

Un obiettivo fondamentale di questo Congresso è stato sottolineare ai cinesi e al mondo che la Cina sta adempiendo alla sua missione storica di raggiungere la grandezza in patria e all’estero e che la continua leadership di Xi è indispensabile in questa missione. Qualsiasi nuova nomina sarà chiaramente affidata ai fedelissimi di Xi, come i prossimi cambiamenti a livello di diplomazia e di forze armate. Il culto della personalità di Xi è ulteriormente consolidato. L’obiettivo di Xi è quello di assicurarsi un posto nel pantheon storico dei grandi leader cinesi.

Il dissenso?

Il Congresso è stato preceduto da una stretta repressiva su ogni forma di opposizione a Xi e al PCC. Di fatto, gli arresti di quelli che sono considerati dei sospettati e degli agitatori sono iniziati mesi fa. Si va dai criminali ai sostenitori delle minoranze etniche. In sostanza, chiunque Xi e i suoi considerino una minaccia o un rischio per il sistema è stato neutralizzato, almeno per ora (…).

E lo Zero Covid?

Il comunicato pre-congressuale ha elogiato la politica Zero Covid di Xi, definita anche guerra totale al Covid. Xi ha usato il Covid come pretesto per consolidare ulteriormente il potere in patria ed eliminare ulteriormente ogni forma di opposizione nella misura massima possibile (…..) nonostante il fatto che le rigide misure di sicurezza e l’implacabile applicazione dei test di massa e delle chiusure improvvise abbiano provocato la frustrazione di molti cittadini cinesi.

   La linea ufficiale continuerà a sostenere che l’attuale politica Covid di Xi rimane l’opzione più efficace per proteggere la salute di 1,4 miliardi di cittadini cinesi, nonostante i costi economici.  Un altro modo di interpretarla è che Xi è disposto a sacrificare parte della produttività economica (almeno nell’immediato) in nome di un maggiore controllo politico a lungo termine.

   Mentre il resto del mondo sta superando il Covid, Xi continua a ostacolare l’economia cinese con una linea politica di Zero-Covid.  Per Xi, la politica ha la meglio sui profitti in nome del potere assoluto. Inoltre, la mancata importazione da parte della Cina di farmaci mRNA Covid, in particolare per i cittadini più vulnerabili, ha chiaramente una dimensione politica che continua a scontentare molti nella comunità medica cinese.

Le ambizioni globali

Gli attuali problemi economici della Cina stanno di fatto rafforzando la determinazione di Xi a rimodellare l’ordine internazionale verso un mondo più multipolare con la Cina al centro. Tuttavia, le capacità della Cina di farlo sono limitate, soprattutto nel breve e medio termine. Le turbolenze economiche globali scatenate dalla pandemia di Covid-19 – che ha avuto origine in Cina – e dall’invasione dell’Ucraina da parte di Putin – che ha avuto la tacita approvazione di Xi – si faranno sentire per anni.

   Come il resto del mondo, la Cina è in difficoltà e la sua credibilità ne ha risentito. Tuttavia, la Cina è molto più preparata della maggior parte delle economie mondiali ad affrontare queste sfide. La Cina continuerà a sfruttare questo vantaggio per promuovere i propri interessi a livello internazionale su tutti i fronti, con l’obiettivo primario di rimodellare l’ordine globale.

Il resto del mondo

Da tempo sembra che si stia preparando una tempesta perfetta, dovuta in gran parte alle conseguenze della pandemia di Covid-19 e all’invasione russa dell’Ucraina. È sempre più probabile che ci stiamo dirigendo verso una recessione economica più turbolenta e prolungata. È probabile che duri molto più a lungo di quanto gli economisti mainstream prevedano – o siano disposti ad ammettere – con implicazioni sociali e politiche molto gravi per il prossimo futuro, in particolare come evidenziato dall’aumento dell’inflazione globale e dalle crisi in corso con i prezzi dell’energia e dei generi alimentari.

   Le recenti statistiche del Fondo Monetario Internazionale sull’economia globale per il 2023 vanno chiaramente in questa direzione. Il Fondo ha tagliato le previsioni di crescita e ha previsto una contrazione economica in un terzo del mondo. Le tre maggiori economie – Stati Uniti, Cina e Unione europea – continueranno a soffrire di una fase di stallo e per molte parti del mondo la sensazione sarà quella di una recessione.

Taiwan

Al momento, la Cina non ha la capacità di invadere Taiwan con successo. Pagherebbe un prezzo enormemente alto a tutti i livelli e non raggiungerebbe il suo obiettivo. Questa realtà può cambiare in circa cinque anni. Il mondo e la più ampia regione dell’Asia orientale potrebbero avere una struttura geopolitica molto diversa. Fondamentalmente, al momento non c’è alcun vantaggio per la Cina nel perseguire un’azione militare contro Taiwan. 

   La sua politica di massima pressione nei confronti di Taiwan è abbastanza orientata al consumo interno, con un avvertimento esterno, in particolare agli Stati Uniti. Tuttavia, la Cina continua a giocare a rimpiattino su Taiwan, rischiando di ottenere un risultato che potrebbe non essere nelle sue intenzioni e di complicare il suo obiettivo a lungo termine di rimodellare l’ordine globale.

L’Ucraina

Dopo aver sfoggiato l’amicizia senza limiti con Xi ai Giochi Olimpici di Pechino all’inizio di quest’anno, il 24 febbraio Vladimir Putin ha dato il via all’invasione dell’Ucraina. Xi ha chiaramente dato la sua tacita approvazione, credendo alle attese – errate – del presidente russo che si sarebbe trattato di un’operazione abbastanza rapida e di successo e che avrebbe rafforzato i suoi obiettivi a livello internazionale, in particolare la riorganizzazione dell’ordine internazionale.

   Il corso disastroso della guerra in Ucraina di Putin si è rivelato un grave passo indietro per Xi su numerosi fronti. Gli ha fornito lezioni serie e un brusco risveglio, in particolare per quanto Continua a leggere

LA CRISI DELLE AUTOCRAZIE (come Russia e Iran) che si trovano in un’impasse totale, incapaci di riformarsi – La resistenza dell’Ucraina, da sostenere (per la sconfitta e ritiro delle truppe russe dal territorio ucraino); e in Iran il movimento di opposizione, da aiutare per uno stato non più teocratico ma democratico

(nella FOTO: PRAMILA PATTEN, avvocata mauriziana, rappresentante speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite per la violenza sessuale nei conflitti dal 2017)

ONU: I RUSSI USANO GLI STUPRI COME STRATEGIA MILITARE

L’età delle persone abusate varia dai 4 agli 82 anni. Le vittime sono principalmente donne e ragazze, ma anche ragazzi e uomini. “I casi segnalati sono solo la punta dell’iceberg”

14 ottobre 2022

   Gli stupri e le aggressioni sessuali attribuiti alle forze russe in Ucraina sono chiaramente “una strategia militare” e “una tattica deliberata per disumanizzare le vittime“, afferma la rappresentante speciale delle Nazioni Unite, Pramila Patten, denunciando “casi orribili e violenze molto brutali”. “Ci sono tutte le indicazioni”, ha detto Patten, sullo stupro come arma di guerra in Ucraina.

  “Quando donne e ragazze vengono trattenute per giorni e violentate, quando si iniziano a stuprare ragazzini e uomini, quando si assiste a una serie di casi di mutilazione genitale, quando si sentono testimonianze di donne che parlano di soldati russi con il Viagra, è chiaramente una strategia militare. E quando le vittime parlano di ciò che è stato detto durante gli stupri, è chiaramente una tattica deliberata per disumanizzare le vittime”, afferma l’avvocata mauriziana.

   Pramila Patten osserva che i primi casi di violenza sessuale sono emersi “tre giorni dopo l’inizio dell’invasione dell’Ucraina”, il 24 febbraio.

   Rappresentante speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite per la violenza sessuale nei conflitti dal 2017, Patten è stata a Parigi giovedì per firmare un accordo di partenariato con una ONG per sostenere le vittime di violenza sessuale nei conflitti.

“I casi segnalati sono solo la punta dell’iceberg”

Le Nazioni Unite hanno verificato “più di un centinaio di casi” di stupro e violenza sessuale in Ucraina dall’inizio della guerra, ma “non è una questione di numeri”, ha detto Patten. “È molto complicato avere statistiche affidabili durante un conflitto attivo e le cifre non rispecchieranno mai la realtà, perché la violenza sessuale è un crimine silenzioso, il meno denunciato e il meno condannato”, ha affermato l’autrice, citando la paura di rappresaglie e stigmatizzazione. “I casi segnalati sono solo la punta dell’iceberg”.

   Le vittime sono principalmente donne e ragazze, ma anche ragazzi e uomini, ha dichiarato il funzionario delle Nazioni Unite, citando il rapporto di fine settembre della commissione d’inchiesta internazionale indipendente (creata da una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite). Questo rapporto “ha confermato i crimini contro l’umanità commessi dalle forze russe e, secondo le testimonianze raccolte, l’età delle vittime di violenza sessuale varia dai 4 anni agli 82 anni”. Ci sono molti casi di violenza sessuale contro i bambini, che vengono violentati, torturati e confinati”, ha detto Patten.

   “La mia lotta contro la violenza sessuale è in realtà una lotta contro l’impunità”, ripete Pramila Patten, e “questo è il motivo per cui sono andata in Ucraina (lo scorso maggio, ndr): mandare un segnale forte alle vittime, dire loro che siamo con loro e chiedere di rompere il silenzio”. Ma anche per inviare un segnale forte agli stupratori: il mondo li osserva e non sarà senza conseguenze violentare una donna o una ragazza, un uomo o un ragazzo.

Lo stupro come arma di guerra

Lo stupro come arma di guerra ha segnato tutti i conflitti, dalla Bosnia alla Guinea o alla Repubblica Democratica del Congo (RDC), ma secondo la signora Patten la guerra in Ucraina segna un “campanello d’allarme” internazionale. “C’è ora una volontà politica di combattere l’impunità e un consenso sul fatto che lo stupro è usato come tattica militare, una tattica di terrore”, ha detto.

   “È perché sta accadendo nel cuore dell’Europa? Forse è lì che si trova la risposta”, aggiunge, sperando che l’Ucraina non metta in ombra altri conflitti.

   “Penso che sia molto positivo che si presti attenzione alla questione della violenza sessuale nei conflitti, che di solito è sempre stata vista come inevitabile, come un danno collaterale, una questione culturale… Ma no, è criminale”, sottolinea.

Il traffico di esseri umani

Un’altra grande preoccupazione per il rappresentante delle Nazioni Unite è il rischio di traffico di esseri umani.

   “Le donne, le ragazze e i bambini che sono fuggiti dall’Ucraina sono molto, molto vulnerabili e per i predatori ciò che sta accadendo in questo Paese non è una tragedia, ma un’opportunità. La tratta di esseri umani è un crimine invisibile, ma è una crisi grave”, avverte.

   Da quando la Russia ha lanciato la sua invasione su larga scala dell’Ucraina, il 24 febbraio, più di 7,6 milioni di rifugiati ucraini sono stati registrati come rifugiati in tutta Europa.

(da https://www.rsi.ch/)

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Manifestazioni a Teheran dopo l’uccisione di Mahsa Amini – Uccisi 23 minori durante la repressione in Iran – Aggressione sessuale della polizia a una donna: sui social il video della violenza sessuale durante l’arresto. Secondo il report rilanciato da Amnesty International, Teheran ha messo in atto un “attacco a tutto campo contro i bambini manifestanti” (FOTO ripresa da https://www.tgcom24.mediaset.it/) –   “IL REGIME DI TEHERAN È SEMPRE PIÙ OPPRESSIVO, LA SUA FINE È VICINA”. In Iran, oltre alla rivolta popolare, ci sono molti segnali di un crescente malumore all’interno delle forze di sicurezza. Prima l’uccisione di MAHSA AMINI tre giorni dopo il suo arresto da parte della polizia morale, avvenuta a metà settembre. Poi l’esplosione del movimento di protesta contro il velo (e più contro una società che sopprime le libertà femminili), guidato da giovani e giovanissime. Poi ancora la repressione del dissenso da parte del regime, che secondo l’organizzazione Iran Human Rights ha già provocato 200 morti, e l’estensione delle manifestazioni anche ad alcuni stabilimenti petroliferi, cruciali per l’economia iraniana. E nel mezzo, i bombardamenti dei Guardiani della Rivoluzione nel Kurdistan iracheno, dove si sono rifugiati i leader dell’opposizione curdo-iraniana. (…) (Gianni Vernetti, da “la Repubblica” del 14/10/2022)
Notte del 15/10/2022. IRAN: incendio nella prigione di EVIN (dove potrebbe trovarsi anche la ragazza italiana Alessia Piperno) – Le STRADE VERSO EVIN sono intasate dalle macchine. I PASDARAN hanno chiuso tutte le strade e SPARANO a chi tenta di avvicinarsi (da https://www.rainews.it/)

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14/10/2022 – Secondo la Cnn, SpaceX di Elon Musk non può più sostenere i costi della rete di comunicazione garantita da circa 20mila unità satellitari (il progetto Starlink) donati in settembre all’Ucraina e chiede al Pentagono di far fronte a questa spesa (nella foto: un terminale satellitare Starlink installato su un ripetitore nei pressi di iprin “vodafone ukraine” da wired https://www.wired.it/)

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UCRAINA – “A Kherson ucciso un direttore d’orchestra che ha rifiutato di collaborare con i russi” – La giornalista ucraina Olena Vanina denuncia la scomparsa di Yurii Kerpatenko. Il ministero della Cultura conferma. Gli occupanti volevano un concerto che dimostrasse la “normalità” della vita nella città (da “la Repubblica, 16/10/2022) (nella FOTO: il direttore d’orchestra Yurii Kerpatenko)

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LA GUERRA RUSSO-UCRAINA OLTRE IL PUNTO DI NON RITORNO

di Riccardo Alcaro, 2/10/2022, da https://www.affarinternazionali.it/

   La decisione del presidente russo Vladimir Putin di annettere le quattro regioni ucraine occupate (in realtà solo in parte) dalle sue truppe, ovvero KHERSON, ZAPORIZHZHIA, DONETSK e LUGANSK, segna probabilmente un punto di non-ritorno nella guerra che sta sconvolgendo l’ordine europeo.

Nessun negoziato possibile

L’annessione toglie ogni possibilità residua di negoziato, che comunque non c’è davvero mai stata perché Putin non è mai stato interessato. Questo non vuol dire che Mosca cesserà di evocare occasionalmente l’ipotesi di un compromesso.

   Del resto Putin sarebbe ben contento se l’Ucraina, spinta da Usa ed Europa, accettasse la perdita di un quinto del suo territorio e ponesse fine alla controffensiva in corso, e se Usa ed Europa togliessero le sanzioni in cambio della fine delle ostilità e della ripresa delle forniture di gas da parte dei russi. Per il Cremlino si tratterebbe di una vittoria su tutta la linea o quasi.

   Non deve sorprendere quindi che né l’Ucraina né Stati Uniti ed Europa siano disposti ad accettare questo compromesso. Gli ucraini hanno portato avanti una controffensiva spettacolare nell’est del paese, nell’area di KHARKIV, e sperano di replicarla a KHERSON e ZAPORIZHZHIA, nel sud. Chiederanno, e probabilmente alla fine otterranno, i sistemi d’arma necessari a spostare in avanti il fronte: carrarmati, mezzi corazzati, elicotteri, droni, sistemi di difesa anti-aerea.

   Gli europei continueranno con le sanzioni, che stanno creando e creeranno sempre più problemi alla capacità produttiva industriale russa, compresa quella militare. Nel frattempo il regime di Putin, ormai diventato una caricatura orwelliana, perde legittimità interna dopo l’annuncio della mobilitazione ‘parziale’ (in realtà una vera e propria mobilitazione generale), che ha provocato un’altra ondata di emigrazione di massa dalla Russia. Insomma, la guerra sta andando molto male per Putin.

L’azzardo di Putin

Cosa spera allora di potere ottenere il presidente russo? Come pensa di poter conseguire ancora un successo sul campo? 

   Putin punta ancora a un allentamento della pressione euro-americana e conseguentemente del mantenimento di almeno parte delle sue conquiste in Ucraina per mezzo di una strategia con tre dimensioni:

Mobilitare nuove forze sul fronte in modo da arrestare la controffensiva ucraina e convincere Europa e Usa che i russi non possono essere sconfitti. Riuscirà? Incerto.

   Le nuove forze ci metteranno settimane se non mesi a essere spostate sul fronte e il governo russo non sembra avere i mezzi per addestrarle e armarle. Più uomini in queste condizioni possono semplicemente voler dire più caduti russi. L’annessione di parte dell’Ucraina serve anche a giustificare perdite sul fronte interno: una cosa è morire per una “operazione militare speciale” in Ucraina, un’altra per la difesa del territorio, anche se quel territorio è stato annesso con la forza da un altro stato, contro una immaginaria aggressione da parte di USA ed Europa.

L’intimidazione nucleare

Se l’Ucraina occupata è considerata territorio russo da Mosca, allora si applica la dottrina militare di difesa territoriale che, con qualche forzatura, può includere anche l’uso dell’atomica. In che modo? Una possibilità è un uso dimostrativo di una piccola bomba atomica sul Mar Nero o in territorio (relativamente) disabitato ucraino per mostrare che i russi fanno sul serio; un’altra è l’uso di armi nucleari tattiche contro le forze ucraine. Un’altra ancora è provocare nella centrale nucleare di Zaporizhzhia un incidente catastrofico in stile Chernobyl e poi biasimare l’Ucraina.

   Queste opzioni presentano rischi enormi (la contaminazione, per dirne una, colpirebbe anche il territorio russo) e costi altissimi per la Russia (la risposta euro-americana sarebbe durissima, forse anche con intervento armato in Ucraina, e Mosca perderebbe probabilmente il residuo appoggio internazionale che ancora riceve). Con l’eccezione dell’‘incidente’ nucleare a Zaporizhzhia, si tratta pertanto ancora di ipotesi remote. Ma non le si può escludere. Putin può arrivare a pensare di non avere altra scelta.

Il ricatto sull’energia

Proprio perché la mobilitazione è di utilità incerta e l’intimidazione nucleare presenta mille problemi la strada favorita da Putin è piegare l’Europa sul fronte dell’energia. È del tutto plausibile (sebbene non certo) attribuire ai russi i sabotaggi di Nord Stream, che potrebbero essere un avvertimento all’Europa: la prossima volta possono essere colpiti gasdotti funzionanti, non fermi (come Nord Stream I) o che non sono mai diventati operativi (Nord Stream II). 

   Il prezzo del gas è tornato a crescere dopo i sabotaggi e salirebbe alle stelle se Putin chiudesse i gasdotti che ancora portano gas in Europa. Con l’inverno il problema diventerà acutissimo e la speranza del presidente russo è che costi energetici insostenibili pieghino l’Europa.

   Funzionerà questa strategia dell’estremo azzardo? Difficile, perché se anche l’Europa si dovesse dividere non è plausibile che emerga una maggioranza di stati membri Ue tale da invertire la rotta sulla Russia, vista la netta opposizione dei paesi dell’Europa centro-orientale e nordica. Né si può ipotizzare che i paesi dell’Europa occidentale si arrendano; dopotutto i leader di Francia, Germania e Italia (comprese quelle in pectore) si sono esposti pubblicamente per allertare le opinioni pubbliche dei costi della guerra e della necessità di resistere all’aggressività della Russia.

   Ma la cosa più importante è che gli Stati Uniti continuerebbero a sostenere l’Ucraina militarmente e politicamente e spingerebbero perché l’Europa continui a fare lo stesso. I pochi governi europei con una linea divergente (sempre che ci siano) non avrebbero sufficiente spazio di manovra per opporsi.

Oltrepassato il punto di non-ritorno

La conclusione è che la guerra ha definitivamente passato il punto di non-ritorno. Ci aspetta un inverno difficilissimo. La posta in gioco è altissima, perché se Putin vince con gli strumenti menzionati sopra avrà creato un precedente pericolosissimo di neo-imperialismo di successo, tanto più perché conseguito contro la ricca Europa e la potente America. L’Europa del futuro non sarebbe in pace e sarebbe anzi sempre a rischio di nuove aggressioni da parte della Russia.

   Nel frattempo, nel resto del mondo il prestigio di Washington e la fiducia nella disponibilità e capacità americana di difendere i partner degli Usa sarebbero gravemente compromessi. Gli effetti si farebbero sentire a livello globale –soprattutto in Asia, dove la Cina potrebbe cedere infine alla tentazione di prendersi Taiwan con la forza.

   Più in generale assisteremmo a una corsa generalizzata agli arsenali atomici, perché l’esempio del successo dell’intimidazione nucleare di Putin avrebbe dimostrato che una potenza nucleare può conquistare un altro paese semplicemente minacciando l’uso dell’atomica, e che pertanto la migliore garanzia è quella di costruirsi un proprio deterrente.

   Un mondo con decine e decine di stati nucleari è un mondo strutturalmente insicuro e instabile. Per questo quello che succede in Ucraina non riguarda solo l’Ucraina e la Russia o i paesi dell’Europa orientale, ma la sicurezza di tutta l’Europa e la stabilità globale.

   Putin deve essere sconfitto, difficile a questo punto vedere altre soluzioni.

(Riccardo Alcaro, 2/10/2022, da https://www.affarinternazionali.it/)

PUTIN 14/10/2022: DICHIARAZIONI AD ASTANA (KAZAKISTAN): «Una catastrofe globale». Questo succederà, ha avvertito il presidente russo Vladimir Putin, se si arriverà a «uno scontro diretto tra gli alleati della Nato e la Federazione russa». Nel corso di una conferenza stampa ad Astana Putin ha detto che «uno scontro diretto tra le truppe della Nato e l’esercito russo è un passo molto pericoloso che porterà a una catastrofe globale. Spero che siano abbastanza intelligenti da non farlo».  –  Tutte le attività di mobilitazione saranno completate in due settimane e non è prevista alcuna coscrizione aggiuntiva: lo riporta “Novaya Gazeta Europa”, secondo cui Putin ha detto che delle 300.000 persone che si prevede di mobilitare, 223.000 sono state convocate nell’ambito della «mobilitazione parziale», che 33.000 mobilitati sono già nelle unità e 16.000 sono impegnati nei combattimenti in Ucraina. (da https://www.ilmessaggero.it/) (nella FOTO: PUTIN ad ASTANA in KAZAKISTAN il 14/10/2022, foto dal quotidiano AVVENIRE)
LA RUSSIA VUOLE EVACUARE KHERSON, per portare in territorio russo la gran parte dei civili che ancora vivono nella città occupata, mentre l’esercito ucraino si avvicina. Giovedì, 13/10/2002, il vice primo ministro russo Marat Khusnullin ha annunciato che il governo aiuterà la popolazione della città ucraina di KHERSON, occupata dall’esercito russo, a fuggire in Russia.  L’annuncio è stato fatto mentre le forze ucraine stanno continuando una controffensiva sempre più efficace nel sud dell’Ucraina, e sembra ormai molto probabile che nelle prossime settimane possano arrivare a Kherson, una città estremamente importante per il suo valore strategico: da Kherson passa la principale strada che collega l’Ucraina meridionale con la penisola di Crimea. (…)” (da https://www.ilpost.it/ , 14/10/2022) (nell’immagine qui sopra: MAPPA della situazione ucraina al 5 ottobre, da https://www.ispionline.it/)

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“(…) Secondo IRAN HUMAN RIGHTS sono almeno 201 PERSONE, di cui 23 bambini, UCCISE NELLE PROTESTE CHE HANNO INVASO L’IRAN: 108 nelle manifestazioni delle ultime tre settimane dopo la morte della giovane; 93 negli scontri nella città di ZAHEDAN, nella provincia sud-orientale del SISTAN-BALUCHISTAN, dopo la denuncia dello stupro di un’adolescente da parte di un comandante di polizia della regione. L’organizzazione con sede a Oslo ha spiegato che è probabile che il bilancio delle vittime salga, a causa della “sanguinosa repressione” dei manifestanti. (…)” (Gabriele Carrer, 12/10/2022 da https://formiche.net/) (Zahedan-city-in-the-map-of-Iran, Wikpedia)

NON È SOLO IL VELO. L’IRAN VERSO LA RIVOLUZIONE?

di Gabriele Carrer, 12/10/2022 da https://formiche.net/

– “Non è una protesta, è l’inizio della rivoluzione contro il regime degli ayatollah”. Le voci che abbiamo raccolto dai parenti che vivono in Italia di alcune persone che da settimane sfidano le forze di sicurezza iraniane per protestare per la morte di Mahsa Amini –

   “Non è una protesta, è l’inizio della rivoluzione contro il regime degli ayatollah”. “Limitare le manifestazioni a una richiesta di più diritti per le donne è sbagliato”. Sono le voci che Formiche.net ha raccolto dai parenti che vivono in Italia di alcune persone che da settimane sfidano le forze di sicurezza iraniane per protestare per la morte di Mahsa Amini, morta secondo le autorità di Teheran per malattia e non per le percosse ricevute durante il fermo della polizia religiosa che l’ha picchiata perché non indossava correttamente il velo.

   Secondo Iran Human Rights sono almeno 201 persone, di cui 23 bambini, uccise nelle proteste che hanno invaso l’Iran: 108 nelle manifestazioni delle ultime tre settimane dopo la morte della giovane; 93 negli scontri nella città di ZAHEDAN, nella provincia sud-orientale del SISTAN-BALUCHISTAN, dopo la denuncia dello stupro di un’adolescente da parte di un comandante di polizia della regione. L’organizzazione con sede a Oslo ha spiegato che è probabile che il bilancio delle vittime salga, a causa della “sanguinosa repressione” dei manifestanti.

   La leadership iraniana ha puntato il dito contro i nemici esterni. L’ayatollah Ali Khamenei, la Guida suprema, ha accusato Stati Uniti e Israele di fomentare le proteste. Il presidente Ebrahim Raisi ha lanciato accuse simili, anche in occasione della cerimonia del 8 ottobre all’Università di Teheran per l’inizio del nuovo anno accademico. Gli inviti ad andarsene rivolti dai manifestanti a Khamenei e Raisi seguono un’estate di disordini in tutto l’Iran per le cattive condizioni di vita, la scarsità d’acqua e le difficoltà economiche derivanti dalle pesanti sanzioni imposte dagli Stati Uniti per il programma nucleare.

   La reazione del regime è stata “classica”: accusare un fantomatico nemico esterno, ma il problema è interno e riguarda il futuro della collettività iraniana: quei giovani non si accontenteranno in fretta, e non è chiaro per quanto tempo ancora sarà possibile reprimerli.

   Aniseh Bassiri Tabrizi, del dipartimento di International Security Studies al Rusi di Londra, ha spiegato: “Nonostante una minaccia della rivoluzione non pare palese, è evidente che sia in corso una erosione continua della legittimità del regime davanti a vari gruppi demografici ed etnici. Le proteste si moltiplicano, dal 2017 sono diventate sempre più frequenti con una diversità sempre maggiore nelle ragioni per cui emergono. La legittimazione della leadership è messa a rischio e a lungo andare il contesto potrebbe cambiare e la minaccia rivoluzionaria crescere di sostanza”. (Gabriele Carrer)

“(…) SEBBENE LE PROTESTE IN IRAN NON ABBIANO UNA CHIARA LEADERSHIP o programma politico, SONO ANIMATE DA UN IMPULSO DEMOCRATICO e dal desiderio di libertà politica, giustizia economica ed emancipazione femminile. Tuttavia, affinché l’Iran faccia progressi lungo la strada verso la democrazia liberale, per non parlare del socialismo, qualsiasi opposizione organizzata alla Repubblica islamica deve abbracciare una visione egualitaria del futuro. DEVE SUPERARE LE CONTRADDIZIONI ALL’INTERNO DEL PROCESSO DI COSTRUZIONE DELLA NAZIONE IRANIANA, AL CENTRO DEL QUALE C’È LA RISOLUZIONE DELLA QUESTIONE CURDA. Per dirla in modo più enfatico, L’IRAN DEVE CESSARE DI ESSERE UNA «PRIGIONE DI POPOLI» tenuta insieme attraverso la violenza e la coercizione. (…)(Djene Rhys Bajalan, 7/10/2022, dal sito JACOBIN Italia https://jacobinitalia.it/) – (nella MAPPA qui sopra: il KURDISTAN IRANIANO, mappa da https://www.researchgate.net/)

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UCRAINA -L’estratto delle decisioni sul TESTO DELLA RISOLUZIONE sull’Escalation dell’aggressione russa all’Ucraina votata dal PARLAMENTO EUROPEO il 6 ottobre 2022 con 504 voti a favore, 26 contro e 36 astenuti. La risoluzione è firmata da Popolari, Socialisti, Liberali, Verdi e Conservatori. Gli unici due gruppi che non l’hanno firmata sono Identità e Democrazia (fascisti e estrema destra) e Sinistra Unita (Comunisti e extra-sinistra): La Risoluzione del Parlamento europeo contro l’escalation dell’aggressione russa (06/10/2022) – Vita.it

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LA GUERRA IN UCRAINA E LO SCENARIO GLOBALE

– da Samarcanda a Bali, il percorso per il G20 della de-escalation –

di MAURIZIO DELLI SANTI, da https://www.altalex.com/ del 8/10/2022

– Al nuovo Governo italiano spetta assumere una iniziativa comune con l’Unione Europea che riporti al dialogo, che punti al cessate il fuoco e proponga un modus vivendi dell’ordine internazionale che non sia quello della incombente minaccia nucleare e dello scontro permanente Occidente vs. Oriente –

Le sfide del G20 di Bali

Il vertice del G20 che si svolgerà sotto la presidenza indonesiana a Bali il 15 e 16 novembre probabilmente sarà il primo incontro internazionale in cui il nuovo Governo italiano comparirà a pieno titolo. L’evento coinvolgerà le 20 più grandi economie che rappresentano oltre l’80% del PIL mondiale, il 75% del commercio internazionale e il 60% della popolazione mondiale.

   Al G20 aderiscono Argentina, Australia, Brasile, Canada, Cina, Francia, Germania, India, Indonesia, Italia, Giappone, Repubblica di Corea, Messico, Russia, Arabia Saudita, Sud Africa, Tirchia, Regno Unito, Stati Uniti e Unione Europea. Ma ai vertici dell’organizzazione è previsto anche l’intervento su invito di molti altri paesi osservatori, in specie del continente africano. Si tratta di una scelta di apertura nei confronti dei Paesi più fragili, su cui è evidente che si riverseranno comunque le scelte delle grandi economie.

   Sarà perciò importante che all’appuntamento l’Italia si presenti con dossier documentati e iniziative concrete da promuovere. Tanto più che lo scorso anno il governo Draghi nel reggere il turno di presidenza del G20 aveva saputo ottenere un consenso unanime proponendo un modello di “multilateralismo inclusivo”, che in termini lungimiranti si preoccupava di confermare i principi della Carta delle Nazioni Unite e di evitare lo scenario dello scontro dei blocchi Occidente vs. Oriente. Ora con la crisi della guerra in Ucraina gli scenari sono radicalmente mutati, e non sarà facile per il vertice a guida indonesiana individuare gli ambiti in cui promuovere la de-escalation.

   Il presidente indonesiano Jokowi ha finora tenuto una posizione in equilibrio tra Cina, Russia, Europa e Stati Uniti, circostanza che molti analisti hanno valutato come una buona condizione per promuovere un negoziato tra le parti. L’Indonesia appartiene al blocco di Paesi che ha sottoscritto la risoluzione Onu di condanna della guerra in Ucraina con oltre 140 nazioni, ma ha mantenuto buoni rapporti con Mosca e all’esordio del G20 non ha voluto inasprire i toni sul tema. Tuttavia, quando a luglio si si è tentato di discutere su crisi alimentare, tensioni sull’energia, inflazione, recessione e guerra in Ucraina, Continua a leggere