LA TUNISIA E LE RIVOLTE non più politiche ma PER IL PANE (contro il carovita) – PROPOSTA: dopo le 4 Macroregioni Europee (Baltica, Danubiana, Ionico-Adriatica, Alpina) la UE realizzi una “MACROREGIONE del MEDITERRANEO CENTRALE” (tra Sud d’Italia, Tunisia, Libia) per un nuovo sviluppo del Mare Nostrum

TEBOURBA (città poco a sud-ovest di Tunisi), NEL CUORE DELLA PROTESTA TUNISINA

   L’inizio dell’anno tunisino è stato (ma lo è ancora) denso di proteste contro il carovita. L’annuncio della legge di bilancio accompagnata dall’aumento dei prezzi della benzina, del gas, dei servizi, ha scatenato le piazze di una decina di città, da Kasserine a Djerba. In una settimana, dall’8 al 14 gennaio, ci sono state 800 persone arrestate, un centinaio di poliziotti feriti, caserme di polizia date alla fiamme. Anche questa volta, come sette anni fa, c’è un martire (nella città di Tebourba vicino a Tunisi, a sud-ovest): si chiama KHOMSI YAFRNI, aveva 45 anni, disoccupato e protestava contro il carovita. Tra gli arrestati anche 16 estremisti islamici.
Una protesta spontanea, per niente “politica”: nel senso di rivendicazione di democrazia, maggiore libertà… come era accaduto nella “rivoluzione dei gelsomini”, nella primavera araba di esattamente sette anni fa. Una protesta, possiamo dire, “PER IL PANE”, cioè contro la situazione economica difficile, di povertà, che coinvolge buona parte della popolazione, e in particolare i giovani.

mappa Tunisia

   Non c’è alcuna leadership in queste proteste, e le manifestazioni nelle settimane scorse a volte sono state anche di poche decine di persone, che però hanno fatto “molto rumore”, hanno messo a dura prova il governo. Manifestazioni in ogni caso fatte, volute, dal ceto medio, che si considera vittima dell’aumento dei prezzi e della situazione economica difficile. E’ comunque interessante che queste manifestazioni, a differenza di altri Paesi (pensiamo all’Iran, quasi contemporanee) non sono state soppresse dalla polizia, dal governo. Come prova che la pur fragile democrazia tunisina (formatasi appunto sette anni fa con la rivoluzione dei gelsomini) garantisce libertà di espressione ai suoi cittadini.

TUNISIA “….L’Ugtt, il sindacato dei sindacati, chiede l’aumento del salario minimo, oggi al di sotto dei 400 dinari (134 euro), ma resta a fianco del governo. In strada ci sono i disoccupati e gli agit-prop del Fronte Popolare, la sinistra radicale, i cui slogan – Manich Msamah (non perdoneremo) e #Fech_Nestanew (cosa stiamo aspettando?) – risuonano in avenue Bourghiba tra cordoni di agenti più numerosi dei manifestanti. (Francesca Paci, “La Stampa”, 11/1/2018)

   E’ così che in Tunisia il malcontento popolare potrebbe trovare una nuova espressione politica: potrebbe nascere un nuovo partito, proprio grazie alla democrazia introdotta nel 2011 (in Iran, invece, un’alternativa di questo genere è impensabile).
E’ tutto questo, come dicevamo, uno (dei pochi?) effetti positivi delle “primavere arabe”. Le “primavere arabe” sono le rivolte del 2011. Tutto iniziò proprio in Tunisia: Mohamed Bouazizi, ambulante tunisino, il 17 dicembre 2010 si diede fuoco per protestare contro la polizia. Le manifestazioni portarono alla fine del regime di Ben Ali, fuggito il 14 gennaio 2011 dopo 23 anni al potere (Il dittatore abbandonò il Paese per rifugiarsi in volontario esilio a Jedda, in Arabia Saudita), e “la primavera” si diffuse nell’area nord africana, in Medio Oriente, nei Paesi arabi.

DOPO LE PROTESTE LA TUNISIA ANNUNCIA UN PACCHETTO DI MISURE PER LE FAMIGLIE IN DIFFICOLTÀ – Il bilancio dell’ultima settimana (dall’8 al 15 gennaio) di scontri è di 803 persone arrestate e 97 agenti feriti – Scontri e disordini contro il carovita tra giovani e forze dell’ordine. Tra gli arrestati anche 16 estremisti islamici. Il bilancio degli scontri lo ha reso noto il portavoce del ministero dell’Interno, Khalifa Chibani. Anche questa volta, come sette anni fa, c’è un martire (nella città di Tebourba vicino a Tunisi, a sud-ovest): si chiama KHOMSI YAFRNI, aveva 45 anni, disoccupato. Il governo di unità nazionale ha annunciato ieri una serie di MISURE A FAVORE DELLE FAMIGLIE BISOGNOSE da circa 70 milioni di dinari tunisini (circa 23,5 milioni di euro). «Garantiremo un reddito minimo alle famiglie bisognose – ha detto il ministro tunisino degli Affari sociali Mohamed Trabelsi – l’assegno sociale aumenterà da 150 a 180 o 210 dinari, a seconda del numero di figli». Il pacchetto prevede anche il raddoppio delle sovvenzioni dedicate ai bimbi diversamente abili, la gratuità delle cure per i disoccupati, l’istituzione di un fondo di garanzia per prestiti e agevolazioni per l’acquisto della prima casa. (da “La Stampa” del 15/1/2018)

   Ma non è andata proprio bene questa richiesta di libertà nei Paesi Arabi: la Tunisia è praticamente l’unico paese ad aver saputo creare una democrazia. Ma, come stanno dimostrando le diffuse manifestazioni di protesta di queste settimane, una certa “libertà di protesta” e di rivendicazione dei propri diritti, non ha portato a un miglioramento economico nella popolazione e nella situazione generale di vita del Paese. Qualche osservatore dice che questo “nuovo corso” è stato distrutto dal jihadismo, l’integralismo islamico che subito dopo si è diffuso e allargato. E il regime attuale, senza toccare i livelli di quello precedente, è un regime molto corrotto. Corruzione, disoccupazione, aumenti dei prezzi, assenza di opportunità per i giovani, sono gli aspetti più gravi della vita in Tunisia.

i paesi della PRIMAVERA ARABA – Le “primavere arabe” sono le rivolte del 2011. Tutto iniziò da Mohamed Bouazizi, ambulante tunisino che il 17 dicembre 2010 si diede fuoco per protestare contro la polizia. Le manifestazioni portarono alla fine del regime di Ben Ali, fuggito il 14 gennaio 2011 e si diffusero nell’area

   I raiss arabi, i leader politici, governativi, nel lontano passato, si sono sempre ben guardati dall’aumentare i prezzi dei beni di primissima necessità, come il pane. Ma da 40 anni, a cicli regolari, i governi dell’Egitto, e dei Paesi vicini (come la Tunisia) sono costretti a farlo e scoppiano rivolte. I sussidi elargiti alle fasce popolari più povere, tengono basso il costo del pane; però i consumi superano la produzione, bisogna importare la farina e i conti pubblici non reggono più.
E poi questi Pesi (del Sud del Mediterraneo) vengono a dover confrontarsi con la massa di immigrati che dal Sahel, dal centro dell’Africa, arrivano, nel tentativo di raggiungere i paesi europei. Pertanto i Paesi del nord Africa devono anche far fronte ai rischi connessi al cosiddetto traffico di vite umane, ovvero al fenomeno migratorio nel suo complesso. Altro problema non da poco.

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Quel che si capisce da un Paese così vicino a noi com’è la Tunisia, è che non può essere lasciato in balìa di sé stesso. La Tunisia ha bisogno di un grande sostegno economico, di un progetto di crescita economica (un Piano Marshall) affinché possa essere parte di un comune sviluppo mediterraneo tra le due sponde del Mare Nostrum.

2018, dieci anni dall’istituzioni da parte della UE delle MACROREGIONI EUROPEE – Come risposta agli Stati-Nazione, le Macroregioni esempio di coesistenza pacifica, di sinergie di sviluppo, di geografia della cooperazione – 4 Aree Ambientali Omogenee: la Baltica, la Danubiana, la Ionico-Adriatica, l’Alpina

   Un impegno che non può essere solo italiano, ma che deve avere una dimensione europea. Per questo crediamo che il progetto e l’avvio delle MACROREGIONI EUROPEE (avvenuto da dieci anni – se ne parla ora nel decennio di prima istituzione – con luci e ombre nella sua realizzazione oltre il potere degli stati nazionali…. ne parliamo qui in due articoli del Sole 24ore..), questo progetto europeo di macroregioni possa far sperare (auspicare, chiedere) la creazione da parte dell’Unione europea di una MACROREGIONE del MEDITERRANEO CENTRALE che possa coinvolgere il nostro Meridione (occasione di lavoro e sviluppo) con i vicini Paesi nordafricani (come appunto la TUNISIA).

una MACROREGIONE DEL MEDITERRANEO CENTRALE?

   Tante sono le cose che subito si possono fare nella Macroregione Mediterranea: dalle sinergie tra università e distretti economici, alla ricerca scientifica, alla prevenzione delle catastrofi naturali, al turismo, alla pesca, alla produzione energetica (pensiamo al “solare”), a un Erasmus Mediterraneo, a un’agricoltura biologica (e di trasformazione) nuova sui prodotti delle terra di un’area che può fare coltivazioni (e trasformazioni) di grande qualità esportabili nel mondo…. Una Macroregione del Mediterraneo Centrale si presta anche ad essere fulcro ed equilibrio dei trasporti commerciali portuali marittimi, punto di snodo di produzioni di qualsiasi genere e di incontro di persone, di conoscenza e convivenza di pace.
La Tunisia è difficile pensarla come Terra estranea a noi, e dobbiamo inventare modi nuovi, virtuosi per collaborare, incontraci. (s.m.)

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proteste in Tunisia

TRA I GIOVANI DISOCCUPATI E RIBELLI “NOI IN PIAZZA SOGNANDO L’ITALIA”
di Francesca Paci, da “La Stampa” del 12/1/2018
– A TEBOURBA, NEL CUORE DELLA PROTESTA TUNISINA – Tebourba, il paese del primo morto della protesta: “Finiti i soldi per mangiare” – L’obiettivo dei ragazzi resta la fuga: “Appena ho duemila euro mi imbarco” – VIAGGIO NEL PICCOLO PAESE DOVE È PARTITA LA RIVOLTA CONTRO IL CAROVITA: QUI I GIOVANI SOGNANO L’ITALIA –

TEBOURBA, IL CUORE DELLA PROTESTA (città vicino a Tunisi, a sud-ovest)

TEBOURBA (TUNISIA) – Non ci sono foto del martire di lunedì qui a Tebourba, 25 mila anime a nord-ovest di Tunisi dove molti non conoscono neppure il suo nome. Khomsi Yafrni aveva 45 anni, era disoccupato, è morto durante le proteste per il carovita.
Ma, nonostante il quinto giorno di scontri con oltre 600 persone arrestate e l’esercito in campo, non sembra candidato alla fama di Mohammed Bouazizi, l’icona della rivoluzione del 2011. «Mercoledì il premier Chahed sarebbe venuto a trovarci se non fosse stato fermato dalla polizia all’ingresso della città per problemi di sicurezza, i ragazzi urlavano “degage” (vattene)» ci dice il fratello maggiore Nourredine, pochi denti, mani callose, gilet imbottito sulla felpa con gli orsetti.
La casa dei Yafrni è un misero cubo bianco a 500 metri dalla strada dove l’uomo è stato ucciso durante l’assalto al palazzo del governo locale. In terra vedi i vetri delle molotov, ogni giorno nuovi. Sul marciapiede opposto al governo locale c’è un caffè senza insegne, resti di antiche maioliche alle pareti, tavoli sgangherati e una manciata di avventori, tutti sui vent’anni, tutti pronti a emigrare, tutti favorevoli alle proteste perché il presente è una prigione da far saltare. Continua a leggere

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L’IRAN delle rivolte represse: dopo l’“Onda Verde” del 2009 ora un’altra RIVOLTA: 1) popolare (delle periferie), 2) delle donne senza velo – Con un leader riformista (Rohani), ma col potere della “guida suprema” l’ayatollah Khamenei. QUANDO L’IRAN USCIRÀ dall’isolamento dell’estremismo islamico (e di Trump)?

LA RAGAZZA SENZA VELO – 30/12/2017, Teheran – Una ragazza iraniana che dopo essersi tolta il velo lo lega a un bastone, e da un piedistallo sventola il suo “hijab” bianco nel mezzo di una strada affollata. Un’immagine che è diventata il simbolo delle sanguinose proteste antigovernative che dal 28 dicembre hanno squarciato l’IRAN

   L’Iran è un grande Paese. Non solo per la sua storia e cultura immensi. Ma anche proprio per le sue dimensioni. E’ grande quattro volte la Siria, e la possibile destabilizzazione violenta, senza un processo nuovo e democratico, di libertà delle persone, preoccupa in primis per il popolo iraniano già provato, e che può subire gli effetti di una possibile guerra civile. Ma preoccupa molto (a quanto si capisce) anche le potenze occidentali (a parte gli USA di Trump, presi da una ingiustificata politica anti-iraniana forse data dagli attuali ottimi rapporti con l’Arabia Saudita…): l’Europa se ne è stata assai zitta in questa rivolta, e cerchiamo di capire perché negli articoli che proponiamo in questo post.

LA RIVOLTA DEI MOSTAZAFIN (i miserabili delle classi medio-basse)- Le manifestazioni NON SONO COMINCIATE (il 28 dicembre) a TEHERAN, la capitale del paese, MA IN ALTRE CITTÀ. LE PRIME PROTESTE HANNO AVUTO LUOGO NELLA SECONDA CITTÀ DELL’IRAN, MASHAD, considerata tradizionalmente conservatrice. Le proteste hanno raggiunto Teheran due giorni dopo, il 30 dicembre, e poi si sono estese anche a una decina di città più piccole. (da “LA RABBIA CHE SCUOTE L’IRAN HA RADICI PROFONDE” di Gwynne Dyer, 3/1/2018, da “INTERNAZIONALE”)

   Se pertanto la destabilizzazione di un Paese grande quattro volte la Siria non sarebbe una buona notizia per nessuno, è pur vero che gli iraniani hanno sicuramente molte cose per cui protestare. Più di tre milioni di persone sono senza lavoro e la disoccupazione giovanile è circa al quaranta per cento. Il prezzo di alcuni generi alimentari di base è cresciuto quasi del cinquanta per cento.

MAPPA BBC – I LUOGHI DELLE PROTESTE

   L’accordo del 2015 tra l’Iran con il gruppo dei 5+1 (i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu – Stati Uniti, Cina, Francia, Russia, Regno Unito – più la Germania), poneva fine alla maggior parte delle sanzioni internazionali contro l’Iran, in cambio di rigidi controlli sulle ricerche e la tecnologia nucleari del paese: ma le sanzioni finanziarie statunitensi rimangono in vigore (e Trump per gli USA vuole disdire quel trattato), e quindi i benefici economici promessi dall’accordo non si sono mai concretizzati. Questa può essere una delle ragioni della crisi economica, di vita quotidiana, degli iraniani.

Le proteste degli studenti iraniani all’Università di Teheran il 30 dicembre 2017 (da http://www.panorama.it)

   La protesta iniziata il 28 dicembre è difficile da decifrare (non essendoci fonti di informazione internazionale nel paese, e se ci sono soggette alla censura). L’informazione interna (giornali, radio e tv) all’inizio hanno dato risalto alla protesta. Poi, quando le richieste dei manifestanti si sono fatte più radicali, hanno smesso di parlarne.

da TGCOM24

   Forse è qui il punto: se all’inizio le proteste riguardavano in particolare il caro vita e i posti di lavoro, poi sono diventate “più politiche”, contro l’intero sistema di potere. La repressione è ora in corso, e questo caratterizza tutte le rivolte del popolo iraniano avvenute anche in passato: nel 1999, nel 2003, nel 2006 e ancor di più nella cosiddetta Onda Verde del 2009.

3 gennaio: Rohuani porta in piazza i suoi sostenitori – I Guardiani della Rivoluzione (Pasdaran), le forze armate fedeli a Khamenei, sono intervenuti in tre province — ISFAHAN, LORESTAN, HAMADAN — a reprimere la rivolta dei «mostazafin», i miserabili delle classi medio-basse, contro il potere e i privilegi delle élite

   Quello che gli osservatori notano, da “fuori” del Paese (come detto non essendoci possibilità di informazione diretta, “sul posto”), è una bivalenza tra PROTESTA POPOLARE non politicizzata partita nella città nordorientale di MASHAD (Mashhad è la seconda città iraniana dopo Teheran, con oltre due milioni di abitanti, ed è il principale luogo spirituale dell’Iran dov’è sepolto l’importante Iman sciita Reza), e nelle PERIFERIE (non a Teheran come le altre passate proteste), che fa pensare che le condizioni di vita in città piccole o in campagna sono ben peggiori di Teheran (secondo l’attuale governo in questa protesta popolare “di periferia” c’è la strumentalizzazione delle forze più conservatrici); e dall’altra c’è una PROTESTA PIÙ POLITICA, CULTURALE, DI LIBERTÀ, che riguarda i modi di vita, la modernità repressa, il ruolo paritario della condizione femminile che (bene o male) in Occidente c’è…. come quella donna che si è tolta il velo a Teheran, tra la folla in un piedistallo e, ripreso da telefonini (prima di essere arrestata), il gesto è stato riversato fuori dal Paese verso l’informazione globale.

I GIORNI (IL PROGREDIRE) DELLA RIVOLTA (MAP Spread of unrest in Iran on 6th day of anti-government protests _ @hra_news)

   Dopo una settimana di proteste (iniziate il 28 dicembre), ora il regime si è fatto sentire in due modi: con una grande manifestazione pro-governo e con la mano dura: mentre migliaia di persone sfilavano in piazza inneggiando alla Guida Suprema Ali Khamenei, i Guardiani della Rivoluzione (Pasdaran), le forze armate fedeli a Khamenei, sono intervenuti in tre province — ISFAHAN, LORESTAN, HAMADAN — a reprimere la rivolta dei «MOSTAZAFIN», i miserabili delle classi medio-basse, contro il potere e i privilegi delle élite.

Iran, mappa da wikipedia

Pertanto da tutto questo, si capisce che c’è in quel che accadde adesso in Iran un diversità delle proteste, che arriva perfino a una contestazione della “guida suprema” (l’ayatollah Ali Khamenei) che mai prima nessuno aveva avuto il coraggio di fare… pertanto qualcosa di ben più radicale e assoluto. E che per la prima volta le manifestazioni non sono cominciate a Teheran, la capitale del paese, ma in altre città minori, in periferia, e a protestare sembra siano anche le forze conservatrici.

Un poster mostra Hamzeh Lashni Zand, ucciso a Dorud, nella provincia del Lorestan _ (foto da “il Corriere.it” del 3/1/2018)

   Una protesta su vari piani, diffusa, e con la possibilità di essere una premessa, un “avviso” (adesso che i pasdaran della rivoluzione islamica dicono di averla sedata, repressa); un avviso di quel che può accadere quando il malcontento generalizzato che persiste nel Paese dalla svolta islamica di Komheini del 1979, possa portare a una vera e propria sanguinosa guerra civile.

ISFAHAN, una delle provincie cui è iniziata la rivolta

Questa è anche dimostrato dal fatto che la maggioranza dei manifestanti stavolta non è composta da studenti o professionisti della classe media, ma da persone che appartengono alle classi più povere, che hanno poco da perdere.

LORESTAN, un’altra delle provincie dove è iniziata la rivolta

Speriamo che questo (una guerra civile interna) non accada. Ma per non farlo accadere ci vuole anche l’azione internazionale che aiuti chi cerca una soluzione di svolta progressiva, che porti l’Iran fuori dall’integralismo islamico e fuori dall’isolamento internazionale.
Che accadrà adesso? E’ possibile che anche questa rivolta passi, in attesa della prossima non si sa di che entità?…Sta di fatto che il regime iraniano ha il tempo contato (sia esso di pochi mesi o di anni)…. È la storia che lo sta giudicando, ed è sperabile (e possibile) trovare modi per far uscire dall’isolamento questa Terra, questa popolazione, in un mondo globalizzato che peraltro in troppi modi si cerca ora di chiudere con formulazioni populiste, nazionaliste, protezioniste….

HAMADAN, la terza delle provincie della rivolta

Oltre a questo l’Iran deve anche affrontare l’opposizione mediorientale (specie dell’Arabia Saudita) del mondo islamico sunnita, una divisione piuttosto profonda e che esiste da secoli: negli ultimi decenni però si è intrecciata con le vicende politiche locali, diventando sempre più rilevante per decidere e comprendere guerre, alleanze e interessi. (s.m.)

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IL MIO IRAN SENZA PANE E LIBERTÀ

di Farhad M., da “La Stampa” del 10/1/2018
A nome del mio gruppo di studenti iraniani, attivisti per la libertà e la democrazia, vorrei trasmettere all’opinione pubblica in Europa, fino a quando ne ho la possibilità, il nostro messaggio, dirvi qual è la situazione in Iran dal nostro punto di vista. La mia storia è simile a quella di molti altri studenti: Continua a leggere

2018 EUROPA: LA MINACCIA DEL POPULISMO chiede risposte positive e creative che finora non ci sono state (sull’IMMIGRAZIONE, sul LAVORO CHE MANCA, sulla CRISI AMBIENTALE) – Sarà l’anno del TUTTO E DI PIÙ per l’Unione Europea, o della stagnazione e del decadimento irreversibile del nostro continente?

IL MARE DEL POPULISMO (vignetta tratta da VoxEurope http://www.voxeurop.eu/ del 27/12/2017)

   Con la fine di un anno e l’inizio di uno nuovo il contesto geopolitico (concentrandoci perlopiù sull’Europa) necessita di un’analisi ragionata sui fenomeni dominanti. Su tutti vogliamo qui proporvi una serie di articoli, di riflessioni, che ci paiono interessanti, in merito particolarmente al FENOMENO POPULISTA. Al populismo che minaccia i vari Paesi europei, e che chiede di chiudere le frontiere nazionali, il ritorno al protezionismo in economia, il rifiuto di ogni fenomeno di apertura alla globalità e al riconoscimento del valore di confrontarsi con altre culture.

   Cose che apparivano fino a qualche tempo fa impensabili, nel processo globale di questo nostro attuale mondo interconnesso, globale, che, visto nei suoi aspetti positivi, ci dà e ci fa conoscere tante cose, diversità, fino a pochi anni fa improbabili (anche con l’informazione a tutto campo che possiamo avere con internet, persone provenienti da ogni luogo, prodotti tecnologici sempre più raffinati…).
La cosa non è così semplice e scontata, e i problemi (gli aspetti negativi) che ci sono, sono molti: dal lavoro che sta pian piano sparendo (dovuto anche a un fenomeno di per sé positivo: la robotizzazione, l’automazione); le migrazioni che, se eccessive, stanno creando indubbiamente dei problemi; la crisi ambientale del pianeta, con desertificazioni crescenti e inquinamenti sempre più elevati.

ELEZIONI IN CATALOGNA DEL 21 DICEMBRE. LA RISCOSSA DEGLI INDIPENDENTISTI: SONO MAGGIORANZA.

   Se però ci concentriamo su uno dei fenomeni principali che nasce da questi aspetti problematici appena detti, uno dei risultati che ci appaiono è proprio il CRESCERE DEL POPULISMO, del rifiuto della realtà e del voler rinchiudersi nei propri luoghi e sistemi di vita. Forme di reazione e protesta di massa che hanno le loro ragioni d’essere, non sono né immotivate né banali: e per questo richiedono risposte adeguate.
Emblematico che il fenomeno populista “accade di più” in zone isolate, paesi, città piccole di provincia… rispetto alle grandi città. Sono le piccole comunità, quando si sentono emarginate da decisioni prese nelle capitali e nel mondo, che reagiscono con il populismo, la richiesta di rinchiudersi.

I FATTORI DETERMINANTI per la vittoria dei pro-Brexit in GRAN BRETAGNA, degli indipendentisti in CATALOGNA, dei populisti ultra-destra in AUSTRIA, della destra neofascista in POLONIA è lo stesso: LONTANANZA DALLE CITTÀ, BASSA DENSITÀ DI POPOLAZIONE, il grado di ISOLAMENTO DEL TERRITORIO (mappa su Catalogna-Austria-Polonia ripresa da “il Corriere della Sera” del 27/12/20127 “DALLA CATALOGNA AI VILLAGGI AUSTRIACI: LA GEOGRAFIA SPIEGA IL POPULISMO” di Federico Fubini)

   Così è accaduto (sta accadendo) in Europa, nei luoghi più interessati dall’avanzata dei populisti: Catalogna, Austria, Polonia, nei territori extraurbani, di campagna, della Gran Bretagna dove al referendum ha stravinto la Brexit. Esiste pertanto una divisione tra realtà urbana e zone più isolate, che contano meno in termini di potere (e dove si crea spesso acrimonia maggiore nei confronti del potere centrale); questa netta separazione mai come adesso è evidente. Il grado di vicinanza o lontananza dalle città, la densità di popolazione del proprio luogo di residenza, il livello di isolamento del proprio territorio incidono drasticamente sul premiare scelte populiste.

BREXIT, LA MAPPA DEL VOTO

   Cosa poi intendiamo con questo termine (POPULISMO)? Intendiamo un desiderio di ritorno alle origine di “piccole comunità chiuse” di rifiuto dei fenomeni globali, di autonomismo esasperato (a volte dovuto, come in Catalogna, col sentirsi “ricchi” ed estranei alla nazione di appartenenza, che – la Spagna – è più povera dal punto di vista economico).
Populismo inteso come trionfo della conservazione, del protezionismo, dell’isolamento, del rifiuto di ogni “novità” (l’apertura delle frontiere, un’unica moneta europea, un mercato di scambio più libero…).
C’è poi populismo e populismo: la Catalogna non rinnega l’appartenenza europea (Barcellona è stata fino a pochi mesi fa considerata un po’ tra le più simboliche capitali europee, del turismo, degli studenti, di più anche di Parigi o Berlino…). Diverso è invece il populismo neofascista, di chiusura a tutto, che troviamo ad esempio in Polonia (anche se, con il nuovo primo ministro -Mateusz Morawiecki- le cose si sono un poco attenuate, sembra stiano cambiando). In ogni caso la parte est dell’Unione Europea (Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia, Ungheria) (il cosiddetto Gruppo di Visegrad) mal condivide il progetto europeo come all’origine è nato (e la loro adesione sembra fatta di convivenza un po’ necessaria e strumentale, anche per non ri-cadere nella sfera di influenza della storica odiata Russia).

Nelle elezioni parlamentari tedesche di settembre i populisti di estrema destra di ALTERNATIVE FÜR DEUTSCHLAND (Afd) sono diventati il terzo partito più votato e hano fatto al BUNDESTAG ben 94 DEPUTATI

   Ben diverso è poi il populismo scozzese aperto alle istanze europee e che si scontra con le chiusure inglesi; anche diverso da quello austriaco di adesso, che è dichiaratamente di estrema destra, sul filo della xenofobia, di irrigidimento delle frontiere.
E’ anche vero che il 2017 doveva essere l’anno del trionfo dei partiti populisti in tutta Europa. Non è andata così. Le elezioni parlamentari olandesi di marzo hanno visto l’imprevista sconfitta dei populisti: il Partito per la libertà (Pvv) di Geert Wilders ha registrato un risultato inferiore alle aspettative (il grande “vincitore” politico è stato invece il primo ministro Mark Rutt, un “populista buono” come lui stesso si è definito).

RUSSIA 2018. LO ZAR PUTIN VERSO IL QUARTO MANDATO (DI 6 ANNI) – Il punto chiave da definire nel 2018 e negli anni a venire sarà come si collocherà la Russia fra le due superpotenze Stati Uniti e Cina

   Nelle elezioni presidenziali francesi di aprile la candidata del Front National, Marine Le Pen, ha raggiunto risultati al di sotto delle aspettative in entrambi i turni, ed è stata eclissata dal nuovo astro nascente della politica europea, Emmanuel Macron, che ha stravinto anche le elezioni parlamentari del mese successivo.
Le elezioni parlamentari tedesche di settembre hanno rappresentato la prova del nove per il “populismo”. Merkel avrebbe trionfato, dando ai populisti il colpo di grazia, o sarebbero stati i populisti di estrema destra di Alternative für Deutschland (Afd) a porre fine ai suoi dodici anni alla guida della Germania… La risposta delle urne è stata incerta: l’Afd è risultato il terzo partito più votato e ha fatto al Bundestag ben 94 deputati, ma Merkel e la Cdu/Csu sono rimasti chiaramente i soggetti più solidi della politica tedesca, pur però non riuscendo a formare (finora) una maggioranza.

Nella foto: SEBASTIAN KURZ e HEINZ-CHRISTIAN STRACHE – II NUOVO GOVERNO AUSTRIACO HA GIURATO LUNEDÌ 18 DICEMBRE. L’alleanza tra la destra del cancelliere Sebastian Kurz e l’estrema destra del vicecancelliere Heinz-Christian Strache guiderà il paese per il prossimo mandato, e l’Europa nel secondo semestre del 2018

   Le elezioni in Austria di ottobre hanno offerto invece uno scenario di totale vittoria (si può dire) dei populisti (la cosa era molto simile alla situazione olandese e francese prima delle elezioni: cioè la paura di un trionfo populista che in Francia e Olanda non c’è stato). Invece in Austria i populisti hanno trionfato: il grande vincitore del voto austriaco è stato il giovane ministro degli esteri Sebastian Kurz, che ha trasformato il partito conservatore Övp in uno strumento politico personale, e, in totale rottura con gli altri paesi europei che hanno ostracizzato i populisti di estrema destra, Kurz ha coinvolto il partito estremista Fpö nella formazione di governo. Subito dopo facendo addirittura avances ai sudtirolesi italiani di lingua tedesca, promettendo loro la cittadinanza austriaca (al limite di uno scontro con l’Italia e con i trattati internazionali del dopoguerra). E poi, a seguire, Kurz ha subito proposto di togliere le sanzioni alla Russia, si è dichiarato contro ogni trattativa per l’ingresso della Turchia nella Ue (che peraltro, con Erdogan, già è assai lontana), ha ribadito una totale chiusura al fenomeno migratorio.
Che accadrà nel 2018 nella geopolitica europea? …anno in cui molti paesi con solidi partiti populisti andranno al voto, inclusi Ungheria e Italia. Di sicuro in alcuni paesi vinceranno i populisti (come è probabile in Ungheria)…

MATEUSZ MORAWIECKI (nella foto), diventato primo ministro della POLONIA (Paese su posizioni di ultradestra neofascista), è personaggio nuovo e più aperto, che potrebbe presagire a una relazione molto più consensuale con l’Ue e i partner europei

…Però… però la situazione è un po’ già cambiata…. Ad esempio il progetto di uscita dall’Unione Europea, dall’euro (per chi c’è già, come l’Italia)… queste cose i populisti non le dicono più. L’esempio della Brexit, cioè della crisi che sta vivendo la Gran Bretagna nel processo di uscita dall’Europa, ha fatto capire che l’Europa è importante, nel mondo globale dove gli stati nazionali sono da soli sempre più in difficoltà.
Se fino a uno o due anni fa i populisti che propugnavano la “exit”, l’uscita dall’Unione europea, rilasciavano dichiarazioni roboanti, e si sentivano orgogliosi sabotatori del progetto europeo, ora l’umore è un po’ più dimesso, ad esempio di uscita dall’euro non parla più nessuno.
E’ necessario però che chi crede nel progetto europeo, non sottovaluti la capacità dei movimenti populisti di rinascere, la storia recente europea è scandita da esempi di questo tipo di leggerezza (l’Austria di adesso docet). Su tutti un ruolo guida sembra per adesso proporlo la Francia con il suo presidente Emmanuel Macron: è da sperare che tanti Paesi e politici condividano questa linea, e ne nasca qualcosa di credibile, da crederci. (s.m.)

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DALLA CATALOGNA AI VILLAGGI AUSTRIACI: LA GEOGRAFIA SPIEGA IL POPULISMO
di Federico Fubini, da “il Corriere della Sera” del 27/12/2017
– Non sono età o disoccupazione a spingere la battaglia identitaria: è l’isolamento –
In una vecchia storia una divinità scende dal cielo per promettere a un contadino che esaudirà all’istante un suo desiderio, uno solo. A una condizione, tuttavia: qualunque sia il regalo che il contadino chieda, il suo vicino ne riceverà il doppio. L’uomo ci pensa sopra e risponde: «Signore, ti prego, toglimi un occhio».
Chiunque abbia inventato questa leggenda, oggi potrebbe assegnare un nome catalano al suo protagonista. Continua a leggere

IL RACCONTO DI NATALE di GEOGRAFICAMENTE quest’anno è dedicato ai LUPI, con un brano che vi proponiamo di JACK LONDON da “IL RICHIAMO DELLA FORESTA” – E poi parliamo della bella notizia del ritorno dopo un centinaio di anni nelle Alpi e negli Appennini dei LUPI, e come poter convivere con loro

Quando nelle lunghe notti gelate levava il muso alle stelle gettando lunghi ululati nello stile dei lupi, erano i suoi antenati morti e ridotti in polvere, che levavano il muso alle stelle e ululavano nei secoli attraverso di lui.
(Jack London)

Il cane BUCK incontra i LUPI, sente il RICHIAMO DELLA FORESTA e, ormai solo, si unisce a loro, diventandone il capo branco (brano parte finale del romanzo di JACK LONDON)
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“….Venne la notte, e la luna piena si levò alta sopra gli alberi nel cielo, illuminando la landa, finché essa giacque immersa in una luce spettrale. E con l’arrivo della notte, meditando e gemendo vicino allo stagno, Buck sentì l’animazione della nuova vita nella foresta, diversa da quella che avevano creato gli Yeehats. Si alzò, ascoltando e annusando. Da lontano proveniva un debole, acuto guaito, seguito da un coro di simili acuti guaiti. A poco a poco i guaiti si fecero più vicini e più forti. Di nuovo Buck li riconobbe come suoni uditi in quell’altro mondo che persisteva nella sua memoria. Si diresse al centro del luogo aperto e si mise in ascolto. Era il richiamo, il richiamo fatto di molte note, che risuonava più alettante e imperioso che mai. E più che mai egli era pronto a obbedire. John Thorton era morto. L’ultimo legame era spezzato. L’uomo e i diritti dell’uomo non lo vincolavano più. Cacciando il loro cibo vivente, come lo cacciavano gli Yeehats, al fianco degli alci che migravano, il branco di lupi alla fine aveva attraversato il valico della landa dei corsi d’acqua e dei boschi e aveva invaso la valle di Buck. Nella radura inondata dal chiarore della luna essi si riversarono come un fiume d’argento; e al centro della radura stava Buck, immobile come una statua, aspettando il loro arrivo.
Erano intimoriti, tanto immobile e grande egli si ergeva, e vi fu un attimo di pausa, finché il più audace balzò dritto contro di lui. Come un lampo Buck colpì, rompendogli il collo. Poi si fermò, immobile come prima, mentre il lupo colpito rotolava agonizzante dietro di lui. Altri tre fecero il tentativo, in rapida successione; e uno dopo l’altro si ritirarono, perdendo fiumi di sangue dalla gola o dalla spalla squarciate.
Ciò fu sufficiente a far scattare in avanti l’intero branco, alla rinfusa, accalcato insieme, ostacolato e confuso dal desiderio stesso di abbattere la preda. La meravigliosa rapidità e agilità di Buck lo misero in una posizione di vantaggio. Ruotando sulle zampe posteriori, mordendo e lacerando, era ovunque nello stesso istante, presentandosi apparentemente illeso, tanto rapidamente roteava e stava in guardia da una parte all’altra. Tuttavia, per evitare che essi lo attaccassero da dietro, fu costretto a indietreggiare, oltre lo stagno e nel letto del torrente, finché si fermò contro un alto mucchio di ghiaia. Fece in modo di dirigersi verso un angolo retto del mucchio che gli uomini avevano formato nel corso degli scavi, e si collocò nell’incavatura di quest’angolo, protetto su tre lati, in modo da doversi difendere solo di fronte.
E fronteggiò così bene la situazione, che dopo mezz’ora i lupi si ritirarono sconfitti. Avevano tutti la lingua penzoloni, e le bianche zanne si mostravano in tutto il loro crudele biancore alla luce della luna. Alcuni erano sdraiati con la testa ritta e le orecchie tese; altri stavano in piedi, osservandolo; e altri ancora leccavano acqua dallo stagno. Un lupo, lungo, magro e grigio, si fece avanti con cautela, in modo amichevole, e Buck riconobbe il fratello selvaggio con il quale aveva corso per una notte e un giorno. Mugolava piano, e, quando Buck mugolò, si toccarono il naso.
Allora un vecchio lupo, scarno e coperto di cicatrici, avanzò. Buck contrasse le labbra preparandosi a ringhiare, ma lo annusò naso contro naso. Dopo di che il vecchio lupo si sedette, puntò il naso verso la luna e lanciò il lungo ululato dei lupi. Gli altri si sedettero e ulularono. E ora il richiamo giungeva a Buck in accenti inequivocabili. Anch’egli si sedette e ululò. Poi uscì dal suo angolo e il branco gli si affollò attorno annusandolo in modo per metà amichevole e per metà selvaggio. I capi innalzarono l’uggiolio del branco e si lanciarono nei boschi. I lupi balzarono dietro, uggiolando in coro. E Buck corse con loro, fianco a fianco col fratello selvaggio, uggiolando mentre correva.
E qui può ben terminare la storia di Buck. Non erano trascorsi molti anni quando gli Yeehats notarono un cambiamento nella razza dei lupi della foresta; infatti se ne vedevano alcuni con chiazze scure sulla testa e sul muso, e con una striscia bianca in mezzo al petto.
Ma cosa ancora più notevole, gli Yeehats raccontano di un Cane Fantasma che corre alla testa del branco. Essi hanno paura del Cane Fantasma, poiché ha un’astuzia più grande della loro, e ruba nei loro accampamenti nei rigidi inverni, saccheggia le loro trappole, ammazza i loro cani e sfida i loro più coraggiosi cacciatori.
Anzi, la storia volge in peggio. Ci sono cacciatori che non ritornano più all’accampamento, e alcuni di loro sono stati trovati dagli uomini della tribù con la gola crudelmente squarciata e con impronte di lupo nella neve intorno a loro più grandi delle impronte di qualsiasi lupo.
Ogni autunno, quando gli Yeehats seguono il movimento degli alci, c’è una certa valle nella quale non entrano mai. E ci sono donne che si rattristano quando, intorno al fuoco, si narra di come lo Spirito del Male venne a scegliere quella valle come dimora.
In estate, tuttavia, c’è un visitatore in quella valle, del quale gli Yeehats non sono a conoscenza. E’ un grande lupo dalla splendida pelliccia, simile, eppure diverso da tutti gli altri lupi. Attraversa solitario il valico dalla ridente landa dei boschi e scende nel luogo aperto tra gli alberi.
Qui un ruscello giallo scaturisce da sacchi di pelle di alce in putrefazione, e scende nella terra; in esso crescono alte erbe, ed è pieno di terra vegetale, che protegge dal sole il suo giallo; e qui egli si sofferma per un po’ a meditare, lanciando un lungo e lugubre ululato prima di andarsene. Ma non è sempre solo. Quando sopraggiungono le lunghe notti invernali e i lupi seguono il loro cibo vivente nelle valli più basse, lo si può vedere correre alla testa del branco nel pallido chiarore lunare e nella fioca luce boreale, balzando gigantesco tra i suoi compagni, con la grande gola spalancata mentre emette l’ululato del mondo primitivo, che è il richiamo del branco”. (Jack London, “Il richiamo della foresta”)
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IL RICHIAMO DELLA FORESTA: RIASSUNTO DEL ROMANZO

Il libro si apre con le vicissitudini di Buck, che trascorre la sua vita in modo sereno e spensierato, nell’agiata dimora presso la villa del giudice Miller. Ci troviamo in California, a Santa Clara Valley. La sua vita trascorre felice ma anche monotona fino a quando, un bel giorno, il giardiniere di nome Manuel lo rapisce per venderlo ai commercianti di cani.
Il giardiniere lo rapisce poiché viene a conoscenza che nella regione del Klondike, in Canada, cresce la domanda di cani forti in grado di tirare le slitte, tutto ciò dovuto alla smania frenetica della “febbre dell’oro” a causa della scoperta di molti giacimenti in quella zona. Per questo motivo decide di vendere il povero Buck. Da lì in poi, la vita di Buck cambia drasticamente.

JACK LONDON

Il viaggio di Buck
Il malefico giardiniere vende il cane ad un uomo tutt’altro che gentile che lo spedisce su un vagone merci diretto a San Francisco. Successivamente, Buck viene affidato alle mani di altri commercianti di cani che lo trasferiscono, sempre via treno, fino a Seattle. Al suo arrivo, Buck viene preso in custodia e imprigionato da un uomo spietato che, in una sorta di magazzino, lo costringe ad ubbidire ai suoi ordini sotto i colpi di bastone infertigli.
Poi, il viaggio del povero Buck prosegue fino a nord, su nel Canada, per arrivare nel Klondike. In questo viaggio si trova insieme ad altri cani, tra cui la cagnetta di nome Curly. Buck, arrivato alla fine del viaggio, si trova ad affrontare tutte le drastiche problematiche che questo nuovo compito e il clima rigido gli propongono.
La situazione precipita quando la muta di cani appena sbarcata viene assalita da altri cani inferociti. Ad avere la peggio è l’amica cagnetta Curly, che viene uccisa da un cane di nome Spitz. Buck è sconvolto dalla scena a cui assiste impotente. Ma ciò che è accaduto fa scattare in lui l’istinto di sopravvivenza. Buck si ripromette di non farsi mai più schiacciare da nessuno e di far di tutto per portare sempre in salvo il suo “pelo”.

Il freddo e le difficoltà 

Nel frattempo, Buck viene affidato a due postini che lavorano per il governo canadese che si chiamano Francois e Perrault. Viene impiegato come cane da slitta. Inizialmente, ha qualche difficoltà ad adattarsi alla nuova vita ma, in seguito, scopre di amare questa vita selvatica da cane da slitta, che gli fa conoscere solo “la legge della mazza e della zanna”.
Nel tempo, Buck impara a lottare contro gli avversari più temibili, procurandosi da solo il cibo e dormendo perfino sotto la neve nelle gelide notti invernali. Tra Buck e Spitz, il cane guida della squadra, si sviluppa sin da subito una violenta rivalità, che sfocia ben presto in un duello.
Ad avere la meglio è Buck che uccide Spitz. Buck prende il suo posto come cane guida del gruppo. Grazie a lui il gruppo ottiene sempre dei tempi di percorrenza ottimi. La situazione prende una brutta piega quando, durante un viaggio, uno dei cani della sua muta si ammala e il conducente della slitta purtroppo si vede costretto a porre fine alla sua vita. I cani, essendo uno di meno, sono sempre più stanchi e stremati poiché costretti a trasportare carichi molto pesanti e per lunghi tragitti.
Gli ultimi padroni
I due postini decidono allora di riaffidare i cani, tra cui Buck, a un gruppo di cacciatori d’oro americani. I loro nomi sono Charles e Mercedes. Anche loro tuttavia si rivelano non all’altezza nel gestire la situazione. I due partono per il loro viaggio sovraccaricando troppo la slitta. Ogni volta che la muta rallenta, continuano a percuotere i cani con le loro bastonate.
Avendo pianificato nel peggiore dei modi il loro viaggio, a metà percorso, si trovano con il cibo per i poveri animali che inizia a scarseggiare. Ad un certo punto le scorte di cibo terminano. Solo cinque cani su quattordici riescono ad arrivare fino al campo di John Thorton. A peggiorare ulteriormente e drasticamente la situazione ci pensa il ghiaccio. L’insidia del ghiaccio a un certo punto, risucchia uomini e animali.
Il povero Buck viene salvato dal cercatore d’oro John Thorton. Buck ricambierà il favore salvando più volte l’uomo da morte certa. Buck così diventa il cane di Thorton. Avvincente l’episodio in cui Buck fa vincere al padrone un premio in denaro della cifra di 1600 dollari. Buck riesce a tirare da solo una slitta con un carico di mille libbre.
Finale
Buck e il suo padrone si recano ad Est, alla ricerca di una miniera abbandonata ai margini di una foresta. Qui, Buck inizia a sentire “il richiamo della foresta“. Decide di allontanarsi dal campo base di Thorton per dirigersi verso la foresta. Al suo ritorno all’accampamento, scopre che il suo padrone, insieme ad altri compagni, è stato ucciso da degli indiani Yeehats. A questo punto, il prode Buck, cerca la sua vendetta e uccide gli indiani Yeehats che avevano commesso quel terribile crimine.
Buck, ormai solo, decide di trascorrere i giorni che gli rimarranno da vivere nella foresta. Si unisce così a un branco di lupi, di cui in breve tempo diventa il capo branco.

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un lupo fotografato in Lessinia – “Il lupo è un predatore quasi puro e nella caccia, specialmente quando si tratta di selvaggina grossa, deve poter contare sulla solidarietà dei compagni di branco. Per soddisfare le sue notevoli esigenze alimentari un branco di lupi è costretto a superare grandi distanze. Durante queste migrazioni deve mantenersi ben compatto per poter sopraffare le prede più grosse. Una rigida organizzazione sociale, una perfetta ubbidienza al capo del branco e una assoluta solidarietà nella lotta contro gli animali più pericolosi sono le condizioni preliminari per il successo nella precaria esistenza dei lupi. (KONRAD LORENZ)”

I LUPI CHE RITORNANO (e altri animali selvatici): l’antropizzazione delle montagne non restituisce gli spazi che erano loro – COME AFFRONTARE I CONFLITTI con la fauna selvatica – Dalle protezioni per gli animali domestici, ai corridoi di tutela, a ogni coesistenza pacifica, con un turismo e allevamenti eco-compatibili

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   Il ritorno del lupo in regioni da cui era scomparso da secoli sta provocando preoccupazioni e proteste da parte delle comunità locali, allarmate per i possibili episodi di predazione ai danni del bestiame domestico. La presenza di popolazioni di lupo e di altre specie di grandi carnivori (orso bruno, lince) in aree antropizzate in Europa ed in Italia, è da sempre causa di conflitti con le attività produttive, agricole e zootecniche.
Le razzie di bestiame che a volte accadono si motivano da un pascolo fatto libero, e dove spesso anche di notte gli animali dormano fuori dei recinti, delle stalle. Le mandrie e le pecore che vengono sbranate dai lupi sono sempre isolate, quando sono assalite. In stalla invece rumore di zoccoli e di muggiti non fa passare inosservata nessuna razzìa.

PASTORI MAREMMANI PER COMBATTERE LE RAZZIE DEI LUPI. La Regione Veneto ha completato la consegna delle quattro coppie di maremmano-abruzzesi promesse agli allevatori dell’Alpago, del Col Visentin, della Pedemontana del Grappa e della Lessinia orientale

I lupi, presi singolarmente, hanno timore dell’uomo, del traffico, di tutto ciò che turba la loro tranquillità. Forse sarà da capire come comportarsi con il branco. Ma è evento assai raro (rarissimo) che possa accadere un incontro. Paura atavica e ancestrale la nostra… Come negare il loro spazio in montagna visto che fino più o meno a un secolo fa, i lupi abitavano regolarmente le Alpi e gli Appennini, ne erano i padroni di questi luoghi?
Le varie regioni italiane hanno atteggiamenti ambivalenti e ben diversi rispetto alla presenza del lupo, e ai modi di convivenza che si possono trovare con gli allevamenti di montagna e i pascoli. Ad esempio la Regione Veneto dà recinti elettrificati, pastori maremmani in difesa delle greggi e l’indennizzo al 100% del bestiame ferito o lasciato morto sul terreno, ma, sotto la spinta e le pressioni delle popolazioni locali di montagna, sta avendo un atteggiamento sempre più contrario alla presenza del lupo. Poi non è detto che qualcuno non cerchi di innescare un circolo economico virtuoso usando i lupi: indennizzi, possibilità di abbattere qualche capo….

MAPPA PRESENZA DEI LUPI SULLE ALPI – Attualmente in Veneto ci sono tra i 14 e i 16 esemplari stabili, distribuiti in due branchi (quello “storico” della LESSINIA e quello di più recente insediamento di ASIAGO) e due coppie (sul massiccio del Grappa e in Valbelluna), al netto delle nuove cucciolate del 2017

La cosa è seria e ci sono ragioni serie che meritano soluzioni confacenti. Ad esempio ci possono essere problemi circa il futuro del turismo in montagna (quale turismo?), dell’antropizzazione (giunta nelle nostre montagne spesso a livelli molto alti, specie con le seconde case…).
E, tornando al Veneto, dal luglio scorso la giunta regionale, su proposta dell’assessore all’agricoltura e alla caccia, ha approvato il progetto per un piano di gestione del lupo, che contempla la proposta di interventi in deroga al regime di protezione imposto dalla Direttiva europea Habitat (di questa direttiva e altre norme ne parliamo qui di seguito nel primo articolo), al fine di ridurre, attraverso l’intervento sui lupi presenti nelle aree a maggiore vocazione zootecnica e turistica, il forte conflitto sociale in atto. Concretamente il Veneto prevede: a) la cattura ai fini di successiva captivazione permanente in struttura idonea (recinto) da individuare/costruire ex novo e la sterilizzazione degli esemplari catturati; b) la cattura ai fini di successiva traslocazione in altro sito idoneo non interessato da rilevante attività di allevamento zootecnico. Cioè: alcuni lupi finiranno in gabbia, dopo essere stati sterilizzati. Altri saranno trasferiti lontano dalla presenza umana e radiocollarati, per verificare che non scendano a valle. Pertanto il Veneto e il suo Assessorato preposto (all’agricoltura e alla caccia), dichiarano apertamente di non riuscire a garantire la convivenza delle economie di montagna con il lupo e iniziano una politica di effettiva eliminazione. Con la fine pertanto della politica (europea) di ripopolamento.

DISTRIBUZIONE DEI LUPI IN EUROPA – LUPO, LINCE e ORSO sono oggetto di tutela a livello internazionale e nazionale: sono inseriti nell’allegato 2 della Convenzione di Berna (“Specie di fauna rigorosamente protette”), negli allegati 2 (“Specie animali e vegetali di interesse comunitario la cui conservazione richiede la designazione di zone speciali di conservazione”) e 4 (“Specie animali e vegetali che richiedono una protezione rigorosa”) della Direttiva Habitat, negli allegati A e B della convenzione di Washington (CITES) e nell’art. 2 della legge nazionale 157/92 (“specie particolarmente protette”)

La presenza di animali selvatici che sono tornati (oltre al lupo, la lince, l’orso, e poi quelli di sempre come la volpe), mette in evidenza l’eccessiva antropizzazione della montagna… è così che gli animali selvatici pongono un problema “umano”, se si vuole politico, urbanistico: non può andar bene che tutti i luoghi della montagna siano abitati o frequentati. E’ allora da chiedersi se esiste la possibilità che anche aree montuose alpine o appenniniche ritrovino “spazi di libertà” oltre la presenza umana: luoghi solo per gli animali, che garantiscano così una convivenza pacifica…. Un massiccio sistema di corridoi, interconnessi tra loro, regionali e interregionali, per la fauna selvatica, in modo da “dividerla” rispetto alle popolazioni umane (e così garantendo la coesistenza pacifica).

In TRENTINO nel luglio scorso c’è stato l’abbattimento di KJ2, l’ORSA che si era resa protagonista di un’aggressione ai danni di un uomo presso i laghi di Lamar a Trento. Decisione assai contestata

Sennò si può convivere lo stesso con greggi, mandrie etc…basta che ci siano recinti attrezzati, stalle, per la notte…ora, come prima dicevamo, quasi sempre capita che i malgari non fanno rientrare mucche e altri animali in stalla o recinti, e questi nelle ore notturne sono, dormono, in zone isolate, isolati tra loro…ovvio che possono essere attaccati, diventare preda di animali selvatici….

VOLPE IN CITTA’, FATTO ORAMAI USUALE

Come pretendere che nella giungla non ci siano i serpenti e nella savana non ci siano i leoni? La natura ha i propri equilibri, e la nostra presenza umana deve rispettare anche gli animali selvatici che sempre vi sono stati in quei luoghi. Si riuscirà a fare questo? (s.m.)

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PROGETTO LIFE WOLFALPS (life12 nat/it/000807) – Titolo del progetto: WOLF IN THE ALPS: IMPLEMENTATION OF COORDINATED WOLF CONSERVATION ACTIONS IN CORE AREAS AND BEYOND – Il lupo nelle Alpi: azioni coordinate per la conservazione del lupo nelle aree chiave e sull’intero arco alpino – Acronimo: LIFE WOLFALPS – Durata: Data inizio: 01/09/2013. Data fine: 31/05/2018 – Importo: Totale budget di progetto: 6.100.454 Euro – Contributo finanziario europeo: 4.174.309 Euro – Il progetto LIFE WOLFALPS, cofinanziato dall’Unione Europea nell’ambito della programmazione LIFE+ 2007-2013 “Natura e biodiversità”, ha l’obiettivo di realizzare azioni coordinate per la conservazione a lungo termine della popolazione alpina di lupo. Il progetto interviene in SETTE AREE CHIAVE, individuate in quanto particolarmente importanti per la presenza della specie e/o perché determinanti per la sua diffusione nell’intero ecosistema alpino. Tra gli obiettivi di LIFE WOLFALPS c’è l’individuazione di strategie funzionali ad assicurare una CONVIVENZA STABILE tra il lupo e le attività economiche tradizionali, sia nei territori dove il lupo è già presente da tempo, sia nelle zone in cui il processo di naturale ricolonizzazione è attualmente in corso. Il progetto si concretizza grazie al lavoro congiunto di dieci partner italiani, due partner sloveni e numerosi enti sostenitori: tutti insieme, formano un gruppo di lavoro internazionale, indispensabile per avviare una forma di GESTIONE COORDINATA della popolazione di lupo su scala alpina. Oltre al MONITORAGGIO, tra le attività previste dal progetto vi sono misure di PREVENZIONE degli attacchi da lupo sugli animali domestici, azioni per contrastare il BRACCONAGGIO e strategie di CONTROLLO DELL’IBRIDAZIONE lupo-cane, necessarie per mantenere a lungo termine la diversità genetica della popolazione alpina di lupo. Altri interventi importanti riguardano infine la COMUNICAZIONE, necessaria per diffondere la conoscenza della specie, sfatare falsi miti e credenze e incentivare la tolleranza nei confronti del lupo, così da garantire la conservazione di questo importante animale sull’intero arco alpino. (da http://www.lifewolfalps.eu/il-progetto-in-breve/ )

IL LUPO: STRATEGIE DI CONVIVENZA E GESTIONE DEI CONFLITTI

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GERUSALEMME e la controversa decisione di Trump di dichiararla CAPITALE DI ISRAELE – Dai palestinesi che vogliono la “loro” città, al mondo arabo e agli europei compatti a dire no – Ma qualche osservatore vede l’iniziativa sì pericolosa, ma che può superare l’impasse, con il riconoscimento reciproco dei due Stati

GERUSALEMME E LA GREEN LINE – GERUSALEMME È DI FATTO DIVISA IN DUE DAL 1949, dalla fine della prima guerra combattuta fra arabi e israeliani e vinta dagli israeliani (negli anni precedenti a Gerusalemme convivevano arabi, israeliani e cristiani e l’intera zona conosciuta come Israele e Palestina era unita). L’armistizio sancì che Israele si tenesse la parte ovest della città – che ancora oggi è totalmente israeliana e ricorda molto una città “occidentale” – mentre la Giordania, che durante la guerra aveva occupato parte di Gerusalemme e dell’odierna Cisgiordania, mantenesse il controllo della parte est della città, quella palestinese, che tuttora è abitata in prevalenza da arabi. FRA GERUSALEMME OVEST E GERUSALEMME EST FU TRACCIATO UN CONFINE, CHIAMATO GREEN LINE. La situazione è cambiata nel 1967, al termine della cosiddetta GUERRA DEI SEI GIORNI: Israele vinse anche quella guerra e conquistò diversi territori fra cui Gerusalemme est, di cui tutt’oggi mantiene il controllo militare assieme ad un’ampia zona di quartieri limitrofi (che oggi sono stati “inglobati” nel territorio che Israele considera Gerusalemme est). L’ONU e i principali paesi occidentali non hanno mai riconosciuto l’annessione di Gerusalemme est a Israele, mentre invece hanno riconosciuto le conquiste del 1948: di conseguenza considerano GERUSALEMME EST DEL NUOVO STATO DELLA PALESTINA MA OCCUPATO DA ISRAELE. La Green line da allora è il punto di partenza per le negoziazioni di pace fra Israele e Palestina. (da http://www.ilpost.it)

   La decisione del presidente americano Donald Trump di spostare a Gerusalemme l’ambasciata degli Stati Uniti in Israele è una scelta azzardata, deprecata da tutti (quasi tutti, i Paesi europei in primis) e può portare a violenze, a ulteriori morti. E’ però anche vero che in quella parte di Medio Oriente centralissima del contesto internazionale, tutto langue. E non in una situazione buona. Il contrasto di vita quotidiana israelo-palestinese porta a vivere male per entrambe le popolazioni: i primi, gli israeliani, sotto la minaccia di attentati, i secondi, i palestinesi, oppressi, in condizione di subordinazione in una Terra che fino a settanta anni fa era loro.

Una veduta aerea della città vecchia di Gerusalemme (MARINA PASSOS/AFP/Getty Images) – La questione della divisione della città è ulteriormente complicata dal fatto che la cosiddetta “città vecchia” di Gerusalemme, cioè il suo centro storico, è popolato a stragrande maggioranza da arabi. Nella città vecchia ci sono monumenti e siti storici di grande importanza per le tre più importanti religioni monoteiste, e cioè l’Islam (la religione più diffusa fra i palestinesi), l’ebraismo e il cristianesimo: questo la rende dunque simbolicamente importante sia per i palestinesi che per gli israeliani. Dentro Gerusalemme est c’è ad esempio la Spianata delle moschee. (da http://www.ilpost.it )

Allora ci sono continui posti di blocco, controlli assidui della polizia…. Un sistema di subordinazione e negazione dei diritti per i palestinesi (specie proprio a Gerusalemme), e dall’altra la paura di attentati per la popolazione israeliana…
E’ così che un’iniziativa (quella di Trump) molto maldestra e pericolosa, potrebbe anche rivelarsi decisiva per un processo di rideterminazione e soluzione di un disequilibrio (tra le due popolazioni) oramai diventato cronico (stabilizzato, un disequilibrio stagnante, paludoso, di scontento di tutti).
E’ un fatto che la maggior parte degli osservatori di geopolitica sottolineano (a ragione) la estrema pericolosità di questo agire americano del nuovo presidente; ma alcuni di questi osservatori sottolineano anche che le maldestre scelte di Trump stanno unendo e responsabilizzando quei soggetti internazionali (come l’Unione Europea) che finora sono stati in disparte (quasi sempre al traino della politica internazionale americana). E potrebbero smuovere questa insana situazione.

Jerusalem Map-La complicata mappa di Gerusalemme- LA DIVISIONE, IN PRATICA – L’occupazione di Israele ha creato una sorta di limbo per le persone che abitavano a Gerusalemme est e nel quartiere della città vecchia, limbo che in larga parte esiste ancora oggi. Gerusalemme est è scollegata dal resto della Cisgiordania e i suoi cittadini hanno una cittadinanza propria – spesso palestinese – ma un diritto di residenza permanente a Gerusalemme est e pagano le tasse al governo israeliano. Questa situazione permette loro di usufruire del sistema sanitario israeliano e di votare alle elezioni locali, e in generale di avere una vita più facile dei palestinesi che abitano in Cisgiordania per quanto riguarda andare a scuola o lavorare in Israele, o anche semplicemente muoversi con libertà fra Israele e Palestina. I palestinesi comunque si lamentano da anni che il comune di Gerusalemme non investe nelle infrastrutture di Gerusalemme est preferendo spendere soldi per Gerusalemme ovest, e che in generale vengono spesso trattati da “israeliani di Serie B”. (da www_ilpost_it)

Oltreché, gli stessi osservatori (che qui riportiamo le idee in alcuni articoli da loro scritti), delineano la possibilità di un chiarimento dentro l’area geografica delle due entità israeliano-palestinesi. Alcuni (osservatori) dicono che il riconoscimento americano di Gerusalemme capitale israeliana non esclude che essa (nella sua parte est) possa anche essere capitale palestinese. E che l’iniziativa di Trump (pur grossolana, senza le necessarie mediazioni, e così estremamente pericolosa) è un subordinare Israele (ora che gli Stati Uniti riconoscono Gerusalemme loro capitale) ad accettare la suddivisione territoriale certa e realistica in due Stati separati e ciascuno autonomo. E riconoscere un ruolo di capitale di Gerusalemme anche ai palestinesi, come ora è riconosciuta (dagli Stati Uniti) per Israele. Uno sblocco di una situazione cronicamente ferma, pertanto.

Mappa di Israele e la centralità di Gerusalemme

Quel che capisce è che, nella risoluzione del conflitto israelo-palestinese, secondo l’America di Trump dovrà attivarsi, farsi carico, l’ARABIA SAUDITA, soprattutto con l’emergente giovane principe ereditario, MOHAMMED BIN SALMAN. Sarà l’Arabia Saudita che stabilirà, in questa logica americana, la linea di rapporti amichevoli del mondo arabo con Israele, e così arrivare a un accordo di pace con i palestinesi con “i due Stati” e con Gerusalemme capitale di entrambi (i palestinesi nella parte orientale).

48 PAESI ISLAMICI che si sono riuniti mercoledì 13 dicembre a ISTANBUL, nel vertice straordinario dell’OIC (Organizzazione per la Cooperazione Islamica, ndr) convocato dal presidente turco Recep Tayyip ERDOGAN, hanno dichiarato «GERUSALEMME EST CAPITALE DELLO STATO DI PALESTINA» e chiesto agli altri Paesi «di riconoscere lo Stato di Palestina e Gerusalemme Est come sua capitale occupata». Il vertice era stato convocato dopo la decisione del leader americano Donald TRUMP di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele per trovare una posizione comune delle nazioni musulmane, vanno dal Marocco all’Indonesia, e rispondere alla mossa della Casa Bianca. (da “la Stampa.it” del 13/12/2017)

Il tutto isolando l’Iran scita (vincitore, con i curdi, della guerra all’Isis in Siria), Iran detestato dagli arabi sunniti (e anche da Trump): creando così una cornice regionale di riconciliazione arabo-israeliana capace di facilitare la risoluzione definitiva del conflitto israelo-palestinese. E’ questa la convinzione della Casa Bianca, cioè che c’è la possibilità di ottenere risultati imprevedibili in Medio Oriente grazie ai grandi sconvolgimenti in corso nella regione segnata appunto dal duello strategico fra sunniti e sciiti, ovvero fra Arabia Saudita (sunnita) ed Iran (sciita).

Un quartiere di Gerusalemme est (AP Photo/Michal Fattal)

   Per alcuni osservatori, questa sembra lo scenario che si prefigge Trump. E tutti concordano che la mossa è rischiosa e si sta giocando col fuoco (ne può nascere un conflitto anche oltre le potenze del Medio Oriente). E che le azioni non concordate (come è uso fare Trump) (con il solo appoggio dell’Arabia Saudita) possono appunto scatenare il caos, causare grandi violenze, morti innocenti tra le popolazioni.
Noi non sappiamo se la lettura dei fatti più “positiva” nel giudicare l’azione americana, questa prospettiva, possa essere praticabile, e possa smuovere la situazione verso una pace durevole tra i due popoli (con la maggioranza degli osservatori non la condivide). Però crediamo che possa essere venuto il momento, nelle trasformazioni mondiali impetuose che stiamo vivendo, che si possa arrivare a definire pacificamente e consensualmente “la madre di tutte le contese” globali, cioè il conflitto israelo-palestinese.
Vi invitiamo qui a leggere (di seguito) alcune delle (diversificate) tesi sull’azione americana, cercando di arrivare ad avere un vostro giudizio su quello che potrà accadere. (s.m.)

II Muro del pianto (da http://www.ilpost.it)

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SUL RICONOSCIMENTO DI GERUSALEMME CAPITALE DI ISRAELE DA PARTE DI TRUMP
AMOS OZ: «LA MIA POSIZIONE E’ QUELLA DEL GOVERNO DELLA REPUBBLICA CECA…. MA IN QUESTA TERRA È MEGLIO NON FARE PROFEZIE»
di Lorenzo Cremonesi, da “Il Corriere della Sera” del 8/12/2017
«Devo ammettere che ancora non ho ben compreso i motivi che hanno spinto Donald Trump a fare questa dichiarazione su Gerusalemme. Non capisco se è dettata più da considerazioni di ordine internazionale, oppure di politica interna americana», dice Amos Oz dalla sua residenza non distante dall’Università di Tel Aviv.
Da alcuni anni ormai il celebre scrittore israeliano ha lasciato la sua vecchia casa nel deserto del Negev. Le attrattive della metropoli non lo distolgono tuttavia dalle molte ore di lavoro alla scrivania. E a 78 anni continua a seguire con attenzione gli sviluppi della politica mediorientale. Per commentare la dichiarazione di Trump si è preso una notte di tempo. Ultimamente lo fa sempre più spesso. «Voglio darmi lo spazio per riflettere. In genere non sono una persona che reagisce a caldo», ci aveva ripetuto mercoledì sera alla richiesta per un’intervista.
Ieri mattina infine ci ha dato un breve commento, con voce lenta, quasi stesse dettando un testo: «Il governo della Repubblica Ceca ha dichiarato poche ore fa che riconosce Gerusalemme Ovest, quella delimitata dalla cosiddetta linea verde che è il vecchio confine precedente la guerra del 1967, come la legittima capitale di Israele. Aggiunge inoltre che, al momento giusto, sarà ben contento di muovere la sua ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme Ovest, come del resto sarà ben disposto ad aprire contemporaneamente una sua ambasciata per la Palestina a Gerusalemme Est. Ecco mi sembra di poter dire che il mio pensiero ben si riflette nella mossa del governo ceco».
Ma come vede le possibili conseguenze della mossa di Trump: aiuta la ripresa del negoziato tra israeliani e palestinese, oppure c’è il rischio che la paralizzi ulteriormente?
«Mi sembra che la posizione della Repubblica Ceca contenga già una chiara risposta».
Il mondo arabo tuttavia reagisce con critiche dure, i palestinesi annunciano mobilitazioni di protesta. Teme violenze?
«Non voglio fare profezie in questa terra già colma di profeti e profezie».

Colorata in verde la PALESTINA odierna: la Striscia di GAZA e WESTBANK (cioè la CISGIORDANIA)

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GERUSALEMME: REPORTAGE NELLA CITTÀ SANTA
CENT’ANNI (E TRE MAPPE) PASSEGGIATA CON GLI STORICI PER CAPIRE GERUSALEMME
di Lorenzo Cremonesi, da “il Corriere della Sera” del 8/12/2017
– Dal borgo dove «non accadeva nulla» alla contesa tra fedi e politica –

GERUSALEMME, mappa città vecchia (da Limes)

GERUSALEMME – Ci sono pochi luoghi al mondo tanto carichi di storia e memoria. Un retaggio ricco, affascinante mosaico delle declinazioni del monoteismo nei secoli. Ma anche pesante, talvolta oppressivo, potenzialmente esplosivo. Continua a leggere

Il caso di SAPPADA CHE PASSA DAL VENETO AL FRIULI (perché regione più ricca) – Il perpetuarsi della LOGICA DEI VECCHI CONFINI: con regioni a Statuto Speciale superate, Macroregioni che mancano (come quella del Nordest), comuni di montagna troppo piccoli: ma SAPPADA non apparterebbe al CADORE?

SAPPADA, provincia di Udine. Sappada lascia il Veneto e passa all’autonomo Friuli Venezia Giulia. Si potrebbe definire una piccola secessione, quella dell’ex comune veneto che ha richiesto, e ottenuto, di passare da una Regione a statuto ordinario ad una autonoma, passaggio che per la prima volta nella sua storia il Parlamento ha concesso. L’iter per lasciare la regione Veneto era iniziato nel lontano 2008, anno in cui i cittadini espressero il proprio consenso alla “secessione” mediante referendum.

   Sappada lascia il Veneto e passa al Friuli Venezia Giulia. Si è concluso il 22 novembre scorso, con il voto favorevole della Camera dei Deputati, l’iter per il passaggio del comune di Sappada al Friuli Venezia Giulia. L’iter per lasciare la regione Veneto era iniziato nel lontano 2008, anno in cui i cittadini espressero il proprio consenso alla “secessione” mediante referendum.
Interessante come nacque l’idea a Sappada. L’iniziativa era partita ancora nel 1966, quando i capifamiglia si riunirono dal parroco per lamentare la marginalità del paese rispetto a Venezia e per cercare la riaggregazione col Friuli: parliamo di riaggregazione perché in origine (fino al 1852, nel periodo di dominazione austriaca) il comune era sotto la provincia di Udine, e solo in quell’anno passò a Belluno.

SAPPADA (Plodn nel dialetto tedesco, Bladen in tedesco, Sapade o Ploden in friulano e Sapada in ladino) è un comune italiano di circa 1.300 abitanti e fino al 22 novembre scorso faceva parte della provincia di Belluno (ORA SARÀ NELLA PROVINCIA DI UDINE). Si sviluppa lungo una VALLE ATTRAVERSATA DAL FIUME PIAVE e si trova a 1.245 METRI DI ALTITUDINE nell’ESTREMITÀ NORD-ORIENTALE DELLE DOLOMITI, al confine tra Veneto, Friuli Venezia Giulia e Austria. Sappada è conosciuta soprattutto come META TURISTICA sia invernale che estiva e perché, IN VENETO, È UN’ISOLA GERMANOFONA. Il DIALETTO che si parla a Sappada è stato infatti classificato come AUSTRIACO-BAVARESE, cioè di matrice tedesca, e fu portato dai primi abitanti della valle che, secondo l’ipotesi più accreditata, provenivano dall’Austria. NEL 1400 IL PAESE PASSÒ ALLA SERENISSIMA REPUBBLICA DI VENEZIA e, dopo una breve parentesi di DOMINAZIONE FRANCESE, NEL 1814 PASSÒ SOTTO GLI AUSTRIACI che costruirono le prime scuole e le prime opere pubbliche. NEL 1852 SAPPADA PASSÒ DALLA PROVINCIA DI UDINE A QUELLA DI BELLUNO che a sua volta, qualche anno dopo, VENNE ANNESSA ALL’ITALIA. La parrocchia di Sappada fa invece tuttora parte della Pieve di Gorto, arcidiocesi di Udine.

   Falliti vari tentativi dal 1966, nel 2008 arrivò il referendum. Con un consenso plebiscitario verso quella che veniva considerata la madre patria, il Friuli appunto (il referendum avvenne nel marzo del 2008, e il 95 per cento degli elettori votò a favore dell’annessione friulana).
Secondo i comitati promotori l’aggregazione al Friuli ha a che fare con questioni sia GEOGRAFICHE (una più idonea appartenenza ai comuni friulani delle Alpi carniche, trovandosi nell’estremità nord-orientale delle Dolomiti), sia STORICHE (come appena detto fino al 1852 apparteneva alla provincia allora austriaca di Udine), che CULTURALI (forse date da un dialetto vicino a quello austriaco-bavarese, comunque con un’influenza germanofona)…… Boh…vien da dire, tutto questo ci appare una scusa….semmai un qualcosa legato a un passato remoto impossibile da ripristinare (per fortuna, crediamo).

Nel luglio 2007 il consiglio comunale di Sappada decise di indire un referendum popolare per il passaggio del paese alla regione autonoma del Friuli Venezia Giulia. La richiesta era stata sottoscritta da oltre 400 cittadini e i motivi, secondo i comitati promotori, avevano e hanno a che fare con questioni geografiche, storiche e culturali. Il referendum venne votato nel marzo del 2008 e il 95 per cento degli elettori votò a favore dell’annessione (su un totale di 1.199 aventi diritto al voto, andarono a votare 903 elettori e cioè il 75,3 per cento: di questi votarono per il sì in 860 e per il no in 41). Il passaggio dei comuni da una regione all’altra è regolato dal secondo comma dell’articolo 132 della Costituzione. Prevede un parere delle regioni e dice: «Si può, con l’approvazione della maggioranza delle popolazioni della Provincia o delle Province interessate e del Comune o dei Comuni interessati espressa mediante referendum e con legge della Repubblica, sentiti i Consigli regionali, consentire che Provincie e Comuni, che ne facciano richiesta, siano staccati da una Regione ed aggregati ad un’altra».

   La spiegazione prevalente invece è che il desiderio di muovere verso la regione friulana confinante, a statuto speciale, sia esclusivamente determinata dalle risorse (i schèi)…. anche se non possiamo escludere una originaria motivazione di “ritorno a casa”, alle origini (identità territoriale).
Perché che desiderano PASSARE IL CONFINE non è solo Sappada, dal Veneto al Friuli o al Trentino: in Veneto ci sono ben 33 comuni di confine che vogliono cambiare regione (ora convinti che il Parlamento non potrà disconoscere loro quanto ha permesso a Sappada).
La vera questione è che le regioni come ora sono, risultano inadeguate, sia nella loro entità geografica (geomorfologica…pensiamo all’area dolomitica suddivisa rigidamente dal punto di vista istituzionale tra le regioni del nordest…ci si contende la cima della Marmolada tra Veneto e Trentino…), che dal punto di vista dei servizi offerti ai cittadini e dall’apparato burocratico messo in piedi dalla loro costituzione (istituite, quelle ordinarie, come il Veneto, nel 1970, il Friuli a statuto speciale nel 1963, Trentino, Sicilia, Sardegna, Valle d’Aosta nel 1948…).

MAPPA DEL VENETO, CON SOPRA ALL’ESTREMO NORDEST SAPPADA – Il passaggio è poi normato dalla legge 352 del 1970 che stabilisce iter pratici e tempi: l’esito del referendum deve essere pubblicato in Gazzetta Ufficiale ed entro 60 giorni dalla pubblicazione il ministero degli Interni deve proporre un disegno di legge sull’aggregazione-distacco che deve essere votato dal parlamento. Tutta questa procedura si applica anche quando, come nel caso di Sappada, si preveda il distacco di un ente locale da una regione a statuto ordinario (in questo caso il Veneto) e l’aggregazione a una regione a statuto speciale (il Friuli Venezia Giulia). Il parere favorevole delle regioni coinvolte nel caso di Sappada non arrivò subito dopo il referendum, ma nel 2010 quello del Friuli Venezia Giulia e nel 2012 quello del Veneto. Il disegno di legge per il distacco e l’aggregazione venne presentato nel 2013, l’esame in commissione si concluse nel febbraio del 2016 e il voto favorevole al Senato è arrivato nello scorso settembre, dopo quindi nove anni dal referendum. Lo scorso 22 novembre, infine, la Camera dei deputati ha votato a grande maggioranza per il passaggio di Sappada al Friuli Venezia Giulia. (da http://www.ilpost.it/ )

   E continuiamo a ragionare di confini amministrativi e di regolazione dei territori, rimanendo fermi a concezioni del passato, ottocentesche. Naturale sviluppo geografico e istituzionale vorrebbe, nel contesto nazionale ed europeo che si è creato (quest’ultimo, della UE, che speriamo pian piano si consolidi) che si arrivi ad avere delle MACROREGIONI in Italia che riducano drasticamente le attuali venti regioni.
Ma questo per il nordest sarà ancora più difficile. C’è un’impossibilità più di altri territori regionali di aggregarsi in macroregione. Perché Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige sono in condizioni attuali ben diverse. Nessuna delle due regioni a statuto speciale (Friuli e Trentino) ha voglia e interesse di diventare qualcosa di unico con il Veneto, godendo adesso di maggiori introiti finanziari (che non vogliono certo dividere con nessun altro) che restano nel proprio territorio, e di un’autonomia (un potere) ben maggiore del Veneto. Allora la macroregione diventa improbabile (almeno per adesso); e così il Veneto vuole anch’esso una maggiore autonomia sul tipo delle altre due (ma è difficile che raggiunga -anche dopo il successo del referendum autonomista del 22 ottobre scorso- situazioni simili alle altre due entità regionali del nordest).

IL CADORE – da http://www.nuovocadore.it/ – l Cadore si trova in una splendida posizione panoramica e costituisce uno dei più belli ed incantevoli territori d’Italia, avendo caratteristiche proprie ben distinte sia dal punto di vista geologico che dal punto di vista storico. Ha una superficie di 1.427,221 chilometri quadrati ed è composto da 22 comuni, per un totale di circa 32.000 abitanti: Pieve, che è il maggior centro, Auronzo, il più esteso, San Vito, Borca, Vodo, Cibiana, Valle, Perarolo, Ospitale, Calalzo, Domegge, Lozzo, Vigo, Lorenzago, Santo Stefano, San Pietro, SAPPADA, San Nicolò di Comelico, Comelico Superiore, Danta, Zoppè, Selva. Confina a Nord Nord-Ovest con la provincia di Bolzano (Val Pusteria) e con l’Austria, a Est Sud-Est con le province di Pordenone ed Udine, a Sud con la zona del Bellunese ed a Ovest con l’Agordino e lo Zoldano. Geograficamente il Cadore comprende tutto il bacino del fiume Piave dalla sua sorgente sul monte Peralba alla località di Termine.

   Poi, nelle motivazioni dell’aver voluto il passaggio, da parte della comunità di Sappada, dal Veneto al Friuli, il richiamo all’identità culturale, storica….. in un contesto nel quale siamo in presenza di una globalità che dovrebbe fare i conti con la territorialità forse in altro modo. Cioè come riuscire a creare OPPORTUNITA’ ai giovani anche in questi territori di montagna; come fare in modo che non si viva in condizione di PERIFERIA….
E’ su questo che si deve ragionare, e la riscoperta delle tradizioni (fatta anche di cose carine, turisticamente parlando, come le rievocazioni storiche, il cibo e i piatti della tradizione antica, la cultura con le inflessioni dialettali, il mito della Serenissima…), sono anche tradizioni interessanti ma da non prendere troppo sul serio come prospettiva vera per il futuro.
Le tradizioni possono essere (forse) identificazione per gli anziani, ma, come detto prima, non sono “opportunità” per i più giovani. Che cercano socialità, relazioni, occasioni da far nascere sui territori dove si trovano a vivere, sennò son costretti ad andarsene. Pertanto il passaggio al Friuli forse porterà un po’ più di denaro, ma non risolverà l’attuale destino delle terre di montagna, che sono vere “periferie”, solo (pur rilevantissimo) patrimonio di natura e (a volte) paesaggio a beneficio di chi viene da fuori a visitarle.

Sappada, versante sud

   E dove il Veneto probabilmente è mancato, come Regione, nei confronti di “Sappada e le altre” è sicuramente stato nel non aver mai avuto una “politica della montagna”. Forse cosa più facile al Trentino (tutto montano) o al Friuli, territorio sì diversificato, dal mare alla montagna, ma più compatto; meno complicato di un Veneto che va dall’area del Po rodigino, ai territori rivieraschi, all’ ”estraneità” del veronese (che è proiettato verso ovest e nord ma poco nel Veneto), al polo centrale “Padova-Treviso-Venezia”, alla Pedemontana vicentina e trevigiana…ad appunto una montagna fruibile turisticamente ma con nessun progetto chiaro (pensiamo proprio in particolare all’area del Cadore).

NORDEST carta fisica

   Fa specie che la “Montagna verso l’abbandono” è fenomeno generale di tutte le aree montane, ma che nel Bellunese la perdita di popolazione (lo spopolamento) è doppia rispetto alle altre aree montane: abitanti sempre più vecchi, servizi essenziali smantellati, niente fondi strutturali e finanziamento virtuosi (non per solo turismo, ma per ricerca tecnologica, ripristino e ricerca ambientale autoctona con scuole e studi specialistici, artigianato di alta qualità e diffuso…com’era l’occhialeria nel Cadore…), infrastrutture inadeguate, economia in ginocchio. Insomma, tornando al tema di Sappada, questo passaggio di Regione sa di vecchio, non pare per niente cosa innovativa. (s.m.)

SAPPADA – La chiesa di Santa Margherita

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DOPO 165 ANNI IL COMUNE DI SAPPADA TORNA AL FRIULI. ZAIA PROTESTA: “UN’AMPUTAZIONE”
– Si è concluso il 22 novembre scorso, con il voto favorevole di Montecitorio, l’iter per il passaggio – anzi, del ritorno – del comune di Sappada al Friuli Venezia Giulia. Alcuni deputati veneti, però, promettono battaglia e invocano il ricorso alla Corte Costituzionale –
22/11/2017, da http://www.fanpage.it
Sappada lascia il Veneto e passa all’autonomo Friuli Venezia Giulia. Si potrebbe definire una piccola secessione, quella dell’ex comune veneto che ha richiesto, e ottenuto, di passare da una Regione a statuto ordinario ad una autonoma, passaggio che per la prima volta nella sua storia il Parlamento ha concesso. L’iter per lasciare la regione Veneto era iniziato nel lontano 2008, anno in cui i cittadini espressero il proprio consenso alla “secessione” mediante referendum.
Quel giorno i cittadini di Sappada approvarono il ritorno della località al Friuli Venezia Giulia, dando dunque inizio al conseguente iter burocratico che si è concluso solo oggi. Dunque, ora, dopo oltre 150 anni, Sappada può ritornare alla sua regione d’origine, da cui era stato separato nel lontano 1852. Il provvedimento per l’annessione di Sappada al Friuli aveva subito qualche rallentamento nel corso del tempo, ma dopo l’approvazione del Senato a settembre, è stato definitivamente approvato il 22 novembre anche dalla Camera, dando così conclusione a un iter quasi decennale.
Nelle ultime settimane, però, non sono mancati i tentativi di trattenere Sappada in Veneto. La Lega Nord, tramite il presidente del Consiglio Regionale Veneto Roberto Ciambetti, ha inutilmente provato a sollevare dubbi circa le procedure burocratiche utilizzate per ottenere il consenso del Consiglio del Veneto, ma nessun effetto ha sortito questa battaglia.
Nonostante il passaggio di Sappada al Friuli sia ormai legge, alcuni deputati veneti non hanno ancora intenzione di arrendersi e promettono il ricorso in Corte Costituzionale. “Oggi vincono la democrazia, i cittadini e la buona politica. Il voto di oggi è il giusto riconoscimento della volontà della comunità sappadina, che non poteva essere calpestata”; ha dichiarato l’europarlamentare del Pd, Isabella De Monte, prima firmataria della proposta di legge presentata quando era ancora al Senato. Per ora, dunque, Sappada è formalmente un comune del Friuli Venezia Giulia, fino a un eventuale stop della Corte Costituzionale. (…)

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“MANDI SAPADE” IL PAESE PASSA AL FRIULI

di Francesco Dal Mas, da “la Tribuna di Treviso”, 23/11/2017
– La Camera vota sì a grande maggioranza per il cambio di Regione molti altri Comuni veneti hanno vinto il referendum ma restano al palo –
SAPPADA. «Mandi Sapade! Ben rivat tal Friul. Hallo Plodn! Zuruck in Friaul. Ciao Sappada, bentornata in Friuli». Continua a leggere