VENEZIA INVASA DALL’ACQUA E UN PIANO, CHE MANCA, PER ESSERE SALVATA (contro l’acqua alta, i cambiamenti climatici, la manutenzione dei rii… il turismo che la soffoca, le grandi navi e il moto ondoso dei motoscafi… Il calo demografico, le speculazioni nel commercio e negli alloggi…) (si inizierà a fare qualcosa?)

LA MAREA AL16/11/2019 – A Venezia la punta massima di marea si ferma a 115 – La marea ha toccato una nuova punta massima di 115 centimetri sul medio mare a Venezia, poco dopo la mezzanotte. Un fenomeno classificato come molto sostenuto (codice arancio), e non eccezionale, come i picchi degli ultimi tre giorni. L’allagamento in questo caso interessa soprattutto le aree più basse della città, come San Marco. Per domani domenica 17 il Centro maree del Comune prevede un’altra massima di 120 centimetri, alle 11.55 (DA CENTRO MAREE COMUNE DI VENEZIA, https://www.comune.venezia.it/ )

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(foto: L’ALBA del giorno dopo, 13 novembre) – ACQUA ALTA A VENEZIA oltre ogni limite martedì sera e notte del 12 novembre 2019– EMERGENZA VENEZIA

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Il PROGETTO – IL MOSE è un sistema pensato per difendere Venezia dall’acqua alta. È costituito da 78 paratoie mobili posizionate sui fondali in grado di chiudere le tre bocche di porto Laguna Mare Paratoia Laguna Mare fino a 90º VENEZIA Chioggia (380 m) Lido (800 m) Malamocco (400 m) Laguna Mare 2 immissione di aria compressa espulsione dell’acqua. Entra in funzione quando la marea è superiore ai 110 cm 1 3 Le paratoie bloccano la marea Le 3 bocche di porto Le persone al lavoro in una prima fase, poi diventate 1.500 a regime 700 I miliardi di euro stanziati in 15 anni di lavori che diventano 8 con le opere di contorno 5,5 ANDREA MEROLA / ANSA

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CON IL MOSE LA LAGUNA DIVENTERA’ UNA FOGNA?

La barriera che non c’è

QUEI 200 MILIONI PERSI NELLA BUROCRAZIA CHE FERMANO IL MOSE

di Fabio Tonacci, da “la Repubblica” del 14/11/2019

   E il Mose? Ecco la domanda del giorno dopo. Il Mose. Dov’è, a che punto siamo, perché le 78 paratoie mobili già installate sul fondale delle tre bocche d’ingresso in Laguna (Lido, Chioggia e Malamocco) non si sono alzate per proteggere Venezia? Il Mose non c’è ancora. Il Mose non è finito. E anche quando sarà terminato (ora dicono alla fine del 2021, se il Provveditorato si deciderà a erogare gli ultimi 200 milioni) a lungo andare potrebbe fare più danni di quelli che deve prevenire.
“Ce la faremo, ma…” Ormai i numeri del Mose sono grani di un rosario che gli italiani conoscono a memoria. Se ne parla dagli anni Ottanta, il progetto definitivo viene approvato dal “Comitatone” per la salvaguardia di Venezia nella primavera del 2003, nel 2006 il governo Prodi dà il via libera decisivo.
Un nome che è un acronimo (Modulo Sperimentale Elettromeccanico), ma che evoca il biblico Mosé e la separazione delle acque del Mar Rosso. Doveva costare 3,4 miliardi di euro, ne costerà 5,49. Doveva essere finito nel 2016, lo vedremo in funzione, se va bene, tra due anni.

   «Penso che ce la faremo», dice a Repubblica Giuseppe Fiengo. E in quel “penso” ci sta tutta l’inquietudine dei 259 mila abitanti della Serenissima. L’avvocato Fiengo è uno dei due commissari (erano tre, poi Luigi Magistro si è dimesso) del Consorzio Venezia Nuova, nominati nel 2015 dall’Anticorruzione dopo la retata della Guardia di finanza che decapitò il Sistema Mazzacurati. Il cui riverbero tuttora influenza il cronoprogramma.
«Ci manca da ultimare la parte impiantistica, quindi le paratoie non possono ancora essere chiuse tutte contemporaneamente». Quel che racconta Fiengo spiega bene come giravano le cose ai tempi del Sistema.
«Oltre alle criticità sulle cerniere dei cassoni, già arrugginite, abbiamo scoperto che gli impianti non erano nemmeno stati inseriti nel progetto: era prevista la fornitura dei macchinari, ma senza i collegamenti».
“Ci devono dare 200 milioni” Il Mose oggi è costruito al 94%. Il denaro per finirlo c’è, perché lo Stato ha messo a disposizione l’intero importo, solo che per percorrere l'”ultimo miglio” servono i 200 milioni fermi al Provveditorato di Venezia.
«Non li eroga – sostiene Fiengo – per cavilli burocratici: ne abbiamo bisogno per rimediare ai difetti di costruzione, per la manutenzione, per le prove delle paratoie, per pagare i 240 dipendenti del Consorzio; ci rispondono che da regolamento possono sbloccarli solo a Saldo avanzamento lavori come da capitolato del progetto». Non per lavori extra, dunque, necessari per riparare alla malagestione precedente, quando vigeva il Sistema.

L’acqua alta ha invaso anche piazza San Marco. C’è grande apprensione per la Basilica: nel momento del picco, al suo interno si misurava un metro e 10 d’acqua e la cripta, ha riferito la polizia municipale, è stata sommersa completamente. Intaccati anche i marmi e le colonne che erano già stati danneggiati, e poi in parte sostituiti, dalla marea del 30 ottobre 2018.

   Il Sistema Mazzacurati. Funzionava così: il patron del Consorzio Giovanni Mazzacurati (morto in California lo scorso settembre a 87 anni, senza sottoporsi al processo) ungeva con mazzette, favori e regali tutta la filiera da cui dipendeva l’avanzamento del progetto Mose e il rubinetto dei finanziamenti. È andata avanti fino al 2014, quando il pool di magistrati veneziani scoperchiò il Sistema. Sono arrivate condanne in primo e secondo grado, più una sfilza di patteggiamenti tra gli imprenditori, e spesso si dimenticano le reali dimensioni dello scandalo Mose: i finanzieri hanno calcolato che il Consorzio, tra il 2004 e il 2014, si è mangiato 250 milioni di euro in tangenti, sovrafatturazioni, evasioni fiscali, fondi neri, consulenze fittizie; solo in mazzette sono stati dissipati almeno 40 milioni di euro, tutti (e anche qualche milione in più) rientrati nelle casse dello Stato grazie alla strategia seguita dai pm veneziani per accordare i patteggiamenti agli indagati.

Una laguna è un luogo umido costiero che comunica con il mare attraverso varchi, o bocche di porto, in modo tale che il movimento dell’acqua all’interno sia governato dalla marea ed è un ambiente di transizione tra terra e acqua, in stato di perenne instabilità.

“La Laguna diventerà una fogna”

Secondo il piano dei commissari, già nell’autunno 2020 le barriere, seppur in fase di sperimentazione, si chiuderanno per difendere la città dalle maree. E serviranno almeno 80 milioni di euro all’anno per la manutenzione, che saranno pagati dall’ente gestore ancora da individuare.

   Una parte, assai nutrita, di ingegneri idraulici e ambientalisti dubita però della reale efficacia del Mose. Già nel 2006 uno studio di Principia, leader mondiale nel campo della modellistica, metteva in guardia: con particolari condizioni di mare (onda di 2,2 metri con frequenza di 8 secondi), si può generare l’effetto “risonanza”, che rende le paratoie instabili e inefficaci.

   Non solo. Armando Danella, membro dell’associazione AmbienteVenezia, consulente della ex giunta Cacciari, spiega: «Nel 2003, quando hanno definito il progetto Mose, hanno calcolato un innalzamento del livello del mare, dovuto al riscaldamento globale, di appena 22 centimetri in un secolo. Ipotizzavano di azionarlo 6 volte all’anno, quando l’alta marea raggiungeva 1 metro e dieci dal medio mare. Hanno sottovalutato tutto: le più recenti previsioni stimano in 90 centimetri l’innalzamento del livello del mare, e infatti già nel 2018 il Mose sarebbe entrato in funzione venti volte. In questo modo, senza il ricircolo dell’acqua e l’ossigenazione necessaria, la Laguna diventerà una fogna». (Fabio Tonacci)

13/11/2019: vaporetti alla deriva

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Nel centro storico di Venezia e nelle isole della laguna è in funzione un SISTEMA ACUSTICO DI ALLERTAMENTO in caso di acqua alta basato sulle tradizionali sirene e sui nuovi segnali digitali volti a segnalare quattro livelli di marea previsti. L’allarme marea viene diffuso dal SUONO DELLA SIRENA seguito da un secondo segnale acustico volto ad indicare il livello di marea previsto, ovvero: 110 cm – un suono prolungato a nota costante, 120 cm – due suoni in scala crescente, 130 cm – tre suoni in scala crescente, 140 cm e oltre – quattro suoni in scala crescente. I segnali vengono ripetuti più volte e vengono emanati su frequenze facilmente udibili anche dagli anziani. I diffusori acustici sono installati all’interno dei campanili e su altri edifici comunali o demaniali, sono collegati fra loro con una rete WiFi dedicata che può essere eventualmente utilizzata in caso di necessità anche per comunicazioni diverse dall’allarme marea.

MA IL MOSE DOV’È?

di Gian Antonio Stella, da “il Corriere della Sera” del 14/11/2019

   «Vento e piova / Che el Signor la mandava / Dai Tre Porti / Da Lio, da Malamocco / L’acqua vegniva drento de galopo / La impeniva i canali, / La bateva in tei pali…». A vedere montare l’acqua alta, l’altra notte, i veneziani hanno rivissuto i versi disperati del poeta ottocentesco Francesco Dall’Ongaro.
Le sirene del primo allarme sono arrivate alle sei del pomeriggio: 145 centimetri. Le seconde verso sera: 160. Le terze alle 22.50: «La laguna subisce gli effetti di non previste raffiche di vento da 100 km orari. Il livello potrebbe raggiungere i 190 centimetri alle 23.30». Arriverà in realtà a 187. Solo sette centimetri in meno della disastrosa «aqua granda» del 1966.

   Anche i più previdenti, come Gianpietro Zucchetta che anni fa scrisse per Marsilio «Storia dell’acqua alta a Venezia», un libro pieno di cronache antiche e illustrazioni e rapporti scientifici, nulla hanno potuto davanti alla violenza della marea. Sul portone di casa aveva montato una robusta paratoia che arrivava a un metro e 75 centimetri. Più di così! Nella notte le acque se la sono portata via e la stanza d’ingresso è finita sotto.

   Gondole strappate all’ormeggio e lasciate dalla corrente in mezzo alle calli e ai campielli. E poi vaporetti sollevati come barchette e sbattuti di sbieco sulle rive del Canal Grande. Alberghi di lusso come il Gritti coi divani e i tavolini del Settecento galleggianti tra le stanze dorate col ritratto di un doge severo appeso alla parete. Negozi di oreficeria e suppellettili e vestiti travolti dalla marea, con borse e borsette che affogano in un liquido scuro. Maschere da carnevale inzuppate e sformate. Negozianti con le mani nei capelli. La cripta di San Marco invasa dalle onde e così la Basilica e la Piazza, coi turisti che si muovono silenziosi trascinando gli stivaloni. Eccetto il solito bulletto, che sguazza ridendo nell’acqua per la foto ricordo. Del tutto ignaro della tragedia che si va compiendo. E sintetizzata dal procuratore di San Marco così: «Siamo stati a un soffio dall’Apocalisse».

   Solo la piena del ’66 fu così devastante. Al punto di sollevare un’indignazione mondiale contro il continuo aumentare dei giorni di acqua alta. E di spingere Venezia, il Veneto, l’Italia, a cercare una soluzione. «Non c’è tempo da perdere!», dicevano tutti. «Non c’è tempo da perdere!». Poi le acque si ritirarono, il fango fu asciugato, le botteghe vennero riaperte, i tavolini dei bar tornarono al loro posto e coi tavolini tornò al suo posto anche il sole. I lavori «urgentissimi» si fecero «urgenti», poi «necessari in tempi brevi», poi diluiti nei dibattiti: «Bisogna pensarci bene». I danni gravissimi al patrimonio umano, artistico, culturale non servirono neppure a rallentare la costruzione in corso del grande Canale dei Petroli. Che c’entrava, quel canyon scavato in una laguna profonda in media 110 centimetri, con l’acqua alta?

   Tre anni dopo, nel 1969, Indro Montanelli si sfogava contro certe iniziative «prese e tirate avanti senza che si fossero studiati gli effetti che potevano sortire sul delicato equilibrio acqua-aria-terra su cui Venezia si regge, e che ora dà segni di catastrofico sconvolgimento». E ammoniva che a Venezia «non si può procedere al buio. Uno sbaglio, che a Milano può essere corretto e rimediato, per Venezia può significare la morte. Ci si astenga quindi da imprese, di cui prima non si siano studiate a puntino le conseguenze».

   Ci pensarono per quasi vent’anni, dopo l’alluvione, prima di decidere. Poi scelsero di aggiornare l’idea «molto grandiosa» che un certo Augustino Martinello aveva proposto al Doge nel 1672 e cioè di fare un «muro a archi» alle bocche di porto con «delle porte da alzare e bassare per regolare le acque in caso di bisogno». Già nel 1982, come prova un’ Ansa, c’era chi era perplesso. Ma nell’85 ad Amburgo il progetto fu lanciato con turbo-ottimismo: «La marea sarà prevedibile con un anticipo minimo di cinque ore e le paratoie, suddivise in “porte” da cinque metri ciascuna, saranno innalzabili in meno di un’ora e capaci sia di resistere a mareggiate molto forti…».

   Nell’86 Bettino Craxi diede il via libera definitivo: «Le opere per la difesa di Venezia verranno ultimate entro il 1995». Due anni dopo, un pimpante Gianni De Michelis presentava il prototipo di una delle paratoie. Gongolò l’allora doge socialista: «Per Venezia è un giorno storico. Per la prima volta si passa dai progetti, dalle intenzioni, dai dibattiti e dalle chiacchiere a qualcosa di concreto. Se tutto andrà bene, dopo questi mesi di sperimentazione, potremo finalmente cominciare il conto alla rovescia per la sistemazione di queste paratoie che proteggeranno la laguna dall’acqua alta». Ciò detto, battezzò quella che considerava una «sua» creatura: «Chiamiamolo Mosè». Poi Mose.

   Appena nato, si legge sul Corriere di quel giorno, segnava già un record: «È il prototipo forse più costoso mai costruito al mondo. Una “brutta copia” da venti miliardi di lire. È un colosso alto 20 metri, lungo 32, largo 25. Pesa 1.100 tonnellate e vivrà circa otto mesi, il tempo di collaudare il funzionamento della “paratoia”, quell’enorme cassone piatto e internamente vuoto, lungo 17 metri, largo 20 e spesso quasi 4, ancorata agli angoli da quattro gru».

Riva degli Schiavoni ancora nell acqua _ foto (da il Manifesto)

   Ma i tempi? De Michelis: la scadenza «resta quella del 1995». Certo, precisava, «potrebbe esserci un piccolo slittamento, visto che siamo partiti con tanto ritardo. Ma ormai il processo è avviato». Sono passati, dallo spot pubblicitario di Amburgo, 34 anni. Quasi quanti quelli trascorsi dal Mosé biblico e dal suo popolo nell’interminabile traversata del deserto. E qual è la situazione? Prendiamo dall’ Ansa l’ultima promessa, il 12 settembre scorso: « È fissata al 31 dicembre 2021 la consegna definitiva del sistema Mose, a protezione della Laguna di Venezia dalle acque alte. La data è contenuta nel Bilancio 2018 del Consorzio Venezia Nuova, il concessionario per la costruzione del Mose. Il completamento degli impianti definitivi del sistema è previsto per il 30 giugno 2020, con l’avvio dell’ultima fase di gestione sperimentale».

   Rileggiamo: «Fase sperimentale». Tre decenni e passa di prove tecniche. Polemiche. Sprechi. Mazzette. Rinvii. Inchieste giudiziarie. Manette. Dimissioni. Commissari. E buonuscite astronomiche come quei 7 milioni di euro (duecentotrentatremila per ogni anno di lavoro: lo stipendio annuale del Presidente della Repubblica!) dati come liquidazione all’ingegner Giovanni Mazzacurati, il deus ex machina del Consorzio che se l’era già filata a vivere in California, dove poi sarebbe morto, prima ancora di sapere come sarebbe finito il processo che avrebbe potuto condannarlo a risarcimenti milionari…

   Otto miliardi di euro, contando i soldi per le opere di contorno, è costato finora il Mose: quasi il triplo dei due miliardi e 933 milioni (euro d’oggi) dell’Autostrada del Sole. Prospettive? Un’ottantina di milioni l’anno per la manutenzione delle cerniere sottomarine. Se andrà bene. Notizia d’agenzia del 31 ottobre: «Non c’è pace per il Mose, la grande opera che dovrebbe salvaguardare la città e la laguna dalle alte maree. (…) Il Consorzio Venezia Nuova ha reso noto oggi che è stato rinviato a un’altra data il sollevamento completo della barriera posata alla bocca di porto di Malamocco». Colpa della scoperta di «vibrazioni in alcuni tratti di tubazioni delle linee di scarico».

   Vale la pena di insistere? Questo è il nodo. «La domanda che va posta è se una scelta tecnologica fatta quarant’anni fa sia tuttora idonea, soprattutto alla luce dell’analisi costi benefici», scrivono in Corruzione a norma di legge Francesco Giavazzi e Giorgio Barbieri, «Si dirà che oggi è troppo tardi, ma è una domanda che, in quarant’anni, mai è stato consentito porre, sempre con la scusa che “ormai i lavori sono quasi finiti”». Manca poco… Manca poco…

   E intanto la città che fu serenissima è andata di nuovo sotto. Con la paura che arrivino altri «effetti di non previste raffiche di vento»… (Gian Antonio Stella)

Il Patriarca di Venezia Moraglia e il sindaco Brugnaro nella cripta allagata della Basilica di San Marco (foto da Gente Veneta Facebook)

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IL MOSE CHE NON C’È

di Gianfranco Bettin, da “IL MANIFESTO” del 14/11/2019

– Venezia. La risposta che le istituzioni, in primis la Regione Veneto e lo Stato (il Comune votò contro, ma oggi il sindaco Brugnaro, di centrodestra, è a favore), hanno messo in campo ha un nome solo: Mose. Anche in queste ore, si leva il piagnisteo di amministratori e politici che lamentano i ritardi nel completamento dell’opera. Ma il Mose non è «in» ritardo: il Mose è «il» ritardo –

   La paura, il pericolo, avanzano a Venezia con un doppio passo: con i giorni, le notti, di catastrofe, come ieri, come il 4 novembre del 1966, e con la crisi strutturale dell’ecosistema lagunare, causata dalle manomissioni profonde (interramenti, scavi di nuovi canali, stravolgimento del regime idrodinamico e geologico) e dagli effetti locali della crisi climatica globale.

   Le due dinamiche – eventi eccezionali e mutamenti fondamentali, meteo e clima, marea ed ecosistema – vanno sempre più intrecciandosi e la notte del 12 novembre lo ha confermato tragicamente, come da tempo facevano già i rilievi sul campo, scientificamente.

   Il dramma odierno è quello di una città che, a dispetto di quanti la credono ormai semivuota, è ancora – parliamo della città d’acqua e del Lido – di oltre 90 mila residenti (come l’intero comune di Treviso, ma concentrati in uno spazio urbano molto minore) e dunque da difendere, oltre che per il suo valore storico e artistico, perché abitata da una comunità viva, attiva, che infatti resiste, anche se soffre. Soffre sia per le difficoltà di restarvi (scarsità di alloggi alla portata di tanti, invadenza della monocultura turistica, costo della vita spesso impervio, difficili spostamenti ecc.), sia per la crescente esposizione a rischi ambientali (emissioni delle grandi navi e del traffico acqueo tutto, moto ondoso, degrado degli edifici, acque alte più frequenti e violente). Su queste fragilità di fondo, si abbattono i singoli eventi catastrofici e grava la crisi strutturale dell’ecosistema.

   La risposta che le istituzioni, in primis la Regione Veneto e lo Stato (il Comune votò contro, ma oggi il sindaco Brugnaro, di centrodestra, è a favore), hanno messo in campo ha un nome solo: Mose. Anche in queste ore, si leva il piagnisteo di amministratori e politici che lamentano i ritardi nel completamento dell’opera. Ma il Mose non è «in» ritardo: il Mose è «il» ritardo, l’errore storico che sta lasciando tuttora Venezia esposta al rischio più letale della sua storia. Si susseguono, infatti, le previsioni sull’allagamento non solo dell’intera città, ma della stessa prima fascia costiera, entro i prossimi decenni.

   Esattamente l’opposto di quanto previsto da chi ha voluto il Mose, progettato immaginando un innalzamento medio del mare dovuto quasi solo a effetti locali e minimizzando quelli globali, dunque destinato a essere azionato pochi giorni l’anno per qualche ora.

   In realtà, i mutamenti dell’ecosistema e del clima globale producono alte maree più frequenti e potenti, così il Mose, se fosse operativo, finirebbe per essere troppo utilizzato, compromettendo laguna e porto. Sulla effettiva possibilità che funzioni, però, il pessimismo aumenta, tanti sono i difetti che stanno emergendo (corrosione, ruggine, sabbia negli ingranaggi, vibrazioni, tenuta dubbia delle saldature e dei meccanismi…), insieme ai costi enormi della manutenzione (almeno cento milioni l’anno) che non è chiaro chi pagherà (né chi sovrintenderà al funzionamento).

Uno studio dell’Enea indica le aree costiere e i porti a rischio inondazione al 2100. Interessati l’Alto Adriatico (da Trieste a Ravenna); la foce del Pescara; Lesina e Taranto; Versilia, Cecina, Follonica, Piombino; Fondi; l’area di Cagliari (da “La Stampa”, 27/2/2019)

   Era una strada obbligata, quella del Mose? Niente affatto. Nel 2006 il Comune di Venezia promosse una mostra, una serie di incontri e poi un volume su almeno una decina di alternative emerse nel tempo e più in linea con quanto prescritto dalla Legge speciale per Venezia (1973 e poi 1984), che prevede interventi «graduali, sperimentali e reversibili» (l’esatto opposto del Mose). Queste alternative (tra le quali, sistemi flessibili di paratoie a gravità, sbarramenti mobili, apparecchiature removibili ecc., combinati con interventi di riequilibrio strutturale dell’ecosistema, con rialzi dei fondali e del terreno su cui poggia la città, ripristino della morfologia, potenziamento dei litorali e restringimenti maggiori delle bocche di porto ecc.) vennero proposte al governo che, come scrive uno dei maggiori esperti di idraulica lagunare, il prof. Luigi D’Alpaos, con superficialità e sbrigatività le escluse a vantaggio del prescelto Mose, l’unica grande opera, forse, approvata pur avendo subìto una Valutazione di Impatto Ambientale negativa.

   Ora, che fare del Mose «quasi finito» (e costato finora 5, 3 miliardi, di cui uno circa di tangenti, su una previsione finale di 5,5 ma in crescita, come le maree)? Intanto, se si volesse verificarne l’affidabilità, andrebbero corretti i difetti finora emersi, sempre che sia possibile. Poi, ne andrebbe valutata la funzionalità generale finale, senza far sperimentare ai veneziani, come cavie, l’eventuale messa in funzione «dal vivo».

   Quindi, ne andrebbe almeno considerato il possibile adeguamento al nuovo quadro climatico e ambientale, mentre certamente andrebbe ripresa l’opera di riequilibrio e rigenerazione dell’ecosistema lagunare . Ma è più probabile che, a una disamina onesta e competente, ove mai si facesse, il Mose risulti piuttosto essere un altro problema, invece che la soluzione epocale alla sfida che Venezia sta vivendo, sta soffrendo. (Gianfranco Bettin)

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da https://ytali.com/

MOSE. C’È ANCORA UN’ALTERNATIVA

da https://ytali.com/ , scritto da ARMANDO DANELLA, Associazione Ambiente Venezia, 3 Maggio 2018

– Vale la pena voler ultimare un’opera che si sa già che non raggiungerà gli obiettivi per cui è stata concepita? E che comporterà ingenti oneri di manutenzione e gestione nei prossimi cent’anni? –

   l CHE FARE di fronte a una grande opera sbagliata e costosa qual è il Mose che si rivelerà a breve anche inutile per l’aumento del livello del mare che i cambiamenti climatici già prevedono per il prossimo futuro

Oggi il Mose appare contrassegnato dallo scandalo che l’ha coinvolto, da quella realtà fatta di corruzioni, tangenti, rapporti tra controllori e controllati, fondi neri che la magistratura è riuscita a far emergere.

Un impressionante sistema di potere malavitoso e criminale che coinvolge politici, amministratori, imprese,   magistrato alle acque, ministeri, guardia di finanza, corte dei conti.

   La meritevole azione collegiale degli organi preposti al ripristino della legalità che tanta attenzione mediatica sta provocando rischia però di relegare in secondo piano la sostanza del sistema che interessa il Mose. Si sta assistendo a un atteggiamento diffuso di non voler sapere, di non approfondire, dimenticare o volutamente ignorare cos’è e cos’è stato tecnicamente il Mose nel suo divenire. Ed è sulla base di questa per alcuni versi morbosa attenzione verso l’operato della magistratura che rimane sullo sfondo o addirittura scompare la contrarietà motivata a questa opera, alla sua natura, alla sua struttura, alla sua funzionalità; sembra quasi che un destino ineludibile debba far portare a compimento questa opera datata così com’è stata voluta dai progettisti e da coloro che l’hanno approvata.

    Tutto procede senza ripensamenti: il rigore scientifico, il “cogito ergo sum”, l’eustatismo incipiente che cancellerà definitivamente quest’opera non “rientrano” nello stato di avanzamento dei lavori.
Così sulla questione del Mose si continua a ignorare o fraintendere quanti interventi possibili e alternativi alle bocche si potrebbero realizzare fin da subito evitando così il perseverare di azioni il cui effetto peggiorerebbe i vari livelli di criticità dell’opera con ricadute negative sull’equilibrio lagunare, sulla portualità e sui bilanci pubblici.

   Nell’ambito degli interventi per la difesa di Venezia dalle acque alte, va applicata una linea di azione (costruita sulla base di una modellistica matematica – modelli bidimensionali a fondo fisso e mobile – applicata all’idrodinamica e alla morfodinamica lagunare il cui riferimento scientifico rimane la scuola idraulica padovana –dipartimento di ingegneria idraulica, marittima, ambientale e geotecnica) che dimostra:

1- che si può operare alle bocche di porto con la riduzione parziale delle sezioni attraverso il rialzo dei fondali e l’inserimento di opere di restringimento trasversali sia fisse che removibili stagionalmente in modo da aumentare le resistenze al flusso delle correnti di marea con una significativa riduzione dei livelli marini in laguna rispetto al mare;

2- che si può ottenere con una riduzione permanente degli attuali scambi mare-laguna un migliore regime idraulico della laguna permettendo fra l’altro di contrastare la perdita sistematica di sedimenti attraverso le bocche, ultimo anello dei drammatici processi erosivi in atto che stanno devastando la morfologia lagunare;

3- che va separata la logica degli interventi delle acque medio-alte da quelle necessarie per la difesa dalle acque alte eccezionali;

4- che va ridotta la penalizzazione della portualità veneziana attraverso la differenziazione delle funzioni portuali delle tre bocche, con la chiusura parziale dei varchi mobili per le acque medio-alte e con la chiusura totale per le sole acque alte eccezionali;

5- che si può così impiegare il tempo necessario per perfezionare e sviluppare i metodi di difesa più idonei, anche a più vasta scala territoriale, conseguenti ai cambiamenti climatici prevedibili (interventi di iniezioni di fluidi su strati geologici profondi volti al sollevamento antropico).

   L’inserimento di OPERE REMOVIBILI STAGIONALMENTE ha il vantaggio di permettere di operare sulle bocche di porto con due diversi gradi di restringimento: Continua a leggere

TRENT’ANNI FA LA FINE DEL MURO DI BERLINO: i vari risvolti problematici di quel pur importante e felice evento – Popoli dell’Est “liberatisi”, ma che sono diventati un problema per l’Ovest (non preparato ad accoglierli); nuovi muri che sono sorti; il mondo “liberato” ma nell’anarchia, e anche in mano a nuovi despoti (in Africa, in Russia…); gli immigrati da Sud a Nord

Il 9 NOVEMBRE 1989, IL MURO CHE DIVIDEVA LA CITTÀ DI BERLINO IN DUE, costruito nel 1961, simbolo dell’incomunicabilità tra Occidente e Oriente, CROLLÒ. SEMBRAVA CHE DA QUEL MOMENTO NON CI SAREBBERO PIU’ STATI MURI… E INVECE….

   Celebrando anche noi l’evento della caduta, trent’anni fa, del muro di Berlino, non possiamo che unirci al giubilo di quell’evento fatidico che ha messo fine al “blocco Est-Ovest” sorto con la fine della seconda guerra mondiale, e che sicuramente aveva avuto (il blocco, la contrapposizione) come simbolo il muro costruito tra le due parti (est-ovest) della città di Berlino nel 1961 (ma per niente simbolo era!).

9 novembre 2019 – ANGELA MERKEL RICORDA LA CADUTA DEL MURO DI BERLINO E LE PERSECUZIONI CONTRO GLI EBREI – La cancelliera alle celebrazioni ricorda la notte dei cristalli che diede il via alle azioni naziste contro la comunità ebraica e le persone uccise perché tentavano di fuggire dalla Ddr e arrivare a Berlino ovest – Un ricordo molto sentito in un paese riunificato nel quale sta tornando il pericolo neo-nazista: “Il 9 novembre è un giorno fatidico della storia tedesca”. Oltre alla caduta del Muro, “oggi ricordiamo anche le vittime dei pogrom di novembre dell’anno 1938”, “i crimini che furono perpetrati nella notte tra il 9 e il 10 novembre” ai danni “di persone ebree e quello che seguì fu il crimine contro l’umanità e il crollo della civiltà rappresentato dalla Shoah”: lo ha detto la cancelliera Angela Merkel alle commemorazione per i 30 anni della caduta del Muro di Berlino.(…) (da https://globalist.it/world/ del 9/11/2019)

   Come spesso accade un evento geopolitico di grande portata è salutato positivamente, e tutti quelli che credono un po’ nella giustizia umana, nella libertà per tutti, etc…. non possono che esserne felici. Anche se poi accade che sorgono problemi irrisolti all’origine dell’accadimento. Pensiamo alla fine del colonialismo in Africa, di tante potenze imperialiste che se ne sono andate (magari alcune indirettamente però rimaste con il loro peso economico, militare…). E la fine del colonialismo quasi sempre non ha portato per i popoli africani pace, ricchezza, sviluppo, serenità… ma è stato motivo per l’insediamento di despoti (dittatori) locali; a volte molto più feroci dei colonialisti europei, e che hanno fatto accumulare alla loro cerchia di adepti ricchezze immense sulla pelle della popolazione in miseria.

(manifesto nella DDR dopo la caduta del muro, ripreso da http://www.doppiozero.com/ – “(…) LA BANANA era il simbolo per antonomasia delle CARENZE NELLA DDR. Teoricamente, avrebbe potuto riguardare qualsiasi frutto tropicale, perché anche l’ANANAS e la PESCA erano estremamente scarsi. Tuttavia, proprio LA BANANA, tra tutte le cose, SAREBBE DIVENTATA UNO DEI SIMBOLI DELLA CADUTA DEL MURO.(…)”(Gian Piero Piretto, da https://www.doppiozero.com/,9/11/2019)

   Anche la caduta del muro di Berlino, la fine di quell’epoca di guerra fredda, di suddivisione del mondo fra Unione Sovietica e Stati Uniti… anche in questo caso, salutato felicemente da tutti, ha portato e sta ancora portando un caos poco descrivibile nella frammentazione generale: nazionalismi esasperati che sono tornati a galla (pensiamo ai paesi dell’Est); l’immigrazione di massa da Sud a Nord che non riusciamo a governare; il rispuntare, specie all’est di movimenti fascisti e nazisti che parevano sepolti per sempre; nella prima metà degli anni ’90 del secolo scorso la carneficina balcanica (dopo la morte del dittatore Tito e appunto il riemergere delle nazionalità, del nazionalismo esasperato e dell’odio etnico…).

9/11/2019: Il violoncellista MSTISLAV ROSTROPOVIČ, esiliato dall’URSS nel 1974, improvvisò un concerto al CHECK POINT CHARLIE, suonando BACH per onorare le vittime cadute durante i tentativi di fuga

   L’Occidente, noi, poi, non eravamo per niente preparati ad accogliere i nostri “fratelli” dell’est, a cui fino a quel momento auguravamo di liberarsi dal giogo comunista sovietico: era come il parente disperso in guerra che ritorna in modo imprevisto dopo trent’anni a casa, e li si è occupata la sua camera, perché lo si dava per morto, e porta a grandi difficoltà e imbarazzo ad accoglierlo… Spesso poi “la liberazione” ha portato sfruttamento (la prostituzione delle ragazze dell’est) e caos economico (i nuovi mercati dell’est, il lavoro mal pagato di queste nuove braccia…).

   Un mondo in confusione totale che però non ci fa per niente dire che “prima era meglio”: sarebbe comunque stato un bene che “la politica” fosse stata in grado di governare meglio il passaggio: ad esempio nel 1991 il riconoscimento da parte della Germania della Slovenia e in particolare della Croazia come stati indipendenti, disconoscendo la loro appartenenza alla Iugoslavia, è stata una decisione scellerata che ha dato il via alla guerra civile nei Balcani. Per dire, che le scelte politiche (geopolitiche) fatte o meno con meditazione ed accortezza, incidono sugli eventi portandoli da una parte (positiva, la pace) o dall’altra (negativa, la guerra).

    Per ora, in questo post limitiamoci anche noi a celebrare questo evento dei trent’anni della caduta del muro, senza la necessità di fare sintesi difficili, e proponendo alcuni spunti bibliografici (libri) pubblicati in questo momento, che riteniamo di notevole interesse. (s.m.)

immagine da IL CIELO SOPRA BERLINO film di WIM WENDERS (film di due anni prima della caduta del muro)

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ANIME PRIGIONIERE di EZIO MAURO

EZIO MAURO:

“I primi ad accorgersi che qualcosa stava cambiando furono i cani da confine. Venivano addestrati la notte, perché le fughe quasi sempre si tentavano nel buio, non avevano contatti sociali, mangiavano solo ogni due giorni per essere più aggressivi. Ammaestrati a inseguire l’odore del grande sospetto che avviluppava l’intera Ddr, i cani del muro non potevano riconoscere il profumo della libertà che si spargeva nelle strade dell’Est europeo, arrivando a disperdersi sulle porte di Berlino.” Tutti sappiamo cosa è successo il 9 novembre 1989 a Berlino. Qualcuno ha pensato che la storia fosse finita e che con il passare del tempo il mondo intero sarebbe stato sempre più simile all’Occidente. Ma la storia si nasconde nei dettagli. Nei gesti, nei passi e nei ripensamenti dei suoi protagonisti. Nel 1989, all’interno dei 108.000 chilometri quadrati della Ddr, il blocco comunista si sgretola e si libera dalla prigionia del Muro, che separa il mondo correndo per 106 chilometri e divide così una città e l’Europa intera. È un simbolo del titanismo totalitario, non una semplice barriera. È un’arma. “Chi è salito molto in alto cadrà nell’abisso,” così scrivono con lo spray i ventenni a Prenzlauer Berg, nella Berlino che vive di notte e si muove col buio.  Se la caduta del Muro è un segno inciso nell’identità di coloro che l’hanno vista in televisione, ma anche di coloro che sono nati dopo, è perché da allora le cose hanno preso una direzione nuova e, soprattutto, diversa da quella che ci aspettavamo.

Le fughe folli e l’ipnosi del potere, i divieti, i permessi, le minacce e i silenzi.  Berlino: cronaca dell’ultima rivoluzione nel cuore dell’Europa. “I primi ad accorgersi che qualcosa stava cambiando furono i cani da confine. Venivano addestrati la notte, perché le fughe quasi sempre si tentavano nel buio, non avevano contatti sociali, mangiavano solo ogni due giorni per essere più aggressivi. Ammaestrati a inseguire l’odore del grande sospetto che avviluppava l’intera Ddr, i cani del Muro non potevano riconoscere il profumo della libertà che si spargeva nelle strade dell’Est europeo, arrivando a disperdersi sulle porte di Berlino.” Tutti sappiamo cosa è successo il 9 novembre 1989 a Berlino, quando, all’interno dei 108.000 chilometri quadrati della Ddr, il blocco comunista si sgretola e si affranca dalla prigionia del Muro, che separava il mondo correndo per 156 chilometri e divideva così una città e l’Europa intera. Era un simbolo del titanismo totalitario, non una semplice barriera: era un’arma. Ed era destinato a fallire. La caduta del Muro riunisce le due Berlino, che in una notte ritornano per sempre una sola città, e libera il pezzo di Europa che per decenni era finito dietro la Cortina di ferro, segnando il passaggio da un’epoca all’altra. È l’ultima rivoluzione nel cuore dell’Europa. È una storia che sa dove vuole andare, e adesso sta correndo. Ma, come tutte le grandi storie, nasconde il suo segreto nei dettagli. Nei gesti, nei passi e nei ripensamenti dei suoi protagonisti. Ezio Mauro ricostruisce in una cronaca serrata, corale e politica, il romanzo di Berlino e della sua ossessione di pietra, fino alla capitolazione finale, fino a quando ”il Muro non garantisce ormai più il potere e il potere non protegge più il Muro. Questa è la formula della caduta, la chiave di Berlino, il saldo del Novecento”. “La storia passerà tra pochi minuti attraverso questo buio.”

IN EDICOLA EZIO MAURO RACCONTA IN UN LIBRO E UN DVD. Il racconto di cosa è successo il 9 novembre 1989 a Berlino, quando, all’interno dei 108mila chilometri quadrati della Ddr, il blocco comunista si sgretola e si affranca dalla prigionia del Muro, che divideva così una città e l’Europa intera. Ezio Mauro ricostruisce in una cronaca serrata, corale e politica, il romanzo di Berlino e della sua ossessione di pietra, fino alla capitolazione finale, nel libro “Anime prigioniere” e nel dvd “1989. Cronache dal muro di Berlino” (editi da Repubblica), entrambi in vendita in edicola a 12,90 euro

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BERLINO, 9/11/19, TRENT’ANNI DOPO IL MURO: ENTUSIASMO O RIFLESSIONE?

di Gian Piero Piretto, da https://www.doppiozero.com/ del 9/11/2019

   Sono già passati trent’anni dalla sera del 9 novembre 1989 quando alle 18,53 il corrispondente ANSA da Berlino Est, Riccardo Ehrman, chiese a Günter Schabowski, ministro della Propaganda della DDR, da quando le nuove Reiseregelungen (regole di viaggio) che avrebbero permesso ai cittadini orientali di varcare il confine con la Germania Federale sarebbero entrate in vigore. Schabowski, preso alla sprovvista e non avendo un’idea precisa, improvvisò: “Per accontentare i nostri alleati, è stata presa la decisione di aprire i posti di blocco. […] Se sono stato informato correttamente quest’ordine diventa efficace immediatamente!”.

   Il simbolo per antonomasia della guerra fredda, il Muro che per 28 anni aveva diviso in due Berlino, costringendo la Germania Ovest a spostare a Bonn la capitale e riempiendo d’orgoglio quella Est per essere rimasta l’unica a vantare Berlino come Haupstadt, lo sbarramento che aveva separato famiglie, amicizie, amori causando vittime tra coloro che avevano ripetutamente cercato di infrangerla, cadeva quasi per caso, come in conseguenza di una risposta azzardata. Il primo sentimento nei cittadini che seguivano in televisione la conferenza stampa, dopo svariate settimane di disordini e proteste, fu di incredulità e spaesamento.

   Non era realistico che un confine tanto feroce e blindato potesse perdere da un momento all’altro il suo potere e smettere di essere temibile e dannato. Ampiamente note sono le azioni che seguirono, i volti basiti delle impotenti e sconcertate guardie di confine (memorabile resta la scena del film comico Bornholmer Straβe, 2014, in cui le sentinelle di frontiera la fatidica sera del 9 novembre 1989 si trovano alle prese con un tentativo di sconfinamento da parte di un cagnolino), gli assalti, reali e metaforici, alle barriere di cemento armato, le lunghe code di Trabant che si formarono per lasciare la DDR, le entusiastiche accoglienze (con tanto di post-coloniali banane in omaggio) agli Ossis da parte dei Wessis, i “fratelli” occidentali.

   Era il simbolo per antonomasia delle carenze nella DDR: la banana. Teoricamente, avrebbe potuto riguardare qualsiasi frutto tropicale, perché anche l’ananas e la pesca erano estremamente scarsi. Tuttavia, proprio la banana, tra tutte le cose, sarebbe diventata uno dei simboli della caduta del muro. Euforia, empatia, solidarietà, eccitazione. Pareva che soltanto di buoni sentimenti fosse colma la Germania in quei giorni. Il violoncellista Mstislav Rostropovič, esiliato dall’URSS nel 1974, improvvisò un concerto al Check Point Charlie, suonando Bach per onorare le vittime cadute durante i tentativi di fuga.

   Trent’anni dopo la situazione è assai cambiata. Non è questa la sede per affrontare bilanci politici o sociali. Segnalo doverosamente il fenomeno (ampiamente e debitamente oggetto di approfonditi studi) dell’Ostalgie, nostalgia per l’universo dell’Est, non necessariamente sinonimo di rimpianto per un regime dittatoriale ma piuttosto per un sistema di vita basato su principi e consuetudini socialisti troppo in fretta sradicati e gettati al macero.

   Simboli e riferimenti culturali che avevano costituito la base di molte esistenze vennero cancellati nel giro di poche ore. La situazione socio-economica del Paese prese una piega inusitata: moltissimi posti di lavoro scomparvero assieme alle aziende rottamate (l’86% della popolazione lavorava in imprese statali), esodi massicci e frenetici svuotarono le città. I cittadini orientali, in seguito all’unificazione delle Germanie (1990) avrebbero progressivamente percepito l’operazione come un’annessione, indiscutibile portatrice di nuove libertà, ma al contempo umiliante e penalizzante per chi ancora oggi si considera tedesco di serie B. (segue: vedi il link https://www.doppiozero.com/materiali/berlino-91119-trentanni-dopo-il-muro )

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L’ETA’ DEI MURI: Breve storia del nostro tempo, di CARLO GREPPI

Da Varsavia a Berlino, dal Mar dei Caraibi alle spiagge della Normandia, dalla Palestina alla Corea, per finire al confine tra Messico e Stati Uniti e nella “fortezza Europa”, Carlo Greppi racconta le vite di quattro testimoni che convergono nella trama inquietante del nostro tempo, L’ETÀ DEI MURI. – «Trent’anni fa, quando crollava il muro di Berlino, pensavamo che fosse finita un’epoca. Ma era solo un nuovo inizio»

Nel 1941 un soldato della Wehrmacht, Joe J. Heydecker, scavalca un muro e scatta le foto che testimonieranno il terribile esperimento del ghetto di Varsavia, nel cuore nero dell’Europa nazista. Intanto lo storico Emmanuel Ringelblum, imprigionato dietro quel muro con la famiglia, raccoglie dati, “contrabbanda storia” perché qualcuno la possa raccontare. Quasi mezzo secolo dopo John Runnings, un reduce canadese della Seconda guerra mondiale, è a Berlino per il venticinquesimo anniversario della “Barriera di protezione antifascista”. Ed è il primo a salire sul Muro per abbatterlo. Sarà ricordato come il “Wall Walker”. Nell’anno in cui cominciava la costruzione del simbolo della Cortina di ferro, il 1961, un giovane giamaicano nato nel 1945 stava inventando un nuovo genere musicale per cantare la lotta contro l’oppressione politica e razziale. Il suo nome era Bob Marley, e veniva da una famiglia di costruttori che avrebbe fatto fortuna: anche lui, senza saperlo, aveva in mano il suo pezzo di muro. Da Varsavia a Berlino, dal Mar dei Caraibi alle spiagge della Normandia, dalla Palestina alla Corea, per finire al confine tra Messico e Stati Uniti e nella “fortezza Europa”, CARLO GREPPI racconta le vite di quattro testimoni che convergono nella trama inquietante del nostro tempo, l’età dei muri. Sono più di quaranta le barriere che dividono popoli e paesi nel mondo e oltre tre quarti sono state innalzate dopo il 1989. «È tutto collegato. Il mondo sembra in fiamme, oggi, e non sappiamo cosa verrà fuori da queste macerie, da questo business impressionante, da questa nuova religione dell’esclusione».

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Muro che delimita la città di Melilla in Marocco (da http://www.ilbolive.unipd.it/)

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Il recinto di confine tra Rastina (Serbia) e Bácsszentgyörgy (Ungheria), costruito nel 2015 per fermare i rifugiati e i migranti in arrivo (19 marzo 2016). da http://www.treccani.it/)

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Muro tra Stati Uniti e Messico a Tijuana. (Foto Mohammed Salem da http://www.ilboliveunipd.it/)

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Muro al confine tra Ungheria e Serbia (da http://www.ilbolive.it/)

OLTRE IL MURO, I NUOVI MURI

di Luca Attanasio, 8/11/2019, da http://www.treccani.it/magazine/atlante/geopolitica/

   «Il Muro – ebbe a dire nel gennaio 1989 l’allora presidente della Germania dell’Est Erich Honecker, con scarsissima visione profetica – resisterà per altri 50, 100 anni». Pensava che quei 150 km di striscia grigia che separavano due mondi, sarebbero sopravvissuti all’idea di Comunità Europea che si stava espandendo e che, di lì a poco, avrebbe addirittura concepito l’abbattimento delle barriere e inaugurato la libera circolazione nell’area Schengen. Il muro era un archetipo prima che una costruzione fisica. Un concetto di separazione e chiusura dal resto del pianeta, di protezione da possibili attacchi o invasioni, di respingimento, di paura.

   30 anni dopo, di quel muro non resta nulla. Continua a leggere

GEOGRAFICAMENTE IN PILLOLE – La temperatura sale a 51 gradi, CASCATE VITTORIA A SECCO, e ZIMBABWE IN GINOCCHIO – L’Africa nella tragedia della crisi ambientale

Le CASCATE VITTORIA si trovano TRA ZAMBIA E ZIMBABWE e sono uno dei più incredibili spettacoli della natura osservabili sul nostro Pianeta. Per colpa di temperatura e siccità, le MOSI-OA-TUNYA, il fumo che tuona, come le chiamano i MAKALOLO, sono ora l’ombra di se stesse

LA MORTE DELLE CASCATE VICTORIA

di Corrado Mordasini, 8/11/2019, da https://gas.social/

   Fu DAVID LIVINGSTONE, il famoso esploratore scozzese a dar loro il nome: CASCATE VICTORIA, in memoria di una delle regine più potenti mai apparse sul globo terracqueo, colei che regnò nel periodo di maggior espansione dell’impero britannico.

Le cascate si trovano TRA ZAMBIA E ZIMBABWE

Le cascate moribonde

Le cascate si trovano TRA ZAMBIA E ZIMBABWE e sono uno dei più incredibili spettacoli della natura osservabili sul nostro Pianeta. PATRIMONIO DELL’UNESCO SONO OGGI A SECCO. Temperature di 51 GRADI CENTIGRADI e una SICCITÀ così tremenda che non si vedeva da quarant’anni, le hanno ridotte a un lumicino. Le conseguenze sono pesanti e paurose, SETTE MILIONI DI PERSONE RISCHIANO LA CARESTIA, il territorio si trova confrontato con un enorme danno ambientale ed economico, visto che lo ZAMBESI fa anche funzionare LA MAGGIORE CENTRALE ELETTRICA dei due paesi, quella di KARIBA.

Le CASCATE VITTORIA COM’ERANO (da Wikipedia) – Situate sul corso del FIUME ZAMBESI, le Victoria si estendono per un fronte di un chilometro e mezzo, facendo un salto di quasi 130 metri. La grande massa d’acqua, cadendo nel dirupo, genera una nebbia di gocce d’acqua che sale a oltre 1.600 metri di altezza, ed è (era) visibile da una distanza di 40 km.

   Situate sul corso del FIUME ZAMBESI, le Victoria si estendono per un fronte di un chilometro e mezzo, facendo un salto di quasi 130 metri. La grande massa d’acqua, cadendo nel dirupo, genera una nebbia di gocce d’acqua che sale a oltre 1.600 metri di altezza, ed è visibile da una distanza di 40 km. O perlomeno si generava prima della siccità.

   LO ZAMBESI, ORA IN SECCA, trasportava, durante la stagione delle piogge, 9’100 metri cubi d’acqua al secondo. Oggi quei metri cubi sono appena 109.

CASCATE VITTORIA A SECCO (da https://www.meteoweb.eu/

Il fumo che tuona

Per colpa di temperatura e siccità, le Mosi-oa-Tunya, il fumo che tuona, come le chiamano i Makalolo, sono l’ombra di se stesse. Sono un monito che solo i più ottusi tra di noi si ostinano a non vedere, come il presidente americano Donald Trump, che si è recentemente ritirato dagli accordi di Parigi, volti a ridurre il disastro ormai annunciato che ci sta per capitare tra capo e collo.

   A pagare il conto di quello che l’ultimo rapporto di 11’000 scienziati di tutto il mondo ha definito “una minaccia catastrofica”, che porterà con se “indicibili sofferenze umane” saranno come sempre i più disgraziati. Ma questo a noi che ci illudiamo di stare bene non importa, non ci ha mai importato. D’altronde il presidente statunitense, la sua famiglia la può infilare in un bunker accessoriato con rubinetterie d’oro, piscina e giardino artificiale. Un contadino sulle rive dello Zambesi può solo veder morire i suoi figli mentre le piante di sorgo avvizziscono.

Chi non agisce è un assassino

Alla fine cosa cambia? Oggi muoiono per denutrizione circa 25’000 persone al giorno, domani saranno 50 o 100’000 ma saranno sempre morti lontane. MILIONI DI POVERI DISPERATI DELL’AFRICA SUBSAHARIANA, DEL SUDEST ASIATICO, DELLE STEPPE MEDIORIENTALI. Gente che già oggi fa una vita dura si ritroverà a farne una impossibile.  Legioni di DISPERATI SI MUOVERANNO PER TROVARE SALVEZZA, e NON CHIAMATELI MIGRANTI ECONOMICI, questa è gente che non avrà più nulla da perdere, nemmeno la vita. Capirlo e fare qualcosa è fondamentale. Chi rifiuta lo sforzo corale delle nazioni, non è in disaccordo, è semplicemente un assassino, che avrà sulla coscienza centinaia, migliaia, milioni di vite. (Corrado Mordasini)

QUANDO I BAMBINI DEL MERIDIONE vittime di guerra, rivolte e calamità, erano accolti al Nord: una politica solidale del passato – E’ possibile ora una politica solidale sull’immigrazione dal Sud del Mondo? 1-La pratica dei CORRIDOI UMANITARI, 2-Come rinnovare con garanzie sui diritti umani il MEMORANDUM Italia-Libia sui migranti?

“PASTA NERA. STORIE DI BAMBINI IN VIAGGIO TRA DUE ITALIE” (docu-film, 2011) – Nel dopoguerra 70.000 bambini meridionali in condizioni disperate vennero ospitati per lunghi periodi (talvolta per una vita intera) da famiglie italiane del centro-nord. Lo ha raccontato nel 2011 UN DOCUMENTARIO DI ALESSANDRO PIVA

PASTA NERA: Storie di bambini in viaggio tra due Italie (docu-film, 2011)

Pasta nera. Come e perché.

– L’eccezionale movimento collettivo di accoglienza delle famiglie emiliane, marchigiane e toscane che, grazie alla rete dei comitati di Solidarietà Democratica, accolsero come figli adottivi i bambini del Sud.

– La sorpresa dei “piccoli” meridionali rispetto agli agi e alle comodità a loro sconosciuti e l’integrazione in una società a loro vicina ideologicamente ma lontanissima come tenore di vita.

– La “scoperta” di un mondo culinario totalmente differente (il cioccolato, la brioche, le tagliatelle…) rispetto ai cibi poveri del Sud del dopoguerra.

– La felicità dei bambini nel comunicare tra loro nonostante la mancanza di una lingua comune determinata dall’utilizzo esclusivo dei rispettivi italiani dialettali.

– Il difficile ritorno dei bambini nella famiglia d’origine o la dolorosa scelta di alcuni di rimanere nella nuova realtà sociale appena conosciuta.

– Le vite parallele, dopo la liberazione dal carcere, delle famiglie meridionali e settentrionali accomunate da un’esperienza comune.

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“I TRENI DELLA FELICITA – Storie di bambini in viaggio tra due Italie” di GIOVANNI RINALDI, ed. CARTABIANCA, gennaio 2009, euro 10

I TRENI DELLA FELICITA’

   Giovanni Rinaldi, tessendo sottili fili di memorie sparse, anni fa si è messo in cerca dei bambini che erano saliti su quelli che vennero chiamati «I treni della felicità». Si trattava di una straordinaria rete di solidarietà sostenuta dalla neonata UDI e dal PCI che, a partire dal secondo dopoguerra, affidò per mesi (talvolta anni) a famiglie del Centro Italia oltre 70.000 figli del Sud vittime delle conseguenze belliche, di rivolte operaie sedate col sangue, di calamità naturali.

   Bambini che lasciarono le loro famiglie per essere ospitati da altrettante famiglie contadine, nei paesi del reggiano, del modenese, del bolognese. Lì vennero rivestiti, mandati a scuola, curati. Mezzo secolo dopo un cineasta, ALESSANDRO PIVA, e uno storico, GIOVANNI RINALDI, si mettono sulle tracce dei sopravvissuti. Ne escono fuori due lavori confinanti e di documentazione tra storia di ieri e di oggi, il documentario PASTA NERA e QUESTO LIBRO, frutto di appassionati viaggi e ricerche in diverse città del centro Italia.

   Scritto in presa diretta, il libro ricostruisce le storie di alcuni di quei bambini che su malandati vagoni ferroviari arrivarono in UN’ALTRA ITALIA. Soprattutto di quelli rimasti a vivere nelle famiglie che li avevano adottati, scovati dall’autore nel corso dei suoi viaggi ad Ancona, Follonica, Ravenna, Lugo di Romagna.

   Come i bambini figli degli scioperanti di San Severo, arrestati nel 1950 per insurrezione armata contro i poteri dello Stato, per volontà del governo Scelba. Sono Severino, Dante, Zazà, che oggi parlano ricordando i fanciulli che furono in un Paese più povero e semplice, dove mangiare un gelato o un piatto di pasta erano cose che potevano emozionare. Ma è anche LA STORIA DELLE «DUE ITALIE» e di un Sud ancora socialmente arretratissimo. Fu proprio questo che spinse alcuni di quei bambini a fare una scelta drammatica: lasciare la propria terra e la propria famiglia, restare dove il destino e quei treni li avevano portati, sognando una vita migliore.

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IL TRENO DEI BAMBINI, di VIOLA ARDONE (romanzo), ed. EINAUDI, settembre 2019, euro15

IL TRENO DEI BAMBINI – Viola Ardone (ROMANZO) – È il 1946 quando Amerigo lascia il suo rione di Napoli e sale su un treno. Assieme a migliaia di altri bambini meridionali attraverserà l’intera penisola e trascorrerà alcuni mesi in una famiglia del Nord; un’iniziativa del Partito comunista per strappare i piccoli alla miseria dopo l’ultimo conflitto. Con lo stupore dei suoi sette anni e il piglio furbo di un bambino dei vicoli, Amerigo ci mostra un’Italia che si rialza dalla guerra come se la vedessimo per la prima volta. E ci affida la storia commovente di una separazione. Quel dolore originario cui non ci si può sottrarre, perché non c’è altro modo per crescere.

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IMMIGRAZIONE DAL SUD DEL MONDO ADESSO: QUALI POLITICHE DI SOLIDARIETA’ SONO PRATICABILI? 

– LA PRATICA DEI CORRIDOI UMANITARI

– RIVEDERE SUBITO IL MEMORANDUM ITALIA-LIBIA SUI MIGRANTI

 

da https://www.sositalia.it.jpg

Migranti

CORRIDOI UMANITARI: COSA SONO E COME FUNZIONANO

da https://www.sositalia.it/news/, 29/6/2018

   I corridoi umanitari sono uno tra i tanti modelli di accoglienza che gli Stati Europei hanno a disposizione come alternativa sicura e legale ai viaggi della disperazione.

   I corridoi umanitari sono un programma sicuro e legale di trasferimento e integrazione in Italia rivolto a migranti in condizione di particolare vulnerabilità: donne sole con bambini, vittime del traffico di essere umani, anziani, persone con disabilità o con patologie, oppure persone segnalate da organizzazioni umanitarie quali l’Alto Commissariato dell’Onu per i Rifugiati (UNHCR).
In un’Europa tuttora incapace di dare una risposta significativa e corale alla tragedia del crescente numero di persone che muoiono nel tentativo di raggiungere la salvezza o sono esposte a gravi abusi e sfruttamenti, i corridoi umanitari sono una via sicura e legale per l’ingresso nel nostro Paese di persone richiedenti asilo.

Come funzionano i corridoi umanitari in 4 passi

   Il primo passo spetta alle associazioni proponenti, le quali inviano sul posto esperti e volontari che, attraverso contatti diretti nei Paesi interessati dal progetto o grazie a segnalazioni provenienti da attori locali (ONG, associazioni, organismi internazionali, chiese, ecc.), predispongono una lista di potenziali beneficiari.

Ogni segnalazione viene verificata dai responsabili delle associazioni per poi essere inviata al Ministero dell’Interno italiano per un ulteriore controllo.

   Terminati i controlli, le liste dei potenziali beneficiari sono trasmesse alle autorità consolari italiane dei Paesi coinvolti le quali rilasciano, qualora ritenuto opportuno, dei “visti umanitari con validità territoriale limitata” (solo per l’Italia) ai sensi dell’art. 25 del Regolamento (CE) n. 810/2009 del 13 luglio 2009.

   Una volta arrivati in Italia, i profughi sono accolti dai promotori del progetto i quali, in collaborazione con altri partner, li ospitano in strutture disseminate sul territorio nazionale secondo il modello dell’“accoglienza diffusa” e offrono loro la possibilità di un’integrazione nel tessuto sociale e culturale, attraverso  l’apprendimento della lingua italiana, la scolarizzazione dei minorenni e altre iniziative.

Gli effetti sulla sicurezza dei corridoi umanitari

Questo metodo di accoglienza offre una piena sicurezza per chi arriva e per chi accoglie: i migranti evitano i “viaggi della morte” e di finire intrappolati nella rete dei trafficanti di esseri umani. Il Paese di ingresso, inoltre, può selezionare gli accessi attraverso gli attenti controlli effettuati dalle autorità preposte alla concessione dei visti.

Il progetto italiano

Il progetto “Apertura di corridoi umanitari” ha preso il via in Italia il 15 dicembre 2015  a seguito della firma di un Protocollo d’intesa tra la Comunità di Sant’Egidio, la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, la Tavola Valdese e il Governo italiano, ed è stato rinnovato il 7 novembre 2017.
Il progetto non pesa in alcun modo sullo Stato: i fondi per la sua realizzazione – dal sostegno economico per il trasferimento in Italia all’assistenza ai migranti una volta arrivati – provengono interamente dalle associazioni promotrici, in larga parte dall’otto per mille dell’Unione delle Chiese Metodiste e Valdesi e, per il resto, da altre raccolte e donazioni, come quelle arrivate a seguito di una campagna lanciata dalla Comunità di Sant’Egidio.
I corridoi umanitari attivati verso il Libano e il Marocco a seguito del Protocollo sottoscritto nel 2015 hanno permesso, nel biennio 2016- 2017, l’arrivo in Italia dal Libano di 1.000 richiedenti asilo, in prevalenza di nazionalità siriana. Il primo corridoio umanitario effettuato dopo il rinnovo del Protocollo nel novembre 2017 ha portato in salvo 30 persone sbarcate a Roma Fiumicino.

La nostra esperienza nel Villaggio SOS di Saronno

Il Villaggio SOS di Saronno accoglie dal 27 ottobre 2017 una famiglia siriana di dieci persone giunta in Italia attraverso i corridoi umanitari predisposti dalla Comunità di Sant’Egidio. Il periodo di accoglienza durerà 2 anni, tempo considerato utile per l’acquisizione della lingua italiana, l’integrazione nel territorio, il raggiungimento di un’autonoma sistemazione lavorativa e abitativa e, soprattutto, per la completa guarigione di uno dei bambini affetto da una grave malattia e in cura presso l’Ospedale di Monza. Il Villaggio SOS, senza alcun contributo economico pubblico, ha messo a disposizione della famiglia una casa e una rete di sostegno molto forte che l’accompagna in tutte le sfide e le difficoltà dell’integrazione.
La famiglia si è ben inserita nel Villaggio SOS e si sta abituando alla sua nuova vita. I bambini sono stati inseriti gradualmente in una scuola pubblica e, per garantire loro una più facile integrazione, vengono seguiti anche a scuola da un educatore. Di recente, poi, è nata la bambina di uno dei figli più grandi, giunto in Italia insieme alla moglie, e le è stato dato il nome di Salam, pace. Ora, dopo aver aiutato i membri della famiglia a concludere positivamente l’iter per l’ottenimento della residenza, la rete costituita dal Villaggio SOS ha come obiettivo principale quello di affiancare alcuni di loro, in particolare i ragazzi più grandi, nella ricerca di un lavoro.

I corridoi umanitari in Europa

L’iniziativa italiana si propone come modello replicabile nei Paesi dell’area Schengen. Il progetto dei corridoi umanitari ha ottenuto il plauso di diversi esponenti istituzionali, italiani e internazionali, nonché di leader religiosi, primi fra tutti Papa Francesco, e del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ed è stato insignito di prestigiosi premi, come la “Colomba d’oro per la pace”, il Premio “Terra e Pace”, il Premio “Giuseppe Dossetti” e il Premio giornalistico “Marco Luchetta”.
Corridoi umanitari sono stati realizzati anche da Francia e Belgio: due viaggi, sono stati effettuati verso Bruxelles dal Libano e dalla Turchia. Il 29 gennaio 2018 è stato effettuato dal Libano a Parigi un terzo viaggio che ha permesso a 40 persone di raggiungere la Francia in sicurezza.
L’obiettivo finale è consentire l’arrivo di 500 persone in Francia e di 150 persone in Belgio e, soprattutto, di coinvolgere al più presto altri Paesi europei.

L’appello delle ONG

Queste riflessioni hanno portato alcune importanti ONG – tra cui Amnesty International, Caritas Europa e Terre Des Hommes – a lanciare un appello alle istituzioni europee e agli Stati membri.
Partendo da una statistica dell’UNHCR e dello IOM secondo la quale più di 5.000 persone, solo nel 2016 sono morte o risultano disperse nel Mediterraneo, le ONG si rivolgono agli Stati membri delle Nazioni Unite affinché facciano del salvataggio di vite umane attraverso l’apertura e l’utilizzo di canali sicuri e legali una priorità.
Le ONG sottolineano, in particolare, come gli Stati europei abbiano a disposizione una vasta gamma di strumenti con cui garantire percorsi legali e sicuri di protezione – programmi di ammissione per motivi umanitari, visti umanitari, procedure di ricongiungimento familiare, ricollocamento dei migranti, ecc. – che permetterebbero ai migranti di non doversi affidare ai trafficanti di uomini e rischiare la vita o quella dei propri figli in viaggi della speranza condotti in condizioni disumane e ribadiscono come l’utilizzo di tali strumenti sia ancora troppo limitato. (da https://www.sositalia.it/news/)

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“PORTE APERTE: viaggio nell’Italia che non ha paura” (di Mario Marazziti, ed. PIEMME, ottobre 2019, euro 16,00)

“PORTE APERTE: viaggio nell’Italia che non ha paura” – L’ESPERIENZA DEI CORRIDOI UMANITARI, UN MODELLO DI INTEGRAZIONE CHE DÀ NUOVA VITA AI MIGRANTI E ALLE NOSTRE COMUNITÀ –   Porte aperte: della comunità, della propria casa, della mente. Le storie raccolte in questo libro iniziano così, da persone che, vincendo la diffidenza, hanno accolto in vario modo persone in fuga dalla guerra, dalle persecuzioni, dalla morte. Attraverso di loro la RETE DEI CORRIDOI UMANITARI promossi dalla COMUNITÀ DI SANT’EGIDIO, dalla FEDERAZIONE DELLE CHIESE EVANGELICHE e dalla CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA si è allargata ed è diventata il modello concreto e praticabile di una vera integrazione. MARIO MARAZZITI, esperto e protagonista di politiche sociali innovative, ha attraversato l’intero Paese, da Treviso a Palermo, visitando città e piccoli centri, per raccogliere esperienze di un tipo di accoglienza diffusa che funziona e non richiede finanziamenti pubblici e che, mentre offre una nuova vita ai profughi, fa rinascere anche le comunità locali intorno a un progetto comune.   NEL SUO VIAGGIO DÀ VOCE ALL’ITALIA CHE NON CEDE ALLA PAURA, non distoglie lo sguardo dalle sofferenze degli altri; a cittadini che a partire dalle ragioni della solidarietà e di un umanesimo profondo, hanno dato l’avvio a una significativa trasformazione sociale. E nella conclusione offre proposte operative per le politiche italiane ed europee. UN LIBRO DI STORIE AUTENTICHE che lasciano intravedere un futuro alternativo ai muri e ai porti chiusi e rappresentano l’antidoto alle narrazioni che impediscono di vedere nell’altro la somiglianza con noi stessi. (MARIO MARAZZITI, nato a Roma nel 1952, giornalista e scrittore, autore di diversi libri, è stato per anni editorialista per il Corriere della Sera, Avvenire, Famiglia Cristiana, Huffington Post e portavoce della Comunità di Sant’Egidio. Presidente del Comitato per i Diritti Umani e poi della Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati dal 2013 al 2018, è stato promotore e primo firmatario della legge di cittadinanza per i bambini immigrati (ius soli e ius culturae) e ha portato a termine, tra l’altro, la riforma delle professioni sanitarie, la legge di sostegno ai disabili gravi «Dopo di noi», e quella sul recupero degli sprechi alimentari. È cofondatore della Coalizione Mondiale contro la Pena di Morte.)

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da https://www.santegidio.org/

Ci siamo chiesti: come evitare le morti in mare di migliaia di persone, tra cui molti bambini?
La risposta è stata: creiamo dei…

CORRIDOI UMANITARI PER I PROFUGHI

   E’ un progetto-pilota, realizzato dalla Comunità di Sant’Egidio con la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, la Tavola Valdese e la Cei-Caritas, completamente autofinanziato.
Ha come principali obiettivi evitare i viaggi con i barconi nel Mediterraneo, che hanno già provocato un numero altissimo di morti, tra cui molti bambini; impedire lo sfruttamento dei trafficanti di uomini che fanno affari con chi fugge dalle guerre; concedere a persone in “condizioni di vulnerabilità” (ad esempio, oltre a vittime di persecuzioni, torture e violenze, famiglie con bambini, anziani, malati, persone con disabilità) un ingresso legale sul territorio italiano con visto umanitario e la possibilità di presentare successivamente domanda di asilo.
E’ un modo sicuro per tutti, perché il rilascio dei visti umanitari prevede i necessari controlli da parte delle autorità italiane.
Arrivati in Italia, i profughi sono accolti a spese delle nostre associazioni in strutture o case. Insegniamo loro l’italiano, iscriviamo a scuola i loro bambini, per favorire l’integrazione nel nostro paese e aiutarli a cercare un lavoro.
Da febbraio 2016 a oggi sono già arrivate quasi 2500 persone, siriani in fuga dalla guerra e dal Corno d’Africa.

 DOSSIER DEI CORRIDOI UMANITARI – aggiornato a giugno 2019. FREE DOWNLOAD
Come funzionano?
I corridoi umanitari sono frutto di un Protocollo d’intesa tra la Comunità di Sant’Egidio, la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, la Tavola Valdese, la Cei-Caritas e il governo italiano.
Le associazioni inviano sul posto dei volontari, che prendono contatti diretti con i rifugiati nei paesi interessati dal progetto, predispongono una lista di potenziali beneficiari da trasmettere alle autorità consolari italiane, che dopo il controllo da parte del Ministero dell’Interno rilasciano dei visti umanitari con Validità Territoriale Limitata, validi dunque solo per l’Italia. Una volta arrivati in Italia legalmente e in sicurezza, i profughi potranno presentare domanda di asilo.
Come sono finanziati?
I corridoi umanitari sono totalmente autofinanziati dalle associazioni che li hanno promossi.

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DOSSIER SANT’EGIDIO SUI CORRIDOI UMANITARI:

https://www.santegidio.org/downloads/Dossier-Corridoi-Umanitari-20190627-web.pdf

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IL MEMORANDUM ITALIA-LIBIA SUI MIGRANTI DA RIVEDERE

Migranti in Libia – foto da NIGRIZIA

LAGER LIBICI: IMMAGINI FUNZIONALI ALLA SOTTOMISSIONE

di Gad Lerner, da Nigrizia (aprile 2019)

   La trasmissione televisiva Piazzapulita, condotta da Corrado Formigli, ha meritoriamente dedicato ampio spazio in prima serata a filmati dei centri di detenzione per migranti in Libia.

   Con testimonianze dei reclusi, ma anche con terribili scene di tortura e interviste ai carcerieri. Questi ultimi hanno tra l’altro rivendicato di essere, parole loro, proprietari di schiavi e sfruttatori di donne condannate alla prostituzione forzata.

   La diffusione di tali messaggi, naturalmente, non può essere avvenuta senza il beneplacito di questi criminali trafficanti, i quali peraltro coincidono spesso con le autorità di polizia. Per nulla disturbati dalla cattiva fama che gliene deriva, al contrario favoriscono la circolazione di immagini spaventose considerandole funzionali alla sottomissione dei loro prigionieri. Uomini e donne che arrivano in Libia già depredati di ogni loro avere durante il viaggio nel Sahel o nel Sahara, e che hanno già assistito a numerose morti violente o per stenti durante l’itinerario compiuto.

migranti in un centro di detenzione in Libia (da IL MANIFESTO)

   Ora si tratta di convincerli, attraverso l’intimidazione, che la loro unica speranza è di sottoporsi disciplinatamente a un duro periodo di lavori forzati gratuiti, la cui retribuzione consisterà, dopo sei mesi o un anno, in un passaggio su imbarcazioni malsicure verso la sponda nord del Mediterraneo.

   Sia ben chiaro. Non critico affatto Piazzapulita né gli altri media europei che hanno trasmesso quelle immagini. Tanto i migranti che affrontano il viaggio vengono comunque bombardati con sistematicità da quella propaganda del terrore che scorre in rete fino ai loro smartphone. È bene, dunque, che l’opinione pubblica dei nostri paesi ne sia messa al corrente, anche con l’oscena brutalità di quelle immagini.

   Nessuno potrà dire che non sapeva. Neanche quei governanti che continuano a vantarsi di avere fermato gli sbarchi. SONO GLI STESSI CHE DA UN QUARTO DI SECOLO HANNO BLOCCATO I CANALI DI IMMIGRAZIONE REGOLARI E SICURI (gli unici, tra l’altro, che consentono un controllo accurato su chi arriva) regalando ai trafficanti di esseri umani, contro cui levano grida ipocrite, il monopolio assoluto sulle rotte mediterranee.

   QUEI FILMATI CI RACCONTANO L’ESITO DEGLI ACCORDI DI FINANZIAMENTO E RIFORNIMENTO ALLA GUARDIA COSTIERA LIBICA, LA QUALE OPERA NOTORIAMENTE IN SIMBIOSI CON GLI SCHIAVISTI. Chi si vanta della diminuzione del numero di morti in mare, non solo tralascia di specificare che le traversate sono diventate molto più rischiose, ma soprattutto finge di ignorare l’aumento del numero dei morti nel deserto, e il crimine contro l’umanità che si consuma nei campi di concentramento. (Gad Lerner)

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Migranti riportati in Libia

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MEMORANDUM ITALIA-LIBIA

Che cos’è il memorandum Italia Libia sui migranti e perché fa discutere

Il patto sottoscritto da Minniti ha fatto crollare gli sbarchi ma ha sollevato problemi di natura umanitaria per il trattamento a cui i profughi sono sottoposti nei campi libici

di Claudio Del Frate, da https://www.corriere.it/ del 1/11/2019

   Il 2 novembre è scattato automaticamente il rinnovo del cosiddetto memorandum tra Italia e Libia sottoscritto nel 2017 dal governo Gentiloni con il capo del governo provvisorio di Tripoli Al Serraj per limitare gli sbarchi dal Nordafrica: un patto che ha effettivamente fatto crollare il flusso lungo la rotta centrale del Mediterraneo ma che al tempo stesso è stato oggetto di ripetute critiche (di organizzazioni umanitarie, di settori della politica) per il ruolo affidato alla Libia e per le violenze e le violazioni dei diritti a cui sono sottoposti i migranti trattenuti al di là del mare. Sia il ministro degli esteri Luigi Di Maio che la collega degli interni Luciana Lamorgese ritengono possibili modifiche al trattato e la prossima settimana è prevista una discussione in Parlamento ma il documento non verrà revocato.

Cosa dice il memorandum

L’accordo è figlio della situazione vissuta dall’Italia tra il 2015 e il 2017, quando l’arrivo di migranti dalla Libia e l’attività degli scafisti erano al loro apice. Nel 2016 gli arrivi erano stati oltre 160.000 con una punta di ben 12.000 in appena 48 ore (tra il 25 e il 27 giugno 2017). Il flusso era alimentato dal fatto che la Libia non esercitava da tempo alcuna sorveglianza sulle sue coste e su questo punto si innesta in via primaria l’accordo promosso dall’allora ministro degli interni Marco Minniti. Il memorandum impegna l’Italia ad addestrare la Guardia Costiera libica, a fornirle mezzi e fondi. Quanti? Secondo il dato fornito dalla ong Oxfam sono 150 milioni di euro in 3 anni, a cui ne vanno aggiunti altrettanti forniti dall’Unione Europea.

Il crollo degli sbarchi

Gli effetti dell’accordo sono immediati: già da luglio 2017 unità navali libiche cominciano a pattugliare la loro zona Sar di competenza (ben più ampia delle semplici acque territoriali) e a riportare indietro barconi e gommoni carichi di migranti. Il numero di sbarchi in Italia – secondo i dati rintracciabili sul sito del Viminale – crolla già nel 2017 a 111.000 che diventano 22.000 l’anno successivo. A ottobre 2019 gli arrivi sono 9.600. Secondo i calcoli dell’Ispi (Istituto di studi di politiche internazionali) dall’entrata in vigore dell’accordo oltre 38.000 migranti sono stati riportati in Libia, il 50% di quelli che partiti.

Ma la Libia non è «porto sicuro»

Bilancio positivo, dunque? Non proprio ed ecco apparire l’altra faccia della medaglia. Il personale della cosiddetta Guardia Costiera è costituito da componenti delle milizie protagoniste della guerra civile, l’utilizzo dei fondi stanziati non è trasparente e si teme vada ad alimentare traffici illeciti, la qualità dei soccorsi è scarsa: i numeri di telefono da chiamare spesso squillano a vuoto, chi risponde dall’altro capo del filo spesso parla solo arabo e non inglese. Ma soprattutto: in base alla convenzione di Ginevra e in base a sentenze della Corte Europea dei diritti dell’uomo la Libia non è considerata «porto sicuro» per i richiedenti asilo: organizzazioni umanitarie hanno più volte documentato le torture, le violenze, gli stupri, le terribili condizioni di vita a cui sono sottoposte le persone ferme nei cosiddetti centri di detenzione in attesa di imbarcarsi per l’Italia; concordi sono le testimonianze di chi è arrivato in Italia. La Ue, inoltre, vieta espressamente a navi battenti bandiera di uno Stato dell’Unione di riconsegnare migranti soccorsi in mare alla Guardia Costiera libica.

Quanti migranti in Libia? (Numeri discordi)

Un altro interrogativo riguarda il numero delle persone che attendono di prendere la via del mare verso l’Italia e l’Europa. In ripetute dichiarazioni il capo del governo di Tripoli Al Serraj ha minacciato di far arrivare in Italia 600.000 persone che si trovano nei suoi campi. Rapporti dell’intelligence italiana parlano invece di 5-8.000 migranti trattenuti in quei lager. Cifre oggettivamente troppo discordanti. In più, negli ultimi mesi la rotta del Mediterraneo è mutata: sempre più barche (e di dimensioni più piccole) arrivano non più dalla Libia ma dalla Tunisia.

Realpolitik o diritti umani?

La partita, dunque, dalla prossima settimana si sposta nel parlamento italiano. Sul fronte politico italiano, esponenti sia del Pd che del M5S chiedono la cancellazione del memorandum; altri ne auspicano modifiche, ad esempio attraverso l’apertura di strutture in Libia controllate da organizzazioni internazionali. La Ue ha però già escluso l’apertura di hotspot sotto il suo controllo. La contraddizione dunque si fa evidente: da un lato l’intesa è necessaria per ragioni di Realpolitik e per non far esplodere di nuovo il problema degli sbarchi; dall’altro l’Italia deve affidare il compito di «gendarme» a un partner come la Libia, preda di un’assoluta instabilità politica e militare e totalmente al di sotto degli standard umanitari. (Claudio Del Frate, da https://www.corriere.it/ del 1/11/2019)

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MIGRANTI, SCONTRO SUL NUOVO PATTO ITALIA-LIBIA: 25 DELLA MAGGIORANZA NON CI STANNO. MEDICI SENZA FRONTIERE: «MAQUILLAGE UMANITARIO»

31 Ottobre 2019, da https://www.open.online/ Continua a leggere

CILE, UN PAESE IN CRISI (crisi di tutta l’America Latina, e di tanti Paesi del pianeta) E LA PROTESTA IMPERVERSA – Rabbia, delusione, malumori collettivi si esprimono in piazza: dal Cile a Hong Kong, dall’Egitto al Libano, fino ad arrivare all’Europa, in Catalogna: il 2019 è L’ANNO delle PROTESTE di piazza

PIÙ DI UN MILIONE DI PERSONE – 1,2 milioni secondo El Pais – sono scese per le strade, A SANTIAGO IN CILE, IL 25 OTTOBRE SCORSO, in segno di protesta CONTRO IL PRESIDENTE CILENO, SEBASTIAN PINERA. Nel centro di Santiago del Cile, la gente si è nuovamente riunita dando così vita all’OTTAVO GIORNO DI MANIFESTAZIONI INIZIATE PER L’AUMENTO DEL BIGLIETTO DELLA METROPOLITANA.  Al grido di “Il Cile si è svegliato!, I CILENI SI RIVERSANO IN PLAZA ITALIA (NELLA FOTO QUI SOPRA), il luogo per loro simbolo dei festeggiamenti. Non potendo ignorare la massiccia partecipazione e il volere della piazza, il presidente SEBASTIAN PINERA HA REVOCATO L’AUMENTO DEL BIGLIETTO DELLA METRO, annunciando UNA “AGENDA SOCIALE” CONCORDATA con i partiti politici che metta al primo posto le PENSIONI, il SALARIO MINIMO e una SANITÀ PUBBLICA più accessibile. Il Cile non registrò numeri così alti di manifestanti neppure 31 anni fa, quando le persone erano scese in piazza per opporsi al regime dittatoriale di Pinochet, che, nel frattempo (1988) indiceva un referendum per cercare di restare al potere (e lo perse).  NEI GIORNI SCORSI, NEGLI SCONTRI CON LE FORZE DELL’ORDINE 17 PERSONE SONO MORTE E A CENTINAIA SONO RIMASTE FERITE. Oltre 7mila gli arresti mentre sono stati stimati 1,4 miliardi di dollari di danni per l’economia cilena. (da https://www.open.online/ del 26/10/2019)

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CILE: SOSPESO IL COPRIFUOCO A SANTIAGO

Pinera si rallegra per la marcia ‘pacifica e allegra’ di ieri (il 25/10/2019)

(da ANSA – http://www.ansa.it/ 26/10/2019) – SANTIAGO DEL CILE, 26 OTT – Le Forze armate cilene hanno annunciato oggi la decisione di sospendere il coprifuoco in varie città fra cui Santiago del CILE, VALPARAÍSO, CONCEPCIÓN, COQUIMBO e LOS LAGOS.   In dichiarazioni a Radio BioBio, il contrammiraglio Carlos Huber ha spiegato che in sostanza questo significa che “ci manterremo vigili durante la notte, ma senza il sostegno del coprifuoco”.    Permane invece lo stato di emergenza di 15 giorni, introdotto il 19 ottobre scorso, che può essere revocato, secondo la Costituzione, unicamente dal presidente Sebastián Pinera che lo ha decretato.   Intanto il capo dello Stato si è rallegrato per “la massiccia, allegra e pacifica marcia” che secondo i media ha raccolto ieri sui principali viali di Santiago 1,2 milioni di persone.

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Militari a Santiago del Cile (da IL MANIFESTO del 22/10/2019)

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   In Cile la revoca dell’aumento del prezzo del biglietto (revoca avvenuta il 25 ottobre scorso), motivo che aveva dato fuoco alle manifestazioni in piazza di centinaia di migliaia di persone non solo nella capitale Santiago, ma anche in altre città cilene, come Valparaíso, Concepción, Coquimbo, Los Lagos… questa revoca non ha fermato la protesta, che va avanti, E ben si capisce che tale così estesa protesta (un milione e duecentomila persone manifestanti a Santiago venerdì 25 ottobre!) ha ragioni più profonde del rincaro dei prezzi della metro.

   È cominciato tutto venerdì 18 ottobre, qualche giorno dopo l’entrata in vigore dell’aumento del prezzo del biglietto della metro a Santiago del Cile (per capirci da gennaio il prezzo del biglietto -in pesos cileni-, aumentato pertanto in 10 mesi due volte, porta il biglietto da 0,52 a 1,03 euro). E nei primi giorni il governo cileno e il presidente (il miliardario Pinera) avevano sottovalutato il tutto, mandando la polizia a reprimere le manifestazioni: molti hanno visto i metodi usati dal dittatore Pinochet, al potere dal sanguinoso colpo di stato del 1973 (11 settembre) fino al 1990. Tant’è che 18 morti ci sono stati nella repressione della polizia dal 18 ottobre (2019) al 25 ottobre. Allora il presidente Pinera, rendendosi conto che la situazione era ben più grave del previsto, ora ha revocato lo stato di emergenza, abolendo l’aumento del biglietto della metropolitana, chiedendo scusa, eccetera…. Ma la protesta non si ferma. Perché non sono i 30 centesimi (di euro, e in pesos) in più del biglietto l’elemento “vero” della protesta, ma un malcontento profondo per la crescente povertà e disuguaglianza sociale in un Paese a due velocità.

Studenti entrano in una stazione della metropolitana di Santiago senza pagare il biglietto, il 18 ottobre 2019 (AP Photo/Esteban Felix) – (…..) Fonti italiane residenti in CILE da anni, anonime per motivi di sicurezza, contattate da Agi spiegano che….’L’ULTIMO AUMENTO DEL PREZZO DEL BIGLIETTO DELLA METROPOLITANA di Santiago del Cile di 0,04 dollari È SOLO LA PUNTA DELL’ICEBERG di “30 ANNI DI FURTI, EVASIONI, INGIUSTIZIE E ABUSI ISTITUZIONALIZZATI DI OGNI TIPO: DALL’EDUCAZIONE ALLA SALUTE, DALLA PREVIDENZA SOCIALE ALLE RISORSE NATURALI. Esorbitanti i costi dei servizi essenziali come gas, luce, pane, trasporto, carta igienica, paragonabili a quelli dell’Italia, solo che QUI LO STIPENDIO MINIMO NON SUPERA I 300 EURO CIRCA”, conclude la stessa fonte.(….) (Veronique Viriglio, https://www.agi.it/estero/, 26/10/2019)

   Paese a due velocità significa che chi è ricco, sta bene economicamente, può permettersi i servizi essenziali. Gli altri, la maggioranza, no. E in Cile è accaduto, da Pinochet in poi, che c’è stata una forte privatizzazione della SANITA’, dell’ISTRUZIONE, anche delle PENSIONI. E inoltre i beni di prima necessità sono aumentati di molto, e così il costo della vita è alle stelle (specie a Santiago, nella regione area metropolitana vivono quasi 7 milioni di persone, il 35% dei cileni).

SANTIAGO, capitale del CILE nonché città più grande del Paese, sorge in una valle circondata dalle cime innevate della Cordigliera delle Ande e dai rilievi della Cordigliera della Costa. Una città che riesce a connettere la modernità urbanistica di questi ultimi decenni con i tratti dei palazzi, delle strade e vie storiche. Santiago del Cile la capitale e il centro urbano più importante del Cile. L’area metropolitana della città è stata denominata GRAN SANTIAGO e corrisponde al CAPOLUOGO DELLA REGIONE METROPOLITANA DI SANTIAGO. Considerata spesso un’unica città in realtà è UNA CONURBAZIONE che comprende completamente il territorio di 26 COMUNI E PARTE DEL TERRITORIO DI ALTRI 11 COMUNI. La città è situata a un’ALTITUDINE media di 567 M S.L.M. sulle rive del MAPOCHO. Nell’anno 2014 l’estensione della conurbazione era pari a 641,4 km² e la POPOLAZIONE era pari a 6.158.080 abitanti che equivale a circa IL 35,9% DELLA POPOLAZIONE TOTALE DEL PAESE. IL COMUNE DI SANTIAGO PROPRIAMENTE DETTO, CORRISPONDENTE AL CENTRO DELLA CITTÀ, ha una superficie di 22,4 km² e 200.792 abitanti al 2002. Attualmente si stima che la “Gran Santiago” abbia 6.269.629 abitanti. Secondo le statistiche Santiago è la settima città più popolosa del Sudamerica e la 35ª area metropolitana del mondo

   Vi invitiamo ad approfondire la situazione cilena negli articoli che qui di seguito vi proponiamo, in questo post. In particolare poi, facciamo notare che lo stato di contrapposizione ed emergenza, di protesta della popolazione che c’è in Cile, non è il solo caso che sta accadendo in AMERICA LATINA. Altri Paesi, quasi tutti, vi sono coinvolti in forme diverse (Ecuador, Venezuela, Argentina, Brasile, Messico, Bolivia, Perù, Haiti, Honduras…). Ma anche in molte altre parti del mondo (Hong Kong, Libano, Egitto, Tunisia….) e anche nella nostra Europa la protesta e le manifestazioni oceaniche ci sono (come a Barcellona…).

Mezzi militari blindati a Santiago, il 20 ottobre (AP Photo/Luis Hidalgo)

   L’America Latina vive più che in altre parti del mondo adesso una stagnazione economica che non è certo positiva per il risollevarsi della popolazione (ammesso che ci siano governanti in grado e portati a fare politiche sociali). L’America Latina, nel contesto mondiale economico (ma anche politico) ha contato sempre molto poco; e adesso conta ancora meno.

La partecipazione degli indios Mapuche alle proteste antigovernative nelle strade di Santiago (da IL MANIFESTO del 25/10/2019)

    E lì, come nelle altre aree del mondo citate (praticamente tutte o quasi, se si esclude Canada, Giappone e qualche altro Paese ricco di cui arrivano poche notizie di manifestazioni…), vi è un malessere diffuso, che fino a qualche mese fa si attribuiva all’impoverimento della classe media, vittima di una globalizzazione che peraltro ha dato possibilità di uscire dalla povertà a più di un miliardo di persone, (in Cina, India…). Ma forse adesso questo paradigma della “classe media” colpita dalla crisi non basta a giustificare le proteste. Che sono, principalmente, condotte da fasce giovanili che “non ci stanno” più a un mondo che limita le loro aspirazioni.

Miguel Juan Sebastián PIÑERA Echenique, miliardario PRESIDENTE DEL CILE a partire dall’11 marzo 2018, dopo esserlo già stato dal 2010 al 2014, diventando in questo modo l’ottavo presidente del Cile ad essere rieletto – “In meno di una settimana SEBASTIÁN PIÑERA è passato dal «SIAMO IN GUERRA» al «CHIEDO SCUSA AI MIEI COMPATRIOTI». La mimica da attore consumato è stata messa in scena martedì sera, quando il presidente ha annunciato una serie di misure che sembravano fare eco alle parole della first lady Cecilia Morel, la quale in una conversazione telefonica intercettata esponeva a un’amica la necessità di diminuire i «privilegi» e «condividere con gli altri» per resistere a «un’invasione straniera, aliena». (…) (DACIL LANZA, da Il MANIFESTO del 25/10/2019)
CILE, mappa (da Wikipedia) – IL CILE MAGGIOR PRODUTTORE AL MONDO DI RAME – “Se il rame fosse dei cileni la scuola sarebbe gratuita”, ripetono da anni studenti e lavoratori di Santiago. La loro rabbia esplode periodicamente sulla base di una minima scintilla, com’è stato il rincaro della metro di 30 pesos (0,04 euro). Un malcontento profondo che mina alle radici IL PAESE PIÙ AVANZATO DEL SUDAMERICA. A chi vanno i proventi del rame cileno, la maggior risorsa del Paese? Oggi per due terzi a multinazionali estere. IL CILE È IL PRIMO PRODUTTORE AL MONDO DI QUESTO PREZIOSO METALLO

   Secondo Mario Giro (cui in questo post proponiamo un suo articolo su “https://formiche.net/ ” molto interessante), esponente della Comunità di Sant’Egidio ed ex vice ministro agli esteri nei governi precedenti (Renzi e Gentiloni), esperto di tematiche internazionali, specie dei Paesi poveri o in via di sviluppo, queste “rivolte” dei giovani così diffuse in parti così diverse del mondo (povere ma anche in quelle ricche) sono date da un malessere dei giovani che si tramuta in rivolta, perché essi hanno una forte “sensazione di tradimento degli adulti (come del resto esprime bene Greta Thunberg nella protesta sui cambiamenti climatici) perché sentono (le fasce giovanili) che la generazione precedente sta lasciando loro un mondo ben peggiore di quello che avevano ereditato”. Come non essere d’accordo su quest’analisi.

   Ora il da farsi, creare le condizioni di un mondo più giusto, superare le povertà, la mancanza di prospettive e opportunità, è cosa non da poco, ma cui dovremmo tutti impegnarci all’interno delle nostre possibilità. (s.m.)

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COSA STA SUCCEDENDO IN CILE

di VERONIQUE VIRIGLIO, da https://www.agi.it/estero/, 26/10/2019

– DOPO OTTO GIORNI DI PROTESTE IL PRESIDENTE PINERA CEDE ALLE PRESSIONI E ANNUNCIA UN RIMPASTO DI GOVERNO. Una decisione che potrebbe decretare la fine della crisi. Ma la protesta va avanti, e ciò che la muove ha ragioni più profonde del rincaro dei prezzi della metro, che aveva dato il via alle manifestazioni – 

   All’ottavo giorno di proteste, il presidente Sebastian Pinera ha ceduto alla pressione della strada: sospeso il coprifuoco in vigore da una settimana nell’area metropolitana di Santiago del Cile e annunciato un rimpasto di governo. Ieri oltre un milione di persone si è riversata sulle strade di Santiago per protestare contro il carovita.

   “Abbiamo tutti recepito il messaggio. Siamo tutti cambiati e con l’aiuto di Dio prenderemo una strada verso un Cile che sia migliore per tutti” ha reagito su Twitter il presidente Pinera, dopo quella che si ritiene la più grande manifestazione del Paese, con un milione di persone in piazza a Santiago, il 5% della popolazione totale dello Stato. Continua a leggere

GEOGRAFICAMENTE in pillole – La CARTA GEOGRAFICA: è un’invenzione della realtà, non la rappresentazione – MAPPA come messaggio di chi la produce: realtà disegnata che nasce dalla personalità del cartografo, dai limiti imposti dall’editore, dal momento storico – L’Elemento Naturale liquido come rappresentato nell’ “ATLANTE GEOPOLITICO DELL’ACQUA”

(foto da http://www.expo2015.org/) – SE GLI ALIENI GUARDASSERO IL NOSTRO PIANETA, NON LO CHIAMEREBBERO TERRA. LO CHIAMEREBBERO ACQUA. Nel globo terracqueo l’azzurro elemento domina, anche se la porzione a disposizione degli uomini è minuscola e sta pure lentamente diminuendo. – L’acqua copre il 71 per cento della superficie della Terra, di cui il 97,5 per cento è salata, e occupa un volume enorme, un miliardo e mezzo di chilometri cubi. Tutte le acque del pianeta, degli oceani, dei fiumi, del sottosuolo e dell’atmosfera, sono connesse tra loro. Ovunque le acque circolano e si rinnovano nel tempo. I tempi medi di questo scorrere sono davvero diversi. Una singola molecola d’acqua permane nelle più profonde falde sotterranee in media per millenni; negli oceani si prolunga per centinaia d’anni; in atmosfera non supera i 4 giorni. (da http://www.expo2015.org/ )

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GLI ACQUIFERI DEL PIANETA – da Atlante Geopolitico dell’Acqua, Hoepli ed. 2019

PER FAR LA CARTA CI VUOLE IL LEGNO

di RICCARDO PRAVETTONI, da https://www.ilpost.it/ del 27/9/2019

   La carta geografica, la mappa, intesa come strumento della disciplina cartografica, è oggetto della più o meno consapevole e sicuramente irresistibile fascinazione da parte dell’Uomo di tutte le epoche e di (quasi) tutte le culture. Ed è anche uno degli oggetti la cui definizione è allo stesso tempo estremamente semplice e universale quanto ampia e inclusiva. In Italia la si chiama spesso “cartina”, un diminutivo che oltre a far innervosire i geografi evoca la mancanza di una vera tradizione cartografica contemporanea. Lo si vede nelle edicole, negli insegnamenti universitari, o lo si sente se si è fatta un’esperienza di studio o lavoro in altri Paesi europei come la Francia o la Gran Bretagna in cui la carta ha un ruolo notevole in quello che oggi viene chiamato information design.

   Cos’è allora una mappa, una carta? Per quanto mi riguarda è “un formidabile dispositivo ontologico”(1). Produce significato, inventa la realtà anziché semplicemente rappresentarla, e quindi si presta a quella sostituzione tra oggetto e soggetto che manda in confusione la modernità. Prima vittima illustre: Cristoforo Colombo, che nega l’evidenza perché una delle carte migliori dell’epoca diceva il contrario di quello che i suoi occhi videro. Semplificando di moltissimo le cose, la mappa è quell’artefatto di natura umana e a vocazione divina (alla quale cioè crediamo incondizionatamente e a volte contro l’evidenza empirica) che ci dice cosa esiste e cosa non esiste. Nel gergo anglosassone l’espressione “you are not on the map” rivela quanto potente sia l’ontologia cartografica: per esistere nella realtà un oggetto deve prima esistere sulla carta geografica. Seguendo il ragionamento inverso, cosa c’è di più facile allora se non cambiare la carta per cambiare la realtà? Ce lo ha dimostrato Donald Trump qualche giorno fa improvvisandosi cartografo, pennarello alla mano, e cambiando la rotta dell’uragano Dorian.

LAGO CIAD, prosciugato dal clima e inondato dal conflitto (da Atlante Geopolitico dell’Acqua, Hoepli ed. 2019)

   La carta è un arte-fatto, un dispositivo la cui realizzazione per secoli è stata legata alla produzione artistica (da qui uno dei vari aspetti della fascinazione che esercita) e tantissimi sono gli esempi di carte realizzate da personaggi passati alla storia come artisti piuttosto che come cartografi (con l’eccezione di Leonardo, al quale l’etichetta di artista va sicuramente molto stretta attorno al polso del suo genio). Similmente a un dipinto la mappa è fatta di elementi retorici visuali che anche se utilizzati con modalità e tecniche differenti sono gli stessi utilizzati dal pittore, dall’illustratore o in tempi più recenti dal grafico.

   Una mappa è fatta di punti e di linee, di superfici nello spazio (ne dovrebbe sapere qualcosa Kandinsky) e di forme, di colore e di texture, di contrasto e saturazione, di luce e prospettiva. E di nomi, a indicare simboli e convenzioni. Allo stesso modo di un’illustrazione la mappa esprime un’intenzione – se vogliamo politica – un messaggio implicito e uno esplicito.

   Il primo è dovuto al fatto che la mappa è creazione umana, quindi per natura soggettiva: il cartografo opera una selezione delle informazioni da rappresentare e taglia la realtà a suo piacimento, procedendo per sottrazione cosi come fa lo scultore che parte da un blocco di legno massiccio.

   Il secondo è dato dal contenuto mostrato dalla mappa (soprattutto dalle mappe tematiche contemporanee) in cui la base cartografica, il planisfero o qualsiasi altra forma terrestre, serve da palcoscenico per l’informazione che si mette in scena, per la narrazione che ci si costruisce sopra. Se i punti in comune tra cartografia e illustrazione sono molti, una distinzione spicca tra tutte: la carta ha bisogno di un’informazione precostituita. Sia questa quantitativa o qualitativa, geo-referenziata (relative a un sistema di coordinate) oppure no, la mappa mostra un’informazione acquisita a priori; l’informazione è contemporaneamente inizio e fine (nel senso di obiettivo) di una rappresentazione cartografica.

Land water grabbing (da Atlante Geopolitico dell’Acqua, Hoepli ed. 2019)

   Tra informazione e aspetto estetico della mappa esiste una relazione diretta e indivisibile suggellata dal cartografo. Il segno scelto per la rappresentazione di un certo tipo di dato, il colore, lo spessore della linea o la sua visibilità rispetto al suo intorno determina l’informazione stessa, l’efficacia della comunicazione, il suo aspetto cognitivo, le intenzioni e le implicazioni politiche.

   Partendo dalle stesse informazioni due cartografi diversi produrranno due mappe diverse a seconda del loro trascorso, delle loro opinioni personali, dei limiti imposti dal loro editore, della cultura in cui operano, del peso che l’argomento che stanno affrontando ha nella loro scala di valori personale e così via. Ognuno di questi aspetti impone una scelta, una selezione, una presa di posizione più o meno parziale e consapevole.  Obbliga cioè il cartografo a scolpire legno per ricavare carta.

   Attrezzi alla mano (quelli del pittore, dello scultore, dell’illustratore, del critico, del giornalista…) la carta prende forma e si rivela uno straordinario mezzo di comunicazione che racchiude in se una quantità “selezionata” e compressa di informazioni messe insieme per raccontare un determinato evento.

   In una singola pagina (stampata o su schermo) la mappa può racchiudere decine di resoconti, centinaia di tabelle, un rapporto tecnico di parecchie pagine sul cambiamento climatico o il resoconto di viaggio di trenta migranti che hanno attraversato il Sahara e la Libia per arrivare in Europa, e lo fa consapevole del fatto che per mostrare quelle informazioni, per raccontare quella storia li, è probabilmente il mezzo più adatto.

   Poi certo, si regge quasi tutto sull’accuratezza dell’informazione, la correttezza del metodo e la buonafede del cartografo. Come per ogni altro prodotto d’informazione. (Riccardo Pravettoni)

(1)Farinelli, F., Geografia, Einaudi 2003

L’Atlante Geopolitico dell’Acqua, di Riccardo Pravettoni, Emanuele Bompan, Federica Fragapane e Marirosa Iannelli, è stato pubblicato nel settembre scorso dalla casa editrice Hoepli

ATLANTE GEOPOLITICO DELL’ACQUA: WATER GRABBING, DIRITTI, SICUREZZA ALIMENTARE ED ENERGIA – UN VIAGGIO VISIVO E DI RICERCA attraverso il concetto di bene comune e diritto umano all’acqua negli eterni confiitti per l’oro blu, tra accaparramento, trasformazioni dell’energia e analisi degli sprechi. L’ACQUA È ELEMENTO INDISPENSABILE per la vita sulla Terra: una risorsa preziosa da sempre oggetto di contese, confiitti e depauperamento; QUESTO LIBRO È UN ATLANTE NEL SENSO CONTEMPORANEO del termine: tematico e geopolitico, fortemente orientato all’information design e alla sensibilizzazione su un tema molto chiaro: il diritto all’acqua è il futuro del pianeta. In 14 capitoli si intrecciano FOTO DI REPORTAGE D’AUTORE, INFOGRAFICHE E MAPPE per raccontare in chiave geopolitica LE MAGGIORI CRITICITÀ LEGATE AI SISTEMI IDRICI: il CICLO dell’acqua; l’acqua INTORNO A NOI; i GRANDI FIUMI; i GRANDI LAGHI; MARI e OCEANI; i CAMBIAMENTi climatici; l’acqua virtuale; AGRICOLTURA e sicurezza alimentare; una goccia elettrica; i GRANDI SBARRAMENTI; water grabbing e DIRITTI UMANI; salute e igiene; l’ACQUA in bottiglia.

GLI AUTORI

Emanuele Bompan Giornalista ambientale e geografo. È direttore responsabile di “Renewable Matter” e i suoi pezzi appaiono su “La Stampa”, “il Sole24Ore”, “Linkiesta”, “LifeGate” e “Oltremare”. Collabora con l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS) e il Water Grabbing Observatory.


Federica Fragapane Information designer. I suoi progetti sono stati pubblicati su “Corriere della Sera – La Lettura”, “La Stampa”, “BBC Science Focus”, “Scientific American”, “Wired US” ed “El País”. Ha collaborato con le Nazioni Unite e lavorato a progetti editoriali per National Geographic Kids e Penguin Books USA.


Marirosa Iannelli Presidente di Water Grabbing Observatory e progettista ambientale specializzata in cooperazione internazionale e water management. Sta svolgendo un dottorato di ricerca europeo con un progetto su cambiamenti climatici e governance delle risorse tra Africa e Sudamerica.


Riccardo Pravettoni Geografo e cartografo, lavora per il Norwegian Center for Global Analyses (RHIPTO). Co-autore del rapporto IPCC sul clima, collabora con Le Monde. Ha pubblicato i suoi lavori su “The Guardian”, “Le Monde Diplomatique”, “El País”, “L’Obs”, “Il Post” e “La Stampa”.