SICCITÀ e DESERTIFICAZIONE: effetti più riscontrabili del CAMBIAMENTO CLIMATICO, a sua volta causato dall’aumento di Co2 – Ma siamo sicuri che tutto si risolva con nuove tecnologie (desalinizzatori, invasi d’acqua, auto elettriche contro la Co2) e non con un drastico cambiamento del modo di vita di spreco?

LA DESERTIFICAZIONE È UNO DEGLI EFFETTI PIÙ DANNOSI DEL CAMBIAMENTO CLIMATICO, perché la mancanza di acqua crea problemi di approvvigionamento idrico e insicurezza alimentare. Sempre più persone si trovano per questo costrette a migrare. (da https://www.openpolis.it/, 17/6/2022) (l’immagine è ripresa da https://www.meteoweb.eu/)

………………………………………

MAPPA DELLA SICCITA’, LIVELLO DI RISCHIO; da ANSA del 22/6/2022

……………………………

Intervista di LUCA MERCALLI di FANPAGE

“SAREMO PROFUGHI CLIMATICI COME GLI ETIOPI SE NON RIDURREMO LE EMISSIONI DI CO2”

A cura di Davide Falcioni, 17/6/2022, da https://www.fanpage.it/

   L’allarme di Luca Mercalli: “Siamo già in emergenza climatica e ogni giorno che perdiamo aumenta la quantità di anidride carbonica nell’atmosfera. Dobbiamo paragonare il nostro pianeta a un malato grave, bisogna intervenire subito per curarlo. Stasera stessa, non tra un anno”.

   “Ci stiamo avvicinando sempre più alla catastrofe climatica. Dovremmo parlarne tutti i giorni, dovrebbe essere la notizia di apertura di tutti i giornali. Invece…“.

   A parlare, intervistato da Fanpage.it, il climatologo Luca Mercalli all’indomani delle ennesime disastrose notizie sul fronte ambientale: sulle Alpi non c’è più un filo di neve, i livelli dei fiumi e laghi del nord Italia sono ai minimi storici, le temperature sono significativamente più alte rispetto alla media stagionale e la siccità sta già imponendo – e siamo solo a giugno – il razionamento dell’acqua. Ci sembra grave, e lo è: eppure è niente rispetto a quello che ci attende nei prossimi anni se non invertiremo subito rotta. “Dobbiamo abbattere le emissioni di CO2, dobbiamo cominciare a farlo stasera stessa, non tra 10 anni”.

Professore, il Po è in secca, i livelli dei laghi sono ai minimi storici, sulle Alpi non c’è più neve. Perché?

Le cause dell’attuale siccità risiedono nella circolazione atmosferica generale che, a partire dallo scorso dicembre, si è bloccata in una situazione poco evolutiva. Così tutta l’Europa è sotto una struttura di alta pressione che tiene alla larga le perturbazioni ricche di umidità provenienti dagli oceani, quelle che dovrebbero portare le piogge. Lo stallo dura da sei mesi: le ondate di caldo africano non fanno altro che peggiorare la situazione idrica. Un conto è avere siccità con temperature fresche, un altro con temperature anomale, superiori di almeno tre gradi rispetto alle medie del periodo: ciò infatti genera un’ulteriore necessità di acqua per l’agricoltura, le attività industriali e quelle domestiche. Il problema è che non si vede una soluzione a breve termine.

Cosa ci attende nei prossimi mesi?

Non c’è più neve sulle Alpi quindi la disponibilità di acqua si ridurrà ulteriormente. Riguardo i prossimi mesi è difficile essere accurati: le previsioni stagionali hanno un’affidabilità modesta, ma tutto lascia pensare che questa sarà un’estate calda e senza piogge almeno fino alla fine di settembre.

E cosa dobbiamo aspettarci invece nei prossimi anni?

La crescita delle temperature sta già causando la fusione dei ghiacci della Groenlandia, dell’Antartide e delle montagne di tutto il mondo: ciò provoca l’aumento dei livelli di mari e oceani, fenomeno a cui contribuisce anche il caldo stesso incrementando il volume delle acque. Di fatto, i livelli dei mari salgono di 4 millimetri ogni anno. In un Paese con 8mila chilometri di coste come l’Italia si possono ben immaginare le conseguenze. Senza politiche di riduzione delle emissioni di Co2 tra una trentina d’anni chi vive nel Delta del Po o nella laguna veneta dovrà scappare perché avrà il mare nel salotto di casa.

Quanto tempo abbiamo per invertire la rotta?

Non ne abbiamo più, lo ripetiamo da anni. Siamo già in emergenza climatica e ogni giorno che perdiamo aumenta la quantità di anidride carbonica nell’atmosfera. Dobbiamo paragonare il nostro pianeta a un malato grave, bisogna intervenire subito per curarlo. Stasera stessa, non tra un anno. Il tempo che ci resta perché la “terapia” sia efficace è una decina d’anni: dopodiché non servirà più e i parametri fisici sceglieranno la loro strada definitiva. La temperatura media del pianeta aumenterà di oltre due gradi, limite stabilito dagli accordi di Parigi: se rimarremo sotto quella soglia le generazioni future potranno avere una vita accettabile; se la supereremo invece le conseguenze saranno catastrofiche.

Di “catastrofe” parlava mesi fa anche il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres.

Sì. Disse testualmente che l’insostenibilità del sistema energetico globale “ci avvicina sempre più alla catastrofe climatica”. Spiegò che ormai ogni minuto conta, che ogni chilo di CO2 è importante, che dobbiamo fare in fretta. Peccato che le sue parole non siano state l’apertura dei giornali di tutto il mondo. Eppure dovremmo averlo capito: quella del cambiamento climatico non è una notizia “ancillare”. È LA NOTIZIA, lo scriva in maiuscolo per favore. Dovremmo chiederci ogni giorno cosa abbiamo fatto per il clima, dovremmo dire che abbiamo un ministro della transizione ecologica impresentabile. Dovremmo chiedere al governo cosa sta facendo per il clima. La risposta è “niente”.

Saremo anche noi italiani profughi climatici, come etiopi o somali?

Sì. Lo saremo. C’è un bel libro di un autore italiano, Bruno Arpaia. Si intitola “Qualcosa là fuori”, è un romanzo, racconta l’emigrazione dei napoletani in Svezia alla fine di questo secolo per scappare dall’Italia desertificata, con tanto di scafisti sul Mar Baltico e razzisti svedesi che sparano loro addosso. È un romanzo, ma è molto realistico.

Professore, lei è anche un No Tav. Si dice che quell’opera permetterà di trasportare merci su gomma anziché su rotaia riducendo di conseguenza l’inquinamento. È così?

No. Quell’opera non serve a niente, non ha nessuna finalità ambientale come invece viene propagandato dai suoi promotori. Per realizzare i 57 chilometri di tunnel dell’alta velocità verranno emessi, da oggi al 2035, 10 milioni di tonnellate di CO2. Questo dato è stato fornito dai promotori stessi della Tav e molto probabilmente è sottostimato. Ma prendiamolo per buono e facciamo finta sia vero: quelle emissioni peggioreranno il clima. I promotori lo sanno ma dicono che si recupererà, tuttavia serviranno almeno 30 anni di servizio, quando comunque i camion saranno elettrici o a idrogeno. Dobbiamo abbattere drasticamente le emissioni subito, non tra 50 anni, né tra 30. Subito. Le emissioni dovranno essere zero nel 2050. (da https://www.fanpage.it/)

…………………..

SICCITÀ: salato il DELTA DEL PO, a rischio i bacini dell’acqua potabile (foto da “la Repubblica”)

………………………………

“(…) LE CAUSE DELL’ATTUALE SICCITÀ RISIEDONO NELLA CIRCOLAZIONE ATMOSFERICA generale che, a partire dallo scorso dicembre, si è bloccata in una situazione poco evolutiva. Così tutta l’EUROPA È SOTTO UNA STRUTTURA DI ALTA PRESSIONE CHE TIENE ALLA LARGA LE PERTURBAZIONI ricche di umidità provenienti dagli oceani, quelle che dovrebbero portare le piogge. Lo stallo dura da sei mesi: le ondate di caldo africano non fanno altro che peggiorare la situazione idrica. Un conto è avere siccità con temperature fresche, un altro con temperature anomale, superiori di almeno tre gradi rispetto alle medie del periodo: ciò infatti genera un’ulteriore necessità di acqua per l’agricoltura, le attività industriali e quelle domestiche. Il problema è che non si vede una soluzione a breve termine. Cosa ci attende nei prossimi mesi?  Non c’è più neve sulle Alpi quindi la disponibilità di acqua si ridurrà ulteriormente. Riguardo i prossimi mesi è difficile essere accurati: le previsioni stagionali hanno un’affidabilità modesta, ma tutto lascia pensare che questa sarà un’estate calda e senza piogge almeno fino alla fine di settembre. (…)” (LUCA MERCALLI, intervistato da Davide Falcioni, da da https://www.fanpage.it/ del 17/6/2022) (L’IMMAGINE QUI SOPRA, ALTA E BASSA PRESSIONE, è tratta da https://www.ecoage.it/)

…………………………..

QUEI RIMEDI SBAGLIATI CONTRO LA SICCITÀ

di Mario Tozzi, da “la Stampa” del 22/6/2022

   Visto che il Gran Secco in Italia imperversa, ecco che iniziano a venire fuori le soluzioni più fantasiose per porre rimedio a una siccità come mai se ne erano registrate nell’ultimo secolo. Invece di studiare una gestione complessiva delle acque dolci durante il resto dell’anno, noi lo facciamo regolarmente e rigorosamente solo in emergenza: lo stesso atteggiamento che riserviamo al clima, alla fine delle risorse, al depauperamento della biodiversità.

   Come se non ci fossero stati dati scientifici e ricercatori a ribadire gli elementi di crisi anche con un buon anticipo. A testimonianza ulteriore che: a) le emergenze ambientali nel nostro paese non esistono fino al momento in cui diventano troppo gravi, e allora si possono continuare a ignorare, tanto il problema è troppo complesso; b) non siamo assolutamente in grado di gestire le risorse, avendo sposato l’incomprensibile idea che esse siano infinite; c) perduriamo nell’ignoranza dei sistemi naturali e li riduciamo a contingenze ingegneristiche o economiche, non potendomi pronunciare su quali delle due sia quella peggiore.

   Il cambiamento climatico cambia i tempi del ciclo dell’acqua sulla Terra e diminuisce la permanenza nei fiumi, nei laghi e nelle falde sotterranee, contribuendo alla siccità più estrema, al propagarsi degli incendi e alla morte dei fiumi. Questo cambiamento, è bene ribadirlo, non è come quelli del passato e dipende dalle nostre attività produttive.

   Però l’abuso e lo spreco di acqua da parte dei sapiens procurano danni ancora più gravi, danni che non riconosciamo subito perché non avvengono tanto al rubinetto di casa (l’acqua potabile ammonta al 20% scarso dell’uso complessivo), quanto nelle campagne, negli allevamenti e nel settore industriale.

   E’ l’acqua occulta, quella contenuta in beni, servizi e merci che nessuno misura ma che cambia gli ordini di grandezza dei consumi: se a ciascuno di noi possiamo attribuire 50-60 litri al giorno per bere e lavarci, quando mettiamo insieme tutti gli usi dell’acqua, arriviamo tranquillamente a 5000 litri/persona. Al giorno.

   Ecco dov’è il problema. Tutte cifre e ragionamenti noti da tempo che, però, non hanno impedito a chi ci amministra di fare finta di nulla, sperando nel classico stellone italico e proponendo oggi, in emergenza, soluzioni come il travaso di acque dai laghi alpini al Po, la canalizzazione di acque svizzere, la desalinizzazione dell’Adriatico e magari pure del Tirreno, lo svuotamento dei bacini idroelettrici, il recupero delle acque dei distretti minerari.

   Nessuna di queste è una soluzione praticabile a breve, ma, fatto più grave, si tratta di palliativi che peggiorerebbero il complesso della situazione idrogeologica di un paese tradizionalmente ricco di acque che si è giocato un patrimonio collettivo anche sposando scelte produttive poco comprensibili se non in logiche di mero profitto, come il passaggio a colture particolarmente idrovore.

   Desalinizzare, per esempio, va bene nelle piccole isole, ma non sulla riviera adriatica: quanta energia ci vuole e quanto costa? A prezzo di quali emissioni? E dove mettiamo i residui inquinanti e le salamoie? Scambiare i fiumi per canali abbracciando improbabili travasi transalpini o padani avrebbe conseguenze ecosistemiche di cui non conosciamo la portata, quando proprio ora è prioritario conservare l’integrità di un mondo naturale che ci garantisce la qualità di quelle stesse acque. Abbiamo prosciugato le falde e i fiumi oltre ogni limite e ora vorremmo riempirli come fossimo bambini capricciosi col secchiello cui stanno per levare il mare. (Mario Tozzi, da “la Stampa” del 22/6/2022)

………………………..

– 55 milioni di persone ogni anno sono esposte a siccità e desertificazione, secondo l’Oms.
– 216 milioni di persone potrebbero essere costrette a migrare entro il 2050, a causa della siccità e degli eventi a essa connessi, secondo le stime della Banca mondiale.
L’INDICE SPEI (STANDARDIZED EVAPOTRANSPIRATION INDEX), o INDICE DI SICCITÀ MEDIA, è uno dei principali indicatori utilizzati per misurare desertificazione e siccità. Permette di quantificarne gli effetti su ecosistemi, coltivazioni e risorse idriche. Qui, è calcolato a livello annuale. Tiene conto sia delle precipitazioni che della potenziale evapotraspirazione dell’acqua e del loro contributo nella generazione di siccità. I dati si riferiscono ai cambiamenti previsti per gli anni 2040-2059 rispetto ai valori degli anni 1986-2005. I valori positivi (colore più scuro) indicano un grado sufficiente di umidità e quelli negativi (colore chiaro) una maggiore aridità. FONTE: elaborazione openpolis su dati Banca mondiale  (ultimo aggiornamento: lunedì 13 Giugno 2022) (nell’immagine qui sopra INDICE SPEI, da https://www.openpolis.it/)

……………………………

CLIMA, CONFLITTI E MIGRAZIONI (foto da https://blog.pltpuregreen.it/) “(…) Come afferma l’Unccd (United nations convention to combat desertification), la siccità ha un forte impatto ambientale, danneggiando gli ecosistemi, ma anche numerosi effetti secondari che ricadono sulle popolazioni che ci vivono. Spesso è infatti all’origine di carestie, sfollamenti e conflitti. (…)” (da https://www.openpolis.it/, 17/6/2022)

…………………………..

DESERTIFICAZIONE E SICCITÀ RENDONO MOLTE AREE OSTILI ALLA VITA UMANA

da https://www.openpolis.it/ , 17/6/2022

– La desertificazione è uno degli effetti più dannosi del cambiamento climatico, perché la mancanza di acqua crea problemi di approvvigionamento idrico e insicurezza alimentare. Sempre più persone si trovano per questo costrette a migrare –

   Uno degli effetti più evidenti del cambiamento climatico è la desertificazione. Sono sempre più frequenti i periodi di siccità e molte zone della Terra stanno gradualmente diventando più aride e inospitali per molte specie tra cui la nostra.

   Alcuni dei paesi maggiormente colpiti da questi fenomeni sono tra i più poveri della Terra. Se poi consideriamo che gli eventi climatici estremi hanno anche numerosi effetti secondari, portando a conflitti e disordini sociali e politici, capiamo in che modo la desertificazione costringa moltissime persone ad abbandonare la propria abitazione, per cercare altrove una vita migliore.

La siccità, uno degli effetti più nocivi del cambiamento climatico

La mancanza di acqua è uno degli eventi climatici più frequenti e in assoluto più dannosi che il cambiamento climatico contribuisce a causare. Secondo il centro euromediterraneo sui cambiamenti climatici (Cmcc), come capacità di devastazione del territorio, delle infrastrutture e della vita animale e umana sulla Terra è seconda solo a tempeste e alluvioni.

   Come afferma l’Unccd (United nations convention to combat desertification), la siccità ha un forte impatto ambientale, danneggiando gli ecosistemi, ma anche numerosi effetti secondari che ricadono sulle popolazioni che ci vivono. Spesso è infatti all’origine di carestie, sfollamenti e conflitti.

   La siccità di per sé è un evento climatico che ciclicamente è normale si verifichi. Tuttavia, negli ultimi anni gli episodi di estrema siccità hanno vessato sempre di più la Terra, lasciando costi elevatissimi da pagare e tracce profonde, come evidenziato dall’organizzazione mondiale per la sanità (Oms). E le previsioni per il futuro prossimo, purtroppo, confermano questa tendenza.

Come si misurano siccità e desertificazione

L’aridità del suolo è un fenomeno complesso, cui contribuiscono molte cause e da cui scaturiscono molteplici effetti. Conseguentemente, sono numerosi gli indicatori ad oggi utilizzati per misurarla. I fattori che vengono presi in analisi sono principalmente: le precipitazioni, le temperature medie, l’umidità del suolo e l’impatto sulle coltivazioni. Elementi che gli indicatori rapportano tra loro con variabili gradi di complessità.

   Uno degli indicatori più diffusi è lo standardized precipitation index (Spi) che quantifica la siccità da un punto di vista meteorologico, misurando le anomalie nell’accumulo di precipitazioni, solitamente con cadenza mensile. Un avanzamento di questo indicatore è lo standardized precipitation and evapotranspiration index (Spei), che aggiunge il fattore dell’evapotraspirazione potenziale.

   Secondo la definizione fornita dall’Ispra, l’evapotraspirazione corrisponde alla quantità di acqua che si trasferisce in atmosfera per i fenomeni di traspirazione della vegetazione e di evaporazione diretta dagli specchi. Si parla di evapotraspirazione potenziale quando il contenuto d’acqua nel terreno non costituisce un fattore limitante e può variare a seconda delle caratteristiche climatiche (temperatura, vento, umidità relativa, ecc.). In sintesi, rappresenta la massima quantità di acqua che può essere trasformata in vapore dal complesso dei fattori atmosferici e dalla vegetazione di un determinato territorio.

In oltre il 70% dei paesi del mondo la siccità è in aumento

Le previsioni sulla variazione di umidità per gli anni 2040-2059 rispetto agli anni 1986-2005

Stando ai dati della Banca mondiale, l’anomalia prevista per gli anni 2040-2059 rispetto alla media del periodo 1986-2005 sarebbe nella maggior parte dei paesi del mondo caratterizzata da una notevole aridità.  Sono appena 52 su 193 gli stati in cui il dato è invece positivo, e si tratta perlopiù di piccole isole, che ospitano una porzione molto ridotta della popolazione mondiale.

   In 140 nazioni invece le previsioni anticipano una crescente aridità. Alcune zone risultano particolarmente colpite, soprattutto quelle che già oggi sono desertiche, come l’Africa settentrionale e il Medio oriente. Ma anche Asia centrale, Africa meridionale, Australia e alcune aree dell’America centrale presentano valori negativi elevati.

   A registrare una tendenza opposta, verso una maggiore umidità, sono Canada, Russia e la Scandinavia, oltre ad alcuni stati dell’Asia sud-orientale (Filippine, Cambogia, Indonesia e Tailandia) e orientale (Giappone e Corea in particolare).

Le migrazioni causate dalla siccità

La siccità è un fenomeno fortemente sottostimato, nonostante comporti numerosi effetti secondari a catena, che come accennato non si limitano al danneggiamento degli ecosistemi ma hanno un impatto profondo anche sulla vita delle comunità.

   La siccità causa insicurezza alimentare.

   Può causare infatti difficoltà di approvvigionamento idrico, danni al settore agricolo e, di conseguenza, una situazione di insicurezza alimentare. Tutto ciò contribuisce ad aggravare – soprattutto in territori già instabili – conflitti e disordini. Una caratteristica che anche l’organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) considera tipica degli eventi climatici.

   Tutto questo fa sì che molte persone siano costrette, a causa di eventi legati alla desertificazione della Terra, ad abbandonare la propria abitazione per cercare altrove condizioni di vita migliori. Come riporta l’organizzazione meteorologica mondiale, le stime realizzate dalla Banca mondiale nel 2021 anticipano che la siccità e i fattori a essa legati potrebbero portare oltre 200 milioni di persone a migrare.

   216 milioni di persone potrebbero essere costrette a migrare entro il 2050, a causa della siccità e degli eventi a essa connessi, secondo le stime della Banca mondiale.

   Da sottolineare che nella maggior parte dei casi, queste persone non arrivano a oltrepassare i confini del proprio paese. Si parla quindi di “sfollati interni”.

   Lo sfollato interno è una persona costretta o obbligata a lasciare il luogo di residenza abituale a causa di conflitti, violenze o disastri naturali, e che si è mossa all’interno dello stesso paese di provenienza.

   Alcuni dei paesi più colpiti da questi disastri naturali rientrano tra quelli più esposti al rischio di insicurezza alimentare e sono anche paesi considerati prioritari dalla cooperazione italiana.

   Si tratta di Afghanistan, Somalia, Sud Sudan, Etiopia, Kenya, Pakistan e Iraq, come abbiamo approfondito in un recente articolo su questo tema. (da https://www.openpolis.it/, 17/6/2022)

……………………

(BRUNO ARPAIA, “QUALCOSA LÀ FUORI”, GUANDA ed., 2016, euro 16,00 – “(…) C’è un bel libro di un autore italiano, Bruno Arpaia. Si intitola “Qualcosa là fuori”, è un romanzo, racconta l’emigrazione dei napoletani in Svezia alla fine di questo secolo per scappare dall’Italia desertificata, con tanto di scafisti sul Mar Baltico e razzisti svedesi che sparano loro addosso. È un romanzo, ma è molto realistico. (…)” (LUCA MERCALLI, intervistato da Davide Falcioni, da da https://www.fanpage.it/ del 17/6/2022)

……………………………

“(…) LA CRESCITA DELLE TEMPERATURE STA GIÀ CAUSANDO LA FUSIONE DEI GHIACCI DELLA GROENLANDIA, DELL’ANTARTIDE E DELLE MONTAGNE DI TUTTO IL MONDO: ciò provoca l’AUMENTO DEI LIVELLI DI MARI E OCEANI, fenomeno a cui contribuisce anche il caldo stesso incrementando il volume delle acque. Di fatto, i livelli dei mari salgono di 4 millimetri ogni anno. In un Paese con 8mila chilometri di coste come l’Italia si possono ben immaginare le conseguenze. SENZA POLITICHE DI RIDUZIONE DELLE EMISSIONI DI CO2 tra una trentina d’anni CHI VIVE NEL DELTA DEL PO O NELLA LAGUNA VENETA DOVRÀ SCAPPARE perché avrà il mare nel salotto di casa. (…)” (LUCA MERCALLI, intervistato da Davide Falcioni, da da https://www.fanpage.it/ del 17/6/2022) (nella FOTO qui sopra: IL GHIACCIAIO DELLA MARMOLADA, ORAMAI IN ESTINZIONE)

………………………………

GHIACCIAI PERDUTI

di Enrico Martinet, da “la Stampa” del 23/6/2022

– Dal Bianco al Rosa fino alla Marmolada le alte temperature svestono le montagne cambiando il panorama e riducendo le riserve – Soltanto in Valle d’Aosta ne sono scomparsi oltre 30 in vent’anni – L’amarezza degli esperti “Facciamo da anni sempre gli stessi errori” – 23% la riduzione della riserva idrica in Valle d’Aosta rispetto alla media; 75% la percentuale di neve in meno registrata a giugno nell’arco alpino; 9 i metri di spessore persi dal ghiacciaio della Marmolada in dieci anni –

   Vesti che cadono. Anzi, fondono. E la montagna resta nuda, con rocce che paiono di un altro pianeta e morene che crescono. Ciò che è fragile, come tutto ai confini tra terra e cielo, diventa Continua a leggere

NELL’IMMIGRAZIONE tutto cambia: 1-le nuove rotte dei migranti dall’Africa e i bisogni di manodopera in Europa e Italia (demograficamente in declino); 2-i profughi ucraini in una guerra assai lunga; 3-le manovre di Putin che spinge milioni di disperati verso i confini dell’Ue – La necessità di una concreta politica migratoria

LA CONFERENZA DI VENEZIA “MED5” SULL’IMMIGRAZIONE DEL 3 E 4 GIUGNO “(…) La cornice scelta è una cartolina tra le più belle al mondo: la terrazza di Ca’ Giustinian, sede della Biennale, con l’abbraccio del bacino di San Marco. Ma l’occasione non è vetrina. E’ la riunione del GRUPPO MED5, con i ministri dell’Interno: l’ITALIANA Luciana Lamorgese (un passato da prefetto a Venezia), lo SPAGNOLO Fernando Grande-Marlaska, il GRECO Notis Mitarachi, il MALTESE Byron Camilleri e il CIPRIOTA Nicos Nouris. (…) Dialogo con la stampa, per riferire del vertice tenuto a Venezia il 3 e il 4 giugno. (…) Il tema affrontato, fondamentalmente, è uno: serve una politica europea comune e solidale sull’IMMIGRAZIONE (…)” (Laura Berlinghieri, da IL MATTINO di Padova del 4/6/2022) (FOTO della CONFERENZA STAMPA, da https://www.rainews.it.tgr/veneto/)

MEDITERRANEO: LE NUOVE ROTTE DEI MIGRANTI

di Francesco Grignetti, da “Il Mattino di Padova” del 3/6/2022

– Vertice a Venezia tra i Paesi mediterranei: flussi in crescita, solidarietà dall’Ue: non solo Lampedusa, esplosi gli sbarchi sullo Ionio dai percorsi orientali –

   Era una rotta minore, quella che porta dal Mediterraneo orientale verso il mare Ionio. E invece da qualche mese i numeri sono esplosi. Una decina di giorni fa il sindaco di Roccella Jonica è stato ricevuto al Viminale da Luciana Lamorgese e la ministra ha garantito attenzione. A Roccella Jonica, infatti, nel giro di qualche mese si è passati da poche centinaia a più di 4mila sbarchi in pochi mesi. Servirà creare un hotspot solo lì. Ma più in generale il ministero dell’Interno dovrà attrezzarsi per numeri di accoglienza molto più elevati degli anni scorsi: nei primi cinque mesi dell’anno, siamo a 20mila sbarchi (erano 14mila l’anno scorso, 5mila due anni fa) e il trend non accenna a diminuire. Anzi, con la possibile carestia legata alla guerra, la situazione non potrà che peggiorare. (Francesco Grignetti, da “Il Mattino di Padova” del 3/6/2022)

LE ROTTE DEI MIGRANTI AL GIUGNO 2022: LO SCENARIO DEL MEDITERRANEO (mappa del 3 giugno 2022 dal quotidiano “LA STAMPA”)

   Roccella e la costa ionica è diventata il terminale di una rotta molto particolare: qui arrivano in genere dei velieri, condotti da gente di mare molto esperta, ucraini, russi, ora anche georgiani, che sembrano avere abbandonato il Mar Nero per il Mediterraneo e per mettersi al servizio di mafie turche. I passeggeri sono invece quasi sempre afghani o siriani. Lamorgese è stata di recente non a caso ad Ankara. Ne ha parlato qualche giorno fa: «Ho fatto visita al ministro dell’Interno, proprio per mettere in evidenza l’aumento che c’è stato percentualmente rispetto all’anno scorso. Abbiamo avuto assicurazione che avrebbero operato con maggiore attenzione». Il collega turco però non ha mancato di farle riferimento «ai milioni di profughi che hanno sul territorio». (Francesco Grignetti, da “Il Mattino di Padova” del 3/6/2022)

“L’INGRESSO IN ITALIA DI LAVORATORI STRANIERI è regolato da un PERCORSO BUROCRATICO LUNGO e complesso, incompatibile con le esigenze dell’economia. Il problema riguarda in particolare AGRICOLTURA e TURISMO, che hanno bisogno di manodopera stagionale” (da LA VOCE.INFO del 19/5/2022, https://www.lavoce.info/) (“lavoro in Italia di immigrati”, foto da https://avantiilmondo.it/)

   Oltre al ravvivarsi di una rotta turca, da qualche tempo arrivano sulle coste italiane anche tantissimi egiziani. La crisi economica da quelle parti morde come non mai. E s’è visto subito: gli egiziani sono i primi per nazionalità, il 17% degli sbarchi in generale. Non è chiaro da dove partano; se da porticcioli periferici dell’Egitto orientale o dalla Libia cirenaica. In ogni caso, la ministra Lamorgese vorrebbe tanto parlarne con il governo del Cairo, ma come è noto, causa omicidio Regeni, i rapporti diplomatici sono al lumicino. (Francesco Grignetti, da “Il Mattino di Padova” del 3/6/2022)

ARRIVANO I PROFUGHI DEL CLIMA. “SCAPPANO DAL CALDO E DALLA SETE”- L’allarme della nuova mappa delle nazionalità: i migranti sbarcati nel 2022 provengono soprattutto dal Corno d’Africa e dal Sahel. Le organizzazioni umanitarie: “Si rischiano migliaia di morti come per la carestia del 2011”. E manca il grano esportato dall’Ucraina…(…) (Alessandra Ziniti, da “la Repubblica” del 26/4/2022) (la MAPPA degli IMMIGRATI del CLIMA e delle ALTRE EMERGENZE, da “La Repubblica” del 27/4/2022)

   Di tutto questo movimento nel Mediterraneo si è parlato giovedì 2 giugno a Venezia, in un convegno tra 5 ministri dell’Interno della Unione europea (Italia, Grecia, Spagna, Cipro e Malta), con il ministro francese Gérald Darmanin in videocollegamento e il ministro della Repubblica Ceca Vit Rakusan in presenza: si è infatti alla vigilia di un cruciale vertice tra ministri dell’Interno europei, a Strasburgo a fine giugno. (Francesco Grignetti, da “Il Mattino di Padova” del 3/6/2022)

“(…) Da quando la Russia ha invaso l’UCRAINA, SETTE MILIONI DI PERSONE HANNO LASCIATO IL PAESE per rifugiarsi nei Paesi confinanti e altri OTTO MILIONI di persone sono SFOLLATI INTERNI, cioè hanno abbandonato le città e i villaggi di provenienza per recarsi in altre aeree considerate più sicure nel Paese. (…) L’arrivo di rifugiati significa alloggio, assistenza sanitaria, risorse. La presenza di quelli ucraini potrebbe costare ai Paesi ospitanti 30 miliardi di dollari solo nel primo anno, secondo l’analisi del centro di ricerca senza scopo di lucro Center for Global Development. UN PESO PER L’ECONOMIA EUROPEA alla prova dell’inflazione, IL PREZZO ECONOMICO dell’accoglienza, dunque, che ha anche UN PREZZO POLITICO. L’Europa lo sa, ma ancora meglio LO SA PUTIN CHE USA DA TEMPO RIFUGIATI E SFOLLATI come gli strumenti delle sue guerre ibride. (…)” Francesca Mannocchi, da “La Stampa” del 7/6/2022) (nella FOTO un’immagine di profughi ucraini accolti in Italia, foto da www.interno.gov/)

   I cinque Paesi mediterranei arrivano con un documento comune che chiede solidarietà facendo leva sul rinnovato slancio mostrato verso i profughi ucraini. «Quando abbiamo deciso in Europa, subito dopo l’inizio della guerra, di riconoscere la protezione internazionale, abbiamo visto i 27 Paesi tutti uniti e d’accordo all’unanimità a votare questa decisione: quella è l’Europa che noi vorremmo», dice infatti la ministra Lamorgese, intervistata da SkyTg24. (Francesco Grignetti, da “Il Mattino di Padova” del 3/6/2022)

“(…) “Già nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, se non si garantisce la sicurezza alimentare, se non si liberano i porti ucraini e non si consente di fornire IL GRANO AI POPOLI DELL’AFRICA, avremo una MASSA MIGRATORIA che premerà sull’Europa come una bomba demografica” (…) Destano timori i riflessi ‘africani’ della guerra in Ucraina. Intelligence e Viminale li seguono da tempo, con un’attenzione particolare all’aumento dei flussi migratori determinato dalla crisi alimentare che interessa tanti Paesi della sponda Sud del Mediterraneo che dipendevano dall’import di cereali da Kiev. (…)” (da https://tg24.sky.it/, 26/5/2022) (IL GRANO IN AFRICA, foto da https://www.onuitalia.com/)

   I cinque ministri chiederanno anche una attenzione peculiare ai soccorsi in mare, che sottostanno a convenzioni internazionali, non aggirabili. E che i naufraghi in mare siano salvati da una nave umanitaria, oppure che siano soccorsi dalla nostra Guardia costiera, non cambia. «La nostra forza – dice ancora Lamorgese – è che siamo cinque con gli stessi problemi, perché siamo Paesi di primo approdo.  Fondamentale è che l’Europa si faccia parte attiva coi partenariati coi Paesi terzi. Bisogna aiutare i Paesi in difficoltà, solo così si può fermare il flusso continuo. Non possiamo essere gli unici ad accogliere». (Francesco Grignetti, da “Il Mattino di Padova” del 3/6/2022)

Il LOGO del MED5 tenutosi A VENEZIA SUL TEMA IMMIGRAZIONE dei 5 ministri dell’interno della UE “mediterranei”, del 4 e 5 giugno scorso: Italia, Cipro, Grecia, Malta e Spagna

   È palpabile infatti la preoccupazione tra i ministri che stia per scaraventarsi sulle nostre coste un’ondata di sbarchi mai vista, onda lunga dell’invasione dell’Ucraina. «Ci sono circa 300 milioni di persone a rischio di povertà e fame, dobbiamo pensare che ci sarà anche un aumento dei flussi. Cipro ha già avuto il 286% in più. Noi siamo sul 30%. Se non si riesce a portare via il grano dai porti del mar Nero dobbiamo attenderci un flusso maggiore. (…) Per cercare di arrivare al prossimo Consiglio europeo con una strategia comune». (Francesco Grignetti, da “Il Mattino di Padova” del 3/6/2022)

…………………………..

La MAPPA della GUERRA in UCRAINA AGGIORNATA al 5 di GIUGNO della BBC (https://www.bbc.com/)

…………………

UN’ARMA CHIAMATA MIGRANTE

di Francesca Mannocchi, da “La Stampa” del 7/6/2022

– Ucraina, Siria, Libia, lo schema si ripete: Putin sfrutta crisi e conflitti per spingere milioni di disperati verso i confini dell’Ue – Il sostegno ai movimenti anti-immigrazione nelle nazioni dell’Ue – La pianificazione avviata dal Cremlino nel 2015, subito dopo la rivolta nel Donbass –

   Da quando la Russia ha invaso l’Ucraina, sette milioni di persone hanno lasciato il Paese per rifugiarsi nei Paesi confinanti e altri otto milioni di persone sono sfollati interni, cioè hanno abbandonato le città e i villaggi di provenienza per recarsi in altre aeree considerate più sicure nel Paese.

   Di fronte all’emergenza della guerra alle porte di casa, gli Stati membri hanno facilitato l’ingresso di anziani, donne e bambini, le amministrazioni hanno trovato posto negli asili, nelle scuole di ogni ordine e grado, negli ospedali. I comuni cittadini hanno fatto lo stesso mettendo a disposizione stanze e case, cibo e mezzi.

   Quasi nessuno in Occidente si aspettava una guerra in casa nel 2022, ma alla prova dell’accoglienza, fin dalle prime settimane, l’Europa si è dimostrata preparata. La generosità in politica ha, però, una doppia faccia e quello che fino al giorno prima era il necessario sforzo per ospitare vicini esposti al rischio delle bombe, quello successivo può diventare pressione politica per allentare la presenza gravosa degli ucraini in difficoltà con cui spartire il poco che c’è.

   È quello che sta accadendo in Polonia, Paese che da solo ospita metà dei sette milioni di sfollati della guerra, i cui cittadini tre mesi fa si sono rimboccati le maniche per accogliere le famiglie ucraine e oggi cominciano a fare i conti con la compassione che sta svanendo. L’arrivo di rifugiati significa alloggio, assistenza sanitaria, risorse. La presenza di quelli ucraini potrebbe costare ai Paesi ospitanti 30 miliardi di dollari solo nel primo anno, secondo l’analisi del centro di ricerca senza scopo di lucro Center for Global Development. Un peso per l’economia europea alla prova dell’inflazione, il prezzo economico dell’accoglienza, dunque, che ha anche un prezzo politico.

   L’Europa lo sa, ma ancora meglio lo sa Putin che usa da tempo rifugiati e sfollati come gli strumenti delle sue guerre ibride. Non da ora. La guerra d’Ucraina non è iniziata con le bombe del 24 febbraio, quello era soltanto il giorno del debutto. Le prove generali si erano tenute al confine tra Polonia e Bielorussia l’estate precedente, ben prima che i carri armati di Mosca violassero i confini, Putin stava già preparando il campo di battaglia. Non quello militare ma l’altro, quello sotto forma di pressione ai confini d’Europa.

   Lo scopo era alterare gli equilibri (già precari in verità) tra gli Stati membri, colpire proprio dove le relazioni erano più fragili, cioè sul nervo della migrazione. L’alleato era lo Stato vassallo del bielorusso Lukashenko, l’arma erano i rifugiati destinati a destabilizzare politicamente l’Unione Europea e la Nato.

   Ma facciamo un passo indietro per unire i puntini che dai boschi bielorussi portano a questa guerra. Nell’autunno 2021, i capi di governo di diversi Paesi europei gridarono di trovarsi di fronte a un’inedita minaccia alla sicurezza nazionale: la migrazione usata come arma. In pochi mesi il leader bielorusso Alexander Lukashenko aveva attirato nel suo Paese migliaia di migranti e richiedenti asilo soprattutto dall’Iraq e dalla Siria con la garanzia di un facile accesso nei Paesi dell’Unione Europea. Ai migranti, una volta arrivati nell’aeroporto della capitale Minsk, venivano consegnati visti speciali e assicurato il trasferimento in autobus verso il confine occidentale con la Polonia. Venivano lasciati lì, in boschi e campi non protetti, con le temperature che scendevano molto sotto lo zero tanto più passavano le settimane. Una crisi umanitaria orchestrata e condotta come forma di diplomazia coercitiva.

   Gli obiettivi erano tanti: Lukashenko, che non era stato riconosciuto come legittimo presidente dopo controverse elezioni che sia gli Stati Uniti sia l’Europa avevano ritenuto fraudolente, voleva il riconoscimento della comunità internazionale. E lo ottenne. Se fino a poco prima del flusso migratorio al confine polacco i leader europei si limitavano a non parlare con lui e a colpire il suo regime con pacchetti di sanzioni, dopo la crisi d’autunno la situazione cambiò tanto che Lukashenko venne raggiunto al telefono anche dall’allora cancelliera tedesca Angela Merkel.

   Inoltre, Lukashenko era pedina della più ampia strategia del Cremlino: presentare la Polonia – che si affrettava a costruire muri e reti metalliche per ostacolare l’accesso dei rifugiati – come uno Stato spietato che non rispettava i diritti umani e presentare Putin come un presidente nobile d’animo che supportava lo sforzo bielorusso di aiutare le persone in fuga dalla guerra a raggiungere l’Europa. Persone che diventano strumento di calcoli precisi, precise strategie.

   Non una novità nell’analisi delle guerre. Già nel 2008 era apparso sulla rivista Civil Wars, uno studio dell’Università di Harvard dal titolo «Strategic Engineered Migration as a Weapon of War» (La migrazione strategica progettata come arma di guerra). L’autrice Kelly Greenhill si chiedeva se i rifugiati potessero diventare un’arma utilizzata sia in tempo di guerra che in tempo di pace, e se quest’arma potesse essere sfruttata come tornaconto politico e diplomatico. La risposta che lo studio proponeva a entrambe le domande era sì.

   Il report è poi diventato un libro: «Weapons of Mass Migration: Forced Displacement, Coercion, and Foreign Policy», (Armi della migrazione di massa: sfollamento forzato, coercizione e politica estera). Nelle parole finali, che tengono insieme coercizione e politica estera, c’è il riassunto delle conclusioni dell’autrice che l’uso della migrazione come arma ha più successo di altri tipi di intervento, coercizione o aggressione, e insieme anche il racconto degli ultimi anni di politiche migratorie europee. Molti riguardano proprio Putin.

   L’utilizzo delle persone come armi di guerra ha precedenti noti e meno noti. I più famosi e vicini nel tempo hanno il volto di Gheddafi e Erdogan. Il primo, l’ex rais libico nel 2008 chiese cinque miliardi di euro l’anno per bloccare l’immigrazione diretta in Europa attraverso il Mediterraneo centrale; il secondo ha usato i rifugiati siriani in fuga da una guerra civile per chiedere miliardi di pagamenti e concessioni politiche dall’Unione europea. L’Europa, negli anni, ha pagato ma non è riuscita a mettere in piedi un vero patto sulla migrazione, né un vero programma di ricollocamenti per ripartire i richiedenti asilo e i conseguenti oneri finanziari legati alla loro presenza.

   Dopo la crisi Bielorussa, Polonia, Lituania e Lettonia emanarono leggi e decreti temporanei per ostacolare il conferimento del diritto di asilo; alcuni Stati membri, tra cui Grecia, Cipro, Polonia e Austria, chiesero alla Commissione Europea che le frontiere esterne dell’Unione Europea fossero protette con un «livello massimo di sicurezza», cioè finanziando le infrastrutture fisiche di protezione: muri, recinzioni e fili spinati. Coercizione e politica estera dunque.

   L’ingegneria etnica del Cremlino ha da anni questa faccia. Nel 2016, dopo le sanzioni europee che punivano la Russia per le azioni militari in Ucraina, Putin aveva favorito la rotta migratoria lungo la rotta artica verso la Finlandia. Prima ancora, nel 2015, aveva contribuito a creare la crisi migratoria dal Medio Oriente sostenendo il regime siriano di Bashar al Assad. L’intenzione era così manifesta che nel 2016, il generale dell’aeronautica statunitense Philip Breedlove, all’epoca comandante militare della Nato, avvertì che Putin e Assad stavano «deliberatamente usando la migrazione come arma nel tentativo di sopraffare le strutture europee e infrangere la determinazione degli Stati membri».

   Fu l’anno in cui Ungheria, Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca rifiutarono di accettare i profughi; l’anno in cui Angela Merkel incominciò a pagare lo scotto dell’accoglienza, l’anno che ha alimentato movimenti xenofobi e di estrema destra in tutto il Continente. Non è un caso, alla luce di tutto questo, che Putin abbia sostenuto i partiti anti-immigrazionisti e le campagne elettorali dei loro leader.

   Poi è stata la volta della Bielorussia, la prova generale dell’invasione. Poi il 24 febbraio e la guerra in casa. I sette milioni di cittadini ucraini negli Stati confinanti. E la guerra asimmetrica. Putin intanto bombarda, spinge le persone alla fuga e sta a guardare. Perché sa, come sapeva nel 2015 e l’inverno scorso, che le ansie economiche, la spartizione delle risorse con i rifugiati, spesso possono più in termini diplomatici, della paura delle sbandierate bombe. (Francesca Mannocchi, da “La Stampa” del 7/6/2022)

……………………… 

IN SICILIA UNA MOTOVEDETTA LIBICA SPARA AI PESCHERECCI. LAMORGESE: “SITUAZIONE GEOPOLITICA DIFFICILE”

di Riccardo Arena da LA STAMPA del 4/6/2022

   «Ci hanno sparato a mitraglia addosso, tre quarti d’ora, un’ora: e che, ci volete ammazzare?». Da bordo del suo motopeschereccio Salvatore Mercurio, Alfio Sauria non nasconde la paura provata nell’ennesimo attacco contro pescatori italiani da parte delle motovedette libiche, che nelle primissime ore del mattino di ieri, quando era ancora buio, non hanno esitato a indirizzare una serie di raffiche contro di loro. Nessun ferito, per fortuna, e nemmeno danni.

   Tutto questo succede ancora una volta nel Canale di Sicilia, in acque riconosciute come internazionali, a nord di Bengasi, ma che i libici ritengono proprie e interdette alla pesca. È stata la fregata Grecale, che incrociava in quelle stesse acque, a intervenire a protezione delle due imbarcazioni, i cui marinai hanno temuto di fare la stessa fine dei 18 pescatori di Mazara del Vallo del Medinea e dell’Antartide, mitragliati, sequestrati e tenuti nelle prigioni libiche per 108 giorni, a cavallo tra settembre e dicembre 2020, col famoso rilascio di Natale. Visitati da un team sanitario della Brigata San Marco, i marittimi stanno bene. Subito informato il governo, i ministri della Difesa Lorenzo Guerini e dell’Interno, Luciana Lamorgese, che ha parlato di «situazione geopolitica molto difficile». «Ma va affrontata, non è più rinviabile» rispondono i sindacati e i sindaci della zona. (Riccardo Arena)

………………………………

IMMIGRAZIONE, LAMORGESE A VENEZIA: “STIAMO LAVORANDO A UN NUOVO DECRETO FLUSSI”

di Laura Berlinghieri, da IL MATTINO di Padova del 4/6/2022

– La riunione del gruppo Med5 con i ministri dell’Interno di Italia, Spagna, Grecia, Malta e Cipro –

VENEZIA. “Stiamo lavorando a un nuovo decreto flussi e stiamo verificando la possibilità di accelerare le procedure, perché manca personale in alcuni settori specifici”. Lo annuncia la ministra dell’interno Luciana Lamorgese.

   La cornice scelta è una cartolina tra le più belle al mondo: la terrazza di Ca’ Giustinian, sede della Biennale, con l’abbraccio del bacino di San Marco. Ma l’occasione non è vetrina: la riunione del gruppo Med5, con i ministri dell’Interno, l’italiana Luciana Lamorgese (un passato da prefetto a Venezia), lo spagnolo Fernando Grande-Marlaska, il greco Notis Mitarachi, il maltese Byron Camilleri e il cipriota Nicos Nouris.

   Dialogo con la stampa, per riferire del vertice tenuto a Venezia il 3 e il 4 giugno, al quale ha partecipato in videoconferenza anche il ministro dell’Interno francese Gérald Darmanin, come rappresentante del Paese che sta svolgendo le funzioni presidente di turno del Consiglio dell’Unione Europea.

   “Abbiamo firmato un protocollo firmato non più tardi di dieci giorni fa con il ministro del Lavoro, per inserire nel circuito dell’edilizia e nel circuito lavorativo i titolati di protezione internazionale o chi ha fatto domanda” ricorda Lamorgese. “Quindi verificheremo e stiamo verificando che analogo protocollo sia fatto per altre categorie”.

   Il tema affrontato, fondamentalmente, è uno: serve una politica europea comune e solidale. Ma, in tema di migrazione, tutti i Paesi dell’Unione devono prendersi le proprie responsabilità.

   “La crisi ucraina ha evidenziato la capacità dell’Europa di essere compatta ed esprimere solidarietà alle persone in fuga al conflitto e agli stati membri in prima linea nell’accoglienza. In questo nuovo contesto globale, in cui non è escluso il rischio concreto di una grave crisi alimentare per il blocco delle esportazioni di grado dall’Ucraina, l’incontro di Med5 è punto di riferimento importante anche in vista del prossimo consiglio europeo degli affari interni” ha esordito Lamorgese.

   Equilibrio, mediazione, suddivisione: sono queste le parole che ricorrono con maggiore frequenza nei discorsi dei cinque ministri. Solidarietà, in una parola.

   “Questa solidarietà deve essere fondata anche su un adeguato meccanismo di redistribuzione di migranti che dovrà riguardare un numero sufficientemente ampio di Stati membri per essere realmente efficace. Si tratta di una posizione unitaria dei Paesi mediterranei, che si affianca alla richiesta di sviluppare l’azione dell’Unione Europea verso i Paesi terzi, con partenariati per prevenire le partenze e garantire la collaborazione in tema di rimpatri”.

   Garanzie, in questo senso, sono arrivate dalla presidenza francese (uscente) e da quella ceca (entrante). “Ci aspettiamo segnali concreti, in particolare sugli aspetti della solidarietà” scandisce la ministra italiana. “Il nostro è un approccio propositivo, perché c’è la volontà di raggiungere un punto di equilibrio in tema di immigrazione e asilo, che va condivisa da parte di tutti gli Stati membri dell’Unione Europea. L’immigrazione è un problema strutturale e, come tale, va condiviso e gestito con regole, che vedano tutti i 27 Paesi sulla stessa linea”. (Laura Berlinghieri)

………………………..

SUL LAVORO STRANIERO TRA IL DIRE E IL FARE C’È DI MEZZO LA BUROCRAZIA

di Enrico Di Pasquale e Chiara Tronchin, da LA VOCE.INFO del 19/5/2022,  https://www.lavoce.info/

– L’ingresso in Italia di lavoratori stranieri è regolato da un percorso burocratico lungo e complesso, incompatibile con le esigenze dell’economia. Il problema riguarda in particolare agricoltura e turismo, che hanno bisogno di manodopera stagionale –

Il percorso a ostacoli degli ingressi per lavoro

Nei giorni scorsi hanno fatto scalpore Continua a leggere

UCRAINA: LA BATTAGLIA DEL GRANO E L’ARMA DELLA FAME – La Russia, bloccando i porti ucraini mette in crisi l’ALIMENTAZIONE GLOBALE, specie per i Paesi del Medio Oriente e dell’Africa – Un DISEQUILIBRIO ALIMENTARE che porta a fame, sofferenze, rivolte, ulteriori disperate migrazioni

LA BATTAGLIA DEL GRANO – “La Russia impone il blocco dei porti ucraini con DUE OBIETTIVI distinti. Provocare il COLLASSO DELL’ECONOMIA DI KIEV, centrata sull’export alimentare, trasportato via mare. Scatenare RIVOLTE NEL MAGHREB e nel MEDIO ORIENTE, dove la dieta si basa anzitutto sul cereale importato dall’Ucraina. Una tragica manovra che potrebbe innescare nuove migrazioni verso l’Europa
27 Mag 2022 da https://www.raiplaysound.it/audio/2022/05/Nove-Minuti

L’ARMA DELLA FAME – PRIMI CORRIDOI PER IL GRANO UCRAINO, MA PER LA FAO IL PEGGIO DEVE ANCORA ARRIVARE

da Linkiesta del 25/5/2022

   Pierre Vauthier, l’esperto che l’Onu inviato in Ucraina, spiega che la soluzione potrebbe essere una carovana di camion che porti il carico oltre il confine rumeno, dove imbarcarlo su chiatte. Un video della Cnn mostra carichi di cereali di Kiev rubati dai russi e rivenduti.

   L’emergenza sulle forniture di grano sta superando la guerra per il gas nel conflitto tra Russia e Ucraina. Le riserve di cereali che Mosca tiene bloccate nei porti del mar Nero diventano ogni giorno di più una minaccia per l’esplosione di una crisi alimentare mondiale. La presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, a Davos ha spiegato: «Stiamo assistendo a come la Russia ha trasformato in armi le sue forniture energetiche. Sfortunatamente, stiamo vedendo lo stesso modello emergere nella sicurezza alimentare. L’Ucraina è una dei Paesi più fertili del mondo. Ora, quei campi sono stati bruciati. E l’artiglieria sta bombardando i depositi deliberatamente». (da Linkiesta del 25/5/2022)

GUERRA UCRAINA, CRISI DEL GRANO: LE NUOVE ROTTE – Il blocco dei porti ucraini sta creando gravi conseguenze economiche e alimentari in tutto il mondo. Molti Paesi dipendono dall’export di Kiev per i cereali ma l’agricoltura è in ginocchio. Le istituzioni stanno studiando piani per implementare nuove vie con cui far uscire questi prodotti dai confini (l’immagine è ripresa da https://tg24.sky.it/)

   Ma «quello che avete visto finora è niente rispetto a ciò che vedrete se non si sblocca la situazione», avverte in un’intervista a Repubblica Pierre Vauthier, l’esperto in “disaster risk management” che la Fao ha inviato in Ucraina per combattere la crisi alimentare che terrorizza il pianeta. «Non parlo solo dei porti ma di semine e raccolti resi impossibili dalla battaglia, fertilizzanti russi che mancano e bisogna sostituire, mancato accesso al credito agricolo, macchinari requisiti dallo stato maggiore per prendere i pezzi di ricambio, officine dove ieri si riparavano i trattori e oggi i carri armati. È tutto stravolto». (da Linkiesta del 25/5/2022)

“(…) Da dove ripartire, allora, per un dialogo comunque difficilissimo nel quale spetta a Zelensky stabilire quali sono le condizioni minime accettabili per una tregua mentre bisognerà cercare, come avverte Macron, di non umiliare Putin? Lo SBLOCCO DEL GRANO UCRAINO può essere questo primo passo: servirebbe a evitare una carestia che rischia di fare milioni di morti in Africa e può provocare nuove ondate migratorie verso l’Europa. E consentirebbe di poggiare la ripresa del dialogo su un terreno, quello degli aiuti umanitari, meno esposto a veti incrociati che lo farebbero subito fallire. (….) (Corriere della Sera – Massimo Gaggi – 12/05/2022, I SENTIERI STRETTI) (L’IMMAGINE è ripresa da https://tg24.sky.it/)

   Per questo si cerca una soluzione, e in poco tempo. Anche perché «il grano non è eterno, si deteriora, perde valore nutritivo ed economico. Sono già mesi che è fermo nei silos. Stiamo architettando ogni possibile soluzione: riattivare una serie di vecchi mulini e trasformarlo in farina, che almeno dura di più, ma soprattutto vorremmo farlo partire. Il treno è una soluzione insufficiente. Pensiamo a una carovana di migliaia di camion che lo porti oltre il confine rumeno, dove imbarcarlo su chiatte che raggiungono con una rete di canali il delta del Danubio». (da Linkiesta del 25/5/2022)

I PORTI UCRAINI, quali sono quelli bloccati (mappa da https://www.tgcom24.mediaset.it/)

   Per aggirare il blocco sul mare, si prova anche a spostare la merce su rotaie – racconta Il Messaggero. Ieri è arrivato in Lituania, al porto di Klaipeda, passando attraverso la Polonia, il primo treno con un carico di grano ucraino che verrà esportato attraverso i porti del Paese baltico.

   Ma, in attesa che qualcosa si muova nel Mar Nero, questo “viaggio” rappresenta un segnale tangibile dei corridoi verdi messi in campo dall’Ue per trovare vie alternative al mare. Inoltre, qualche spiraglio di trattativa potrebbe aprirsi con la Russia: «Le navi straniere – è la nota del Cremlino – potranno lasciare il porto di Mariupol percorrendo il tratto di mare che è stato ripulito dalle mine». (da Linkiesta del 25/5/2022)

ZELENSKI: 22 MILIONI DI TONELLATE DI GRANO BLOCCATE DAI RUSSI

La possibile mediazione della Cina

E in questo scenario appare importante la posizione presa dalla Cina: «Serve spingere per una tregua tempestiva e fornire un corridoio verde a Russia e Ucraina sull’export del grano», ha dichiarato il ministro degli Esteri Wang Yi nel colloquio telefonico con l’omologa tedesca Annalena Baerbock. Pechino si dice «disposta a mantenere la comunicazione con tutte le parti» coinvolte nel conflitto in Ucraina. Ma Il lavoro di mediazione non è facilissimo. (da Linkiesta del 25/5/2022)

UE ACCUSA MOSCA: CI SONO LE PROVE CHE RUBA IL GRANO UCRAINO (nell’immagine la mappa della produzione di grano, ripresa da https://tg24.sky.it/)

   Pierre Vauthier racconta: «Troviamo nelle campagne le piccole fattorie e le case coloniche danneggiate ma ancora abitate. Questa è gente fantastica: ho abbracciato vecchi di 80 anni con la casa distrutta che non volevano lasciare il campo e ci imploravano di aiutarli a riprendere la semina, il raccolto, e la commercializzazione che è la fase più difficile. Cerchiamo di far sì che la loro attività non si interrompa, è difficile ma cruciale in vista del futuro. A volte la situazione è così disperata che diamo un indennizzo in cash a chi ha perso tutto perché trovi un mercatino dove comprare da mangiare». Ma «la parte qualificante del nostro lavoro è aiutarli a rimettere a posto il campo contaminato dagli esplosivi, se non addirittura disseminato di mine, a selezionare i semi che gli portiamo, anche a riparare il pollaio e raccogliere letame da concime». (da Linkiesta del 25/5/2022)

Nell’articolo “La guerra in Ucraina aggrava il dramma globale della fame” (ripreso da SCENARI del 29/4/2022, pubblicazione geopolitica del quotidiano DOMANI), che riportiamo in questo post, il vicedirettore generale della Fao MAURIZIO MARTINA descrive la tempesta perfetta che abbiamo davanti: Russia e Ucraina rappresentano il 30 per cento del mercato mondiale di grano, il 55 per cento di quello di olio di semi di girasole, il 20 per cento del mais, il 32 per cento dell’orzo. E sono ben cinquanta i paesi in via di sviluppo che prima del conflitto ricevevano almeno un terzo del loro grano dai due paesi. La mappa della fame si sovrappone alla geografia dei conflitti e oggi più che mai anche a quella dei cambiamenti climatici: l’Onu lancia l’allarme, parlando di quasi 2 miliardi di persone esposte a insicurezza alimentare, energetica e finanziaria e dunque a rischio fame e povertà.

   L’Est e il Sud Est dell’Ucraina sono le parti più colpite. «A occidente ci sono ampie estensioni agricole dove operano grandi compagnie in una situazione sì di tensione ma un po’ migliore, diciamo che non hanno troppo bisogno di noi. Ma dal Donbass al porto di Odessa, ci sono grandi aree coltivate queste sì in pericolo. E sono i terreni più produttivi e redditizi, dove è stata tentata con successo la produzione di grano saraceno e altri cereali pregiati. In giugno sarà il momento della semina per il raccolto del prossimo inverno: ma il 49% dei terreni coltivati a grano, il 38% di quelli ad avena e così via, sono in zone di conflitto attivo». (da Linkiesta del 25/5/2022)

“ (…) Fin dai tempi antichi, il MEDIO ORIENTE è considerato la terra del grano e dell’agricoltura. Oggi, tuttavia, la situazione è ben diversa. DECENNI DI GUERRE, accompagnati da una pervasiva presenza della CORRUZIONE – generale e nei settori specifici – hanno portato cambiamenti irreversibili in questa florida zona.   A causa del RISCALDAMENTO GLOBALE, le stagioni diventano sempre più precarie. Le eccezionali ondate di calore d’inizio 2021 hanno ridotto di quasi il 40 per cento la produzione algerina di cereali, mentre nel gennaio 2022 il MAROCCO è stato colpito dalla PIÙ GRAVE SICCITÀ DEGLI ULTIMI TRENT’ANNI. (…)” (Diletta Cattan e Matteo Rubinetto, da LA VOCE.INFO del 18/5/2022) (nell’immagine: mappa Medioriente e Nord Africa ripresa da http://www.cameraitaloaraba.org/)

   Un video pubblicato dalla Cnn mostra nuove foto satellitari del porto di Sebastopoli, in Crimea, nelle quali due navi russe sembrano caricare quello che si ritiene grano ucraino rubato. In diverse occasioni il presidente Volodymyr Zelensky ha accusato Mosca di «rubare gradualmente» i prodotti alimentari ucraini e di cercare di venderli. Il ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba ha lanciato un messaggio chiaro su Twitter: «I ladri russi rubano il grano ucraino, lo caricano sulle navi, passano dal Bosforo e cercano di venderlo all’estero. Invito tutti gli Stati a rimanere vigili e a rifiutare qualsiasi proposta di questo tipo. Non diventate complici dei crimini russi». (da https://www.linkiesta.it/ del 25/5/2022)

“(…) Il PROGRAMMA ALIMENTARE MONDIALE (Pam) delle NAZIONI UNITE, un’organizzazione presente in 120 paesi che fornisce a più di cento milioni di persone tutto ciò di cui hanno bisogno per sopravvivere. Il Pam fa arrivare prodotti alimentari nelle zone di crisi, combatte la malnutrizione e distribuisce pasti ai bambini nelle mense scolastiche. Nel 2020 ha ricevuto il premio Nobel per la pace. (…)” (da “Die Zeit”, Germania – da INTERNAZIONALE, 20/5/2022)   –    “(…) Il PAM (Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite) ha predisposto una HUNGER MAP, una mappa della fame, che illustra a colori e in tempo reale la situazione mondiale della disponibilità di prodotti alimentari: nelle aree colorate in verde scuro o chiaro non c’è quasi nessuno che sia denutrito; il giallo indica le situazioni di tensione; l’arancione e il rosso una crisi alimentare crescente; il rosso scuro significa fame. Analizzando le mappe del Pam degli ultimi anni si nota subito che le aree rosse sono diminuite fino al 2018. Da allora hanno ripreso a crescere. Prima a causa del cambiamento climatico, poi della pandemia e ora della guerra. (…)” (da “Die Zeit”, Germania – da INTERNAZIONALE, 20/5/2022)

………………………………………

CON LA GUERRA IN UCRAINA MANCA IL PANE IN MEDIO ORIENTE

di Diletta Cattan e Matteo Rubinetto, da LA VOCE.INFO del 18/5/2022 (https://www.lavoce.info/)

– Il blocco dell’export dei prodotti alimentari dovuto alla guerra in Ucraina avrà conseguenze gravissime nei paesi mediorientali e nordafricani. Perché sono diventati dipendenti da Mosca e Kiev per il grano, dimenticando la sicurezza alimentare interna –

La dipendenza non è solo energetica

La guerra in Ucraina ha portato con sé la consapevolezza della forte dipendenza degli stati dell’Unione europea dai due paesi coinvolti nel conflitto. Come già spiegato in un altro articolo, Russia e Ucraina rappresentano – o meglio rappresentavano – due dei maggiori esportatori verso l’Ue di materie prime, come gas naturale e petrolio, ma anche di prodotti agricoli. Infatti, se gas e petrolio sono le voci più importanti, Mosca è anche il primo esportatore mondiale in una varietà di settori, come quello dei cereali, con quote di mercato in aumento, mentre dall’Ucraina arrivano mais e oli vegetali.

   La guerra ha forti conseguenze sull’export di questi prodotti. Mentre l’Ue e altri paesi avanzati hanno la possibilità di diversificare i propri partner, per altri paesi – come quelli nordafricani e mediorientali – il blocco delle esportazioni e il conseguente aumento dei prezzi dei beni alimentari di base avrà un effetto gravissimo, profilando una complessa crisi alimentare.

La crisi alimentare in Medio Oriente e Nord Africa (Mena)

Non è la prima volta che il Medio Oriente conosce carestie e un rapido aumento del prezzo di beni alimentari di base, come il pane. Già dagli anni Settanta e Ottanta, sono scoppiate numerose rivolte contro il caro vita, soprattutto in Egitto, Tunisia e Marocco.

   Più di recente, ci sono stati i movimenti popolari delle cosiddette “primavere arabe” in diversi paesi del Nord Africa e del Vicino Oriente. Il malcontento popolare era motivato da varie ragioni: la mancanza di una vera tutela per la libertà di espressione, i soprusi delle polizie nazionali, l’onnipresente corruzione, la crescita costante del tasso di disoccupazione e il costo della farina.

   Fin dai tempi antichi, il Medio Oriente è considerato la terra del grano e dell’agricoltura. Oggi, tuttavia, la situazione è ben diversa. Decenni di guerre, accompagnati da una pervasiva presenza della corruzione – generale e nei settori specifici – hanno portato cambiamenti irreversibili in questa florida zona.

   A causa del riscaldamento globale, le stagioni diventano sempre più precarie. Le eccezionali ondate di calore d’inizio 2021 hanno ridotto di quasi il 40 per cento la produzione ALGERINA di cereali, mentre nel gennaio 2022 il MAROCCO è stato colpito dalla più grave siccità degli ultimi trent’anni.

   Il problema della dispersione idrica, accompagnato da una malagestione del riciclo di rifiuti, ha severamente minato la capacità di irrigare le zone rurali con acqua pulita. Il dirottamento dei fiumi avvenuto durante la guerra civile in LIBANO (1975-1990) ha permesso alla SIRIA di irrigare la Piana di Homs, lasciando però a secco parte della valle della Bekaa libanese. Allo stesso tempo, ISRAELE e ARABIA SAUDITA sono riusciti nell’impossibile: irrigare i campi in zone desertiche. Grazie a grandi investimenti nella tecnologia, si possono degustare i pomodori ciliegini coltivati con l’agricoltura a goccia, essenziale per il risparmio delle risorse idriche.

Le conseguenze della guerra in Ucraina

Con lo scoppio della guerra in Ucraina, i paesi arabi si trovano a far fronte all’ennesima crisi: quella alimentare. Paesi come YEMEN, LIBIA e SIRIA ne hanno già avuto prova a causa dei conflitti interni in corso da dieci anni, tanto che oggi soffrono del problema della malnutrizione infantile, diventato una costante.

   Secondo Arab Reform Initiative, il consumo pro-capite di grano nei paesi arabi è di 128 chili all’anno, il doppio rispetto alla media mondiale di 65 chili annui. Il pane è una componente essenziale nella vita quotidiana dell’area Mena (Medio Oriente e Nord Africa, ndr), e, pur a fatica, iniziano a comparire fonti alternative per far fronte alle carenze di materie prime. Resta però il fatto che la dipendenza dal grano ucraino e russo potrebbe dar luogo a una emergenza alimentare: dalla Russia viene infatti importato il 34,4 per cento del grano e dall’Ucraina il 16 per cento.

   Va aggiunto che Kiev esporta il 95 per cento del suo grano tramite il Mar Nero, con più del 50 per cento diretto verso l’area Mena nel 2020. Con il blocco dei porti di Odessa e Mariupol, dal 24 febbraio 2022 i prezzi del mercato del grano nel mondo arabo sono già aumentati quasi del 40 per cento.

La situazione in Libano

Tutti i paesi della regione faticano a trovare altri esportatori di grano. Le situazioni più complesse si registrano in SIRIA e YEMEN, dove la popolazione è stata decimata da lunghe guerre. Il World Food Programme prefigura un’imminente catastrofe, specialmente per quanto riguarda lo Yemen.

   La situazione in LIBANO merita un discorso a parte. In soli due anni il valore della lira libanese è passato da un cambio fisso di 1.500 LBP per un dollaro a 24.000. Il salario mensile minimo oggi si attesta intorno ai quaranta euro, rendendo impossibile per la maggior parte della popolazione l’acquisto di generi alimentari. A causa della pandemia, si è interrotto il flusso di denaro estero, il cosiddetto fresh money. E, nel giro di un anno, il tasso di inflazione ha raggiunto il 215 per cento.

   Il 4 agosto 2020, il porto di Beirut è stato teatro della più grave esplosione non di origine nucleare della storia. Nel giro di pochi minuti 400 mila persone sono rimaste senza casa, l’intero sistema sanitario nazionale è stato sommerso di richieste. Scuole, ospedali, case sono stati distrutti o seriamente danneggiati.  Per ironia della sorte, il simbolo del porto – i silos del grano – è ancora in piedi. Il governo vuole ora demolirli, ma nell’agosto 2020 contenevano l’85 per cento delle riserve strategiche di grano, che sono andate perse con l’esplosione. Ora, il Libano è ancora più fragile, aggiungendo l’ennesimo problema alla lunga lista di un popolo martoriato.

   Nella speranza che si arrivi presto a un cessate il fuoco duraturo ed efficace, il Medio Oriente è tra i primi a soffrire delle ricadute della guerra in Ucraina. Anni di corruzione hanno portato i governi a una crescente dipendenza da Ucraina e Russia, a scapito della sicurezza alimentare interna. Mancano gli investimenti per le infrastrutture di stoccaggio e produzione, condannando le popolazioni locali a una crescita smodata del consumo di pane e all’impossibilità di produrlo.

   Con grande probabilità tutto ciò porterà a una terza ondata dei moti delle primavere arabe. È perciò molto urgente attivare l’aumento delle aree coltivabili a cereali, anche e soprattutto in Europa, con l’immediato utilizzo dei terreni a riposo e la sospensione del set-aside. (Diletta Cattan e Matteo Rubinetto, da LA VOCE.INFO)

………………………..

LA GUERRA IN UCRAINA AGGRAVA IL DRAMMA GLOBALE DELLA FAME

di Maurizio Martina (vicedirettore generale della FAO), 29/4/2022, da SCENARI, pubblicazione geopolitica del quotidiano DOMANI

– Il conflitto nel granaio d’Europa espone i paesi fragili a nuove carestie. Ci siamo illusi che la fame per guerra fosse finita, ma oggi l’insicurezza alimentare riguarda quasi due miliardi di persone –

   Questa guerra devastante nel cuore dell’Europa ha costretto molti a ricordare che ancora oggi sono proprio i conflitti la principale causa della fame nel mondo. Forse per troppo tempo ci si è illusi, almeno nelle nostre latitudini, che tutto sommato questo secolo non fosse più il tempo della fame per guerra.

   Ma la realtà ci mette davanti agli occhi tutt’altro. E non da oggi. Perché sono decine i conflitti mai sopiti dove carestie, povertà e malnutrizione coinvolgono milioni di persone, colpendo in particolare donne e bambini. La mappa della fame si sovrappone alla geografia dei conflitti e oggi più che mai anche a quella dei cambiamenti climatici. E la matrice che ne esce espone sempre, e prima di tutto, proprio i paesi in via di sviluppo a condizioni sempre più difficili.

Speranze deluse

È dal 2014 che la fame cresce dopo che, negli anni a cavallo del passaggio di secolo, le statistiche segnalavano la speranza di una inversione di rotta, capace di portare milioni di persone finalmente fuori dalla fame cronica. Le speranze sono state disattese. Perché è da quasi una decade che la prospettiva è un’altra e la pandemia ha strappato ulteriormente una situazione già di per sé complicata. Ora questo conflitto rischia di essere il punto di svolta più drammatico, anche sul fronte della sicurezza alimentare globale e proprio per le caratteristiche agricole di Russia e Ucraina. Per quello che producono, per come lo producono, per dove storicamente arrivano queste produzioni. E per l’affetto sullo scenario e sugli assetti globali che già stiamo vivendo da quel 24 febbraio.

   Russia e Ucraina rappresentano il 30 per cento del mercato mondiale di grano, il 55 per cento di quello di olio di semi di girasole, il 20 per cento nel mais, il 32 per cento nell’orzo. E sono ben cinquanta i paesi in via di sviluppo che ricevevano prima del conflitto almeno un terzo del loro grano da Russia e Ucraina: realtà delicate dall’Egitto al Libano, dalla Somalia al Senegal, dalla Tanzania al Congo o al Pakistan. A Questo, si aggiunga che Russia e Bielorussia rappresentano il 20 per cento del mercato mondiale dei fertilizzanti, essenziali per garantire il successo dei raccolti soprattutto nelle aree più delicate. E’ una tempesta perfetta quella che abbiamo davanti. Il Segretario generale dell’Onu, lanciando l’allarme, ha parlato di 1 miliardo e 700 milioni di persone, un terzo dei quali già in povertà, esposte a insicurezza alimentare, energetica e finanziaria e dunque a rischio fame e povertà.

   Le stime Fao indicano che l’aumento dei prezzi alimentari entro la fine di quest’anno potrà arrivare anche al 20 per cento e se consideriamo che già gli aumenti sono stati in media del 30 per cento rispetto all’anno scorso, il dato certifica una condizione mai raggiunta nella storia recente della rilevazioni dei prezzi alimentari.

Soluzioni globali

Si può capire più nettamente da questo quadro quello che Continua a leggere

IL NUOVO ORDINE POST BELLICO sarà aperto alla libertà di commercio, di movimento…nella globalità?  O ci sarà una divisione tra DEMOCRAZIE e AUTOCRAZIE? – Le opportunità di un’EUROPA nemica delle aggressioni (come quella di Putin), e alleata degli Usa, ma con una propria identità e autonomia federalista

“(…) Dopo il brillante adattamento del primo decennio del dopoguerra fredda, culminato nel Concetto strategico del 1999, la Nato ha arrancato per trovare un posto nell’architettura della guerra globale al terrore e ha condiviso con gli Stati Uniti il clamoroso fallimento in Afghanistan. Il rilancio attuale dell’alleanza in funzione antirussa è il sigillo finale del FALLIMENTO DEL NUOVO ORDINE: a trent’anni dalla fine della guerra fredda le RELAZIONI TRA OCCIDENTE E RUSSIA si ritrovano paradossalmente AL PUNTO DI PARTENZA. (…)” (Alessandro Colombo, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, 23/3/2022) (la FOTO qui sopra è ripresa da https://www.micromega.net/)

………………………………………….

DEMOCRAZIE IN RIBASSO NEL MONDO (mappa da https://www.lavoce.info/)

LA CRISI DEL NUOVO ORDINE MONDIALE

di Alessandro Colombo, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, 23/3/2022

   Sebbene non sia ancora possibile prevedere i suoi esiti immediati, è certo che l’attuale guerra in Ucraina segnerà una svolta nelle relazioni internazionali del XXI secolo.

   Intanto perché alimenterà o, meglio, accentuerà una tendenza già riconoscibile negli ultimi anni alla rimilitarizzazione dei rapporti tra gli stati, anzi la estenderà definitivamente anche ai rapporti tra le principali potenze.

   Questo elemento è già sufficiente a segnare uno stacco rispetto all’epoca d’oro del dopoguerra fredda.

   Per quasi trent’anni larga parte dell’opinione pubblica, dei decisori politici e degli stessi studiosi si era abituata a ritenere che la guerra, almeno nella sua forma classica e nelle sue principali manifestazioni, avesse cessato di costituire un elemento-cardine della politica internazionale e dei calcoli degli attori, per lasciare spazio a due tipi residuali e, appunto, marginali di conflitti armati: le guerre civili combattute al di fuori dello spazio centrale del sistema internazionale da fazioni a propria volta marginali delle rispettive società; e il complesso delle “guerre di polizia” condotte dai paesi occidentali nelle aree periferiche, attraverso l’uso di uno strumento militare incomparabilmente superiore per capacità tecnologiche e organizzative ai propri nemici.

   La guerra in Ucraina ci riporta, invece, alla più tradizionale delle guerre interstatali. Con l’aggravante che a questa eventualità torneranno a prepararsi anche tutti gli altri Stati, aumentando come prima cosa le rispettive spese per la difesa.

   Fianco a fianco alla militarizzazione, è prevedibile che la guerra in Ucraina contribuisca alla pericolosa bipolarizzazione del sistema internazionale già implicita nella retorica dello scontro tra democrazie ed autocrazie che aveva appena sostituito la bipolarizzazione ancora più irrealistica della cosiddetta “guerra globale al terrore”.

   Come quest’ultima, anche la bipolarizzazione emergente lungo l’asse democrazie/ autocrazie avrà i suoi problemi a conciliarsi con la crescente scomposizione geopolitica del sistema internazionale in insiemi regionali sempre più eterogenei tra loro. Ma, nel frattempo, la bipolarizzazione ha un impatto ambivalente sull’Europa.

   Da un lato, essa ha il vantaggio di allontanare lo spettro dell’abbandono periodicamente agitato dalla precedente amministrazione Trump, restituendo all’Europa il ruolo di interlocutore e partner privilegiato degli Stati Uniti.

   Ma, dall’altro lato, il “richiamo all’ordine” dell’Europa ha il triplice svantaggio di intralciare sul nascere la flessibilità diplomatica che sembrerebbe più consona a un contesto multipolare quale quello a cui la stessa Unione Europea dichiara di ispirarsi; di intrappolarla, al contrario, in una competizione regionale con la Russia e globale con la Cina; di sfumare ulteriormente le velleità già deboli di una autonomia politica e strategica dell’Unione.

   A propria volta, l’approfondimento delle fratture politiche e strategiche rischia di disarticolare lo spazio economico internazionale, rovesciando anche un altro dei luoghi comuni della fase di ascesa del nuovo ordine liberale seguito alla fine della guerra fredda.

   Se, ancora fino a pochi anni fa, la convinzione prevalente era che la globalizzazione economica si sarebbe portata dietro presto o tardi qualche forma di globalizzazione politica e culturale, oggi scopriamo che sono le fratture politiche a mettere a rischio la globalizzazione economica.

   I segnali in questa direzione sono inequivocabili, a maggior ragione in quanto si sommano a quelli già prodotti dalla pandemia del Covid 19: la spinta (politica più ancora che economica) a “riportare a casa” attività in precedenza delocalizzate, almeno in settori nuovamente dichiarati “sensibili”; la riscoperta della promessa di “confinamento” e “messa in sicurezza” dei confini dei singoli Stati nazionali e delle stesse organizzazioni regionali (Unione Europea compresa); più in generale, la rinnovata enfasi sulla necessità strategica dell’autonomia (a cominciare da quella energetica), che vede sempre di più la globalizzazione come un vettore di vulnerabilità invece che di mutuo arricchimento.

   Ma l’effetto più impressionante della guerra in Ucraina è quello di portare definitivamente allo scoperto i grandi nodi irrisolti del passaggio dal XX al XXI secolo.

   Il primo è il fallimento politico, e diplomatico e strategico del progetto di “Nuovo Ordine Mondiale” varato all’inizio degli anni Novanta ed entrato in crisi irreversibile dalla metà del primo decennio del nuovo secolo. Almeno due capitoli di questo fallimento si sono manifestati in pieno in questa crisi.

   Il primo è la mancata risposta al problema capitale di tutti i grandi dopoguerra, quello di come trattare il nemico sconfitto: lo stesso problema che aveva già costituito il contrassegno di tutti i grandi dopoguerra degli ultimi duecento anni, oltre che il primo e decisivo criterio distintivo tra di loro.

   All’indomani delle guerre napoleoniche, la Francia era stata rapidamente riammessa nel concerto delle grandi potenze; dopo la Prima guerra mondiale, la Germania era stata invece duramente punita sia sul piano politico che su quello economico che su quello cerimoniale; dopo la Seconda guerra mondiale, la Germania era stata punita ancora più duramente attraverso la sua stessa divisione territoriale, ma le due Germanie erano state prontamente accolte nei rispettivi sistemi di alleanza.

   Tra il 1990 e oggi, al contrario, alla Russia sono stati rivolti segnali ambigui, a volte clamorosamente contraddittori.

   Da un lato, non è mancata soprattutto nel primo decennio del dopoguerra fredda la suggestione (mai pienamente realizzata) di coinvolgerla in un’architettura comune di sicurezza europea – proprio per evitare lo spettro già evocato allora di una “Russia weimeriana”.

   Ma, dall’altro lato, i successivi allargamenti a Est della Nato, la guerra unilaterale della Nato contro la Jugoslavia nel 1999 e, negli ultimi mesi, la ripetuta allusione al possibile ingresso della stessa Ucraina nella Nato hanno spinto sempre di più la Russia ai margini di quell’architettura.

   L’altro capitolo, strettamente (anzi forse troppo strettamente) legato al primo, è quello di come rilanciare l’alleanza vittoriosa, nel nostro caso la Nato.

   Dopo il brillante adattamento del primo decennio del dopoguerra fredda, culminato nel Concetto strategico del 1999, la Nato ha arrancato per trovare un posto nell’architettura della guerra globale al terrore e ha condiviso con gli Stati Uniti il clamoroso fallimento in Afghanistan.

   Il rilancio attuale dell’alleanza in funzione antirussa è il sigillo finale del fallimento del Nuovo Ordine: a trent’anni dalla fine della guerra fredda, le relazioni tra Occidente e Russia si ritrovano paradossalmente al punto di partenza.

   Il secondo nodo è la vera e propria “crisi costituente” che la società internazionale sta attraversando per effetto del riflusso contemporaneo delle due centralità sulle quali si era strutturata la convivenza internazionale moderna: la centralità dello Stato e la centralità dell’Occidente.

   Nessuno dei prìncipi fondamentali della convivenza internazionale è risparmiato da questa transizione. L’idea che gli stati siano gli unici o i principali soggetti dell’ordinamento internazionale è controbilanciata e, almeno in parte, minata dal riconoscimento di diritti inalienabili in capo ai singoli individui.

   Il principio stesso di sovranità tende a essere eroso in una direzione e riappropriato in un’altra, per effetto della diffusione dei principi di ingerenza da un lato ma, dall’altro, per la pretesa avanzata da sempre più stati di tutelare se necessario anche al di sopra delle norme restrittive della Carta delle Nazioni Unite i propri interessi irrinunciabili di sicurezza.

   Il tradizionale principio dell’eguaglianza formale degli stati è contestato (e non da attori deboli e marginali, ma dallo stesso paese più forte) in nome di un nuovo e controverso principio di discriminazione a favore delle democrazie.

   Il ricorso alla guerra continua in linea di principio a essere vietato dalla Carta delle Nazioni Unite; ma, nei fatti, l’introduzione di una serie di eccezioni non necessariamente coerenti tra loro (l’ingerenza umanitaria, la lotta contro il terrorismo, l’estensione della legittima difesa preventiva a casi nei quali la minaccia non è ancora imminente) ha già eroso surrettiziamente il divieto.

   Soprattutto, è sempre più apertamente contestata dai grandi paesi non occidentali emergenti la tradizionale pretesa dei paesi occidentali di parlare a nome dell’intera comunità internazionale, dettando la soglia di accesso alla piena appartenenza e i criteri di normalità politica, economica e culturale validi per tutti.

   E proprio a ciò si collega l’ultimo nodo – più paradossale ma, con ogni probabilità, ancora più importante.

   La guerra in Ucraina rimette l’Europa al centro delle tensioni e dei calcoli strategici dei principali attori; ma lo fa in un contesto nel quale è evidente a tutti – a cominciare dai protagonisti diretti e indiretti della guerra – che il baricentro politico, economico e strategico del sistema internazionale si sta spostando altrove.

   Su questo spostamento sarà bene che nessuno si faccia troppe illusioni.

   Anzi, se negli ultimi decenni la guerra aperta era giunta a essere considerata come un fatto periferico, se non addirittura come il sigillo della propria perifericità, ci sarebbe da chiedersi se la spaventosa guerra in Ucraina non sia l’ultimo segno della detronizzazione dell’Europa da centro del mondo. (Alessandro Colombo, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli)

…………………….

Mappa dell’invasione russa in Ucraina al 16 maggio 2022 (da https://www.tviweb.it/)

………………………….

(MAPPA ripresa da https://www.globalist.it/: CI SARÀ, NONOSTANTE LA CONTRARIETÀ DELLA TURCHIA DI ERDOGAN, L’ADESIONE DELLA SVEZIA E DELLA FINLANDIA ALLA NATO? Il presidente finlandese Niinistö e la premier Marin hanno chiesto l’adesione della Finlandia alla Nato. E così anche la Svezia) – “(…) se Putin può ottenere un’Ucraina divisa per meglio insediarsi sul Mar Nero e guardare ai Mari del Sud, dovrà accettare come prezzo una Nato assai più presente nel Mar Baltico, quasi a ridosso della sua San Pietroburgo. Ma non è tutto perché nella partita ucraina si affaccia con determinazione anche la Cina di Xi Jinping, che telefona al presidente francese Macron esprimendo un sostegno di fatto ai suoi sforzi negoziali con il Cremlino, assieme all’auspicio che l’Europa «reciti un proprio ruolo» nella composizione della crisi. Una formula precisa, con cui Pechino prova a spingere l’Unione Europea ad avere un approccio alla soluzione ucraina indipendente da Washington (…)” (Maurizio Molinari, da “la Repubblica” del 15/5/2022)

……………………………

LA TRINCEA DELLA NUOVA EUROPA

di Maurizio Molinari, da “la Repubblica” del 15/5/2022

   Il negoziato diplomatico che può interrompere la guerra ucraina è solo al suo fragile inizio ma appare già evidente che ha in palio la ridefinizione degli equilibri di sicurezza sullo scacchiere europeo. La fragilità del negoziato nasce dallo stallo sul campo di battaglia – dove la Russia non riesce ad avanzare e l’Ucraina non è in grado di recuperare Crimea e Donbass – dalla profonda ostilità fra i contendenti dovuta ad un conflitto fratricida ed all’entità dei crimini di guerra commessi, destinati ad essere investigati dal Tribunale penale internazionale.

   Sono tali elementi a spiegare perché l’unico canale capace di far sedere i co-belligeranti attorno ad un tavolo è il “telefono rosso” che, sin dalla Guerra Fredda, consente ai militari di Washington e Mosca di affrontare in maniera diretta e riservata le crisi più difficili e pericolose. I primi contatti fra i due ministri della Difesa hanno avuto per tema il “cessate il fuoco” e ora sta alle rispettive catene di comando gestire il seguito, nel tentativo di compiere dei progressi per raggiungere l’unico obiettivo possibile: congelare la situazione sul terreno così come è, facendo tacere le armi, in maniera analoga a quanto avvenne nella Penisola di Corea nel luglio del 1953 con un armistizio lungo il 38° parallelo che divise il Nord filo-cinese dal Sud filo-occidentale, pose fine al primo conflitto della Guerra Fredda e dura fino ad oggi.

   Quando Nikolai Patrushev, capo del consiglio per la sicurezza nazionale di Vladimir Putin, prevede in un’intervista alla Rossiyskaya Gazeta che la guerra porterà alla «disintegrazione dell’Ucraina in più Stati» nella cornice di un «più vasto confronto» fra la Russia e l’Occidente, delinea proprio uno scenario coreano ovvero la trasformazione dell’Ucraina nella trincea congelata di un lungo conflitto destinato a contrapporre l’autarchia russa costruita attorno al putinismo alle «democrazie liberali avviate all’inevitabile declino».

   D’altra parte, sin dal discorso del 21 febbraio con cui teorizzò il conflitto, Putin si è dato per obiettivo la costruzione di una sfera d’influenza russa lungo i propri confini e la divisione dell’Ucraina rientra in questo schema, anche se forse con frontiere ben diverse da quelle che il Cremlino immaginava.

   Ciò che colpisce dell’impostazione di Patrushev sul «lungo conflitto» è quanto coincida con la lettura dell’Ucraina che sta maturando a Washington nell’amministrazione Biden. Non solo perché Avril Haines, direttore nazionale dell’intelligence, ha usato la stessa identica espressione – «lungo conflitto» – deponendo di fronte al Congresso di Washington ma anche perché Richard Haass, presidente del “Council on Foreign Relations” di New York e veterano della Guerra Fredda, sostiene che «bisogna staccare l’Ucraina dal complesso delle relazioni con la Russia», per arrivare ad una soluzione al conflitto che generi un nuovo equilibrio globale con Mosca.

   Proprio come avveniva durante la Guerra Fredda in occasione dei conflitti regionali che opponevano l’Occidente a Russia e Cina. Come lo stesso Haass precisa: ciò significa rinunciare al cambio di regime a Mosca per definire un nuovo equilibrio con la Russia. Lo scambio di messaggi fra consiglieri strategici di Mosca e Washington su un possibile “plebiscito nel Donbass” conferma questa atmosfera.

   E ancora: è lo stesso scenario di un nuovo equilibrio europeo con Mosca che porta la Nato a vedere con favore l’adesione di Finlandia e Svezia, soprattutto perché Helsinki ha un confine di ben 1335 km con la Russia. Per non parlare della Karelia: una regione in gran parte etnicamente finlandese di oltre 172mila kmq e 650 mila abitanti che Mosca annesse al termine della Seconda Guerra Mondiale e rimane una ferita aperta fra i due Paesi.

   Ovvero, se Putin può ottenere un’Ucraina divisa per meglio insediarsi sul Mar Nero e guardare ai Mari del Sud, dovrà accettare come prezzo una Nato assai più presente nel Mar Baltico, quasi a ridosso della sua San Pietroburgo. Ma non è tutto perché nella partita ucraina si affaccia con determinazione anche la Cina di Xi Jinping, che telefona al presidente francese Macron esprimendo un sostegno di fatto ai suoi sforzi negoziali con il Cremlino, assieme all’auspicio che l’Europa «reciti un proprio ruolo» nella composizione della crisi. Una formula precisa, con cui Pechino prova a spingere l’Unione Europea ad avere un approccio alla soluzione ucraina indipendente da Washington.

   Finora molto attenta a tenersi in bilico fra il legame privilegiato con Mosca e il sostegno per la sovranità dell’Ucraina, Pechino vede all’orizzonte il possibile negoziato Mosca-Occidente sugli equilibri europei e prova a spingere su Parigi (e Berlino) per tentare di allontanare l’Ue dagli Usa. A conferma che la linea del premier italiano Mario Draghi sulla forte coesione euroatlantica, ribadita durante la visita alla Casa Bianca, resta la formula più efficace per consentire alla comunità delle democrazie di sostenere la sfida con le autocrazie che sta segnando il XXI secolo. (Maurizio Molinari)

……………..…….

(DIVISIONE DELLA COREA, mappa da WIKIPEDIA) – “(…) l’unico canale capace di far sedere i co-belligeranti attorno ad un tavolo è il “telefono rosso” che, sin dalla Guerra Fredda, consente ai militari di Washington e Mosca di affrontare in maniera diretta e riservata le crisi più difficili e pericolose. I primi contatti fra i due ministri della Difesa hanno avuto per tema il “cessate il fuoco” e ora sta alle rispettive catene di comando gestire il seguito, nel tentativo di compiere dei progressi per raggiungere l’unico obiettivo possibile: congelare la situazione sul terreno così come è, facendo tacere le armi, in maniera analoga a quanto avvenne nella PENISOLA DI COREA nel luglio del 1953 con un armistizio lungo il 38° parallelo che divise il Nord filo-cinese dal Sud filo-occidentale, pose fine al primo conflitto della Guerra Fredda e dura fino ad oggi.(…)” (Maurizio Molinari, da “la Repubblica” del 15/5/2022)

…………………………

IL NUOVO ORDINE INTERNAZIONALE E LA RINASCITA DELLA GUERRA FREDDA

di Giovanni Elia Bray, da TRECCANI, https://www.treccani.it/, 19/4/2022

   Con l’invasione della Russia in Ucraina si frantuma l’equilibrio internazionale realizzato alla fine della guerra fredda. Vediamo perché e cerchiamo di capire quali saranno i nuovi scenari che si creeranno.

   I “decisori” americani dell’amministrazione Biden hanno intuito, con preoccupazione, che l’ascesa economica della Cina, a partire dalla crisi del 2007-2008, era in continua crescita e le avrebbe permesso di divenire la potenza internazionale egemone. Il progetto della Nuova Via della Seta viene letto come il piano perfetto di una politica di egemonia, e non nella visione promossa dal presidente Xi Jinping di un nuovo rinascimento di pace e di collaborazione tra gli Stati e i popoli del mondo.

   Pechino, sostengono gli americani, ha promosso negli anni azioni che confermano il loro timore: Continua a leggere

L’AGGRESSIONE RUSSA ALL’UCRAINA e i CRIMINI DI GUERRA: con gli efferati eccidi in corso è importante che indagini e identificazioni di autori dei crimini sulla popolazione possano essere penalmente perseguiti – L’importanza della Giustizia ucraina e della CORTE PENALE INTERNAZIONALE

MARIUPOL, FUGA DALL’INFERNO: i civili evacuati dall’acciaieria Azovstal (foto da www.tgcom24.mediaset/it/)

……………………………………………….

La procuratrice generale di Kiev, IRYNA VENEDIKTOVA (nella FOTO), ha pubblicato su Facebook nomi e fotografie di dieci ufficiali e sottoufficiali della 64ma brigata di fucilieri motorizzati russi, proveniente dalla Siberia, ritenuta responsabile del massacro di Bucha, dove dopo la ritirata delle truppe di Mosca sono stati trovati almeno 400 cadaveri in strada, nelle case, nelle fosse comuni, alcuni con le mani legate dietro la schiena e un colpo alla nuca, vittime di vere e proprie esecuzioni

UCRAINA: PROCURATRICE, INDAGHIAMO SU OLTRE 9MILA CRIMINI DI GUERRA

– ‘Ritenuti responsabili di torture, stupri e saccheggi’ – “Abbiamo già identificato specifici criminali di guerra”, ha affermato IRYNA VENEDIKTOVA –

da ANSA del 1/5/2022

   La procuratrice generale dell’Ucraina ha affermato che è in corso un’indagine su nuovi casi di presunti crimini di guerra da parte delle forze russe per un totale di 9.158 procedimenti penali.

   “Abbiamo già identificato specifici criminali di guerra”, ha affermato IRYNA VENEDIKTOVA.

   “Ci sono 15 persone nella regione di Kiev, ad esempio, 10 delle quali a Bucha. Le riteniamo responsabili di torture, stupri e saccheggi”, ha aggiunto secondo quanto riferisce la Cnn online.
   La scorsa settimana i pubblici ministeri ucraini hanno reso noto i nomi e i volti di dieci soldati russi sospettati di una serie di crimini a BUCHA. Sull’identificazione delle vittime della strage, VENEDIKTOVA ha affermato che su alcuni cadaveri è impossibile il riconoscimento e vengono raccolti campioni di Dna.
   “Purtroppo abbiamo motivi per aprire nuovi casi ogni giorno: per la morte di civili, i bombardamenti, la deportazione dei nostri cittadini e bambini nei territori occupati e nel territorio dello Stato aggressore”, ha proseguito la procuratrice. “I casi – ha sottolineato – riguardano le regioni di KIEV, CHERNIHIV e SUMY”.   Sulle indagini, l’Ucraina sta ricevendo assistenza internazionale.
   “Ora abbiamo un team di esperti francesi e della Slovacchia.
   Stiamo aspettando quelli della Lituania attesi per martedì prossimo”, ha detto Venediktova. (ANSA)

………………………….

Vedi anche sull’argomento il precedente post:

https://geograficamente.wordpress.com/2022/03/08/putin-e-lucraina-invasa-la-corte-penale-internazionale-dellaja-

…………………….

UCRAINA, UN SITO PER I CRIMINI DI GUERRA (immagine da httpsaltomantovanonews.it)

UCRAINA, IL GOVERNO CREA -UN ARCHIVIO ONLINE «SUI CRIMINI DI GUERRA RUSSI»: COSA CONTIENE E COM’È FATTO

di Lorenzo Nicolao, da Corriere.it https://www.corriere.it/ del 9/4/2022

– L’annuncio del ministro degli Esteri ucraino Kuleba per rispondere alla disinformazione del Cremlino. «Ecco i crimini della Russia» –

   Le atrocità commesse, le foto delle città prima e dopo i bombardamenti, il suono delle sirene, i corpi dei civili brutalmente uccisi e i volti segnati dal dramma della guerra. Con un tweet il ministro degli Affari esteri ucraino DMYTRO KULEBA ha annunciato la creazione di un archivio multimediale, sullo stile del «web-doc» o reportage giornalistico online, che raccolga testimonianze di ogni tipo, per video, immagini, suoni e brevi sintesi, di quanto accaduto in Ucraina dall’inizio dell’invasione russa lo scorso 24 febbraio a oggi, con un costante aggiornamento delle violazioni e delle azioni commesse dall’esercito russo. «Abbiamo creato un archivio online per documentare i crimini di guerra della Russia nel nostro Paese», così il ministro su Twitter, ricordando che «nessuno dei responsabili sfuggirà alla giustizia». Nel post viene anche aggiunto il link al sito web appena realizzato, così che ogni utente possa farsi un’idea del clima che si vive nelle città bombardate.

Archivio multimediale

Si tratta di un viaggio immersivo, accessibile tanto da computer quanto da dispositivi portatili come smartphone e tablet, che permette a tutti di vivere la realtà del conflitto. Immagini a tutto schermo con gli scorci delle città colpite, le immagini delle vittime soccorse e portate via dai volontari, il suono costante delle sirene che annunciano i bombardamenti.

   «Non voltarti dall’altra parte, prova orrore!» Questa lo slogan in testa, seguito dai numeri costantemente aggiornati delle persone uccise, degli edifici distrutti, dei crimini di guerra registrati e nello specifico dei bambini sfollati e che hanno perso la vita, trucidati deliberatamente senza che avessero alcuna parte in causa.

   Una dimensione emotiva forte nella quale l’utente si può calare, in modo tale da sensibilizzare qualsiasi tipo di pubblico, citando anche molti esempi e testimonianze dei cittadini ucraini, delle loro esperienze personali e dell’incubo che hanno vissuto da quando è scoppiato il conflitto. C’è però anche la dimensione statistica, con alcune sezioni dedicate alla documentazione, con le notizie legate ai crimini di guerra, riportare singolarmente, e una sezione riservata ai media internazionali, con materiale in lingua inglese in una cartella condivisa su Google Drive. Non manca infine una parte dedicata alle donazioni per sostenere la popolazione colpita, con tanto di tasso di cambio tra la grivnia ucraina e le altre valute (un euro vale attualmente circa 33 grivnia).

La guerra dell’informazione

L’iniziativa del governo di Kiev non ha solo un risvolto concreto per il pubblico straniero e il fine delle donazioni per sostenere l’esercito ucraino, ma si inserisce nel terzo fronte (dopo la guerra combattuta sul campo e la cyberwar di Anonymous e altri collettivi di hacker contro i gruppi filorussi) che invece coinvolge fortemente il mondo dell’informazione.

   Da una parte la denuncia delle istituzioni ucraine, dall’altra la propaganda di Mosca, con il Cremlino disposto a tutto pur di non compromettere il consenso dei cittadini russi e non solo. Se il presidente Vladimir Putin, attraverso il Roskomnazdor, l’ente regolatore delle comunicazioni nel Paese, ha non solo fatto sospendere le pubblicazioni dei giornali indipendenti e oscurato i programmi televisivi e radiofonici non allineati al governo, ma ha bloccato anche i social media e l’informazione libera sul web (tanto che perfino una piattaforma come Twitter ha deciso di schierarsi e limitare gli account di Mosca), dal fronte opposto Kiev sta studiando diversi modi per reagire al “bavaglio”. Il portale multimediale vuole così essere un nuovo tentativo per testimoniare l’orrore e far toccare con mano una tragedia che rischia di essere censurata e travisata. (Lorenzo Nicolao, da Corriere.it)

………………………

Una donna di Bucha in quel che resta del suo cortile, il 5 aprile 2022 (foto da www.rainews.it/)

…………………………………………..

Lo scorso 3 marzo la CORTE PENALE INTERNAZIONALE (Cpi), con sede all’Aia, ha aperto un’indagine su sospetti crimini di guerra compiuti in Ucraina. Decisiva la visita a Bucha il 13/4/2022 del procuratore capo della Corte KARIM KHAN (nella FOTO: Il procuratore capo della Corte Penale Internazionale KARIM KHAN -avvocato britannico- ha incontrato il procuratore generale dell’Ucraina, IRYNA VENEDIKTOVA -entrambi nella FOTO-, e ha visitato la città di BUCHA, a est di Kiev». -FOTO tratta da: https://www.infobae.com/it/)

Come funziona e quando interviene la Corte penale internazionale

L’ISTITUZIONE CON SEDE ALL’AIA IL 3 APRILE HA APERTO UN DOSSIER SUI POSSIBILI CRIMINI DI GUERRA COMPIUTI IN UCRAINA. DECISIVA LA VISITA A BUCHA DEL PROCURATORE CAPO KARIM KHAN

da https://www.agi.it/, 15/4/2022

AGI – Lo scorso 3 marzo la Corte penale internazionale (Cpi) con sede all’Aia ha aperto un’indagine su sospetti crimini di guerra compiuti in Ucraina. Il procuratore capo, KARIM KHAN, che ha visitato Bucha, teatro di centinaia di uccisioni di civili attribuite da Kiev alle forze russe, ha dichiarato che l’intero territorio è “una scena del crimine” dove “abbiamo motivi ragionevoli per credere che vengano commessi crimini all’interno della giurisdizione del tribunale”.

Cpi competente sui presunti crimini commessi in Ucraina

Flavia Lattanzi – già professore ordinario di Diritto internazionale dell’Università Roma Tre, già giudice ad litem del TPIR e del TPIY – ha riferito all’AGI che né la Federazione russa né l’Ucraina hanno ratificato lo Statuto di Roma che nel 1998 ha istituito la Cpi, ma nel 2014 e nel 2015 l’Ucraina ha accettato ad hoc la competenza della Corte per i crimini commessi sul suo territorio dal 2013 in poi.

   Tale accettazione ad hoc implica per lo Stato in questione l’obbligo di cooperare con la Corte su vari aspetti, ma anzitutto ai fini della raccolta delle prove. In effetti la competenza della Cpi si accetta con la ratifica dello Statuto oppure con una Dichiarazione ad hoc, come quella del governo di Kiev.

   Si prescinde invece dall’accettazione degli Stati nel caso di una certa situazione in cui appaia che determinati crimini siano stati commessi e che viene rinviata alla Cpi dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ai sensi del Capo VII della Carta e cioè allorché i crimini siano collegati con una situazione di minaccia alla pace, rottura della pace o atto di aggressione. In questo caso tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite hanno l’obbligo di cooperare con la Corte. Tuttavia nel Consiglio di sicurezza i membri permanenti hanno il diritto di veto, che nel caso dell’Ucraina sarebbe quindi utilizzato dalla Russia e forse anche dalla Cina.

Crimini sui quali la Cpi è competente

La Corte penale internazionale è competente a occuparsi dei CRIMINI DI GUERRA, dei CRIMINI CONTRO L’UMANITÀ e del CRIMINE DI GENOCIDIO nella misura in cui lo Stato sul territorio del quale il crimine sia stato commesso oppure lo Stato nazionale del presunto autore ne abbiano accettato la competenza. Essa è altresì competente a occuparsi del crimine di aggressione nulla misura in cui entrambi i due suddetti Stati ne abbiano accettato la competenza.

Comunicazione su crimini commessi e apertura inchiesta

Alla Cpi possono pervenire le ‘notitiae criminis’ da qualsia fonte, pubblica o privata. Sulla base di tali notitiae il Procuratore decide discrezionalmente se iniziare o meno a indagare su una determinata situazione nella quale appaia che alcuni crimini di competenza della Corte siano stati commessi, ma ciò solo a condizione che non se ne occupi una giurisdizione statale. La competenza della Cpi non è infatti né esclusiva, né prioritaria, ma complementare a quella delle giurisdizioni statali.

Raccolta prove e tipo di azione della Cpi

Già la fase preliminare dell’indagine sulla situazione comporta la necessità di una raccolta delle prove – testimoniali e documentali – soprattutto sul terreno dei crimini, ciò che può rivelarsi impossibile se manca la cooperazione dello Stato territoriale. Superata tale fase, il Procuratore, proprio sulla base delle prove, decide se iniziare un’investigazione su singoli individui specificamente identificati.

   A questo punto si aprono due possibilità: un’azione motu proprio del Procuratore, ma sottoposta alla condizione dell’autorizzazione da parte della Camera preliminare oppure un’azione su rinvio della situazione da parte di uno Stato parte dello Statuto.

Sull’Ucraina rinvio da 43 Stati

Nel caso dell’Ucraina, cosa mai accaduta, c’è stato il rinvio da parte di ben 43 Stati, Italia compresa. Il procedimento continua con una raccolta molto approfondita delle prove da parte degli investigatori dell’Ufficio del Procuratore, con l’individuazione dei testimoni disponibili a comparire in udienza, con la raccolta delle prove documentali e la richiesta della cooperazione a tal fine dello Stato di residenza dei possibili testimoni e la richiesta a qualsiasi Stato della cooperazione a tal fine e al fine di ottenere anche le prove documentali.

   Gli Stati parti dello Statuto hanno naturalmente l’obbligo di prestare la loro cooperazione, ma gli Stati non parti non hanno tale obbligo, salvo se la Corte opera su rinvio del Consiglio di sicurezza. Sulla base delle prove disponibili, il Procuratore emana un Atto di accusa con specifici capi di imputazione relativi a specifiche fattispecie di reato elencate nello Statuto e con l’indicazione altresì delle forme di responsabilità.

L’ATTO DI ACCUSA E IL PROCESSO

L’Atto di accusa può concernere uno o più individui.La Camera preliminare, su richiesta del Procuratore, decide un ordine di comparizione o un mandato di arresto nei confronti dell’accusato. Se l’accusato non compare volontariamente o non viene consegnato da uno Stato obbligato a cooperare con la Corte, il processo resta sospeso, in attesa del superamento di questo ostacolo, rappresentato dal processo solo in presenza che lo Statuto prevede.

   Se l’accusato arriva davanti alla Corte, il processo inizia con il dovuto rispetto di articolatissime norme procedurali molto stringenti sulla sua condotta. La Cpi ha inoltre regole molto stringenti per quanto riguarda i diritti della difesa ed è tenuta a operare con imparzialità assoluta rispetto all’accusa e alla difesa.

   Qualsiasi prova è sottoposta al contraddittorio fra le due parti. La sentenza tanto di assoluzione che di condanna si impone agli Stati parti dello Statuto (o membri delle Nazioni Unite se la situazione è stata rinviata dal Consiglio di sicurezza) e si impone altresì il principio ne bis in idem: né l’assolto né il condannato può essere sottoposto a nuovo processo. (da https://www.agi.it/, 15/4/2022)

…………………………..

AUTOPSIE, FOTO, PERIZIE. LA CPI IMMERSA NEI MASSACRI DI CIVILI A BUCHA

di Daniele Zaccaria, da https://www.ildubbio.news/, 18/4/2022

– Karim Khan in missione in Ucraina: mai prima d’ora il procuratore della Corte penale internazionale era andato sulla scena del crimine con una guerra ancora in corso –

   «A Bucha, durante l’occupazione dell’esercito russo è stato ucciso un abitante su cinque», tuona Anatoliy Fedoruk sindaco della città ucraina diventata il simbolo degli orrori di guerra. Sull’onda dell’emozione in molti hanno parlato di «genocidio», di stragi pianificate, di pulizia etnica. Altri si sono limitati a evocare “semplici” crimini di guerra, altri ancora di crimini contro l’umanità.

   Di sicuro a Bucha è accaduto l’inferno; le immagini di civili giustiziati con un colpo alla tempia, le fosse comuni e le stanze delle torture hanno scosso il mondo. Ma anche messo in moto la macchina della giustizia, di solito lentissima e pachidermica nelle sue istruttorie su i crimini di guerra. Stavolta la Corte penale internazionale dell’Aja (Cpi) si è mossa con grande solerzia, un po’ per la rapidità con cui le testimonianze dei massacri sono venute a galla, dai video alle interviste dei superstiti, un po’ per lo stile risoluto del suo nuovo procuratore capo, l’avvocato britannico Karim Khan che lo scorso 13 aprile è volato personalmente a Bucha: è la prima volta che il capo della Cpi visita una scena del crimine a conflitto ancora in corso.

   Il viaggio di Khan non è stata infatti una parata per i fotografi o un gesto di solidarietà umana nei confronti del governo di Kiev da due mesi sotto invasione militare: «Siamo qui perché abbiamo motivi ragionevoli per credere che vengano commessi crimini all’interno della giurisdizione del tribunale. Dobbiamo dissolvere la nebbia della guerra per arrivare alla verità». Assieme a Khan, a Bucha era presente una folta squadra di investigatori che sono all’opera da diversi giorni; periti balistici, medici legali, specialisti della polizia scientifica e persino ufficiali della gendarmeria francese che collaborano con le procure ucraine. Verranno effettuate centinaia di autopsie per capire le cause dei decessi, per controllare se i proiettili conficcati nei cadaveri appartengano effettivamente alle forze armate russe o delle loro milizie locali. E naturalmente saranno raccolte migliaia di testimonianze dirette tra la popolazione ucraina che ha assistito ai massacri.

   Alla fine delle indagini verrà anche disegnata una mappa delle esazioni, villaggio per villaggio, allo scopo di verificarne l’ampiezza e la sistematicità. Questo è un elemento centrale per stabilire se c’è stata una pianificazione dei massacri e una specifica volontà da parte delle autorità russe di “de-ucranizzare” il territorio. È un lavoro importantissimo anche perché la propaganda del Cremlino ha inizialmente negato gli eccidi, parlando di «messa in scena ucraina», definendo «figuranti» i corpi riversi sul ciglio delle strade e inondando il web con queste fake news. Poi, di fronte all’evidenza delle prove ha cambiato versione, accusando i militari ucraini di aver assassinato i loro stessi compatrioti per poi poter dare la colpa a Mosca. Insomma, un grande classico.

   Per la prima volta dunque ci sarà la possibilità di mettere a fuoco delle responsabilità di crimini di guerra con una relativa rapidità come suggeriscono i passaggi già compiuti della Corte penale dell’Aja e dal suo volitivo procuratore capo. «Scommetto che in questo caso le indagini penali e l’individuazione dei fatti saranno molto più veloci rispetto a quanto accaduto in altri teatri di guerra e di crimini contro l’umanità come nell’ex Yugoslavia oppure in Sudan», spiega l’avvocato Emmanuel Daoud, specialista di diritto penale internazionale intervistato da France info che fu parte civile nel processo contro la banca francese Parisbas poi condannata per complicità nei crimini commessi in Sudan dal regime Omar el-Bashir. (Daniele Zaccaria, da https://www.ildubbio.news/)

…………………………….

COME TROVARE GIUSTIZIA PER LE DONNE STUPRATE NELLA GUERRA IN UCRAINA

di LAUREN WOLFE, The Atlantic, Stati Uniti, 29/4/2022, da INTERNAZIONALE https://www.internazionale.it/

– Perfino in luoghi con un sistema legale solido, come gli Stati Uniti o l’Europa occidentale, troppe sopravvissute non trovano giustizia o hanno paura di farsi avanti – Anche se una donna insiste nel voler ottenere una condanna, non c’è alcuna garanzia del fatto che la potrà avere –

   Il 13 marzo 2022 un soldato russo ha fatto irruzione in una scuola a Malaya Rohan, un paesino nei pressi della città ucraina di Charkiv sottoposto per settimane ad attacchi incessanti da parte delle forze di Vladimir Putin. Gli abitanti si erano rifugiati nel seminterrato della scuola per mettersi al riparo dalle violenze. Ciò che è seguito, secondo un resoconto di una sopravvissuta pubblicato da Human rights watch, è orribile ma pieno di dettagli.

   Il soldato ha ordinato a una donna di 31 anni di seguirlo su un altro piano dell’edificio, dove l’ha stuprata più volte. L’ha costretta a fare sesso orale mentre le teneva puntata una pistola alla testa o direttamente sul viso. Ha sparato per due volte al soffitto. “Diceva che mi avrebbe dato più ‘motivazione’”, ha raccontato la donna a Hrw.

   Quando l’aggressione apparentemente infinita è giunta al termine, il soldato ha detto alla donna come si chiamava, quanti anni aveva e si è dichiarato russo. In modo perverso e senza alcun pudore le ha anche detto che gli “ricordava una ragazza con cui era andato a scuola”.

In tempo reale
Questa è una delle tante storie che stanno piano piano trapelando dall’Ucraina nelle ultime settimane, dopo l’inizio dell’invasione russa, e che raccontano di violenze sessuali documentate da ong come Human rights watch, Amnesty international e diverse organizzazioni interne all’Ucraina. La realtà è che probabilmente questi resoconti sono solo la punta dell’iceberg. Nei dieci anni in cui mi sono occupata di violenze sessuali commesse nel contesto di conflitti in tutto il mondo, tantissimi esperti mi hanno detto che per ogni donna di cui si sa che è stata stuprata ce ne sono probabilmente altre otto o dieci che non sono state conteggiate, e che anche solo riuscire a tracciare un quadro generale delle aggressioni sessuali in circostanze simili può richiedere parecchi anni.

   È per questo che la storia di Malaya Rohan e altre storie simili sono insolite. Veniamo a sapere di queste violenze quasi in tempo reale. Delle persone che le hanno commesse conosciamo moltissimi dettagli – a volte perfino il nome, l’età e la nazionalità. Questo è senza ombra di dubbio angosciante, ma dà anche delle speranze. La speranza di poter offrire rapidamente alle sopravvissute a stupri e violenze sessuali in Ucraina un supporto medico e psicologico; la speranza di poter registrare le loro storie così da poterle usare in tribunale; la speranza che alla fine, per quanto adesso possa apparire improbabile, giustizia sarà fatta.

   La violenza sessuale è stata usata per secoli come strumento nei conflitti in tutto il mondo, dalla Sierra Leone al Bangladesh alla Colombia e oltre. A volte l’uso dello stupro ha una motivazione genocida, come nel caso del Ruanda, dove gli appartenenti al gruppo etnico degli hutu volevano ingravidare le donne tutsi per spezzare la loro discendenza o contagiarle con l’hiv (attenzione: il contenuto di questo podcast è estremamente forte). Altre volte lo stupro è un crimine di opportunità, o uno strumento per dichiarare che una parte è la “vincitrice” di una guerra. Le stime variano, ma secondo gli storici sia i soldati sovietici sia quelli statunitensi stuprarono tantissime donne tedesche al termine della seconda guerra mondiale.

   La possibilità che le donne (e anche gli uomini) parlino di violenza sessuale, in un qualsiasi contesto, dipende da una serie di fattori, tra cui elementi culturali e religiosi, l’esistenza di un’infrastruttura per la raccolta della documentazione e per l’indagine e la disponibilità di un supporto medico e psicologico per i sopravvissuti. Perfino in luoghi con un sistema legale solido, come gli Stati Uniti o l’Europa occidentale, fin troppe sopravvissute non trovano giustizia o hanno paura di farsi avanti.

Stime difficili
Denunciare stupri e aggressioni in una zona dove la guerra è in corso è ovviamente più difficile. Magari i sistemi giudiziari hanno smesso di funzionare, circolano tante armi e fornire prove può essere impossibile in contesti caratterizzati da un tale livello di insicurezza. Finora, dunque, lo stupro in guerra è stato documentato soprattutto a posteriori e questo ha reso molto più difficile sia raccogliere prove sia portare avanti dei processi.

   Consideriamo per esempio il modo in cui gli esperti sono arrivati ai calcoli di 250mila-500mila donne stuprate durante il genocidio in Ruanda. Nel 1996, due anni dopo i massacri, l’inviato speciale delle Nazioni Unite per il Ruanda ha creato delle tabelle con il numero di casi documentati ufficialmente e poi, ben sapendo che anche in tempo di pace si denunciano molti meno stupri di quanti non se ne siano effettivamente verificati, ha dedotto le sue stime definitive in base alle valutazioni riguardo la diffusione delle aggressioni sessuali.

   Diversi studi hanno stabilito che le donne aggredite sessualmente nei cosiddetti campi degli stupri nella guerra in Bosnia all’inizio degli anni novanta sono state tra le ventimila e le 60mila. E tuttavia, secondo gran parte delle fonti è improbabile che si arrivi a un conto preciso, in questo come nella maggioranza dei conflitti.

   Le sopravvissute hanno di solito pochi incentivi a cercare giustizia. Semmai devono affrontare una serie di grossi ostacoli. La guerra civile siriana offre un buon esempio. Ricercatori e giornalisti come me hanno fatto molta fatica a scovare denunce degli stupri commessi dai combattenti del dittatore siriano Bashar al Assad; le sopravvissute temevano ritorsioni non solo da parte delle forze governative, ma anche dai loro familiari di sesso maschile. Ho incontrato donne siriane i cui mariti avevano chiesto il divorzio o le avevano picchiate per essere state vittime di violenze sessuali e ho parlato con molti profughi siriani che mi hanno riferito di conoscere uomini che hanno ucciso le mogli perché erano state stuprate. Non sono le sole ad aver vissuto quest’esperienza. Ho parlato con ragazzine nella Repubblica Democratica del Congo, scenario di numerosi conflitti ancora in corso, che hanno lasciato i loro villaggi in cerca di aiuto dopo essere state stuprate e, una volta tornate a casa, sono state scacciate dalle loro comunità.

   La violenza sessuale “sembra essere l’unica forma di violenza rimasta in cui la vittima è colpevolizzata o perfino accusata di essersela cercata”, mi ha detto nel 2012 la giornalista e attivista Gloria Steinem.

   Anche se una donna insiste nel voler ottenere una condanna, non c’è alcuna garanzia del fatto che la potrà avere. Nonostante l’istituzione di un tribunale speciale per processare i crimini di guerra nella ex Jugoslavia, per esempio, molte donne mi hanno raccontato che continuano a vedere i loro stupratori sugli autobus e per strada e che, nei casi in cui sono stati condannati, gli uomini hanno pagato per uscire di galera. Per quanto sia difficile stabilire il numero di condanne per aggressione sessuale durante un conflitto, essendomi occupata per più di dieci anni di questo genere di cose posso dirvi che è piuttosto raro che un tribunale riconosca la colpevolezza dei responsabili di questi reati. Ancora meno comuni sono le condanne di chi sta più in alto nella catena di comando e ha dato ai soldati l’ordine di stuprare.

Tecnologia e tradizione
Lo stupro in guerra è al tempo stesso un crimine di guerra e un crimine contro l’umanità. Però, nonostante un sostanziale accordo sulla definizione di questi crimini, portare tali casi davanti a un tribunale e produrre le prove è tutta un’altra storia. La guerra in Ucraina offre un’opportunità per correggere questi fallimenti.

   Grazie ai progressi tecnologici – una quantità maggiore di immagini satellitari, telefoni in grado di fare foto e video ad alta risoluzione, servizi internet più veloci e più accessibili, piattaforme di comunicazione sostanzialmente più efficaci – operatori sanitari, avvocati e attivisti per i diritti umani sono in grado di far sapere a tutto il mondo quello che sta accadendo in Ucraina e documentare i casi con modalità che torneranno utili nel caso di eventuali processi.

   Queste nuove o più moderne tecnologie sono da considerarsi complementari ai tradizionali metodi di documentazione, compresa la raccolta di informazioni da disertori, la rilevazione tempestiva di prove mediche e il reperimento di dettagli da parte di chi ha commesso i crimini, come è stato fatto con i nazisti nella seconda guerra mondiale e con l’esercito serbo-bosniaco.

   Nel caso specifico dello stupro, spesso non ci sono prove fisiche del danno ai tessuti molli utili a dimostrare il reato nell’aula di un tribunale. Possono però esserci altre ferite rivelatrici, come le bruciature di sigarette, le cicatrici provocate da legacci, schegge di legno, abrasioni o mutilazioni genitali, che devono essere documentate in modo chiaro e professionale. Le indagini devono essere condotte da personale “competente sulle questioni di genere”: sono in grado di porre in modo efficace ai testimoni e agli operatori sanitari le domande giuste sulla violenza sessuale? Riescono a raccogliere le giuste evidenze fisiche, testimonianze e prove dirette e circostanziali?

   Cosa fondamentale, tutta questa raccolta di prove può cominciare subito, sia nelle aree da dove le forze russe si sono ritirate sia nelle parti dell’Ucraina ancora contese ma dove le comunicazioni non sono state interrotte. L’Unione europea, le Nazioni Unite, diverse organizzazioni per i diritti umani, il segretario generale della Nato e il procuratore generale dell’Ucraina hanno tutti di recente chiesto di indagare su possibili crimini di guerra in Ucraina, compreso lo stupro, o offerto il loro aiuto in indagini di questo tipo.

   In questa fase, mentre la Russia sta ancora colpendo duramente in Ucraina senza che all’orizzonte si intraveda alcuna forma di soluzione del conflitto, pensare a un momento in cui i soldati russi potrebbero essere processati per le loro violenze sembrerà pura fantasia. E tuttavia non è del tutto impossibile: né la Russia né l’Ucraina sono soggette ai procedimenti della Corte penale internazionale, ma l’Ucraina ne ha accettato in precedenza la giurisdizione. Un’altra possibilità è che i paesi che hanno cominciato a perseguire crimini di guerra non compiuti dai loro cittadini, come la Germania, potrebbero avviare procedimenti sulla base del concetto della giurisdizione universale. Si tratta di una strada lunga e non ci sono garanzie di successo, ma oggi la raccolta di prove di alta qualità in Ucraina aumenta in modo sostanziale le probabilità di successo.

   Forse è vero che la maggioranza delle donne ucraine non ha combattuto sulla linea del fronte, ma la realtà è che stanno sacrificando le loro vite tanto quanto gli uomini. Assicurarci che gli uomini che violano i corpi delle donne non possano farlo nella più totale impunità è un dovere che abbiamo nei confronti di queste donne, e nei confronti dell’intera umanità. Per una volta abbiamo la speranza di poter aiutare le donne e di indagare sui crimini di guerra. Siamo in realtà a un punto di partenza.

   “È come nel 1942: da dove cominciamo l’indagine sull’olocausto?”, mi ha detto Patricia Viseur Sellers, ex consulente legale per le questioni di genere nei processi in ex Jugoslavia e Ruanda. “Si comincia da dove si può”. (LAUREN WOLFE, traduzione di Giusy Muzzopappa, 29/4/2022, da INTERNAZIONALE https://www.internazionale.it/Questo articolo è uscito sul sito del mensile statunitense THE ATLANTIC) 

…………………………..

UCRAINA: mappa della guerra al 28 aprile 2022 (da https://www.repubblica.it/esteri/)

……………………….

QUALE GIUSTIZIA PER I CRIMINI IN UCRAINA? IL PAPER DI FLAVIA LATTANZI

di FLAVIA LATTANZI, 29/04/2022 da FORMICHE https://formiche.net/

– L’analisi approfondita della professoressa LATTANZI, che è stata giudice nei tribunali penali per la ex-Iugoslavia e il Ruanda, sulle strade giudiziarie che si potranno prendere per sanzionare i responsabili delle condotte più efferate in Ucraina. Genocidio, aggressione, crimini di guerra: cosa dicono il diritto internazionale e gli ordinamenti russo, ucraino, svedese, tedesco –

Introduzione Continua a leggere

L’AGRESSIONE RUSSA ALL’UCRAINA e i suoi EFFETTI sull’economia degli Stati e in primis dei Paesi più poveri: con la possibile CRISI ALIMENTARE in Africa, e l’aumento dei prezzi di carburante e fertilizzanti in America Latina – E la guerra peggiora anche il cambiamento climatico – Prospettive gravi che richiedono solidarietà

MARIUPOL, città martire, ora nella mani dei russi

……………………………………….

……………….

“(…) L’invasione da parte dell’esercito russo di regioni come KHARKIV e LUGANSK, dove si concentra quasi il totale della produzione ucraina di semi di girasole, e DNIPROPETROVSK, ZAPORIŽŽJA, NIKOLAEV, ODESSA, KIROVOGRAD e POLTAVA, le principali aree di coltivazione di cereali che insieme rappresentano il 62% dell’intera superfice coltivabile ucraina, ha irrimediabilmente paralizzato la produzione alimentare del Paese. In aggiunta, la presa delle città portuali di KHERSON e MYKOLAÏV ed il controllo russo della totalità del versante costiero del MARE DI AZOV hanno bloccato le principali tratte commerciali dalle quali si diramava l’export agricolo ucraino, soprattutto verso il mercato asiatico. (…)” (Stefania Balzano, da https://www.cesi-italia.org/, 24/3/2022) (nell’immagine: mappa fisica dell’Ucraina, da https://www.storicang.it/)

……………….

IL CONFLITTO RUSSO-UCRAINO E LE CONSEGUENZE SULLA FILIERA AGRO-ALIMENTARE MONDIALE

di Stefania Balzano, da https://www.cesi-italia.org/, 24/3/2022

   Il conflitto russo-ucraino ha provocato una grave crisi della filiera agro-alimentare globale con un’interruzione della produzione e dell’esportazione di prodotti agricoli, fra i quali grano, mais e olio di semi di girasole, alla base del commercio internazionale di Kiev e Mosca.

   Di conseguenza, l’inizio della guerra in Ucraina ha visto il rapido innalzamento dei prezzi di alcuni beni di prima necessità, registrando nell’ultimo mese un aumento di circa il 35% del prezzo del grano, del 17% per il mais e dell’8% per la soia. Il conflitto rischia quindi di generare una crisi alimentare che avrà forti ripercussioni in termini di stabilità sociale alimentando disordini e proteste in aree anche molto lontane dai confini russi e ucraini.

   Difatti, la Russia e l’Ucraina rappresentano insieme circa un quarto dell’export mondiale di grano, il 15% dell’export di mais e la quasi totalità dell’export di olio di semi di girasole. In particolare, secondo i dati della Commissione Europea, fra il 2019 e il 2020 l’Ue ha prodotto circa 154.5 milioni di tonnellate di grano tenero, contribuendo per un quinto all’intera produzione mondiale grazie a Paesi membri come Romania, Francia e Germania, che si confermano leader nella coltivazione e nell’esportazione del cereale.

   Tuttavia, la produzione interna si rivela insufficiente a coprire il fabbisogno alimentare dell’Unione Europa, che nell’anno 2021/2022 ha importato circa il 40% del grano tenero da Russia ed Ucraina, diretto principalmente verso Paesi come l’Italia, la Spagna e la Grecia, i più vulnerabili al deficit di importazione registrato dall’inizio del conflitto.

   Nello specifico, l’Italia produce solo il 36% del totale del suo fabbisogno di grano tenero, posizionandosi al primo posto in Europa per tonnellate di frumento importato, circa 600.000 dal secondo trimestre del 2021 ad oggi. La Spagna, d’altra parte, rappresenta il primo Paese in Europa per importazione di mais, di cui circa il 37% proviene dall’Ucraina, seguita dai Paesi Bassi che ricevono da Kiev più della metà del mais importato e ancora dall’Italia che dipende dal mais ucraino per circa il 23% del suo fabbisogno. Oltre ai cereali, l’olio di semi di girasole rappresenta il bene alimentare per cui l’Europa più dipende dall’Ucraina, che secondo la Commissione Europea, fra il 2021 ed il 2022, ha coperto circa l’85% del totale dell’import nel Vecchio Continente.

   L’invasione da parte dell’esercito russo di regioni come KHARKIV e LUGANSK, dove si concentra quasi il totale della produzione ucraina di semi di girasole, e DNIPROPETROVSK, ZAPORIŽŽJA, NIKOLAEV, ODESSA, KIROVOGRAD e POLTAVA, le principali aree di coltivazione di cereali che insieme rappresentano il 62% dell’intera superfice coltivabile ucraina, ha irrimediabilmente paralizzato la produzione alimentare del Paese. In aggiunta, la presa delle città portuali di KHERSON e MYKOLAÏV ed il controllo russo della totalità del versante costiero del MARE DI AZOV hanno bloccato le principali tratte commerciali dalle quali si diramava l’export agricolo ucraino, soprattutto verso il mercato asiatico.

   La Cina, infatti. fra il 2021 ed il 2022 si è posizionata come il Paese asiatico che ha importato più mais, per un totale di circa 26 milioni di tonnellate. Nello specifico, da quando nel 2009 Pechino ha iniziato ad incrementare il suo import di mais, gli Stati Uniti si sono sempre attestati come interlocutori commerciali privilegiati arrivando a garantire nel 2012 il 100% della fornitura cerealicola in Cina. Lo stesso anno, tuttavia, la firma di un accordo fra Kiev e Pechino che avrebbe garantito un prestito di circa 3 milioni di dollari da parte cinese in cambio di 3 milioni di tonnellate di mais, ha sancito il rafforzamento delle relazioni commerciali tra i due partner. Ad oggi, Kiev è il principale supplier di mais del Paese asiatico.

   Sempre sul fronte asiatico, l’Ucraina costituisce circa il 74% delle forniture di olio di semi di girasole dell’India, seguita da Argentina e Russia. Il blocco delle esportazioni di olio dall’Ucraina, tuttavia, ha portato Nuova Delhi non solo a rivolgersi ad altri mercati, ma anche a diversificare i propri import agro-alimentari, prediligendo altri tipi di oli. Allo stesso tempo, l’inaspettato aumento della richiesta di oli vegetali, come l’olio di palma, ha innescato l’adozione di nuove misure protezionistiche da parte dei Paesi produttori. L’Indonesia, per esempio, a cui l’India si è rivolta per colmare il gap ucraino, ha recentemente introdotto una legge volta a proteggere il mercato interno di olio di palma, costringendo le principali aziende esportatrici a destinare circa il 30% del volume dei loro carichi al mercato domestico.

   Una delle regioni più esposte alla crisi agro-alimentare è sicuramente l’area MENA (Middle East and North Africa, acronimo di “Medio Oriente e Nord Africa”, NDR). L’EGITTO è il primo Paese al mondo per import di grano tenero, per la quasi totalità proveniente da Russia ed Ucraina. Dalle forniture di Kiev e Mosca dipendono inoltre numerosi altri Paesi dell’area, fra i quali la TURCHIA, che nel 2020 ha importato dai due Paesi circa il 78% del suo grano, TUNISIA e ARABIA SAUDITA. Quest’ultima, il più grande importatore mondiale di orzo, utilizza il cereale principalmente come mangime per animali. La maggior parte delle proprie forniture proviene dall’Ucraina e dalla Russia e lo stop alle importazioni avrà ripercussioni anche sugli allevamenti intensivi, generando una crisi alimentare con un impatto ben più ampio rispetto al solo settore agricolo.

   Sicuramente lo YEMEN, al centro di una devastante guerra civile dal 2014, rappresenterà uno dei Paesi più esposti alla crisi d’approvvigionamento. Non solo l’interruzione delle forniture da Russia e Ucraina, che rappresentano insieme circa il 40% dell’import yemenita di grano, ma anche l’aumento dei prezzi dei cereali a livello globale, costituiranno un motivo di grave preoccupazione per il Paese arabo, già provato da una grave crisi economica in seguito al conflitto civile e quasi completamente dipendente dagli aiuti umanitari delle organizzazioni internazionali presenti sul territorio.

   Anche il MAROCCO, in ultima analisi, grande produttore di cereali del Nord Africa e possibile alternativa di approvvigionamento per i propri vicini arabi, ha ridotto drasticamente la sua produzione di grano in seguito ad un periodo di forte siccità che ha innescato nelle ultime settimane numerose proteste contro il rincaro dei prezzi dei beni di prima necessità.

   L’area MENA è una regione da sempre sensibile alle oscillazioni del prezzo del pane e che ha visto sorgere, per il suo aumento, numerose proteste. Tra queste, le “rivolte del pane” in Egitto, che hanno portato l’allora Presidente Anwar Al-Sadat a calmierarne il prezzo nel 1977, le rivolte del 1984 in Tunisia e quelle del 1988 in Algeria, senza dimenticare che, nei mesi immediatamente precedenti allo scoppio delle Primavere Arabe, il prezzo del pane era salito vertiginosamente, innescando il primo livello di malcontento poi esploso con rivolte su larga scala.

   Fra i vari provvedimenti volti a contenere la crisi alimentare ed il malcontento popolare, il Primo Ministro marocchino, Aziz Akhennouch, ha annunciato la sospensione dei dazi doganali sulle importazioni di grano duro e tenero, oltre all’allocazione di rimborsi aggiuntivi agli importatori. Il Governo tunisino ha già approntato un piano di diversificazione dei fornitori che punta ad Argentina, Uruguay, Bulgaria e Romania come possibili alternative per il grano tenero e alla Francia per l’orzo, mentre Paesi come l’Egitto, il Libano e l’Iraq rivedono le loro politiche di sussidi alimentari che col rincaro dei prezzi potrebbero pesare sul budget nazionale per un aumento di circa 760 milioni di dollari.

   Oltre ai CEREALI, la Russia produce circa il 13% del totale mondiale di FERTILIZZANTI, la cui vendita all’estero potrebbe essere limitata, per ragioni politiche (contro-sanzioni) o logistiche.  Inoltre, la decisione del Cremlino di sospendere fino ad aprile l’esportazione di nitrato di ammonio, fondamentale per la concimazione del grano, rischia di aggravare ulteriormente la crisi agricola, ponendo rischi a lungo termine anche per le rendite cerealicole degli anni successivi.

   La diversificazione delle fonti di approvvigionamento risulta essere la principale strategia per mitigare gli effetti dell’interruzione della filiera alimentare. Infatti, il 2 marzo, in una riunione straordinaria in seno al Consiglio dell’UE, i Ministri dell’Agricoltura dei Paesi membri hanno discusso di possibili misure da adottare a livello interno e comunitario per far fronte alla crisi. Fra queste, adottare misure che rendano il commercio internazionale compatibile con gli alti standard di produzione agricola europea ABBASSANDO, ad esempio, IL LIMITE MASSIMO DI PESTICIDI consentito attualmente dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA), permetterebbe di implementare nuovi accordi con Paesi terzi ed allentare la dipendenza agricola che attualmente lega l’Unione Europea all’Ucraina e alla Russia.

   In aggiunta, il conflitto in Ucraina ha innescato in molti Paesi una reazione protezionistica volta a salvaguardare la propria produzione cerealicola domestica. È il caso di Ungheria e Bulgaria, che dal 5 marzo hanno bloccato l’esportazione di grano per assicurare i rifornimenti interni e contenere la crescita dei prezzi per i propri cittadini.

   In ultimo, il conflitto in Ucraina ha riacceso il DIBATTITO SULLA SOVRANITÀ ALIMENTARE. La crisi ha infatti risvegliato in ogni Paese la necessità di dotarsi di una strategia che diminuisca la dipendenza dalle importazioni di Paesi terzi e che punti verso una rapida autosufficienza alimentare che garantisca resilienza in casi di instabilità internazionale. È possibile che in futuro si assista sempre più all’implementazione di misure che accorcino la catena produttiva avvicinando il produttore al consumatore attraverso una rinnovata ATTENZIONE AL TERRITORIO LOCALE e alla SOSTENIBILITÀ DELL’INDUSTRIA AGRO-ALIMENTARE. (Stefania Balzano, da https://www.cesi-italia.org/, 24/3/2022)

…………………..

“(…) Una delle regioni più esposte alla CRISI AGRO-ALIMENTARE è sicuramente l’area MENA (Middle East and North Africa, acronimo di “Medio Oriente e Nord Africa”, NDR). L’Egitto è il primo Paese al mondo per import di grano tenero, per la quasi totalità proveniente da Russia ed Ucraina. Dalle forniture di Kiev e Mosca dipendono inoltre numerosi altri Paesi dell’area, fra i quali la Turchia, che nel 2020 ha importato dai due Paesi circa il 78% del suo grano, Tunisia e Arabia Saudita. (…)” (Stefania Balzano, da https://www.cesi-italia.org/, 24/3/2022) – LA MAPPA (da WIKIPEDIA) è dell’area MENA – Il termine MENA (Middle East and North Africa) è un acronimo di “Medio Oriente e Nord Africa”, spesso usato da accademici, pianificatori militari ed economisti. Il termine si riferisce ad un’ampia regione, estesa dal Marocco all’Iran, che include la maggior parte sia degli Stati mediorientali che del Maghreb. Il termine è sinonimo di Grande Medio Oriente (quest’ultimo, però, ricomprende a volte Pakistan e/o Afghanistan). La popolazione della regione MENA, secondo la sua estensione minima, è di circa 381 milioni di persone, circa il 6% della popolazione totale del Mondo. Per la sua estensione massima, la popolazione è di circa 523 milioni. (da WIKIPEDIA) (nell’immagine l’AREA MENA, sempre da Wikipedia)

…………………………….

“(…) A livello regionale, LA GUERRA IN UCRAINA HA RESO EVIDENTE LA FRAMMENTAZIONE INTERNA ALL’AMERICA LATINA. Infatti, non c’è stata una condanna univoca all’invasione russa. Ad esempio, la RISOLUZIONE votata all’ONU per condannare l’aggressione ha visto 35 ASTENUTI, di cui 4 SONO PAESI LATINOAMERICANI (CUBA, BOLIVIA, NICARAGUA ED EL SALVADOR); il VENEZUELA, uno dei principali alleati della Russia nella regione, assieme ad altri 12 paesi NON HA PARTECIPATO alla votazione. (…)” (Santiago Olarte, 14/4/2022, da https://www.msoithepost.org/) (nella FOTO: le rivolte in PERU’ contro l’aumento dei prezzi -combustibili e fertilizzanti- causa diretta dell’aggressione russa all’Ucraina, foto da https://www.huffingtonpost.it/)

DAL PERÙ AL BRASILE, LE CONSEGUENZE IN SUD AMERICA DELLA GUERRA IN UCRAINA

da https://www.tag43.it/, 7/4/2022

– Il Sud America fa i conti con l’eco della guerra. L’aumento dei prezzi di carburante e fertilizzanti ha indotto il presidente peruviano a introdurre il coprifuoco nella Capitale. In Brasile, Bolsonaro vuole sottrarre le terre agli indigeni per sfruttare le riserve di potassio. –

   Cittadini reclusi in casa, per evitare che prendano parte alle proteste. È l’ultimo provvedimento del presidente peruviano Pedro Castillo, per arginare le manifestazioni esplose in seguito all’aumento del prezzo di carburante e fertilizzanti causato dalla guerra in Ucraina.

   Ma la situazione è tesa anche in Brasile, dove Jair Bolsonaro, con il pretesto di accaparrarsi materie prime, sta provando a sottrare le terre alle comunità indigene. A Lima, il coprifuoco è stato annunciato in diretta tv nei giorni scorsi. È durato dalle due di lunedì e la mezzanotte di martedì, allo scopo «di proteggere i diritti fondamentali di tutte le persone», ha detto il presidente. «Per rispondere agli atti violenti organizzati da alcuni gruppi, colpevoli di aver bloccato il transito sulle strade in entrata e in uscita dalla Capitale». Ma il provvedimento, come prevedibile, ha suscitato ampie critiche. Una scelta definita «eccessiva e improvvisata, assolutamente sproporzionata» dagli attivisti peruviani a sostegno dei diritti umani.

Oltre la guerra in Ucraina, i problemi del presidente peruviano Pedro Castillo

Ma anche un segno di un potere sempre più instabile. Castillo in otto mesi è infatti sopravvissuto a due tentativi di impeachment, ha cambiato quattro esecutivi e 45 ministri, un record nella storia del Paese. «Il suo incarico è garanzia di malgoverno e mantenimento di un sistema fondato sulla corruzione», ha spiegato al Guardian il politologo Fernando Tuesta, per il quale l’unica soluzione sarebbero nuove elezioni da tenere dopo l’introduzione di una riforma del sistema.

   Intanto, a causa dei disordini, si contano già quattro morti, mentre sono sempre più feroci gli scontri tra cittadini e polizia. Che ha risposto con i lacrimogeni a quanti hanno provato a saccheggiare negozi e palazzi delle istituzioni al centro di Lima. Le scuole sono rimaste chiuse mercoledì (6 aprile, ndr). Ennesimo duro colpo a un’istruzione già piegata dalla didattica a distanza imposta dalla pandemia. Sullo sfondo un’inflazione che ha toccato il massimo da 26 anni a questa parte, con un aumento dei prezzi al consumo dell’1,48 per cento solo nell’ultimo mese.

   Il problema, in un paese a forte trazione agricola, riguarda soprattutto i fertilizzanti importati per una quota pari a 1,2 milioni di tonnellate ogni anno.

Castillo, il coprifuoco nel giorno dell’anniversario dell’autogolpe del 1992

Ex insegnante, Castillo ha vinto per un soffio le ultime elezioni battendo la figlia del vecchio presidente Keiko Fujimori. Un successo maturato con l’appoggio decisivo delle comunità rurali. Le stesse che da due settimane conducono le proteste, chiedendo al governo di calmierare i prezzi.

   Contro di lui, gli oppositori evocano anche uno storico precedente. Il coprifuoco, infatti, coincide con l’autogolpe del 5 aprile 1992. Allora, il presidente Alberto Fujimori, oggi in carcere, a causa della crisi economica sciolse il congresso e inviò in strada i carri armati. A novembre, un successivo tentativo di colpo di Stato orchestrato dal generale Jaime Salinas Sedó venne sventato, i responsabili arrestati e Fujimori sfruttò la vicenda per governare con maggiore durezza.

Bolsonaro e l’espropriazione delle terre agli indigeni con il pretesto delle riserve di potassio

La situazione resta difficile anche in Brasile. Qui, secondo gli oppositori, il presidente Jair Bolsonaro starebbe sfruttando le ripercussioni del conflitto in Europa per accelerare l’approvazione di una legge che consentirebbe l’espropriazione delle terre agli indigeni a fini commerciali. «La crisi tra Ucraina e Russia ci sta consegnando una grande opportunità», ha affermato Bolsonaro lo scorso mese.

   Il presidente ha spiegato come fosse necessario un maggiore sfruttamento delle riserve  di potassio presenti in alcune aree del Brasile per compensare lo stop alle esportazioni di fertilizzanti deciso dalla Russia. A sentire gli esperti, tuttavia, tali materie si troverebbero solo in minima parte nelle aree occupate dagli indigeni.

   «È un pretesto», ha affermato Márcio Astrini, segretario esecutivo dell’Osservatorio climatico brasiliano, rete di gruppi ambientalisti. «Bolsonaro sta sfruttando la situazione per accelerare le procedure su un disegno di legge che obbedisce ad altri interessi. Vuole sottrarre queste terre alle comunità locali e privatizzarle». È il motivo per cui a Brasilia le proteste vanno avanti da dieci giorni. (da https://www.tag43.it/, 7/4/2022)

“(…) Il Sud America fa i conti con l’eco della guerra. L’AUMENTO dei PREZZI di CARBURANTE e FERTILIZZANTI ha indotto il presidente PERUVIANO a introdurre il COPRIFUOCO nella Capitale. In Brasile, BOLSONARO (nella FOTO con Putin) vuole sottrarre le terre agli indigeni per sfruttare le riserve di potassio (…)” (da https://www.tag43.it/, 7/4/2022)

……………………….

…………..

“(…) Complessivamente, secondo una stima del PAM (Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite) il conflitto armato in corso provocherà un incremento di 13 milioni delle persone che soffrono la fame, il cui numero potrebbe superare gli 800 milioni, tenendo conto degli effetti ancora notevoli della pandemia. (…)” (da TRECCANI https://www.treccani.it/, 22/3/2022) (nella FOTO: AFRICA la fame con la siccità come conseguenza della guerra in Ucraina, foto da http://www.vita.it/)

LE CONSEGUENZE DELLA GUERRA TRA RUSSIA E UCRAINA IN AFRICA

di Bruna Sironi (dal Kenya), da NIGRIZIA, 28/2/2022

– Previsti aumenti del prezzo del pane del 30%. Farina già esaurita in molti supermercati in Tunisia – A rischio i rifornimenti di alimenti di base come grano, mais e olio di semi, di cui Mosca e Kiev sono tra i massimi produttori mondiali e tra i maggiori fornitori di diversi paesi del continente. Intrappolati nel conflitto anche migliaia di studenti africani –

   La guerra russa in Ucraina avrà conseguenze anche in Africa. I legami con Mosca sono diventati sempre più importanti negli ultimi anni. Accordi militari e la presenza, più o meno evidente, di addestratori dell’esercito russo e dei mercenari del gruppo Wagner, legati direttamente al presidente Putin, interessano ormai la gran parte dei paesi del continente.

   Ne è un segnale, ad esempio, la visita a Mosca del vicepresidente del Consiglio sovrano sudanese, Mohamed Hamdan Daglo, detto Hemetti, nei giorni dell’inizio dell’invasione russa in Ucraina. Le sue dichiarazioni sono state lette come un appoggio all’operazione: «La Russia ha il diritto di agire nell’interesse dei suoi cittadini e di proteggere il suo popolo». Parole significative, anche se sono state immediatamente ridimensionate dal ministro degli esteri di Khartoum, che sta tentando di non deteriorare ulteriormente i rapporti del suo governo con l’Occidente.

   Questo non ha impedito, tuttavia, ad Hemetti, di proseguire i suoi incontri ai massimi livelli con la leadership di Mosca. Secondo l’agenzia ufficiale sudanese Suna, il 25 febbraio scorso, mentre l’esercito russo penetrava sempre più profondamente in territorio ucraino, incontrava Nikolai Patrushev, capo del Consiglio di sicurezza della federazione russa, con il quale concordava una cooperazione congiunta “in tutti i campi e a tutti i livelli, da quello bilaterale a quelli internazionali”.

   Altri, nel continente, hanno invece preso le distanze da Mosca in modo inequivocabile. Importante e significativa è la richiesta sudafricana di ritirare immediatamente le truppe dal territorio ucraino, ribadendo che la disputa deve essere risolta pacificamente. Il Sudafrica è considerato al Cremlino come il maggior alleato in Africa e dunque la sua presa di posizione brucia particolarmente. I due paesi hanno consolidati legami economici. Il Sudafrica ha investimenti in Russia per circa 80 miliardi di rand, pari a 5 miliardi di dollari, mentre quelli russi in Sudafrica ammontano a poco più di un terzo, circa 23 miliardi di rand, circa 1 miliardo e mezzo di dollari.

   Durissimo il discorso dell’ambasciatore keniano Martin Kimani al Consiglio di sicurezza Onu, dove il Kenya in questo periodo ha il seggio di membro non permanete: «L’integrità territoriale e la sovranità dell’Ucraina sono state violate. La carta delle Nazioni Unite continua ad indebolirsi sotto gli assalti incessanti dei potenti».  Anche Gabon e Ghana, pure membri non permanenti del Consiglio di sicurezza, hanno condannato l’operazione militare russa contro l’Ucraina.

   Tranne l’ambigua posizione sudanese, nessun paese africano ha finora appoggiato apertamente Mosca, neppure il Mali e la Repubblica Centrafricana, dove i miliziani della compagnia Wagner agiscono alla luce del sole in supporto dei locali governi.

   Vedremo prossimamente se l’attacco russo all’Ucraina avrà conseguenze diplomatiche di medio e lungo periodo nel continente. Le conseguenze economiche si vedranno invece immediatamente, e con ogni probabilità saranno molto pesanti.

Grano, mais e olio di semi

In gioco ci sono infatti, tra l’altro, i rifornimenti di alimenti di base, di cui Russia e Ucraina sono tra i massimi produttori mondiali e tra i maggiori fornitori di diversi paesi del continente. Lo afferma Wandile Sihlobo, economista alla Camera d’affari agricola sudafricana (Agbiz) e membro del Consiglio economico consultivo presidenziale (Peac).

   Alcuni dati aiutano ad inquadrare il problema. Nel 2020 i paesi africani hanno importato dalla Russia prodotti agricoli per un valore di 4 miliardi di dollari; circa il 90% era grano e il 6% olio di semi di girasole. Il maggior importatore è stato l’Egitto (circa la metà del giro d’affari), seguito da Sudan, Nigeria, Tanzania, Algeria, Kenya e Sudafrica. L’Ucraina ha invece esportato in Africa prodotti agricoli per un valore di 2,9 miliardi di dollari; circa il 48% era grano, il 31% mais e poi olio di semi di girasole, orzo e semi di soia.

   I due paesi sono tra i maggiori produttori mondiali di grano e contribuiscono al suo commercio internazionale per oltre un quarto del totale: la Russia con il 18% e l’Ucraina per l’8%. Insieme contribuiscono anche per il 14% del totale di mais e per il 58% di olio di semi di girasole.

   Secondo numerosi esperti, l’azione militare russa in Ucraina potrebbe minare la stessa stabilità dei mercati delle derrate alimentari a livello internazionale e provocare un ulteriore notevole aumento dei prezzi. Nei giorni precedenti all’invasione russa dell’Ucraina c’era già stato un notevole aumento dei prezzi di diverse derrate alimentari sul mercato internazionale rispetto all’anno scorso, in cui peraltro, i prezzi erano già saliti notevolmente: + 21% del mais, + 35% del grano, + 20% dei semi di soia e + 11% dell’olio di semi di girasole.

   Ne sarebbero colpiti in particolare i paesi africani, in cui i prodotti citati costituiscono il cibo di base della popolazione, già messa a dura prova dalla crisi economica provocata dalla pandemia e dalla scarsità della produzione interna, drasticamente ridotta dall’ennesimo periodo di siccità, fenomeno reso sempre più lungo e frequente dai cambiamenti climatici in atto. All’aumento del prezzo delle derrate alimentari si deve aggiungere quello dei trasporti, dal momento che anche il petrolio ha ormai raggiunto i 100 dollari a barile, il livello più alto dal 2014.

   Secondo diversi analisti economici, il prezzo del pane potrebbe aumentare del 30% in diversi paesi africani. Questo farebbe crescere anche il rischio di instabilità. Ѐ stato proprio l’aumento del prezzo del pane a scatenare le rivolte della primavera araba e, più recentemente, la mobilitazione popolare che ha provocato la caduta del trentennale regime del presidente Omar El-Bashir in Sudan nel 2019.

Studenti in trappola

Un altro impatto della crisi sugli africani è già evidente. L’Ucraina è la meta di moltissimi studenti africani, attirati dalla qualità dell’insegnamento nelle sue università e dal costo degli studi e della permanenza, molto minore di quelli di quasi tutti gli altri paesi europei. Sarebbero decine di migliaia gli studenti intrappolati nelle città ucraine sotto assedio. Solo da Marocco, Nigeria ed Egitto se ne conterebbero almeno 16mila. (…..) (Bruna Sironi , da NIGRIZIA)

“(…) L’Ucraina e la Russia sono tra i maggiori PRODUTTORI MONDIALI DI GRANO e contribuiscono al suo commercio internazionale per oltre un quarto del totale: la Russia con il 18% e l’Ucraina per l’8%. Insieme contribuiscono anche per il 14% del totale di MAIS e per il 58% di OLIO DI SEMI DI GIRASOLE. … Nei giorni precedenti all’invasione russa dell’Ucraina c’era già stato un NOTEVOLE AUMENTO DEI PREZZI di diverse derrate alimentari sul mercato internazionale rispetto all’anno scorso, in cui peraltro, i prezzi erano già saliti notevolmente: + 21% del MAIS, + 35% del GRANO, + 20% dei SEMI DI SOIA e + 11% dell’OLIO DI SEMI DI GIRASOLE.  Ne SAREBBERO COLPITI IN PARTICOLARE I PAESI AFRICANI, in cui i prodotti citati costituiscono il cibo di base della popolazione, già messa a dura prova dalla crisi economica provocata dalla pandemia e dalla scarsità della produzione interna, drasticamente ridotta dall’ennesimo periodo di SICCITÀ, fenomeno reso sempre più lungo e frequente dai CAMBIAMENTI CLIMATICI in atto. (…)” (Bruna Sironi, da NIGRIZIA) (nella foto: SICCITÀ ripresa da “il Fatto Quotidiano”)

…………………………..

LA GUERRA RISCHIA DI PEGGIORARE ANCHE IL CAMBIAMENTO CLIMATICO

– l’allarme lanciato dal segretario generale dell’Onu –

da https://it.gariwo.net/ del 24/3/2022

   António Guterres è intervenuto qualche giorno fa all’Economist Sustainability Summit, tenuto a Londra dal quotidiano The Economist, sottolineando come le conseguenze del conflitto in corso tra Russia e Ucraina potrebbero toccare profondamente anche la lotta al cambiamento climatico e, conseguentemente, contribuire a mettere a rischio la sopravvivenza di molti ambienti del nostro pianeta e di tutti coloro che li abitano. “Le conseguenze della guerra russa in Ucraina non solo rischiano di distruggere i mercati alimentari ed energetici globali, ma potrebbero anche minare l’agenda climatica globale. Se i Paesi risponderanno all’aggressione della Russia aumentando il proprio uso di combustibili fossili, il conflitto rischia di allontanarci dal raggiungimento degli obiettivi globali sul clima“, dice Guterres.

   Già qualche giorno dopo l’inizio dell’invasione, anche la meteorologa ucraina Svitlana Krakovska aveva manifestato da Kiev la sua preoccupazione a riguardo, durante la riunione zoom dellInternational Governmental Panel on Climate Change (IPCC). “Il denaro che finanzia questa aggressione proviene dai combustibili fossili, esattamente come il cambiamento climatico. Se non dipendessimo da questi ultimi, la Russia non potrebbe finanziare il conflitto”.

   Guterres ha continuato spiegando che l’obiettivo di limitare le temperature globali a 1,5°C sopra i livelli preindustriali, fissato al vertice delle Nazioni Unite sul clima Cop26 nel 2021, è in pericolo poiché i Paesi cercano alternative “rapide” alle forniture russe di petrolio e gas. “Le principali economie perseguono una strategia del ‘va bene tutto’ per sostituire i combustibili fossili russi, misure a breve termine potrebbero quindi creare dipendenza a lungo termine dai combustibili fossili e distruggere l’obiettivo 1,5°C. I Paesi potrebbero essere messi così in difficoltà dall’immediato deficit di approvvigionamento di combustibili fossili, da trascurare o mettere in ginocchio le politiche per ridurne l’uso. E questa è una follia”.

   Oltre all’espansione delle energie rinnovabili, gli Stati cercherebbero quindi combustibili fossili da altre nazioni, come nel caso del gas del Qatar e del petrolio dell’Arabia Saudita, si legge sul GuardianGli Stati Uniti stanno per esempio cercando di espandere le proprie importazioni di petrolio, anche considerando Paesi precedentemente considerati Stati paria, come Venezuela e Iran. Si prevede un aumento anche della produzione interna di petrolio e gas con il metodo fracking. I governi, inoltre, assorbiti dall’affrontare il conflitto e le sue conseguenze economiche, potrebbero avere più difficoltà nel concentrarsi sulla minaccia dell’emergenza climatica.
   “Invece di frenare la decarbonizzazione dell’economia globale, ora è il momento di dare il massimo verso un futuro di energia rinnovabile”, ha concluso il segretario generale dell’Onu, per il quale la via da seguire, dopo che la ripresa green post Covid-19 non si è verificata, è quella di costruire coalizioni per aiutare le principali economie emergenti ad allontanarsi rapidamente dai combustibili fossili, attuando una transizione energetica rapida, equa e sostenibile.

   Parallelamente a questo quadro preoccupante, si fa strada anche la possibilità che i Paesi reagiscano invece con un atteggiamento più lungimirante, puntando sulle energie green per limitare la dipendenza dalle forniture russe. “Questa guerra fornisce ancora più prove del perché non c’è tempo da perdere nella transizione dai combustibili fossili verso un futuro più pulito”, ha dichiarato David Blood, creatore insieme ad Al Gore del Generation Investment Management. L’auspicio è che la presa di coscienza ulteriore del fatto che gli idrocarburi siano insostenibili dal punto di vista ambientale, ma anche sociale, politico ed economico, spinga il mondo a velocizzare la transizione ecologica di cui da anni si parla. (da https://it.gariwo.net/)

………………………

CRISI CLIMATICA e GUERRA contro l’UCRAINA: SICCITÀ e MANCANZA DI GRANO (CARESTIA) – “(…) Gli effetti di questa crisi mondiale sono già concreti: AMINA YUSUF CIGE ha 90 anni e vive nel villaggio di Xidhinta in SOMALILAND, la regione autonoma A NORD DELLA SOMALIA. Nella sua vita è sopravvissuta a dodici SICCITÀ, ma questa è la situazione peggiore che abbia mai visto: “Manca acqua, non possiamo coltivare i nostri campi e quindi non abbiamo cibo né soldi per comprarlo. Qui il mondo sta finendo”. In Somaliland non piove dallo scorso aprile e si stima che la siccità, la fame e la grave mancanza d’acqua metteranno in pericolo 1.2 milioni di persone nei prossimi mesi. (…)” (da VITA http://www.vita.it/it/, 4/4/2022) (SOMALILAND, mappa da https://www.internazionale.it/)

LA GUERRA IN UCRAINA PRODUCE LA FAME NEL CORNO D’AFRICA

da VITA http://www.vita.it/it/, 4/4/2022

– Siccità estrema e aumento dei cereali spingono Etiopia, Kenya e Somaliland al limite della sopravvivenza. Le ragazze costrette dalle famiglie a sposarsi in cambio di acqua e cibo. ActionAid in Somaliland: «Per la prima volta sulla nostra pelle le conseguenze di una guerra dall’altra parte del mondo» – Continua a leggere