NORDEST D’ITALIA, FINE DI UN MITO: banche fallite, grandi opere (il MOSE) tangentate, economia in crisi – La MACROREGIONE CHE QUI MANCA – Il caso della SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA: il blocco e i nodi che vengono al pettine – La RICONVERSIONE ECOLOGICA di un territorio che si è perduto

LA COSTRUENDA SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA – “La Regione Veneto ha già pagato 390 milioni, sui 450 spesi per la nuova Superstrada Pedemontana Veneta. Il contributo pubblico si dovrà fermare a quota 614 milioni. Invece la SIS (ATI Consorzio Stabile SIS – Società Consortile per Azioni e Itinere Infrastructuras S.A., la società che gestisce il project financing e dovrebbe costruire l’opera e poi gestirla per 39 anni incassandi i pedaggi, ndr) ne ha sborsati solo 60, a fronte dei 1500 che la convenzione pone a carico dei privati. Sis pensa di recuperare il finanziamento mancante attraverso UN BOND, UN PRESTITO OBBLIGAZIONARIO, che verrebbe emesso da JP MORGAN, ma a garantirlo dovrebbe essere la CASSA DEPOSITI E PRESTITI. Cioè i soldi del risparmio degli italiani. In alternativa l’Anas potrebbe subentrare al concessionario Sis e addossarsi la conclusione dell’opera. NELL’UN CASO E NELL’ALTRO, LA PRIMA AUTOSTRADA REGIONALE VERRÀ ULTIMATA SOLO CON I SOLDI DELLO STATO. UN CAPOLAVORO.” (…..)(Renzo Mazzaro, da “il Mattino di Padova” del 8/8/2016)
LA COSTRUENDA SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA – “La Regione Veneto ha già pagato 390 milioni, sui 450 spesi per la nuova Superstrada Pedemontana Veneta. Il contributo pubblico si dovrà fermare a quota 614 milioni. Invece la SIS (ATI Consorzio Stabile SIS – Società Consortile per Azioni e Itinere Infrastructuras S.A., la società che gestisce il project financing e dovrebbe costruire l’opera e poi gestirla per 39 anni incassandi i pedaggi, ndr) ne ha sborsati solo 60, a fronte dei 1500 che la convenzione pone a carico dei privati. Sis pensa di recuperare il finanziamento mancante attraverso UN BOND, UN PRESTITO OBBLIGAZIONARIO, che verrebbe emesso da JP MORGAN, ma a garantirlo dovrebbe essere la CASSA DEPOSITI E PRESTITI. Cioè i soldi del risparmio degli italiani. In alternativa l’Anas potrebbe subentrare al concessionario Sis e addossarsi la conclusione dell’opera. NELL’UN CASO E NELL’ALTRO, LA PRIMA AUTOSTRADA REGIONALE VERRÀ ULTIMATA SOLO CON I SOLDI DELLO STATO. UN CAPOLAVORO.” (…..)(Renzo Mazzaro, da “il Mattino di Padova” del 8/8/2016)

   Parliamo di territori: in questo caso il Nordest d’Italia (identificabile con Veneto, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adoge…. con tutti i distingui geografici che qui non faremo). Nordest in caduta libera: sul piano economico (fino a qualche tempo fa era un modello…), in quello delle infrastrutture e grandi opere (contestate nella loro validità, come il Mose nella laguna veneziana, e ora in grave difficoltà pure per la corruzione e tangenti che ha provocato). E, pure, nel sistema della osannata finanza locale, che è miseramente fallita nelle due maggiori banche venete (e che ha trascinato nella povertà -autentica!- migliaia di piccoli e medi risparmiatori che avevano investito – tutto!, irresponsabilmente, fidandosi ciecamente…- su queste due ex grandi banche).

da www.agensir.it.italia/
da http://www.agensir.it.italia/

   Il 4 agosto scorso il Corriere del Veneto ha pubblicato una lettera-intervento di MARIA CRISTINA PIOVESANA, che è presidente di Unindustria Treviso. E questa lettera è stata come “la sveglia” di un contesto che ancora forse non si rendeva conto di quel che è effettivamente accaduto. Insomma, ci voleva qualcuno che dicesse che “IL RE È NUDO”. Nella lettera (che riportiamo all’inizio di questo post) si mette lucidamente in evidenza come vent’anni fa (anche meno, pensiamo noi) la classe dirigente veneta (fatta di politici, industriali, studiosi universitari…) contestava il resto d’Italia mettendo in rilievo come il modello (economico, politico, sociale…) del nordest non avesse pari, e fosse solo destinato a subìre gli aspetti negativi dal resto del Paese (corruzioni, sprechi, mafie, criminalità, inefficienze….). Chiedendo (la classe dirigente veneta), anche ora lo si fa, o vera e propria autonomia (qui il Veneto in particolare, si distingueva, essendo l’altra parte del Nordest dato già da regioni a “statuto speciale”), oppure un federalismo spinto che valorizzasse la regionalità rivolta al globale, all’Europa (questa proposta, del FEDERALISMO, appartiene anche alla nostra cultura geografica, alle nostre convinzioni).

   Su questa linea piace ricordare come da varie parti (anche nel mondo delle associazioni geografiche) si propendesse pure (e tuttora noi ci crediamo) per la COSTITUZIONE DI UNA MACROREGIONE DEL NORDEST, sciogliendo in essa gli apparati delle due regioni, Veneto e Friuli Venezia Giulia, e delle due Provincie autonome di Trento e Bolzano. Con un condiviso progetto nazionale, europeo (in primis) e globale.

Nell’ultimo report dell’Istat sulla situazione socio-economica del nostro Paese c’è un’interessante mappa dell’Italia divisa in quattro aree, in base all’andamento di occupazione e disoccupazione: Quelle in cui l’occupazione tra 2014 e 2015 è stata in aumento e la disoccupazione in calo sono “in ripresa”, in verde scuro, quelle in cui la disoccupazione cresce, ma lo fa anche l’occupazione sono “attive”, in verde chiaro, poi abbiamo le aree in cui al contrario è l’occupazione a calare e la disoccupazione ad aumentare, in rosso chiaro, e infine la categoria peggiore, in cui la disoccupazione è in salita, mentre l’occupazione in discesa, in rosso scuro. La maggioranza della popolazione italiana, i due terzi, vive in zone in ripresa, ovunque, tranne che nel Nordest, dove più di metà risulta risiedere nell’area “inattiva”, quella in cui gli occupati sono diminuiti anche l’anno scorso. (….) da www.linkiesta.it del 6/6/2016
Nell’ultimo report dell’Istat sulla situazione socio-economica del nostro Paese c’è un’interessante mappa dell’Italia divisa in quattro aree, in base all’andamento di occupazione e disoccupazione: Quelle in cui l’occupazione tra 2014 e 2015 è stata in aumento e la disoccupazione in calo sono “in ripresa”, in verde scuro, quelle in cui la disoccupazione cresce, ma lo fa anche l’occupazione sono “attive”, in verde chiaro, poi abbiamo le aree in cui al contrario è l’occupazione a calare e la disoccupazione ad aumentare, in rosso chiaro, e infine la categoria peggiore, in cui la disoccupazione è in salita, mentre l’occupazione in discesa, in rosso scuro. La maggioranza della popolazione italiana, i due terzi, vive in zone in ripresa, ovunque, tranne che nel Nordest, dove più di metà risulta risiedere nell’area “inattiva”, quella in cui gli occupati sono diminuiti anche l’anno scorso. (….) da http://www.linkiesta.it del 6/6/2016

   Tornando alla lettera della presidente di Unindustria Treviso che rileva come (specie il Veneto nel Nordest) si fosse in caduta libera (nella finanza, nella politica, nella stessa dirigenza economica…), viene da Lei chiesto un rinnovamento vero (“…un nuovo ceto dirigente con il contributo di persone di ogni età, ceto e partito…”), che dia la possibilità di ricostruire un Nordest nuovo, proprio a partire da tutta la sua classe dirigente, in ogni ambito.

….

Fa specie mettere in rilievo che proprio negli stessi giorni, settimane, dove sociologi, giornalisti, industriali, economisti… si esprimevano dando piena ragione alla Presidente di Unindustria di Treviso, proponendo possibili soluzioni…. Ebbene nelle stesse settimane agostane scoppiava lo scandalo della SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA, altra grande opera (come il MOSE), che ci si “accorgeva” di quel che tutti sapevano (quelli che erano andati a leggersi le carte, i progetti…. come in parte anche noi abbiamo negli anni fatto e questo blog contiene vari interventi riguardo a questo progetto di vera e propria autostrada di 95 chilometri, e i link li potete trovare in questo post alla fine degli articoli dedicati alla SPV…).

PARTE DELLA GALASSIA VENETA VISTA DI SERA DAL MONTEGRAPPA (da www.montegrappa.org/)
PARTE DELLA GALASSIA VENETA VISTA DI SERA DAL MONTEGRAPPA (da http://www.montegrappa.org/)

   In pratica ci si è accorti che il concessionario (ATI Consorzio Stabile SIS – Società Consortile per Azioni e Itinere Infrastructuras S.A., la società che gestisce il project financing e dovrebbe costruire l’opera e poi gestirla per 39 anni incassando i pedaggi per ripagarsi e “guadagnare” sui costi di costruzione), ebbene questa SIS non ha i soldi per costruirla (serve che metta 1,6 miliardi di euro, negli articoli che seguono si specifica il contesto); e che finora quelli interventi di costruzione frammentati qua e là (spesso lasciando già alle erbacce e al degrado scavi e sventramenti di aree agricole…) sono andati avanti con la quota finanziata dallo Stato e dalla Regione Veneto, oppure (e questo è anche più grave) non pagando ancora gli espropri effettuati ai proprietari di terre e case, e indebitandosi con medie e piccole imprese edilizie lavoranti in sub-appalto .

   Allora qui ci vien da chiedere se UNA NUOVA CLASSE DIRIGENTE VENETA RIUSCIRA’ A TERMINARE I LAVORI DELLA SUPERSTRADA PEDEMONTANA, RIVEDENDOLA PERÒ NEI SUOI ASPETTI, IN TEMPI URGENTI, CON UNA NUOVA FUNZIONALITÀ, che serva veramente al traffico pedemontano vicentino e trevigiano, che venga a tutelare i privati cittadini danneggiati e le popolazioni locali coinvolte; che sia un modello (questo sì!) di rispetto dell’ambiente (evitando di trovarsi di fronte a un nuovo sfregio territoriale irrimediabile).

TRATTO VICENTINO DELLA SPV, dal sito www.difesasaluteterritorio.blogspot.it/ - Il TRATTO DI SUPERSTRADA TRA MONTECCHIO M. E LA VALDASTICO NORD-A31(lungo 31 chilometri, con un GALLERIA da farsi -PRIABONA- di 6 chilometri) costa 750 milioni di euro ma non ha senso poiché esiste già la Valdastico Nord-A31 direttamente collegata all’autostrada A4 (mentre gli abitanti della Valle dell’Agno, chiedono invano una bretella tra Canove di Montecchio M. e Cereda di Cornedo perché il traffico locale si svolge principalmente tra Recoaro e Montecchio)
TRATTO VICENTINO DELLA SPV, dal sito http://www.difesasaluteterritorio.blogspot.it/ – Il TRATTO DI SUPERSTRADA TRA MONTECCHIO M. E LA VALDASTICO NORD-A31(lungo 31 chilometri, con un GALLERIA da farsi -PRIABONA- di 6 chilometri) costa 750 milioni di euro ma non ha senso poiché esiste già la Valdastico Nord-A31 direttamente collegata all’autostrada A4 (mentre gli abitanti della Valle dell’Agno, chiedono invano una bretella tra Canove di Montecchio M. e Cereda di Cornedo perché il traffico locale si svolge principalmente tra Recoaro e Montecchio)

   Per questo noi qui PROPONIAMO a una nuova classe dirigente veneta, UN NUOVO MODO DI PROCEDERE NELLA REALIZZAZIONE DI QUEST’OPERA che si faccia questo:

  • SI DIMINUISCANO I COSTI DELL’OPERA togliendo cose non necessarie e impattanti. In primis SI RINUNCI ALLA REALIZZAZIONE DEL TRATTO DI SUPERSTRADA TRA MONTECCHIO MAGGIORE E LA VALDASTICO NORD-A31(un tratto lungo 31 chilometri sui 95 previsti… con un galleria da farsi -Priabona- di ben 6 chilometri!); questo tratto è inutile, costa 750 milioni di euro (sul totale di 2200) ma non ha senso poiché esiste già la Valdastico Nord-A31 direttamente collegata all’autostrada A4. Inoltre CHE SI TOLGANO I 14 CASELLI PREVISTI, assai impattanti e costosi, proponendo “ENTRATE-USCITE” DIFFUSE NEI TERRITORI e in collegamento con le maggiori strade nord-sud, per almeno UNA QUARANTINA DI INTERVENTI “LEGGERI”, non costosi, non impattanti. Se dovrà continuare ad essere a pedaggio (anche quando sarà finanziata pressoché da tutto l’intervento pubblico?!) portali di identificazione della targa del veicolo permettono ora pagamenti telematici, senza la necessità di caselli e fermate obbligate. Questa revisione del progetto e della realizzazione è possibile perché le nuove norme del “CODICE DEGLI APPALTI” prevedono un “PROJECT REVIEW”, cioè una revisione del progetto in corso, adattandolo alle nuove necessità e a una seria valutazione di impatto ambientale (e questo si connetterebbe, oltre che a una maggiore funzionalità dell’opera, iniziando a realizzarle dove maggiormente serve, anche a una drastica riduzione dei costi).
  • Per far questo necessita di UNA SOSPENSIONE DEI LAVORI IN CORSO CHE NON PORTANO A NULLA (tra poco rischiano di arenarsi per sempre, lasciando buchi e degrado nei 95 chilometri della ancora bellissima terra pedemontana veneta). E subito realizzare le varianti necessarie. RISPETTANDO GLI ESPROPRIATI (cioè risarcendoli veramente) e PURE LE DITTE IN SUBAPPALTO che ora lavorano a credito. Una revisione del project richiede un ripensamento sul rapporto con il costruttore, che si sta verificando inadempiente, e sulla necessità o meno (a questo punto!) che una volta realizzata quest’opera abbia un pedaggio da versarsi per l’utilizzo.
CANTIERE A SAN ZENONE DELLA COSTRUENDA SUPERSTRADA PEDEMONTANA - VENETA “Bastano due conti della serva per dimostrare il sostanziale default cui va incontro la Superstrada Pedemontana Veneta. Per primo il dato sui flussi di traffico che potrà essere al massimo di 20.000 veicoli al giorno, tenendo conto dei veicoli circolanti in A31 e A27 e delle condizioni più favorevoli relative alla mobilità veneta messe in luce da AISCAT. Se tutto va bene quindi la società che gestisce la superstrada incasserà ogni anno (supponendo un pedaggio medio di euro 10 -secondo l'allegato A1 della concessione rivista nel 2013, si può arrivare oltre i 12€ - e ipotizzando, cosa non verosimile, che tutti i veicoli compiano l'intero percorso e durante tutti i giorni dell'anno) 72 milioni di euro. In totale fanno per i 39 anni di durata della concessione 2 miliardi 808 milioni di euro. Il secondo è un dato finanziario e cioè gli interessi sul famigerato project-bond pari all'8% annuale . Il bond dovrebbe essere pari a circa 1,6 miliardi e quindi ipotizzando un bond decennale garantito dalla BEI il totale degli interessi che la Sis dovrà pagare fa 128 milioni di euro all'anno ovvero 1,28 miliardi in dieci anni.” (di Massimo Follesa e Francesco Celotto, 2 agosto 2016, da http://wwwcovepa.blogspot.it/ )
CANTIERE A SAN ZENONE DELLA COSTRUENDA SUPERSTRADA PEDEMONTANA – VENETA “Bastano due conti della serva per dimostrare il sostanziale default cui va incontro la Superstrada Pedemontana Veneta. Per primo il dato sui flussi di traffico che potrà essere al massimo di 20.000 veicoli al giorno, tenendo conto dei veicoli circolanti in A31 e A27 e delle condizioni più favorevoli relative alla mobilità veneta messe in luce da AISCAT. Se tutto va bene quindi la società che gestisce la superstrada incasserà ogni anno (supponendo un pedaggio medio di euro 10 -secondo l’allegato A1 della concessione rivista nel 2013, si può arrivare oltre i 12€ – e ipotizzando, cosa non verosimile, che tutti i veicoli compiano l’intero percorso e durante tutti i giorni dell’anno) 72 milioni di euro. In totale fanno per i 39 anni di durata della concessione 2 miliardi 808 milioni di euro. Il secondo è un dato finanziario e cioè gli interessi sul famigerato project-bond pari all’8% annuale . Il bond dovrebbe essere pari a circa 1,6 miliardi e quindi ipotizzando un bond decennale garantito dalla BEI il totale degli interessi che la Sis dovrà pagare fa 128 milioni di euro all’anno ovvero 1,28 miliardi in dieci anni.” (di Massimo Follesa e Francesco Celotto, 2 agosto 2016, da http://wwwcovepa.blogspot.it/ )

   Se i due accadimenti sono contemporanei (cioè la presa di coscienza della CRISI E FALLIMENTO DEL MODELLO NORDEST, e dall’altra il BLOCCO DELLA SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA come progetto irrealizzabile alle premesse attuali, con costi eccessivi, e con previsioni di UTILIZZO BEN MINORI DI QUELLI PAVENTATI ALL’INIZIO (…dalla classe dirigente veneta…)… ebbene quale MIGLIOR CANTIERE PER UN “NUOVO NORDEST” (la nuova classe dirigente) è avere il coraggio di cambiare in corsa il modo di realizzare un’opera altrimenti poco utile, impattante, costosissima, destinata così com’è prevista al rischio di rimane vuota? (sarebbe un degrado economico, finanziario, del traffico, ambientale.. lasciato per sempre alle future generazioni). (s.m.)

………………………….

L’ATTO DI ACCUSA

ABBIAMO BISOGNO DI CLASSI DIRIGENTI DIVERSE

– Vent’anni fa c’era stupore e invidia per la nostra performance economica e sociale. Oggi abbiamo perso l’innocenza, ma questo deve renderci più maturi e consapevoli –

di MARIA CRISTINA PIOVESANA (Presidente Unindustria Treviso) – da “il Corriere del Veneto” del 4 agosto 2016 Continua a leggere

UN NUOVO SENSO GEOPOLITICO DELLE OLIMPIADI: sganciamole dai singoli stati nazionali – Perché non andare oltre le Nazioni (un’Olimpiade di atleti sotto l’egida dell’ONU, e basta)? – OLIMPIADI DI RIO: il Brasile tormentato (nella politica, nell’economia, nei problemi sociali, nell’ambiente) si risolleverà?

ELISA DI FRANCISCA E QUELLA BANDIERA UE - "L'Isis non vincerà". La Commissione europea ringrazia la fiorettista italiana - RIO DE JANEIRO, 11 agosto 2016 - Una bandiera vale più di mille parole. E medaglie. La nuova regina del fioretto italiano, ELISA DI FRANCISCA, ha lanciato dalle Olimpiadi di Rio 2016 un messaggio forte, per la sfida più difficile che il mondo, non solo dello sport, affronta ogni giorno, intrappolato nelle sue paure. Per farlo, ha scelto il palcoscenico più prestigioso. DAL PODIO OLIMPICO del fioretto, con l'argento appena conquistato al collo, HA SVENTOLATO LA BANDIERA DELL'UNIONE EUROPEA (….) (da www.quotidiano.net/ 11/8/2016)
ELISA DI FRANCISCA E QUELLA BANDIERA UE – “L’Isis non vincerà”. La Commissione europea ringrazia la fiorettista italiana – RIO DE JANEIRO, 11 agosto 2016 – Una bandiera vale più di mille parole. E medaglie. La nuova regina del fioretto italiano, ELISA DI FRANCISCA, ha lanciato dalle Olimpiadi di Rio 2016 un messaggio forte, per la sfida più difficile che il mondo, non solo dello sport, affronta ogni giorno, intrappolato nelle sue paure. Per farlo, ha scelto il palcoscenico più prestigioso. DAL PODIO OLIMPICO del fioretto, con l’argento appena conquistato al collo, HA SVENTOLATO LA BANDIERA DELL’UNIONE EUROPEA (….) (da http://www.quotidiano.net/ 11/8/2016)

   L’eccessivo costo dei giochi olimpici metterà molto probabilmente in crisi questa manifestazione quadriennale. Il Brasile è nel novero dei paesi che rischiano un tracollo finanziario da questi giochi (si ricorda in particolare le Olimpiadi di Atene del 2004, cui il Paese ellenico ancora adesso ne sta pagando le conseguenze delle esose spese fatte). E comunque, va a detto che il Brasile cerca di frenare l’eccessiva spesa (per dire: la serata di inaugurazione dei giochi a Rio è costata un decimo di quello che era costata nelle ultime olimpiadi a Londra nel 2012).

Rifugiati del Sud Sudan mentre si allenano nel centro di Kakuma - Dei quarantatré RIFUGIATI preselezionati, di età compresa tra i 17 e i 30 anni PER I GIOCHI DI RIO, più della metà sono stati scelti nel CAMPO D’ACCOGLIENZA DI KAKUMA, nel NORD OVEST DEL KENYA e a circa NOVANTA CHILOMETRI DA quel lembo devastato di terra che è IL SUD SUDAN. Presenti e selezionati per le gare di Rio di questi 43 ce ne sono 10
Rifugiati del Sud Sudan mentre si allenano nel centro di Kakuma – Dei quarantatré RIFUGIATI preselezionati, di età compresa tra i 17 e i 30 anni PER I GIOCHI DI RIO, più della metà sono stati scelti nel CAMPO D’ACCOGLIENZA DI KAKUMA, nel NORD OVEST DEL KENYA e a circa NOVANTA CHILOMETRI DA quel lembo devastato di terra che è IL SUD SUDAN. Presenti e selezionati per le gare di Rio di questi 43 ce ne sono 10

   Ed è pur vero che la situazione economica del Brasile quando si è proposto per i giochi olimpici (lo ha fatto il presidente di allora, Lula, nel 2009) era ben diversa… c’erano i cosiddetti Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica), paesi emergenti e che le loro economie “correvano”… ora invece quei Paesi sono in una crisi che non era stata prevista… la loro ricchezza in aumento si è bloccata; sono economicamente in declino pure loro.

RIO 2016

   E pure nel 2009 non si poteva certo prevedere la crisi politica-istituzionale assai grave che questo Paese sta ora vivendo (da leggere il terzo articolo che vi proponiamo in questo post, che parla di questo).

favela Complexo di Alemao a Rio - "A RIO DE JANEIRO criminalità scatenata fuori dalle favelas e guerra totale tra fazioni di trafficanti dentro le comunità. Attualmente si registrano 15 ‘conflitti’ tra gruppi criminali che condizionano la vita in ben 21 diversi quartieri della città. Il costosissimo programma di pacificazione delle favelas (le Unidade de Policia Pacificadora), che doveva essere in grado di dare l’immagine del pieno controllo da parte dello Stato del territorio delle favelas, è fallito. In particolare in grandi favelas come quella di Maré e del Complexo do Alemão, la situazione è particolarmente deteriorata, con il ritorno a una quotidianità di conflitto e morte. (….)" ( Luigi Spera, da “il Fatto Quotidiano” del 10/7/2016)
favela Complexo di Alemao a Rio – “A RIO DE JANEIRO criminalità scatenata fuori dalle favelas e guerra totale tra fazioni di trafficanti dentro le comunità. Attualmente si registrano 15 ‘conflitti’ tra gruppi criminali che condizionano la vita in ben 21 diversi quartieri della città. Il costosissimo programma di pacificazione delle favelas (le Unidade de Policia Pacificadora), che doveva essere in grado di dare l’immagine del pieno controllo da parte dello Stato del territorio delle favelas, è fallito. In particolare in grandi favelas come quella di Maré e del Complexo do Alemão, la situazione è particolarmente deteriorata, con il ritorno a una quotidianità di conflitto e morte. (….)” ( Luigi Spera, da “il Fatto Quotidiano” del 10/7/2016)

   Tra l’altro il Brasile, con queste Olimpiadi a Rio de Janeiro, porta a proporre la questione della globalizzazione dei rischi ambientali: come il virus Zika (una zanzare che ha l’epicentro di diffusione proprio in Brasile, e provoca malattie con febbre, dolori muscolari, congiuntivite, prurito, dolori muscolari…). Ma anche il terrorismo internazionale è un rischio (anche se oramai accade purtroppo ovunque).

Differenze culturali alle Olimpiadi di Rio 2016- Le immagini delle giocatrici egiziane e tedesche durante una partita di beach volley alle Olimpiadi in corso a Rio de Janeiro, in Brasile (dal sito www.tpi_it/)
Differenze culturali alle Olimpiadi di Rio 2016- Le immagini delle giocatrici egiziane e tedesche durante una partita di beach volley alle Olimpiadi in corso a Rio de Janeiro, in Brasile (dal sito http://www.tpi_it/)

   In ogni caso è difficile che in futuro una sola città se ne faccia carico delle Olimpiadi…ci saranno più città e molto probabilmente potrà accadere che più di una nazione (contemporaneamente, insieme) organizzi l’evento. Sempre per ripartire, frammentare, gli eccessivi costi…. Anche se qualcuno dice sempre che può essere l’occasione di creare strutture sportive e logistiche che torneranno utili dopo per la cittadinanza, la popolazione che vive in quella determinata città: ma questo accade assai difficilmente, e i costi elevati, a volte per far presto, non valgono la speranza di un miglioramento dei servizi infrastrutturali (strade, rete informatica, etc.) e degli impianti sportivi della città…

VIRUS ZIKA: MAPPA DELLA SUA DIFFUSIONE -CHE COS’È ZIKA? E’ un VIRUS appartenente alla famiglia dei Flaviviridae. Il nome deriva dal luogo in cui fu scoperto per la prima volta, la foresta di Zika in Uganda, nel lontano 1947. Si tratta di un virus molto simile a quello che causa malattie ben più note e debilitanti quali la dengue, la febbre gialla e l’encefalite del Nilo occidentale. Circa 20 anni dopo il suo isolamento avvenuto in un macaco il primo contagio nell’uomo avviene nel 1968 in Nigeria. La presenza del virus causa la malattia nota con il nome di «Zika»
VIRUS ZIKA: MAPPA DELLA SUA DIFFUSIONE -CHE COS’È ZIKA? E’ un VIRUS appartenente alla famiglia dei Flaviviridae. Il nome deriva dal luogo in cui fu scoperto per la prima volta, la foresta di Zika in Uganda, nel lontano 1947. Si tratta di un virus molto simile a quello che causa malattie ben più note e debilitanti quali la dengue, la febbre gialla e l’encefalite del Nilo occidentale. Circa 20 anni dopo il suo isolamento avvenuto in un macaco il primo contagio nell’uomo avviene nel 1968 in Nigeria. La presenza del virus causa la malattia nota con il nome di «Zika»

   Ma sul tema “OLIMPIADI” noi pensiamo che sarebbe interessante, nuovo, che questi giochi divenissero non un confronto-scontro tra nazioni (una gara sul medagliere, su chi ne avrà di più di medaglie), ma invece ci si “liberasse” delle nazioni, sganciando i giochi (e in particolare gli atleti) dal forte nazionalismo imperante adesso in ogni competizione olimpica (è un caso di nazionalismo esasperato, anche sullo sport: e non se ne ha certo bisogno!).

   Se i giochi olimpici vogliono essere anche un messaggio di pace (ma forse non lo sono mai concretamente stati…) dovrebbero essere giochi “di atleti”, da tutte le parti del mondo, pur selezionati da risultati eccellenti nelle loro discipline, ma senza il peso e l’etichetta di dover gareggiare per una nazione “contro le altre”.

E’ considerata una delle sette meraviglie del mondo moderno, il simbolo per eccellenza del Brasile. E’ il CRISTO REDENTORE, la statua che dal 1931 domina RIO DE JANEIRO e l’allegro marasma della città. Alta 38 metri, piedistallo compreso, rappresenta il Cristo nell’atto di un ampio abbraccio aperto all’umanità. Il monumento, realizzato in calcestruzzo e pietra saponaria (materiale facile da lavorare e resistente alle intemperie), è stato progettato dallo scultore francese Paul Lanndowski coadiuvato dall’ingegnere locale Heitor da Silva Costa. Alla base della statua troviamo un pezzo d’Italia: una targa dedicata a Guglielmo Marconi che, il giorno dell’inaugurazione, fece partire con un segnale radio da Roma, l’impulso che ne accese l’illuminazione. Oggi il nuovo sistema di luci a led consente un risparmio energetico del 95% rispetto ai fari tradizionali
E’ considerata una delle sette meraviglie del mondo moderno, il simbolo per eccellenza del Brasile. E’ il CRISTO REDENTORE, la statua che dal 1931 domina RIO DE JANEIRO e l’allegro marasma della città. Alta 38 metri, piedistallo compreso, rappresenta il Cristo nell’atto di un ampio abbraccio aperto all’umanità. Il monumento, realizzato in calcestruzzo e pietra saponaria (materiale facile da lavorare e resistente alle intemperie), è stato progettato dallo scultore francese Paul Lanndowski coadiuvato dall’ingegnere locale Heitor da Silva Costa. Alla base della statua troviamo un pezzo d’Italia: una targa dedicata a Guglielmo Marconi che, il giorno dell’inaugurazione, fece partire con un segnale radio da Roma, l’impulso che ne accese l’illuminazione. Oggi il nuovo sistema di luci a led consente un risparmio energetico del 95% rispetto ai fari tradizionali

   Tra l’altro un evento che dovrebbe rappresentare il momento emblematico di un’assoluta unificazione dei popoli deve sottostare agli sconvolgimenti mondiali, alle nazioni che a volte si sfaldano, confini che cambiano…. E allora lo scontro di nazioni sul piano sportivo rischia di avere sempre meno senso…

….Per questo ci piace l’idea di atleti, tutti, che corrono senza rappresentare una nazione, ma lo spirito del “gioco”, la positiva esaltazione di quella specifica disciplina che interpretano……..

   E’ poi da dire che il medagliere nazionale da poter vantare, fa sì che alcune nazioni organizzino scientificamente il doping…dove discipline all’origine in mano al senso di sacrificio di ciascun atleta, alle sue capacità e volontà, aiutato solo da qualche allenatore, si siano trasformate in discipline con sempre più prevalenza di medici, chimici… apprendisti stregoni che fan correr di più, saltare più in alto… (forse solo gli atleti africani che si allenano sui loro Altopiani a 4-5mila metri di altezza, e poi vincono, sono ancora immuni dalla chimica, dalla psuedomedicina che serve a correre di più, a far vincere… forse).

RIFUGIATI A RIO - Durante la cerimonia d'apertura di Rio 2016 al Maracanà la loro bandiera con i cinque cerchi era lì a rappresentare un popolo di 63,5 MILIONI DI PERSONE SPARSO UN PO' OVUNQUE NEL MONDO: quello di chi ha dovuto scappare dal proprio Paese per guerre e persecuzioni politiche. E’ il TEAM DEI RIFUGIATI (REFUGEE OLYMPIC TEAM), il primo nella storia dei Giochi, espressamente voluto e selezionato dal Comitato olimpico internazionale e costituito da 10 atleti il cui status è stato verificato dalle Nazioni Unite: un nuotatore e una nuotatrice siriani, due judoka della Repubblica Democratica del Congo, cinque atleti del Sudan del Sud e un maratoneta etiope
RIFUGIATI A RIO – Durante la cerimonia d’apertura di Rio 2016 al Maracanà la loro bandiera con i cinque cerchi era lì a rappresentare un popolo di 63,5 MILIONI DI PERSONE SPARSO UN PO’ OVUNQUE NEL MONDO: quello di chi ha dovuto scappare dal proprio Paese per guerre e persecuzioni politiche. E’ il TEAM DEI RIFUGIATI (REFUGEE OLYMPIC TEAM), il primo nella storia dei Giochi, espressamente voluto e selezionato dal Comitato olimpico internazionale e costituito da 10 atleti il cui status è stato verificato dalle Nazioni Unite: un nuotatore e una nuotatrice siriani, due judoka della Repubblica Democratica del Congo, cinque atleti del Sudan del Sud e un maratoneta etiope

   Le ragioni che hanno portato le Olimpiadi a diventare (o a paventare di essere) uno strumento privilegiato nelle politiche di pace e sviluppo ora è venuto meno anche dal fatto che non esiste una chiara netta effettiva separazione ideologica del mondo che prima c’era…(pur ricostruendo ora i muri e i confini rigidi tornati di moda…). Adesso il nemico è il terrorismo interno (a ciascun paese) e internazionale (Daesh… l’Isis).

   E “il nemico” sono percepite le masse di immigrati che, spinte da povertà, guerre, ricerca di benessere, porta a esasperare i singoli paesi (che si sentono “assaliti”, anche se i dati non lo dimostrano…), e la paura da voce appunto alle spinte nazionaliste, populiste…. Pertanto il nazionalismo che c’è indubbiamente forte nelle Olimpiadi, forse meriterebbe di essere superato, proponendo gli atleti magari in un’appartenenza comune continentale (ci chiediamo: non sarebbe bello che gli atleti dei paesi dell’Unione Europea gareggiassero sotto l’unico simbolo della federazione europea?), oppure a un unico organismo internazionale di tutela dei diritti civili (come l’Onu).

Vidigal, una favela di Rio de Janeiro - Con il termine FAVELA (in portoghese; al plurale: favelas) si indicano le BARACCOPOLI BRASILIANE, costruite generalmente alla periferia delle maggiori città. Le abitazioni sono costruite con diversi materiali, da semplici mattoni a scarti recuperati dall'immondizia e molto spesso le coperture sono in Eternit. Problemi comuni in questi quartieri sono il degrado, la criminalità diffusa e gravi problemi di igiene pubblica dovuti alla mancanza di idonei sistemi di fognatura e acqua potabile. Sebbene le più famose fra esse siano localizzate nei sobborghi di RIO DE JANEIRO, vi sono favelas in tutte le principali città del paese
Vidigal, una favela di Rio de Janeiro – Con il termine FAVELA (in portoghese; al plurale: favelas) si indicano le BARACCOPOLI BRASILIANE, costruite generalmente alla periferia delle maggiori città. Le abitazioni sono costruite con diversi materiali, da semplici mattoni a scarti recuperati dall’immondizia e molto spesso le coperture sono in Eternit. Problemi comuni in questi quartieri sono il degrado, la criminalità diffusa e gravi problemi di igiene pubblica dovuti alla mancanza di idonei sistemi di fognatura e acqua potabile. Sebbene le più famose fra esse siano localizzate nei sobborghi di RIO DE JANEIRO, vi sono favelas in tutte le principali città del paese

   E’ comunque interessante, positivo, che alle Olimpiadi di Rio ci siano 43 atleti “rifugiati”, in una squadra dal nome RoaTeam of Refugee Olympic Athletes –. La maggior parte di questi atleti proviene da zone di guerra lacerate da conflitti che li hanno costretti ad andarsene. Un riconoscimento del Comitato Olimpico Internazionale a tutti rifugiati del mondo: una rappresentativa che ha sfilato sotto la bandiera olimpica (e ovviamente il comitato olimpico si fa carico degli oneri di spesa legati alla logistica degli atleti). Ci sembra una buona cosa: riconoscere quella dei rifugiati come una realtà concreta, significa riconoscere, potenzialmente, un bacino di milioni di persone, e alcune di queste (come tutti al mondo) che praticano uno sport (dei profughi e rifugiati, si stima che ci siamo circa dieci milioni di persone in tutto il mondo senza nazionalità).

Le prime Olimpiadi risalgono al 776 a.C. Dopo 292 edizioni, il bando di questo “rito pagano” arrivò dal cristianissimo imperatore Teodosio nel 393 d.C. Quale spirito animava i giochi nel mondo classico? E cosa ne rimane nelle Olimpiadi moderne? Una storia affascinante, qui riassunta da Eva Cantarella, tra i massimi studiosi del mondo greco e romano. («L’importante è vincere. Da Olimpia a Rio de Janeiro», Feltrinelli, pp. 159, euro 14)
Le prime Olimpiadi risalgono al 776 a.C. Dopo 292 edizioni, il bando di questo “rito pagano” arrivò dal cristianissimo imperatore Teodosio nel 393 d.C. Quale spirito animava i giochi nel mondo classico? E cosa ne rimane nelle Olimpiadi moderne? Una storia affascinante, qui riassunta da Eva Cantarella, tra i massimi studiosi del mondo greco e romano. («L’importante è vincere. Da Olimpia a Rio de Janeiro», Feltrinelli, pp. 159, euro 14)

   Poniamo così a ciascuna riflessione la proposta che per le Olimpiadi ci sia un superamento dei nazionalismi (pur mantenendo la tensione positiva e l’interesse mediatico dalla manifestazione); e un modo nuovo, meno dispendioso, di organizzarle: dare ad esse un significato di competizione sportiva che unisce popoli, continenti, persone che vivono loro in modo anche molto diverso in tutte le parti del Pianeta, e si incontrano in una sempre bella disciplina sportiva. (s.m.)

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DA ZIKA ALL’ACQUA SPORCA: RIO SFIDA LE PAURE GLOBALI

di Eugenia Tognotti, da “la Stampa” del 4/8/2016

   Non sarà una “catastrofe sanitaria in piena regola”, per riprendere l’inquietante affermazione fatta qualche mese fa da numerosi scienziati-cassandra che avevano alimentato la paura chiedendo la cancellazione o lo spostamento delle Olimpiadi di Rio, causa il virus Zika, che avanzava inesorabilmente, colonizzando decine e decine di nuovi Paesi.

   E’ certo però che i Giochi possono già vantare un primato, quello dell’allarme sanitario. Continua a leggere

L’AMERICA A UN BIVIO: tra Hillary Clinton e Donald Trump; ma anche DIVISA (nelle sommosse di Dallas e Baton Rouge ma anche altrove), tra NERI in rivolta e POLIZIA che si difende a volte con violenza; tra RICCHI e POVERI che crescono sempre di più – STATI UNITI COME SPECCHIO di quel che accadrà anche da noi?

DALLAS, scontri - Da DALLAS e BATON ROUGE si infetta la ferita delle due Americhe, quella del movimento di Black Lives Matter persuasa che i neri siano bersaglio di una violenza razzista, che mobilita intellettuali come il regista Spike Lee, il filosofo Cornel West e la cantante Beyoncé, e quella legata ai poliziotti, «lavorano e muoiono per mantenere l’ordine» (da “La Stampa” del 18/7/2016)
DALLAS, scontri – Da DALLAS e BATON ROUGE si infetta la ferita delle due Americhe, quella del movimento di Black Lives Matter persuasa che i neri siano bersaglio di una violenza razzista, che mobilita intellettuali come il regista Spike Lee, il filosofo Cornel West e la cantante Beyoncé, e quella legata ai poliziotti, «lavorano e muoiono per mantenere l’ordine» (da “La Stampa” del 18/7/2016)

   Da Dallas (in Texas) e Baton Rouge (in Louisiana), nei disordini e negli scontri per le strade del luglio scorso, si fanno evidenti le ferite e le differenze delle due Americhe: da una parte l’America del movimento di “Black Lives Matter” persuaso che i neri siano bersaglio di una violenza razzista, che mobilita intellettuali come il regista Spike Lee, il filosofo Cornel West e la cantante Beyoncé; e dall’altra l’America legata ai poliziotti (spesso troppo violenti), alla legalità, alla difesa di chi «lavora e muore per mantenere l’ordine».

OBAMA AI FUNERALI DI DALLAS - “IL RAZZISMO NON È FINITO" con Martin Luther King o con leggi come il civil rights act, "i pregiudizi rimangono, tutti nella vita ci imbattiamo nell'essere bigotti a un certo punto delle nostre vite. Se siamo onesti, siamo in grado di sentire i pregiudizi dentro di noi". Lo ha detto IL PRESIDENTE AMERICANO BARACK OBAMA, a DALLAS, in TEXAS, alla CERIMONIA COMMEMORATIVA DEI 5 AGENTI UCCISI il 30 giugno da un cecchino (il veterano dell'Afghanistan, Micah Johnson)
OBAMA AI FUNERALI DI DALLAS – “IL RAZZISMO NON È FINITO” con Martin Luther King o con leggi come il civil rights act, “i pregiudizi rimangono, tutti nella vita ci imbattiamo nell’essere bigotti a un certo punto delle nostre vite. Se siamo onesti, siamo in grado di sentire i pregiudizi dentro di noi”. Lo ha detto IL PRESIDENTE AMERICANO BARACK OBAMA, a DALLAS, in TEXAS, alla CERIMONIA COMMEMORATIVA DEI 5 AGENTI UCCISI il 30 giugno da un cecchino (il veterano dell’Afghanistan, Micah Johnson)

   Non c’è in tutto questo una via di mezzo, una mediazione, che spesso è l’essenza del “limite” che appare negli scontri di piazza in molti paesi europei (non sempre). E la presa di posizione da una parte o dall’altra radicalizza lo scontro, non permette di far capire le motivazioni e le ragioni degli uni e degli altri (dei neri poveri ed emarginati, dei poliziotti che cercano anche giustamente di salvare la loro incolumità…).

La foto mostra Leshia Evans, una giovane donna afroamericana disarmata, che resta immobile davanti a un gruppo di poliziotti in tenuta antisommossa. La donna non scappa e non arretra di un passo mentre due poliziotti la stanno per arrestare. E’ la foto più iconica del movimento BLACK LIVES MATTER: cattura lo spirito della protesta contro razzismo, diseguaglianza e violenza poliziesca negli Stati Uniti (da Asiablog.it)
La foto mostra Leshia Evans, una giovane donna afroamericana disarmata, che resta immobile davanti a un gruppo di poliziotti in tenuta antisommossa. La donna non scappa e non arretra di un passo mentre due poliziotti la stanno per arrestare. E’ la foto più iconica del movimento BLACK LIVES MATTER: cattura lo spirito della protesta contro razzismo, diseguaglianza e violenza poliziesca negli Stati Uniti (da Asiablog.it)

   BLACK LIVE MATTER, il movimento contro la violenza della polizia nei confronti degli afroamericani parte proprio dall’idea che la discriminazione razziale (ancora, più che mai, si parla di questo negli Stati Uniti, dopo otto anni di presidenza di un nero…), la discriminazione razziale dicevamo è data in primis dai comportamenti della polizia. “Black Live Matter è un movimento nato per caso nel 2013, dopo che George Zimmerman, l’uomo che ha ucciso il giovane disarmato e innocente Trayvon Martin perché aveva deciso che era un soggetto pericoloso, veniva prosciolto dalle accuse di omicidio. Quel giorno, il 13 luglio, Alicia Garza scriveva sul suo profilo di Facebook, «NERI, VI AMO, CI AMO, LE NOSTRE VITE CONTANO». Una sua amica Patrisse Cullors, che come lei è una attivista per i diritti dei lavoratori sotto-pagati, rilanciò la frase aggiungendo l’hashtag. Che si propagò per tornare prepotentemente in voga dopo che la polizia aveva ucciso Michael Brown e che il mondo aveva visto le immagini di quella morte gratuita. L’ennesima.” (da www.left.it/).

La mappa degli Stati Usa che richiedono una registrazione per il possesso di pistole e fucili e i numeri delle armi negli Usa - (da Ansa,, 8/7/2016)
La mappa degli Stati Usa che richiedono una registrazione per il possesso di pistole e fucili e i numeri delle armi negli Usa – (da Ansa,, 8/7/2016)

   Ed è su queste forti tensioni sociali che si innestano le elezioni presidenziali che si terranno il prossimo 8 novembre. Pertanto quello che deve riuscire ai due candidati (la favorita Hillary Clinton, ma non è detto…) e la “novità” di Donald Trump (populista, razzista spesso, fuori degli schemi… e per questo temutissimo che sia votato da chi vuol provare a cambiare tutto…), per i due candidati la questione, per chi vincerà, sarà di capire come rispondere in modo adeguato a queste lacerazioni sociali (che, appunto, ora interessa l’America, ma inevitabilmente, ci pare, rischiamo di trovarle da noi nella vera veste di scontro tra “società ricca” che vuol mantenere il proprio status, e “massa di poveri diseredati” che invece vuol sopravvivere).

Hillary Clinton
Hillary Clinton

   Per questo vanno seguite con estrema attenzione (geopolitica…) queste elezioni americane. Per gli ispanici non basterà votare per Hillary Clinton nelle urne, perché subito dopo “le sarà chiesto il conto alla candidata democratica”, cioè se sarà in grado, concretamente, di ricostruire una nazione più equa. Ovvero, FARE DELLE MINORANZE IL PERNO DI UN NUOVO MODELLO SOCIO-ECONOMICO.

Donald Trump
Donald Trump

   I democratici americani, spaventati dalla possibile vittoria di Donald Trump, cercano proprio di tenere unita la candidatura di Hillary su una piattaforma che unisca “lo spirito americano”, da i “ribelli” di sinistra nei democratici (con leader il candidato sconfitto BERNIE SANDERS, che tutti riconoscevano grande capacità di porre la questione dei diritti degli emarginati), a chi, nel partito repubblicano, non ha alcuna intenzione di votare Trump, personaggio troppo fuori degli schemi pensati dai padri fondatori della nazione (e che, pur dividendosi tra repubblicani e democratici, entrambi riconoscono certi valori allo spirito nazionale).

Bernie Sanders e Hillary Clinton
Bernie Sanders e Hillary Clinton

   E’ così che troviamo, nella “paura” della vittoria di Trump, uniti l’ala ribelle dei progressisti, i repubblicani in fuga da Trump e gli indipendenti che avrebbero voluto come candidato presidente l’ex sindaco di New York MICHAEL BLOOMBERG. E’ così che questo contesto dà alla missione di Hillary una cornice di unificazione nazionale richiamandosi appunto, come dicevamo, allo spirito della Costituzione dei Padri Fondatori che immaginarono un’Unione in grado di «perfezionarsi» nel corso del tempo.

dov'è DALLAS in TEXAS
dov’è DALLAS in TEXAS

   Ma la rivolta sociale dei movimenti neri va oltre il confronto-scontro Clinton-Tump. Andando anche oltre le tradizionali divisioni, o sulla fede, o sull’essere d’accordo o rifiutare gli interventi militari all’estero, o su altre questione di politica interna ed estera che si sono viste in questi decenni. Il vero scontro è sulla povertà, e come uscirne da una situazione dilagante di miseria per molte classi sociali.

BATON ROUGE LOUSIANA NEL SUD DEGLI STATI UNITI - Tre poliziotti uccisi a BATON ROUGE, tre in gravissime condizioni, dieci giorni dopo la strage dei cinque agenti uccisi dal cecchino Micah Johnson a Dallas, in Texas
BATON ROUGE LOUSIANA NEL SUD DEGLI STATI UNITI – Tre poliziotti uccisi a BATON ROUGE, tre in gravissime condizioni, dieci giorni dopo la strage dei cinque agenti uccisi dal cecchino Micah Johnson a Dallas, in Texas

   Al di là di questa vera questione, l’attenzione globale, del mondo intero, è capire se dovremmo ritrovare un senso ai governi del pianeta attraverso nuovi personaggi quasi sempre populisti e “diversi” dalla politica tradizionale, o se invece è percorribile per “salvare” le relazioni delle persone nel pianeta, una strada che ha un’origine nei valori fin qui conclamati dalla politica. E’ per questo che se Hillary batterà Trump l’8 novembre il fronte anti-populista in Occidente avrà una formula politica da credere, applicare (e un programma concreto a cui potersi richiamare); se invece vince Trump allora ogni parametrro tradizionale per uscire dalla crisi e dal declino sarà sconfitto (succederà qualcos’altro che, immaginiamo, richiederà mediazioni, scontri, sforzi di comprensione reciproca… per non ritrovarsi nell’ignoto). (s.m.)

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LE SFIDE GLOBALI DI UN’AMERICA ASSEDIATA

di Mario Platero, da “il Sole 24ore” del 19/7/2016

   (…..) Washington si trova in stato d’assedio su tre fronti diversi: quello per la tenuta del suo ordine interno, per la credibilità del suo ruolo di leadership globale e, soprattutto, per la tenuta del suo modello economico. La “trilogia” non è causale, ciascuna delle sfide è allo stesso tempo figlia e madre delle altre. E oggi la più urgente riguarda la coesione morale del Paese e la tenuta dell’ordine interno. Continua a leggere

TURCHIA: il CONTRO-GOLPE di ERDOGAN con l’eliminazione di massa di ogni dissenso (o sospetto di opposizione); e L’INTRICATA VICENDA della TURCHIA attuale, filtro e ponte tra: mondo musulmano e cristiano, stato laico e confessionale, modernità e arcaicità – COME RAPPORTARSI AL MONDO TURCO?

«Non abbiamo ancora finito» annuncia il presidente RECEP TAYYIP ERDOGAN. Parla delle 11MILA PERSONE fermate in seguito al fallito golpe di venerdì 15 luglio e precisa: «Ci saranno altri arresti». Arresti che - riferisce AMNESTY INTERNATIONAL - sono sfociati in torture e potrebbero essere l’anticamera della reintroduzione nel Paese della PENA CAPITALE (abolita nel 2001, in vista dell’ingresso nell’Unione Europea): «Se il popolo decide per la pena di morte, e il Parlamento la vota, io la approverò». Parole che arrivano nel giorno in cui PIAZZA TAKSIM A ISTANBUL (nella foto sopra), simbolo della Turchia laica, si è svegliata con un grosso STRISCIONE, srotolato - non a caso - sulla facciata del CENTRO CULTURALE ATATURK: un messaggio che minaccia di morte FETHULLAH GULEN, indicato dal presidente turco Erdogan come il mandante del fallito colpo di Stato. (da “il Corriere.it” del 20/7/2016)
«Non abbiamo ancora finito» annuncia il presidente RECEP TAYYIP ERDOGAN. Parla delle 11MILA PERSONE fermate in seguito al fallito golpe di venerdì 15 luglio e precisa: «Ci saranno altri arresti». Arresti che – riferisce AMNESTY INTERNATIONAL – sono sfociati in torture e potrebbero essere l’anticamera della reintroduzione nel Paese della PENA CAPITALE (abolita nel 2001, in vista dell’ingresso nell’Unione Europea): «Se il popolo decide per la pena di morte, e il Parlamento la vota, io la approverò». Parole che arrivano nel giorno in cui PIAZZA TAKSIM A ISTANBUL (nella foto sopra), simbolo della Turchia laica, si è svegliata con un grosso STRISCIONE, srotolato – non a caso – sulla facciata del CENTRO CULTURALE ATATURK: un messaggio che minaccia di morte FETHULLAH GULEN, indicato dal presidente turco Erdogan come il mandante del fallito colpo di Stato. (da “il Corriere.it” del 20/7/2016)

   Verrebbe da dire che la Turchia “va aiutata”. Ad uscire dalle sue contraddizioni. A fare in modo che questo grande splendido Paese, con una storia pur difficile e dolorosa (ma lo è stata. dolorosa, per molti Paesi), possa trovare finalmente la sua vera strada: uscire dalle contraddizioni in cui vive in questa epoca difficile per tutto il pianeta.

   Il colpo di Stato, fallito, avvenuto nella sera e notte tra il 15 e il 16 luglio, ha prodotto fin dalla prima mattinata del sabato 16 luglio a pochissime ore, minuti, dall’aver sancito il fallimento dell’insurrezione dei militari al regime (peraltro democraticamente eletto di Erdogan, che però non piace a nessun Paese occidentale…), a poche ore dalla fine del colpo di stato, dicevamo, è subito iniziata un’epurazione di militari, magistrati, insegnanti… che man mano ha assunto un carattere di massa. E che vien da pensare che “la lista” di quelli da far fuori fosse preparata e meditata da lungo tempo.

Ankara e i carri armati, sabato 16 luglio 2016(da www.ilpost.it/ )
Ankara e i carri armati, sabato 16 luglio 2016(da http://www.ilpost.it/ )

   Il tentativo di rovesciare un regime, democraticamente eletto, con la violenza delle armi, con i carri armati (si contano, si dice, quasi trecento morti, e non si sa le cause dell’uccisione: il golpe militare, l’opposizione al golpe, l’attuale contro-golpe…forse da tutte e tre le cose…), questa iniziativa dei militari, non avrebbe certo portato a “giuste ragioni” per il “miglioramento” di una democrazia opinabile come quella di Erdogan (che in questi anni non si è, ad esempio, fatto problemi a chiudere giornali di opposizione). Pertanto non era quella la strada (non può essere quella del colpo di stato) per una “nuova Turchia”.

FETULLAH GULEN (iman, ideologo, una volta amico e iniziatore di Erdogan al potere e ora suo grande oppositore, autoesiliatosi negli Stati Uniti, accusato dal presidente turco di avere ordito il tentato golpe del 15 luglio)
FETULLAH GULEN (iman, ideologo, una volta amico e iniziatore di Erdogan al potere e ora suo grande oppositore, autoesiliatosi negli Stati Uniti, accusato dal presidente turco di avere ordito il tentato golpe del 15 luglio)

   Verrebbe da dire che la Turchia è, nonostante appaia più che mai adesso legata a uno stato confessionale, retrivo nelle forme “laiche” che bene o male troviamo nei paesi occidentali, LA TURCHIA HA IN SE UN’ESSENZA MOLTO EUROPEA, OCCIDENTALE: pensiamo ai giovani che manifestavano tre anni fa a piazza Taksim (in questi giorni centro dei manifestanti pro-Erdogan!), appunto all’epoca dei sit-in di Gezi Park, cioè di opposizione all’eliminazione del parco, al taglio di centinaia di alberi per la costruzione di un centro commerciale (in tutto il Paese milioni di giovani e meno giovani scesero per la prima volta in strada, uniti da un ideale — fermare le ruspe di Erdogan — e da molto altro ancora per Gezy Park). Pensiamo alla Turchia presente ai campionati europei di calcio, oppure alla Champions League sempre europea, e lo stesso le squadre di basket… oppure pensiamo agli scrittori e poeti, contemporanei e non, turchi, amati e conosciuti in Europa (come il premio Nobel Orhan Pamuk, o Yashar Kemal, Nazim Hikmet…). E la Turchia è un Paese in grande fase di sviluppo: ha avuto nel 2015 un PIL nazionale economico di aumento del 4% rispetto all’anno precedente, insegue parametri di sviluppo e qualità della vita occidentali….

TURCHIA
TURCHIA

   Un Paese così non merita una democrazia poco visibile e credibile (qualcuno chiama le nuove democrazie dove appaiono figure dittatoriali come Erdogan – non a caso definito “il Sultano” – chiama queste democrazie miste a dittature DEMOCRATURE…

   Per questo un approccio più ravvicinato alla politica e alle istituzioni europee (peraltro oggi, in questi giorni, del tutto assenti e silenziose…), un approccio più ravvicinato dell’Europa alla Turchia forse farebbe bene a tutto il contesto geopolitico, non solo all’interno di quel Paese, ma anche a noi, a un modo di intervenire attivamente sui processi attuali mondiali che fanno sorgere terrorismi, crudeltà, caos politico, economico, di ingiustizia tra i popoli e tra tutti i cittadini del mondo.

Sostenitori di Erdogan in piazza Taksim a Istanbul (da www.tpi.it/)
Sostenitori di Erdogan in piazza Taksim a Istanbul (da http://www.tpi.it/)

   Crediamo e ribadiamo così che in questa fase la Turchia andrebbe aiutata ad uscire dalla brutta situazione in cui si è cacciata. L’Europa, il progetto europeo, dovrebbe in primis essere anche questo, uno strumento di solidarietà ai popoli in crisi e difficoltà. (s.m.)

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LA GRANDE EPURAZIONE DI ERDOGAN

di Alberto Negri, da “il Sole 24ore” del 20/7/2016

   La Grande Epurazione cambia il volto della Turchia. Il formidabile esercito turco conta 500mila uomini, 12mila carri armati, 700 aerei e 300 navi ma il morale delle forze armate è sotto la suola degli anfibi. Basta farsi un giro fuori dalla base Nato di Maslak a Istanbul: i militari sono circondati dalla polizia e gli ufficiali seguiti passo a passo dagli uomini dei servizi di Hakan Fidan, il fedelissimo di Erdogan.

   Qui il comandante è stato arrestato e il suo vice è caduto fulminato da un proiettile negli scontri dei ponti sul Bosforo. I generali, un tempo supremi guardiani della repubblica fondata da Ataturk, sono finiti sotto custodia. E oggi alla riunione dell’Mkg, l’alto consiglio di sicurezza, sarà Erdogan non i generali a dettare un’agenda che secondo indiscrezioni prevede tribunali speciali per terroristi e golpisti, un prolungamento del fermo di polizia e un istituto che scrutinerà tutti i dipendenti della pubblica amministrazione.

RECEP TAYYIP ERDOGAN - Golpe fallito. ERDOGAN: “IN TURCHIA STATO DI EMERGENZA PER TRE MESI” - Il Consiglio di Sicurezza Nazionale turco (Mgk) ha deciso di adottare lo stato di emergenza nel Paese per 3 mesi, in base all'articolo 120 della Costituzione, per "affrontare rapidamente" le minacce legate al fallito golpe
RECEP TAYYIP ERDOGAN – Golpe fallito. ERDOGAN: “IN TURCHIA STATO DI EMERGENZA PER TRE MESI” – Il Consiglio di Sicurezza Nazionale turco (Mgk) ha deciso di adottare lo stato di emergenza nel Paese per 3 mesi, in base all’articolo 120 della Costituzione, per “affrontare rapidamente” le minacce legate al fallito golpe

   È il secondo atto della colossale purga che sta falcidiando MIGLIAIA DI MILITARI (6mila tra cui 100 generali), POLIZIOTTI (8mila), GIUDICI (2.700), INSEGNANTI (21mila), RETTORI di Università (1.500) ritenuti, a torto o a ragione, legati al movimento dell’imam FETHULLAH GULEN.

   In una sola notte tra venerdì e sabato scorso la Turchia è cambiata: per la prima volta nella sua storia è fallito un colpo di stato dei militari, entrati in campo tre volte, nel 1960, nel 1971 e nel 1980, l’ultima, con il generale Kenan Evren.

   Che gli americani non sapessero nulla del golpe è difficile da immaginare: ci sono 24 basi Nato in Turchia e loro con gli Awacs controllano anche le api nei cieli. Figuriamoci a INCIRLIK dove partono i raid contro l’Isis e nell’arsenale ci sono armi nucleari tattiche. Che nel golpe fossero coinvolti soltanto gulenisti o qualche kemalista è fuorviante: «Una comoda semplificazione», dice lo scrittore Ahmet Altan, ex direttore del quotidiano Taraf. «Del resto – aggiunge – i gulenisti sono ovunque: è stata la confraternita di Fethullah Gulen a fornire al partito Akp di Erdogan gran parte dei suoi quadri più preparati».

Istanbul
Istanbul

   Il colpo di stato ha avuto tra i suoi capi uomini nominati dallo stesso Erdogan, membri stretti della sua cerchia. Uno dei leader dei ribelli è il generale Mehmet Disli, fratello di Saban Disli, braccio destro del presidente e suo vice nel partito Akp. Così come erano suoi uomini anche due consiglieri militari del presidente arrestati: il colonnello Ali Yazici e il tenente colonnello Erkan Kivrak, esperto in questioni aeronautiche.

   Ma era considerato tra i fedeli del presidente pure il generale Semih Terzì, che a mezzanotte di venerdì scorso è entrato nella caserma delle forze di élite ospitate sull’ameno LAGO GOLBASI, vicino ad Ankara, per annunciare il putsch: Continua a leggere

NIZZA e tutti i luoghi del mondo colpiti dal terrorismo – Il TERRORISMO e la TEORIA DEL “LUPO SOLITARIO”: un singolo che colpisce a caso, nel folle gesto di uccidere e creare il caos, senza precisi ordini e programmi, ma nel riconoscimento di una Jihad (cioè una guerra santa contro i presunti nemici dell’Islam)

La PROMENADE DES ANGLAIS, a NIZZA (foto di ROBERTO DE BERNARDI). Teatro della strage della notte del 14 luglio 2016. La «Promenade» è uno dei luoghi simbolo di Nizza: UN LUNGOMARE LUNGO IN TUTTO 7 KM che si estende su tutta al lunghezza del GOLFO DI NIZZA, accompagnando le spiagge che si affacciano sul Mar Mediterraneo. Ecco com’era la celebre «passeggiata sul mare» prima della strage che ne ha cambiato per sempre la percezione comune. (da www.corriere.it/ )
La PROMENADE DES ANGLAIS, a NIZZA (foto di ROBERTO DE BERNARDI). Teatro della strage della notte del 14 luglio 2016. La «Promenade» è uno dei luoghi simbolo di Nizza: UN LUNGOMARE LUNGO IN TUTTO 7 KM che si estende su tutta al lunghezza del GOLFO DI NIZZA, accompagnando le spiagge che si affacciano sul Mar Mediterraneo. Ecco com’era la celebre «passeggiata sul mare» prima della strage che ne ha cambiato per sempre la percezione comune. (da http://www.corriere.it/ )

   Si può passeggiare nel giusto tepore di una sera d’estate, vicino al mare, nella Promenade des Anglais di una località marina (Nizza) di pregio, godendosi la serata in compagnia e serenità, ed essere vittime ignare, improvvise, del folle gesto di un giovane (31 anni) immigrato tunisino (in Francia dalla metà degli anni duemila), e dopo cercando di capire la vera origine della causa del folle gesto?… L’autore della strage di Nizza, Mohamed Lahouaiej Bouhlel, non era tra i “segnalati” per la polizia francese. Era “uno qualunque”, con molti problemi personali, famigliari, come tanti.

   E questo uomo inventatosi terrorista (84 persone uccise!) è andato con il suo camion alla Promenade des Anglais mentre c’erano i fuochi di artificio del 14 luglio (festa nazionale francese, in ricordo della rivoluzione del 1789, della presa della Bastiglia), provocando appunto una strage immane. Ma non del tutto casualmente, la cosa era premeditata e “organizzata”: sembra che prima dell’attentato Bouhlel ci sia stato due volte sulla Promenade, in ricognizione probabilmente per vedere i dettagli e simulare nella sua mente il zigzagare del suo camion a colpire e uccidere persone come birilli.

L’ultima parte del percorso stragista di Bouhlel (Corriere della Sera, 16 luglio 2016)
L’ultima parte del percorso stragista di Bouhlel (Corriere della Sera, 16 luglio 2016)

   Nasce così, nell’analisi dei media, dei sistemi di sicurezza, di tutti noi, la teoria del cosiddetto “lupo solitario” (che di per se è sempre stata un’accezione positiva fino ad adesso): cioè dell’uomo (o donna) che commette un atto di terrorismo di grande rilevanza, con molte vittime, senza però essere stato mandato da un’organizzazione particolare che abbia premeditato l’atto di terrore. No, è lui da solo a decidere la strage da compiere, tra l’altro in modo del tutto imprevedibile alla comunità, a qualsiasi sistema di sicurezza (non ci sono più luoghi a rischio più degli altri: tutto sono “buoni” per un attentato, anzi, quelli a rischio godono di attenzione e protezione che probabilmente li persevera dal pericolo).

NIZZA, a 30 chilometri da Ventimiglia (40 chilometri su strada) - Affacciata sul Mare Mediterraneo, NIZZA è una delle città più grandi e importanti della Francia e una delle mete turistiche più amate in COSTA AZZURRA. L’economia di Nizza è basata soprattutto sul COMMERCIO (qui sorge un importante PORTO commerciale), l’INDUSTRIA (soprattutto ALIMENTARE e TESSILE) e il TURISMO. Il suo rapporto con il turismo è sempre stato fondamentale, la tradizione turistica ha radici profonde che nascono nel ‘700 quando Nizza (non ancora parte del territorio francese) divenne una delle mete preferite per il soggiorno invernale di diversi aristocratici inglesi, russi e americani che diedero alla città l’input per uno stile di vita elegante, culturale e vivace. Da meta esclusivamente elitaria, passò ad essere una meta più accessibile anche alla nuova società borghese nata durante il XX secolo e, più precisamente, dopo la seconda guerra mondiale, quando il boom economico che attraversava l’Europa interessò anche il turismo, favorendo l’industria delle vacanze e i viaggi organizzati. (da www.etineris.net/ )
NIZZA, a 30 chilometri da Ventimiglia (40 chilometri su strada) – Affacciata sul Mare Mediterraneo, NIZZA è una delle città più grandi e importanti della Francia e una delle mete turistiche più amate in COSTA AZZURRA. L’economia di Nizza è basata soprattutto sul COMMERCIO (qui sorge un importante PORTO commerciale), l’INDUSTRIA (soprattutto ALIMENTARE e TESSILE) e il TURISMO. Il suo rapporto con il turismo è sempre stato fondamentale, la tradizione turistica ha radici profonde che nascono nel ‘700 quando Nizza (non ancora parte del territorio francese) divenne una delle mete preferite per il soggiorno invernale di diversi aristocratici inglesi, russi e americani che diedero alla città l’input per uno stile di vita elegante, culturale e vivace. Da meta esclusivamente elitaria, passò ad essere una meta più accessibile anche alla nuova società borghese nata durante il XX secolo e, più precisamente, dopo la seconda guerra mondiale, quando il boom economico che attraversava l’Europa interessò anche il turismo, favorendo l’industria delle vacanze e i viaggi organizzati. (da http://www.etineris.net/ )

   Quello che però si fa notare è che non tutto è casuale nel gesto folle di un individuo: ci può essere il supporto di “un’ideologia del terrore”; chi fa una strage si riconosce in un gruppo pur disomogeneo nell’organizzazione ma unito nel voler creare il caos (nel caso di adesso e degli attentati precedenti, si tratta di attentatori integralisti islamici riconducibili all’Isis, anche se appunto con l’isis non hanno avuto contatti diretti…).

   Questo contesto porta inevitabilmente a delle conclusioni e a delle possibilità nel considerare la nostra vita quotidiana: o facciamo finta di niente e speriamo nella buona sorta, nel muoverci tra metropolitane, piazze affollate, avvenimenti pubblici, etc….. e speriamo che tutto passi, ci riferiamo al “sentimento” dell’ideologia del terrore che in questi ultimi 10 anni ha pervaso molti uomini e donne di cultura islamista in molte parti del pianeta (Baghdad, Damasco, il Medio Oriente, l’Africa…), senza che però abbia colpito diffusamente come invece sta accadendo negli ultimi due anni noi, l’Europa (finora la Francia in particolare).

   Oppure accettiamo l’idea di prendere cautele, di rinchiuderci, di “militarizzare” ogni spazio pubblico e frequentare appunto solo quei luoghi che garantiscono sicurezza assoluta…. In quest’ultimo caso un cambio di abitudini notevoli……Perché nessuno è più al sicuro: nell’attentato a Dacca in Balgladesh è stato colpito un ristorante, colpendo chiunque, italiani, americani, francesi… europei e asiatici, cristiani e musulmani.

Mohamed Lahouaiej Bouhlel la foto del permesso di soggiorno (da www.nextquotidiano.it) - Un “lupo solitario” depresso, violento e pericoloso con la famiglia. Ma poco o per nulla religioso secondo chi lo conosceva. Per adesso prove di una sua radicalizzazione non ce ne sono. Eppure ha agito eseguendo esattamente gli inviti pronunciati dall’Isis (da www.nextquotidiano.it ) Lahouaiej Bouhlel, 31 anni, origini tunisine e residente a Nizza, faceva l’autotrasportatore. Era arrivato in Francia a metà degli anni Duemila da Msaken, cittadina a 140 km da Tunisi, nel governatorato di Sousse, lo stesso del massacro di turisti sulla spiaggia, l’anno scorso. Nella sua fedina penale risultano piccole denunce, violenze, liti. A marzo era stato condannato a 6 mesi per violenze contro un automobilista (lo aveva colpito con una mazza da baseball perché gli aveva chiesto di spostare il suo veicolo), condanna poi sospesa. Nel 2012 l’uomo, padre di tre bambini, era stato allontanato in via legale dal precedente domicilio per violenze domestiche.
Mohamed Lahouaiej Bouhlel la foto del permesso di soggiorno (da http://www.nextquotidiano.it) – Un “lupo solitario” depresso, violento e pericoloso con la famiglia. Ma poco o per nulla religioso secondo chi lo conosceva. Per adesso prove di una sua radicalizzazione non ce ne sono. Eppure ha agito eseguendo esattamente gli inviti pronunciati dall’Isis (da http://www.nextquotidiano.it )
Lahouaiej Bouhlel, 31 anni, origini tunisine e residente a Nizza, faceva l’autotrasportatore. Era arrivato in Francia a metà degli anni Duemila da Msaken, cittadina a 140 km da Tunisi, nel governatorato di Sousse, lo stesso del massacro di turisti sulla spiaggia, l’anno scorso. Nella sua fedina penale risultano piccole denunce, violenze, liti. A marzo era stato condannato a 6 mesi per violenze contro un automobilista (lo aveva colpito con una mazza da baseball perché gli aveva chiesto di spostare il suo veicolo), condanna poi sospesa. Nel 2012 l’uomo, padre di tre bambini, era stato allontanato in via legale dal precedente domicilio per violenze domestiche.

   Per quel che riguarda possibili soluzioni al problema, qui non si può che far notare che l’Occidente (l’Europa e forse più di tutti la Francia, l’America…) hanno messo in atto, realizzato, politiche assai contraddittorie in merito alla geopolitica mondiale, arrivando ad appoggiare (contro qualcuno) gruppi terroristici che poi si sono riversati contro lo stesso Occidente: politiche ambigue nei confronti del mondo musulmano in particolare.

   Ad esempio cinque anni fa Europa e Stati Uniti puntavano su una rapida caduta del regime siriano e ora si rendono conto di aver aperto le porte all’Isis che ha conquistato buona parte della Siria, che sta creando il terrore in Occidente; e le difficoltà della pur crudele dittatura siriana (la Siria a ferro e fuoco tra il regime di Assad e l’Isis…) ha pure incentivato le migrazioni dei profughi siriani specie sulla rotta dei Balcani, dalla Turchia, alla Grecia, all’Europa. Dopo le stragi di Parigi dell’anno scorso la Francia reagì con i bombardamenti su Raqqa, capitale del Califfato, mentre qualche tempo prima aveva valutato favorevolmente l’arrivo dei jihadisti in Siria dalla Turchia per abbattere il regime di Assad. Dopo gli attentati in casa ci ha ripensato: e ha stretto un rapporto di alleanza con la pur feroce dittatura di Damasco (Assad) contro i jihaddisti assassini.

LA FRANCIA SOTTO ATTACCO (da "la Repubblica" del 16/7/2016) - La Francia è il Paese che produce più jihadisti in Europa. Un rapporto parlamentare afferma che nel 2015 erano già più di 1.500 i giovani legati al network islamista radicale
LA FRANCIA SOTTO ATTACCO (da “la Repubblica” del 16/7/2016) – La Francia è il Paese che produce più jihadisti in Europa. Un rapporto parlamentare afferma che nel 2015 erano già più di 1.500 i giovani legati al network islamista radicale

   Insomma manca una strategia chiara, comune, lucida, una coerenza dell’Occidente, nei confronti delle aree in guerra del nostro pianeta, del fenomeno terroristico generale. Della profonda insoddisfazione che porta (sia pure in minimissima percentuale dello 0,000..) immigrati spesso divenuti cittadini europei (e che “pensano” da europei) a trasformarsi in “soldati” del terrore dell’integralismo islamico (con un Islam pacifico e integrato di stragrande maggioranza, generalizzato, che subisce la negatività della propria immagine, non sa cosa fare…).

   Pertanto resta una carenza di strategia, un’unità verso un’idea comune di pace e sviluppo (e rispetto delle persone e dei popoli) di un Governo Mondiale che superi il caos attuale. (s.m.)

……………………..

PERCHÉ È COSÌ DIFFICILE FERMARE “I FOLLI DI DIO”

di Renzo Guolo, da “la Repubblica” del 16/7/2016

   L’autore della strage di Nizza, Mohamed Lahouaiej Bouhlel, non era sotto lo sguardo dei servizi francesi. Per lui nessuna “fiche S”, la schedatura che conduce alla lunga lista, oltre10mila in Francia, dei radicalizzati da sorvegliare a diversi livelli. Bouhlel era invece conosciuto dalla polizia per reati comuni. Come molti altri protagonisti dello jihadismo francese non era particolarmente religioso: non aveva osservato nemmeno l’ultimo Ramadan.

   Cosa l’ha trasformato in chaffeur del terrore? Continua a leggere

SOLITUDINI IN CRESCITA: può un nuovo modo di ABITARE aiutare il superamento del disagio della solitudine? (e a volte della POVERTÀ?) – L’esperienza delle COABITAZIONI SOLIDALI: modo di vivere ed abitare in contatto con il “prossimo” – Che case vi possono essere per le tante tipologie famigliari di adesso?

COHOUSING (immagine tratta da www.sunward.org/cohousing/ - Il COHOUSING, una forma di coabitazione intenzionale, è UNA MODALITÀ DI ABITARE che consente a un gruppo di persone di lavorare insieme per realizzare LUOGHI DOVE VIVERE che offrano al contempo SPAZI PRIVATI e SPAZI COLLETTIVI (…) L’idea del cohousing nasce in DANIMARCA e il concetto di “COMUNITÀ DELL’ABITARE” si è presto diffuso in tutto il mondo, specialmente in SVEZIA, STATI UNITI, CANADA, AUSTRALIA, OLANDA, GERMANIA, FRANCIA e BELGIO. Da qualche anno il cohousing è sbarcato in Italia, dove sembra aver riscosso più successo nel mercato immobiliare che sul terreno del sociale, permettendo di immettere nel settore un prodotto alternativo alle case di riposo per anziani. (da http://paesaggimutanti.it/)
COHOUSING (immagine tratta da http://www.sunward.org/cohousing/ – Il COHOUSING, una forma di coabitazione intenzionale, è UNA MODALITÀ DI ABITARE che consente a un gruppo di persone di lavorare insieme per realizzare LUOGHI DOVE VIVERE che offrano al contempo SPAZI PRIVATI e SPAZI COLLETTIVI (…) L’idea del cohousing nasce in DANIMARCA e il concetto di “COMUNITÀ DELL’ABITARE” si è presto diffuso in tutto il mondo, specialmente in SVEZIA, STATI UNITI, CANADA, AUSTRALIA, OLANDA, GERMANIA, FRANCIA e BELGIO. Da qualche anno il cohousing è sbarcato in Italia, dove sembra aver riscosso più successo nel mercato immobiliare che sul terreno del sociale, permettendo di immettere nel settore un prodotto alternativo alle case di riposo per anziani. (da http://paesaggimutanti.it/)

  Uno dei temi delle nostre società più preoccupanti è il crescere delle solitudini: di persone (non solo anziani come viene da pensare, ma di tutte le età) che sono sole, nel contesto della vita quotidiana. E’ su questa condizione che da qualche parte, magari con iniziative di comuni, o del volontariato, o di associazione religiose… si cercano modi tradizionali e modi nuovi per alleviare questo senso di precarietà del vivere, appunto di solitudine, che tanti vengono ad avere: ma non sono che poche positive gocce in un mare.

DA WWW.SMALLFAMILIES.IT
DA WWW.SMALLFAMILIES.IT

   E si connette spesso la problematica della mancanza di comunità in grado di “accogliere” persone, nel proprio territorio, che vivono il disagio della solitudine, anche il fatto che queste persone spesso vivono anche il fenomeno della povertà, del non riuscire ad avere una vita economicamente equilibrata.

   Vogliamo qui tentare di porre lo spunto su esperienze di un’ “abitare diverso”, che superi i disagi dell’abitare nelle grandi indistinte periferie dei nostri giorni attuali; che vi siano modi di raccogliere possibilità di “abitare il mondo assieme” (pur conservando una propria autonomia e privacy).

nella foto: cohousin a Rimini - "ABITARE, SUPERARE LE SOLITUDINI E LE POVERTA’ – “Occuparsi di casa e welfare permette allora di generare nuove sinergie fra sviluppo e qualità della vita. Significa, ad esempio: - INVENTARE NUOVE FORME DI SOLIDARIETÀ FRA LE PERSONE E LE FAMIGLIE (COABITAZIONI, CONDOMINI SOLIDALI) tese a migliorare il sistema di welfare, ma anche a sviluppare nuove attività imprenditoriali e di lavoro (progettazione di case a geometria variabile che si adattano in relazione ai cicli di vita della famiglia, attivazione di servizi certificati di piccola manutenzione, pronto intervento per le persone fragili e messa in sicurezza della casa); - SVILUPPARE NUOVI AMBITI IMPRENDITORIALI E LAVORATIVI (autorecupero, autocostruzione, rigenerazione urbana, eliminazione delle barriere architettoniche, installazione di ausili, dispositivi per rendere la casa accessibile ed accogliente) CHE CONSENTANO ANCHE DI RENDERE PIÙ EQUA LA DISTRIBUZIONE DELLE RISORSE PER I CITTADINI E VALORIZZARE LE LORO RELAZIONI (politiche per favorire l’accesso all’edilizia residenziale pubblica e per la riduzione del canone di affitto, co-housing, social street, valorizzazione di sagre, feste di vicinato e di comunità); - PROMUOVERE POLITICHE SOCIALI CHE, oltre a migliorare la qualità della vita e lo sviluppo economico (promozione di agenzie per l’affitto, di fondi territoriali per la casa ai giovani) POSSANO ATTIVARE NUOVE FORME DI AUTO-MUTUO AIUTO (promozione di condomini attivi e di buone pratiche sociali di connessione fra casa, vicinato e territorio)". (WALTHER ORSI, 17/5/2016, da www.smallfamilies.it/)
Nella foto: COHOUSING A RIMINI – “ABITARE, SUPERARE LE SOLITUDINI E LE POVERTA’ – “Occuparsi di casa e welfare permette allora di generare nuove sinergie fra sviluppo e qualità della vita. Significa, ad esempio: – INVENTARE NUOVE FORME DI SOLIDARIETÀ FRA LE PERSONE E LE FAMIGLIE (COABITAZIONI, CONDOMINI SOLIDALI) tese a migliorare il sistema di welfare, ma anche a sviluppare nuove attività imprenditoriali e di lavoro (progettazione di case a geometria variabile che si adattano in relazione ai cicli di vita della famiglia, attivazione di servizi certificati di piccola manutenzione, pronto intervento per le persone fragili e messa in sicurezza della casa); – SVILUPPARE NUOVI AMBITI IMPRENDITORIALI E LAVORATIVI (autorecupero, autocostruzione, rigenerazione urbana, eliminazione delle barriere architettoniche, installazione di ausili, dispositivi per rendere la casa accessibile ed accogliente) CHE CONSENTANO ANCHE DI RENDERE PIÙ EQUA LA DISTRIBUZIONE DELLE RISORSE PER I CITTADINI E VALORIZZARE LE LORO RELAZIONI (politiche per favorire l’accesso all’edilizia residenziale pubblica e per la riduzione del canone di affitto, co-housing, social street, valorizzazione di sagre, feste di vicinato e di comunità); – PROMUOVERE POLITICHE SOCIALI CHE, oltre a migliorare la qualità della vita e lo sviluppo economico (promozione di agenzie per l’affitto, di fondi territoriali per la casa ai giovani) POSSANO ATTIVARE NUOVE FORME DI AUTO-MUTUO AIUTO (promozione di condomini attivi e di buone pratiche sociali di connessione fra casa, vicinato e territorio)”. (WALTHER ORSI, 17/5/2016, da http://www.smallfamilies.it/)

   In molti progetti edilizi di adesso (o in quelli realizzati negli ultimi decenni, perché adesso il mercato immobiliare è saturo) , l’impianto tipologico non riesce a sganciarsi dall’idea novecentesca di famiglia: quella per intenderci costituta da un padre, una madre e magari due figli. Un modo di vedere standard e omologato che non corrisponde più alla realtà. Invece tendono ad aumentare le famiglie costituite da una sola persona, da un genitore con un figlio, da uno o due anziani eccetera..

   E le case, progettate ex-novo o ristrutturate, non sono più in grado di ospitare la società che cambia, in primis la famiglia. Non si adattano ai mutamenti delle attuali e diverse tipologie familiari.

Soggiorno e lavanderia di URBAN VILLAGE BOVISA a MILANO, esempio di COHOUSING - La visione del COHOUSING è quella di CREARE OASI DI COMUNITÀ nel mezzo di città che non consentono più forme di comunicazione adeguate e non impersonali tra i loro abitanti. Le abitazioni vengono progettate per facilitare la vita comunitaria e allo stesso tempo garantire agli occupanti di scegliere, secondo le proprie necessità e desideri, di vivere momenti privati o collettivi. Le abitazioni gestite in cohousing sono luoghi dove i “vicini” si aiutano gli uni con gli altri, dove la vita quotidiana è più facile e più soddisfacente che in situazioni tradizionali. Scegliere di vivere in cohousing non è come acquistare un appartamento in un condominio, ma comporta la scelta di CONTRIBUIRE E PARTECIPARE ALLA VITA COLLETTIVA. In qualche modo viene riproposta L’IDEA DEL KIBBUTZ, DELLE COOPERATIVE OPERAIE, DELLE COMUNI, SENZA L’ASPETTO HIPPY che caratterizzava le esperienze degli anni 1970. (da http://paesaggimutanti.it/)
Soggiorno e lavanderia di URBAN VILLAGE BOVISA a MILANO, esempio di COHOUSING – La visione del COHOUSING è quella di CREARE OASI DI COMUNITÀ nel mezzo di città che non consentono più forme di comunicazione adeguate e non impersonali tra i loro abitanti. Le abitazioni vengono progettate per facilitare la vita comunitaria e allo stesso tempo garantire agli occupanti di scegliere, secondo le proprie necessità e desideri, di vivere momenti privati o collettivi. Le abitazioni gestite in cohousing sono luoghi dove i “vicini” si aiutano gli uni con gli altri, dove la vita quotidiana è più facile e più soddisfacente che in situazioni tradizionali. Scegliere di vivere in cohousing non è come acquistare un appartamento in un condominio, ma comporta la scelta di CONTRIBUIRE E PARTECIPARE ALLA VITA COLLETTIVA. In qualche modo viene riproposta L’IDEA DEL KIBBUTZ, DELLE COOPERATIVE OPERAIE, DELLE COMUNI, SENZA L’ASPETTO HIPPY che caratterizzava le esperienze degli anni 1970. (da http://paesaggimutanti.it/)

   Diverse sono oggi le taglie delle nostre famiglie e le forme di convivenza: coppie con figli, coppie senza figli, genitori soli con figli conviventi, single (moltissimi questi!), anziani soli che convivono con chi si sta prendendo cura di loro, famiglie “ricostituite” (nuove coppie che convivono con i figli nati dalla precedente unione), lavoratori temporanei, studenti fuori sede, amici che condividono la casa per far fronte alle spese, figli adulti che ritornano a vivere con gli anziani genitori (caso molto diffuso a seguito di una separazione) etc.. Giovani e non più giovani (leggi in questo post l’articolo di Gisella Bassanini ripreso da SmallFamilies – portale delle famiglie a geometria variabile, www.smallfamilies.it/ ).

   Sulle forme di condivisione dell’abitare cui qui parliamo, riprendiamo un discorso già iniziato qualche tempo fa:

https://geograficamente.wordpress.com/?s=cohousing:

un post di Geograficamente dal titolo: “l’esperienza delle coabitazioni solidali è una buona pratica innovativa, e una buona pratica sociale”.

immagine da www.weforgreen.it
immagine da http://www.weforgreen.it

   E le esperienze di coabitazione solidale non possono rappresentare solo un modello da imitare: devono ancora consolidarsi nella “buona pratica” da mettere in atto, vedere quali possono essere i problemi che sorgono, e individuare i soggetti che “aiutano” la buona riuscita di forme di convivenza sotto uno stesso tetto di persone non legate da natura famigliare.

   Qui, più che altro, in questo post, proponiamo delle esperienze concrete realizzate.

   Ad esempio a Milano c’è uno dei principali progetti dell’«abitare sociale» della Fondazione housing sociale (www.fhs.it ) costituita nel 2004 dalla Fondazione Cariplo con il sostegno di Regione Lombardia e Anci: in 15 anni sono stati creati 800 appartamenti, per due terzi dati dal recupero del patrimonio immobiliare già esistente. E hanno trovato alloggio diecimila persone. Persone che si trovavano in una situazione di svantaggio: anziani, giovani, disabili, immigrati, famiglie e single. Un’edilizia low cost per una fascia di reddito tra i 15 mila e i 55 mila euro annui (al di sotto, si ha il diritto a richiedere la casa popolare).

   Ma queste case voglio essere anche case “condivise”: si chiede infatti agli inquilini di essere disponibili a un aiuto reciproco. Un condominio in cui si condividono la lavanderia, l’orto, la sala giochi per i più piccoli e magari ci si dà una mano per assistere bambini e anziani, costruendo una rete di solidarietà (vedi in questo post l’articolo di Luca Mattiucci da “il Corriere Sociale” che spiega bene la cosa). E molti altri, poi, sono i progetti partiti di recente in varie città italiane (Pesaro, Messina, Torino, Parma, Genova, Bologna…)

cohousing urbano a San Lazzaro di Savena
cohousing urbano a San Lazzaro di Savena (da http://www.cohousingbologna.org)

   E’ un discorso che ci proponiamo qui di approfondire. Capiamo che gli strumenti sociali per superare la solitudine e le povertà, quelli tradizionali, sono sempre più inadeguati (i comuni che hanno sempre meno soldi, il volontariato che diminuisce, la crescita esponenziale di categorie di persone in difficoltà…)

   E’ così necessario attivare una progettazione sociale diffusa nel territorio, che parta dal basso, che metta al centro la qualità della vita della comunità, che valorizzi il ruolo dei cittadini. Ci sono da inventare nuove forme di solidarietà fra le persone e le famiglie (coabitazioni, condomini solidali, possono essere esempi importanti, interessanti, modelli riproducibili…). Partiamo da questo nella nostra ricerca. (s.m.)

……………..

LA SOLITUDINE DEL CITTADINO GLOBALE

di Maria Luisa Polizzi, 13/4/2016, da Lo Scaffale, N.4, Aprile 2016

   Per ZYGMUNT BAUMAN il cittadino globale vive una condizione umana, sociale ed economica fatta di insicurezza e precarietà e, per quanto questa non sia peggiore (forse) di quelle già vissute dalle precedenti generazioni, la  percepisce con più consapevolezza.

   L’uomo di oggi sa, infatti, che non si tratta di un caos temporaneo, superabile con l’impegno e con un sapere più ampio, come pensavano i suoi nonni, comprende che il caos è causato da lui stesso e dalle azioni di tutti ed è senza soluzioni.

  Inoltre, ciò che minacciava la sicurezza dei suoi nonni  era definibile e percepito come un pericolo dal quale difendersi; ciò che minaccia il cittadino globale è il rischio, contro il quale non ci sono mai scelte giuste o sbagliate, solo soluzioni che hanno comunque dei pro e dei contro.

Zygmund Bauman – LA SOLITUDINE DELL UOMO GLOBALE – ed. FELTRINELLI

   Per il sociologo la complessità della condizione umana nell’era globale non può essere definita soltanto in termini di insicurezza, ritiene sia più appropriato il termine tedesco unsicherheit, inteso come mancanza della sicherheit  di Freud, la cui assenza ci riempie di ansia, paura e rabbia. Unsicherheit, infatti, permette di indicare con una sola parola i tre concetti di: “incertezza”, “insicurezza esistenziale”  e “assenza di garanzie di sicurezza per la propria persona, precarietà”.

   Nel saggio  “LA SOLITUDINE DELL’UOMO GLOBALE”, Bauman analizza, passo dopo passo, tutti i fenomeni sociali in cui si riflette la moderna unsicherheit, fino ad arrivare all’uomo nella sua “essenza” ( o piuttosto nella sua mancanza di essenza) e lo fa utilizzando la metafora di Ernest Gellner, secondo il quale: la differenza tra il vecchio e il nuovo tipo di esseri umani  “è come la differenza tra un armadio completo, fatto di un solo pezzo, e un armadio componibile”.

Zygmund Bauman
Zygmund Bauman

   L’uomo dell’era globale è un “uomo modulare” con molti aspetti, da esibire o dissimulare al bisogno, e con reti di relazioni che come le possibili composizioni di una struttura modulare sono numerose ma mai stabili o definitive. La sua modularità si esprime in tutti i suoi legami, dalla famiglia allo stato, passando per tutte le possibili forme di associazione.

   Di conseguenza “la vita che dipende soltanto da tali legami è perlopiù, ma forse interamente, un susseguirsi di crocevia. Qualunque percorso si scelga comporta dei rischi…. Ma è proprio la modularità – l’assenza di bulloni, grappe e giunti che fissino i moduli in una forma permanente – a costituire una fonte continua di tensione”. Inevitabilmente, l’uomo moderno non si sente “pienamente a casa” in nessun gruppo.

Ogni volta che sta in gruppo, qualunque sia il motivo, per il cittadino globale “è come passare una notte in albergo o una serata al ristorante, e non come sedere a tavola con la famiglia, a casa propria.”

   In assenza di legami e di appartenenza alla propria “tribù”, l’individuo è sempre meno cittadino e sempre più consumatore, di merci e di libertà off-limits. Si limita ad esigere “sempre più protezione e accetta sempre meno la necessità di partecipare”, dimenticando la propria parte di responsabilità, mentre la politica, dal canto suo, ha lasciato il posto al mercato e “ le antiche agorà sono state rilevate da intraprendenti immobiliari e riciclate in parchi dei divertimenti” .

   “Il problema – sostiene Bauman –  è trovare un punto in cui la lama dell’azione politica possa intervenire nel modo più efficace”. E la risposta da cui ripartire è per il sociologo LA MISURA DEL REDDITO MINIMO GARANTITO, per “mettere le persone in grado di assicurarsi i mezzi di sussistenza senza dipendere dalla definizione di lavoro imposta dallo stesso mercato del lavoro”.

   Per Bauman è evidente il nesso tra reddito minimo garantito e la qualità di vita dell’intera comunità, perché UN REDDITO MINIMO GARANTITO LASCEREBBE IL TEMPO DI DEDICARSI con impegno, serietà ed entusiasmo ALLA CURA DI TUTTI QUEI CAMPI ATTUALMENTE TRASCURATI: dall’assistenza agli anziani alla pulizia dell’ambiente e alla cura del paesaggio.

   Se si scinde la sopravvivenza dal consumo, potrà riaffermarsi il senso di “una cittadinanza e di una repubblica pienamente sviluppate, concepibili soltanto se associate a persone fiduciose in se stesse, libere dalla paura esistenziale: in breve, di persone sicure.” (Maria Luisa Polizzi)

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COABITAZIONI (SOLIDALI) CONTRO LA SOLITUDINE

COABITAZIONE SOLIDALE A BOLOGNA - DA IL CORRIERE DELLA SERA DEL 15-4-2016
COABITAZIONE SOLIDALE A BOLOGNA – DA IL CORRIERE DELLA SERA DEL 15-4-2016

«PERCHÉ NON VIENI A STARE CON ME?»

di Tiziana Pisati, da “il Corriere della Sera” (Corriere Sociale) del 15/4/2016l Continua a leggere