Geograficamente

conservazioni e trasformazioni virtuose del territorio


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LA SVIZZERA e LA FINE DEL SEGRETO BANCARIO – I tradizionali PARADISI FISCALI, in caduta libera nella crisi politica ed economica globale, cercano altri luoghi per proliferare (in nuove CITTÀ-STATO, GRANDI NAZIONI o MICRO-ATOLLI sperduti nel Pacifico) – La necessità di un GOVERNO MONDIALE dell’economia e della finanza

COME SUONA LA LISTA NERA SVIZZERA - LA BANCA SVIZZERA PRIVATA HSBC AIUTAVA TUTTI, DAI PRESUNTI TRAFFICANTI DI ARMI ALLE POP STAR (Qartz). Il principio del sistema bancario svizzero, in fondo, è sempre stato più o meno questo: noi non vi conosciamo, siete solo dei numeri, ma milionari. Una banca per amica, sembrerebbe, perché quando uno è ricco nessuno lo conosce. Ancor meno quando poi, improvvisamente, uno diventa povero. Lo scriveva Jimmy Cox nel 1923, in pieno periodo proibizionista americano, in un classico del blues divenuto famoso nella versione di Eric Clapton. "Un tempo facevo la bella vita del milionario, spendevo tutto quel che avevo, non ci badavo affatto, portavo fuori tutti i miei amici a divertirci, poi ho cominciato a cadere così in basso. Ho perso tutti i miei buoni amici, non avevo un posto dove andare". (di Giulia Pompili, 9/2/2015, da IL FOGLIO) (immagine da www.ciaocomo.it)

COME SUONA LA LISTA NERA SVIZZERA – LA BANCA SVIZZERA PRIVATA HSBC AIUTAVA TUTTI, DAI PRESUNTI TRAFFICANTI DI ARMI ALLE POP STAR (Qartz). Il principio del sistema bancario svizzero, in fondo, è sempre stato più o meno questo: noi non vi conosciamo, siete solo dei numeri, ma milionari. Una banca per amica, sembrerebbe, perché quando uno è ricco nessuno lo conosce. Ancor meno quando poi, improvvisamente, uno diventa povero. Lo scriveva Jimmy Cox nel 1923, in pieno periodo proibizionista americano, in un classico del blues divenuto famoso nella versione di Eric Clapton. “Un tempo facevo la bella vita del milionario, spendevo tutto quel che avevo, non ci badavo affatto, portavo fuori tutti i miei amici a divertirci, poi ho cominciato a cadere così in basso. Ho perso tutti i miei buoni amici, non avevo un posto dove andare”. (di Giulia Pompili, 9/2/2015, da IL FOGLIO) (immagine da http://www.ciaocomo.it)

   Vogliamo dedicare questo post alla decisione di questi giorni della Svizzera di non essere più un “paradiso fiscale”. Questo perché è sicuramente notizia storica rilevante questo fatto, cioè che la Svizzera si allontana da quei paesi dove non si pagano tasse per i capitali finanziari stranieri che arrivano, paesi dove si “nascondono” i soldi sottratti alla dichiarazione al fisco del proprio paese di origine e a volte i guadagni sono pure denari percepiti con operazioni illegali, criminali, e il deposito è al fine del riciclaggio di denaro “sporco”. La Svizzera allora si chiama fuori dai paradisi fiscali (e quasi contemporaneamente lo fa il Lichtenstein, piccolo stato-principato tra Austria e Svizzera).

La Svizzera  è uno Stato federale, composto da 26 cantoni indipendenti. Il territorio (prevalentemente alpino) è geograficamente suddiviso tra il massiccio del Giura, l'Altopiano e le Alpi svizzere, e occupa una superficie di 41.285 km². Due terzi degli 8 milioni di abitanti si concentrano sull'Altopiano, dove si trovano le maggiori città: Zurigo, Ginevra, Berna, Basilea, Winterthur, Lucerna, San Gallo e Losanna. Le prime due sono piazze finanziarie internazionali e vengono anche spesso considerate come le città aventi la qualità di vita più elevata al mondo, mentre Berna, come capitale (più propriamente "città federale"), è il centro burocratico e politico della nazione e sempre qui, nel Palazzo Federale, vi è la sede del Parlamento e del Governo. A Losanna e Lucerna vi sono le sedi della massima istanza giuridica della Confederazione: il Tribunale federale. Altri tribunali della Confederazione si trovano invece a San Gallo e Bellinzona. La Svizzera è uno dei Paesi economicamente più prosperi al mondo. Due terzi della forza lavoro sono attivi nel settore terziario e circa un terzo nel secondario. La Svizzera è suddivisa in tre regioni linguistiche e culturali: tedesca, francese, italiana, a cui vanno aggiunte le valli del Canton Grigioni in cui si parla il romancio. Il tedesco, il francese, l'italiano sono lingue ufficiali e nazionali. Il romancio è lingua nazionale dal 1938 ed è parzialmente lingua ufficiale dal 1996. Alla diversità linguistica si aggiunge quella religiosa con i cantoni protestanti e i cantoni cattolici. Gli svizzeri quindi non formano una nazione nel senso di una comune appartenenza etnica, linguistica e religiosa. Il forte senso di appartenenza al Paese si fonda sul percorso storico comune, sulla condivisione dei miti nazionali e dei fondamenti istituzionali (federalismo, democrazia diretta, neutralità), sulla geografia (Alpi) e in parte sull'orgoglio di rappresentare un caso particolare in Europa. La politica estera è contraddistinta dalla tradizionale neutralità, mantenuta sin dal 1674, anno della prima dichiarazione ufficiale di neutralità della Svizzera. La Svizzera fa parte delle Nazioni Unite (dal 2002), del Consiglio d'Europa, dell'Organizzazione mondiale del commercio. La Svizzera ospita numerose organizzazioni internazionali, in particolare a Ginevra, dove vi si trovano la sede della Croce Rossa e la sede europea dell'ONU. Non fa parte dell'Unione europea. (da WIKIPEDIA) (cartina tratta da www.quoteimg.com/)

La Svizzera è uno Stato federale, composto da 26 cantoni indipendenti. Il territorio (prevalentemente alpino) è geograficamente suddiviso tra il massiccio del Giura, l’Altopiano e le Alpi svizzere, e occupa una superficie di 41.285 km². Due terzi degli 8 milioni di abitanti si concentrano sull’Altopiano, dove si trovano le maggiori città: Zurigo, Ginevra, Berna, Basilea, Winterthur, Lucerna, San Gallo e Losanna. Le prime due sono piazze finanziarie internazionali e vengono anche spesso considerate come le città aventi la qualità di vita più elevata al mondo, mentre Berna, come capitale (più propriamente “città federale”), è il centro burocratico e politico della nazione e sempre qui, nel Palazzo Federale, vi è la sede del Parlamento e del Governo. A Losanna e Lucerna vi sono le sedi della massima istanza giuridica della Confederazione: il Tribunale federale. Altri tribunali della Confederazione si trovano invece a San Gallo e Bellinzona.
La Svizzera è uno dei Paesi economicamente più prosperi al mondo. Due terzi della forza lavoro sono attivi nel settore terziario e circa un terzo nel secondario.
La Svizzera è suddivisa in tre regioni linguistiche e culturali: tedesca, francese, italiana, a cui vanno aggiunte le valli del Canton Grigioni in cui si parla il romancio. Il tedesco, il francese, l’italiano sono lingue ufficiali e nazionali. Il romancio è lingua nazionale dal 1938 ed è parzialmente lingua ufficiale dal 1996. Alla diversità linguistica si aggiunge quella religiosa con i cantoni protestanti e i cantoni cattolici.
Gli svizzeri quindi non formano una nazione nel senso di una comune appartenenza etnica, linguistica e religiosa. Il forte senso di appartenenza al Paese si fonda sul percorso storico comune, sulla condivisione dei miti nazionali e dei fondamenti istituzionali (federalismo, democrazia diretta, neutralità), sulla geografia (Alpi) e in parte sull’orgoglio di rappresentare un caso particolare in Europa.
La politica estera è contraddistinta dalla tradizionale neutralità, mantenuta sin dal 1674, anno della prima dichiarazione ufficiale di neutralità della Svizzera. La Svizzera fa parte delle Nazioni Unite (dal 2002), del Consiglio d’Europa, dell’Organizzazione mondiale del commercio. La Svizzera ospita numerose organizzazioni internazionali, in particolare a Ginevra, dove vi si trovano la sede della Croce Rossa e la sede europea dell’ONU. Non fa parte dell’Unione europea. (da WIKIPEDIA) (cartina tratta da http://www.quoteimg.com/)

   Ma restano lo stesso molti i Paesi dei cinque continenti che accettano ben volentieri denari “in nero”, paesi questi che fanno parte di una cosiddetta “BLACK LIST” redatta dagli stati danneggiati dalle ricchezze che se ne vanno senza pagare tasse. Stati in “black list” che sono o grandi nazioni o micro-atolli sperduti nel Pacifico. Dal Medio Oriente (Paesi del Golfo in primis), alle famose isole Cayman, passando per colonie e protettorati come Gibilterra o ex tali, come Hong Kong, Panama, Macao, Singapore. Per arrivare a dorati luoghi di residenza di vip, come il Principato di Monaco, o altri Principati e Ducati del Vecchio continente, come Andorra. Per quanto riguarda Singapore e il Principato di Monaco sembra che anche loro tra poco tempo apriranno la visibilità dei conti esteri come hanno ora deciso di fare la Svizzera e il Lichtenstein.

ADDIO AL SEGRETO BANCARIO TRA ITALIA E SVIZZERA: i due governi hanno firmato il 24 febbraio scorso l'accordo che pone definitivamente fine al segreto bancario nel paese transalpino. La storica intesa, siglata a Milano dopo tre anni di trattative, dal ministro del Tesoro PIER CARLO PADOAN e dalla sua omologa svizzera, EVELINE WIDMER-SCHLUMPF, prevede LO SCAMBIO DI INFORMAZIONI TRA I DUE PAESI, automatico a partire dal 2017 e CONSENTE ALLA SVIZZERA DI USCIRE DALLA "BLACK LIST" dei paesi considerati paradisi fiscali

ADDIO AL SEGRETO BANCARIO TRA ITALIA E SVIZZERA: i due governi hanno firmato il 24 febbraio scorso l’accordo che pone definitivamente fine al segreto bancario nel paese transalpino. La storica intesa, siglata a Milano dopo tre anni di trattative, dal ministro del Tesoro PIER CARLO PADOAN e dalla sua omologa svizzera, EVELINE WIDMER-SCHLUMPF, prevede LO SCAMBIO DI INFORMAZIONI TRA I DUE PAESI, automatico a partire dal 2017 e CONSENTE ALLA SVIZZERA DI USCIRE DALLA “BLACK LIST” dei paesi considerati paradisi fiscali

   Pertanto Svizzera, Lichtenstein, ma anche Austria, Lussemburgo, Montecarlo, Singapore sono oramai da considerarsi ex paradisi fiscali. E’ sicuro che a loro si sostituiranno altri paesi o città-stato, come Dubai, Londra, le Mauritius, la Serbia, le Seychelles, la Slovacchia, la Slovenia, la Tunisia… anche se alcune di queste mète fiscali sono politicamente meno sicure della solida neutrale Svizzera, e qualche titubanza a portare lì dei soldi ci potrebbe essere per quei ricchi del mondo che non vogliono pagare tasse.

   Un rimescolamento del pianeta, che ha fatto ripensare di cambiare logica alla ambigua neutralità finanziaria di paesi come la Svizzera, e dall’altra altri paesi che diventeranno paradisi fiscali. E in ogni caso le ricchezze sono sempre più difficili da controllare da Stati nazionali che vogliono garantire la loro sovranità (e anche i servizi, il welfare che le tasse sulla ricchezza e sui profitti attinge per potersi concretizzare).

   I nuovi accordi dello stato italiano con la Svizzera in ogni caso, adesso, sono un vero avvenimento storico: si è arrivati alla fine del mito svizzero del “segreto bancario”. La Svizzera, infatti, potrà consegnare dati di correntisti stranieri alle autorità italiane anche in caso di semplice sospetto di evasione fiscale (fino ad oggi, invece, per ottenere dati bancari dalla Svizzera erano necessarie prove di una concreta frode fiscale con falsificazione di documenti, e non era detto che, dopo lungo tempo e peripezie, si ottenessero le informazioni).

   Come spesso accade in Svizzera, è stato proposto un referendum, contro questa abolizione del segreto bancario. Sono state raccolte già più di centomila firme da un comitato di partiti di destra, sostenendo un’iniziativa che vuole una maggiore protezione della propria sfera economica privata. Ma è significativo che la stessa associazione svizzera dei banchieri abbia detto che non sosterrà quest’iniziativa di referendum: cioè non si torna indietro.blacklist

   Insomma la Svizzera sembra fare sul serio di voler cambiare rotta. Un paese (da molti istituti di ricerca considerato il migliore al mondo per viverci) dalle moltissime contraddizioni, tra picchi di positività e negatività. Terra di rifugiati politici all’epoca delle dittature fasciste e naziste in Europa, diventato poi cassaforte di capitali finanziari spesso di lobbies mafiose e criminali di tutto il mondo. E anche quando dava asilo a rifugiati e perseguitati nazisti (anche se è vero che per questo è stata criticata per la sua poca apertura e timidezza nei confronti dei perseguitati dal nazismo stesso), non sono mancate operazioni di sottrazione e incameramento delle ricchezze, dell’oro, degli ebrei perseguitati dai nazisti (solo nel 1998 la Svizzera riconoscerà queste sottrazioni di denaro e valori, e ci vorrà una decina d’anni, nel 2008, per indennizzare gli eredi delle vittime dei nazisti). La Svizzera è stata anche terra di forte immigrazione, dei frontalieri italiano che attraverso Chiasso per decine d’anni hanno attraversato quotidianamente il confine. Lo era: crisi economica e allargamento dei partiti di destra e xenofobi hanno ristretto e stanno restringendo sempre più le maglie della disponibilità di accoglienza all’immigrazione in questo paese.

   Paese che comunque, per l’Italia e il Nord in particolare, al di là della vetusta fama di tesoriere di illeciti capitali finanziari, rappresenta una Terra a noi assai vicina, e cara: non solo per attraversala verso mete del nord Europa, ma per apprezzarla nei suoi splendidi paesaggi montani, lacustri, per l’alto grado di civiltà e accoglienza.

   E’ pure da notare come nel tempo gli svizzeri hanno creato un’economia ricca pur non avendo risorse naturali importanti (in Svizzera non c’è petrolio…) e con un ambiente montano e un cima aspro. Paese che con le micro-tecnologie (a suo tempo gli orologi…) nel tempo hanno saputo dimostrare ingegno e versatilità. A questo proposito, delle Svizzera, della pace secolare che ha vissuto e dell’inventiva tecnologica dei suoi artigiani, ci permettiamo di citare, una volta tanto una frase-battura un po’ triviale ma celebre di Orson Welles che diceva: “In Italia sotto i Borgia, per trent’anni, hanno avuto assassinii, guerre, terrore e massacri, ma hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e democrazia, e che cos’hanno prodotto? Gli orologi a cucù.”

   Fino alla finanza d’assalto e cruda degli ultimi decenni, che ora si è deciso di rimuovere.

mappa paradisi fiscali (da www.dirittiglobali.it/) (CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

mappa paradisi fiscali (da http://www.dirittiglobali.it/) (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   Nel contesto dei nuovi paradisi fiscali che di sicuro sostituiranno la Svizzera e il Lichtenstein, è anche pensabile che altri modi ci saranno per nascondere capitali in nero e illeciti finanziari: non più pertanto chi oltrepassa la frontiera con denaro nascosto in una valigetta, ma con una maggiore mobilità della propria residenza (sia di vita che fiscale). Se i paradisi fiscali spariscono a poco a poco, è probabile che ricchi e mediamente ricchi vadano a vivere in posti che saranno i nuovi paradisi.

   In ogni caso la possibilità che tutti paghino le tasse e che si riesca a capire e individuare quali sono i denari illeciti, tutto questo richiederà un maggior coordinamento mondiale al di là degli egoismi degli stati nazionali, e ancora una volta la soluzione può venire dal pensare di creare un autorevole governo mondiale (dell’economia che faccia star bene tutti, ma anche dei diritti di uguaglianza e libertà da garantire a ciascuna persona). (s.m.)

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SE IL MITO FONDATORE NASCE DA UN INGANNO

- Violenza e verità: da Guglielmo Tell a Che Guevara -

di Claudia Magris, dal Corriere.it

- Claudio Magris incontra il germanista che ha pubblicato un «ritratto» della svizzera attraverso i suoi scrittori -

   Nel 1802 Napoleone diceva ai delegati svizzeri che il loro Paese poteva scegliere fra un destino di grandezza, legandosi alla Francia e alla sua politica mondiale, e un destino—a suo avviso ad esso più consono — di «sicurezza e tranquillità», di neutralità, che avrebbe permesso di coltivare «le vostre leggi, i vostri costumi e i vostri commerci», al riparo delle montagne create dalla natura per separarli dagli altri Stati. Continua a leggere


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SACCO DI ROMA: non solo hooligans – E’ proponibile UNA NUOVA CAPITALE PER L’ITALIA?… al posto della intasata Roma (di traffico, corruzione, danneggiamenti…)?…Un nuovo CENTRO POLITICO diffuso nella rete delle città dell’Italia centrale (PERUGIA, L’AQUILA…con la CAPITALE rappresentativa in ASSISI)?

La FONTANA DELLA BARCACCIA è una FONTANA DI ROMA, situata in PIAZZA DI SPAGNA, ai piedi della scalinata di TRINITÀ DEI MONTI. Nel 1627 papa URBANO VII incaricò PIETRO BERNINI, che già lavorava all’ampliamento dell’acquedotto stesso, di realizzare una fontana nella piazza sottostante la chiesa della Trinità dei Monti e il Bernini fu aiutato anche dal figlio GIAN LORENZO, che probabilmente la completò alla morte del padre. Era la prima volta che una fontana veniva concepita interamente come UN’OPERA SCULTOREA. Secondo una versione popolare molto accreditata, la sua particolare forma potrebbe essere stata ispirata dalla presenza sulla piazza di una barca in secca, portata fin lì dalla piena del Tevere del 1598 (nel cui ricordo il papa potrebbe aver commissionato l’opera), ma si è anche avanzata l’ipotesi che quel luogo fosse anticamente utilizzato come piccola naumachia (cioè uno spettacolo rappresentante una battaglia navale e il bacino in cui si tenevano queste rappresentazioni) (da Wikipedia)

La FONTANA DELLA BARCACCIA è una FONTANA DI ROMA, situata in PIAZZA DI SPAGNA, ai piedi della scalinata di TRINITÀ DEI MONTI. Nel 1627 papa URBANO VII incaricò PIETRO BERNINI, che già lavorava all’ampliamento dell’acquedotto stesso, di realizzare una fontana nella piazza sottostante la chiesa della Trinità dei Monti e il Bernini fu aiutato anche dal figlio GIAN LORENZO, che probabilmente la completò alla morte del padre. Era la prima volta che una fontana veniva concepita interamente come UN’OPERA SCULTOREA. Secondo una versione popolare molto accreditata, la sua particolare forma potrebbe essere stata ispirata dalla presenza sulla piazza di una barca in secca, portata fin lì dalla piena del Tevere del 1598 (nel cui ricordo il papa potrebbe aver commissionato l’opera), ma si è anche avanzata l’ipotesi che quel luogo fosse anticamente utilizzato come piccola naumachia (cioè uno spettacolo rappresentante una battaglia navale e il bacino in cui si tenevano queste rappresentazioni) (da Wikipedia)

   Se Roma è contemporaneamente città sede centrale della religiosità cattolica (con presenza di milioni di pellegrini-turisti ogni anno), se è sede politica di tutti i ministeri e parlamento come capitale d’Italia; se è una grandiosa storica città d’arte dove il vero museo è all’aperto, nel suo grande centro storico, e passeggiando si passa da un capolavoro all’altro (architettonico, scultoreo, archeologico….).

Dopo l’assalto degli hooligans olandesi della squadra di calcio del Feyenoord di Rotterdam che giovedì sera, 19 febbraio, a Roma hanno gravemente danneggiato la FONTANA DELLA BARCACCIA in Piazza di Spagna, Annamaria Cerioni, responsabile del servizio restauri della Soprintendenza Capitolina ai Beni Culturali stigmatizza: «LA FONTANA NON TORNERÀ MAI PIÙ COME PRIMA. A parte che si è verificato un vero e proprio oltraggio a un'opera d'arte straordinaria, sono state individuate 110 SCALFITURE SUL BACINO DI MARMO». Per lo più scheggiature provocate da vetri, molti i frammenti ritrovati: il più lungo è di 10 centimetri. Questo pezzo si era staccato dal candelabro ed è stato rimesso a posto. «Tuttavia ci sono alcune scalfiture al travertino che non si possono riparare. Si tratta di almeno sessanta scheggiature «molto piccole, che con il tempo si levigheranno». (Grazia Longo, “la Stampa” del 21/2/2015)

Dopo l’assalto degli hooligans olandesi della squadra di calcio del Feyenoord di Rotterdam che giovedì sera, 19 febbraio, a Roma hanno gravemente danneggiato la FONTANA DELLA BARCACCIA in Piazza di Spagna, Annamaria Cerioni, responsabile del servizio restauri della Soprintendenza Capitolina ai Beni Culturali stigmatizza: «LA FONTANA NON TORNERÀ MAI PIÙ COME PRIMA. A parte che si è verificato un vero e proprio oltraggio a un’opera d’arte straordinaria, sono state individuate 110 SCALFITURE SUL BACINO DI MARMO». Per lo più scheggiature provocate da vetri, molti i frammenti ritrovati: il più lungo è di 10 centimetri. Questo pezzo si era staccato dal candelabro ed è stato rimesso a posto. «Tuttavia ci sono alcune scalfiture al travertino che non si possono riparare. Si tratta di almeno sessanta scheggiature «molto piccole, che con il tempo si levigheranno». (Grazia Longo, “la Stampa” del 21/2/2015)

   Se Roma è anche metropoli dove ci vivono più di 3 milioni di persone che si muovono però a fatica nelle cose quotidiane per l’ingorgo continuo del traffico, e per questo è la città italiana che al mattino si sveglia per prima, molto presto (spesso ai romani per andare al lavoro ci vuole ben più di un’ora, due ore…), e ogni tentativo di aprire nuove linee metropolitane o altre forme di mobilità più rapida spesso (sempre) deve fare i conti con il sottosuolo che è un paradiso archeologico che non si può certo scardinare come niente fosse (ci sono tante città sotto quella attuale…).

   Se Roma non regge un turismo di massa tutto l’anno, manifestazioni politiche di protesta contro provvedimenti governativi, eventi religiosi di grande entità, ma anche devastazioni di tifoserie straniere: come gli hooligans olandesi della squadra di calcio del Feyenoord di Rotterdam che giovedì sera, 19 febbraio, hanno danneggiato gravemente la Fontana della Barcaccia, da poco restaurata, e fatto danni ai negozi nella zona (che ammonterebbero a 3 milioni di euro, mentre ancora da quantificare ma già ritenuti «gravi e permanenti» sono i deterioramenti della fontana barocca), e sparso immondizie per tutto il centro…

Roma, TOR SAPIENZA, le proteste contro campi rom e immigrati del dicembre scorso

Roma, TOR SAPIENZA, le proteste contro campi rom e immigrati del dicembre scorso

   Se Roma è attrazione per persone straniere disagiate (immigrati) e conta una presenza di campi nomadi come nessun’altra città in Italia, e le periferie sono quelle che risentono di più dei degradi e delle difficoltà di vita quotidiana: sono da ricordare, tra novembre e dicembre dello scorso anno gli accadimenti, gli scontri, le proteste, di alcuni quartieri (Tor Sapienza in particolare), per la presenza di “troppi” immigrati, e anche dei Campi Rom (la difficile convivenza del quartiere con gli zingari…) (a Roma nei campi nomadi ci sono 8mila persone).

   E sempre le periferie hanno una forte presenza dell’industria dello spaccio, della prostituzione di ogni sesso in ulteriore espansione che fa chiedere quartieri a luci rosse, e il tutto con mafie, camorre, ’ndranghete che la fanno da padrone. E ci sono poi, è stato denunciato nel dicembre scorso, cooperative sociali che gestiscono molti di questi “servizi al disagio” con appalti milionari e in continuità con metodi, affari e personaggi della tristemente nota banda della Magliana di qualche decennio fa…

Sandro Veronesi, scrittore, sostiene la proposta di spostare la capitale da Roma

Sandro Veronesi, scrittore, sostiene la proposta di spostare la capitale da Roma

   Se, infine, Roma è ricettacolo di nuove mafie politiche, con corruzione e spreco di denaro pubblico, e amministrarla diventa un compito assai arduo; se Roma vive da anni questo stato confusionale per essere allo stesso tempo sede e capitale di così tante funzioni (politica, religiosa, culturale…), e quotidianamente implode mettendo in rilievo i suoi problemi (e se tra poco scoppiasse anche la drammatica situazione dello smaltimento dei rifiuti urbani?), ebbene, forse vien da chiedersi se non sarebbe meglio per la gestione e la vita di questa meravigliosa città che si provvedesse a pensare a un altro luogo come sede “capitale d’Italia”.

   Uno scrittore assai noto, Sandro Veronesi, in un’intervista pubblicata su “il Corriere della Sera” l’8 dicembre scorso, ha proposto di spostare la capitale a L’AQUILA o a PERUGIA. Veronesi dice: «Roma è l’unica città al mondo che svolge quattro funzioni: capitale, metropoli, città sacra, città d’arte. Occasioni per delinquere legate a tutte e quattro. Politici accanto a camorristi e mafiosi, nello stesso ristorante, chiuso, poi riaperto, a mangiare pesce freschissimo. Diventerebbe marcia anche Oslo, così. E l’unica funzione spostabile è quella di capitale».

ASSISI NUOVA CAPITALE D'ITALIA (perché no?)

ASSISI NUOVA CAPITALE D’ITALIA (perché no?)

   Noi troviamo questa proposta un po’ provocazione, ma interessante e da pensarci. A noi piacerebbe che la capitale d’Italia fosse ASSISI: luogo di pulizia morale, di profonda partecipazione etica per credenti e non, di bellezza ambientale, naturale inestimabile (nel cuore della verde Umbria), e di rara emozionante intensità nelle architetture, nell’arte trecentesca pittorica che qui esprime cose incredibili (Giotto, Simone Martini, Pietro Lorenzetti…).

Giotto, Assisi, Basilica Inferiore, Cappella della Maddalena, La resurrezione di Lazzaro

Giotto, Assisi, Basilica Inferiore, Cappella della Maddalena, La resurrezione di Lazzaro

   Ovvio che la struttura logistica di Assisi, che deve avere una capitale, non ha niente a che vedere con la capacità di Roma, e che necessariamente dovremmo pensare a una CAPITALE DIFFUSA, cioè altre città dell’Italia centrale (dove ogni luogo urbano si percepisce, pur diviso dal verde, natura, è così vicino all’altro), e potremmo avere mezzi pubblici di comunicazione (ad esempio un sistema ferroviaria metropolitano di superficie, utilizzando le attuali ferrovie, senz’alcun impatto ambientale, anzi creando utili collegamenti per tutta la popolazione) ben più facili da realizzarsi di una nuova linea metropolitana nella splendida ma difficile Roma archeologica… e così da coinvolgere nelle strutture logistiche di “capitale d’Italia” città come Assisi, Perugia, l’Aquila…

   Ma è Assisi che potrebbe diventare prioritariamente luogo prediletto per riconoscersi in una nuova capitale “amata da tutti”, e spinta a un rinnovamento verso il futuro, tecnologico, innovativo ma francescano, conservando umiltà, onestà, desiderio di ricominciare da capo, ricrearsi…. Metterebbe d’accordo Nord e Sud del nostro Paese, molto di più di quel che ora appare la “Roma politica” Ovvio che non basta questo per migliorare la politica, ma il “luogo” aiuterebbe sicuramente.

   Pertanto l’idea di spostare almeno la capitale politica d’Italia dalla “implosiva Roma” è un’idea che può divenire concreta, esprimersi oltre ogni provocazione e protesta contro i vari degradi che quasi mensilmente la metropoli romana va incontro. (s.m.)

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FURIA A ROMA: GLI HOOLIGANS NELLA TERRA DEI CACHI. QUEL CHE RESTA DEL SACCO DI ROMA

di Antonio Padellaro, da “il Fatto Quotidiano” del 21/2/2015

   Giovedì sera, a Roma, il posto più sicuro era lo Stadio Olimpico con migliaia di lanzichenecchi che asserragliati nella Curva Nord, sbronzi e placati inneggiavano a chissà quali nuove razzìe mentre sul campo due squadre celebravano svogliatamente le esequie del gioco del calcio. Continua a leggere


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L’UCRAINA (di fatto) smembrata tra Russia e piccola nazione filo-europea – il NUOVO ORDINE MONDIALE, tra crudeltà ed espansione (in LIBIA?) dell’ISIS, IMMIGRAZIONE e atroce morte in mare DI DISPERATI, e la nuova GUERRA FREDDA che ad USA e CINA ripropone il ruolo della RUSSIA

 

Con la proclamazione del CESSATE IL FUOCO, Vladimir Putin ha detto che si aspetta che gli ottomila soldati ucraini impegnati nella BATTAGLIA DI DEBALTSEVO si arrendano e cedano le armi, prima che sia concesso loro di sfuggire all'accerchiamento delle forze filo Mosca. DEBALTSEVO è una piccola città sull'autostrada strategica che COLLEGA LE DUE CAPITALI SEPARATISTE, DONETSK E LUGANSK (le due capitali delle autoproclamate repubbliche separatiste), e la capitolazione creerebbe di fatto una nuova linea di confine (da “Il Foglio”, Daniele Raineri, 13/2/2015)

Con la proclamazione del CESSATE IL FUOCO, Vladimir Putin ha detto che si aspetta che gli ottomila soldati ucraini impegnati nella BATTAGLIA DI DEBALTSEVO si arrendano e cedano le armi, prima che sia concesso loro di sfuggire all’accerchiamento delle forze filo Mosca. DEBALTSEVO è una piccola città sull’autostrada strategica che COLLEGA LE DUE CAPITALI SEPARATISTE, DONETSK E LUGANSK (le due capitali delle autoproclamate repubbliche separatiste), e la capitolazione creerebbe di fatto una nuova linea di confine (da “Il Foglio”, Daniele Raineri, 13/2/2015)

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Tra il 4 e l’11 febbraio 1945 i leader delle potenze alleate contro il nazifascismo si incontrarono a Yalta, in Crimea, per discutere cosa sarebbe successo dopo la capitolazione della Germania, ormai prossima (8 maggio 1945). conferenza di yalta

Ospiti nel palazzo di Livadia, ultima residenza estiva degli zar, IOSIF STALIN, FRANKLIN D. ROOSEVELT e WINSTON CHURCHILL misero le basi per l’ordine mondiale che sarebbe uscito dopo al fine della Seconda guerra mondiale: dalla divisione della GERMANIA in diverse zone di occupazione alle rispettive sfere di influenza sul continente e non solo. Se la questione della POLONIA rimase inizialmente contrastata e irrisolta – sarebbe stata poi l’Unione Sovietica a forzare la mano per la costituzione di un primo governo satellite comunista – ci fu maggiore unità per gettare le fondamenta per la creazione delle NAZIONI UNITE e del CONSIGLIO DI SICUREZZA, che avrebbe visto la luce nella prima assemblea generale a Londra nel gennaio del 1946.

Putin, Merkel, Hollande e Poroshenko al vertice di Minsk

Putin, Merkel, Hollande e Poroshenko al vertice di Minsk

ESATTAMENTE 70 ANNI DOPO LA CONFERENZA DI YALTA, GLI EQUILIBRI CONTINENTALI E INTERNAZIONALI SONO MESSI ALLA PROVA PROPRIO SU QUEL TEATRO: LA CRIMEA E L’UCRAINA. Gli attori sono diversi e gli schieramenti differenti, ma IN DISCUSSIONE C’È IN SOSTANZA L’ORDINE STABILITO ALLORA SULLE SPONDE DEL MAR NERO, che per 25 anni dopo la caduta del comunismo aveva continuato a reggere senza troppi scossoni. (Stefano Grazioli, LETTERA43.IT, 10/2/2015)

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   Pietas e dolore di “morti per guerra” (in Ucraina più di 5mila), di migranti affogati (più di trecento in quest’ultimo ennesimo episodio…nel mare “nostrum” Mediterraneo…morti atroci, per affogamento o ipotermia, cioè di freddo… in un articolo in questo post se ne descrivono le fasi di agonia del morire di freddo…)… un contesto di sofferenza individuale e dolore cui siamo (un po’ cinicamente) tutti spettatori abbastanza disattenti….

   L’accavallarsi di una situazione (di rivolgimento umano e di stati) geopolitica, con le sue tragedie che ci corrono via dalla nostra attenzione quotidiana (gli attentati di Copenaghen mentre scriviamo… ma su tutte l’INSEDIAMENTO DELLO STATO ISLAMICO IN LIBIA), fa sì che, oltre alla pietas prioritaria che dovremmo avere, si possa e debba fare una sintesi di questo nostro mondo così in sommovimento (non positivo) e si veda se, nel proprio piccolo, si può fare qualcosa (oltre a seguirne con autentica partecipazione gli eventi)

   La GUERRA IN UCRAINA (che pare risolta con una trattativa “Putin, Merkel, Hollande, Poroshenko” di “cessate il fuoco” che almeno momentaneamente i separatisti russi dicono di accettare… ma è da scommettere che durerà pochissimo, e tuttora truppe ucraina sono sotto assedio dei separatisti nella città dell’est ucraino DEBALTSEVO …), è GUERRA SUL SUOLO EUROPEO: evoca quella dei Balcani della prima metà degli anni ‘90, pur forse (forse…) con crudezze minori rispetto alla “pulizia” etnica e sterminio di massa che ha caratterizzato la guerra civile balcanica. Qui si tratta dello smembramento di uno stato sicuramente di antica memoria (come regione europea) ma (ri)nato da pochi decenni dal disfacimento dell’ex Unione Sovietica.

   E l’Ucraina e quel che accade (un paese che nella politica dominante vorrebbe appoggiarsi all’Unione Europea, e dall’altra una forte presenza, specie nella parte orientale, di filorussi peraltro fomentata dalla politica espansionistica di Putin di “riconquista” degli ex territori sovietici), l’Ucraina è forse la (ri)apertura della GUERRA FREDDA che c’è stata dal 1945 al 1989: e dopo, cioè adesso, quando il mondo sembrava andare verso un dualismo tra STATI UNITI e CINA, ecco riapparire la RUSSIA, che si sta riprendendo la sfera di influenza sui paesi della ex Unione Sovietica, non solo come controllo geopolitico dell’area, ma anche fisicamente, territorialmente, come sta accadendo in questi mesi in Ucraina (e, per dire, nessun ormai più mette in discussione la Crimea già inglobata nell’ “impero” di Putin).

(mappa da candidonews.wordpress.com) - LA LIBIA è sempre più terra di conquista dell’IS. Le milizie che hanno giurato fedeltà a al Baghdadi conquistano anche SIRTE. Dopo DERNA, dove dallo scorso autunno le milizie del Consiglio della Shura hanno proclamato la loro adesione al Califfato, Sirte è la seconda città libica a finire sotto i vessilli nerocerchiati. Ma l’influenza dell’Is si estende ormai a BENGASI, sino a poco tempo fa incontrastato regno della qaedista Ansar al-Sharia. Ora, sotto la possente spinta simbolica del Califfato, molti dei seguaci di Ansar cominciano a affluire tra i ranghi dell’Is.(Renzo Guolo, da “la Repubblica” del 14/2/2015)

(mappa da candidonews.wordpress.com) – LA LIBIA è sempre più terra di conquista dell’IS. Le milizie che hanno giurato fedeltà a al Baghdadi conquistano anche SIRTE. Dopo DERNA, dove dallo scorso autunno le milizie del Consiglio della Shura hanno proclamato la loro adesione al Califfato, Sirte è la seconda città libica a finire sotto i vessilli nerocerchiati. Ma l’influenza dell’Is si estende ormai a BENGASI, sino a poco tempo fa incontrastato regno della qaedista Ansar al-Sharia. Ora, sotto la possente spinta simbolica del Califfato, molti dei seguaci di Ansar cominciano a affluire tra i ranghi dell’Is.(Renzo Guolo, da “la Repubblica” del 14/2/2015)

   E, fuori dell’Ucraina, in Europa, ovviamente non c’è nessuno disposto a “morire per Kiev”. L’unica preoccupazione è che la guerra non si estenda oltre quell’area geografica, e questo invece potrebbe accadere. Al di là dell’attuale cessate il fuoco (che non possiamo chiamare “pace”) a nostro avviso l’unica possibilità civile per l’Ucraina è quella che diventi una federazione, uno stato federale, fatto di due regioni ben distinte che però si sentono unite con regole ben precise, ma con larghe autonomie ciascuna; e queste due anime dello Stato siano libere di guardare e riconoscersi nella Unione Europea da una parte e nella Russia dall’altra (quest’ultima riguarderebbero le zone delle regioni di DONETSK e di LUGANSK, vale a dire in quelle ora controllate dalle milizie separatiste). Niente a che vedere con il sogno auspicato da tanti (compresi noi), e la possibilità, che l’Ucraina, TERRA DI CONFINE, possa (potesse) essere UN PONTE di scambio, comunicazione, TRA DUE MONDI, tra Occidente ed Oriente (anche se la Russia europea è ben difficile considerarla “oriente”).

   L’ipotesi della Confederazione tra due regioni, di stato federale, per l’Ucraina potrebbe essere la via di uscita dallo scontro interno tra filo-russi e filo-europei. Sennò sembra evidente che Putin, con le buone o le cattive, ora che la situazione è consolidata di presenza di filo-russi nell’est del Paese, e temporaneamente congelata, Il leader russo prende in modo definitivo l’Est dell’Ucraina. Con risvolti internazionali di scontro con il mondo intero e (perché no?) un possibile coinvolgimento degli Usa, dell’Europa, in una guerra mondiale.

(mappa dal quotidiano LE FIGARO, France) - Dal 1° novembre 2014 sul Mediterraneo centrale non c’è più l’operazione italiana di salvataggio MARE NOSTRUM: adesso c’è un’operazione europea, di ben più modeste dimensioni e pretese, che si chiama TRITON. TRITON SI LIMITA UNICAMENTE AD ATTIVITÀ DI CONTROLLO DELLA FRONTIERA DEL MEDITERRANEO CENTRALE. Quella europea non è pertanto un’operazione di ricerca e salvataggio -search and rescue – onere che resterà a carico degli Stati membri nelle acque dentro i propri confini e in quelle internazionali di competenza di ciascun Stato. TRITON ha un raggio d’azione decisamente più limitato rispetto a MARE NOSTRUM: mentre quest’ultimo si estendeva in acque internazionali, fino alle coste libiche, da cui parte la quasi totalità dei migranti che poi sbarcano in Italia; la nuova operazione europea invece si limita al pattugliamento di un’area di 30 miglia a largo di Sicilia, Calabria e Puglia

(mappa dal quotidiano LE FIGARO, France) – Dal 1° novembre 2014 sul Mediterraneo centrale non c’è più l’operazione italiana di salvataggio MARE NOSTRUM: adesso c’è un’operazione europea, di ben più modeste dimensioni e pretese, che si chiama TRITON. TRITON SI LIMITA UNICAMENTE AD ATTIVITÀ DI CONTROLLO DELLA FRONTIERA DEL MEDITERRANEO CENTRALE. Quella europea non è pertanto un’operazione di ricerca e salvataggio -search and rescue – onere che resterà a carico degli Stati membri nelle acque dentro i propri confini e in quelle internazionali di competenza di ciascun Stato. TRITON ha un raggio d’azione decisamente più limitato rispetto a MARE NOSTRUM: mentre quest’ultimo si estendeva in acque internazionali, fino alle coste libiche, da cui parte la quasi totalità dei migranti che poi sbarcano in Italia; la nuova operazione europea invece si limita al pattugliamento di un’area di 30 miglia a largo di Sicilia, Calabria e Puglia

   I tanti conflitti globali attuali sembrano dati da un contesto di frammentazione dove tanti soggetti, stati, governi, pseudo sette religiose… vogliono dire la loro nella confusione che esiste, senza più riferimenti, e tutti si fanno promotori di conflittualità. La sintesi di questo contesto geopolitico globale e l’urgenza di “fare qualcosa” oltre il singolo conflitto, potrebbe essere l’impegno di tutti per la costituzione di un GOVERNO MONDIALE che risolva confini obsoleti e conflitti di altri tempi, che tuteli le diversità e difenda da ogni violenza verso popoli e individui indifesi, che crei pace e uno sviluppo rivolto a tutto il pianeta, superando fame e povertà. (s.m.)

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SENZA FRONTIERE: UCRAINA VERSO LA DIVISIONE

di Gigi Riva, da “L’ESPRESSO” del 19/2/2015

- Federazione con vaste autonomie. Oppure secessione dell’Est. Il destino del Paese è scritto. Ma ci vorranno ancora molti morti per sancire l’inevitabile - Continua a leggere


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La crudele uccisione del PILOTA GIORDANO: il MONDO, ARABO E NON, sconvolto – La guerra all’ISIS non più delegabile a Curdi e Iraniani: la collera della GIORDANIA spinge i musulmani a ribellarsi agli integralisti assassini – Ma NON si dovrebbero USARE GLI STESSI METODI di rappresaglia e violenza gratuita

GIORDANIA, AMMAN, anche Rania di Giordania alla marcia contro l’Isis e in ricordo del pilota arso vivo: "SIAMO TUTTI MAAZ"

GIORDANIA, AMMAN, anche Rania di Giordania alla marcia contro l’Isis e in ricordo del pilota arso vivo: “SIAMO TUTTI MAAZ”

   Moaz al-Kasasba, pilota giordano precipitato col caccia e catturato dai militanti dell’Isis, è stato assassinato facendolo ardere vivo, chiuso in una gabbia, perché i sostenitori dello Stato islamico hanno deciso via web questo tipo di terribile esecuzione. Cioè è stato indetto un referendum online (usando il social televoto su Twitter) e “il fuoco” è stata la richiesta più votata.

il pilota giordano e il televoto

il pilota giordano e il televoto

   Quel che caratterizza la crudeltà senza limiti degli appartenenti a questa nuova realtà che è l’Isis, che fino al giugno scorso era di fatto stata ignorata dai media internazionali (ma ancor di più dalla politica mondiale), quel che caratterizza è proprio l’esibizione della crudeltà (perché non osiamo pensare a crudeltà nascoste terribili che caratterizzarono in particolare popoli che subiscono la guerra e la violenza quotidiana, e che non vengono esibite ma sono altrettanto orrende…).

   Ogni giorno l’Isis “ci propone” qualcosa di nuovo (si fa per dire), di orribile da vedere: gli sgozzamenti, le crocefissioni… e poco tempo fa (il 14 gennaio) pure il video in cui un ragazzino di 10 anni impugnava una pistola e uccideva due ostaggi russi, accusati di spionaggio.

   E nel rogo assassino del povero giovane pilota giordano, il fuoco che dà la morte a un essere umano, riporta alla memoria i roghi che erano una pratica ufficiale degli stati e delle chiese in Europa, per molti secoli. Ad essere bruciati, a cominciare per primi, gli eretici, cioè cristiani che vivevano la loro religiosità in modo nuovo, magari spontaneo e che non era ammesso rispetto a quella ufficiale, roghi iniziati attorno alla mille. E poi naturalmente l’Inquisizione con le sentenze che emetteva (dal duecento fino alla metà del settecento). Una stima approssimativa calcola che i roghi delle Inquisizioni cattoliche siano stati circa 20 mila: ed è a parte il computo delle streghe bruciate in Europa che gli storici contabilizzano a circa 60 mila.

   La “modernità” rappresentata dall’Isis è invece data (rispetto ai roghi e atrocità del passato, ma anche del presente) dal sapiente uso dato dalla straordinaria forza dei social network. È così che sono finora riusciti a imporsi agli Stati e ai loro apparati militari, a tenere il mondo in balìa della loro crescente espansione e degli adepti che sta facendo nel mondo occidentale.

   Qualcuno pensa, dopo il crudele rogo del pilota giordano, che questi adepti all’islamismo terrorista potrebbero calare: questo continuo rilancio verso la barbarie può rivelarsi pericoloso, se non fatale, per gli islamisti terroristi, anche con una popolazione di origine islamica più o meno ben integrata in Occidente dove i simpatizzanti alle loro cause sono numerosi.

LA GIORDANIA HA SEI MILIONI DI ABITANTI, con il 65 PER CENTO DELLA POPOLAZIONE DI ORIGINE PALESTINESE. E negli ultimi anni è stata costretta ad accogliere DUE MILIONI DI PROFUGHI, soprattutto SIRIANI SCAMPATI ALLA GUERRA CIVILE E POI ALL’ISIS, profughi che hanno sconvolto il suo equilibrio sociale. Le avanguardie dello Stato islamico, l’Isis, hanno probabilmente già attraversato la frontiera giordana (Guido Olimpo, il Corriere della Sera, 5/2/2015)

LA GIORDANIA HA SEI MILIONI DI ABITANTI, con il 65 PER CENTO DELLA POPOLAZIONE DI ORIGINE PALESTINESE. E negli ultimi anni è stata costretta ad accogliere DUE MILIONI DI PROFUGHI, soprattutto SIRIANI SCAMPATI ALLA GUERRA CIVILE E POI ALL’ISIS, profughi che hanno sconvolto il suo equilibrio sociale. Le avanguardie dello Stato islamico, l’Isis, hanno probabilmente già attraversato la frontiera giordana (Guido Olimpo, il Corriere della Sera, 5/2/2015)

   Dall’altra parte c’è ora il coinvolgimento diretto della Giordania nella guerra all’Isis (la collera di un popolo e delle autorità dopo quanto è stato fatto a un loro figlio, il pilota assassinato…). E questo non fa stare più soli i curdi e gli iraniani che finora sono i soli ad aver combattuto sul campo questa espansione dello stato islamico del terrore. E anche il mondo occidentale, al di là dei droni usati dagli americani, potrebbe incominciare ad essere più attivo, a fare qualche azione concreta a un fenomeno che potrebbe sfociare definitivamente nel terrorismo nelle città europee e americane (come è accaduto a Parigi).

   Poi pare che si sia arrestata quell’avanzata dello Stato islamico che fino a pochi mesi fa sembrava inarrestabile. Si parla delle forze curde spalleggiate dall’Occidente che si preparano all’offensiva di primavera contro le periferie di Mosul. Kobane, città siriana ai confini con la Turchia sembra sia stata ripresa (ne parliamo in un articolo di questo post), così come una parte dei territori yazidi attorno a Sinjar. È forse in questa situazione di rallentamento che lo Stato islamico si sta organizzando sui territori conquistati e cerca di aumentare i suoi combattenti da reclutare in ogni parte del pianeta.

i confini del nuovo STATO ISLAMICO

i confini del nuovo STATO ISLAMICO

   Ma il tragico episodio del pilota bruciato vivo fa pensare anche a qualcos’altro nella lotta all’Isis fatta da ora dai paesi arabi (nello specifico la Giordania): invocare e applicare contro gli integralisti assassini la legge del taglione, come fa in sostanza la Giordania eseguendo senza troppi formalismi giuridici le condanne a morte dei terroristi iracheni Ziad al-Karbouli e Sajida al-Rishawi (quest’ultima una donna che doveva farsi esplodere, terrorista coinvolta negli attentati ad Amman nel 2005 che provocarono 60 vittime), ebbene questo metodo di rispondere a crudeltà “gratuite” con altre crudeltà fuori da ogni processo e rispetto del diritto internazionale, questa cosa non può andar bene: cioè non si può rispondere alle nefandezze del nemico sullo stesso terreno.

Nelle scuole del nuovo stato controllato dall’Isis negli ex territori di Iraq e Siria, LE CLASSI DEL CALIFFATO SONO RIGIDAMENTE DIVISE FRA MASCHILI E FEMMINILI e gli insegnati devono essere dello stesso sesso degli allievi. Le divise si ispirano ai precetti salafiti: i maschi devono indossare tuniche larghe che nascondono le forme del corpo, le ragazze il velo che copre i capelli e vestiti con le maniche lunghe per non mostrare le braccia (da “la Stampa”)

Nelle scuole del nuovo stato controllato dall’Isis negli ex territori di Iraq e Siria, LE CLASSI DEL CALIFFATO SONO RIGIDAMENTE DIVISE FRA MASCHILI E FEMMINILI e gli insegnati devono essere dello stesso sesso degli allievi. Le divise si ispirano ai precetti salafiti: i maschi devono indossare tuniche larghe che nascondono le forme del corpo, le ragazze il velo che copre i capelli e vestiti con le maniche lunghe per non mostrare le braccia (da “la Stampa”)

   Qui si vuole sottolineare la pericolosità (e la disumanità dell’applicazione della teoria dell’ “occhio per occhio”. Combattere l’Isis in guerra è abbastanza ovvio che non si può che adottare forme militari anche violente; ma questo non significa dover darsi a rappresaglie evitabili, fuori di ogni diritto internazionale. Esiste ad esempio la CORTE PENALE INTERNAZIONALE dell’Aja, un’istituzione internazionale, che questi crimini (e criminali) dell’Isis dovrà giudicare, proprio perché a questa istituzione è data l’autorità internazionale di giudicare e condannare se provati ogni efferatezza anche in un contesto di guerra.

   Per dire che la mobilitazione contro la barbarie del terrorismo dell’Isis dovrebbe essere sì più convinta, ma anche diversa dai metodi crudeli e “anti-giuridici” che lo stato islamico terroristico sta applicando. (s.m.)

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IL MONDO ARABO SCONVOLTO TENTA UNA TRINCEA COMUNE

di Antonio Ferrari, da “il Corriere della Sera” del 5/2/2015

   Si può ardere vivo un prigioniero, chiuso in una gabbia, perché i depravati sostenitori dello Stato islamico hanno deciso via web questo tipo di orrenda esecuzione? No, anche alla ferocia c’è un limite.

   Non stupisce quindi che tutto il mondo arabo, a cominciare dai custodi religiosi regionali dell’Islam sunnita, sconvolto dalle modalità dell’esecuzione del pilota giordano, catturato dopo la caduta del suo aereo, abbia condiviso la decisione del re giordano Abdallah, in visita a Washington, di giustiziare immediatamente due jihadisti. Uno dei due è SAJIDA AL RISHAWI, la spietata terrorista coinvolta negli attentati ad Amman nel 2005 provocando 60 vittime.

   Il RE DI GIORDANIA, costretto a interrompere la visita negli Stati Uniti, ha detto che il suo popolo saprà reagire a tutti gli attacchi. È il segno che il mondo libero, che sicuramente non ritiene accettabile il ricorso alla vendetta, comprende la durissima risposta di Amman.

   La guerra al terrorismo, alla quale la Giordania coraggiosamente partecipa, ha regole ferree. Il regno, assediato dai nemici e dai problemi, ha il diritto di difendersi. Ha sei milioni di abitanti, con il 65 per cento della popolazione di origine palestinese. Non solo. Negli ultimi anni è stato costretto ad accogliere due milioni di profughi, soprattutto siriani, che hanno sconvolto il suo equilibrio sociale.

   Lo Stato islamico dei tagliagole di AL BAGHDADI non è lontano, le sue avanguardie hanno probabilmente già attraversato la frontiera giordana. Ora la decisione dei criminali di ardere vivo il pilota, contro qualsiasi interpretazione, persino la più perversa, della legge islamica, ha superato ogni misura.    Ad Amman i tagliagole avevano proposto un baratto: la liberazione di Sajida in cambio della vita del pilota. Il governo era pronto a trattare, ma l’offerta era solo una volgare e vergognosa bugia, perché l’ostaggio era già stato ingabbiato e arso vivo il 3 gennaio.

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QUANDO IL PERDONO È PIÙ FORTE DELLA VENDETTA

di Adriano Sofri, da “la Repubblica” del 5/2/2015 Continua a leggere


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NUOVA LINEA TORINO-LIONE (TAV): lo scrittore ERRI DEL LUCA a processo per aver dichiarato il diritto al SABOTAGGIO della ferrovia ad alta velocità – L’ANACRONISMO delle GRANDI OPERE costose e non necessarie al presente e futuro

Erri De Luca

Erri De Luca

   Il 28 gennaio scorso si è avuta la prima udienza a Torino al processo pubblico contro Erri De Luca. Nel 2013 lo scrittore aveva spiegato in un’intervista che l’alta velocità “va sabotata”. Una frase evidentemente ritenuta criminogena dalla Lrf -Lyon Turin Ferroviaire Sas, la ditta che si occupa dei lavori dell’ALTA VELOCITA’ FERROVIARIA “Torino – Lione”, al punto da denunciarlo per istigazione alla violenza.

   Erri De Luca aveva pertanto rivolto un invito al sabotaggio, fatto in un’intervista all’Huffington Post (un sito web del gruppo “l’Espresso”). Il pro­cesso, che vede pertanto sul banco degli impu­tati per isti­ga­zione a delin­quere solo lo scrittore, è stato poi rin­viato al 16 marzo prossimo.

PROGETTO TAV TORINO LIONE (CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

PROGETTO TAV TORINO LIONE (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   Pertanto, di per sè, il processo allo scrittore non è un processo con­tro l’intero movi­mento No Tav. Ma solo per la frase pronunciata (“…la Tav va sabotata. Ecco perché le cesoie servivano: sono utili a tagliare le reti. Nessun terrorismo… sono necessari per far comprendere che la Tav è un’opera nociva e inutile… hanno fallito i tavoli del governo, hanno fallito le mediazioni: il sabotaggio è l’unica alternativa…”) (abbiamo ripreso questo testo dal bel libro scritto su questo tema da Erri De Luca, “LA PAROLA CONTRARIA”, edito da Feltrinelli, gennaio 2015, in libreria al prezzo di soli 4 euro).

Erri De Luca, “LA PAROLA COTRARIA”, ed. Feltrinelli, gennaio 2015, in libreria al prezzo di 4 euro

Erri De Luca, “LA PAROLA CONTRARIA”, ed. Feltrinelli, gennaio 2015, in libreria al prezzo di 4 euro

   Vogliamo qui ribadire che le violenze, gli eccessi (spesso opera di gruppi che strumen- talmente utilizzano la “questione Alta Velocità” per far casino), questi azioni violente alla fine danneggiano a nostro avviso tutto un movimento e una questione (le costosissime grandi opere come l’Alta Velocità, inutili ancor più adesso e nelle prospettive di sviluppo prossime) e queste violenze sono l’eterogenesi dei fini rispetto a quel che si potrebbero proporre, cioè di fermare l’opera.

   Ma il fatto di Erri De Luca è ben diverso dalla lotta violenta, dall’incitare ad essa. Il sabotaggio di cui lui parla (e lo si capisce nei vari articoli che qui di seguito proponiamo in questo post), è un sabotaggio sì che può venire ad usare le cesoie per tagliare una rete, bloccare un macchinario, ma che esplicitamente si richiama a un’azione politica di disobbedienza civile di fatto nonviolenta per qualcosa che una comunità ritiene ingiusta (supportata, la comunità, da dati, avvenimenti, evenienze che dimostrano che proprio torto non si ha). E, ancor di più, lo scrittore denunciato dalla società costruttrice della Tav, manco ha preso in mano le cesoie: ha solo detto che non trova niente di male che qualcuno lo possa fare.

   Qui vogliamo solo soffermarci su questo punto, che è accaduto e sta accadendo a molti (singoli e comitati) che si oppongono a opere (pubbliche?) che ritengono ingiuste o che (perché no) danneggiano fortemente quella che è e sarà a completamento dell’opera, la loro vita quotidiana. Cioè il fatto che esiste per ogni opinione espressa o affermazione su una data opera che si contesta, l’INTIMIDAZIONE DELLA QUERELA, DELLA DENUNCIA, a chi non ha certo i mezzi (finanziari) per sostenere un processo (pagare avvocati, e se si perde, rischiare di dover pagare somme enormi finanche le spese giudiziarie dell’avversario….)

   Pertanto qui parliamo della libertà di dire e scrivere cose che possono infastidire chi vuole la “Grande Opera” (il mondo economico direttamente coinvolto, alcuni politici e amministratori): grazie alle potenzialità finanziarie a disposizione dei “promotori” (non pagano loro di propria tasca gli avvocati, ma sono o costi delle Ditte cui fanno capo, o in bilancio degli enti pubblici cui appartengono…) si crea una disparità evidente, giuridica, di “potere”, rispetto a chi (“oppositori”) militante di comitato ambientalista o cittadino coinvolto in qualche modo dal passaggio della Grande Opera, deve trovare i soldi di tasca propria per difendersi dalle querele, dalle accuse, magari (come prima detto) con il rischio paventato di indennizzi milionari (e di dover pure pagare le spese giudiziarie della controparte in caso di sconfitta). Quest’ultima cosa, cioè il dover sostenere le spese giudiziarie della controparte ha fatto sì, una ventina di anni fa quando è stata normata questa cosa, che sparissero comitati e associazioni ambientaliste, nelle loro azioni a difesa ambientale, per paura di dover sostenere privatamente indennizzi pazzeschi da corrispondere a Ditte che tranquillamente mettevano nei propri bilanci le spese giudiziarie sostenute nella voce “spese legali”, come qualsiasi altra spesa (riducendo così anche l’utile economico e l’onere delle tasse da pagare). Un confronto ineguale, giuridicamente e costituzionalmente scorretto tra grandi potentati e singoli (poveri, normali) cittadini, dove la propria ragione (e magari del territorio, dell’ambiente) non vale come quella dell’interesse economico di chi costruisce la Grande Opera.

   Ma non è solo questa la questione dall’alta velocità ferroviaria. In questo blog sempre cerchiamo di riprendere articoli e considerazioni diverse dal nostro parere, ma ci è assai difficile farlo per la TAV: se qualche anno fa era molto dubbia la sua utilità, adesso che il mondo sta cambiando è difficile trovare un solo briciolo di ragione per continuare ad andare avanti con questa Grande Opera: ci riferiamo alla “Torino Lione”, ma anche le altre in progetto (come la “Milano, Venezia, Trieste”) mostrano il loro carattere inutile e anacronistico. Alta velocità ferroviaria, che non si interessa di un rete efficiente di trasporto pubblico (su rotaia, ma anche su strada, su acqua…) e che divora tantissimi soldi che potrebbero essere impiegati ben altrimenti, e distrugge tantissime risorse ambientali senza che questo “sacrificio territoriale e finanziario” abbia una qualche ragione “superiore”.

“Le previsioni di crescita del traffico attraverso le Alpi appaiono incoerenti con la reale evoluzione degli ultimi anni. Le grandi opere non solo costano tanto, ma sono spesso inutili. Per giustificarle ci si affida a previsioni di aumento del traffico poco realistiche. Sono necessarie analisi costi-benefici terze, indipendenti e interamente riproducibili” (da “la Voce.Info del 17/11/2014) (CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

“Le previsioni di crescita del traffico attraverso le Alpi appaiono incoerenti con la reale evoluzione degli ultimi anni. Le grandi opere non solo costano tanto, ma sono spesso inutili. Per giustificarle ci si affida a previsioni di aumento del traffico poco realistiche. Sono necessarie analisi costi-benefici terze, indipendenti e interamente riproducibili” (da “la Voce.Info del 17/11/2014) (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   La TAV di volta in volta viene reinventata per dimostrare che ancora a qualcosa può servire. Come trasporto PASSEGGERI lo è (necessaria) sempre meno: sembra che più interessante è un’ “alta capacità ferroviaria”, oppure “sistemi ferroviari metropolitani di superficie”, cose che si possono ben fare adeguando le attuali linee ferroviarie. Per le MERCI, si dice potrà servire, ma non ci crede nessuno…. Anche qui gli attuali sistemi di trasporto possono essere resi più efficienti utilizzando le strutture esistenti. Nell’Alta Velocità “Torino Lione” sembra che, alla fine realizzata, si risparmierà solo un’ora sulla tratta appunto tra Torino e Lione. Ne vale la pena? …e il miglioramento della linea esistente è possibile, linea ora utilizzata solo al 17 per cento delle sue possibilità. Una realizzazione con un carico di danno ambientale in Val di Susa fuori da ogni logica (si devono perforare rocce cariche di amianto e si libererà nell’aria materiali radioattivi…).

L'ALTA VELOCITA' FERROVIARIA IN VENETO

L’ALTA VELOCITA’ FERROVIARIA IN VENETO

   L’intreccio della vicenda di uno scrittore che viene denunciato per un’opinione (sul sabotaggio…), e dall’altra la realtà di un’opera che si sta costruendo di grande impatto ambientale, sociale, economico, e che non si capisce più la sua vera utilità… tutto questo pone ancora una volta la questione di quale sviluppo vogliamo adesso e nel prossimo futuro, e se i parametri delle grandi opere sono ancora validi nel territorio diffuso che cerca più efficienti servizi per il cittadino e una salvaguardia ambientale fatta di cose “da togliere” (i capannoni abbandonati, le cave dismesse, le aree degradate…) e non di altre cose “da aggiungere”. (s.m.)

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E DE LUCA SI DIFESE «SABOTAGGIO È UNA PAROLA NOBILE»

di Marco Imarisio, da “il Corriere della Sera” del 29/1/2015

   «Ma quindi il processo lo fanno per davvero?». Gli inviati dei quotidiani francesi e inglesi si sorprendono all’ingresso in aula del procuratore aggiunto Andrea Beconi. Temevano di essere venuti a Torino per nulla, convinti che alla fine ci sarebbe stato un ripensamento.

   L’imputato scrittore è già arrivato da una mezz’ora, Continua a leggere


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“GRANDI DISUGUAGLIANZE CRESCONO”- il RAPPORTO di OXFAM al meeting di DAVOS 2015: alla fine del 2016 l’1% della popolazione mondiale sarà più ricca del rimanente 99% – Proposte concrete per ridurre la POVERTA’ – e il CAPITALE cresce più di ogni ECONOMIA REALE: i ricchi sempre più ricchi – L’Italia (e l’Europa) con la necessità di politiche di prevenzione e sollievo dalla crescente povertà

Allarmante RAPPORTO della organizzazione non governativa (ong) britannica OXFAM: DAL 2016, L'1 PER CENTO DELLA POPOLAZIONE MONDIALE SARÀ PIÙ RICCO DEL RESTANTE 99 PER CENTO

Allarmante RAPPORTO della organizzazione non governativa (ong) britannica OXFAM: DAL 2016, L’1 PER CENTO DELLA POPOLAZIONE MONDIALE SARÀ PIÙ RICCO DEL RESTANTE 99 PER CENTO

   Uno dei temi che sono stati messi in risalto nel World economic forum di Davos, in Svizzera, dal 21 al 25 gennaio 2015, è stato il tema della diseguaglianza sociale nel mondo. L’annuale appuntamento nella cittadina svizzera che riunisce i leader della politica e dell’economia per discutere dei problemi globali è stato anticipato da un allarmante rapporto della organizzazione non governativa (ong) britannica Oxfam: dal 2016, l’1 per cento della popolazione mondiale sarà più ricco del restante 99 per cento.

   Interessante è che questa voce (cioè di Oxfam) non sia stata isolata, che non sia stata messa a tacere nel forum, che non si sia data ad essa poca rilevanza da parte dei “potenti” della Terra (in politica, ma anche in economia, finanza…); ma che addirittura la direttrice di questa organizzazione non governativa (Winnie Byanima) sia stata invitata ad accettare la co-presidenza del meeting.

paesaggio di Davos (da lastampa.it). DAVOS, Il comune svizzero, situato nel Cantone dei  Grigioni, gode di fama internazionale grazie all’evento che ospita annualmente: il Forum Economico Mondiale, un incontro fra i principali esponenti politici ed economici del mondo intero

paesaggio di Davos (da lastampa.it). DAVOS, Il comune svizzero, situato nel Cantone dei Grigioni, gode di fama internazionale grazie all’evento che ospita annualmente: il Forum Economico Mondiale, un incontro fra i principali esponenti politici ed economici del mondo intero

   Forse perché la gestione e il controllo del mondo da parte di molti dei leader ed esperti economici che si incontrano nella cittadina svizzera, percepiscono che effettivamente si è fatto difficile: il tema della povertà sta diventando molto più serio, tragico, nell’andamento di una crisi economica mondiale che dal 2008 sembra non cessare (nella maggior parte dei paesi) i suoi effetti disastrosi.

   Pertanto, tornando al dossier di Oxfam, vi è e vi sarà ancor di più, un’ “esplosione della disuguaglianza”, con il divario tra i più ricchi e il resto delle persone che si sta allargando rapidamente: ENTRO IL 2016 L’1% DELLA POPOLAZIONE MONDIALE SARÀ PIÙ RICCO DEL RIMANENTE 99% DEGLI ABITANTI DEL PIANETA. Oxfam dice che metà della popolazione più povera si concentra nei Paesi G20, cioè non è solo un fenomeno dei paesi poveri africani o di altri disastrati stati nei vari continenti: anche chi “sta meglio”, come i cosiddetti paesi emergenti vede un allargamento della povertà. Dal dicembre 2013 la ricchezza complessiva dei Paesi del G20 è aumentata di 17.000 miliardi di dollari, ma è all’1% dei più ricchi che è andata la fetta più grande, vale a dire 6.200 miliardi di dollari, il 36% della crescita complessiva.

Il FORUM ECONOMICO MONDIALE (WORLD ECONOMIC FORUM, spesso abbreviato in WEF) è una fondazione senza fini di lucro con sede a GINEVRA, in SVIZZERA, nata nel 1971 per iniziativa dell'economista ed accademico KLAUS SCHWAB.  La fondazione organizza ogni inverno, presso la STAZIONE SCIISTICA DI DAVOS, un incontro tra esponenti di primo piano della politica e dell'economia internazionale con intellettuali e giornalisti selezionati, per discutere delle questioni più urgenti che il mondo si trova ad affrontare, anche in materia di salute e di ambiente. Oltre al più celebre MEETING DI DAVOS, il Forum economico mondiale organizza ogni anno un MEETING IN CINA e negli EMIRATI ARABI UNITI e diversi incontri a livello regionale. La Fondazione produce anche una serie di rapporti di ricerca e impegna i suoi membri in specifiche iniziative settoriali. (da Wikipedia, l'enciclopedia libera)

Il FORUM ECONOMICO MONDIALE (WORLD ECONOMIC FORUM, spesso abbreviato in WEF) è una fondazione senza fini di lucro con sede a GINEVRA, in SVIZZERA, nata nel 1971 per iniziativa dell’economista ed accademico KLAUS SCHWAB. La fondazione organizza ogni inverno, presso la STAZIONE SCIISTICA DI DAVOS, un incontro tra esponenti di primo piano della politica e dell’economia internazionale con intellettuali e giornalisti selezionati, per discutere delle questioni più urgenti che il mondo si trova ad affrontare, anche in materia di salute e di ambiente. Oltre al più celebre MEETING DI DAVOS, il Forum economico mondiale organizza ogni anno un MEETING IN CINA e negli EMIRATI ARABI UNITI e diversi incontri a livello regionale. La Fondazione produce anche una serie di rapporti di ricerca e impegna i suoi membri in specifiche iniziative settoriali. (da Wikipedia, l’enciclopedia libera)

   E su tutto chiaramente persistono i disastri delle popolazioni dimenticate, o che vivono in perenne guerra: 805 milioni di abitanti della Terra ancora soffrono la fame. I dati che Oxfam ha messo nel suo dossier dimostrano la sofferenza del nostro pianeta, per grande parte della sua popolazione. Unicef condivide questo contesto così duro, e fa un aproposta di partire dai giovani, dai bambini, e per questo ha proposto una serie di “regole planetarie”(contenuto nel suo Obiettivo di Sviluppo del Millennio 2000-2015).

   E’ in questo contesto che anche Stati importanti che sembra possano uscire dalla crisi economica, si accorgono che questo non cambia il contesto di allargamento della povertà. E il tema della diseguaglianza è anche nell’agenda di Barack Obama, che nel discorso sullo stato dell’Unione ha sposato la cosiddetta “linea Piketty”, che è quell’economista francese che propone di tassare i super ricchi per redistribuire le risorse in maniera più equa.

WINNIE BYANIMA, direttore generale di OXFAM INTERNAZIONALE - Oxfam chiede ai governi di adottare un piano di sette punti per affrontare la disuguaglianza: 1- CONTRASTO ALL'ELUSIONE FISCALE di multinazionali e individui miliardari; 2- INVESTIMENTO IN SERVIZI PUBBLICI GRATUITI, COME SALUTE E ISTRUZIONE; 3- DISTRIBUZIONE EQUA DEL PESO FISCALE, spostando la tassazione da lavoro e consumi verso capitali e ricchezza; 4- INTRODUZIONE DI SALARI MINIMI e graduale adozione di salari dignitosi per tutti i lavoratori. E ancora, 5- INTRODUZIONE DI UNA LEGISLAZIONE ISPIRATA ALLA PARITÀ DI RETRIBUZIONE, e politiche economiche che prevedano una GIUSTA QUOTA PER LE DONNE; 6- RETI DI PROTEZIONE SOCIALE PER I PIÙ POVERI, incluso un reddito minimo garantito; 7- un obiettivo globale di LOTTA ALLA DISUGUAGLIANZA

WINNIE BYANIMA, direttore generale di OXFAM INTERNAZIONALE – Oxfam chiede ai governi di adottare un piano di sette punti per affrontare la disuguaglianza: 1- CONTRASTO ALL’ELUSIONE FISCALE di multinazionali e individui miliardari; 2- INVESTIMENTO IN SERVIZI PUBBLICI GRATUITI, COME SALUTE E ISTRUZIONE; 3- DISTRIBUZIONE EQUA DEL PESO FISCALE, spostando la tassazione da lavoro e consumi verso capitali e ricchezza; 4- INTRODUZIONE DI SALARI MINIMI e graduale adozione di salari dignitosi per tutti i lavoratori. E ancora, 5- INTRODUZIONE DI UNA LEGISLAZIONE ISPIRATA ALLA PARITÀ DI RETRIBUZIONE, e politiche economiche che prevedano una GIUSTA QUOTA PER LE DONNE; 6- RETI DI PROTEZIONE SOCIALE PER I PIÙ POVERI, incluso un reddito minimo garantito; 7- un obiettivo globale di LOTTA ALLA DISUGUAGLIANZA

   Secondo Piketty, nelle tesi sostenute nel suo best seller del 2013 ora pubblicato anche in Italia da Bompiani (“Il capitale del XXI secolo”) la diseguaglianza si estende sempre più perché il capitale cresce più rapidamente dell’economia reale, quindi i ricchi lo diventeranno sempre più. E Obama in questi giorni ha annunciato tasse più alte per i ricchi per assicurare 320 miliardi da redistribuire alle famiglie povere.

   In Italia la situazione di diffusione della povertà si fa sentire in modo forte: dal 2008, inizio della crisi, a oggi, gli italiani che versano in povertà assoluta sono quasi raddoppiati fino ad arrivare a oltre 6 milioni, rappresentando quasi il 10% dell’intera popolazione. Un studio del quotidiano Repubblica (che riportiamo nel seguito di questo post), nel 2013 le dieci famiglie con i maggiori patrimoni ora sono diventate più ricche di quanto lo sia nel complesso il 30% degli italiani (e residenti stranieri) più poveri. Quelle grandi famiglie a questo punto detengono nel complesso 98 miliardi di euro. Per loro un balzo in avanti patrimoniale di quasi il 70% (dal 2008 al 2013), compiuto mentre l’economia italiana balzava all’indietro di circa il 12%).

THOMAS PIKETTY, 43enne ECONOMISTA FRANCESE, diventato una star internazionale nel corso del 2014 grazie al suo ponderoso bestseller (950 pagine) «IL CAPITALE DEL XXI SECOLO» (pubblicato da Bompiani in Italia, 22 euro): in esso rivela i segreti della disuguaglianza. Il capitale cresce più rapidamente dell'economia reale, quindi i ricchi lo diventeranno sempre più

THOMAS PIKETTY, 43enne ECONOMISTA FRANCESE, diventato una star internazionale nel corso del 2014 grazie al suo ponderoso bestseller (950 pagine) «IL CAPITALE DEL XXI SECOLO» (pubblicato da Bompiani in Italia, 22 euro): in esso rivela i segreti della disuguaglianza. Il capitale cresce più rapidamente dell’economia reale, quindi i ricchi lo diventeranno sempre più

   E L’Italia è uno dei pochissimi Paesi europei (assieme a Grecia e Ungheria) a non garantire un sussidio universale ai più poveri: forse perché ciò avvenga occorrerà aggiornare la macchina amministrativa pubblica che dovrà occuparsi dell’erogazione del denaro; rodare in fretta il nuovo Isee (l’indice che misura la condizione economico-patrimoniale di una famiglia) intensificando i controlli per limitare i troppi furbi e abolire o almeno riformare sussidi storici a cominciare dal variegato sistema pensionistico di cui si è dotato il nostro Paese: cioè la mancanza di una politica generale di aiuto ai poveri è pure rallentata da furbizie, rendite di posizione, elusioni ed evasioni fiscali (sul reddito minimo a famiglie povere dedichiamo sempre qui un articolo).

   Pertanto il mondo in “macro” (tutto il pianeta partendo dai paesi poverissimi) e in “micro” (le nostre realtà locali) devono fare i conti con la crescita dei poveri, di chi non ce la fa a vivere in modo dignitoso, di chi li manca tutto (fino a soffrire la fame). Nel prendere coscienza del problema, solidarietà, politica, economia, cultura, tutti, si devono incontrare. Sensibilità personali e pubbliche non possono ignorare il contesto. E trovare soluzioni immediate al disagio sociale che l’allargamento della disuguaglianza, della povertà, sta provocando. (s.m.)

…………………….

LA GRANDE DISUGUAGLIANZA

da OXFAM ITALIA (www.oxfamitalia.org/), 18/1/2015

   Le élite economiche mondiali agiscono sulle classi dirigenti politiche per truccare le regole del gioco economico, erodendo il funzionamento delle istituzioni democratiche e generando un mondo in cui 85 super ricchi possiedono l’equivalente di quanto detenuto da metà della popolazione mondiale. Continua a leggere


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Il MULTICULTURALISMO FALLITO, in Francia e in tutt’Europa – I tragici FATTI DI PARIGI mostrano la mancata integrazione della TERZA GENERAZIONE di immigrati – La società europea (che, nazionalista, non si identifica nemmeno lei nell’EUROPA) non riconosce, condivide e valorizza DIVERSITA’ CULTURALI, RELIGIOSE e nuove possibili intelligenze creative

In Francia vige la cosiddetta “legge sul velo”, cioè che vieta di coprire il viso, legge che ha proibito tutti i segni esterni di appartenenza religiosa (il velo come la kippah e come la croce “ostentata”…) (foto tratta dal quotidiano “Il Foglio”)

In Francia vige la cosiddetta “legge sul velo”, cioè che vieta di coprire il viso (il divieto del burqa, del velo integrale), legge che ha proibito tutti i segni esterni di appartenenza religiosa (il velo come la kippah e come la croce “ostentata”…) (foto tratta dal quotidiano “Il Foglio”)

   I disordini che ci sono in varie parti del mondo, e anche in Francia, sulle nuove vignette di Charlie che raffigurano Maometto; ma anche le prese di distanza dopo la doverosa drammatica vicenda dei vignettisti, giornalisti e poliziotti morti uccisi il 7 gennaio scorso alla redazione del giornale satirico Charlie Hebdo… ebbene tutto questo porta a una riflessione sull’atteggiamento da avere, da tenere, di fronte al credo religioso (qualunque esso sia) che molte persone vivono intensamente e genuinamente (ed altre forse sanno utilizzarlo per altri fini). Abbiamo anche capito, dopo l’emozione dei primi giorni della strage, che non tutti in Francia sono “Charlie”. Soprattutto non lo sono molti giovani e giovanissimi musulmani, immigrati di terza generazione

   Da più parti è sorta la domanda se è proprio il caso di rappresentare figure di religiosità in senso satirico, se questo può effettivamente urtare la sensibilità di chi professa fede e credo religioso per quella figure, quel personaggio caro alla propria religiosità. Dall’altra (secondo noi un po’ ipocritamente) le autorità francesi affermano che il loro Paese, prima di tutti gli altri, ha dato vita, con la rivoluzione del 1789, ai principi di libertà, e quello di espressione assume anch’esso un valore “sacro”. Pertanto il diritto a rappresentare satiricamente Maometto non si discute (ma poi arrestano il comico antisemita Dieudonné, dopo che ha scritto su facebook “Je suis Charlie Coulibaly” che quest’ultimo è l’assassino del supermercato ebraico: cioè per le autorità francesi la legalità libertaria di espressione è cosa assai soggettiva).jihadisti-europa

   E’ una questione non facile. Ma il senso di questo post, dalla tragica vicenda francese vorrebbe ricavarne un altro tema: cioè capire perché in Francia (ma nelle altre parti d’Europa va anche peggio) il “MULTICULTURALISMO” sia di fatto fallito. Che persone, in nome del proprio credo religioso, ma anche nel contempo cittadine francesi a tutti gli effetti (dove solo i propri nonni possono o potevano vantare di essere nati fuori di Francia), persone della cosiddetta “terza generazione” diano più senso al credo religioso abbracciando il terrorismo (strumento più fatale di tutti per distruggere un paese) sopra ogni appartenenza di fatto alla Francia, alla cultura occidentale con la lingua imparata fin dalla nascita (uno dei fratelli attentatori si dice che parlava molto poco l’arabo, solo qualche parola…); ebbene tutto questo starebbe appunto a significare che ogni società multiculturale propugnata anche dai principi della rivoluzione francese, ha trovato degli intoppi assai seri, cioè non funziona, è fallita.

   Su questo tema (il multiculturalismo) forse la Francia deve affrontare in questo momento problemi molto più grandi di ogni altro paese europeo, perché è loro la più grossa comunità islamica europea (a parte quella russa). Per dire: in Italia si continua a dare la cittadinanza con il contagocce, in Francia non è così (e non parliamo solo dello jus soli, cioè il diritto ad essere considerato francese per chi nasce “nel suolo” dei nostri cugini d’Oltralpe).

Fiori sul luogo della strage del 7 gennaio alla redazione di Charlie Hebdo

Fiori sul luogo della strage del 7 gennaio alla redazione di Charlie Hebdo

   Tanti possono essere gli elementi che sono all’origine del fallito multiculturalismo (da anni ad esempio Parigi vive una condizione di difficoltà di integrazione con i giovani, quasi tutti di origine araba, che vivono nelle banlieus, nelle periferie. E forse adesso incide anche un altro fattore che ha cambiato il quadro, cioè la recessione economica, la disoccupazione.

Ma negli articoli che seguono (e nel post precedente a questo) si dimostra che non è solo questo, e che il “multiculturalismo mancato” forse è un “difetto” della società europea: in palese declino sia culturale che economico, ma anche il posto dove (ancora…) si vive meglio al mondo, dove la qualità della vita (nella media) è migliore di ogni altro luogo della Terra. Ma la società europea (o meglio, delle singole nazioni, pur molto chiuse, ma che bene o male vi appartengono) non ha saputo assimilare e confrontarsi positivamente con chi proveniva, chi proviene, dai paesi arabi, o da qualsiasi altra parte del pianeta.

   E se ora e da sempre la caratteristica dei giovani e dei meno giovani musulmani presenti in Europa è quella di fare quasi sempre lavori “più bassi” nella gerarchia sociale (con tutte le distinzioni e distinguo…), è anche vero che la cultura occidentale europea non ha saputo offrire ad essi (giovani ex stranieri) le opportunità per sviluppare le loro capacità ed intelligenze, integrandoli in un unico progetto di sviluppo aperto al futuro, e nuovo rispetto alla tradizione del passato.

GLI ISLAM NEL MONDO (da Wikipedia) (CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

GLI ISLAM NEL MONDO (da Wikipedia) (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   Così quel che si vede è una società frantumata da entrambe le parti: società della vecchia Europa che si dibattono con la minaccia della destra razzista, che ben sa cogliere l’attimo di disorientamento e porre la vecchia questione dell’identità originaria e delle barriere da erigere contro gli altri mondi. Dall’altra la società “musulmana” che vive in Europa, che sicuramente non desidera altro che integrarsi e vivere serenamente, e deve fare i conti con altrettante frange estremiste al loro interno, dovendole condannare (così a loro viene chiesto), prendere da loro le distanze, e capendo che la frattura “multiculturale” in ogni caso non cessa ma aumenta.

   La soluzione a questa frattura multiculturale che qualcuno sempre più spesso propone e ripropone può avvenire solo se ci sarà un “ricollocarsi” della società europea; che non può essa essere uguale a quella di venti, trent’anni fa. Potrebbe anche essere un’opportunità, quella del cambiamento della coscienza collettiva europea verso un processo sinceramente multiculturale, di venirne fuori dal declino lento e inesorabile che sembra essa sia condannata nel mutare veloce del mondo. (s.m.)

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IL MAL FRANCESE

di Nicoletta Tiliacos, da “IL FOGLIO” del 16/1/2015

- La patria della libertà alle prese con la sottomissione. Il disastro delle politiche di integrazione multiculturale, cattivi umori di un popolo pieno di non-Charlie -

   Dopo la grande marcia repubblicana contro il terrorismo, dopo la “Marsigliese” cantata in piedi da tutti i deputati dell’Assemblea nazionale, dopo le dichiarazioni solenni del premier Manuel Valls (“La Francia è in guerra contro il terrorismo, il jihadismo e l’islamismo radicale… ma non contro una religione”), dopo la corsa alle edicole per testimoniare sostegno a Charlie Hebdo, la Francia si sveglia ogni giorno un po’ meno Charlie di quanto tutti quei segnali non autorizzerebbero a credere. Continua a leggere

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