Mappa aggiornata quotidianamente della diffusione del Coronavirus nel mondo

CORONAVIRUS COVID-19 Global Cases by the Center for Systems Science and Engineering (CSSE) at JOHNS HOPKINS UNIVERSITY (JHU) – (CLICCA IL LINK QUI SOTTO PER INGRANDIRE L’IMMAGINE ED AVERE LA SITUAZIONE AD ADESSO, AL MOMENTO CHE LEGGI: https://gisanddata.maps.arcgis.com/apps/opsdashboard/index.html#/bda7594740fd40299423467b48e9ecf6)

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CONGO tra le GUERRA DIMENTICATE: miseria, violenza, anarchia di bande armate…L’assassinio dell’ambasciatore, del carabiniere, dell’autista… – Come aiutare l’Africa e il suo possibile autonomo pacifico sviluppo; con una cooperazione paritaria che dia ricchezza e protezione dagli abusi alla popolazione

(CONGO francese e CONGO belga, mappa da http://www.gruppocorallo.it/) – IL CONGO È UNA REGIONE STORICA AFRICANA DIVISA TRA DUE STATI: 1) la REPUBBLICA DEL CONGO – già Repubblica Popolare del Congo (dal 1969 al 1992); è spesso chiamata nel linguaggio comune “CONGO-BRAZZAVILLE” o “CONGO FRANCESE”. È la più piccola delle due repubbliche e si trova più a ovest; 2) la REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO – dal 1966; (dove ci sono stati i tragici accadimenti del 22 febbraio scorso che hanno portato alla morte del nostro ambasciatore LUCA ATTANASIO, del carabiniere di scorta VITTORIO IACOVACCI, e del loro autista congolese MUSTAPHA MILAMBO; e la Repubblica democratica del Congo è spesso chiamata nel linguaggio comune “Congo-Kinshasa”, o “Zaire”; altre denominazioni passate sono state anche “Stato Libero del Congo”, “CONGO BELGA”, “Congo-Léopoldville” e, per brevissimo tempo, “Repubblica del Congo” (1960-1964). È la più grande delle due repubbliche e si trova più a est.

   Proponiamo qui alcune considerazioni ed impressioni sul tragico fatto accaduto nella Repubblica Democratica del Congo, lunedì mattina 22 febbraio, con la uccisione dell’ambasciatore italiano LUCA ATTANASIO, del carabiniere che gli faceva da scorta VITTORIO IACOVACCI, e dell’autista congolese MUSTAPHA MILAMBO.

Vittorio Iacovacci, Luca Attanasio, Mustapha Milambo

   In particolare 4 elementi vorremmo dare, per poi proporvi, in questo post, alcuni a nostro avviso interessanti articoli apparsi sulla drammatica tragica vicenda e il contesto geopolitico in cui si pone.

1 – Per primo abbiamo visto, nella descrizione e nelle foto del giovane ambasciatore (43 anni) Luca Attanasio, che l’idea che ci siamo fatti e abbiamo degli ambasciatori e in genere del corpo diplomatico, è diversa, o perlomeno sta cambiando. Pensare che la “diplomazia” è una carriera popolata da figli di papà, da nobili amanti del tennis e dei cocktail forse quest’idea sta diventando obsoleta…. Che non ha nulla a che vedere con un ambasciatore come Luca Attanasio, disponibile ad essere un operatore di pace e di sviluppo, a mettersi in gioco nel luogo dove lavora, a dialogare con tutti e aiutare chi è in difficoltà… (forse non tutti gli ambasciatori sono così, e molti sono ancora “tradizionali”, però il giovane ambasciatore ucciso ci ha impressionati per la sua figura “nuova”…).

(Nord Kivu, da https://viedifuga.org/) – Il nome “KIVU” risale almeno al 1914, anno in cui il governo coloniale divise il Congo in 22 distretti. Nel 1935 i distretti furono raggruppati in 6 province alle quali furono dati i nomi dei rispettivi capoluoghi. La provincia di Costermansville, che aveva la stessa estensione della successiva regione del Kivu, fu RINOMINATA PROVINCIA DI KIVU NEL 1947. A PARTIRE DAL 2004 LA REGIONE È STATA TEATRO DI PESANTI SCONTRI FRA LE TRUPPE GOVERNATIVE della Repubblica Democratica del Congo E LE FORZE DEMOCRATICHE PER LA LIBERAZIONE DEL RUANDA (FDLR) appoggiate da gruppi di ribelli tra le quali le truppe di Laurent Nkunda. (da Wikipedia)

2 – E poi una riflessione va fatta su questi luoghi di pura violenza, “buchi neri”, di anarchia totale, dove ogni legalità nazionale ed internazionale non esiste. E questa è cosa assai grave: innanzitutto per la popolazione che lì vive (la schiavitù dei bambini, la violenza sulle donne…); o per chi deve in qualche modo frequentare luoghi così di assoluta insicurezza…. E poi è da credere che posti senza alcun limite di legalità, in mano a bande armate, sono incubatori di terrorismo e violenza esportabile in tutto il mondo.

(Rep-democratica-Congo, mappa da http://www.articolo21.org/) – REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO (RdC) (EX CONGO BELGA) –Con un piccolo sbocco sull’Oceano atlantico alla foce del fiume Congo, ha una popolazione di 61milioni di abitanti con capitale Kinshasa (5milioni ca.) (la RdC ha una superficie 7 volte e mezza quella italiana, ndr). Confina a ovest con la Repubblica del Congo. VERSO LA FINE DEL 1800 IL BELGIO conquistò il controllo del Regno del Congo facendone UNA COLONIA e cambiandole il nome in STATO LIBERO DEL CONGO. Nei decenni successivi i coloni ebbero modo di sfruttare le ricche RISORSE DEL PAESE, che principalmente erano il caucciù, i diamanti e l’avorio. La colonia fu resa fiorente anche grazie all’impegno del Belgio nella costruzione delle infrastrutture nel paese. I moti indipendentisti, con insurrezioni e violenze, che erano già scoppiati negli altri paesi africani negli anni precedenti, indussero il Belgio a concedere la TOTALE INDIPENDENZA NEL GIUGNO DEL 1960. (da https://www.gruppocorallo.it/)

3 – C’è anche da rilevare che la presenza di risorse minerarie così ricche cui il sottosuolo di parte del Congo, in particolare l’area orientale della regione del KIVU (proprio là dove c’è stata l’uccisione dei tre esponenti in missione), queste ricchezze del sottosuolo (oro, cobalto, nichel, diamanti e soprattutto il coltan, essenziale per la produzione di smartphone…), assieme all’incapacità di controllo del territorio da parte di alcuna autorità garante della legalità (lo stato del Congo, ma anche l’Onu, lì presente ma che non interviene direttamente contro i gruppi armati) creano un’ECONOMIA DI GUERRA cui è vittima in primis proprio la popolazione che lì ci vive. Ed è anche l’Africa, continente povero e “difficile” a mostrare al mondo di essere fuori controllo.

(Congo in guerra, foto da NIGRIZIA) – REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO – LE PIÙ FEROCI GUERRE AFRICANE -Il disimpegno dall’area salvò il Belgio ma generò da allora ad oggi una scia infinita di sangue e di dolori. In più di cinquant’anni d’indipendenza (dal 1960) non ha mai conosciuto un periodo di pace stabile. Subito, il leader indipendentista PATRICE LUMUMBA prese la guida del paese, ma durò poco. Un anno dopo, nel 1961, il colonnello MOBUTU con un colpo di stato lo destituì e lo fece giustiziare. Nei tre anni successivi l’intervento dell’ONU diede luogo ad un governo di unità nazionale. Si era in piena guerra fredda e gli USA, temendo l’intervento della Russia (allora URSS) nella zona, nel 1965 rimisero al potere MOBUTU che, evidentemente, contavano di manovrare in loro favore. IL SUO FU UN REGIME SANGUINARIO che, tra le altre cose, decise l’uccisione di molti politici e oppositori. Nel 1971 cambiò il nome allo stato chiamandolo ZAIRE. Mobutu riuscì a barcamenarsi nel periodo della guerra fredda, sfruttando l’antagonismo USA-URSS ma, con l’implosione del blocco sovietico, iniziarono i primi gravi problemi politici che sfociarono NEL 1996 NELLA PRIMA GUERRA DEL CONGO. L’ etnia dei TUTSI CONGOLESI si unì alle forze di RUANDA, UGANDA e ANGOLA, che contrastavano Mobutu, e insieme sbaragliarono il regime nel 1997. Mobutu fuggì in Marocco e KABILA, il generale che aveva guidato l’alleanza, si autoproclamò presidente attuando una violenta azione repressiva per ristabilire l’ordine. Kabila incontrò degli ostacoli notevoli a governare il Paese che, nel frattempo, aveva rinominato Repubblica democratica del Congo. (da https://www.gruppocorallo.it/)

4 – Anche la cooperazione internazionale mostra in questo tragico frangente i suoi limiti. E non parliamo di operatori e missionari lì impegnati da decenni in progetti di sviluppo. Ma ci riferiamo al fatto che nella Repubblica Democratica del Congo c’è una delle più grandi missioni di peacekeeping e di stabilizzazione delle Nazioni Unite, la MONUSCO (sigla che, in francese, significa: Mission de l’Organisation des Nations Unies pour la Stabilisation en République démocratique du Congo), con oltre 15.000 soldati di 47 nazioni diverse: che però non interviene nei conflitti locali tra bande e negli scontri fra le truppe governative della Repubblica Democratica del Congo e le “Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda” (FDLR) (formate in particolare da hutu fuoriusciti dal Ruanda accusati dei massacri dei Tuutsi nel 1996) e appoggiate da gruppi di ribelli.

(nella foto l’estrazione del COLTAN, prezioso minerale fonte di guerre e sfruttamenti, foto ripresa da https://www.accri.it/) – Sconfitto Mobutu nel 1997, LA PACE DURÒ POCHISSIMO: le PREZIOSE RISORSE DEL CONGO facevano gola a molti. Così si scatenò la SECONDA GUERRA DEL CONGO, una vera e propria guerra interafricana, che durò DAL 1998 AL 2003 e che coinvolse OTTO NAZIONI africane e circa VENTICINQUE GRUPPI ARMATI. E’ considerata LA PIÙ GRANDE GUERRA DELLA STORIA RECENTE DELL’AFRICA. Il conflitto causò la morte di almeno DUE MILIONI E MEZZO DI PERSONE, anche a causa delle carestie, ma c’è CHI PARLA DI PIÙ DI CINQUE MILIONI DI MORTI e MIGLIAIA DI DONNE VIOLENTATE dai ribelli e dai militari. Lo stesso generale KABILA FU ASSASSINATO nel 2001. Le forze in campo, prevalentemente non addestrate e molto indisciplinate, hanno contribuito alla violenza del conflitto perpetrando saccheggi, stupri e pulizia etnica. (da https://www.gruppocorallo.it/)

   Mentre invece (e questo dovrebbe riguardare tutte le missioni di pace e interposizione) c’è la necessità di aiutare le popolazioni anche a sconfiggere la violenza, proteggere attivamente i deboli. A volte è utile la presenza di forze straniere, dell’Onu, ma non può bastare, non risolve il problema della violenza. E questo è uno dei punti chiave per poter affrontare le guerre dimenticate dell’Africa, che ce ne accorgiamo che ci sono solo quando accadono episodi che ci coinvolgono (come la morte dell’ambasciatore e del carabiniere). Servono missioni internazionali capaci di agire, di intervenire concretamente contro il terrorismo e le milizie armate, dimostrando che non c’è impunità per i crimini compiuti.

(FELIX TSHISEKEDI, attuale presidente della RDC) – Nel 2006, nonostante continui scontri, razzie e scorribande dei ribelli, la situazione iniziò a stabilizzarsi. In quell’anno, le prime elezioni libere si sono concluse con la vittoria di JOSEPH KABILA, il FIGLIO DEL GENERALE. Anni di guerre e di contrasti pesano tuttora sui rapporti tra ribelli, miliziani e popolazione civile. Il mandato del presidente Kabila è scaduto nel 2016, tuttavia le elezioni sono state rimandate fino al 30 dicembre 2018. Esse sono state vinte da FELIX TSHISEKEDI, ATTUALE PRESIDENTE. Una delle azioni che porta avanti è CERCARE DI STABILIZZARE LA REGIONE DELL’EST, il KIVU (a 2.500 chilometri dalla capitale Kinshasa) ma con risultati assai mediocri. – Il nuovo presidente della Repubblica Democratica del Congo, il riformatore FELIX TSHISEKEDI, che ha guidato dal gennaio del 2019 un CAMBIO DI REGIME PACIFICO e non violento, dopo 23 anni consecutivi di governo del Paese da parte della “DINASTIA” DEI DUE PRESIDENTI LAURENT DESIRÉ KABILA E del figlio JOSEPH KABILA. Dal 1 febbraio 2021 FELIX TSHISEKEDI  è anche presidente di turno dell’UNIONE AFRICANA e su di lui sono riposte molte speranze della comunità internazionale per una svolta nella stabilizzazione del nord del Paese e per una normalizzazione delle relazioni con la comunità internazionale

   Sono contesti che sembrano non cambiare mai, e il ribadire la necessità di affermare e praticare la difesa delle popolazioni e di chi viene aggredito, queste sono solo cose che si auspicano ma non accadono quasi mai. Però modi nuovi di essere delle persone che si occupano dei rapporti internazionali, che operano sul campo, dell’esserci con forme innovative (come nel caso di Luca Attanasio che purtroppo non c’è più, e il suo interpretare specifico del ruolo dell’ambasciatore), dimostra che se si vuole si può cambiare, cercando di mettere in pratica positivamente quei principi fondamentali dei diritti umani che ancora sono così violati. (s.m.)

È CHIAMATA KIVU TUTTA LA REGIONE CHE SI TROVA INTORNO AL LAGO KIVU, compresa una parte del RUANDA dove risiede la maggior parte della popolazione dell’area lacustre (Gisenyi in Ruanda, con una popolazione di circa un milione di abitanti è il centro abitato principale della regione del lago Kivu). L’area è caratterizzata da una VEGETAZIONE LUSSUREGGIANTE ED UN CLIMA FAVOREVOLE alle coltivazioni, le rive del lago si trovano ad un’altitudine di circa 1500 m s.l.m. e il suolo della regione è di origine vulcanica. La regione di Kivu è il punto più elevato della EAST AFRICAN RIFT VALLEY. (da Wikipedia)

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(Miniere di COLTAN, per fare gli smatphone – foto da https://lospiegone.com/) – La regione del KIVU, al confine con Uganda e Ruanda, è anche teatro di conflitti tra gruppi di insorti e le forze armate congolesi, per il controllo del territorio il cui SOTTOSUOLO è ricco di ORO, COBALTO, NICHEL, DIAMANTI e soprattutto il COLTAN, essenziale per la produzione di smartphone e cellulari. In Kivu si concentra l’80% della produzione mondiale di questo materiale. (da https://www.ispionline.it/ 24/2/2021)

VITTIME DI UN CONFLITTO DIMENTICATO?

da https://www.ispionline.it/, 24/2/2021  –  Tra il 1994 e il 2003 la Repubblica Democratica del Congo è stata teatro di un sanguinoso conflitto che ha causato circa cinque milioni di morti e ha coinvolto diversi paesi della regione ed è stata ribattezzata dagli storici la prima Guerra mondiale africana.  –   La fine ufficiale del conflitto non ha segnato tuttavia la fine delle violenze e il Kivu è diventato tristemente famoso per i massacri e gli stupri di guerra.  –     Decine di milizie e gruppi ribelli continuano ad operare indisturbati nelle aree orientali del paese nonostante sul terreno sia dispiegata la più grande e longeva missione di peacekeeping dell’Onu (Monusco), con oltre 17mila militari sul campo.  –     La regione, al confine con Uganda e Ruanda, è anche teatro di conflitti tra gruppi di insorti e le forze armate congolesi, per il controllo del territorio il cui sottosuolo è ricco di oro, cobalto, nichel, diamanti e soprattutto il coltan, essenziale per la produzione di smartphone e cellulari.  –    In Kivu si concentra l’80% della produzione mondiale di questo materiale. Secondo le Nazioni Unite sono più di 5 milioni gli sfollati nella Repubblica Democratica del Congo, più che in ogni altro paese al mondo eccetto la Siria.  –    Il governo di Kinshasa, distante migliaia di chilometri e senza alcun controllo reale sulla instabile provincia transfrontaliera, non riesce ed anzi teme di intervenire in un’area in cui ogni cambiamento potrebbe compromettere il fragile status quo raggiunto con altre potenze regionali, in primis il Ruanda.

Luca Attanasio, l’ambasciatore italiano nella Repubblica Democratica del Congo ucciso lunedì 22 febbraio 2021

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APRIAMO GLI OCCHI SULL’AFRICA

di Gianni Vernetti, da “la Repubblica” del 23/2/2021

   Il migliore modo per onorare la memoria dell’ambasciatore Luca Attanasio e del carabiniere Vittorio Iacovacci, caduti durante una missione umanitaria in Congo è di non voltare lo sguardo di fronte alle guerre dimenticate, ma di tornare ad occuparci seriamente dell’Africa a tutto campo: più aiuti umanitari, più cooperazione allo sviluppo, più cooperazione nel settore della sicurezza da un lato, ma anche valorizzazione delle tante opportunità che possono emergere da un più solido rapporto con le economie emergenti del continente.

   L’ambasciatore Luca Attanasio era da tre anni a Kinshasa a rappresentare il nostro Paese con la moglie e tre figlie piccolissime. L’ho incontrato diverse volte a Casablanca, quando era Console generale e poi a Kinshasa recentemente. Un uomo coraggioso e solare, un diplomatico capace ed efficace, la cui passione per l’antropologia e l’arte africana gli hanno fornito strumenti in più per comprendere la realtà che lo circondava.

   È caduto in un quella zona instabile fra Repubblica Democratica del Congo, Uganda e Rwanda, che da quasi 30 anni non riesce a trovare pace. Il governatore del Nord Kivu Carly Nzanzu Kasivita fornisce una prima versione dei fatti: rapimento, fuga nel Parco Nazionale di Virunga, scontro a fuoco con l’esercito congolese (Fardc) e le “EcoGardes”, i ranger armati del parco, con l’esito tragico che conosciamo.

   «I ribelli parlavano kinyarwanda» dice il governatore, e punta il dito su ciò che resta di quelle milizie “hutu” che nel 1994 in soli cento giorni si resero responsabili in Rwanda dell’ultimo genocidio dello scorso millennio: quello di un milione di “tutsi” nel piccolo Paese delle colline.

   Sono i resti delle Forze democratiche per la liberazione del Rwanda (Fdlr), uno dei protagonisti della “guerra mondiale africana” che dal 1994 nel nord e nell’est del Congo ha visto morire circa 5 milioni di civili, coinvolgendo eserciti e milizie di una dozzina di paesi. Le Fdlr sono oggi un gruppo residuale che vive di rapimenti ed estorsioni fra i villaggi del North Kivu con qualche sconfinamento nella vicina Uganda.

   Ma le milizie hutu non sono l’unico gruppo terroristico che potrebbe aver compiuto l’attacco. Gli occhi sono puntati anche sulle recenti infiltrazioni jihadiste che dalla Somalia, al nord del Mozambico si fanno largo in diversi Paesi dell’Africa orientale e centrale. Nel caso congolese si tratta delle “Adf-Allied Democratic Force”, gruppo ugandese da poco affiliato ad Isis, attivo anche nell’area dove è stato ucciso il nostro ambasciatore e più a nord nel bacino dell’Ituri.

   L’allarme per la penetrazione jihadista nel Congo orientale fu lanciato lo scorso anno dal a cominciare da un rilancio a tutto campo delle relazioni politiche, economiche e commerciali con Usa ed Europa, per lungo tempo praticamente azzerate nuovo presidente della Repubblica Democratica del Congo, il riformatore FELIX TSHISEKEDI, che ha guidato dal gennaio del 2019 un cambio di regime pacifico e non violento, dopo 23 anni consecutivi di governo del Paese da parte della “dinastia” dei due presidenti LAURENT DESIRÉ KABILA e del figlio JOSEPH KABILA.

   Dal 1 febbraio Felix Tshisekedi è anche presidente di turno dell’Unione Africana e su di lui sono riposte molte speranze della comunità internazionale per una svolta nella stabilizzazione del nord del Paese e per una normalizzazione delle relazioni con la comunità internazionale.

   Oggi è ancora presente nella Repubblica Democratica del Congo una delle più grandi missioni di peacekeeping e di stabilizzazione delle Nazioni Unite, la MONUSCO, con oltre 15.000 soldati di 47 nazioni diverse. Ma come ricorda Denis Mukwege, Premio Nobel per la Pace 2018, dal suo Panzi Hospital a Bukavu, dove in quindici anni ha curato oltre 40.000 donne vittime di stupri di massa nelle successive guerre congolesi, «la missione delle Nazioni Unite ha ottenuto buoni risultati di contenimento, ma non ha risolto il problema alla radice. Le “regole d’ingaggio” delle missioni della Nazioni Unite hanno troppi vincoli di azione».

   E questo è uno dei punti chiave per poter affrontare le guerre dimenticate dell’Africa che purtroppo ci riguardano da vicino. Servono missioni internazionali capace di agire, sconfiggere in modo definitivo terrorismo e le milizie armate, dimostrando che non c’è impunità per i crimini compiuti. La “Responsabilità di proteggere” può e deve diventare una vera priorità della comunità internazionale. I crimini di massa devono essere prevenuti con meccanismi che permettano azioni di “ingerenza umanitaria” da parte della comunità internazionale. L’Africa è un continente che ci riguarda. Tornare ad occuparsene con serietà è una priorità per l’Italia e per l’Europa. (Gianni Vernetti)

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COSÌ SI MUORE NELL’ELDORADO DEL JIHADISMO

di Domenico Quirico, da “La Stampa” del 23/2/2021

   La foresta nel Kivu è così fitta che sembra un muro. È bella da ferirti gli occhi. E terribile al punto che Continua a leggere

La (non facile) TRANSIZIONE ECOLOGICA (del governo Draghi) – L’ECOLOGIA INTEGRALE (di Papa Francesco) – la CONVERSIONE ECOLOGICA (Alex Langer) – Tre modi per un nuovo mondo – Una TRANSIZIONE ecologica di testa (solo tecnicistica), di pancia (risolvere i guai del pianeta), di cuore (perché ci crediamo)?

COSA SARÀ IL NUOVO MINISTERO DELLA TRANSIZIONE ECOLOGICA? Tra le questioni aperte dopo la formazione del governo Draghi, quella sul ministero della Transizione ecologica appare particolarmente rilevante, non foss’altro perché parte dei fondi del RECOVERY AND RESILIENCE FACILITY e della sua traduzione nel nostrano Pnrr (PIANO NAZIONALE DI RIPRESA E RESILIENZA) verranno gestiti attraverso questo dicastero. (Alessandro Lanza, 19.02.21, da LA VOCE.INFO) (foto “FRIDAYS FOR FUTURE” da IL FATTO QUOTIDIANO)

   Visto da (quasi) tutti con favore, nel nuovo governo Draghi, l’istituzione del Ministero della Transizione Ambientale, è ancora da ben capire cosa farà, in che problematiche (strettamente ambientali o guardando all’ambiente in senso largo in tutte le decisione governative che si prenderanno…) si impegnerà; che potere avrà questo nuovo ministero.

ROBERTO CINGOLANI, neoministro della TRANSIZIONE ECOLOGICA – “I TRE DEBITI DEL PROGRESSO. Come ha raccontato nel libro “PREVENIRE” di cui è coautore (Einaudi 2020), secondo ROBERTO CINGOLANI (neo ministro della TANSIZIONE ECOLOGICA) l’accelerazione del progresso ha generato TRE DEBITI. IL PRIMO È DEMOGRAFICO. Perché innalzamento dell’età media, aumento dei costi per sistemi pensionistici e sanitari e riduzione dei posti di lavoro a causa dell’automazione dei processi produttivi hanno alimentato l’instabilità economica. IL SECONDO DEBITO È AMBIENTALE, perché l’aumento della potenza produttiva “ha anche portato a un’estrazione di risorse senza precedenti, con scarsa attenzione ai limiti fisici del nostro pianeta”. IL TERZO DEBITO È COGNITIVO: l’uomo è esposto a un flusso tale di dati “che è diventato incapace di metabolizzarli”. (Luisiana Gaita, da “Il Fatto Quotidiano” del 17/2/2021)

   Il fatto che nel neo ministro alla Transizione ecologica Roberto Cingolani si ripongano così tante aspettative per l’avvio di una nuova era ecologica per il nostro Paese, rende ancor di più arduo il suo compito, proprio per le speranze che vi si pongono. Che poi, e questo è il punto, ognuno vede nella trasformazione ecologica della società quel che a lui (lei) interessa, con maggior o minor pathos (sentimento) a seconda delle affinità elettive di ciascuno.

   Vien da pensare che il compito prioritario potrebbe essere condurre provvedimenti efficaci (come mai finora) per la transizione energetica verso le fonti rinnovabili, visto che adesso in Italia (ma in tutto il mondo) la stragrande maggioranza di energia viene prodotta da combustibili fossili (petrolio, gas, carbone…).

   O, il ministro Cingolani, avere l’ultima parola su tutte le scelte infrastrutturali in funzione dell’ambiente (una specie di valutazione di impatto ambientale che possa bocciare proposte di altri ministri) (prospettiva assai difficile).

(da http://www.legambiente.it/)

   Ci sono poi cose da fare subito, come la decarbonizzazione, riducendo drasticamente l’emissione di gas serra nell’atmosfera, superando l’inquinamento specie delle città (intesi anche i centri urbani diffusi) dovuto allo smog delle auto, ai riscaldamenti domestici, alle industrie che inquinano….

   Premesso che erano cose che anche i precedenti ministri dell’Ambiente già si attivavano a fare (con risultanti più o meno, a seconda dei ministri, efficaci… ma è pur vero che il Ministero dell’Ambiente di prima aveva molta meno considerazione e valenza rispetto alle aspettative di questo della Transizione ecologica…).

PAPA FRANCESCO: «L’ECOLOGIA INTEGRALE PORTA A UNA NUOVA ECONOMIA» – “Cinque anni fa ho scritto la Lettera enciclica LAUDATO SI’, dedicata alla cura della nostra casa comune. Propone il concetto di “ECOLOGIA INTEGRALE”, per rispondere insieme al grido della terra ma anche al grido dei poveri. L’ECOLOGIA INTEGRALE È UN INVITO A UNA VISIONE INTEGRALE DELLA VITA, a partire dalla convinzione che TUTTO NEL MONDO È CONNESSO e che, come ci ha ricordato la pandemia, siamo interdipendenti gli uni dagli altri, e anche dipendenti dalla nostra madre terra. Da tale visione deriva l’esigenza di cercare altri modi di intendere il progresso e di misurarlo, senza limitarci alle sole dimensioni economica, tecnologica, finanziaria e al prodotto lordo, ma dando un rilievo centrale alle dimensioni etico-sociali ed educative. Vorrei proporre oggi TRE PISTE DI AZIONE. (..) La PRIMA PROPOSTA è di promuovere, ad ogni livello, un’EDUCAZIONE ALLA CURA DELLA CASA COMUNE (…). La SECONDA PROPOSTA: bisogna poi mettere l’accento sull’ACQUA e sull’ALIMENTAZIONE. L’accesso all’acqua potabile e sicura è un diritto umano essenziale e universale. (…) Assicurare un’ALIMENTAZIONE ADEGUATA PER TUTTI attraverso metodi di AGRICOLTURA NON DISTRUTTIVA (…). La TERZA PROPOSTA è quella della TRANSIZIONE ENERGETICA: una sostituzione progressiva, ma senza indugio, dei combustibili fossili con fonti energetiche pulite.(…)”. (Papa FRANCESCO, messaggio rivolto ai partecipanti al “Countdown”, evento digitale di TED sul CAMBIAMENTO CLIMATICO)(da https://www.greenreport.it/, 12/10/2020) (FOTO: PAPA FRANCESCO da http://www.galatina.it/)

   Una cosa certa che sarà il primo compito del ministro Cingolani è sicuramente seguire il progetto italiano dei fondi stanziati dalla UE con il Next Generation UE: in particolare migliorando e rendendo più efficace il Pnrr. PNRR significa “Piano nazionale di ripresa e resilienza”, ed è il programma di investimenti che l’Italia deve presentare alla Commissione europea appunto nell’ambito del Next Generation EU, lo strumento per rispondere alla crisi pandemica provocata dal Covid-19, che mette al centro come priorità la lotta alla crisi climatica.

(foto da www-ravennanotizie.it/)

   E il nuovo Ministero alla Transizione lì dovrà operare da subito (e per il tempo che ci vorrà: in ogni caso è un piano che va fino al 2016). Cioè individuare tutto quel che serve per dare concretezza al Pnrr nell’attuazione delle riforme per tradurre il piano in realtà. Dal proporre e attuare più semplificazioni per l’economia circolare e gli impianti a fonti rinnovabili; a una riforma fiscale in campo ambientale; e sicuramente poi partecipare attivamente a tutte le opere pubbliche (e anche private) che devono connettersi alla transizione verde (magari anche con il compito di andare a sentire i territori cosa ne pensano, coinvolgerli, prevenire o almeno ridurre le contestazioni locali).

   Tutte cose assai difficili. E, sicuramente, di lunga prospettiva (cioè ci vuole tempo, e ben che vada questo governo cesserà con la fine della legislatura nel 2013…).

La domanda decisiva è: COME PUÒ RISULTARE DESIDERABILE UNA CIVILTÀ ECOLOGICAMENTE SOSTENIBILE? “Lentius, profundius, suavius”, al posto di “citius, altius, fortius” (ALEXANDER LANGER, 1.8.1994, Colloqui di Dobbiaco) – La domanda decisiva quindi appare non tanto quella su cosa si deve fare o non fare, ma COME SUSCITARE MOTIVAZIONI ED IMPULSI CHE RENDANO POSSIBILE LA SVOLTA verso una correzione di rotta. (….) Non si può certo dire che ci sia oggi una maggioranza di persone disposta ad impegnarsi per una concezione di benessere così sensibilmente diversa come sarebbe necessario. NÉ SINGOLI PROVVEDIMENTI, NÉ UN MIGLIORE “MINISTERO DELL’AMBIENTE”, NÉ UNA VALUTAZIONE DI IMPATTO AMBIENTALE PIÙ ACCURATA, né norme più severe sugli imballaggi o sui limiti di velocità – per quanto necessarie e sacrosante siano – POTRANNO DAVVERO CAUSARE LA CORREZIONE DI ROTTA, ma SOLO UNA DECISA RIFONDAZIONE CULTURALE E SOCIALE di ciò che in una società o in una comunità si consideri desiderabile. Sinora si è agiti all’insegna del motto olimpico “CITIUS, ALTIUS, FORTIUS” (più veloce, più alto, più forte), che meglio di ogni altra sintesi rappresenta la quintessenza dello spirito della nostra civiltà, dove l’agonismo e la competizione non sono la nobilitazione sportiva di occasioni di festa, bensì la norma quotidiana ed onnipervadente. Se non si radica una concezione alternativa, che potremmo forse sintetizzare, al contrario, in “LENTIUS, PROFUNDIUS, SUAVIUS” (più lento, più profondo, più dolce”), e se non si cerca IN QUELLA PROSPETTIVA IL NUOVO BENESSERE, nessun singolo provvedimento, per quanto razionale, sarà al riparo dall’essere ostinatamente osteggiato, eluso o semplicemente disatteso. (….)” (ALEXANDER LANGER, 1.8.1994, Colloqui di Dobbiaco)

     E poi, ci chiediamo, una società ecologica non ha gli stessi uguali parametri per tutti: ognuno come si diceva la intende come vuole. E qui vengono in mente alcuni grandi interpreti del pensiero ecologico dei nostri tempi, del nostro vissuto: ce ne sarebbero molti da citare, ma due in particolare vogliamo in questo post dedicare e proporre la loro prospettiva, il loro “progetto” ecologico.

   Il primo è Papa Francesco (con la sua Enciclica del 2015 “Laudato sì”), in particolare nel concetto da lui espresso di “ecologia integrale”, per rispondere insieme al grido della terra ma anche al grido dei poveri: un invito a una visione integrale della vita, a partire dalla convinzione che tutto nel mondo è connesso e che, come ci ha ricordato la pandemia, siamo interdipendenti gli uni dagli altri, e anche dipendenti dalla nostra madre terra).

ENERGIE RINNOVABILI (da http://www.agi.it/)

   Il secondo è il cosmopolita cittadino del mondo (ma radicato anche nella sua terra sudtirolese) Alex Langer (venuto a mancare nel 1995) con le sue idee e proposte di “conversione ecologica”. Perché, come diceva Langer, l’ecologia si può esprimere e vivere “di testa”, concettualmente, e va bene, ma anche “di pancia” per necessità, costretti dalla crisi ambientale, e può andar bene; ma serve (o servirebbe) viverla, l’ecologia, anche “di cuore”: crederci e puntare su un rinnovamento collettivo e personale (un altro stile di vita, di sobrietà, di solidarietà…), con cambiamenti sociali che siano ben condivisi, non imposti ma accettati come protagonisti di essi, perché si vuol migliorare la propria vita, con meno stress, guardandoci attorno (noi stessi e gli altri), in un rapporto più equilibrato con la natura.

   Insomma varie sotto il cielo sono le espressioni di una transizione ecologica del pianeta (e di noi stessi). Ma il tentativo (sicuramente assai arduo) di questo governo parte con la speranza che qualcosa di buono possa accadere, e va incoraggiato. (s.m.)

Foto Ufficio Stampa Quirinale/Paolo Giandotti/LaPresse 15-05-2018 Genova, Italia politicaIl Presidente della Repubblica Sergio Mattarella con Roberto Cingolani, Direttore Scientifico dell’ITT, nel corso della visita all’Istituto Italiano di Teconologia, 15 maggio 2018.
(Foto di Paolo Giandotti – Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)DISTRIBUTION FREE OF CHARGE – NOT FOR SALE

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RINNOVABILI, DECARBONIZZAZIONE E SOSTENIBILITÀ DELLE AUTO ELETTRICHE: I 6 PUNTI DEL MINISTRO CINGOLANI PER ATTUARE LA TRANSIZIONE ECOLOGICA

di Luisiana Gaita, da “Il Fatto Quotidiano” del 17/2/2021 https://www.ilfattoquotidiano.it/

   Dalla decarbonizzazione all’applicazione immediata degli Accordi di Parigi, dalla sostenibilità (o meno) delle auto elettriche fino a un nuovo modello di città. Nei sei articoli che il neo ministro della Transizione Ecologica, Roberto Cingolani, aveva preparato prima dell’incarico al governo per la sua rubrica su Green&Blue su Repubblica.it, c’è la visione dell’esponente dell’esecutivo Draghi su alcune delle questioni più importanti che il nostro Paese è chiamato ad affrontare per attuare la transizione ecologica che ora dà il nome al suo stesso dicastero.

   È una visione globale più che nazionale, attraverso la quale però il ministro mette sul tavolo gli obiettivi a cui, secondo lui, bisogna puntare con massima urgenza, ma anche gli ostacoli che finora hanno impedito la ‘transizione’, spiegandone le insidie.

I TRE DEBITI DEL PROGRESSO – Come ha raccontato nel libro Prevenire di cui è coautore (Einaudi 2020), secondo Cingolani l’accelerazione del progresso ha generato tre debiti. Il primo è demografico. Perché innalzamento dell’età media, aumento dei costi per sistemi pensionistici e sanitari e riduzione dei posti di lavoro a causa dell’automazione dei processi produttivi hanno alimentato l’instabilità economica. Il secondo debito è ambientale, perché l’aumento della potenza produttiva “ha anche portato a un’estrazione di risorse senza precedenti, con scarsa attenzione ai limiti fisici del nostro pianeta”. Il terzo debito è cognitivo: l’uomo è esposto a un flusso tale di dati “che è diventato incapace di metabolizzarli”.

   E allora cosa fare? Secondo il ministro “abbiamo bisogno di una valutazione del rischio ragionato del progresso” che tenga conto dei problemi di lungo periodo generati dallo sviluppo “e sappia valutare attentamente il rapporto tra costi e opportunità di ogni tecnologia”. E questo, per Cingolani, vale anche nel caso della tecnologia verde.

L’ESEMPIO DELLE AUTO ELETTRICHE – Cingolani fa l’esempio delle auto elettriche, ricordando le reazioni di protesta che a dicembre scorso hanno suscitato le parole del Ceo di Toyota, Akira Toyoda, secondo cui le auto elettriche presentano costi sociali e ambientali ancora insostenibili.

   Così, mentre si annuncia la realizzazione della prima Gigafactory italiana dedicata alla produzione di batterie, che sarà anche la più grande d’Europa, Cingolani espone il suo punto di vista: “Il LITIO e il COBALTO, materiali necessari per la produzione delle batterie, sono difficili da trovare e da smaltire – dice – Se anche volessimo sostituire l’intero parco veicoli globale immediatamente, le riserve di questi due metalli oggi non basterebbero a soddisfare la domanda, così come non basterebbe l’intera produzione elettrica oggi disponibile per garantire le ricariche”.

LA TRANSIZIONE VERSO LE RINNOVABILI – Altro tema cruciale, alla base stessa del passaggio dal ministero dell’Ambiente a quello della Transizione ecologica, è quello della produzione e dell’accesso all’energia. Sul tema Cingolani è chiaro: “È necessario cominciare già oggi una transizione energetica verso fonti rinnovabili”, settore in cui l’Italia ha subìto un brusco freno dopo un’accelerata iniziale.

   Il ministro ricorda che in tutto il mondo circa l’84% di energia viene prodotta da combustili fossili “mentre le energie rinnovabili rappresentano solamente l’11% e il nucleare il 4%”. E se l’utilizzo di fonti energetiche a basse emissioni di carbonio è aumentato, questi progressi non sono ancora sufficienti a soddisfare la domanda che, in circa mezzo secolo, si è quadruplicata. Insomma, SIAMO SEMPRE PIÙ DIPENDENTI DAI COMBUSTIBILI FOSSILI che continuano ad essere finanziati, anche in Italia.

   Certo, nella sua analisi globale Cingolani ricorda che “per sviluppare energia a basse emissioni di carbonio sono necessari investimenti infrastrutturali e competenze disponibili solamente nei Paesi avanzati”, motivo per cui uno dei principali fattori della crescita di disuguaglianza tra Nazioni è proprio la disparità di accesso all’energia, ma va detto che nel nostro Paese non mancano certo competenze e, finanziariamente parlando, potrebbe essere proprio questo il momento giusto per agire.

LA DECARBONIZZAZIONE – A maggior ragione perché, come ricorda il neoministro, “per mitigare i danni del riscaldamento globale” è necessario procedere con decisione sulla strada della decarbonizzazione, riducendo drasticamente l’emissione di gas serra nell’atmosfera”. “Per fare ciò – spiega – sono necessari la VOLONTÀ POLITICA e dei MECCANISMI DI COOPERAZIONE per garantire che tutti i Paesi svolgano il proprio ruolo”.

   Evidentemente finora sono mancate sia l’una che l’altra, dato che siamo ancora a discutere di come FAR PARTIRE IL TAGLIO DEI SUSSIDI ALLE FONTI FOSSILI. Sarà che “la lotta al riscaldamento globale rappresenta il più classico dei problemi di azione collettiva – evidenzia il ministro – in cui la volontà di sviluppo economico, soprattutto nei Paesi emergenti, si scontra con la necessità di ridurre le emissioni inquinanti”.

   Prova ne è l’Accordo di Parigi sottoscritto nel 2015, il cui obiettivo era quello di mantenere l’aumento della temperatura media del globo al di sotto dei 2 gradi centigradi rispetto ai livelli pre-industriali. Peccato che, nell’ottobre 2018, il rapporto Global Warming presentato dal Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc) sia piombato sul summit di Incheon-Songdo, in Corea del Sud, come una doccia fredda, spiegando che già oltre l’aumento di 1,5°C si andrebbe incontro a un’escalation di tempeste, alluvioni e siccità mortali.

   Di fatto il ministro sottolinea la necessità di dare inizio quanto prima al processo di decarbonizzazione, per poter agire in maniera graduale e rispettare l’accordo del 2015. “Se si cominciassero a ridurre già da quest’anno – spiega – le emissioni globali di CO2, la comunità internazionale avrebbe tempo sino al 2040 per raggiungere la carbon neutrality” e non sforare il budget.

   Al contrario “se dovessimo attendere fino al 2025 per dare inizio alla riduzione”, potremmo poi “essere costretti a sospendere la maggior parte delle attività produttive per azzerare le emissioni entro il 2035”. Non solo: anche rispettando l’accordo di Parigi, avvisa Cingolani, “la concentrazione di CO2 nell’atmosfera impiegherà del tempo per stabilizzarsi e le temperature continueranno a salire per decenni, con tutti gli effetti negativi che questo comporta. Siamo già in ritardo”.

LE CITTÀ E L’INQUINAMENTO – Strettamente legate sono la necessità di pensare al futuro delle nostre città e quella di agire contro l’inquinamento ambientale (e, quindi, contro il riscaldamento globale). Anche in questo caso, Cingolani procede con un’analisi di costi e benefici.

   “L’urbanizzazione, di per sé, rappresenta un’opportunità”, ma presenta anche un conto negativo: “Nella calca cittadina crescono la congestione e l’inquinamento, dovuti allo smog e alla produzione di rifiuti”. Ma le città non crescono allo stesso modo. “Nell’occidente avanzato, caratterizzato già da alti tassi di urbanizzazione – spiega il ministro – la crescita degli agglomerati urbani è graduale e diffusa e si comincia a parlare di smart city che riducono l’impatto ambientale e migliorano la qualità della vita, mentre nelle zone a basso sviluppo le megalopoli crescono rapidamente e senza strumenti di pianificazione urbana”.

   E allora non si può prescindere da un’analisi delle cause che negli ultimi decenni hanno peggiorato la qualità dell’aria, con effetti sui rischi epidemiologici. Perché il consumo dei combustibili fossili (all’origine di circa tre quarti delle emissioni totali di anidride carbonica) è legato a una serie di attività e consumi, dalle industrie, al riscaldamentoaria condizionata e illuminazione nelle case, fino ai trasporti e alla gestione dei rifiuti. Il ministro fa riferimento anche all’inquinamento al di fuori dal perimetro delle città, dovuto a settori quali “l’agricoltura e la silvicoltura”. E sull’agricoltura intensiva (che “nei Paesi avanzati conta per il 10% delle emissioni di gas serra”) come sugli allevamenti dello stesso tipo si gioca un’altra partita. Vedremo se il ministro sarà pronto a entrare in campo. (Luisiana Gaita)

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LA CONVERSIONE ECOLOGICA POTRÀ AFFERMARSI SOLTANTO SE APPARIRÀ SOCIALMENTE DESIDERABILE (di ALEXANDER LANGER, 1.8.1994, Colloqui di Dobbiaco). E’ TEMPO DI PENSARE AD UNA COSTITUENTE ECOLOGICA

 

1- Abbiamo creato falsa ricchezza per combattere false povertà – Re Mida patrono del nostro tempo
Da qualche secolo ed in rapido crescendo si produce Continua a leggere

Le PRIMAVERE ARABE di 10 anni fa (2011), fallite come speranza di vita migliore, hanno però CAMBIATO I GIOVANI (di Tunisia, Egitto, Yemen, Libia, Siria, Marocco, Bahrein…) che hanno acquisito il senso della libertà (spesso negata come o più di prima) – Primavere (rivoluzioni) arabe: un processo storico ancora in divenire

PRIMAVERE ARABE, DIECI ANNI DOPO – “(…) La fuga di BEN ALÌ (in TUNISIA) il 14 gennaio 2011 è stato il primo risultato di un movimento nato nel centro della Tunisia, a SIDI BOUZID, dove un mese prima un GIOVANE VENDITORE AMBULANTE, MOHAMMED BOUAZIZI, si era dato fuoco, scatenando una serie di proteste in tutta la TUNISIA, da Kasserine a Bizerte. NEL GIRO DI POCHE SETTIMANE, l’ondata di rivolte avrebbe travolto l’EGITTO e poi lo YEMEN, il BAHREIN e la LIBIA, fino a raggiungere la SIRIA. Anche le monarchie in MAROCCO e in GIORDANIA sono state scosse da questo movimento e i cittadini sono scesi in piazza per rivendicare riforme e maggiori diritti. A DIECI ANNI DALLE RIVOLTE ARABE DEL 2011, gli ELEMENTI CHE PORTANO A TRARRE UN BILANCIO NEGATIVO SONO MOLTI. La SIRIA è piombata nella peggior guerra civile d’inizio millennio, l’EGITTO è passato dalla trentennale dittatura di Hosni Mubarak a quella di Abdel Fattah al Sisi, e la TUNISIA si destreggia tra le montagne russe della sua politica interna e una crisi economica che moltiplica il numero dei disoccupati. Ma le vite e i percorsi di alcuni suoi protagonisti raccontano un processo di cambiamento molto più profondo. Un processo lungo e ormai avviato, per cui NULLA POTRÀ PIÙ ESSERE COME PRIMA. (…) (Marta Bellingreri, Costanza Spocci, 14/1/2021, da INTERNAZIONALE https://www.internazionale.it/) – (nella foto qui sopra: un momento della Primavera Araba in Tunisia 10 anni fa, da http://www.globalist.it/)

   La fuga del dittatore Ben Alì, in Tunisia, dieci anni fa, il 14 gennaio 2011, è stato il primo risultato di quella rivoluzione che ha coinvolto nel giro di poche settimane buona parte del mondo arabo, e conosciuta come PRIMAVERA ARABA. Un mese prima di quella fuga del dittatore tunisino, in una cittadina all’interno della Tunisia (Sidi Bouzid), un giovane venditore ambulante, MOHAMMED BOUAZIZI, si era dato fuoco per protesta contro la polizia che gli aveva sequestrato la propria merce. La sua morte ha scatenato una serie di proteste in tutta la TUNISIA. E così l’ondata di rivolte che c’è stata ha di lì a poco travolto l’EGITTO e poi lo YEMEN, il BAHREIN e la LIBIA, fino a raggiungere la SIRIA. Anche le monarchie in MAROCCO e in GIORDANIA sono state scosse da questo movimento e i cittadini sono scesi in piazza per rivendicare riforme e maggiori diritti.

(EGITTO Tahrir Square – February, 10, 2011) -“(…) Oggi, dieci anni dopo il gesto estremo di Mohamed Bouazizi, il bilancio del fenomeno delle Primavere Arabe resta sospeso tra la rivendicazione di un momento eroico, la celebrazione del potere salvifico dei social network e la presa d’atto delle difficoltà a realizzare fino in fondo i cambiamenti auspicati. Gli egiziani, i siriani, i libici e gli yemeniti hanno visto sprofondare i loro Paesi in guerre e conflitti e la spinta islamista ha persino riportato dittature militari e governi autoritari. (…)” (Anna Dainelli, da https://mics.luiss.it/il, 17/12/2020)

   Dieci anni dopo si può dire che, fin dall’inizio, non è andata come quei tantissimi giovani veri protagonisti nei paesi arabi di quelle rivolte si aspettavano: ci sono ancora gli stessi regimi (come in Siria); o forse peggiori (come in Egitto) si sono alla fine instaurati. Oppure tutto si è stabilizzato in senso conservatore, senza sostanziali cambiamenti. A parte forse la Tunisia, dove c’è un contesto di democrazia, di novità rispetto agli altri Paesi: però la situazione odierna tunisina, economica e politica, è assai grave, e il Paese non riesce più a reggere ed è vicino alla bancarotta.

   Riflettendo sul contesto, che in questo post tentiamo di fare, potremmo dire che “troppe cose assieme” si sono incontrate nelle rivoluzioni arabe: la voglia giovanile di essere cittadini del mondo e rifiutare le dure antistoriche dittature; il voler superare modi di vita imposti da una religiosità integralista; una tradizione di vita conservatrice che nelle campagne persisteva e nelle più grandi città si aveva appunto voglia di superare (lo scontro perenne in questi casi tra città, progressiva, e campagna, quasi sempre tradizionalista); una liberazione femminile difficile da affermarsi, che spesso negli stessi movimenti di protesta alle dittature era difficile da riconoscere al mondo femminile che partecipava insieme alla rivolta. E poi si combatteva contro regimi che avevano l’appoggio di potenze esterne (come in Siria, Bashar al Assad, aiutato dall’Iran e la Russia); e contemporaneamente l’affermarsi di gruppi jihadisti dell’integralismo islamico (spesso anch’essi appoggiati da finanziamenti stranieri).

PARIGI ha dedicato una piazza a MOHAMED BOUAZIZI, giovane laureato di 26 anni che manteneva sé e la sua famiglia lavorando come VENDITORE AMBULANTE, SI VIDE SEQUESTRARE LA PROPRIA MERCE DALLA POLIZIA E DECISE DI DARSI FUOCO IN STRADA, di fronte al municipio, inizio delle PRIMAVERE ARABE.

   Troppe cose avverse per movimenti giovanili pieni di entusiasmo e speranze…. Parliamo di GIOVANI, perché le primavere arabe hanno loro come protagonisti. Ma sembra cosa ovvia: il contesto demografico dei paesi arabi “è dei giovani” largamente preponderanti rispetto agli anziani (a differenza dell’Italia e un po’ di tutta Europa…).

(nella foto la cittadina tunisina rurale di SIDI BOUZID, da Wikipedia) – “SIDI BOUZID è una piccola cittadina rurale che si trova nel cuore della TUNISIA, una località pressoché anonima, non certo avvezza ad ospitare fatti che segnano la storia. O almeno questo è quanto accaduto fino a dieci anni fa, esattamente fino al 17 DICEMBRE 2010, giorno in cui MOHAMED BOUAZIZI, giovane laureato di 26 anni che manteneva sé e la sua famiglia lavorando come VENDITORE AMBULANTE, SI VIDE SEQUESTRARE LA PROPRIA MERCE DALLA POLIZIA E DECISE DI DARSI FUOCO IN STRADA, di fronte al municipio. L’atto estremo di Mohamed – compiuto, non lo sapremo mai con certezza, se per protesta o per disperazione – non restò isolato come altri prima di esso. Non si esaurì lì, ma nel momento della nascita delle tv satellitari panarabe e della grande ascesa dei social network, DIEDE IL VIA ALLE COSIDDETTE PRIMAVERE ARABE: un’ondata di proteste che nel giro di poche settimane ROVESCIÒ IN TUNISIA IL REGIME DI POLIZIA DI BEN ALI, al potere da oltre vent’anni, e nei mesi successivi anche quelli di altri dittatori come Mubarak in EGITTO, Gheddafi in LIBIA, Saleh nello YEMEN.(…)” (Anna Dainelli, da https://mics.luiss.it/)

   Negli articoli che qui vi proponiamo, le testimonianze dei giovani di allora (ma che lo sono ancora), pur nella sconfitta di tante speranze di libertà, di nuova vita sociale, ricordano quel movimento con gioia (“È stata una liberazione nelle nostre vite: eravamo tutti insieme in strada, insegnanti, intellettuali, medici, ingegneri, ma anche contadini, lavoratori, gli studenti delle scuole, dell’università, bambini al fianco di uomini e donne, con tutte le nostre differenze e appartenenze”)…dimostrando che quel che è accaduto ha cambiato le loro vite nonostante tutto; e, importante, ha fatto acquisire alla gran parte dei paesi arabi un contesto nuovo di “possibilità democratica”, pur nelle dittature dei vecchi apparati cui adesso ci sono ancora.

Un murales dedicato a GIULIO REGENI (da https://www.focusonafrica.info/). Giulio Regeni e i desaparecidos in Egitto che non conosciamo “25/1/2021. Cinque anni fa al Cairo Giulio Regeni alle 19.41 entrava in un buco nero che, nove giorni dopo, avrebbe rigurgitato una storia di torture, orrore, morte. Una storia terribile, come le altre migliaia di cui sappiamo poco o nulla ma che disegnano un quadro che in molti fingono di non vedere.”

   Come dicevamo l’unico paese che ha “provato”, sta provando, la democrazia è la TUNISIA, ma qui le cose non stanno andando per niente bene. La situazione in Tunisia è certamente preoccupante: Il Covid-19 è arrivato a destabilizzare ancora di più una situazione economica molto fragile. Il Paese è vicino alla bancarotta; pertanto i tunisini, unici esempi di un processo di democratizzazione che altrove non è mai neppure partito, hanno imparato che non basta “avere la libertà”, essere in democrazia, se non c’è un riequilibrio tra classi, se non si riesce a far uscire dalla povertà buona parte della popolazione. Le agitazioni sociali aumentano sempre più, termometro del malessere della popolazione. E le regioni povere della Tunisia interna, dove la rivoluzione è iniziata dieci anni fa, concentrano la maggior parte dei focolai del malcontento.

Mappa Primavere arabe 10 anni dopo, da ISPI Istituto per gli Studi di politica Internazionale http://www.ispionline.it/) – “(…) Eppure QUELLE RIVOLTE DEL 2011 NON HANNO RAPPRESENTATO UNA NOVITÀ ASSOLUTA NELLA STORIA DELLA REGIONE, già percorsa in passato da altre proteste di carattere socio-economico, tanto che – almeno inizialmente – più di qualche longevo leader dell’area non ebbe a temere delle manifestazioni anche vibranti, pensando che quelle allora in corso potessero essere derubricate come una nuova stagione delle cosiddette “rivolte del pane”. UNA PERCEZIONE CHE SI DIMOSTRÒ PRESTO SBAGLIATA, tanto che lo straordinario shock emotivo prodotto dalle proteste galvanizzò soprattutto quelle masse a lungo vessate, convinte di avere gli strumenti necessari per preparare il terreno ad un vero cambiamento. QUELLE STESSE PROTESTE PERÒ SI TRASFORMARONO BEN PRESTO IN RIVOLTE INCOMPLETE, rovesciate dalla restaurazione o trasformatesi in conflitti civili. (…)” (Giuseppe Dentice, 10/2/2021, da CESI (Centro studi internazionali) https://www.cesi-italia.org/)

   Ci si chiede allora, in senso generale, se i paesi del mondo arabo possono avere vantaggi dalla democrazia (se non funziona nell’unico paese che dalle rivoluzioni arabe di dieci anni fa la ha provata). Osservatori attenti individuano elementi concreti necessari per far coesistere democrazia e sviluppo sociale in paesi così fragili come quelli del mondo arabo e in particolare del Medio Oriente (paesi sorretti quasi sempre da vecchie dittature): c’è da  coinvolgere nel percorso democratico tutte le classi sociali (stabilire un nuovo contratto sociale); procedere con ordine ma con convinzione verso la democrazia; attuare quelle riforme socio-economiche che nel Nord de Mondo, nei paesi ricchi a più avanzata democrazia ci sono; mettendo in primis il rispetto dei diritti civili e umani, e la parità tra uomo e donna; e poi superare lo stato di polizia e quei apparati violenti e segreti alla base del potere (come stiamo vedendo in Egitto nel caso dell’omicidio del nostro GIULIO REGENI).

(primavere arabe, foto ripresa da http://www.collettiva.it/) – TUNISIA: UN PAESE SULL’ORLO DI UN ESAURIMENTO NERVOSO “(…) La situazione in Tunisia è certamente preoccupante. IL COVID-19 È ARRIVATO A DESTABILIZZARE UNA SITUAZIONE ECONOMICA GIÀ MOLTO FRAGILE. Tutte gli indicatori sono negativi: una recessione del 9%, un tasso di disoccupazione vicino al 16%, un deficit di bilancio del 13,4%, un debito pubblico che sfiora il 90% del Pil. LA TUNISIA È PRATICAMENTE VICINO ALLA BANCAROTTA, sempre più di pendente dai donatori, in primis dal Fondo Monetario Internazionale (Fmi). (…)” (da LE MONDE, 17 dicembre 2020 ripreso da Collettiva, https://www.collettiva.it/)

   E, tornando a quelle PRIMAVERE ARABE dei primi mesi del 2011, e a quello che appare un fallimento, sempre attenti osservatori dimostrano e concordano NEL CONSIDERARLE UN PROCESSO STORICO ANCORA IN DIVENIRE. Ad esempio il 2019-2020 ha visto l’insorgere di nuove proteste popolari (più continuative nel tempo rispetto al 2010-2011) di carattere sociale, economico e civile, che hanno portato ad esempio in Algeria e Sudan all’avvio di travagliati processi di transizione, anche se in Libano e Iraq si è assistito ad un aggravamento dei rispettivi contesti nazionali.

NIGRIZIA Copertina Febbraio 2021 dedicata a Patrick Zaki, in carcere in Egitto

   Sia nel 2011, sia più vicino a noi, nel 2019, è emerso come siamo in presenza di vecchie élite oramai superate dalla realtà globale e dalla storia, che resistono fin che possono, ma che di qui a poco sono destinate a sparire. E’ da capire e sperare che questa volta crescano delle classi dirigenti, dei movimenti sociali, in grado di “reggere”, di essere protagonisti di una nuova situazione di libertà, DI AVERE UN PROGETTO (senza ricadere nel controllo di paesi esterni e/o gruppi integralisti): capaci di dimostrare che la libertà “è cosa migliore” per avere diritti umani uguali per tutti, servizi sociali veri (educazione, sanità, protezione dei più deboli…), e una situazione economica di sviluppo della ricchezza personale e collettiva. Per dire che quel processo di dieci anni fa delle Primavere arabe non è avvenuto invano, e un germoglio di un nuovo contesto sociale esiste per tutti quelle persone, quei popoli, quei paesi. (s.m.)

(Il germoglio di pugni rivoluzionari, murale a Tunisi, da Nigrizia) – “(…) Anche i tunisini, unici esempi di un processo di democratizzazione che altrove non è mai neppure partito, hanno imparato che senza una ridistribuzione economica più equa e un vero progresso sociale, la sola libertà resta un frutto preziosissimo, ma amaro. Ad oggi, la cosiddetta “rivoluzione di Internet” non pare aver performato fino in fondo. Sembra che altri movimenti continuino ad agitare il mondo arabo in parti che non furono toccate dalle proteste nel 2010 e 2011: la RIVOLUZIONE DEL SORRISO o MOVIMENTO HIRAK iniziato a febbraio 2019 in ALGERIA per opporsi al quinto mandato del presidente Bouteflika, piuttosto che la THAWRA (letteralmente, RIVOLUZIONE) in LIBANO e il MOVIMENTO DI PROTESTE che nel 2019 in pochi mesi ha rovesciato il regime di BASHIR in SUDAN.(…)” (Anna Dainelli, da https://mics.luiss.it/il, 17/12/2020)

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LE VOCI DELLE PRIMAVERE ARABE DIECI ANNI DOPO

di Marta Bellingreri, Costanza Spocci, 14/1/2021, da INTERNAZIONALE https://www.internazionale.it/

   Per Bochra Triki tutto è cominciato esattamente dieci anni fa. A Tunisi.

   Il suo ventitreesimo compleanno è stato uno di quelli impossibili da dimenticare. Gli amici cercavano di farle gli auguri in mezzo alla folla, tra i lacrimogeni e gli spari della polizia. A quell’odore insopportabile di repressione si mescolavano degli auguri che sapevano molto di più di “buon compleanno”. Era il 13 gennaio 2011.

   La stessa sera, l’allora presidente della Tunisia, Zine el Abidine Ben Ali, aveva pronunciato un discorso alla nazione, chiedendo scusa per le vittime delle proteste delle ultime tre settimane e, poggiando la mano sul petto, aveva detto: “Fahimtkum”, “Vi ho capito”. Era la terza volta in un mese che si rivolgeva al popolo tunisino e la prima in assoluto che lo faceva usandone il dialetto. Bochra compiva ventitré anni, gli stessi ventitré in cui Ben Ali era stato al potere. Quel discorso, in cui prometteva di realizzare delle riforme e di non ricandidarsi alle future elezioni, sarebbe stato l’ultimo, mentre per Bochra, dal giorno dopo, sarebbe cominciata per sempre una nuova vita.

   La fuga di Ben Ali il 14 gennaio 2011 è stato il primo risultato di un movimento nato nel centro del paese, a Sidi Bouzid, dove un mese prima un giovane venditore ambulante, Mohammed Bouazizi, si era dato fuoco, scatenando una serie di proteste in tutta la TUNISIA, da Kasserine a Bizerte. Nel giro di poche settimane, l’ondata di rivolte avrebbe travolto l’EGITTO e poi lo YEMEN, il BAHREIN e la LIBIA, fino a raggiungere la SIRIA. Anche le monarchie in MAROCCO e in GIORDANIA sono state scosse da questo movimento e i cittadini sono scesi in piazza per rivendicare riforme e maggiori diritti.

   A dieci anni dalle rivolte arabe del 2011, gli elementi che portano a trarre un bilancio negativo sono molti. La Siria è piombata nella peggior guerra civile d’inizio millennio, l’Egitto è passato dalla trentennale dittatura di Hosni Mubarak a quella di Abdel Fattah al Sisi, e la Tunisia si destreggia tra le montagne russe della sua politica interna e una crisi economica che moltiplica il numero dei disoccupati. Ma le vite e i percorsi di alcuni suoi protagonisti raccontano un processo di cambiamento molto più profondo. Un processo lungo e ormai avviato, per cui nulla potrà più essere come prima.

Lavoro, libertà, dignità
“Nell’avenue Bourguiba, di fronte alla sede del ministero dell’interno a Tunisi, Continua a leggere

BASTA INQUINAMENTO ATMOSFERICO, causa di morti e (probabile) diffusione del Covid: un’AZIONE concreta per il NUOVO GOVERNO? – PIANURA PADANA prima per morti da smog in Europa (Studio degli Istituti di Ricerca di Utrecht, Barcellona e Svizzera) – Come anche nel rapporto MAL’ARIA 2021 di Legambiente

INQUINAMENTO ATMOSFERICO DA POLVERI SOTTILI IN PIANURA PADANA – “(…) Lo STUDIO (elaborato dai ricercatori dell’Università di Utrecht, del Global Health Institute di Barcellona e del Tropical and Public Health Institute svizzero) conferma come L’AREA DELLA PIANURA PADANA è MAGGIORMENTE PENALIZZATA: “Sebbene le stime nazionali – scrivono i ricercatori – non collochino l’Italia tra i Paesi con il più alto carico di mortalità a causa dell’esposizione al Pm 2,5”, diversa è la situazione della Pianura Padana “un’area ALTAMENTE URBANIZZATA, CARATTERIZZATA DA ELEVATE EMISSIONI DA TRAFFICO E INDUSTRIE E CONDIZIONI METEOROLOGICHE FREQUENTEMENTE STAGNANTI legate alla valle, che portano ad un AUMENTO DELLE CONCENTRAZIONI. (…)”. (Luisiana Gaita, 20/1/2021, da “Il Fatto Quotidiano”) (FOTO: smog in Pianura Padana, mappa ripresa da http://www.ecodallecittà.it/)

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“(…) Secondo il REPORT “MAL’ARIA DI CITTÀ 2021” DI LEGAMBIENTE, «Anche in tempo di pandemia in Italia l’emergenza smog non si arresta e si cronicizza sempre di più». L’associazione ambientalista traccia un DOPPIO BILANCIO SULLA QUALITÀ DELL’ARIA nei capoluoghi di provincia nel 2020, stilando sia la classifica delle CITTÀ FUORILEGGE per avere superato i LIMITI GIORNALIERI PREVISTI PER LE POLVERI SOTTILI (Pm10) sia la graduatoria delle città che hanno superato il VALORE MEDIO ANNUALE sempre per le polveri sottili (Pm10) suggerito dalle LINEE GUIDA dell’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS), (…)” (29/1/2021, da https://www.greenreport.it/)

RAPPORTO “MAL’ARIA 2021” DI LEGAMBIENTE

   Il 2020 passerà alla storia come l’anno della pandemia dovuta al Covid19. Un anno che ha messo a dura prova la tenuta sanitaria, economica, sociale e ambientale di tutti i Paesi in tutti i continenti.

   Si guarda all’immediato futuro con l’intenzione di ripartire dalle “macerie” lasciate dal virus ma, come detto in diverse occasioni da diversi esponenti del mondo politico, della cultura, della scienza e della società civile, bisognerà cercare di non ripetere gli stessi errori del passato.

   Siamo davanti ad una opportunità di ripresa e resilienza (per usare un termine di moda a livello europeo e nazionale in questi mesi), che sarà tale solo se sfrutteremo l’occasione di tenere insieme non solo il lato economico ma anche quello sanitario, ambientale e sociale.

(MAL’ARIA 2021, report di LEGAMBIENTE: classifica città inquinate 2020; mappa ripresa da httpsradiogold.it/)

   Mai come nel 2020 infatti, gli aspetti sanitari (legati alla pandemia) e ambientali (legati all’inquinamento atmosferico) sono stati così fortemente associati, correlati e confrontati. Gli ultimi dati legati alla mortalità prematura dovuta all’inquinamento atmosferico indicano infatti come ogni anno nel nostro Paese siano oltre 50mila le morti premature dovute all’esposizione eccessiva ad inquinanti atmosferici come le polveri sottili (in particolare il Pm2,5), gli ossidi di azoto (in particolare l’NO2 ) e l’ozono troposferico (O3 ). Numeri simili, come ordine di grandezza, a quelli impressionanti legati al Covid19 che ci hanno accompagnato per tutto l’anno appena concluso.

   La connessione fra inquinamento atmosferico e mortalità ha avuto di recente un importante sviluppo. Un tribunale inglese ha emesso il mese scorso una sentenza storica, riconoscendo lo smog come concausa della morte di Ella Kissi-Debrah, una bambina di 9 anni, scomparsa nel 2013 in seguito all’ennesimo attacco d’asma. A distanza di 7 anni, sia il giudice che il medico legale hanno riconosciuto che i livelli di biossido di azoto (NO2) vicino alla casa della bambina – superiori ai valori indicati dalle linee guida dell’OMS e dell’Unione Europea -, abbiano contribuito all’aggravamento della situazione sanitaria della bambina. Una sentenza che potrebbe portare nei prossimi anni ad avere numerose cause da parte dei cittadini nei confronti del decisore pubblico in quei territori dove i limiti non vengano rispettati.

   Intervenire quindi in maniera rapida ed efficace sulla riduzione dell’inquinamento atmosferico nel nostro Paese è una priorità esattamente come prioritaria è stata, e continuerà ad essere, la battaglia contro il Covid19.

TORINO MAGLIA NERA PER MAL’ARIA 2021 DI LEGAMBIENTE – (…) Nel 2020 nella Penisola su 96 capoluoghi di provincia analizzati 35 hanno superato almeno con una centralina il LIMITE PREVISTO PER LE POLVERI SOTTILI (Pm10), ossia LA SOGLIA DEI 35 GIORNI NELL’ANNO SOLARE con una media giornaliera superiore ai 50 microgrammi/metro cubo. A TORINO SPETTA LA MAGLIA NERA con 98 giorni di sforamenti registrati nella centralina Grassi, seguita da VENEZIA (via Tagliamento) con 88, PADOVA (Arcella) 84, ROVIGO (Largo Martiri) 83 e TREVISO (via Lancieri) 80. Al sesto posto in classifica si trovano AVELLINO (scuola Alighieri) e CREMONA (Via Fatebenefratelli) con 78 giorni di sforamento, seguite da MILANO (via Marche), FROSINONE (scalo) 77, MODENA (Giardini) e VICENZA (San Felice) che con 75 giorni di superamento dei limiti chiudono le 10 peggiori città».(…)” (29 Gennaio 2021, da https://www.greenreport.it/)

   Fino ad oggi, però, questa percezione non è stata recepita dalla classe dirigente italiana, o quantomeno non è stata affrontata in maniera strutturale e con una pianificazione adeguata. Lo dimostrano le due procedure di infrazione comminate all’Italia per il mancato rispetto dei limiti normativi previsti dalle Direttiva europea per il Pm10 e gli ossidi di azoto, a cui si è aggiunta lo scorso novembre una nuova lettera di costituzione in mora da parte della Commissione europea in riferimento alle eccessive concentrazioni di particolato fine (Pm2,5) a cui ora l’Italia dovrà rispondere, essendo state giudicate “non sufficienti” le misure adottate dal nostro Paese per ridurre nel più breve tempo possibile tali criticità.

   Lo dimostra la mancanza di ambizione dei Piani nazionali e regionali e degli Accordi di programma che negli ultimi anni si sono succeduti ma che, nella realtà dei fatti, sono stati puntualmente elusi e aggirati localmente pur di non dover prendere decisioni impopolari.

   Come nel caso dell’Accordo di bacino padano, stipulato ormai più di 5 anni fa, che partito debole e poco ambizioso fin dall’origine, è stato puntualmente disatteso a furia di deroghe da parte di Regioni e Comuni che non sono state in grado né di pianificare e realizzare il cambiamento previsto e programmato, né di controllare che le poche misure adottate venissero quantomeno rispettate. Lo dimostrano, inesorabilmente, anche i dati del 2020…….. (leggi per intero il rapporto “Mal’aria”, clicca sul questo link:

https://www.legambiente.it/wp-content/uploads/2021/01/Rapporto_Malaria_2021.pdf

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immagine da http://www.arpae.it/ (Emilia Romagna)

DESCRIZIONE PM 2,5 e 10 – PM (Particulate Matter) è il termine generico con il quale si definisce un MIX DI PARTICELLE SOLIDE E LIQUIDE (PARTICOLATO) CHE SI TROVANO IN SOSPENSIONE NELL’ARIA. Il PM può avere origine sia da fenomeni naturali (processi di erosione del suolo, incendi boschivi, dispersione di pollini ecc.) sia principalmente da attività antropiche, in particolar modo dai processi di combustione e dal traffico veicolare (particolato primario). (…) Gli studi epidemiologici hanno mostrato una CORRELAZIONE TRA LE CONCENTRAZIONI DI POLVERI IN ARIA E LA MANIFESTAZIONE DI MALATTIE CRONICHE ALLE VIE RESPIRATORIE, in particolare asma, bronchiti, enfisemi. A livello di effetti indiretti inoltre il particolato agisce da veicolo per sostanze ad elevata tossicità, quali ad esempio gli idrocarburi policiclici aromatici. LE PARTICELLE DI DIMENSIONI INFERIORI COSTITUISCONO UN PERICOLO MAGGIORE PER LA SALUTE UMANA, in quanto POSSONO PENETRARE IN PROFONDITÀ NELL’APPARATO RESPIRATORIO; è per questo motivo che viene attuato il monitoraggio ambientale di PM10 e PM2.5 (…). La soglia di concentrazione in aria delle polveri fini PM2.5 è stabilita dal D.Lgs. 155/2010 e calcolata su base temporale annuale. (da https://www.arpa.veneto.it/)

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immagine da http://www.arpat.toscana.it/

NO2 COS’È – Il BIOSSIDO DI AZOTO è un GAS DI COLORE ROSSO BRUNO, di odore pungente e ALTAMENTE TOSSICO. Il biossido di azoto si forma in massima parte in atmosfera per ossidazione del monossido (NO), inquinante principale che si forma nei PROCESSI DI COMBUSTIONE. Le emissioni da fonti antropiche derivano sia da processi di combustione (CENTRALI TERMOELETTRICHE, RISCALDAMENTO, TRAFFICO), che da processi produttivi senza combustione (PRODUZIONE DI ACIDO NITRICO, FERTILIZZANTI AZOTATI, ecc.). È un gas irritante per l’apparato respiratorio e per gli occhi che può causare bronchiti fino anche a edemi polmonari e decesso. CONTRIBUISCE ALLA FORMAZIONE DELLO SMOG FOTOCHIMICO, come precursore dell’ozono troposferico, e contribuisce, trasformandosi in acido nitrico, al fenomeno delle “PIOGGE ACIDE”. (da http://www.arpat.toscana.it/ )

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PIANURA PADANA INQUINATA – Secondo i DATI ELABORATI DAI RICERCATORI dell’Università di UTRECHT, del Global Health Institute di BARCELLONA e del Tropical and Public Health Institute SVIZZERO, per INQUINAMENTO ATMOSFERICO e SMOG (PM2,5 e PM10, cioè polveri sottili) BRESCIA e BERGAMO sono PRIME IN EUROPA PER MORTALITÀ (nelle prime dieci VICENZA è al quarto posto, SARONNO all’ottavo) – Per quanto riguarda le morti premature per NO2 (biossido di azoto, gas di colore rosso bruno, di odore pungente e altamente tossico), invece, ci sono TORINO (al terzo posto) e MILANO (al quinto)

INQUINAMENTO ATMOSFERICO E SMOG: BRESCIA E BERGAMO PRIME IN EUROPA PER MORTALITÀ DA POLVERI SOTTILI

di Luisiana Gaita, 20/1/2021, da “Il Fatto Quotidiano”

LO STUDIO – Secondo i dati elaborati dai ricercatori dell’Università di Utrecht, del Global Health Institute di Barcellona e del Tropical and Public Health Institute svizzero, tra le prime dieci città ci sono anche Vicenza (al quarto posto) e Saronno (all’ottavo). Per quanto riguarda le morti premature per NO2, invece, ci sono Torino (al terzo posto) e Milano (al quinto)

   Più di 52mila morti premature, che avvengono ogni anno in quasi mille città europee potrebbero essere evitate applicando le linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sulle polveri sottili Pm 2,5 e sul diossido di azoto (NO2)(ndr: vedi https://www.epicentro.iss.it/ambiente/in-oms-guida06). Centinaia di vite potrebbero essere salvate anche nelle città italiane, i cui dati sono stati elaborati in uno studio condotto da ricercatori dell’Università di Utrecht, del Global Health Institute di Barcellona e del Tropical and Public Health Institute svizzero.

smog in città

   Brescia e Bergamo hanno il tasso di mortalità da particolato fine (PM2.5) più alto in Europa, ma tra le prime dieci città ci sono anche Vicenza (al quarto posto) e Saronno (all’ottavo). Per quanto riguarda le morti premature per NO2, invece, ci sono Torino (al terzo posto) e Milano (al quinto). Il lavoro è stato pubblicato su The Lancet Planetary Health e finanziato dal ministero per l’innovazione spagnolo e dal Global Health Institute.

IL PROGETTO – Proprio l’istituto spagnolo ha portato avanti una ricerca, stimando per la prima volta gli impatti dell’inquinamento atmosferico sulla salute dei cittadini delle singole città europee, concentrandosi sui dati che riguardano la mortalità. È stato utilizzato un algoritmo che ha tenuto conto dei tassi di mortalità, della percentuale di mortalità prevenibile e degli anni di vita persi a causa di ciascun inquinante atmosferico per le singole città e, alla fine, il team di ricerca ha stilato due classifiche sulla base dei risultati: una per il Pm 2,5 e una per il NO2.

   Le città al primo posto sono quelle con i peggiori dati sulla mortalità legati all’inquinamento atmosferico. In entrambe le classifiche a registrare la mortalità più bassa sono quelle dei Paesi scandinavi. I dati per ogni città sono consultabili sul sito www.isglobalranking.org e dimostrano che il carico di mortalità prevenibile varia notevolmente a seconda della città, raggiungendo fino al 15% per Pm 2,5 e al 7% per NO2 di mortalità prematura annuale.

LE CITTÀ ITALIANE PIÙ ESPOSTE – Lo studio conferma come l’area della Pianura Padana sia maggiormente penalizzata: “Sebbene le stime nazionali – scrivono i ricercatori – non collochino l’Italia tra i Paesi con il più alto carico di mortalità a causa dell’esposizione al Pm 2,5”, diversa è la situazione della Pianura Padana “un’area altamente urbanizzata, caratterizzata da elevate emissioni da traffico e industrie e condizioni meteorologiche frequentemente stagnanti legate alla valle, che portano ad un aumento delle concentrazioni”.

   Per quanto riguarda i livelli di Pm2,5 Brescia è prima tra le quasi mille città prese in esame. Qui, secondo lo studio, si contano 232 decessi prevenibili all’anno (l’11% delle morti attuali) se si scendesse sotto la soglia indicata dall’Oms e 309 se i livelli di polveri sottili si abbassassero ulteriormente (in questo caso i decessi potrebbero diminuire del 15%).

   Sempre nell’area della Pianura Padana, BergamoVicenza sono rispettivamente al secondo e al quarto posto nella classifica delle città con i peggiori dati sulla mortalità da Pm2,5. A Bergamo, scendendo appena sotto la soglia indicata dall’Oms, potrebbero essere evitati 137 decessi all’anno, a Vicenza 124. Saronno è ottava nella classifica: potrebbe evitare tra i 46 e i 61 morti.

   Per quanto riguarda, invece, il biossido di azoto i dati peggiori sono quelli di MadridAnversa e Torino, seguita da Parigi e Milano. Tanto per avere un’idea, se nella capitale della Spagna le morti prevenibili arrivando ai livelli indicati dall’Oms sono 206 (ma si arriva a 2.380 facendo anche meglio) a Torino si va dalle 34 morti prevenibili a 673. Secondo lo studio Milano potrebbe evitare dai 185 decessi prematuri a 2.575, con uno sforzo ulteriore che consentisse di scendere anche al di sotto delle soglie indicate dall’Oms.

Mappa delle aree più inquinate d’Europa (ripresa da http://www.ilperiodiconews.it/)

LE IMPLICAZIONI – Per lo studio sono stati analizzati i dati di 969 città e 47 metropoli. I ricercatori sono arrivati alla conclusione che riducendo i livelli di inquinamento dell’aria sotto la soglia indicata dall’Organizzazione mondiale della sanità si potrebbero evitare 51.213 morti l’anno per esposizione a Pm2,5 (mentre oggi l’84% della popolazione nelle città europee è esposta a livelli superiori al massimo raccomandato) e 900 per NO2.

   Non solo: con politiche più ambiziose si potrebbero prevenire fino a 125mila decessi all’anno intervenendo sui livelli di Pm 2,5 e fino a 80mila morti all’anno, riducendo ulteriormente i livelli di NO2. Obiettivo dei ricercatori è proprio quello di fornire alle amministrazioni locali stime complete degli effetti dell’inquinamento atmosferico sulla salute, consentendo azioni più mirate, anche se sottolineano come siano necessari ulteriori approfondimenti per stimare gli effetti, nelle varie città, di distinti fattori: non solo inquinamento atmosferico, ma anche rumore, carenza di spazi verdi, stili di vita. (Luisiana Gaita)

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QUALITÀ DELL’ARIA: LE NUOVE LINEE GUIDA OMS ABBASSANO I LIVELLI DI INQUINANTI CONSENTITI

da https://www.epicentro.iss.it/ambiente/in-oms-guida06

(traduzione, adattamento e sintesi a cura della redazione di EpiCentro)

   L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) è impegnata nel sollecitare i Governi di tutto il mondo a migliorare la qualità dell’aria nelle città, al fine di proteggere la salute delle persone. La richiesta arriva con la presentazione delle nuove Linee guida dell’Oms sulla qualità dell’aria, che propongono standard drammaticamente Continua a leggere

ECOMAFIE 2020: 20 miliardi di euro di illegalità (inquinamento, distruzione del paesaggio, crisi ambientale) – L’ultimo preoccupante RAPPORTO ECOMAFIA di LEGAMBIENTE (presentato in ritardo l’11/12/2020 causa pandemia) segnala la crescita dei reati ambientali – La necessità di difendere la salubrità dei territori

LEGAMBIENTE – RAPPORTO ECOMAFIA 2020 – da https://www.legambiente.it/, 11/12/2020 – RAPPORTI IN EVIDENZA – ECOMAFIA, REALTI AMBIENTALI – Non conosce tregua il lavoro degli eco-criminali. Il “virus” dell’ecomafia non si arresta né conosce crisi e nel 2019 i reati contro l’ambiente sono aumentati: 34.648 quelli accertati, ALLA MEDIA DI 4 OGNI ORA, con un incremento del +23.1% rispetto al 2018. Gli ecocriminali sono attivi in tutte le filiere: dal CICLO DEL CEMENTO a quello dei RIFIUTI, dai TRAFFICI DI ANIMALI fino allo SFRUTTAMENTO DELLE ENERGIE RINNOVABILI e alla DISTORSIONE DELL’ECONOMIA CIRCOLARE. Da capogiro il BUSINESS POTENZIALE COMPLESSIVO DELL’ECOMAFIA, STIMATO IN 19,9 MLD DI EURO per il solo 2019, e che dal 1995 a oggi ha toccato quota 419,2 mld. A spartirsi la torta, insieme ad imprenditori, funzionari e amministratori pubblici collusi, sono stati 371 CLAN (3 in più rispetto all’anno prima) (Ecoreati: foto da http://www.lanuovaecologia.it/)

ECOMAFIE, CRESCONO I REATI DEL 23%, AFFARI DEI CLAN PER 20 MILIARDI

– I preoccupanti dati dell’annuale dossier di Legambiente. Crescono i traffici di rifiuti ed è boom dell’abusivismo edilizio. Aumentano gli illeciti al Nord e in particolare in Lombardia. (Antonio Maria Mira, 1/12/2020, da AVVENIRE) –

   È boom dell’illegalità ambientale. Quattro reati accertati ogni ora nel 2019. Rifiuti sequestrati pari a una colonna di 95mila tir lunga 1.293 chilometri. Ventimila nuove costruzioni abusive, il 17,7% del totale delle nuove costruzioni. E a crescere sono anche le regioni del Nord a conferma che ormai questa criminalità non conosce confini. Disastri ambientali e ricchi affari. Il business potenziale complessivo dell’ecomafia, è stimato in 19,9 miliardi di euro per il solo 2019, e dal 1995 a oggi ha toccato quota 419,2 miliardi.

IL RAPPORTO ECOMAFIA 2020. Le storie e i numeri della criminalità ambientale in Italia rivelano un QUADRO PREOCCUPANTE SULLE ILLEGALITÀ AMBIENTALI E SUL RUOLO CHE RICOPRONO LE ORGANIZZAZIONI CRIMINALI, anche al Centro-Nord. Realizzato da LEGAMBIENTE, con il sostegno di Cobat e Novamont, ha analizzato i dati frutto dell’intensa attività svolta da forze dell’ordine, Capitanerie di porto, magistratura, insieme al lavoro del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente, nato dalla sinergia tra ISPRA e AGENZIE REGIONALI PER LA PROTEZIONE DELL’AMBIENTE, e dell’AGENZIA DELLE DOGANE e dei MONOPOLI. Al volume, EDITO DA EDIZIONE AMBIENTE, hanno collaborato giornalisti e ricercatori, come Rosy Battaglia, Fabrizio Feo, Toni Mira e Marco Omizzolo. Il RAPPORTO ECOMAFIA 2020 si può acquistare nelle migliori librerie o direttamente sul sito shop.edizioniambiente.it

   A spartirsi la torta, insieme ad imprenditori, funzionari e amministratori pubblici collusi, sono  stati 371 clan (3 in più rispetto all’anno prima), attivi in tutte le filiere: dal ciclo del cemento a quello dei rifiuti, dai traffici di animali fino allo sfruttamento delle energie rinnovabili e alla distorsione dell’economia circolare. È decisamente preoccupante il “Rapporto ecomafia 2020” di Legambiente presentato in ritardo (l’1 dicembre 2020) a causa della pandemia.

Ecomafia 2020 – I numeri 2019 (schema ripreso da https://chiarabraga.it/)

   I numeri degli affari a danno dell’ambiente, del territorio e della salute sono impressionanti: 34.648 i reati accertati con un incremento del 23,1% rispetto al 2018. Campania, Puglia, Sicilia e Calabria le regioni dove si commettono più reati ambientali, ben il 44,4%. E non è una novità, visto che si tratta delle regioni a tradizionale e asfissiante presenza mafiosa. Ma suona il campanello per la Lombardia che colleziona più arresti per reati ambientali88 in tutto l’anno, più di Campania, Puglia, Calabria e Sicilia messe insieme, che si fermano a 86 (secondo il Lazio con 62). In testa gli illeciti nel ciclo del cemento con 11.484 (+74,6% rispetto al 2018), che superano quelli contestati nel ciclo di rifiuti che arrivano a 9.527 (+10,9%). Impennata anche dei reati contro la fauna arrivati a 8.088 (+10,9%) e quelli connessi agli incendi boschivi con 3.916 illeciti (+92,5% rispetto al 2018).

(rifiuti italiani in Tunisia. Già la scorsa estate i doganieri del porto di Sousse, città turistica dell’est della Tunisia, avevano sequestrato 212 container di rifiuti FOTO da NIGRIZIA) – È IL PIÙ GRANDE SCANDALO ECOLOGICO NELLA STORIA DELLA TUNISIA quello che ha portato all’arresto del ministro dell’Ambiente Mustapha Araoui, dimissionato il giorno prima dal governo. La «RIFIUTI CONNECTION» è un combinato disposto di corruzione e traffici illeciti: l’IMPORTAZIONE IN TUNISIA DI RIFIUTI PERICOLOSI «ESPORTATI» DALL’ITALIA. Gli arresti sono di dicembre, poco prima di Natale

 E nella Terra dei Fuochi, nel 2019 sono tornati a crescere di circa il 30% rispetto al 2018 i roghi censiti sulla base degli interventi dei Vigili del fuoco, arrivati quasi a quota 2mila.

   E anche nel 2019 il ciclo dei rifiuti resta il settore maggiormente interessato dai fenomeni più gravi di criminalità ambientale: sono ben 198 gli arresti (+112,9%) e 3.552 i sequestri con un incremento del 14,9%. A guidare la classifica per numero di reati è la Campania, con 1.930 reati, seguita a grande distanza dalla Puglia (835) e dal Lazio, che con 770 reati sale al terzo posto di questa classifica, scavalcando la Calabria. Per quanto riguarda le inchieste sui traffici illeciti di rifiuti: dal primo gennaio 2019 al 15 ottobre del 2020 ne sono state messe a segno 44, con 807 persone denunciate, 335 arresti e 168 imprese coinvolte.

(foto: Abuso edilizio, da Legambiente) – ECOMAFIA È UN NEOLOGISMO coniato da Legambiente che indica quei SETTORI DELLA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA che hanno scelto IL TRAFFICO E LO SMALTIMENTO ILLECITO DEI RIFIUTI, L’ABUSIVISMO EDILIZIO E LE ATTIVITÀ DI ESCAVAZIONE come nuovo grande business in cui stanno acquistando sempre maggiore peso anche i TRAFFICI CLANDESTINI DI OPERE D’ARTE RUBATE e di ANIMALI ESOTICI. Dal 1994 L’OSSERVATORIO NAZIONALE AMBIENTE E LEGALITÀ DI LEGAMBIENTE svolge attività di ricerca, analisi e denuncia del fenomeno in collaborazione con tutte le forze dell’ordine (ARMA DEI CARABINIERI, CORPO FORESTALE DELLO STATO e delle Regioni a statuto speciale, CAPITANERIE DI PORTO, GUARDIA DI FINANZA, POLIZIA DI STATO, DIREZIONE INVESTIGATIVA ANTIMAFIA), l’istituto di ricerche CRESME (per quanto riguarda il capitolo relativo all’abusivismo edilizio), magistrati impegnati nella lotta alla criminalità ambientale e gli avvocati dei Centri di azione giuridica di Legambiente

   Ma a preoccupare è la persistenza dell’abusivismo edilizio. “La causa – spiega Enrico Fontana, responsabile Osservatorio nazionale ambiente e legalità Legambiente – è duplice: le mancate demolizioni da parte dei Comuni e i continui tentativi di riproporre condoni edilizi da parte di Regioni, ultima in ordine di tempo la Sicilia, leader e forze politiche. Per questo diventa indispensabile, oggi più che mai, lanciare una grande stagione di lotta all’abusivismo edilizio, prevedendo in particolare un adeguato supporto alle Prefetture nelle attività di demolizione, in caso di inerzia dei Comuni, previste dalla legge 120/2020; la chiusura delle pratiche di condono ancora giacenti presso i Comuni; l’emersione degli immobili non accatastati”.

MA CI SONO ANCHE BUONE NOTIZIE. Anche la pressione dello Stato non si arresta. Si confermano la VALIDITÀ DELLE LEGGI SUGLI ECOREATI E CONTRO IL CAPORALATO. Con il primo provvedimento, entrato in vigore a fine maggio del 2015, l’attività svolta dalle Procure, secondo i dati elaborati dal ministero della Giustizia, ha portato all’avvio di 3.753 PROCEDIMENTI PENALI CON 10.419 PERSONE DENUNCIATE E 3.165 ORDINANZE DI CUSTODIA CAUTELARE EMESSE

   E c’è allarme per gli investimenti in appalti e opere pubbliche, anche alla luce delle ingenti risorse in arrivo col Next generation Eu. Non solo un rischio. In tutti i casi di scioglimento dei comuni per infiltrazioni mafiose (29 quelli ancora oggi commissariati, dei quali ben 19 sciolti soltanto nel 2019) il principale interesse dei clan è proprio quello di condizionare gli appalti di ogni tipo, dalla manutenzione delle strade alla gestione dei rifiuti.

(foto: MIMMO BENEVENTANO da https://www.facebook.com/laprovinciaonline.info/) – Il LAVORO DI RICERCA, ANALISI E DENUNCIA è stato DEDICATO QUEST’ANNO al consigliere comunale MIMMO BENEVENTANO, ucciso dalla camorra il 7 novembre del 1980, antesignano delle battaglie di Legambiente CONTRO L’ASSALTO SPECULATIVO E CRIMINALE a quello che è OGGI il PARCO NAZIONALE DEL VESUVIO; e a NATALE DE GRAZIA, il CAPITANO DI CORVETTA della Capitaneria di Porto di Reggio Calabria scomparso 25 anni fa, il 12 dicembre del 1995, mentre indagava sugli affondamenti delle cosiddette NAVI “DEI VELENI” NEL MAR TIRRENO E NEL MAR IONIO. Una vicenda ancora oscura su cui Legambiente chiede con forza che si faccia piena luce. Anteprima dei numeri e le storie raccontati nel Rapporto Ecomafia 2020>>qui – Per approfondimenti sulle attività della criminalità ambientale in Italia: http://www.noecomafia.it

  E a crescere è, non a caso, anche il numero di inchieste sulla corruzione ambientale. Quelle rilevate da Legambiente dal primo giugno 2019 al 16 ottobre 2020 sono state 134con 1.081 persone denunciate e 780 arresti (nel precedente Rapporto le inchieste avevano toccato quota 100, con 597 persone denunciate e 395 arresti). Il 44% ha riguardato le quattro regioni a tradizionale insediamento mafioso, con la Sicilia in testa alla classifica (27 indagini). Da segnalare, anche in questo caso, il secondo posto della Lombardiacon 22 procedimenti penali, seguita dal Lazio (21). Il “virus” dell’ecomafia non si arresta né conosce crisi.

NATALE DE GRAZIA, il CAPITANO DI CORVETTA della Capitaneria di Porto di Reggio Calabria scomparso 25 anni fa, il 12 dicembre del 1995, mentre indagava sugli affondamenti delle cosiddette NAVI “DEI VELENI” NEL MAR TIRRENO E NEL MAR IONIO

   Ma ci sono anche buone notizie. Anche la pressione dello Stato non si arresta. Si confermano la validità delle leggi sugli ecoreati e contro il caporalato. Con il primo provvedimento, entrato in vigore a fine maggio del 2015, l’attività svolta dalle Procure, secondo i dati elaborati dal ministero della Giustizia, ha portato all’avvio di 3.753 procedimenti penali con 10.419 persone denunciate e 3.165 ordinanze di custodia cautelare emesse. Grazie alle legge sul caporalato, nel 2019 le denunce penali, amministrative e le diffide sono state complessivamente 618, contro le 197 del 2018 (più 313,7%) e sono più che raddoppiati gli arresti, passati da 41 a 99. E sempre nel settore agricolo un’attenzione particolare meritano i risultati dei controlli effettuati contro l’utilizzo illegale di pesticidi e altri prodotti chimici, compresi quelli messi al bando perché cancerogeni: 268 i reati penali e gli illeciti amministrativi contestati, 162 persone oggetto di denunce e diffide, 23 sequestri e 216 sanzioni penali e amministrative emesse.

discarica di rifiuti indifferenziati (foto da https://www.bsnews.it/)

   Da Legambiente arriva un appello alla politica. “Non bisogna abbassare la guardia — avverte il presidente Stefano Ciafani – perché le mafie in questo periodo di pandemia si stanno muovendo e sfruttano proprio la crisi economica e sociale per estendere ancora di più la loro presenza. Per questo è fondamentale completare il quadro normativo: servono nuove e più adeguate sanzioni penali contro la gestione illecita dei rifiuti, i decreti attuativi della legge che ha istituito il Sistema nazionale protezione ambiente, l’approvazione delle leggi contro agromafie e saccheggio del patrimonio culturale, archeologico e artistico, una forte e continua attività di demolizione degli immobili costruiti illegalmente per contrastare la piaga dell’abusivismo, l’introduzione di sanzioni penali efficaci a tutela degli animali e l’accesso gratuito alla giustizia per le associazioni che tutelano l’ambiente”. (Antonio Maria Mira, 1/12/2020, da AVVENIRE)

Superstrada PEDEMONTANA VENETA in costruzione: CAMION SEPPELLISCE SACCHI DI RIFIUTI lungo il terrapieno della superstrada – VIDEO: https://video.corriere.it/cronaca/pedemontana-veneta-camion-copre-la-terra-rifiuti-sospetti-video-un-cittadino/f89e888e-537f-11eb-b612-933264f5acaf – 10 GENNAIO 2021: IL FILMATO, grazie alla prontezza di spirito di un residente nella zona di Altivole, vicino ad ASOLO, riprende un CAMION CHE STA SEPPELLENDO ALCUNI SACCHI DI RIFIUTI lungo un terrapieno della superstrada PEDEMONTANA VENETA in corso di costruzione nelle province di TREVISO e VICENZA. Si tratta dell’opera cantierata più importante d’Italia, con un importo di 2 miliardi e mezzo di euro

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RIFIUTI-CONNECTION TRA ITALIA E TUNISIA, MINISTRO IN MANETTE

di Giuliana Sgrena, da IL MANIFESTO del 23/12/2020 https://ilmanifesto.it/

– Le indagini iniziate a novembre (2019). Corruzione e smaltimento illecito, 12 arresti eccellenti. L’inchiesta tunisina travolge anche il titolare dell’Ambiente, Mustapha Araoui. Ma è un crimine anche scaricare materiali tossici sui paesi poveri che non possono trattarli e non riescono a smaltire neanche i loro –

   È il più grande scandalo ecologico nella storia della Tunisia quello che ha portato all’arresto del ministro dell’Ambiente Mustapha Araoui, dimissionato il giorno prima dal governo. Ma il presidente della Commissione del buon governo nel parlamento tunisino, Badreddine Gamoudi, incaricato del dossier sui rifiuti italiani, ha rimproverato al primo ministro Mechichi di aver aspettato che fosse emesso il mandato di cattura per estromettere il ministro dell’ambiente, nonostante le prove a suo carico fossero evidenti.

   La «RIFIUTI CONNECTION» è un combinato disposto di corruzione e traffici illeciti: l’importazione in Tunisia di rifiuti pericolosi «esportati» dall’Italia. Continua a leggere

GENOCIDI di popolazioni ai giorni nostri: YAZIDI in Iraq, i ROHINGYA in Birmania-Myanmar, gli UIGURI In Cina… ma anche milioni di CRISTIANI vittime nel mondo. Per ricordare, nel GIORNO DELLA MEMORIA del 27 gennaio, i tanti genocidi di adesso – E che la Comunità internazionale intervenga in difesa degli oppressi

(nella foto: CZESLAVA KWOKA, giovane vittima di Auschwitz, da http://www.istitutocervi.it) – IL GIORNO DELLA MEMORIA: 27/01/1945 – 27/01/2021. 76° ANNIVERSARIO DELLA LIBERAZIONE DEL CAMPO PRIGIONIA DI AUSCHWITZ. – Il GIORNO DELLA MEMORIA è una ricorrenza internazionale celebrata il 27 gennaio di ogni anno come GIORNATA IN COMMEMORAZIONE DELLE VITTIME DELL’OLOCAUSTO. (…) Si è stabilito di celebrare il Giorno della Memoria ogni 27 gennaio perché in quel giorno del 1945 le TRUPPE DELL’ARMATA ROSSA, impegnate nella offensiva Vistola-Oder in direzione della Germania, liberarono il campo di concentramento di Auschwitz. Il 27 gennaio 1945 le truppe sovietiche della 60ª Armata del “1º Fronte ucraino” del maresciallo IVAN KONEV arrivarono per prime presso la CITTÀ POLACCA di OŚWIĘCIM (in tedesco AUSCHWITZ), scoprendo il vicino campo di concentramento di Auschwitz e liberandone i superstiti. La SCOPERTA DI AUSCHWITZ e le TESTIMONIANZE DEI SOPRAVVISSUTI rivelarono compiutamente per la prima volta al mondo l’ORRORE DEL GENOCIDIO NAZIFASCISTA. Ad Auschwitz, circa 10 giorni prima, i nazisti si erano rovinosamente ritirati portando con loro, in una marcia della morte, tutti i prigionieri sani, molti dei quali morirono durante la marcia stessa. L’apertura dei cancelli di Auschwitz mostrò al mondo intero non solo molti TESTIMONI DELLA TRAGEDIA, ma anche gli STRUMENTI DI TORTURA E DI ANNIENTAMENTO utilizzati in quel lager nazista. In realtà i sovietici erano già arrivati precedentemente a liberare dei campi come quello di CHEŁMNO e quello di BEŁŻEC ma questi, essendo di sterminio e non di concentramento, erano vere e proprie fabbriche di morte dove i deportati venivano immediatamente gasati, salvando solo poche “unità speciali”. La data del 27 GENNAIO in RICORDO DELLA SHOAH, lo STERMINIO DEL POPOLO EBRAICO E NON SOLO è indicata quale data ufficiale agli stati membri dell’ONU, in seguito alla risoluzione 60/7 del 1º novembre 2005. (da Wikipedia) ——(NELL’IMMAGINE QUI SOPRA: Casa Cervi celebra il Giorno della Memoria – Le pagine della memoria. Storie, racconti e testimonianze per il Giorno della Memoria —— Come ogni anno, anche CASA CERVI celebra questa ricorrenza fondamentale, con contenuti multimediali che verranno caricati tra il 25 e il 31 gennaio 2021 sul sito http://www.istitutocervi.it e sui canali social: interventi di esperti, recensioni di libri e letture che hanno ispirato grandi film. La celebrazione di Casa Cervi è compresa nella rassegna di iniziative del portale del Comune di Reggio Emilia (https://eventi.comune.re.it/)

   Nel ricordare che il 27 gennaio è il “Giorno della Memoria”, delle vittime della Shoah, ricorrenza internazionale per commemorare la tragedia dell’Olocausto (il 27 gennaio 1945 ci fu la liberazione del campo di sterminio di Auschwitz da parte dell’Armata Rossa); e nel “fare memoria” di quell’incommensurabile tragicissimo evento, di quelli anni terribili dove il nazismo e il fascismo misero in pratica il genocidio del popolo ebraico; nel considerare poi che nel corso del ‘900 e nei secoli precedenti altri genocidi di popoli sono stati attuati (forse non in modo così scientifico come quello a danno del popolo ebraico), vogliamo qui considerare e illustrare (con rispetto, senza voler essere esaustivi, e nei limiti dell’esposizione di un argomento così doloroso e delicato) quel che “adesso” ancora accade a popoli perseguitati nel nostro pianeta; appunto nel nostro presente.

(CINA, la repressione degli Uiguri, foto da http://www.asianews.it/) – CHI SONO GLI UIGURI – Gli uiguri sono una minoranza di religione musulmana e di etnia turcofona. Risiedono principalmente nella vasta regione dello Xinjiang, nel nord ovest della Cina. Oggi rappresentano la maggioranza relativa della popolazione della regione, il 46%, mentre il resto degli abitanti sono cinesi di etnia Han (39%) e kazaki. Dagli anni ’90, con la disgregazione dell’Unione Sovietica prima e poi con il crollo delle Torri Gemelle nel 2001, si è intensificata la repressione di Pechino, con il governo che ha presentato la campagna contro la minoranza uigura come una lotta al terrorismo. (…) (da https://tg24.sky.it/, 28/11/2019)

   Omettendo qui di elencare abusi e atrocità quotidiane che molte popolazioni subiscono (e che invece dovremmo sempre ricordare, denunciare, fare in modo che finiscano…) e concentrandoci su popoli che, appunto, subiscono forme di eliminazione quasi sempre violenta della loro vita, del loro “essere”: minoranze, spesso di consistente dimensione demografica, che hanno il solo torto di non essere confacenti allo stato nazionale dove sono insediate (a volte, spesso, dove vivono è il loro territorio di origine): diversità di religione professata rispetto alla maggioranza, o di cultura, di modi di vita… sempre comunque minoranze estranee al potere dominante, e per questo avversate dagli stati nazionalisti.

(XINJIANG, mappa ripresa da http://www.ilpost.it/) – La regione cinese dove si trovano gli UIGURI, lo XINJIANG è una regione autonoma della CINA NORDOCCIDENTALE tra le più grandi della Cina: si trova tra MONGOLIA, RUSSIA, KAZAKISTAN, KIRGHIZISTAN, TAGIKISTAN, AFGHANISTAN, PAKISTAN, INDIA, la regione autonoma del TIBET e le province del QINGHAI e del GANSu. Lo status di regione autonoma le garantisce un proprio governo locale e una maggiore autonomia legislativa rispetto alle province cinesi

   Va detto che tutti i paesi del mondo hanno delle minoranze al loro interno, a volte date appunto dal credo religioso, dalle origine, dalla lingue…. Il termine minoranze si riferisce a gruppi etnici, nazionali, religiosi, linguistici o culturali che sono in numero inferiore rispetto al resto della popolazione maggioritaria e che potrebbero voler mantenere e sviluppare la propria identità, attraverso forme di autonomia, autogoverno o, eventualmente, forme di autodeterminazione. Questo in alcuni paesi è riconosciuta (l’autonomia); in molti altri è appunto avversata, a volte arrivando proprio a forme di genocidio, di eliminazione fisica.

(nella foto: uomini uiguri pregano nella provincia dello Xinjiang – kevin frayer – getty-images_-foto ripresa da http://www.ilpost.it/) – CENTRI DI RIEDUCAZIONE – (…) Secondo un testo approvato dal parlamento europeo lo scorso dicembre sono più di un milione gli UIGURI che sono o sono stati detenuti nei centri di “rieducazione politica”. Dal 2017 a oggi sono almeno 441 i centri che sono stati costruiti o ampliati per contenere l’alto numero di persone. Il governo cinese ha sempre negato l’esistenza di questi campi fino a quando sono stati legalizzati due anni fa come istituti di scolarizzazione. Qui vengono impartite lezioni di lingua cinese, diffusa l’ideologia del partito e demonizzato il culto dell’islam, il tutto attraverso un trattamento degradante e disumano. (…) (Youssef Hassan Holgado, dal quotidiano “Domani” del 18/1/2021)

   Oggi, esposti al rischio di genocidio nel mondo sono soprattutto 3 popolazioni: gli YAZIDI in Iraq, i musulmani ROHINGYA in Birmania e gli UIGURI in Cina. A questi popoli vengono sistematicamente negati i più elementari diritti umani.

   Gli YAZIDI sono saliti alla cronaca mondiale nell’agosto del 2014, quando l’Isis, lo Stato islamico, decise di eliminarli come popolo dell’IRAQ: i miliziani dell’Isis hanno dato inizio all’assedio del monte Sinjar in Iraq dove si erano rifugiati una parte degli yazidi, che lì hanno potuto con difficoltà sopravvivere per diverso tempo unicamente grazie ad un ponte aereo realizzato dagli Stati Uniti per distribuire loro del cibo. Nel contempo, dai primi di agosto (2014) lo Stato Islamico ha dato inizio a una vera e propria epurazione della minoranza yazida nei villaggi ai piedi del monte Sinijar e poi in tutti gli altri villaggi, uccidendo gli uomini e portando via donne e bambini. Alla minaccia e ultimatum di convertirsi all’Islam, e avutane il rifiuto, gli uomini rimasti vivi ed i ragazzi sono stati giustiziati sommariamente; mentre le donne e le bambine sono diventate schiave sessuali, e vendute sia ai membri dello Stato Islamico che a compratori oltreconfine. L’ISIS ha agito anche sui bambini più piccoli: ha estirpato le loro tradizioni, procedendo con un vero e proprio lavaggio del cervello attuato tramite l’indottrinamento costante, la manipolazione e l’addestramento condotte nelle scuole jihadiste, sotto il comando del Califfato. Dunque, una vera e propria rieducazione coatta (su questo vi invitiamo a leggere in questo post l’articolo di Giorgia Palladini).

(IRAQ, in grigio i luoghi del massacro degli YAZIDI nell’agosto 2014 da parte dell’ISIS, mappa da http://www.avvenire.it/) – “In agosto 2014 c’è stato il GENOCIDIO perpetrato dai miliziani dello Stato Islamico sulla COMUNITÀ YAZIDA. Lo yazidismo è essenzialmente una fede, professata da circa 700 mila persone; gli YAZIDI, invece, pur popolando diverse aree dell’IRAQ, fanno parte dell’ETNIA CURDA con la quale condividono la lingua, il Kurmanji. Il cuore di questa collettività risiede proprio nella sua fede religiosa che, secondo alcuni studiosi, sarebbe una delle più antiche del mondo; essa riprende e rielabora elementi di vari culti, come il zoroastrismo, il cristianesimo, l’ebraismo, l’islam ed il sufismo, realizzando un forte sincretismo religioso. Proprio per la loro fede gli yazidi sono stati a più riprese tacciati di apostasia, e di conseguenza largamente vessati e discriminati. GLI YAZIDI STESSI AFFERMANO DI AVER SUBITO NEL CORSO DEL TEMPO 73 GENOCIDI, che arrivano a 74 se aggiungiamo anche quello perpetrato nell’agosto 2014 dai miliziani dell’ISIS; è stato stimato che in 700 anni in cui si ha notizia di questa comunità, il conteggio dei morti per motivi religiosi abbia toccato i 23 milioni. (…)” (Giorgia Palladini, 23/1/2020, da https://www.eurobull.it/)

   E’ emblematico che nel contrapporsi alle minoranze non consone al loro potere, alla loro fede integralista, i persecutori spesso adottando la caratteristica di forzatamente “rieducare” quelle minoranze (come l’Isis  ha scientemente fatto con i bambini yazidi).

ROHINGYA, i musulmani perseguitati in Birmania-Myanmar dal nobel Aung San Suu Kyi (foto da http://www.espresso.repubblica.it/)

   Per quanto riguarda un altro popolo che ha sopportato e sopporta il genocidio, i musulmani ROHINGYA in BIRMANIA (che ora si chiama MYANMAR), paese questo che non li considera propri cittadini e li sottopone a continue violenze e persecuzioni; e vengono allo stesso modo rifiutati dalle vicine Thailandia, Malesia ed Indonesia; tant’è che chi riesce a lasciare la Birmania si trova a vivere in situazioni di indigenza nei campi profughi allestiti al confine con il Bangladesh. I Rohingya sono gli indesiderati del sud-est asiatico: nessuno vuole accoglierli, nessuno riconosce loro alcun diritto. Per questo dei Rohingya si è spesso parlato come della minoranza più perseguitata al mondo (vi invitiamo a leggere, in questo post, l’articolo che abbiamo riportato di Gianmarco Maggio).

(la fuga dei Rohingya, mappa da http://www.valigiablu.it/ – LA DIASPORA DEI ROHINGYA in fuga dalla BIRMANIA, in particolare verso campi profughi in Bangladesh, ora chiamata MYANMAR) – “Dei ROHINGYA si è spesso parlato come della MINORANZA PIÙ PERSEGUITATA AL MONDO. Costretti a fuggire dalla BIRMANIA (che ora si chiama MYANMAR) – paese che non li considera propri cittadini e li sottopone a CONTINUE VIOLENZE E PERSECUZIONI – sono continuamente rifiutati da Thailandia, Malesia ed Indonesia. Chi ha l’occasione di lasciare la Birmania si trova a vivere in situazioni di indigenza nei CAMPI PROFUGHI allestiti al CONFINE CON IL BANGLADESH o ad essere sfruttato e maltrattato negli altri paesi del sud-est asiatico. Sulla loro situazione, la luce intermittente dell’attenzione mediatica mondiale si accende e spegne ad intervalli irregolari: per anni sprofondano nell’oblio, poi – soprattutto in occasione di eventi eclatanti come gli scontri del 2012 o la crisi dei migranti nel 2015 – si trasformano rapidamente in oggetto d’attenzione per i giornali internazionali ed in manifesto di battaglie civili per i paladini dei diritti umani. Da decenni – e senza soluzione di continuità – I ROHINGYA SONO GLI INDESIDERATI DEL SUD-EST ASIATICO: nessuno vuole accoglierli, nessuno riconosce loro alcun diritto. (…)” (Gianmarco Maggio, da https://iosonominoranza.it/)

   E poi un altro popolo perseguitato, vittima di genocidio, è quello degli UIGURI, gruppo etnico turcofono di circa 10 milioni di persone che professano la fede musulmana sunnita e che si trova stanziato nella vasta regione dello XINJIANG, nella CINA nordoccidentale. Sono più di un milione gli Uiguri che sono o sono stati detenuti nei centri di “rieducazione politica”, un tentativo di assimilazione forzata di quel popolo.

   In particolare in questi giorni gli Uiguri sono saliti alle cronache perché l’Amministrazione Trump, in uno dei suoi ultimi atti, ha accusato di genocidio la Cina. In effetti, tra le tante decisioni assai discutibili del trumpismo (attuate molte di esse proprio negli ultimissimi giorni di amministrazione), questa presa di posizione di contestazione dell’oppressione da parte della Cina degli Uiguri, non può che essere condivisa. Fonti di cronaca e testimonianze dirette non fanno che riferire della repressione delle autorità cinesi verso questa popolazione, considerata dal governo cinese estranea al nazionalismo (comunista?) di quel paese, che non tollera ogni minoranza estranea al potere centrale.

   Il centralismo di Pechino ha inglobato le tante etnie presenti in Cina per creare un popolo cinese che segua l’unica fede possibile, quella del potere costituito (che si dice comunista). Un nazionalismo mosso pertanto dal desiderio di inglobare territori come il Tibet e lo Xinjiang, quest’ultimo territorio in cui vivono da secoli gli Uiguri (vi proponiamo di leggere in questo post gli articoli di Youssef Hassan Holgado sul quotidiano “Domani” e Patrik Poon da “Mondo e Missione”)

   Si tratta, nel caso degli UIGURI e dei ROHINGYA di popoli di fede musulmana, colpiti nei loro paesi (la BIRMANIA-MYANMAR e la CINA) anche e in particolare per la loro fede religiosa, e l’essere minoranza che non si è adeguata al centralismo dei loro Stati cui sono inglobati. Ma anche i CRISTIANI subiscono in tanti paesi violenza e repressione a causa della loro fede professata, avversa a quella dominante e ai gruppi integralisti che contestano il cristianesimo.

   Sono almeno 260 milioni i cristiani perseguitati nel mondo. Nel 2019 quasi tremila cristiani sono stati uccisi per cause legate alla loro fede, con l’incendio, la distruzione, l’attacco armato di oltre 9 mila luoghi di culto. Questo in un solo anno. E poi rapimenti, violenze sessuali…; e tutto quelle cose che caratterizzano e fanno da tragico contorno alla repressione crudele di comunità che professano una fede diversa da quella dominante… (dati che trovate negli articoli qui riportati del quotidiano “Avvenire”).

(nella foto: statua di Cristo insanguinata nella chiesa di San Sebastiano a Negombo, in SRI LANKA, dopo gli attentati di Pasqua 2019 – Ansa, foto ripresa da http://www.avvenire.it/) – “Sono almeno 260 MILIONI I CRISTIANI PERSEGUITATI NEL MONDO: un cristiano ogni otto sperimenta un livello alto di persecuzione nei 50 Paesi inseriti nella World Watch List dell’associazione Porte Aperte/Open Doors (…). Nel 2019 2.983 CRISTIANI sono stati UCCISI PER CAUSE LEGATE ALLA LORO FEDE, così come oltre 9.400 CHIESE (ED EDIFICI CONNESSI) sono stati ATTACCATI, DEMOLITI o CHIUSI. I RAPIMENTI di cristiani sono stati 1.052 e sono state 5.294 le case e i negozi attaccati. Sconcertante poi il fenomeno delle VIOLENZE e degli ABUSI SESSUALI sistematici contro cristiane: ogni giorno in media 23 cristiane/i vengono abusati sessualmente. In tutto sono stati 8.537 i casi di abusi sessuali o stupri. (…)” (Luca Liverani, da Avvenire, https://www.avvenire.it/)

   Pertanto sono varie e irrazionali le motivazioni che portano a fenomeni di repressione di minoranze “diverse” da quelle dominanti, fino ad arrivare a situazioni di vero e proprio genocidio: dalla volontà di praticare l’assimilazione forzata di un popolo (i campi di rieducazione); ai timori che queste minoranze esprimano una indipendenza territoriale e non ci sia più un controllo nazionalistico di un territorio, di una regione; dall’avversione per la loro etnia, cultura o pratica religiosa….

   Su tutto questo la risposta non può che essere data da meccanismi di controllo internazionale (una maggiore forza a autonomia nel prendere decisioni dell’Onu e di tutti gli Organismi sovranazionali, come è l’Unione europea), che trovino il modo di intervenire e tutelare minoranze e popolazioni oppresse (con l’isolamento politico, economico, culturale dei paesi oppressori…). Individuando così modi per convincere (costringere) quei paesi che stanno commettendo azioni di intolleranza, oppressione, genocidio, a non farlo, isolandoli dal contesto internazionale; e arrivando a intervenire concretamente in soccorso a popolazioni martoriate. (s.m.)

Ottobre 2014 – La parlamentare irachena yazidi VIAN DAKHIL ha ricevuto il PREMIO ANNA POLITKOVSKAYA per aver denunciato il trattamento brutale che i militanti Daish (l’ISIS) riservano alle DONNE YAZIDI IN IRAQ (dal sito http://arabpress.eu/)

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UIGURI – CRONACA DI UN GENOCIDIO

LA FUGA DISPERATA DEGLI UIGURI DALLE VIOLENZE DELLA CINA

di Youssef Hassan Holgado, dal quotidiano “Domani” del 18/1/2021

– Lavori forzati, sorveglianza strettissima, torture, la minoranza musulmana prova a liberarsi dall’oppressione di Pechino e sogna l’indipendenza. Ma ora anche la Turchia, che per anni li ha difesi e ospitati, non è più sicura –

   Abdurrahim Paraq è nato nel distretto di Peyzivat situato nella regione autonoma dello Xinjiang, in Cina. È stato arrestato nel 1997 per aver organizzato un evento letterario su un poeta uiguro musulmano. Anche Abdurrahim è un uiguro e anche lui è un poeta, fa parte della minoranza turcofona musulmana che da decenni è perseguitata dall’apparato di sicurezza di Pechino.

   Ha pagato a caro prezzo l’organizzazione di quell’evento. «Mi hanno arrestato, sono stato interrogato e ho subito anche diverse torture» racconta. «Non ho avuto diritto a un processo, non mi sono potuto difendere con nessuna azione legale, mi hanno fatto firmare un foglio in cui accettavo crimini e calunnie che non ho mai commesso» dice.

   È stato portato nel carcere del distretto di Kashgar e lì è stato costretto ai lavori forzati insieme Continua a leggere