NUBIFRAGI NELLE DOLOMITI: le AREE ALPINE accelerano il loro sfaldamento – IL CLIMA CAMBIA, e questo appare di più in montagna (anche con LA FINE DEI GHIACCIAI) – Fenomeni come FRANE e SMOTTAMENTI richiedono un governo del territorio saggio (con uno sviluppo economico eco-sostenibile)

Postazione sentinelle sul Cristallo per rischio frane dopo la tragedia del 4 agosto scorso (da “Il Corriere del Veneto) – “….La PROTEZIONE CIVILE CORTINESE ANA-CADORE ha iniziato un interminabile MONITORAGGIO DEL TORRENTE BIGONTINA, che venerdì notte 4 agosto, ha portato a valle i grandi massi che hanno travolto una persona in auto (l’anestesista Carla Catturani, uccisa tra le lamiere trascinate per oltre un chilometro) e con danni gravi a tre località (RIO GERE, LAGO SCIN, ALVERÀ). «È dal Bigontina che si vede se arrivano nuovi smottamenti», assicura Silvano Mina, vice-coordinatore della protezione civile Ana-Cadore e una delle sentinelle che da giorni stanno con gli occhi puntati sul corso della colata di massi e fango che si è abbattuta sul sestriere di Alverà, a Cortina d’Ampezzo. IL LAVORO DELLE “SENTINELLE” (che controllano ora la frana possibile con nuove perturbazioni climatiche violente) È FONDAMENTALE: ai primi segnali di una nuova frana, hanno il compito di dare l’allarme al campo base, dove si trovano i mezzi dei vigili del fuoco dotati di sirene. Nel caso, gli abitanti sono già stati istruiti: devono tapparsi in casa e salire ai piani superiori. «Siamo dislocati in tre punti: a RIO GERE, a circa 1700 metri di quota; al LAGO SCIN, un centinaio di metri più sotto; e nell’abitato di ALVERÀ» (…)” (Andrea Priante, “il Corriere del Veneto” del 9/8/2017)

   Il 4 agosto scorso (di venerdì notte tra mezzanotte e l’una) un violento nubifragio si è abbattuto a CORTINA d’Ampezzo: una persona è morta travolta con la sua auto da una colata di detriti. Questa “bomba d’acqua” (come adesso si usa chiamare il fenomeno…) ha riversato un’enorme quantità d’acqua sulla zona del MONTE CRISTALLO, che ha generato una forte colata detritica: grandi massi rocciosi son venuti giù, e si sono convogliati verso i centri abitati, la strada e le case, attraverso il torrente BIGONTINA. C’è stata l’interruzione in tre punti della viabilità (in posti a pochi minuti di auto dal centro di Cortina: RIO GERE, al LAGO SCIN e nell’abitato di ALVERÀ), nella STRADA DELLE DOLOMITI (la STRADA REGIONALE 48, che da Cortina porta a Passo Tre Croci).

località ALVERA’ – Venerdì notte 4 agosto un violento nubifragio si è abbattuto a Cortina d’Ampezzo: una persona è morta travolta con la sua auto da una colata di detriti. Una bomba d’acqua riversatasi sulla zona del Cristallo, che ha generato una forte colata detritica. C’è stata l’interruzione in tre punti della strada delle Dolomiti, che dalla località Ampezzana porta a Passo Tre Croci. Carla Catturani, stava tornando a casa, dopo aver lavorato alla festa campestre del sestiere di ALVERÀ, a RIO GERE. Aveva finito il suo turno. Pioveva, si è messa in macchina, per andare a dormire. E’ stata travolta dall’acqua esondata dal torrente BIGONTINA. Catturani, 60 anni, era un medico anestesista in pensione. Il violento acquazzone si è registrato tra la mezzanotte e le due. Le aree maggiormente colpite sono quelle della zona del Cristallo. Interrotta la strada dolomitica (SR 48) in tre punti: a RIO GERE, al LAGO SCIN e ad ALVERÀ

   La zona non è nuova alle frane. Lì il paesaggio è sempre cambiato nei secoli. Da sempre le Dolomiti franano, crollano, a poco a poco si disintegrano. Quel che forse è nuovo sono le temperature fino ai 40 gradi anche in montagna (ben oltre i 1000-1500 metri di altitudine), un clima tropicale di temporali fortissimi e quantità d’acqua mai viste, e mettono ancora più in crisi queste montagne. Già di per sè montagne destinate nei millenni a sfaldarsi sempre di più, a sparire.

   E’ così che il clima che cambia, la temperatura che sale, si vede ancora meglio in quelle aree più “delicate”, dove i fenomeni atmosferici, e meteorologici, si notano ancora di più, com’è in montagna. E così niente più neve d’inverno, i ghiacciai che spariscono irrimediabilmente, i nubifragi spaventosi, il moltiplicarsi delle frane: in un territorio, l’alta montagna, con molte case, molti paesi, come appare evidente nella Valle del Boite, da Cortina a San Vito di Cadore (ma è così in tutte le zone alpine più rinomate).

la strada Cortina – Passo Tre Croci

   Alcuni gestori di rifugi ad alta quota (fin su a tremila) dicono che per la prima volta quest’estate è accaduto che nelle notti di maggior calura, si dormiva senza coperte: cosa mai accaduta nelle Terre Alte, dove ci sono notti con temperature assai rigide anche in piena estate.

   Si diceva che le temperature che schizzano verso i 40 gradi sono all’origine dei devastanti nubifragi, ma, in parallelo, qui ricordiamo anche lo scioglimento progressivo dei ghiacciai con queste temperature, dove lo scioglimento estivo non potrà mai essere compensato dai miti inverni con neve molto poco frequente.

L’abitato di Alverà, nei pressi della chiesa di Santa Giuliana, che risulta danneggiata – Acqua, massa e detriti sono scesi da Staulin, e hanno colpito l’abitato di ALVERÀ, nei pressi della chiesa di SANTA GIULIANA (nella foto), che risulta fortemente danneggiata. Il torrente BIGONTINA è straripato in più punti. La velocità dell’acqua, mista a melma, ha provocato danni ingenti. Nelle case vicino al Bigontina si è misurato oltre un metro di acqua e detriti ai piani terra. I seminterrati erano completamente pieni di melma. Immediatamente è scattato l’allarme e sono arrivati i soccorsi. Uomini e mezzi (tantissimi volontari) subito al lavoro ininterrottamente già in quel venerdì notte

   Che fare allora in contesti di crisi epocale delle Aree Alpine così interessanti e affascinanti come le Dolomiti? …Dove il processo inevitabile ma naturale di sfaldamento, di frana da sempre, e che continuerà nei prossimi millenni, questo sfaldamento si accelera per cause “non naturali”, ma umane, come il RISCALDAMENTO ATMOSFERICO?

   Negli annuali Forum alpini, convegni che si svolgono per parlare della montagna, delle Alpi, quasi sempre gli assiomi generali da cui si parte, per cercare (faticosamente) proposte, sono dati da tre affermazioni principali: 1- le risorse alpine costituiscono il patrimonio necessario per lo sviluppo (sostenibile) della regione; 2- l’utilizzo sostenibile delle risorse alpine si trova in una fase critica; 3- le risorse vanno gestite tramite politiche specifiche per le Alpi.

NUBIFRAGIO A CORTINA (foto da http://www.vvvox.it/, 6/8/2017)

   Allora innanzitutto si dovrà pensare a una montagna con turismo (invernale) non basato più sulla neve, cioè niente più sciare e sport consimili. Si dovranno mettere in atto accorgimenti nel ricollocare i borghi nei casi di masse franose verso valle che devastano zone abitate non più ricostruibili lì dov’erano: cioè servirà non costruire più ai piedi (specie in linea diretta) delle pareti rocciose, soprattutto se queste sono verticali. Non si potrà edificare (o riedificare, in caso di frane) a valle dei grandi ghiaioni e soprattutto delle frane.

Cortina, sullo sfondo il Monte Cristallo

   E poi si dovrà pensare a una maggiore pulizia e attenzione dei corsi d’acqua. Si dovrà cercare di fare più manutenzione della montagna, curare i boschi o le aree a pascolo, là dove serve una cosa o l’altra. Introdurre un turismo più rispettoso e attento, che si auto-arricchisce della conoscenza dei posti.

   I centri di ricerca scientifica (metereologici, naturalistici, del recupero montano…) è meglio che nascano e si auto-producano nelle località di montagna stessa… che la montagna, le zone alpine (ma anche appenniniche) tornino ad avere coscienza di sé, del proprio futuro, della propria sostenibilità, diventino protagoniste di se stesse…).

PAOLO COGNETTI, 39 anni, milanese di nascita, montanaro di adozione. Vive in una baita IN PIEMONTE, VICINO AL MONTE ROSA a 1900 metri di altitudine. Tra i boschi, ha scritto «LE OTTO MONTAGNE» PREMIO STREGA 2017. «LA FRAGILITÀ APPARTIENE A CHI LA MONTAGNA LA ABITA e sono arrabbiato con il fatalismo di chi dice che eventi climatici come quelli appena accaduti sono imprevedibili e fuori controllo. Abbiamo la responsabilità di occuparci dei cambiamenti climatici che abbiamo provocato. Stiamo andando verso un clima tropicale di temporali fortissimi e quantità d’acqua mai viste. È nostro dovere capire, prevedere, mettere in sicurezza». «Chi visita solo occasionalmente la montagna vive il paesaggio che gli lascia chi lo abita e lo amministra ogni giorno. Ma vedo un certo negazionismo da parte delle amministrazioni verso i cambiamenti climatici in corso, come se nulla si modificasse. SI COSTRUISCONO IMPIANTI DI RISALITA ANCHE SE NON C’È PIÙ NEVE. VEDO UNA CECITÀ PIÙ IMPRENDITORIALE CHE POLITICA». (Eleonora Vallin, “il Mattino di Padova”, 6/8/2017)

   Paolo Cognetti, giovane scrittore che ha scelto di vivere in montagna (in una malga a ridosso del Monte Rosa in Piemonte), nell’intervista al “Mattino di Padova” che in questo post vi proponiamo, dice che “la fragilità appartiene a chi la montagna la abita”, cioè è dagli abitanti delle aree montane, di chi la montagna la vive ogni giorno, non i turisti, che deve arrivare da loro un segnale nuovo, una presa di coscienza di un diverso modo di governare il territorio.

IL GHIACCIAO DELLA MARMOLADA SI RITIRA E AFFIORANO REPERTI DELLA GRANDE GUERRA MA ANCHE RIFIUTI (foto da “Il Gazzettino”) – LA MARMOLADA e I NUOVI RECUPERANTI – IN 100 ANNI IL GHIACCIAIO PERENNE È PASSATO DAI 420 A 214 ETTARI. Il GHIACCIO della MARMOLADA si ritira e la coperta bianca è sempre più corta: è così che lascia AFFIORARE NUOVI ‘TESORI’ DORMIENTI E PROTETTI DA OLTRE UN SECOLO DALLA COLTRE BIANCA. Sono i RESTI DELLA RESIDENZA ATTORNO AI TREMILA METRI DEI MILITARI che hanno sfidato, spesso perdendo, la morte durante la Grande Guerra. GAVETTE, POSATE, SCARPONI, RETICOLATI, BOMBE, FUCILI E BAIONETTE oggetti oggi ricoperti di ruggine e persino un vecchio forte, stanno facendo gola ora a decine di ‘RECUPERANTI’ che stanno marciando sulla grande montagna. Un assalto del tutto differente da quelli vissuti tra il 1915-18 ma che non nasconde un fondo di pericolo. Lo sanno i Carabinieri che per quanto possono, come indicano i quotidiani locali, effettuano controlli che tuttavia, soprattutto per la scarsità di personale, non riescono ad arginare questa sorta di nuova corsa all’oro arrugginito. Ma non è tutto perché IL GHIACCIAIO che non c’è più RESTITUISCE ALLA LUCE ANCHE ‘IMMONDIZIE’ MODERNE. LATTINE, BOTTIGLIE, CAVI DI VECCHI IMPIANTI DI RISALITA. Ora scatta l’operazione pulizia che, per un accordo tra le Regioni Trentino e Veneto del 2002 che ha fissato i confini della Marmolada, spetta al Trentino. La grande macchina per togliere il secolare pattume partirà da Alba di Canazei. (Ansa, agosto 2017)

   Pertanto due fenomeni negativi che possono apparire diversi (1-le frane e straripamenti dovuti a piogge straordinarie, e 2-i ghiacciai che non ci sono oramai più) ripropongono per la montagna, ancora una volta, il tema della capacità (o incapacità) di governare i fenomeni di assetto del territorio, urbanistici, idrogeologici, di sviluppo economico presente e futuro, di attenzione ai pericoli di un ambiente sempre più delicato e vittima anch’esso dei cambiamenti (come il surriscaldamento climatico).

“…gli amanti dei ghiacciai proveranno tristezza di fronte al ghiacciaio della MARMOLADA (il più esteso delle Dolomiti) dove il sindaco di Canazei ha firmato un’ordinanza che raccomanda LA SALITA SOLO A PERSONE ESPERTE E BEN EQUIPAGGIATE: TROPPI CREPACCI, TROPPE INSIDIE. L’ordinanza risale al 12 luglio, di solito è una situazione che si verificava solo dopo Ferragosto.” (Andrea Selva, 2/8/2017, da http://trentinocorrierealpi.gelocal.it/ )

   Qualcosa forse sta accadendo. Una maggiore attenzione a queste cose c’è: ma difficilmente si traduce poi in fatti concreti. Va notato di quel che accade di positivo in accadimenti tragici: c’è una mobilitazione volontaria di tante persone (come è accaduto a Cortina) nel momento dell’emergenza. Una buona cosa, ma certo non basta. (s.m.)

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“LE DOLOMITI CROLLERANNO SOTTO LE BOMBE D’ACQUA”

di Francesco Dal Mas, da “il Corriere delle Alpi” del 8/8/2017

– L’allarme di MESSNER: non si costruisca ai piedi delle pareti – Continua a leggere

VENEZIA E LE ALTRE: come CONTENERE LE MASSE sempre più consistenti DI TURISTI che tolgono respiro e vita alle CITTÀ D’ARTE? – E ripensare le nostre città, fatte di un continuum urbanistico sempre più allargato e diffuso: come cogliere le OPPORTUNITÀ DELLE possibili CITTÀ del futuro prossimo venturo?

LORENZO QUINN, autore della SCULTURA-INSTALLAZIONE “SUPPORT” (SOSTENERE), ci racconta come è riuscito a far parlare di CAMBIAMENTI CLIMATICI alla BIENNALE con UN PAIO DI MANI GIGANTI CHE EMERGONO DAL CANAL GRANDE di Venezia. Sono LE MANI DI UN BAMBINO, bianche e alte nove metri che emergono come un mostro marino e sorreggono l’ALBERGO CA’ SAGREDO – o forse cercano di rovesciarlo. Questa scultura ha reso lo scultore italiano Lorenzo Quinn noto al mondo, grazie a questo messaggio forte sui cambiamenti climatici: il potere di sostenere o distruggere il patrimonio globale che tutti noi condividiamo è nelle nostre mani. (Mara Budgen, 21/7/2017, da http://www.lifegate.it/)

   Il solito scandalo di giovani turisti che fanno il bagno in Canal Grande (con trampolino il ponte di Calatrava), e l’articolo del New York Times che descrive i problemi di Venezia con il suo turismo insostenibile, tutto questo fa riprendere la problematica del vero e proprio (pur pacifico) assalto alle città d’arte (ma non solo, ci sono anche le coste marine assai intasate, i luoghi di villeggiatura montani famosi, come nelle Dolomiti…) che accade particolarmente in estate (ma ora c’è un’ “estensione” pure nelle altre stagioni).

L’articolo del NEW YORK TIMES sui TURISTI A VENEZIA (da http://www.veneziatoday.it/ del 3/8/2017) – Con grande risalto e in prima pagina, il NEW YORK TIMES il 2 agosto ha dato voce alle preoccupazioni dei veneziani e del ministro dei Beni culturali Dario Franceschini e riconosce che Venezia, quotidianamente presa d’assalto da orde di turisti, rischia di diventare “LA DISNEYLAND DEL MARE” (o meglio, della laguna). “La musica di sottofondo della città ora sono LE ROTELLE DELLE VALIGIE CHE SCALANO I GRADINI delle passerelle mentre falange di turisti marciano lungo i canali”, scrive JASON HOROWITZ  (https://www.nytimes.com/2017/08/02/world/europe/venice-italy-tourist-invasion.html )

   Si chiede da varie parti (politiche, economiche, dei residenti oberati da troppa gente…) un turismo più responsabile, meno “di massa”, di più qualità (che porti soldi, sia chiaro!, ma che non crei problemi di vivibilità). E’ abbastanza automatico che vien da pensar male: cioè è da chiedersi cosa le nostre città offrono a quelle masse di turisti maleducati e inconsapevoli. Quasi sempre i servizi che si danno sono di puro sfruttamento (pensiamo alla ristorazione ad esempio: di bassissima qualità e a prezzi assurdi, da denuncia).

“MI NO VADO VIA”, VENEZIA IN PIAZZA CONTRO I TURISTI. LA PROTESTA DEI RESIDENTI INVADE LA LAGUNA – Nel mirino finiscono il transito delle grandi navi a San Marco e il turismo mordi e fuggi – (2/07/2017, da http://www.huffingtonpost.it/) – I veneziani, per un paio d’ore, sono riusciti a ‘sfrattare’ i turisti con un corteo voluto da una serie di comitati cittadini sotto lo slogan ‘MI NO VADO VIA’ riferito ALL’ESODO DEI RESIDENTI dalla città lagunare divenuta poco vivibile. Il corteo è stato aperto dallo striscione ‘VENEZIA È IL MIO FUTURO’, è stato accompagnato da cartelli che toccavano i più svariati temi caldi per la sopravvivenza in città come i PREZZI DELLE CASE, la MANCANZA DI NEGOZI ESSENZIALI sostituiti da botteghe di paccottiglia, il TRANSITO DELLE GRANDI NAVI da crociera a San Marco, e soprattutto L’INSOSTENIBILE PRESENZA DEL TURISMO MORDI E FUGGI

   Le soluzioni sono ridicole e impossibili: mettere il numero chiuso alle città d’arte, far pagare per entrare, alzare ancora di più i prezzi per provocare una naturale selezione, vietare tutto il possibile in modo da disincentivare chi spenderà poco a venire (i ricchi no, devono venire, per carità…), mettere le piazze “a numero chiuso”, su “prenotazione”, come pare si voglia fare nei prossimi mesi a Venezia.

Alle 6 di mattina del 23 luglio sei ragazzi belgi si sono tuffati nel Canal Grande dal ponte di Calatrava

   Già il fatto di far pagare i pullman per entrare nelle aree urbane delle città d’arte (Firenze, Venezia…), con prezzi molto alti, forse ha limitato le masse di turisti, specie quelli che arrivano per stare solo una giornata (“mordi e fuggi”) (ma che c’è di male andare a vedere una città senza doversi fermare la notte, se i soldi che si hanno sono pochi?). Ma quasi sempre le corriere si fermano, fanno sosta, fuori dalle città, dove non si paga, spesso lontano, costringendo i turisti a prendere il treno… (insomma, è solo un aggravio che si fa pagare ai meno ricchi – con incentivo della casse comunali – ma il risultato non cambia…).

VENEZIA – LE 12 BUONE PRATICHE PER IL VISITATORE RESPONSABILE costituiscono una sorta di vademecum di consigli e raccomandazioni per diventare viaggiatori più consapevoli e rispettosi dell’ambiente, del paesaggio, delle bellezze artistiche e delle tradizioni di Venezia.
1. Scopri i tesori nascosti di Venezia nei LUOGHI MENO FREQUENTATI per apprezzarne l’eccezionale bellezza.
2. Esplora le ISOLE DELLA LAGUNA e la VENEZIA DI TERRAFERMA, partecipa agli eventi diffusi in tutta la Città Metropolitana.
3. Assaggia i PRODOTTI LOCALI e i PIATTI TIPICI della cucina veneziana.
4. Visita le BOTTEGHE ARTIGIANE degli antichi mestieri ancora oggi esistenti a Venezia. Scegli solo PRODOTTI ORIGINALI e non acquistare merci da venditori abusivi.
5. Prenota visite con guide e accompagnatori turistici abilitati, capaci di trasmetterti la storia millenaria di Venezia.
6. Cammina A DESTRA, non sostare sui ponti, NON CONDURRE CICLI neanche a mano.
7. I monumenti, gli scalini di chiese, ponti, pozzi, le rive non sono aree pic-nic. Approfitta dei GIARDINI PUBBLICI per il ristoro, consulta la mappa.
8. L’area di Piazza San Marco è un SITO MONUMENTALE, non è consentito sostare al di fuori degli spazi previsti per consumare cibi o bevande.
9. Venezia è una CITTÀ D’ARTE: non è consentito il bivacco o il campeggio, né circolare a torso nudo, tuffarsi e nuotare. PER LE SPIAGGE, VISITA LIDO E PELLESTRINA.
10. RISPETTA L’AMBIENTE E I BENI D’ARTE: non abbandonare rifiuti, non imbrattare con scritte, disegni o lucchetti, non dar da mangiare ai colombi.
11. Se alloggi in appartamento, fai la RACCOLTA DIFFERENZIATA.
12. Pianifica il tuo viaggio e scegli di visitare Venezia quando è MENO AFFOLLATA.
http://events.veneziaunica.it/it

   Premesso che bene fanno le città comunque a stabilire regole di buona creanza, magari anche arrivando a sanzionare chi esagera, crediamo che sia difficile risolvere il problema del turismo di massa così, ma qualche tentativo va bene sia fatto… (ma, riteniamo, che fra una decina d’anni si parlerà ancora della stessa cosa, con masse di turisti ancora più consistenti…).

   La cognizione di una mobilità “prossima ventura” sempre maggiore, è comunque recepita ed è nell’aria: capiamo che di giorno in giorno tutti si sposteranno di più, non solo da sud a nord del pianeta, ma anche da est e ovest, anche localmente (a volte per veri motivi di necessità come sta accadendo da una trentina d’anni: andare all’università come pendolare quotidiano anche a più di 50 chilometri da casa, il lavoro che si trova lontano da casa, ma non tanto da trasferirsi…).

   E’ così il PENDOLARISMO DIFFUSO, e la mobilità come necessità non solo per vivere economicamente o per motivo di studio (cose che fin qui niente hanno a che vedere col turismo). Ma anche per voglia di conoscere il mondo, spostarsi da casa anche per pochi giorni o poche ore… questo crea una connessione costate di CITTÀ VIRTUALI (assai poco virtuali peraltro!) che si vengono a creare nella vita di ciascun individuo. Ben diverse (spesso totalmente diverse) dal Comune che rilascia la carta di identità.

L’AREA METROPOLITANA DI VENEZIA è una zona che comprende una vasta parte della Regione Veneto (…) ben oltre i confini di quella che sta diventando la Città Metropolitana di Venezia (…) I principali parametri utilizzati per individuarla (come la DENSITÀ DI POPOLAZIONE, la CRESCITA DEMOGRAFICA, il PENDOLARISMO e l’INTERDIPENDENZA) spostano il limiti di questa conurbazione ben oltre quelli delineati dall’attuale quadro socio-amministrativo (…) E’ un territorio che lega tra loro le AREE PROVINCIALI DI PADOVA, TREVISO e VENEZIA (…) comprende 243 comuni e quest’area ospita 2.657.076 abitanti (dati ISTAT al 1° gennaio 2013) costituendo il 54,4% della popolazione residente nella regione Veneto (…) (da http://www.veneziacittametropolitana.it/)

   E’ su questo fronte che proviamo qui un’analisi (abbandonando, per parlare delle “nuove città”, negli ultimi articoli qui proposti le disavventure di Venezia e del turismo di massa…) per dire essenzialmente DUE COSE sugli “spostamenti di persone” e la possibile crisi di “città invase”.

Nel Veneto i modelli di “NUOVA METROPOLI” da considerare sono identificabili in almeno TRE “CITTÀ” DIVERSE. La prima è la città formata da VENEZIA E PADOVA e dal territorio compreso tra le due; la seconda la città di VERONA da leggere anche nelle strette relazioni con il territorio lombardo. (….) Diverse le tematiche da affrontare in relazione alla CITTÀ ESTESA che si innerva a partire dai NODI DI VICENZA, TREVISO E COMPRENDE I COMUNI A NORD DEI DUE CAPOLUOGHI tra i quali, di fatto storicamente e geograficamente, si è ormai creata una completa continuità urbana, in relazione alla residenzialità, ai servizi e alla produzione. Questo ambito può essere considerato come un’unica area metropolitana, derivante dalla sintesi di nuclei urbani…(…) (da INU, Istituto nazionale di Urbanistica, http://www.inuveneto.it/)

   LA PRIMA è che bisogna finalmente ripensare gli assetti istituzionali attuali delle città e dei comuni, concretizzando la creazione di AREE METROPOLITANE (ben oltre e non solo, secondo noi, quelle poche previste ora istituzionalmente); ACCORPANDO I MEDI E PICCOLI COMUNI creando NUOVE CITTÀ autorevoli e competitive in quelle che sono le loro caratteristiche, le loro specialità, i servizi che offrono… E, non ultima, RIVEDENDO LE REGIONI ATTUALI, obsolete e costose, pensando a SISTEMI MACROREGIONALI che creino maggiore forza e attratività. Interessante, su questa linea, è l’articolo che qui vi proponiamo “Rilanciare l’area metropolitana” di Giancarlo Corò e Riccardo Dalla Torre, da “La Nuova Venezia”.

   IL SECONDO ELEMENTO che poi trattiamo in merito a “NUOVE CITTÀ” è il fatto che “LA INTERCONNESSIONE GLOBALE” DI UOMINI, IDEE, TECNOLOGIE, che sta già avvenendo, è possibile che automaticamente, senza volontà di alcuno, ci porti a vivere in UNA CITTÀ UNICA GLOBALE (leggete per questo l’interessante articolo su “Nuova Babilonia, la città fluida dei nomadi digitali” di Carlo Ratti, Daniele Belleri, dal quotidiano “La Stampa” che in questo post, assieme a tutti gli altri vi proponiamo). E dovremmo tenerne conto di questo automatismo, adattando servizi, necessità, modi di convivenza per non solo subire questo fenomeno. (s.m.)

CONSTANT NIEUWENHUYS (1920 – 2005), noto come CONSTANT, con un modellino della sua NEW BABYLON, la città estesa su una rete di piattaforme sopraelevate sull’Europa, dove ognuno avrebbe potuto riconfigurare sia il luogo di residenza sia lo spazio domestico (da LA STAMPA)

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I TUFFI DAL PONTE DI VENEZIA E LE CITTÀ D’ARTE TENTATE DAL TURISMO A PORTE CHIUSE

di Elena Stancanelli, da “la Repubblica” del 24/7/2017

– C’è chi impone divieti e chi cerca soluzioni perché i nostri centri storici siano tutelati, ma non deserti –

   Un romanzo qualsiasi, uno scrittore qualsiasi, la scena di alcuni ragazzi che all’alba si tuffano dal ponte di Calatrava a Venezia. Ottima per quando ci faranno un film, metaforica ed evocativa. Invece succede davvero, è successo la mattina del 23 luglio (i 6 tuffatori, belgi, sono stati identificati e saranno destinatari di «punizioni esemplari»). Continua a leggere

L’ITALIA CERCA SOLUZIONI IN LIBIA all’emergenza migranti (con navi in acque libiche per FERMARE I BARCONI: ma poi cosa succede?) . E promette, con la UE, un impegno per lo SVILUPPO DELL’AFRICA – La FRANCIA, con Macron, “viaggia” senza l’Europa (ma è da condividere L’IDEA DI HOTSPOT in Libia)

“(….) C’è un UN MOSAICO IN LIBIA difficile se non IMPOSSIBILE DA CONCILIARE. Perché non esistono soltanto le TRE GRANDI REALTÀ GEOGRAFICHE – la TRIPOLITANIA di AL-SARRAJ sostenuta e riconosciuta dall’Onu, la CIRENAICA dominata manu militari dall’ex protetto di Gheddafi HAFTAR, e il FEZZAN, immenso suk dove si traffica e ci si muove indisturbati fra le tribù beduine che chiedono il pizzo per ogni convoglio, ogni carovana, ogni essere umano che attraversa il deserto – ma viceversa ESISTONO DECINE DI PICCOLI E FRAMMENTATI POTENTATI, ciascuno immerso nella propria anarchia autocefala, tanto da disegnare una caricatura di nazione a macchia di leopardo. E dietro al generale Haftar, ad Al-Sarraj, agli Zintan, ai tuareg, a quel che resta dei fratelli musulmani, ci sono altre ombre e altri disegni, per i quali IL BOTTINO PETROLIFERO È PRIORITARIO. (…) (Giorgio Ferrari, 26/7/2017 da TPI NEWS http://www.tpi.it/mondo/)

   La missione navale richiesta dal premier libico Fayez Al Sarraj il 23 luglio scorso al governo italiano, della presenza di navi militari italiane al largo della Libia (in territorio libico, nelle 12 miglia dalla costa), che sia di supporto alle forze locali contro i barconi dei trafficanti di migranti, ha visto il governo italiano favorevole (supportato su questo dall’Unione Europea). Non sarà, nella volontà italiana, un respingimento di migranti, e l’Italia ha chiesto la garanzia del trattamento umanitario di chi viene riportato a terra, con la presenza di osservatori dell’Onu o comunque di osservatori internazionali.

MIGRANTI, CODICE ONG: MEDICI SENZA FRONTIERE NON FIRMA. MINNITI: “CHI NON SOTTOSCRIVE REGOLAMENTO È FUORI” – Neanche la tedesca JUGEND RETTET ha accettato il testo per le organizzazioni che soccorrono persone in mare. Il direttore di Medici senza frontiere: “NON POSSIAMO AVERE ARMI A BORDO” – Non può accettare la presenza di armi sulle navi che soccorrono i migranti in mare, né il divieto dei trasbordi dalle proprie imbarcazioni a quelle ufficiali. Per questo Medici senza frontiere non ha firmato il codice delle Ong nell’ultima riunione convocata dal Viminale. “In nessun Paese in cui lavoriamo accettiamo la presenza di armi, ad esempio nei nostri ospedali”, ha detto il direttore generale di Msf, Gabriele Eminente. Ha, invece, firmato SAVE THE CHILDREN, secondo cui “gran parte dei punti del codice di condotta indicano cose che già facciamo e ci sono stati chiarimenti su un paio di punti che ci preoccupavano, quindi non abbiamo avuto problemi a firmare”, ha detto Valerio Neri, dell’organizzazione. “Siamo convinti – ha aggiunto – di aver fatto la cosa corretta e mi dispiace che altre ong non ci abbiano seguito, ma evidentemente avevano altre sensibilità”. Nei giorni scorsi aveva sottoscritto il documento anche MOAS, che oggi non era presente all’incontro, mentre PROACTIVA OPEN ARMS, riferisce il Viminale, “ha fatto pervenire una comunicazione con la quale ha annunciato la volontà di sottoscrivere l’accordo”. Niente firma, invece, per la tedesca JUGEND RETTET, presente al Viminale. Il mondo delle organizzazioni non governative, quindi, si divide davanti a un documento che, da quando è stato annunciato, ha suscitato dubbi e timori. (1/8/2017, http://www.repubblica.it )

   Questa operazione che l’Italia si appresta a fare, è data dal “cogliere al balzo” la proposta del governo ufficiale libico di Al Serraj (che controlla solo la parte orientale del paese, la Tripolitania), perché la situazione si sta facendo più seria che mai nella vera e propria invasione di migranti nella rotta mediterranea verso l’Italia: pertanto un’ EMERGENZA FLUSSI (catena umana proveniente dal golfo di Guinea, dal Mali e dalla Nigeria, che transitano indisturbati a migliaia e migliaia lungo le rotte del Niger), e qualcosa di veramente concreto va fatto….

   E’ un po’ quel che è accaduto due anni fa con la lunga fila di migranti nella cosiddetta ROTTA BALCANICA: dalla Siria in fiamme, alla Turchia, Grecia, Macedonia, Croazia e Serbia, e su verso il centro Europa…situazione risolta con grande coraggio e intuizione politica dalla Merkel con l’accoglimento di un milione di profughi (e contemporaneamente il pur oneroso accordo finanziario con la Turchia – che la Germania ha fatto accollare alla Ue – perché Erdogan bloccasse il flusso di migranti).

   Una situazione del genere, nel flusso “Libia – Italia” porta a un contesto umanitario anche più grave (le violenze subite dai migranti nel tragitto africano, gli annegamenti in mare…), e forse la proposta del leader libico Al Serraj è stata concordata prima con le autorità italiane (in cambio di non si sa di cosa…)

LE ROTTE DEI MIGRANTI DALLA LIBIA VERSO L’ITALIA

   Il Governo, il ministro dell’Interno Minniti, dice che l’azione italiana ha tre scopi concreti: FERMARE I MIGRANTI AL CONFINE MERIDIONALE DELLA LIBIA senza creare campi lager; CREARE CONDIZIONI DI SVILUPPO E INSERIMENTO nei luoghi di partenza (specie dell’Africa sub-sahariana); AGIRE SUBITO e con la collaborazione di tutti.

   E poi, oltre ad arrestare l’insostenibile emorragia di flussi che sta mettendo a dura prova il nostro paese, il piano servirebbe anche a rafforzare il governo libico attraverso il ripristino del controllo sulle sue acque territoriali, e anche rilanciare il ruolo centrale dell’azione di Roma nel Mediterraneo e con il partner libico in particolare.

(nella foto a sinistra il generale KHALIFA HAFTAR, leader in Cirenaica, al centro il presidente francese MACRON, a destra FAYEZ AL-SARRAJ leader in Tripolitania e riconosciuto leader libico dall’Italia, da molti Paesi e dall’Onu) – “ Ha sorpreso – forse non positivamente – l’opinione pubblica italiana la mossa del Presidente francese MACRON, che riporta la ‘Republique‘ alla ribalta in nord Africa, vestendo i panni del ‘mediatore’ tra I DUE PRINCIPALI ATTORI – per lo meno gli unici ufficialmente riconosciuti come tali dalla comunità internazionale – FAYEZ AL-SARRAJ, supportato anche dalla nostra Italia, e KHALIFA HAFTAR, più vicino al Cremlino. Il primo, leader politico, è visto come il legittimo rappresentante della Libia post-Gheddafi. Il secondo, generale esperto e veterano dell’esercito nazionale appare – e piace – proprio come uomo forte, in grado di ottenere il supporto dell’esercito e mantenere il controllo della parte orientale del Paese. In tutto questo, MACRON OCCUPA LO SPAZIO CHE GEOGRAFIA, STORIA E INTERESSE ECONOMICO OFFRIVANO INVECE ALL’ITALIA, ma che il Belpaese, in questi anni di incertezza sulla sua vecchia ‘quarta sponda’, non ha mai saputo sfruttare. (Lea Vettorato 25 luglio 2017 16:30 da https://www.lindro.it/)

   Forse questo accadrà (lo speriamo veramente, qualcosa bisogna pur fare…), i migranti saranno fermati; è da capire quale sarà il loro destino (è improbabile che torneranno indietro, nei loro paesi di orgine, e la Libia è in un caos profondo, e speriamo che si garantiscano in questa operazione diritti umani e non violenze…). Forse nasceranno lì (nel sud della Libia) grandi campi profughi finanziati e mantenuti dall’Italia e dall’Europa; forse i migranti affronteranno il viaggio verso la “meta europea” per altre strade e aspettando tempi più propizi, e forse anche ritentando l’attraversamento del Mediterraneo con flussi meno visibili, più “rallentati”…

   Ed è, nel contesto geopolitico di questi avvenimenti, di questa crisi delle migrazioni, che appare la necessità di “intervenire in Africa” positivamente, stabilire rapporti concreti di sostegno allo sviluppo: cosa questa diventata una necessità per noi, un sano egoismo, piaccia o non piaccia.

Presencia francesa en África (da http://www.elordenmundial.com/)

   E in questi movimenti geostrategici che ci saranno e già ci sono, in questo contesto assai confuso di serio “tentativo di azione” italiano di dare risposte all’emergenza degli sbarchi sempre più massici, si innesta LA CRISI CON LA FRANCIA, il rapporto con i cugini transalpini che si è incrinato, e il ruolo predominante che da sempre gioca questo Paese per il controllo del Mediterraneo e dell’Africa, specie nelle sue ex colonie.

   La Francia, dopo la Brexit, resterà l’unico Paese dell’Unione Europea membro del Consiglio di sicurezza Onu, l’unica potenza nucleare e quella che conduce la maggior parte delle missioni militari in Africa. Gli stessi Stati Uniti e Russia alla Francia si rivolgono per una politica mediterranea. Anche perché l’Italia non ha saputo prendere in mano la situazione, in un contesto di politica mediterranea che è da noi sempre stata debole, è mancata, anche per la paura delle reazioni di un’opinione pubblica poco propensa a una geopolitica italiana nel Mediterraneo (sbagliando clamorosamente).

FRANCAFRIQUE (da Limes) – LA FRANCIA E IL SUO RAPPORTO “NEO-COLONIALE” CON L’AFRICA – “(…) C’è un rapporto sempre presente tra l’ex potenza coloniale e le sue ex colonie. Essa ha mantenuto dei legami militari, economici, politici. (…) HA DECOLONIZZATO, MA HA VOLUTO CONSERVARE UN LEGAME SPECIALE CON ALCUNI PAESI. Mentre per alcuni è solamente ‘interferenza’, per altri lo scopo è la difesa degli interessi francesi. Dipende da quale lato del Mediterraneo ci troviamo. DAL PUNTO DI VISTA DEL SUD DEL MEDITERRANEO E DEL SUD DEL SAHEL, è UNA INGERENZA FRANCESE CHE PROSEGUE NEGLI AFFARI DI QUESTI PAESI AFRICANI. Dal punto di vista dell’Europa, è un paese europeo (…) che deve competere con altre forze politiche ed economiche lì presenti come gli Stati Uniti e la Cina sul mercato africano. L’INGERENZA SI FA ATTRAVERSO L’AZIONE MILITARE. Ricordiamo che la Francia ha condotto DUE GUERRE, UNA IN MALI E UNA IN REPUBLICA CENTRO AFRICANA, per proteggere i regimi e chiudere le porte al terrorismo. La diplomazia dice che se non ci fosse stata la Francia in Mali il Paese sarebbe oggi guidato da jihadisti e movimenti terroristici con tutta l’influenza che potrebbe avere sulla regione. PUÒ ANCHE ASSUMERE QUESTA FORMA, IL COLONIALISMO, MA ANCHE LA FORMA DI COLONIALISMO ECONOMICO, perché si tratta di una LOTTA MORTALE PER I MERCATI, per l’accaparramento di materie prime e prodotti essenziali per la propria industria in una concorrenza spietata con poteri industriali europei, americani e cinesi (….)”(MUSTAPHA TOSSA, giornalista politologo specializzato sulle tematiche riguardanti il mondo arabo, sulle accuse rivolte alla Francia di Sarkozy e non solo per la sua politica in Africa – intervista di Lea Vettorato 25/7/2017, da https://www.lindro.it/)

   E’ così che si è lasciato di fatto il destino della Libia in mano a Francia, Russia ed Egitto, tentando ora il governo italiano, con fatica, di giocare una difficile partita in Tripolitania, con il governo ufficiale, anche per l’Onu, di Al-Sarraj (però assai debole e incapace di unire tutto il Paese).

   E su tutto ora si innesta pure la “delusione Macron”, che tutti pensavamo convinto europeista (e probabilmente lo è), ma prima dell’Europa viene in Francia e il suo forte nazionalismo, la grandeur francese. E così il neo presidente, mostra di ripercorrere l’autonomismo francese con la politica di grandeur.

   In questa logica la Francia ha così lanciato un suo progetto autonomo (dall’Italia, dall’Europa) per l’emergenza flussi migratori, di creazione di hotspot in Libia: cioè aprire già quest’estate dei centri direttamente in territorio libico per comprendere chi ha i requisiti per ottenere lo status di rifugiato. Per poi subito ritirare questo progetto (“non li faremo”, ha detto adesso Macron).

Gentiloni e il leader libico Fayez al Serraj

   Il presidente francese nei pochi mesi da quando è stato eletto, ha più volte rimarcato la differenza tra migranti economici e richiedenti asilo, spiegando di voler garantire assistenza sul territorio francese solo ai secondi. La sua proposta e iniziativa è stata accolta con un “no comment” dalla Commissione Ue. Immediata è arrivata, invece, la risposta dell’Italia che ha ribadito di voler intraprendere, appoggiata dalla UE, la strada delle navi in territorio libico (entro le 12 miglia marine dalla costa) come chiesto dal governo libico di Al-Sarraj;

   Senza (l’Italia) polemizzare troppo con la Francia, impegnata contemporaneamente in un’altra decisione “anti-Italia”, di esercizio del diritto di prelazione di Parigi ai danni di Fincantieri sulla gestione dei cantieri navali Saint Nazaire (qualcuno vede in questa decisione l’assoluto interesse strategico per il governo francese di quei cantieri navali: cioè Saint Nazaire sarebbe l’ultimo cantiere in grado di varare una portaerei di nuova generazione, così si spiegherebbe così la volontà di controllare operativamente quel sito …).

   In risposta agli hot spot francesi decisi in autonomia dalla Francia (che poi ci ha ripensato e li ha esclusi), sui flussi migratori “serve un impegno comune – ha detto il presidente del Consiglio italiano Gentiloni – non ci rassegniamo all’idea che la grande questione della sfida migratoria, che riguarda i rifugiati con diritto di asilo ma anche migranti economici dall’Africa, possa essere lasciata a singoli Paesi per scelta del caso o della geografia. Deve essere un impegno comune”.

(da ANSA: L’infografica dei cantieri di Saint-Nazaire e la nuova proprietà) – ALTA TENSIONE TRA PARIGI E ROMA SUL CASO FINCANTIERI (…)- La Francia ha di fatto nazionalizzato i CANTIERI FRANCESI DI SAINT NAZAIRE bloccando l’acquisizione di Fincantieri di Ftx. La scelta di Parigi viene considerata incomprensibile visto CHE PRIMA LA SOCIETÀ ERA PER IL 66% COREANA e visto che mette in pericolo un progetto industriale concreto ed europeo (…). La scelta è stata fatta sicuramente per ragioni interne: qualcuno ipotizza che serva ad ammorbidire i rigidi e fortissimi sindacati dei cantieri in vista del varo di un jobs act alla francese. Parigi forse non si attendeva una risposta italiana così dura, ma certo erano chiare le possibili conseguenze nella dialettica tra Italia e Francia (da Ansa, 28/7/2017)

   Sta di fatto che neanche “l’operatività italiana” che si appresta a mettere in opera, cioè quella delle navi militari per fermare i barconi e respingere i migranti nella costa libica, anche questa sembra una soluzione con molte incognite. E l’idea francese degli hotspot era sicuramente strumentale alle necessità francesi: costretta a fare i conti con gravi problemi di integrazione, con l’apertura degli hotspot in Libia ci sarebbe stato per i francesi un controllo e una selezione dei migranti possibili diretti in Francia, senza alleggerire il peso della massa di migranti con meta di destinazione l’Italia via mare.

   Però, nonostante i dubbi delle motivazioni forse meramente egoistiche francesi, l’idea di centri di raccolta in Libia dei migranti per valutare l’ingresso in Europa, sembrava (sembra) perlomeno più chiara nell’affrontare il problema, nel decidere cosa e come…. E nel controllare direttamente in quei luoghi libici di raccolta e presenza delle persone immigrate le loro condizioni di vita, di rispetto dei diritti umani ora terribilmente calpestati con violenze d’ogni genere. (s.m.)

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INTERVISTA A IL VICE MINISTRO AGLI ESTERI MARIO GIRO “TENERLI IN LIBIA È COME SPEDIRLI IN UN INFERNO”

di Marco Menduni, da “La Stampa” del 6/8/2017

– Il viceministro degli Esteri, Giro: i profughi finiscono nelle mani delle milizie che ne approfittano. Così non si raggiunge neanche l’obiettivo di alleggerire la situazione –

   «Le nostre navi continueranno a raccogliere i migranti. Sarebbe auspicabile, anche quelli ospitati da imbarcazioni bloccate dalla Guardia costiera libica, quando le nostre imbarcazioni siano in condizione di poterlo fare. Perché riportarli in Libia, in questo momento, vuol dire riportarli all’inferno». Continua a leggere

GLIFOSATE, un pesticida diffuso e contestato: presente in agricoltura e nella nostra alimentazione, nell’era del CIBO GENETICAMENTE MODIFICATO – Gli enti di controllo e ricerca sottoposti all’influenza e pressione delle multinazionali chimiche agroalimentari – Ci sarà un’agricoltura pulita, un’alimentazione sana?

Usato da più di quarant’anni, il GLIFOSATO entra nella composizione di almeno 750 prodotti commercializzati da un centinaio di aziende in più di 130 paesi. TRA IL 1974, data del suo lancio sul mercato, E IL 2014 IL GLIFOSATO IMPIEGATO NEL MONDO È PASSATO DA 3.200 A 825MILA TONNELLATE ALL’ANNO. L’aumento spettacolare è dovuto all’adozione sempre più diffusa di semi geneticamente modificati per tollerare questa sostanza, i cosiddetti semi Roundup ready

   Parliamo in questo post di un diserbante “mondiale”, cioè con un utilizzo globale: il GLIFOSATO usato come erbicida in agricoltura, e venduto principalmente dalla multinazionale agroalimentare MONSANTO (che lo ha “inventato” nei primi anni ’70 del secolo scorso).

   Inizialmente, nei primi anni del suo utilizzo (40 anni fa), era usato prima di effettuare la semina, per togliere le erbacce. Ora invece, che vengono usati sementi geneticamente modificati resistenti a questo erbicida, può essere usato (e viene ampiamente usato!) anche dopo la semina, per tenere “puliti” i campi.

Giovedì sera 20 luglio a Conegliano Veneto hanno sfilato circa 500 persone per dire no all’uso dei fitofarmaci, e il bersaglio sono diventate le bollicine del Prosecco. Striscioni, fiaccole e slogan. Nasce un comitato per chiedere di vietare per legge i trattamenti chimici. Il Movimento “No pesticidi” vuole un referendum per abolire tutti i prodotti chimici in agricoltura (foto da “la Tribuna di Treviso” del 22/7/2017)

   Il glifosato è venduto in tutto il mondo soprattutto dalla Monsanto (ma non solo), che produce anche i cereali modificati resistenti al pesticida.

   E’ interessante questa connessione tra prodotto pesticida e semente geneticamente modificata resistente al pesticida: cioè “non preoccupatevi, potete usarlo, questo diserbante che abbiamo inventato, anche dopo la semina: la pianta, con la semina che abbiamo inventato, resisterà al veleno che eliminerà tutto il resto…”.

Il GLIFOSATO è stato sintetizzato per la prima volta nel 1950 da un chimico svizzero, ma fu COMMERCIALIZZATO come diserbante per l’agricoltura solo NEGLI ANNI SETTANTA, dalla MONSANTO. INIZIALMENTE era impiegato soprattutto PRIMA DELLA SEMINA per liberare i campi dalle erbacce. DA QUANDO ESISTONO LE PIANTE GENETICAMENTE MODIICATE RESISTENTI AL GLIFOSATO, questo diserbante può essere usato ANCHE DOPO LA SEMINA. Il glifosato è venduto in tutto il mondo soprattutto dalla Monsanto, che produce anche i cereali modificati resistenti al pesticida. Nel 2000 il brevetto detenuto dall’azienda statunitense è scaduto, e questo ha favorito la diffusione del glifosato in tutto il mondo: nel 2014 ne sono state prodotte circa 825mila tonnellate. Oggi il glifosato è prodotto da circa cento aziende in 130 paesi. Il glifosato è stato autorizzato negli Stati Uniti dall’Environmental protection agency e in Europa dalla Commissione europea, che lo ha approvato una prima volta nel 2002. Una nuova valutazione di Bruxelles era attesa per il 2015, ma è stata rimandata più volte. Il 3 febbraio 2016 il parlamento europeo ha approvato una mozione in cui invitava la Commissione europea a vietare l’uso di tre varietà di soia geneticamente modificata resistente al glifosato negli alimenti e nei mangimi. Nel giugno del 2016 Bruxelles ha pro prorogato l’autorizzazione all’uso del glifosato fino al 31 dicembre 2017 e allo stesso tempo ha chiesto un pronunciamento all’Agenzia chimica europea (Echa). Il 15 marzo 2017 l’Echa ha giudicato “sicuro” il Roundup, il diserbante della Monsanto basato sul glifosato. Il suo studio servirà alla Commissione come base per far ripartire le discussioni sul glifosato e cercare di prendere una decisione entro la fine del 2017. Greenpeace ha accusato diversi ricercatori dell’Echa, compreso il responsabile dello studio sul glifosato, di conflitto d’interessi, dal momento che in passato hanno lavorato come consulenti per l’industria chimica. (Le Monde, The Guardian, Internazionale)

   Da quando alcuni centri di ricerca hanno attestato che può essere cancerogeno, ci sono state delle limitazioni e delle proibizioni. Ma è un diserbante ora così diffuso che si teme possa essere fuori controllo il suo uso (se pensiamo anche che i prodotti alimentari arrivano da tutto il mondo…).

   Pertanto è sostanza che si usa ancora moltissimo, in modo generalizzato. E se utilizzato con quantità importanti, penetra anche nella falda acquifera. Lo usavano molto anche le aziende private, per esempio le ferrovie lungo i binari. E gli enti pubblici, prima del divieto dell’anno scorso, lo irroravano tranquillamente sulle aiuole e lungo i marciapiedi. È un erbicida sistemico: quando viene sparso, non viene assorbito dalle radici ma entra in circolo nella pianta. Per questo è efficace: basta bagnare una foglia per uccidere l’intera pianta. Lo utilizzavano anche i Consorzi di Bonifica per pulire i canali dell’acqua, ma questo solo fino a una decina di anni fa.

CIRC, LIONE – Il CENTRO INTERNAZIONALE PER LA RICERCA SUL CANCRO (CIRC) con sede a LIONE.(…) . Da quasi cinquant’anni, sotto la guida dell’ORGANIZZAZIONE MONDIALE DELLA SANITÀ (Oms), il compito principale del Circ è INDIVIDUARE E CATALOGARE LE SOSTANZE CANCEROGENE, ma ora QUEST’IMPORTANTE ISTITUZIONE COMINCIA A VACILLARE SOTTO IL PESO DEGLI ATTACCHI. Le ostilità sono cominciate il 20 marzo 2015. Quel giorno il Circ annuncia le conclusioni della sua “MONOGRAFIA 112” (sui possibili effetti cancerogeni di alcuni pesticidi ed erbicidi organofosforici) lasciando tutto il mondo sbalordito: IL CIRC CONSIDERA IL DISERBANTE PIÙ USATO AL MONDO GENOTOSSICO (cioè capace di danneggiare il dna), CANCEROGENO PER GLI ANIMALI E “PROBABILMENTE CANCEROGENO” PER GLI ESSERI UMANI. La sostanza in questione, il GLIFOSATO, è il principale componente del ROUNDUP, il più importante prodotto di una delle multinazionali più conosciute del mondo: la MONSANTO, un mostro sacro dell’agrochimica. (Stéphane Foucart e Stéphane Horel, da “LE MONDE”, Francia – articolo ripreso da Internazionale del 21/7/2017 – http://www.internazionale.it/ )

   Fa venire in mente l’uso allargato, generalizzato, fino a qualche decennio fa, della polvere di amianto. Fino ad accorgersi della letale conseguenza cancerogena. Ma qui la situazione è diversa, perché tanti studiosi non credono alla pericolosità di questo pesticida.

L’EUROPA SALVA IL GLIFOSATE MA LA MARCA TREVIGIANA LASCIA I DIVIETI – La Commissione Europea vuole rinnovare per altri dieci anni l’autorizzazione all’utilizzo del GLIFOSATE, molecola contenuta in molti diserbanti di comune utilizzo e responsabile delle caratteristiche “strisce arancioni” che in primavera colorano colline e aiuole. (…)…Sindaci e Consorzi del Prosecco trevigiani si chiedono se davvero fosse il caso, come hanno fatto nei mesi scorsi, di vietare il diserbo a base della molecola incriminata. Dalla Marca e DALLE COLLINE DEL PROSECCO, però, FANNO CAPIRE CHE INDIETRO NON SI TORNA: «Cancerogeno o meno, il glifosate è il simbolo dell’agricoltura che non ci piace, fatta di chimica e interventi invasivi». (Andrea De Polo, “la Tribuna di Treviso” del 20/7/2017)

   Tant’è che è possibile che la Commissione Europea autorizzi nei prossimi mesi la proroga per dieci anni all’utilizzo del GLIFOSATE (accadrà questo solo se riuscirà a convincere una maggioranza qualificata degli Stati membri della Ue).

   E comunque, come dicevamo, nei giorni scorsi (siamo nel luglio 2017 che scriviamo) sia la comunità scientifica che la Commissione Europea avevano in qualche modo “assolto” il glifosate, sostenendo che non è cancerogeno come invece sostenuto ad esempio (riprendiamo un articolo-reportage-inchiesta in questo senso in questo post) dal CIRC (Centro internazionale per la ricerca sul cancro) di Lione; e come pare possa accadere con la ricerca portata avanti dal maggio 2016 dall’Istituto Ramazzini di Bologna.    E’ vero che il glisofate, pur diffuso globalmente, è già stato bandito nel nostro Paese per l’utilizzo nelle aree pubbliche (ad esempio per la “pulizia” delle aiuole dalle erbacce, sui cigli delle strade…) e la stessa Coldiretti ne stigmatizza l’impiego. Tant’è che incomincia ad essere, questo prodotto, meno presente nei consorzi agrari.

GLISOFATO NEL CIBO – GLIFOSATO, DOVE SI TROVA? – In Italia il glifosato è stato rinvenuto in PASTA e BISCOTTI ma fortunatamente in termini di tracce quindi non è previsto alcun ritiro dei prodotti dal mercato perché la quantità rinvenuta dovrebbe essere “entro i limiti di legge”. In particolare, i residui sono stati rinvenuti in prodotti come CORN FLAKES, FARINE, BISCOTTI, PASTA E FETTE BISCOTTATE. La presenza di glifosate nei prodotti esaminati fa capire che i residui (sempre nei limiti di legge) testimoniano una contaminazione molto diffusa, quasi ubiquitaria, quindi è difficile suggerire degli alimenti da evitare. GLIFOSATE NELL’ACQUA DEL RUBINETTO. L’Unione Europea ha chiesto a tutti i Paesi di eseguire dei TEST per rilevare la probabile presenza di glifosate nell’acqua potabile che scorre dai nostri rubinetti. Nessuna Regione Italiana, purtroppo, ha analizzato la presenza di glifosate nelle acque potabili (di rubinetto) quindi non è possibile stabilire se il glisolate sia presente nell’acqua potabile ne’ in che quantità. (DA http://www.ideegreen.it/ )

   Però, se anche fosse che associazioni di categoria agricola e autorità territoriali lo proibiscono, è assai probabile che il glifosate arriva lo stesso: ad esempio in alimenti e cibi importati dall’estero, in altri Paesi europei, oppure come ad esempio nei rapporti commerciali europei appena instaurati con il Canada (l’accordo commerciale CETA, “Comprehensive Economic and Trade Agreement”), attraverso ad esempio l’importazione di cereali da quel Paese d’oltreoceano.

IL SITO UFFICIALE – Roundup® è un diserbante fogliare, sistemico, non selettivo. Fogliare, perché viene assorbito dalle parti verdi della pianta. Sistemico, poiché una volta penetrato, il principio attivo si muove verso i punti di attiva crescita (meristemi), causando una lenta morte della pianta dalle sue radici più profonde per mancanza di amminoacidi essenziali. Non selettivo, poiché esso distrugge ogni organismo vegetale. CONTINUA SU https://www.roundup.it/il_glifosate.php

   Nelle aree di produzione agro-alimentare c’è un sostanziale impegno a non usarlo più. Ad esempio, nell’area veneta di produzione del prosecco, non lo si utilizza. Pare di capire che sostanze chimiche di così largo utilizzo mondiale e di assai dubbia salubrità, cominciano a far paura prima di tutto proprio agli agricoltori, che forse capiscono la portata del pericolo sanitario, sulla salute delle persone, dei consumatori, cioè di tutti.

IL GLIFOSATE, ERBICIDA RESPONSABILE DELLE COSIDDETTE “STRISCE ARANCIONI” è utilizzato, in alcuni terreni agricoli, con una media di un litro per ettaro, una volta all’anno. Più che tra i filari di viti, per estirpare le erbacce, si utilizza per preparare il terreno nei “set-aside”, i campi lasciati a riposo prima del cambio di coltura. COLDIRETTI ha più volte proposto alternative meccaniche al diserbo. (foto: diserbo nell’uliveto, da http://www.osservatoriodellagodibolsena.blogspot.it )

   Dall’altra la reazione delle multinazionali per dimostrare che il loro prodotto non fa male è molto forte, pressante, fino a tentare di bloccare finanziamenti agli istituti di ricerca. E il mondo della ricerca ha bisogno di finanziamenti per poter sopravvivere: per questo l’Istituto Ramazzini di Bologna fa conto in particolare del contributo di molti soci, come persone fisiche (libere da vincoli e preoccupate della salute loro e dei loro famigliari), cittadini che chiedono salute e chiarezza.

GLIFOSATO: L’ISTITUTO RAMAZZINI DI BOLOGNA (NELLA FOTO LO STAFF DEI RICERCATORI) HA AVVIATO UNO STUDIO INDIPENDENTE, CIOE’ FINANZIATO DAI SUOI 27MILA SOCI – Fondato nel 1982 da Irving Selikof e Cesare Maltoni, due grandi medici della sanità pubblica, il COLLEGIUM RAMAZZINI (BOLOGNA) è un’accademia di 180 scienziati specializzati nella sanità ambientale e professionale. (…..) NEL MAGGIO DEL 2016 IL RAMAZZINI HA AVVIATO UNO STUDIO DI TOSSICOLOGIA A LUNGO TERMINE SUL GLIFOSATO. Questo ha ovviamente attirato molte critiche sull’istituto, noto per la sua competenza in materia di tumori. La responsabile delle ricerche del Ramazzini, FIORELLA BELPOGGI, è una delle poche specialiste ad aver accettato di parlare con Le Monde. “Non siamo molti”, ha detto. “Abbiamo pochi soldi, ma siamo bravi scienziati e non abbiamo paura”.(….) (Stéphane Foucart e Stéphane Horel, da “LE MONDE”, Francia – articolo ripreso da Internazionale del 21/7/2017 – http://www.internazionale.it/ )

   Pertanto assistiamo a multinazionali di prodotti chimici di dubbia salubrità che riescono a coinvolgere pure quotati studiosi che, spesso, vivono un doppio legame con il business agroalimentare fatto di collaborazioni passate e presenti con la stessa multinazionale chimica (collaborazioni ben remunerate); che fanno venire dubbi sulla loro neutralità di giudizio e di pensiero. Problematiche serie sulla sicurezza e tutela della salute, che anch’esse ora sono diventate più che mai tematiche globali, senza confini. (s.m.)

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SALVE, SONO IL GLIFOSATO, IL TUO PESTICIDA PREFERITO

di Isabella Pratesi, 3/5/2017, da http://www.huffingtonpost.it/

“Ci incontriamo ogni giorno e conosco il tuo organismo organo per organo. Mi accumulo nei tuoi tessuti un pochino per volta. Mi chiamano erbicida, oppure pesticida. Ma quello che è certo è che sono la sostanza più a buon mercato e diffusa per garantire produzioni agricole confacenti alle aspettative del mercato!

Tu non mi vedi, ma io ci sono. Sono nella pasta, nelle patate, nei biscotti, nella frutta… ti sono sempre vicino. D’altronde mi considero il migliore dei campi in Italia e nel mondo. Sono così efficace perché sono spietato con tutte le forme di vita! Faccio strage di piante selvatiche, pesci, anfibi, insetti e altri piccoli animali.

Non opero solo nei terreni agricoli, ma anche lungo le strade e le ferrovie, nei giardini pubblici e privati: il vento, le acque, le irrorazioni mi possono portare molto lontano e posso così raggiungere fiumi, centri abitati, cittadini, bambini.

L’agenzia per la ricerca sul cancro dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sospetta che sono molto tossico per tutta la vita acquatica e cancerogeno per gli animali.

Alcune ricerche mi mettono in correlazione con l’aumento di incidenza delle leucemie infantili, linfomi, malattie neuro-degenerative (parkinson in testa). Ma grazie a Dio questo non sembra minare la grande fiducia del mercato nei miei confronti: sono ancora il pesticida più venduto in Italia e nel mondo.

La mia migliore alleata si chiama PAC (Politica Agricola Comune: sono i fondi agricoli comunitari che oggi premiano gli agricoltori che mi utilizzano più di quanto premiano chi pratica l’agricoltura biologica e riesce a produrre cibo senza il mio aiuto… vi sembra poco? Non fatevi intimorire da chi usa lo spauracchio della salute. Lasciate che possa continuare a vivere accanto a voi, vicino vicino.

Sono il glifosato, il tuo pesticida di fiducia!” Continua a leggere

Preservare le DOLOMITI “PATRIMONIO DELL’UMANITÀ” dall’assalto turistico – La chiusura alle auto e moto del Passo Sella ogni mercoledì estivo è la prova di un futuro nuovo nei passi alpini – Una possibile REGIONE DOLOMITICA sperimenta convergenze, per superare le obsolete regioni e province autonome

La CHIUSURA DEL PASSO SELLA – ai CONFINI TRA LE PROVINCE DI TRENTO E BOLZANO – è prevista OGNI MERCOLEDÌ DI LUGLIO E AGOSTO DALLE 9 ALLE 16. Via libera ai bus navetta che – assieme alle funivie – porteranno in quota i turisti. Passo aperto poi naturalmente a pedoni, biciclette, ma anche a veicoli elettrici e bus di linea, ai mezzi di soccorso, auto per i disabili e trattori per lo sfalcio dei prati Una soluzione presa nonostante il “no” di Belluno (la terza provincia delle Dolomiti) e nonostante le proteste di molti operatori turistici che temono di rimetterci un sacco di soldi, nonostante un programma di iniziative alternative

   Notiamo tutti, in qualsiasi luogo andiamo, specie in estate (ma in alcuni posti tutto l’anno, pensiamo a Venezia) un’ “impossibilità” di questi luoghi (città d’arte, litorali marittimi balneari, passi dolomitici…) di far fronte a masse di persone (e mezzi motorizzati) che, di anno in anno, crescono sempre di più.

Dolomiti – 3 Cime di Lavaredo

   Un fenomeno di turismo (di “frequentazione”), fatta di “attraversamenti”, e al massimo in forma solo quotidiana (una solo giornata…”mordi e fuggi”), che snatura quei luoghi. E questa specie di turismo (cui tutti noi spesso siamo, consapevoli o inconsapevoli, protagonisti) rappresenta l’eterogenesi dei fini di un “andare a visitare posti belli” che dovrebbe portare a effettivamente conoscere, ammirare, “vivere e capire” quelle città, montagne, spiagge di laghi e mare, quasi sempre bellissimi e affascinanti. Oltre noi a creare inquinamento e disagio per tutti (in particolare per chi vive in essi, e non trae vantaggio turistico dalle masse di persone che arrivano, attraversano, queste zone), torniamo pure a casa con esperienze di conoscenza sommaria, senza aver recepito alcunché.

DELIMITAZIONE DELLE DOLOMITI secondo le varie accezioni: IN VERDE la definizione delle Dolomiti secondo la SOIUSA (acronimo di “Suddivisione orografica internazionale unificata del Sistema Alpino”, progetto patrocinato dal C.A.I. per ridefinire la suddivisione e classificare le Alpi oltre ciascuna nazione); IN ROSA le aree geografiche in cui è presente la ROCCIA DOLOMITICA; IN ARANCIONE i gruppi definiti dall’UNESCO come PATRIMONIO DELL’UMANITÀ. Sono inoltre evidenziati i confini geografici delle regioni e provincie interessate. (da Wikipedia)

   Uno dei posti dove il turismo di massa, di passaggio, specie con moto rumorose (ma anche tantissime auto) che ci capita di vedere (e, ahinoi, a volte “partecipare”) sono i passi alpini, in particolare quelli dolomitici.

   La decisione delle Province di Bolzano e di Trento di chiudere al traffico privato motorizzato tutti i mercoledì di luglio e agosto uno di questi passi dolomitici tra i più frequentati, il PASSO SELLA, è un’importante novità per chi ama la montagna e vuole preservarne una dimensione naturalistica, pacifica… contro l’assalto di un turismo senza regole, inquinante, rumoroso, senza limiti e rispetto per gli ambienti naturali. E’ vero che la chiusura avrebbe avuto più senso (ed efficacia) la domenica… ma accontentiamoci di questa prima interessante limitazione dei mercoledì estivi, sperando che si venga a innestare un processo di chiusura ai motori privati che va ben oltre.

“(…) «Chiudere al traffico motorizzato solo PASSO SELLA e soltanto un giorno alla settimana, è un po’ poco. Dobbiamo fare di più, se non vogliamo che altre località alpine ci superino». MICHIL COSTA (NELLA FOTO), l’albergatore di CORVARA, che promuove un turismo lento e silenzioso, lo ha ripetuto anche domenica, alla MARATONA DES DOLOMITES, augurandosi che dal prossimo anno tutti i passi possano sperimentare la medesima opportunità di chiusura (….)”«È SOLAMENTE L’INIZIO NEL 2018 BLOCCHEREMO TUTTI I QUATTRO VALICHI» (da “il Mattino di Padova”, 4/7/2017)

   Al di là del “caso Dolomiti” noi pensiamo che il riportare la visita dei luoghi a una dimensione accettabile, il passare da un turismo mordi e fuggi a un modello consapevole, “lento e dinamico”, di visione e ascolto della natura (ma anche degli “artifici umani” che alcuni di essi meritano attenzione: pensiamo ai rifugi alpini, in particolare quelli che si raggiungono a piedi…), è una possibilità sperabile, e che può nascere anche dall’esempio di questa prima limitazione al traffico in un passo dolomitico. In montagna, viene, ci va, chi ama la montagna ed è disponibile a rispettarla.

   Trattare il tema “montagna” nei suoi vari aspetti è cosa complessa, ma è necessario iniziare.

I 4 PASSI INTORNO AL GRUPPO DEL SELLA – OBIETTIVO PER IL PROSSIMO ANNO? «CHIUSURA DI TUTTI E QUATTRO I PASSI INTORNO AL GRUPPO DEL SELLA, ovvero Campolongo, Pordoi, Sella e Gardena (IL SELLA RONDA: i quattro passi dolomitici dove d’inverno i turisti viaggiano con gli sci ai piedi) – Il PASSO SELLA è valico alpino a 2.240 metri sul livello del mare che riguarda da un lato Selva di Val Gardena (Bolzano) e Canazei (Trento) e dall’altro Livinallongo del Col di Lana (Belluno)

   Spesso i fenomeni atmosferici degenerativi che avvengono anche in pianura si difendono a partire dalla montagna, dall’evitare la sua marginalità: la virulenza di tanti fenomeni naturali recenti è favorita dal suo abbandono o, nel caso dell’eccessivo turismo in certe località, del suo eccessivo sfruttamento.

La biodiversità delle Dolomiti (di cui in parte parliamo in questo post) è possibile solo con azioni e politiche ambientali per la montagna, di rispetto, e anche che favoriscano la presenza delle popolazioni stabili su quei territori. E’ pur vero che può esistere un disagio nel vivere in montagna: ma una presenza virtuosa di popolazioni che fanno proprio il rispetto dei loro luoghi (con un turismo ecologicamente praticabile, con la cura e la manutenzione del territorio…) può essere dato da politiche di sostegno al reddito e alle attività degli abitanti in questi territori montani.

I NOVE SISTEMI DOLOMITICI: 1- Pelmo, Croda da Lago; 2- Marmolada; 3- Pale di San Martino, San Lucano, Dolomiti Bellunesi, Vette Feltrine; 4- Dolomiti Friulane e d’Oltre Piave; 5- Dolomiti settentrionali; 6- Puez-Odle; 7- Sciliar-Catinaccio, Latemar; 8- Bletterbach; 9- Dolomiti di Brenta

   Iniziative di sostegno, progetti complessivi per incentivare il lavoro e la vita alpina (ma anche appenninica, dimentichiamo spesso gli Appennini!) queste iniziative, forse sono mancate nella pressoché totalità delle montagne dolomitiche, o forse lì sviluppate in modo frammentario, occasionale, senza un disegno preciso e convinto.

   Oppure ci si può accorgere che in certe entità regionali (…nel Sud Tirolo al posto del Trentino, o delle Dolomiti bellunesi, o in quelle friulane…) vi è un modo di intervenire e di concepire la montagna ben diverso da posto e posto (sarà per le maggiori risorse finanziarie che le province autonome hanno?… forse, ma crediamo che non sia solo questo…).

ALPI ORIENTALI SECONDO LA SOUISA – SOIUSA è l’acronimo di “Suddivisione orografica internazionale unificata del Sistema Alpino”, in pratica è il nome del progetto patrocinato dal C.A.I. e curato da Sergio Marazzi, studioso di orografia alpina (orografia è il settore della geografia che studia i rilievi terrestri), che si è prefisso il compito di ridefinire la suddivisione e relativa classificazione, su scala internazionale, delle Alpi dalla grande scala fino alla piccola scala cioè al singolo gruppo montuoso

   E’ probabile che una regione come il Trentino Altro Adige (divisa fra Trento e Bolzano), cui tutto il proprio territorio è “di montagna”, non possa che fare una politica “unica” per la montagna, rispetto a maggiori disattenzioni e superficialità da parte di regioni (il Veneto, il Friuli) con caratteristiche territoriali eterogenee (mare, laguna, pianura, urbanità concentrata e diffusa, collina, aree pedemontane e, appunto, montagna…).

MACROREGIOE ALPINA – E’ AUSPICABILE UNA MACROREGIONE ALPINA EUROPEA? (oltre le nazioni che la compongono: Austria, Francia, Germania, Italia e Slovenia; e fuori dalla UE Liechtenstein e Svizzera)? …UN PROGETTO OLTRE LE NAZIONI è ora di difficile presente realizzazione – Possibile invece iniziare a costruire convergenze sull’individuazione e realizzazione di REGIONI ALPINE, federali, con autonomia istituzionale, come può essere (diventare) la REGIONE DOLOMITICA. – (VEDI SULLA MACREREGIONE ALPINA: http://www.macroregionealpina.net/?page_id=1225 )

   E’ così che molteplici politiche territoriali hanno messo in luce scelte diverse fra le regioni e le provincie.   Ad esempio nella parziale assenza di iniziative da parte del Veneto, dove l’abbandono della montagna (là dove i luoghi non sono attraenti per i turisti, e nella cosiddetta “mezza montagna”, cioè nelle aree tra pedemontana e montagna come ora viene intesa) è evidente. Alla invece situazione più fortunata del Trentino. E in particolare ad una efficace politica per la montagna operata in Sud Tirolo.

SUONI DELLE DOLOMITI 2017 IN TRENTINO – Da ventitre anni il Trentino organizza e propone un festival di musica in alta quota. Decine di appuntamenti che durante l’estate toccano alcuni dei luoghi più incantevoli delle Dolomiti. Sono prati, conche, palcoscenici naturali che accolgono famosi musicisti provenienti da tutto il mondo che si esibiscono in ogni genere musicale. I luoghi dei concerti sono nelle vicinanze di rifugi alpini, malghe e vette. Per saperne di più, anche sul programma 2017: http://www.isuonidelledolomiti.it/IT/i-suoni-delle-dolomiti-eventi-edizione-2017/ oppure http://www.isuonidelledolomiti.it/IT/i-suoni-delle-dolomiti-musica-sulle-montagne-del-trentino/

   Interessante poi, cosa che distingue anche il Trentino dal Sud Tirolo, il fatto che il modello turistico altoatesino è più imperniato sul turismo familiare, sulla accoglienza diffusa, sulla integrazione del reddito facendo in questo modo crescere una identità tirolese di accoglienza di qualità (cosa non accaduta nella provincia di Trento, men che meno a Belluno).

SUDTIROLO, SALTA LA PACE DEI CARTELLI. ITALIANI E TEDESCHI IN LITE PER I NOMI
(…) In Sudtirolo il nome dei luoghi torna a separare gli italiani dai tedeschi. Il muro linguistico alzato dal fascismo, fino a pochi giorni fa, sembrava a un passo dall’essere abbattuto. Il Novecento, anche in provincia di Bolzano, stava finalmente per chiudersi: una mano tesa dalle autonomie allo Stato, ma pure dal nostro Paese all’Europa. Per ordine di Mussolini, deciso a italianizzare il Sudtirolo, su oltre 170 mila toponimi originari tedeschi, l’irredentista Ettore Tolomei ne impose circa 8 mila nuovi in italiano. Nel 1946, grazie ad Alcide de Gasperi, fu ripristinato almeno il bilinguismo. Nell’ultimo decennio i segnali alpinistici con il doppio toponimo hanno però cominciato a sparire, sostituiti con cartelli solo in tedesco. (…) (Giampaolo Visetti, da “la Repubblica” del 20/3/2017)

   E poi il paradigma di “montagna protagonista delle sue scelte”: intendiamo che la montagna deve acquisire autorevolezza e autonomia in quel che essa è. Un esempio? Capita molto spesso che centraline metereologiche, centri di ricerca scientifica, naturalistica, etc., siano gestiti da università “lontane”, di pianura…. E’ possibile che le aree di montagna possano sviluppare ricerca scientifica, recupero dei luoghi, assetto territoriale virtuoso (contro le frane ad esempio…) senza dipendere dalla “pianura”? (s.m.)

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DOLOMITI, PASSO SELLA CHIUSO ALLE AUTO

da “Il Corriere delle Alpi” del 7/7/2017

– Scontro istituzionale tra Zaia e Delrio – Il governatore scrive al ministro: «Atto unilaterale e così danni gravi al turismo» chieste misure alternative allo stop alle auto – Continua a leggere

PROFUGHI, MIGRANTI ECONOMICI, CLANDESTINI…i tanti nomi per chi viene da Sud in Europa – L’Africa, in esplosione demografica, si avvicina alle sponde europee – Per la prima volta si parla di sostegno alla sviluppo dei Paesi africani – L’Italia, in prima linea (lasciata sola) inizia una POLITICA MEDITERRANEA

LE ROTTE DEI MIGRANTI DALLA LIBIA VERSO L’ITALIA 

Le rotte più battute. La rotta principale percorsa dai migranti dall’Africa occidentale passa attraverso il Niger e la Libia per poi arrivare in Italia attraverso il Canale di Sicilia (rotta occidentale-est). Dal Senegal, Gambia, Guinea e Costa d’Avorio i migranti si spostano prima a Bamako, in Mali, per poi passare da Ouagadougou in Burkina Faso e raggiungere il Niger. Una via alternativa passa da Bamako a Gao, in Mali, per poi arrivare a Niamey, in Niger.

   Molti nigeriani raggiungono il Niger attraverso Kano. Alcuni migranti provenienti dal Camerun hanno raccontato di aver attraversato il Ciad per raggiungere Madama in Niger e proseguire fino in Libia. Da Agadez a Sabah comincia un tratto di rotta nel deserto chiamato “la strada verso l’inferno”, che tutti i migranti sono costretti ad affrontare per raggiungere la Libia. La durata media del viaggio dal paese di origine è di venti mesi. Il tempo medio di permanenza in Libia è di 14 mesi.

Le rotte orientali. La principale rotta dal Corno d’Africa passa attraverso il Sudan e la Libia per raggiungere l’Italia attraverso il canale di Sicilia (Rotta orientale-centro). Dopo aver attraversato il confine tra Eritrea e Sudan, che è molto pericoloso, la maggior parte dei migranti raggiunge Kassala o il campo profughi di Shagrab in Sudan oppure il campo di Mai Aini in Etiopia. Una volta raggiunta Khartoum, i migranti attraversano il deserto verso la Libia con i pick-up. Un percorso alternativo e più breve attraverso il deserto parte dalla città di Dongola a nord di Khartoum.

   Generalmente, un primo pick-up lascia i migranti al confine con la Libia, per poi tornare indietro verso Khartoum. I migranti vengono quindi fatti salire su un altro pick-up gestito dai trafficanti libici. Il costo del viaggio dal Sudan fino alla Libia varia da mille a 1.500 dollari. La maggior parte dei migranti raggiunge poi Agedabia situata in Cirenaica, a pochi chilometri dalla costa mediterranea. Dal nord della Libia i migranti cercano di raggiungere la costa a Bengasi (nel nordest) oppure a Zuwara e Sabratha (a ovest di Tripoli e più vicine alla Sicilia) per poi imbarcarsi.

   La durata media del viaggio dal paese di origine è di 15 mesi. Il tempo medio di permanenza in Libia per i migranti del Corno d’Africa (la maggior parte eritrei) è di tre mesi. L’Etiopia e il Sudan sono i paesi dove i migranti eritrei rimangono più a lungo. Le tratte sono gestite da intermediari e trafficanti. La somme pagate dai migranti per affrontare queste rotte, in genere più alte dal Corno d’Africa, possono variare. In Libia, Niger e Sudan i migranti rischiano di essere sequestrati e messi in carcere. (da Internazionale – settembre 2016 – www.internazionale.it/notizie/ )

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foto da http://www.treccani.it

   Dall’inizio del 2017 alla fine di giugno i migranti arrivati in Italia via mare sono più di 80mila, mentre nello stesso periodo del 2016 erano stati 64mila. E sono morti duemila migranti sulla rotta tra il Nord Africa e l’Italia.

nella foto MARCO MINNITI, ministro dell’interno. LE RICHIESTE ALL’UE, OLTRE L’ATTUALE EMERGENZA, per governare l’immigrazione: “Interventi concreti per stabilizzare la situazione politica in Libia e un progetto a lungo termine, che si gioca nei rapporti tra l’Unione e i paesi subsahariani….”. Intanto Minniti batte cassa, perché, dopo anni di sforzi, pretende che i ventisette Paesi Ue condividano fattivamente la responsabilità dell’accoglienza… Un sostegno che, d’altra parte, il ministro sollecita anche agli amministratori locali, chiamati già da tempo a un senso di responsabilità e a rispettare criteri di accoglienza condivisa

   Si tratta di dati sempre più allarmanti, che hanno spinto il ministro dell’Interno, Marco Minniti, a chiedere formalmente a Frontex, l’agenzia dell’Unione Europea la gestione della cooperazione operativa alle frontiere esterne degli Stati membri, di trovare al più presto una soluzione condivisa per alleggerire la pressione migratoria. E cioè di “regionalizzare” le operazioni di salvataggio in mare dei migranti: l’Italia non è più in grado di essere l’unico approdo degli sbarchi ed è quanto mai necessaria l’apertura di nuovi porti che consentano di portare i migranti, al termine dei soccorsi, negli altri Paesi coinvolti (Francia, Grecia, Spagna e Malta). Le unità costiere e della Marina militare di ciascun Paese impegnato nel pattugliamento del Mediterraneo dovrebbero, dunque, trasferire i migranti nei propri porti dal momento che ormai il problema è diventato una questione europea, non più soltanto italiana.

foto di TALLIN, Estonia – Il tema più caldo in questi giorni sui migranti, su cui il ministro degli interni Minniti aveva cercato sponde in Europa, è la “REGIONALIZZAZIONE” DEL SOCCORSO – termine burocratico con cui si intende l’APERTURA DEI PORTI DELLA COSTA MERIDIONALE EUROPEA ALLE NAVI CHE RECUPERANO MIGRANTI NEL MEDITERRANEO – che non era all’ordine del giorno del vertice dei ministri degli interni della Ue tenutosi il 6 luglio scorso a TALLIN (capitale dell’ESTONIA, il più settentrionale dei paesi baltici, dal primo luglio per un semestre a capo della presidenza del Consiglio dell’UE). Tuttavia agli espliciti no di FRANCIA e SPAGNA comunicati prima del vertice (“i nostri porti sono già sotto pressione”), se ne sono aggiunti altri. Secondo Minniti, il passo avanti è stato fatto invece sull’APPROVAZIONE DEL CODICE DI COMPORTAMENTO PER LE ONG. Inoltre, sono stati decisi i NUOVI FINANZIAMENTI A SOSTEGNO DELLA GUARDIA COSTIERA LIBICA ed è stata riaffermata la necessità di ELABORARE UNA NUOVA POLITICA EUROPEA SUI RIMPATRI

   Proposta di coinvolgimento di nuovi porti europei subito rigettata. Dal vertice informale dei ministri dell’Interno europei che si è svolto il 6 luglio scorso a TALLIN (capitale dell’Estonia, il più settentrionale dei paesi baltici, dal primo luglio per un semestre a capo della presidenza del Consiglio dell’UE), è arrivata una chiusura unanime alla richiesta di regionalizzazione che, secondo i partner europei, non sarebbe una soluzione percorribile.

La ROTTA DEI DISPERATI in NIGER verso il confine meridionale della Libia

   Tentando di vedere qualche aspetto positivo sul tema “migranti che sbarcano in Sicilia e Calabria”, il ministro dell’Interno Minniti ha fatto presente che un passo avanti è stato fatto (a Tallin) sull’approvazione di un codice di comportamento per le Ong, e che sono stati decisi nuovi finanziamenti a sostegno della Guardia Costiera libica ed è stata riaffermata la necessità di elaborare una nuova politica europea sui rimpatri. Pertanto, niente da fare per i porti francesi, spagnoli… ma disponibilità per ONG, PROBLEMA LIBIA, RIMPATRI.

Salvataggi delle ONG in mare

   Sulle ONG, Organizzazione non governative che con le loro medio-piccole navi contribuisco nel sud del Mediterraneo, vicino alle coste libiche, a salvare tanti migranti nei barconi improvvisati, c’è stata in queste settimane forte polemica: si dice e si critica dicendo che “se metti in opera possibilità di salvataggio, i trafficanti di uomini portano in mare ancora una maggiore umanità disperata e inconsapevole”, che viene “salvata” da queste navi-vascello che così, secondo alcuni, diventano loro malgrado complici involontari dei trafficanti di uomini, e dell’attraversare il Mediterraneo verso l’Europa di sempre più persone. Le Ong, e i tanti che conoscono il loro impegno, parlano invece di queste navi “volontarie” come di iniziative che riempiono un vuoto, dove non arrivano le navi e le motovedette della Marina, e salvano dalla morte molte persone.

LIBIA CONFINE SUD

   Sul PROBLEMA LIBIA si sottolinea che è da quel Paese in stato di semianarchia che si inizia ad organizzare la migrazione sempre più di massa verso l’Europa, e così è lì che bisogna agire….

 

   Sui RIMPATRI dei migranti la cosa appare difficile, costosa, impossibile… e così si pensa alla necessità di stabilire rapporti più concreti con i loro Paesi di origine…

Migranti e guardia costiera libica (da Internazionale)

   Vien qui la necessità di tracciare linee generali sul tema immigrazione per poi proporre e immaginare modi concreti e immediati per fare un’azione virtuosa su chi arriva o è arrivato in Italia (ed Europa), sulla politica mediterranea che (finalmente) si comprende che va praticata, sul rapporto più diretto che la UE deve avere con l’Africa.

Migranti e l’accordo con le tribù libiche – “(….) il 31 Marzo scorso al Viminale, il presidente del consiglio dei Ministri Paolo Gentiloni, e il ministro degli interni Marco Minniti, hanno accolto 60 ”CAPI TRIBÙ” DEL SUD DELLA LIBIA per siglare un accordo volto a fermare i flussi migratori da paesi subsahariani prima della partenza dalle coste nord-africane. Questo accordo si pone in continuità con quello già stretto 2 mesi fa con FAYEZ MUSTAFA SERRAJ, presidente di uno dei due principali schieramenti libici con sedi amministrative a Tripoli. Perché il Viminale ha accolto 60 capi di tribù che non sono rappresentanti di alcun stato di diritto vagamente riconosciuto a livello internazionale? La risposta è abbastanza semplice: FERMARE LE PARTENZE DALLE COSTE LIBICHE È IMPOSSIBILE. L’unico modo realmente efficace per fermare i migranti sub-sahariani, provenienti soprattutto dalle regioni dell’Africa dell’Ovest, è quello di fermarli in quella STRISCIA DI TERRA CHE COLLEGA IL NORD DEL NIGER AL SUD DELLA LIBIA. Proprio IN MEZZO AL DESERTO DEL SAHARA (…)” (da http://www.milanoinmovimento.com)

   Il problema dell’immigrazione, proprio dopo l’escalation degli sbarchi negli ultimi giorni e dopo i ripetuti tentativi di ottenere dai partner europei maggiore solidarietà, intanto dimostra come ogni paese europeo pensa a se stesso e al fatto in particolare che una politica di attenzione e solidarietà verso lo “straniero” è fortemente impopolare (e può rischiare di far perdere le elezioni, come in Germania la Merkel sta preparandosi, alle elezioni, per settembre).

   E’ un fronte (maggioritario) di paesi europei incline a osservare quanto avviene nel Mediterraneo come un problema lontano non solo geograficamente: una filiera trasversale di interessi nazionali poco attenta al fenomeno, che cerca di scansarlo, di evitarlo (finché può), anche e specialmente per la (giusta) paura di fare concessioni che potrebbero dare fiato ai movimenti xenofobi. Ciò non toglie che, se andiamo a vedere, molti dei Paesi che vengono ora criticati e considerati “anti-immigrati”, mostrano di avere quantità elevate di persone straniere da loro presenti, e che cercano di integrare, migranti provenienti dall’Africa, dal Medio Oriente in guerra, dal sud est asiatico…

Libia: pik up con trasporto migranti (da Internazionale)

   E il fenomeno delle migrazioni africane non è fatto temporaneo, di questa breve nostra fase storica. A muovere uomini e donne verso terre più promettenti (non necessariamente in Europa, anzi: nove volte su dieci per mancanza di alternative i migranti si spostano in Africa) è l’intreccio fra eruzione demografica e depressione economica, aggravata dal mutamento climatico che rende inabitabili ampie porzioni di territorio a sud del Sahara. C’è poi, forse, un desidero, da parte dei giovani, di andare verso “nuovi mondi”, di uscire da un guscio troppo ristretto, di dare un senso più nuovo alla propria vita (anche questo, non solo problemi economici o climatici). E, dall’altra, il dilemma dell’accoglienza non nasce oggi. Perché il rapporto con chi viene da fuori oscilla, per sua natura, tra un estremo ospitale e un estremo ostile.

   E c’è una palese paura dello straniero, supportata peraltro da validi e concreti motivi di “non farcela” (come accade in queste settimane per l’Italia); che “tutti non li possiamo accogliere”. Si avverte l’urgenza immediata di una regolamentazione per stabilire un giusto equilibrio tra respingimento e accoglimento. Per evitare che l’arrivo di altri uomini diventi un qualcosa di inarrestabile, non più gestibile. Anche tra le persone più aperte al vivere la ricchezza della diversità, si percepisce la preoccupazione di questo “non farcela”.

LE ROTTE DELLE MIGRAZIONI AFRO-MEDITERRANEE

   E, a proposito dell’Italia, tra flussi mediterranei e stretta ai valichi alpini imposta dai vicini europei, la penisola italica si è così trasformata da paese di transito in destinazione obbligata dei migranti. E aumentano i migranti dall’Africa centro-occidentale (al primo posto la Nigeria, un vero e proprio colosso demografico…. Finora avevamo avuto conoscenza di gente proveniente dal Marocco, Senegal, Ghana…).

   Pertanto un insieme di sensazioni e fatti che concorrono alla percezione di un’instabilità: la minaccia di chiusura dei porti, il timore sempre più strisciante di un’invasione fuori controllo, la percezione di un limite di sicurezza ormai superato, la delusione per l’indifferenza di un’Europa solidale a parole e farisaica nei fatti…. lo straniero è l’ospite ma potenzialmente anche il nemico.

   Questo contesto di geopolitica migratoria non deve suscitare isterismi, come adesso quotidianamente accade, ma va governato convintamente e virtuosamente.

migranti nel deserto

   Tra le proposte immediate che segnaliamo (al di là dell’improbabile e impossibile chiusura dei porti italiani, o delle collaborazioni e coinvolgimenti all’attracco in altri porti non italiani, che ha già avuto il niet di Francia e Spagna), tra le proposte immediate concrete riportiamo in questo post quella della Comunità di Sant.Egidio, di Luigi Manconi (senatore Pd), e dei Radicali italiani, che nei giorni scorsi hanno proposto (e messo in atto iniziative politiche e articoli sui giornali) per la concessione di una PROTEZIONE TEMPORANEA AI PROFUGHI, di un anno, perché si possa decidere intanto “che fare”, garantendo a loro l’emergenza umanitaria in uno stato di sia pur temporanea legalità. In questo modo tutti i Paesi europei si prenderebbero una parte dei migranti riconoscendo loro la “protezione temporanea”, che assicura comunque l’assistenza sanitaria, l’istruzione scolastica. Al fine di creare (come è già accaduto nel 2013 in analoga emergenza di arrivo massiccio di profughi) un PIANO DI AMMISSIONE UMANITARIA, che preveda canali legali e sicuri verso l’Europa per i profughi bisognosi di protezione. Una proposta che significherebbe per i Paesi europei ora “riluttanti” ad accogliere migranti, un impegno ridotto con una parte minima di essi migranti ben distribuiti, un “rallentamento” del flusso e di richieste di impegno senza limiti precisi, con la gestione di alcuni di essi migranti in modo soft, mirato (e temporaneo, cioè un anno).

   La “protezione umanitaria” è tra l’altro già prevista nella UE: è una direttiva del 20 luglio 2001 (la numero 55), pensata dopo la crisi jugoslava della prima metà degli anni ‘90, allora per far fronte, così c’è scritto, a un afflusso massiccio di sfollati. Perché i rimpatri sono costosissimi, non funzionano (gli stati di origine non accettano il ritorno e serve stabilire con ciascuno di essi convenzioni che incomincino anche ad essere collaborazione economiche, culturali….).

   Due anni fa poi c’era stata l’idea (sempre della Comunità di Sant’Egidio) dei «CORRIDOI UMANITARI», il sistema per far arrivare in Italia, senza più barconi o traversate impossibili, i profughi siriani accampati in Libano, dopo la fuga dalle città distrutte dalla guerra (in un anno sono arrivati in Italia 800 profughi siriani). Può essere un modo, un metodo per “controllare le migrazioni” all’origine, stabilirne i flussi e le possibilità fattibili.

   Già adesso poi si inizia a pensare concretamente a convenzioni e rapporti con Paesi africani di partenza e di transito dei migranti (Niger, Sudan, Burkina Faso, e poi anche Algeria, Ciad ….), e questo non può che portare a trovare relazioni anche di altro tipo, economiche, culturali, di conoscenza, atte a far sì che l’Africa, e i suoi stati nazionali, diventino soggetti paritari, come gli altri paesi europei, per politiche di collaborazione e sviluppo, che finora son state assai poco praticate.

   Insomma c’è la necessità di darsi da fare per controllare il fenomeno di questa massiccia mobilità “Nord-Sud” del mondo con iniziative verso l’Africa di tipo economico, culturale, di amicizia…. E’, in fondo, un modo pratico, concreto, di iniziare una POLITICA MEDITTERRANEA che adesso manca del tutto. Una necessità che può diventare una opportunità di scambi e sviluppo in un’AREA EURO-AFRICANA che, volente o no, dovrà nel prossimo futuro collaborare assieme, scambiarsi energie, “piacersi”. (s.m.)

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Dall’antica Grecia a oggi

STRANIERO, OSPITE O NEMICO: COSA CI INSEGNA LA STORIA

di Marino Niola, da “la Repubblica” del 4/7/2017

– L’onda di piena dei migranti scuote l’Italia e la mette di fronte al dilemma dell’accoglienza. Ricevere a oltranza e rischiare di essere sommersi. O respingere per arginare la marea e porre fine agli effetti collaterali di Frontex. I fatti di questi giorni hanno reso la questione indifferibile – Continua a leggere