Mappa aggiornata quotidianamente della diffusione del Coronavirus nel mondo

CORONAVIRUS COVID-19 Global Cases by the Center for Systems Science and Engineering (CSSE) at JOHNS HOPKINS UNIVERSITY (JHU) – (CLICCA IL LINK QUI SOTTO PER INGRANDIRE L’IMMAGINE ED AVERE LA SITUAZIONE AD ADESSO, AL MOMENTO CHE LEGGI: https://gisanddata.maps.arcgis.com/apps/opsdashboard/index.html#/bda7594740fd40299423467b48e9ecf6)

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Il PNRR (piano nazionale di ripresa e resilienza) di 191,5 miliardi di euro di fondi europei, è un piano di vera transizione ecologica? Oppure è solo un ammodernamento di uno sviluppo che resta insostenibile? – Quel che appare è che è un grande piano, ma dovrà essere ben migliorato negli interventi che ci saranno

«WHATEVER IT TAKES» (in italiano “Tutto ciò che è necessario” o anche “Costi quel che costi”) è una famosa frase in lingua inglese che il governatore della Banca Centrale Europea MARIO DRAGHI pronunciò il 26 luglio 2012, nell’ambito della crisi del debito sovrano europeo, per indicare che la BCE avrebbe fatto appunto “tutto il necessario” per salvare l’euro da eventuali processi di speculazione. (da Wikipedia) – PNRR, 26 aprile 2021, per GREENPEACE il Piano di Draghi è «UNA MEZZA SVOLTA VERDE» – «Con uno spazio davvero troppo esiguo per un serio dibattito pubblico e senza le schede progettuali da cui si potrebbe capire di più, il Pnrr presenta qualche novità di rilievo ma ancora diversi limiti» (nella foto: presidio di Greenpeace a Montecitorio)

   Il PNRR (piano di ripresa e resilienza), o Recovery Plan più semplicemente chiamato, che il nostro governo ha presentato il 30 aprile scorso alla Commissione europea, è cosa assai complessa: prevede la messa in moto dello sviluppo di tutto il Paese, ma è rivolto un po’ a tutti i paesi europei; cioè riguarda l’Europa del post pandemia (almeno, se presto finirà il covid…).

PNRR, DRAGHI presenta il Piano alla Camera dei deputati (26/4/202): “NON SOLO PROGETTI: C’È IL DESTINO DEL PAESE”

   Per l’Italia ci sono complessivamente a disposizione 222 miliardi tra i fondi europei del Recovery Plan (191,5 miliardi), ma anche delle risorse nazionali (circa 30 miliardi). Sono sei le aree di intervento individuate: digitalizzazione e innovazione; transizione ecologica (cui va il 30% del totale); infrastrutture e mobilità; istruzione e ricerca; inclusione e coesione; salute.

   Il piano rimane, nel complesso, una grande opportunità di sviluppo e porta certamente con sè aspetti positivi, come l’attenzione alla parità di genere, alle politiche giovanili, alla rivoluzione digitale; e in particolare “ufficializza” che siamo entrati nell’èra della crisi ambientale, e c’è la urgente necessità di una concreta riconversione ecologica del pianeta (e pertanto anche dell’Europa).

PNRR, CINGOLANI: RINNOVABILI e IDROGENO ma anche GAS nel futuro (v. l’intervista a “la Repubblica” qui riportata) (nella foto: Roberto Cingolani, ministro della Transizione Ecologica)

   Nel suo complesso, però, questo piano manca di una visione veramente ecologica. Questa è il giudizio delle associazioni ambientaliste; ma anche di chi sperava veramente in un cambio di rotta nello sviluppo attuale; e che in fondo, pur mettendo in moto le maggiori forze possibili, non ci saranno i cambiamenti verso una riconversione ambientale che si sperava (un “transizione ecologica” come ora si dice, dal nome del nuovo ministero, in sigla MITE, appunto MInistero per la Transizione Ecologica).

SLOW FOOD: «Questo PNRR è un piano di ammodernamento di un modello di sviluppo insostenibile, non promuove la transizione ecologica e non affronta alla radice le cause delle crisi che stiamo vivendo»: durissima la presa di posizione di Slow Food sul Piano nazionale di Ripresa e Resilienza presentato dal Governo e votato dal Parlamento. «Non riconosce limiti e responsabilità dell’attuale modello di sviluppo ed è privo di una visione sovranazionale». (foto-manifesto da www.slowfood.it)

   Ad esempio è scettica Slow Food, meritoria associazione sul cibo, l’agricoltura pulita, l’alimentazione, l’equità nord-sud del pianeta…. secondo cui questo Pnrr sarebbe “un piano di ammodernamento di un modello di sviluppo insostenibile, che non promuove la transizione ecologica che dovrebbe essere un passaggio da un modello all’altro e non un aggiustamento, pur se profondo, di un modello che si vuole perpetuare”. Il riferimento è, ad esempio, al rinnovo del parco macchine in agricoltura. Una misura che secondo il Comitato esecutivo di Slow Food Italia “può anche non voler dire nulla in termini di transizione ecologica o, addirittura, può avere effetti negativi, se dovesse tradursi nel passaggio a mezzi sempre più pesanti che compattano sempre più i suoli” (vi proponiamo in questo post l’articolo di Slow Food che parla di questo).

PNRR, ANCHE PER LEGAMBIENTE È INADEGUATO – “Sono diversi i miglioramenti apportati al Piano nazionale di ripresa e resilienza del nostro Paese elaborato dal governo Draghi. Un lavoro che però consideriamo solo all’inizio, perché il Pnrr non è pienamente coerente con le politiche europee ispirate al Green Deal e alla transizione ecologica e non è adeguato alle sfide ambiziose che la salute del Pianeta ci impone”, sono queste le prime parole di commento di STEFANO CIAFANI (NELLA FOTO), presidente nazionale di Legambiente al nuovo Pnrr (da https://www.qualenergia.it/, 28/4/2021)

   Forse giudizi un po’ ingrati e da verificare, quelli di chi esprime dapprincipio il fallimento di un cambiamento epocale nel senso di avviare nei tanti interventi previsti una nuova “epoca” ecologica. I tempi imposti dalla scadenza del 30 aprile hanno forse fatto fare in fretta di “scrivere” le proposte, non offrendo margini per una discussione e un ripensamento profondo del piano (come sempre, vien da dire, ci si prende all’ultimo momento, e questo non fa ben sperare nella realizzazione concreta del piano, prevista entro il 2026).

MAPPA DELLA RIPARTIZIONE DEI FONDI DEL RECOVERY PLAN IN EUROPA (da https://www.tgcom24.mediaset.it/)

   Insomma tante sono le perplessità, sia nella realizzazione del piano, e che si tratti poi anche di vera “transizione ecologica”. E per non parlare delle riforme che devono accompagnare il tutto (della Pubblica Amministrazione, della burocrazia, della giustizia…. con forme di semplificazione nelle procedure degli appalti che, sì, richiedono tempi certi e brevi, ma fanno temere a molti la possibilità di abusi e intromissioni mafiose).

   Tuttavia, pur avendo dubbi sul tutto (e poi, ce la farà il nostro Paese, la nostra pubblica amministrazione, gli enti comunali e statali a gestire questo grande piano??), è lo stesso da sperare che un ciclo virtuoso si realizzi. E anche sui progetti più opinabili (che in questo post vengono descritti nei vari interventi riportati), la partita non sia chiusa: ad ogni progetto, e specie ai più strategici, bisognerà controllare il modo in cui i soldi saranno effettivamente spesi, e vedere di incidere rendendolo (il progetto) conforme a una visione veramente nuova del nostro modello di sviluppo. (s.m.)

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da SLOW FOOD:

QUESTO PNRR È UN PIANO DI AMMODERNAMENTO DI UN MODELLO DI SVILUPPO INSOSTENIBILE

27/04/2021, da https://www.slowfood.it/

– Questo Pnrr è un piano di ammodernamento di un modello di sviluppo insostenibile, non promuove la transizione ecologica e non affronta alla radice le cause delle crisi che stiamo vivendo – Secondo Slow Food il Pnrr presentato non riconosce limiti e responsabilità dell’attuale modello di sviluppo ed è privo di una visione sovranazionale –

   Si addensano molte nubi nel cielo del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. C’era da aspettarselo, tale è la posta in palio (complessivamente il Presidente Draghi parla di 248 miliardi di euro investimenti) e tali sono gli interessi solleticati da questa enorme quantità di denaro.

Pnrr, Slow Food: «Non è una strategia per la transizione ecologica»

«Quella che emerge dalla lettura del Pnrr non è una strategia per la transizione ecologica ma piuttosto un programma per l’ammodernamento del Paese. Come se all’origine delle crisi che stiamo vivendo ci fosse principalmente una condizione di arretratezza dell’Italia rispetto al contesto globale e non, invece, un problema di modello di sviluppo. La transizione dovrebbe essere un passaggio da un modello all’altro e non un aggiustamento, pur se profondo, di un modello che si vuole perpetuare. Per fare un esempio: nei capitoli dedicati all’agricoltura si propone il rinnovo del parco macchine, che può anche non voler dire nulla in termini di transizione ecologica o, addirittura, può avere effetti negativi, se dovesse tradursi nel passaggio a mezzi sempre più pesanti che compattano sempre più i suoli», afferma Francesco Sottile, a nome del Comitato esecutivo di Slow Food Italia.

Riqualificazione in salsa verde

«L’approccio del piano sembra fondarsi su una “riqualificazione dei consumi in salsa verde”. Il Pnrr, insomma, sembra essere stato partorito non avendo piena coscienza delle cause che hanno determinato la più drammatica crisi dall’ultimo Dopoguerra a oggi e rincorrendo vecchi modelli produttivistici di sviluppo conditi con parole come “digitalizzazione” (che sembra essere diventata la soluzione di tutti i mali dell’Italia), “ecodesign”, “green”: non è possibile, per esempio, che sui rifiuti si parli solo di riciclo e mai di riduzione, come pure non si capisce come in tutto il documento non compaia mai la parola agroecologia, l’unica pratica agricola che può rigenerare la terra e l’ambiente circostante», prosegue Sottile.

Manca una visione ecologica

Il piano rimane, nel complesso, una grande opportunità e porta certamente con sé aspetti positivi, come l’attenzione alla parità di genere, alle politiche giovanili, la novità delle Green communities o la riforma della pubblica amministrazione. Purtroppo, però, nel suo complesso, manca di una visione veramente ecologica, forse a causa dalla fretta con cui si è elaborato il documento, in assenza di un adeguato dibattito: «La partita si è giocata principalmente in seno al Governo e alle forze politiche, con un coinvolgimento delle parti sociali che è parso più di facciata che di sostanza, per non parlare del bassissimo livello di interlocuzione con il resto del mondo, a partire dalle organizzazioni della società civile che pure avrebbero avuto molto da dare», continua Sottile.

«Il Pnnr italiano non ha il coraggio di mettere in discussione il modello di sviluppo insostenibile che è all’origine non solo della pandemia ma di tutte le crisi sistemiche che attraversano il nostro tempo: ambientale, climatica, alimentare, demografica, migratoria, economica e sociale, finanziaria e, infine, culturale e politica.

Non si tratta solo di rimettere in moto l’economia, bensì di ripensare un modello di sviluppo in grado di riconsiderare la nostra impronta ecologica, far propria la cultura del limite, riqualificare il lavoro e le produzioni. Questa è la nostra idea di transizione ecologica».

Affrontare la crisi a livello sovranazionale

C’è poi un altro aspetto fondamentale da evidenziare. Con il Next Generation Eu, proprio per pensare alle future generazioni a partire dai nostri giovani, forse per la prima volta l’Europa politica ha avuto il coraggio di intraprendere un programma strategico fondato su alcune linee di lavoro che affrontano la crisi sanitaria, ambientale e produttiva. Non c’è ancora un cambio di paradigma, ma il fatto stesso di immaginare una politica economica e finanziaria europea (con l’inedita e prima sempre avversata emissione di titoli di debito europei) attorno ai grandi temi del futuro, rappresenta comunque una svolta importante.

«Ma in una nuova visione europea, ogni Paese non dovrebbe replicare gli stessi investimenti e le stesse linee di sviluppo, bensì riconsiderare vocazioni territoriali e ambientali, prerogative e unicità culturali, assetti proprietari e fiscali, devoluzione di poteri verso l’Europa e forme diffuse di autogoverno. Il Next Gen Eu non dovrebbe essere la sommatoria di 26 piani nazionali e c’è una domanda che tutti dovremmo porci: è possibile affrontare le crisi che stiamo vivendo dentro lo spazio di ciascun Paese?».

Pnrr, Slow Food: chiediamo una visione sovranazionale

Non è chiaro quanto la Commissione europea vorrà e potrà fare per far acquisire ai singoli piani nazionali una visione sovranazionale ma Slow Food crede che «le dimensioni europea ed euromediterranea rappresentino l’ampiezza di sguardo necessaria se vogliamo che le straordinarie risorse messe in campo dall’Unione europea possano risultare efficaci».

Scendendo nello specifico dei temi che più stanno a cuore a Slow Food, saltano subito agli occhi alcune assenze che pesano.

«Non possiamo accettare che nell’elenco delle riforme non ci sia la legge sul consumo di suolo, e potremmo aggiungere anche la chiusura dell’iter della legge sul biologico. Come si fa a non considerare queste riforme come urgenti per un Paese che guarda alla transizione ecologica?», sottolinea ancora Sottile.

«Inoltre, come già accennato, notiamo l’assenza della parola agroecologia: in presenza di un Green Deal e delle strategie Farm to Fork e Biodiversità 2030 (che pure vengono citate), è una dimostrazione di straordinaria miopia.

Il grande investimento nelle energie rinnovabili, poi, solleva come minimo un grande punto interrogativo su quanto e come contribuirà alla conservazione delle risorse naturali, e non il contrario: a questa domanda occorrerà dare una risposta prima che partano gli investimenti. Si parla di biometano senza approfondirne i termini, con il rischio che una misura di economia circolare diventi un ulteriore stimolo a incentivare un sistema di allevamento intensivo.

Un piano a stretta vocazione industriale

Anche perché la sensazione è che, almeno per quanto riguarda la parte agricola, questo piano sia di stretta vocazione industriale: logistica, commercio e internazionalizzazione sono utili e necessarie ma vengono dopo fertilità del suolo, ruolo dell’agricoltura nella gestione del territorio, biodiversità agricola, prossimità e filiere, il cui ruolo nel Pnrr non ci sembra invece adeguatamente considerato».

Il tema del cibo, per noi così cruciale, investe in maniera trasversale l’ambiente, l’agricoltura, le attività artigianali e industriali di trasformazione, la salute, la cultura e l’educazione, la ricerca, il commercio e il turismo, la cooperazione… Ha a che fare direttamente con la crisi climatica, con la crisi alimentare e molto spesso con i processi migratori. Per queste ragioni, come Slow Food crediamo vi si debba riservare una nuova centralità, contrariamente alla disattenzione e alla marginalità che si evince dalla stesura del Pnrr.

Aree interne dimenticate

Infine, anche l’attenzione per le aree interne, così importanti per l’agricoltura e la biodiversità in particolare, è ampiamente inadeguata: eppure proprio la pandemia sembrava averci mostrato le opportunità per costruire efficaci politiche di rigenerazione di terre alte e aree rurali.

I tempi imposti dalla scadenza del 30 aprile non offrono oggi margini per una discussione e un ripensamento profondo del piano. Tuttavia, la partita non è chiusa: a fare la differenza sarà il modo in cui i soldi saranno effettivamente spesi e c’è ancora la possibilità di incidere. In questa ottica, Slow Food propone 5 punti, che considera imprescindibili, da portare in evidenza nel seguito del cammino del Pnrr:

– l’approvazione di una legge per fermare il consumo di suolo;

– la riduzione e riqualificazione dei consumi come asse portante di tutto l’approccio;

– l’avvio di un grande programma nazionale di educazione alla cittadinanza sui temi della transizione ecologica e dell’alimentazione, a partire dal coinvolgimento delle scuole;

– una maggiore centralità del cibo e il rafforzamento di politiche locali legate a modelli agricoli non industriali;

– il rafforzamento, anche in termini di risorse dedicate, delle Green communities (pensate per le aree interne ma che potrebbero essere interessanti su tutto il territorio, anche le isole). (27/04/2021, da https://www.slowfood.it/)

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CINGOLANI “VIA LA BUROCRAZIA RIPARTIAMO DA SOLE E VENTO”

Intervista al ministro della Transizione ecologica, di Luca Fraioli, da “la Repubblica” del 28/4/2021

– Per il governo il Pnrr non sarà solo un piano post pandemia, ma vuole gettare le basi per il futuro del Paese e delle prossime generazioni. Il gas verrà usato solo per stabilizzare la rete elettrica. Rinnovabili al 70% entro il 2030, ma per l’idrogeno è ancora presto –

   «Il nome Recovery Plan dà l’idea che stiamo mettendo una toppa a qualcosa che è andato storto.
Preferisco Next Generation EU e vorrei che agli italiani arrivasse un altro tipo di messaggio: questo è un progetto più ambizioso della semplice ripresa post pandemia, vuole impostare il futuro del Paese per le generazioni a venire
».
   Dopo settimane in cui ha evitato di scendere nei dettagli («Mi sembrava corretto attendere che il presidente Draghi illustrasse il Piano al Parlamento»), il ministro ROBERTO CINGOLANI accetta di raccontare in cosa consisterà la sua transizione ecologica: Continua a leggere

IL SUMMIT del presidente Usa Biden del 22/4/2021 scorso con i grandi della Terra, per impegnarli (e impegnarsi) a salvare il pianeta dalla catastrofe ambientale – Come convincere il mondo a scelte coraggiose? E per ciascuno di noi a cambiare stile di vita? Basteranno nuove sensibilità ecologiche a mutare rotta?

«OBIETTIVI INSUFFICIENTI»: lo scetticismo di GRETA THUNBERG (nella foto) sul VERTICE PER IL CLIMA organizzato dal presidente Usa JOE BIDEN (cui hanno partecipato in streaming 40 capi di Stato) il 22/4/2021, giornata annuale della Terra – «I leader riuniti al summit parlano di obiettivi ambiziosi, di emissioni-zero entro il 2050, ma la realtà è che con il contrasto al cambiamento climatico siamo indietro di 10 anni». Greta Thunberg si pronuncia così sulle soluzioni per risolvere la questione ambientale, tema principale del LEADER SUMMIT ON CLIMATE organizzato in streaming dal presidente americano JOE BIDEN e al quale ha partecipato anche il presidente del Consiglio MARIO DRAGHI. Al summit, che si è svolto in parallelo alla GIORNATA MONDIALE DELLA TERRA, lo stesso Biden ha aperto i lavori sostenendo che gli Usa si impegneranno «alla RIDUZIONE DELLE EMISSIONI DI COMBUSTIBILI FOSSILI fino al 50-52 per cento entro il 2030», cifre doppie rispetto agli obiettivi prefissati da BARACK OBAMA a ridosso della Cop21 di Parigi. I contenuti del vertice, che ha visto aderire 40 capi di Stato e di governo, da XI JINPING a VLADIMIR PUTIN fino a BORIS JOHNSON ed EMMANUEL MACRON, sono «insufficienti», secondo l’attivista svedese. «Il mondo è complesso», ha proseguito Greta nel video, «ma non possiamo accontentarci perché è in gioco il nostro futuro. Possiamo fare di più per colmare il gap tra l’emergenza che stiamo vivendo e le attuali condizioni del nostro pianeta». (22/4/2021, da https://www.open.online/)

   Il 22 aprile scorso (2021) il presidente degli USA, Joe Biden, ha indetto un summit sul clima, in videoconferenza, in occasione della giornata della Terra, per avviare la cooperazione sulla riduzione dei gas serra e raggiungere poi l’obiettivo “emissioni zero”; in modo da affrontare la problematica del surriscaldamento globale. Il risultato più positivo è che all’evento hanno partecipato quaranta leader dei sei continenti, i cui Paesi insieme rappresentano l’80% dell’economia mondiale. E questo non è risultato da poco: un “parlarsi” mondiale, globale; un accettare l’invito, per un tema come la “salvezza ambientale”, che richiede impegni concreti, è cosa positiva che sia accaduta.

   I risultati concreti lo sono molto meno: ad esempio Cina, Russia, India, Brasile… si son guardati bene dal prendere impegni concreti…oppure (il caso della Cina) hanno sottolineato che si impegneranno di più concretamente giunti al picco del processo interno di sviluppo industriale (previsto dal leader cinese Xi Jin Ping nel 2030)…

 

VERTICE DI 40 CAPI DI STATO SUL CLIMA (in streaming): all’evento convocato da JOE BIDEN (nella foto) giovedì 22 aprile 2021, GIORNATA DELLA TERRA, hanno partecipato i ‘grandi’ dei sei continenti. TANTE LE PROMESSE e gli impegni, POCA L’AMBIZIONE, e gli impegni concreti, per dire stop alle emissioni

   E’ anche sicuro che l’accadimento della pandemia, che stiamo vivendo, in cui il mondo è immerso dall’inizio del 2020, ha fatto capire a tutti che non è il caso di sottovalutare gli effetti della crisi climatica: del rischio cui si va incontro (che se ne vivono già le conseguenze, dell’inquinamento e del clima cambiato); e della necessità di cambiare rotta. Ne parliamo negli articoli che vi proponiamo in questo post cercando di fare il “punto geopolitico” della “SITUAZIONE DEL CLIMA”, cioè di quel che può accadere e quel che può avvenire nei mesi prossimi nei rapporti tra le aree geopolitiche mondiali sulla lotta al cambiamento climatico.

 

IL PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) reso noto dal governo il 23 aprile scorso (suscettibile di qualche altra modifica prima dell’approvazione definitiva del governo e del parlamento e la consegna entro il 30 aprile all’UE) (clicca nel link qui sotto)

   Una occasione politica del 2021 per il nostro Paese può essere offerta dalla presidenza italiana e britannica della Cop26 che si terrà dall’1 al 12 novembre 2021 a GLASGOW in Scozia, più specificatamente detta “Convenzione delle parti sul clima delle Nazioni unite”. Oltre alla Cop26 di Glasgow, c’è l’occasione per britannici e italiani di mettere l’azione per il clima al centro dei lavori del G7 e del G20, summit dei quali i due Paesi hanno nel 2021 rispettivamente la presidenza di turno. È l’occasione per l’Europa di riprendere un ruolo guida nel processo di decarbonizzazione (che entrambi i paesi condividono), riuscendo a convincere tutti gli Stati ed entità geopolitiche della necessità di tassare le emissioni inquinanti (una carbon tax… come chiede più di tutti la Francia di Macron), e abolire i sussidi ai combustibili fossili (è paradossale che l’Europa dia ancora sussidi a combustibili che vorrebbe man mano abolire!). Sussidi invece da indirizzare completamente (e solamente) alla incentivazione dell’uso di fonti rinnovabili pulite.

il “LEADERS SUMMIT ON CLIMATE” organizzato in modalità virtuale dal Presidente americano JOE BIDEN, e apertosi giovedì 22 aprile 2021

   Parlare di inquinamento atmosferico, di modificazione climatica, in un momento di piena pandemia, sembra tema secondario, o perlomeno non prioritario rispetto alle difficoltà planetarie (ma che sono europee, nazionali, locali, personali…) di adesso. Ma gli effetti delle mutazioni climatiche, oramai a detta di tutti (scienziati delle più varie discipline), sono assai preoccupanti (irreversibili?) e ci cambieranno la vita.

   Fenomeni come l’innalzamento della temperatura, la diminuzione delle piogge, lo scioglimento dei ghiacciai, gli eventi atmosferici estremi (da noi pensiamo al riscaldamento del Mediterraneo, che essendo un mare semichiuso si sta scaldando più velocemente degli oceani) con fenomeni mai accaduti (pensiamo all’uragano Vaja della notte del 29-30 ottobre 2018), e altri nuovi accadimenti metereologici, cose raccontate con l’evidenza dei numeri e le analisi degli studiosi… tutto questo sta a dimostrare che siamo entrati nell’èra della crisi ambientale, nella quale ci viene chiesto il conto di decenni di sviluppo non sostenibile, dove abbiamo consumato e inquinato senza considerare il fragile equilibrio della natura.

GRAFICO da ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) 23/4/2021 (https://www.ispionline.it/ )

   Inverni troppo miti, estati torride, fiumi sempre più asciutti, terreni in via di desertificazione, acque alte sempre più spesso (a Venezia…), con l’innalzamento dei mari e l’erosione dei litorali; poi come prima detto gli uragani tipo Vaia; la scomparsa delle api e l’arrivo di nuove specie animali e vegetali…. Tutti episodi visibili, che non ci vogliono rilevazioni statistiche a dircelo, ma li possiamo vedere e notare ognuno di noi.

   Sulla necessità di porre un freno all’innalzamento climatico causato dalle attività umane, c’è coscienza in Europa (perlomeno nelle istituzioni che adesso ci rappresentano) e in altre parti del mondo. Però quando si tratta di fare scelte concrete, coraggiose, allora ognuno “mette dei paletti”: necessità di Stati in via di sviluppo che non vogliono rivedere i loro trend di crescita (pensiamo appunto alla Cina); e comunque situazioni di ricchezza (o povertà) diversa, che fanno sì che la sensibilità ambientale possa essere maggiore in aree geografiche dove la qualità della vita è migliore (come l’Europa) (e non si vorrebbe perderne i benefici con la crisi ambientale); mentre risulta più difficile convincere i Paesi in via di sviluppo di non commettere gli stessi errori di distruzione ambientale commessi dai paesi ricchi di più antica tradizione (come l’Europa), ma di trovare “vie nuove” a un progresso non inquinante, che valorizzi la salute della propria popolazione e conservi l’ambiente (pensiamo al Brasile e la foresta amazzonica)(…ma se i paesi ricchi necessitano di tanta carne come cibo, gli allevamenti e le coltivazioni di soia in Amazzonia soddisfano a questo, e allora tutti siamo coinvolti nel dover cambiare…).

(foto da https://distribuzionemoderna.info/) – “(…) Negli ultimi anni sono aumentati i MERCATI CONTADINI, i GRUPPI DI ACQUISTO e altre forme di DISTRIBUZIONE ALTERNATIVE a quella organizzata, che hanno favorito la creazione di relazioni e momenti di DIALOGO TRA PRODUTTORI E CONSUMATORI, con un maggior guadagno per i primi e un costo pressoché invariato per i secondi, ma con una merce più fresca, di stagione che non ha percorso innumerevoli chilometri. COOPERAZIONE, TRASPARENZA e SOLIDARIETÀ sono BISOGNI CHE CITTADINI via via più responsabili e informati, CHIEDERANNO a gran voce, anche ALLA GRANDE DISTRIBUZIONE E AL COMPARTO ONLINE, che registra tassi di crescita impressionanti. In questo caso è la singola azienda a dover farsi garante di pratiche rispettose dell’ambiente e dei lavoratori, mettendo così il maggior potere di cui gode sul mercato al servizio della filiera. (…)” (IL PIANETA HA LANCIATO L’ULTIMO APPELLO: RIGENERAZIONE O ESTINZIONE, di CARLO PETRINI, da “La Stampa” del 22/4/2021)

   Sia a livello globale, che europeo, ma anche nazionale, l’imperativo che ci si propone politicamente (almeno nelle intenzioni teoriche) è quello assai semplice e doveroso, di premiare l’impiego di fonti energetiche rinnovabili e non inquinanti; e invece accollare più costi a quelle (fonti energetiche) finora tradizionali, inquinanti e non rinnovabili, causa della crisi ambientale odierna. Ma non sembra che questo proponimento accada ora realmente.   

A livello nazionale, ad esempio, se è pur vero che si adotta una politica di sussidi alle fonti rinnovabili, dall’altra altrettanti sussidi vengono mantenuti per l’industria tradizionale petrolifera, per i trasporti di merci su strada (ampiamente sovvenzionati nei costi del carburante e delle autostrade)… contribuendo così ad “accontentare tutti”, ma non venire a cambiare effettivamente la barra dello sviluppo che adesso si vorrebbe “sostenibile”. Ora è in fase di approvazione ed inizio il PNRR, Piano di Recupero e Resilienza italiano (all’interno del grande progetto di rilancio economico dalla pandemia dell’Unione Europea denominato “Next Generation Eu”) che stanzierà enormi risorse in progetti di conversione ambientale (cercheremo di vederli nei prossimi post, di valutarne la portata, speriamo positiva). Comunque un’occasione da non sprecare, attuando interventi “veramente” ecologici.

JONATHAN SAFRAN FOER, “POSSIAMO SALVARE IL MONDO, PRIMA DI CENA. PERCHÉ IL CLIMA SIAMO NOI”, Guanda Ed., 2019, 12 euro – Il tema dell’emergenza climatica affrontato in un libro unico, che ha l’urgenza di un pamphlet e il fascino di un romanzo. – “Nessuno se non noi distruggerà la terra e nessuno se non noi la salverà…Noi siamo il diluvio, noi siamo l’arca.”

   Per cercare di limitare l’aumento del riscaldamento globale, nel 2015 quasi tutte le nazioni hanno firmato l’accordo di Parigi con l’obiettivo di mantenere l’aumento della temperatura media al di sotto dei 2°C in più rispetto ai livelli preindustriali, e di proseguire gli sforzi per limitarlo a 1,5°C attraverso piani d’azione per ridurre le emissioni. Ma questo non basta ancora per uscire dall’emergenza ambientale.

   I settori strategici da considerare, per un’inversione di tendenza, ecologica, che oggi sono responsabili di tre quarti delle emissioni di Co2 del pianeta sono quelli dell’ENERGIA e dei TRASPORTI: pertanto i sussidi vanno alle energie rinnovabili e non inquinanti e le penalizzazioni a quelli “tradizionali”: questa è forse la scommessa della riuscita della Cop26, della Conferenza sul clima di Glasgow del prossimo novembre.

   C’è da prendere un insieme di impegni mondiali, europei, nazionali, locali, personali di ciascuno di noi, che richiedono uno sforzo convinto; sicuri purtroppo che se questo impegno non ci sarà, le condizioni di vita dei nostri luoghi, climatiche, ambientali… saranno ben peggiori di quelli che già stiamo vivendo e verificando nella nostra quotidianità. (s.m.)

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IL PIANETA HA LANCIATO L’ULTIMO APPELLO: RIGENERAZIONE O ESTINZIONE

di Carlo Petrini, da “La Stampa” del 22/4/2021

   Ogni anno il 22 aprile, giorno di primavera, si celebra la Giornata Mondiale della Terra. Una ricorrenza che ci ricorda di avere cura e attenzione per il pianeta che ci ospita, (…) e mi trovo d’accordo con quella componente sempre più ampia del mondo scientifico, che sostiene che lo scatenarsi della pandemia sia stata una sorta di risposta biologica con cui la nostra Terra Madre ha tentato di aprirci gli occhi sulle conseguenze del nostro sistema consumista, sulla profonda interconnessione del tutto e sulla comunione di destino a cui nessuno può sottrarsi.

   Ecco quindi che il fiorire della natura circostante, dovrebbe andare di pari passo con lo sbocciare nelle menti di nuovi valori e comportamenti che accolgano l’appello del pianeta e affrontino le problematiche che ci attendono.

   Risponderemo al cambiamento climatico con coerenza e rapidità? Realizzeremo un modello di sviluppo rigenerativo? Dismetteremo l’attuale sistema agricolo dipendente da input chimici e ad alto consumo di energie per praticare invece un’agricoltura attenta alle risorse, alla biodiversità e agli ecosistemi?  Adotteremo stili alimentari consapevoli, che Continua a leggere

UCRAINA orientale – RUSSIA: cortina di ferro est-ovest nelle nuove repubbliche del DONBASS, (Donetsk e Lugansk) – Mosca contro Kiev (con gli USA), pericolo di CONFLITTO mondiale – Come interessi geopolitici (Russia), autonomie regionali (Donbass) e nazionalismi (Ucraina) vadano governati con spirito federalista

(nella foto: TRUPPE RUSSE ai confini orientali con l’Ucraina – foto da https://www.primapaginanews.it/) – Dall’inizio di aprile (2021) c’è grande tensione (e scontri) in Donbass tra esercito ucraino e miliziani indipendentisti filo-russi. – La crisi nel DONBASS è iniziata sette anni fa, il 23 febbraio 2014. All’epoca, nell’Est dell’Ucraina iniziarono azioni di protesta contro la sostituzione dell’allora presidente ucraino Viktor Janukovič, di stampo filo-russo, con il nuovo governo filo-occidentale che si era insediato a Kiev. I manifestanti, che ritenevano il nuovo governo “illegittimo”, chiedevano la federalizzazione del Paese e l’indipendenza delle aree di DONETSK e LUGANSK. L’ondata di proteste si tradusse, il 6 aprile 2014, nell’occupazione dei palazzi dei Consigli regionali dei suddetti territori. Il giorno dopo, il 7 aprile, le autorità locali russofone indipendentiste proclamarono le REPUBBLICHE POPOLARI DI DONETSK e LUGANSK. Più tardi, l’11 maggio 2014, il referendum per l’indipendenza delle due aree confermò la volontà dei separatisti. MOSCA, che il 16 marzo dello stesso anno aveva “illegalmente” annesso la CRIMEA al suo territorio, SOSTENNE LE DUE NUOVE REPUBBLICHE. L’UCRAINA non accettò la perdita delle due aree e tentò, a partire da giugno 2014, di riprenderne il controllo. (da https://sicurezzainternazionale.luiss.it/ 7/4/2021)

   La crisi del DONBASS (regione dell’Ucraina orientale confinante con la Russia, che dal 2014 si sono costituite, autoproclamate, due repubbliche indipendenti, di Donetsk e Lugansk) è una crisi internazionale non da poco (peraltro segnata da una guerra civile che in sette anni ha fatto 14mila morti).

UCRAINA – RUSSIA (mappa da https://www.primapaginanews.it/)

   Il Donbass viene ora considerato il confine tra est e ovest, la nuova cortina di ferro tra i due (rinnovati) blocchi facenti capo a Russia e USA. Anche se la situazione mondiale è assai più variegata e complessa rispetto a quella del secondo dopoguerra.

Il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy sulla linea del fronte in Donbass (foto da https://it.euronews.com/)

   Riprendiamo in questo post una serie di articoli e considerazioni che chiariscono il contesto. E i pericoli che ci sono. La guerra è scoppiata nel 2014 quando la Russia si è annessa la Crimea e i separatisti sostenuti da Mosca hanno preso gli edifici governativi nell’Ucraina orientale, a seguito di una sollevazione filo-occidentale avvenuta alla fine del 2013 e nella prima parte dell’anno successivo, ricordata come protesta di piazza Maidan. Da allora, come dicevamo, 14.000 persone sono morte nel conflitto, secondo le Nazioni Unite. Un altro milione e mezzo di persone sono rimaste sfollate. Un cessate il fuoco provvisorio è stato concordato nel 2015 e, in seguito al suo fallimento, di nuovo nel 2020.

Al centro dell’autoproclamata repubblica di DONETSK, c’è la città di HORLIVKA, controllata dai separatisti filorussi: è lì che ha avuto luogo la maggior parte dei nuovi combattimenti (15 aprile 2021)

   Ma in queste settimane (dai primi giorni di aprile 2021) sono ripresi durissimi gli scontri tra i separatisti russi in Donetsk e l’esercito ucraino: al centro dell’autoproclamata repubblica di DONETSK c’è la città di HORLIVKA, controllata dai separatisti filorussi; ed è lì che ha avuto luogo la maggior parte dei nuovi combattimenti.

La cartina qui sopra è apparsa su LIMES con un articolo dedicato al tema dei sistemi di difesa militare e del permanere della loro “necessità”. E mostra la progressiva “avanzata” della Nato con l’adesione dei vari Stati rispetto a quelli originari, dopo la dissoluzione negli anni ’90 dell’Unione Sovietica

   E la Russia, con treni carichi di carri armati, missili a lunga gittata, e altre attrezzature militari, si stanno attestando sulla linea del fronte al confine con l’Ucraina; mettendo in tensione sia gli USA (che mandano la loro flotta sul mar Nero), che l’Unione europea: potrebbe accadere che una delle due parti (l’Ucraina o i “difensori” statunitensi; la Russia dall’altra) attacchino l’altra parte, tentino una prova di forza. Con inevitabili conseguenze a catena, nell’equilibrio di pace internazionale (per tutti, anche per noi); e sia gli Stati Uniti che Bruxelles hanno espresso preoccupazione.

UCRAINA DONBASS (mappa da INTERNAZIONALE https://www.internazionale.it/)

   Secondo alcuni analisti, la mossa di Putin di ammassare armi e truppe ai confini con l’Ucraina, è data dal mostrare una prova di forza nei conforti dell’Occidente, e in particolare della nuova Amministrazione americana di Biden, per capire fino a che punto sarebbe pronta a intervenire in difesa dell’Ucraina, e per strappare con la minaccia della violenza nuove concessioni favorevoli. Invece per alcuni osservatori, la Russia starebbe cercando il pretesto per giustificare un’azione militare, con l’annessione in primis delle due autoproclamate repubbliche del Donbass, e l’indebolimento territoriale e politico-strategico di tutta l’Ucraina. Ma anche questa cosa pare difficile da realizzarsi; è improbabile, e per certi versi sconveniente per Putin: la Russia già adesso controlla di fatto il Donbass, e non avrebbe molto senso affrontare la avversa reazione internazionale (magari con ulteriori sanzioni economiche).

Militari ucraini in uno scontro in Donbass (aprile 2021) (foto da http://www.analisidifesa.it/)

   Sta di fatto che il contesto (militare in particolare) è assai serio e pericoloso. Ma qui vorremmo esprimere la nostra opinione che nulla di nuovo vi è in questo grave conflitto. Nel senso che appaiono in contrasto, in un’area geopolitica importante (tra Russia e Occidente), tre interessi che inevitabilmente si contrappongono:

– la debole UCRAINA che vuole ribadire la propria integrità nazionale, pur con popolazione in parte molto legata alla madrepatria Russia;

– poi due autoproclamate repubbliche indipendenti nel DONBASS ucraino, che non necessariamente sono del tutto filo-russe (pur ora controllate da esponenti filo-russi): ma che invece ribadiscono una presenza di un’economia e ricchezza territoriale superiore ad altre parti dell’Ucraina, e per questo chiedono indipendenza;

– il terzo interesse contrapposto è quello della RUSSIA che vuole fermare l’espansione occidentale ai suoi confini (anche della Nato che dagli anni ’90 sta espandendosi, e che anche l’Ucraina vorrebbe aderire); Russia che necessita di portare avanti quel progetto di suo controllo ed espansione, recuperando man mano molte delle ex repubbliche sovietiche che negli anni ’90 del secolo scorso si sono frammentate con la caduta dell’allora Unione Sovietica.

Navi da guerra USA nel Mar Nero (foto da http://www.ilmessaggero.it/)

   Insomma è difficile vederne una “giusta” ragione interamente in una delle tre parti. Semmai si può notare ancora una volta l’irrisolto superamento del nazionalismo, che vuole l’affermazione di Stati, entità territoriali univoci nell’etnia; che diffida dal riconoscimento di una multietnicità nel proprio territorio; che non tutela le minoranze adeguatamente; che ha bisogno di uno scontro permanente, di un nemico, tra Oriente ed Occidente (la Nato che avanza, la Russia che consolida il suo potere sulle ex repubbliche sovietiche). Negando ogni approccio federalista, multietnico, paritario, di pace e di sviluppo per tutti. (s.m.)

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PERCHÉ KIEV RIGUARDA ANCHE NOI

di Lucio Caracciolo, da “La Stampa” del 14/4/2021

VERTICE NATO A BRUXELLES

   Trent’anni dopo la sua festosa abolizione, la cortina di ferro torna a surriscaldarsi. Solo, molto più a Est di quanto fosse durante la Guerra fredda. Ben dentro quel che era all’epoca territorio sovietico. Epicentro: UCRAINA ORIENTALE.

   Quando nel 1994 gli ultimi soldati dell’Armata Rossa lasciarono Berlino, pochi immaginavano che la Nato avrebbe non solo integrato gli ex satelliti di Mosca ma ampi e strategici spazi già sovietici, quali Estonia, Lettonia, Lituania. E meno ancora si concepiva il cambio di campo di Kiev dal mondo russo a quello occidentale.

   O che le avanguardie russe sul fianco Sud della Nato si sarebbero installate a Sebastopoli, 1717 chilometri a oriente di Berlino Est. E’ precisamente qui, fra CRIMEA e DONBASS – visti da Mosca quali ultimi ridotti di contenimento dell’avanzata occidentale – che russi e ucraini stanno mostrando i muscoli, assemblando truppe, lanciando minacce.

   Oltre a decine di migliaia di uomini a ridosso della frontiera ucraina, Putin ha financo esibito a Voronezh lanciatori per missili Iskander, capaci di scaricare una bomba atomica tattica a oltre 500 chilometri di distanza. A protezione degli ucraini, che ovviamente non avrebbero scampo in un solitario scontro diretto con i russi, Washington sta inviando mezzi navali e aerei nella regione del Mar Nero, oltre a supportare le truppe di Kiev. Due cacciatorpediniere Usa si faranno vedere non lontano da Sebastopoli in questi giorni.

   Approccio simile adottano i russi con i ribelli del Donbass, che dopo sette anni di guerra “a bassa intensità” (gergo ingannevole: sono censite 14 mila vittime) non intendono lasciare il campo all’esercito regolare ucraino. Nessuna delle parti in causa dichiara di volere la guerra aperta, ed è probabilmente sincera. Ma si ostenta pronta a reagire facendo fuoco e fiamme in caso di aggressione altrui. Uno schema che nella storia ha già preceduto infinite volte lo scoppio delle ostilità, fosse solo per accidente.

   Nel clima assai teso dei rapporti russo-americani converrà dunque non sottostimare il potenziale esplosivo delle esibizioni di muscoli lungo la nuova cortina di ferro. I portavoce di Putin ventilano l’intenzione di Kiev di scatenare il “genocidio” della minoranza russa in Ucraina. Addirittura dipingono l’incombere di una “nuova Srebrenica” (il massacro serbo di migliaia di civili bosniaci musulmani, nel 1995). E avvertono che questo significherebbe la “fine dell’Ucraina”.

   Gli ucraini invocano la protezione di Washington e della Nato, alla cui porta battono vanamente da anni. Per il presidente Zelensky, oggi piuttosto impopolare a Kiev, è il momento della mobilitazione patriottica. E soprattutto del tentativo di coinvolgere fino in fondo gli Stati Uniti nella contesa con la Russia. Sarebbe ingenuo immaginare che sui due fronti non vi sia chi intenda scatenare un limitato Blitzkrieg, nell’illusione che una volta scoppiato il conflitto possa essere tranquillamente governato.

   Non è così. Troppa la frustrazione, troppo il carico di violenza, troppo scarsa la disponibilità ad ascoltare le ragioni altrui. Ci si attende che anche Roma faccia sentire la sua voce. Da ben dentro il campo atlantico cui appartiene e nel quale oggi più di ieri appare incardinata. Oppure supponiamo che quel conflitto non ci riguardi? (Lucio Caracciolo)

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DONBASS: “UNA NUOVA ESCALATION TRA KIEV E MOSCA ORMAI È INEVITABILE”

di Emil Filtenborg e Stefan Weichert, 13/4/2021, da https://it.euronews.com/

   Una nuova escalation continua a montare in UCRAINA ORIENTALE, dove negli ultimi sette anni l’esercito è rimasto bloccato in un conflitto con i separatisti sostenuti dalla RUSSIA nella regione del DONBASS.

   Mentre da settimane si assiste a un’impennata nelle schermaglie militari, la Russia ha ammassato grandi quantità di attrezzature militari vicino al confine. Continua a leggere

LA LIBIA finalmente con un governo unico – Ma riuscirà ad affermare la propria riunificazione, superando la presenza militare turca e russa? …Insieme con l’Europa per un “MEDITERRANEO RITROVATO” di pace e sviluppo, senza la presenza geostrategica di potenze nazionalistiche (come ora la TURCHIA e la RUSSIA)?

Si è tenuta in Libia, il 6/4/2021, la prima visita ufficiale del presidente del Consiglio MARIO DRAGHI in Libia, per incontrare ABDELHAMID DABAIBA, primo ministro del Governo di Unità Nazionale, governo nato ad inizio marzo con il supporto delle Nazioni Unite. Entrambi i primi ministri, rappresentati nella foto qui sopra. LA FOTO mostra nella parete la RAPPRESENTAZIONE dell’ARCO DI MARCO AURELIO (TRIPOLI, 165 d.C.). DIMOSTRAZIONE GEOGRAFICA dell’AFRICA ROMANA nel MONDO ANTICO. Un indizio del peso, dell’influenza, della COMUNANZA MEDITERRANEA TRA PENISOLA ITALICA E AFRICA SETTENTRIONALE, ben prima dell’imperialismo italiano e guerre coloniali tra ’800 e ’900

   Si è tenuta in Libia, il 6/4/2021, la prima visita ufficiale del presidente del Consiglio Mario Draghi all’estero, per incontrare ABDELHAMID DABAIBA, primo ministro del Governo di Unità Nazionale, governo nato ad inizio marzo con il supporto delle Nazioni Unite, dopo mesi di difficili negoziati che hanno interrotto quasi 10 anni di lotte intestine e guerra civile nel paese. Questa situazione di un unico governo in Libia è importante e fa ben sperare per il Mediterraneo: anche se la stabilità mediterranea resta minacciata sì dalla situazione in Libia, ma anche dalla Siria, il Libano, Cipro e poi la dittatura egiziana, le difficoltà economiche della democrazia tunisina….).

(Erdogan e Putin, foto da Il Fatto Quotidiano) – Non dev’essere stato facile per un capo del governo italiano andare nella Libia di oggi. La nostra influenza in TRIPOLITANIA è diventata INFLUENZA TURCA, anche militare ed economica. E in CIRENAICA sono i MERCENARI RUSSI ad occupare il campo. L’equazione che un tempo ci vedeva al primo posto tra i sostenitori almeno di Tripoli non esiste più, SONO ERDOGAN E PUTIN CHE SI SONO SPARTITI LA LIBIA e che vorrebbero spartirsi il Mediterraneo. (…)(Franco Venturini, 7/4/2021, da “il Corriere della Sera”)

   E’ così da chiedersi che ruolo possiamo avere “noi” per aiutare questa situazione di pace, di possibile stabilità e unità. Perché il contesto non è dei più facili. Infatti in Libia, nella regione Tripolitania, c’è la presenza militare turca (andati a sostenere l’allora assediata Tripoli a sostegno del governo di Fayez al-Serraj contro il nemico assediante generale cirenaico Haftar, i turchi sono lì rimasti…), e ora la Turchia controlla la base aerea di al-Watiya e quella navale di Misurata, e non pare sia per niente intenzionata ad andarsene dalla Tripolitania.

Spartizione turco-russa della Libia (presenza logistica-militare in Tripolitania della Turchia; presenza dell’esercito dei mercenari russi in Cirenaica (mappa da https://www.limesonline.com/)

    Dall’altra, a Sirte, in Cirenaica, sono presenti circa 2000 mercenari russi della compagnia Wagner (la “compagnia Wagner” è una vera e propria affiliazione privata di mercenari al soldo dei russi, che hanno combattuto per la Russia sia in Siria che in Danbass nell’Ucraina orientale, un esercito di mercenari…), inviati a suo tempo per sostenere il generale Khalifa Haftar; ed ora insediati in varie parti della Cirenaica, in primis Sirte e il confine con la Tripolitania, appunto al servizio della Russia.

   Pertanto Turchia e Russia di fatto controllano militarmente la Libia. E pur in questo contesto per niente facile, nasce nel marzo 2021 un atipico e credibile (appoggiato dall’Onu, dall’Europa, gli Usa…) governo unitario libico che mai c’è stato dalla guerra del 2011 (con la caduta e uccisione del dittatore Gheddafi); governo voluto ed eletto da entrambe le parti (Tripolitania e Cirenaica), che però deve fare i conti con la ingombrante presenza turca e russa; presenza che così si estende al Mediterraneo, al “mare nostrum”, in un contesto mai verificatosi.

Mappa della composizione etnica della Libia (da Wikipedia)

   Dal che la necessità che l’Italia in primis (impegno dato da ragioni storiche-coloniali, di interessi economici, di vicinanza che i libici sentono, di immigrati, di “mare nostrum”….e sostenuto con grande pressione dagli USA…), che l’Italia sia attivamente presente, appoggi e diventi partner di un tentativo libico di governo unitario, di pacificazione; anche proprio per limitare il predominio militare turco e russo (perché Erdogan e Putin si sono spartiti la Libia ma vorrebbero spartirsi il Mediterraneo); appoggio, come dicevamo, sollecitato dagli Usa; e qui nasce appunto la necessità, come si diceva, di esserci per l’Italia, in primis, fuor di ogni idealità mediterranea, per gli interessi petroliferi (con l’Eni), e per la questione migranti.

LA RAFFINERIA ENI, Noc (National Oil Corporation), NELLA ZONA DI MELLITAH (vicino a Tripoli) – Gli interessi delle singole nazioni in Libia sono (erano fin dall’inizio della crisi dopo la fine di Gheddafi nel 2011) evidenti: L’Italia con l’Eni è in Tripolitania con tre giacimenti di petrolio e due di gas; la Gran Bretagna con la British Petroleum è presente nella regione centro-orientale, e i francesi della Total sono nella zona di Sirte e di al-Sharara

   A proposito dei migranti e dei campi di tortura e internamento in Libia, cosa orribile e intollerabile, molte critiche sono state fatte a Draghi che ha ringraziato il ruolo della Libia come “salvatrice” in mare di migranti. Cosa del tutto smentita dai fatti e dalle cronache. E’ apparso giovedì 8 aprile sul Corriere della Sera un articolo di Roberto Saviano (articolo che in questo post riprendiamo), dove si fa notare a Draghi che ha ringraziato il ruolo di salvataggio della Guardia libica di migranti, che questo è tutto fuorché un salvataggio: i migranti «salvati» vengono portati in campi di prigionia, che sono veri e propri lager, e durante le operazioni di «salvataggio» la Guardia costiera libica commette violenze sui migranti ammassati sui gommoni, e non ha esitato a sparare su uomini e donne, uccidendo. Ha usato le proprie coste come ricatto estorsivo verso l’Europa e i migranti come bancomat: ha preso soldi per fermare le partenze, soldi dai trafficanti per poter agevolare le partenze, soldi dai familiari dei migranti per interrompere le torture, soldi per riscattarli e permettergli di tornare nei loro Paesi. Tutto questo è stato indagato e svelato dall’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (Unhcr) e la stessa Organizzazione Internazionale per le migrazioni (OIM) ha dichiarato i porti libici come porti non sicuri.

I Centri di detenzione in Libia (foto da http://www.vita.it/) – “(…) (Per i migranti in Libia) esistono almeno due tipi di lager: quelli ufficiali, nei quali vige il lavoro forzato, dove migranti che non hanno commesso alcun reato sono detenuti e trattati come criminali e schiavi. E poi ci sono i lager non ufficiali, veri e propri luoghi di tortura; qui i migranti vengono maltrattati a scopo estorsivo, venduti, picchiati, stuprati e uccisi. (…)” (Roberto Saviano, “il Corriere della Sera” del 8/4/2021)

   Pertanto l’operazione diplomatica italiana sicuramente porta avanti interessi sia energetici (del gas e del petrolio libico tanto prezioso all’Italia), che di freno all’immigrazione dall’Africa. Però una volta tanto bisogna riconoscere che l’approccio a una possibile “Libia nuova”, in un unico governo, potrebbe essere l’occasione e il motivo per interloquire con essa in modo diverso anche sui diritti umani. Introducendo norme e comportamenti da “paese civile” che rispetta le persone…. E provare a tentare strade diverse per un’immigrazione più controllata, che non sia tragica (che il Mediterraneo finisca di essere una tomba per così tante persone, e che non esistano più lager di migranti in Libia). E così riconquistare un Mediterraneo fatto non di guerre e presenza militare di varie potenze, ma di pace, di scambi commerciali e culturali, di confronto, di sviluppo umano e sociale. (s.m.)

LA COMPLESSITA’ DEL MEDITERRANEO, E DEI PAESI CHE NE FANNO PARTE – ‘(…..) Citando lo storico francese FERNAND BRAUDEL, IL MEDITERRANEO, da qualunque lato si osservi, RAPPRESENTA UNA CONTIGUITÀ OROGRAFICA CHE HA UNITO PER SECOLI POPOLI E REGIONI IN UNA FITTA RETE DI SCAMBI ECONOMICI E CULTURALI: “Su una carta del mondo il Mediterraneo non è che una fenditura della crosta terrestre, uno stretto fuso che si allunga da Gibilterra all’istmo di Suez e al Mar Rosso. Fratture, faglie, cedimenti hanno creato fosse liquide profonde. Tali montagne si spingono nel mare, talvolta strozzandolo sino a ridurlo a un semplice corridoio di acqua salata: si pensi a Gibilterra, alle Bocche di Bonifacio, allo Stretto di Messina coi vorticosi gorghi di Scilla e Cariddi, ai Dardanelli e al Bosforo. NON È PIÙ MARE: SONO FIUMI, O ADDIRITTURA SEMPLICI PORTE MARINE”. Fernand Braudel, IL MEDITERRANEO, 1985.’ (Roberto Sciarrone, da https://www.paeseitaliapress.it/)

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IL TRENO INATTESO PER L’OCCIDENTE

di Franco Venturini, 7/4/2021, da “il Corriere della Sera”

   Talvolta la diplomazia è pura testimonianza, ma esistono casi in cui è molto di più: recupero di interessi svaniti, scelta di campo, affermazione di un progetto strategico. La visita che Mario Draghi ha compiuto lunedì 6 aprile in Libia rientra nella seconda categoria.

   Non dev’essere stato facile per un capo del governo italiano andare nella Libia di oggi. La nostra influenza in Tripolitania è diventata influenza turca, anche militare ed economica. E in Cirenaica sono i mercenari russi ad occupare il campo. L’equazione che un tempo ci vedeva al primo posto tra i sostenitori almeno di Tripoli non esiste più, sono Erdogan e Putin che si sono spartiti la Libia e che vorrebbero spartirsi il Mediterraneo.

   Una brutta Libia. Una sconfitta umiliante e pericolosa per l’Europa, Italia e Francia in testa. Con gli americani assenti se non compiaciuti, malgrado l’autocritica di Obama secondo cui non aver dato un seguito costruttivo alla caduta e all’uccisione di Gheddafi è stato il suo più grave errore (e più tardi del resto fu Trump ad incoraggiare la sciagurata offensiva di Haftar contro Tripoli, che a conti fatti ha aperto a turchi e russi le porte della Libia).

   E poi i flussi migratori sempre presenti e pronti a partire in massa verso le nostre coste, perché la permanenza in certi campi di raccolta libici tutt’ora esistenti fa più paura del rischio di perdere la vita.

   Ma, ed è qui che entra in gioco la missione di Draghi, in fondo al tunnel del dramma libico si è accesa all’improvviso una debole, una fragile luce. Per furbizia o per sfinimento, o forse perché questa volta la mediazione dell’Onu ha funzionato, la Libia si è dotata il 10 marzo scorso del suo primo governo unitario dalla guerra del 2011. Un governo con il compito di consolidare la tregua d’armi esistente da ottobre (che è poi una tregua tra milizie turche e milizie russe) e di portare il Paese a elezioni generali nel prossimo dicembre.

   È un po’ come quando ti passa davanti un treno inaspettato, che credevi non sarebbe mai giunto. Bisogna saltarci sopra. Bisogna tentare di far valere parole autorevoli e mani tese più delle armi, dei droni turchi e dei cacciabombardieri russi. E qui, mentre l’Europa nel suo insieme sembra scuotersi, il prestigio personale di Mario Draghi non poteva andare sprecato. Si è aperto uno spazio per una iniziativa italiana che non sia soltanto difensiva, cerimoniale o sporadica. Il presidente del Consiglio ha parlato con il miliardario imprenditore di Misurata e suo collega ABDEL HAMID DABAIBA (finalmente lo si può definire così), ha parlato di ritorno a un livello di scambi commerciali che appartiene al passato, di un forte rilancio nei settori energetici, culturali, sanitari, e beninteso di quel che si può fare insieme per controllare i flussi migratori.

   Ma dietro un bollettino tanto scontato c’è molto di più. C’è l’Italia che si propone come punto di riferimento per una azione strategica dell’Europa basata su QUATTRO PUNTI:

– il mantenimento della tregua d’armi,

– l’appoggio fattivo al processo politico che si è aperto con il governo unitario,

– il ritiro delle forze straniere dalla Libia (soltanto auspicato, almeno per ora),

– e un maggior interessamento dell’amministrazione Biden, in collaborazione con gli europei, alla Libia e al Mediterraneo.

   Quattro punti che vogliono portare da parte italiana a una concreta partnership con la nuova Libia, termine assai impegnativo che Draghi ha usato non a caso.

   Non sarà facile, e questo Draghi e Di Maio che l’ha accompagnato lo sanno. Da est a ovest la stabilità mediterranea resta minacciata in Siria, in Libano, a Cipro e poi, soprattutto, in Libia.

   Si parla di votare in dicembre, ma non esistono né una legge elettorale né una Costituzione approvata.  Dietro al governo unitario covano le tradizionali rivalità, vecchie ambizioni e avidità finanziarie che hanno tenuto banco nell’ultimo decennio di caos e di guerre. Occorre inventare un sistema equo per la distribuzione dei proventi petroliferi. Serve una intesa assai difficile da raggiungere tra le principali tribù del Paese, Fezzan compreso.

   E il passo fondamentale della creazione di un esercito nazionale come sarà compiuto, chi disarmerà le decine di milizie, alcune potentissime, che sin qui hanno badato ai propri interessi? Sarà un caso che si è trovato un compromesso sul premier ma non sul ministro della Difesa, ruolo che Abdel Hamid Dabaiba tenterà di svolgere ad interim?

   La strada è in salita, e il minimo che si possa prevedere oggi Continua a leggere

LA CITTADINANZA DI SARAJEVO AD ALEX LANGER – Sarajevo, città martoriata e assediata per quasi 4 anni (1992-1996) nella guerra civile jugoslava, riconosce post-mortem la cittadinanza onoraria ad Alexander Langer

CITTADINANZA ONORARIA DI SARAJEVO AD ALEXANDER LANGER – “Alexander Langer (22/2/1946 – 3/7/1995) è stato il politico e attivista che più di tutti si è battuto per risolvere il tragico conflitto nella ex Jugoslavia” (conflitto iniziato nel 1991 e terminato con l’ACCORDO DI DAYTON del 14 dicembre 1995) “A Langer, dopo ventisei anni dalla sua morte, la Città di Sarajevo, il 25 febbraio 2021, gli ha conferito la cittadinanza onoraria, nella settimana in cui avrebbe compiuto 75 anni. GRAZIE SARAJEVO, GRAZIE ALEXANDER”. Questo il messaggio su Twitter dell’AMBASCIATORE ITALIANO IN BOSNIA e Erzegovina NICOLA MINASI

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ITALIA-BOSNIA: AD ALEXANDER LANGER POST MORTEM, IL PIU’ GRANDE RICONOSCIMENTO DELLA CITTA’ DI SARAJEVO, LA CITTADINANZA ONORARIA.

Sarajevo, 25 febbraio 2021: Compiuti 25 anni dalla morte nel luglio 2020, l’Ambasciata d’Italia a Sarajevo ha l’onore di informare che Alexander Langer è stato proclamato “post mortem” quale Cittadino Onorario di Sarajevo per la promozione della pace e della riconciliazione in Bosnia Erzegovina. Il riconoscimento più importante della capitale della Bosnia Erzegovina è stato assegnato da parte del Consiglio Comunale in vista della giornata della Città di Sarajevo, celebrata annualmente il 6 aprile, quando i riconoscimenti ufficiali della Città vengono consegnati.

   La cittadinanza onoraria è stata concessa in riconoscimento dell’alto impegno di Alexander Langer per la pace nella ex Jugoslavia e soprattutto a difesa della città di Sarajevo durante la guerra del 1992-1995.  Difensore instancabile dei valori della cittadinanza, della pace e democrazia, Alexander Langer è stato la personalità europea più impegnata per il dialogo e la ragione contro la brutalità della forza. Esponente di primo piano del dialogo nel suo Alto Adige/Sud Tirolo e in tutta Europa, egli ha dato un contributo fondamentale per la causa dell’inclusione e della creazione di una società dove la diversità sia una ricchezza e non una barriera.

   D’intesa con l’Ambasciata d’Italia, la candidatura di Alex Langer è stata proposta da un altro grande promotore della pace ben conosciuto in Italia, il generale Jovan Divjak, fondatore dell’Associazione “L’istruzione costruisce la Bosnia Erzegovina”, che presiede da oltre 20 anni ed assegna borse di studio ai giovani di tutta la Bosnia Erzegovina.

   La decisione della Città di Sarajevo è giunta peraltro nella settimana in cui Alexander Langer avrebbe compiuto 75 anni.

(PAZI-SNAJPER!: ATTENZIONE AL CECCHINO!, foto da https://radiosarajevo.ba/) – L’ASSEDIO DI SARAJEVO, avvenuto durante la guerra in BOSNIA ed ERZEGOVINA, è stato il più lungo assedio nella storia bellica della fine del XX secolo, protrattosi dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996. Vide scontrarsi le forze del governo bosniaco, che aveva dichiarato l’indipendenza dalla Jugoslavia, contro l’Armata Popolare Jugoslava (JNA) e le forze serbo-bosniache (VRS), che miravano a distruggere il neo-indipendente stato della Bosnia ed Erzegovina e a creare la Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina. Si stima che durante l’assedio le VITTIME SIANO STATE PIÙ DI 12 000, i feriti oltre 50 000, l’85% dei quali tra i civili. A causa dell’elevato numero di morti e della migrazione forzata, nel 1995 la popolazione si ridusse a 334 664 unità, il 64% della popolazione pre-bellica. (da WIKIPEDIA)

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BOSNIA: ALEXANDER LANGER E QUELL’AFFOLLATA SOLITUDINE

di Pietro Aleotti, 10/3/2021, da https://www.eastjournal.net/

   La politica è amore applicato al mondo. È Alexander Langer a pronunciare queste parole, chiuso in un gabbiotto dalla polizia austriaca che lo aveva appena arrestato durante una manifestazione di protesta relativa al disastro di Chernobyl. Ed è, oggi, un pezzo di quel mondo a tributargli  un riconoscimento importantissimo: non un pezzo di mondo qualsiasi e nemmeno un riconoscimento qualunque. Siamo a Sarajevo, infatti, la “sua” Sarajevo: è qui che il consiglio comunale ha deciso di proclamare Langer cittadino onorario come riconoscimento per il suo impegno in favore della pace nell’ex-Jugoslavia e, soprattutto, per la difesa della città durante la guerra dei primi anni ’90.

   La proposta arriva da Jovan Divjak, altro personaggio simbolo di quegli anni e di quelle istanze (Jovan Divjak è un generale e scrittore jugoslavo, dal 1992 bosniaco, che durante l’Assedio di Sarajevo e durante tutto il corso delle guerre jugoslave, nonostante le sue origini serbe, si è apertamente schierato con bosniaci, croati e numerosi altri serbi a difesa di Sarajevo e della Bosnia-Erzegovina dalle truppe di aggressione serbe, NDR). Alexander avrebbe gioito, probabilmente, e a modo suo persino festeggiato. Insieme al suo compleanno che cadeva proprio negli stessi giorni: sarebbe stato il settantacinquesimo.

   Langer è stato tante coseattivistapacifistaambientalistaparlamentare, scrittore, e molto altro ancora. Ma quella frase e quel riferimento all’amore tiene insieme tutto e diventa, al contempo, sintesi e manifesto, eredità e lascito umano e politico. Tiene insieme la sua visione del mondo, il suo punto di vista sulle cose e lo inquadrano per quello che è stato veramente: un gigante del suo – e del nostro – tempo.

   Un gigante per la profondità di pensiero, per quell’innata capacità di anticipare e analizzare temi e problematiche che sarebbero diventati centrali negli anni a venire, nodi da sciogliere per le società moderne: la necessaria convivenza tra diversi, l’accoglienza dei migranti come “investimento democratico”, i pericoli connaturati nei nazionalismi, la sterminata galassia delle tematiche ambientali che lo resero protagonista delle lotte dei Verdi, anche tra gli scranni dell’europarlamento.

   Una capacità che non resta studio, teoria, scrittura – benché la sua produzione giornalistica sia vastissima – e che non si fa dogma, non costruisce certezze; ma che, al contrario, rompe gli schemi, li riscrive con coraggio, incarnandosi in un’azione continua che lo porta a muoversi allo stremo delle forze fisiche e psicologiche laddove sia utile o necessario, a conoscere migliaia di persone, a stringere altrettante relazioni, contatti, amicizie. A fare rete dal basso, perché “solo insieme può esserci vita, sostenibilità e pace per tutti”.

   Tutto ciò ha reso Langer un precursore ma non un visionario, un sognatore ma non un utopista: c’era infatti una tangibilità fisica nella sua iperattività, una speranza concreta nel suo pensiero, un desiderio convinto di poterlo davvero cambiare, il mondo, renderlo un posto migliore.

   L’atto della municipalità di Sarajevo non è solo un gesto nobilissimo e bellissimo: ma, a modo suo, è anche una restituzione. Non quella, impossibile, della vita, tragicamente lasciata in un giardino d’inizio estate del 1995; ma quella, altrettanto definitiva e altrettanto meravigliosamente profonda, della dignità di una scelta.   C’è, infatti, tanta Jugoslavia non solo nella vita di Langer ma anche nella sua morte: c’è tanta Bosnia Erzegovina, tantissima Sarajevo.

   C’è l’impegno civile degli ultimi anni di vita per contrastare il dilagare della violenza della guerra e delle sofferenze che inevitabilmente infligge, ma c’è anche l’appello per un intervento armato – limitato e sotto egida ONU – per fermare lo scempio in atto e rompere l’assedio di Sarajevo. Possiamo solo immaginare quanto sia stato difficile per Langer pronunciare quel giudizio, esplicitare pubblicamente quella scelta; così come possiamo solo immaginare con quanta sofferenza interiore abbia vissuto le critiche che gli piovvero addosso dagli stessi ambienti e dagli stessi amici che lo circondavano. Deve essere stata un’affollata solitudine, la sua, a un certo momento.

   In Bosnia la misura della sua tenuta emotiva fu infine colma, tragicamente completato quel percorso che pochi anni prima gli avevano fatto scrivere che “è troppo arduo essere dei portatori di speranza, troppe le attese che ci si sente addosso, troppe le inadempienze e le delusioni che inevitabilmente si accumulano, troppe le invidie e le gelosie di cui si diventa oggetto, troppo grande il carico di amore per l’umanità e di amori umani che si intrecciano e non si risolvono, troppa la distanza tra ciò che si proclama e ciò che si riesce a compiere”. Un messaggio che è un grido e un testamento, molto più di quanto non furono gli scritti che lasciò per accommiatarsi da questo mondo.

   L’appello di Langer in Bosnia fu una scelta di campo, una scelta probabilmente devastante per Langer stesso: la piena presa di consapevolezza, per lui, e l’insegnamento, per tutti noi, che il binomio “pacifico e pacifista” non è indissolubile, può scindersi, spezzarsi, sciogliersi, per quanto doloroso possa essere: specie nel caso dato, specie per uno come lui che alla vigilia del conflitto, prima che ogni cosa crollasse, aveva pregato affinché si dialogasse con tutti, attirandosi anche in quel caso mille critiche e, persino, l’accusa assurda di essere filoserbo.

   Ci fu poi Tuzla: era il maggio del 1995, il 25, e i cannoni serbi fecero settantuno morti nella piazza centrale della città, perlopiù ragazzi. Seguì il grido del sindaco e amico di Langer, Selim Bešlagić, al mondo che “sta a guardare e non fa niente” e quello, sottoscritto da Langer, con cui si chiedeva di spezzare la neutralità tra aggressori e aggrediti. Fu il suo ultimo atto, impossibile andare oltre, impossibile caricarsi di altro peso.

   Non vide Srebrenica, e il Markale (ndr: la seconda strage del 28 agosto 1995 al mercato di Sarajevo), Langer. E nemmeno l’intervento NATO e la pace di Dayton: di quest’ultima se ne sarebbe rallegrato pur riconoscendone prima di molti tutta la sua imperfezione. Ma la sua anima era rimasta anch’essa sul selciato di quella piazza di Tuzla in una tiepida serata di primavera: la settantaduesima vittima. (Pietro Aleotti)

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BREVE BIOGRAFIA DI ALEXANDER LANGER

(da http://www.cencicasalab.it/ )

   Nato a Sterzing/Vipiteno nel Alto Adige-Südtirol il 22.2.1946. Il padre Artur (1900-1974), medico, nato e cresciuto a Vienna prima di trasferirsi a Bolzano nel 1914. La madre, Elisabeth Kofler (1909-1983), tirolese di Sterzing, farmacista. Due fratelli minori: Martin e Peter. Frequenta scuole elementari in lingua tedesca a Vipiteno e, dal 1956/57, alla media e al ginnasio privato dei padri Francescani di Bolzano.

   Dopo la maturità, nel 1963/64, studia a Firenze dove frequenta i nascenti movimenti del dissenso cattolico.  Lì incontra Valeria Malcontenti che sposa nel 1985. Tiene stretti contatti con la realtà sudtirolese, in un periodo di complicazione terroristica del conflitto etnico. Si laurea con Paolo Barile il 18.7.68, 110 L/110, in Giurisprudenza all’Università di Firenze, con una tesi sull’ “Autonomia provinciale di Bolzano nel quadro dell’autonomia regionale del Trentino Alto Adige e sue prospettive di riforma”. E il 5.7.72, 110/110, in Sociologia a Trento con una tesi scritta assieme a Bruno Lovera “Analisi delle classi e delle contraddizioni sociali nel Sudtirolo”.

   Fonda nel 1967, con altri giovani intellettuali sudtirolesi il mensile “Die Brucke”, che verrà pubblicato fino alla primavera del 1969. Insegna a Bolzano e Merano dal febbraio 68 al giugno 72.

   Dal giugno 72 al settembre 73 fa il servizio militare come artigliere di montagna. Quindi borsista in Germania federale dove lavora tra gli immigrati e studia i nascenti movimenti di pace e di solidarietà internazionale. Collabora al quotidiano Lotta Continua e ne diventa per un breve periodo direttore responsabile. Dal 1975/76 al 77/78 insegna storia e filosofia al XXIII Liceo scientifico di Roma.

   Ritorna in Sudtirolo e viene eletto, il 18 novembre 1978, consigliere regionale della Neue Linke/Nuova Sinistra, in una lista appoggiata dal Partito Radicale. Rifiuta la schedatura etnica nominativa al censimento 1981 assieme a migliaia di obiettori. Perde con questo il posto d’insegnante che gli viene restituito anni dopo da una sentenza della Corte di Cassazione. Si dimette per rotazione il 17.12.1981, riprende l’attività di traduttore, viene comandato all’Università di Trento, con collaborazioni anche ad Urbino e Klagenfurt. Nel novembre del 1983 viene rieletto consigliere regionale nella Lista alternativa per l’altro Sudtirolo/Das andere Südtirol, sostenuta dallo scalatore Reinhold Messner, e poi, nel 1988, nella Grüne alternative Liste/Lista Verde Alternativa.

   Negli anni ’80 è tra i promotori del movimento politico dei Verdi in Italia e in Europa, come forza innovativa e trasversale. Partecipa ad un intenso dialogo di ricerca con la cultura della sinistra, dell’area radicale, dell’impegno cristiano e religioso, delle nuove spiritualità, di aree non conformiste ed originali che emergono anche tra conservatori e a destra, o da movimenti non compresi nell’arco canonico della politica. 
   Nel dicembre 1984 viene incaricato di tenere la relazione introduttiva alla prima assemblea nazionale delle liste verdi a Firenze. Assolve al ruolo di garante per le elezioni del 1987 dove i Verdi ottengono un discreto successo ed entrano per la prima volta in Parlamento. Risulta però minoritaria la sua proposta di “sciogliere le liste verdi” dopo il voto, per evitare che un promettente movimento trasversale si trasformasse rapidamente in un piccolo partito autoreferenziale.

   Riprende allora a tessere nuovi fili di rapporto con l’arcipelago delle iniziative civiche e associazioni: nei movimenti transfrontalieri come “SOS-Transit”, “Pro vita alpina”, “Arge-Alp”, “Alpe Adria”; con associazioni e movimenti per la conversione ecologica della società e dell’economia come la “Fiera delle utopie concrete di Città di Castello”, il “GAB – Gruppo di attenzione alle biotecnologie”, i “Colloqui di Dobbiaco” e l'”Eco-istituto del Sudtirolo”,, la rete “Alleanza per il clima”, “S.O.S Dolomites”, “Greenpeace”, “WWF”, “Legambiente”, “Italia Nostra”, il “Comitato promotore di un Tribunale internazionale per l’ambiente”, la nuova rete internazionale di “sindacalisti ecosensibili”.

   Eletto deputato al Parlamento europeo nel 1989, nella circoscrizione Nord-Est, diventa primo co-presidente del neo-costituito Gruppo Verde europeo. Cerca di far fruttare creativamente i forti privilegi economici legati al mandato e, nel pieno di “tangentopoli”, decide di rendere periodicamente pubblici i rendiconti delle sue entrate e uscite.

   Scrive su numerosi quotidiani e riviste sempre su questioni specifiche o di attualità. Tiene ininterrottamente per undici anni, dal 1984 al 1995, un osservatorio mensile, “Brief aus Italien – Lettera dall’Italia” per la rivista di Francoforte “Kommune”. Interviene a numerosi incontri e dibattiti, privilegiando i piccoli gruppi di ricerca con forte impegno etico.

   Langer crede poco nell’ecologia dei filtri e dei valori-limite (senza trascurare, tuttavia, la battaglia per gli uni e per gli altri) e si considera impegnato in favore di una conversione ecologica della società, con preferenza per l’auto-limitazione cosciente, la valorizzazione della dimensione locale e comunitaria, la convivialità.

   Promuove con altri la campagna internazionale “Nord-Sud: biosfera sopravvivenza dei popoli, debito” che avrà un importante ruolo al vertice della terra di Rio 1992. Si impegna e sostiene movimenti ed iniziative di solidarietà tra cui numerose ONG, come il CRIC, Terra Nuova, Crocevia, la “Campagna per la restituzione delle terre agli indios Xavantes”, “Kairos Europa”, “Quart Monde”, “Terre des hommes”, la rete nascente delle banche etiche, consumo critico, Botteghe del Mondo. Il Parlamento Europeo approva una sua relazione e risoluzione sul commercio equo e solidale.

   Nel 1992 rifiuta un seggio “sicuro” a Firenze per il cartello progressista, ma si candida al senato, in un collegio di Bolzano. Non viene eletto e, dopo molti dubbi, accetta di concorrere nuovamente alle europee del giugno 94. Viene eletto con 42000 preferenze nella circoscrizione Nord-Est, di cui 18.800 nel solo Sudtirolo, con una percentuale vicina al 9%.

   Dal gennaio 91 è presidente della delegazione del Parlamento europeo per i rapporti con l’Albania, la Bulgaria e la Romania. Autore di diversi rapporti e risoluzioni approvate dal Parlamento: apertura all’Albania, riconversione civile della base missilistica di Comiso, accordo di transito con l’Austria e di cooperazione con la Slovenia, relazioni tra Unione europea e l’Albania. Promuove il “Comitato di solidarietà con l’Albania” nel periodo di più grave crisi del paese.  Compie diverse missioni ufficiali per il P.E., p.es. a Sarajevo, Conferenza Helsinki II, Conferenza per la stabilità in Europa, poi in Israele, Georgia, Egitto, Russia, Brasile, Argentina, Libano, Cipro, Malta.

   Dopo la caduta del muro di Berlino aumenta via via il suo impegno per la convivenza, sostenendo attivamente le forze di conciliazione interetnica nei territori dell’ex-Jugoslavia. Il Parlamento Europeo approva una sua relazione e proposta per l’istituzione di un “Tribunale internazionale per i crimini contro l’umanità” ed una sulle “relazioni Est-Ovest e politica di sicurezza”.

   E’ membro dell'”European Action Council for Peace in the Balkans” e co-fondatore, con la parlamentare austriaca Marijana Grandits, del “Verona Forum per la pace e la riconciliazione nell’ex-Jugoslavia” che offrirà un tavolo di dialogo a centinaia di militanti della convivenza che avranno modo di incontrarsi a Verona, Vienna, Parigi, Tuzla, Budapest.

   Collabora con questa priorità a gruppi impegnati per la pace, i diritti umani e le etnie minoritarie, come la “CONFEMILI”, la “Gesellschaft für Bedrohte Volker – Associazione popoli minacciati”, la “Helsinki Citizens’ Assembly”, “Amnesty international”, i “Beati costruttori di pace”, il movimento delle “Donne in nero”, l’ “Associazione per la pace”, il “Movimento nonviolento”, “Pax Christi”, la “F.E.R.L – federazione europea delle radio libere”.

   Il 26 giugno si reca a Cannes con altri parlamentari per portare ai capi di stato e di governo un drammatico appello: “L’Europa muore o rinasce a Sarajevo”. 
   Al censimento del 1981 e 1991 Alexander Langer, che si era sempre dichiarato di madre lingua tedesca, rifiuta di aderire alla schedatura nominativa che rafforza la politica di divisione etnica. Con questo pretesto nel maggio ’95 viene escluso, senza troppo scandalo, dalla candidatura a Sindaco di Bolzano, la sua città.
   Decide di interrompere la vita il 3 luglio 1995, all’età di 49 anni.

   Riposa nel piccolo cimitero di Telves/Telfes, nei pressi di Vipiteno, accanto ai suoi genitori.  (edy rabini)

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(1992-1995: SARAJEVO SOTTO I COLPI DEI CECCHINI – foto da https://www.agensir.it/) – Nel 1995, nella Sarajevo assediata dall’aprile 1992, dove i cecchini filoserbi sparavano sulle persone in città (che cercavano l’acqua, che era stata sospesa nelle case, come l’elettricità…), alle donne al mercato….in questa condizione di massacro di Sarajevo e della sua popolazione, Langer propose e portò avanti un’iniziativa politica, assieme ad altri (ma lui si fece di più carico) scaturita nell’appello per un intervento armato – limitato e sotto egida ONU – , un intervento di polizia internazionale per difendere gli aggrediti dagli aggressori, per fermare lo scempio in atto e rompere l’assedio di Sarajevo. Il 26 giugno 1995 Alex si reca a Cannes con altri parlamentari per portare ai capi di stato e di governo questo drammatico appello che si concludeva con: “L’EUROPA MUORE O RINASCE A SARAJEVO”. Appello che in quel momento viene lasciato cadere dai capi di stato (in primis la Francia dell’allora neopresidente CHIRAC, nel semestre francese di leader della Comunità Europea)

L’EUROPA MUORE O RINASCE A SARAJEVO

di ALEXANDER LANGER

25.6.1995, La terra vista dalla luna

(testo tratto da https://www.alexanderlanger.org/ )    Siamo andati a Cannes, dunque, a manifestare davanti ai capi di stato e di governo, per la Bosnia-Erzegovina. “Basta con la neutralità tra aggrediti ed aggressori, apriamo le porte dell’Unione europea alla Bosnia, bisogna arrivare ad un punto di svolta!” Non eravamo tantissimi – qualche migliaio appena –, e

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DIPLOMAZIA e NAZIONALISMO DEI VACCINI: con nazioni e aree geografiche in difficoltà a immunizzare la popolazione (l’Unione Europea, ma di più i Paesi del Sud del mondo); e poi chi (Russia, Cina, India…) usa i propri vaccini e materie prime necessarie, con priorità di conquista di spazi geopolitici importanti (assenti ONU e OMS)

foto da http://www.avvenire.it/

      Chi ha i vaccini controlla il mondo. Perché mai dover far guerre e imporre con la propria forza (militare) un predominio geopolitico, quando lo si può fare utilizzando un bene prezioso (il vaccino, le materie essenziali per produrlo) e l’innovazione (la ricerca) che si possiede, e che “gli altri” ne hanno bisogno?
E’ la nuova logica (anche se accadeva anche prima, ma meno evidente) del nuovo nazionalismo, e che appare ora con la pandemia. Lo chiamano SOFT POWER (il potere dolce, che convince) che mostra come si può impossessarsi di un luogo (nel nostro caso nazioni, aree geopolitiche) aiutando e donando beni essenziali, strategici (come nel caso dei vaccini, che “loro” non ne hanno).
   Fa specie ricordare che il ruolo di esportazione dei vaccini che adesso hanno paesi come la Russia, la Cina e l’India, verso aree del pianeta povere o in via di sviluppo, avviene senza che le stesse nazioni esportatrici (anche donatrici) abbia vaccinato la propria popolazione: raggiunto un modesto grado di controllo interno della pandemia, si preferisce usare il vaccino (o il know how, la conoscenza, oppure le materie prime essenziali per produrlo) come strumento di dono (o vendita) verso paesi in difficoltà; stabilendo solide e concrete relazioni per gli anni a venire.
   Così si percepisce la debolezza dell’Europa (la UE) che non possiede vaccini, e che minaccia case farmaceutiche di rispettare i patti contrattuali, trovandosi in situazione di debolezza; ma anche di limpidezza politica nel dimostrare di voler vaccinare la propria popolazione (ed anche dare contributi di esportazione verso paesi poveri che ne hanno bisogno). Altri paesi, si diceva, sono sì interessati a vaccinare (parte) della propria popolazione; ma non del tutto: la Russia che offre milioni di dosi all’estero mentre è indietro nella vaccinazione dei propri cittadini; la Cina lo stesso, e che sta sviluppando una rete di trasporto adatto a portare vaccini refrigerati in tutto il mondo in via di sviluppo; l’India che per contrapporsi al potere cinese offre anch’essa a tanti paesi poveri vaccini e materie essenziali….
   Pertanto pare che i rapporti di forza prioritari che una volta potevano (solo, in parte) essere dati dalla forza militare, adesso fanno prevalere, con la crisi pandemica, la capacità di ricerca, conoscenza, sviluppo medico…. E non sempre avviene in paesi economicamente forti (come gli Usa, non parliamo dell’Europa…) ma specialmente in paesi che loro stessi potrebbero essere annoverati come “poveri” (o perlomeno assai pieni di contraddizioni sociali); oppure in fase di espansione globale (come il caso della Cina). Uno stato di confusione, e di corsa al successo planetario nazionalistico, di tutti contro tutti, che chi come noi pensava a un mondo dove finalmente ci fossero organizzazione di pace e di sviluppo forti e necessarie al benessere di tutti, ne rimangono più che delusi (in questa corsa al vaccino un ruolo inesistente sembrano avere l’Onu e Oms).
   Allora mostra di aver ragione chi sostiene che il nostro secolo, il ventunesimo, sarà caratterizzato dalla lotta incessante di varie nazioni e aree politiche geostrategiche, con tentativi di prevalere dell’una sull’altra.
   Se sarà possibile recuperare una misura comune, un progetto diverso, un governo del pianeta che tenga conto delle diversità, che tuteli i ditti umani della persona, che garantisca per tutti un welfare (scuola, sanità, sicurezza, benessere per tutti, libertà…), possa venire oltre che da una rivoluzione personale e capacità critica di ciascuno, possa venire anche dalla proposta europea, il progetto europeo, che pur con tutte le difficoltà e contraddizioni, può essere un contesto interessante su cui puntare il nostro impegno e le nostre speranze. (s.m.)

mappa da https://www.geopolitica.info/

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LA GEOPOLITICA DEI VACCINI

di GIACOMO NATALI, da https://www.treccani.it/magazine/, 25/3/2021
   La corsa alla scoperta dei vaccini anti-Covid, così come la capacità di produrli e la volontà di distribuirli in giro per il mondo, si sta trasformando in una competizione tra potenze nella quale, oltre alle vite, sono in gioco relazioni internazionali, la proiezione di soft power e più in generale il ruolo dei diversi Paesi nell’immaginario globale. Come avvertiva il poeta mistico persiano Rumi: «dove ci sono rovine, c’è la speranza di un tesoro». La pandemia non fa eccezione, anche dal punto di vista delle opportunità di rimessa in discussione degli equilibri geopolitici offerta dalla cosiddetta “diplomazia dei vaccini”.
L’Europa ai margini del “grande gioco” dei vaccini
Le dichiarazioni del presidente russo Putin, che lunedì scorso accusava l’Unione Europea di anteporre l’interesse delle case farmaceutiche a quello dei propri cittadini è stato soltanto l’ultimo degli ormai regolari scambi, a volte poco diplomatici, tra Mosca e Bruxelles riguardo al vaccino russo Sputnik.
   In uno di questi, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, domandava retoricamente come mai la Russia stesse offrendo milioni di dosi all’estero mentre era così indietro nella vaccinazione dei propri cittadini. Un’uscita che mostra due soggetti impegnati in imprese radicalmente diverse: da un lato un’operazione logistico-commerciale di acquisizione di dosi per proteggere la propria popolazione, dall’altro la consapevolezza di poter utilizzare queste forniture sanitarie per proiettare il proprio soft power e conquistare spazi geopolitici rilevanti. La seconda di queste impostazioni vede al momento come protagonisti, oltre alla Russia, anche la Cina e l’India. Ma non soltanto.
   La diplomazia sanitaria non nasce con il Covid: si pensi al mito dei medici cubani in missione umanitaria, oppure alla campagna per l’eradicazione del vaiolo, legata in non piccola parte alla competizione tra Unione Sovietica e Stati Uniti per l’influenza in Africa e Sud America.
Forse mai come nel caso dell’attuale diplomazia dei vaccini, però, è stato evidente e senza maschere il gioco globale di influenza in corso tra potenze globali, regionali e anche da soggetti solitari con esigenze o ambizioni geostrategiche particolari.
   In Europa vediamo quotidianamente soltanto una piccola parte di questa competizione, ovvero soprattutto quella legata al cosiddetto “nazionalismo dei vaccini”. Fedele alla propria impostazione burocratica, Bruxelles ha messo in mostra prima di tutto la propria meticolosità nei percorsi di autorizzazione dei vaccini e poi ne ha gestito gli acquisti comportandosi in pratica come un’immensa CONSIP: occupandosi di contabilizzare e far pesare i propri numeri demografici e le capacità economiche per cercare di assicurarsi le forniture necessarie alle proprie esigenze interne.
   Quando poi ha scoperto di non avere neppure ottenuto offerte convenienti e ha provato ad agire da potenza, ad esempio minacciando il blocco delle esportazioni, l’UE ha finito per attrarsi anche accuse di chiusura ed egoismo. Una sconfitta d’immagine ancora più assurda, se si pensa come l’Unione Europea da sola (e ancora di più sommando anche i contributi dei singoli Stati membri) sia tra i principali finanziatori del programma COVAX dell’Organizzazione mondiale della sanità, dedicato alla copertura vaccinale anti-Covid nei Paesi poveri.
   Ma mentre Bruxelles era concentrata sulle diatribe relative alle clausole contrattuali con le case farmaceutiche, avvincenti per le masse come le trattative commerciali tra gli emissari jedi e la Federazione dei Mercanti nel primo dei prequel di Star Wars (non a caso uno dei film più odiati della storia), gli altri giocatori globali erano impegnati in uno scontro ben più strategico, che unisce aspetti scientifici, produttivi e industriali a quelli politici e in larga parte comunicativi e simbolici.
Le alternative al modello americano, tra sovranisti e multinazionali
Per comprendere gli sviluppi di questo scontro, occorre innanzitutto tracciarne i confini: secondo uno studio della fondazione CEPI (Coalition for Epidemic Preparedness Innovations), sulla distribuzione geografica degli investimenti per lo sviluppo dei vaccini anti-Covid, il 40% del totale è concentrato in Nord America, il 30% in Asia e Australia, il 26% in Europa e il restante 4% tra Africa e Sud America.
   A marzo 2021 ciò aveva portato all’autorizzazione a livello mondiale di dodici vaccini (dei quali quattro permessi in Europa). Altri venticinque vaccini si trovano nella cosiddetta fase 3 (l’ultima prima del via libera), quaranta in fase 2 e qualcuno di meno in fase 1 (tra i quali anche quello “italiano” di ReiThera). Altre centinaia sono in fase preclinica.
Dei dodici vaccini approvati, quattro sono cinesi, tre russi, due americani, uno britannico e uno indiano. Gli europei sono presenti soltanto con le compartecipazioni (rispettivamente tedesca e olandese) ai due vaccini americani Pfizer e Johnson & Johnson e con la compartecipazione svedese in quello AstraZeneca.
   Già questi dati mostrano un approccio divergente, tra Paesi come Cina e Russia che si sono concentrati nella produzione autarchica di un proprio vaccino e chi si è, come ad esempio tutti i Paesi del G7, affidato alle competenze delle multinazionali farmaceutiche.
   I successi iniziali sembravano dare ragione alla strategia e della ricerca “occidentale”: il primo vaccino a ricevere avalli internazionali è infatti quello frutto della collaborazione atlantica tra Pfizer e BioNTech. Poi seguito da quello di AstraZeneca.
   Ma se da un lato ciò ha apparentemente confermato il primato degli Stati Uniti, rappresentati in questo caso da “Big Pharma” (coerentemente con il proprio modello economico), dall’altro lato Washington non ha saputo sfruttare altrettanto bene sul piano dell’immaginario questo vantaggio temporale nella corsa alla cura. Ciò è avvenuto in parte, ma non soltanto, perché ciò è coinciso con il momento del passaggio di consegne tra un presidente che aveva derubricato la pandemia a bufala e uno non ancora insediato e senza le chiavi della macchina amministrativa e simbolica.
   Nel primo giorno del proprio mandato, Joe Biden ha annullato la decisione del proprio predecessore di uscire dall’Organizzazione mondiale della sanità, ma ormai era tardi per ricoprire con credibilità il ruolo di capofila nello sforzo internazionale comune verso la soluzione alla pandemia. Soprattutto visto con gli occhi di chi abita nei Sud del mondo.
   Nel frattempo, erano arrivati gli altri sette vaccini da Cina, Russia e India. Con la significativa eccezione del martoriato e inerme Brasile a fare la figura del paziente malato, si tratta proprio dei Paesi del vecchio acronimo BRIC, coniato nel 2001 per indicare Paesi economicamente emergenti, che trovano nella pandemia l’occasione per candidarsi a sorpassare anche nel soft power (non solo sanitario) le potenze transatlantiche.
   Ma se questi tre Paesi stanno giocando una partita apparentemente simile, hanno in realtà esigenze di immagine e obiettivi geopolitici differenti.
La Cina pianifica oltre l’emergenza
La Cina comprende fin dalle prime settimane del 2020 la necessità di ricostruirsi una reputazione, dopo la gestione opaca dello scoppio della pandemia e le accuse globali. Lo fa innanzitutto con la spietata efficienza del sistema di isolamento dei focolai, che porta (quantomeno a loro dire) a uscire quasi per prima dall’emergenza. Inizia allora a inviare medici e attrezzature all’estero (compresa l’Italia) per “indicare la via”.
   È l’anteprima della diplomazia dei vaccini, che prende l’aspetto simbolico della “diplomazia delle mascherine”. Subito replicata anche dalla Russia, con le immagini degli aerei cargo inviati a Bergamo da Putin rilanciati su tutti i telegiornali. In entrambi i casi si tratta in genere di quantitativi limitati, ma dal forte impatto mediatico tra popolazioni confuse dall’inedita emergenza.
   Nel frattempo la Cina era già al lavoro sui vaccini e non appena il primo è stato pronto, sviluppato proprio a Wuhan dalla Sinopharm, è iniziata una nuova fase della strategia di Pechino: tenere al minimo le vaccinazioni interne, contando sulla bassa incidenza della malattia tra i propri confini, e concentrare la capacità produttiva nell’esportazione. Con l’ambizione di mostrare ancora una volta la guida cinese verso la soluzione globale della pandemia.
   Data la partecipazione alla fase 3 della ricerca di decine di migliaia di pazienti all’estero, il suo uso a livello internazionale anticipa in un certo senso quello degli omologhi americani. Ma è a partire da gennaio 2021 che prende il via la massa di autorizzazioni straniere per l’utilizzo d’emergenza. Per il vaccino Sinopharm, ad esempio, si aprono le porte di una ventina di Paesi tra Asia e Medio Oriente, tredici in Africa, otto tra America Centrale e Meridionale, persino sei in Europa, con addirittura una penetrazione all’interno dell’UE grazie all’Ungheria di Orbán, nonostante la messa in guardia dell’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA, European Medicines Agency).
   Significativa anche l’approvazione del vaccino Sinovac da parte dell’Ucraina: isolata e schiacciata tra i blocchi alle esportazioni da parte dei teorici alleati occidentali e la volontà di respingere le offerte russe, Kiev sceglie la via cinese, per poi però trovarsi di fronte a enormi ritardi sulle consegne.
   Dal punto di vista del successo comunicativo, infatti, Pechino sconta sempre la poca trasparenza dei propri vertici. Nel caso dei vaccini, non sono stati resi pubblici i risultati delle sperimentazioni o condotte verifiche indipendenti e i percorsi di approvazione devono affidarsi a preanalisi prodotte dalla stessa Sinopharm. Così come non è nota la reale capacità produttiva delle sue aziende, probabilmente inferiore a quanto dichiarato.
   Ciò indebolisce molto la capacità della Cina di posizionarsi come un soggetto credibile verso i Paesi occidentali, ma le donazioni di dosi, i prezzi bassi e le offerte di collaborazione costituiscono una ricetta irresistibile per i Paesi indietro sulla ricerca o incapaci di produzione e distribuzione autonoma. In questo senso, non si tratta tanto di soft power, inteso come attrarre a sé attraverso i propri valori intangibili, ma dell’hard power della più grande potenza industriale mondiale.
   Da questo punto di vista, la Cina sta giocando una partita anche più lunga rispetto alle emozioni di questi mesi legate all’emergenza: molti dei suoi accordi, infatti, riguardano la realizzazione stessa di impianti di produzione (anche appunto per supplire alle sue attuali carenze) e logistica, soprattutto nei Paesi africani, ma anche in Sudamerica e si dice prossimamente pure in Serbia. Quando la pandemia da Covid sarà finita, questi poli produttivi invece resteranno a proiettare la presenza cinese, insieme alla rete di relazioni con essi costruita da Pechino.
L’India tra capacità produttiva e offerte di amicizia
Tra gli addetti ai lavori, l’India è nota come “la farmacia del mondo”. Nello specifico dei vaccini, le aziende del subcontinente ne producono oltre il 60% a livello globale. E se ciò è dovuto più alla propria enorme capacità produttiva, che a una qualità della ricerca che è ancora inferiore rispetto a quella di altri colossi, il Paese ha saputo anche sviluppare rapidamente un proprio vaccino alternativo, chiamato COVAXIN.
   Forte di questi successi, l’India ha compreso come questa fosse l’occasione ideale per promuovere all’estero la propria alternativa alla forza industriale e geopolitica cinese. Per farlo, ha puntato da un lato sulla superiore affidabilità della propria filiera. Dall’altro su un approccio più umanitario, indicato fin dal nome dell’iniziativa Vaccine Maitri (all’incirca traducibile come “amicizia vaccinale”) che a metà marzo aveva già consegnato quasi 60 milioni di dosi in oltre 70 nazioni.
   Oltre al proprio COVAXIN, l’India offre attraverso questo progetto anche il cosiddetto Covishield, che altro non è che lo stesso vaccino AstraZeneca ottenuto sotto licenza dalla multinazionale e replicato in 1,1 miliardi di dosi dal Serum Institute of India, il più grande produttore al mondo di vaccini, ancora prima che ne arrivasse l’approvazione.
I destinatari dell’iniziativa sono stati prima di tutto i Paesi più vicini geograficamente, come Afghanistan, Bhutan, Nepal e Sri Lanka. In alcuni casi si trattava di rispettare e consolidare amicizie durature, mentre in altri l’iniziativa è stata utile a ricucire relazioni tese, come ad esempio nel caso dei rapporti con il Bangladesh.
   Tra quelli donati e quelli forniti a basso prezzo, l’India si è rivelata più rapida e affidabile rispetto alla Cina. Emblematico il caso del Myanmar, che ancora attende le 300.000 dosi promesse da Pechino, a fronte dei quasi 2 milioni di vaccini indiani già ricevuti. Mentre tornando al caso ucraino, dopo i ritardi delle consegne cinesi, la campagna vaccinale nel Paese è iniziata proprio attraverso mezzo milione di dosi della versione indiana del vaccino AstraZeneca.
   Situazione simile anche in Iran, dove la ricerca di tre diversi vaccini è al momento ancora alla fase 1 e le sanzioni internazionali avrebbero impedito l’accesso ai vaccini delle multinazionali occidentali: la campagna vaccinale è dunque partita con forniture indiane. Mentre in prospettiva, Teheran sembra contare anche sulla collaborazione con Cuba, che deve affrontare un’analoga situazione di isolamento, ma il cui vaccino Soberana sarebbe già giunto alla terza fase di test.
   Di tutto questo attivismo indiano, poco è giunto alle orecchie occidentali. Farà eccezione il Canada, unico Paese del G7 a ricevere lotti di vaccino sotto il cappello dell’iniziativa Vaccine Maitri. Ad esso si aggiungono nel Centro e Sud America anche il Messico e il Brasile, di nuovo vincendo la competizione con la Cina anche a livello d’immagine: con un sondaggio che certificava come la metà dei brasiliani si rifiutasse di prendere il vaccino Sinovac, mentre il presidente Bolsonaro twittava la propria gratitudine all’India, condividendo un’immagine della divinità induista Hanuman in veste di curatore.
   La sfida indiana al modello cinese è arrivata anche sul piano della trasparenza: a fronte dell’opacità degli istituti di Pechino, ad esempio, l’India ha organizzato viaggi per ambasciatori e diplomatici per visitare le industrie farmaceutiche a Hyderabad e Pune. Il tutto vissuto anche come opportunità per promuovere in futuro la produzione in loco di altri farmaci. Mentre la Cina cercava occasioni per costruire fabbriche in altri Paesi, l’India ha l’opposta esigenza di trovare richieste e clienti per sfruttare a pieno i propri già enormi impianti esistenti.
   In comune con la Cina (e la Russia, come vedremo tra poco) anche l’India è, però, indietro rispetto alla copertura vaccinale della propria popolazione. Arrivando addirittura al paradosso di essere il primo Paese destinatario del programma COVAX dell’Organizzazione mondiale della sanità. Essendo al tempo stesso il principale luogo di produzione degli stessi vaccini. Una contraddizione che sembrerebbe mostrare un Paese ancora nel guado tra potenza e bisogno.
Le ambizioni russe al “tavolo buono”
Come ricordato all’inizio, il governo di Mosca è stato probabilmente il soggetto più attivo nella propria campagna informativa (e disinformativa) all’estero sul fronte vaccinale. Anche in Italia, dove la possibilità dell’utilizzo del suo Sputnik V ancora divide l’opinione pubblica.
   Se molti elementi della strategia russa coincidono con quanto visto nel caso cinese o in quello indiano, soprattutto per quanto riguarda gli aiuti agli Stati confinanti e nei Paesi più poveri, infatti, il piano di Putin si distingue per essere l’unico ad avere cercato di portare la partita direttamente nel campo di Unione Europea e Stati Uniti.
   Da questo punto di vista, la diplomazia dei vaccini di Mosca appare in linea con le due tradizionali ambizioni dell’attuale leadership: riconquistare l’influenza perduta nell’ex sfera sovietica e nei Paesi a essa legati, ma al tempo stesso farsi riconoscere al tavolo dei “grandi” e riconquistarvi la poltrona che ritiene di meritare di diritto.
   Sul primo fronte, i risultati sono in linea con quelli dei concorrenti, almeno per quanto riguarda le richieste. Tra autorizzazioni piene, emergenziali e dosi ordinate in anticipo, attualmente lo Sputnik è già operativo in 56 Paesi, tra cui praticamente tutta l’Asia, tutto il Sud America e una decina di Paesi africani. Molti mettono in dubbio la reale capacità di produrre le dosi promesse a livello mondiale, ma questo sarà chiaro soltanto nel corso dei prossimi mesi.
   Il secondo obiettivo ha invece richiesto una considerevole dose di energie da parte della diplomazia russa e delle amicizie che Mosca ha coltivato negli scorsi anni negli ambienti sovranisti europei e americani, ma i risultati sono al momento difficili da valutare. In Europa ancora una volta sono state Ungheria e Serbia a muoversi in anticipo sugli altri, con l’aggiunta in questo caso anche della Slovacchia e di San Marino.
   Negli Stati Uniti è significativo il cambio di registro del capo degli esperti virologi americani, Anthony Fauci, che mentre lo scorso agosto si era mostrato molto scettico sulla presunta efficacia dello Sputnik, pochi giorni fa ha dichiarato di averne visto alcuni dati e di averli trovati «piuttosto buoni».
   In effetti, a differenza ad esempio di quelli cinesi, la Russia ha sottoposto il proprio vaccino al percorso di autorizzazione delle autorità europee. E sta siglando accordi per la produzione dello Sputnik, oltre che in India, Cina e Corea del Sud, anche in vari Paesi europei, a partire dall’Italia. Anche se in molti di questi casi le dosi non saranno destinate ai Paesi stessi di produzione, ma ad Africa, Sud America e alla Russia stessa, che non è in grado di coprire da sola il proprio fabbisogno.
Un conflitto comunicativo e l’assenza della comunità internazionale
Ciò che la Russia ha capito meglio di ogni altro è quanta parte di questo confronto si giocasse sugli aspetti simbolici, come testimonia perfettamente il nome stesso dato al proprio vaccino: Sputnik evoca volutamente un mondo, dei valori, un immaginario immediato. Evoca anche altri tempi, quelli dell’oro agli occhi di Putin, più complessi secondo altri, ma comunque per tutti più semplici nella loro assenza della pandemia e illuminati dalle sorti progressive della scienza (aerospaziale allora, medica oggi).
   In generale, quelli dei vaccini dei Paesi che più di tutti stanno giocando questo gioco non sono le entità senza identità delle multinazionali del farmaco, che non fanno altro branding che non sia quello della corporation stessa. E che per questo vengono chiamati “il vaccino Pfizer”, “il vaccino AstraZeneca”, “il vaccino Moderna”: denominazioni utili soltanto ad aumentare i dividendi degli azionisti.
   I vaccini cinesi, ad esempio, sono caratterizzati dall’elemento nazionalista Sino-/-Sino, che ne caratterizza le aziende produttrici e col quale sono chiamati comunemente: Sinopharm, Sinovac, CanSino. Quello indiano punta, come detto, sull’amicizia. Ma altrettanto simbolico è anche il citato vaccino cubano: Soberana richiama appunto il concetto di sovranità. Con il paradosso di riunire sotto questa bandiera (solitamente appannaggio di altri ambienti) il mondo della sinistra, che nelle proprie bolle sui social e sulla stampa di riferimento, esulta alle promesse di donarlo ai Paesi bisognosi.
   Il Regno Unito è stato forse l’unico tra i Paesi europei a comprendere le opportunità insite in questa sfida, probabilmente proprio perché così bisognoso di un riposizionamento del proprio brand e di nuove relazioni internazionali nella propria era post-europea. Per mesi, il vaccino che oggi conosciamo come AstraZeneca è stato indicato come il “vaccino di Oxford”. Nulla avrebbe potuto essere più quintessenzialmente britannico in termini di qualità, eccellenza e valori.
   Purtroppo per Boris Johnson, con la fine della sperimentazione e l’avvio della fase commerciale, l’etichetta è gradualmente stata rimpiazzata dal nome della multinazionale. Ma sempre sul piano comunicativo si gioca anche il ruolo di portavoce delle vittime del nazionalismo dei vaccini, interpretato dal premier britannico nel suo scontro con Bruxelles, nonostante egli stesso abbia bloccato le esportazioni di quelli prodotti all’interno del Regno.
   Al netto della più volte richiamata iniziativa COVAX, l’assenza più grande in tutto questo scenario appare quella dell’ONU e dell’Organizzazione mondiale della sanità. Tra questi tiri alla fune simbolici, nazionalistici, industriali e commerciali, è fino ad ora venuta a mancare la funzione delle Nazioni Unite di unire gli sforzi verso un obiettivo comune. Lasciando che nell’attuale mondo multipolare la tutela della salute sia in balia delle proprie capacità economiche, dell’isolamento politico di alcune realtà o delle iniziative apparentemente benefiche di potenze interessate a espandere il proprio soft power. E chissà quanto consapevoli che in effetti soltanto insieme si uscirà davvero da questa situazione. (GIACOMO NATALI, da https://www.treccani.it/, 25/3/2021)

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