CATALOGNA INDIPENDENTISTA? Forse sì, forse no: ma IL REFERENDUM del 1° ottobre non si potrà fare – La crisi degli Stati nazionali è anche crisi delle Regioni (come da noi VENETO e LOMBARDIA: al referendum per l’autonomia il 22/10) – L’EUROPA POTREBBE INTERVENIRE, e mediare sulla crisi spagnolo-catalana

La SAGRADA FAMILIA con srotolata una bandiera per l’indipendenza catalana, Barcellona, 11 settembre 2017
(David Ramos/Getty Images) – Il comune di BARCELLONA NON APRIRÀ SEGGI ELETTORALI IL PROSSIMO 1 OTTOBRE, quando si dovrebbe tenere il referendum (dichiarato illegale dalla Corte Costituzionale) per la secessione della Catalogna dalla Spagna. Barcellona, guidata dalla sindaca ADA COLAU (sindaca prima impegnata nei movimenti per la casa a tutti, indipendente, eletta nel 2015 in una lista civica, anche appoggiata da Podemos, ma non appartiene a nessun partito, ndr), insieme ad ALTRI SEI COMUNI della Catalogna CON PIÙ DI 100.000 ABITANTI, ha respinto la richiesta del PRESIDENTE DELLA GENERALITAT (IL GOVERNO REGIONALE CATALANO) PUIGDEMONT, di cedere locali comunali per garantire seggi elettorali nella giornata del primo ottobre. Questi SETTE MUNICIPI DELLA CATALOGNA, nei quali vive più di UN TERZO DELLA POPOLAZIONE DELLA REGIONE, hanno argomentato il loro no affermando che rispetteranno le disposizioni della Corte Costituzionale. Il Tribunal Constitucional, oltre a dichiarare illegittima la legge per il referendum approvata la sera del 6 settembre scorso, ha comunicato agli oltre 900 sindaci catalani che, nel caso in cui partecipassero alla realizzazione del referendum illegale, incorrerebbero nella possibilità di commettere un reato

   Il 6 settembre i partiti indipendentisti della Catalogna, a Barcellona, hanno approvato nel Parlamento Catalano, la legge che spiana la strada alla convocazione del referendum sull’indipendenza, già annunciata da tempo per il primo ottobre prossimo.

   Un referendum che però, per la Costituzione spagnola, è illegale. Comunque vada a finire (e pare non ci siano dubbi che mai e poi mai il governo spagnola permetterà la realizzazione del referendum), comunque vada, la giornata del 6 settembre scorso resta una giornata (negativamente) storica per la Spagna come Paese unito: segna la rottura definitiva di ogni possibilità di dialogo fra indipendentisti (la Comunità Autonoma della Catalogna) e dall’altra gli unionisti che si riconoscono nella Spagna come stato nazionale. Una situazione inedita mai vista prima dopo la fine del franchismo, nei 40 anni di democrazia. Un livello di sfida del governo catalano verso lo stato centrale spagnolo mai raggiunto prima.

LA CATALOGNA è Il motore dell’economia spagnola, la regione più ricca della spagna. Il Pil catalano vale il 19% del Pil spagnolo. Il 26% delle esportazioni della Spagna sono catalane. Il 65% delle esportazioni catalane è diretto ai paesi Ue. Sono 615mila le aziende attive in Catalogna. 5.600 le imprese straniere attive in Catalogna. Il 38% delle imprese straniere presenti in Spagna sono in Catalogna

   Perché le posizioni tra i due governi, quello centrale e quello locale indipendentista, restano incolmabili, non ci sono ponti, né alcun tipo di dialogo, di mediazione.

   Così Madrid sta ora impedendo in tutti i modi che il 1° ottobre si tenga il referendum, non solo mandando carte bollate e diffide, ma anche inviando rinforzi della Guardia Civil, in primo luogo mobilitata a cercare le stampe delle schede e le urne che si vogliono utilizzare per il referendum considerato fuorilegge.

Referendum: la sceda elettorale come sarebbe se il referendum si realizzasse l’1 ottobre – La Catalogna sarà indipendente se ci sarà il referendum (e se gli indipendentisti lo vinceranno)? A Barcellona è tutto pronto ma per la Spagna il voto non ha base legale. Una dichiarazione unilaterale di indipendenza potrebbe avere conseguenze gravissime. La forza delle rivendicazioni separatiste dipenderà da quanti catalani voteranno Sì in un referendum che non prevede quorum

   Come prima accennavamo, questa consultazione popolare catalana per l’indipendenza dalla Spagna è stata promossa dalla GENERALITAT DE CATALUNYA (il governo regionale catalano, con a capo CARLES PUIGDEMONT), ed è stato approvata dal PARLAMENTO DELLA CATALOGNA.

   Da parte sua, il governo spagnolo in carica si oppone a qualsiasi referendum locale di autodeterminazione, perché la COSTITUZIONE SPAGNOLA non consente di votare sull’indipendenza di alcuna regione, giudicando pertanto la consultazione illegale.

Manifestazione indipendentista

   Se la Costituzione spagnola non prevede referendum di autodeterminazione, forse il tema, l’iniziativa del referendum, poteva essere contrattata tra le parti, magari da parte degli indipendentisti chiedendo per la Catalogna un’autonomia ancora più spinta, più forte… al potere centrale di Madrid (autonomia che già è molto marcata nella regione catalana), evitando che si arrivi a una vera e propria secessione, con la costituzione di un nuovo stato.

   Peraltro l’onda indipendentista in Catalogna è tutta da vedere nella sua effettiva dimensione fra la popolazione (da misurare nelle urne, da verificare). Se è vero che masse enormi di persone partecipano a manifestazioni e iniziative indipendentiste (come è accaduto lo scorso 11 settembre a Barcellona), è anche vero che può esistere una “maggioranza silenziosa” che potrebbe farsi viva nelle urne, nella realizzazione di un eventuale legittimo referendum pro o contro l’indipendenza.

Catalogna evidenziata in giallo – COSA CHIEDE LA CATALOGNA? La Catalogna rivendica una storia, una cultura e una lingua diverse dal resto della Spagna. Le spinte indipendentiste sono sempre state fortissime e tenute sotto controllo solo dalle concessioni dei governi nazionali. I partiti autonomisti catalani, di destra e di sinistra, si sono coalizzati nel nome del «diritto a decidere» dei cittadini e vogliono che si tenga un referendum sull’indipendenza il primo ottobre. Le leggi sulla consultazione approvata il 6 settembre scorso dal Parlamento catalano hanno già messo di fatto la Catalogna fuori dall’ordinamento giuridico spagnolo

   Secondo i sondaggi oggi la scelta indipendentista contro quella unionista al referendum avrebbe la possibilità di prevalere per una manciata di voti, 52 a 48 più o meno. Ma molti elettori “unionisti”, contrari al “salto nel vuoto” dell’indipendenza, forse non si esprimono pubblicamente, nemmeno nei sondaggi, in un clima di euforia pro-indipendenza.

   E forse anche l’atteggiamento duro e senza dialogo del governo centrale che si è opposto frontalmente alla richiesta del “diritto a decidere” del popolo della Catalogna, ha danneggiato la causa “unionista”: la non realizzazione del referendum, l’impedimento usando anche le forze di polizia, questo non fa altro che creare una grande frustrazione in tutti quelli che ci hanno creduto in buona fede; e aumentare ancor di più il numero di chi vuole la separazione.

Il presidente del governo della Catalogna, Carles Puigdemont

   Resta che non è detto che la maggiorana dei catalani, rendendosi conto del pericolo dall’uscire dalla Spagna, dal dover reinventare tutto, decida di andarsene dalla unione con la Spagna; ed è probabile che il no all’indipendenza avrebbe vinto.

   In ogni caso tutto è stato congegnato male dagli indipendentisti nel proporre il referendum: non si sa minimamente che tipo di paese si vuole costruire in alternativa con la “nuova Catalogna”. Un referendum poi fatto senza regole certe: senza una commissione di controllo sui risultati, senza i paradigmi costituzionali della legalità, e pertanto senza alcuna legittimità. Senza aver stabilito alcun quorum minimo di votanti per la sua validità: vale la maggioranza relativa (cioè la maggioranza di chi va a votare) o assoluta (il 50 più uno degli elettori)?

BARCELLONA, 11 SETTEMRE 2017: MANIFESTAZIONE INDIPENDENTISTA – La Diada, la festa nazionale catalana che ricorda la caduta di Barcellona nella guerra di successione del 1714, è l’occasione, dal 2012, per esibire la forza dell’indipendentismo. Così, nel giorno della Diada, si è manifestata la voglia indipendentista dei catalani (per la polizia municipale di Barcellona c’era 1milione di persone, per il governo 350mila)(durante la manifestazione si è tenuto anche un minuto di silenzio in ricordo delle vittime degli attacchi terroristici di agosto). Il corteo è partito in Paseig de Gracia e si è concluso in Plaza Catalunya

   E poi, il “libero Stato di Catalogna” da chi sarà riconosciuto? Con le regole attuali l’Unione Europea certo non lo farà: perché servirà il consenso della Spagna, e, ancor di più, per evitare episodi a catena di regioni che frammentano gli stati separandosi con referendum autogestiti di dubbia legalità e democraticità…

   Nonostante tutto questo, il problema del riconoscimento e allargamento dei poteri locali, ancor di più in situazioni di identità forti come è quella catalana (dove la lingua è forse l’elemento più importante, più ancora di essere la più ricca economia dello stato spagnolo), il riconoscimento dei poteri locali è cosa importante, dovuta.

Che per la Catalogna sia un momento storico non c’è dubbio: lo ha ripetuto anche LA SINDACA DI BARCELLONA ADA COLAU (nella foto), ex leader dei movimenti antisfratto e alleata di Podemos (ma non di Podemos), oggi in una situazione complicata: gli indipendentisti le chiedono di concedere i locali pubblici per votare, mettendo a rischio la sua fedina penale e quella dei dipendenti comunali

   Solo che più che fenomeni secessionisti e creazione di altri tanti piccoli stati e staterelli (in quelle che sono regioni europee pur ricche in stati nazionali spesso deboli), lo strumento democratico che nella storia (e in prospettiva politica futura) più adeguato non può che essere IL FEDERALISMO: una distribuzione di poteri che privilegia “il locale”, la comunità, gli individui, per materie che la scelta più vicina al popolo che si fa è cosa migliore, più efficiente; ma che mantenga e riconosco l’importanza di altri “livelli di potere” nazionali, sovranazionali, là dove le scelte da fare non possono essere delegate a comunità locali inadeguate a scegliere.

   Pertanto la situazione di impasse politico-istituzionale che rischia di crearsi in Spagna, che si realizzi o meno il referendum (ma non si realizzerà…), potrà essere risolta nell’ambito di una POLITICA FEDERALISTA dove il governo centrale potrà delegare ALTRI POTERI ALLA CATALOGNA, e contemporaneamente delegare altre competenze al PROGETTO POLITICO EUROPEO: a un’entità più grande e virtuosa (gli Stati uniti dì Europa).

Cosa può fare Madrid per fermare la secessione? Per la Costituzione spagnola «lo Stato è indivisibile». Per questo motivo il governo di Mariano Rajoy fa affidamento sulla Corte Costituzionale che ha sempre bocciato – come nel 2014 con un primo referendum poi – i tentativi della Catalogna di forzare le leggi nazionali per arrivare alla secessione. In casi eccezionali, la Costituzione attribuisce inoltre al governo di Madrid la facoltà, se una delle 17comunità autonome non rispetta la legge – di «adottare tutte le misure necessarie a proteggere l’interesse generale», fino ad arrivare ad azzerare l’autonomia delle istituzioni regionali

   La situazione catalana è istituzionalmente ben più grave dei referendum regionali che si terranno il 22 ottobre prossimo in LOMBARDIA e VENETO, dove invece vi sarà una consultazione della popolazione, degli elettori, per la possibilità di richiedere ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia; cioè se si vuole nella propria regione una maggiore autonomia dallo stato italiano (domanda forse pleonastica, con una risposta ovvia: chi non può volere maggiore autonomia?).

   C’è qui (vedendola dalla parte dei proponenti) un tentativo di dimostrare autorevolezza e forza regionale (certificata dal voto popolare) per avere più soldi dallo stato centrale…

   E’ da constatare che questi due referendum regionali sull’autonomia avvengono in un momento di debolezza delle classi dirigenti locali (veneta e lombarda). E il “pathos” per l’autonomia tra la popolazione non richiamerebbe certo le folle che ci sono in Catalogna…

   E’ una fase storica dove i “poteri regionali” e le classi dirigenti locali sono assai in crisi e si sono dimostrati fallimentari nella gestione della cosa pubblica: pensiamo al Veneto, con le due maggiori banche regionali fallite; oppure al progetto del MOSE a Venezia, le dighe mobili contro l’acqua alta, lungi da realizzarsi e vero collasso di denaro per le casse dello stato (5 miliardi e mezzo di euro spesi dal primo progetto del 1989 e la fine della realizzazione, e sicurezza dell’efficacia, è ben lungi dal realizzarsi); oppure pensiamo alla maggiore arteria stradale nazionale in realizzazione, la Superstrada Pedemontana Veneta, già costata più di 600 milioni di euro allo Stato (e ce ne vorranno moltissimi di più) e con un futuro di possibile realizzazione pieno di ombre e assai giustificato pessimismo… (s.m.)

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LA PARTITA CHE SI GIOCA IN EUROPA

di Cesare Martinetti, da “La Stampa” del 21/9/2017

   La scelta brutale del premier spagnolo Mariano Rajoy di bloccare il referendum catalano con l’arresto di un politico indipendentista e alti funzionari del governo regionale riapre in modo drammatico la questione dei nazionalismi. Dopo la vittoria di Brexit, la netta sconfitta di Marine Le Pen alle presidenziali francesi aveva illuso i custodi dell’Europa, quasi fosse il sigillo a uno scampato pericolo. Continua a leggere

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COREA DEL NORD: IL POTERE DELLA BOMBA c’è ancora – Il Paese più chiuso, minaccia il mondo con la BOMBA NUCLEARE – Il dittatore dinastico KIM JONG-UN consolida il suo potere (punta a espandersi nella Corea del Sud?) – E potrà questa crisi che interessa Cina, Usa, Giappone portare a un conflitto mondiale?

COREA DEL NORD, PYONGYANG (la capitale) – Nella foto il PALAZZO DEL SOLE DI KUMSUSAN, noto anche come MAUSOLEO DI KIM IL SUNG. E’ l’ex dimora del “Grande Leader” della Corea del Nord che alla sua morte nel 1994 è stata trasformata in mausoleo. L’imponente edificio, oltre alla salma del “Presidente Eterno” nordcoreano, ospita anche quella del figlio KIM JONG IL, suo successore. E’ il più grande mausoleo al mondo dedicato a un leader comunista, e il solo a ospitare più corpi. E’ in assoluto IL LUOGO PIÙ VENERATO DELLA COREA DEL NORD. E’ una tappa obbligata per qualsiasi visitatore che si rechi a PYONGYANG. (foto e testo da: http://www.parmadaily.it/ )

   KIM JONG-UN, il dittatore della Corea del Nord che sta terrorizzando in particolare il Giappone e gli Stati Uniti (e ancor di più il regime filo-occidentale della Corea del sud), è uno dei leader più misteriosi del mondo. Di lui si sa molto poco. Ha 33 o 34 anni, ed è il terzo “capo supremo” della Corea del Nord, di una dinastia famigliare (prima di lui il potere era di Kim Il-sung, suo nonno, e poi Kim Jong-il, suo padre). E nessuno, quando lui arrivò al potere (con la morte del padre) nel 2011, avrebbe scommesso sul suo carisma e la sua capacità di guidare uno stato così isolato e ostile all’Occidente.

La COREA DEL NORD è un Paese dell’Asia orientale. Occupa la porzione settentrionale della PENISOLA COREANA, che si protende dal continente asiatico tra il mare Orientale (MAR DEL GIAPPONE) e il MAR GIALLO; la Corea del Nord occupa circa il 55 per cento della superficie dell’intera penisola. Il Paese confina con la Cina e la Russia a nord e con la Repubblica di Corea (Corea del Sud) a sud. La capitale nazionale, PYONGYANG, è un importante centro industriale e logistico nei pressi della costa occidentale. Tra la Corea del Nord e la Corea del Sud si estende una ZONA DEMILITARIZZATA (DMZ) larga 4 km istituita in base ai termini dell’ARMISTIZIO del 1953 che pose fine ai combattimenti della GUERRA DI COREA (1950-53 La DMZ, che si estende per circa 240 km, costituisce la linea militare del cessate il fuoco del 1953 e segue all’incirca i 38° N di latitudine (il 38° parallelo) dalla foce del FIUME HAN sulla costa occidentale della penisola coreana fino a una località poco a sud della città nordcoreana di KOSŎNG sulla costa orientale. (da Wikipedia)

   L’operazione di questi mesi, con la minaccia della Corea del Nord in particolare a Giappone, Usa, e Corea del Sud, con missili sempre più potenti inviati verso questi Paesi (quello del 29 agosto ha sorvolato la Penisola nipponica prima di finire nel Pacifico…), e pure la minaccia al mondo intero con l’arma nucleare, tutto questo ha portato in primis alla celebrazione del leader nordcoreano, rendendolo in patria una specie di divinità. Un’operazione che sembra perfettamente riuscita: e nel mondo tutti ora, attraverso i media, lo hanno visto, Kim Jong-un, e si sono fatti di lui un’immagine inquietante ben diversa dal giovane solamente un po’ goffo che appariva prima delle minacce.

Da sinsitra a destra: Kim Il-sung, Kim Jong-il e Kim Jong-un (AP Photo/Ahn Young-joon)

   Perché oggi Kim Jong-un è conosciuto dal mondo soprattutto per lanciare missili continuativamente verso gli “stati nemici”: 21 missili lanciati in 14 test. E, l’ultimo, il più importante: un test nucleare il 3 settembre scorso (è stata fatta esplodere una Bomba-H sotterranea che ha causato un terremoto di 6,3 gradi sulla scala Richter), dimostrando l’accelerazione dello sviluppo dei programmi atomici e missilistici nordcoreani (peraltro già avviati dai suoi due predecessori).

Il 29 AGOSTO 2017 PER LA PRIMA VOLTA UN MISSILE LANCIATO DAL REGIME DI PYONYANG HA SORVOLATO L’ARCIPELAGO NIPPONICO. “Minaccia senza precedenti”, dice il governo di Tokyo che ha chiesto e ottenuto la convocazione del Consiglio di sicurezza Onu

   La storia della Corea del Nord comincia all’indomani della capitolazione dell’Impero giapponese avvenuta il 15 agosto 1945, quando Kim II-sung, che aveva guidato l’esercito rivoluzionario popolare coreano nella resistenza comunista coreana all’occupazione giapponese, si impose come il principale capo del Paese. La spartizione della Corea, in cui dopo la capitolazione giapponese nel 1945 i soldati sovietici e statunitensi erano presenti da una parte e dall’altra del 38° parallelo, fu ratificata alla fine del 1948. Pertanto importante è il 38° parallelo nella divisione geografica nel dopoguerra della Penisola Coreana: a nord filo-sovietica, comunista, a sud filo-americana (con una guerra sanguinosa tra le parti fra il 1950 e il 1953, che ancor di più sancì la divisione assoluta tra i due Paesi).

Tra la COREA DEL NORD e la COREA DEL SUD si estende una ZONA DEMILITARIZZATA (DMZ) larga 4 km istituita in base ai termini dell’ARMISTIZIO del 1953 che pose fine ai combattimenti della GUERRA DI COREA

   Tornando a quel che sta accadendo in questi mesi, pare di capire che il programma-obiettivo della Corea del Nord per rilanciare il Paese, per far sì che non sparisca e venga fagocitato dai poteri internazionali “forti” in quell’area del Pacifico (il Giappone, ma prima di tutto la Cina e gli Usa), dalla fine degli stati isolati in possesso di singole famiglie di dittatori, Kim Jong-un ha annunciato già nel 2013 (due anni dopo aver raggiunto il potere) un piano nazionale che si chiama «BYUNGJIN», cioè tradotto significa “linee parallele”, che implica lo sviluppo contemporaneo dell’economia nazionale e della forza militare: per dirla in modo semplice, BURRO E CANNONI, che significa “cibo per tutti” e “forza militare” (bombe atomiche e missili intercontinentali). Questa dottrina è stata enunciata il 13 aprile del 2013 e ha sostituito la linea unica del padre di Kim, il «SONGUN» che significava «prima le forze armate».

ONU-11/9/2017 – COREA DEL NORD: EMBARGO E SANZIONI INTERNAZIONALI – Al Palazzo di Vetro di New York la PROPOSTA AMERICANA che prevedeva un totale embargo petrolifero e il congelamento di tutti gli asset del leader nordcoreano Kim Jong-un sarebbe stata ‘ANNACQUATA’ nelle ultime ore, nel tentativo di trovare un compromesso con CINA e RUSSIA contrarie in linea di principio a nuove misure. E comunque decise ad ammorbidire ogni eventuale reazione della comunità internazionale all’ULTIMO TEST NUCLEARE di PYONGYANG. Per Pechino e Mosca la via maestra da seguire è quella della diplomazia, anche se finora ha portato a scarsi risultati. Mentre per Washington perché la soluzione politica abbia successo è fondamentale inasprire la pressione sul regime di Kim, tagliando tutte le risorse e i finanziamenti che alimentano il programma nucleare e missilistico nordcoreani

   La Corea del Nord è un Paese in gravi difficoltà economiche, per molti osservatori alla fame, e l’INCENTIVAZIONE che si sta accettando, “tollerando”, DEL MERCATO NERO nel Paese del surplus di prodotti alimentari per integrare il cibo famigliare, somiglia molto alle prime politiche dell’Unione Sovietica del secondo Dopoguerra del secolo scorso, che, resisi conto che il mercato ufficiale dei Solkoz portava a fame e carestia per la popolazione, nell’URSS si tollerava il mercato clandestino, “privato”, che copriva le inefficienze e l’inadeguatezza del mercato ufficiale “comunista”, statale.

Casa del popolo a Pyongyang – 10 settembre 2017: COREA DEL NORD, KIM JONG-UN ELOGIA GLI SCIENZIATI che hanno contribuito ai TEST NUCLEARI – E’ tempo di festeggiamenti per Kim Jong-Un. Il leader della Corea del Nord, in un’occasione ad hoc alla CASA DEL POPOLO DI PYONGYANG (NELLA FOTO), elogia gli scienziati che hanno contribuito ai test nucleari e glorifica il programma missilistico. Tra musica, colori e applausi si celebrano i 21 missili lanciati in 14 test. E, soprattutto, l’ultimo esperimento atomico, quello del 3 settembre scorso

   Assieme a questa situazione interna di grande difficoltà popolare, dall’altra vi è la politica della minaccia esterna, della bomba nucleare, dei missili che mostrano di voler colpire Corea del Sud, Giappone, Stati Uniti. Dimostrazione di essere un Grande Paese, importante militarmente nel Pacifico, nel mondo: un consolidamento della nomenclatura di potere interna.

“(…) Mentre la COREA DEL NORD viene denunciata come unica fonte di minaccia, una ristretta cerchia di Stati mantiene l’oligopolio delle armi nucleari: chi le possiede minaccia chi non ce le ha e è sempre più probabile che altri cerchino di procurarsele e ci riescano. OLTRE AI NOVE PAESI CHE LE POSSEGGONO GIÀ (Usa, Russia, Gran Bretagna, Francia, Cina, Pakistan, India, Israele e, appunto, Corea del Nord), ALTRI 35 SONO IN GRADO DI COSTRUIRLE. (….) Fondamentale è una larga mobilitazione per imporre che anche il nostro paese aderisca al TRATTATO SULLA PROIBIZIONE DELLE ARMI NUCLEARI e quindi RIMUOVA DAL SUO TERRITORIO LE BOMBE NUCLEARI USA, la cui presenza VIOLA IL TRATTATO DI NON-PROLIFERAZIONE GIÀ RATIFICATO DALL’ITALIA. Se manca la coscienza politica, dovrebbe almeno scattare l’istinto di sopravvivenza.” (Manlio Dinucci, da “il Manifesto” del 5/9/2017)

  Pertanto tutti i più attenti conoscitori della geopolitica del Pacifico sono concordi nel sostenere che il dittatore nord coreano sta terrorizzando il mondo non per pazzia (o forse, sì, è anche pazzia…), ma per rinsaldare un potere interno che rischiava di scemare. E, sembra strano (e incredibile) in questa epoca, ma, SE VUOI CONTARE MOLTO ED ESISTERE nel pianeta Terra, ancora adesso (e più che mai) devi possedere il potere atomico, LA BOMBA.

Mappa della Corea del Nord

   E’ uno strano risveglio che ci fa fare Kim Jong-un nel pensare allo stesso modo di prima del 1989, della caduta del muro di Berlino, ai rapporti internazionali, per chi considerava che gli equilibri internazionali evolvessero verso altri fattori di potere (la Cina, gli Usa, l’Europa che non c’è, gli Stati emergenti –India, Brasile, Sud-Africa-, la Russia di Putin, l’Africa preoccupazione demografica e che si sviluppa troppo poco, il Medio Oriente sempre incandescente e senza pace, l’epica delle grandi immigrazioni, tra profughi che fuggono da guerre e immigrati che scappano dalla miseria….).

Metropolitana di Pyongyang

   E’ un ricondurci, con il dittatore nord-coreano, all’importanza ancora dell’equilibrio del terrore nucleare, per niente cessato, superato. Quella che ancora dobbiamo chiamare DETERRENZA ATOMICA, data da una crescente corsa agli armamenti. Ad adesso sono nove i paesi che posseggono la bomba nucleare, e altri 35 sono in grado di costruirla.

Nella città della Corea del Nord, SINCHON, vi è il MUSEO DELLE ATROCITÀ DI GUERRA AMERICANE, dedicato a mostrare e preservare le atrocità del MASSACRO DI SINCHON, uno sterminio di massa di civili e simpatizzanti comunisti che il Partito del Lavoro di Corea attribuisce alle forze armate statunitensi durante la GUERRA DI COREA (1950-1953)

   Non è dato sapere come evolveranno (negativamente o positivamente) le minacce concrete della Corea del Nord al resto del Mondo: però ci ricorda che la situazione mondiale si mantiene in una perenne instabilità, e ancora una volta richiederebbe la capacità di “esserci”, noi, in funzione di forza credibile di mediazione per la pace e lo sviluppo che l’Europa potrebbe esercitare (se fosse un’entità, federalista, ma unica, come Stati Uniti d’Europa). (s.m.)

la capitale della Corea del Nord PYONGYANG sorge sul fiume TAEDONG

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KIM JONG-UN, CHI È

– Storia di uno dei leader più misteriosi del mondo, di cui per anni non si è conosciuto nemmeno l’aspetto, ricostruita dal New York Times –

12/8/2017, da www.ilpost.it/

Kim Jong-un insieme alla moglie Ri Sol-ju in una foto diffusa dall’agenzia KCNA il 26 luglio 2012 (AP Photo/Korean Central News Agency via Korea News Service)

   Kim Jong-un, il dittatore della Corea del Nord, è uno dei leader più misteriosi del mondo. Di lui si sa molto poco: ci sono pezzi della sua vita praticamente sconosciuti e ancora oggi politici e analisti non sanno con certezza se definirlo un pazzo o uno che è riuscito con grande abilità a conquistare il potere giovanissimo e mettere all’angolo la più grande potenza del mondo, gli Stati Uniti.

   Kim Jong-un ha 33 o 34 anni, è il terzo leader della Corea del Nord e nessuno, quando prese il potere nel 2011, avrebbe scommesso Continua a leggere

IL CASO PFAS (perfluoro-alchilici), sostanza chimica che sta inquinando 4 province del Nord-Est – VENETO INQUINATO ma anche VENETO INQUINATORE (di se stesso): una regione svenduta (nella salute, nel suo territorio) a una ricchezza evaporata – PFAS come caso nazionale di inerzia nella difesa dell’ambiente?

9 marzo 2017 – ATTIVISTI GREENPEACE ALLA SEDE DELLA REGIONE VENETO CONTRO L’INQUINAMENTO DA PFAS – Davanti alla sede della Regione Veneto a Palazzo Balbi, a Venezia, per protestare contro il grave inquinamento da PFAS, sostanze chimiche pericolose presenti anche nell’acqua potabile di molti comuni tra le province di Vicenza, Verona e Padova. Perché le autorità regionali fermino subito gli scarichi di queste sostanze

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COSA SONO I PFAS? – 12/6/2017

da http://scienzamateria.blog.tiscali.it/?doing_wp_cron

   Una famiglia di COMPOSTI CHIMICI POLI E PERFLUORATI UTILIZZATI IN MOLTI SETTORI INDUSTRIALI, soprattutto per la produzione di materiali resistenti ai grassi e all’acqua. Sono molecole caratterizzate da un forte legame tra fluoro e carbonio che le rende difficilmente degradabili, perciò SI ACCUMULANO NELL’AMBIENTE E POSSONO FACILMENTE PASSARE NEI VIVENTI interferendo anche in modo grave con il loro metabolismo.     

i PFAS sono un problema grave nell’inquinamento delle acque negli USA

   D’altra parte il fluoro è l’elemento chimico più elettronegativo del Sistema Periodico, quello che ha la maggiore tendenza ad attrarre a sé gli elettroni di legame. Concetto introdotto nel 1932 dal Premio Nobel, per la chimica (1954) e per la Pace (1962), Linus Carl Pauling.

     Alla stessa famiglia dei PFAS appartengono i PFOS, acido perfluorooctansulfonico, e i PFOA, acido perfluorooctanoico, utilizzati anche per la produzione del politetrafluoroetilene (teflon), che ha rivestito per decenni le padelle antiaderenti e tuttora utilizzato nell’abbigliamento sportivo a base di goretex. Ma il loro utilizzo riguarda anche altri prodotti: cere, vernici, pesticidi.

     Studi dell’ultimo decennio hanno confermato che queste molecole, formate da catene in genere da 4 a 16 atomi di carbonio, con la loro persistenza nell’ambiente sono causa di gravi inquinamenti anche delle falde acquifere e, attraverso l’acqua, entrano nel corpo umano accumulandosi con effetti tossici di vario tipo. In particolare I PFAS RIENTRANO NELLA FAMIGLIA DEGLI “INTERFERENTI ENDOCRINI”, sostanze che modificano i delicati e importantissimi equilibri ormonali dei viventi, soprattutto della nostra specie. L’assorbimento dei PFAS può avvenire anche attraverso i residui presenti nei contenitori di alimenti, il consumo di pesci e crostacei delle aree inquinate e, secondo alcuni, addirittura attraverso l’aria.

     La loro azione, una volta entrati nell’organismo, si concentra su tutte le ghiandole endocrine, dalla tiroide alle ghiandole sessuali, alle surrenali, al pancreas (parte endocrina), alterandone il funzionamento. (….)

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   Introduciamo il discorso sui PFAS cercando di spiegare cosa sono (dopo la precisa introduzione, sintetica e scientifica, esposta qui sopra).

   La sigla starebbe per “perfluoro-alchilici”. Sono dei composti chimici utilizzati in molti settori industriali, soprattutto per la produzione di materiali resistenti ai grassi e all’acqua, in particolare utilizzati per impermeabilizzare tessuti e altri materiali.

   Moltissimi prodotti di largo consumo nostro quotidiano contengono Pfas: ad esempio il rivestimento anti-aderente delle padelle, ma anche il “Goretex”, che serve a certi indumenti sportivi per essere impermeabili all’acqua ma non all’aria.

   I Pfas sono usati, fra l’altro, per la produzione di pesticidi e insetticidi, detersivi, pelli, tessuti impermeabili, contenitori per alimenti (sacchetti per patatine, ecc.), con rischio che possano contaminare i cibi che “proteggono”….

   E’ pur vero che sono assai resistenti, come molecole caratterizzate da un forte legame tra fluoro e carbonio che le rende difficilmente degradabili. Ma se questo può dare garanzia agli alimenti che vengono a contatto con i PFAS, dall’altra questa loro resistenza fa sì che si accumulano nell’ambiente e possono facilmente passare negli organismi viventi (le persone, gli animali…) interferendo anche in modo grave con il loro metabolismo. In particolare possono essere causa di gravi inquinamenti anche delle falde acquifere e, attraverso l’acqua, entrano nel corpo umano accumulandosi con effetti tossici di vario tipo.

   E’ così che la loro azione si concentra su tutte le ghiandole endocrine, dalla tiroide alle ghiandole sessuali, alle surrenali, alla parte endocrina del pancreas, alterandone il funzionamento. Secondo uno studio statunitense del 2012 sono causa di malattie della tiroide e alterazioni degli ormoni tiroidei, colite ulcerosa, tumore del rene e tumore del testicolo.

   PERCHE’ PARLIAMO DEI PFAS? …Perché in una vasta area del Nordest italiano, in Veneto, sta diventando (è diventato) un problema assai serio e grave l’inquinamento da Pfas. L’inquinamento è stato scoperto ancora nel 2013 grazie a uno studio del Cnr commissionato due anni prima dal Ministero dell’ambiente, ma il caso è esploso in tutta la sua drammaticità nel 2016 (e adesso siamo in piena crisi, vanno prese delle decisioni urgenti…).

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PFAS IN VENETO, MAPPA ARPAV – SU INQUINAMENTO DA PFAS IN VENETO, GREENPEACE PUBBLICA un grafico interattivo con la situazione in oltre 90 comuni. Livelli di inquinamento che negli Usa e in Svezia non sarebbero consentiti

   (clicca sul grafico interattivo di Greenpeace: grafico interattivo ) 

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   I campioni sui quali sono stati trovati i Pfas, per un valore variabile da 1 a ben 57,4 microgrammi a kilogrammo, riguardano in particolare uova, pesci, bovini, insalata, foraggio, e altre carni. Quello che preoccupa di più, è che l’agente inquinante è stato riscontrato in presenza massiccia anche nel sangue delle persone (in particolare su persone che bevono acqua di rubinetto).

I comuni più colpiti (mappa da “il Giornale di Vicenza) – Inquinamento da Pfas, 250 mila veneti a rischio: trovate concentrazioni abnormi nel sangue

   Allora siamo in presenza di un VENETO INQUINATO e un VENETO INQUINATORE. Perché è proprio nel Nord-Est, in Veneto, per tutto il territorio nazionale, che sono stati prodotti i Pfas. E la principale fonte di sospetti è l’impianto della Miteni, un’industria di prodotti chimici di Trissino (in provincia di Vicenza), specializzata nella produzione di molecole fluorurate per la farmaceutica, l’agricoltura e l’industria tecnica.

   Secondo l’Arpav (l’agenzia per l’ambiente veneta), la Miteni ha immesso per decenni queste sostanze chimiche direttamente nel fiume Agno e in un depuratore civile che scarica nel fiume Fratta-Gorzone, la cui acqua è usata per irrigare i campi e allevare gli animali. Questo ha portato alla contaminazione idrica di una vasta superficie regionale, che interessa la PARTE OVEST DEL VICENTINO, fino alla BASSA PADOVANA e LAMBISCE pure IL VERONESE. Tutto questo è categoricamente smentito dalla ditta interessata (che dichiara: “la trincea e i carotaggi eseguiti nel sito aziendale non hanno evidenziato alcuna traccia dei solventi al benzene ipotizzati dai carabinieri del Noe su base documentale”).

La MITENI DI TRISSINO IN PROVINCIA DI VICENZA DOVE E STATA TROVATA L ORIGINE DELL INQUINAMENTO DA PFAS – Secondo l’Arpav (l’agenzia per l’ambiente veneta), la Miteni ha immesso per decenni queste sostanze chimiche direttamente nel fiume Agno e in un depuratore civile che scarica nel fiume Fratta-Gorzone, la cui acqua è usata per irrigare i campi e allevare gli animali. Tutto QUESTO È CATEGORICAMENTE SMENTITO DALLA DITTA INTERESSATA (che dichiara: “la trincea e i carotaggi eseguiti nel sito aziendale non hanno evidenziato alcuna traccia dei solventi al benzene ipotizzati dai carabinieri del Noe su base documentale”)

   A Trissino, nei pressi della società Miteni, questo agosto sono stati ritrovati (da tecnici della stessa società, che ha subito denunciato la scoperta), sacchi di rifiuti industriali mescolati a calce, sepolti probabilmente negli anni Settanta quando “Rimar”, la società “Ricerche Marzotto”, realizzò l’attuale arginatura del torrente che passa di lì (il Poscola).

   E’ forse un modo per coinvolgere storicamente altri soggetti su azioni del passato, quando altri soggetti erano anche loro presenti in quel territorio (pur comunque la società, la Miteni, si dice disposta a finanziare la bonifica del luogo). Inoltre la Miteni avverte che il Pfas è usato nel vicentino da oltre duecento industrie del settore conciario e manifatturiero (con Pfas acquistato all’estero, aziende conciarie che sono allacciate agli stessi scarichi consortili…). Pertanto può essere una colpa collettiva, o di qualcuna di queste concerie, di tutto un sistema industriale vicentino….

A Trissino, nei pressi della società Miteni, questo agosto sono stati ritrovati (da tecnici della stessa società, che ha subito denunciato la scoperta), sacchi di rifiuti industriali mescolati a calce, sepolti probabilmente negli anni Settanta quando “Rimar”, la società “Ricerche Marzotto”, realizzò l’attuale arginatura del torrente che passa di lì (il Poscola)

   Insomma, ribadiamo, un Veneto piuttosto inquinato (come del resto gran parte della nostra Penisola), un Veneto “grande inquinatore” di se stesso, assai poco attento e sensibile alle tematiche di salvaguardia del (suo) ambiente.

   Una situazione complessa, complicata, gravissima, ora che l’inquinamento oramai è esteso. E la sostanza chimica è assai pericolosa per la salute di moltissime persone. Basta dare questo dato: ad oggi la contaminazione delle falde acquifere si estende per circa 180 kmq, interessando oltre 350.000 persone in circa 50 comuni e 4 province (Vicenza, Verona, Padova e, in misura minore, Treviso).

“(….) Per la prima volta dopo un anno e mezzo di ricerche (scandite da polemiche, denunce e parole in libertà) L’AGENZIA REGIONALE DI PROTEZIONE AMBIENTALE individua e CERTIFICA UN AGENTE CONTAMINANTE DELLE ACQUE A FRONTE DI UNA SUPERFICIE INQUINATA CHE SI ESTENDE LUNGO 150 KMQ – dall’OVEST VICENTINO alla BASSA PADOVANA fino ai lembi del VERONESE – minacciando LA SALUTE DI OLTRE 120 MILA PERSONE, ora DESTINATARIE DI UNO SCREENING SANITARIO DI MASSA che non trova precedenti nella storia del Paese (…)” (Filippo Tosatto, “il Mattino di Padova” 26/8/2017”

   Il caos di uno sviluppo senza regole, industriale, economico, finanziario, ma anche sociale, politico, che il Nord-Est ha vissuto e sta vivendo, forse è una rappresentazione di quanto sta accadendo anche nelle altre parti d’Italia. Fa riflettere, su questa vicenda, che nelle altre regioni non sta accadendo nulla di simile. Nel senso che i Pfas, per l’ecletticità del loro impiego in ambito industriale, sono utilizzati e diffusi ovunque, ma solo in Veneto è stato denunciato l’inquinamento e si cercano tutte le fonti possibili… Come dire: tutto bene nelle altre regioni?

   E’ comunque evidente la difficoltà, l’incapacità, di “venirne fuori” da un passato di utilizzo scellerato del proprio ambiente naturale, delle ricchezze (acqua, suolo, paesaggio…) che ogni realtà territoriale non riesce a ripristinare nel suo valore originario (o perlomeno a difendere per quel che resta). (s.m.)

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LA GRANDE SCHIFEZZA IN UNA REGIONE SVENDUTA

di Francesco Jori, da “il Mattino di Padova” del 25/8/2017

   Dalla Grande Bellezza alla Grande Schifezza. Lo scandalo della micidiale mistura chimica contrassegnata dalla sigla Pfas, è solo l’ultimo anello in ordine di tempo di una perversa semina di veleni che hanno ridotto un paesaggio da favola a un ambiente da incubo. Continua a leggere

Il “PICCOLO” TERREMOTO A ISCHIA (che mostra la fragilità costruttiva rispetto alla sismicità avvenuta), A UN ANNO dal “GRANDE” SISMA DEL 2016 IN CENTRO ITALIA, dove la ricostruzione mostra difficoltà, ritardi, stanchezza. Come uscire dalla straordinarietà dell’evento sismico? E dall’idea del “tutto come prima”?

Alle 3.36 del 24 agosto del 2016 il terremoto nell’Appennino Centrale spazzò via interi paesi e comunità, lasciando sotto le macerie 299 vittime, 249 delle quali solo tra Amatrice e Accumoli. Ed è proprio AD AMATRICE che SI È SVOLTA LA NOTTE DEL 24 AGOSTO 2017, UN ANNO DOPO, UNA FIACCOLATA CULMINATA CON 249 RINTOCCHI DI CAMPANA. La gente di Amatrice le ha ricordate non solo leggendo i loro nomi ma anche le loro storie. Un lungo appello, durato quasi due ore e interrotto più volte dagli applausi e da momenti di profonda commozione. (da AgenPress.it, http://www.agenpress.it/ )(foto da Corriere.it)

  Partiamo col parlare del terremoto che ha colpito l’ISOLA D’ISCHIA la sera del 21 agosto scorso, un’isola nata su colate ed esplosioni vulcaniche. Il terremoto di quella sera è stato di una relativa bassa intensità (magnitudo 4), ma con epicentro uno dei Comuni dell’isola in zona (storicamente) tra le più colpite, cioè il comune di CASAMICCIOLA TERME. E lì il sisma è stato particolarmente sentito e grave anche perché molto superficiale nella sua origine, in quanto l’ipocentro è stato localizzato a soli 1,7 chilometri di profondità.

   Ma la gravità dell’evento, e i danni che hanno reso tanti edifici inabitabili (e poi, in particolare, due donne morte travolte dai calcinacci), la gravità è da tutti riconosciuta che è data dalla fragilità di queste abitazioni, o perché antiche e non in grado di resistere a un terremoto (pur esso di non eccessiva intensità), oppure perché costruite sì recentemente ma in modo abusivo (e pertanto quasi sempre senza porsi il problema di usare metodi e tecnologie antisismiche).

Il cratere e i ritardi – Dopo dodici mesi il quadro nel cratere dell’Italia centrale è sconcertante: cumuli di macerie, poche casette consegnate, ritardi e immobilismo

   A tal proposto, cioè della “fragilità” del sistema degli edifici, di quel che è accaduto a Ischia, è stato riscontrato che nei soli 46,3 chilometri quadrati di superficie dell’isola, si concentrano nei decenni ben 27mila pratiche di condono per abusi edilizi. E gli abusi, viene appunto da pensare, avvengono utilizzando materiali edilizi al gran risparmio, mai certo adottando rigide norme antisismiche.

   Ora quest’episodio sismico verificatosi ad Ischia, si ricollega, pur nella sua minimissima entità (pur avendo provocato due morti e moltissime case non più abitabili), a quello, assai devastante, avvenuto nell’Appennino Centrale un anno fa (con ben 299 morti).

   E ad un anno da quei ripetuti eventi sismici in Centro Italia (quattro accadimenti catastrofici: il 24 agosto 2016, poi il 26 e 30 ottobre, cioè due mesi dopo, e anche il 18 gennaio 2017… così ravvicinati e tutti molto forti), ora il bilancio delle ricostruzione che se ne trae è di grave ritardo: solo nel rimuovere le macerie nei 55 Comuni ad “area rossa” (dei 141 compresi in tutta l’area del sisma) si è proceduto per un solo 10% (cioè il 90% sono ancora lì, non sono state rimosse). E ancora più in ritardo sembra essere il pieno ripristino della viabilità e l’approntamento delle casette di prima emergenza abitativa. E sono tutte cose che vengono prima di ogni ricostruzione vera e propria.

ISOLA D ISCHIA con i suoi attuali 6 comuni (da http://www.focus.it/) – Amministrativamente l’isola d’ISCHIA è divisa in SEI COMUNI: ISCHIA (il comune più grande con 18.828 residenti), FORIO (17.600), BARANO D’ISCHIA (10.083), CASAMICCIOLA TERME (8.361), LACCO AMENO (4.783), SERRARA FONTANA (3.205). In tutto 62.860 abitanti per una superficie totale di 46,3 chilometri quadrati. Negli ultimi anni, tuttavia, è nato il progetto del Comune unico che prevede l’istituzione di un solo comune in luogo delle sei amministrazioni attuali. Questo progetto ha portato alla fondazione, l’11 novembre 2001, dell’Associazione per il Comune Unico. L’operato dell’Associazione per il Comune Unico è culminato nell’approvazione per un referendum popolare che si è tenuto il 5 e 6 giugno 2011. È stato richiesto direttamente ai cittadini se desiderassero il “Comune Unico”. Non ha superato il quorum. (da Wikipedia)

   Vien da pensare che tre possono essere le cause di questi ritardi: 1-la difficoltà di “gestire” un evento catastrofico come questo dell’estate-autunno 2016 nell’area centrale appenninica di dimensioni troppo vaste rispetto ad altri accadimenti sismici precedenti; 2-la burocrazia che rallenta drasticamente la ricostruzione, forte anche dei fenomeni di corruzione che in terremoti precedenti si sono poi verificati (e nessun amministratore ora vuole rischiare di prendere iniziative fuori dall’iter burocratico di norma), e, infine, 3- una “stanchezza” generale, nazionale, del volontariato, di tutti, della “macchina della ricostruzione” nel suo complesso, nel gestire un evento che non si può più considerare straordinario, ma che dimostra un ripetersi oramai “ordinario”, frequente, di eventi sismici catastrofici nel nostro Paese (in tutta la fascia appenninica da sud a nord).

Nonostante l’apparente calma l’ISOLA D’ISCHIA non è un luogo morto dal punto di vista geologico (da http://www.focus.it/ )

   E le comunità locali vogliono, con le loro ragioni, una ricostruzione il più possibile “com’era e dov’era”. Ma appunto, vien da pensare, dove è possibile, e non sempre è possibile e auspicabile…. Un numero molto alto di piccolissimi borghi, frazioni, quasi sempre in luoghi geomorfologicamente difficili, può impedire o richiedere sforzi enormi per ricostruzioni “com’era, dov’era” prima. Tanto più se si trattava già di abitazioni, annessi rustici, ricoveri per animali.. che erano fragili per la natura geologica del terreno, per essere vicini a torrenti e zone franose, e, appunto, per l’alta sismicità del luogo che fa presupporre che altri eventi di tal genere possano accadere….

TERREMOTO NELL’ISOLA D’ISCHIA – Comune di Casamicciola Terme (da http://www.lavoripubblici.it/)

   Ma, ancor di più, i problemi (di manufatti abitativi in “collocazione sbagliata” in questi, peraltro bellissimi, contesti naturali) non si presentano solo in caso di terremoti, ma molto più spesso per alluvioni o frane. Perché appunto sono sbagliati i luoghi degli insediamenti. Pertanto la ricostruzione, anche dopo un terremoto, dovrà tener conto dell’asperità del luogo, dell’inadeguatezza, della difficoltà (geologica, idraulica…) di quella collocazione.

   E’ così che l’assioma “tutto come prima” si è potuto realizzare nei piccoli paesi del Friuli (nella parte storica, centrale), dopo i suoi due terremoti del 1976 (il caso simbolo è la ricostruzione “pietra su pietra” di Venzone), ma risulta forse più difficile pensare a una ricostruzione totalmente uguale a prima di un piccolo paese come Amatrice (2.700 abitanti) che ha ben 69 piccole realtà abitate, borghi sparsi sullAppennino.

   E’ pur vero che il mantenere in vita, “l’abitare”, piccole realtà sparse in territori sennò deserti, facilita un maggior controllo del territorio (gli abitanti diventano “sentinelle” dei mutamenti che possono avvenire), dalle possibili frane che si verificano, con il mantenimento (e manutenzione) di artifici umani storici (sentieri, strade, stradine, ponti e attraversamenti di torrenti, scolo regolare delle acque..) che si perderebbero se non ci fosse nessuno che vi abita. Pertanto è sì vero che i borghi ancora abitati sono l’unica rete vitale che può salvare quelle montagne dall’abbandono, ma bisogna ricostruire dove si è più in sicurezza.

Sprofondamento del terreno nell’Isola d’Ischia dopo il terremoto del 21 agosto scorso – In rosso, l’area che si è abbassata di 4 centimetri. In giallo le zone dove lo sprofondamento è stato di 2 centimetri. Il verde indica un’assenza di deformazione

   Dall’evento sismico del 2016 in Italia Centrale (e ora con il “piccolo” terremoto a Ischia) si rafforza in ogni caso la convinzione che l’obiettivo di portare tutto il territorio italiano ad avviare finalmente un grande progetto nazionale per la messa in sicurezza sismica e idrogeologica va ben oltre la concessione di incentivi fiscali come sta accadendo ora.

   Riguarda la “messa a norma” (antisismica) di ogni manufatto esistente, con una iniziativa che deve coinvolgere le istituzioni pubbliche, ma anche in primis ciascun cittadino, famiglia, oltreché tutto il mondo professionale che lavora nel settore della costruzione e mantenimento degli edifici.

   Una nuova sensibilità ecologica (e quanto mai può essere ecologica il mettere in sicurezza i luoghi in cui viviamo!) forse si sta facendo strada: ha però bisogno di individuare strumenti, agevolazioni, aiuti, per incominciare a prendere in mano tutto il patrimonio edilizio costruito antico o di relativa recente costruzione ma inadatto a sopportare eventi sismici.

ISCHIA, MAPPA (da Wikipedia)

Studiare di più il fenomeno, partendo anche da un “chek-up” pubblico (fatto da un ente istituzionale affidabile) del “costruito”, per poi decidere come intervenire subito (garantendo livelli minimi di sicurezza, almeno, ad esempio con l’imbragamento delle abitazioni, cioè un intervento possibile migliore in termini di costo-beneficio come sono le catene di ferro da una facciata all’altra della casa in modo che, se arriva il terremoto, si fa in tempo ad uscire…). Mettersi in moto, fare qualcosa di significativo a livello generale, salverebbe molte vite umane per i prossimi eventi sismici (che è presumibile, accadranno). (s.m.)

MAPPA ITALIANA DELL INTENSITA MACROSISMICA

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SUBITO CASA ITALIA PER EVITARE UN’ALTRA AMATRICE

di Oscar Giannino, da “Il Messaggero” del 23/8/2017

– I ritardi sul piano –

   Come tenere insieme il maxi ritardo accumulato nel rimuovere le macerie almeno nei 55 Comuni ad area rossa, dei 141 compresi nel cratere del sisma in centro Italia di un anno fa, le nuove vittime a Casamicciola, e gli obiettivi che portarono l’Italia ad avviare finalmente un grande progetto nazionale per la messa in sicurezza sismica e idrogeologica dell’Italia? Continua a leggere

IL MASSACRO DELLE RAMBLAS DI BARCELLONA: una strategia per un NUOVO STATO ISLAMICO?… Africano, dal SAHEL (Mali, Burkina… fin su verso la parte sud del Mediterraneo) dopo la sconfitta in Siria e Iraq? (insidiando l’Europa) – La possibile NUOVA GEOPOLITICA TERRORISTA con l’attentato di Barcellona

“….. il ritorno dei VETERANI DI ISIS DA IRAQ E SIRIA ha trasformato il SAHEL NELLA NUOVA ROCCAFORTE JIHADISTA. Lo spazio desertico FRA IL MAGHREB E L’AFRICA OCCIDENTALE, a cavallo di confini desertici inesistenti fra MALI, NIGER, MAURITANIA, ALGERIA, LIBIA e CIAD, è una piattaforma ideale dove RIORGANIZZARE LE CELLULE DOPO LE SCONFITTE SUBITE IN MEDIO ORIENTE, facendo leva sulle entrate frutto dei traffici di sigarette, esseri umani e stupefacenti garantiti dalla corruzione delle tribù locali…..” (Maurizio Molinari, “La Stampa” del 18/8/2017)

   Cercare le varie interpretazioni al doloroso attentato alle Ramblas (e a quello che i terroristi volevano fare, di ancora ben maggiore gravità, se il giorno prima non fosse scoppiata la loro casa con due di loro morti..) è questa, dell’interpretazione dell’accaduto, tema che si fa adesso con ipotesi diverse.

   Tra queste varie interpretazioni la dominante, nei giornali, sembra essere quella del disagio di giovani islamici “europei”, di seconda o terza generazione, un disagio sociale che porta alla rivolta, con una riconquista di una identità (mai conosciuta peraltro, essendo nati o perlomeno vissuti fin da bambini in Europa) che, nel disagio identitario (sociale, economico, culturale…) del mondo in crisi, vuole questa loro origine riemergere oggi.

ATTENTATO DI BARCELLONA: RIEPILOGO DEI FATTI – Un furgone ha travolto –(guidando per 600 metri sulla RAMBLA, nel centro di BARCELLONA) le persone che passeggiavano, alle 16.45 del 17 AGOSTO 2017. Il conducente è poi sceso dal furgone ed è scappato a piedi (Younes Abouyaaqoub, questo il suo nome, 20 anni, è stato poi ucciso dalla polizia a 50 km da Barcellona 4 giorni dopo). UN SECONDO ATTACCO, collegato al primo, è avvenuto NELLA CITTÀ DI CAMBRILS, circa 100 km a sud di Barcellona, intorno alla mezzanotte del 17 agosto. Cinque attentatori a bordo di un’Audi A3 si sono lanciati contro la folla: la polizia ha intercettato il veicolo e poi ha sparato, uccidendoli. Si è trattato di DUE ATTENTATI TERRORISTICI DI MATRICE JIHADISTA CONDOTTI DALLA STESSA CELLULA. Lo Stato Islamico (Isis) ha rivendicato l’attacco. Il bilancio ufficiale – diffuso dalle autorità catalane – parla di 13 MORTI E 86 FERITI sulla Rambla e 1 morto e 6 feriti a Cambrils. A loro si aggiunge UNA 15ESIMA VITTIMA, Pau Pérez Villan, accoltellato da Younes Abouyaaqoub in fuga per rubargli l’auto. TRE ITALIANI TRA I MORTI A BARCELLONA: BRUNO GULOTTA, LUCA RUSSO E CARMEN LOPARDO, che aveva anche il passaporto argentino. Le nazionalità note delle persone coinvolte sono 35. – I DUE ATTENTATI SONO COLLEGATI A UN’ESPLOSIONE AVVENUTA IL GIORNO PRIMA, il 16 agosto, AD ALCANAR: UN APPARTAMENTO in cui erano conservate molte bombole di gas – si ipotizza che la cellula volesse farle detonare a Barcellona, distruggendo la SACRADA FAMILA – È ESPLOSO, uccidendo due persone al suo interno e ferendo una terza persona presente in casa e alcuni vicini (NELLA FOTO: LA RAMBLA, DOVE IL FURGONE SI È FERMATO dopo la folle guida assassina, vede a terra un disegno di JOAN MIRÒ)

   Con una rivolta suicida intesa a far del male al Paese in cui sei, bene o male, integrato (conosci bene le abitudini, che sono anche le tue, la lingua, etc) e, nel far valere la tua identità sopita, fai un massacro, nel quale sei nient’altro che un kamikaze, Ti immoli alla causa, nel senso che con quasi certezza c’è la morte dello stesso terrorista. E questa interpretazione può starci, è sicuramente plausibie, possibile….

Barcellona, i luoghi delle vittime

   Ci sono anche tentativi più complessi e meno scontati di interpretazione degli avvenimenti, e di come la natura e la motivazione dei vari attentati avvenuti in questi anni (a partire dagli Usa con le Torri Gemelle nel 2001, poi specie in Francia, poi Gran Bretagna, Spagna, Belgio, Germania, Svezia…) perseguono sì l’attacco a SIMBOLI DELLE CIVILTÀ OCCIDENTALE (il giornale satirico, la metropolitana londinese e madrilena, il teatro parigino, il lungomare famoso, le strade, le piazze e i mercati svedesi e tedeschi… fino ad arrivare all’ancor più simbolica Rambla catalana…) dove si cerca di capire la GEOPOLITICA DEL TERRORISMO….

“(….) LAS RAMBLAS – Non basta dire “il cuore”, non serve a niente dire il cuore, non spiega. Ogni città ha molti cuori, per chi la vive. Non serve nemmeno dire “il centro”, e fare esempi: come il Pantheon, Times Square, come Place Vendome, Syntagma. Quello non è il centro di Barcellona. Forse geografico, sulla cartina: solo quello. Chi ci vive non va lì la sera. Nessuno che abiti a Barcellona direbbe: ci vediamo a Canaletas. Troppi turisti, troppa gente di passaggio a ogni ora. È un’altra cosa, quel luogo. È LA ROTTA DEL TURISMO. È l’incrocio di ogni foto-ricordo. È l’abbecedario dei simboli della città: di cui gli abitanti sono saturi, i turisti avidi.(….)(Concita De Gregorio, “la Repubblica” del 18/8/2017)

   Di come colpire i simboli occidentali possa servire a trovare un posto nel mondo per un paventato STATO ISLAMICO (sconfessato peraltro dalla stragrande maggioranza degli islamici, che non si riconoscono nel terrorismo, nella violenza, e hanno assimilato, quelli che sono in Occidente, le abitudini locali…).

   Esiste allora la possibilità di una nuova collocazione fisica, geografica, di STATO ISLAMICO, dopo l’avventura sanguinosa e crudele non riuscita in Medio Oriente (in Siria e Iraq in particolare, ma anche in Afganistan)?

“…Dall’indomani degli attacchi dell’11 settembre 2001 contro New York e Washington, IL MAROCCO HA SMANTELLATO ALMENO 168 CELLULE JIHADISTE e nell’ultimo anno ha accresciuto la cooperazione con Ue e americani, concentrandosi sull’ENCLAVE DI CEUTA, adoperata dai jihadisti come TESTA DI PONTE per infiltrarsi sulle COSTE SETTENTRIONALI del MEDITERRANEO….”(Maurizio Molinari, “La Stampa” del 18/8/2017)

   E’ l’interpretazione che ad esempio da Maurizio Molinari, direttore del quotidiano “la Stampa” che ci sembra condivisibile: perché questi jihadisti, secondo Molinari, combattono sì nel nostro Continente, ma con la mentalità delle faide del deserto: non basta uccidere, bisogna umiliare l’avversario e per riuscirvi il metodo è offendere ciò che ha di più caro, i suoi simboli (come les Ramblas in questo caso).

   E l’ipotesi di quanto accaduto in Spagna il 17 agosto scorso, non a caso è accaduta in un momento di “vivace” rivolta di immigrati africani che sono riusciti a sfondare il Muro tra Marocco e Spagna (l’Andalusia): “invasioni” di giovani africani attraverso il Marocco, e poi verso la Spagna nello Stretto di Gibilterra, nell’enclave spagnola di Ceuta, adoperata dai jihadisti come testa di ponte per infiltrarsi sulle coste settentrionali del Mediterraneo.

Immagini subito dopo l’attentato – “(….) BARCELLONA E’ ALLA VIGILIA DI UN REFERENDUM SULL’INDIPENDENZA che il governo centrale non vuole, non ammette. La città della politica è lì, a cento metri dalle RAMBLAS. ADA COLAU, sindaca nata dai movimenti degli sfrattati, è stata la portavoce e l’anima degli Indignados che il mondo intero ricorda nelle immagini in Plaza Catalunya, appunto. Accampati ad occupare il luogo simbolo delle rotte turistiche, ed è contro l’eccesso di turismo consumista che la giunta Colau lavora con una politica contro i subaffitti, i bassi costi, i fast food.(…)(Concita De Gregorio, “la Repubblica” del 18/8/2017)

   Ci sono così un numero assai considerevole di GRUPPI SALAFITI (i salafiti sono una corrente islamica antica, rigida, tradizionalista, antimoderna e antidemocratica per la predicazione e il combattimento, che spesso viene collegata al terrorismo, anche se al suo interno ha tante anime, anche pacifiche), gruppi salafiti formatisi in Marocco dopo la dissoluzione del Gia (Gruppo Islamico Armato) algerino, salafiti ora rappresentati da una miriade di gruppi in competizione per imporsi nella guida della Jihad, in gara tra loro nel mettere in atto attentati e violenze in Europa. Secondo Il direttore della Stampa Molinari è proprio da tale gara efferata che partorisce il terrore di Barcellona in quanto ogni cellula, o anche singolo, punta a emergere realizzando la strage più orrenda, con il numero di vittime più alto.

SAHEL – “(….) Non è semplice affrontare questo fenomeno terroristico interno all’Europa con i terroristi di ritorno: i foreign fighters. Al quale se ne deve aggiungere un altro non meno preoccupante. IL JIHADISMO DEL SAHEL. I TERRORISTI DEL DESERTO USANO LE COSTE SPAGNOLE PER ENTRARE IN EUROPA, passando spesso dalle ENCLAVI SULLA COSTA MAROCCHINA: MELILLA e CEUTA. Un percorso utilizzato anche dal giovane Moussa Oukabir, IL PRESUNTO AUTORE DELLA STRAGE DI BARCELLONA. Un viaggio in Marocco, con tanto di radicalizzazione, e ritorno.(…) (Roberto Bongiorni, “il Sole 24ore” del 19/8/2017)

   A questo si aggiunge, secondo Molinari, il ritorno dei veterani di Isis da Iraq e Siria, che ha trasformato il Sahel nella nuova roccaforte jihadista. Lo spazio desertico fra il Maghreb e l’Africa Occidentale, a cavallo di confini desertici inesistenti fra Mali, Niger, Mauritania, Algeria, Libia e Ciad, è una piattaforma ideale dove riorganizzare le cellule dopo le sconfitte subite in Medio Oriente, gli estremi opposti del Sahel dove gli integralisti vogliono insediarsi, per realizzare la versione maghrebina del Califfato, il MALI in particolare (sotto l’egida francese che nel 2013 li cacciò gli integralisti islamici dal Nord del paese), fino a pensare di rovesciare il re marocchino Mohammed VI che ha dato al paese una costituzione parlamentare democratica (e ha messo sotto controllo le moschee e la nomina degli imann), e puntando verso il Sud della Tunisia e nel FEZZAN LIBICO (che è la regione a sud della Libia, dopo la Tripolitania e la Cirenaica, dove ora, il Fezzan, è un immenso suk dove si traffica e ci si muove indisturbati fra le innumerevoli tribù beduine…pertanto un territorio facilmente alla portata di conquista del possibile nuovo Califfato).

Barcellona, i luoghi delle vittime

   Su questa linea di nuova costituzione del Califatto, seppur con dei distinguo, si ritrova un altro qualificato esperto di jihadismo, l’editorialista del Sole 24ore Alberto Negri. Secondo Negri tra poco forse dovremo fare i conti con un jihad diffuso che si affiancherà all’Isis e ad al­ Qaeda. E anche l’Isis cercherà nuovi santuari fuori da Siria e Iraq. Secondo Negri questo è probabile che avverrà in YEMEN, in LIBIA, in SAHEL ma anche il SINAI, area strategica tra Egitto, Israele e Palestina, dove la branca egiziana dell’Isis è responsabile dei più sanguinosi attentati degli ultimi anni.

MILANO – Gli sbarramenti anche all’ingresso della Galleria Vittorio Emanuele – IL NUOVO VOLTO (URBANISTICO) DELLE CITTA’ COSTRETTE A BLINDARSI – COSA SI PUÒ FARE PER PROTEGGERE LE NOSTRE CITTÀ? – Dalle BARRIERE NEW JERSEY alle TELECAMERE. Tutte le misure predisposte per proteggere i cittadini dal pericolo attentati. Con una particolare attenzione ai grandi eventi. – BLOCCHI IN CEMENTO COME A MILANO nella zona del Duomo e agli ingressi laterali della GALLERIA VITTORIO EMANUELE (vedi la FOTO qui sopra), FIORIERE sul lungomare di Napoli, BLINDATI a protezione dei siti più frequentati di Roma come il Colosseo o San Pietro. Armi che ci difendono dai possibili attacchi terroristici. Ma che in ogni caso non garantiscono la sicurezza assoluta, specie contro accoltellamenti improvvisi o furgoni lanciati sulla folla (…) (Melania Di Giacomo, da “il Corriere della Sera” del 19/8/2017)

   Delle ipotesi (quelle sostenute da Maurizio Molinari e Alberto Negri) che possono ricondurre l’attentato di Barcellona già a una nuova strategia del terrorismo islamico, cioè della costituzione, probabilmente nel centro-nord dell’Africa, del nuovo Califfato. Distraendo l’opinione pubblica occidentale a suon di attentati sanguinosissimi nei luoghi dei simboli europei (occidentali). Ipotesi autorevoli, inquietanti, condivisibili.

Barcelona – Les_Rambles (da Wikipedia)

   Per questo il “prendere in mano” la situazione africana, l’Africa vista dall’Europa (in primis dall’Italia), ma anche “L’AFRICA VISTA DALL’AFRICA” (con gli occhi e i bisogni delle popolazione africane), non come terra di sfruttamento, non prioritariamente come “elemento economico” (come finora ha fatto la Cina), ma continente di sviluppo sociale, umano, delle proprie popolazioni, diviene una priorità da svolgere con atti concreti ed autorevoli che porti a una “grande cooperazione” a tutti i livelli (politico, culturale, economico), con le parti credibili di quel Continente. (s.m.)

LA CITTA DI BARCELLONA E IL LUNGO VIALE ALBERATO DELLE RAMBLAS

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LA RAMBLA, COS’È

QUELLA STRADA MAGICA ALLE CINQUE DELLA SERA: I SIMBOLI, TUTTI

di Concita De Gregorio, da “la Repubblica” del 18/8/2017

BARCELLONA – Non basta dire “il cuore”, non serve a niente dire il cuore, non spiega. Ogni città ha molti cuori, per chi la vive. Non serve nemmeno dire “il centro”, e fare esempi: come il Pantheon, Times Square, come Place Vendome, Syntagma. Quello non è il centro di Barcellona. Forse geografico, sulla cartina: solo quello. Chi ci vive non va lì la sera. Nessuno che abiti a Barcellona direbbe: ci vediamo a Canaletas.

   Troppi turisti, troppa gente di passaggio a ogni ora. È un’altra cosa, quel luogo. È la rotta del turismo. È l’incrocio di ogni foto-ricordo. È l’abbecedario dei simboli della città: di cui gli abitanti sono saturi, i turisti avidi. Continua a leggere

NUBIFRAGI NELLE DOLOMITI: le AREE ALPINE accelerano il loro sfaldamento – IL CLIMA CAMBIA, e questo appare di più in montagna (anche con LA FINE DEI GHIACCIAI) – Fenomeni come FRANE e SMOTTAMENTI richiedono un governo del territorio saggio (con uno sviluppo economico eco-sostenibile)

Postazione sentinelle sul Cristallo per rischio frane dopo la tragedia del 4 agosto scorso (da “Il Corriere del Veneto) – “….La PROTEZIONE CIVILE CORTINESE ANA-CADORE ha iniziato un interminabile MONITORAGGIO DEL TORRENTE BIGONTINA, che venerdì notte 4 agosto, ha portato a valle i grandi massi che hanno travolto una persona in auto (l’anestesista Carla Catturani, uccisa tra le lamiere trascinate per oltre un chilometro) e con danni gravi a tre località (RIO GERE, LAGO SCIN, ALVERÀ). «È dal Bigontina che si vede se arrivano nuovi smottamenti», assicura Silvano Mina, vice-coordinatore della protezione civile Ana-Cadore e una delle sentinelle che da giorni stanno con gli occhi puntati sul corso della colata di massi e fango che si è abbattuta sul sestriere di Alverà, a Cortina d’Ampezzo. IL LAVORO DELLE “SENTINELLE” (che controllano ora la frana possibile con nuove perturbazioni climatiche violente) È FONDAMENTALE: ai primi segnali di una nuova frana, hanno il compito di dare l’allarme al campo base, dove si trovano i mezzi dei vigili del fuoco dotati di sirene. Nel caso, gli abitanti sono già stati istruiti: devono tapparsi in casa e salire ai piani superiori. «Siamo dislocati in tre punti: a RIO GERE, a circa 1700 metri di quota; al LAGO SCIN, un centinaio di metri più sotto; e nell’abitato di ALVERÀ» (…)” (Andrea Priante, “il Corriere del Veneto” del 9/8/2017)

   Il 4 agosto scorso (di venerdì notte tra mezzanotte e l’una) un violento nubifragio si è abbattuto a CORTINA d’Ampezzo: una persona è morta travolta con la sua auto da una colata di detriti. Questa “bomba d’acqua” (come adesso si usa chiamare il fenomeno…) ha riversato un’enorme quantità d’acqua sulla zona del MONTE CRISTALLO, che ha generato una forte colata detritica: grandi massi rocciosi son venuti giù, e si sono convogliati verso i centri abitati, la strada e le case, attraverso il torrente BIGONTINA. C’è stata l’interruzione in tre punti della viabilità (in posti a pochi minuti di auto dal centro di Cortina: RIO GERE, al LAGO SCIN e nell’abitato di ALVERÀ), nella STRADA DELLE DOLOMITI (la STRADA REGIONALE 48, che da Cortina porta a Passo Tre Croci).

località ALVERA’ – Venerdì notte 4 agosto un violento nubifragio si è abbattuto a Cortina d’Ampezzo: una persona è morta travolta con la sua auto da una colata di detriti. Una bomba d’acqua riversatasi sulla zona del Cristallo, che ha generato una forte colata detritica. C’è stata l’interruzione in tre punti della strada delle Dolomiti, che dalla località Ampezzana porta a Passo Tre Croci. Carla Catturani, stava tornando a casa, dopo aver lavorato alla festa campestre del sestiere di ALVERÀ, a RIO GERE. Aveva finito il suo turno. Pioveva, si è messa in macchina, per andare a dormire. E’ stata travolta dall’acqua esondata dal torrente BIGONTINA. Catturani, 60 anni, era un medico anestesista in pensione. Il violento acquazzone si è registrato tra la mezzanotte e le due. Le aree maggiormente colpite sono quelle della zona del Cristallo. Interrotta la strada dolomitica (SR 48) in tre punti: a RIO GERE, al LAGO SCIN e ad ALVERÀ

   La zona non è nuova alle frane. Lì il paesaggio è sempre cambiato nei secoli. Da sempre le Dolomiti franano, crollano, a poco a poco si disintegrano. Quel che forse è nuovo sono le temperature fino ai 40 gradi anche in montagna (ben oltre i 1000-1500 metri di altitudine), un clima tropicale di temporali fortissimi e quantità d’acqua mai viste, e mettono ancora più in crisi queste montagne. Già di per sè montagne destinate nei millenni a sfaldarsi sempre di più, a sparire.

   E’ così che il clima che cambia, la temperatura che sale, si vede ancora meglio in quelle aree più “delicate”, dove i fenomeni atmosferici, e meteorologici, si notano ancora di più, com’è in montagna. E così niente più neve d’inverno, i ghiacciai che spariscono irrimediabilmente, i nubifragi spaventosi, il moltiplicarsi delle frane: in un territorio, l’alta montagna, con molte case, molti paesi, come appare evidente nella Valle del Boite, da Cortina a San Vito di Cadore (ma è così in tutte le zone alpine più rinomate).

la strada Cortina – Passo Tre Croci

   Alcuni gestori di rifugi ad alta quota (fin su a tremila) dicono che per la prima volta quest’estate è accaduto che nelle notti di maggior calura, si dormiva senza coperte: cosa mai accaduta nelle Terre Alte, dove ci sono notti con temperature assai rigide anche in piena estate.

   Si diceva che le temperature che schizzano verso i 40 gradi sono all’origine dei devastanti nubifragi, ma, in parallelo, qui ricordiamo anche lo scioglimento progressivo dei ghiacciai con queste temperature, dove lo scioglimento estivo non potrà mai essere compensato dai miti inverni con neve molto poco frequente.

L’abitato di Alverà, nei pressi della chiesa di Santa Giuliana, che risulta danneggiata – Acqua, massa e detriti sono scesi da Staulin, e hanno colpito l’abitato di ALVERÀ, nei pressi della chiesa di SANTA GIULIANA (nella foto), che risulta fortemente danneggiata. Il torrente BIGONTINA è straripato in più punti. La velocità dell’acqua, mista a melma, ha provocato danni ingenti. Nelle case vicino al Bigontina si è misurato oltre un metro di acqua e detriti ai piani terra. I seminterrati erano completamente pieni di melma. Immediatamente è scattato l’allarme e sono arrivati i soccorsi. Uomini e mezzi (tantissimi volontari) subito al lavoro ininterrottamente già in quel venerdì notte

   Che fare allora in contesti di crisi epocale delle Aree Alpine così interessanti e affascinanti come le Dolomiti? …Dove il processo inevitabile ma naturale di sfaldamento, di frana da sempre, e che continuerà nei prossimi millenni, questo sfaldamento si accelera per cause “non naturali”, ma umane, come il RISCALDAMENTO ATMOSFERICO?

   Negli annuali Forum alpini, convegni che si svolgono per parlare della montagna, delle Alpi, quasi sempre gli assiomi generali da cui si parte, per cercare (faticosamente) proposte, sono dati da tre affermazioni principali: 1- le risorse alpine costituiscono il patrimonio necessario per lo sviluppo (sostenibile) della regione; 2- l’utilizzo sostenibile delle risorse alpine si trova in una fase critica; 3- le risorse vanno gestite tramite politiche specifiche per le Alpi.

NUBIFRAGIO A CORTINA (foto da http://www.vvvox.it/, 6/8/2017)

   Allora innanzitutto si dovrà pensare a una montagna con turismo (invernale) non basato più sulla neve, cioè niente più sciare e sport consimili. Si dovranno mettere in atto accorgimenti nel ricollocare i borghi nei casi di masse franose verso valle che devastano zone abitate non più ricostruibili lì dov’erano: cioè servirà non costruire più ai piedi (specie in linea diretta) delle pareti rocciose, soprattutto se queste sono verticali. Non si potrà edificare (o riedificare, in caso di frane) a valle dei grandi ghiaioni e soprattutto delle frane.

Cortina, sullo sfondo il Monte Cristallo

   E poi si dovrà pensare a una maggiore pulizia e attenzione dei corsi d’acqua. Si dovrà cercare di fare più manutenzione della montagna, curare i boschi o le aree a pascolo, là dove serve una cosa o l’altra. Introdurre un turismo più rispettoso e attento, che si auto-arricchisce della conoscenza dei posti.

   I centri di ricerca scientifica (metereologici, naturalistici, del recupero montano…) è meglio che nascano e si auto-producano nelle località di montagna stessa… che la montagna, le zone alpine (ma anche appenniniche) tornino ad avere coscienza di sé, del proprio futuro, della propria sostenibilità, diventino protagoniste di se stesse…).

PAOLO COGNETTI, 39 anni, milanese di nascita, montanaro di adozione. Vive in una baita IN PIEMONTE, VICINO AL MONTE ROSA a 1900 metri di altitudine. Tra i boschi, ha scritto «LE OTTO MONTAGNE» PREMIO STREGA 2017. «LA FRAGILITÀ APPARTIENE A CHI LA MONTAGNA LA ABITA e sono arrabbiato con il fatalismo di chi dice che eventi climatici come quelli appena accaduti sono imprevedibili e fuori controllo. Abbiamo la responsabilità di occuparci dei cambiamenti climatici che abbiamo provocato. Stiamo andando verso un clima tropicale di temporali fortissimi e quantità d’acqua mai viste. È nostro dovere capire, prevedere, mettere in sicurezza». «Chi visita solo occasionalmente la montagna vive il paesaggio che gli lascia chi lo abita e lo amministra ogni giorno. Ma vedo un certo negazionismo da parte delle amministrazioni verso i cambiamenti climatici in corso, come se nulla si modificasse. SI COSTRUISCONO IMPIANTI DI RISALITA ANCHE SE NON C’È PIÙ NEVE. VEDO UNA CECITÀ PIÙ IMPRENDITORIALE CHE POLITICA». (Eleonora Vallin, “il Mattino di Padova”, 6/8/2017)

   Paolo Cognetti, giovane scrittore che ha scelto di vivere in montagna (in una malga a ridosso del Monte Rosa in Piemonte), nell’intervista al “Mattino di Padova” che in questo post vi proponiamo, dice che “la fragilità appartiene a chi la montagna la abita”, cioè è dagli abitanti delle aree montane, di chi la montagna la vive ogni giorno, non i turisti, che deve arrivare da loro un segnale nuovo, una presa di coscienza di un diverso modo di governare il territorio.

IL GHIACCIAO DELLA MARMOLADA SI RITIRA E AFFIORANO REPERTI DELLA GRANDE GUERRA MA ANCHE RIFIUTI (foto da “Il Gazzettino”) – LA MARMOLADA e I NUOVI RECUPERANTI – IN 100 ANNI IL GHIACCIAIO PERENNE È PASSATO DAI 420 A 214 ETTARI. Il GHIACCIO della MARMOLADA si ritira e la coperta bianca è sempre più corta: è così che lascia AFFIORARE NUOVI ‘TESORI’ DORMIENTI E PROTETTI DA OLTRE UN SECOLO DALLA COLTRE BIANCA. Sono i RESTI DELLA RESIDENZA ATTORNO AI TREMILA METRI DEI MILITARI che hanno sfidato, spesso perdendo, la morte durante la Grande Guerra. GAVETTE, POSATE, SCARPONI, RETICOLATI, BOMBE, FUCILI E BAIONETTE oggetti oggi ricoperti di ruggine e persino un vecchio forte, stanno facendo gola ora a decine di ‘RECUPERANTI’ che stanno marciando sulla grande montagna. Un assalto del tutto differente da quelli vissuti tra il 1915-18 ma che non nasconde un fondo di pericolo. Lo sanno i Carabinieri che per quanto possono, come indicano i quotidiani locali, effettuano controlli che tuttavia, soprattutto per la scarsità di personale, non riescono ad arginare questa sorta di nuova corsa all’oro arrugginito. Ma non è tutto perché IL GHIACCIAIO che non c’è più RESTITUISCE ALLA LUCE ANCHE ‘IMMONDIZIE’ MODERNE. LATTINE, BOTTIGLIE, CAVI DI VECCHI IMPIANTI DI RISALITA. Ora scatta l’operazione pulizia che, per un accordo tra le Regioni Trentino e Veneto del 2002 che ha fissato i confini della Marmolada, spetta al Trentino. La grande macchina per togliere il secolare pattume partirà da Alba di Canazei. (Ansa, agosto 2017)

   Pertanto due fenomeni negativi che possono apparire diversi (1-le frane e straripamenti dovuti a piogge straordinarie, e 2-i ghiacciai che non ci sono oramai più) ripropongono per la montagna, ancora una volta, il tema della capacità (o incapacità) di governare i fenomeni di assetto del territorio, urbanistici, idrogeologici, di sviluppo economico presente e futuro, di attenzione ai pericoli di un ambiente sempre più delicato e vittima anch’esso dei cambiamenti (come il surriscaldamento climatico).

“…gli amanti dei ghiacciai proveranno tristezza di fronte al ghiacciaio della MARMOLADA (il più esteso delle Dolomiti) dove il sindaco di Canazei ha firmato un’ordinanza che raccomanda LA SALITA SOLO A PERSONE ESPERTE E BEN EQUIPAGGIATE: TROPPI CREPACCI, TROPPE INSIDIE. L’ordinanza risale al 12 luglio, di solito è una situazione che si verificava solo dopo Ferragosto.” (Andrea Selva, 2/8/2017, da http://trentinocorrierealpi.gelocal.it/ )

   Qualcosa forse sta accadendo. Una maggiore attenzione a queste cose c’è: ma difficilmente si traduce poi in fatti concreti. Va notato di quel che accade di positivo in accadimenti tragici: c’è una mobilitazione volontaria di tante persone (come è accaduto a Cortina) nel momento dell’emergenza. Una buona cosa, ma certo non basta. (s.m.)

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“LE DOLOMITI CROLLERANNO SOTTO LE BOMBE D’ACQUA”

di Francesco Dal Mas, da “il Corriere delle Alpi” del 8/8/2017

– L’allarme di MESSNER: non si costruisca ai piedi delle pareti – Continua a leggere