I CAMPI DI DETENZIONE IN LIBIA e il loro possibile smantellamento: un’opportunità per superare violenze che “sappiamo esserci” e ci lasciano indifferenti – L’attuale disponibilità del governo di FAYEZ AL-SARRAJ – Un PONTE AEREO per liberare gli 8mila prigionieri oppressi dalle milizie libiche? (adesso o mai più?)

LA LIBIA, da Sud a Nord, da Est a Ovest, È COSTELLATA DI CENTRI DI DETENZIONE, definiti anche “HOLDING CENTRES”: alcuni hanno la forma di prigioni, altri sorgono improvvisamente in vecchie scuole o fabbriche abbandonate. Qui migranti e richiedenti asilo subiscono ogni forma possibile di abuso, in assenza di leggi, con periodi di detenzione indefiniti, senza cibo, acqua, cure mediche e costretti ai lavori forzati. Donne e bambini non sono considerati soggetti vulnerabili.(…) (da http://www.vita.it/it/article/2018/11/27/libia-ecco-dove-la-guardia-costiera-libica-rispedisce-i-profughi-socco/149913/ )

   Ha destato una certa impressione (a dire il vero non quanto avrebbe dovuta essere la cosa…) la vicenda del bombardamento (nell’attuale guerra civile libica) del centro di detenzione di immigrati di TAJOURA, a est di Tripoli (il 2 luglio scorso), che ha causato almeno 53 morti (e oltre 130 feriti). Poi, nel disastro (apocalittico) del campo colpito, accogliendo un appello dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), il leader libico FAYEZ AL-SARRAJ (in guerra civile con il leader della Tripolitania generale KHALIFA AFTAR, autore con i suoi aerei del bombardamento), ha liberato 350 migranti che erano rinchiusi in quello stesso centro di detenzione.

Libia. Nel centro di TAJOURA, dove 700 migranti vivevano ammassati e imploravano le ong: “Non lasciateci soli” (foto da IL FATTO QUOTIDIANO)

   Subito dopo il massacro di Tajoura c’è stata una dichiarazione del governo libico importante. Il ministro dell’Interno Fathi Bashagha (come ha riferito “The Libya Observer”) ha detto che «il governo libico sta considerando il rilascio di tutti i migranti nei centri di detenzione, perché la loro sicurezza non può essere garantita». E qui sta il punto di ogni “possibilità” di superamento dei campi di detenzione (di violenza e tortura) libica contro i migranti.

Il bombardamento (nell’attuale guerra civile libica) del centro di detenzione di immigrati di TAJOURA, A EST DI TRIPOLI (il 2 luglio scorso) ha causato almeno 53 morti (e oltre 130 feriti)

   La questione profughi (siano essi persone che fuggono dalle violenze nei loro Paesi, o che fuggono dalla miseria; oppure che potrebbero resistere in minima sussistenza ma non accettano di vivere tutta la vita in sofferenza e miseria…), questa questione c’è da tanto tempo, c’è adesso, ci sarà, temiamo, in futuro per ancora molti decenni. Ora molti parlano (Papa Francesco in primis) di una “terza guerra mondiale combattuta a pezzi”. E i profughi rappresentano nel mondo questo: ce ne sono adesso (secondo stime ONU) 72 milioni (perfino più che durante la Seconda guerra mondiale), negli oltre 70 conflitti nei cinque continenti. E, complessivamente ai migranti per motivi economici si parla di numeri oltre 300 milioni: pertanto una cosa assai seria, preoccupante, che perlomeno va gestita dalla geopolitica mondiali, non limitandosi a creare inutili muri.

IN LIBIA IL GOVERNO HA LIBERATO 350 MIGRANTI DAL CENTRO BOMBARDATO IL 2 LUGLIO SCORSO – In Libia, nel pomeriggio di martedì 9 luglio, il governo di Fayez al Serraj ha liberato 350 migranti, trattenuti da giorni in un centro di detenzione di TAJOURA, a una dozzina di chilometri a est di Tripoli. La zona era stata colpita il 2 luglio da un BOMBARDAMENTO che il governo di Serraj aveva attribuito all’aviazione del maresciallo Khalifa Haftar, CAUSANDO LA MORTE DI 53 PERSONE. L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) ha confermato la notizia, aggiungendo che fornirà l’assistenza necessaria alle 350 persone liberate. (da IL POST.IT) – (nella foto: Soccorritori intorno al centro di detenzione per migranti di Tajoura, colpito nell’attacco (AP Photo/Hazem Ahmed)

   Ma tornando alla “nostra parte” del problema, a “noi”, alla “nostra” vicenda libica (alle porte di casa nostra), quanto accaduto il 2 luglio con il massacro di 53 migranti nel campo di detenzione di Tajoura, questo tragico fatto ha riaperto la considerazione che non possiamo continuare a far finta di niente, ad ignorare le condizioni di violenza e disumanità presente in questi campi lager.
L’Associated Press riporta i casi di più di 20 migranti detenuti nella prigione libica di Zintan morti di malattia, stenti, fame e violenza. Le persone a lungo detenute e intervistate hanno denunciato il loro isolamento, hanno detto di essere stati completamente abbandonati in contesti di detenzione disumana.

Una MAPPA delle ROTTE dei migranti diretti verso l’Italia passando per la LIBIA (da UNICEF 2017)

   Nonostante il calo degli sbarchi (o forse ancor più per questo), migliaia di persone continuano ad essere torturate e stuprate nei centri libici, dice un rapporto ONU del dicembre 2018. Se le condizioni variano da centro a centro, sono però tutti (questi campi di detenzione) disumani, molto al di sotto di ogni standard internazionale per i diritti umani. In molti centri i migranti e rifugiati vengono ammassati in capannoni, con soli due o tre servizi igienici intasati, inutilizzabili. La maggior parte delle persone vive seduta su materassini o coperte sporche appoggiate sul pavimento, circondati da spazzatura e avanzi di cibo.
La stragrande maggioranza di donne e ragazze intervistate dalla missione ONU in Libia ha raccontato di aver subito uno stupro di gruppo da parte dei trafficanti o di aver visto persone che venivano portate fuori dalle strutture per essere violentate.

In molti centri i migranti e rifugiati vengono ammassati in capannoni, con soli due o tre servizi igienici intasati, inutilizzabili. La maggior parte delle persone vive seduta su materassini o coperte sporche appoggiate sul pavimento, circondati da spazzatura e avanzi di cibo…

   Chi entra irregolarmente nel territorio libico, spiega il rapporto ONU, «la stragrande maggioranza di migranti e rifugiati viene incarcerata arbitrariamente senza essere incriminata». Una volta che si finisce in questi centri, è molto complicato uscirne: i funzionari che formalmente li gestiscono per conto del ministro dell’Interno sono in combutta con i trafficanti, e la maggior parte dei migranti viene costretta a pagare un “riscatto” per poter partire, che spesso viene estorto dopo sessioni di torture oppure ai parenti dei migranti. Chi non ha soldi, viene costretto a lavori forzati. Nel caso delle donne, significa soprattutto essere costrette alla prostituzione.

“(…) La stragrande maggioranza di DONNE E RAGAZZE intervistate dalla missione ONU in Libia ha raccontato di aver subito uno stupro di gruppo da parte dei trafficanti o di aver visto persone che venivano portate fuori dalle strutture per essere violentate. Le donne più giovani che viaggiano senza un compagno diventano vulnerabili e potenzialmente vittime della tratta della prostituzione.(…)” (IL POST.IT (https://www.ilpost.it/) del 24/12/2018)”

   I centri di detenzione libici sono anche finanziati, attraverso accordi con il governo libico, dalla comunità internazionale perché “fanno comodo”, “fermano i migranti” (l’Italia in primis, a partire dal governo Gentiloni, con il ministro dell’Interno Minniti), e si è finito così per finanziare le milizie che cercano di estorcere soldi ai migranti e costringere donne allo stupro e alla prostituzione. Questo accade in particolare poi nelle prigioni clandestine dei trafficanti di uomini, dove tortura e violenza, “schiavitù”, è cosa “normale”.
Nell’ultimo secolo abbiamo conosciuto anche altri lager, gulag, “campi di rieducazione”, che si è voluto far finta di non vedere. Nelle epoche passate però si poteva usare con maggiore disinvoltura l’alibi del “non sapevamo”. Ma al tempo della comunicazione di massa non possiamo più permetterci questo sotterfugio.

Migranti, in Libia, in un centro di detenzione

   Tornando al tema iniziale, dicevamo che il governo libico del premier Fayez al Sarraj, dopo il massacro a Tajoura da parte del generale Haftar, sta considerando il rilascio di tutti i (forse) 8000 migranti nei centri di detenzione. Questo (come specifichiamo riportando un articolo qui di seguito de “La Voce.Info”) viene ad essere un’opportunità clamorosa, possibile, di “liberare” tutti questi schiavi dai campi libici. Uno spiraglio non da poco se si realizzasse: e se l’Europa vuole farsi carico, una volta tanto e con coraggio (il “nuovo corso” europeo…), di quelli 8mila migranti finora lasciati alla tortura e disperazione. Un modo per azzerare il tutto, chiedendo contemporaneamente la non ricostituzione di “altri campi”, l’impedimento dell’arrivo in Libia di altri migranti dai paresi del Sahel; e agendo Stato per Stato africano per creare condizioni di sviluppo locale; provando anche a stabilire delle quote precise di immigrazione (necessaria a un’Europa in forte calo demografico, ma con “nuove” persone bene integrate). (s.m.)

I PROFUGHI IGNORANO OGNI CONFINE: RAGIONI DI STATO CONTRO DISPERAZIONE (DOMENICO QUIRICO, “LA STAMPA”, 7/7/2019) – “(….)Ai migranti verrebbe da suggerire (se non fosse istigazione alla immigrazione clandestina): evitate, per carità, le flotte piratesche delle Ong, quando vedete la loro bandiera allontanatevi a vele spiegate, remando! Imbarcarvi con loro significa certi guai. Con il vostro anonimo barchino o gommone sgonfio arriverete a Lampedusa, sbarcherete senza telecamere e senza chiasso. È fatta. Protetti da quel salvacondotto senza eccezioni che è la ipocrisia interessata degli xenofobi: quello che nella migrazione non si vede o non serve a proprio vantaggio non esiste. Così a migliaia stanno entrando in Europa con omeopatica discrezione, mentre gli altri, i meschini salvati dalle Ong, vegetano in mare, stramaledetti in diretta tv o social. Per loro il (sacro) confine esiste. Eccome. Il Vallo del Mediterraneo, che battaglia ammuffita! (…)”

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UN PONTE AEREO PER SALVARE I RIFUGIATI IN LIBIA

di Maurizio Ambrosini, 9/7/2019, da LA VOCE.INFO https://www.lavoce.info/
– Il bombardamento del centro di detenzione di TAJOURA non ha finora portato a ripensamenti nelle politiche dell’asilo di Italia e Ue. Eppure, i rifugiati detenuti in Libia sono solo 7mila. Ecco una PROPOSTA per accoglierli in modo legale e ordinato. – 

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L’INVERNO DEMOGRAFICO della POPOLAZIONE ITALIANA – Siamo sempre di meno, NON VOGLIAMO STRANIERI, e molti di quelli che c’erano SE NE SONO ANDATI (verso luoghi, come la Francia e i Paesi del nord, con più LAVORO e WELFARE per le famiglie) – IL DECLINO DI UN POPOLO che non cambia

Nella classifica della NATALITÀ l’Italia sta affrontando LA CRISI PIÙ GRAVE DI SEMPRE, «paragonabile soltanto agli anni della prima guerra mondiale e all’epidemia di influenza spagnola» del 1918-1920, ha detto il presidente dell’Istat Gian Carlo BLANGIARDO, presentando il rapporto annuale dell’istituto di statistica. Il saldo naturale (nascite-decessi) è infatti di -193.000 unità (foto ripresa da IL FOGLIO)

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NON È, E NON SARÀ, UN PAESE PER GIOVANI

https://www.istat.it/storage/rapporto-annuale/2019/capitolo1.pdf – PAG 36 del RAPPORTO ISTAT – “Tutti gli scenari di previsione ipotizzano incrementi di sopravvivenza della popolazione (con aumenti tra i 2 e i 6 anni della vita media alla nascita entro il 2050) che, favorendo in modo significativo le età anziane, amplierebbero la spesa per il welfare, con implicazioni negative sulla sostenibilità dei saldi di finanza pubblica che già soffrono di una situazione di squilibrio rispetto alla media europea.”
“Nello scenario mediano, il progressivo invecchiamento della popolazione determinerebbe un continuo aumento dei decessi (690 mila entro il 2030 e 808 mila entro il 2050), che verrebbe solo in parte bilanciato da un parziale recupero della fecondità. Conseguentemente i saldi naturali risulterebbero sempre più negativi: -229 mila unità nel 2030, -379 mila nel 2050″
PAG 37: ” I meccanismi demografici sottostanti (progressiva riduzione numerica delle coorti di donne in età feconda e invecchiamento della popolazione) sono già impliciti nell’attuale struttura per età della popolazione, che comprende le generazioni del baby boom nate negli anni ’60. La trasformazione di queste ultime, da adulti di oggi ad anziani di domani, è la principale determinante del futuro invecchiamento della popolazione. La quota di ultrasessantacinquenni sul totale della popolazione, ad esempio, potrebbe essere nel 2050 tra i 9 e i 14 punti percentuali superiore rispetto al 2018. Nello stesso periodo, la popolazione di età 0-14 anni potrebbe mantenere, nella migliore delle ipotesi, circa lo stesso peso di oggi (13,5 per cento), mentre nello scenario meno favorevole scenderebbe al 10,2 per cento. Va da sé che la trasformazione della struttura per età della popolazione implica la necessità di efficaci politiche in grado di gestire i cambiamenti nei rapporti intergenerazionali di questa portata” (estratto da http://www.orazero.org/ )

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ISTAT _ Rapporto annuale 2019

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SIAMO SEMPRE DI MENO E SE NON CI FOSSERO GLI IMMIGRATI IL NUMERO SAREBBE ANCORA PIÙ PICCOLO. Lo dice l’ULTIMO STUDIO DELL’ISTAT secondo cui il declino demografico in Italia è rallentato dalla crescita dei cittadini stranieri. DAL 2015 LA POPOLAZIONE RESIDENTE È IN DIMINUZIONE, configurando PER LA PRIMA VOLTA NEGLI ULTIMI 90 ANNI UNA FASE DI DECLINO DEMOGRAFICO. Il calo è interamente attribuibile alla popolazione italiana, che scende AL 31 DICEMBRE 2018 a 55 milioni 104 mila: 235 MILA IN MENO RISPETTO ALL’ANNO PRECEDENTE (-0,4%). Rispetto al 2014 la perdita di italiani è pari alla scomparsa di una città grande come Palermo (-677 mila)

   L’ultimo rapporto dell’Istat reso noto nel giugno 2019 (con dati riferiti al 31 dicembre 2018) mostra che in Italia “siamo, saremo, sempre meno”. Al primo gennaio 2019 risiedevano in Italia 60.359.546 persone, di cui l’8,7% straniere. La diminuzione delle nascite nel 2018 è stato di oltre 18 mila unità rispetto al 2017, pari al -4%, certifica l’Istat.

(https://www.istat.it/storage/rapporto-annuale/2019/Rapportoannuale2019.pdf).

Nascite, decessi e saldo naturale popolazione in Italia, 2008-2018 (fonte: Istat) da http://www.wired.it

   La spiegazione è prima di tutto “tecnico-strutturale”. Cioè si registra una progressiva riduzione delle potenziali madri, dovuta, da un lato, all’uscita dall’età riproduttiva delle generazioni molto numerose nate all’epoca del baby-boom (anni ’60 del secolo scorso); dall’altro, all’ingresso di contingenti meno numerosi a causa della prolungata diminuzione delle nascite osservata a partire dalla metà degli anni Settanta (insomma, un ciclo vizioso, di declino, a “perdere”). Così arriviamo a un paese sempre più anziano: che costituiscono (gli anziani) il 22,8% della popolazione (erano il 20,3% dieci anni fa); e quindi un Paese sempre meno attento ai giovani.

(foto da Il Fatto Quotidiano) – Migliora la salute in Italia, ma c’è ancora un problema demografico. Sono due punti importanti contenuti nella 27ª edizione del “RAPPORTO ANNUALE ISTAT 2019-LA SITUAZIONE DEL PAESE”, presentato a Roma il 20 giugno 2019 alla Camera dei Deputati. … A PROPOSITO DI LONGEVITÀ nel volume si legge che in Italia: “Un uomo può godere di buona salute in media 59,7 anni, mentre una donna 57,8 anni. Queste ultime, sebbene più longeve degli uomini, vivono un maggior numero di anni in condizioni di salute via via più precarie. Le donne sono infatti maggiormente colpite da patologie croniche meno letali, che insorgono più precocemente e diventano progressivamente invalidanti con l’avanzare degli anni. Rispetto al 2009 gli uomini hanno però guadagnato solo due anni di vita in buona salute, mentre le donne ne hanno conquistati quasi tre.” Nel confronto internazionale si sottolinea, sempre nel Rapporto ISTAT, come “l’Italia sia tra i paesi in Europa con i minori differenziali sociali nella salute” in relazione al livello d’istruzione. Insomma, il nostro Sistema Sanitario Nazionale nel complesso sembra funzionare efficacemente come “livellatore” sociale. PROGRESSI SU DIVERSI FRONTI. Secondo l’ISTAT gli ambiti nei quali oltre due terzi degli indicatori in Italia migliorano sono sei: salute, benessere soggettivo, politica e istituzioni, sicurezza, ambiente, innovazione ricerca e creatività. Ciò sintetizza progressi per buona parte degli indicatori che riguardano la salute: la speranza di vita alla nascita, indicatori relativi agli stili di vita, con diminuzioni nella quota di fumatori, nel comportamento a rischio nel consumo di alcol e nella sedentarietà, ecc. Per quanto riguarda il benessere soggettivo, è aumentata la quota di persone che ritengono che la loro situazione migliorerà nei prossimi cinque anni [passando dal 24,6 per cento nel 2012 al 29 per cento nel 2018].

   Sintomatico è il fatto che alcuni Paesi e Continenti (l’Africa su tutti) stanno vivendo l’esplosione demografica, mentre altri (come l’Europa, ancora ricca) debbano fare i conti con il declino della popolazione.   In Italia l’incremento delle nascite registrato, aumento che si è avuto fino al 2008, era dovuto principalmente alle donne straniere. Negli ultimi anni ha iniziato progressivamente a ridursi anche il numero di stranieri nati in Italia, pari a 65.444 nel 2018 (il 14,9% del totale dei nati). E quest’ultimo dato è meno tecnico e di origine più “politica”.

Antonio Golini, Marco Valerio Lo Prete – “ITALIANI POCA GENTEIl Paese ai tempi del malessere demografico” – (ed. LUISS University Press), Febbraio 2019, 244 pagine, euro 14,00 – “ITALIANI POCA GENTE”, un libro lucido e fortunato prodotto dal demografo ANTONIO GOLINI e dal giornalista MARCO VALERIO LO PRETE per i tipi di Luiss University Press. PER COMPRENDERE LE ATTUALI DINAMICHE, affermano i due autori, OCCORRE PARTIRE DA LONTANO. Con l’avvento della rivoluzione industriale, tutti i paesi del mondo hanno intrapreso – e in alcuni casi stanno ancora ultimando – il PASSAGGIO DA una condizione di “DEMOGRAFIA NATURALE”, caratterizzata da alti tassi di fecondità e mortalità, a una condizione di “DEMOGRAFIA CONTROLLATA”, caratterizzata da bassi tassi di fecondità e mortalità. Le due variabili, tuttavia, non si muovono necessariamente di pari passo: TRA LE DUE FASI, pertanto, se ne colloca UNA DI “TRANSIZIONE DEMOGRAFICA”, in cui la riduzione della mortalità, influenzata dal miglioramento delle condizioni igieniche e dalla diffusione delle conoscenze mediche, precede il rallentamento della fecondità, determinato dalla disponibilità dei metodi contraccettivi, ma anche dall’evoluzione di fattori economici e culturali.(…)” (Massimiliano Trovato, 18/6/2019, da https://www.wired.it/)

   Perché il forte calo demografico italiano, par di capire, è sì dato a italiani “d’origine” che fanno sempre meno figli, che non costituiscono nuclei di coppia anche per questo; ma è dato anche da una presenza di (ex) stranieri che, o si sono adeguati al trend negativo italiano sulla procreazione, o che SE NE SONO ANDATI IN ALTRI PAESI.

   Se è pur vero che l’Istat certifica anche che il numero di cittadini stranieri che lasciano il nostro Paese in quest’ultimo anno rilevato (il 2018) è in lieve flessione (-0,8%), mentre è in aumento l’emigrazione di cittadini italiani (+1,9%)…. dall’altra negli anni passati molti stranieri (che si erano ben integrati con noi, molti già cittadini italiani), hanno preferito andarsene per motivi di lavoro e per insostenibilità della vita del nucleo famigliare (in un Paese, il nostro, dispendioso da viverci, e con bassi salari e lavori spesso precari).

   Pensiamo in particolare a FAMIGLIE MAROCCHINE (e di altre provenienze, in particolare, dai paesi arabi della costa sud del Mediterraneo), che sono andate a vivere in FRANCIA, per una maggiore “sostenibilità” di vita: più possibilità di trovare lavoro (nelle fabbriche, nei cantieri edili, in agricoltura…) e un’assistenza sociale (per i figli in particolare), ben più solida e “presente” rispetto a quella (meno efficacie, casuale se non assente) che c’è in Italia per le famiglie con bambini. O a MACEDONI tornati in patria (che ora si chiama “Repubblica di Macedonia del nord”) per cercare di partecipare al nuovo sviluppo economico che quel Paese sta provando di portare avanti.

PRAMIDE della popolazione residente in Italia al 1° gennaio (anni 2018 e 2050) (Fonte Elaborazione su dati Istat da http://www.orazero.org/)

  Così, pur riconoscendo che fare figli (nel nostro Paese) è (dovrebbe essere) fatto di responsabilità (e libertà) individuale, di coppia, e che nessuno può intromettersi (tanto meno lo Stato); e pur riconoscendo che sulla scelta di procreare pesa l’attuale incertezza che si viene ad avere del futuro, di cosa accadrà…. pur tutto questo, e aggiungendo le difficoltà economiche (i costi “insostenibili”), IL TEMA VERO CHE LA SOCIETÀ si pone (DOVREBBE PORSI) è proprio quello di UN WELFARE PIÙ EFFICACIE, che faciliti in tutti i modi le famiglie, le coppie, i single, che hanno (fanno) figli. Seguendoli e aiutandoli nelle esigenze primarie del bambino, del figlio.

Il Presidente dell’ISTAT, Gian Carlo Blangiardo, ha illustrato a grandi linee i contenuti del Rapporto nella cornice istituzionale della Camera. “Gli ultra 90enni – oggi 800.000 – sono destinati ad aumentare di altri 500.000 nei prossimi 20 anni”. Allungamento della vita e diminuzione della natalità sono già in atto da tempo e sono fenomeni che non mostrano un’inversione di rotta, anzi s’aggravano in Italia, testimoniando un “malessere demografico del Paese” (il numero di nascite si è ulteriormente ridotto a poco più di un figlio per donna).

      Chi denuncia pertanto politiche famigliari molto scarse in Italia, ha purtroppo ragione; e se raffrontiamo questo contesto con altri Paesi europei (la Francia su tutti, con un Welfare di riguardo da sempre) se ne comprende l’inefficienza della politica sociale italiana sul tema dell’aiuto alle famiglie (da sempre).

PROIEZIONI POPOLAZIONE MONDIALE PER REGIONE (2015 – 2100) (fonte: Nazioni Unite, da http://www.wired.it/ ) – “(…) Nel corso del Novecento, c’è stata l’ESPLOSIONE DELLA POPOLAZIONE MONDIALE. Se sono occorsi CENTINAIA DI MIGLIAIA DI ANNI per superare la SOGLIA DEL PRIMO MILIARDO di abitanti del pianeta, e poi 123 ANNI PER RAGGIUNGERE IL SECONDO MILIARDO, i salti DAL QUINTO AL SESTO e DAL SESTO AL SETTIMO HANNO RICHIESTO APPENA DODICI ANNI. DA QUI ALLA FINE DEL SECOLO, la crescita continuerà, ma a un ritmo ridotto; e sarà concentrata nel CONTINENTE AFRICANO, che vedrà quasi QUADRUPLICARE LA PROPRIA POPOLAZIONE ENTRO IL 2100, sino a contendere all’ASIA la palma del continente più numeroso. Nello stesso orizzonte temporale, viceversa, l’EUROPA è destinata a ridurre la propria consistenza del 16%, passando da 750 a 630 milioni di abitanti.(…)” (Massimiliano Trovato, 18/6/2019, da https://www.wired.it/

   Nel “futuribile”, cioè nelle ipotesi future di un mondo che avrà bisogno di sempre meno lavoro manuale umano (sostituito dalla macchine, dai robot) c’è chi prospetta che la divisione della ricchezza possa andare a tutti già dal momento della nascita, per il fatto di “vivere”, “esistere”: un REDDITO DI BASE (a prescindere che sia un bambino povero o ricco di famiglia, non fa differenza), che garantisca un sostegno sicuro ai bisogni fondamentali. Un’ipotesi tutt’altro, a nostro avviso, che lontana da una possibile futura applicazione reale.

   Intanto è da sperare che la “nuova Europa” che si va formando in queste settimane con il nuovo Parlamento europeo appena eletto, e le nuove cariche esecutive (la Commissione europea), non si limiti (l’Unione Europea) a “sorvegliare” (pur giustamente) gli Stati sul rispetto del bilancio pubblico, ma incentivi e spinga verso un’ “Europa sociale” che assicuri servizi sociali alle famiglie (e alle nuove generazioni) per tutti i cittadini europei; in grado di sovvertire un trend demografico negativo cui il nostro Paese ha già raggiunto il punto più basso (ma così, senza provvedimenti concreti, destinato a peggiorare ulteriormente) (s.m.)

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COMUNICATO STAMPA ISTAT:
https://www.istat.it/it/archivio/231884

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ISTAT: GLI ITALIANI SONO 55 MILIONI, È CROLLO DEMOGRAFICO. NASCITE -4%
3/7/2019, da “La Stampa”
– Il declino è rallentato dalla presenza dei cittadini stranieri. In Italia ci sono quasi 50 nazionalità con almeno 10 mila residenti. Nascono meno bambini, ma scendono anche i decessi. Giù anche il numero degli immigrati che ottengono la cittadinanza. I dati si riferiscono al 2018 –  Continua a leggere

L’AFFERMARSI DELLE CITTÀ-STATO – Il caso ISTANBUL, megalopoli di 15 milioni di abitanti (sugli 82 della Turchia) che elegge un sindaco anti Erdogan – Ma CITTÀ-STATO potranno essere LONDRA, metropoli anti-Brexit; Barcellona, Danzica, Praga, Milano… Città-Stato autonome da Stati-Nazione e periferie

(da http://www.internazionale.it/) – Festeggiamenti a ISTANBUL per l’elezione a sindaco di Ekrem İmamoğlu, candidato dell’opposizione, il 23 giugno 2019 (Kemal Aslan, Reuters Contrasto)

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Nella foto EKREM İMAMOĞLU, nuovo sindaco di ISTANBUL. Un sindaco anti-Erdogan, moderno (lui, musulmano praticante), che ha saputo mettere d’accordo due anime turche: quella religiosa ma democratica, e quella modernista aperta al mondo, creando una prospettiva nuova per Istanbul (e, forse, alle prossime elezioni, a tutta la Turchia). Pur İmamoğlu dovendo fare i conti con un vecchio apparato di potere con cui dovrà lui coesistere (governerà una città in cui il consiglio comunale è ancora in mano all’Akp).

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   Chiuse dentro confini sempre più obsoleti che gli STATI NAZIONE impongono, le CITTÀ-METROPOLI più vivaci, aperte… (pur con problemi di emarginazione e inquinamento da risolvere), queste città più innovative e che guardano al mondo, pian piano tenderanno ad affermare una propria autonomia dal conservatorismo (fuori della storia, causa dei conflitti mondiali del secolo scorso) che i NAZIONALISMI degli stati centrali perseverano a portare avanti. E si affermeranno (si affermano), appunto, come CITTÀ- STATO. Cioè in grado di esprime una propria autonomia e autorevolezza interna e internazionale, a prescindere dalle loro nazioni di appartenenza.

La PROVINCIA DI ISTANBUL è una provincia della Turchia. Dal 2012 il suo territorio coincide con quello del COMUNE METROPOLITANO DI ISTANBUL. Costituisce la provincia più popolosa del paese ed è in gran parte coincidente con la CITTÀ METROPOLITANA DI ISTANBUL. Con una popolazione di circa 15 000 000 di abitanti, ISTANBUL (considerando però anche i quartieri asiatici) è il CENTRO MUNICIPALE PIÙ POPOLOSO D’EUROPA (sesto nel mondo) davanti a Mosca e Londra. Le PROVINCE DELLA TURCHIA sono la SUDDIVISIONE TERRITORIALE DI PRIMO LIVELLO del Paese e sono 81; ricomprese in REGIONI (7, del Mar Mediterraneo, del Mar Nero, dell’Anatolia Centrale, dell’Anatolia Orientale, dell’Anatolia Sud Orientale, dell’Egeo, di Marmara) prive però (le regioni) di rilevanza amministrativa, si suddividono (le provincie) a loro volta in DISTRETTI

   E’ il caso di LONDRA, dove la popolazione, “la città”, non ha condiviso l’esito del referendum (BREXIT) vinto dagli anti europei: Londra che vuole rimanere “aperta” e in Europa. Ma è anche il caso di altre grandi città che emblematicamente mostrano di distanziarsi dai propri stati centrali (e anche dall’umore conservatore delle periferie): lo si è visto nelle primavere arabe in Tunisia, Algeria, Egitto…. dove le grandi città hanno visto maree di giovani contrapporsi all’integralismo e conservatorismo (poi, ahinoi, vincente) delle periferie (il caso di Teheran, città moderna e occidentale, nel contesto iraniano, è emblematico).

LONDRA – (LO SHARD, L’EDIFICIO PIÙ ALTO DI LONDRA, domina lo skyline eclissando altri simboli della capitale come il Tower Bridge. La costruzione in corso di oltre 70 nuovi grattacieli cambierà nuovamente la faccia della città) – “(…) LONDRA oggi è più grande e ricca che mai, ha 8,8 MILIONI DI ABITANTI e si calcola che entro il 2050 ne ospiterà due milioni in più. Trent’anni di crescita demografica l’hanno trasformata da grande dame un po’ sfiorita a città globale di primo piano, UN IMPORTANTE NODO FINANZIARIO CON TASSI DI CRESCITA ECONOMICI TRA I PIÙ ALTI AL MONDO. Crescita che ha alimentato un boom edilizio che prevede ALCUNI DEI PIÙ GRANDI PROGETTI DI RIGENERAZIONE URBANA D’EUROPA, come la “super fognatura” sotto il Tamigi, che impedirà alle acque reflue di riversarsi nelle zone umide lungo il fiume, o gli oltre 500 nuovi edifici a sviluppo verticale che ridisegneranno lo skyline della città. O CROSSRAIL, LA FERROVIA RAPIDA DA OLTRE 15 MILIARDI di sterline concepita per decongestionare la più antica rete metropolitana del mondo, la cui nuova Elizabeth Line dovrebbe essere completata a breve, collegando West London con l’area in forte sviluppo di East London, dimezzando i tempi di viaggio. MOLTI SITI INDUSTRIALI DISMESSI SONO STATI TRASFORMATI IN QUARTIERI MODERNI con zone pedonali, spazi pubblici e, in linea con quella che potrebbe diventare una nuova tendenza, negozi gestiti da imprenditori locali anziché grandi catene commerciali. IL QUARTIERE DI KING’S CROSS, IN PASSATO UN FATISCENTE NODO FERROVIARIO PER IL TRASPORTO DI CARBONE E FRUMENTO e, in tempi più recenti, noto soprattutto per prostituzione e spaccio, è oggetto di un intervento di risanamento ventennale in via di conclusione che include la ristrutturazione delle stazioni di King’s Cross e di St.Pancras e la realizzazione del nuovo campus di un college di arte e design, di sale da concerti, fontane ed edifici residenziali.(….)” (Laura Parker, “Occhi puntati su Londra: Sopravviverà anche all’incognita Brexit? 15/3/2019, da http://www.nationalgeographic.it/)

   E lo si vede più che mai adesso a ISTANBUL (15 milioni di abitanti sul totale degli 82 della Turchia), dove domenica 23 giugno 2019 il candidato dell’opposizione EKREM İMAMOĞLU è stato eletto sindaco dopo che il risultato del 31 marzo precedente – che lo vedeva già vincitore – era stato annullato per presunte irregolarità nel voto. Dopo 16 anni di dominio incontrastato dell’Akp (“Adalet ve Kalkınma Partisi”, Partito della Giustizia e dello Sviluppo), il partito del presidente turco RECEP TAYYIP ERDOGAN, c’è stata la sconfitta del vecchio potere, con la vittoria del candidato dell’opposizione, appunto Ekrem İmamoğlu.

TORINO, ORTO BOTANICO in Piazza Risorgimento – INFRASTRUTTURE, TECNOLOGIE E SERVIZI DI NUOVA GENERAZIONE, così LE CITTÀ CAMBIERANNO PELLE E SI APRIRANNO ALL’INNOVAZIONE, che dovrà essere SOSTENIBILE A LIVELLO AMBIENTALE, perché NEL 2050 IL 66% DELLA POPOLAZIONE MONDIALE ABITERÀ PROPRIO IN GRANDI METROPOLI (da https://www.key4biz.it/ )

   In questi decenni di predominio conservatore che ha imposto regole religiose integraliste (Istanbul è diventata sempre più mediorientale: donne velate, moschee in ogni angolo…) alla fine (causa anche l’inizio di una flessione economica e decadenza del potere di Erdogan) ha prevalso un candidato nuovo, moderno, che (lui, musulmano praticante) ha saputo mettere d’accordo due anime turche: la religiosa ma democratica, e quella modernista aperta al mondo, creando una prospettiva nuova per Istanbul (e, forse, alle prossime elezioni, per tutta la Turchia). Pur İmamoğlu dovendo fare i conti con un vecchio apparato di potere con cui dovrà lui coesistere (governerà una città nella quale il consiglio comunale è ancora in mano all’Akp).

DANZICA CITTÀ-STATO? – EUROPA come MEMORIA, ACCOGLIENZA, COMUNITÀ: a DANZICA, la città polacca simbolo della guerra mondiale, la giovane sindaca costruisce l’alternativa ai nazionalismi – ALEKSANDRA DULKIEWICZ (nella foto) è da pochi mesi sindaco di DANZICA. È stata eletta dopo l’assassinio di PAWEL ADAMOWICZ, che lei continua a chiamare “signor sindaco”, oppure “il mio capo”. «L’Europa per me è il luogo dove le persone si incontrano e si guardano l’una negli occhi dell’altra, per conoscersi e per cooperare nella costruzione di un avvenire. NELLA MIA EUROPA C’È SPAZIO PER TUTTE LE DIVERSITÀ».(…) (Wlodek Goldkorn, da “L’Espresso”, 26.5.2019)

   Pertanto lo strapotere di Erdogan rimane, e forse le opposizioni troveranno difficile amministrare in piena autonomia la megalopoli turca (15 milioni di abitanti). Istanbul è, però, un simbolo, e può essere, diventare, una CITTÀ-STATO. Perché, oltre ad essere la città più popolosa della Turchia (la capitale è Ankara), nonché il suo centro economico maggiore, è anche il luogo in cui si è imposto Erdogan a partire dal 1994, anno in cui venne eletto sindaco. Per questo, oggi si parla di una vittoria storica, soprattutto in termini di valori democratici: una grande metropoli che da sola rappresenta un terzo del PIL del paese (peraltro va detto che l’opposizione controlla cinque delle sei città più grandi della Turchia; per dire dello stacco tra centri urbani “aperti” al nuovo, e periferie conservatrici…).

PRAGA (Repubblica Ceca) – 23 giugno 2019: centinaia di migliaia di persone in PIAZZA VENCESLAO chiedono le dimissioni del premier ceco ANDREJ BABIS. Una manifestazione oceanica, in cui sono state chieste LE DIMISSIONI DEL PRIMO MINISTRO CECO, accusato di frode. I dimostranti hanno sfilato con le BANDIERE DELL’UE e della REPUBBLICA CECA e con striscioni contro Babis e contro il presidente Milos Zeman

   E’ così che, offuscate dal perdurare delle Nazioni, oggi le città vivono una rinascita. In esse vive la metà delle popolazione mondiale che, secondo le previsioni, diventerà il 75% alla metà del secolo. Ma oggi almeno la concentrazione di popolazione non è il tema dominante di per sé, anche se porta a problemi sicuramente (di marginalità sociale, inquinamento, di qualche difficoltà nella gestione virtuosa dei servizi, sovraffolamento…).

TOKYO. Oggi l’area che comprende la capitale giapponese Tokyo e i territori limitrofi è la più popolosa del mondo con 37,5 milioni di abitanti. – NEL MONDO OGGI IL 55% DELLA POPOLAZIONE MONDIALE VIVE GIÀ IN CITTÀ, CIRCA 4,2 MILIARDI DI PERSONE

   Perché nell’idea di creazione di CITTA’ STATO che mostrano capacità di inserimento nel contesto “internazionale”, nelle opportunità che possono offrire (se vediamo la cosa positivamente per chi ci vive, per i giovani in particolare), si dimostra come esse riescano a fare una politica diversa dagli stati in cui si trovano, entità politico-istituzionali che spesso perseguono miti nazionalistici (la Brexit, l’integralismo islamico, il sovranismo e populismo…): trovando così la forza e la volontà di essere, pur nella regole dello stato di appartenenza, delle CITTA’ STATO.

CITTA’ STATO – Secondo il REPORT DELLE NAZIONI UNITE basterà una generazione a trasformare per sempre il volto delle già ENORMI MEGALOPOLI. ENTRO IL 2030 la classifica ci dice che DELHI (India) conterà 39 milioni di abitanti, TOKYO 36,5 milioni, SHANGHAI (Cina) 32,8 milioni, DHAKA (Bangladesh) 28 milioni, CAIRO 25,5 milioni, MUMBAI (India) 24,5 milioni, PECHINO 24,2 milioni, CITTÀ DEL MESSICO 24,1 milioni, SAN PAOLO (Brasile) 23,8 milioni e KINSHASA (Congo) 22 milioni. (da https://www.key4biz.it/citta-stato-al-posto-delle-nazioni-nel-2030-avremo-43-megacity-nel-mondo/242427/)

   La rinascita del valore storicamente avuto di grandi città, si afferma proprio nelle difficoltà. Ad esempio, a DANZICA l’uccisione a gennaio 2019 del sindaco della città (Pawel Adamowicz), ha provocato un sussulto della popolazione, nominando d’impeto alle elezioni la sua vice (Aleksandra Dulkiewicz) che persegue la stessa linea di apertura del sindaco assassinato, portando la città su posizioni molto diverse dalla attuale Polonia antieuropea, nazionalista. Oppure è accaduto il 23 giugno scorso, a PRAGA, nella Repubblica Ceca, che una marea umana ha chiesto le dimissioni del primo ministro populista travolto dalle accuse di frode dopo un’inchiesta europea. Città che si affermano sul conservatorismo nazionalista dei loro stati e della nomenclatura politica tradizionale.

CLASSIFICA STATISTA DELLE CITTÀ PIÙ POPOLOSE DEL MONDO ENTRO IL 2035 (da https://www.key4biz.it/citta-stato-al-posto-delle-nazioni-nel-2030-avremo-43-megacity-nel-mondo/242427/)

   E’ così che gli Stati nazionali devono confrontarsi con queste Città-Stato nascenti, che esse vengono a vivere il cambiamento in atto, città con flussi connettivi sovrapposti: mutamenti epocali in atto, con grandi migrazioni inarrestabili, la crescita convulsa delle metropoli/megalopoli; la nascita consequenziale di zone economiche nuove.
Nella città si concentrano la conoscenza, la produzione, le opportunità per i giovani, il benessere…. si offrono le migliori occasioni. Ma è anche vero che nelle città si riscontrano pure povertà, disuguaglianze, la progressiva disgregazione del ceto medio, l’inquinamento…… Eppure la città non è, come è stato un tempo, cinta da mura, chiusa in se stessa: rappresenta il nuovo, il mondo a venire. Per questo pare inevitabile (pur con tutti i limiti e pericoli) l’affermarsi delle città come luogo di espressione della speranza, del futuro migliore. (s.m.)

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A ISTANBUL E ALTROVE, LA RIVOLTA CONTRO I POPULISMI NASCE NELLE CITTÀ
di PIERRE HASKI, France inter, Francia, 25 giugno 2019 da INTERNAZIONALE
https://www.internazionale.it/
Qualche settimana fa la giornalista turca in esilio Ece Temelkuran ha pubblicato un saggio intitolato COME SFASCIARE UN PAESE IN SETTE MOSSE, che analizza l’ascesa di un potere populista sempre più autoritario ed elenca segnali d’allarme che ritroviamo anche lontano dalla Turchia. Si comincia con l’autoproclamazione del “vero popolo” e si prosegue con la postverità e il terrore del linguaggio.
Probabilmente Ece Temelkuran dovrà scrivere un seguito alla sua opera e intitolarlo “come recuperare un paese”, dopo che il 23 giugno, a Istanbul, il partito del presidente Recep Tayyip Erdoğan ha subìto una sconfitta cocente. In un paese dove la libertà di stampa è stata decimata e la società civile è costretta a nascondersi, la sconfitta del candidato islamico-conservatore alla poltrona di sindaco di Istanbul (dove ha vinto il candidato dell’opposizione, EKREM İMAMOĞLU) è un avvenimento tanto più sorprendente Continua a leggere

INQUINAMENTO DA PFAS: perché se ne parla così poco? (e si sottovaluta il disastroso evento inquinante?) – 350 MILA PERSONE COINVOLTE (in Veneto, ma altrove può essere accaduto…) e più di 90.000 abitanti da sottoporre a costante controllo clinico – Ma NIENTE CAMBIA nel modello di sviluppo e tutela ambientale

(mamme no pfas, da http://www.osservatoriodiritti.it/) – Ad essere più a rischio dalla CONTAMINAZIONE DA PFAS, come spesso avviene in casi del genere, è innanzitutto la salute dei BAMBINI: per questo ne è sorto un MOVIMENTO di cosiddette MAMME NO PFAS, che si sono prese direttamente il compito di testare e conoscere quel che è accaduto e quel che accade, manifestando contro le sottovalutazioni (delle autorità, ma anche dell’opinione pubblica) di quanto sta accadendo…

   Il caso inquinante dei PFAS (acronimo inglese di PerFluorinated Alkylated Substances, ovvero sostanze che contengono almeno un atomo di carbonio completamente fluorurato) (di cui cerchiamo di spiegare, ancora una volta, in questo blog la pericolosità inquinante) sembra non preoccupare più di tanto la sensibilità collettiva: riguarda chi ne è stato colpito, inquinato, la vasta area geografica (del Veneto) dove l’inquinamento dell’acqua è declarato, e le persone ne sono state colpite, ma NIENTE DI PIÙ.

COSA SONO I PFAS? – 12/6/2017 – da http://scienzamateria.blog.tiscali.it/?doing_wp_cron – Una famiglia di COMPOSTI CHIMICI POLI E PERFLUORATI UTILIZZATI IN MOLTI SETTORI INDUSTRIALI, soprattutto per la produzione di materiali resistenti ai grassi e all’acqua. Sono molecole caratterizzate da un forte legame tra fluoro e carbonio che le rende difficilmente degradabili, perciò SI ACCUMULANO NELL’AMBIENTE E POSSONO FACILMENTE PASSARE NEI VIVENTI interferendo anche in modo grave con il loro metabolismo

   E’ il più grave inquinamento delle acque della storia italiana, con interessamento (PER ORA!) di 350 mila persone e più di 90.000 abitanti da sottoporre a controllo clinico.
Nel giugno 2017 la Regione Veneto prevedeva che sarebbero stati 7mila gli abitanti contaminati della ZONA ROSSA (area di massima esposizione sanitaria soggetta all’inquinamento da Pfas, nelle province di Vicenza, Padova e Verona). Ora questa previsione del 7.000 casi in totale si sta dimostrando drammaticamente inferiore (e di molto) ai dati che stanno venendo fuori. Le persone inserite in un PERCORSO ASSISTENZIALE DI SECONDO LIVELLO (cioè che necessitano di controlli costanti per la diagnosi tempestiva di eventuali patologie croniche correlate all’esposizione a Pfas) ora sono salite da 7mila a 18.300.

PFAS – Area ROSSA: area di massima esposizione sanitaria – Area ARANCIO: area captazioni autonome – Area GIALLO CHIARO: area di attenzione – Area VERDE: area di approfondimento – Area OMBREGGIATA: Plume di contaminazione

   Ad oggi pare che nessuno è in grado di stimare l’entità delle contaminazioni e il nesso dose/rischio per la salute sia degli abitanti della zona sia di quelli delle altre regioni dove i prodotti agroalimentari vengono distribuiti.
Ora, pare di capire, il dato certo ed effettivo dei danni irreversibili della contaminazione da PFAS (sterilità maschile, aborti, scompensi alla tiroide, Alzheimer, diabete… ma su questo ci fermiamo subito per rispetto e incompetenza, perché è cosa serissima e grave, e rimandiamo alle esperienze raccontate negli articoli di seguito in questo post e in tutto quello che potete trovare in rete…), i danni da PFAS, dicevamo, sono da stabilire attraverso dati statistici da rilevare attentamente connettendoli ad altri dati: perché sono due (pare) le variabili, in più o in meo, da considerare. La prima è che molte persone nelle aree ad inquinamento dell’acqua da PFAS non si sono sottoposte a controllo e non lo faranno in futuro. Dall’altra, i gravi danni alla salute riscontrabili a chi si sottopone al controllo (o saranno rilevati in futuro), vanno anche considerati, visti, nella statistica media di malattie che sorgono a prescindere dall’inquinamento da Pfas.

PFAS IN VENETO (MAPPA ARPAV, DIFFUSIONE DELL’INQUINAMENTO) – “La sola zona rossa è un’area vasta tra i 150 e i 200 km quadrati, che comprende almeno 79 comuni tra le province di Verona, Vicenza e Padova; ci abitano circa 350mila abitanti. «Ma i contaminati da Pfas sono molti di più», secondo Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna Stop PFAS di Greenpeace: «Recentemente, cittadini di comuni non inseriti nella zona considerata a rischio, hanno scoperto di avere alti livelli di Pfas grazie ad analisi fatte di propria iniziativa. È verosimile quindi che il problema sia più esteso di quanto si possa immaginare».(…)” (Sara Milanese, da “Il Manifesto” del 10/1/2018)

   La Regione Veneto non vuole creare allarmi, ma la statistica è anche uno strumento di previsione. E ormai ci dice che il 64 PER CENTO DEGLI ABITANTI dei 32 comuni DELLA ZONA ROSSA (i più popolosi sono Legnago, Lonigo, Montagnana, Cologna Veneta e Noventa Vicentina) SONO CONTAMINATI. Se la percentuale viene calcolata sugli 85mila interessati agli esami, si arriva a una ipotetica cifra di 54MILA PERSONE CONTAMINATE, anche se molte di loro non lo sanno perché (come prima detto) non si presentano a sottoporsi agli esami.

PFAS rilevati in Italia

   In ogni caso la statistica sanitaria dimostra che il fenomeno, man mano che si riscontra la contaminazione, si aggrava sempre di più. Ad esempio, ad essere più a rischio, come spesso avviene in casi del genere, è innanzitutto la salute dei BAMBINI: per questo ne è sorto un MOVIMENTO di cosiddette MAMME NO PFAS, che si sono prese direttamente il compito di testare e conoscere quel che è accaduto e quel che accade, manifestando contro le sottovalutazioni (delle autorità, ma anche dell’opinione pubblica) di quanto sta accadendo; chiedendo per i loro figli il diritto alla “normalità”, alla salute, che per i bambini è diritto ancora più sacro che per gli adulti. (…ma è diritto sacro per tutti, siano bambini, giovani, adulti, anziani…) Perché il discorso si allarga concretamente: cioè si continua a seguire un modello di sviluppo che non protegge territorio e salute.

INQUINAMENTO da PFAS: a rischio sono le falde e, a cascata, tutto ciò che facciamo con l’acqua

   Perché poi l’ACQUA INQUINATA non è solo perché la si beve, ma è anche NEI CIBI CHE SI MANGIANO (nell’agricoltura, negli allevamenti…). E la difesa dall’acqua (inquinata) da questa sostanza chimica chiamata Pfas, appare a tutti inadeguata (come difesa) se ci si limita solo ad utilizzare filtri di depurazione nelle case. Sono gli acquedotti da cambiare; e le fonti generali di approvvigionamento dell’acqua nel contesto agroalimentare. Un lavoro di grande portata (una “grande opera”?) ma urgente e necessario più che mai.

PFAS, IL CICLO DELL’ACQUA – Water Cycle (da https.www.michigan.gov/) (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   E il carattere ora ancora subdolo di questo inquinamento, lo diventa molto meno (subdolo) se ci si apre sempre di più alla conoscenza di quella che è la situazione territoriale di questo inquinamento e delle sue fonti diffuse idriche, da capire anche quelle che sono da bonificare, da riportare alla normalità (cioè a zero Pfas, a zero inquinamento). (s.m.)

mamme no pfas (da http://www.osservatoriodiritti.it/)

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PFAS, LE STIME DELLA REGIONE VENETO SONO TUTTE DA RIFARE: I CONTAMINATI SARANNO 7 VOLTE PIÙ DEL PREVISTO
di Giuseppe Pietrobelli, 16/6/2019, da “Il Fatto Quotidiano”
– Il 64 per cento degli abitanti dei 32 comuni della zona Rossa sono contaminati. Se la percentuale viene calcolata sugli 85mila interessati agli esami, si arriva a una ipotetica cifra di 54mila persone –
Nel giugno 2017 la Regione Veneto prevedeva che sarebbero stati 7mila gli abitanti della Zona Rossa soggetta all’inquinamento da Pfas, Continua a leggere

LA MONOCOLTURA DEL PROSECCO (nella Marca Trevigiana), candidata possibile vincente ad essere “Patrimonio dell’Umanità 2019” per l’UNESCO: ma ci salverà dalla monocoltura agricola e dall’inquinamento da pesticidi? – L’Unesco e il “suo” patrimonio tutelato è utile a fermare il generale degrado paesaggistico?

(patrimonio Unesco: immagine da http://www.touringclub.it/) – I 53 SITI UNESCO IN ITALIA DA VISITARE ALMENO UNA VOLTA NELLA VITA – da https://www.huffingtonpost.it/, 29/12/2018  –  QUALI SONO I LUOGHI DA CONOSCERE ASSOLUTAMENTE IN ITALIA E DI CUI ANDARE ORGOGLIOSI? Nell’ampia scelta delle bellissime mete che la Penisola offre, ci si può concentrare sui siti definiti dall’Unesco, ‘Patrimonio dell’umanità”. Dalle testimonianze archeologiche ai paesaggi naturalistici, dai centri storici alle chiese, c’è solo l’imbarazzo della scelta. CON I SUOI 52 LUOGHI RICONOSCIUTI DI VALORE UNIVERSALE, informa un articolo sull’edizione online dell’Almanacco della Scienza del Cnr, L’ITALIA DETIENE IL RECORD NELLA LISTA DEL WORLD HERITAGE, CHE CONTA 1.001 SITI A LIVELLO MONDIALE: 777 BENI CULTURALI, 194 NATURALI E 30 MISTI, PRESENTI IN 161 PAESI DEL MONDO. Dalla cartina dell’Italia si evince la diffusione, da nord a sud, di questi tesori, testimonianza della nostra millenaria stratificazione storica e culturale. L’OBIETTIVO DELLA CONVENZIONE UNESCO firmata nel 1972 è “quello di riunire in un unico documento i concetti di protezione della natura e tutela dei beni culturali. La Convenzione riconosce L’INTERAZIONE TRA UOMO E NATURA e la necessità fondamentale di PRESERVARE L’EQUILIBRIO TRA I DUE”. “Il criterio di base per la scelta dei luoghi è l’UNICITÀ, cioè la capacità di quel bene di costituire un ‘unicum’ nel suo genere; deve poi avere una capacità di attrazione, culturale soprattutto, di tipo internazionale”, spiega Daniele Malfitana, direttore dell’Istituto per i beni archeologici e monumentali del Cnr, che vanta un proprio ricercatore, Davide Leucci, nel comitato di valutazione di questo organismo internazionale. VEDI QUI LE FOTO DI TUTTI E 53 I LUOGHI ITALIANI “PATRIMONIO DELL’UMANITA’ UNESCO”: https://www.huffingtonpost.it/2018/01/11/i-52-siti-unesco-in-italia-da-visitare-almeno-una-volta-nella-vita_a_23330594/

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L’ICOMOS, ente consultore di Unesco, HA DATO IL VIA LIBERA ALLE COLLINE DEL PROSECCO dell’area Conegliano-Valdobbiadene della Marca trevigiana – COS’È ICOMOS? – L’INTERNATIONAL COUNCIL ON MONUMENTS AND SITES (noto anche con l’acronimo ICOMOS) è una organizzazione internazionale non governativa che ha principalmente lo scopo di promuovere la teoria, la metodologia e le tecnologie applicate alla conservazione, alla protezione e alla valorizzazione dei monumenti e dei siti di interesse culturale. L’ICOMOS è stato fondato nel 1965 come risultato della CARTA DI VENEZIA del 1964 e dai consigli all’UNESCO sui Patrimoni dell’umanità. Il suo quartier generale è a PARIGI. Ne fanno parte oltre 10.000 membri, provenienti da diversi paesi ed esperti di diverse discipline: architetti, storici, archeologi, storici dell’arte, geografi, antropologi, ingegneri e urbanisti. Secondo la Convenzione UNESCO del 1972 ”Convention concerning the protection of the World Cultural and Natural Heritage” adottata dalla Conferenza Generale nella sedicesima sessione, Parigi, 16 novembre 1972, ICOMOS è una delle tre organizzazioni non governative o intergovernative internazionali NOMINATA DI CONSIGLIARE IL COMITATO UNESCO NELLE SUE DELIBERAZIONI, insieme a IUCN – International Union for Conservation of Nature e ICCROM – The International Centre for the Study of the Preservation and Restoration of Cultural Property. In particolare ICOMOS è il CONSULENTE professionale e scientifico alla Commissione UNESCO per tutti gli ASPETTI CHE RIGUARDANO IL PATRIMONIO CULTURALE E LA SUA CONSERVAZIONE. Inoltre, ICOMOS è responsabile della valutazione di tutte le NOMINE NELLA WORLD HERITAGE LIST di beni culturali e misti, nei confronti del criterio fondamentale di “eccezionale valore universale”, e gli altri criteri come specificato nella convenzione (nella foto: COLLINE DEL PROSECCO IN ZONA COL SAN MARTINO)

   Un “sì con riserva” da parte dell’Icomos (l’ente consultore di Unesco) viene dato (come via libera) alla proclamazione di “Patrimonio dell’Umanità” delle colline tra Conegliano e Valdobbiadene (in Veneto, nella Marca Trevigiana): “sì con riserva” solo se saranno rispettate alcune prescrizioni. Non siamo riusciti a reperire il documento integrale originario dell’Icomos, ma quanto prescritto viene indicato in alcuni articoli che qui di seguito proponiamo in questo post.
Tra queste prescrizione pare ci siano, come esempio, la “vendemmia a mano” e l’obbligo di preservare il paesaggio dalla “monocoltura”, che il mercato richiederebbe. Già queste prescrizioni, se ci sono veramente, creeranno qualche problema. La vendemmia a mano è progressivamente, di anno in anno, sostituita dalla macchina (che “vendemmia”, cioè toglie i grappoli, da sola, e non c’è bisogno più di persone). Per quanto riguarda il preservare il paesaggio dalla monocoltura poi, questo non esiste da moltissimo tempo (cioè è tutto monocoltura). Allora di cosa stiamo parlando? Che regole impossibili si stanno dando per una candidatura Unesco che invece pare già sicura nel verdetto vincente (la decisione definitiva si avrà con la votazione della commissione Unesco del 7 luglio a Baku in Azerbaijan).

LA NUOVA STRATEGIA PER IL RICONOSCIMENTO: LA DELIMITAZIONE DELL’AREA DA TUTELARE PER L’UNESCO – Nella cartina la “CORE ZONE” è indicata in NERO; la “BUFFER ZONE” in BLU. In VERDE i COMUNI appartenenti alla ZONA PRINCIPALE, in BLU quelli che rientrano nella ZONA TAMPONE. In GIALLO la “COMMITMENT AREA”. – “Conegliano esclusa dalla “core zone”: “Area troppo urbanizzata” “CONEGLIANO – nel luglio 2018 era arrivato il rinvio della candidatura al prossimo anno, previa presentazione di un dossier con le correzioni richieste per l’iscrizione. (…) CAMBIA LA “CORE ZONE” candidata a diventare patrimonio Unesco. La zona principale è stata infatti RIDOTTA RISPETTO ALLA PRIMA PROPOSTA (…)Una delle richiesta dell’Unesco riguarda il disciplinare tecnico che regola gli interventi agricoli nella “CORE ZONE” (PRINCIPALE) e nella “BUFFER ZONE” (ZONA TAMPONE). (…)Rispetto alla prima versione della candidatura, ci sono TRE COMUNI che rimangono FUORI dalla “core zone”: si tratta di CONEGLIANO, SUSEGANA e SAN VENDEMIANO, finiti nella zona cuscinetto.(…) Anche la “buffer zone” viene ridotta, e vi rientrano quei comuni esclusi dalla zona principe in seconda battuta. Sia la zona “core” che quella “buffer”, ad ogni modo, sono candidate a diventare patrimonio dell’umanità. La novità riguarda una “COMMITMENT AREA”, che ha FUNZIONI DI SERVIZIO, nella quale rientrano i comuni limitrofi alle altre due aree. (Roberto Silvestrin, da http://www.oggitreviso.it/, 6/9/2018)

   Però questo Ente “esploratore” per conto di Unesco (l’Icomos), sembra essersi tenuto largo, tiepido, ad alcune richieste importanti che non ha fatto. Se è pur vero che il paesaggio collinare nell’alta Marca Trevigiana (tra Valdobbiadene e Conegliano), pur con molte brutture (anche lì ad esempio ci sono molte case sparse e insediamenti urbanistici in modo continuativo ed incessante lungo le strade), non si è tenuto conto (cioè l’Icomos non ha tenuto conto) di due cose.

GLERA (da Wikipedia) – La GLERA è un VITIGNO A BACCA BIANCA, componente base del PROSECCO. Ha tralci color nocciola e produce grappoli grandi e lunghi, con acini giallo-dorati. NELLA PRODUZIONE DEL PROSECCO LA GLERA COSTITUISCE ALMENO L’85% DELLE UVE UTILIZZATE. La frazione rimanente può essere rappresentata da VERDISO, PERERA, BIANCHETTA, PINOT e CHARDONNAY

   La PRIMA è che quell’area destinata a divenire patrimonio dell’umanità è sì bella nel disporsi geometrico dei filari di vitigni di glera, ma che trattasi di monocoltura dedita ad alto tasso di INQUINAMENTO DA PESTICIDI periodicamente irrorati. In certi periodi dell’anno è perfino (giustamente) proibito dai sindaci (il caso nel comune di Vidor) di inoltrarsi tra i vigneti perché ne risentirebbe gravemente la propria salute (e stiamo parlando del maturare di un prodotto agroalimentare!!…cioè che si beve).

(Un fermo immagine mostra lo spargimento di pesticidi sui vigneti tra Veneto e Friuli, da LA STAMPA.IT) – I dati del dossier Legambiente Stop Pesticidi 2019 hanno confermato come “BOSCALID, CHLORPYRIFOS, FLUDIOXONIL, METALAXIL, IMIDACLOPRID, CAPTAN, CYPRODINIL siano alcuni dei residui di pesticidi più diffusi negli alimenti – spiega Legambiente – Si tratta di fungicidi e insetticidi utilizzati in campo e di cui ancora troppo spesso si ritrovano residui negli alimenti e nell’ambiente, in primis nelle acque superficiali e profonde come testimonia l’ultimo rapporto Ispra”. (…) UN SEVERO MONITO ALL’UNESCO VIENE, IN CONTEMPORANEA, da associazioni e movimenti veneto-friulani che partecipano alle marce, CONTRO LA PROPOSTA DI RICONOSCERE LE COLLINE DEL PROSECCO DI CONEGLIANO E VALDOBBIADENE COME PATRIMONIO DELL’UMANITÀ (…) (Giuseppe Pietrobelli, 18 Maggio 2019, “Il Fatto Quotidiano”)

   E così abbiamo una scarsa tutela della salute e della biodiversità. Dell’inquinamento ne risentirà il consumatore (che beve quel vino) ma in particolare vengono ignorati i gravi disagi dei residenti, inquinati dai diserbanti. Pertanto ci sarà (e persisterà, crediamo) la MONOCOLTURA e l’INQUINAMENTO DA PESTICIDI nella prossima zona tutelata dall’Unesco: riuscirà l’Unesco a invertire la rotta, e che si realizzi una biodiversità? …Lo si può sperare…. Anche se è difficile, molto difficile, che questo avvenga…

MANIFESTAZIONE CONTRO I PESTICIDI NELLE COLLINE DEL PROSECCO

   La SECONDA cosa (di cui l’Icomos, di questa, non poteva certo tenerne conto) è che il processo economico della produzione del prosecco sembra oramai sfuggito di mano sia alle Autorità politiche regionali (e dei comuni che hanno competenza nei piani e nella tutela ambientale e sanitaria dei propri territori), e la diffusione della coltivazione a prosecco appare altamente invasiva per qualsiasi altra forma agricola, oltreché eliminando specie vitivinicole storiche di gran pregio, diverse, “altre” dal prosecco, che vengono estirpate, per installare nei campi e in ogni dove c’è un po’ di terra, la vite a prosecco.

«In provincia di Belluno, da quando la Regione Veneto ha deciso di estendere la zona doc del prosecco anche a questa provincia, c’è una corsa all’acquisto/accapparramento (una sorta di land grabbing) di terreni da parte di coltivatori o cantine del prosecco” spiega Tiziano Fantinel del gruppo Coltivare Condividendo. «Sono già stati realizzati vigneti di grosse proporzioni in comune di Limana, Belluno, Cesiomaggiore, ma la corsa non si ferma….(https://www.terranuova.it/ )

   Emblematico poi il caso bellunese. In un territorio (rientrante anch’esso nell’area del prosecco) coltivazioni di montagna importanti ma delicate e meno redditizie, subiscono la competizione economica della forza di profitto del prosecco, e inevitabilmente quei campi, quei terreni, sono dediti alla monocoltura della glera (cioè del vitigno a prosecco).

(mappa zone del prosecco) – IL CONSORZIO DELLA DOCG DI CONEGLIANO è saturo, si estende su quasi 8.000 ettari. Nelle 9 PROVINCIE DELLA DOC gli ettari coltivati a glera, riconosciuti dalla denominazione, sono 24.450. Nella Docg di Asolo, dal 2011 al 2017, i nuovi impianti sono aumentati dell’80% circa. Ogni anno l’Unione europea concede un diritto di incremento della superficie vitata nazionale pari all’1% della stessa. I diritti di impianto vengono distribuiti alle regioni, che li concedono attraverso bandi. Ogni Consorzio di tutela adotta regole diverse per l’accettazione di questi nuovi impianti all’interno dell’aree di competenza. PER LE DUE DOCG VALE L’ADESIONE IMMEDIATA: UN NUOVA VITE A GLERA ENTRA AUTOMATICAMENTE NELLA DENOMINAZIONE. NEL CONSORZIO DOC, INVECE, VIGE IL BLOCCO, DAL 2011. «I nuovi ingressi vengono regolati, per tenere in equilibrio domanda e offerta», sottolinea il presidente della Doc Stefano Zanette. FUORI DALLA DENOMINAZIONE CI SONO 7 MILA ETTARI DI GLERA, piantumati dopo il blocco, che potrebbero non diventare mai prosecco. (Marta Gatti, IL MANIFESTO, 12/7/2018)

   E’ così che le colline e le pianure dove sorgono ora i vitigni per la produzione industriale del prosecco, dove per tale produzione è preponderante l’utilizzo di macchinari in luogo dell’opera dell’uomo e c’è un utilizzo massivo di pesticidi di sintesi, questi luoghi sono stati completamente stravolti a causa degli sbancamenti, sradicamento di alberi, anche secolari o storici, eliminazione di siepi, per far posto a questa monocoltura.

(Le colline della zona Conegliano-Valdobbiadene) – COLDIRETTI: IL PROSECCO E’ IL VINO PIU’ BEVUTO AL MONDO (da “la Tribuna di Treviso” del 6/6/2019) – Il Prosecco è il vino italiano più bevuto nel mondo: lo testimonia l’AUMENTO RECORD DELLE ESPORTAZIONI NEL 2019, pari al 25%, con la previsione di arrivare al valore di un miliardo a fine anno. Lo rileva la Coldiretti, basandosi sui dati Istat relativi al primo bimestre 2019, all’indomani della candidature delle Colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene nella Lista del patrimonio mondiale dell’Unesco, come PAESAGGIO CULTURALE. «Un risultato atteso – rileva la Coldiretti – che riconosce l’importanza di un territorio dallo straordinario valore storico, culturale e paesaggistico in grado di esprimere una produzione che ha saputo conquistare apprezzamenti su scala mondiale». Secondo i DATI ISTAT SONO STATE VENDUTE ALL’ESTERO DUE BOTTIGLIE DOC SU TRE, dei 466 milioni venduti lo scorso anno. LA GRAN BRETAGNA, RILEVA LA COLDIRETTI, «È DI GRAN LUNGA IL PAESE CHE NE CONSUMA DI PIÙ». La produzione del Prosecco, prosegue la nota, «è intimamente connessa con le caratteristiche del territorio e del meraviglioso paesaggio delle Colline del Prosecco di Conegliano-Valdobbiadene».

   Secondo le associazioni ambientaliste (per dare dei dati), nella Pedemontana trevigiana, anche a causa dei pesticidi e dell’eliminazione dei prati, è scomparso il 52% delle specie di uccelli, tra cui cardellino, allodola, quaglia, passera mattugia, rondini. Ma ancor di più “nella stragrande maggioranza delle aree coltivate a prosecco tra aprile e agosto/settembre di ogni anno la popolazione che qui ci vive, è limitata nel proprio diritto alla salute e nel proprio diritto di proprietà” a causa delle irrorazioni dei vigneti.


Di per sé, se il mantenimento della nomea di “patrimonio dell’umanità” di questi luoghi e di tutti (largamente) i territori limitrofi, richiederà una revisione di questo abnorme sviluppo agricolo monocolturale e inquinante, forse il fatto dell’arrivo dell’Unesco sarà cosa assai positiva. (s.m.)

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(immagine: PADOVA URBS PICTA, da http://www.touringclub.it/) -LE CANDIDATURE UNESCO 2020 – PER IL 2020 LA COMMISSIONE NAZIONALE ITALIANA PER L’UNESCO PUNTA SU DUE SITI. IL PRIMO È CHIAMATO “PADOVA URBS PICTA-GIOTTO, LA CAPPELLA DEGLI SCROVEGNI E I CICLI PITTORICI DEL TRECENTO” e riguarda gli straordinari monumenti di Padova che conservano importanti testimonianze pittoriche: CAPPELLA DEGLI SCROVEGNI E CHIESA DEGLI EREMITANI, PALAZZO DELLA RAGIONE, BATTISTERO DEL DUOMO, CAPPELLA DELLA REGGIA CARRARESE, BASILICA DEL SANTO, ORATORIO DI SAN GIORGIO, ORATORIO DI SAN MICHELE. Il SECONDO invece è un sito seriale, detto “GREAT SPAS OF EUROPE” che raggruppa, oltre al nostro Paese, Germania, Austria, Francia, Belgio, Regno Unito e Repubblica Ceca. Si tratta di dieci siti termali storici: per l’Italia è candidata Montecatini Terme. (…) (Stefano Brambilla, 31/1/2019, da https://www.touringclub.it/)

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https://www.unesco.it/ – il sito della Commissione italiana per l’Unesco

UNESCO: QUANTO PAGHIAMO PER DIVENTARE PATRIMONIO DELL’UMANITÀ
di Milena Gabanelli, da “il Corriere della Sera” del 29/1/2019
Siamo il Paese più bello del mondo: è un fatto. La maggior parte delle bellezze mondiali, dichiarate Patrimonio dell’Umanità, si trovano in Italia. Un totale di 54 meraviglie fra monumenti, parchi, centri storici, luoghi culturali espressamente dichiarati «unici» dall’Unesco, l’organizzazione delle Nazioni Unite che ad oggi tutela 1092 luoghi sparsi in tutto il mondo.
Il riconoscimento è così prestigioso che quasi ogni anno puntiamo a incrementare la lista e di solito ci riusciamo: tranne la Valle D’Aosta e il Molise, ogni nostra regione ha uno o più siti ammessi al Patrimonio, confermando all’Italia il record indiscusso fra i 167 Paesi che possono sfoggiare il marchio Unesco.
Tutta questa bellezza ha un prezzo. Continua a leggere

GRANDI NAVI A VENEZIA: L’INCIDENTE E’ POSSIBILE, è accaduto, potrà accadere ben di peggio. Anche senza incidenti le navi da crociera distruggono la LAGUNA – Proposta per una VENEZIA SOSTENIBILE al turismo, con un PORTO OFF-SHORE (una banchina artificiale), FUORI DALLA LAGUNA, in MARE APERTO

La collisione a Venezia domenica 2 giugno, alle 8.34, nel Canale della Giudecca, tra una nave da crociera (la “MSC OPERA”) e un battello fluviale (la «RIVER COUNTESS») che in quel momento stava accogliendo i passeggeri a bordo

   La collisione a Venezia domenica 2 giugno, nel Canale della Giudecca, tra una nave da crociera (la “MSC OPERA”, nave da crociera della compagnia MSC Crociere, una compagnia di navigazione dedita al mercato delle crociere, con sede a Ginevra e sedi operative a Napoli, Genova e Venezia, a capitale interamente svizzero, con 15 mila dipendenti) e un battello fluviale (la «RIVER COUNTESS», un «lancione» turistico che in quel momento stava accogliendo i passeggeri a bordo), ha creato uno CHOC COLLETTIVO (in tutti quelli che vivono, frequentano, o solamente amano Venezia), ben oltre il danno subìto al Molo di San Basilio (presso la Stazione Marittima) e con “soli” 4 feriti non gravi.

LA MANIFESTAZIONE “NO GRANDI NAVI” DI SABATO 8 GIUGNO – http://www.nograndinavi.it/

   Choc, perché era “impossibile che accadesse”: l’idea che la tecnologia possa metterci al riparo da ogni rischio è forte, e “dobbiamo sentirci sicuri”. E poi, la grandi navi vengono traghettate quando entrano in Laguna, non può accedere alcun incidente…… E’ invece accaduto, e potrà di nuovo accadere con conseguenze ben più gravi.
Ma non è solo un fatto di incidenti di questo tipo. Le grandi navi “fanno male” alla Laguna di Venezia sempre quotidianamente: ogni volta che una nave da crociera entra dalla Bocca di Porto del Lido (con la sua stazza a volte anche superiore alle 100 mila tonnellate), oppure una petroliera entra dalla Bocca di Porto di Malamocco, i fondali della laguna ne risentono fortemente: si scatena un mini maremoto che solleva montagne di sedimenti e detriti, sospingendoli in tutte le direzioni e lasciandoli in parte in sospensione, prima che le maree le buttino fuori dalla laguna, in mare aperto (vi invitiamo qui di seguito a leggero il pezzo di Sandro Orlando, dal Corriere.it del 6 giugno scorso).

VENEZIA, COSÌ LE GRANDI NAVI HANNO MODIFICATO I FONDALI DELLA LAGUNA – Gli effetti di queste navigazioni sono ora visibili nelle immagini che l’ISMAR, l’ISTITUTO DI SCIENZE MARINE del CNR di VENEZIA, ha «scattato» nelle profondità della laguna servendosi di un ecoscandaglio ad alta risoluzione. «FOTOGRAFIE ACUSTICHE», pubblicate dalla rivista SCIENTIFIC REPORTS (NATURE), che descrivono con precisione quale sia l’impatto sull’ecosistema lagunare di questo traffico marittimo: con UN MIGLIAIO DI GRANDI NAVI DA CROCIERA CHE OGNI ANNO TRANSITANO DAVANTI AL BACINO DI SAN MARCO, per poi costeggiare PUNTA DELLA DOGANA e infilarsi nel CANALE DELLA GIUDECCA – in manovre complicatissime, come ha confermato per l’ennesima volta la collisione domenica 2 giugno della Msc Opera con un battello in prossimità del molo di San Basilio; oltre a più di tremila navi cargo che vanno su e giù per il cosiddetto canale dei Petroli tra Malamocco e Marghera, e un numero imprecisato di vaporetti, barche e barchini. (Sandro Orlando, Corriere.it, 6/6/2019)

   E non è solo un impatto ambientale per l’ecosistema lagunare: è un IMPATTO VISIVO e CONTRASTANTE con la bellezza di Venezia, nella sua delicata precarietà fatta, costruita, su fondamenta di legno, sui suoi magnifici palazzi leggiadri: tutto questo cosa ha a che fare con le mostruose dimensioni della navi da crociera che contengono anche 3 mila turisti?
L’ipotesi di dire “basta” a queste grandi navi in Laguna, vede il mondo economico, turistico, portuale, politico locale, schierati tutti contro: si è detto e si dice che «la messa in sicurezza della città non può mettere a rischio migliaia di posti di lavoro e centinaia di migliaia dell’indotto, oltre all’economia del turismo». E le lobby sempre più potenti delle compagnie navali contano molto: tutte le proteste e richieste di non far entrare in laguna queste navi vengono spente con la possibile perdita di tanti posti di lavoro (nel turismo e servizi, ma anche nella cantieristica…).

“AVARIA AL MOTORE” – “La nave di Msc aveva un’avaria al motore, segnalata subito dal comandante. Il motore era bloccato, ma in spinta, perché la velocità aumentava, come confermano i tracciati Ais”. Lo ha spiegato Davide Calderan, presidente della Rimorchiatori Uniti Panfido, la società che con due imbarcazioni stava guidando la “Msc Opera” all’arrivo in marittima, prima dell’incidente. I due rimorchiatori hanno cercato di fermare il ‘gigante’, fino a quando un cavo di traino si è rotto, tranciato dall’impatto con il battello fluviale.

   Il «piano» del 2017 di dirottare le navi da crociera verso porto Marghera, utilizzando il canale dei petroli (entrando dalla Bocca di Porto di Malamocco) sembra bocciato da una parte del governo, ritenendolo troppo pericoloso (con la convivenza con le petroliere) (e noi condividiamo la preoccupazione). E sembra sia stato rimesso nel cassetto ancor più il progetto di fare avvicinare le navi al terminal veneziano attraverso il canale Vittorio Emanuele (che è parallelo al ponte della Libertà) che comunque andrebbe dragato (cioè scavato, “approfondito”).

da corriere.it: foto CNR

   Le tre ipotesi del ministro dei trasporti attuale (Toninelli) (il Ministero dei trasporti è competente a decidere su questa cosa, ma deve pure cercare il consenso delle autorità politiche e portuali locali, il cosiddetto Comitatone -Comitato interministeriale di indirizzo-…) sono: a-CHIOGGIA (appena dentro la laguna), con rafforzamento delle banchine esistenti; b-SAN NICOLÒ al Lido (però fuori dalla Laguna, con la creazione di una banchina artificiale); c-MALAMOCCO (più o meno con le stesse caratteristiche di San Nicolò). A parte Chioggia, che ci sembra un po’ troppo lontana (alla fine della Laguna Sud, e in ogni caso si rimarrebbe dentro la Laguna), le altre due qui sopra riportate possibilità appaiono concrete (a nostro avviso).
Noi riteniamo che proprio la situazione di CRISI DA TURISIMO ECESSIVO di Venezia, e di IRREVERSIBILE DANNO ALL’ECOSISTEMA LAGUNARE richieda scelte coraggiose: per questo diciamo che le grandi navi da crociera in nessun modo dovrebbero (devono) entrare nella Laguna di Venezia.

Nel grafico il luogo dove è avvenuto lo schianto della Msc Opera e le possibili alternative allo studio per l’attracco delle grandi navi da crociera (da Corriere del Veneto)

   Sui problemi dell’indotto turistico (ma siamo sicuri che, dati i numeri di turisti a Venezia, ci si accorgerà del problema?..e non si potrà riconvertire gli attuali addetti alle grandi navi in altri servizi alla città?); e, se si vuole (questo sì), del business delle crociere (delle potenti compagnie navali); e della cantieristica italiana che potrebbe perdere commesse (questo ci pare un problema più serio)… ebbene noi pensiamo CHE LA SOLUZIONE ALTERNATIVA è un porto OFF-SHORE, una BANCHINA ARTIFICIALE fuori della Laguna, in mare aperto: la si può fare in tempi ragionevoli, e i costi non necessariamente sono superiori agli interventi necessari per le ipotesi “dentro la Laguna”.

percorso proposto dal Comune di Venezia e dalla Regione Veneto

   Quanto tempo ci vuole e nel frattempo cosa si fa? Nel frattempo si applica il decreto del Governo Monti (Clini-Passera) che dal 3 marzo 2012 vieta il transito di navi con una stazza superiore alle 40 mila tonnellate (e la Msc Opera pesa 65 mila tonnellate, non doveva esserci). Cioè non si permette il passaggio, e si aspetta l’entrata in funzione della banchina off-shore in mare aperto (vedrete che sarà costruita in tempi più che rapidi). (s.m.)

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L’INCIDENTE (foto Ansa) – IL COMANDANTE: “PERDITA DI COMANDI” – “Presumibilmente c’è stata una perdita dei comandi…”. Pochi minuti di conversazione, tra la sala operativa della Capitaneria di Porto, e il ponte comando della ‘Msc’ spiegano la drammaticità dell’incidente avvenuto a Venezia. Questo il dialogo tra i soccorritori e la nave. “…Ci aggiorna sulla situazione in corso? cambio”. “E’ il pilota che parla, il comandante è impegnato… Al momento siamo sulla nave con la prua preminentemente appoggiata al ’29’, abbiamo il rimorchiatore di prua che ha rotto il cavo ed in assistenza al ‘River Countess’, che è sul nostro fianco sinistro. A poppa abbiamo sempre mantenuto il rimorchiatore con il cavo e siamo fermi”. La telefonata continua: “Abbiamo dato ordine di dar fondo alle due ancore e di agguantarle, abbiamo messo i rimorchiatori di prua in forza ad allargare lato opposto al 29, e quello di poppa in frenata a tutta forza per fermare l’abbrivio della nave, ma dal ponte non abbiamo compreso bene cosa sia successo”.

L’INCIDENTE NEL CANALE DELLA GIUDECCA

di Dino Martirano, da “Corriere.it” del 3/6/2019
– Scontro tra navi a Venezia, indagati pilota e comandante della nave. Lega e 5 Stelle litigano pure sulle navi. Crociera annullata e biglietti rimborsati. Il ministro dei Trasporti: abbiamo tre ipotesi di approdi alternativi per le grandi navi. Salvini: si muova –
Crociera della Msc annullata (con biglietti comunque rimborsati), in un mare di polemiche: con la Lega e il M5S che ora litigano anche sui progetti degli approdi alternativi per le grandi navi, fuori o dentro la laguna di Venezia. Dopo la collisione nel Canale della Giudecca — tra una nave da 65 mila tonnellate e un battello fluviale: 4 feriti, inchiesta aperta, indagati il pilota e il comandante della Msc — il governo si è preso tutto giugno per decidere.
E di sicuro l’esecutivo ha già stracciato il «piano» del 2017 di dirottare i «bestioni del mare» verso porto Marghera, utilizzando il canale dei petroli. Rimesso nel cassetto anche il progetto di fare avvicinare le navi al terminal veneziano attraverso il canale Vittorio Emanuele (parallelo al ponte della Libertà) che comunque andrebbe dragato.
Il ministro Danilo Toninelli (Infrastrutture) ha in mente tre ipotesi: Chioggia (appena dentro la laguna), con rafforzamento delle banchine esistenti; San Nicolò (fuori una delle bocche di porto che danno accesso alla laguna), con la creazione di una banchina artificiale; Malamocco (più o meno con le stesse caratteristiche di San Nicolò). «La terza appare remota, ma entro giugno il Mit deciderà se adottare la prima o la seconda opzione», fanno sapere dallo staff di Toninelli. Però, aggiungono le fonti ministeriali, «è allo studio, per una fase transitoria, anche un graduale contingentamento della grandi navi da fare entrare in laguna». Con quale criterio? Per ora non è dato saperlo. A meno che non ci si affidi a un tetto di tonnellaggio che poi è implicito anche nel «super vincolo» posto a ottobre 2018 dal ministro grillino Alberto Bonisoli (Beni culturali) sui grandi canali veneziani, contro il quale già sono partiti i ricorsi al Tar (Comune e Autorità portuale).
Il vicepremier Matteo Salvini ha suonato la sveglia al collega Toninelli: «C’è un progetto per le navi… Bene, si faccia e subito». Così a stretto giro di posta il ministro 5 Stelle ha poi replicato al Tg Veneto di Rai3: «Non esiste e non è mai esistito un progetto Marghera…e questo significa che il sottoscritto e il mio ministero non ha bloccato nulla». Eppure osserva Nicola Pellicani del Pd, che chiede al ministro di riferire in aula, «Toninelli in un anno non ha deciso nulla: l’ultimo Comitatone (governo, comune, regione, autorità portuale, ndr) è stato convocato il 7 novembre 2017 da Delrio individuando la soluzione condivisa» del terminal di Marghera. (Dino Martirano)

LA GRANDE PAURA – Nell’urto alcune persone sono state sbalzate in acqua, quattro i feriti a bordo della Msc, in condizioni non gravi. Sono tutte donne, turiste straniere. Arrivati sul posto, vigili del fuoco e polizia hanno allestito i soccorsi. L’incidente ha turbato i tradizionali preparativi per lo sposalizio con il mare che si tiene tutti gli anni a Venezia e coinvolge numerose imbarcazioni. Accade proprio nel periodo in cui si è fatta più decisa la protesta delle associazioni che chiedono che venga vietato il passaggio delle grandi navi in Laguna, dopo il parere positivo per il loro stazionamento a Marghera arrivato di recente dall’Unesco.

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mappe barimetriche (da http://www.velaveneta.it/)

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FONDALE CHIOGGIA (da Corriere.it, foto CNR)

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BANKSY E IL QUADRO SULLE GRANDI NAVI A VENEZIA – Lo street artist, o chi per lui, pubblica un video dove espone quadri sulle grandi navi e lamenta di non essere stato invitato dalla mostra

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Il cartoon di Celentano profetico con la grande nave che si schianta a San Marco

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VENEZIA COLLISIONE CON BATTELLO, FERITI E POLEMICHE

GRANDI NAVI, PERCHÉ NON DECIDETE?

di Gian Antonio Stella, da “il Corriere della Sera” del 3/6/2019
E se succede a Venezia? «Uffa!», sbuffavano fino a ieri mattina i sostenitori delle Grandi Navi. E attaccavano a snocciolare contro i soliti gufi una miriade di dati, calcoli, portolani, algoritmi, sigle imperscrutabili di strumentazioni spaziali che mai e poi mai avrebbero consentito un incidente nel canale della Giudecca eccetera eccetera… È successo davvero. E tutte le chiacchiere sono state spazzate via.
Erano le 8:34. Entrata dalla bocca di porto di San Nicolò e diretta verso la Marittima, la nave da crociera «Msc Opera» procedeva lungo il canale veneziano a 5,3 nodi. Tanti, Continua a leggere