Mappa aggiornata quotidianamente della diffusione del Coronavirus nel mondo

CORONAVIRUS COVID-19 Global Cases by the Center for Systems Science and Engineering (CSSE) at JOHNS HOPKINS UNIVERSITY (JHU) – (CLICCA IL LINK QUI SOTTO PER INGRANDIRE L’IMMAGINE ED AVERE LA SITUAZIONE AD ADESSO, AL MOMENTO CHE LEGGI: https://gisanddata.maps.arcgis.com/apps/opsdashboard/index.html#/bda7594740fd40299423467b48e9ecf6)

……………………………

IL LITIO e la geografia della transizione ecologica delle materie prime – il LITIO per le batterie delle AUTO ELETTRICHE (e gli altri prodotti elettrificati) non può portare a un NEOCOLONIALISMO ESTRATTIVO – A Cile, Bolivia, Argentina si aggiunge il progetto in SERBIA – Come non ripetere gli errori del passato

“(…) La BOLIVIA possiede la più grande riserva di LITIO al mondo: il SALAR DE UNUY, una gigantesca distesa di sale di 10 mila km. Posto sulle ANDE a un’altitudine di 3.600 metri, è un luogo impressionante dove lo scintillio del sale confonde cielo e terra creando un unico manto lattiginoso visibile anche dallo spazio; nel tempo è diventato una visitatissima ZONA TURISTICA, con tutti i pro e contro che questo significa, ed ora a interferire con i DELICATISSIMI EQUILIBRI SOCIO-ECOLOGICI di una riserva naturale abitata da COMUNITÀ INDIGENE è arrivata anche l’ESTRAZIONE del LITIO. (…)” (Serena Tarabini, da “IL MANIFESTO” del 24/3/2021) (nella FOTO: Salar de Unuy, BOLIVIA – da Wikipedia)

   Da mesi ci sono dure proteste ambientaliste in Serbia (le più recenti nei primi giorni di gennaio, ma iniziate negli ultimi mesi del 2021) per chiedere al governo di respingere la possibile costruzione di una miniera di litio nella Serbia Occidentale. Le proteste sono giunte dopo che la Rio Tinto, la seconda società mineraria e di metalli al mondo, ha annunciato di voler dar vita a una grande miniera di LITIO in Serbia, nella Valle del fiume Jadar, a ovest di Belgrado e ai confini con la Bosnia.

   La multinazionale anglo-australiana stima che nei previsti 40 anni di vita, la miniera produrrà 2,3 milioni di tonnellate di carbonato di litio per batterie (un minerale fondamentale per le batterie dei veicoli elettrici, e per lo stoccaggio di energia rinnovabile); e pure 160.000 tonnellate di acido borico necessario per le apparecchiature per le energie rinnovabili come i pannelli solari e le turbine eoliche.

SERBIA: LE PROTESTE CONTRO IL PROGETTO DI ESTRAZIONE DEL LITIO – “(…) EPICENTRO DELLE PROTESTE è LOZNICA, cittadina della Serbia nord-occidentale al confine con la Bosnia-Erzegovina. Qui, nella VALLE DEL FIUME JADAR, sono custodite le più grandi riserve di litio in Europa e tra le più grandi al mondo, elemento essenziale nella produzione di batterie per le auto elettriche. La spinta alla decarbonizzazione ha accelerato i piani della multinazionale anglo-australiana che già da tempo aveva puntato gli occhi sulla valle del Jadar. E così dopo un’esplorazione lo scorso anno dei territori intorno a Loznica del valore di 200 milioni di dollari, Rio Tinto è passata all’azione, annunciando un investimento da 2,4 miliardi di dollari per la costruzione di quella che si ritiene sarà la più grande miniera di litio nel continente europeo. (…)” (Alessandra Briganti, da IL MANIFESTO) (nella FOTO: Autostrada bloccata in Serbia per la manifestazione contro la miniera di litio, foto da https://www.repubblica.it/)

   L’epicentro delle proteste è LOZNICA, cittadina della Serbia nord-occidentale al confine con la Bosnia-Erzegovina. Qui, nella VALLE del FIUME JADAR, sono state scoperte le più grandi riserve di litio in Europa e tra le più grandi al mondo. Poi la protesta (anche a Belgrado) ha messo insieme l’annoso ed irrisolto problema dell’inquinamento atmosferico (soprattutto nella capitale), con appunto i controversi investimenti in campo minerario che, secondo attivisti e organizzazioni ambientaliste, rischiano di compromettere in modo irreparabile il territorio serbo: e proprio tra questi, in particolare c’è la miniera da due miliardi e mezzo di dollari di investimento progettata dalla Rio Tinto; ma anche lo sfruttamento dei giacimenti di rame a BOR, non lontano dal confine bulgaro, da parte della compagnia cinese Zijin.

“(…) La VALLE del JADAR è un’area rurale importante per la SERBIA. Inoltre, spiega al Guardian Dragana Dordevic, professoressa dell’Università di Belgrado, qui si trovano i BACINI dei FIUMI DRINA e SAVA, da cui circa 2,5 milioni di persone vengono rifornite di acqua. Bacini che, spiega la docente, sono in pericolo: ‘Tali miniere sono per lo più aperte nei deserti proprio a causa dell’effetto dannoso sull’ambiente e sulla biodiversità’. (…)” (Dario Prestigiacomo, da https://europa.today.it/ del 13/12/2021) (la MAPPA della VALLE del JADAR è tratta da www.rainews.it/)

   Ora pare che il progetto del gigante anglo-australiano si sia (temporaneamente) fermato dopo così tante e tenaci proteste dei cittadini della Valle di Jadar e degli ambientalisti. Tutto bloccato, sembra, per ora, dinanzi ai timori di inquinamento (delle acque, del suolo) paventate dagli oppositori e dimostrate in altre parti del pianeta (specie nel Sud del mondo) nell’estrazione di questo materiale prezioso per l’elettrificazione, com’è il litio. Ma è più che sicuro che il progetto si riproporrà al più presto.

   Perché l’UE attualmente importa il litio per le batterie da fuori Europa. E la Serbia è un membro candidato a entrare nella UE, e la Commissione europea è chiaramente favorevole al progetto (la disponibilità di avere “in casa” il prezioso minerale, appena la Serbia sarà accolta); dall’altra ovviamente il presidente serbo Aleksandar Vucic e il suo governo non possono che essere favorevoli: una buonissima entrata finanziaria e un modo anche per accreditarsi con l’Europa nella velocizzazione della procedura di adesione. A spingere poi sembra ci siano le case automobilistiche tedesche, costrette ora a importare con difficoltà il minerale. Pertanto la battuta di arresto ambientalista e di preoccupazione e rifiuto della popolazione locale che dovrà convivere con la miniera, sono un ostacolo che da più parti si cercherà di rimuovere celermente.

– Il 65% del litio viene utilizzato nelle batterie (di vario tipo); il 18% nella produzione di materiali ceramici e vetro; il 5% nella produzione di grassi lubrificanti; il restante 12% ha altre destinazioni finali.
– Con 8 milioni di tonnellate, il Cile ha le maggiori riserve di litio a oggi conosciute, poi vengono l’Australia con 2,7 milioni di tonnellate, l’Argentina con 2 milioni e la Cina con 1 milione.
– Appartiene al primo gruppo (metalli alcalini). Il litio, nella sua forma pura, è un metallo tenero color argento, che si ossida rapidamente a contatto con l’aria o l’acqua.
(nell’immagine qui sopra: TABELLA ESTRAZIONE DEL LITIO e riserve disponibili tra Paesi, da https://www.flottefinanzaweb.it/)

   Ma è veramente pericolosa (e come) l’estrazione del litio in quel luogo della Serbia? Nella Valle di Jadar si trovano i bacini dei fiumi Drina e Sava, da cui circa 2,5 milioni di persone vengono rifornite di acqua. L’attività mineraria, secondo molti, è difficile che possa convivere con il sistemi naturali idrici dei luoghi in cui avviene. Quella poca informazione esistente sui danni all’ambiente causati dall’estrazione del litio spesso è stata commissionata (l’indagine) dalle compagnie estrattive stesse, informazioni che (c’è da pensare) siano molto interessate a far apparire queste forme estrattive più che compatibili. Significativo però che adesso alcune case automobilistiche vogliano “mettere le mani avanti” e pure loro studiare la sostenibilità di questa produzione mineraria.

“(…) Dal 2035 (fra soli 13 anni) in Europa non potranno più essere vendute automobili a motori termici a benzina o diesel. È ormai da tempo in corso una ristrutturazione industriale senza pari nel mondo dell’automobile e tutti i maggiori marchi automobilistici stanno andando verso l’ELETTRIFICAZIONE dei veicoli, da ibridi a plug-in a 100% elettrici. La vettura 100% elettrica promette (e mantiene) zero emissioni di CO2 durante l’utilizzo, tuttavia per affrontare correttamente il problema occorre valutare l’intero ciclo vitale, dalla produzione all’utilizzo, fino allo smaltimento. (…)” (Fabio Marzocca, 24/9/2021, da https://www.acronico.it/) (nell’immagine qui sopra: MAPPA LITIO nel mondo, da https://www.nogeoingegneria.com/)

   Il paradosso dei metalli per la green revolution è che il loro accaparramento spesso distrugge l’ecosistema; e attualmente esistono ben poche garanzie per regole e risarcimenti.

   E’ così probabile che il 2022 vedrà tra le sue sfide anche quella del modo di procurarsi, da parte degli Stati e delle aziende automobilistiche, del litio (ma anche di altri preziosi materiali, come il cobalto) per la realizzazione delle batterie per le auto elettriche. Il metallo, specie in Europa ma in tutti i Paesi ricchi, fa gola a molti e può innescare tensioni e strategie geopolitiche.

“(…) L’ESTRAZIONE del LITIO dal terreno può avvenire in DUE MODI: CON L’ATTIVITÀ MINERARIA e CON LA SALAMOIA DELLE SALINE, CIOÈ PER AFFIORAMENTO. In entrambi i casi, si tratta di ATTIVITÀ DAL FORTE IMPATTO AMBIENTALE, come testimonia una inchiesta del Guardian, ripresa da Internazionale, su quanto sta avvenendo in CILE, il Paese con le più grandi riserve mondiali del materiale indispensabile per costruire le batterie ricaricabili e al secondo posto, dietro l’Australia, per produzione annua (…)” (da https://www.flottefinanzaweb.it/) (nella FOTO qui sopra: Cantiere di estrazione e prima lavorazione del litio nel deserto di Uyuni in Bolivia, foto da www.corriere.it/)

   In questo momento alcune grandi aziende automobilistiche impegnate nello sviluppo dell’auto elettrica (specie tedesche, come Volkswagen e Mercedes) riconoscono la necessità di un controllo diretto dell’attività mineraria per renderla sostenibile con l’ambiente che vanno ad intaccare. Forse per questo (concentrandoci sui minerali più strategici per l’elettrificazione, il litio e in parte il cobalto) non a caso le miniere sono finora per lo più aperte nei deserti proprio a causa dell’effetto dannoso sull’ambiente e sulla biodiversità (il triangolo geografico mondiale del litio è tra Bolivia, Cile e Argentina); oppure in aree africane poverissime (come il cobalto nel sud del Congo) dove egemonie locali e paesi esteri predatori fanno quello che vogliono ai danni dell’ambiente e delle popolazioni locali (in Congo i bambini lavorano in queste miniere).

“(…) L’elemento centrale di un’autovettura elettrica è rappresentato dalle batterie per l’immagazzinamento dell’energia. Queste hanno bisogno di numerose materie prime, ma fra queste le più importanti sono il LITIO e il COBALTO. Nel mondo, attualmente, quasi tutto il COBALTO viene estratto dalle miniere del sud del CONGO, in condizioni disumane per i minatori. AMNESTY INTERNATIONAL e UNICEF hanno recentemente pubblicato un documento in cui denunciano l’impiego di oltre 40mila BAMBINI all’estrazione del cobalto (…)” (Fabio Marzocca, 24/9/2021, da https://www.acronico.it/) (nella FOTO: Baby-minatore in Congo per l’estrazione del cobalto, foto da https://www.acronico.iy/)

   Pertanto, si capisce che dove si può esprimere la propria contrarietà, più o meno democraticamente, difficile è superare l’opposizione alle nuove miniere. Serve per questo un nuovo approccio nella necessità di trovare questi minerali: garantire estrazioni di queste nuove materie prime senza impatti ambientali e sociali; che le popolazioni autoctone non ne abbiano un danno ma eventualmente dei vantaggi di benessere e affrancamento (nel Sud e nel Nord del pianeta).

“(…) IL 62% DELLE RISERVE MONDIALI DI LITIO sono rappresentate dalle SALINE e l’80% di queste riserve si trova nel triangolo tra ARGENTINA, CILE e BOLIVIA. (…) DEPOSITI DI LITIO IN NATURA SI TROVANO anche nelle rocce e ricavarlo, come avviene per esempio in Australia o in Cina, ha un certo costo, sia economico che ambientale. Nelle saline invece il litio viene ricavato semplicemente facendo evaporare l’acqua per mezzo della radiazione solare: niente esplosivi, niente pile di rocce sterili, niente residui tossici. Ma questo non significa che non ci possano essere delle conseguenze. (…)” (Serena Tarabini, da “Il Manifesto” del 24/3/2021) (FOTO: SALINE con grumi per ricavare il litio, foto da  www.repubblica.it/)

   La transizione ecologica vorrebbe (vuole) un approccio nuovo al mondo (umano, animale e vegetale); ma per realizzarla, come nel caso dell’elettrificazione dei veicoli, rischia di andare contro i suoi stessi principi, quando cerca di accaparrarsi negli stessi modi di prima le nuove materie prime (come è il caso del litio). E’ necessario evitare, non replicare, gli errori del passato. Vanno trovate le soluzioni perché ciò non accada.

   L’opportunità data pur dalla negativa situazione del riscaldamento climatico è quella di cambiare i rapporti di sfruttamento sull’ambiente e sui paesi cosiddetti poveri del mondo. Per riuscire nella riconversione ecologica non si può che unire le forze tra i popoli: una svolta sociale. Per le auto elettriche il litio (il nuovo petrolio) va pagato al prezzo giusto e può (deve) diventare occasione di affrancamento culturale ed economico di parte del Sud del pianeta (cioè realizzare il volto migliore della globalizzazione). (s.m.)

………..…………….

LOZNICA, nella Valle dello Jadar, luogo delle proteste contro la proposta di miniera di LITIO (vedi nella MAPPA: si trova a ovest di Belgrado ai confini con la Bosnia Erzegovina (MAPPA da https://www.treccani.it/)

……………………….. 

IL LITIO IN EUROPA (SERBIA) APRE LA SFIDA DEI METALLI PER IL 2022

di Violetta Silvestri, 28/12/2021, da https://www.money.it/

– In Europa la miniera di litio serba già sta facendo scalpore: il gigante Rio Tinto ha interrotto i lavori. Perché? Il 2022 segnerà la sfida su uno dei metalli più ricercati per la transizione green –

   L’estrazione del metallo è vitale per la rivoluzione dei veicoli elettrici e sarebbe un potenziale vantaggio economico per la Serbia (dove è stato scoperto un giacimento), aiutando l’accesso in Europa a una risorsa strategica.

   Ma il progetto del gigante australiano Rio Tinto si è fermato dopo tante e tenaci proteste dei cittadini della valle serba di Jadar, dove era nato il progetto di uno dei più grandi giacimenti di litio d’Europa.

   Tutto bloccato, dinanzi a timori ambientalisti – il paradosso dei metalli per la green revolution è che il loro accaparramento spesso distrugge l’ecosistema – e poche garanzie per regole e risarcimenti.

   Il 2022 vedrà tra le sue sfide anche quella del litio in Serbia? Il metallo in Europa fa gola a molti e può innescare tensioni e strategie geopolitiche

La miniera di litio in Serbia non si farà (per ora)

Le ultime novità sull’ambizioso progetto di Rio Tinto per estrarre litio in Serbia raccontano del colosso che ha deciso di fermarsi.

   Troppe le proteste ambientaliste, evidente la titubanza del presidente serbo che si prepara alle elezioni dell’anno prossimo e palese la volontà della città di Loznica (in Serbia) che ha ritirato una decisione di zonizzazione per consentire lo sviluppo industriale nella valle.

   Il presidente serbo Aleksandar Vucic, che sostiene la miniera, ha affermato che non procederà a meno che il Paese non sostenga il progetto e non vengano applicati gli standard ambientali. La controversa legge sull’espropriazione dei terreni, necessaria per gli scavi di Rio Tinto, tornerà in Parlamento.

   La multinazionale mineraria, che si è impegnata a investire 2,4 miliardi di dollari per costruire il giacimento di litio, ha insistito sul fatto che non abbandonerà lo sviluppo del territorio e ha promesso un maggiore dialogo con la gente del posto. Per conquistare i locali ha ristrutturato scuole e impianti sportivi.

   Rio Tinto ha affermato che l’effetto ambientale dei pozzi profondi 500 metri, di un impianto di lavorazione e di un impianto di stoccaggio dei rifiuti sarebbe minimo.

   Ma i manifestanti e gli ambientalisti credono che il progetto distruggerebbe terreni agricoli preziosi.

“Non c’è alcuna possibilità che questa miniera possa estrarre il litio in modo ecologicamente sostenibile”, ha affermato Savo Manojlovic, leader di Kreni Promeni (Go, Change), il principale gruppo dietro le proteste. “Questa non è come la passione verde dell’occidente. Per noi è una questione di sopravvivenza.”

   Il caso racconta molto delle prossime sfide del mondo più verde. Le proteste in Serbia riflettono una battaglia più ampia che l’industria mineraria e i responsabili politici devono affrontare nel passaggio a un’energia pulita.

   Elettrificare l’economia globale richiede più minerali come rame, litio e cobalto, ma sta diventando sempre più difficile superare l’opposizione alle nuove miniere. E, soprattutto, garantire sfruttamenti responsabili e con impatti ambientali e sociali limitati.

Cosa significa (anche per l’UE) sfruttare il litio serbo?

Pur con tanti dubbi, la Serbia stava facendo affidamento a questa preziosa scoperta.

   La produzione economica pro capite del Paese balcanico è circa un terzo dell’Europa occidentale e Belgrado sperava che il litio diventasse un pilastro economico. Rio afferma che la miniera contribuirebbe direttamente all’1% e indirettamente al 4% del PIL del Paese.

   Il Governo vedeva ulteriori vantaggi nel rendere Jadar parte di una catena di fornitura di metalli per batterie, dall’estrazione mineraria alla produzione di veicoli elettrici.

   L’impatto economico totale, compresi altri investimenti, potenzialmente promette di essere superiore a 10 miliardi di euro all’anno, fino al 22% del PIL.

   Secondo i documenti visionati dal FT, Belgrado aveva messo in conto che la cinese CATL, il più grande produttore di batterie al mondo per quota di mercato, investisse fino a 2,5 miliardi di euro. Altri produttori di batterie come la tedesca Varta o la slovacca InoBat, una società sostenuta da Rio, poteva aggiungere altri 1,5 miliardi di euro. Una casa automobilistica come Volkswagen poteva investire 3 miliardi di euro nella produzione di veicoli elettrici.

   Oltre alle sue conseguenze economiche, la miniera poteva innescare un importante impatto geopolitico. La Serbia lotta per avere influenza nei Balcani tra UE, Russia e Cina.

   Il litio dava a Belgrado la possibilità di esercitare un’influenza maggiore sull’UE, che è rimasta indietro rispetto alla Cina nella corsa ai materiali per le batterie, e in particolare alla Germania, le cui case automobilistiche vogliono procurarsi le batterie localmente piuttosto che dipendere da Pechino.

   Tutto fermo, per ora. C’è da scommettere che si tornerà a parlare del litio serbo. Anche perché il presidente Vucic ha promesso di coinvolgere l’Unione Europea per garantire un’estrazione sicura. (Violetta Silvestri, 28/12/2021, da https://www.money.it/)

………………………………

SERBIA: CONTINUANO LE PROTESTE CONTRO L’ESTRAZIONE DI LITIO

di Anna Peverieri, da https://sicurezzainternazionale.luiss.it/ del 4/1/2022

– Centinaia di manifestanti in Serbia hanno bloccato il traffico in diverse località del Paese, il 3 gennaio, per protestare contro la possibile creazione di miniere per l’estrazione di litio –

   A riportare la notizia, il 3 gennaio, è stata l’emittente indipendente RFE/RL. È da settimane che continuano le proteste ambientaliste, organizzate da manifestanti per esortare il governo a respingere la possibile costruzione di una miniera di litio nella Serbia Occidentale.

   Le proteste sono giunte dopo che la Rio Tinto, la seconda società mineraria e di metalli al mondo, con sede a Londra, ha annunciato di studiare il possibile sviluppo di una miniera di litio in Serbia. Gli esperti ritengono che il Paese potrebbe ospitare una delle più grandi strutture estrattive d’Europa. La miniera avrebbe il potenziale di generare entrate significative dall’esportazione, nonché creare numerosi posti di lavoro per la Serbia, soprattutto se il Paese decidesse di raffinare localmente il litio e di sviluppare impianti di batterie a base del materiale.  

   Da parte sua, Rio Tinto ha ribadito che rispetterà le leggi e gli standard ambientali, ma i gruppi ecologisti temono che le miniere di litio possano arrecare gravi danni all’ambiente. Ad oggi, la società ha effettuato solo esplorazioni. “Rio Tinto deve lasciare la Serbia”, ha dichiarato Aleksandar Jovanovic, uno dei leader della protesta. Tali progetti sono sostenuti dal presidente serbo, Alaksandar Vucic, che ha più volte condannato le manifestazioni, definendole “politiche”. Tuttavia, il leader di Belgrado ha assicurato che non verranno implementati i piani per la costruzione delle miniere finché non saranno completate le dovute valutazioni ambientali.

Il litio rappresenta una materia prima fondamentale per la produzione di gran parte delle moderne apparecchiature tecnologiche, anche in campo militare. Inoltre, si prevede che, nei prossimi anni, la domanda di auto elettriche alimentate a batteria al litio possa subire un brusco aumento, soprattutto perché Stati Uniti, Europa e Cina stanno tentando di ridurre le emissioni di carbonio.

   A livello globale, la disponibilità del litio resta limitata e, al momento, il suo mercato starebbe assistendo ad una fase di cambiamento. Dopo un periodo di disponibilità in eccesso rispetto alla domanda che si è protratto fino al 2018, la situazione è cambiata con la crescita del settore delle auto elettriche, soprattutto a partire dalla scorsa estate.

   Nel mese di gennaio 2021, le vendite di automobili elettriche in Asia sarebbero triplicate rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Al contempo, anche in Europa il mercato delle automobili alimentate con fonti alternative ha superato quello di veicoli alimentati a diesel per la prima volta, nel terzo trimestre del 2020. In tale contesto, è iniziata a verificarsi una carenza nelle forniture di litio. Secondo alcuni esperti citati da Global Times, nel 2020, per la prima volta, l’equilibrio tra offerta e domanda di litio è stata in deficit.

   In tale quadro, è importante sottolineare che la Serbia è chiamata a far fronte i suoi problemi ambientali per avanzare verso l’adesione all’Unione Europea. Vucic ha più volte espresso l’intenzione di favorire l’ingresso di Belgrado nell’UE, ma, al contempo, ha anche promosso stretti legami con Russia e Cina.

   Quanto a quest’ultima, sono stati attivati numerosi investimenti cinesi nel settore minerario e infrastrutturale serbo. Mosca, invece, ha approfittato delle recenti controversie tra Serbia e Kosovo per riavvicinarsi allo storico alleato. Nei mesi di settembre e ottobre, le tensioni tra Serbia e Kosovo si sono riacuite a causa di una controversa disputa sulle targhe, culminata con il dispiegamento di veicoli blindati e truppe lungo i confini che i due Paesi condividono.

   Sebbene la crisi sia poi stata risolta, il 30 settembre, grazie ad un accordo mediato dall’Unione Europea, la Russia ha colto l’occasione per riemergere negli affari serbi. Nell’ultimo periodo, il focus è stato posto sulle questioni ambientali, sia in Serbia sia in altre nazioni balcaniche, a causa dell’inquinamento dell’aria e dell’acqua. I manifestanti hanno organizzato le varie proteste durante i fine settimana per condannare le autorità serbe, che sembrerebbero favorire gli interessi degli investitori stranieri. (Anna Peverieri, da https://sicurezzainternazionale.luiss.it/ del 4/1/2022) 

………………………………. 

LA PIÙ GRANDE MINIERA DI LITIO IN EUROPA MOSTRA IL LATO OSCURO DELLA TRANSIZIONE ECOLOGICA

di Dario Prestigiacomo, da https://europa.today.it/ del 13/12/2021 Continua a leggere

IL NUCLEARE È ENERGIA VERDE IN EUROPA?? – La ripresa del progetto nucleare (per aiutare la FRANCIA a risistemare le sue obsolete centrali) con l’inserimento dei reattori atomici tra le energie pulite sembra (è) cosa fuori del tempo (e la GERMANIA si astiene, pur chiudendo le sue centrali) – E l’ITALIA?

“(…) IL DADO È (QUASI) TRATTO – IL VIA LIBERA A NUCLEARE E GAS È SCRITTO nella bozza della “tassonomia” che Bruxelles si appresta a sottoporre a governi e Parlamento europeo. Le forti pressione della FRANCIA per l’inclusione dell’atomo hanno pagato. Nel frattempo la GERMANIA avvia lo spegnimento di tre centrali e si appresta a dare l’addio definitivo al nucleare. IL NUCLEARE SARÀ INCLUSO TRA LE FONTI ENERGETICHE INDICATE DALLA COMMISSIONE UE COME MERITEVOLI DI RICEVERE UN SOSTEGNO ECONOMICO nell’ottica di riduzioni delle emissioni. La decisione, più volte rinviata, non sorprende ed era stata preannunciata da diversi esponenti della Commissione durante le scorse settimane. Ora però L’OK È SCRITTO NERO SU BIANCO. In questi mesi Bruxelles è stata oggetto di forti pressioni da parte dei paesi che hanno sposato l’atomo. In primis la FRANCIA, che dal nucleare ottiene circa il 70% dell’energia che consuma, ma che deve affrontare un ingente programma di ammodernamento e manutenzione dei suoi impianti. (…)” (da IL FATTO QUOTIDIANO del 1/1/2021) – (l’immagine qui sopra è ripresa da https://www.qualenergia.it/ )

   La Commissione Europea ha preso una decisione, in tema di impianti energetici, che sconfessa la sua volontà, finora espressa, di perseguire un Green Deal. Infatti il nucleare viene incluso tra le fonti energetiche indicate dalla Commissione come meritevoli di ricevere un sostegno economico: questo nell’ottica delle riduzioni delle emissioni, cioè che le centrali nucleari non producono Co2, e allora vanno bene. La bozza del piano elaborato dalla Commissione Ue, prevede infatti l’inclusione proprio del nucleare (a del gas naturale) nella tassonomia Ue (cioè nella lista delle attività definite sostenibili da Bruxelles).

“(…) A metà 2021 si contavano 415 reattori nucleari in funzione in 33 paesi, sette reattori in più rispetto a metà 2020, con una potenza elettrica installata (parliamo cioè delle centrali in funzione) superiore dell’1,9% a quella dell’anno precedente: ciononostante, nel 2020 il parco nucleare mondiale ha generato il 3,9% in meno di elettricità rispetto al 2019. Si è trattato del primo calo nella produzione di energia nucleare dal 2012, quando molti reattori furono chiusi sulla scia del disastro nucleare di Fukushima. (…)” (da https://www.reteclima.it/, 16/12/2021) (nell’immagine: la situazione degli impianti nucleari nel mondo – sempre da https://www.reteclima.it/)

   E’ evidente che questa decisione è pesantemente condizionata dalla Francia, che dal nucleare ottiene circa il 70% dell’energia che consuma; ma che anche deve affrontare un ingente programma di ammodernamento e manutenzione dei suoi impianti (la maggior parte molto vecchi). Un piano che, secondo il gruppo Edf (l’Enel francese) costerà almeno 50 miliardi di euro (e c’è bisogno dell’aiuto Ue).

   Interessante il fatto che se “solo” Germania, Austria, Spagna e Lussemburgo si sono all’inizio opposte a questa decisione, nel giro di 24 ore la Germania ha fatto sapere, attraverso il nuovo cancelliere Scholz, che non si opporrà più, che si asterrà su questa decisione. Una decisione necessitata dal mantenere stretti rapporti di amicizia con la Francia, oltreché forse dal fatto che la Germania (che sta spegnendo tre delle sue ultime sei centrali nucleari) si è accorta di avere molto pochi alleati per un’eventuale opposizione. E anche della necessità di aiutare l’alleato Macron che in aprile di quest’anno dovrà affrontare non facili elezioni presidenziali per una sua possibile riconferma.

“(…) Il ruolo dell’energia nucleare mostra il suo costante declino nel contributo alla produzione di elettricità a livello globale, scendendo da un picco del 17,5% del 1996 al 10,1% nel 2020. Per quanto riguarda i nuovi impianti il paese che sta investendo di più sul nucleare è la Cina, che ha in programma di costruire 17 nuove centrali: seguono l’India (6 installazioni in progetto), gli USA (2), la Russia (2), la Francia (1). In totale, a livello mondiale, ci sono 53 unità in costruzione, ma di queste almeno 31 sono in ritardo: in 10 casi, l’inizio dei lavori risale a un decennio fa o più…(…) La maggior parte dei ritardi è da imputarsi ai costi in costante lievitazione; spesso poi vengono imposti stop dalle autorità a causa di problemi di sicurezza o per incidenti intervenuti negli impianti (…)” (da https://www.reteclima.it/, 16/12/2021) – (L’IMMAGINE: Costruzione centrali nucleari negli anni, sempre da https://www.reteclima.it/)

   E così l’Unione Europea apre la possibilità concreta di rilanciare l’energia nucleare come fonte green; produzione di energia nucleare in questo periodo storico per tanti motivi in crisi (vi invitiamo a leggere quanto scrive “ReteClima” sul tema riportato in questo post qui di seguito). Nucleare green assieme anche al gas naturale: con la condizione per quest’ultimo che la sua emissione di Co2 non superi i 270 grammi per kilowatt; e che il via libera a nuovi investimenti nel gas avvenga solo se serviranno per rimpiazzare petrolio e carbone. Sul gas (di cui l’Italia usufruisce per la maggiore) ci troviamo d’accordo nel considerarlo combustibile fossile “di transizione” nel passaggio completo alle fonti rinnovabili, il male minore; che invece il nucleare passi come una energia rinnovabile ed ecologica, ci sembra cosa incredibile.

NUCLEARE, LA GERMANIA fa retromarcia: SI ASTERRÀ sulla decisione Ue di inserirlo tra le energie pulite
Nonostante le parole di fuoco del ministro dell’Economia e leader dei Verdi contro la proposta della Commissione, il governo SCHOLZ (nella foto il nuovo cancelliere Olaf Scholz) ha deciso di non chiedere modifiche al testo: Berlino sa di non avere molti alleati

   Incidenti catastrofici che hanno segnato il dolore e la vita di milioni di persone (Cernobyl, Fukushima, il pericolo scampato a Three Mile Island….), il fatto che l’atomo sia pericolosissimo (e costosissimo è fare centrali…), che le scorie radioattive abbiamo effetti letali per decine di migliaia di anni (eredità nostra al mondo futuro, umano, ma anche animale e vegetale….), tutto questo non conta, in prospettiva poi di ribadire l’avvento di un Green Deal, una nuova era verde…..

Evoluzione tra il 2009 e il 2020 del prezzo della generazione elettrica con diverse tecnologie (immagine da https://www.dw.com/)

   Il 2022 parte dunque, sul versante energetico per l’Europa, con una delusione rispetto alle aspettative finora espresse, di una svolta energetica: ci troviamo invece tra la necessità di andare decisamente verso l’utilizzo di fonti rinnovabili, e dall’altra al contrario di ribadire un percorso nuclearista che ritenevamo oramai superato (almeno nell’Unione Europea, pur riconoscendo l’anomalia dei cugini francesi…).

L’ETÀ MEDIA della flotta di reattori nucleari in operazione è in crescita, ATTESTANDOSI OGGI A 30,7 ANNI: ben 278 reattori su 415 sono attivi da più di 31 anni. (da https://www.reteclima.it/, 16/12/2021)

   E anche l’Italia tacerà, si adeguerà; divisa sui contenuti energetici al suo interno; e pur ricordandosi il referendum (del 1987) di bocciatura del nucleare; e della improbabilità nel nostro Paese che si voglia riprendere un progetto nuclearista (in Italia non si riesce ancora a “collocare definitivamente” -triste dicitura…- il lascito delle scorie radioattive prodotte quarant’anni fa).

   La strada che sembrava prospettarsi positivamente fino a qualche mese fa, appariva assai condivisibile: un modello energetico fondato su innovazione tecnologica, miglioramento dell’efficienza, sviluppo delle rinnovabili e gas come fonte fossile di transizione (noi avremmo solo aggiunto qualcosa sul risparmio energetico). Ora la situazione è diversa.

Dal 1970 a metà 2021, la costruzione di 1 reattore su 8 è stata abbandonata o sospesa (immagine da https://www.reteclima.it/)

   L’iter per questa decisione europea, che porterà a consistenti finanziamenti per i Paesi che hanno centrali nucleari, in primis la Francia, ma anche per chi vorrà (o chiederà) di perseguire il progetto di reattori atomici, questo iter di approvazione della bozza di Bruxelles ha un percorso non breve: il testo messo a punto dalla Commissione europea dovrà essere approvato dal Consiglio europeo, vero organo decisionale dell’Unione, che riunisce i capi di Stato e dei governi dei paesi Ue (via libera che non dovrebbe incontrare particolari ostacoli). Il testo dovrà anche ricevere semaforo verde dal Parlamento europeo; e poi la decisione entrerà in vigore nel 2023…e anche se adesso pertanto nulla è ancora definitivo, è presumibile che il tutto possa passare. Una decisione a nostro avviso scellerata. Un passo indietro per una vera “nuova Europa”. (s.m.)

………………..

ALLO STUDIO IMPIANTI NUCLEARI DI IV GENERAZIONE (in possibile costruzione tra non meno di 10 anni) “(…) I promotori di un ritorno al nucleare riconoscono i limiti degli impianti esistenti, ma insistono nell’affermare che la nuova tecnologia nucleare (cosiddetta “di IV generazione”) garantisce miglioramenti tali da rendere le centrali più sicure, più piccole, più performanti e quindi meno costose, nonché da produrre meno scorie radioattive (ridotta la loro vita a soli 300 anni!!!).   I reattori di IV generazione si distinguono da quelli precedenti soprattutto perché utilizzano liquidi refrigeranti diversi dall’acqua (ad esempio gas, metalli liquidi, sali fusi).   In particolare, una categoria che genera grandi speranze è quella degli Small Modular Reactor (SMR). Si tratta di un gruppo di reattori caratterizzati da dimensioni e potenza ridotti (fino a 300 MW per unità): ciò darebbe notevoli vantaggi sul fronte degli spazi richiesti agli impianti, nonché sull’impatto sul territorio. Il report WNISR 2021 fa il punto della situazione anche sugli SMR sostenendo però chiaramente il fatto che nel 2020 non c’è stato alcun risultato di rilievo sul campo “i loro promotori hanno fornito poche prove di qualsiasi schema di implementazione prima di un decennio, come minimo(da https://www.reteclima.it/, 16/12/2021) – (Immagine: STOP NUCLEARE, da https://www.dw.com/)

…………………………………………

RETECLIMA

ANACRONISTICO NUCLEARE: IL MERCATO HA SCELTO LE FONTI RINNOVABILI, PIÙ ECONOMICHE E SICURE

da https://www.reteclima.it/, 16/12/2021

   Le fonti energetiche rinnovabili costano circa quattro volte in meno rispetto al nucleare.

Nel 2020 produrre 1 kWh di elettricità con il fotovoltaico è costato in media 3,7 $/kWh, con l’eolico 4 $/kWh, con il gas è costato 5,9 $/kWh, con il carbone 11,2 $/kWh e con il nucleare ben 16,3 $/kWh .

   A riportare questi dati è il “World Nuclear Industry Status Report 2021” (WNISR), pubblicazione che ogni anno valuta lo stato e le tendenze dell’industria nucleare internazionale.

   Il rapporto è stato curato da Mycle Schneider, consulente energetico indipendente con sede a Parigi, che nella stesura ha coinvolto numerosi altri esperti internazionali e prestigiose università (Harvard, British Columbia, Tokyo, Berlino).

LA SITUAZIONE DEGLI IMPIANTI NUCLEARI NEL MONDO

A metà 2021 si contano 415 reattori nucleari in funzione in 33 paesi, sette reattori in più rispetto a metà 2020, con una potenza elettrica installata (parliamo cioè delle centrali in funzione) superiore dell’1,9% a quella dell’anno precedente: ciononostante, nel 2020 il parco nucleare mondiale ha generato il 3,9% in meno di elettricità rispetto al 2019.

   Si è trattato del primo calo nella produzione di energia nucleare dal 2012, quando molti reattori furono chiusi sulla scia del disastro nucleare di Fukushima.

   Tutto questo non vale però per la Cina, dove si concentrano le nuove installazioni, senza la quale la diminuzione della produzione sarebbe ancora maggiore: nel 2020, la Cina ha infatti prodotto per la prima volta più elettricità nucleare della Francia, paese che ricava dal nucleare il 71% della propria energia, risultando seconda solo agli Stati Uniti.

   Il ruolo dell’energia nucleare mostra il suo costante declino nel contributo alla produzione di elettricità a livello globale, scendendo da un picco del 17,5% del 1996 al 10,1% nel 2020.

   Per quanto riguarda i nuovi impianti il paese che sta investendo di più sul nucleare è la Cina, che ha in programma di costruire 17 nuove centrali: seguono l’India (6 installazioni in progetto), gli USA (2), la Russia (2), la Francia (1).

   In totale, a livello mondiale, ci sono 53 unità in costruzione, ma di queste almeno 31 sono in ritardo: in 10 casi, l’inizio dei lavori risale a un decennio fa o più, comprese due unità la cui costruzione ha avuto inizio rispettivamente 36 e 45 anni fa.

   La maggior parte dei ritardi è da imputarsi ai costi in costante lievitazione; spesso poi vengono imposti stop dalle autorità a causa di problemi di sicurezza o per incidenti intervenuti negli impianti. Si tratta di un classico cane che si morde la coda: le aziende costruttrici sono costrette ad aumentare in itinere la potenza dei generatori, nello sforzo di utilizzare l’economia di scala per rimediare a costi ormai insostenibili, e così questi costi crescono ancora.

   Dal 1970 a metà 2021, la costruzione di 1 reattore su 8 è stata abbandonata o sospesa.

   L’età media della flotta di reattori in operazione è in crescita, attestandosi oggi a 30,7 anni: ben 278 reattori su 415 sono attivi da più di 31 anni.

   A metà 2021 il WNISR 2021 conta un totale di ben 196 reattori chiusi, di cui solo 20 sono stati completamente smantellati, mentre i rimanenti sono o in attesa di decommissioning o in fasi diverse del processo di chiusura.

   Ricordiamo che, come capita anche per le centrali a carbone o a gas, ovviamente anche i reattori nucleari hanno una “data di scadenza”, cioè un periodo di tempo predeterminato di operatività oltre il quale non è più possibile – o economicamente sostenibile – mantenerli attivi.

   I primi impianti (di I e II generazione) erano stati progettati per funzionare per un periodo di circa 30 anni, mentre per le centrali più moderne la durata operativa potrebbe arrivare anche fino ai 60 anni.

   Alla fine di questo periodo è necessario iniziare il cosiddetto processo di decommissioning, che consiste in una serie di attività di decontaminazione e riqualifica che porta allo smantellamento completo dell’impianto: la durata media di questo processo è di circa 20 anni.

   I fondi stanziati dai governi per queste operazioni vanno dai 23-38 miliardi di euro di Francia e Germania, fino ai 109-250 miliardi di euro stimati nel Regno Unito. Gli autori del report sottolineano, però, che né Francia né U.K. hanno mai smantellato completamente alcun reattore; quindi, al momento, abbiamo a disposizione solo delle stime e nessun dato economico reale a consuntivo.

LA NUOVA GENERAZIONE DI REATTORI

Ma allora perché si continua, anche in Italia, a parlare di nucleare come di un’opzione fattibile?

   I promotori di un ritorno al nucleare riconoscono i limiti degli impianti esistenti, ma insistono nell’affermare che la nuova tecnologia nucleare (cosiddetta “di IV generazione”) garantisce miglioramenti tali da rendere le centrali più sicure, più piccole, più performanti e quindi meno costose, nonché da produrre meno scorie radioattive.

   I reattori di IV generazione si distinguono da quelli precedenti soprattutto perché utilizzano liquidi refrigeranti diversi dall’acqua (ad esempio gas, metalli liquidi, sali fusi).

   In particolare, una categoria che genera grandi speranze è quella degli Small Modular Reactor (SMR).

   Si tratta di un gruppo di reattori caratterizzati da dimensioni e potenza ridotti (fino a 300 MW per unità): ciò darebbe notevoli vantaggi sul fronte degli spazi richiesti agli impianti, nonché sull’impatto sul territorio. I componenti di questi reattori possono essere assemblati in fabbrica prima di essere inviati al sito di costruzione, inoltre, è possibile installare più unità (moduli) nello stesso impianto, in modo da poter regolare la potenza erogata in base alle necessità

   Molti di questi reattori, infine, adottano la cosiddetta “sicurezza passiva”, cioè non richiedono l’intervento umano per l’attivazione delle misure emergenza.

   Il report WNISR 2021 fa il punto della situazione anche sugli SMR sostenendo però chiaramente il fatto che nel 2020 non c’è stato alcun risultato di rilievo sul campo. “I cosiddetti reattori avanzati di vario tipo, compresi i cosiddetti Small Modular Reactors (SMR), fanno molto rumore nei media, hanno ottenuto diversi finanziamenti pubblici, ma i loro promotori hanno fornito poche prove di qualsiasi schema di implementazione prima di un decennio, come minimo.

   I pochi esemplari in costruzione (Argentina, Cina, India) hanno subito numerosi ritardi e ci vorranno ancora anni per il loro completamento.

   In Russia i due mini-reattori montati su una chiatta galleggiante nell’Artico, connessi alla rete nel 2019, hanno avuto un costo per unità di generazione pari al doppio di quello delle più costose centrali di III generazione: in Corea del Sud il reattore SMART non risulta appetibile ai privati in quanto economicamente non competitivo.

   In conclusione; pur essendo potenzialmente interessanti a livello teorico, purtroppo si tratta di tecnologie ancora allo stadio embrionale che non saranno disponibili prima del 2030 o del 2040.

   La transizione energetica non può però aspettare questi tempi, deve essere attuata immediatamente: aspettare altri dieci anni (o più) implicherebbe quasi sicuramente superare i +2°C di aumento della temperatura media globale, la soglia limite concordata negli accordi climatici internazionali.

LE RINNOVABILI HANNO GIÀ VINTO SUL MERCATO

Il capitolo finale della pubblicazione offre un paragone impietoso tra nucleare e rinnovabili da un punto di vista economico.

   Nel 2020 la capacità nucleare netta è aumentata di 0,4 GW, mentre sono stati installati ben 256 GW di rinnovabili non idroelettriche (soprattutto eolico e fotovoltaico).

   L’investimento totale in nuova elettricità ottenuta da solare ed eolico ha superato i 300 miliardi di dollari, ben 17 volte il valore degli investimenti globali effettuati per l’energia nucleare: serve però sottolineare anche il fatto che i finanziamenti al nucleare sono essenzialmente pubblici (non solo in Cina e Russia, ma anche in Francia), mentre le rinnovabili hanno da tempo attirato l’interesse e gli investimenti dei privati.

   Per quanto riguarda i costi, l’analisi dell’LCOE* (basata sulle autorevoli stime di Lazard), mostra che, tra il 2009 e il 2020, i costi del fotovoltaico utility-scale sono scesi del 90%, quelli dell’eolico del 70%, mentre per il nucleare questi costi sono aumentati del 33%.

   Nel 2020 le rinnovabili nell’UE (compreso l’idroelettrico) hanno superato per la prima volta i combustibili fossili diventando la fonte primaria di elettricità; inoltre, anche senza l’idroelettrico, hanno per la prima volta generato più energia dei reattori nucleari.

   “Le rinnovabili oggi sono diventate così economiche che in molti casi sono al di sotto dei costi operativi di base delle centrali nucleari”

   “Oggi dobbiamo mettere al primo posto la questione dell’urgenza […] ogni euro investito in nuove centrali nucleari peggiora la crisi climatica perché questo denaro non può essere usato per investire in opzioni più efficienti di protezione del clima.” (MYCLE SCHNEIDER, intervista rilasciata a DW)

da https://www.reteclima.it/, 16/12/2021

*L’LCOE (Levelized Cost of Energy) è una misura sintetica della competitività economica complessiva delle diverse tecnologie di generazione di energia. Rappresenta il costo di produzione di 1 MWh di energia elettrica generata, comprensivo dei costi di costruzione e di gestione dell’impianto di generazione (tratto dal sito ENEA).

………………………………. 

COMMISSIONE UE, VIA LIBERA A NUCLEARE E GAS COME FONTI UTILI PER LA TRANSIZIONE VERDE. ALL’ATOMO AIUTI FINO AL 2045

da IL FATTO QUOTIDIANO del 1/1/2021

– Il via libera a nucleare e gas è scritto nella bozza della “tassonomia” che Bruxelles si appresta a sottoporre a governi e Parlamento europeo. Le forti pressione della Francia per l’inclusione dell’atomo hanno pagato. Nel frattempo la Germania avvia lo spegnimento di tre centrali e si appresta a dare l’addio definitivo al nucleare. Salvini: “Pronti a raccogliere firme per referendum” –

   Il dado è (quasi) tratto. Il nucleare sarà Continua a leggere

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) è la priorità, con l’emergenza Covid, del 2022 – Ma riuscirà a realizzare le sue MISSIONI? (rivoluzione verde e digitale, mobilità sostenibile e inclusione sociale, istruzione e salute) – E saremo solo spettatori o si potrà “partecipare” al Piano? (e i Comuni ce la faranno?)

LA PARTECIPAZIONE AI PROCESSI DECISIONALI E DEMOCRAZIA “(…) Il PNRR individua 6 missioni e 16 temi e li raggruppa in relative politiche, mentre la vita li integra tutti: questa è la ragione per aprire la partecipazione a tutte le persone, tenendo alta l’attenzione affinché anche le risorse “non umane” siano rappresentate (ovvero il mondo vegetale e animale). Nel nome dell’emergenza, al contrario, la scrittura del piano non è stata partecipata. Questo è un grave problema all’origine….(…)” (DANIELA CIAFFI da https://www.labsus.org/ 14/12/2021) (foto ripresa da http://www.ilgazzettinodisicilia.it/)

   I 51 obiettivi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), obiettivi che sono stati approvati entro il 31 dicembre 2021 per avere dalla UE la prima rata di elargizione e prestito (sono 10 rate, una ogni 6 mesi se si dimostrano adempiuti gli impegni presi – che pertanto l’ultima è al 30/6/2026 -; questa prima rata è di 24,1 miliardi di euro sul totale di 191,5 delle 10 rate semestrali con un prefinanziamento già avuto ad agosto di 24,9 miliardi), ebbene, questi 51 obiettivi “raggiunti” possono deludere a una loro lettura: nel senso che sono per lo più (possiamo dire tutti) delle condizioni pre-procedurali, e niente come cose effettivamente fatte o avviate alla realizzazione. Dei 51 obiettivi, 27 si parla di riforme (come giustizia, concorrenza, fisco…) da fare e 24 di investimenti… ma niente di concreto: si parla di norme da farsi, di “entrate in vigore” di disposizioni di procedure da mettere in atto da parte dell’apparato statale (specie sui temi della giustizia civile e penale), e anche, qualche obiettivo su forme di norme che servono alla digitalizzazione (come quella del turismo).

ITALIA DOMANI: Il logo del PNRR Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza – per scaricare il Piano: PNRR Aggiornato.pdf

   Aspetti finora, in questa prima fase (con opere e cambiamenti che dovrebbero concludersi nella loro operatività nel 2026), ancora da identificare bene (molti impegni legislativi…) a chi pensava di entrare già nei contenuti e nella fase concreta delle 6 MISSIONI che questo PNRR si è posto (lo ha posto la Commissione europea per il nostro Paese): 1-Digitalizzazione, cultura e turismo (40,3 miliardi), 2-Rivoluzione verde e transizione ecologica (59,5 miliardi di euro), 3-Infrastrutture per una mobilità sostenibile (25,4 miliardi),  4-Istruzione e ricerca (30,9 miliardi), 5-Inclusione e Coesione (19,9 miliardi), 6-Salute (15,6 miliardi). Pertanto, finora, niente di “applicato” alla realtà, in opere e servizi che si definiscono innovativi verso il futuro.

Se una quota consistente dei finanziamenti del PNRR è previsto che se ne faranno carico i COMUNI (70 miliardi di euro, il 30%), RIUSCIRANNO GLI ENTI LOCALI a trovare le risorse operative e intellettuali per adempiere alla realizzazione di opere e servizi, coordinandosi tra loro, portando a termine le MISSION del PNRR?

   E’ una serie lunghissima di traguardi o obiettivi da raggiungere (520, di cui 154 sono riforme da farsi e il resto fasi di attuazione degli investimenti sulle 6 missioni previste); e il cadenzare dei tempi per l’amministrazione centrale, le regioni e i comuni coinvolti ha tempi molto stretti: ad esempio per quanto riguarda la missione 5 “Inclusione”, riguardante il “sociale” (infrastrutture sociali, famiglie, comunità, lotta alla povertà, terzo settore etc….) i progetti dovranno essere presentati entro il prossimo 31 marzo, e per l’estate 2022 dovranno esserci i decreti ministeriali di approvazione di questi progetti…. 

   E poi tutti i progetti del PNRR devono essere conclusi (realizzati) entro il 31 marzo 2026: considerati i tempi di costruzione di molte opere pubbliche italiane, è una scadenza piuttosto ambiziosa.

Le 6 MISSIONI del PNRR (schema ripreso da https://www.moltocomuni.it/)

    E uno dei punti che ci preme “osservare”, è che nella operatività per avere quei fondi, quei finanziamenti (che di 191,5 miliardi, solo 68,9 sono contributi dati a fondo perduto, cioè senza dover restituire niente, gli altri 122,6 miliardi sono prestiti) si stanno cercando di mettere in moto strutture pubbliche (tutti i ministeri competenti…) e Enti locali (le regioni, i maggiori comuni, ma anche i piccoli: nel sociale gli Ats, Ambiti territoriali sociali…) che devono “correre” a presentare piani per avere l’approvazione e i finanziamenti (e poi fare gli eventuali appalti rivolti ai privati che dovranno “realizzare”) nelle varie tematiche, con una metodologia peraltro molto seria (di riscontro continuo dei risultati, di monitoraggio), ma che appare a nostro avviso ancora lontana dall’individuare i TRAGUARDI (milestones o traguardi, dice la Relazione: “rappresentano fasi essenziali dell’attuazione, fisica e procedurale, come l’adozione di particolari norme, la piena operatività dei sistemi informativi, o il completamento dei lavori…”) e gli OBIETTIVI (“target o obiettivi sono indicatori misurabili – di solito in termini di risultato – dell’intervento pubblico, come i chilometri di ferrovie costruiti; oppure di impatto delle politiche pubbliche, come l’incremento del tasso di natalità”).

PNRR MISSIONE DIGITALIZZAZIONE
(immagine da https://www.mef.gov.it/focus/)

   Ma, se volete leggere i 51 obiettivi (o target) “raggiunti” (?….come detto all’inizio, si tratta solo di condizioni pre-procedurali…), nella RELAZIONE AL PNRR, documento di 100 pagine pubblicato il 23 dicembre dal Governo (i 51 obiettivi sono elencati da pagina 49), questo è il link:

https://www.governo.it/sites/governo.it/files/RelazionePNRR.pdf 

…………………..

PNRR MISSIONE RIVOLUZIONE VERDE
(immagine da https://www.mef.gov.it/focus/)
 “(…) La sfida pandemica e le altre che dobbiamo e dovremo affrontare non possono essere vinte senza una cooperazione tra i diversi soggetti, compresi quelli che il dibattito internazionale sulla cura dei beni comuni chiama “gli invisibili”, ovvero il mondo vegetale e animale. Al momento il PNRR ha a questo proposito un progetto (troppo) implicito nella missione “rivoluzione verde e transizione ecologica” (…)”
(DANIELA CIAFFI da https://www.labsus.org/ 14/12/2021)

………………..

PNRR MISSIONE MOBILITA’ SOSTENIBILE (immagine da https://www.mef.gov.it/focus/)

   Si vuole in particolare qui porre in evidenza come, per un così importante PIANO che coinvolge tutto il Paese, vi sono problemi di “democrazia partecipata” che rimangono irrisolti; e poi di organizzazione degli Enti locali medio-piccoli, che paiono incapaci di farsi carico della gestione delle loro aree di competenza. E cioè:

1) non si sta forse lasciando alla porta, come spettatori passivi, soggetti che potrebbero dire qualcosa nella realizzazione dei vari obiettivi del Piano? (come associazioni competenti in certi ambiti delle missioni del Piano, e scuole e università, imprese sociali, ordini professionali, i soggetti del terzo settore, singoli interessati, gruppi informali…) (dove è andata a finire l’intenzione, anche normativa di partecipazione dei cittadini ai processi decisionali degli apparati pubblici, che già è stata normata negli anni ’90 del secolo scorso?);

2) se una quota consistente dei finanziamenti del PNRR è previsto che se ne faranno carico i Comuni (70 miliardi di euro, il 30%), riusciranno gli enti locali a trovare le risorse operative ed intellettuali per adempiere alla realizzazione di opere e servizi, coordinandosi tra loro (senza magari essere fagocitati da “privati” interessati…)? (su questa problematica si rinnova la questione della necessità di arrivare a una rideterminazione estesa dei Comuni con FUSIONI che portino a nuove realtà urbane più confacenti alle realtà odierne dei territori, ma per il Pnrr purtroppo non c’è il tempo (e la volontà…), e ci si accontenterà per necessità almeno di un coordinamento tra gli enti locali: per questo si stanno creando, per arrivare in tempo ad avere i fondi del Pnrr, aggregazioni tra Comuni, su esempio delle Ati, associazioni temporanee d’imprese, ma non è la stessa cosa di quello che sono le fusioni, nuove realtà urbane.…).

PNRR MISSIONE ISTRUZIONE E RICERCA (immagine da https://www.mef.gov.it/focus/)

   Se non fosse che per lo spirito delle 6 missioni iniziali richieste dall’Unione Europea che appaiono condivisibili nel guardare con speranza al futuro prossimo, e ai finanziamenti che ci sono (pur la maggior parte a prestito, cioè a ulteriore debito per noi e per le future generazioni), ci sarebbe da dire e pensare che questa corsa a presentare piani, forse vede l’uscire dai cassetti degli uffici comunali passati progetti accantonati perché improbabili; oppure di opere che mal serviranno le aree geografiche interessate (come è da pensare l’alta velocità ferroviaria al sud che poco rappresenterà una mobilità efficiente e necessaria per lo spostarsi delle popolazioni meridionali).

   Per le “infrastrutture per una mobilità sostenibile”, per necessità di decidere celermente, si propongono tanti progetti di “alta velocità ferroviaria” (in aree territoriali nazionali di improbabile utilizzo ottimale); oppure per “istruzione e ricerca” si produrrà l’ottima idea di asili nido sparsi ovunque (ma poi, chi sosterrà le spese di funzionamento negli anni? funzioneranno davvero?…); o ancora per la “rivoluzione verde e transizione ecologica” c’è la possibilità di produrre interventi di assetto idrogeologico perlomeno discutibili nell’impatto di mega opere che si costruiranno….

PNRR MISSIONE INCLUSIONE E COESIONE (immagine da https://www.mef.gov.it/focus/)

   Ma qui non si vuole svilire un piano di così grande trasformazione (se avrà successo), e guardare con fiducia la nuova “svolta” proposta dalle 6 missioni della Commissione Europea (e il lavoro chiesto dalla UE di monitorare semestralmente la realizzazione delle opere e dei servizi ci pare cosa saggia). Ci sembra solo che questo piano di interventi così grande, è a conoscenza solo delle istituzioni bene o male costrette ad interessarsene, che passa sulla testa di tutti, che si è solo spettatori, e che ci si può accorgere dei difetti, degli errori in questa corsa forsennata ai progetti, solo molto tardi (ammesso che molti progetti arrivino alla loro realizzazione). Ma restiamo fiduciosi. (s.m.)

……………….

PNRR MISSIONE SALUTE (immagine da https://www.mef.gov.it/focus/)

…………………..

BENI COMUNI E AMMINISTRAZIONE CONDIVISA

PERCHÉ SPINGERE IL PNRR VERSO LA SUSSIDIARIETÀ ORIZZONTALE

(Tre caratteristiche che contribuirebbero a rendere il PNRR più resiliente e partecipato)

di DANIELA CIAFFI (del Politecnico di Torino), da Labsus (Laboratorio della sussidarietà),

https://www.labsus.org/ 14/12/2021

   Il PNRR individua 6 missioni e 16 temi e li raggruppa in relative politiche, mentre la vita li integra tutti: questa è la ragione per aprire la partecipazione a tutte le persone, tenendo alta l’attenzione affinché anche le risorse “non umane” siano rappresentate. Nel nome dell’emergenza, al contrario, la scrittura del piano non è stata partecipata. Questo è un grave problema all’origine, riassumibile nella sgradevole sensazione di vecchia politica che non si pone allo stesso livello di coloro che restano tradizionalmente esclusi dalle opportunità né di ciò che non può gridare allo spreco, come il suolo.
   Da molto tempo prima della pandemia la società chiede invece rapporti più paritari a chi fa le politiche e la natura sta lanciando a sua volta segnali chiarissimi. Bisogna correggere il tiro, anche nella direzione della sussidiarietà orizzontale, e subito. Poiché la parola partecipazione viene usata con le accezioni più diverse, chiariamo qui come la intendiamo. Un PNRR partecipato ha almeno tre caratteristiche che un PNRR non partecipato non ha.

IL PNRR VA COMUNICATO MEGLIO

La prima azione partecipativa necessaria riguarda la comunicazione del piano, cosa ben diversa dalla semplice informazione lanciata a senso unico dal governo ai cittadini, lasciandoli nell’impossibilità di dare ritorni.

   Una cosa è ad esempio lanciare il tema della “innovazione” preoccupandosi di raccogliere feedback diversi (“noi non abbiamo neanche capito di che cosa stiamo parlando”, “noi per innovazione intendiamo qualcosa di diverso”, “per noi la definizione data dal piano è perfetta”) e un’altra è la mera informazione (“uno dei 16 temi del piano è l’innovazione”). Poiché per il PNRR si stanno usando risorse comuni, tutte e tutti, adulti e bambini, devono poter capire, per poter interagire: il piano è ricco di concetti ambiziosi e complessi. A: non si può dare per scontata la nostra alfabetizzazione a proposito (“chi sa cosa vuol dire innovazione?”); B: non possiamo perdere l’occasione di dialogare sui diversi significati, che i concetti incarnano (“per noi innovazione è innovazione amministrativa”, “noi intendiamo innovazione tecnologica”, “noi lavoriamo da anni su esempi di innovazione sociale e ambientale”, “in questo territorio il brodo di cultura dell’innovazione è diverso”).

PERCHÉ NON CHIEDERE AGLI ITALIANI SE VOGLIONO CONTRIBUIRE AL PIANO?

La cura della comunicazione non è importante di per sé, ma è fondamentale perché costituisce la base del possibile contributo attivo dei singoli, dei gruppi informali, delle associazioni, delle imprese sociali, degli ordini professionali, dei soggetti profit piccoli, medi e grandi.

   Troppo spesso la partita del PNRR viene descritta come una partita di sussidiarietà verticale: fondi dall’Europa, agli Stati, alle Regioni, quindi ai sindaci. Labsus sostiene da tempo che a nessun livello esistono responsabili pubblici capaci di far fronte da soli alla complessità.

   La sfida pandemica e le altre che dobbiamo e dovremo affrontare non possono essere vinte senza una cooperazione tra i diversi soggetti, compresi quelli che il dibattito internazionale sulla cura dei beni comuni chiama “gli invisibili”, ovvero il mondo vegetale e animale. Al momento il PNRR ha a questo proposito un progetto (troppo) implicito nella missione “rivoluzione verde e transizione ecologica” e all’interno della variegata galleria di soggetti sceglie di privilegiare le pubbliche amministrazioni da un lato e le imprese dall’altro.

   Per trovare un riferimento a famiglie, comunità e Terzo settore bisogna cercare dentro alla quinta missione, “coesione e inclusione”, come se rispetto agli altri pilastri del piano – “sanità”, “istruzione e ricerca”, “cultura, turismo, innovazione e digitalizzazione” e ancora “rivoluzione verde e transizione ecologica” – la passione e la competenza di milioni di italiane e italiani attivi e pronti a contribuire fosse stata finora marginale!

   I commoners di tutto il mondo denunciano da tempo il rischio di continuare a impostare le politiche in questo modo, perché così facendo non solo ci si dimentica di tutte le energie civiche che non sono etichettabili come pubbliche né come private, ma si perde di vista il tema dell’uso condiviso dei beni comuni, assai più importante della proprietà degli stessi. A livello nazionale, Labsus da più di 15 anni raccoglie storie di attivismo al servizio dell’arte di amministrare: questo è il momento in cui le occasioni che si aprono alle pubbliche amministrazioni e alle imprese non possono non rappresentare delle chance anche per le associazioni formali e informali che in moltissimi casi hanno aperto faticosamente la strada a politiche sperimentali, testando processi d’avanguardia, accettando sfide apparentemente perse.

SVILUPPARE CAPACITÀ ATTRAVERSO IL PNRR

A leggere nel dettaglio l’intero piano, il suo doppio titolo pare assai più sviluppato nella dimensione economico-finanziaria di “ripresa” e di hardware piuttosto che in quella socio-economica di “resilienza” e di software. Così, mentre gli stimoli sul piano materiale risultano piuttosto immediati, a partire dai ricchi elenchi delle possibili nuove infrastrutture di cui dotare l’Italia, molto più difficile è immaginare quali capacità potranno sviluppare gli abitanti grazie al piano. Certamente l’empowerment lavorativo è contemplato dal PNRR, nel breve periodo: non è difficile immaginare che saranno anni di intenso lavoro per chi pianifica, progetta e realizza le opere.
   A partire dall’esperienza che sto vivendo in questo semestre di didattica al Politecnico di Torino come docente di sociologia dell’ambiente e del territorio, insieme a colleghe di pianificazione urbanistica e progettazione architettonica, posso testimoniare che, quando i gruppi di studentesse e studenti si mettono al lavoro sulle “schede di PNRR” che riguardano precisi ambiti urbani e territoriali attraverso cui si concretizza il piano, il loro problema non è certo quello di cercare di rispondere agli obiettivi di infrastrutturazione della città e del territorio. Alle pubbliche amministrazioni locali, si sa, è stato esplicitamente chiesto di ritirare fuori dai cassetti piani e progetti: non guasterebbe allargare la richiesta, parallelamente e quando possibile, alle analisi quantitative e qualitative dei contesti sociali.

PNRR: COSA CAMBIA RISPETTO AL PIANO FANFANI?

Per il nostro Paese questa esigenza diffusa di progetto è davvero epocale, perciò dovremmo condividere l’esigenza che ci fossero delle evidenti differenze tra l’attuazione del PNRR oggi e quella del piano Fanfani lanciato alla fine degli anni Quaranta del secolo scorso: anch’esso con prospettiva di sette anni, anch’esso rivolto a tutto il territorio nazionale, anch’esso con lo scopo di rispondere ad esigenze materiali (anzi, la prima delle esigenze, quella di avere una casa, cui peraltro il PNRR non ha scelto di dedicare una missione, né un tema). Son passati infatti tre quarti di secolo dal piano INA-casa, cosiddetto piano Fanfani, che certamente ebbe ricadute in termini di Pil simili a quelle che il PNRR auspica di avere. Ma restare affezionati al paradigma dell’edilizia come volano dell’economia è antistorico, perché questi decenni hanno portato alla nascita e alla crescita, tra le altre cose:

della società della cura, intesa non solo come cura dei processi di argomentazione pubblica delle decisioni sulle trasformazioni sociali e spaziali, ma anche della cura intesa come azione collaborativa diretta;

di una coscienza ambientale diffusa, per cui il consumo di risorse finite (terra, acqua, aria, materiali per l’edilizia come per le nuove tecnologie eccetera) è per molti cittadini un’emergenza per le agende politiche a tutti i livelli, al pari/ancor più della decrescita economica;

di paradigmi democratici nuovi, quale l’Amministrazione condivisa dei beni comuni, che portano l’attenzione sulla possibilità e l’opportunità di co-gestire le risorse comuni in un’alleanza orizzontale tra soggetti pubblici, privati, del terzo settore, dei gruppi informali e dei singoli individui attivi.

   Questi punti, insieme ad altri che molti commentatori del PNRR hanno evidenziato, devono fare la differenza.

   Quando il Presidente della Repubblica ha convocato i sindaci per ribadire loro la grande responsabilità che assumono nell’attuazione di questo piano storico, è apparso ancora più evidente il dilemma storico tra il livello locale e quello dei soggetti globali/internazionali/statali: rifiutare il nuovo paradigma della sussidiarietà orizzontale significa continuare a perpetrare un gioco delle parti in cui dall’alto gli obiettivi di crescita economica continuano a essere perseguiti nel più consolidato dei modi, mentre le alternative dal basso non arrivano mai a proporre una vera alternativa di sistema.

   Nella logica della pattuizione – soprattutto quando iniziano a entrare in gioco anche i livelli regionali e le unioni di comuni, oltre alle singole municipalità – l’incrocio tra politiche dall’alto ed esperienze dal basso è sempre perseguito, insieme alla multiattorialità e con la regola basilare dell’apertura a chiunque voglia contribuire. Abbiamo notizia dei primi Patti di collaborazione che in Italia stanno iniziando a confrontarsi con le sfide del PNRR, e ci fa piacere che questa esigenza di partecipazione si estenda nel nord-ovest, anche grazie all’iniziativa di una fondazione di origine bancaria, sino a un comune di media dimensione nella Sicilia occidentale.

(DANIELA CIAFFI, da Labsus -Laboratorio della sussidiarietà-, https://www.labsus.org/)

…………………….

AI COMUNI MANCANO I DIPENDENTI PER GESTIRE I SOLDI DEL PNRR

da IL POST.IT https://www.ilpost.it/ del 7/12/2021

– C’è il rischio che 70 miliardi di euro rimangano inutilizzati: il governo vuole rimediare con un piano straordinario di assunzioni – Continua a leggere

UNREPORTED INBOUND PALERMO, sulla strage di Ustica, racconto di DANIELE DEL GIUDICE, per il NATALE 2021 dei nostri 25 lettori – Dal libro “Staccando l’ombra da terra” (ed. Einaudi) di un autore che ha (per dirla con Calvino) “un nuovo approccio alla rappresentazione, al racconto, secondo un nuovo sistema di coordinate”

“(…) Daniele Del Giudice nasce nel 1949 a Roma, da padre svizzero dei Grigioni morto quando Daniele è un bambino.  Passa anni in collegio, non ha un’infanzia felice. In un’intervista del 2007 a Riccardo Giacconi ricorda che suo padre prima di morire gli regalò una macchina da scrivere, una enorme Underwood americana e una Bianchi 28, una bicicletta. Non andava a scuola, il piccolo, preferiva pedalare la mattina e battere a macchina con due dita il pomeriggio. Del Giudice non ha mai terminato gli studi universitari, forse perché ben presto ha cominciato a collaborare per i giornali, prima di spostarsi a Milano e poi definitivamente a Venezia. E’ scomparso all’età di 72 anni il 2 settembre 2021 (…)” (PAOLO DI STEFANO, 2/9/2021, da https://www.corriere.it/) (nella foto: Daniele Del Giudice, foto ripresa da https://www.doppiozero.com/)

   Dedichiamo quest’anno la lettura di Natale, che tradizionalmente si fa da questo blog, all’opera di DANIELE DEL GIUDICE, scrittore veneziano (anche se nato a Roma, ma vissuto perlopiù a Venezia), autore che è scomparso all’età di 72 anni il 2 settembre scorso (2021) (con una vita funestata nei suoi ultimi 12 anni dalla malattia dell’Alzheimer). Una vita, la sua, di grandissimo livello letterario, come dimostra la lettura che vi proponiamo su un tristissimo episodio di cronaca.

   Molti sono i libri pubblicati da Daniele Del Giudice: forse il più famoso, il più letto (e che vi invitiamo a non mancare tra le vostre letture) è “Lo stadio di Wimbledon” (ed. Einaudi): racconta il viaggio-inchiesta di un giovane sulle tracce di un personaggio, di Trieste, realmente esistito, Bobi Bazlen, che, malgrado le sue grandi capacità letterarie, decise di non scrivere nulla, di non lasciare nulla ai suoi contemporanei e ai posteri (si descrive la sua «non scrittura» e il silenzio che caratterizzò la vita dell’intellettuale triestino).

   Ma qui vi presentiamo un racconto di grande pathos, tratto da un altro libro di Daniele Del Giudice. Il racconto qui proposto è dal libro “Staccando l’ombra da terra” (ed. Einaudi); è un capitolo dedicato alla tragedia di Ustica: l’aereo della compagnie Itavia, il “Dc9 I-Tigi”, partito da Bologna il 27 giugno del 1980 alle 8 di sera, e abbattuto un’ora dopo (alle 20.59) nel cielo di USTICA. Ottantuno (81) persone morte (77 passeggeri e 4 membri dell’equipaggio) sopra il braccio del mar Tirreno compreso tra le isole di PONZA e USTICA.

   Il volo era partito con due ore di ritardo da Bologna ed era diretto a Palermo. Doveva atterrare 15 minuti dopo le 21. Se ne sono invece perse le tracce sui radar poco prima delle 9 di quella sera. Si disse un cedimento strutturale, una bomba a bordo, i processi negli anni raccontano invece di una battaglia quella notte nei cieli italiani.

Il relitto del Dc9 ITAVIA all’interno del MUSEO PER LA MEMORIA DI USTICA di via Saliceto a BOLOGNA (foto da https://ilmanifesto.it/)

   L’ipotesi accertata dalla magistratura (il giudice Rosario Priore nel 1999) è che l’aereo di linea si sia trovato sulla linea di fuoco di un combattimento aereo in cui sarebbero stati coinvolti francesi, libici e statunitensi. Il volo Itavia sarebbe stato colpito per errore da un missile lanciato da un caccia Nato contro un Mig libico. Sull’aereo dello stato nordafricano ci sarebbe stato il leader libico Gheddafi e a lanciare il missile sarebbe stato un mirage francese…. Oppure il Dc-9 sarebbe stato colpito direttamente da uno dei velivoli in campo…. La scatola nera aveva registrato fino a quel momento dati regolari per il volo. La registrazione finisce con la parola Gua… che potrebbe essere «guarda», ma non ce ne è conferma. Una vicenda ancora oscura, mai del tutto chiarita. Sulla pelle di 81 persone vittime, e il dolore dei famigliari.

   Qui riprendiamo il capitolo (dal libro “Staccando l’ombra da terra”) su quell’aereo colpito e caduto a Ustica, di Daniele Del Giudice (che poi lo scrittore parteciperà al testo di una famosa pièce teatrale sulla strage di Ustica con Marco Paolini), rilevando il modo di scrivere attento, sensibile, intelligente, originale, dello scrittore, nel narrare una vicenda così dolorosa.

   “UNREPORTED INBOUND PALERMO” è l’espressione usata dal controllore di volo di Punta Raisi a Palermo per annunciare la perdita del contatto radio con l’ITAVIA 870 partito da Bologna un’ora prima, il 27 giugno del 1980, il “Dc9 I-Tigi” abbattuto nel cielo di USTICA.

   Buona lettura, e Buon Natale.

Associazione Geograficamente

……………..

“UNREPORTED INBOUND PALERMO” di Daniele del Giudice (dal libro “Staccando l’ombra da terra” – ed. Einaudi)

   (Se qui ci fosse un capitolo su Ustica, dovrebbe essere la storia dell’aereo. Sarebbe la storia di un aeroplano finito in fondo al mare e riemerso dalle acque, una creatura di metallo inabissata e risorta, come in un racconto mitico, qualcosa fatto per l’aria e che finisce in acqua, l’acqua sarebbe peggio di ogni altra cosa, peggio che la terra o una montagna, stridente per contrasto, l’acqua fa più paura, tremila metri sotto il livello del mare, tremilasettecento, e poi dal mare risalito pezzo a pezzo, e ogni pezzo rimontato con cura attorno al simulacro, com’è chiamato il finto scheletro nell’hangar, l’ossatura di servizio cui ogni pezzo venne fatto aderire ricalcando la forma dell’aereo. Sarebbe una storia da intitolare I Tigi, come fossero un popolo antico o degli alberi secolari, e non dei pezzi di metallo sbriciolati e ricomposti. In aria, sul fondo del mare, infine a terra. E quando si riparte? «Bologna Ground, pronto per la messa in moto», «Itavia 870 autorizzato, temperatura 24, stop orario sull’ora. Avete l’ultimo bollettino?», e nel silenzio dell’hangar, la notte, si potrebbe ascoltare un lento gocciolio, come se il mare che per anni ha premuto le molecole di metallo, una volta a terra e all’asciutto, continuasse a uscirne, gocciolando, e l’aereo non smettesse mai di liberarsene. «Itavia 870, autorizzato a Palermo via Firenze, Ambra 13, salga e mantenga livello di volo 190. Ripeta e chiami pronto al decollo», I-TIGI, India Tango India Golf India, sarebbe il racconto in prima persona fatto dal metallo stesso, qualcosa che prima era un aereo, poi finì in fondo al mare e ne risorse, e fu di nuovo, dopo, un aereo, creatura metallica ricomposta; ma tra il suo essere aereo prima e aereo dopo non tutto torna, vengono meno un’ottantina di persone, tra passeggeri ed equipaggio. «Itavia 870, il decollo agli 8, cambi con Padova Informazioni», «Con Padova fin d’ora la 870, arrivederci Bologna», un evento che torna indietro riavvolgendo se stesso, quei filmati dove una bottiglia di latte esplode in mille pezzi schizzando il liquido denso e poi ogni scheggia ripercorre lo spazio e il tempo in senso inverso e riprende il suo posto, ricostruendosi, e anche il liquido, goccia a goccia, rifluisce nella bottiglia. Ma nel disfarsi e rifarsi dell’evento manca qualcosa, e mancherà per sempre. «Padova buonasera, è la 870», «Itavia 870, prosegua come autorizzato, richiami Firenze». A strascico, sul fondale, la telecamera sottomarina intuì cinque lettere dell’alfabeto, I-TIGI, dipinte in vernice nera sul ventre dell’ala sinistra, e non ci fu più dubbio, i Tigi erano lì, la coda quattro chilometri più avanti della cabina di pilotaggio. «Buonasera Roma, è l’Itavia 870», «Buonasera anche a lei, 870. Avanti», «La 870 è su Firenze, livello 160 in salita per 190. Stima Bolsena ai 34», «Itavia 870, ricevuto. Inserisca 1236 sul transponder. Autorizzato a Palermo via Bolsena, Puma, Latina, Ponza, Ambra13», «1236 arriva. Pronto per ulteriore salita la 870». «Itavia 870, contatto radar. Salga inizialmente al livello 230. Altro traffico di compagnia la precede, 6 miglia avanti, livello 250», «Roma, il traffico è in vista». I Tigi riposavano lì, poco distante da una nave romana carica di vetri, da un vascello con cannoni del diciassettesimo secolo, da un caccia Messerschmitt della seconda guerra mondiale, memorie della storia del trasporto, museo involontario in fondo al mare. «Itavia 870, accosti a destra, prua 170. Con traffico in vista autorizzato al livello di volo 290. Riassuma navigazione normale per Bolsena attraversando 260», «La 870 su per 290, lascia 190». Da principio l’eco del sonar disegnava sui plotter il contorno di masse magnetiche incerte, astratte, la cui probabilità veniva immaginata in alta media e bassa, probabilità che si trattasse di un oggetto di fabbricazione umana e non geologico; poi nella visione delle telecamere ogni pezzo divenne un obbiettivo numerato, e nell’istante, infine, in cui le gru lo deposero, colante acqua, sul ponte, la sua natura si stabilizzò in reperto. «Roma, la 870 attraversa 245 con traffico in vista, possiamo riaccostare a sinistra?» «Affermativo, Itavia 870. Prosegua per Bolsena». Ad est della rotta, poiché l’aereo si scompose di colpo verso est e così cadde in mare (non si crederebbe che anche in fondo al mare ci siano i riferimenti cardinali), vennero trovati i due motori, un quarto di miglio l’uno dall’altro, più ad est, un miglio, le ali e la fusoliera, ancora più in là, un miglio e mezzo, il timone di coda, due miglia più ad est la parte posteriore della fusoliera e uno spezzone dell’ala sinistra, staccatosi non nell’impatto ma per la fortissima accelerazione durante la caduta, ancora più a est un serbatoio arrivato da chissà dove, e poi, all’estremo, il terminale della fusoliera, gli ultimi sei finestrini di destra, gli ultimi sei di sinistra. «È la 870, buonasera Roma», «870 calling?», «Yes, good evening, this is 870 maintaining 290 over Puma», «Roger, 870, proceed Latina-Ponza». Tutto ciò che era indietro sarebbe finito avanti e viceversa, qualunque cosa li avesse precipitati in mare, i Tigi s’erano depositati sul fondo in ordine inverso a quello con cui volavano al momento, lungo un corridoio di quasi dieci chilometri di rottami. Ogni piccolo particolare era una deduzione, gli strumenti di bordo come i tappetini e la moquette, tranciata di netto all’altezza della quarta fila di sedili. Che ne sanno gli oggetti delle trame e delle azioni? Che ne sanno dei mandanti e degli esecutori, gli oggetti sono lì. Sarebbe la storia dell’aereo, perché l’aereo conosce la sua storia, quanti la conoscono al mondo?, in mancanza di parola sarebbe una storia di cose, storia di metallo, metallo offendente e metallo offeso, la fusoliera sa che cosa ha prodotto una frantumazione diseguale poco prima della coda, la pinna sinistra dello stabilizzatore di coda sa che cosa gli ha aperto un taglio a croce sul bordo, così come il ventre del flap destro conosce certamente che cosa lo ha perforato e la natura delle piccole biglie di ferro trovate dentro le lamiere scatolate, il portello laterale sa che cosa gli ha arricciato il rivestimento esterno (skin in inglese nella classificazione dei reperti, «pelle») verso il fuori, le rivettature strappate sanno se a strapparle è stata la velocità della caduta o la depressione di un boato. «È la 870, buonasera Roma», «Buonasera 870, mantenga livello 290, richiamerà sull’Ambra 13 Alpha», «Sì, senta, neanche Ponza funziona?», «Prego?», «Abbiamo trovato un cimitero stasera, da Firenze in poi praticamente non c’era un radiofaro funzionante», «In effetti è un po’ tutto fuori, compreso Ponza. Lei quanto ha in prua ora?», «Manteniamo 195», «Va bene, mantenga, andrà un po’ più giù di Ponza di qualche miglio», «Bene, grazie», «Comunque 195 potrà mantenerlo ancora una ventina di miglia e non di più, c’è molto vento da ovest, al suo livello dovrebbe essere di circa 100-120 nodi», «Sì, in effetti abbiamo fatto qualche calcolo, dovrebbe essere qualcosa del genere». La cornice della porta della toilette sa che cosa l’ha appiattita a quel modo, se un’onda d’urto quando l’aereo era ancora in volo o il timone di coda penetrando nella fusoliera al momento dell’impatto in mare e schiacciando tutto ciò che incontrava, il tappetino numero cinque sa che cosa lo ha strappato, ogni pezzo di metallo o plastica o tessuto sa quale altro oggetto, quale scheggia, e di che cosa, l’ha ridotto così. «È la 870, è possibile avere… 250 di livello?», «Affermativo, può scendere anche adesso», «Grazie, lasciamo 290». I Tigi non tornarono su tutti insieme ma in più riprese a distanza d’anni (nel frattempo i pezzi rimasti laggiù si saranno sentiti abbandonati?), prima la cabina di pilotaggio fusa col carrello anteriore, l’ala destra, il reattore sinistro, elementi della fusoliera, il portellone di servizio anteriore, alcune paratie del vano bagagli, il voice recorder, sedili, salvagenti, frammenti minuti e piccolissimi. Così l’aereo nell’hangar si ricreò nel tempo, si aprivano le casse a mano a mano che arrivavano, si disponevano i pezzi sul cemento, si procedeva al riconoscimento dei reperti, si montava il grosso tronco di coda sui ponteggi, per la fusoliera si cominciava con le ordinate e i correntini della struttura, come la prima volta in fabbrica, «L’Itavia 870 diciamo che ha lasciato Ponza tre miglia sulla destra, quindi, quasi quasi, per Palermo va bene così», «Molto gentile, grazie, siamo prossimi a 250», «Perfetto 870, in ogni caso avverta appena riceve Palermo VOR», «Sì, Papa Alfa Lima lo abbiamo già inserito e va bene. E abbiamo il DME di Ponza», «Perfetto, allora normale navigazione per Palermo. Mantenga 250, richiamerà sull’Alfa». Chissà quali emozioni avranno dovuto trattenere quelli che facevano quel lavoro (e quale modesto conforto sarà stato  il pensare che il lavoro è lavoro, o che in qualche modo lavoravano ‘per la verità’), ogni reperto aveva un cartellino, i manuali di manutenzione e i piani di costruzione aiutavano a ricollocarlo dove avrebbe dovuto essere, e con quel cartellino, all’inizio, ogni pezzo pendeva dall’intelaiatura accanto ai vuoti di quelli che mancavano, e a mano a mano che l’aereo riprendeva corpo si vedeva cosa mancava e cosa c’era, e dove era più distrutto e dove meno, l’aereo cominciava a farsi leggere come un testo frammentario, ogni pezzo si offriva al racconto di una possibilità dell’accaduto, la fiancata destra molto più sofferente della sinistra, il metallo non era arrugginito nemmeno nelle fratture, i colori di compagnie sembravano freschi, c’erano ancora le macchie nere degli scarichi dei motori; solo che ogni pezzo non combaciava più con gli altri, proprio perché manteneva la propria storia ossia la propria deformazione. «È sull’Alpha la 870», «Affermativo, leggermente spostato sulla destra, diciamo… quattro miglia. Comunque il servizio radar termina qui. Chiamate Roma Aerovie sulla 128.8 per ulteriori», «Grazie di tutto, buonasera», «Buonasera a lei, 870». E al ricombaciare dei pezzi, al loro ritrovarsi dopo anni e miglia di distanza e di separatezza, il colpo d’occhio non restituiva immediatamente l’accaduto, anche se ogni parte ne conservava la memoria, perché l’aereo così com’era adesso non è com’era in fondo al mare, e su quel disporsi, sulla mappa dei relitti in mare, cominciava la lettura e l’interpretazione, l’aereo s’era spezzato in volo, e ogni pezzo aveva proseguito la propria personale parabola da venticinquemila piedi a zero, oppure era sceso a motori spenti lacerandosi all’impatto, ed era l’impatto e solo quello ad aver prodotto ogni specifica ferita, e le correnti in aria e le correnti in mare ad aver prodotto la deriva. «Roma, buonasera, è l’Itavia 870», «Buonasera Itavia 870, avanti», «Centoquindici miglia per Papa Romeo Sierra, mantiene 250», «Ricevuto Itavia 870, può darci uno stimato per Raisi?», «Raisi lo stimiamo intorno ai 13», «870 ricevuto, autorizzati a Raisi VOR, nessun ritardo è previsto. Ci richiami per la discesa», «Per Raisi nessun ritardo, richiameremo alla discesa», «È corretto». Forse per una questione di rispetto i sedili non vennero mai rimontati, l’interno dell’aereo era un tavolato disposto sull’intelaiatura del pavimento originale, per quanto s’era potuto ricostruire, sul quale era appoggiata la moquette, e sopra il tutto un tunnel costituito dalla fusoliera, sfondata all’aperto davanti e dietro. «Itavia 870, quando pronti, autorizzati a 110. Richiamate lasciando 250 e attraversando 150… Itavia 870?». Ogni tanto, nell’hangar, i parenti si riunivano intorno ai Tigi per testimoniare il loro dolore o per testimoniare le azioni intraprese per ottenere giustizia e conoscenza della verità, e in quelle occasioni i Tigi, dopo essere stati un volo di linea, dopo essersi dispersi come relitti, poi ripescati e rimontati in forma d’aereo, diventavano un monumento funebre; per chi avesse osservato senza conoscere la storia, per chi avesse visto quelle povere persone raccolte in un hangar attorno a un aeroplano in pezzi, sarebbe stata un’immagine così dolorosa, così incomprensibile, e in quelle occasioni dentro l’aereo, a camminare sul tavolato, c’erano non più i periti, ma carabinieri, autorità e qualche fotografo. «Itavia 870, ricevete?… ». Col tempo arrivarono anche gli ultimi pezzi, l’ultimo frammento di correntino, l’ultimo pezzo stringheri, l’ultimo brano di rivestimento rivettato, i Tigi furono quasi completamente riuniti, quasi. E quando si riparte? «Itavia 870, qui è Roma, ricevete?…» Venne alla luce il flight recorder, e l’ultimo dei giubbetti salvagente, e l’ultima delle mascherine dell’ossigeno, e il telaio della porta anteriore con un finestrino della cabina piloti, e una pompa carburante, e un longherone con rivestimento e rivetti, e un seggiolino, e un portello con maniglia circolare, «Itavia 870, Roma…? Itavia 870, qui è Roma, ricevete?…», e una scatola elettrica, e tre tubi oleodinamici, e una condotta schiacciata, un elemento di strumentazione, un martinetto con molla, un seggiolino con cintura, «Itavia 870, ricevete?…Itavia 870, qui è Roma, ricevete?…», un pezzo di lamiera celeste con strumento, e un pezzo d’ala con valvole e tubi, e una scatola nera elettrica/elettronica, un oblò di plexiglas, un pezzo di struttura della fusoliera con targhetta ‘Douglas’, e uno scatolato nero con attacco di condotta, e un contenitore grigio verde con attacchi elettrici, «Air Malta 758, this is Rome control», «Rome go ahed», «Air Malta 758, please, try to call for us, try to call for us Itavia 870, please», «Roger, sir… Itavia 870… Itavia 870, this is Air Malta charter 758, do you read?… Itavia 870… Itavia 870, this is Air Malta charter 758. Do you read?… do you read?… Rome, negative contact with Itavia 870», altri due finestrini con l’apertura del portello d’emergenza, la targhetta dell’insegna luminosa ‘emergency exit’, un ultimo pezzetto di fusoliera con pittura rossa, un’altra parte di fusoliera bianca con l’interno celeste ripiegato sulla parte esterna bianca, un trasformatore bruciato con cavo, un frammento della deicing line, alcuni fogli del manuale operativo, un pezzo del rivestimento esterno abraso per frizione, uno strumento senza più il quadrante, «Itavia 870, Itavia 870 this is Rome control, do you read?… Itavia 870, Itavia 870, Rome control, do you read?… », un elevatore con scaricatore statico, un pezzo di condotta di ventilazione ad Y, un finestrino della fusoliera, un telaio per supporto carrucole, la scaletta posteriore, parte terminale dell’ala sinistra, un pannello divisorio bianco, una cassetta elettrica con sportellino, ordinate e correntini, il galley, cioè il cucinino, un frammento di fusoliera con valvola di scarico per WC, un ‘toilette seat’, «Air Malta, this is Rome», «Rome go ahead, this is Air Malta», «Ok, sir, we have Itavia 870 unreported inbound Palermo, please, please try to call for us Itavia 870, try to call for us Itavia 870», «Alitalia 870?», «Itavia, sir, Itavia, Itavia 870», «Roger… Itavia 870, Itavia 870 this is Air Malta. Do you read?… Itavia 870, do you read?… Do you read?… »)

(DANIELE DEL GIUDICE)

Do you read?

(mi ricevete?) (in inglese aereonautico)                                                                

……………..  

Unreported (“non comunicato”)

Inbound  (“in entrata”)

“UNREPORTED INBOUND PALERMO” è l’espressione usata dal controllore di volo di Punta Raisi a Palermo per annunciare la perdita del contatto radio con l’ITAVIA 870 partito da Bologna un’ora prima, il 27 giugno del 1980, il “Dc9 I-Tigi” abbattuto nel cielo di USTICA. Ottantauno (81) persone morte (77 passeggeri e 4 membri dell’equipaggio) nell’abbattimento dell’aereo avvenuto alle 20:59 del 27 giugno 1980 sopra il braccio del mar Tirreno compreso tra le isole di PONZA e USTICA

…………………………..

L’ULTIMO MESSAGGIO DEL PILOTA AI PASSEGGERI DEL DC9

da https://www.stragi80.it/

   27 giugno 1980, il Dc9 I-Tigi della compagnia Itavia, con a bordo 77 passeggeri e 4 membri dell’equipaggio, ha appena sorvolato l’isola di Ponza. Percorre l’aerovia Ambra 13, verso Palermo Punta Raisi, l’atterraggio è stimato alle 21.13. I due assistenti di volo, Continua a leggere

RAPPORTO CENSIS 2021 (55esimo): tra i temi in rilievo è “L’IRRAZIONALE” che pervade parte significativa della popolazione italiana. Sarà così? E se sì quali cause di “non cultura” vi sono nell’epoca dei social media e dell’informazione di massa? I tanti dati sullo “stato del Paese” del Censis chiedono un lavoro di ottimismo e volontà


Gli italiani e l’irrazionale. “(…) Accanto alla maggioranza ragionevole e saggia si leva un’onda di irrazionalità. È un sonno fatuo della ragione, una fuga fatale nel pensiero magico, stregonesco, sciamanico, che pretende di decifrare il senso occulto della realtà. Come nel negazionismo storico-scientifico: IL 5,8% È SICURO CHE LA TERRA SIA PIATTA (…) (dal 55° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese)

   I tanti e variegati dati del rapporto Censis sulla situazione degli italiani, sull’impatto che ha avuto (e che ha) il Covid (il pessimismo crescente e l’ampliarsi della povertà), ha avuto al centro dell’attenzione mediatica alcuni elementi dell’ “irrazionale” degli italiani, mettendo in secondo piano tutto il resto della larga analisi socio-economica. E’ stata data più attenzione (forse giustamente) a quella percentuale, peraltro assai minoritaria, di italiani che credono in cose del tutto irrazionali. Cioè che per il 5,9% (circa 3 milioni) il Covid non esiste; per il 10,9% il vaccino è inutile; il 5,8% è convinto che la Terra è piatta; per il 10% l’uomo non è mai sbarcato sulla Luna.

“L’irrazionale ha infiltrato il tessuto sociale. Per il 5,9% degli italiani (circa tre milioni) il Covid non esiste, per il 10,9% il vaccino è inutile. E poi: il 5,8% è convinto che la Terra è piatta, per il 10% l’uomo non è mai sbarcato sulla Luna, per il 19,9% il 5G è uno strumento sofisticato per controllare le persone”. A evidenziarlo è il 55° rapporto della fondazione Censis – Centro studi e investimenti sociali – sulla situazione sociale del Paese, presentato venerdì al capo dello Stato Sergio Mattarella dal presidente dell’istituto, Giuseppe De Rita. Il documento contiene anche un allarme sui numeri della povertà: nel 2020 sono due milioni le famiglie italiane che vivono in povertà assoluta, con un aumento del 104,8% rispetto al 2010 (980.000). Tra le famiglie che sono entrate in questa condizione durante il primo anno di pandemia, ben il 65% risiede al Nord. La pandemia, nota il rapporto, ha accentuato il senso di vulnerabilità: il 40,3% degli italiani si sente insicuro pensando alla salute e alla futura necessità di dover ricorrere a prestazioni sanitarie. (da “Il Fatto Quotidiano” del 3/12/2021) (tabella ripresa dal RAPPORTO CENSIS 2021)

   Elementi di incredulità, di forte credenza nel complottismo, che sono stati ritenuti (sono ritenuti) assai preoccupanti; ma che, in fondo, non intaccano la stragrande maggioranza di persone che quelle idee non le hanno proprio. Resta però la preoccupazione di che atteggiamento avere con chi afferma, pur in minoranza, dubbi e perplessità su elementi che stanno accadendo o sono accaduti.

   E i temi trattati dal 55° rapporto Censis (reso pubblico il 3 dicembre 2021) sono tanti, dal dibattito sui vaccini alla credibilità dell’informazione in Tv e sul web, dal divario retributivo tra uomini e donne, all’infodemia su virus e vaccini; dai dati economici del momento, agli elementi ora in totale trasformazione che caratterizzano la vita pubblica e privata delle persone: la formazione, il lavoro e la rappresentanza, il welfare e la sanità, il territorio e le reti, i soggetti e i processi economici, i media e la comunicazione, la sicurezza e la cittadinanza. E il tutto si potrebbe sintetizzare con tre parole che denotano il contesto attuale del nostro Paese: sfiducia, irrazionalità e povertà.

Foto Paolo Giandotti/Ufficio Stampa Quirinale/LaPresse02-12-2021 Roma – ItaliaPolitica – IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA SERGIO MATTARELLA RICEVE IL RAPPORTO CENSIS 2021 DA GIUSEPPE DE RITA, Presidente della Fondazione CENSIS (Centro studi e investimenti sociali) sulla SITUAZIONE SOCIALE DEL PAESE

   Ma quello che appare di più resta l’elemento irrazionale. «L’irrazionale ha infiltrato il tessuto sociale, sia le posizioni scettiche individuali, sia i movimenti di protesta che quest’anno hanno infiammato le piazze, e –l’irrazionale- si ritaglia uno spazio non modesto nel discorso pubblico, conquistando i vertici dei trending topic – cioè i temi di tendenza del momento, quelli che si parla di più, ndr – nei social network, scalando le classifiche di vendita dei libri, occupando le ribalte televisive», osserva il rapporto.

Gli italiani e l’irrazionale. “(…) IL 10% È CONVINTO CHE L’UOMO NON SIA MAI SBARCATO SULLA LUNA. (dal 55° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese) (nella FOTO: lo sbarco sulla luna del 20 luglio 1969)

   Accanto a una maggioranza razionale, si leva un’onda di irrazionalità. E non è semplicemente una distorsione legata alla pandemia, ma ha radici socio-economiche profonde, seguendo una parabola che va dal rancore (gli immigrati che ci invadono, etc.) al sovranismo psichico; e che ora evolve diventando il gran rifiuto del discorso razionale, cioè degli strumenti con cui, bene o male, nel corso del tempo è stato costruito un certo attuale benessere: dalla scienza alla medicina, alle innumerevoli innovazioni tecnologiche, ai vari livelli di governo (dall’Europa al proprio Comune). Non una critica seppur radicale ma costruttiva, ma un rifiuto a credere in qualsiasi istituzione.

Professor De Masi, il Covid ha fatto crescere i complottisti? “L’onda di irrazionalità non è arrivata con la pandemia, c’era anche prima. La pandemia l’ha messa a nudo. Prima non c’era motivo di constatare quanti erano i terrapiattisti o i negazionisti dell’uomo sulla Luna. Questo dato però è terribile e sottolinea come le tre agenzie di acculturazione in Italia non funzionino.” Ovvero? “Se abbiamo tre milioni di persone che credono che il covid non esiste vuole dire che le tre agenzie – FAMIGLIA, SCUOLA e MEDIA-  hanno fallito. Ma basta guardare i quiz che tutte le sere passano in tv per darsi una piccola risposta.” (….) (intervista al sociologo DOMENICO DE MASI di Giacomo Galanti, da https://www.huffingtonpost.it/, 3/12/2021)

   Forse tutto si spiega con la crisi economica e un reale estendersi, per larghe fasce di popolazione, di una povertà, non solo “relativa” (non stare al passo con il trend di vita degli altri), ma sempre più per alcuni anche “povertà assoluta” (non riuscire a procurarsi le cose minime necessarie per sopravvivere). Negli ultimi trent’anni di globalizzazione, tra il 1990 e oggi, l’Italia è l’unico Paese Ocse (all’Ocse appartengono i paesi sviluppati aventi in comune un sistema di governo di tipo democratico e un’economia di mercato) in cui le retribuzioni medie lorde annue sono diminuite. E forse anche per questo alla rilevazione del Censis 2021, risulta che l’81% degli italiani ritiene che oggi è molto difficile per un giovane vedersi riconosciuto nella vita l’investimento di tempo, energie e risorse profuso nello studio. I Neet, i giovani che non studiano e non lavorano, costituiscono una eclatante fragilità sociale del nostro Paese. Tra tutti gli Stati europei, l’Italia presenta il dato più elevato, che negli anni continua a aumentare.

LA DITTATURA SANITARIA – “(…) Il ritratto dell'”Italia irrazionale” che viene fuori dal 55esimo rapporto del Censis sulla situazione sociale del Paese parte da numeri che fanno impressione: il 31,4 % degli italiani è ancora convinto che i vaccini siano sperimentali, il 10,9 % che siano inutili e inefficaci, il 5,9% (pari a 3 milioni di persone) insiste nel dire che il Covid non esiste. Complessivamente il 12,7 % pensa che la scienza provochi più danni che benefici. (…)” (Alessandra Ziniti, da “La Repubblica” del 9/12/2021) (tabella ripresa dal RAPPORTO CENSIS 2021)

   Lo stesso dicasi per il tasso di attività femminile (la percentuale di donne in età lavorativa disponibili a lavorare), che a metà anno (2021) è al 54,6%; si è ridotto di circa 2 punti percentuali durante la pandemia e rimane lontanissimo da quello degli uomini, pari al 72,9% (l’Italia si colloca all’ultimo posto tra i Paesi europei). Chiaramente poi la maggioranza assoluta delle donne occupate dichiara (ai dati Censis) che durante l’emergenza sanitaria si è dovuta sobbarcare un carico aggiuntivo di stress, fatica e impegno nel lavoro e nella vita familiare (ma questo lo potevamo immaginare da soli senza alcun rilevamento).

LE ASPETTATIVE DEI GIOVANI TRADITE – “(…) Oggi l’Italia traina la ripresa d’Europa ma per il 66,2 % degli italiani si viveva meglio in passato. E tutti gli indicatori economici lo confermano: negli ultimi 30 anni l’Italia è l’unico Paese Ocse in cui le retribuzioni medie sono diminuite (-2,9%) e questo genera una profonda inquietudine per il futuro soprattutto nei giovani e nei ceti più bassi. L’81 % degli italiani ritiene che oggi sia molto difficile per un giovane vedersi riconosciuto l’investimento di tempo, di energie e di risorse profuso nello studio. Ma soprattutto più di un terzo pensa che non sia conveniente inseguire una laurea o un master per poi ritrovarsi con retribuzioni sempre più basse e una precarietà molto lunga (…)” (Alessandra Ziniti, da “La Repubblica” del 9/12/2021) (FOTO da www.sfogliaroma.it/

   Per quanto riguarda la povertà, piaccia o meno, il reddito di cittadinanza ha un po’ attutito la forte crescita. Al primo gennaio 2019 c’erano circa 5 milioni di poveri che con il reddito di cittadinanza entrato in vigore a marzo 2019 si sono ridotti a circa 3 milioni. Con il Covid i poveri sono tornati a crescere fino a circa 6 milioni, di cui 2 milioni in povertà assoluta. Quindi oggi abbiamo un milione di poveri in più rispetto a inizio 2019. Secondo il sociologo De Masi (che qui riportiamo una sua intervista all’Huffington Post) senza il reddito di cittadinanza ne avremmo di poveri circa 8 milioni.

   E poi per non parlare della demografia, del calo delle nascite in una situazione già assai precaria…. E tanti altri elementi sociali che sono stati riscontrati dal Censis (che potete leggere negli articoli riportati in questo post).

“(…) Ora, ce ne sarebbero da dire, e molte le abbiamo dette un sacco di volte: che il Censis è un istituto autorevole, ma la sua è una ricerca statistica, influenzata dalle variabili e dai margini di errore di ogni ricerca statistica, non il racconto della realtà; che “la società dell’irrazionale” è alimentata da meccanismi psicologici di ricerca di affermazione di sé (che si concretizzano in “la so lunga io, a me non la raccontate, non passerò per ingenuo”), più che da inclinazioni “antiscientifiche” o “irrazionali”; che IL 94,2% DEGLI ITALIANI SECONDO IL CENSIS È CONSAPEVOLE CHE LA TERRA È ROTONDA, E CHE IN 500 ANNI (O MILLE, O DUEMILA) ABBIAMO QUINDI FATTO NOTEVOLI PROGRESSI. (…)” (Luca Sofri, da WITTGENSTEIN – IL POST https://www.wittgenstein.it/, 9/12/2021) (l’IMMAGINE qui sopra: GLI ITALIANI CREDONO ANCORA IN UN’INFORMAZIONE PROFESSIONALE dal rapporto-comunicazione-censis-2021)

   Un contesto assai difficile ma rimediabile pensiamo: con un nuovo inizio che ci può essere, segnato da una parola in voga in questo momento (ma che effettivamente sembra essere quella giusta), cioè “transizione”. Siamo in un momento speciale di transizione (sociale, culturale, economica, ecologica, digitale, etc.), con tutti i rischi che ne derivano, ma anche con la speranza che, impegnandoci, qualcosa di nuovo e positivo possa venire.

   E’ come la dura tragedia dell’ultima guerra: da essa uomini e donne che avevano elaborato idee e modi di essere nuovi, hanno potuto applicarli nel nuovo contesto creatosi (pur dall’evento di sofferenza). Pertanto è normale che lo stato d’animo sia non dei migliori adesso (è molto difficile essere ottimisti durante una pandemia). Se il periodo che stiamo vivendo rappresenta un passaggio cruciale, è ora di tirare fuori il meglio delle nostre idee in ogni campo in cui crediamo (abbiamo finora creduto) o siamo “esperti”, ed impegnarci a essere protagonisti in questa “transizione”. (s.m.)

………………………………………………….

55° RAPPORTO SULLA SITUAZIONE SOCIALE DEL PAESE/2021

Giunto alla 55ª edizione, il Rapporto Censis interpreta i più significativi fenomeni socio-economici del Paese nella fase di transizione che stiamo attraversando.

da https://www.censis.it/rapporto-annuale/ 3 dicembre 2021

Giunto alla 55ª edizione, il Rapporto Censis interpreta i più significativi fenomeni socio-economici del Paese nella fase di transizione che stiamo attraversando. Le CONSIDERAZIONI GENERALI introducono il Rapporto descrivendo uno sviluppo più per progetto che per continuato adattamento, che richiede un lavoro di autocoscienza, individuale e collettiva. Nella seconda parte, LA SOCIETÀ ITALIANA AL 2021, vengono affrontati i temi di maggiore interesse emersi nel corso dell’anno: l’IRRAZIONALITÀ che ha infiltrato il tessuto sociale, il RIMBALZO DELL’ECONOMIA nella scarsità del capitale umano, gli EFFETTI DI SVIGORIMENTO dello stato di sospensione continuata. Nella terza e quarta parte si presentano le analisi per settori: la FORMAZIONE, il LAVORO e la RAPPRESENTANZA, il WELFARE e la SANITÀ, il TERRITORIO e le RETI, i SOGGETTI e i PROCESSI ECONOMICI, i MEDIA e la COMUNICAZIONE, la SICUREZZA e la CITTADINANZA.

….

Vedi la SINTESI DEL RAPPORTO CENSIS:

https://www.censis.it/sites/default/files/downloads/Classifica%20Censis%20delle%20Universit%C3%A0%202021-2022_0.pdf

….

https://www.censis.it/rapporto-annuale/presentazione-del-55%C2%B0-rapporto-sulla-situazione-sociale-del-paese2021

…………………………………

QUESTO SIAMO

da WITTGENSTEIN – IL POST https://www.wittgenstein.it/, 9/12/2021

   La settimana scorsa una estesa ricerca del Censis sullo “stato del paese” ha dato a molti commentatori – sui giornali e sui social network – un appetitoso argomento (ricerche simili escono corredate di sintesi di varie misure prodotte con sapienza e conoscenza dei propri polli dagli uffici stampa degli istituti implicati) su tutti gli altri: il dato sulla quota di “matti” che l’Italia ospita nel 2021, ovvero quelli che credono a complotti e ipotesi balenghe (“il 5,8% è convinto che la Terra sia piatta”) e che con distacco scientifico e fenomenologico il Censis ha chiamato “La società dell’irrazionale”.

   Ora, ce ne sarebbero da dire, e molte le abbiamo dette un sacco di volte: che il Censis è un istituto autorevole, ma la sua è una ricerca statistica, influenzata dalle variabili e dai margini di errore di ogni ricerca statistica, non il racconto della realtà; che “la società dell’irrazionale” è alimentata da meccanismi psicologici di ricerca di affermazione di sé (che si concretizzano in “la so lunga io, a me non la raccontate, non passerò per ingenuo”), più che da inclinazioni “antiscientifiche” o “irrazionali”; che il 94,2% degli italiani secondo il Censis è consapevole che la Terra è rotonda, e che in 500 anni (o mille, o duemila) abbiamo quindi fatto notevoli progressi; ma volevo dire un’altra cosa.

   Volevo dire che se prendiamo sul serio questi dati, e se decidiamo di allarmarcene, o stupircene, e di scrivere esterrefatti dei commenti su dove andremo a finire e sui macrofenomeni che spiegherebbero queste derive, forse dovremo tenere più in considerazione il ruolo dei media tradizionali, oltre a quello dei barbari digitali. Questo è un paese (chiedete al Censis) in cui le persone si informano ancora in maggior parte dalla televisione, e in cui la gran parte delle informazioni diffuse dalla televisione e dagli stessi social network nasce nelle redazioni giornalistiche e sui quotidiani del mattino, che sono “comprati” sempre meno, ma molto letti e redistribuiti dai mezzi suddetti (quando dicono “la gente si informa su Facebook e non sui giornali”, di cosa parliamo? Non è che le notizie gliele scriva Zuckerberg). E quando le trasmissioni di prima serata sono parte integrante della “società dell’irrazionale”, e quando un’edizione veneta del maggior quotidiano nazionale spiega ai lettori un esorcismo e i suoi risultati con lo stesso approccio con cui si spiegherebbe il risultato di una sperimentazione clinica approvata dall’AIFA, di che stiamo parlando? Ringraziare il cielo – e chi altro? – che sia soltanto il 5,8%. (Luca Sofri)

…………………………..

DOMENICO DE MASI: “SCUOLA, MEDIA E FAMIGLIA HANNO FALLITO SE C’È CHI NON CREDE AL COVID”

Il sociologo sul rapporto del Censis: “L’irrazionalità non è arrivata con la pandemia, c’era anche prima”

di Giacomo Galanti, da https://www.huffingtonpost.it/, 3/12/2021

   Il 55esimo rapporto del Censis sottolinea che durante questo periodo di pandemia c’è stata un’ondata di “irrazionalità” con 3 milioni di italiani (5.9%) convinti che il Covid non esiste. Per non parlare del 5,8% di chi pensa che la terra sia piatta e del 10% che non crede all’allunaggio.  È abbastanza ovvio che la pandemia dia senso smarrimento. “Un sonno fatuo della ragione, una fuga fatale nel pensiero magico”, spiega il Rapporto, di cui abbiamo parlato con il sociologo DOMENICO DE MASI.

Professor De Masi, il Covid ha fatto crescere i complottisti? 

L’onda di irrazionalità non è arrivata con la pandemia, c’era anche prima. La pandemia l’ha messa a nudo. Prima non c’era motivo di constatare quanti erano i terrapiattisti o i negazionisti dell’uomo sulla Luna. Questo dato però è terribile e sottolinea come le tre agenzie di acculturazione in Italia non funzionino.

Ovvero? Continua a leggere

L’AFRICA SENZA VACCINI ANTI COVID – Oltre alla non solidarietà, c’è il mancato “sano egoismo” dei paesi ricchi che, non aiutando i popoli africani, non comprendono che solo tutti insieme si può uscire dalla pandemia – E Pechino promette 1 miliardo di dosi (e la UE prova ad esserci, in Africa, con il “GLOBAL GATEWAY) 

“(…) Fino dall’avvio delle prime campagne vaccinali in Occidente si era iniziato a discutere della necessità di vaccinare velocemente anche i paesi più poveri, dove vivono miliardi di persone, con donazioni di dosi e sovvenzioni. Il programma internazionale COVAX avrebbe dovuto semplificare l’acquisto dei vaccini da parte dei paesi più ricchi intenzionati a redistribuirli in quelli più poveri, ma dalla sua nascita ha faticato non poco a funzionare. COVAX avrebbe dovuto distribuire 2 miliardi di dosi entro la fine del 2021, ma a fine estate l’obiettivo è stato rivisto a 1,4 miliardi di dosi per quest’anno. Secondo le ultime stime, i vaccini effettivamente consegnati sono stati meno di 580 milioni. (…)” (da IL POST.IT, 30/11/2021, https://www.ilpost.it/) (foto: Vaccini in Sudafrica, foto da “Il Fatto Quotidiano”)

POCHI VACCINI, BUIO SUI DATI: PERCHÉ L’AFRICA FA PAURA

di Alessandra Muglia, 27/11/2021, da https://www.corriere.it/esteri/

   Il tracciamento quasi impossibile, in molti Paesi meno del 10% di immunizzati. Le difficoltà di Covax

   Sembra avere qualcosa a che vedere con la paura del buio il panico generato in Occidente dalla nuova variante africana del coronavirus. Non che non ci siano motivi, anzi, per temere la B.1.1.529 ribattezzata Omicron e aggiunta dall’Oms tra i ceppi «preoccupanti». (Alessandra Muglia, 27/11/2021, da https://www.corriere.it/esteri/)

“(…) Il programma COVAX, che avrebbe dovuto garantire DUE MILIARDI DI DOSI ai 145 Paesi più bisognosi, è per ora una nobile chimera. L’Africa ospita il 17% della popolazione mondiale, ma finora ha avuto accesso solo al 3% delle fiale globali. (…) Il condirettore di Covax ammoniva, già prima della variante Omicron, che SENZA SOPPRIMERE IL VIRUS GLOBALMENTE non riprenderanno davvero commerci e spostamenti (…) (Goffredo Buccini, da “il Corriere della Sera” del 2/12/2021) (foto: trasporto di vaccini, foto da www.ilriformista.it/)

   A iniziare dall’alto numero di mutazioni a livello della proteina Spike, quella su cui agiscono molti vaccini, i contagi aumentati del 258% in una settimana in Sudafrica, i primi casi in Europa. Ma Omicron fa paura anche perché proviene da un continente poco monitorato: i dati sono scarsi, spesso poco affidabili. Gli unici numeri certi sono quelli, preoccupanti, sui vaccini consegnati. (Alessandra Muglia, 27/11/2021, da https://www.corriere.it/esteri/)

Nell’immagine: situazione vaccinati al 26 novembre 2021 in AFRICA, da https://www.corriere.it/esteri/ – “(…) Se stasera Europa e Nordamerica le mandassero due miliardi e mezzo di dosi (doppia vaccinazione per un miliardo e 300 milioni di africani) è plausibile che parte di esse finirebbe in una discarica. Perché i vaccini sono solo la faccia più vistosa del problema. L’altra è l’assenza di strumenti, conoscenze, trasporti, personale idoneo. (…) Un punto colto da Roberto Speranza al G7 dei ministri della Salute: «Non basta donare dosi, dobbiamo supportare concretamente chi non ha servizi sanitari strutturati e capillari come i nostri. (…)”(Goffredo Buccini, da “il Corriere della Sera” del 2/12/2021)

   Soltanto 1 caso di Covid su 7 viene individuato in Africa, stima l’Organizzazione mondiale della sanità. Il problema è noto: la scarsa disponibilità di tamponi. In un recente report, l’Oms calcola che dall’inizio della pandemia i Paesi africani hanno riferito di 70 milioni di tamponi su una popolazione complessiva di 1,3 miliardi di persone. Gli Usa con un terzo degli abitanti hanno somministrato più di 550 milioni di test: 8 volte tanto. Per dare idea della scarsissima capacità diagnostica del continente indica due cifre Giovanni Putoto, responsabile programmazione e ricerca operativa del Cuamm, ong di Medici con l’Africa: «In Sud Sudan dall’inizio della pandemia sono stati somministrati 230mila test, contro i 400-500 mila al giorno dell’Italia». (Alessandra Muglia, 27/11/2021, da https://www.corriere.it/esteri/)

Nella foto GITA GOPINATH, economista statunitense di origine indiana, dal 2019 capo economista del Fondo Monetario Internazionale, oltre che direttore del dipartimento di ricerca del FMI e consigliere economico del Fondo. “(…) GITA GOPINATH ha mostrato che noi europei al 18 ottobre scorso (2021) avevamo spedito ai Paesi poveri un decimo dei 300 milioni di dosi che abbiamo promesso. Ci sentiamo moralmente immacolati ma, presi dal panico, siamo corsi a vaccinare noi stessi una, due, tre volte pensando di chiudere così la nostra partita con il virus. Era un’illusione. Gita Gopinath viene da un Paese a basso reddito come l’India e ci aveva avvertiti (Corriere della Sera, 6 giugno 2021) che nessuno in questa pandemia si salva da solo. (…)” (Federico Fubini, da “il Corriere della Sera” del 1/12/2021)

   Certo ci sono tante Afriche: quella in emergenza cronica anche per i conflitti, come Somalia e Congo, dove non esiste alcun tipo di tracciamento; e le parti dotate di una certa capacità di controllo, come Sudafrica, Senegal, Marocco, Egitto, Botswana e Kenya, con più casi rilevati.

   A voler vedere il bicchiere mezzo pieno, la cosa positiva con Omicron è che si è sviluppato nell’Africa meridionale, vicino al Sudafrica, l’unico Paese africano con una buona capacità di sequenziare le varianti, operazione fondamentale per poter studiare tempestivamente le mutazioni invece di rincorrerle. «Quasi nessun Paese in Africa è in grado di farlo. Per sorvegliare le mutazioni occorrono tecnologie e preparazione, i Paesi ricchi devono tener conto di questo» osserva Putoto. (Alessandra Muglia, 27/11/2021, da https://www.corriere.it/esteri/)

COVAX, acronimo di COVID 19 VACCINE GLOBAL ACCESS, è un programma internazionale a cui hanno aderito 190 Paesi in tutto il mondo con l’obiettivo di fornire specie ai Paesi poveri un accesso ai vaccini anti Covid. Fanno parte GAVI Alliance (partnership globale tra soggetti pubblici e privati a tutela della salute dei bambini), l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), l’UNICEF e la CEPI (Coalition for Epidemic Preparedness Innovations, Coalizione Internazionale per le innovazioni in materia di preparazione alla lotta contro le epidemie). Alla guida l’OMS insieme con il CEPI. (immagine COVAX-COVID-19-vaccine, foto tratta da www.sidiblog.org/)

   «Se questa variante avesse fatto un altro giro, magari dal Sud Sudan chissà quando sarebbe stata identificata. Quanto avrebbe potuto diffondersi senza essere individuata? — riflette Guglielmo Micucci, direttore generale di Amref — È l’incertezza a generare il panico, questo gioco delle varianti non sappiamo dove può portare. Dove sorgerà la prossima?».

   Il grande argine sono i vaccini. Da mesi in molti ricordano, contro il «nazionalismo delle dosi», che nessun Paese si salva da solo, ma Omicron mostra ora cosa significa un’Africa non immunizzata per il futuro della pandemia: libertà di movimento per il virus e proliferare di mutazioni. Il continente ospita il 17% della popolazione mondiale, ma finora ha avuto accesso solo al 3% delle fiale globali. Attualmente al mondo si somministrano più terze dosi che prime: le nazioni ricche stanno erogando più richiami rispetto alle prime dosi somministrate dalle nazioni povere. Il risultato è preoccupante: solo 15 dei 54 Paesi africani hanno così raggiunto l’obiettivo di immunizzare almeno il 10% della popolazione entro settembre, valuta l’Oms. Questo soprattutto perché Covax, il programma nato per la distribuzione equa dei vaccini, non è stato in grado di reperire dosi al ritmo necessario. (Alessandra Muglia, 27/11/2021, da https://www.corriere.it/esteri/)

LE VIE DELL’AFRICA – di Giuseppe Mistretta, Ed. Infinito, 2020, 13 euro – “(…) Secondo un bel volume dell’ambasciatore Giuseppe Mistretta («LE VIE DELL’AFRICA») in cinquant’anni sono piovuti sul continente almeno 1.500 miliardi di dollari. Ma certi aiuti senza criterio devastano l’Africa, spiegava l’economista Dambisa Moyo: cerchiamo di trarne una lezione, oggi. (…)” (Goffredo Buccini, da “il Corriere della Sera” del 2/12/2021)

   Ma al basso tasso vaccinale concorre anche un certo scetticismo. Soprattutto in Sudafrica: se all’inizio dell’anno il programma era stato rallentato dalla scarsità di fiale, ora è stata Pretoria stessa a chiedere a Johnson & Johnson e Pfizer di ritardare le consegne. Troppa giacenza: 16,8 milioni di dosi stoccate, ha rivelato la Reuters. Così è l’esitazione ora a rallentare la campagna. Oggi il 35% dei sudafricani è completamente vaccinato, un valore più alto rispetto alla maggior parte delle altre nazioni africane, ma è soltanto la metà dell’obiettivo di fine anno fissato dal governo. (Alessandra Muglia, 27/11/2021, da https://www.corriere.it/esteri/)

“La Commissione europea ha lanciato il GLOBAL GATEWAY: il grande progetto di «CONNESSIONI SOSTENIBILI» per sostenere la ripresa post-pandemica non solo in Europa, ma anche IN AFRICA. Un piano da 300 MILIARDI DI EURO, in linea con gli impegni concordati al G7, che farà CONCORRENZA ALLA NUOVA VIA DELLA SETA CINESE. La presentazione arriva all’indomani dell’ottavo vertice Cina-Africa tenutosi a Dakar, in Senegal, tra il 28 e il 30 novembre. (…)” (1° Dicembre 2021, da https://www.open.online/) (foto: Ursula Von del Leyen presenta GLOBAL GATEWAY, foto da www.open.online/)

   «In realtà c’è una buona dose di esitazione anche in molti altri Paesi africani», considera Roberto Zuccolini, portavoce della Comunità di Sant’Egidio, presente in 30 Paesi del continente. «Bisogna tener conto che in Africa sono arrivati diversi vaccini tra cui quelli cinesi che coprono soltanto al 40-50% e il russo Sputnik. Con Covax è arrivato AstraZeneca, un vaccino adatto all’Africa visto che non necessita della catena del freddo ma è stato vissuto da molti come uno scarto dell’Occidente dopo che in Europa diversi stati hanno iniziato a vietarlo. Infine è arrivato Pfizer. Ma bisogna occuparsi di sensibilizzare la popolazione sull’utilità dei vaccini perché la percentuale degli immunizzati è ancora bassissima. Noi stiamo cercando di farlo seguendo il metodo usato contro l’Aids: con il programma Dream, combattendo i pregiudizi». (Alessandra Muglia, 27/11/2021, da https://www.corriere.it/esteri/)

AFRICA IL PESO DEL DEBITO SUL PIL (MAPPA DA ISPI) – “(…) La Banca Mondiale stima il DEBITO PUBBLICO MEDIO per l’AFRICA SUBSAHARIANA al 71 per cento del Pil nel 2021: un livello non clamoroso che però, stante il grado di sviluppo e la stabilità strutturale delle economie africane, rende complesso per i governi portare avanti l’azione politica e pone dubbi sulla sostenibilità dei debiti stessi. Lo Zambia, per esempio, ha dichiarato il default tecnico a novembre 2020, diventando il primo paese a farlo durante la pandemia. (…)” (Emanuele Rossi, 20/11/2021, da https://formiche.net/)

…………………………….

– Al 24 novembre, l’Africa conta 8.609.413 contagi e 222.118 decessi legati al COVID-19.

– Il Sudafrica rappresenta il Paese più colpito del continente, con 2.922.222 di casi e 89.179 decessi. A seguire, Marocco (946.283 casi e circa 14.678 decessi), Tunisia (712.776 casi e 25.244 decessi), Etiopia (365.372 casi e 6.467 decessi) e Libia (350.628 casi e 4.904 decessi).

– Al 24 novembre, è stata vaccinata completamente il 42,16% della popolazione mondiale. L’Europa al 57,29%; gli USA al 57,83%; l’Italia all’85%; l’Africa al 7,02%.

– Secondo l’Africa CDC, al 24 novembre, il continente africano ha ricevuto 360 milioni di dosi di vaccino anti-COVID-19, e ne ha somministrate circa 214 milioni (59,42% della fornitura).

267.000 bambini in più probabilmente moriranno nel 2021 nei Paesi a basso e medio reddito a causa della crisi economica causata dal COVID-19.

45 milioni di bambini africani stavano lottando contro la fame e la malnutrizione prima della pandemia, ma altri 9 milioni si sono aggiunti a questa cifra, a causa del COVID-19.

– L’84% delle donne ha affermato che la violenza domestica è aumentata durante la pandemia e quasi l’88% delle donne ha riferito di aver subito abusi da una a tre volte alla settimana.

Il continente africano ospita il 17% della popolazione mondiale, ma sopporta oltre il 24% del carico globale di malattie, e solo il 3% del personale sanitario.

(da https://www.amref.it/ )

La diplomazia sanitaria cinese “(…) Il fatto nuovo, o apparentemente nuovo, emerso in SENEGAL (l’8ª conferenza ministeriale del Forum sulla cooperazione CINA-AFRICA (FOCAC), che si è svolta a DAKAR dal 29 al 30 novembre) è la decisa virata di Pechino dopo i finanziamenti capestro concessi a tassi molto alti. Infatti il presidente cinese proprio in occasione del FOCAC si è impegnato a donare UN MILIARDO DI DOSI DI VACCINO contro il Covid-19 nel continente più in difficoltà nella campagna di immunizzazione. (…) Il Dragone vuole così mettere in difficoltà il mondo occidentale che sulla fornitura dei vaccini si è solo riempito la bocca di promesse. (…)” (Gianni Ballarini, da NIGRIZIA, 3/12/2021) (Mappa Stati dell’Africa)

IL DRAMMA IGNORATO

di Federico Fubini, da “il Corriere della Sera” del 1/12/2021

   In un’intervista al «Corriere della Sera» di aprile scorso, il presidente e amministratore delegato di Pfizer Albert Bourla ha fornito un dettaglio illuminante. Con il senno di poi, bastava quello a capire cosa stavamo rischiando. Bastava quello a capire cosa stavamo sbagliando nell’illusione di aver trovato finalmente per noi – e solo per noi – il bandolo della matassa in questa pandemia.

   Bourla spiegò che vende i vaccini anti-Covid a centinaia di governi con un sistema a tre prezzi. Per i Paesi avanzati le dosi costano «come un pasto» (circa venti euro), abbastanza per capire come mai fra luglio e settembre il fatturato di Pfizer è raddoppiato a 24 miliardi di dollari sugli stessi mesi dell’anno scorso. Poi il leader della maggiore casa farmaceutica al mondo aveva aggiunto: «Nei Paesi a reddito medio, diamo il vaccino a quasi la metà del prezzo e nei Paesi a basso reddito lo diamo a prezzo di costo».

   L’intenzione è ammirevole ma la conseguenza è che Pfizer sta dando la priorità ai Paesi ricchi, perché è lì che guadagna. Ieri il «Financial Times» ha mostrato che nelle economie avanzate della Terra sono già state somministrate quasi 120 milioni di terze dosi: quasi il doppio del totale delle prime e seconde dosi nei Paesi a basso reddito.

   Siamo molto più avanti noi ma, anche se ci liberassimo degli scrupoli etici, non stiamo facendo i nostri interessi: abbiamo scelto di lasciare spazio al virus in Africa perché circoli e generi varianti che minano le nostre certezze.

   Il quotidiano di Londra riporta le proteste di Strive Masiyiwa, il miliardario dello Zimbabwe che coordina i vaccini per l’Unione Africana. Aveva negoziato l’acquisto di due milioni di dosi per proteggere parte del personale sanitario del continente più povero, ma Pfizer prendeva tempo. Poi ha scoperto che l’Unione Europea aveva già concluso un nuovo contratto da 1,8 miliardi di dosi. Si capisce anche così perché in Africa solo l’11% della popolazione è vaccinato, contro il 70% dell’Europa.

   Ma dare tutta la colpa a Big Pharma sarebbe troppo facile. Sarebbe autoassolutorio. Noi europei abbiamo un surplus di dosi sufficiente a proteggere 400 milioni di persone altrove, se solo le donassimo. Invece le teniamo chiuse nei nostri magazzini.

   Gita Gopinath del Fondo monetario internazionale ha mostrato che noi europei al 18 ottobre scorso avevamo spedito ai Paesi poveri un decimo dei 300 milioni di dosi che abbiamo promesso. Ci sentiamo moralmente immacolati ma, presi dal panico, siamo corsi a vaccinare noi stessi una, due, tre volte pensando di chiudere così la nostra partita con il virus. Era un’illusione. Gita Gopinath viene da un Paese a basso reddito come l’India e ci aveva avvertiti (Corriere della Sera , 6 giugno 2021) che nessuno in questa pandemia si salva da solo.

   Accaparrare tutti i vaccini non basta. Contro i migranti disperati che cercano di entrare in Europa alziamo muri in Grecia o in Polonia per chiuderci dentro, impauriti. Contro il virus ignorare il dramma degli altri sembra, ancora di più, una miope follia. (Federico Fubini)

…………………………..

EQUIVOCI EUROPEI

di Goffredo Buccini, da “il Corriere della Sera” del 2/12/2021

   L’ondata di panico generata dalla variante Omicron riapre con forza la questione dei vaccini ai Paesi disagiati e, segnatamente, all’Africa, culla dell’ultima mutazione del Covid. E, tuttavia, molti dossier sul continente africano mostrano come persino una massiccia (e sacrosanta) spedizione di dosi sarebbe condizione necessaria ma non sufficiente a scongiurare nuove evoluzioni virali in questa parte del pianeta.

   In termini più crudi, pur nell’ipotesi assai auspicabile che l’Occidente benestante si decida a scuotersi dal suo torpore, Continua a leggere