L’EUROPA (e l’Italia) CHE VERRA’- Nell’epopea della mobilità geografica dei popoli vince la paura, con “le chiusure” verso i migranti (e i lavoratori stranieri nell’area europea) – i Referendum che chiedono CHIUSURE – Il desiderio di ripristinare le frontiere e l’impossibilità di realizzarlo, in un mondo in divenire, globale e aperto

“PRIMA IL LAVORO AGLI SVIZZERI”: AL REFERENDUM IN CANTON TICINO PASSA LA LINEA DELLA DESTRA NAZIONALISTA: LIMITI PER I FRONTALIERI - I cittadini del Canton Ticino chiedono che si pongano limiti ai frontalieri in modo da «privilegiare chi vive sul territorio» a scapito dei 62 MILA ITALIANI che lavorano in Svizzera. Questo l’esito del referendum, promosso il 25 settembre 2016 dalla destra nazionalista, che ha ottenuto il 58% dei consensi. Il nome della campagna non lasciava spazio a dubbi: «#PRIMAINOSTRI»
“PRIMA IL LAVORO AGLI SVIZZERI”: AL REFERENDUM IN CANTON TICINO PASSA LA LINEA DELLA DESTRA NAZIONALISTA: LIMITI PER I FRONTALIERI – I cittadini del Canton Ticino chiedono che si pongano limiti ai frontalieri in modo da «privilegiare chi vive sul territorio» a scapito dei 62 MILA ITALIANI che lavorano in Svizzera. Questo l’esito del referendum, promosso il 25 settembre 2016 dalla destra nazionalista, che ha ottenuto il 58% dei consensi. Il nome della campagna non lasciava spazio a dubbi: «#PRIMAINOSTRI»

   Diciamo innanzitutto che, secondo dati Eurostat (l’istituto ufficiale di statistica dell’Unione Europea con base in Lussemburgo), la questione dei migranti è al primo posto nelle preoccupazioni dei cittadini della Ue, prima del terrorismo, prima della disoccupazione. Che sia di fatto un dato meno reale di quanto in effetti viene percepito, sta di fatto che è inevitabile che i politici europei, governi in testa, rincorrano le paure dei loro elettori.

   Nessun partito può sottovalutare la questione (fomentata ancor di più dai movimenti populisti): e alcuni più di altri spingono sulla necessità di mettere una sbarra ai cancelli d’ingresso, ritenendo che l’arrivo di lavoratori stranieri abbia effetti negativi sulla disoccupazione interna (oltreché sul sistema del welfare e sul livello degli stipendi).

“…Nel nostro Paese la richiesta di marcare e sorvegliare i confini appare largamente condivisa. Solo il 15% degli italiani (del campione rappresentativo intervistato da Demos nei giorni scorsi) pensa che il trattato di Schengen vada mantenuto. Garantendo la libera circolazione dei cittadini europei fra gli Stati (membri). Mentre una quota molto più ampia, prossima alla maggioranza assoluta, (48%) ritiene che occorra sorvegliare le frontiere. Sempre. E una componente anch’essa estesa, oltre un terzo della popolazione, vorrebbe che i confini nazionali venissero controllati “in alcune circostanze particolari”. Il sogno europeo, immaginato e perseguito da “visionari, come Altiero Spinelli, Jean Monnet, Robert Schuman e Konrad Adenauer, rischia, dunque, di fare i conti con un brusco risveglio. Almeno in Italia. Dove una larga maggioranza dei cittadini pensa di rientrare dentro alle mura, o almeno, alle frontiere, degli Stati nazionali…” (Ilvo Diamanti, GLI ITALIANI RIVOGLIONO LE FRONTIERE, da “la Repubblica” del 26/9/2016)
“…Nel nostro Paese la richiesta di marcare e sorvegliare i confini appare largamente condivisa. Solo il 15% degli italiani (del campione rappresentativo intervistato da Demos nei giorni scorsi) pensa che il trattato di Schengen vada mantenuto. Garantendo la libera circolazione dei cittadini europei fra gli Stati (membri). Mentre una quota molto più ampia, prossima alla maggioranza assoluta, (48%) ritiene che occorra sorvegliare le frontiere. Sempre. E una componente anch’essa estesa, oltre un terzo della popolazione, vorrebbe che i confini nazionali venissero controllati “in alcune circostanze particolari”. Il sogno europeo, immaginato e perseguito da “visionari, come Altiero Spinelli, Jean Monnet, Robert Schuman e Konrad Adenauer, rischia, dunque, di fare i conti con un brusco risveglio. Almeno in Italia. Dove una larga maggioranza dei cittadini pensa di rientrare dentro alle mura, o almeno, alle frontiere, degli Stati nazionali…” (Ilvo Diamanti, GLI ITALIANI RIVOGLIONO LE FRONTIERE, da “la Repubblica” del 26/9/2016)

   Stiamo parlando, fin qui, di “lavoratori stranieri”, distinguendo dall’accezione “immigrati” (o profughi, la differenza non viene percepita): se di questi ultimi dobbiamo parlare (immigrati, profughi) si aggiunge allora la paura del terrorismo, dei crimini, eccetera.

   E sull’accezione di “lavoratori stranieri” l’ultimo episodio di chiusura è acceduto con il referendum in Canton Ticino del 25 settembre scorso: i cittadini di questo Cantone, il più vicino all’Italia (di lingua italiana), chiedono che si pongano limiti ai frontalieri, in modo da «privilegiare chi vive sul territorio» a scapito dei 62 mila italiani che lavorano in Svizzera. Questo appunto l’esito del referendum, promosso dalla destra nazionalista, che ha ottenuto il 58% dei consensi.

   E’ così che, tra cronache planetarie di atti di guerra e terrorismo e crisi economica che rischia di portare il mondo in una stagnazione per molti decenni, nell’Europa intimorita da tutto questo c’è sempre meno spazio per le porte aperte. Che si tratti di muri eretti ai confini, di maggiori controlli a frontiere che non dovrebbero esistere oppure di limiti fissati per legge all’ingresso di lavoratori stranieri, in ogni Paese della UE si sta alzando il livello di protezionismo.

ALLA FRONTIERA UNGHERESE - “Paura fa sempre rima con chiusura. E nell’Europa intimorita dalle incertezze della crisi economica e dalla minaccia del terrorismo, c’è sempre meno spazio per le porte aperte. Che si tratti di muri eretti ai confini, di maggiori controlli a frontiere che non dovrebbero esistere oppure di limiti fissati per legge all’ingresso di lavoratori stranieri, in ogni Paese si sta alzando il livello di protezionismo del capitale umano. Molto spesso succede dopo che sono stati i cittadini a esprimersi in modo diretto sulla questione, attraverso referendum. Questo perché, su certi temi, chi ha la responsabilità di governare preferisce fare un passo indietro. È successo a giugno in Gran Bretagna, prima ancora ad aprile in Olanda. Succederà domenica prossima in Ungheria, con la consultazione popolare sul piano di ripartizione dei rifugiati. Dare la parola direttamente al popolo, nel nome della democrazia diretta, in linea di principio è un atteggiamento positivo. Ma non è detto che lo siano sempre anche i risultati ottenuti. «PRIMA I NOSTRI» è uno slogan che, tradotto nelle diverse lingue, riecheggia in molte campagne elettorali e che trova terreno fertile in un’epoca contrassegnata da paure e incertezze. (…..)” (CONTRO L’INCUBO DELL’INVASIONE L’EUROPA ALZA NUOVE BARRIERE di Marco Bresolin, da “la Stampa” del 26/9/2016)
ALLA FRONTIERA UNGHERESE – “Paura fa sempre rima con chiusura. E nell’Europa intimorita dalle incertezze della crisi economica e dalla minaccia del terrorismo, c’è sempre meno spazio per le porte aperte. Che si tratti di muri eretti ai confini, di maggiori controlli a frontiere che non dovrebbero esistere oppure di limiti fissati per legge all’ingresso di lavoratori stranieri, in ogni Paese si sta alzando il livello di protezionismo del capitale umano. Molto spesso succede dopo che sono stati i cittadini a esprimersi in modo diretto sulla questione, attraverso referendum. Questo perché, su certi temi, chi ha la responsabilità di governare preferisce fare un passo indietro. È successo a giugno in Gran Bretagna, prima ancora ad aprile in Olanda. Succederà domenica prossima in Ungheria, con la consultazione popolare sul piano di ripartizione dei rifugiati. Dare la parola direttamente al popolo, nel nome della democrazia diretta, in linea di principio è un atteggiamento positivo. Ma non è detto che lo siano sempre anche i risultati ottenuti. «PRIMA I NOSTRI» è uno slogan che, tradotto nelle diverse lingue, riecheggia in molte campagne elettorali e che trova terreno fertile in un’epoca contrassegnata da paure e incertezze. (…..)” (CONTRO L’INCUBO DELL’INVASIONE L’EUROPA ALZA NUOVE BARRIERE
di Marco Bresolin, da “la Stampa” del 26/9/2016)

   Si va dalle discriminazioni economiche che colpiscono le popolazioni originarie in alcune zone ancora industriali dell’Inghilterra a più alta concentrazione di immigrati provenienti dall’Europa dell’Est (polacchi, in particolare), fino alla Svizzera (non nella Ue, ma nel cuore dell’Europa) dei transfrontalieri italiani del Canton Ticino.

   E su tutto c’è un atteggiamento di sfiducia nei confronti dell’Unione Europea, di richiesta di andarsene: però non è proprio così come si vuol far credere. In tanti Paesi europei (come in Italia dai recenti sondaggi) si guarda con diffidenza alla Ue ma si ha bisogno dei suoi aiuti, e di sentirsi nei confronti del mondo globale “protetti” da un contesto geografico comune, da una moneta unica (per i 19 Paesi che vi hanno aderito): un contesto e un atteggiamento ambivalente, da “euro-tattici”.

“CONNECTOGRAPHY del giovane esperto di geoeconomia e geostrategia PARAG KHANNA. È una mappa delle connessioni che contano davvero, LA NUOVA GEOGRAFIA CHE SOSTITUISCE LE VECCHIE CARTE DEL PIANETA. Di origine indiana, cresciuto tra America, Medio Oriente e Germania, Khanna è docente all’università statale di Singapore. Poiché riesce a viaggiare perfino più di me, questa intervista l’abbiamo condotta via Skype fra diversi continenti. LA PREMESSA DI KHANNA È CHE L’UMANITÀ COSTRUIRÀ PIÙ INFRASTRUTTURE NEI PROSSIMI QUARANT’ANNI DI QUANTE NE ABBIA COSTRUITE NEGLI ULTIMI QUATTROMILA. Le grandi reti di trasporto e comunicazione (anche virtuale) sono ormai delle realtà più importanti degli Stati nazione. Le catene della logistica sono talmente complesse, ramificate e diversificate, che su ogni prodotto andrebbe messa l’etichetta “Made in Everywhere”, cioè fabbricato dappertutto. Un possibile modello del nostro futuro è Dubai, un luogo creato da una visione del tutto a-storica, a-geografica, ovviamente popolato da apolidi. (…..)” (Federico Rampini, LE NUOVE MAPPE DEL MONDO CHE VERRÀ, “la Repubblica” del 25/9/2016) - https://www.amazon.it/Connectography-Mapping-Network-Revolution-English-ebook/dp/B01AGK16RE#reader_B01AGK16RE
“CONNECTOGRAPHY del giovane esperto di geoeconomia e geostrategia PARAG KHANNA. È una mappa delle connessioni che contano davvero, LA NUOVA GEOGRAFIA CHE SOSTITUISCE LE VECCHIE CARTE DEL PIANETA. Di origine indiana, cresciuto tra America, Medio Oriente e Germania, Khanna è docente all’università statale di Singapore. Poiché riesce a viaggiare perfino più di me, questa intervista l’abbiamo condotta via Skype fra diversi continenti. LA PREMESSA DI KHANNA È CHE L’UMANITÀ COSTRUIRÀ PIÙ INFRASTRUTTURE NEI PROSSIMI QUARANT’ANNI DI QUANTE NE ABBIA COSTRUITE NEGLI ULTIMI QUATTROMILA. Le grandi reti di trasporto e comunicazione (anche virtuale) sono ormai delle realtà più importanti degli Stati nazione. Le catene della logistica sono talmente complesse, ramificate e diversificate, che su ogni prodotto andrebbe messa l’etichetta “Made in Everywhere”, cioè fabbricato dappertutto. Un possibile modello del nostro futuro è Dubai, un luogo creato da una visione del tutto a-storica, a-geografica, ovviamente popolato da apolidi. (…..)” (Federico Rampini, LE NUOVE MAPPE DEL MONDO CHE VERRÀ, “la Repubblica” del 25/9/2016) – https://www.amazon.it/Connectography-Mapping-Network-Revolution-English-ebook/dp/B01AGK16RE#reader_B01AGK16RE

   Cioè la maggioranza vede come un salto nel buoi uscire dal contesto europeo, ma dall’altra si chiedono barriere e confini per salvaguardare se stessi, il proprio territorio nazionale. È la paura degli altri, degli immigrati, ad alimentare la domanda di ispezioni e barriere: significativo l’esempio dei ministri polacchi che vanno a perorare in Inghilterra i diritti dei lavoratori loro connazionali, minacciati nella Contea di Essex con aggressioni (anche un omicidio) perché tolgono lavoro ai locali, e poi tornano in patria e si dedicano a prevedere la totale chiusura delle frontiere e il netto rifiuto di partecipare alla redistribuzione dei richiedenti asilo avviata dall’Europa…

   Comunque il tema centrale di tutto è IL TIMORE SUSCITATO DAGLI IMMIGRATI. E la politica più europeista, quella meno populista, deve anch’essa (per poter sopravvivere) fare i conti con la necessità di resistere al populismo, ai partiti che vogliono chiudere: ad esempio è per questo che la Francia di Hollande accetta che gli inglesi paghino la costruzione di un muro sul loro territorio, attorno alla «giungla» di Calais. E nelle prossime elezioni francesi presidenziali del maggio 2017 la competizione si svolgerà tra la destra estrema di Marine Le Pen e gli esponenti del centro-destra che la rincorrono. Ma è così un po’ in ciascun Stato (dalla Gran Bretagna all’Austria, all’Olanda, la Polonia, la Svezia…).

26/9/2016: - I SOLDI PER L’ACCOGLIENZA DEI MIGRANTI SONO FINITI, SERVONO 600 MILIONI DI EURO PER EVITARE CHE IL SISTEMA VADA IN TILT - LE ORGANIZZAZIONI CHE SI OCCUPANO DEI RIFUGIATI LANCIANO L’ALLARME AL VIMINALE - I cittadini stranieri entrati in modo irregolare in Italia sono accolti nei centri per l'immigrazione dove ricevono assistenza, vengono identificati e trattenuti in vista dell'espulsione oppure, nel caso di richiedenti protezione internazionale, per le procedure di accertamento dei relativi requisiti. Queste strutture si dividono in: CENTRI DI PRIMO SOCCORSO E ACCOGLIENZA (CPSA), CENTRI DI ACCOGLIENZA (CDA), CENTRI DI ACCOGLIENZA PER RICHIEDENTI ASILO (CARA) E CENTRI DI IDENTIFICAZIONE ED ESPULSIONE (CIE)
26/9/2016: – I SOLDI PER L’ACCOGLIENZA DEI MIGRANTI SONO FINITI, SERVONO 600 MILIONI DI EURO PER EVITARE CHE IL SISTEMA VADA IN TILT – LE ORGANIZZAZIONI CHE SI OCCUPANO DEI RIFUGIATI LANCIANO L’ALLARME AL VIMINALE – I cittadini stranieri entrati in modo irregolare in Italia sono accolti nei centri per l’immigrazione dove ricevono assistenza, vengono identificati e trattenuti in vista dell’espulsione oppure, nel caso di richiedenti protezione internazionale, per le procedure di accertamento dei relativi requisiti. Queste strutture si dividono in: CENTRI DI PRIMO SOCCORSO E ACCOGLIENZA (CPSA), CENTRI DI ACCOGLIENZA (CDA), CENTRI DI ACCOGLIENZA PER RICHIEDENTI ASILO (CARA) E CENTRI DI IDENTIFICAZIONE ED ESPULSIONE (CIE)

   Per quanto riguarda l’Italia e gli immigrati “extracomunitari” che giungono dal Mediterraneo, la geografia ci impone un dilemma tra il soccorso ai migranti e il loro abbandono a una sicura morte. La scelta finora sembra essersi dimostrata umanitaria, corretta, eticamente inoppugnabile, doverosa (pur tra i tanti naufragi avvenuti in mare). Altre soluzioni (oltre quella umanitaria) sembrano di difficile applicazione e per niente solidali. Come chi auspica un blocco navale davanti alla Libia per impedire la partenza dei barconi; oppure massici aiuti all’Africa (ai paesi di provenienza) che creino condizioni di effettivo sviluppo da subito così da impedire l’esodo. Ma sono piani che richiedono tempo (diversi anni) e condizioni politiche nuove (europee, italiane, mondiali…) che ancora stentano a germogliare .

   Ogni sistema di “limitazione”, all’interno della UE, con misure “europee” uniche ed autorevoli non ha avuto alcuna riscontro concreto: ad esempio il sistema delle quote di immigrati da assegnare a ciascun Paese è miseramente fallito, e dei 160 mila migranti che dovevano essere «ricollocati» per alleviare il peso di Italia e Grecia, di questi soltanto 5 mila hanno trovato una vera collocazione europea.

CALAIS: AL VIA LA COSTRUZIONE DEL MUTO ANTI IMMIGRATI - La politica più europeista, quella meno populista, deve anch’essa (per poter sopravvivere) fare i conti con la necessità di resistere al populismo, ai partiti che vogliono chiudere: ad esempio è per questo che la Francia di Hollande accetta che gli inglesi paghino la costruzione di un muro sul loro territorio, al confine di CALAIS. E nelle prossime elezioni francesi presidenziali del maggio 2017 la competizione si svolgerà tra la destra estrema di Marine Le Pen e gli esponenti del centro-destra che la rincorrono
CALAIS: AL VIA LA COSTRUZIONE DEL MUTO ANTI IMMIGRATI – La politica più europeista, quella meno populista, deve anch’essa (per poter sopravvivere) fare i conti con la necessità di resistere al populismo, ai partiti che vogliono chiudere: ad esempio è per questo che la Francia di Hollande accetta che gli inglesi paghino la costruzione di un muro sul loro territorio, al confine di CALAIS. E nelle prossime elezioni francesi presidenziali del maggio 2017 la competizione si svolgerà tra la destra estrema di Marine Le Pen e gli esponenti del centro-destra che la rincorrono

   Resta che, parlando del fenomeno migratorio, altri motivi che accelerano la mobilità di popolazioni che lasciano le loro terre, si aggiungono sempre più, oltre alle GUERRE e alla MISERIA, delle popolazioni del Sud del Mondo (intendendo anche il Medio Oriente, pensiamo alla Siria in guerra “totale” contro la popolazione).

   Gli altri fatti che allargheranno il fenomeno migratorio sono di due tipi:

1) le nazioni europee hanno un TASSO DI FERTILITÀ BASSO, la demografia rileva il tasso negativo di “ricambio” della popolazione originaria dei nostri luoghi (pertanto o si riesce ad assimilare gli stranieri, oppure si muore).

2) L’altro elemento è dato dal CRESCERE DELLA DESERTIFICAZIONE NEI PAESI DEL SUD DEL MONDO. Le mappe della densità di popolazione e dell’urbanizzazione mostrano forti concentrazioni umane in zone costiere dove i livelli dei mari si alzano; mentre in altre parti del mondo avanzano siccità e desertificazione. E dall’altra il riscaldamento climatico rende fertili e accoglienti delle aree vicine all’Artico, dal Canada alla Russia. Tutto questo porterà (porta) a una spinta inarrestabile a emigrare dal Sud verso zone che un tempo erano fredde, e diventano di anno in anno sempre più abitabili (quest’ultima osservazione la si può dedurre da un libro, “Connectography” che qui presentiamo, di Parag Khanna, esperto di origine indiana di geoeconomia).

   Per dire che con il fenomeno “Immigrazione” bisognerà adottare strategie chiare, condivise, realistiche, positive, solidali. (s.m.)

…………………….

CONTRO L’INCUBO DELL’INVASIONE L’EUROPA ALZA NUOVE BARRIERE

di Marco Bresolin, da “la Stampa” del 26/9/2016

– Inghilterra, Olanda e Ungheria: alle urne vince la paura –

   Paura fa sempre rima con chiusura. E nell’Europa intimorita dalle incertezze della crisi economica e dalla minaccia del terrorismo, c’è sempre meno spazio per le porte aperte. Che si tratti di muri eretti ai confini, di maggiori controlli a frontiere che non dovrebbero esistere oppure di limiti fissati per legge all’ingresso di lavoratori stranieri, in ogni Paese si sta alzando il livello di protezionismo del capitale umano.

   Molto spesso succede dopo che sono stati i cittadini a esprimersi in modo diretto sulla questione, attraverso referendum. Questo perché, su certi temi, chi ha la responsabilità di governare preferisce fare un passo indietro. Continua a leggere

LA DISTRUZIONE DELLE OPERE ARTISTICHE con le guerre, il terrorismo, l’incuria e gli eventi naturali – Le distruzioni in Siria dell’Isis; il venir meno del PATRIMONIO ARTISTICO MONDIALE – Le novità: i CRIMINI DI GUERRA giudicati dalla CORTE PENALE DELL’AJA; e la RICOSTRUZIONE DIGITALE delle opere perdute

Un uomo prega sui resti di un mausoleo islamico devastato dai terroristi a TIMBUCTU (da "la Stampa") - 23 agosto 2016 - E’ iniziato il processo davanti alla CORTE PENALE INTERNAZIONALE DELL’AJA che vede come imputato Ahmad al-Faqi al-Mahdi, jihadista e uno dei leader del movimento islamista vicini ad Al Qaeda, accusato di “CRIMINI DI GUERRA ” e “DISTRUZIONE DI MONUMENTI RELIGIOSI”. Aveva guidato la distruzione del patrimonio culturale islamico di TIMBUCTÙ, in MALI
Un uomo prega sui resti di un mausoleo islamico devastato dai terroristi a TIMBUCTU (da “la Stampa”) – 23 agosto 2016 – E’ iniziato il processo davanti alla CORTE PENALE INTERNAZIONALE DELL’AJA che vede come imputato Ahmad al-Faqi al-Mahdi, jihadista e uno dei leader del movimento islamista vicini ad Al Qaeda, accusato di “CRIMINI DI GUERRA ” e “DISTRUZIONE DI MONUMENTI RELIGIOSI”. Aveva guidato la distruzione del patrimonio culturale islamico di TIMBUCTÙ, in MALI

   Tre accadimenti sono un pur flebile (ma significativo) segnale di speranza per la conservazione, restauro, difesa del patrimonio artistico mondiale che sembra, pian piano, andare sempre più perduto. Viene in mente, adesso, in questo momento storico, le distruzioni dell’Isis in Siria ed Iraq, ma anche in Mali (con la distruzione dei templi dell’antichissima Timbuctu).

Siti e musei in Siria a rischio distruzione (da www.treccani.it) - L’impiego di immagini satellitari e le informazioni provenienti dall’interno della Siria hanno permesso di accertare che 5 su 6 siti siriani Patrimonio dell’umanità hanno subito danni significativi o addirittura, in alcuni casi, sono stati distrutti. Attualmente, solo la Città vecchia di Damasco risulta non danneggiata in maniera seria, mentre distruzioni massicce sono evidenti nella Città vecchia di Aleppo, dove negli scontri tra esercito e opposizione sono stati distrutti, fra i vari edifici, il minareto selgiuchide della Grande moschea, la madrasa alKhosrofiyeh (costruita nel 153746 da Sinan, l’architetto di Solimano il Magnifico), la madrasa alSultaniyeh, lo hammam (bagno turco) Yalbougha anNasry, il khan (caravanserraglio) Qurt Bey. Lesioni estese sono evidenti anche in numerosi edifici del suq alMedina, il mercato coperto medievale, e nella cittadella di Aleppo, al cui interno scavi archeologici avevano da poco portato alla luce il Tempio del dio della tempesta del 3°1° millennio a.C.
Siti e musei in Siria a rischio distruzione (da http://www.treccani.it) – L’impiego di immagini satellitari e le informazioni provenienti dall’interno della Siria hanno permesso di accertare che 5 su 6 siti siriani Patrimonio dell’umanità hanno subito danni significativi o addirittura, in alcuni casi, sono stati distrutti. Attualmente, solo la Città vecchia di Damasco risulta non danneggiata in maniera seria, mentre distruzioni massicce sono evidenti nella Città vecchia di Aleppo, dove negli scontri tra esercito e opposizione sono stati distrutti, fra i vari edifici, il minareto selgiuchide della Grande moschea, la madrasa alKhosrofiyeh (costruita nel 153746 da Sinan, l’architetto di Solimano il Magnifico), la madrasa alSultaniyeh, lo hammam (bagno turco) Yalbougha anNasry, il khan (caravanserraglio) Qurt Bey. Lesioni estese sono evidenti anche in numerosi edifici del suq alMedina, il mercato coperto medievale, e nella cittadella di Aleppo, al cui interno scavi archeologici avevano da poco portato alla luce il Tempio del dio della tempesta del 3°1° millennio a.C.

   Proprio per il Mali, e Timbuctu, c’è un motivo positivo come segnale internazionale che ci pare importante riprendere. Il 22 agosto scorso la Corte Penale internazionale dell’Aja, proprio in Olanda in questa città, ha iniziato il primo processo della storia per CRIMINI CONTRO L’UMANITÀ PER LA DISTRUZIONE DI TEMPLI E MONUMENTI, nei confronti di Ahmad Al Faqih al-Mahdi, noto come Abu Tourab, in custodia all’Aia dal 26 settembre 2015 (è stato arrestato nel settembre scorso dalle truppe francesi e detenuto in Niger prima di essere trasferito all’Aia). Incarcerato con l’accusa di aver distrutto nel 2012 a Timbuctù nove tra moschee e mausolei risalenti tra il XIII e il XVII secolo. Un’azione, la sua, voluta dal gruppo jihadista Ansar Dine, affiliato ad Al-Qaeda, con lo scopo di radere al suolo le tombe dei santi musulmani considerati apostati da parte dei terroristi.

Immagine aerea della citta di Aleppo in Siria - Lesioni estese sono evidenti anche in numerosi edifici nella cittadella di ALEPPO, al cui interno scavi archeologici avevano da poco portato alla luce il Tempio del dio della tempesta del 3°1° millennio a.C.
Immagine aerea della citta di Aleppo in Siria – Lesioni estese sono evidenti anche in numerosi edifici nella cittadella di ALEPPO, al cui interno scavi archeologici avevano da poco portato alla luce il Tempio del dio della tempesta del 3°1° millennio a.C.

   Dobbiamo dire che la furia iconoclasta, distruttrice di segni nobili di civiltà, non è invenzione dell’Isis. Da sempre le guerre, le violenze di gruppo, le sopraffazioni, hanno avuto tra le vittime non solo donne, bambini, uomini, ma anche appunto le cose più belle delle civiltà: i templi, i segni religiosi, le opere artistiche più significative e irrepetibili…. E’ così che i romani distrassero Cartagine, fin su al secolo scorso e alle distruzioni durante la Seconda guerra mondiale di città, monumenti, monasteri… (il monastero di Montecassino in Italia, le città di Dresda in Germania, Varsavia in Polonia, e moltissime altre…).

L'arco del TEMPOI DI BEL a PALMIRA, distrutto dall’Isis nell’agosto 2015
L’arco del TEMPOI DI BEL a PALMIRA, distrutto dall’Isis nell’agosto 2015

   Pertanto il fatto che si possa a livello internazionale (per i paesi che aderiscono alla Corte Penale dell’Aja e riconoscono il suo potere) processare ed eventualmente condannare chi commette “crimini contro l’umanità” quando distruggono il patrimonio artistico, gli antichi segni religiosi, civili, umani di qualsivoglia civiltà, ebbene questo crimine ora “processabile” ci sembra un passo in avanti importante nel riconoscimento internazionale per la tutela dei beni del patrimonio artistico appartenenti a tutta l’umanità.

I resti della città di PALMIRA - Significativi danni sono stati registrati nel teatro romano di Bosra, nel sito di età ellenistica e romana di Palmira – dove nell’agosto 2015 l’IS ha fatto saltare i templi di Baalshamin e di Bel – e nel suo museo (dove la statua della dea Allat è stata distrutta dall’IS nel giugno del 2015), nel castello crociato del Crac dei cavalieri e nelle cosiddette Città morte di epoca tardoantica della Siria nordoccidentale
I resti della città di PALMIRA – Significativi danni sono stati registrati nel teatro romano di Bosra, nel sito di età ellenistica e romana di Palmira – dove nell’agosto 2015 l’IS ha fatto saltare i templi di Baalshamin e di Bel – e nel suo museo (dove la statua della dea Allat è stata distrutta dall’IS nel giugno del 2015), nel castello crociato del Crac dei cavalieri e nelle cosiddette Città morte di epoca tardoantica della Siria nordoccidentale

   L’altro segnale che ci pare interessante è più “nostro”, italiano, ed è la firma del MEMORANDUM ITALIA-UNESCO che ha dato vita al primo gruppo composto da 60 persone (30 carabinieri e 30 esperti tra archeologi, studiosi di antichità, informatici etc.) che hanno il compito di impegnarsi in progetti di tutela dei beni artistici rispetto alla distruzione delle guerre e delle catastrofi naturali. Da questa idea concreta l’Italia ha avanzato la proposta dei “Caschi blu della cultura”, gruppi di pronto intervento formati appunto da esperti, studiosi e personale specializzato messi a disposizione dagli Stati membri per promuovere la messa in sicurezza dei beni culturali e il contrasto di traffici illeciti. Forse qualcosa ne esce di positivo.

La città ellenistica e romana di APAMEA con il suo lungo cardo di stile corinzio è stata saccheggiata in modo irrimediabile da scavi clandestini che hanno interamente distrutto il sito, devastandone anche le parti non ancora fatte oggetto di scavi archeologici. Nella Siria orientale sotto il controllo dell’IS due città d’importanza cruciale per la storia e l’arte della Siria di età preclassica e classica, MARI e DURA EUROPOS, sono egualmente oggetto di scavi illegali estesissimi. Il confronto fra le immagini satellitari dei siti riprese nel 2012, quando la regione non era ancora caduta sotto il controllo dell’IS, e nel 2014 hanno rivelato, soprattutto a Dura Europos, la presenza di migliaia di buche scavate da tombaroli, la cui attività ha completamente distrutto il sito. Gravi saccheggi sono documentati anche nelle città di epoca assira di TELL SHEIKH HAMAD, TELL AJAJA e TELL HAMIDIYAH nella valle del fiume Khabur, il maggior affluente dell’Eufrate
La città ellenistica e romana di APAMEA con il suo lungo cardo di stile corinzio è stata saccheggiata in modo irrimediabile da scavi clandestini che hanno interamente distrutto il sito, devastandone anche le parti non ancora fatte oggetto di scavi archeologici. Nella Siria orientale sotto il controllo dell’IS due città d’importanza cruciale per la storia e l’arte della Siria di età preclassica e classica, MARI e DURA EUROPOS, sono egualmente oggetto di scavi illegali estesissimi. Il confronto fra le immagini satellitari dei siti riprese nel 2012, quando la regione non era ancora caduta sotto il controllo dell’IS, e nel 2014 hanno rivelato, soprattutto a Dura Europos, la presenza di migliaia di buche scavate da tombaroli, la cui attività ha completamente distrutto il sito. Gravi saccheggi sono documentati anche nelle città di epoca assira di TELL SHEIKH HAMAD, TELL AJAJA e TELL HAMIDIYAH nella valle del fiume Khabur, il maggior affluente dell’Eufrate

apamea

   Su questa linea è interessante l’approccio di una mostra che si tiene a Roma, dal 7 ottobre all’11 dicembre, nel secondo anello del Colosseo, mostra che prende il nome di «RINASCERE DALLE DISTRUZIONI: EBLA, NIMRUD, PALMIRA».

DAL 7 OTTOBRE E FINO ALL’11 DICEMBRE 2016, a ROMA, nel secondo anello del COLOSSEO, verrà allestita la rassegna «RINASCERE DALLE DISTRUZIONI/ EBLA, NIMRUD, PALMIRA» (nella foto uno dei pezzi esposti al Colosseo)
DAL 7 OTTOBRE E FINO ALL’11 DICEMBRE 2016, a ROMA, nel secondo anello del COLOSSEO, verrà allestita la rassegna «RINASCERE DALLE DISTRUZIONI/ EBLA, NIMRUD, PALMIRA» (nella foto uno dei pezzi esposti al Colosseo)

   Qui tre aziende italiane (la Nicola Salvioli, Arte Idea e Tryeco 2.0) presentano rispettivamente la ricostruzione di tre “Patrimoni dell’umanità” distrutti recentemente in Medio Oriente: il TORO ANDROCEFALO dell’antica città di NIMRUD, distrutto dall’Isis nel marzo 2015; l’ARCHIVIO DI EBLA del 2300 avanti Cristo, riportato alla luce negli scavi del 1974 importante per la qualità e l’antichità dei testi cuneiformi; IL SOFFITTO DEL TEMPIO DI BEL a PALMIRA, distrutto dall’Isis nell’agosto 2015. Si tratta di ricostruzioni a grandezza naturale, realizzate grazie a nuove tecnologie: robot a 5 assi, la macchina del polistirolo, laser scanner 3D a prototipazione rapida, scanner raffinatissimi.

AFGHANISTAN, quindici anni fa sparivano I BUDDHA DI BAMYAN: nel 2001 i talebani fecero saltare in aria uno dei maggiori monumenti buddhisti. Ora restano solo le nicchie vuote - “…la distruzione dei giganteschi BUDDHA GEMELLI DI BAMIYAN (12 marzo 2001) anticipò di nove mesi esatti l’abbattimento delle Torri gemelle di New York (11 settembre), come se il secondo evento, con le sue vittime umane e la sua spettacolarità ineguagliata, fosse già in gestazione nel primo. In ambo i casi, centro generatore dell’azione devastatrice non fu una statua o un grattacielo, ma la scena, o meglio lo spettacolo, della distruzione. Le Twin Towers furono abbattute nella certezza che l’evento sarebbe stato ripreso sull’istante dalle televisioni, e che il mondo si sarebbe fermato a guardare. A Bamiyan, a Mosul, a Palmira sono stati gli stessi distruttori a documentare se stessi, in un’orgia di selfie fotografici e cinematografici, da diffondersi poi in tutto il mondo. Adepti più o meno consapevoli della “società dello spettacolo” profetizzata da Guy Debord (1967), questi nemici delle immagini le annientano sì, ma allo scopo di produrre nuove immagini, quelle della loro distruzione. (….)” (Salvatore Settis, “la Repubblica” del 28/8/2016)
AFGHANISTAN, quindici anni fa sparivano I BUDDHA DI BAMYAN: nel 2001 i talebani fecero saltare in aria uno dei maggiori monumenti buddhisti. Ora restano solo le nicchie vuote – “…la distruzione dei giganteschi BUDDHA GEMELLI DI BAMIYAN (12 marzo 2001) anticipò di nove mesi esatti l’abbattimento delle Torri gemelle di New York (11 settembre), come se il secondo evento, con le sue vittime umane e la sua spettacolarità ineguagliata, fosse già in gestazione nel primo. In ambo i casi, centro generatore dell’azione devastatrice non fu una statua o un grattacielo, ma la scena, o meglio lo spettacolo, della distruzione. Le Twin Towers furono abbattute nella certezza che l’evento sarebbe stato ripreso sull’istante dalle televisioni, e che il mondo si sarebbe fermato a guardare. A Bamiyan, a Mosul, a Palmira sono stati gli stessi distruttori a documentare se stessi, in un’orgia di selfie fotografici e cinematografici, da diffondersi poi in tutto il mondo. Adepti più o meno consapevoli della “società dello spettacolo” profetizzata da Guy Debord (1967), questi nemici delle immagini le annientano sì, ma allo scopo di produrre nuove immagini, quelle della loro distruzione. (….)” (Salvatore Settis, “la Repubblica” del 28/8/2016)

   Per dire: non possiamo restare fermi a vedere il patrimonio artistico mondiale andare man mano in rovina: diamoci concretamente da fare. E può darsi che questi, seppur piccoli, segnali concreti (come il Tribunale dell’Aja che processa i distruttori; le forme di restauro dov’è possibile; i tentativi tecnologici di ricostruzione di opere artistiche, pur creando solo copie, ma per conservare almeno la memoria), (aggiungiamo poi un coordinamento internazionale contro i trafficanti di opere d’arte e i privati che lo incentivano comprando opere “di tutti”), ebbene tutte queste iniziative possono dimostrare che anche in molti altri campi della vita del pianeta, un’azione “unica”, virtuosa, internazionale può difendere e tutelare le singole persone, la loro vita in pericolo, l’ambiente minacciato, nonché appunto i segni vitali dati nel tempo dall’artificio umano (le opere artistiche) anch’essi importanti per un equilibrio dell’esistenza di noi tutti. (s.m.)

MOSTRA A MILANO - “SALVARE LA MEMORIA (LA BELLEZZA, L’ARTE, LA STORIA)”, è una mostra che dal 15 settembre al 6 novembre 2016 è ospitata al MUSEO DI SANT’EUSTORGIO a MILANO, accanto alla CAPPELLA PORTINARI. Il tema della mostra sono tutte le opere d’arte e gli esempi di bellezza distrutti in guerre e calamità naturali, e recuperate dall’opera di uomini e donne che hanno dedicato a questo lavoro la loro vita, arrivando a volte a perderla
MOSTRA A MILANO – “SALVARE LA MEMORIA (LA BELLEZZA, L’ARTE, LA STORIA)”, è una mostra che dal 15 settembre al 6 novembre 2016 è ospitata al MUSEO DI SANT’EUSTORGIO a MILANO, accanto alla CAPPELLA PORTINARI. Il tema della mostra sono tutte le opere d’arte e gli esempi di bellezza distrutti in guerre e calamità naturali, e recuperate dall’opera di uomini e donne che hanno dedicato a questo lavoro la loro vita, arrivando a volte a perderla

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DALLA VIOLENZA ICONOCLASTA ALLA FORZA DI RICOSTRUIRE

di Salvatore Settis, da “la Repubblica” del 28/8/2016

   «Qui tutte le chiese sono piene di sordide, maledette e menzognere immagini, ma tutti le venerano. Perciò le sto distruggendo una per una da solo, con le mie mani, per combattere la superstizione e l’eresia». La scena è Torino, e chi parla non è un estremista islamico ma Claudio, irriducibile campione di un’iconoclastia militante, che di Torino fu vescovo per dodici anni (dall’816 all’828). Secondo il suo contemporaneo Giona di Orléans, Claudio, «acceso da zelo sconfinato e senza freni, devastò e abbatté in tutte le chiese della diocesi non solo i dipinti di storia sacra, ma perfino tutte le croci», deridendo gli avversari: «Cristo fu sulla croce per sei ore, e dobbiamo venerare tutte le croci? Non dovremmo allora venerare anche le mangiatoie, dato che fu in una mangiatoia, le barche perché in barca fu spesso, gli asini perché su un asino entrò a Gerusalemme, i rovi perché di rovo era la corona di spine, le lance perché una lancia gli fu confitta nel costato?».

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La FRANCIA che PROIBISCE IL BURQINI ALLE DONNE MUSULMANE (ma la Corte suprema revoca) – Pregiudizio nei confronti della minoranza musulmana nel Paese? Paura di islamizzazione? Tutela delle donne “costrette”? La chiusura nella libertà di indossare quel che si vuole (nei limiti delle convenzioni sociali)

Una bagnina musulmana in BURQINI a SYDNEY in Australia (Matt-King Getty-images, da il POST.IT) - “Donne musulmane si sono presentate sul litorale francese indossando un indumento che copre la testa (ma non il volto) e gran pare del corpo ha suscitato grande clamore. Questo singolare capo, detto BURKINI, è stato inventato nel 2004 dalla australiano-libanese Aheda Zanetti nella speranza di dare anche alle musulmane più osservanti l’opportunità di fare il bagno o partecipare a degli sport in pubblico.(….)” (Ian Buruma, da “la Repubblica” del 9/9/2016)
Una bagnina musulmana in BURQINI a SYDNEY in Australia (Matt-King Getty-images, da il POST.IT) – “Donne musulmane si sono presentate sul litorale francese indossando un indumento che copre la testa (ma non il volto) e gran pare del corpo ha suscitato grande clamore. Questo singolare capo, detto BURKINI, è stato inventato nel 2004 dalla australiano-libanese Aheda Zanetti nella speranza di dare anche alle musulmane più osservanti l’opportunità di fare il bagno o partecipare a degli sport in pubblico.(….)” (Ian Buruma, da “la Repubblica” del 9/9/2016)

   Nello scorso agosto in Francia, a Cannes, Nizza e una decina di altre cittadine balneari, è stato varato (dalle Autorità comunali) il divieto di indossare in spiaggia il burqini islamico, cioè il costume da bagno femminile che copre tutto il corpo. Questo fatto è sorto dopo che delle donne musulmane si sono presentate sul litorale francese indossando un indumento che copre la testa (ma non il volto) e gran pare del corpo. E questa cosa ha suscitato un grande clamore.

23 agosto 2016: Nizza, la polizia ordina a una donna di togliere il burqini
23 agosto 2016: Nizza, la polizia ordina a una donna di togliere il burqini

   E i giornali di tutto il mondo hanno pubblicato due foto (le vedete qui sopra), scattate su una spiaggia di Nizza, che mostrano tre poliziotti francesi (uno dei quali porta un mitra a tracolla) intenti ad obbligare una donna a spogliarsi. Benché la massima corte francese abbia revocato il divieto (una sentenza del Consiglio di Stato ha di fatto autorizzato l’uso del burqini sulle spiagge), in diverse località balneari francesi questo divieto continua ad essere applicato.

   Il BURQINI è un indumento, un costume da spiaggia “integrale”, che pare sia stato inventato nel 2004 da una stilista australiano-libanese (Aheda Zanetti) nella speranza di dare anche alle musulmane più osservanti l’opportunità di fare il bagno o partecipare a degli sport in pubblico (lo si è visto anche alle recenti Olimpiadi di Rio in Brasile).

“In alcune zone abitate dagli immigrati, le donne musulmane si sentono obbligate a coprire il capo per paura che gli uomini musulmani le considerino alla stregua di prostitute e ritengano quindi di poterle molestare. Tuttavia, le cose non vanno sempre così: alcune musulmane scelgono di indossare l’hijab, o in rari casi il burkini. Occorre quindi domandarsi se spetti allo Stato decidere cosa i cittadini possono o non possono indossare.(…)” (Ian Buruma, “la Repubblica” del 9/9/2016)
“In alcune zone abitate dagli immigrati, le donne musulmane si sentono obbligate a coprire il capo per paura che gli uomini musulmani le considerino alla stregua di prostitute e ritengano quindi di poterle molestare. Tuttavia, le cose non vanno sempre così: alcune musulmane scelgono di indossare l’hijab, o in rari casi il burkini. Occorre quindi domandarsi se spetti allo Stato decidere cosa i cittadini possono o non possono indossare.(…)” (Ian Buruma, “la Repubblica” del 9/9/2016)

   Questo divieto ha suscitato una certa preoccupazione in chi, in Europa, ritiene imprescindibili delle “libertà” che non arrecano alcun danno a nessuno. Parliamo, e presupponiamo sia una scelta di libertà: rivendicare (concretamente) il diritto a non dover esibire il proprio corpo non ha nulla a che vedere con l’accettazione dell’obbligo di coprirlo.

   E’ poi ovvio che nessuno è “socialmente” assolutamente libero, nel senso di totalmente privo di qualunque condizionamento (il bikini più di cinquant’anni fa avrebbe suscitato scandalo nelle nostre spiagge…). E a seconda dei contesti, ci sono delle norme convenzionali che ci “impongono” un certo abbigliamento e un certo comportamento: non si va in ufficio, a scuola, o a fare la spesa in bikini, ma in una spiaggia naturista è addirittura “obbligatorio” stare nudi.

Alcune ragazze curde nella citta di Erbil - HIJAB: COS’E’ - Si tratta di un termine con molti significati, tra cui quello di “abbigliamento modesto” (hijab, quindi, si può utilizzare come sinonimo di tutti i tipi di veli). Nel linguaggio comune, di solito viene usato per indicare un pezzo di tessuto di forma rettangolare, come una sciarpa, annodato intorno alla testa e al collo per coprire i capelli. Per quanto possa essere di lunghezza e forme differente e annodato in moltissimi modi diversi, si tratta del tipo di velo più comune: lascia scoperto il volto e, negli ambienti meno conservatori, spesso lascia intravedere i capelli e il collo. In vari paesi e varie tradizioni islamiche può avere nomi differenti. (NELLA FOTO: Alcune ragazze curde nella città di Erbil, in Iraq (Ton Koene/picture-alliance/dpa/AP Images) (da IL POST.IT)
Alcune ragazze curde nella citta di Erbil – HIJAB: COS’E’ – Si tratta di un termine con molti significati, tra cui quello di “abbigliamento modesto” (hijab, quindi, si può utilizzare come sinonimo di tutti i tipi di veli). Nel linguaggio comune, di solito viene usato per indicare un pezzo di tessuto di forma rettangolare, come una sciarpa, annodato intorno alla testa e al collo per coprire i capelli. Per quanto possa essere di lunghezza e forme differente e annodato in moltissimi modi diversi, si tratta del tipo di velo più comune: lascia scoperto il volto e, negli ambienti meno conservatori, spesso lascia intravedere i capelli e il collo. In vari paesi e varie tradizioni islamiche può avere nomi differenti. (NELLA FOTO: Alcune ragazze curde nella città di Erbil, in Iraq (Ton Koene/picture-alliance/dpa/AP Images) (da IL POST.IT)

   E il divieto tout court di andare in spiaggia “coperti” è sicuro che porterà a effetti opposti a quelli sperati (tante donne musulmane saranno costrette a starsene a casa, perché impedite nella loro libertà o costrette dai mariti o padri, non possiamo sapere quale delle due cose…).

   Se le donne musulmane mettono il burqini non per imposizione famigliare (del marito) ma per rispettare la loro tradizione religiosa, ebbene allora è da chiedersi se questo non è un campo (cioè il modo di indossare o meno un vestito) dove la tradizione, il credo (anche “l’obbligo” se si vuole) non possa essere esplicato normalmente. La divisione tra Stato e Religione è cosa imprescindibile e fondamentale nella civiltà occidentale. Nei comportamenti quotidiani, nelle cose che facciamo, noi dobbiamo (vogliamo, ma anche siamo costretti) seguire, pur nella nostra etica individuale, le leggi della Stato, che non possono essere “superate” in supremazia da leggi religiose.

Un gruppo di bambine in una scuola di Kano, in Nigeria - DI COSA PARLIAMO QUANDO PARLIAMO DI “VELO” - Un hijab è diverso da uno chador, che non somiglia per nulla a un burqa: una piccola guida per discuterne informati, in tempi di burqini . (da IL POST.IT del 20/8/2016) Negli ultimi giorni, a causa della polemica in Francia sull’uso del cosiddetto “burqini”, si è tornato a parlare molto dei vari tipi di velo che le donne musulmane indossano per dimostrare – secondo le alcune interpretazioni dell’Islam – modestia e pietà religiosa. Nel dibattito, però, spesso i vari tipi di velo (c’è un’intera pagina di Wikipedia che li elenca) sono stati confusi, con conseguenze a volte paradossali. Ad esempio, molti hanno parlato del “burkini” come di un indumento che copre il volto, ingannati probabilmente dall’assonanza del nome con “burqa”, un indumento completo che nasconde tutto il corpo, utilizzato soprattutto in Afghanistan e Pakistan. Ecco una piccola guida per capire di cosa parliamo. Segue: http://www.ilpost.it/2016/08/20/velo-islamico-tipi/#steps_1
Un gruppo di bambine in una scuola di Kano, in Nigeria – DI COSA PARLIAMO QUANDO PARLIAMO DI “VELO” – Un hijab è diverso da uno chador, che non somiglia per nulla a un burqa: una piccola guida per discuterne informati, in tempi di burqini . (da IL POST.IT del 20/8/2016) Negli ultimi giorni, a causa della polemica in Francia sull’uso del cosiddetto “burqini”, si è tornato a parlare molto dei vari tipi di velo che le donne musulmane indossano per dimostrare – secondo le alcune interpretazioni dell’Islam – modestia e pietà religiosa. Nel dibattito, però, spesso i vari tipi di velo (c’è un’intera pagina di Wikipedia che li elenca) sono stati confusi, con conseguenze a volte paradossali. Ad esempio, molti hanno parlato del “burkini” come di un indumento che copre il volto, ingannati probabilmente dall’assonanza del nome con “burqa”, un indumento completo che nasconde tutto il corpo, utilizzato soprattutto in Afghanistan e Pakistan. Ecco una piccola guida per capire di cosa parliamo. Segue: http://www.ilpost.it/2016/08/20/velo-islamico-tipi/#steps_1

   Ma siamo veramente sicuri (come lo sono quegli amministratori francesi che hanno approvato il divieto al burqini) che l’indossare o meno un indumento sia materia da “libero Stato in libera Chiesa” (per dirla con Cavour)?.

   E’ mai possibile che una legge (pur rappresentata da un regolamento comunale) proibisca a una donna di andare vestita a suo modo in spiaggia? E questo perché? Perché da fastidio agli altri presenti? (siamo sicuri che no) …O forse perché si crede che sia un divieto della “famiglia” (del marito, del padre) a indossare un normale bikini? (che ne possiamo sapere di questo? …E se anche lo fosse è allora probabile che quella donna a cui viene impedito di andare in spiaggia vestita con quest’indumento, il burqini, è probabile che le sarà impedito, dal marito, dal padre, di frequentare più la spiaggia… bel risultato…).

   Riprendiamo qui, in questo post alcune osservazioni che ci paiono interessanti. Perché il fatto di questo divieto “francese” non è da considerarsi cosa banale nel processo di integrazione ma anche del rispetto delle “diversità”, degli usi, tradizioni, costumi… Cose che nulla vanno ad incidere sulla supremazia della “legge di tutti”, della laicità, del rispetto dei doveri. Ma forse qui qualche diritto potrebbe essere stato calpestato. (s.m.)

Spiaggia, Nizza, 23 agosto 2016: l'episodio che ha suscitato clamore
Spiaggia, Nizza, 23 agosto 2016: l’episodio che ha suscitato clamore

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IL BURKINI, LA LIBERTÀ DELLE DONNE E IL RITORNO DEL SACRO

di Cinzia Sciuto, da MICROMEGA, 31/8/2016

   26 agosto 2016, a Francoforte è una giornata molto calda e le famiglie cercano un po’ di frescura nei parchi cittadini, alcuni dei quali sono attrezzati con piscinette e giochi d’acqua per i bimbi.

   Lei è seduta a bordo piscina, indossa dei pantaloni lunghi, arrotolati alle caviglie perché non si bagnino, una maglietta a maniche lunghe, sopra alla quale scivola un largo camicione smanicato. Continua a leggere

TERREMOTO NELL’APPENNINO CENTRALE: la fine del pensare a “terremoti regionali” e il nuovo modo di intendere il doloroso accadimento come TERREMOTO NAZIONALE, in uno dei territori a forte rischio sisma (il 44% della superficie nazionale) – COME RICOSTRUIRE in modo virtuoso superando gli errori del recente passato?

Amatrice, il paese più colpito dal sisma
Amatrice, il paese più colpito dal sisma

      La prima violenta scossa (poi seguita da altre) delle ore 3:36 di mercoledì 24 agosto segna ancora l’ennesimo doloroso episodio degli sconvolgimenti che il terremoto porta. Una scossa di magnitudo 6.0 con epicentro nell’Appennino laziale, marchigiano, in parte abruzzese, nei pressi di paesi (e nomi) che purtroppo abbiamo potuto imparare in questi giorni (Amatrice, Accumoli, Cittareale in provincia di Rieti nel Lazio; Pescara del Tronto, frazione di Arquata del Tronto in provincia di Ascoli Piceno nelle Marche…). Nelle ore seguenti si sono verificate altre scosse piuttosto intense di magnitudo 5.4 e 4.1 poco più a nord, vicino a Norcia, in Umbria, in provincia di Perugia: Norcia, un paese “salvato”, nessuna vittima, nessun ferito pare, e questo per un accurato lavoro di prevenzione lì svolto dopo le scosse del 1979 e 1997. Duecentonovantatre vittime, finora accertate (e si scava ancora per altri possibili dispersi, migliaia di sfollati).

mappa del sisma del 24 agosto (da "il Sole 24ore) - Terremoto il 24 Agosto 2016: Alle 03:36 forte scossa di terremoto Magnitudo 6.0 con epicentro nel Lazio
mappa del sisma del 24 agosto (da “il Sole 24ore) – Terremoto il 24 Agosto 2016: Alle 03:36 forte scossa di terremoto Magnitudo 6.0 con epicentro nel Lazio

   Luoghi questi colpiti dal sisma, che possiamo definire “marginali”, ma (forse anche per questa marginalità) meravigliosi nella loro originaria bellezza come natura (l’Appennino…) e come reperti architettonici, storici, lì presenti.

   Una distruzione pertanto diffusa, frammentata (non concentrata come è accaduto nel 2009 a L’Aquila e nei paesi limitrofi). Forse così dirompente (nelle vittime, nei danni alle case…) per l’eccessiva fragilità di costruzioni mai adeguate in uno dei territori più potenzialmente pericolosi per eventi catastrofici come i terremoti.

TERREMOTI IN ITALIA DEGLI ULTIMI CENTODIECI ANNI PRIMA DEL 24 AGOSTO 2016 SULL APPENNINO LAZIALE MARCHIGIANO - “La fragile spina dorsale del nostro Paese, dal 1315 quando un sisma appena un po’ meno grave di quello del 2009 devastò l’area dell’Aquila, ha fatto segnare 148 terremoti superiori a 5.5 gradi della scala Richter. E quasi tutti superiori all’VIII° grado di «intensità epicentrale»(…)” (Gian Antonio Stella, da “il Corriere della Sera” del 27/8/2016)
TERREMOTI IN ITALIA DEGLI ULTIMI CENTODIECI ANNI PRIMA DEL 24 AGOSTO 2016 SULL APPENNINO LAZIALE MARCHIGIANO – “La fragile spina dorsale del nostro Paese, dal 1315 quando un sisma appena un po’ meno grave di quello del 2009 devastò l’area dell’Aquila, ha fatto segnare 148 terremoti superiori a 5.5 gradi della scala Richter. E quasi tutti superiori all’VIII° grado di «intensità epicentrale»(…)” (Gian Antonio Stella, da “il Corriere della Sera” del 27/8/2016)

   Qui brevemente ci concentriamo sul tema della ricostruzione (le promesse di adesso sono forti, di un radicale cambiamento: sarà la volta buona? difficile una previsione… ). E pensiamo che forse (speriamo) che è pur vero che la ricostruzione dei borghi distrutti nei giorni scorsi, sempre che le verifiche non rilevino forti problematiche di carattere geologico, sarà meno difficoltosa di quello di altri luoghi interessati nel passato prossimo dai terremoti, come ad esempio la città dell’Aquila).

MAPPA ITALIANA DELL INTENSITA MACROSISMICA (da www.3bmeteo.com/
MAPPA ITALIANA DELL INTENSITA MACROSISMICA (da http://www.3bmeteo.com/

   Fa un poimpressione che un paesino come Amatrice (di 2.700 abitanti) contenga in se ben 69 piccole realtà abitate, borghi sparsi sullAppenino. E noi da sempre riteniamo che il mantenere in vita, “l’abitare” piccole realtà sparse in territori sennò deserti, facilita un maggior controllo del territorio, delle possibili frane che si verificano, del mantenimento di artifici umani storici (sentieri, strade, stradine, attraversamenti di torrenti, scolo regolare delle acque..) che si perderebbero se non ci fosse nessuno che vi abita. Pertanto i borghi ancora abitati sono l’unica rete vitale che può salvare quelle montagne dall’abbandono.

Le placche tettoniche e i loro movimenti (da ingterremoti.wordpress.com/)
Le placche tettoniche e i loro movimenti (da ingterremoti.wordpress.com/)

   E’ ovvio che lo slogan di ricostruire “dov’era e com’era” va un po’ calibrato, verificato: se i danneggiamenti sono dovuti solo a un’elevata vulnerabilità sismica degli immobili, allo slogan “dov’era, com’era” non si discute. Se invece ci sono stati effetti di amplificazione delle onde sismiche da parte di quel specifico terreno dov’era il borgo, o il singolo immobile, ricostruire proprio lì, “tale e quale”, non ha senso (o perlomeno richiede dei costi immani, e futuri pericoli per chi ci abiterà). Allora se ci sono le possibilità concrete di costruire borghi “antisismici” in luoghi a media potenzialità sismica in terreni adatti, va bene e così bisogna fare; se le caratteristiche del terreno sono invece così fragili da prevedere catastrofi in caso di calamità (pur con costruzioni antisismiche) allora è bene “spostarsi” con piccoli nuovi insediamenti.

Le placche tettoniche nel Bacino del Mediterraneo (da ingterremoti.wordpress.com/) - “L'Italia è uno dei pochi paesi al mondo in cui rischio sismico, rischio idrogeologico e rischio vulcanico si sovrappongono. Per densità di popolazione e ridotta estensione areale c'è solo il Giappone che ci batte e ci batte anche in materia di prevenzione. Oggi vogliamo focalizzare l'attenzione al problema dei terremoti. Il rischio sismico nel nostro paese è legato essenzialmente all'orogenesi alpina ed appenninica, due giganteschi eventi tettonici avvenuti in epoche diverse (le Alpi circa 100 milioni di anni fa e l'Appennino circa 20 milioni) che hanno letteralmente accavallato quelle che un tempo erano delle zone di pianura o di mare producendo i sistemi montuosi che oggi vediamo. Durante questi processi orogenetici si sono originati enormi sistemi di faglia che attraversano i rilievi nella loro lunghezza”. “E' proprio in corrispondenza di queste faglie che si sono sviluppati storicamente i più grandi eventi sismici della nostra storia ed è proprio sulla base di questa "storia sismica" che si sono costruite nel tempo quelle che vengono comunemente chiamate "CARTE DI RISCHIO SISMICO". Generalmente sono DUE I PARAMETRI che vengono presi in considerazione, L'ACCELERAZIONE DEL SUOLO e L'INTENSITÀ MACROSISMICA. L'accelerazione del suolo è in sostanza il grado di scuotimento che può subire un terreno in caso di terremoto mentre l'intensità macrosismica valutata secondo il parametro MCS (scala Mercalli), il grado di danni che ha causato l'evento. Evidentemente maggiore sarà l'accelerazione del suolo , maggiore sarà anche il danno causato dal terremoto ed è per questo che i due parametri sono mutuamente legati. (…) (CARLO MIGLIORE, da http://www.3bmeteo.com/ del 24/8/2016)
Le placche tettoniche nel Bacino del Mediterraneo (da ingterremoti.wordpress.com/) – “L’Italia è uno dei pochi paesi al mondo in cui rischio sismico, rischio idrogeologico e rischio vulcanico si sovrappongono. Per densità di popolazione e ridotta estensione areale c’è solo il Giappone che ci batte e ci batte anche in materia di prevenzione. Oggi vogliamo focalizzare l’attenzione al problema dei terremoti. Il rischio sismico nel nostro paese è legato essenzialmente all’orogenesi alpina ed appenninica, due giganteschi eventi tettonici avvenuti in epoche diverse (le Alpi circa 100 milioni di anni fa e l’Appennino circa 20 milioni) che hanno letteralmente accavallato quelle che un tempo erano delle zone di pianura o di mare producendo i sistemi montuosi che oggi vediamo. Durante questi processi orogenetici si sono originati enormi sistemi di faglia che attraversano i rilievi nella loro lunghezza”.
“E’ proprio in corrispondenza di queste faglie che si sono sviluppati storicamente i più grandi eventi sismici della nostra storia ed è proprio sulla base di questa “storia sismica” che si sono costruite nel tempo quelle che vengono comunemente chiamate “CARTE DI RISCHIO SISMICO”. Generalmente sono DUE I PARAMETRI che vengono presi in considerazione, L’ACCELERAZIONE DEL SUOLO e L’INTENSITÀ MACROSISMICA. L’accelerazione del suolo è in sostanza il grado di scuotimento che può subire un terreno in caso di terremoto mentre l’intensità macrosismica valutata secondo il parametro MCS (scala Mercalli), il grado di danni che ha causato l’evento. Evidentemente maggiore sarà l’accelerazione del suolo , maggiore sarà anche il danno causato dal terremoto ed è per questo che i due parametri sono mutuamente legati. (…) (CARLO MIGLIORE, da http://www.3bmeteo.com/ del 24/8/2016)

   Ma i tempi sono necessariamente lunghi (anche lavorando con volontà di fare bene e presto). Per evitare situazioni di “allontanamento” delle popolazioni (in zone costiere nel periodo invernale), oppure costruzioni di “new town” (che dopo L’Aquila, nessuno è disposto a difendere) allora il “modello Friuli” ci sembrerebbe il più appropriato: cioè dotare le famiglie di prefabbricati vicini alle aree distrutte (se le persone decideranno di voler rimanere); prefabbricati che poi possono essere riutilizzati da Comuni, associazioni…(così è stato per il terremoto del Friuli del 1976): un modello appunto simile a quello utilizzato a Gemona o a Venzone, paesi che sono stati oggetto di un’opera di ricostruzione filologica che ne ha replicato gli originari aspetti urbanistici ed estetici.

Amatrice. Le macerie dopo il terremoto - "(…..)Le zone A MAGGIOR RISCHIO terremoto sono situate nelle ALPI ORIENTALI e nell'APPENNINO CENTRO MERIDIONALE, quelle a minor rischio in Sardegna, sul medio Tirreno e sulle restanti zone Alpine e prealpine incluse le alte pianure settentrionali dal Piemonte alla Lombardia e parte del basso Veneto. FRIULI, UMBRIA, ABRUZZO, MOLISE, CAMPANIA, BASILICATA, CALABRIA e SICILIA le regioni che contengono LE PORZIONI PIÙ AMPIE DI ZONE AD ALTA CRITICITÀ, regioni storicamente colpite da eventi disastrosi come il terremoto di Gemona del 1976, quello della Marsica del 1915, quello dell'Irpinia del 1980, quello del Belice del 1968, quello di Reggio e Messina del 1908. Come mai la Sardegna risulta per la totalità estranea ad eventi sismici intensi ' La Sardegna geologicamente non fa parte dell'Italia, non ha partecipato ne all'orogenesi alpina ne a quella appenninica. La Sardegna è un pezzo di storia della terra antichissimo, risale addirittura al paleozoico, essendo così antica, le forze di orogenesi giovani non la interessano più ormai da milioni di anni..." (CARLO MIGLIORE, da http://www.3bmeteo.com/ del 24/8/2016)
Amatrice. Le macerie dopo il terremoto – “(…..)Le zone A MAGGIOR RISCHIO terremoto sono situate nelle ALPI ORIENTALI e nell’APPENNINO CENTRO MERIDIONALE, quelle a minor rischio in Sardegna, sul medio Tirreno e sulle restanti zone Alpine e prealpine incluse le alte pianure settentrionali dal Piemonte alla Lombardia e parte del basso Veneto. FRIULI, UMBRIA, ABRUZZO, MOLISE, CAMPANIA, BASILICATA, CALABRIA e SICILIA le regioni che contengono LE PORZIONI PIÙ AMPIE DI ZONE AD ALTA CRITICITÀ, regioni storicamente colpite da eventi disastrosi come il terremoto di Gemona del 1976, quello della Marsica del 1915, quello dell’Irpinia del 1980, quello del Belice del 1968, quello di Reggio e Messina del 1908. Come mai la Sardegna risulta per la totalità estranea ad eventi sismici intensi ‘ La Sardegna geologicamente non fa parte dell’Italia, non ha partecipato ne all’orogenesi alpina ne a quella appenninica. La Sardegna è un pezzo di storia della terra antichissimo, risale addirittura al paleozoico, essendo così antica, le forze di orogenesi giovani non la interessano più ormai da milioni di anni…” (CARLO MIGLIORE, da http://www.3bmeteo.com/ del 24/8/2016)

   Vien poi da pensare che in alcuni casi anche i finanziamenti (spesso oggetto di critiche, parassitismi, illegalità…) potrebbero avere un modo diverso di esplicarsi. Un esempio lo tracciamo in questo post nell’articolo che riportiamo tratto da “il Manifesto” del 26 agosto scorso di Rachele Gonnelli al responsabile del Centro pericolosità sismica dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia Carlo Meletti, dove quest’ultimo fa l’esempio (a proposito di “modi di finanziare”) della Regione Toscana: “nel ’95 un terremoto di magnitudo 5,3 ha fortemente danneggiato la Lunigiana. La Regione Toscana ha dato 20 milioni di lire a famiglia per interventi antisismici su edifici in muratura. L’intervento migliore in termini di costo-beneficio sono le catene di ferro da una facciata all’altra e questo è stato fatto. Gli investimenti sono triplicati perché le famiglie che ne hanno approfittato per fare altri lavori a proprie spese e le ditte edili hanno acquisito «un know how»”.

Le scosse sismiche hanno origine da una rottura che avviene in profondità lungo spaccature chiamate faglie. L’energia elastica accumulatasi in anni e anni si libera tutta insieme, proprio come succede quando un bastoncino di legno si spezza dopo esser stato piegato eccessivamente. Il punto in cui questa rottura avviene è quello che noi chiamiamo IPOCENTRO. Si tratta quindi del punto in cui avviene la rottura ed a partire dal quale si diramano le onde sismiche. Esso può essere localizzato a poche centinaia di metri di profondità come a 10 km, fino a centinaia di km di profondità nelle zone di subduzione (lungo i cosiddetti piani di Benioff). Quanto più superficiale sarà l’ipocentro, tanto più il terremoto verrà avvertito in superficie. È anche vero che terremoti profondi, in particolare quelli con una magnitudo elevata, vengono avvertiti in aree geografiche ben più vaste. L’EPICENTRO è invece il punto della superficie terrestre che si trova sulla verticale dell’ipocentro. (da www.meteoweb.eu/ )
Le scosse sismiche hanno origine da una rottura che avviene in profondità lungo spaccature chiamate faglie. L’energia elastica accumulatasi in anni e anni si libera tutta insieme, proprio come succede quando un bastoncino di legno si spezza dopo esser stato piegato eccessivamente. Il punto in cui questa rottura avviene è quello che noi chiamiamo IPOCENTRO. Si tratta quindi del punto in cui avviene la rottura ed a partire dal quale si diramano le onde sismiche. Esso può essere localizzato a poche centinaia di metri di profondità come a 10 km, fino a centinaia di km di profondità nelle zone di subduzione (lungo i cosiddetti piani di Benioff). Quanto più superficiale sarà l’ipocentro, tanto più il terremoto verrà avvertito in superficie. È anche vero che terremoti profondi, in particolare quelli con una magnitudo elevata, vengono avvertiti in aree geografiche ben più vaste. L’EPICENTRO è invece il punto della superficie terrestre che si trova sulla verticale dell’ipocentro. (da http://www.meteoweb.eu/ )

   Quel che è poi nuovo in questo “dopo terremoto” (non parliamo qui del dolore delle persone che hanno perso, famigliari, delle vittime…), è che si incomincia a parlare di questi eventi disastrosi con “carattere nazionale”: è catastrofe di tutta la nazione. Ovvio che anche prima, gli altri terremoti avvenuti, erano “presi in carico” (nei finanziamenti, nella diffusione mediatica dell’accadimento) da tutto il territorio nazionale, ma conservavano una caratteristica geografica “regionale”; cioè permaneva un confine limitato a quel territorio di quella specifica regione dov’era accaduto…. Ora appare più chiaro che l’evento catastrofico, e il porvi rimedio è qualcosa di nazionale, un po’ anche europeo se si vuole, e questo modo di intendere la tragedia sembra essere una novità.

   Ed è su questa linea che si percepisce la necessità che si esplichi concretamente, con i fatti, la realizzazione di una “grande opera” ben diversa dalle autostrade inutili o cose simili: una grande e unica opera di cura del territorio, di messa in sicurezza del patrimonio edilizio, di salvaguardia dei luoghi, di ritorno a economie (come quella agricola) che anch’esse aiutino la tutela dei territori, la conservazione dei paesaggi, il rimedio ai disastri realizzati negli ultimi decenni. Che sia la volta buona per una “svolta” e la fine delle costose grandi opere inutili? (speriamo) (s.m.)

Soccorritori in azione ad Amatrice
Soccorritori in azione ad Amatrice

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INTERVISTA A RENZO PIANO

“COSÌ L’APPENNINO RINASCERÀ”

di Federico Rampini, da “la Repubblica” del 29/8/2016

– “Serve un cantiere lungo due generazioni. Così ricostruiremo la spina dorsale d’Italia” – RENZO PIANO racconta l’incontro col premier: “nel progetto incentivi e sgravi ma anche l’aiuto del migliori esperti mondiali” “Serve un cantiere lungo due generazioni. Cosi ricostruiremo la spina dorsale d’Italia”. “Deve entrare nelle leggi del Paese l’obbligo di rendere antisismici gli edifici in cui viviamo”. – Continua a leggere

NORDEST D’ITALIA, FINE DI UN MITO: banche fallite, grandi opere (il MOSE) tangentate, economia in crisi – La MACROREGIONE CHE QUI MANCA – Il caso della SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA: il blocco e i nodi che vengono al pettine – La RICONVERSIONE ECOLOGICA di un territorio che si è perduto

LA COSTRUENDA SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA – “La Regione Veneto ha già pagato 390 milioni, sui 450 spesi per la nuova Superstrada Pedemontana Veneta. Il contributo pubblico si dovrà fermare a quota 614 milioni. Invece la SIS (ATI Consorzio Stabile SIS – Società Consortile per Azioni e Itinere Infrastructuras S.A., la società che gestisce il project financing e dovrebbe costruire l’opera e poi gestirla per 39 anni incassandi i pedaggi, ndr) ne ha sborsati solo 60, a fronte dei 1500 che la convenzione pone a carico dei privati. Sis pensa di recuperare il finanziamento mancante attraverso UN BOND, UN PRESTITO OBBLIGAZIONARIO, che verrebbe emesso da JP MORGAN, ma a garantirlo dovrebbe essere la CASSA DEPOSITI E PRESTITI. Cioè i soldi del risparmio degli italiani. In alternativa l’Anas potrebbe subentrare al concessionario Sis e addossarsi la conclusione dell’opera. NELL’UN CASO E NELL’ALTRO, LA PRIMA AUTOSTRADA REGIONALE VERRÀ ULTIMATA SOLO CON I SOLDI DELLO STATO. UN CAPOLAVORO.” (…..)(Renzo Mazzaro, da “il Mattino di Padova” del 8/8/2016)
LA COSTRUENDA SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA – “La Regione Veneto ha già pagato 390 milioni, sui 450 spesi per la nuova Superstrada Pedemontana Veneta. Il contributo pubblico si dovrà fermare a quota 614 milioni. Invece la SIS (ATI Consorzio Stabile SIS – Società Consortile per Azioni e Itinere Infrastructuras S.A., la società che gestisce il project financing e dovrebbe costruire l’opera e poi gestirla per 39 anni incassandi i pedaggi, ndr) ne ha sborsati solo 60, a fronte dei 1500 che la convenzione pone a carico dei privati. Sis pensa di recuperare il finanziamento mancante attraverso UN BOND, UN PRESTITO OBBLIGAZIONARIO, che verrebbe emesso da JP MORGAN, ma a garantirlo dovrebbe essere la CASSA DEPOSITI E PRESTITI. Cioè i soldi del risparmio degli italiani. In alternativa l’Anas potrebbe subentrare al concessionario Sis e addossarsi la conclusione dell’opera. NELL’UN CASO E NELL’ALTRO, LA PRIMA AUTOSTRADA REGIONALE VERRÀ ULTIMATA SOLO CON I SOLDI DELLO STATO. UN CAPOLAVORO.” (…..)(Renzo Mazzaro, da “il Mattino di Padova” del 8/8/2016)

   Parliamo di territori: in questo caso il Nordest d’Italia (identificabile con Veneto, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adoge…. con tutti i distingui geografici che qui non faremo). Nordest in caduta libera: sul piano economico (fino a qualche tempo fa era un modello…), in quello delle infrastrutture e grandi opere (contestate nella loro validità, come il Mose nella laguna veneziana, e ora in grave difficoltà pure per la corruzione e tangenti che ha provocato). E, pure, nel sistema della osannata finanza locale, che è miseramente fallita nelle due maggiori banche venete (e che ha trascinato nella povertà -autentica!- migliaia di piccoli e medi risparmiatori che avevano investito – tutto!, irresponsabilmente, fidandosi ciecamente…- su queste due ex grandi banche).

da www.agensir.it.italia/
da http://www.agensir.it.italia/

   Il 4 agosto scorso il Corriere del Veneto ha pubblicato una lettera-intervento di MARIA CRISTINA PIOVESANA, che è presidente di Unindustria Treviso. E questa lettera è stata come “la sveglia” di un contesto che ancora forse non si rendeva conto di quel che è effettivamente accaduto. Insomma, ci voleva qualcuno che dicesse che “IL RE È NUDO”. Nella lettera (che riportiamo all’inizio di questo post) si mette lucidamente in evidenza come vent’anni fa (anche meno, pensiamo noi) la classe dirigente veneta (fatta di politici, industriali, studiosi universitari…) contestava il resto d’Italia mettendo in rilievo come il modello (economico, politico, sociale…) del nordest non avesse pari, e fosse solo destinato a subìre gli aspetti negativi dal resto del Paese (corruzioni, sprechi, mafie, criminalità, inefficienze….). Chiedendo (la classe dirigente veneta), anche ora lo si fa, o vera e propria autonomia (qui il Veneto in particolare, si distingueva, essendo l’altra parte del Nordest dato già da regioni a “statuto speciale”), oppure un federalismo spinto che valorizzasse la regionalità rivolta al globale, all’Europa (questa proposta, del FEDERALISMO, appartiene anche alla nostra cultura geografica, alle nostre convinzioni).

   Su questa linea piace ricordare come da varie parti (anche nel mondo delle associazioni geografiche) si propendesse pure (e tuttora noi ci crediamo) per la COSTITUZIONE DI UNA MACROREGIONE DEL NORDEST, sciogliendo in essa gli apparati delle due regioni, Veneto e Friuli Venezia Giulia, e delle due Provincie autonome di Trento e Bolzano. Con un condiviso progetto nazionale, europeo (in primis) e globale.

Nell’ultimo report dell’Istat sulla situazione socio-economica del nostro Paese c’è un’interessante mappa dell’Italia divisa in quattro aree, in base all’andamento di occupazione e disoccupazione: Quelle in cui l’occupazione tra 2014 e 2015 è stata in aumento e la disoccupazione in calo sono “in ripresa”, in verde scuro, quelle in cui la disoccupazione cresce, ma lo fa anche l’occupazione sono “attive”, in verde chiaro, poi abbiamo le aree in cui al contrario è l’occupazione a calare e la disoccupazione ad aumentare, in rosso chiaro, e infine la categoria peggiore, in cui la disoccupazione è in salita, mentre l’occupazione in discesa, in rosso scuro. La maggioranza della popolazione italiana, i due terzi, vive in zone in ripresa, ovunque, tranne che nel Nordest, dove più di metà risulta risiedere nell’area “inattiva”, quella in cui gli occupati sono diminuiti anche l’anno scorso. (….) da www.linkiesta.it del 6/6/2016
Nell’ultimo report dell’Istat sulla situazione socio-economica del nostro Paese c’è un’interessante mappa dell’Italia divisa in quattro aree, in base all’andamento di occupazione e disoccupazione: Quelle in cui l’occupazione tra 2014 e 2015 è stata in aumento e la disoccupazione in calo sono “in ripresa”, in verde scuro, quelle in cui la disoccupazione cresce, ma lo fa anche l’occupazione sono “attive”, in verde chiaro, poi abbiamo le aree in cui al contrario è l’occupazione a calare e la disoccupazione ad aumentare, in rosso chiaro, e infine la categoria peggiore, in cui la disoccupazione è in salita, mentre l’occupazione in discesa, in rosso scuro. La maggioranza della popolazione italiana, i due terzi, vive in zone in ripresa, ovunque, tranne che nel Nordest, dove più di metà risulta risiedere nell’area “inattiva”, quella in cui gli occupati sono diminuiti anche l’anno scorso. (….) da http://www.linkiesta.it del 6/6/2016

   Tornando alla lettera della presidente di Unindustria Treviso che rileva come (specie il Veneto nel Nordest) si fosse in caduta libera (nella finanza, nella politica, nella stessa dirigenza economica…), viene da Lei chiesto un rinnovamento vero (“…un nuovo ceto dirigente con il contributo di persone di ogni età, ceto e partito…”), che dia la possibilità di ricostruire un Nordest nuovo, proprio a partire da tutta la sua classe dirigente, in ogni ambito.

….

Fa specie mettere in rilievo che proprio negli stessi giorni, settimane, dove sociologi, giornalisti, industriali, economisti… si esprimevano dando piena ragione alla Presidente di Unindustria di Treviso, proponendo possibili soluzioni…. Ebbene nelle stesse settimane agostane scoppiava lo scandalo della SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA, altra grande opera (come il MOSE), che ci si “accorgeva” di quel che tutti sapevano (quelli che erano andati a leggersi le carte, i progetti…. come in parte anche noi abbiamo negli anni fatto e questo blog contiene vari interventi riguardo a questo progetto di vera e propria autostrada di 95 chilometri, e i link li potete trovare in questo post alla fine degli articoli dedicati alla SPV…).

PARTE DELLA GALASSIA VENETA VISTA DI SERA DAL MONTEGRAPPA (da www.montegrappa.org/)
PARTE DELLA GALASSIA VENETA VISTA DI SERA DAL MONTEGRAPPA (da http://www.montegrappa.org/)

   In pratica ci si è accorti che il concessionario (ATI Consorzio Stabile SIS – Società Consortile per Azioni e Itinere Infrastructuras S.A., la società che gestisce il project financing e dovrebbe costruire l’opera e poi gestirla per 39 anni incassando i pedaggi per ripagarsi e “guadagnare” sui costi di costruzione), ebbene questa SIS non ha i soldi per costruirla (serve che metta 1,6 miliardi di euro, negli articoli che seguono si specifica il contesto); e che finora quelli interventi di costruzione frammentati qua e là (spesso lasciando già alle erbacce e al degrado scavi e sventramenti di aree agricole…) sono andati avanti con la quota finanziata dallo Stato e dalla Regione Veneto, oppure (e questo è anche più grave) non pagando ancora gli espropri effettuati ai proprietari di terre e case, e indebitandosi con medie e piccole imprese edilizie lavoranti in sub-appalto .

   Allora qui ci vien da chiedere se UNA NUOVA CLASSE DIRIGENTE VENETA RIUSCIRA’ A TERMINARE I LAVORI DELLA SUPERSTRADA PEDEMONTANA, RIVEDENDOLA PERÒ NEI SUOI ASPETTI, IN TEMPI URGENTI, CON UNA NUOVA FUNZIONALITÀ, che serva veramente al traffico pedemontano vicentino e trevigiano, che venga a tutelare i privati cittadini danneggiati e le popolazioni locali coinvolte; che sia un modello (questo sì!) di rispetto dell’ambiente (evitando di trovarsi di fronte a un nuovo sfregio territoriale irrimediabile).

TRATTO VICENTINO DELLA SPV, dal sito www.difesasaluteterritorio.blogspot.it/ - Il TRATTO DI SUPERSTRADA TRA MONTECCHIO M. E LA VALDASTICO NORD-A31(lungo 31 chilometri, con un GALLERIA da farsi -PRIABONA- di 6 chilometri) costa 750 milioni di euro ma non ha senso poiché esiste già la Valdastico Nord-A31 direttamente collegata all’autostrada A4 (mentre gli abitanti della Valle dell’Agno, chiedono invano una bretella tra Canove di Montecchio M. e Cereda di Cornedo perché il traffico locale si svolge principalmente tra Recoaro e Montecchio)
TRATTO VICENTINO DELLA SPV, dal sito http://www.difesasaluteterritorio.blogspot.it/ – Il TRATTO DI SUPERSTRADA TRA MONTECCHIO M. E LA VALDASTICO NORD-A31(lungo 31 chilometri, con un GALLERIA da farsi -PRIABONA- di 6 chilometri) costa 750 milioni di euro ma non ha senso poiché esiste già la Valdastico Nord-A31 direttamente collegata all’autostrada A4 (mentre gli abitanti della Valle dell’Agno, chiedono invano una bretella tra Canove di Montecchio M. e Cereda di Cornedo perché il traffico locale si svolge principalmente tra Recoaro e Montecchio)

   Per questo noi qui PROPONIAMO a una nuova classe dirigente veneta, UN NUOVO MODO DI PROCEDERE NELLA REALIZZAZIONE DI QUEST’OPERA che si faccia questo:

  • SI DIMINUISCANO I COSTI DELL’OPERA togliendo cose non necessarie e impattanti. In primis SI RINUNCI ALLA REALIZZAZIONE DEL TRATTO DI SUPERSTRADA TRA MONTECCHIO MAGGIORE E LA VALDASTICO NORD-A31(un tratto lungo 31 chilometri sui 95 previsti… con un galleria da farsi -Priabona- di ben 6 chilometri!); questo tratto è inutile, costa 750 milioni di euro (sul totale di 2200) ma non ha senso poiché esiste già la Valdastico Nord-A31 direttamente collegata all’autostrada A4. Inoltre CHE SI TOLGANO I 14 CASELLI PREVISTI, assai impattanti e costosi, proponendo “ENTRATE-USCITE” DIFFUSE NEI TERRITORI e in collegamento con le maggiori strade nord-sud, per almeno UNA QUARANTINA DI INTERVENTI “LEGGERI”, non costosi, non impattanti. Se dovrà continuare ad essere a pedaggio (anche quando sarà finanziata pressoché da tutto l’intervento pubblico?!) portali di identificazione della targa del veicolo permettono ora pagamenti telematici, senza la necessità di caselli e fermate obbligate. Questa revisione del progetto e della realizzazione è possibile perché le nuove norme del “CODICE DEGLI APPALTI” prevedono un “PROJECT REVIEW”, cioè una revisione del progetto in corso, adattandolo alle nuove necessità e a una seria valutazione di impatto ambientale (e questo si connetterebbe, oltre che a una maggiore funzionalità dell’opera, iniziando a realizzarle dove maggiormente serve, anche a una drastica riduzione dei costi).
  • Per far questo necessita di UNA SOSPENSIONE DEI LAVORI IN CORSO CHE NON PORTANO A NULLA (tra poco rischiano di arenarsi per sempre, lasciando buchi e degrado nei 95 chilometri della ancora bellissima terra pedemontana veneta). E subito realizzare le varianti necessarie. RISPETTANDO GLI ESPROPRIATI (cioè risarcendoli veramente) e PURE LE DITTE IN SUBAPPALTO che ora lavorano a credito. Una revisione del project richiede un ripensamento sul rapporto con il costruttore, che si sta verificando inadempiente, e sulla necessità o meno (a questo punto!) che una volta realizzata quest’opera abbia un pedaggio da versarsi per l’utilizzo.
CANTIERE A SAN ZENONE DELLA COSTRUENDA SUPERSTRADA PEDEMONTANA - VENETA “Bastano due conti della serva per dimostrare il sostanziale default cui va incontro la Superstrada Pedemontana Veneta. Per primo il dato sui flussi di traffico che potrà essere al massimo di 20.000 veicoli al giorno, tenendo conto dei veicoli circolanti in A31 e A27 e delle condizioni più favorevoli relative alla mobilità veneta messe in luce da AISCAT. Se tutto va bene quindi la società che gestisce la superstrada incasserà ogni anno (supponendo un pedaggio medio di euro 10 -secondo l'allegato A1 della concessione rivista nel 2013, si può arrivare oltre i 12€ - e ipotizzando, cosa non verosimile, che tutti i veicoli compiano l'intero percorso e durante tutti i giorni dell'anno) 72 milioni di euro. In totale fanno per i 39 anni di durata della concessione 2 miliardi 808 milioni di euro. Il secondo è un dato finanziario e cioè gli interessi sul famigerato project-bond pari all'8% annuale . Il bond dovrebbe essere pari a circa 1,6 miliardi e quindi ipotizzando un bond decennale garantito dalla BEI il totale degli interessi che la Sis dovrà pagare fa 128 milioni di euro all'anno ovvero 1,28 miliardi in dieci anni.” (di Massimo Follesa e Francesco Celotto, 2 agosto 2016, da http://wwwcovepa.blogspot.it/ )
CANTIERE A SAN ZENONE DELLA COSTRUENDA SUPERSTRADA PEDEMONTANA – VENETA “Bastano due conti della serva per dimostrare il sostanziale default cui va incontro la Superstrada Pedemontana Veneta. Per primo il dato sui flussi di traffico che potrà essere al massimo di 20.000 veicoli al giorno, tenendo conto dei veicoli circolanti in A31 e A27 e delle condizioni più favorevoli relative alla mobilità veneta messe in luce da AISCAT. Se tutto va bene quindi la società che gestisce la superstrada incasserà ogni anno (supponendo un pedaggio medio di euro 10 -secondo l’allegato A1 della concessione rivista nel 2013, si può arrivare oltre i 12€ – e ipotizzando, cosa non verosimile, che tutti i veicoli compiano l’intero percorso e durante tutti i giorni dell’anno) 72 milioni di euro. In totale fanno per i 39 anni di durata della concessione 2 miliardi 808 milioni di euro. Il secondo è un dato finanziario e cioè gli interessi sul famigerato project-bond pari all’8% annuale . Il bond dovrebbe essere pari a circa 1,6 miliardi e quindi ipotizzando un bond decennale garantito dalla BEI il totale degli interessi che la Sis dovrà pagare fa 128 milioni di euro all’anno ovvero 1,28 miliardi in dieci anni.” (di Massimo Follesa e Francesco Celotto, 2 agosto 2016, da http://wwwcovepa.blogspot.it/ )

   Se i due accadimenti sono contemporanei (cioè la presa di coscienza della CRISI E FALLIMENTO DEL MODELLO NORDEST, e dall’altra il BLOCCO DELLA SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA come progetto irrealizzabile alle premesse attuali, con costi eccessivi, e con previsioni di UTILIZZO BEN MINORI DI QUELLI PAVENTATI ALL’INIZIO (…dalla classe dirigente veneta…)… ebbene quale MIGLIOR CANTIERE PER UN “NUOVO NORDEST” (la nuova classe dirigente) è avere il coraggio di cambiare in corsa il modo di realizzare un’opera altrimenti poco utile, impattante, costosissima, destinata così com’è prevista al rischio di rimane vuota? (sarebbe un degrado economico, finanziario, del traffico, ambientale.. lasciato per sempre alle future generazioni). (s.m.)

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L’ATTO DI ACCUSA

ABBIAMO BISOGNO DI CLASSI DIRIGENTI DIVERSE

– Vent’anni fa c’era stupore e invidia per la nostra performance economica e sociale. Oggi abbiamo perso l’innocenza, ma questo deve renderci più maturi e consapevoli –

di MARIA CRISTINA PIOVESANA (Presidente Unindustria Treviso) – da “il Corriere del Veneto” del 4 agosto 2016 Continua a leggere

UN NUOVO SENSO GEOPOLITICO DELLE OLIMPIADI: sganciamole dai singoli stati nazionali – Perché non andare oltre le Nazioni (un’Olimpiade di atleti sotto l’egida dell’ONU, e basta)? – OLIMPIADI DI RIO: il Brasile tormentato (nella politica, nell’economia, nei problemi sociali, nell’ambiente) si risolleverà?

ELISA DI FRANCISCA E QUELLA BANDIERA UE - "L'Isis non vincerà". La Commissione europea ringrazia la fiorettista italiana - RIO DE JANEIRO, 11 agosto 2016 - Una bandiera vale più di mille parole. E medaglie. La nuova regina del fioretto italiano, ELISA DI FRANCISCA, ha lanciato dalle Olimpiadi di Rio 2016 un messaggio forte, per la sfida più difficile che il mondo, non solo dello sport, affronta ogni giorno, intrappolato nelle sue paure. Per farlo, ha scelto il palcoscenico più prestigioso. DAL PODIO OLIMPICO del fioretto, con l'argento appena conquistato al collo, HA SVENTOLATO LA BANDIERA DELL'UNIONE EUROPEA (….) (da www.quotidiano.net/ 11/8/2016)
ELISA DI FRANCISCA E QUELLA BANDIERA UE – “L’Isis non vincerà”. La Commissione europea ringrazia la fiorettista italiana – RIO DE JANEIRO, 11 agosto 2016 – Una bandiera vale più di mille parole. E medaglie. La nuova regina del fioretto italiano, ELISA DI FRANCISCA, ha lanciato dalle Olimpiadi di Rio 2016 un messaggio forte, per la sfida più difficile che il mondo, non solo dello sport, affronta ogni giorno, intrappolato nelle sue paure. Per farlo, ha scelto il palcoscenico più prestigioso. DAL PODIO OLIMPICO del fioretto, con l’argento appena conquistato al collo, HA SVENTOLATO LA BANDIERA DELL’UNIONE EUROPEA (….) (da http://www.quotidiano.net/ 11/8/2016)

   L’eccessivo costo dei giochi olimpici metterà molto probabilmente in crisi questa manifestazione quadriennale. Il Brasile è nel novero dei paesi che rischiano un tracollo finanziario da questi giochi (si ricorda in particolare le Olimpiadi di Atene del 2004, cui il Paese ellenico ancora adesso ne sta pagando le conseguenze delle esose spese fatte). E comunque, va a detto che il Brasile cerca di frenare l’eccessiva spesa (per dire: la serata di inaugurazione dei giochi a Rio è costata un decimo di quello che era costata nelle ultime olimpiadi a Londra nel 2012).

Rifugiati del Sud Sudan mentre si allenano nel centro di Kakuma - Dei quarantatré RIFUGIATI preselezionati, di età compresa tra i 17 e i 30 anni PER I GIOCHI DI RIO, più della metà sono stati scelti nel CAMPO D’ACCOGLIENZA DI KAKUMA, nel NORD OVEST DEL KENYA e a circa NOVANTA CHILOMETRI DA quel lembo devastato di terra che è IL SUD SUDAN. Presenti e selezionati per le gare di Rio di questi 43 ce ne sono 10
Rifugiati del Sud Sudan mentre si allenano nel centro di Kakuma – Dei quarantatré RIFUGIATI preselezionati, di età compresa tra i 17 e i 30 anni PER I GIOCHI DI RIO, più della metà sono stati scelti nel CAMPO D’ACCOGLIENZA DI KAKUMA, nel NORD OVEST DEL KENYA e a circa NOVANTA CHILOMETRI DA quel lembo devastato di terra che è IL SUD SUDAN. Presenti e selezionati per le gare di Rio di questi 43 ce ne sono 10

   Ed è pur vero che la situazione economica del Brasile quando si è proposto per i giochi olimpici (lo ha fatto il presidente di allora, Lula, nel 2009) era ben diversa… c’erano i cosiddetti Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica), paesi emergenti e che le loro economie “correvano”… ora invece quei Paesi sono in una crisi che non era stata prevista… la loro ricchezza in aumento si è bloccata; sono economicamente in declino pure loro.

RIO 2016

   E pure nel 2009 non si poteva certo prevedere la crisi politica-istituzionale assai grave che questo Paese sta ora vivendo (da leggere il terzo articolo che vi proponiamo in questo post, che parla di questo).

favela Complexo di Alemao a Rio - "A RIO DE JANEIRO criminalità scatenata fuori dalle favelas e guerra totale tra fazioni di trafficanti dentro le comunità. Attualmente si registrano 15 ‘conflitti’ tra gruppi criminali che condizionano la vita in ben 21 diversi quartieri della città. Il costosissimo programma di pacificazione delle favelas (le Unidade de Policia Pacificadora), che doveva essere in grado di dare l’immagine del pieno controllo da parte dello Stato del territorio delle favelas, è fallito. In particolare in grandi favelas come quella di Maré e del Complexo do Alemão, la situazione è particolarmente deteriorata, con il ritorno a una quotidianità di conflitto e morte. (….)" ( Luigi Spera, da “il Fatto Quotidiano” del 10/7/2016)
favela Complexo di Alemao a Rio – “A RIO DE JANEIRO criminalità scatenata fuori dalle favelas e guerra totale tra fazioni di trafficanti dentro le comunità. Attualmente si registrano 15 ‘conflitti’ tra gruppi criminali che condizionano la vita in ben 21 diversi quartieri della città. Il costosissimo programma di pacificazione delle favelas (le Unidade de Policia Pacificadora), che doveva essere in grado di dare l’immagine del pieno controllo da parte dello Stato del territorio delle favelas, è fallito. In particolare in grandi favelas come quella di Maré e del Complexo do Alemão, la situazione è particolarmente deteriorata, con il ritorno a una quotidianità di conflitto e morte. (….)” ( Luigi Spera, da “il Fatto Quotidiano” del 10/7/2016)

   Tra l’altro il Brasile, con queste Olimpiadi a Rio de Janeiro, porta a proporre la questione della globalizzazione dei rischi ambientali: come il virus Zika (una zanzare che ha l’epicentro di diffusione proprio in Brasile, e provoca malattie con febbre, dolori muscolari, congiuntivite, prurito, dolori muscolari…). Ma anche il terrorismo internazionale è un rischio (anche se oramai accade purtroppo ovunque).

Differenze culturali alle Olimpiadi di Rio 2016- Le immagini delle giocatrici egiziane e tedesche durante una partita di beach volley alle Olimpiadi in corso a Rio de Janeiro, in Brasile (dal sito www.tpi_it/)
Differenze culturali alle Olimpiadi di Rio 2016- Le immagini delle giocatrici egiziane e tedesche durante una partita di beach volley alle Olimpiadi in corso a Rio de Janeiro, in Brasile (dal sito http://www.tpi_it/)

   In ogni caso è difficile che in futuro una sola città se ne faccia carico delle Olimpiadi…ci saranno più città e molto probabilmente potrà accadere che più di una nazione (contemporaneamente, insieme) organizzi l’evento. Sempre per ripartire, frammentare, gli eccessivi costi…. Anche se qualcuno dice sempre che può essere l’occasione di creare strutture sportive e logistiche che torneranno utili dopo per la cittadinanza, la popolazione che vive in quella determinata città: ma questo accade assai difficilmente, e i costi elevati, a volte per far presto, non valgono la speranza di un miglioramento dei servizi infrastrutturali (strade, rete informatica, etc.) e degli impianti sportivi della città…

VIRUS ZIKA: MAPPA DELLA SUA DIFFUSIONE -CHE COS’È ZIKA? E’ un VIRUS appartenente alla famiglia dei Flaviviridae. Il nome deriva dal luogo in cui fu scoperto per la prima volta, la foresta di Zika in Uganda, nel lontano 1947. Si tratta di un virus molto simile a quello che causa malattie ben più note e debilitanti quali la dengue, la febbre gialla e l’encefalite del Nilo occidentale. Circa 20 anni dopo il suo isolamento avvenuto in un macaco il primo contagio nell’uomo avviene nel 1968 in Nigeria. La presenza del virus causa la malattia nota con il nome di «Zika»
VIRUS ZIKA: MAPPA DELLA SUA DIFFUSIONE -CHE COS’È ZIKA? E’ un VIRUS appartenente alla famiglia dei Flaviviridae. Il nome deriva dal luogo in cui fu scoperto per la prima volta, la foresta di Zika in Uganda, nel lontano 1947. Si tratta di un virus molto simile a quello che causa malattie ben più note e debilitanti quali la dengue, la febbre gialla e l’encefalite del Nilo occidentale. Circa 20 anni dopo il suo isolamento avvenuto in un macaco il primo contagio nell’uomo avviene nel 1968 in Nigeria. La presenza del virus causa la malattia nota con il nome di «Zika»

   Ma sul tema “OLIMPIADI” noi pensiamo che sarebbe interessante, nuovo, che questi giochi divenissero non un confronto-scontro tra nazioni (una gara sul medagliere, su chi ne avrà di più di medaglie), ma invece ci si “liberasse” delle nazioni, sganciando i giochi (e in particolare gli atleti) dal forte nazionalismo imperante adesso in ogni competizione olimpica (è un caso di nazionalismo esasperato, anche sullo sport: e non se ne ha certo bisogno!).

   Se i giochi olimpici vogliono essere anche un messaggio di pace (ma forse non lo sono mai concretamente stati…) dovrebbero essere giochi “di atleti”, da tutte le parti del mondo, pur selezionati da risultati eccellenti nelle loro discipline, ma senza il peso e l’etichetta di dover gareggiare per una nazione “contro le altre”.

E’ considerata una delle sette meraviglie del mondo moderno, il simbolo per eccellenza del Brasile. E’ il CRISTO REDENTORE, la statua che dal 1931 domina RIO DE JANEIRO e l’allegro marasma della città. Alta 38 metri, piedistallo compreso, rappresenta il Cristo nell’atto di un ampio abbraccio aperto all’umanità. Il monumento, realizzato in calcestruzzo e pietra saponaria (materiale facile da lavorare e resistente alle intemperie), è stato progettato dallo scultore francese Paul Lanndowski coadiuvato dall’ingegnere locale Heitor da Silva Costa. Alla base della statua troviamo un pezzo d’Italia: una targa dedicata a Guglielmo Marconi che, il giorno dell’inaugurazione, fece partire con un segnale radio da Roma, l’impulso che ne accese l’illuminazione. Oggi il nuovo sistema di luci a led consente un risparmio energetico del 95% rispetto ai fari tradizionali
E’ considerata una delle sette meraviglie del mondo moderno, il simbolo per eccellenza del Brasile. E’ il CRISTO REDENTORE, la statua che dal 1931 domina RIO DE JANEIRO e l’allegro marasma della città. Alta 38 metri, piedistallo compreso, rappresenta il Cristo nell’atto di un ampio abbraccio aperto all’umanità. Il monumento, realizzato in calcestruzzo e pietra saponaria (materiale facile da lavorare e resistente alle intemperie), è stato progettato dallo scultore francese Paul Lanndowski coadiuvato dall’ingegnere locale Heitor da Silva Costa. Alla base della statua troviamo un pezzo d’Italia: una targa dedicata a Guglielmo Marconi che, il giorno dell’inaugurazione, fece partire con un segnale radio da Roma, l’impulso che ne accese l’illuminazione. Oggi il nuovo sistema di luci a led consente un risparmio energetico del 95% rispetto ai fari tradizionali

   Tra l’altro un evento che dovrebbe rappresentare il momento emblematico di un’assoluta unificazione dei popoli deve sottostare agli sconvolgimenti mondiali, alle nazioni che a volte si sfaldano, confini che cambiano…. E allora lo scontro di nazioni sul piano sportivo rischia di avere sempre meno senso…

….Per questo ci piace l’idea di atleti, tutti, che corrono senza rappresentare una nazione, ma lo spirito del “gioco”, la positiva esaltazione di quella specifica disciplina che interpretano……..

   E’ poi da dire che il medagliere nazionale da poter vantare, fa sì che alcune nazioni organizzino scientificamente il doping…dove discipline all’origine in mano al senso di sacrificio di ciascun atleta, alle sue capacità e volontà, aiutato solo da qualche allenatore, si siano trasformate in discipline con sempre più prevalenza di medici, chimici… apprendisti stregoni che fan correr di più, saltare più in alto… (forse solo gli atleti africani che si allenano sui loro Altopiani a 4-5mila metri di altezza, e poi vincono, sono ancora immuni dalla chimica, dalla psuedomedicina che serve a correre di più, a far vincere… forse).

RIFUGIATI A RIO - Durante la cerimonia d'apertura di Rio 2016 al Maracanà la loro bandiera con i cinque cerchi era lì a rappresentare un popolo di 63,5 MILIONI DI PERSONE SPARSO UN PO' OVUNQUE NEL MONDO: quello di chi ha dovuto scappare dal proprio Paese per guerre e persecuzioni politiche. E’ il TEAM DEI RIFUGIATI (REFUGEE OLYMPIC TEAM), il primo nella storia dei Giochi, espressamente voluto e selezionato dal Comitato olimpico internazionale e costituito da 10 atleti il cui status è stato verificato dalle Nazioni Unite: un nuotatore e una nuotatrice siriani, due judoka della Repubblica Democratica del Congo, cinque atleti del Sudan del Sud e un maratoneta etiope
RIFUGIATI A RIO – Durante la cerimonia d’apertura di Rio 2016 al Maracanà la loro bandiera con i cinque cerchi era lì a rappresentare un popolo di 63,5 MILIONI DI PERSONE SPARSO UN PO’ OVUNQUE NEL MONDO: quello di chi ha dovuto scappare dal proprio Paese per guerre e persecuzioni politiche. E’ il TEAM DEI RIFUGIATI (REFUGEE OLYMPIC TEAM), il primo nella storia dei Giochi, espressamente voluto e selezionato dal Comitato olimpico internazionale e costituito da 10 atleti il cui status è stato verificato dalle Nazioni Unite: un nuotatore e una nuotatrice siriani, due judoka della Repubblica Democratica del Congo, cinque atleti del Sudan del Sud e un maratoneta etiope

   Le ragioni che hanno portato le Olimpiadi a diventare (o a paventare di essere) uno strumento privilegiato nelle politiche di pace e sviluppo ora è venuto meno anche dal fatto che non esiste una chiara netta effettiva separazione ideologica del mondo che prima c’era…(pur ricostruendo ora i muri e i confini rigidi tornati di moda…). Adesso il nemico è il terrorismo interno (a ciascun paese) e internazionale (Daesh… l’Isis).

   E “il nemico” sono percepite le masse di immigrati che, spinte da povertà, guerre, ricerca di benessere, porta a esasperare i singoli paesi (che si sentono “assaliti”, anche se i dati non lo dimostrano…), e la paura da voce appunto alle spinte nazionaliste, populiste…. Pertanto il nazionalismo che c’è indubbiamente forte nelle Olimpiadi, forse meriterebbe di essere superato, proponendo gli atleti magari in un’appartenenza comune continentale (ci chiediamo: non sarebbe bello che gli atleti dei paesi dell’Unione Europea gareggiassero sotto l’unico simbolo della federazione europea?), oppure a un unico organismo internazionale di tutela dei diritti civili (come l’Onu).

Vidigal, una favela di Rio de Janeiro - Con il termine FAVELA (in portoghese; al plurale: favelas) si indicano le BARACCOPOLI BRASILIANE, costruite generalmente alla periferia delle maggiori città. Le abitazioni sono costruite con diversi materiali, da semplici mattoni a scarti recuperati dall'immondizia e molto spesso le coperture sono in Eternit. Problemi comuni in questi quartieri sono il degrado, la criminalità diffusa e gravi problemi di igiene pubblica dovuti alla mancanza di idonei sistemi di fognatura e acqua potabile. Sebbene le più famose fra esse siano localizzate nei sobborghi di RIO DE JANEIRO, vi sono favelas in tutte le principali città del paese
Vidigal, una favela di Rio de Janeiro – Con il termine FAVELA (in portoghese; al plurale: favelas) si indicano le BARACCOPOLI BRASILIANE, costruite generalmente alla periferia delle maggiori città. Le abitazioni sono costruite con diversi materiali, da semplici mattoni a scarti recuperati dall’immondizia e molto spesso le coperture sono in Eternit. Problemi comuni in questi quartieri sono il degrado, la criminalità diffusa e gravi problemi di igiene pubblica dovuti alla mancanza di idonei sistemi di fognatura e acqua potabile. Sebbene le più famose fra esse siano localizzate nei sobborghi di RIO DE JANEIRO, vi sono favelas in tutte le principali città del paese

   E’ comunque interessante, positivo, che alle Olimpiadi di Rio ci siano 43 atleti “rifugiati”, in una squadra dal nome RoaTeam of Refugee Olympic Athletes –. La maggior parte di questi atleti proviene da zone di guerra lacerate da conflitti che li hanno costretti ad andarsene. Un riconoscimento del Comitato Olimpico Internazionale a tutti rifugiati del mondo: una rappresentativa che ha sfilato sotto la bandiera olimpica (e ovviamente il comitato olimpico si fa carico degli oneri di spesa legati alla logistica degli atleti). Ci sembra una buona cosa: riconoscere quella dei rifugiati come una realtà concreta, significa riconoscere, potenzialmente, un bacino di milioni di persone, e alcune di queste (come tutti al mondo) che praticano uno sport (dei profughi e rifugiati, si stima che ci siamo circa dieci milioni di persone in tutto il mondo senza nazionalità).

Le prime Olimpiadi risalgono al 776 a.C. Dopo 292 edizioni, il bando di questo “rito pagano” arrivò dal cristianissimo imperatore Teodosio nel 393 d.C. Quale spirito animava i giochi nel mondo classico? E cosa ne rimane nelle Olimpiadi moderne? Una storia affascinante, qui riassunta da Eva Cantarella, tra i massimi studiosi del mondo greco e romano. («L’importante è vincere. Da Olimpia a Rio de Janeiro», Feltrinelli, pp. 159, euro 14)
Le prime Olimpiadi risalgono al 776 a.C. Dopo 292 edizioni, il bando di questo “rito pagano” arrivò dal cristianissimo imperatore Teodosio nel 393 d.C. Quale spirito animava i giochi nel mondo classico? E cosa ne rimane nelle Olimpiadi moderne? Una storia affascinante, qui riassunta da Eva Cantarella, tra i massimi studiosi del mondo greco e romano. («L’importante è vincere. Da Olimpia a Rio de Janeiro», Feltrinelli, pp. 159, euro 14)

   Poniamo così a ciascuna riflessione la proposta che per le Olimpiadi ci sia un superamento dei nazionalismi (pur mantenendo la tensione positiva e l’interesse mediatico dalla manifestazione); e un modo nuovo, meno dispendioso, di organizzarle: dare ad esse un significato di competizione sportiva che unisce popoli, continenti, persone che vivono loro in modo anche molto diverso in tutte le parti del Pianeta, e si incontrano in una sempre bella disciplina sportiva. (s.m.)

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DA ZIKA ALL’ACQUA SPORCA: RIO SFIDA LE PAURE GLOBALI

di Eugenia Tognotti, da “la Stampa” del 4/8/2016

   Non sarà una “catastrofe sanitaria in piena regola”, per riprendere l’inquietante affermazione fatta qualche mese fa da numerosi scienziati-cassandra che avevano alimentato la paura chiedendo la cancellazione o lo spostamento delle Olimpiadi di Rio, causa il virus Zika, che avanzava inesorabilmente, colonizzando decine e decine di nuovi Paesi.

   E’ certo però che i Giochi possono già vantare un primato, quello dell’allarme sanitario. Continua a leggere