PAESI DIMENTICATI: quale destino? – PROPOSTE di ritorno alla vita dei luoghi abbandonati: con AREE METROPOLITANE in ogni territorio; con la CONCESSIONE GRATUITA DI EDIFICI a immigrati; ritorno dei SERVIZI ESSENZIALI; RECUPERO AMBIENTALE (come la proposta di ripristino dei TERRAZZAMENTI)

SANTO STEFANIO DI SESSANIO (117 abitanti rimasti, in provincia dell’AQUILA) - Negli ultimi anni qualche imprenditore straniero si è innamorato delle città fantasma italiane. Uno di questi è lo svedese Daniel Kihlgren che si è messo in testa di far rivivere SANTO STEFANO DI SESSANIO, in Abruzzo, acquistandone una parte e realizzando un “ALBERGO DIFFUSO” nelle case prima abbandonate
SANTO STEFANIO DI SESSANIO (117 abitanti rimasti, in provincia dell’AQUILA) – Negli ultimi anni qualche imprenditore straniero si è innamorato delle città fantasma italiane. Uno di questi è lo svedese Daniel Kihlgren che si è messo in testa di far rivivere SANTO STEFANO DI SESSANIO, in Abruzzo, acquistandone una parte e realizzando un “ALBERGO DIFFUSO” nelle case prima abbandonate

   I paesi fantasma in Italia sono circa un migliaio, se si escludono stazzi e alpeggi, altrimenti si sale a 6mila. Non intendiamo paesi “istituzionali”, con tanto di seppur piccola amministrazione comunale, ma borghi, frazioni, colmelli, ma a volte veri e propri paesi “istituzionali” che hanno popolazione ridottissima, di poche decine di persone rispetto alle centinaia e migliaia di qualche decennio fa.

   Un fenomeno tangibile, visibile, l’abbandono e la desertificazione di paesi specie di montagna o lontani da centri urbani significativi, frutto dell’incedere della storia nei territori, dove ogni luogo (fatto di natura, artificio umano, accadimenti storici) può essere oggettivamente destinato all’abbandono. Ma la cosa non è rassicurante (l’oggettività):la rassegnazione all’abbandono denota incapacità di trasformarsi, un declino culturale, economico, ambientale, sociale, urbano….

L’emblema delle città abbandonate italiane è CIVITA DI BAGNOREGIO (provincia di Viterbo), appoggiata da secoli su un colle di tufo, CHIAMATA “LA CITTÀ CHE MUORE”. PER OGNI FRANA (FREQUENTE), CIVITA PERDE UN PEZZO, restringendosi ogni giorno di più, cercando di sopravvivere abbarbicata a quel tufo. A collegarla con il resto del mondo, un ponte sospeso percorribile solo a piedi. Mai nessuna macchina ha varcato i confini del paese (Lidia Baratta, da Linkiesta del 4/4/2015)
L’emblema delle città abbandonate italiane è CIVITA DI BAGNOREGIO (provincia di Viterbo), appoggiata da secoli su un colle di tufo, CHIAMATA “LA CITTÀ CHE MUORE”. PER OGNI FRANA (FREQUENTE), CIVITA PERDE UN PEZZO, restringendosi ogni giorno di più, cercando di sopravvivere abbarbicata a quel tufo. A collegarla con il resto del mondo, un ponte sospeso percorribile solo a piedi. Mai nessuna macchina ha varcato i confini del paese (Lidia Baratta, da Linkiesta del 4/4/2015)

   Tentiamo, nell’individuare in questo post geografie dei luoghi, cause dell’abbandono, effetti, di dare spunti per un ritorno alla vita di paesi ora desolatamente vuoti di giovani, bambini (spesso ci sono solo pochi anziani…), senza persone che ci vivono, lavorano, vivono.

LE CAUSE DELL’ABBANDONO

   I motivi di spopolamento sono molteplici. I vecchi alpeggi, ad esempio, sono stati abbandonati con il boom economico del secondo dopoguerra, preferendo ad essi condizioni di vita migliori, più comode, andando a lavorare in fabbrica o emigrando in altri Paesi. Ci sono borghi abbandonati perché troppo isolati; altri perché distrutti da continui terremoti, frane e alluvioni (forse questa è la causa principale dell’abbandono: si va a costruire in zona più sicura il “nuovo paese”, a volte ragionevolmente e con buone riuscite urbanistiche, la maggior parte creando degli obbrobri…). Ma non da meno ci sono in primis, come motivo dell’abbandono, ragioni economiche, come nel caso dei villaggi minerari in Sardegna, oppure nella Alpi e nella catena appenninica per l’insostenibilità di una vita magra, fatta di privazioni non più sopportabili nell’era dell’inizio del benessere economico dagli anni 60 del secolo scorso.

“LA MIA ITALIA FATTA DI ABBANDONO E DI VITE DESOLATE”: I LUOGHI ABBANDONATI DI CARMEN PELLEGRINO: UN ROMANZO PER PORTARLI A NUOVA VITA - L'autrice trova, studia e riporta in vita le “ROVINE”. Negli ultimi anni ha censito e visitato decine e decine di PAESI DIMENTICATI, in Italia e all’estero, al punto da indurre la Treccani a registrare un neologismo: ABBANDONOLOGO. Ora quelle storie sommerse  sono al centro di un romanzo "CADE LA TERRA". Perché all'abbandono si reagisce anche riscrivendolo -
“LA MIA ITALIA FATTA DI ABBANDONO E DI VITE DESOLATE”: I LUOGHI ABBANDONATI DI CARMEN PELLEGRINO: UN ROMANZO PER PORTARLI A NUOVA VITA – L’autrice trova, studia e riporta in vita le “ROVINE”. Negli ultimi anni ha censito e visitato decine e decine di PAESI DIMENTICATI, in Italia e all’estero, al punto da indurre la Treccani a registrare un neologismo: ABBANDONOLOGO. Ora quelle storie sommerse sono al centro di un romanzo “CADE LA TERRA”. Perché all’abbandono si reagisce anche riscrivendolo –

LE PROPOSTE DI RIPOPOLAMENTO

1- Innanzitutto noi crediamo a una vera nuova riorganizzazione istituzionale dei territori, coinvolgendoli tutti in AREE METROPOLITANE (se non piace questo termine per zone e paesi di montagna, chiamiamoli AGROPOLITANI o quant’altro di simile e più accattivante…). Non può essere che il “sistema-Paese” (nazione) pensi di potenziare e investire risorse e innovazione solo in 15 Aree-Città (metropolitane) (più o meno corrispondenti ai maggiori nuclei urbani che ci sono adesso), tralasciando il ruolo di tutto il resto del territorio nazionale.

Fare, realizzare AREE METROPOLITANE, anche sulla cima del Monte Bianco, non vuol dire urbanizzare e costruire grattacieli, per niente… significa dare un piano di conservazione qualificata, innovazione nel gestire il territorio (anche volutamente “dimenticando” e tutelando pure aree selvagge, nel rendere le varie comunità – villaggi, paesi, cittadine, etc. – partecipi di un progetto comune identificabile nel concetto più alto di METROPOLIS, città-area metropolitana che ha l’ambizione di voler portare felicità ai suoi abitanti (oltre ogni divisione etnica, sociale…).

   Parliamo di gente che vive e condivide il luogo “Area metropolitana” (pur riconoscendosi anche, ed essere fortemente legato, al suo piccolo villaggio)… Area Metropolitana come luogo di per se “forte”, autorevole (e non debole, subordinato e arrendevole a tutto, non avendo dimensioni e autorevolezza che lo rendano all’esterno capace di farsi valere, e all’interno non in grado di assumere un proprio progetto di sviluppo sostenibile, ambientale, conservativo, in ogni caso di benessere economico per tutti…). Il progetto “Aree metropolitane in ogni dove” è per noi essenziale per recuperare alla vita i borghi in declino, dimenticati, in abbandono.

MONTERANO (Foto di di Vittorio Caggiano, da L espresso del 18-2-2015) - LA CITTA' PERDUTA DI MONTERANO - Nella foto la CHIESA DI SAN BONAVENTURA, situata fuori dal BORGO DI CANALE MONTERANO (100 km. da Roma): la si può ammirare mentre si gira tra i suggestivi resti dell’antica MONTERANO, ZONA ABBANDONATA COMPLETAMENTE NEL XVIII SECOLO PRIMA A CAUSA DELL’ARIA INSALUBRE E POI PER L’ARRIVO DI TRUPPE FRANCESI
MONTERANO (Foto di di Vittorio Caggiano, da L espresso del 18-2-2015) – LA CITTA’ PERDUTA DI MONTERANO – Nella foto la CHIESA DI SAN BONAVENTURA, situata fuori dal BORGO DI CANALE MONTERANO (100 km. da Roma): la si può ammirare mentre si gira tra i suggestivi resti dell’antica MONTERANO, ZONA ABBANDONATA COMPLETAMENTE NEL XVIII SECOLO PRIMA A CAUSA DELL’ARIA INSALUBRE E POI PER L’ARRIVO DI TRUPPE FRANCESI

2- Senza SERVIZI ESSENZIALI ALLA PERSONA è impossibile riportare in vita un centro abbandonato, un paese, un borgo. Ufficio postale, negozio di generi alimentari, pronto soccorso medico a distanza non proibitiva, l’asilo o scuola primaria che non sia troppo distante, un bar, un centro ricreativo, per riunioni….sono tutte cose essenziali, che forse sono state loro, la loro sparizione, una delle principali cause di abbandono progressivo di un luogo. Ripristinarle “tale e quali” al passato è impossibile e improponibile.

   Però si possono trovare soluzioni nuove alternative. Creando sistemi “misti”, polifunzionali: il piccolo supermercato può fare anche da ricezione e spedizione della posta, del ricevimento delle raccomandate, oltreché da luogo in una stanza dove un impiegato “pubblico” (comunale, regionale, dell’agenzia entrate…), due volte la settimana presente, può ricevere le persone, gli abitanti… e collegandosi ad internet può svolgere mansioni diversificate in contatto con i vari enti pubblici (dalla carta di identità, al codice fiscale, a pratiche urbanistiche, a informazioni Inps, etc.).

Il giornalista napoletano ANTONIO MOCCIOLA nel suo ultimo libro LE BELLE ADDORMENTATE ha ritratto 82 delle città fantasma italiane, dall’Alto Adige alla Sicilia. Dopo dieci anni di viaggi in posti dimenticati da tutti, ha creato una sorta di guida per luoghi che nelle guide tradizionali non ci sono più, con tanto di foto e indicazioni per raggiungerli (Lidia Baratta, da Linkiesta del 4/4/2015)
Il giornalista napoletano ANTONIO MOCCIOLA nel suo ultimo libro LE BELLE ADDORMENTATE ha ritratto 82 delle città fantasma italiane, dall’Alto Adige alla Sicilia. Dopo dieci anni di viaggi in posti dimenticati da tutti, ha creato una sorta di guida per luoghi che nelle guide tradizionali non ci sono più, con tanto di foto e indicazioni per raggiungerli (Lidia Baratta, da Linkiesta del 4/4/2015)

   Pertanto i servizi nei luoghi lontani, “difficili”, possono essere ripristinati se si accetta il loro carattere “misto”, polifunzionale, in una stessa struttura, in uno stesso servizio (mettendo assieme pubblico e privato, e accorpando funzioni tali da far sì che non manchi niente dei servizi minimi essenziali che una popolazione chiede).

   Incredibilmente questo sta accadendo in molte grandi città, metropoli, nei loro quartieri….. e non accadde in piccole realtà comunali dove non si fa nulla per frenare l’inesorabile declino e abbandono. Inventare e proporre servizi multipli, polifunzionali, niente di nuovo sarebbe, comunque, sotto il cielo…. Ai primordi della civiltà industriale moderna, nei luoghi isolati (come quelli montani) i servizi così venivano dati: pensiamo, per fare un esempio, alla prima formazione scolastica, alle piccole scuole elementari diffuse nei villaggi, con un unico maestro/maestra, in classi multiple (genialità del periodo giolittiano dei primi del novecento per iniziare il processo di alfabetizzazione del Paese).

3– PROFUGHI E IMMIGRATI, attori nel ridare vita ai luoghi ora deserti di popolazione – C’è il cosiddetto “Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati” (Sprar) che fa capo al Ministero dell’Interno, che prevede di mettere assieme enti locali che, attraverso il “Fondo nazionale per le politiche e i servizi dell’asilo” ed altre risorse straordinarie (Protezione Civile, 8 per mille) (ne parliamo in questo post in un articolo da “Linkiesta” di Luigi Pandolfi), dando la possibilità di realizzare interventi di “accoglienza integrata” a favore di migranti che giungono nel nostro Paese da teatri di guerra o fuggono da regimi dittatoriali.

per le strade di RIACE in Calabria (foto da Linkiesta)
per le strade di RIACE in Calabria (foto da Linkiesta)

   E’ anche qui incredibile che i piccoli comuni in difficoltà non ne usufruiscano; perché, nella maggior parte dei casi, sono i comuni capoluogo a usufruire dei fondi, in generale grossi centri. L’unica eccezione “regionale” è la Calabria, dove ritroviamo coinvolti centri piccoli e piccolissimi. La loro accettazione di profughi è data proprio dall’esigenza di RIVITALIZZARE BORGHI IN DECLINO, abbandonati, soggetti a rapido spopolamento (casi calabresi di questo genere li ritroviamo a Riace, Badolato, Acquaformosa, Caulonia…).

   Va da se che persone profughe (ma anche immigrate per motivi di povertà assoluta), verificatane la bravura e serietà, sono assai motivate a farsi una vita in luoghi “da ricostruire della comunità”; e questo è certamente assai alternativo alla gestione segregante, disumana, dei migranti attraverso i centri d’accoglienza senz’alcuna speranza.

   Tra l’altro queste nuove iniziative di economia locale (rivitalizzazione di un borgo con gli immigrati) sono alquanto positive per la ripresa di tutto un territorio (per i lavori che si mettono in campo, piccole ristrutturazioni edilizie, richiesta di generi alimentari, formazione scolastica per i bambini…). Pian piano l’aiuto statale all’inserimento degli immigrati ne potrà fare a meno, individuando economie di ritorno (agricole, di allevamento, artigianali…) che permetterebbero forme di autosufficienza economica.

4 – il recupero dei territori abbandonati (il caso del RIPRISTINO DEI TERRAZZAMENTI nel Canale di Brenta, comune di Valstagna, in provincia di Vicenza) – L’abbandono delle attività agricole e pastorali della montagna, della mezza-montagna e di aree collinari pedemontane ha portato a far sì che artifici umani (come sono i terrazzamenti) costruiti e curati per tanti decenni (a volte secoli), nello stato di abbandono, siano stati sconvolti dall’espandersi della vegetazione selvatica, dal degrado per la mancata cura a eventi atmosferici dannosi, a volte per l’utilizzo di questi terreni a discariche o altri utilizzi impropri.

TERRAZZAMENTI IN VALSTAGNA, CON MASIERE (cioè muretti a secco, senza cemento)
TERRAZZAMENTI IN VALSTAGNA, CON MASIERE (cioè muretti a secco, senza cemento)

   E’ il caso di tanti TERRAZZAMENTI, cui è pieno il territorio italiano, spesso in stato di abbandono e degrado rovinoso. Il tentativo di un loro ripristino può proprio essere legato a fenomeni di ritorno all’abitazione ed alla coltivazione di aree montane in via di spopolamento, ad opera non solo di abitanti locali ma anche di cittadini provenienti da altre zone, sensibili a obiettivi quali la conservazione del territorio e una maggiore qualità della vita. In questo caso qualche studioso parla non di rapporto più vicino e nuovo tra città e campagna (i cittadini che si avvicinano alla natura…) ma di esempi di “neo-ruralismo” (van der ploeg, 2009) vero e proprio.

   Una via di mezzo, un tentativo assai interessante e che sta “facendo scuola” è quello di “Adotta un terrazzamento” campagna di recupero dei terrazzamenti, avviata 5 anni fa nel comune di Valstagna in provincia di Vicenza (in questo post potete leggere un articolo di Luca Lodatti, uno dei maggiori esperti sul tema terrazzamenti, e artefice tra i principali dell’esperienza di “Adotta un Terrazzamento” a Valstagna).

   Nel caso descritto non vi è una vera e propria ripopolazione del luogo causata dal ripristino dei terrazzamenti, perché l’opera di recupero è svolta da cittadini che vengono dalle vicine città (come Bassano del Grappa) ma anche da più lontano, per lavori periodici di coltivazione e manutenzione del terrazzamento (che prima era in degrado ed è stato recuperato).

   Il tema della montagna si connette comunque in modo spontaneo e naturale con la possibilità di “fare coltivazione”, agricoltura o pastorizia, allevamento…. Cioè di individuare attività in grado di essere remunerative, magari contornate da molteplici fonti di reddito che si compendiano tra loro (accoglienza di turisti, agriturismo, gestione del legname, trasformazione agroalimentare dei prodotti della terra, garanzia del mantenimento ambientale magari con piccoli finanziamenti pubblici – la regione, lo Stato… hanno tutto l’interesse a far sì che ci sia un controllo ambientale territoriale in certe aree di particolare delicatezza ambientale, geologica…).

   Partendo da piccole esperienze iniziali di attività spontanee di riuso dei terrazzamenti, a Vastagna queste prime esperienze hanno portato all’idea del progetto Adotta un terrazzamento che da circa 5 anni funziona con grandi risultati di recupero territoriale (per saperne di più vedi: www.adottaunterrazzamento.org/ ).

5 – LA CONCESSIONE GRATUITA DI EDIFICI (PUBBLICI O PRIVATI). Continua a leggere

IRAN: LA CADUTA DEL MURO di separazione dal mondo – L’IRAN, grande paese così vicino storicamente all’Italia, TORNA A VIVERE nel contesto globale, abbandonando il desiderio di armi atomiche – LA POLITICA DEL PETROLIO ora conta meno: e l’Occidente (e Russia e Cina), sperano di FERMARE L’ISIS

Nelle strade di Teheran la festa dei giovani: "Abbiamo riconquistato il diritto di sognare"
Nelle strade di Teheran la festa dei giovani: “Abbiamo riconquistato il diritto di sognare”

   Il 14 luglio scorso c’è stata la firma con la conclusione dell’accordo sul nucleare tra Iran e paesi del cosiddetto gruppo “5+1″ – formato dai membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU (Francia, Cina, Regno Unito, Stati Uniti e Russia) più la Germania –, che tra le altre cose prevede alcune forti limitazioni per l’Iran nel processo di arricchimento dell’uranio in cambio di un alleggerimento delle sanzioni economiche e commerciali.

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CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRE (mappa da http://www.triskel182.files.wordpress.com/

   Già il 2 aprile scorso, a Losanna in Svizzera, era stato raggiunto un accordo politico, una prova, un preaccordo, annunciando sommariamente le regole che alla fine sono state perfezionate e accolte da tutti i sopradetti partecipanti il 14 luglio a Vienna (del preaccordo del 2 aprile ne avevamo ampiamente parlato in uno dei post di questo blog geografico,

https://geograficamente.wordpress.com/2015/04/06/ ).

   L’Iran così abbatte il suo muro di isolamento dal mondo, durato veramente troppo (36 anni, dall’ascesa al potere di Khomeyni). L’Iran è un paese grande e strategico non solo per tutto il Medioriente, me per il mondo intero, per la cultura che esprime, la sua storia, un Paese che tra l’altro ha sempre avuto forti legami con l’Italia, un “amore a prima vista”, un’amicizia istintiva. Messa a tacere, questa amicizia, da troppi anni di separazione dal mondo, con le dure sanzioni dell’Occidente (e pertanto anche dell’Italia) dall’anno 2006.

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   L’accordo di Vienna è stato celebrato come una grande conquista dalla maggior parte della comunità internazionale (a eccezione di Arabia Saudita e Israele), nonostante sia provvisorio e non abbia meccanismi vincolanti che ne garantiscano il rispetto. Cioè se tutti rispettano gli accordi (l’Iran rinuncia alla bomba atomica, l’Occidente “si apre” al commercio con esso) è tutto ok, se no salta tutto.

   Però è un fatto di veramente storica importanza geopolitica per la possibilità di pace in Medioriente, dove un Paese come l’Iran integralista religioso e fonte di destabilizzazione dall’ascesa al potere di Khomeyni 36 anni fa (è una repubblica islamica dal 1979), ora può diventare un soggetto geopolitico portatore di pace ed equilibrio anche tra i vari paesi islamici (che è il problema che forse più di tutti ha dato origine all’Isis).

JAVAD ZARIF, ministro degli esteri artefice iraniano dell’accordo
JAVAD ZARIF, ministro degli esteri artefice iraniano dell’accordo

   L’efficacia delle sanzioni (dal 2006 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha imposto diverse sanzioni economiche e commerciali sull’Iran per fermare i tentativi iraniani di costruzione della bomba atomica) sembra che in definitiva abbiano avuto successo. L’isolamento internazione (e la sanzioni in primis) hanno impoverito fortemente il Paese, privandolo di beni di consumo importanti, ma anche di un contatto intellettuale, nella ricerca, nel lavoro, nelle tecnologie nuove…. e forse, questo, è il vero motivo della rinuncia dell’Iran a costruire la bomba atomica. La popolazione è stanca e deprivata da questo isolamento; una popolazione, specie quella di Teheran e delle maggiori altre città, abituata a vivere “all’occidentale”. Vien da dire allora che non è vero che le sanzioni non servono mai, pur ricadendo su strati di popolazione meno coinvolti (o per niente coinvolti) col potere autoritario dominante.

   La spinta dei giovani iraniani a “vivere il mondo” come tutti gli altri giovani (e di una società fin che si vuole islamica, ma molto legata, specie come detto a Teheran e nelle principali città, ai modi della cultura occidentale), è così latente, evidente, che non può più essere ignorata da autorità in crisi nel loro potere tradizionale confessionale, fatto di regole aprioristiche, fuori del tempo (specie per quanto riguarda i diritti delle donne).

I protagonisti dell'accordo
I protagonisti dell’accordo

   Non che adesso, con l’accordo, tutto sia cambiato, per niente… ma il processo di apertura al mondo inevitabilmente farà sì che i costumi e le tradizioni iraniane si adeguino alle libertà e modernità occidentali (peraltro ben conosciuti nel paese). E, e qui sta poi l’importanza geopolitica strategica di questo “nuovo Iran”, la funzione di questo Paese nel Medioriente, specie contro il terribile terrorismo dell’isis, verrà riconosciuto e potrà avere aiuti e risorse anche da tutto l’Occidente (speriamo).

ALI KHAMENEI GUIDA SUPREMA DELL IRAN
ALI KHAMENEI GUIDA SUPREMA DELL IRAN

   L’accordo porta a un nuovo modo di pensare il Medio Oriente che, negli ultimi 36 anni ha avuto proprio nell’Iran un paese che destabilizzava tutta quell’Area geografica: invece adesso viene riconosciuto all’Iran il ruolo che già sta facendo di oppositore alla follia integralista dell’Isis; e poi l’accordo permetterà sicuramente (con il ritorno degli scambi commerciali, culturali…) una maggior forza delle fazioni politiche più moderate e dialoganti con l’esterno, e che si battono contro l’integralismo religioso che pur resiste ancora nel paese (e lo controlla ancora).

Il presidente HASSAN ROUHANI parla in tv: "Noi rispetteremo gli accordi se gli altri li rispetteranno"
Il presidente HASSAN ROUHANI parla in tv: “Noi rispetteremo gli accordi se gli altri li rispetteranno”

Insomma, nei molti elementi di crisi internazionale e locale che abbiamo ora (tra guerre, terrorismi, violenze su persone deboli e indifese, crisi ambientali, risorse naturali che mancano, povertà ed economie povere o al collasso…), il “NUOVO IRAN” (almeno questa prospettiva concreta che si fa avanti, incrociamo le dita…) è una notizia che (nel globale e nel locale) ce la possiamo ancora fare. (s.m.)

“ARGO”, IL FILM SULLA RIVOLUZIONE IRANIANA, TRA TRAMA E REALTÀ di quanto è veramente accaduto allora - La mattina del 4 NOVEMBRE 1979, all’AMBASCIATA USA DI TEHERAN, LA RIVOLUZIONE IRANIANA TOCCA UN PUNTO DI NON RITORNO QUANDO LA FOLLA ABBATTE I CANCELLI E CATTURA 52 PERSONE. La crisi degli ostaggi dura così 444 giorni, fra negoziati falliti, un disastroso tentativo d’intervento armato e problemi crescenti per la presidenza di JIMMY CARTER. Intanto la Cia si occupa di un’operazione particolare: finge la produzione di un inesistente film di fantascienza per far rientrare in patria i sei cittadini statunitensi che durante l’assalto all’ambasciata si sono rifugiati fortunosamente nella casa dell’ambasciatore canadese, a pochi isolati di distanza
“ARGO”, IL FILM SULLA RIVOLUZIONE IRANIANA, TRA TRAMA E REALTÀ di quanto è veramente accaduto allora – La mattina del 4 NOVEMBRE 1979, all’AMBASCIATA USA DI TEHERAN, LA RIVOLUZIONE IRANIANA TOCCA UN PUNTO DI NON RITORNO QUANDO LA FOLLA ABBATTE I CANCELLI E CATTURA 52 PERSONE. La crisi degli ostaggi dura così 444 giorni, fra negoziati falliti, un disastroso tentativo d’intervento armato e problemi crescenti per la presidenza di JIMMY CARTER. Intanto la Cia si occupa di un’operazione particolare: finge la produzione di un inesistente film di fantascienza per far rientrare in patria i sei cittadini statunitensi che durante l’assalto all’ambasciata si sono rifugiati fortunosamente nella casa dell’ambasciatore canadese, a pochi isolati di distanza

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L’ACCORDO SULL’IRAN IN 10 RISPOSTE

15 luglio 2015 – da IL POST.IT (www.ilpost.it/ )

– Una spiegazione chiara e sintetica per chi era distratto e volesse capire perché due paesi nemici festeggiano –

   Martedì 14 luglio l’Iran e i paesi del cosiddetto “5+1”, cioè i membri del Consiglio di Sicurezza dell’ONU con potere di veto (Regno Unito, Francia, Stati Uniti, Russia e Cina) più la Germania, hanno raggiunto a VIENNA uno storico accordo sul nucleare iraniano. L’accordo – di cui si stava discutendo da circa due anni – è stato considerato una vittoria per tutte le parti coinvolte ma è stato molto osteggiato dalle opposizioni interne di Stati Uniti e Iran, e da diversi paesi alleati all’Occidente. Al di là dei tecnicismi contenuti nel testo firmato a Vienna, l’accordo ha una grande importanza politica e potrebbe avere conseguenze notevoli in tutto il Medio Oriente. Queste che seguono sono 10 domande e 10 facili risposte per capire qualcosa di più sull’accordo, senza dovere imparare a memoria il numero e il tipo di centrifughe che potrà continuare ad avere l’Iran d’ora in avanti. Continua a leggere

SREBRENICA, in BOSNIA, vent’anni dopo: il massacro di più di 8mila musulmani-bosniaci, ferita per sempre aperta (come Auschwitz) di un’EUROPA incapace di intervenire nella ex Iugoslavia e porre fine alla pulizia etnica – Il perenne (e colpevole) ripetersi dei genocidi (ora in Siria con l’Isis) sotto lo sguardo inerme nostro

Il cimitero di Potocari (6 chilometri da Srebrenica) oggi (lapresse)
Il cimitero di Potocari (6 chilometri da Srebrenica) oggi (lapresse)

BOSNIA, SREBRENICA: GLI AVVENIMENTI

LA PULIZIA ETNICA – Nel 1992 parte la pulizia etnica voluta dal capo dei serbi di Bosnia, Radovan Karadzic, che vuole liberare la zona dai musulmani. I bosniaci cercano rifugio a Srebrenica, dichiarata “zona protetta” dalle Nazioni Unite. Ma nel 1995 la città è assediata e l’Onu è impotente

L’ATTACCO SERBO – Nel luglio 1995 i serbo bosniaci attaccano la città, senza che i Caschi blu facciano alcuna resistenza. I musulmani si sono rifugiati nel compound Onu di Potocari, che viene però consegnato ai serbo bosniaci. L’11 luglio il generale Ratko Mladic entra in città  

IL MASSACRO I miliziani serbi e serbo bosniaci separano donne, bambini e anziani dai maschi fra i 12 e i 77 anni. Gli uomini sono massacrati a freddo, uno dopo l’altro, e gettati in fosse comuni. Il conto delle vittime supera le ottomila. Abusi, omicidi e violenze sono segnalati anche fra le donne (reuters)

ALLA SBARRA – Il tribunale per l’ex Jugoslavia, fondato dall’Ou già nel 1993, emette mandati di cattura per i leader dei serbi di Bosnia. Karadzic viene arrestato in Serbia nel luglio 2008, il generale Mladic nel maggio 2011. Quest’ultimo è accusato anche dalla Corte internazionale dell’Aja 

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   Nel QUARTO PUNTO DELLA RISOLUZIONE 819 DEL 16 APRILE 1993 l’ONU decise di incrementare la propria presenza nella città di SREBRENICA e nelle zone limitrofe; successivamente, il 6 maggio con la risoluzione 824, istituì come zone protette le città di SARAJEVO, TUZLA, ZEPA, GORAŽDE, BIHAĆ e SREBRENICA; inoltre, con la risoluzione 836, dichiarò che gli aiuti umanitari e la difesa delle zone protette sarebbero stati da garantire anche all’occorrenza con uso della forza, utilizzando soldati della FORZA DI PROTEZIONE DELLE NAZIONI UNITE.

   La cosiddetta ZONA PROTETTA DI SREBRENICA fu delimitata dopo un’offensiva serba del 1993 che obbligò le forze bosniache ad una demilitarizzazione sotto controllo dell’ONU. Le delimitazioni delle zone protette furono stabilite A TUTELA E DIFESA DELLA POPOLAZIONE CIVILE BOSNIACA, QUASI COMPLETAMENTE MUSULMANA, costretta a fuggire dal circostante territorio, ormai occupato dall’esercito serbo-bosniaco, ed ove decine di migliaia di profughi vi si recarono in cerca di rifugio.

   Verso il 9 luglio 1995, la zona protetta di Srebrenica e il territorio circostante furono attaccati dalle truppe della Vojska Republike Srpske, e dopo un’offensiva durata alcuni giorni, l’11 luglio l’esercito serbo-bosniaco riuscì ad entrare definitivamente nella città di Srebrenica. Gli uomini dai 12 ai 77 anni furono separati dalle donne, dai bambini e dagli anziani, apparentemente per procedere allo sfollamento, in realtà vennero uccisi e sepolti in fosse comuni. (da Wikipedia)

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fabbrica di POTOCARI a SREBRENICA sede nel 1995 del comando dei caschi blu ONU (foto da www.ctrlmagazine.it) -   Si è fermato il tempo a Potocari da quell’11 luglio di esattamente 20 anni fa. Nella fabbrica occupata dai caschi blu dell’Onu per proteggere la popolazione dell’enclave di Srebrenica dalla furia dell’esercito serbo tutto è rimasto come era in quei giorni, quelli che hanno portato alla morte 8372 persone
fabbrica di POTOCARI a SREBRENICA sede nel 1995 del comando dei caschi blu ONU (foto da http://www.ctrlmagazine.it) – Si è fermato il tempo a Potocari da quell’11 luglio di esattamente 20 anni fa. Nella fabbrica occupata dai caschi blu dell’Onu per proteggere la popolazione dell’enclave di Srebrenica dalla furia dell’esercito serbo tutto è rimasto come era in quei giorni, quelli che hanno portato alla morte 8372 persone

   Non amando molto le ricorrenze (rischiano di diventare modi per dimenticare il vero senso delle tragedie umane “incasellandole” nel “giorno di ricorrenza”), non possiamo lo stesso dimenticare la grande tragedia di SREBRENICA di vent’anni fa. Lo facciamo qui, succintamente e frammentariamente, sperando che la Bosnia e tutti i Balcani siano sempre più argomento di integrazione europea positiva, di scambio con noi e conoscenza (vorremmo per questo, anche attraverso questo blog geografico, farci partecipi attivi di iniziative concrete in tal senso) (s.m.)

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SREBRENICA, 11 LUGLIO DI 20 ANNI DOPO: SASSI E BOTTIGLIE CONTRO IL PREMIER SERBO VUCIC CHE ABBANDONA LA CERIMONIA
SREBRENICA, 11 LUGLIO DI 20 ANNI DOPO: SASSI E BOTTIGLIE CONTRO IL PREMIER SERBO VUCIC CHE ABBANDONA LA CERIMONIA

SREBRENICA, VENT’ANNI FA IL MASSACRO DI 8.000 UOMINI: UN LUOGO CHE RICHIAMA AUSCHWITZ

di Donatella Di Cesare, da “il Corriere della Sera” del 11/7/2015

   Dove eravamo l’11 luglio del 1995? Molti di noi hanno difficoltà a ricordarlo. In quel giorno d’estate di vent’anni fa è caduta Srebrenica, ed è iniziato il massacro. Così, fra la disattenzione dell’opinione pubblica, le responsabilità di Usa, Francia e Gran Bretagna, e le colpe dell’Onu, è stata scritta l’ultima atroce pagina del libro nero del Novecento.

   Stretta fra le gole dei monti, nella Bosnia orientale, Srebrenica era stata dichiarata nel 1993 safe haven , «zona protetta». I musulmani bosniaci non esitarono a cercarvi riparo in migliaia.

   D’altronde, già allora, si era materializzato lo spettro dei campi. Nella ex Jugoslavia, solcata dalla guerra, campi di concentramento erano stati creati ovunque: stadi, miniere, depositi, aree dismesse. Il più noto è quello di Omarska. Ai miliziani serbi non mancò la fantasia. Alle torture tradizionali aggiunsero nuove sevizie: ingestione di olio da motori, evirazione, cannibalismo forzato, necrofilia. Le donne furono sottoposte a stupri collettivi e sistematici. Il giornalista americano Roy Gutman denunciò, ma restò inascoltato.

   È in tale contesto che va vista Srebrenica, una zona protetta che non tardò a rivelarsi un grande campo. Per quasi tre anni i rifugiati sopravvissero in quella valle tetra, fra stenti e isolamento, fin quando, malgrado la presenza di tre compagnie olandesi di caschi blu, l’11 luglio 1995 i militari serbo-bosniaci, guidati da Ratko Mladic, che da tempo circondavano l’enclave, entrarono a Srebrenica. Chiesero la consegna di tutti i maschi validi. E la benzina per evacuarli. Dalle ultime rivelazioni emerge che i caschi blu, senza troppe domande, fornirono 30 mila litri. I satelliti-spia fotografarono ogni cosa, ma i raid della Nato si fecero attendere invano.

   Il massacro richiese alcuni giorni. E avvenne nelle frazioni intorno. Nel campo di Bratunac i giovani musulmani furono ordinati in due file parallele e abbattuti per lo più a randellate. Ma c’era chi, tra i massacratori, preferì conficcare l’ascia nella schiena, chi tagliare la gola. La sera, dei 400 da eliminare, restavano ancora 296; nella notte furono mandati davanti a un plotone di esecuzione.

   Mentre delle oltre 8.000 vittime si cercano ancora i resti (i corpi di almeno 1.200 non sono stati rinvenuti), si discutono due grandi questioni. La prima è quella della definizione del massacro. Si è trattato di «genocidio»? E di che tipo?    L’Onu è apparso titubante. E ora, a fermare la già travagliata risoluzione, giunge il veto della Russia. Al contrario, il 2 agosto 2001 il Tribunale penale internazionale dell’Aia ha riconosciuto nel massacro di Srebrenica un «genocidio». Questo giudizio, confermato in appello il 19 aprile 2004, si basa sulla evidente «intenzione» che ha guidato la «pulizia etnica»: quella di «distruggere almeno una parte sostanziale di un gruppo protetto». Se dunque, dal punto di vista quantitativo, non si può avvicinare Srebrenica al massacro degli 800.000 tutsi in Ruanda, si sottolinea però la continuità tra pulizia etnica e genocidio. Distruggere per sradicare: sta qui la continuità. Non si uccide, ad esempio, per sottomettere, bensì per eliminare una intera comunità da un territorio. Al di là delle cifre, quel che conta è la volontà di purificare uno spazio dalla presenza di un «altro» considerato indesiderabile, pericoloso, ingombrante. È insomma la volontà di decidere con chi coabitare che spinge, in nome di un «noi» etnicamente puro, a un uso della chirurgia in politica.

   La seconda grande questione riguarda invece il giudizio filosofico-politico. È vero che i massacratori non disdegnarono il faccia a faccia, che i carnefici, a differenza di quel che avvenne nelle officine hitleriane, cercarono la vicinanza delle vittime. Si scagliarono contro l’inquilino della porta accanto, il collega di lavoro. Spesso martoriarono e mutilarono attingendo, nel lavoro sanguinario, a pratiche già in uso. Ma questo non deve far credere che Srebrenica abbia rappresentato il riemergere della barbarie e dell’odio atavico, né che sia stata semplicemente la conseguenza di un piano di spartizione, di una ridefinizione dei nuovi Stati europei che stavano per sorgere.

   Srebrenica è stato un territorio, posto fuori dall’ordinamento normale, dove (purtroppo sotto l’egida iniziale dell’Onu) sono stati internati, privati dei diritti, e infine eliminati, essere umani ritenuti superflui. Perciò si inscrive nell’universo concentrazionario. Il nome di Srebrenica segna, dopo Auschwitz, l’inquietante ritorno del campo nel paesaggio politico dell’Europa. (Donatella di Cesare)

A Sarajevo, durante l’assedio dal 1992 al 1995 per tornare a casa si correva per rendere più difficile il lavoro dei cecchini (da WWW.CTRLMAGAZINE.IT)
A Sarajevo, durante l’assedio dal 1992 al 1995 per tornare a casa si correva per rendere più difficile il lavoro dei cecchini (da WWW.CTRLMAGAZINE.IT)

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adopt srebrenica

“ADOPT SREBRENICA”- UN PROGETTO DI DIALOGO E CONVIVENZA

(da www.alexanderlanger.org/ )

Il progetto “Adopt Srebrenica” è promosso e sostenuto dalla Fondazione Alexander Langer di Bolzano/Italia e dall’associazione Tuzlanska Amica di Tuzla/Bosnia Erzegovina. L’idea della collaborazione è nata nel 2005 in occasione della consegna del Premio Internazionale Alexander Langer a Irfanka Pašagić. In quel periodo è emersa anche la volontà di riportare l’attenzione internazionale a Srebrenica, avviando un progetto di partnerariato con la città che prevede un coinvolgimento attivo di amministrazioni pubbliche e associazioni italiane e internazionali. Da subito quindi c’è una doppia finalità: parlare di Srebrenica e operare con Srebrenica. I temi su cui si focalizza sono quelli della memoria, giustizia ed elaborazione del conflitto.

 L’OBIETTIVO A LUNGO TERMINE DI “ADOPT SREBRENICA”:

ñ     riconoscere la specificità di Srebrenica basata sulla dimensione storica e umana del genocidio, che si è riproposto nel contesto della guerra in ex-Jugoslavia, delle sue origini, delle sue conseguenze, delle sue implicazioni per l’Europa di oggi;

ñ     mantenere una costante presenza e attenzione internazionale a Srebrenica, contribuendo alla rivitalizzazione culturale, sociale ed economica della città che era stata prima della guerra un importante centro termale, con un’intensa vita intellettuale;

ñ     favorire la maturazione di iniziative di dialogo inter-etnico e interculturale, di elaborazione della memoria, di gestione nonviolenta dei conflitti, rivolte in particolare alle nuove generazioni, strette tra il peso insopportabile di quanto è avvenuto e gli sforzi faticosi per guardare avanti;

ñ     promuovere progetti di partenariato con amministrazioni pubbliche, istituzioni culturali, scuole, associazioni di volontariato, che prevedano un coinvolgimento attivo della popolazione locale.

PER PERSEGUIRE QUESTI OBIETTIVI LA FONDAZIONE ALEXANDER LANGER STIFTUNG  E TUZLANSKA AMICA HANNO PROMOSSO:

ñ     la nascita a Srebrenica di un Centro interculturale di documentazione della memoria, con il contributo decisivo di un gruppo multietnico di giovani di Srebrenica, che nel settembre 2011 hanno aperto una piccola sede con il sostegno attivo del Comune di Bolzano-Archivio storico;

ñ     dal 2007 ogni anno a Srebrenica, la Settimana Internazionale della Memoria, con incontri, laboratori, iniziative culturali, in stretta collaborazione con l’associazione Tuzlanska Amica; dal 2008, per tre edizioni, vi hanno preso parte anche i corsisti del Master per Operatori di Pace e Mediatori internazionali, realizzato dalla Formazione Professionale di Bolzano e l’Università di Bologna, che hanno fatto di Srebrenica e della Bosnia Erzegovina un loro caso di studio e il luogo di una significativa esperienza di stage;

ñ     ogni  anno, dal 2005, viaggi di studio e di conoscenza in Bosnia Erzegovina e la partecipazione alla Cerimonia di commemorazione e di seppellimento delle vittime del genocidio, l’11 luglio, dichiarata dal Parlamento Europeo “Giornata della memoria del genocidio di Srebrenica”;

ñ     un intenso lavoro d’informazione e di formazione alla conoscenza del contesto, dedicato particolarmente a centinaia di giovani ed educatori, con la presentazione di testimonianze, film, video, mostre fotografiche sulla realtà di Srebrenica e della BiH, anche nell’ambito dei progetti di “educazione alla mondialità” sostenuti dalla Provincia di Bolzano;

ñ     la costituzione di una rete di collaborazioni, a sostegno del progetto, fatta di istituzioni pubbliche, associazioni, singoli volontari.

CENTRO INTERCULTURALE DI DOCUMENTAZIONE ADOPT SREBRENICA

ATTIVITÀ:

ñ   raccolta di storie e immagini che documentino la vita quotidiana di Srebrenica prima della guerra;

ñ   acquisizione di un fondo di libri, foto, video, documenti sulla storia di Srebrenica e della BiH, da mettere a disposizione della cittadinanza;

ñ   la realizzazione di un servizio skype gratuito per consentire i contatti tra residenti di Srebrenica e parenti/amici lontani nella diaspora;

ñ   la produzione e diffusione periodica di informazioni – anche con un sito internet – sull’attualità di Srebrenica e le sue risorse economiche (es. terme, museo archeologico, agricoltura), nel contesto più generale della realtà del paese;

ñ   l’ideazione e l’organizzazione dell’annuale Settimana Internazionale della Memoria e l’accompagnamento di gruppi di visitatori;

ñ   l’organizzazione – in base a rivelazioni del fabbisogno locale – di corsi di lingue, attività culturali e  formazione;

ñ   la partecipazione a visite e scambi con analoghi centri nazionali o internazionali e con associazioni o istituzioni interessate a sostenere attivamente spazi di dialogo e di rinascita della città di Srebrenica.

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SASSI CONTRO VUCIC: LA RABBIA PROFANA LA GIORNATA DELLA MEMORIA

di Adriano Sofri, da “la Repubblica” del 12/7/2015

– Srebrenica. La cerimonia per i 20 anni del genocidio rovinata dalle proteste contro il leader serbo accolto da fischi e striscioni. Il premier era ministro di Milosevic e qui nessuno lo ha mai perdonato. Prima degli incidenti erano stati seppelliti 136 corpi appena ricomposti –

SREBRENICA. NEL MOMENTO in cui la cosa sta succedendo, pensi: ecco, questa è una tragedia. Nel giorno più sbagliato, nel posto più sbagliato. Continua a leggere

LA RIVOLUZIONE DI FRANCESCO: «LAUDATO SI’», SCELTA AMBIENTALISTA del PAPA nella sua enciclica dedicata alla «CURA DELLA CASA COMUNE» – Temi e parole (simili nel dettaglio) care a un ambientalista e “costruttori di ponti” di nome ALEX LANGER (nel doloroso ventennale della sua morte)

PAPA FRANCESCO e il segretario generale dell'ONU BAN KI-MOON
PAPA FRANCESCO e il segretario generale dell’ONU BAN KI-MOON

1- « Laudato si’, mi’ Signore », cantava san Francesco d’Assisi. In questo bel cantico ci ricor­dava che la nostra casa comune è anche come una sorella, con la quale condividiamo l’esistenza, e come una madre bella che ci accoglie tra le sue braccia: « Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre Terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba ».

2- Questa sorella protesta per il male che le provochiamo, a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei. Sia­mo cresciuti pensando che eravamo suoi pro­prietari e dominatori, autorizzati a saccheggiarla. La violenza che c’è nel cuore umano ferito dal peccato si manifesta anche nei sintomi di malat­tia che avvertiamo nel suolo, nell’acqua, nell’aria e negli esseri viventi. Per questo, fra i poveri più abbandonati e maltrattati, c’è la nostra oppressa e devastata terra, che « geme e soffre le doglie del parto » (Rm 8,22). Dimentichiamo che noi stessi siamo terra (cfr Gen 2,7). Il nostro stesso corpo è costituito dagli elementi del pianeta, la sua aria è quella che ci dà il respiro e la sua acqua ci vivifica e ristora.

   Il testo che qui sopra vi abbiamo proposto è l’attacco iniziale dell’enciclica papale (di papa Francesco) dal titolo (come di tradizione le prime parole) “laudato si’” resa nota il 18 giugno scorso, un omaggio al Cantico di San Francesco e a madre natura, ed è considerata l’enciclica “verde” del papa per i temi fortemente ecologici in essa contenuti. Ma l’enciclica papale non si limita all’appello ecologista: è in realtà una critica radicale dei valori dominanti, al lento e inesorabile declino di valori, all’incapacità del mondo globale di darsi delle regole comuni di convivenza equilibrata e di non sopraffazione gli uni con gli altri. E’ la dichiarazione di una battaglia culturale per uscire dal paradigma economico basato sullo sfruttamento delle risorse, sui combustibili fossili, sull’eccesso di scarti e in primis sull’eccesso di divario sociale, tra ricchi sempre più ricchi e sempre più persone povere, molte delle quali nel mondo poverissime.

   L’enciclica ha una sua importanza politica non da poco: siamo a pochi mesi (novembre) dalla CONFERENZA SUL CLIMA DI PARIGI, che tenterà di stabilire un accordo tra tutti gli stati sulle misure per contenere il surriscaldamento sotto 2 gradi centigradi. Al contrario del Protocollo di Kyoto, mai condiviso (e neanche firmato) in America o rispettato in Europa, la Conferenza sul Clima di Parigi avviene in un momento favorevole alla condivisione di tutti di un accordo internazionale verso un’ “economia compatibile”, a basso tasso di carbone, gas serra, sostanze inquinanti.

   A partire dal 2020, il trattato spera di coinvolgere le industrie sviluppate, con India e Cina, per temperare gli effetti su oceani, atmosfera, condizioni metereologiche e limitare disastri, alluvioni, piogge torrenziali, siccità, migrazioni… su questo USA (con Obama) e pure la Cina (che sta facendo i conti con inquinamenti devastanti…) sembrano politicamente disponibili.

ciclo dell'inquinamento
ciclo dell’inquinamento

   L’intervento innovativo, rivoluzionario, di Papa Francesco con quest’enciclica diventa pertanto una spinta ulteriore a indirizzare il mondo verso, in primis, un limite a uno sviluppo inquinante e devastante per l’ambiente, com’è stato finora. Va pure detto che le élite governative mondiali quasi sempre non hanno la forza e la volontà di opporsi alle multinazionali dell’economia, anche quelle inquinanti, come le imprese petrolifere che chiedono nei vari contesti di grande delicatezza geoterritoriale (l’Artico, ma anche per quel che ci riguarda il Mar Adriatico) di poter trivellare quei luoghi marini così particolari, con grave danno e pericolo ambientale.

Nella foto ALEXANDER LANGER - Al G7 a Napoli del luglio 1994 disse anche “silenziate un po', per favore, i vostri altoparlanti, moderate le vostre televisioni, limitate le vostre pubblicità, contenete le vostre telenovelas! Date spazio e voce, ospitalità e megafono alle molte voci dei piccoli, alle voci del sud, alle voci di coloro che non scelgono di gridare, o che non hanno più fiato per farlo”. - SONO PASSATI VENT’ANNI DALLA MORTE DI ALEXANDER LANGER, figura simbolo per il mondo della pace e del dialogo. Alex Langer (1946-1995) è stato la figura più importante e significativa dell’ECOLOGISMO POLITICO in Italia e nella dimensione europea e internazionale. Tra le tante sue iniziative e campagne viene in mente come temi di fondo: “CONVERSIONE ECOLOGICA”, “CONVIVENZA INTER-ETNICA”, “UTOPIE CONCRETE”, BIOETICA, RAPPORTI NORD-SUD, COOPERAZIONE INTERNAZIONALE, “SUPERAMENTO DEI MURI”, “COSTRUZIONE DI PONTI”, DIALOGO MULTIETNICO E MULTICULTURALE, FORZA DELLA NONVIOLENZA, RUOLO DEI “CORPI CIVILI DI PACE” RISPETTO AI CONFLITTI ARMATI, PACIFISMO NON IDEOLOGICO
Nella foto ALEXANDER LANGER – Al G7 a Napoli del luglio 1994 disse anche “silenziate un po’, per favore, i vostri altoparlanti, moderate le vostre televisioni, limitate le vostre pubblicità, contenete le vostre telenovelas! Date spazio e voce, ospitalità e megafono alle molte voci dei piccoli, alle voci del sud, alle voci di coloro che non scelgono di gridare, o che non hanno più fiato per farlo”. – SONO PASSATI VENT’ANNI DALLA MORTE DI ALEXANDER LANGER, figura simbolo per il mondo della pace e del dialogo. Alex Langer (1946-1995) è stato la figura più importante e significativa dell’ECOLOGISMO POLITICO in Italia e nella dimensione europea e internazionale. Tra le tante sue iniziative e campagne viene in mente come temi di fondo: “CONVERSIONE ECOLOGICA”, “CONVIVENZA INTER-ETNICA”, “UTOPIE CONCRETE”, BIOETICA, RAPPORTI NORD-SUD, COOPERAZIONE INTERNAZIONALE, “SUPERAMENTO DEI MURI”, “COSTRUZIONE DI PONTI”, DIALOGO MULTIETNICO E MULTICULTURALE, FORZA DELLA NONVIOLENZA, RUOLO DEI “CORPI CIVILI DI PACE” RISPETTO AI CONFLITTI ARMATI, PACIFISMO NON IDEOLOGICO

   Fa specie leggere l’enciclica Laudato si’, per le assonanze addirittura linguistiche, letterarie, con il pensiero e l’azione di Alexander Langer, figura simbolo per il mondo della pace e del dialogo, ora che siamo a vent’anni dalla sua morte (il 3 luglio 1995). Alex Langer (1946-1995) è stato infatti la figura più importante e significativa dell’ecologismo politico in Italia e nella dimensione europea e internazionale.

“ALEXANDER LANGER: COSTRUTTORE DI PONTI" è il titolo con cui l' EDITRICE LA SCUOLA pubblica in questi giorni il profilo dedicatogli da MARCO BOATO - sociologo, giornalista, ricercatore universitario, più volte parlamentare - nonché noto esponente del movimento ecologista, che pure ha contribuito a fondare in Italia. PER SINGOLARE COINCIDENZA IL VOLUME DI BOATO È ARRIVATO IN LIBRERIA NELLA STESSA COLLANA E NELLO STESSO GIORNO IN CUI L'EDITRICE LA SCUOLA HA MANDATO IN LIBRERIA L' EDIZIONE COMMENTATA DELLA LAUDATO SI'. E l'accostamento fra l'intellettuale e politico altoatesino e l'enciclica non è sfuggito nei commenti su alcuni quotidiani. "Alex Langer è il vero ispiratore dell'enciclica di Francesco sull'ecologia", ha scritto Adriano Sofri.(da http://it.paperblog.com/ )
“ALEXANDER LANGER: COSTRUTTORE DI PONTI” è il titolo con cui l’ EDITRICE LA SCUOLA pubblica in questi giorni il profilo dedicatogli da MARCO BOATO – sociologo, giornalista, ricercatore universitario, più volte parlamentare – nonché noto esponente del movimento ecologista, che pure ha contribuito a fondare in Italia. PER SINGOLARE COINCIDENZA IL VOLUME DI BOATO È ARRIVATO IN LIBRERIA NELLA STESSA COLLANA E NELLO STESSO GIORNO IN CUI L’EDITRICE LA SCUOLA HA MANDATO IN LIBRERIA L’ EDIZIONE COMMENTATA DELLA LAUDATO SI’. E l’accostamento fra l’intellettuale e politico altoatesino e l’enciclica non è sfuggito nei commenti su alcuni quotidiani. “Alex Langer è il vero ispiratore dell’enciclica di Francesco sull’ecologia”, ha scritto Adriano Sofri.(da http://it.paperblog.com/ )

   Come dicevamo, le somiglianze di linguaggio e di prospettiva dell’ENCICLICA di Papa Francesco, sono così incredibilmente simili al pensiero e all’azione di Langer.

   Su tutto, il tema della CONVERSIONE ECOLOGICA (tema forte dell’enciclica di Papa Francesco), che è stato tema caro a Langer nei suoi discorsi sulla giustizia, la convivenza pacifica interetnica, la risoluzione delle povertà e dei conflitti (papa Francesco, vent’anni dopo dice: “serve una «conversione ecologica». La salvaguardia dell’ambiente non può essere disgiunta dalla giustizia verso i poveri e dalla soluzione dei problemi strutturali di un’economia che persegue soltanto il profitto”…).

   “Conversione ecologica”, “convivenza inter-etnica”, “utopie concrete”, bioetica, rapporti Nord-Sud, cooperazione internazionale, “superamento dei muri”, “costruzione di ponti”, dialogo multietnico e multiculturale, forza della nonviolenza, ruolo dei “corpi civili di pace” rispetto ai conflitti armati, pacifismo non ideologico…. Tutti temi che per Langer sono diventati “impegno politico concreto”, iniziative importanti prima nel “suo” Sud Tirolo, poi in tutta Europa, e pure nelle grandi aree geopolitiche tragiche di guerra (come nei Balcani, dove Alex tentò in tutti i modi di dare spazio, autorevolezza e strumenti alle voci dialoganti, a chi si opponeva alla guerra civile nella ex Jugoslavia. 

   Nondimeno Langer sottolineava spesso l’esistenza di un DEBITO ECOLOGICO tra il Nord e il Sud del Mondo, debito che il Nord doveva onorare al Sud, ripagare (…una delle campagne ecologiche più intense portate avanti da Langer intorno ai primi anni novanta è stata proprio quella della necessità che i Paesi ricchi del pianeta – il Nord – condonassero i debiti – a partire dagli esosi interessi sul debito – che strangolavano le debolissime economie dei paesi del Sud, debiti finanziari che ne impedivano ogni sviluppo.

   La cosa a nostro avviso più importante nell’azione di Langer è stata innanzitutto comunque quella dell’incontro delle diverse etnie (a partire dall’esperienza altoatesina di opposizione a quelle che chiamava “gabbie etniche”, cioè la ferrea suddivisione tra tedeschi e italiani), fino poi appunto, negli ultimi 5 anni della sua vita (dal 1991 al 1995), per porre limiti e alternative allo scontro etnico nei balcani tra serbi, croati, bosniaci-musulmani: la devastante guerra civile jugoslava, dentro e nel cuore dell’Europa, a pochi chilometri da noi (che forse è stata, nelle delusioni quotidiane di Alex per poter fare cose utili al prevalere della convivenza, uno dei motivi principali della insostenibilità della sua vita e della decisione di darsi una morte volontaria).

   Personaggio del tutto fuori l’ambito “politico” che siamo usi a pensare, Alexander Langer nel mondo geopolitico sud-tirolese, italiano, europeo nel periodo dalla metà degli anni 70 alla metà del 90 del secolo scorso, ha dimostrato appunto di essere stato un personaggio sicuramente atipico. E su questa “diversità”, si accomuna alla figura e alle iniziative del pontefice attuale, pontefice che è una “sorpresa” nel suo modo di essere, di fare, di esprimere il proprio pensiero come nel caso di questa originalissima enciclica “Laudato si’”.

   Entrambi, Papa Francesco e Alexander Langer (ricordandolo nei vent’anni dalla sua scomparsa, Alex, qui con affetto incommensurabile per i tanti che lo hanno potuto conoscere direttamente), questi due personaggi, Francesco e Alex, rappresentano una “caratteristica”, seppur in periodi storici diversi, l’uno del passato l’altro della contemporaneità, che li accomuna: quella di essere dei “PORTATORI DI SPERANZA”, persone che con la loro vita tracciano appunto “speranze” e possibilità di un presente e futuro migliore per chi si approccia ad essi, condivide il loro pensiero. E a volte, questo essere “portatori di speranza” è un fardello assai pesante, difficile, per chi ha voluto esserlo “portatore”, di farsi carico della ricerca di una strada assai ardua di felicità per il mondo intero. (s.m.)

il testo integrale dell’enciclica “laudato si'”: LETTERA ENCICLICA LAUDATO SI (2015)

………………………..PAROLE CHIAVI DALL ENCICLICA PAPALEda LA STAMPA

LE PAROLE CHIAVE DELL’ENCICLICA DEL PAPA

Analizzando il testo «Laudato si’» ecco i termini più utilizzati

di Andrea Tornelli, da “la Stampa” del 18/6/2015 – Città del Vaticano  

   La terra, nostra casa comune, «protesta per il male che provochiamo a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei. Siamo cresciuti pensando che eravamo suoi proprietari e dominatori, autorizzati a saccheggiarla». Serve una «conversione ecologica». La salvaguardia dell’ambiente non può essere disgiunta dalla giustizia verso i poveri e dalla soluzione dei problemi strutturali di un’economia che persegue soltanto il profitto. 

   L’enciclica «Laudato si’» di Papa Francesco, 246 paragrafi divisi in sei capitoli, Continua a leggere

REFERENDUM GREXIT IL 5 LUGLIO – L’EUROPA CHE VACILLA SULLA CRISI GRECA (ma anche sui NAZIONALISMI di tutti e sul POPULISMO crescente) – GUARDARE OLTRE GLI STECCATI CONTABILI per un rilancio dell’idea europea passa ora per il “piccolo” Paese ellenico, origine del pensiero occidentale

PIAZZA SYNTAGMA ad ATENE, il cuore della città - La Grecia si trova al momento in condizioni economiche disastrose. La disoccupazione è aumentata del 273 per cento dal 2009 a oggi, attestandosi al 25 per cento circa su scala nazionale. Il che vuol dire che 1,3 milioni di cittadini greci sono disoccupati. Se si aggiunge la popolazione inattiva, il dato schizza a oltre tre milioni a fronte di tre milioni e mezzo di occupati. I cinque anni gli stipendi sono calati del 37%, i consumi del 33%. Il debito pubblico, invece di scendere, è volato al 189% del Pil (da www.thepostinternazionale.it/ del 5/6/2015)
PIAZZA SYNTAGMA (con sullo sfondo il Palazzo del Parlamento) ad ATENE, il cuore della città – La Grecia si trova al momento in condizioni economiche disastrose. La disoccupazione è aumentata del 273 per cento dal 2009 a oggi, attestandosi al 25 per cento circa su scala nazionale. Il che vuol dire che 1,3 milioni di cittadini greci sono disoccupati. Se si aggiunge la popolazione inattiva, il dato schizza a oltre tre milioni a fronte di tre milioni e mezzo di occupati. I cinque anni gli stipendi sono calati del 37%, i consumi del 33%. Il debito pubblico, invece di scendere, è volato al 189% del Pil (da http://www.thepostinternazionale.it/ del 5/6/2015)

   La Grecia è in attesa dallo scorso febbraio dell’erogazione di un prestito da 7,2 miliardi, e deve versare entro la fine di giugno (martedì 30 giugno) circa 1,6 miliardi di euro in restituzione al Fondo Monetario Internazionale.

   Si parla da mesi di “settimane decisive” e “ultime possibilità” ma, secondo diversi giornali, stavolta ci siamo davvero. Se non dovesse ricevere altri prestiti la Grecia si troverà probabilmente a non riuscire a ripagare i suoi debiti: è così entrerebbe “in default”, in pratica il fallimento dello Stato. Le conseguenze di un default porterebbero a gravi conseguenze alla vita quotidiana dei cittadini greci, con in primis l’impossibilità di prelevare magari quel denaro che resta (per chi ne ha!) dalle banche, e la possibile uscita della Grecia dalla zona euro. Non ci sarebbero i soldi per pagare le pensioni, i dipendenti pubblici, e tutti ne risentirebbero gravemente dallo stato di miseria in cui molti, magari finora supportati da pur magre pensioni, verrebbero a trovarsi.

Il Premier greco Alexis Tsipras - UN REFERENDUM IN GRECIA IL 5 LUGLIO PER ACCETTARE O NON ACCETTARE LE CONDIZIONI DELLA U.E. - Si alza la tensione in Grecia dopo l'annuncio del premier Alexis Tsipras di indire un referendum sul piano proposto dai creditori ad Atene. Secondo il britannico "Daily Telegraph", nel Paese ellenico sarebbe iniziata una corsa al prelievo di contanti. Per arginare la "fuga" di capitali su conti di banche estere, alcuni istituti avrebbero interrotto le contrattazioni online
Il Premier greco Alexis Tsipras – UN REFERENDUM IN GRECIA IL 5 LUGLIO PER ACCETTARE O NON ACCETTARE LE CONDIZIONI DELLA U.E. – Si alza la tensione in Grecia dopo l’annuncio del premier Alexis Tsipras di indire un referendum sul piano proposto dai creditori ad Atene. Secondo il britannico “Daily Telegraph”, nel Paese ellenico sarebbe iniziata una corsa al prelievo di contanti. Per arginare la “fuga” di capitali su conti di banche estere, alcuni istituti avrebbero interrotto le contrattazioni online

   Un caso, quello greco, dove si capisce come l’economia in crisi, e i rapporti internazionali tra Stati possano sì aiutare un Paese, ma a volte anche condizionarlo negativamente: le “cose da fare” per uscire dalla crisi non le decide più il governo e il popolo che lo ha eletto, ma i creditori internazionali, quelli da cui è dipeso nel recente passato, e da cui dipende nel presente e nel futuro prossimo la sopravvivenza di una vita (pubblica dello Stato nei suoi servizi, e privata dei cittadini) dignitosa.

I GRECI AGLI SPORTELLI DEL BANCOMAT -
I GRECI AGLI SPORTELLI DEL BANCOMAT

   Il governo greco, mediando coi creditori (il FMI, la UE, la BCE, cioè la famosa denominata, in negativo, “Troika”) (con in particolare la Germania maggior creditrice, ma anche le banche francesi e italiane, per conto del governo, hanno prestato molti soldi alla Grecia…), il governo greco sta rivedendo misure economiche interne che servivano a un possibile rilancio economico, ma che vengono considerate “intollerabili” dai creditori internazionali ed europei (appunto la Troika…), perché “privilegi” che gli altri cittadini europei non hanno più e perché così il bilancio greco non viene risanato: come la riduzione dell’IVA concessa al commercio dal governo ellenico, dal 23 al 13 per cento, i pre-pensionamenti pubblici per aprire il lavoro ai giovani….

   Cose che i governanti greci sembrano disposti a ritirare (già i ristoratori e albergatori, ora all’inizio della stagione turistica estiva, incominciano a protestare per l’Iva maggiore che verrebbe ripristinata, a carico dei clienti…); e vengono prese misure di nuove tasse sui beni di lusso, sui profitti delle imprese… ma così (si capisce bene) è difficile che il PIL greco possa tentare di aumentare, portare qualche nuova ricchezza e occupazione…. Insomma una situazione assai complessa, precaria (possiamo ben dire: disastrosa).

provenienze etniche e linguistiche per popolo greco
provenienze etniche e linguistiche per popolo greco

   L’intromissione estera si fa più pesante “se sei debitore”: sarà l’Unione Europea a decidere a che età si va in pensione; e quali farmaci passa la mutua e quali no… Gli spazi di manovra degli Stati nazionali, cioè gli spazi della politica, si assottigliano enormemente. E, in se, in una logica federalista, potrebbe anche non essere un male (se gli “Stati Uniti d’Europa” “adottassero” l’affascinante, meravigliosa, regione geografica, la Grecia, così in profonda crisi, e intervenissero con aiuti veri per dare inizio a uno sviluppo generale, magari compatibile con l’Area mediterranea di cui la Grecia è il simbolo migliore, e la sua collocazione geografica ancor di più).

   In questa fase di mediazione politica con l’Unione Europea (in ispecie la Germania) e con il Fondo Monetario, il primo ministro greco Alexis Tsipras tira al massimo la corda, convinto che i suoi interlocutori alla fine saranno costretti a cedere per evitare il peggio anche a loro, al resto dell’Europa, che potrebbe vivere una crisi sia politica (dell’uscita di un paese “simbolico” come la Grecia) che dei mercati finanziari che andrebbero verso altri continenti più sicuri dell’ “instabile” Europa, vittima pure di nazionalismi, populismi e pure adesso crisi finanziarie degli Stati. E Tsipras contemporaneamente minaccia di “mettere” la Grecia nelle braccia della Russia, di Vladimir Putin…

ATENE quartieri poveri (foto da www.flipnews.org/) - “…Un giro per la città non turistica rende l’idea di quanto è successo negli ultimi cinque anni. Intere vie di serrande abbassate. Alloggi in vendita in centro a 20 mila euro. Gli stipendi sono quasi dimezzati, per chi ancora conserva un lavoro (….) (Niccolò Zancan, da “la Stampa” del 22/6/2015)
ATENE quartieri poveri (foto da http://www.flipnews.org/) – “…Un giro per la città non turistica rende l’idea di quanto è successo negli ultimi cinque anni. Intere vie di serrande abbassate. Alloggi in vendita in centro a 20 mila euro. Gli stipendi sono quasi dimezzati, per chi ancora conserva un lavoro (….) (Niccolò Zancan, da “la Stampa” del 22/6/2015)

   Qui vorremmo dimostrare che il “problema greco”, in se è molto meno grave di quel che lo si vuol far apparire (anche se è vero che se non lo si risolve positivamente può accadere un disastro per tutti…).

   Facciamo qui l’esempio di quel che accade nel 2009 negli Stati Uniti: cioè il caso del governo federale americano che ha salvato dalla BANCAROTTA il bilancio della CALIFORNIA. In quel momento lo Stato della California rischiava nel suo bilancio il default, una situazione che avrebbe provocato conseguenze disastrose a catena, negli Stati Uniti e nel mondo, e il GOVERNO FEDERALE USA è intervenuto finanziariamente in favore del Governo federale californiano (e nessuno ha avuto niente da ridire).

   In un contesto in cui il debito accumulato dal governo greco è all’80% già in carico all’Europa (in buona parte a tasso di interesse zero, e con restituzioni, trentennali ma anche di più…cioè “restituzioni mai”…), ai Paesi europei fa specie che per la “piccola Grecia” (che ha il 2% del PIL europeo) non ci si possa far carico, come Governo Federale dell’Unione Europea (lo strumento c’è già, la Banca Centrale Europea…) di un’azione di salvataggio “vero” della Grecia: nelle necessità finanziarie immediate e in un progetto di sviluppo perché ci sia una ripresa economica. Allora, è da chiedersi perché l’EUROZONA (cioè l’Europa più “vera”, quella operativa: i 19 Paesi che usano la stessa monete, l’euro) non decidono come governo federale di “adottare” la piccola (ma ineguagliabilmente importante) Grecia? Cosa aspettiamo ancora?

   Pertanto se è vero che l’atteggiamento un po’ irritante e spocchioso dei governanti attuali greci fa arrabbiare gli altri patners, è anche vero che quei governanti greci, attuali, nessuna responsabilità hanno della crisi pazzesca del loro Paese (addebitabile ai loro predecessori, agli sprechi delle Olimpiadi, ai bilanci taroccati, etc.); e che forti responsabilità hanno invece le autorità internazionali (la Troika…) che negli anni passati hanno condotto dei confronti della Grecia atteggiamenti poco responsabili (assecondando le scelte di debito e le spese “fuori bilancio”) condividendo un andamento finanziario del paese ellenico assai scellerato.

   Forse IL VERO ERRORE DEGLI ATTUALI GOVERNANTI GRECI È IL NAZIONALISMO (come la loro controparte europea…), il dire: “NON CI POTETE UMILIARE” (e il non accettare parametri europei, ad esempio sull’età pensionabile ai dipendenti pubblici come quella degli altri paesi). Pertanto greci, tedeschi, francesi etc, ricadono in quello che è l’inghippo attuale a un rilancio vero (economico, culturale, politico…) dell’Europa, inghippo che è lo stesso che nel secolo scorso ha causato due guerre mondiali: cioè il NAZIONALISMO, il non voler riconoscersi in un progetto federalista (che peraltro valorizzerebbe le Aree Regionali, e pur gli aspetti positivi, culturali, ambientali, economici dei singoli stati…).

   La necessità della creazione in EUROPA, almeno nei 19 Paesi della cosiddetta EUROZONA, di una autorevole FEDERAZIONE PIENAMENTE COMPIUTA, e che lo Stato Federale disponga delle risorse necessarie e delle deleghe politiche per interventi di sviluppo o salvataggio finanziario della Aree geografiche in difficoltà, è una misura quanto mai urgente, opportuna, necessaria.

In celeste la  ZONA EURO; in giallo gli UE non appartenenti all'AEC (Accordi Europei di Cambio: sono i componenti di un sistema introdotto nel 1979 per avere una stabilità monetaria tra le varie valute dell’UE); in rosa gli UE appartenenti all'AEC II con opt-out; in rosso gli UE non appartenenti all'AEC II con opt-out; in verde i “Non UE” che usano bilateralmente l'euro; in blu i “Non UE” che usano unilateralmente l'euro
In celeste la ZONA EURO; in giallo gli UE non appartenenti all’AEC (Accordi Europei di Cambio: sono i componenti di un sistema introdotto nel 1979 per avere una stabilità monetaria tra le varie valute dell’UE); in rosa gli UE appartenenti all’AEC II con opt-out; in rosso gli UE non appartenenti all’AEC II con opt-out; in verde i “Non UE” che usano bilateralmente l’euro; in blu i “Non UE” che usano unilateralmente l’euro

   E poi sul tema economico il problema di fondo resta l’attaccamento ostinato, da parte specialmente della Germania e dei Paesi del nord Europa, a una politica di austerità giudicata negativamente dalla maggior parte degli studiosi a livello internazionale (pur riconoscendo che non si può sperperare denaro pubblico e ogni spesa va fatta virtuosamente). Non si può pensare a un rilancio economico della Grecia senza prevedere misure (anche finanziarie, di spesa) che incentivino le risorse di quel paese (non solo dell’ambiente, del turismo, ma anche dei loro giovani che possano sviluppare attività lavorative, che si immaginino progetti economici, commerciali, agroalimentari, dentro all’Area mediterranea…)

   L’economia greca non potrà mai competere con quella di altri paesi europei su settori tradizionali di tipo esclusivamente tecnologico, o su certe branchie della manifattura. Decine di anni fa, prima di ogni integrazione economica europea (lo scambio commerciale libero, senza tassi dognali), la Grecia si pregiava di un artigianato tessile, con tessuti aritstici dipinti etc., di pregio. Ma è chiaro che non poteva resistere questo artigianato al commercio libero con prodotti tedeschi o di altre nazioni europee molto meno cari e di tipo industriale.

   Se di economia “specifica” dobbiamo pensare per la Grecia, questa non può che inserirsi nello splendido scenario del Mar Mediterraneo; nell’essere un appoggio e un ponte di scambio verso il centro-nord Africa e il Medio Oriente…

   Intanto la sofferenza greca continua nelle (non)scelte che gli organismi europei (e gli Stati nazionali che contano) continuano a (non)fare, nella speranza di una nuova Europa di là a venire. (s.m.)

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LA GRECIA SULLA VIA DEL REFERENDUM: SONDAGGI FALSI, PSICOSI POLITICA E CAOS

– Una rilevazione della società di Gpo dava in vantaggio i sì: cinque ore dopo la diffusione è stata ritirata con un comunicato al vetriolo e minaccia di querele. Non era inventato ma incompleto, però una “manina” l’ha passato a quotidiani e siti prima che fosse ultimato. Un caso che si aggiunge all’economia bloccata e dal ricorso al Consiglio di Stato sulla incostituzionalità del referendum stesso, che ha come effetto quello di aumentare ulteriormente il disordine –

di Francesco De Paolo, 2 luglio 2015, da “il Fatto Quotidiano”

   La strada del referendum si complica maledettamente, ma questa volta la cancelliera Angela Merkel non c’entra affatto. Continua a leggere

L’EUROPA CHE COSTRUISCE MURI, contro le MIGRAZIONI SUD-NORD: risposta alle PAURE e al POPULISMO con politiche di chiusura – i NUOVO MURI: abbattuti quelli in “uscita” (Berlino) nascono quelli IN “ENTRATA” (così la virtuosa convivenza non va da nessuna parte e affondiamo nell’irrisolto)

foto di VENTIMIGLIA, giugno 2015 - VENTIMIGLIA e il blocco dei migranti da parte della Francia – “Su alcune decine di migliaia di profughi che chiedono aiuto l’Europa si gioca l’anima. Un’Unione più salda, federale, capace di prendere decisioni politiche comuni potrebbe assolvere con dignità quel che i suoi principi gli impongono. È in questi momenti che con più Europa si possono salvare valori che fanno la nostra identità” (Bernardo Valli, da “la Repubblica” del 16/6/2015)
foto di VENTIMIGLIA, giugno 2015 – VENTIMIGLIA e il blocco dei migranti da parte della Francia – “Su alcune decine di migliaia di profughi che chiedono aiuto l’Europa si gioca l’anima. Un’Unione più salda, federale, capace di prendere decisioni politiche comuni potrebbe assolvere con dignità quel che i suoi principi gli impongono. È in questi momenti che con più Europa si possono salvare valori che fanno la nostra identità” (Bernardo Valli, da “la Repubblica” del 16/6/2015)

LE MANI, LE FACCE E LA NOSTRA VERGOGNA – NEI video dello sgombero di Ventimiglia, un migrante-migratore fugge i poliziotti in tenuta antisommossa saltellando malamente sugli scogli come un gabbiano esausto, terrorizzato ma incapace di riprendere il volo. Ed è un’immagine che colpisce. Ma le foto, quelle sono destabilizzanti, non somigliano a nulla di ciò che chiamiamo scontro, sgombero, operazione di ordine pubblico. –    Bisogna guardare quelle mani profilatticamente guantate (scabbia? uniforme?) piantate sulle facce: ma non fermarsi lì. Bisogna guardare le facce che quelle mani coprono, spingono, spostano. E poi guardare gli occhi sbarrati, stanchi, su quelle facce. Se cerchiamo in quelle facce la minaccia del barbaro predatore, lo sguardo rapace dell’invasore, faremo fatica a trovarli. Non basta. Guardiamo anche le facce dei poliziotti proprietari di quelle mani guantate. Sotto le visiere espressioni incredule, senza i digrignamenti della lotta. Se cerchiamo in quelle facce la ferocia del repressore, lo sguardo compiaciuto dell’aguzzino, faremo fatica a trovarli. –    Non basta ancora. Guardiamo l’insieme, questo intreccio di arti e di corpi umani, guardiamo questi gesti spasmodici e annaspanti che possono essere spintoni come abbracci, manate come sostegni, guardiamo questo affrontarsi di tensioni, questo assurdo scontro di forze senza convinzione, questo impatto di volontà che sembrano più incredule che determinate, da entrambe le parti: perché mi stai facendo questo? Perché devo farti questo? –   Sì certo, le fotografie non la dicono mai tutta. Sì, certo, anche questa volta non lasciamo che l’impatto emotivo delle immagini sia la risposta. Però almeno sia la domanda; e cerchiamo noi la risposta. La domanda quale può essere, se non: questo paese vuole essere accogliente o escludente? E la risposta quale può essere, se non che la volontà che costringe a scegliere, la volontà sterilizzata e guantata che ordina solo di spostare fermare e respingere, la volontà che adesso chiamiamo Europa, e che pretende di parlare a nome nostro, questa volontà ormai ha un nome con la minuscola, e quel nome è vergogna? (di Michele Smargiassi, da “la Repubblica” del 17/6/2015)

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MURI nel-mondo (mappa da www.giornalettismo.com/)
MURI nel-mondo (mappa da http://www.giornalettismo.com/)

   Il nuovo muro annunciato che dovrà sorgere tra Ungheria e Serbia, voluto dal governo ungherese, è stata una notizia choc, che ha messo ancora più in crisi la geopolitica e i tentativi di trovare una soluzione (di solidarietà) per i tanti profughi che vengono in questo momento.

   L’Europa si vanta sì di aver “dismesso” il MURO DI BERLINO nel 1989; ma quello era un MURO IN USCITA, cioè serviva a impedire ai tedeschi dell’est di espatriare in Occidente. I muri di adesso sono invece MURI IN ENTRATA, che servono a impedire gli arrivi di persone “sgradite”: non turisti danarosi, ma poveri o perseguitati politici che fuggono dal Sud del mondo dalla miseria o dalla guerra.

BARRIERA DI CONFINE A MELILLA - Quando all’INIZIO degli ANNI NOVANTA la SPAGNA cominciò a costruire della BARRIERE CON FILO SPINATO ATTORNO A CEUTA E MELILLA, alte prima quattro poi sei metri, costo finale 30 milioni di euro, quella decisione sembrò una bizzarria della Storia, un anacronismo post-muro di Berlino giustificato dall’eccezionalità della situazione geografica: le due città, spagnole dal XV secolo, sorgono sulla costa mediterranea del Marocco, e costituiscono LA SOLA FRONTIERA TERRESTRE DELL’EUROPA IN AFRICA. (Stefano Montefiori, da “il Corriere della Sera” del 18/6/2015)
BARRIERA DI CONFINE A MELILLA – Quando all’INIZIO degli ANNI NOVANTA la SPAGNA cominciò a costruire della BARRIERE CON FILO SPINATO ATTORNO A CEUTA E MELILLA, alte prima quattro poi sei metri, costo finale 30 milioni di euro, quella decisione sembrò una bizzarria della Storia, un anacronismo post-muro di Berlino giustificato dall’eccezionalità della situazione geografica: le due città, spagnole dal XV secolo, sorgono sulla costa mediterranea del Marocco, e costituiscono LA SOLA FRONTIERA TERRESTRE DELL’EUROPA IN AFRICA. (Stefano Montefiori, da “il Corriere della Sera” del 18/6/2015)

   Il Muro che sorgerà ora in Europa, in Ungheria, sarà, avvertono i portavoce del governo, un solido, robusto, invalicabile RETICOLATO ALTO 4 METRI. Lungo i 175 CHILOMETRI della frontiera TRA UNGHERIA E SERBIA.

il confine tra Ungheria e Serbia - Dopo il caso della Francia che ha chiuso il confine di Ventimiglia per bloccare l’accesso ai migranti e la scelta di Londra, che ha finanziato la costruzioni di barriere al porto di Calais, a innalzare un nuovo muro nel continente europeo è l’Ungheria, pronta a costruire una barriera al confine con la Serbia
il confine tra Ungheria e Serbia – Dopo il caso della Francia che ha chiuso il confine di Ventimiglia per bloccare l’accesso ai migranti e la scelta di Londra, che ha finanziato la costruzioni di barriere al porto di Calais, a innalzare un nuovo muro nel continente europeo è l’Ungheria, pronta a costruire una barriera al confine con la Serbia

   Non è solo un problema della nostra Europa in declino incapace di affrontare in altro modo il mondo che si sta muovendo: un muro di 70 chilometri (e barriere fino a 1.000 chilometri) lo troviamo tra gli Stati Uniti e il Messico, per respingere fisicamente la miseria, e anche dentro Israele, 700 chilometri di muro e barriere con la Cisgiordania per contrapporsi al “pericolo” palestinese.

   Ma quel che sta accadendo in Europa in questo momento, cioè del respingimento da parte dei paesi del centro-nord del continente (Francia in primis) dei migranti (e profughi) che arrivano con barconi sulle coste del sud dell’Italia, e cercano di avviarsi verso Francia, Germania, Svezia…, quel che accade ha poco a che vedere con una unitaria ed efficace politica di “presa in carico” e tentativo di soluzione del problema delle ondate di migrazione.

CALAIS - LA  SITUAZIONE DI SGOMBERI DI CAMPI ALL'APRILE 2015 (da www.hurriya.noblogs.org/) - IL NUOVO CONFINE DI CALAIS - LA GRAN BRETAGNA HA CONCLUSO CON LA FRANCIA UN ACCORDO per finanziare con 15 milioni di euro una palizzata che sta rendendo IL PORTO DI CALAIS INACCESSIBILE AI MIGRANTI
CALAIS – LA SITUAZIONE DI SGOMBERI DI CAMPI ALL’APRILE 2015 (da http://www.hurriya.noblogs.org/) – IL NUOVO CONFINE DI CALAIS – LA GRAN BRETAGNA HA CONCLUSO CON LA FRANCIA UN ACCORDO per finanziare con 15 milioni di euro una palizzata che sta rendendo IL PORTO DI CALAIS INACCESSIBILE AI MIGRANTI

   In questi mesi c’è un fortissimo aumento di chi deve scappare dalla guerra: sono 60 milioni di persone, una cifra impressionante, data dall’ONU, e naturalmente solo in minima parte si dirigono verso di noi, l’Europa, ma sono concentrati in particolare nei Paesi in via di sviluppo che, quest’ultimi, ospitano l’86% dei rifugiati. Cioè tutti quei paesi che accolgono profughi e hanno nei loro territori specie di confine campi profughi, e che sono appunto confinanti con paesi in guerra (come adesso il caso della Turchia con la vicina Siria e del consolidarsi lì dello stato dell’Isis).

IL PREMIER UNGHERESE VIKTOR ORBAN CHE ANNUNCIA LA COSTRUZIONE DEL MURO:  L’Ungheria, vista anche la effettiva facilità di passaggio degli immigrati dalla Serbia, si mette a costruire un Muro: che, secondo la volontà del governo ungherese sarà un solido, robusto, invalicabile RETICOLATO ALTO 4 METRI. Lungo i 175 CHILOMETRI della frontiera TRA UNGHERIA E SERBIA
IL PREMIER UNGHERESE VIKTOR ORBAN CHE ANNUNCIA LA COSTRUZIONE DEL MURO: L’Ungheria, vista anche la effettiva facilità di passaggio degli immigrati dalla Serbia, si mette a costruire un Muro: che, secondo la volontà del governo ungherese sarà un solido, robusto, invalicabile RETICOLATO ALTO 4 METRI. Lungo i 175 CHILOMETRI della frontiera TRA UNGHERIA E SERBIA

   Dice l’Onu che i profughi sparsi nel mondo rappresentano adesso il 24esimo stato più popoloso del pianeta: uno STATO SENZA CONFINI, fatto di rifugiati, o sfollati o richiedenti asilo, oppure apolidi per causa di forza maggiore e dei sopravvissuti in fuga; e di tutte queste cose a volte messe assieme.

   Nel caso del nostro vissuto, abbiamo profughi e migranti che arrivano al nord dell’Italia, e già qui è messo in atto un vero e proprio scaricabarile fra Regioni, sindaci, governi e capitali europee (una situazione schizofrenica: un mondo che non vuole migranti, non sa aiutarli e non può respingerli), dimenticando le innumerevoli tragedie del mare che ha vissuto e rischiato questo popolo di migranti, ha dovuto sopportare, e adesso, di fronte a queste persone, qualcosa si deve pur fare in modo dignitoso per loro (ma anche per noi).

I più colossali muri fisici sono quelli che cercano di DIFENDERE LE FRONTIERE ESTERNE DELL’UNIONE EUROPEA. Per esempio quello iniziato nel 2012 e ormai concluso, 12 CHILOMETRI DI BARRIERE E FILO SPINATO TRA LA CITTÀ GRECA NEA VYSSA E LA TURCA EDIRNE (Stefano Montefiori, da “il Corriere della Sera” del 18/6/2015)
I più colossali muri fisici sono quelli che cercano di DIFENDERE LE FRONTIERE ESTERNE DELL’UNIONE EUROPEA. Per esempio quello iniziato nel 2012 e ormai concluso, 12 CHILOMETRI DI BARRIERE E FILO SPINATO TRA LA CITTÀ GRECA NEA VYSSA E LA TURCA EDIRNE (Stefano Montefiori, da “il Corriere della Sera” del 18/6/2015)

   Pare invece crearsi già qui da noi un conflitto tra regioni ricche del Nord e regioni povere del Sud, senza considerare, oltretutto, che proprio il Sud sopporta il peso maggiore degli sbarchi quotidiani. Con situazioni che se non affrontate dalle autorità politiche con chiarezza porta a far sì che chiunque esprima una sua “soluzione”: rimandare subito queste persone arrivate nei propri Paesi di provenienza; chiedere che l’Onu intervenga con i caschi blu nell’Africa del nord per fermare la partenza dei barconi; ripartire i migranti tra i vari paesi europei (era la soluzione proposta circa un mese fa, delle cosiddette “quote” e sembrava accolta… invece…); far proseguire i migranti verso i Paesi con il Pil più alto o con la disoccupazione più bassa…tutte soluzioni una diversa dall’altra, contrapposte, nessuna sufficientemente seria da potersi realizzare.

   E, se capita di vedere, sentire, leggere i mass media, fa specie che i più arrabbiati dell’arrivo di queste persone sono i più poveri, i senza casa, i disoccupati senza reddito: preoccupazioni e insicurezze dei ceti più deboli (“a loro sì a me no…”) che mette in moto una tragica competizione su prestazioni e servizi. Questa si diffonde pian piano su tutta la popolazione, uno stato di disagio, che da vita a proposte di “soluzioni forti”, perentorie, come quella di “blocchiamo le frontiere”, respingiamo il “nemico”, il “diverso” che crea squilibrio, che non sappiamo dove mettere. Preoccupazioni serie, sicuramente, ma quando le soluzioni non sono chiare, mancano, le pulsioni “più facili” (mandiamoli via, a casa…) danno origine a quel fenomeno che vien chiamato POPULISMO che, storicamente, è causa di irrazionalità, violenze, guerre, razzismi espressi, realizzati in azioni violente.

muro-barriera a CEUTA, città spagnola in Marocco
muro-barriera a CEUTA, città spagnola in Marocco

   L’Europa che non riesce a gestire il fenomeno migratorio, non trovando soluzioni, che si affida solo ai RESPINGIMENTI, ai MURI, è pure un’Europa estremamente divisa al suo interno tra gli stati nazionali (nel momento di necessaria unità che ci vorrebbe), che si affida al “ciascuno fa per se”, al singolo stato nazionale che si salvaguarda.

   Ma adesso, nei giorni e mesi a seguire, il fenomeno migratorio incontrollato non può che aumentare (nonostante muri e respingimenti), e sempre troppo tardi ma necessariamente l’Europa (pur nei piccoli interessi di ciascuna nazione) dovrà avere più coraggio e dignità di quel che adesso sta miserevolmente esprimendo. (s.m.)

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IN GERMANIA IL DOPPIO DEI RIFUGIATI DELL’ITALIA

– I flussi in Ue. Nel 2014 Berlino ne ha riconosciuti 40mila, Roma 20mila – Tra i primi 10 anche Svezia (30mila) e Francia (14mila) –

di Marco Ludovico, da “il Sole 24ore” del 17/6/2015

   Lo scenario europeo dei flussi di rifugiati racconta un’Europa un po’ meno disattenta all’immigrazione di come invece appare. Continua a leggere