LE GRANDI OPERE: poco efficienti, a volte inutili e solo dannose all’ambiente, spesso origine di corruzione (l’Alta velocità, il Mose, autostrade vuote…) – IN MEMORIA DI IVAN CICCONI, esperto di lavori pubblici, scopritore di appalti non trasparenti e meccanismi nascosti che hanno portato al disastro delle infrastrutture italiane

IVAN CICCONI - "Con sgomento abbiamo appreso che sabato 18 febbraio è venuto a mancare l’amico Ivan Cicconi. Tutti quelli che negli ultimi decenni hanno lavorato per opporsi al triste fenomeno delle grandi opere inutili e al conseguente furto di risorse pubbliche hanno un debito impagabile nei suoi confronti. Ivan Cicconi è stato uno dei principali esperti di lavori pubblici e come tale ha studiato gli anfratti più nascosti dei meccanismi che hanno portato alla situazione disastrosa delle infrastrutture e degli appalti in Italia. Il suo grande merito è stato quello di rendere pubbliche le sue ricerche, di mettere a disposizione dei numerosissimi gruppi ambientalisti e in difesa del territorio le sue analisi, aprendo una finestra sul disastro che si annida nel perverso intreccio politico-economico dietro le grandi opere.. Tutti quelli che lottano contro la profonda involuzione del sistema politico in cui viviamo hanno un debito di gratitudine enorme nei confronti di Ivan Cicconi; fu lui che denunciò l’immane imbroglio alla base del sistema TAV, sistema che poi è diventato il modello dei tanti disastri che affliggono l’Italia. Fu Ivan che dette strumenti per capire quello che era iniziato e che si è enormemente sviluppato negli anni. Se ci sono ancora anticorpi nel nostro paese lo si deve molto anche ad Ivan Cicconi." (da di Comitato No Tunnel TAV Firenze 20/2/2017)
IVAN CICCONI – “Con sgomento abbiamo appreso che sabato 18 febbraio è venuto a mancare l’amico Ivan Cicconi. Tutti quelli che negli ultimi decenni hanno lavorato per opporsi al triste fenomeno delle grandi opere inutili e al conseguente furto di risorse pubbliche hanno un debito impagabile nei suoi confronti.
Ivan Cicconi è stato uno dei principali esperti di lavori pubblici e come tale ha studiato gli anfratti più nascosti dei meccanismi che hanno portato alla situazione disastrosa delle infrastrutture e degli appalti in Italia.
Il suo grande merito è stato quello di rendere pubbliche le sue ricerche, di mettere a disposizione dei numerosissimi gruppi ambientalisti e in difesa del territorio le sue analisi, aprendo una finestra sul disastro che si annida nel perverso intreccio politico-economico dietro le grandi opere..
Tutti quelli che lottano contro la profonda involuzione del sistema politico in cui viviamo hanno un debito di gratitudine enorme nei confronti di Ivan Cicconi; fu lui che denunciò l’immane imbroglio alla base del sistema TAV, sistema che poi è diventato il modello dei tanti disastri che affliggono l’Italia. Fu Ivan che dette strumenti per capire quello che era iniziato e che si è enormemente sviluppato negli anni.
Se ci sono ancora anticorpi nel nostro paese lo si deve molto anche ad Ivan Cicconi.” (Comitato No Tunnel TAV Firenze 20/2/2017)

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“(…) Secondo uno studio della Banca d’Italia del 2012 negli ultimi tre decenni LA SPESA PUBBLICA PER INVESTIMENTI ITALIANA È STATA SUPERIORE A QUELLA DI FRANCIA, GERMANIA E REGNO UNITO. Tra il 1980 e il 2010 la spesa in Italia è stata pari al 2,6% del Pil inferiore a quella francese 3,1% ma superiore a quella di Germania 2,2% e del Regno Unito 1,8%. IL DIVARIO IN TERMINI DI DOTAZIONE FISICA DI INFRASTRUTTURE NON PUÒ ESSERE RICONDOTTO ALLA INADEGUATEZZA DELLE RISORSE FINANZIARIE, quanto all’ESISTENZA DI AMPI MARGINI DI MIGLIORAMENTO NEL LORO UTILIZZO. (…) Ecco alcuni esempi di scarso utilizzo di importanti e costosissime infrastrutture dei trasporti già realizzate. L’alta velocità Torino-Milano ha una capacità di 300 treni/giorno, ma se ne effettuano solo 24 e scarsamente utilizzati pure quelli. Il Passante autostradale di Mestre ha una capacità di 120 mila veicoli giorno ma ne transitano solo 25mila. Malpensa ha una capacità di 40 milioni di passeggeri anno, ma ne transitano 18 milioni. PESANO SULLE INFRASTRUTTURE I DIFFUSI FENOMENI DI ILLEGALITÀ, i difetti di programmazione e l’inefficienza delle procedure di selezione dei progetti, di affidamento dei lavori (addirittura senza gara per l’Alta velocità ferroviaria) e di monitoraggio della loro esecuzione. Se non si superano le vecchie logiche clientelari non basteranno le indicazioni di dell’Autorità guidata da Raffaele Cantone. LE PROPOSTE DI INVESTIMENTO NON SONO SOTTOPOSTE A VALUTAZIONI COMPARATIVE. Si continua a puntare su un settore maturo come quello delle opere civili con limitate ricadute tecnologiche e modesti effetti occupazionali per unità di spesa (…) (Dario Ballotta, da “Il Fatto Quotidiano”)

IL MOSE DI VENEZIA PROGETTO FALLITO PRIMA DI ESSERE UTILIZZATO
IL MOSE DI VENEZIA PROGETTO FALLITO PRIMA DI ESSERE UTILIZZATO

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IVAN CICCONI, PERDIAMO CHI PRIMA DI TUTTI CAPÌ CHE IL TAV ERA SOLO UN AFFARE

di Fabio Balocco, da “Il fatto Quotidiano” del 20/2/2017

   Ivan Cicconi ha dato un contributo importante anche alla lotta No Tav, scrivendo, tra gli altri, Il libro nero dell’alta velocità (titolo originario “Ladri di tutto ad alta velocità”), in cui analizza per filo e per segno tutti i legami fra politica ed affari che hanno portato alla realizzazione della più imponente opera pubblica in Italia, un affare, quando nacque, nel lontano ormai 1991, pari a 30.000 miliardi di lire, considerando solo le tratte Milano-Napoli e Torino-Venezia. Un’operazione che da un lato ha gettato a mare una tecnologia trasportistica come quella del pendolino, che tutto il mondo ci invidiava, e dall’altro ha contribuito ad aprire una voragine nei conti pubblici dello Stato, che tuttora brucia. Questo senza contare i disastri ambientali che ha prodotto (Mugello su tutti) e sta producendo (Torino-Lione e Terzo valico). Tutti d’accordo i partiti con poche eccezioni personali. Una su tutte Luigi Preti, esponente socialdemocratico che così scriveva nell’anno 1992 a Beniamino Andreatta, all’epoca responsabile economico della Democrazia Cristiana: “Tu sei un uomo di grande onestà ed economista di grande valore. La Democrazia Cristiana ne deve tenere conto se vuole evitare che il progetto dell’alta velocità si realizzi sul serio e si dia poi colpa al tuo partito dopo la catastrofe”.

   Legame fra politica ed affari che giustifica la realizzazione dell’opera e giustifica altresì l’enorme lievitare dei costi dell’opera in corso di realizzazione. Come ricordava Sergio Rizzo sul Corriere della Sera nel 2008: “Il costo a chilometro è salito a 44 milioni di euro… Domanda inevitabile: e negli altri Paesi? In Spagna, dove nel 1992 c’erano già operativi 460 chilometri di linea, il costo medio è di 15 milioni di euro a chilometro. In Francia, dove il primo tratto ad alta velocità fu inaugurato nel 1983, il costo medio è invece di 13 milioni a chilometro”.

   È chiaro poi che nel momento in cui un governo fa la scelta di realizzare l’alta velocità, come qualsiasi altra opera definita (ma non lo è) di “pubblica utilità”, per foraggiare i soliti noti (che siano grandi imprese private o cooperative rosse non importa) decide contemporaneamente di risparmiare o di tagliare altrove, che può essere riassetto idrogeologico, sanità, istruzione, ricerca.

   Ivan Cicconi invitava in proposito a ripensare addirittura come dovrebbe essere una democrazia, un “governo del popolo”: in mano a questi partiti? “Senza la definizione di regole per la formazione e la gestione dei partiti, qualsiasi riforma elettorale che metta mano alle regole del consenso, o qualsiasi riforma della pubblica amministrazione che detti regole per i tecnici, i politici e i rapporti coi privati, consegnerebbe comunque il governo dei processi a questi partiti indefiniti, che – dentro e grazie al trionfante modello Tav – sono diventati, strutturalmente, catalizzatori di illegalità e ladri di risorse, ladri di democrazia e ladri di futuro: appunto, ladri di tutto”.

   Ma se i partiti sono colpevoli, anche noi uomini della strada abbiamo le nostre responsabilità: nel momento in cui vogliamo l’Expo, o lo stadio della Roma, oppure non ci indigniamo per l’ennesima nuova autostrada, o per la riproposizione del Ponte sullo Stretto, anche noi siamo colpevoli. “Per quanto voi vi crediate assolti siete lo stesso coinvolti”. (Fabio Balocco)

Progetto TAV Torino Lione
Progetto TAV Torino Lione

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IL LIBRO NERO DELLA TAV – DI IVAN CICCONI

Capitolo 1: La madre di tutte le bugie

di Ivan Cicconi, 10 settembre 2011 (INTRODUZIONE)

Le pagine che seguono non hanno alcuna pretesa di delineare nuovi scenari della corruzione in Italia a cavallo del xx secolo, dentro il percorso: opere pubbliche, esigenza di modernizzazione e politica. Si propongono soltanto di chiarire le architetture, nuove, messe in atto nel nostro Paese, in modo particolare legate al Progetto di Alta Velocità e qualcos’altro intorno.

Dal racconto emerge la conferma dell’attualità della storica espressione di Ernesto Rossi, forse con la necessità di riconsiderare la parola profitti (privatizzazione dei profitti) per declinarla verso la meno nobile ‘affari’, se non ‘rapine’.

Il 19 febbraio scorso è morto Ivan Cicconi. CHI ERA CICCONI - Cicconi è stato direttore dell’Associazione Nazionale Itaca, Istituto per la Trasparenza degli Appalti e la Compatibilità Ambientale, organo tecnico della Conferenza dei Presidenti delle Regioni e Province autonome. Dal 2010 è stato consulente della Comunità Montana Valdisusa-Valsangone per il progetto TAV/TAC Torino-Lione. Dal 2013 è stato Membro del Comitato regionale per la trasparenza degli appalti e la sicurezza nei cantieri della Regione Lombardia.
Il 19 febbraio scorso è morto Ivan Cicconi. CHI ERA CICCONI – Cicconi è stato direttore dell’Associazione Nazionale Itaca, Istituto per la Trasparenza degli Appalti e la Compatibilità Ambientale, organo tecnico della Conferenza dei Presidenti delle Regioni e Province autonome. Dal 2010 è stato consulente della Comunità Montana Valdisusa-Valsangone per il progetto TAV/TAC Torino-Lione. Dal 2013 è stato Membro del Comitato regionale per la trasparenza degli appalti e la sicurezza nei cantieri della Regione Lombardia.

Il racconto è duro, forse aspro, ma non disperante. è un racconto che invita a guardare la realtà molto grigia che troppo spesso nasce e cresce intorno ai palazzi del potere politico nel rapporto con le grandi imprese e le grandi opere. Sono pagine certamente di verità, dalla quale non si può prescindere pensando alle immense difficoltà che comporterà un progetto di onesto risanamento della vita economica, sociale, politica del nostro Paese. Non dovrebbero favorire pulsioni moralistiche, piuttosto sollecitare quella presa di coscienza che ogni limite, in materia, si sia consumato e che dunque occorra una condanna radicale e definitiva. è anche una sorta di auspicio affinché quanti avranno la responsabilità di governo, nel settore, attingano a quelle residue energie sane ancora presenti nella pubblica amministrazione; stringano rapporti con quanti, tecnici e imprese, abbiano dato segni di competenza ed estraneità al malaffare; mettano cioè in essere processi virtuosi caratterizzati dalla trasparenza.

Percorsi non certo facili, lascia intendere questo scritto, oltretutto neanche sufficienti, se non si avrà l’intelligenza e il buon senso di guardare con serena obbiettività ad alcuni movimenti di popolo, come quello della Val Susa e non solo. Questo fenomeno dei cosiddetti No-Tav, in un certo senso, rappresenta un paradigma dell’Italia di questa fase che non si è contrapposto alla modernizzazione, come si è ostinatamente cercato di far apparire, ma ha, anzi, rappresentato e rappresenta un modello da cui non si dovrebbe prescindere. Infatti, esaltando le fondamenta della democrazia, ha fatto emergere – forse non poteva essere disgiunto – competenze e culture tecniche elevate, apparse ancora più grandi di fronte all’insipienza, la superficialità, la grossolanità delle competenze espresse dalle istituzioni.

Con il progetto dell’Alta Velocità messo in campo, dicono queste pagine, non si è portata avanti alcuna modernizzazione, anzi si sono prodotti danni seri, si sono distrutte alcune imprese espressione dell’eccellenza tecnica italiana e si è rafforzata quella corruzione che certamente connota la gran parte dei paesi, ma che vede il nostro ancora all’avanguardia nella costruzione di sempre nuovi e sofisticati percorsi essenzialmente finalizzati alla ben nota ‘socializzazione delle perdite’.

Queste pagine prendono la luce, quando i rumori sempre più assordanti del declino del mondo cosiddetto sviluppato ci stordiscono, mentre i problemi di bilancio, e non solo, nel paese rendono sempre più incerto il nostro futuro. Eppure, soltanto sul finire del secolo scorso, meno di venti anni fa, l’idea che ormai si fosse alla fine della storia era una certezza biblica; mentre sino ad un anno fa, forse meno, nel nostro paese, oggi in subbuglio come non mai, ogni segno di crisi veniva negato dagli allegri governanti. La forza della concreta realtà economica e sociale nel mondo ha costretto tutte le accademie a riaprire le pagine della storia, mentre queste pagine, mille volte più modeste, disveleranno a molti un dato nascosto nelle pieghe della contabilità dello Stato: alla voragine del nostro debito pubblico noto vanno aggiunti i debiti per miliardi e miliardi di euro occultati nei bilanci delle Spa pubbliche e nei Proiect financing modello Alta Velocità. è banale dire che solo se guarderà in faccia alla realtà economicofinanziaria per quella che è, il nostro paese potrà trovare la forza per uscire dalla crisi che ormai più nessuno è in grado di nascondere. (Ivan Cicconi)

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I PROJECT FINANCING: NELL’INTERESSE DI CHI?

Ivan Cicconi: slide sul PROJECT FINANCING (a proposito di un convegno di 10 anni fa sulla “Superstrada Pedemontana Veneta”: clicca qui per vedere le slide di Ivan Cicconi sulla logica del Project Financing: http://slideplayer.it/slide/954866/
Ivan Cicconi: slide sul PROJECT FINANCING (a proposito di un convegno di 10 anni fa sulla “Superstrada Pedemontana Veneta”. Clicca qui per vedere le slide di Ivan Cicconi sulla logica del Project Financing:
http://slideplayer.it/slide/954866/

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LA MADRE DI TUTTE LE BUGIE, cui IVAN CICCONI dedica il primo capitolo del suo “IL LIBRO NERO DELL’ALTA VELOCITÀ” (leggi) è quella secondo la quale con la raffinata tecnica finanziaria del project financing le grandi opere pubbliche si possono costruire con pochi oneri per lo Stato, e le spese a carico dei capitali privati che vengono ripagati dai proventi per l’utilizzo delle opere stesse. (da “Il Fatto Quotidiano”)

TERZO VALICO DI GIOVI, in Liguria e ALTA VELOCITA' - Opera da 6,2 miliardi: il 26 ottobre 2016 ci sono stati 14-arresti per corruzione e concussione
TERZO VALICO DI GIOVI, in Liguria e ALTA VELOCITA’ – Opera da 6,2 miliardi: il 26 ottobre 2016 ci sono stati 14-arresti per corruzione e concussione

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LA TRUFFA DELL’ALTA VELOCITA’

di IVAN CICCONI, 13/3/2012

dal Blog di Beppe Grillo

– Il Passaparola di Ivan Cicconi, direttore di Itaca, Istituto nazionale per la trasparenza degli appalti e la compatibilità ambientale – I debiti privati dentro il debito pubblico –

   Ciao a tutti gli amici del blog di Beppe Grillo, sono Ivan Cicconi, un esperto di appalti, infrastrutture e opere pubbliche e attualmente sono direttore di Itaca, l’istituto nazionale per la trasparenza degli appalti e la compatibilità ambientale con soci tutte le regioni italiane.

   Mi occupo di alta velocità da molti anni, a partire dal 1993 quando il 17 febbraio del 1993 ricevetti una lettera di Luigi Preti, una colonna della Prima Repubblica all’epoca Presidente onorario del Partito Socialista Democratico Italiano. Era una lettera molto breve di 4/5 righe, con la quale mi diceva “Egregio ingegnere ho letto alcune dichiarazioni sull’alta velocità, sono perfettamente d’accordo con lei, le allego per sua opportuna conoscenza, due lettere riservate personali che ho inviato nei giorni scorsi”.

   Guardo queste lettere, due lettere di 4/5 cartelle cadauno molto fitte, la prima indirizzata a Beniamino Andreatta all’epoca responsabile economico della Democrazia Cristiana, la seconda al ministro all’epoca del bilancio Franco Reviglio. Inizio a leggere e rimango semplicemente basito, ricevere una lettera di un socialdemocratico, un nemico del popolo per la mia formazione politica, che scriveva che l’alta velocità era una truffa, che Lorenzo Necci distribuiva prebende a tutti, che tutti prendevano i soldi da Susanna Agnelli a diversi personaggi citati nella lettera e si appellava a Beniamino Andreatta dicendo: “Fermate questa grande opera perché è una truffa con la quale spenderemo decine di migliaia di miliardi di vecchie lire che cadranno sulla testa dei nostri figli e dei nostri nipoti”.

   Il mio approfondimento comincia qui, e mi sono messo ad approfondire ancor di più l’architettura contrattuale e finanziaria di questa grande opera, e ne deduco che è esattamente una truffa che purtroppo è stata attestata, acclarata dall’Unione Europea e dalla Corte dei Conti con una relazione del 2008, con un ritardo di circa 20 anni, perché Luigi Preti oltre a avere inviato al sottoscritto queste due lettere che per la prima volta ho deciso di pubblicare con l’ultimo mio libro, “Il Libro nero dell’alta velocità” scaricabile on line sul sito del Fatto Quotidiano, ha inviato queste lettere a centinaia di personaggi politici.

Ivan Cicconi a un convegno NO TAV nel 2011
Ivan Cicconi a un convegno NO TAV nel 2011

   Queste stesse lettere le hanno ricevute Prodi, D’Alema, Berlusconi, tutti i Presidenti del Consiglio che si sono succeduti dall’inizio degli anni 90 a oggi su quella poltrona, le hanno ricevute tutti i ministri dei Trasporti che si sono succeduti a questo dicastero e l’hanno ricevuto decine e decine di deputati e senatori, purtroppo è stato ignorato… Continua a leggere

L’EUROPA che si preoccupa delle imminenti ELEZIONI IN FRANCIA: cosa accadrà se i francesi lasciano l’Unione Europea? – Il clima sociale e politico difficile in Francia unifica e fa condividere le paure e le speranze di noi europei: ancora una volta, dopo gli atti di terrorismo a Parigi e Nizza: “SIAMO TUTTI FRANCESI”

LA CORSA ALL'ELISEO - La data del primo turno delle elezioni presidenziali francesi cade domenica 23 aprile 2017. Se nessun candidato alla presidenza francese avrà conquistato il 50% +1 delle preferenze espresse, allora sarà necessaria la data del secondo turno delle elezioni - domenica 7 maggio 2017 - LA FRANCIA È UNA REPUBBLICA SEMIPRESIDENZIALE in quanto è guidata dal CAPO DELLO STATO e dal CAPO DEL GOVERNO, cioè dal PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA e dal PRIMO MINISTRO; i poteri delle due figure istituzionali sono divisi in modo molto chiaro, infatti AL CAPO DELLO STATO È AFFIDATA LA POLITICA ESTERA, mentre IL PRIMO MINISTRO SI OCCUPA DELLA POLITICA INTERNA; il Presidente della Repubblica, inoltre, presiede le riunioni del Consiglio dei Ministri. Ed è per questo motivo che il semipresidenzialismo, avendo una natura bicefala (due teste), viene definito una forma di governo duale. In base ad una RIFORMA RECENTE, I DUE INCARICHI SONO ENTRAMBI QUINQUENNALI, anche se le elezioni restano distinte e separate.
LA CORSA ALL’ELISEO – La data del primo turno delle elezioni presidenziali francesi cade domenica 23 aprile 2017. Se nessun candidato alla presidenza francese avrà conquistato il 50% +1 delle preferenze espresse, allora sarà necessaria la data del secondo turno delle elezioni – domenica 7 maggio 2017 – LA FRANCIA È UNA REPUBBLICA SEMIPRESIDENZIALE in quanto è guidata dal CAPO DELLO STATO e dal CAPO DEL GOVERNO, cioè dal PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA e dal PRIMO MINISTRO; i poteri delle due figure istituzionali sono divisi in modo molto chiaro, infatti AL CAPO DELLO STATO È AFFIDATA LA POLITICA ESTERA, mentre IL PRIMO MINISTRO SI OCCUPA DELLA POLITICA INTERNA; il Presidente della Repubblica, inoltre, presiede le riunioni del Consiglio dei Ministri. Ed è per questo motivo che il semipresidenzialismo, avendo una natura bicefala (due teste), viene definito una forma di governo duale. In base ad una RIFORMA RECENTE, I DUE INCARICHI SONO ENTRAMBI QUINQUENNALI, anche se le elezioni restano distinte e separate.

   La Francia farà cessare l’Europa, cioè la moneta unica (l’euro) ma anche l’Unione Europea? E’ probabile se i francesi alle elezioni (per la nomina del nuovo presidente della repubblica) i prossimi 23 aprile (primo turno) e 7 maggio (ballottaggio tra i primi due candidati), voterà come presidente Marine Le Pen. Anche se, dicono i sondaggi, dovrebbe essere improbabile: cioè la candidata dell’ultra destra vincerà sicuramente il primo turno, ma perderà al ballottaggio. Ma quando mai i sondaggi hanno indovinato negli ultimi tempi di imprevedibilità di un elettorato (globale) arrabbiato dalla crisi, impoverito e “disposto a tutto”? (la Brexit in Gran Bretagna e l’elezione di Trump negli Usa lo dimostrano…).

HOLLANDE VISITA THEO - L’APPELLO DI THEO – PARIGI. Il caso del giovane picchiato e sodomizzato con il manganello da una pattuglia di quattro agenti della Police Nationale a Parigi il 5 febbraio scorso, continua a infiammare la Francia. «STOP ALLA GUERRA IN BANLIEUE»: l’appello di Theo ha solo in parte contribuito a placare la RABBIA DELLE PERIFERIE PARIGINE. Per quattro notti consecutiva è continuata la guerriglia, dopo gli incidenti e le accuse di violenza alla polizia nei confronti de ventiduenne di AULNAY-SOUS-BOIS, cittadina nel nord di Parigi. «Amo la mia città, vorrei ritrovarla come l’ho lasciata», aveva chiesto ai concittadini, nell’appello dal suo letto d’ospedale. Ma in diversi comuni limitrofi della Seine-Saint-Denis ci sono stati ancora disordini, con lanci di bottiglie incendiarie, cassonetti e auto dati alle fiamme. (…) Dopo la VISITA A SORPRESA DEL PRESIDENTE HOLLANDE AL CAPEZZALE DELLA VITTIMA col volto ancora tumefatto, il premier Bernard Cazeneuve ha rivolto un nuovo messaggio di vicinanza: «A nome del governo voglio rivolgere a questo ragazzo, attualmente nel suo letto d’ospedale, il nostro profondo rispetto e la nostra solidarietà». Un riferimento, in particolare, all’appello alla calma lanciato dalla vittima alle periferie. Parole - le ha definite Cazeneuve in Parlamento - di «grande responsabilità e dignità che hanno una forza repubblicana» e che meritano il plauso della nazione. «Non si possono tollerare violenze da parte della polizia», ha poi concluso il premier, incassando l’applauso dei deputati all’Assemblée Nationale. A MENO DI TRE MESI DAL VOTO PER L’ELISEO, TUTTA LA CLASSE POLITICA, A ECCEZIONE DI MARINE LE PEN (candidata Front National), CHIEDE PUNIZIONI ESEMPLARI CONTRO I QUATTRO POLIZIOTTI, di cui uno indagato per stupro e gli altri tre per violenze di gruppo. (Paolo Levi, “La Stampa”, 9/2/2017)
HOLLANDE VISITA THEO – L’APPELLO DI THEO – PARIGI. Il caso del giovane picchiato e sodomizzato con il manganello da una pattuglia di quattro agenti della Police Nationale a Parigi il 5 febbraio scorso, continua a infiammare la Francia. «STOP ALLA GUERRA IN BANLIEUE»: l’appello di Theo ha solo in parte contribuito a placare la RABBIA DELLE PERIFERIE PARIGINE. Per quattro notti consecutiva è continuata la guerriglia, dopo gli incidenti e le accuse di violenza alla polizia nei confronti de ventiduenne di AULNAY-SOUS-BOIS, cittadina nel nord di Parigi. «Amo la mia città, vorrei ritrovarla come l’ho lasciata», aveva chiesto ai concittadini, nell’appello dal suo letto d’ospedale. Ma in diversi comuni limitrofi della Seine-Saint-Denis ci sono stati ancora disordini, con lanci di bottiglie incendiarie, cassonetti e auto dati alle fiamme. (…) Dopo la VISITA A SORPRESA DEL PRESIDENTE HOLLANDE AL CAPEZZALE DELLA VITTIMA col volto ancora tumefatto, il premier Bernard Cazeneuve ha rivolto un nuovo messaggio di vicinanza: «A nome del governo voglio rivolgere a questo ragazzo, attualmente nel suo letto d’ospedale, il nostro profondo rispetto e la nostra solidarietà». Un riferimento, in particolare, all’appello alla calma lanciato dalla vittima alle periferie. Parole – le ha definite Cazeneuve in Parlamento – di «grande responsabilità e dignità che hanno una forza repubblicana» e che meritano il plauso della nazione. «Non si possono tollerare violenze da parte della polizia», ha poi concluso il premier, incassando l’applauso dei deputati all’Assemblée Nationale. A MENO DI TRE MESI DAL VOTO PER L’ELISEO, TUTTA LA CLASSE POLITICA, A ECCEZIONE DI MARINE LE PEN (candidata Front National), CHIEDE PUNIZIONI ESEMPLARI CONTRO I QUATTRO POLIZIOTTI, di cui uno indagato per stupro e gli altri tre per violenze di gruppo. (Paolo Levi, “La Stampa”, 9/2/2017)

   Gli scontri nella banlieue (periferia) di Parigi che ci sono stati, seguiti alle violenze della polizia del 5 febbraio scorso su un giovane francese (di provenienza africana), questi scontri accendono ancora di più una latente tensione (e preoccupazione di come andranno a finire le elezioni presidenziali.

La protesta delle donne nella banlieue parigina dopo le violenze della polizia del 5 febbraio scorso
La protesta delle donne nella banlieue parigina dopo le violenze della polizia del 5 febbraio scorso

   La non impossibile vittoria della Le Pen (anche al secondo turno) fa capire la necessità di trovare modi di azione democratica, popolare, per sconfiggere forze che ci stanno portando verso “chiusure” di ogni genere (economiche, culturali, xenofobe..). Pare avverarsi la profezia di un “Medioevo prossimo venturo” di cui si paventava alcuni decenni fa. Ciò fa credere e fa pensare che forse esistono forme di “resistenza” e di “proposta positiva” perché questo non accada.

12 febbraio 2017 - FRANCIA, CASO THEO: SCONTRI NELLA NOTTE NELLA BANLIEUE PARIGINA - Vetrine rotte, gas lacrimogeni, cassonetti in fiamme. Nella notte a Bobigny, periferia di Parigi, la manifestazione organizzata per chiedere "giustizia per Theo", è degenerata in gravi incidenti. I manifestanti, circa 2000 quasi tutti giovanissimi, erano riuniti davanti al tribunale di Bobigny, protetto da un impressionante dispiegamento di forze dell'ordine. Theo è il ragazzo di colore di 22 anni, picchiato e sodomizzato dalla polizia durante alcuni controlli il 2 febbraio scorso, e ancora ricoverato in ospedale. Lui e la sua famiglia avevano lanciato nei giorni scorsi un invito alla calma (Repubblica.it)
12 febbraio 2017 – FRANCIA, CASO THEO: SCONTRI NELLA NOTTE NELLA BANLIEUE PARIGINA – Vetrine rotte, gas lacrimogeni, cassonetti in fiamme. Nella notte a Bobigny, periferia di Parigi, la manifestazione organizzata per chiedere “giustizia per Theo”, è degenerata in gravi incidenti. I manifestanti, circa 2000 quasi tutti giovanissimi, erano riuniti davanti al tribunale di Bobigny, protetto da un impressionante dispiegamento di forze dell’ordine. Theo è il ragazzo di colore di 22 anni, picchiato e sodomizzato dalla polizia durante alcuni controlli il 2 febbraio scorso, e ancora ricoverato in ospedale. Lui e la sua famiglia avevano lanciato nei giorni scorsi un invito alla calma (Repubblica.it)

   Ora, nell’imminenza delle elezioni francesi che così direttamente potranno incidere sulla nostra vita, ci sentiamo vicini a quel che accade lì, dichiarando che “siamo francesi” nel senso più alto che quel popolo storicamente ha potuto dimostrare, partendo dai principi di “Liberté, Égalité, Fraternité”. (s.m.)

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MARINE LE PEN prossimo presidente francese? – “(…) L’esplosivo programma annunciato dalla Le Pen per la corsa all’Eliseo prevede, se vince la fiducia dei francesi, a fine aprile e al ballottaggio la prima domenica di maggio, la Le Pen: basta euro, basta Nato, referendum in cui chiede uscita da Ue, fine del mercato unico, tasse sui lavoratori stranieri, tasse su imprese francesi e straniere che detengono capitali all’estero, fine dell’indipendenza della Banca di Francia, che tornerebbe a prendere ordini dal Tesoro e a monetizzare il debito pubblico transalpino. (…) Certo, i sondaggi francesi oggi pongono la Le Pen in testa al primo turno ma largamente soccombente al secondo rispetto a EMANUEL MACRON, l’europeista riformatore di centro ma senza partito (…) Ma quei sondaggi sono costruiti su serie storiche che non inglobano precedenti analoghi al terremoto francese in corso, e potrebbero riservare nuove enormi sorprese, come nel caso di Brexit e Trump. In ogni caso, chiunque vinca dei due non sembra poter poi contare su un governo in grado di attuarne il programma.(…)” (Oscar Giannino, “Il Mattino”, 8/2/2017)
MARINE LE PEN prossimo presidente francese? – “(…) L’esplosivo programma annunciato dalla Le Pen per la corsa all’Eliseo prevede, se vince la fiducia dei francesi, a fine aprile e al ballottaggio la prima domenica di maggio, la Le Pen: basta euro, basta Nato, referendum in cui chiede uscita da Ue, fine del mercato unico, tasse sui lavoratori stranieri, tasse su imprese francesi e straniere che detengono capitali all’estero, fine dell’indipendenza della Banca di Francia, che tornerebbe a prendere ordini dal Tesoro e a monetizzare il debito pubblico transalpino. (…) Certo, i sondaggi francesi oggi pongono la Le Pen in testa al primo turno ma largamente soccombente al secondo rispetto a EMANUEL MACRON, l’europeista riformatore di centro ma senza partito (…) Ma quei sondaggi sono costruiti su serie storiche che non inglobano precedenti analoghi al terremoto francese in corso, e potrebbero riservare nuove enormi sorprese, come nel caso di Brexit e Trump. In ogni caso, chiunque vinca dei due non sembra poter poi contare su un governo in grado di attuarne il programma.(…)” (Oscar Giannino, “Il Mattino”, 8/2/2017)

L’EUROPA SI GIOCA A PARIGI

di Gigi Riva, da “L’ESPRESSO” del 12/2/2017

– L’Europa si gioca a Parigi. L’Unione può resistere alla Brexit, a Orbán e ai nazionalisti dei Paesi Bassi. Ma se vince Le Pen, è finita –

   Più per esorcismo che per convinzione si diceva: può finire l’Europa. In fondo non lo si pensava. Ora che i barbari sono alle porte, l’ipotesi assume le sembianze concrete di una signora bionda che ha ingentilito i modi passando dal nero della sua eredità politica al “bleu”.Il ” bleu Marine Le Pen”, per autodefinizione.

Così, in un’inversione di senso delle parole, il governatore della Bce Mario Draghi proclama l’euro «irrevocabile» proprio perché sente concreta la minaccia della revocabilità. E simbolicamente il Continente rischia di andare in frantumi a 25 anni esatti da quella firma storica del trattato di Maastricht (7 febbraio 1992).

   L’Europa può sopportare la Brexit, reggere l’uscita dell’Olanda se Geert Wilders vincerà le elezioni di marzo o dell’Ungheria se il suo padre-padrone Viktor Orbán deciderà lo strappo. Ma certo non può fare a meno della Francia, Paese fondatore, con la Germania polo dell’asse che l’ha retta per conciliazione e come risarcimento dei lutti procurati simbolicamente dalla linea del fiume Reno.

   I destini comuni sono dunque nelle mani della nazione più sciovinista, quella che bocciò per referendum nel 2005, e di fatto affossandola, la Costituzione europea in difesa di una sempre rivendicata sovranità.

Marine Le Pen, se a maggio approderà all’Eliseo, vuole uscire dal comando unificato della Nato e poco spaventa: c’è il precedente del generale de Gaulle che nel 1966 fece altrettanto. Soprattutto vuole tornare al franco e lasciare Bruxelles.

   Se i mercati entrano in fibrillazione e lo spread s’impenna è perché l’ipotesi non appartiene al periodo ipotetico dell’irrealtà. E difficile, non impossibile.

   I suoi avversari sembrano impegnati in una gara a perdere. L’ex temibile campione della destra tradizionale, François Fillon, si è incartato nella poco edificante vicenda dei fondi pubblici regalati a moglie e figli. II socialista Benoît Hamon non è detto arrivi al ballottaggio, dovrà dividere i voti di sinistra col tribuno Jean-Luc Mélenchon.

   II giovane Emmanuel Macron dovrà dimostrare che esiste un centro in un Paese che non l’ha mai avuto perché fortemente bipolare per tradizione e meccanismi istituzionali, mentre si trova a fronteggiare anche una strisciante e vergognosa campagna sulle sue attitudini sessuali.

   Anche stavolta Parigi val bene una messa. Non sappiamo se di de profundis o di resurrezione dell’Europa. (Gigi Riva)

EMMANUEL MACRON, prossimo presidente francese? - Giovane, trentanovenne, è stato il ministro dell’Economia più giovane della storia francese; non appartiene a nessuno degli esistenti schieramenti politici (pur essendo nominalmente di sinistra, ha rifiutato di partecipare alle primarie del Partito Socialista definendole “questioni tribali”); è competente in economia e affascina molto i liberisti (oltre ai due anni come ministro Macron vanta anche una brillante carriera come banchiere d’affari presso il prestigioso gruppo Rothschild) ed è un uomo che segue il proprio cuore (in riferimento alla sua tanto celebrata storia di amore che l’ha portato, sedicenne, a lasciare la famiglia per stare con la sua professoressa di liceo, di venti anni più grande di lui, assieme alla quale continua ad apparire sulle copertine dei tabloid). Un personaggio alquanto atipico, che affascina molto ma allo stesso tempo preoccupa, data la già incerta situazione politica del paese.(…) (Stefano Carpentieri, 9/2/2017, www.treccani.it/m)
EMMANUEL MACRON, prossimo presidente francese? – Giovane, trentanovenne, è stato il ministro dell’Economia più giovane della storia francese; non appartiene a nessuno degli esistenti schieramenti politici (pur essendo nominalmente di sinistra, ha rifiutato di partecipare alle primarie del Partito Socialista definendole “questioni tribali”); è competente in economia e affascina molto i liberisti (oltre ai due anni come ministro Macron vanta anche una brillante carriera come banchiere d’affari presso il prestigioso gruppo Rothschild) ed è un uomo che segue il proprio cuore (in riferimento alla sua tanto celebrata storia di amore che l’ha portato, sedicenne, a lasciare la famiglia per stare con la sua professoressa di liceo, di venti anni più grande di lui, assieme alla quale continua ad apparire sulle copertine dei tabloid). Un personaggio alquanto atipico, che affascina molto ma allo stesso tempo preoccupa, data la già incerta situazione politica del paese.(…) (Stefano Carpentieri, 9/2/2017, http://www.treccani.it/m)

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QUELLE NUVOLE NERE SUL CIELO DELL’EUROPA

di Oscar Giannino, da “Il Mattino” del 8/2/2017

– Dall’Olanda alla Francia, alla Germania: il 2017 può segnare la brutta fine di un’era –

   Destrutturazione. Avviene, nella storia. Quando lunghe fasi in cui legami e vincoli sembravano solidi e acquisiti, interessi economici e commerciali potenti collanti, classi dirigenti unite, improvvisamente invece una catena di eventi prima considerati impensabili inizia a imprimere a catena retromarce distruttive.

FRANCOIS FILLON, candidato della destra
FRANCOIS FILLON, candidato della destra

   Non ci sono solo lunghissimi lenti declini di grandi imperi, nella storia. A volte, ciò che sembrava solido si abbatte nella polvere nel breve volgere di mesi. Ed è forse di questo tipo, il disfacimento in atto nel tessuto europeo. Non è solo l’effetto di potenti strappi esterni, da Brexit a Trump. Potrebbero poco o nulla, se non avessimo covato in noi stessi potenti germi letali.

   Ci voleva il premier maltese per dirlo, due giorni fa, all’ultimo meeting dei leader europei su sicurezza nel Mediterraneo e immigrati: “Parliamo tanto di unità europea, ma se poi in concreto riusciamo a esse uniti solo su che tempo fa ai Caraibi, non serve a niente”.

BENOIT HAMON, candidato della sinistra
BENOIT HAMON, candidato della sinistra

   Date un occhio alle crisi aperte in Europa, prima di pensare alla Merkel, alla Le Pen e alla May, le tre leader politiche da cui dipende se e come alla fine di questo 2017 l’Europa sarà solo sanguinante come ora, oppure ferita a morte.

   In queste settimane, gli scontri nell’Est Ucraina con le milizie filorusse sono ripresi, Trump ha lui assicurato l’opposizione ucraina che se Putin non la smette lui non leverà le sanzioni. Ma al Presidente Poroshenko la Ue non ha detto nulla: perché la verità è che la Germania tiene duro, ma gli altri paesi europei e noi per primi ce ne freghiamo degli ucraini, e le sanzioni vogliamo toglierle.

In FRANCIA la REGIONE (région) costituisce il PRIMO LIVELLO DI DIVISIONE AMMINISTRATIVA DELLO STATO, è una COLLETTIVITÀ TERRITORIALE dotata di personalità e di una libertà di amministrazione, una circoscrizione elettorale e amministrativa dei servizi decentralizzati dello Stato. LE REGIONI FRANCESI SONO 18 (dal 1º gennaio 2016), delle quali 13 NELLA FRANCIA METROPOLITANA (inclusa la Corsica, il cui status giuridico di "collettività territoriale" è assimilabile a quello di una regione) e 5 OLTREMARE (Mayotte non ha un consiglio regionale, ma un'assemblea unica facente funzione di consiglio regionale e consiglio dipartimentale)
In FRANCIA la REGIONE (région) costituisce il PRIMO LIVELLO DI DIVISIONE AMMINISTRATIVA DELLO STATO, è una COLLETTIVITÀ TERRITORIALE dotata di personalità e di una libertà di amministrazione, una circoscrizione elettorale e amministrativa dei servizi decentralizzati dello Stato. LE REGIONI FRANCESI SONO 18 (dal 1º gennaio 2016), delle quali 13 NELLA FRANCIA METROPOLITANA (inclusa la Corsica, il cui status giuridico di “collettività territoriale” è assimilabile a quello di una regione) e 5 OLTREMARE (Mayotte non ha un consiglio regionale, ma un’assemblea unica facente funzione di consiglio regionale e consiglio dipartimentale)

ULTIMATUM. A dicembre , la Commissione Europea ha dato un ultimatum al governo della Polonia, concedendogli solo due mesi di tempo per abbandonare la riforma che leva indipendenza alla Corte Costituzionale, allineandola al governo nazionalista. Il governo polacco non intende farlo, gode del sostegno di Trump e ha appena accolto con soddisfazione un nuovo reparto corazzato americano: ieri non a caso la Merkel era in Polonia.

   Se la Commissione non dovesse sospendere i diritti di voto alla Polonia, come prevede il Trattato Europeo in caso di gravi violazioni dei diritti da parte di un paese membro, perderebbe la faccia. Ma nessuno crede davvero che lo farà.

   IL 15 MARZO SI VOTA IN OLANDA. Il governo guidato da Mark Rutte alla testa del suo partito liberaldemocratico è sotto attacco, perché in testa ai sondaggi è l’ipernazionalista Geert Wilders. Molti partitini entreranno in Parlamento, e dovranno unirsi in una coalizione arcobaleno per evitare che Wilders preceda la Le Pen al potere. In quel caso, il presidente dell’eurogruppo, il rigorista Jeroen Dijsselbloem, verrebbe sfiduciato.

   IN GRECIA, siamo all’ennesimo atto del supplizio di un pessimo esempio di risanamento pluriennale, di nuovo l’Esm europeo e il Fmi non concordano sul rispetto dei patti da parte del governo Tsipras.

   IN SPAGNA, Madrid e Barcellona sono di nuovo ai ferri cortissimi. Il governo Rajoy non intende consentire l’ennesimo referendum sull’indipendenza che il governo catalano intende tenere a settembre. E anzi inizia il processo al leader indipendentista catalano Artur Mas, alla sbarra sotto gravissimi capi di imputazione.

I DIPARTIMENTI della FRANCIA sono la suddivisione territoriale di secondo livello del Paese, dopo le regioni, e SONO pari a 101, di cui 96 METROPOLITANI e 5 D’OLTREMARE (DOM, Départements d'Outre-Mer). Ad essi si aggiunge poi la METROPOLI DI LIONE, alla quale è attribuito uno status particolare
I DIPARTIMENTI della FRANCIA sono la suddivisione territoriale di secondo livello del Paese, dopo le regioni, e SONO pari a 101, di cui 96 METROPOLITANI e 5 D’OLTREMARE (DOM, Départements d’Outre-Mer). Ad essi si aggiunge poi la METROPOLI DI LIONE, alla quale è attribuito uno status particolare

LE PEN. A tutto questo aggiungete l’esplosivo programma annunciato dalla Le Pen per la corsa all’Eliseo. Se vice la fiducia dei francesi, a fine aprile e al ballottaggio la prima domenica di maggio, la Le Pen annuncia: basta euro, basta Nato, referendum in cui chiede uscita da Ue, fine del mercato unico, tasse sui lavoratori stranieri, tasse su imprese francesi e straniere che detengono capitali all’estero, fine dell’indipendenza della Banca di Francia, che tornerebbe a prendere ordini dal Tesoro e a monetizzare il debito pubblico transalpino. Le stesse cose condivise da Gilders in Olanda e da Salvini in Italia, per non dire dei 5 stelle, che non lo ammettono ma flirtano da tempo esattamente con queste posizioni.

PIRAMIDE AMMINISTRATIVA FRANCESE
PIRAMIDE AMMINISTRATIVA FRANCESE

   Certo, i sondaggi francesi oggi pongono la Le Pen in testa al primo turno ma largamente soccombente al secondo rispetto a Emanuel Macron, l’europeista riformatore di centro ma senza partito, contro destra e sinistra tradizionali, assurto ad antagonista della Le Pen grazie alla crisi verticale di credibilità di Fillon dell’Ump.

   Ma quei sondaggi sono costruiti su serie storiche che non inglobano precedenti analoghi al terremoto francese in corso, e potrebbero riservare nuove enormi sorprese, come nel caso di Brexit e Trump. In ogni caso, chiunque vinca dei due non sembra poter poi contare su un governo in grado di attuarne il programma. Perché Macron dovrà presentare alle legislative di giugno un partito di zecca. Mentre il Fronte Nazionale da decenni in politica conta solo 2 deputati su 577 alla Camera: il maggioritario a doppio turno di collegio – sistema elettorale benedetto che ha sempre funzionato anche con un sistema tripolare, checché ne dicano gli espertoni italiani – non premia affatto la destra estrema né i partiti nuovi.

   Col bel risultato che avremmo una Le Pen eletta che vuole inabissare l’Europa ma senza un governo che le obbedisca. O un Macron ingabbiato in un esecutivo di vecchi partiti, quegli stessi contro i quali lui si è candidato.

DUE VELOCITÀ. Di fronte a tutto questo, volete stupirvi che la Merkel abbia esplicitamente parlato ormai della necessità di un’Europa a più velocità? Ripescando una vecchia proposta del 1996 presentata da Schaueble e Lamers, che sin da allora non credevano affatto – come poi è stato – che avrebbe ingenerato stabilità e convergenza tra paesi tanto diversi il dar vita a una moneta unica senza unire davvero i sottostanti mercati del lavoro, dei beni e dei servizi?

   La Merkel è stata come sempre realista, a indicare quella prospettiva. Se i francesi scelgono la Le Pen non è la Brexit, che è una sfida pesante ma resta esterna al “cuore” dell’architettura europea. Va in pezzi l’asse franco-tedesco su cui l’Europa è nata dagli anni Cinquanta.

   E alla Germania non resta che, realisticamente, proporre un cammino comune ai paesi che davvero hanno fatto convergenza su rigore, produttività e basso debito pubblico: il Benelux, la Finlandia, l’Austria, i paesi baltici. Guardando all’Est Europa non solo per l’ingente interscambio commerciale e le fortissime delocalizzazioni di imprese e banche tedesche ma anche dal punto di vista della difesa, per evitare che Polonia, Ungheria, Cechia e paesi baltici guardino solo a Trump.

   I tedeschi sono così saggi che si sono anche dotati di un antagonista alla Merkel comunque non radicale, il social-democratico Schulz che può rappresentare un’ottima alternativa a condurre gli interessi germanici verso nuovi impervi scenari. In poche settimane ha recuperato 13 punti di svantaggio sulla Merkel. E a candidarlo è stato Sigmar Gabriel, il leader Spd che realisticamente ha preferito un candidato più attrativo di sé. Ogni riferimento alle coltellate in corso nel pd nostrano è volutamente deliberato.

   L’Europa diventerebbe nana più di quanto già non sia, in un mondo in cui Trump esplicitamente propone a Russia e Cina di tornare a regolare i propri rapporti su base bilaterale, senza l’incomodo di grandi reti multilaterali.

   Solo Mario Draghi, oggi, forte di tutto quel che ha fatto la sua Bce per regalare tempo ai governi che non ne hanno saputo approfittare per riforme efficaci, continua a parlare di ciò che l’Europa dovrebbe fare per migliorare la propria convergenza. Ma il suo mandato l’anno prossimo finisce, e insieme a lui finisce il Qe, che ha dato ai paesi euro deboli l’illusione di non avere enormi debiti e rischi sovrani. Il risveglio sarà amaro.

L’ITALIA. E l’Italia? E’ in preda a un classico eterno ritorno del suo radicalismo millenaristico. Accade con la rapida fine della destra storica che unificò il paese. Poi con l’avvento del nazionalismo che ci portò al conflitto mondiale. Poi con il fascismo. Oggi, destra sinistra e movimenti antisistema parlano tutti – sotto la superficie di divisioni a coltello – una comune lingua che riecheggia quella del “riscatto nazionale”, puntualmente inalberato da ciascuna di quelle fasi storiche che riportarono l’Italia fuori dal consesso dei Paesi avanzati.

   Si invoca il ritorno della liretta e alle svalutazioni, dazi e autarchia, regole bancarie diverse da quelle raffigurate come “imposteci” dai tedeschi, mani libere sul deficit e debito, come se poi non si impennasse il monte interessi da pagare ai mercati.

   Gli economisti che sanno bene trattarsi di sciocchezze tacciono, per non sembrare “servi” delle tecnocrazie europee. Quasi tutti i giornali e media non riescono a fare a meno ogni giorno di proporre una lettura dei guai italiani che non sia figlia di proterve imposizioni estere. Mentre invece alto debito e bassa produttività, macchina pubblica elefantiaca e inefficiente, tasse da rapina, ascensore sociale bloccato e zero sostegni alla povertà assoluta, mentre abbiamo scialacquato 2 punti di Pil in decontribuzioni e bonus per far restare l’economia inchiodata a zero virgola, sono tutti guai che hanno responsabilità nostre. Non ce li ha imposti proprio nessuno.

   Le destrutturazioni violente del resto avvengono così, nella storia. Improvvisamente classi dirigenti che molto hanno sbagliato avvertono sotto i propri piedi mancare il terreno, e invece di battersi per soluzioni realistiche per quanto sofferte, preferiscono tacere e cambiare opportunisticamente bandiera.

   Non è detta l’ultima parola, naturalmente. Ed è un dovere non piegarsi al pessimismo. Ma certo è che sono così forti i venti di tempesta sfuggiti all’otre di Eolo, che anche nell’odissea solo per un miracolo Ulisse riuscì a evitare il naufragio. (Oscar Giannino)

Mappa della Francia da Wikipedia
Mappa della Francia da Wikipedia

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LA MODA ANTISISTEMA DI PARIGI

di Cesare Martinetti, da “La Stampa” del 11/2/2017

   Il nostro futuro passa da Parigi in questo 2017, anno di anniversari e rivoluzioni annunciate: se Marine Le Pen sale all’Eliseo, l’Europa è destinata a disfarsi, come nel reset di un domino elettronico. E il mondo si ridisegna: Brexit, Frexit, passando da Washington, dove Trump è ai comandi, e guardando a Mosca, dove Putin attende fiducioso. Continua a leggere

il MEDITERRANEO tra Fernand Braudel e PREDRAG MATVEJEVIC – In ricordo di MATVEJEVIC, venuto a mancare il 2 febbraio scorso, grande descrittore del MEDITERRANEO – Il Mare nostrum al centro della geopolitica mondiale – Che significato dare all’ACCORDO ITALIANO CON LA LIBIA per fermare i migranti?

PREDRAG MATVEJEVIC è morto il 2 febbraio scorso. In Italia lo aveva fatto conoscere Claudio Magris e aveva insegnato a Roma. Figlio di padre russo e di madre bosniaca, Predrag Matvejevic era nato nel 1932 a MOSTAR (città poi martire della guerra jugoslava, che allora faceva parte del Regno di Jugoslavia e oggi si trova nel territorio della Bosnia Erzegovina). Si era imposto all'attenzione della critica con il libro BREVIARIO MEDITERRANEO (Hefti, 1988; Garzanti, 1991). Emigrato in Francia dalla Jugoslavia nel 1991, nel 1994 Matvejevic si era trasferito in Italia, dove aveva insegnato Slavistica all'Università La Sapienza di Roma fino al 2007, portando un contributo di rilievo al dibattito pubblico del nostro Paese. Tra i suoi libri, oltre a Breviario Mediterraneo: Epistolario dell'altra Europa (Garzanti, 1992); Mondo Ex (Garzanti, 1996); Tra asilo ed esilio (Meltemi, 1998); Un'Europa maledetta (Baldini e Castoldi, 2005); Pane nostro (Garzanti, 2010)
PREDRAG MATVEJEVIC è morto il 2 febbraio scorso. In Italia lo aveva fatto conoscere Claudio Magris e aveva insegnato a Roma. Figlio di padre russo e di madre bosniaca, Predrag Matvejevic era nato nel 1932 a MOSTAR (città poi martire della guerra jugoslava, che allora faceva parte del Regno di Jugoslavia e oggi si trova nel territorio della Bosnia Erzegovina). Si era imposto all’attenzione della critica con il libro BREVIARIO MEDITERRANEO (Hefti, 1988; Garzanti, 1991). Emigrato in Francia dalla Jugoslavia nel 1991, nel 1994 Matvejevic si era trasferito in Italia, dove aveva insegnato Slavistica all’Università La Sapienza di Roma fino al 2007, portando un contributo di rilievo al dibattito pubblico del nostro Paese. Tra i suoi libri, oltre a Breviario Mediterraneo: Epistolario dell’altra Europa (Garzanti, 1992); Mondo Ex (Garzanti, 1996); Tra asilo ed esilio (Meltemi, 1998); Un’Europa maledetta (Baldini e Castoldi, 2005); Pane nostro (Garzanti, 2010)

È MORTO LO SCRITTORE PREDRAG MATVEJEVIĆ

3/2/2017, da www.ilpost.it/

– È stato uno dei più importanti autori balcanici, candidato al Nobel per la letteratura e famoso per “Breviario Mediterraneo” –

   È morto il 2 febbraio scorso a Zagabria lo scrittore Predrag Matvejević, aveva 84 anni. La sua fama è legata soprattutto a Breviario mediterraneo, un libro scritto nel 1987 e in seguito tradotto in tutto il mondo, che ha raccontato la storia e la geografia del Mediterraneo molti anni prima che ritornasse uno dei centri delle tensioni del mondo.

   Breviario Mediterraneo non è organizzato cronologicamente o geograficamente, insegue temi trasversali e concretissimi, raccontando storie avvenute in tempi ed epoche diverse, come una specie di enciclopedia esplosa del mare e delle terre che lo circondano.

   Non è un saggio antropologico, geografico o storico, ma è pieno di notizie antropologiche, geografiche e storiche, usa una lingua semplice ma con aperture poetiche che può ricordare quella del grande storico francese FERNAND BRAUDEL.

   Matvejević ricostruisce, per esempio, il rapporto tra navigazione diffusa e cartografia, racconta che nelle galere musulmane gli schiavi erano nutriti di carrube in modo da fare la cacca dura e non sporcare le navi, elenca le innumerevoli isole del Mediterraneo che furono trasformate in prigioni, o spiega come cucinare il brodo di sassi, un brodo fatto mettendo a bollire i sassi del mare ricoperti di alghe e minuscole conchiglie, la cui ricetta, creata dalla fame, si ritrova ovunque lungo le coste, tra popolazioni lontane.

   Breviario Mediterraneo è una specie di miniera, o di brodo appunto, in cui fatti lontani e diversi stanno fianco a fianco, come se la storia non fosse mai passata. Tradotto in Italia nel 1991 da Garzanti, il libro divento famoso anche grazie a Claudio Magris, che si ispirò esplicitamente a Matvejević per il suo libro più famoso, Danubio.

   Predrag Matvejević era nato nel 1932 a Mostar, nell’ex Jugoslavia, oggi in Bosnia Erzegovina. Sua madre era croata, il padre russo di Odessa. Insegnò letteratura all’Università di Zagabria da dove nel 1991 emigrò a Parigi per insegnare alla Sorbona, e poi alla Sapienza di Roma dal 1994 al 2007. Dopo il successo di Breviario mediterraneo, ricevette parecchie cariche e riconoscimenti: per esempio fu nominato consulente della Commissione europea per il Mediterraneo sotto la presidenza di Romano Prodi, ricevette la Legion d’onore in Francia e la cittadinanza onoraria in Italia ed è stato più volte candidato al Nobel per la letteratura.

Nel 2005 in Croazia fu processato e condannato a cinque mesi per calunnia, per avere accusato pubblicamente altri scrittori di avere fomentato e favorito la guerra nell’ex Jugoslavia. Matvejević rinunciò all’appello per non riconoscere l’autorità del tribunale.

   Il suo ultimo libro, Pane nostro, è stato pubblicato nel 2010, sempre dall’editore Garzanti.

breviario

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Il 3 febbraio scorso c’è stata la firma dell’ACCORDO TRA ITALIA E LIBIA per fermare il flusso di migranti nel Mediterraneo. Nel “MEMORANDUM D'INTESA” firmato a Roma dal presidente del Consiglio GENTILONI e dal presidente del Consiglio presidenziale libico, FAYEZ AL SERRAJ, si dice che l'Italia s'impegna a fornire "supporto tecnico e tecnologico agli organismi libici incaricati della lotta all'immigrazione clandestina e che sono rappresentati dalla guardia di frontiera e dalla guardia costiera" libici. C’è un impegno italiano anche ad aiutare la Libia, nella sua parte sud (nei confini verso il NIGER e il CIAD), a fermare i migranti e in particolari i trafficanti che promettono i passaggi poi verso le coste dell’Europa attraverso i barconi nel Mediterraneo. QUESTO ACCORDO CONVINCE POCO. In particolare per la SITUAZIONE POLITICA INTERNA DELLA LIBIA, data da una confusione totale, da molte forze e leader che si contendono il potere. Ma l’accordo convince per niente, per LO STATO DI VERE SEVIZIE CHE I MIGRANTI VENGONO A SUBIRE NEI CAMPI “DI ACCOGLIENZA” (si fa per dire) LIBICI
Il 3 febbraio scorso c’è stata la firma dell’ACCORDO TRA ITALIA E LIBIA per fermare il flusso di migranti nel Mediterraneo. Nel “MEMORANDUM D’INTESA” firmato a Roma dal presidente del Consiglio GENTILONI e dal presidente del Consiglio presidenziale libico, FAYEZ AL SERRAJ, si dice che l’Italia s’impegna a fornire “supporto tecnico e tecnologico agli organismi libici incaricati della lotta all’immigrazione clandestina e che sono rappresentati dalla guardia di frontiera e dalla guardia costiera” libici. C’è un impegno italiano anche ad aiutare la Libia, nella sua parte sud (nei confini verso il NIGER e il CIAD), a fermare i migranti e in particolari i trafficanti che promettono i passaggi poi verso le coste dell’Europa attraverso i barconi nel Mediterraneo. QUESTO ACCORDO CONVINCE POCO. In particolare per la SITUAZIONE POLITICA INTERNA DELLA LIBIA, data da una confusione totale, da molte forze e leader che si contendono il potere. Ma l’accordo convince per niente, per LO STATO DI VERE SEVIZIE CHE I MIGRANTI VENGONO A SUBIRE NEI CAMPI “DI ACCOGLIENZA” (si fa per dire) LIBICI

   PREDRAG MATVEJEVIC, poeta della convivenza nel Mediterraneo, è morto il 2 febbraio scorso. Aveva 84 anni, nato a Mostar (città che ora si trova in Bosnia Erzegovina); fece del confronto tra i popoli il tema delle sue opere. Inventò il termine “democratura”, oggi usato per indicare il governo di Putin, tra democrazia e dittatura. Nel 1974 con una lettera invitò Tito a preparare la successione in Jugoslavia e fu espulso. Il suo libro più famoso è dedicato proprio al Mediterraneo, “BREVIARIO MEDITERRANEO”, libro definito un “Trattato poetico-fiIosofico”, un “romanzo post-moderno”, “portolano”, “diario di bordo”, “libro di preghiere”, “midrash”, “raccolta di aforismi”, “antologia di racconti-saggio”, “cronaca di un viaggio”.

   Matvejevic è stato nemico di ogni nazionalismo e di ogni esaltazione dell’appartenenza etnica. La parola identità la declinava al plurale, per sottolineare che tutte le persone hanno più appartenenze e l’unica lealtà dovuta è quella a difesa dei valori universali e umanistici.

   Nel portare qui un ricordo riconoscente a Predrag Matvejevic, vogliamo però anche ricordare uno dei temi all’attenzione della cronaca e delle vicende europee di questi giorni: che interessa il flusso di migranti, profughi o per motivi economici, che dall’Africa settentrionale solcano, e tanti muoiono annegati, proprio il Mediterraneo per arrivare in Italia (in Europa).

   E’ infatti di questi giorni (il 3 febbraio scorso), la firma dell’ACCORDO TRA ITALIA E LIBIA per fermare il flusso di migranti nel Mediterraneo. Nel “MEMORANDUM D’INTESA” firmato a Roma dal presidente del Consiglio Gentiloni e dal presidente del Consiglio presidenziale libico, Fayez Al Serraj, si dice che l’Italia s’impegna a fornire “supporto tecnico e tecnologico agli organismi libici incaricati della lotta all’immigrazione clandestina e che sono rappresentati dalla guardia di frontiera e dalla guardia costiera” libici. C’è un impegno italiano anche ad aiutare la Libia, nella sua parte sud (nei confini verso il Niger e il Ciad), a fermare i migranti e in particolari i trafficanti che promettono i passaggi poi verso le coste dell’Europa attraverso i barconi nel Mediterraneo.

La mappa dei gruppi armati presenti sul territorio libico (da "La Stampa" del 20/1/2017) - La LIBIA è adesso in uno stato di anarchia e ingovernabilità. Ci sono TRE PSEUDOGOVERNI: quello internazionalmente riconosciuto di FAYEZ MUSTAFA AL-SERRAJ, con cui l’Italia il 3 febbraio scorso ha firmato l’accordo per fermare i migranti, governo di Al-Serraj che controlla - non da solo - i suoi uffici di TRIPOLI; poi c’è IL GABINETTO RIVALE, insediato in un albergo tripolino, presieduto da KHALIFA GHWELL; poi L'ENTITÀ CIRENAICA, radicata a TOBRUK, che ha nel generale KHALIFA HAFTAR il suo uomo forte; e non ultime le TRIBÙ TEBU e TUAREG, padrone del territorio sin dai tempi del colonnello Muammar Gheddafi. E infine CENTINAIA DI MILIZIE E GRUPPI CRIMINALI di varia origine che controllano territori più o meno estesi
La mappa dei gruppi armati presenti sul territorio libico (da “La Stampa” del 20/1/2017) – La LIBIA è adesso in uno stato di anarchia e ingovernabilità. Ci sono TRE PSEUDOGOVERNI: quello internazionalmente riconosciuto di FAYEZ MUSTAFA AL-SERRAJ, con cui l’Italia il 3 febbraio scorso ha firmato l’accordo per fermare i migranti, governo di Al-Serraj che controlla – non da solo – i suoi uffici di TRIPOLI; poi c’è IL GABINETTO RIVALE, insediato in un albergo tripolino, presieduto da KHALIFA GHWELL; poi L’ENTITÀ CIRENAICA, radicata a TOBRUK, che ha nel generale KHALIFA HAFTAR il suo uomo forte; e non ultime le TRIBÙ TEBU e TUAREG, padrone del territorio sin dai tempi del colonnello Muammar Gheddafi. E infine CENTINAIA DI MILIZIE E GRUPPI CRIMINALI di varia origine che controllano territori più o meno estesi

   Questo accordo convince poco. In particolare per la situazione politica interna della Libia, data da una confusione totale, da molte forze e leader che si contendono il potere. Ma l’accordo convince per niente, per lo stato di vere sevizie che i migranti vengono a subire nei campi “di accoglienza” (si fa per dire) libici.

   Le condizioni inumane di questi campi per migranti in Libia sono state anche documentate da reportage televisivi europei. Sono in aperta violazione di tutte le convenzioni sui diritti umani e dei rifugiati. 400.000 immigrati attualmente sono trattenuti in questi campi. Secondo le organizzazioni umanitarie al loro interno vengono praticati abusi e torture. Qualcuno li definisce come dei veri e propri lager. Lì i diritti umani sono sistematicamente violati.

Campi di prigionia libici per i migranti
Campi di prigionia libici per i migranti

   E’ così che ancora una volta (dopo l’accordo con la Turchia) che l’Europa rinuncia a politiche per governare i flussi, ma tenta solo di impedirli. Ogni contesto di gestione della problematica, di magari parziale integrazione di questi migranti (in un’Europa che perde demograficamente popolazione autoctona), ogni politica di gestione del problema, che trovi soluzioni praticabili, e che “immagini” anche processi di integrazione, è abbandonata, non voluta.

Nella foto: Migranti bloccati su un gommone davanti alle coste libiche il 5 febbraio 2017(da "La Stampa del %/2/2017) - LA LIBIA BLOCCA I PRIMI MILLE MIGRANTI DOPO L’ACCORDO CON L’ITALIA - La Guardia costiera libica ha intercettato nell’ultima settimana 1.131 migranti nei pressi della città di SABRATA. - 431 migranti sono stati bloccati su quattro gommoni nelle acque davanti a Sabrata, mentre altri 700 sono stati bloccati su barche di legno, secondo quanto scrive l’agenzia Reuters citando il portavoce della Guardia costiera. - Si tratta di alcune delle prime intercettazioni dopo la FIRMA DEL PATTO TRA LIBIA E ITALIA, lo scorso 3 febbraio. La Libia è diventato uno dei punti principali da cui partono i migranti dopo la chiusura della rotta balcanica. (da “la Stampa.it” del 5/2/2017)
Nella foto: Migranti bloccati su un gommone davanti alle coste libiche il 5 febbraio 2017(da “La Stampa del %/2/2017) – LA LIBIA BLOCCA I PRIMI MILLE MIGRANTI DOPO L’ACCORDO CON L’ITALIA – La Guardia costiera libica ha intercettato nell’ultima settimana 1.131 migranti nei pressi della città di SABRATA. – 431 migranti sono stati bloccati su quattro gommoni nelle acque davanti a Sabrata, mentre altri 700 sono stati bloccati su barche di legno, secondo quanto scrive l’agenzia Reuters citando il portavoce della Guardia costiera. – Si tratta di alcune delle prime intercettazioni dopo la FIRMA DEL PATTO TRA LIBIA E ITALIA, lo scorso 3 febbraio. La Libia è diventato uno dei punti principali da cui partono i migranti dopo la chiusura della rotta balcanica. (da “la Stampa.it” del 5/2/2017)

   Pertanto, in questo post vogliamo parlare dell’accordo con la Libia, che fa parte del contesto così difficile della situazione di migranti dal sud del mondo che vengono verso di noi; e vorremo anche ricordare il Mediterraneo come l’ha visto e descritto Predrag Matvejevic.

   Il Mediterraneo, mare che unisce le sponde dell’Europa, del Nord Africa, del Medio Oriente e dell’Asia Minore, è un mare che da sempre è il “centro” di avvenimenti, di forti vicende umane, e della geopolitica globale. E’ il mare interno più vasto del mondo, in cui sono nate e si sono sviluppate le prime civiltà. In fondo, a un’analisi geografica, storica, si capisce che il Mediterraneo è stato il primo posto al mondo dove si è verificata la globalizzazione.

   E tutto questo ci fa capire come questo mare “nostrum” (come da noi viene definito) è in esso che si gioca in questi anni gran parte della strategia politico-militare mondiale. È tra Istanbul e Tangeri che oggi passa il confine dei conflitti, delle guerre, delle rivoluzioni delle “primavere arabe”, delle tensioni di ogni tipo, che dall’Afghanistan al Golfo Persico, all’Africa subsahariana, stanno ripercuotendosi nei modi più pericolosi proprio da noi, sull’Europa. E passa anche per il Mediterraneo la speranza di un mondo nuovo, liberato da sofferenze, sopraffazioni e miserie. (s.m.)

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LIBIA, IL PATTO CON IL PAESE CHE NON ESISTE

di Lucio Caracciolo, da “la Repubblica” del 4/2/2017

   Che senso ha firmare un accordo internazionale con un paese che non esiste? Tre le risposte possibili: per INCONSAPEVOLEZZA DELLA REALTÀ; per DISPERAZIONE; perché SERVE AD ALTRI SCOPI. Nell’intesa fra Italia e Libia per bloccare i flussi migratori illegali la prima ipotesi è esclusa. Continua a leggere

Il duro inverno dell’Appennino centrale: TERREMOTO, NEVE, VALANGHE, e impreparazione agli eventi naturali (in mano all’eroismo di pochi) – Il caso dell’Hotel RIGOPIANO e il pericolo delle dighe di CAMPOTOSTO – CARTOGRAFIA e TESTIMONIANZE d’ARCHIVIO fondamentali per prevenire le catastrofi

L'HOTEL RIGOPIANO prima del 18 gennaio - Non c’è più nulla dell’HOTEL RIGOPIANO dopo la spaventosa valanga del 18 GENNAIO SCORSO che ha completamente spazzato via L’ALBERGO AI PIEDI DEL GRAN SASSO. La massa di migliaia di tonnellate di neve si è schiantata a 250 all’ora sull’hotel con la forza di quattromila tir carichi. In quel momento c’erano 40 persone: 28 ospiti, di cui 4 bambini, e 12 dipendenti, compresi il titolare Roberto Del Rosso e il rifugiato senegalese Faye Dane. Il bilancio è drammatico: 29 VITTIME E 11 SOPRAVVISSUTI
L’HOTEL RIGOPIANO prima del 18 gennaio – Non c’è più nulla dell’HOTEL RIGOPIANO dopo la spaventosa valanga del 18 GENNAIO SCORSO che ha completamente spazzato via L’ALBERGO AI PIEDI DEL GRAN SASSO. La massa di migliaia di tonnellate di neve si è schiantata a 250 all’ora sull’hotel con la forza di quattromila tir carichi. In quel momento c’erano 40 persone: 28 ospiti, di cui 4 bambini, e 12 dipendenti, compresi il titolare Roberto Del Rosso e il rifugiato senegalese Faye Dane. Il bilancio è drammatico: 29 VITTIME E 11 SOPRAVVISSUTI

   Tre sono i grandi rischi naturali che incombono sui nostri luoghi di vita: sismologico, idrogeologico e vulcanico. Poi, altri rischi dovrebbero essere minori, “più evitabili”, come sono le valanghe che avvengono in montagna. Alcune di esse prevenibili (evitando il disboscamento in luoghi particolari), altre nelle quali si può evitare le conseguenze, il rischio, non costruendo là dove si sa che il “fenomeno valanghe” è storicamente accaduto. E su questo ogni regione viene a studiare il fenomeno, e si dota di cartografia adatta (carte dilocalizzazione probabile delle valanghe”). E, di conseguenze, i piani urbanistici, a “caduta” dall’alto (Regione) verso il basso (i comuni) dovrebbero contenere ferrei divieti di costruire alcuna abitazione o impiant, infrastruttura di alcun genere, là dove il pericolo esiste. Ma purtroppo non è così (almeno da noi, in Italia).

Mappa Rigopiano: una mappa geomorfologica del territorio su cui sorge il resort in rovina - "I tre chilometri del MASSICCIO MONTAGNOSO DEL RIGOPIANO hanno registrato in tutto dodici eventi franosi, uno proprio nell'area dove sorge l'hotel, su un versante alle sue spalle, segno che evidentemente la zona non era del tutto immune da pericoli di questo tipo (…)" (da http://notizie.tiscali.it/, del 24/1/2017)
Mappa Rigopiano: una mappa geomorfologica del territorio su cui sorge il resort in rovina – “I tre chilometri del MASSICCIO MONTAGNOSO DEL RIGOPIANO hanno registrato in tutto dodici eventi franosi, uno proprio nell’area dove sorge l’hotel, su un versante alle sue spalle, segno che evidentemente la zona non era del tutto immune da pericoli di questo tipo (…)” (da http://notizie.tiscali.it/, del 24/1/2017)

   C’era già stata una slavina lungo la montagna dell’hotel Rigopiano, triste protagonista in questi giorni della sua drammatica sepoltura sotto una coltre di neve e detriti, costata la vita a 29 persone. C’era stata una valanga su un versante attiguo, lungo quella stessa valle, a poca distanza, dentro lo stesso quadro morfologico. Lo rivela il Catasto delle valanghe dell’Abruzzo, un vero e proprio database che mette in rete fonti di archivio, dati ufficiali e testimonianze dirette per avere una mappatura specifica di questi fenomeni sul territorio.

I lavori di soccorso all'hotel: 11 persone sono state salvate.
I lavori di soccorso all’hotel: 11 persone sono state salvate.

   La Mappa Geomorfologica dei bacini idrografici della Regione Abruzzo, segnala addirittura che l’albergo stesso sarebbe stato costruito su vecchie colate di detriti, probabilmente conseguenza di antiche slavine non documentate.

Il disastro dell'Hotel Rigopiano è avvenuto alle pendici del COMPLESSO MONTUOSO DEL GRAN SASSO, dove si trova la vetta più alta dell'Appennino. Protetto da un ampio parco, il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, Il Gran Sasso è un ampio massiccio montuoso facente parte della catena degli Appennini centrali. Geologicamente è formato in prevalenza da rocce carbonatiche (calcari e dolomie) e in secondo luogo marne. In questo massiccio si trova LA VETTA PIÙ ALTA DI TUTTO L’APPENNINO, IL CORNO GRANDE (nello sfondo della foto). L’altitudine raggiunge qui i 2.912 metri sul livello del mare. (Lorenzo Pasqualini, 19/1/2017, da www.meteoweb.eu )
Il disastro dell’Hotel Rigopiano è avvenuto alle pendici del COMPLESSO MONTUOSO DEL GRAN SASSO, dove si trova la vetta più alta dell’Appennino. Protetto da un ampio parco, il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, Il Gran Sasso è un ampio massiccio montuoso facente parte della catena degli Appennini centrali. Geologicamente è formato in prevalenza da rocce carbonatiche (calcari e dolomie) e in secondo luogo marne. In questo massiccio si trova LA VETTA PIÙ ALTA DI TUTTO L’APPENNINO, IL CORNO GRANDE (nello sfondo della foto). L’altitudine raggiunge qui i 2.912 metri sul livello del mare. (Lorenzo Pasqualini, 19/1/2017, da http://www.meteoweb.eu )

   Le mappe identificano le aree di rischio, non solo attraverso gli eventi già noti, riportati nel catasto di frane e valanghe, ma anche e soprattutto su alcune caratteristiche specifiche del terreno a cui ricollegano il tipo di eventi che può verificarsi. Ma allora, perché si è lasciato fare, si è lasciato ristrutturare quell’albergo? (leggete, come risposta,  l’articolo in questo post “La seconda Marcinelle d’Abruzzo: IL DESTINO DELL’HOTEL DI RIGOPIANO” di Mariano Maugeri, da “il Sole 24ore” del 22 gennaio scorso).

ESEMPIO DI CARTA DI LOCALIZZAZIONE PROBABILE DELLE VALANGHE (da ARPA VENETO CENTRO VALANGHE) - Lo strumento che permette di evidenziare le aree potenzialmente interessate da fenomeni valanghivi è la CARTA DI LOCALIZZAZIONE PROBABILE DELLE VALANGHE (C.L.P.V.). È una carta tematica, in scala 1:25.000, che riporta i siti valanghivi individuati sia in loco, sulla base di testimonianze oculari e/o d’archivio, sia mediante l’analisi dei parametri che contraddistinguono una zona soggetta alla caduta di valanghe, desunti dalle fotografie aeree stereoscopiche. Essa fornisce le informazioni di base per l’ubicazione di nuovi insediamenti quali abitazioni, impianti sciistici, vie di comunicazione, ecc…, e permette di valutare e progettare le opere di difesa necessarie per un’adeguata protezione. La C.L.P.V. assume quindi una notevole importanza nella pianificazione territoriale delle aree montane.
ESEMPIO DI CARTA DI LOCALIZZAZIONE PROBABILE DELLE VALANGHE (da ARPA VENETO CENTRO VALANGHE) – Lo strumento che permette di evidenziare le aree potenzialmente interessate da fenomeni valanghivi è la CARTA DI LOCALIZZAZIONE PROBABILE DELLE VALANGHE (C.L.P.V.). È una carta tematica, in scala 1:25.000, che riporta i siti valanghivi individuati sia in loco, sulla base di testimonianze oculari e/o d’archivio, sia mediante l’analisi dei parametri che contraddistinguono una zona soggetta alla caduta di valanghe, desunti dalle fotografie aeree stereoscopiche. Essa fornisce le informazioni di base per l’ubicazione di nuovi insediamenti quali abitazioni, impianti sciistici, vie di comunicazione, ecc…, e permette di valutare e progettare le opere di difesa necessarie per un’adeguata protezione. La C.L.P.V. assume quindi una notevole importanza nella pianificazione territoriale delle aree montane.

   Pertanto se non si può prevedere «quando» arriveranno nuovi terremoti, gli studi sul nostro passato e le strumentazioni di oggi sono però in grado di ipotizzare «dove» arriveranno. E lo stesso accade per le valanghe: sapere quando la valanga cadrà è magari difficile, però sapere dove cadrà, dove scenderà, invece è abbastanza semplice: dove è già caduta le altre volte.

ESEMPIO DI PIANO DELLE ZONE ESPOSTE A PERICOLO DI VALANGHE (da www.aineva.it) - Per l’urbanizzazione in montagna vengono elaborati i PIANI DELLE ZONE ESPOSTE AL PERICOLO DI VALANGHE (P.Z.E.V.), carte a grande scala (da 1:5.000 a 1:2000) che individuano il sito valanghivo ed in particolare, mediante studi dinamici, la sua espansione nella zona di accumulo. Nei P.Z.E.V. la valutazione del rischio viene fissata tramite parametri matematici, che quantificano velocità e altezza di scorrimento delle valanghe, pressioni trasmesse e distanza d’arresto. Nella zona di arresto vengono individuate tre o quattro aree caratterizzate rispettivamente da rischio forte (colore rosso), debole (colore blu), e presumibilmente nullo (colore bianco)
ESEMPIO DI PIANO DELLE ZONE ESPOSTE A PERICOLO DI VALANGHE (da http://www.aineva.it) – Per l’urbanizzazione in montagna vengono elaborati i PIANI DELLE ZONE ESPOSTE AL PERICOLO DI VALANGHE (P.Z.E.V.), carte a grande scala (da 1:5.000 a 1:2000) che individuano il sito valanghivo ed in particolare, mediante studi dinamici, la sua espansione nella zona di accumulo. Nei P.Z.E.V. la valutazione del rischio viene fissata tramite parametri matematici, che quantificano velocità e altezza di scorrimento delle valanghe, pressioni trasmesse e distanza d’arresto. Nella zona di arresto vengono individuate tre o quattro aree caratterizzate rispettivamente da rischio forte (colore rosso), debole (colore blu), e presumibilmente nullo (colore bianco)

   Vi invitiamo a leggere gli articoli e le testimonianze raccolte in questo post per farvi un’idea di quali possano essere i rimedi a impreparazioni e superficialità, affinché sempre più si evitino inutili catastrofi (con sacrificio di vite umane). (s.m.)

HOTEL RIGOPIANO IN ESTATE
HOTEL RIGOPIANO IN ESTATE

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LA MEMORIA DELLA MONTAGNA

di Paolo Cognetti, da “la Repubblica” del 21/1/2017

– Sapere quando la valanga cadrà è complicato, sapere dove invece è abbastanza semplice: dove è già caduta. Ed è la forma del paesaggio a dimostralo. I nostri antenati non hanno mai costruito in una zona dove i loro ricordi e la loro capacità di osservare il terreno sconsigliavano di fare –

   Per i montanari non c’è niente di misterioso in una valanga. La gravità è la legge del loro mondo: l’acqua, la terra, le pietre, la legna, vanno dall’alto verso il basso, questo è il moto naturale di ogni cosa e lo stesso succede alla neve, che durante le grandi nevicate si accumula sui pendii finché pesa troppo e scivola giù. QUANDO? È LA PRIMA DOMANDA.

   La risposta è difficile perché non conta solo il peso della neve, ma anche l’inclinazione e l’attrito della montagna. Il bosco dà molto attrito, la pietraia poco, l’erba secca dell’inverno ancora meno. Se giorni di gelo hanno prodotto uno strato di ghiaccio sul terreno, e poi su quel ghiaccio ha nevicato molto, allora la montagna diventa uno scivolo da cui viene giù tutto.

   Il distacco non è graduale ma improvviso quando un certo limite viene superato, e ha il rumore di una frattura: per il peso della neve, o il calore del giorno che la scioglie alla base, o una scossa della montagna.

   Questi non sono eventi straordinari, sono misurabili e prevedibili: nel caso del Rigopiano una nevicata di quelle che ogni tanto arrivano, e le scosse sismiche che sul Gran Sasso si ripetono da mesi. Allora in alto, sui pendii spogli e ripidi, un banco di neve si stacca, scivola giù e prende velocità e volume, diventa una valanga così potente da sradicare gli alberi, trascinare i massi e sollevare la terra. In basso, all’albergo, arriva anticipata da un vento improvviso, il “soffio della valanga” che è la massa d’aria spostata dalla massa di neve, e alle spalle si lascia un solco scuro, l’erba e le rocce che riaffiorano dopo che la montagna si è liberata di quel peso.

   La neve che su in alto era morbida, neve fresca appena scesa dal cielo, è stata pressata nella caduta e giù in basso, sulle macerie e sui cadaveri, è ghiacciata e dura come cemento. Anche per questo ha creato delle stanze e per fortuna, tra quei muri di neve, qualcuno si è salvato.

   Sapere quando la valanga cadrà è complicato, sapere dove invece è abbastanza semplice: dove è già caduta. Se si osserva il fianco della montagna, si vede che è fatto a sporgenze e rientranze più o meno verticali che dalla base salgono fino in cima. Le sporgenze sono i crinali, le creste, i costoni, le morene, i contrafforti; le rientranze sono i colatoi e i canaloni.

   La montagna non è nata con questa forma all’inizio dei tempi, è stata scavata dall’acqua, dal ghiaccio e dalla neve. Se fosse una casa con un tetto quegli avvallamenti sarebbero le grondaie, e infatti è lì che scorrono i torrenti. E naturalmente è per di lì che scendono le slavine: la neve che si stacca e cade è come invitata a prendere quella strada. Dire che la base di un canalone non è a rischio di slavina è come dire che il letto di un fiume asciutto non è a rischio di alluvione, solo perché da tanti anni nessuno ha più visto l’acqua.

   In montagna ci sono valanghe che vengono giù puntuali tutti gli inverni, nello stesso canalone, dopo ogni nevicata. Lasciano scie visibili anche d’estate, piste in mezzo al bosco dove non fanno in tempo a crescere gli alberi. Altre valanghe cadono solo negli inverni più nevosi, e allora per qualche anno nei canaloni si trovano arbusti e alberelli, spesso piegati verso il basso.

   Altre ancora vengono giù ogni cinquanta o sessant’anni, magari. Non tempi geologici, tempi commensurabili alla vita umana. In quei cinquanta o sessant’anni, sulla scia della valanga, è cresciuto un giovane bosco, e sulle pietre trascinate giù si è accumulata terra ed è cresciuta l’erba, ma a guardar bene i segni si vedono sempre: quello è il canalone, quelli i detriti della valanga. È rarissimo, così raro che io non ne ho notizia nella mia montagna, che una valanga cada dove non è mai caduta prima. Ed è la forma del paesaggio a dimostrarlo.

   Così come non ho mai sentito che una valanga colpisca delle antiche case. Sono sempre edifici moderni, costruiti dove una volta c’era poco o nulla. I montanari sceglievano i posti per le case e i villaggi con criteri molto precisi, che non avevano a che fare con la divinazione: piuttosto con la memoria e l’osservazione. Serviva l’acqua, serviva il sole, e serviva un posto al sicuro dalle valanghe. Lì si può costruire e lì no, per chi abita in montagna è un sapere che passa insieme alla lingua, ai nomi delle cose. Oppure si costruivano alpeggi per l’estate in luoghi poco sicuri d’inverno, si correva il rischio sapendo di andare via alla prima neve: il peggio che poteva capitare era trovare la stalla danneggiata o distrutta in primavera. Ma non moriva nessuno.

   Penso che i morti del Rigopiano siano l’ultima conferma, in Italia, di un rapporto compromesso tra l’uomo e il territorio. Un rapporto non rispettoso, non attento e non saggio, di solo sfruttamento e non di conoscenza. Qualcosa si è rotto, anni fa, tra noi, i luoghi che abitiamo e la memoria di chi li abitava prima. Ricostruire quel rapporto sarà un’impresa. (Paolo Cognetti)

– Paolo Cognetti, milanese, classe 1978, è uno scrittore con la montagna nel cuore. Come dimostra il suo ultimo romanzo Le otto montagne, uscito a fine 2016 per Einaudi, in via di traduzione in trenta paesi. Per la stessa casa editrice ha curato l’antologia New York Stories (2015). Tra i suoi libri precedenti New York è una finestra senza tende (Laterza, 2010) –

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campotosto-rigopiano

LA DIGA DI CAMPOTOSTO E IL PERICOLO VAJONT (immagine da "la Repubblica" del 23/1/2017)“Nella zona di CAMPOTOSTO C'È il secondo bacino più grande d'Europa con TRE DIGHE, una delle quali su UNA FAGLIA CHE SI È PARZIALMENTE RIATTIVATA e ci possono essere MOVIMENTI IMPORTANTI DI SUOLO CHE CASCANO NEL LAGO, per dirla semplice è 'L'EFFETTO VAJONT'». Lo aveva detto al Tg3 Sergio Bertolucci, il presidente della Commissione Grandi Rischi. Affermazione poi rettificata, smentita. – “A seguito dei recenti eventi sismici «NON SI RILEVA ALCUN DANNO ALLA DIGA DI CAMPOTOSTO» (Teramo)”. Lo afferma l'ENEL, che gestisce l'infrastruttura, rilevando che «alla luce della difficile situazione idrogeologica di questi giorni si è comunque deciso, come misura cautelare, estrema, di procedere ad una ulteriore progressiva riduzione del bacino». LA DIGA SI TROVA, SECONDO LA VALUTAZIONE DELLA COMMISSIONE GRANDI RISCHI, SU UNA FAGLIA CHE SI È RIATTIVATA. (...) (da “il Sole 24ore”del 22/1/2017) - Il LAGO DI CAMPOTOSTO è il più grande lago artificiale d'Abruzzo ed è il secondo invaso più grande d'Europa. Situato interamente in provincia dell'Aquila, tra i comuni di Campotosto, Capitignano e L'Aquila, a un'altitudine di 1.313 m s.l.m., presenta una superficie di 1400 ettari e raggiunge una profondità massima compresa tra i 30 e i 35 metri. Il lago fa parte della riserva naturale statale omonima, istituita su una superficie di 1.600 ettari nel 1984 a tutela dell'ambiente naturale e del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga (da Wikipedia).
LA DIGA DI CAMPOTOSTO E IL PERICOLO VAJONT (immagine da “la Repubblica” del 23/1/2017)“Nella zona di CAMPOTOSTO C’È il secondo bacino più grande d’Europa con TRE DIGHE, una delle quali su UNA FAGLIA CHE SI È PARZIALMENTE RIATTIVATA e ci possono essere MOVIMENTI IMPORTANTI DI SUOLO CHE CASCANO NEL LAGO, per dirla semplice è ‘L’EFFETTO VAJONT’». Lo aveva detto al Tg3 Sergio Bertolucci, il presidente della Commissione Grandi Rischi. Affermazione poi rettificata, smentita. – “A seguito dei recenti eventi sismici «NON SI RILEVA ALCUN DANNO ALLA DIGA DI CAMPOTOSTO» (Teramo)”. Lo afferma l’ENEL, che gestisce l’infrastruttura, rilevando che «alla luce della difficile situazione idrogeologica di questi giorni si è comunque deciso, come misura cautelare, estrema, di procedere ad una ulteriore progressiva riduzione del bacino». LA DIGA SI TROVA, SECONDO LA VALUTAZIONE DELLA COMMISSIONE GRANDI RISCHI, SU UNA FAGLIA CHE SI È RIATTIVATA. (…) (da “il Sole 24ore”del 22/1/2017) – Il LAGO DI CAMPOTOSTO è il più grande lago artificiale d’Abruzzo ed è il secondo invaso più grande d’Europa. Situato interamente in provincia dell’Aquila, tra i comuni di Campotosto, Capitignano e L’Aquila, a un’altitudine di 1.313 m s.l.m., presenta una superficie di 1400 ettari e raggiunge una profondità massima compresa tra i 30 e i 35 metri. Il lago fa parte della riserva naturale statale omonima, istituita su una superficie di 1.600 ettari nel 1984 a tutela dell’ambiente naturale e del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga (da Wikipedia).

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LA CARTA DI LOCALIZZAZIONE PROBABILE DELLE VALANGHE Continua a leggere

UN 2017 PREOCCUPANTE nella geopolitica mondiale. TRUMP e i POPULISTI (anti-europei, russi, turchi…) al potere; la GRAN BRETAGNA della Brexit in cerca di gloria; la UE inesistente; il PROTEZIONISMO al posto della GLOBALIZZAZIONE; I PROFUGHI RIFIUTATI tra guerre e miseria – MA SARA’ TUTTO COSI’?

SHAKIRA, la popstar colombiana ha parlato dei suoi impegni umanitari al forum economico mondiale di DAVOS
SHAKIRA, la popstar colombiana ha parlato dei suoi impegni umanitari al forum economico mondiale di DAVOS

DAVOS: LE DIECI FRASI PIÙ IMPORTANTI AL WORLD ECONOMIC FORUM

20/1/2017, da ANSA

Da Donald Trump alla Brexit, dalla povertà ai conti dell’Italia, passando per populismo e acqua potabile. Ecco le 10 frasi più importanti pronunciate al World Economic Forum di Davos in questi giorni.

Xi Jinping, presidente cinese (per la prima volta a Davos): “E’ vero che la globalizzazione ha creato nuovi problemi, ma questa non è una giustificazione per cancellarla, quanto piuttosto per adattarla. Piaccia o no, l’economia globale è l’enorme oceano dal quale nessuno può tirarsi fuori completamente”.

Shakira, cantante. ”C’è una exit strategy dalla povertà: bisogna incalzare i governi, spingerli ad investire in educazione e cultura. L’abbiamo fatto in Colombia ed ho visto con i miei occhi cosa può fare questo tipo di investimenti: miracoli”.

Antony Scaramucci, stretto consigliere di Donald Trump: “Né gli Stati Uniti né la Cina vogliono una guerra commerciale”.

Pier Carlo Padoan, Ministro dell’Economia italiano: “Dobbiamo prendere il populismo seriamente anche perchè quelli che lo votano, in molti casi, sono brave persone, che sono preoccupate sul futuro dei propri ragazzi, sull’educazione, sulla sicurezza. E vanno presi molto seriamente”.

Christine Lagarde, direttore generale del Fmi:”Ci vuole una maggiore redistribuzione dei redditi di quanta ne abbiamo oggi”.

Joe Biden, vicepresidente uscente degli Usa: “Il principale bastione di difesa dell’Alleanza Atlantica è l’impegno indubitabile degli Stati Uniti”.

Mat Damon, attore: ”Il problema della distribuzione di acqua pulita è assolutamente risolvibile nell’arco della nostra vita”.

Pierre Moscovici, commissario europeo agli Affari Economici: “Quello che bisogna capire è che noi vogliamo rendere più forte l’Italia con riforme e il rispetto delle regole che coinvolgono la flessibilità. E’ sempre stato questo e sempre sarà l’atteggiamento della Commissione”.

Theresa May, premier britannico: “Dobbiamo prepararci a un negoziato duro con l’Unione europea. C’è un’opportunità unica per la Gran Bretagna, quella di assumere la leadership mondiale del libero commercio e del libero mercato”.

Wolfgang Schaeuble, ministro delle Finanze tedesco, “Non credo che possiamo iniziare un negoziato minacciandoci. Noi non vogliamo punire la Gran Bretagna”.

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DA DAVOS 2017: OXFAM: 8 people own as much as half (i dati OXFAM ITALIA www.oxfamitalia.org/ ): - 8 persone nel 2016 possedevano la stessa ricchezza netta (426 miliardi di dollari) dei 3,6 miliardi di persone più povere del mondo. - L’1% della popolazione mondiale possiede, sin dal 2015, più ricchezza netta del restante 99%. - 1 persona su 10 nel mondo vive con meno di 2 dollari al giorno. - 7 persone su 10 nel mondo vivono in paesi in cui la disuguaglianza è aumentata negli ultimi 30 anni. 10 tra - le più grandi multinazionali hanno generato nel 2015/16 profitti superiori a quanto raccolto dalle casse pubbliche dei 180 Paesi più poveri al mondo. - 124 milioni: E’ il numero di bambini che potrebbero andare a scuola se si recuperassero i proventi dell’elusione fiscale delle grandi corporation a danno dei paesi poveri. - 50%: E’ la quota di emissioni in atmosfera prodotta a livello globale dal 10% più ricco del mondo. - In Italia l’1% più ricco era in possesso nel 2016 del 25% della ricchezza nazionale netta. Da soli, i primi 7 miliardari italiani possedevano più ricchezza del 30% più povero dei nostri connazionali.

DA DAVOS 2017: OXFAM: eight people own as much as half . I dati OXFAM ITALIA http://www.oxfamitalia.org/ :
– 8 persone nel 2016 possedevano la stessa ricchezza netta (426 miliardi di dollari) dei 3,6 miliardi di persone più povere del mondo.
– L’1% della popolazione mondiale possiede, sin dal 2015, più ricchezza netta del restante 99%.
– 1 persona su 10 nel mondo vive con meno di 2 dollari al giorno.
– 7 persone su 10 nel mondo vivono in paesi in cui la disuguaglianza è aumentata negli ultimi 30 anni. 10 tra
– Le più grandi multinazionali hanno generato nel 2015/16 profitti superiori a quanto raccolto dalle casse pubbliche dei 180 Paesi più poveri al mondo.
– 124 milioni: E’ il numero di bambini che potrebbero andare a scuola se si recuperassero i proventi dell’elusione fiscale delle grandi corporation a danno dei paesi poveri.
– 50%: E’ la quota di emissioni in atmosfera prodotta a livello globale dal 10% più ricco del mondo.
– In Italia l’1% più ricco era in possesso nel 2016 del 25% della ricchezza nazionale netta. Da soli, i primi 7 miliardari italiani possedevano più ricchezza del 30% più povero dei nostri connazionali.

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XI JINPING, LEADER CINESE - Il vento dell’incertezza e delle trasformazioni radicali ha spirato anche in Svizzera, dove è andato in scena dal 17 AL 20 GENNAIO l’annuale appuntamento del WORLD ECONOMIC FORUM (la 46esima edizione), che richiama politici, imprenditori, economisti, protagonisti del tech e del giornalismo su scala globale. Tutti soggetti reduci, seppur con diverse competenze e responsabilità, da un 2016 che ne ha messo in crisi visioni e aspettative, rivelando spesso l’incapacità di dare risposte alle persone. A Davos devono averlo capito e non a caso il tema del meeting è stato “LA LEADERSHIP REATTIVA E RESPONSABILE” (RESPONSIVE AND RESPONSIBLE LEADERSHIP). Le sfide, per chi decide, sono a grandi linee quattro, al centro dei meeting: rafforzamento della crescita, inclusione e sviluppo, revisione di alcuni aspetti del capitalismo, capacità di abbracciare la quarta rivoluzione industriale. Però i “meccanismi di risposta tradizionalmente lenti e reattivi” e le strutture con cui si affrontare i problemi non bastano più e si deve trovare una nuova via. (…)Tra i protagonisti più attesi figura il presidente cinese XI JINPING, sia per l’eccezionalità della visita sia perché inevitabilmente, con Trump alla Casa Bianca, anche per Pechino sarà un nuovo inizio in termini di leadership responsabile. Dovrà essere parecchio responsabile, per guidare il processo di uscita del Regno Unito dalla Ue, anche THERESA MAY, primo ministro, tra i presenti a Davos. A Davos ci sono stati pure il vicepresidente Ue TIMMERMANS e il nuovo segretario delle Nazioni Unite, GUTIERRES, il presidente portoghese ANTONIO COSTA, il leader di Ennhada, GHANNOUCHI. Parterre vario, come da canone, che è arrivato a includere AL GORE, BILL GATES ma anche MATT DAMON (non come attore ma come co.founder di Water.org) e il direttore del Wwf MARCO LAMBERTINI, JACK MA di Alibaba e MARY BARRA di General Motors, la violinista ANNE SOPHIE-MUTTER e il campione uscente di Formula 1 NICO ROSBERG, SERGEY BRIN e SHAKIRA, la cantante che è anche ambasciatrice di buona volontà per l’Unicef. E poi personalità del mondo dell’economia e dell’accademica come ROGOFF, ROUBINI, STIGLITZ (da www.wired.it/ )
XI JINPING, LEADER CINESE – Il vento dell’incertezza e delle trasformazioni radicali ha spirato anche in Svizzera, dove è andato in scena dal 17 AL 20 GENNAIO l’annuale appuntamento del WORLD ECONOMIC FORUM (la 46esima edizione), che richiama politici, imprenditori, economisti, protagonisti del tech e del giornalismo su scala globale.
Tutti soggetti reduci, seppur con diverse competenze e responsabilità, da un 2016 che ne ha messo in crisi visioni e aspettative, rivelando spesso l’incapacità di dare risposte alle persone. A Davos devono averlo capito e non a caso il tema del meeting è stato “LA LEADERSHIP REATTIVA E RESPONSABILE” (RESPONSIVE AND RESPONSIBLE LEADERSHIP). Le sfide, per chi decide, sono a grandi linee quattro, al centro dei meeting: rafforzamento della crescita, inclusione e sviluppo, revisione di alcuni aspetti del capitalismo, capacità di abbracciare la quarta rivoluzione industriale. Però i “meccanismi di risposta tradizionalmente lenti e reattivi” e le strutture con cui si affrontare i problemi non bastano più e si deve trovare una nuova via. (…)Tra i protagonisti più attesi c’è stato il presidente cinese XI JINPING, sia per l’eccezionalità della visita sia perché inevitabilmente, con Trump alla Casa Bianca, anche per Pechino sarà un nuovo inizio in termini di leadership responsabile. Dovrà essere parecchio responsabile, per guidare il processo di uscita del Regno Unito dalla Ue, anche THERESA MAY, primo ministro, tra i presenti a Davos. A Davos ci sono stati pure il vicepresidente Ue TIMMERMANS e il nuovo segretario delle Nazioni Unite, GUTIERRES, il presidente portoghese ANTONIO COSTA, il leader di Ennhada, GHANNOUCHI.
Parterre vario, come da canone, che è arrivato a includere AL GORE, BILL GATES ma anche MATT DAMON (non come attore ma come co.founder di Water.org) e il direttore del Wwf MARCO LAMBERTINI, JACK MA di Alibaba e MARY BARRA di General Motors, la violinista ANNE SOPHIE-MUTTER e il campione uscente di Formula 1 NICO ROSBERG, SERGEY BRIN e SHAKIRA, la cantante che è anche ambasciatrice di buona volontà per l’Unicef. E poi personalità del mondo dell’economia e dell’accademica come ROGOFF, ROUBINI, STIGLITZ (da http://www.wired.it/ )

   Nell’avanzare lo scorso anno di un vento populista e a volte veramente xenofobo (contro gli immigrati), più o meno tutti speravano che gli avvenimenti politici assai preoccupanti che si stavano allora verificando (il referendum in Gran Bretagna, la cosiddetta Brexiti, nel quale ha vinto la volontà di uscita del Paese dall’Unione Europea; da poco la vittoria di Trump negli USA; i muri che Stati europei hanno costruito, o minacciato di costruire, contro i migranti…), tutto questo fosse un semplice periodo di turbolenza, un malessere che seppur diffuso, avrebbe poi trovato una misura “giusta”, intermedia, nel gestire una situazione complicata poi da altri fattori difficili (come l’impoverimento della classe media con l’allargarsi della disoccupazione, con i fallimenti di banche, un’economia che non si riprende…).

   Si sperava che Trump, una volta presidente, sarebbe stato più saggio e “realista” rispetto agli slogan della sua campagna elettorale; che la Brexit inglese fosse “soft”, cioè che più o meno poco cambiasse nel rapporto tra Gran Bretagna e Paesi dell’Unione Europea. Che i partiti populisti, alcuni veramente xenofobi, che ci sono in varie parti dell’Europa, poco a poco sarebbe declinati….. Invece il 2017 smentisce queste previsione (speranze), e dice che ora “il gioco si fa duro e preoccupante”.

DAVOS è un comune svizzero del CANTONE GRIGIONI, di poco più di 11mila abitanti. Si trova nel DISTRETTO DI PRETTIGOVIA/DAVOS nella parte nord orientale della Svizzera. La lingua ufficiale non è né il tedesco, né il francese, né l’italiano, ma il romancio. E’ posto lungo il fiume LANDWASSER, nelle ALPI SVIZZERE, a metà fra il passo del Plessur ed il Passo dell’Albula. Il 1º gennaio 2009 si è fuso con l'ex comune di Wiesen, diventando così uno dei più estesi di tutta la Svizzera. La località è nota in tutto il mondo, oltre che per l’annuale Forum Economico, perché è un rinomato CENTRO DEGLI SPORT INVERNALI
DAVOS è un comune svizzero del CANTONE GRIGIONI, di poco più di 11mila abitanti. Si trova nel DISTRETTO DI PRETTIGOVIA/DAVOS nella parte nord orientale della Svizzera. La lingua ufficiale non è né il tedesco, né il francese, né l’italiano, ma il romancio. E’ posto lungo il fiume LANDWASSER, nelle ALPI SVIZZERE, a metà fra il passo del Plessur ed il Passo dell’Albula. Il 1º gennaio 2009 si è fuso con l’ex comune di Wiesen, diventando così uno dei più estesi di tutta la Svizzera. La località è nota in tutto il mondo, oltre che per l’annuale Forum Economico, perché è un rinomato CENTRO DEGLI SPORT INVERNALI

   La premier inglese Theresa May opta per il cosiddetto “hard Brexit”: niente concessioni ai partner europei, Londra uscirà sia dall’Unione sia dal mercato unico. Il vero motivo di tale posizione inglese forse è che non si vuol fare nessuna concessione alla UE sul tema “immigrati”, sul controllo delle frontiere (in chiave anti-immigrati). E così la leader inglese è disposta a pagare il prezzo di un isolamento commerciale dall’Europa.

THERESA MAY, premier britannica, a DAVOS
THERESA MAY, premier britannica, a DAVOS

   Dall’altra Trump negli Stati Uniti offre una sponda alla Gran Bretagna. Dice: “Fate bene a uscire in ogni modo dall’Europa comune, e noi faremo accordi con voi” (più o meno è questo il senso…). E la premier inglese prospetta una Gran Bretagna rivolta liberamente al commercio mondiale, un “Paese più globale” (ha detto così) (dimenticando forse le asperità cui si troverà, nel dover negoziare accordi bilaterali con ogni paese con cui vuole commerciare, con tempi lunghi, senza alcun aiuto e condivisione europea…). Comunque è un ritorno a un nazionalismo puro (ammesso che la GB se ne fosse negli ultimi anni allontanata…).

   Un po’ diverso l’iper-nazionalismo di Donald Trump, che porta alla Casa Bianca una visione del mondo in cui gli interessi nazionali contano più delle regole internazionali. Il suo slogan (AMERICA FIRST) è dato dal ragionamento che gli Stati Uniti possono “bastare a se stessi”: fabbriche solo negli USA, produzione e consumo americano. Con un approccio che ricorda quello dei rapporti di forza, di competizione, tra gli stati, in vigore prima della Seconda guerra mondiale; e con eventuali accordi bilaterali tra nazioni (il senso dell’Unione Europea era –è- invece quello di diminuire il potere della “nazione” per darlo a un’entità federale più grande, una condivisione fra Stati del presente e del futuro).

   E’ comunque, tutto questo, il prodotto della crisi che sta vivendo l’Occidente (economica, culturale..), Occidente che riversa la colpa alla GLOBALIZZAZIONE (che possiamo far partire, nella sua concretezza vera, dai primi anni 90 del secolo scorso). Globalizzazione vista come “uguale a disoccupazione, impoverimento…”. Dimenticando che forse la disoccupazione è pure data da quel fenomeno chiamato “fine del lavoro” causato dall’informatizzazione, dai robot… da un sistema produttivo che può sempre più fare a meno di operai, impiegati… (tant’è, a proposito degli USA ora di Trump, che la produzione del settore manifatturiero negli Stati Uniti continua a crescere, ma continua a calare l’occupazione in questo settore).

Una DAVOS barricata - “(…) Gli USA, la principale potenza occidentale non persegue più l'associazione tra libero scambio e valori civili. Rinnega il principio che il benessere di un Paese possa derivare da una maggiore integrazione con il resto del mondo e con AMERICA FIRST afferma invece la priorità e la superiorità nazionale…(…) Se Trump fa davvero sul serio, genererà azioni e reazioni di chiusura. Il messaggio a favore della globalizzazione di Xi, indica che la Cina è pronta a rispondere alle nuove barriere americane. Il gioco sarà duro. Il protezionismo fa male a chi lo subisce e anche a chi lo pratica, anche se spesso non se ne accorge. Non ridurrà le disuguaglianze, il malessere e il disagio profondo che hanno fatto di Trump il nuovo presidente americano. Il mondo sottosopra è per nulla rassicurante” (Giorgio Barba Navaretti, da “Il Sole 24ore” del 17/1/2017)
Una DAVOS barricata – “(…) Gli USA, la principale potenza occidentale non persegue più l’associazione tra libero scambio e valori civili. Rinnega il principio che il benessere di un Paese possa derivare da una maggiore integrazione con il resto del mondo e con AMERICA FIRST afferma invece la priorità e la superiorità nazionale…(…) Se Trump fa davvero sul serio, genererà azioni e reazioni di chiusura. Il messaggio a favore della globalizzazione di Xi, indica che la Cina è pronta a rispondere alle nuove barriere americane. Il gioco sarà duro. Il protezionismo fa male a chi lo subisce e anche a chi lo pratica, anche se spesso non se ne accorge. Non ridurrà le disuguaglianze, il malessere e il disagio profondo che hanno fatto di Trump il nuovo presidente americano. Il mondo sottosopra è per nulla rassicurante” (Giorgio Barba Navaretti, da “Il Sole 24ore” del 17/1/2017)

   Al World Economic Forum di Davos tenutosi tra il 17 e il 20 gennaio scorso, il presidente cinese Xi Jinping ha detto che il suo Paese offrirà una difesa organica della globalizzazione, si opporrà al protezionismo. Pur senza nominare Trump, ha dedicato il suo discorso a smontarne i teoremi protezionisti ora così in voga. E’ così emblematico che il leader cinese diventi il paladino mondiale contro le disuguaglianze e con più regole alla finanza. La Cina dei diritti negati, delle censure a internet e delle restrizioni ai movimenti di capitale si propone al mondo come argine all’isolazionismo americano.

   E’ chiaro che l’idea di globalizzazione che propone la Cina è ben diversa da quella promossa dai Paesi occidentali. Non è fondata necessariamente sullo stesso sistema di valori e istituzioni, ma (almeno finora) su condizioni di lavoro inaccettabili in occidente, sull’interferenza dello Stato nell’economia, su standard di inquinamento questi sì molto liberi (le città cinesi tra le più inquinate al mondo), su libertà civili e di espressione non propriamente democratiche. Ma ora, in Occidente, con gli USA, rischia di andare peggio.

Il Forum economico mondiale (World Economic Forum) è una fondazione svizzera, nata nel 1971 per iniziativa dell'economista ed accademico Klaus Schwab. La fondazione organizza ogni inverno, presso la cittadina sciistica di Davos in Svizzera, un incontro tra esponenti di primo piano della politica e dell'economia internazionale con intellettuali e giornalisti selezionati, per discutere delle questioni più urgenti che il mondo si trova ad affrontare, anche in materia di salute e di ambiente. Oltre a questo celebre incontro annuale (chiamato anche Forum di Davos), il Forum economico mondiale organizza ogni anno un meeting in Cina e negli Emirati Arabi e diversi incontri a livello regionale. La Fondazione produce anche una serie di rapporti di ricerca e impegna i suoi membri in specifiche iniziative settoriali
Il Forum economico mondiale (World Economic Forum) è una fondazione svizzera, nata nel 1971 per iniziativa dell’economista ed accademico Klaus Schwab. La fondazione organizza ogni inverno, presso la cittadina sciistica di Davos in Svizzera, un incontro tra esponenti di primo piano della politica e dell’economia internazionale con intellettuali e giornalisti selezionati, per discutere delle questioni più urgenti che il mondo si trova ad affrontare, anche in materia di salute e di ambiente. Oltre a questo celebre incontro annuale (chiamato anche Forum di Davos), il Forum economico mondiale organizza ogni anno un meeting in Cina e negli Emirati Arabi e diversi incontri a livello regionale. La Fondazione produce anche una serie di rapporti di ricerca e impegna i suoi membri in specifiche iniziative settoriali

   E poi Trump, oltre che isolazionista- protezionista, è contro la Nato (fin qui creatura militare prima di tutto americana!), e appoggia il leader russo Putin. Putin che vede nella Ue e nella Nato, cioè nella presenza militare americana in Europa, i due principali ostacoli per ristabilire l’influenza dell’ex Urss. Con un buon rapporto con Trump, Putin allargherà l’influenza russa verso l’Ucraina, la Moldova, la Georgia, e forse anche nei paesi baltici o in Polonia. Questi stati sarebbero molto più malleabili senza la Nato e la Ue, e se Trump vuole indebolire la Nato (lui dice perché diversi membri non pagano abbastanza, e sarà anche vero), o dividere l’Unione Europea perché rappresenta un fastidioso intralcio globalista, Mosca e Washington sono pronte ad andare a braccetto verso questo nuovo ordine mondiale.

   Non è cosa da poco. E’ uno stravolgimento geopolitico storico: dalla Seconda guerra mondiale gli Stati Uniti hanno assicurato all’Europa quella difesa militare che molti Paesi non erano in grado di garantire da soli. E l’Alleanza atlantica è stata lo strumento fondamentale della solidarietà politica occidentale, e la Nato il suo braccio armato (vero è che gli Stati membri hanno pagato molto meno di quel che hanno fatto gli USA nelle spese militari e nell’impegno diretto nei conflitti, permettendo gli Stati europei di dirottare il Welfare in altre direzioni, come la sanità, le pensioni….).

   Con l’annunciata riduzione dell’impegno americano in Europa, le nazioni del vecchio continente si troveranno pertanto di fronte due gravi questioni finora affidate all’ombrello Nato: la tendenza della Russia di Putin ad allargare l’influenza nelle regioni dell’Europa orientale già sotto il dominio sovietico, e il disordine mediorientale attizzato dalle correnti terroristiche e islamistiche che destabilizzano gli Stati arabi e mettono in pericolo le città europee.

   E, dall’altra, ci troveremo ad avere un sistema economico-commerciale protezionistico che potrà creare molti problemi alle esportazioni europee (italiane in primis) di prodotti della manifattura (visto che l’Europa di materie prime non ne ha molte). Insomma, un 2017 preoccupante, tra protezionismo globale, partiti populisti, crisi economica, che si preannuncia assai difficile. Speriamo che da questi contesti nasca un desiderio e una volontà nuova di uscire dall’apatia (saltare oltre l’ostacolo, per l’Europa ora immobile, per noi). (s.m.)

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NO, LA GLOBALIZZAZIONE NON È IL MALE

di ANGUS DEATON (Premio Nobel per l’Economia nel 2015), da “Il Sole 24ore” del 19/1/2017 Continua a leggere

IMMIGRATI: UN PUNTO DI SVOLTA? Una SCELTA realistica di LIMITAZIONE ma di INTEGRAZIONE, oppure una reazione populista, considerando IMMIGRAZIONE UGUALE a ILLEGALITÀ e TERRORISMO? – Il caso dei 1500 migranti ammassati nel Centro di CONA (Venezia) e la possibile accoglienza diffusa

CONA (provincia di Venezia), 1500 migranti nel centro di accoglienza per 200 migranti-profughi. Sovraffollamento, acqua fredda, poco cibo. E’ ritornata la tranquillità dopo il pomeriggio del 2 gennaio e la notte tra il 2 e il 3 dove, nel Centro di accoglienza, ci sono state le proteste dei migranti legate alla situazione di sovraffollamento della struttura e alla morte di una giovane ivoriana, SANDRINE BAKAYOKO, deceduta per una trombosi polmonare come ha stabilito l'autopsia. Gli operatori del centro, spaventati dalle proteste, si sono barricati in un container e negli uffici amministrativi della struttura. La protesta è durata diverse ore, 25 operatori sono rimasti chiusi nel centro fino alle 2 di notte del 3 gennaio, quando la crisi si è risolta con la mediazione delle forze dell’ordine. C’è stato il trasferimento deciso dal Viminale di 100 ospiti in strutture di accoglienza dell'Emilia Romagna. Ma la situazione nel centro resta drammatica. 1500 ospiti in un luogo che potrebbe ospitarne 200. Tendoni con persone ammassate e senza acqua calda. E un potenziale bubbone di risentimento
CONA (provincia di Venezia), 1500 migranti nel centro di accoglienza per 200 migranti-profughi. Sovraffollamento, acqua fredda, poco cibo. E’ ritornata la tranquillità dopo il pomeriggio del 2 gennaio e la notte tra il 2 e il 3 dove, nel Centro di accoglienza, ci sono state le proteste dei migranti legate alla situazione di sovraffollamento della struttura e alla morte di una giovane ivoriana, SANDRINE BAKAYOKO, deceduta per una trombosi polmonare come ha stabilito l’autopsia. Gli operatori del centro, spaventati dalle proteste, si sono barricati in un container e negli uffici amministrativi della struttura. La protesta è durata diverse ore, 25 operatori sono rimasti chiusi nel centro fino alle 2 di notte del 3 gennaio, quando la crisi si è risolta con la mediazione delle forze dell’ordine. C’è stato il trasferimento deciso dal Viminale di 100 ospiti in strutture di accoglienza dell’Emilia Romagna. Ma la situazione nel centro resta drammatica. 1500 ospiti in un luogo che potrebbe ospitarne 200. Tendoni con persone ammassate e senza acqua calda. E un potenziale bubbone di risentimento

   E’ un caso nazionale la rivolta del 2 gennaio scorso dei profughi nel Centro di accoglienza (CDA) di Cona (paese di 3.000 abitanti nella parte sud della provincia di Venezia, ben più vicino a Rovigo, al Polesine, che a Mestre-Venezia). Il CDA è in un’ex base militare (missilistica) collocata in una delle sparse 11 contrade-frazioni di Cona, in quella che si chiama Conetta, di soli 190 abitanti.

   E nel Centro di accoglienza di Conetta molti denunciavano da tempo le condizioni di vita disumane del campo, così com’è circondato da filo spinato e da vecchie strutture militari, in cui i dormitori sono stati costruiti all’interno di tensostrutture temporanee nelle quali sono state ammassate le brande per dormire. A Conetta pertanto c’erano già state delle proteste, anche da parte dei migranti che si lamentavano della mancanza di docce, dei servizi igienici, e della scarsità dei pasti.

SANDRINE BAKAYOKO, una giovane donna di 25 anni della Costa d’Avorio è morta nel campo di Cona. Era arrivata in Italia il 30 agosto 2016 ed era ospitata nell’hub in attesa di avere una risposta alla sua richiesta d’asilo. Il malore finito in tragedia. Un malore che non le ha lasciato scampo. La giovane donna si sarebbe sentita male in doccia intorno alle 7 e l’ambulanza che l’ha portata via intorno alle 15 non sarebbe riuscita a salvarla. Dall’hub intanto i migranti accusano: «È stata anche colpa della negligenza della cooperativa, l’ambulanza è arrivata solo 8 ore dopo». In una nota, però, l’ospedale di Piove di Sacco ha detto che i mezzi di soccorso sono partiti subito dopo aver ricevuto la chiamata
SANDRINE BAKAYOKO, una giovane donna di 25 anni della Costa d’Avorio è morta nel campo di Cona. Era arrivata in Italia il 30 agosto 2016 ed era ospitata nell’hub in attesa di avere una risposta alla sua richiesta d’asilo. Il malore finito in tragedia. Un malore che non le ha lasciato scampo. La giovane donna si sarebbe sentita male in doccia intorno alle 7 e l’ambulanza che l’ha portata via intorno alle 15 non sarebbe riuscita a salvarla. Dall’hub intanto i migranti accusano: «È stata anche colpa della negligenza della cooperativa, l’ambulanza è arrivata solo 8 ore dopo». In una nota, però, l’ospedale di Piove di Sacco ha detto che i mezzi di soccorso sono partiti subito dopo aver ricevuto la chiamata

   La rivolta iniziata nel primo pomeriggio del 2 gennaio, con il sequestro da parte degli immigrati degli operatori del Centro, è andata avanti fino all’una di notte Ed è scoppiata a seguito della morte, per cause naturali, di una profuga di 25 anni, della Costa d’Avorio, SANDRINE BAYAKOKO. Le trattative portate avanti dalla polizia per arrivare alla liberazione dei 25 operatori che si erano rinchiusi in una struttura prefabbricata del campo, hanno avuto buon esito verso l’una di notte. La protesta dei profughi poi è proseguita nella mattinata, chiedendo da parte di un gruppo di profughi di far entrare i giornalisti nella base di Cona per mostrare le loro condizioni di vita. Ma l’accesso è stato impedito.

   Sulle abnormi condizioni di vita dentro a questo Centro (1500 migranti, in una struttura in grado di accoglierne dignitosamente non più di 200; e oltre al sovraffollamento, in situazione con acqua fredda, bagni insufficienti, poco cibo…), sulla disastrosa condizione del Centro nessuno è in grado di smentire, di non essere d’accordo. C’è pure stata “un’incursione”, tempo fa, di un giornalista del Corriere del Veneto (Andrea Priante), che è riuscito a infiltrarsi dentro al Centro come operatore della cooperativa «Ecofficina» che gestisce la struttura («lavoro sei giorni su sette, dalle 9 del mattino alle 7 di sera. Il pagamento è in voucher: 200 euro alla settimana….3 euro e 70 centesimi l’ora….»… «…otto letti a castello in uno stanzino, venti se la sala è un po’ più grande, quaranta se tra un letto e l’altro si lasciano pochi centimetri…uomini di Paesi, culture e religioni diverse, stipati come polli dentro stanze disadorne, possono trasformare quel posto in una bomba a orologeria. E se finora la situazione non è precipitata, il merito è proprio di chi lavora lì dentro. Eppure le forze in campo sono sproporzionate: durante il giorno, per supportare 530 profughi ci sono tra gli otto e i dieci dipendenti della coop, quasi tutti giovani…A ricevere decine di profughi doloranti siamo in due e nessuno di noi è un dottore e neppure un farmacista. I casi più gravi vengono dirottati nell’ospedale cittadino ma per il resto ci si affida alla nostra (poca, almeno nel mio caso) esperienza. Distribuiamo Buscopan, Ibuprofene, Maalox….» (questa parte della testimonianza del giornalista).

Il NUOVO PIANO governativo per l’accoglienza prevede PER LA DISTRIBUZIONE DIFFUSA DEI MIGRANTI un rapporto su 2,5/3 MIGRANTI OGNI MILLE ABITANTI. Per i comuni fino a 2000 abitanti è previsto un minimo di 6 migranti. Per i comuni metropolitani il rapporto diminuisce e al massimo sarà di 2 migranti ogni mille abitanti. I sindaci saranno gli attori dell’accoglienza, saranno loro a scegliere dove sistemare i profughi senza subire imposizioni dalla Prefettura. Se c’è l’adesione, la presa in carico dei profughi e questi vengono sistemati, il governo mette a disposizione del comune 500 euro per ogni persona ospitata (fondi liberamente utilizzabili, senza vincolo di spesa)
Il NUOVO PIANO governativo per l’accoglienza prevede PER LA DISTRIBUZIONE DIFFUSA DEI MIGRANTI un rapporto su 2,5/3 MIGRANTI OGNI MILLE ABITANTI. Per i comuni fino a 2000 abitanti è previsto un minimo di 6 migranti. Per i comuni metropolitani il rapporto diminuisce e al massimo sarà di 2 migranti ogni mille abitanti. I sindaci saranno gli attori dell’accoglienza, saranno loro a scegliere dove sistemare i profughi senza subire imposizioni dalla Prefettura. Se c’è l’adesione, la presa in carico dei profughi e questi vengono sistemati, il governo mette a disposizione del comune 500 euro per ogni persona ospitata (fondi liberamente utilizzabili, senza vincolo di spesa)

   Pertanto Cona è come tutte le strutture per immigrati di questo genere: quasi sempre non sono adatte alla vita di centinaia di persone per lunghi periodi di tempo; e sono gestite da grandi cooperative che le amministrano in maniera poco trasparente, perché nel regime straordinario hanno meno obblighi di rendicontazione.

   La morte nel Centro di accoglienza di Cona di Sandrine, e le proteste dei richiedenti asilo, hanno sollevato molte polemiche. C’è chi ha usato questo drammatico episodio per chiedere l’espulsione dei migranti e politiche migratorie ancora più restrittive. Altri invece hanno puntato il dito contro il sistema di accoglienza italiano ancora dominato dalla logica dell’emergenza, nonostante il flusso di arrivi di migranti sulle nostre coste sia costante da anni.

   Il trasferimento dei richiedenti asilo nei centri di prima accoglienza è gestito dalle prefetture e dai vertici del ministero dell’interno, sulla base della disponibilità dei posti nelle diverse regioni italiane. In questo meccanismo che tiene conto solo dei numeri, i prefetti finiscono per preferire alberghi, caserme e tendopoli, invece di strutture medio piccole, che consentirebbero una gestione più accurata e maggiori controlli. Questo perché gran parte dei comuni, delle amministrazioni locali, si rifiutano ad accogliere migranti: a volte per ragioni condivisibili di difficoltà vera, a volte (spesso), per assecondare le ritrosie all’accoglienza della cittadinanza. Questo rifiuto dei comuni impedisce così una distribuzione dell’accoglienza di tipo diffusa, assai meno problematica e più gestibile. Va da se che i mega-centri di accoglienza, portano a un sistema finanziario regolato complessivamente da decine di milioni di euro all’anno. E questo finisce per favorire grandi cooperative e aziende di assistenza che si accaparrano molti appalti, spesso a scapito della qualità dei servizi.

DOMENICA 15 GENNAIO a CONA si tiene una Cerimonia pubblica per SANDRINE BAYAKOKO, la ragazza morta nel centro disumano ospitato nella Caserma di CONETTA. Una cerimonia per onorare la memoria di Sandrine, ma anche per chiedere tutti insieme IL SUPERAMENTO DI QUESTI CENTRI, PER UN'ACCOGLIENZA UMANA E DIFFUSA. “ (…)La cerimonia per Sandrine non è una manifestazione a favore dei profughi. Non è una prova di forza degli anti-razzisti contro i razzisti. Se continuiamo a vedere le cose in questo modo saremo per sempre in ritardo e ci sarà sempre qualcuno che decide sopra di noi. Credo che la cerimonia per Sandrine possa diventare un momento di svolta nel modo con cui tutti noi ci rapportiamo all'accoglienza. Il momento in cui non ci scontriamo sul Si o il No all'accoglienza, ma in cui discutiamo democraticamente del Come.(…)” (Andrea Segre, “il Mattino di Padova” del 9/1/2017) (Per adesioni: cerimoniapersandrine@gmail.com - Per informazioni: Facebook "Bassa Padovana Accoglie")
DOMENICA 15 GENNAIO a CONA si tiene una Cerimonia pubblica per SANDRINE BAYAKOKO, la ragazza morta nel centro disumano ospitato nella Caserma di CONETTA. Una cerimonia per onorare la memoria di Sandrine, ma anche per chiedere tutti insieme IL SUPERAMENTO DI QUESTI CENTRI, PER UN’ACCOGLIENZA UMANA E DIFFUSA. “ (…)La cerimonia per Sandrine non è una manifestazione a favore dei profughi. Non è una prova di forza degli anti-razzisti contro i razzisti. Se continuiamo a vedere le cose in questo modo saremo per sempre in ritardo e ci sarà sempre qualcuno che decide sopra di noi. Credo che la cerimonia per Sandrine possa diventare un momento di svolta nel modo con cui tutti noi ci rapportiamo all’accoglienza. Il momento in cui non ci scontriamo sul Si o il No all’accoglienza, ma in cui discutiamo democraticamente del Come.(…)” (Andrea Segre, “il Mattino di Padova” del 9/1/2017) (Per adesioni: cerimoniapersandrine@gmail.com – Per informazioni: Facebook “Bassa Padovana Accoglie”)

   Evidente pertanto che l’unica possibile alternativa è (sarebbe) la distribuzione dei profughi sul territorio nazionale con il coinvolgimento dei comuni nell’assistenza, e l’applicazione degli standard e dei controlli previsti dal “Sistema nazionale per richiedenti asilo e rifugiati”. E’ comunque questa, adesso, la volontà politica e amministrativa del nuovo piano messo a punto tra Ministero dell’Interno e Anci Nazionale.

   Se pertanto il Governo (con il consenso dell’Anci nazionale, l’associazione dei comuni…) decidono per andare verso l’accoglienza diffusa, dall’altra lo stesso governo, per parte sempre del Ministro dell’Interno (Minniti), con il capo della Polizia Gabrielli, hanno annunciato, alla fine dell’anno (pertanto poco prima dell’episodio di Cona) il rilancio dei Centri di identificazione ed espulsione (CIE), uno per regione, che dovranno arrivare in tutto alla capienza di 1600 posti complessivi. La ripresa dei CIE (Centri di espulsione) denota un atteggiamento più duro “a prescindere” verso ogni forma di migrazione (di profughi da guerre o economici) (non che i CDA non ammettano l’espulsione, più del 60% non vengono accolti, ma il discorso diventa “più duro”, si guarda ancora meno il motivo della migrazione…). E’ anche così (e dalle dichiarazioni che vengono fatte) che lo sviluppo dei CIE fa percepire l’idea che si crei UN COLLEGAMENTO TRA IMMIGRAZIONE IRREGOLARE, ILLEGALITÀ E TERRORISMO.

da Ansa
da Ansa

   Cose invece del tutto separate (immigrazione e terrorismo), ma che certamente esistono nella percezione popolare, in quella dei gruppi politici e culturali che cavalcano la cosa (appunto: immigrazione uguale terrorismo), e ora pare che ci sia un adeguarsi “governativo” (elettorale?) a questa percezione di immigrazione che causa terrorismo. Infatti il Ministro dell’interno e il Capo della polizia, parlano, in questo contesto, si voler raddoppiare le espulsioni: dalle attuali 5mila all’anno a 10mila, forse a 20mila (su che base oggettiva si stabiliscono precedentemente queste cifre?…).

   Un inasprimento sul fenomeno migratorio è dato sicuramente da paura, dal rischio di non riuscire a controllare lo stesso fenomeno; in una situazione nazionale, europea, mediorientale, africana… globale… caotica (a dir poco).

Dentro il CPA di Cona
Dentro il CPA di Cona

   Che dire? Si va così che da episodi di solidarietà estrema (i salvataggi in mare, il volontariato mobilitato…), ad altri di linea dura anche quando non serve, non ha ragione di esserci (migranti a volte integrati, che parlano italiano, che si vedono respingere la domanda di permesso di soggiorno…). E situazioni di contrasto create da chi cavalca la situazione (e le preoccupazioni, sincere, dell’opinione pubblica), proponendo soluzioni drastiche (muri, espulsioni, abbandono dei salvataggi in mare…).

   Contesti (le migrazioni dall’Africa in particolare) che richiederebbero autorevolezza, fermezza, ma anche ragionevolezza, comprensione, solidarietà. Nella trattazione complessiva del problema dei migranti da sud a nord ci sono situazioni complesse che avrebbero (hanno) bisogno di risposte concrete e vere. Ad esempio: a) creare corridoi umanitari e punti di raccolta sull’altra sponda del Mediterraneo, b) organizzare in modo trasparente le traversate togliendo spazio ai trafficanti, c) concedere permessi di soggiorno temporanei (anche per cercare lavoro, evitando richieste di asilo improprie), d) rimpatri volontari assistiti; e) verificare, in piccole strutture decentrate, le specifiche richieste e i requisiti in tempi celeri (non i quasi due anni attuali, attuando anche ricerche su identità e provenienza degli immigrati), f) produrre l’immenso sforzo che serve sul piano globale per dare speranza ai paesi di origine…. Tutte cose che poco si fanno, e si rischia di tappare i buchi, un poco con umanità, un poco con disumanità, tanto con incertezza e disagio. (s.m.)

………………………..

LA VITA NEI CENTRI DI ACCOGLIENZA

AMMUCCHIATI AL GELO COME BESTIE MENTRE ALTRI CI GUADAGNANO MILIONI

di Gian Antonio Stella, da “il Corriere della Sera” del 3/1/2017

– La testimonianza di un giornalista del Corriere del Veneto “infiltrato” nella struttura di Cona: «Uomini di Paesi, culture e religioni diverse, stipati come polli dentro stanze disadorne, possono trasformare quel posto in una bomba a orologeria» – Continua a leggere