LA CITTÀ È IL FUTURO (non le Regioni): trasformiamo l’Italia in tante NUOVE CITTÀ (il superamento dei quasi 8mila comuni può portare a MILLE nuove città di almeno 60mila abitanti), e trasformiamo le obsolete regioni in macroregioni, “aree vaste e organizzate” in uno stato centrale forte e federato nell’Unione Europea

(immagine tratta da http://www.frontierarieti.com/) – Nel 2009 la popolazione urbana mondiale ha superato per la prima volta quella rurale. Questo è un fenomeno considerato “stabile”, ovvero destinato a continuare in modo costante nel futuro: le stime sono che nel 2030 il 60% della popolazione mondiale vivrà nelle città. L’Europa è una delle aree più urbanizzate al mondo: oggi più del 70% dei cittadini europei vivono in aree urbane e gli studi delle Nazioni Unite stimano che la percentuale salirà all’80% entro il 2050. (da http://www.a-architettitrento.it/)

   Le PERPLESSITÀ SULLA FORTE AUTONOMIA REGIONALE che tre regioni stanno chiedendo (Veneto, Lombardia, Emilia Romagna), non è tanto sulle motivazioni di possibile maggiore efficienza sui servizi da dare ai cittadini, di minor spesa adottando costi standard; nemmeno sulle perplessità di assoluta competenza nella gestione di compiti di alto valore strategico nazionale come sono l’ISTRUZIONE e/o l’AMBIENTE… bensì (le maggiori perplessità) nascono dal fatto che si andrà a rafforzare un “CONTESTO GEOGRAFICO” (la Regione, nelle sue venti espressioni nella nostra penisola italiana) PIÙ CHE MAI OBSOLETO nei confini territoriali attuali; e fatto di apparati burocratici mastodontici; e che invece necessiterebbero (le regioni) di una revisione e razionalizzazione che portasse (a nostro avviso) alla creazione di MACROREGIONI (nell’ambito di un credibile STATO CENTRALE e di una vera necessaria FEDERAZIONE EUROPEA).

i tetti di Roma – “Le città sono luoghi attrattivi per le opportunità che aprono da un punto di vista delle interazioni sociali, culturali, di studio, di lavoro, sono luoghi maggiormente competitivi per l’innovazione, l’economia e la ricerca, ma sono anche i luoghi nei quali si manifestano gli effetti della povertà, della segregazione sociale e spaziale, della disoccupazione e sono luoghi “fragili” nei quali si manifestano con maggiore violenza gli effetti dei cambiamenti climatici e dell’inquinamento: già oggi le città consumano il 75% delle risorse naturali e sono responsabili del 70% delle emissioni globali di CO2.” (da http://www.a-architettitrento.it/)

   Riportiamo qui di seguito, in questo post, alcune considerazioni sul RUOLO DELLA CITTÀ che ha fatto il 18 marzo scorso (2019), ad un incontro a Milano all’ISPI (Istituto per gli studi di Politica Internazionale) organizzato dall’Associazione «Amici di Milano», il sindaco della città GIUSEPPE SALA, parlando della “sua Milano”, dei più importanti progetti presenti e futuri. Ma in particolare ci interessa partire qui dalle considerazioni che Sala fa sul ruolo della “città”, come contenitore di ricchezze (conoscenze, multiculturalità, opportunità…), e pure di contraddizioni negative da superare (come inquinamento, difficoltà di convivenza, povertà….).

(PALERMO, Via Montalbo, foto da http://www.livesicilia.it/) – “Il futuro dell’umanità si muove nell’ambito di questo paradosso: le città sono i luoghi nei quali l’uomo abiterà per le opportunità che offrono e, allo stesso tempo, sono i luoghi nei quali si concentrano e si producono i problemi che dovrà affrontare. Quindi la grande sfida culturale e politica da affrontare è come rendere sostenibile l’attrattiva delle città e far sì che il loro futuro sviluppo generi dei luoghi adeguati alla salute pubblica dei suoi cittadini, inclusivi da un punto di vista sociale e spaziale e che agiscano attivamente nel miglioramento delle condizioni ambientali del pianeta.” (da http://www.a-architettitrento.it/)

   Nel 2050 oltre due terzi della popolazione mondiale vivrà in aree urbane. Una situazione che metterà al centro di ogni politica di benessere, di capacità di integrazione, di salute ambientale, proprio il ruolo e la governance delle città: dalle metropoli, “città – stato”, come Roma e la conurbazione di Milano da noi…. ma anche di grandi e medio-grandi città, di cui è ricca l’Italia (Napoli, Torino, Palermo, Genova, Bologna, Firenze, Bari e varie altre…). E poi le medie città (dai 60mila ai 100mila abitanti assai numerose (Ancona, Arezzo, Cesena, Lecce, Lucca, Treviso, Varese, Ragusa, Pavia, etc… vi invitiamo a vedere l’elenco nella pagina http://www.tuttitalia.it/citta/popolazione/). In questo trend di concentrazione della popolazione nelle città diventa pertanto prioritario il dover cercare e dare soluzioni virtuose.

“A livello internazionale il documento di riferimento per lo sviluppo del pianeta è l’AGENDA 2030 PER LO SVILUPPO SOSTENIBILE, un programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità sottoscritto nel settembre 2015 da 193 Paesi membri dell’ONU, che contiene i 17 OBIETTIVI PER LO SVILUPPO SOSTENIBILE. A livello europeo, con il PATTO DI AMSTERDAM di Maggio 2016, si è istituita l’AGENDA URBANA PER L’UNIONE EUROPEA, che riconosce in modo definitivo il ruolo centrale delle aree urbane nello sviluppo sociale, culturale ed economico del futuro del continente.” (da http://www.a-architettitrento.it/)

   E’ comunque sicuro che avremo città sempre più connesse e capaci di utilizzare tecnologie e infrastrutture all’avanguardia. Ma il rischio, la concreta possibilità, è che si creino città con tante “periferie”, cioè luoghi dove non si vive bene, perché le città possono anche essere luoghi di esclusione e fonti di disuguaglianze, di inquinamento, di micro e macro criminalità…. Concentrarsi sul buon governo amministrativo delle città sarà (è) tema fondamentale da perseguire.

VERSO CITTÀ INCLUSIVE E SOSTENIBILI – L’AGENDA URBANA PER L’UNIONE EUROPEA, adottata il 30 maggio 2016 e meglio conosciuta come “PATTO DI AMSTERDAM”, è l’ATTUAZIONE, a livello europeo, dei principi, degli impegni e delle azioni previsti dalla NUOVA AGENDA URBANA DELLE NAZIONI UNITE, adottata a Quito (Ecuador), nel corso della conferenza “Habitat III”, svoltasi dal 17 al 20 ottobre 2016.
Le due agende urbane, quella dell’ONU e quella dell’UE, condividono, infatti, l’identica visione di UNO SVILUPPO EQUILIBRATO, SOSTENIBILE E INTEGRATO DELLE NOSTRE CITTÀ.

   Ma c’è il problema poi di chi non vive in città. Perché vive nella maggior parte di quei quasi 8.000 comuni nei quali solo circa 750 (su 8mila!) hanno una popolazione superiore ai 15mila abitanti…. Tutti comuni piccoli, complicati nel dover erogare servizi, con una visione d’orizzonte e autorevolezza politica verso l’esterno assai limitata (che tolgono così anche opportunità di vita, di lavoro, di studio, ai giovani, ai loro residenti).

Bosco Verticale di Milano, opera dell architetto Stefano Boeri- “Nel contesto dell’AGENDA URBANA DELL’UE, le città italiane potranno giocare un ruolo di protagonismo se sapranno accettare la sfida culturale e politica che le si pone di fronte. C’è una competizione in corso a livello internazionale fatta di innovazione, ricerca, CAPACITÀ DI ATTRAZIONE DEGLI INVESTIMENTI, MIGLIORAMENTO DELLE CARATTERISTICHE AMBIENTALI, DI RESILIENZA, DI INCLUSIONE SOCIALE e le città sono e saranno i luoghi di questa competizione. NELLE CITTÀ ITALIANE RISIEDONO GLI ASSET STRATEGICI PER LO SVILUPPO DELL’INTERO SISTEMA ITALIA ed in particolare hanno due temi assolutamente specifici in ambito europeo ed internazionale che possono rappresentare il vero valore aggiunto in questo contesto di competizione globale, che, tra l’altro, sono totalmente allineati e funzionali alle future strategie europee dell’Agenda Urbana dell’UE: LA STORIA CON LE SUE TESTIMONIANZE ARTISTICHE E DI TRADIZIONI CULTURALI, SOCIALI ED ECONOMICHE E LA PRESENZA DEI DISTRETTI INDUSTRIALI.” (da http://www.a-architettitrento.it/)

   Pertanto il problema è per chi “resta fuori” dal contesto di città innovativa. Che fare per loro? Per questo il superamento degli attuali medio-piccoli comuni creando “nuove città” stabilisce condizioni perché tutti possano vivere nel “contesto urbano” fatto di pari opportunità (anche chi vuole vivere isolato e intende mantenere questa condizione).

MATERA: LA CITTA’ DEL FUTURO SA DI INNOVAZIONE (MA ANCHE DI ANTICO) – La città dei Sassi, nominata ‘Capitale Europea della Cultura per il 2019’ insieme alla bulgara PLOVDIV

   E le AREE MONTANE, alpine e appenniniche (ma anche aree periferiche pedemontane e in zone povere e isolate, specie del sud), che si stanno sempre più spopolando, e che hanno bisogno di progetti economici nuovi. In queste aree si esprime adesso una volontà in istaurarsi in esse di “nuovi montanari”, nuovi abitanti, italiani giovani e meno giovani, ma soprattutto stranieri che posso (potrebbero) trovare lavoro e ripopolare queste aree (tenendo così aperte scuole, uffici postali, linee di autobus, strutture sanitarie…). Ebbene questo può aver successo se anche in queste aree si può immginare un contesto di “nuove città”: realtà amministrative di tipo urbano, che non vuol dire costruire grattacieli (anzi!) ma avere ambiti territoriali e amministrativi autorevoli, in grado di dare servizi efficienti come un qualsiasi sistema urbano tradizionale cittadino, e di dialogare con autorevolezza con organi istituzionali superiore (come la Regione, lo Stato…).

TRAFFICO E SMOG NELLE STRADE DI MODENA IN PIANURA PADANA, foto da ww.ansa.it/- Cosa accade in Italia – SONO ANCORA TROPPE LE CITTÀ ITALIANE PERIODICAMENTE COLPITE DALL’INQUINAMENTO ATMOSFERICO. Un’emergenza costante nel nostro Paese non più giustificabile con le avverse condizioni meteo-climatiche della pianura padana o legate alla sola stagionalità invernale come spesso i cittadini sono indotti a credere.

   E allora se “CITTÀ DEV’ESSERE” (SARÀ) nello sviluppo territoriale futuro dove saranno appunto le città ad avere un potere di governance molto avanzato nel loro territorio, è giusto che a tutti sia offerto eguale “diritto alla cittadinanza”; che non ci siano esclusioni per chi vive in contesti periferici. Da qui, ribadiamo, nasce l’esigenza e la (urgente) necessità di creare “nuove città” superando i medio-piccoli comuni. (s.m.)

TORINO tra le città più inquinate secondo Legambiente. L’inquinamento ci toglie in media 10 mesi di vita. Pianura Padana e grandi città le zone più a rischio – NEL 2018 SONO STATI SUPERATI I LIMITI GIORNALIERI previsti per le polveri sottili o per l’ozono (35 giorni per il Pm10 e 25 per l’ozono) in ben 55 capoluoghi di provincia. In 24 dei 55 capoluoghi il limite è stato superato per entrambi i parametri, con la conseguenza diretta, per i cittadini, di aver dovuto respirare aria inquinata per circa 4 mesi nell’anno.

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20 Mar 2019 – GIUSEPPE SALA Sindaco di Milano con il vicepresidente ISPI (Istituto per gli studi di Politica Internazionale) Paolo Magri: MENO AUTO E INQUINAMENTO, PIU’ CASE, ABITANTI, INTEGRAZIONE E CONOSCENZA: ECCO LA MILANO DEL PROSSIMO FUTURO – Nelle città vive oggi oltre la metà della popolazione del gl obo. Nel 2050 sarà il 75%. Perché nelle città si concentrano conoscenze, opportunità, benessere, servizi, cultura. Come cambieranno le città in futuro? E come garantirne uno sviluppo sostenibile e inclusivo? – E’ la domanda clou che Paolo Magri, vicepresidente di ISPI, ha rivolto il 18 marzo 2019 al SINDACO DI MILANO GIUSEPPE SALA nel corso di un incontro che aveva come tema, appunto, LE CITTÀ

MENO AUTO E INQUINAMENTO, PIU’ CASE, ABITANTI, INTEGRAZIONE E CONOSCENZA: ECCO LA MILANO DEL PROSSIMO FUTURO
20/3/2019, da http://www.newsfood.com/, incontro all’ISPI (Istituto per gli studi di Politica Internazionale ) con il vicepresidente Paolo Magri – Marzo 2019 – Associazione «AMICI DI MILANO».
Nelle città vive oggi oltre la metà della popolazione del globo. Nel 2050 sarà il 75%. Perché nelle città si concentrano conoscenze, opportunità, benessere, servizi, cultura. Come cambieranno le città in futuro? E come garantirne uno sviluppo sostenibile e inclusivo? – E’ la domanda clou che Paolo Magri, vicepresidente di ISPI, ha rivolto al SINDACO DI MILANO GIUSEPPE SALA nel corso di un incontro che aveva come tema, appunto, LE CITTÀ. ECCO COME HA RISPOSTO IL PRIMO CITTADINO DEL CAPOLUOGO LOMBARDO. –
“In una grande città come Milano convivono realtà positive e negative: ricchezza e povertà; inclusione ed emarginazione; innovazione e conservazione. Continua a leggere

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L’ASIA ESISTE: continente “nuovo”, che si affaccia all’Europa ora in modo ufficiale – LA VIA DELLA SETA (YI DAI YI LU, UNA CINTURA UNA STRADA) come nuove e/o rinnovate infrastrutture proposte dalla CINA per gli scambi nei rapporti commerciali – CHE FARE? Accettare la proposta cinese o rifiutare il confronto?

La mappa della Via della Seta (da http://www.lastampa.it/) – La VIA DELLA SETA È MIGLIAIA DI ANNI PIÙ VECCHIA DI QUANTO SI PENSI e potrebbe essere stata percorsa già nel 3000 a. C. dai PASTORI NOMADI CON LE LORO GREGGI, che attraversavano le MONTAGNE DELL’ASIA CENTRALE. Non c’è certezza sulle sue origini. Con un accurato lavoro di confronto delle immagini satellitari e attraverso un algoritmo informatico complesso, un PROFESSORE DI ANTROPOLOGIA dell’Università di Washington, MICHAEL FRANCHETTI, HA RICOSTRUITO VIRTUALMENTE LA ROTTA COMMERCIALE PIÙ FAMOSA DEL MONDO, che unisce il Mediterraneo e la Cina. LA RICERCA È STATA PUBBLICATA SULLA RIVISTA NATURE, con un’anticipazione del quotidiano londinese TIMES. «Le posizioni delle città antiche, I santuari e le fermate dei caravan hanno a lungo illustrato i punti chiave di interazione lungo questa vasta rete, ma gli itinerari non si sono mai conosciuti». I PERCORSI DETTAGLIATI, utilizzati per millenni da mercanti, monaci e pellegrini per navigare e interagire attraverso gli altipiani dell’Asia interiore, NON SONO MAI STATI CHIARI. In più, scavare in vaste aree di territorio dal terreno inospitale o politicamente instabile come l’Afghanistan, non è possibile. IL TEAM HA UTILIZZATO FOTOGRAFIE E MODELLI VIRTUALI, PER TRACCIARE I PERCORSI DEI NOMADI PASTORI. L’ALGORITMO scelto è quello utilizzato per misurare QUANTO L’ACQUA SCORRE NEI TERRITORI CHE ATTRAVERSAVA e in qualche caso attraversa ancora. Il gruppo ha, poi, incrociato alcuni dati satellitari, per INTERCETTARE SU QUALI AREE CI FOSSERO I PASCOLI PIÙ VERDI. (LETIZIA TORTELLO, da http://www.lastampa.It/)

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La Via della Seta marittima verso il centro Europa passa per Trieste (immagine da http://www.ilpais.it/) – LA NUOVA VIA DELLA SETA PASSERÀ PER L’ITALIA? – Cos’è la “Belt and Road Initiative” e perché il documento che sta per firmare il governo preoccupa Stati Uniti e Unione Europea – La notizia delle intenzioni del governo italiano di firmare un DOCUMENTO D’INTESA con la Cina riguardo alla “BELT AND ROAD INITIATIVE” è finita anche sui giornali internazionali: l’Italia potrebbe infatti diventare il PRIMO PAESE DEL G7 A PRENDERE ACCORDI per quello che sarà il più grande e ambizioso piano di infrastrutture della storia recente dell’umanità. Ma l’Unione Europea e soprattutto gli Stati Uniti guardano con preoccupazione ai progetti espansionistici della cosiddetta “NUOVA VIA DELLA SETA”, che insieme a centinaia di miliardi di dollari stanno portando in mezzo mondo anche l’INFLUENZA CINESE e l’IDEA di un NUOVO ORDINE MONDIALE CONTRAPPOSTO A QUELLO AMERICANO. I PARERI CRITICI (E PREOCCUPATI) NON SONO POCHI (li troverai in alcuni articoli ripresi in questo POST)

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   L’Italia si prepara a diventare il primo Paese del G7 a sostenere formalmente la BELT AND ROAD INITIATIVE, nota come “NUOVA VIA DELLA SETA”: un grande progetto infrastrutturale che comprende PORTI, LINEE FERROVIARIE, STRADE e CORRIDOI MARITTIMI con cui il presidente cinese Xi Jinping punta a connettere la Cina a Europa e Africa.
Molte sono le perplessità e i dubbi ad avere un maggiore rapporto di interscambio con la Cina, specie con infrastrutture che loro stessi (i cinesi) potranno condividere, controllare, “esserci” nella quotidianità degli interscambi nel territorio italiano. Nell’esporre in questo post questi dubbi e perplessità, noi qui vogliamo esprimere UN PARERE FAVOREVOLE CHIARO SIN DALL’INIZIO A QUESTO NUOVO RAPPORTO PIÙ STRETTO CON L’ECONOMIA E IL MONDO ASIATICO, DELLA CINA (MA NON SOLO).

IL PORTO DI TRIESTE E’ IN POSIZIONE PRIVILEGIATA PER “LA VIA DELLA SETA” VERSO IL CENTRO EUROPA

   E che questa possibilità che si crea adesso (con questo Governo) è stata peraltro perseguita coerentemente con i governi precedenti (di forze ora all’opposizione): l’allora premier Gentiloni, nel maggio 2017, al BELT AND ROAD FORUM FOR INTERNATIONAL COOPERATION a PECHINO, si era premurato di sottolineare la posizione privilegiata dell’Italia nel cuore del Mediterraneo nonché il potenziale del Paese sul fronte dei porti e della logistica. E in occasione di quel forum Gentiloni parlò anche della necessità della costruzione di una «VIA DELLA SETA DELLA CONOSCENZA», puntando l’attenzione sui proficui scambi scientifici e culturali che – accanto agli importanti contatti commerciali – fanno parte da secoli dell’interazione tra Italia e Cina. Pertanto nel mondo politico, di adesso e di prima, vi può essere una maggioranza trasversale disponibile a rapportarsi in modo positivo al mondo asiatico che sta crescendo, alla Cina.

Cos’è il MEMORANDUM OF UNDERSTANDING (MoU) e perché l’imminente firma da parte dell’Italia crea tanto scompiglio? Si tratta di un DOCUMENTO DI INTESA (non un contratto, né un trattato, né un accordo) SUGLI AMBITI DELLA COOPERAZIONE BILATERALE nei settori dei TRASPORTI, INFRASTRUTTURE, LOGISTICA, AMBIENTE e FINANZA. Non ci sono obiettivi né contenuti precisi, ma espressioni vaghe, per esempio su un avanzamento delle relazioni politiche tra i due paesi firmatari. Come tutti gli altri MoU firmati dalla Cina, gli AMBITI DI COOPERAZIONE sono gli stessi CINQUE che costituiscono i risultati ufficiali previsti per la Bri: 1-COORDINAMENTO DELLE POLITICHE, 2-CONNETTIVITÀ E INFRASTRUTTURE, 3-LIBERO SCAMBIO, 4-INTEGRAZIONE FINANZIARIA e 5-SCAMBI CULTURALI. (da http://www.trend-online.com/)

   Perché riteniamo sia nella tradizione italiana (dall’antichità romana, alle repubbliche marinare, ai miti dell’arte e dei paesaggi artistici italiani conosciuti nel mondo, all’emigrazione otto-novecentesca degli italiano in tutto il mondo) del non temere il rapporto di interscambio e conoscenza con chi è e viene da lontano; e poi nella mai passata, nell’immaginario collettivo, figura di Marco Polo, che (lui) rende partecipe delle sue avventure in Cina (e di quel mondo sconosciuto) il compagno di prigionia Rustichello da Pisa che le trascrisse poi in un’opera divenuta famosa come “Il Milione”. Ma anche la presenza in Cina del missionario Matteo Ricci (che ora il papa vuole riconoscere la sua opera di evangelizzazione in Oriente) dimostrano che vi è una tradizione italica di apertura al mondo che va valorizzata nei suoi aspetti positivi.
OK, abbiamo forse esagerato nel richiamare Marco Polo e Matteo Ricci, ma la leggendaria (ma non tanto) “Via della Seta” di cui si parla oggi (rivista in chiave moderna con infrastrutture innovative nei porti, nelle strade marittime, nelle tecnologie più futuristiche), quella “via della seta” viene ora richiamata come base del nuovo rapporto con i cinesi.

5G da http://www.ilmessaggero.it/ – Il “5G”, cioè le RETI MOBILI DI QUINTA GENERAZIONE, faranno fare un balzo alla velocità di connessione non solo degli SMARTPHONE ma anche dei DISPOSITIVI DELLA CASA CONNESSA, AUTO, SMART CITY, DRONI, IMPIANTI PRODUTTIVI. È lo standard del futuro e guiderà l’evoluzione di Internet. Leader del mercato sono HUAWEI, NOKIA ed ERICSSON, ma l’azienda cinese vale da sola il 30% del mercato. E DONALD TRUMP ha lanciato l’allarme, facendo pressione sugli alleati, perché teme che il 5G sia il cavallo di Troia di Pechino per spiare tanti paesi. IL 5G È CONSIDERATO IL NUOVO WEB PERCHÉ È LA RETE CANDIDATA A GESTIRE IL COSIDDETTO INTERNET DELLE COSE.

   E già da decenni industrie manifatturiere italiane hanno stabilito rapporti in Cina, sempre per condizioni fiscali favorevoli e manodopera con regole poco garantiste e a bassissimo prezzo. Ma ora forse è venuto il momento di pensare a un rapporto diverso, paritario. La parola “paritario” è evocata molto adesso. Perché secondo gli americani, che guardano con ostilità all’espansionismo economico cinese, la “Belt and Road Initiative” è una “debt trap”: cioè una trappola del debito. In altre parole, molti dei 153 Paesi che hanno finora aderito al programma di investimenti cinese, in particolare i più poveri di Africa e Asia, hanno finito per trovarsi indebitati fortemente con Pechino. Ricambiando i creditori cinesi con la proprietà di porti (il Pireo in Grecia, ad esempio), altre infrastrutture strategiche, e ogni ricchezza patrimoniale vendibile. E chi possiede il debito di un Paese ne controlla in larga misura anche la sovranità.

silk-road, da Il Fatto Quotidiano – BELT AND ROAD INITIATIVE (BRI), nuova VIA DELLA SETA, ma il suo vero nome è YI DAI YI LU (UNA CINTURA UNA STRADA), il grande progetto geopolitico e commerciale del leader cinese XI JINPING per rilanciare la globalizzazione.

   Quest’ultima cosa è il rischio che paventano gli USA di Trump (preoccupati di questa rafforzata presenza cinese in Italia, testa di ponte per gli altri Paesi europei…), ma anche l’UNIONE EUROPEA che, pur avendo la competenza sulle politiche commerciali dei Paesi aderenti, lascia libertà di commercio ed accordi con altri Paesi ai singoli Stati, pur che si rispettino le regole e i parametri della Unione Europea. Ma, è ovvio che non vi può essere nessuna autonoma presa di posizione italiana senza un beneplacito da Bruxelles. Commissione europea che ha subito detto che nel rapporto con la Cina ci vuole piena unità nell’Unione.

il leader cinese Xi Jinping

   Il fatto è che finora il rapporto con la Cina e il mondo asiatico ha visto gli altri Paesi europei andare in modo autonomo (tutti alla rincorsa delle opportunità offerte sia dal mercato cinese). Pertanto un’azione “italiana” deve sicuramente essere più corretta ed esplicitata nel contesto dell’Unione Europea, nella trasparenza e parità di condizioni per commercio e investimenti basati sulle regole del mercato e sulle norme internazionali.

   Ma lo stesso è da ritenere che un “moderato strappo” di un Paese importante (come è e resta l’Italia), può essere un’iniziativa che non fa solo bene alla penisola italica (in termini di rilancio dei commerci e delle attività connesse), ma anche all’Europa, ai Paesi del Mediterraneo (ai rapporti con l’Africa del nord in primis). Oltreché può far bene alla Cina stessa, che pur presente dappertutto, mantiene un isolazionismo sociale (politico, culturale, di democrazia interna mancante nei diritti del singolo cittadino), che dovrà superare se un rapporto paritario e chiaro può avere con un’Europa attenta alle regole dei diritti umani; e che a sua volta (l’Europa) ha bisogno di superare una fase storica di decadenza nei suoi progetti presenti e futuri per arrivare ad essere convintamente una federazione di “Stati Uniti d’Europa” punto di riferimento nel mondo per la pace e per lo sviluppo di tutti. (s.m.)

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IL SECOLO ASIATICO (ultimo libro di PARAG KHANNA, marzo 2019, Fazi Editore, pagg. 528, euro 25,00) – “CHE COSA INTENDE PER ASIA? «C’è solo una definizione corretta: QUEL TERRITORIO CHE VA DAL MEDITERRANEO E DAL MAR ROSSO AL MAR DEL GIAPPONE. Non solo quello che di solito viene chiamato Estremo Oriente. È arrivato il tempo di riconoscere questa entità nella sua interezza» (Danilo Taino, intervista a PARAG KHANNA, da “LA LETTURA” de “Il Corriere della Sera” del 3/2/2019) 

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One Belt Map Final, da http://www.analisidifesa.it/

(SCHEDE E ALTRI APPUNTI SULL’ARGOMENTO)
– ….”FAR COLLABORARE LE IMPRESE ITALIANE AI GRANDI CANTIERI per infrastrutture che stanno sorgendo sui canali della Via della Seta, dall’Asia al Medio Oriente, all’Africa: investimenti per 900 miliardi di dollari”, dice Xi Jinping, leader cinese. E SI PARLA MOLTO DEI NOSTRI PORTI DELL’ALTO ADRIATICO, TRIESTE SOPRATTUTTO, come approdo della rotta marina verso l’Europa. 67 PAESI HANNO GIÀ SOTTOSCRITTO LA «BELT AND ROAD INITIATIVE», TRA GLI EUROPEI SOLO GOVERNI «PERIFERICI», COME GRECIA, PORTOGALLO E UNGHERIA. L’Italia sarebbe il primo Paese del G7 a salire sul treno della Via della Seta.
– PERTANTO L’ITALIA È INTERESSATA E “DEVE CONCENTRARSI” (se è interesse, se vale la pena) sui due punti strategici che dovrebbero essere il rapporto fondamentale con la Cina: e cioè 1-il nodo dei PORTI (in particolare Trieste e Genova) e 2-quello del 5G (la nuova tecnologia digitale che connetterà non solo le persone, ma anche le cose -come gli elettrodomestici, le reti informative, la robotica di tutti i generi- a Internet, e che gli americani temono maggiormente perché la considerano il cavallo di Troia di Pechino per spiare tanti paesi occidentali, ma anche per il rischio di perdere il loro monopolio in questo campo tecnologico).
– IL GOVERNO ITALIANO NON È IL SOLO nella Ue a guardare verso Pechino e a voler fare affari con il colosso asiatico. Dalla Gran Bretagna alla Germania sono stati finora assai presenti negli “affari” con la Cina, con la disponibilità del governo comunista con loro di investire per aprirsi nuove vie commerciali verso l’Europa.
– PERCHÉ LA FIRMA ITALIANA SAREBBE DIVERSA da quella degli altri tredici paesi europei che hanno già siglato il Memorandum? E’ diversa forse perché l’Italia e fondatrice dell’Unione e tuttora tra i pilastri dell’Europa unita, nonché membro fondatore della Nato; l’Italia sarebbe il primo paese del G7 a firmare un documento d’intesa con Pechino. Finora nessuno tra i grandi Paesi europei ha mai accettato di sottoscrivere un’adesione formale alla Belt and Road Initiative lanciata dal presidente Xi Jinping.
– LA POSSIBILE FIRMA DI UN MEMORANDUM OF UNDERSTANDING (MoU) tra Cina e Italia in relazione a una nostra adesione alla BRI (Belt & Road Initiative, da noi più conosciuta come Nuova Via della Seta) ha scatenato reazioni non positive da parte dell’UE e reazioni quasi isteriche da parte USA. Aldilà del giudizio positivo o negativo sui contenuti del MoU, se le critiche da Bruxelles (in un’ottica UE) appaiono giustificate (il che non significa che debbano farci desistere ove si fosse convinti di vantaggi “reali” e duraturi per l’Italia), quelle di Washington appaiono decisamente arbitrarie.
– In conseguenza del GRANDE SVILUPPO ASIATICO IL COMMERCIO VERSO EST STA ADDIRITTURA SUPERANDO IL TRAFFICO DELL’ATLANTICO. In questo campo non esiste una politica europea ma una concorrenza fra Paesi europei. Fino ad ora la parte del leone è stata giocata da ROTTERDAM e dai PORTI DEL NORD-EUROPA,
– IL CONGIUNGIMENTO PIÙ EFFICACE FRA L’ASIA E L’EUROPA FA CAPO ALL’ALTO ADRIATICO E ALL’ALTO TIRRENO, che sono a due passi dai grandi mercati dell’Unione. Finora nulla è accaduto rispetto ai meno funzionali ma totalmente protagonisti porti del Nord Europa (perché?).
– L’ACQUISTO DI INFRASTRUTTURE (come le RETI ELETTRICHE, o grandi industrie come la PIRELLI, o adesso pure la futuribile partecipazione nei PORTI ITALIANI) da parte cinese non possono “portare via” la rete elettrica, o la fabbrica, o il porto… non ha e non avrebbe senso, e non è materialmente possibile…diversa è la possibilità di acquisire il Know how, la conoscenza, per lo sviluppo interno cinese; ma questo accadrebbe comunque, e non si vede nulla di male dell’utilizzo del sapere tecnologico italiano ed europeo a vantaggio della popolazione cinese.
– Le imprese americane ed europee hanno, fino a un recente passato, moltiplicato i loro investimenti in CINA e hanno aperto le porte agli investimenti cinesi (di quelle europee in particolare la GERMANIA e l’OLANDA, che hanno un attivo molto forte nella loro bilancia commerciale con la Cina); l’ITALIA sopporta invece un pesante passivo della propria bilancia commerciale, cioè ha attualmente un pesante passivo nell’export con la Cina. Niente di male a “rivedere” questo rapporto ora in disavanzo. (s.m.)
– VEDI QUI SOTTO LA BOZZA DEL MEMORANDUM OF UNDERSTANDING (MoU) alla firma tra Italia e Cina dell’incontro in Italia con il leader cinese Xi Jinping:

bozza MEMORANDUM Italia-Cina

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NUOVA VIA DELLA SETA, L’ITALIA AL CENTRO

di Vincenzo Piglionica, 12/3/2019, da TRECANI

(www.treccani.it/magazine/atlante/geopolitica/ )
«L’Italia è una delle principali economie mondiali e un’importante destinazione per gli investimenti. Sostenere la Belt and road initiative offre legittimità all’approccio predatorio cinese agli investimenti e non apporterà alcun beneficio ai cittadini italiani». Le dure parole twittate dall’account del National security council della Casa Bianca lanciano un segnale inequivocabile a Roma: il supporto formale dell’esecutivo alle Nuove Vie della Seta cinesi non incontrerebbe il favore di Washington, contraria a un’iniziativa che interpreta come esclusivamente finalizzata alla tutela degli interessi di Pechino. Continua a leggere

VENEZUELA NEL CAOS: ora CHE ACCADRA’? (e anche altri Paesi latino-americani NON stanno bene) – Quale progetto (unitario, federalista?) per dare a quel Continente una presenza autorevole nella geopolitica globale con le altre MACRO-AREE GEOGRAFICHE presenti? (Cina, Usa, India, Russia, forse Europa…?)

Il VENEZUELA, con i suoi 33 MILIONI DI ABITANTI distribuiti su una superficie di ben 916.445 km², è un vasto e popoloso Paese dell’America Latina, nella parte più settentrionale del Sud America, affacciato a nord al Mar dei Caraibi. Il Venezuela confina a ovest e sud/ovest con la COLOMBIA, a sud e sud/est con il BRASILE e a est con la GUYANA, anche se in realtà su un territorio di circa 160 mila chilometri quadrati esiste una storica controversia territoriale proprio con la Guyana, tanto che l’area prende il nome di ‘ZONA EN RECLAMACIÓN’. Il nome “Venezuela” è stato storicamente attribuito al navigatore italiano AMERIGO VESPUCCI che navigò sulla costa settentrionale del Sud America nel 1499, per una spedizione navale esplorativa che raggiunse la costa nord-occidentale del paese, ora nota come GOLFO DEL VENEZIA. In quel viaggio, l’equipaggio di Vespucci osservò le costruzioni degli indigeni erette su palafitte di legno appena fuori dalle acque. QUESTO SCENARIO RICORDÒ A VESPUCCI LA CITTÀ DI VENEZIA e da ciò fu inspirato nell’attribuire a questa terra il nome di VENEZZIOLA o VENEZUOLA alla regione. Il termine, che in italiano rinascimentale aveva il significato di piccola Venezia, si trasformò successivamente IN SPAGNOLO in VENEZUELA. – IL VENEZUELA È UNO DEI 17 PAESI DELLA TERRA CON LA MAGGIORE DIVERSITÀ ECOLOGICA, GRAZIE UNA GEOGRAFIA E A UN CLIMA ESTREMAMENTE VARIEGATI che variano da regioni tropicali a climi desertici, da giungle ad ampie pianure fino agli ambienti andini. In questo Stato si trova LA PIÙ GRANDE AREA PROTETTA DELL’AMERICA LATINA CHE COPRE CIRCA IL 63% DEL TERRITORIO NAZIONALE. Il paese è un VERO PARADISO PER QUANTO RIGUARDA LE BELLEZZE NATURALI: nel Venezuela ci sono FORESTE, STERMINATE PIANURE, NUMEROSE ISOLE tra cui spiccano sicuramente Los Roques, la Tortuga e la Isla de Margarita, splendidi laghi (i maggiori sono il Lago de Maracaibo e il Lago de Valencia), deserti, vette e molto altro ancora. (da http://www.meteoweb.eu/)

   La situazione (di fallimento economico) del Venezuela, con la popolazione non in grado nemmeno di avere beni di primaria necessità (alimenti, medicinali…) richiede una svolta per quel Paese, superando l’impasse dell’attuale regime, che ha portato, nel decorso del tempo, assieme alla politica del predecessore Hugo Chavez e fino all’attuale leader Nicolas Maduro, a far sì che un Paese di grande tradizione, importante, fondamentalmente ricco (specie di risorse energetiche, ma anche di cultura, di storia, di vivere civile…) (e terra di immigrazione di tanti italiani) sia ora diventato un Paese alla deriva, alla fame.

Scaffali vuoti nei supermercati venezuelani (foto da http://www.sconfinare.net/) – VENEZUELA: INFLAZIONE ALLE STELLE – IN CINQUE ANNI, IL PIL È CALATO DEL 45% SECONDO L’FMI. La Banca mondiale prevede una contrazione del Pil dell’8% nel 2019, dopo il -18% del 2018. Davanti a una IPERINFLAZIONE, CHE DOVREBBE RAGGIUNGERE QUEST’ANNO IL 10 MILIONI PER CENTO, a metà gennaio Maduro ha quadruplicato il salario minimo a 18mila bolivar (20 dollari secondo il tasso ufficiale), cioè l’equivalente di due chilogrammi di carne. Ad agosto aveva lanciato un piano di rilancio, svalutando il bolivar del 96%. (da http://www.quotidiano.net/esteri/ del 25/1/2019)

   Si temono però, in questo contesto dell’auspicabile superamento del governo di Maduro e della ripresa di un ritorno economico che risolva le necessità primarie dei venezuelani, si teme che ci sia un effettivo rischio che si arrivi a una GUERRA CIVILE (tra oppositori e sostenitori dell’attuale regime); e, dall’altra, che si creino INTROMISSIONI INTERESSATE DI POTENZE ESTERE (ma anche di gruppi finanziari) che possano approfittare della situazione grave del Venezuela per trarne dei vantaggi. Vantaggi del tipo “già visto” in passato in America Latina: Continente per vari decenni del secolo scorso quasi del tutto sotto il controllo, asservito, agli Stati Uniti (che non nascondevano di considerare questo continente come “il giardino di casa”, e pertanto con la volontà di incidere nelle scelte delle nomenclature nazionali, locali)… Adesso però i “pretendenti” ad intromettersi nella vita del Venezuela sono anche altri: le risorse energetiche venezuelane (il petrolio in primis) interessano non solo agli Stati Uniti ma anche a Cina, Russia…

CARACAS, 5 febbraio 2019. (Ignacio Marin, Bloomberg via Getty Images) DA INTERNAZIONALE

   Sperando che il decorrere della crisi venezuelana non porti ad estreme funeste conseguenze (un bagno di sangue), e si crei un nuovo potere democratico in grado di rimettere in sesto l’economia del Paese, vien da dire che il Venezuela in questo momento rappresenta il punto più problematico di un Continente (latino-americano) povero da sempre, e, quel che è peggio, ora del tutto inadeguato a collocarsi con autorevolezza e rispetto nel confronto con le MACRO-AREE mondiali che governano e governeranno il pianeta, nella politica e nell’economia. E “se conti poco, ancora più povero e sfruttato diventi”.

AMERICA LATINA, UN SUB-CONTINENTE IN VENDITA – “IN VENDITA MINIERE, PORTI, TERMINALI DI OLEODOTTI, AUTOSTRADE, CENTRALI ELETTRICHE, RAFFINERIE, AEROPORTI di cui si sa e non si sa che sono cedibili o già promessi. Con la giustificazione che DALL’ISTMO ALLA PATAGONIA SONO TUTTI INDEBITATI A PIÙ NON POSSO e i tassi d’interesse appaiono in risalita. Una situazione simile a quella degli scorsi anni Ottanta. Ma stavolta i creditori non hanno intenzione di fare sconti. Tra i CREDITORI ci sono la RUSSIA e in misura ancora maggiore la CINA (entrambe grandi creditrici anche degli STATI UNITI). IN AMERICA LATINA CERCANO DI ASSICURARSI PARTE DELLE RISORSE ‒ SOPRATTUTTO ENERGETICHE E ALIMENTARI ‒ INDISPENSABILI AI LORO PROGETTI DI SVILUPPO. Approfittando delle periodiche neutralità degli Stati Uniti e dell’INCAPACITÀ EUROPEA di agire coerentemente in favore delle non trascurabili e POSSIBILI SINERGIE CON L’AMERICA LATINA, che funzionerebbero anche come fattore di rafforzamento degli istituti democratici. Ma a eccezione della SPAGNA, che memore del passato imperiale e favorita dalla lingua comune ha cercato di dare alla sua presenza continuità e consistenza, soltanto ITALIA e FRANCIA hanno portato avanti iniziative peraltro sporadiche. (…) (Livio Zanotti, 28/1/2019, da http://www.treccani.it/magazine/atlante/)

   Emblematica è, ad esempio, la crisi che sta vivendo il Brasile, fino a pochi anni fa indicato fra quei Paesi in grande crescita e futuro più che positivo (ricordate i BRICS? …appunto Brasile, assieme a Russia, India, Cina, Sudafrica). E il Venezuela, dal canto suo, è considerato il maggior detentore di risorse petrolifere….

NICOLAS MADURO a una manifestazione con i suoi sostenitori (da il Manifesto) – MADURO sa che le TERRIBILI CARENZE DI CIBO E MEDICINE (che hanno spinto tre milioni di venezuelani a lasciare il paese negli ultimi anni) hanno seriamente eroso il sostegno popolare al regime. Maduro ha ottenuto solo un terzo dei seggi nelle elezioni del 2015 per l’ASSEMBLEA NAZIONALE, e ha risposto cercando di sostituirla con una “ASSEMBLEA COSTITUENTE” rivale (ma l’assemblea nazionale è ancora attiva e Guaidó ne è il presidente). Ha dovuto truccare il voto e incarcerare i dirigenti dell’opposizione per “vincere” le elezioni presidenziali dello scorso anno. Secondo le stime più ottimistiche conserva circa il 15 per cento del supporto popolare. (…)GWYNNE DYER, 7/3/2019, da INTERNAZIONALE (www.internazionale.it/)

   In un contesto così difficile e incerto il Venezuela, risolvendo positivamente (speriamo) la crisi interna, magari con un compromesso tra l’ala democratico-liberale del leader dell’opposizione autoproclamatisi presidente ad interim Juan Guaidò e l’attuale leader Nicolas Maduro (che pur in difficoltà ha il consenso di parte della popolazione e dell’esercito) se si dovesse iniziare un nuovo percorso di pacificazione per il Venezuela, è forse necessario che questo Paese guardi anche all’esterno, a tutta l’America Latina, che dovrebbe iniziare un processo unitario e condiviso per diventare quella “macro-area” di cui dicevamo, in grado di competere con le altre parti del mondo.

Sostenitori di Juan Guaidó a Caracas, 4 marzo 2019 (foto da INTERNAZIONALE) – Il VENEZUELA, dove il leader dell’opposizione e presidente del Parlamento JUAN GUAIDO si è autoproclamato presidente il 23 gennaio scorso DURANTE UNA MANIFESTAZIONE contro il capo dello Stato NICOLAS MADURO, è il PRIMO ESPORTATORE DI PETROLIO DELL’AMERICA LATINA, ma l’oro nero non è stato garanzia di benessere. (…) (da http://www.quotidiano.net/esteri/ del 25/1/2019)

E’ curioso, paradossale, emblematico, che questo possibile progetto di superamento delle singole nazioni latinoamericane fosse nei progetti del grande (leggendario) “libertador” dei Paesi dell’America Latina SIMON BOLIVAR. Patriota venezuelano, nato proprio in Venezuela, a Caracas nel 1783, riconosciuto come il “LIBERTADOR” DELL’AMERICA LATINA che morì poi in esilio, vedendo le sue battaglie in parte vanificate dai potentati locali.
Simon Bolivar voleva appunto unire l’America Latina per farne un soggetto economico autonomo e un attore politico indipendente sulla scena del mondo. Bolivar è stato tra i protagonisti principali (il protagonista!) della liberazione dal dominio spagnolo dell’Ecuador, dell’ Alto Perù (denominatosi poi Bolivia in suo onore); e anche in Venezuela Bolivar lanciò una lotta senza quartiere alla dominazione spagnola….
In questo contesto l’idea, il sogno di Simon Bolivar era proprio di una grande Colombia (come unico soggetto internazionale in grado di trattare alla pari con gli Stati Uniti e la vecchia Europa) in un’America Latina unita…(ma morì, nel 1830, vedendo fallire il suo sogno mentre le truppe di Venezuela e Colombia si affrontavano l’una contro l’altra armate…).
Sintomatico che questo sogno di una grande America Latina unita, adesso, duecento anni dopo, potrebbe essere la prospettiva vera, necessaria, di un rinnovamento generale nella geografia globale dove se vuoi contare devi essere grande e forte. In un sogno di rispetto di ogni specifica territorialità, etnia, di ciascuna persona e di benessere collettivo.
Da qui potrebbe partire il “nuovo Venezuela” ora nel disastro; e tutti gli altri paesi con gravi problemi interni… Servirebbero personalità politiche in grado di fare questo, ma in America Latina (come nel mondo intero) non se ne intravedono di questi tempi. (s.m.)

IL VENEZUELA E IL PETROLIO (carta da LIMES) – VENEZUELA PRIMO AL MONDO PER RISERVE DI PETROLIO – Questo Paese dei CARAIBI, di 916.445 chilometri quadrati e circa 32 MILIONI DI ABITANTI (stando ai dati della Banca mondiale del 2017) è uno dei due membri latino-americani dell’Opec (cioè l’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio), insieme all’ECUADOR. Ha 302,25 miliardi di barili di RISERVE provati, cioè le prime riserve al mondo. In mancanza di liquidità per modernizzare i campi petroliferi, la produzione di petrolio è crollata. A novembre, secondo l’Opec, si è stabilita a 1,13 milioni di barili al giorno, il dato più basso degli ultimi 30 anni. (…)(da http://www.quotidiano.net/esteri/ del 25/1/2019)

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VENEZUELA

LA CRISI VENEZUELANA PROCEDE AL RALLENTATORE

di GWYNNE DYER, 7/3/2019, dalla rivista INTERNAZIONALE (www.internazionale.it/)
Juan Guaidó è tornato in Venezuela il 4 marzo, dopo aver trascorso quasi due settimane a fare il giro delle capitali dell’America Latina che riconoscono la sua rivendicazione di essere il “presidente ad interim” del paese. Per farlo ha sfidato il divieto governativo di lasciare il paese, e dovrebbe quindi essere arrestato da un momento all’altro. O forse no.

Juan Guaidó in un comizio a Caracas, 11 gennaio 2019. (Yuri Cortez, Afp) da Internazionale – La GRANDE DELUSIONE DI GUAIDÓ è arrivata il 2 marzo, dopo aver promesso che centinaia di migliaia di persone si sarebbero recate ai confini per consegnare gli “aiuti umanitari” forniti dagli Stati Uniti e che finora sono stati bloccati dal regime di Maduro. Le cose non sono andate tanto bene. Le masse non si sono presentate e tra i soldati venezuelani che tengono gli aiuti fuori del paese non ci sono state significative diserzioni. (…)GWYNNE DYER, 7/3/2019, da INTERNAZIONALE (www.internazionale.it/)

   Nonostante tutta la feroce retorica, tanto dal campo di Guaidó quanto da quello del regime “eletto” di Nicolás Maduro, le loro azioni rivelano UNA CURIOSA MANCANZA D’URGENZA.
Maduro non ha ancora arrestato Guaidó, anche se in passato ha incarcerato altri dirigenti dell’opposizione per crimini molto meno gravi dell’autodichiararsi presidente. E Guaidó non ha ancora nominato un “vicepresidente ad interim” che prenderebbe il suo posto se dovesse essere incarcerato, il che suggerisce che neanche lui pensa davvero che sarà arrestato.
RILUTTANZA COMPRENSIBILE
Data la frammentaria natura dell’opposizione venezuelana – dove quattro grandi partiti hanno un fragile accordo di condivisione del potere chiamato TAVOLO DELL’UNITÀ DEMOCRATICA (Mud) – la riluttanza di Guaidó nello scegliere un vicepresidente proveniente dai suoi ranghi è comprensibile. È diventato presidente dell’assemblea nazionale nel 2018 solo perché era il “turno” del suo partito, “VOLONTÀ POPOLARE”.

VENEZUELANI IN FUGA – Colpito dal CROLLO DEL COSTO DEL GREGGIO DAL 2014 il Venezuela, che ottiene dal petrolio il 96% delle sue entrate, soffre di una mancanza di moneta che ha fatto precipitare il Paese in una crisi acuta, generando un esodo di venezuelani in fuga da carenze alimentari e di medicine. Non senza conseguenze su diversi Paesi vicini. TRE MILIONI DI VENEZUELANI VIVONO ALL’ESTERO e, di questi, secondo le stime dell’Onu ALMENO 2,3 MILIONI HANNO LASCIATO IL PAESE A PARTIRE DAL 2015. Un dato che, stando alle stime, dovrebbe salire a 5,3 milioni nel 2019. (da http://www.quotidiano.net/esteri/ del 25/1/2019)

   Non può scegliere il suo potenziale sostituto neanche all’interno di “Volontà popolare”, e non esiste un accordo valido che sancisca il diritto di un altro partito dell’opposizione di scegliere questo leader. E quindi, per evitare una lotta all’interno della coalizione Mud nel bel mezzo dello scontro con il regime di Maduro, Guaidó semplicemente non ha scelto alcun vicepresidente ad interim.
D’altro canto, se Guaidó fosse arrestato adesso senza aver nominato un suo vice, ci sarebbe il rischio di un altrettanto grande scontro tra i quattro partiti di Mud a proposito di chi dovrebbe prendere il suo posto. Conclusione: Guaidó agisce come se non dovesse essere arrestato. Naturalmente potrebbe sbagliarsi, ma finora questa è una crisi che si muove con grande lentezza.
La mancanza d’urgenza riguarda anche le forze armate statunitensi che, da quanto si può osservare, non stanno facendo alcun preparativo chiaro d’invasione del Venezuela. Chi s’intende di strategie militari internazionali degli Stati Uniti sa che questi quasi sempre si preparano per settimane o mesi, facendo affluire le proprie truppe prima di varcare effettivamente un confine difeso da altre forze armate. Attualmente questo non sta accadendo.
LE MASSE NON SI SONO PRESENTATE
Perché tutti si muovono così lentamente? Perché tutti sperano ancora che ci possa essere un esito pacifico, se nessuno tirerà troppo la corda adesso.
La grande delusione di Guaidó è arrivata il 2 marzo, dopo aver promesso che centinaia di migliaia di persone si sarebbero recate ai confini per consegnare gli “aiuti umanitari” forniti dagli Stati Uniti e che finora sono stati bloccati dal regime di Maduro. Le cose non sono andate tanto bene. Le masse non si sono presentate e tra i soldati venezuelani che tengono gli aiuti fuori del paese non ci sono state significative diserzioni.
Ma nemmeno Maduro può dormire sonni tranquilli. Sa che le terribili carenze di cibo e medicine (che hanno spinto tre milioni di venezuelani a lasciare il paese negli ultimi anni) hanno seriamente eroso il sostegno popolare al regime.
Maduro ha ottenuto solo un terzo dei seggi nelle elezioni del 2015 per l’assemblea nazionale, e ha risposto cercando di sostituirla con una “assemblea costituente” rivale (ma l’assemblea nazionale è ancora attiva e Guaidó ne è il presidente). Ha dovuto truccare il voto e incarcerare i dirigenti dell’opposizione per “vincere” le elezioni presidenziali dello scorso anno. Secondo le stime più ottimistiche conserva circa il 15 per cento del supporto popolare.
Quanto all’esercito statunitense, non vuole davvero invadere il Venezuela. Sta cercando di voltare la pagina dopo 17 anni di guerre, impossibili da vincere, contro movimenti di guerriglia in Medio Oriente. L’ultima cosa di cui ha bisogno oggi è una nuova serie d’insurrezioni armate con cui fare i conti in Venezuela.
È probabilmente quel che accadrebbe se invadesse il paese. Il regime di Maduro ha sicuramente perso il sostegno popolare, ma anche se solo il 15 per cento della popolazione rimanesse fedele alla “rivoluzione”, ci sarebbero comunque una guerriglia e una resistenza terroristica che potrebbero durare anni.
SPETTACOLARE INCOMPETENZA
Il regime di Maduro si sta lentamente disfacendo, soprattutto a causa della sua spettacolare incompetenza. Tutte le principali economie esportatrici di petrolio sono state colpite dal calo del valore del greggio. Ma solo in Venezuela esistono tante persone che soffrono di malnutrizione grave, e solo in questo paese la produzione di petrolio è crollata in maniera così stupefacente, addirittura di due terzi.
Non è a causa delle sanzioni statunitensi, imposte con decisione solo nel 2017, e non è a causa del “socialismo” (Cuba ha vissuto una crisi di liquidità altrettanto grave dopo il crollo dell’Unione Sovietica, e nessuno è morto di fame). Il motivo è che parole come “reinvestire” e “manutenzione” non fanno parte del vocabolario chavista.
Anche se il regime è probabilmente destinato al collasso, non conviene a nessuno scatenare grandi e durature violenze, calcando troppo la mano adesso. Amnistie e altri accordi potrebbero favorire una transizione pacifica, e c’è ancora tempo per vedere se la cosa potrà funzionare.
Questo non significa che lo scontro non possa avere una conclusione violenta, ma spiega perché i principali attori stanno facendo le cose con tutta questa calma. (Gwynne Dyer, 7/3/2019, da INTERNAZIONALE http://www.internazionale.it/, traduzione di Federico Ferrone)

SIMON BOLIVAR, il patriota venezuelano – nato a Caracas nel 1783 da una famiglia creola – riconosciuto come il “LIBERTADOR” DELL’AMERICA LATINA che morì poi in esilio, vedendo le sue battaglie in parte vanificate dai potentati locali. Due secoli dopo le RIDUCIONES DEI GESUITI, finite in un bagno di sangue, si era ripetuto così lo stesso sacrificio nella SOFFERENZA E UMILIAZIONE DI SIMON BOLIVAR, l’eroe che VOLEVA UNIRE L’AMERICA LATINA PER FARNE UN SOGGETTO ECONOMICO AUTONOMO E UN ATTORE POLITICO INDIPENDENTE SULLA SCENA DEL MONDO, ma che nel 1830, qualche mese prima di morire, davanti alla crisi diplomatica tra due paesi che gli dovevano l’indipendenza, il VENEZUELA che lo aveva esiliato e la COLOMBIA che lo accoglieva senza nessun entusiasmo, affermò disilluso: “HO ARATO IL MARE”. E tuttavia tutta l’America Latina deve alla tenacia di Simon Bolivar la liberazione dal dominio spagnolo: l’Ecuador la ottenne nel 1822 dopo la Battaglia di Pichincha, quando le forze indipendentiste di Jose’ Antonio Sucre, compagno e amico di Bolivar, liberarono definitivamente Quito e i cittadini accolsero l’appello del Libertador ad unirsi alla Grande Colombia. Tre anni dopo, il 6 agosto 1825, l’Alto Perù divenne anch’esso una nazione autonoma con il nome di Repubblica di Bolivar, successivamente cambiato in Bolivia: così il progetto di indipendenza del Sudamerica dalla Spagna era finalmente completo. Erano passati 13 anni dal proclama “GUERRA O MUERTE” lanciato da Simon Bolivar di fronte alla spietatezza degli spagnoli, con i quali aveva intrapreso in Venezuela una lotta all’ultimo sangue e senza quartiere. IL SOGNO AMBIZIOSO DI “UNA GRANDE COLOMBIA” COME UNICO SOGGETTO INTERNAZIONALE IN GRADO DI TRATTARE ALLA PARI CON GLI STATI UNITI E LA VECCHIA EUROPA, però, era destinato al fallimento a causa delle aspre resistenze delle oligarchie locali dei vari Stati.

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IL VENEZUELA DA UN GIORNO ALL’ALTRO

di Livio Zanotti, 6/3/2019, da http://www.treccani.it/magazine/atlante/geopolitica/
Per governare, la politica deve regolare il diritto e la forza, se non funzionali l’uno all’altra deve almeno renderli compatibili. Il Venezuela ormai da tempo non ci riesce. E la loro crescente divaricazione spacca i 33 milioni di abitanti in parti sempre più animosamente avverse e immiserite materialmente e nello spirito. La forza domina ma non governa, il diritto ne è schiavo, ma la sua stessa condizione la indebolisce. Continua a leggere

IL RITORNO DELLA PAURA DELLA BOMBA – INDIA e PAKISTAN si scontrano duramente e minacciano l’uso dell’ARMA NUCLEARE che entrambi possiedono – Oltre il grave episodio tra i due Paesi asiatici, ritorna il pericolo della distruzione atomica del pianeta – Che fare per ABOLIRE LE ARMI NUCLEARI?

KASHMIR – foto da http://www.osservatoriodiritti.it/ – “LO STATO ATTUALE DI TENSIONE INDIA – PAKISTAN – Il 12 Febbraio scorso un GIOVANE MILITANTE KASHMIRI SI È FATTO SALTARE IN ARIA contro un convoglio che trasportava truppe indiane nel distretto di PULWAMA, in KASHMIR, nel peggior attacco alle forze indiane dall’inizio della militanza. IL PREMIER dell’INDIA, NARENDRA MODI si è precipitato ad accusare Il Pakistan, storico nemico, di dare protezione e gruppi terroristici internazionalmente riconosciuti come JAISH-EL-MOHAMMED (JeM), che ha rivendicato l’attacco dove sono rimasti UCCISI 42 SOLDATI delle forze speciali. IL GIORNO SUCCESSIVO, negozi, CASE E AUTO DI KASHMIRI MUSULMANI sono stati DATI ALLE FIAMME dalla maggioranza hindu a Jammu, divisione dello stato federato di Jammu e Kashmir, dove per cinque giorni è stato imposto il coprifuoco. ALLE DICHIARAZIONI VIOLENTE e all’escalation di minacce da un lato all’altro del confine disputato, la LINEA DI CONTROLLO, dopo l’attacco sono seguite le notizie di VIOLENZE E LINCIAGGI CONTRO studenti e commercianti KASHMIRI IN TERRITORIO INDIANO, polarizzando gli animi nel clima di isteria che si respira dopo Pulwama, a meno di DUE MESI DALLE ELEZIONI POLITICHE. MODI NON VUOLE APPARIRE DEBOLE nella delicata questione KASHMIR, il territorio CONTESO DA OLTRE 70 ANNI CON IL PAKISTAN, capace di smuovere gli animi della destra nazionalista che il suo partito rappresenta. (……)” (MARIA TAVERNINI, 27/2/2019, da http://www.osservatoriodiritti.it/

KASHIMIR –  ll Kashmir è una regione storico-geografica situata a nord del subcontinente indiano fra India e Pakistan. Entrambe ne rivendicano la sovranità, mentre la Cina rivendica solo la zona che attualmente controlla: la regioni dell’Aksai Chin e del Shaksgam.

Fu originariamente un importante centro per la religione induista, e, più tardi, anche per il Buddhismo. Intorno alla metà del XII secolo lo scià Mirza divenne il primo monarca musulmano del Kashmir inaugurando la dinastia dei Salatin-i-Kashmir, Sultani del Kashmir. Fu così che, per i successivi cinque secoli, il Kashmir venne governato da sovrani musulmani tra i quali occorre ricordare sia il sultano Sikandar, detto l’Iconoclasta, chiamato anche Alessandro, il quale ascese al trono nel 1398, sia Zayn al-‘Abidin, soprannominato l’Ornamento dei devoti, che divenne sovrano nel 1420. La dinastia dei Mughal dominò il Kashmir fino al 1751. La dinastia afgana Durrani governò il Kashmir dal 1752 al 1820.

Nel 1820 i Sikh, sotto la guida del maharajah Ranjit Singh si annetterono la regione e la governarono fino al 1846. Da quell’anno il maharajah Gulab Singh divenne governatore del Kashmir con il patrocinio dell’Impero britannico. La dinastia dei Dogra dominò il Kashmir fino al 1947. Con la fine dal Raj britannico in India, il principato divenne oggetto di contesa fra tre diverse nazioni, India, Pakistan e Cina.

LA REGIONE DEL KASHMIR è di fatto AMMINISTRATA DA TRE STATI, così suddivisi: l’INDIA (per i territori di JAMMU e KASHMIR); il PAKISTAN (per AZAD KASHMIR e GILGIT-BALTISTAN); la CINA (per AKSAI CHIN e SHAKSGAM). L’area occupata dal GHIACCIAIO SIACHEN, che si trova al confine fra i tre Stati, non ha ancora un confine definito ma è CONTROLLATA DALL’INDIA. (da Wikipedia)

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     Che significa una bomba nucleare fatta esplodere dal Pakistan contro l’India (o dall’India contro il Pakistan)? Non parliamo delle possibili altre reazioni a catena inimmaginabili: solo l’esplosione di due (due!) bombe nucleari (considerando la inevitabile reazione immediata del Paese colpito verso “l’altro”), il lancio incrociato di armi nucleari tra i due Paesi “provocherebbe l’uccisione di milioni di persone nelle regioni colpite, ma causerebbe anche una catastrofe globale senza precedenti. La fuliggine risalita nell’alta atmosfera a seguito delle tempeste di fuoco create dalle esplosioni nucleari PERTURBEREBBE GRAVEMENTE IL CLIMA GLOBALE, provocando una carenza di grano in tutto il mondo e carestie globali che colpirebbero più di un quarto della popolazione mondiale”. Questo afferma Ira Helfand, Co-Presidente di IPPNW (International Physicians for the Prevention of Nuclear War, una federazione di organizzazioni mediche che si batte per l’abolizione delle armi nucleari). Pertanto, anche se cinicamente la morte di milioni di persone a qualcuno può apparire poco coinvolgente se accadde lontano da casa, è bene sapere che ne saremo tutti coinvolti irreversibilmente.

Kashmir, carta rispresa da LIMES – JAMMU E KASHMIR È UN PICCOLO STATO – relativamente alle nazioni che lo circondano, oltre all’India e al Pakistan, la Cina e l’Afghanistan – di 222.236 kilometri quadrati, che occupa un vasto bacino alluvionale tra l’estremità nord-occidentale della catena dell’Himalaya e il versante meridionale del Karakoram. Gran parte del territorio è occupato da foreste. Il Kashmir ha un’economia prevalentemente agricola con una fiorente pastorizia. L’INDUSTRIA PRINCIPALE È LA LAVORAZIONE DELLA LANA. L’aspetto geopoliticamente più rilevante di questa regione è di avere una popolazione – che supera di poco i 12 milioni – a maggioranza musulmana e di essere spartita tra l’India e il Pakistan. LA DIVISIONE DEL KASHMIR È SEGNATA DALLA LINE OF CONTROL 1 (LoC), non riconosciuta come confine internazionale, che partendo dal punto NW605550, tra AKHNUR e GUJRAT, termina nel nulla al punto NJ980420 sul Saltoro Ridge, intorno al Ghiacciaio di Siachen 2. Un terzo dello Stato, comprendente i Northern Territories (Gilgit, Hinza, e Baltisan), e l’Azad Kashmir (Free Kashmir) è controllato dal Pakistan; i restanti due terzi di cui fanno parte Jammu, a maggioranza indù, e il LADAKH, o PICCOLO TIBET, sono stati integrati all’India 3. (da LIMES)

   La crisi India-Pakistan, e la labilità (la facilità) di un possibile ricorso da parte di uno dei due contendenti all’arma nucleare, fa preoccupare e richiederebbe misure e interventi perché questo pericolo non possa mai avverarsi.
Sia l’India, sia il Pakistan, sono due potenze nucleari dotate di un numero non chiaro di testate e di lanciatori balistici. La crisi è molto pericolosa e di non facile contenimento, anche perché i media di entrambe le parti hanno un atteggiamento molto aggressivo. Solo forti pressioni internazionali possono guidare ad una soluzione diplomatica, prima che sia troppo tardi. Perché nessuno è veramente pronto a una reale escalation, ma il patriottismo e l’ultra-nazionalismo, nel mondo politico, fra le opinioni pubbliche e la stampa dei due paesi, è a livelli pericolosi.

Mappa del Kashmir e delle zona contesa tra Pakistan e India (ripresa da IL SOLE 24ORE) – “(….) La causa principale di questo lungo e insanabile confronto tra PAKISTAN e INDIA, è LA REGIONE DEL KASHMIR divisa nel 1947 da una “LINEA DI CONTROLLO” che i due paesi hanno accettato ma mai digerito. Essendo una regione a maggioranza musulmana, il Kashmir avrebbe dovuto diventare Pakistan ma era la terra d’origine di Pandit Nehru (primo ministro indiano dal 1947, data dell’Indipendenza dell’India, al 1964, data della morte di Nehru, ndr). Tuttavia NESSUNO DEI DUE PAESI È PRIVO DI RESPONSABILITÀ SE QUELLA REGIONE È COSÌ PERICOLOSA DA OLTRE SETTANT’ANNI. Il Kashmir è tuttavia solo la vetrina dell’ostilità reciproca. E LA QUESTIONE RELIGIOSA –MUSULMANI CONTRO HINDU – È RELATIVA. La ragione principale del lungo conflitto è il DIVERSO RUOLO DEI MILITARI NEI DUE SISTEMI. L’India è una democrazia compiuta, il ruolo dei militari è stabilito dalla più lunga Costituzione del mondo, e non è mai mutato. In PAKISTAN invece, dalla morte del fondatore Ali Jinnah, I MILITARI SONO STATI SEMPRE AL CENTRO DEL SISTEMA, anche quando non governavano loro, FRA UN GOLPE E L’ALTRO. Tutte le quattro guerre combattute sono state pesantemente perse dal Pakistan, inferiore per numeri, armamento e spesso per qualità. Anche l’ultimo bombardamento aereo indiano per vendicare l’attentato ai 40 militari uccisi da un’auto-bomba, è stata un’umiliazione per i militari pakistani (…)” (Ugo Tramballi, da “il Sole 24ore” del 27/2/2019)

   Dal 1998, quando i governi di India e Pakistan hanno assunto decisioni gravi per testare le armi atomiche, per venirne in possesso, entrambi i Paesi sono stati coinvolti in una corsa agli armamenti nucleari in stile Guerra Fredda. Pertanto una nuova guerra riguarderebbe due potenze nucleari con un arsenale di circa 300 testate; con una attuale popolazione complessiva tra loro di poco meno di un miliardo e mezzo di esseri umani.
La causa principale di questo lungo e insanabile confronto, è LA REGIONE DEL KASHMIR divisa nel 1947 da una “LINEA DI CONTROLLO” che i due paesi hanno accettato ma mai digerito. E la questione religiosa –musulmani contro hindu – è meno importante di quel che vuole apparire. Conta invece, secondo gli osservatori geopolitici, il ruolo dei militari, specie in Pakistan.

Due caccia abbattuti sul Kashmir tra India e Pakistan (foto da “la Repubblica.it) – La PAKISTAN CIVIL AVIATION AUTHORITY (CAA) ha annunciato che poco prima dell’alba (del 27 febbraio scorso) i cacciabombardieri del Pakistan hanno «violato lo spazio aereo indiano e condotto un attacco di rappresaglia» in risposta al raid indiano di ieri sul suo territorio contro il gruppo islamista Jaish-e-Mohammed, accusato a sua volta di aver innescato “il tutto”, per aver commesso l’attentato suicida del 14 febbraio contro le truppe paramilitari filo-indiane nel Kashmir sotto controllo dell’India, facendo una quarantina di vittime. La CAA ha poi annunciato di aver chiuso il suo spazio aereo a tutti i voli commerciali, lo stesso ha fatto l’India su gran parte dei suoi Stati settentrionali. Sembra che un pilota di un aereo indiano sia caduto nelle mani pakistane… Insomma un contesto di scaramucce e scontri veri, partiti dall’attentato suicida di separatisti-terroristi filo-pakistani che ha prodotto 40 vittime; e poi la successiva reazione indiana, e così via…fino alla minaccia (all’inizio pakistana) di usare la bomba atomica: perché entrambi i Paesi, India e Pakistan, detengono l’arma nucleare.

   Infatti la ragione principale del lungo conflitto, che dura da più di 70 anni (dal 1947) è il diverso ruolo dei militari nei due sistemi. L’India è una democrazia compiuta (di un miliardo e trecento milioni di abitanti!!), e il ruolo dei militari è costituzionalmente stabilito e vi è un controllo politico (almeno così pare). In Pakistan invece i militari sono stati sempre al centro del sistema, anche quando non governavano loro, fra un golpe e l’altro.
Un contesto difficile di convivenza “in vicinato” tra questi due grandi paesi. E le tensioni esplodono là dove vi sono territori fortemente contesi, come il Kashmir: terra ricca, fertile, con le sue foreste, con un’economia prevalentemente agricola, con una fiorente pastorizia; e dove l’industria principale è la lavorazione della lana. E, il Kashmir, “terra strategica” ancor di più: una terra di mezzo tra India, Pakistan, Afghanistan e Cina (e attraverso il Kashmir passano i grandi, criminosi e redditizi traffici del pianeta, come il traffico di armi e di droga da e verso l’Afghanistan).

MAPPA DEI PAESI AVENTI NEL PROPRIO TERRITORIO ARMI NUCLEARI. – In CELESTE gli Stati con armi nucleari aderenti al TNP, Trattato di non proliferazione (Cina, Francia, Regno Unito, Russia, USA); – in ROSSO gli Stati con armi nucleari non aderenti al TNP (India, Corea del Nord, Pakistan); – in OCRA gli Stati con armi nucleari non dichiarate (solo Israele); – in BLU gli Stati della NATO aderenti alla “CONDIVISIONE NUCLEARE” (Belgio, Germania, Italia, Paesi Bassi, Turchia); – in VERDE gli Stati che in passato possedevano armi nucleari (Bielorussia, Kazakistan, Sudafrica, Ucraina) (da Wikipedia)

   Tornando al pericolo nucleare, come cerchiamo di illustrare in questo post, i segnali di un contesto di sempre maggiore tensione internazionale, e dove i patti precedentemente stabiliti da Usa e Russia vengono disattesi, ebbene, questo può ben facilitare lo scatenarsi di un conflitto (anche accidentale, magari non voluto, ma con reazioni a catena). E’ un’ipotesi che ci richiede di tornare ad avere attenzione (e possibile mobilitazione) per (ri)proporre con volontà e determinazione che si vada verso accordi internazionali per un concreto disarmo totale, generalizzato, dalle armi nucleari. (s.m.)

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8 dicembre 1987: il presidente statunitense Reagan e il segretario generale sovietico Gorbačëv firmano il trattato INF – COS’E’ IL “TRATTATO INF” – Il trattato INF (INTERMEDIATE-RANGE NUCLEAR FORCES TREATY) venne siglato a WASHINGTON l’8 dicembre 1987 da RONALD REAGAN e MICHAIL GORBAČËV, a seguito del VERTICE DI REYKJAVÍK (11 ottobre 1986) tenutosi tra i due Capi di Stato di USA e URSS. Il trattato fu il primo frutto del cambio al vertice dell’Unione sovietica: esso POSE FINE ALLA VICENDA DEGLI EUROMISSILI, ovvero dei MISSILI NUCLEARI A RAGGIO INTERMEDIO installati da USA e URSS SUL TERRITORIO EUROPEO: prima, gli SS-20 sovietici e, in seguito alla cosiddetta doppia decisione della NATO del 1979, i missili americani IRBM Pershing-2 e quelli cruise da crociera BGM-109 Tomahawk. (da Wikipedia)

QUANTE ARMI NUCLEARI CI SONO NEL MONDO?
da http://www.lastampa.it/ 10/5/2018
Secondo l’ultimo rapporto della Federation of American Scientist https://fas.org/issues/nuclear-weapons/status-world-nuclear-forces/ i Paesi del mondo che possiedono armi atomiche sono soltanto nove per un totale di 14.200 testate nucleari.
Gli STATI DOTATI DI ARMI NUCLEARI sono, in ordine di armi possedute, STATI UNITI, RUSSIA, FRANCIA, CINA, GRAN BRETAGNA, PAKISTAN, INDIA, ISRAELE e COREA DEL NORD. USA E RUSSIA DA SOLI POSSEGGONO 13.000 ORDIGNI, PARI A CIRCA IL 93% DEL TOTALE. ISRAELE non ha mai ammesso ufficialmente il possesso di armi atomiche. La COREA DEL NORD è stato l’ultimo Paese a sviluppare armi atomiche e poco si sa sulla sua capacità di usarle.

PUTIN TRUMP – LA FINE DEL TRATTATO INF – Gli STATI UNITI (TRUMP) il 1° febbraio scorso (2019) ha dichiarato l’intenzione (entro 6 mesi) di togliere la loro adesione al Trattato INF. La RUSSIA (PUTIN) ha avvertito che se gli Stati Uniti iniziassero a sviluppare nuovi missili nucleari a raggio INF (cioè MISSILI NUCLEARI A RAGGIO INTERMEDIO, missili che coprono un raggio di 3.000-5.500 km) inizierebbero a farlo anche loro.

  Gli arsenali nucleari si sono ridotti a circa un quinto rispetto al livello massimo che avevano raggiunto a metà degli anni Ottanta (circa 70.000 ordigni). Il rapporto segnala che STATI UNITI e RUSSIA e GRAN BRETAGNA stanno ancora diminuendo il numero di ordigni. CINA, PAKISTAN, INDIA e COREA DEL NORD lo stanno aumentando.
Il BULLETIN OF NUCLEAR SCIENTIST https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/00963402.2017.1363995# indica che le armi ancora negli arsenali militari sarebbero meno, circa 9000, dislocate in 14 Paesi del mondo e anche in ITALIA, dove sono presenti testate statunitensi come pure in BELGIO, OLANDA, GERMANIA e TURCHIA.
NEL 1968 venne adottato dalle NAZIONI UNITE il TRATTATO DI NON PROLIFERAZIONE NUCLEARE, entrato in vigore nel 1970, sottoscritto quell’anno da Stati Uniti, Unione Sovietica e Gran Bretagna e da altri 40 Stati. OGGI è stato SOTTOSCRITTO DA 190 PAESI. Per molti anni il Trattato non è riuscito a evitare l’aumento del numero di armi nucleari e del numero di Paesi che le possiedono.
Nel 2017 120 Paesi hanno votato alle Nazioni Unite il Trattato per la proibizione delle armi nucleari che prevede l’impegno a non sviluppare, testare, produrre, acquistare, possedere o accumulare armi nucleari. Il trattato entrerà in vigore quando sarà firmato e ratificato da 50 Stati. Fino ad oggi è stato firmato da 58 Stati e ratificato da 9 http://www.icanw.org/status-of-the-treaty-on-the-prohibition-of-nuclear-weapons/. Nessuno dei 9 Paesi in possesso di ordigni nucleari lo ha ancora firmato o ratificato e neppure l’Italia lo ha fatto. (da http://www.lastampa.it)

(immagine da http://www.disarmo.org/) – L’INTERNATIONAL CAMPAIGN to ABOLISH NUCLEAR WEAPONS (ICAN) è una coalizione globale di organizzazioni non governative che lavora per implementare e promuovere l’adesione al TRATTATO PER LA PROIBIZIONE DELLE ARMI NUCLEARI (https://it.wikipedia.org/wiki/Trattato_per_la_proibizione_delle_armi_nucleari ), il cui obiettivo è l’ELIMINAZIONE TOTALE DI ORDIGNI DI QUESTO TIPO. A luglio 2017, su pressione di ICAN, 122 Nazioni hanno adottato il documento ma nessuna delle nove potenze nucleari del mondo, tra cui Regno Unito, Stati Uniti e Francia, ha firmato.

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PAKISTAN – INDIA

ALLE SOGLIE DEL CONFLITTO?

di Roberto Del Bianco, da http://www.peacelink.it/, 27/2/2019
– Il rischio di un’escalation nucleare nel confronto territoriale che si è riacceso tra India e Pakistan. Un appello da IPPNW, l’Internazionale Medici per la prevenzione della guerra nucleare. Un invito alla sua divulgazione da parte delle testate e i media italiani –   

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FUSIONI DI COMUNI assai rare, REGIONI che non diventano MACROREGIONI, PROVINCE che ritornano, AREE METROPOLITANE senza progetto – E la richiesta di AUTONOMIA REGIONALE (Veneto, Lombardia, Emilia) DIVIDE Nord da Sud – Come coniugare autonomia, federalismo, e nuovi confini istituzionali ora obsoleti?

I COMUNI D’ITALIA SONO, AL 20 FEBBRAIO 2019, 7915 – NEL 2019 SONO STATE FINORA APPROVATE 31 FUSIONI DI COMUNI, di cui sei per incorporazione, PER UN TOTALE DI 65 COMUNI SOPPRESSI. Il numero complessivo dei comuni italiani, ad oggi, è diminuito di trentanove unità passando da 7.954 a 7.915. Dal 1° luglio 2019 diminuirà di un ulteriore unità arrivando a 7.914 comuni. Le regioni interessate ai processi di fusione di comuni nel 2019 sono Emilia-Romagna (3), Lombardia (8), Marche (1), Piemonte (11), Puglia (1), Toscana (1), Trentino-Alto Adige (1) e Veneto (5). Prime fusioni di comuni approvate in Puglia, nella Città metropolitana di Torino e nelle province di Cuneo, Novara e Treviso. L’istituzione di Gattico-Veruno in Piemonte è il primo caso di approvazione di una fusione nonostante l’esito sfavorevole dei referendum consultivi in entrambi comuni interessati. … Vedi le tabelle aggiornate su: https://www.tuttitalia.it/variazioni-amministrative/nuovi-comuni-2019/

   La Costituzione italiana, all’art. 116 comma terzo, prevede la possibilità di ATTUAZIONE DEL REGIONALISMO DIFFERENZIATO. Cioè il Parlamento può attribuire alle attuali regioni “ULTERIORI FORME E CONDIZIONI PARTICOLARI DI AUTONOMIA” sulla base di un’intesa fra lo Stato e la regione interessata.
E’ accaduto (e sta accadendo) che tre regioni intendono usufruire dei maggiori poteri previsti (e delle risorse finanziarie da gestire direttamente), e queste regioni sono il Veneto, la Lombardia e l’Emilia Romagna. Il 28 febbraio 2018 si è giunti alla definizione di TRE DISTINTI ACCORDI “PRELIMINARI”, ciascuno sottoscritto dal rappresentante del Governo e dal Presidente della regione interessata.

Zaia, Fontana e Bonaccini, i governatori delle tre regioni che hanno chiesto l’autonomia (Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna) – LE MATERIE DELL’AUTONOMIA PER VENETO, LOMBARDIA, EMILIA ROMAGNA SONO (elenchi più lunghi quelli presentati da Lombardia e Veneto che puntano a tutte le 23 competenze oggi in coabitazione con lo Stato, mentre l’Emilia Romagna si ferma a 15, e i dossier al centro delle richieste riguardano più di 200 funzioni amministrative): Cooperazione, Politica agricola, Energia, Competitività e sviluppo imprese, Trasporto Infrastrutture pubbliche e logistica, Comunicazioni, Ricerca e innovazione, Tutela ambientale, Casa e territorio, Tutela della salute, Tutela beni culturali, Diritti e politiche sociali e famiglia, Previdenza obbligatoria e complementare, Politiche del lavoro, Sport, Istruzione scolastica.

   Le deleghe, a nostro avviso più rilevanti (non solo per l’aspetto finanziario, ma anche per le implicazioni politiche e culturali che presuppongono), sono quelle dell’ISTRUZIONE SCOLASTICA e dell’AMBIENTE. Ma anche le altre deleghe non sono da poco. Le citiamo tutte: Cooperazione, Politica agricola, Energia, Competitività e sviluppo imprese, Trasporto, Infrastrutture pubbliche e logistica, Comunicazioni, Istruzione scolastica, Ricerca e innovazione, Tutela ambientale, Casa e territorio, Tutela della salute, Tutela beni culturali, Diritti e politiche sociali e famiglia, Previdenza obbligatoria e complementare, Politiche del lavoro, Sport.

In merito all’AUTONOMIA REGIONALE di Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna LA GEOGRAFIA DELLE RISORSE – I costi attuali sostenuti dallo Stato e i fondi trasferibili per le principali competenze in discussione con l’autonomia differenziata. Valori in milioni di euro (51% IL PESO DELLA SCUOLA: il costo delle competenze legate all’istruzione assorbe più della metà della spesa nelle materie «trasferibili»). (Fonte: Elaborazione Sole 24 Ore su dati Ragioneria generale e pre-intese governo-regioni, da il sole 24ore del 20/1/2019)(l’immagine qui sopra è sempre tratta da “il Sole 24ore del 20/1/2019)

   Scuola, ambiente, ordine pubblico, infrastrutture, politiche per il lavoro, ricerca e così via… portano anche probabilmente a una ridefinizione del rapporto (per le Regioni che se ne assumeranno la delega) con i Ministeri competenti (creando problematiche non da poco).
MA TUTTO PER ORA SI E’ FERMATO. Sembrava che la cosa si facesse concreta (in questi giorni il Parlamento doveva votare e approvare queste forme di autonomia, diverse per regione, -il Veneto ad esempio ne chiede 23 di deleghe -l’Emilia 15-, tra cui, appunto, la gestione del sistema scolastico, tra le più rilevanti e difficili da assegnare, per i programmi, per la scelta del personale…)…… Dicevamo che si doveva arrivare all’approvazione di questa storica differenziazione di poteri (e di autonomia fra regioni), ma la forte opposizione delle regioni del sud (che temono minori risorse provenienti dal Centro, visto che molte entrate rimarranno di più al nord), e in particolare discordanze di intenti delle due forze politiche ora al governo… ebbene tutto è stato rinviato, e temiamo che anche questa riforma di notevole portata (l’attuazione di un regionalismo differenziato) non avverrà più almeno nei prossimi anni.

Si sente dire che Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna vogliono l’AUTONOMIA REGIONALE DIFFERENZIATA. Ma pochissimi italiani sanno di che cosa si tratta effettivamente: anche perché se ne parla poco, e in modo volutamente molto vago. Questo breve saggio di Gianfranco Viesti (“VERSO LA SECESSIONE DEI RICCHI?”) racconta le origini di questo processo, le richieste regionali e le loro possibili implicazioni. GIANFRANCO VIESTI (professore di “Economia applicata” all’Università di Bari) mette in guardia dalla possibile “secessione dei ricchi”. Il saggio gratuito in questo link: https://www.laterza.it/download-viesti.asp

   Noi qui pensiamo comunque che la proposta di maggiore autonomia regionale nei servizi al cittadino, possa portare un maggior controllo della spesa pubblica ed efficienza, a una maggiore responsabilità se estesa a tutte le regioni (non solo alle attuali tre). Ma non è detto (l’istituzione delle regioni, già dal 1970, ha moltiplicato la spesa pubblica creando grandi apparati parassitari).

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da http://www.tuttitalia.it/variazioni-amministrativenuovi-comuni-2019

   E QUI VENIAMO AL PUNTO CHE CI INTERESSA (in questo blog geografico che vorrebbe definirsi propositivo). Perché l’autonomia avvenga essa, a nostro avviso, deve essere contornata da regole FEDERALISTE: un federalismo che dà poteri (e risorse) alle regioni nell’ambito anche di una presenza autorevole dello stato centrale; e di una visione europea comune che supporti questa nuova ripartizione dei poteri e funzioni verso un’entità sovranazionale (che dovrebbe essere, auspichiamo, gli Stati Uniti d’Europa).
MA PER FARE QUESTO NOI PENSIAMO CHE, contemporaneamente alla maggiore AUTONOMIA REGIONALE, CI DEBBA ESSERE una NUOVA RIPARTIZIONE TERRITORIALE DEGLI ORGANI DI GOVERNO: è necessario (e urgente) la riduzione consistente degli attuali comuni (quasi 8mila), a non più di mille, CREANDO NUOVE CITTÀ; e, appunto, l’ISTITUZIONE DI MACROREGIONI al posto delle attuali 20 Regioni (Macroregioni più confacenti ai maggiori poteri da attribuire loro, e meno dispendiose e più efficienti rispetto ai poco produttivi apparati burocratici che ciascuna delle venti regioni ha adesso).
PERTANTO, AUTONOMIA REGIONALE PIU’ ESTESA SI’, MA RIDEFINIZIONE DEGLI ASSETTI TERRITORIALI.

L’autonomia regionale e la trasformazione istituzionale dei comuni con le FUSIONI tra di essi, l’istituzione di MACROREGIONI, la creazione di AREE METROPOLITANE in tutti i territori (oltre le sole grandi città com’è ), sono elementi che dovrebbero procedere insieme. Cioè “avrai maggiore autonomia dallo Stato centrale, se anche decidi di cambiare”, accorparti con altri, per essere più efficiente, più autorevole e più adatto ai tempi contemporanei a una nuova geografia delle istituzioni, delle entità urbane che stanno velocemente cambiando in questo nostro presente.
ANDIAMO CON ORDINE
In merito alle FUSIONI tra comuni partiamo dal dato che in Italia ci sono attualmente 7.915 comuni (si è meritoriamente e lentamente scesi dalla quota 8mila, ma di poco). La popolazione complessiva è (più o meno variabilmente) di 60 milioni di abitanti. In una superficie di circa 300mila chilometri quadrati, una media di 200 persone a Km quadrato. La MEDIA di POPOLAZIONE dei COMUNI è pertanto di 7.580 abitanti: nella media coesistono metropoli come Roma (quasi 3milioni di abitanti), le cento (per la precisione 105), medie e medio grandi città italiane con popolazione superiore ai 60mila abitanti; oltreché paesini di poche centinaia o migliaia di abitanti. Tutti hanno le stesse regole burocratiche, demografiche, urbanistiche, dei servizi sociali. etc.

Fasi della Fusione (da http://www.comunitrentini.it/ )

   E pur nelle differenziazioni geomorfologiche del territorio (paesi di montagna, di collina o di pianura hanno caratteristiche di vita e servizi al cittadino assai diverse…) potrebbe poi essere un parametro compatibile pensare a “NUOVE CITTÀ” (al posto dei quasi 8.000 comuni attuali) sul parametro proprio dei 60.000 abitanti ciascuna (per una gestione compatibile ed efficiente dei servizi, per una visibilità e autorevolezza politica all’esterno, per le OPPORTUNITÀ offerte ai propri cittadini).
Questo “sciogliersi” dei comuni in NUOVE CITTÀ è più che adatto (e necessario) per quei comuni con popolazione al di sotto di questa soglia dei 60mila abitanti, e che molto spesso sono realtà urbane date da più comuni vicini (in un’urbanizzazione diffusa), che si intersecano nei loro confini (confini del tutto aleatori rispetto agli spostamenti della popolazione nella quotidianità).

FUSIONI DI COMUNI DAL 2009 (da http://www.talentilucani.it/ )

   60 milioni di abitanti in “nuove città” da 60mila abitanti significa mille comuni: cioè accorpare, ridurre, sciogliere i quasi 8mila comuni di adesso in più confacenti NUOVE CITTA’ di 60.000 abitanti. Parliamo naturalmente degli attuali medi, medio-piccoli e piccoli comuni di adesso…. (anche se si pone però il problema della eccessiva dimensionalità di certi comuni: ROMA con i suoi quasi 3milioni di abitanti, con la presenza di un turismo di massa per le sue bellezze artistiche, storiche, archeologiche… e per essere anche capitale cristiana del cattolicesimo; per la presenza delle istituzioni nazionali politiche come capitale d’Italia….. Roma o assume una veste diversa dal “Comune” tradizionale, divenendo organizzativamente CITTA’ STATO, oppure certe sue competenze e compresenze andrebbero ripartite, “diluite”, in altri luoghi (città) dell’Italia centrale (collocando ad esempio alcuni ministeri all’Aquila, a Perugia, etc…).

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MACROREGIONI

MACROREGIONI – DODICI MACROREGIONI INVECE DELLE ATTUALI 20 REGIONI. L’iniziativa parlamentare che due deputati dem, RAFFAELE RANUCCI e ROBERTO MORASSUT, avevano lanciato nell’ottobre 2015 non ha avuto alcun seguito. Però la proposta era concreta ed interessante, e da riprendere. Questo accorpamento di regioni PORTA ALLA COSTITUZIONE DI 12 MACROREGIONI, e LASCIA COSÌ COME SONO (1) LA LOMBARDIA, (2) LA SICILIA e (3) LA SARDEGNA. Tutte le altre regioni subirebbero delle modifiche o dei ritocchi significativi. – La novità più importante riguarda IL LAZIO, che VERRÀ DIVISO FRA (4) REGIONE ROMA CAPITALE E (5) REGIONE APPENNINICA. – Le altre macroregioni sono (6) LA REGIONE ALPINA, (7) IL TRIVENETO, (8) L’EMILIA ROMAGNA (comprensiva della provincia di Pesaro), (9) LA REGIONE ADRIATICA (Abruzzo, provincia di Macerata, Ancona, Rieti, Ascoli, Isernia), (10) REGIONE DEL LEVANTE (Puglia, province di Matera e Campobasso), (11) REGIONE TIRRENIA (Campania, province di Frosinone e Latina), (12) REGIONE DEL PONENTE (Calabria, provincia di Potenza)

   Ha ancora senso mettere sullo stesso piano la Regione Lombardia con la Regione Basilicata? …Attualmente poi una interessante proposta di accorpamento è in auge tra le Regioni Marche, Umbria e Toscana…. (ma vedrete che non se ne farà nulla) ….E le regioni del Sud, così come ripartite non potrebbero essere riviste, come volano di sviluppo economico, cambiamento morale, eliminazioni di sprechi e clientele, se individuassimo una sola MACROREGIONE DEL SUD…. E poi il Nordest, dove la presenze di Veneto, Friuli Venezia Giulia e le Provincie autonome di Trento e di Bolzano, territorialmente e geograficamente già pur nel loro diversità si dovrebbero identificare in un’unica MACROREGIONE DEL NORDEST. L’autonomia al Veneto potrebbe in questo senso parificare il contesto, che ha visto finora il Veneto diverso dalle altre due entità (Friuli e Trentino Alto Adige) in fatto di autonomia, e così arrivare ad un’unica Macroregione in Italia e in Europa (sull’esempio di molte altre, pensiamo alla vicina Baviera…).
Pertanto, lo ripetiamo, AUTONOMIA e RIDEFINIZIONE TERRITORIALE degli enti locali di governo SONO TEMI CHE SI INTRECCIANO… (s.m.)

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IL PROCESSO DI ATTUAZIONE DEL REGIONALISMO DIFFERENZIATO, Dossier – Introduzione (a cura del Servizio Studi del Senato, ufficio ricerche sulle questioni regionali e delle autonomie locali, XVIII legislatura)
Con legge ordinaria il Parlamento può attribuire alle regioni “ULTERIORI FORME E CONDIZIONI PARTICOLARI DI AUTONOMIA” sulla base di un’intesa fra lo Stato e la regione interessata.
Tale facoltà è prevista dall’articolo 116, terzo comma, della Costituzione, introdotto con la riforma costituzionale del 2001, ma fino ad oggi mai attuato.
Nella parte conclusiva della XVII legislatura si è registrato l’avvio dei negoziati con il Governo su iniziativa delle regioni Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto. Il 28 febbraio 2018 si è giunti alla definizione di TRE DISTINTI ACCORDI “PRELIMINARI”, ciascuno sottoscritto dal rappresentante del Governo e dal Presidente della regione interessata, con cui le parti hanno inteso dare rilievo al percorso intrapreso e alla convergenza su principi generali, metodologia e un (primo) elenco di materie in vista della definizione dell’intesa per l’attribuzione dell’autonomia differenziata.
Inoltre nelle altre regioni ordinarie si era registrata ampia attenzione sul tema: sette consigli regionali avevano conferito al Presidente l’incarico di attivare il negoziato con il Governo per l’attuazione del regionalismo differenziato e altre tre regioni avevano assunto iniziative preliminari, senza tuttavia giungere al formale conferimento di un mandato in tal senso.
Con l’avvio della XVIII legislatura il processo in atto rimane di attualità politico-istituzionale, tanto che nel programma di Governo è espressamente prevista l’attuazione del regionalismo differenziato (da Servizio Studi del Senato, ufficio ricerche sulle questioni regionali e delle autonomie locali, XVIII legislatura IL PROCESSO DI ATTUAZIONE DEL REGIONALISMO DIFFERENZIATO, Dossier – Introduzione, febbraio 2019 n. 104)
vedi qui sotto il link di tutto il dossier “il processo di attuazione del regionalismo differenziato”:

dossier febbraio 2019 Servizio Studi Senato (3)

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PERCHÉ I TERRITORI CONTANO

di Federico Pizzarotti, sindaco di PARMA
da FORMICHE 144 — Il Settentrione fa questione – febbraio 2019
La spinta autonomistica che nasce dalla Lombardia e dal Veneto, e successivamente dall’Emilia Romagna, la reputo un’iniziativa di cui è corretto parlare condividendone il metodo: il DIALOGO CON LO STATO CENTRALE. Continua a leggere

La TAV Torino-Lione dopo l’analisi “COSTI-BENEFICI” che la boccia – All’impasse sono da proporre alternative: 1-la seconda Galleria stradale del Frejus commutata da galleria di sicurezza a transito; 2-Il rinnovo della Ferrovia Torino-Lione esistente; 3-la trazione elettrica non inquinante dei nuovi TIR nella A32, sono soluzioni possibili?

VAL DI SUSA – Nell’immagine la SACRA DI SAN MICHELE (ad Avigliana, in Val di Susa), abbazia (costruita tra il 983 e il 987 d.C.) che domina la cima del MONTE PIRCHIRIANO – La Val di Susa, in Piemonte, ben collegata alle principali città del territorio e ricchissima di valichi alpini, è da sempre punto di passaggio fra Italia e Francia, un territorio di mezzo che è stato per secoli frequentato da pellegrini, artisti, mercanti, soldati

   Uno dei temi fondamentali che appaiono dalla lettura e dalle conclusioni della Acb (analisi “costi-benefici”) sul progetto di Tav (treno ad alta velocità) Torino-Lione, è che i parametri ambientalisti tradizionali cui noi siamo abituati a ragionare da sempre, sono opinabili. Cioè che è meglio la strada, il trasporto su gomma, piuttosto che la ferrovia, specie se questa “impone” costi altissimi nella costruzione.

La VALLE DI SUSA è posta nelle ALPI COZIE e GRAIE in Piemonte, tra Torino e il confine francese. Si articola amministrativamente in 37 comuni. Le vette della Valle superano la quota di 3000 metri: la più alta è il MONTE ROCCIAMELONE, con i suoi 3538 metri, seguita dai MONTI GIUSALET (3313 m.), TABOR (3178 m.) e CHABERTON (3136 m.). Sul territorio sono presenti anche tre parchi naturali regionali: il PARCO NATURALE DEI LAGHI DI AVIGLIANA, il PARCO NATURALE ORSIERA-ROCCIAVRÈ e il PARCO NATURALE DEL GRAN BOSCO DI SALBERTRAND. La Valle di Susa è collegata con la Savoia attraverso il VALICO DEL MONCENISIO e altri passi minori e tramite il TRAFORO DEL FREJUS, mentre i collegamenti con l’antico Delfinato sono garantiti dai VALICHI DEL MONGINEVRO e DELLA SCALA. Da sempre territorio di passaggio, quest’area è attraversata ogni anno da circa quattro milioni di veicoli, in gran parte diretti verso la Francia e verso le zone di accoglienza turistica site in alta Valle.

   Le critiche all’Analisi sulla Tav, redatta dal gruppo di lavoro coordinato dal professor Marco Ponti e dagli altri quattro esperti, queste critiche possono essere legittime (come l’aver inserito tra i costi il mancato guadagno delle accise da carburante del trasporto su gomma), però sono oneste e “rivoluzionarie” nel voler riconoscere che il sistema ferroviario non può essere la soluzione predominante alla mobilità di persone e merci (per carità, bene che ci sia, e tutti noi siamo contenti ad utilizzarlo): perché costosissimo nella costruzione e gestione, e poco pratico (è più “veloce” per una ditta caricare i propri prodotti in un Tir e che vada a destinazione, che portare le merci allo scalo merci ferroviario, scaricare il camion, eccetera…).

FREJUS DALL’ALTO – L’area del Frejus tra Italia e Francia (da https://www.net-italia.com/selezione-progetti/seconda-galleria-frejus/ )

   Pertanto tutte le critiche si possono rivolgere a questa “analisi costi-benefici”, ma non che non dica la difficoltà e i limiti di una “grande opera” vissuta dalla collettività e dal mondo politico quasi unanimemente come la costruzione della “piramide”, del trionfo tecnologico, ma nei fatti assai poco funzionale a quel che dovrebbe servire (cioè rendere scorrevole il traffico delle merci e delle persone, quando questo traffico realmente c’è). Nasce qui però la necessità di “essere propositivi” e di prospettare nuove soluzioni possibili e migliori (anche in quella fascia geografica alpina stupenda che è la Val di Susa).

IL PERCORSO DELLA TAV (da http://www.agi.it/ ) – In totale, le tre parti del progetto TAV, della linea ferroviaria Torino-Lione compongono un tracciato lungo circa 270 km – di cui il 70 per cento (189 km) in territorio francese e il 30 per cento (81 km) in territorio italiano – che interessa complessivamente 112 comuni. Il TUNNEL DI BASE di 57,5 CHILOMETRI NON È ANCORA STATO COSTRUITO (è in costruzione il TUNNEL GEOGNOSTICO DI SAINT-MARTIN-LA-PORTE -funzione dichiarata di questa galleria è quella di conoscere un’area dalla «geologia particolarmente delicata», che, al 13 febbraio 2019, sono stati scavati circa 6,7 km sui 9 km complessivi). Tutta la TAV comporta molti interventi, sia sulle ferrovie nazionali sia in scavi geognostici, questi ultimi fatti appunto per analizzare il terreno e preparare i tunnel utilizzati per la manutenzione e la sicurezza a opera ultimata

   Se una nuova linea-rotaia elettrificata è difficile (e arduo) costruirla (e bucare la montagna con un tunnel di 57 chilometri e mezzo), e costa troppo (finanziariamente e ambientalmente, lì, in Val di Susa); se forse non ne vale la pena (visto che quel che c’è adesso, su strada e su rotaia, può ampiamente bastare)…. è anche necessario intravedere altre opportunità ora che quell’opera rischia di non farsi mai, e, se anche presto o tardi nuovi governi si succederanno e ci sarà un contesto politico-sociale-economico favorevole alla Tav, accadrà in ogni caso che ci vorranno decenni per realizzarla (la Tav), che il costo aumenterà chissà quanto, per alla fine rischiare di trovarsi (non noi, ma le future generazioni) con una cattedrale nel deserto (cioè poco o niente utilizzata) e con tanti debiti pregressi ancora (loro, i giovani, le future generazioni) da pagare.

TUNNEL GEOGNOSTICO di Saint-Martin-La-Porte — Tra i cantieri ancora in corso tra Francia e Italia, risulta ancora in costruzione il TUNNEL GEOGNOSTICO DI SAINT-MARTIN-LA-PORTE. Qui, al 13 febbraio 2019, sono stati scavati circa 6,7 km sui 9 km complessivi. Sebbene questa galleria sia in asse e nel diametro del futuro tunnel di base, da un punto di vista formale NON È IL TUNNEL VERO E PROPRIO, i cui bandi per l’inizio ufficiale degli scavi sono stati rimandati. La funzione dichiarata di questa galleria è quella di conoscere un’area dalla «geologia particolarmente delicata», spiega Telt (ndr: TELT, Tunnel Euralpin Lyon-Turinquella, ha la competenza della tratta transfrontaliera del progetto – tra Saint-Jean-de-Maurienne e Susa/Bussoleno), in vista della realizzazione definitiva del tunnel di base e il passaggio dei primi treni (nel 2030, se saranno rispettati i tempi previsti)

   Per questo modestamente proponiamo, oltre e a soluzione dell’attuale accantonamento della Tav in Val di Susa questi tre principi-idee guida.
1- Che si incentivi subito l’ELETTRIFICAZIONE dei camion sulle autostrade (nel “nostro” caso la A32 che porta da Torino a Bardonecchia, al traforo del Frejus). Nel nord Europa e in altre parti del pianeta si stanno sperimentando e costruendo TIR a “combustibile elettrico”, che non inquinano e non usano combustibili fossili (ovvio che l’energia elettrica che utilizzano deve venire da fonti rinnovabili, ma questo fa parte del processo virtuoso…). Pertanto: sviluppare sull’autostrada A32 (che è la cosiddetta autostrada del Frejus o Torino-Bardonecchia ed è lunga 72,4 km) un sistema di elettrificazione del trasporto pesante sull’esempio delle E-HIGHWAY svedesi, tedesche, californiane…

IN CALIFORNIA. GERMANIA E SVEZIA LE PRIME E-HIGHWAY

2- La linea ferroviaria “storica” Torino-Lione (e ora operante, con l’attuale traforo ferroviario del “Frejus”) non è obsoleta: funziona bene, è stata ammodernata (sul traforo ferroviario ci sono stati interventi recenti, nel 2003 e 2011: le pareti e il fondo del tunnel sono stati scavati per permettere il passaggio di treni con carichi e semirimorchi fino a 3,75 metri). Pertanto la linea ferroviaria attuale può essere (migliorata) ancora di più; i flussi di traffico merci e passeggeri (non in crescita) possono far adeguare con intervenuti mirati e virtuosamente il “sistema strada-ferrovia” senza altre grandi opere.

nella foto: TRAFORO FERROVIARIO DEL FREJUS – La FERROVIA DEL FREJUS (Torino-Bardonecchia/Susa o anche Torino-Modane-Chambéry-Culoz) è la strada ferrata internazionale che partendo dal capoluogo piemontese e attraversa la cintura suburbana ovest, per transitare poi attraverso la valle di Susa ed il TRAFORO FERROVIARIO DEL FREJUS, e terminare infine presso la località stazione di Modane. Da qui inizia la FERROVIA CULOZ-MODANE, che permette ai treni di proseguire verso le altre città d’oltralpe e svizzere. Il tratto in territorio italiano, da Torino fino al traforo, è gestito da Rete Ferroviaria Italiana (RFI), mentre quello in territorio francese, fino a Modane, è di competenza dei francesi (SNCF). Quest’ultimo tratto, sulla base di accordi fra i due stati, è dotato di un sistema di segnalamento ferroviario rispettoso degli standard di segnalamento ferroviario in Italia).
A volte è definita “FERROVIA DEL FRÉJUS” l’intera tratta Torino-Modane-Chambéry-Culoz, compresa quindi la tratta della ferrovia Culoz-Modane, la quale in altri testi è indicata come FERROVIA DELLA SAVOIA o FERROVIA DELLA MORIANA

3- La seconda Galleria stradale, di Sicurezza, del Frejus iniziata a costruire nel 2014 e praticamente finita, che corre parallela alla prima operante storica galleria (Il traforo stradale del Frejus collega Bardonecchia a Modane in Savoia), questa seconda Galleria stradale del Frejus può benissimo essere commutata da galleria di sicurezza a galleria di transito: permettendo una separazione materiale, totale, del traffico (pur adesso per niente eccessivo) nelle due direzioni, in andata o in arrivo dalla Francia (con minore pericolo di possibili incidenti); rendendo anche più fruibile, automatizzato e scorrevole il transito (e automatizzando il pagamento del passaggio meglio di quanto lo sia ora).

L’AUTOSTRADA A32 è nota anche come AUTOSTRADA DEL FREJUS o TORINO-BARDONECCHIA ed è lunga 72,4 km con percorso che si sviluppa interamente nella città metropolitana di Torino: partendo dal capoluogo piemontese, collega l’Italia alla Francia tramite il traforo stradale del Frejus per poi proseguire fino a Lione come AUTOROUTE A43

   Se adesso l’analisi “costi-benefici” negativa sul progetto Tav sarà perlomeno elemento che prorogherà i lavori al futuro, ad altri governi favorevoli (e abbiamo già da ora la sensazione che questi lavori saranno sospesi per lungo tempo…), se si potesse individuare un’alternativa concreta e condivisa alla Tav, non sarebbe cosa da poco. (s.m.)

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APPUNTI SULLO “STATO DELLE COSE”
– Esistono già alcune infrastrutture che mettono in comunicazione le città di Torino e Lione, o più in generale che attraversano il confine alpino tra Francia e Italia.

LE INFRASTRUTTURE ESISTENTI (da http://www.agi.it/ )

– Per quanto riguarda i treni, Torino è collegata al confine con la Francia dalla ferrovia del Fréjus, o linea Torino-Modane-Chambéry-Culoz. Da quest’ultimo comune transalpino è possibile raggiungere Lione con una linea gestita dalle ferrovie francesi. Questo tratto ferroviario è anche chiamato “linea storica” perché la prima tratta, tra Susa e Torino, è stata inaugurata nel 1854, e il traforo ferroviario del Frejus – lungo oltre 13,5 km e con un’altitudine massima di  24 m sul livello del mare – è stato aperto nel 1871: la sua costruzione ebbe il sostegno, tra gli altri, di Camillo Benso, conte di Cavour.
– Durante tutto il Novecento, la tratta è stata oggetto di numerosi lavori di potenziamento e ammodernamento. Gli interventi recenti più importanti sono stati fatti tra il 2003 e il 2011, quando le pareti e il fondo del tunnel sono stati scavati per permettere il passaggio di treni con carichi e semirimorchi più alti (fino a 3,75 metri).

VAL DI SUSA, i lavori per la TAV

– Dal 2003, sulla linea storica Torino-Lione è anche attiva l’autostrada ferroviaria alpina (Afa), che permette, su un percorso di 175 km, il trasporto combinato delle merci, che vengono spostate in un container, posizionato prima su camion e poi su rotaia.
– Secondo i critici della Tav, i lavori di ammodernamento (uniti ai dati sui traffici delle merci e dei passeggeri) dimostrano che la linea storica «non è vecchia», cioè non è ancora superata, e consente il passaggio della maggior parte degli autocarri e dei container.

LE PROTESTE IN VAL DI SUSA CONTRO LA TAV

– Viceversa, i sostenitori della Tav criticano come non sufficiente per gli standard europei la nuova sagoma del traforo ferroviario del Frejus, definita P/C45 – una sigla che indica il trasporto intermodale di casse mobili e semirimorchi con un’altezza massima di 3.750 mm. Secondo il commissario Foietta «la vecchia tratta di valico» non sarebbe adeguata al trasporto moderno ed «è oggi considerata fuori dagli standard moderni di sicurezza dei tunnel ferroviari».

LA VAL DI SUSA E LE TENSIONI PER LA TAV

– Per quanto riguarda il trasporto su gomma al confine alpino, in questa zona Italia e Francia sono collegate dall’autostrada A32, che – con una lunghezza di oltre 70 km – attraversa la Val di Susa e arriva al traforo autostradale del Frejus. Quest’area è attraversata anche da due strade statali che arrivano ai valichi del Monginevro e del Moncenisio.

TRAFORO STRADALE DEL FREJUS


– NEL DIBATTITO PLURIENNALE TRA PROMOTORI E CONTRARI ALLA TAV, pertanto i primi sostengono che i collegamenti attuali sono insufficienti, antiquati e inefficienti dal punto di vista economico e ambientale; i secondi, invece, ritengono che le linee presenti sono adeguate per gli obiettivi fissati dalle politiche infrastrutturali e per i volumi di traffico, e che – con cifre minori a quelle stanziate per la grande opera – possono essere potenziate e ammodernate.
– A FEBBRAIO 2019 TELT (ndr: TELT, Tunnel Euralpin Lyon-Turinquella, ha la competenza della tratta transfrontaliera del progetto – tra Saint-Jean-de-Maurienne e Susa/Bussoleno) NON HA ANCORA AVVIATO LE PROCEDURE per il lancio della gara da circa 2,5 miliardi di euro complessivi per la COSTRUZIONE DEL TUNNEL DI BASE (i 57,5 chilometri più difficile e importanti).

CANTIERE TAV

– I PRINCIPALI OBIETTIVI DEI PROMOTORI DELLA TAV sono ECONOMICI, per rendere più competitivo il treno per il trasporto di persone e merci; AMBIENTALI, per ridurre il numero di Tir dalle strade; SOCIALI, per connettere meglio e valorizzare aree diverse.
– L’ANALISI COSTI-BENEFICI NON È UN’ANALISI FINANZIARIA, il cui obiettivo è calcolare se uno o più attori impegnati nel progetto ne otterranno un guadagno monetario, ha spiegato il professor Marco Ponti durante l’audizione alla Commissione Trasporti della Camera il 13/2/2019: «Misura invece gli effetti sul benessere collettivo di tutti gli stakeholder, cioè gli enti e le persone coinvolte nel progetto».
– IN CIASCUNO DI QUESTI SCENARI, IL COSTO DELL’OPERA È DIVERSO, MA SEMPRE NEGATIVO: il costo più alto è di circa 8 miliardi di euro, mentre il più basso scende fino a 5 miliardi (si tratterebbe quindi di meno di 300 milioni di euro l’anno per 30 anni, una cifra relativamente ridotta). Questi “costi” di cui parla l’analisi sono stimati per il primo trentennio di attività della linea, cioè il periodo che va dal 2030, quando l’opera dovrebbe essere completata, fino alla fine del 2059.
– LA CRITICA PIÙ DIFFUSA ALL’ANALISI COSTI-BENEFICI, è che una delle principali voci tra i “costi” dell’opera è rappresentata dal CALO DELLE ACCISE E DEI PEDAGGI AUTOSTRADALI, che causerà una perdita allo stato e ai concessionari delle autostrade. L’analisi, in ogni caso, rimarrebbe negativa anche senza considerare il costo delle accise e dei pedaggi.

L’audizione del 13 febbraio scorso alla Commissione Trasporti della Camera del prof. MARCO PONTI sull’analisi costi benefici del progetto Tav (foto LaPresse, ripresa dal quotidiano IL FOGLIO)

– ALCUNI HANNO MESSO IN DUBBIO CHE QUALSIASI OPERA PUBBLICA POSSA RISULTARE “PROFITTEVOLE” se ad essere applicato fosse il metodo di Ponti: il costo di costruzione di un sistema ferroviario è così elevato che mai in ogni caso riesce ad essere ammortizzato dai ticket di chi lo utilizza o da qualsivoglia beneficio (anche ambientale). In economia è un COSTO POLITICO che la Comunità si accolla perché ritiene l’opera in ogni caso necessaria e “strategica”.
– CRITICI ALLA TAV, COME MARCO PONTI – professore ordinario, oggi in pensione, di Economia e pianificazione dei trasporti al Politecnico di Milano, nominato a luglio 2018 dal ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli consulente per la valutazione delle grandi opere – restano comunque dubbiosi sulla maggior convenienza dei treni rispetto alla strada, indipendentemente dalle questioni di velocità e capacità di una linea;
– E’ COSÌ CHE L’ANALISI COSTI-BENEFICI SULLA TAV PUBBLICATA IL 12 FEBBRAIO 2019 dalla commissione del Ministero presieduta da Ponti arriva alla conclusione che, a fronte dei costi per lo Stato, la ferrovia – in questo caso la Torino-Lione – non ha nel complesso un vantaggio competitivo favorevole rispetto alla strada.
– PONTI E I SUOI COLLEGHI HANNO RISPOSTO ALLE CRITICHE PROVENTI DA PIÙ PARTI, ribadendo la loro indipendenza e affermando che il lavoro non ha l’ambizione di essere «perfetto», come non può essere perfetta alcuna analisi che tenti di fare stime per un futuro che è ancora lontano decenni, ma che è comunque uno strumento utile per il decisore, cioè la politica.
Se vuoi leggere l’analisi “costi-benefici” questo è il link:

http://www.mit.gov.it/comunicazione/news/torinolione-ferrovie-alta-velocita-tav/torino-lione-ultimate-lanalisi-costi

un’immagine della VAL DI SUSA

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COSA SI DICE DELL’ANALISI COSTI-BENEFICI SULLA TAV

da IL POST.IT del 13/2/2019 (www.ilpost.it )
– Lo studio voluto dal ministro Toninelli è stato molto commentato e criticato, la commissione che se ne è occupata lo ha difeso alla Camera –
In questi giorni si discute molto dell’analisi “costi­benefici” sulla TAV Torino-Lione, secondo cui l’opera sarebbe un investimento poco conveniente, che potrebbe arrivare a costare una decina di miliardi nel corso di un trentennio.
L’analisi, voluta dal ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli e realizzata da una commissione di esperti, è stata accusata dai sostenitori della TAV di essere parziale e incompleta. Lo scorso 13 febbraio, nel corso di un’audizione alla Camera, gli autori dell’analisi hanno avuto occasione di rispondere a numerose delle critiche ricevute.
DI COSA STIAMO PARLANDO? Continua a leggere