La geografia europea delle FRONTIERE CHE VENGONO CHIUSE: l’avverarsi della CHIUSURA DEL BRENNERO da parte dell’Austria – La fine di ogni convinta POLITICA DI UNIONE MEDITERRANEA, nell’inarrestabile flusso di popoli verso nord spinti da guerre, povertà ed espansione demografica

I PASSI DI CONFINE E COMUNICAZIONE TRA AUSTRIA E ITALIA
I PASSI DI CONFINE E COMUNICAZIONE TRA AUSTRIA E ITALIA (carta ripresa da LIMES)

   I primi controlli alla frontiera sono stati introdotti in molti Paesi europei a metà settembre dello scorso anno, in conseguenza dell’arrivo massiccio di richiedenti asilo: è lì che si è incominciato a temere il flusso dei migranti che passavano lungo la cosiddetta rotta balcanica. E in quel momento la situazione assai difficile, di decine di migliaia di persone bloccate chissà dove, è stata risolta dalla coraggiosa decisione tedesca (della cancelliera Merkel) di far entrare in Germania i migranti, di accoglierli.

L’Austria ha iniziato al valico del BRENNERO i lavori per la costruzione di una barriera per limitare, se necessario, l’accesso ai migranti provenienti dall’Italia
L’Austria ha iniziato al valico del BRENNERO i lavori per la costruzione di una barriera per limitare, se necessario, l’accesso ai migranti provenienti dall’Italia

   Ma nei mesi qui appena passati, nelle scorse settimane, adeguandosi al malessere dei governi degli stati europei di centro-nord allertati dall’aumento del consenso popolare per i partiti xenofobi e anti-immigrati (cioè è la popolazione europea che teme “l’invasione”…), in questo contesto la chiusura di quella rotta attraverso i Balcani (dalla Turchia, alla Grecia, Macedonia, Croazia, Austria…), questa chiusura è stata voluta proprio dalla Germania, facendo pagare a tutta l’UE un prezzo in denaro (sei miliardi di euro, ma ancor di più un prezzo umanitario, di riconoscimento politico…) in favore della Turchia al patto di bloccare quel passaggio di diseredati provenienti in particolare dalla martoriata Siria. E con la chiusura della rotta balcanica, Germania e Austria hanno effettivamente registrato un calo drastico degli arrivi.

   Comunque già dal settembre scorso abbiamo visto barriere di filo spinato ai confini dei paesi dell’Est Europa. Ecco, dopo l’azione di freno tedesca svolta comunque attraverso i canali politici della UE e nel rapporto costante che la Germania ha con la Turchia, ora l’Austria mette in campo metodi ben più visibilmente decisi, duri: sta erigendo muri, barriere, ai confini con la Slovenia e l’Italia.

LA CONFERENZA STAMPA AL BRENNERO IL 28 APRILE SCORSO CHE ANNUNCIA LA CHIUSURA DEL PASSO - Il 24 aprile scorso, al primo turno delle Presidenziali austriache il candidato dell'ultradestra (Fpö) NORBERT HOFER ha vinto con oltre il 35% dei consensi. Andrà al ballottaggio con l'ambientalista Van der Bellen. Esclusi dalla competizione i due partiti della coalizione di governo: popolari e socialdemocratici che si spartiscono il potere in Austria dal Dopoguerra • All'indomani di questo exploit dei nazionalisti, come per sottolineare che il tema della sicurezza non è monopolio dei populisti, IL GOVERNO AUSTRIACO HA ANNUNCIATO AL VALICO DEL BRENNERO LA CONFERENZA STAMPA PER ILLUSTRARE «IL MANAGEMENT DI CONTROLLO DEL CONFINE»: nuove misure per frenare gli arrivi dei migranti dal Sud, in particolare UNA BARRIERA DI 370 METRI LUNGO LA FRONTIERA CON L'ITALIA • Vienna ha annunciato controlli rafforzati anche sul confine ungherese • L'AUSTRIA SI È AGGIUNTA AI PAESI EUROPEI CHE HANNO TEMPORANEAMENTE SOSPESO SCHENGEN, l'accordo firmato da 26 Paesi (di cui 22 Ue) sulla libera circolazione in Europa senza controlli alle frontiere
LA CONFERENZA STAMPA AL BRENNERO IL 28 APRILE SCORSO CHE ANNUNCIA LA CHIUSURA DEL PASSO – Il 24 aprile scorso, al primo turno delle Presidenziali austriache il candidato dell’ultradestra (Fpö) NORBERT HOFER ha vinto con oltre il 35% dei consensi. Andrà al ballottaggio con l’ambientalista Van der Bellen. Esclusi dalla competizione i due partiti della coalizione di governo: popolari e socialdemocratici che si spartiscono il potere in Austria dal Dopoguerra • All’indomani di questo exploit dei nazionalisti, come per sottolineare che il tema della sicurezza non è monopolio dei populisti, IL GOVERNO AUSTRIACO HA ANNUNCIATO AL VALICO DEL BRENNERO LA CONFERENZA STAMPA PER ILLUSTRARE «IL MANAGEMENT DI CONTROLLO DEL CONFINE»: nuove misure per frenare gli arrivi dei migranti dal Sud, in particolare UNA BARRIERA DI 370 METRI LUNGO LA FRONTIERA CON L’ITALIA • Vienna ha annunciato controlli rafforzati anche sul confine ungherese • L’AUSTRIA SI È AGGIUNTA AI PAESI EUROPEI CHE HANNO TEMPORANEAMENTE SOSPESO SCHENGEN, l’accordo firmato da 26 Paesi (di cui 22 Ue) sulla libera circolazione in Europa senza controlli alle frontiere

   Ma non solo l’Austria si muove in questo senso. In questi giorni ci sono SEI PAESI (GERMANIA, AUSTRIA, FRANCIA, SVEZIA, NORVEGIA e DANIMARCA) che hanno chiesto (o meglio, comunicato) all’Unione Europea la decisione di mettere sotto stretto controllo le proprie frontiere (finora soggette alla libera circolazione prevista dal trattato di Schengen) per almeno sei mesi, con progetti specifici, a seconda che il flusso dei migranti segua ancora in parte la rotta balcanica, o (come si pensa veramente) il flusso di persone arrivi dal Mediterraneo, sbarchi in Italia per poi proseguire verso il nord Europa (come anche è accaduto nelle scorse estati).

   Sei Paesi dell’Unione Europea (oltre quelli dell’ex Unione Sovietica, che questa scelta di chiusura la hanno fatto già dal settembre scorso), sei Paesi dicevamo che stanno adottando progetti specifici di controllo-chiusura delle frontiere: significa, ad esempio, per la Germania mettere in atto controlli severi con le frontiere con l’Austria; mentre per l’Austria quelle con Ungheria e Slovenia, poiché l’iniziativa è legata in parte ancora ai buchi nella gestione greca delle frontiere esterne verso nord, ancora i Balcani. Ma, come tutti pensano, appena si noterà, se accadrà (ma accadrà sicuramente), una modifica dei flussi dalla Grecia che si sposteranno verso l’Italia, in quel caso i Paesi potranno chiedere di fare i controlli alle frontiere legate all’Italia (formalmente il visto della UE ai sei paesi che sospendono il trattato di Schengen, dovrà avvenire entro il 13 maggio). E, per dire, le barriere al Brennero sono già state installate.

Brennero
Brennero

   Pertanto queste misure di chiusura delle frontiere, ulteriori, che si stanno mettendo in campo, di fatto riguardano l’Italia: il vero timore per quei paesi è che si (ri)apra “la rotta italiana”. Anche molto di più di quello che è stata negli anni scorsi, cioè che molti migranti, grandi masse, provino a trovare rotte alternative a quella adottata da settembre scorso nei Balcani, e che passino per l’Italia.

   E l’Austria allora non si è fatta problemi (anche con l’incalzare dei partiti di destra probabili vincitori alle prossime imminenti elezioni) a chiudere le frontiere alla libera circolazione dall’Italia: in primis, come dicevamo, dal Brennero, il principale varco di frontiera tra i due Paesi.

   Il controllo, la chiusura possibile, probabile, della libera circolazione al Passo del Brennero è un vero choc per chi ha vissuto quel varco come un limite di controllo, e che ora si ritrova a rivivere una condizione forse peggiore (leggete il bellissimo articolo di Paolo Rumiz che riportiamo qui di seguito).

LE PROTESTE A STOCCARDA – A Stoccarda, nel sudovest della Germania, circa 400 manifestanti di sinistra sono stati arrestati il 30 aprile scorso contro il congresso nazionale annuale del partito di destra xenofobo ALTERNATIVA PER LA GERMANIA (Alternative fuer Deutschland, AfD)
LE PROTESTE A STOCCARDA – A Stoccarda, nel sudovest della Germania, circa 400 manifestanti di sinistra sono stati arrestati il 30 aprile scorso contro il congresso nazionale annuale del partito di destra xenofobo ALTERNATIVA PER LA GERMANIA (Alternative fuer Deutschland, AfD)

   Perché, non è solo i migranti, la paura di invasioni (esagerate nei numeri, ma le percezioni diventano purtroppo più concrete di ogni realtà): è tutto un mondo che cambia, che torna indietro; un rinchiudersi in se stessi cui noi non siamo più abituati in Europa, e che per questo ci fa ancora più paura di quando era normale e “accettato” dividere gli Stati nazionali dell’Europa con rigide frontiere (se potete leggete anche il secondo articolo di questo post, di Carlo Bastasin, che ci da il senso e il reale pericolo che stiamo vivendo con questa chiusura).

   Ora qui rileviamo come, di volta in volta, la politica dei singoli Stati europei (più che mai divisi in questo contesto così delicato, importante…) sia quella di porre momentanei tappi a flussi che appaiono peraltro inarrestabili. E che nascono da una sempre più insostenibile situazione di guerra e miseria di centinaia di milioni di persone in quello che veniva un tempo definito il “Sud del Mondo”. Ed è una questione anche che riguarda la DEMOGRAFIA globale: popoli poveri e affamati, giovani nell’età, in cerca di un minimo di benessere che, numerosi e in forte espansione demografica, cercano vita e speranza nel pur declinante sviluppo dei paesi ricchi europei (ma nelle Americhe sta accadendo la stessa cosa, tra Centro-Sud povero e Nord ricco).

Il timore espresso in questi giorni è che molti migranti provino a trovare rotte alternative che passino per l’Italia, ragion per cui l’Austria ha preparato delle misure da adottare al Brennero, il principale varco di frontiera tra i due Paesi
Il timore espresso in questi giorni è che molti migranti provino a trovare rotte alternative che passino per l’Italia, ragion per cui l’Austria ha preparato delle misure da adottare al Brennero, il principale varco di frontiera tra i due Paesi

   Allora, nel nostro ambito di paesi europei che hanno finora poco utilmente cercato di fare una politica unitaria, si capisce bene che la politica dei “tappabuchi”, del bloccare in qualsiasi modo (anche utilizzando l’inaffidabile e inattendibile premier turco Erdogan) le miserie e sofferenze (e speranze di vita migliore) di così tante persone, diseredati della nostra età contemporanea globale, non può essere il modo giusto. E che il progetto europeo iniziato nel secondo dopoguerra nel secolo scorso ben più mire ambiziose aveva.

   Ad esempio tornare, come in parte era avvenuta in epoche passate (nell’antichità più illuminata dai primi moti di scambi, sviluppo, viaggi, idee e filosofie che iniziavano a circolare…), a un ricrearsi di un Mediterraneo come “mare continente”, che fa dialogare e incontrare culture, economie, contatti tra persone, tra nord, sud, est, ovest di popoli che in esso, mar Mediterraneo, si affacciano: guardando all’interno di ciascun continente, ai flussi di idee, persone e vita che ci sono in Africa, Europa, Medio Oriente.

   Qui sta anche un rilancio dell’idea d’Europa, del comune destino globale che ci accomuna alle genti e ai paesi a noi geograficamente più vicini. Ma questo deve essere un progetto che ha una visione secolare, e niente ha a che vedere con misure provvisorie di chiusura che potranno durare non più di qualche mese, qua e là, a seconda dei “pericoli” (spesso più percepiti che reali) di “invasioni barbariche” che sono molto meno numerose di quel che possono apparire.

   Pertanto il poter farsi in parte carico, il condividere, progetti di sviluppo e di pace in aree ora in estrema difficoltà (e che sono i luoghi di origine di tanti migranti) è una necessità che può accordarsi con l’accoglienza di chi arriva, trovando modi e metodi perché possano queste persone rimanere, farsi qui una vita. E di iniziare a progettare un’Europa che incominci ad avere un baricentro non solo verso la sua parte nord, ma anche nel Mar Mediterraneo, tra i popoli e i continenti che qui vivono. (s.m.)

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IN VIAGGIO CON PAPÀ SUL BRENNERO SENZA MURI

di Paolo Rumiz, da “la Repubblica” del 30/4/2016

BRENNERO   “Grüne Karte”, chiedevano a mio padre. Dal finestrino della Giardinetta lui mostrava la carta verde dell’assicurazione e la Grenzpolizei gli faceva segno di passare. Continua a leggere

A NEW YORK il 22 aprile 170 PAESI HANNO FIRMATO L’ACCORDO SUL CLIMA (voluto a Parigi a dicembre) – Sarà un impegno concreto per la forte riduzione dei combustibili fossili e l’uso di fonti rinnovabili? – E l’Italia continua a inquinare torrenti con il petrolio e bocciare la fine delle trivellazioni petrolifere

UNA MARCIA PER IL CLIMA (da www.dire.it )
UNA MARCIA PER IL CLIMA (da http://www.dire.it )

   A New York lo scorso 22 aprile, all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite al Palazzo di Vetro, i rappresentanti di 175 Paesi hanno partecipato alla cerimonia di firma dell’accordo sul clima, accordo che era stato raggiunto alla Conferenza di Parigi a dicembre. Come obiettivo ci si impone, entro limiti di tempo non ben definiti, di mantenere la soglia per il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2 gradi di crescita rispetto alla media della situazione attuale, con la volontà e l’impegno di arrivare a 1,5 gradi centigradi. Gli impegni per la riduzione delle emissioni saranno soggetti a revisione ogni 5 anni a partire dal 2023. Non ci sono obblighi e non c’è un’autorità sovranazionale in grado di far rispettare i piani annunciati. I target attuali di produzione e consumo energetico di materiali fossili, adottati in maniera volontaria dai governi, non sono certo sufficienti al raggiungimento degli obiettivi dichiarati.

da The POST INTERNAZIOALE (www_tpi_it)
da The POST INTERNAZIOALE (www_tpi_it)

   Pertanto è bene che si è raggiunto l’accordo, è molto meno bene che non ci sono impegni concreti di ciascun Stato, e sanzioni se l’accordo non è rispettato. Purtuttavia il trend attuale, con le energie rinnovabili che stanno crescendo, con una nuova sensibilità anche da parte dei poteri economici (che scoprono pure che si può fare affari anche con un “nuovo mondo energetico”), con il carbone in una fase di difficoltà e con importanti aziende del settore fossile che si sono dichiarate a favore di una tassa sul carbonio (e guardano anche alla riconversione possibile delle loro produzioni), tutto questo fa pensare che ci sia una spinta reale verso la GREEN ECONOMY.

22 APRILE ALL'ONU. Il tavolo della presidenza con la componente francese promotrice a Parigi nel dicembre 2015 della Conferenza sul Clima - (France's Minister of Ecology Segolene Royal (L), France's President Francois Hollande (2nd L), United Nations-Secretary General Ban Ki-moon (2nd R) and Morocco's Princess Lalla Hasna attend the United Nations Opening Ceremony of the High-Level Event for the Signature of the Paris Agreement on April 22, 2016 in New York. / AFP PHOTO / TIMOTHY A. CLARY
22 APRILE ALL’ONU. Il tavolo della presidenza con la componente francese promotrice a Parigi nel dicembre 2015 della Conferenza sul Clima –
(France’s Minister of Ecology Segolene Royal (L), France’s President Francois Hollande (2nd L), United Nations-Secretary General Ban Ki-moon (2nd R) and Morocco’s Princess Lalla Hasna attend the United Nations Opening Ceremony of the High-Level Event for the Signature of the Paris Agreement on April 22, 2016 in New York. / AFP PHOTO / TIMOTHY A. CLARY

   Si è trattato (a New York) di una cerimonia spettacolare, che la struttura organizzativa del l’ONU ha, par di capire, volutamente messo in piedi. Tra l’altro il 22 aprile, nella “Giornata della Terra”. Orchestre, bambini, star del cinema (Leonardo di Caprio su tutti, che ha pronunciato un discorso dove il cuore di tutto è nelle frasi che qui – con la sua foto – vi riportiamo).

“Ora il mondo vi sta guardando, è il momento di agire. Voi siete la grande speranza della Terra, noi vi chiediamo di proteggerla o tutti noi, tutte le creature viventi, saremo storia. Voi sarete applauditi dalle future generazioni o sarete condannati. Potremmo avere onore e disonore: solo noi possiamo salvare o perdere l’ultima speranza del nostro pianeta”. C’era anche lui, LEONARDO DICAPRIO, a NEW YORK all’ASSEMBLEA GENERALE DELLE NAZIONI UNITE al Palazzo di Vetro, dove i rappresentanti di 175 PAESI HANNO SIGLATO L’ACCORDO SUL CLIMA REDATTO A PARIGI LO SCORSO DICEMBRE. Proprio il divo hollywoodiano, con il suo discorso, ha preceduto la firma dell’intesa da parte dei Paesi presenti. (Reuters, da Corriere.it, 22/4/2016)
“Ora il mondo vi sta guardando, è il momento di agire. Voi siete la grande speranza della Terra, noi vi chiediamo di proteggerla o tutti noi, tutte le creature viventi, saremo storia. Voi sarete applauditi dalle future generazioni o sarete condannati. Potremmo avere onore e disonore: solo noi possiamo salvare o perdere l’ultima speranza del nostro pianeta”. C’era anche lui, LEONARDO DICAPRIO, a NEW YORK all’ASSEMBLEA GENERALE DELLE NAZIONI UNITE al Palazzo di Vetro, dove i rappresentanti di 175 PAESI HANNO SIGLATO L’ACCORDO SUL CLIMA REDATTO A PARIGI LO SCORSO DICEMBRE. Proprio il divo hollywoodiano, con il suo discorso, ha preceduto la firma dell’intesa da parte dei Paesi presenti. (Reuters, da Corriere.it, 22/4/2016)

   E questa enfasi mediatica ripresa dai media a livello mondiale non è casuale, ma del tutto voluta e significativa. Per il fatto che siamo ancora in una “fase debole” dell’accordo: la firma di New York non basta, è necessario invogliare il maggior numero possibile di Paesi a dar seguito a quanto promesso a Parigi a dicembre, e prima di tutto ad accelerare il processo di ratifica che ciascuno stato deve fare con i suoi organismi interni di potere (legislativi, esecutivi). Solo dopo la ratifica interna di ciascun Paese l’accordo entra definitivamente in vigore. E per essere valido globalmente, deve essere ufficialmente ratificato da almeno 55 Paesi che rappresentino almeno il 55% delle emissioni mondiali di gas serra (solo così entrerà in vigore).

“(…)Uno dei fattori che sarebbero stati sottovalutati dai rapporti delle Nazioni Unite – convinti che il ghiaccio antartico rimarrà per la gran parte intatto – è un processo noto come hydro fracturing. Esso si verifica quando enormi pozze d’acqua, formatesi per il disgelo estivo, penetrano in profondità nelle crepe delle piattaforme di ghiaccio. Qui tornano a congelarsi, aumentando il volume e allargando le fratture. Tutto ciò aumenta le probabilità del distacco di gigantesche lastre di ghiaccio dal continente. Lastre che poi si sciolgono in mare causando un aumento dei suoi livelli che non era stato previsto. (31/3/2016 da www.rinnovabili.it/ )
“(…)Uno dei fattori che sarebbero stati sottovalutati dai rapporti delle Nazioni Unite – convinti che il ghiaccio antartico rimarrà per la gran parte intatto – è un processo noto come hydro fracturing. Esso si verifica quando enormi pozze d’acqua, formatesi per il disgelo estivo, penetrano in profondità nelle crepe delle piattaforme di ghiaccio. Qui tornano a congelarsi, aumentando il volume e allargando le fratture. Tutto ciò aumenta le probabilità del distacco di gigantesche lastre di ghiaccio dal continente. Lastre che poi si sciolgono in mare causando un aumento dei suoi livelli che non era stato previsto. (31/3/2016 da http://www.rinnovabili.it/ )

   Vien da pensare che l’attuale declino del prezzo del petrolio (che attualmente è sui 45 dollari al barile) poco aiuta l’uscita planetaria dall’utilizzo dei combustibili fossili, e da una sana e seria ricerca concreta di arrivare a sviluppare unicamente energie rinnovabili non inquinanti l’atmosfera.

Il CORMORANO coperto di petrolio è l'angosciante immagine-simbolo dello sversamento il 17 aprile scorso di 50 TONELLATE DI PETROLIO dalle CONDOTTE DELLA RAFFINERIA IPLOM nel RIO FEGINO e da questo nel TORRENTE POLCEVERA, a GENOVA. L'uccello, intriso di petrolio, mostra il pericolo che sta correndo l'intero ecosistema del corso d'acqua e delle zone circostanti (da “la Repubblica” del 19/4/2016)
Il CORMORANO coperto di petrolio è l’angosciante immagine-simbolo dello sversamento il 17 aprile scorso di 50 TONELLATE DI PETROLIO dalle CONDOTTE DELLA RAFFINERIA IPLOM nel RIO FEGINO e da questo nel TORRENTE POLCEVERA, a GENOVA. L’uccello, intriso di petrolio, mostra il pericolo che sta correndo l’intero ecosistema del corso d’acqua e delle zone circostanti (da “la Repubblica” del 19/4/2016)

   Mentre a New York si celebrava l’evento della firma all’accordo sul clima, a Roma era stata indetta una manifestazione per denunciare l’ambivalenza italiana: da una parte impegni ambientalisti del governo, sostenuti (come a New York) con molta enfasi; e dall’altra il governo come sponsor di iniziative petrolifere, di prosecuzione all’utilizzo del petrolio. La protesta romana del 22 aprile, promossa da associazioni di varia estrazione (A Sud Onlus, Arci Nazionale, Avaaz Italia, Legambiente Onlus, Rete Della Conoscenza, Terra! Onlus, Zeroviolenza), e da organizzazioni ambientaliste e studentesche, sottolineavano proprio questa contraddizione italiana tra gli impegni presi a Parigi e firmati all’Onu a New York, e le politiche energetiche nazionali effettivamente concretizzatesi finora.

il palazzo di vetro dell_ONU a New York
il Palazzo di vetro dell’ONU a New York

   In Italia, solo nell’ultimo anno, c’è stato un ‘aumento del 2% delle emissioni di Co2 , di cui il 3% arriva proprio dal settore energetico. L’obiettivo sarebbe, entro la fine dell’attuale legislatura – il 2018 -, quello del raggiungimento del 50% di energie rinnovabili.

Deviazione climatica: questa mappa mostra le città che verranno colpite per prime dal cambiamento climatico inevitabile e in quale hanno comincerà se non viene fatto nulla per stabilizzare le emissioni di biossido di carbonio (da http://ugobardi.blogspot.it/ )
Deviazione climatica: questa mappa mostra le città che verranno colpite per prime dal cambiamento climatico inevitabile e in quale hanno comincerà se non viene fatto nulla per stabilizzare le emissioni di biossido di carbonio (da http://ugobardi.blogspot.it/ )

   Mentre però nel 2011 si era arrivati a installare oltre 10mila MW tra solare, fotovoltaico e eolico, oggi i MW sono scesi a meno di 700. Questo è accaduto come conseguenza dei mancati incentivi erogati alle rinnovabili negli ultimi due anni. Noi non siamo d’accordo sugli incentivi, che vanno a ricadere come costo (sula fiscalità generale, sul bilancio dello Stato) su tutti i cittadini. E anche creano molto spesso un mercato “drogato”, che da solo non si manterebbe mai in piedi. Pertanto bene ha fatto, secondo noi, il Governo a togliere parte di quelli incentivi. Accadeva che panelli fotovoltaici venissero installati su enorme distese di campi, di spazi agricoli tolti all’utilizzo agricolo, alla bellezza del paesaggio, per installare pannelli e per godere in primo luogo degli incentivi statali (questo accadeva in pressoché tutte le regioni: in particolare il fenomeno più rilevante c’è stato in Puglia).

EFFETTO SERRA – Se la quantità di raggi che colpisce la Terra rimangono intrappolati nell’atmosfera in quantità eccessiva, A CAUSA DEI GAS SERRA, le temperature tendono ad aumentare. E’ proprio questo l’EFFETTO SERRA: un surriscaldamento della Terra a causa dei raggi solari che rimangono intrappolati nell’atmosfera (da www.meteogiornale.it)_
EFFETTO SERRA – Se la quantità di raggi che colpisce la Terra rimangono intrappolati nell’atmosfera in quantità eccessiva, A CAUSA DEI GAS SERRA, le temperature tendono ad aumentare. E’ proprio questo l’EFFETTO SERRA: un surriscaldamento della Terra a causa dei raggi solari che rimangono intrappolati nell’atmosfera (da http://www.meteogiornale.it)_

   In questo contesto la schizofrenia italiana è che, se da un lato (giustamente) si tolgono gli incentivi al fotovoltaico, l’Italia investe oltre 13 miliardi di dollari in fonti fossili (fonte: Fondo Monetario Internazionale), una cifra di gran lunga superiore se paragonata ai 4 miliardi di euro investiti in “climate change” nella ultima legge di stabilità (su questo tema riportiamo in questo post dati e considerazioni da tre siti che sviluppano il tema: www.rinnovabili.it/, www.today.it/, www.legambiente.it/).

nella foto PASCAL ACOT, esperto di scienze climatiche e ambientali- "Per la prima volta tutti i Paesi si sono impegnati a bloccare l'aumento della temperatura a 1,5 gradi. Vuol dire lasciare sotto terra più della metà delle riserve petrolifere individuate e organizzare un'alternativa energetica. Le pare poco? "Mi pare moltissimo. Ma a fronte di questo obiettivo vedo strumenti deboli. NON CI SONO OBBLIGHI E NON C'È UN'AUTORITÀ SOVRANAZIONALE IN GRADO DI FAR RISPETTARE I PIANI ANNUNCIATI. Inoltre i target adottati in maniera volontaria dai governi non sono sufficienti al raggiungimento degli obiettivi dichiarati. Se vogliamo essere seri dobbiamo metterci in condizione di rispettare gli impegni presi, cioè bisogna fare dei passi avanti: gli applausi non sono sufficienti". (intervista a PASCAL ACOT: "SUL CLIMA BUON SEGNALE MA NON BASTERÀ A RIPULIRE L'ATMOSFERA" di Antonio Cianciullo, da “la Repubblica” del 23/4/2016)
nella foto PASCAL ACOT, esperto di scienze climatiche e ambientali- “Per la prima volta tutti i Paesi si sono impegnati a bloccare l’aumento della temperatura a 1,5 gradi. Vuol dire lasciare sotto terra più della metà delle riserve petrolifere individuate e organizzare un’alternativa energetica. Le pare poco? “Mi pare moltissimo. Ma a fronte di questo obiettivo vedo strumenti deboli. NON CI SONO OBBLIGHI E NON C’È UN’AUTORITÀ SOVRANAZIONALE IN GRADO DI FAR RISPETTARE I PIANI ANNUNCIATI. Inoltre i target adottati in maniera volontaria dai governi non sono sufficienti al raggiungimento degli obiettivi dichiarati. Se vogliamo essere seri dobbiamo metterci in condizione di rispettare gli impegni presi, cioè bisogna fare dei passi avanti: gli applausi non sono sufficienti”. (intervista a PASCAL ACOT: “SUL CLIMA BUON SEGNALE MA NON BASTERÀ A RIPULIRE L’ATMOSFERA” di Antonio Cianciullo, da “la Repubblica” del 23/4/2016)

   Per questo le organizzazioni ambientaliste italiane si chiedono che forse non è questo il modo giusto per raggiungere l’obiettivo di contenere il surriscaldamento al di sotto di 1,5 gradi.

   E il fatto che nel referendum contro le trivelle perso dalle Regioni e dall’ambientalismo (per mancanza del raggiungimento del quorum) si lasci alle compagnie petrolifere libertà di prorogare e di decidere quando chiudere gli impianti petroliferi e di gas da petrolio, venendo così a consentire la possibilità di prolungare la fine delle estrazioni fin che si vuole (magari in attesa di “tempi migliori” dove poter incidere sul rilancio della politica petrolifera…), questo fatto dimostra che, pur il petrolio ora in crisi di prezzo, l’Italia come il mondo intero mostra difficoltà e resistenze a cambiare rotta sul consumo di energia prossimo venturo. Serve invece coraggio e volontà di praticare da subito un nuovo paradigma energetico. (s.m.)

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A NEW YORK 170 PAESI FIRMANO L’ACCORDO SUL CLIMA

22/4/2016, da http://www.rinnovabili.it/

– Il primo passo verso la ratifica dell’accordo sul clima di Parigi è stato fatto. Ma la priorità è aumentare gli impegni presi – Continua a leggere

L’EGITTO ESPLODE e ci coinvolge tutti? – un Paese tra spinte di modernità e repressione militare – Il CASO del ricercatore friulano GIULIO REGENI trucidato dai servizi segreti (deviati?) mette in crisi il debole regime (l’economia è al tracollo, non va il raddoppio del Canale di Suez, l’aiuto occidentale e saudita non basta)

nella foto: IL CAIRO - Una bomba molotov lanciata in un ristorante del Cairo ha ucciso 18 persone e ne ha ferite altre sei (il 3 dicembre 2015). - In Egitto il regime del presidente Abdel Fatah AL-SISI è in gravissima crisi, interna: ha sempre più nemici e oppositori nell’ “Egitto che conta”, e anche a livello internazionale molti paesi “amici” prendono le distanze. E poi l'economia che va molto male, il terrorismo sempre presente (anche nei luoghi turistici, e il turismo è importante per l'Egitto
nella foto: IL CAIRO – Una bomba molotov lanciata in un ristorante del Cairo ha ucciso 18 persone e ne ha ferite altre sei (il 3 dicembre 2015). – In Egitto il regime del presidente Abdel Fatah AL-SISI è in gravissima crisi, interna: ha sempre più nemici e oppositori nell’ “Egitto che conta”, e anche a livello internazionale molti paesi “amici” prendono le distanze. E poi l’economia che va molto male, il terrorismo sempre presente (anche nei luoghi turistici, e il turismo è importante per l’Egitto

   In Egitto il regime del presidente Abdel Fatah AL-SISI è in gravissima crisi, interna: ha sempre più nemici e oppositori nell’ “Egitto che conta”, e anche a livello internazionale molti paesi “amici” prendono le distanze. Ad esempio l’assassinio del ricercatore universitario italiano Giulio Regeni ha suscitato commozione e condanna non solo in Italia ma in molti Paesi europei e negli USA, e tutti sono convinti che la sua morte è stata causata dai Servizi segreti egiziani, deviati o meno che siano essi dalla linea governativa.

La prima pagina del quotidiano Al Masry al Youm mostra IL PRESIDENTE ABDEL FATTAH AL SISI E RE SALMAN CHE SI SORRIDONO STRINGENDOSI LA MANO. La visita al Cairo del re saudita Salman, dal 7 al 12 aprile, si è conclusa con la firma di una serie di accordi per progetti di sviluppo e investimenti in Egitto del valore di oltre venti miliardi di dollari. L’EGITTO HA CEDUTO ALL’ARABIA SAUDITA DUE ISOLE CONTESE NEL MAR ROSSO ALL’IMBOCCO DEL GOLFO DI AQABA. La cessione di TIRAN e SANAFIR, situate POCHI CHILOMETRI A EST DELLA PENISOLA DEL SINAI, sta avendo risalto sui media egiziani e critiche sui social media dopo l’annuncio fatto il 7 aprile dalla presidenza su un “accordo di delimitazione delle frontiere marittime” con l’Arabia saudita. L’Arabia Saudita, da parte sua, ha fornito garanzie a Israele in merito alla libertà di transito attraverso lo STRETTO DI TIRAN, secondo quanto dichiarato dal ministro della Difesa israeliano, Moshe Ya’alon, nel corso di una conferenza stampa. I due paesi hanno rassicurato Israele che verrà garantita la libera navigazione delle navi da e per il porto israeliano di Eliat (NELLA FOTO: Il re saudita Salman e il presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi al Cairo, l’11 aprile 2016 (da INTERNAZIONALE)
La prima pagina del quotidiano Al Masry al Youm mostra IL PRESIDENTE ABDEL FATTAH AL SISI E RE SALMAN CHE SI SORRIDONO STRINGENDOSI LA MANO. La visita al Cairo del re saudita Salman, dal 7 al 12 aprile, si è conclusa con la firma di una serie di accordi per progetti di sviluppo e investimenti in Egitto del valore di oltre venti miliardi di dollari. L’EGITTO HA CEDUTO ALL’ARABIA SAUDITA DUE ISOLE CONTESE NEL MAR ROSSO ALL’IMBOCCO DEL GOLFO DI AQABA. La cessione di TIRAN e SANAFIR, situate POCHI CHILOMETRI A EST DELLA PENISOLA DEL SINAI, sta avendo risalto sui media egiziani e critiche sui social media dopo l’annuncio fatto il 7 aprile dalla presidenza su un “accordo di delimitazione delle frontiere marittime” con l’Arabia saudita. L’Arabia Saudita, da parte sua, ha fornito garanzie a Israele in merito alla libertà di transito attraverso lo STRETTO DI TIRAN, secondo quanto dichiarato dal ministro della Difesa israeliano, Moshe Ya’alon, nel corso di una conferenza stampa. I due paesi hanno rassicurato Israele che verrà garantita la libera navigazione delle navi da e per il porto israeliano di Eliat (NELLA FOTO: Il re saudita Salman e il presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi al Cairo, l’11 aprile 2016 (da INTERNAZIONALE)

   Al Sisi è salito al potere dopo il colpo di Stato del 3 luglio 2013 che ha rovesciato l’allora presidente egiziano islamista Mohamed Morsi. A sua volta Morsi era stato eletto dopo la rivoluzione (“delle primavere arabe”) egiziana del 2011, che aveva portato alla caduta del regime di Hosni Mubarak dopo 30 anni di potere. Morsi era il classico caso dell’ “infortunio” delle rivoluzioni libertarie (i giovani egiziani di Piazza Tahir al Cairo che hanno imposto la caduta del dittatore Mubarak e chiedevano libertà come tutti i giovani occidentali): con la “rivoluzione”, le elezioni e la democrazia non vince chi ha procurato la libertà ma qualcosa di peggio di quel che c’era prima (Morsi era un “fratello musulmano”, e portava l’Egitto verso uno stato islamista ancora più integralista). Così con Al Sisi è tornato il vecchio potere dittatoriale dei generali, dell’esercito. Ma per il tormentato paese dell’Egitto con più di 80milioni di persone, ponte e comunicazione nel Mediterraneo tra Africa, Asia, Medio Oriente, Europa, non esiste mai pace e sviluppo, ma violenza, sopraffazione e latente crisi economica.

nella foto: Un uomo porta via Shaimaa al-Sabbagh, una attivista e in quel momento manifestante per i diritti umani; in quel momento forse ancora in vita. Nessuno, tra i manifestanti e gli agenti sembra essersi reso conto della tragedia appena avvenuta - GLI “SPARITI D’EGITTO” - Sono 533 le sparizioni forzate registrate in Egitto da agosto del 2015 a oggi. In alcuni casi le persone sparite sono ricomparse, alcune con segni di tortura e maltrattamenti, ma di 396 DI LORO NON SI SA ANCORA NIENTE. I dati emergono dalle due ong 'COMMISSIONE EGIZIANA PER I DIRITTI E LE LIBERTÀ' e 'CENTRO EL NADIM', e vengono riportati dal Corriere della Sera (Gli spariti in Egitto - Corriere.it, 3/4/2016)), che dedica agli 'spariti d'Egitto' due pagine nell'edizione cartacea e uno speciale interattivo sul sito, pubblicando tutti i nomi degli scomparsi degli ultimi otto mesi e le storie di 15 di loro. A corredo dello speciale la foto di Giulio Regeni, con sullo sfondo tante piccole foto degli altri scomparsi in Egitto, a evidenziare che quello del ricercatore italiano sparito al Cairo e poi trovato morto con segni di tortura non è un "incidente isolato" come lo ha invece definito il ministro degli Esteri egiziano Sameh Shourky parlando da Washington
nella foto: Un uomo porta via Shaimaa al-Sabbagh, una attivista e manifestante per i diritti umani; in quel momento forse ancora in vita. Nessuno, tra i manifestanti e gli agenti sembra essersi reso conto della tragedia appena avvenuta – GLI “SPARITI D’EGITTO” – Sono 533 le sparizioni forzate registrate in Egitto da agosto del 2015 a oggi. In alcuni casi le persone sparite sono ricomparse, alcune con segni di tortura e maltrattamenti, ma di 396 DI LORO NON SI SA ANCORA NIENTE. I dati emergono dalle due ong ‘COMMISSIONE EGIZIANA PER I DIRITTI E LE LIBERTÀ’ e ‘CENTRO EL NADIM’, e vengono riportati dal Corriere della Sera (Gli spariti in Egitto – Corriere.it, 3/4/2016)), che dedica agli ‘spariti d’Egitto’ due pagine nell’edizione cartacea e uno speciale interattivo sul sito, pubblicando tutti i nomi degli scomparsi degli ultimi otto mesi e le storie di 15 di loro. A corredo dello speciale la foto di Giulio Regeni, con sullo sfondo tante piccole foto degli altri scomparsi in Egitto, a evidenziare che quello del ricercatore italiano sparito al Cairo e poi trovato morto con segni di tortura non è un “incidente isolato” come lo ha invece definito il ministro degli Esteri egiziano Sameh Shourky parlando da Washington

   E la violazione dei diritti umani è uno dei problemi principali in un Paese con tante polizie, servizi segreti, gruppi militari. Secondo “El Nedeem Center”, un gruppo per i diritti umani con sede al Cairo, nel 2015 ci sono stati 464 casi documentati di rapimenti, almeno 676 casi di tortura e quasi 500 detenuti morti. E nei primi due mesi del 2016 sono stati segnalati già 88 casi di tortura, di cui 8 con esito mortale. E’ su questo fosco scenario che si innesta la tragica uccisione (dopo torture di giorni) del ricercatore universitario (per l’Università di Cambridge) friuliano Giulio Regeni. E la commozione non è solo internazionale, ma ben più forte forse interna all’Egitto: questo lo si può capire dal fatto che da più osservatori è stato fatto notare che, digitando su Google il nome del ricercatore italiano, ci sono oltre 13milioni di risultati in arabo (in italiano non arrivano ai 500mila). E’ questa cosa che forse preoccupa di più i governanti attuali egiziani. E, oltre all’opinione pubblica interna che si sensibilizza (attraverso anche internet), le autorità egiziane devono fare quadrato per contenere i fratelli coltelli in seno al regime, e dall’altro (cinicamente) non capiscono la risolutezza italiana a mettere in discussione un partenariato storico per «un incidente», l’uccisione con tortura di una persona.. La tensione cresce all’interno del paese e all’esterno nei rapporti internazionali. Cosa accadrà?

LE ISOLE DI TIRAN E SANAFIR (vendute dall’Egitto all’Arabia Saudita) sono situate all’imbocco del MAR ROSSO, negli STRETTI DI TIRAN, e dovrebbero essere usate per sostenere UN PONTE CHE COLLEGHERÀ SHARM EL SHEIKH, NEL SINAI EGIZIANO, ALLA PENISOLA SAUDITA, secondo quanto riferito da Al Riyadh. Si trovano in un punto strategico all’entrata del Mar Rosso, che rappresenta l’unico sbocco per i PORTI DI AQABA IN GIORDANIA e di EILAT IN ISRAELE. Il quotidiano saudita aggiunge che Al Sisi ha proposto di intitolare il ponte, che si vuole fare, a re Salman che dovrebbe “facilitare il turismo legato al pellegrinaggio” e “COLLEGARE I DUE CONTINENTI DELL’ASIA E DELL’AFRICA”. (Catherine Cornet, 13/4/2016, da INTERNAZIONALE)
LE ISOLE DI TIRAN E SANAFIR (vendute dall’Egitto all’Arabia Saudita) sono situate all’imbocco del MAR ROSSO, negli STRETTI DI TIRAN, e dovrebbero essere usate per sostenere UN PONTE CHE COLLEGHERÀ SHARM EL SHEIKH, NEL SINAI EGIZIANO, ALLA PENISOLA SAUDITA, secondo quanto riferito da Al Riyadh. Si trovano in un punto strategico all’entrata del Mar Rosso, che rappresenta l’unico sbocco per i PORTI DI AQABA IN GIORDANIA e di EILAT IN ISRAELE. Il quotidiano saudita aggiunge che Al Sisi ha proposto di intitolare il ponte, che si vuole fare, a re Salman che dovrebbe “facilitare il turismo legato al pellegrinaggio” e “COLLEGARE I DUE CONTINENTI DELL’ASIA E DELL’AFRICA”. (Catherine Cornet, 13/4/2016, da INTERNAZIONALE)

   Pertanto l’Egitto sta attraversando una crisi sociale, politica ed economica profondissima: ma, si badi bene, non è solo un problema “loro”; c’è la concreta possibilità che effetti ancor più negativi in quel Paese coinvolgano l’Europa, l’Italia. Pensiamo solo al problema dei migranti. L’Egitto è importante per l’Occidente nello scacchiere Medio orientale, non solo per il ruolo di contrasto al terrorismo, ma anche per il controllo del traffico di persone.

   In Egitto ci sono milioni di profughi non solo provenienti dalla Siria e dall’Iraq, ma anche dall’Afghanistan, dalla Libia e da tutta l’Africa (e riesce pure, questo Paese, ad accoglierli in situazioni precarie e con poco, ma sicuramente molto meglio di quel che sta facendo la “nostra” Europa).

LE ROTTE DEI MIGRANTI NEL MEDITERRANEO - (…..) NAVI-MADRE DALL’EGITTO. Le organizzazioni umanitarie lo ripetono: l’accordo Ue-Turchia e l’arrivo in Libia del nuovo governo potrebbero spingere i trafficanti a RIAPRIRE LA ROTTA DALL’EGITTO. Il rischio è altissimo. DALL’EGITTO INFATTI NON PARTONO GOMMONI - che salpano dalla Libia - MA IMBARCAZIONI MOLTO GRANDI CON DIVERSE CENTINAIA DI MIGRANTI L’UNA. Le indagini italiane hanno inoltre dimostrato LA “FORZA” DEI TRAFFICANTI EGIZIANI: dispongono di camion per trasferire i migranti e basi lungo la costa dove nasconderli, di una rete di basisti in Italia a cui fornire anche assistenza legale in caso di problemi, soprattutto di “navi madre”. Al vertice, AHMED MOHAMED HANAFI FARRAQ, armatore di un peschereccio ormeggiato al porto di Alessandria. Per le autorità italiane è accusato di associazione a delinquere, ma le sue navi continuano a salpare. (Fiammetta Cuppellaro, 19/4/2016, da “il Mattino di Padova”)
LE ROTTE DEI MIGRANTI NEL MEDITERRANEO – (…..) NAVI-MADRE DALL’EGITTO. Le organizzazioni umanitarie lo ripetono: l’accordo Ue-Turchia e l’arrivo in Libia del nuovo governo potrebbero spingere i trafficanti a RIAPRIRE LA ROTTA DALL’EGITTO. Il rischio è altissimo. DALL’EGITTO INFATTI NON PARTONO GOMMONI – che salpano dalla Libia – MA IMBARCAZIONI MOLTO GRANDI CON DIVERSE CENTINAIA DI MIGRANTI L’UNA. Le indagini italiane hanno inoltre dimostrato LA “FORZA” DEI TRAFFICANTI EGIZIANI: dispongono di camion per trasferire i migranti e basi lungo la costa dove nasconderli, di una rete di basisti in Italia a cui fornire anche assistenza legale in caso di problemi, soprattutto di “navi madre”. Al vertice, AHMED MOHAMED HANAFI FARRAQ, armatore di un peschereccio ormeggiato al porto di Alessandria. Per le autorità italiane è accusato di associazione a delinquere, ma le sue navi continuano a salpare. (Fiammetta Cuppellaro, 19/4/2016, da “il Mattino di Padova”)

   Mettendola cinicamente, se alla Turchia l’Unione Europea concede 6 miliardi di euro per “fermare” il flusso della rotta dei Balcani, ben di più dovrebbe concedere all’Egitto per il ruolo di snodo, di passaggio (e di accoglimento in campi profughi) che sta svolgendo e che potenzialmente potrà accadere che svolga ancor di più con l’aggravarsi della crisi globale dell’emigrazione di popoli da sud a nord, dall’Africa, dall’Asia, dal Medio Oriente verso l’Europa.

   E poi l’Isis: nel Sinai (parte sud est dell’Egitto) l’Isis e i suoi accoliti continuano con gli attentati; c’è una presenza consistente che può attecchire sempre più. Ne è la riprova gli attentati alle coste del Mar Rosso egizio, che ha messo in dura crisi uno dei pochi settori, il turismo, dove lo stato egiziano traeva risorse.

IL 6 AGOSTO 2015 SI È INAUGURATO IL NUOVO CANALE DI SUEZ, RADDOPPIATO IN LARGHEZZA E PROFONDITÀ PER CONSENTIRE IL TRANSITO NEL MEDITERRANEO FINO A 100 NAVI AL GIORNO. L'inaugurazione era stata una metafora dell'Egitto di oggi. “Scoprire che ad ottobre, dopo tanto impegno nazionale, GLI INTROITI SONO CALATI DEL 3% è stata una delusione” (Ugo Tramballi, il sole 24ore del 6/2/2016). Ma dalla gigantesca via d’acqua «donata al mondo» dal regime egiziano, non passano solo le navi: 450 SPECIE DI ALGHE, INVERTEBRATI E PESCI «ALIENI» HANNO FINORA RAGGIUNTO LE NOSTRE ACQUE ATTRAVERSO IL CANALE: alcune sono velenose, altre tossiche, altre distruggono «soltanto» l’ecosistema. Squali mako, velenosissimi pesci coniglio (siganus luridus), le giganti e temibili meduse rhopilema nomadica, sono solo alcuni dei «mostri marini» con cui dovremo fare i conti la prossima estate, se non si fa qualcosa
IL 6 AGOSTO 2015 SI È INAUGURATO IL NUOVO CANALE DI SUEZ, RADDOPPIATO IN LARGHEZZA E PROFONDITÀ PER CONSENTIRE IL TRANSITO NEL MEDITERRANEO FINO A 100 NAVI AL GIORNO. L’inaugurazione era stata una metafora dell’Egitto di oggi. “Scoprire che ad ottobre, dopo tanto impegno nazionale, GLI INTROITI SONO CALATI DEL 3% è stata una delusione” (Ugo Tramballi, il sole 24ore del 6/2/2016). Ma dalla gigantesca via d’acqua «donata al mondo» dal regime egiziano, non passano solo le navi: 450 SPECIE DI ALGHE, INVERTEBRATI E PESCI «ALIENI» HANNO FINORA RAGGIUNTO LE NOSTRE ACQUE ATTRAVERSO IL CANALE: alcune sono velenose, altre tossiche, altre distruggono «soltanto» l’ecosistema. Squali mako, velenosissimi pesci coniglio (siganus luridus), le giganti e temibili meduse rhopilema nomadica, sono solo alcuni dei «mostri marini» con cui dovremo fare i conti la prossima estate, se non si fa qualcosa

   Perché, come dicevamo, l’Egitto sta vivendo una crisi economica gravissima: nonostante il Canale di Suez raddoppiato nell’agosto dell’anno scorso -che però ha dato risultati economici più che deludenti-, nonostante aiuti dagli “amici” Sauditi, i poderosi aiuti statunitensi (ora messi in discussione) e gli altrettanto ora problematici aiuti e investimenti di stati europei (come l’Italia, la Francia…).

   All’Arabia Saudita l’Egitto ha ora pure venduto due isole abbandonate ma strategiche nel Mar Rosso, TIRAN e SANAFIR, finora situate nelle acque territoriali egiziane. E questo ha suscitato ancor di più malessere, irritazione, nella base popolare, aggiungendo un altro tassello di malcontento per un regime barcollante ma senza alternative, e con un futuro prossimo che può essere ben pericoloso all’interno del Paese ma anche negli equilibri (squilibri, è meglio dire) globali, che ci coinvolgono.

GIULIO REGENI, originario di Fiumicello in FRIULI, è SCOMPARSO AL CAIRO il 25 GENNAIO SCORSO, giorno del quinto anniversario della rivoluzione egiziana di piazza Tahrir che portò alla destituzione di Hosni Mubarak. Ricercatore all'UNIVERSITÀ DI CAMBRIDGE, nella capitale egiziana si occupava di sindacati egiziani. È stato ritrovato morto la sera del 3 FEBBRAIO e dall'autopsia è emerso che è stato ucciso dopo prolungate torture (dal Corriere.it) – “(…..) Da un lato le autorità egiziane fanno quadrato per contenere i fratelli coltelli in seno al regime, dall’altro non capiscono la risolutezza italiana a mettere in discussione un partenariato storico per «un incidente». Due punti ribaditi ancora da Al Sisi dopo il saluto ad Hollande, suo alleato economico, ma anche in Libia. Primo, il Paese minacciato da forze esterne, ma soprattutto interne: «Ciò che avviene in Egitto è un tentativo di spaccare lo Stato, istituzione dopo istituzione, la polizia, la magistratura, il Parlamento. Non potete immaginare cosa accadrebbe se il Paese cadesse». Secondo, la patita «indisponibilità internazionale» a comprendere l’Egitto: «Non è possibile applicare gli standard europei sui diritti umani perché la regione in cui viviamo è molto turbolenta». Il caso Regeni si inquadra in una situazione esplosiva. (…..)” (Francesca Paci, da “la Stampa” del 18/4/2016)
GIULIO REGENI, originario di Fiumicello in FRIULI, è SCOMPARSO AL CAIRO il 25 GENNAIO SCORSO, giorno del quinto anniversario della rivoluzione egiziana di piazza Tahrir che portò alla destituzione di Hosni Mubarak. Ricercatore all’UNIVERSITÀ DI CAMBRIDGE, nella capitale egiziana si occupava di sindacati egiziani. È stato ritrovato morto la sera del 3 FEBBRAIO e dall’autopsia è emerso che è stato ucciso dopo prolungate torture (dal Corriere.it) – “(…..) Da un lato le autorità egiziane fanno quadrato per contenere i fratelli coltelli in seno al regime, dall’altro non capiscono la risolutezza italiana a mettere in discussione un partenariato storico per «un incidente». Due punti ribaditi ancora da Al Sisi dopo il saluto ad Hollande, suo alleato economico, ma anche in Libia. Primo, il Paese minacciato da forze esterne, ma soprattutto interne: «Ciò che avviene in Egitto è un tentativo di spaccare lo Stato, istituzione dopo istituzione, la polizia, la magistratura, il Parlamento. Non potete immaginare cosa accadrebbe se il Paese cadesse». Secondo, la patita «indisponibilità internazionale» a comprendere l’Egitto: «Non è possibile applicare gli standard europei sui diritti umani perché la regione in cui viviamo è molto turbolenta». Il caso Regeni si inquadra in una situazione esplosiva. (…..)” (Francesca Paci, da “la Stampa” del 18/4/2016)

E adesso pure la crisi con l’Italia ma con molti altri paesi occidentali: come l’Inghilterra che Giulio Regeni la rappresentava con un lavoro di ricerca finanziato dall’Università di Cambidge; ma anche gli Stati Uniti, dove i maggiori giornali hanno dato, e stanno dando, risalto alla tragica uccisione del ricercatore friulano. E stanno venendo fuori tutti i crimini egiziani contro persone, giovani in particolare, più o meno critici nei confronti del regime; e come persiste una totale debolezza di ogni garanzia di diritto e tutela della giustizia….

   In questo contesto pericoloso e traballante necessiterebbe che dentro questo Paese, ma anche nella politica internazionale europea, si creasse un contesto positivo, un cambio di rotta sia sull’economia che sui diritti civili, stabilendo parametri di tutela della persona che siano uguali per ogni parte del mondo. Così il caso Giulio Regeni potrebbe diventare un’occasione per sfidare il potere, di adesso ma anche di quel che sarà nel prossimo futuro.

Il muro di graffiti vicino Piazza Tahrir in Egitto al Cairo è stato demolito come parte di un progetto di ristrutturazione. Lo ha riportato il quotidiano al-Ahram. Il muro era diventato famoso in quanto espressione delle due proteste di massa che hanno portato al rovesciamento degli ex presidenti Hosni Mubarak nel 2011 e Mohammad Morsi nel 2013 (DA http://arabpress.eu/tag/il-cairo/ ) - Le cosiddette SPARIZIONI FORZATE" nel diritto internazionale riguardano persone arrestate da agenti dello Stato o in borghese e portate in centri di detenzione ufficiali e non, tenute INCOMMUNICADO e senza comparire di fronte a un giudice", spiega Riccardo Noury di AMNESTY INTERNATIONAL, citato dal Corriere della Sera. Il giornale sottolinea che "entrambe le organizzazioni notano comunque che i nomi e le storie che sono riuscite a documentare costituiscono una stima conservatrice rispetto alla reale portata fenomeno: molte famiglie hanno paura di denunciare le sparizioni, per timore di ritorsioni o nella convinzione che gli attivisti possano fare poco". Le vittime di sparizioni forzate sono persone accusate di appartenere alla Fratellanza Musulmana o di essere dissidenti laici, ma anche persone politicamente non affiliate - Le cosiddette SPARIZIONI FORZATE" nel diritto internazionale riguardano persone arrestate da agenti dello Stato o in borghese e portate in centri di detenzione ufficiali e non, tenute INCOMMUNICADO e senza comparire di fronte a un giudice", spiega Riccardo Noury di AMNESTY INTERNATIONAL, citato dal Corriere della Sera. Il giornale sottolinea che "entrambe le organizzazioni notano comunque che i nomi e le storie che sono riuscite a documentare costituiscono una stima conservatrice rispetto alla reale portata fenomeno: molte famiglie hanno paura di denunciare le sparizioni, per timore di ritorsioni o nella convinzione che gli attivisti possano fare poco". Le vittime di sparizioni forzate sono persone accusate di appartenere alla Fratellanza Musulmana o di essere dissidenti laici, ma anche persone politicamente non affiliate
Il muro di graffiti vicino Piazza Tahrir in Egitto al Cairo è stato demolito come parte di un progetto di ristrutturazione. Lo ha riportato il quotidiano al-Ahram. Il muro era diventato famoso in quanto espressione delle due proteste di massa che hanno portato al rovesciamento degli ex presidenti Hosni Mubarak nel 2011 e Mohammad Morsi nel 2013 (DA http://arabpress.eu/tag/il-cairo/ ) – Le cosiddette SPARIZIONI FORZATE” nel diritto internazionale riguardano persone arrestate da agenti dello Stato o in borghese e portate in centri di detenzione ufficiali e non, tenute INCOMMUNICADO e senza comparire di fronte a un giudice”, spiega Riccardo Noury di AMNESTY INTERNATIONAL, citato dal Corriere della Sera. Il giornale sottolinea che “entrambe le organizzazioni notano comunque che i nomi e le storie che sono riuscite a documentare costituiscono una stima conservatrice rispetto alla reale portata fenomeno: molte famiglie hanno paura di denunciare le sparizioni, per timore di ritorsioni o nella convinzione che gli attivisti possano fare poco”. Le vittime di sparizioni forzate sono persone accusate di appartenere alla Fratellanza Musulmana o di essere dissidenti laici, ma anche persone politicamente non affiliate – Le cosiddette SPARIZIONI FORZATE” nel diritto internazionale riguardano persone arrestate da agenti dello Stato o in borghese e portate in centri di detenzione ufficiali e non, tenute INCOMMUNICADO e senza comparire di fronte a un giudice”, spiega Riccardo Noury di AMNESTY INTERNATIONAL, citato dal Corriere della Sera. Il giornale sottolinea che “entrambe le organizzazioni notano comunque che i nomi e le storie che sono riuscite a documentare costituiscono una stima conservatrice rispetto alla reale portata fenomeno: molte famiglie hanno paura di denunciare le sparizioni, per timore di ritorsioni o nella convinzione che gli attivisti possano fare poco”. Le vittime di sparizioni forzate sono persone accusate di appartenere alla Fratellanza Musulmana o di essere dissidenti laici, ma anche persone politicamente non affiliate

   Appelli vengono firmati perché le Autorità internazionali aiutino l’Egitto, per farlo uscire dalla sua crisi economica, chiedendo in cambio rispetto dei diritti umani, delle regole fondamentali di democrazia e tutela delle persone, di giustizia da garantire a tutti (in questo post ve ne proponiamo uno, di questi appelli, di personalità europee, con prima firmataria Emma Bonino). In primis coinvolta è l’Europa: troppo stretti e storicamente nobili sono i legami che abbiamo con questo peraltro splendido paese (se non avesse le crudeltà che ora appaiono al suo interno).

   Allora, dicevamo, il “caso Egitto”, e una soluzione che ci veda partecipi a regole internazionali di sviluppo economico e pure sviluppo delle garanzie di tutela umanitaria e dei diritti civili, non è solo una cosa che può riguardare l’Egitto. La strada da percorre sembra propria quella di UN’ETICA DEI RAPPORTI INTERNAZIONALI: non si può continuare a non vedere violenze e sopraffazioni solo perché si fanno affari….. e questo accade in moltissimi altri Paesi, dove le sopraffazioni di persone neanche appaiono, cioè non sono documentate, e per questo “non esistono” perché nessuno le mette in evidenza, sono fatti che il presente e la storia non faranno propri. La logica internazionale che “nessuno va dimenticato” potrebbe fare qualche passo (molti passi) in avanti: non dimenticare (e chiedere sempre giustizia) per ogni caso di sopraffazione di qualsiasi regime (sia esso considerato autoritario, ma anche democratico). (s.m.)

………………………..

LE PROMESSE TRADITE NELL’EGITTO DEL GENERALE AL-SISI

di Ugo Tramballi, da “il Sole 24ore” del 7/4/2016

   Forse è vero: solo i militari possono garantire ordine e stabilità in questa fase storica dell’Egitto. Forse la democrazia è un frutto prematuro, anche se l’ipotesi sta piuttosto stretta a un Paese che fra alti e bassi è uno Stato da oltre 5mila anni. Continua a leggere

ASSETTI TERRITORIALI ISTITUZIONALI CHE NON CAMBIANO: il declino di REGIONI, PROVINCIE, COMUNI (che non si sciolgono in MACROREGIONI, AREE METROPOLITANE, NUOVE CITTA’) – Il caso dei comuni veneti che vogliono diventare friulani (per i vantaggi di chi è nelle regioni a statuto speciale)

SAPPADA (nella foto qui sopra). Bellissimo comune montano in Val Comelico, nel bellunese) ha chiesto il DISTACCO DAL VENETO e l’ADESIONE AL FRIULI VENEZIA GIULIA, sulla base del REFERENDUM DEL 2008 che ha visto GRAN PARTE DEI CITTADINI DI PLODN (così si chiama Sappada in lingua locale ladina) chiedere al Parlamento il trasloco nel vicino Friuli. Il voto del Senato sembrava certo nei primi mesi dell’anno (fino ad aprile 2016), e invece tutto è più che mai fermo, tutto è stato sospeso, rinviato (PER SEMPRE?)
SAPPADA (nella foto qui sopra). Bellissimo comune montano in Val Comelico, nel bellunese) ha chiesto il DISTACCO DAL VENETO e l’ADESIONE AL FRIULI VENEZIA GIULIA, sulla base del REFERENDUM DEL 2008 che ha visto GRAN PARTE DEI CITTADINI DI PLODN (così si chiama Sappada in lingua locale ladina) chiedere al Parlamento il trasloco nel vicino Friuli. Il voto del Senato sembrava certo nei primi mesi dell’anno (fino ad aprile 2016), e invece tutto è più che mai fermo, tutto è stato sospeso, rinviato (PER SEMPRE?)

   Parliamo di enti territoriali. Di come l’assetto istituzionale italiano fin qui tenuto (le REGIONI, le ex PROVINCE – che tanto “ex” non sono, come cercheremo di dimostrare in questo post -, i COMUNI che dovrebbero, almeno quelli medio piccoli mettersi assieme e formare NUOVE CITTÀ…), ebbene questi tradizionali enti istituzionali persistono stancamente, e una nuova geografia territoriale istituzionale sembra lenta e impossibile ancora a venire.

   Su questo blog spesso abbiamo auspicato e incentivato la realizzazione di quelle proposte di MACROREGIONI, proposte che da varie parti sono sorte nel nostro Paese, con lo scopo di sostituire le obsolete REGIONI: che sempre più stancamente, più che il territorio si accontentano di gestire, spesso con grandi sprechi, l’80% dei loro bilanci fatto di spesa sanitaria (bene questo, dello spendere in sanità, se fatto con efficienza e razionalità… indubbiamente, ma il resto?). Proposta di macroregioni che finora, concretamente, ha dato un risultato zero.

PROPOSTA DI MACROREGIONI (DA WIKIPEDIA) "(…..) il TERRITORIO ha perduto colore e potere. Le stesse REGIONI: sono ridotte a GRANDI ASL, che gestiscono la sanità (circa l'80% dei loro bilanci) con risorse sempre più ridotte(…) I SINDACI, insieme ai COMUNI che governano, sono costretti a far fronte a domande e aspettative crescenti, ma con fondi e trasferimenti in continuo declino. Erano "attori" di governo e delle istituzioni. Oggi sono ridotti a "esattori". Per conto dello Stato." (Ilvo Diamanti, la Repubblica del 15/2/2016)
PROPOSTA DI MACROREGIONI (DA WIKIPEDIA) “(…..) il TERRITORIO ha perduto colore e potere. Le stesse REGIONI: sono ridotte a GRANDI ASL, che gestiscono la sanità (circa l’80% dei loro bilanci) con risorse sempre più ridotte(…) I SINDACI, insieme ai COMUNI che governano, sono costretti a far fronte a domande e aspettative crescenti, ma con fondi e trasferimenti in continuo declino. Erano “attori” di governo e delle istituzioni. Oggi sono ridotti a “esattori”. Per conto dello Stato.” (Ilvo Diamanti, la Repubblica del 15/2/2016)

   Pensavamo che le Province venissero sostituite da ben più interessanti e accattivanti AREE o CITTA’ METROPOLITANE, ma anche questo non è accaduto: ci si è limitati a togliere l’elezione diretta, popolare, del consiglio provinciale e del presidente, e di delegare il tutto ai sindaci dei comuni del territorio provinciale, che è rimasto così com’è (e le province mantengono più o meno le stesse funzioni: la manutenzione delle strade, l’ambiente, l’edilizia scolastica).

   Infine i Comuni: ogni progetto di fusione tra di loro è assai lento e difficile da realizzarsi (spesso referendum per avere l’approvazione dell’accorpamento di due o più enti comunali viene sonoramente bocciato dalle popolazioni…).

MACROREGIONI in base alla ripartizione alle elezioni europee
MACROREGIONI in base alla ripartizione alle elezioni europee

   La notizia, e tema di riflessione, cui vorremmo comunque concentrarci in questo post, è il contesto che si è venuto a creare nei comuni a ridosso, confinanti, con regioni a statuto speciale (qui parleremo in particolare del Friuli) e che, appartenendo a una regione con meno risorse da distribuire (nel nostro caso, il Veneto), auspicano concretamente, con referendum in questo caso sempre vincenti o iniziative politiche, di pressione di vario genere, auspicano di “entrare a far parte” della più ricca, confinante, regione a statuto speciale.

   In Veneto questo sta accadendo con due casi: uno di Sappada (comune di montagna, nel bellunese) e l’altro con gli otto comuni trevigiani che sono a ridosso dei confini friulani.

REGIONI A STATUTO SPECIALE

   SAPPADA ha chiesto il distacco dal Veneto e l’adesione al Friuli Venezia Giulia, sulla base del referendum del 2008 che ha visto gran parte dei cittadini di Plodn (così si chiama Sappada in lingua locale ladina) chiedere al Parlamento il trasloco nel vicino Friuli. Il voto del Senato sembrava certo nei primi mesi dell’anno (fino ad aprile 2016), e invece tutto è più che mai fermo, tutto è stato sospeso: i partiti, compresi quelli più autonomisti nordisti, temono che questo passaggio a una regione a statuto speciale inneschi una richiesta generale in molti comuni d’Italia confinanti con regioni a statuto speciale (Friuli, Trentino, ma anche Valle d’Aosta). Pertanto Sappada, che appariva cosa certa e oramai “fatto” il passaggio al Friuli, è probabile che dovrà aspettare molto e molto tempo (e forse mai accadrà).

LA MAPPA DEL NORD EST – Il ridisegno della governance del territorio in modo funzionale è uno dei punti nell’agenda per un nuovo Nord Est che si fonda anche su una diversa coesione sociale, un sistema produttivo “immateriale”, istituzioni e territori sistemici
LA MAPPA DEL NORD EST – Il ridisegno della governance del territorio in modo funzionale è uno dei punti nell’agenda per un nuovo Nord Est che si fonda anche su una diversa coesione sociale, un sistema produttivo “immateriale”, istituzioni e territori sistemici

   L’altro episodio è quello innescato da OTTO COMUNI DEL TREVIGIANO CONFINANTI CON LA REGIONE FRIULANA (Cordignano che fa da leader, Fregona, Sarmede, Gaiarine, Portobuffolè, Mansuè, Gorgo al Monticano, Meduna di Livenza….in tutto circa trentamila abitanti) che minacciano di passare in Friuli, e per questo stanno pure coinvolgendo tutti i comuni veneti (anche quelli bellunesi) per aggregarsi alla regione a Statuto Speciale. Ma, forse più saggiamente da un punto di vista strategico (per ottenere il vero obiettivo, cioè più soldi) dicono al Governo che “se non volete che scappiamo al di là del Livenza o del Tagliamento, attutite il nostro disagio ripristinando i fondi Letta”.

una MACROREGIONE (improbabile?) DEL NORDEST FRA TRENTINO ALTO ADIGE, FRIULI VENEZIA GIULIA E VENETO
una MACROREGIONE (improbabile?) DEL NORDEST FRA TRENTINO ALTO ADIGE, FRIULI VENEZIA GIULIA E VENETO

   Cosa sono i fondi “Letta”? Per evitare problemi erano stati istituiti dei fondi (chiamati anche FONDI DI CONFINE), una regalìa ai comuni confinanti con regioni a statuto speciale: il “Fondo Letta” per i comuni a ridosso del Friuli, e molto tempo prima il “Fondo Brancher” (dai nomi dei loro propositori e istitutori) per i comuni a ridosso del Trentino. Viene da pensare che a questo punto tutto questo potrebbe far crescere il malessere, il disagio, anche di comuni “normali”, non di confine con regioni a statuto speciale, che loro non hanno nessun tipo di privilegio…

   E allora, proprio per evitare questa discrasìa e differenziazione tra comuni inseriti geograficamente in un’area territoriale abbastanza omogenea (culturalmente, storicamente, geomorfologicamente -pedemontana o montana-…) che viene ad essere IL NORDEST italiano, le ipotesi politiche, culturali, che si fanno, sono di due tipi:

1 – quella dell’istituzione di un’unica MACROREGIONE DEL NORDEST (sciogliendo in essa Trentino Alto Adige, Veneto, e Friuli Venezia Giulia) sostenuta in questi ultimi mesi da un gruppo veneto di avvocati, sociologi, economisti, piccoli editori (ne diamo conto in due articoli in questo post), e

2 – quella di chi afferma l’impossibilità di unire tre regioni con caratteristiche istituzionali così diverse, e non solo per troppo difficili modifiche costituzionali e contrarietà di parte delle regioni, ma in primis per un motivo ancora più arduo a realizzarsi: l’autonomia alle province di Trento e Bolzano è sorta il 5 settembre 1946 (nell’ambito della Conferenza di Parigi), dall’ACCORDO INTERNAZIONALE DE GASPERI-GRUBER, che prevedeva la concessione alle Province di Trento e Bolzano di un “potere legislativo ed esecutivo regionale autonomo”. E che in ogni caso né Trentino Alto Adige né Friuli Venezia Giulia, non hanno nessuna intenzione di confondersi e far condividere le loro maggiori risorse finanziare con il Veneto, tra l’altro quest’ultima a popolazione maggioritaria…. e per questo, in questa seconda tesi, si propone che anche il Veneto diventi a “statuto speciale”, cioè riconoscere al Veneto uno status di autonomia speciale analogo a quello del Friuli Venezia Giulia, condizione che renderebbe sostenibile anche l’eventuale ipotesi di fusione almeno tra Friuli e Veneto. Anche di questa tesi proponiamo alcune considerazioni, in particolare di una senatrice trevigiana del partito democratico, Simonetta Rubinato, che su questo punto, dell’autonomia veneta, si è particolarmente spesa, e sostiene che questa opzione è l’unica possibilità per dare autonomia, e mantenimento in loco di maggiori risorse, al Veneto.

   Le questioni specifiche fin qui proposte del Nordest italiano, su scala diversa si propongono anche in tutte le altre realtà geografiche italiane: bisogna però dire che alcune aree sono più problematiche da risolvere (ad esempio, più facile e possibile potrà essere in Italia Centrale una Macroregione che possa nascere, come si sta provando, dal mettersi assieme della Toscana, dell’Umbria e delle Marche).

   A proposito poi dei comuni che con grande difficoltà e ritrosia non accettano l’ineluttabilità di mettersi in realtà nuove (“nuove Città”) qualche tentativo politico si sta facendo: ad esempio l’11 novembre scorso c’è stata la proposta di legge con primo firmatario Emanuele LODOLINI (Pd). Si tratta di una modifica del testo unico del decreto legge 18 agosto 2000 n.267. Con la “proposta legislativa Lodolini” si stabilisce che il limite minimo perché possa esistere un comune è di 5mila abitanti. Tutte quelle amministrazioni che non rientrano in questo limite devono fondersi con altre. E se non lo fanno, le Regioni devono obbligarli, e se queste a sua volta “disobbediscono” avranno la decurtazione del 50 % dei trasferimenti statali in loro favore. I piccoli comuni sotto i 5mila abitanti sono il 70 per cento dei comuni italiani, che sono 8006. La media italiana è di 7500 abitanti per comune (considerando ovviamente tutti, anche le grandi città). Insomma una proposta, pur limitata ai comuni pisscoli, che pare interessante se diventa legge: meglio che niente, se accadesse.

   Resta il fatto che ogni ipotesi di aggregazione e nuovo assetto territoriale (fra comuni, provincie o regioni…) meriterebbe che nascesse non da imposizioni legislatiche dall’alto, ma da una meditata, condivisa e accorta realizzazione di ambiti territoriali istituzionali geografici confacenti al nuovo mondo che, volenti o no, si sta realizzando. (s.m.)

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LE PROVINCE? ADESSO SI CHIAMANO CANTONI

di Lorenzo Salvia, da “il Corriere della Sera” del 11/4/2016

– Abolite le elezioni, le Regioni ribattezzano i nomi degli enti: si va dai quadranti ai consorzi – Continua a leggere

BASILICATA: TERRA ITALICA DI INQUINANTE PETROLIO – Da una vicenda politica-giudiziaria emerge il caso di una terra bellissima e povera sacrificata alle trivellazioni di gas e petrolio – Quale altra possibilità di sviluppo in Basilicata? – l’intersecarsi della vicenda con IL REFERENDUM sulle trivelle DEL 17 APRILE

TEMPA ROSSA è un giacimento petrolifero situato nell'alta VALLE DEL SAURO, nel cuore della regione BASILICATA. Il progetto si estende principalmente sul territorio del Comune di CORLETO PERTICARA (provincia di Potenza), a 4 km dal quale verrà costruito il futuro CENTRO DI TRATTAMENTO. 5 pozzi si trovano anch'essi sul territorio di Corleto Perticara, mentre il sesto pozzo si trova nel Comune di GORGOGLIONE. Altri due pozzi saranno perforati una volta ottenute le autorizzazioni. L'area dove verrà realizzato il centro di stoccaggio GPL si trova invece nel Comune di GUARDIA PERTICARA
TEMPA ROSSA è un giacimento petrolifero situato nell’alta VALLE DEL SAURO, nel cuore della regione BASILICATA. Il progetto si estende principalmente sul territorio del Comune di CORLETO PERTICARA (provincia di Potenza), a 4 km dal quale verrà costruito il futuro CENTRO DI TRATTAMENTO. 5 pozzi si trovano anch’essi sul territorio di Corleto Perticara, mentre il sesto pozzo si trova nel Comune di GORGOGLIONE. Altri due pozzi saranno perforati una volta ottenute le autorizzazioni. L’area dove verrà realizzato il centro di stoccaggio GPL si trova invece nel Comune di GUARDIA PERTICARA

   Dalle vicende delle estrazioni petrolifere in Basilicata, e dei fatti illeciti che sono emersi (stanno emergendo), quel che è l’impressione nostra, dominante, è che si tratta di un affare colossale, ma che le corruzioni “personali” (come è accaduto: falsificare i dati sull’inquinamento, gli smaltimenti illeciti per far risparmiare l’Eni a Viggiano…) non sono originati da un vero e proprio interesse personale: non emergono mazzette e giri di denaro a funzionari (almeno finora).

   Sembra che si commette l’illecito, si falsificano i dati, per andare avanti al massimo nel progetto petrolifero: che diventi dominante (nient’altro) in questa regione (la Lucania) la volontà di trasformarla in un grande serbatoio di petrolio. La Basilicata che, dall’altra, dimostra significati storici, urbanistici, architettonici, del tutto ineguagliabili, specifici, rispetto a ogni altra realtà territoriale: nel senso che cose significative e “grandiose” in Italia si trovano un po’ ovunque e di pari valore, ma il territorio della Basilicata conserva una caratteristica “sua” di specificità nella “bellezza”. E che questi valori ambientali e storici qualcuno può coniugarli “al futuro”, farli diventare la base di un altro sviluppo economico che non sia quello dello sfruttamento “da petrolio” (la Basilicata destinata ad essere il Texas d’Italia, terra “sporca” di estrazione, deposito di idrocarburi fossili).

LA VAL D'AGRI È UNA SUB REGIONE DELLA BASILICATA compresa tra i monti Sirino e Volturino. Prende il nome dal fiume Agri, che attraversa tutto il suo territorio. È una delle zone più importanti della regione sia come cultura che come economia; infatti nella prima metà del Novecento sono stati scoperti in queste zone dei giacimenti petroliferi, ma solo negli anni ottanta è iniziato lo sfruttamento e ad oggi il petrolio della Val d'Agri fornisce oltre il 10% del fabbisogno nazionale di petrolio, essendo il giacimento petrolifero su terraferma più grande d'Europa. Ma c'è in Val d’Agri anche un importante turismo invernale dovuto a numerose piste sciistiche e un turismo cultural-naturalistica per la bellezza e ricchezza dei luoghi. La zona è in parte compresa nel PARCO NAZIONALE DELLA VAL D'AGRI E LAGONEGRESE. (da Wikipedia)
LA VAL D’AGRI È UNA SUB REGIONE DELLA BASILICATA compresa tra i monti Sirino e Volturino. Prende il nome dal fiume Agri, che attraversa tutto il suo territorio. È una delle zone più importanti della regione sia come cultura che come economia; infatti nella prima metà del Novecento sono stati scoperti in queste zone dei giacimenti petroliferi, ma solo negli anni ottanta è iniziato lo sfruttamento e ad oggi il petrolio della Val d’Agri fornisce oltre il 10% del fabbisogno nazionale di petrolio, essendo il giacimento petrolifero su terraferma più grande d’Europa. Ma c’è in Val d’Agri anche un importante turismo invernale dovuto a numerose piste sciistiche e un turismo cultural-naturalistica per la bellezza e ricchezza dei luoghi. La zona è in parte compresa nel PARCO NAZIONALE DELLA VAL D’AGRI E LAGONEGRESE. (da Wikipedia)

   In questi giorni si parla in particolare, del territorio lucano, di due siti petroliferi: del “Centro oli” di VIGGIANO, e del progetto (a una cinquantina di chilometri da Viggiano, sempre nella Val d’Agri) di estrazione petrolifera a TEMPA ROSSA (che è una frazione del comune di Corleto Perticara).

L'area della Val d'Agri segnata dal punto rosso
L’area della Val d’Agri segnata dal punto rosso

   Per il primo, a VIGGIANO (il giacimento su terraferma più grande d’Europa che da solo fornisce oltre il 70% del petrolio estratto in Italia) l’indagine della magistratura (iniziata nel 2013) ipotizza “gravi reati ambientali causati dal management dell’Eni”, in particolare un illecito smaltimento di rifiuti collegati all’attività petrolifera e di sforamenti circa l’immissione di agenti inquinanti in atmosfera. E, notizia di adesso (4 aprile 2016), il Tribunale di Potenza ha condannato, per un’inchiesta del 2008, a pene comprese fra due e sette anni di reclusione gli ex vertici della TOTAL e alcuni imprenditori e amministratori (turbativa d’asta, concussione, abuso d’ufficio, corruzione, tentata truffa aggravata e favoreggiamento, i reati a vario titolo contestati ai 15 imputati).

VIGGIANO (foto di Andrea Sabbadini, Buenavista photo) DA "INTERNAZIONALE"
VIGGIANO (foto di Andrea Sabbadini, Buenavista photo) DA “INTERNAZIONALE”

   Per quanto riguarda invece TEMPA ROSSA, (l’inchiesta che ha finito per indurre alle dimissioni il ministro per lo Sviluppo Economico Guidi) l’inchiesta ha messo nel mirino un emendamento alla legge di Stabilità del 2015, emendamento che secondo la magistratura ha avuto l’obiettivo di creare un vantaggio alla Total, per velocizzare il “progetto Tempa Rossa” (e dall’altra far entrare nella “bidder list” del colosso petrolifero il compagno della stessa ministra dimissionaria). A Corleto Perticara, appunto nella frazione TEMPA ROSSA, sorge lo stabilimento petrolifero che dal 2018, sotto il controllo della Total, dovrebbe vedere in funzione ben otto pozzi petroliferi.

centro di carico di Tempa Rossa
centro di carico di Tempa Rossa

   Quel che ci interessa però qui sottolineare, come appunto dicevamo all’inizio, è il contesto geografico lucano e “quale sviluppo” economico, ambientale, sociale, è possibile oltre e in sostituzione a quello di hub petrolifero. Per questo dobbiamo però capire quanto impattante sia prevedere l’ipotesi attuale di prelievo di idrocarburi fossili dalla Val d’Agri, uno dei cuori naturalistici del territorio lucano.

in colore ocra la VAL D'AGRI
in colore ocra la VAL D’AGRI

   I problemi maggiori, ambientali, riguardano in particolare gli scarti dell’estrazione e della lavorazione del petrolio. Il petrolio estratto, infatti, contiene una certa quantità di acqua che proviene dalla rocce serbatoio, detta “acqua di strato”. Quest’acqua, ricca di idrocarburi e altre sostanze inquinanti, una volta separata dal petrolio non può essere reimmessa nell’ambiente e viene perciò in parte reiniettata nel giacimento con il trattamento in un impianto di depurazione…. E qui sta il problema maggiore: uno dei filoni principali della Magistratura di Potenza è dato dallo smaltimento illecito dei rifiuti che venivano sversati, e non opportunamente trattati (in buona parte venivano versati nelle acque del fiume Basento).

UN NUOVO CENTRO RICERCHE DELLA FIAT CHRYSLER AUTOMOBILES A SAN NICOLA DI MELFI (provincia di Potenza) - I CAMPI DI ATTIVITÀ DEL CAMPUS. Innanzitutto permetterà lo sviluppo di nuove metodologie e sistemi per il monitoraggio, il miglioramento e il mantenimento della qualità del prodotto. Con l’obiettivo di studiare e validare nuovi processi di assemblaggio e soluzioni innovative per l’eco-sostenibilità dei processi produttivi (Green Manufacturing). Realizzerà metodi e strumenti software per la simulazione dei processi e delle attrezzature produttive (Virtual Manufacturing). (da http://ufficiostampabasilicata.it/ del 1/2/2016)
UN NUOVO CENTRO RICERCHE DELLA FIAT CHRYSLER AUTOMOBILES A SAN NICOLA DI MELFI (provincia di Potenza) – I CAMPI DI ATTIVITÀ DEL CAMPUS. Innanzitutto permetterà lo sviluppo di nuove metodologie e sistemi per il monitoraggio, il miglioramento e il mantenimento della qualità del prodotto. Con l’obiettivo di studiare e validare nuovi processi di assemblaggio e soluzioni innovative per l’eco-sostenibilità dei processi produttivi (Green Manufacturing). Realizzerà metodi e strumenti software per la simulazione dei processi e delle attrezzature produttive (Virtual Manufacturing). (da http://ufficiostampabasilicata.it/ del 1/2/2016)

   Ma è anche la Puglia a essere interessata (negativamente, da un punto di vista ambientale) dalle trivellazioni petrolifere in Basilicata. La raffineria di riferimento per il petrolio lucano è infatti a Taranto. Petrolio lucano che è ricco di impurità e di zolfo, e per questo risulta corrosivo per le tubature e necessiterebbe di un trattamento preventivo prima di essere inviato a Taranto dove subisce il processo di lavorazione finale. Il greggio, stabilizzato e stoccato, è spedito com’è a Taranto, attraverso un oleodotto lungo 136 chilometri (da Taranto poi prende soprattutto la via della Turchia).

“Prendete l’autostrada Napoli-Bari, uscite a Candela e puntate verso Sud. E s´incontreranno colline di grano a perdita d´occhio. E’ il luogo dell’anima. Il profondo sud d’Italia, la Magna Grecia, un’Italia spesso dimenticata, dove ancora resistono le suggestioni del mondo poetico-contadino che si sono prestati come scenari perfetti per incarnare ACQUA TRAVERSE, il suggestivo luogo descritto da NICCOLÒ AMMANITI nell’omonimo romanzo che ha dato vita al film.” (GABRIELE SALVATORES, in presentazione del suo film “IO NON HO PAURA” del 2003) (l’immagine qui sopra dal film è di VULTURE MELFESE in provincia di Potenza)
“Prendete l’autostrada Napoli-Bari, uscite a Candela e puntate verso Sud. E s´incontreranno colline di grano a perdita d´occhio. E’ il luogo dell’anima. Il profondo sud d’Italia, la Magna Grecia, un’Italia spesso dimenticata, dove ancora resistono le suggestioni del mondo poetico-contadino che si sono prestati come scenari perfetti per incarnare ACQUA TRAVERSE, il suggestivo luogo descritto da NICCOLÒ AMMANITI nell’omonimo romanzo che ha dato vita al film.” (GABRIELE SALVATORES, in presentazione del suo film “IO NON HO PAURA” del 2003) (l’immagine qui sopra dal film è di VULTURE MELFESE in provincia di Potenza)

   Tornando all’aspetto sociale e del rapportarsi della gente della Basilicata allo “sviluppo petrolifero” della loro regione, va detto che residenti e amministratori locali avevano visto nell’ “oro nero” la salvezza di un territorio dove lo spopolamento aumenta di anno in anno. E invece non sta proprio andando così. E, oltre all’emigrazione che cresce, a Viggiano l’aria, anche a chilometri di distanza, è irrespirabile.

MATERA «CAPITALE EUROPEA DELLA CULTURA» NEL 2019 – Matera, la città dei Sassi, sarà la Capitale Europea della Cultura nel 2019. Il riconoscimento apre alla città della Basilicata prospettive di grande prestigio e opportunità di sviluppo culturale, turistico e anche economico. Dall'Unione Europea giungeranno cospicui finanziamenti e la città avrà una visibilità internazionale senza precedenti. (…) Comincia così il percorso culturale europeo della città lucana che ha scelto come slogan “OPEN FUTURE”. «Tutti siamo ossessionati dall’eterno presente in cui siamo immersi, come se fosse impossibile guardare lontano ed impegnarsi per le generazioni future - ha spiegato il comitato organizzatore per Matera capitale - ma PROPRIO UNA CITTÀ ANTICA COME MATERA PUÒ SENZA TIMORE PENSARE AI TEMPI CHE VERRANNO, tante le volte in cui si è riprogettata ed è uscita vincente dalla sfida con il tempo. Con molte altre piccole e medie città europee Matera ha condiviso lo stesso destino di area di consumo di prodotti provenienti dai grandi centri di produzione culturale. Negli ultimi anni, però, il quadro sta cambiando. Si fa strada un movimento che rimuove sistematicamente le barriere di accesso alla cultura: usa nuove tecnologie, adotta licenze aperte per rendere culturalmente ed economicamente sostenibile un modello in cui la produzione culturale è diffusa, orizzontale, partecipata». (F.d’A. da http://www.italiaitaly.eu/ )
MATERA «CAPITALE EUROPEA DELLA CULTURA» NEL 2019 – Matera, la città dei Sassi, sarà la Capitale Europea della Cultura nel 2019. Il riconoscimento apre alla città della Basilicata prospettive di grande prestigio e opportunità di sviluppo culturale, turistico e anche economico. Dall’Unione Europea giungeranno cospicui finanziamenti e la città avrà una visibilità internazionale senza precedenti. (…) Comincia così il percorso culturale europeo della città lucana che ha scelto come slogan “OPEN FUTURE”. «Tutti siamo ossessionati dall’eterno presente in cui siamo immersi, come se fosse impossibile guardare lontano ed impegnarsi per le generazioni future – ha spiegato il comitato organizzatore per Matera capitale – ma PROPRIO UNA CITTÀ ANTICA COME MATERA PUÒ SENZA TIMORE PENSARE AI TEMPI CHE VERRANNO, tante le volte in cui si è riprogettata ed è uscita vincente dalla sfida con il tempo. Con molte altre piccole e medie città europee Matera ha condiviso lo stesso destino di area di consumo di prodotti provenienti dai grandi centri di produzione culturale. Negli ultimi anni, però, il quadro sta cambiando. Si fa strada un movimento che rimuove sistematicamente le barriere di accesso alla cultura: usa nuove tecnologie, adotta licenze aperte per rendere culturalmente ed economicamente sostenibile un modello in cui la produzione culturale è diffusa, orizzontale, partecipata». (F.d’A. da http://www.italiaitaly.eu/ )

   Viggiano è un piccolo comune abitato da circa 3.300 persone, e ospita la più grande piattaforma di estrazione petrolifera dell’Europa continentale. E, per paradosso, prende sì molti soldi dall’Eni che gestisce l’impianto ( le royalty che vengono versate alle casse del comune dalla fine degli anni novanta, sono circa il 10 per cento del petrolio estratto), ma si trova nel contesto poverissimo della Basilicata (una delle regioni più povere d’Italia); e per di più un territorio inquinatissimo, dove l’aria è irrespirabile. E il settore agricolo della zona è in ginocchio perché è quasi impossibile vendere sul mercato prodotti ortofrutticoli coltivati qui.

Viggiano, la sorgente di TRAMUTOLA il 13 giugno 2015 (Andrea Sabbadini, Buenavista photo) DA "INTERNAZIONALE"
Viggiano, la sorgente di TRAMUTOLA il 13 giugno 2015 (Andrea Sabbadini, Buenavista photo) DA “INTERNAZIONALE”

   In questo contesto, pur non essendoci una relazione diretta, lo scandalo del “petrolio lucano”, delle trivellazioni in Basilicata, va a incidere e da risonanza al referendum del 17 aprile. Che, votando SÌ, si vieterebbe il rinnovo delle concessioni estrattive di gas e petrolio per i giacimenti entro le 12 miglia dalla costa italiana. Usiamo il condizionale perché è possibile che il quorum dei votanti, per validare il referendum, del 50 + 1 degli elettori, non sia raggiunto.

   Ma sarebbe un bel segnale se l’opposizione alla continuazione dello sviluppo petrolifero in Italia, si rafforzasse, vedesse coinvolta con il voto al “SÌ” nel referendum molta gente, molte persone, molti elettori. Perché si possa iniziare davvero a “vedere”, a capire, che uno sviluppo delle fonti energetiche è possibile, e bisogna rendere concreto il cambiamento, con scelte amministrative, politiche, conseguenti. Nei nostri mari come in Basilicata. (s.m.)

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BASILICATA: LA STRADA DEL PETROLIO. L’ILLUSIONE SVANITA ABITA IN VAL D’AGRI

di Erminio Cioffi, da www.lacittadisalerno.gelocal.it/ del 2/4/2016

– Viaggio da Viggiano a Corleto dove l’aria è irrespirabile – Non c’è lavoro ma pullulano i campi di calcetto. Inutilizzati – Continua a leggere

IL MURO TURCO DELL’UNIONE EUROPEA CONTRO I MIGRANTI – La rotta balcanica si chiude con il respingimento dei migranti e un’improbabile censimento di “veri profughi” – CHE FARE del disastro mediorientale e del Sud del Mondo in squilibrio tra guerre civili, integralismi religiosi e sottosviluppo?

Profughi siriani e migranti dalla Turchia arrivano su una spiaggia di MITILENE sull’isola di Lesbo, nel nordest della Grecia. (Thanassis Stavrakis/ Ap/Ansa) (DA INTERNAZIONALE) - 84.882 i migranti, profughi e richiedenti asilo giunti a LESBO dal primo gennaio al 17 marzo 2016 (nello stesso periodo, in tutta la Grecia sono stati 144.149; in Italia, 11.912). Fonte: Unhcr, Onu
Profughi siriani e migranti dalla Turchia arrivano su una spiaggia di MITILENE sull’isola di Lesbo, nel nordest della Grecia. (Thanassis Stavrakis/ Ap/Ansa) (DA INTERNAZIONALE) – 84.882 i migranti, profughi e richiedenti asilo giunti a LESBO dal primo gennaio al 17 marzo 2016 (nello stesso periodo, in tutta la Grecia sono stati 144.149; in Italia, 11.912). Fonte: Unhcr, Onu

   Mentre l’isola di LESBO va svuotandosi di profughi dopo l’accordo siglato a Bruxelles tra i 28 Paesi dell’Unione europea e il Governo di Ankara, la sorte di chi fugge dalle guerre resta ancora confusa e piena di rischi. L’accordo dell’Unione Europea con la Turchia prevede la chiusura della frontiera ai migranti di IDOMENI (al confine tra Grecia e Macedonia) (chiusura sancita dal 20 marzo scorso) con il ritorno in Turchia di tutti i migranti entrati irregolarmente in Europa attraverso la Grecia (in primis appunto dall’isola di Lesbo) e che sono valutati attualmente, “fermi” nella rotta Balcanica, in circa 70mila.

L'ISOLA GRECA DI LESBO (segnata in rosso) A RIDOSSO DELLA TURCHIA (da Wikipedia) - 500.018 i migranti, profughi e richiedenti asilo giunti a LESBO nel 2015 (nello stesso periodo, in tutta la Grecia sono stati 856.723; in Italia, 153.842) Fonte: Unhcr, Onu
L’ISOLA GRECA DI LESBO (segnata in rosso) A RIDOSSO DELLA TURCHIA (da Wikipedia) – 500.018 i migranti, profughi e richiedenti asilo giunti a LESBO nel 2015 (nello stesso periodo, in tutta la Grecia sono stati 856.723; in Italia, 153.842) Fonte: Unhcr, Onu

   L’impegno di solidarietà europeo, di contrappeso al provvedimento crudele di blocco della rotta balcanica, è che per ogni immigrato senza permesso che viene riportato indietro, un rifugiato sarà ammesso attraverso canali umanitari. In pratica chi deve (dovrebbe) tornare sui suoi passi dal nord della Grecia (Idomeni, al confine “bloccato” macedone), dovrebbe accettare di trasferirsi in campi profughi (della Turchia) attrezzati per essere identificato e per rientrare nel programma di ricollocamento se riconosciuto in modo ufficiale con lo status di “rifugiato”. Ricollocamento graduale chiaramente, non per tutti.

   Un impegno di non semplice realizzazione che aggiunge incertezza e preoccupazione in una situazione già complicata: ora sono in molti a temere un controesodo, se non addirittura deportazioni di massa verso un Paese, la Turchia, che ha dimostrato anche recentemente gravi carenze nel rispetto dei diritti umani.

IDOMENI - DOPO IL MAR EGEO, L ISOLA DI LESBO, A IDOMENI IN GRECIA AL CONFINE CON LA MACEDONIA SI INTERROMPE DEFINITIVAMENTE LA ROTTA BALCANICA - 49% è la percentuale dei siriani sbarcati in tutta la Grecia dal primo gennaio di quest'anno. Il 26% degli arrivi è rappresentato da afghani, il 16% da iracheni. Seguono iraniani (3%) e pakistani (3%). Fonte: Unhcr, Onu
IDOMENI – DOPO IL MAR EGEO, L ISOLA DI LESBO (nel cerchio azzuro qui più grande), A IDOMENI IN GRECIA AL CONFINE CON LA MACEDONIA SI INTERROMPE DEFINITIVAMENTE LA ROTTA BALCANICA – 49% è la percentuale dei siriani sbarcati in tutta la Grecia dal primo gennaio di quest’anno. Il 26% degli arrivi è rappresentato da afghani, il 16% da iracheni. Seguono iraniani (3%) e pakistani (3%). Fonte: Unhcr, Onu

   Alla Turchia andranno 6 miliardi di euro per la gestione dei DUE MILIONI E MEZZO DI MIGRANTI ATTUALMENTE PRESENTI NEL PAESE E PER I RIMPATRI DEGLI OLTRE 70 MILA SIRIANI CHE ERANO RIUSCITI A RAGGIUNGERE LA GRECIA: effettivamente una situazione assai gravosa quella turca per lo “spostamento” in particolare dei tantissimi profughi siriani fuggiti dalla guerra.

   E l’Europa, che non vuol rischiare di avere campi profughi stabili nei Paesi aderenti, né mostra disponibilità ad inserire nelle proprie comunità persone venute dalla guerra e dalla fame (a parte la lodevole politica di questi ultimi mesi della cancelliera tedesca Angela Merkel), preferisce pagare lautamente la Turchia perché faccia il “lavoro” poco gradito di gestire l’esodo di masse di persone (famiglie, bambini…) che hanno perso tutto, non hanno più niente. Con il piccolo e improbabile impegno di “collocare” nella UE 70mila profughi dalla Turchia, se profughi saranno riconosciuti in questo status (ma è probabile che la cosa non sarà semplice che avvenga).

PASQUA TRA I PROFUGHI DI IDOMENI: POLIZIA SCHIERATA, RABBIA E TENSIONI (da “la Stampa.it” del 27/3/2016) - Alcuni migranti si sono ammassati nel campo per cercare di attraversare la frontiera e di entrare in Macedonia dopo che si era diffusa la falsa notizia di un’apertura del confine -
PASQUA TRA I PROFUGHI DI IDOMENI: POLIZIA SCHIERATA, RABBIA E TENSIONI (da “la Stampa.it” del 27/3/2016) – Alcuni migranti si sono ammassati nel campo per cercare di attraversare la frontiera e di entrare in Macedonia dopo che si era diffusa la falsa notizia di un’apertura del confine –

   Pertanto chi è in Grecia ora, stando all’accordo, dovrà essere condotto in Turchia. E’ quasi del tutto sicuro che, ammesso che la cosa riesca (la deportazione in Turchia), da lì cercherà nuove strade per I’Europa, ancora una volta affidandosi a trafficanti di esseri umani. Nei giorni scorsi una proposta del partito radicale italiano, non passata del tutto inosservata alla diplomazia internazionale e al governo italiano, suggeriva di stringere un accordo bilaterale Italia-Grecia per evitare che queste oltre 40mila persone cadano nelle mani dei trafficanti. Riconoscendo, una volta in Italia, ai profughi provenienti dalla Grecia una protezione umanitaria temporanea così da concedere un permesso di soggiorno regolare. Insomma non si può lasciare al loro destino tutte quelle persone ferme ora in Grecia (70mila?), magari deportandole con la forza verso la Turchia (cosa disumana ma anche in ogni caso difficile che avvenga); e lasciandole in mano ai trafficanti che potrebbero trasportarle verso le vicine coste pugliesi in uno status di irregolari cui non si saprà ben che fare, che risposta dare.

23 marzo 2016: IDOMENI, LA PROTESTA DEI BAMBINI: "APRITE IL CONFINE" - Nei pressi di Idomeni, tra Grecia e Macedonia, i migranti hanno bloccato un'autostrada per protestare contro la chiusura della frontiera. In prima fila i bambini, con cartoni e scritte sul viso che invitano ad aprire il confine. Alcuni di loro si sono sdraiati sull'asfalto, insieme agli adulti per causare il blocco del traffico (da “la Repubblica”) - 40% è la percentuale dei bambini migranti sbarcati a LESBO tra il primo gennaio e il 29 febbraio 2016. II 23% è costituito da donne, il 37% da uomini. Fonte: Unhcr, Onu
23 marzo 2016: IDOMENI, LA PROTESTA DEI BAMBINI: “APRITE IL CONFINE” – Nei pressi di Idomeni, tra Grecia e Macedonia, i migranti hanno bloccato un’autostrada per protestare contro la chiusura della frontiera. In prima fila i bambini, con cartoni e scritte sul viso che invitano ad aprire il confine. Alcuni di loro si sono sdraiati sull’asfalto, insieme agli adulti per causare il blocco del traffico (da “la Repubblica”) – 40% è la percentuale dei bambini migranti sbarcati a LESBO tra il primo gennaio e il 29 febbraio 2016. II 23% è costituito da donne, il 37% da uomini. Fonte: Unhcr, Onu

   Intanto LESBO è diventata un inferno. L’isola candidata al Nobel della pace (è a soli dieci chilometri dalla Turchia: e dalla Turchia verso Lesbo, uomini, donne e bambini sono in questi anni partiti in fuga da guerra e povertà – solo nel 2015 sono stati 500mila migranti profughi e richiedenti asilo passati per Lesbo -), con l’accordo della Ue con la Turchia per cercare di fermare l’esodo, l’isola è diventata dicevamo un inferno da cui persino Unhcr (l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati) e Medici senza frontiere preferiscono andarsene, per non rendersi complici del caos e dell’abbandono a se stessi di bambini, donne, uomini.

   Una brutta pagina della nostra storia (ma è possibile che non possiamo fare qualcosa di concreto per porvi rimedio?) (s.m.)

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DA VENEZIA A IDOMENI: DIARIO DI VIAGGIO

A cura di Riccardo Bottazzo, da http://www.veneziatoday.it/blog/ del 28/3/2016

“La polizia ostacola gli attivisti a Idomeni, poi lascia il passo. Tra gli applausi dei profughi”

Arrivati alle porte del campo di Idomenei, gli attivisti di #Overthefortress hanno trovato ad attenderli uno sbarramento di blindati e un cordone di polizia
Arrivati alle porte del campo di Idomenei, gli attivisti di #Overthefortress hanno trovato ad attenderli uno sbarramento di blindati e un cordone di polizia

   Stavolta è stata dura. Arrivati alle porte del campo di Idomenei, gli attivisti di #Overthefortress hanno trovato ad attenderli uno sbarramento di blindati e un cordone di poliziotti in assetto antisommossa. Vietato proseguire.

   “Una sorpresa davvero inattesa – commenta Rolando Lutterotti, attivista del Loco di Mestre – Ieri abbiamo distribuito i giocattoli, saponi e i vestiti per bambini senza nessun problema. Oggi che siamo venuti a portare medicinali, scarpe, vestiti per uomini e donne, ci dicono che non è possibile proseguire con la scusa che potremmo innescare rivolte. La verità è che in Europa, oramai, è diventato illegale fare la cosa giusta come aiutare chi ha bisogno. Ma, divieto o no, noi continueremo a fare quello che va fatto”. 

   Per cinque ore, attivisti e poliziotti si fronteggiano. Le ragazze e i ragazzi di #Overthefortress aprono le scatole del materiale e depongono centinaia di paia di scarpe e pacchi di medicinali davanti al cordone delle forze dell’ordine per far vedere che la loro unica volontà è quella di portare gli aiuti dentro il campo e di non tornare in Italia con i camion ancora pieni. Anche per una questione di rispetto dei tantissimi cittadini che hanno contribuito alla raccolta del materiale.

   Sono le due e un quarto del pomeriggio, quando la polizia greca, considerata la determinazione dei giovani, decide improvvisamente di sgomberare e di lasciare il passo. I camion entrano nel campo tra gli applausi dei profughi e cominciano a distribuire il materiale. Operazione non facile, che viene comunque ultimata nel migliore dei modi a sera inoltrata.

   Intanto arrivano notizie che nella vicina Salonicco, i fascisti di Alba Dorata e gli integralisti ortodossi hanno inscenato una manifestazione contro i migranti esibendo teste di maiale mozzate. Le associazioni e i movimenti di sinistra hanno organizzato una contro manifestazione ma la situazione, qui, come in tutta la Grecia è tesa. La Grecia di Tsipras, quella che aveva aperto la porta a molte, troppe, speranze in tutta Europa. Come sia accaduto questo, me lo spiega un attivista greco per i diritti che incontro nel campo e che a Syriza aveva creduto. “Tsipras o non Tsipras, la democrazia in Grecia è oramai stata commissariata. E così come da noi, è in tutta Europa. I Governi o obbediscono alle banche o non governano. Altrimenti non si spiega la stipula di accordi come quello con la Turchia che violano apertamente i diritti umani. Accordi inconcepibili solo pochi anni fa”. (Riccardo Bottazzo*)

(*Riccardo Bottazzo, giornalista professionista veneziano. Ha lavorato con i giornali dell’Espresso, la rivista Carta e il quotidiano ambientalista Terra. Si occupa di ambiente e di movimenti dal basso. Ha scritto reportage dall’Iraq, e dalla Tunisia durante la primavera araba, dal Chapas zapatista e da altri Paesi dell’Africa e del medio oriente. E’ direttore di EcoMagazine e collabora a siti come FrontiereNews, GlobalProject, MeltingPot.“)

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L’ULTIMA SPIAGGIA

di Federica Tourn, da “FAMIGLIA CRISTIANA” del 27/3/2016

– L’isola di LESBO è a dieci chilometri dalla TURCHIA: da lì, uomini, donne e bambini partono in fuga da guerre e povertà. Siamo stati nell’isola mentre veniva raggiunto l’accordo con la Ue per cercare di fermare l’esodo – Continua a leggere