Mappa aggiornata quotidianamente della diffusione del Coronavirus nel mondo

CORONAVIRUS COVID-19 Global Cases by the Center for Systems Science and Engineering (CSSE) at JOHNS HOPKINS UNIVERSITY (JHU) – (CLICCA IL LINK QUI SOTTO PER INGRANDIRE L’IMMAGINE ED AVERE LA SITUAZIONE AD ADESSO, AL MOMENTO CHE LEGGI: https://gisanddata.maps.arcgis.com/apps/opsdashboard/index.html#/bda7594740fd40299423467b48e9ecf6)

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VACCINO ANTI-COVID: “renderlo bene comune e gratuito per tutto il pianeta” (Medici S.F.) – La strategia geopolitica degli Stati e Geo-continenti (Usa, Cina, UE, Russia…) nella corsa (ognuno per sé) ai diversi vaccini contro la pandemia – Le molte aspettative e qualche realistica perplessità – la proposta COVAX

“È stata la concorrenza a portare in poco tempo ai risultati che si stanno ottenendo nella ricerca di un vaccino contro il Sars-Covid-2. D’ora in poi, per la produzione e la distribuzione servirà però che i governi del mondo collaborino. Non è detto che succeda: la geopolitica del virus e del vaccino è in piena espansione e non è scontato che un cambio di presidente a Washington la riduca significativamente. (…)” (Danilo Taino, da “il Corriere della Sera” del 20 novembre 2020) – (foto da https://www.huffingtonpost.it/)

   Ci sono molte aspettative, più che giustificate, ai vaccini anti-covid che si stanno realizzando nelle varie parti del mondo: alcuni già in fabbricazione (che hanno superato le fasi di verifica), altri ancora in sperimentazione. Una corsa sfrenata di ciascuna casa farmaceutica di grandi dimensioni, accompagnata quasi sempre da finanziamenti pubblici cospicui e a volte totali, e garantita che una volta avuto il prodotto questo sarà “collocato” sicuramente.

   Per la precisione sono attualmente 52 i vaccini in fase di sperimentazione, ma per ora solo 10 sono nella fase 3, l’ultima prima di poter dare avvio alla produzione ed utilizzo: 4 sono in case farmaceutiche negli USA, 3 in Cina, 1 in Russia (denominato lo Sputnik V), 1 ad opera della anglo svedese Astra Zeneca, e uno sperimentato in Brasile.

“Chiediamo a tutti i governi di sostenere con determinazione questa proposta che pone le vite umane al di sopra della logica dei profitti in un momento estremamente critico per la salute globale. Quando questa pandemia sarà finalmente conclusa, i governi dovrebbero chiedersi da che parte vorranno vedersi schierati.” (Stella Egidi Responsabile medico Medici Senza Frontiere Italia)

   Nella speranza e nell’ipotesi che questa corsa alla produzione dei vaccini porti ad un superamento dell’attuale pandemia, non si può non riscontrare come la “corsa al vaccino”, sia un’operazione isolazionista (ognuno per sé) e con una divisione concorrenziale del mondo, ancora una volta in aree di influenza: la Cina sempre più emergente globalmente; gli Stati Uniti finora dominatori del pianeta; l’Unione Europea che cerca di ritagliarsi un suo ruolo; la Russia potenza geo-strategica in Asia e nel Medio Oriente, pur con un’economia non all’altezza degli altri tre soggetti geopolitici citati. E poi, in subordine, Brasile, Cuba (entrambi in fase di sperimentazione del vaccino anticovid), e tutto il resto del mondo, povero e meno povero (come i paesi africani, o l’immensa lndia di 1 miliardi e 300 milioni di persone, che però ha al suo interno case farmaceutiche di rilevante grandezza): paesi che cercano di capire come inserirsi in quella che sarà la logica della distribuzione del vaccino, a loro quanto mai necessario.

Il 27 agosto scorso la COMMISSIONE UE ha siglato un contratto per “acquistare 300 milioni di dosi del vaccino prodotto da ASTRAZENECA, con un’opzione per l’acquisto di ulteriori 100 milioni di dosi da distribuire in proporzione alla popolazione”. L’accordo permetterà di acquistare il vaccino per tutti gli Stati membri dell’UE, oltre che di donarlo ai paesi a reddito medio-basso o ridistribuirlo ad altri paesi europei.

   E le perplessità sulla corsa alla realizzazione del vaccino non è data solo dal capire se le case farmaceutiche sono in grado di garantire una medicina efficace e in particolare senza effetti collaterali (e il caos e la corsa forsennata ma forse giustificata, non aiuta per niente a superare i dubbi….); ma le perplessità sono date anche dal capire se la distribuzione sarà prioritaria e solidale per le categorie più deboli e a rischio (malati, anziani, personale sanitario…) DI TUTTO IL PIANETA, o se invece i paesi poveri DOVRANNO ASPETTARE che i paesi ricchi utilizzino interamente il vaccino, per poi eventualmente pensare “a loro”.

Le fasi di sperimentazione dei vaccini (da http://www.fedaiisf.it/)

   Un rischio più che realistico, che per tentare di evitarlo, ci sono due modi e possibilità che sono state espresse in queste settimane e mesi.

   Una è una proposta di MEDICI SENZA FRONTIERE di sospendere la proprietà intellettuale dei vaccini anti-covid, per renderli UN BENE COMUNE: cioè eliminare le regole internazionali della proprietà intellettuale per l’emergenza Covid-19. Come ai tempi della diffusione dell’HIV (l’Aids), l’obiettivo è non limitare, ma allargare a tutti l’accesso ai vaccini. Così da includere, coinvolgere, i Paesi a medio e basso reddito per favorire una ricerca che tenga conto ugualmente delle istanze dei sistemi sanitari più fragili. E che si possano mettere in campo forze per la fabbricazione e diffusione di “un vaccino per tutti”. Il fatto che molte delle ricerche delle case farmaceutiche siano date da finanziamenti pubblici, e la possibilità eventuale di indennizzare il lavoro svolto, crea le condizioni per la gratuità del vaccino anche per i paesi più poveri. E, sottolinea “Medici senza frontiere”, non è solo una questione di equità, ma è anche la precondizione necessaria per far sì che si inneschi il fenomeno noto come “immunità di gregge”, utile a scongiurare ondate epidemiche successive (un “sano egoismo”, si può definire).

   Una seconda proposta geopolitica di grande spessore, purtroppo in questo momento accantonata, è quella chiamata COVAX, proposta multilaterale e globale fatta pure propria anche dall’UE ad aprile, che però non è andata in porto. COVAX era (se realizzato) un PIANO MONDIALE PER I VACCINI CONTRO IL CORONAVIRUS, che mirava a supportare lo sviluppo e la distribuzione equa di 2 miliardi di dosi di vaccini Covid-19 entro la fine del 2021. Uno sforzo globale per garantire che, appena si ha uno o più vaccini funzionanti, tutti i Paesi possano usufruirne.

   Tanti organismi internazionali hanno supportato COVAX, questo tentativo, questa “speranza”, tra cui in particolare l’Organizzazione Mondiale della Sanità; e come dicevamo anche l’Unione Europea ha dato il suo appoggio. E ben 171 Paesi ad alto, basso e medio reddito, si sono detti favorevoli (quasi i due terzi della popolazione mondiale), e si sono iscritti a COVAX. Compresa alla fine, in seconda battuta, anche la Cina. Ma la Russia e gli Stati Uniti di Trump no (che sono quest’ultimi anche usciti dall’OMS). COVAX, questo piano solidale e globale, è stato nei mesi surclassato dagli eventi e dalla corsa competitiva geostrategica economica degli stati e delle case farmaceutiche (e paesi ad alto reddito, come Australia, Canada, Stati Uniti, Regno Unito, Giappone, Unione Europea, hanno firmato ACCORDI BILATERALI con i produttori per garantire dosi di vaccini in sperimentazione…). Però non è detto che non lo si possa riproporre, COVAX, anche a chi in precedenza non aveva accettato di aderire.

Affrontare il contagio in Africa (foto da https://www.worldcoo.com/it/)

   In questo post cerchiamo di fare una sintesi delle grandi aspettative (ma anche perplessità) dell’uso del vaccino, concentrandoci sul contesto geografico delle strategie nella “corsa al vaccino”. Le divisioni del mondo vediamo che rimangono, però la pandemia, se si mette in campo una solidarietà “geografica”, potrebbe unire le popolazione, le persone, ovunque siano (speriamo) (s.m.)

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COVID-19: I GOVERNI DEVONO SOSPENDERE I MONOPOLI SUI BREVETTI DI FARMACI, TEST E VACCINI

19/11/2020, https://www.medicisenzafrontiere.it/

– Alla vigilia dei colloqui all’Organizzazione Mondiale del Commercio sulla proposta avanzata da India e Sudafrica di sospendere la proprietà intellettuale sui prodotti farmaceutici utili a fronteggiare il Covid-19, invitiamo tutti i governi a sostenere questa coraggiosa iniziativa –

   La sospensione della proprietà intellettuale consentirebbe a tutti i paesi di non concedere o depositare brevetti e altre misure di proprietà intellettuale su farmaci, test diagnostici e vaccini utili per la risposta al Covid-19 per tutta la durata della pandemia, fino al raggiungimento dell’immunità di gregge a livello globale.

   Un’iniziativa simile alle posizioni assunte dai Governi del Sud del mondo oltre 20 anni fa che hanno determinato l’introduzione e l’utilizzo dei farmaci generici per l’HIV/AIDS a prezzi accessibili, salvando così milioni di vite.

   Dall’inizio della pandemia, le società farmaceutiche hanno mantenuto la loro pratica usuale di fermo controllo sui diritti di proprietà intellettuale sui prodotti farmaceutici, perseguendo accordi commerciali protetti da clausole di riservatezza e monopolistici che escludono molti paesi a basso reddito dal beneficiarne.

   Ad esempio, Gilead ha stipulato una licenza bilaterale restrittiva per uno dei pochi farmaci che ha mostrato potenziali benefici per il trattamento del Covid-19, il remdesivirescludendo quasi la metà della popolazione mondiale dal beneficiare della concorrenza dei generici venduti a prezzi inferiori.

   Inoltre, diversi farmaci nuovi e riutilizzati e anticorpi monoclonali in fase di promettente sperimentazione per il trattamento del Covid-19, sono già brevettati in molti paesi come Brasile, Sud Africa, India, Indonesia, Cina e Malesia.

   Nessuno degli sviluppatori del vaccino Covid-19, eccetto una sola azienda tra quelle che si sono adoperate per la ricerca e sviluppo del vaccino, si è impegnato a trattare sulla proprietà intellettuale in modo diverso.

   Solo un numero limitato di aziende hanno siglato accordi di licenza volontaria e trasferimento di tecnologia per utilizzare la capacità di produzione globale esistente e tentare di mitigare le carenze di approvvigionamento e distribuzione di vaccini potenzialmente efficaci.

   Di fatto questa modalità non è una pratica consolidata e anche quando applicata presenta una serie importante di limiti.

La Dichiarazione di Doha sull’Accordo TRIPS e Salute Pubblica

In passato sono state adottate misure per superare i monopoli che consentono alle aziende farmaceutiche di mantenere i prezzi elevati.

   Nel 2001, nel picco dell’epidemia di HIV/AIDS, la “Dichiarazione di Doha sull’Accordo TRIPS e Salute Pubblica” ha confermato il diritto dei governi di adottare tutte le misure necessarie per proteggere la salute dei propri cittadini facendo ricorso a misure di salvaguardia che consentissero di derogare ai brevetti e ad altri ostacoli legati alla proprietà intellettuale.

   La dichiarazione assegnava ai paesi la guida politica della sanità e la protezione della salute   pubblica, tutelando il diritto alla vita prima degli interessi commerciali.

   Il Covid-9 ha causato oltre 1,3 milioni di vittime, una sofferenza dalle proporzioni devastanti di fronte alle quali i governi non possono più permettersi di perdere altro tempo aspettando la buona azione volontaria da parte dell’industria farmaceutica.

L’Organizzazione Mondiale del Commercio deve discutere sull’istanza presentata da India e Sudafrica

Il 15 e 16 ottobre, durante il precedente incontro del Consiglio TRIPS dell’OMC, Kenya ed E-Swatini si sono uniti all’India e al Sudafrica per co-sponsorizzare ufficialmente questa iniziativa.

   In totale, 99 paesi hanno accolto e mostrato supporto, tuttavia la proposta di sospensione dei brevetti non è stata accolta favorevolmente da molti paesi ricchi, tra cui USA, Regno Unito, Giappone, Canada, Brasile, Australia, Norvegia, Svizzera e UE. (19/11/2020, https://www.medicisenzafrontiere.it/)

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Covid-19

VACCINI: LA PRIMA VERA SFIDA GLOBALE

di Danilo Taino, da “il Corriere della Sera” del 20 novembre 2020

   È stata la concorrenza a portare in poco tempo ai risultati che si stanno ottenendo nella ricerca di un vaccino contro il Sars-Covid-2. D’ora in poi, per la produzione e la distribuzione servirà però che i governi del mondo collaborino. Non è detto che succeda: la geopolitica del virus e del vaccino è in piena espansione e non è scontato che un cambio di presidente a Washington la riduca significativamente.

Le ipotesi in campo Continua a leggere

ONG NEL MEDITERRANEO in salvataggio di vite umane: l’INSENSATO IMPEDIMENTO (burocratico, politico) delle autorità italiane (ed europee) a chi soccorre, da morte per naufragio, migranti che rifiutano i lager libici – Se di soluzione alla migrazione va ricercata, non può essere data dal mancato aiuto in mare

11 novembre 2020: IL SALVATAGGIO DI OPEN ARMS, PIÙ DI 100 PERSONE IN MARE. ALMENO 6 i MORTI, ANCHE un BAMBINO di 6 MESI, JOSEPH…. – Nella foto diffusa dalla Ong spagnola OPEN ARMS sui social network (v. qui sopra), vi è l’immagine drammatica del naufragio. Immagine diffusa nel tentativo di fare di nuovo appello alla necessità di avere VIE LEGALI E CANALI SICURI PER L’ARRIVO DELLE PERSONE IN EUROPA, che possano evitare le numerose quotidiane morti in mare

ANCORA STRAGI IN MARE, LA MISURA È COLMA

di Claudio Geymonat, 13/11/2020, da RIFORMA.IT (il quotidiano on-line delle chiese evangeliche battiste, metodiste e valdesi in Italia) –  https://riforma.it/

– Almeno 100 morti ieri in due differenti naufragi nel Mediterraneo, mentre le navi delle Ong sono bloccate nei porti da scelte politiche inaccettabili. Lo sdegno della Chiesa evangelica in Germania –

   Parole se ne sono spese tantissime, di ogni sorta. Ma nulla.

   E allora resta e deve restare sempre la cronaca, il racconto di tragedie senza fine che giorno dopo giorno si ripetono nel nostro mare. Perché nessuno possa dire “Io non sapevo”.

   Ieri (12/11/2020, NDR) 100 morti circa, chissà quale il numero esatto, in due distinti naufragi, che fanno del 12 novembre il giorno con probabilmente il maggior numero di vittime nel mar Mediterraneo nel 2020. Dobbiamo dire probabilmente perché l’Europa non è nemmeno in grado di dare certezze sulla triste conta dei morti.

   Se nessuno vede, se nessuno pattuglia, se nessuno sa, chissà quanti altri sono stati inghiottiti dalle onde. Mille persone circa nel solo Mediterraneo, dicono i dati. Circa. Le uniche realtà che tentano disperatamente di pattugliare il mare e prestare soccorso, le navi delle Ong, vengono fermate con qualsiasi pretesto in un cortocircuito folle dove il salvatore diventa il criminale e dove Ponzio Pilato Europa detta le regole, le “non” regole.

(foto da IL MANIFESTO) – “(…) LE ONG DEL MEDITERRANEO — Sea-Watch, Open Arms, Medici Senza Frontiere, Mediterranea, SOS Méditerranée, Emergency, ResQ — hanno ora promosso il COMITATO PER IL DIRITTO AL SOCCORSO, chiamato a svolgere una funzione di “tutela morale” delle attività di salvataggio e di difesa giuridica delle sue buone ragioni. Appare urgente PROMUOVERE UNA DISCUSSIONE PUBBLICA intorno al tema del diritto al soccorso come principio essenziale di civiltà giuridica e come legge universale, fondata sul diritto del mare e sul diritto internazionale. La posta in gioco è cruciale: impedire che quel diritto irrinunciabile finisca sommerso dalle acque del Mediterraneo e dal nostro silenzio. (…)” (Luigi Manconi, da “la Repubblica” del 12/11/2020)

   «La perdita di vite umane nel Mediterraneo è una manifestazione dell’incapacità degli Stati di intraprendere un’azione decisiva per dispiegare un sistema di ricerca e soccorso quanto mai necessario in quella che è la rotta più mortale del mondo», ha detto Federico Soda, capo missione in Libia dell’Oim, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni. L’Oim è la principale organizzazione intergovernativa in ambito migratorio. L’Italia è uno dei paesi fondatori. Attualmente gli Stati Membri sono 173. Dal settembre 2016 l’Oim è entrata nel sistema ONU diventando Agenzia Collegata alle Nazioni Unite.

   «Da tempo chiediamo un cambiamento nell’approccio, evidentemente impraticabile, seguito nei confronti della Libia e del Mediterraneo. Non dovrebbero essere più riportate persone a Tripoli e si dovrebbe dar vita al più presto a un meccanismo di sbarco chiaro e prevedibile, a cui possano far seguito delle azioni di solidarietà degli altri Stati. Migliaia di persone vulnerabili continuano a pagare il prezzo dell’inazione, sia in mare sia sulla terraferma».

“(…) Va ricordato che OPEN ARMS è l’unica imbarcazione tra quelle umanitarie che non è stata costretta a rimanere ormeggiata in un porto europeo. DA MARZO A OGGI IL GOVERNO ITALIANO, DI FATTO, HA BLOCCATO SEI NAVI UMANITARIE. Lo scorso 26 settembre era scattato il fermo amministrativo, l’ultimo in ordine cronologico, che ha riguardato la MARE JONIO DI MEDITERRANEA SAVING HUMANS. In porto forzatamente ormeggiate vi erano già le SEA WATCH 3 e 4, la OCEAN VIKING di MSF, la ALAN KURDI della Ong SeeEye e la AITA MARI che fa capo agli attivisti baschi di PROYECTO MAYDAYTERRANEO. Tutte le contestazioni rivolte riguardano l’attività di «assistenza a migranti in mare», categoria giuridica che di fatto non esiste nel diritto della navigazione.(…)” (Ilaria Solaini 11/11/2020, da AVVENIRE)

   Più di 11.000 migranti sono stati riportati in Libia, in un paese dove possono rischiare di subire violazioni dei diritti umani, detenzione, abusi, tratta e sfruttamento, come documentato dalle Nazioni Unite.

   Dall’inizio di ottobre circa 1.900 migranti sono stati intercettati in mare e riportati in Libia mentre almeno 780 dei migranti arrivati in Italia nello stesso periodo provengono dalle coste libiche.

   «Il peggioramento delle condizioni umanitarie dei migranti detenuti in centri sovraffollati, i diffusi arresti arbitrari e la detenzione, le estorsioni e gli abusi sono allarmanti. In assenza di ogni sicurezza per i migranti riportati nel Paese, la zona di ricerca e soccorso libica deve essere ridefinita per consentire agli attori internazionali di condurre operazioni di salvataggio» dice ancora Soda.

(Khoms, porto di
partenza, mappa da http://www.internazionale.it/) – “(..) Almeno 74 PERSONE SONO MORTE giovedì 12 novembre nel Mediterraneo dopo che un gommone è affondato al largo delle coste della Libia, ha scritto l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (IOM), un’agenzia dell’ONU. L’imbarcazione trasportava più di 120 persone ed era partita da KHOMS, in LIBIA, mercoledì. Il giorno dopo si è ribaltata in mare. Alcuni pescatori locali e la guardia costiera libica sono riusciti a soccorrere 47 persone e a recuperare 31 cadaveri, tra cui almeno un bambino. (…) DAL PRIMO DI OTTOBRE A OGGI (13/11, NDR), almeno otto imbarcazioni di migranti sono naufragate nel Mediterraneo centrale. E DALL’INIZIO DI QUEST’ANNO SONO MORTE ALMENO 900 PERSONE mentre cercavano di raggiungere l’Europa, secondo i dati della IOM. (..)” (IL POST.IT, 13/11/2020, https://www.ilpost.it/)

   L’Oim sostiene che la Libia «non è un porto sicuro e ribadisce il suo invito alla comunità internazionale e all’Unione europea a intraprendere azioni urgenti e concrete affinché i migranti non vengano più riportati in questo paese. Le continue restrizioni al lavoro delle Ong che conducono operazioni di soccorso devono essere immediatamente rimosse e i loro interventi devono essere riconosciuti quali attività che rispondono all”imperativo umanitario di salvare vite umane».

   Fa sentire la sua voce anche la Chiesa evangelica in Germania, che in questi anni sta cercando di tenere alta l’attenzione sui drammi in mare finanziando varie attività di ricerca e soccorso, in primis la nave Sea Watch 4 e l’aereo di ricognizione Moonbird, ma molte altre sono le azioni di finanziamento e sensibilizzazione messe in atto.

  Il vescovo luterano Heinrich Bedford-Strohm, presidente del Consiglio dell’Ekd, ha espresso sgomento per la situazione nel Mediterraneo. «La morte di così tante persone nel giro di poche ore è terribile. Le atroci sofferenze e le morti insensate nel Mediterraneo devono avere fine».

   In precedenza, il presidente del Consiglio Ekd aveva parlato in un video incontro con la ministra dei Trasporti italiana Paola De Micheli per il rilascio della nave di salvataggio “Sea-Watch 4 – finanziata dalla coalizione United4Rescue“, attualmente bloccata nel porto di Palermo per cavilli giuridici. Nella riunione di giovedì sera, alla quale hanno partecipato anche il comandante generale della Guardia costiera italiana, Giovanni Pettorino, nonché il coordinatore del programma migranti e rifugiati della Federazione delle Chiese evangeliche in ItaliaPaolo Naso, Bedford-Strohm aveva espresso la sua incomprensione per lo stop della nave nonostante l’evidente emergenza sul Mediterraneo.

salvataggi in mare

   «Finora sono state soprattutto questioni legali che lo hanno impedito. Mi rammarico che fino a questo momento esse abbiano avuto più peso dell’urgenza umanitaria», ha affermato il Bedford Strohm, che allo stesso tempo ha sottolineato che gli sforzi costruttivi per “liberare” la nave sarebbero proseguiti: «Ma resteremo vigili in modo che la Sea-Watch 4 possa fare di nuovo quello per cui è lì: salvare vite umane».

   L’agenzia stampa Nev-notizie evangeliche ha raccolto una dichiarazione di Paolo Naso che si dichiara «indignato». E afferma: «E’ più che mai urgente un’azione concertata di search and rescue nel Mediterraneo. Governo e maggioranza devono prendere atto che, di fronte a tragedie ricorrenti e sempre più gravi, si rende indispensabile l’attivazione di un sistema concertato di azioni umanitarie di ricerca e soccorso in mare».

   La “Sea-Watch 4”, acquistata da donazioni dall’alleanza United4Rescue promossa dalla Chiesa e attrezzata come nave di soccorso, è ancorata nel porto di Palermo sin dalla sua prima missione di soccorso del 20 settembre, durante la quale ha salvato 353 migranti in difficoltà.

   Uno stallo francamente vergognoso.

(Claudio Geymonat, 13/11/2020, da RIFORMA.IT  https://riforma.it/)

foto da http://www.change.org/

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(LAMPEDUSA 3 OTTOBRE 2020 -foto da Il Manifesto-. Studenti sugli scogli di Lampedusa per il ricordo della strage del 3 ottobre 2013) – La TRAGEDIA DI LAMPEDUSA è stata il naufragio di una imbarcazione libica usata per il trasporto di migranti avvenuto il 3 ottobre 2013 a POCHE MIGLIA DAL PORTO DI LAMPEDUSA. Il naufragio ha provocato 368 MORTI ACCERTATI e circa 20 DISPERSI PRESUNTI, numeri che la pongono come UNA DELLE PIÙ GRAVI CATASTROFI MARITTIME NEL MEDITERRANEO dall’inizio del XXI secolo. I superstiti salvati sono 155, di cui 41 minori. L’imbarcazione era UN PESCHERECCIO LUNGO CIRCA 66 PIEDI (20 metri), salpato dal PORTO LIBICO DI MISURATA il 1º ottobre 2013, con a bordo MIGRANTI DI ORIGINE ERITREA ED ETIOPE. La barca era giunta a circa mezzo miglio dalle coste lampedusane quando i motori si bloccarono, poco lontano dall’ISOLA DEI CONIGLI, per attirare l’attenzione delle navi che passavano l’assistente del capitano ha agitato uno straccio infuocato producendo molto fumo. Esso ha spaventato parte dei passeggeri, i quali si sono spostati da un lato dell’imbarcazione stracolma che si è rovesciata. La barca ha girato su se stessa tre volte prima di colare a picco. (Wikipedia)

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UN COMITATO PER DIFENDERE IL DIRITTO DI SOCCORSO IN MARE

di Carlo Lania, da “Il Manifesto” del 13/11/2020 (https://ilmanifesto.it/ )

Ong . Creato da otto organizzazioni non governative, ne fanno parte giuristi e docenti universitari –

   Salvano vite, ma da troppo tempo vengono viste con sospetto, addirittura additate come presunte complici dei trafficanti di uomini. Eppure sono in mare tutti i giorni a rischiare la propria pelle per salvare quella degli altri. Anzi vorrebbero essere lì, nel Mediterraneo, e non possono esserci perché quasi tutte le navi delle ong sono bloccate nei porti con i pretesti più assurdi, come quello, ad esempio, di avere a bordo troppi giubbetti di salvataggio.

   «Il principio di soccorso in mare è messo pesantemente in discussione», ha spiegato qualche giorno fa il presidente dell’Associazione A buon diritto, Luigi Manconi, ai membri della commissione Affari costituzionali della Camera. «Per noi costituisce un fondamento di civiltà giuridica e la base costitutiva di tutti gli altri diritti, mentre oggi viene svalutato e sottoposto ad attacchi che lo rendono assimilabile a un comportamento illegale e sanzionato anche penalmente».

   «Il danno principale – ha aggiunto nella stessa occasione il giurista Luigi Ferrajoli – è il fatto che punire un comportamento non soltanto virtuoso ma doveroso, equivale a produrre un abbassamento del senso morale della cultura di massa». Per poi concludere: «Le stragi del mare saranno ricordate come una colpa imperdonabile, perché potevano essere evitate».

   Proprio nel tentativo di ridurre il danno, provare a contrastare l’abbassamento del senso morale della società di cui parla Ferrajoli, otto organizzazione non governative (Sea Watch, Proactiva Open Arms, Medici senza frontiere. Mediterranea – Saving Humans, Sos Mediterranée, Emergency e ResQ) hanno dato vita a un Comitato per il diritto al soccorso al quale hanno aderito anche Aita Mari e Sea Eye.

   A far parte del comitato, oltre a Manconi e Ferrajoli, sono state chiamate personalità come Vittorio Alessandro, Francesca De Vittor, Paola Gaeta. Federica Resta, Armando Spataro, Sandro Veronesi e Vladimiro Zagrebelsky.

   Sembra un paradosso ma in Italia, e in Europa, servono dei garanti per tutelare il lavoro di chi salva quanti si trovano in pericolo. Come si è potuto arrivare a un punto simile? «Dopo la campagna denigratoria cominciata nel 2016, abbiamo avuto fasi alterne nei rapporti con le autorità, ma non è mai venuta meno una forma di sospetto, di pregiudizio nei confronti delle attività delle ong», risponde Marco Bertotto, responsabile advocacy di Medici senza frontiere. «Abbiamo capito allora di essere stati messi in un angolo. Nasce così l’idea che, pur senza arretrare un centimetro rispetto al diritto/dovere di salvare chi si trova in difficoltà, abbiamo pensato di proporre a una serie di personalità la costituzione di un comitato».

   Due, principalmente, i compiti che i garanti sono chiamati a svolgere: ricostruire canali di comunicazione con le autorità, sia italiane che europee, e aiutare le ong a far capire all’opinione pubblica che il soccorso in mare non è solo un obbligo, ma anche un diritto. La speranza è di riuscire a ricreare un rapporto di collaborazione con le autorità competenti, a partire dai ministeri dell’Interno e dei Trasporti, in modo da meglio coordinare gli interventi in mare. Cosa che non rappresenterebbe certo una novità, visto che solo fino a qualche anno fa era la stessa Guardia costiera a indicare alle navi delle ong le situazioni di pericolo chiedendo il loro intervento.

   Non a caso nel loro manifesto fondativo le ong ricordano come proprio l’arretramento degli Stati dal dovere di soccorrere chi si trova i difficoltà ha causato la discesa in campo delle ong, salvo poi avviare un processo di criminalizzazione nei loro confronti. «Siamo stupiti – conclude Bertotto – come di fronte al ripetersi dei naufragi la risposta delle autorità sia il boicottaggio delle ong, ma degli obblighi previsti dalle convenzioni internazionali per gli Stati costieri non si fa mai parola. E’ una dissimmetria che dovrebbe indignare tutti». (Carlo Lania)

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IL SALVATAGGIO DI OPEN ARMS, 100 IN MARE. ALMENO 6 I MORTI, ANCHE UN NEONATO

di Ilaria Solaini mercoledì 11 novembre 2020 da AVVENIRE

– La nave della Ong spagnola si trovava in missione in acque internazionali quando per la prima volta dopo anni un aereo di Frontex le ha fornito via radio le coordinate del gommone in avaria –

   Non succedeva da anni, tanto che sono rimasti sorpresi anche loro, i soccorritori della Ong spagnola Open Arms, quando nella mattinata hanno ricevuto da un aereo di Frontex, l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, la segnalazione via radio di un’imbarcazione in avaria con oltre cento persone a bordo.

   Ancor più scioccante è stato per quegli stessi uomini, calati sui rhib, le lancie con cui vengono eseguiti i salvataggi, Continua a leggere

LE GUERRE IN AFRICA all’epoca del Coronavirus – L’ ETIOPIA, grande Paese mosaico di etnie, dopo la pace con l’Eritrea, inizia una possibile GUERRA CIVILE, dove il governo federale di Addis Abeba si scontra con gli autonomisti del TIGRAY – Come trovare MODI DI CONVIVENZA tra tante etnie negli Stati Nazione?

Soldati etiopi ad un posto di blocco (da http://www.perlapace.it/)

“(…) Venti sempre più forti di guerra civile in Etiopia. Il governo federale di ADDIS ABEBA ha ordinato il 4 novembre un attacco nella REGIONE SETTENTRIONALE del TIGRAY. Sono state tagliate le comunicazioni telefoniche e i collegamenti internet, anche la compagnia aerea nazionale Ethiopian airlines ha sospeso i voli interni per il capoluogo tigrino MAKALLÈ, la città santa di AXUM, per GONDAR e SHIRÈ. Ma i comandanti dell’esercito federale nello Stato settentrionale dell’Etiopia, secondo diverse agenzie si sarebbero rifiutati di obbedire agli ordini di guerra. (…)” (Paolo Lambruschi, 4/11/2020, da AVVENIRE https://www.avvenire.it/ )

ETIOPIA, mappa da https://it.wikivoyage.org/ – autore Peter Fitzgerald

SCONTRO MILITARE NEL TIGRAY

di Paolo Lambruschi, 4/11/2020, da AVVENIRE https://www.avvenire.it/

– Africa. Venti di guerra civile in Etiopia: offensiva militare nello Stato del TigrayUna controffensiva dopo che il Fronte di liberazione popolare del Tigray (Tplf), il partito al potere nella travagliata regione dell’Etiopia, “ha attaccato una base militare federale” –

   Venti sempre più forti di guerra civile in Etiopia. Il governo federale di ADDIS ABEBA ha ordinato il 4 novembre un attacco nella REGIONE SETTENTRIONALE del TIGRAY. Sono state tagliate le comunicazioni telefoniche e i collegamenti internet, anche la compagnia aerea nazionale Ethiopian airlines ha sospeso i voli interni per il capoluogo tigrino MAKALLÈ, la città santa di AXUM, per GONDAR e SHIRÈ. Ma i comandanti dell’esercito federale nello Stato settentrionale dell’Etiopia, secondo diverse agenzie si sarebbero rifiutati di obbedire agli ordini di guerra.

(Il primo ministro etiopico Abiy Ahmed, foto da AVVENIRE) – Il PRIMO MINISTRO ETIOPE ABIY AHMED ALI è stato insignito del PREMIO NOBEL PER LA PACE 2019 per lo storico accordo con l’Eritrea di cui è stato il promotore. Ma il capo del governo deve fronteggiare la difficile complessità interna al suo PAESE FORMATO DA 10 STATI REGIONI CON FORTISSIME SPINTE IDENTITARIE (Fausta Speranza, 4/11/2020, da VATICAN NEWS https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/)

   L’offensiva è la risposta del premier etiope Abiy Ahmed – nonostante sia premio Nobel per la pace – a un attacco a una base militare condotto, secondo le accuse del premier etiope, dal partito al governo della regione, il Fronte di liberazione popolare del Tigray (Tplf) per prendere armi e materiale bellico.

(Militanti del FRONTE POPOLARE di LIBERAZIONE del TIGRY – foto da http://www.lindro.it/) – IL TPLF (FRONTE DI LIBERAZIONE POPOLARE DEL TIGRAY) PER UN QUARTO DI SECOLO HA GUIDATO L’ETIOPIA DOPO AVERLA LIBERATA NEL 1991, insieme al fronte di liberazione eritreo, dalla dittatura comunista di Menghistu, il “negus rosso”. Il partito che raccoglie i voti della minoranza tigrina, che si considera erede della tradizione semitica dell’ondata di nazionalismo etnico che sta lacerando il Paese, era considerato l’unica soluzione praticabile per mantenere l’unità della seconda nazione più popolosa dell’Africa, divisa dal conflitto tra gli AMHARA, da cui proveniva la classe dirigente imperiale fino al 1975, e gli OROMO, discendenti degli schiavi somali. Ma CON L’ARRIVO AL POTERE DEL PREMIER ABIY, UN OROMO, IL TPLF È STATO GRADUALMENTE ESTROMESSO DALLE STANZE DEL POTERE

   Nella dichiarazione, pubblicata sui social Abiy ha detto che le forze di difesa etiopi “hanno ricevuto l’ordine di portare a termine la loro missione per salvare il Paese”. E ha aggiunto: “La linea rossa è stata superata.  La forza viene utilizzata come ultima misura per salvare le persone e il Paese”. Il Tigray confina con l’Eritrea, con cui Abiy ha siglato la pace nell’estate 2018 dopo 18 anni di guerra-non guerra, e buona parte dell’arsenale etiope si trova nello Stato di frontiera.

(IL LIBRO di PAOLA PASTACALDI “L’AFRICA NON E’ NERA”) – “(….) L’ETIOPIA è IL PIÙ ANTICO DEI PAESI AFRICANI, il più importante dal punto di vista della popolazione. Ha una storia antichissima fondamentale per l’Africa, spiega PAOLA PASTACALDI (scrittrice con origini etiopi), ma anche per il mondo. Viene definito UN MOSAICO DI ETNIE e purtroppo NON RIESCE A TROVARE VERA PACE. Negli anni recenti l’economia ha conosciuto un buono slancio: il Pil cresce, ma in generale RESTA UN PAESE POVERO, con una popolazione fondamentalmente povera. La classe dirigente imperiale, ci spiega ancora la scrittrice, che ha guidato la lunga monarchia che si è conclusa nel 1975 proveniva dall’ETNIA AMHARA, cui da sempre si contrappone l’ETNIA OROMO, discendenti degli schiavi somali. Abyi, divenuto primo ministro nel 2018, proviene dall’etnia Oromo. Ma il punto è che si sono creati così TANTI GRUPPI E SOTTOGRUPPI che ormai è difficilissimo trovare gli interlocutori. (….)” (Fausta Speranza, 4/11/2020, da VATICAN NEWS https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/)

   Il Tplf (Fronte di liberazione popolare del Tigray ) per un quarto di secolo ha guidato l’Etiopia dopo averla liberata nel 1991, insieme al fronte di liberazione eritreo, dalla dittatura comunista di Menghistu, il “negus rosso”. Il partito che raccoglie i voti della minoranza tigrina, che si considera erede della tradizione semitica dell’ondata di nazionalismo etnico che sta lacerando il Paese, era considerato l’unica soluzione praticabile per mantenere l’unità della seconda nazione più popolosa dell’Africa, divisa dal conflitto tra gli Amhara, da cui proveniva la classe dirigente imperiale fino al 1975, e gli Oromo, discendenti degli schiavi somali. Ma con l’arrivo al potere del premier Abiy, un Oromo, il Tplf è stato gradualmente estromesso dalle stanze del potere.

Guerra in Tigray, Etiopia (foto da http://www.africarivista.it/)

   Le tensioni tra il governo di Abiy e il Tplf sono cresciute in maniera esponenziale negli ultimi mesi e sono culminate con le elezioni tenutisi in Tigray lo scorso settembre senza l’autorizzazione di Addis Abeba che le ha dichiarate illegali e le ha rinviate nel resto del Paese causa Covid. Makallè ha accusato il governo centrale di aver bloccato la spedizione di droni per sterminare le locuste che stanno divorando i raccolti e di non aver inviato dispositivi di protezione anti Coronavirus ai bambini delle scuole. E nel frattempo ha impedito il dispiegamento di nuove truppe e nuovi ufficiali del comando Nord dell’esercito federale. I vecchi comandanti avrebbero disobbedito in questa ore ad Abiy.

(nella mappa: la nuova diga e il percorso del Nilo azzurro) – “(….) …si aggiungono le VARIABILI DI CRISI REGIONALE, dove da una parte si registra UN INCREMENTO DELLE TENSIONI CON L’EGITTO in merito allo sviluppo della diga GRAND ETHIOPIAN REINASSANCE DAM – GERD (costruita anche con il contributo dell’italiana Salini SpA) (v. la mappa dove si trova la diga, qui sopra, ndr), e dall’altra quelle tra l’Eritrea e le autorità regionali del Tigrai. La QUESTIONE DELLA DIGA GERD è tornata ad assumere un profilo di rischio elevato ALL’INDOMANI DELL’AVVIO DA PARTE DELL’ETIOPIA DEL RIEMPIMENTO DEL PRIMO BACINO IDRICO, contestato dall’Egitto che chiede di definire con accordi specifici la GESTIONE DEI FLUSSI DEL NILO nel proprio interesse e quello del Sudan. La crisi nel Tigrai potrebbe essere quindi sfruttata dal Cairo per alimentare l’instabilità anche nella REGIONE DEL BENISHANGUL-GUMUZ, dove sorge il cantiere della diga e dove da mesi si registrano incursioni di miliziani addestrati ed armati oltre il confine sudanese.(…)” (NICOLA PEDDE, Direttore Institute of Global Studies, 05/11/2020, da https://www.huffingtonpost.it/)

Il presidente dello Stato del Tigray Debrestion Gebremichael ha dichiarato che “il governo centrale ci attacca per punire la regione per aver organizzato le elezioni a settembre”. Ha aggiunto che il popolo tigrino non vuole la guerra, ma è pronto a combattere.

Gli indipendentisti del TIGRY hanno accusato il governo centrale di Addis Abeba di aver bloccato la spedizione di droni per sterminare le LOCUSTE CHE STANNO DIVORANDO I RACCOLTI e di non aver inviato DISPOSITIVI DI PROTEZIONE ANTI CORONAVIRUS ai bambini delle scuole (…) (Paolo Lambruschi, 4/11/2020, da AVVENIRE)

   Sia l’Ue, attraverso l’alto rappresentante per gli affari esteri Joseph Borrell, che il governo degli Stati Uniti attraverso l’ambasciata ad Addis Abeba, hanno chiesto alle parti di fermare l’escalation che sta portando dritto al primo conflitto nell’era della pandemia. Oltre alla pace nel Corno d’Africa, ora è in pericolo il destino stesso dell’Etiopia. (Paolo Lambruschi)

(mappa da http://www.eritrea.be/) – UN RUOLO, con ogni probabilità non secondario, NELLA CRISI, POTREBBE AVERLO L’ERITREA. Gli indizi sono molteplici. Il primo sono sicuramente i RIPETUTI INCONTRI TRA I DUE LEADER nel corso di quest’anno, sia ad Addis Abeba che ad Asmara, uno dei quali, nella scorsa primavera, seguito da quello del capo di stato maggiore dell’esercito eritreo, Philipos Woldeyohannes, che si è recato ad Addis Abeba dove ha avuto diversi incontri. L’altro sono le voci ricorrenti, negli ultimi mesi, di MOVIMENTI DI TRUPPE ERITREE VERSO IL CONFINE ETIOPICO, nella regione del Gash Barka, dove si trova Badme, il villaggio conteso che era stato teatro del primo scontro nella guerra del 1998/2000. (Bruna Sironi, da NIGRIZIA https://www.nigrizia.it/, 5/11/2020)

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(nella foto: Il primo ministro etiope Abiy Ahmed, premio Nobel per la pace nel 2019, parla alla nazione – foto da http://www.vaticannews.va/) – “(…) Sia l’Ue, attraverso l’alto rappresentante per gli affari esteri Joseph Borrell, che il governo degli Stati Uniti attraverso l’ambasciata ad Addis Abeba, hanno chiesto alle parti di fermare l’escalation che sta portando dritto al primo conflitto nell’era della pandemia. Oltre alla pace nel Corno d’Africa, ora è in pericolo il destino stesso dell’Etiopia. (…)” (Paolo Lambruschi, 4/11/2020, da AVVENIRE)

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LE VIOLENZE IN ETIOPIA E I RISCHI DI UN PAESE ANTICO E POPOLOSO

di Fausta Speranza, 4/11/2020, da VATICAN NEWS

https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/

   Dopo il massacro avvenuto nello Stato regionale dell’OROMIA domenica scorsa (1/11/2020, ndr), è altissima la tensione anche nel territorio più a nord dell’Etiopia, quello di TIGRAY. Il primo ministro ABIY, PREMIO NOBEL PER LA PACE NEL 2019, deve fare i conti con diversi fronti di conflittualità in un Paese “mosaico di etnie”, come spiega la scrittrice con origini etiopi PAOLA PASTACALDI.

   Il primo ministro dell’Etiopia Abiy Ahmed, ha condannato gli attacchi affermando che “i nemici dell’Etiopia” sono determinati a “governare o rovinare il Paese”. Ha spiegato che la strategia usata è “armare i civili e sferrare attacchi barbari basati sull’identità. “E’ straziante – ha aggiunto – vedere accadere questo,  come cittadino e come leader”.

La contrapposizione nel Tigray

Il primo ministro, Abiy Ahmed, ha autorizzato un’offensiva militare nel Tigray, la regione più a nord del Paese dove è al potere il Fronte di liberazione popolare (Tplf), dopo aver sottolineato che è stata attaccata nell’area una base militare federale. “Le nostre forze di difesa hanno ricevuto l’ordine di assumersi il compito di salvare la nazione. L’ultima tappa della linea rossa è stata superata. La forza è usata nella stessa misura per salvare il popolo e il Paese”, ha scritto Abiy Ahmed in un testo pubblicato su Facebook e Twitter.

   Da parte sua, il presidente della regione del Tigray, DEBRESTION GEBREMICHAEL, ha dichiarato che il governo intende reagire perché nello Stato regione sono state organizzate le elezioni per il parlamento, a settembre, nonostante che il governo federale e il consiglio elettorale avessero chiesto di rinviarle. Il governo di Abiy ha definito il voto “illegale” e il Consiglio elettorale nazionale ha fatto sapere che le elezioni generali dovrebbero tenersi a maggio o giugno del prossimo anno.

La strage nello Stato di Oromia

Per Amnesty International sono almeno 54 le vittime di etnia Amhara rimaste uccise negli attacchi sferrati domenica primo novembre in tre villaggi nella zona di West Welega dell’OROMIA, mentre la Commissione etiope dei diritti umani (Ehrc) ha parlato di 32 morti come bilancio provvisorio, affermando che quello finale sarà più alto. Uomini armati hanno sparato sui civili, hanno razziato il bestiame e hanno bruciato le case. Secondo le autorità, gli aggressori sono dell’Esercito di liberazione Oromo, che si è scisso dal Fronte di liberazione Oromo – non più impegnato nella lotta armata – ed è accusato di altri omicidi, attentati e rapimenti. Gli attacchi sono avvenuti il giorno dopo il ritiro delle forze federali da un’area considerata vulnerabile con una decisione che “suscita domande cui si deve rispondere”, ha detto in una nota Deprose Muchena, direttore regionale di Amnesty International per l’Africa orientale e meridionale. Il primo ministro etiope ha fatto sapere che le forze di sicurezza sono state dispiegate nuovamente nell’area. Il presidente della commissione dell’Unione africana (Ua), Moussa Faki Mahamat, ha condannato i recenti attacchi in Etiopia.

La condanna dell’Unione africana  

In una dichiarazione pubblicata sul sito web dell’Unione africana, il presidente CYRIL RAMAPHOSA invita tutte le parti interessate ad adoperarsi per allentare le tensioni nel Paese. Incoraggia inoltre gli attori politici a impegnarsi in un dialogo nazionale inclusivo e a costruire un consenso nazionale su questioni chiave”, sottolineando che il fallimento di un’intesa “può avere seri impatti non solo nel Paese, ma nell’intera regione”. Ramaphosa ribadisce il sostegno dell’Unione africana alle riforme avviate dal governo e si dice pronto ad assistere l’Etiopia nei suoi sforzi per promuovere la pace e la stabilità nel Paese”.

Pace con l’Eritrea ma non all’interno dell’Etiopia

Il primo ministro etiope Abiy Ahmed Ali è stato insignito del Premio Nobel per la pace 2019 per lo storico accordo con l’Eritrea di cui è stato il promotore. Ma il capo del governo deve fronteggiare la difficile complessità interna al suo Paese formato da 10 Stati regioni con fortissime spinte identitarie, come sottolinea Paola Pastacaldi, scrittrice italiana con una nonna etiope, autrice, tra gli altri libri, di un testo intitolato “L’Africa non è nera”:

La complessità di un Paese antico

L’Etiopia è il più antico dei Paesi africani, il più importante dal punto di vista della popolazione. Ha una storia antichissima fondamentale per l’Africa, spiega la Pastacaldi, ma anche per il mondo. Viene definito un mosaico di etnie e purtroppo non riesce a trovare vera pace. Negli anni recenti l’economia ha conosciuto un buono slancio: il Pil cresce, ma in generale resta un Paese povero, con una popolazione fondamentalmente povera. La classe dirigente imperiale, ci spiega ancora la scrittrice, che ha guidato la lunga monarchia che si è conclusa nel 1975 proveniva dall’etnia Amhara, cui da sempre si contrappone l’etnia Oromo, discendenti degli schiavi somali.

   Abyi, divenuto primo ministro nel 2018, proviene dall’etnia Oromo. Ma il punto è che si sono creati così tanti gruppi e sottogruppi che ormai è difficilissimo trovare gli interlocutori. Alla base della conflittualità nella regione dell’Oromia c’è la questione della gestione della terra ma si tratta in generale di gestione del potere e comunque è una contrapposizione molto complessa con radici antiche. Sappiamo che gli Oromi rappresentano il 35 per cento della popolazione e sono l’etnia più popolosa, salvo essere molto divisi tra loro, ma non sono al potere. Gli Amhara sono di meno.

Conoscere i fatti e la cultura di un popolo

Pastacaldi afferma che andrebbero studiate molto bene le singole etnie, sottolineando il forte valore identitario, le peculiarità linguistiche e religiose di ognuna. La scrittrice ribadisce che nell’insieme il quadro del Paese è molto complesso e che lo era anche quando c’è stata, negli anni trenta, la campagna fascista che però in qualche modo ha dato un’immagine massificata, non corretta. Pastacaldi sottolinea la difficoltà di avere informazioni attuali per poter analizzare davvero questo “mosaico” ricordando che i media non hanno dato grande copertura in questi anni ma riconoscendo anche di recente alcune testate stanno cercando di farlo meglio. E poi, insieme con lo sforzo di seguire i fatti recenti, Pastacaldi sottolinea che sarebbe importante conoscere meglio lo spessore culturale di questo grande Paese dell’Africa recuperando la ricchezza della storia del secolo scorso, che racconta un Paese molto più ricco rispetto a quello che è emerso finora nella storiografia italiana. (Fausta Speranza)

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ETIOPIA, VENTI DI GUERRA CIVILE

di Bruna Sironi, da NIGRIZIA https://www.nigrizia.it/, 5/11/2020 Continua a leggere

DOVE VA L’AMERICA? – La decisiva scelta degli elettori USA che orienterà inevitabilmente la geopolitica mondiale – BASTA TRUMP? (l’Europa sarà pronta a dialogare con il nuovo presidente USA? …sulla pace e sviluppo globali, la solidarietà tra popoli, oltre il Covid, la fine dell’inquinamento e dei cambiamenti climatici?)

“ARRIVATE NEL PIENO DI UNA PANDEMIA CHE VEDE GLI STATI UNITI COME IL PAESE PIÙ COLPITO AL MONDO in termini di contagi e di morti, dopo un anno caratterizzato da una dura RECESSIONE ECONOMICA, dalle proteste sociali seguite alla MORTE DI GEORGE FLOYD e da un AUMENTO DELLA POLARIZZAZIONE POLITICA le ELEZIONI PRESIDENZIALI STATUNITENSI del 3 novembre si prefigurano come VOTO AD ALTA INTENSITÀ. La scelta degli statunitensi tra DONALD TRUMP e JOE BIDEN segnerà una delle elezioni decisive della storia statunitense (…)” (Andrea Muratore, 28/10/2020, da https://it.insideover.com/)

   Tutti i sondaggi dicono che finirà l’era Trump, ma sondaggi e osservatori Usa e internazionali lo fanno (di dire che vince Biden) con molta cautela: perché non sanno bene cosa deciderà l’ “America profonda”, quella che non appare nei media nazionali e mondiali (in ricordo anche di esperienze precedenti dove sono stati smentiti nel segreto delle urne, e dal complesso voto americano dove contano i singoli stati e i grandi elettori che si riesce in ciascuno ad eleggere).

“«I VOTED EARLY», HO VOTATO PRESTO. Non significa che questo newyorchese, immortalato in una foto di Terry W. Sanders, si sia svegliato presto per andare alle urne, ma che si è avvalso della possibilità di esprimere il proprio voto con dieci giorni di anticipo sulla data ufficiale delle elezioni. Sabato 24 ottobre, infatti, anche lo Stato di New York ha aperto i seggi per il cosiddetto voto anticipato.(…)” (Anna Guaita, da Il Messaggero/blog https://www.ilmessaggero.it/blog/ del 24/10/2020)

   Quel che accadrà comunque, nella nostra speranza che finisca lo sconclusionato e pericoloso periodo dei quattro anni appena vissuti con l’elezione di Trump, è che (Biden o Trump) si confermerà il ruolo di non più guida mondiale degli Stati Uniti, svolto dal secondo dopoguerra a volte nel bene (nel dirimere contrasti geopolitici locali, come è accaduto “da noi” nella guerra civile della ex Iugoslavia), e a volte nel male (l’appoggio nel passato alle peggiori dittature in America Latina e altrove).

da il post.it: al 27/10/2020, in ROSSO gli stati in cui Trump è dato in vantaggio secondo gli ultimi sondaggi, in BLU quelli in cui è avanti Biden, in GRIGIO gli stati in bilico e il numero di grandi elettori che assegna ciascuno (https://www.ilpost.it/)

   E poi, non è solo un fatto di politica interna (Biden o Trump), di “ritiro” dalla scena internazionale, da poliziotto del mondo, che gli Stati Uniti hanno già deciso di non essere più (già con Obama): è un fatto che non esiste paese al mondo che da solo è in grado di controllare tutta la composita geopolitica globale, in Africa nelle sue varie realtà geografiche, in Medio Oriente, in conflitti “locali” come adesso nel Caucaso (la guerra del Nagorno Karabakh tra Armenia e Azerbaijan), e negli anni scorsi (non ancora risolta) in Siria, e la guerra in Libia…. e tanti altri casi che periodicamente (settimanalmente, mensilmente…) accadono e accendono situazioni di scontro che possono diventare irreversibili e pericolose anche per tutto il pianeta. E ci sono anche nuovi attori politici, oltre gli Usa, che sopravanzano nello scacchiere internazionale delle “decisioni”: come in particolare la Cina, e ancora la Russia, e poi altri che si fanno sentire come la Turchia in questi mesi anni.

(VOTO ANTICIPATO, foto da https://www.msn.com/) – Neri e soprattutto ispanici e asiatici votano poco, ma, come i giovani, nel 2018 hanno votato in numeri piuttosto alti

   Quel che è certo, e che ben differenzia Biden dall’aggressivo e lunatico Trump, è che Trump sta per uscire definitivamente dall’accordo sul clima stabilito tra gli stati mondiali a Parigi (di fatto venendo a vanificare in buona parte la volontà di fermare l’aumento della temperatura mondiale) (l’accordo prevede di contenere l’aumento della temperatura media globale al di sotto della soglia di 2 °C oltre i livelli preindustriali, cercando di ridurre i rischi e gli effetti dei cambiamenti climatici). Trump non vuole alternative ai combustibili fossili, al petrolio, e lo dice chiaramente. Biden invece vuole rientrare ed impegnare gli Stati Uniti su quell’accordo mondiale (se questo sembra poco a capire gli effetti su tutti noi di un presidente o l’altro).

i 6 Stati chiave sono: Arizona, North Carolina, Pennsylvania, Wisconsin, e poi Michigan e Florida. (mappa da https://it.insideover.com/)

   Oltre poi a fattori interni assai duri per il popolo americano (Trump che non crede a politiche per combattere il Covid; che vuole smantellare del tutto l’Obama care, cioè l’allargamento della sanità a fasce maggiori di popolazione; oppure politiche di immigrazione e di muri contro popolazione immigrata nata e che vive in Americana ma non in possesso della cittadinanza…).

AFFLUENZA RECORD PER IL VOTO ANTICIPATO E VIA POSTA (foto da http://www.open.online/)

   Pur nella disillusione di quale potrà essere la politica di Biden in caso di vittoria, l’inversione di tendenza (con Biden) ci dovrà essere. Ma resterà comunque il fatto che in un mondo così composito, frammentato, ciascuna realtà politica più consistente è sperabile che si assuma una propria responsabilità nei confronti dei poveri globali, degli abusi delle guerre locali, di saper e voler intervenire a difesa dei più deboli dalle sopraffazioni e miserie (la fame) che ci sono adesso (e che incombe ancor di più nell’era del Covid). (s.m.)

cartina Stati Uniti (da http://www.flapane.com/)

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GLI USA E IL MONDO: QUALE FUTURO PER IL MULTILATERALISMO?

da ISPI (Istituto di Studi sulla Politica Internazionale) https://usa2020.ispionline.it/, 28/10/2020

– Il multilateralismo è un’invenzione recente, una cornice in cui gli Stati Uniti hanno svolto un ruolo da protagonisti. Dopo quattro anni di Donald Trump e America First, l’ordine mondiale come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi è in subbuglio. Cosa ne sarà della leadership americana dopo il voto di novembre? –

Washington e il mondo ieri: costruire l’ordine, mantenerlo

Ammirati, temuti o disprezzati. Additati come imperialisti o invocati come salvatori. Gli Stati Uniti suscitano reazioni e sentimenti contrastanti nel mondo, ma non lasciano quasi nessuno indifferente. Del resto, da ormai oltre settant’anni la politica estera di Washington è una delle variabili – se non la variabile – che più contribuiscono a determinare il quadro internazionale, i suoi equilibri e i rapporti tra i suoi attori più importanti.

   Per rendersene conto basta guardare alle molte istituzioni internazionali che conosciamo e diamo quasi per scontate. Dalle Nazioni Unite all’Organizzazione mondiale del commercio, dal Fondo monetario internazionale all’Organizzazione mondiale della sanità, la governance globale degli ultimi sette decenni si è basata su un insieme di istituzioni nella cui costruzione il ruolo di Washington è stato centrale.

   Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, queste istituzioni diventano il cardine di un nuovo ordine internazionale, che vuole offrire un quadro di regole e strumenti comuni sulla base dei quali ricostruire un mondo trasfigurato dal più grande conflitto della sua storia. Al tempo stesso, quelle istituzioni permettono di gestire le dispute e le tensioni tra gli USA e l’Unione sovietica, offrendo nuovi forum di mediazione come il Consiglio di sicurezza ONU.
Per la Casa Bianca, la rete di organizzazioni internazionali e istituzioni multilaterali creata dopo il 1945 serve anche a trovare una quadratura del cerchio che le permetta di perseguire al contempo due obiettivi apparentemente opposti. Il primo è una Realpolitik che possa mantenere la stabilità internazionale, contenendo il rivale sovietico senza scatenare un’escalation e bilanciando i molti attori regionali per evitare l’emergere di nuovi possibili avversari – soprattutto in Europa. Il secondo è invece una politica idealista e liberale, fondata sulla convinzione che la promozione e la difesa di democrazia, libero mercato e diritti umani nel mondo sia non soltanto una scelta moralmente giusta, ma anche il miglior modo per allargare la cerchia di paesi alleati degli Stati Uniti. Stabilità mondiale e contenimento regionale, sviluppo economico e diffusione della democrazia. Per quanto ogni nuovo presidente dia all’una o all’altra componente un diverso peso relativo, è sull’equilibrio tra queste direttrici che si struttura la politica estera americana per come l’abbiamo conosciuta. 

   Se con la fine della Guerra Fredda gli Stati Uniti si ritrovano l’unica superpotenza globale, all’inizio del nuovo millennio diventa sempre più chiaro che non esiste paese così potente da poter prevenire, o nemmeno semplicemente gestire, tutte le crisi del mondo. Mentre nuovi attori – la Cina in primis – iniziano a ridurre il gap economico che li separa dagli USA, a Washington si inizia a parlare di “imperial overstretching” e di come la politica estera americana debba far evolvere il proprio hard power in un nuovo smart power, basato sulla condivisione dei costi della sicurezza globale tra Washington e gli alleati. Presidente realista e disincantato, Barack Obama ha ben chiaro, attraverso lezioni come la Libia e la Siria, che nel mondo contemporaneo la Casa Bianca non ha più né i mezzi né il sostegno politico interno per poter agire da “poliziotto del mondo” tutto ciò che gli USA possono fare in molti casi è limitarsi a far luce sui problemi, senza illudersi di poterli automaticamente risolvere.
Se Obama rimane comunque convinto che, per portare avanti la propria agenda con risorse più scarse, gli Stati Uniti avranno sempre più bisogno dell’aiuto degli alleati e dovranno aggiornare e rafforzare l’architettura della governance globale, per il candidato repubblicano alla presidenza nel 2016, Donald Trump, le risorse americane andrebbero semplicemente tenute in casa. Quando Trump presenta la propria candidatura, la sua visione è già chiara: è la stessa che aveva annunciato nel 1987, quando aveva comprato una pagina del New York TimesWashington Post e Boston Globe per spiegare che la politica estera americana aveva fallito e che gli USA stavano pagando per fare gli interessi di sedicenti alleati che, in realtà, sfruttando lo sforzo americano inseguivano il proprio tornaconto.

Gli USA ai temi di Trump: nessun amico, nessuna paura

Guardando in retrospettiva i quattro anni di amministrazione Trump, una delle aree di policy in cui il presidente ha mantenuto molte delle sue promesse elettorali sembra proprio essere la politica estera. Per i sostenitori di Trump, il presidente ha realmente messo gli USA al primo posto: rifiutandosi di portare il paese in nuovi conflitti; accelerando il ritiro dal Medio Oriente dopo aver sconfitto lo Stato Islamico; esigendo dagli alleati un contributo equo alle spese per sicurezza e difesa; portando all’attenzione del mondo le insidie dell’espansionismo cinese; aprendo nuovi canali diplomatici direttamente, come con la Corea del Nord, o indirettamente, come è stato per il recente accordo di normalizzazione delle relazioni tra Israele, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti e Sudan.

   Soprattutto però, come ha spiegato Nadia Schadlow, braccio destro dell’ex Consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, Herbert R. McMaster, il merito di Trump sarebbe quello di aver dato uno scossone al cosiddetto foreign policy establishment americano: risvegliandolo alla realtà dei fatti e di un ordine internazionale le cui regole e istituzioni hanno fallito nel proteggere gli interessi e i valori degli Stati Uniti e, anzi, hanno creato un ambiente ancora più ostile a Washington.

   E se, da un lato, le decisioni di Trump di far saltare gli schemi – mandando in stallo alcune organizzazioni internazionali e ritirandosi tout court da altre – testimoniano che gli USA non hanno più la forza o la volontà di riscrivere l’ordine globale, dall’altro gli Stati Uniti restano ancora il paese che ne controlla alcuni nodi fondamentali, sui quali può intervenire per mettere sotto pressione il resto del mondo. È la cosiddetta “weaponized interdependence”, che spiega come, ad esempio, la supremazia del dollaro americano nelle transazioni finanziarie abbia consentito alla Casa Bianca di implementare con successo sanzioni unilaterali contro l’Iran; o come la giurisdizione di Washington sui giganti del web gli abbia permesso di mettere in difficoltà il colosso cinese Huawei.

   Agli occhi dei critici di Trump, questi quattro anni raccontano invece una storia molto diversa. Quella di un presidente il cui approccio transazionale e contraddittorio alla politica estera ha contribuito a irrigidire i nemici e allontanare gli alleati; un leader che, dietro lo slogan “America First”, ha in realtà indebolito il paese tanto in casa quanto all’estero. Le prove al riguardo sarebbero molte: da una diplomazia maldestra che ha fallito nel contenere i programmi nucleari di Corea del Nord e Iran a una politica mediorientale che ha lasciato campo libero a Russia, Iran e Turchia; dall’incapacità di ottenere concessioni commerciali dalla Cina – gli anni di Trump sono stati contraddistinti da un ulteriore crescita del deficit esterno degli Usa – al rischio di una ripresa della corsa agli armamenti con Mosca. Ciò che più rimproverano a Trump, però, sarebbe la sua incapacità di comprendere che l’interesse americano spesso si difende difendendo gli interessi degli alleati, a volte anche senza averne apparentemente nulla in cambio. Il più grande asset che gli USA possono vantare in politica estera, spiegano, ciò che mantiene Washington più forte di Mosca e Pechino, è proprio quella rete di alleanze che Trump ha ripetutamente bollato come obsolete, inutili, dannose.

   È forse presto per provare a capire quale dei due schieramenti offra la lettura più convincente della politica estera americana in questi ultimi quattro anni. Quel che è certo, come ha spiegato il leggendario Segretario di Stato americano Henry Kissinger in un’intervista al Financial Times, è che Trump è “una di quelle figure della storia che compaiono di tanto in tanto e segnano la fine di un’epoca, costringendola ad abbandonare le proprie illusioni”. Cosa ci aspetti nell’era futura è la domanda da un miliardo di dollari.

Gli USA dopo novembre: l’ordine mondiale a un bivio

Trump 2.0: la politica della forza bruta. 

Se Donald Trump fosse riconfermato alla guida della Casa Bianca, non si potrà certo dire, come nel 2016, che la politica estera degli USA per i prossimi quattro anni sarà un’incognita. Tanto gli americani quanto il resto del mondo sanno bene cosa aspettarsi da un Trump 2.0: sarà ancora e sempre più “America First”.

   A dettare il tono del secondo mandato sarebbe, fin dal giorno dopo il voto, l’uscita ufficiale degli Stati Uniti dall’Accordo sul clima di Parigi. Un evento simbolico dell’atteggiamento di una nuova amministrazione Trump, che riprenderebbe con ancora più forza nell’opera di smantellamento dell’ordine multilaterale esistente, per ridefinire i rapporti tra Washington e il resto del mondo sulla base di una diplomazia molto più bilaterale.

   Un approccio “divide et impera” che cade perfettamente in linea con alcune delle costanti di una politica estera di Trump: la convinzione che un ordine internazionale caotico avvantaggi i potenti – e quindi gli Stati Uniti – e che non esistano alleati permanenti, ma solo partner temporanei. È questo secondo punto che preoccupa le capitali amiche di Washington, che dovranno continuare a confrontarsi con un presidente che vede le relazioni tra stati come rapporti di forza dove chi è costretto a chiedere è, per definizione, la parte debole: come ha spiegato un diplomatico europeo: “Se potevamo trattenere il fiato per quattro anni, farlo per otto è troppo”. Europa, Cina, Russia, Medio Oriente: è chiaro a tutti che altri quattro anni di presidenza Trump avrebbero la conseguenza di cambiare il volto dell’ordine globale in modo profondo e duraturo.

Biden: ricostruire la leadership. 

Da senatore, vicepresidente e ora candidato presidente, Joe Biden ha delineato più volte le fondamenta della politica estera che porterebbe avanti se entrasse alla Casa Bianca: una visione basata sulla ricostruzione dell’immagine degli Stati Uniti all’estero e sul tentativo di restituire a Washington quella leadership politica, economica ma soprattutto morale che ne aveva fatto il perno dell’ordine mondiale multilaterale dal secondo dopoguerra.

   Ad attendere il democratico sarebbe però una sfida tutt’altro che semplice: dopo quattro anni di Trump, la fiducia degli alleati degli Stati Uniti è stata scossa nel profondo e non è detto che un cambio di inquilino nello Studio Ovale basti a riguadagnarla. Certo è, tuttavia, che sarebbero in molti a tirare un sospiro di sollievo nel vedere l’attuale presidente lasciare la Casa Bianca, raccogliendo la possibilità di chiudere la parentesi Trump e iniziare un nuovo, più “normale” capitolo nel rapporto tra l’America e il mondo.

   Anche con una presidenza Biden, gli Stati Uniti si troverebbero comunque a doversi confrontare con molti dei dossier caldi con cui la scorsa amministrazione ha fatto i conti, non ultimo per le pressioni, quelle sì bipartisan, di un’opinione pubblica ostile a onerosi interventismi globali e al contempo sempre più critica e insofferente verso la Cina. Joe Biden dovrà scegliere come approcciarli: tornando a lavorare attraverso i canali del multilateralismo e della negoziazione, per cercare di costruire un terreno comune con cui interagire con Cina, Russia e altre piccole e grandi potenze; oppure tracciando una linea rossa, con Washington e i suoi alleati da un lato e vecchi e nuovi regimi autoritari dall’altro. L’ex vicepresidente ha promesso un “Summit delle democrazie” nel suo primo anno di mandato: quali ne saranno gli esiti potrebbe dirci molto sulla politica estera di una presidenza Biden. (da ISPI, Istituto di Studi sulla Politica Internazionale, https://usa2020.ispionline.it/)

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BREVE GUIDA ALLE ELEZIONI AMERICANE

da https://www.treccani.it/magazine/atlante/geopolitica/ di Atlante USA 2020, del 30/10/2020 Continua a leggere

CITTÀ LUOGHI DI FELICITÀ? Come coniugare servizi essenziali (alimentazione, sanità, scuola, mobilità, tempo libero…), con salubrità, verde, pregi architettonici, convivialità…? – LA PANDEMIA COVID peggiorerà i fabbisogni di cibo nei centri urbani del sud del mondo (quali sistemi per garantire servizi primari alle città?)

“La FOOD AND AGRICOLTURE ORGANIZATION (la FAO) ha dato il via a “CITTÀ VERDI”, un nuovo progetto che mira a COMBATTERE LA FAME NEL MONDO attraverso la CREAZIONE DI SISTEMI ALIMENTARI SOSTENIBILI, (…) Grazie alla collaborazione tra amministrazioni locali e nazionali, imprese pubbliche e private, Università e comunità, saranno creati ORTI URBANI E SPAZI VERDI IN CIRCA 100 CITTÀ DEL MONDO entro i prossimi tre anni, allargando il progetto a mille centri urbani da qui al 2030 allo scopo di migliorare la nutrizione dei cittadini delle aree metropolitane e periferiche. (…)” (Tatiana Maselli, 20/9/2020, da https://www.greenme.it/) (FOTO: A farmer working at an urban garden, in Rome, Italy da FAO.ORG)

   Le buone regole per le città nel periodo Covid (che pare durerà molto) è quello di migliorarsi: di fare le cose finora solo enunciate (no inquinamento, meno stress collettivo e più lentezza, più verde, trasporti sostenibili, scuole ed educazione permanente per tutti, opportunità di lavoro, coniugare meglio lavoro e tempo libero, offrire iniziative per tutti gli interessi…); cercando di realizzare queste enunciazioni in breve brevissimo tempo. E “accorgersi” che ci sono persone in difficoltà che vanno aiutate.

L’iniziativa “CITTÀ VERDI” ha l’obiettivo di migliorare l’ambiente urbano, garantendo ai cittadini di poter vivere in un AMBIENTE PIÙ SANO, oltre che ad AVERE ACCESSO A UN’ALIMENTAZIONE EQUILIBRATA e a CIBI PRODOTTI IN MODO SOSTENIBILE

   Il progetto di un’alimentazione sufficiente per tutti nelle città, che ora propone la Fao, non riguarda solo i paesi in sottosviluppo (certo, principalmente loro), ma anche quelle fasce in grave allargamento di sottoalimentazione e povertà che ci sono nei nostri centri urbani….

   Pertanto il messaggio (della Fao, ma di tanti altri attenti osservatori dei contesti urbani) è che, pur in condizioni di preoccupante emergenza Covid, tutti quelli che possono (amministrazioni pubbliche, politici, associazioni culturali, esperti, volontariato…) devono dare un contributo a nuove forme di organizzazione urbana (“città verdi”, può essere una definizione possibile), affinché si possa vivere meglio, meno inquinati, non più stressati… magari mettendo in atto modi di formazione culturale ed educativa permanente dei cittadini, opportunità ai giovani, garanzie di lavoro… e con forme di solidarietà fattiva con chi è in difficoltà a soddisfare le proprie necessità fondamentali (com’è, primo bisogno, il cibo).

Secondo le stime, NEL 2050 CIRCA IL 70% DELLA POPOLAZIONE MONDIALE ABITERÀ IN GRANDI CITTÀ, soprattutto in Africa e Asia. I grandi centri urbani consumano quasi l’80% dell’energia totale prodotta nel mondo, sono responsabili della produzione del 70% dei rifiuti e rappresentano circa il 70% delle emissioni globali di gas serra (schema da https://trendsformative.com/it/)

   Se allarghiamo lo sguardo al “vivere cittadino” (che non ci viene sufficientemente raccontato) sui disagi della popolazione urbana in questa fase storica, la necessità di garantire l’accesso a risorse alimentari per tutti è cosa reale, che sta avvenendo; è diventata una problematica assai seria. Questo, dicevamo, accade nelle nostre realtà, ma ancor di più nei paesi poveri: nei paesi in via di sviluppo le amministrazioni locali incontrano difficoltà sempre maggiori nel soddisfare i bisogni delle popolazioni urbane. La pandemia COVID-19 ha peggiorato ulteriormente la situazione, evidentemente per le fasce di popolazione più vulnerabili, più povere.

(nella foto: Portland una città smart e slow, da https://scuoladicittadinanzaeuropea.it/) – COSA CI RACCONTA IL CASO DI PORTLAND? – Il video documentario Portland, una città smart e slow racconta la storia del PROCESSO DI TRASFORMAZIONE DI UNA CITTÀ MEDIO GRANDE AMERICANA. Portland è una città interessante in quanto ha saputo combinare basso costo della vita (rispetto alle altre città americane sulla costa occidentale) e valore contenuto degli immobili (e quindi bassa tassa di proprietà), con un‘elevata ATTENZIONE ALL’AMBIENTE. Infatti, è la prima città degli Stati Uniti per edifici verdi oltre che per l’utilizzo delle biciclette. A Portland è, inoltre, in atto un importante processo di sviluppo economico che si basa sulla valorizzazione di quelli che sono i settori economici di punta, ossia ATHLETIC OUTDOOR (per la presenza di Adidas e Nike); MANIFATTURIERO AVANZATO; ma soprattutto sui settori dell’INFORMATICA e delle TECNOLOGIE VERDI. (Guarda il video su: https://scuoladicittadinanzaeuropea.it/kit/citta-vivibile-citta-del-futuro/)

   Nella prospettiva Fao vengono fatte alcune proposte di possibile “umanizzazione” delle città, di ritorno alle origini: piace segnalare un’idea già in parte sviluppatasi nelle nostre realtà urbane (con successo) in questi ultimi dieci anni, cioè di incentivazione nella creazione di ORTI URBANI tra la popolazione, con l’idea di un ritorno alla terra, di impiego virtuoso del tempo libero, ma anche della possibilità di procurarsi da questa attività agricola beni alimentari primari.

   Gli orti urbani possono (sono) anche uno dei tasselli di altri possibili interventi per la creazione di nuovi spazi verdi in città e in periferia, come la riforestazione di aree boschive malmesse periferiche alla città, il piantare alberi, recuperare aree degradate, abbattere ed asportare capannoni disadorni e inutilizzati, ripristinare i corsi d’acqua interrati (come canali e fossi), incentivare in edilizia l’uso di materiali alternativi rinnovabili (come il legno), creare per ogni strada una percorso protetto ciclabile, pedonalizzare le piazze il più possibile e…… (ognuno può aggiungere un progetto virtuoso che li viene in mente…).

(nella foto: TORINO, piste ciclabili in città a 20 Km orari, da https://mole24.it/) – “(…) Durante il lockdown TORINO ha ridisegnato i suoi controviali (a regime saranno 27) “a misura” di biciclette con un limite di 20 km/h. MILANO – malgrado le proteste di taxisti e della lobby delle quattroruote – ha creato dal nulla 35 km. di ciclabili, pedonalizzato 6.500 mq. e si sta preparando – grazie alle modifiche previste dal nuovo codice della strada – a trasformare molti controviali in “strade urbane ciclabili” con limite a 30 km/h e precedenza ai ciclisti. ROMA guida la classifica europea delle corsie per bici pianificate (ma ancora da realizzare) con 150 km. di progetti, seguita da BOLOGNA con 94. (…) (Ettore Livini, 9/10/2020, da https://www.repubblica.it/)

   Connettendosi con questo a quelli interventi necessari per una (parziale) risoluzione della grave crisi climatica; contribuendo a una risoluzione dell’inquinamento, e pur indirettamente dando il proprio contributo ad evitare che nuove emergenze sanitarie blocchino l’approvvigionamento di generi alimentari (tornando alla proposta generale della FAO sul problema della crisi alimentare che sta accadendo ed è probabile si allargherà).

(NELLA FOTO: GRENOBLE, da http://www.linkiesta.it/) – “(…) LA CITTÀ FRANCESE DI GRENOBLE È LA VINCITRICE DEL RICONOSCIMENTO, ASSEGNATO DALLA COMMISSIONE EUROPEA, “CAPITALE VERDE EUROPEA 2022” (..) Il premio EUROPEAN GREEN CAPITAL è un riconoscimento che dal 2008 viene assegnato ogni anno dalla Commissione a una città europea che è riuscita a realizzare ambiziosi obiettivi nei temi della salvaguardia ambientali e dello sviluppo economico sostenibile. AMBIENTI URBANI SOSTENIBILI offrono infatti ai loro abitanti la possibilità di condurre una vita più felice e più sana, ma per renderli una realtà è necessario un forte coinvolgimento dei cittadini.(..)” (Riccardo Liguori, 10/10/2020, da LINKIESTA https://www.linkiesta.it/)

   Perché il trend di urbanizzazione della popolazione mondiale riguarda tutto il pianeta: non solo i Paesi in via di sviluppo, ma anche i paesi ricchi del nord, dove le periferie delle città tendono a crescere, con realtà comunali e agglomerati urbani a cintura delle maggiori città, e con periferie diffuse (lungo le maggiori strade, cui ad esempio già dagli anni ’60 del secolo scorso il nostro Nordest ne è stato un esempio). Un “vivere urbano nuovo”, al quale sarà difficile prescindere.

(Busto di Aristotele conservato a Palazzo Altemps, Roma. Foto di Giovanni Dall’Orto da WIKIPEDIA) – Secondo ARISTOTELE, la CITTA’ PIU’ FELICE è quella armoniosa e pacifica che realizza l’ideale del tempo libero a disposizione, così da potersi dedicare alle attività teoretiche che sono le sole che realizzano l’uomo nella sua integrità.

   Nel 2050 circa il 70% della popolazione mondiale abiterà in grandi città, anche se soprattutto in Africa e Asia. E i grandi centri urbani hanno caratteristiche organizzative proprie, in macro-dimensione: già adesso consumano quasi l’80% dell’energia totale prodotta nel mondo, sono responsabili della produzione del 70% dei rifiuti e rappresentano circa il 70% delle emissioni globali di gas serra. E’ così che si pone già da adesso, responsabile in buona parte anche il COVID, la necessità che nel mondo sempre più urbanizzato, cresca l’accesso a risorse alimentari sufficienti per tutti (pensavamo che questo problema non esistesse più, o fosse in fase di drastica riduzione anche nei paesi poveri, e invece…) (s.m.)

Nutrire il pianeta, da http://www.corriere.it/

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CITTÀ VERDI, IL PROGETTO FAO CONTRO FAME E CAMBIAMENTI CLIMATICI

di Tatiana Maselli, 20/9/2020, da https://www.greenme.it/

   La Food and Agricolture Organization (la FAO) ha dato il via a “Città verdi”, un nuovo progetto che mira a combattere la fame nel mondo attraverso la CREAZIONE DI SISTEMI ALIMENTARI SOSTENIBILI.

   L’iniziativa è stata presentata nel corso dell’incontro virtuale “Green Cities to Build Back Better for SDGs – A New Powerful Venture” che si è svolto durante la 75a Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

   Grazie alla collaborazione tra amministrazioni locali e nazionali, imprese pubbliche e private, Università e comunità, saranno creati orti urbani e spazi verdi in circa 100 città del mondo entro i prossimi tre anni, allargando il progetto a mille centri urbani da qui al 2030 allo scopo di migliorare la nutrizione dei cittadini delle aree metropolitane e periferiche.

   La nuova iniziativa prevede anche la creazione di una “Rete delle città verdi” per favorire lo scambio di informazioni e la cooperazione tra i centri urbani.

   Secondo le stime, nel 2050 circa il 70% della popolazione mondiale abiterà in grandi città, soprattutto in Africa e Asia. I grandi centri urbani consumano quasi l’80% dell’energia totale prodotta nel mondo, sono responsabili della produzione del 70% dei rifiuti e rappresentano circa il 70% delle emissioni globali di gas serra.

   Mentre il mondo diventa sempre più urbanizzato, cresce la necessità di garantire l’accesso a risorse alimentari per tutti.

   Questo purtroppo non è sempre possibile: nei paesi in via di sviluppo le amministrazioni locali incontrano difficoltà sempre maggiori nel soddisfare i bisogni delle popolazioni urbane. La pandemia COVID-19 ha peggiorato ulteriormente la situazione, soprattutto per le fasce di popolazione più vulnerabili.

   Di conseguenza, molte comunità urbane sono più che mai esposte a insicurezza alimentare e nutrizionale e a malattie legate a una cattiva alimentazione.

   La crescente urbanizzazione richiede inoltre il mantenimento, la tutela e la creazione di nuovi spazi verdi che risultano essenziali per affrontare gli impatti dei cambiamenti climatici.

   L’iniziativa “Città verdi” ha dunque l’importante obiettivo di migliorare l’ambiente urbano, garantendo ai cittadini di poter vivere in un ambiente più sano, oltre che ad avere accesso a un’alimentazione equilibrata e a cibi prodotti in modo sostenibile.

   Il progetto contribuirà inoltre a mitigare la crisi climatica e ad adattarsi alle conseguenze dei cambiamenti climatici attraverso la gestione sostenibile delle risorse.

   “Affinché le città diventino molto più verdi, più resilienti e rigenerative, dobbiamo ripensare il modo in cui le aree urbane e periurbane sono progettate e gestite. Ci restano solo dieci anni per raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile. Abbiamo bisogno di cambiare mentalità e di rivedere i nostri modelli di business”, ha spiegato Qu Dongyu, Direttore Generale della FAO.

   La creazione di nuovi spazi verdi in città e in periferia, da destinare alla coltivazione o alla riforestazione urbana, risulta dunque fondamentale per resistere alla crisi climatica ed evitare che nuove emergenze sanitarie blocchino l’approvvigionamento di generi alimentari. (Tatiana Maselli)

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Vedi anche:

http://www.fao.org/news/story/en/item/1308436/icode/

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PIÙ LENTE E PIÙ VIVIBILI: IN CITTÀ LA RIVOLUZIONE È VERDE

di Ettore Livini, 9/10/2020, da https://www.repubblica.it/ 

– Limiti di velocità a 30 km all’ora, marciapiedi allargati, una overdose di piste ciclabili. Ecco la Slow City: cosa sta accadendo, e cosa accadrà, in Italia e nelle città europee-

   Le metropoli di tutto il mondo tirano il freno per gestire il dopo-Covid, ridisegnando abitudini, spazi urbani e traffico con un obiettivo chiaro: diventare più lente, più sicure e (si spera) più vivibili. La rivoluzione “verde” delle slow cities – un cocktail a base di limiti di velocità ridotti a 30 km. all’ora, strade “condivise” e un’overdose di piste ciclabili – è iniziata già da qualche anno.

   “La pandemia però, complice l’obbligo di distanziamento sociale, ha dato un colpo d’acceleratore a questa metamorfosi”, Continua a leggere

Nella GIORNATA MONDIALE dell’ALIMENTAZIONE del 16 ottobre si è denunciato che nel mondo (Africa, Asia, America Latina, Caraibi) la popolazione che soffre la fame aumenta; e ora il COVID peggiora le cose – E anche nei paesi ricchi è allarme: il RAPPORTO CARITAS 2020 su povertà ed esclusione sociale in Italia

“Il mondo ha fatto grandi progressi nella riduzione della fame: rispetto al 1990-92, sono 300 milioni le persone che non soffrono più la fame, nonostante la popolazione mondiale sia aumentata di 1,9 miliardi.
MA C’È ANCORA MOLTO A FARE E NESSUNA ORGANIZZAZIONE PUÒ RAGGIUNGERE LA FAME ZERO DA SOLA. Se vogliamo avere un mondo libero dalla fame entro il 2030, governi, cittadini, organizzazioni della società civile e il settore privato devono collaborare per investire, innovare e creare soluzioni durature”. (da https://www.wfp.org/ , World Food Programme delle Nazioni Unite)
(foto da https://www.africarivista.it/)

GIORNATA MONDIALE DELL’ALIMENTAZIONE 2020, SOLIDARIETÀ GLOBALE

di Isabella Ceccarini, 16/10/2020, da https://www.rinnovabili.it/

   Nel mondo sconvolto dalla pandemia La Giornata mondiale dell’alimentazione invita alla solidarietà globale per creare sistemi agroalimentari più resilienti e sostenibili per sconfiggere la fame. La sicurezza alimentare è legata al cambiamento climatico, da dove partire per realizzare un cambiamento sostenibile? Dalla conservazione della biodiversità e dall’innovazione.

(mappa da https://blog.geografia.deascuola.it/) – LA MAPPA DELLA FAME DEL WORLD FOOD PROGAMME (WFP) mostra l’INCIDENZA della SOTTONUTRIZIONE nelle popolazioni di ogni Paese, nel periodo 2016-18 (le AREE ARANCIO-ROSSO-VIOLA sono quelle PIÙ A RISCHIO). 821 milioni di persone nel mondo (1 su 9) non ricevono cibo sufficiente per una vita sana e attiva. (da https://blog.geografia.deascuola.it/ )

   La Giornata mondiale dell’alimentazione 2020 (World Food Day) coincide con il 75° anniversario della FAO e promette di non essere come quelle che l’hanno preceduta. Nata nel 1979 per celebrare l’anniversario della fondazione della FAO (l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura fu istituita il 16 ottobre 1945), dal 1981 è incentrata su un tema diverso a cui aderiscono 150 Paesi in tutto il mondo.

(Nobel per la pace 2020 al World Food Programme dell’Onu – foto da http://www.theitaliantimes.it/ -) – Il COMITATO NORVEGESE PER IL NOBEL ha deciso di assegnare il PREMIO NOBEL PER LA PACE 2020 al WFP (WORLD FOOD PROGRAMME) cioè il PROGRAMMA ALIMENTARE MONDIALE, la cui sede è a Roma, “per gli sforzi finalizzati a combattere la fame e per aver agito come forza trainante al fine di prevenire l’uso della fame come arma di guerra”. NATO NEL 1961 e divenuto ufficialmente programma dell’ONU nel 1965, il WFP è LA PRINCIPALE AGENZIA IMPEGNATA A SALVARE E MIGLIORARE LE VITE, fornendo ASSISTENZA ALIMENTARE NELLE EMERGENZE e lavorando con le comunità per migliorarne la nutrizione e costruirne la resilienza. (da https://www.eurocompany.it/)

 

   Quest’anno il mondo è sconvolto da una pandemia che non ha risparmiato nessuno ed ha messo in luce la fragilità dei nostri sistemi agroalimentari. Il tema “COLTIVARE, NUTRIRE, PRESERVARE. INSIEME. LE NOSTRE AZIONI SONO IL NOSTRO FUTURO” è da un lato una presa di coscienza, dall’altro un’esortazione a creare sistemi agroalimentari più resilienti e sostenibili.

(Aiuti umanitari del World Food Programme al campo profughi di AIN ISSA in SIRIA – foto da il Sole 24ore -) – “(…) Secondo il GLOBAL NUTRITION REPORT 2020, quasi 690 MILIONI DI PERSONE sono attualmente AFFAMATE (+60 milioni negli ultimi 5 anni) e altri 265 MILIONI RISCHIANO DI ESSERE TRASCINATI, entro quest’anno, nell’alveo della vulnerabilità A CAUSA DELLA PANDEMIA (…)” (da “la Repubblica” 16/10/2020)

   Ma questo non basta: l’invito della FAO è a guardare più in alto, a creare un sistema di solidarietà globale perché abbiamo la prova che nessuno si salva da solo.

(poster giornata mondiale dell’alimentazione 2020) – “(…) LA GIORNATA MONDIALE DELL’ALIMENTAZIONE 2020 (WORLD FOOD DAY) ha coinciso con il 75° anniversario della FAO e promette di non essere come quelle che l’hanno preceduta. Nata nel 1979 per celebrare l’anniversario della fondazione della FAO (l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura fu istituita il 16 ottobre 1945), dal 1981 è incentrata su un tema diverso a cui aderiscono 150 Paesi in tutto il mondo. Quest’anno il mondo è sconvolto da una pandemia che non ha risparmiato nessuno ed ha messo in luce la fragilità dei nostri sistemi agroalimentari. Il tema “COLTIVARE, NUTRIRE, PRESERVARE. INSIEME. LE NOSTRE AZIONI SONO IL NOSTRO FUTURO” è da un lato una presa di coscienza, dall’altro un’esortazione a creare sistemi agroalimentari più resilienti e sostenibili. Ma questo non basta: l’invito della FAO è a guardare più in alto, a CREARE UN SISTEMA DI SOLIDARIETÀ GLOBALE perché abbiamo la prova che NESSUNO SI SALVA DA SOLO. (…) (Isabella Ceccarini, 16/10/2020, da https://www.rinnovabili.it/)

   L’assegnazione del Premio Nobel per la Pace al World Food Programme a pochi giorni di distanza dalla Giornata mondiale dell’alimentazione forse non è una coincidenza ma un incoraggiamento a trovare insieme soluzioni sostenibili per sconfiggere la fame. Punti cardinali della nuova visione agrolimentare globale sono la conservazione della biodiversità, fondamentale per la resilienza delle coltivazioni, e l’innovazione, che attraverso le nuove tecnologie prospetta soluzioni biocompatibili per la protezione dei terreni, il risparmio idrico e l’uso limitato di agrofarmaci.

Fra i 17 OBIETTIVI DI SVILUPPO SOSTENIBILE adottati dalla comunità mondiale nel 2015 c’è FAME ZERO, entro il 2030, un impegno collettivo a mettere fine alla fame, raggiungere la sicurezza alimentare, migliorare la nutrizione e promuovere l’agricoltura sostenibile: questi obiettivi coincidono con le priorità del PROGRAMMA ALIMENTARE GLOBALE. (da https://www.eurocompany.it/)

   Il tema della sicurezza alimentare è strettamente legato a quello del cambiamento climatico. Disastri naturali, inondazioni e siccità stanno mettendo in difficoltà il lavoro di agricoltori, pescatori e allevatori, a fronte del costante aumento della popolazione mondiale. Denutrizione che fa morire per fame e malnutrizione che causa obesità e malattie croniche (malattie cardiovascolari, diabete) per sono due facce della stessa medaglia contro cui lottare a livello globale. (…) (Isabella Ceccarini, 16/10/2020, da https://www.rinnovabili.it/)

(foto da https://www.tuttoconoscenza.com/) – “(…) L’ASIA rimane la regione con IL PIÙ ELEVATO NUMERO DI SOTTOALIMENTATI (381 milioni). Al secondo posto si trova l’AFRICA (250 milioni), seguita da AMERICA LATINA e CARAIBI (48 milioni). PERÒ, in percentuale sulla popolazione, L’AFRICA È LA REGIONE PIÙ COLPITA E MAGGIORMENTE DESTINATA AD ESSERLO IN FUTURO, con un 19,1% della popolazione colpita dalla sottonutrizione. Il dato è più che doppio rispetto alla percentuale registrata in Asia (8,3%) e in America Latina e Caraibi (7,4%). SE LA PREVALENZA DELLA SOTTONUTRIZIONE A LIVELLO MONDIALE, vale a dire la percentuale complessiva degli affamati, NON HA SUBITO GROSSI CAMBIAMENTI, attestandosi all’8,9%, IN TERMINI ASSOLUTI SI REGISTRA UN COSTANTE AUMENTO DAL 2014. Ciò significa che negli ultimi cinque anni LA FAME È CRESCIUTA CON IL CRESCERE DELLA POPOLAZIONE GLOBALE. (…)” (da http://www.fao.org/ 13/7/2020)

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Infografica Rapporto Caritas 2020 (da http://www.caritas.it/)

Il NUOVO RAPPORTO DI CARITAS ITALIANA DAL TITOLO “GLI ANTICORPI DELLA SOLIDARIETÀ” (.pdf), pubblicato in occasione della GIORNATA MONDIALE DI CONTRASTO ALLA POVERTÀ (17 OTTOBRE), cerca di restituire una fotografia dei gravi effetti economici e sociali dell’attuale crisi sanitaria legata alla pandemia da Covid-19.(…) Analizzando il periodo maggio-settembre del 2019 e confrontandolo con lo stesso periodo del 2020 EMERGE CHE DA UN ANNO ALL’ALTRO L’INCIDENZA DEI “NUOVI POVERI” PASSA DAL 31% AL 45%: quasi una persona su due che si rivolge alla Caritas lo fa per la prima volta. (…)” (da https://www.caritas.it/)

Infografica 2 Rapporto Caritas 2020 (da http://www.caritas.it/)

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(foto: Bari, 16/10/2020, da http://www.sulpezzo.info/) – Una dieta A BASSO IMPATTO AMBIENTALE, che contribuisca alla SICUREZZA ALIMENTARE e ad UNO STILE DI VITA SANO, che rispetti la BIODIVERSITÀ e gli ECOSISTEMI

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AUMENTANO GLI AFFAMATI E LA MALNUTRIZIONE NON ACCENNA A DIMINUIRE: IN UN RAPPORTO DELL’ONU I DUBBI CIRCA LA POSSIBILITÀ DI RAGGIUNGERE L’OBIETTIVO FAME ZERO ENTRO IL 2030

– Garantire diete sane ai miliardi di individui che non possono accedervi consentirebbe di risparmiare spese nell’ordine di migliaia di miliardi –

da http://www.fao.org/ 13/7/2020

   La fame colpisce un numero crescente di persone: secondo uno studio annuale delle Nazioni Unite, negli ultimi cinque anni decine di milioni di individui in tutto il mondo sono passati nelle fila dei sottoalimentati cronici e diversi paesi sono alle prese con molteplici forme di malnutrizione.
Stando all’ultimo rapporto sullo Stato della sicurezza alimentare e della nutrizione nel mondo, Continua a leggere