L’AREA PADANO-VENETA È SEMPRE PIÙ INQUINATA: nell’ACQUA (da pesticidi, da PFAS…) e in GRANDI OPERE (MOSE, Superstrada Pedemontana Veneta…) che non trovano una loro realizzazione eco-compatibile, e risultano dirompenti – Il tutto nonostante buone intenzioni declamate ma non concrete

PFAS – Area ROSSA: area di massima esposizione sanitaria – Area ARANCIO: area captazioni autonome – Area GIALLO CHIARO: area di attenzione – Area VERDE: area di approfondimento – Area OMBREGGIATA: Plume di contaminazione

I 30 COMUNI DEL VENETO PIU’ INQUINATI DA PFAS

COMUNI del Veneto nell’AREA ROSSA A (dove è maggiore la concentrazione di sostanze perfluoroalchiliche in tutta la matrice acqua -oltre che nell’acqua potabile, anche nelle acque superficiali e sotterranee-): ALONTE, ASIGLIANO VENETO, BRENDOLA, LONIGO, NOVENTA VICENTINA, ORGIANO, POJANA MAGGIORE, SAREGO (Vicenza); COLOGNA VENETA, ROVEREDO DI GUÀ, ZIMELLA (Verona); MONTAGNANA (Padova).
COMUNI del Veneto nell’AREA ROSSA B (dove la contaminazione delle acque superficiali e sotterranee è minore): AGUGLIARO e VAL LIONA (Vicenza); ALBAREDO D’ADIGE, ARCOLE, BEVILACQUA, BONAVIGO, BOSCHI SANT’ANNA, LEGNAGO, MINERBE, PRESSANA, TERRAZZO e VERONELLA (Verona); BORGO VENETO, CASALE DI SCODOSIA, LOZZO ATESTINO, MEGLIADINO SAN VITALE, MERLARA e URBANA (Padova).

La contaminazione riguarda un’area abitata da oltre 350 mila persone compresa tra le province di Vicenza, Verona e Padova.
Gli abitanti delle aree maggiormente contaminate, sottoposti ad esami clinici, hanno scoperto di avere valori di PFOA nel sangue (un tipo di PFAS) 40 volte superiori rispetto a popolazioni italiane che vivono in aree non inquinate. Livelli molto alti di PFAS possono essere associati a forti rischi per la salute, tra cui complicazioni in gravidanza, alcune forme tumorali, alti livelli di colesterolo e problemi alla tiroide.
Migliaia di persone, di associazioni e di gruppi di abitanti della zona contaminata si sono mobilitati scendendo in piazza e firmando la petizione di Greenpeace per chiedere alla Regione Veneto di agire in tutela della loro salute.
Spinta da questa grande mobilitazione a Ottobre 2017 la Regione Veneto ha compiuto un primo passo concreto: l’abbassamento drastico dei limiti di PFAS e il potenziamento dei sistemi di abbattimento di questi inquinanti.
Grazie a questo provvedimento, l’acqua potabile di 21 comuni è tornata priva di PFAS.
Una soluzione ancora provvisoria, ma una prima vittoria per la popolazione.

(immagine tratta da: http://www.studio3a.net) – Da ventuno a trenta. Si allarga, e non di poco, il perimetro di massima emergenza per la contaminazione da Pfas. Fino a ieri erano 21 i Comuni veneti inseriti nella cosiddetta Area Rossa dal “Piano di sorveglianza sulla popolazione esposta a sostanze perfluoroalchiliche (Pfas)” varato nel 2016. Un’attesa delibera di giunta approvata ieri mattina ha esteso i confini a 30 Comuni. Non solo: il monitoraggio sanitario è stato esteso anche ad un’ampia fascia pediatrica.

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4 CASI DI “VENETO IN CRISI AMBIENTALE” (il nostro punto di vista)

   Un’indagine dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale) rivela la quantità di prodotti chimici e pesticidi presenti nelle acque italiane: secondo le ultime rilevazioni quasi il 64% delle acque di fiumi e laghi sono contaminate. E l’AREA GEOGRAFICA con i livelli più alti di contaminazione acquifera è quella della pianura padano-veneta. Circa il 70% delle acque superficiali risulta inquinato in Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna.
Tante, troppe, le cause di tale situazione di precarietà. Inquinamento da pesticidi e, in Veneto, anche (non solo) inquinamento da PFAS.
Dei PFAS (“perfluoro-alchilici”) ne abbiamo parlato più volte in questo blog geografico (https://geograficamente.wordpress.com/?s=pfas). E’ una situazione incredibile e grave: la contaminazione (delle falde acquifere, degli acquedotti) riguarda un’area abitata da oltre 350 mila persone compresa tra le province di Vicenza, Verona e Padova. I Pfas sono dei composti chimici utilizzati in molti settori industriali, soprattutto per la produzione di materiali resistenti ai grassi e all’acqua, in particolare per impermeabilizzare tessuti e altri materiali (moltissimi prodotti di largo consumo nostro quotidiano contengono Pfas: ad esempio il rivestimento anti-aderente delle padelle, ma anche il “Goretex”, che serve a certi indumenti sportivi per essere impermeabili all’acqua ma non all’aria). I Pfas sono usati, fra l’altro, per la produzione di pesticidi e insetticidi, detersivi, pelli, tessuti impermeabili, contenitori per alimenti (sacchetti per patatine, ecc.), con rischio che possano contaminare i cibi che “proteggono”….
E gli abitanti delle aree maggiormente contaminate da PFAS, sottoposti ad esami clinici, hanno scoperto di avere valori di PFOA nel sangue (un tipo di PFAS) 40 volte superiori rispetto a popolazioni italiane che vivono in aree non inquinate. Livelli molto alti di PFAS possono essere associati a forti rischi per la salute, tra cui complicazioni in gravidanza, alcune forme tumorali, alti livelli di colesterolo e problemi alla tiroide.
La Regione ha cercato di porre rimedio a questo inquinamento di diffuso (specie con il potenziamento dei filtri alle centrali idriche del Basso Veneto, che ha dato dei risultati con l’abbassamento dell’inquinamento), ma la situazione rimane ancora pericolosa. Anzi: la stessa Regione Veneto ha deciso di allargare, e non di poco, il perimetro di massima emergenza per la contaminazione da Pfas. Infatti fino al 20 maggio scorso erano 21 i Comuni veneti inseriti nella cosiddetta Area Rossa dal “Piano di sorveglianza sulla popolazione esposta a sostanze perfluoroalchiliche (Pfas)” varato nel 2016. Con una delibera di giunta del 21 maggio 2018 la Regione Veneto ha esteso i confini di pericolosità a 30 Comuni.

(immagine da “rapporto ISPRA SULL AMBIENTE 2018”) – Un’indagine dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale) rivela la quantità di prodotti chimici e pesticidi presenti nelle acque italiane: secondo le ultime rilevazioni quasi il 64% delle acque di fiumi e laghi sono contaminate.

 

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Una situazione di precarietà che si vive anche nel grande sviluppo della VITICOLTURA in questi anni (specie quella del PROSECCO NELL’AREA TREVIGIANA pedemontana tra Valdobbiadene e Conegliano, ma i confini si sono ben oltre allargati, allargati…) dove, alle promesse di convertire produzioni vitivinicole (sostenute dall’uso della chimica) in produzioni meno inquinanti (biologiche…), a queste promesse persiste invece, nel grandissimo business planetario del momento, un trend a produrre il più possibile, ad allargare in modo abnorme le aree di produzione, a far diventare un grande ed esteso territorio agricolo in una monocoltura di produzione del vino (prosecco, anche estirpando vigneti di uva pregiatissima e storica ma ora molto meno redditizia).

LE COLLINE DEI PESTICIDI

Il business agroalimentare viene pertanto pagato dalla terra: da colture che non ruotano, non si diversificano; dall’inaridimento futuro possibile e dal disequilibrio ambientale quando alla terra si manca del rispetto dovuto.

Il “Paesaggio del Prosecco”, nell’Alto Trevigiano, tra Conegliano e Valdobbiadene

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E’ quel che accade poi in situazioni e GRANDI OPERE VENETE verso la bassa pianura e la laguna-mare: per tutte IL MOSE (sigla che sta per: MOdulo Sperimentale Elettromeccanico), le cosiddette paratoie mobili che dovrebbero “salvare” Venezia da alte maree straordinarie: ma che stanno creando notevoli problemi già nella costruzione (iniziata nel 2003) (pur nei 6 miliardi di euro spesi o da finir di spendere!).

MOSE COME FUNZIONA (da Avvenire.it)

Opera (il MOSE) anche travolta dagli scandali di corruzione; dove le alternative che il Comune aveva indicato per fermare l’acqua alta dei momenti straordinari non sono neanche state prese in considerazione; e che ha già da adesso (che non è ancora entrata in funzione) modificato la morfologia lagunare (l’equilibrio della laguna) con gli scavi dei fondali alle bocche di porto: uno sprofondamento lagunare sotto il peso di milioni di tonnellate di cemento e ferro.
Vien da pensare se in questo penoso susseguirsi di tentativi di costruzione, di finire quest’opera (con problematiche sempre più ardue) non ci possa essere qualche politico, amministratore, qualcuno che ha il potere di farlo, che abbia il coraggio di dire “basta”; di sospendere questo Mose così fallimentare nella sua realizzazione, così impattante nel (im)possibile futuro funzionamento…. Avere il coraggio di fermare il tutto, pur dopo tutti i miliardi fin qui spesi…
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Nell’indebitamento regionale, presente e futuro, rientra anche la SPV, SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA, dove la Regione si troverà a garantire un introito di costruzione e gestione alla Ditta concessionaria per i prossimi 39 anni (dopo aver già messo 300milioni di euro, e lo Stato 600 milioni); con prospettive di traffico assai poco credibili: è un’opera poco funzionale ai 95 chilometri di territorio attraversato… con pochi accessi, e rischia di avere un traffico assai limitato, come già sta accadendo in Lombardia con la BreBeMi e la Pedemontana lombarda. Un costo ambientale stratosferico (95 chilometri di territorio “coinvolto”) per risultati di sollievo dal traffico cui pochi credono ci saranno.

I LAVORI SULLA SPV

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Negli articoli che vi proponiamo qui di seguito proviamo ad accennare a questi quattro argomenti (PFAS, VIGNETI, MOSE, SUPERSTRADA PEDEMONTANA) per ribadire che “non va bene”, e che c’è la necessità “reale” di un cambiamento di rotta; verso una RICONVERSIONE ECOLOGICA che sicuramente scontenterà alcuni, ma che potrà ridare il valore che meritano luoghi, terre, una volta bellissime, ma ora in crisi e con prospettive di un futuro mediocre. (s.m.)

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PFAS, L’AREA A RISCHIO SI ALLARGA: PIÙ CONTROLLI SUI BAMBINI

di Nicola Cesaro, da “Il Mattino di Padova” del 22/5/2018
– La Regione interviene: monitorati altri 9 comuni, di cui 6 padovani. In totale sono 30 Analisi anche per i bimbi di 9 e 10 anni, potenziati i filtri della centrale di Lonigo –
PADOVA. Da ventuno a trenta. Si allarga, e non di poco, il perimetro di massima emergenza per la contaminazione da Pfas. Fino a ieri erano 21 i Comuni veneti inseriti nella cosiddetta Area Rossa dal “Piano di sorveglianza sulla popolazione esposta a sostanze perfluoroalchiliche (Pfas)” varato nel 2016. Un’attesa delibera di giunta approvata ieri mattina ha esteso i confini a 30 Comuni. Non solo: Continua a leggere

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ISRAELE-PALESTINA E DUE EVENTI INCONCILIABILI: la FESTA della nuova Ambasciata americana a Gerusalemme, e la PROTESTA con 60 morti a Gaza per i 70anni dalla cacciata palestinese del 1948 – NUOVE STRATEGIE (ISRAELIANE, PALESTINESI) per arrivare a una coesistenza in DUE STATI separati

LA MARCIA DEL RITORNO – NAKBA YOM HA’ATZMAUT: in arabo significa «CATASTROFE». I palestinesi hanno celebrato IL «GIORNO DELLA NAKBA» per ricordare la sconfitta subita nella prima guerra combattuta contro Israele tra il 1948 e il 1949. Centinaia di villaggi palestinesi furono distrutti e 700mila palestinesi lasciarono le proprie case, o ne furono espulsi, per diventare profughi. Anche se è avvenuta nel corso di diversi mesi, la Nakba si festeggia simbolicamente il 15 maggio, all’indomani del giorno in cui gli israeliani celebrano la nascita dello Stato di Israele, fondato nel 1948, chiamati il «giorno dell’Indipendenza», festa ufficiale in Israele che ricorda la Dichiarazione di indipendenza letta da David Ben Gurion il 14 maggio 1948 nella sede del museo di Tel Aviv. Da allora è celebrata seguendo il calendario lunare ebraico. Quest’anno è caduta il 19 aprile. Il 14 maggio, nel calendario civile, resta la data della nascita di Israele: per questo l’ambasciata Usa è stata inaugurata in questa data

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Consiglio Diritti Umani dell’Onu

GINEVRA – SERA DEL 18/05/2018 – SCHIAFFO ONU A ISRAELE: COMMISSIONE D’INCHIESTA SU GAZA. Mentre Erdogan arringa le folle – Il Consiglio dei diritti umani dell’Onu ha votato a maggioranza una risoluzione in cui si chiede la istituzione di una commissione internazionale di inchiesta che indaghi sulle violenze a Gaza (da http://www.huffingtonpost.it/ )

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   E’ accaduto di tutto nei territorio israeliano-palestinesi in queste ultime settimane. Erano i 70 anni dalla Dichiarazione di indipendenza di Israele del 14 maggio 1948; e Israele intendeva festeggiare. Dall’altra lo stesso avvenimento è stato vissuto dai palestinese: martedì 15 maggio i palestinesi hanno commemorato la Nakba, che significa la catastrofe, così chiamano la nascita di Israele settant’anni fa, marciando, ancora una volta e ancora più numerosi, verso la barriera che li tiene chiusi dentro a quell’angusto corridoio di sabbia che è la Striscia di Gaza.

GAZA, mappa tratta da http://www.osservatorioanalitico.com/ – Tra lo Stato ebraico e la Striscia il confine è lungo 59 chilometri. La frontiera tra Gaza ed Egitto è invece di 13 chilometri.

Contemporaneamente LA FESTA ISRAELO-AMERICANA: lo spostamento dell’ambasciata Usa a Gerusalemme, la festa della «grande riunificazione» di Netanyahu; proprio mentre la promessa elettorale mantenuta da Trump provocava la rivolta e la strage di 60 giovani nel tiro al piccione a Gaza. Il modernissimo (negli armamenti) esercito israeliano ha distrutto una protesta sì violenta, ma armata di sassi, fionde e copertoni incendiati.

Gaza, violenti scontri al confine con Israele, con vittime e feriti – 35 mila i palestinesi hanno partecipato, in diversi punti, alle manifestazioni tra la Striscia di Gaza da Israele. Hamas aveva proclamato lo sciopero generale per permettere la partecipazione ai cortei. 2.400 I feriti tra i palestinesi nella giornata di scontri, ieri, lungo il confine tra Gaza e Israele.

Ma sono otto settimane che la protesta palestinese è iniziata, in occasione di quella che viene chiamata la “MARCIA DEL RITORNO”. Infatti 70 anni fa (nel 1948) c’è stata la cacciata di centinaia di migliaia di palestinesi (da 700mila a un milione) in una operazione di preordinata pulizia etnica che li ha trasformati nel popolo di profughi dei campi.
Palestinesi a milioni nei campi profughi, migranti nei propri territori occupati. In CISGIORDANIA con una miriade, sempre crescente in questi decenni, di insediamenti colonici ebraici, con lo sradicamento di colture agricole e le fonti d’acqua sequestrate. E Sharon ha poi fatto il muro che taglia in due famiglie e comunità. Dall’altra i palestinesi nel ghetto della STRISCIA DI GAZA, nella miseria totale di persone lì ammassate, così piccola (Gaza) da rendere impossibile qualsiasi economia. E poi GERUSALEMME EST, in una condizione di sequestro, di posti di blocco continui.

28/4/2918: soldati israeliani sparano ai manifestanti palestinesi. (da INVICTA PALESTINA )

La “marcia del ritorno” che i palestinese di Gaza ha messo in atto dagli inizi di aprile, mostra i limiti della loro “autorità”, Hamas, che strumentalmente non aiuta la soluzione del conflitto (anzi, la aggrava). Le otto settimane in cui ogni venerdì si è svolta la “Marcia del ritorno” mostrano una sequenza di proteste: il 6 aprile i manifestanti hanno iniziato con l’incendiare copertoni per coprire il confine di fumo nero; poi è stata la volta degli aquiloni – alcuni con le svastiche! – per incendiare i campi israeliani; il 27 aprile viene abbattuta una porzione di recinzione del confine. Violenza inutile, gratuita. Perché Hamas vuole lo scontro, l’annientamento degli israeliani (ben sapendo che la cosa non è possibile). Hamas che manda al massacro i giovani con le fionde; e dall’altra Israele che spara con armi moderne (e uccide) persone senza armi (armati appunto di fionde e sassi) che solo si avvicinano pur minacciosamente al confine… Chi è “meglio”: Hamas o Israele?? …Ma sarà possibile che questo accada, con tutto il mondo che sta (solo) a guardare?

Maps of Israel and Gaza

E così si sono avuti oltre cento palestinesi uccisi in queste settimane dai soldati israeliani, perché il solo avvicinarsi (non oltrepassare!, avvicinarsi) al confine ha dato il “diritto” di sparare.
Dall’altra i (secondo noi) “cattivi” sostenitori delle istanze palestinesi (Erdogan, l’Arabia Saudita, l’Iran…) giocano strumentalmente sulla pelle dei palestinesi per il controllo del Medio Oriente…
E’ in questo (tragico) contesto che si inserisce la decisione degli USA di trasferire l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme. Cosa che ha fomentato ancor di più gli animi: sentitisi espropriati del diritto ad avere Gerusalemme Est, della possibilità di poter dichiarare i quartieri arabi della città come capitale del loro futuro Stato.

Scontri al confine tra Gaza e Israele

E non è solo l’America di Trump: l’Ue si barcamena sull’equidistanza impossibile e tace, mentre ogni governo occidentale fa affari in armi e tecnologia, e con patti militari (come l’Italia) con Israele. Pur affermando, gli europei, la necessità di dare a Gerusalemme uno status di “Città aperta”, “condivisa tra israeliani e palestinesi” (i primi a ovest, i secondi a est), e arrivare a questo attraverso i negoziati.

ABU MAZEN, PRESIDENTE PALESTINESE: “SHOAH, COLPA DEGLI EBREI” – ONDATA DI INDIGNAZIONE INTERNAZIONALE

Il nodo resta quello del diritto dei palestinesi di avere una terra e uno Stato, fermo restando il diritto eguale d’Israele. Schiacciare i palestinesi, relegandoli in una serie di riserve indiane, non porta a un futuro buono per nessuno.

14 MAGGIO 2018: IVANKA TRUMP INAUGURA L’AMBASCIATA AMERICANA A GERUSALEMME_. L’EVENTO GIUNGE CONTEMPORANEAMENTE AGLI SCONTRI E A SESSANTA MORTI PALESTINESI IN QUEL GIORNO SCOPPIATI AL CONFINE TRA GAZA E ISRAELE.

La mossa (elettorale interna) di Trump di stabilire l’ambasciata USA a Gerusalemme, poteva anche essere un’opportunità per sbloccare una situazione tragica in quella città: il mondo riconosceva sì l’ambasciata Usa (e portava le proprie ambasciate), ma allo stesso tempo riconosceva i palestinesi nella parte est (e portava le proprie ambasciate), a GERUSALEMME EST, legittimando così GERUSALEMME COME CITTÀ CONDIVISA (e riconoscendo per la sua amministrazione unica, la sua integrità, un governo internazionale dell’Onu.

Dal 2002 Israele ha cominciato a costruire una barriera di separazione in Cisgiordania. Dei 764 chilometri di muro pianificati, ne sono stati costruiti 570. La barriera è stata costruita quasi interamente sulle terre palestinesi e ha un impatto molto forte sulla vita delle persone: ogni giorno migliaia di palestinesi sono costretti a fare lunghe file ai checkpoint controllati dall’esercito israeliano per andare a lavorare in Israele. (da INTERNAZIONALE, 28/2/2018)

Forse Israele ha anche paura del “pericolo demografico”: i palestinesi crescono di popolazione molto ma molto di più degli israeliani; e questo sarà un ulteriore problema prossimamente. La Risoluzione 194 dell’Onu del 1948 aveva già da allora riconosciuto «il diritto al ritorno dei palestinesi». Un punto che i negoziatori arabi hanno sempre inserito tra le richieste e che gli israeliani non sono mai stati disposti ad accettare: significherebbe la fine della maggioranza ebraica nel Paese. Questo appunto a proposito di “differenza demografica”. Per questo la creazione di due Stati separati, ciascuno indipendente, è da sempre considerata la soluzione migliore.

IL MURO E LA CODA QUOTIDIANA PER CONTROLLARE I DOCUMENTI E PASSARE IN ISRAELE PER ANDARE AL LAVORO

Nell’incandescente situazione israelo-palestinese, come in tutto il Medio Oriente, servirebbero MEDIATORI, COSTRUTTORI DI PONTI, organismi internazionali e Stati che propongono SOLUZIONI VIRTUOSE, in modo da non scontentare nessuna delle due parti.
Così, con Israele che spara contro la popolazione palestinese solo se si avvicina da Gaza alla frontiera, e dall’altra un atteggiamento violento di Hamas, dei leader palestinesi, (che non hanno problema a mandare al massacro i loro giovani); con gli Stati arabi che vedono tutta la questione palestinese-israeliana in modo strumentale agli equilibri di potere nel Medio Oriente, ebbene così non si va da nessuna parte e la situazione deflagra in continue tragedie. Dobbiamo tutti auspicare e spingere per trovare mediazioni virtuose (micro e macro); lavorare per costruire livelli di comunicazione, ponti tra sponde finora opposte. (s.m.)

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MEDIO ORIENTE SENZA TREGUA: DOPO LA STRAGE DI PALESTINESI A GAZA
TERRA SANTA IN FIAMME
di Fulvio Scaglione, da FAMIGLIA CRISTIANA, domenica 20/5/2018
– ISRAELE E USA HANNO ORMAI CANCELLATO OGNI PROSPETTIVA DI UNO STATO ARABO, RIPRODUCENDO LO SCHEMA DELLE “RISERVE INDIANE”. A CHI GIOVA? –
Due cose si perdono con grande facilità in Medio Oriente: le occasioni e le lezioni. Sulla questione di Gerusalemme si incartarono, nel 2000, a Camp David, nei colloqui convocati da Bill Clinton, sia Yasser Arafat sia Ehud Barak. Né il leader palestinese né il premier israeliano, dopo mille mosse tattiche, ebbero il coraggio di accettare per la Città Santa quella “sovranità condivisa” che avrebbe potuto disinnescare tante tensioni e avviare un dialogo reale, concreto, quotidiano. Tutto andò a monte, all’insegna del motto “O ACCORDO SU TUTTO O NESSUN ACCORDO” che rappresenta a perfezione la cancrena dei rapporti tra israeliani e palestinesi.
L’occasione andò persa e non si è più ripresentata. Anzi: di strappo in strappo siamo arrivati alla strage, agli oltre cento palestinesi uccisi in queste settimane dai soldati di Tsahal, mentre i ministri della tanto celebrata “unica democrazia del Medio Oriente” lietamente proclamano che «chiunque si avvicini al confine con Israele sarà ucciso». Si badi bene: non arrivi o superi, si avvicini. Ovvero, i dimostranti di Gaza saranno uccisi anche mentre si trovano sul loro territorio.
E qui c’è la seconda follia, non imparare mai le lezioni del passato. Continua a leggere

CRESCE LA POVERTÀ assoluta in Italia, specie al SUD che si spopola – L’ISTAT rileva che coinvolge 5 MILIONI DI PERSONE (specie GIOVANI) – Nel DECLINO DEL LAVORO servono alternative alla povertà: dal REDDITO di INCLUSIONE attuato, alla proposta di Reddito di Cittadinanza, al Reddito Sociale di Base

“(…) Secondo le PREVISIONI DEMOGRAFICHE DELL’ISTAT, L’ITALIA INVECCHIA IRREVERSIBILMENTE, ma IL SUD ANCORA DI PIÙ. E (il Sud) da qui al 2065 è destinato a svuotarsi. GLI ITALIANI SI SPOSTERANNO SEMPRE PIÙ VERSO IL CENTRO-NORD: tra meno di cinquant’anni le regioni settentrionali accoglieranno il 71% dei residenti, mentre nel Mezzogiorno si scenderà al 29 per cento. Con 1,1 milioni di persone che faranno le valigie. (…) (Lidia Baratta, Linkiesta.It 4 Maggio 2018 – foto da http://www.linkiesta.it/)

IN ITALIA LA POVERTÀ ASSOLUTA È AUMENTATA NEGLI ULTIMI ANNI
Il sito ansa.it, ha riportato le parole di Giorgio Alleva, presidente dell’Istat, che ha fornito i dati nell’audizione sul Def. Secondo quanto affermato da Alleva, la povertà assoluta interessa circa 5 milioni di individui, che equivalgono all’8,3 % della popolazione. Stando ai dati Istat, nel 2017 si trovavano in uno stato di povertà assoluta circa 154 mila famiglie in più rispetto al 2016. A oggi le famiglie in povertà assoluta, secondo stime preliminari, sarebbero 1,8 milioni.
Il dato allarmante è che la povertà è molto aumentata dagli anni scorsi: nel 2016 interessava il 7,9% della popolazione e nel 2008 solo il 3,9%.
Come si spiega questo fenomeno? Secondo Alleva, la ripresa dell’inflazione nel 2017 può “giustificare” la metà dell’incremento della povertà assoluta. Il presidente ha poi aggiunto:
«La restante parte deriva dal peggioramento della capacità di spesa di molte famiglie che sono scese sotto la soglia di povertà».
Secondo l’Istat, la povertà interessa in particolar modo il Nord e il Mezzogiorno. Il Centro è l’unica zona che ha registrato una diminuzione del fenomeno.
Inoltre nel 2017, in più di 1 milione di famiglie italiane “tutti i componenti appartenenti alle forze di lavoro erano in cerca di occupazione”, il che si traduce in 4 famiglie su 100. Che non è poco. Perché significa che in queste famiglie non si percepiva alcun reddito da lavoro.
Alleva ha così commentato:
«Di queste più della metà (il 56,1%) è residente nel Mezzogiorno. Nel complesso si stima un leggero miglioramento rispetto al 2016 (15mila in meno), ma la situazione al Sud è in peggioramento (13mila in più)».

ISTAT: UN MILIONE DI FAMIGLIE SENZA LAVORO, AUMENTA LA POVERTÀ ASSOLUTA – Secondo i dati ISTAT (resi noti il 9/5/2018, nell’audizione sul Def), nel 2017 il fenomeno riguarderebbe circa 5 milioni di persone, l’8,3% della popolazione residente (in aumento rispetto al 7,9% del 2016 e al 3,9% nel 2008). LE FAMIGLIE IN POVERTÀ ASSOLUTA, secondo stime preliminari, SAREBBERO 1,8 MILIONI, con un’incidenza del 6,9%, in crescita di sei decimi rispetto al 6,3% del 2016 (era il 4% nel 2008). (Nicola Barone, 9 maggio 2018, Il Sole 24ore)

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   I dati, anticipati dall’ISTAT davanti alla Commissione speciale del Parlamento in occasione delle audizioni sul Documento Economico Finanziario (Def) del 4 maggio scorso, fanno vedere in modo chiaro la spaccatura in due dell’Italia, con un Sud che si sta impoverendo ancora di più rispetto a un Centro-Nord (peraltro anch’esso seriamente interessato al fenomeno dell’estensione della povertà).
Circa 5 MILIONI DI PERSONE (l’8,3 % della popolazione), stando ai dati Istat, nel 2017 si trovavano in uno STATO DI POVERTÀ ASSOLUTA. A oggi le famiglie “totalmente povere” (che non hanno di che vivere, che non riescono a soddisfare i bisogni essenziali), sarebbero 1,8 milioni (e sono 154 mila famiglie in più rispetto al 2016).

I dati EUROSTAT sulla distribuzione del reddito dicono che la disuguaglianza in Italia è aumentata durante la crisi. NON PER LA CRESCITA DEI REDDITI PIÙ ALTI, MA PER IL FORTE CALO DI QUELLI BASSI. Di sicuro, rispetto a quindici anni fa, sale la povertà – L’EUROSTAT è l’Ufficio Statistico della Comunità Europea che raccoglie ed elabora i dati dell’UE a fini statistici. Le attività principali dell’Istituto sono: definire i dati macroeconomici che supportano le politiche monetarie per l’euro della Banca Centrale Europea e raccogliere dati/classificazioni su base regionale. Si occupa inoltre di coordinare le attività che puntano a migliorare la capacità di analisi statistica dei Paesi candidati ad entrare nell’UE e di quelli in via di sviluppo, nella zona del Mediterraneo e dell’Africa. (da http://europalavoro.lavoro.gov.it/ )

E in questo contesto, secondo le previsioni demografiche dell’Istat, l’Italia invecchia irreversibilmente, ma il Sud ancora di più. E DA QUI AL 2065 IL SUD È DESTINATO A SVUOTARSI. Gli italiani si sposteranno sempre più verso il Centro-Nord: tra meno di cinquant’anni le regioni settentrionali accoglieranno il 71% dei residenti, mentre nel Mezzogiorno si scenderà al 29 per cento. Con 1,1 milioni di individui che faranno le valigie.
Altri spostamenti epocali di popolazione, per motivi economici, quasi tutti giovani che, appunto, faranno crescere l’età media, l’invecchiamento, del Sud: in un contesto generale dove le difficoltà economiche frenano qualsiasi tipo di espansione demografica.

mappa italiani in povertà 2018 (DA UNIMPRESA) (tratta da http://www.ilmetropolitano.it/ )

Si sviluppano situazioni negative correlate: difficoltà di sopravvivere, invecchiamento della popolazione, disequilibri geografici con gli spostamento da luoghi “poveri” ad altri dove c’è più speranza di trovare lavoro (dove si spera in meglio)… tutti fenomeni (con molti altri legati alla precarietà) che sono dati proprio da questa crescente povertà.

La poverta e molto legata alla disoccupazione giovanile

Una forbice che si allarga tra chi ha un reddito sicuro, garantito (pensionati con redditi almeno medi, famiglie ricche…) e chi deve vivere senza reddito (senza lavoro), in situazioni di PRECARIETÀ (e la parte giovanile della popolazione è quella maggiormente colpita).
I dati Istat combaciano quasi perfettamente con quelli pubblicati dall’EUROSTAT (che è l’ufficio statistico dell’Unione Europea), e si sottolinea che la povertà è data chiaramente dalla mancanza di lavoro: ma se il problema del lavoro è sì legato all’economia in difficoltà, dall’altra si deve riconoscere che con il fenomeno dell’automazione IL LAVORO È E SARÀ SEMPRE MENO. Allora la povertà si deve risolvere anche trovando modi di aiuto a chi è in difficoltà, a chi appartiene a questo contesto.
Per questo bisognerà impegnarsi nel nostro Paese, in futuro, per aumentare la dotazione delle misure di contrasto alla povertà. Peraltro l’urgenza di affrontare il problema è in tutti i paesi europei ed extraeuropei, ricchi e meno ricchi….


Su questa linea il Governo ha promulgato, dal gennaio di quest’anno, il cosiddetto REI, Reddito di Inclusione (attualmente sono stati stanziati 3 miliardi di euro, ne beneficiano quasi 900 mila persone, e 7 su 10 dei destinatari risiedono al Sud Italia).
Ma non basta. La situazione dell’allargamento della povertà è seria. E se il lavoro (pur con tutta la volontà di crearne di nuovo) tenderà inesorabilmente a diminuire, dobbiamo anche pensare a una società che redistribuisca meglio la ricchezza, che ci siano meno sprechi, che anche si possa vivere (bene) con meno. E che esista la possibilità per l persone di “fare cose” sociali, lavori, non necessariamente legati a una remunerazione, a un reddito da corrispondere. Che allora dovrà essere sostituito da introiti “alternativi” per chi si trova in situazioni (come molti giovani) di difficoltà, di “senza-lavoro”.

TABELLA TREND DEMOGRAFICO

In questo post, nella seconda parte, ci concentriamo pur succintamente sul REDDITO DI INCLUSIONE che ora è già in atto (per le persone e famiglie povere); ma guardiamo anche alle prospettive del REDDITO DI CITTADINANZA (di cui si parla molto in questo periodo); ma anche di altre forme di “reddito possibile”: studiosi, economisti, prospettano la possibilità di un REDDITO SOCIALE DI BASE come diritto a ogni persona che nasce, perché non gli può mancare il minimo necessario per vivere.
Sono questioni, problematiche, anche molto (giustamente) contestate (come trovare le risorse?… non incentiverà l’ozio, il “non darsi da fare”?), ma attualissime, realistiche, da valutare e concretizzare virtuosamente (nella volontà di fermare questo negativo trend di espansione del fenomeno della povertà). (s.m.)

Ginevra, Svizzera, maggio 2016. Un poster gigante per promuovere il referendum sull_introduzione di un reddito minimo universale del 5 giugno 2016_ _Denis Balibouse, Reuters_Contrasto_

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SEMPRE PIÙ VECCHIO, POVERO E SPOPOLATO, IL SUD ITALIA È DESTINATO ALL’ESTINZIONE
di Lidia Baratta da LINKIESTA.IT 4 MAGGIO 2018 http://www.linkiesta.it/
– Secondo le previsioni demografiche pubblicate dall’Istat, da qui al 2065 nel Mezzogiorno ci saranno 1,1 milioni di individui in meno, che si sono spostati verso il Nord. La popolazione sarà sempre più anziana e meno attiva –
Sempre meno popolato, sempre più vecchio. Secondo le previsioni demografiche dell’Istat, l’Italia invecchia irreversibilmente, ma il Sud ancora di più. E da qui al 2065 è destinato a svuotarsi. Gli italiani si sposteranno sempre più verso il Centro-nord: tra meno di cinquant’anni le regioni settentrionali accoglieranno il 71% dei residenti, mentre nel Mezzogiorno si scenderà al 29 per cento. Con 1,1 milioni di individui che faranno le valigie.
In base allo scenario tracciato dall’Istat, saranno 14,4 milioni gli italiani che si sposteranno da una regione all’altra entro il 2065. Continua a leggere

UN MURO IN MENO NELLA GEOPOLITICA MONDIALE? – LE DUE COREE hanno avviato un processo di pacificazione insperato, superando la BARRIERA DEL 38° PARALLELLO – Conterà di più la CINA in quell’area? – Sono mesi di riequilibrio mondiale del potere delle superpotenze (in COREA come in SIRIA…)

IL 38º PARALLELO – La divisione della COREA (geograficamente, della PENISOLA COREANA) in COREA DEL NORD e COREA DEL SUD avvenne nel 1945 a seguito della vittoria Alleata nella seconda guerra mondiale, che portò alla fine del dominio di trentacinque anni dell’Impero giapponese sulla Corea. In una proposta (allora avversata da quasi tutti i coreani) gli STATI UNITI e l’UNIONE SOVIETICA decisero di occupare l’area dividendola in ZONE DI INFLUENZA LUNGO IL 38º PARALLELO. La proposta di protettorato era di stabilire un governo provvisorio di Corea che sarebbe dovuto divenire “libero e indipendente”. Sebbene le elezioni fossero state programmate, le due superpotenze supportarono i rispettivi capi e vennero stabiliti di fatto due Stati, ognuno dei quali reclamava la sovranità sull’intera penisola. (da Wikipedia)

   KIM JONG-UN il leader nord-coreano (che abbiamo imparato a conoscere in questi mesi per le minacce nucleari al mondo con i missili sperimentali lanciati) è andato a PANMUNJOM, sul versante sudista della frontiera, per aprire una nuova era di pace. Siamo a cavallo della frontiera originaria del secondo dopoguerra che da allora divide le due Coree data dal 38° Parallelo. E c’è stato calore nell’incontro tra lui leader del nord, con MOON JAE-IN, leader della Corea del Sud.  La pace non c’è ancora e scriverla in pochi mesi non sarà facile, perché sotto il Trattato sarà necessaria anche la firma di CINA e STATI UNITI, avversari sul campo nella guerra 1950-1953.

La penisola coreana, prima divisa lungo il 38º parallelo, poi lungo la linea di demarcazione – La GUERRA DI COREA (1950-1953) SEPARÒ DEFINITIVAMENTE LA COREA DEL NORD DA QUELLA DEL SUD con la ZONA DEMILITARIZZATA COREANA, e questa situazione contribuì al prolungarsi degli attriti tra i due Stati, i quali rimasero in perenne conflitto durante la guerra fredda, e oltre, fino ad adesso (che sembra aprirsi uno spiraglio di pace). La COREA DEL NORD è uno Stato che si definisce socialista, spesso descritto come stalinista e isolazionista. La sua economia crebbe inizialmente in modo evidente grazie a una serie di riforme di tipo socialista, che la portarono a essere il Paese asiatico più industrializzato dopo il Giappone, ma collassò negli anni novanta, diversamente da quella della vicina Cina comunista. La COREA DEL SUD fu inizialmente governata da vari governi filo-occidentali e anche militari e la sua economia, fino al 1975, era meno avanzata di quella della Corea del Nord, ma – dopo il crollo dell’Unione Sovietica e del blocco comunista – essa divenne UNO DEI PAESI PIÙ ECONOMICAMENTE AVANZATI DEL MONDO. E’ comunque dagli anni novanta che i due Stati incominciarono a fare piccoli, ma importanti passi verso una possibile riunificazione. (da Wikipedia)

La Guerra di Corea, è stata, molto più del Vietnam, un mattatoio specialmente crudele; e dopo, nei 65 anni successivi al 1953, fino ad adesso, ci son stati un milione di morti. Il conflitto coreano è stato “la guerra dimenticata”, quella che gli americani hanno per decenni preferito ignorare (e sono morti decine di migliaia di soldati americani).
La vera e propria guerra tra il 1950 e il 1953 tra le due Coree divise, portò a una carneficina indicibile. Quando fu firmato l’armistizio, il 27 luglio 1953, le perdite erano enormi: oltre due milioni di soldati morti, e circa tre milioni di civili uccisi. All’armistizio, non è mai seguito un trattato di pace: tant’è che adesso la pacificazione tra le due Coree in corso, e poi anche l’apposizione della firma di Stati uniti e Cina partecipante al massacro del 50-53, dovrebbe sancire (dovrà… si spera) la fine del conflitto dato da un armistizio mai tramutatosi in trattato di pace.

27 aprile 2018 – ll leader della COREA DEL NORD Kim Jong Un attraversa il confine al posto di frontiera di Panmunjom, diventando il primo leader nordcoreano a visitare la Repubblica della Corea del Sud

C’è chi prospetta che questo nuovo atteggiamento di pacificazione di Kim è dato dal fatto che è angosciato dalla crisi devastante dell’economia nordcoreana. Non tanto per il suo popolo ma per la classe dirigente, per la sua famiglia… Sembra che la Cina, che ha sopperito sempre sottobanco alle sanzioni proposte dal mondo al regime nordcoreano, adesso sta facendo sul serio: cioè ha chiuso i rubinetti dei beni di prima necessità, mettendo appunto in crisi pure l’approvvigionamento della nomenclatura.

Frontiera di PANMUNJOM – Panmunjom l’incontro tra i due leader

Qualcuno pensa anche che il regime nordcoreano rappresentato da Kim Jong-Un stia solo cercando di prendere tempo, ottenere qualche concessione immediata e dividere gli Stati Uniti dall’alleato sudcoreano. Anche perché, nella possibile riunificazione, la sua vita, di Kim Jong-U, e della sua famiglia, potrebbe essere a rischio, senza prospettive chiare. Il regno di Kim sopravvive se resta il regime chiuso, militarista e illiberale che è…
Comunque vedremo. Adesso è da apprezzare la storica svolta di una delle problematiche rimaste in sospeso dalla seconda guerra mondiale (cioè la separazione Nord-Sud coreana al 38° parallelo che pare risolversi).

IL CONTROLLO INTERNAZIONALE DELLA FRONTIERA FINORA: SOLO UNA FORMALITÀ, erano i due eserciti nord e sudcoreano ad affrontarsi minacciosamente – SONO IN CINQUE. È IL PIÙ PICCOLO CONTINGENTE DI PACE DEL MONDO. CINQUE UFFICIALI DELL’ESERCITO SVIZZERO, rigorosamente non armati, sorvegliano la linea di demarcazione del 38° parallelo che dal 1953 divide le due Coree. Si chiama linea smilitarizzata. In realtà è uno dei luoghi del pianeta più militarizzati e sorvegliati dagli eserciti in teoria ancora belligeranti. Perché tra le due Coree non è mai stato firmato un trattato di pace, ma solo un armistizio. E quando si trattò di scegliere chi avesse dovuto sorvegliare la pace precaria alla fine della guerra di Corea, Seul scelse Svizzera e Svezia, mentre Pyongyang Cecoslovacchia e Polonia. Per la Svizzera fu la prima missione all’estero se si escludono le Guardie Svizzere a protezione del Pontefice. Il contingente all’inizio contava 156 militari e la missione si chiama da allora NEUTRAL NATIONS SUPERVISORY COMMISSION. Ogni martedì il generale svizzero che la comanda apre la porta della casetta dove un tavolo è diviso in due dalla linea di demarcazione e infila nella cassetta delle lettere della Corea del Nord il rapporto settimanale della situazione. Poi fa la stessa cosa per l’altro lato della linea di demarcazione. (Alberto Bobbio)

Una Corea “denuclearizzata” (ma accadrà?) significa anche l’esclusione di ordigni americani, e comporterebbe la fine della Maginot Usa sul 38° parallelo e, in prospettiva, il tramonto del protettorato di Washigton sul Pacifico occidentale, imperniato sull’irrisolto nodo coreano. E questa possibile denuclearizzazione della Penisola Coreana, con gli americani che se ne vanno, è sicuramente un aumento dell’influenza, del potere della vicina Repubblica Popolare Cinese, la potenza emergente. L’affermazione dell’egemonia cinese sull’Asia orientale…
E altri scenari possibili (probabili) nei vari equilibri globali tra le superpotenze si stanno delineando (costruendo) in questi mesi, settimane, giorni… Come il caso del Medio Oriente, in Siria in particolare, ma anche altri contesti geopolitici si prospettano, ci sono; cercheremo di andare a vederli, capire cosa sta accadendo… (s.m.)

“IL PRIGIONIERO COREANO” film di KIM KI-DUK, nelle sale dal 12 aprile 2018 – (PER CAPIRE LA TRAGEDIA COREANA DI QUESTI ULTIMI 70 ANNI) – Dal regista di “Ferro 3” e “Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera” – TRAMA: A un pescatore della Corea del Nord si rompe il motore della barca e va alla deriva verso la Corea del Sud. Dopo aver subito brutali interrogatori, viene rispedito indietro. Prima di lasciare la Corea del Sud, ha modo di meditare sul lato oscuro di quella società che contrasta con la sua immagine “sviluppata”. Si rende conto che lo sviluppo economico non si traduce in felicità per tutti. Quando riesce a tornare a casa, è sottoposto a interrogatori simili a quelli del Sud. Preso da profonda pena, si sente intrappolato contro la sua volontà nell’ideologia che divide le due nazioni.

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UNA STRETTA DI MANO AL 38° PARALLELO: LE DUE COREE SI PROMETTONO LA PACE
di Guido Santevecchi, da “il Corriere della Sera” del 28/4/2018
– Per la prima volta, un leader del Nord arriva al Sud – Le parole nuove sul tavolo di Trump (e Xi); Kim e Moon: guerra finita – Il dilemma delle armi nucleari di Pyongyang – “Le Nazioni Unite salutano il coraggio e la leadership che hanno portato a importanti impegni e fa affidamento sulle parti perché li mettano in pratica” Antonio Guterres Segretario Generale dell’Onu – Molte incognite però: iI nodo nucleare rimane tutto da chiarire, e bisognerà evitare una trattativa infinita –
E’ un personaggio teatrale, oltre che brutale, KIM JONG-UN. Ma forse non recita e non esagera quando dice di essere venuto a PANMUNJOM, sul versante sudista della frontiera, per aprire una nuova era di pace. Bisogna guardare bene le immagini arrivate in una straordinaria diretta televisiva dal 38° Parallelo.

“A PANMUNJOM, nel 1953, gli Stati Uniti firmarono un ARMISTIZIO che mise fine alla prima guerra non vinta della loro storia. UNA GUERRA PAREGGIATA, poiché finì più o meno da dove era cominciata: IL NORD falli nel tentativo di occupare militarmente il Sud, ma, grazie all’intervento armato cinese, RIMASE COMUNISTA; e IL SUD RESTÒ SOTTO L’OMBRELLO AMERICANO. Per Washington quella coreana è una partita incompiuta.(…..)” (Bernardo Valli, “la Repubblica”, 30/4/2018)

C’è stato calore nell’incontro tra i due nemici, Kim sembrava sincero quando ha preso per mano MOON JAE-IN, invitandolo a mettere piede sul territorio del Nord.
Tenendo le loro mani unite e strette i due uomini dell’Asia hanno riportato alla memoria il tedesco Kohl e il francese Mitterrand che seppellirono un’era di guerre nel cuore dell’Europa. E’ giusto avere speranza. E sicuramente bisogna credere all’onestà intellettuale di Moon Jae-in, il presidente sudcoreano che da ragazzo è stato in carcere nella battaglia per i diritti civili e la democrazia a Seul e ora ha messo in gioco il suo futuro politico cercando il dialogo con il regime nemico.
Moon non si è rassegnato nemmeno nei momenti della massima minacciosità nordcoreana, a costo di sentirsi accusare da Trump di «appeasement», la bolla di disonore politico che pesa sulla memoria occidentale fin dal 1938 quando con il Patto di Monaco le democrazie europee si piegarono a Hitler.

27 APRILE 2018: L’INCONTRO DEI DUE LEADER ALLA FRONTIERA DI PANMUNJOM – UN CONFLITTO PERMANENTE • Giugno’50: la Corea del Nord varca il 38° Parallelo e prende la città di Seul. II conflitto che vedrà coinvolti gli Usa al Sud e la Cina a Nord causerà tra i 2 e i 4 milioni di morti. II 27 luglio 1953 viene stipulato l’armistizio • Ottobre 2006: la Corea del Nord realizza il primo test nucleare • Novembre 2010: Pyongyang attacca l’isola di Yeonpyeong, Seul risponde militarmente • Settembre 2017: sesto test nucleare di Pyongyang • Febbraio sudcoreano 2018: la Corea del attentato Nord partecipa alle Olimpiadi invernali

Ora arriva la DICHIARAZIONE DI PANMUNJOM. I leader dei Paesi separati, assurdamente fermi all’armistizio del 1953, quindi da 65 anni ancora tecnicamente in guerra, hanno promesso di trovare un accordo di pace entro la fine dell’anno e di lavorare verso l’obiettivo comune di «DENUCLEARIZZARE LA PENISOLA».
La pace non c’è ancora e scriverla in pochi mesi non sarà facile, perché sotto il Trattato sarà necessaria anche la firma di CINA e STATI UNITI, avversari sul campo nella guerra 1950-1953 che portò gli americani a considerare l’uso dell’atomica per fermare le masse di «volontari» cinesi.
E 65 anni dopo, l’arsenale nucleare nordcoreano è ancora al centro della sfida. Che non è finita ieri. Il secondo tempo di questa partita si giocherà tra poche settimane, nel vertice tra Kim e Donald Trump, che diversamente da Moon non ha nessun motivo sentimentale per fraternizzare con il Maresciallo. Gli Stati Uniti vorrebbero la denuclearizzazione completa, verificata e irreversibile.

KIM JONG_UN e MOON JAE_IN – Abbraccio «Il cuore continua a battermi forte», fin dalle prime parole il nordcoreano Kim Jong-un ha espresso gioia ed emozione per l’incontro con il presidente sudcoreano Moon Jae-in

Non bisogna dimenticare che ancora a gennaio Kim giurava con un ghigno da Dottor Stranamore di avere «il bottone di lancio sulla scrivania». Sono passati meno di quattro mesi e Kim è venuto al Sud, primo leader nordcoreano a varcare la linea terribile del 38° Parallelo. Le parole concordate con Moon nel documento del vertice suonano anche ispirate e commoventi, quando i due leader si rivolgono «ai nostri ottanta milioni di coreani», per dire che «la nostra urgente missione storica è di mettere fine allo stato abnorme di cessate-il-fuoco e di stabilire la pace, entro la fine dell’anno».
Ma è l’impegno al ritiro delle armi nucleari dalla Penisola l’obiettivo più importante e difficile da mantenere e potrebbe far saltare tutto il progetto dei due coreani. La parola denuclearizzazione può avere diversi significati, a Seul, Pyongyang e Washington. Kim, nei sette anni da quando è al potere, ha fatto sviluppare missili intercontinentali capaci di colpire le città americane e ha ordinato di costruire ordigni nucleari come polizza di assicurazione contro attacchi al suo regime (e alla sua vita). Ha costretto il suo popolo a vivere sotto sanzioni internazionali sempre più strette per completare il piano di «sopravvivenza». E ora non vuole fare la fine di Gheddafi, che aveva rinunciato alle armi proibite e poi è stato bombardato e ucciso.
Resta ancora un alto grado di incertezza sulla bella Dichiarazione di Panmunjom. Vista dalla Casa Bianca è la cornice di un quadro che bisogna riempire con linee chiare e colori non sfumati e opachi. C’è il sospetto che Kim fosse disperato per la crisi devastante dell’economia nordcoreana e stia solo cercando di prendere tempo, ottenere qualche concessione immediata e dividere gli Stati Uniti dall’alleato sudcoreano.
Denuclearizzazione della Penisola, come afferma l’impegno generico di Kim e Moon, può presumere come contropartita la chiusura dell’ombrello protettivo americano su Sud Corea e Giappone, il ritiro dei 28.500 militari del contingente Usa schierato dietro il 38° Parallelo. POTREBBE LASCIARE LA PENISOLA PACIFICATA NELLA SFERA D’INFLUENZA ESCLUSIVA DELLA CINA, LA POTENZA EMERGENTE.
Tutto andrà discusso e chiarito. Però senza ricadere in trattative estenuanti e inconcludenti com’è stato in passato. In questo senso, l’impetuosità di Trump può essere vantaggio. E anche se Trump ha cattiva stampa in patria e all’estero (e non senza ragione) bisogna dargli atto che la sua linea della «massima pressione» ha sicuramente aperto la via a questa svolta di Kim. Ed è stato abile quando alternava «fuoco e furia» a sorprendenti elogi per «quel tipo sveglio», non ha mai chiuso la porta a un accordo dell’ultima ora. Ha mostrato cautela e comprensione ieri nella sua prima reazione su Twitter: «La Guerra di Corea finisce, succedono buone cose, solo il tempo dirà».
E la Corea aspetta una pace stabile da troppo tempo, ha sofferto sotto il dominio coloniale giapponese dal 1910 al 1945; è stata divisa tra sovietici e americani «provvisoriamente»; è stata insanguinata dalla guerra d’aggressione ordinata dal nonno di Kim Jong-un nel 1950; dopo l’armistizio del 1953 ha vissuto in un clima di paura, segnato da minacce, attentati, cannonate sui villaggi di frontiera. Ora è giusto che le Due Coree dicano che la guerra è finita. (Guido Santevecchi)

IL 38° PARALLELLO “DA NOI” – In Italia Il MONUMENTO AL 38º PARALLELO sorge a BOCALE, zona di REGGIO CALABRIA, nel punto esatto dove tale parallelo incontra la strada statale 106 Jonica. Il monumento è costituito da un basamento a forma di tronco di piramide, sul cui lato obliquo sono posti dei medaglioni con l’emblema delle 6 CITTÀ ATTRAVERSATE DAL 38º PARALLELO: REGGIO CALABRIA, SEUL, SMIRNE, ATENE, SAN FRANCISCO, CORDOBA. Tale monumento fu creato nel 1987 in seguito al congresso internazionale della Società Dante Alighieri, e vuole celebrare un ideale legame di pace e collaborazione fra tutte le città che giacciono sul 38º parallelo.

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QUEI 65 ANNI D’ATTESA: ORA LA II GUERRA MONDIALE È FINITA ANCHE SUL 38° PARALLELO
di Vittorio Zucconi, da “la Repubblica” del 28/4/2018
– È stato il grande conflitto dimenticato. Fin dall’origine è stato spesso a un passo dal diventare uno scontro nucleare. Ora si avvia alla conclusione ma resta un non detto tra Cina e Stati Uniti –
WASHINGTON – Piccolo passo per due uomini in guerra che si tenevano per mano come fidanzatini, grande balzo per l’umanità che chiude l’ultima piaga rimasta aperta dalla Guerra mondiale e poi dalla Guerra fredda, la promessa di pace dei leader delle due mezze Coree è un viaggio lungo 65 anni e un milione di morti. Continua a leggere

UN MONDO DI MURI? – I CONFINI, le BARRIERE, che crescono di giorno in giorno – Non per motivi ideologici (comunismo, capitalismo…), ma PER FERMARE I POVERI, I DERELITTI DELL’UMANITÀ che aumentano sempre più – Una (TRISTE) PANORAMICA in questo POST di alcuni di questi TANTI CONFINI

Il 9 NOVEMBRE 1989, IL MURO CHE DIVIDEVA LA CITTÀ DI BERLINO IN DUE, costruito nel 1961, simbolo dell’incomunicabilità tra Occidente e Oriente, CROLLÒ. SEMBRAVA CHE DA QUEL MOMENTO NON CI SAREBBERO PIU’ STATI MURI… E INVECE….

   Vi proponiamo qui un Post dedicato ai tanti (troppi) CONFINI che, anziché diminuire, stanno sempre più aumentando nel mondo. E’ una rappresentazione fatta di immagini, foto, prese qua e là, e in ogni caso si tratta di una rappresentazione molto personale e assai parziale, limitata. Ciascuno di noi (voi) conosce e immagina muri (CONFINI) che rappresentano delimitazioni improprie, artificiali e artificiose, che in natura non esisterebbero. Siamo nell’epoca delle chiusure, dei populismi, delle “paure”… forse il tutto dato da un futuro incerto, con il crescere delle povertà, la crisi economica; “sviluppi possibili” nel creare ricchezza e prosperità che non sono bene identificabili… ALLORA C’È LA TENDENZA A CHIUDERSI, AD AVERE PAURA.

   ISOLAZIONISMO E NAZIONALISMO sono tentazioni pericolose: specie nelle loro conseguenze (a nostro avviso molto di più del contrario: cioè di togliere qualsivoglia “muro”). Ciò non vuol dire che non ci devono essere delle regole nella MOBILITÀ delle persone che si spostano da un luogo all’altro, che emigrano. Ma le barriere fisiche andrebbero sostituite con risposte concrete, autorevoli e meditate. Avendo un PROGETTO chiaro di nuova società, dei rapporti pacifici e solidali tra popoli, persone…. E con l’accettazione più ragionata di possibilità concrete di vivere felicemente, in modo ordinato, in un mondo multiculturale, multietnico.

   Ma limitiamoci qui a “vedere” alcuni dei CONFINI delle nostra epoca. Dividendo questo POST (fatto solo di immagini, foto) IN TRE PARTI:

1) I CONFINI-MURI CONTRO I POVERI E GLI IMMIGRATI (tema principale di quest’epoca);

2) GLI ALTRI CONFINI-LIMITI GEOPOLITICI che ancora persistono;

3) LE PROPOSTE E LE INIZIATIVE VIRTUOSE PER SUPERARE I CONFINI, “SALTARE IL MURO”

   Prospettando un’azione di tutti, nelle possibilità “micro o macro” di ciascuno, di dare una soluzione virtuosa alla “geografia dei troppi confini”, imparando a “saltare i muri”. (s.m.)

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In quel 9 novembre 1989 la folla festeggia la caduta del Muro

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85 ANNI PRIMA….

IL CONFINE E LA GUERRA

I CONFINI COME PRETESTO PER LE ARMI – «Non esistono confini politici naturali, perché tutti i confini politici sono artificiali, cioè creati dalla coscienza e dalla volontà dell’uomo», sostengono Gaetano Salvemini e Carlo Maranelli nel 1918, ossia in un’Italia massacrata da una guerra in cui entrò spinta dal programma di Vittorio Emanuele III che incitava i soldati a «piantare il tricolore d’Italia sui termini sacri che la natura pose ai confini della Patria nostra»

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NUOVE BARRIERE IN EUROPA

SETTEMBRE 2015: FILO SPINATO TRA SERBIA E UNGHERIA PER BLOCCARE LA ROTTA DEI MIGRANTI ATTRAVERSO I BALCANI

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Barriera di confine a MELILLA (tra Marocco e Spagna)

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BARDONECCHIA, TRAFORO DEL FREJUS – Un confine facilmente superato tra Italia e Francia……

Facilmente superato il confine, ma non per tutti…

Per andare in Francia, stesso luogo, Bardonecchia, stesso confine, ma qui d’inverno è propria dura…
Un migrante tra le due gallerie sul Col de L’Échelle (COLLE DELLA SCALA), partito da Bardonecchia verso la Francia
TRA ITALIA E FRANCIA E’ UN CONFINE RITORNATO (SOLO PER ALCUNI…)

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E CON L’AUSTRIA IL BRENNERO DIVENTERA’ UN CONFINE RIPRISTINATO?

BRENNERO: UN CONFINE CHE RITORNA?

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L’EUROTUNNEL SULLA MANICA: SEMBRAVA L’INIZIO DI UNA NUOVA ERA…

IL TUNNEL FERROVIARIO SULLA MANICA

MA LA CHIUSURA NON E’ SOLO “BREXIT”; PRIMA DI TUTTO SONO I MIGRANTI CHE VOGLIONO ANDARE IN INGHILTERRA (SPESSO A RICONGIUNGERSI ALLE LORO FAMIGLIE)…

Migranti che tentano di andare in Inghilterra (per l’autostrada che porta all’imbarco dei traghetti per Dover o per il tunnel dei treni che passano sotto la Manica)

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“CONFINI IN EUROPA” (MA GLI IMMIGRATI NON C’ENTRANO)

IRLANDA ED EIRE DOPO LA BREXIT: UN NUOVO CONFINE?

   LA BREXIT VUOLE RIFARE IL CONFINE TRA LE DUE IRLANDE – 30.000 persone ogni giorno attraversano il confine tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord. …anche agricoltori che hanno i campi al di là del confine…. UNA PARTE E’ IN EUROPA, E L’ALTRA (CON LA BREXIT) NON PIÙ. COME FUNZIONERÀ? …Il confine si snoda attraverso l’Irlanda per 500 km, e ha una quantità di valichi doppia rispetto all’intera frontiera orientale dell’UE. Da una parte c’è l’Irlanda del Nord, che fa parte del Regno Unito. A sud, c’è la Repubblica d’Irlanda. SI TROVERA’ UN ACCORDO PER NON (RI)FARE IL CONFINE??

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L ISTRIA DIVISA DA CROAZIA E SLOVENIA – Tra il GOLFO DEL QUARNARO e il GOLFO DI TRIESTE si staglia l’ISTRIA, la maggiore penisola presente nel MAR ADRIATICO. CONTESA TRA LA SLOVENIA, LA CROAZIA e, per una piccola porzione, l’Italia (Friuli Venezia Giulia e Veneto), L’ISTRIA È PER LA MAGGIOR PARTE DEL SUO TERRITORIO APPARTENENTE ALLA CROAZIA: UN REGIONE D’EUROPA DIVISA IN TRE.

………………………….. Continua a leggere

LA GRANDE SETE possibile in aumento nel Pianeta – Uso e consumo d’acqua da rivedere; e per le AREE DI CRISI (l’AFRICA in primis) è possibile investire sui DISSALATORI? – L’AFRICA, tra crescita demografica, migrazioni, ma anche possibilità di sviluppo: un diffuso progetto di DISSALAZIONE DELL’ACQUA MARINA

SUDAFRICA GIORNO ZERO – CITTÀ DEL CAPO sta per restare a secco: la seconda più grande città del SUDAFRICA, se non pioverà, e molto, AI PRIMI DI MAGGIO DOVRÀ FERMARE L’EROGAZIONE IDRICA, già ora limitata a 50 litri al giorno per ognuno dei suoi 3,5 MILIONI DI ABITANTI (Alessandro Codegoni, QUALENERGIA.IT, 26/2/2018) – nella foto: Activation of Disaster Operations Centre: http://bit.ly/2DUnoLq #ThinkWater #DayZero #CTNews, Un tecnico collauda uno dei punti di distribuzione dell’acqua a cui dovranno rivolgersi i residenti dopo il GIORNO ZERO

   Nel 2030 il 47% della popolazione mondiale potrebbe avere problemi di scarsità di acqua. Poi ci sono aree del nostro Pianeta già ora in grave difficoltà, e con un contesto di sete, di siccità, che rischia di diventare inarrestabile; e queste aree saranno inabitabili.
Un esempio è la siccità eccezionale che affligge l’Africa orientale e meridionale da diversi anni; sembra un anticipo di quanto accadrà, per via del cambiamento climatico, in quella parte di mondo, che comprende, più su, anche l’area del Mediterraneo, che vedrà ridursi in futuro le precipitazioni.

DISSALATORI nell’Area del Mediterraneo (da http://www.greenreport.it )“(…) Sono solo DUE I TIPI principali DI TRASFORMAZIONE DELL’ACQUA SALATA IN ACQUA FRESCA E BEVIBILE: la DESALINIZZAZIONE TERMICA e la DESALINIZZAZIONE “OSMOSI INVERSA” (RO). ENTRAMBI sono AD ALTA INTENSITÀ ENERGETICA. 1) La DESALINIZZAZIONE TERMICA funziona causando l’EVAPORAZIONE DELL’ACQUA, lasciando dietro il sale e altre impurità. 2) DESALINIZZAZIONE “OSMOSI INVERSA” (RO) lavora usando un PROCESSO DI FILTRAZIONE A PIÙ FASI che culmina nell’uso di pompe ad alta pressione per forzare l’acqua salata attraverso una membrana la cui maglia è così stretta che solo le molecole d’acqua possano passare, ma sale e altre impurità non possono.(…)” (Cristian Barucca, 9/8/2017, http://www.themarsicanbear.com/)

Ci sono poi, in questa situazione africana, casi eclatanti, non riferibili a povere comunità sub-sahariane (che sopravvivono con grande difficoltà alla mancanza d’acqua); casi di realtà urbane, metropolitane, dell’Africa meridionale, in pericolo di grave carestia d’acqua. Ci riferiamo a CITTÀ DEL CAPO, che sta per restare senz’acqua: la seconda più grande città del SUDAFRICA, se non pioverà, e molto, in queste settimane, già ai primi di maggio dovrà fermare l’erogazione idrica, già ora limitata a 50 litri al giorno per ognuno dei suoi 3,5 milioni di abitanti. Secondo i tecnici e le autorità sudafricane l’11 maggio è il “day zero”, cioè il giorno dei rubinetti chiusi a causa della siccità. Ma è un’ipotesi che, crediamo, i sudafricani sapranno scongiurare, ma l’emergenza c’è, resta. Un pericolo che ci si augura, questa metropoli supererà… Però è emblematica la situazione di fragilità che si verifica, e che lascia appese le speranze alla possibilità che “piova presto e tanto”, perché le riserve non ci sono più.

L’impianto di energia solare Noor Ouarzazate alimenterà l’impianto di dissalazione dell’acqua di mare ad Agadir (Marocco) – Nel 2030 il 47% DELLA POPOLAZIONE MONDIALE, secondo lo Stockholm International Water Institute, potrebbe avere PROBLEMI DI SCARSITÀ DI ACQUA. I GRANDI IMPIANTI DI DISSALAZIONE hanno però impatti ambientali e notevoli consumi energetici. Ma si sta pensando a nuove tecnologie alimentate anche a fonti rinnovabili (Alessandro Codegoni, QUALENERGIA.IT, 26/2/2018)

Del resto questa contesto non è solo africano: questa sensazione di “pericolo”, dei rubinetti senz’acqua, Roma lo ha vissuto nell’estate scorsa. E anche in molte (meno note e non al centro dell’attenzione mediatica) altri parti d’Italia: è accaduto, l’estate scorsa, nel momento in cui le riserve d’acqua nei bacini della penisola si sono dimezzate.

L’IMPIANTO DI DISSALAZIONE “SOREK” IN ISRALE: costruito dall’ISRAEL DESALINATION ENTERPRISES per il Governo Israeliano, terminato alla fine del 2013: trasforma, dall’acqua del mare, 627.000 metri cubi di acqua potabile al giorno – La dissalazione di acqua di mare potrebbe rappresentare una valida alternativa, come dimostra proprio IL CASO DI ISRAELE, che già produce dal mare il 20% della sua acqua potabile, ma bisogna assicurarsi che gli impianti e i processi siano realizzati nel rispetto degli ecosistemi naturali

Ma tornando là dove l’acqua è veramente scarsa, nelle zone aride della Terra, viene da pensare, e chiedere, che qualcosa bisogna fare per garantire questo primario bene per la vita di tutti. E così da più parti si prospetta la possibilità di estendere la creazione di GRANDI IMPIANTI DI DISSALAZIONE, che permettano di “riconvertire” ad uso potabile l’acqua salata del mare.

AFRICA SENZ’ACQUA – MENO DELL’1 PER CENTO della popolazione mondiale dipende dall’acqua marina desalinizzata. Ci sono circa 21.000 grandi impianti di dissalazione in esercizio; La maggior parte sono in Medio Oriente. (Cristian Barucca, 9/8/2017, http://www.themarsicanbear.com/)

Impianti che hanno però allo stato attuale un considerevole impatto ambientale, e notevoli consumi energetici. Ci riferiamo (per l’impatto marino) sullo scarico nel mare che viene fatto dei sali accumulati, “tolti” all’acqua; cioè lo SCARICO IN MARE DELLA SALAMOIA, residuo del processo di dissalazione: una soluzione ad alta concentrazione di sale, che può essere molto dannosa all’ambiente marino. E poi appunto l’altro aspetto ambientale legato alla desalinizzazione è quello dei suoi attuali alti consumi energetici: anche se, per questo, si sta pensando a nuove tecnologie alimentate da fonti rinnovabili.

DISPONIBILITA’ IDRICA NEL MONDO (mappa ripresa da http://www.greenreport.it) – Circa il 97,5 PER CENTO dei 1.385 MILIONI DI CHILOMETRI CUBICI DI ACQUA su terra è acqua marina salata. Il restante 2,5 PER CENTO È L’ACQUA DOLCE, Ma circa il 90 PER CENTO DI QUELL’ACQUA DOLCE È BLOCCATO NEI GHIACCIAI DELL’ANTARTIDE, Groenlandia o altri ghiacciai (Cristian Barucca, 9/8/2017, http://www.themarsicanbear.com/)

Se di necessità di minor energia (e rinnovabile) si può arrivare a fare, anche l’impatto dello scarico in mare del sale accumulato (semplificando qui il concetto…), per i tecnici questo può essere risolto con uno scarico meno concentrato e più diffuso, “largo”. Pertanto, oltre alle nuove tecnologie, capaci di ridurre il costo energetico utilizzando fonti di produzione energetica rinnovabili, ci sono realistiche ipotesi in grado di risolvere il “ritorno in mare” di forti quantità di sale “estratto” in modo da non rovinare l’equilibrio marino…
Questo per dire che un grande sviluppo per le terre aride della tecnologia dei DISSALATORI che rendono “buona “ l’acqua del mare, potrebbe essere un PROGETTO GLOBALE dove tutti (istituzioni e volontari) avrebbero posto.

LIPARI: IL RINNOVATO (NEL 2015) DISSALATORE – DISSALATORE DELL’ISOLA DI LIPARI, il più grande d’Italia: QUALCHE PROBLEMA AMBIENTALE. CI SI RIFERISCE ALLO SCARICO IN MARE DELLA SALAMOIA, residuo del processo di dissalazione: una soluzione ad alta concentrazione di sale, che può essere molto dannosa

E, nel recupero di acqua potabile, tutto questo appare evidente che, geograficamente, le strade sono due: per chi (come noi) vive in ambienti ricchi di piovosità ma spreca troppo (con un eccessivo inutile consumo, con reti idriche che perdono spesso la metà dell’acqua…), più che di dissalatori, bisogna pensare a essere più parsimoniosi nell’uso dell’acqua: ad essere di fatto più virtuosi nell’utilizzo di questa prezioso bene comune. E prevedere modi di trattenimento dell’acqua piovana; pensare di separare nella costruzione o ristrutturazione delle abitazioni, l’acqua potabile per l’alimentazione, dall’acqua per altri usi (per dire: lo sciacquone del bagno impegna 6 litri d’acqua potabile a ogni utilizzo).

IMPIANTO DI DESALINIZZAZIONE BECKTON (Inghilterra) -Filtri di pressione che comprendono parte di un impianto di desalinizzazione a Beckton, in Inghilterra. Questo impianto di osmosi inversa trasforma acqua mista del fiume e delle maree dal TAMIGI in acqua potabile, ad un tasso di 150.000 m3 al giorno

E che invece LA DISSALAZIONE IMPEGNI PROGETTI RIVOLTI A PAESI CLIMATICAMENTE E GEOMORFOLOGICAMENTE IN DIFFICOLTÀ, zone aride o semi-aride, PAESI che vogliamo che escano da questa condizione di “non diritto” di ciascuna persona ad avere un bene primario di vita. Avviare così un grande progetto (mondiale) per creare tecnologie di desalinizzazione in ogni luogo dove l’acqua (e la sua mancanza) è un vero problema.

Nella foto la città di AGADIR (in Marocco) – “(…) Mentre l’impianto di AGADIR (MAROCCO) capterà l’acqua di mare dall’oceano e la trasformerà in acqua dolce, “solo la metà degli impianti di dissalazione al mondo lo fa”. Il resto prende l’acqua da altre fonti impure, come l’acqua salmastra o l’acqua di fiume inquinata (…)”. (Cristian Barucca, 9/8/2017, http://www.themarsicanbear.com/)

Non è quello che quotidianamente prospettiamo: cioè lo sviluppo e la fine della precarietà per paesi e comunità che vivono in zone aride, che hanno bisogno di una vita dignitosa e autosufficiente con le risorse necessarie al loro mantenimento?
La prospettiva di un grande piano (svolto da tutti, micro e macro organismi di volontariato o istituzionale), concentrato SULL’ACQUA e l’utilizzo delle ACQUE MARINE per la loro trasformazione in ACQUA DA BERE, attraverso micro e macro IMPIANTI DI DESALINIZZAZIONE… Non potrebbe essere un progetto da iniziare, da crederci concretamente? (s.m.)

ANCORA SULLA CRITICA SITUAZIONE DI SICCITA’ IN SUDAFRICA… – In media, OGNI ESSERE UMANO UTILIZZA DIRETTAMENTE o INDIRETTAMENTE 3,8 METRI CUBI D’ACQUA OGNI GIORNO, quando viene tenuto conto di tutto, dal LAVARSI e SERVIZI IGIENICI, al BERE e ALIMENTAZIONE in genere, e indirettamente attraverso l’AGRICOLTURA, e l’USO dell’ACQUA INDUSTRIALE

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DISSALARE L’ACQUA MARINA IN MODO SOSTENIBILE: TECNOLOGIE E FONTI ENERGETICHE
di Alessandro Codegoni, da QUALENERGIA.IT del 26/2/2018 (http://www.qualenergia.it/)
– Già nel 2030 il 47% della popolazione mondiale potrebbe avere problemi di scarsità di acqua. I grandi impianti di dissalazione hanno però impatti ambientali e notevoli consumi energetici. Ma si sta pensando a nuove tecnologie alimentate anche a fonti rinnovabili-

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