DEMOGRAFIA che cambia: l’impetuosa mobilità globale mette in crisi dati e casualità dei suoi parametri (natalità, mortalità…) – L’IMMIGRAZIONE verso i Paesi del Nord del mondo, l’EMIGRAZIONE dai Paesi ricchi (l’Italia, in declino), chiede una DEMOGRAFIA utile a un governo mondiale di pace e sviluppo di tutti

SONO OLTRE 244 MILIONI: LE PERSONE NEL MONDO CHE VIVONO IN UN PAESE DIVERSO RISPETTO A QUELLO DI NASCITA (SU UNA POPOLAZIONE DI OLTRE 7 MILIARDI DI PERSONE) – Dal Duemila a oggi un incremento del 41% - A rivelarlo è l'ultimo INTERNATIONAL MIGRATION REPORT delle NAZIONI UNITE, che analizza destinazioni, provenienza, concentrazioni dei soggetti migrati all'estero” (Iimmagine tratta da www.cartadiroma.org/)
SONO OLTRE 244 MILIONI: LE PERSONE NEL MONDO CHE VIVONO IN UN PAESE DIVERSO RISPETTO A QUELLO DI NASCITA (SU UNA POPOLAZIONE DI OLTRE 7 MILIARDI DI PERSONE) – Dal Duemila a oggi un incremento del 41% – A rivelarlo è l’ultimo INTERNATIONAL MIGRATION REPORT delle NAZIONI UNITE, che analizza destinazioni, provenienza, concentrazioni dei soggetti migrati all’estero” (Iimmagine tratta da http://www.cartadiroma.org/)

   La popolazione europea è in declino, ma in modo diversificato da paese a paese. Più colpiti sono i paesi grandi e con poco sostegno alla natalità (come l’Italia). E una popolazione in declino viene vissuta anche come fenomeno di declino culturale, economico, politico, di gioia di vivere… a una mancanza di entusiasmo per il presente e ancor di più per il futuro.

   Pertanto è una cosa estremamente seria. Parlando della scienza demografica, della DEMOGRAFIA (più nati, meno nati…la mortalità…), si capisce come oramai questa scienza sociale abbia cambiato i suoi parametri, almeno nel contesto della realtà di questi tempi.

LA PIRAMIDE DEMOGRAFICA, utilizzata in STATISTICA, è una RAPPRESENTAZIONE GRAFICA DELLA POPOLAZIONE PER CLASSE D’ETÀ CHE DESCRIVE L’ANDAMENTO DEMOGRAFICO, generalmente distinguendo tra maschi e femmine. Sull’asse verticale vengono raffigurate le CLASSI DI ETÀ, mentre in ascissa – l’asse orizzontale – viene rappresentata la NUMEROSITÀ DELLA POPOLAZIONE DELLA CLASSE DI ETÀ in questione. (…) Una piramide larga alla base e stretta sulla cima rappresenta una popolazione in crescita, con un elevato potenziale di forza lavoro per il futuro. Viceversa una piramide più corposa nella parte superiore è la raffigurazione di un paese in declino demografico e con probabili problemi di spesa previdenziale
LA PIRAMIDE DEMOGRAFICA, utilizzata in STATISTICA, è una RAPPRESENTAZIONE GRAFICA DELLA POPOLAZIONE PER CLASSE D’ETÀ CHE DESCRIVE L’ANDAMENTO DEMOGRAFICO, generalmente distinguendo tra maschi e femmine. Sull’asse verticale vengono raffigurate le CLASSI DI ETÀ, mentre in ascissa – l’asse orizzontale – viene rappresentata la NUMEROSITÀ DELLA POPOLAZIONE DELLA CLASSE DI ETÀ in questione. (…) Una piramide larga alla base e stretta sulla cima rappresenta una popolazione in crescita, con un elevato potenziale di forza lavoro per il futuro. Viceversa una piramide più corposa nella parte superiore è la raffigurazione di un paese in declino demografico e con probabili problemi di spesa previdenziale

   A determinare la crescita e la diminuzione della popolazione non sono più la correlazione di dati come una volta erano la natalità e mortalità, la riproduttività, la sopravvivenza (cose legate al miglioramento delle condizioni di vita, sanitarie, economiche, della popolazione), bensì i fattori globali, in primis gli IMMIGRATI che arrivano (in “entrata” pertanto), e dall’altra un ben minore ma lo stesso consistente (e da considerare) fenomeno di GIOVANI CHE SE NE VANNO DAL LORO PAESE (questo in particolare da noi in Italia), che emigrano, cioè un fenomeno “in uscita”.

POPOLAZIONE ITALIA - DATI ISTAT DEL 2015
POPOLAZIONE ITALIA – DATI ISTAT DEL 2015

   Il trend demografico del prossimo futuro mai come adesso può essere stabilito da scelte politiche: se i politici le sapranno fare, le scelte: cioè decidere se incentivare l’immigrazione “usandola” come motivo di aumento dei consumi e così di ripresa dello sviluppo, oppure creare sviluppo e/o pace nei paesi di origine dei flussi migratori (cosicché da disincentivare le partenze); oppure combatterla (l’immigrazione) fortemente optando per una società “chiusa” e convinta che solo così ci sarà ricchezza e servizi a sufficienza nel futuro per la propria limitata popolazione.

DENSITA DELLA POPOLAZIONE MONDIALE NELLE VARIE AREE GEOGRAFICHE
DENSITA DELLA POPOLAZIONE MONDIALE NELLE VARIE AREE GEOGRAFICHE

   Pertanto, quello che tentiamo di dire qui, è che lo studio della demografia in passato (anche in tempi recenti: mettiamo come data il 1990, cioè l’anno dopo la caduta della divisione del mondo in est e ovest e l’inizio del fenomeno migratorio nord-sud e est-ovest), la demografia fino a più o meno venticinque anni fa era data da un trend di popolazione che cresceva in modo assoluto in alcuni paesi poveri e declinava già nei paesi ricchi. Ma era un trend “conoscibile” da fenomeni sociologici “storici”: i paesi poveri dove le famiglie decidono di fare molti figli, oppure in quelli ricchi le donne che si emancipavano e facevano meno figli, le coppie meglio consapevoli nel mettere al mondo nuovi nati, le guerre che facevano cadere l’aumento di popolazione, le possibili epidemie o carestie; oppure più recentemente fenomeni “sanitari” (i progressi della medicina, dei servizi di igiene pubblica, l’igiene personale che ha incentivato la salute…)…. Fino ad allora la scienza demografica si confrontava così con il rapporto tra natalità e mortalità, riproduttività, sopravvivenza, adesso l’interesse demografico è concentrato necessariamente sulla MOBILITA’ DELLE PERSONE nel contesto mondiale, planetario.

   Ecco, ora natalità e mortalità assumono una rilevanza meno prioritaria, meno importante. Ora il vero standard che incide nello studio della scienza demografica, è il fenomeno tanto evocato e temuto decine di anni fa (ma senza darci in definitiva molto peso, grande importanza, solo un esercizio dialettico di retorica…), cioè del SUD DEL MONDO che, accortosi attraverso l’informazione globale che al nord come individuo, come popolo, come “propria famiglia” si sta molto meglio (nelle condizioni della quotidianità) che nella povertà e miseria del proprio ambiente di vita, e allora si decide di partire “per il Nord”.

piramide demografico come grafico per età e stati civile, nel 2015 in Italia (tratto da www.tuttitalia.it/)
piramide demografico come grafico per età e stato civile, nel 2015 in Italia (tratto da http://www.tuttitalia.it/)

   E adesso, con le crisi di guerra che ci sono nel Medio Oriente e in Africa, le difficoltà gravi economiche di molti Paesi dell’America Latina, con il FENOMENO AMBIENTALE che sempre più si fa sentire nei paesi più a rischio (inquinamento, aumento delle temperature, siccità, estendersi della desertificazione…), la partenza per luoghi (il Nord Europa, il Nord America) simbolo di ricchezza e prosperità, è ancor di più incentivata (si parte “costi quel che costi”…).

   Pertanto il FENOMENO DEMOGRAFICO adesso è tutto qui: nell’immigrazione che non si arresta; nelle risposte che i popoli interessati all’arrivo di nuove persone (profughi di guerra o di miseria… ma anche probabilmente giovani non più disposti a restare in Paesi dove la vita non è entusiasmante e c’è il desiderio di vedere altre terre, altri luoghi…), ebbene a tutto questo la demografia è costretta ad interrogarsi e provare a dare risposte, pur partendo dalla lucida e scientifica “natura del fenomeno” di sviluppo o declino di una popolazione in un determinato luogo.

E' l'AFRICA il continente che cresce di più (in alcune aree si supera il 3%), e con queste proiezioni si prevede che nel 2100 L'AFRICA CONTERÀ 3,9 MILIARDI DI INDIVIDUI (adesso sono circa 1 miliardo), quando appunto la popolazione mondiale è previsto sia intorno ai 10 miliardi. Un terzo abbondante dell'umanità nel 2100 vivrà in Africa. Attualmente l’Africa è il continente più giovane: la maggior parte della popolazione non è neanche maggiorenne… l’età media si aggira in tutto il continente tra i 16 e i 28 anni e nei cinque paesi più giovani si aggira intorno ai 15
E’ l’AFRICA il continente che cresce di più (in alcune aree si supera il 3%), e con queste proiezioni si prevede che nel 2100 L’AFRICA CONTERÀ 3,9 MILIARDI DI INDIVIDUI (adesso sono circa 1 miliardo), quando appunto la popolazione mondiale è previsto sia intorno ai 10 miliardi. Un terzo abbondante dell’umanità nel 2100 vivrà in Africa. Attualmente l’Africa è il continente più giovane: la maggior parte della popolazione non è neanche maggiorenne… l’età media si aggira in tutto il continente tra i 16 e i 28 anni e nei cinque paesi più giovani si aggira intorno ai 15

   L’orizzonte demografico europeo (per restare a noi) dipende, dunque, dai ritmi d’immigrazione: una variabile impossibile (ora) da prevedere nella sua futura dimensione, proprio perché legata a fenomeni globali (ad esempio guerre e terrorismo, come accade ora in Siria, Libia e tanti altri Paesi del Sud e del Medio Oriente, e dall’altra, alle ancora non del tutto prevedibili decisione e scelte nelle politiche adottate dai vari paesi di possibile accoglienza, di destinazione dei migranti…).

   Su questo si inserisce l’analisi del declino (tutto interno, “autoctono”) della popolazione europea e in particolare di alcuni Paesi a dimensione di popolazione considerevole (come il caso nostro italiano, ma anche di Germania, Polonia, Spagna…. all’est, considerando la Russia europea, il fenomeno è ancora più grave…).

GIAPPONE: COSÌ LA DEMOGRAFIA CONDANNA A MORTE UNA SOCIETÀ – “Nuovi studi dicono che IL GIAPPONE È DESTINATO A PASSARE DAGLI ATTUALI 126 MILIONI A 86 MILIONI NEL GIRO DI CINQUANT’ANNI, quando diventerà la più vecchia società che l’umanità abbia mai conosciuto. Il Giappone è anche il primo grande paese sviluppato a mostrarci cosa accade a UNA SOCIETÀ CHE SCOMPARE PER SCELTA, ATTRAVERSO TASSI DEMOGRAFICI SENZA PRECEDENTI NELLA STORIA DEL GENERE UMANO. Nessuno studioso è ancora riuscito a decifrare il mistero di un grande e ricchissimo paese, libero e prospero, che non ha conosciuto conflitti interni ed esterni per settant’anni, e che sceglie il suicidio collettivo e l’estinzione. Il Giappone, infatti, ha anche il record mondiale di suicidi fra i paesi sviluppati. La chiamano “spirale della morte”. La bassa fertilità è una trappola e ci vogliono decenni per uscirne, se mai un paese riuscisse a invertire la terribile tendenza. IL GIAPPONE VIENE PRIMA DI GERMANIA, SPAGNA, GRECIA, RUSSIA E ITALIA, gli altri grandi paesi occidentali con tassi demografici simili. Le culle sono vuote.” (Giulio Meotti, dal FOGLIO QUOTIDIANO del 11/2/2016)
GIAPPONE: COSÌ LA DEMOGRAFIA CONDANNA A MORTE UNA SOCIETÀ – “Nuovi studi dicono che IL GIAPPONE È DESTINATO A PASSARE DAGLI ATTUALI 126 MILIONI A 86 MILIONI NEL GIRO DI CINQUANT’ANNI, quando diventerà la più vecchia società che l’umanità abbia mai conosciuto. Il Giappone è anche il primo grande paese sviluppato a mostrarci cosa accade a UNA SOCIETÀ CHE SCOMPARE PER SCELTA, ATTRAVERSO TASSI DEMOGRAFICI SENZA PRECEDENTI NELLA STORIA DEL GENERE UMANO. Nessuno studioso è ancora riuscito a decifrare il mistero di un grande e ricchissimo paese, libero e prospero, che non ha conosciuto conflitti interni ed esterni per settant’anni, e che sceglie il suicidio collettivo e l’estinzione. Il Giappone, infatti, ha anche il record mondiale di suicidi fra i paesi sviluppati. La chiamano “spirale della morte”. La bassa fertilità è una trappola e ci vogliono decenni per uscirne, se mai un paese riuscisse a invertire la terribile tendenza. IL GIAPPONE VIENE PRIMA DI GERMANIA, SPAGNA, GRECIA, RUSSIA E ITALIA, gli altri grandi paesi occidentali con tassi demografici simili. Le culle sono vuote.” (Giulio Meotti, dal FOGLIO QUOTIDIANO del 11/2/2016)

   E le culle vuote di bambini nati da coppie italiche è certo un qualcosa su cui domandarsi perché accade e cosa fare per rimediare ad esso. Quest’ultimo è l’aspetto tradizionale della demografia su cui, nell’epoca globale di sommovimenti (miseria, guerre, cambiamenti climatici) c’è poco tempo per soffermarsi (ma si dovrebbe farlo di più… in questo post ci proviamo un po’). (s.m.)

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DENSITA' DELLA POPOLAZIONE ITALIANA IN AREE PROVINCIALI
DENSITA’ DELLA POPOLAZIONE ITALIANA IN AREE PROVINCIALI

DEMOGRAFIA È DESTINO

di Massimo Livi Bacci, da LIMES, 1/4/2016

– Le proiezioni danno la popolazione europea in declino, ma in modo difforme. Più colpiti saranno i paesi grandi e con poco sostegno alla natalità, come l’Italia. Gli effetti sociali ed economici. I rischi geopolitici. L’immigrazione come antidoto alla senescenza. – 

   Quasi ottant’anni fa, in un famoso discorso tenuto alla Eugenics Society, John Maynard Keynes affermò: «Una popolazione crescente ha un’importante influenza sulla domanda di capitale. Non solo la domanda di capitale aumenta – al netto del progresso tecnico e del miglioramento delle condizioni di vita – in approssimativa proporzione alla popolazione. Ma poiché le aspettative degli imprenditori si fondano più sulla situazione attuale che su quella futura, un’èra di popolazione crescente tende a promuovere l’ottimismo, dato che la domanda tenderà a superare le aspettative, piuttosto che deluderle».

   In un’èra di popolazione declinante, aggiungeva Keynes, avviene invece il contrario: Continua a leggere

BREXIT: Il REGNO UNITO SE NE VA DALL’UNIONE EUROPEA? – il 23 giugno il REFERENDUM contro o pro Europa – Un fatto che interessa tutti – Il REGNO UNITO specchio delle trasformazioni dell’epoca: tra CHIUSURE XENOFOBE e APERTURE MULTICULTURALI (l’elezione di un sindaco musulmano a Londra)

IL PROSSIMO 23 GIUGNO SI TERRÀ NEL REGNO UNITO UN IMPORTANTE REFERENDUM per decidere se il paese debba rimanere nell’Unione Europea o lasciarla, tema che è stato chiamato “BREXIT” (“BRITAIN EXIT”): e questo nome sarà sempre più presente nelle cronache e nei dibattiti da qui ad allora. La votazione è molto attesa perché potrebbe condizionare non solo il futuro del Regno Unito ma anche quello dell’intera Unione Europea e i suoi rapporti diplomatici internazionali
IL PROSSIMO 23 GIUGNO SI TERRÀ NEL REGNO UNITO UN IMPORTANTE REFERENDUM per decidere se il paese debba rimanere nell’Unione Europea o lasciarla, tema che è stato chiamato “BREXIT” (“BRITAIN EXIT”): e questo nome sarà sempre più presente nelle cronache e nei dibattiti da qui ad allora. La votazione è molto attesa perché potrebbe condizionare non solo il futuro del Regno Unito ma anche quello dell’intera Unione Europea e i suoi rapporti diplomatici internazionali

   Con il termine BREXIT (“Britain exit”) si indica la possibile uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. E potrebbe concretamente accadere il prossimo 23 giugno (di giovedì) con il referendum indetto dal governo britannico, promesso agli elettori dal primo ministro David Cameron. Se i cittadini della Gran Bretagna dicono “sì” all’uscita dalla UE, questo andrebbe a sancire una chiusura definitiva di Inghilterra, Scozia, Galles, Irlanda del Nord, verso un’istituzione (la UE) mai troppo amata oltre Manica (con delle differenziazioni: gli scozzesi, in minoranza numerica, sono dichiaratamente filo-europei; gli inglesi, maggioritari come popolazione, molto poco europei).

Il REGNO UNITO è una CONFEDERAZIONE DI 4 STATI: INGHILTERRA (con capitale Londra), SCOZIA (con capitale Edimburgo), GALLES (con capitale Cardiff) ed IRLANDA DEL NORD (con capitale Belfast). La possiamo definire come UN’UNIONE DI 4 NAZIONI CHE CONDIVIDONO LO STESSO CAPO DI STATO (LA REGINA DEL REGNO UNITO), LO STESSO PRIMO MINISTRO (ATTUALMENTE DAVID CAMERON) e lo stesso sistema economico (e con esso la sterlina). La Scozia, il Galles e l’Irlanda del Nord hanno dei propri ministri, vale a dire, hanno un proprio parlamento oltre al Parlamento e al Primo Ministro del Regno Unito. L’Inghilterra invece possiede solo questi ultimi. E’ IL “REGNO UNITO” CHE VA AL REFERENDUM IL 23 GIUGNO PER CONTINUARE A STARE O USCIRE DALL’UNIONE EUROPEA
Il REGNO UNITO è una CONFEDERAZIONE DI 4 STATI: INGHILTERRA (con capitale Londra), SCOZIA (con capitale Edimburgo), GALLES (con capitale Cardiff) ed IRLANDA DEL NORD (con capitale Belfast). La possiamo definire come UN’UNIONE DI 4 NAZIONI CHE CONDIVIDONO LO STESSO CAPO DI STATO (LA REGINA DEL REGNO UNITO), LO STESSO PRIMO MINISTRO (ATTUALMENTE DAVID CAMERON) e lo stesso sistema economico (e con esso la sterlina). La Scozia, il Galles e l’Irlanda del Nord hanno dei propri ministri, vale a dire, hanno un proprio parlamento oltre al Parlamento e al Primo Ministro del Regno Unito. L’Inghilterra invece possiede solo questi ultimi. E’ IL “REGNO UNITO” CHE VA AL REFERENDUM IL 23 GIUGNO PER CONTINUARE A STARE O USCIRE DALL’UNIONE EUROPEA

   Un contesto paradossale accadrebbe (con l’uscita dalla UE del Regno Unito): nelle istituzioni europee si parlerebbe come principale lingua ufficiale l’inglese, cioè la lingua di uno Stato che non ne fa parte. E non è cosa da poco.

   Conseguenze di non facile soluzione il Regno Unito dovrebbe affrontare con la decisione: è sicuro che molti gruppi (finanziari, economici, multinazionali, personale immigrato qualificato che si è trasferito lì…) probabilmente lasceranno il Paese per andare in qualche Stato “più aperto” dove poter svolgere il proprio lavoro, la propria mission (come si dice), i propri affari e attività.

united kingdom da www_trucchilondra_com

   Ma anche l’Unione Europea non andrebbe bene con questo divorzio: si teme infatti che il “progetto Europa” possa alla fine deflagrare, schiacciato pure da veti incrociati, da una mancanza di politica e di un disegno comune.

   E’ per questo che l’Unione Europea, pur di non perdere la Gran Bretagna, ha concesso, il 20 febbraio, buona parte delle richieste formulate dal primo ministro Cameron per attenuare i malumori inglesi del far parte, e assumere degli obblighi, di un’istituzione tra Stati che non è mai stata sentita granché, positivamente, oltre Manica.

Da mesi comitati e partiti britannici fanno campagna a favore o contro l’uscita dall’UE ed è previsto che nelle prossime settimane il confronto si faccia più intenso, con il primo ministro conservatore DAVID CAMERON impegnato a convincere la popolazione a votare contro l’uscita
Da mesi comitati e partiti britannici fanno campagna a favore o contro l’uscita dall’UE ed è previsto che nelle prossime settimane il confronto si faccia più intenso, con il primo ministro conservatore DAVID CAMERON impegnato a convincere la popolazione a votare contro l’uscita

   Le concessioni agli inglesi hanno fatto sì che il primo ministro Cameron si è schierato pubblicamente (e sta facendo campagna elettorale) per la permanenza del suo Paese nella UE (ora è un convinto sostenitore della necessità di rimanere).

   E’ forse importante ricordare cosa sono le principali “concessioni” della UE:

-che i SUSSIDI FAMIGLIARI alle famiglie degli immigrati nei paesi di origine, siano equiparati non come quelli erogati nel Regno Unito, ma siano RAPPORTATI AL COSTO DELLA VITA DEL PAESE dove essi abitano;

-che il Regno Unito non sarà obbligato MAI ADERIRE ALLA MONETA UNICA, L’EURO, e che per questo NON SUBIRÀ DISCRIMINAZIONI nella politica europea;

-che il denaro messo dal Regno Unito nei fondi per salvare gli Stati in difficoltà economiche dovrà essere rimborsato, se utilizzato;

-che il Regno Unito avrà una sua politica estera autonoma;

-che i migranti che vengono accolti nel Paese per lavoro accederanno solo gradualmente ai sussidi che hanno i cittadini inglesi, per ridurre il loro impatto sui conti pubblici.

   Pertanto Cameron ha ottenuto quell’ “autonomia” di cui la Gran Bretagna sente ancora di poter vantare, di poter aver bisogno, convinta ancora che il suo interesse allo sviluppo, non possa essere solo legato al progetto europeo. Ma nelle cose fin qui dette sulle “concessioni” della UE, merita capire l’aspetto storico del rapporto che la Gran Bretagna (l’Inghilterra in particolare) ha avuto con gli immigrati, con etnie diverse dalla sua originaria.

la SCHEDA ELETTORALE BREXIT: sì o no all'Europa
la SCHEDA ELETTORALE BREXIT: sì o no all’Europa

   In Inghilterra in particolare (più che in Scozia, Galles, Irlanda del nord), a Londra nello specifico, chi ci andava, oltre a trovare lavoro poteva godere del welfare inglese: sussidi di disoccupazione, sanità, contributi per i propri famigliari…. E ora la crisi e il cambiamento economico epocale arrivato con la globalizzazione, irrigidisce ogni “apertura sociale” (e forse anche degli immigrati, che da sempre fanno in Inghilterra i lavori che nessun inglese vuole fare, di questi immigrati non si ha più bisogno, con la disoccupazione latente); e questo irrigidimento chiude ancor di più “l’isola geografica” del Regno Unito, bloccando immigrati a Calais in Francia nella rotta per Dover, e da qualunque parte essi provengano. Perché il welfare inglese non può essere quello di prima.

   Ma anche da qui si percepiscono le contraddizioni di un grande Paese difficile da giudicare in un’unica direzione. Chiusura agli immigrati che vogliono entrare, ma Paese che, adesso, può vantare di avere il sindaco della sua maggiore città (tra le più grandi e vivibili metropoli del mondo), Londra, un nuovo sindaco (da pochi giorni) di origine pachistane, un sindaco musulmano. SADIQ KHAN, cresciuto fin da bambino in una casa popolare londinese, con un papà autista di bus emigrato da Karachi.

Per la prima volta nella sua storia, LONDRA HA UN SINDACO MUSULMANO: SADIQ KHAN, londinese di origini pachistane, ha sconfitto in un colpo solo il rivale Zac Goldsmith e i sospetti, adombrati in maniera dubbia dai conservatori, di essere legato al terrorismo islamico. Khan ha coronato la sua «success story»: cresciuto in una casa popolare con un papà autista di bus emigrato da Karachi, è diventato primo cittadino della città più grande d’Europa. E’ stato eletto con il 57% dei voti (alle elezioni tenutesi giovedì 5 maggio). Ha ottenuto 1.310.143 voti, contro le 994.614 preferenze andate al suo avversario
Per la prima volta nella sua storia, LONDRA HA UN SINDACO MUSULMANO: SADIQ KHAN, londinese di origini pachistane, ha sconfitto in un colpo solo il rivale Zac Goldsmith e i sospetti, adombrati in maniera dubbia dai conservatori, di essere legato al terrorismo islamico. Khan ha coronato la sua «success story»: cresciuto in una casa popolare con un papà autista di bus emigrato da Karachi, è diventato primo cittadino della città più grande d’Europa. E’ stato eletto con il 57% dei voti (alle elezioni tenutesi giovedì 5 maggio). Ha ottenuto 1.310.143 voti, contro le 994.614 preferenze andate al suo avversario

   La comunità pachistana, molto numerosa nella metropoli londinese, trova un suo riconoscimento, che non viene solo dal suo interno: per Sadiq Khan hanno votato un milione trecentodiecimila londinesi…. (un sindaco “legittimato” dal 57% degli elettori, così in grado di parlare a tutti, ricchi e poveri, etnie diverse londinesi “doc” e non…. ); e una città come Londra cosmopolita ha bisogno di un sindaco così. Pertanto è da essere un po’ cauti nel considerare il Regno Unito come un luogo che tende ad isolarsi dal resto del mondo (dall’Europa, col referendum del 23 giugno). …

   A proposito ancora del nuovo sindaco di Londra, ci sono in questo fatto tante cose straordinarie: proveniente da una famiglia di immigrati (lui, di seconda generazione, cresciuto a Londra); di religione diversa da quella anglicana (è musulmano); proveniente dai ceti popolari (e non come quasi sempre accade da famiglie ricche o medio-ricche dove ci sono più opportunità per i figli) (per dire: in Inghilterra, anche se eri povero ma bravo e Ti impegnavi, potevi crescere socialmente, diventare importante).

   Pertanto la volontà isolazionista rispetto all’Europa del Regno Unito (specie dell’Inghilterra, molto meno dell’Irlanda del nord e Galles, per niente della Scozia filo-europeista) è data da fattori contrastanti: un’isola “chiusa” ma costituita di multiculturalismo etnico da sempre, originato dall’ex impero coloniale o da altri fattori di attrazione (economica, culturale…) di quel Paese. Il Regno Unito (in particolare l’Inghilterra, gli inglesi), non credono molto al progetto di Europa unita, e specie di questi tempi, di mediocrità nella politica comune europea, non li si può dare torto.

   Ma certo gli inglesi si rendono conto che il solo rapporto con le nazioni sorte dalle loro ex colonie (l’area geografica del Commonwealth… già la derivazione del nome implicava il progetto politico ed economico… Commonwealth significa“comune benessere”…) non potrà bastare nell’era globale a essere competitivi nel mondo fatto di grandi aree geografiche omogenee di influenza (la Cina, gli Stati Uniti, la Russia, altre che si stanno formando…).

   Quel che accadrà nel referendum del 23 giugno prossimo nel Regno Unito sarà così molto importante per segnare quale potrà essere il destino di quel popolo. Ma ovviamente sarà fondamentale per tutti i Paesi dell’Unione Europea: perdere la Gran Bretagna significa rivedere, rimettere in discussione tutti i parametri politici di azione e di sviluppo dell’integrazione europea nei prossimi anni.

La pericolosa estate dell’EUROPA, tra il rischio di uscita della Gran Bretagna, il pericolo terrorista ai campionati di calcio in Francia, Spagna e Italia al voto, e quasi tutti gli Stati con movimenti nazionalisti e xenofobi in forte crescita
La pericolosa estate dell’EUROPA, tra il rischio di uscita della Gran Bretagna, il pericolo terrorista ai campionati di calcio in Francia, Spagna e Italia al voto, e quasi tutti gli Stati con movimenti nazionalisti e xenofobi in forte crescita

   Fa specie che, pertanto, i mesi di maggio e giugno del 2016 segnino avvenimenti così storicamente importanti per la sopravvivenza e speranza di superamento delle difficoltà della UE: ci sono pure le elezioni spagnole sulla linea dell’indipendentismo che potrà vincere, i campionati di calcio in Francia con la paura del terrorismo, paesi che tornano ad essere in crisi, come la Grecia… il fenomeno immigrati dal Sud del mondo con guerre e povertà, nuove rotte che si vanno creando, vecchie – come quella sul Mediterraneo attraverso l’Italia – che si ritroveranno, e i muri che tanti Paesi europei vogliono erigere.

ROBERT SCHUMAN - IL 9 MAGGIO 1950 ROBERT SCHUMANN, ministro degli Esteri francese, rilanciando il piano di Jean Monnet, CREAVA CON ADENAUER E DE GASPERI IL PRIMO EMBRIONE DELLA COMUNITÀ, proponendo di mettere in comune quel CARBONE e quell’ACCIAIO uno fra i motivi per cui fino a cinque anni prima la Germania di Hitler aveva scatenato un conflitto mondiale di milioni di vittime e sofferenze
ROBERT SCHUMAN – IL 9 MAGGIO 1950 ROBERT SCHUMANN, ministro degli Esteri francese, rilanciando il piano di Jean Monnet, CREAVA CON ADENAUER E DE GASPERI IL PRIMO EMBRIONE DELLA COMUNITÀ, proponendo di mettere in comune quel CARBONE e quell’ACCIAIO uno fra i motivi per cui fino a cinque anni prima la Germania di Hitler aveva scatenato un conflitto mondiale di milioni di vittime e sofferenze

   E, a proposito del mese di maggio, molti ricordano il 9 maggio 1950, (66 anni fa) data storica per l’integrazione europea. In quella data c’è stata la cosiddetta DICHIARAZIONE SCHUMAN: il discorso tenuto a Parigi da Robert Schuman, allora Ministro degli Esteri del governo francese, che viene considerato il primo discorso politico ufficiale in cui compare il concetto di Europa come unione economica e, in prospettiva, politica tra i vari Stati europei e rappresenta l’inizio del processo d’integrazione europea. Speriamo che quel messaggio di inizio sia un modo per segnare UN NUOVO INIZIO di mettersi assieme per gli stati europei (compreso il Regno Unito). (s.m.)

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Che cos’è “Brexit” e cosa succede nel Regno Unito

IL 23 GIUGNO IN GRAN BRETAGNA SI VOTERÀ SULLA PERMANENZA NELL’UNIONE EUROPEA. IL DIBATTITO DIVENTA SEMPRE PIÙ INTENSO, E L’EUROPA PIÙ PREOCCUPATA

da www.ilpost.it/, 22/4/2016

   Il prossimo 23 giugno si terrà nel Regno Unito un importante referendum per decidere se il paese debba rimanere nell’Unione Europea o lasciarla, tema che è stato chiamato “Brexit” (“Britain exit”): e questo nome sarà sempre più presente nelle cronache e nei dibattiti da qui ad allora. La votazione è molto attesa perché potrebbe condizionare non solo il futuro del Regno Unito ma anche quello dell’intera Unione e i suoi rapporti diplomatici internazionali.

   Da mesi comitati e partiti britannici fanno campagna a favore o contro l’uscita dall’UE ed è previsto che nelle prossime settimane il confronto si faccia più intenso, con il primo ministro conservatore David Cameron impegnato a convincere la popolazione a votare contro l’uscita. (…..)

Perché si fa un referendum Continua a leggere

La geografia europea delle FRONTIERE CHE VENGONO CHIUSE: l’avverarsi della CHIUSURA DEL BRENNERO da parte dell’Austria – La fine di ogni convinta POLITICA DI UNIONE MEDITERRANEA, nell’inarrestabile flusso di popoli verso nord spinti da guerre, povertà ed espansione demografica

I PASSI DI CONFINE E COMUNICAZIONE TRA AUSTRIA E ITALIA
I PASSI DI CONFINE E COMUNICAZIONE TRA AUSTRIA E ITALIA (carta ripresa da LIMES)

   I primi controlli alla frontiera sono stati introdotti in molti Paesi europei a metà settembre dello scorso anno, in conseguenza dell’arrivo massiccio di richiedenti asilo: è lì che si è incominciato a temere il flusso dei migranti che passavano lungo la cosiddetta rotta balcanica. E in quel momento la situazione assai difficile, di decine di migliaia di persone bloccate chissà dove, è stata risolta dalla coraggiosa decisione tedesca (della cancelliera Merkel) di far entrare in Germania i migranti, di accoglierli.

L’Austria ha iniziato al valico del BRENNERO i lavori per la costruzione di una barriera per limitare, se necessario, l’accesso ai migranti provenienti dall’Italia
L’Austria ha iniziato al valico del BRENNERO i lavori per la costruzione di una barriera per limitare, se necessario, l’accesso ai migranti provenienti dall’Italia

   Ma nei mesi qui appena passati, nelle scorse settimane, adeguandosi al malessere dei governi degli stati europei di centro-nord allertati dall’aumento del consenso popolare per i partiti xenofobi e anti-immigrati (cioè è la popolazione europea che teme “l’invasione”…), in questo contesto la chiusura di quella rotta attraverso i Balcani (dalla Turchia, alla Grecia, Macedonia, Croazia, Austria…), questa chiusura è stata voluta proprio dalla Germania, facendo pagare a tutta l’UE un prezzo in denaro (sei miliardi di euro, ma ancor di più un prezzo umanitario, di riconoscimento politico…) in favore della Turchia al patto di bloccare quel passaggio di diseredati provenienti in particolare dalla martoriata Siria. E con la chiusura della rotta balcanica, Germania e Austria hanno effettivamente registrato un calo drastico degli arrivi.

   Comunque già dal settembre scorso abbiamo visto barriere di filo spinato ai confini dei paesi dell’Est Europa. Ecco, dopo l’azione di freno tedesca svolta comunque attraverso i canali politici della UE e nel rapporto costante che la Germania ha con la Turchia, ora l’Austria mette in campo metodi ben più visibilmente decisi, duri: sta erigendo muri, barriere, ai confini con la Slovenia e l’Italia.

LA CONFERENZA STAMPA AL BRENNERO IL 28 APRILE SCORSO CHE ANNUNCIA LA CHIUSURA DEL PASSO - Il 24 aprile scorso, al primo turno delle Presidenziali austriache il candidato dell'ultradestra (Fpö) NORBERT HOFER ha vinto con oltre il 35% dei consensi. Andrà al ballottaggio con l'ambientalista Van der Bellen. Esclusi dalla competizione i due partiti della coalizione di governo: popolari e socialdemocratici che si spartiscono il potere in Austria dal Dopoguerra • All'indomani di questo exploit dei nazionalisti, come per sottolineare che il tema della sicurezza non è monopolio dei populisti, IL GOVERNO AUSTRIACO HA ANNUNCIATO AL VALICO DEL BRENNERO LA CONFERENZA STAMPA PER ILLUSTRARE «IL MANAGEMENT DI CONTROLLO DEL CONFINE»: nuove misure per frenare gli arrivi dei migranti dal Sud, in particolare UNA BARRIERA DI 370 METRI LUNGO LA FRONTIERA CON L'ITALIA • Vienna ha annunciato controlli rafforzati anche sul confine ungherese • L'AUSTRIA SI È AGGIUNTA AI PAESI EUROPEI CHE HANNO TEMPORANEAMENTE SOSPESO SCHENGEN, l'accordo firmato da 26 Paesi (di cui 22 Ue) sulla libera circolazione in Europa senza controlli alle frontiere
LA CONFERENZA STAMPA AL BRENNERO IL 28 APRILE SCORSO CHE ANNUNCIA LA CHIUSURA DEL PASSO – Il 24 aprile scorso, al primo turno delle Presidenziali austriache il candidato dell’ultradestra (Fpö) NORBERT HOFER ha vinto con oltre il 35% dei consensi. Andrà al ballottaggio con l’ambientalista Van der Bellen. Esclusi dalla competizione i due partiti della coalizione di governo: popolari e socialdemocratici che si spartiscono il potere in Austria dal Dopoguerra • All’indomani di questo exploit dei nazionalisti, come per sottolineare che il tema della sicurezza non è monopolio dei populisti, IL GOVERNO AUSTRIACO HA ANNUNCIATO AL VALICO DEL BRENNERO LA CONFERENZA STAMPA PER ILLUSTRARE «IL MANAGEMENT DI CONTROLLO DEL CONFINE»: nuove misure per frenare gli arrivi dei migranti dal Sud, in particolare UNA BARRIERA DI 370 METRI LUNGO LA FRONTIERA CON L’ITALIA • Vienna ha annunciato controlli rafforzati anche sul confine ungherese • L’AUSTRIA SI È AGGIUNTA AI PAESI EUROPEI CHE HANNO TEMPORANEAMENTE SOSPESO SCHENGEN, l’accordo firmato da 26 Paesi (di cui 22 Ue) sulla libera circolazione in Europa senza controlli alle frontiere

   Ma non solo l’Austria si muove in questo senso. In questi giorni ci sono SEI PAESI (GERMANIA, AUSTRIA, FRANCIA, SVEZIA, NORVEGIA e DANIMARCA) che hanno chiesto (o meglio, comunicato) all’Unione Europea la decisione di mettere sotto stretto controllo le proprie frontiere (finora soggette alla libera circolazione prevista dal trattato di Schengen) per almeno sei mesi, con progetti specifici, a seconda che il flusso dei migranti segua ancora in parte la rotta balcanica, o (come si pensa veramente) il flusso di persone arrivi dal Mediterraneo, sbarchi in Italia per poi proseguire verso il nord Europa (come anche è accaduto nelle scorse estati).

   Sei Paesi dell’Unione Europea (oltre quelli dell’ex Unione Sovietica, che questa scelta di chiusura la hanno fatto già dal settembre scorso), sei Paesi dicevamo che stanno adottando progetti specifici di controllo-chiusura delle frontiere: significa, ad esempio, per la Germania mettere in atto controlli severi con le frontiere con l’Austria; mentre per l’Austria quelle con Ungheria e Slovenia, poiché l’iniziativa è legata in parte ancora ai buchi nella gestione greca delle frontiere esterne verso nord, ancora i Balcani. Ma, come tutti pensano, appena si noterà, se accadrà (ma accadrà sicuramente), una modifica dei flussi dalla Grecia che si sposteranno verso l’Italia, in quel caso i Paesi potranno chiedere di fare i controlli alle frontiere legate all’Italia (formalmente il visto della UE ai sei paesi che sospendono il trattato di Schengen, dovrà avvenire entro il 13 maggio). E, per dire, le barriere al Brennero sono già state installate.

Brennero
Brennero

   Pertanto queste misure di chiusura delle frontiere, ulteriori, che si stanno mettendo in campo, di fatto riguardano l’Italia: il vero timore per quei paesi è che si (ri)apra “la rotta italiana”. Anche molto di più di quello che è stata negli anni scorsi, cioè che molti migranti, grandi masse, provino a trovare rotte alternative a quella adottata da settembre scorso nei Balcani, e che passino per l’Italia.

   E l’Austria allora non si è fatta problemi (anche con l’incalzare dei partiti di destra probabili vincitori alle prossime imminenti elezioni) a chiudere le frontiere alla libera circolazione dall’Italia: in primis, come dicevamo, dal Brennero, il principale varco di frontiera tra i due Paesi.

   Il controllo, la chiusura possibile, probabile, della libera circolazione al Passo del Brennero è un vero choc per chi ha vissuto quel varco come un limite di controllo, e che ora si ritrova a rivivere una condizione forse peggiore (leggete il bellissimo articolo di Paolo Rumiz che riportiamo qui di seguito).

LE PROTESTE A STOCCARDA – A Stoccarda, nel sudovest della Germania, circa 400 manifestanti di sinistra sono stati arrestati il 30 aprile scorso contro il congresso nazionale annuale del partito di destra xenofobo ALTERNATIVA PER LA GERMANIA (Alternative fuer Deutschland, AfD)
LE PROTESTE A STOCCARDA – A Stoccarda, nel sudovest della Germania, circa 400 manifestanti di sinistra sono stati arrestati il 30 aprile scorso contro il congresso nazionale annuale del partito di destra xenofobo ALTERNATIVA PER LA GERMANIA (Alternative fuer Deutschland, AfD)

   Perché, non è solo i migranti, la paura di invasioni (esagerate nei numeri, ma le percezioni diventano purtroppo più concrete di ogni realtà): è tutto un mondo che cambia, che torna indietro; un rinchiudersi in se stessi cui noi non siamo più abituati in Europa, e che per questo ci fa ancora più paura di quando era normale e “accettato” dividere gli Stati nazionali dell’Europa con rigide frontiere (se potete leggete anche il secondo articolo di questo post, di Carlo Bastasin, che ci da il senso e il reale pericolo che stiamo vivendo con questa chiusura).

   Ora qui rileviamo come, di volta in volta, la politica dei singoli Stati europei (più che mai divisi in questo contesto così delicato, importante…) sia quella di porre momentanei tappi a flussi che appaiono peraltro inarrestabili. E che nascono da una sempre più insostenibile situazione di guerra e miseria di centinaia di milioni di persone in quello che veniva un tempo definito il “Sud del Mondo”. Ed è una questione anche che riguarda la DEMOGRAFIA globale: popoli poveri e affamati, giovani nell’età, in cerca di un minimo di benessere che, numerosi e in forte espansione demografica, cercano vita e speranza nel pur declinante sviluppo dei paesi ricchi europei (ma nelle Americhe sta accadendo la stessa cosa, tra Centro-Sud povero e Nord ricco).

Il timore espresso in questi giorni è che molti migranti provino a trovare rotte alternative che passino per l’Italia, ragion per cui l’Austria ha preparato delle misure da adottare al Brennero, il principale varco di frontiera tra i due Paesi
Il timore espresso in questi giorni è che molti migranti provino a trovare rotte alternative che passino per l’Italia, ragion per cui l’Austria ha preparato delle misure da adottare al Brennero, il principale varco di frontiera tra i due Paesi

   Allora, nel nostro ambito di paesi europei che hanno finora poco utilmente cercato di fare una politica unitaria, si capisce bene che la politica dei “tappabuchi”, del bloccare in qualsiasi modo (anche utilizzando l’inaffidabile e inattendibile premier turco Erdogan) le miserie e sofferenze (e speranze di vita migliore) di così tante persone, diseredati della nostra età contemporanea globale, non può essere il modo giusto. E che il progetto europeo iniziato nel secondo dopoguerra nel secolo scorso ben più mire ambiziose aveva.

   Ad esempio tornare, come in parte era avvenuta in epoche passate (nell’antichità più illuminata dai primi moti di scambi, sviluppo, viaggi, idee e filosofie che iniziavano a circolare…), a un ricrearsi di un Mediterraneo come “mare continente”, che fa dialogare e incontrare culture, economie, contatti tra persone, tra nord, sud, est, ovest di popoli che in esso, mar Mediterraneo, si affacciano: guardando all’interno di ciascun continente, ai flussi di idee, persone e vita che ci sono in Africa, Europa, Medio Oriente.

   Qui sta anche un rilancio dell’idea d’Europa, del comune destino globale che ci accomuna alle genti e ai paesi a noi geograficamente più vicini. Ma questo deve essere un progetto che ha una visione secolare, e niente ha a che vedere con misure provvisorie di chiusura che potranno durare non più di qualche mese, qua e là, a seconda dei “pericoli” (spesso più percepiti che reali) di “invasioni barbariche” che sono molto meno numerose di quel che possono apparire.

   Pertanto il poter farsi in parte carico, il condividere, progetti di sviluppo e di pace in aree ora in estrema difficoltà (e che sono i luoghi di origine di tanti migranti) è una necessità che può accordarsi con l’accoglienza di chi arriva, trovando modi e metodi perché possano queste persone rimanere, farsi qui una vita. E di iniziare a progettare un’Europa che incominci ad avere un baricentro non solo verso la sua parte nord, ma anche nel Mar Mediterraneo, tra i popoli e i continenti che qui vivono. (s.m.)

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IN VIAGGIO CON PAPÀ SUL BRENNERO SENZA MURI

di Paolo Rumiz, da “la Repubblica” del 30/4/2016

BRENNERO   “Grüne Karte”, chiedevano a mio padre. Dal finestrino della Giardinetta lui mostrava la carta verde dell’assicurazione e la Grenzpolizei gli faceva segno di passare. Continua a leggere

A NEW YORK il 22 aprile 170 PAESI HANNO FIRMATO L’ACCORDO SUL CLIMA (voluto a Parigi a dicembre) – Sarà un impegno concreto per la forte riduzione dei combustibili fossili e l’uso di fonti rinnovabili? – E l’Italia continua a inquinare torrenti con il petrolio e bocciare la fine delle trivellazioni petrolifere

UNA MARCIA PER IL CLIMA (da www.dire.it )
UNA MARCIA PER IL CLIMA (da http://www.dire.it )

   A New York lo scorso 22 aprile, all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite al Palazzo di Vetro, i rappresentanti di 175 Paesi hanno partecipato alla cerimonia di firma dell’accordo sul clima, accordo che era stato raggiunto alla Conferenza di Parigi a dicembre. Come obiettivo ci si impone, entro limiti di tempo non ben definiti, di mantenere la soglia per il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2 gradi di crescita rispetto alla media della situazione attuale, con la volontà e l’impegno di arrivare a 1,5 gradi centigradi. Gli impegni per la riduzione delle emissioni saranno soggetti a revisione ogni 5 anni a partire dal 2023. Non ci sono obblighi e non c’è un’autorità sovranazionale in grado di far rispettare i piani annunciati. I target attuali di produzione e consumo energetico di materiali fossili, adottati in maniera volontaria dai governi, non sono certo sufficienti al raggiungimento degli obiettivi dichiarati.

da The POST INTERNAZIOALE (www_tpi_it)
da The POST INTERNAZIOALE (www_tpi_it)

   Pertanto è bene che si è raggiunto l’accordo, è molto meno bene che non ci sono impegni concreti di ciascun Stato, e sanzioni se l’accordo non è rispettato. Purtuttavia il trend attuale, con le energie rinnovabili che stanno crescendo, con una nuova sensibilità anche da parte dei poteri economici (che scoprono pure che si può fare affari anche con un “nuovo mondo energetico”), con il carbone in una fase di difficoltà e con importanti aziende del settore fossile che si sono dichiarate a favore di una tassa sul carbonio (e guardano anche alla riconversione possibile delle loro produzioni), tutto questo fa pensare che ci sia una spinta reale verso la GREEN ECONOMY.

22 APRILE ALL'ONU. Il tavolo della presidenza con la componente francese promotrice a Parigi nel dicembre 2015 della Conferenza sul Clima - (France's Minister of Ecology Segolene Royal (L), France's President Francois Hollande (2nd L), United Nations-Secretary General Ban Ki-moon (2nd R) and Morocco's Princess Lalla Hasna attend the United Nations Opening Ceremony of the High-Level Event for the Signature of the Paris Agreement on April 22, 2016 in New York. / AFP PHOTO / TIMOTHY A. CLARY
22 APRILE ALL’ONU. Il tavolo della presidenza con la componente francese promotrice a Parigi nel dicembre 2015 della Conferenza sul Clima –
(France’s Minister of Ecology Segolene Royal (L), France’s President Francois Hollande (2nd L), United Nations-Secretary General Ban Ki-moon (2nd R) and Morocco’s Princess Lalla Hasna attend the United Nations Opening Ceremony of the High-Level Event for the Signature of the Paris Agreement on April 22, 2016 in New York. / AFP PHOTO / TIMOTHY A. CLARY

   Si è trattato (a New York) di una cerimonia spettacolare, che la struttura organizzativa del l’ONU ha, par di capire, volutamente messo in piedi. Tra l’altro il 22 aprile, nella “Giornata della Terra”. Orchestre, bambini, star del cinema (Leonardo di Caprio su tutti, che ha pronunciato un discorso dove il cuore di tutto è nelle frasi che qui – con la sua foto – vi riportiamo).

“Ora il mondo vi sta guardando, è il momento di agire. Voi siete la grande speranza della Terra, noi vi chiediamo di proteggerla o tutti noi, tutte le creature viventi, saremo storia. Voi sarete applauditi dalle future generazioni o sarete condannati. Potremmo avere onore e disonore: solo noi possiamo salvare o perdere l’ultima speranza del nostro pianeta”. C’era anche lui, LEONARDO DICAPRIO, a NEW YORK all’ASSEMBLEA GENERALE DELLE NAZIONI UNITE al Palazzo di Vetro, dove i rappresentanti di 175 PAESI HANNO SIGLATO L’ACCORDO SUL CLIMA REDATTO A PARIGI LO SCORSO DICEMBRE. Proprio il divo hollywoodiano, con il suo discorso, ha preceduto la firma dell’intesa da parte dei Paesi presenti. (Reuters, da Corriere.it, 22/4/2016)
“Ora il mondo vi sta guardando, è il momento di agire. Voi siete la grande speranza della Terra, noi vi chiediamo di proteggerla o tutti noi, tutte le creature viventi, saremo storia. Voi sarete applauditi dalle future generazioni o sarete condannati. Potremmo avere onore e disonore: solo noi possiamo salvare o perdere l’ultima speranza del nostro pianeta”. C’era anche lui, LEONARDO DICAPRIO, a NEW YORK all’ASSEMBLEA GENERALE DELLE NAZIONI UNITE al Palazzo di Vetro, dove i rappresentanti di 175 PAESI HANNO SIGLATO L’ACCORDO SUL CLIMA REDATTO A PARIGI LO SCORSO DICEMBRE. Proprio il divo hollywoodiano, con il suo discorso, ha preceduto la firma dell’intesa da parte dei Paesi presenti. (Reuters, da Corriere.it, 22/4/2016)

   E questa enfasi mediatica ripresa dai media a livello mondiale non è casuale, ma del tutto voluta e significativa. Per il fatto che siamo ancora in una “fase debole” dell’accordo: la firma di New York non basta, è necessario invogliare il maggior numero possibile di Paesi a dar seguito a quanto promesso a Parigi a dicembre, e prima di tutto ad accelerare il processo di ratifica che ciascuno stato deve fare con i suoi organismi interni di potere (legislativi, esecutivi). Solo dopo la ratifica interna di ciascun Paese l’accordo entra definitivamente in vigore. E per essere valido globalmente, deve essere ufficialmente ratificato da almeno 55 Paesi che rappresentino almeno il 55% delle emissioni mondiali di gas serra (solo così entrerà in vigore).

“(…)Uno dei fattori che sarebbero stati sottovalutati dai rapporti delle Nazioni Unite – convinti che il ghiaccio antartico rimarrà per la gran parte intatto – è un processo noto come hydro fracturing. Esso si verifica quando enormi pozze d’acqua, formatesi per il disgelo estivo, penetrano in profondità nelle crepe delle piattaforme di ghiaccio. Qui tornano a congelarsi, aumentando il volume e allargando le fratture. Tutto ciò aumenta le probabilità del distacco di gigantesche lastre di ghiaccio dal continente. Lastre che poi si sciolgono in mare causando un aumento dei suoi livelli che non era stato previsto. (31/3/2016 da www.rinnovabili.it/ )
“(…)Uno dei fattori che sarebbero stati sottovalutati dai rapporti delle Nazioni Unite – convinti che il ghiaccio antartico rimarrà per la gran parte intatto – è un processo noto come hydro fracturing. Esso si verifica quando enormi pozze d’acqua, formatesi per il disgelo estivo, penetrano in profondità nelle crepe delle piattaforme di ghiaccio. Qui tornano a congelarsi, aumentando il volume e allargando le fratture. Tutto ciò aumenta le probabilità del distacco di gigantesche lastre di ghiaccio dal continente. Lastre che poi si sciolgono in mare causando un aumento dei suoi livelli che non era stato previsto. (31/3/2016 da http://www.rinnovabili.it/ )

   Vien da pensare che l’attuale declino del prezzo del petrolio (che attualmente è sui 45 dollari al barile) poco aiuta l’uscita planetaria dall’utilizzo dei combustibili fossili, e da una sana e seria ricerca concreta di arrivare a sviluppare unicamente energie rinnovabili non inquinanti l’atmosfera.

Il CORMORANO coperto di petrolio è l'angosciante immagine-simbolo dello sversamento il 17 aprile scorso di 50 TONELLATE DI PETROLIO dalle CONDOTTE DELLA RAFFINERIA IPLOM nel RIO FEGINO e da questo nel TORRENTE POLCEVERA, a GENOVA. L'uccello, intriso di petrolio, mostra il pericolo che sta correndo l'intero ecosistema del corso d'acqua e delle zone circostanti (da “la Repubblica” del 19/4/2016)
Il CORMORANO coperto di petrolio è l’angosciante immagine-simbolo dello sversamento il 17 aprile scorso di 50 TONELLATE DI PETROLIO dalle CONDOTTE DELLA RAFFINERIA IPLOM nel RIO FEGINO e da questo nel TORRENTE POLCEVERA, a GENOVA. L’uccello, intriso di petrolio, mostra il pericolo che sta correndo l’intero ecosistema del corso d’acqua e delle zone circostanti (da “la Repubblica” del 19/4/2016)

   Mentre a New York si celebrava l’evento della firma all’accordo sul clima, a Roma era stata indetta una manifestazione per denunciare l’ambivalenza italiana: da una parte impegni ambientalisti del governo, sostenuti (come a New York) con molta enfasi; e dall’altra il governo come sponsor di iniziative petrolifere, di prosecuzione all’utilizzo del petrolio. La protesta romana del 22 aprile, promossa da associazioni di varia estrazione (A Sud Onlus, Arci Nazionale, Avaaz Italia, Legambiente Onlus, Rete Della Conoscenza, Terra! Onlus, Zeroviolenza), e da organizzazioni ambientaliste e studentesche, sottolineavano proprio questa contraddizione italiana tra gli impegni presi a Parigi e firmati all’Onu a New York, e le politiche energetiche nazionali effettivamente concretizzatesi finora.

il palazzo di vetro dell_ONU a New York
il Palazzo di vetro dell’ONU a New York

   In Italia, solo nell’ultimo anno, c’è stato un ‘aumento del 2% delle emissioni di Co2 , di cui il 3% arriva proprio dal settore energetico. L’obiettivo sarebbe, entro la fine dell’attuale legislatura – il 2018 -, quello del raggiungimento del 50% di energie rinnovabili.

Deviazione climatica: questa mappa mostra le città che verranno colpite per prime dal cambiamento climatico inevitabile e in quale hanno comincerà se non viene fatto nulla per stabilizzare le emissioni di biossido di carbonio (da http://ugobardi.blogspot.it/ )
Deviazione climatica: questa mappa mostra le città che verranno colpite per prime dal cambiamento climatico inevitabile e in quale hanno comincerà se non viene fatto nulla per stabilizzare le emissioni di biossido di carbonio (da http://ugobardi.blogspot.it/ )

   Mentre però nel 2011 si era arrivati a installare oltre 10mila MW tra solare, fotovoltaico e eolico, oggi i MW sono scesi a meno di 700. Questo è accaduto come conseguenza dei mancati incentivi erogati alle rinnovabili negli ultimi due anni. Noi non siamo d’accordo sugli incentivi, che vanno a ricadere come costo (sula fiscalità generale, sul bilancio dello Stato) su tutti i cittadini. E anche creano molto spesso un mercato “drogato”, che da solo non si manterebbe mai in piedi. Pertanto bene ha fatto, secondo noi, il Governo a togliere parte di quelli incentivi. Accadeva che panelli fotovoltaici venissero installati su enorme distese di campi, di spazi agricoli tolti all’utilizzo agricolo, alla bellezza del paesaggio, per installare pannelli e per godere in primo luogo degli incentivi statali (questo accadeva in pressoché tutte le regioni: in particolare il fenomeno più rilevante c’è stato in Puglia).

EFFETTO SERRA – Se la quantità di raggi che colpisce la Terra rimangono intrappolati nell’atmosfera in quantità eccessiva, A CAUSA DEI GAS SERRA, le temperature tendono ad aumentare. E’ proprio questo l’EFFETTO SERRA: un surriscaldamento della Terra a causa dei raggi solari che rimangono intrappolati nell’atmosfera (da www.meteogiornale.it)_
EFFETTO SERRA – Se la quantità di raggi che colpisce la Terra rimangono intrappolati nell’atmosfera in quantità eccessiva, A CAUSA DEI GAS SERRA, le temperature tendono ad aumentare. E’ proprio questo l’EFFETTO SERRA: un surriscaldamento della Terra a causa dei raggi solari che rimangono intrappolati nell’atmosfera (da http://www.meteogiornale.it)_

   In questo contesto la schizofrenia italiana è che, se da un lato (giustamente) si tolgono gli incentivi al fotovoltaico, l’Italia investe oltre 13 miliardi di dollari in fonti fossili (fonte: Fondo Monetario Internazionale), una cifra di gran lunga superiore se paragonata ai 4 miliardi di euro investiti in “climate change” nella ultima legge di stabilità (su questo tema riportiamo in questo post dati e considerazioni da tre siti che sviluppano il tema: www.rinnovabili.it/, www.today.it/, www.legambiente.it/).

nella foto PASCAL ACOT, esperto di scienze climatiche e ambientali- "Per la prima volta tutti i Paesi si sono impegnati a bloccare l'aumento della temperatura a 1,5 gradi. Vuol dire lasciare sotto terra più della metà delle riserve petrolifere individuate e organizzare un'alternativa energetica. Le pare poco? "Mi pare moltissimo. Ma a fronte di questo obiettivo vedo strumenti deboli. NON CI SONO OBBLIGHI E NON C'È UN'AUTORITÀ SOVRANAZIONALE IN GRADO DI FAR RISPETTARE I PIANI ANNUNCIATI. Inoltre i target adottati in maniera volontaria dai governi non sono sufficienti al raggiungimento degli obiettivi dichiarati. Se vogliamo essere seri dobbiamo metterci in condizione di rispettare gli impegni presi, cioè bisogna fare dei passi avanti: gli applausi non sono sufficienti". (intervista a PASCAL ACOT: "SUL CLIMA BUON SEGNALE MA NON BASTERÀ A RIPULIRE L'ATMOSFERA" di Antonio Cianciullo, da “la Repubblica” del 23/4/2016)
nella foto PASCAL ACOT, esperto di scienze climatiche e ambientali- “Per la prima volta tutti i Paesi si sono impegnati a bloccare l’aumento della temperatura a 1,5 gradi. Vuol dire lasciare sotto terra più della metà delle riserve petrolifere individuate e organizzare un’alternativa energetica. Le pare poco? “Mi pare moltissimo. Ma a fronte di questo obiettivo vedo strumenti deboli. NON CI SONO OBBLIGHI E NON C’È UN’AUTORITÀ SOVRANAZIONALE IN GRADO DI FAR RISPETTARE I PIANI ANNUNCIATI. Inoltre i target adottati in maniera volontaria dai governi non sono sufficienti al raggiungimento degli obiettivi dichiarati. Se vogliamo essere seri dobbiamo metterci in condizione di rispettare gli impegni presi, cioè bisogna fare dei passi avanti: gli applausi non sono sufficienti”. (intervista a PASCAL ACOT: “SUL CLIMA BUON SEGNALE MA NON BASTERÀ A RIPULIRE L’ATMOSFERA” di Antonio Cianciullo, da “la Repubblica” del 23/4/2016)

   Per questo le organizzazioni ambientaliste italiane si chiedono che forse non è questo il modo giusto per raggiungere l’obiettivo di contenere il surriscaldamento al di sotto di 1,5 gradi.

   E il fatto che nel referendum contro le trivelle perso dalle Regioni e dall’ambientalismo (per mancanza del raggiungimento del quorum) si lasci alle compagnie petrolifere libertà di prorogare e di decidere quando chiudere gli impianti petroliferi e di gas da petrolio, venendo così a consentire la possibilità di prolungare la fine delle estrazioni fin che si vuole (magari in attesa di “tempi migliori” dove poter incidere sul rilancio della politica petrolifera…), questo fatto dimostra che, pur il petrolio ora in crisi di prezzo, l’Italia come il mondo intero mostra difficoltà e resistenze a cambiare rotta sul consumo di energia prossimo venturo. Serve invece coraggio e volontà di praticare da subito un nuovo paradigma energetico. (s.m.)

……………………..

A NEW YORK 170 PAESI FIRMANO L’ACCORDO SUL CLIMA

22/4/2016, da http://www.rinnovabili.it/

– Il primo passo verso la ratifica dell’accordo sul clima di Parigi è stato fatto. Ma la priorità è aumentare gli impegni presi – Continua a leggere

L’EGITTO ESPLODE e ci coinvolge tutti? – un Paese tra spinte di modernità e repressione militare – Il CASO del ricercatore friulano GIULIO REGENI trucidato dai servizi segreti (deviati?) mette in crisi il debole regime (l’economia è al tracollo, non va il raddoppio del Canale di Suez, l’aiuto occidentale e saudita non basta)

nella foto: IL CAIRO - Una bomba molotov lanciata in un ristorante del Cairo ha ucciso 18 persone e ne ha ferite altre sei (il 3 dicembre 2015). - In Egitto il regime del presidente Abdel Fatah AL-SISI è in gravissima crisi, interna: ha sempre più nemici e oppositori nell’ “Egitto che conta”, e anche a livello internazionale molti paesi “amici” prendono le distanze. E poi l'economia che va molto male, il terrorismo sempre presente (anche nei luoghi turistici, e il turismo è importante per l'Egitto
nella foto: IL CAIRO – Una bomba molotov lanciata in un ristorante del Cairo ha ucciso 18 persone e ne ha ferite altre sei (il 3 dicembre 2015). – In Egitto il regime del presidente Abdel Fatah AL-SISI è in gravissima crisi, interna: ha sempre più nemici e oppositori nell’ “Egitto che conta”, e anche a livello internazionale molti paesi “amici” prendono le distanze. E poi l’economia che va molto male, il terrorismo sempre presente (anche nei luoghi turistici, e il turismo è importante per l’Egitto

   In Egitto il regime del presidente Abdel Fatah AL-SISI è in gravissima crisi, interna: ha sempre più nemici e oppositori nell’ “Egitto che conta”, e anche a livello internazionale molti paesi “amici” prendono le distanze. Ad esempio l’assassinio del ricercatore universitario italiano Giulio Regeni ha suscitato commozione e condanna non solo in Italia ma in molti Paesi europei e negli USA, e tutti sono convinti che la sua morte è stata causata dai Servizi segreti egiziani, deviati o meno che siano essi dalla linea governativa.

La prima pagina del quotidiano Al Masry al Youm mostra IL PRESIDENTE ABDEL FATTAH AL SISI E RE SALMAN CHE SI SORRIDONO STRINGENDOSI LA MANO. La visita al Cairo del re saudita Salman, dal 7 al 12 aprile, si è conclusa con la firma di una serie di accordi per progetti di sviluppo e investimenti in Egitto del valore di oltre venti miliardi di dollari. L’EGITTO HA CEDUTO ALL’ARABIA SAUDITA DUE ISOLE CONTESE NEL MAR ROSSO ALL’IMBOCCO DEL GOLFO DI AQABA. La cessione di TIRAN e SANAFIR, situate POCHI CHILOMETRI A EST DELLA PENISOLA DEL SINAI, sta avendo risalto sui media egiziani e critiche sui social media dopo l’annuncio fatto il 7 aprile dalla presidenza su un “accordo di delimitazione delle frontiere marittime” con l’Arabia saudita. L’Arabia Saudita, da parte sua, ha fornito garanzie a Israele in merito alla libertà di transito attraverso lo STRETTO DI TIRAN, secondo quanto dichiarato dal ministro della Difesa israeliano, Moshe Ya’alon, nel corso di una conferenza stampa. I due paesi hanno rassicurato Israele che verrà garantita la libera navigazione delle navi da e per il porto israeliano di Eliat (NELLA FOTO: Il re saudita Salman e il presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi al Cairo, l’11 aprile 2016 (da INTERNAZIONALE)
La prima pagina del quotidiano Al Masry al Youm mostra IL PRESIDENTE ABDEL FATTAH AL SISI E RE SALMAN CHE SI SORRIDONO STRINGENDOSI LA MANO. La visita al Cairo del re saudita Salman, dal 7 al 12 aprile, si è conclusa con la firma di una serie di accordi per progetti di sviluppo e investimenti in Egitto del valore di oltre venti miliardi di dollari. L’EGITTO HA CEDUTO ALL’ARABIA SAUDITA DUE ISOLE CONTESE NEL MAR ROSSO ALL’IMBOCCO DEL GOLFO DI AQABA. La cessione di TIRAN e SANAFIR, situate POCHI CHILOMETRI A EST DELLA PENISOLA DEL SINAI, sta avendo risalto sui media egiziani e critiche sui social media dopo l’annuncio fatto il 7 aprile dalla presidenza su un “accordo di delimitazione delle frontiere marittime” con l’Arabia saudita. L’Arabia Saudita, da parte sua, ha fornito garanzie a Israele in merito alla libertà di transito attraverso lo STRETTO DI TIRAN, secondo quanto dichiarato dal ministro della Difesa israeliano, Moshe Ya’alon, nel corso di una conferenza stampa. I due paesi hanno rassicurato Israele che verrà garantita la libera navigazione delle navi da e per il porto israeliano di Eliat (NELLA FOTO: Il re saudita Salman e il presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi al Cairo, l’11 aprile 2016 (da INTERNAZIONALE)

   Al Sisi è salito al potere dopo il colpo di Stato del 3 luglio 2013 che ha rovesciato l’allora presidente egiziano islamista Mohamed Morsi. A sua volta Morsi era stato eletto dopo la rivoluzione (“delle primavere arabe”) egiziana del 2011, che aveva portato alla caduta del regime di Hosni Mubarak dopo 30 anni di potere. Morsi era il classico caso dell’ “infortunio” delle rivoluzioni libertarie (i giovani egiziani di Piazza Tahir al Cairo che hanno imposto la caduta del dittatore Mubarak e chiedevano libertà come tutti i giovani occidentali): con la “rivoluzione”, le elezioni e la democrazia non vince chi ha procurato la libertà ma qualcosa di peggio di quel che c’era prima (Morsi era un “fratello musulmano”, e portava l’Egitto verso uno stato islamista ancora più integralista). Così con Al Sisi è tornato il vecchio potere dittatoriale dei generali, dell’esercito. Ma per il tormentato paese dell’Egitto con più di 80milioni di persone, ponte e comunicazione nel Mediterraneo tra Africa, Asia, Medio Oriente, Europa, non esiste mai pace e sviluppo, ma violenza, sopraffazione e latente crisi economica.

nella foto: Un uomo porta via Shaimaa al-Sabbagh, una attivista e in quel momento manifestante per i diritti umani; in quel momento forse ancora in vita. Nessuno, tra i manifestanti e gli agenti sembra essersi reso conto della tragedia appena avvenuta - GLI “SPARITI D’EGITTO” - Sono 533 le sparizioni forzate registrate in Egitto da agosto del 2015 a oggi. In alcuni casi le persone sparite sono ricomparse, alcune con segni di tortura e maltrattamenti, ma di 396 DI LORO NON SI SA ANCORA NIENTE. I dati emergono dalle due ong 'COMMISSIONE EGIZIANA PER I DIRITTI E LE LIBERTÀ' e 'CENTRO EL NADIM', e vengono riportati dal Corriere della Sera (Gli spariti in Egitto - Corriere.it, 3/4/2016)), che dedica agli 'spariti d'Egitto' due pagine nell'edizione cartacea e uno speciale interattivo sul sito, pubblicando tutti i nomi degli scomparsi degli ultimi otto mesi e le storie di 15 di loro. A corredo dello speciale la foto di Giulio Regeni, con sullo sfondo tante piccole foto degli altri scomparsi in Egitto, a evidenziare che quello del ricercatore italiano sparito al Cairo e poi trovato morto con segni di tortura non è un "incidente isolato" come lo ha invece definito il ministro degli Esteri egiziano Sameh Shourky parlando da Washington
nella foto: Un uomo porta via Shaimaa al-Sabbagh, una attivista e manifestante per i diritti umani; in quel momento forse ancora in vita. Nessuno, tra i manifestanti e gli agenti sembra essersi reso conto della tragedia appena avvenuta – GLI “SPARITI D’EGITTO” – Sono 533 le sparizioni forzate registrate in Egitto da agosto del 2015 a oggi. In alcuni casi le persone sparite sono ricomparse, alcune con segni di tortura e maltrattamenti, ma di 396 DI LORO NON SI SA ANCORA NIENTE. I dati emergono dalle due ong ‘COMMISSIONE EGIZIANA PER I DIRITTI E LE LIBERTÀ’ e ‘CENTRO EL NADIM’, e vengono riportati dal Corriere della Sera (Gli spariti in Egitto – Corriere.it, 3/4/2016)), che dedica agli ‘spariti d’Egitto’ due pagine nell’edizione cartacea e uno speciale interattivo sul sito, pubblicando tutti i nomi degli scomparsi degli ultimi otto mesi e le storie di 15 di loro. A corredo dello speciale la foto di Giulio Regeni, con sullo sfondo tante piccole foto degli altri scomparsi in Egitto, a evidenziare che quello del ricercatore italiano sparito al Cairo e poi trovato morto con segni di tortura non è un “incidente isolato” come lo ha invece definito il ministro degli Esteri egiziano Sameh Shourky parlando da Washington

   E la violazione dei diritti umani è uno dei problemi principali in un Paese con tante polizie, servizi segreti, gruppi militari. Secondo “El Nedeem Center”, un gruppo per i diritti umani con sede al Cairo, nel 2015 ci sono stati 464 casi documentati di rapimenti, almeno 676 casi di tortura e quasi 500 detenuti morti. E nei primi due mesi del 2016 sono stati segnalati già 88 casi di tortura, di cui 8 con esito mortale. E’ su questo fosco scenario che si innesta la tragica uccisione (dopo torture di giorni) del ricercatore universitario (per l’Università di Cambridge) friuliano Giulio Regeni. E la commozione non è solo internazionale, ma ben più forte forse interna all’Egitto: questo lo si può capire dal fatto che da più osservatori è stato fatto notare che, digitando su Google il nome del ricercatore italiano, ci sono oltre 13milioni di risultati in arabo (in italiano non arrivano ai 500mila). E’ questa cosa che forse preoccupa di più i governanti attuali egiziani. E, oltre all’opinione pubblica interna che si sensibilizza (attraverso anche internet), le autorità egiziane devono fare quadrato per contenere i fratelli coltelli in seno al regime, e dall’altro (cinicamente) non capiscono la risolutezza italiana a mettere in discussione un partenariato storico per «un incidente», l’uccisione con tortura di una persona.. La tensione cresce all’interno del paese e all’esterno nei rapporti internazionali. Cosa accadrà?

LE ISOLE DI TIRAN E SANAFIR (vendute dall’Egitto all’Arabia Saudita) sono situate all’imbocco del MAR ROSSO, negli STRETTI DI TIRAN, e dovrebbero essere usate per sostenere UN PONTE CHE COLLEGHERÀ SHARM EL SHEIKH, NEL SINAI EGIZIANO, ALLA PENISOLA SAUDITA, secondo quanto riferito da Al Riyadh. Si trovano in un punto strategico all’entrata del Mar Rosso, che rappresenta l’unico sbocco per i PORTI DI AQABA IN GIORDANIA e di EILAT IN ISRAELE. Il quotidiano saudita aggiunge che Al Sisi ha proposto di intitolare il ponte, che si vuole fare, a re Salman che dovrebbe “facilitare il turismo legato al pellegrinaggio” e “COLLEGARE I DUE CONTINENTI DELL’ASIA E DELL’AFRICA”. (Catherine Cornet, 13/4/2016, da INTERNAZIONALE)
LE ISOLE DI TIRAN E SANAFIR (vendute dall’Egitto all’Arabia Saudita) sono situate all’imbocco del MAR ROSSO, negli STRETTI DI TIRAN, e dovrebbero essere usate per sostenere UN PONTE CHE COLLEGHERÀ SHARM EL SHEIKH, NEL SINAI EGIZIANO, ALLA PENISOLA SAUDITA, secondo quanto riferito da Al Riyadh. Si trovano in un punto strategico all’entrata del Mar Rosso, che rappresenta l’unico sbocco per i PORTI DI AQABA IN GIORDANIA e di EILAT IN ISRAELE. Il quotidiano saudita aggiunge che Al Sisi ha proposto di intitolare il ponte, che si vuole fare, a re Salman che dovrebbe “facilitare il turismo legato al pellegrinaggio” e “COLLEGARE I DUE CONTINENTI DELL’ASIA E DELL’AFRICA”. (Catherine Cornet, 13/4/2016, da INTERNAZIONALE)

   Pertanto l’Egitto sta attraversando una crisi sociale, politica ed economica profondissima: ma, si badi bene, non è solo un problema “loro”; c’è la concreta possibilità che effetti ancor più negativi in quel Paese coinvolgano l’Europa, l’Italia. Pensiamo solo al problema dei migranti. L’Egitto è importante per l’Occidente nello scacchiere Medio orientale, non solo per il ruolo di contrasto al terrorismo, ma anche per il controllo del traffico di persone.

   In Egitto ci sono milioni di profughi non solo provenienti dalla Siria e dall’Iraq, ma anche dall’Afghanistan, dalla Libia e da tutta l’Africa (e riesce pure, questo Paese, ad accoglierli in situazioni precarie e con poco, ma sicuramente molto meglio di quel che sta facendo la “nostra” Europa).

LE ROTTE DEI MIGRANTI NEL MEDITERRANEO - (…..) NAVI-MADRE DALL’EGITTO. Le organizzazioni umanitarie lo ripetono: l’accordo Ue-Turchia e l’arrivo in Libia del nuovo governo potrebbero spingere i trafficanti a RIAPRIRE LA ROTTA DALL’EGITTO. Il rischio è altissimo. DALL’EGITTO INFATTI NON PARTONO GOMMONI - che salpano dalla Libia - MA IMBARCAZIONI MOLTO GRANDI CON DIVERSE CENTINAIA DI MIGRANTI L’UNA. Le indagini italiane hanno inoltre dimostrato LA “FORZA” DEI TRAFFICANTI EGIZIANI: dispongono di camion per trasferire i migranti e basi lungo la costa dove nasconderli, di una rete di basisti in Italia a cui fornire anche assistenza legale in caso di problemi, soprattutto di “navi madre”. Al vertice, AHMED MOHAMED HANAFI FARRAQ, armatore di un peschereccio ormeggiato al porto di Alessandria. Per le autorità italiane è accusato di associazione a delinquere, ma le sue navi continuano a salpare. (Fiammetta Cuppellaro, 19/4/2016, da “il Mattino di Padova”)
LE ROTTE DEI MIGRANTI NEL MEDITERRANEO – (…..) NAVI-MADRE DALL’EGITTO. Le organizzazioni umanitarie lo ripetono: l’accordo Ue-Turchia e l’arrivo in Libia del nuovo governo potrebbero spingere i trafficanti a RIAPRIRE LA ROTTA DALL’EGITTO. Il rischio è altissimo. DALL’EGITTO INFATTI NON PARTONO GOMMONI – che salpano dalla Libia – MA IMBARCAZIONI MOLTO GRANDI CON DIVERSE CENTINAIA DI MIGRANTI L’UNA. Le indagini italiane hanno inoltre dimostrato LA “FORZA” DEI TRAFFICANTI EGIZIANI: dispongono di camion per trasferire i migranti e basi lungo la costa dove nasconderli, di una rete di basisti in Italia a cui fornire anche assistenza legale in caso di problemi, soprattutto di “navi madre”. Al vertice, AHMED MOHAMED HANAFI FARRAQ, armatore di un peschereccio ormeggiato al porto di Alessandria. Per le autorità italiane è accusato di associazione a delinquere, ma le sue navi continuano a salpare. (Fiammetta Cuppellaro, 19/4/2016, da “il Mattino di Padova”)

   Mettendola cinicamente, se alla Turchia l’Unione Europea concede 6 miliardi di euro per “fermare” il flusso della rotta dei Balcani, ben di più dovrebbe concedere all’Egitto per il ruolo di snodo, di passaggio (e di accoglimento in campi profughi) che sta svolgendo e che potenzialmente potrà accadere che svolga ancor di più con l’aggravarsi della crisi globale dell’emigrazione di popoli da sud a nord, dall’Africa, dall’Asia, dal Medio Oriente verso l’Europa.

   E poi l’Isis: nel Sinai (parte sud est dell’Egitto) l’Isis e i suoi accoliti continuano con gli attentati; c’è una presenza consistente che può attecchire sempre più. Ne è la riprova gli attentati alle coste del Mar Rosso egizio, che ha messo in dura crisi uno dei pochi settori, il turismo, dove lo stato egiziano traeva risorse.

IL 6 AGOSTO 2015 SI È INAUGURATO IL NUOVO CANALE DI SUEZ, RADDOPPIATO IN LARGHEZZA E PROFONDITÀ PER CONSENTIRE IL TRANSITO NEL MEDITERRANEO FINO A 100 NAVI AL GIORNO. L'inaugurazione era stata una metafora dell'Egitto di oggi. “Scoprire che ad ottobre, dopo tanto impegno nazionale, GLI INTROITI SONO CALATI DEL 3% è stata una delusione” (Ugo Tramballi, il sole 24ore del 6/2/2016). Ma dalla gigantesca via d’acqua «donata al mondo» dal regime egiziano, non passano solo le navi: 450 SPECIE DI ALGHE, INVERTEBRATI E PESCI «ALIENI» HANNO FINORA RAGGIUNTO LE NOSTRE ACQUE ATTRAVERSO IL CANALE: alcune sono velenose, altre tossiche, altre distruggono «soltanto» l’ecosistema. Squali mako, velenosissimi pesci coniglio (siganus luridus), le giganti e temibili meduse rhopilema nomadica, sono solo alcuni dei «mostri marini» con cui dovremo fare i conti la prossima estate, se non si fa qualcosa
IL 6 AGOSTO 2015 SI È INAUGURATO IL NUOVO CANALE DI SUEZ, RADDOPPIATO IN LARGHEZZA E PROFONDITÀ PER CONSENTIRE IL TRANSITO NEL MEDITERRANEO FINO A 100 NAVI AL GIORNO. L’inaugurazione era stata una metafora dell’Egitto di oggi. “Scoprire che ad ottobre, dopo tanto impegno nazionale, GLI INTROITI SONO CALATI DEL 3% è stata una delusione” (Ugo Tramballi, il sole 24ore del 6/2/2016). Ma dalla gigantesca via d’acqua «donata al mondo» dal regime egiziano, non passano solo le navi: 450 SPECIE DI ALGHE, INVERTEBRATI E PESCI «ALIENI» HANNO FINORA RAGGIUNTO LE NOSTRE ACQUE ATTRAVERSO IL CANALE: alcune sono velenose, altre tossiche, altre distruggono «soltanto» l’ecosistema. Squali mako, velenosissimi pesci coniglio (siganus luridus), le giganti e temibili meduse rhopilema nomadica, sono solo alcuni dei «mostri marini» con cui dovremo fare i conti la prossima estate, se non si fa qualcosa

   Perché, come dicevamo, l’Egitto sta vivendo una crisi economica gravissima: nonostante il Canale di Suez raddoppiato nell’agosto dell’anno scorso -che però ha dato risultati economici più che deludenti-, nonostante aiuti dagli “amici” Sauditi, i poderosi aiuti statunitensi (ora messi in discussione) e gli altrettanto ora problematici aiuti e investimenti di stati europei (come l’Italia, la Francia…).

   All’Arabia Saudita l’Egitto ha ora pure venduto due isole abbandonate ma strategiche nel Mar Rosso, TIRAN e SANAFIR, finora situate nelle acque territoriali egiziane. E questo ha suscitato ancor di più malessere, irritazione, nella base popolare, aggiungendo un altro tassello di malcontento per un regime barcollante ma senza alternative, e con un futuro prossimo che può essere ben pericoloso all’interno del Paese ma anche negli equilibri (squilibri, è meglio dire) globali, che ci coinvolgono.

GIULIO REGENI, originario di Fiumicello in FRIULI, è SCOMPARSO AL CAIRO il 25 GENNAIO SCORSO, giorno del quinto anniversario della rivoluzione egiziana di piazza Tahrir che portò alla destituzione di Hosni Mubarak. Ricercatore all'UNIVERSITÀ DI CAMBRIDGE, nella capitale egiziana si occupava di sindacati egiziani. È stato ritrovato morto la sera del 3 FEBBRAIO e dall'autopsia è emerso che è stato ucciso dopo prolungate torture (dal Corriere.it) – “(…..) Da un lato le autorità egiziane fanno quadrato per contenere i fratelli coltelli in seno al regime, dall’altro non capiscono la risolutezza italiana a mettere in discussione un partenariato storico per «un incidente». Due punti ribaditi ancora da Al Sisi dopo il saluto ad Hollande, suo alleato economico, ma anche in Libia. Primo, il Paese minacciato da forze esterne, ma soprattutto interne: «Ciò che avviene in Egitto è un tentativo di spaccare lo Stato, istituzione dopo istituzione, la polizia, la magistratura, il Parlamento. Non potete immaginare cosa accadrebbe se il Paese cadesse». Secondo, la patita «indisponibilità internazionale» a comprendere l’Egitto: «Non è possibile applicare gli standard europei sui diritti umani perché la regione in cui viviamo è molto turbolenta». Il caso Regeni si inquadra in una situazione esplosiva. (…..)” (Francesca Paci, da “la Stampa” del 18/4/2016)
GIULIO REGENI, originario di Fiumicello in FRIULI, è SCOMPARSO AL CAIRO il 25 GENNAIO SCORSO, giorno del quinto anniversario della rivoluzione egiziana di piazza Tahrir che portò alla destituzione di Hosni Mubarak. Ricercatore all’UNIVERSITÀ DI CAMBRIDGE, nella capitale egiziana si occupava di sindacati egiziani. È stato ritrovato morto la sera del 3 FEBBRAIO e dall’autopsia è emerso che è stato ucciso dopo prolungate torture (dal Corriere.it) – “(…..) Da un lato le autorità egiziane fanno quadrato per contenere i fratelli coltelli in seno al regime, dall’altro non capiscono la risolutezza italiana a mettere in discussione un partenariato storico per «un incidente». Due punti ribaditi ancora da Al Sisi dopo il saluto ad Hollande, suo alleato economico, ma anche in Libia. Primo, il Paese minacciato da forze esterne, ma soprattutto interne: «Ciò che avviene in Egitto è un tentativo di spaccare lo Stato, istituzione dopo istituzione, la polizia, la magistratura, il Parlamento. Non potete immaginare cosa accadrebbe se il Paese cadesse». Secondo, la patita «indisponibilità internazionale» a comprendere l’Egitto: «Non è possibile applicare gli standard europei sui diritti umani perché la regione in cui viviamo è molto turbolenta». Il caso Regeni si inquadra in una situazione esplosiva. (…..)” (Francesca Paci, da “la Stampa” del 18/4/2016)

E adesso pure la crisi con l’Italia ma con molti altri paesi occidentali: come l’Inghilterra che Giulio Regeni la rappresentava con un lavoro di ricerca finanziato dall’Università di Cambidge; ma anche gli Stati Uniti, dove i maggiori giornali hanno dato, e stanno dando, risalto alla tragica uccisione del ricercatore friulano. E stanno venendo fuori tutti i crimini egiziani contro persone, giovani in particolare, più o meno critici nei confronti del regime; e come persiste una totale debolezza di ogni garanzia di diritto e tutela della giustizia….

   In questo contesto pericoloso e traballante necessiterebbe che dentro questo Paese, ma anche nella politica internazionale europea, si creasse un contesto positivo, un cambio di rotta sia sull’economia che sui diritti civili, stabilendo parametri di tutela della persona che siano uguali per ogni parte del mondo. Così il caso Giulio Regeni potrebbe diventare un’occasione per sfidare il potere, di adesso ma anche di quel che sarà nel prossimo futuro.

Il muro di graffiti vicino Piazza Tahrir in Egitto al Cairo è stato demolito come parte di un progetto di ristrutturazione. Lo ha riportato il quotidiano al-Ahram. Il muro era diventato famoso in quanto espressione delle due proteste di massa che hanno portato al rovesciamento degli ex presidenti Hosni Mubarak nel 2011 e Mohammad Morsi nel 2013 (DA http://arabpress.eu/tag/il-cairo/ ) - Le cosiddette SPARIZIONI FORZATE" nel diritto internazionale riguardano persone arrestate da agenti dello Stato o in borghese e portate in centri di detenzione ufficiali e non, tenute INCOMMUNICADO e senza comparire di fronte a un giudice", spiega Riccardo Noury di AMNESTY INTERNATIONAL, citato dal Corriere della Sera. Il giornale sottolinea che "entrambe le organizzazioni notano comunque che i nomi e le storie che sono riuscite a documentare costituiscono una stima conservatrice rispetto alla reale portata fenomeno: molte famiglie hanno paura di denunciare le sparizioni, per timore di ritorsioni o nella convinzione che gli attivisti possano fare poco". Le vittime di sparizioni forzate sono persone accusate di appartenere alla Fratellanza Musulmana o di essere dissidenti laici, ma anche persone politicamente non affiliate - Le cosiddette SPARIZIONI FORZATE" nel diritto internazionale riguardano persone arrestate da agenti dello Stato o in borghese e portate in centri di detenzione ufficiali e non, tenute INCOMMUNICADO e senza comparire di fronte a un giudice", spiega Riccardo Noury di AMNESTY INTERNATIONAL, citato dal Corriere della Sera. Il giornale sottolinea che "entrambe le organizzazioni notano comunque che i nomi e le storie che sono riuscite a documentare costituiscono una stima conservatrice rispetto alla reale portata fenomeno: molte famiglie hanno paura di denunciare le sparizioni, per timore di ritorsioni o nella convinzione che gli attivisti possano fare poco". Le vittime di sparizioni forzate sono persone accusate di appartenere alla Fratellanza Musulmana o di essere dissidenti laici, ma anche persone politicamente non affiliate
Il muro di graffiti vicino Piazza Tahrir in Egitto al Cairo è stato demolito come parte di un progetto di ristrutturazione. Lo ha riportato il quotidiano al-Ahram. Il muro era diventato famoso in quanto espressione delle due proteste di massa che hanno portato al rovesciamento degli ex presidenti Hosni Mubarak nel 2011 e Mohammad Morsi nel 2013 (DA http://arabpress.eu/tag/il-cairo/ ) – Le cosiddette SPARIZIONI FORZATE” nel diritto internazionale riguardano persone arrestate da agenti dello Stato o in borghese e portate in centri di detenzione ufficiali e non, tenute INCOMMUNICADO e senza comparire di fronte a un giudice”, spiega Riccardo Noury di AMNESTY INTERNATIONAL, citato dal Corriere della Sera. Il giornale sottolinea che “entrambe le organizzazioni notano comunque che i nomi e le storie che sono riuscite a documentare costituiscono una stima conservatrice rispetto alla reale portata fenomeno: molte famiglie hanno paura di denunciare le sparizioni, per timore di ritorsioni o nella convinzione che gli attivisti possano fare poco”. Le vittime di sparizioni forzate sono persone accusate di appartenere alla Fratellanza Musulmana o di essere dissidenti laici, ma anche persone politicamente non affiliate – Le cosiddette SPARIZIONI FORZATE” nel diritto internazionale riguardano persone arrestate da agenti dello Stato o in borghese e portate in centri di detenzione ufficiali e non, tenute INCOMMUNICADO e senza comparire di fronte a un giudice”, spiega Riccardo Noury di AMNESTY INTERNATIONAL, citato dal Corriere della Sera. Il giornale sottolinea che “entrambe le organizzazioni notano comunque che i nomi e le storie che sono riuscite a documentare costituiscono una stima conservatrice rispetto alla reale portata fenomeno: molte famiglie hanno paura di denunciare le sparizioni, per timore di ritorsioni o nella convinzione che gli attivisti possano fare poco”. Le vittime di sparizioni forzate sono persone accusate di appartenere alla Fratellanza Musulmana o di essere dissidenti laici, ma anche persone politicamente non affiliate

   Appelli vengono firmati perché le Autorità internazionali aiutino l’Egitto, per farlo uscire dalla sua crisi economica, chiedendo in cambio rispetto dei diritti umani, delle regole fondamentali di democrazia e tutela delle persone, di giustizia da garantire a tutti (in questo post ve ne proponiamo uno, di questi appelli, di personalità europee, con prima firmataria Emma Bonino). In primis coinvolta è l’Europa: troppo stretti e storicamente nobili sono i legami che abbiamo con questo peraltro splendido paese (se non avesse le crudeltà che ora appaiono al suo interno).

   Allora, dicevamo, il “caso Egitto”, e una soluzione che ci veda partecipi a regole internazionali di sviluppo economico e pure sviluppo delle garanzie di tutela umanitaria e dei diritti civili, non è solo una cosa che può riguardare l’Egitto. La strada da percorre sembra propria quella di UN’ETICA DEI RAPPORTI INTERNAZIONALI: non si può continuare a non vedere violenze e sopraffazioni solo perché si fanno affari….. e questo accade in moltissimi altri Paesi, dove le sopraffazioni di persone neanche appaiono, cioè non sono documentate, e per questo “non esistono” perché nessuno le mette in evidenza, sono fatti che il presente e la storia non faranno propri. La logica internazionale che “nessuno va dimenticato” potrebbe fare qualche passo (molti passi) in avanti: non dimenticare (e chiedere sempre giustizia) per ogni caso di sopraffazione di qualsiasi regime (sia esso considerato autoritario, ma anche democratico). (s.m.)

………………………..

LE PROMESSE TRADITE NELL’EGITTO DEL GENERALE AL-SISI

di Ugo Tramballi, da “il Sole 24ore” del 7/4/2016

   Forse è vero: solo i militari possono garantire ordine e stabilità in questa fase storica dell’Egitto. Forse la democrazia è un frutto prematuro, anche se l’ipotesi sta piuttosto stretta a un Paese che fra alti e bassi è uno Stato da oltre 5mila anni. Continua a leggere

ASSETTI TERRITORIALI ISTITUZIONALI CHE NON CAMBIANO: il declino di REGIONI, PROVINCIE, COMUNI (che non si sciolgono in MACROREGIONI, AREE METROPOLITANE, NUOVE CITTA’) – Il caso dei comuni veneti che vogliono diventare friulani (per i vantaggi di chi è nelle regioni a statuto speciale)

SAPPADA (nella foto qui sopra). Bellissimo comune montano in Val Comelico, nel bellunese) ha chiesto il DISTACCO DAL VENETO e l’ADESIONE AL FRIULI VENEZIA GIULIA, sulla base del REFERENDUM DEL 2008 che ha visto GRAN PARTE DEI CITTADINI DI PLODN (così si chiama Sappada in lingua locale ladina) chiedere al Parlamento il trasloco nel vicino Friuli. Il voto del Senato sembrava certo nei primi mesi dell’anno (fino ad aprile 2016), e invece tutto è più che mai fermo, tutto è stato sospeso, rinviato (PER SEMPRE?)
SAPPADA (nella foto qui sopra). Bellissimo comune montano in Val Comelico, nel bellunese) ha chiesto il DISTACCO DAL VENETO e l’ADESIONE AL FRIULI VENEZIA GIULIA, sulla base del REFERENDUM DEL 2008 che ha visto GRAN PARTE DEI CITTADINI DI PLODN (così si chiama Sappada in lingua locale ladina) chiedere al Parlamento il trasloco nel vicino Friuli. Il voto del Senato sembrava certo nei primi mesi dell’anno (fino ad aprile 2016), e invece tutto è più che mai fermo, tutto è stato sospeso, rinviato (PER SEMPRE?)

   Parliamo di enti territoriali. Di come l’assetto istituzionale italiano fin qui tenuto (le REGIONI, le ex PROVINCE – che tanto “ex” non sono, come cercheremo di dimostrare in questo post -, i COMUNI che dovrebbero, almeno quelli medio piccoli mettersi assieme e formare NUOVE CITTÀ…), ebbene questi tradizionali enti istituzionali persistono stancamente, e una nuova geografia territoriale istituzionale sembra lenta e impossibile ancora a venire.

   Su questo blog spesso abbiamo auspicato e incentivato la realizzazione di quelle proposte di MACROREGIONI, proposte che da varie parti sono sorte nel nostro Paese, con lo scopo di sostituire le obsolete REGIONI: che sempre più stancamente, più che il territorio si accontentano di gestire, spesso con grandi sprechi, l’80% dei loro bilanci fatto di spesa sanitaria (bene questo, dello spendere in sanità, se fatto con efficienza e razionalità… indubbiamente, ma il resto?). Proposta di macroregioni che finora, concretamente, ha dato un risultato zero.

PROPOSTA DI MACROREGIONI (DA WIKIPEDIA) "(…..) il TERRITORIO ha perduto colore e potere. Le stesse REGIONI: sono ridotte a GRANDI ASL, che gestiscono la sanità (circa l'80% dei loro bilanci) con risorse sempre più ridotte(…) I SINDACI, insieme ai COMUNI che governano, sono costretti a far fronte a domande e aspettative crescenti, ma con fondi e trasferimenti in continuo declino. Erano "attori" di governo e delle istituzioni. Oggi sono ridotti a "esattori". Per conto dello Stato." (Ilvo Diamanti, la Repubblica del 15/2/2016)
PROPOSTA DI MACROREGIONI (DA WIKIPEDIA) “(…..) il TERRITORIO ha perduto colore e potere. Le stesse REGIONI: sono ridotte a GRANDI ASL, che gestiscono la sanità (circa l’80% dei loro bilanci) con risorse sempre più ridotte(…) I SINDACI, insieme ai COMUNI che governano, sono costretti a far fronte a domande e aspettative crescenti, ma con fondi e trasferimenti in continuo declino. Erano “attori” di governo e delle istituzioni. Oggi sono ridotti a “esattori”. Per conto dello Stato.” (Ilvo Diamanti, la Repubblica del 15/2/2016)

   Pensavamo che le Province venissero sostituite da ben più interessanti e accattivanti AREE o CITTA’ METROPOLITANE, ma anche questo non è accaduto: ci si è limitati a togliere l’elezione diretta, popolare, del consiglio provinciale e del presidente, e di delegare il tutto ai sindaci dei comuni del territorio provinciale, che è rimasto così com’è (e le province mantengono più o meno le stesse funzioni: la manutenzione delle strade, l’ambiente, l’edilizia scolastica).

   Infine i Comuni: ogni progetto di fusione tra di loro è assai lento e difficile da realizzarsi (spesso referendum per avere l’approvazione dell’accorpamento di due o più enti comunali viene sonoramente bocciato dalle popolazioni…).

MACROREGIONI in base alla ripartizione alle elezioni europee
MACROREGIONI in base alla ripartizione alle elezioni europee

   La notizia, e tema di riflessione, cui vorremmo comunque concentrarci in questo post, è il contesto che si è venuto a creare nei comuni a ridosso, confinanti, con regioni a statuto speciale (qui parleremo in particolare del Friuli) e che, appartenendo a una regione con meno risorse da distribuire (nel nostro caso, il Veneto), auspicano concretamente, con referendum in questo caso sempre vincenti o iniziative politiche, di pressione di vario genere, auspicano di “entrare a far parte” della più ricca, confinante, regione a statuto speciale.

   In Veneto questo sta accadendo con due casi: uno di Sappada (comune di montagna, nel bellunese) e l’altro con gli otto comuni trevigiani che sono a ridosso dei confini friulani.

REGIONI A STATUTO SPECIALE

   SAPPADA ha chiesto il distacco dal Veneto e l’adesione al Friuli Venezia Giulia, sulla base del referendum del 2008 che ha visto gran parte dei cittadini di Plodn (così si chiama Sappada in lingua locale ladina) chiedere al Parlamento il trasloco nel vicino Friuli. Il voto del Senato sembrava certo nei primi mesi dell’anno (fino ad aprile 2016), e invece tutto è più che mai fermo, tutto è stato sospeso: i partiti, compresi quelli più autonomisti nordisti, temono che questo passaggio a una regione a statuto speciale inneschi una richiesta generale in molti comuni d’Italia confinanti con regioni a statuto speciale (Friuli, Trentino, ma anche Valle d’Aosta). Pertanto Sappada, che appariva cosa certa e oramai “fatto” il passaggio al Friuli, è probabile che dovrà aspettare molto e molto tempo (e forse mai accadrà).

LA MAPPA DEL NORD EST – Il ridisegno della governance del territorio in modo funzionale è uno dei punti nell’agenda per un nuovo Nord Est che si fonda anche su una diversa coesione sociale, un sistema produttivo “immateriale”, istituzioni e territori sistemici
LA MAPPA DEL NORD EST – Il ridisegno della governance del territorio in modo funzionale è uno dei punti nell’agenda per un nuovo Nord Est che si fonda anche su una diversa coesione sociale, un sistema produttivo “immateriale”, istituzioni e territori sistemici

   L’altro episodio è quello innescato da OTTO COMUNI DEL TREVIGIANO CONFINANTI CON LA REGIONE FRIULANA (Cordignano che fa da leader, Fregona, Sarmede, Gaiarine, Portobuffolè, Mansuè, Gorgo al Monticano, Meduna di Livenza….in tutto circa trentamila abitanti) che minacciano di passare in Friuli, e per questo stanno pure coinvolgendo tutti i comuni veneti (anche quelli bellunesi) per aggregarsi alla regione a Statuto Speciale. Ma, forse più saggiamente da un punto di vista strategico (per ottenere il vero obiettivo, cioè più soldi) dicono al Governo che “se non volete che scappiamo al di là del Livenza o del Tagliamento, attutite il nostro disagio ripristinando i fondi Letta”.

una MACROREGIONE (improbabile?) DEL NORDEST FRA TRENTINO ALTO ADIGE, FRIULI VENEZIA GIULIA E VENETO
una MACROREGIONE (improbabile?) DEL NORDEST FRA TRENTINO ALTO ADIGE, FRIULI VENEZIA GIULIA E VENETO

   Cosa sono i fondi “Letta”? Per evitare problemi erano stati istituiti dei fondi (chiamati anche FONDI DI CONFINE), una regalìa ai comuni confinanti con regioni a statuto speciale: il “Fondo Letta” per i comuni a ridosso del Friuli, e molto tempo prima il “Fondo Brancher” (dai nomi dei loro propositori e istitutori) per i comuni a ridosso del Trentino. Viene da pensare che a questo punto tutto questo potrebbe far crescere il malessere, il disagio, anche di comuni “normali”, non di confine con regioni a statuto speciale, che loro non hanno nessun tipo di privilegio…

   E allora, proprio per evitare questa discrasìa e differenziazione tra comuni inseriti geograficamente in un’area territoriale abbastanza omogenea (culturalmente, storicamente, geomorfologicamente -pedemontana o montana-…) che viene ad essere IL NORDEST italiano, le ipotesi politiche, culturali, che si fanno, sono di due tipi:

1 – quella dell’istituzione di un’unica MACROREGIONE DEL NORDEST (sciogliendo in essa Trentino Alto Adige, Veneto, e Friuli Venezia Giulia) sostenuta in questi ultimi mesi da un gruppo veneto di avvocati, sociologi, economisti, piccoli editori (ne diamo conto in due articoli in questo post), e

2 – quella di chi afferma l’impossibilità di unire tre regioni con caratteristiche istituzionali così diverse, e non solo per troppo difficili modifiche costituzionali e contrarietà di parte delle regioni, ma in primis per un motivo ancora più arduo a realizzarsi: l’autonomia alle province di Trento e Bolzano è sorta il 5 settembre 1946 (nell’ambito della Conferenza di Parigi), dall’ACCORDO INTERNAZIONALE DE GASPERI-GRUBER, che prevedeva la concessione alle Province di Trento e Bolzano di un “potere legislativo ed esecutivo regionale autonomo”. E che in ogni caso né Trentino Alto Adige né Friuli Venezia Giulia, non hanno nessuna intenzione di confondersi e far condividere le loro maggiori risorse finanziare con il Veneto, tra l’altro quest’ultima a popolazione maggioritaria…. e per questo, in questa seconda tesi, si propone che anche il Veneto diventi a “statuto speciale”, cioè riconoscere al Veneto uno status di autonomia speciale analogo a quello del Friuli Venezia Giulia, condizione che renderebbe sostenibile anche l’eventuale ipotesi di fusione almeno tra Friuli e Veneto. Anche di questa tesi proponiamo alcune considerazioni, in particolare di una senatrice trevigiana del partito democratico, Simonetta Rubinato, che su questo punto, dell’autonomia veneta, si è particolarmente spesa, e sostiene che questa opzione è l’unica possibilità per dare autonomia, e mantenimento in loco di maggiori risorse, al Veneto.

   Le questioni specifiche fin qui proposte del Nordest italiano, su scala diversa si propongono anche in tutte le altre realtà geografiche italiane: bisogna però dire che alcune aree sono più problematiche da risolvere (ad esempio, più facile e possibile potrà essere in Italia Centrale una Macroregione che possa nascere, come si sta provando, dal mettersi assieme della Toscana, dell’Umbria e delle Marche).

   A proposito poi dei comuni che con grande difficoltà e ritrosia non accettano l’ineluttabilità di mettersi in realtà nuove (“nuove Città”) qualche tentativo politico si sta facendo: ad esempio l’11 novembre scorso c’è stata la proposta di legge con primo firmatario Emanuele LODOLINI (Pd). Si tratta di una modifica del testo unico del decreto legge 18 agosto 2000 n.267. Con la “proposta legislativa Lodolini” si stabilisce che il limite minimo perché possa esistere un comune è di 5mila abitanti. Tutte quelle amministrazioni che non rientrano in questo limite devono fondersi con altre. E se non lo fanno, le Regioni devono obbligarli, e se queste a sua volta “disobbediscono” avranno la decurtazione del 50 % dei trasferimenti statali in loro favore. I piccoli comuni sotto i 5mila abitanti sono il 70 per cento dei comuni italiani, che sono 8006. La media italiana è di 7500 abitanti per comune (considerando ovviamente tutti, anche le grandi città). Insomma una proposta, pur limitata ai comuni pisscoli, che pare interessante se diventa legge: meglio che niente, se accadesse.

   Resta il fatto che ogni ipotesi di aggregazione e nuovo assetto territoriale (fra comuni, provincie o regioni…) meriterebbe che nascesse non da imposizioni legislatiche dall’alto, ma da una meditata, condivisa e accorta realizzazione di ambiti territoriali istituzionali geografici confacenti al nuovo mondo che, volenti o no, si sta realizzando. (s.m.)

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LE PROVINCE? ADESSO SI CHIAMANO CANTONI

di Lorenzo Salvia, da “il Corriere della Sera” del 11/4/2016

– Abolite le elezioni, le Regioni ribattezzano i nomi degli enti: si va dai quadranti ai consorzi – Continua a leggere