Mappa aggiornata quotidianamente della diffusione del Coronavirus nel mondo

CORONAVIRUS COVID-19 Global Cases by the Center for Systems Science and Engineering (CSSE) at JOHNS HOPKINS UNIVERSITY (JHU)
(CLICCA IL LINK QUI SOTTO PER AVERE LA SITUAZIONE AD ADESSO, AL MOMENTO CHE LEGGI: https://gisanddata.maps.arcgis.com/apps/opsdashboard/index.html#/bda7594740fd40299423467b48e9ecf6)

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Possibili cause CLIMATICO-GEOGRAFICHE al VIRUS? E dopo l’attenuarsi della pandemia, QUALE SVILUPPO e ricostruzione per l’Italia, l’Europa, il Mondo? – Ci sarà ancora la lotta al CAMBIAMENTO CLIMATICO?…Con geo-politiche ecologiche concrete e nuovi stili di vita? Oppure tutto sarà come prima?

(immagine da http://www.tempostretto.it/) – “(…) Qualcuno l’ha ribattezzata la “CINTURA DEL CORONAVIRUS”. Si tratta di quella FASCIA, di colore verde, nella quale “COVID-19” STA PROLIFERANDO IN MANIERA “ESPONENZIALE”. I ricercatori dell’UNIVERSITÀ DEL MARYLAND, appartenenti al GLOBAL VIRUS NETWORK, una coalizione internazionale di virologi che stanno studiando il caso, hanno stabilito una INTERESSANTE CORRELAZIONE TRA LA DIFFUSIONE E LE CARATTERISTICHE CLIMATICHE DELLE ZONE IN CUI SI È MANIFESTATO. Il risultato è che LATITUDINE, TEMPERATURA e UMIDITÀ definiscono precisamente UNO STRETTO CORRIDOIO COMPRESO TRA 30 E 50 GRADI DI LATITUDINE NORD, dove le temperature medie si aggirano fra i +5°C e +11°C, mentre i valori dell’umidità relativa basculano fra il 47% e il 79%. Proprio in questa stretta fascia climatica il coronavirus si è diffuso con una certa virulenza, con LE PIÙ GRAVI EPIDEMIE CHE HANNO INVESTITO LA CINA, L’IRAN, L’ITALIA E LA COREA DEL SUD. (…) (”Daniele Ingemi, 16/3/2020, da https://www.tempostretto.it/)

   Tra le varie ipotesi al diffondersi di questa pandemia da “coronavirus”, che pressoché sta interessando tutto il pianeta (ma alcune aree geografiche “di più”), vi è, tra quelle più accreditate, il cambiamento climatico e lo stravolgimento arrivato a livelli irreversibili degli equilibri nel rapporto tra popolazioni e ambienti naturali di vita: foreste e risorse naturali scarnificate dall’uomo; inurbamento demografico arrivato a livelli elevatissimi e senza significative politiche urbane contro l’inquinamento atmosferico e l’uso dissennato delle risorse naturali (acqua, aria, biomasse…).

WWF: «PANDEMIE, L’EFFETTO BOOMERANG DELLA DISTRUZIONE DEGLI ECOSISTEMI», di Isabella Pratesi, Marco Galaverni e Marco Antonelli (consulenza scientifica di Gianfranco Bologna e Roberto Danovaro). Il LINK: https://www.wwf.it/perdita_biodiversita.cfm

   Per ora sembra, innanzitutto, essere stata individuata la causa scatenante del virus su tutta la popolazione (cosa non da poco!): cioè il possibile contagio da pipistrello a uomo. Contagio diretto o mediato da un altro animale (uno spillover è l’animale mediatore del patogeno, “Spillover” è anche il titolo di un celeberrimo libro del 2012 di David Quammen ora tornato assai in voga). E quando un patogeno fa il salto da un animale a un essere umano e si radica nel nuovo organismo come agente infettivo, in grado talvolta di causare malattia o morte, tutto questo processo viene chiamato una “ZOONOSI”.

da https://www.wwf.it/perditabiodiversita_cfm

   Questo pare accaduto nel mercato di WUHAN (la più grande città della Cina centrale, megalopoli di 11 milioni di residenti), mercato di animali vivi, in cui la fauna anche selvatica viene esposta viva e poi macellata al momento; e che da lì sia iniziata la trasmissione del virus da specie a specie. Pertanto è riconosciuto il fatto che all’origine del probabile contagio iniziale c’è una pratica, la vendita di fauna selvatica, che dovrebbe invece essere ostacolata su scala globale. Uno sventramento della “foresta” e dei suoi equilibri (anche nei patogeni degli animali selvatici), e l’introduzione nelle città-megalopoli di mercati con elementi incontrollati, fuori di ogni normalità, igiene, controllo sanitario efficace.

la deforestazione dell’Amazzonia (foto da http://www.quotidiano.net/) – Gli squilibri e i totali sventramenti della natura e delle sue regole, ha fatto sì che ci sia stata la “conquista della foresta” distruggendo o tentando di farlo ogni biodiversità che, peraltro, tutelava noi stessi anche da fenomeni letali come questi virus ora in noi, e dall’altra l’inurbamento eccessivo totale, senza regole, ha contribuito a uno squilibrio di cui abbiamo le cause e gli effetti adesso in primis con gli evidenti cambiamenti climatici, l’inquinamento, il surriscaldamento della biosfera. E le malattie da un’introiezione violenta con l’alimentazione di specie animali anche sconosciute.

   E qui veniamo al dunque, cioè del riconoscere indubitabile che la causa scatenante della pandemia è stata data appunto da un disequilibrio totale dell’ecosistema (la foresta sventrata e l’inurbamento di massa di milioni di persone con mercati e servizi incontrollabili); con ripercussioni globali (viviamo in un mondo “unico villaggio” che, come si dice adesso, anche i virus si spostano con gli aerei in poche ore…). che porta alla perdita della biodiversità, ad accelerati cambiamenti climatici, alle alterazioni degli habitat naturali (e in tutto questo ci può stare la diffusione delle zoonosi, ovvero le malattie trasmessa dagli altri animali all’uomo).

   E’ questa anche la tesi del WWF, che in un suo lucido RAPPORTO di queste settimane ( https://www.wwf.it/perdita_biodiversita.cfm), partendo dal fatto che vi è stato un transito della malattia dagli animali alla nostra specie e che questo sia avvenuto in ambiente urbano, dimostra che tutto è strettamente legato ai mutamenti di clima e da azioni umane: appunto, come si diceva, deforestazione, e dall’altra inurbamento sempre più massiccio della popolazione mondiale concentrata nelle città – metropoli – megalopoli.

“(….) Il Rapporto del 2019 dell’IPBES, il COMITATO INTERNAZIONALE E INTERGOVERNATIVO SCIENZA-POLITICA che per conto dell’ONU si occupa di BIODIVERSITÀ e ECOSISTEMI, parla chiaro: il 75% DELL’AMBIENTE TERRESTRE e circa il 66% DI QUELLO MARINO SONO STATI MODIFICATI in modo significativo e circa 1 MILIONE DI SPECIE ANIMALI E VEGETALI, come mai si era verificato fino ad oggi nella storia dell’umanità, SONO A RISCHIO ESTINZIONE. Dati che fanno il paio con quelli del LIVING PLANET REPORT del WWF del 2018, (https://d24qi7hsckwe9l.cloudfront.net/downloads/lpr_2018_ita_highlights_1.pdf ) che spiega come in circa 40 anni il pianeta abbia perso in media il 60% delle popolazioni di invertebrati.(….)” (Alessandro Sala, https://www.corriere.it/, 17/3/2020)

   E’ così che, sottolinea il Rapporto del WWF, se le principali epidemie degli ultimi anni sono (tutte) di origine animale; se ad influire nella loro diffusione è stata la riduzione delle barriere naturali che per secoli hanno creato un argine al contagio; se la deforestazione finalizzata alla creazione di pascoli, alla produzione di legname e carta o all’avanzata delle aree urbane ha di fatto cancellato parte di queste biodiversità tra animali selvatici e uomo (animali che mantenevano una maggiore distanza tra i virus che potremmo definire «selvatici» e l’essere umano); se la conquista umana di tutto ciò che è “selvatico” anche all’interno delle foreste ha aumentato il rischio del contagio (nel caso cinese catturando pure queste specie di animali selvatiche per farne cibo o per la realizzazione di prodotti derivanti da varie parti dei loro corpi); SE TUTTO QUESTO ACCADE (ed è accaduto) la TESI AMBIENTALISTA (che qui condividiamo) è che all’origine della situazione (assai dura) che ora ci troviamo a vivere, deriva dall’azione scellerata dell’uomo; con conseguenza della nostra necessaria attuale segregazione per non diffondere il virus, come contemporaneamente stiamo vivendo negli ultimi anni gli effetti evidenti negativi del CAMBIAMENTO CLIMATICO.

(foto da https://www.lettera43.it/ UNA MANIFESTAIONE DEI FRIDAYS FOR FUTURE) – 3 marzo 2020: LA COMMISSIONE EUROPEA LANCIA LA LEGGE EUROPEA SUL CLIMA proponendo l’obiettivo giuridicamente vincolante per l’Ue di RAGGIUNGERE ENTRO IL 2050 UN LIVELLO NETTO DI EMISSIONI CLIMALTERANTI PARI A ZERO. “Parole vuote”, “obiettivi lontani”, un testo che “ignora i dati scientifici”, in pratica “una resa”: a bocciare la proposta è la giovane attivista GRETA THUNBERG e tutto il movimento FRIDAYS FOR FUTURE

   È poi interessante andare a vedere la tesi di alcuni ricercatori dell’UNIVERSITÀ del MARYLAND, che hanno stabilito una CORRELAZIONE TRA LA DIFFUSIONE e le CARATTERISTICHE CLIMATICHE delle zone in cui si è manifestato il virus in modo più virulento. Secondo questi studiosi americani il virus si è manifestato “più forte” su tre caratteristiche omogenee: cioè dal fatto che LATITUDINE, TEMPERATURA e UMIDITÀ nelle aree fortemente colpite dal virus, SONO LE STESSE, e definiscono geograficamente e precisamente uno STRETTO CORRIDOIO GEOGRAFICO compreso tra 30 e 50 gradi di LATITUDINE NORD, dove le TEMPERATURE MEDIE si aggirano fra i +5°C e +11°C, mentre i valori dell’UMIDITÀ relativa fra il 47% e il 79%. Proprio in questa STRETTA FASCIA CLIMATICA il coronavirus si è diffuso in modo molto forte, con le più gravi epidemie che hanno investito la CINA, l’IRAN, l’ITALIA e la COREA DEL SUD (in quella stessa fascia di latitudine troviamo Wuhan, la Corea del sud, l’Iran, la pianura padana, Madrid e parte della Spagna, New York…).

(da https://www.wwf.it/perditabiodiversita_cfm) – “(…) E ancora, su tutto, va considerato che negli ultimi 50 anni la popolazione umana mondiale è raddoppiata, aumentando così il bisogno di risorse che ha portato ad un impoverimento delle risorse naturali e ad un aumento dell’inquinamento: i gas serra, per esempio, sono raddoppiati dal 1980 ad oggi e hanno contribuito fortemente all’ormai acclarato aumento di almeno un grado della temperatura media terrestre rispetto all’epoca preindustriale.(…) (Alessandro Sala, https://www.corriere.it/, 17/3/2020)

   Osservazioni interessante (e che finora la comunità scientifica non smentisce, peraltro giustamente impegnata ad affrontare e ricercare sbocchi immediati all’emergenza…), ma che, in ogni caso, fanno capire che il “DOPO EPIDEMIA” (quando avverrà, non lo sappiamo bene…) non potrà (dovrà) essere quello di un ritorno alla “normalità” accantonando ogni promessa di lotta al cambiamento climatico in tutte le aree geopolitiche del pianeta (in primis la nostra Unione Europea).

   Sennò, l’ipotesi ricorrente è quella che, finita la pandemia, tutto tornerà come prima? Torneremo ad essere liberi di inquinare, spostarsi, viaggiare, consumare allo stesso modo? …se esiste un nesso tra il drastico cambiamento climatico (cui ne eravamo edotti ben prima di quanto sta accadendo) e la diffusione del coronavirus, è assai probabile che di qui a poco ci troveremo in nuove situazioni simili, pandemiche, di diffusione di una nuova peste. Se la causa può essere lo sconvolgimento degli equilibri umani sulla natura, sarebbe (è necessario) mettere in atto pratiche virtuose in modo da non incorrere definitivamente nell’autodistruzione umana sul nostro pianeta.

“LE TRAPPOLE DEL CLIMA. E come evitarle”, di GIANNI SILVESTRINI, G. B. ZORZOLI (edizioni Ambiente, marzo 2020, pagg. 200, euro 19,00) – “(…) Letto ai tempi del coronavirus, “LE TRAPPOLE DEL CLIMA” FA UN CERTO EFFETTO per le incredibili analogie fra la situazione che stiamo vivendo col virus e quello a cui può dare luogo il cambiamento climatico se non facciamo in fretta a prendere provvedimenti. EMISSIONI CHE CRESCONO, incendi estesissimi in Amazzonia, in Siberia e in Australia, ondate di calore in nord Europa, permafrost che si scioglie, tutta roba lontana, come le notizie che ricevevamo dalla lontana Cina, poche settimane fa, quando eravamo convinti che l’epidemia si sviluppasse solo lì. Notizie e immagini da incubo, ma che riguardavano altri e altri luoghi. (…) NE “LE TRAPPOLE DEL CLIMA” SILVESTRINI E ZORZOLI CI GUIDANO LUNGO UN SENTIERO CHE ATTRAVERSA PAESAGGI VIA VIA PIÙ DRAMMATICI, feriti da alluvioni, siccità, vegetazione spoglia, e che si biforca, poco avanti a noi, in due rami, lungo uno dei quali il paesaggio muta, e diventa sereno e piacevole, mentre nell’altro persiste anzi si amplifica la drammaticità di quello in cui siamo. (…) Occorre allora ESSERE CAPACI DI DARE L’ESEMPIO E DIMOSTRARE CHE GLI STILI DI VITA E IL MODELLO ECONOMICO, culturale e sociale che noi paesi sviluppati proponiamo oggi SIANO MIGLIORI DI QUELLI DI PRIMA e che siano appetibili per tutti. Molto a proposito Silvestrini e Zorzoli su questo punto citano ALEXANDER LANGER: “LA CONVERSIONE ECOLOGICA POTRÀ AFFERMARSI SOLTANTO SE APPARIRÀ SOCIALMENTE DESIDERABILE”. Anche di questo è fatto il paesaggio che si vede dal sentiero dell’ottimismo della volontà, di desiderabilità sociale e individuale. Ma non basta che sia desiderabile se poi comunque non è realizzabile in concreto (…)” (FEDERICO M. BUTERA, da QUALENERGIA.IT https://www.qualenergia.it/ del 17/3/2020)

   In questo senso poco tempo fa, ricordiamo, la Commissione europea ha presentato il suo piano per un GREEN DEAL EUROPEO, e la proposta di legge sul clima che prevede l’impegno ad azzerare tutte le emissioni di CO2 entro il 2050. Questi progetti sono stati largamente criticati da tutti quelli che credono che siano insufficienti perché a troppa lunga scadenza (il 2050 è un impegno troppo lontano, serve vedere cose pratiche di riduzione dell’inquinamento adesso!). Pertanto provvedimenti che speriamo siano appunto accelerati, o (ipotesi minimissima) perlomeno confermati (e non accantonati com’è il rischio che accada con il pretesto della crisi economica che sicuramente ci sarà, e come probabilmente chiederanno alcuni Stati membri). Un “RICOMINICIARE” che abbia al centro della politica investimenti pubblici straordinari (che ormai tutti gli economisti giudicano necessari), ma investimenti che siano “verdi”; e azioni geopolitiche globali (di tutte le aree geografiche del mondo); e di nuovi STILI DI VITA (come dovremmo individualmente desiderare e volere) per salvare il pianeta e la vita su di esso. (s.m.)

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“SPILLOVER” di DAVID QUAMMEN – Adelphi, 2012, euro 19,50 – Ogni lettore reagirà in modo diverso alle scene che DAVID QUAMMEN racconta seguendo da vicino i cacciatori di virus cui questo libro è dedicato, quindi entrerà con uno spirito diverso nelle grotte della Malesia sulle cui pareti vivono migliaia di pipistrelli, o nel folto della foresta pluviale del Congo, alla ricerca di rarissimi, e apparentemente inoffensivi, gorilla. Ma quando scoprirà che ciascuno di quegli animali, come i maiali, le zanzare o gli scimpanzé che si incontrano in altre pagine, può essere il vettore della prossima pandemia – di NIPAH, EBOLA, SARS, o di VIRUS DORMIENTI e ancora solo in parte conosciuti, che un piccolo SPILLOVER può trasmettere all’uomo -, ogni lettore risponderà allo stesso modo: non riuscirà più a dormire, o almeno non prima di avere letto il racconto di QUAMMEN fino all’ultima riga. E a quel punto, forse, deciderà di ricominciarlo daccapo, sperando di capire se a provocare il prossimo Big One – la prossima grande epidemia –sarà davvero Ebola, o un’altra entità ancora innominata. – DAVID QUAMMEN è autore, oltre che di celebrati reportage per «NATIONAL GEOGRAPHIC» e altre riviste che gli hanno valso per ben tre volte il NATIONAL MAGAZINE AWARD, di numerosi libri. Di lui ADELPHI ha pubblicato ALLA RICERCA DEL PREDATORE ALFA (2005). SPILLOVER è uscito per la prima volta nel 2012 (sempre da Adelphi in Italia). – «QUANDO UN PATOGENO FA IL SALTO DA UN ANIMALE A UN ESSERE UMANO e si radica nel nuovo organismo come agente infettivo, in grado talvolta di causare malattia o morte, SIAMO IN PRESENZA DI UNA “ZOONOSI”. «È un termine vagamente tecnico, che a molti riuscirà insolito, ma ci aiuta a inquadrare i complessi fenomeni biologici che si celano dietro gli annunci allarmistici sull’INFLUENZA AVIARIA o SUINA, sulla SARS e in generale sulle malattie emergenti o sulla minaccia di una nuova pandemia globale. Ci aiuta a capire perché la scienza medica e la sanità pubblica sono riuscite a debellare terribili malattie come il VAIOLO e la POLIOMIELITE ma non altre come la dengue e la febbre gialla. Ci racconta un dettaglio essenziale sull’origine dell’AIDS. ZOONOSI è una parola del futuro, destinata a diventare assai più comune nel corso di questo secolo. «EBOLA è una ZOONOSI, come la PESTE BUBBONICA. Lo era anche la cosiddetta INFLUENZA SPAGNOLA del 1918-19 … Tutti i tipi di influenza umana sono zoonosi. E lo sono anche il VAIOLO DELLE SCIMMIE, la TUBERCOLOSI BOVINA, la MALATTIA DI LYME, la FEBBRE EMORRAGICA DEL NILO…». In copertina: Volpe volante delle Comore. Foto di Tim Flach.

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IL CORONAVIRUS POTREBBE NON ESSERE UNA BUONA NOTIZIA PER IL CLIMA

di Gabriele Crescente, 19/3/2020, da INTERNAZIONALE (https://www.internazionale.it/ )

   All’inizio di marzo, quando su internet hanno cominciato a circolare le immagini satellitari che mostravano l’impressionante riduzione delle emissioni di biossido d’azoto provocata dagli effetti del nuovo coronavirus in Cina, molti hanno pensato che questa terribile crisi avrebbe potuto avere almeno un effetto positivo: fermare (o almeno rallentare notevolmente) il cambiamento climatico.

   Le emissioni di gas serra sono direttamente legate alle attività produttive e ai trasporti, ed entrambe le cose sono state fortemente ridotte dalle limitazioni imposte ormai da tutte le principali economie del mondo per fermare la diffusione della pandemia.

   A febbraio le misure adottate dalla Cina hanno provocato una riduzione del 25 per cento delle emissioni di anidride carbonica rispetto allo stesso periodo del 2019: duecento milioni di tonnellate in meno, l’equivalente delle emissioni prodotte in un anno dall’Egitto.

   Tra l’altro, secondo una stima questo ha evitato almeno cinquantamila morti per inquinamento atmosferico, cioè più delle vittime del Covid-19 nello stesso periodo.

  Il rallentamento dell’economia globale potrebbe avere effetti ancora più consistenti. Secondo le ultime previsioni dell’Ocse, nel peggiore degli scenari presi in esame la pandemia potrebbe ridurre la crescita del pil globale nel 2020 dal 3 per cento all’1,5 per cento. Su The Conversation, Glen Peters del Center for International Climate and Environment Research ha calcolato che questo potrebbe comportare una riduzione delle emissioni di anidride carbonica dell’1,2 per cento rispetto al 2019. Visto che dopo la pubblicazione delle stime dell’Ocse le prospettive economiche sono ulteriormente peggiorate, il calo delle emissioni potrebbe essere ancora più marcato.

   Ma se a prima vista questa può sembrare una buona notizia per il clima, le cose appaiono molto diverse se si guarda oltre il breve periodo. Continua a leggere

LA PANDEMIA COVID-19 e i CONFINI INUTILI. Ogni Stato chiude le frontiere: è sospesa la globalizzazione? – Ma il Mondo capisce che le FRONTIERE non appartengono più al nostro presente – E LA DISPUTA SUI CONFINI fa fare ai CARTOGRAFI (GOOGLE compreso) mappe diversificate a seconda di chi le legge

MILANO E CINA – CORONAVIRUS, SOLIDARIETÀ SENZA CONFINI: LA COMUNITÀ CINESE REGALA MASCHERINE IN STRADA – Iniziativa del centro culturale cinese con le autorità della provincia dello Zhejiang – “MILANO e Cina, vicine più che mai. Martedì mattina (17 marzo) alcuni volontari del centro culturale cinese della CHINATOWN MENEGHINA hanno distribuito in strada mascherine e guanti in una città che sta facendo sempre più i conti con l’EMERGENZA CORONAVIRUS, che solo in Lombardia ha già fatto registrare già oltre 16mila contagi e più di 1.600 morti. I kit sono stati regalati in VIA PAOLO SARPI, storico cuore “cinese” sotto la Madonnina, a chiunque lo chiedesse. (da http://www.milanotoday.it/, 18/3/2020)

   L’attuale pandemia viene vissuta (nell’emergenza di bloccare la mobilità delle persone, e con loro il diffondersi del virus), come un ritorno al passato, la fine (almeno per un po’) della globalizzazione. Se la chiusura delle frontiere, la sospensione forzata della mobilità umana (che in questa fase storica aveva raggiunto livelli molto elevati…per lavoro, turismo, migrazioni, per curarsi, visite a parenti, interessi personali…), tutto questo fa dire a molti che la vecchia idea delle frontiere chiuse (negli ultimi anni rafforzate dai nuovi muri contro l’immigrazione), fa dire che in fondo si stava meglio prima, e che il chiudersi diventa una necessità vitale.

Venezia (quasi)deserta con la pandemia in corso (foto da http://www.corriere.it/)

   Ci accorgiamo invece, proprio dalla pandemia odierna, che le chiusure in mondi del passato, dimostrano la difficoltà (impossibilità) di poter risolvere in modo efficace e coerente le nuove (anche malefiche) sfide del presente. Adesso ogni Stato-nazione agisce come crede al diffondersi del virus: una pandemia che non rispetta i confini e riesce a penetrare gli stati malgrado si trasmetta da persona a persona (ricordate nel gennaio scorso le notizie dalla Cina, da Wuhan? E l’Italia per prima che, criticata, ha subito bloccato i voli….è servito??). E ognuno adotta misure diverse. Mentre il virus colpisce senza distinzioni di nazionalità (e invece imporrebbe all’Europa di adottare misure nell’interesse di tutti).

EUROPA TRA RIGIDI CONFINI E NUOVI MURI – Filo spinato tra Slovenia e Croazia per fermare la rotta balcanica degli immigrati

   Nei confini attuali esiste (ancora una volta dimostrato) un abisso tra la gestione (la realtà) del mondo, e le barriere imposte nazionalistiche retaggio del periodo del crearsi degli stati nazionali (consolidatisi nell’800, e poi causa di due massacri mondiali nel ‘900). E’ così che fa specie ricordare che, davanti alla attuale emergenza sanitaria, l’unica risposta concreta è prima di tutto di bloccare le (vecchie) frontiere di ciascun Stato. Ben evitando, ribadiamo, politiche e misure concrete sanitarie e comportamentali univoche per affrontare il morbo.

(ESTONIA, mappa da http://www.sapere.it/) – RUSSIA – ESTONIA. L’INCESSANTE QUESTIONE DEL CONFINE INDEFINITO TRA RUSSIA ED ESTONIA – “La questione della ratificazione del confine russo-estone è tornata recentemente al centro delle relazioni tra Mosca e Tallinn dopo che il 18 novembre 2019 Sergei Belyayev, diplomatico russo, intervistato per RIA Novosti ha ribadito la posizione di Mosca, affermando che LA RUSSIA È PRONTA A FIRMARE IL TRATTATO SUL CONTESTATO CONFINE A PATTO CHE L’ESTONIA ABBANDONI LE SUE RIVENDICAZIONI TERRITORIALI, illegittime agli occhi del Cremlino. La risposta del Riigikogu, il PARLAMENTO ESTONE, non ha tardato ad arrivare, rappresentata dal portavoce Henn Põlluaas che non si è risparmiato di ACCUSARE LA RUSSIA DI AVER ANNESSO IL 5% DEL TERRITORIO ESTONE. (…) Per comprendere come mai l’Estonia sia l’unico membro della Nato a non aver ratificato i propri confini con la Russia e perché questa circostanza continui a essere oggetto di contesa tra Tallinn e Mosca, bisogna fare riferimento alla fondazione dell’Estonia come stato-nazione risalente al 1920 con il TRATTATO DI TARTU…”(NDR: per capire il contesto, leggi tutto l’articolo contenuto in questo post, articolo di RAFFAELE MASTROROCCO, 4/12/2019, da https://www.eastjournal.net/)

   Quello che si capisce è che il “dopo”, volenti o no, non può essere “come prima” (cioè ognuno per sé, nel proprio rigido “stato-nazione”). E se qualcuno può pensarlo che “ci si dimentichi” di quel che è stato (“passata la festa, gabbato lo santo”), sarà la stessa “economia” a richiederlo: se vorremmo tirarci fuori dal declino economico, dai tanti debiti accumulati e che stiamo ancor di più adesso accumulando; dalla difficoltà di riprendere lavoro e ricchezza, del voler mantenere (almeno in Europa) un Welfare nonostante tutto così apprezzato (la sanità, la scuola…) ma costoso; dal voler (dover) riprendere quel discorso della crisi ambientale oramai arrivato alle conseguenze definitive visibili…. ebbene dovremmo fare a meno dei confini nazionalisti geografici che tanto cari sono finora stati alla popolazione (sovranista, chiusa) e alle classi politiche nazionalistiche nei vari Paesi…

I confini del Kashmir mostrati su Google Maps agli utenti indiani (a sinistra) e pakistani (a destra)(da https://www.ilpost.it/ )- GOOGLE MAPS SULLA REGIONE DEL KASHMIR mostra mappe diverse a seconda del paese da cui si collega l’utente: chi visita Google Maps DAL PAKISTAN veda i confini del territorio del Kashmir segnati da una linea tratteggiata, poco più scura delle linee tratteggiate che delimitano le regioni all’interno degli stati; gli utenti che utilizzano il servizio DALL’INDIA vedono invece il confine segnato da una linea continua, che indica l’inclusione completa del territorio all’interno dei confini indiani. (da https://www.ilpost.it/ del 18/2/2020)

   Perché nessun sistema economico può essere in discrasia, e non in armonia, con il sistema culturale in cui è inserito: e il mondo è ora più che mai unico nella sua globalità oramai acquisita, riconosciuta (e le specificità, culturali, linguistiche, etniche, comportamentali… le apprezzeremo meglio senza aver bisogno di frontiere).

barriera di confine tra India e Bangladesh (foto da http://www.dagospia.com/)

   Su questo il pensiero geografico, la GEOGRAFIA, dovrà fare la sua parte: convincere i riottosi a rivedere le loro chiusure mentali sul volere frontiere rigide, sul (addirittura) cercare di mettere su (come sta accadendo da qualche anno) NUOVI MURI di separazione. Questo non esclude (anzi) politiche armoniose di ripartizione territoriale, di solidarietà e cooperazione tra governi e istituzioni extranazionali che dovranno contare di più.

Mappa della Crimea vista dalla Russia – Google mostra due confini diversi per la penisola della CRIMEA agli utenti ucraini e russi. La penisola, che nel 2014 fu occupata e annessa dalla Russia, viene infatti mostrata AGLI UTENTI UCRAINI delimitata da una linea tratteggiata, a rimarcare la disputa che è ancora in corso. Agli utenti che accedono a Google Maps DALLA RUSSIA, invece, la Crimea viene mostrata divisa dall’Ucraina da una linea continua, di fatto come se fosse un territorio separato. (da https://www.ilpost.it/ del 18/2/2020)

   E il tutto in un PROGETTO FEDERALISTA che individui la “giusta mano” per decidere ogni questione: un potere locale per un problema territoriale limitato al singolo luogo, un potere europeo, mondiale, per problemi di più globale portata, come IL CAMBIAMENTO CLIMATICO, LA PACE in alcune aree mondiali in crisi, e, appunto, possibili grandi PROBLEMATICHE SANITARIE che possono accadere, come quella attuale….

SAHARA OCCIDENTALE (mappa da Wikipedia) – Gli UTENTI MAROCCHINI, cercando una mappa del proprio paese, troveranno una nazione intera, mentre quelli che si connettono da altri paesi vedranno una linea tratteggiata che divide la parte settentrionale del paese dal SAHARA OCCIDENTALE, una regione di 266 mila chilometri quadrati che si trova a sud e che confina principalmente con la Mauritania. Il Sahara Occidentale è il più grande territorio non autonomo del mondo riconosciuto dalle Nazioni Unite, ed è conteso da anni sia dal Marocco che dal FRONTE POLISARIO (abbreviazione di Frente Popular de Liberación de Saguía el Hamra y Río de Oro), un’organizzazione militare e politica che rappresenta il popolo Sahrawi, l’insieme dei gruppi tribali locali che reclamano la sua indipendenza. (da https://www.ilpost.it/ del 18/2/2020

   In questo post dedichiamo anche una buona parte a una CARTOGRAFIA FRA STATI che ora deve fare i conti con pericolosi dissidi territoriali in merito ai confini, e di come Organismi cartografici internazionali (come Google, ma anche strutture più di base, come OpenStreetMap…) devono purtroppo fare i conti, adeguarsi alle contese tra Stati, cercare di “accontentare tutti”: atteggiamento secondo noi a questo punto necessario, virtuoso (per non rinfocolare contrasti…), ma ancora una volta che mostra che i confini e le frontiere meritano di essere superate dal buon senso. (s.m.)

PALESTINA West_Bank_& Gaza_Map (da WIKIPEDIA) – IL CASO DELICATO DELLA PALESTINA – diversi giornali internazionali hanno ripreso la voce secondo cui Google avrebbe rimosso il nome “Palestina” dallo stato palestinese nella sua popolare applicazione Google Maps. La notizia è stata diffusa dal gruppo di giornalisti di Gaza, il Forum of Palestinians Journalists, che in un comunicato del 3 agosto ha sostenuto che Google avesse cancellato l’etichetta “Palestina” sin dal 25 luglio. Decine di media del Medio Oriente hanno parlato della notizia e moltissime persone ne hanno parlato sui social network. LA NOTIZIA PERÒ È FALSA. L’ETICHETTA “PALESTINA” SEMPLICEMENTE NON È MAI ESISTITA: l’equivoco può essere nato dal fatto che da qualche tempo sono sparite da Google Maps le etichette “Cisgiordania” e “Striscia di Gaza”, che identificano le due parti in cui è diviso lo stato palestinese. Non è chiaro da quando siano sparite: Google ha attribuito l’errore a “un bug” e promesso di rimediare in fretta. La questione è particolarmente delicata: quella fra Israele e Palestina è probabilmente la disputa territoriale più famosa al mondo, e già in passato altre mappe o rappresentazioni grafiche di quei territori sono state criticate perché ritenute scorrette o faziose. (da https://www.ilpost.it/ del 12/8/2016)

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QUELL’ERRORE DI CREDERE FINITO IL MONDO GLOBALIZZATO

di Alessandro Orsini, da “Il Gazzettino” del 19/3/2020

La fase che verrà

   Il coronavirus porrà un freno alla globalizzazione. Gli Stati sospendono i voli e chiudono i confini. Quando il virus sarà sconfitto, il mondo non sarà più lo stesso. Questa, in sintesi, è la tesi prevalente, che ha l’aspetto di un articolo di fede.

   Non esiste infatti nessuna evidenza che induca a una simile conclusione. Il disastro di Chernobyl del 1986 creò una situazione più tragica di quella attuale. A differenza del coronavirus, Chernobyl non infettò soltanto le persone, ma tutto il creato. Se osserviamo l’evoluzione dell’economia mondiale, i dati non lasciano dubbi: dopo Chernobyl, la globalizzazione è diventata più impetuosa e non si riesce a capire perché mai il coronavirus dovrebbe segnare la sua fine, in che modo e con quali finalità.

   La tesi della fine della globalizzazione è come la tesi della fine della storia, elaborata da Francis Fukuyama dopo il crollo del comunismo: radicata nell’immaginazione. È, invece, una tesi opposta che vogliamo presentare e cioè che il coronavirus creerà, molto probabilmente, una crescita della globalizzazione, invece della sua riduzione.

   In primo luogo, il coronavirus ci sta abituando al lavoro da casa che, se si radicherà in virtù dell’abitudine, consentirà alle imprese di ridurre gli stipendi di molti dipendenti. Una cosa è ricevere 1700 euro al mese in cambio della presenza quotidiana in ufficio, che richiede spese di trasporto e pranzi fuori casa, ma anche per accudire figli e genitori anziani, altro è pretenderli per lavorare da casa. Se però lo stipendio diminuisce, i lavoratori dovranno ingegnarsi per guadagnare di più e un mercato globale accresce le probabilità di “arrotondare”.

   Se Milano commercia con tutto il mondo, le probabilità crescono; se commercia soltanto con l’Italia, diminuiscono. Vale anche per le università: perché mai gli studenti dovrebbero pagare le stesse rette, se i professori registrano le proprie lezioni e le rendono disponibili online? Molte registrazioni sarebbero utilizzabili per anni senza aggiornamenti. Il diritto penale resterà lo stesso e la teoria di Einstein non cambierà. Gli studenti graveranno di meno sulle strutture, riducendo i costi d’illuminazione e molto altro. La conseguenza è che le università italiane dovranno parlare sempre di più in inglese e globalizzarsi per raggiungere nuovi mercati e compensare la riduzione delle entrate.

   Potremmo aggiungere decine di esempi, ma preferiamo arrivare al punto: nessun sistema economico può durare a lungo se non è in armonia con il sistema culturale in cui è inserito. I sistemi economici sono modellati soprattutto dalle norme giuridiche, che non possono scontrarsi con i valori dominanti. È dimostrato dalla Cina, che ha inventato un capitalismo a propria immagine e somiglianza.

   Il capitalismo della Cina è diverso da quello degli Stati Uniti perché diverse sono le loro culture politiche. Allo stesso modo, il capitalismo europeo è diverso da quello americano perché europei e americani hanno culture politiche simili, ma diverse. Questo aiuta a comprendere come mai l’assistenza sanitaria sia gratuita in Italia e negli Stati Uniti no.

   Indizi non trascurabili inducono a ritenere che, una volta sconfitto il coronavirus, la cultura della globalizzazione si sarà rafforzata rispetto alla cultura nazionalista. La lotta contro il virus richiede di restringere i confini, è vero, ma impone, nel contempo, una crescita della solidarietà e della cooperazione tra i governi, immortalata dall’arrivo dei medici cinesi a Roma per aiutare gli italiani. La foto di quei cinesi sorridenti è globalista mica nazionalista.

   La crescita della solidarietà si esprimerà, per forza di cose, ovvero per esigenze sistemiche, anche nei provvedimenti della Banca centrale europea, soprattutto dopo l’improvvida dichiarazione di Christine Lagarde – che ha fatto schizzare lo spread di Italia, Spagna, Grecia, Portogallo e Francia – poi ritrattata per paura di essere sfiduciata. Se l’Italia fosse l’unico Paese europeo a combattere contro il virus, la cooperazione non sarebbe così intensa.

   Ma il virus colpisce senza distinzioni di nazionalità e impone all’Europa di adottare misure nell’interesse di tutti. Come dimostra la rivolta di Hong Kong, nessuna economia può prosperare a lungo se vive in contrasto con la cultura in cui è immersa, e non è escluso che il coronavirus finisca per promuovere più la cultura delle società aperte che delle società chiuse. Se la cultura sarà globale, il mercato non potrà essere nazionale. (Alessandro Orsini)

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FRANCO FARINELLI

IL CONFINE GEOMETRICO: INTERVISTA AL GEOGRAFO PROF. FRANCO FARINELLI (del 9 gennaio 2018):

https://www.facebook.com/BalcaniCaucaso/videos/10156043147298044/

(DA Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa)

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COME GOOGLE MAPS MOSTRA I CONFINI DEI TERRITORI CONTESTATI

– Con versioni diverse a seconda del paese da cui si accede al servizio: succede per esempio con il Kashmir indiano e la Crimea – Continua a leggere

L’INDIA che cambia – Il Paese con la più grande democrazia al mondo, terra del tollerante e non violento Mahatma GANDHI, ora con il governo dell’ultranazionalista Narendra MODI calpesta diritti ed esclude i mussulmani dal diritto di cittadinanza – Riusciranno le realtà dissidenti ad opporsi alla svolta autoritaria?

MANIFESTAZIONI IN INDIA (foto da “Il Messagero.it”) – L’INDIA CHE STA PROTESTANDO CONTRO LA POLITICA DISCRIMINATORIA DEL SUO PRESIDENTE NARENDRA MODI- L’11 scorso c’è stata in India l’approvazione del CITIZENSHIP AMENDMENT ACT. Il provvedimento dispone misure preferenziali per l’ottenimento della CITTADINANZA INDIANA A MIGRANTI irregolari appartenenti a MINORANZE RELIGIOSE INDUISTE, SIKH, BUDDISTI, JAINISTE, PARSI e CRISTIANE perseguitate in PAKISTAN, BANGLADESH e AFGHANISTAN. L’atto, che ESCLUDE ESPLICITAMENTE I MUSULMANI, è stato salutato da ondate di proteste massicce ancora in corso contro ciò che viene percepita come una POLITICA DISCRIMINATORIA SU BASE RELIGIOSA

   In India dal dicembre scorso il Paese sta vivendo una rivolta contro il governo dell’ultranazionalista di estrema destra MODI. La causa scatenante è il Citizen Amendment Act (Caa, già in vigore, e che esclude i mussulmani dal richiedere la cittadinanza) e il National Registry of Citizens (Nrc, cioè il censimento dei cittadini, non ancora introdotto ma che sempre gli islamici vivono come possibile epurazione etnica). In pratica il primo provvedimento già approvato l’11 dicembre, dispone misure preferenziali per l’ottenimento della cittadinanza indiana a migranti irregolari appartenenti a minoranze religiose induiste, sikh, buddisti, jainiste, parsi e cristiane perseguitate in Pakistan, Bangladesh e Afghanistan. E l’atto esclude esplicitamente i musulmani.

L’INDIA è una FEDERAZIONE DI STATI con parlamenti e governi autonomi. Sono 29 STATI e 7 TERRITORI, fra cui quello della CAPITALE, DELHI. La maggior parte degli stati segue nei confini le FRONTIERE LINGUISTICHE. Certe regioni rivendicano l’autonomia come nuove entità statali. (mappa da Wikipedia)

 Questo è il punto essenziale della protesta (la discriminazione dei mussulmani), protesta che va avanti da dicembre scorso: con la richiesta di ritirare la legge discriminatoria, che viene vista con preoccupazione (e opposizione) da tutte quelle realtà indiane che credono nel valore di quella che viene considerata la democrazia più grande al mondo (l’India, un miliardo e 370 milioni di persone…).

(foto da www-corriere.it) Manifestanti con la foto del Mahatma Gandhi davanti alla Jamia Millia Islamia University, il 16 dicembre, protestano contro la nuova legge sulla cittadinanza che agevola i rifugiati e gli irregolari provenienti da tre Paesi vicini (Afghanistan, Pakistan e Bangladesh), tutti a eccezione dei musulmani (che in India sono 200 milioni). Un’iniziativa per tutelare le minoranze fuggite dagli Stati islamici confinanti, ha spiegato in Parlamento il ministro dell’Interno Amit Shah, il consigliere più ascoltato del premier Narendra Modi, cresciuto come lui in Gujarat militando nelle Rss, il gruppo paramilitare ultranazionalista indù. (Epa) (da https://www.corriere.it/ 16/12/2019)

   Poi, il secondo provvedimento non ancora approvato, quello del censimento (National Registry of Citizens, Nrc), anch’esso viene visto come una discriminazione possibile della comunità musulmana: diventerebbe uno strumento per liberarsi della comunità islamica in India.

MODI con sua madre il giorno del suo 67esimo compleanno (foto da http://www.newsnation.in/) – Narendra Damodardas MODI ha militato nei movimenti paramilitari di estrema destra; e durante la sua carriera politica è stato per tre volte primo ministro dello stato indiano del GUJARAT. NEL 2014, ALL’ETÀ DI SESSANTATRÉ ANNI, È STATO ELETTO PRIMO MINISTRO DELL’INDIA. Appena salito al potere, ha fatto modificare il metodo di calcolo del PIL, permettendo di GONFIARE ARTIFICIALMENTE I DATI DI CRESCITA. Il tasso di disoccupazione è così alto che il Ministero del Lavoro non fornisce più statistiche. I BILANCI GIÀ MOLTO BASSI PER LA SANITÀ E L’ISTRUZIONE SONO STATI TAGLIATI, così come altre spese sociali: sussidi all’occupazione, stanziamenti per le mense scolastiche, piani per l’accesso all’acqua potabile. Dal 2018 ha limitato drasticamente le attività sindacali. (da Wikipedia)

   E la protesta non coinvolge solo i mussulmani discriminati dal richiedere la cittadinanza, ma un blocco di opposizione estremamente ampio: studenti, accademici, anziani, giovani, persone impegnate in forze progressiste… anche hindu, poi appunto musulmani, ma anche cristiani….. Con manifestazioni spesso che si esprimono con scene da guerra civile, che segnano il culmine di proteste e violenze; e che si trascinano appunto da dicembre, in un crescendo d’intensità.

India-map (da http://www.reporterspress.it/)

   In un Paese, dicevamo, di 1 miliardo e 370 milioni di persone, a stragrande maggioranza hindu, i mussulmani sono considerati una esigua minoranza (invisi da sempre ai fondamentalisti hindu cui appartiene il presidente Modi). Esigua si fa per dire: sono ben 180 milioni gli islamici. La giustificazione, molto poco credibile (nessuno ci crede…) del governo sull’esclusione dei mussulmani “irregolari” dal diritto alla cittadinanza, è che questo provvedimento è rivolto a persone in fuga da persecuzioni religiose subite in Bangladesh, Pakistan e Afghanistan, che sono tutti Paesi a maggioranza musulmana. Come se le persecuzioni non potessero essere anche contro mussulmani dissidenti in pur Paesi a maggioranza islamica.

(India: inquinamento atmosferico, foto da https://www.rinnovabili.it/) – L’India è passata dal 140º al 177º posto tra il 2016 e il 2018 nell’ENVIRONMENTAL PERFORMANCE INDEX compilato dai ricercatori delle università di Yale e Columbia. In particolare, lo studio evidenzia il “PREOCCUPANTE” DETERIORAMENTO DELLA QUALITÀ DELL’ARIA. (da Wikipedia)

   Comunque, a questo motivo scatenante la protesta, si aggiunge forse in modo preponderante il disappunto e il malcontento dilagante della popolazione nei confronti del governo del presidente MODI, e dell’assai influente (nella società indiana) partito del presidente, cioè il Bharatiya Janata Party (Bjp), che porta avanti un ultrainduismo di Stato nel Paese, costringendo tutti a regole induiste e con l’appropriazione di ogni potere nella comunità.

(immagine da https://www.ispionline.it/) – L’attuale POPOLAZIONE INDIANA è di (circa) 1 miliardo e 370 milioni di persone. L’attuale POPOLAZIONE CINESE è di (circa) 1 miliardo 437 milioni di persone (sulla base delle ultime stime delle Nazioni Unite).
Nel 2050 stime delle Nazioni Unite dicono che la POPOLAZIONE INDIANA raggiungerà la cifra record di (circa) 1 miliardo e 660 milioni di persone SUPERANDO LA CINA (secondo la Nazioni Unite il superamento avverrà già a partire dal 2027) (da https://reporterspress.it/ del 6/3/2020)

   Di fatto Modi ha in mano il Paese: se è pur vero che è stato duramente sconfitto alle elezioni amministrative locali dell’11 febbraio scorso, a livello nazionale non ha nessuno in grado attualmente di contrapporsi: e così l’India è nella mani di un ultra-induista, dichiaratamente di estrema destra, che cerca di sospingere fuori dal Paese una delle comunità presenti da sempre in India (cioè quella mussulmana); e in un contesto dove, non essendoci credibili avversari politici, l’opposizione e la protesta non può che esprimersi nelle piazze (come sta accadendo da dicembre).

(Trump e Modi, foto da http://www.tg24sky.it/) – Il presidente Usa è stato accolto il 24 febbraio scorso nell’impianto da cricket di AHMEDABAD, dove al fianco del premier indiano Modi ha anticipato un accordo sulla difesa tra i due Paesi del valore di 3mila miliardi. Diverse le manifestazioni di protesta in tutto il Paese. (da http://www.TG24-sky.it/ )

   C’è poi da dire che dall’esterno, il fatto che Trump sia andato da Modi in India il 24 febbraio scorso, parlando e mostrando adulazione per la politica del presidente indiano (razzista e anti-mussulmana), concentrandosi sull’appoggio geopolitico dell’India alle scelte americane, questo non agevola la possibilità di incidere positivamente, fare pressione, per il rispetto dei diritti di tutte le minoranze in quel Paese. L’Europa (la nostra purtroppo debole Europa) si trova sola nel richiamare l’India al rispetto delle regole della civile convivenza democratica. E il pericolo di perdere al contesto mondiale la PIU’ GRANDE DEMOCRAZIA AL MONDO, si fa reale. (s.m.)

MANIFESTAZIONI IN INDIA contro la legge anti mussulmani (da https://ilmanifesto.it/)

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INDIA_ proteste contro la legge sulla cittadinanza (da http://www.repubblica.it/)

IN INDIA LA RIVOLTA SI ESTENDE, UN BEL PROBLEMA PER IL GOVERNO MODI

di Matteo Miavaldi, da IL MANIFESTO del 21/12/2019

– Il Citizen Act infiamma le piazze in tutto il subcontinente. Fronte eterogeneo ma unito contro la legge di cittadinanza che discrimina gli islamici. La macchina della propaganda dell’ultradestra al governo perde colpi, ma infuria la repressione –

   È difficile ricordare, negli ultimi decenni, un fronte unito così imponente ed eterogeneo protestare compatto in tutto il subcontinente indiano contro il governo.

   NONOSTANTE LA REPRESSIONE violenta delle forze dell’ordine, i manifestanti scesi in strada per protestare contro il combinato disposto del Citizen Amendment Act (Caa, già in vigore) e del National Registry of Citizens (Nrc, per ora ancora una promessa elettorale) stanno aumentando in maniera esponenziale.

   I social media traboccano di foto e video di adunate oceaniche letteralmente estese a macchia d’olio in tutto il paese. Dalla Jama Masjid, l’imponente moschea rossa nel centro di OLD DELHI, fino allo spiazzo di August Kranti Maidan a MUMBAI, passando per decine di proteste nelle università, in SVARIATE MEGALOPOLI, in INTERI DISTRETTI RURALI dal Nord Est al Kerala, l’India che si oppone all’ultrainduismo di stato del Bharatiya Janata Party (Bjp) di Narendra Modi non dà segno di cedere alla paura. La richiesta: ritirare la legge che discrimina la comunità musulmana nelle procedure di richiesta della cittadinanza indiana e che, qualora l’Ncr entrasse in vigore, diventerebbe uno strumento per liberarsi della comunità islamica in India.

   PER IL GOVERNO MODI è un problema duplice, di ordine pubblico, ma soprattutto politico. Con intere porzioni di territorio paralizzate dalle proteste e spezzoni di manifestanti che sfogano la propria rabbia incendiando autobus e distruggendo «proprietà private», come dice l’esecutivo, l’intervento coordinato dal ministro degli Interni Amit Shah si è fatto sempre più minaccioso. (….)

   Il bilancio dei feriti e degli arrestati è in costante aggiornamento, nell’ordine delle centinaia in tutta l’India, mentre ai 9 morti in Assam si sono aggiunti ieri almeno 5 morti in Uttar Pradesh. Nel più grande stato indiano, governato da Yogi Adityanath (Bjp), le autorità hanno promesso di «vendicarsi» contro i manifestanti violenti, che secondo Adityanath saranno identificati e dovranno pagare di tasca propria per i danni arrecati alla cosa pubblica. Sarebbe un unicum, nella storia delle manifestazioni di piazza indiane.

   DAL LATO POLITICO, per la prima volta l’eccezionale macchina della propaganda modiana – capace, tra le altre, di far digerire alla popolazione una drammatica demonetizzazione nel 2016 senza quasi incorrere in proteste – si trova in estrema difficoltà. La strategia del divide et impera, con cui il Bjp è sempre riuscito a fiaccare i moti popolari, questa volta sembra non scalfire un blocco di opposizione estremamente ampio: studenti, dalit, comunisti, progressisti, accademici – tra cui spicca lo storico e biografo del Mahatma Gandhi, Ramchandra Guha, arrestato e rilasciato dopo poche ore giovedì – hindu, musulmani, cristiani, anziani, giovani.

   Sono piazze in cui si è ritrovata una comunità unita a difesa di un’idea di India minacciata dal suprematismo hindu: un’India multiculturale, accogliente e orgogliosa della propria unity in diversity, la pietra angolare su cui i padri della patria costruirono l’India indipendente nel 1947.

   Due frasi, tra le centinaia di cartelloni portati in piazza, riassumono il momento storico che sta vivendo il paese: «Mio padre pensa che io sia qui a studiare storia, mentre sto facendo la storia» e «sono hindu, mica stronzo!». Un bel problema, per l’ultradestra al governo. (Matteo Miavaldi)

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The Prime Minister Narendra MODI (da Wikipedia)

da Wikipedia

CHI È NARENDRA DAMODARDAS MODI

   È nato in una famiglia ghanchi, uno dei ranghi più bassi del sistema delle caste indiane, e suo padre era un venditore di . Vegetariano stretto, in gioventù ha militato nel movimento paramilitare di estrema destra hindu Rashtriya Swayamsevak Sangh (RSS).

Durante la sua carriera politica è stato per tre volte primo ministro dello stato indiano del GUJARAT. Durante la sua amministrazione ha rilanciato l’economia, ma è stato accusato di aver fortemente limitato la libertà di stampa, venendo criticato per le sue posizioni dispotiche e le sue idee nazionaliste ed estremiste.

NEL 2014, ALL’ETÀ DI SESSANTATRÉ ANNI, È STATO ELETTO PRIMO MINISTRO DELL’INDIA. Dopo la sua elezione alcuni analisti Continua a leggere

Geograficamente in pillole: Il NUOVO MONDO (più incerto che prima) dopo il Coronavirus, Trump, Erdogan…. le guerre territoriali, e il cambiamento climatico

NASCE UN NUOVO ORDINE MONDIALE, SOTTO IL SEGNO DELL’INCERTEZZA

di Adriana Cerretelli, 11/3/2020, da “Il Sole 24ore” (https://www.ilsole24ore.com/)

   Non sarà la fine del mondo. Forse però il 2020 scriverà la fine ufficiale di un mondo.

   Di questi tempi i richiami alla crisi finanziaria del 2008 si sprecano, ma servono più a marcare le differenze che le somiglianze tra il grande sconquasso di ieri e quello di oggi. E non solo perché questa che si profila è prima di tutto una crisi economica. Ma perché i suoi prossimi sviluppi potrebbero finire per liquidare il risultato dei faticosi sforzi di cooperazione internazionale allora avviati.

   Fu proprio alla fine del 2008 a Washington che il G7, il consesso dei 7 Paesi occidentali più industrializzati del mondo, decise che fosse giunto il momento di condividere lo scettro della governance globale nel G-20 (allargato alle maggiori potenze emergenti, in testa Russia, Cina, India). L’anno dopo a Pittsburgh, la consacrazione della svolta orchestrata sotto leadership americana, Barack Obama ai primi passi, il neo-presidente idolatrato da quasi tutti. Allora l’Europa contava e premeva, ascoltata, per una reazione multilaterale al massimo. La Russia non aveva ancora invaso la Crimea, la Cina era il colosso che restava sullo sfondo.

   Alla prova dei fatti e degli interessi conflittuali in campo, quella governance si è presto rivelata debole e inefficace, i G20 annuali via via sempre più liturgici e meno incisivi. Il governo della globalizzazione cominciò quasi subito a fare acqua. Il Doha Round per la liberalizzazione del commercio era fallito da tempo. Per superare la crisi finanziaria ognuno andò per la sua strada, Obama per primo, ognuno con i suoi piani di salvataggio e le proprie regole. Anche se un simulacro di coordinamento rimaneva in piedi.

   Oggi, 12 anni dopo, tutto questo è trapassato remoto.

   Non sono le prove di governance più o meno riuscite ma quelle di caos globale a tenere la scena.

Non solo perché il coronavirus è il nuovo flagello mondiale che ha colto tutti di sorpresa, fa ballare le Borse, spezza le catene del valore e chiama recessione. E per di più si incrocia, aggravando ulteriormente il quadro economico generale, con la guerra del petrolio in atto tra Russia e Arabia Saudita: la prima spera con i mini-prezzi di affondare la produzione americana da shale destabilizzando anche Wall Street, la seconda ha vari conti da regolare dentro e fuori dall’Opec (ammesso che il gioco non sfugga di mano a entrambe).

   A far barcollare il fragile ordine mondiale nato a Pittsburgh nel 2008, che ben poco aveva in comune con quello di Yalta saltato nel 1989, è stata la fine degli ammortizzatori politico-diplomatici che riuscivano in qualche modo a puntellarne almeno l’architettura formale. È stata la rottura plateale degli equilibri di potenza che ha scatenato e continua a scatenare una sorta di corsa al liberi tutti, in cui tutti ma proprio tutti, grandi, medi e piccoli attori, si sentono autorizzati ad agire fuori da tutti gli schemi e senza limiti apparenti.

   L’America di Donald Trump è diventata la personificazione stessa degli stravolgimenti fuori da tutte le righe: sventolando le bandiere dell’America first ha liquidato il multilateralismo (peraltro in crisi da tempo) per giocare sul doppio tavolo dei rapporti bilaterali imbevuti di aggressività economico-commerciale e di disimpegno politico-militare in un’alternanza di stop and go imprevedibili e quasi sempre destabilizzanti per gli interlocutori. Dalla Cina alla Nato fino all’Europa.

   Da difensori e animatori dell’ordine internazionale, quasi sempre il loro, gli Stati Uniti ne sono diventati i nuovi destabilizzatori, per raddrizzare i vecchi e restare al centro dei nuovi equilibri mondiali. Con la Cina di Xi decisa più che mai a conquistare il ruolo di principale antagonista per cominciare. Con la Russia di Putin non meno determinata a sedere nel triangolo dei più Grandi. E l’Europa che in poco più di un decennio è entrata in piena dissolvenza, una comparsa ai limiti dell’irrilevanza completa ormai su qualsiasi scacchiere decisionale.

   La partita senza esclusione di colpi che oppone vecchi e nuovi padroni del mondo inevitabilmente apre praterie alle ambizioni di grandi e piccoli vassalli regionali. Libia, Siria, Turchia solo alcuni degli esempi affacciati sul Mediterraneo. Ma forse è il sultano di Istanbul quello che oggi merita il premio del più spregiudicato agente provocatore.

   Approfittando dei disordini di potere che gli aprono spazi di manovra insperati, il presidente Recep Tayyip Erdoğan mesta e guerreggia nei torbidi dei vicini ma in Siria, dove si scontra con la Russia di Putin, rischia di pagarla cara. E lo sa. Perché comprando contemporaneamente i missili russi, si è alienato Stati Uniti e alleati Nato. Perché, ritrovandosi con le spalle al muro, ha pensato bene di ricattare l’Europa con l’arma dei migranti che è stato pagato, 6 miliardi, per ospitare in Turchia.

   L’altro ieri la sua missione a Bruxelles per battere di nuovo cassa ha sbattuto contro il no di Ue e Nato. Ma l’Europa finirà per pagarlo di nuovo pur di fermare la marea dei disperati. Anche se l’incontro tra due grandi debolezze non faranno la forza di nessuno dei due. Anzi.

   Ma queste sono le caotiche storie di un mondo in ebollizione che non riesce a trovare la formula per mettersi in pace con se stesso e ritrovare la perduta stabilità e cooperazione per quanto imperfetta. Per questo anche un virus può tramortirlo più facilmente. Per questo gli shock del 2020 annunciano il principio di un mondo diverso. Quale, si vedrà. (Adriana Cerretelli)

GLI ACCORDI DI DOHA (Qatar) tra USA e TALEBANI per il ritiro delle truppe occidentali dall’AFGHANISTAN: SARÀ VERA PACIFICAZIONE? E i diritti civili (delle donne in primis) saranno mantenuti? E l’Europa, ora sul fronte del milione di profughi siriani e del Coronavirus, vigilerà su questo?

Gli ACCORDI DI DOHA sono stati raggiunti dalle delegazioni di Stati Uniti e talebani, guidate dall’inviato della Casa Bianca ZALMAY KHALILZAD e dal mullah BARADAR. Sono una prima intesa, a oltre 18 anni dall’intervento americano dopo gli attentati dell’11 settembre. (foto da https://www.agi.it/)

   L’accordo di pace tra gli USA e i talebani in Afghanistan, firmato il 29 febbraio scorso a DOHA in Qatar, mette fine a quasi 19 anni di duro conflitto (il presidente George W. Bush ordinò l’invasione dell’Afghanistan in risposta agli attacchi dell’11 settembre 2001, perché i talebani, al potere dal 1994, avevano dato ospitalità a Osama bin Laden e ai suoi). Truppe Usa e alleati ora se ne vanno dall’Afghanistan entro 14 mesi. È quanto prevede l’intesa firmata in Qatar. Inoltre l’accordo dovrà essere seguito dall’apertura di un tavolo di pace tra militanti islamisti talebani e il governo afgano.

AFGHANISTAN (da Wikipedia) – L’AFGHANISTAN confina con il TURKMENISTAN, l’UZBEKISTAN, il TAGIKISTAN, la CINA, il PAKISTAN e l’IRAN. Il TERRITORIO è PREVALENTEMENTE MONTUOSO. La nascita dello Stato nazionale afgano risale solo al XVIII secolo. A causare questo ritardo è stata la MANCANZA DI UN’UNITÀ GEOGRAFICA ED ETNICA nella regione. L’Afghanistan è nato come STATO-CUSCINETTO, che aveva la funzione di bloccare a nord l’espansionismo russo, a sud quello inglese. LA SUA POSIZIONE GEOGRAFICA ha da sempre fatto dell’Afghanistan una zona di passaggio per invasioni, pellegrini, mercanti e carovane. (da https://doc.studenti.it/)

   Negli oltre 18 anni di guerra più di 2.400 soldati americani sono stati uccisi, e 12 mila sono ancora in Afghanistan. I talebani nell’accordo si impegnano a tagliare i ponti con il terrorismo locale e internazionale, in pratica dovranno (dovrebbero) tagliare i legami con Al Qaeda e Isis (sarà vero?…). Non si sa se adesso, nel rapportarsi al governo afghano, i talebani manterranno pure un impegno al rispetto dei diritti umani di tutti gli afghani, specie delle donne (è il paese più duro e pericoloso da viverci per una donna…).

(Taliban, Herat, 2001, da https://www.wikiwand.com/) – I TALEBANI sono saliti al potere in Afghanistan nell’autunno del 1994. Il RITIRO DELLE TRUPPE SOVIETICHE, la CADUTA DEL PRESIDENTE MOHAMMED NAJIBULLAH (sostenuto dai sovietici) e la SALITA AL POTERE DEI MUJIAHIDIN non hanno portato alla fine della guerra in Afghanistan. Infatti gli SCONTRI TRA LE DIVERSE FAZIONI DEL MOVIMENTO DEI MUJIAHIDIN hanno causato un lungo periodo di lotte civili nel Paese. Per porre fine al caos da esse CAUSATO È SALITO AL POTERE UN MOVIMENTO, QUELLO DEI TALEBANI, che, approfittando della situazione, dal 1996 al 2001 (la fine del regime talebano con l’intervento americano dopo la tragedia delle Torri gemelle), hanno imposto i talebani, in quei 5 anni, al popolo afghano (in particolare alle donne, private del diritto allo studio, al lavoro, e a qualsiasi altra autonomia e libertà) delle pesantissime restrizioni. (da https://doc.studenti.it/)

   Pertanto ora è da capire se avranno successo i negoziati inter afghani per una pace duratura, cioè tra talebani e governo afghano. Non è cosa semplice una “spartizione” del potere tra queste due entità: una ufficiale, del governo legittimamente eletto; l’altra di un movimento come quello dei talebani che ha messo più che solide radici nella società afghana, con capacità anche di governo, di imporre tasse, regole, governare territori, con divieti nei comportamenti (specie nei confronti del mondo femminile, cui viene vietato lo studio, il lavoro e ogni tipo di autonomia e libertà).

Il presidente dell’Afghanistan ASHRAF GHANI (nella foto) dice che il suo governo non ha accettato di liberare 5mila prigionieri come prevede l’accordo tra Stati Uniti e talebani (da http://www.ilpost.it)

   Perché, e qui sta il punto, nulla si è scritto, e si è detto, circa i diritti civili: l’accordo non prevede il rispetto dei diritti delle persone. Ed è per questo che si teme che ritorni un regime autoritario, che impone regole fuori dalla ogni norma civile. È così che di teme il ritorno di una rigida SHARIA (cioè quel complesso di regole di vita e di comportamento dettato da Dio per la condotta morale, religiosa e giuridica dei suoi fedeli), a discapito, ribadiamo, soprattutto delle donne, che – durante l’assoluto regime talebano dal 1996 al 2001 – non avevano praticamente diritti.

Donne Afghane (foto da http://www.globalist.it/) – AFGHANISTAN: il posto peggiore per nascere donna

   E un altro problema che non è chiaro riguarda i prigionieri talebani che sono rinchiusi nelle carceri afghane. In base all’accordo 5mila talebani saranno rilasciati. Ma il presidente afgano ASHRAF GHANI non ha confermato questa decisione contenuta nell’accordo: ha sottolineato che non tocca agli Usa stabilire quale sarà il destino dei prigionieri fondamentalisti (è da chiedersi se è una tattica per non creare scontenti e poi di fatto operare con la liberazione di questi prigionieri, oppure una vera opposizione alla loro liberazione…).

Truppe USA in AFGHANISTAN (foto da https://www.tagesspiegel.de/)

   Sarà vera pace? …in progress con i talebani che adotteranno una linea più aperta e moderata? Difficile dirlo (speriamo che sia così, un percorso di pacificazione reale…). È comunque prevedibile che un ritorno a una coesistenza di potere tra talebani e l’attuale governance afghana, farà fuggire molte persone, preoccupate di un ripristino delle regole di vita fondamentaliste del passato. Un altro elemento questo, del “ritorno talebano” in Afghanistan, che si inserisce nell’attuale contingente crisi globale profonda che stiamo vivendo: data dal verificarsi di due eventi mondiali (con l’Europa e noi in primo piano) assai critici: cioè la crisi siriana con milioni di profughi “lasciati liberi” di partire da Erdogan verso l’Europa, e la situazione sanitaria della crescente espansione del “coronavirus”.

AFGHANISTAN: carta fisica e politica (da TRECCANI.IT) – per saperne di più sull’Afghanistan: Treccani AFGHANISTAN: http://www.treccani.it/enciclopedia/afghanistan_res-d4f12325-fe7f-11e1-b986-d5ce3506d72e_%28Atlante-Geopolitico%29/#gallery-3 )

   Contesti che richiedono azioni e interventi razionali, ancora una volta non delegabili a singole nazioni, ma a un’Europa unita che reagisca con determinazione (ad esempio nella risoluzione della crisi bellica siriana), ma anche con umanità e coraggio verso profughi in fuga (ad esempio creando condizioni concrete, anche allestendo campi profughi attrezzati in Grecia, per un ritorno pacifico nelle loro case). (s.m.)

SELAY GHAFFAR E LA “GUERRA PACIFISTA” IN AFGHANISTAN – “(…) Nel 1999, quando il paese era ancora dominato dal regime talebano, SELAY GHAFFAR (nella foto qui sopra) ha fondato (e ne è tuttora a capo) l’HAWCA, l’Organizzazione per l’assistenza umanitaria per le donne e i bambini dell’Afghanistan”, al fine di fornire una maggiore tutela alle donne, assisterle sia giuridicamente che moralmente e consentire loro di vivere una vita dignitosa, lontana dalla violenza e dalla sopraffazione. (…) L’Afghanistan è «il posto peggiore in cui una donna può nascere», così come lo ha definito la stessa Ghaffar. Uno Stato nel quale l’85% circa delle donne è analfabeta, non ha accesso all’istruzione ed è costretta a contrarre matrimonio prima dei sedici anni di età.(…) (Alessandra Fazio, da https://ecointernazionale.com/ del 12/2/2020)

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È IL CASO PIÙ FORTUITO E MINUSCOLO, ALLA FINE, CHE SEPARA LESBO DA LODI

di Adriano Sofri, da “IL FOGLIO” del 4/3/2020

– L’azzardo di Erdogan, i grandi d’Europa e l’esasperazione –

   Guardiamolo negli occhi, il nostro mondo. Si stipula una pace in AFGHANISTAN, affare elettorale di Trump, di cui vedremo gli svolgimenti. Intanto si può fondatamente prevedere che il ritorno dei talebani moltiplicherà il numero di afghani in fuga dal paese, che già oggi sono una quota ingente della pressione alle frontiere europee, specialmente sud-orientali.

   C’è la moltitudine di famiglie soprattutto siriane spinta di colpo nella fossa comune d’acqua e di scogli fra terraferma turca e terraferma greca, senza poter andare né avanti né indietro: in trappola. E in trappola con lei, benché confortevole ancora e anzi lussuosa, è l’intera classe dirigente dei paesi d’Europa, che sa di dover pagare un prezzo carissimo al ripudio di quelle migliaia e decine e centinaia di migliaia di sventurati intrappolati e pieni di bambini, e sente di doverne pagare uno per lei ancora più alto cedendo al soccorso e consegnandosi alla rabbia popolare e al cinismo delle opposizioni razziste.

   Mors tua vita mea: è inevitabile opinare che la classe dirigente europea scelga così coi migranti nella rete balcanica, facendo della minaccia che si è tenacemente procurata, l’avvento dell’estrema destra, un alibi a una propria disumanità: senza che questo ne assicuri la salvezza.

   Tutti vedono che la signora Angela Merkel, pur alla vigilia del commiato personale, non ripeterebbe mai il gesto audace di cinque anni fa. E d’altra parte l’azzardo di Erdogan si è fatto col tempo tanto più esoso quanto più esasperato.

   Guardano a questo scenario, i nostri spettatori, come se il destino baro stesse accumulando più disastri in una volta, l’uno separato dall’altro, il lusso del coronavirus per l’Europa e l’acqua alla gola e il gelo e il tifo e fame e sete ai dannati delle belle isole greche. (Il tifo, infatti, che vi è endemico, come l’ebola in Africa, come il dengue in America latina, morbi micidiali ma altrui, in questa parte di mondo che battibecca sulle vaccinazioni).

   Ma Lesbo e Lodi non sono separate se non dal caso più fortuito e minuscolo: fate che un contagio del coronavirus raggiunga quella moltitudine di fuggiaschi e immaginate come infurierebbe e infierirebbe.  Mosche nel bicchiere, i grandi d’Europa sbattono di qua e di là e cominciano a spararle grosse e del resto antiche: trovare un posto, un ghetto, un recinto, in cui avviare e confinare la moltitudine che preme nuda contro i fili spinati. Fra poco, vedrete, qualcuno si ricorderà del Madagascar, o dell’Uganda.

   Naturalmente un posto c’è per le decine di migliaia di profughi siriani naufragati fra due confini, e per gli altri milioni sprofondati nelle cantine della Turchia e del Libano e del Kurdistan: quel posto si chiama Siria. Era là che dovevano tornare, era là che i miliardi dei paesi ricchi dovevano andare a incoraggiare e finanziare quel ritorno e la ricostruzione di case e anime. Non è senno di poi: qualcuno lo ha avvertito da principio, e ha avvertito delle condizioni necessarie per renderlo possibile.

   Soffrire e reagire al mattatoio che tocca i nove anni e supera il mezzo milione di ammazzati e i milioni di sfollati ed esuli. Credere in una forza internazionale e dispiegarla. Rispettare almeno le proprie linee rosse. Non essere, oltre che così disumani, così ciechi da guardare alle bande di ogni risma, dalle masnade islamiste alle potenze regionali, l’Iran e la Turchia, il Libano degli sciiti e Israele, e mondiali, la Russia svelta di mano e gli Stati Uniti svelti di piede, come a un parapiglia estraneo e caratteristico, il solito Medio oriente, che si massacrino fra loro.

   E’ tardi, naturalmente. Ora forse dopo aver tirato sui miliardi si otterrà dal sultano qualche rinnovo contrattuale, qualche dilazione. Nel frattempo, qualcuno dovrà fare il lavoro sporco, lo sta già facendo. Qualcun altro soccorrerà, non ignorando le conseguenze più distanti ma sapendo che quando il proprio prossimo annega in mare o stramazza su una strada di ladroni bisogna solo soccorrerlo, avvenga quello che vuole. Gli uni e gli altri, quelli che sparano ai gommoni e alla ressa sui fili spinati e quelli che riscaldano e nutrono col poco che hanno, lo fanno anche per noi, tutti coinvolti. Ciascuno scelga i suoi. (Adriano Sofri)

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AFGHANISTAN, KABUL 2020 COME SAIGON. COSA ACCADRÀ A CHI HA LOTTATO?

Dopo l’accordo con gli Usa, incognite e ferite: che ne sarà degli afghani che si sono battuti a fianco degli occidentali e ora sono esclusi dai negoziati con i Talebani?

di Franco Venturini, da “il Corriere della Sera” del 29/2/2020

   È una pace zoppa quella firmata per l’Afghanistan, ma è pur sempre una pace dopo diciotto anni di massacri e di guerra senza vincitori. È la pace di Donald Trump, che vuole avere il tempo e il modo di ritirare dalla «Tomba degli imperi» afghana quasi tutti i suoi 13.000 soldati prima delle elezioni presidenziali di novembre, e che già tra 135 giorni potrà esibire agli elettori statunitensi una riduzione del contingente a 8.600 uomini. Quanto dovrebbe bastargli per rimanere alla Casa Bianca.

   È la pace dei Talebani, ai quali per tornare al potere viene chiesta soltanto la stessa pazienza che ebbero i nordvietnamiti quando gli statunitensi cominciarono a ripiegare, fino a quell’ultimo sovraccarico elicottero in partenza nel 1975 dal tetto dell’ambasciata di Saigon. Forse si può sperare che Continua a leggere