UN GRIDO DA KATHMANDU: il TERREMOTO in NEPAL e una popolazione povera e ora ancor più in difficoltà – IL MONDO potrà accorgersi delle condizioni di miseria e sottosviluppo di bambini, uomini, donne che in quest’AREA DEL MONDO sono dimenticati, avvolti solo dalla BELLEZZA DI QUEI PAESAGGI?

Terremoto in Nepal: la MAPPA dell' epicentro - 28MILIONI E 875MILA sono gli ABITANTI DEL NEPAL (secondo un censimento del 2013), in una superficie di 147mila km² (una densità di 203 ab./km²). La capitale KATHMANDU ha, in tutta la sua AREA METROPOLITANA (cioè allargata ad altri comuni contermini), più di 2MILIONI DI ABITANTI . Secondo l'Onu PIÙ DI UN QUARTO DELLA POPOLAZIONE È RIMASTA COINVOLTA DAL TERREMOTO, e AL 3 MAGGIO SONO 7.200 LE VITTIME ufficialmente calcolate, E PIU’ DI 15.000 I FERITI. II Governo del Nepal teme che il bilancio dei morti superi le 10mila persone. Un terremoto peggiore di quello che nel 1934 uccise 8.500 nepalesi. Le persone a rischio di rimanere senza cibo né acqua sono 1milione e mezzo. MOLTI VILLAGGI PERÒ SONO ANCORA ISOLATI E NON È ANCORA STATO POSSIBILE RAGGIUNGERLI. Il governo di Kathmandu, intanto, ha rinnovato UN APPELLO PER CIRCA 400 MILA TENDE PER I SENZA TETTO CHE SONO QUASI MEZZO MILIONE e per GENERI DI PRIMA NECESSITÀ COME FARINA, ZUCCHERO E SALE. TRA POCHE SETTIMANE INIZIERÀ LA STAGIONE MONSONICA e bisogna fare in fretta per offrire un riparo agli sfollati
Terremoto in Nepal: la MAPPA dell’ epicentro – 28MILIONI E 875MILA sono gli ABITANTI DEL NEPAL (secondo un censimento del 2013), in una superficie di 147mila km² (una densità di 203 ab./km²). La capitale KATHMANDU ha, in tutta la sua AREA METROPOLITANA (cioè allargata ad altri comuni contermini), più di 2MILIONI DI ABITANTI . Secondo l’Onu PIÙ DI UN QUARTO DELLA POPOLAZIONE È RIMASTA COINVOLTA DAL TERREMOTO, e AL 3 MAGGIO SONO 7.200 LE VITTIME ufficialmente calcolate, E PIU’ DI 15.000 I FERITI. II Governo del Nepal teme che il bilancio dei morti superi le 10mila persone. Un terremoto peggiore di quello che nel 1934 uccise 8.500 nepalesi. Le persone a rischio di rimanere senza cibo né acqua sono 1milione e mezzo. MOLTI VILLAGGI PERÒ SONO ANCORA ISOLATI E NON È ANCORA STATO POSSIBILE RAGGIUNGERLI. Il governo di Kathmandu, intanto, ha rinnovato UN APPELLO PER CIRCA 400 MILA TENDE PER I SENZA TETTO CHE SONO QUASI MEZZO MILIONE e per GENERI DI PRIMA NECESSITÀ COME FARINA, ZUCCHERO E SALE. TRA POCHE SETTIMANE INIZIERÀ LA STAGIONE MONSONICA e bisogna fare in fretta per offrire un riparo agli sfollati

In Nepal, dove il terremoto del 25 aprile scorso ha fatto migliaia di morti, c’è necessità di ogni genere di aiuto. Il Paese è ormai allo stremo, e le continue scosse di assestamento peggiorano ulteriormente una situazione già critica.

Alcune organizzazioni internazionali sono presenti nelle zone più colpite per portare aiuti, ma chiunque lo desideri può offrire il proprio contributo attraverso di loro.

SAVE  THE CHILDREN. Con 15 dollari si può provvedere a un kit d’igiene per un’intera famiglia, con poco più di 30 dollari si fornisce un kit per cucinare cibo in condizioni igieniche sufficienti ad evitare il diffondersi di epidemie come il colera. www.savethechildren.it

UNICEF. Sono quasi un milione, secondo i dati dell’Unicef, i bambini che necessitano di assistenza umanitaria nelle zone colpite dal sisma. Il personale presente in Nepal lancia l’allarme per il progressivo esaurimento delle scorte di acqua e cibo. Viene segnalato inoltre che manca la corrente elettrica ed è interrotta la rete mobile. In questo momento l’Ong  è impegnata ad inviare cisterne d’acqua e forniture di sali per la reidratazione orale, ma anche alla distribuzione di tende per allestire strutture mediche da campo. Inoltre due voli cargo hanno già trasportato nelle zone colpite dal terremoto 120 tonnellate di aiuti umanitari, tra cui forniture mediche e ospedaliere, tende e coperte. www.unicef.it

MEDICI SENZA FRONTIERE. L’Organizzazione è impegnata soprattutto  nell’ affrontare le emergenze mediche. Quattro equipe sono già arrivate nelle zone più colpite dal sisma partendo dallo Stato di Bihar in India, mentre un gruppo di chirurghi costituito da personale estremamente qualificato è partito da Bruxelles per allestire una sala operatoria a Kathmandu e cliniche mobili destinate  a soccorrere le persone nelle zone più remote. Altre due equipe sono invece  in partenza dal Giappone e da Delhi, mentre una è già in viaggio da Amsterdam per fornire supporto medico e igienico-sanitario. www.medicisenzafrontiere.it

AGIRE E ALTRE ONG. Quattro Ong (Oxfam, Sos Villaggi dei Bambini, Actionaid e CESVI) aderenti al network AGIRE  si sono già mobilitate per portare aiuti destinati a soddisfare i bisogni più immediati: acqua, cibo, ripari ai senzatetto e interventi di Primo soccorso, con soccorsi già operativi a Kathmandu e Pokhara, le zone maggiormente colpite dal sisma. http://agire.it

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Il terremoto nel centro monumentale di Kathmandu devastato dal sisma (da www.lastampa.it/)
Il terremoto nel centro monumentale di Kathmandu devastato dal sisma (da http://www.lastampa.it/)

   Quello accaduto con la prima scossa sabato 25 aprile in Nepal era un terremoto “prevedibile” e “aspettato” da tempo dicono gli studiosi. L’area in cui si è scatenato il terribile sisma (7.8 di magnitudo, l’epicentro è stato localizzato 80 chilometri a est della città di Pokhara a una profondità di appena 2mila metri), era considerata infatti da tempo ad altissimo rischio: da varie centinaia di anni la terra era immobile in un’area dove invece è in atto uno scontro geologico titanico. Qui la placca indiana viaggiando verso nord alla velocità di cinque centimetri all’anno scivola sotto la placca euroasiatica sollevandola. Si è creata una faglia lunga circa 140 chilometri che si è lacerata in ottanta terribili secondi.

   Il terremoto in Nepal, per quel che si vede e si capisce, È UN TERREMOTO COME QUELLI DI CENTO ANNI FA, in Occidente, quando i soccorsi arrivavano in tempo solo per seppellire i morti. II sisma ha colpito un Paese molto povero, dove metà della popolazione vive con un dollaro al giorno. E un paese molto giovane, giovanissimo, cioè ci sono tantissimi bambini. Sono bambini il 40% dei nepalesi, e secondo l’Unicef almeno un milione di loro vive nella zona devastata.

Una strada distrutta dal sisma del 25 aprile scorso di magnitudo 7.8 (DA FOCUS.IT)
Una strada distrutta dal sisma del 25 aprile scorso di magnitudo 7.8 (DA FOCUS.IT)

   Lo stesso primo ministro nepalese Sushil Koirala ha ammesso che l’apparato pubblico poco può fare per questa emergenza e tragedia, e ha chiesto l’aiuto della comunità internazionale. E dove manca lo Stato, sono state le comunità di quartiere e villaggio, le associazioni volontarie di ogni tipo, ma soprattutto le famiglie, ad essere mobilitate in prima fila per affrontare l’emergenza. Fino ad accollarsi il compito di creamare, di bruciare i corpi dei loro cari, per evitare epidemie. Con le cifre dei morti che salgono a più di 7mila e a quasi 15mila i feriti.

   Pertanto, il lato geografico della tragedia nepalese (e della necessità di dare ciascuno un aiuto in questo momento) è dato dal rilevare proprio, per una volta (ma speriamo che sia ancora in continuità) non tanto la bellezza delle sue asperità paesaggistiche, delle sue bellissime montagne, ma il fatto che il Nepal è un paese giovanissimo (età media vent’anni) ma in primis e ancor più che è un paese poverissimo: una nazione che nell’Indice globale dei Paesi colpiti dalla sottoalimentazione, dalla fame, occupa la 54esima posizione su 81.

Le strade disastrate e l’inizio della decomposizione dei cadaveri spinge anche le famiglie della vallata di Kathmandu a bruciare i corpi dei loro cari ovunque vengano recuperati…….E i familiari fanno tutto da soli: lavano il corpo con le loro mani, lo ungono di olii profumati, lo coprono di fiori gialli, lo depongono sulla pira. E infine appiccano il fuoco con candele rosa. Mai come in questi giorni tristi il corso del BAGMATI (fiume sacro a buddisti e indù che significa «Nepal» e sfiora il tempio di PASHUPATINATH) è stato avvolto da una coltre di fumo tanto fitta e continua (Lorenzo Cremonesi, il “Corriere della Sera” del 30/4/2015)
Le strade disastrate e l’inizio della decomposizione dei cadaveri spinge anche le famiglie della vallata di Kathmandu a bruciare i corpi dei loro cari ovunque vengano recuperati…….E i familiari fanno tutto da soli: lavano il corpo con le loro mani, lo ungono di olii profumati, lo coprono di fiori gialli, lo depongono sulla pira. E infine appiccano il fuoco con candele rosa. Mai come in questi giorni tristi il corso del BAGMATI (fiume sacro a buddisti e indù che significa «Nepal» e sfiora il tempio di PASHUPATINATH) è stato avvolto da una coltre di fumo tanto fitta e continua (Lorenzo Cremonesi, il “Corriere della Sera” del 30/4/2015)

   E quando un paese è povero, in miseria, tutto si ritorce contro di lui contro la popolazione poco alfabetizzata, e in balìa di sfruttatori e a volte della propria più che giustificata (dalle condizioni di vita assai difficili) ignoranza. E’ così che oltre a rifornire i bordelli dell’India e di altre regioni del Sud-Est asiatico, il Nepal è anche una “fabbrica di bambini”: si parla di madri surrogate per coppie di paesi ricchi. Si vive di poverissima agricoltura, pastorizia (un rapporto col mondo animale non buono, a volte crudele), e di quel turismo delle montagne che vede così tanta gente dei paesi ricchi arrivare, ma che alla fin fine arricchisce agenzie preposte, forse un po’ di tasse governative e pochissimo la popolazione.

Nell’immagine LA FASCIA DI DEFORMAZIONE LUNGO IL MARGINE MERIDIONALE DELLA CATENA HIMALAYANA (fonte Ingv) - Secondo Franco Pettenati,  ricercatore dell’EvK2CNR e dell’OGS (Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale di Trieste) che segue i dati dell’Everest Seismic Station – Pyramid, la stazione sismica dell’Everest operativa dal 2014,  “IL MOVIMENTO DI SCORRIMENTO DELLA FAGLIA CHE HA GENERATO IL TERREMOTO IN NEPAL, È AVVENUTO SU UN PIANO SUB ORIZZONTALE, CON LEGGERA PENDENZA VERSO NORD, SOLLEVANDO IL BLOCCO TIBETANO VERSO SUD. PRESUMIBILMENTE SULLA GRANDE LINEA TETTONICA CHIAMATA MHT (MAIN HIMALAYAN THRUST)” (da www.wired.it , 27/4/215)
Nell’immagine LA FASCIA DI DEFORMAZIONE LUNGO IL MARGINE MERIDIONALE DELLA CATENA HIMALAYANA (fonte Ingv) – Secondo Franco Pettenati, ricercatore dell’EvK2CNR e dell’OGS (Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale di Trieste) che segue i dati dell’Everest Seismic Station – Pyramid, la stazione sismica dell’Everest operativa dal 2014, “IL MOVIMENTO DI SCORRIMENTO DELLA FAGLIA CHE HA GENERATO IL TERREMOTO IN NEPAL, È AVVENUTO SU UN PIANO SUB ORIZZONTALE, CON LEGGERA PENDENZA VERSO NORD, SOLLEVANDO IL BLOCCO TIBETANO VERSO SUD. PRESUMIBILMENTE SULLA GRANDE LINEA TETTONICA CHIAMATA MHT (MAIN HIMALAYAN THRUST)” (da http://www.wired.it , 27/4/215)

   Un contesto di povertà estrema, nei costumi a volte ancora a volte tribali, in piaghe di sfruttamento di popolazione semplice e appunto ribadiamo poverissima. Il tutto in un paesaggio sì aspro, ma questo splendido inimitabile specie nelle sue montagne e nelle sue valli (e per questo ricercato dagli occidentali).

   Reinhold Messner ha denunciato che i soccorsi all’inizio si son rivolti in primis ai turisti occidentali “delle montagne”: non sappiamo se sia andata così, ma è probabile che sia accaduto. E’ chiaro che la tragedia più grande non è sull’Everest e sulla valanga sicuramente devastante accaduta con il sisma, ma nei paesi delle valli, da cui ancora adesso tutto tace (al 3 maggio ci sono villaggi non ancora raggiunti da elicotteri e altri mezzi, perché il Nepal ha grandi difficoltà di comunicazione viaria, di strade). E nessuno nemmeno chiede aiuto, forse fatalisticamente e forse realisticamente perché cerca di arrangiarsi.

bambini nepalesi e terremoto (da www.bolohna2000com/)
bambini nepalesi e terremoto (da http://www.bolohna2000com/)

   Però c’è anche da dire, a proposito del turismo di montagna assai opinabile che c’è in Nepal, che iI fatto però che decine e decine di alpinisti occidentali siano rimasti coinvolti nella tragedia ha avuto il risultato che se ne parli, da noi, che ce ne sia ampia eco sui giornali. Altrimenti, avesse lo stesso sisma colpito un Paese dell’Africa profonda, così tante migliaia di morti africani non sarebbero bastati per fare accendere l’interesse mediatico occidentale.

   Secondo l’Onu, quando accadono tragedie simili, il 40% delle necessità umanitarie rimane senza una risposta. Ma tutti dicono che è comunque “meglio di una volta”. Ad esempio in Italia esiste un coordinamento di soccorso di rilievo, grandi organizzazioni non governative (ong) come Medici senza Frontiere, oppure un efficiente coordinamento di tante medio-piccole ong che si riconoscono in AGIRE (AGenzia Italiana Risposta Emergenze) nata nel 2009 e diventata uno strumento organizzativo efficiente italiano nella solidarietà internazionale nei disastri che accadono.

   Le difficoltà ora del Nepal, il disastro accaduto che si ripercuoterà ancor di più nella povertà nepalese del futuro… fa pensare che accadimenti come questi dovrebbero “liberarci” dai nostri egoismi personali e nazionali di rifiuto di ogni pur minimo impegno alla cooperazione internazione; destinando così più risorse allo sviluppo di ciascun paese; pensando concretamente a modi e stili di vita in occidente che siano più attinenti a quelli dei paesi poveri; che si dia spazio a gemellaggi e interscambi tra persone e istituzioni dei nostri Paesi ricchi e quelli di Paesi poveri: cioè guardando alla possibilità di un riequilibrio tra un mondo che in fondo sta bene (nonostante la crisi che sta vivendo) e chi ha diritto di pari dignità sociale di vita. Cioè dovremmo “immergerci” con più convinzione nelle realtà di questi paesi poveri, com’è il Nepal, stabilendo interscambio di conoscenze e amicizia tra “noi” e “loro”. (s.m.)

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nepal_terremoto_sfollati _ da www__tg24_sky_it_tg24_

NEPAL, SOTTO LE TENDE DI KATHMANDU

– con le famiglie senza cibo e luce – Il premier nepalese ha ammesso che lo Stato da solo non ce la fa ad affrontare l’emergenza –

di Lorenzo Cremonesi, da “il Corriere della Sera” del 29/4/2015

KATHMANDU – Le vedi subito, anche dall’aria, ancora prima di atterrare: le tende di ogni tipo e fattura. Continua a leggere

BARCONI, MIGRANTI, PROFUGHI IN FUGA: L’EUROPA AFFONDA SUL MAR MEDITTERRANEO, incapace di azione politica, unità, solidarietà, prospettiva di futuro – QUALI SOLUZIONI alle tragedie in mare e all’accoglienza di persone in fuga dalla miseria e dalle guerre?

 

Migranti sbarcati ad Augusta _ Lapresse_Reuters da il Manifesto - IL DOVERE DI ACCOGLIERE I MIGRANTI. I FLUSSI MIGRATORI NON SI FERMANO. AL MASSIMO SI DEVIANO. Per il resto delle nostre vite dovremo convivere con l’emigrazione dall’Africa e dal Medio Oriente. Possiamo provare a gestire il fenomeno, ma non risolverlo con la forza. Ultima chiamata per i “valori europei” (Lucio Caracciolo, da “la Repubblica” del 23/04/2015)
Migranti sbarcati ad Augusta _ Lapresse_Reuters da il Manifesto – IL DOVERE DI ACCOGLIERE I MIGRANTI. I FLUSSI MIGRATORI NON SI FERMANO. AL MASSIMO SI DEVIANO. Per il resto delle nostre vite dovremo convivere con l’emigrazione dall’Africa e dal Medio Oriente. Possiamo provare a gestire il fenomeno, ma non risolverlo con la forza. Ultima chiamata per i “valori europei” (Lucio Caracciolo, da “la Repubblica” del 23/04/2015)

   Dopo la (ennesima, anche se stavolta ancor peggiore) tragedia del barcone con 800 morti nella notte tra sabato e domenica 18-19 aprile al largo delle coste libiche nel Canale di Sicilia (la costa libica a 70 miglia, Lampedusa a 180, Malta a 160…), tutti si sono concentrati su quella che possiamo considerare “la dimen­sione finale della tra­ge­dia”, il naufragio nel mar Mediterraneo, per­ché è la più visi­bile e quella che con­cen­tra la più imme­diata e dif­fusa ostilità per gli scafisti che approfittano di questi disperati. Ma sono disperati che partono da lontano, e poco cambia che possono morire di fame e sete nel deserto (molto prima del mare…), o per gli aguzzini dell’Isis, o per chiunque approfitta di loro.

«Un ragazzino, 10 anni, o forse 15, a faccia in giù, il viso immerso in una enorme chiazza di petrolio. Lì sotto, ormai a 400 metri di profondità, il relitto di un peschereccio che si è portato in fondo al Canale di Sicilia i corpi di centinaia di persone. È l’immagine che resterà impressa di quello che si profila come il più grande naufragio di tutti i tempi della storia dell’immigrazione. La costa libica è a 70 miglia, Lampedusa a 180, Malta a 160. Un triangolo maledetto nel quale nella notte tra sabato e domenica, traditi dall’entusiasmo per i soccorsi ormai a poche centinaia di metri, hanno perso la vita uomini, donne, probabilmente anche moltissimi bambini, tutti provenienti dai paesi del centro Africa, tutti nelle mani delle organizzazioni di trafficanti senza scrupoli che controllano un business milionario» (da www.giornalettismo.com  del 20/4/2015)
«Un ragazzino, 10 anni, o forse 15, a faccia in giù, il viso immerso in una enorme chiazza di petrolio. Lì sotto, ormai a 400 metri di profondità, il relitto di un peschereccio che si è portato in fondo al Canale di Sicilia i corpi di centinaia di persone. È l’immagine che resterà impressa di quello che si profila come il più grande naufragio di tutti i tempi della storia dell’immigrazione. La costa libica è a 70 miglia, Lampedusa a 180, Malta a 160. Un triangolo maledetto nel quale nella notte tra sabato e domenica, traditi dall’entusiasmo per i soccorsi ormai a poche centinaia di metri, hanno perso la vita uomini, donne, probabilmente anche moltissimi bambini, tutti provenienti dai paesi del centro Africa, tutti nelle mani delle organizzazioni di trafficanti senza scrupoli che controllano un business milionario» (da http://www.giornalettismo.com del 20/4/2015)

   Pertanto concentrarsi sulla “dimensione finale”, il Mediterraneo che si porta via la vita di queste persone, e così proporre il bombardamento preventivo dei barconi, la caccia agli scafisti, è qualcosa di assai semplificatorio sulla tragedia umana di popolazioni che vengono verso di noi (e che noi vorremmo tentare di “non vedere”).

Localizzazione del barcone con a bordo più di 800 migranti affondato nella notte tra sabato e domenica 18-19 aprile (mappa ripresa  da www.nanopress.it)
Localizzazione del barcone con a bordo più di 800 migranti affondato nella notte tra sabato e domenica 18-19 aprile (mappa ripresa da http://www.nanopress.it)

   E dopo la tragedia degli 800 morti, proprio su questa linea miope si è messo il piano dell’Unione Europea che, in sintesi, propone di “catturare e distruggere” le imbarcazioni usate dai trafficanti, come priorità assoluta; e poi: 1- è stata decisa la triplicazione dei fondi per la missione Triton, senza che la sua natura sia cambiata in una missione “anche” di assistenza ai migranti e di caccia agli scafisti, oltre che di sorveglianza delle acque dell’Unione (vedi lo schema qui sotto, che spiega com’è Triton, dopo l’abbandono della più efficace missione “Mare Nostrum”);

DA WWW.LETTERA43.IT  25/4/2015
DA WWW.LETTERA43.IT 25/4/2015

2- è stato dato un mandato a Federica Mogherini, Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione, per discutere in sede Onu di opzione militare (un negoziato destinato per opinione di tutti a fallire: la Russia, in fase di contrasto con l’occidente dirà di no); e 3- c’è stata l’offerta di fornire navi da parte di Gran Bretagna, Germania, Spagna e Croazia, ma nessuna disponibilità a farsi carico dei profughi salvati, che resteranno a carico di Italia, Grecia e Malta. Insomma, nessuna nuova visione globale del problema, e niente come soluzioni adeguate: l’Unione rinforza lo strumento, ovvero il mezzo, perché è incapace di cambiare l’obiettivo, cioè il fine, che dovrebbe perseguire.

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GIOVANNI GIANCARLO LO PORTO, UNA SCELTA DI VITA

GIOVANNI LO PORTO, il COOPERANTE rapito il 19 gennaio 2012 al confine tra Pakistan e Afghanistan, è morto all'inizio del gennaio scorso, durante un raid statunitense (con un drone, nel corso di un’operazione di antiterrorismo, contro Al Qaeda - nell'area in cui era stato sequestrato - insieme all'ostaggio americano Warren Weinstein. Giovane e brillante operatore umanitario, il palermitano aveva alle spalle missioni in Centro Africa, ad Haiti, due volte in Pakistan. Giovanni, 39 anni, Giancarlo per gli amici e i familiari, era stato rapito insieme con il collega tedesco Bernd Muehlenbeck, 59 anni, dal compound di MULTAN: una città di un milione e cinquecento mila abitanti del PUNJAB, nel nord del PAKISTAN a cavallo del confine con l'AFGHANISTAN. Entrambi lavoravano per la ong TEDESCA WEL HUNGER HILFE, nell'ambito di un progetto finanziato dall'Ue per soccorrere la popolazione del Pakistan sconvolta da un violento terremoto a cui era seguita un'alluvione. Muehlenbeck era stato liberato lo scorso ottobre.
GIOVANNI LO PORTO, il COOPERANTE rapito il 19 gennaio 2012 al confine tra Pakistan e Afghanistan, è morto all’inizio del gennaio scorso, durante un raid statunitense (con un drone, nel corso di un’operazione di antiterrorismo, contro Al Qaeda – nell’area in cui era stato sequestrato – insieme all’ostaggio americano Warren Weinstein. Giovane e brillante operatore umanitario, il palermitano aveva alle spalle missioni in Centro Africa, ad Haiti, due volte in Pakistan. Giovanni, 39 anni, Giancarlo per gli amici e i familiari, era stato rapito insieme con il collega tedesco Bernd Muehlenbeck, 59 anni, dal compound di MULTAN: una città di un milione e cinquecento mila abitanti del PUNJAB, nel nord del PAKISTAN a cavallo del confine con l’AFGHANISTAN. Entrambi lavoravano per la ong TEDESCA WEL HUNGER HILFE, nell’ambito di un progetto finanziato dall’Ue per soccorrere la popolazione del Pakistan sconvolta da un violento terremoto a cui era seguita un’alluvione. Muehlenbeck era stato liberato lo scorso ottobre.

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   Riprendendo la questione dei migranti, e dei barconi assassini, ammesso che i barconi vengano fermati (ma non sarà così, come si spiega in alcuni articoli che in questo post vi proponiamo), morire nel deserto invece che nel Medi­ter­ra­neo non rap­pre­senta un passo avanti, né sotto il pro­filo uma­ni­ta­rio, né sotto quello del con­trollo dei movi­menti migra­tori e nemmeno sotto quello della nor­ma­liz­za­zione dei rap­porti con paesi così vicini alle nostre coste.

   Dovremmo partire da un fatto ineludibile: l’emigrazione di popolazioni dai paesi poveri verso quelli ricchi è inarrestabile; avremo a che fare per moltissimo tempo con masse di donne, uomini e bambini verso di “noi”, alla ricerca di speranza e migliori condizioni di vita.

   In un appello congiunto molte organizzazione non governative, tra cui OXFAM ITALIA, SAVE THE CHILDREN, ARCI e FOCSIV, hanno ribadito la richiesta di UNA NUOVA MISSIONE DI SALVATAGGIO “MARE NOSTRUM” EUROPEA. La federazione delle Chiese evangeliche e la Comunità di Sant’Egidio hanno proposto di autofinanziare, attraverso l’8 per mille, un corridoio umanitario tra Marocco e Italia.

   Pensare di distruggere i barconi prima che vi si imbarchino i migranti è cosa impossibile, tutti dicono: in nessun porto libico di imbarco di profughi verso l’Italia, esistono ovviamente attracchi separati per gli scafisti. La stessa imbarcazione usata per pescare oggi trasporta centinaia di persone domani…… Su questa linea una proposta che ritroverete nel primo articolo di questo post, di uno studioso dell’area mediterranea (Federico Varese), è quella che le autorità italiane ed europee, piuttosto che pensare a distruggere barconi, dovrebbero rapportarsi con i gruppi locali, etnici, che vivono lì e che controllano quei porti, quei territori: stabilire una trattativa, uno scambio economico al fine che siano loro (che conoscono e gestiscono il territorio) a farsi carico del far cessare le partenze pericolose e selvagge, dei profughi in balìa degli scafisti.

La mappa delle rotte clandestine da LETTERA43.IT - ….Nel PORTO LIBICO DI ZUWARA, da dove partono ogni giorno chiatte in direzione dell'Italia, raccontano che non esistono attracchi separati per gli scafisti. La stessa imbarcazione usata per pescare oggi trasporta centinaia di persone domani…… IL PORTO DI ZUWARA È CONTROLLATO DAL GRUPPO ETNICO BERBERO DEGLI AMAZIGH….. GLI AMAZIGH vivono di traffici e di commercio. Essi HANNO LA GOVERNANCE DEL TERRITORIO e possono far cessare da un giorno all'altro le partenze. È cruciale intrattenere rapporti diretti con i leader di questi per smettere di proteggere il traffico di esseri umani (Federico Varese, da “la Stampa” del 25/4/2015)
La mappa delle rotte clandestine da LETTERA43.IT – ….Nel PORTO LIBICO DI ZUWARA, da dove partono ogni giorno chiatte in direzione dell’Italia, raccontano che non esistono attracchi separati per gli scafisti. La stessa imbarcazione usata per pescare oggi trasporta centinaia di persone domani…… IL PORTO DI ZUWARA È CONTROLLATO DAL GRUPPO ETNICO BERBERO DEGLI AMAZIGH….. GLI AMAZIGH vivono di traffici e di commercio. Essi HANNO LA GOVERNANCE DEL TERRITORIO e possono far cessare da un giorno all’altro le partenze. È cruciale intrattenere rapporti diretti con i leader di questi per smettere di proteggere il traffico di esseri umani (Federico Varese, da “la Stampa” del 25/4/2015)

   Romano Prodi, che è per l’ONU commissario sui problemi dell’Africa, ribadisce, come proposta, tre priorità: ricostruire un interlocutore credibile in Libia, sostenere la crescita economica sub-sahariana, dare all’Ue una seria politica per il Mediterraneo. In particolare lavorare per lo sviluppo dell’Africa, anche con la Cina, che lì è molto più presente di qualsiasi altro paese (certo più dell’Europa)(ritroverete qui una sua intervista).

   Poi molti, tanti, dicono di ristabilire l’operazione MARE NOSTRUM, che era efficace nel salvataggio.

E c’è chi, come associazioni umanitarie, parlano esplicitamente di liberalizzare di più le entrate di immigrati, AVERE QUESTO CORAGGIO: anche allo scopo di rilanciare l’economia, dare una svolta al declino economico, umano, politico europeo; creare lavoro sul mantenimento di questa nuova popolazione: aprire le frontiere, ma organizzando dei visti a pagamento, che coprirebbero i costi dell’operazione. Ad esempio in Italia i visti potrebbe essere pagati in parte dai migranti (con il denaro risparmiato e che ora danno agli scafisti), ma avere un contributo fattivo di chi approva e sostiene questa possibilità: in Italia, ad esempio, potrebbe in buona parte essere finanziato con l’8 per mille dato alle associazioni che decidessero di gestire questa operazione di solidarietà.

   Sta di fatto che il “non decidere” su niente (di fatto) come sta accadendo, porta a far sì che noi tutti siamo qui, impotenti (o forse solo in una condizione di ignavia) su tragedie grandissime che stanno accadendo in queste ore e minuti, non solo nel Mediterraneo, ma nel deserto sub sahariano, nelle coste della Libia….

   E’ pertanto da capire come le singole persone, le associazioni cui ognuno può riconoscersi, la “parte individualista” e dominante di ciascuno, può dare effettivamente un contributo di solidarietà, aiutare a far sì che si arrivi a soluzioni a queste tragedie in corso. (s.m.)

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L’UNICA VIA PER FERMARE GLI SCAFISTI

di Federico Varese, da “la Stampa” del 25/4/2015

   La riunione straordinaria dei leader europei dedicata alla tragedia dei migranti morti nel mediterraneo non ha svegliato l’Unione Europea dal suo torpore. Continua a leggere

Gli ULIVI DEL SALENTO IN PERICOLO, tra misure draconiane di sradicamento e pesticidi, per sconfiggere il batterio XYLELLA FASTIDIOSA, e invece misure mirate di buona pratica agricola (chi ha ragione?) – E LADRI DI PAESAGGIO che comprano piante secolari, estirpandole alla loro storia e identità geografica

Una croce di colore rosso tracciata su alcuni ulivi infettati dalla 'Xylella fastidiosa', il batterio che sta decimando gli ulivi del Salento, 24 marzo 2015. ANSA/ MAX FRIGIONE (DA ilpost.it
Una croce di colore rosso tracciata su alcuni ulivi infettati dalla ‘Xylella fastidiosa’, il batterio che sta decimando gli ulivi del Salento, 24 marzo 2015. ANSA/ MAX FRIGIONE (da ilpost.it)

   In Salento, cioè l’area meridionale della Puglia, un batterio patogeno – si chiama XYLELLA FASTIDIOSA – sta infettando le piante di ulivo. I batteri patogeni della xylella sono microgranismi che causano malattie nell’organismo che li ospita (che sono perlopiù gli ulivi, ma viene ad intaccare anche la vite, l’oleandro e alcune specie di agrumi) . Il batterio Xylella è stato individuato per la prima volta in Puglia nell’ottobre del 2013 e si tratta del primo caso nel territorio dell’Unione Europea.

Nel SALENTO, quegli alberi secolari sono sculture, non piante. Persone di famiglia, non pachidermi vegetali. Esseri con anima dalle forme variegate e cui si attribuiscono nomi: il Gigante di Alliste, il Re, la Colonna, la Cascata. Nomi ispirati da forme intense, modellate attraverso irrigazioni nei decenni installate nei fusti possenti (Gigi Di Fiore, il Mattino, 16/4/2015)
Nel SALENTO, quegli alberi secolari sono sculture, non piante. Persone di famiglia, non pachidermi vegetali. Esseri con anima dalle forme variegate e cui si attribuiscono nomi: il Gigante di Alliste, il Re, la Colonna, la Cascata. Nomi ispirati da forme intense, modellate attraverso irrigazioni nei decenni installate nei fusti possenti (Gigi Di Fiore, il Mattino, 16/4/2015)

   La xylella fastidiosa è un insidioso batterio importato dalla Costa Rica (almeno, così si pensa). In Puglia ci è arrivato (sempre come ipotesi…) dall’importazione di piante esotiche dei florovivai locali. Importazioni senza controlli, passate per il porto di Rotterdam. In Puglia, il batterio ha trovato nel caldo il suo habitat ideale per prosperare. Il batterio viene passato alle piante da un insetto, che chiamano sputacchina anche se il nome scientifico è PHILENUS SPUMARIUS.

IL SALENTO
IL SALENTO

   Un problema serio, per un’area geografica di grande fascino, il Salento. E si entra in uno stato in po’ confusionale nel capire questa problematica degli ulivi che ingrigiscono nelle chiome, che li vien impedita ogni linfa vitale, e pian piano si seccano (deperiscono in pochi giorni, le foglie si seccano, la corteccia inizia a sfaldarsi, la pianta alla fine muore). Il fenomeno viene chiamato complesso del disseccamento rapido dell’olivo”.

un ulivo da abbattere (foto da www.huffingtonpost.it/) - La XYLELLA FASTIDIOSA è un insidioso batterio importato dalla COSTA RICA. In Puglia (forse) è arrivato dall'importazione di piante esotiche dei florovivai locali, e qui il batterio ha trovato, nel caldo della penisola salentina, il suo habitat ideale per prosperare. Il batterio viene passato alle piante da un INSETTO, che chiamano SPUTACCHINA anche se il nome scientifico è PHILENUS SPUMARIUS
un ulivo da abbattere (foto da http://www.huffingtonpost.it/) – La XYLELLA FASTIDIOSA è un insidioso batterio importato dalla COSTA RICA. In Puglia (forse) è arrivato dall’importazione di piante esotiche dei florovivai locali, e qui il batterio ha trovato, nel caldo della penisola salentina, il suo habitat ideale per prosperare. Il batterio viene passato alle piante da un INSETTO, che chiamano SPUTACCHINA anche se il nome scientifico è PHILENUS SPUMARIUS

   Dicevamo che le interpretazioni della problematica, del fenomeno negativo, sono viste in modo molto diverso, con approcci diversificati: c’è quella ufficiale, delle Autorità sanitarie, amministrative, politiche, che parlano di situazione gravissima, e che l’unica possibilità è isolare ogni pianta infetta, di fatto tagliandola, e poi bruciarla; e spargere antiparassitari chimici, e “bruciare” il suolo dove ci sono le piante. Altri, invece (ambientalisti, associazioni culturali locali…) che, pur riconoscendo la gravità del contesto dicono che la cosa non è nuova. Questa malattia degli ulivi si è già vista da due anni; e sono più possibilisti e positivi che anche questa volta il magnifico paesaggio di ulivi salentini ce la possa fare senza misure draconiane, di sradicamento e avvelenamento diffuso. Utilizzando invece mirati accorgimenti, ma più naturali, meno invasivi.

LA MAPPA DELLA CRISI DEGLI ULIVI E DEGLI INTERVENTI  (CLICCARE SULL'IMMAGINE PER INGRANDIRLA)
LA MAPPA DELLA CRISI DEGLI ULIVI E DEGLI INTERVENTI (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   In questo post tentiamo, con gli articoli che riportiamo, una sintesi del contesto, delle posizioni.

Nella Mappa qui sopra la produzione di olio di oliva in Italia (immagine da www.frantoionline.it/) - L' Italia, secondo alcuni calcoli approssimativi, ospiterebbe in tutto 120-130 MILIONI DI ULIVI. Ve ne sarebbero circa 50 milioni in Spagna, 30 in Grecia, 20 in Turchia, 25 in Israele e 10 in Marocco. UN QUARTO DEL TERRITORIO DELLA PUGLIA (CIRCA 15 MILIONI DI ALBERI) È PIANTATO A ULIVETI. I più antichi esemplari pugliesi risalirebbero addirittura alle prime piantagioni della Magna Grecia. Lo stesso primato è però vantato anche dalla regione Calabria. LA «CORSA ALL' ULIVO» è una moda nata relativamente pochi anni fa con la riscoperta dei piaceri della cultura mediterranea (dalla cucina all'ambiente). Molti clienti del Nord ora richiedono per i loro parchi gli ulivi che notoriamente prosperano al Sud. I PREZZI ultimamente sono cresciuti: si va da un minimo di 5 mila euro per una pianta vecchia solo di uno-due secoli ai 10, anche 12 mila euro se invece l'esemplare sfiora il mezzo millennio di età: e in Puglia, così come in Calabria, non è difficile trovare questi monumenti naturali (Paolo Conti, da "il Corriere della Sera)
Nella Mappa qui sopra la produzione di olio di oliva in Italia (immagine da http://www.frantoionline.it/) – L’ Italia, secondo alcuni calcoli approssimativi, ospiterebbe in tutto 120-130 MILIONI DI ULIVI. Ve ne sarebbero circa 50 milioni in Spagna, 30 in Grecia, 20 in Turchia, 25 in Israele e 10 in Marocco. UN QUARTO DEL TERRITORIO DELLA PUGLIA (CIRCA 15 MILIONI DI ALBERI) È PIANTATO A ULIVETI. I più antichi esemplari pugliesi risalirebbero addirittura alle prime piantagioni della Magna Grecia. Lo stesso primato è però vantato anche dalla regione Calabria. LA «CORSA ALL’ ULIVO» è una moda nata relativamente pochi anni fa con la riscoperta dei piaceri della cultura mediterranea (dalla cucina all’ambiente). Molti clienti del Nord ora richiedono per i loro parchi gli ulivi che notoriamente prosperano al Sud. I PREZZI ultimamente sono cresciuti: si va da un minimo di 5 mila euro per una pianta vecchia solo di uno-due secoli ai 10, anche 12 mila euro se invece l’esemplare sfiora il mezzo millennio di età: e in Puglia, così come in Calabria, non è difficile trovare questi monumenti naturali (Paolo Conti, da “il Corriere della Sera)

   Tutti riconoscono che sicuramente la situazione è peggiorata in questi primi mesi del 2015. E le autorità (anche con la nomina di un commissario straordinario ad hoc) stanno cercando di delimitare il territorio di infezione, con la costituzione (nell’area di Gallipoli) di una linea di confine con una zona cuscinetto, a ridosso della quale si deve provvedere (secondo loro) allo sradicamento, per evitare che l’epidemia si propaghi. Come dicevamo gli agricoltori vengono invitati a tagliare l’erba il più possibile nei campi dove ci sono gli ulivi (di modo che lì non si sviluppi l’insetto portatore di questa nuova peste).

   Una posizione meno cruenta è quella di realtà locali (associazioni culturali, economiche, i contadini stessi che lavorano con gli ulivi…) che tentano di rapportarsi all’economia particolare che l’ulivo da, alla loro vita quotidiana, alla storia del territorio… e poi ci sono gli ambientalisti che rifuggono da queste drastiche misure draconiane di sradicare, bruciare, infettare tutto con la chimica: e propongono rimedi fitosanitari di tipo naturale, e buone pratiche agricole, a partire dalla sarchiatura del terreno e dalle potature, anche drastiche quando necessario, oltre che da una corretta gestione del suolo e del suo equilibrio biologico.

LA PROTESTA CONTRO L'ABBATTIMENTO DEGLI ULIVI (foto da www.huffingtonpost.it/)
LA PROTESTA CONTRO L’ABBATTIMENTO DEGLI ULIVI (foto da http://www.huffingtonpost.it/)

   Ovviamente non è solo un problema economico del settore agroalimentare, degli agricoltori che con gli ulivi ci vivono e di tutto l’indotto oleario, dell’olio extravergine di oliva a rischio; c’è anche una storia di queste Terre; e c’è questo PAESAGGIO così unico: nel Salento quegli alberi secolari sono vere e proprie sculture, non piante: sradicarle, eliminarle, significa perdere ogni identità, ogni continuità tra passato, presente, futuro.

Oria in provincia di Brindisi: un ulivo secolare abbattuto
Oria in provincia di Brindisi: un ulivo secolare abbattuto

   Finora sono stati abbattuti solo 7 ulivi nell’area vicina alla provincia di Brindisi. Per altri 22 nel Salento, la protesta ha bloccato l’azione. Per ora l’infezione del batterio è circoscritta alla Puglia, principalmente nella provincia di Lecce: secondo la Commissione Europea di 11 milioni di ulivi circa il 10 per cento è stato infettato dal batterio. In tutta la Puglia ci sono circa 50 milioni di ulivi, tra cui molti esemplari secolari.

   Il PAESAGGIO DELL’ULIVO non è la prima volta che è in pericolo: viene ad esempio in mente la pratica in voga alcuni anni fa (ma che adesso non è per niente finita, pur se ora clandestina, illegale per legge regionale della Puglia…) cioè quella di estirpare piante secolari per venderle nel nord Italia (e non solo); le si ritrova nei giardini di villette veneto e lombarde, che perseguono (i loro proprietari) quest’ultima moda, tra un nanetto e l’altro (i prezzi di ulivi secolari sono a volte stracciati: con meno di cinquemila euro se ne può procurare uno, trasporto compreso nel prezzo). Ladri di paesaggio, potremmo dire in questo caso.

   La bellezza del Salento affascina per la sua originalità; ma vien da pensare che troppi, foresti e indigeni, non amano questa Terra, e la usano per possederla a un mero fine privato di consumo personale. E’ il solito problema di inestimabili ricchezze ereditate dal mondo attuale, da noi, e che non vengono conservate, magari ripristinate, restaurate al meglio se danneggiate. Il principio di fare il mondo più bello per le future generazioni, o perlomeno conservarlo con cura, sembra essere una delle cose più sagge che sono state dette, e che dovremmo però applicare concretamente.

   E la malattia attuale dell’ulivo ci fa sentire un po’ passivamente impotenti, spettatori, sperando solo che misure drastiche di estirpazione e pesticidi non facciano peggio. (s.m.)

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LA XYLELLA E GLI ULIVI DEL SALENTO, L’ALLARME TRA STORIA E TRADIZIONE

di Gigi Di Fiore, da IL MATTINO.IT del 16/4/2015

ULIVI, OPERE D'ARTE (foto da eunews.it/)
ULIVI, OPERE D’ARTE (foto da eunews.it/)

   Torno dal Salento, da una terra che amo, che mi ha spesso ospitato. Torno da Lecce, una delle più belle città barocche d’Italia. Torno dalla Puglia, terra del Sud ricca di storia e tradizioni. Torno da un tour di lavoro per Il Mattino, tra i secolari ulivi nell’area di Gallipoli. E porto dentro amarezza e speranza. Continua a leggere

MEDIO ORIENTE NEL CAOS: 1) la GUERRA CIVILE IN YEMEN vede lo scontro tra Arabia Saudita e Iran, 2) l’ISIS attacca il campo profughi di YARMUK in SIRIA massacrando palestinesi inermi – Il Medio Oriente cambia i propri equilibri geopolitici: quale pace e sviluppo per le popolazioni di un’area così sofferente?

 

AYHAM AL-AHMAD E IL SUO PIANOFORTE NEL CAMPO PROFUGHI PALESTINESE DI YARMUK - SIRIA – “Se vi capita di andare in quel girone infernale che è il CAMPO DI YARMUK (18MILA ANIME ridotte a larve umane sulle rovine di un borgo dove sciamavano mercanti, notabili borghesi e nugoli di bambini, ma in cui ora spadroneggiano i jihadisti di Al Qaeda e dello Stato islamico) non dovete sorprendervi se nell’aria sentite volare le note di BEETHOVEN. In qualche angolo, fra i cumuli di calcinacci, c’è AEHAM che sfida il demone della morte, picchiando sui tasti d’ebano e d’avorio del pianoforte. Il suo nome per esteso è AEHAM AHMAD, ma tutti insistono nel chiamarlo IL LEGGENDARIO PIANISTA DI YARMUK, ALLE PORTE DI DAMASCO. Ogni giorno che il cielo è bello, cioè nelle pause della pioggia battente che da due anni scarica su Yarmuk missili e bombe e proiettili, lui esce di casa — o quel che resta delle stanze sbrecciate dai colpi — tira fuori il carretto dello zio fruttivendolo, carica il piano e va a suonare, testardo, per riportare l’eco della vita alla perduta gente fra torri vuote e annerite a perdita d’occhio…” (Alix Van Buren, “la Repubblica” del 9-4-2015)
AYHAM AL-AHMAD E IL SUO PIANOFORTE NEL CAMPO PROFUGHI PALESTINESE DI YARMUK – SIRIA – “Se vi capita di andare in quel girone infernale che è il CAMPO DI YARMUK (18MILA ANIME ridotte a larve umane sulle rovine di un borgo dove sciamavano mercanti, notabili borghesi e nugoli di bambini, ma in cui ora spadroneggiano i jihadisti di Al Qaeda e dello Stato islamico) non dovete sorprendervi se nell’aria sentite volare le note di BEETHOVEN. In qualche angolo, fra i cumuli di calcinacci, c’è AEHAM che sfida il demone della morte, picchiando sui tasti d’ebano e d’avorio del pianoforte. Il suo nome per esteso è AEHAM AHMAD, ma tutti insistono nel chiamarlo IL LEGGENDARIO PIANISTA DI YARMUK, ALLE PORTE DI DAMASCO. Ogni giorno che il cielo è bello, cioè nelle pause della pioggia battente che da due anni scarica su Yarmuk missili e bombe e proiettili, lui esce di casa — o quel che resta delle stanze sbrecciate dai colpi — tira fuori il carretto dello zio fruttivendolo, carica il piano e va a suonare, testardo, per riportare l’eco della vita alla perduta gente fra torri vuote e annerite a perdita d’occhio…” (Alix Van Buren, “la Repubblica” del 9-4-2015)

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QUELLA VOLTA A SARAJEVO NELLA BIBLIOTECA INCENDIATA….

AEHAM AHMAD che suona BEETHOVEN nel campo profughi palestinese di YARMUK sotto i missili e le bombe nell’assedio dell’Isis, fa venire in mente l’immagine-simbolo della distruzione di SARAJEVO, la notte del 25 agosto 1992, di “VIJEĆNICA” (la BIBLIOTECA DI SARAJEVO): il violoncellista VEDRAN SAMJLOVIĆ che il 2 settembre successivo (otto giorni dopo l’incendio) suona l’ADAGIO di TOMMASO ALBINONI, sfidando i cannoni serbi che dalle colline colpivano la città suonando nella biblioteca distrutta

   Mai come adesso possiamo parlare di “caos Medio Oriente”. A segnali positivi di pacificazione internazionale (come indubbiamente è stato l’accordo sulla rinuncia all’arma atomica da parte dell’Iran, accordo comunque non del tutto completatosi….), dall’altra si vedono segnali alquanto gravi: l’espansione quotidiana dei terroristi dell’Isis (che si richiamano a valori islamici, ma che hanno di fatto come primo obiettivo la guerra alla parte maggioritaria dell’Islam), con le loro atrocità, che in queste settimane sono entrati nel campo palestinese di Yarmuk, alle porte di Bagdad (il più grande campo profughi della diaspora palestinese,18.000 le persone che ora qui ci vivono) e ha iniziato un’opera di violenze e massacri (finora si riferisce di mille palestinesi uccisi, venticinque trovati decapitati).

"Per sapere cosa sta succedendo a YARMOUK, interrompete l'elettricità, l'acqua, il riscaldamento, mangiate una volta al giorno, vivete nell'oscurità e riscaldatavi al fuoco di un falò", così uno dei residenti del campo profughi palestinesi di Yarmouk in Siria alle porte di Damasco. Una situazione che un funzionario dell'Onu descrive come "al di là del disumano". Centinaia di profughi palestinesi sono in fuga dal campo occupato dai miliziani dell'Is, dove sono in corso scontri tra jihadisti e militanti palestinesi e bombardamenti da parte del governo di Damasco
“Per sapere cosa sta succedendo a YARMOUK, interrompete l’elettricità, l’acqua, il riscaldamento, mangiate una volta al giorno, vivete nell’oscurità e riscaldatavi al fuoco di un falò”, così uno dei residenti del campo profughi palestinesi di Yarmouk in Siria alle porte di Damasco. Una situazione che un funzionario dell’Onu descrive come “al di là del disumano”. Centinaia di profughi palestinesi sono in fuga dal campo occupato dai miliziani dell’Is, dove sono in corso scontri tra jihadisti e militanti palestinesi e bombardamenti da parte del governo di Damasco

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   Dall’altra un nuovo fronte si è aperto con la guerra civile che imperversa nello Yemen: nel febbraio scorso i ribelli Houti (sciiti) hanno destituito e costretto alla fuga il presidente Abdel Rabbo Mansour Hadi. Questo colpo di stato ha dato inizio allo scontro del tutti contro tutti all’interno del Paese. Ma la guerra civile sta sempre più perdendo la sua dimensione nazionale per trasformarsi in un conflitto dai confini ben più vasti: l’Araba Saudita e l’Egitto sono intervenuti in favore del destituito presidente sciita; dall’altra l’Iran è intervenuto in sostegno dei ribelli.

YEMEN, da la Stampa.it - LA GUERRA CIVILE IN YEMEN - La GUERRA CIVILE che sta devastando lo YEMEN rischia di trasformarsi a breve in UN CONFLITTO SU BASE REGIONALE in grado di determinare conseguenze devastanti per l’equilibrio del MEDIO ORIENTE. L’offensiva che, nel febbraio scorso, ha portato i ribelli HOUTI (sciiti) a destituire e costringere alla fuga il presidente ABDEL RABBO MANSOUR HADI ha fatto precipitare il Paese in una spirale di violenza, dalla quale è sempre più difficile uscire. Ma ora lo scontro sta sempre più perdendo la sua dimensione nazionale per trasformarsi in UN CONFLITTO DAI CONFINI BEN PIÙ VASTI. Vi è una PROVA DI FORZA FRA IRAN E ARABIA SAUDITA nelle acque yemenite. Teheran ha inviato almeno due unità da guerra nel GOLFO DI ADEN, dove già si trovano le NAVI DI ARABIA SAUDITA ED EGITTO. Nel conflitto in Yemen, I SAUDITI SOSTENGONO LE FAZIONI SUNNITE FAVOREVOLI A MANSOUR HADI mentre L’IRAN FA ALTRETTANTO CON GLI HOUTHI, DI ORIGINE SCIITA.  Le avversità vissute giornalmente in Yemen fanno emergere una realtà spaventosa: soltanto nelle ultime due settimane, OLTRE 540 PERSONE SONO STATE UCCISE, delle quali 311 erano CIVILI e circa 77 erano BAMBINI, mentre 513 sono i civili rimasti feriti e più di 100 mila persone sono stati evacuate
YEMEN, da la Stampa.it – LA GUERRA CIVILE IN YEMEN – La GUERRA CIVILE che sta devastando lo YEMEN rischia di trasformarsi a breve in UN CONFLITTO SU BASE REGIONALE in grado di determinare conseguenze devastanti per l’equilibrio del MEDIO ORIENTE. L’offensiva che, nel febbraio scorso, ha portato i ribelli HOUTI (sciiti) a destituire e costringere alla fuga il presidente ABDEL RABBO MANSOUR HADI ha fatto precipitare il Paese in una spirale di violenza, dalla quale è sempre più difficile uscire. Ma ora lo scontro sta sempre più perdendo la sua dimensione nazionale per trasformarsi in UN CONFLITTO DAI CONFINI BEN PIÙ VASTI. Vi è una PROVA DI FORZA FRA IRAN E ARABIA SAUDITA nelle acque yemenite. Teheran ha inviato almeno due unità da guerra nel GOLFO DI ADEN, dove già si trovano le NAVI DI ARABIA SAUDITA ED EGITTO. Nel conflitto in Yemen, I SAUDITI SOSTENGONO LE FAZIONI SUNNITE FAVOREVOLI A MANSOUR HADI mentre L’IRAN FA ALTRETTANTO CON GLI HOUTHI, DI ORIGINE SCIITA. Le avversità vissute giornalmente in Yemen fanno emergere una realtà spaventosa: soltanto nelle ultime due settimane, OLTRE 540 PERSONE SONO STATE UCCISE, delle quali 311 erano CIVILI e circa 77 erano BAMBINI, mentre 513 sono i civili rimasti feriti e più di 100 mila persone sono stati evacuate

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   E’ un durissimo scontro quel che sta avvenendo nel mondo mediorientale, arabo, tendente a mantenere o rovesciare gli attuali precari equilibri di potere. Su tutti la paura che un nemico “storico” (ad esempio per l’Arabia Saudita l’Iran, e viceversa) si impossessi di aree strategiche, di paesi satelliti, e minacci il potere, il controllo dell’area geopolitica, e diventi una minaccia alla propria presenza (peraltro dispotica in entrambe le parti). Nessuno si fida di nessuno, tutti contro tutti. A guadagnarci pare poi essere l’affermarsi dei terroristi dell’Isis che consolidano la loro presenza, il loro “Stato”.

   E’ lo stesso contesto di Israele, unico Paese non arabo, che non crede e non appoggia alcun minimo progetto di pace (come può essere considerato l’accordo per la non proliferazione nucleare firmata dall’Iran con gli Usa, la Russia, la Cina, l’Europa), ritenendo, Israele, qualsiasi avvenimento politico pacifico strumentale e falso, e pericoloso alla propria incolumità di Stato (Israele, a ragione o a torto, forse può esistere solo in una condizione di guerra continua, di “necessità di difesa” dagli altri paesi mediorientali, una condizione di avere sempre un nemico…).

Medio Oriente
Medio Oriente

   Se in Yemen imperversa la guerra civile e troviamo ora in quell’area geografica l’affrontarsi minaccioso di Iran e Arabia Saudita, dall’altra l’Isis continua la sua azione di massacri in Siria, Iraq, e in tutti quei paesi che, strumentalmente o meno, i gruppi terroristici si riconoscono nel cosiddetto “Stato Islamico” e colpiscono territori (come è accaduto ed è in Libia, in Nigeria, nella democratica Tunisia, l’assassinio degli studenti cristiani nella scuola universitaria in Kenia…): e appunto è di questi giorni il massacro di palestinesi nel campo di Yarmuk vicino a Damasco (ne parliamo di quel che è accaduto, e sta accadendo, in alcuni articoli di questo post).

   Da questo contesto di instabilità totale, pare evidente che in disparte appare l’ “antico nemico” del terrorismo islamista: cioè il mondo occidentale. Pur che le minacce dell’Isis all’Europa, agli Usa, al mondo occidentale, minacce quotidiane (e attentati ci son stati e potranno esserci…), par di intendere che prioritariamente sia in questo momento in in atto un conflitto a volte aspro e dichiarato a volte più sotterraneo tra nazioni arabe musulmane.

Il libro: IL GRANDE CALIFFATO di DOMENICO QUIRICO (Neri Pozza, 16 euro) - Ne “Il Grande Califfato” Domenico Quirico ci guida dentro il “cuore di tenebra” di questa realtà che in pochi mesi ha spazzato via ogni residuo equilibrio mediorientale. Lo fa muovendosi sullo sfondo della geopolitica, ma dando al Califfato e ai suoi adepti un nome, un volto e delle ragioni
Il libro: IL GRANDE CALIFFATO di DOMENICO QUIRICO (Neri Pozza, 16 euro) – Ne “Il Grande Califfato” Domenico Quirico ci guida dentro il “cuore di tenebra” di questa realtà che in pochi mesi ha spazzato via ogni residuo equilibrio mediorientale. Lo fa muovendosi sullo sfondo della geopolitica, ma dando al Califfato e ai suoi adepti un nome, un volto e delle ragioni

   Quali le cause di tutto questo? …la fine dell’egemonia del petrolio mediorientale come “quasi” unica fonte energetica del mondo?… Lo scontro di potere nazionalista tra i vari Paesi arabi? (…sulle tracce e imitazione del nazionalismo occidentale che procurò guerre e crudeltà nel ventesimo secolo in Europa e nei paesi dominati, come quelli coloniali africani…)? … L’antica diversità culturale e storica (con vendette e conti da regolare rispetto al passato antico e recente) di predominio sulla religione islamica tra sciiti e sunniti?…

   Noi non sappiamo quale sia il vero motivo di tanto contrasto e dello scompaginamento terroristico dell’Isis (sicuramento involontariamente assecondato dall’Occidente che ha lasciato fare…). Quel che però appare in primis, a nostro avviso, è uno scontro egemonico che vede la difficoltà interna di ogni stato arabo ad affrontare e gestire la modernità che “invade” ciascuno di questi paesi (i giovani che vogliono vivere una vita diversa, viaggiare, le donne che vogliono essere riconosciute nei loro pari diritti, internet e la comunicazione globale, la voglia di muoversi e conoscere il mondo…).

   Un processo inarrestabile di modernità globale (nel bene quasi sempre, e nel male a volte) che mette in crisi classi dirigenti, apparati religioso-confessionali che temono per la loro sopravvivenza, gente che vive in zone rurali con tradizioni arcaiche che rifiutano la modernità e i pari diritti uomo-donna…. Insomma noi pensiamo che lo sconvolgimento del Medio Oriente è prima di tutto dato dalla crisi profonda delle forme di gestione interne di ciascuno di essi paesi del proprio potere, rapportato al mondo che cambia e alle libertà individuali che vengono conosciute (attraverso i mezzi di informazione globali) e desiderate dalla maggior parte della popolazione.

   Per questo poco può fare l’Occidente, se non aprire ogni porta a qualsiasi entità (persona, associazione, autorità politica…) che vuole il dialogo, che necessita di appoggio e sostegno sulla strada di un cambiamento (democratico? …forse… ma del riconoscimento dei diritti fondamentali di ciascuna persona sicuramente) che i popoli mediorientali richiedono. (s.m.)

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LA LEGGENDA DI AEHAM IL PIANISTA DI YARMOUK: “SUONO LA MIA MUSICA PER REGALARE SPERANZA”

di Alix Van Buren, da “la Repubblica” del 9-4-2015

– Siria. Nel campo ostaggio dell’Is un giovane palestinese prova a dare conforto ai sopravvissuti con le note: “Qui c’è solo desolazione, dovevo nutrire il mio spirito” –

   SE VI capita di andare in quel girone infernale che è il campo di Yarmuk (18mila anime ridotte a larve umane sulle rovine di un borgo dove sciamavano mercanti, notabili borghesi e nugoli di bambini, ma in cui ora spadroneggiano i jihadisti di Al Qaeda e dello Stato islamico) non dovete sorprendervi se nell’aria sentite volare le note di Beethoven. In qualche angolo, fra i cumuli di calcinacci, c’è Aeham che sfida il demone della morte, Continua a leggere

L’IRAN (l’antica PERSIA) TORNERÀ A VIVERE NEL MONDO? (con l’accordo per la non proliferazione nucleare militare) – Le speranze che un Paese (amico dell’Italia) rinunci agli integralismi e alla repressione (specie contro le donne), e sia strumento di pace nel Medio Oriente e nel far cadere la minaccia dell’Isis

LA FESTA NELLE STRADE DI TEHERAN LA SERA DEL 2 APRILE SCORSO - L’ACCORDO CON L’IRAN - Dopo giorni di trattative tra le potenze mondiali il due di aprile c'è stata l'intesa: stop alle sanzioni e via libera al depotenziamento degli impianti. Il presidente Usa: "Il mondo è più sicuro". Rohani: "Soluzione sui punti chiave". Resta l'opposizione dura di Israele e di Benyamin Netanyahu, ma anche di numerosi Paesi arabi tra cui l'Arabia Saudita. Ma L’EVENTO RESTA STORICO, e l’IRAN ESCE DALL’ISOLAMENTO INTERNAZIONALE (foto da "quotidiano.net")
LA FESTA NELLE STRADE DI TEHERAN LA SERA DEL 2 APRILE SCORSO – L’ACCORDO CON L’IRAN – Dopo giorni di trattative tra le potenze mondiali il due di aprile c’è stata l’intesa: stop alle sanzioni e via libera al depotenziamento degli impianti. Il presidente Usa: “Il mondo è più sicuro”. Rohani: “Soluzione sui punti chiave”. Resta l’opposizione dura di Israele e di Benyamin Netanyahu, ma anche di numerosi Paesi arabi tra cui l’Arabia Saudita. Ma L’EVENTO RESTA STORICO, e l’IRAN ESCE DALL’ISOLAMENTO INTERNAZIONALE (foto da “quotidiano.net”)

   Dopo giorni di trattative, giovedì due aprile, a Losanna in Svizzera, c’è stata l’intesa tra Iran (rappresentato dal suo ministro degli esteri Mohammad Javad Zarif), gli Stati Uniti (con il segretario di Stato John Kerry), e quelli che vengono chiamati (nelle trattative col Medio Oriente) i “5 + 1”, cioè Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia, Germania e Unione Europea. L’accordo raggiunto con l’Iran è lo stop alle sanzioni e il via libera di quel Paese al depotenziamento degli impianti per la produzione di armi nucleari.

LE CONDIZIONI DELL’ACCORDO -  L’Iran ha accettato di ridurre le sue centrifughe nucleari di due terzi, dalle 19.000 attuali a 6.104, di cui 5.060 arricchiranno uranio per 10 anni. Saranno tutte centrifughe del tipo IR-1, cioè le meno avanzate, e per 15 anni non andranno sopra la soglia del 3,67% di arricchimento. Tutto il materiale in eccesso verrà messo sotto il controllo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA). È l’ormai famoso «BREAKOUT TIME», su cui si è giocata gran parte del negoziato. 
L’UNICA CENTRALE dove continuerà l’arricchimento sarà NATANZ, mentre la struttura segreta di FORDOW verrà riconvertita per la ricerca pacifica, senza custodire materiali fissili. ARAK smetterà di produrre plutonio. L’AIEA potrà condurre ispezioni senza precedenti, visitando anche luoghi finora segreti come la base di PARCHIN, dove secondo l’intelligence aveva sede il vero programma per costruire l’atomica. TUTTE LE SANZIONI RELATIVE AL PROGRAMMA NUCLEARE VERRANNO ELIMINATE, ma quelle per gli altri temi di disaccordo con gli Usa, come la sponsorizzazione del terrorismo o le violazioni dei diritti umani, resteranno in vigore. (Paolo Mastrolilli, da “la Stampa” del 3/4/2015)(mappa ripresa da www.termometropolitico.it/)

LE CONDIZIONI DELL’ACCORDO – L’Iran ha accettato di ridurre le sue centrifughe nucleari di due terzi, dalle 19.000 attuali a 6.104, di cui 5.060 arricchiranno uranio per 10 anni. Saranno tutte centrifughe del tipo IR-1, cioè le meno avanzate, e per 15 anni non andranno sopra la soglia del 3,67% di arricchimento. Tutto il materiale in eccesso verrà messo sotto il controllo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA). È l’ormai famoso «BREAKOUT TIME», su cui si è giocata gran parte del negoziato. 
L’UNICA CENTRALE dove continuerà l’arricchimento sarà NATANZ, mentre la struttura segreta di FORDOW verrà riconvertita per la ricerca pacifica, senza custodire materiali fissili. ARAK smetterà di produrre plutonio. L’AIEA potrà condurre ispezioni senza precedenti, visitando anche luoghi finora segreti come la base di PARCHIN, dove secondo l’intelligence aveva sede il vero programma per costruire l’atomica. TUTTE LE SANZIONI RELATIVE AL PROGRAMMA NUCLEARE VERRANNO ELIMINATE, ma quelle per gli altri temi di disaccordo con gli Usa, come la sponsorizzazione del terrorismo o le violazioni dei diritti umani, resteranno in vigore. (Paolo Mastrolilli, da “la Stampa” del 3/4/2015)(mappa ripresa da http://www.termometropolitico.it/)

   Il tema principale era convincere l’Iran alla limitazione della capacità di arricchire l’uranio (combustibile nucleare necessario alla costruzione di un’arma atomica), con la drastica riduzione del numero delle centrifughe, della loro potenza (le centrifughe sono impianti, attrezzature, che servono appunto all’arricchimento dell’uranio; tra gli articoli pubblicati in questo post, uno è dedicato a spiegare cosa sono le centrifughe nella costruzione della bomba atomica). Un risultato, quello del blocco dell’Iran nella creazione della bomba, che pare raggiunto; e in cambio l’Iran ottiene la fine delle sanzioni economiche nei suoi confronti che stava subendo.

   Di fatto, nella trattativa con l’Iran, il principale interlocutore, la controparte, era rappresentato dagli Stati Uniti, perché sono loro che nei 35 anni di contrapposizione allo stato islamico iraniano (dal 1979, inizio della cosiddetta rivoluzione degli ayatollah), erano i più coinvolti nel voler o dover controllare la difficile continua conflittualità in Medio Oriente (con la difesa di Israele in particolare), conflittualità che non sfociasse in guerra totale (coinvolgendo tutto i mondo). E trentacinque anni di contrapposizione fra Stati Uniti e Repubblica Islamica dell’Iran non sono pochi; e per questo l’accordo di pace con il quale il governo iraniano rinuncia alla costruzione di una sua arma nucleare, se effettivamente si realizza (gli ostacoli non sono del tutto finiti, li troviamo descritti in alcuni articoli di questo post), diventa un EVENTO STORICO fondamentale, forse il più significativo in questi primi quindici anni del nostro secolo.

   E’ da chiedersi se Israele e Arabia Saudita, entrambi in contrapposizione con lo stato integralista dell’Iran, se accetteranno questa scommessa di pace: cioè è da chiedersi se sauditi e israeliani sono disposti a riconoscere la buona fede iraniana di rinuncia a propositi bellici nucleari; e inoltre se accetteranno di includere la Repubblica Islamica in un accordo di fondo sulla divisione dei poteri nel Medio Oriente.

Il ministro degli Esteri iraniano Mohammed Javad Zarif di ritorno da Losanna dopo l accordo  ha avuto un bagno di folla al suo arrivo all'aeroporto di Teheran
Il ministro degli Esteri iraniano Mohammed Javad Zarif di ritorno da Losanna dopo l accordo ha avuto un bagno di folla al suo arrivo all’aeroporto di Teheran

   Insomma, ci sono ancora tante paure che qualcosa faccia saltare l’accordo raggiunto a Losanna. Ma L’ENTUSIASMO PER LE STRADE DI TEHERAN SPECIE DEI GIOVANI (che non vogliono vivere sotto la pressione delle sanzioni occidentali, con uno stato confessionale che impedisce libertà basilari, in particolare alle donne), questo entusiasmo denota che c’è tanto desiderio da parte della popolazione iraniana di tornare a vivere nella comunità internazionale, pur con tutti i limiti, le contraddizioni, che le nostre società esprimono ogni giorno.

   La “liberazione” dell’Iran dall’isolamento internazionale può appunto significare forme nuove di democrazia e libertà all’interno di questo grande e antico Paese. Ancora adesso strutture e poteri egemonici legati al passato, rendono ad esempio la condizione femminile difficile da vivere rispetto alla modernità; e la pena di morte e condanne per reati inesistenti in occidente (dati da diversi stili di vita, da diversità sessuali…) si ritrovano ancora in Iran.

   La svolta moderata dell’attuale presidente Rohani sembra essersi espressa più nella politica internazionale di apertura al mondo, che all’interno del Paese, dove invece regna un dispotismo confessionale che persiste (l’applicazione della pena di morte in forma frequente ne è un esempio). Forse perché la nuova dirigenza più aperta iraniana deve ancora fare i conti e considerare la persistente forza degli integralisti… E’ possibile che sia questo il motivo principale (l’Iran è un paese dove persistono ad esempio diversità marcate tra il modo di pensare della gente di città rispetto a quella più tradizionalista delle campagne…). E se fosse così, è da sperare che in tempi brevi all’apertura internazionale corrisponda un’apertura nei diritti e nelle libertà. E’ di sicuro, la popolazione iraniana, che chi va a Teherane incontra, una popolazione che esprime molto più di qualsiasi paese mediorientale uno spirito di modernità nei pensieri e nei costumi di vita.

   Pertanto ci sono delle speranze positive che potrebbero realizzarsi: fattori di politica estera di riequilibrio e possibile pace del Medio Oriente; una ancora più efficacie lotta all’Isis e al terrorismo (finora l’Iran è stato l’unico paese, assieme ai curdi, a impegnarsi concretamente, cioè militarmente, nella guerra all’Isis); la fine dell’angoscia nucleare iraniana (ma i paesi che hanno firmato sono quasi tutti detentori dell’arma atomica… e questa è una contraddizione…)…a tutto questo per noi si aggiunge il profondo legame tra Iran (l’antica Persia) e l’Italia, un legame fatto di scambi e interessi economici; non per questo meno importante significherebbe poter riallacciare quello spirito di contatto e amicizia. Ci sono pure molti iraniani in Italia, che hanno studiato qui da noi, nelle nostre università, alcuni rimangono, e il profondo legame con questo Paese del Medio Oriente, se riprendesse, se si ravvivasse, non potrebbe che far bene alla condizione interna e internazionale italiana. Potremmo dire che potrebbe essere, questa particolare storica amicizia e scambio tra Iran e Italia, se riannodata, un nostro contributo alla pace e allo sviluppo dell’Europa e del mondo intero.

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   Ma prima di proporre analisi e interpretazioni sulla vicenda dell’accordo tra Iran e altre potenze mondiali, vogliamo in questo post dedicare l’attenzione al MASSACRO DI 148 STUDENTI UNIVERSITARI DI RELIGIONE CRISTIANA, AVVENUTO IN KENIA il 2 aprile scorso. L’impotenza degli Stati e delle organizzazioni intergovernative su questi accadimenti tragici di assassinio di comunità cristiane, è un contesto che mostra la necessità di dare più priorità nei nostri interessi quotidiani ad aspetti internazionali (rispetto alle problematiche pur importanti interne di casa nostra), trovando soluzioni e pressioni verso chi decide, per combattere tutto quell’integralismo violento che, di giorno in giorno, diventa sempre più forte ed espansivo. (s.m.)

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GARISSA

LA STRAGE DI GARISSA (KENIA)

STRAGE DI STUDENTI CRISTIANI (147 I MORTI) AL CAMPUS UNIVERSITARIO DI GARISSA (nell'est del KENYA) giovedì 2 aprile, da parte dei MILITANTI SOMALI DI AL-SHABAB.  Alcune vittime sono state decapitate in stile Isis. I terroristi, dopo avere fatto irruzione nel campus, hanno separato gli studenti cristiani da quelli musulmani e poi hanno liberato questi ultimi. Uno dei tre portavoce del gruppo terroristico che ha rivendicato l'attacco Sheikh Ali Mohamud Rage ha dichiarato: "Il Kenya è in guerra con la Somalia, la loro missione è uccidere quelli che sono contro gli Shebaab". - GARISSA SI TROVA A CIRCA 150 CHILOMETRI DALLA FRONTIERA SOMALA. Le regioni del nord e dell'est del Kenya, proprio ai confini con la Somalia, sono state spesso vittime di attacchi rivendicati da AL-SHABAAB. LEGATI AD AL QAEDA e SOSTENITORI DI UNA VARIANTE DELLA SHARIA MOLTO INTRANSIGENTE, GLI ISLAMISTI SOMALI hanno moltiplicato gli attentati sul territorio kenyano negli ultimi anni, attaccando CHIESE, LOCALITÀ TURISTICHE, SCUOLE, causando 200 morti solo nel 2014. GLI ATTACCHI SI SONO INTENSIFICATI DOPO L'OFFENSIVA MILITARE LANCIATA DA NAIROBI IN TERRITORIO SOMALO NELL'OTTOBRE 2011, mirata proprio contro gli al-Shabaab. LE ZONE PIÙ COLPITE SONO QUELLA ATTORNO ALLA FRONTIERA CON LA SOMALIA, 700KM, le aree di Mandera, WAJIR ed anche GARISSA. L'attacco più cruento nel settembre 2013, quando gli Shebaab misero a ferro e fuoco uno shopping center Westgate nel cuore di Nairobi, uccidendo 67 persone. (da Rainews.it)(mappa tratta da www.urbanpost.it/)
STRAGE DI STUDENTI CRISTIANI (148 I MORTI) AL CAMPUS UNIVERSITARIO DI GARISSA (nell’est del KENYA) giovedì 2 aprile, da parte dei MILITANTI SOMALI DI AL-SHABAB. Alcune vittime sono state decapitate in stile Isis. I terroristi, dopo avere fatto irruzione nel campus, hanno separato gli studenti cristiani da quelli musulmani e poi hanno liberato questi ultimi. Uno dei tre portavoce del gruppo terroristico che ha rivendicato l’attacco Sheikh Ali Mohamud Rage ha dichiarato: “Il Kenya è in guerra con la Somalia, la loro missione è uccidere quelli che sono contro gli Shebaab”. – GARISSA SI TROVA A CIRCA 150 CHILOMETRI DALLA FRONTIERA SOMALA. Le regioni del nord e dell’est del Kenya, proprio ai confini con la Somalia, sono state spesso vittime di attacchi rivendicati da AL-SHABAAB. LEGATI AD AL QAEDA e SOSTENITORI DI UNA VARIANTE DELLA SHARIA MOLTO INTRANSIGENTE, GLI ISLAMISTI SOMALI hanno moltiplicato gli attentati sul territorio kenyano negli ultimi anni, attaccando CHIESE, LOCALITÀ TURISTICHE, SCUOLE, causando 200 morti solo nel 2014. GLI ATTACCHI SI SONO INTENSIFICATI DOPO L’OFFENSIVA MILITARE LANCIATA DA NAIROBI IN TERRITORIO SOMALO NELL’OTTOBRE 2011, mirata proprio contro gli al-Shabaab. LE ZONE PIÙ COLPITE SONO QUELLA ATTORNO ALLA FRONTIERA CON LA SOMALIA, 700KM, le aree di Mandera, WAJIR ed anche GARISSA. L’attacco più cruento nel settembre 2013, quando gli Shebaab misero a ferro e fuoco uno shopping center Westgate nel cuore di Nairobi, uccidendo 67 persone. (da Rainews.it)(mappa tratta da http://www.urbanpost.it/)

DOPO LA STRAGE IN KENYA – CONTRO I CRISTIANI È ORMAI VERA GUERRA

– LA STRAGE CONTEMPORANEA DEI CRISTIANI È UN MARTIRIO CHE ANCORA NON È ENTRATO NELLA GALLERIA DELLA STORIA. LA STRAGE DEL CAMPUS DI GARISSA –

   148 studenti uccisi dai terroristi non è giunto inaspettato, e Papa Francesco condanna «la brutalità senza senso» ma va oltre e lancia un appello alle autorità per porre fine alle violenze. Nessuno invoca – tantomeno il Papa – una guerra giusta, ma le vittime devono essere difese dalle violenze, che ormai non hanno più patria, in buona parte dell’AFRICA e del MEDIO ORIENTE, fino all’INDIA.

   È vero quello che ha denunciato il predicatore di Casa Pontificia, il francescano padre Cantalamessa: IL MONDO IGNORA LO STERMINIO DEI CRISTIANI, «che non muoiono con i pugni chiusi ma con le mani giunte».

   Le nuove frontiere della brutalità, ora consumate dagli SHABBAB SOMALI ma che ricalcano LE ORME DELL’ISIS e di altri gruppi di assassini senza volto ma sotto bandiere ben riconoscibili, non conoscono limiti e affondano dentro una simbologia che non casuale, a partire dalla “selezione”, che evoca tragicamente i campi di sterminio nazisti. Non solo: la strage si è consumata alla vigilia del venerdì santo, che per i cristiani, anche non necessariamente praticanti, è il simbolo della Passione e del martirio. (di Carlo Marroni, da “il Sole 24ore del 4/4/2015)

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A PROPOSITO DI IRAN E DELL’ACCORDO RAGGIUNTO DI NON PROLIFERAZIONE NUCLEARE

da www.gds.it/
da http://www.gds.it/

IRAN, LA RAGIONE ZOPPA

di Bernardo Valli, da “la Repubblica” del 3/4/2015

– La diplomazia ha ottenuto quel che un tempo imponevano le armi. Ha gettato le basi per un’intesa preliminare che altrimenti sarebbe stata raggiunta con la forza – Continua a leggere

LA CINA E’ VICINA (e ci sta comprando) – UN PAESE TRA DISPOTISMO E CONQUISTA ECONOMICA DEL MONDO (ma l’enorme Paese, nonostante la dittatura, imploderà?) – STRATEGIE GEOPOLITICHE DI UN MONDO CHE CAMBIA: forse i cinesi sono gli amici che ci salveranno dal declino?

La CINA, ufficialmente REPUBBLICA POPOLARE CINESE (RPC), anche nota come CINA POPOLARE, è il paese più popoloso al mondo, con UNA POPOLAZIONE DI OLTRE 1,35 MILIARDI. La RPC è uno Stato a partito unico governato dal PARTITO COMUNISTA. Coprendo POCO MENO DI 9,6 MILIONI DI CHILOMETRI QUADRATI, la Cina è il TERZO PAESE PIÙ GRANDE DEL MONDO PER SUPERFICIE (dopo Russia e Canada). IL PAESAGGIO DELLA CINA È VASTO E DIVERSIFICATO, e va dalle steppe della foresta e i deserti dei GOBI e del TAKLAMAKAN nell'arido nord alle foreste subtropicali e umide del sud. L'HIMALAYA, il KARAKORAM, il PAMIR e il TIAN SHAN sono le catene montuose che separano la Cina meridionale dall'Asia centrale. Il FIUME AZZURRO e il FIUME GIALLO, rispettivamente il terzo e il sesto più lunghi del mondo, scorrono dall'ALTOPIANO DEL TIBET verso la costa orientale densamente popolata. La costa della Cina lungo l'oceano Pacifico è lunga 14.500 chilometri, ed è delimitata dal MARE DI BOHAI, dal MAR GIALLO, dal MAR CINESE ORIENTALE e dal MAR CINESE MERIDIONALE. (da Wikipedia) (la carta è ripresa da www.meteoweb.eu/
(nella carta fisica le entità politiche della CINA e della MONGOLIA) – La CINA, ufficialmente REPUBBLICA POPOLARE CINESE (RPC), anche nota come CINA POPOLARE, è il paese più popoloso al mondo, con UNA POPOLAZIONE DI OLTRE 1,35 MILIARDI. La RPC è uno Stato a partito unico governato dal PARTITO COMUNISTA. Coprendo POCO MENO DI 9,6 MILIONI DI CHILOMETRI QUADRATI, la Cina è il TERZO PAESE PIÙ GRANDE DEL MONDO PER SUPERFICIE (dopo Russia e Canada). IL PAESAGGIO DELLA CINA È VASTO E DIVERSIFICATO, e va dalle steppe della foresta e i deserti dei GOBI e del TAKLAMAKAN nell’arido nord alle foreste subtropicali e umide del sud. L’HIMALAYA, il KARAKORAM, il PAMIR e il TIAN SHAN sono le catene montuose che separano la Cina meridionale dall’Asia centrale. Il FIUME AZZURRO e il FIUME GIALLO, rispettivamente il terzo e il sesto più lunghi del mondo, scorrono dall’ALTOPIANO DEL TIBET verso la costa orientale densamente popolata. La costa della Cina lungo l’oceano Pacifico è lunga 14.500 chilometri, ed è delimitata dal MARE DI BOHAI, dal MAR GIALLO, dal MAR CINESE ORIENTALE e dal MAR CINESE MERIDIONALE. (da Wikipedia) (la carta è ripresa da http://www.meteoweb.eu/)

   La Cina si è comprata la più antica e grande multinazionale italiana, la Pirelli. Ma messa così può ingenerare delle semplificazioni: la situazione (dell’acquisto) è più complessa in effetti. ChemChina, grande gruppo industrial-finanziario cinese, è il nuovo socio forte di Pirelli: avrà il controllo del 65% del gruppo (anche attraverso un’’Opa -offerta di pubblico acquisto- che lancerà a settembre), e il restante 35% sarà diviso tra i russi (già presenti in Pirelli con la multinazionale Rosneft) e gli originari soci italiani (Tronchetti Provera e alleati).pirelli

   Ci sarà nello statuto della multinazionale l’obbligo del 90% di voti favorevoli in assemblea per trasferire la sede dall’Italia o vendere la tecnologia. Insomma i cinesi diventano di fatto padroni della grande multinazionale italiana ma non dovrebbero poter portarsela via. Anche perché l’azienda non è stata frammentata, “spacchettata” nelle sue attività (come succede spesso per eccellenze italiane vendute all’estero), ma resta integra (non di soli pneumatici si occupa Pirelli, ma anche di trasporti, tecnologie ottiche, telecomunicazioni, chimica, meccanica; e poi c’è un importante settore nello sviluppo della ricerca e dei brevetti…).

La SUDDIVISIONE AMMINISTRATIVA DELLA CINA sin dall’antichità si è sempre basata su più livelli di potere per governare al meglio il vasto territorio e l’elevata popolazione. La costituzione della Repubblica Popolare Cinese stabilisce tre livelli di suddivisione,ma in realtà ci sono CINQUE LIVELLI DI GOVERNO LOCALE: la PROVINCIA, la PREFETTURA, la CONTEA, il COMUNE e il VILLAGGIO. Le province da sempre rivestono un importante ruolo culturale in Cina. Oltre alle 22 PROVINCE, la Cina amministra 5 REGIONI AUTONOME, 4 MUNICIPALITÀ e 2 REGIONI AMMINISTRATIVE SPECIALI. (da https://zitofra29.wordpress.com/ )
La SUDDIVISIONE AMMINISTRATIVA DELLA CINA sin dall’antichità si è sempre basata su più livelli di potere per governare al meglio il vasto territorio e l’elevata popolazione. La costituzione della Repubblica Popolare Cinese stabilisce tre livelli di suddivisione,ma in realtà ci sono CINQUE LIVELLI DI GOVERNO LOCALE: la PROVINCIA, la PREFETTURA, la CONTEA, il COMUNE e il VILLAGGIO. Le province da sempre rivestono un importante ruolo culturale in Cina. Oltre alle 22 PROVINCE, la Cina amministra 5 REGIONI AUTONOME, 4 MUNICIPALITÀ e 2 REGIONI AMMINISTRATIVE SPECIALI. (da https://zitofra29.wordpress.com/ )

Negli acquisizioni cinesi l’acquisto della Pirelli è però solo un tassello. L’acquisto cinese nel mondo è generalizzato, diffuso… grandi e piccole imprese, in ogni luogo, d’Italia, d’Europa, del mondo.

   Questo sembra cambiare un po’ tutto, le stesse regole sindacali: una vignetta in prima pagina sul Corriere della Sera del 25 marzo scorso, mostrava degli operai un po’ sbigottiti (della fabbrica Pirelli supponiamo) che si dicono che prima erano loro i comunisti; e adesso i comunisti sono i loro padroni, appunto i cinesi che ancora hanno come massimo organo politico e istituzionale il Partito Comunista.

   PERCHE’ PARLIAMO DI QUESTO NEL NOSTRO BLOG GEOGRAFICO?

   Perché l’episodio della Cina che diventa padrona della Pirelli, e dell’espansione geoeconomica cinese da noi e in tutto il mondo, è un fenomeno che dimostra il superamento di fatto di ogni confine geografico tradizionale, nazionale, come abbiamo fin qui inteso, e spesso supinamente ancora crediamo che possa esserci, possa (r)esistere. Il vecchio mondo come ancora lo pensiamo e la sua economia non è più lo stesso. I conflitti fra sistemi produttivi e politici sono sempre più cruenti. C’è una ricerca tecnologica sempre più avanzata e che facciamo fatica solo a immaginare, e questo accade in macroregioni, macrostati, in vasti aggregati territoriali che ormai non si identificano più nelle realtà nazionali, ma fanno parte di regioni nuove in una scala globale. Cina, Europa, Nord America, Africa, Asia…mai come adesso i continenti assumono connotati identitari più comprensibili nello sviluppo dell’economia globale. Piaccia o non piaccia. E confrontarsi su questo, è anche un modo per parlare di quel che ci interessa salvaguardare, come le microeconomie locali, le differenze culturali, linguistiche, nel rispetto di modi di essere e di vita di ciascuna piccola o grande comunità, e delle singole persone.

“GLI EQUILIBRI ECONOMICI INTERNAZIONALI SI STANNO RIMODELLANDO. I conflitti fra sistemi produttivi e politici sono sempre più cruenti. L'INNOVAZIONE RADICALE E LA MANIFATTURA AVANZATA compongono vasti aggregati territoriali che ormai TRASCENDONO LE SINGOLE REALTÀ NAZIONALI. LA SCALA È GLOBALE” (Paolo Bricco, “il Sole 24ore” del 24/3/2915)
“GLI EQUILIBRI ECONOMICI INTERNAZIONALI SI STANNO RIMODELLANDO. I conflitti fra sistemi produttivi e politici sono sempre più cruenti. L’INNOVAZIONE RADICALE E LA MANIFATTURA AVANZATA compongono vasti aggregati territoriali che ormai TRASCENDONO LE SINGOLE REALTÀ NAZIONALI. LA SCALA È GLOBALE” (Paolo Bricco, “il Sole 24ore” del 24/3/2915)

   Sino al 2012 gli investimenti esteri cinesi sono stati diretti soprattutto verso i paesi in via di sviluppo (come l’Africa) per accaparrarsi terre, riserve agro-alimentari. Mentre per i settori delle manifatture e dell’high-tech erano le multinazionali estere a investire in Cina. Poi la continuazione della crisi ha messo in dubbio queste esportazioni di lavoro in Cina; e le autorità di Pechino hanno riconosciuto che la Cina ha ancora bisogno di “imparare”dalla tecnologia occidentale (per le innovazioni tecnologiche ancora da recepire; per tecnologie a sviluppo ecosostenibile, nella Cina così inquinata e poco attenta all’uso razionale delle risorse naturali). E’ così che con le aziende del Vecchio Continente, in affanno e oberate dalla crisi economica, la Cina ha “dovuto” uscire, andarle a trovare, e cercare esperienze di tecnologia avanzata nelle varie parti del mondo.

   E pure le riserve energetiche interessano ai cinesi: ora ci sono anche gli accordi con la Russia per le forniture energetiche. E, dulcis in fundo, le SPESE MILITARI, la tecnologia militare: la Cina è divenuto il secondo paese al mondo per entità della spesa militare (dopo gli Stati Uniti).

“La CINA, un paese i cui LIVELLI DI INQUINAMENTO sono TERRIFICANTI e tali da coinvolgere anche e pesantemente le campagne. Cioè l’AGRICOLTURA. L’ABBANDONO DEI CAMPI PER LE CITTÀ DA PARTE DEI CONTADINI, problema enorme e sempre più impossibile da fronteggiare, rappresenta solo un aspetto di una tragedia che amplia ogni giorno le sue proporzioni e trova spietato riscontro nelle cifre.” (Luciano Del Sette, da “Il Manifesto” del 25/3/2014)(nella foto: HARBIN, la città cinese nel 2013 chiusa per smog, con livelli di inquinamento 40 volte più alti del normale- FOTO da www.huffingtonpost.it/ )
“La CINA, un paese i cui LIVELLI DI INQUINAMENTO sono TERRIFICANTI e tali da coinvolgere anche e pesantemente le campagne. Cioè l’AGRICOLTURA. L’ABBANDONO DEI CAMPI PER LE CITTÀ DA PARTE DEI CONTADINI, problema enorme e sempre più impossibile da fronteggiare, rappresenta solo un aspetto di una tragedia che amplia ogni giorno le sue proporzioni e trova spietato riscontro nelle cifre.” (Luciano Del Sette, da “Il Manifesto” del 25/3/2014)(nella foto: HARBIN, la città cinese nel 2013 chiusa per smog, con livelli di inquinamento 40 volte più alti del normale- FOTO da http://www.huffingtonpost.it/ )

   E mentre gli USA sono sempre più freddi nei confronti della Cina per il suo dispotismo interno, in Europa le porte economiche si aprono, i governi democratici dimenticano diritti umani e libertà d’espressione, per cercare di ravvivare un’economia in declino, pur rischiando di perdere aziende di grande valore, “nazionali”.

   E la Cina ha in questo momento una sua mission, una sua politica di acquisizioni: nel 2014 i suoi investimenti all’estero hanno superato quelli stranieri in Cina. Nel 2015 la Cina diventerà il primo investitore estero del pianeta. Da economia socialista assistita e chiusa, essa diventa un business senza confini e di mercato.

   E’ sintomatico che dopo essere andati in Africa, America latina, Australia, ora interessa l’Europa, che è in crisi, in declino. Sono partiti con il conquistare pezzi di Inghilterra (i nuovi miliardari cinesi si sono impossessati di castelli e dei quartieri chic di Londra), ma gli obbiettivi sono però il controllo del Mediterraneo (il porto del Pireo da anni in mano cinese ne è l’emblema) e la conquista del mercato continentale. Negli ultimi dieci anni la Cina si è assicurata le materie prime dell’Africa e dell’America latina, l’energia della Russia, i prodotti agricoli dell’Australia e le commesse hi-tech degli Stati Uniti. Ora in Europa cerca prodotti di manifattura di lusso (come la moda in Italia, ma anche tecnologici, come è appena accaduto con la Pirelli). Il nuovo scenario la vedrà padrona di tecnologia, marchi hi-tech, credito e finanza. Persi i consumatori occidentali va alla conquista dei loro marchi, per assorbire know how, brevetti, conoscenza, tecnologia e immagine.

Il presidente XI JINPING - “Le mani di Pechino sull’economia mondiale rispondono a una necessità interna e ad un’opportunità esterna. IL PRESIDENTE XI JINPING, per salvare l’egemonia del partito, deve riformare il modello di sviluppo nazionale. Persi i consumatori occidentali va alla conquista dei loro marchi, per assorbire know how, brevetti, conoscenza, tecnologia e immagine…” (Giampaolo Visetti, “la Repubblica” del 24/3/2015)ente Xi Jinping -
Il presidente XI JINPING – “Le mani di Pechino sull’economia mondiale rispondono a una necessità interna e ad un’opportunità esterna. IL PRESIDENTE XI JINPING, per salvare l’egemonia del partito, deve riformare il modello di sviluppo nazionale. Persi i consumatori occidentali va alla conquista dei loro marchi, per assorbire know how, brevetti, conoscenza, tecnologia e immagine…” (Giampaolo Visetti, “la Repubblica” del 24/3/2015)ente Xi Jinping –

   E’ anche vero che le mani di Pechino sull’economia mondiale rispondono pure a una necessità interna. Il presidente Xi Jinping, per salvare l’egemonia del partito, deve riformare il modello di sviluppo nazionale. Perché è difficile tenere unito un Paese così grande (ne parliamo in particolare in due articoli in questo post).

   Qualcuno ribadisce che l’acquisto di marchi e industrie tecnologiche estere, è anche legato al superamento del gap interno: acquisire conoscenze che ancora non si hanno. La necessità di “imparare” la tecnologia, il “mestiere” che può servire a un grande paese per progredire, uscire definitivamente nella sua interezza dalla miseria… forse è questa una delle motivazioni principali degli acquisti cinesi.

   Circa trentacinque anni fa (nei primi anni ’80), quando la Cina era per noi un Paese ancora lontano (lontanissimo) un famoso e bravo regista italiano, GIULIANO MONTALDO, andò lì per girare un film sceneggiato (a puntate, poi trasmesso in tutto il mondo) su MARCO POLO. Tra le cose che lo colpirono della Cina furono i bambini. Disse che nei luoghi del mondo sottosviluppati o in via di sviluppo dove era andato a girare film o documentari, i bambini chiedevano alla troupe cinematografica caramelle, dolci…. Nell’esperienza di quel lavoro filmico in Cina i bambini che osservavano il lavoro dei cineasti, chiedevano come funzionava la cinepresa, le telecamere…. Dal che Montaldo ne dedusse che con bambini simili la Cina avrebbe avuto un grande futuro. Ora quei bambini sono cresciuti. (s.m.)

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Il padrone rosso

LA CINA STA ACQUISTANDO IL MONDO

di Giampaolo Visetti, da “la Repubblica” del 24/3/2015

– Nel 2015 diventerà il primo investitore estero del pianeta – L’Italia è la seconda destinazione nella Ue: qui lo shopping di Pechino va dalle aziende statali ai marchi storici come Pirelli –

PECHINO – NON solo Pirelli: la Cina sta acquistando il mondo. Per la prima volta, lo scorso anno, gli investimenti cinesi all’estero hanno superato quelli stranieri in Cina.

   «Pechino padrona», più del rallentamento della crescita e della corsa al riarmo, è la tendenza che segna la globalizzazione contemporanea. Lo tsunami degli yuan comunisti che sommergono il capitalismo occidentale sconvolge la geografia economica, ma ridisegna anche gli equilibri politici.

   NEL 2015 LA CINA DIVENTERÀ IL PRIMO INVESTITORE ESTERO DEL PIANETA: dai 11,1 miliardi di euro esportati dieci anni fa, arriverà a reinvestire in Paesi stranieri 110 miliardi. Il “go global” cinese è cresciuto nella discrezione. All’improvviso, per legittimare la supremazia della nuova superpotenza del secolo, impone la sua onnipresente immagine.

   A fine gennaio, quando Alexis Tsipras ha vinto le elezioni in Grecia, sono scattati due allarmi: quello noto sull’euro e quello sconosciuto sulla PROPRIETÀ CINESE DEL PIREO, terminal container più grande del mondo. Gli europei hanno appreso che LA DISTRIBUZIONE DELLE MERCI NEL VECCHIO CONTINENTE È GESTITA DA PECHINO.    Il nuovo azionista di maggioranza globale affascina e spaventa. Non si limita più a scambiare infrastrutture lowcost con materie prime nelle nazioni in via di sviluppo. IRROMPE NEL SALOTTO BUONO DEL BUSINESS, tra gli Stati Uniti e l’Europa. I trofei servono a impressionare, ad annunciare all’Occidente che il motore millenario dell’Asia «is back», è tornato.

   Un nipote di Deng Xiaoping, per 1,7 miliardi di euro, ha acquistato l’Hotel Waldorf Astoria, icona del lusso a New York. Pechino controlla energia elettrica e acqua potabile di Londra. Un’immobiliare di Shanghai si è assicurata lo Sheraton di Sidney per 365 milioni di euro. Il fondo sovrano cinese si è aggiudicato l’appalto per la ferrovia ad alta velocità che collegherà Belgrado a Budapest e Rotterdam, attraversando il cuore dell’Europa.

   L’AFRICA È GIÀ CINESIZZATA, ma gli ultimi progetti segnano un salto di qualità: POZZI DI PETROLIO IN SUDAN, una CENTRALE IDROELETTRICA IN NIGERIA, le MINIERE DEL CARBONE NELLO ZAMBIA, la RETE FERROVIARIA IN LIBIA, i PORTI DEL MOZAMBICO. L’opera- simbolo è IL CANALE “ANTI-PANAMA” IN NICARAGUA, per ridimensionare l’influenza Usa sul commercio tra Atlantico e Pacifico.

L’OPERA- SIMBOLO dell’espansione (economica, politica…) della CINA è IL CANALE “ANTI-PANAMA” IN NICARAGUA, per ridimensionare l’influenza Usa sul commercio tra Atlantico e Pacifico
L’OPERA- SIMBOLO dell’espansione (economica, politica…) della CINA è IL CANALE “ANTI-PANAMA” IN NICARAGUA, per ridimensionare l’influenza Usa sul commercio tra Atlantico e Pacifico

   Le luci della ribalta si accendono anche sui nuovi affari. Wang Jianlin, fondatore del gruppo Wanda e primo gestore mondiale di SALE CINEMATOGRAFICHE, scala Hollywood, acquista il 20% dell’ATLETICO MADRID e la SOCIETÀ INFRONT, deus ex machina dei diritti del calcio in tivù. Jack Ma, visionario inventore del colosso dell’e-commerce ALIBABA, ha battuto ogni record delle quotazioni a Wall Street: 230 miliardi in un giorno.

   Da economia socialista assistita chiusa, quello cinese diventa UN BUSINESS SENZA CONFINI E DI MERCATO. Continua a leggere