CAOS PIANETA TERRA: SARÀ GUERRA? – Oltre ai cambiamenti climatici preoccupanti, ci sono GUERRE GEO-LOCALI, BOMBARDAMENTI (come in SIRIA), TERRORISMI, ARMI sofisticate, TENSIONI tra Stati… – Il pericolo, non trascurabile, di un’accelerazione verso una GUERRA GLOBALE: COME IMPEDIRLA?

“Vi ricordate la canzone ‘Generale’ di Francesco De Gregori? Quella dove dice “La guerra è bella anche se fa male”? È un capolavoro di poesia contro la guerra, però mi sa che là fuori qualcuno pensa veramente che la guerra sia una cosa bella. E che se fa male, farà male a qualcun altro mentre loro – generali, presidenti e politici vari – la fanno dalle loro poltrone. Non so cosa ne pensiate voi, ma LE COSE SEMBRANO ANDARE SEMPRE PEGGIO: BOMBARDAMENTI, TERRORISMO, GUERRE LOCALI, AUMENTO DELLE SPESE MILITARI, MINACCE DA UNA PARTE E DALL’ALTRA E DISCORSI SEMPRE PIÙ AGGRESSIVI. Sembrerebbe che siamo davanti a qualcosa che SOMIGLIA MOLTO AL PERIODO CHE POI PORTÒ ALLA PRIMA GUERRA MONDIALE, LA GRANDE GUERRA che all’epoca si diceva avrebbe messo fine a tutte le guerre.(…..)” (UGO BARDI, blog da “il Fatto Quotidiano” del 10/1/2019 – http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/ubardi/) (foto ripresa da http://www.technologyreview.com/)

   La pace che, dalla fine della Seconda guerra mondiale, è potuta esserci in Europa (non considerando la minaccia nucleare della guerra fredda, ed escludendo la terribile guerra civile nella ex Iugoslavia nella prima metà degli anni ’90, i terrorismi, e vari conflitti autonomisti, come nell’Ulster, nei Paesi Baschi, in Ucraina…), questa situazione di apparente “non guerra” (almeno per noi non coinvolti), fa considerare, anche adesso, che è impossibile che accada un nuovo conflitto/guerra mondiale, che ci coinvolga noi europei. E ci porta a considerare che la guerra sia un arnese del passato.

(da http://www.iltempo.it/ mappa conflitti al 2018) – Dall’AFGHANISTAN alla SIRIA, allo YEMEN, alle tensioni USA-CINA, al contrasto “ARABIA SAUDITA, STATI UNITI, ISRAELE E IRAN”, alla NIGERIA, al SUD SUDAN, al CAMERUN, all’UCRAINA e DONBASS, al VENEZUELA… sono QUESTI TRA i CONFLITTI E LE POSSIBILI CRISI DA SEGUIRE CON ATTENZIONE NEL 2019

   Qualcuno ha (secondo noi giustamente) dei dubbi su questo, cioè che la guerra mondiale, generalizzata, non possa più accadere. Partiamo qui da una ricerca di un GRUPPO DI STUDIOSI, capeggiati da un docente alla Facoltà di Scienze dell’università di Firenze, UGO BARDI, dove l’assioma dell’impossibilità della guerra viene fortemente messo in crisi dai loro studi, sia statistici (sugli accadimenti tragici collettivi) sia dal contesto generale geopolitico che stiamo vivendo: ci sono tantissime guerre geo-locali nel mondo, nel senso che interessano aree geografiche anche grandi –come il Medio Oriente in Siria, Iraq, Afghanistan, Yemen, Palestina, fino alla Libia….-; ma anche il terrorismo, e l’aumento delle spese militari, le minacce da una parte e dall’altra, e discorsi sempre più aggressivi….

Nella FOTO : UGO BARDI, docente di chimica-fisica alla Facoltà di Scienze dell’Università di Firenze – “(…) Lo studioso italiano UGO BARDI e ai suoi collaboratori, analizzando migliaia di conflitti dal 1400 all’invasione dell’Afghanistan nel 2001, e tabulandone i dati via teoria delle reti e computer, concludono che «GUERRA È SEMPRE» (…) I pochi decenni di «pace» che abbiamo vissuto sono oasi nel deserto ferreo del «guerra è sempre» e provano che la guerra, tragedia innervata nella storia, cultura e società, non viene «scatenata» da incidenti improvvisi, come si diceva una volta a scuola (…) ma, come le epidemie, la guerra è fenomeno statistico, ritorna con puntualità devastante, non accesa da episodi circostanziati, prevedibili e dunque controllabili, ma da un insieme di forze ineludibili che caricano la loro potenza nel tempo e la lasciano esplodere all’improvviso.(…)” (Gianni Riotta, “La Stampa”, 9/1/2019)

   Secondo Bardi e i suoi collaboratori, come le epidemie la guerra è fenomeno statistico, ritorna con puntualità devastante, non accesa da episodi circostanziati, prevedibili e dunque controllabili, ma da un insieme di forze ineludibili che caricano la loro potenza nel tempo e la lasciano esplodere all’improvviso.
Ed è probabile che le sfide del futuro (le guerre) siano sanguinose tanto quanto quelle due (mondiali) che ci sono state, per tecnologia avanzata, per potenza degli arsenali, masse di popolazione nelle metropoli e megalopoli, facilità di spostamenti da un teatro all’altro di lotta.
E’ vero però, secondo questi studiosi, che i conflitti non appaiono in modo casuale ma esiste una certa relazione fra il numero di vittime e la frequenza delle guerre che le producono, con conflitti tanto meno probabili quanto più sono grandi (il pericolo dell’estinzione della specie umana, con l’uso del nucleare, o con altre armi di distruzione sofisticate, fa sperare in forme di deterrenza…).

Le forze governative siriane pattugliano il centro di HOMS. La guerra civile siriana è soltanto una delle 36 guerre in atto nel mondo (da http://www.tpi./) – “SIRIA: SABBIA E MORTE”. Le parole dette dal presidente Trump per definire la Siria in guerra nel 2019 sono parole efficaci e in un certo senso realistiche. IN SIRIA NORD-ORIENTALE NULLA È CAMBIATO SUL TERRENO CON L’ARRIVO DEL NUOVO ANNO, QUELLO NEL QUALE SCOCCHERÀ L’OTTAVO DI GUERRA. Forse, però, presto o tardi, la zona dell’Eufrate sarà ancora più terra di ‘sabbia e morte’. (Michele Chiaruzzi, da TRECCANI.IT, 7/1/2019)

   Se comunque guerra potrà esserci (dato il clima locale e mondiale assai critico, dove conflitti di vario genere si sormontano – la limitazione del libero commercio con dazi, l’immigrazione percepita come invasione, i nazionalismi crescenti…-), e se si riesce a capire che la guerra è una cosa inerente alla struttura della società umana, dobbiamo trovare delle soluzioni sociali, politiche, per impedirla. Dobbiamo essere il più possibile razionali, non lasciarci andare (a nazionalismi, razzismi, desideri di conflittualità…) e creare strutture sociali conviviali che favoriscano la pace, la convivenza, la comprensione dell’ “altro”. La guerra è inevitabile soltanto se non facciamo nulla per evitarla.

MAPPA DELL’UCRAINA. In giallo a sud la Crimea “acquisita” dalla Russia, e in giallo a est la regione del DONBASS in guerra da quattro anni tra ucraini e separatisti appoggiati dalla Russia – Il DONBASS è una vasta regione dell’Europa orientale, APPARTENENTE QUASI PER INTERO ALL’UCRAINA E PER UN PICCOLO TRATTO ALLA RUSSIA; comprende parte del BACINO DEL DONEZ e dello DNEPR. Sono presenti vasti giacimenti di carbone. La vicinanza dei giacimenti di minerali di KRIVOJ ROG ha favorito il sorgere dell’industria siderurgica, cui si sono poi affiancati complessi meccanici, chimici e metallurgici. – LA GUERRA DELL’UCRAINA ORIENTALE O GUERRA DEL DONBASS, inizialmente indicata come rivolta (o crisi) dell’Ucraina orientale, è un conflitto in corso che ha avuto inizio il 6 aprile 2014, quando alcuni manifestanti armati, secondo le testimonianze, si sono impadroniti di alcuni palazzi governativi dell’Ucraina orientale, ossia nelle REGIONI DI DONEC’K, LUHANS’K e CHARKIV. Gli scontri in Ucraina Orientale tra le milizie vicino alla Russia e le truppe di Kiev continuano a fare morti. Anche se ormai non ne parla più nessuno, LA STORIA DEL CONFLITTO DEL DONBASS, cominciato quattro anni fa, HA GIÀ FATTO PIÙ DI 10 MILA VITTIME, tra cui molti civili, tra cui anche donne e bambini.

   E, in effetti, stiamo facendo assai poco per evitare la guerra. Anzi, stiamo ritornando alle strutture pericolose e regressive, tipo l’ideologia degli “Stati nazionali sovrani”, che avevano generato la Prima (ma anche la Seconda) guerra mondiale.
Sono tempi in cui domina l’incertezza, e con essa LA PAURA. E la paura, come dicevamo, è una cattiva consigliera, che porta a dare risposte già viste, e negativamente sperimentate. Si rispolverano le soluzioni di sempre: come la difesa dello STATO NAZIONALE (“prima gli americani”, prima gli italiani, gli ungheresi, i polacchi, gli austriaci eccetera…)….
Poi si vuole la CHIUSURA DELLE FRONTIERE (contro il “nemico immigrato”, senza neanche valutare la portata effettiva di questa immigrazione, la capacità di integrarla e gestirla umanamente e razionalmente…); RISPUNTA LA RAZZA come “forma” che ci rassicura (memoria questa funesta a dir poco); MAGARI CI SI ARMA (ci si vuole difende da soli, contro tutti)…

MEDUO ORIENTE – ARABIA SAUDITA, STATI UNITI, ISRAELE E IRAN – “(…) Proprio come il 2018, il 2019 presenta rischi di scontro – deliberati o involontari – che coinvolgono STATI UNITI, ARABIA SAUDITA, ISRAELE e IRAN. I primi tre condividono una visione comune che vede nella Repubblica Islamica una seria minaccia, le cui aspirazioni regionali devono essere frenate. Come sottolinea Foreign Policy, per Washington questo si è tradotto nel ritiro dall’accordo nucleare del 2015, nel ripristino delle sanzioni – oltre a sfoggiare una retorica più aggressiva fatta di minacce. Riyad ha abbracciato questo nuovo approccio bellicoso – per ora a parole – e ha annunciato che cercherà di contrastare l’IRAN in LIBANO, IRAQ, YEMEN e persino sul suolo iraniano. L’ostilità e la rivalità tra ARABIA SAUDITA e Iran si è riflettuta in tutto il MEDIO ORIENTE, dallo YEMEN al LIBANO e non c’è dubbio che proseguirà anche nel corso di quest’anno. (Roberto Vivaldelli, da http://www.occhidellaguerra.it/, 7/1/2019)

   E poi si riscopre che abbiamo un’IDENTITÀ da difendere, ne abbiamo una sola, data dalle nostre radici, e la vogliamo difendere contro tutti (al diavolo i discorsi della pluralità di apporti e di culture che si incontrano, di valorizzazione delle diversità…).
Insomma tutte cose (il nazionalismo, la razza, l’identità, la difesa dei confini…) che ci fanno tornare a un passato funesto, e pertanto anche a una possibilità realistica che qualche accadimento, anche magari banale, porti alla GUERRA.

LE GUERRE PER L’ACQUA – “È di questo fenomeno che parla ‘WATER GRABBING, LE GUERRE NASCOSTE PER L’ACQUA NEL XXI SECOLO’ (EMI editore, 16 euro), un libro firmato da EMANUELE BOMPAN e MARIROSA IANNELLI. Un fenomeno aggravato dalla crescente domanda di acqua per cibi e prodotti e dalla contemporanea diminuzione della disponibilità provocata dal cambiamento climatico, spiega Bompan, giornalista e collaboratore de La Stampa-Tuttogreen. «Vogliamo sempre più acqua mentre il bicchiere è sempre più vuoto – dice – e le mani che lo reggono si fanno sempre più avide»(…) (Roberto Giovannini, “La Stampa”, 22/3/2018)

   La dimensione della guerra a venire avrà comunque poco a che fare con l’episodio che la innescherà, dipendendo invece dalla rete di tensioni politiche, sociali ed economiche che ci sono nel presente (e tutti ce ne accorgiamo). E’ così possibile andare, arrivare, oltre le guerra adesso “limitate” (e finora che ci hanno escluso, come europei, occidentali, del nord del mondo…) alla guerra “mondiale”.
Episodi limitati, casuali, si diceva, che possono facilmente accadere, innescare la miccia per altre cause “vere”: come uno speronamento di un cacciamine, un hacker che in Internet fa saltare il sistema di comunicazione, una fake news che scombussola il mondo, che magari viene offeso un Paese “sovrano” da parte di un altro irrimediabilmente…. oppure la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina che sta accadendo; il populismo nazionalista che imperversa adesso in Europa; le aspirazioni di dominio commerciale sempre della Cina; l’incapacità europea di svolgere una politica estera comune… il terrorismo, il riarmo di tutti, i fondamentalismi islamici, le sempre più marcate disuguaglianze sociali… e altri episodi anche minimi ma che innescano clamore nei media…

   Tutto questo potrebbe portare a una guerra mondiale…Per questo non si può sottovalutare troppo così tanti episodi, grandi e piccoli, di scontro che stiamo vivendo nel mondo, nel nostro paese, e anche in ciascuna nostra piccola comunità. Creare meccanismi “micro” e “macro” (a seconda di ciascuna possibilità) di convivenza, razionalità, qualità del vivere, forse può fermare una terza possibile guerra mondiale. (s.m.)

………

I CURDI SIRIANI E IL RITIRO AMERICANO DALLA SIRIA . “(…) Il ritiro americano sarebbe luce verde per Erdoğan e l’offensiva dell’esercito turco schierato contro i Curdi siriani, ammesso che già la mera pressione militare non ottenga da sé, in qualche modo, il proprio fine, come avvenuto in passato nella Siria orientale. Il fine è l’eliminazione della «minaccia curda» almeno dal territorio limitrofo controllato dai turchi. I quali, grazie a questa definizione della propria sicurezza, possono spingersi in profondità laddove vogliono e possono in territori ridotti a fronti di battaglia. LA GUERRA SIRIANA È DUNQUE GIUNTA A UNO DEI PIÙ COMPIUTI PARADOSSI DELLA SUA DURISSIMA E IGNOBILE STORIA. I CURDI, PRINCIPALI COMBATTENTI CONTRO IL DAESH, coloro ai quali si deve la resistenza e l’offensiva più accanita contro i ‘terroristi’ che hanno attaccato anche l’Europa, quella parte politica e militare che con più rischio ha contribuito a seppellire nella sabbia lo ‘Stato islamico’ fin dalle sue putride fondamenta gettate a Raqqa e altrove; ebbene, proprio A QUELLE DONNE E UOMINI TOCCANO OGGI NON ONORI E GLORIA BENSÌ ANCORA COMBATTIMENTI PER SOPRAVVIVERE; tocca ancora una lotta contro il proprio, beffardo, destino: l’abbandono consueto degli alleati, la guerra contro rinnovati nemici.(…)”(Michele Chiaruzzi, da TRECCANI.IT, 7/1/2019)

………………………………..

GUERRA MONDIALE, ABBIAMO CALCOLATO LE PROBABILITÀ CHE UN NUOVO CONFLITTO SI VERIFICHI
di Ugo Bardi (docente di chimica-fisica alla Facoltà di Scienze dell’Università di Firenze), blog da “il Fatto Quotidiano” del 10/1/2019 – http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/ubardi/
Vi ricordate la canzone “Generale” di Francesco De Gregori? Quella dove dice “La guerra è bella anche se fa male”? È un capolavoro di poesia contro la guerra, però mi sa che là fuori qualcuno pensa veramente che la guerra sia una cosa bella. E che se fa male, farà male a qualcun altro mentre loro – generali, presidenti e politici vari – la fanno dalle loro poltrone.
Non so cosa ne pensiate voi, ma le cose sembrano andare sempre peggio: bombardamenti, terrorismo, guerre locali, aumento delle spese militari, minacce da una parte e dall’altra e discorsi sempre più aggressivi. Sembrerebbe che siamo davanti a qualcosa che somiglia molto al periodo che poi portò alla Prima guerra mondiale, la Grande Guerra che all’epoca si diceva avrebbe messo fine a tutte le guerre.
Ma allora cosa ci aspetta? Continua a leggere

Annunci

I CAMBIAMENTI CLIMATICI GLOBALI con le loro crescenti e sempre più dannose conseguenze, e la poca volontà politica a nuovi paradigmi nello SVILUPPO GLOBALE: il caso della COP24, la Conferenza mondiale sul clima tenutasi nel dicembre scorso in POLONIA a KATOWICE (le NON DECISIONI che lì ci sono state)

GRETA THUNBERG – IL FUTURO HA 16 ANNI – GUARDA E ASCOLTA IL DISCORSO DI GRETA:
https://www.lifegate.it/persone/news/cop-24-katowice-greta-thunberg-cambiamenti-climatici

   Il testo dell’intervento di Greta alla Cop24 di KATOWICE, Polonia, il 4 dicembre scorso:
“Il mio nome è Greta Thunberg, ho quindici anni e vengo dalla Svezia. Molte persone dicono che la Svezia sia solo un piccolo Paese e a loro non importa cosa facciamo. Ma io ho imparato che non sei mai troppo piccolo per fare la differenza. Se alcuni ragazzi decidono di manifestare dopo la scuola, immaginate cosa potremmo fare tutti insieme, se solo lo volessimo veramente. Ma per fare ciò dobbiamo parlare chiaramente, non importa quanto questo possa risultare scomodo. Voi parlate solo di una crescita senza fine in riferimento alla green economy, perché avete paura di diventare impopolari. Parlate solo di andare avanti con le stesse idee sbagliate che ci hanno messo in questo casino. (…) Ma non mi importa risultare impopolare, mi importa della giustizia climatica e di un pianeta vivibile. La civiltà viene sacrificata per dare la possibilità a una piccola cerchia di persone di continuare a fare profitti. La nostra biosfera viene sacrificata per far sì che le persone ricche in Paesi come il mio possano vivere nel lusso. Molti soffrono per garantire a pochi di vivere nel lusso.
Nel 2078 festeggerò il mio settantacinquesimo compleanno. Se avrò dei bambini probabilmente un giorno mi faranno domande su di voi. Forse mi chiederanno come mai non avete fatto niente quando era ancora il tempo di agire. Voi dite di amare i vostri figli sopra ogni cosa, ma state rubando loro il futuro davanti agli occhi. Finché non vi fermerete a focalizzare cosa deve essere fatto anziché su cosa sia politicamente meglio fare, non c’è alcuna speranza. Non possiamo risolvere una crisi senza trattarla come tale. Noi dobbiamo lasciare i combustibili fossili sotto terra e dobbiamo focalizzarci sull’uguaglianza e se le soluzioni sono impossibili da trovare in questo sistema significa che dobbiamo cambiarlo. Non siamo venuti qui per pregare i leader a occuparsene. Tanto ci avete ignorato in passato e continuerete a ignorarci. Voi non avete più scuse e noi abbiamo poco tempo. Noi siamo qui per farvi sapere che il cambiamento sta arrivando, che vi piaccia o no. Il vero potere appartiene al popolo. Grazie”. Greta Thunberg‏ @GretaThunberg
(qui sopra il discorso del 4 dicembre 2018 di GRETA THUNBERG alla classe politica mondiale dove spiega la gravità del problema, al COP24, il Summit delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici in Polonia a Katowice in occasione della 24a Conference Of Parties (COP24).

   Ha compiuto 16 anni il 3 gennaio. Non più da semplice adolescente svedese impegnata e fragile, ma da simbolo globale della lotta contro il cambiamento climatico. Greta Thunberg è la ragazza con l’impermeabile giallo che ha scioperato da scuola, sedendosi sul pavimento del Parlamento svedese, perché i politici sentissero la pressione e l’urgenza di intervenire per ridurre le emissioni di gas serra. Con la sua protesta gentile e determinata ha conquistato titoli, reportage, pagine e pagine di interviste in tutto il mondo, fino all’invito alla CNN, ma soprattutto alla CONFERENZA DI KATOWICE, dove il suo discorso alla sessione plenaria è diventato il contenuto più visto su AL JAZEERA ENGLISH nella settimana del 20 dicembre, fra milioni di condivisioni. Greta, che ha una madre cantante lirica sinfonica, un padre attore, una diagnosi da sindrome di Asperger (un disturbo prossimo all’autismo di cui lei racconta «mi fa vedere le cose in bianco o nero. Non mi piace mentire»), incalza politici e adulti sul peso che stanno lasciando sui bambini, togliendo loro il futuro. «La nostra biosfera viene sacrificata perché i ricchi in paesi come il mio possano vivere nel lusso», ha detto alla platea della conferenza per il clima: «È la sofferenza dei molti che paga i lussi di pochi. Nel 2078 festeggerò il mio 75esimo compleanno. Se avrò bambini forse quel giorno mi chiederanno di voi. Mi chiederanno perché non avete fatto tutto il possibile quando ancora c’era tempo per agire». (L’ESPRESSO 30/12/2018)

La quindicenne Greta Thunberg durante la sua protesta del venerdì sui cambiamenti climatici

…………………………..

   Emblematico che la Conferenza sul clima (denominata Cop24), tenutasi nella prima quindicina del dicembre scorso, si sia svolta in Polonia, e in particolare a KATOWICE, capoluogo della SLESIA, la regione a sud che è considerata la regione carbonifera non solo di Polonia ma di tutta Europa (la capitale europea del carbone). Anche se è la Cina che, da sola, consuma la metà della produzione globale, la Polonia rappresenta in modo forte il legame con questo minerale, combustibile così inquinante. Una regione come appunto la Slesia dipende completamente dal carbone, in termini di economia, di occupazione.

COP24, il presidente polacco DUDA spiazza tutti: “LA POLONIA NON PUÒ RINUNCIARE AL CARBONE” -Nonostante i ripetuti richiami alla DECARBONIZZAZIONE DEL PIANETA, in una conferenza stampa congiunta il 3 dicembre scorso, a presentazione dell’inizio dei lavori della COP24 a KATOWICE con il segretario dell’Onu ANTONIO GUTERRES, il PRESIDENTE POLACCO DUDA ha dichiarato che IL SUO PAESE “NON PUÒ RINUNCIARE AL CARBONE”, una MATERIA PRIMA “STRATEGICA” che garantisce “la SOVRANITÀ ENERGETICA”- Varsavia conta ancora sul CARBONE per l’80% del suo FABBISOGNO ENERGETICO, e prevede di arrivare al 50% entro il 2030. Quando il target fissato dalla Commissione europea per quella data è del 40%. (foto da IL FATTO QUOTIDIANO del 4/12/2018)

   Non è poi un caso che sulle 50 città più inquinate d’Europa, ben 33 sono in Polonia: per dire l’“importanza del carbone” in terra polacca, e il collegamento esistente tra il forte inquinamento atmosferico che lì c’è e l’estrazione di questo materiale. E sul banco degli imputati, alla Conferenza sul clima dello scorso dicembre, assieme a Trump e alla Russia, è finito così anche il paese ospitante. Gli impegni a ridurre la dipendenza energetica dal carbone ci sono da parte della Polonia, ma è evidente che l’ancor esistente (ed essenziale alla ricchezza del paese) industria mineraria carbonifera, appunto soprattutto nella regione della Slesia, gioca un ruolo fondamentale (e negativo) nell’alto tasso di inquinamento del paese. E il carbone è anche (quasi) un simbolo dell’indipendenza (un sovranismo energetico polacco). Anche se lì non è solo questione di inquinamento atmosferico: per dire, nella città di BYTOM (agglomerato urbano-industriale sempre in Slesia), costruita in pratica sopra una miniera, gli edifici sono pieni di crepe, rischiano di cadere.

“La DIRETTIVA 2003/87/CE, prevede che gli impianti produttivi di grandi emettitori dell’Unione europea non possano funzionare senza un’AUTORIZZAZIONE alle EMISSIONI DI GAS SERRA. Ogni impianto autorizzato deve COMPENSARE ANNUALMENTE LE PROPRIE EMISSIONI INQUINANTI ACQUISTANDO ALL’ASTA, OPPURE SU UN VERO E PROPRIO LIBERO MERCATO, delle QUOTE PER OGNI TONNELLATA EMESSA di biossido di carbonio (CO2) o di qualsiasi altro gas a effetto serra, come ossido di metano (CH4), protossido di azoto (N2O), idrofluorocarburi (HFC), perfluorocarburi (PFC) ed esafluoro di zolfo (SF6), che abbia un potenziale effetto di riscaldamento planetario, in altri termini un sistema congegnato per acquisire il diritto a inquinare a fronte di una penale scambiata sul libero mercato dei capitali. (…)”(Angelo Richiello, “L’ESPRESSO”, 30/12/2018)

   Per quanto riguarda la problematica globale trattata nella Cop24, la Conferenza sul clima a Katowice (dove si decidevano i destini dell’accordo di Parigi del 2015), va detto che nel 2018 c’è stato un nuovo record di emissioni di CO2. E (dati della Conferenza) per contenere il disastro servono 900 miliardi di dollari l’anno da qui al 2050, l’uno per cento del Pil globale.
Le regole e gli impegni che ci si è dati in Polonia per rendere operativo l’accordo di Parigi, però, non sembrano particolarmente ambiziosi. E lasciano dubitare che possano consentire di centrare il principale obiettivo dell’intesa raggiunta nel 2015 nella capitale francese, cioè di limitare la crescita della temperatura media globale, entro la fine del secolo, ad un massimo di 2 gradi centigradi, rispetto ai livelli pre-industriali.

In Polonia vi sono 16 regioni e si chiamano VOIVODATI (WOJEWÓDZTWA). Nella cartina qui sopra (ripresa da http://www.quipoloniaeitalia.wordpress.com/) si può vedere all’estremo sud la SLESIA (regione carbonifera polacca e d’Europa) e il suo capoluogo KATOWICE (che è stata sede, a dicembre 2018, della CONFERENZA MONDIALE SUL CLIMA denominata COP24)

   C’è stato, dal primo testo proposto nella Conferenza, alcuni stati (Stati Uniti, Arabia Saudita, Russia e Kuwait) che si sono opposti al segnale di gravità indicato dall’Onu: l’ultimo rapporto sul clima dell’Ipcc, l’Intergovernmental Panel On Climate Change (il foro scientifico formato nel 1988 dalle Nazioni Unite che monitora il riscaldamento globale) prevede che, di questo passo, il mondo potrebbe raggiungere i +1,5 gradi centigradi già nel 2030.
In particolare, par di capire, l’impegno (concreto, finanziario…) che c’era stato a Parigi di “garantire” lo sviluppo di Paesi poveri, viene di fatto ad essere assai labile (per non dire che lo si è del tutto abbandonato). Il nodo dei 100 miliardi di dollari di trasferimenti dai paesi ricchi a quelli poveri, promessi pure dalla Cop 15 di Copenaghen, nel 2009, sono stati finora stanziati in parti piccolissime. (per una più ampia informazione sulla Cop24 di Katowice, vi invitiamo a leggere gli articoli che seguono in questo post).

Katowice, veduta aerea di una parte della citta (di 310mila abitanti) (da wikipedia)

   Il carbone resta la fonte di energia più utilizzata al mondo per produrre elettricità. Nel 2017, secondo l’International Energy Agency, produzione e consumo a livello globale sono tornati ad aumentare dopo due anni di declino. Il motivo è semplice: ci sono milioni di tonnellate di carbone sotto terra; e così è difficile abbandonare questo combustibile così fortemente inquinante.

minatore in miniera di carbone

Secondo le stime dell’Onu, per contenere il riscaldamento globale entro il limite minimo di +1,5° (come previsto alla Conferenza di Parigi), entro il 2050 le rinnovabili dovranno fornire la maggior parte di energia, e il carbone dovrà crollare dall’attuale 30 per cento a meno del 2%. Ma, appunto, non è solo problema della Polonia, di Trump, della Russia: conta molto la Cina, e pure la sua influenza asiatica. La Cina, come detto, da sola consuma metà del carbone mondiale e le sue imprese stanno costruendo centrali in 17 Paesi, soprattutto nel Sud-Est asiatico, l’ultima frontiera del carbone.
L’Europa, invece, si dimostra (politicamente) come l’entità istituzionale (l’Unione Europea) più disposta e coerente a mantenere gli impegni precedentemente presi: e si fanno già i conti della conversione, dell’abbandono dei combustibili inquinanti, delle energie rinnovabili e pulite; e anche (dopo la rivolta dei gilet gialli francesi contro l’aumento del gasolio) anche dei rischi sociali connessi. Ce la faremo almeno noi europei a dare un segnale concreto? (speriamo) (s.m.)

…………………………………

PUÒ ESISTERE UNO SVILUPPO SOSTENIBILE, posto il peso preponderante che ha la parola “crescita” nel più ampio ambito designato dalla parola “sviluppo”? Secondo l’economista MAURO BONAIUTI, attento studioso della “Grande transizione” (che è anche il titolo di uno dei suoi lavori più noti) verso un’economia della decrescita, la risposta non solo è negativa, ma è chiara fin dagli anni ’70 agli studiosi più rigorosi…” (Marco Pacini, “L’ESPRESSO”, 30/12/2018) – …(MAURO BONAIUTI, tra i primi in Italia a muoversi in questa prospettiva avviata da Serge Latouche, riflette sui presupposti de «LA GRANDE TRANSIZIONE» (Mauro Buonaiuti, Bollati Boringhieri, 15 euro) che ci aspetta: dalla durezza senza sbocco dello sviluppo a tutti i costi, causa di malessere sociale, predazione di risorse e danni ambientali, alla resilienza o «decrescita serena», sinonimo di ritessitura delle relazioni umane in uno spazio di prossimità e in una dimensione di reciprocità. L’arroganza dei mercati non esaurisce l’orizzonte. Esiste anche un progetto di società di decrescita, e secondo Bonaiuti è l’unico a poterci salvare dal baratro.)

…………………………………..

QUANTO MI COSTI, GAS SERRA

di Angelo Richiello, da “L’ESPRESSO” del 30/12/2018
– Il valore delle quote delle emissioni sta crescendo in modo esponenziale. Ecco come funziona il mercato dell’inquinamento –
Nel primo giorno del nuovo anno ha compiuto quindici anni esatti il sistema dell’Unione europea nato con lo scopo di ridurre nei 28 paesi membri le emissioni di gas serra, precisamente una riduzione del 21 per cento entro il 2020 e del 43 per cento entro il 2030. Il sistema interessa principalmente quei settori industriali la cui produzione di gas serra ha un maggiore impatto sui cambiamenti climatici, non solo nei Paesi membri della Unione europea, ma anche del mondo intero, costituendo così la risposta europea agli impegni assunti a Kyoto nel dicembre del 1997.
La disposizione, nota come Direttiva 2003/87/CE, prevede che gli impianti produttivi di grandi emettitori dell’Unione europea non possano funzionare senza un’autorizzazione alle emissioni di gas serra. Ogni impianto autorizzato deve compensare annualmente le proprie emissioni inquinanti acquistando all’asta, oppure su un vero e proprio libero mercato, delle quote per ogni tonnellata emessa di biossido di carbonio (CO2) o di qualsiasi altro gas a effetto serra, come ossido di metano (CH4), protossido di azoto (N2O), idrofluorocarburi (HFC), perfluorocarburi (PFC) ed esafluoro di zolfo (SF6), che abbia un potenziale effetto di riscaldamento planetario, in altri termini un sistema congegnato per acquisire il diritto a inquinare a fronte di una penale scambiata sul libero mercato dei capitali.
Il sistema per lo scambio delle quote di emissione è uno strumento essenziale, Continua a leggere

L’ITALIA DELLA CATTIVISMO (figlio dell’INSICUREZZA) del Rapporto CENSIS 2018: geografia di un Paese impoverito in preda al SOVRANISMO PSICHICO, che odia gli immigrati e non trova un’idea di sviluppo e coesione sociale – Come ripartire da valori come SOLIDARIETÀ, GIUSTIZIA, ECOLOGIA e INNOVAZIONE?

IL RAPPORTO CENSIS 2018 – L’ITALIA DEL RANCORE – Per il 75% degli italiani gli IMMIGRATI fanno aumentare la CRIMINALITÀ, per il 63% sono un peso per il nostro sistema di welfare – SOLO IL 23% degli italiani ritiene di aver raggiunto una CONDIZIONE SOCIO-ECONOMICA MIGLIORE DI QUELLA DEI GENITORI. E il 67% ora guarda il futuro con paura o incertezza

   Il Censis (sigla che sta per Centro Studi Investimenti Sociali), fondato nel 1964, è un (emerito) istituto italiano di ricerca sociale su vari campi del vivere quotidiano nel nostro Paese; e dal 1967 propone un annuale (interessantissimo e vasto) RAPPORTO sui più significativi FENOMENI SOCIO-ECONOMICI DEL PAESE.

Giunto alla 52ª edizione, il RAPPORTO CENSIS interpreta i più significativi FENOMENI SOCIO-ECONOMICI DEL PAESE nella fase di attesa di cambiamento e di deludente ripresa che stiamo attraversando. LE CONSIDERAZIONI GENERALI introducono il Rapporto descrivendo LA TRANSIZIONE DA UN’ECONOMIA DEI SISTEMI A UN ECOSISTEMA DEGLI ATTORI INDIVIDUALI, verso un APPIATTIMENTO della società. Nella SECONDA parte, LA SOCIETÀ ITALIANA AL 2018, vengono affrontati i temi di maggiore interesse emersi nel corso dell’anno: le RADICI SOCIALI di un SOVRANISMO PSICHICO, prima ancora che politico, le tensioni alla convergenza e le spinte centrifughe che caratterizzano i rapporti con l’Europa, gli snodi da cui ripartire per dare slancio alla crescita. Nella TERZA e QUARTA parte si presentano le ANALISI PER SETTORI: la FORMAZIONE, il LAVORO e la RAPPRESENTANZA, il WELFARE e la SANITÀ, il TERRITORIO e le RETI, i SOGGETTI E i PROCESSI ECONOMICI, i MEDIA e la COMUNICAZIONE, la SICUREZZA e la CITTADINANZA.

   Il 7 dicembre scorso ha reso noto il 52° RAPPORTO annuale, che ha suscitato molto clamore, nel modo (scientifico, statistico) con il quale si è individuata la crisi italiana: nel modo di pensare, nel rapportarsi ai (nuovi) mezzi di informazione, nelle differenze geografiche territoriali. Recependo la presenza di un popolo (italiano) incattivito, e insicuro del proprio presente e ancor più del futuro.
Dicevamo, che dal Rapporto ne esce un Paese incattivito. Cupo, anziano, diffidente, senza speranza. La rabbia, che nel frattempo è diventata «cattiveria», si sta tramutando in «SOVRANISMO PSICHICO», nella ricerca di un «sovrano autoritario» al quale affidare le sorti del Paese. (sul significato di “sovranismo psichico”, termine inventato per l’occasione ora dal Censis, vi invitiamo a leggere il primo articolo qui di seguito in questo post che abbiamo ripreso da “il Fatto Quotidiano”).

COS’È IL CENSIS – Il Censis (CENTRO STUDI INVESTIMENTI SOCIALI) è un ISTITUTO DI RICERCA SOCIO-ECONOMICA italiano fondato nel 1964. Dalla sua fondazione svolge attività di studio, ricerca, consulenza e assistenza tecnica. La maggior parte delle attività dell’istituto è incentrata sulla REALIZZAZIONE DI STUDI SUL SOCIALE, L’ECONOMIA E L’EVOLUZIONE TERRITORIALE o su programmi d’intervento e iniziative culturali nei settori vitali della realtà sociale: la FORMAZIONE, il LAVORO e la RAPPRESENTANZA, il WELFARE e la SANITÀ, il TERRITORIO e le RETI, l’ECONOMIA, i MEDIA e la COMUNICAZIONE, il GOVERNO PUBBLICO, la SICUREZZA e la CITTADINANZA. Alcuni anni dopo la sua nascita, esattamente nel 1973 è diventato una fondazione riconosciuta con D.P.R n. 712/1973. A partire dal 1967 ogni anno le attività e gli spunti di analisi dell’istituto vengono condensati nel RAPPORTO SULLA SITUAZIONE SOCIALE DEL PAESE, nato dalla volontà di fornire una NARRAZIONE PUNTUALE DEI MUTAMENTI SOCIO-ECONOMICI IN CORSO. (da Wikipedia)

   L’insicurezza è il sentimento di base della società. Si dà tutta la colpa alle “cose straniere”, in primis all’immigrazione dai paesi poveri; ma anche agli organismi internazionali: dall’Unione Europea (cui è calato fortemente il pathos “europeista” che una volta avevamo), al Fondo Monetario, i Mercati che ci prestano i soldi…tutto quel che viene da fuori.

(considerazioni dal rapporto Censis) – “Rancore e pregiudizi sono radicati fra le persone più fragili, ossia più povere anche di sapere. Persone che non riuscendo a capire la complessità sono alla ricerca di spiegazioni semplici: vere o false che siano. L’unica strada per uscire dalla crisi è quella della coesione sociale che si concretizza in più servizi e più occupati in ambito pubblico” (Francesco Gesualdi, da AVVENIRE del 22/12/2018) (immagine da “Avvenire”)

   E’ prioritario comunque, secondo il Rapporto Censis, come una gran parte degli italiani attribuisca agli immigrati la responsabilità della propria decadenza, pensando che si siano appropriati del nostro lavoro, delle nostre case popolari, dei nostri sussidi. Che gli immigrati ci sottraggano posti di lavoro; che rappresentano un peso per il nostro welfare; che si fa di più per gli immigrati che per gli italiani… E il tutto porta al risentimento, all’avversione, e ad ogni altra forma di pregiudizio.

OSTILITÀ VERSO L’IMMIGRAZIONE – Il capitolo migrazione è un nervo scoperto. Il 63% degli italiani vede in modo negativo l’immigrazione da Paesi non comunitari (contro una media Ue del 52%). Ma neppure l’immigrazione da Paesi comunitari è vista di buon occhio: è infatti negativa per il 45% (rispetto al 29% media Ue). I più ostili verso gli extracomunitari sono gli italiani più fragili: il 71% degli over 55 anni e il 78% dei disoccupati, mentre il dato scende al 23% tra gli imprenditori. Il 58% degli italiani pensa che gli immigrati sottraggano posti di lavoro in casa nostra; il 63% pensa che rappresentino un peso per il nostro sistema di welfare, solo il 37% ne sottolinea invece l’impatto favorevole sull’economia nazionale. Per il 75% degli italiani l’immigrazione aumenta il rischio di criminalità. E il 59,3% degli italiani è convinto che tra dieci anni nel nostro Paese non ci sarà un buon livello di integrazione tra etnie e culture diverse (foto da Il fatto Quotidiano)

   Il senso e l’origine di questa crisi probabilmente sorge da una crisi generalizzata della classe media dei paesi ricchi iniziata nella metà degli anni Ottanta del secolo scorso, quando venne ridefinito l’ordine economico mondiale e venne riscritta la geografia internazionale del lavoro: le fabbriche andarono nei Paesi poveri dove il costo del lavoro era assai basso; e nei paesi ricchi una classe di lavoratori si trovò in difficoltà, o disoccupata; o dovendo sopportare assai bassi salari. Pertanto i ricchi (industriali, finanzieri) ci guadagnarono molto, la maggioranza della popolazione si trovò (e si trova) in difficoltà a mantenere livelli alti di consumi cui si era abituata: una rivoluzione economica e normativa passata alla storia sotto il nome di GLOBALIZZAZIONE.
E’ così che il LIBERO COMMERCIO e la GLOBALIZZAZIONE, oltre al miglioramento delle condizioni di vita per i più poveri del pianeta (cosa non da poco: PIÙ DI UN MILIARDO DI PERSONE HA POTUTO USCIRE DALLA FAME, mandare a scuola i loro figli, avere un inizio di sanità, poter spostarsi da un luogo all’altro…), ma tutto questo ha portato però al DECLINO DELLA CLASSE MEDIA NEI PAESI PIÙ RICCHI. Un economista di New York, BRANKO MILANOVIC, ha rappresentato in maniera molto eloquente il contesto in un diagramma del 2012 che è stato ribattezzato, a causa della sua forma, “IL GRAFICO ELEFANTE”. Eccolo:

Questa linea mostra come tra il 1988 e il 2008, i maggiori aumenti di reddito siano avvenuti PER IL 75% PIÙ POVERO DELLA POPOLAZIONE MONDIALE (il secondo gruppo da sinistra) (AD ECCEZIONE DEI POVERISSIMI, il primo gruppo da sinistra) e PER I SUPER-RICCHI (il quarto gruppo da sinistra), mentre per gli altri (LA CLASSE MEDIA OCCIDENTALE, maggioranza della popolazione) i guadagni sono stati praticamente zero (il terzo gruppo da sinistra)

   Ma questo accadde in tutto il mondo, non solo in Italia. Però, specificatamente in Italia, dice il Censis, i continui trasferimenti produttivi, associati a una crescente automazione (l’informatica, i robot…), produssero meno occupazione e meno diritti al Nord, più lavoro sfruttato al Sud. E sia a Nord che a Sud si sono fortemente abbassate le retribuzione dei lavoratori dipendenti, ma anche il reddito di artigiani, commercianti, che hanno risentito della grande crisi economica. E’ andata bene, anche da noi, per i detentori di capitale (se non sono incappati nella crisi italiana, ma mondiale, delle banche, del sistema finanziario), ma al tempo stesso si è creato un grande disagio e incazzatura per chi si è trovato ad avere meno soldi (o niente…) e non poter esaudire il livello di vita (e godere del welfare pubblico) che si era conquistato.

IL DIVERSO PERCEPITO COME UN PERICOLO – C’è un 63,6% convinto che nessuno ne difenda interessi e identità e quindi devono pensarci da soli. Quota che sale al 72% tra chi possiede un basso titolo di studio e al 71,3% tra chi può contare solo su redditi bassi. Il non sopportare gli altri si traduce nel via libera ai pregiudizi. L’essere diverso diventa, nella percezione, un pericolo da cui proteggersi. E non è una questione di basse percentuali: il 69,7% degli italiani non vorrebbe come vicini di casa i rom; il 69,4% non vorrebbe a portata di occhio e udito persone con dipendenze da droga o alcol. Il 52% è convinto che vengono prima gli immigrati, altro che “prima gli italiani”, e questo 52% diventa il 57% tra le persone con redditi bassi.

   E il Censis, nel Rapporto reso noto adesso, nel dicembre 2018, individua quali sono gli squilibri sociali, gli squilibri territoriali. Un quadro allarmante, su cui, su tutto, pesa molto la condizione lavorativa dei giovani, con precarietà, sottoccupazione, part-time non voluto ma subìto…

(nella foto: il dominio globale dello smarthphone) – CENSIS 2018: POCA FIDUCIA NELLA CRESCITA – Alla base di questo processo, secondo il Censis, c’e’ “l’assenza di prospettive di crescita, individuali e collettive”. E l’analisi ci ricorda che l’Italia è ormai il Paese dell’Unione europea con la più bassa quota di cittadini che affermano di aver raggiunto una condizione socio-economica migliore di quella dei genitori: il 23%, contro una media Ue del 30%, il 43% in Danimarca, il 41% in Svezia, il 33% in Germania. Il 96% delle persone con un basso titolo di studio e l’89% di quelle a basso reddito sono convinte che resteranno nella loro condizione attuale, ritenendo irrealistico poter diventare benestanti nel corso della propria vita. E il 56,3% degli italiani dichiara che non è vero che le cose nel nostro Paese hanno iniziato a cambiare veramente. Il 35,6% degli italiani è pessimista, guarda all’orizzonte con delusione e paura; il 31,3% è incerto e il restante 33,1% è ottimista.

   L’involuzione e l’arrabbiatura che vi è, porta a fenomeni negativi di chiusura, di odio… a cattivismo e sovranismo psichico, come dice il Censis. La soluzione a questo stato di crisi non è facile (individuarla e praticarla). Tentiamo qui di iniziare a definirla per (nel nostro piccolo) contribuire ad arrivare a possibili soluzioni. (s.m.)

I MEZZI USATI COME INFORMAZIONE

……………………………

Quanto più la paura non trova luoghi sociali di decantazione e di elaborazione emotiva, tanto più tende a trasformarsi in rancore e odio verso l’altro da sé». NEL LABIRINTO DELLE PAURE. POLITICA, PRECARIETÀ, IMMIGRAZIONE (Bollati Boringhieri, pp. 159, euro 15) ruota intorno a questo focus ed è il volume – bello e terribile – di ALDO BONOMI e PIERFRANCESCO MAJORINO. Un viaggio «di lavoro» dentro il «labirinto del sociale muto» alla ricerca del punto germinale di questa inedita cattiveria che tutti oggi ci colpisce: noi, osservatori che attoniti ci chiediamo cosa mai sia successo; loro, gli oggetti, le vittime di quanto in Europa, nel XXI secolo, non si aspettavano di subire. E forse anche gli altri, gli attori dell’odio, quelli che dopo un lungo ciclo di «italiani brava gente» oggi si ritrovano tra gli haters, irriconoscibili a se stessi nei luoghi che non riescono più a riconoscere, a ostentare come uno straccio di bandiera i propri peggiori sentimenti. (MARCO REVELLI, da “IL MANIFESTO” del 27/12/2018)

………………………………

COS’È IL ‘SOVRANISMO PSICHICO’ E PERCHÉ PUÒ AIUTARCI A CAPIRE LA REALTÀ DI OGGI
di LUCIANO CASOLARI (medico psicoanalista), da “IL FATTO QUOTIDIANO del 18/12/2018)
Studio e lavoro in campo psicologico da oltre trenta anni ma non avevo mai sentito parlare di “SOVRANISMO PSICHICO”. Sono rimasto colpito nel leggere che il RAPPORTO DEL CENSIS cita questo modello per descrivere l’atteggiamento mentale degli Italiani in questa fase storica.
La descrizione attuata dal DR. GIUSEPPE DE RITA (segretario del Censis) è “un’espressione psichica con cui tendiamo ad affermare quello che è il modello di sviluppo Italiano. Cioè abbiamo la necessità, di fronte a un mondo sempre più globale, di dire noi sappiamo stare nel mondo globale con un modello che è però tutto nostro”.
Se ho ben capito l’idea è che, Continua a leggere

IL RACCONTO DI NATALE di GEOGRAFICAMENTE (augurio ai nostri affezionati 25 lettori) – L’Italia (irrimediabile?) di GOFFREDO PARISE (da il Corriere, rubrica dei lettori, 1974-75), scrittore globale (inviato nel mondo), ma con solide radici locali (sul greto della Piave) che descrive un’ITALIA IN LOTTI, amorfa e disillusa

LA CASA NELLA GOLENA DEL PIAVE A SALGAREDA, ULTIMA DIMORA DI PARISE – Nel suo «Veneto barbaro di muschi e nebbie» Goffredo Parise si chiedeva cosa, nel grande mondo che aveva conosciuto da Capri a New York a Parigi, lo inchiodasse «a quell’albero di more, a quelle nebbie, al fiume Piave, alle montagne vicine». Si riferiva a quello che amava anche definire «IL MIO ANGOLO DI PARADISO SUL PIAVE» e cioè alla casa nella golena di Salgareda, dove visse dal 1970 al 1983 e che, da 12 anni, per volere di Moreno Vidotto e Enzo Lorenzon, è diventata la «CASA DELLE FATE», un luogo dove ricordare lo scrittore vicentino e le sue opere. (casa che il 30 ottobre 2018 ha subìto la PIENA DEL PIAVE, acqua che ha rovinato la collezione di oggetti, lettere, libri e quadri lì raccolti in sua memoria) (Milvana Citter, “il Corriere del Veneto”, 4/11/2018)
GOFFREDO PARISE (Vicenza 1929 – Treviso 1986) si era trasferito a MILANO dove scriveva per il “Corriere della Sera”, e lavorava nella casa editrice di Livio Garzanti. Nella città conobbe anche Leo Longanesi e con lui pubblicò uno dei suoi romanzi più noti, IL PRETE BELLO (1954), con cui fu consacrato autore di fama anche all’estero. Dopo il 1964 si trasferì da Milano a ROMA, vicino di casa di Carlo Emilio Gadda; nel frattempo, però, diede inizio a un lungo periodo di viaggi in tutto il mondo.

   “La difesa dell’ambiente è un tema sul quale, da un anno a questa parte ho ricevuto un certo numero di lettere….non ho mai risposto perché sono profondamente convinto che la difesa dell’ambiente è, nel nostro Paese, causa persa. Non nego, anzi so, che qualche risultato è stato ottenuto, ma solo provvisoriamente: e la difesa dell’ambiente non è questione provvisoria, ma appartiene soprattutto al futuro….”
“…L’Italia non vuole più essere l’Italia. Gli italiani (parlo della grandissima maggioranza) non vogliono più essere italiani. Se ne fregano dei monumenti, dei musei, di San Pietro e della chiesa cattolica, dei Palazzi Pitti e Uffizi; ci mandano i loro figli con la scuola, ma se ne fregano, e se ne fregheranno i loro figli quando sarà il momento. Gli italiani non vogliono più essere italiani perché vogliono essere ancora meno che regionali, vogliono essere “paesani”, “paisà”, perché l’unità d’Italia, che del resto non c’è mai stata, oggi c’è meno che mai….”
“….Oggi l’Italia è spezzata non in staterelli, ma in “lotti”, in piccole, piccolissime, proprietà private a cui gli italiani, nel loro povero animo e nel loro povero corpo privi di Stato tengono in modo fanatico. Per gli italiani di oggi, non di ieri, l’Italia è il “lotto”, il proprio terreno, la propria villetta, il proprio “bicamere e servizi”, costruiti da geometri o finti architetti secondo i propri gusti e soprattutto in materiali pressoché eterni come il cemento armato che diano a quei poveri corpi e a quelle povere anime senza Stato l’illusione di averne uno, indistruttibile. Se potessero costruirsi un bunker, con fabbrichetta accanto e un proprio esercito personale, lo farebbero. Il perché è troppo lungo da spiegare, fondamentalmente va ricercato nell’assenza non soltanto dello Stato ma dell’idea dello Stato (che fa lo Stato), che non gli è mai stata insegnata, che non hanno mai amata, che è ostica al loro cervello e al loro cuore, e in cui non credono.”…..
(L’ITALIA DEI “LOTTI” di Goffredo Parise, RISPOSTE ai lettori, da “il Corriere della Sera”, febbraio 1975)
Questo è il tema della risposta al lettore del Corriere della Sera alla rubrica che teneva Goffredo Parise; una raccolta di risposte ai lettori apparse sul «Corriere della Sera» tra il 1974 e il 1975, da noi riprese dal libro (un piccolissimo libro, una settantina di pagine, ma assai intense) dal titolo “DOBBIAMO DISOBBEDIRE” (Adelphi, 2013, 7 euro).
Pertanto non è un vero e proprio racconto quello che Vi proponiamo per questo Natale: forse è uno “sfogo”, una constatazione di difficoltà… di un grande scrittore che osserva una realtà che non gli piace: fatta di un’ambiente che si degrada sempre più; che in definitiva interessa assai a pochi che sia conservato, tutelato, salvaguardato.. Un’Italia chiusa in se stessa (e Parise scrive nel 1975…..). Un Paese dove lo scrittore lamenta una mancanza di comunicazione vera (e la sua rubrica coi lettori lui la vive, anche lì, con una difficoltà di capirsi). Un Paese (l’Italia) che non sa godere (e conservare) le sue bellezze naturali, i suoi paesaggi, l’arte e le mirabili architetture del passato che vi si trovano.
La risposta alla lettera di un lettore (che qui di seguito Vi proponiamo), il signor Framarin, torinese ma vicentino di nascita come Parise (peraltro allora soprintendente del parco nazionale del Gran Paradiso), che gli chiede di intervenire sulla questione di tutela del suo (loro) paesaggio dell’altopiano vicentino (la montagna veneta Verena-Campolongo), su questo Parise esprime uno stupendo e doloroso sfogo che il giornale intitola “L’Italia dei lotti”, un piccolo capolavoro di prosa, elevato nella forma, ma ancor di più nei contenuti (buona lettura, buon Natale) (s.m.)

«La mia ragione e il mio sentimento sono condotti da un’idea estremamente elementare: l’enorme difficoltà di molti italiani a concepire non soltanto l’idea dello Stato ma soprattutto l’idea della democrazia». Così scriveva Goffredo Parise nella rubrica di corrispondenza con i lettori del Corriere della Sera tenuta tra il 1974 e il 1975. Alcune di quelle risposte sono raccolte da Adelphi in DOBBIAMO DISOBBEDIRE (76 pagine, 7 euro a cura e con una postfazione di Silvio Perrella) (http://fabriziofalconi.blogspot.com/)

…………….

L’ITALIA DEI LOTTI

Goffredo Parise, 1975, Corriere delle Sera
La difesa dell’ambiente è un tema sul quale, da un anno a questa parte, ho ricevuto un certo numero di lettere: non ho mai risposto perché mi è parso corretto (e come si vedrà, non soltanto corretto) lasciare la risposta ad altri, per così dire agli specialisti. Prima fra tutti Italia Nostra, poi Alfredo Todisco e Antonio Cederna che dalle colonne di questo giornale si battono con non minore passione di Giorgio Bassani.
Inoltre non ho mai risposto perché sono profondamente convinto che la difesa dell’ambiente è, nel nostro paese, causa persa. Non nego, anzi so, che qualche risultato è stato ottenuto; ma solo provvisoriamente. E la difesa dell’ambiente non è questione provvisoria, ma appartiene soprattutto al futuro.
E nel futuro (immediato) quel provvisoriamente scomparirà e l’azione devastatrice continuerà per una ragione importantissima: che gli interessi politici legati al prestigio dell’ecologia sono troppo deboli rispetto agli interessi politici che, a fatti, sono contrari all’ecologia. La causa dunque, a mio avviso, rimane persa e il paesaggio italiano continuerà a mutare, a corrompersi, a degradare inesorabilmente sotto la spinta più forte che esista al mondo e che non so come chiamare se non “la forza delle cose”.
Questa volta però rispondo. Al signor Franco Framarin, soprintendente del parco nazionale del Gran Paradiso, che mi scrive da Torino. Il signor Framarin mi scrive soprattutto come concittadino (entrambi siamo nati a Vicenza) in difesa delle prealpi vicentine (Altopiano di Asiago, Pasubio, Verena, Cima Dodici, Ortigara…) che stanno anch’esse crollando sotto “la forza delle cose” della speculazione edilizia.
La sua lettera è piena di dati italianamente credibilissimi, come questo: “… Dopo aver facilmente convinto gli amministratori di Roana, uno dei sette Comuni – paese che però non trarrà dalla operazione alcun vantaggio, perché il suo insediamento turistico sorgerà a 8 km – dopo aver ottenuto le necessarie protezioni politiche, questo gruppo di stimati professionisti vicentini e padovani, unicamente alla ricerca di un investimento dei loro sudati guadagni, ha deciso e ottenuto di costruire nel cuore del Verena-Campolongo – la più ricca ed integra ecologicamente di tutte le montagne che ho nominato sopra – un hotel con piscina coperta e shopping center di 10.000 metri cubi…”.
Il Signor Framarin così conclude la sua lettera: “… spenda per favore qualche sua parola per queste montagne. I dati che ho scritto sono certissimi. E’ bene che voi intellettuali dibattiate problemi generali e difendiate i grandi principi. Ma il mondo è fatto anche, meglio anzitutto, di rocce, di boschi, di animali selvatici. Di queste rocce, di questi boschi, di questi animali. Finiti questi non ce ne saranno altri”.

Perché rispondo proprio al signor Framarin e non ad altri che mi hanno scritto sullo stesso argomento? Perché egli scrive a me come concittadino, e dunque particolarmente affezionato a quei paesaggi, a quelle montagne. Ecco la mia risposta.
Io non ricordo più quei paesaggi e quelle montagne, signor Framarin, io se potessi difenderei l’intera Italia perché spero sempre nella sua unità, ma non posso andare contro la “forza delle cose”. Né ricordo più la città dove sono nato, se non a vaghe luci, come in un sogno. Se ci torno fatico a ritrovare le vie. Né ricordo più l’Italia di venti-trent’anni fa. E la colpa non è mia, ma della “forza delle cose” (la storia) che ha mutato profondamente il volto del nostro paese.
Non ricordo e non voglio ricordare, per molte ragioni consce e subconscie. Prima fra tutte perché l’Italia di trent’anni fa è lontana, lontanissima, in tutti i suoi aspetti, politici, culturali, linguistici, fonici, agricoli, non soltanto paesaggistici; poi non la ricordo più perché non voglio ricordare la mia giovinezza, perché essa non c’è più, scomparsa assieme a tutti quegli aspetti detti or ora; poi non la voglio ricordare (se non in letteratura, per testimonianza) perché, la realtà del nostro paese essendo profondamente mutata, sento la necessità di vivere oggi e non ieri; ancora non la voglio ricordare perché la conservazione del ricordo (come la conservazione delle cose) è un dato al tempo stesso statico e regressivo che, in modo assolutamente certo, viene travolto dalla realtà contingente di oggi, quella in cui, lo vogliamo o no, siamo ancora impegnati a vivere. Infine non la voglio ricordare, non voglio ricordare quei monti e quei boschi nella loro integrità, perché essi, nella realtà di oggi, l’hanno perduta.
Le speculazioni edilizie avvengono e così la degradazione dell’Italia di ieri. Ho detto degradazione che implica un giudizio di ieri, avrei dovuto dire mutamento che è un giudizio di oggi. Le cose mutano, per “la forza delle cose”, e non soltanto degli uomini, non c’è niente da fare.
La splendente villa palladiana La Malcontenta, ai bordi della laguna, tornata gloriosamente di proprietà del mio amico conte Antonio Foscari, è un bizzarro fantasma circondato dai fiumi e nebbie e sbarramenti di ciminiere e depositi di carburante di Marghera. Potrebbe tranquillamente scomparire, perché la sua alta essenza è andata perduta; al contrario, l’essenza dei depositi di carburante, i fumi e le nebbie tossiche, vivono e si espandono.
Inoltre, e questo è il concetto fondamentale della mia risposta, l’Italia non vuole più essere l’Italia. Gli italiani (parlo della grandissima maggioranza) non vogliono più essere italiani. Se ne fregano dei monumenti, dei musei, di San Pietro, della Chiesa cattolica, dei Palazzi Pitti e Uffizi; ci mandano i loro figli con la scuola, ma se ne fregano e se ne fregheranno i loro figli quando sarà il momento.
Gli italiani non vogliono più essere italiani perché vogliono essere ancora meno che regionali (che tempismo regressivo le regioni!), vogliono essere “paesani”, “paisà”, perché l’unità d’Italia, che del resto non c’è mai stata, oggi c’è meno che mai.
Oggi l’Italia è spezzata non in staterelli, ma in “lotti”, in piccole, piccolissime proprietà private a cui gli italiani, nel loro povero animo e nel loro povero corpo privi di Stato, tengono in modo fanatico. Per gli italiani di oggi, non di ieri, signor Framarin, l’Italia è il “lotto”, il proprio terreno, la propria villetta, il proprio “bicamere e servizi”, costruiti da geometri o finti architetti secondo i propri gusti e soprattutto in materiali pressoché eterni come il cemento armato che diano a quei poveri corpi e a quelle povere anime senza Stato l’illusione di averne uno, indistruttibile.
Se potessero costruirsi un bunker, con fabbrichetta accanto e un proprio esercito personale, lo farebbero. Il perché è troppo lungo da spiegare in questa rubrica, fondamentalmente va ricercato nell’assenza non soltanto dello Stato ma dell’idea dello Stato (che fa lo Stato), che non gli è mai stata insegnata, che non hanno mai amata, che è ostica al loro cervello e al loro cuore, e in cui non credono.
I fanti del ’15-’18 sono quasi tutti morti o sono molto vecchi, signor Framarin, e sono stati gli ultimi a credere di amare l’idea di uno Stato italiano. Non so cosa succederà dei figli degli italiani di oggi, quelli del “lotto”. Probabilmente una parte tenderà a difendere coi denti il “lotto”, per il quale darebbe cento Palazzi Pitti e l’intera flora del paese.
Negli Stati Uniti, paese senza Colossei, tutto ciò è fragile e affascinante: città si formano nei deserti di pietra da assembramenti di carovane nell’Arizona, nel Nevada: appaiono e scompaiono nel giro di pochi anni. Eppure in queste città che vanno e vengono come fantasmi su un pianeta, c’è l’idea dello Stato americano che si consuma, si rinnova, si consuma.
Da noi si parla tutto di consumo (anch’io ne parlo) ma quelle villette, quei bunker, sono destinati a durare più di qualunque villa palladiana, tenuto conto di come è gestito il patrimonio artistico nazionale. E il fatto che sia gestito così non è soltanto colpa degli uomini, dei responsabili, di quegli ometti vestiti di cartone grigio o cartone blu, con villetta, con bunker, con cani, che vengono chiamati chissà perché “i governanti”. La colpa non è soltanto di questi ometti italiani di oggi, che stanno alla pari col loro tempo e devono pur tirare avanti, ma la colpa, se si può parlare di colpa, è della “forza delle cose” che emana, tutta intera e potente, da un intero paese, dal suo paesaggio interiore che è lo specchio di quello esteriore, che lei deplora.
Come posso io a questo punto, signor Framarin, “spendere qualche parola per queste montagne”?
(Goffredo Parise, 1975, da “il Corriere della Sera”)

……………………………

Goffredo Parise in riva al Piave, all’altezza di Salgareda (Treviso) foto dal CORRIERE DEL VENETO – DEL VENETO, PARISE AMAVA TUTTO. MA ERA ANCHE MOLTO INQUIETO. FUGGIVA; faceva dei VIAGGI SPERICOLATI in cui, per il «Corriere», raccontava le GUERRE (in VIETNAM, in BIAFRA) e dei viaggi nei quali voleva soltanto conoscere (l’AMERICA, la CINA, il GIAPPONE); prendeva casa a ROMA, nel quartiere della CAMILLUCCIA, vicino a quella di un altro suo padre: CARLO EMILIO GADDA; tornava in Veneto; tornava a Roma, magari per rinchiudersi in un monolocale assurdo tutto foderato di legno di radica come una tabacchiera; aveva nostalgia dell’aria di CORTINA; in VENETO BARBARO DI MUSCHI E NEBBIE, scritto probabilmente in quella assurda stanza, metteva giù queste righe: «Riflettevo: alla sublime bellezza di CAPRI, alla emozionante vita a NEW YORK, alla dolce PARIGI, alla cupa MOSCA, alla polverosa e immensa PECHINO, alla bellezza del MEDITERRANEO con il suo MARE E COSTE su cui scorre la voce delle sirene e mi chiedevo, non senza turbamento: CHE COSA MI INCHIODAVA sempre più spesso a quell’ALBERO DI MORE, a quelle NEBBIE, al fiume PIAVE, alle MONTAGNE vicine?». (Giorgio Montefoschi, “il Corriere della Sera”, 26/9/2016)

……………………

“DOBBIAMO DISOBBEDIRE”, LE RISPOSTE DI GOFFREDO PARISE AI LETTORI DALLE PAGINE DEL CORRIERE DELLA SERA
Post di ALBERTO CELLOTTO, da https://librobreve.blogspot.com/ Continua a leggere

La scomparsa di CAVALLI SFORZA: GENETISTA ESPLORATORE del microcosmo che legge nel DNA l’origine umana, eventi di migliaia di anni fa, la storia dei popoli – Non ci sono RAZZE, ma solo una SPECIE, quella UMANA: con accadimenti culturali, linguisti, geografici, che rendono l’umanità ricca e diversificata

“….LO STUDIO E L’ANALISI DEL DNA, HA PERMESSO DI RICOSTRUIRE IN DETTAGLIO IL PASSATO PIÙ REMOTO della storia dell’uomo…. Lì dove non c’erano più prove concrete sull’origine dell’uomo, dove non si poteva scavare in siti archeologici per ottenere risposta, si è passati all’analisi e alla ricostruzione del dna e alle origini della nostra specie di «homo sapiens», ORIGINI CHE HO CIRCOSCRITTO IN AFRICA. NATO AFRICANO, infatti, L’UOMO È STATO SEMPRE CARATTERIZZATO DALLA VOLONTÀ DI VIAGGIARE, quasi un istinto, che ha portato i nostri antenati a spargersi per il mondo, e colonizzarlo, il tutto in un arco di tempo molto ampio, che va da 100 mila anni fa, con la prima migrazione verso il Medio Oriente, fino a 800 anni fa, con la colonizzazione della Nuova Zelanda e della Polinesia….” (LUIGI LUCA CAVALLI-SFORZA)(la foto è di Luigi Luca Cavalli-Sforza ripresa da “il Manifesto”)

   LUIGI LUCA CAVALLI-SFORZA è morto venerdì pomeriggio del 31 agosto scorso a Belluno, a 96 anni; ed è considerato uno dei più grandi scienziati del Ventesimo secolo. Come gli astronomi osservano nelle galassie lontane cose accadute nel passato, così, grazie a lui, i genetisti ora possono leggere nel Dna eventi accaduti migliaia di anni fa, riuscendo a stabilire tratti della storia dei popoli fino a poco tempo fa del tutto sconosciuti. Dall’origine della specie umana (secondo Cavalli Sforza partita in un unicum dall’Africa), all’importanza delle lingue nella diversificazione avutasi.

80 anni fa la prima legge razziale in Italia

E la capacità riconosciuta a Luigi Luca Cavalli-Sforza è stata proprio di aver scientificamente connesso la ricerca genetica sugli “umani” con accadimenti culturali che questi stessi umani hanno avuto, e che gli hanno diversificati nel loro andare geografico per il globo terrestre; nel venire a stabilirsi a nord o a sud, a est o a ovest: ovunque mantenendo tratti e caratteristiche comunque uniche. E con il desiderio sempre di muoversi, di incontrarsi, in una mobilità positiva che ha cambiato popoli, tradizioni, usanze, economie…

SI PUÒ PARLARE DI RAZZE UMANE? Dal punto di vista scientifico LA DISTINZIONE RAZZIALE NON STA IN PIEDI. Le migrazioni dei nostri antenati infatti hanno mescolato i geni – Il termine “razza” non è scientifico: gli uomini non sono stati isolati geograficamente abbastanza a lungo da creare varietà genetiche distinte. L’UOMO È DA SEMPRE IN CONTINUO MOVIMENTO e le varietà continuano a diluirsi una nell’altra. COME HA DIMOSTRATO IL GENETISTA LUCA CAVALLI-SFORZA, che ha demolito i fondamenti biologici del concetto di razza, LE CIVILTÀ NON SONO STRUTTURE CHIUSE E ISOLATE (da FOCUS, 15/1/2018, https://www.focus.it/ )

   Pertanto siamo in presenza di uno scienziato, ora scomparso a una venerabile età, che ha saputo andare oltre l’antropologia, pur avendola frequentata allo scopo di approfondire i suoi studi, per dare risposte al percorso umano.
Partire dal microcosmo dell’esame scientifico del DNA è, a nostro avviso, un’esplorazione geografica tanto affascinante (e produttiva di risultati e conoscenze) quanto quella degli esploratori di geografie ignote una volta, di terre sconosciute.

“Cavalli Sforza Human Migration” Paths – Espansione dell’uomo moderno nel paleolitico, vie ipotetiche

   E’ interessante che in quest’epoca poco propensa a capire, conoscere e rapportarsi con culture diverse, con un’umanità “diversa”, che Cavalli Sforza sia riuscito scientificamente a dimostrare che non esistono razze umane; che il ceppo originario genetico è lo stesso; e che ogni differenziazione è minima, data da esperienze di vita molteplici (e anche in contesti geografici spesso assai lontani).
Vi invitiamo a leggere gli articoli che qui di seguito vi proponiamo, cercando ragioni nuove al nostro approccio alla vita; di maggiore curiosità verso ogni diversificazione umana, culturale, di vita, che potrebbe essere stata nostra se ci fosse accaduto di vivere in altri contesti all’interno del nostro variegato e affascinante pianeta. (s.m.)

“….LA GENETICA DIMOSTRA IN MANIERA CHIARA CHE L’UOMO APPARTIENE A UNA SOLA E UNICA RAZZA, affermazione dimostrata dal fatto che la differenza genetica tra africani, europei, cinesi e via dicendo è analoga in tutto e per tutto alla variabilità genetica interna a ciascun gruppo….. sono convinto che I GENI SONO INDUBBIAMENTE IMPORTANTI, MA LO È ALTRETTANTO L’EDUCAZIONE per quanto riguarda l’ambiente sociale in cui siamo cresciuti….. abbiamo ormai accertato che LE DIFFERENZE CULTURALI SONO ENORMEMENTE IMPORTANTI, almeno quanto quelle genetiche, anzi probabilmente di più….. Ecco un esempio. Dalla misurazione del QUOZIENTE D’INTELLIGENZA, che io considero una grossa montatura, si è visto che ci sarebbe una differenza media di quindici punti tra l’intelligenza di americani bianchi e neri. Molti hanno cominciato a chiedersi se non dipendesse da fattori genetici. Diversi anni dopo, però, lo stesso test è stato sperimentato sui giapponesi. E questi sono risultati di undici punti più intelligenti degli americani bianchi. Tale esito era semplicemente dovuto al fatto che in Giappone ci sono scuole migliori di quelle americane. Allo stesso modo si è visto – altro esempio – che i cinesi sono molto più bravi in matematica….” (LUIGI LUCA CAVALLI-SFORZA)(nella foto lo scienziato)

………………..

CAVALLI SFORZA, LA GENETICA CHE SVELA LA NOSTRA NATURA MIGRANTE –
CHI ERA
LUIGI LUCA CAVALLI-SFORZA (Italia/USA), Premio Balzan 1999 per la scienza delle origini dell’uomo
È stato il massimo esperto mondiale sulla diversità genetica delle popolazioni e su quanto essa ci può dire sull’albero filogenetico dell’umanità.
Ha intuito come la comprensione dell’evoluzione del genere umano richieda la conoscenza sia dei meccanismi genetici, sia di quelli culturali, ed in special modo linguistici. Studiando i geni di un gran numero di gruppi etnici diversi e analizzando dati storici, demografici e linguistici è pervenuto a ricostruire l’origine delle antiche migrazioni ed a elaborare un modello di diffusione della cultura nell’Età del Neolitico.
Nei lavori onnicomprensivi che egli ha così condotto, hanno avuto un ruolo importante le sue ricerche genetiche su popolazioni primitive quali i Pigmei dell’Africa, uno dei pochi gruppi rimasti che vivono di raccolta e caccia.
Esemplari, inoltre, sono i suoi studi sulle conseguenze genetiche dello sviluppo tecnologico, in particolare sugli effetti della diffusione dell’agricoltura dal Medio Oriente, sua area di origine, verso l’Europa. Tutto ciò, unito ai dati archeologici, gli ha permesso di ricostruire un albero completo della discendenza dei popoli, nel quale geni e linguaggi vanno di pari passo, per dimostrare come la convergenza di dati genetici e culturali consenta di dare una spiegazione convincente dell’evoluzione dell’uomo.
Luigi Luca Cavalli-Sforza ha creato di sicuro, una sintesi molto completa sulla differenziazione delle popolazioni del pianeta, integrando vari campi di ricerca e fornendo in modo evidente la prova della nostra “co-evoluzione” genetica e culturale (Cfr. Premio Balzan 1999).
LUIGI LUCA CAVALLI-SFORZA, nato il 25 gennaio 1922 a Genova e morto a Belluno il 31 agosto scorso (a 96 anni), era cittadino italiano e statunitense.
Laurea in Medicina e Chirurgia (1944), Università di Pavia, e M.A. (1950), Università di Cambridge, UK Direttore dei Laboratori di Ricerca di Microbiologia, Istituto Sieroterapico Milanese, Milano (1950-1957); Docente di Genetica e Statistica, Facoltà di Scienze, Università di Parma e Università di Pavia (1957-1960); Professore di Genetica, Università di Parma (1960-1962); Professore di Genetica e Direttore dell’Istituto di Genetica, Università di Pavia (1962-1970); alla Stanford University come Professore di Genetica (1970-1992), Direttore del Dipartimento di Genetica (1986-1990) e Professore Emerito alla School of Medicine dal 1992.

“Nel Dna – ha raccontato nei suoi saggi, come il celebre STORIA E GEOGRAFIA DEI GENI UMANI – è racchiusa la memoria di tutte le migrazioni – e quindi degli incroci e degli adattamenti all’ambiente – e di come siamo diventati agricoltori, diecimila anni fa.” (Gabriele Beccaria, da “La Stampa” del 2/9/2018)

……………………..

CAVALLI-SFORZA, L’ESPLORATORE DEL DNA CHE HA SMONTATO IL MITO DELLA RAZZA
di Gabriele Beccaria, da “La Stampa” del 2/9/2018
Nell’abisso del Dna ha trovato molto, moltissimo, tranne la parola più pericolosa e scottante: razza. Non siamo una razza, né ci sono razze umane, separate da incolmabili differenze biologiche. C’è solo una specie, quella umana. Che inventa concetti esecrabili – come quello di razza, appunto – ma che negli ultimi 200 mila anni ha realizzato un cammino unico tra gli esseri viventi.
L’esploratore dell’avventura primigenia si chiama Luigi Luca Cavalli-Sforza e la sua intelligenza multiforme si è spenta ieri, a Belluno, a 96 anni. Non c’è retorica nel celebrarlo tra i grandi della scienza. Uno dei suoi meriti è aver contribuito a definire una visione rivoluzionaria: il nostro passato ancestrale non si limita più a una fragile collezione di fossili, in cui dannarsi per far combaciare un dente con un teschio. Da almeno tre decenni stiamo imparando a considerare ognuno di noi, e ogni antenato, come un archivio, vivente o congelato nel tempo. Una massa di informazioni, quasi inconcepibile per i non addetti ai lavori, concentrata nei geni e lì custodita per chi sa decifrarla.

Pelle scura e occhi chiari. Il volto del cacciatore mesolitico ricostruito dal DNA ritrovato a La Braña, nel nord della Spagna (Guido Barbujanni, da “il sole 24ore” del 6/2/2018)

   Nel XXI secolo paleoantropologi e archeologi non possono più fare a meno dei genetisti e così si sono fatte scoperte sorprendenti, come quella che nel nostro Genoma si è riversato un po’ di Dna di una specie concorrente, estintasi 40 mila anni fa, i Neandertal.
Ma a dare il via alla colossale decifrazione dell’Homo sapiens è stato proprio Cavalli-Sforza: lui – ha raccontato – già negli Anni 50 si chiese «se fosse possibile ricostruire la storia dell’evoluzione umana ricorrendo ai dati genetici delle popolazioni attuali». La paleogenetica – l’analisi del Dna antico – non esisteva ancora, e il professore-pioniere raccolse quantità crescenti di dati biologici, a cominciare dai gruppi sanguigni, fino a tracciare un «albero darwiniano» che equivale alla vulgata che oggi va per la maggiore.
Noi Sapiens siamo africani e poi, spinti da una curiosità che non smette di tormentarci (e che Cavalli-Sforza ha interpretato da maestro), abbiamo dato il via all’impetuosa colonizzazione del Pianeta: l’Europa e quindi l’Asia intorno a 55 mila anni fa e le Americhe all’incirca 30 mila anni fa. Nel Dna – ha raccontato nei suoi saggi, come il celebre STORIA E GEOGRAFIA DEI GENI UMANI – è racchiusa la memoria di tutte le migrazioni – e quindi degli incroci e degli adattamenti all’ambiente – e di come siamo diventati agricoltori, diecimila anni fa.

L’origine dell’uomo moderno e delle lingue secondo il genetista Luca Cavalli Sforza

   Cavalli-Sforza, nomade anche lui (nato a Genova, studente a Torino, professore a Stanford e a Pavia), si divertiva a smontare le elucubrazioni di Arthur de Gobineau, assertore della superiorità degli europei. Proprio gli europei – ha dimostrato – sono il vertice di una maionese genetica, frutto di incroci di popolazioni. Non c’è alcuna «purezza» e il diverso colore della pelle non è altro che una variazione del look, mentre all’intelligenza riconosceva aspetti ancora misteriosi, all’incrocio tra sfera naturale e sfera culturale.
Forse l’enigma avrebbe potuto essere sciolto con il mega-progetto dello «Human Genome Diversity Project», destinato a mappare la diversità genetica dei Sapiens. Ma le accuse di razzismo (e biopirateria) hanno incrinato la visione dell’uomo che più di ogni altro ha contribuito a farci riflettere sulle nostre comuni radici. (Gabriele Beccaria)

…………….

DA https.www.slideplayer.it/slide/12354987/

……………………………

Nel suo famoso saggio GENI, POPOLI E LINGUE (1996), usando anche la demografia, CAVALLI SFORZA traccia un parallelismo fra le linee filogenetiche delle popolazioni mondiali, la linguistica e l’archeologia e ne osserva la sostanziale sovrapponibilità. (Luca Tancredi Barone, da “Il Manifesto” del 2/9/2018)

10 Ottobre 2006, da http://www.gazzettadisondrio.it/societa/

DARWIN ABITA ANCORA QUI

(INTERVISTA A LUIGI LUCA CAVALLI SFORZA, GENETISTA DI FAMA MONDIALE, SECOND WORLD CONFERENCE, VENEZIA 20- 23 SETTEMBRE 2006)
L’Italia è un paese immerso in una cultura condizionata dalla religione, in particolare da quella cattolica. E, di conseguenza, il nostro contesto sociale guarda con favore alla cultura scientifica oppure prevale un atteggiamento di rifiuto nei suoi confronti?
Dal centro di ricerche Observa – Science in Society, in collaborazione con “Tutto Scienze Tecnologia” de La Stampa (www.observa.it/), ultimamente è stata realizzata un’indagine sulla prospettiva darwiniana, quella del creazionismo e quella del cosiddetto “disegno intelligente”. Gli italiani sono per il 31% a favore dell’evoluzionismo, mentre il 17% è per il creazionismo (battiamo gli americani di gran lunga, secondo un’indagine condotta nel 2005 da Gallup per conto della CNN ben il 53% della popolazione statunitense ritiene che “Dio ha creato gli esseri umani nella loro forma attuale, così come descritto dalla Bibbia”, mentre solo il 12% condivide la prospettiva evoluzionistica).

“Le differenze tra singoli individui sono più importanti di quelle che si vedono fra gruppi razziali”, come CAVALLI SFORZA scrive efficacemente in CHI SIAMO. LA STORIA DELLA DIVERSITÀ UMANA (1995). In altre parole, il mio vicino potrebbe essere più diverso da me, geneticamente, di un aborigeno australiano. (Luca Tancredi Barone, da “Il Manifesto” del 2/9/2018)

   Inoltre l’ipotesi del “disegno intelligente” – nella quale si riconoscono quasi quattro Italiani su dieci – non sembra si possa ricondurre a posizioni antiscientifiche. Si tratta, infatti, di un atteggiamento più facilmente riconducibile ad una sorta di mediazione pragmatica che, mentre da credito alla teoria darwiniana, si riserva comunque la possibilità di un riferimento trascendente senza per questo entrare in conflitto con la scienza. Senza dubbio la convinzione per cui il processo evolutivo, lungo e laborioso, per mezzo del quale avrebbe preso forma l’uomo, sarebbe stato in qualche modo guidato da un progetto divino non è compatibile con la visione scientifica ortodossa, ma non per questo deve essere necessariamente interpretata come aperto rifiuto dell’evoluzionismo. Il ruolo divino sembra confinato in una funzione marginale: è un Dio lontano, così lontano dalla vicende terrene da non diventare incompatibile, nell’opinione di molti, con la loro spiegazione scientifica.
Infine, l’evoluzionismo si afferma soprattutto fra i giovani e fra le persone più istruite, esattamente il contrario di quanto accade con il creazionismo. Si può dire che l’evoluzionismo, anche nella forma attenuata del “disegno intelligente”, appartiene al futuro, mentre il creazionismo si radica nel passato.
Una cosa è certa: i numerosi scienziati riuniti a S. Giorgio per la Second World Conference, proprio sull’evoluzione, sono assolutamente contrari al cosiddetto Intelligent Design(= Disegno intelligente), che il genetista Luigi Luca Cavalli Sforza, docente di genetica all’Università di Stanford- USA- ha bollato come un mezzo ideato per sostenere la candidatura del presidente Bush.

KARIN BOJS sottopose sé stessa e alcuni familiari ai test genetici e iniziò un viaggio a ritroso nel tempo. Nel libro che lo racconta, I MIEI PRIMI 54.000 ANNI (Utet), la storia della sua famiglia si intreccia con quella dell’Europa preistorica (Telmo Pievani, da “LA LETTURA” supplemento domenicale de “il Corriere della Sera” del 2/9/2018)

   C’è da aggiungere, che al di là delle molte posizioni controverse tra gli studiosi, la scienza non è la sola via per raggiungere la verità, e la teoria di Darwin è “una delle possibili spiegazioni non condivisa da tutti gli scienziati e non ancora dimostrata da un modello matematico che spieghi come dalla non vita si passa alla vita” (Marcelo Sanches Sorondo, cancelliere della Pontificia Accademia delle scienze).
Ma sono talmente tanti gli sviluppi del nostro cervello, il cui volume si è triplicato nel corso dell’evoluzione, che i fattori culturali (linguaggio simbolico, utensili sempre più complessi, internet, utilizzo della mente artificiale…) la faranno da padroni (altro che Darwin).
E leggiamo cosa ci ha detto uno che in quanto a cultura come fattore di crescita umana ne sa una più del diavolo: quel simpaticissimo, amichevole, disponibile, carinissimo genetista LUIGI LUCA CAVALLI SFORZA che tanto onore ha dato all’Italia per le sue scoperte nel campo della genetica culturale.
Prof., tutti gli uomini e le donne del mondo hanno un antenato comune. Che cosa però ci differenzia nel corso dell’evoluzione?
“Noi abbiamo un genoma molto vario che si può ricostruire a pezzi. Ognuno di essi ha un antenato comune. Vi sono state più di duemila persone e il pezzo comune viene da uno di questi 2000. Altro pezzo da un altro e così di seguito. Quindi non c’è stato un solo Adamo ed una sola Eva come scrive la Bibbia, però c’è sempre l’origine in comune che comporta in noi tutti una grande comunione ed una grande somiglianza. La specie umana è una e diversa al tempo stesso, per cui le differenze genetiche sono meno importanti degli apporti culturali e ambientali che separano i diversi gruppi etnici”.
Lei nella sua relazione ha detto che l’antropologia vive una grave crisi. Ci può dire quali sono gli elementi più importanti che l’hanno provocata?

Continua a leggere

STA CRESCENDO IL RAZZISMO in Italia? (e in Europa?) Pare di sì, dai fatti di intolleranza che accadono. Il nuovo “nemico” è immigrato, con pelle nera, povero – False notizie, crisi economica, società in declino, latente odio razziale: elementi superabili nella visione ottimistica di un futuro di pace e sviluppo da costruire

TANTI VARI EPISODI DI RAZZISMO – (da http://www.tpi.it/ del 30/7/2018) – NELL’ULTIMO MESE E MEZZO SI SONO SUSSEGUITI DIVERSI EPISODI DI AGGRESSIONI AI DANNI DEI MIGRANTI O DI PERSONE DI ORIGINE STRANIERA. / IL PRIMO RISALE ALL’11 GIUGNO 2018, quando a Caserta due ragazzi immigrati del Mali sono stati aggrediti e feriti al grido di “Salvini Salvini”. L’episodio è avvenuto intorno alle ore 22, quando i due ragazzi sono stati avvicinati da una Fiat Panda su cui viaggiavano tre ragazzi italiani che hanno sparato alcuni colpi di pistola ad aria compressa. Uno dei due ragazzi ha riportato ferite lievi al torace. L’altro ragazzo è stato mancato dal colpo. / IL 20 GIUGNO, INVECE, LO CHEF 22ENNE DEL MALI KONATE BOUYAGUI, in Italia da quattro anni con regolare permesso di soggiorno, è stato colpito a Napoli da un piombino nella pancia sparato da due ragazzi a bordo di un’auto. / IL PRIMO EPISODIO DI AGGRESSIONI DEL MESE DI LUGLIO HA INVECE COINVOLTO UNA BIMBA ROM DI UN ANNO, che vive nel campo di via di Salone a Roma. La bambina è stata ferita alla schiena da un piombino. La vicenda è accaduta martedì 17 luglio: i familiari hanno raccontato che la bambina si trovava in braccio alla madre, che stava camminando lungo via Togliatti, quando la donna si è accorda che la piccola perdeva sangue dalla schiena. / MENO DI 10 GIORNI DOPO, IL 26 LUGLIO, un migrante originario della Guinea e ospite di un centro di accoglienza di San Cipriano d’Aversa nel Casertano ha denunciato di essere stato colpito in pieno volto con una pistola ad aria compressa. Il richiedente asilo ha sporto denuncia ai carabinieri. / IN SICILIA, A PARTINICO in provincia di Palermo, un ragazzo senegalese di 19 anni, richiedente asilo, è stato aggredito da quattro persone il 26 luglio. / UNA DELLE ULTIME AGGRESSIONI HA AVUTO UN FINALE TRAGICO. Nella notte tra il 28 e il 29 luglio ad Aprilia (Latina) un cittadino marocchino è morto dopo essere stato inseguito in auto da due persone convinte che fosse un ladro

Il giornalista LUIGI MASTRODONATO ha iniziato a lavorare su una mappa interattiva che raccoglie tutte le aggressioni razziste in Italia dal primo giugno 2018, (giorno di insediamento del nuovo governo) (clicca sul link qui sopra per avere la mappa aggiornata) (la mappa visibile sovraesposta è aggiornata al 2 agosto 2018, ndr)

………………….

Don Luigi Ciotti, presidente del Gruppo Abele (foto da “la Stampa”) – DON CIOTTI: “LE PAROLE VIOLENTE STANNO FOMENTANDO UN CLIMA RAZZISTA” – «C’è una violenza verbale che rischia di tradursi in violenza di fatto. C’è degrado nelle parole, nei linguaggi e anche nei comportamenti, c’è un clima giudicante. Credo che dovremmo fare una dieta delle parole: dobbiamo trovare l’umiltà di fermarci». (….)(da “La Stampa”, 3/7/2018)

………………………..

   Tutti i fenomeni umani, quelli in particolare che vanno verso il degrado e la guerra, possono (e dovrebbero) essere virtuosamente governati. Cioè nulla è irreparabile, e la china dell’intolleranza, della violenza, possono essere fermati in tempo. E’ così del clima preoccupante che stiamo vivendo adesso di fenomeni di odio xenofobo, di razzismo. Noi siamo tra quelli che pensano che non sono il frutto di questi ultimi mesi, ma sono latenti e “liberi” da vari anni. Il fatto poi che appaiano in crescendo adesso, non può essere un “falsa notizia” promulgata ad arte; ma una evidente realtà.
Nelle ultime settimane c’è stata una sequenza di aggressioni violente a danno di neri, rom e stranieri in generale. Ma non solo aggressioni fisiche: di più di “parole”. Una diffusione di discorsi (e interventi sui social, su tutti i mezzi di informazione…) d’odio e xenofobi – che non è solo italiana ma avviene, è avvenuta, in tutta Europa. Questo (le parole eccessive) può essere effettivamente la causa dei crimini “concreti” motivati dall’odio.

Soumalya Sacko, 29 anni, bracciante e sindacalista – 4 giugno 2018: “SOUMAILA SACKO è morto colpito da un proiettile in testa mentre stava recuperando alcune lamiere in un vecchio stabilimento abbandonato in località “ex Fornace” di San Calogero (Reggio Calabria). Era un migrante regolare del Mali, bracciante sfruttato nei campi agricoli di Reggio Calabria, padre di una figlia di 5 anni. Soumaila era impegnato nella lotta allo sfruttamento e lavorava per un salario di tre euro l’ora al giorno. Era un sindacalista che aiutava i suoi compagni ad avere più diritti.” (da http://www.giornalettismo.com/ )

Qualcuno nega che sia così preoccupante la cosa, e dice che siamo nella “normalità”. Al centro dello scontro sembrano esserci quindi i numeri e le statistiche sulle aggressioni subite da stranieri o persone che semplicemente appaiono diverse: un rimpiattino tra filogovernisti e antigovernisti, tra maggioranza e opposizione.
E’ sicuro che ci vogliono dati certi, che forse adesso non ci sono (leggi il bel reportage de IL POST.IT che qui di seguito riportiamo), e che in questo momento i media danno risonanza a ogni fatto razzista che accade (e che magari in altra epoca ignoravano del tutto). Però è indubitabile che un sommarsi di fattori ora esistenti (immigrazioni, non “invasioni” come spesso si vuol far credere; crisi economica e disoccupazione giovanile; società culturalmente in trasformazione e forse in declino; latente razzismo peraltro sempre esistito; un modo di governare ed esprimersi molto nazionalista, chiuso nei propri confini…) ebbene questi fattori non possono che incentivare un clima di difficoltà a rapportarsi ed accettare il “diverso””.

foto da http://www.giornaledelcilento.t/) – ITALIANI RAZZISTI? – Pare di sì, dai dati diffusi a luglio 2018 dalla COMMISSIONE JO COX su fenomeni di ODIO, INTOLLERANZA, XENOFOBIA, e RAZZISMO, istituita dalla Camera. Il 56% degli italiani pensa che UN QUARTIERE SI DEGRADA QUANDO CI VIVONO TROPPI IMMIGRATI; il 65% li considera UN PESO SOCIALE (in Germania è il 21%); il 40% DIFFIDA persino delle loro PRATICHE RELIGIOSE. (Michele Ainis, “la Repubblica”, 7/11/2017)( Commissione “Jo Cox” sull’intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio) http://www.camera.it/application/xmanager/projects/leg17/attachments/uploadfile_commissione_intolleranza/files/000/000/001/RELAZIONE_FINALE.pdf )

E’ così che in Italia, come in altri grandi paesi europei, i crimini d’odio motivati da ragioni etniche, religiose e razziali appaiono in aumento da anni, ma adesso di più… Quel che non si capisce è se l’andamento “razzista” sia dovuto da una moltiplicazione effettiva dei reati o invece dalla maggior facilità per le vittime di denunciarli.
Poi è da capire se in Italia va “peggio e meno peggio” rispetto ad altri Paesi europei. Anche se l’Italia sembra essere un paese dove i crimini d’odio motivati da razzismo e xenofobia sono in lenta crescita, va pure detto (dalle analisi che riportiamo in questo post) che in Italia non si è “raggiunto” i livelli toccati da paesi come Francia e Regno Unito.

Una ragazza nera con il tricolore sulle labbra è il volto che Paolo Polegato, amministratore delegato di ASTORIA WINES, ha scelto per dar vita alle parole di MARTIN LUTER KING: “Può darsi non siate responsabili per la situazione in cui vi trovate, ma lo diventerete se non farete nulla per cambiarla”

Anche se l’Italia risulta sistematicamente uno dei paesi con le opinioni più negative nei confronti degli stranieri immigrati, ma anche delle persone di religione ebraica e musulmana. Gli italiani, più di britannici, francesi e tedeschi, ritengono l’immigrazione un problema. Percentuali molto elevate chiedono controlli più severi alle frontiere e ritengono l’impatto complessivo dell’immigrazione negativo.
E se le parole, le opinioni, contano e portano a conseguenze, questo “pensare” di massa degli italiani, rischia di non essere di buon auspicio… Anche se sostenere che l’immigrazione sia un problema oppure che le frontiere dovrebbero essere controllate in maniera più sicura, è qualcosa di non razzista, ma, pensiamo, anche di buon senso.

il libro – NON SONO RAZZISTA, MA, di Luigi Manconi e Federica Resta, Feltrinelli 2017- L’odio contro gli stranieri è ormai legittimato? Gli autori analizzano la situazione e indicano come la politica dovrebbe saper raccogliere quel “ma” come grido di aiuto

Pertanto il confine tra xenofobia e non xenofobia è ancora tutto da decidere, pensiamo. L’azione culturale; il maggior “controllo delle parole” da parte di tutti ma ancor di più dei governanti; azioni concrete a sostegno di persone deboli che arrivano da noi; un supporto legislativo contro gli eccessi (com’è la “legge Mancino” in vigore, del 1993, che sanziona gesti, slogan, azioni legate al fascismo, alla discriminazione per motivi razziali…)…tutto questo può far tenere sotto controllo il fenomeno; così da poter dire che siamo ancora in un contesto civile, nonviolento, aperto a ogni diversità. (s.m.)

NUDI E MULTIETNICI, ECCO LA NUOVA CAMPAGNA BENETTON CONTRO IL RAZZISMO – Treviso, Presentato il lavoro di Oliviero Toscani per gli United Colors, un ritorno alle origini

……………………………..

DON CIOTTI: “LE PAROLE VIOLENTE STANNO FOMENTANDO UN CLIMA RAZZISTA”

da “La Stampa”, 3/7/2018
– C’è una violenza verbale che rischia di tradursi in violenza di fatto. C’è degrado nelle parole, nei linguaggi e anche nei comportamenti, c’è un clima giudicante. Credo che dovremmo fare una dieta delle parole: dobbiamo trovare l’umiltà di fermarci». (….) –
SOSPETTO
Torino – Le parole che ogni giorno fanno di ogni erba un fascio, cioè di ogni migrante una persona indesiderata, l’ha detto don Ciotti, creano l’atmosfera che si coglie sui mezzi pubblici, con i borbottii quando una madre velata sale con un passeggino, quando persone identificabili come non di origine italiana vengono additate come «quelli che ricevono aiuti mentre gli italiani fanno la fame».
Don Mauro Mergola, parroco a Torino ai Santi Pietro e Paolo Apostoli a San Salvario e direttore dell’oratorio salesiano San Luigi di via Ormea, tra i più «mondiali» della città, ammette che «c’è un clima di maggior sospetto rispetto ad un po’ di tempo fa e i ragazzi sentono disagio. Naturalmente c’è un grande malessere da parte della gente verso chi vende la droga. Il fatto è che i giovani senegalesi si sono fatti la fama di essere spacciatori. Però, noi che in largo Saluzzo siamo in mezzo alla movida, sappiamo che vendono alla grande anche gli italiani, solo che non sono riconoscibili».
Don Mauro combatte con l’arma della conoscenza e del coinvolgimento. «In settembre in parrocchia apriremo un housing per quattordici giovani italiani e stranieri: stiamo creando una rete di accoglienza per far sì che ogni ragazzo sia sostenuto e accompagnato da una famiglia. Non da un singolo volontario, ma da una famiglia, che lo faccia sentire importante per qualcuno, senza interessi».
SDOGANAMENTO
Non mancano testimonianze che dicono che dalla politica arriva lo sdoganamento del linguaggio razzista. «Ci sono ragazzi italiani che sono cresciuti qui al Valentino tra i giovani migranti, che hanno amici di varie origini – dice Matteo Aigotti, educatore di Spazio Anch’Io, l’oratorio all’aperto del San Luigi accanto a Torino Esposizioni- eppure bisogna leggere cosa scrivono su Facebook: parole cariche di odio. È un modo sbagliato per rivendicare il lavoro che non c’è per i giovani italiani. L’espressione ricorrente su Facebook e sui tram è “io non ho soldi, non ho lavoro ma per i neri c’è tutto”».
Di sdoganamento delle parole che esprimono razzismo parlano anche all’Ufficio Stranieri dell’Anolf-Cisl: «Ci sono datori di lavoro che quando hanno un contrasto con i dipendenti se ne escono con “Adesso c’è Salvini, è finito il tempo della pacchia”. E lavoratori che raccontano come certe parole facciano male, che nello scherzo c’è chi ormai passa il limite».

An anti-immigration protest in Dresden, GermanyHannibal Hanschke / Reuters

……………………………

L’ITALIA È DIVENTATA UN PAESE RAZZISTA?

di Davide Maria De Luca, 2/8/2017 da IL POST.IT (www.ilpost.it/ )
Se n’è parlato per le recenti notizie di aggressioni contro neri e stranieri: siamo andati a vedere i numeri e ci sono brutte notizie e altre che fanno ben sperare. Continua a leggere