UN MONDO DI CAVIE? 5G e LA PROLIFERAZIONE DELLE ANTENNE (con effetti a venire) – Paesaggi che cambiano, e rischi (eccessivi) da elettromagnetismo per tutti, “immersi” in onde e antenne – Il NUOVO ORDINE MONDIALE con la guerra del 5G (tra Cina, Usa ed Europa) dimentica i pericoli della salute umana

5G: mini antenne collocate ovunque, persino sui lampioni della luce (foto da https://news.sky.com/ – Da: AAVV “5G, Cellulari, Wi-Fi: un esperimento sulla salute di tutti”: ” Il 5G, una volta a regime, funzionerà prevalentemente con delle antenne phased array (cioè “schiera in fase”) a 24-26 GHz, ovvero con frequenze altissime. Un singolo array potrà contenere, ad esempio, qualcosa come 64 antenne che collaborano insieme per costituire un’emissione direzionale, cioè un potente fascio di radiazioni diretto verso l’utente. Le antenne 5G hanno, in alto, elementi emittenti a 3,5-3,6 GHz e, sotto, l’array appena descritto che terrà il collegamento con l’“INTERNET DELLE COSE”: dal frigorifero che dirà al lattaio di portare il latte perché è finito ad altre applicazioni del genere, fino alle auto che si guidano da sole. Il segnale 5G sarà forte e ubiquo, perché non deve succedere che un’automobile a 80 o 100 km/h non abbia informazioni su dove andare. (…) Questo significa COPRIRE TUTTA L’AREA CITTADINA e anche fuori di essa con un campo elettromagnetico che è molto più alto di quello che abbiamo adesso. Secondo il responsabile dell’ARPA che ha illustrato la situazione nella trasmissione Report di Raitre del 27/11/18, GIÀ SOLO NELLA FASE INIZIALE IL NUMERO DI ANTENNE ATTUALE DOVRÀ TRIPLICARE, PER CUI IN ITALIA SI PASSEREBBE DALLE 60.000 ODIERNE A 180.000 (…..)”

   La rete di diffusione del 5G, il nuovo standard per la comunicazione mobile che permetterà a brevissimo la nascita dell’“INTERNET DELLE COSE” (gli elettrodomestici “intelligenti”, le auto senza autista…), sta procedendo spedito, con pochi che avanzano dubbi sulla sua salubrità sanitaria, sulle persone (noi tutti). E il segnale 5G sarà forte e ubiquo, perché non deve succedere che un’automobile a 80 o 100 km/h non abbia informazioni su dove andare.

   Pertanto ogni territorio urbano (e poi anche non urbano) dovrà ben essere coperto, con un campo elettromagnetico molto più alto di quello di adesso: il numero di antenne attuale dovrà perlomeno triplicare, per cui in Italia si passerebbe dalle 60.000 odierne a 180.000. Antenne, si dice, meno potenti nelle radiazioni, ma diffuse in ogni dove, sempre di più (il paesaggio cambierà, ma se fosse solo quello…).

le varie generazioni di smartphone – da https://www.ilcambiamento.it/ – LA TERZA GENERAZIONE: L’UMTS (acronimo di Universal Mobile Telecommunication System, “sistema universale per la telecomunicazione mobile” in italiano) è un sistema di telefonia mobile di terza generazione per reti basate sullo standard GSM. Ideato, sviluppato e mantenuto dal consorzio 3GPP (Third generation partnership project, “Partnership per il progetto di terza generazione” in italiano), l’UMTS è componente fondamentale degli standard IMT-2000 dell’International Telecommunications Union e concorrente diretto del CDMA2000, standard facente parte della famiglia “rivale” CDMAOne technology.
L’UMTS utilizza la tecnologia W-CDMA (Wideband Code Division Multiple Access), che permette una migliore efficienza spettrale e assicura una banda di trasmissione più ampia: ciò si traduce in maggiore velocità per l’Internet mobile. (da https://www.fastweb.it/ )

   Quel che colpisce, che almeno appare, è la non certezza che questa tecnologia così invasiva dell’ambiente (già adesso il WiFi lo è molto..) sia innocua, non faccia male. Viene molto da pensare che in questi anni vi è la quasi totale “umanità” (noi tutti!) che per pagare il prezzo di un servizio di comunicazione “sempre connessa” con chi ci è caro, e con la conoscenza (?) del mondo (attraverso Internet), è disposto a farsi irradiare; e adesso ancor di più con il 5G, a far da CAVIA a un sistema che già ora molte fonti scientifiche ci dicono che può (può) far male, che vi sono già evidenze epidemiologiche e di laboratorio che mostrano come il danno al DNA e il rischio di tumore al cervello si moltiplicano in modo esponenziale.

Maurizio Martucci, “Manuale di autodifesa per elettrosensibili. Come sopravvivere all’elettrosmog di wi-fi, smartphone e antenne di telefonia. Mentre arrivano il 5G e il wi-fi dallo spazio!“ (Terra Nuova Edizioni, settembre 2018, 10 euro) – “(…) L’obiettivo dichiarato è quello di arrivare, entro il 2022, a fare in modo che fin dentro le case di almeno l’80% della popolazione nazionale (salirà al 99,4% entro giugno 2023) ci sia la copertura per il 5G. Preoccupa, dunque, come spiega il giornalista MAURIZIO MARTUCCI autore del libro “MANUALE DI AUTODIFESA PER ELETTROSENSIBILI” (TERRA NUOVA EDIZIONI), l’esposizione massiccia della popolazione a livelli di elettrosmog destinati ad aumentare a dismisura, con mini-antenne collocate ovunque, persino sui lampioni della luce. (…)” (da http://www.ilcambiamento.it/, 30/1/2019)

   E il contesto attuale, del 3G, del 4G, non è rassicurante: ci sono casi specifici di persone che si ammalano da questa diffusione abnorme di invisibili onde elettromagnetiche. A partire dal 1995, parallelamente con la crescita di antenne della telefonia mobile, si è assistito per vent’anni a una crescita quasi esponenziale del numero di persone diventate ELETTROSENSIBILI da un giorno all’altro, e che in alcuni Paesi rappresentavano già nel 2005 il 10% della popolazione. Una percentuale significativa di costoro vive una condizione di malattia e sofferenza. Ma, dicevamo, ancora peggio va ai possibili effetti sanitari a lungo termine – tumori al cervello, infertilità maschile, malattie neurodegenerative, etc. – che scienziati e Istituti di ricerca già prospettano, e di cui finora stiamo vedendo solo condizioni ancora non certe e diffuse (e che meriterebbero studi e ricerche approfondite, ufficiali e definitive che mancano).

Nella foto: CINTO EUGANEO (Padova) – Si sperimenta il 5G a Cinto Euganeo ma il sindaco storce il naso e non nasconde i timori. Cinto Euganeo è una delle 120 piccole municipalità italiane scelte per sperimentare il 5G

   E (da noi) manca un ente ufficiale, pubblico, che sia chiaro in questo. Anzi. I maggiori Istituti di ricerca epidemiologica indipendenti sollevano dubbi (come l’Istituto Ramazziini di Bologna) sulla salubrità sanitaria di questa nuova tecnologia 5G, e chiedono di “fare ricerca”, approfondire. Altri istituti “ufficiali” statali, che detengono il potere di dichiarare cosa fa bene e cosa fa male, preferiscono mantenere una posizione di non scelta: dichiarazioni dell’Istituto Superiore di Sanità dicono che “i dati disponibili non fanno ipotizzare particolari problemi per la salute della popolazione, connessi all’introduzione della tecnologia 5G”. I dati disponibili, si dice.

   E’ pur vero che l’Istituto Superiore di Sanità non si limita a questo, Nel Rapporto Istisan “Radiazioni a radiofrequenze e tumori: sintesi delle evidenze scientifiche”, motiva il senso di incertezza, dicendo che, se è pur vero che l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro include l’esposizione da radiofrequenze nel gruppo dei “possibili cancerogeni”, in fondo la certezza e gli studi su questo non sono ancora chiari: e che poi “Valutazioni successive concordano nel ritenere che le evidenze relative alla possibile associazione tra esposizione a radiofrequenze e rischio di tumori si sono indebolite”; e che le future reti 5G, è vero che “le emittenti aumenteranno, ma avranno potenze medie inferiori a quelle degli impianti attuali e la rapida variazione temporale dei segnali dovuta all’irradiazione indirizzabile verso l’utente comporterà un’ulteriore riduzione dei livelli medi di campo nelle aree circostanti”. In sintesi: c’è sempre un MARGINE DI INCERTEZZA al quale ci si può appellare per precauzione; ma che fa dire al sistema delle comunicazioni, alla politica, “andiamo avanti”.

TRA I “PRO” AL 5G: le emittenti aumenteranno, ma avranno potenze medie inferiori a quelle degli impianti attuali e la rapida variazione temporale dei segnali dovuta all’irradiazione indirizzabile verso l’utente comporterà un’ulteriore riduzione dei livelli medi di campo nelle aree circostanti

   Perché, nell’incertezza, c’è chi dice che ci si deve fermare ed approfondire scientificamente la cosa, e invece chi dice che si può tranquillamente procedere di gran lena (ed è quello che, irresponsabilmente, sta succedendo!). Ribadiamo che si sta parlando di possibili insorgenze di tumori, sterilità, malattie importanti che creano grandi sofferenze! (e si va avanti facendo finta di niente).

“TOGLIETEVELO DALLA TESTA: CELLULARI, TUMORI E TUTTO QUELLO CHE LE LOBBY NON DICONO” libro di RICCARDO STAGLIANÒ – Editore: CHIARELETTERE, Collana: Principioattivo, Anno edizione: 2012, 5 EURO – La domanda è: il nostro compagno più inseparabile (il cellulare) ci sta forse tradendo? Prove ce ne sono, e parecchie (nel 2011 l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro ha inserito il telefonino tra i possibili cancerogeni). I manuali di istruzione dicono di tenerli da 1,5 a 2,5 centimetri dall’orecchio (perché? E soprattutto: chi lo fa davvero?). In molti paesi precise disposizioni sanitarie raccomandano di non farli usare ai bambini….

   L’interesse delle magnifiche sorti economiche, progressive, dell’umanità, possono permettersi allora di fare di noi tutti della cavie, per vedere come va a finire (se fa male, se non fa male). Col beneplacito di noi tutti, che guardiamo con curiosità e partecipazione a queste nuove tecnologie, e che non chiediamo regole ferree e chiare prima che un prodotto sconosciuto (le radiazioni elettromagnetiche delle miriadi di antenne 5G) entri in modo assoluto, preponderante e quotidiano nelle nostra vita (nella nostra pelle) (s.m.)

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Molte persone ormai hanno sentito parlare del cosiddetto “5G” – il nuovo standard per la comunicazione mobile che permetterà a brevissimo la nascita dell’“INTERNET DELLE COSE” – e pensano che sia una semplice evoluzione delle tecnologie precedenti: il 2G, il 3G, il 4G, etc., e che perciò debba essere innocuo. In realtà, si tratta di una tecnologia del tutto diversa, che avrà un impatto notevole per le ragioni che verranno spiegate in questo libro. E non è neppure vero che un telefonino 3G (UMTS) sia meno pericoloso di un 2G (GSM), come molti credono: infatti, nonostante la potenza emessa dal 3G sia minore, vi sono già EVIDENZE EPIDEMIOLOGICHE E DI LABORATORIO che mostrano come il danno al DNA e il rischio di tumore al cervello con l‟UMTS sia maggiore. (…)(da: AAVV “5G, Cellulari, Wi-Fi: un esperimento sulla salute di tutti”)
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AA.VV. – 5G, Cellulari, Wi-Fi. Un esperimento sulla salute di tutti (2019) (1)

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ANTENNE 3G, 4G E 5G: LA VERITÀ SULLE RADIAZIONI ELETTROMAGNETICHE

– Se la nuova rete porterà enormi vantaggi nel mondo delle telecomunicazioni e del lavoro, della rete 5G non sappiamo ancora se le radiazioni saranno cancerogene o meno –

di Flavio Mezzanotte, 14/10/2019, da https://www.tecnoandroid.it/

   Ancora una volta torniamo a parlare del 5G in termini non proprio entusiastici, poiché al netto delle potenzialità di questo nuovo standard di connessione nessun ente ci ha ancora assicurato che non sia pericoloso per la salute. E tutto sommato non c’è da stare tranquilli, visto che in barba all’assenza di studi preliminari sugli effetti delle radiazioni su radiofrequenze a microonde millimetriche ancora sconosciuti, in tutte le principali metropoli italiane si sta sperimentando il 5G.

   Se la nuova rete porterà enormi vantaggi nel mondo delle Telco e del lavoro in generale, alcune associazioni di consumatori e altre di malati oncologici non sono affatto soddisfatti del silenzio dell’Istituto Superiore di Sanità. Per legge, invece, un parere sanitario sul 5G andava espresso e nessuno l’ha fatto.

ANTENNE 3G, 4G E 5G: LA VERITÀ SULLE RADIAZIONI ELETTROMAGNETICHE

   Il pericolo che una tecnologia del genere ci sfugga di mano è molto alto, con il diritto alla salute e all’essere informati sacrificati sull’altare dell’innovazione e del profitto. Nemmeno il Governo M5S-Lega e ora quello giallorosso hanno avuto e hanno il polso della situazione, affidando le proprie informazioni sulla pericolosità della nuova rete alle dichiarazioni dell’Istituto Superiore di Sanità secondo cui “i dati disponibili non fanno ipotizzare particolari problemi per la salute della popolazione connessi all’introduzione della tecnologia 5G”.

   La Comunità Europea invece, tramite il Comitato Scientifico sui rischi sanitari ambientali ed emergenti (SCHEER), lascia aperta l’ipotesi per cui il 5G possa avere conseguenze biologiche”. Ma il problema vero, oltre all’assenza di letteratura medico-scientifica che possa ovviare a ogni rischio per la salute, è che il 5G non lo potremo scegliere e verrà imposto sulle nostre teste senza poterci difendere. Detto che il 4G e il 3G avevano un’accertata pericolosità per la salute umana, nonostante alcuni studi non allineati allo status quo dell’Istituto di Sanità, del 5G non si sa ancora nulla. (Flavio Mezzanotte)

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PERICOLO ELETTROSMOG: ECCO I PRIMI 120 COMUNI DOVE SI SPERIMENTA IL 5G

da http://www.ilcambiamento.it/, 30/1/2019

– Sono elencati in una delibera dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni i 120 Comuni italiani che saranno i primi a sperimentare il 5G, la tecnologia di nuova generazione intorno alla quale stanno sorgendo innumerevoli preoccupazioni riguardanti l’esposizione della popolazione all’elettrosmog –

  La delibera numero 231/18/CONS dell’Autorità per le garanzie nelle telecomunicazioni ha da tempo reso noti i 120 Comuni d’Italia che per primi dovranno sperimentare a breve l’esposizione della popolazione alle tre bande del 5G.

   Da pag 144 a pagina 147 della delibera che potete TROVARE QUI si può leggere l’elenco completo, al quale potrebbero aggiungersene altri. Le regioni coinvolte sono Abruzzo, Calabria, Campania, Emilia Romagna, Lombardia, Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Marche, Molise, Trentino Alto Adige, Sardegna, Sicilia, Toscana, Valle d’Aosta e Veneto.

   L’obiettivo dichiarato è quello di arrivare, entro il 2022, a fare in modo che fin dentro le case di almeno l’80% della popolazione nazionale (salirà al 99,4% entro giugno 2023) ci sia la copertura per il 5G.

   Preoccupa, dunque, come spiega il giornalista Maurizio Martucci autore del libro “MANUALE DI AUTODIFESA PER ELETTROSENSIBILI” (Terra Nuova Edizioni), Continua a leggere

QUANDO I BAMBINI DEL MERIDIONE vittime di guerra, rivolte e calamità, erano accolti al Nord: una politica solidale del passato – E’ possibile ora una politica solidale sull’immigrazione dal Sud del Mondo? 1-La pratica dei CORRIDOI UMANITARI, 2-Come rinnovare con garanzie sui diritti umani il MEMORANDUM Italia-Libia sui migranti?

“PASTA NERA. STORIE DI BAMBINI IN VIAGGIO TRA DUE ITALIE” (docu-film, 2011) – Nel dopoguerra 70.000 bambini meridionali in condizioni disperate vennero ospitati per lunghi periodi (talvolta per una vita intera) da famiglie italiane del centro-nord. Lo ha raccontato nel 2011 UN DOCUMENTARIO DI ALESSANDRO PIVA

PASTA NERA: Storie di bambini in viaggio tra due Italie (docu-film, 2011)

Pasta nera. Come e perché.

– L’eccezionale movimento collettivo di accoglienza delle famiglie emiliane, marchigiane e toscane che, grazie alla rete dei comitati di Solidarietà Democratica, accolsero come figli adottivi i bambini del Sud.

– La sorpresa dei “piccoli” meridionali rispetto agli agi e alle comodità a loro sconosciuti e l’integrazione in una società a loro vicina ideologicamente ma lontanissima come tenore di vita.

– La “scoperta” di un mondo culinario totalmente differente (il cioccolato, la brioche, le tagliatelle…) rispetto ai cibi poveri del Sud del dopoguerra.

– La felicità dei bambini nel comunicare tra loro nonostante la mancanza di una lingua comune determinata dall’utilizzo esclusivo dei rispettivi italiani dialettali.

– Il difficile ritorno dei bambini nella famiglia d’origine o la dolorosa scelta di alcuni di rimanere nella nuova realtà sociale appena conosciuta.

– Le vite parallele, dopo la liberazione dal carcere, delle famiglie meridionali e settentrionali accomunate da un’esperienza comune.

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“I TRENI DELLA FELICITA – Storie di bambini in viaggio tra due Italie” di GIOVANNI RINALDI, ed. CARTABIANCA, gennaio 2009, euro 10

I TRENI DELLA FELICITA’

   Giovanni Rinaldi, tessendo sottili fili di memorie sparse, anni fa si è messo in cerca dei bambini che erano saliti su quelli che vennero chiamati «I treni della felicità». Si trattava di una straordinaria rete di solidarietà sostenuta dalla neonata UDI e dal PCI che, a partire dal secondo dopoguerra, affidò per mesi (talvolta anni) a famiglie del Centro Italia oltre 70.000 figli del Sud vittime delle conseguenze belliche, di rivolte operaie sedate col sangue, di calamità naturali.

   Bambini che lasciarono le loro famiglie per essere ospitati da altrettante famiglie contadine, nei paesi del reggiano, del modenese, del bolognese. Lì vennero rivestiti, mandati a scuola, curati. Mezzo secolo dopo un cineasta, ALESSANDRO PIVA, e uno storico, GIOVANNI RINALDI, si mettono sulle tracce dei sopravvissuti. Ne escono fuori due lavori confinanti e di documentazione tra storia di ieri e di oggi, il documentario PASTA NERA e QUESTO LIBRO, frutto di appassionati viaggi e ricerche in diverse città del centro Italia.

   Scritto in presa diretta, il libro ricostruisce le storie di alcuni di quei bambini che su malandati vagoni ferroviari arrivarono in UN’ALTRA ITALIA. Soprattutto di quelli rimasti a vivere nelle famiglie che li avevano adottati, scovati dall’autore nel corso dei suoi viaggi ad Ancona, Follonica, Ravenna, Lugo di Romagna.

   Come i bambini figli degli scioperanti di San Severo, arrestati nel 1950 per insurrezione armata contro i poteri dello Stato, per volontà del governo Scelba. Sono Severino, Dante, Zazà, che oggi parlano ricordando i fanciulli che furono in un Paese più povero e semplice, dove mangiare un gelato o un piatto di pasta erano cose che potevano emozionare. Ma è anche LA STORIA DELLE «DUE ITALIE» e di un Sud ancora socialmente arretratissimo. Fu proprio questo che spinse alcuni di quei bambini a fare una scelta drammatica: lasciare la propria terra e la propria famiglia, restare dove il destino e quei treni li avevano portati, sognando una vita migliore.

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IL TRENO DEI BAMBINI, di VIOLA ARDONE (romanzo), ed. EINAUDI, settembre 2019, euro15

IL TRENO DEI BAMBINI – Viola Ardone (ROMANZO) – È il 1946 quando Amerigo lascia il suo rione di Napoli e sale su un treno. Assieme a migliaia di altri bambini meridionali attraverserà l’intera penisola e trascorrerà alcuni mesi in una famiglia del Nord; un’iniziativa del Partito comunista per strappare i piccoli alla miseria dopo l’ultimo conflitto. Con lo stupore dei suoi sette anni e il piglio furbo di un bambino dei vicoli, Amerigo ci mostra un’Italia che si rialza dalla guerra come se la vedessimo per la prima volta. E ci affida la storia commovente di una separazione. Quel dolore originario cui non ci si può sottrarre, perché non c’è altro modo per crescere.

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IMMIGRAZIONE DAL SUD DEL MONDO ADESSO: QUALI POLITICHE DI SOLIDARIETA’ SONO PRATICABILI? 

– LA PRATICA DEI CORRIDOI UMANITARI

– RIVEDERE SUBITO IL MEMORANDUM ITALIA-LIBIA SUI MIGRANTI

 

da https://www.sositalia.it.jpg

Migranti

CORRIDOI UMANITARI: COSA SONO E COME FUNZIONANO

da https://www.sositalia.it/news/, 29/6/2018

   I corridoi umanitari sono uno tra i tanti modelli di accoglienza che gli Stati Europei hanno a disposizione come alternativa sicura e legale ai viaggi della disperazione.

   I corridoi umanitari sono un programma sicuro e legale di trasferimento e integrazione in Italia rivolto a migranti in condizione di particolare vulnerabilità: donne sole con bambini, vittime del traffico di essere umani, anziani, persone con disabilità o con patologie, oppure persone segnalate da organizzazioni umanitarie quali l’Alto Commissariato dell’Onu per i Rifugiati (UNHCR).
In un’Europa tuttora incapace di dare una risposta significativa e corale alla tragedia del crescente numero di persone che muoiono nel tentativo di raggiungere la salvezza o sono esposte a gravi abusi e sfruttamenti, i corridoi umanitari sono una via sicura e legale per l’ingresso nel nostro Paese di persone richiedenti asilo.

Come funzionano i corridoi umanitari in 4 passi

   Il primo passo spetta alle associazioni proponenti, le quali inviano sul posto esperti e volontari che, attraverso contatti diretti nei Paesi interessati dal progetto o grazie a segnalazioni provenienti da attori locali (ONG, associazioni, organismi internazionali, chiese, ecc.), predispongono una lista di potenziali beneficiari.

Ogni segnalazione viene verificata dai responsabili delle associazioni per poi essere inviata al Ministero dell’Interno italiano per un ulteriore controllo.

   Terminati i controlli, le liste dei potenziali beneficiari sono trasmesse alle autorità consolari italiane dei Paesi coinvolti le quali rilasciano, qualora ritenuto opportuno, dei “visti umanitari con validità territoriale limitata” (solo per l’Italia) ai sensi dell’art. 25 del Regolamento (CE) n. 810/2009 del 13 luglio 2009.

   Una volta arrivati in Italia, i profughi sono accolti dai promotori del progetto i quali, in collaborazione con altri partner, li ospitano in strutture disseminate sul territorio nazionale secondo il modello dell’“accoglienza diffusa” e offrono loro la possibilità di un’integrazione nel tessuto sociale e culturale, attraverso  l’apprendimento della lingua italiana, la scolarizzazione dei minorenni e altre iniziative.

Gli effetti sulla sicurezza dei corridoi umanitari

Questo metodo di accoglienza offre una piena sicurezza per chi arriva e per chi accoglie: i migranti evitano i “viaggi della morte” e di finire intrappolati nella rete dei trafficanti di esseri umani. Il Paese di ingresso, inoltre, può selezionare gli accessi attraverso gli attenti controlli effettuati dalle autorità preposte alla concessione dei visti.

Il progetto italiano

Il progetto “Apertura di corridoi umanitari” ha preso il via in Italia il 15 dicembre 2015  a seguito della firma di un Protocollo d’intesa tra la Comunità di Sant’Egidio, la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, la Tavola Valdese e il Governo italiano, ed è stato rinnovato il 7 novembre 2017.
Il progetto non pesa in alcun modo sullo Stato: i fondi per la sua realizzazione – dal sostegno economico per il trasferimento in Italia all’assistenza ai migranti una volta arrivati – provengono interamente dalle associazioni promotrici, in larga parte dall’otto per mille dell’Unione delle Chiese Metodiste e Valdesi e, per il resto, da altre raccolte e donazioni, come quelle arrivate a seguito di una campagna lanciata dalla Comunità di Sant’Egidio.
I corridoi umanitari attivati verso il Libano e il Marocco a seguito del Protocollo sottoscritto nel 2015 hanno permesso, nel biennio 2016- 2017, l’arrivo in Italia dal Libano di 1.000 richiedenti asilo, in prevalenza di nazionalità siriana. Il primo corridoio umanitario effettuato dopo il rinnovo del Protocollo nel novembre 2017 ha portato in salvo 30 persone sbarcate a Roma Fiumicino.

La nostra esperienza nel Villaggio SOS di Saronno

Il Villaggio SOS di Saronno accoglie dal 27 ottobre 2017 una famiglia siriana di dieci persone giunta in Italia attraverso i corridoi umanitari predisposti dalla Comunità di Sant’Egidio. Il periodo di accoglienza durerà 2 anni, tempo considerato utile per l’acquisizione della lingua italiana, l’integrazione nel territorio, il raggiungimento di un’autonoma sistemazione lavorativa e abitativa e, soprattutto, per la completa guarigione di uno dei bambini affetto da una grave malattia e in cura presso l’Ospedale di Monza. Il Villaggio SOS, senza alcun contributo economico pubblico, ha messo a disposizione della famiglia una casa e una rete di sostegno molto forte che l’accompagna in tutte le sfide e le difficoltà dell’integrazione.
La famiglia si è ben inserita nel Villaggio SOS e si sta abituando alla sua nuova vita. I bambini sono stati inseriti gradualmente in una scuola pubblica e, per garantire loro una più facile integrazione, vengono seguiti anche a scuola da un educatore. Di recente, poi, è nata la bambina di uno dei figli più grandi, giunto in Italia insieme alla moglie, e le è stato dato il nome di Salam, pace. Ora, dopo aver aiutato i membri della famiglia a concludere positivamente l’iter per l’ottenimento della residenza, la rete costituita dal Villaggio SOS ha come obiettivo principale quello di affiancare alcuni di loro, in particolare i ragazzi più grandi, nella ricerca di un lavoro.

I corridoi umanitari in Europa

L’iniziativa italiana si propone come modello replicabile nei Paesi dell’area Schengen. Il progetto dei corridoi umanitari ha ottenuto il plauso di diversi esponenti istituzionali, italiani e internazionali, nonché di leader religiosi, primi fra tutti Papa Francesco, e del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ed è stato insignito di prestigiosi premi, come la “Colomba d’oro per la pace”, il Premio “Terra e Pace”, il Premio “Giuseppe Dossetti” e il Premio giornalistico “Marco Luchetta”.
Corridoi umanitari sono stati realizzati anche da Francia e Belgio: due viaggi, sono stati effettuati verso Bruxelles dal Libano e dalla Turchia. Il 29 gennaio 2018 è stato effettuato dal Libano a Parigi un terzo viaggio che ha permesso a 40 persone di raggiungere la Francia in sicurezza.
L’obiettivo finale è consentire l’arrivo di 500 persone in Francia e di 150 persone in Belgio e, soprattutto, di coinvolgere al più presto altri Paesi europei.

L’appello delle ONG

Queste riflessioni hanno portato alcune importanti ONG – tra cui Amnesty International, Caritas Europa e Terre Des Hommes – a lanciare un appello alle istituzioni europee e agli Stati membri.
Partendo da una statistica dell’UNHCR e dello IOM secondo la quale più di 5.000 persone, solo nel 2016 sono morte o risultano disperse nel Mediterraneo, le ONG si rivolgono agli Stati membri delle Nazioni Unite affinché facciano del salvataggio di vite umane attraverso l’apertura e l’utilizzo di canali sicuri e legali una priorità.
Le ONG sottolineano, in particolare, come gli Stati europei abbiano a disposizione una vasta gamma di strumenti con cui garantire percorsi legali e sicuri di protezione – programmi di ammissione per motivi umanitari, visti umanitari, procedure di ricongiungimento familiare, ricollocamento dei migranti, ecc. – che permetterebbero ai migranti di non doversi affidare ai trafficanti di uomini e rischiare la vita o quella dei propri figli in viaggi della speranza condotti in condizioni disumane e ribadiscono come l’utilizzo di tali strumenti sia ancora troppo limitato. (da https://www.sositalia.it/news/)

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“PORTE APERTE: viaggio nell’Italia che non ha paura” (di Mario Marazziti, ed. PIEMME, ottobre 2019, euro 16,00)

“PORTE APERTE: viaggio nell’Italia che non ha paura” – L’ESPERIENZA DEI CORRIDOI UMANITARI, UN MODELLO DI INTEGRAZIONE CHE DÀ NUOVA VITA AI MIGRANTI E ALLE NOSTRE COMUNITÀ –   Porte aperte: della comunità, della propria casa, della mente. Le storie raccolte in questo libro iniziano così, da persone che, vincendo la diffidenza, hanno accolto in vario modo persone in fuga dalla guerra, dalle persecuzioni, dalla morte. Attraverso di loro la RETE DEI CORRIDOI UMANITARI promossi dalla COMUNITÀ DI SANT’EGIDIO, dalla FEDERAZIONE DELLE CHIESE EVANGELICHE e dalla CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA si è allargata ed è diventata il modello concreto e praticabile di una vera integrazione. MARIO MARAZZITI, esperto e protagonista di politiche sociali innovative, ha attraversato l’intero Paese, da Treviso a Palermo, visitando città e piccoli centri, per raccogliere esperienze di un tipo di accoglienza diffusa che funziona e non richiede finanziamenti pubblici e che, mentre offre una nuova vita ai profughi, fa rinascere anche le comunità locali intorno a un progetto comune.   NEL SUO VIAGGIO DÀ VOCE ALL’ITALIA CHE NON CEDE ALLA PAURA, non distoglie lo sguardo dalle sofferenze degli altri; a cittadini che a partire dalle ragioni della solidarietà e di un umanesimo profondo, hanno dato l’avvio a una significativa trasformazione sociale. E nella conclusione offre proposte operative per le politiche italiane ed europee. UN LIBRO DI STORIE AUTENTICHE che lasciano intravedere un futuro alternativo ai muri e ai porti chiusi e rappresentano l’antidoto alle narrazioni che impediscono di vedere nell’altro la somiglianza con noi stessi. (MARIO MARAZZITI, nato a Roma nel 1952, giornalista e scrittore, autore di diversi libri, è stato per anni editorialista per il Corriere della Sera, Avvenire, Famiglia Cristiana, Huffington Post e portavoce della Comunità di Sant’Egidio. Presidente del Comitato per i Diritti Umani e poi della Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati dal 2013 al 2018, è stato promotore e primo firmatario della legge di cittadinanza per i bambini immigrati (ius soli e ius culturae) e ha portato a termine, tra l’altro, la riforma delle professioni sanitarie, la legge di sostegno ai disabili gravi «Dopo di noi», e quella sul recupero degli sprechi alimentari. È cofondatore della Coalizione Mondiale contro la Pena di Morte.)

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da https://www.santegidio.org/

Ci siamo chiesti: come evitare le morti in mare di migliaia di persone, tra cui molti bambini?
La risposta è stata: creiamo dei…

CORRIDOI UMANITARI PER I PROFUGHI

   E’ un progetto-pilota, realizzato dalla Comunità di Sant’Egidio con la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, la Tavola Valdese e la Cei-Caritas, completamente autofinanziato.
Ha come principali obiettivi evitare i viaggi con i barconi nel Mediterraneo, che hanno già provocato un numero altissimo di morti, tra cui molti bambini; impedire lo sfruttamento dei trafficanti di uomini che fanno affari con chi fugge dalle guerre; concedere a persone in “condizioni di vulnerabilità” (ad esempio, oltre a vittime di persecuzioni, torture e violenze, famiglie con bambini, anziani, malati, persone con disabilità) un ingresso legale sul territorio italiano con visto umanitario e la possibilità di presentare successivamente domanda di asilo.
E’ un modo sicuro per tutti, perché il rilascio dei visti umanitari prevede i necessari controlli da parte delle autorità italiane.
Arrivati in Italia, i profughi sono accolti a spese delle nostre associazioni in strutture o case. Insegniamo loro l’italiano, iscriviamo a scuola i loro bambini, per favorire l’integrazione nel nostro paese e aiutarli a cercare un lavoro.
Da febbraio 2016 a oggi sono già arrivate quasi 2500 persone, siriani in fuga dalla guerra e dal Corno d’Africa.

 DOSSIER DEI CORRIDOI UMANITARI – aggiornato a giugno 2019. FREE DOWNLOAD
Come funzionano?
I corridoi umanitari sono frutto di un Protocollo d’intesa tra la Comunità di Sant’Egidio, la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, la Tavola Valdese, la Cei-Caritas e il governo italiano.
Le associazioni inviano sul posto dei volontari, che prendono contatti diretti con i rifugiati nei paesi interessati dal progetto, predispongono una lista di potenziali beneficiari da trasmettere alle autorità consolari italiane, che dopo il controllo da parte del Ministero dell’Interno rilasciano dei visti umanitari con Validità Territoriale Limitata, validi dunque solo per l’Italia. Una volta arrivati in Italia legalmente e in sicurezza, i profughi potranno presentare domanda di asilo.
Come sono finanziati?
I corridoi umanitari sono totalmente autofinanziati dalle associazioni che li hanno promossi.

SOSTIENICI CON UNA DONAZIONE

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DOSSIER SANT’EGIDIO SUI CORRIDOI UMANITARI:

https://www.santegidio.org/downloads/Dossier-Corridoi-Umanitari-20190627-web.pdf

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IL MEMORANDUM ITALIA-LIBIA SUI MIGRANTI DA RIVEDERE

Migranti in Libia – foto da NIGRIZIA

LAGER LIBICI: IMMAGINI FUNZIONALI ALLA SOTTOMISSIONE

di Gad Lerner, da Nigrizia (aprile 2019)

   La trasmissione televisiva Piazzapulita, condotta da Corrado Formigli, ha meritoriamente dedicato ampio spazio in prima serata a filmati dei centri di detenzione per migranti in Libia.

   Con testimonianze dei reclusi, ma anche con terribili scene di tortura e interviste ai carcerieri. Questi ultimi hanno tra l’altro rivendicato di essere, parole loro, proprietari di schiavi e sfruttatori di donne condannate alla prostituzione forzata.

   La diffusione di tali messaggi, naturalmente, non può essere avvenuta senza il beneplacito di questi criminali trafficanti, i quali peraltro coincidono spesso con le autorità di polizia. Per nulla disturbati dalla cattiva fama che gliene deriva, al contrario favoriscono la circolazione di immagini spaventose considerandole funzionali alla sottomissione dei loro prigionieri. Uomini e donne che arrivano in Libia già depredati di ogni loro avere durante il viaggio nel Sahel o nel Sahara, e che hanno già assistito a numerose morti violente o per stenti durante l’itinerario compiuto.

migranti in un centro di detenzione in Libia (da IL MANIFESTO)

   Ora si tratta di convincerli, attraverso l’intimidazione, che la loro unica speranza è di sottoporsi disciplinatamente a un duro periodo di lavori forzati gratuiti, la cui retribuzione consisterà, dopo sei mesi o un anno, in un passaggio su imbarcazioni malsicure verso la sponda nord del Mediterraneo.

   Sia ben chiaro. Non critico affatto Piazzapulita né gli altri media europei che hanno trasmesso quelle immagini. Tanto i migranti che affrontano il viaggio vengono comunque bombardati con sistematicità da quella propaganda del terrore che scorre in rete fino ai loro smartphone. È bene, dunque, che l’opinione pubblica dei nostri paesi ne sia messa al corrente, anche con l’oscena brutalità di quelle immagini.

   Nessuno potrà dire che non sapeva. Neanche quei governanti che continuano a vantarsi di avere fermato gli sbarchi. SONO GLI STESSI CHE DA UN QUARTO DI SECOLO HANNO BLOCCATO I CANALI DI IMMIGRAZIONE REGOLARI E SICURI (gli unici, tra l’altro, che consentono un controllo accurato su chi arriva) regalando ai trafficanti di esseri umani, contro cui levano grida ipocrite, il monopolio assoluto sulle rotte mediterranee.

   QUEI FILMATI CI RACCONTANO L’ESITO DEGLI ACCORDI DI FINANZIAMENTO E RIFORNIMENTO ALLA GUARDIA COSTIERA LIBICA, LA QUALE OPERA NOTORIAMENTE IN SIMBIOSI CON GLI SCHIAVISTI. Chi si vanta della diminuzione del numero di morti in mare, non solo tralascia di specificare che le traversate sono diventate molto più rischiose, ma soprattutto finge di ignorare l’aumento del numero dei morti nel deserto, e il crimine contro l’umanità che si consuma nei campi di concentramento. (Gad Lerner)

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Migranti riportati in Libia

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MEMORANDUM ITALIA-LIBIA

Che cos’è il memorandum Italia Libia sui migranti e perché fa discutere

Il patto sottoscritto da Minniti ha fatto crollare gli sbarchi ma ha sollevato problemi di natura umanitaria per il trattamento a cui i profughi sono sottoposti nei campi libici

di Claudio Del Frate, da https://www.corriere.it/ del 1/11/2019

   Il 2 novembre è scattato automaticamente il rinnovo del cosiddetto memorandum tra Italia e Libia sottoscritto nel 2017 dal governo Gentiloni con il capo del governo provvisorio di Tripoli Al Serraj per limitare gli sbarchi dal Nordafrica: un patto che ha effettivamente fatto crollare il flusso lungo la rotta centrale del Mediterraneo ma che al tempo stesso è stato oggetto di ripetute critiche (di organizzazioni umanitarie, di settori della politica) per il ruolo affidato alla Libia e per le violenze e le violazioni dei diritti a cui sono sottoposti i migranti trattenuti al di là del mare. Sia il ministro degli esteri Luigi Di Maio che la collega degli interni Luciana Lamorgese ritengono possibili modifiche al trattato e la prossima settimana è prevista una discussione in Parlamento ma il documento non verrà revocato.

Cosa dice il memorandum

L’accordo è figlio della situazione vissuta dall’Italia tra il 2015 e il 2017, quando l’arrivo di migranti dalla Libia e l’attività degli scafisti erano al loro apice. Nel 2016 gli arrivi erano stati oltre 160.000 con una punta di ben 12.000 in appena 48 ore (tra il 25 e il 27 giugno 2017). Il flusso era alimentato dal fatto che la Libia non esercitava da tempo alcuna sorveglianza sulle sue coste e su questo punto si innesta in via primaria l’accordo promosso dall’allora ministro degli interni Marco Minniti. Il memorandum impegna l’Italia ad addestrare la Guardia Costiera libica, a fornirle mezzi e fondi. Quanti? Secondo il dato fornito dalla ong Oxfam sono 150 milioni di euro in 3 anni, a cui ne vanno aggiunti altrettanti forniti dall’Unione Europea.

Il crollo degli sbarchi

Gli effetti dell’accordo sono immediati: già da luglio 2017 unità navali libiche cominciano a pattugliare la loro zona Sar di competenza (ben più ampia delle semplici acque territoriali) e a riportare indietro barconi e gommoni carichi di migranti. Il numero di sbarchi in Italia – secondo i dati rintracciabili sul sito del Viminale – crolla già nel 2017 a 111.000 che diventano 22.000 l’anno successivo. A ottobre 2019 gli arrivi sono 9.600. Secondo i calcoli dell’Ispi (Istituto di studi di politiche internazionali) dall’entrata in vigore dell’accordo oltre 38.000 migranti sono stati riportati in Libia, il 50% di quelli che partiti.

Ma la Libia non è «porto sicuro»

Bilancio positivo, dunque? Non proprio ed ecco apparire l’altra faccia della medaglia. Il personale della cosiddetta Guardia Costiera è costituito da componenti delle milizie protagoniste della guerra civile, l’utilizzo dei fondi stanziati non è trasparente e si teme vada ad alimentare traffici illeciti, la qualità dei soccorsi è scarsa: i numeri di telefono da chiamare spesso squillano a vuoto, chi risponde dall’altro capo del filo spesso parla solo arabo e non inglese. Ma soprattutto: in base alla convenzione di Ginevra e in base a sentenze della Corte Europea dei diritti dell’uomo la Libia non è considerata «porto sicuro» per i richiedenti asilo: organizzazioni umanitarie hanno più volte documentato le torture, le violenze, gli stupri, le terribili condizioni di vita a cui sono sottoposte le persone ferme nei cosiddetti centri di detenzione in attesa di imbarcarsi per l’Italia; concordi sono le testimonianze di chi è arrivato in Italia. La Ue, inoltre, vieta espressamente a navi battenti bandiera di uno Stato dell’Unione di riconsegnare migranti soccorsi in mare alla Guardia Costiera libica.

Quanti migranti in Libia? (Numeri discordi)

Un altro interrogativo riguarda il numero delle persone che attendono di prendere la via del mare verso l’Italia e l’Europa. In ripetute dichiarazioni il capo del governo di Tripoli Al Serraj ha minacciato di far arrivare in Italia 600.000 persone che si trovano nei suoi campi. Rapporti dell’intelligence italiana parlano invece di 5-8.000 migranti trattenuti in quei lager. Cifre oggettivamente troppo discordanti. In più, negli ultimi mesi la rotta del Mediterraneo è mutata: sempre più barche (e di dimensioni più piccole) arrivano non più dalla Libia ma dalla Tunisia.

Realpolitik o diritti umani?

La partita, dunque, dalla prossima settimana si sposta nel parlamento italiano. Sul fronte politico italiano, esponenti sia del Pd che del M5S chiedono la cancellazione del memorandum; altri ne auspicano modifiche, ad esempio attraverso l’apertura di strutture in Libia controllate da organizzazioni internazionali. La Ue ha però già escluso l’apertura di hotspot sotto il suo controllo. La contraddizione dunque si fa evidente: da un lato l’intesa è necessaria per ragioni di Realpolitik e per non far esplodere di nuovo il problema degli sbarchi; dall’altro l’Italia deve affidare il compito di «gendarme» a un partner come la Libia, preda di un’assoluta instabilità politica e militare e totalmente al di sotto degli standard umanitari. (Claudio Del Frate, da https://www.corriere.it/ del 1/11/2019)

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MIGRANTI, SCONTRO SUL NUOVO PATTO ITALIA-LIBIA: 25 DELLA MAGGIORANZA NON CI STANNO. MEDICI SENZA FRONTIERE: «MAQUILLAGE UMANITARIO»

31 Ottobre 2019, da https://www.open.online/ Continua a leggere

GEOGRAFICAMENTE in pillole – La CARTA GEOGRAFICA: è un’invenzione della realtà, non la rappresentazione – MAPPA come messaggio di chi la produce: realtà disegnata che nasce dalla personalità del cartografo, dai limiti imposti dall’editore, dal momento storico – L’Elemento Naturale liquido come rappresentato nell’ “ATLANTE GEOPOLITICO DELL’ACQUA”

(foto da http://www.expo2015.org/) – SE GLI ALIENI GUARDASSERO IL NOSTRO PIANETA, NON LO CHIAMEREBBERO TERRA. LO CHIAMEREBBERO ACQUA. Nel globo terracqueo l’azzurro elemento domina, anche se la porzione a disposizione degli uomini è minuscola e sta pure lentamente diminuendo. – L’acqua copre il 71 per cento della superficie della Terra, di cui il 97,5 per cento è salata, e occupa un volume enorme, un miliardo e mezzo di chilometri cubi. Tutte le acque del pianeta, degli oceani, dei fiumi, del sottosuolo e dell’atmosfera, sono connesse tra loro. Ovunque le acque circolano e si rinnovano nel tempo. I tempi medi di questo scorrere sono davvero diversi. Una singola molecola d’acqua permane nelle più profonde falde sotterranee in media per millenni; negli oceani si prolunga per centinaia d’anni; in atmosfera non supera i 4 giorni. (da http://www.expo2015.org/ )

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GLI ACQUIFERI DEL PIANETA – da Atlante Geopolitico dell’Acqua, Hoepli ed. 2019

PER FAR LA CARTA CI VUOLE IL LEGNO

di RICCARDO PRAVETTONI, da https://www.ilpost.it/ del 27/9/2019

   La carta geografica, la mappa, intesa come strumento della disciplina cartografica, è oggetto della più o meno consapevole e sicuramente irresistibile fascinazione da parte dell’Uomo di tutte le epoche e di (quasi) tutte le culture. Ed è anche uno degli oggetti la cui definizione è allo stesso tempo estremamente semplice e universale quanto ampia e inclusiva. In Italia la si chiama spesso “cartina”, un diminutivo che oltre a far innervosire i geografi evoca la mancanza di una vera tradizione cartografica contemporanea. Lo si vede nelle edicole, negli insegnamenti universitari, o lo si sente se si è fatta un’esperienza di studio o lavoro in altri Paesi europei come la Francia o la Gran Bretagna in cui la carta ha un ruolo notevole in quello che oggi viene chiamato information design.

   Cos’è allora una mappa, una carta? Per quanto mi riguarda è “un formidabile dispositivo ontologico”(1). Produce significato, inventa la realtà anziché semplicemente rappresentarla, e quindi si presta a quella sostituzione tra oggetto e soggetto che manda in confusione la modernità. Prima vittima illustre: Cristoforo Colombo, che nega l’evidenza perché una delle carte migliori dell’epoca diceva il contrario di quello che i suoi occhi videro. Semplificando di moltissimo le cose, la mappa è quell’artefatto di natura umana e a vocazione divina (alla quale cioè crediamo incondizionatamente e a volte contro l’evidenza empirica) che ci dice cosa esiste e cosa non esiste. Nel gergo anglosassone l’espressione “you are not on the map” rivela quanto potente sia l’ontologia cartografica: per esistere nella realtà un oggetto deve prima esistere sulla carta geografica. Seguendo il ragionamento inverso, cosa c’è di più facile allora se non cambiare la carta per cambiare la realtà? Ce lo ha dimostrato Donald Trump qualche giorno fa improvvisandosi cartografo, pennarello alla mano, e cambiando la rotta dell’uragano Dorian.

LAGO CIAD, prosciugato dal clima e inondato dal conflitto (da Atlante Geopolitico dell’Acqua, Hoepli ed. 2019)

   La carta è un arte-fatto, un dispositivo la cui realizzazione per secoli è stata legata alla produzione artistica (da qui uno dei vari aspetti della fascinazione che esercita) e tantissimi sono gli esempi di carte realizzate da personaggi passati alla storia come artisti piuttosto che come cartografi (con l’eccezione di Leonardo, al quale l’etichetta di artista va sicuramente molto stretta attorno al polso del suo genio). Similmente a un dipinto la mappa è fatta di elementi retorici visuali che anche se utilizzati con modalità e tecniche differenti sono gli stessi utilizzati dal pittore, dall’illustratore o in tempi più recenti dal grafico.

   Una mappa è fatta di punti e di linee, di superfici nello spazio (ne dovrebbe sapere qualcosa Kandinsky) e di forme, di colore e di texture, di contrasto e saturazione, di luce e prospettiva. E di nomi, a indicare simboli e convenzioni. Allo stesso modo di un’illustrazione la mappa esprime un’intenzione – se vogliamo politica – un messaggio implicito e uno esplicito.

   Il primo è dovuto al fatto che la mappa è creazione umana, quindi per natura soggettiva: il cartografo opera una selezione delle informazioni da rappresentare e taglia la realtà a suo piacimento, procedendo per sottrazione cosi come fa lo scultore che parte da un blocco di legno massiccio.

   Il secondo è dato dal contenuto mostrato dalla mappa (soprattutto dalle mappe tematiche contemporanee) in cui la base cartografica, il planisfero o qualsiasi altra forma terrestre, serve da palcoscenico per l’informazione che si mette in scena, per la narrazione che ci si costruisce sopra. Se i punti in comune tra cartografia e illustrazione sono molti, una distinzione spicca tra tutte: la carta ha bisogno di un’informazione precostituita. Sia questa quantitativa o qualitativa, geo-referenziata (relative a un sistema di coordinate) oppure no, la mappa mostra un’informazione acquisita a priori; l’informazione è contemporaneamente inizio e fine (nel senso di obiettivo) di una rappresentazione cartografica.

Land water grabbing (da Atlante Geopolitico dell’Acqua, Hoepli ed. 2019)

   Tra informazione e aspetto estetico della mappa esiste una relazione diretta e indivisibile suggellata dal cartografo. Il segno scelto per la rappresentazione di un certo tipo di dato, il colore, lo spessore della linea o la sua visibilità rispetto al suo intorno determina l’informazione stessa, l’efficacia della comunicazione, il suo aspetto cognitivo, le intenzioni e le implicazioni politiche.

   Partendo dalle stesse informazioni due cartografi diversi produrranno due mappe diverse a seconda del loro trascorso, delle loro opinioni personali, dei limiti imposti dal loro editore, della cultura in cui operano, del peso che l’argomento che stanno affrontando ha nella loro scala di valori personale e così via. Ognuno di questi aspetti impone una scelta, una selezione, una presa di posizione più o meno parziale e consapevole.  Obbliga cioè il cartografo a scolpire legno per ricavare carta.

   Attrezzi alla mano (quelli del pittore, dello scultore, dell’illustratore, del critico, del giornalista…) la carta prende forma e si rivela uno straordinario mezzo di comunicazione che racchiude in se una quantità “selezionata” e compressa di informazioni messe insieme per raccontare un determinato evento.

   In una singola pagina (stampata o su schermo) la mappa può racchiudere decine di resoconti, centinaia di tabelle, un rapporto tecnico di parecchie pagine sul cambiamento climatico o il resoconto di viaggio di trenta migranti che hanno attraversato il Sahara e la Libia per arrivare in Europa, e lo fa consapevole del fatto che per mostrare quelle informazioni, per raccontare quella storia li, è probabilmente il mezzo più adatto.

   Poi certo, si regge quasi tutto sull’accuratezza dell’informazione, la correttezza del metodo e la buonafede del cartografo. Come per ogni altro prodotto d’informazione. (Riccardo Pravettoni)

(1)Farinelli, F., Geografia, Einaudi 2003

L’Atlante Geopolitico dell’Acqua, di Riccardo Pravettoni, Emanuele Bompan, Federica Fragapane e Marirosa Iannelli, è stato pubblicato nel settembre scorso dalla casa editrice Hoepli

ATLANTE GEOPOLITICO DELL’ACQUA: WATER GRABBING, DIRITTI, SICUREZZA ALIMENTARE ED ENERGIA – UN VIAGGIO VISIVO E DI RICERCA attraverso il concetto di bene comune e diritto umano all’acqua negli eterni confiitti per l’oro blu, tra accaparramento, trasformazioni dell’energia e analisi degli sprechi. L’ACQUA È ELEMENTO INDISPENSABILE per la vita sulla Terra: una risorsa preziosa da sempre oggetto di contese, confiitti e depauperamento; QUESTO LIBRO È UN ATLANTE NEL SENSO CONTEMPORANEO del termine: tematico e geopolitico, fortemente orientato all’information design e alla sensibilizzazione su un tema molto chiaro: il diritto all’acqua è il futuro del pianeta. In 14 capitoli si intrecciano FOTO DI REPORTAGE D’AUTORE, INFOGRAFICHE E MAPPE per raccontare in chiave geopolitica LE MAGGIORI CRITICITÀ LEGATE AI SISTEMI IDRICI: il CICLO dell’acqua; l’acqua INTORNO A NOI; i GRANDI FIUMI; i GRANDI LAGHI; MARI e OCEANI; i CAMBIAMENTi climatici; l’acqua virtuale; AGRICOLTURA e sicurezza alimentare; una goccia elettrica; i GRANDI SBARRAMENTI; water grabbing e DIRITTI UMANI; salute e igiene; l’ACQUA in bottiglia.

GLI AUTORI

Emanuele Bompan Giornalista ambientale e geografo. È direttore responsabile di “Renewable Matter” e i suoi pezzi appaiono su “La Stampa”, “il Sole24Ore”, “Linkiesta”, “LifeGate” e “Oltremare”. Collabora con l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS) e il Water Grabbing Observatory.


Federica Fragapane Information designer. I suoi progetti sono stati pubblicati su “Corriere della Sera – La Lettura”, “La Stampa”, “BBC Science Focus”, “Scientific American”, “Wired US” ed “El País”. Ha collaborato con le Nazioni Unite e lavorato a progetti editoriali per National Geographic Kids e Penguin Books USA.


Marirosa Iannelli Presidente di Water Grabbing Observatory e progettista ambientale specializzata in cooperazione internazionale e water management. Sta svolgendo un dottorato di ricerca europeo con un progetto su cambiamenti climatici e governance delle risorse tra Africa e Sudamerica.


Riccardo Pravettoni Geografo e cartografo, lavora per il Norwegian Center for Global Analyses (RHIPTO). Co-autore del rapporto IPCC sul clima, collabora con Le Monde. Ha pubblicato i suoi lavori su “The Guardian”, “Le Monde Diplomatique”, “El País”, “L’Obs”, “Il Post” e “La Stampa”.

L’ITALIA DEI GHETTI (e delle PERIFERIE dimenticate) – Luoghi che, pur nelle criticità, rappresentano quasi sempre una popolazione giovane che vuole migliorare la propria condizione, che cerca un futuro – Lo SQUILIBRIO GEOGRAFICO di un Paese che ha istituzioni urbane superate, incapaci di governare i Territori

PALERMO, QUARTIERE SAN FILIPPO NERI. Più noto con il famigerato acronimo di ZEN, concentra almeno 22.000 persone in due grandi conglomerati di edilizia pubblica a Nord di Palermo. (Riccardo Venturi per Save the Children) – da http://www.avvenire.it/

   La periferia è il tema dominante di questa epoca. Nell’ormai consolidato spostamento globale delle persone dalle campagne (che è un termine generico: possono essere aree rurali, zone pedemontane, monti, colline, pianure ad insediamento sparso…) verso le città, anziché consolidare la (vincente) cultura urbana, hanno creato ed espanso “periferie”.
Fenomeno cresciuto nei paesi ricchi (quelli europei, ci riferiamo in particolare) nei primi anni ’90 del secolo scorso (con la fine del blocco USA-URSS) con l’inizio dell’arrivo di immigrati dal sud del mondo e dall’Europa dell’est. Le periferie sono così fortemente cresciute.

LA COMMISSIONE PARLAMENTARE DI INCHIESTA SULLE CONDIZIONI DI SICUREZZA E SULLO STATO DI DEGRADO DELLE CITTÀ E DELLE LORO PERIFERIE si è costituita il 25 novembre 2016, ed ha concluso i lavori il 14 dicembre 2017. La Commissione ha tenuto 32 riunioni plenarie, nel corso delle quali sono stati sentiti soggetti istituzionali ed esperti, associazioni e comitati rappresentativi di realtà territoriali, e ha inoltre effettuato 12 missioni in alcune Città metropolitane, di cui quattro a ROMA, poi a BARI, BOLOGNA, GENOVA, MILANO, NAPOLI, PALERMO, TORINO e VENEZIA. Secondo i dati Istat elaborati per la Commissione, su 21,9 milioni di italiani che abitano nelle 14 città metropolitane ben il 71%, cioè 15,5 milioni, risiedono in quartieri geograficamente periferici. Da un altro punto di vista, invece (sempre dati Istat), il 34% della popolazione delle grandi città vive in quartieri con alto potenziale di marginalità economica e sociale.

   Fenomeno poi, da noi, aumentato con un certo decadimento economico dalla seconda metà del 2000: i vuoti lasciati dalla dismissioni industriali (i capannoni abbandonati ad esempio nel Nordest italiano…), e nei centri storici i palazzi in degrado, e lungo le strade l’abbandono di edifici a volte anche di antica buona fattura (ma che adesso risulterebbero invivibili e non ristrutturabili, per troppo traffico vicino, o perché così in degrado che ogni demolizione e rifacimento non è economicamente compatibile da parte dei proprietari).
Pertanto periferie fatte di mega condomini, desolanti, e dall’altra quartieri in uno stato di cattivi servizi sociali, questo in particolare nelle grandi città; ma questo sta avvenendo anche nelle città medie di provincia, che dominano il panorama urbano italiano.

LA COMMISSIONE PARLAMENTARE DI INCHIESTA SULLE CONDIZIONI DI SICUREZZA E SULLO STATO DI DEGRADO DELLE CITTÀ E DELLE LORO PERIFERIE HA POPOSTO OTTO LINEE DI AZIONE per fare delle periferie una priorità nazionale: 1- UN COORDINAMENTO UNITARIO da parte dello Stato, 2-PROGRAMMI SPECIALI PER DIECI ANNI con almeno due miliardi di euro a disposizione all’anno, 3-IL RITORNO DELLE POLITICHE PUBBLICHE PER LA CASA (anche qui con nuovi fondi), 4-UNA RIFORMA URBANISTICA NAZIONALE, 5-POLITICHE DELLA SICUREZZA che coniughino rigore (su occupazioni abusive, campi Rom, criminalità organizzata), 6-POLITICHE DI INTEGRAZIONE e POLITICHE ATTIVE DI INCLUSIONE SOCIALE (con la creazione di Agenzie sociali di quartiere), 7-INCENTIVI PER IMPIANTARE ATTIVITÀ ECONOMICHE nei quartieri difficili (sconti fiscali o finanziamenti), 8-FORME STABILI DI COINVOLGIMENTO DEI CITTADINI

   E poi ci sono i tanti medio-piccoli paesi (quasi ottomila), sparsi diffusamente (a volte lungo le strade, a volte con centri storici di nobile tradizione…) che non sopravvivono più all’avanzare delle nuove post-moderne attività (di produzione manifatturiera robotizzata, di scuole di alta formazione, di ospedali specialistici, di servizi del terziari avanzato…) sempre più innovative, che solo alcune città medio-grandi riescono ad offrire (non tutte: Milano sì, altre no).

IL LIBRO – GOFFREDO BUCCINI – GHETTI (L’ITALIA DEGLI INVISIBILI: LA TRINCEA DELLA NUOVA GUERRA CIVILE) (ed. Solferino) – In Italia si combatte ormai da anni UNA GUERRIGLIA CIVILE TRA CITTADINI DIMENTICATI. Lo Stato sembra aver perso sovranità su vaste aree del territorio nazionale: ghetti urbani dove tutto può accadere, buchi neri della nostra convivenza nei quali gli unici vincitori sono il degrado e la criminalità vecchia e nuova. Solo quando il conflitto sociale tra ultimi e penultimi è deflagrato, la politica ha cominciato a prestarvi attenzione. (…) Destra e sinistra per vent’anni non hanno neppure provato a intervenire seriamente, come se non fosse chiaro che LE PERIFERIE (NON SOLO GEOGRAFICHE) SONO LA VERA TRINCEA DELLA DEMOCRAZIA. Le nuove forze populiste hanno infine evocato il problema, ma i primi atti del loro governo sembrano andare in senso contrario alla soluzione. (…) GOFFREDO BUCCINI racconta la sua discesa nel lato oscuro del Paese: un VIAGGIO DA NORD A SUD fatto di storie drammatiche e personaggi memorabili; con quindici milioni di italiani «periferici».

   Ma dappertutto, anche nelle città più tecnologicamente avanzate (Milano…), nascono continuamente “abbandoni urbanistici”, ghetti, periferie degradate…. E la PERIFERIA la troviamo sì nelle medie grandi città, ma contemporaneamente c’è nel disagio di migliaia di piccoli comuni che sono diventati tutti interamente “periferie”: perché, ad esempio, non offrono opportunità alla popolazione giovanile che lì risiede, non c’è formazione, ricerca del nuovo, nessuna novità, niente…. E hanno un trend di vita quotidiana sonnolento, pigro, senza prospettive… (mentre tutto, il mondo, appare in movimento, in trasformazione).

NUOVE PERIFERIE: edifici in abbandono lungo le strade

   Nei medi e piccoli paesi, lungo le strade, sorgono strutture del commercio, degli acquisti, che poi saranno inesorabilmente (molte di esse) destinate a chiudere, perché troppe e sovradimensionate, come I TANTI IPERMERCATI alla conquista appunto delle periferie… (e non parliamo dello spreco del territorio).

Roma, condomini, periferia

   Insomma, SI STA MANIFESTANDO UN DISAGIO URBANO, SOCIALE, GEOGRAFICO, diffuso non solo nelle medio-grandi città ma anche nei piccoli paesi.
Il potere politico, delle amministrazioni comunali, sembra avere poche idee e strumenti inadeguati per agire, per sviluppare progetti specifici di integrazione della popolazione, delle attività economiche, commerciali… (per questo noi insistiamo sulla necessità di accorpare i comuni medio-piccoli in nuove città, dare volti geografici e poteri nuovi e più autorevoli agli enti locali…).

Padova e la periferia diffusa a NordEst (foto da http://www.archphoto.it/)

   Fa specie che in queste immense e variegate periferie vi sia collocata (ci abita) la popolazione più giovane; e poi tante persone che cercano un futuro (giovani coppie, single…), che guardano con speranza a una prospettiva di vita e di crescita (in quei luoghi inadeguati). Pertanto le periferie, pur nelle criticità rappresentano la popolazione che vuole migliorare la propria condizione, le persone che cercano un futuro migliore.

La dottoressa Lucia Ercoli, fondatrice dell’associazione Medicina solidale, durante un intervento in un campo rom di ROMA. Medicina solidale opera dal 2004 in diverse aree della periferia romana a favore delle persine svantaggiate e escluse dall’assistenza sanitaria. (Riccardo Venturi per Save the Children) – da http://www.avvenire.it/

   Ogni progetto o idea politica per superare l’abbandono e il degrado crescente, necessita di riuscire a coinvolgere chi abita in queste periferie: riuscire a mettersi a parlare con gli abitanti, per capirne le necessità e realizzare insieme modelli insediativi in cui fare vivere bene tutti (persone e comunità).

Aree dismesse (capannoni abbandonati)

   Non c’è urbanista, architetto, pianificatore autorevole, politico serio e preparato, che non sia d’accordo con la necessità di dare nuova e diversa vita a questi luoghi abbandonati (superare i ghetti, l’essere periferia…), prospettando operazioni di coraggio ma in ogni caso coinvolgendo chi ci vive: non far vivere passivamente ogni trasformazione (a chi dovrà invece esserne protagonista): far partecipare il più possibile la comunità al “cambiamento” iniziando quell’operazione di RAMMENDO DELLE PERIFERIE (termine usato da Renzo Piano, che dice che «le periferie sono la città del futuro, quella dove si concentra l’energia umana e quella che lasceremo in eredità ai nostri figli. C’è bisogno di una gigantesca opera di rammendo e ci vogliono delle idee. Un rammendo che coinvolge le periferie attraverso la rigenerazione urbana» (citiamo qui da un articolo di Ugo Leone, professore di Politica dell’Ambiente, articolo di seguito riportato in questo post).
Vi proponiamo degli spunti, delle riflessioni, ripromettendoci di trattare l’argomento per ciascuno dei possibili punti specifici che possono essere progetti di rigenerazione delle periferie (ed eventualmente il Vostro contributo sarà più che gradito alla trattazione del tema). (s.m.)

edifici storici abbandonati (Bologna)

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PERIFERIE, LA RIGENERAZIONE NECESSARIA

di Ugo Leone (già professore ordinario di Politica dell’Ambiente presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Napoli “Federico II”. Presidente del Parco nazionale del Vesuvio), da “la Repubblica” del 22/1/2019
(….) L’attenzione sulle periferie napoletane e della loro sostanziale invivibilità, può essere avviato a soluzione solo con la partecipazione. Della gente che le abita, innanzitutto, ma anche da chi può e deve dare una mano.
È quella che si definisce “URBANISTICA PARTECIPATA” della quale viene considerato il “padre” l’architetto belga LUCIEN KROLL, il quale nel progettare un “ECOQUARTIERE” parlava con gli abitanti, per capirne le necessità e realizzare modelli insediativi in cui fare vivere bene individui e comunità. Continua a leggere

Notte Europea della Geografia 2019

Venerdì 5 aprile si terrà in tutta Europa la Notte Europea della Geografia 2019. L’evento geografico, ideato nel 2017 dal Comitato Nazionale Francese di Geografia e promossa da EUGEO, consiste in una costellazione di eventi sincroni che coinvolgono team di ricerca, laboratori, associazioni e appassionati. Per un giorno geografe e geografi di tutta Europa mostreranno al grande pubblico alcune delle attività di ricerca e didattiche, in cui sono quotidianamente impegnati.
La Notte mira a migliorare la visibilità e l’incisività della geografia e dei geografi nei confronti del grande pubblico e dei media, comunicando meglio il sapere geografico e la valenza della Geografia per la formazione a “tutto tondo” dei cittadini.

A livello nazionale la Notte è coordinata dall’Associazione dei Geografi italiani (AGEI) in collaborazione con altri enti e associazioni. Gli eventi e le attività proposte dai gruppi di ricerca e dalle associazioni italiane sono oltre 50 e si svolgono in tutta Italia. È stata inoltre redatta una mappa online dove è possibile consultare tutti gli eventi.

 

Il Master in GIScience e Sistemi a Pilotaggio Remoto in collaborazione con il progetto UniPadova Sostenibile dell’Università di Padova, il Dipartimento di Ingegneria Civile Edile ed Ambientale (DICEA), il Museo di Geografia del Dipartimento DiSSGeA, il Dipartimento DSEA, il Dipartimento di Geoscienze, il Dipartimento DAFNAE, le Associazioni Geograficamente e GIShub (Padova), l’Associazione AIIG Veneto, il progetto Spedizione A.M.A.Z.O.N.Y.A. (in collaborazione con National Geographic), l’iniziativa culturale degli studenti GIS and Science, i progetti innovativi Walls and Rivers e Unipedala e i progetti Europei Map4youth e MyGeo, propongono per tutta la giornata diversi laboratori, attività, dibattiti ed eventi totalmente gratuiti, aperti a grandi e piccoli e a tutti gli studenti universitari.

Durante la giornata non potrà mancare il volo con un drone che, alle 15.00, si alzerà su Porta Portello per ammirare dall’alto uno dei quartieri che ospitano alcune sedi dell’Università di Padova. Quest’anno la Notte della Geografia padovana darà spazio anche ai diritti delle persone diversamente abili: l’Associazione Geograficamente accompagnerà tutti coloro che vorranno partecipare nella mappatura, tramite smartphone, dei luoghi accessibili in sedia a rotelle.L’obiettivo è quello di aggiornare la cartografia opensource OpenstreetMap, prestando attenzione a chi si muove in sedia a rotelle.

Dalle 16.00 spazio anche ai più giovani, con il Mini Geo-Lab aperto a tutti i bambini e ragazzi dai 4 ai 12 anni, per avvicinarsi al mondo della geografia giocando! Con “Padova underground” si andrà in esplorazione della Padova sotterranea e a camminare sul mound di origine antropica, costituito da depositi archeologici di età compresa tra l’età del Ferro e il Medioevo e spessi fino a 5-7 metri. La serata vedrà la presentazione del progetto Spedizione A.M.A.Z.O.N.Y.A. (“A.M.A.Z.O.N.Y.A. – Monitoring gas flaring impacts in the Yasuní Biosfere Reserve”), progetto   selezionato dalla National Geographic con cui il gruppo di ricerca Territori delle diversi ecologiche e culturali del Dipartimento ICEA accompagnerà tre studenti di Scienze Naturali, ora laureati, partire per l’Amazzonia ecuadoriana a mappare vecchi e nuovi siti industriali di gas flaring. L’esplorazione mira alla mappatura dei siti di gas flaring nell’area di influenza della Riserva della Biosfera Yasuní utilizzando immagini satellitari, analisi con i Sistemi Informativi Geografici, mappatura sul campo e misure ambientali. Contemporaneamente, presso il Museo di Geografia, si svolgerà l’evento IN VINO VARIETAS, dove sarà offerta ai partecipanti una degustazione ragionata di vini che introduca alla lettura geografica del prodotto attraverso delle riflessioni che approfondiscano i metodi di vinificazione, le zone di produzione e le proprietà dei vini. Alle 20.00, sempre dal Museo di Geografia, partirà la passeggiata per le vie del centro con l’evento Camminando per Padova ho incontrato il mondo, alla scoperta di luoghi o simboli che testimoniano la presenza di altre culture provenienti da varie parti del mondo con le quali siamo in continua relazione o che caratterizzano una parte di città. L’evento, promosso da AIIG Veneto e dall’associazione culturale Play, sarà accompagnato dal sound della Funk Fara Street Band. Durante la giornata spazio anche alla sostenibilità urbana presso il Laboratorio Drones for Good. Nel pomeriggio con il progetto innovativo degli studenti Unipedala (DSEA) si realizzerà un’escursione organizzata in bicicletta, dove, attraverso l’uso di geoapp, si prenderà traccia del percorso e di altri elementi di interesse per caratterizzare lo stato della ciclabile. A partire dalle 21.00 spazio agli eventi “Quanto verde c’è a Padova?”, in collaborazione con il progetto innovativo Walls and Rivers (DAFNAE) e l’evento Maphaton Map4youth. Quest’ultimo evento fa parte del progetto europeo Map4youth che si pone l’obiettivo di favorire la cittadinanza attiva tra giovani cittadini ed i decisori politici della città di Padova, con particolare attenzione al ripensamento e riqualificazione degli aree degradate nel Comune di Padova.

A questo link è possibile visualizzare nel dettaglio tutti gli eventi della Notte della Geografia di Padova e iscriversi agli eventi (si ricorda che gli eventi sono gratuiti ma è necessaria l’iscrizione). Per rimanere aggiornati è possibile inoltre collegarsi all’evento facebook della #GeoNight.

 

 

 

UNIONE EUROPEA in difficoltà dopo le ELEZIONI del prossimo 26 maggio? – Un pensiero antieuropeo pare dominare i Paesi dell’Unione (in crisi economica)… – L’APPELLO: FATE L’ERASMUS (estendiamolo) E NON LA GUERRA (tra Stati): un buon viatico alle previsioni negative al processo di integrazione europea?

LE ELEZIONI EUROPEE ALL’ORIZZONTE POTREBBERO ESSERE LE PIÙ POLITICIZZATE e MENO PARTECIPATE di sempre, e quello che ne emergerà sarà probabilmente il PARLAMENTO EUROPEO più frammentato di sempre. Che a una campagna elettorale molto politicizzata seguano elezioni poco partecipate è piuttosto insolito: normalmente alle elezioni nazionali a maggiore politicizzazione corrisponde anche maggiore partecipazione. IL VOTO EUROPEO DI QUEST’ANNO SARÀ INOLTRE CONTRADDISTINTO DALLA NASCITA E DALLA PROGRESSIVA ASCESA DI UN NUTRITO GRUPPO DI PARTITI NAZIONALISTI ED EUROSCETTICI in diversi Paesi dell’Unione, che sono riusciti a riportare il dibattito sull’Europa non soltanto al centro dell’agenda politica, ma anche all’attenzione degli elettori. Ciononostante, se alle prime elezioni del Pe NEL 1979 VOTÒ IL 63% DEGLI ELETTORI e 15 anni più tardi, nel 1994, l’affluenza si era contratta solo di poco, toccando il 57%, nel giro dei successivi 15 anni il tasso di partecipazione è calato di altrettanti punti (43,2% nel 2009), e nel 2014 si è attestato più o meno sulla stessa cifra. (Matteo Villa, da ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), http://www.ispionline.it/it/pubblicazione/ 21/2/2019) (foto dala campagna di comunicazione istituzionale promossa dal Parlamento Europeo)

   Sono trascorsi quarant’anni dalle prime elezioni dirette del parlamento europeo a suffragio universale. Tra il 23 e il 26 maggio 2019 circa quattrocento milioni di europei saranno chiamati alle urne per eleggere i loro rappresentanti a Strasburgo.

  E queste elezioni saranno sicuramente diverse dalle altre: fortemente politicizzate con la presenza di forze politiche cosiddette “sovraniste”, cioè fortemente nazionaliste, che guardano al loro Paese e criticano in modo forte (più o meno indiretto, più o meno esplicito) il progetto dell’Unione europea. Ma è anche probabile che questa forte politicizzazione non corrisponda a una partecipazione granché superiore alle altre volte: cioè con una partecipazione al voto sempre più bassa, nel disinteresse generale. Ed è comunque sicuro che il prossimo parlamento europeo (cui si vuole e si sta dando sempre più maggiori poteri e rilevanza politica), sarà il parlamento più frammentato di sempre.

SE OGGI SI VOTASSE IN GRAN BRETAGNA PER UN SECONDO REFERENDUM SULLA PERMANENZA DEL REGNO UNITO NELL’UNIONE EUROPEA, LA MAGGIORANZA DEI CITTADINI BRITANNICI VOTEREBBE PER RIMANERE. Questo dicono tutti i sondaggi, da più di un anno a questa parte. Non parliamo di un divario stratosferico tra BREMAINERS e BREXITERS, sia chiaro, ma bisogna partire da qui per capire cosa succederà, quale delle due strade – NO DEAL o SECONDO VOTO – sarà intrapresa, DOPO LA TERZA BOCCIATURA DI FILA DELL’ACCORDO negoziato tra Theresa May e la Commissione Ue. (….) (30/3/2019 – da https://www.linkiesta.it/) (foto: La premier britannica Theresa May insieme al presidente della commissione Ue Jean-Claude Juncker)

   Quasi sempre non si percepisce quanto è stato fatto per un’Europa sempre unita, e che ha migliorato la qualità del nostro muoverci, spostarci, avere rapporti più ampi: vengono in mente la moneta comune, l’euro, adottata finora da 19 Paesi (introdotta nel 2002 dopo più di 40 anni di trattati, negoziati e preparativi); e vengono in mente le frontiere “libere” con il Trattato di Schengen (attuato tra i maggiori paesi continentali europei nel 1995, e poi allargatosi con l’apertura di frontiere di altri Paesi).

Secondo la rilevazione EUROBAROMETRO (nel giugno 2018), i sentimenti antieuropei sono in netto calo in quasi tutti i paesi dell’Unione e la maggioranza degli europei ritiene che l’affiliazione all’UE sia un fattore positivo per la propria nazione. L’Italia tuttavia è il fanalino di coda dell’europeismo.
Il 60% dei cittadini europei, dinnanzi alla domanda “in generale, pensi che l’appartenenza all’Europa Unita del tuo paese sia…” risponde con “un fatto positivo”. Un sentimento quindi di prevalente fiducia nell’UE, che risulta dominante soprattutto nei paesi del centro-nord Europa con il Lussemburgo in prima posizione (85% di risposte positive) seguito da Irlanda ed al terzo posto parimerito da Germania e Olanda, con il 79% di europeisti. Quasi tutti i paesi fondatori si mantengono sopra la media a 28, con due eccezioni: la Francia con solo il 55% di pro-EU – nonostante il presidente Macron ultraeuropeista, – e proprio l’Italia che è addirittura terz’ultima assoluta (39% di europeisti) davanti solo a Rep. Ceca e Croazia. (da http://sondaggibidimedia.com/eurobarometro )

   Dicevamo, non è solo questo di positivo: altri temi e “modi di vita” sono diventati concreti: il libero commercio, regole comuni, il controllo degli standard di qualità legislativi e regolamentari fra stati, la legislazione più attenta all’ambiente e alla salute, all’alimentazione…. e poi interessanti coinvolgimenti su progetti europei della popolazione, come l’Erasmus per gli studenti….
Tutte cose che ti fanno dire che se vai a Barcellona, a Parigi, a Berlino e in tanti altri posti “non vai all’estero” (parola superata) ma sei in Europa, vai in Europa.

L’IDENTITÀ EUROPEA, di TZVETAN TODOROV (ed. Garzanti, aprile 2019, tascabile 94 pagine, euro 4,90) – Questo scritto di TZVETAN TODOROV ci ricorda l’importanza di riscoprire le radici dell’Europa e incoraggiare, proprio a partire da queste, un’adesione sempre più salda e consapevole al PROGETTO EUROPEO. Scrive Todorov: «L’identità della cultura europea consiste nella sua maniera di gestire le diverse identità che la costituiscono a livello regionale, nazionale, religioso e culturale, accordando loro uno statuto nuovo e traendo profitto da questa stessa pluralità». LA PLURALITÀ DI CULTURE è infatti per l’Europa allo stesso tempo un’eredità e una prospettiva, e una sua «gestione oculata» è l’unica base possibile per garantire, attraverso una coesistenza pacifica e inclusiva, la costituzione di un’unità civile e durevole.

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   E’ vero che ci sono cose che non si riescono a capire: in particolare sprechi di una burocrazia europea che si è creata, che si somma agli sprechi “nostri”, delle Regioni, dello Stato centrale. E questo non va bene. Però l’Unione europea ci ha aperto le menti ad altre prospettive; e possiamo guardare alla globalizzazione (e ai moloch mondiali come la Cina e gli USA, ma anche altri -la Russia e le aree geopolitiche di crisi del pianeta-), possiamo, potremmo, guardare a tutto questo con maggiore speranza di contare qualcosa.

I PADRI FONDATORI (da http://www.romanoprodi.it/ )

   Un’Unione europea che tanti cambiamenti ha fatto, e che però ora si trova in mezzo a un guado, per superare il quale servono una nuova forza di volontà politica; e guardare positivamente al futuro con passi in avanti necessari, in campo economico, sociale, delle istituzioni, per costruire un’Europa che sia davvero comunità federale, democratica e solidale. Sennò tutto sparisce, tutto torna come prima, peggio di prima.

EUROPA NONOSTANTE TUTTO (Antonio Calabrò, Maurizio Ferrera, Piergaetano Marchetti, Alberto Martinelli, Antonio Padoa-Schioppa, ed. “La Nave di Teseo”, collana “Le onde”, aprile 2019, pagg. 152, euro 10,00) – A metà tra SAGGIO DIVULGATIVO e MANIFESTO IDEOLOGICO, questo testo porta avanti un discorso lineare e semplice, corredato da dati e da facili tabelle numeriche, che punta a contestare le fake opinions e ad EVIDENZIARE CIÒ CHE È ESSENZIALE PROMUOVERE E MIGLIORARE IN SENO ALL’UNIONE EUROPEA. Come funziona la macchina istituzionale? Chi decide e come? Delineando, passo dopo passo, i vantaggi che l’UE comporta non soltanto a livello macroscopico, ma anche nella vita quotidiana, gli autori vogliono fare CHIAREZZA SULL’EURO, spiegare il ruolo dei singoli stati membri, parlare di GLOBALIZZAZIONE o, semmai, di SOVRANISMO EUROPEO, per rispondere alla domanda principale: L’EUROPA PUÒ ESSERE UNA FORMA DI ASSICURAZIONE SULLE TANTE INCOGNITE DEL FUTURO? Ribadendo il valore del MANIFESTO DI VENTOTENE (testo in appendice, accompagnato da una prefazione a cura di Antonino De Francesco, Direttore del dipartimento di Storia della Statale di Milano), la risposta non può che essere una: PIÙ EUROPA, NONOSTANTE TUTTO, perché dalla difesa alla politica sull’immigrazione, dalla solidarietà alla collaborazione economica, l’Unione Europea può garantire una vita più semplice e più sicura per il cittadino.

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   In questo post cerchiamo di sviluppare quello che a nostro avviso è la caratteristica principale dell’Europa rispetto alle altre grandi aree geopolitiche mondiali: LA PRESENZA DI UN WELFARE marcato, nonostante la crisi, ancora considerevole. Non a caso da tutti l’Europa viene considerata l’area geografica dove si vive meglio (con tutti i distinguo…), dove la qualità della vita è migliore.

MOLTI DEI TESTI CHE QUI TROVATE SONO RICAVATI dal QUADERNO N. 5 di “PRO EUROPA – ALCUNE BUONE RAGIONI CHE RENDONO L’UNIONE EUROPEA DESIDERABILE”, della Fondazione Alexander Langer di Bolzano (http://www.alexanderlanger.org), articolo pubblicato assieme a “UNA CITTÀ”, rivista periodica di Forlì (http://www.unacitta.it ) – “PRO EUROPA” È IN RICORDO DELL’ASSOCIAZIONE CREATA DA ALEXANDER LANGER all’inizio della sua seconda legislatura europea nel 1994 – CHI ERA ALEXANDER LANGER? – Alexander Langer (Vipiteno, 22 febbraio 1946 – Firenze, 3 luglio 1995) è stato un politico, pacifista, scrittore, giornalista, ambientalista, traduttore e docente italiano – Fu tra i fondatori del partito dei Verdi italiani e uno dei leader del movimento verde europeo. È stato promotore di numerosissime iniziative per la pace, la convivenza, i diritti umani, contro la manipolazione genetica e per la difesa dell’ambiente.
Le principali tematiche al centro della sua attenzione intellettuale e del suo agire politico furono la situazione dell’Alto Adige e in particolare il rapporto tra le diverse comunità linguistiche (noto fu il suo rifiuto, come germanofono sudtirolese, di identificarsi politicamente con un’etnia, nonché la sua opposizione all’etnonazionalismo); le problematiche internazionali, come il rapporto tra nord e sud del mondo, la situazione dei paesi dell’Europa dell’est e i problemi di convivenza nelle aree di crisi; gli interrogativi sul senso e la dinamica dell’integrazione europea; la lotta contro la guerra e in favore della conciliazione (da Wikipedia)

Il mantenimento e miglioramento del welfare europeo, dello “STATO SOCIALE”, può essere adesso elemento prioritario del NUOVO PROGETTO EUROPEO che possiamo chiedere e proporre per l’Europa ora in crisi, che viene di fatto “negata” nella sua realtà politica dai partiti sovranisti negli Stati nazionali. E’ certo che ci sono delle ragioni serie perché così tanta gente, tante persone “europee” sono “arrabbiate con questa Europa”; perché vivono la crisi (economica principalmente) per molti assai forte di questo periodo storico. E a loro serve dare risposte concrete proprio in questa nuova Europa che (ri)parta dai valori originari (dei padri fondatori) cui noi ci riconosciamo. (s.m.)

La campagna di comunicazione istituzionale promossa dal Parlamento Europeo

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GEOGRAFIA ECONOMICA DELL’EUROPA SOVRANISTA di GIANMARCO OTTAVIANO, ed. Laterza, 164 pagine, aprile 2019, euro 12,80 – Quali sono i costi e i benefici che l’essere parte dell’Unione comporta? Che effetti economici deriverebbero da un distacco dall’Europa e chi dovrebbe subirne le conseguenze negative? L’Unione ci protegge o ci espone alla globalizzazione in termini di concorrenza internazionale e delocalizzazione del lavoro?  –  IN EUROPA OCCIDENTALE LA SFIDUCIA MONTANTE NEI CONFRONTI DELL’UNIONE EUROPEA HA UNA FORTE COMPONENTE GEOGRAFICA e si manifesta più intensamente nelle regioni che hanno subito maggiormente gli effetti negativi della concorrenza internazionale. In queste aree si è andato affermando un voto ‘sovranista’, che vede nella chiusura al mercato internazionale e nel freno al progetto europeo la risposta più efficace alle richieste di ‘protezione’ dell’elettorato. Ma quali reali costi e benefici comporta l’essere parte dell’Unione? CHE EFFETTI ECONOMICI DERIVEREBBERO DA UN DISTACCO DALL’EUROPA e chi ne subirebbe le conseguenze negative? L’Unione ci espone alla concorrenza internazionale e alla delocalizzazione del lavoro oppure ci difende? Il protezionismo può incentivare la nostra economia? Perché crescono i divari di sviluppo tra regioni europee ricche e povere se l’integrazione avrebbe dovuto ridurli? Quali effetti reali ha l’immigrazione sulle economie di tutta Europa? GIANMARCO OTTAVIANO, esperto di economia internazionale, fotografa LA NUOVA GEOGRAFIA ECONOMICA DEL VECCHIO CONTINENTE.

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L’EUROPA DI CUI ABBIAMO BISOGNO

di DANIEL COHN-BENDIT, aprile 2019, dal QUADERNO N. 5 di “PRO EUROPA – Alcune buone ragioni che rendono l’Unione europea desiderabile”, rivista della Fondazione Alexander Langer di Bolzano (http://www.alexanderlanger.org), articolo pubblicato assieme a “UNA CITTÀ”, rivista periodica di Forlì (http://www.unacitta.it )
– Per avere fiducia sulla prospettiva di un’Europa unita basta riandare al 1945 e ai passi avanti che da allora sono stati fatti; il dramma della mancata Costituzione; la assoluta necessità di un esercito e di una sovranità europea. Intervento di Daniel Cohn Bendit. –
(Daniel Cohn-Bendit, 1945, scrittore e politico, è stato uno dei protagonisti del maggio 1968 in Francia. Dal 1994 al 2014 è stato membro del Gruppo verde al Parlamento europeo eletto prima in Germania e poi in Francia. Nel settembre 2010 ha promosso, assieme a Guy Verhofstadt e Andrew Duff, la formazione del GRUPPO SPINELLI per il rilancio dell’integrazione europea. Il testo che segue è tratto dall’intervento da lui tenuto all’INSTITUT DES HAUTES ÉTUDES DE DÉFENSE NATIONALE il 19 novembre 2018).
   “Parto dalla mia storia personale e dal perché l’Europa è importante per me. Sono nato nel 1945, a Montauban, in Francia. Sono stato concepito dopo lo sbarco in Normandia. I miei si erano rifugiati là in fuga dalla Germania. Immaginate la reazione dei miei genitori se all’epoca avessi detto loro: tra cinquant’anni non ci sarà più una frontiera tra Francia e Germania, non ci saranno più soldati, non ci saranno più controlli tra i vari paesi…
Per me l’Europa rappresenta un progresso di civiltà incredibile, inimmaginabile. Spesso si sente dire: “è impossibile”. Lo si diceva anche quando si è iniziato a costruire l’Europa, e invece… La parola impossibile non vale per l’Europa. Questo non significa certo che tutto vada bene o che tutto andrà per il meglio. Dico soltanto che guardando da dove siamo partiti, l’argomento dell’impossibilità non regge. Continua a leggere