NUBIFRAGI NELLE DOLOMITI: le AREE ALPINE accelerano il loro sfaldamento – IL CLIMA CAMBIA, e questo appare di più in montagna (anche con LA FINE DEI GHIACCIAI) – Fenomeni come FRANE e SMOTTAMENTI richiedono un governo del territorio saggio (con uno sviluppo economico eco-sostenibile)

Postazione sentinelle sul Cristallo per rischio frane dopo la tragedia del 4 agosto scorso (da “Il Corriere del Veneto) – “….La PROTEZIONE CIVILE CORTINESE ANA-CADORE ha iniziato un interminabile MONITORAGGIO DEL TORRENTE BIGONTINA, che venerdì notte 4 agosto, ha portato a valle i grandi massi che hanno travolto una persona in auto (l’anestesista Carla Catturani, uccisa tra le lamiere trascinate per oltre un chilometro) e con danni gravi a tre località (RIO GERE, LAGO SCIN, ALVERÀ). «È dal Bigontina che si vede se arrivano nuovi smottamenti», assicura Silvano Mina, vice-coordinatore della protezione civile Ana-Cadore e una delle sentinelle che da giorni stanno con gli occhi puntati sul corso della colata di massi e fango che si è abbattuta sul sestriere di Alverà, a Cortina d’Ampezzo. IL LAVORO DELLE “SENTINELLE” (che controllano ora la frana possibile con nuove perturbazioni climatiche violente) È FONDAMENTALE: ai primi segnali di una nuova frana, hanno il compito di dare l’allarme al campo base, dove si trovano i mezzi dei vigili del fuoco dotati di sirene. Nel caso, gli abitanti sono già stati istruiti: devono tapparsi in casa e salire ai piani superiori. «Siamo dislocati in tre punti: a RIO GERE, a circa 1700 metri di quota; al LAGO SCIN, un centinaio di metri più sotto; e nell’abitato di ALVERÀ» (…)” (Andrea Priante, “il Corriere del Veneto” del 9/8/2017)

   Il 4 agosto scorso (di venerdì notte tra mezzanotte e l’una) un violento nubifragio si è abbattuto a CORTINA d’Ampezzo: una persona è morta travolta con la sua auto da una colata di detriti. Questa “bomba d’acqua” (come adesso si usa chiamare il fenomeno…) ha riversato un’enorme quantità d’acqua sulla zona del MONTE CRISTALLO, che ha generato una forte colata detritica: grandi massi rocciosi son venuti giù, e si sono convogliati verso i centri abitati, la strada e le case, attraverso il torrente BIGONTINA. C’è stata l’interruzione in tre punti della viabilità (in posti a pochi minuti di auto dal centro di Cortina: RIO GERE, al LAGO SCIN e nell’abitato di ALVERÀ), nella STRADA DELLE DOLOMITI (la STRADA REGIONALE 48, che da Cortina porta a Passo Tre Croci).

località ALVERA’ – Venerdì notte 4 agosto un violento nubifragio si è abbattuto a Cortina d’Ampezzo: una persona è morta travolta con la sua auto da una colata di detriti. Una bomba d’acqua riversatasi sulla zona del Cristallo, che ha generato una forte colata detritica. C’è stata l’interruzione in tre punti della strada delle Dolomiti, che dalla località Ampezzana porta a Passo Tre Croci. Carla Catturani, stava tornando a casa, dopo aver lavorato alla festa campestre del sestiere di ALVERÀ, a RIO GERE. Aveva finito il suo turno. Pioveva, si è messa in macchina, per andare a dormire. E’ stata travolta dall’acqua esondata dal torrente BIGONTINA. Catturani, 60 anni, era un medico anestesista in pensione. Il violento acquazzone si è registrato tra la mezzanotte e le due. Le aree maggiormente colpite sono quelle della zona del Cristallo. Interrotta la strada dolomitica (SR 48) in tre punti: a RIO GERE, al LAGO SCIN e ad ALVERÀ

   La zona non è nuova alle frane. Lì il paesaggio è sempre cambiato nei secoli. Da sempre le Dolomiti franano, crollano, a poco a poco si disintegrano. Quel che forse è nuovo sono le temperature fino ai 40 gradi anche in montagna (ben oltre i 1000-1500 metri di altitudine), un clima tropicale di temporali fortissimi e quantità d’acqua mai viste, e mettono ancora più in crisi queste montagne. Già di per sè montagne destinate nei millenni a sfaldarsi sempre di più, a sparire.

   E’ così che il clima che cambia, la temperatura che sale, si vede ancora meglio in quelle aree più “delicate”, dove i fenomeni atmosferici, e meteorologici, si notano ancora di più, com’è in montagna. E così niente più neve d’inverno, i ghiacciai che spariscono irrimediabilmente, i nubifragi spaventosi, il moltiplicarsi delle frane: in un territorio, l’alta montagna, con molte case, molti paesi, come appare evidente nella Valle del Boite, da Cortina a San Vito di Cadore (ma è così in tutte le zone alpine più rinomate).

la strada Cortina – Passo Tre Croci

   Alcuni gestori di rifugi ad alta quota (fin su a tremila) dicono che per la prima volta quest’estate è accaduto che nelle notti di maggior calura, si dormiva senza coperte: cosa mai accaduta nelle Terre Alte, dove ci sono notti con temperature assai rigide anche in piena estate.

   Si diceva che le temperature che schizzano verso i 40 gradi sono all’origine dei devastanti nubifragi, ma, in parallelo, qui ricordiamo anche lo scioglimento progressivo dei ghiacciai con queste temperature, dove lo scioglimento estivo non potrà mai essere compensato dai miti inverni con neve molto poco frequente.

L’abitato di Alverà, nei pressi della chiesa di Santa Giuliana, che risulta danneggiata – Acqua, massa e detriti sono scesi da Staulin, e hanno colpito l’abitato di ALVERÀ, nei pressi della chiesa di SANTA GIULIANA (nella foto), che risulta fortemente danneggiata. Il torrente BIGONTINA è straripato in più punti. La velocità dell’acqua, mista a melma, ha provocato danni ingenti. Nelle case vicino al Bigontina si è misurato oltre un metro di acqua e detriti ai piani terra. I seminterrati erano completamente pieni di melma. Immediatamente è scattato l’allarme e sono arrivati i soccorsi. Uomini e mezzi (tantissimi volontari) subito al lavoro ininterrottamente già in quel venerdì notte

   Che fare allora in contesti di crisi epocale delle Aree Alpine così interessanti e affascinanti come le Dolomiti? …Dove il processo inevitabile ma naturale di sfaldamento, di frana da sempre, e che continuerà nei prossimi millenni, questo sfaldamento si accelera per cause “non naturali”, ma umane, come il RISCALDAMENTO ATMOSFERICO?

   Negli annuali Forum alpini, convegni che si svolgono per parlare della montagna, delle Alpi, quasi sempre gli assiomi generali da cui si parte, per cercare (faticosamente) proposte, sono dati da tre affermazioni principali: 1- le risorse alpine costituiscono il patrimonio necessario per lo sviluppo (sostenibile) della regione; 2- l’utilizzo sostenibile delle risorse alpine si trova in una fase critica; 3- le risorse vanno gestite tramite politiche specifiche per le Alpi.

NUBIFRAGIO A CORTINA (foto da http://www.vvvox.it/, 6/8/2017)

   Allora innanzitutto si dovrà pensare a una montagna con turismo (invernale) non basato più sulla neve, cioè niente più sciare e sport consimili. Si dovranno mettere in atto accorgimenti nel ricollocare i borghi nei casi di masse franose verso valle che devastano zone abitate non più ricostruibili lì dov’erano: cioè servirà non costruire più ai piedi (specie in linea diretta) delle pareti rocciose, soprattutto se queste sono verticali. Non si potrà edificare (o riedificare, in caso di frane) a valle dei grandi ghiaioni e soprattutto delle frane.

Cortina, sullo sfondo il Monte Cristallo

   E poi si dovrà pensare a una maggiore pulizia e attenzione dei corsi d’acqua. Si dovrà cercare di fare più manutenzione della montagna, curare i boschi o le aree a pascolo, là dove serve una cosa o l’altra. Introdurre un turismo più rispettoso e attento, che si auto-arricchisce della conoscenza dei posti.

   I centri di ricerca scientifica (metereologici, naturalistici, del recupero montano…) è meglio che nascano e si auto-producano nelle località di montagna stessa… che la montagna, le zone alpine (ma anche appenniniche) tornino ad avere coscienza di sé, del proprio futuro, della propria sostenibilità, diventino protagoniste di se stesse…).

PAOLO COGNETTI, 39 anni, milanese di nascita, montanaro di adozione. Vive in una baita IN PIEMONTE, VICINO AL MONTE ROSA a 1900 metri di altitudine. Tra i boschi, ha scritto «LE OTTO MONTAGNE» PREMIO STREGA 2017. «LA FRAGILITÀ APPARTIENE A CHI LA MONTAGNA LA ABITA e sono arrabbiato con il fatalismo di chi dice che eventi climatici come quelli appena accaduti sono imprevedibili e fuori controllo. Abbiamo la responsabilità di occuparci dei cambiamenti climatici che abbiamo provocato. Stiamo andando verso un clima tropicale di temporali fortissimi e quantità d’acqua mai viste. È nostro dovere capire, prevedere, mettere in sicurezza». «Chi visita solo occasionalmente la montagna vive il paesaggio che gli lascia chi lo abita e lo amministra ogni giorno. Ma vedo un certo negazionismo da parte delle amministrazioni verso i cambiamenti climatici in corso, come se nulla si modificasse. SI COSTRUISCONO IMPIANTI DI RISALITA ANCHE SE NON C’È PIÙ NEVE. VEDO UNA CECITÀ PIÙ IMPRENDITORIALE CHE POLITICA». (Eleonora Vallin, “il Mattino di Padova”, 6/8/2017)

   Paolo Cognetti, giovane scrittore che ha scelto di vivere in montagna (in una malga a ridosso del Monte Rosa in Piemonte), nell’intervista al “Mattino di Padova” che in questo post vi proponiamo, dice che “la fragilità appartiene a chi la montagna la abita”, cioè è dagli abitanti delle aree montane, di chi la montagna la vive ogni giorno, non i turisti, che deve arrivare da loro un segnale nuovo, una presa di coscienza di un diverso modo di governare il territorio.

IL GHIACCIAO DELLA MARMOLADA SI RITIRA E AFFIORANO REPERTI DELLA GRANDE GUERRA MA ANCHE RIFIUTI (foto da “Il Gazzettino”) – LA MARMOLADA e I NUOVI RECUPERANTI – IN 100 ANNI IL GHIACCIAIO PERENNE È PASSATO DAI 420 A 214 ETTARI. Il GHIACCIO della MARMOLADA si ritira e la coperta bianca è sempre più corta: è così che lascia AFFIORARE NUOVI ‘TESORI’ DORMIENTI E PROTETTI DA OLTRE UN SECOLO DALLA COLTRE BIANCA. Sono i RESTI DELLA RESIDENZA ATTORNO AI TREMILA METRI DEI MILITARI che hanno sfidato, spesso perdendo, la morte durante la Grande Guerra. GAVETTE, POSATE, SCARPONI, RETICOLATI, BOMBE, FUCILI E BAIONETTE oggetti oggi ricoperti di ruggine e persino un vecchio forte, stanno facendo gola ora a decine di ‘RECUPERANTI’ che stanno marciando sulla grande montagna. Un assalto del tutto differente da quelli vissuti tra il 1915-18 ma che non nasconde un fondo di pericolo. Lo sanno i Carabinieri che per quanto possono, come indicano i quotidiani locali, effettuano controlli che tuttavia, soprattutto per la scarsità di personale, non riescono ad arginare questa sorta di nuova corsa all’oro arrugginito. Ma non è tutto perché IL GHIACCIAIO che non c’è più RESTITUISCE ALLA LUCE ANCHE ‘IMMONDIZIE’ MODERNE. LATTINE, BOTTIGLIE, CAVI DI VECCHI IMPIANTI DI RISALITA. Ora scatta l’operazione pulizia che, per un accordo tra le Regioni Trentino e Veneto del 2002 che ha fissato i confini della Marmolada, spetta al Trentino. La grande macchina per togliere il secolare pattume partirà da Alba di Canazei. (Ansa, agosto 2017)

   Pertanto due fenomeni negativi che possono apparire diversi (1-le frane e straripamenti dovuti a piogge straordinarie, e 2-i ghiacciai che non ci sono oramai più) ripropongono per la montagna, ancora una volta, il tema della capacità (o incapacità) di governare i fenomeni di assetto del territorio, urbanistici, idrogeologici, di sviluppo economico presente e futuro, di attenzione ai pericoli di un ambiente sempre più delicato e vittima anch’esso dei cambiamenti (come il surriscaldamento climatico).

“…gli amanti dei ghiacciai proveranno tristezza di fronte al ghiacciaio della MARMOLADA (il più esteso delle Dolomiti) dove il sindaco di Canazei ha firmato un’ordinanza che raccomanda LA SALITA SOLO A PERSONE ESPERTE E BEN EQUIPAGGIATE: TROPPI CREPACCI, TROPPE INSIDIE. L’ordinanza risale al 12 luglio, di solito è una situazione che si verificava solo dopo Ferragosto.” (Andrea Selva, 2/8/2017, da http://trentinocorrierealpi.gelocal.it/ )

   Qualcosa forse sta accadendo. Una maggiore attenzione a queste cose c’è: ma difficilmente si traduce poi in fatti concreti. Va notato di quel che accade di positivo in accadimenti tragici: c’è una mobilitazione volontaria di tante persone (come è accaduto a Cortina) nel momento dell’emergenza. Una buona cosa, ma certo non basta. (s.m.)

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“LE DOLOMITI CROLLERANNO SOTTO LE BOMBE D’ACQUA”

di Francesco Dal Mas, da “il Corriere delle Alpi” del 8/8/2017

– L’allarme di MESSNER: non si costruisca ai piedi delle pareti – Continua a leggere

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E’ UN NORDEST DI TANTI CAPANNONI, ruderi, centri commerciali, condomini, alberghi… ABBANDONATI – “Non torneranno i prati”: Il Paesaggio descritto da pittori, scrittori, fotografi… è perduto – IPOTESI credibili DI USCITA DAL DEGRADO, con attività vere, nuove, ecocompatibili, innovative per un “NUOVO NORDEST”

“(…) IN OTTO ANNI, DAL 2001 AL 2009, nel solo VENETO sono state RILASCIATE CONCESSIONI EDILIZIE PER OLTRE 111 MILIONI DI METRI CUBI DI FABBRICATI INDUSTRIALI E ARTIGIANI. In sostanza, CAPANNONI. La stessa regione, all’inizio del Millennio non ha avuto rivali sul nuovo edificato a destinazione produttiva: quasi 8 MILA METRI CUBI PER CHILOMETRO QUADRATO (dati Wwf) rispetto a una media – nel Nord Italia – di 4.600 circa. Persino la dinamicissima Lombardia si è dovuta arrendere all’euforia del Nordest. LA GRANDE CRISI SEGUITA AL 2008 HA INESORABILMENTE MODIFICATO LO SCENARIO: le richieste di costruire sono colate a picco, migliaia di imprese hanno chiuso i battenti e UN IMMENSO PATRIMONIO EDILIZIO – proprio quei capannoni che per decenni hanno simboleggiato progresso, laboriosità e benessere – È STATO ABBANDONATO A SE STESSO (…) (Stefano Bensa, “il Corriere del Veneto”, 19/6/2017)

   In Veneto si calcola che siano almeno 10mila i capannoni sfitti, inutilizzati, o totalmente abbandonati. Se estendiamo la cosa oltre i soli capannoni, allora si parla di più di 12 mila manufatti di rilevanti dimensioni vuoti, fra Veneto e Friuli.

   Un’edificazione senza regole, campanilistica (ogni comune anche piccolissimo con le sue aree industriali), priva di programmazione: per dire, la provincia di Treviso ha 95 comuni e conta 1.077 aree industriali, e in queste aree molti, moltissimi, sono i capannoni vuoti. O capannoni impiegati in minima parte, sia negli impianti e merci contenute, che nella manodopera presente.

MAPPA DEL CONSUMO DEL SUOLO IN VENETO 2015 (Fonte “Carta nazionale del consumo di suolo ISPRA-ARPA-APPA, 2016”) – IL CONSUMO DI SUOLO COSTA OGNI ANNO AL VENETO OLTRE 137 MILIONI DI EURO ALL’ANNO. Questi “costi occulti” della cementificazione sono di oltre 27 milioni di euro all’anno a Venezia, e a Treviso addirittura 52 milioni. È la stima che l’ISPRA (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) ha pubblicato NEL RAPPORTO CONSUMO DI SUOLO 2016. Ogni ettaro di suolo consumato infatti può causare «una spesa media che può arrivare anche a 55 mila euro all’anno, causato da costi che dipendono dal tipo di territorio e dal tipo di trasformazione subita: si va dalla produzione agricola (oltre 400 milioni di ero), allo stoccaggio del carbonio (circa 150 milioni), dalla protezione dell’erosione (oltre 120 milioni), ai danni provocati dalla mancata infiltrazione dell’acqua (quasi 100 milioni) e dall’assenza di impollinatori (quasi 3 milioni). Solo per la regolazione del microclima urbano (ad un aumento di 20 ettari per km2 di suolo consumato corrisponde un aumento di 0.6 °C della temperatura superficiale) è stato stimato un costo che si aggira intorno ai 10 milioni all’anno». (da http://www.venetoeconomia.it/ )

   Cosa fare allora di quei cubi di cemento disseminati un po’ dappertutto? Abbatterli o tentare di recuperarli? Sono le domande che un po’ tutti si fanno (quelli che si guardano attorno, tutti, non solo gli amministratori, i politici, gli adetti ai lavori come urbanisti, architetti, geografi, studiosi…). Tutti noi, interessati alle sorti dei nostri luoghi, ci chiediamo “che fare”.

Capannoni abbandonati

   E non è solo questione di capannoni industriali, artigianali: pensiamo ai ruderi che ci capita di vedere lungo le strade del Veneto e del Friuli: abitazioni, palazzi, condomini, hotel, negozi…(adesso anche addirittura centri commerciali totalmente chiusi!); poi addirittura anche ex caserme (non solo in Friuli Venezia Giulia) dismesse….

UNO FRA I TANTI CASI – “(….) il CENTRO COMMERCIALE costruito nel 2004 nel cuore della zona industriale di VILLORBA, alle porte di Treviso. IL PARCO «WILLORBA» sarebbe dovuto DIVENTARE LA CITTÀ DEGLI ACQUISTI DEI TREVIGIANI, ma LE COSE SONO ANDATE DIVERSAMENTE: parte dei capannoni non ha mai visto un negozio, il principale polo di attrazione (un grande supermercato) nel 2013 ha traslocato poco distante e altri punti vendita hanno annunciato l’addio. Nel complesso resistono (ma chissà per quanto) un negozio di calzature e un bazar cinese. Tutto il resto è desolatamente vuoto.(…) (Stefano Bensa, “il Corriere del Veneto”, 19/6/2017)

   Provate a pensare nelle vostre esperienze quotidiane di vita e spostamenti, che altro si potrebbe aggiungere di tipologia di fabbricati chiusi, inutilizzati…. manufatti che o sono in degrado totale o stanno lentamente cadendo a pezzi, di stagione in stagione, diventando appunto dei ruderi…immagine di un Nordest che non è più quello di prima, e non sa per niente cosa diventerà.

EFFETTO DOMINO di Romolo Bugaro, 2015, Einaudi Supercoralli, euro 19,50 – “CRISI DEI CAPANNONI NEL NORD EST, ASTE DESERTE, PREZZI A PICCO: IL PENSIERO DI UNO SCRITTORE DEL NORDEST – Nomisma ritiene quasi impossibile una ripresa del mercato immobiliare commerciale nei prossimi 15 anni. Così, gli immobili restano invenduti. Si deteriorano, si deprezzano. «FANNO LA MUFFA» chiosa ROMOLO BUGARO, avvocato e scrittore, autore di «Effetto domino», ultimo e denso racconto sul Nordest. Ma anche qualora vengano venduti, il prezzo precipita. Un esempio? Da 3,2 milioni a 400mila. «La crisi ha picchiato duro e il mercato dell’immobiliare commerciale ha accusato il colpo – dice Bugaro – fra costi alle stelle, mercato debole e pressione fiscale elevata, l’invenduto è la regola». «Da una parte, è chiaro – continua Bugaro – che quel dato immobile non ha mercato. Dall’altra basta fare quattro conti: a forza di ribassi, le spese della vendita forzosa rischiano di essere maggiori di quanto ricavabile della vendita stessa. Meglio lasciar perdere». Bugaro nota come quello che sta accadendo A NORDEST È «UN FENOMENO NUOVO E IMPRESSIONANTE». Si tratta della «rottura del meccanismo economico più consolidato: quello che non vede più incrociarsi domanda e offerta di capannoni costati centinaia di migliaia di euro». «A Nordest resterà un patrimonio di costruzioni abbandonate, luoghi dove abitava il lavoro e che sono stati abbandonati dal lavoro. Relitti da ripensare», nota lo scrittore. (Copyright – Nordest Economia Gruppo Espresso)

   C’è stato un periodo, un decennio fa, che i capannoni abbandonati spesso venivano utilizzati, nel tetto come installazione di pannelli fotovoltaici: era l’epoca più redditizia del “conto energia”: cioè rendeva bene, con gli incentivi statali, la cessione di energia elettrica al GSE (cioè al Gestore dei Servizi Energetici) immettendo così in rete, dietro remunerazione per ogni kWh, l’energia elettrica prodotta dai pannelli solari fotovotaici.

   E paradossalmente il sostanzioso bonus ai produttori di energia veniva (viene) pagato in bolletta da chi non aveva i pannelli solari di produzione energetica…. Il gioco speculativo dell’utilizzo dei capannoni in questo caso (ma anche di terreni agricoli, quando non convertiti a vigneti, elemento ora redittuale in forza…), l’elemento speculativo, dicevamo, del fotovoltaico regge (ha retto) fin tanto che lo Stato sponsorizzava la cosa (attraverso appunto gli ignari consumatori pagatori di bolletta elettrica). Pertanto nessuna conversione “seria” dei capannoni ad attività innovative in questo caso.

EX LANEROSSI, Via Pasubio 135, SCHIO, (Vicenza) (foto da http://espresso.repubblica.it/ )

   Ma non ci addentriamo in questo post sul tema della produzione energetica: l’utilizzo dei capannoni abbandonati rendeva ai proprietari l’affitto del tetto di questi per l’utilizzo a panelli solari fotovoltaici, con aggravio alle casse dello stato (cioè direttamente dei contribuenti in bolletta!) e che poco aveva questa attività di “virtuosamente ecologico” (tant’è che, diminuiti o cessati gli incentivi, si sta totalmente diradando, e rimangono gli impianti a base di silicio da smaltire, ed è facile osare pensare che tra qualche decennio, anche meno, la comunità (noi tutti), dovrà farsene carico (come spesso accade in questi casi).

(nella foto: l’Hotel Michelangelo ad Abano Terme, abbandonato, covo di rovine per sbandati – da http://www.skyscrapercity.com/ ) – Ad ABANO e MONTEGROTTO, nel Padovano, il più importante distretto termale d’Europa, ha un altro problema: GLI ALBERGHI. Dopo il traumatico calo di clientela tedesca, che fino a dieci anni fa costituiva il 60% del flusso turistico, 24 HOTEL HANNO CHIUSO i battenti. La crisi è stata innescata dai pesantissimi tagli imposti da Angela Merkel ai bilanci della mutua teutonica, che ha smesso di rimborsare una serie di prestazioni sanitarie come la quotata «thermalfangoterapie» praticata ad Abano. OGGI QUEGLI ALBERGHI, ANCHE CENTRALISSIMI E TALUNI LUSSUOSI, SONO DIVENUTI UN RICETTACOLO DI DEGRADO E UN BIVACCO PER SENZATETTO. (Stefano Bensa, “il Corriere del Veneto”, 19/6/2017)

   E poi, oltre al degrado dei capannoni, va anche ricordato che molto spesso sono stati usati materiali per costruirli altamente inquinanti: uno su tutti è l’AMIANTO, che è stato ampiamente usato negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso nel campo dell’edilizia e dell’industria, specie proprio per le coperture dei tetti dei capannoni industriali…che ora sono lì, che cadono a pezzi…e rilasciano nell’aria le velenose cancerogene particelle.

   Pertanto non è solo un problema “visivo”, del paesaggio massacrato, e del futuro economico incerto… ma anche di salute pubblica, di risanamento dovuto di vaste aree molto spesso densamente abitate, in mezzo a popolazioni che lì ci vivono….

il REPORT DEL WWF “RIUTILIZZIAMO L’ITALIA” (del 2014, ma sempre attuale) affronta il tema “LAND TRANSFORMATION IN ITALIA E NEL MONDO: fermare il consumo del suolo, salvare la natura riqualificare le città”. E’ un’occasione per riflettere sulla cementificazione del nostro fragile territorio e delle nostre risorse naturali sottoposte ad un’emergenza diventata quotidiana a causa del dissesto idrogeologico e dei fenomeni estremi provocati dal cambiamento climatico.RAPPORTO WWF “RIUTILIZZIAMO L’ITALIA”. Ecco il link:
http://awsassets.wwfit.panda.org/downloads/report_wwf_2015_2_09.pdf

   Le proposte per “togliere i capannoni” (e in genere ogni manufatto edile inutilizzato, che sta cadendo) sono tutte proposte un po’ deboli, scontate, con poco di innovativo.

   Ad esempio una è quella dei CREDITI EDILIZI: cioè la demolizione dei manufatti irrecuperabili a ogni altra destinazione d’uso, e il recupero globale di aree abbandonate. In Veneto esisterebbe la legge urbanistica fondamentale che questo prevede appunto con i crediti edilizi (la legge regionale 11 del 2004): cioè l’abbattimento, con recupero del suolo (magari ritorno ad un difficile uso agricolo), e il “trasferimento” della volumetria demolita in altri luoghi, così da ridurre la perdita di valore dei manufatti esistenti e renderli commerciabili, non danneggiare i proprietari. Ma questo suscita forti perplessità, in un’epoca in cui si parla di arrivare presto a un “consumo del suolo zero”… lo spostamento in cunatura non convince…e poi per fare cosa? …il mercato immobiliare ora molto ridotto non ripagherebbe certo i proprietari dei capannoni demoliti…. i crediti edilizi diventano peggio della demolizione, in ogni caso uno strumento con poco senso…

“(….) L’ex centrale i Porto Tolle, nel Polesine, diverrà un POLO TURISTICO, LUDICO, NATURALISTICO ED AGRO-GASTRONOMICO. Porto Tolle ha una carta da giocare: sorge in una zona di pregio, il Delta del Po. Ma IN PIANURA, FRA UN CENTRO ABITATO E L’ALTRO, COSA SI PUÒ FARE? Ha provato a rispondere alla domanda un gruppo di STUDENTI DELL’UNIVERSITÀ IUAV, che ha preso a riferimento un NUCLEO DI ZONE INDUSTRIALI «TIPICHE» compreso fra Camposampiero e a Cazzago, fra Padova e Venezia, e sviluppato un PROGETTO per la placca compresa fra l’autostrada A4 e la ferrovia: SPAZI CICLOPEDONALI, ORTI URBANI, TETTI FOTOVOLTAICI PER LA PRODUZIONE DI ENERGIA ELETTRICA, VIE D’ACQUA (…..)” (Stefano Bensa, “il Corriere del Veneto”, 19/6/2017)

   Qui, in questo post non proponiamo alternative e idee di “rivoluzione per un nuovo Nordest”, perché non ci sono idee nuove. Ci limitiamo a dire e riportare, prosaicamente, quel che si può fare di ragionevole: lavorare su un territorio per migliorarlo il più possibile, con nuove forme di mobilità (ad esempio l’estensione che appare, pur lentamente, di piste ciclabili: ci pare cosa interessante); con nuove attività emergenti compatibili con l’ambiente; con nuove produzioni artigianali in rete più vasta, globale, cui il Nordest può essere presente. Con la creazione di infrastrutture leggere e importanti, come l’estensione in ogni dove dei cavi della BANDA LARGA (eviteremo pure la trasmissione WiFi con onde elettromagnetiche di cui non si sanno ancora gli effetti sulla salute…)… Con un’educazione all’innovazione, a un turismo più efficace, intelligente, conoscitivo dei vari modi delle realtà locali (non solo i paesaggi, ma l’economia, gli usi, le tradizioni…), turismo che valorizzi le enormi risorsi culturali, ambientali (luoghi anche piccoli “d’arte” ora dimenticati, una montagna favolosa, un mare così così…).

   E negli articoli che seguono, in questo post, riportiamo anche l’indagine molto interessante, il reportage, dell’inserto regionale veneto del Corriere della Sera (il Corriere veneto) che nei giorni scorsi ha analizzato le prospettive possibili di recupero dal degrado dei manufatti non più operanti nel Nordest.

   Ad esempio l’ex Centrale elettrica non più in uso di Porto Tolle, nel Polesine, diverrà un polo turistico, ludico, naturalistico ed agro-gastronomico. E’ vero che Porto Tolle ha una carta da giocare: cioè sorge in una zona di pregio, il Delta del Po.

   Ma in pianura, fra un centro abitato e l’altro, cosa si può fare? laddove non esistono agglomerati tanto appetibili, magari ai margini di centri abitati medio-piccoli?

   Un gruppo di studenti dell’Università Iuav di Venezia, su questo tema (del degrado di manufatti in pianura, in zone “meno interessanti”), ha preso a riferimento un nucleo di zone industriali «tipiche» fra Padova e Venezia, e sviluppato un progetto che prevede spazi ciclopedonali, orti urbani, vie d’acqua….

DALLA FABBRICA AL MUSEO PAGNOSSIN – RICONVERSIONI: L’ex FABBRICA DELLE CERAMICHE rivive fra sostenibilità e posti di lavoro – L’AREA EX PAGNOSSIN DI TREVISO è stata un luogo simbolo del made in Italy, per oltre 90 anni un punti di riferimento del tessuto industriale del NordEst – IL PROGETTO SI CHIAMA OPEN DREAM, un progetto di riqualificazione di un’area di archeologia industriale – L’OBIETTIVO È GENERARE RICCHEZZA, BENESSERE E POSTI DI LAVORO per il territorio in un’ottica di sviluppo ecosostenibile: per questo è al lavoro un team composto da ARCHITETTI, DESIGNER, CURATORI D’ARTE E PIANIFICATORI selezionati dall’università Iuav di Venezia e AFFIANCATI DAI PROFESSIONISTI INCARICATI DALL’AZIENDA, per sperimentare – e anticipare – quegli scambi e collaborazioni tra territorio, atenei e impresa previsti anche dal PIANO INDUSTRY 4.0. Al “tavolo delle idee” si metterà a punto un piano che contempli ARTE E DESIGN, TURISMO GREEN E ALIMENTAZIONE, COMUNICAZIONE E MARKETING, ARCHITETTURA E PAESAGGIO

   Oppure pensare ai capannoni per mettere servizi difficilmente collocabili nel cuore dei paesi, attività sportive, palestre, aree per fiere e sagre o mercati, o attività agricole per immagazzinare prodotti (ad esempio il cippato da legno combustibile)….non servirebbero grossi investimenti, trattandosi di edifici già infrastrutturati….

   E’ questo che sta un po’ accadendo nella realtà di tutti i giorni, “individualmente”, nell’attività quotidiana ad esempio di ogni amministrazione comunale che si pone il problema per i “degradi” e “abbandoni” nel proprio territorio…. ma rimaniamo nel confuso, senza alcuna programmazione, senza alcuna idea innovativa di nuovo sviluppo. (s.m.)

“(…..) L’AREA INDUSTRIALE DI PORTO MARGHERA È DIVENUTA UN GIGANTESCO LABORATORIO DI RIQUALIFICAZIONE. Le volumetrie sono enormi: in 22 anni, dal 1989 al 2011, l’occupazione del polo industriale si è dimezzata (da 20 mila posti si è scesi a circa 11 mila) e i «vuoti» sono decine. IL 40% DEGLI EDIFICI RISULTA ABBANDONATO. «Ma non si tratta di una landa desolata, anzi. La forza di Marghera sono le sue infrastrutture, fra le migliori e più complete d’Italia», assicura il professor Ezio Micelli, docente di Architettura dell’Università Iuav….«Porto Marghera – spiega Micelli – sta assumendo i connotati di un POLO LOGISTICO CON FUNZIONI DIVERSIFICATE, anche di tipo AGROALIMENTARE, con MANIFATTURA, MECCANICA e METALLURGIA AVANZATA dislocate su 1.500 ettari di superficie serviti da porto, autostrade e aeroporto. In un’area nevralgica del Paese…» (…..)” (Stefano Bensa, “il Corriere del Veneto”, 19/6/2017)

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RICICLARE O DEMOLIRE I VECCHI CAPANNONI. PROGETTI E IDEE PER RICOSTRUIRE IL NORDEST

di Stefano Bensa, da “il Corriere del Veneto” del 18/6/2017

   Soltanto in Veneto si calcola che siano almeno 10 MILA I CAPANNONI SFITTI O TOTALMENTE ABBANDONATI. Un patrimonio immobiliare immenso, spesso di scarsa qualità e che, dopo decenni di crescita impetuosa e l’altrettanto brusca frenata dell’ultimo decennio, propone un problema dai risvolti potenzialmente dirompenti sotto il profilo urbanistico e ambientale: COSA FARE DI QUEI CUBI DI CEMENTO DISSEMINATI UN PO’ DAPPERTUTTO? ABBATTERLI O TENTARE DI RECUPERARLI? Continua a leggere

2017- ISTAT E UNIVERSITA’ LA SAPIENZA: DUE RAPPORTI CON CONCLUSIONI SIMILI nel fotografare la realtà italiana – La STAGNAZIONE SECOLARE che sta colpendo l’Italia (e buona parte d’Europa) stravolge la separazione tra ricchi, poveri e una volta il predominante ceto medio – COME SUPERARE IL MOMENTO DIFFICILE?

Dal panorama sociale italiano scompaiono il ceto medio e la classe operaia, mentre aumentano le diseguaglianze: è questa la fotografia, con tante ombre e poche luci, scattata dall’ISTAT nel suo report annuale del 2017 (immagine da http://www.newsitaliane.it/)

   Parliamo (e presentiamo) qui due studi importanti di analisi della realtà italiana (ma in parte anche europea) che sono stati presentati nelle scorse settimane. E che entrambi servono a capire “come siamo cambiati”, come società italiana, e come la lunga infinita crisi economica sta “mordendo” di più alcune categorie rispetto ad altre.

La RELAZIONE ANNUALE SULLO STATO SOCIALE DELL’ITALIA è stata presentata il 17 maggio scorso dall’ISTAT. Vi è una sempre più una SCARSA MOBILITÀ SOCIALE e un ANCOR PIÙ FORTE DIVARIO NORD SUD. IN DIFFICOLTÀ SOPRATTUTTO LE FAMIGLIE DI STRANIERI A BASSO REDDITO, si legge nel rapporto annuale dell’Istituto di statistica nazionale. Per una lettura della stratificazione sociale (non più solo ricchi, poveri e ceto medio) l’ISTAT propone ben 9 NUOVE CATEGORIE SOCIALI (per leggere la realtà, sempre più frammentata), che sono: 1) I GIOVANI blue-collar (colletti blu, cioè lavoratori manuali, operai…)(molte coppie senza figli, età media 45 anni) – 2) LE FAMIGLIE DEGLI OPERAI IN PENSIONE con reddito medio – 3) LE FAMIGLIE A REDDITO BASSO CON STRANIERI, le più colpite dalla crisi – 4) A REDDITO BASSO CON SOLI ITALIANI – 5) FAMIGLIE TRADIZIONALI della provincia – 6) ANZIANE SOLE E GIOVANI DISOCCUPATI – 7) FAMIGLIE BENESTANTI di occupati – 8) FAMIGLIE CON PENSIONI D’ARGENTO – 9) CLASSE DIRIGENTE

   Il rapporto ISTAT per il 2017 presentato il 17 maggio scorso (RELAZIONE ANNUALE SULLO STATO SOCIALE DELL’ITALIA), mette subito in rilievo la SCARSA MOBILITÀ SOCIALE e il FORTE AUMENTATO DIVARIO TRA NORD E SUD. In difficoltà soprattutto, più di tutti le famiglie di stranieri a basso reddito (così si legge nel rapporto dell’Istituto di statistica nazionale).

   Per l’Istat sono così necessarie nuove categorie per leggere la nuova realtà, sempre più frammentata. la perdita del senso di appartenenza a un classe sociale ha investito con più forza classe operaia e piccola borghesia. Da qui l’Istat per la prima volta riconosce una complessità nella stratificazione sociale non più omologabile tra ricchi, poveri e (ex)predominante classe media.

(Leggi il rapporto ISTAT 2017:

https://www.istat.it/it/files/2017/05/RapportoAnnuale2017.pdf )

   Qualcuno già nel 1977, lo studioso Alberto Asor Rosa, aveva proposto una suddivisione sociale del tutto originale ma inoppugnabile. Cioè un Paese suddiviso in due categorie: il vasto MONDO DEI GARANTITI, fatto di dipendenti pubblici e di dipendenti privati protetti da Statuto dei lavoratori e sindacati. Dall’altra la SOCIETÀ DEL RISCHIO, fatta di lavoratori autonomi, dipendenti delle piccole imprese, lavoratori precari delle imprese maggiori. Ora tutto sta diventando un po’ diverso, in parte (le garanzie esistono ancora ma minori, la licenziabilità è possibile…) (in uno degli articoli che vi proponiamo in questo post, Luca Ricolfi individua l’aggiunta ora di una “terza società”, cioè di quelli che sono “OUT”, fuori… dal lavoro, da ogni reddito…fuori da tutto…

   Ma restando senza divagazioni ulteriori sul tema del rapporto Istat, l’Ente di Statistica quest’anno individua la società italiana suddivisa in 9 categorie, nove soggetti sociali: 1) i giovani blue-collar (colletti blu, cioè lavoratori manuali, operai…)(molte coppie senza figli, età media 45 anni) – 2) le famiglie degli operai in pensione con reddito medio – 3) le famiglie a reddito basso con stranieri, le più colpite dalla crisi – 4) a reddito basso con soli italiani – 5) famiglie tradizionali della provincia – 6) anziane sole e giovani disoccupati – 7) famiglie benestanti di occupati – 8) famiglie con pensioni d’argento – 9) classe dirigente. Negli articoli che seguono si parlerà anche di questo.

   Dall’altra è stato presentato il 15 maggio all’Università “la Sapienza” di Roma il «RAPPORTO SULLO STATO SOCIALE 2017: il ruolo del Welfare nell’epoca dei bassi salari e investimenti». E qui il titolo, la parola che ne è uscita come dominante, dagli studi, analisi e ricerche degli studiosi di economia, è quella che è stata chiamata STAGNAZIONE SECOLARE. Questa è un’espressione coniata nel 1938 dall’economista Alvin Hansen, e l’autore di questo rapporto sullo stato sociale edito da La Sapienza, FELICE ROBERTO PIZZUTI, la ha usata come elemento predominante dato dall’analisi sociale ed economica del momento che stiamo vivendo.

LA NUOVA STAGNAZIONE SECOLARE – I temi del rapporto sullo stato sociale 2017 – Rapporto sullo Stato sociale, che è stato discusso il 15 maggio scorso all’UNIVERSITÀ “LA SAPIENZA” DI ROMA. Da dodici anni il Rapporto, promosso e coordinato da FELICE ROBERTO PIZZUTI ma alla cui elaborazione hanno partecipato 27 economisti, è un appuntamento importante per fare il punto sulle situazione del welfare in Italia (confrontata con quella degli altri paesi europei), ma non è ricco solo di statistiche: propone anche analisi originali. Quest’anno è stata dedicata particolare attenzione ai temi della “STAGNAZIONE SECOLARE” (un’espressione coniata nel 1938 dall’economista Alvin Hansen per descrivere il perdurare della crisi del ’29), della PRODUTTIVITÀ, delle DISUGUAGLIANZE, del REDDITO MINIMO e vari altri (qui l’indice del volume). – Si affronta la questione della “GRANDE RECESSIONE” INIZIATA NEL 2007-2008 e le sue connessioni con L’IPOTESI CHE SIA IN ATTO UNA “STAGNAZIONE SECOLARE”. Approfondendo poi i temi specifici dello stato sociale in Europa e in Italia, anche attraverso l’analisi delle più recenti riforme e delle tendenze DEL MERCATO DEL LAVORO, DEL SISTEMA SCOLASTICO E UNIVERSITARIO, PREVIDENZIALE E SANITARIO, DEL REDDITO MINIMO GARANTITO, DEGLI AMMORTIZZATORI SOCIALI E DELL’ASSISTENZA

   Il «rapporto sullo Stato sociale 2017» è alla sua dodicesima edizione, e, come detto, è edito da Sapienza Università Editrice, e anche per questo presentato il 15 maggio alla Facoltà di Economia a Roma. Per descrivere le conseguenze della «SECONDA GRANDE RECESSIONE» esplosa nel 2007-2008 (dopo quella del ’29 del secolo scorso) si è, appunto, usato il termine di STAGNAZIONE SECOLARE che, specificatamente, in economia, è un’espressione utile per descrivere lo squilibrio prodotto all’eccesso di risparmio rispetto al drastico calo degli investimenti che spinge in basso il tasso d’interesse reale. E la stagnazione impera.

(Leggi la sintesi del RAPPORTO SULLO STATO SOCIALE, edito dall’UNIVERSITÀ “LA SAPIENZA” DI ROMA e curato da FELICE ROBERTO PIZZUTI: Pizzuti_Rapporto SULLO STATO SOCIALE 2017_Estratto_Universita la Sapienza )

Felice Roberto Pizzuti, estensore e coordinatore del lavoro che ha portato al RAPPORTO SULLO STATO SOCIALE 2017

   Il ritorno alla crescita, rivendicata dalle principali istituzionali economiche globali e dai governi, non sembra così produrre significativi passi in avanti in termini di aumenti di ricchezza (salari) e di produttività, mentre la ripresa dell’occupazione avviene solo attraverso la moltiplicazione del precariato, niente di più, una «crescita senza occupazione fissa». Si può accettare di riconoscere che di più è impossibile fare: basta dirselo.

   “Stagnazione secolare” che, si badi bene, non coinvolge solo l’Italia ma buona parte dell’Europa. Appunto, solo con la crisi del ’29 del secolo scorso si era notata una cosa simile. E allora si è risolta (si fa per dire…) con la carneficina della seconda guerra mondiale. Pertanto sono analisi, e precedenti preoccupanti….sul nostro futuro immediato e più lontano.

Presentazione il 15 maggio alla Sapienza di Roma del Rapporto sullo stato sociale 2017: il ruolo del Welfare nell’epoca dei bassi salari e investimenti

   Come allora rilanciare quindi le nostre economie? Il Documento è chiaro: solo con l’ampliamento delle politiche pubbliche, il rilancio del welfare e il potenziamento degli investimenti pubblici possiamo tornare a crescere e tirare un sospiro di sollievo.

   Qui ora le teorie si sprecano, ma par di capire che tutti condividono che gli investimenti devono essere di qualità, innovativi, nel rispetto delle persone, dell’ambiente, nell’individuare le nuove tecnologie che avanzano sempre più, e nell’avere a che fare con persone istruite, coscienti di sè….

   Pertanto serve sì REDISTRIBUIRE IL REDDITO, LA RICCHEZZA in modo diverso, più equo…. Ma questo non può bastare…

   Altri modi di intervenire? “Intervenire a correggere i meccanismi redistributivi è importante, ma non risolutivo” – è l’opinione di Giorgio Alleva, presidente dell’Istat (di cui in questo post proponiamo un suo articolo che spiega la metodologia del lavoro fatto nel creare il Rapporto 2017) – perché, dice Alleva,  “per dare respiro al futuro di milioni di individui e nuovo slancio al sistema economico, è necessario operare a monte…. e il mezzo primario di promozione sociale è l’istruzione e la formazione del capitale umano….Pertanto investire sulla formazione del capitale umano e più in generale sull’innovazione (tecnologica, economica e sociale) e sulla modernizzazione delle istituzioni è una strada obbligata per lo sviluppo della società e del sistema economico, nell’intero territorio nazionale”. Speriamo che si inizi. (s.m.)

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ISTAT 2017 (RELAZIONE ANNUALE SULLO STATO SOCIALE DELL’ITALIA)

ITALIA PAESE DI VECCHI. SCOMPAIONO CLASSE OPERAIA E PICCOLA BORGHESIA

17.05.2017, di Redazione Online/ANTONELLA SERRANO, di http://tg.la7.it/economia/

– Scarsa mobilità sociale e forte divario nord sud. In difficoltà soprattutto le famiglie di stranieri a basso reddito, si legge nel rapporto annuale dell’Istituto di statistica nazionale. Sono necessarie nuove categorie per leggere la nuova realtà, sempre più frammentata –

   Italia ‘UN PAESE PER VECCHI’. Dove gli over 65 sono il 22% della popolazione, primato europeo, e dove sette giovani (under 35) su dieci rimane in famiglia, perché non ha un reddito sufficiente per essere indipendente. Italia paese sempre più bloccato dove crescono le diseguaglianze, anche in una stessa classe, e dove scompaiono invece la classe operaia e la piccola borghesia mentre nascono nuovi gruppi sociali, Continua a leggere

il MEDITERRANEO tra Fernand Braudel e PREDRAG MATVEJEVIC – In ricordo di MATVEJEVIC, venuto a mancare il 2 febbraio scorso, grande descrittore del MEDITERRANEO – Il Mare nostrum al centro della geopolitica mondiale – Che significato dare all’ACCORDO ITALIANO CON LA LIBIA per fermare i migranti?

PREDRAG MATVEJEVIC è morto il 2 febbraio scorso. In Italia lo aveva fatto conoscere Claudio Magris e aveva insegnato a Roma. Figlio di padre russo e di madre bosniaca, Predrag Matvejevic era nato nel 1932 a MOSTAR (città poi martire della guerra jugoslava, che allora faceva parte del Regno di Jugoslavia e oggi si trova nel territorio della Bosnia Erzegovina). Si era imposto all'attenzione della critica con il libro BREVIARIO MEDITERRANEO (Hefti, 1988; Garzanti, 1991). Emigrato in Francia dalla Jugoslavia nel 1991, nel 1994 Matvejevic si era trasferito in Italia, dove aveva insegnato Slavistica all'Università La Sapienza di Roma fino al 2007, portando un contributo di rilievo al dibattito pubblico del nostro Paese. Tra i suoi libri, oltre a Breviario Mediterraneo: Epistolario dell'altra Europa (Garzanti, 1992); Mondo Ex (Garzanti, 1996); Tra asilo ed esilio (Meltemi, 1998); Un'Europa maledetta (Baldini e Castoldi, 2005); Pane nostro (Garzanti, 2010)
PREDRAG MATVEJEVIC è morto il 2 febbraio scorso. In Italia lo aveva fatto conoscere Claudio Magris e aveva insegnato a Roma. Figlio di padre russo e di madre bosniaca, Predrag Matvejevic era nato nel 1932 a MOSTAR (città poi martire della guerra jugoslava, che allora faceva parte del Regno di Jugoslavia e oggi si trova nel territorio della Bosnia Erzegovina). Si era imposto all’attenzione della critica con il libro BREVIARIO MEDITERRANEO (Hefti, 1988; Garzanti, 1991). Emigrato in Francia dalla Jugoslavia nel 1991, nel 1994 Matvejevic si era trasferito in Italia, dove aveva insegnato Slavistica all’Università La Sapienza di Roma fino al 2007, portando un contributo di rilievo al dibattito pubblico del nostro Paese. Tra i suoi libri, oltre a Breviario Mediterraneo: Epistolario dell’altra Europa (Garzanti, 1992); Mondo Ex (Garzanti, 1996); Tra asilo ed esilio (Meltemi, 1998); Un’Europa maledetta (Baldini e Castoldi, 2005); Pane nostro (Garzanti, 2010)

È MORTO LO SCRITTORE PREDRAG MATVEJEVIĆ

3/2/2017, da www.ilpost.it/

– È stato uno dei più importanti autori balcanici, candidato al Nobel per la letteratura e famoso per “Breviario Mediterraneo” –

   È morto il 2 febbraio scorso a Zagabria lo scrittore Predrag Matvejević, aveva 84 anni. La sua fama è legata soprattutto a Breviario mediterraneo, un libro scritto nel 1987 e in seguito tradotto in tutto il mondo, che ha raccontato la storia e la geografia del Mediterraneo molti anni prima che ritornasse uno dei centri delle tensioni del mondo.

   Breviario Mediterraneo non è organizzato cronologicamente o geograficamente, insegue temi trasversali e concretissimi, raccontando storie avvenute in tempi ed epoche diverse, come una specie di enciclopedia esplosa del mare e delle terre che lo circondano.

   Non è un saggio antropologico, geografico o storico, ma è pieno di notizie antropologiche, geografiche e storiche, usa una lingua semplice ma con aperture poetiche che può ricordare quella del grande storico francese FERNAND BRAUDEL.

   Matvejević ricostruisce, per esempio, il rapporto tra navigazione diffusa e cartografia, racconta che nelle galere musulmane gli schiavi erano nutriti di carrube in modo da fare la cacca dura e non sporcare le navi, elenca le innumerevoli isole del Mediterraneo che furono trasformate in prigioni, o spiega come cucinare il brodo di sassi, un brodo fatto mettendo a bollire i sassi del mare ricoperti di alghe e minuscole conchiglie, la cui ricetta, creata dalla fame, si ritrova ovunque lungo le coste, tra popolazioni lontane.

   Breviario Mediterraneo è una specie di miniera, o di brodo appunto, in cui fatti lontani e diversi stanno fianco a fianco, come se la storia non fosse mai passata. Tradotto in Italia nel 1991 da Garzanti, il libro divento famoso anche grazie a Claudio Magris, che si ispirò esplicitamente a Matvejević per il suo libro più famoso, Danubio.

   Predrag Matvejević era nato nel 1932 a Mostar, nell’ex Jugoslavia, oggi in Bosnia Erzegovina. Sua madre era croata, il padre russo di Odessa. Insegnò letteratura all’Università di Zagabria da dove nel 1991 emigrò a Parigi per insegnare alla Sorbona, e poi alla Sapienza di Roma dal 1994 al 2007. Dopo il successo di Breviario mediterraneo, ricevette parecchie cariche e riconoscimenti: per esempio fu nominato consulente della Commissione europea per il Mediterraneo sotto la presidenza di Romano Prodi, ricevette la Legion d’onore in Francia e la cittadinanza onoraria in Italia ed è stato più volte candidato al Nobel per la letteratura.

Nel 2005 in Croazia fu processato e condannato a cinque mesi per calunnia, per avere accusato pubblicamente altri scrittori di avere fomentato e favorito la guerra nell’ex Jugoslavia. Matvejević rinunciò all’appello per non riconoscere l’autorità del tribunale.

   Il suo ultimo libro, Pane nostro, è stato pubblicato nel 2010, sempre dall’editore Garzanti.

breviario

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Il 3 febbraio scorso c’è stata la firma dell’ACCORDO TRA ITALIA E LIBIA per fermare il flusso di migranti nel Mediterraneo. Nel “MEMORANDUM D'INTESA” firmato a Roma dal presidente del Consiglio GENTILONI e dal presidente del Consiglio presidenziale libico, FAYEZ AL SERRAJ, si dice che l'Italia s'impegna a fornire "supporto tecnico e tecnologico agli organismi libici incaricati della lotta all'immigrazione clandestina e che sono rappresentati dalla guardia di frontiera e dalla guardia costiera" libici. C’è un impegno italiano anche ad aiutare la Libia, nella sua parte sud (nei confini verso il NIGER e il CIAD), a fermare i migranti e in particolari i trafficanti che promettono i passaggi poi verso le coste dell’Europa attraverso i barconi nel Mediterraneo. QUESTO ACCORDO CONVINCE POCO. In particolare per la SITUAZIONE POLITICA INTERNA DELLA LIBIA, data da una confusione totale, da molte forze e leader che si contendono il potere. Ma l’accordo convince per niente, per LO STATO DI VERE SEVIZIE CHE I MIGRANTI VENGONO A SUBIRE NEI CAMPI “DI ACCOGLIENZA” (si fa per dire) LIBICI
Il 3 febbraio scorso c’è stata la firma dell’ACCORDO TRA ITALIA E LIBIA per fermare il flusso di migranti nel Mediterraneo. Nel “MEMORANDUM D’INTESA” firmato a Roma dal presidente del Consiglio GENTILONI e dal presidente del Consiglio presidenziale libico, FAYEZ AL SERRAJ, si dice che l’Italia s’impegna a fornire “supporto tecnico e tecnologico agli organismi libici incaricati della lotta all’immigrazione clandestina e che sono rappresentati dalla guardia di frontiera e dalla guardia costiera” libici. C’è un impegno italiano anche ad aiutare la Libia, nella sua parte sud (nei confini verso il NIGER e il CIAD), a fermare i migranti e in particolari i trafficanti che promettono i passaggi poi verso le coste dell’Europa attraverso i barconi nel Mediterraneo. QUESTO ACCORDO CONVINCE POCO. In particolare per la SITUAZIONE POLITICA INTERNA DELLA LIBIA, data da una confusione totale, da molte forze e leader che si contendono il potere. Ma l’accordo convince per niente, per LO STATO DI VERE SEVIZIE CHE I MIGRANTI VENGONO A SUBIRE NEI CAMPI “DI ACCOGLIENZA” (si fa per dire) LIBICI

   PREDRAG MATVEJEVIC, poeta della convivenza nel Mediterraneo, è morto il 2 febbraio scorso. Aveva 84 anni, nato a Mostar (città che ora si trova in Bosnia Erzegovina); fece del confronto tra i popoli il tema delle sue opere. Inventò il termine “democratura”, oggi usato per indicare il governo di Putin, tra democrazia e dittatura. Nel 1974 con una lettera invitò Tito a preparare la successione in Jugoslavia e fu espulso. Il suo libro più famoso è dedicato proprio al Mediterraneo, “BREVIARIO MEDITERRANEO”, libro definito un “Trattato poetico-fiIosofico”, un “romanzo post-moderno”, “portolano”, “diario di bordo”, “libro di preghiere”, “midrash”, “raccolta di aforismi”, “antologia di racconti-saggio”, “cronaca di un viaggio”.

   Matvejevic è stato nemico di ogni nazionalismo e di ogni esaltazione dell’appartenenza etnica. La parola identità la declinava al plurale, per sottolineare che tutte le persone hanno più appartenenze e l’unica lealtà dovuta è quella a difesa dei valori universali e umanistici.

   Nel portare qui un ricordo riconoscente a Predrag Matvejevic, vogliamo però anche ricordare uno dei temi all’attenzione della cronaca e delle vicende europee di questi giorni: che interessa il flusso di migranti, profughi o per motivi economici, che dall’Africa settentrionale solcano, e tanti muoiono annegati, proprio il Mediterraneo per arrivare in Italia (in Europa).

   E’ infatti di questi giorni (il 3 febbraio scorso), la firma dell’ACCORDO TRA ITALIA E LIBIA per fermare il flusso di migranti nel Mediterraneo. Nel “MEMORANDUM D’INTESA” firmato a Roma dal presidente del Consiglio Gentiloni e dal presidente del Consiglio presidenziale libico, Fayez Al Serraj, si dice che l’Italia s’impegna a fornire “supporto tecnico e tecnologico agli organismi libici incaricati della lotta all’immigrazione clandestina e che sono rappresentati dalla guardia di frontiera e dalla guardia costiera” libici. C’è un impegno italiano anche ad aiutare la Libia, nella sua parte sud (nei confini verso il Niger e il Ciad), a fermare i migranti e in particolari i trafficanti che promettono i passaggi poi verso le coste dell’Europa attraverso i barconi nel Mediterraneo.

La mappa dei gruppi armati presenti sul territorio libico (da "La Stampa" del 20/1/2017) - La LIBIA è adesso in uno stato di anarchia e ingovernabilità. Ci sono TRE PSEUDOGOVERNI: quello internazionalmente riconosciuto di FAYEZ MUSTAFA AL-SERRAJ, con cui l’Italia il 3 febbraio scorso ha firmato l’accordo per fermare i migranti, governo di Al-Serraj che controlla - non da solo - i suoi uffici di TRIPOLI; poi c’è IL GABINETTO RIVALE, insediato in un albergo tripolino, presieduto da KHALIFA GHWELL; poi L'ENTITÀ CIRENAICA, radicata a TOBRUK, che ha nel generale KHALIFA HAFTAR il suo uomo forte; e non ultime le TRIBÙ TEBU e TUAREG, padrone del territorio sin dai tempi del colonnello Muammar Gheddafi. E infine CENTINAIA DI MILIZIE E GRUPPI CRIMINALI di varia origine che controllano territori più o meno estesi
La mappa dei gruppi armati presenti sul territorio libico (da “La Stampa” del 20/1/2017) – La LIBIA è adesso in uno stato di anarchia e ingovernabilità. Ci sono TRE PSEUDOGOVERNI: quello internazionalmente riconosciuto di FAYEZ MUSTAFA AL-SERRAJ, con cui l’Italia il 3 febbraio scorso ha firmato l’accordo per fermare i migranti, governo di Al-Serraj che controlla – non da solo – i suoi uffici di TRIPOLI; poi c’è IL GABINETTO RIVALE, insediato in un albergo tripolino, presieduto da KHALIFA GHWELL; poi L’ENTITÀ CIRENAICA, radicata a TOBRUK, che ha nel generale KHALIFA HAFTAR il suo uomo forte; e non ultime le TRIBÙ TEBU e TUAREG, padrone del territorio sin dai tempi del colonnello Muammar Gheddafi. E infine CENTINAIA DI MILIZIE E GRUPPI CRIMINALI di varia origine che controllano territori più o meno estesi

   Questo accordo convince poco. In particolare per la situazione politica interna della Libia, data da una confusione totale, da molte forze e leader che si contendono il potere. Ma l’accordo convince per niente, per lo stato di vere sevizie che i migranti vengono a subire nei campi “di accoglienza” (si fa per dire) libici.

   Le condizioni inumane di questi campi per migranti in Libia sono state anche documentate da reportage televisivi europei. Sono in aperta violazione di tutte le convenzioni sui diritti umani e dei rifugiati. 400.000 immigrati attualmente sono trattenuti in questi campi. Secondo le organizzazioni umanitarie al loro interno vengono praticati abusi e torture. Qualcuno li definisce come dei veri e propri lager. Lì i diritti umani sono sistematicamente violati.

Campi di prigionia libici per i migranti
Campi di prigionia libici per i migranti

   E’ così che ancora una volta (dopo l’accordo con la Turchia) che l’Europa rinuncia a politiche per governare i flussi, ma tenta solo di impedirli. Ogni contesto di gestione della problematica, di magari parziale integrazione di questi migranti (in un’Europa che perde demograficamente popolazione autoctona), ogni politica di gestione del problema, che trovi soluzioni praticabili, e che “immagini” anche processi di integrazione, è abbandonata, non voluta.

Nella foto: Migranti bloccati su un gommone davanti alle coste libiche il 5 febbraio 2017(da "La Stampa del %/2/2017) - LA LIBIA BLOCCA I PRIMI MILLE MIGRANTI DOPO L’ACCORDO CON L’ITALIA - La Guardia costiera libica ha intercettato nell’ultima settimana 1.131 migranti nei pressi della città di SABRATA. - 431 migranti sono stati bloccati su quattro gommoni nelle acque davanti a Sabrata, mentre altri 700 sono stati bloccati su barche di legno, secondo quanto scrive l’agenzia Reuters citando il portavoce della Guardia costiera. - Si tratta di alcune delle prime intercettazioni dopo la FIRMA DEL PATTO TRA LIBIA E ITALIA, lo scorso 3 febbraio. La Libia è diventato uno dei punti principali da cui partono i migranti dopo la chiusura della rotta balcanica. (da “la Stampa.it” del 5/2/2017)
Nella foto: Migranti bloccati su un gommone davanti alle coste libiche il 5 febbraio 2017(da “La Stampa del %/2/2017) – LA LIBIA BLOCCA I PRIMI MILLE MIGRANTI DOPO L’ACCORDO CON L’ITALIA – La Guardia costiera libica ha intercettato nell’ultima settimana 1.131 migranti nei pressi della città di SABRATA. – 431 migranti sono stati bloccati su quattro gommoni nelle acque davanti a Sabrata, mentre altri 700 sono stati bloccati su barche di legno, secondo quanto scrive l’agenzia Reuters citando il portavoce della Guardia costiera. – Si tratta di alcune delle prime intercettazioni dopo la FIRMA DEL PATTO TRA LIBIA E ITALIA, lo scorso 3 febbraio. La Libia è diventato uno dei punti principali da cui partono i migranti dopo la chiusura della rotta balcanica. (da “la Stampa.it” del 5/2/2017)

   Pertanto, in questo post vogliamo parlare dell’accordo con la Libia, che fa parte del contesto così difficile della situazione di migranti dal sud del mondo che vengono verso di noi; e vorremo anche ricordare il Mediterraneo come l’ha visto e descritto Predrag Matvejevic.

   Il Mediterraneo, mare che unisce le sponde dell’Europa, del Nord Africa, del Medio Oriente e dell’Asia Minore, è un mare che da sempre è il “centro” di avvenimenti, di forti vicende umane, e della geopolitica globale. E’ il mare interno più vasto del mondo, in cui sono nate e si sono sviluppate le prime civiltà. In fondo, a un’analisi geografica, storica, si capisce che il Mediterraneo è stato il primo posto al mondo dove si è verificata la globalizzazione.

   E tutto questo ci fa capire come questo mare “nostrum” (come da noi viene definito) è in esso che si gioca in questi anni gran parte della strategia politico-militare mondiale. È tra Istanbul e Tangeri che oggi passa il confine dei conflitti, delle guerre, delle rivoluzioni delle “primavere arabe”, delle tensioni di ogni tipo, che dall’Afghanistan al Golfo Persico, all’Africa subsahariana, stanno ripercuotendosi nei modi più pericolosi proprio da noi, sull’Europa. E passa anche per il Mediterraneo la speranza di un mondo nuovo, liberato da sofferenze, sopraffazioni e miserie. (s.m.)

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LIBIA, IL PATTO CON IL PAESE CHE NON ESISTE

di Lucio Caracciolo, da “la Repubblica” del 4/2/2017

   Che senso ha firmare un accordo internazionale con un paese che non esiste? Tre le risposte possibili: per INCONSAPEVOLEZZA DELLA REALTÀ; per DISPERAZIONE; perché SERVE AD ALTRI SCOPI. Nell’intesa fra Italia e Libia per bloccare i flussi migratori illegali la prima ipotesi è esclusa. Continua a leggere

IL RACCONTO DI NATALE: dal DON CHISCIOTTE di MIGUEL DE CERVANTES – SIAMO TUTTI DON CHISCIOTTE: Cervantes, morto 400 anni fa, ha dato vita a un visionario contemporaneo: chi, ogni giorno, ha una battaglia da perdere, trasformando il quotidiano in epica, e con il sogno di andare oltre l’impossibile

MIGUEL DE CERVANTES: 400 ANNI DALLA MORTE DEL GRANDE SCRITTORE (avvenuta il 23 aprile 2016). DON CHISCIOTTE è uno dei testi più famosi al mondo, tradotto in ogni lingua, oggetto di centinaia di trasposizioni teatrali e cinematografiche e motivo di ispirazione per migliaia di artisti (pittori, scultori, coreografi) sparsi in ogni paese
MIGUEL DE CERVANTES: 400 ANNI DALLA MORTE DEL GRANDE SCRITTORE (avvenuta il 23 aprile 2016). DON CHISCIOTTE è uno dei testi più famosi al mondo, tradotto in ogni lingua, oggetto di centinaia di trasposizioni teatrali e cinematografiche e motivo di ispirazione per migliaia di artisti (pittori, scultori, coreografi) sparsi in ogni paese

   Da questo blog geografico, Vi proponiamo, per il Natale 2016 (come facciamo ogni fine anno) dei brani di lettura a nostro avviso da riprendere in mano, da recuperare (oppure da “prendere possesso” se non lo si è mai fatto). E stavolta ci siamo un po’ dedicati al Don Chisciotte di Miguel De Cervantes.

   Don Chisciotte della Mancia è considerato il primo romanzo della storia della letteratura occidentale. Il libro, diviso in due parti, narra le vicende del cavaliere errante, Don Chisciotte, e del suo scudiero, Sancio Panza. La trama del romanzo si impernia attorno ai due personaggi, entrambi inscindibili e centrali.

   Tutto prende avvio dalla follia di un possidente, un piccolo proprietario, Alonso Chisciano, un cavaliere con non troppi averi. E Alonso, dopo aver letto moltissimi libri sulla cavalleria errante, celebri e meno celebri, si è identificato con quel mondo, farneticando in se una realtà fatta di cavalieri e dame, e regole, che intende follemente applicare alla sua vita. Ma ciascuno di chi qui legge ben conosce la vicenda di Don Chisciotte.

   Quel che conta, lasciandovi alla lettura di brani del Don Chisciotte e ad alcune interpretazioni contemporanee sulla figura di questo personaggio (e del suo autore-creatore Miguel de Cervantes), quel che conta è il fatto di doverci confrontare, bene o male, con lui, che segna le nostre esistenze, cui ci riflettiamo (in lui) come in uno specchio.

   Sognando di essere Don Chisciotte e contemporaneamente mettendoncela tutta per evitare di esserlo. Non voler essere perdenti (come quasi sempre accade), ma non essendo per niente felici di dover vincere (vincere cosa?)….

   E’ questo personaggio, e questo straordinario libro, qualcosa che esce dall’essere un semplice racconto-romanzo, per diventare, nella lettura piacevole delle sue pagine e avventure (con una scrittura sì tradotta e ammodernata, ma con uno scorrere lessicale di 400 anni fa… nonostante tutto questo la lettura è facile), per diventare, essere, anche un po’ un testo di psicanalisi, e di storia dell’uomo di ogni epoca, e più che mai della nostra personale vita. Per questo condividiamo il moto che, volenti o meno, “SIAMO TUTTI DON CHISCIOTTE”. Buona lettura. Buon Natale. (s.m.)

Madrid, Piazza di Spagna, monumento dedicato a don Chisciotte e Sancio Panza (foto di Alisa Kolobova tratta dal sito www.minube.it/ )
Madrid, Piazza di Spagna, monumento dedicato a don Chisciotte e Sancio Panza (foto di Alisa Kolobova tratta dal sito http://www.minube.it/ )

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All’inizio del suo romanzo, Miguel de Cervantes ci presenta il protagonista, un gentiluomo della Mancia che, totalmente assorbito dalla lettura dei romanzi cavallereschi, finisce con l’impazzire. E con la fantasia si trasforma in cavaliere errante con tanto di armatura, di destriero e di dama alla quale dedicare i propri trionfi. A Don Chisciotte della Mancia non resta pertanto che partire: straordinarie e mirabolanti imprese lo attendono!

DON CHISCIOTTE DIVENTA CAVALIERE ERRANTE

   In un paese della Mancia, di cui non voglio fare il nome, viveva or non è molto uno di quei cavalieri che tengono la lancia nella rastrelliera, un vecchio scudo, un ossuto ronzino e il levriero da caccia. Tre quarti della sua rendita se ne andavano in un piatto più di vacca che di castrato, carne fredda per cena quasi ogni sera, uova e prosciutto il sabato, lenticchie il venerdì e qualche piccioncino di rinforzo alla domenica. A quello che restava davano fondo il tabarro di pettinato e i calzoni di velluto per i dì di festa, con soprascarpe dello stesso velluto, mentre negli altri giorni della settimana provvedeva al suo decoro con lana grezza della migliore. Aveva in casa una governante che passava i quarant’anni e una nipote che non arrivava ai venti, più un garzone per lavorare i campi e far la spesa, che gli sellava il ronzino e maneggiava il potatoio. L’età del nostro cavaliere sfiorava i cinquant’anni; era di corporatura vigorosa, secco, col viso asciutto, amante d’alzarsi presto al mattino e appassionato alla caccia.

Alonso Quixano, non ancora don Chisciotte, nella sua biblioteca tra i romanzi cavallereschi

Bisogna dunque sapere che il detto gentiluomo, nei momenti che stava senza far nulla (che erano i più dell’anno), si dedicava a leggere i libri di cavalleria con tanta passione, con tanto gusto, che arrivò quasi a trascurare l’esercizio della caccia, nonché l’amministrazione della sua proprietà; e arrivò a tanto quella sua folle mania che vendette diverse staia di terra da semina per comprare romanzi cavallereschi da leggere, e in tal modo se ne portò in casa quanti più riuscì a procurarsene.

Insomma, tanto s’immerse nelle sue letture, che passava le nottate a leggere da un crepuscolo all’altro, e le giornate dalla prima all’ultima luce; e così, dal poco dormire e il molto leggere gli s’inaridì il cervello in maniera che perdette il giudizio. La fantasia gli si empì di tutto quello che leggeva nei libri, sia d’incantamenti che di contese, battaglie, sfide, ferite, dichiarazioni, amori, tempeste e altre impossibili assurdità; e gli si ficcò in testa a tal punto che tutta quella macchina d’immaginarie invenzioni che leggeva, fossero verità, che per lui non c’era al mondo altra storia più certa. don-chisciotte_1

Così, con il cervello ormai frastornato, finì col venirgli la più stravagante idea che abbia avuto mai pazzo al mondo, e cioè che per accrescere il proprio nome, e servire la patria, gli parve conveniente e necessario farsi cavaliere errante, e andarsene per il mondo con le sue armi e cavallo, a cercare avventure e a cimentarsi in tutto ciò che aveva letto che i cavalieri erranti si cimentavano, disfacendo ogni specie di torti e esponendosi a situazioni e pericoli da cui, superatili, potesse acquistare onore e fama eterna. E la prima cosa che fece fu ripulire certe armi che erano state dei suoi bisavoli che, prese dalla ruggine e coperte di muffa, stavano da lunghi secoli accantonate e dimenticate in un angolo. Le ripulì e le rassettò come meglio poté. Andò poi a guardare il suo ronzino, e benché avesse più crepature agli zoccoli e più acciacchi del cavallo del Gonnella, che tantum pellis et ossa fuit, gli parve che non gli si potesse comparare neanche il Bucefalo di Alessandro o il Babieca del Cid. Passò quattro giorni ad almanaccare che nome dovesse dargli; perché (come egli diceva a se stesso) non era giusto che il cavallo d’un cavaliere così illustre, ed esso stesso così dotato di intrinseco valore, non avesse un nome famoso; perciò, ne cercava uno che lasciasse intendere ciò che era stato prima di appartenere a cavaliere errante, e quello che era adesso; ed era logico, del resto, che mutando di condizione il padrone, mutasse il nome anche lui, e ne acquistasse uno famoso e sonante, più consono al nuovo ordine e al nuovo esercizio che ormai professava; così, dopo infiniti nomi che formò, cancellò e tolse, aggiunse, disfece e tornò a rifare nella sua mente e nella sua immaginazione, finì col chiamarlo Ronzinante, nome, a parer suo, alto, sonoro e significativo di ciò che era stato ante quando era ronzino, e quello che era ora, primo ed innante a ogni ronzino al mondo. Avendo messo il nome, con tanta soddisfazione, al suo cavallo, volle ora trovarsene uno per sé, e in questo pensiero passò altri otto giorni, finché si risolse a chiamarsi don Chisciotte.

Ma, da buon cavaliere, volle egli aggiungere al suo il nome della sua patria e chiamarsi don Chisciotte della Mancia, e così a parer suo egli veniva a dichiarare apertamente il suo lignaggio e la sua patria, e la onorava, assumendone il soprannome.

Ripulite dunque le armi, battezzato il ronzino e data a se stesso la cresima, si convinse che non gli mancava ormai nient’altro se non cercare una dama di cui innamorarsi: perché un cavaliere errante senza amore è come un albero senza né foglie né frutti o come un corpo senz’anima. Oh, come si rallegrò il nostro buon cavaliere quand’ebbe trovato colei a cui dar nome di sua dama! Ed è che, a quanto si crede, in un paesetto vicino al suo c’era una giovane contadina di aspetto avvenente, di cui un tempo egli era stato innamorato, benché, a quanto è dato di credere, essa non ne seppe mai nulla e non se ne accorse nemmeno. Si chiamava Aldonza Lorenzo: ed è a costei che gli parve bene dare il titolo di signora dei suoi pensieri; e cercandole un nome che non disdicesse molto dal suo, e che si incamminasse a esser quello di una principessa e gran dama, la chiamò Dulcinea del Toboso, perché era nativa del Toboso: nome che gli parve musicale, prezioso e significativo, come tutti gli altri che aveva imposto a se stesso e alle proprie cose.

La copertina della prima parte del libro originario pubblicato nel 1605 - “Fate in modo che, leggendo la vostra storia, il malinconico si senta invitato a ridere, l’allegro lo diventi ancora di più, l’ignorante non se ne stufi, e chi è colto ne apprezzi la trama, il serio non la disprezzi, né il saggio manchi di lodarla.” MIGUEL DE CERVANTES
La copertina della prima parte del libro originario pubblicato nel 1605 – “Fate in modo che, leggendo la vostra storia, il malinconico si senta invitato a ridere, l’allegro lo diventi ancora di più, l’ignorante non se ne stufi, e chi è colto ne apprezzi la trama, il serio non la disprezzi, né il saggio manchi di lodarla.” MIGUEL DE CERVANTES

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IMPERDIBILE L’ASCOLTO DEL “DON CHISCIOTTE” LETTO DA TONI SERVILLO PER RADIOTRE:

La Grande Radio – Ascoltare Don Chisciotte – Radio 3 – Rai  

Voce recitante TONY SERVILLO – Musiche originali di STEFANO BOLLANI

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“WILLIAM SHAKESPEARE e MIGUEL DE CERVANTES, come stremati da un’identica vita titanica, sono MORTI LO STESSO GIORNO, IL 23 APRILE DEL 1616 (pur con 10 e più giorni di differenza, visti i due calendari diversi: in Spagna nel 1616 vigeva il calendario gregoriano, mentre in Inghilterra si seguiva ancora quello giuliano). Con una simmetria che non smette di stupirci, ENTRAMBI CI HANNO LASCIATO UN VERO TESTAMENTO IN MATERIA DI SAGGEZZA. È quello che ci raccontano le ultime pagine del DON CHISCIOTTE, e il monologo di Prospero che chiude LA TEMPESTA. Don Chisciotte morente, che riprende il nome di Alonso Chisciano e rinnega le imprese, non è diverso da Prospero, che consumata la sua vendetta depone arti magiche e potere.(…) Come tutti i grandi messaggi, anche questo punge e consola. Da una parte significa che la saggezza e il risveglio arrivano troppo tardi, e servono solo a morire bene; ma è ugualmente vero, e ricco di significato, che l’essere umano può risvegliarsi prima della morte, quando ancora è dentro la sua vita, non più come ospite ma come padrone.(…) (Emanuele Trevi, “Il Corriere della Sera” del 14/11/2016)
“WILLIAM SHAKESPEARE e MIGUEL DE CERVANTES, come stremati da un’identica vita titanica, sono MORTI LO STESSO GIORNO, IL 23 APRILE DEL 1616 (pur con 10 e più giorni di differenza, visti i due calendari diversi: in Spagna nel 1616 vigeva il calendario gregoriano, mentre in Inghilterra si seguiva ancora quello giuliano). Con una simmetria che non smette di stupirci, ENTRAMBI CI HANNO LASCIATO UN VERO TESTAMENTO IN MATERIA DI SAGGEZZA. È quello che ci raccontano le ultime pagine del DON CHISCIOTTE, e il monologo di Prospero che chiude LA TEMPESTA. Don Chisciotte morente, che riprende il nome di Alonso Chisciano e rinnega le imprese, non è diverso da Prospero, che consumata la sua vendetta depone arti magiche e potere.(…) Come tutti i grandi messaggi, anche questo punge e consola. Da una parte significa che la saggezza e il risveglio arrivano troppo tardi, e servono solo a morire bene; ma è ugualmente vero, e ricco di significato, che l’essere umano può risvegliarsi prima della morte, quando ancora è dentro la sua vita, non più come ospite ma come padrone.(…) (Emanuele Trevi, “Il Corriere della Sera” del 14/11/2016)

Questa è una delle più famose avventure di Don Chisciotte. Il “nobile cavaliere errante” vede da lontano dei mulini a vento, li scambia per giganti e li assale, ma…

DON CHISCIOTTE CONTRO I MULINI A VENTO

CAPITOLO VIII

DEL FORTUNATO COMPIMENTO CHE DIEDE IL VALOROSO DON CHISCIOTTE ALLA SPAVENTEVOLE E NON MAI IMMAGINATA AVVENTURA DEI MULINI DA VENTO CON ALTRI SUCCESSI DEGNI DI GLORIOSA MEMORIA.

Ed ecco intanto scoprirsi da trenta o quaranta mulini da vento, che si trovavano in quella campagna; e tosto che don Chisciotte li vide, disse al suo scudiere: «La fortuna va guidando le cose nostre meglio che noi non oseremmo desiderare. Vedi là, amico Sancio, come si vengono manifestando trenta, o poco più smisurati giganti? Io penso di azzuffarmi con essi, e levandoli di vita cominciare ad arricchirmi colle loro spoglie; perciocché questa è guerra onorata, ed è un servire Iddio il togliere dalla faccia della terra sì trista semente.

– Dove, sono i giganti? disse Sancio Pancia. – Quelli che vedi laggiù, rispose il padrone, con quelle braccia sì lunghe, che taluno d’essi le ha come di due leghe.

– Guardi bene la signoria vostra, soggiunse Sancio, che quelli che colà si discoprono non sono altrimenti giganti, ma mulini da vento, e quelle che le paiono braccia sono le pale delle ruote, che percosse dal vento, fanno girare la macina del mulino.

– Ben si conosce, disse don Chisciotte, che non sei pratico di avventure; quelli sono giganti, e se ne temi, fatti in disparte e mettiti in orazione mentre io vado ad entrar con essi in fiera e disugual tenzone.

Detto questo, diede de’ sproni a Ronzinante, senza badare al suo scudiere, il quale continuava ad avvertirlo che erano mulini da vento e non giganti, quelli che andava ad assaltare. Ma tanto s’era egli fitto in capo che fossero giganti, che non udiva più le parole di Sancio, né per avvicinarsi arrivava a discernere che cosa fossero realmente; anzi gridava a gran voce: «Non fuggite, codarde e vili creature, che un solo è il cavaliere che viene con voi a battaglia.»

In questo levossi un po’ di vento per cui le grandi pale delle ruote cominciarono a moversi; don Chisciotte soggiunse: «Potreste agitar più braccia del gigante Briareo, che me l’avete pur da pagare.» Ciò detto, e raccomandandosi di tutto cuore alla Dulcinea sua signora affinché lo assistesse in quello scontro, ben coperto colla rotella, e posta la lancia in resta, galoppando quanto poteva, investì il primo mulino in cui si incontrò e diede della lancia in una pala. Continua a leggere

“LA GEOGRAFIA SERVE A FARE LA GUERRA?” – La bella mostra a Treviso a Palazzo Bomben (fino al 19 febbraio 2017) della Fondazione Benetton, rileva quale sia stato, specie nel suolo italico, il ruolo della geografia nel dare significato politico ai confini – E si ragiona sulle FINALITÀ del LAVORO GEOGRAFICO

“….La MAPPA che abbiamo scelto per parlarvi della mostra “LA GEOGRAFIA SERVE A FARE LA GUERRA?” non passa inosservata o, quantomeno, incuriosisce. È intitolata “VEDUTA D’ITALIA” e risale al 1853, quasi un decennio prima dell’unità politica nazionale. Il gesto rivoluzionario dell’anonimo cartografo arriva, ancora oggi, dritto nel segno prefissato. PONENDO IL SUD IN ALTO si innesca nel lettore un’altra visione, un ALTRO PUNTO DI VISTA DA CUI GUARDARE IL MONDO, ed è proprio questa una delle PECULIARITÀ DELLA GEOGRAFIA, quella di organizzare e facilitare la comprensione del mondo, il rapporto tra i luoghi, le comunità insediate e gli ambienti geofisici. LA VEDUTA D’ITALIA, COSÌ COME OGNI MAPPA, È UNA MACCHINA NARRATIVA, un dispositivo tecnico e culturale in grado di comunicare e addirittura reificare, vale a dire RENDERE CONCRETI CONCETTI ASTRATTI COME L’IDEA DI NAZIONE. Il nostro cartografo confezionale un’IMMAGINE APPARENTEMENTE NEUTRA DELLA PENISOLA, PROTETTA DALLE ALPI E PROTESA NEL MEDITERRANEO così come è “oggettivamente” leggibile nella geografia fisica, senza alcun riferimento a suddivisioni politiche come se la natura avesse “naturalmente” disegnato i confini….” (MASSIMO ROSSI, da “La Stampa” del 22/10/2016)
“….La MAPPA che abbiamo scelto per parlarvi della mostra “LA GEOGRAFIA SERVE A FARE LA GUERRA?” non passa inosservata o, quantomeno, incuriosisce. È intitolata “VEDUTA D’ITALIA” e risale al 1853, quasi un decennio prima dell’unità politica nazionale. Il gesto rivoluzionario dell’anonimo cartografo arriva, ancora oggi, dritto nel segno prefissato. PONENDO IL SUD IN ALTO si innesca nel lettore un’altra visione, un ALTRO PUNTO DI VISTA DA CUI GUARDARE IL MONDO, ed è proprio questa una delle PECULIARITÀ DELLA GEOGRAFIA, quella di organizzare e facilitare la comprensione del mondo, il rapporto tra i luoghi, le comunità insediate e gli ambienti geofisici. LA VEDUTA D’ITALIA, COSÌ COME OGNI MAPPA, È UNA MACCHINA NARRATIVA, un dispositivo tecnico e culturale in grado di comunicare e addirittura reificare, vale a dire RENDERE CONCRETI CONCETTI ASTRATTI COME L’IDEA DI NAZIONE. Il nostro cartografo confezionale un’IMMAGINE APPARENTEMENTE NEUTRA DELLA PENISOLA, PROTETTA DALLE ALPI E PROTESA NEL MEDITERRANEO così come è “oggettivamente” leggibile nella geografia fisica, senza alcun riferimento a suddivisioni politiche come se la natura avesse “naturalmente” disegnato i confini….” (MASSIMO ROSSI, da “La Stampa” del 22/10/2016)

“La neutralità nelle scienze umane e sociali non esiste: non c’è nella storia, nell’economia e tanto meno nella geografia. I modelli che utilizziamo sono frutto di tentativi, elaborazioni e opinioni. Una bella mostra “LA GEOGRAFIA SERVE A FARE LA GUERRA? REPRESENTATION OF HUMAN BEINGS” organizzata a TREVISO dalla FONDAZIONE BENETTON (a cura di MASSIMO ROSSI e con progetto grafico di FABRICA), riflette su quest’aspetto con riguardo alle MAPPE: potente mezzo di comunicazione non verbale, le mappe sono state nei secoli capaci di influenzare l’opinione pubblica, con informazioni spesso allineate al volere degli stati maggiori. Il contesto delle celebrazione della GRANDE GUERRA offre lo spunto per un percorso che si snoda dall’antichità al presente ma si concentra su fine Ottocento e inizio Novecento. Obiettivo: raccontare anche UN’ALTRA GEOGRAFIA POSSIBILE, non asservita alle logiche militari, ma in grado di insegnarci a conoscere i luoghi. DAL 6 NOVEMBRE 2016 AL 19 FEBBRAIO 2017.” (da “La Stampa”, 22/10/2016)

la-geografia

   Vi invitiamo ad andare a vedere la mostra che c’è a Treviso (Palazzo Bomben, Via Cornarotta 7) della Fondazione Benetton (www.fbsr.it) sul tema de “LA GEOGRAFIA SERVE A FARE LA GUERRA?”, curata da Massimo Rossi, geografo, cartografo, professore allo IUAV di Venezia e all’Università di Ferrara.

   Una mostra che mette il dito sulla piaga di ciò che causa (e ha causato) tanti conflitti e sofferenze: I CONFINI. Che geograficamente, naturalmente, non esistono, ma sono stati creati strumentalmente per un fine di potere. O, se si vuole a volte (per vederne l’aspetto positivo, “necessario”), per un’organizzazione coerente, efficace di un determinato territorio.

CLAUDIO TOLOMEO: ITALIA ANTIQUA IN HONDIUS THEATRUM, 1618
CLAUDIO TOLOMEO: ITALIA ANTIQUA IN HONDIUS THEATRUM, 1618

   Massimo Rossi, curatore integrale di questa mostra, fa intendere come linearmente, moderatamente, i geografi che rappresentavano le prime espressioni del suolo italico, cercassero di superare confini, principati, piccoli stati che numerosi erano presenti nell’attuale territorio italico, con un privilegiare gli elementi fisici (le Alpi a nord, il Mediterraneo a sud). Solo da questi elementi fisici si è arrivati poi ad un’identificazione di confini, e con essi una volta stabiliti artificialmente, vi è stata la proposta geografica di stabilire e individuare una REALTÀ ITALIANA, con una propria possibile identità organizzativa.

   Tutto questo nell’imperversare nell’OTTOCENTO, nel secolo degli STATI NAZIONALI IN EUROPA, che già si affrontavano nella politica imperialista coloniale e che di lì a poco, nel ‘900, si sarebbero massacrati tra di loro in due guerre civili europee cruente, fratricide, sanguinosissime, inutili, insensate.

CARTA DEL TEATRO DELLA GUERRA ITALO-AUSTRIACA (dono del FANFULLA ai suoi abbonati) (Istituto Geografico De Agostini, Novara, 1915)
CARTA DEL TEATRO DELLA GUERRA ITALO-AUSTRIACA (dono del FANFULLA ai suoi abbonati) (Istituto Geografico De Agostini, Novara, 1915)

   E qui, nella mostra di Treviso, una parte essenziale è proprio dedicata alla “grande guerra”, alla prima guerra mondiale. Evento nella mostra descritto e rappresentato dalle MAPPE DELL’EPOCA, e anche in parte raccontato con testimonianze e documenti del lavoro nell’area trentina di un geografo (poi divenuto assai famoso) di quel periodo, CESARE BATTISTI, giustiziato nel luglio 1916 dagli austriaci nel Castello del Buonconsiglio a Trento.

CELESTINO BIANCHI: L'ITALIA NEL 1844, (il contenimento dei confini del progetto del pensare a una nazione)
CELESTINO BIANCHI: L’ITALIA NEL 1844, (il contenimento dei confini del progetto del pensare a una nazione)

   E “l’evento grande guerra” è così (nell’ambito e nella continuità del lavoro di ricerca che la Fondazione Benetton fa a Treviso rivolgendosi al “locale” e al “mondo”) rappresentato dalle mappe dei geografi di quel periodo, e il tutto è inserito in un contesto di duplice interesse attuale: cioè al fatto che siamo nel corso delle celebrazioni del centenario di quella guerra; e che il luogo della mostra si colloca nel cuore del Nordest italico, là dove la prima guerra mondiale ha avuto il massimo svolgimento storico, nel conflitto tra esercito italiano e quello austro-ungarico (il fronte del Piave, il Monte Grappa…)…

la teorizzazione delle “razze umane” - Geographische Verbreitung der menschen rassen - in Heinrich Berghaus - Physikalischer atlas gotha - justus perthes - 1848
la teorizzazione delle “razze umane” – Geographische Verbreitung der menschen rassen – in Heinrich Berghaus – Physikalischer atlas gotha – justus perthes – 1848

   E sul disegnare (o ridisegnare) i territori la mostra di Treviso fa vedere (con vari esempi) come quasi sempre prevale la volontà di potere e dominio: che fa fare, anche cartograficamente parlando (e così poi nella realtà dei territori), fa fare cose scellerate e inaudite. Ad esempio nella mostra si parla della toponomastica nell’Alto Adige – Sud Tirolo, dove l’arrivo degli “italiani vincitori” nella grande guerra, e con il supporto dalla logica fascista a partire dagli anni venti del ‘900, sono stati cambiati, italianizzati, i nomi di luoghi, strade, vie, città, paesi di un territorio storicamente di lingua e cultura tedesca, trasformandolo con toponimi italiani o inventati o ricavati dalla retorica imperiale dell’antica Roma… (nella mostra si fa il caso di Sterzing, ultimo comune prima del Brennero, trasformato in Vipiteno)

Afghanistan, autore ignoto: MAP THE WORLD WITH FLAGS
Afghanistan, autore ignoto: MAP THE WORLD WITH FLAGS

   Forse adesso la guerra, i conflitti internazionali e locali (in tante realtà africane, in Medio Oriente…) non hanno granché bisogno del lavoro dei geografi, ma meriterebbe che la geografia li raccontasse ancor di più di quello che fa…(pensiamo alle tante guerrei africane del tutto dimenticate).

   E anche gli stati smembrati di adesso in guerre civili e interessi di potenze internazionali che lì si affrontano, dei loro confini (pensiamo adesso a come è e potrà essere divisa la Siria, in ogni caso come vittima sacrificale c’è la popolazione siriana) tutto questo è tema geografico non da poco. Per questo sarebbe interessante una “PROPOSTA GEOGRAFICA” che ridisegni il mondo oltre i confini stabiliti o che ora vengono ribaditi dall’uso della forza, da guerre e invasioni…

THE BLUE MARBLE, NASA 1972, MISSIONE APOLLO 17 - BLUE MARBLE è una famosa fotografia della Terra scattata il 7 dicembre 1972 dall'equipaggio dell'APOLLO 17 (l'ultima missione del Programma Apollo) ad una distanza di circa 45 000 Km. È una delle immagini più distribuite nella storia della fotografia perché è una delle poche che ritraggono la terra completamente illuminata, in quanto al momento dello scatto il Sole era alle spalle degli osservatori. Da quella distanza, la Terra appariva agli astronauti come UNA BIGLIA (blue marble è traducibile dall'inglese come "biglia blu"). Questa foto è utilizzata dal mondo ambientalista come immagine della fragilità della Terra, e del pericolo della sua distruzione ambientale e della limitatezza delle sue risorse naturali.
THE BLUE MARBLE, NASA 1972, MISSIONE APOLLO 17 – BLUE MARBLE è una famosa fotografia della Terra scattata il 7 dicembre 1972 dall’equipaggio dell’APOLLO 17 (l’ultima missione del Programma Apollo) ad una distanza di circa 45 000 Km. È una delle immagini più distribuite nella storia della fotografia perché è una delle poche che ritraggono la terra completamente illuminata, in quanto al momento dello scatto il Sole era alle spalle degli osservatori. Da quella distanza, la Terra appariva agli astronauti come UNA BIGLIA (blue marble è traducibile dall’inglese come “biglia blu”). Questa foto è utilizzata dal mondo ambientalista come immagine della fragilità della Terra, e del pericolo della sua distruzione ambientale e della limitatezza delle sue risorse naturali.

   E ancora la GEOGRAFIA, al di là dei conflitti, che provi a individuare realtà territoriali omogenee più confacenti al mondo che cambia, che è già del tutto cambiato…. Luoghi (non confini!) che siano più o meno funzionali agli effettivi spostamenti quotidiani dei cittadini (città, regioni, aree e macroaree geografiche…), e da lì ridisegnare nuove città come effettivamente ora sono, nell’economia, nella quotidianità della popolazione che ci vive, macreregioni al posto delle obsolete regioni….

1618 - CLAUDIO TOLOMEO, ITALIA ANTIQUA IN HONDIUS THEATRUM
1618 – CLAUDIO TOLOMEO, ITALIA ANTIQUA IN HONDIUS THEATRUM

   Tante sono le possibilità di elaborazione e “lavoro” della geografia, di immaginazione di un mondo un po’ migliore di quel che è adesso, e che persegua la pace e forme di prosperità e dignitosa autosufficienza per tutti gli abitanti del nostro pianeta. E che rispetti la natura, gli animali.

   Un programma geografico per il presente e il futuro a nostro avviso non può che essere legato proprio al tema della pace e dello sviluppo economico di tutti, e del rispetto universale dei diritti umani. Cosa non facile: c’è tanto da lavorare per chi ama la geografia, sia esso un dilettante e solo simpatizzate di questa disciplina, o di chi ne ha fatto un impegno consistente della sua vita.

   Pertanto l’individuazione della mostra di Treviso del tema “GEOGRAFIA E GUERRA”, dell’uso che se ne è fatto della disciplina geografica a volte per positivamente diluire nazionalismi pericolosi e a volte invece per sostenerli, ebbene questo tema e titolo “la geografa serve a fare la guerra?” pone appunto a nostro avviso un obbiettivo di una GEOGRAFIA DI PACE che, confrontandosi con tutti quelli che amano questa disciplina, e anche guardando alle nuove possibilità tecnologiche, possa essere strumento interessante e concreto per creare un mondo migliore. (s.m.)

locandina

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SUI CONFINI (CHE NON CI SONO)

dall’intervista al geografo CLAUDIO CERRETTI, tratto da un video della mostra di Treviso

“Il confine naturale non esiste. Il problema di demarcare, definire o delimitare è un problema culturale, non naturale. In natura non esiste discontinuità, la natura è continua, non c’è discontinuità tra terra e mare, tra un fiume che scorre e le sue rive, si tratta sempre di un continuum. Ogni confine è politico. E’ evidente che c’è stata una fase nel corso della storia culturale occidentale in cui si è ritento che la volontà di Dio, o della natura, a seconda delle inclinazioni, potesse aver effettivamente disegnato delle aree, delle regioni “naturali” per destinarle a una civiltà, a un popolo, a un paese, a uno stato. Petrarca o Dante, all’inizio del Trecento, parlano chiaramente delle Alpi che distinguono e delimitano l’Italia da tutto il resto, ma rappresentano un riferimento a un’idea che poi si è trascinata ed è stata pesantemente strumentalizzata fino al Novecento e ancora tantissime persone continuano a crederci, ma non c’è assolutamente nulla di naturale. Si tratta sempre di qualcosa di convenzionale, di arbitrario, come qualunque altro confine politico” (Claudio Cerretti, geografo, 5 luglio 2016)

“Se la linea di confine corrisponde al corso di un fiume anche quest’ultimo viene disegnato praticamente come una linea su una carta, quindi le due cose tendono a coincidere, ma è un equivoco. Un fiume non è una linea priva di dimensione, poiché ha un suo letto, un suo bacino idrografico dato dall’insieme degli affluenti che portano acqua al fiumee separarlo per la lunghezza è un’insensatezza.

Le catene montuose come le Alpi o i Pirenei, discretamente lineari, hanno più versanti e separarle per la lunghezza, da un punto di vista naturale, non ha nessun senso. Basta prendere una carta a grande scala delle Alpio dei Pirenei per vedere che in realtà nulla di naturale viene effettivamente seguito, né la linea di displuvio, né la linea di cresta. Le linee di confine che corrono lungo le catene montuose non sono “naturali” nel senso di sinuose, ma in realtà sono delle spezzate, dei segmenti rettilinei di qualche chilometro che vanno da un picchetto a un altro e non hanno, evidentemente, nulla di naturale”. (Claudio Cerretti, geografo, 5 luglio 2016)

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I CONFINI COME PRETESTO PER LE ARMI

“La geografia serve a fare la guerra?”. A Treviso un’indagine storica sulla cartografia Continua a leggere