il MEDITERRANEO tra Fernand Braudel e PREDRAG MATVEJEVIC – In ricordo di MATVEJEVIC, venuto a mancare il 2 febbraio scorso, grande descrittore del MEDITERRANEO – Il Mare nostrum al centro della geopolitica mondiale – Che significato dare all’ACCORDO ITALIANO CON LA LIBIA per fermare i migranti?

PREDRAG MATVEJEVIC è morto il 2 febbraio scorso. In Italia lo aveva fatto conoscere Claudio Magris e aveva insegnato a Roma. Figlio di padre russo e di madre bosniaca, Predrag Matvejevic era nato nel 1932 a MOSTAR (città poi martire della guerra jugoslava, che allora faceva parte del Regno di Jugoslavia e oggi si trova nel territorio della Bosnia Erzegovina). Si era imposto all'attenzione della critica con il libro BREVIARIO MEDITERRANEO (Hefti, 1988; Garzanti, 1991). Emigrato in Francia dalla Jugoslavia nel 1991, nel 1994 Matvejevic si era trasferito in Italia, dove aveva insegnato Slavistica all'Università La Sapienza di Roma fino al 2007, portando un contributo di rilievo al dibattito pubblico del nostro Paese. Tra i suoi libri, oltre a Breviario Mediterraneo: Epistolario dell'altra Europa (Garzanti, 1992); Mondo Ex (Garzanti, 1996); Tra asilo ed esilio (Meltemi, 1998); Un'Europa maledetta (Baldini e Castoldi, 2005); Pane nostro (Garzanti, 2010)
PREDRAG MATVEJEVIC è morto il 2 febbraio scorso. In Italia lo aveva fatto conoscere Claudio Magris e aveva insegnato a Roma. Figlio di padre russo e di madre bosniaca, Predrag Matvejevic era nato nel 1932 a MOSTAR (città poi martire della guerra jugoslava, che allora faceva parte del Regno di Jugoslavia e oggi si trova nel territorio della Bosnia Erzegovina). Si era imposto all’attenzione della critica con il libro BREVIARIO MEDITERRANEO (Hefti, 1988; Garzanti, 1991). Emigrato in Francia dalla Jugoslavia nel 1991, nel 1994 Matvejevic si era trasferito in Italia, dove aveva insegnato Slavistica all’Università La Sapienza di Roma fino al 2007, portando un contributo di rilievo al dibattito pubblico del nostro Paese. Tra i suoi libri, oltre a Breviario Mediterraneo: Epistolario dell’altra Europa (Garzanti, 1992); Mondo Ex (Garzanti, 1996); Tra asilo ed esilio (Meltemi, 1998); Un’Europa maledetta (Baldini e Castoldi, 2005); Pane nostro (Garzanti, 2010)

È MORTO LO SCRITTORE PREDRAG MATVEJEVIĆ

3/2/2017, da www.ilpost.it/

– È stato uno dei più importanti autori balcanici, candidato al Nobel per la letteratura e famoso per “Breviario Mediterraneo” –

   È morto il 2 febbraio scorso a Zagabria lo scrittore Predrag Matvejević, aveva 84 anni. La sua fama è legata soprattutto a Breviario mediterraneo, un libro scritto nel 1987 e in seguito tradotto in tutto il mondo, che ha raccontato la storia e la geografia del Mediterraneo molti anni prima che ritornasse uno dei centri delle tensioni del mondo.

   Breviario Mediterraneo non è organizzato cronologicamente o geograficamente, insegue temi trasversali e concretissimi, raccontando storie avvenute in tempi ed epoche diverse, come una specie di enciclopedia esplosa del mare e delle terre che lo circondano.

   Non è un saggio antropologico, geografico o storico, ma è pieno di notizie antropologiche, geografiche e storiche, usa una lingua semplice ma con aperture poetiche che può ricordare quella del grande storico francese FERNAND BRAUDEL.

   Matvejević ricostruisce, per esempio, il rapporto tra navigazione diffusa e cartografia, racconta che nelle galere musulmane gli schiavi erano nutriti di carrube in modo da fare la cacca dura e non sporcare le navi, elenca le innumerevoli isole del Mediterraneo che furono trasformate in prigioni, o spiega come cucinare il brodo di sassi, un brodo fatto mettendo a bollire i sassi del mare ricoperti di alghe e minuscole conchiglie, la cui ricetta, creata dalla fame, si ritrova ovunque lungo le coste, tra popolazioni lontane.

   Breviario Mediterraneo è una specie di miniera, o di brodo appunto, in cui fatti lontani e diversi stanno fianco a fianco, come se la storia non fosse mai passata. Tradotto in Italia nel 1991 da Garzanti, il libro divento famoso anche grazie a Claudio Magris, che si ispirò esplicitamente a Matvejević per il suo libro più famoso, Danubio.

   Predrag Matvejević era nato nel 1932 a Mostar, nell’ex Jugoslavia, oggi in Bosnia Erzegovina. Sua madre era croata, il padre russo di Odessa. Insegnò letteratura all’Università di Zagabria da dove nel 1991 emigrò a Parigi per insegnare alla Sorbona, e poi alla Sapienza di Roma dal 1994 al 2007. Dopo il successo di Breviario mediterraneo, ricevette parecchie cariche e riconoscimenti: per esempio fu nominato consulente della Commissione europea per il Mediterraneo sotto la presidenza di Romano Prodi, ricevette la Legion d’onore in Francia e la cittadinanza onoraria in Italia ed è stato più volte candidato al Nobel per la letteratura.

Nel 2005 in Croazia fu processato e condannato a cinque mesi per calunnia, per avere accusato pubblicamente altri scrittori di avere fomentato e favorito la guerra nell’ex Jugoslavia. Matvejević rinunciò all’appello per non riconoscere l’autorità del tribunale.

   Il suo ultimo libro, Pane nostro, è stato pubblicato nel 2010, sempre dall’editore Garzanti.

breviario

…………………………

…………….

Il 3 febbraio scorso c’è stata la firma dell’ACCORDO TRA ITALIA E LIBIA per fermare il flusso di migranti nel Mediterraneo. Nel “MEMORANDUM D'INTESA” firmato a Roma dal presidente del Consiglio GENTILONI e dal presidente del Consiglio presidenziale libico, FAYEZ AL SERRAJ, si dice che l'Italia s'impegna a fornire "supporto tecnico e tecnologico agli organismi libici incaricati della lotta all'immigrazione clandestina e che sono rappresentati dalla guardia di frontiera e dalla guardia costiera" libici. C’è un impegno italiano anche ad aiutare la Libia, nella sua parte sud (nei confini verso il NIGER e il CIAD), a fermare i migranti e in particolari i trafficanti che promettono i passaggi poi verso le coste dell’Europa attraverso i barconi nel Mediterraneo. QUESTO ACCORDO CONVINCE POCO. In particolare per la SITUAZIONE POLITICA INTERNA DELLA LIBIA, data da una confusione totale, da molte forze e leader che si contendono il potere. Ma l’accordo convince per niente, per LO STATO DI VERE SEVIZIE CHE I MIGRANTI VENGONO A SUBIRE NEI CAMPI “DI ACCOGLIENZA” (si fa per dire) LIBICI
Il 3 febbraio scorso c’è stata la firma dell’ACCORDO TRA ITALIA E LIBIA per fermare il flusso di migranti nel Mediterraneo. Nel “MEMORANDUM D’INTESA” firmato a Roma dal presidente del Consiglio GENTILONI e dal presidente del Consiglio presidenziale libico, FAYEZ AL SERRAJ, si dice che l’Italia s’impegna a fornire “supporto tecnico e tecnologico agli organismi libici incaricati della lotta all’immigrazione clandestina e che sono rappresentati dalla guardia di frontiera e dalla guardia costiera” libici. C’è un impegno italiano anche ad aiutare la Libia, nella sua parte sud (nei confini verso il NIGER e il CIAD), a fermare i migranti e in particolari i trafficanti che promettono i passaggi poi verso le coste dell’Europa attraverso i barconi nel Mediterraneo. QUESTO ACCORDO CONVINCE POCO. In particolare per la SITUAZIONE POLITICA INTERNA DELLA LIBIA, data da una confusione totale, da molte forze e leader che si contendono il potere. Ma l’accordo convince per niente, per LO STATO DI VERE SEVIZIE CHE I MIGRANTI VENGONO A SUBIRE NEI CAMPI “DI ACCOGLIENZA” (si fa per dire) LIBICI

   PREDRAG MATVEJEVIC, poeta della convivenza nel Mediterraneo, è morto il 2 febbraio scorso. Aveva 84 anni, nato a Mostar (città che ora si trova in Bosnia Erzegovina); fece del confronto tra i popoli il tema delle sue opere. Inventò il termine “democratura”, oggi usato per indicare il governo di Putin, tra democrazia e dittatura. Nel 1974 con una lettera invitò Tito a preparare la successione in Jugoslavia e fu espulso. Il suo libro più famoso è dedicato proprio al Mediterraneo, “BREVIARIO MEDITERRANEO”, libro definito un “Trattato poetico-fiIosofico”, un “romanzo post-moderno”, “portolano”, “diario di bordo”, “libro di preghiere”, “midrash”, “raccolta di aforismi”, “antologia di racconti-saggio”, “cronaca di un viaggio”.

   Matvejevic è stato nemico di ogni nazionalismo e di ogni esaltazione dell’appartenenza etnica. La parola identità la declinava al plurale, per sottolineare che tutte le persone hanno più appartenenze e l’unica lealtà dovuta è quella a difesa dei valori universali e umanistici.

   Nel portare qui un ricordo riconoscente a Predrag Matvejevic, vogliamo però anche ricordare uno dei temi all’attenzione della cronaca e delle vicende europee di questi giorni: che interessa il flusso di migranti, profughi o per motivi economici, che dall’Africa settentrionale solcano, e tanti muoiono annegati, proprio il Mediterraneo per arrivare in Italia (in Europa).

   E’ infatti di questi giorni (il 3 febbraio scorso), la firma dell’ACCORDO TRA ITALIA E LIBIA per fermare il flusso di migranti nel Mediterraneo. Nel “MEMORANDUM D’INTESA” firmato a Roma dal presidente del Consiglio Gentiloni e dal presidente del Consiglio presidenziale libico, Fayez Al Serraj, si dice che l’Italia s’impegna a fornire “supporto tecnico e tecnologico agli organismi libici incaricati della lotta all’immigrazione clandestina e che sono rappresentati dalla guardia di frontiera e dalla guardia costiera” libici. C’è un impegno italiano anche ad aiutare la Libia, nella sua parte sud (nei confini verso il Niger e il Ciad), a fermare i migranti e in particolari i trafficanti che promettono i passaggi poi verso le coste dell’Europa attraverso i barconi nel Mediterraneo.

La mappa dei gruppi armati presenti sul territorio libico (da "La Stampa" del 20/1/2017) - La LIBIA è adesso in uno stato di anarchia e ingovernabilità. Ci sono TRE PSEUDOGOVERNI: quello internazionalmente riconosciuto di FAYEZ MUSTAFA AL-SERRAJ, con cui l’Italia il 3 febbraio scorso ha firmato l’accordo per fermare i migranti, governo di Al-Serraj che controlla - non da solo - i suoi uffici di TRIPOLI; poi c’è IL GABINETTO RIVALE, insediato in un albergo tripolino, presieduto da KHALIFA GHWELL; poi L'ENTITÀ CIRENAICA, radicata a TOBRUK, che ha nel generale KHALIFA HAFTAR il suo uomo forte; e non ultime le TRIBÙ TEBU e TUAREG, padrone del territorio sin dai tempi del colonnello Muammar Gheddafi. E infine CENTINAIA DI MILIZIE E GRUPPI CRIMINALI di varia origine che controllano territori più o meno estesi
La mappa dei gruppi armati presenti sul territorio libico (da “La Stampa” del 20/1/2017) – La LIBIA è adesso in uno stato di anarchia e ingovernabilità. Ci sono TRE PSEUDOGOVERNI: quello internazionalmente riconosciuto di FAYEZ MUSTAFA AL-SERRAJ, con cui l’Italia il 3 febbraio scorso ha firmato l’accordo per fermare i migranti, governo di Al-Serraj che controlla – non da solo – i suoi uffici di TRIPOLI; poi c’è IL GABINETTO RIVALE, insediato in un albergo tripolino, presieduto da KHALIFA GHWELL; poi L’ENTITÀ CIRENAICA, radicata a TOBRUK, che ha nel generale KHALIFA HAFTAR il suo uomo forte; e non ultime le TRIBÙ TEBU e TUAREG, padrone del territorio sin dai tempi del colonnello Muammar Gheddafi. E infine CENTINAIA DI MILIZIE E GRUPPI CRIMINALI di varia origine che controllano territori più o meno estesi

   Questo accordo convince poco. In particolare per la situazione politica interna della Libia, data da una confusione totale, da molte forze e leader che si contendono il potere. Ma l’accordo convince per niente, per lo stato di vere sevizie che i migranti vengono a subire nei campi “di accoglienza” (si fa per dire) libici.

   Le condizioni inumane di questi campi per migranti in Libia sono state anche documentate da reportage televisivi europei. Sono in aperta violazione di tutte le convenzioni sui diritti umani e dei rifugiati. 400.000 immigrati attualmente sono trattenuti in questi campi. Secondo le organizzazioni umanitarie al loro interno vengono praticati abusi e torture. Qualcuno li definisce come dei veri e propri lager. Lì i diritti umani sono sistematicamente violati.

Campi di prigionia libici per i migranti
Campi di prigionia libici per i migranti

   E’ così che ancora una volta (dopo l’accordo con la Turchia) che l’Europa rinuncia a politiche per governare i flussi, ma tenta solo di impedirli. Ogni contesto di gestione della problematica, di magari parziale integrazione di questi migranti (in un’Europa che perde demograficamente popolazione autoctona), ogni politica di gestione del problema, che trovi soluzioni praticabili, e che “immagini” anche processi di integrazione, è abbandonata, non voluta.

Nella foto: Migranti bloccati su un gommone davanti alle coste libiche il 5 febbraio 2017(da "La Stampa del %/2/2017) - LA LIBIA BLOCCA I PRIMI MILLE MIGRANTI DOPO L’ACCORDO CON L’ITALIA - La Guardia costiera libica ha intercettato nell’ultima settimana 1.131 migranti nei pressi della città di SABRATA. - 431 migranti sono stati bloccati su quattro gommoni nelle acque davanti a Sabrata, mentre altri 700 sono stati bloccati su barche di legno, secondo quanto scrive l’agenzia Reuters citando il portavoce della Guardia costiera. - Si tratta di alcune delle prime intercettazioni dopo la FIRMA DEL PATTO TRA LIBIA E ITALIA, lo scorso 3 febbraio. La Libia è diventato uno dei punti principali da cui partono i migranti dopo la chiusura della rotta balcanica. (da “la Stampa.it” del 5/2/2017)
Nella foto: Migranti bloccati su un gommone davanti alle coste libiche il 5 febbraio 2017(da “La Stampa del %/2/2017) – LA LIBIA BLOCCA I PRIMI MILLE MIGRANTI DOPO L’ACCORDO CON L’ITALIA – La Guardia costiera libica ha intercettato nell’ultima settimana 1.131 migranti nei pressi della città di SABRATA. – 431 migranti sono stati bloccati su quattro gommoni nelle acque davanti a Sabrata, mentre altri 700 sono stati bloccati su barche di legno, secondo quanto scrive l’agenzia Reuters citando il portavoce della Guardia costiera. – Si tratta di alcune delle prime intercettazioni dopo la FIRMA DEL PATTO TRA LIBIA E ITALIA, lo scorso 3 febbraio. La Libia è diventato uno dei punti principali da cui partono i migranti dopo la chiusura della rotta balcanica. (da “la Stampa.it” del 5/2/2017)

   Pertanto, in questo post vogliamo parlare dell’accordo con la Libia, che fa parte del contesto così difficile della situazione di migranti dal sud del mondo che vengono verso di noi; e vorremo anche ricordare il Mediterraneo come l’ha visto e descritto Predrag Matvejevic.

   Il Mediterraneo, mare che unisce le sponde dell’Europa, del Nord Africa, del Medio Oriente e dell’Asia Minore, è un mare che da sempre è il “centro” di avvenimenti, di forti vicende umane, e della geopolitica globale. E’ il mare interno più vasto del mondo, in cui sono nate e si sono sviluppate le prime civiltà. In fondo, a un’analisi geografica, storica, si capisce che il Mediterraneo è stato il primo posto al mondo dove si è verificata la globalizzazione.

   E tutto questo ci fa capire come questo mare “nostrum” (come da noi viene definito) è in esso che si gioca in questi anni gran parte della strategia politico-militare mondiale. È tra Istanbul e Tangeri che oggi passa il confine dei conflitti, delle guerre, delle rivoluzioni delle “primavere arabe”, delle tensioni di ogni tipo, che dall’Afghanistan al Golfo Persico, all’Africa subsahariana, stanno ripercuotendosi nei modi più pericolosi proprio da noi, sull’Europa. E passa anche per il Mediterraneo la speranza di un mondo nuovo, liberato da sofferenze, sopraffazioni e miserie. (s.m.)

………………………………..

LIBIA, IL PATTO CON IL PAESE CHE NON ESISTE

di Lucio Caracciolo, da “la Repubblica” del 4/2/2017

   Che senso ha firmare un accordo internazionale con un paese che non esiste? Tre le risposte possibili: per INCONSAPEVOLEZZA DELLA REALTÀ; per DISPERAZIONE; perché SERVE AD ALTRI SCOPI. Nell’intesa fra Italia e Libia per bloccare i flussi migratori illegali la prima ipotesi è esclusa. Continua a leggere

IL RACCONTO DI NATALE: dal DON CHISCIOTTE di MIGUEL DE CERVANTES – SIAMO TUTTI DON CHISCIOTTE: Cervantes, morto 400 anni fa, ha dato vita a un visionario contemporaneo: chi, ogni giorno, ha una battaglia da perdere, trasformando il quotidiano in epica, e con il sogno di andare oltre l’impossibile

MIGUEL DE CERVANTES: 400 ANNI DALLA MORTE DEL GRANDE SCRITTORE (avvenuta il 23 aprile 2016). DON CHISCIOTTE è uno dei testi più famosi al mondo, tradotto in ogni lingua, oggetto di centinaia di trasposizioni teatrali e cinematografiche e motivo di ispirazione per migliaia di artisti (pittori, scultori, coreografi) sparsi in ogni paese
MIGUEL DE CERVANTES: 400 ANNI DALLA MORTE DEL GRANDE SCRITTORE (avvenuta il 23 aprile 2016). DON CHISCIOTTE è uno dei testi più famosi al mondo, tradotto in ogni lingua, oggetto di centinaia di trasposizioni teatrali e cinematografiche e motivo di ispirazione per migliaia di artisti (pittori, scultori, coreografi) sparsi in ogni paese

   Da questo blog geografico, Vi proponiamo, per il Natale 2016 (come facciamo ogni fine anno) dei brani di lettura a nostro avviso da riprendere in mano, da recuperare (oppure da “prendere possesso” se non lo si è mai fatto). E stavolta ci siamo un po’ dedicati al Don Chisciotte di Miguel De Cervantes.

   Don Chisciotte della Mancia è considerato il primo romanzo della storia della letteratura occidentale. Il libro, diviso in due parti, narra le vicende del cavaliere errante, Don Chisciotte, e del suo scudiero, Sancio Panza. La trama del romanzo si impernia attorno ai due personaggi, entrambi inscindibili e centrali.

   Tutto prende avvio dalla follia di un possidente, un piccolo proprietario, Alonso Chisciano, un cavaliere con non troppi averi. E Alonso, dopo aver letto moltissimi libri sulla cavalleria errante, celebri e meno celebri, si è identificato con quel mondo, farneticando in se una realtà fatta di cavalieri e dame, e regole, che intende follemente applicare alla sua vita. Ma ciascuno di chi qui legge ben conosce la vicenda di Don Chisciotte.

   Quel che conta, lasciandovi alla lettura di brani del Don Chisciotte e ad alcune interpretazioni contemporanee sulla figura di questo personaggio (e del suo autore-creatore Miguel de Cervantes), quel che conta è il fatto di doverci confrontare, bene o male, con lui, che segna le nostre esistenze, cui ci riflettiamo (in lui) come in uno specchio.

   Sognando di essere Don Chisciotte e contemporaneamente mettendoncela tutta per evitare di esserlo. Non voler essere perdenti (come quasi sempre accade), ma non essendo per niente felici di dover vincere (vincere cosa?)….

   E’ questo personaggio, e questo straordinario libro, qualcosa che esce dall’essere un semplice racconto-romanzo, per diventare, nella lettura piacevole delle sue pagine e avventure (con una scrittura sì tradotta e ammodernata, ma con uno scorrere lessicale di 400 anni fa… nonostante tutto questo la lettura è facile), per diventare, essere, anche un po’ un testo di psicanalisi, e di storia dell’uomo di ogni epoca, e più che mai della nostra personale vita. Per questo condividiamo il moto che, volenti o meno, “SIAMO TUTTI DON CHISCIOTTE”. Buona lettura. Buon Natale. (s.m.)

Madrid, Piazza di Spagna, monumento dedicato a don Chisciotte e Sancio Panza (foto di Alisa Kolobova tratta dal sito www.minube.it/ )
Madrid, Piazza di Spagna, monumento dedicato a don Chisciotte e Sancio Panza (foto di Alisa Kolobova tratta dal sito http://www.minube.it/ )

……………………….

All’inizio del suo romanzo, Miguel de Cervantes ci presenta il protagonista, un gentiluomo della Mancia che, totalmente assorbito dalla lettura dei romanzi cavallereschi, finisce con l’impazzire. E con la fantasia si trasforma in cavaliere errante con tanto di armatura, di destriero e di dama alla quale dedicare i propri trionfi. A Don Chisciotte della Mancia non resta pertanto che partire: straordinarie e mirabolanti imprese lo attendono!

DON CHISCIOTTE DIVENTA CAVALIERE ERRANTE

   In un paese della Mancia, di cui non voglio fare il nome, viveva or non è molto uno di quei cavalieri che tengono la lancia nella rastrelliera, un vecchio scudo, un ossuto ronzino e il levriero da caccia. Tre quarti della sua rendita se ne andavano in un piatto più di vacca che di castrato, carne fredda per cena quasi ogni sera, uova e prosciutto il sabato, lenticchie il venerdì e qualche piccioncino di rinforzo alla domenica. A quello che restava davano fondo il tabarro di pettinato e i calzoni di velluto per i dì di festa, con soprascarpe dello stesso velluto, mentre negli altri giorni della settimana provvedeva al suo decoro con lana grezza della migliore. Aveva in casa una governante che passava i quarant’anni e una nipote che non arrivava ai venti, più un garzone per lavorare i campi e far la spesa, che gli sellava il ronzino e maneggiava il potatoio. L’età del nostro cavaliere sfiorava i cinquant’anni; era di corporatura vigorosa, secco, col viso asciutto, amante d’alzarsi presto al mattino e appassionato alla caccia.

Alonso Quixano, non ancora don Chisciotte, nella sua biblioteca tra i romanzi cavallereschi

Bisogna dunque sapere che il detto gentiluomo, nei momenti che stava senza far nulla (che erano i più dell’anno), si dedicava a leggere i libri di cavalleria con tanta passione, con tanto gusto, che arrivò quasi a trascurare l’esercizio della caccia, nonché l’amministrazione della sua proprietà; e arrivò a tanto quella sua folle mania che vendette diverse staia di terra da semina per comprare romanzi cavallereschi da leggere, e in tal modo se ne portò in casa quanti più riuscì a procurarsene.

Insomma, tanto s’immerse nelle sue letture, che passava le nottate a leggere da un crepuscolo all’altro, e le giornate dalla prima all’ultima luce; e così, dal poco dormire e il molto leggere gli s’inaridì il cervello in maniera che perdette il giudizio. La fantasia gli si empì di tutto quello che leggeva nei libri, sia d’incantamenti che di contese, battaglie, sfide, ferite, dichiarazioni, amori, tempeste e altre impossibili assurdità; e gli si ficcò in testa a tal punto che tutta quella macchina d’immaginarie invenzioni che leggeva, fossero verità, che per lui non c’era al mondo altra storia più certa. don-chisciotte_1

Così, con il cervello ormai frastornato, finì col venirgli la più stravagante idea che abbia avuto mai pazzo al mondo, e cioè che per accrescere il proprio nome, e servire la patria, gli parve conveniente e necessario farsi cavaliere errante, e andarsene per il mondo con le sue armi e cavallo, a cercare avventure e a cimentarsi in tutto ciò che aveva letto che i cavalieri erranti si cimentavano, disfacendo ogni specie di torti e esponendosi a situazioni e pericoli da cui, superatili, potesse acquistare onore e fama eterna. E la prima cosa che fece fu ripulire certe armi che erano state dei suoi bisavoli che, prese dalla ruggine e coperte di muffa, stavano da lunghi secoli accantonate e dimenticate in un angolo. Le ripulì e le rassettò come meglio poté. Andò poi a guardare il suo ronzino, e benché avesse più crepature agli zoccoli e più acciacchi del cavallo del Gonnella, che tantum pellis et ossa fuit, gli parve che non gli si potesse comparare neanche il Bucefalo di Alessandro o il Babieca del Cid. Passò quattro giorni ad almanaccare che nome dovesse dargli; perché (come egli diceva a se stesso) non era giusto che il cavallo d’un cavaliere così illustre, ed esso stesso così dotato di intrinseco valore, non avesse un nome famoso; perciò, ne cercava uno che lasciasse intendere ciò che era stato prima di appartenere a cavaliere errante, e quello che era adesso; ed era logico, del resto, che mutando di condizione il padrone, mutasse il nome anche lui, e ne acquistasse uno famoso e sonante, più consono al nuovo ordine e al nuovo esercizio che ormai professava; così, dopo infiniti nomi che formò, cancellò e tolse, aggiunse, disfece e tornò a rifare nella sua mente e nella sua immaginazione, finì col chiamarlo Ronzinante, nome, a parer suo, alto, sonoro e significativo di ciò che era stato ante quando era ronzino, e quello che era ora, primo ed innante a ogni ronzino al mondo. Avendo messo il nome, con tanta soddisfazione, al suo cavallo, volle ora trovarsene uno per sé, e in questo pensiero passò altri otto giorni, finché si risolse a chiamarsi don Chisciotte.

Ma, da buon cavaliere, volle egli aggiungere al suo il nome della sua patria e chiamarsi don Chisciotte della Mancia, e così a parer suo egli veniva a dichiarare apertamente il suo lignaggio e la sua patria, e la onorava, assumendone il soprannome.

Ripulite dunque le armi, battezzato il ronzino e data a se stesso la cresima, si convinse che non gli mancava ormai nient’altro se non cercare una dama di cui innamorarsi: perché un cavaliere errante senza amore è come un albero senza né foglie né frutti o come un corpo senz’anima. Oh, come si rallegrò il nostro buon cavaliere quand’ebbe trovato colei a cui dar nome di sua dama! Ed è che, a quanto si crede, in un paesetto vicino al suo c’era una giovane contadina di aspetto avvenente, di cui un tempo egli era stato innamorato, benché, a quanto è dato di credere, essa non ne seppe mai nulla e non se ne accorse nemmeno. Si chiamava Aldonza Lorenzo: ed è a costei che gli parve bene dare il titolo di signora dei suoi pensieri; e cercandole un nome che non disdicesse molto dal suo, e che si incamminasse a esser quello di una principessa e gran dama, la chiamò Dulcinea del Toboso, perché era nativa del Toboso: nome che gli parve musicale, prezioso e significativo, come tutti gli altri che aveva imposto a se stesso e alle proprie cose.

La copertina della prima parte del libro originario pubblicato nel 1605 - “Fate in modo che, leggendo la vostra storia, il malinconico si senta invitato a ridere, l’allegro lo diventi ancora di più, l’ignorante non se ne stufi, e chi è colto ne apprezzi la trama, il serio non la disprezzi, né il saggio manchi di lodarla.” MIGUEL DE CERVANTES
La copertina della prima parte del libro originario pubblicato nel 1605 – “Fate in modo che, leggendo la vostra storia, il malinconico si senta invitato a ridere, l’allegro lo diventi ancora di più, l’ignorante non se ne stufi, e chi è colto ne apprezzi la trama, il serio non la disprezzi, né il saggio manchi di lodarla.” MIGUEL DE CERVANTES

……………………

IMPERDIBILE L’ASCOLTO DEL “DON CHISCIOTTE” LETTO DA TONI SERVILLO PER RADIOTRE:

La Grande Radio – Ascoltare Don Chisciotte – Radio 3 – Rai  

Voce recitante TONY SERVILLO – Musiche originali di STEFANO BOLLANI

…………………………

“WILLIAM SHAKESPEARE e MIGUEL DE CERVANTES, come stremati da un’identica vita titanica, sono MORTI LO STESSO GIORNO, IL 23 APRILE DEL 1616 (pur con 10 e più giorni di differenza, visti i due calendari diversi: in Spagna nel 1616 vigeva il calendario gregoriano, mentre in Inghilterra si seguiva ancora quello giuliano). Con una simmetria che non smette di stupirci, ENTRAMBI CI HANNO LASCIATO UN VERO TESTAMENTO IN MATERIA DI SAGGEZZA. È quello che ci raccontano le ultime pagine del DON CHISCIOTTE, e il monologo di Prospero che chiude LA TEMPESTA. Don Chisciotte morente, che riprende il nome di Alonso Chisciano e rinnega le imprese, non è diverso da Prospero, che consumata la sua vendetta depone arti magiche e potere.(…) Come tutti i grandi messaggi, anche questo punge e consola. Da una parte significa che la saggezza e il risveglio arrivano troppo tardi, e servono solo a morire bene; ma è ugualmente vero, e ricco di significato, che l’essere umano può risvegliarsi prima della morte, quando ancora è dentro la sua vita, non più come ospite ma come padrone.(…) (Emanuele Trevi, “Il Corriere della Sera” del 14/11/2016)
“WILLIAM SHAKESPEARE e MIGUEL DE CERVANTES, come stremati da un’identica vita titanica, sono MORTI LO STESSO GIORNO, IL 23 APRILE DEL 1616 (pur con 10 e più giorni di differenza, visti i due calendari diversi: in Spagna nel 1616 vigeva il calendario gregoriano, mentre in Inghilterra si seguiva ancora quello giuliano). Con una simmetria che non smette di stupirci, ENTRAMBI CI HANNO LASCIATO UN VERO TESTAMENTO IN MATERIA DI SAGGEZZA. È quello che ci raccontano le ultime pagine del DON CHISCIOTTE, e il monologo di Prospero che chiude LA TEMPESTA. Don Chisciotte morente, che riprende il nome di Alonso Chisciano e rinnega le imprese, non è diverso da Prospero, che consumata la sua vendetta depone arti magiche e potere.(…) Come tutti i grandi messaggi, anche questo punge e consola. Da una parte significa che la saggezza e il risveglio arrivano troppo tardi, e servono solo a morire bene; ma è ugualmente vero, e ricco di significato, che l’essere umano può risvegliarsi prima della morte, quando ancora è dentro la sua vita, non più come ospite ma come padrone.(…) (Emanuele Trevi, “Il Corriere della Sera” del 14/11/2016)

Questa è una delle più famose avventure di Don Chisciotte. Il “nobile cavaliere errante” vede da lontano dei mulini a vento, li scambia per giganti e li assale, ma…

DON CHISCIOTTE CONTRO I MULINI A VENTO

CAPITOLO VIII

DEL FORTUNATO COMPIMENTO CHE DIEDE IL VALOROSO DON CHISCIOTTE ALLA SPAVENTEVOLE E NON MAI IMMAGINATA AVVENTURA DEI MULINI DA VENTO CON ALTRI SUCCESSI DEGNI DI GLORIOSA MEMORIA.

Ed ecco intanto scoprirsi da trenta o quaranta mulini da vento, che si trovavano in quella campagna; e tosto che don Chisciotte li vide, disse al suo scudiere: «La fortuna va guidando le cose nostre meglio che noi non oseremmo desiderare. Vedi là, amico Sancio, come si vengono manifestando trenta, o poco più smisurati giganti? Io penso di azzuffarmi con essi, e levandoli di vita cominciare ad arricchirmi colle loro spoglie; perciocché questa è guerra onorata, ed è un servire Iddio il togliere dalla faccia della terra sì trista semente.

– Dove, sono i giganti? disse Sancio Pancia. – Quelli che vedi laggiù, rispose il padrone, con quelle braccia sì lunghe, che taluno d’essi le ha come di due leghe.

– Guardi bene la signoria vostra, soggiunse Sancio, che quelli che colà si discoprono non sono altrimenti giganti, ma mulini da vento, e quelle che le paiono braccia sono le pale delle ruote, che percosse dal vento, fanno girare la macina del mulino.

– Ben si conosce, disse don Chisciotte, che non sei pratico di avventure; quelli sono giganti, e se ne temi, fatti in disparte e mettiti in orazione mentre io vado ad entrar con essi in fiera e disugual tenzone.

Detto questo, diede de’ sproni a Ronzinante, senza badare al suo scudiere, il quale continuava ad avvertirlo che erano mulini da vento e non giganti, quelli che andava ad assaltare. Ma tanto s’era egli fitto in capo che fossero giganti, che non udiva più le parole di Sancio, né per avvicinarsi arrivava a discernere che cosa fossero realmente; anzi gridava a gran voce: «Non fuggite, codarde e vili creature, che un solo è il cavaliere che viene con voi a battaglia.»

In questo levossi un po’ di vento per cui le grandi pale delle ruote cominciarono a moversi; don Chisciotte soggiunse: «Potreste agitar più braccia del gigante Briareo, che me l’avete pur da pagare.» Ciò detto, e raccomandandosi di tutto cuore alla Dulcinea sua signora affinché lo assistesse in quello scontro, ben coperto colla rotella, e posta la lancia in resta, galoppando quanto poteva, investì il primo mulino in cui si incontrò e diede della lancia in una pala. Continua a leggere

“LA GEOGRAFIA SERVE A FARE LA GUERRA?” – La bella mostra a Treviso a Palazzo Bomben (fino al 19 febbraio 2017) della Fondazione Benetton, rileva quale sia stato, specie nel suolo italico, il ruolo della geografia nel dare significato politico ai confini – E si ragiona sulle FINALITÀ del LAVORO GEOGRAFICO

“….La MAPPA che abbiamo scelto per parlarvi della mostra “LA GEOGRAFIA SERVE A FARE LA GUERRA?” non passa inosservata o, quantomeno, incuriosisce. È intitolata “VEDUTA D’ITALIA” e risale al 1853, quasi un decennio prima dell’unità politica nazionale. Il gesto rivoluzionario dell’anonimo cartografo arriva, ancora oggi, dritto nel segno prefissato. PONENDO IL SUD IN ALTO si innesca nel lettore un’altra visione, un ALTRO PUNTO DI VISTA DA CUI GUARDARE IL MONDO, ed è proprio questa una delle PECULIARITÀ DELLA GEOGRAFIA, quella di organizzare e facilitare la comprensione del mondo, il rapporto tra i luoghi, le comunità insediate e gli ambienti geofisici. LA VEDUTA D’ITALIA, COSÌ COME OGNI MAPPA, È UNA MACCHINA NARRATIVA, un dispositivo tecnico e culturale in grado di comunicare e addirittura reificare, vale a dire RENDERE CONCRETI CONCETTI ASTRATTI COME L’IDEA DI NAZIONE. Il nostro cartografo confezionale un’IMMAGINE APPARENTEMENTE NEUTRA DELLA PENISOLA, PROTETTA DALLE ALPI E PROTESA NEL MEDITERRANEO così come è “oggettivamente” leggibile nella geografia fisica, senza alcun riferimento a suddivisioni politiche come se la natura avesse “naturalmente” disegnato i confini….” (MASSIMO ROSSI, da “La Stampa” del 22/10/2016)
“….La MAPPA che abbiamo scelto per parlarvi della mostra “LA GEOGRAFIA SERVE A FARE LA GUERRA?” non passa inosservata o, quantomeno, incuriosisce. È intitolata “VEDUTA D’ITALIA” e risale al 1853, quasi un decennio prima dell’unità politica nazionale. Il gesto rivoluzionario dell’anonimo cartografo arriva, ancora oggi, dritto nel segno prefissato. PONENDO IL SUD IN ALTO si innesca nel lettore un’altra visione, un ALTRO PUNTO DI VISTA DA CUI GUARDARE IL MONDO, ed è proprio questa una delle PECULIARITÀ DELLA GEOGRAFIA, quella di organizzare e facilitare la comprensione del mondo, il rapporto tra i luoghi, le comunità insediate e gli ambienti geofisici. LA VEDUTA D’ITALIA, COSÌ COME OGNI MAPPA, È UNA MACCHINA NARRATIVA, un dispositivo tecnico e culturale in grado di comunicare e addirittura reificare, vale a dire RENDERE CONCRETI CONCETTI ASTRATTI COME L’IDEA DI NAZIONE. Il nostro cartografo confezionale un’IMMAGINE APPARENTEMENTE NEUTRA DELLA PENISOLA, PROTETTA DALLE ALPI E PROTESA NEL MEDITERRANEO così come è “oggettivamente” leggibile nella geografia fisica, senza alcun riferimento a suddivisioni politiche come se la natura avesse “naturalmente” disegnato i confini….” (MASSIMO ROSSI, da “La Stampa” del 22/10/2016)

“La neutralità nelle scienze umane e sociali non esiste: non c’è nella storia, nell’economia e tanto meno nella geografia. I modelli che utilizziamo sono frutto di tentativi, elaborazioni e opinioni. Una bella mostra “LA GEOGRAFIA SERVE A FARE LA GUERRA? REPRESENTATION OF HUMAN BEINGS” organizzata a TREVISO dalla FONDAZIONE BENETTON (a cura di MASSIMO ROSSI e con progetto grafico di FABRICA), riflette su quest’aspetto con riguardo alle MAPPE: potente mezzo di comunicazione non verbale, le mappe sono state nei secoli capaci di influenzare l’opinione pubblica, con informazioni spesso allineate al volere degli stati maggiori. Il contesto delle celebrazione della GRANDE GUERRA offre lo spunto per un percorso che si snoda dall’antichità al presente ma si concentra su fine Ottocento e inizio Novecento. Obiettivo: raccontare anche UN’ALTRA GEOGRAFIA POSSIBILE, non asservita alle logiche militari, ma in grado di insegnarci a conoscere i luoghi. DAL 6 NOVEMBRE 2016 AL 19 FEBBRAIO 2017.” (da “La Stampa”, 22/10/2016)

la-geografia

   Vi invitiamo ad andare a vedere la mostra che c’è a Treviso (Palazzo Bomben, Via Cornarotta 7) della Fondazione Benetton (www.fbsr.it) sul tema de “LA GEOGRAFIA SERVE A FARE LA GUERRA?”, curata da Massimo Rossi, geografo, cartografo, professore allo IUAV di Venezia e all’Università di Ferrara.

   Una mostra che mette il dito sulla piaga di ciò che causa (e ha causato) tanti conflitti e sofferenze: I CONFINI. Che geograficamente, naturalmente, non esistono, ma sono stati creati strumentalmente per un fine di potere. O, se si vuole a volte (per vederne l’aspetto positivo, “necessario”), per un’organizzazione coerente, efficace di un determinato territorio.

CLAUDIO TOLOMEO: ITALIA ANTIQUA IN HONDIUS THEATRUM, 1618
CLAUDIO TOLOMEO: ITALIA ANTIQUA IN HONDIUS THEATRUM, 1618

   Massimo Rossi, curatore integrale di questa mostra, fa intendere come linearmente, moderatamente, i geografi che rappresentavano le prime espressioni del suolo italico, cercassero di superare confini, principati, piccoli stati che numerosi erano presenti nell’attuale territorio italico, con un privilegiare gli elementi fisici (le Alpi a nord, il Mediterraneo a sud). Solo da questi elementi fisici si è arrivati poi ad un’identificazione di confini, e con essi una volta stabiliti artificialmente, vi è stata la proposta geografica di stabilire e individuare una REALTÀ ITALIANA, con una propria possibile identità organizzativa.

   Tutto questo nell’imperversare nell’OTTOCENTO, nel secolo degli STATI NAZIONALI IN EUROPA, che già si affrontavano nella politica imperialista coloniale e che di lì a poco, nel ‘900, si sarebbero massacrati tra di loro in due guerre civili europee cruente, fratricide, sanguinosissime, inutili, insensate.

CARTA DEL TEATRO DELLA GUERRA ITALO-AUSTRIACA (dono del FANFULLA ai suoi abbonati) (Istituto Geografico De Agostini, Novara, 1915)
CARTA DEL TEATRO DELLA GUERRA ITALO-AUSTRIACA (dono del FANFULLA ai suoi abbonati) (Istituto Geografico De Agostini, Novara, 1915)

   E qui, nella mostra di Treviso, una parte essenziale è proprio dedicata alla “grande guerra”, alla prima guerra mondiale. Evento nella mostra descritto e rappresentato dalle MAPPE DELL’EPOCA, e anche in parte raccontato con testimonianze e documenti del lavoro nell’area trentina di un geografo (poi divenuto assai famoso) di quel periodo, CESARE BATTISTI, giustiziato nel luglio 1916 dagli austriaci nel Castello del Buonconsiglio a Trento.

CELESTINO BIANCHI: L'ITALIA NEL 1844, (il contenimento dei confini del progetto del pensare a una nazione)
CELESTINO BIANCHI: L’ITALIA NEL 1844, (il contenimento dei confini del progetto del pensare a una nazione)

   E “l’evento grande guerra” è così (nell’ambito e nella continuità del lavoro di ricerca che la Fondazione Benetton fa a Treviso rivolgendosi al “locale” e al “mondo”) rappresentato dalle mappe dei geografi di quel periodo, e il tutto è inserito in un contesto di duplice interesse attuale: cioè al fatto che siamo nel corso delle celebrazioni del centenario di quella guerra; e che il luogo della mostra si colloca nel cuore del Nordest italico, là dove la prima guerra mondiale ha avuto il massimo svolgimento storico, nel conflitto tra esercito italiano e quello austro-ungarico (il fronte del Piave, il Monte Grappa…)…

la teorizzazione delle “razze umane” - Geographische Verbreitung der menschen rassen - in Heinrich Berghaus - Physikalischer atlas gotha - justus perthes - 1848
la teorizzazione delle “razze umane” – Geographische Verbreitung der menschen rassen – in Heinrich Berghaus – Physikalischer atlas gotha – justus perthes – 1848

   E sul disegnare (o ridisegnare) i territori la mostra di Treviso fa vedere (con vari esempi) come quasi sempre prevale la volontà di potere e dominio: che fa fare, anche cartograficamente parlando (e così poi nella realtà dei territori), fa fare cose scellerate e inaudite. Ad esempio nella mostra si parla della toponomastica nell’Alto Adige – Sud Tirolo, dove l’arrivo degli “italiani vincitori” nella grande guerra, e con il supporto dalla logica fascista a partire dagli anni venti del ‘900, sono stati cambiati, italianizzati, i nomi di luoghi, strade, vie, città, paesi di un territorio storicamente di lingua e cultura tedesca, trasformandolo con toponimi italiani o inventati o ricavati dalla retorica imperiale dell’antica Roma… (nella mostra si fa il caso di Sterzing, ultimo comune prima del Brennero, trasformato in Vipiteno)

Afghanistan, autore ignoto: MAP THE WORLD WITH FLAGS
Afghanistan, autore ignoto: MAP THE WORLD WITH FLAGS

   Forse adesso la guerra, i conflitti internazionali e locali (in tante realtà africane, in Medio Oriente…) non hanno granché bisogno del lavoro dei geografi, ma meriterebbe che la geografia li raccontasse ancor di più di quello che fa…(pensiamo alle tante guerrei africane del tutto dimenticate).

   E anche gli stati smembrati di adesso in guerre civili e interessi di potenze internazionali che lì si affrontano, dei loro confini (pensiamo adesso a come è e potrà essere divisa la Siria, in ogni caso come vittima sacrificale c’è la popolazione siriana) tutto questo è tema geografico non da poco. Per questo sarebbe interessante una “PROPOSTA GEOGRAFICA” che ridisegni il mondo oltre i confini stabiliti o che ora vengono ribaditi dall’uso della forza, da guerre e invasioni…

THE BLUE MARBLE, NASA 1972, MISSIONE APOLLO 17 - BLUE MARBLE è una famosa fotografia della Terra scattata il 7 dicembre 1972 dall'equipaggio dell'APOLLO 17 (l'ultima missione del Programma Apollo) ad una distanza di circa 45 000 Km. È una delle immagini più distribuite nella storia della fotografia perché è una delle poche che ritraggono la terra completamente illuminata, in quanto al momento dello scatto il Sole era alle spalle degli osservatori. Da quella distanza, la Terra appariva agli astronauti come UNA BIGLIA (blue marble è traducibile dall'inglese come "biglia blu"). Questa foto è utilizzata dal mondo ambientalista come immagine della fragilità della Terra, e del pericolo della sua distruzione ambientale e della limitatezza delle sue risorse naturali.
THE BLUE MARBLE, NASA 1972, MISSIONE APOLLO 17 – BLUE MARBLE è una famosa fotografia della Terra scattata il 7 dicembre 1972 dall’equipaggio dell’APOLLO 17 (l’ultima missione del Programma Apollo) ad una distanza di circa 45 000 Km. È una delle immagini più distribuite nella storia della fotografia perché è una delle poche che ritraggono la terra completamente illuminata, in quanto al momento dello scatto il Sole era alle spalle degli osservatori. Da quella distanza, la Terra appariva agli astronauti come UNA BIGLIA (blue marble è traducibile dall’inglese come “biglia blu”). Questa foto è utilizzata dal mondo ambientalista come immagine della fragilità della Terra, e del pericolo della sua distruzione ambientale e della limitatezza delle sue risorse naturali.

   E ancora la GEOGRAFIA, al di là dei conflitti, che provi a individuare realtà territoriali omogenee più confacenti al mondo che cambia, che è già del tutto cambiato…. Luoghi (non confini!) che siano più o meno funzionali agli effettivi spostamenti quotidiani dei cittadini (città, regioni, aree e macroaree geografiche…), e da lì ridisegnare nuove città come effettivamente ora sono, nell’economia, nella quotidianità della popolazione che ci vive, macreregioni al posto delle obsolete regioni….

1618 - CLAUDIO TOLOMEO, ITALIA ANTIQUA IN HONDIUS THEATRUM
1618 – CLAUDIO TOLOMEO, ITALIA ANTIQUA IN HONDIUS THEATRUM

   Tante sono le possibilità di elaborazione e “lavoro” della geografia, di immaginazione di un mondo un po’ migliore di quel che è adesso, e che persegua la pace e forme di prosperità e dignitosa autosufficienza per tutti gli abitanti del nostro pianeta. E che rispetti la natura, gli animali.

   Un programma geografico per il presente e il futuro a nostro avviso non può che essere legato proprio al tema della pace e dello sviluppo economico di tutti, e del rispetto universale dei diritti umani. Cosa non facile: c’è tanto da lavorare per chi ama la geografia, sia esso un dilettante e solo simpatizzate di questa disciplina, o di chi ne ha fatto un impegno consistente della sua vita.

   Pertanto l’individuazione della mostra di Treviso del tema “GEOGRAFIA E GUERRA”, dell’uso che se ne è fatto della disciplina geografica a volte per positivamente diluire nazionalismi pericolosi e a volte invece per sostenerli, ebbene questo tema e titolo “la geografa serve a fare la guerra?” pone appunto a nostro avviso un obbiettivo di una GEOGRAFIA DI PACE che, confrontandosi con tutti quelli che amano questa disciplina, e anche guardando alle nuove possibilità tecnologiche, possa essere strumento interessante e concreto per creare un mondo migliore. (s.m.)

locandina

……………………

SUI CONFINI (CHE NON CI SONO)

dall’intervista al geografo CLAUDIO CERRETTI, tratto da un video della mostra di Treviso

“Il confine naturale non esiste. Il problema di demarcare, definire o delimitare è un problema culturale, non naturale. In natura non esiste discontinuità, la natura è continua, non c’è discontinuità tra terra e mare, tra un fiume che scorre e le sue rive, si tratta sempre di un continuum. Ogni confine è politico. E’ evidente che c’è stata una fase nel corso della storia culturale occidentale in cui si è ritento che la volontà di Dio, o della natura, a seconda delle inclinazioni, potesse aver effettivamente disegnato delle aree, delle regioni “naturali” per destinarle a una civiltà, a un popolo, a un paese, a uno stato. Petrarca o Dante, all’inizio del Trecento, parlano chiaramente delle Alpi che distinguono e delimitano l’Italia da tutto il resto, ma rappresentano un riferimento a un’idea che poi si è trascinata ed è stata pesantemente strumentalizzata fino al Novecento e ancora tantissime persone continuano a crederci, ma non c’è assolutamente nulla di naturale. Si tratta sempre di qualcosa di convenzionale, di arbitrario, come qualunque altro confine politico” (Claudio Cerretti, geografo, 5 luglio 2016)

“Se la linea di confine corrisponde al corso di un fiume anche quest’ultimo viene disegnato praticamente come una linea su una carta, quindi le due cose tendono a coincidere, ma è un equivoco. Un fiume non è una linea priva di dimensione, poiché ha un suo letto, un suo bacino idrografico dato dall’insieme degli affluenti che portano acqua al fiumee separarlo per la lunghezza è un’insensatezza.

Le catene montuose come le Alpi o i Pirenei, discretamente lineari, hanno più versanti e separarle per la lunghezza, da un punto di vista naturale, non ha nessun senso. Basta prendere una carta a grande scala delle Alpio dei Pirenei per vedere che in realtà nulla di naturale viene effettivamente seguito, né la linea di displuvio, né la linea di cresta. Le linee di confine che corrono lungo le catene montuose non sono “naturali” nel senso di sinuose, ma in realtà sono delle spezzate, dei segmenti rettilinei di qualche chilometro che vanno da un picchetto a un altro e non hanno, evidentemente, nulla di naturale”. (Claudio Cerretti, geografo, 5 luglio 2016)

………………………

I CONFINI COME PRETESTO PER LE ARMI

“La geografia serve a fare la guerra?”. A Treviso un’indagine storica sulla cartografia Continua a leggere

LA DISTRUZIONE DELLE OPERE ARTISTICHE con le guerre, il terrorismo, l’incuria e gli eventi naturali – Le distruzioni in Siria dell’Isis; il venir meno del PATRIMONIO ARTISTICO MONDIALE – Le novità: i CRIMINI DI GUERRA giudicati dalla CORTE PENALE DELL’AJA; e la RICOSTRUZIONE DIGITALE delle opere perdute

Un uomo prega sui resti di un mausoleo islamico devastato dai terroristi a TIMBUCTU (da "la Stampa") - 23 agosto 2016 - E’ iniziato il processo davanti alla CORTE PENALE INTERNAZIONALE DELL’AJA che vede come imputato Ahmad al-Faqi al-Mahdi, jihadista e uno dei leader del movimento islamista vicini ad Al Qaeda, accusato di “CRIMINI DI GUERRA ” e “DISTRUZIONE DI MONUMENTI RELIGIOSI”. Aveva guidato la distruzione del patrimonio culturale islamico di TIMBUCTÙ, in MALI
Un uomo prega sui resti di un mausoleo islamico devastato dai terroristi a TIMBUCTU (da “la Stampa”) – 23 agosto 2016 – E’ iniziato il processo davanti alla CORTE PENALE INTERNAZIONALE DELL’AJA che vede come imputato Ahmad al-Faqi al-Mahdi, jihadista e uno dei leader del movimento islamista vicini ad Al Qaeda, accusato di “CRIMINI DI GUERRA ” e “DISTRUZIONE DI MONUMENTI RELIGIOSI”. Aveva guidato la distruzione del patrimonio culturale islamico di TIMBUCTÙ, in MALI

   Tre accadimenti sono un pur flebile (ma significativo) segnale di speranza per la conservazione, restauro, difesa del patrimonio artistico mondiale che sembra, pian piano, andare sempre più perduto. Viene in mente, adesso, in questo momento storico, le distruzioni dell’Isis in Siria ed Iraq, ma anche in Mali (con la distruzione dei templi dell’antichissima Timbuctu).

Siti e musei in Siria a rischio distruzione (da www.treccani.it) - L’impiego di immagini satellitari e le informazioni provenienti dall’interno della Siria hanno permesso di accertare che 5 su 6 siti siriani Patrimonio dell’umanità hanno subito danni significativi o addirittura, in alcuni casi, sono stati distrutti. Attualmente, solo la Città vecchia di Damasco risulta non danneggiata in maniera seria, mentre distruzioni massicce sono evidenti nella Città vecchia di Aleppo, dove negli scontri tra esercito e opposizione sono stati distrutti, fra i vari edifici, il minareto selgiuchide della Grande moschea, la madrasa alKhosrofiyeh (costruita nel 153746 da Sinan, l’architetto di Solimano il Magnifico), la madrasa alSultaniyeh, lo hammam (bagno turco) Yalbougha anNasry, il khan (caravanserraglio) Qurt Bey. Lesioni estese sono evidenti anche in numerosi edifici del suq alMedina, il mercato coperto medievale, e nella cittadella di Aleppo, al cui interno scavi archeologici avevano da poco portato alla luce il Tempio del dio della tempesta del 3°1° millennio a.C.
Siti e musei in Siria a rischio distruzione (da http://www.treccani.it) – L’impiego di immagini satellitari e le informazioni provenienti dall’interno della Siria hanno permesso di accertare che 5 su 6 siti siriani Patrimonio dell’umanità hanno subito danni significativi o addirittura, in alcuni casi, sono stati distrutti. Attualmente, solo la Città vecchia di Damasco risulta non danneggiata in maniera seria, mentre distruzioni massicce sono evidenti nella Città vecchia di Aleppo, dove negli scontri tra esercito e opposizione sono stati distrutti, fra i vari edifici, il minareto selgiuchide della Grande moschea, la madrasa alKhosrofiyeh (costruita nel 153746 da Sinan, l’architetto di Solimano il Magnifico), la madrasa alSultaniyeh, lo hammam (bagno turco) Yalbougha anNasry, il khan (caravanserraglio) Qurt Bey. Lesioni estese sono evidenti anche in numerosi edifici del suq alMedina, il mercato coperto medievale, e nella cittadella di Aleppo, al cui interno scavi archeologici avevano da poco portato alla luce il Tempio del dio della tempesta del 3°1° millennio a.C.

   Proprio per il Mali, e Timbuctu, c’è un motivo positivo come segnale internazionale che ci pare importante riprendere. Il 22 agosto scorso la Corte Penale internazionale dell’Aja, proprio in Olanda in questa città, ha iniziato il primo processo della storia per CRIMINI CONTRO L’UMANITÀ PER LA DISTRUZIONE DI TEMPLI E MONUMENTI, nei confronti di Ahmad Al Faqih al-Mahdi, noto come Abu Tourab, in custodia all’Aia dal 26 settembre 2015 (è stato arrestato nel settembre scorso dalle truppe francesi e detenuto in Niger prima di essere trasferito all’Aia). Incarcerato con l’accusa di aver distrutto nel 2012 a Timbuctù nove tra moschee e mausolei risalenti tra il XIII e il XVII secolo. Un’azione, la sua, voluta dal gruppo jihadista Ansar Dine, affiliato ad Al-Qaeda, con lo scopo di radere al suolo le tombe dei santi musulmani considerati apostati da parte dei terroristi.

Immagine aerea della citta di Aleppo in Siria - Lesioni estese sono evidenti anche in numerosi edifici nella cittadella di ALEPPO, al cui interno scavi archeologici avevano da poco portato alla luce il Tempio del dio della tempesta del 3°1° millennio a.C.
Immagine aerea della citta di Aleppo in Siria – Lesioni estese sono evidenti anche in numerosi edifici nella cittadella di ALEPPO, al cui interno scavi archeologici avevano da poco portato alla luce il Tempio del dio della tempesta del 3°1° millennio a.C.

   Dobbiamo dire che la furia iconoclasta, distruttrice di segni nobili di civiltà, non è invenzione dell’Isis. Da sempre le guerre, le violenze di gruppo, le sopraffazioni, hanno avuto tra le vittime non solo donne, bambini, uomini, ma anche appunto le cose più belle delle civiltà: i templi, i segni religiosi, le opere artistiche più significative e irrepetibili…. E’ così che i romani distrassero Cartagine, fin su al secolo scorso e alle distruzioni durante la Seconda guerra mondiale di città, monumenti, monasteri… (il monastero di Montecassino in Italia, le città di Dresda in Germania, Varsavia in Polonia, e moltissime altre…).

L'arco del TEMPOI DI BEL a PALMIRA, distrutto dall’Isis nell’agosto 2015
L’arco del TEMPOI DI BEL a PALMIRA, distrutto dall’Isis nell’agosto 2015

   Pertanto il fatto che si possa a livello internazionale (per i paesi che aderiscono alla Corte Penale dell’Aja e riconoscono il suo potere) processare ed eventualmente condannare chi commette “crimini contro l’umanità” quando distruggono il patrimonio artistico, gli antichi segni religiosi, civili, umani di qualsivoglia civiltà, ebbene questo crimine ora “processabile” ci sembra un passo in avanti importante nel riconoscimento internazionale per la tutela dei beni del patrimonio artistico appartenenti a tutta l’umanità.

I resti della città di PALMIRA - Significativi danni sono stati registrati nel teatro romano di Bosra, nel sito di età ellenistica e romana di Palmira – dove nell’agosto 2015 l’IS ha fatto saltare i templi di Baalshamin e di Bel – e nel suo museo (dove la statua della dea Allat è stata distrutta dall’IS nel giugno del 2015), nel castello crociato del Crac dei cavalieri e nelle cosiddette Città morte di epoca tardoantica della Siria nordoccidentale
I resti della città di PALMIRA – Significativi danni sono stati registrati nel teatro romano di Bosra, nel sito di età ellenistica e romana di Palmira – dove nell’agosto 2015 l’IS ha fatto saltare i templi di Baalshamin e di Bel – e nel suo museo (dove la statua della dea Allat è stata distrutta dall’IS nel giugno del 2015), nel castello crociato del Crac dei cavalieri e nelle cosiddette Città morte di epoca tardoantica della Siria nordoccidentale

   L’altro segnale che ci pare interessante è più “nostro”, italiano, ed è la firma del MEMORANDUM ITALIA-UNESCO che ha dato vita al primo gruppo composto da 60 persone (30 carabinieri e 30 esperti tra archeologi, studiosi di antichità, informatici etc.) che hanno il compito di impegnarsi in progetti di tutela dei beni artistici rispetto alla distruzione delle guerre e delle catastrofi naturali. Da questa idea concreta l’Italia ha avanzato la proposta dei “Caschi blu della cultura”, gruppi di pronto intervento formati appunto da esperti, studiosi e personale specializzato messi a disposizione dagli Stati membri per promuovere la messa in sicurezza dei beni culturali e il contrasto di traffici illeciti. Forse qualcosa ne esce di positivo.

La città ellenistica e romana di APAMEA con il suo lungo cardo di stile corinzio è stata saccheggiata in modo irrimediabile da scavi clandestini che hanno interamente distrutto il sito, devastandone anche le parti non ancora fatte oggetto di scavi archeologici. Nella Siria orientale sotto il controllo dell’IS due città d’importanza cruciale per la storia e l’arte della Siria di età preclassica e classica, MARI e DURA EUROPOS, sono egualmente oggetto di scavi illegali estesissimi. Il confronto fra le immagini satellitari dei siti riprese nel 2012, quando la regione non era ancora caduta sotto il controllo dell’IS, e nel 2014 hanno rivelato, soprattutto a Dura Europos, la presenza di migliaia di buche scavate da tombaroli, la cui attività ha completamente distrutto il sito. Gravi saccheggi sono documentati anche nelle città di epoca assira di TELL SHEIKH HAMAD, TELL AJAJA e TELL HAMIDIYAH nella valle del fiume Khabur, il maggior affluente dell’Eufrate
La città ellenistica e romana di APAMEA con il suo lungo cardo di stile corinzio è stata saccheggiata in modo irrimediabile da scavi clandestini che hanno interamente distrutto il sito, devastandone anche le parti non ancora fatte oggetto di scavi archeologici. Nella Siria orientale sotto il controllo dell’IS due città d’importanza cruciale per la storia e l’arte della Siria di età preclassica e classica, MARI e DURA EUROPOS, sono egualmente oggetto di scavi illegali estesissimi. Il confronto fra le immagini satellitari dei siti riprese nel 2012, quando la regione non era ancora caduta sotto il controllo dell’IS, e nel 2014 hanno rivelato, soprattutto a Dura Europos, la presenza di migliaia di buche scavate da tombaroli, la cui attività ha completamente distrutto il sito. Gravi saccheggi sono documentati anche nelle città di epoca assira di TELL SHEIKH HAMAD, TELL AJAJA e TELL HAMIDIYAH nella valle del fiume Khabur, il maggior affluente dell’Eufrate

apamea

   Su questa linea è interessante l’approccio di una mostra che si tiene a Roma, dal 7 ottobre all’11 dicembre, nel secondo anello del Colosseo, mostra che prende il nome di «RINASCERE DALLE DISTRUZIONI: EBLA, NIMRUD, PALMIRA».

DAL 7 OTTOBRE E FINO ALL’11 DICEMBRE 2016, a ROMA, nel secondo anello del COLOSSEO, verrà allestita la rassegna «RINASCERE DALLE DISTRUZIONI/ EBLA, NIMRUD, PALMIRA» (nella foto uno dei pezzi esposti al Colosseo)
DAL 7 OTTOBRE E FINO ALL’11 DICEMBRE 2016, a ROMA, nel secondo anello del COLOSSEO, verrà allestita la rassegna «RINASCERE DALLE DISTRUZIONI/ EBLA, NIMRUD, PALMIRA» (nella foto uno dei pezzi esposti al Colosseo)

   Qui tre aziende italiane (la Nicola Salvioli, Arte Idea e Tryeco 2.0) presentano rispettivamente la ricostruzione di tre “Patrimoni dell’umanità” distrutti recentemente in Medio Oriente: il TORO ANDROCEFALO dell’antica città di NIMRUD, distrutto dall’Isis nel marzo 2015; l’ARCHIVIO DI EBLA del 2300 avanti Cristo, riportato alla luce negli scavi del 1974 importante per la qualità e l’antichità dei testi cuneiformi; IL SOFFITTO DEL TEMPIO DI BEL a PALMIRA, distrutto dall’Isis nell’agosto 2015. Si tratta di ricostruzioni a grandezza naturale, realizzate grazie a nuove tecnologie: robot a 5 assi, la macchina del polistirolo, laser scanner 3D a prototipazione rapida, scanner raffinatissimi.

AFGHANISTAN, quindici anni fa sparivano I BUDDHA DI BAMYAN: nel 2001 i talebani fecero saltare in aria uno dei maggiori monumenti buddhisti. Ora restano solo le nicchie vuote - “…la distruzione dei giganteschi BUDDHA GEMELLI DI BAMIYAN (12 marzo 2001) anticipò di nove mesi esatti l’abbattimento delle Torri gemelle di New York (11 settembre), come se il secondo evento, con le sue vittime umane e la sua spettacolarità ineguagliata, fosse già in gestazione nel primo. In ambo i casi, centro generatore dell’azione devastatrice non fu una statua o un grattacielo, ma la scena, o meglio lo spettacolo, della distruzione. Le Twin Towers furono abbattute nella certezza che l’evento sarebbe stato ripreso sull’istante dalle televisioni, e che il mondo si sarebbe fermato a guardare. A Bamiyan, a Mosul, a Palmira sono stati gli stessi distruttori a documentare se stessi, in un’orgia di selfie fotografici e cinematografici, da diffondersi poi in tutto il mondo. Adepti più o meno consapevoli della “società dello spettacolo” profetizzata da Guy Debord (1967), questi nemici delle immagini le annientano sì, ma allo scopo di produrre nuove immagini, quelle della loro distruzione. (….)” (Salvatore Settis, “la Repubblica” del 28/8/2016)
AFGHANISTAN, quindici anni fa sparivano I BUDDHA DI BAMYAN: nel 2001 i talebani fecero saltare in aria uno dei maggiori monumenti buddhisti. Ora restano solo le nicchie vuote – “…la distruzione dei giganteschi BUDDHA GEMELLI DI BAMIYAN (12 marzo 2001) anticipò di nove mesi esatti l’abbattimento delle Torri gemelle di New York (11 settembre), come se il secondo evento, con le sue vittime umane e la sua spettacolarità ineguagliata, fosse già in gestazione nel primo. In ambo i casi, centro generatore dell’azione devastatrice non fu una statua o un grattacielo, ma la scena, o meglio lo spettacolo, della distruzione. Le Twin Towers furono abbattute nella certezza che l’evento sarebbe stato ripreso sull’istante dalle televisioni, e che il mondo si sarebbe fermato a guardare. A Bamiyan, a Mosul, a Palmira sono stati gli stessi distruttori a documentare se stessi, in un’orgia di selfie fotografici e cinematografici, da diffondersi poi in tutto il mondo. Adepti più o meno consapevoli della “società dello spettacolo” profetizzata da Guy Debord (1967), questi nemici delle immagini le annientano sì, ma allo scopo di produrre nuove immagini, quelle della loro distruzione. (….)” (Salvatore Settis, “la Repubblica” del 28/8/2016)

   Per dire: non possiamo restare fermi a vedere il patrimonio artistico mondiale andare man mano in rovina: diamoci concretamente da fare. E può darsi che questi, seppur piccoli, segnali concreti (come il Tribunale dell’Aja che processa i distruttori; le forme di restauro dov’è possibile; i tentativi tecnologici di ricostruzione di opere artistiche, pur creando solo copie, ma per conservare almeno la memoria), (aggiungiamo poi un coordinamento internazionale contro i trafficanti di opere d’arte e i privati che lo incentivano comprando opere “di tutti”), ebbene tutte queste iniziative possono dimostrare che anche in molti altri campi della vita del pianeta, un’azione “unica”, virtuosa, internazionale può difendere e tutelare le singole persone, la loro vita in pericolo, l’ambiente minacciato, nonché appunto i segni vitali dati nel tempo dall’artificio umano (le opere artistiche) anch’essi importanti per un equilibrio dell’esistenza di noi tutti. (s.m.)

MOSTRA A MILANO - “SALVARE LA MEMORIA (LA BELLEZZA, L’ARTE, LA STORIA)”, è una mostra che dal 15 settembre al 6 novembre 2016 è ospitata al MUSEO DI SANT’EUSTORGIO a MILANO, accanto alla CAPPELLA PORTINARI. Il tema della mostra sono tutte le opere d’arte e gli esempi di bellezza distrutti in guerre e calamità naturali, e recuperate dall’opera di uomini e donne che hanno dedicato a questo lavoro la loro vita, arrivando a volte a perderla
MOSTRA A MILANO – “SALVARE LA MEMORIA (LA BELLEZZA, L’ARTE, LA STORIA)”, è una mostra che dal 15 settembre al 6 novembre 2016 è ospitata al MUSEO DI SANT’EUSTORGIO a MILANO, accanto alla CAPPELLA PORTINARI. Il tema della mostra sono tutte le opere d’arte e gli esempi di bellezza distrutti in guerre e calamità naturali, e recuperate dall’opera di uomini e donne che hanno dedicato a questo lavoro la loro vita, arrivando a volte a perderla

……………………

DALLA VIOLENZA ICONOCLASTA ALLA FORZA DI RICOSTRUIRE

di Salvatore Settis, da “la Repubblica” del 28/8/2016

   «Qui tutte le chiese sono piene di sordide, maledette e menzognere immagini, ma tutti le venerano. Perciò le sto distruggendo una per una da solo, con le mie mani, per combattere la superstizione e l’eresia». La scena è Torino, e chi parla non è un estremista islamico ma Claudio, irriducibile campione di un’iconoclastia militante, che di Torino fu vescovo per dodici anni (dall’816 all’828). Secondo il suo contemporaneo Giona di Orléans, Claudio, «acceso da zelo sconfinato e senza freni, devastò e abbatté in tutte le chiese della diocesi non solo i dipinti di storia sacra, ma perfino tutte le croci», deridendo gli avversari: «Cristo fu sulla croce per sei ore, e dobbiamo venerare tutte le croci? Non dovremmo allora venerare anche le mangiatoie, dato che fu in una mangiatoia, le barche perché in barca fu spesso, gli asini perché su un asino entrò a Gerusalemme, i rovi perché di rovo era la corona di spine, le lance perché una lancia gli fu confitta nel costato?».

Continua a leggere

DEMOGRAFIA: l’IMPETUOSA CRESCITA DELLA POPOLAZIONE in Africa, India, nei Paesi in via di sviluppo, e le CULLE VUOTE dei Paesi ricchi – La NECESSITÀ di UN RIEQUILIBRIO MONDIALE per rimediare ai mutamenti climatici, alle tensioni sociali e allo squilibrio e sovrautilizzo delle risorse naturali

750 milioni di abitanti eravamo al mondo all’inizio della rivoluzione industriale (a fine ‘700); poi siamo saliti da 1 a 2 miliardi tra 1800 e 1927; 47 anni dopo (nel 1974) siamo raddoppiati (cioè 4 miliardi); e un ulteriore raddoppio ci sarà (cioè 8 miliardi) entro il 2023. Adesso siamo 7,3 miliardi: con la cifra di proiezione di 10 miliardi prevista dai demografi nel 2100. (immagine tratta da www.forex.info)
750 milioni di abitanti eravamo al mondo all’inizio della rivoluzione industriale (a fine ‘700); poi siamo saliti da 1 a 2 miliardi tra 1800 e 1927; 47 anni dopo (nel 1974) siamo raddoppiati (cioè 4 miliardi); e un ulteriore raddoppio ci sarà (cioè 8 miliardi) entro il 2023. Adesso siamo 7,3 miliardi: con la cifra di proiezione di 10 miliardi prevista dai demografi nel 2100. (immagine tratta da http://www.forex.info)

   Il mondo, noi, cresciamo come popolazione o no? O diminuiamo? Lo spettro dell’invecchiamo che si allarga sempre più nei paesi ricchi è cosa reale? E se sì che fare?

   Partiamo da un dato (secondo una ricostruzione del demografo dell’università Bicocca di Milano Gian Carlo Blangiardi) reso noto lo scorso mese di gennaio: nel 2015 l’Italia ha perso centocinquantamila abitanti, numero (considerevole) che si ottiene sommando il CROLLO DELLE NASCITE, l’AUMENTO DELLA MORTALITÀ, il CALO DELL’IMMIGRAZIONE, ma anche la FUGA DEGLI ITALIANI stessi, giovani e non solo, CHE SCELGONO ALTRE NAZIONI e altre realtà come dimora di vita.    Partendo da un dato nazionale di forte calo della popolazione, ci sembra che in effetti la questione demografica (mondiale, europea, nazionale, locale…) sia un argomento, un tema, un po’ rimosso, che interessa poco.

ANNUAL WORKING POPULATION GROWTH RATE 2015_2020 - In nero la popolazione che più cresce, in rosso quella in diminuzione (MAPPA creata da Hsbc e pubblicata da "Business Insider" - da noi ripresa dal sito de LINKIESTA, WWW.LINKIESTA.IT/-)
ANNUAL WORKING POPULATION GROWTH RATE 2015_2020 – Nei colori grigio-scuri la popolazione che più cresce, in rosa-rosso quella in diminuzione (MAPPA creata da Hsbc e pubblicata da “Business Insider” – da noi ripresa dal sito de LINKIESTA, WWW.LINKIESTA.IT/-)

   Ci si dimentica che il trend ascendente della popolazione mondiale è cosa invece preoccupante (pur compensato – cinicamente parlando – da guerre, shock climatici, epidemie): 750 milioni di abitanti eravamo al mondo all’inizio della rivoluzione industriale (a fine ‘700); poi siamo saliti da 1 a 2 miliardi tra 1800 e 1927; 47 anni dopo (nel 1974) siamo raddoppiati (cioè 4 miliardi); e un ulteriore raddoppio ci sarà (cioè 8 miliardi) entro il 2023. Adesso siamo 7,3 miliardi: con la cifra di proiezione di 10 miliardi prevista dai demografi nel 2100.

   Alcuni degli effetti negativi di questa forte crescita della popolazione può aver portato al MUTAMENTO CLIMATICO odierno (l’aumento dell’80% di gas serra, tra 1970 e 2010, è dovuto, secondo gli studiosi, per il 50% proprio all’incremento di abitanti), o all’UTILIZZO ESPONENZIALE DELLE RISORSE naturali, alimentari ed energetiche (ma qui il discorso si fa delicato, potremmo dire “pericoloso”: ad esempio, un americano, nel senso di statunitense, consuma energia come due europei, una decina di cinesi, una quindicina di indiani od una trentina di africani…).

QUESTIONE DEMOGRAFICA – “…E’ in atto UN’INVASIONE ANTROPICA DELLA TERRA (incipit del NUOVO LIBRO del demografo MASSIMO LIVI BACCI, IL PIANETA STRETTO) che non sembra risparmiarne una sola molecola: se oltre metà dei suoi 134 milioni di chilometri quadrati erano occupati, già nel 1990, soprattutto da coltivazioni e pascoli (ma anche da strade, ferrovie e porti), la percentuale restante (boschi e foreste, ghiacci e deserti) risente ormai comunque, sul piano climatico e della biodiversità, della nostra presenza. Il punto è che la chiave interpretativa di quest’invasione e delle sue conseguenze per il pianeta e per noi stessi — di tanti disagi economici, sociali, sanitari, psicologici — consiste proprio nella QUESTIONE DEMOGRAFICA (…)” (da Sandro Modeo, “il Corriere della Sera – La Lettura” del 22/11/2015)
QUESTIONE DEMOGRAFICA – “…E’ in atto UN’INVASIONE ANTROPICA DELLA TERRA (incipit del NUOVO LIBRO del demografo MASSIMO LIVI BACCI, IL PIANETA STRETTO) che non sembra risparmiarne una sola molecola: se oltre metà dei suoi 134 milioni di chilometri quadrati erano occupati, già nel 1990, soprattutto da coltivazioni e pascoli (ma anche da strade, ferrovie e porti), la percentuale restante (boschi e foreste, ghiacci e deserti) risente ormai comunque, sul piano climatico e della biodiversità, della nostra presenza. Il punto è che la chiave interpretativa di quest’invasione e delle sue conseguenze per il pianeta e per noi stessi — di tanti disagi economici, sociali, sanitari, psicologici — consiste proprio nella QUESTIONE DEMOGRAFICA (…)” (da Sandro Modeo, “il Corriere della Sera – La Lettura” del 22/11/2015)

  Ma un altro effetto demografico non da poco, è sicuramente l’incidere (con la crescita della popolazione) sugli assetti socio-economici delle popolazioni, con la DEFINITIVA E CRESCENTE PREVALENZA DI ADDENSAMENTI URBANI RISPETTO ALLE CAMPAGNE. Ora nel mondo ci sono sempre più metropoli (cioè città con almeno un milione di abitanti), e ci sono almeno 20 MEGALOPOLI (città con almeno dieci milioni di abitanti).   FENOMENO NEGATIVO? Sì, se pensiamo a bidonville, periferie popolose e povere, criminalità e mafie, miseria…COSA POSITIVA? Anche, a volte: quando lo sviluppo della “città” significa maggiori opportunità per la persona, migliori servizi, più inserimento nel mondo…. I sociologi dicono che nei posti dove si concentrano molte persone e molte attività produttive la creatività cresce esponenzialmente, perché le idee innovative circolano con maggior velocità e si fecondano reciprocamente…

   Fin qui alcuni degli EFFETTI dell’aumento demografico….

“PIÙ DI METÀ DELLA POPOLAZIONE MONDIALE VIVE IN CITTÀ, IN AREE URBANE IN CONTINUA ESPANSIONE che molto spesso danno vita a megalopoli da decine di milioni di abitanti, come Tokyo, Shanghai e Città del Messico. MA QUESTA PROPORZIONE, GIÀ IMPRESSIONANTE, POTREBBE CRESCERE ULTERIORMENTE IN FAVORE DELLE METROPOLI E A SCAPITO DELLE AREE RURALI, con più di sei miliardi di persone che saranno “cittadini” nel 2045 secondo l’ultimo World urbanization prospects, il documento del dipartimento Economico e degli Affari sociali delle Nazioni Unite sull’urbanizzazione…”( Tommaso Perrone, testo e MAPPA ripresi da www.lifegate.it/)
“PIÙ DI METÀ DELLA POPOLAZIONE MONDIALE VIVE IN CITTÀ, IN AREE URBANE IN CONTINUA ESPANSIONE che molto spesso danno vita a megalopoli da decine di milioni di abitanti, come Tokyo, Shanghai e Città del Messico. MA QUESTA PROPORZIONE, GIÀ IMPRESSIONANTE, POTREBBE CRESCERE ULTERIORMENTE IN FAVORE DELLE METROPOLI E A SCAPITO DELLE AREE RURALI, con più di sei miliardi di persone che saranno “cittadini” nel 2045 secondo l’ultimo World urbanization prospects, il documento del dipartimento Economico e degli Affari sociali delle Nazioni Unite sull’urbanizzazione…”( Tommaso Perrone, testo e MAPPA ripresi da http://www.lifegate.it/)

   …Difficile invece trovare le tante CAUSE, i fattori, che orientano la demografia di un’area geografica, di un Paese (epidemie, guerre, caos politico, abitudini culturali, povertà in alcune aree, ricchezza in altre…). Anche la visione che i popoli hanno di loro stessi influisce sui numeri. In alcune epoche, imperava il timore della sovrappopolazione, mentre altre erano ossessionate da quello dello spopolamento.

   In RUSSIA (come potete vedere nella prima mappa che qui sopra vi proponiamo delle tendenze demografiche nel pianeta) il calo della popolazione è iniziato prima dell’implosione dell’Urss ma ha subìto ancor più un’accelerazione in questi ultimi anni caotici, difficili (socialmente, politicamente) per quel Paese. Nei PAESI ARABI il peso delle giovani generazioni ha contribuito alle rivolte delle “primavere del 2011”. In CINA, ora, dopo l’epoca dell’imposizione alle coppie del figlio unico, a provocare l’inquietudine è l’aumento degli anziani. Ma IL NUMERO DEGLI ANZIANI sta crescendo dappertutto e costituisce una delle principali problematiche del nostro tempo.

LA MONTAGNA PERDUTA - SPOPOLAMENTO: negli ultimi sessant’anni la “montagna” ha perso 900mila persone - Dal 1951 a oggi, la montagna è stata vittima di spopolamento e abbandono. A mettere in luce questo fenomeno è il rapporto “LA MONTAGNA PERDUTA. COME LA PIANURA HA CONDIZIONATO LO SVILUPPO ITALIANO” realizzato da CER (Centro Europa Ricerche) e TSM-Trentino School of Management, presentato il 9 febbraio scorso al Senato. - NELLA FOTO, ROGHUDI VECCHIO, borgo dell’ASPROMONTE abitato sin dal 1050 e facente parte di un'AREA GRECANICA, a seguito delle due fortissime alluvioni avvenute nell'ottobre 1971 e nel gennaio 1973 fu dichiarato totalmente inagibile e ABBANDONATO DALLA POPOLAZIONE
LA MONTAGNA PERDUTA – SPOPOLAMENTO: negli ultimi sessant’anni la “montagna” ha perso 900mila persone – Dal 1951 a oggi, la montagna è stata vittima di spopolamento e abbandono. A mettere in luce questo fenomeno è il rapporto “LA MONTAGNA PERDUTA. COME LA PIANURA HA CONDIZIONATO LO SVILUPPO ITALIANO” realizzato da CER (Centro Europa Ricerche) e TSM-Trentino School of Management, presentato il 9 febbraio scorso al Senato. – NELLA FOTO, ROGHUDI VECCHIO, borgo dell’ASPROMONTE abitato sin dal 1050 e facente parte di un’AREA GRECANICA, a seguito delle due fortissime alluvioni avvenute nell’ottobre 1971 e nel gennaio 1973 fu dichiarato totalmente inagibile e ABBANDONATO DALLA POPOLAZIONE

   Ora si necessita, a livello globale, di un riequilibrio; TANTI PAESI OCCIDENTALI DOVRANNO RILANCIARE LA NATALITÀ: se non altro per motivi economici (per pagare le pensioni agli anziani, affrontare i costi di vecchiaie prolungate e non delegare il rimpiazzo generazionale solo ai migranti); TANTI PAESI AFRICANI E ASIATICI DOVRANNO INVECE RIDURLA d’urgenza. Oppure c’è la necessità di un “travaso”: bruttissimo termine per dire che la mobilità della popolazione verso aree dove “serve ripopolamento” (come nella “vecchia” Europa), assume quasi la caratteristica di quel processo storico dove i pionieri del “vecchio West” andavano (emigravano) dalla costa orientale degli Stati Uniti a quella occidentale (o più drammaticamente si spostavano verso nuove terre per sopravvivere alla disoccupazione, alla miseria, come accade nel periodo dalla crisi del ’29 del secolo scorso).

   E come trattare l’elemento demografico? …la crescita abnorme della popolazione? …imponendo restrizioni autoritarie (come il figlio unico in Cina, ora derogato a due figli), oppure lasciando in definitiva crescere la popolazione liberamente come in India.

SHENZHEN, CINA, dalla rivista INTERNAZIONALE. SHENZHEN è nata come città solo 30 anni fa: aveva allora 25.000 abitanti, ora ne ha 15 milioni. - METROPOLI E MEGALOPOLI…. Per convenzione, UNA CITTÀ DIVENTA METROPOLI QUANDO SUPERA IL MILIONE DI ABITANTI, e UNA METROPOLI DIVENTA MEGALOPOLI QUANDO SORPASSA I DIECI MILIONI. New York è stata la prima, nel 1940. OGGI ESISTONO VENTI MEGALOPOLI: DIECI NEGLI STATI UNITI, LE ALTRE SPARSE NEL RESTO DEL MONDO. Due sono IN AFRICA: LAGOS E IL CAIRO. TRE SONO IN INDIA, DUE IN CINA. Per inciso, secondo le previsioni dell’americano Census Bureau, NEL 2034 L’INDIA SORPASSERÀ LA POPOLAZIONE DELLA CINA: si profila un colosso – potremmo chiamarlo “CINDIA” – che da solo ospiterà circa la metà della popolazione mondiale. - NELLE VENTI REGIONI DELLE MEGALOPOLI SI CONCENTRANO 660 MILIONI DI PERSONE, UN DECIMO DELLA POPOLAZIONE MONDIALE. (tratto da: Edoardo Brosio, “Metropoli, Megalopoli, Ecumenopoli” - http://www.bpp.it/Apulia/ )
SHENZHEN, CINA, dalla rivista INTERNAZIONALE. SHENZHEN è nata come città solo 30 anni fa: aveva allora 25.000 abitanti, ora ne ha 15 milioni. – METROPOLI E MEGALOPOLI…. Per convenzione, UNA CITTÀ DIVENTA METROPOLI QUANDO SUPERA IL MILIONE DI ABITANTI, e UNA METROPOLI DIVENTA MEGALOPOLI QUANDO SORPASSA I DIECI MILIONI. New York è stata la prima, nel 1940. OGGI ESISTONO VENTI MEGALOPOLI: DIECI NEGLI STATI UNITI, LE ALTRE SPARSE NEL RESTO DEL MONDO. Due sono IN AFRICA: LAGOS E IL CAIRO. TRE SONO IN INDIA, DUE IN CINA. Per inciso, secondo le previsioni dell’americano Census Bureau, NEL 2034 L’INDIA SORPASSERÀ LA POPOLAZIONE DELLA CINA: si profila un colosso – potremmo chiamarlo “CINDIA” – che da solo ospiterà circa la metà della popolazione mondiale. – NELLE VENTI REGIONI DELLE MEGALOPOLI SI CONCENTRANO 660 MILIONI DI PERSONE, UN DECIMO DELLA POPOLAZIONE MONDIALE. (tratto da: Edoardo Brosio, “Metropoli, Megalopoli, Ecumenopoli” – http://www.bpp.it/Apulia/ )

GUARDA IL VIDEO DA “INTERNAZIONALE”:    www.internazionale.it/video/2015/06/05/cina-metropoli-cemento-campagne

…….

   Sta di fatto che in un caso (la Cina) abbiamo avuto una dispotica e crudele limitazione della libertà individuale. Nell’altro caso (di libertà assoluta nella procreazione) arriveremo a una regolazione “naturale” della popolazione, “selettiva” (in India, in Africa, in Brasile…) fatta di sofferenza, appunto di “selezione naturale”, tra bidonville mostruose popolate per lo più di bambini spesso abbandonati a se stessi, sfruttamento degli stessi, violenze, miseria, vita nella sporcizia, malattie…

   La richiesta di limitazione della crescita demografica fatta dai paesi ricchi occidentali (il Nord del mondo) verso i paesi poveri, siano essi in via di sviluppo o di non sviluppo permanente (poveri e basta), è sicuramente un po’ sospetta se chi la chiede ha (più o meno) raggiunto un suo equilibrio economico, e non vuole perdere i privilegi acquisiti nei consumi, nel welfare, nello sfruttamento delle risorse energetiche del pianeta.

   Come allora regolare dignitosamente (e civilmente) il processo demografico, e dissuadere popolazioni povere a non fare troppi figli?….. certo anche diminuendo la mortalità infantile, diffondendo istruzione, salute e consapevolezza, chiavi per un contenimento demografico non più legato a pratiche come l’aborto selettivo sulle donne, o mere pratiche contraccettive (che pur ci vogliono, se volontariamente accettate, senza imposizioni).

densita_popolazione_da www.forexinfo.it/ - LE 20 MEGALOPOLI AL MONDO con popolazione di almeno 10milioni di abitanti - La megalopoli più abitata del mondo è quella della grande TOKYO (Tokyo-to - ku-bu, che comprende più di 87 città satellite, incluse Yokohama, Kawasaki e Chiba) che ha raggiunto i 35,7 milioni di abitanti, seguita da GIACARTA, in Indonesia, con quasi 30 milioni. Poi abbiamo NEW YORK-Newark, Usa, CITTÀ DEL MESSICO e Mumbai (BOMBAY), India (tutte e tre con 19 milioni di abitanti); SÃO PAULO, Brasile (18,8); DELHI, India (15,9); SHANGHAI, Cina (15,0); Kolkata (CALCUTTA), India (14,8); DACCA, Bangladesh (13,5); BUENOS AIRES, Argentina (12,8); LOS ANGELES-Long Beach-Santa Ana, Usa (12,5); KARACHI, Pakistan (12,1); Al-Qahirah (IL CAIRO), Egitto (11,9); RIO DE JANEIRO, Brasile (11,7); OSAKA-Kobe, Giappone (11,3); PECHINO, Cina e MANILA, Filippine (11,1); MOSCA, Russia (10,5); ISTAMBUL, Turchia (10,1)
densita_popolazione_da http://www.forexinfo.it/ – LE 20 MEGALOPOLI AL MONDO con popolazione di almeno 10milioni di abitanti – La megalopoli più abitata del mondo è quella della grande TOKYO (Tokyo-to – ku-bu, che comprende più di 87 città satellite, incluse Yokohama, Kawasaki e Chiba) che ha raggiunto i 35,7 milioni di abitanti, seguita da GIACARTA, in Indonesia, con quasi 30 milioni. Poi abbiamo NEW YORK-Newark, Usa, CITTÀ DEL MESSICO e Mumbai (BOMBAY), India (tutte e tre con 19 milioni di abitanti); SÃO PAULO, Brasile (18,8); DELHI, India (15,9); SHANGHAI, Cina (15,0); Kolkata (CALCUTTA), India (14,8); DACCA, Bangladesh (13,5); BUENOS AIRES, Argentina (12,8); LOS ANGELES-Long Beach-Santa Ana, Usa (12,5); KARACHI, Pakistan (12,1); Al-Qahirah (IL CAIRO), Egitto (11,9); RIO DE JANEIRO, Brasile (11,7); OSAKA-Kobe, Giappone (11,3); PECHINO, Cina e MANILA, Filippine (11,1); MOSCA, Russia (10,5); ISTAMBUL, Turchia (10,1)

   La PROPOSTA potrebbe anche essere che nei paesi ricchi, pur se è auspicabile che si aumenti la natalità, si potrebbe appunto praticare il “rimpiazzo generazionale” (il calo demografi attuale) con i migranti (l’esempio di quest’estate del milione di profughi siriani accettati dalla Merkel in Germania è stata una misura nuova, innovativa, controcorrente…): servirebbe questo anche per un’integrazione e confronto di culture che inesorabilmente va avanti (piaccia o no)

   E’ sicuramente vero che esiste un impatto problematico delle migrazioni, dei processi di assestamento demografico fatti con popolazioni che si spostano da un luogo all’altro (da sud a nord del mondo….), ma sicuramente sono processi difficilmente frenabili… li si può forse rallentare un po’ (con il filo spinato alle frontiere, cosa vergognosa di questi mesi…. oppure con processi burocratici farraginosi per permessi di soggiorno e cittadinanza; con la non accoglienza e nessun aiuto di chi arriva da fuori, da lontano…

   Però alla fine è un processo cui si deve farsene una ragione: e per questo attrezzarsi. Pertanto l’idea di una nuova economia di rilancio dei paesi sì ricchi ma ora in crisi (come i paesi europei), che passi anche con un nuovo assetto demografico virtuoso di accoglienza di persone che vengono “da fuori”, sembra una cosa concreta, fattibile, necessaria. (s.m.)

……………………..

DEMOGRAFIA

L’UOMO VA A PIÙ VELOCITÀ, IL MONDO NO

di Sandro Modeo, da “il Corriere della Sera – La Lettura” del 22/11/2015

– Analisi senza catastrofismi della crescita della popolazione: impetuosa in Africa, ferma in Europa –

   Rispetto al «tempo profondo» dell’evoluzione (miliardi di anni), tutto è avvenuto in una sequenza relativamente breve: 10-12 mila anni, il periodo intercorso fra la prima transizione dell’ Homo sapiens (il passaggio neolitico dalla caccia-raccolta all’agricoltura-allevamento, dal nomadismo alla stanzialità) e quella attuale, innescata dalla rivoluzione industriale. Continua a leggere

L’EUROPA TORNERA’ ALLE FRONTIERE NAZIONALI? – Il TRATTATO DI SCHENGEN, antica utopia realizzata, pian piano soccombe al nazionalismo e alle paure dell’arrivo dei poveri, dei rifugiati, dei migranti – La ridefinizione dei CONFINI, LIMITI (LIMES), nella geografia europea, appare un sogno che si allontana

Slovenia: chilometri e chilometri di filo spinato al confine con la Croazia. Il governo di Lubiana ha dato inizio all annunciata costruzione della barriera per controllare il flusso dei migranti - "…LUBIANA, dimentica delle decine di migliaia di slavi in fuga dal regime comunista accolti allora anche dall’Italia come Paese di transito verso altre mete, HA STESO LUNGO IL CONFINE CROATO CHILOMETRI E CHILOMETRI DI FILO SPINATO" (Gian Antonio Stella, il Corriere della Sera del 24/1/2016)
Slovenia: chilometri e chilometri di filo spinato al confine con la Croazia. Il governo di Lubiana ha dato inizio all annunciata costruzione della barriera per controllare il flusso dei migranti – “…LUBIANA, dimentica delle decine di migliaia di slavi in fuga dal regime comunista accolti allora anche dall’Italia come Paese di transito verso altre mete, HA STESO LUNGO IL CONFINE CROATO CHILOMETRI E CHILOMETRI DI FILO SPINATO” (Gian Antonio Stella, il Corriere della Sera del 24/1/2016)

   Le limitazioni imposte alle frontiere di alcuni (sempre più) Stati europei rischiano di provocare il fallimento del Trattato di Schengen. La scorsa settimana è accaduto alla Svezia: il Paese più aperto della Ue si prepara a chiudere le frontiere, e ad espellere tra i 60mila e gli 80mila richiedenti asilo. Due settimane fa la Danimarca ha approvato una legge che metaforicamente (e concretamente) chiude le frontiere: cioè una legge che prevede di confiscare ai rifugiati qualsiasi bene di valore superiore ai 1.340 euro, contanti compresi, per finanziarne le spese di mantenimento, e allunga da uno a tre anni i tempi per i ricongiungimenti familiari.

   L’Austria non si limita a sospendere Schengen, come Francia, Germania, Svezia, Danimarca e Norvegia, ma ha deciso di imporre un tetto agli arrivi, più che dimezzati rispetto al 2015: 37.500 persone contro 90mila.

SCHENGEN ADDIO? - Nell’area “Schengen” dei 26 Stati europei che vi aderiscono circolano 60 milioni di Tir all’anno, 1,7 milioni di lavoratori transfrontalieri e oltre 200 milioni di viaggiatori
SCHENGEN ADDIO? – Nell’area “Schengen” dei 26 Stati europei che vi aderiscono circolano 60 milioni di Tir all’anno, 1,7 milioni di lavoratori transfrontalieri e oltre 200 milioni di viaggiatori

   La Germania, dopo la straordinaria apertura agli immigrati siriani della passata estate, trova delle opposizioni sempre crescenti alla cancelliera Merkel (dopo i fatti di Colonia del Capodanno, in particolare). L’emergenza rifugiati è arrivata a mordere ovunque i nervi scoperti della politica incalzata da opinioni pubbliche stressate e disorientate. Apparentemente c’è solo Angela Merkel in Germania a tentare di resistere agli istinti nazionalisti e isolazionisti che dilagano da Nord a Est. Ma, appunto, anche lì le cose stanno cambiando. E’ arrivata la notizia pubblicata da Die Welt secondo cui – stando a un documento interno della Cdu – Berlino si preparerebbe a espellere 400 mila richiedenti asilo nel 2016.

   A Bruxelles, in attesa della creazione nel 2018 (ammesso che venga approvata) di una GUARDIA DI FRONTIERA EUROPEA dotata di 1.500 uomini da affiancare alle strutture nazionali, si ipotizza il congelamento dell’area Schengen per due anni.

Lo SPAZIO SCHENGEN è una zona di libera circolazione dove i controlli alle frontiere sono stati aboliti per tutti i viaggiatori, salvo circostanze eccezionali. È attualmente composto da 26 PAESI, DI CUI 22 MEMBRI DELL'UE E 4 NON MEMBRI (ISLANDA, LIECHTENSTEIN, NORVEGIA E SVIZZERA). NON NE FANNO PARTE BULGARIA, CIPRO, CROAZIA E ROMANIA, per cui il trattato non è ancora entrato in vigore, e IRLANDA E REGNO UNITO, che non hanno aderito alla convenzione esercitando la cosiddetta clausola di esclusione (opt-out) • L'AREA DI LIBERA CIRCOLAZIONE È ENTRATA IN VIGORE A PARTIRE DAL 1985, data di un accordo di massima concluso da un gruppo di governi europei a SCHENGEN (LUSSEMBURGO) • Gli Stati membri che si trovano ai confini dello spazio Schengen hanno la responsabilità di organizzare controlli rigorosi alle frontiere con l'esterno
Lo SPAZIO SCHENGEN è una zona di libera circolazione dove i controlli alle frontiere sono stati aboliti per tutti i viaggiatori, salvo circostanze eccezionali. È attualmente composto da 26 PAESI, DI CUI 22 MEMBRI DELL’UE E 4 NON MEMBRI (ISLANDA, LIECHTENSTEIN, NORVEGIA E SVIZZERA). NON NE FANNO PARTE BULGARIA, CIPRO, CROAZIA E ROMANIA, per cui il trattato non è ancora entrato in vigore, e IRLANDA E REGNO UNITO, che non hanno aderito alla convenzione esercitando la cosiddetta clausola di esclusione (opt-out) • L’AREA DI LIBERA CIRCOLAZIONE È ENTRATA IN VIGORE A PARTIRE DAL 1985, data di un accordo di massima concluso da un gruppo di governi europei a SCHENGEN (LUSSEMBURGO) • Gli Stati membri che si trovano ai confini dello spazio Schengen hanno la responsabilità di organizzare controlli rigorosi alle frontiere con l’esterno

   Il trattato di Schengen è importante. Perché supera e apre i confini “interni” all’Europa. Ma, al tempo stesso, marca i confini “esterni”. Dentro i quali è possibile la libera circolazione. In base ai quali è possibile negoziare con gli “altri”. Così, definisce (cioè, delimita) l’Europa. Lo spazio entro il quale non abbiamo bisogno di passaporti da esibire alle frontiere. Perché non ci sono controlli alle frontiere. Anzi, non ci sono frontiere.

   In effetti la problematicità data dal flusso ininterrotto di migranti, da settembre dell’anno scorso sulla ROTTA BALCANICA in primis (dalla Turchia alla Grecia attraverso il Mar Egeo, causa di continui annegamenti quotidiani: anche domenica 31 gennaio 39 persone morte, tra cui 5 bambini), poi su verso nord, attraversando Macedonia, Serbia, a ovest verso la Croazia, e poi Austria e con la speranza di arrivare in Germania…), questo ininterrotto flusso migratorio (anche adesso che forse se ne parla meno, i media concentrati in altri eventi…) destabilizza politiche nazionali europee non in grado di “ripensarsi” con l’arrivo di così tante persone da guerre (in Siria in particolare, ma non solo…), e da chi (come criticarlo?) vive in paesi magari non in guerra, e così non si può considerare profugo, ma fugge dalla miseria e dalla fame (e spera in un futuro di benessere per se, per la sua famiglia).

LA STRAGE DEI BAMBINI: CONTINUI NAUFRAGI NELL’EGEO. ALLARME DELL’UNICEF …Tremila persone nel 2015 hanno perso la vita tentando di raggiungere le isole di KOS e LESBOS partendo dalle COSTE TURCHE. In questa strage senza fine nel solo mese di gennaio sono annegati nell’EGEO oltre 50 bambini. Più di 80mila sono i migranti salvati in mare dalla guardia costiera dei due Paesi. (…..). L’Unicef è tornata a chiedere corridoi umanitari sicuri.
LA STRAGE DEI BAMBINI: CONTINUI NAUFRAGI NELL’EGEO. ALLARME DELL’UNICEF …Tremila persone nel 2015 hanno perso la vita tentando di raggiungere le isole di KOS e LESBOS partendo dalle COSTE TURCHE. In questa strage senza fine nel solo mese di gennaio sono annegati nell’EGEO oltre 50 bambini. Più di 80mila sono i migranti salvati in mare dalla guardia costiera dei due Paesi. (…..). L’Unicef è tornata a chiedere corridoi umanitari sicuri.

   In tanti sottolineano ipotesi e strategie per porre rimedio a tutto questo: 1-“risolvere” le guerre in Medio Oriente e altrove nel Sud del Mondo, creando così condizioni di pace e sviluppo che fermino l’ondata di profughi; 2-nel declino demografico dell’Europa, inventarsi una politica di rilancio del continente europeo, con l’accogliere tutti questi giovani (sostanzialmente i migranti sono giovani…), i loro bambini, creando condizioni di sviluppo dei consumi, del lavoro, dei servizi, “facendo diventare” europei tutte queste persone che sopperirebbero all’attuale invecchiamento delle nostre popolazioni; 3-se confine bisogna avere, far sì che esso sia il “confine d’Europa” fatto non dei confini dei paesi membri (superati quei confini nazionali dal trattato di Schengen nella pratica quotidiana di mobilità delle persone e delle merci entro l’Europa); 4-ancora: se confine dev’esserci questo sia un confine naturale, fatto a nord, ovest, sud da “grandi mari” (Il mar Glaciale Artico, l’oceano Atlantico, il nostro mar Mediterraneo, il Mar Nero) (più difficile invece far coincidere a est i confini naturali -gli Urali- con quelli politici).

   Tutte ipotesi interessanti. Vi sarebbe, positivamente pensando, la necessità di far coincidere la “crisi europea” (causata seppur in minima parte anche dai diseredati della terra che sono in movimento), con “il sogno europeo” di far sì che si arrivi finalmente a un’unione politica e geografica in un unico grande progetto di federazione dell’Europa (Stati Uniti d’Europa).

I FLUSSI NON SI FERMANO - Secondo Frontex l’anno scorso hanno varcato la frontiera europea 1,83 milioni di rifugiati, contro i 238.500 del 2014, anche se «il numero non è del tutto esatto perché alcuni sono stati contati due volte»: in Grecia ne sono comunque entrati 880mila, in Italia 157mila, in Germania oltre 1,1 milioni. (…) E nelle prime tre settimane di gennaio sono già arrivati in 35mila quando nel 2015 in tutto il mese erano stati 1.600. L’inverno non ferma più i disperati. I quali, per sfuggire ai crescenti blocchi europei, ora tentano anche la rotta polare, puntando alla Russia per raggiungere Norvegia o Finlandia: ci sono riusciti in 900 l’anno scorso. (Adriana Cerretelli, da “il Sole 24ore” del 23/1/2016)
I FLUSSI NON SI FERMANO – Secondo Frontex l’anno scorso hanno varcato la frontiera europea 1,83 milioni di rifugiati, contro i 238.500 del 2014, anche se «il numero non è del tutto esatto perché alcuni sono stati contati due volte»: in Grecia ne sono comunque entrati 880mila, in Italia 157mila, in Germania oltre 1,1 milioni. (…) E nelle prime tre settimane di gennaio sono già arrivati in 35mila quando nel 2015 in tutto il mese erano stati 1.600. L’inverno non ferma più i disperati. I quali, per sfuggire ai crescenti blocchi europei, ora tentano anche la rotta polare, puntando alla Russia per raggiungere Norvegia o Finlandia: ci sono riusciti in 900 l’anno scorso. (Adriana Cerretelli, da “il Sole 24ore” del 23/1/2016)

   Cosa comunque che, riconosciamo, è assai difficile a realizzarsi in tempi storici come questi (di nazionalismo spinto, di paure delle popolazioni, di rifiuto…). E anche a questo flusso di migranti si cercherà di mettere delle pezze (come ad esempio, finanziare la Turchia, finora tre miliardi di euro, perché fermi il flusso dalla Siria e Iraq… ma la Turchia ora vuole molti più soldi…). Oppure farsene una ragione di avere molti più clandestini, e rapportarsi (con fatica, per forza…) poco a poco negli anni con persone che vivono illegalmente, in clandestinità, e alla fine in qualche modo accettarle, doverle accettare. Cioè questo significa, come sempre, subire gli avvenimenti: umani, geopolitici, che un mondo “villaggio globale” volenti o no, ci porta in casa.

IL ROMANZO - HAKAN GÜNDAY, "ANCÓRA": IL VIAGGIO AL TERMINE DELLA NOTTE È UNA NUOVA VITA IN EUROPA - La voce di un bambino spietato, cresciuto troppo in fretta e governato dall'unico e imprescindibile dictat del sopravvivere, declina le storie attuali dei migranti nel nuovo romanzo di HAKAN GÜNDAY, "ANCÓRA", appena uscito per l'editore MARCOS Y MARCOS. UN ROMANZO AMBIENTATO IN UNA TURCHIA MARTORIATA, TERRA DI TRANSITO DEI NUOVI SCHIAVI DELL'OCCIDENTE, in cui un ragazzino, il protagonista, trova la sua forma di resistenza nel suo personale dissidio tra male e bene, nella sua vita di trafficante di migranti nell'Egeo e nel suo diventare adulto. (da www.panorama.it/cultura/libri/)
IL ROMANZO – HAKAN GÜNDAY, “ANCÓRA”: IL VIAGGIO AL TERMINE DELLA NOTTE È UNA NUOVA VITA IN EUROPA – La voce di un bambino spietato, cresciuto troppo in fretta e governato dall’unico e imprescindibile dictat del sopravvivere, declina le storie attuali dei migranti nel nuovo romanzo di HAKAN GÜNDAY, “ANCÓRA”, appena uscito per l’editore MARCOS Y MARCOS. UN ROMANZO AMBIENTATO IN UNA TURCHIA MARTORIATA, TERRA DI TRANSITO DEI NUOVI SCHIAVI DELL’OCCIDENTE, in cui un ragazzino, il protagonista, trova la sua forma di resistenza nel suo personale dissidio tra male e bene, nella sua vita di trafficante di migranti nell’Egeo e nel suo diventare adulto. (da http://www.panorama.it/cultura/libri/)

   Noi speriamo ovviamente che questa passività di atteggiamento, questa incapacità di “ripensare il proprio sviluppo”, questo “non cogliere” l’opportunità che può arrivare da “nuove genti e culture” potrebbe positivamente avere nella nostra stanca quotidianità e in un’Europa in declino di motivazione, noi pensiamo che tutto questo realisticamente accadrà. E speriamo comunque che un cambio di tendenza avvenga, che ci sia entusiasmo e progettualità per riconoscere quei confini europei geografici fatti di grandi mari cui sopra accennavamo: confini (come il Mediterraneo) che possono anche essere ponti di scambio di culture, economie, conoscenze…

   E speriamo che la logica dei confini nazionali multipli (staterello per staterello) non ritorni (in questi primi due articoli di questo post vi proponiamo un esempio vicino a noi della follia di creare frontiere, confini). (s.m.)

……………………

GLI ISTRIANI

SLOVENIA-CROAZIA, IL FILO SPINATO SEPARA GLI ITALIANI DAGLI ITALIANI

di Gian Antonio Stella, da “il Corriere della Sera” del 24/1/2016

– Per millenni questa gente aveva vissuto la sua terra come uno spazio unico –

ISTRIA SLOVENA E ISTRIA CROATA - 1991: IL CONFINE TRA ITALIANI E ITALIANI ISTRIANI TRA CROAZIA E SLOVENIA – “Non era mai esistito quel confine attuale sul Dragogna, il fiume che dalla Savrinia scende al mare, sfociando nel Vallone di Pirano attraverso le saline. Non sotto i Romani né sotto gli Ostrogoti né sotto i Bizantini e poi il patriarcato di Aquileia e l’Esarcato di Ravenna e Carlo Magno e giù giù per secoli e secoli sotto Venezia e poi Napoleone e l’Impero austro-ungarico e il Regno d’Italia e l’ Adriatische Kustenland nazista e il Territorio libero di Trieste e la Jugoslavia di Tito…” (Gian Antonio Stella, da “il Corriere della Sera” del 24/1/2016)
ISTRIA SLOVENA E ISTRIA CROATA – 1991: IL CONFINE TRA ITALIANI E ITALIANI ISTRIANI TRA CROAZIA E SLOVENIA – “Non era mai esistito quel confine attuale sul Dragogna, il fiume che dalla Savrinia scende al mare, sfociando nel Vallone di Pirano attraverso le saline. Non sotto i Romani né sotto gli Ostrogoti né sotto i Bizantini e poi il patriarcato di Aquileia e l’Esarcato di Ravenna e Carlo Magno e giù giù per secoli e secoli sotto Venezia e poi Napoleone e l’Impero austro-ungarico e il Regno d’Italia e l’ Adriatische Kustenland nazista e il Territorio libero di Trieste e la Jugoslavia di Tito…” (Gian Antonio Stella, da “il Corriere della Sera” del 24/1/2016)

   C’è il filo spinato, adesso, su quello che doveva essere «un confine di seta». E Mario Beluk, che come tanti istriani porta un cognome slavo ma è italiano e parla italiano e appartiene alla minoranza italiana, non si dà pace.

   «Ce l’hanno sbattuto sul muso» il filo spinato, sbotta Mario. Continua a leggere