FUSIONE DEI COMUNI E NUOVE CITTÀ: UN PROCESSO TROPPO LENTO nel galoppante sviluppo dei sistemi urbani globali – Come unire la URBANITÀ TECNOLOGICA che ora si sviluppa e la DEMOCRAZIA e PARTECIPAZIONE DIRETTA dei cittadini? – La necessità di accelerare la fusione dei comuni in nuove città

NON SIAMO PIÙ IL PAESE DEGLI OTTOMILA COMUNI. Per la prima volta dagli anni Cinquanta, infatti, il numero dei comuni presenti in Italia è sceso sotto quella quota – AL 1° GENNAIO 2017 SONO 7.983. (…)…numeri oggi ancora insufficienti per affermare l’esistenza di un vero cambiamento dell’assetto istituzionale locale…Oggi le fusioni non sono obbligatorie. Tuttavia, di fronte a una normativa che vincola i municipi con meno di 5mila abitanti a gestire i servizi in forma associata, in alcuni casi – anche per gli importanti incentivi economici sia a livello nazionale che regionale – la strada scelta è stata quella della fusione. (…) …si punta sulle fusioni tra comuni con norme ordinamentali e finanziarie di favore (…) ….L’attenzione andrebbe però spostata sulla fase di valutazione del processo. In che modo i nuovi comuni utilizzano gli importanti incentivi ricevuti? Quali sono i risultati in termini di servizi locali e governo del territorio? QUALI VANTAGGI DÀ AI CITTADINI L’APPARTENENZA AD AMMINISTRAZIONI PIÙ GRANDI? (…) (“FUSIONI DI COMUNI: QUANDO IL TERRITORIO SI RIFORMA DA SOLO”, di Alberto Cestari, Riccardo Dalla Torre e Andrea Favaretto, da LA VOCE.INFO del 24/2/2017 – http://www.lavoce.info/ )

   In questi ultimi 5 anni la crescita del numero di fusioni tra comuni è stata favorita dal decreto legge n. 95 del 2012, che ha introdotto importanti incentivi finanziari per incoraggiare il processo di riordino e di semplificazione degli enti territoriali. Incentivi ulteriormente innalzati, dal 40 al 50 per cento dei trasferimenti statali, dalla legge di bilancio 2017.

   E’ accaduto così che ora non siamo più, nella penisola italica, il paese degli ottomila comuni. Per la prima volta dagli anni Cinquanta del secolo scorso (il dopoguerra ha portato a istanze e concessioni dello status di tanti troppi nuovi comuni…), per la prima volta dal dopoguerra il numero dei comuni presenti in Italia è sceso sotto la quota di 8mila (al 1° gennaio 2017 sono 7.983).

(…)“LA RIORGANIZZAZIONE DEI CONFINI COMUNALI DI SOLITO AVVIENE PER PICCOLE AREE: in 28 casi su 37 si tratta della fusione tra due soli enti, in 30 casi su 37 la fusione crea enti che non raggiungono i 10mila abitanti, in 29 casi su 37 la popolazione coinvolta rappresenta meno del 5 per cento di quella complessiva del sistema locale del lavoro di riferimento, cioè dell’ambito del pendolarismo quotidiano che, come mostrato in alcuni studi, ha il vantaggio di CORRISPONDERE MAGGIORMENTE ALLA VITA QUOTIDIANA REALE DELLE PERSONE.(…) (Sabrina Iommi, da LA VOCE.INFO del 14/6/2016) – Nella MAPPA: Riorganizzare i comuni – urbanistica – SLIDE DA https://www.slideshare.net/matierno/riorganizzare-i-comuni-urbanistica

   Però, va detto, il 90 per cento degli enti finora soppressi ha meno di 5mila abitanti; e solamente in pochi casi (dodici) si è arrivati ad aggregazioni con più di 10mila abitanti (il fatto che si siano aggregati di più i piccoli comuni è dato anche dalla normativa che vincola ora i municipi con meno di 5mila abitanti a gestire i servizi in forma associata).

L’EVOLUZIONE LEGISLATIVA VERSO LE FUSIONI TRA COMUNI (da LA VOCE.INFO http://www.lavoce.info/ )

   Per lo più i criteri adottati, nelle fusioni tra comuni, sono stati abbastanza razionali: cioè la continuità territoriale, la morfologia del territorio, l’articolazione dei distretti sanitari, dei sistemi locali di lavoro…. (a volte, e questo non è cosa buona, è valsa l’appartenenza delle amministrazioni comunali alla stessa parte politica).

   Ci sarebbe poi da dire molto (e ragionarci su, riflettere) sui referendum di fusione. Su 158 referendum effettuati in Italia per la fusione di comuni, 91 hanno avuto esito positivo (pari al 58 per cento) e hanno portato alla nascita di un nuovo comune. Negli altri 67 referendum (il 42 per cento) la proposta è stata bocciata dalla popolazione dei comuni interessati (i dati che vi stiamo dando li abbiamo ricavati dal sito de “la Voce.info” e da lì, qui di seguito in questo post, riportiamo 3 articoli fondamentali per fare il punto delle situazioni di aggregazione che stanno –o non stanno- avvenendo).

ESPANSIONE URBANA STORICA DI ROMA VISTA DALL ALTO

   Perché alcuni referendum di approvazione della fusione hanno funzionato e altri no? Quali temi sono stati affrontati per convincere gli elettori? Quali sono gli elementi che i cittadini valutano ai fini della propria scelta? Fa specie notare che molto spesso i referendum di fusione “vinti”, avvengono in luoghi di montagna, con difficoltà economiche per la scarsa popolazione e i pochi finanziamenti pubblici (con territori molto ampi da amministrare); e in questi comuni spesso è difficile trovare qualche lista (e sindaco) che si candida alle elezioni.

   Altre realtà di comuni, più grandi e più ricchi, hanno sonoramente bocciato il referendum proposto (e necessario al riconoscimento dello status di “nuovo comune”) per paure di perdere “l’identità”, per ragioni campanilistiche, storiche, di separazione “da sempre”, di realtà territoriali che “non si riconoscono” nell’una o nell’altra realtà. Divisioni ancora oggi difficile da superare….

   Pertanto si ha l’impressione che la volontà popolare di accogliere la fusione sia più legata a “uno stato di necessità”, che da un desiderio di aprirsi a una nuova entità locale più allargata e confacente ai tempi contemporanei (e futuri).

DA LA STAMPA I PICCOLI COMUNI CHE SPARISCONO – “NOI E L’EUROPA – Nel Paese dei campanili l’85% dei Comuni (6875) ha meno di 10 mila abitanti. Di questi 5627 sono incasellati dalle statistiche sotto la voce «piccoli» perché non raggiungono i 5 mila residenti. Di più: ben 3532 (vale a dire il 43,8% del totale) restano sotto i 2 mila. Attenzione però, l’Italia non ha un numero di municipi superiore al resto d’Europa. A fronte degli 8 mila Comuni italiani (circa uno ogni 7500 abitanti circa), in Germania ci sono 11.334 gemeinden (uno ogni 7213), nel Regno Unito 9434 wards (uno ogni 6618) in Francia 36.680 communes (uno ogni 1774) e in Spagna 8116 municipios (uno ogni 5687). La media dell’Ue è di un ente ogni 4132 abitanti. IL PROBLEMA È UN ALTRO, E SI CHIAMA CROLLO DEMOGRAFICO. Speso conseguenza della mancanza di lavoro e servizi locali (….)” (“COSÌ UN COMUNE SU TRE RISCHIA DI SPARIRE”, di Gabriele Martini, “da “La Stampa” del 1/6/2016”)

   E’ comunque da chiedersi quali sono i vantaggi per i cittadini dall’appartenenza ad amministrazioni più grandi… Quali sono i risultati in termini di servizi locali e governo del territorio…

… Il tutto partendo da un  riscontro ineccepibile: cioè che oggi più della metà della popolazione mondiale si concentra nelle città (sia essa residente in raffinati centri storici o nelle bidonvilles periferiche) e di anno in anno il fenomeno cresce. Da noi, in Italia, è lo stesso che altrove, Piuttosto, in tante aree regionali (come il Nordest), la diffusione urbana non ha un “centro”, ma è, appunto, diffusa e “confusa” nel territorio.

   Tornando al discorso delle fusioni tra comuni, se le piccole entità sono obbligate a convergere in “Unioni di servizi” (e pertanto alcuni capiscono la necessità di fondersi, pochi per la verità…), anche gli altri, paesi “intermedi” che, pur non avendo obblighi di unioni,  incominciano a sentire la necessità di condividere e partecipare a una PIANIFICAZIONE DI AREA VASTA, e alcuni (ancora pochi purtroppo) stanno concretamente procedendo verso tentativi di fusione, non senza conflitti (che spesso si risolvono negativamente in referendum finali che bocciano l’iniziativa).

   Sono in particolare due le tipologie principali di costi ed effetti negativi presenti nella iper-frammentazione istituzionale dei territori (cioè “troppi comuni”): l’INEFFICIENZA frutto DELLE DISECONOMIE DI SCALA nei servizi, e la DEBOLEZZA DELL’AZIONE PUBBLICA.

PROPOSTA DI “GEOGRAFICAMENTE” PER IL VENETO: 70 CITTA’ NEL VENETO AL POSTO DEGLI ATTUALI 581 COMUNI – Con una MEDIA di circa 70.000 ABITANTI PER CITTA’ (ripartizione ripresa dal Piano di Zonizzazione in Distretti della Polizia Urbana fatto nel 2010 dalla Regione Veneto)

   “Se nasci in un paese piccolo sei fregato”, qualcuno diceva già decenni fa. Ed è vero che questo “svantaggio” è peggiorato negli ultimi anni. Sia chiaro: non è che noi sosteniamo che nelle città si vive meglio, così, a prescindere…. (a volte si vive peggio… ogni anno ci sono studi, del “Sole 24ore” e di altri giornali o istituti di ricerca, che dicono che questa o quella è la città migliore da viverci, o peggiore, -di solito nelle medie città del nord si dimostra che si vive meglio che al sud-). Ma oltre a studi opinabili (difficile dire che a Belluno si è felici e a Napoli no…. pur con la raccolta differenziata al top a Belluno, mentre è da lasciar perdere per il secondo…)… Il contesto di vita urbano porta sicuramente a difficoltà in certi servizi e nella quotidianità (traffico, parcheggi…. criminalità no, è parimenti distribuita); però, premesso tutto questo, è indubitabile che IL CONTESTO URBANO (pensiamo per i bambini, i ragazzi, le giovani generazioni…) OFFRE OPPORTUNITA’ che i piccoli sperduti comuni non possono offrire.

   L’IDEA CHE QUI (RI)PROPONIAMO non è quella di un “andare verso le città” da parte di chi vive in sparsi e anonimi comuni, ma di RIVOLUZIONARE ISTITUZIONALMENTE I TERRITORI, aggregando medi e piccoli comuni che si costituiscano in NUOVE CITTA’.

   Non è da pensare che così si perde “l’identità” del piccolo paese, del posto dove sei nato o ci vivi da molto: anzi, il ridare linfa a luoghi oramai decadenti (decaduti) (spesso sorti su strade, ora trafficate, inquinate, e con edifici per forza abbandonati, cadenti -che non si sa cosa fare-…e dove gli abitanti sono andati a cercarsi casa in condomini e “abbinate” un po’ oltre le strade trafficate, in quartieri dormitorio anonimi…)… ebbene, con le nuove realtà urbane che possono nascere concretamente dallo sviluppo delle FUSIONI TRA COMUNI, e la costituzione istituzionale di NUOVE CITTA’ (un unico sindaco, un unico consiglio comunale…), porta a rivalorizzare “il piccolo”, il “municipio” (che ora non è più comune autonomo ma compartecipa al progetto della Nuova Città). Sviluppando in loco servizi diretti alla persona (l’Anagrafe, le Poste, sportelli Enel, Uls, agenzie fiscali….) servizi che, accorpati, solo così possono creare presidi a portata dei cittadini nei luoghi dei Municipi e frazioni (che così non sono più periferici).

   Nelle Nuove Città al posto dei comuni (città con almeno 60mila abitanti, noi pensiamo, per ragioni di economia di scala nei servizi…) potrà esserci la separazione tra servizi di “front office” a contatto con i cittadini, e servizi di “back office” che al cittadino non interessa se sono centralizzati e lontani (l’ufficio ragioneria della nuova città a nessuno serve averlo vicino a casa…).

   Quel che però più conta nella FUSIONE dei comuni e costituzione di NUOVE CITTA’ è che ne guadagna l’AUTOREVOLEZZA del nuovo contesto urbano, che potrà far valere di più agli altri organi istituzionali le proprie ragioni e necessità (sui servizi essenziali, sui finanziamenti richiesti, sulle opere pubbliche…). Ma AUTOREVOLEZZA anche di altro tipo, CULTURALE, ECONOMICA, NEL RAPPORTARSI AL MONDO e a tutte quelle innovazioni che stanno avvenendo, e molte meritano di non perder l’opportunità di “esserci” noi tutti, parteciparvi. (s.m.)

VEDI ANCHE SU QUESTO BLOG:

https://geograficamente.wordpress.com/2014/02/01/fusioni-dei-comuni-referendum-difficili-da-vincere-per-i-fautori-dellaggregazione-tra-comuni-paura-di-perdere-lidentita-territoriale-spesso-vince-sulla-necessita/

LE CITTA DEL FUTURO? – “È in città che l’economia cresce, che le persone raggiungono alti livelli di istruzione, che la creatività sboccia, che le relazioni sociali fioriscono, che il patrimonio di intelligenza collettiva si accumula (…)La cosiddetta «classe dirigente globale» vola di città in città senza curarsi di quale Paese queste facciano parte. Per loro, le metropoli sono centri off-shore, non più legate al Paese e al territorio che le circonda: sono entità urbane che hanno costruito pezzi di se stesse interamente dedicati a questa élite globale dai grandi mezzi finanziari che vive come se non avesse nazionalità. È una classe nuova — o relativamente nuova — che guarda il mondo dall’alto: che arriva in aereo e osserva i canyon urbani dalla cima dei suoi grattacieli. (…) L’altra parte della città, in un certo senso underground, è quella dei pendolari che vivono ai margini, dei quartieri poveri e — nelle megalopoli del Terzo Mondo — degli slums, i quartieri che bollono della vita di nuovi e meno nuovi inurbati venuti dalle campagne in cerca di futuro.(…) Ciò nonostante, anche per la parte di umanità che vivrà nelle bidonville si apriranno opportunità che nelle campagne povere e superstiziose non sarebbero mai sbocciate.(…) È IL TRIONFO DELLA CITTÀ, titolo di un libro dell’economista di Harvard EDWARD GLAESER. Sottotitolo: «Come la nostra più grande invenzione ci rende più ricchi, più smart, più verdi, più sani e più felici». Il cuore del suo ragionamento è che «le città esaltano le forze dell’umanità»: moltiplicano le interazioni personali, attraggono talenti e creatività, incoraggiano gli spiriti imprenditoriali, favoriscono la mobilità sociale (…) (DA LA GEOGRAFIA DELLE NUOVE CITTÀ-STATO, di DANILO TAINO, da LA LETTURA inserto de “il Corriere della Sera”)

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FUSIONI DI COMUNI: QUANDO IL TERRITORIO SI RIFORMA DA SOLO

di Alberto Cestari, Riccardo Dalla Torre e Andrea Favaretto,

da LA VOCE.INFO del 24/2/2017 – http://www.lavoce.info/

– Il numero dei comuni in Italia continua a scendere, grazie alle fusioni finora portate a termine. Contano senz’altro gli incentivi finanziari previsti. Ma per capirne a fondo il carattere, il processo dovrebbe essere seguito da sistemi di valutazione in grado di guidare amministratori e cittadini. –

COMUNI SOTTO QUOTA OTTOMILA

Non siamo più il paese degli ottomila comuni. Per la prima volta dagli anni Cinquanta, infatti, il numero dei comuni presenti in Italia è sceso sotto quella quota – AL 1° GENNAIO 2017 SONO 7.983 – grazie al successo di numerosi referendum consultivi, indetti per raccogliere l’opinione dei cittadini in merito all’istituzione di un nuovo ente mediante la fusione di due o più municipi.    Sebbene la diminuzione del numero dei comuni in Italia non abbia avuto ancora un impatto significativo, bisogna comunque riconoscere i forti caratteri di discontinuità rispetto al passato. Continua a leggere

CAOS SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA (SPV) – Come uscirne? (e bene) – All’impasse nella realizzazione, tra piano finanziario- economico insostenibile, con costi pubblici sempre più consistenti, LA PROPOSTA DI RIVEDERE IL PROGETTO in senso più funzionale, meno costoso, subito realizzabile

SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA: IL PROGETTO ALTERNATIVO, REALIZZABILE DA SUBITO – La drastica RIDUZIONE DEI COSTI È POSSIBILE STRALCIANDO DAL PROGETTO DELLA SUPERSTRADA L’INUTILE TRATTO OVEST, che si trova tra due autostrade, la A31 e la A4, già ben collegate tra loro: si otterrebbe così una notevole riduzione della lunghezza – 30 km su 95 complessivi – e dunque dei costi dell’opera. Altrettanto necessaria una più generale revisione del progetto attuale, perché i caselli attuali non sono funzionali per il suo obiettivo prioritario, che è servire il traffico dell’area pedemontana veneta, sia locale e sia di collegamento alla viabilità extra-regionale. PROPONIAMO DUNQUE L’ELIMINAZIONE DEGLI 11 CASELLI CHE SI TROVANO NEI 65 KM DA THIENE/DUEVILLE A SPRESIANO, PER REALIZZARE AL LORO POSTO 28 ACCESSI APERTI DI FORMA COMPATTA e con eventuale pedaggio totalmente automatico, collegando così in entrata-uscita le 28 principali strade della viabilità pedemontana locale nord-sud. Sarebbero così sostanzialmente ridotte le opere come bretelle, cavalcavia, circonvallazioni, eliminando le vene di asfalto di collegamento ai caselli: il risultato, UNA PEDEMONTANA PIÙ “LEGGERA”, ESSA STESSA CIRCONVALLAZIONE DI CIASCUN COMUNE, ambientalmente meno impattante e al servizio delle realtà locali

   La Superstrada Pedemontana Veneta (SPV) è il cantiere di “opere pubbliche” in questo momento il più grande in Italia: 95 chilometri di percorso, con altri 57 chilometri previsti di opere cosiddette “di adduzione” per raggiungere e inserire nei territori (della pedemontana veneta vicentina e trevigiana) l’opera che si vuole realizzare.

Cantieri della Pedemontana veneta

   Per scongiurare un catastrofico blocco dei cantieri, il governatore veneto Luca Zaia ha deciso nel marzo scorso di iniettare, nella realizzazione della SPV, 300 milioni di euro (in aggiunta ai 615 finora erogati dallo Stato) contraendo un mutuo bancario e reintroducendo a partire dall’anno prossimo l’addizionale regionale sull’Irpef (l’opera, in project financing, non doveva costare all’origine niente al “pubblico”: il concessionario la doveva costruire a sue spese, per poi ripagarsi nei 39 anni di gestione della superstrada a pagamento).

LA NOSTRA PROPOSTA

   Con la nuova convenzione firmata tra Regione e concessionario (il Consorzio di costruttori Sis), la Regione verserà al privato un canone annuo (si parte da 153 milioni, poi salirà fino a 400) e incasserà i pedaggi: che si spera siano superiori al canone (ma è più probabile che eventi ordinari e straordinari che possono accadere negli anni, portino a far sì che la Regione Veneto si indebiti ulteriormente per pagare il canone non coperto dai pedaggi). Da quanto detto, pare chiaro che l’operazione è ad esclusivo beneficio del soggetto privato: come dicevamo, la Regione percepirà i pedaggi e verserà a Sis un canone di disponibilità per 39 anni; cosicché l’intero rischio dell’impresa è nelle mani dell’Ente pubblico (cioè il privato non rischia niente, prende il canone di affitto e gestione in ogni caso).

TABELLA (da “IL Corriere del Veneto” del 12/3/2017) – Il dato (A DESTRA) mostra che LA NUOVA SUPERSTRADA AVRÀ PREZZI AL CHILOMETRO NOTEVOLMENTE PIÙ CARI DELLE AUTOSTRADE GIÀ IN ESERCIZIO IN VENETO. – A SINISTRA, IL CONTRIBUTO PUBBLICO. Nell’anno della stipula della prima convenzione, il 2009, era previsto un contributo in conto capitale di 245 milioni, a carico dello Stato, su un’opera che all’epoca doveva costare all’incirca 1,6 miliardi. Con il ritocco del 2013 si aggiunse un nuovo contributo, sempre a carico dello Stato, di 370 milioni. Ora se ne somma un terzo, da 300 milioni, da liquidare entro gennaio 2018, e stavolta paga la Regione reintroducendo l’addizionale Irpef. TOTALE CONTRIBUTO PUBBLICO FINALE: 914 MILIONI. Dunque se nel 2009 il pubblico copriva il 15% dei costi complessivi di costruzione, oggi siamo saliti fino al 40%. (MA E’ FINITO QUI IL CONTRIBUTO PUBBLICO??) – SOTTO A SINISTRA: il CANONE DI DISPONIBILITÀ, cioè «L’AFFITTO» che la Regione dovrà pagare al Consorzio di costruttori Sis dal 2020, anno annunciato per l’apertura al traffico, al 2059, ultimo anno della concessione: SI PARTE DA 153 MILIONI, POI SALIRÀ FINO A 400. In base al nuovo accordo, i pedaggi verranno versati in un conto e trattenuti da Sis per l’importo pari al canone concordato, ogni mese. Se l’incasso sarà superiore al canone, la Regione potrà chiedere di introitare il surplus; viceversa dovrà essere l’ente a pagare la differenza a beneficio di Sis (Sis conta di incassare nei 39 anni della concessione 12,3 miliardi)

   Come dicevamo, finora su 2,25 miliardi di costo, lo Stato ha già dato 615 milioni, altri 300 ora li da la Regione e ci sono pure 74,5 milioni di ricavo per la vendita dei materiali ghiaiosi. E poi i costi non comprendono (sui 2,25 miliardi) altre quote di spesa che porteranno l’opera a costare un miliardo di euro in più, cioè non meno di 3,2 miliardi. Il miliardo di spesa aggiuntiva emerge dalla lettura della adesso terza convenzione (dopo quelle, superate del 2009 e del 2013), che parla di “oneri finanziari e servizi del debito” (per 278 milioni), dell’Iva (per 428 milioni), di 32 milioni da mettere in conto riserva, e 250 milioni come deposito di garanzia in grado di sopperire ad eventuali indebitamenti durante l’esercizio dell’attività. Insomma i costi sono ben maggiori dei previsti (per non parlare della realizzazione delle cosiddette “opere di adduzione” in ogni comune, in ogni casello, per rendere praticabile un’opera “chiusa” che funziona solo con i caselli di tipo autostradale (sicuramente ci vorranno altri soldi).

PROGETTO DEL CASELLO DI MONTEBELLUNA EST – IL SISTEMA DEI CASELLI AUTOSTRADALI E’ ASSAI IMPATTANTE, ASSAI COSTOSO, PER NIENTE FUNZIONALE AL TRAFFICO LOCALE, E RICHIEDE ULTERIORI OPERE (BRETELLE, CIRCONVALLAZIONI, ETC.)

   In questa impasse che si è creata, il problema è solo di trovare i finanziamenti necessari (e ne serviranno ancora ora non prevedibili…). E finora nessuno ha presentato una seria analisi dei costi e dei benefici, e prevale sempre un approccio fortemente ideologico, secondo cui la Superstrada si deve costruire perché sicuramente “è un bene”, e i benefici supereranno i costi, e quindi la sua costruzione è vantaggiosa a prescindere da qualsiasi altra considerazione.

INTERSEZIONE A DIAMANTE – Proponiamo, al posto dei caselli, 28 accessi a INTERSEZIONE A DIAMANTE, che non sono impattanti, per ciascuna strada di una certa importanza di collegamento nord-sud della pedemontana (con l’eventuale presenza di portali di lettura automatica per i pedaggi): Favoriscono il traffico locale, costano molto meno,, e non c’è più bisogni di opere di adduzione alla SPV

   Tra l’altro il problema di base è che il costruttore non mostra di avere la forza finanziaria necessaria a portare avanti (finire) l’opera, di mettere i soldi che ancora mancano (il consorzio Sis, titolare della Pedemontana, ora, con la nuova terza convenzione, dovrebbe mettere di tasca propria in tutto 1,4 miliardi di euro; e questo già da subito: “il concessionario privato deve impegnarsi a versare subito risorse proprie pari a complessivi 780 milioni…”. Ma i dubbi sono molti che tutto questo si realizzi. In particolare perché nessun gruppo finanziario è disponibile a dare soldi (al Consorzio Sis) per un’impresa che si rivela assai ardua economicamente (a nostro avviso fallimentare, con il rischio di non vedere più rientrare i propri finanziamenti).

ESEMPIO DI PORTALI DI ESAZIONE AUTOMATICA (applicabili ai 28 accessi, senza più caselli)

   Pertanto l’attuazione dell’opera versa in una situazione di incertezza, e legittime appaiono dunque le perplessità sulla disponibilità di futuri finanziamenti: le difficoltà di realizzazione non finiranno infatti con l’ulteriore prelievo dalle tasche dei cittadini veneti dovuto all’aumento dell’Irpef da parte della Regione Veneto.

   E’ NECESSARIO DUNQUE (anche secondo noi) REALIZZARE L’OPERA (visto che è stata iniziata ed ora il territorio interessato è in uno stato di degrado totale, con cantieri aperti dappertutto e “lasciati lì”…); e REALIZZARLA IN TEMPI SOSTENIBILI RIDUCENDO DRASTICAMENTE I COSTI, RENDENDOLA PIÙ FUNZIONALE (e anche ambientalmente più rispettosa dell’ecosistema pedemontano), RIVEDENDO COSÌ CORAGGIOSAMENTE IL PROGETTO ATTUALE.

L’intervento sulla NUOVA GASPARONA, a nostro avviso, dev’essere migliorativo dell’attuale strada (NON SOSTITUTIVO) (ora, a lavori interrotti, questa strada che finora era stata adeguata alle esigenze di traffico, è di assai difficile praticabilità)

   Come abbiamo detto, con un minor impatto ambientale, economico e sociale, e una maggiore funzionalità di questa infrastruttura.

   LA PROPOSTA A CUI QUI ADERIAMO è quella di STRALCIARE DAL PROGETTO DELLA SUPERSTRADA L’INUTILE TRATTO OVEST, che si trova tra due autostrade, la A31 e la A4, già ben collegate tra loro: si otterrebbe così una notevole riduzione della lunghezza – 30 km su 95 complessivi – e dunque dei costi dell’opera. E poi ELIMINARE I CASELLI (autostradali, impattanti nello spazio che richiedono, e assai costosi), SOSTITUENDOLI CON ACCESSI APERTI su tutte le strade, le direttrici nord-sud, che intersecano la superstrada pedemontana: ne verrebbero 28 di accessi anziché 11 caselli autostradali (accessi alle strade comunali, provinciali, regionali), più funzionali, assai meno costosi e poco impattati. Passerà questa proposta? (speriamo proprio di sì) (s.m.)

L’ATTUALE PROGETTO DI SPV: PERTANTO, PROPONIAMO DI STRALCIARE DAL PROGETTO L’INUTILE TRATTO OVEST, che si trova tra due autostrade, la A31 e la A4, già ben collegate tra loro: si otterrebbe così una notevole riduzione della lunghezza – 30 km su 95 complessivi – e dunque dei costi dell’opera (OLTRE ALL’ELIMINAZIONE DELLA GALLERIA DI PRIABONA DI 6 CHILOMETRI). E POI L’ELIMINAZIONE DEGLI 11 CASELLI CHE SI TROVANO NEI 65 KM DA THIENE/DUEVILLE A SPRESIANO, PER REALIZZARE AL LORO POSTO 28 ACCESSI APERTI DI FORMA COMPATTA e con eventuale pedaggio totalmente automatico, collegando così in entrata-uscita le 28 principali strade della viabilità pedemontana locale nord-sud

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CRISI DELLA PEDEMONTANA: SI RIVEDA IL PROGETTO, UN MINOR IMPATTO E’ POSSIBILE

30/3/2017, da ecopolisnewsletter

   Legambiente Veneto e CoVePa (coord.to Veneto Pedemontana Alternativa) presentano un appello sulle vicende della realizzazione della superstrada pedemontana veneta: si riveda coraggiosamente il progetto attuale per ottenere un minor impatto ambientale, economico e sociale.

   L’attuazione dell’opera versa in una situazione di incertezza e legittime appaiono dunque le perplessità sulla disponibilità di futuri finanziamenti: le difficoltà di realizzazione dell’opera non finiranno infatti con l’ulteriore prelievo dalle tasche dei cittadini veneti dovuto all’aumento dell’Irpef da parte della Regione Veneto.

   (…..) La Pedemontana non può rimanere un’opera incompiuta come una ferita aperta nel nostro territorio, come una rediviva “Salerno Reggio-Calabria”, perché si tratta di una autostrada che apre uno squarcio di centinaia di ettari asfaltati in una delle campagne più fertili d’Italia e che deve ancora realizzare tutte le compensazioni ambientali previste.

   Necessario dunque realizzarla in tempi sostenibili riducendo drasticamente i costi e rivedendo coraggiosamente il progetto attuale: solo così si potrà ottenere minor impatto ambientale, economico e sociale e una maggiore funzionalità di questa infrastruttura.

   L’imprescindibile riduzione dei costi spesa è possibile, a nostro avviso, stralciando dal progetto della superstrada l’inutile tratto ovest, che si trova tra due autostrade, la A31 e la A4, già ben collegate tra loro: si otterrebbe così una notevole riduzione della lunghezza – 30 km su 95 complessivi – e dunque dei costi dell’opera.

   Altrettanto necessaria una più generale revisione del progetto attuale, perché i caselli attuali non sono funzionali per il suo obiettivo prioritario, che è servire il traffico dell’area pedemontana veneta, sia locale e sia di collegamento alla viabilità extra-regionale.

   Proponiamo dunque l’eliminazione degli 11 caselli che si trovano nei 65 km da Thiene/Dueville a Spresiano, per realizzare al loro posto 28 accessi aperti di forma compatta e con eventuale pedaggio totalmente automatico, collegando così in entrata-uscita le 28 principali strade della viabilità pedemontana locale nord-sud; sarebbero così sostanzialmente ridotte le opere come bretelle, cavalcavia, circonvallazioni, eliminando le vene di asfalto di collegamento ai caselli: il risultato, una Pedemontana più “leggera”, essa stessa circonvallazione di ciascun Comune, ambientalmente meno impattante e al servizio delle realtà locali.

   Infine, è necessario progettare l’infrastruttura secondo i principi di sostenibilità, con l’applicazione del principio del Green Infrastructures Public Procurement, che obbliga le gare di appalto pubbliche con modifiche rilevanti sul territorio a prevedere un rilevante utilizzo di materiali riciclati. Indispensabile, infine, per una pianificazione urbana che serva al mantenimento ed al recupero della permeabilità dei suoli, realizzare una “Pedemontana verde”, al fine di valorizzare il territorio e fermare il degrado dell’infrastruttura. 

   Chiediamo alle autorità locali, regionali e nazionali l’impegno di realizzare quest’opera in modo compatibile e funzionale,  affinché sia terminata con costi inferiori e veri benefici per l’ambiente e i cittadini dell’area pedemontana. (Legambiente Veneto e CoVePa)

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MAINARDI: “PEDEMONTANA, MEGLIO DIRE ALT AL CONTRATTO”

di Piero Erle, da “Il Giornale di Vicenza”

– “Venezia non tratti se il privato non versa il capitale o rischia di ritrovarsi in guai peggiori tra un anno” – “Traffico, i rischi sono del pubblico: ma come si fa ad avere dati certi se è ipotetica perfino la velocità futura?”-

   «Il nodo essenziale di ogni “project financing” è l’equity, cioè il capitale che ci mette il privato per realizzare un’opera di interesse pubblico. Ebbene, la Regione Veneto prima di qualsiasi atto o avvio di trattativa col concessionario della Pedemontana deve pretendere che venga depositata-versata la quota di capitale privato, che era a 500 milioni ed è stata ridotta a 430». Continua a leggere

LA PASQUA DEL MARTIRIO IN EGITTO (e ancor di più in SIRIA) – Le stragi nelle due chiese dei COPTI, cristiani in un Egitto musulmano integralista (che aspetta l’arrivo del papa) – L’AGONIA DELLA SIRIA, il massacro chimico di bambini e civili a IDLIB e l’inaspettata reazione USA: quante SIRIE ci sono già adesso?

La base siriana colpita dai missili Usa (da http://www.ansa.it/) – Alle 4.40 (ora locale) del 7 aprile, gli STATI UNITI hanno lanciato 59 missili contro una base militare siriana di Shayrat. L’operazione è stata autorizzata dall’amministrazione Trump in seguito all’attacco chimico contro Khan Sheikhun, in cui sono morti almeno 70 civili. Secondo le autorità siriane nel raid sono morte nove persone.
L’attacco statunitense, il primo condotto contro il governo di Bashar al Assad dopo l’inizio della guerra civile, sei anni fa, è stato lanciato da due portaerei che stazionano nel Mediterraneo e ha colpito la BASE DI SHAYRAT, vicino a Homs, da cui si suppone siano partiti gli aerei che hanno colpito Khan Sheikhun. Finora gli Stati Uniti avevano bombardato solo obiettivi legati all’ISIS. (da INTERNAZIONALE DEL 7/4/2917 – http://www.internazionale.it/ )

   Un aprile di sangue e difficile in Medio Oriente: dalla MARTORIATA SIRIA dove il 4 aprile scorso nella città di KHAN SHEIKHOUN, nella provincia di IBLID (a nord ovest del Paese, provincia controllata dai ribelli antigovernativi) c’è stato un attacco aereo con armi chimiche (da tutti attribuito all’esercito del despota Assad) sconvolgente nella sua crudeltà che ha portato a più di 70 morti (tra cui molti bambini). E ha suscitato sorpresa, ma anche consenso, la reazione americana, del nuovo presidente Trump che il 7 aprile, a 3 giorni dalla strage chimica, ha fatto distruggere (con il lancio di 59 missili) la base aerea russo-siriana di SHAYRAT da cui erano partiti gli aerei del massacro (Trump così, in quest’occasione, ha contraddetto se stesso nel non voler interessarsi alla Siria se non per la lotta all’Isis).

MAPPA SU SIRIA, L’ATTACCO CHIMICO A KHAN SHEIKHOUN, E LA REAZIONE AMERICANA CON LA DISTRUZIONE DELLA BASE AEREA DI SHAYRAT – “(…) L’improvviso raid americano sulla BASE AEREA DI SHAYRAT il 6 aprile ha rimescolato le carte degli equilibri in Siria e del potere di Assad con l’appoggio russo. Per stessa ammissione di Trump, dopo la tragedia di Idlib «l’approccio verso la Siria e verso Assad è molto cambiato». Ora a Damasco regna la più grande incertezza. Assad non sa se quel raid rimarrà un unicum o sarà l’avvio di una vera e propria campagna militare (…) (Laura Mirakian, da “La Stampa” del 10/4/2017)

   Una politica internazionale confusa vede il Medio Oriente ancora come il punto irrisolto di equilibri mondiali fuori da ogni controllo. E che potenze come gli Usa, la Russia, la Cina, e tanti altri comprimari (Israele, l’Iran, la Turchia…. l’Europa invece è più che mai assente), mostrano di non riuscire a svolgere un ruolo chiaro e coerente. Questo, pare di capire, potrà portare a conseguenze ancora più gravi, se non si riesce a sciogliere il “nodo geopolitico” di una situazione così caotica. Perché su tutto predomina “l’onda terroristica” che, questa, preoccupa più che mai i Paesi occidentali, ma anche la Russia e un po’ tutti, perché colpisce città e luoghi al di fuori dei territori “tradizionali” di scontro (come è purtroppo il Medio Oriente).

LA STRAGE DEI BAMBINI IN SIRIA – IL MASSACRO CHIMICO IN SIRIA A KHAN SHEIKHOUN – “Non ci sono parole per descrivere l’orrore. Le testimonianze audio e video che raccontano quel che è successo a KHAN SHEIKHOUN, cittadina della SIRIA nella PROVINCIA DI IDLIB, il 4 APRILE scorso, le immagini sono sconvolgenti. (…) Sono gli EFFETTI DELL’ATTACCO CHIMICO che ha UCCISO 70 PERSONE (ma il numero sta salendo), tra cui 11 BAMBINI. Secondo i medici che operavano sul luogo probabilmente si tratta di SARIN, UN GAS NERVINO. Nei video fatti coi cellulari e caricati su Twitter parlano in inglese e implorano il mondo, i medici, di intervenire, di fermare questo scempio, almeno di interessarsene e investigare.” (da LINKIESTA /www.linkiesta.it/ 5/4/2017)

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IL MASSACRO DEI CRISTIANI COPTI IN EGITTO – Dopo il golpe IN EGITTO che nel luglio 2013 ha destituito il presidente islamista Mohammed Morsi, i jihadisti hanno lanciato un’ONDATA DI VIOLENZE CONTRO I CRISTIANI COPTI. Nel febbraio scorso, il ramo locale dell’Isis ha diffuso un video in cui minacciava la minoranza e prometteva che «il peggio» dovesse ancora venire • APRILE 2013: quattro fedeli sono uccisi in uno scontro con musulmani ad al-Jusus, a nord del Cairo. Gli scontri proseguono il giorno successivo durante il funerale, muoiono altre due persone • DICEMBRE 2016: una bomba esplode nella cattedrale cristiana copta al Cairo durante la messa: almeno 25 i morti e 49 i feriti. Isis rivendica l’attentato • APRILE 2017: doppio attacco nella domenica delle Palme, prima IN UNA CHIESA DI TANTA (120 km a nord del Cairo), poi vicino a UNA CHIESA DI ALESSANDRIA. Oltre 45 le vittime

A TANTA (città a 120 chilometri a nord del Cairo) è stata colpita la CHIESA DI SAN GIORGIO, gremita di fedeli per il rito che apre la Settimana Santa. L’esplosione è avvenuta nelle prime file dei banchi, mentre il coro cantava

   Sul caos di aprile “pre-pasquale” si innesta poi il MARTIRIO DEI CRISTIANI COPTI DI EGITTO: minoranza consistente (8 milioni) in un Paese mussulmano dove quasi sempre gruppi integralisti, terroristici, strutture anche filogovernative “ingovernabili”, portano a violenze e a un’impossibilità di un clima sociale-religioso pacifico. E’ sul massacro delle due chiese copte di Egitto (ad Alessandria e a Tanta) avvenuto domenica 9 aprile, che si guarda con preoccupazione alla visita di fine mese del papa, in un territorio incandescente, assai poco controllabile (speriamo bene).

AL SISI E IL PATRIARCA COPTO TEODORO II – Il presidente egiziano ABDEL FATTAH AL-SISI, musulmano, partecipa alla cerimonia di Natale nella CATTEDRALE COPTO-ORTODOSSA del Cairo accolto dal PATRIARCA TAWADROS II (Teodoro II) – CHI SONO I COPTI IN EGITTO – Almeno il 10% della popolazione in Egitto SONO CRISTIANI (COPTI): sono oltre 8 milioni, la più grande comunità cristiana in Medio Oriente – Perdura da 16 secoli il distacco della chiesa copta dalla chiesa latina e greca, per una disputa sulla natura divina e umana di Cristo: risale al Concilio di Calcedonia del 451 (v. “chi sono i COPTI”: https://it.wikipedia.org/wiki/Copti )

   E’ difficile fare previsione di quel che potrà accadere nei prossimi mesi, ma l’incapacità politica globale di trovare soluzione possibili al caos mondiale, fanno pensare che vivremo in uno stato di pericolo e insicurezza generale. Un accordo “minimo” fra tutti i soggetti in campo (grandi, medie, piccole potenze, organismi internazionali…) di essere perlomeno d’accordo di garantire chi è “indifeso” (semplici cittadini, popolazioni ora in guerra…) contro conflitti e terrorismo, servirebbe come misura minima per iniziare a progettare un mondo più ordinato, più giusto, senza violenza.

   Questo porta a decidere, a pensare concretamente (anche per noi europei), di mettere nel conto momenti specifici in cui si considera giustificato il ricorso alle armi contro forze violente e crudeli come il terrorismo jiahidista (o dittature sanguinarie che stanno martoriando popolazioni, come accade in Africa)(per questo l’idea di queste settimane di un unico esercito europeo, poteva iniziare a far pensare anche a una partecipazione europea effettiva contro terrorismi e forze mondiali violente, crudeli, pericolose….). Non possiamo pensare che qualcun altro risolva problemi di pericoli che anche noi stiamo vivendo. (s.m.)

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EGITTO

LA PASQUA DEL MARTIRIO

di Enzo Bianchi (priore del monastero di Bose), da “la Repubblica” del 10/4/2017

   La domenica delle Palme, che il 9 aprile scorso i cristiani di tutte le confessioni celebravano, è chiamata anche “di passione” perché apre le liturgie della settimana santa, culminanti nella notte pasquale: raramente tale titolo è stato di così tragica pertinenza a TANTA e ALESSANDRIA D’EGITTO.

   Da tempo i COPTI in Egitto sono vittime di ripetute violenze e stragi: tensioni e conflitti, soprattutto nelle zone rurali; sono esacerbati dall’elemento religioso e conducono a distruzioni di luoghi di culto e a vessazioni e minacce; una vera e propria caccia all’uomo, e ai presbiteri in particolare, è in atto nella penisola del Sinai, obbligando intere famiglie a fuggire verso Ismailia e altre città nei pressi del canale di Suez; mentre negli ultimi tre anni attentati nei luoghi di culto in occasione delle maggiori feste cristiane, quando più numerosa è la partecipazione dei fedeli, hanno colpito famiglie intere, specialmente donne e bambini.

   Nonostante queste stragi e le perduranti minacce, i copti non rinunciano a testimoniare la loro fede anche pubblicamente, Continua a leggere

CHE COS’E’ LA MONETA COMPLEMENTARE? LA PROPOSTA che fanno le monete locali (ad integrazione dell’EURO, moneta europea nostra insostituibile) – MONETA COMPLEMENTARE, virtuale, per dar vita a un’economia locale sennò sospesa e marginale – IL TERRITORIO CHE SI METTE IN GIOCO

I NURAGHI IN SARDEGNA, COME METAFORA DEL SARDEX – Una metafora che li lega alla rete che storicamente si è sviluppata nei circa 7mila nuraghi dell’isola, piccole costruzioni di pietra in grado di relazionarsi idealmente, guardarsi l’uno con l’altro e la cui funzione non è mai stata completamente chiarita (alcune ipotesi li vorrebbero avamposti militari, altre più suggestive pensano ad una funzione astronomico-religiosa). COME PICCOLE MONADI IN UN SISTEMA GRANDE QUANTO L’INTERA COMUNITÀ. Ad ogni modo questa rete ideale, ma anche molto reale di persone e interessi è la stessa che in metafora Sardex rappresenta per i propri circuiti di credito. (da http://blog.startupitalia.eu/77890-20150918-financial-times-sardex )

LA SARDEGNA CONQUISTA VENETO E ITALIA INTERA CON LA SUA MONETA

Marzo 29, 2017 da www.itenovas.com/

Scritto da Maris Matteucci

Il modello Sardex si sta espandendo a macchia d’olio in tutta Italia: il Veneto è l’ultima regione “conquistata”…

   La Sardegna conquista il Veneto (e l’Italia intera) con la sua moneta: sì, perché si sta espandendo a macchia d’olio un nuovo modo di fare impresa, lanciato per la prima volta da Sardex Spa che ha appunto sede nell’isola sarda. Si tratta di un modo di fare impresa innovativo, etico, fondato sui valori della collaborazione, della fiducia e della reciprocità. La moneta Sardex sta guadagnando terreno e a oggi sono oltre novemila le imprese in Italia che hanno scelto di affiancare all’euro un’altra unità di conto (ogni circuito ha la propria), con la quale finanziarsi reciprocamente senza interessi. Ad ogni acquisto il conto dell’acquirente viene addebitato per un ammontare pari al prezzo di vendita del bene/servizio acquistato. Viceversa il conto del fornitore viene accreditato per un pari importo.

Professore ordinario di Sociologia economica all’Università di Messina, TONINO PERNA è autore del volume “MONETE LOCALI E MONETA GLOBALE. LA RIVOLUZIONE MONETARIA DEL XXI SECOLO” (Altreconomia, 2014), in cui sviscera il mutamento, nei secoli, del significato e delle forme di denaro. Fino alla diffusione, ai giorni nostri, delle MONETE COMPLEMENTARI e al declino del dollaro come moneta globale regolatrice degli scambi sui mercati internazionali

   Un modo per far girare l’economia che dalla Sardegna è stato esportato in tutto il continente. Il modello Sardex nasce nel 2010 e dal 2014 viene esportato con successo dalla Sardegna in altre nove regioni d’Italia: Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna, Marche, Abruzzo, Lazio, Molise, Campania e Umbria. A queste regioni si è aggiunto di recente anche il Veneto, undicesimo circuito italiano a sfruttare l’idea di moneta sarda per gestire il proprio commercio.

   Venetex, il nome dato a questo nuovo modo di fare impresa in Veneto. E l’idea sembra davvero funzionare ma non potrebbe essere altrimenti visto che tutte le Regioni che si sono affidate al modello Sardex non hanno potuto fare altro che constatare gli effetti positivi della loro scelta sulla economia delle imprese. Nei circuiti Sardex la moneta complementare gira 11 volte contro 1,9 dell’euro, ecco perché in molte regioni il progetto nato sull’isola rappresenta anche una valida alternativa per sopperire alla sempre più frequente mancanza di liquidità.

Sardex_s founders outside their office in Serramanna, Sardinia_ by FINANCIAL TIME – “Il successo di SARDEX, in una regione come la Sardegna che intanto attraversava la sua peggior fase economica, non si deve solo alla geniale intuizione di CINQUE RAGAZZI (nella foto) DI SERRAMANNA, paese nel quale sono cresciuti i FONDATORI DI SARDEX (Gabriele e Giuseppe Littera, Carlo Mancuso, Piero Sanna e Franco Contu), ai loro studi e alla loro capacità. Ma anche al fatto che L’ESPERIMENTO È ARRIVATO NEL PIENO DEL “CREDIT CRUNCH” ITALIANO, in una crisi bancaria che all’epoca era ancora nascosta ai mezzi d’informazione ma bene in vista per i piccoli imprenditori, gli artigiani, i professionisti. “Prospettare una soluzione locale ma non localistica a una crisi generatasi sui mercati finanziari globali è un atto propriamente politico”, scrivono Amato e Fantacci, economisti della Bocconi in un e-book dedicato alla moneta complementare.(…)” (Roberta Carlini, da INTERNAZIONALE del 22/1/2017)

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PROVIAMO A SPIEGARE SEMPLICEMENTE COS’E’ UNA MONETA COMPLEMENTARE, LOCALE, VIRTUALE

   In una data Comunità territoriale (una regione…. una città…) dei soggetti (persone e imprese) decidono di aderire a un sistema finanziario “limitato”, incominciando a scambiarsi beni o servizi pagando e/o ricevendo come moneta (virtuale) un debito o un credito denominato Sardex (come sta accadendo in Sardegna) o Venetex (come sta accadendo in Veneto), o Tibex nel Lazio, Liberex in Emilia Romagna, etc….. A poco a poco crescono le persone e le imprese in gioco, diventando centinaia, migliaia gli aderenti….

   Ma facciamo un esempio limitato, banale, insufficiente (e di pura teoria, ma per capire come funziona…) a soli 5 soggetti in campo (A, B, C, D, E).

LE PROFESSIONI DI CIASCUN SOGGETTO – Il soggetto A vende computer, il soggetto B fa il muratore, il soggetto C è un alimentarista, il soggetto D è un professore di inglese, il soggetto E è un commercialista.

VENETEX A TREVISO (nella foto FRANCESCO FIORE, padovano ideatore e iniziatore di Venetex – “VENETEX si consolida in Veneto e si presenta anche a Treviso, dove già una quarantina di aziende ha aderito al circuito della moneta complementare, nata per fare rete fra le imprese e rilanciare insieme l’economia del territorio” (da “la Tribuna di Treviso” del 24/3/2017)

  A tutti e 5 “la banca della moneta complementare” assegna (attraverso un BROKER che gestisce e controlla gli scambi) un FIDO di 5mila monete complementari virtuali (il nome è da scegliere…. e il valore della moneta complementare quasi sempre nella loro unità corrisponde a un euro). Non ci sono interessi da pagare e nessun contratto da firmare (è un rapporto fiduciario con il Broker che assegna il fido).

“B” muratore avrebbe bisogno di informatizzarsi comprandosi un computer, ma ha molte altre spese, poco lavoro, ed è interessato solo vagamente, e non spenderebbe mai i soldi che servono se dovesse usare euro; invece, avendo a disposizione questa somma concessa in moneta complementare decide di migliorare la struttura del suo lavoro, “informatizzandosi”: va da “A”, venditore di computer, che gli offre un pc da 2mila crediti “moneta complementare” (e “B” accetta).

   Naturalmente ogni operazione finanziaria è sancita da regolare fattura in cui l’Iva a debito e a credito verso l’Erario dei due soggetti in campo è regolata in euro.

“B” scenderà come saldo a 3mila crediti, “A” sale a 7mila. “A”, il venditore di computer, decide allora di investire qualcosa nella più efficiente tenuta della sua contabilità, e chiede al commercialista “E” di fargli da consulente: il costo annuo del servizio è di 3mila crediti che fa scendere di questa cifra il venditore di pc e salire il commercialista.

   Quest’ultimo, “E”, decide di estendere la propria attività contabile all’estero, e si fa preparare delle schede in inglese al professore di lingue (“D”) e lo coinvolge come traduttore. Costerà al commercialista questa cosa 2mila “monete complementari” a vantaggio del professore di inglese. A sua volta, quest’ultimo, “D”, decide di pagare il consumo alimentare della sua famiglia andando a fare la spesa da “C”, l’alimentarista, che a sua volta dal muratore si fa fare dei lavori…. E così via….. quel che appare è che la MONETA LOCALE non evade il fisco (ogni operazione è con Iva in euro) ma in particolare fa fare delle operazioni a volte considerate marginali che non si farebbero in condizioni “normali” (dovendo spendere “euro”) (a parte la spesa alimentare…) ma che vien più voglia di fare con questo sistema di crediti e debiti in moneta locale…..

Ne guadagnano tutti: l’economia locale, i singoli che impiegano di più le proprie risorse con un’economia personale parallela a quella “normale” in euro, il Fisco stesso con l’Iva negli scambi che aumentano…. Senza infrangere la sovranità dell’euro, ma creando una struttura (una moneta) locale più flessibile.

mappa italiana monete complementari – LE REGIONI DOVE C’E’ LA MONETA COMPLEMENTARE, a partire dalla SARDEGNA (la prima e la più avanzata) – LA GRANDE FAMIGLIA SARDEX: Sono 11 i network regionali partecipati da Sardex: in PIEMONTE c’è Piemex, in LOMBARDIA Circuitolinx, in VENETO Venetex, in EMILIA-ROMAGNA Liberex, in UMBRIA Umbrex, nelle MARCHE Merchex, in ABRUZZO Abrex, nel LAZIO Tibex, in MOLISE Samex, in CAMPANIA Felix. Tra dipendenti e collaboratori ci lavorano circa 200 PERSONE. Complessivamente, SARDEX COMPRESO, su base nazionale si contano oltre 7.000 AZIENDE/LIBERI PROFESSIONISTI ISCRITTI; 10.000 I CONTI APERTI, anche di dipendenti delle imprese. Si stima che nel 2016 il network dei circuiti di credito commerciale ha sviluppato operazioni di compravendita tra imprese locali per un valore di oltre 100 milioni di euro, di cui 70 in Sardex. Particolarmente SIGNIFICATIVA LA CRESCITA DI LIBEREX (in Emilia Romagna): partito nel 2015 conta già circa 180 aziende e più di 200 dipendenti iscritti, mentre il transato ha superato il milione e mezzo di euro/Liberex. (Silvia Zamboni, da http://www.materiarinnovabile.it/ 15/3/2917)

IN PRINCIPIO FU (E’) SARDEX

   Le monete complementari locali possono così far parte di un processo di un RIEQUILIBRIO NELLE REALTA’ LOCALI, di de-globalizzazione dal basso della finanza (senza rinunciare, ovviamente, a un mondo globale in tutti i suoi aspetti positivi, combattendo quelli negativi); di mantenimento appunto di “economie locali”, comunitarie (si direbbe, com’è di moda “a chilometri zero”). E possono rappresentare, le monete complementari, uno dei fenomeni più interessanti del nostro tempo legato alla richiesta di un’“altraeconomia” ecologica, solidale e capace di rimettere al centro bisogni e diritti delle persone. 

bitcoin – DIFFERENZA FRA BITCOIN (moneta elettronica internazionale) E SARDEX (e le altre forme di moneta complementare) – Il SARDEX è una moneta complementare, una “unità di conto che serve a misurare debiti e crediti”, un sistema totalmente legale, con transazioni tracciabili, che ha creato un business sano per le aziende del suo circuito, oltre che occupazione in Sardegna. Il BITCOIN invece è prima di tutto una tecnologia innovativa a livello mondiale, che costituisce la prima valuta digitale decentralizzata, ovvero priva di intermediari che ne consentano le transazioni. Dubbi e critiche permangono sul bitcoin (è più difficilmente controllabile e in alcuni casi è stato coinvolto in traffici di droga)

   I cittadini, i consumatori e gli amministratori locali che promuovono le monete locali, hanno bisogno di riappropriarsi di una parte di quella sovranità monetaria che è sfuggita loro di mano. La situazione debitoria dei Comuni – ormai estesa al mondo intero – ha portato e porta a una riduzione dei servizi e all’aumento delle imposte locali: anche l’ente pubblico può impiegare (pagare e ricevere) in moneta locale (oltre e ad integrazione del patto di stabilità).

   Pertanto NON È UNA INIZIATIVA CONTRO L’EURO, MA LO INTEGRALo spirito di comunità e l’elemento della fiducia reciproca conta molto, ma comunque viene dopo, di conseguenza alle attività messe in campo. La prima spinta per entrare è quella economica. Nel risolvere la mancanza di denaro quando serve per fare delle attività utili (e il sistema tradizionale non può dare quel denaro), se dapprincipio si risolve un problema di liquidità, poi però intervengono altre motivazioni e accadimenti: si allarga il mercato, si dà opportunità di lavoro che prima erano bloccate, si ritorna a creare rapporti tra persone basati sulla fiducia e la collaborazione lavorativa. Queste sono le motivazioni di chi porta avanti questo progetto di moneta locale. E non possiamo che guardare ad essso (progetto) con interesse, curiosità, e magari, se ci sono le condizioni, provare a parteciparvi. (s.m.)

Un modo per far girare l’economia che dalla SARDEGNA è stato esportato in tutto il continente. Il MODELLO SARDEX nasce nel 2010 e dal 2014 viene esportato con successo dalla Sardegna in altre dieci regioni d’Italia: PIEMONTE, LOMBARDIA, EMILIA ROMAGNA, MARCHE, ABRUZZO, LAZIO, MOLISE, CAMPANIA, UMBRIA. A queste regioni si è aggiunto di recente anche il VENETO, undicesimo circuito italiano a sfruttare l’idea di moneta sarda per gestire il proprio commercio

Leggi quanto abbiamo già scritto in GEOGRAFICAMENTE in un nostro precedente post:

https://geograficamente.wordpress.com/2013/07/19/la-proposta-di-monete-locali-ad-integrazione-delleuro-moneta-europea-nostra-insostituibile-valute-complementari-come-nuovo-valore-ai-luoghi-alle-comunita-moneta-local/

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PERCHE’ HANNO SENSO LE MONETE LOCALI

di Silvia Zamboni, 15/3/2017, da www.materiarinnovabile.it/

– Wir, Ithaca Hour, Campino Real: sono oltre 5.000 le monete alternative che circolano oggi nel mondo. Risorse preziose per le economie locali che permettono di ancorare al territorio la ricchezza prodotta e contrastare la crisi economica. Il caso emblematico del Sardex: dal 2010 140 milioni i crediti oggetto di transazione e 300.000 le operazioni effettuate. –

   Nel mondo – dal Brasile al Giappone, dagli Usa all’Europa – circolano oltre cinquemila monete alternative. Nate per contrastare la crisi economica, complementari alle monete ufficiali, sono la risposta locale, autogestita, ai colli di bottiglia della finanza convenzionale, pubblica e privata. Con il vantaggio di legare al territorio la ricchezza prodotta localmente. Un altro modo, si potrebbe dire, di fare economia circolare: si chiude il cerchio della catena del valore che resta ancorata al luogo di produzione.

   Il caso più conosciuto negli USA è l’ITHACA HOUR, Continua a leggere

L’EUROPA IN MOVIMENTO nella crisi geopolitica mondiale: cambierà positivamente divenendo un autorevole soggetto dell’EPOCA GLOBALE? – Due avvenimenti si sono incrociati: L’ADDIO DELLA GRAN BRETAGNA, e “GLI ALTRI 27” a ROMA il 25 marzo: sarà la svolta per “UN’EUROPA A DUE VELOCITÀ”?

Sabato 25 marzo, con la celebrazione del 60° anniversario dei Trattati di Roma si è tenuta nella capitale una MARCIA PER L’EUROPA, manifestazione pro-europea organizzata dal MOVIMENTO FEDERALISTA EUROPEO. Cittadini, forze politiche e sociali hanno dato una presenza consistente e “inaspettata” (circa 10mila persone) (rispetto al quasi flop delle altre marce e manifestazioni anti.europee previste: antieuropeisti, sovranisti, StopEuro)

   (…) È difficile non sentirsi grati alla generazione post­bellica di leader politici che decisero di avviare il processo di integrazione come risposta alle rivalità storiche tra Stati nazionali europei. (…) I padri fondatori dell’Ue presero invece un’altra strada. Decisero di costruire un sistema di istituzioni sovra­statali e inter­statali al cui interno integrare gli Stati membri. Scelsero cioè di istituzionalizzare la cooperazione tra gli Stati dell’Ue attraverso la nascita di istituzioni indipendenti dagli Stati stessi. Un sistema istituzionale che doveva essere dotato di una sua autonomia costituzionale dagli Stati che l’avevano costituito. (…)Tuttavia questo approccio federale, fu ben presto abbandonato.

   Con i Trattati di Roma si affermò, per necessità, l’idea di UNA INTEGRAZIONE FUNZIONALE. Cioè basata su questa sequenza: identificazione di un problema comune, ricerca di una soluzione comune e quindi individuazione delle istituzioni necessarie per risolvere il problema comune.

   Come si vede, qui non c’è la politica, come ce n’era originariamente nell’APPROCCIO FEDERALE. Se nell’approccio federale si partiva dalle istituzioni per creare l’unione, nell’APPROCCIO FUNZIONALE si considera quest’ultima come l’esito della soluzione di problemi concreti di politica pubblica.

   L’APPROCCIO FUNZIONALE, PERÒ, HA FINITO PER MOSTRARE I SUOI LIMITI. (…) DI FRONTE A QUESTA SFIDA, OCCORRE ADOTTARE UN APPROCCIO POLITICO, NON GIÀ FUNZIONALE. Occorre dare una giustificazione politica del progetto di Unione, affrontando a viso aperto chi lo contesta. (…) (Sergio Fabbrini, da “il Sole 24ore” del 26/3/2017: “IL FUTURO È L’UNIONE FEDERALE”)

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LA FOTO DEI 27 CAPI DI STATO AL CAMPIDOGLIO A ROMA IL 25 MARZO SCORSO – IL DOCUMENTO SOTTOSCRITTO: “Noi, i leader dei 27 Stati membri e delle istituzioni dell’UE, siamo orgogliosi dei risultati raggiunti dall’Unione europea: la costruzione dell’unità europea è un’impresa coraggiosa e lungimirante. Sessanta anni fa, superando la tragedia di due conflitti mondiali, abbiamo deciso di unirci e di ricostruire il continente dalle sue ceneri. Abbiamo creato un’Unione unica, dotata di istituzioni comuni e di forti valori, una comunità di pace, libertà, democrazia, fondata sui diritti umani e lo stato di diritto, una grande potenza economica che può vantare livelli senza pari di protezione sociale e welfare….(VEDI IL TESTO INTEGRALE nel proseguo di questo post)

   La lettura e l’interpretazione del documento firmato da tutti e ventisette i capi di Stato a Roma il 25 marzo scorso in occasione della cerimonia del sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma (che di fatto istituirono nel 1957 un “progetto comune” molto convinto tra gli Stati europei, non solo di mera collaborazione mercantile, ma proprio di “unione politica”), ebbene questa lettura del documento approvato dai 27, fa capire che l’unico risultato raggiunto è che non c’è stata una divisione (che poteva essere traumatica).

   Ma questo documento da tutti firmati (che vi proponiamo nel proseguo di questo post) elude ancora una volta la possibilità di “un’Europa a più velocità”: cioè che alcuni stati che vogliono “di più” l’integrazione, potessero autonomamente “andare avanti” senza il consenso di tutti.

I TRATTATI DI ROMA SESSANT’ANNI FA Il 25 marzo 1957, i leader di sei Paesi europei (Italia, Francia, Germania Ovest, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo) firmarono i Trattati di Roma che istituirono la Cee (Comunità economica europea) e Comunità europea dell’energia atomica (Ceea o Euratom). In quel momento nacque l’Europa, che poi si è sviluppata e allargata fino a diventare l’attuale Unione Europea a 28 paesi (anche se il Regno Unito uscirà nel giro di due anni)

   Consenso di tutti che mai potrà avvenire per un’Europa a più velocità. Accade così che gli Stati dell’est europeo (Polonia in primis, ma anche Ungheria, Repubblica Ceca) e in parte anche quelli dell’area scandinava, blocchino ogni evoluzione all’unione politica: perché di fatto la loro adesione non è per niente interessata al “progetto europeo” iniziato dai padri dell’Europa nel secondo dopoguerra del secolo scorso (dall’iniziale “manifesto di Ventotene” di Altiero Spinelli, Eugenio Colorni ed Ernesto Rossi, alla politica costitutiva dei grandi statisti europei come il francese Robert Schuman, il tedesco Konrad Adenauer, l’italiano Alcide De Gasperi). Gli Stati dell’est, nella loro adesione alla UE, pensavano (e pensano) ad una possibilità di sviluppo economico (dato anche dall’erogazione di cospicui fondi europei), e un affrancamento sicuro dal “pericolo russo”, cioè di un ritorno verso il blocco sovietico di una volta (ora di fatto rappresentato dalla Russia di Putin).

   In particolare l’accelerazione e il cambiamento che poteva accadere a Roma (e non c’è stata) era data dalla possibilità di inizio di una politica comune per alcuni Stati (tutti credono possano essere la Francia, la Germania, la Spagna e l’Italia) concretamente e da subito su due temi fondamentali: la POLITICA FISCALE (una fiscalità con le stesse regole e tassazione), e quella DI DIFESA (un ESERCITO COMUNE).

L’EUROPA, continente, com’è, oltre ogni frontiera

   Su questi temi si sarebbe innestata una fusione tra le due esigenze politiche che finora si sono scontrate tra i grandi Paesi europei: una seria POLITICA DI BILANCIO, più solida e credibile (come da sempre chiede la Germania), e dall’altra una POLITICA SOCIALE più incisiva (specie sulla questione dell’immigrazione e della disoccupazione) come chiedono i Paesi europei dell’area mediterranea (in primis l’Italia).

   Pertanto si sarebbe iniziato a “fare cose” non da poco (UNIONE NELLA POLITICA FISCALE, NELLA DIFESA, NEI TEMI DEL BILANCIO, NEL SOCIALE…). Ma pur di tenere uniti tutti i 27, si è deciso di approvare un documento assai scialbo, ma che ha un’unica chiarezza: se si vuol fare qualcosa di diverso, tutti devono essere d’accordo (pure la Polonia, per dire, che con l’attuale governo che ha, non è d’accordo su nulla delle politiche comuni).

LA CONSEGNA DELLA LETTERA DI ADDIO ALL’EUROPA DELLA G.B. – I PUNTI CHIAVE DELLA LETTERA che formalizza l’addio all’Europa DELLA PRIMO MINISTRO BRITANNICA THERESA MAY, LETTERA CONSEGNATA da sir TIM BARROW (mercoledì 29 marzo), ambasciatore britannico a Bruxelles, a DONALD TUSK, il capo del Consiglio europeo – May nella lettera di addio a Tusk e all’Europa rimarca la necessità di “cooperazione” tra Ue e Gb e di un accordo omnicomprensivo di uscita, con al primo posto i “cittadini” e senza dimenticare i “valori europei che devono continuare a progredire” – La lettera è stata criticata perché in un passaggio May scrive: “Non dovessimo raggiungere un accordo, la cooperazione nella lotta al terrorismo sarebbe indebolita”. “Un chiaro ricatto” secondo l’opposizione e i critici inglesi della premier

   In tutto questo si innesta una ferita assai ragguardevole: l’USCITA DELLA GRAN BRETAGNA DALLA UE ufficializzata il 29 marzo scorso (4 giorni dopo la firma della “dichiarazione di Roma dei 27”) con la lettera che l’ambasciatore a Bruxelles della Gran Bretagna ha consegnato a Donald Tusk, il capo del Consiglio europeo.

   Scenari tutti da immaginare sono quelli di capire cosa accadrà alla Gran Bretagna, ma anche all’Unione Europea, con questa separazione. Pur con tutti i limiti e le ritrosie degli inglesi in questi decenni a dimostrare una vera appartenenza al “progetto europeo”, la Gran Bretagna è sempre stata storicamente legata al mondo europeo, più che mai. E non si capisce come farà adesso con questa nuova visione di se stessa (peraltro imposta da un referendum scellerato: forse nell’istituirlo, e nell’andare a votarlo, poco responsabilmente si sono capite le conseguenze di un allontanamento dall’Europa).

L’EUROPA, COME DESCRITTA IN UNA MAPPA DEL 1638 – DA LIMES: J. Hondius, J. Jansson, Nova Europae Descriptio, Amsterdam, 1638

   Situazione critica della Gran Bretagna ora rappresentata pure da una parte territoriale di se stessa assai importante, la Scozia (che viene da sempre ad avere una cultura e “un’ispirazione” filo-europeista ben diversi dai modi autonomisti propri dell’Inghilterra) che vuole fare un nuovo referendum per staccarsi da Londra.

   Perché insistiamo su questo blog Geograficamente, negli ultimi tre post, su quel che accade ora in Europa? Perché è un tema così fondamentale, sia nella geopolitica globale che in quel che accadrà nella nostra vita quotidiana di sempre, che non possiamo “non esserci”. E non possiamo non mancare a partecipare in qualsiasi modo, pur nei nostri limiti, a chiunque persegua modi di agire (nella cultura, nella politica, nell’economia…) rivolti a un’EUROPEISMO CONVINTO che sempre di più unisca gli Stati del nostro continente in un’entità comune (quel che si dice: gli Stati Uniti d’Europa). (s.m.)

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DOPO BREXIT

L’ITALIA DECISIVA MA BATTA UN COLPO

di Lucio Caracciolo, da “la Repubblica” del 31/3/2017

   IL LUNGO addio del Regno Unito alla casa comunitaria, nella quale non era mai davvero entrato, obbliga l’Italia a definire e perseguire la sua idea d’Europa.

   SE NON lo facessimo, come pare probabile, avremmo non solo sciupato un’occasione irripetibile, ma messo a rischio la nostra stessa unità nazionale. Il recesso di Londra dall’Unione europea va letto infatti nel contesto di una dinamica multivettoriale che sta repentinamente alterando lo scenario geopolitico intorno a noi. Continua a leggere

L’OLANDA ha votato rifiutando il nazionalismo populista, scegliendo partiti filo-europei – La BREXIT avanza ma la SCOZIA non ci sta e vuole un nuovo referendum – IL VERTICE DI ROMA di sabato 25 marzo per il 60° anniversario del Trattato di Roma ancora una volta “non deciderà” un’accelerazione per PIU’ EUROPA?

Nella foto JESSE KLAVER, leader verde olandese di origini marocchino-indonesiane – “E alla fine il trionfatore di queste elezioni olandesi, che in teoria avrebbero dovuto marcare il boom del partito populista euroscettico di destra e anti-immigrati di GEERT WILDERS, è un trentenne ambientalista filoeuropeo di sinistra di origini marocchino-indonesiane, la Sinistra Verde guidata da quel JESSE KLAVER che ormai chiamano “il Jessiah”, per la speranza che ha saputo ridare a una sinistra che altrimenti rischiava di scomparire dal panorama politico olandese. Sicuramente è il partito che ha registrato la crescita più significativa: quadruplicando i seggi in Parlamento, potrebbe anche svolgere un ruolo nella formazione della prossima coalizione di governo.(…) A quietare definitivamente il clima emergenziale tra i governi europei è stato il fatto che I MIGLIORI RISULTATI SIANO STATI APPANNAGGIO, ancora una volta, del premier liberal-democratico in carica, MARK RUTTE. Anche aiutato dagli scontri diplomatici con il presidente turco Erdoğan nelle ore precedenti il voto, che hanno compattato il Paese attorno al proprio governo, ha saputo conquistare 33 seggi. Un calo del 5,2% rispetto alle scorse elezioni, ma comunque ben 13 in più rispetto ai 20 del PVV di Wilders. (Giacomo Natali, 17/3/2017, da ATLANTE, rivista di http://www.treccani.it/magazine/geopolitica/)

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COSA SUCCEDEVA SE L’EUROPA PERDEVA L’OLANDA? La patria di Erasmo e di Spinoza, la terra della tolleranza e della libertà? Nel Rinascimento e nell’età barocca, gli ebrei e i perseguitati trovavano nelle Province unite, nella borghesia mercantile e nella casa degli Oranje un porto sicuro. Chi non poteva stampare i suoi libri o manifestare le sue idee in casa, metteva vela verso Rotterdam o partiva per Amsterdam.

   Ancora oggi il Giorno del Re, che da quando è salito al trono Guglielmo cade il 27 aprile, è una straordinaria prova d’integrazione: vecchi e nuovi immigrati, indonesiani e comunitari, i discendenti dell’antico impero coloniale e gli espulsi dalla crisi del Sud Europa si mescolano uniformati dalla maglietta arancione (quest’anno si annuncia una festa speciale: il sovrano compie cinquant’anni).

   Amsterdam, del resto, è con Londra la metropoli più internazionale d’Europa (Parigi è una città francese e maghrebina con forti comunità da altre parti del mondo più o meno integrate, Madrid è soprattutto una capitale spagnola e latinoamericana).

   Eppure l’Olanda è stata anche il primo Paese europeo a conoscere l’intolleranza della modernità. A vivere le tragedie e i pericoli che il mondo globale porta con sé, insieme con le occasioni. Il 2 novembre 2004, alle 8 del mattino, Theo van Gogh – nome caro a chiunque ami le arti e la libertà: discendente del fratello del pittore e di un altro Theo van Gogh caduto nella Resistenza al nazismo -, il regista di Sottomissione, un film critico verso l’Islam, veniva assassinato con otto colpi di pistola da un integralista dalla doppia cittadinanza, marocchina e olandese, che gli ha poi tagliato la gola. Le sue ultime parole furono: «Ma non ne possiamo parlare?».(….) (Aldo Cazzullo, “il Corriere della Sera” del 13/3/2017)

ROTTERDAM

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OLANDA

FINE DI UN INCANTESIMO: PRIMA FRENATA DEI POPULISTI IN EUROPA

di Beppe Severgnini, da “il Corriere della Sera” del 19/3/2017

Chi crede nella società aperta non deve illudersi, ma può tirare un sospiro di sollievo. Il successo degli xenofobi antieuropei, in Olanda, non c’è stato. Fosse arrivato, avrebbe aperto una stagione pericolosa.

Il leader del centro-destra olandese (e attuale premier) MARK RUTTE riconfermato nelle elezioni tenute il 15 marzo scorso

   L’Europa, che si dice disunita, è invece assai coesa, quando si tratta di condividere allarmi e malumori. Dal faticoso allargamento alla mancata Costituzione, dalla crisi dell’euro alle migrazioni incontrollate, dal terrorismo diffuso al populismo aggressivo: noi europei, in questo secolo, ci condizioniamo a vicenda.

   E’ comprensibile. Accade in tutte le famiglie. Geert Wilders non ha sfondato. Il suo sorriso da gremlin, conosciuti i risultati elettorali, si è trasformato in una smorfia ed è svanito. La diga del buon senso – rappresentato, in Olanda, dal liberaldemocratico Mark Rutte – ha retto. Il leader del Partito perla Libertà – i demagoghi, quando si tratta di scegliere i nomi, dimostrano una certa, involontaria ironia – ha guadagnato solo qualche seggio. Le elezioni politiche dei prossimi dodici mesi – in Francia, in Germania, in Italia – si svolgeranno in modo meno concitato.

   E’ l’uscita da un incubo? No, purtroppo. Ma, forse, è la fine di un incantesimo. L’ascesa dei partiti populisti non è inarrestabile. La storia lo conferma. I leader tribunizi e cinici, capaci di alimentare e sfruttare la rabbia della gente, hanno segnato drammaticamente la storia del Novecento europeo.

   Altre volte è andata meglio: i tribuni del popolo sono esplosi come fuochi d’artificio, e rientrati nel buio dell’irrilevanza. Il Fronte dell’Uomo Qualunque, nell’Italia degli anni Quaranta, sembrava destinato a un successo travolgente. Ci ha lasciato solo qualche aneddoto e il termine qualunquismo. L’incantesimo, a poco a poco, ha portato alla rassegnazione.

   Gli avversari della società aperta – qualunque cosa si possa pensare di loro – hanno invece mostrato passione e proposte. Sconclusionate, magari (nessuno può credere che protezionismo e isolazionismo, alla lunga, portino vantaggi). Ma quelle idee sono state avanzate, ripetute, difese con urla, bugie e tweet. Negli Usa e in Gran Bretagna, in Francia e in Italia, in Polonia e in Ungheria.

   I sostenitori della democrazia liberale – chi crede alla circolazione delle idee, all’importanza degli scambi, al valore irrinunciabile della tolleranza – non si sono dimostrati altrettanto intraprendenti. Hanno mostrato una timidezza inspiegabile. Gli avversari si agitavano, e loro stavano a guardare; quelli gridavano, e questi ascoltavano spaventati. Mugugnavano, dimenticando di discutere. Si lamentavano, rinunciando a protestare. Tacevano, invece di ribattere. La capacità di autocritica è diventata autolesionismo.

   C’è di peggio. Chi crede nella società aperta non ha saputo profittare delle debolezze degli avversari. Una su tutte: i neopopulisti, talvolta, imbroccano la diagnosi dei mali della società; quasi mal sanno indicare le terapie. I risultati, quando i loro rappresentanti arrivano al potere, lo dimostrano. (…)

      Non dimentichiamo che il Trattato che intendeva istituire una Costituzione per l’Europa, firmato il 29 ottobre 2004 dai capi di Stato o di governo dei 25 Stati membri e degli allora 3 Paesi candidati, affondò proprio in Olanda, silurato dal referendum del 1 giugno 2005. Tre giorni prima era stato respinto in Francia.

   Chissà: la riscossa potrebbe partire proprio da questi due Paesi. Che bel regalo, per un’Unione Europea che il 25 marzo festeggia il 60esimo compleanno. Niente illusioni, tuttavia. Gli avversari della società aperta sono pronti ad approfittare degli errori di chi la difende. (Beppe Severgnini)

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BREXIT, LA SCOZIA SFIDA LONDRA

dai corrispondenti Buccini, Ferraino, S. Gandolfi, Ippolito, 14/3/2017, “Il Corriere della Sera”

– La premier Sturgeon: voto per l’indipendenza entro marzo 2019. May contraria –

   La prima ministra della Scozia, NICOLA STURGEON, ha annunciato che avanzerà la richiesta di un nuovo referendum sull’indipendenza dal Regno Unito entro marzo 2019. No del governo inglese di Theresa May. Intanto la Brexit fa un passo avanti. La Scozia sgambetta la Brexit in dirittura d’arrivo. E pone le premesse per la disgregazione del Regno Unito.

   Quando ormai l’avvio del divorzio di Londra dall’Unione Europea sembrava questione di ore, è calata la sorpresa da Edimburgo: la prima ministra scozzese, Nicola Sturgeon, ha annunciato l’intenzione di tenere un secondo referendum sull’indipendenza, dopo quello del 2014 vinto dagli unionisti. Il calendario è significativo: la nuova consultazione dovrebbe svolgersi tra l’autunno del 2018 e la primavera del 2019: ossia quando i termini della separazione della Gran Bretagna dalla Ue saranno abbastanza chiari, ma prima che sia troppo tardi per dissociarsi.

Le ragioni di Edimburgo

«La Scozia si trova a un bivio di enorme importanza — ha detto Nicola Sturgeon in un discorso dalla sua residenza ufficiale —. In gioco c’è il tipo di Paese che vogliamo diventare». La leader nazionalista ha accusato il governo di Londra di «non essersi spostato di un centimetro» di fronte alle richieste di condizioni speciali per la Scozia nel quadro della Brexit: «Tutti i nostri sforzi per un compromesso si sono scontrati con un muro di intransigenza».

La reazione di Londra

La reazione di Theresa May è stata netta. «La politica non è un gioco», ha detto la premier alla Bbc, definendo la visione dei nazionalisti «profondamente riprovevole» e in grado di mettere la Scozia «sulla via di una maggiore incertezza e divisione». Spetterà al Parlamento di Westminster decidere se autorizzare a meno il referendum. Tre anni fa l’allora premier David Cameron lasciò la parola alle urne e vinse la scommessa. Questa volta Theresa May potrebbe essere costretta a differire la consultazione fino a dopo l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue, per impedire che la questione scozzese interferisca nei negoziati con Bruxelles. Ma negare del tutto il voto infiammerebbe gli animi dei separatisti.

Le due dame di ferro

La partita sul destino del Regno Unito si giocherà nei prossimi diciotto mesi e sarà condotta da due donne intransigenti che hanno scommesso il loro futuro politico sul suo esito: Theresa May deve portare a compimento la Brexit con successo senza perdere pezzi per strada; Nicola Sturgeon deve garantire al suo popolo di non essere trascinato su una strada non voluta. L’anno scorso gli scozzesi avevano votato 62 contro 38 per cento a favore della permanenza in Europa e ora che si profila una «hard Brexit» la loro insofferenza è diventata palese. Trovare un compromesso sarà molto difficile.

Gli scenari futuri

Cosa succede ora? Innanzitutto il lancio della Brexit potrebbe slittare: anche se ieri sera la Camera dei Comuni ha respinto gli emendamenti dei Lord e la legge potrebbe entrare in vigore già stamattina, sembra di capire che il governo sia ormai orientato a notificare l’avvio del divorzio alla fine del mese, per far decantare l’«effetto Scozia» ed evitare di accavallarsi con il vertice di Roma del 25. Se poi Edimburgo dovesse votare a favore della secessione, l’opinione di Bruxelles è che la Scozia non rimarrebbe membro della Ue ma dovrebbe rifare tutta la procedura di adesione.

La prima ministra della SCOZIA, NICOLA STURGEON, ha annunciato che avanzerà la richiesta di UN NUOVO REFERENDUM SULL’INDIPENDENZA DAL REGNO UNITO entro marzo 2019. NO DEL GOVERNO INGLESE DI THERESA MAY. Intanto la Brexit fa un passo avanti. MA LA SCOZIA SGAMBETTA LA BREXIT IN DIRITTURA D’ARRIVO. E pone le premesse per la disgregazione del Regno Unito (NELLA FOTO: la prima ministra inglese Theresa May a sinistra con la first minister scozzese Nicola Sturgeon alla Bute House di Edimburgo in Scozia)

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EUROPA, LA TRATTATIVA È IN SALITA

di Marco Bresolin, da “La Stampa” del 20/3/2017

   Chi crede ancora che il summit di sabato prossimo a Roma possa servire in qualche modo a guarire i mali dell’Europa, o quantomeno a iniziare una cura, è meglio che riponga le sue speranze. «Sarà acqua fresca, niente di più» ammette una fonte che sta seguendo i lavori preparatori del vertice del 25 marzo, giorno in cui i leader dei Paesi Ue si ritroveranno nella Capitale per i sessant’anni del Trattato di Roma.

I CINQUE SCENARI PER L’EUROPA – Il presidente della Commissione Europea JEAN-CLAUDE JUNKER ha presentato (per far sì che la discussione sia più concreta al vertice di ROMA del 25 marzo, e nella preparazione ad esso), un LIBRO BIANCO con i CINQUE SCENARI possibili per l’Unione a 27 da qui al 2025: primo scenario (“AVANTI COSÌ”), secondo scenario (“SOLO IL MERCATO UNICO”), terzo scenario (“CHI VUOLE DI PIÙ FA DI PIÙ”), quarto scenario (“FARE MENO IN MODO PIÙ EFFICIENTE”), quinto scenario (“FARE MOLTO DI PIÙ TUTTI INSIEME”). Ogni governo ha le sue preferenze e gli obiettivi rimangono diversi.

Ecco il LIBRO BIANCO: Libro Bianco sul futuro dell’Europa (01.03.2017)

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   Un incontro, quello di sabato 25, che – dopo il compromesso al ribasso sul concetto di Ue a più velocità – rischia di essere totalmente vuoto sul piano dei contenuti politici. Una mera celebrazione. Anzi, nelle ultime ore si sta diffondendo il timore che anche l’aspetto celebrativo finisca per rivelarsi meno intenso del previsto.

   Negli ambienti diplomatici di Bruxelles si dice infatti che la Grecia «non ha alcuna voglia di festeggiare». Proprio questo pomeriggio il dossier Atene sarà di nuovo sul tavolo dell’Eurogruppo. In agenda c’è la seconda revisione del piano di aiuti e nessuno prevede un via libera.

   «Dal punto di vista tecnico ci sono le condizioni, ma non da quello politico» ammette una fonte vicina ai vertici dell’Eurogruppo. Le istituzioni internazionali e la Grecia sono ancora molto distanti. Con questo spirito non sarà semplice per Alexis Tsipras sorridere sabato durante la foto di gruppo con gli altri leader.

   Questo nella migliore delle ipotesi. Nella peggiore c’è il rischio di qualche dichiarazione fuori dal protocollo che potrebbe guastare il clima.

   Sembra invece scampato il rischio che sia qualche governo dell’Est a rovinare la festa. Ma il prezzo da pagare per placare la Polonia e gli altri Paesi del Visegrad sarà una DICHIARAZIONE DI ROMA molto meno incisiva del previsto. Chi sta lavorando al documento rivela che la versione iniziale del testo era già molto soft ed è stata ulteriormente smussata.

   L’invito a rilanciare l’Ue del prossimo decennio con uno schema «a più velocità» è stato praticamente depennato. E’ rimasto solo il passaggio in cui si dice: «Agiremo insieme ogniqualvolta sarà possibile, a differenti ritmi e intensità dove necessario», ma con un’aggiunta significativa: «Come abbiamo fatto in passato entro la cornice dei Trattati e lasciando la porta aperta a coloro che vorranno aggiungersi dopo». Come abbiamo fatto in passato. Come stiamo facendo ora. Come faremo in futuro. Tutto cambia perché nulla cambi. (Marco Bresolin)

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«GLI ALBERI NON DEVONO IMPEDIRE DI VEDERE IL BOSCO». Era il 25 MARZO del 1957 e il cancelliere tedesco KONRAD ADENAUER nel suo discorso in occasione della firma dei TRATTATI DI ROMA si affidava a un proverbio tedesco per illustrare la portata dell’opera. «I particolari – precisava lo stesso Adenauer – non devono impedire di intravedere l’ampiezza del progetto raggiunto: poiché solo rafforzando la solidarietà dei nostri Stati siamo sicuri di sopravvivere e salvaguardare le nostre libertà e il progresso sociale». (nella FOTO l’intervento del Cancelliere tedesco Konrad Adenauer a Roma il 25 marzo 1957)

DA ROMA A LISBONA: IL CAMMINO DELL’EUROPA IN DIECI TRATTATI

di Chiara Bussi, da “il Sole 24ore” del 20/3/2017

– Dalla «piccola Europa» del 1957 a Lisbona 2007: tutti gli «stop and go» verso l’integrazione – I 60 ANNI DELLA UE. SABATO 25 L’ANNIVERSARIO –

   «Gli alberi non devono impedire di vedere il bosco». Era il 25 marzo del 1957 e il cancelliere tedesco Konrad Adenauer nel suo discorso in occasione della firma dei Trattati di Roma si affidava a un proverbio tedesco per illustrare la portata dell’opera. «I particolari – precisava lo stesso Adenauer – non devono impedire di intravedere l’ampiezza del progetto raggiunto: poiché solo rafforzando la solidarietà dei nostri Stati siamo sicuri di sopravvivere e salvaguardare le nostre libertà e il progresso sociale».

   Riuniti nella sala degli Orazi e Curiazi in Campidoglio, i padroni di casa – l’allora presidente del Consiglio, Antonio Segni, e il ministro degli Esteri, Gaetano Martino – accoglievano le più alte cariche di FRANCIA, GERMANIA, BELGIO, OLANDA e LUSSEMBURGO.

   Dopo la nascita della CECA, la COMUNITÀ DEL CARBONE E DELL’ACCIAIO nel1951, i Sei posavano la prima pietra della COMUNITÀ ECONOMICA EUROPEA (CEE) e dell’EURATOM, la Comunità europea dell’energia atomica.

Nasceva la «PICCOLA EUROPA», così battezzata dai giornali dell’epoca, con la creazione di UN MERCATO COMUNE da realizzare in dodici anni e tre tappe, un’UNIONE DOGANALE con l’abolizione dei dazi interni e una POLITICA AGRICOLA COMUNE.

   Solidarietà e pace dopo i tumulti della Seconda guerra mondiale. A curare la regia un triangolo istituzionale composto da una COMMISSIONE, un CONSIGLIO e un PARLAMENTO, affiancati da una CORTE DI GIUSTIZIA e una BANCA EUROPEA PER GLI INVESTIMENTI, le principali istituzioni dell’Europa di oggi.

Tutti alberi che insieme davano vita al grande sogno dell’integrazione europea.

Il MOVIMENTO FEDERALISTA EUROPEO (MFE) a ROMA venerdì 24 e sabato 25 marzo: – VENERDÌ 24 MARZO: Forum della coalizione “Cambiamo rotta all’Europa”, presso l’Aula Magna dell’Università La Sapienza, in Piazzale Aldo Moro 5, a partire dalle ore 14.00. Alle ore 21.00 proseguo con un’introduzione di Laura Boldrini e vari esponenti della società civile italiana ed europea – SABATO 25 ORE 9,30 : CONVENZIONE presso la SALA CONGRESSI di PIAZZA DI SPAGNA organizzata dal GRUPPO SPINELLI al Parlamento Europeo. – SABATO 25 ORE 13 : “MARCIA PER L’EUROPA” da piazza della Bocca della Verità al Colosseo

   Sabato 25 i leader e le più alte cariche delle istituzioni Ue si ritroveranno nella stessa sede per celebrare i 60 anni da quella storica firma con una «DICHIARAZIONE DI ROMA» che dovrà indicare la rotta da seguire per affrontare le turbolenze all’orizzonte.

   I rischi da scongiurare non sono più quelli di un conflitto bellico, ma la minaccia dell’euroscetticismo che ha già portato Londra a scegliere la via della Brexit con l’attivazione della pratica di divorzio non appena i riflettori si saranno spenti, a partire dalla settimana prossima.

SONO IN TUTTO DIECI, se si considera anche quello di Parigi che ha istituito la Ceca, I TRATTATI CHE HANNO DELINEATO LA TABELLA DI MARCIA DEL CANTIERE EUROPEO tra slanci in avanti e opere spesso incompiute per cercare di rendere la «casa Europa» più adatta a contenere i nuovi inquilini, passati progressivamente da sei a ventotto.

In Gran Bretagna i giovani remainer che organizzarono il primo luglio scorso la grande marcia pro-Ue, ci riprovano a Hyde Park il 25 marzo.

   André Sapir, senior economist del think tank Bruegel di Bruxelles, che è stato consigliere economico di Romano Prodi quando era alla guida della Commissione Ue, non ha però dubbi: «Tra tutti il più importante resta il TRATTATO DI ROMA, per l’eccezionalità del momento storico e dei suoi protagonisti. Gli altri sono stati piccoli passi all’insegna del compromesso, spesso dimenticando di individuare il bosco dietro agli alberi. Oggi un progetto di simile portata non sarebbe possibile».

   Dopo il TRATTATO DI FUSIONE del 1965, quello DI LUSSEMBURGO del1970 e quello DI BRUXELLES cinque anni dopo, è con l’ATTO UNICO EUROPEO del 1986 che viene messo nero su bianco l’obiettivo di realizzare il mercato interno dal 1° gennaio 1992.

PRO E CONTRO L’EUROPA A ROMA IL 25 MARZO (da “la Repubblica” del 17/3/2017 – Sono quattro i cortei e due le manifestazioni statiche in programma sabato 25 marzo, in occasione dell’anniversario dei Trattati di Roma. Alle 11 i partecipanti al corteo del MOVIMENTO FEDERALISTA EUROPEO si ritroveranno alla Bocca della Verità per poi raggiungere l’Arco di Costantino, al Colosseo; qui ci sarà il ricongiungimento con il corteo di NOSTRA EUROPA, partito sempre alle 11 da piazza Vittorio. Ai due cortei, secondo la questura, dovrebbero partecipare complessivamente circa 6.500 persone. Nel pomeriggio, alle 14 il corteo di EURO STOP partirà da piazza Porta San Paolo, percorrendo via Marmorata, via Luca della Robbia e lungotevere Aventino: tappa finale, Bocca della Verità. Il corteo di Euro Stop è quello che si annnuncia più folto, con circa 8 mila partecipanti. Un’ora più tardi, alle 15, partirà da piazza dell’Esquilino il corteo di AZIONE NAZIONALE – 5mila le persone attese – che terminerà in via dei Fori Imperiali. Le due manifestazioni statiche sono promosse da Fratelli d’Italia (dalle 10 alle 15 all’Auditorium Angelicun) e dal Partito comunista (dalle 15 in piazzale Tiburtino). Saranno due le zone di ‘massima sicurezza’ nella Capitale in occasione del 60° anniversario dei Trattati di Roma, il 25 marzo. La “zona blu”, una sorta di “eurozona”, dove graviteranno i leader politici e la “zona verde”, un’area ‘cuscinetto’ con 18 varchi di accesso per i controlli.

   IL TRATTATO PIÙ FAMOSO, ma anche quello più contestato, è stato però siglato a MAASTRICHT nel 1992. LA CEE DIVENTA UNIONE EUROPEA, fondata su TRE PILASTRI. Continua a leggere