FUSIONI DI COMUNI assai rare, REGIONI che non diventano MACROREGIONI, PROVINCE che ritornano, AREE METROPOLITANE senza progetto – E la richiesta di AUTONOMIA REGIONALE (Veneto, Lombardia, Emilia) DIVIDE Nord da Sud – Come coniugare autonomia, federalismo, e nuovi confini istituzionali ora obsoleti?

I COMUNI D’ITALIA SONO, AL 20 FEBBRAIO 2019, 7915 – NEL 2019 SONO STATE FINORA APPROVATE 31 FUSIONI DI COMUNI, di cui sei per incorporazione, PER UN TOTALE DI 65 COMUNI SOPPRESSI. Il numero complessivo dei comuni italiani, ad oggi, è diminuito di trentanove unità passando da 7.954 a 7.915. Dal 1° luglio 2019 diminuirà di un ulteriore unità arrivando a 7.914 comuni. Le regioni interessate ai processi di fusione di comuni nel 2019 sono Emilia-Romagna (3), Lombardia (8), Marche (1), Piemonte (11), Puglia (1), Toscana (1), Trentino-Alto Adige (1) e Veneto (5). Prime fusioni di comuni approvate in Puglia, nella Città metropolitana di Torino e nelle province di Cuneo, Novara e Treviso. L’istituzione di Gattico-Veruno in Piemonte è il primo caso di approvazione di una fusione nonostante l’esito sfavorevole dei referendum consultivi in entrambi comuni interessati. … Vedi le tabelle aggiornate su: https://www.tuttitalia.it/variazioni-amministrative/nuovi-comuni-2019/

   La Costituzione italiana, all’art. 116 comma terzo, prevede la possibilità di ATTUAZIONE DEL REGIONALISMO DIFFERENZIATO. Cioè il Parlamento può attribuire alle attuali regioni “ULTERIORI FORME E CONDIZIONI PARTICOLARI DI AUTONOMIA” sulla base di un’intesa fra lo Stato e la regione interessata.
E’ accaduto (e sta accadendo) che tre regioni intendono usufruire dei maggiori poteri previsti (e delle risorse finanziarie da gestire direttamente), e queste regioni sono il Veneto, la Lombardia e l’Emilia Romagna. Il 28 febbraio 2018 si è giunti alla definizione di TRE DISTINTI ACCORDI “PRELIMINARI”, ciascuno sottoscritto dal rappresentante del Governo e dal Presidente della regione interessata.

Zaia, Fontana e Bonaccini, i governatori delle tre regioni che hanno chiesto l’autonomia (Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna) – LE MATERIE DELL’AUTONOMIA PER VENETO, LOMBARDIA, EMILIA ROMAGNA SONO (elenchi più lunghi quelli presentati da Lombardia e Veneto che puntano a tutte le 23 competenze oggi in coabitazione con lo Stato, mentre l’Emilia Romagna si ferma a 15, e i dossier al centro delle richieste riguardano più di 200 funzioni amministrative): Cooperazione, Politica agricola, Energia, Competitività e sviluppo imprese, Trasporto Infrastrutture pubbliche e logistica, Comunicazioni, Ricerca e innovazione, Tutela ambientale, Casa e territorio, Tutela della salute, Tutela beni culturali, Diritti e politiche sociali e famiglia, Previdenza obbligatoria e complementare, Politiche del lavoro, Sport, Istruzione scolastica.

   Le deleghe, a nostro avviso più rilevanti (non solo per l’aspetto finanziario, ma anche per le implicazioni politiche e culturali che presuppongono), sono quelle dell’ISTRUZIONE SCOLASTICA e dell’AMBIENTE. Ma anche le altre deleghe non sono da poco. Le citiamo tutte: Cooperazione, Politica agricola, Energia, Competitività e sviluppo imprese, Trasporto, Infrastrutture pubbliche e logistica, Comunicazioni, Istruzione scolastica, Ricerca e innovazione, Tutela ambientale, Casa e territorio, Tutela della salute, Tutela beni culturali, Diritti e politiche sociali e famiglia, Previdenza obbligatoria e complementare, Politiche del lavoro, Sport.

In merito all’AUTONOMIA REGIONALE di Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna LA GEOGRAFIA DELLE RISORSE – I costi attuali sostenuti dallo Stato e i fondi trasferibili per le principali competenze in discussione con l’autonomia differenziata. Valori in milioni di euro (51% IL PESO DELLA SCUOLA: il costo delle competenze legate all’istruzione assorbe più della metà della spesa nelle materie «trasferibili»). (Fonte: Elaborazione Sole 24 Ore su dati Ragioneria generale e pre-intese governo-regioni, da il sole 24ore del 20/1/2019)(l’immagine qui sopra è sempre tratta da “il Sole 24ore del 20/1/2019)

   Scuola, ambiente, ordine pubblico, infrastrutture, politiche per il lavoro, ricerca e così via… portano anche probabilmente a una ridefinizione del rapporto (per le Regioni che se ne assumeranno la delega) con i Ministeri competenti (creando problematiche non da poco).
MA TUTTO PER ORA SI E’ FERMATO. Sembrava che la cosa si facesse concreta (in questi giorni il Parlamento doveva votare e approvare queste forme di autonomia, diverse per regione, -il Veneto ad esempio ne chiede 23 di deleghe -l’Emilia 15-, tra cui, appunto, la gestione del sistema scolastico, tra le più rilevanti e difficili da assegnare, per i programmi, per la scelta del personale…)…… Dicevamo che si doveva arrivare all’approvazione di questa storica differenziazione di poteri (e di autonomia fra regioni), ma la forte opposizione delle regioni del sud (che temono minori risorse provenienti dal Centro, visto che molte entrate rimarranno di più al nord), e in particolare discordanze di intenti delle due forze politiche ora al governo… ebbene tutto è stato rinviato, e temiamo che anche questa riforma di notevole portata (l’attuazione di un regionalismo differenziato) non avverrà più almeno nei prossimi anni.

Si sente dire che Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna vogliono l’AUTONOMIA REGIONALE DIFFERENZIATA. Ma pochissimi italiani sanno di che cosa si tratta effettivamente: anche perché se ne parla poco, e in modo volutamente molto vago. Questo breve saggio di Gianfranco Viesti (“VERSO LA SECESSIONE DEI RICCHI?”) racconta le origini di questo processo, le richieste regionali e le loro possibili implicazioni. GIANFRANCO VIESTI (professore di “Economia applicata” all’Università di Bari) mette in guardia dalla possibile “secessione dei ricchi”. Il saggio gratuito in questo link: https://www.laterza.it/download-viesti.asp

   Noi qui pensiamo comunque che la proposta di maggiore autonomia regionale nei servizi al cittadino, possa portare un maggior controllo della spesa pubblica ed efficienza, a una maggiore responsabilità se estesa a tutte le regioni (non solo alle attuali tre). Ma non è detto (l’istituzione delle regioni, già dal 1970, ha moltiplicato la spesa pubblica creando grandi apparati parassitari).

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da http://www.tuttitalia.it/variazioni-amministrativenuovi-comuni-2019

   E QUI VENIAMO AL PUNTO CHE CI INTERESSA (in questo blog geografico che vorrebbe definirsi propositivo). Perché l’autonomia avvenga essa, a nostro avviso, deve essere contornata da regole FEDERALISTE: un federalismo che dà poteri (e risorse) alle regioni nell’ambito anche di una presenza autorevole dello stato centrale; e di una visione europea comune che supporti questa nuova ripartizione dei poteri e funzioni verso un’entità sovranazionale (che dovrebbe essere, auspichiamo, gli Stati Uniti d’Europa).
MA PER FARE QUESTO NOI PENSIAMO CHE, contemporaneamente alla maggiore AUTONOMIA REGIONALE, CI DEBBA ESSERE una NUOVA RIPARTIZIONE TERRITORIALE DEGLI ORGANI DI GOVERNO: è necessario (e urgente) la riduzione consistente degli attuali comuni (quasi 8mila), a non più di mille, CREANDO NUOVE CITTÀ; e, appunto, l’ISTITUZIONE DI MACROREGIONI al posto delle attuali 20 Regioni (Macroregioni più confacenti ai maggiori poteri da attribuire loro, e meno dispendiose e più efficienti rispetto ai poco produttivi apparati burocratici che ciascuna delle venti regioni ha adesso).
PERTANTO, AUTONOMIA REGIONALE PIU’ ESTESA SI’, MA RIDEFINIZIONE DEGLI ASSETTI TERRITORIALI.

L’autonomia regionale e la trasformazione istituzionale dei comuni con le FUSIONI tra di essi, l’istituzione di MACROREGIONI, la creazione di AREE METROPOLITANE in tutti i territori (oltre le sole grandi città com’è ), sono elementi che dovrebbero procedere insieme. Cioè “avrai maggiore autonomia dallo Stato centrale, se anche decidi di cambiare”, accorparti con altri, per essere più efficiente, più autorevole e più adatto ai tempi contemporanei a una nuova geografia delle istituzioni, delle entità urbane che stanno velocemente cambiando in questo nostro presente.
ANDIAMO CON ORDINE
In merito alle FUSIONI tra comuni partiamo dal dato che in Italia ci sono attualmente 7.915 comuni (si è meritoriamente e lentamente scesi dalla quota 8mila, ma di poco). La popolazione complessiva è (più o meno variabilmente) di 60 milioni di abitanti. In una superficie di circa 300mila chilometri quadrati, una media di 200 persone a Km quadrato. La MEDIA di POPOLAZIONE dei COMUNI è pertanto di 7.580 abitanti: nella media coesistono metropoli come Roma (quasi 3milioni di abitanti), le cento (per la precisione 105), medie e medio grandi città italiane con popolazione superiore ai 60mila abitanti; oltreché paesini di poche centinaia o migliaia di abitanti. Tutti hanno le stesse regole burocratiche, demografiche, urbanistiche, dei servizi sociali. etc.

Fasi della Fusione (da http://www.comunitrentini.it/ )

   E pur nelle differenziazioni geomorfologiche del territorio (paesi di montagna, di collina o di pianura hanno caratteristiche di vita e servizi al cittadino assai diverse…) potrebbe poi essere un parametro compatibile pensare a “NUOVE CITTÀ” (al posto dei quasi 8.000 comuni attuali) sul parametro proprio dei 60.000 abitanti ciascuna (per una gestione compatibile ed efficiente dei servizi, per una visibilità e autorevolezza politica all’esterno, per le OPPORTUNITÀ offerte ai propri cittadini).
Questo “sciogliersi” dei comuni in NUOVE CITTÀ è più che adatto (e necessario) per quei comuni con popolazione al di sotto di questa soglia dei 60mila abitanti, e che molto spesso sono realtà urbane date da più comuni vicini (in un’urbanizzazione diffusa), che si intersecano nei loro confini (confini del tutto aleatori rispetto agli spostamenti della popolazione nella quotidianità).

FUSIONI DI COMUNI DAL 2009 (da http://www.talentilucani.it/ )

   60 milioni di abitanti in “nuove città” da 60mila abitanti significa mille comuni: cioè accorpare, ridurre, sciogliere i quasi 8mila comuni di adesso in più confacenti NUOVE CITTA’ di 60.000 abitanti. Parliamo naturalmente degli attuali medi, medio-piccoli e piccoli comuni di adesso…. (anche se si pone però il problema della eccessiva dimensionalità di certi comuni: ROMA con i suoi quasi 3milioni di abitanti, con la presenza di un turismo di massa per le sue bellezze artistiche, storiche, archeologiche… e per essere anche capitale cristiana del cattolicesimo; per la presenza delle istituzioni nazionali politiche come capitale d’Italia….. Roma o assume una veste diversa dal “Comune” tradizionale, divenendo organizzativamente CITTA’ STATO, oppure certe sue competenze e compresenze andrebbero ripartite, “diluite”, in altri luoghi (città) dell’Italia centrale (collocando ad esempio alcuni ministeri all’Aquila, a Perugia, etc…).

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MACROREGIONI

MACROREGIONI – DODICI MACROREGIONI INVECE DELLE ATTUALI 20 REGIONI. L’iniziativa parlamentare che due deputati dem, RAFFAELE RANUCCI e ROBERTO MORASSUT, avevano lanciato nell’ottobre 2015 non ha avuto alcun seguito. Però la proposta era concreta ed interessante, e da riprendere. Questo accorpamento di regioni PORTA ALLA COSTITUZIONE DI 12 MACROREGIONI, e LASCIA COSÌ COME SONO (1) LA LOMBARDIA, (2) LA SICILIA e (3) LA SARDEGNA. Tutte le altre regioni subirebbero delle modifiche o dei ritocchi significativi. – La novità più importante riguarda IL LAZIO, che VERRÀ DIVISO FRA (4) REGIONE ROMA CAPITALE E (5) REGIONE APPENNINICA. – Le altre macroregioni sono (6) LA REGIONE ALPINA, (7) IL TRIVENETO, (8) L’EMILIA ROMAGNA (comprensiva della provincia di Pesaro), (9) LA REGIONE ADRIATICA (Abruzzo, provincia di Macerata, Ancona, Rieti, Ascoli, Isernia), (10) REGIONE DEL LEVANTE (Puglia, province di Matera e Campobasso), (11) REGIONE TIRRENIA (Campania, province di Frosinone e Latina), (12) REGIONE DEL PONENTE (Calabria, provincia di Potenza)

   Ha ancora senso mettere sullo stesso piano la Regione Lombardia con la Regione Basilicata? …Attualmente poi una interessante proposta di accorpamento è in auge tra le Regioni Marche, Umbria e Toscana…. (ma vedrete che non se ne farà nulla) ….E le regioni del Sud, così come ripartite non potrebbero essere riviste, come volano di sviluppo economico, cambiamento morale, eliminazioni di sprechi e clientele, se individuassimo una sola MACROREGIONE DEL SUD…. E poi il Nordest, dove la presenze di Veneto, Friuli Venezia Giulia e le Provincie autonome di Trento e di Bolzano, territorialmente e geograficamente già pur nel loro diversità si dovrebbero identificare in un’unica MACROREGIONE DEL NORDEST. L’autonomia al Veneto potrebbe in questo senso parificare il contesto, che ha visto finora il Veneto diverso dalle altre due entità (Friuli e Trentino Alto Adige) in fatto di autonomia, e così arrivare ad un’unica Macroregione in Italia e in Europa (sull’esempio di molte altre, pensiamo alla vicina Baviera…).
Pertanto, lo ripetiamo, AUTONOMIA e RIDEFINIZIONE TERRITORIALE degli enti locali di governo SONO TEMI CHE SI INTRECCIANO… (s.m.)

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IL PROCESSO DI ATTUAZIONE DEL REGIONALISMO DIFFERENZIATO, Dossier – Introduzione (a cura del Servizio Studi del Senato, ufficio ricerche sulle questioni regionali e delle autonomie locali, XVIII legislatura)
Con legge ordinaria il Parlamento può attribuire alle regioni “ULTERIORI FORME E CONDIZIONI PARTICOLARI DI AUTONOMIA” sulla base di un’intesa fra lo Stato e la regione interessata.
Tale facoltà è prevista dall’articolo 116, terzo comma, della Costituzione, introdotto con la riforma costituzionale del 2001, ma fino ad oggi mai attuato.
Nella parte conclusiva della XVII legislatura si è registrato l’avvio dei negoziati con il Governo su iniziativa delle regioni Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto. Il 28 febbraio 2018 si è giunti alla definizione di TRE DISTINTI ACCORDI “PRELIMINARI”, ciascuno sottoscritto dal rappresentante del Governo e dal Presidente della regione interessata, con cui le parti hanno inteso dare rilievo al percorso intrapreso e alla convergenza su principi generali, metodologia e un (primo) elenco di materie in vista della definizione dell’intesa per l’attribuzione dell’autonomia differenziata.
Inoltre nelle altre regioni ordinarie si era registrata ampia attenzione sul tema: sette consigli regionali avevano conferito al Presidente l’incarico di attivare il negoziato con il Governo per l’attuazione del regionalismo differenziato e altre tre regioni avevano assunto iniziative preliminari, senza tuttavia giungere al formale conferimento di un mandato in tal senso.
Con l’avvio della XVIII legislatura il processo in atto rimane di attualità politico-istituzionale, tanto che nel programma di Governo è espressamente prevista l’attuazione del regionalismo differenziato (da Servizio Studi del Senato, ufficio ricerche sulle questioni regionali e delle autonomie locali, XVIII legislatura IL PROCESSO DI ATTUAZIONE DEL REGIONALISMO DIFFERENZIATO, Dossier – Introduzione, febbraio 2019 n. 104)
vedi qui sotto il link di tutto il dossier “il processo di attuazione del regionalismo differenziato”:

dossier febbraio 2019 Servizio Studi Senato (3)

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PERCHÉ I TERRITORI CONTANO

di Federico Pizzarotti, sindaco di PARMA
da FORMICHE 144 — Il Settentrione fa questione – febbraio 2019
La spinta autonomistica che nasce dalla Lombardia e dal Veneto, e successivamente dall’Emilia Romagna, la reputo un’iniziativa di cui è corretto parlare condividendone il metodo: il DIALOGO CON LO STATO CENTRALE. Continua a leggere

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La TAV Torino-Lione dopo l’analisi “COSTI-BENEFICI” che la boccia – All’impasse sono da proporre alternative: 1-la seconda Galleria stradale del Frejus commutata da galleria di sicurezza a transito; 2-Il rinnovo della Ferrovia Torino-Lione esistente; 3-la trazione elettrica non inquinante dei nuovi TIR nella A32, sono soluzioni possibili?

VAL DI SUSA – Nell’immagine la SACRA DI SAN MICHELE (ad Avigliana, in Val di Susa), abbazia (costruita tra il 983 e il 987 d.C.) che domina la cima del MONTE PIRCHIRIANO – La Val di Susa, in Piemonte, ben collegata alle principali città del territorio e ricchissima di valichi alpini, è da sempre punto di passaggio fra Italia e Francia, un territorio di mezzo che è stato per secoli frequentato da pellegrini, artisti, mercanti, soldati

   Uno dei temi fondamentali che appaiono dalla lettura e dalle conclusioni della Acb (analisi “costi-benefici”) sul progetto di Tav (treno ad alta velocità) Torino-Lione, è che i parametri ambientalisti tradizionali cui noi siamo abituati a ragionare da sempre, sono opinabili. Cioè che è meglio la strada, il trasporto su gomma, piuttosto che la ferrovia, specie se questa “impone” costi altissimi nella costruzione.

La VALLE DI SUSA è posta nelle ALPI COZIE e GRAIE in Piemonte, tra Torino e il confine francese. Si articola amministrativamente in 37 comuni. Le vette della Valle superano la quota di 3000 metri: la più alta è il MONTE ROCCIAMELONE, con i suoi 3538 metri, seguita dai MONTI GIUSALET (3313 m.), TABOR (3178 m.) e CHABERTON (3136 m.). Sul territorio sono presenti anche tre parchi naturali regionali: il PARCO NATURALE DEI LAGHI DI AVIGLIANA, il PARCO NATURALE ORSIERA-ROCCIAVRÈ e il PARCO NATURALE DEL GRAN BOSCO DI SALBERTRAND. La Valle di Susa è collegata con la Savoia attraverso il VALICO DEL MONCENISIO e altri passi minori e tramite il TRAFORO DEL FREJUS, mentre i collegamenti con l’antico Delfinato sono garantiti dai VALICHI DEL MONGINEVRO e DELLA SCALA. Da sempre territorio di passaggio, quest’area è attraversata ogni anno da circa quattro milioni di veicoli, in gran parte diretti verso la Francia e verso le zone di accoglienza turistica site in alta Valle.

   Le critiche all’Analisi sulla Tav, redatta dal gruppo di lavoro coordinato dal professor Marco Ponti e dagli altri quattro esperti, queste critiche possono essere legittime (come l’aver inserito tra i costi il mancato guadagno delle accise da carburante del trasporto su gomma), però sono oneste e “rivoluzionarie” nel voler riconoscere che il sistema ferroviario non può essere la soluzione predominante alla mobilità di persone e merci (per carità, bene che ci sia, e tutti noi siamo contenti ad utilizzarlo): perché costosissimo nella costruzione e gestione, e poco pratico (è più “veloce” per una ditta caricare i propri prodotti in un Tir e che vada a destinazione, che portare le merci allo scalo merci ferroviario, scaricare il camion, eccetera…).

FREJUS DALL’ALTO – L’area del Frejus tra Italia e Francia (da https://www.net-italia.com/selezione-progetti/seconda-galleria-frejus/ )

   Pertanto tutte le critiche si possono rivolgere a questa “analisi costi-benefici”, ma non che non dica la difficoltà e i limiti di una “grande opera” vissuta dalla collettività e dal mondo politico quasi unanimemente come la costruzione della “piramide”, del trionfo tecnologico, ma nei fatti assai poco funzionale a quel che dovrebbe servire (cioè rendere scorrevole il traffico delle merci e delle persone, quando questo traffico realmente c’è). Nasce qui però la necessità di “essere propositivi” e di prospettare nuove soluzioni possibili e migliori (anche in quella fascia geografica alpina stupenda che è la Val di Susa).

IL PERCORSO DELLA TAV (da http://www.agi.it/ ) – In totale, le tre parti del progetto TAV, della linea ferroviaria Torino-Lione compongono un tracciato lungo circa 270 km – di cui il 70 per cento (189 km) in territorio francese e il 30 per cento (81 km) in territorio italiano – che interessa complessivamente 112 comuni. Il TUNNEL DI BASE di 57,5 CHILOMETRI NON È ANCORA STATO COSTRUITO (è in costruzione il TUNNEL GEOGNOSTICO DI SAINT-MARTIN-LA-PORTE -funzione dichiarata di questa galleria è quella di conoscere un’area dalla «geologia particolarmente delicata», che, al 13 febbraio 2019, sono stati scavati circa 6,7 km sui 9 km complessivi). Tutta la TAV comporta molti interventi, sia sulle ferrovie nazionali sia in scavi geognostici, questi ultimi fatti appunto per analizzare il terreno e preparare i tunnel utilizzati per la manutenzione e la sicurezza a opera ultimata

   Se una nuova linea-rotaia elettrificata è difficile (e arduo) costruirla (e bucare la montagna con un tunnel di 57 chilometri e mezzo), e costa troppo (finanziariamente e ambientalmente, lì, in Val di Susa); se forse non ne vale la pena (visto che quel che c’è adesso, su strada e su rotaia, può ampiamente bastare)…. è anche necessario intravedere altre opportunità ora che quell’opera rischia di non farsi mai, e, se anche presto o tardi nuovi governi si succederanno e ci sarà un contesto politico-sociale-economico favorevole alla Tav, accadrà in ogni caso che ci vorranno decenni per realizzarla (la Tav), che il costo aumenterà chissà quanto, per alla fine rischiare di trovarsi (non noi, ma le future generazioni) con una cattedrale nel deserto (cioè poco o niente utilizzata) e con tanti debiti pregressi ancora (loro, i giovani, le future generazioni) da pagare.

TUNNEL GEOGNOSTICO di Saint-Martin-La-Porte — Tra i cantieri ancora in corso tra Francia e Italia, risulta ancora in costruzione il TUNNEL GEOGNOSTICO DI SAINT-MARTIN-LA-PORTE. Qui, al 13 febbraio 2019, sono stati scavati circa 6,7 km sui 9 km complessivi. Sebbene questa galleria sia in asse e nel diametro del futuro tunnel di base, da un punto di vista formale NON È IL TUNNEL VERO E PROPRIO, i cui bandi per l’inizio ufficiale degli scavi sono stati rimandati. La funzione dichiarata di questa galleria è quella di conoscere un’area dalla «geologia particolarmente delicata», spiega Telt (ndr: TELT, Tunnel Euralpin Lyon-Turinquella, ha la competenza della tratta transfrontaliera del progetto – tra Saint-Jean-de-Maurienne e Susa/Bussoleno), in vista della realizzazione definitiva del tunnel di base e il passaggio dei primi treni (nel 2030, se saranno rispettati i tempi previsti)

   Per questo modestamente proponiamo, oltre e a soluzione dell’attuale accantonamento della Tav in Val di Susa questi tre principi-idee guida.
1- Che si incentivi subito l’ELETTRIFICAZIONE dei camion sulle autostrade (nel “nostro” caso la A32 che porta da Torino a Bardonecchia, al traforo del Frejus). Nel nord Europa e in altre parti del pianeta si stanno sperimentando e costruendo TIR a “combustibile elettrico”, che non inquinano e non usano combustibili fossili (ovvio che l’energia elettrica che utilizzano deve venire da fonti rinnovabili, ma questo fa parte del processo virtuoso…). Pertanto: sviluppare sull’autostrada A32 (che è la cosiddetta autostrada del Frejus o Torino-Bardonecchia ed è lunga 72,4 km) un sistema di elettrificazione del trasporto pesante sull’esempio delle E-HIGHWAY svedesi, tedesche, californiane…

IN CALIFORNIA. GERMANIA E SVEZIA LE PRIME E-HIGHWAY

2- La linea ferroviaria “storica” Torino-Lione (e ora operante, con l’attuale traforo ferroviario del “Frejus”) non è obsoleta: funziona bene, è stata ammodernata (sul traforo ferroviario ci sono stati interventi recenti, nel 2003 e 2011: le pareti e il fondo del tunnel sono stati scavati per permettere il passaggio di treni con carichi e semirimorchi fino a 3,75 metri). Pertanto la linea ferroviaria attuale può essere (migliorata) ancora di più; i flussi di traffico merci e passeggeri (non in crescita) possono far adeguare con intervenuti mirati e virtuosamente il “sistema strada-ferrovia” senza altre grandi opere.

nella foto: TRAFORO FERROVIARIO DEL FREJUS – La FERROVIA DEL FREJUS (Torino-Bardonecchia/Susa o anche Torino-Modane-Chambéry-Culoz) è la strada ferrata internazionale che partendo dal capoluogo piemontese e attraversa la cintura suburbana ovest, per transitare poi attraverso la valle di Susa ed il TRAFORO FERROVIARIO DEL FREJUS, e terminare infine presso la località stazione di Modane. Da qui inizia la FERROVIA CULOZ-MODANE, che permette ai treni di proseguire verso le altre città d’oltralpe e svizzere. Il tratto in territorio italiano, da Torino fino al traforo, è gestito da Rete Ferroviaria Italiana (RFI), mentre quello in territorio francese, fino a Modane, è di competenza dei francesi (SNCF). Quest’ultimo tratto, sulla base di accordi fra i due stati, è dotato di un sistema di segnalamento ferroviario rispettoso degli standard di segnalamento ferroviario in Italia).
A volte è definita “FERROVIA DEL FRÉJUS” l’intera tratta Torino-Modane-Chambéry-Culoz, compresa quindi la tratta della ferrovia Culoz-Modane, la quale in altri testi è indicata come FERROVIA DELLA SAVOIA o FERROVIA DELLA MORIANA

3- La seconda Galleria stradale, di Sicurezza, del Frejus iniziata a costruire nel 2014 e praticamente finita, che corre parallela alla prima operante storica galleria (Il traforo stradale del Frejus collega Bardonecchia a Modane in Savoia), questa seconda Galleria stradale del Frejus può benissimo essere commutata da galleria di sicurezza a galleria di transito: permettendo una separazione materiale, totale, del traffico (pur adesso per niente eccessivo) nelle due direzioni, in andata o in arrivo dalla Francia (con minore pericolo di possibili incidenti); rendendo anche più fruibile, automatizzato e scorrevole il transito (e automatizzando il pagamento del passaggio meglio di quanto lo sia ora).

L’AUTOSTRADA A32 è nota anche come AUTOSTRADA DEL FREJUS o TORINO-BARDONECCHIA ed è lunga 72,4 km con percorso che si sviluppa interamente nella città metropolitana di Torino: partendo dal capoluogo piemontese, collega l’Italia alla Francia tramite il traforo stradale del Frejus per poi proseguire fino a Lione come AUTOROUTE A43

   Se adesso l’analisi “costi-benefici” negativa sul progetto Tav sarà perlomeno elemento che prorogherà i lavori al futuro, ad altri governi favorevoli (e abbiamo già da ora la sensazione che questi lavori saranno sospesi per lungo tempo…), se si potesse individuare un’alternativa concreta e condivisa alla Tav, non sarebbe cosa da poco. (s.m.)

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APPUNTI SULLO “STATO DELLE COSE”
– Esistono già alcune infrastrutture che mettono in comunicazione le città di Torino e Lione, o più in generale che attraversano il confine alpino tra Francia e Italia.

LE INFRASTRUTTURE ESISTENTI (da http://www.agi.it/ )

– Per quanto riguarda i treni, Torino è collegata al confine con la Francia dalla ferrovia del Fréjus, o linea Torino-Modane-Chambéry-Culoz. Da quest’ultimo comune transalpino è possibile raggiungere Lione con una linea gestita dalle ferrovie francesi. Questo tratto ferroviario è anche chiamato “linea storica” perché la prima tratta, tra Susa e Torino, è stata inaugurata nel 1854, e il traforo ferroviario del Frejus – lungo oltre 13,5 km e con un’altitudine massima di  24 m sul livello del mare – è stato aperto nel 1871: la sua costruzione ebbe il sostegno, tra gli altri, di Camillo Benso, conte di Cavour.
– Durante tutto il Novecento, la tratta è stata oggetto di numerosi lavori di potenziamento e ammodernamento. Gli interventi recenti più importanti sono stati fatti tra il 2003 e il 2011, quando le pareti e il fondo del tunnel sono stati scavati per permettere il passaggio di treni con carichi e semirimorchi più alti (fino a 3,75 metri).

VAL DI SUSA, i lavori per la TAV

– Dal 2003, sulla linea storica Torino-Lione è anche attiva l’autostrada ferroviaria alpina (Afa), che permette, su un percorso di 175 km, il trasporto combinato delle merci, che vengono spostate in un container, posizionato prima su camion e poi su rotaia.
– Secondo i critici della Tav, i lavori di ammodernamento (uniti ai dati sui traffici delle merci e dei passeggeri) dimostrano che la linea storica «non è vecchia», cioè non è ancora superata, e consente il passaggio della maggior parte degli autocarri e dei container.

LE PROTESTE IN VAL DI SUSA CONTRO LA TAV

– Viceversa, i sostenitori della Tav criticano come non sufficiente per gli standard europei la nuova sagoma del traforo ferroviario del Frejus, definita P/C45 – una sigla che indica il trasporto intermodale di casse mobili e semirimorchi con un’altezza massima di 3.750 mm. Secondo il commissario Foietta «la vecchia tratta di valico» non sarebbe adeguata al trasporto moderno ed «è oggi considerata fuori dagli standard moderni di sicurezza dei tunnel ferroviari».

LA VAL DI SUSA E LE TENSIONI PER LA TAV

– Per quanto riguarda il trasporto su gomma al confine alpino, in questa zona Italia e Francia sono collegate dall’autostrada A32, che – con una lunghezza di oltre 70 km – attraversa la Val di Susa e arriva al traforo autostradale del Frejus. Quest’area è attraversata anche da due strade statali che arrivano ai valichi del Monginevro e del Moncenisio.

TRAFORO STRADALE DEL FREJUS


– NEL DIBATTITO PLURIENNALE TRA PROMOTORI E CONTRARI ALLA TAV, pertanto i primi sostengono che i collegamenti attuali sono insufficienti, antiquati e inefficienti dal punto di vista economico e ambientale; i secondi, invece, ritengono che le linee presenti sono adeguate per gli obiettivi fissati dalle politiche infrastrutturali e per i volumi di traffico, e che – con cifre minori a quelle stanziate per la grande opera – possono essere potenziate e ammodernate.
– A FEBBRAIO 2019 TELT (ndr: TELT, Tunnel Euralpin Lyon-Turinquella, ha la competenza della tratta transfrontaliera del progetto – tra Saint-Jean-de-Maurienne e Susa/Bussoleno) NON HA ANCORA AVVIATO LE PROCEDURE per il lancio della gara da circa 2,5 miliardi di euro complessivi per la COSTRUZIONE DEL TUNNEL DI BASE (i 57,5 chilometri più difficile e importanti).

CANTIERE TAV

– I PRINCIPALI OBIETTIVI DEI PROMOTORI DELLA TAV sono ECONOMICI, per rendere più competitivo il treno per il trasporto di persone e merci; AMBIENTALI, per ridurre il numero di Tir dalle strade; SOCIALI, per connettere meglio e valorizzare aree diverse.
– L’ANALISI COSTI-BENEFICI NON È UN’ANALISI FINANZIARIA, il cui obiettivo è calcolare se uno o più attori impegnati nel progetto ne otterranno un guadagno monetario, ha spiegato il professor Marco Ponti durante l’audizione alla Commissione Trasporti della Camera il 13/2/2019: «Misura invece gli effetti sul benessere collettivo di tutti gli stakeholder, cioè gli enti e le persone coinvolte nel progetto».
– IN CIASCUNO DI QUESTI SCENARI, IL COSTO DELL’OPERA È DIVERSO, MA SEMPRE NEGATIVO: il costo più alto è di circa 8 miliardi di euro, mentre il più basso scende fino a 5 miliardi (si tratterebbe quindi di meno di 300 milioni di euro l’anno per 30 anni, una cifra relativamente ridotta). Questi “costi” di cui parla l’analisi sono stimati per il primo trentennio di attività della linea, cioè il periodo che va dal 2030, quando l’opera dovrebbe essere completata, fino alla fine del 2059.
– LA CRITICA PIÙ DIFFUSA ALL’ANALISI COSTI-BENEFICI, è che una delle principali voci tra i “costi” dell’opera è rappresentata dal CALO DELLE ACCISE E DEI PEDAGGI AUTOSTRADALI, che causerà una perdita allo stato e ai concessionari delle autostrade. L’analisi, in ogni caso, rimarrebbe negativa anche senza considerare il costo delle accise e dei pedaggi.

L’audizione del 13 febbraio scorso alla Commissione Trasporti della Camera del prof. MARCO PONTI sull’analisi costi benefici del progetto Tav (foto LaPresse, ripresa dal quotidiano IL FOGLIO)

– ALCUNI HANNO MESSO IN DUBBIO CHE QUALSIASI OPERA PUBBLICA POSSA RISULTARE “PROFITTEVOLE” se ad essere applicato fosse il metodo di Ponti: il costo di costruzione di un sistema ferroviario è così elevato che mai in ogni caso riesce ad essere ammortizzato dai ticket di chi lo utilizza o da qualsivoglia beneficio (anche ambientale). In economia è un COSTO POLITICO che la Comunità si accolla perché ritiene l’opera in ogni caso necessaria e “strategica”.
– CRITICI ALLA TAV, COME MARCO PONTI – professore ordinario, oggi in pensione, di Economia e pianificazione dei trasporti al Politecnico di Milano, nominato a luglio 2018 dal ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli consulente per la valutazione delle grandi opere – restano comunque dubbiosi sulla maggior convenienza dei treni rispetto alla strada, indipendentemente dalle questioni di velocità e capacità di una linea;
– E’ COSÌ CHE L’ANALISI COSTI-BENEFICI SULLA TAV PUBBLICATA IL 12 FEBBRAIO 2019 dalla commissione del Ministero presieduta da Ponti arriva alla conclusione che, a fronte dei costi per lo Stato, la ferrovia – in questo caso la Torino-Lione – non ha nel complesso un vantaggio competitivo favorevole rispetto alla strada.
– PONTI E I SUOI COLLEGHI HANNO RISPOSTO ALLE CRITICHE PROVENTI DA PIÙ PARTI, ribadendo la loro indipendenza e affermando che il lavoro non ha l’ambizione di essere «perfetto», come non può essere perfetta alcuna analisi che tenti di fare stime per un futuro che è ancora lontano decenni, ma che è comunque uno strumento utile per il decisore, cioè la politica.
Se vuoi leggere l’analisi “costi-benefici” questo è il link:

http://www.mit.gov.it/comunicazione/news/torinolione-ferrovie-alta-velocita-tav/torino-lione-ultimate-lanalisi-costi

un’immagine della VAL DI SUSA

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COSA SI DICE DELL’ANALISI COSTI-BENEFICI SULLA TAV

da IL POST.IT del 13/2/2019 (www.ilpost.it )
– Lo studio voluto dal ministro Toninelli è stato molto commentato e criticato, la commissione che se ne è occupata lo ha difeso alla Camera –
In questi giorni si discute molto dell’analisi “costi­benefici” sulla TAV Torino-Lione, secondo cui l’opera sarebbe un investimento poco conveniente, che potrebbe arrivare a costare una decina di miliardi nel corso di un trentennio.
L’analisi, voluta dal ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli e realizzata da una commissione di esperti, è stata accusata dai sostenitori della TAV di essere parziale e incompleta. Lo scorso 13 febbraio, nel corso di un’audizione alla Camera, gli autori dell’analisi hanno avuto occasione di rispondere a numerose delle critiche ricevute.
DI COSA STIAMO PARLANDO? Continua a leggere

Quali le RADICI DELL’IMMIGRAZIONE AFRICANA: conflitti e guerre civili da cui fuggire? Desiderio di superare la povertà? Esplosione demografica e voglia di mobilità dei giovani? un neocolonialismo finanziario, come il franco CFA come ora si dice? CAUSE geografiche di un mondo in grande trasformazione

LE DIMENSIONE VERE DELL’AFRICA (da http://www.focus.it/) – Le dimensioni dell’Africa sono ben diverse da quelle che appaiono nelle mappe. IL CONTINENTE AFRICANO CONTIENE SENZA PROBLEMI LA CINA, L’EUROPA, L’INDIA e così via. Ma allora perché non si nota questa discrepanza nelle carte che normalmente utilizziamo…. Le vere dimensioni di stati e continenti terrestri sono molto diverse rispetto alle proporzioni distorte delle proiezioni di Mercatore, quelle più usate nelle mappe e che ancora influenzano la nostra percezione del mondo…….. la nostra percezione del planisfero terrestre è tuttora fortemente influenzata dalla proiezione cartografica di MERCATORE, il cartografo fiammingo del 1500 che, nel redigere mappe e proiezioni adatte alla navigazione marina, ha contribuito anche a diffondere una rappresentazione distorta delle reali dimensioni dei continenti. Le terre emerse, in queste raffigurazioni, appaiono più dilatate all’aumentare della latitudine, soprattutto quando si trovano nell’emisfero nord. La visione di Mercatore mette al centro l’Europa, e penalizza i paesi del Sud del mondo che appaiono più piccoli di quanto non siano davvero. (da http://www.focus.it/ )

   I flussi migratori dall’Africa verso l’Europa è tema presente, molto dibattuto e con problematiche assai serie e dolorose (se pensiamo a morti e sofferenze di così tante persone che intraprendono viaggi spesso impossibili, che vanno a finir male).
Tentiamo di mettere assieme alcuni elementi di questa “reale” problematica (lo ribadiamo, non è un puro esercizio di esposizione di cose lontane, ma invece sono tutte cose reali, vissute sulla pelle delle persone). Un semplice tassello (lo proponiamo sulla linea “geografica” che caratterizza questo blog), attraverso la ripresa di alcuni articoli, iniziative, denunce di oppressioni, che riguardano l’Africa, il suo possibile sviluppo, le sue peculiarità.

BAMBINI SOLI CHE EMIGRANO – “…ALMENO 300 MILA TRA BAMBINI E ADOLESCENTI, non accompagnati da adulti o separati da essi, SONO STATI REGISTRATI IN CIRCA 80 STATI TRA IL 2015 E IL 2016 (erano 66 mila nel biennio 2010-2011). NEL 2017, NELL’AREA DELL’UNIONE EUROPEA SONO STATI REGISTRATI OLTRE 31MILA MINORI NON ACCOMPAGNATI (che una sigla identifica come MSNA), IN MAGGIORANZA AFGHANI. Una su tre richieste di asilo per minori stranieri è stata effettuata in Italia. Otto minori non accompagnati su 10 hanno 14-15 anni. Il ministero del Lavoro italiano ne ha censiti, al 31 dicembre 2018, 10.787.(….) (Giuseppe Borello e Maddalena Oliva, “Il Fatto Quotidiano”, 2/2/2019)

   Tempo fa ci siamo concentrati sull’ASPETTO DEMOGRAFICO….
(https://geograficamente.wordpress.com/2016/02/11/demografia-limpetuosa-crescita-della-popolazione-in-africa-india-nei-paesi-in-via-di-sviluppo-e-le-culle-vuote-dei-paesi-ricchi-la-necessita-di-un-riequilibrio-mondiale-per-rime/)
…essenziale per capire “quale sviluppo” può esserci nel continente africano, cioè come dover trovare soluzione minima a una popolazione che cresce esponenzialmente (senza le regole che almeno nei decenni passati nel continente asiatico si sono dati, pensiamo alla Cina in particolare).

Africa politica (mappa da http://www.orizzonteafrica.altervista.org/) – L’AFRICA E I TANTI CONFLITTI: (30 Stati e 260 tra milizie-guerrigliere, gruppi terroristi-separatisti-anarchici coinvolti) – I maggiori PUNTI CALDI: BURKINA FASO (scontri tra diversi gruppi etnici), EGITTO (guerra contro i militanti islamici del ramo Stato Islamico), LIBIA (guerra civile in corso), MALI (scontri tra esercito e gruppi ribelli), MOZAMBICO (scontri con ribelli RENAMO), NIGERIA (guerra contro i militanti islamici), REPUBBLICA CENTRAFRICANA (spesso avvengono scontri armati tra musulmani e cristiani), REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO (guerra contro i gruppi ribelli), SOMALIA (guerra contro i militanti islamici di al-Shabaab), SUDAN (guerra contro i gruppi ribelli nel Darfur), SUD SUDAN (scontri con gruppi ribelli) (da http://www.guerrenelmondo.it/ )

   E poi i CAMBIAMENTI CLIMATICI globali che stanno allargando a dismisura le terre aride subsahariane, altro fattore di instabilità, di mobilità verso altre terre. Per non trascurare poi i troppi CONFLITTI che caratterizzano il continente africano. E le difficoltà di trovare vie di sviluppo sereno, senza non inciampare in contrasti insanabili tra gruppi di comunità diverse. E poi su tutto incombe anche la CORRUZIONE delle classi dirigenti (ne parliamo in questo post con un articolo ripreso da Nigrizia).

una manifestazione anti-corruzione delle chiese in Zimbabwe (da Nigrizia, febbraio 2019)

   Già prima dell’esplodere del fenomeno migratorio “ultimo”, contemporaneo (che possiamo far risalire al post 1989, con la caduta del muro di Berlino e il dissolversi del blocco sovietico), già prima, molti geografi e altri studiosi della contemporaneità sottolineavano che l’era globale era più che mai iniziata (già due rovinose guerre mondiali avevano caratterizzato il ‘900): attraverso dei FLUSSI NORD-SUD, dove il dominio del Nord del pianeta, portava a spostare materie prime a bassissimo prezzo (a volte niente) da Sud a Nord; dove esisteva in questi FLUSSI una sudditanza “di potere” che portava a dire che la fine del colonialismo per i popoli africani, aveva prodotto cose uguali o anche peggiori: 1-una classe dirigente autoctona corrotta e intenta ad accumulare ricchezze per se stessa (che faceva quasi rimpiangere il dominio coloniale occidentale precedente); 2-oppure forme di neocolonialismo imposto dal predominio economico e finanziario dei paesi ricchi del nord del mondo, che alla fine costringono e inducono questo paesi poveri africani a comprare i loro beni, e a svendere le proprie materie prime.

Il grafico mostra la distribuzione dell’incremento demografico nel mondo (da http://www.africa-express.info/)

   Il “FLUSSO” da Nord-Sud di predominio del Nord sul Sud che ha sconvolto gli equilibri palesemente a favore del Nord, è stato il FLUSSO INFORMATIVO: le persone del Sud del pianeta hanno potuto vedere (anche nei più sperduti villaggi, con le nuove tecnologie televisive, telefoniche, fino a internet…) che al Nord si vive molto ma molto meglio, e che, se sei giovane, puoi provare ad andarci, a “condividere” quella ricchezza che puoi vedere nei sistemi informativi del Nord giunti nel villaggio (o nella megalopoli, non cambia).

MINORI NON ACCOMPAGNATI. da http://www.Avvenire.it/) – Sono prima di tutto ALBANESI (…), e poi ci sono i bambini che giungono dall’EGITTO, dal GAMBIA, dalla GUINEA, dall’ERITREA, dalla COSTA D’AVORIO. Rischiano detenzione, lavori forzati, percosse o morte. E, per quasi tutti, il viaggio è anche un rito di iniziazione: a volte parti a 12 anni, arrivi a 15 e, nel frattempo, sei diventato adulto. Ciascuno viaggia con le proprie ragioni, aspettative, fantasie.(…). Chi parte dai villaggi cerca una nuova vita. Chi fugge dalle guerre vuole solo transitare, essere invisibile. Alcuni finiscono nella mani della criminalità o a vendersi per strada. Altri spariscono, finendo per alimentare quell’esercito di invisibili che è arrivato a contare, per l’anno che si è appena concluso, oltre 4mila bambini di cui non si hanno più tracce. (Giuseppe Borello e Maddalena Oliva, “Il Fatto Quotidiano”, 2/2/2019)

   Il tassello di questo post, nel trattare il tema “Africa, sviluppo possibile, e attuale fenomeno migratorio verso Nord” (dopo aver parlato di ampliamento delle terre aride, desertiche, della corruzione della classe dirigente, dell’esplosione demografica), il tassello, il contributo è poi quello di provare a concentrarci su un aspetto (a nostro avviso marginale, ma se ne parla molto) sorto adesso, nella politica italiana, in merito all’individuazione di concause del fenomeno migratorio. Tra le cause dell’immigrazione dall’Africa verso l’Europa, di questi tempi la politica italiana ha infatti “scoperto” (inventato?) l’ESISTENZA DEL FRANCO CFA, una valuta comune a QUATTORDICI PAESI DELL’AFRICA SUBSAHARIANA, e si è riversato accuse di neocolonialismo francese a queste migrazioni verso l’Europa: un approccio un po’ semplicistico per una questione complessa (perché la moneta a valuta francese ha dei risvolti sia positivi che negativi al fatto di essere legata alla stabilità monetaria della Francia, e con essa all’euro, la nostra moneta unica).

MILLE FRANCS CFA – Cos’è e dov’è il FRANCO CFA – Il Franco CFA (che significava all’origine nel 1945, FRANCO DELLE COLONIE FRANCESI D’AFRICA, abbreviato FCFA, e oggi diventato acronimo di COMUNITÀ FINANZIARIA AFRICANA) è il nome di due valute comuni a diversi paesi africani, costituente in parte la ZONA FRANCO. Una parte di questi stati (Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea-Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo) sono riuniti nell’UNIONE ECONOMICA E MONETARIA OVEST-AFRICANA (UEMOA: in VERDE NELLA MAPPA QUI SOTTO), mentre i restanti (Camerun, Repubblica Centraficana, Repubblica del Congo, Gabon, Guinea Equatoriale e Ciad) sono riuniti nella COMUNITÀ ECONOMICA E MONETARIA DELL’AFRICA CENTRALE (CEMAC: in ROSSO NELLA MAPPA QUI SOTTO)
MAPPA PAESI AFRICANI FRANCO CFA

   Non sono solo questi 14 paesi africani (Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea-Bissau, Mali, Niger, Senegal, Togo, Camerun, Repubblica Centraficana, Repubblica del Congo, Gabon, Guinea Equatoriale e Ciad), legati alla Francia e alla moneta europea (e pertanto al riparo dal rischio di inflazione fuori controllo) ad essere l’unico problema di immigrazione: tra i primi dieci Paesi di provenienza di chi sbarca in Italia, soltanto Costa d’Avorio e Mali adottano il franco CFA e nel 2018 hanno contribuito al flusso migratorio italiano con appena duemila persone, pari a meno del 10% del flusso totale.


Pertanto quello paventato adesso dalla politica italiana è una “non motivazione” all’immigrazione; anche se (il franco nei paesi africani) è sicuramente una forma di sudditanza (alla finanza francese), e con il rischio (la certezza) di dipendere (essi paesi africani) di più dalle multinazionali francesi ed europee. Ma la Francia è così colpevole quanto lo è il Belgio, l’Italia, gli Stati Uniti, la Cina, chiunque vada in Africa per fare esclusivamente i propri interessi. Le grandi aziende che trattano le risorse prime, come l’uranio o l’oro, dettano la politica estera di diversi Paesi africani.
Ad esempio la presenza ora dell’ITALIA IN NIGER (grande paese geograficamente a ridosso della Libia) per un sostegno alle forze militari interne, per il controllo del territorio (e dell’immigrazione verso il nord-Africa e poi Europa), questa presenza dei militari italiani è per cooperare all’addestramento delle forze armate e forze di sicurezza di quel Paese; ma anche per vendere armi italiane, estendere i “nostri” sistemi di armamenti (iniziativa commerciale supportata anche dalla presenza di 70 istruttori italiani che operano a favore della Gendarmeria e della Guardia nazionale) (l’accordo si è avuto con un trattato Italia-Niger del settembre 2017 che è stato secretato dal governo Gentiloni e poi all’inizio dall’attuale governo: per nascondere il commercio delle armi). Pertanto non è solo la Francia che fa neocolonialismo in Africa ma un po’ tutti gli stati (europei e non).

«L’ATTUALITÀ DEL MALE. LA LIBIA DEI LAGER È VERITÀ PROCESSUALE», a cura di MAURIZIO VEGLIO, (Edizioni SEB27, euro 16,00), è il titolo di un libro scritto da giuristi. Il volume è un ATTO DI ACCUSA contro prassi politiche perseguite dai governi italiani e dall’Unione Europea in SPREGIO AI DIRITTI UMANI, PURCHÉ I MIGRANTI RESTINO O VENGANO RIPORTATI IN LIBIA. Gli autori del volume analizzano la sentenza pronunciata dalla corte d’Assise di Milano il 15 ottobre 2017 alla luce del presente e di un passato più o meno recente (i crimini nazisti, la guerra in Jugoslavia). DUE GIUDICI TOGATE insieme ai giudici popolari della corte di Milano avevano condannato all’ergastolo il cittadino somalo Matammud Osman. Era stato fermato da altri suoi connazionali nei pressi della Stazione Centrale di Milano, che avevano riconosciuto in lui l’aguzzino che nel campo di Bali Walid in Libia li stuprava e torturava, costringendo i parenti a sentire le loro urla al telefono. (Antonella Romeo, “Il Manifesto”, 5/2/2019)

   Per non dimenticare poi le fonti di energia: gruppi industriali di estrazione e distribuzione energetica, come gli italiani di Eni o i francesi di Orano (l’ex Areva) giocano un ruolo fondamentale nell’economia africana, contribuendo secondo il proprio punto di vista allo sviluppo dei territori in cui investono, ma creando, endemici sistemi di corruzione. E la CORRUZIONE in Africa è altro grande tema.
Anche quest’anno uno studio sul fenomeno corruttivo in Africa (l’indice di “Transparency International”, una ONG leader per il contrasto alla corruzione e la sensibilizzazione alla legalità, http://www.transparency.it/), che misura la corruzione percepita, mette in luce le enormi difficoltà del continente nel lottare efficacemente contro questo malcostume. Agli ultimi posti (di rispetto della legalità) ci sono ancora la Somalia e il Sud Sudan (i più corrotti), mentre tra i paesi più virtuosi troviamo le Seychelles e il Botswana, e sono migliorati Costa d’Avorio e Senegal. Nel complesso, lo studio determina che l’Africa sub-sahariana rimane una regione caratterizzata da forti contrasti politici e socio-economici, oltre ad annose sfide che minano il suo sviluppo e la sua stabilità.

Sviluppo demografico previsto fino al 2050. Come si vede la crescita dei paesi occidentali è pressoché insignificante (da http://www.africa-express.info/)

   Mentre un cospicuo numero di paesi ha già adottato principi democratici di GOVERNANCE, molti altri sono ancora dominati da leader autoritari e semi-autoritari. E i regimi autocratici, insieme a conflitti civili, istituzioni deboli e sistemi politici poco sensibili al problema, continuano a minare gli sforzi intrapresi a livello regionale nel contrasto alla corruzione. (dati che abbiamo ripreso da http://www.nigrizia.it/, CORRUPTION PERCEPTION INDEX 2018, “Resta alto il livello di corruzione in Africa”, 31/1/2019).
L’avanzare di una “società compatibile” e di vero sviluppo in Africa (…nelle regole di legalità, di democrazia, di economia virtuosa, di servizi pubblici efficienti….. tutto questo è un miraggio?…non pensiamo…), l’avanzare di un’ “Africa nuova” potrà (potrebbe) risolvere non solo il problema migratorio fatto ora da molti disperati che tentano l’avventura “verso nord”, ma addirittura può esserci “un ritorno” di molti ai propri paesi di origine cambiati. E’ così da prospettare per l’Africa anche migrazioni qualificate di ritorno. (s.m.)

La vera estensione dell Africa in base alla carta di PETERS – PETERS E LE GIUSTE DIMENSIONI CARTOGRAFICHE DELL’AFRICA – GERARDO MERCATORE, cartografo fiammingo del XVI secolo, dovendo aiutare le grandi compagnie di navigazione attive in quel periodo sui mari di tutto il mondo, nella sua mappa pensò di adattare le proporzioni dei Paesi del mondo alle rotte coloniali. Per questo, da quasi 500 anni, l’EUROPA è posizionata al centro di ogni mappa, gli STATI UNITI sono enormi, mentre AFRICA e SUD AMERICA sono poco più grandi del ‘vecchio continente’. LA PROIEZIONE DI PETERS È PIÙ FEDELE ALLE REALI DIMENSIONI DEI CONTINENTI: cambia completamente il quadro, ridimensionando alcuni continenti, restituendo la vera identità ad altri. Basandosi sul lavoro di JAMES GALL, un altro noto cartografo attivo nel XIX secolo, lo storico tedesco ARNO PETERS ha elaborato (nel 1974) una cartina in cui l’EUROPA appare molto più piccola, in cui la GERMANIA è posizionata più a Nord e non esattamente al centro del continente, dove l’AMERICA DEL SUD è grande come quella del Nord e L’AFRICA È MOLTO PIÙ ‘ALLUNGATA’ ED ESTESA RISPETTO A COME ABBIAMO IMPARATO A CONOSCERLA. (da http://www.skuola.net/ )

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FRANCO CFA: UNA MONETA ALLA RADICE DEI MALI D’AFRICA?

di Marco Magnano, da RIFORMA.IT – il quotidiano on-line delle chiese evangeliche battiste, metodiste e valdesi in italia – https://www.riforma.it/it, 24 gennaio 2019
– L’accusa mossa alla valuta dalla politica italiana è quella di essere la causa delle migrazioni dall’Africa verso l’Europa, ma si tratta di un approccio semplicistico per una questione complessa – 
La politica italiana ha scoperto il franco CFA quasi all’improvviso, riversando sulla valuta Continua a leggere

LA FINE DEI GHIACCIAI – Ghiacciai che spariscono; questo fenomeno mette in crisi l’ECOSISTEMA in cui viviamo. Ma cambia anche la GEOPOLITICA mondiale: con NUOVE ROTTE e nuovi spostamenti delle popolazioni – La necessità di ELIMINARE I COMBUSTIBILI FOSSILI per fermare la FINE DEL GHIACCIO

ANTARTIDE: UNA STORIA SCOLPITA NEL GHIACCIO – MUSEO DI GEOGRAFIA, VIA DEL SANTO 26, PADOVA – VENERDÌ 8 FEBBRAIO 2019 . H. 15.30 – 18.00

– In occasione della terza CONFERENZA NAZIONALE SULLA RETE MONDIALE UNESCO DEI MUSEI DELL’ACQUA un evento dedicato all’ANTARTIDE.   L’evento ha l’obiettivo di avvicinare il pubblico al continente antartico e al dibattito legato ai temi ambientali attraverso le testimonianze di chi ha avuto modo di viverlo in prima persona.

– ESPLORAZIONI E RICERCHE SULLA CATENA TRANSANTARTICA RIFLESSIONI E NUOVI STIMOLI. Continuano gli interessanti eventi promossi dal Museo di Geografia di Padova grazie al prossimo evento organizzato con l’obiettivo di avvicinare il pubblico al continente antartico e al dibattito legato ai temi ambientali attraverso le testimonianze di chi ha avuto modo di viverlo in prima persona. Si parlerà di esplorazione, ricerca, avventura, rocce, ghiacci e ovviamente di cambiamenti climatici.

Durante l’evento, in particolare affronteremo i seguenti temi:

IL CONTINENTE ANTARTICO TRA ESPLORAZIONE E RICERCA
ALDINO BONDESAN | Università di Padova – Museo di Geografia
ZINGARI IN ANTARTIDE. RACCONTO DI UN’ESCURSIONE SULLA CATENA TRANSANTARTICA
MARCELLO MANZONI | Consiglio Nazionale delle Ricerche
GHIACCI E ROCCE DELL’ANTARTIDE, ARCHIVIO DEI CAMBIAMENTI CLIMATICI E SENTINELLA DEL FUTURO
FRANCO MARIA TALARICO | Università di Siena – Museo Nazionale dell’Antartide

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Museo di Geografia Padova,  Via del Santo, 26, Padova
clicca qui per visualizzare la mappa
https://www.facebook.com/events/793708780989271/
comunicazione@watermuseumofvenice.com

http://www.padovando.com/incontri-convegni/antartide-una-storia-scolpita-nel-ghiaccio/

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Per far sciogliere la calotta di ghiaccio della Groenlandia è sufficiente una temperatura terrestre di 1 grado °C e soleggiamento. “UNA VOLTA ERA RARO AVERE TEMPERATURE SUPERIORI allo 0 sulla CALOTTA, MA ORA NON PIÙ”, dice Michael Bevis (geoscienziato della Ohio State University). E ogni grado superiore a 1 °C raddoppia la quantità di ghiaccio che si scioglie. (di Stephen Leahy, 22/1/2019, da http://www.nationalgeographic.it/ambiente/)

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(Un circo è un vuoto scavato a forma di scodella che si trova in alto a lato di una montagna da ww_onegeology_org) – I GHIACCIAI ALPINI si trovano in alto sulle montagne in conche a forma di scodella e vengono chiamati GHIACCIAI DI CIRCO. Man mano che il ghiacciaio cresce il ghiaccio si sposta al di fuori del circo, verso la valle. Diversi ghiacciai di circo possono fondersi insieme formando un unico GHIACCIAIO VALLIVO. Quando i ghiacciai vallivi si spostano oltre il limite delle montagne diffondendosi e unendosi formando un GHIACCIAIO PIEDEMONTANO. (da http://www.onegeology.org/http://www.onegeology.org/extra/kids/italian/earthprocesses/alpineGlaciers.html

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GIACCIAIO DEI FORNI (nella foto) (si trova nel gruppo Ortles-Cevedale in alta Valtellina all’interno del settore lombardo del Parco nazionale dello Stelvio) – “(…) MARCO CONFORTOLA ci testimonia l’agonia del GHIACCIAIO DEI FORNI. “Era IL PIÙ GRANDE ghiacciaio vallivo italiano e L’UNICO DI TIPO HIMALAYANO, originato da tre bacini collettori con tre lingue glaciali distinte confluenti a quota 3000 m in un’unica lingua di ablazione con morene mediane che si spingeva nel fondovalle – scrive l’alpinista-. Il ghiacciaio ATTUALMENTE È ESTINTO COME FENOMENO UNITARIO.(…)”(da 1/9/2018 https://www.montagna.tv/)

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Il BALTORO (nella foto) è un ghiacciaio situato in Pakistan nel gruppo montuoso del Karakorum. Lungo circa 60 Km, si estende per circa 700 km², e sbocca nella valle del Braldo a poca distanza dal villaggio di Askole, ultimo centro abitato sulla strada per il ghiacciaio. È TRA I PIÙ GRANDI GHIACCIAI VALLIVI AL MONDO, ed è attorniato da alcune delle principali vette della Terra come il K2, il Broad Peak, il Masherbrun ed il gruppo del Gasherbrum. Questi ghiacciai si riducono di anno in anno, ma non rischiano di scomparire a breve; ma è probabile che la continua ritirata del ghiaccio significhi la fine di forniture idriche affidabili per le popolazioni che dipendono da essi.

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(immagine da http://www.slideplayer.it/)

Geograficamente

COS’È E COM’È UN GHIACCIAIO

   Semplificando ma dando pure un’immagine affascinante della bellezza dei ghiacciai, potremmo dire che il ghiacciaio è “un paesaggio in movimento”. Nei ghiacciai più grandi (che assumono, dall’alto in basso, CARATTERISTICHE A FORMA DI LINGUA, scendendo nella valle…) la parte più alta è quella dove prevale nel corso dell’anno “l’ALIMENTAZIONE” rispetto allo scioglimento (i tecnici infatti lo chiamano BACINO DI ALIMENTAZIONE” o CIRCO GLACIALE), mentre la parte più bassa è quella nella quale prevale lo “SCIOGLIMENTO” rispetto all’alimentazione (viene chiamata BACINO DI ABLAZIONE, cioè dove il ghiaccio si scioglie). TRA I DUE BACINI STA, appunto, il “LIMITE DELLE NEVI”, la LINEA DI EQUILIBRIO (dove la somma algebrica, per capirci, tra alimentazione e scioglimento è zero, si equivale).

   Ma I GHIACCIAI ALPINI, e in particolare quelli dolomitici, molto spesso non sono a “forma di lingua” e non sono di grandi dimensioni; sono più compatti, senza “lingua” di discesa nella valle, e VENGONO CHIAMATI GHIACCIAI DI CIRCO (e la Marmolada è un “ghiacciaio di circo”). A tutta questa sommaria esposizione delle parti del ghiacciaio non bisogno dimenticare la parte finale, più bassa, dell’apparato glaciale, chiamata “FRONTE” (è dalla fronte che esce il “TORRENTE GLACIALE”, la concretizzazione del passaggio dallo stato solido allo stato liquido).

   Pertanto “bacino di alimentazione, linea delle nevi o di equilibrio, bacino di ablazione o scioglimento, fronte del ghiacciaio”. Tutto questo IN UN PERENNE MOVIMENTO: un oggetto lasciato sulla parte alta, dopo pochi anni lo ritroveremo nella parte bassa in scioglimento.

   Perché questa breve descrizione? Per inquadrare questo nostro “paesaggio che scompare”. Perché i ghiacciai alpini, ma in particolare quelli dell’area dolomitica sono in grande crisi, alcuni, i più piccoli, sono in fase di sparizione totale.

   Il ghiacciaio misura la sua POSSIBILITÀ DI “BENESSERE” E SOPRAVVIVENZA su DUE ELEMENTI: le PRECIPITAZIONI e la TEMPERATURA. ENTRAMBI QUESTI FENOMENI ORA SONO NEGATIVI PER I GHIACCIAI: diminuiscono le precipitazioni nevose invernali e la temperatura media si sta alzando. E per “ricostruire” la tendenza a un recupero e alla “fine della perdita” per i ghiacciai dolomitici, ci vorrebbero forse almeno trenta inverni a clima molto rigido e con abbondanti precipitazioni nevose.

   CHE FARE? Noi non pensiamo che nella condizione “micro”, regionale, territoriale, si possa fare molto (diverso invece è il discorso nel “macro”, iniziative globali mondiali per ridurre l’inquinamento e riportare il clima a condizioni di qualche decennio fa).

   Però, premesso che ci auguriamo che mai accada (come qualcuno forse sta prospettando) di “mantenere o costruire artificialmente il ghiacciaio” (magari “sparando acqua-neve” d’inverno, come si fa nelle piste da sci, per “incentivare le precipitazioni”; o coprire il ghiaccio di teloni che mantengano la temperatura fredda, come già si sta facendo in alcuni casi…), ebbene se è augurabile che questo non accada, è però anche vero che nell’ambito “micro”, regionale, territoriale, ALCUNE COSE NON POSSONO CHE DANNEGGIARE ALCUNI GHIACCIAI, come nel caso di quello della Marmolada: COME L’UTILIZZO A PISTA DA SCI, fenomeno di sfruttamento di un ecosistema che, come stiamo qui cercando di dimostrare, è già di per sè in forte disequilibrio.

   Necessitano pertanto anche decisioni coraggiose sia “macro” (l’eliminazione planetaria dell’uso dei combustibili fossili inquinanti) che “micro” (basta allo sfruttamento dei ghiacciai con piste da sci, ad esempio): un utilizzo meno impattante della montagna e di questi preziosi siti naturali che sono i ghiacciai (ora, in queste condizioni di disequilibrio ambientale, in via di estinzione). (s.m.)

……

   I ghiacciai in Europa stanno scomparendo. I ghiacciai europei sono infatti tra i più duramente colpiti dai cambiamenti climatici. A partire dalla prima metà del XIX secolo i PIRENEI hanno perso circa i due terzi della copertura di ghiaccio, con una marcata accelerazione dopo il 1980. Nelle ALPI quasi la metà dei ghiacciai è scomparsa da quando si è iniziato a monitorare il fenomeno (appunto due secoli fa, nei primi decenni dell’800).

   Ma non è solo un problema nelle Alpi (e nei Pirenei). In ALASKA ci sono i più drammatici esempi di cambiamento climatico, come appunto la avanzata recessione del ghiacciaio del massiccio del Muir, dove vengono interessati moltissimi ghiacciai e ci sono rischi catastrofici: le placche tettoniche, trovandosi improvvisamente senza ghiaccio e alleggerite, velocizzano i propri movimenti dando vita a molti terremoti.

   E la recessione dei ghiacciaio interessa anche l’HIMALAYA, che vanta la più vasta superficie occupata da ghiacci del mondo (al di fuori delle calotte polari), alimentando molti dei più grandi fiumi asiatici grazie ai quali sopravvivono quasi un miliardo di persone.

   Oppure in GROENLANDIA il ghiacciaio di Helheim e la sua rapidissima riduzione: dal 2000 in avanti, è calato di più di sette chilometri, ad una velocità media di 3,8 metri al giorno; e questo ha fatto approfittare le compagnie petrolifere per cercare petrolio e gas attraverso trivellazioni prima impedite dal ghiaccio (oltre al danno…).

   E poi il Kilimangiaro in AFRICA (nella TANZANIA nordorientale), ridottosi negli ultimi cento anni dell’85%: un’altra fonte d’acqua che per il continente africano, assetato, è stata oramai del tutto perduta.

   Il ghiacciaio Chacaltaya, in BOLIVIA, una volta tra le stazioni sciistiche più alte della terra, è completamente svanito (e così tutti o ghiacciai del terre andine sudamericane stanno del tutto scomparendo). E così sta accadendo negli USA (in MONTANA è rimasto il 25% del famoso Glacier National Monument).

   Da noi emblematica, per tutte, la situazione di disintegrazione dei GHIACCIAI TRENTINI (e la MARMOLADA fra Trento e Belluno). Per la situazione della Marmolada e dei ghiacciai trentini, vi invitiamo a vedere questo interessante breve reportage (QUI SOTTO IL LINK):

MARMOLADA. LA SOFFERENZA DEI GHIACCIAI TRENTINI

https://www.rainews.it/tgr/trento/video/2018/09/tnt-Ambiente-ghiacciaio-Marmolada-Meteotrentino-Val-di-Fassa-clima-ghiacci-d8256e0e-09b9-4a48-87bd-6a61f861b481.html

MARMOLADA

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I ghiacciai alpini hanno perso più del 50% della loro massa dalla fine dell’Ottocento, e l’estensione dei ghiacciai, che in Italia era di circa 700 chilometri quadrati a metà dello stesso secolo, si è quasi dimezzata raggiungendo i 360 chilometri quadrati ai giorni nostri, una quantità pari all’intero volume d’acqua del Lago di Garda.

 

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Masse di ghiaccio, riserve d’acqua dolce, attrazione turistica, laboratori scientifici a cielo aperto, termometri del riscaldamento medio globale, testimoni dell’impronta dell’uomo sull’ambiente. I GHIACCIAI SONO TUTTO QUESTO e ce lo racconta una mostra allestita al MUSE DI TRENTO, il celebre Museo della Scienza progettato da Renzo Piano, dal titolo “GHIACCIAI. IL FUTURO DEI GHIACCI PERENNI NELLE NOSTRE MANI”, VISITABILE FINO AL 23 MARZO 2019. Una mostra che fa il punto della situazione sul grave problema dello scioglimento progressivo dei ghiacciai, e invita a riflettere, partendo da QUATTRO PROSPETTIVE diverse: L’AMBIENTE NATURALE glaciale e le dinamiche che lo mantengono in equilibrio; le ATTIVITÀ SCIENTIFICHE e i rilievi che permettono di quantificare lo stato di salute dei ghiacciai e di studiare i cambiamenti climatici degli ultimi secoli; le AVVENTUROSE ESPLORAZIONI sui sentieri glaciologici; e le VICENDE STORICHE E I MITI legati ai luoghi più inospitali dell’ambiente montano.

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“Cosa dobbiamo aspettarci? In mancanza di interventi per ridurre in maniera drammatica il consumo di carburanti fossili responsabile dell’aumento delle temperature, la maggior parte del ghiaccio della Groenlandia potrebbe sciogliersi, facendo salire il livello del mare di 7 metri”, avverte Richard Alley, un glaciologo dell’Università americana Penn State. “Ciò accadrebbe nel corso di secoli: tuttavia esiste una soglia del riscaldamento che si rischia di oltrepassare nel giro di pochi decenni o giù di lì e se, varcata troppo a lungo, lo scioglimento della Groenlandia sarebbe irreversibile”, dice Alley.

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POLONIA, CONFERENZA ONU SUL CLIMA: È ALLARME GHIACCIAI – Nel dicembre scorso si è tenuta a KATOVICE, in Polonia, la COP24, CONFERENZA MONDIALE ONU SUI CAMBIAMENTI CLIMATICI. Tra gli EFFETTI PIÙ PERICOLOSI per il pianeta, secondo gli scienziati, VI È LO SCIOGLIMENTO DELLO STRATO GHIACCIATO presente sotto terra in CANADA, ALASKA e RUSSIA

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La mummia conservata al museo archeologico dell’Alto Adige di Bolzano

Il ritrovamento nel 1991 della MUMMIA DI ÖTZI, «l’uomo di ghiaccio tirolese», il cui corpo è stato scoperto nelle ALPI ORIENTALI, al CONFINE FRA ITALIA E AUSTRIA, è testimonianza evidente che l’attuale fase di ritiro dei ghiacci non era mai stata raggiunta negli ultimi 5.200 anni; la mummia risale infatti al 3300-3100 a.C. e si sarebbe decomposta in caso contrario, mentre è stata ritrovata in perfetto stato di conservazione. (Massimo Frezzotti, da “La Lettura” de “Il Corriere della Sera” del 27/1/2019)

Il luogo del ritrovamento poco sopra al rifugio del SIMILAUN

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Da sempre affascinata dalla natura solida ma impermanente del ghiaccio, dalla sua aspra, desolata bellezza, la scrittrice e poetessa NANCY CAMPBELL nel 2010 ha lasciato l’impiego presso un commerciante londinese di libri e manoscritti, per lavorare come scrittore in residenza «nel museo più settentrionale del mondo», sull’ISOLA di UPERNAVIK, sulla costa nord-occidentale della GROENLANDIA. Per sette anni ha esplorato ghiacciai, lande artiche, vetrati, gelo, neve. Bianchi e remoti reami scivolati nelle pagine di “LA BIBLIOTECA DEL GHIACCIO. LETTURE DAL FREDDO” (Bompiani, uscito il 31 gennaio), un libro di memorie sulla sua avventura alla ricerca del ghiaccio che scompare nel mondo. (Laura Zangarini, “La Lettura”, “Corriere della Sera” del 27/1/2019)

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SVIZZERA. Il ghiacciaio del Rodano coperto dai teli geotessili – Ratoppi un po’ paradossali allo scioglimento dei ghiacciai, come nelle Alpi Svizzere dove stanno coprendo con delle lenzuola bianche alcune parti del Ghiacciaio del Rodano (secondo gli scienziati infatti il tessuto rifletterebbe i raggi solari, ponendo così un freno allo scioglimento). Oppure sparare la neve artificiale sui ghiacciai

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LE CARTINE SULL’ACCESSIBILITÀ ALL’ARTICO CON IL RITIRO DEL GHIACCIO – Il cambiamento climatico giova a chi avrà il controllo delle risorse agricole (USA, RUSSIA e CANADA) e a chi usufruirà delle nuove rotte commerciali (come la CINA)

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CAMBIAMENTI CLIMATICI PLANETARI E CHI DOMINERA’ IL MONDO – Nella cartina qui sopra sono disegnate le aree a coltura diversa: IL GIALLO È IL DESERTO (un terzo dell’Africa); guardiamo il CELESTE: quello PIÙ CHIARO (MIDDLE WEST USA E KAZAKHISTAN) è attualmente il granaio del mondo; poi, CON L’AUMENTO DELLA TEMPERATURA della superficie terrestre andranno A COLTURA CEREALICOLA LE AREE CELESTE SCURO. – IL CONTROLLO SU ALCUNE RISORSE ALIMENTARI FONDAMENTALI, derivanti dalla messa a coltura di nuove aree produttive, SARANNO IN MANO a CANADA, STATI UNITI e RUSSIA SIBERIANA, con una prevedibile dialettica con il grande serbatoio di popolazione (leggi: consumatori) collocato tra India, Cina e Sudest asiatico (e in futuro anche l’Africa); ciò rende chiaro quale sarà il futuro bipolarismo, tra USA e RUSSIA, destinate a organizzare il monopolio, in particolare nei confronti dell’immensa AREA di consumatori AFRO/INDO/CINESE. (Mario Fadda)

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L’AGONIA DEL GHIACCIO

di Massimo Frezzotti, da “La Lettura” de “Il Corriere della Sera” del 27/1/2019
Il ritiro dei ghiacciai è uno degli indicatori macroscopici dei cambiamenti climatici globali più visibile su scala planetaria. I ghiacciai agiscono come importanti regolatori del ciclo idrico stagionale, poiché la loro fusione rifornisce di acqua molte regioni del mondo durante le stagioni secche. I ghiacciai alpini, inoltre, essendo costituiti quasi esclusivamente da ghiaccio a temperatura prossima a quella di fusione, sono sentinelle particolarmente attente alle variazioni di temperatura, soprattutto nei mesi estivi.
La riduzione degli stessi porta spesso alla destabilizzazione dei pendii montani e alla formazione di Continua a leggere

VENEZIA (e le altre città d’arte): SENZA RESIDENTI NON C’È CITTÀ – Il difficile rapporto con il TURISMO (distruzione del tessuto urbano o risorsa per le ristrutturazioni?) – Come superare il MONOPOLIO TURISTICO e creare possibilità di vita e reddito ai residenti? – UN DECALOGO DI PROPOSTE POSSIBILI

Mercato del pesce a Rialto – I RESIDENTI, RIVOGLIONO LA LORO RIALTO – L’associazione «RIALTO NUOVO», fatta di 4.500 aderenti, il 10 per cento della popolazione, chiede un RECUPERO ARCHITETTONICO E COMMERCIALE DI RIALTO; in particolare il RESTAURO DELLA LOGGIA DELLA PESCHERIA, palazzina neogotica dei primi del Novecento, e le FABBRICHE NUOVE, costruzione di Jacopo Sansovino del 1550; i due edifici sorti nel luogo in cui da mille anni vive il mercato di Rialto; arrivando così a un rilancio commerciale di Rialto. (foto da http://www.fashionfortravel.com/)

   La crisi di Venezia (e, forse in misura un po’ meno evidente di tutte le cosiddette “città d’arte”) è data da due elementi che si interconnettono:
1 – L’ENORME MASSA DI TURISTI che la città deve riuscire a gestire nel proprio tessuto urbano (Venezia negli anni ’70 del secolo scorso, 40 anni fa, aveva circa 2 milioni di turisti all’anno, e non era certo vuota; ora ne conta 30 milioni in un anno….)(la caduta del muro di Berlino, dal 1989 in poi, ha inciso drasticamente nel turismo dall’est; e poi a seguire tutte quelle popolazioni che si sono affacciate al benessere e alla possibilità di viaggiare, come adesso i cinesi cui ora a Venezia se ne vedono moltissimi…);
2 – LO SPOPOLAMENTO PROGRESSIVO DI VENEZIA DEI SUOI RESIDENTI STORICI è il secondo fattore non meno problematico nella crisi dei modi di vita quotidiana che ogni città deve poter esercitare (Venezia è una città economicamente cara per viverci; ci sono poche attività al di là della monocultura turistica; restaurare le case e i palazzi costa; “l’assedio” del turismo è problematico nella vita di ogni giorno….).

(la LAGUNA di Venezia vista dall’alto, da Wikipedia) – PIER LUIGI CERVELLATI: «UN CENTRO È TROPPO FACILE CHE SLITTI IN SHOPPING CENTER. Ed è infatti quel che è accaduto a partire dagli anni Cinquanta del Novecento. Allora (a Bologna, ma anche in altre città, ndr) se ne sono cominciati ad andare i residenti. (…..) decine e decine di BANCHE si piazzarono dove c’erano NEGOZI e BOTTEGHE…. Ora se ne sono andate anche le banche e SONO ARRIVATI SUPERMERCATI E NEGOZI D’ABBIGLIAMENTO. Domanda: È L’ECONOMIA LEGATA AL TURISMO CHE HA IMPRESSO QUESTI CAMBIAMENTI? «Da ultimo sì. Perché dovrei affittare un appartamento a chi vorrebbe risiedervi se mettendolo su AIRBNB guadagno quattro volte tanto con un affitto turistico per una settimana o un week end? A Firenze, a Roma e anche altrove una parte crescente di abitazioni in centro non appartiene a residenti. Non parliamo di Venezia. Ora, non dovunque, ma LO SPOPOLAMENTO È SPAVENTOSO». QUALI SONO LE CONSEGUENZE? «SENZA RESIDENTI NON C’È CITTÀ. NÉ STORICA NÉ D’ALTRO TIPO». (intervista a PIER LUIGI CERVELLATI di Francesco Erbani, da “la Repubblica” del 12/11/2018)

   Fenomeni che riguardano non solo Venezia ma anche altre città turistiche (e pensiamo poi a Roma, dove la bellezza architettonica d’arte diffusa in tutto il centro storico raccoglie turismo, che poi è anche indirizzato alla Roma come capitale del cattolicesimo; e inoltre Roma è capitale politica d’Italia con ministeri, il Parlamento, strutture annesse, e tutto quanto riguarda l’affollamento dato dalle istituzioni politiche…troppe cose…).

Venezia durante lo scorso Carnevale (2018) (foto da “La Stampa.it” – “Bisogna partire da una visione realistica non dalle utopie”. MASSIMO CACCIARI risponde a Pier Luigi Cervellati sulla questione dello svuotamento dei centri storici ridotti a grandi shopping center……. “Sarebbe un’idea strepitosa se fosse fattibile, ma non lo è. Tutte le persone ricche e straricche che abitavano sul Canal Grande quando ero ragazzo hanno scelto di andarsene perché i costi di manutenzione di una residenza storica sono incompatibili con le tasche di chicchessia”… “Sono discorsi destinati a cadere nel vuoto perché ignorano il contesto storico, economico, sociale in cui ci troviamo. Sono proposte assolutamente irrealizzabili, sia nei centri storici italiani sia in quelli di Parigi, Vienna o Londra. A Manhattan come a Trafalgar Square. Il fenomeno che viviamo in Italia è analogo a quello di tutti i centri storici delle maggiori città del mondo, dove funzioni più redditizie di quelle residenziali diventano competitive”…. (Intervista di Raffaella De Santis a Massimo Cacciari, “la Repubblica” del 13/11/2018)

   Vien da pensare che, rimanendo sul tema di Venezia e dei suoi problemi, è necessario che vi siano provvedimenti virtuosi, determinati e concreti, che ristabiliscano l’equilibrio perduto di una mirabile città che sta diventando (è diventata?) una “non-città”.

(Rialto, Loggia della Pescheria, da Wikipedia) – DONATELLA CALABI, docente di Storia della Città allo Iuav: “L’idea di UN MUSEO DELLA CITTÀ INCENTRATO SULL’ARGOMENTO DEL MERCATO E DEL COMMERCIO INTERNAZIONALE (…), mettendo in rete vari musei, come quello della Laguna, che sta nascendo». «Venezia ha tanti musei con opere e testimonianze eccezionali ma nessuno racconta una storia – fa eco LUCA MOLÀ, veneziano, docente di Storia del Rinascimento a Warwick (Regno Unito) – IL MUSEO DI RIALTO INVECE RACCONTERÀ UNA STORIA, QUELLA DELLA CITTÀ DAL PUNTO DI VISTA DEI TRAFFICI, DELL’ECONOMIA, DELLA PRODUZIONE». Una storia densa perché Venezia era una città-mondo e Rialto riassumeva tutte le funzioni: City, agorà, foro, porto, fabbrica. E lì è nato il primo ufficio brevetti della storia nel 1474 (I provveditori di comùn), il copyright per registrare i marchi di fabbrica e le botteghe, è il luogo di shopping di tessuti pregiati e raffinatissimi gioielli, è pure il primo posto dove si può comprare una specie di giornale, gli «avvisi», che riportavano notizie finanziarie e commerciali da tutto il mondo. Di testimonianze da esporre, i musei e le istituzioni cittadini, traboccano. All’archivio di Stato, Molà ha trovato in un registro notarile il documento che testimonia il prestito di Marco Polo al mercante a Rialto e anche la trascrizione di un accordo su di una proprietà a San Marcuola. (da Corriere del Veneto del 22/1/2019)

   Per questo la singola iniziativa di un’associazione («Rialto Nuovo», fatta di 4.500 aderenti, il 10 per cento della popolazione), che chiede un RECUPERO ARCHITETTONICO e COMMERCIALE di RIALTO (con il restauro della Loggia della Pescheria e delle Fabbriche Nuove, per ridare vita quotidiana al mercato lì presente da sempre, arrivando così a un rilancio commerciale dell’area del famoso ponte), ebbene questa iniziativa può andare nel senso di iniziare a ristabilire elementi di possibile quotidiana vita attiva per la città (per i residenti storici, per i nuovi, e anche per chi si stabilisce per un certo periodo con continuità a Venezia, come gli studenti…). E’ da vedere se il progetto (speriamo) si realizzerà.

(nella foto: Rialto, FABBRICHE NUOVE, progetto di Jacopo Sansovino del 1553, da Wikipedia) – “PROPOSTA RIALTO” – NELLE FABBRICHE NUOVE, di proprietà demaniale, al PIANO TERRA si riorganizzerebbe e rilancerebbe IL MERCATO ITTICO e al PRIMO PIANO si allestirebbe UN PADIGLIONE GASTRONOMICO in cui degustare il pesce, fornito dal mercato sottostante e cucinato secondo le ricette tradizionali veneziane. Esattamente come avviene a Barcellona, a Parigi, ad Amburgo e come si apprestano a fare anche a Londra. Tutte grandi e belle città, ma dalle quali Venezia può solo essere invidiata. (…)(Carlo Vulpio, da “La Lettura” de “il Corriere della Sera” del 20/1/2019)

   Ora, con la Finanziaria 2019, Venezia (il Comune) può stabilire (come da tempo chiedeva) una “tassa di ingresso” alla città, per tutti quelli che non si fermano (e non pagano tassa di soggiorno) e hanno un rapporto breve, estemporaneo con Venezia, di qualche ora, ma ugualmente invasivo nell’utilizzo della città e dei suoi servizi. Noi non sappiamo se questa è una soluzione al limitare della presenza turistica (come impedire o limitare l’ingresso a chi vuole vedere la bellezza di Venezia almeno per un giornata?!?); ma l’amministrazione comunale la mette in altro modo che ci pare serio: non parliamo di tassa per entrare, ma di “contributo a Venezia”, alle sue necessità per far funzionare al meglio i suoi servizi (la pulizia, l’igiene, la conservazione dei monumenti, il controllo urbano della polizia locale…).

PIER LUIGI CERVELLATI «C’è tanto da fare nelle città storiche». Domanda: CHE COSA? «IL RESTAURO URBANO. Il restauro non del singolo edificio, ma di un complesso di edifici, risalendo al concetto per cui la città storica non è solo contenitore di monumenti, ma luogo di vita, di attività». Domanda: E SE QUESTA VITA E QUESTE ATTIVITÀ NON CI SONO PIÙ? «Dobbiamo riportarcele» «A Bologna negli anni ’70 utilizzammo LE NORME DELL’EDILIZIA POPOLARE, ma invece di costruire in periferia con soldi pubblici cercammo di RISANARE LE ABITAZIONI perché ci potesse restare a vivere chi altrimenti sarebbe stato espulso da pure logiche di mercato…e la tutela della residenza non è un principio del passato, si può riproporre…… Insieme all’associazione Bianchi Bandinelli abbiamo messo a punto una proposta di legge che salvaguarda la città storica nel suo insieme, VIETANDO DEMOLIZIONI E RICOSTRUZIONI, e prevede un intervento pubblico affinché i tanti SPAZI VUOTI O ABBANDONATI ATTRAGGANO NUOVI RESIDENTI di tutti i ceti sociali. E perché SIANO FERMATI I CAMBI DI DESTINAZIONE D’USO DI UN IMMOBILE da abitativo ad altro. Così si salva non solo la città storica, ma la città tutta». (intervista a PIER LUIGI CERVELLATI di Francesco Erbani, da “la Repubblica” del 12/11/2018)

   Inoltre le limitazioni a certi luoghi (campi, campielli, piazza San Marco…) nel caso di eventi straordinari “di massa” (ancor più affollati della normalità già problematica) (il Carnevale, il Redentore, un concerto di una star della musica…), queste limitazioni sono cose difficili ma necessarie: antipatiche per chi arriva ai tornelli e viene impedito nell’ingresso, ma non vediamo come altrimenti si possa fare.
Insomma è da individuare politiche che contengano e organizzino dignitosamente la massa turistica; e dall’altra politiche che favoriscano il ripopolamento della città.

(foto da Il Post.it: il varco posto all’inizio di lista di Spagn accanto al Ponte degli Scalzi) – LE SOLUZIONI DEVONO ESSERE POLITICHE, PIÙ CHE ESTETICHE? CACCIARI: «Possiamo solo cercare di governare la trasformazione. A VENEZIA C’ERANO DUE MILIONI DI TURISTI ALL’ANNO NEGLI ANNI SETTANTA, ADESSO CE NE SONO TRENTA MILIONI. Ed è una pressione irresistibile, una domanda che continuerà a crescere. Pochi anni fa non c’erano i cinesi, non c’erano i russi. Adesso sì, a valanghe. Sarà dura. Il consumo della città aumenta vertiginosamente. Un monumento visitato da dieci persone soffre di meno di un monumento visitato da dieci milioni. BISOGNA LAVORARE SULL’ORGANIZZAZIONE DEL FLUSSO TURISTICO, renderlo più razionale nelle città più martellate, ma certo non è pensabile disincentivare il turismo. Vorrebbe dire farsi del male, in Italia è l’unica risorsa che abbiamo»….«Il problema italiano è che stiamo diventando una monocultura. Il turismo dovrebbe affiancarsi ad altro. Dovremmo riuscire a far decollare nei centri storici altre attività, direzionali e terziarie: aziende, centri di ricerca, attività di formazione, università».(..) (Intervista di Raffaella De Santis a Massimo Cacciari, “la Repubblica” del 13/11/2018)

Abbozziamo qui UN DECALOGO DI PROPOSTE. Dieci punti che potrebbero essere una base di intenti.
1- SENZA RESIDENTI NON C’È CITTÀ. Si può agire con la LEVA FISCALE, cioè ad esempio favorendo massicciamente l’affitto in centro storico per giovani che vogliono risiedervi (non auspicabile una Venezia fatta di soli anziani… nelle città storiche allo spopolamento si affianca l’invecchiamento dei residenti…).
2- CONTRASTARE, CON UN SERIO PIANO URBANISTICO, IL CAMBIO DI DESTINAZIONE D’USO DI FABBRICATI DA RESIDENZIALE A COMMERCIALE. Impedire così che immobili classificati come abitazioni, anche se sfitte o disabitate, si trasformino in qualcos’altro rispetto alla residenzialità. Per far questo però è necessario applicare le possibili proposte che abbiamo inserito nei qui due successivi punti.
3- SVILUPPARE INIZIATIVE PUBBLICHE DI EDILIZIA POPOLARE, con il restauro di abitazioni malandate da ristrutturare, a condizioni super-agevolate a famiglie che voglio andarci ad abitare (ovviamente con controlli severi che non si verifichino fenomeni e abusi speculativi) (potrebbero essere proprietà date in affitto a chi è interessato ad andare ad abitare stabilmente a Venezia, con severo controllo che il canone sia equo e non speculativo).
4- METTERE A DISPOSIZIONE DEI PRIVATI (anche Imprese di costruzione e vendita) PALAZZI E FABBRICATI di proprietà pubblica ma che stanno cadendo, sono abbandonati; al fine dell’utilizzo residenziale (stabilendo quote di appartamenti di lusso e popolari da vendere o affittare). Creando così un intervento privato-pubblico affinché i tanti spazi vuoti o abbandonati attraggano nuovi residenti di tutti i ceti sociali.

NON È TRISTE VENEZIA” (Manni Editore, ottobre 2018, euro 15,0) è un lungo reportage del giornalista FRANCESCO ERBANI, che con pazienza esamina dati, parla con studiosi, incontra associazioni, affronta i centri di potere cittadini. Tra chi ha continuato a fare libri con la cura di una forma di artigianato c’è la casa editrice CORTE DEL FONTEGO. (…..) In NON È TRISTE VENEZIA sono presenti molti degli autori legati alla Corte del Fontego, dall’urbanista Franco Mancuso, all’ex preside dello Iuav Edoardo Salzano, alla presidente della sezione locale di Italia Nostra Lidia Fersuoch. UN INTERO CAPITOLO DEL REPORTAGE DI ERBANI È DEDICATO ALLA LAGUNA di Venezia: un luogo specifico, vivo, unico. Il rapporto tra Venezia e la sua Laguna è il principio di tutto. La ricerca incessante di un equilibrio ha ridefinito continuamente lo spazio, introdotto saperi e pratiche sperimentali, indotto una forma di governo del territorio che si occupava della gestione delle acque fino ai boschi di montagna. VIGEVA IL CRITERIO DELLA REVERSIBILITÀ: qualsiasi intervento, grande o piccolo, doveva prevedere la possibilità di tornare indietro, di ripartire da capo, di ripristinare le condizioni di partenza. (Marco De Vidi, 22/1/2018, da www.esquire.com/)

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5- INCENTIVARE E AIUTARE L’INSEDIAMENTO DI ATTIVITÀ DI STUDIO E RICERCA, ed è quel che potrebbero fare (e organizzare) le UNIVERSITÀ, con le loro attività e necessità di ampliare formazione e ricerca. Oppure, IL PRIVATO, le imprese: quanti servizi non strettamente legati alla produzione possono tornare o essere collocati in centro…
6- INCENTIVARE IL RITORNO DELLE ATTIVITÀ ARTIGIANALI controllate e certificate (ora molte attività pseudo veneziane sono in mano al commercio globale con prodotti che di “veneziano” non hanno nulla), dando a queste attività genuinamente originali, aiuti attraverso detrazioni, crediti di imposta sugli affitti, servizi comunali gratuiti…;
7- I RESIDENTI A VENEZIA NON POSSONO SOSTENERE COSTI DI VITA QUOTIDIANA (alimentare e altro) PIÙ ONEROSI DI CHI VIVE ALTROVE. I prezzi a Venezia ora sono molto elevati anche per i residenti. E’ anche in questo caso che si può agire con la leva fiscale, con agevolazioni sulle tasse e le imposte…;
8- LAVORARE SULL’ORGANIZZAZIONE DEL FLUSSO TURISTICO, renderlo più razionale; tentare di “diffonderlo” in luoghi adesso del tutto non utilizzati (come le numerose isole della Laguna ora abbandonate…) (ma è impensabile che il turista straniero non possa fare una capatina a Piazza San Marco, in Riva degli Schiavoni…), SENZA COMUNQUE DISINCENTIVARE IL TURISMO, che in Italia è l’unica risorsa che abbiamo (se è possibile “diffonderlo, estenderlo” meglio, far vedere cose, architetture, chiese, momenti di convivialità o ristorazione, che adesso vengono trascurati…).

“LA VENEZIA CHE VORREI (parole e pratiche per una città felice)”, antologia curata da Elisabetta Tiveron e Cristiano Dorigo (Helvetia Editrice, settembre 2018, euro 12,75), raccoglie i contributi di: Shaul Bassi con Lala Hu e Leatitia Ouedraogo, Gianni Berengo Gardin, Gianfranco Bettin, Enrico Bettinello, Renzo Di Renzo, Cristiano Dorigo, Gianni Favarato, Roberto Ferrucci, Maria Fiano e Beatrice Barzaghi, Federico Gnech, Mario Isnenghi, Maddalena Lotter, Giovanni Montanaro, Edoardo Pittalis, Tiziana Plebani, Anna Poma, Tiziano Scarpa, Lucio Schiavon, Elisabetta Tiveron, Anna Toscano, Alberto Toso Fei, Gilda Zazzara, Julian Zhara

9- CERCARE DI INCIDERE VIRTUOSAMENTE SUI FLUSSI TURISTICI, ad esempio prospettando incentivi o, al contrario, penalizzazioni, alle Agenzie di viaggio italiane ed estere (ma anche sui Provveditorati scolastici riguardo alle gite scolastiche); per dirottare molto turismo in certi periodi meno affollati o in luoghi di Venezia meno oberati di turismo. Pertanto arrivare a PROGRAMMARE ALLA PARTENZA GLI ARRIVI.
10- VENEZIA DEVE TORNARE AD ESSERE SE STESSA. Le Corbusier la riteneva come “IL MODELLO PER OGNI CITTÀ DEL FUTURO”. Venezia deve superare la monocultura turistica con altre attività al pari importanti, sia come CITTÀ DI SPERIMENTAZIONE E RICERCA (dando spazio a tutti quelli, istituzioni e singoli, che rappresentano qualcosa di innovativo nel panorama mondiale), che con il RECUPERO DEI SAPERI ACCUMULATI NEI SECOLI (con l’apertura al mondo che l’accompagna da sempre). E il ritorno a dare valore ai propri abitanti (residenti, che abbiamo fin qui detto), va accompagnato con una PIÙ CORRETTA E DECISA ATTENZIONE AL PROPRIO TERRITORIO (ora in difficoltà, non solo con la monocultura turistica, ma anche con il fallimento del progetto MOSE, e con tanti centri commerciali…come quello sorto nel Fondaco dei tedeschi, oppure il centro commerciale in Stazione…. tutti rivolti al mero consumo dei milioni di visitatori)(ma non si poteva recuperare il Fondaco dei tedeschi, come si vorrebbe ora fare con Rialto, con finanziamenti e progetti un po’ più innovativi?!). (s.m.)

(FOTO da http://www.esquire.com/ gettyimages – A VENEZIA esistono le condizioni per prefigurare UN ORGANISMO URBANO DEL FUTURO: perché NON CRESCE e NON CONSUMA SUOLO, perché NON SPRECA RISORSE, perché RIUSA TUTTO (dall’acqua ai materiali edili) e si è sempre ricostruita su sé stessa, utilizzando moduli costantemente replicabili e mai monotoni, perché insegna la manutenzione, perché è OSPITALE, MULTICULTURALE e MULTIETNICA, perché si circola SENZA MACCHINE, perché coltiva gli SPAZI PUBBLICI, perché anche gli elementi più privati di un edificio hanno una DIMENSIONE PUBBLICA, perché ha conservato per secoli (tranne che nell’ultimo) un’eccezionale RELAZIONE FRA IL COSTRUITO E IL SUO AMBIENTE, CIOÈ LA LAGUNA. (Francesco Erbani, dal libro-reportage “NON È TRISTE VENEZIA” (Manni Editore, ottobre 2018, euro 15,00)

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ANCHE MARCO POLO INVESTE SU RIALTO

di Carlo Vulpio, da “La Lettura” de “il Corriere della Sera” del 20/1/2019
Non sarà la laguna a inghiottire Venezia, e nemmeno l’orda continua dei turisti a farla sprofondare. Da queste due calamità, in qualche modo, Venezia si salverà. Non potrà far nulla invece se si spegnerà la sua vitalità. Se continuerà cioè il suo declino demografico e ancor più se con il corpo della città se ne andrà anche la sua anima. Continua a leggere

SCHIAVI DEL TERZO MILLENNIO – La condizione degli immigrati peggiora sempre più: spesso sfruttati nei lavori più bassi e con una regolarizzazione quasi impossibile; con paesi di provenienza afflitti da guerre e aridità da cambiamenti climatici – Come riuscire a progettare un futuro insieme di reciproco benessere?

(foto da “Il Fatto Quotidiano”) – «I MIGRANTI CI COSTANO; NON SOLO, MA GRAVANO SUL BILANCIO DEI NOSTRI SISTEMI SANITARI». E ANCORA: «I MIGRANTI DIFFONDONO MALATTIE». È DAVVERO COSÌ? Il «LANCET» — la più grande rivista di medicina dell’Europa — ha voluto vederci chiaro e ha lanciato un’iniziativa molto speciale: l’hanno chiamata COMMISSION ON MIGRATION AND HEALTH, si trattava di individuare venti esperti fra sociologi, economisti, studiosi di salute pubblica e di diritto internazionale, umanisti e antropologi da almeno 13 Paesi diversi — che poi si sarebbero incontrati in varie occasioni — con l’obiettivo di studiare questo problema in ogni possibile dettaglio e arrivare a un documento condiviso che potesse eventualmente essere utilizzato da chi ha responsabilità di governo per orientare le proprie scelte. IL RISULTATO È SORPRENDENTE (vedi in questo post l’articolo ripreso da LA LETTURA del Corriere della Sera del 13/1/2019)

   Sempre più vengono segnalati casi di sfruttamento da schiavitù per tanti immigrati (regolari e non) in Italia. E questo non sta accadendo solo al sud (gli immigrati utilizzati a 2 euro l’ora per la raccolte dei pomodori…) ma anche nel “ricco” Nordest, dove finora, aldilà di enunciazioni xenofobe, negli anni gli immigrati si sono inseriti abbastanza bene nelle realtà locali (là dove hanno trovato lavoro). Le mafie (specie nel lavoro nei campi), le “Agromafie” come vengono chiamate (ma non ci sono fenomeni mafiosi di sfruttamento degli immigrati solo in agricoltura…), hanno mutato ogni rapporto (più o meno) corretto con gli immigrati.

I BRACCIANTI «INVISIBILI»: «NEI CAMPI D’ITALIA CENTOMILA SCHIAVI»

   All’aspetto criminoso e di sfruttamento del fenomeno immigrazione, questo stesso fenomeno, lo vogliamo qui anche vedere nei suoi aspetti positivi, che ci sono. E per questo riprendiamo alcuni dettagli da uno studio di una rivista di medicina (LANCET, ripresa da un articolo dalla “Lettura” del “Corriere della Sera” del 13 gennaio scorso) dove, nei vari ambiti di presenza degli immigrati (nel lavoro, nelle strutture sanitaria…) si dimostra che il loro esserci ha portato a un aumento della quantità e qualità dei servizi, della produzione artigianale e industriale. Pertanto si cerca di dimostrare (nella ricerca Lancet) che una (nostra) società multietnica, pur nella conservazione delle nostre abitudini, valori tradizioni… con l’arrivo dell’“altro” è stata arricchita, è anche migliorata nei servizi.


La paura di troppi immigrati che arrivano può essere plausibile, e una regolamentazione e “limite” è sicuramente necessario. Però è anche vero che se andiamo a vedere i numeri di altri Paesi europei (la Germania, la Francia, la Gran Bretagna…), la presenza di persone provenienti da altri Paesi è ben superiore alla nostra. E che la “percezione di paura” dell’“invasione” è eccessiva ed esagerata, e spesso “creata ad arte”, cioè con messaggi subliminali che vanno oltre l’effettiva realtà delle cose.
E’ comunque in questo ambito (di rapporto con gli altri, gli immigrati) che ci si accorge del crescere del loro sfruttamento, fino ad arrivare a vere e proprie forme di schiavismo, a sud e a nord della penisola italica.

La votazione definitiva alla Camera – IL DECRETO “SICUREZZA” APPROVATO IL 28/11/2018 – “(….) La parte del decreto che ha suscitato maggiori discussioni è quella sull’IMMIGRAZIONE, che è anche la più corposa. (…) Le norme vanno tutte più o meno nello stesso senso: RENDERE PIÙ DIFFICILE AI RICHIEDENTI ASILO RESTARE IN ITALIA, PIÙ FACILE TOGLIERE LORO LO STATUS DI PROTEZIONE INTERNAZIONALE, in particolare se hanno commesso reati, e infine RISPARMIARE SULLA GESTIONE DELLA LORO PRESENZA IN ITALIA, anche a costo di peggiorarne le condizioni di vita (…..)”.(da IL POST.IT del 28/11/2018, http://www.ilpost.it/)

   E poi si aggiunge, adesso, una normativa molto penalizzante, e se si vuole “crudele” nei suoi effetti, circa il riconoscimento dei diritti fondamentali delle persone immigrate.
La legge denominata “DECRETO SICUREZZA” approvata definitivamente dalla Camera dei deputati il 28 novembre scorso, si concentra, come “pericolo” della sicurezza del cittadino, esclusivamente sugli immigrati, che così da tema politico, sociale e culturale di integrazione, diventa esclusivamente un tema di ordine pubblico, di polizia. Il “decreto sicurezza” regola la presenza dei migranti in maniera molto restrittiva, ad esempio abrogando il permesso di soggiorno per motivi umanitari e togliendo la protezione a chi chiede asilo proveniente da paesi dove ha subìto trattamenti disumani e degradanti.

IL DECRETO “SICUREZZA” APPROVATO IL 28/11/2018 – “(….) Il punto principale del decreto è la CANCELLAZIONE DEI PERMESSI DI SOGGIORNO UMANITARI, una delle tre forme di protezione che potevano essere accordate ai richiedenti asilo (insieme all’ASILO POLITICO vero e proprio, e alla PROTEZIONE SUSSIDIARIA). LA PROTEZIONE UMANITARIA, come veniva spesso chiamata, durava per due anni e dava accesso al lavoro, alle prestazioni sociali e all’edilizia popolare. Al suo posto il decreto introduce una serie di permessi speciali (per protezione sociale, per ragioni di salute, per calamità naturale nel paese d’origine), della durata massima di un anno. (da IL POST.IT del 28/11/2018, http://www.ilpost.it/)

   Così impedendo ai Comuni forme di regolarizzazione anagrafica (che potevano ed erano non solo forme di integrazione, umanità, ma se si vuole ragionando con “sano egoismo”, erano anche forme di “controllo” delle persone, degli immigrati); e “buttando sulla strada” e nella clandestinità tutti quelli che potevano vantare ragioni di necessaria protezione da violenze e abusi cui essi avevano subìto nei loro Paesi di origine.
Questa legge sulla sicurezza prevede di fatto l’abrogazione della protezione per motivi umanitari, che era prima prevista: le questure concedevano un permesso di soggiorno ai cittadini stranieri che presentavano seri motivi in particolare di carattere umanitario, oppure alle persone che fuggivano da emergenze come conflitti, disastri naturali o altri eventi di particolare gravità in paesi non appartenenti all’Unione europea.

IL DECRETO “SICUREZZA” APPROVATO IL 28/11/2018 – “(….) Il decreto AUMENTA IL TEMPO MASSIMO NEL QUALE GLI STRANIERI POSSONO ESSERE “TRATTENUTI” (cioè obbligati a rimanere) nei CENTRI DI PERMANENZA PER IL RIMPATRIO (CPR) da 90 a 180 giorni. Per effettuare più rapidamente i rimpatri, il decreto stabilisce anche un moderato incremento di fondi: 3,5 milioni di euro in tre anni. Calcolando che un rimpatrio costa, a seconda delle stime, tra i 4 e i 10 mila euro in media, significa che queste risorse aggiuntive permetteranno al massimo di effettuare 875 rimpatri in più nell’arco di tre anni. (da IL POST.IT del 28/11/2018, http://www.ilpost.it/)

   Viene tolta questa protezione per motivi umanitari anche a quei cittadini stranieri che, se li si espelle, vanno incontro a persecuzione nel loro paese; oppure, tornando, sono quasi sicuramente vittime di sfruttamento lavorativo o di tratta. In questi casi, prima di questa legge, la durata della protezione era variabile da sei mesi a due anni ed era rinnovabile. Ora niente più di tutto questo.
Gli stranieri che sono trattenuti nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (Cpr), ex Cie (Centro di Identificazione ed Espulsione), in attesa di essere rimpatriati, con il nuovo decreto potranno essere trattenuti fino a un massimo di 180 giorni (precedentemente potevano essere trattenuti per un massimo di 90 giorni).

IL DECRETO “SICUREZZA” APPROVATO IL 28/11/2018 – “(….) – Un’altra parte molto criticata del decreto è quella che DEPOTENZIA IL SISTEMA SPRAR (Sistema Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati, ndr), cioè l’ACCOGLIENZA DIFFUSA (come spesso viene chiamata) GESTITA DAI COMUNI che serve a fornire ai richiedenti asilo CORSI DI LINGUE E ALTRI PERCORSI DI INTEGRAZIONE. Il sistema sarà LIMITATO a coloro che hanno visto accogliere la loro domanda di protezione internazionale, NON POTRANNO PIÙ INVECE PRENDERVI PARTE COLORO CHE SONO ANCORA RICHIEDENTI. Questi ultimi saranno quindi trasferiti nei centri di accoglienza ordinari, dove attenderanno le decisioni sulle loro domande senza svolgere particolari attività o corsi. (da IL POST.IT del 28/11/2018, http://www.ilpost.it/)

   I “richiedenti asilo” possano essere trattenuti per un periodo al massimo di trenta giorni nei cosiddetti HOTSPOT (che sono strutture allestite per identificare rapidamente, registrare, fotosegnalare, raccogliere le impronte), Hotspot che devono esserci nei paesi di primo arrivo (come l’Italia, la Grecia…) per poi trasferirli come richiedenti asilo nei Paesi disponibili….. Insomma un decreto “sicurezza” assai contestato (specie da alcuni sindaci), che rischia di essere un’eterogenesi dei fini, cioè di portare fuori controllo il fenomeno immigrazione, con la crescita della clandestinità, degli irregolari.

Agromafie e caporalato, quarto rapporto, 13 ago 2018

“(…) Un’unica filiera che li accompagna dalla partenza all’arrivo e “organizza” l’inserimento nel mondo del lavoro. Vere e proprie società di servizi che gestiscono il percorso migratorio, con il passaggio della frontiera, per poi prendersi una fetta del salario per l'”intermediazione” con l’azienda agricola per cui lavori. Si tratta di organizzazioni che da una parte speculano sulla disperazione di chi non vede altre alternative se non migrare e dall’altra approfitta dell’assenza, in nome della lotta ai “clandestini”, di canali immigratori legali e sicuri. Una volta giunti in Italia le organizzazioni perfezionano l’assoggettamento delle persone sia nei luoghi di lavoro, ad opera dei caporali, sia in altre occasioni anche attraverso, ad esempio, l’imposizione del prestito ad usura. Modalità che oltre ad arricchire i gruppi criminali sortiscono l’effetto di tenere a bada le comunità di riferimento. L’agricoltura, un settore poco regolato, spesso al riparo da occhi indiscreti e che ha bisogno di importanti apporti di manodopera non specializzata per periodi determinati di tempo rappresenta il terreno ideale per questi gruppi criminali. E’ una delle conclusioni a cui arriva uno studio curato da Francesco Carchedi intitolato “I lavoratori migranti sottoposti alla volontà delle organizzazioni criminali” e pubblicato nell’ultimo numero del RAPPORTO AGROMAFIE E CAPORALATO dell’OSSERVATORIO PLACIDO RIZZOTTO (https://www.flai.it/osservatoriopr/osservatorio-placido-rizzotto/ ).” (Gianni Belloni, “la Tribuna di Treviso” del 17/1/2019)

   In questo post proviamo a mettere assieme le due cose: lo sfruttamento dell’immigrazione in forma criminosa, che si sta diffondendo, specie nei lavori più “bassi” (come quelli bracciantili agricoli, che gli italiani non vogliono più fare, anche perché pagati troppo poco…); e dall’altra una legislazione inasprita di chiusura verso il fenomeno immigrazione.
E qui le domande che pone la rivista Lancet: cioè siamo proprio sicuri che i fenomeni migratori non fanno bene al nostro Paese, non lo rilanciano da uno stato di decadimento economico, demografico, di abbandono di tanti territori…? Un diverso atteggiamento verso gli immigrati, e un trattamento che consideri i loro diritti umani pari a qualsiasi altra persona, dovrebbero essere un impegno da dover subito praticare. (s.m.)

(scarica il “decreto sicurezza”:
http://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2018/10/04/18G00140/sg )

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I BRACCIANTI «INVISIBILI»: «NEI CAMPI D’ITALIA CENTOMILA SCHIAVI»

di Goffredo Buccini, da “il Corriere della Sera” del 3/12/2018
– A 14 anni i figli non sanno leggere – I dossier di Caritas e Cgil: il 30% non ha accesso a un bagno. Anche al Nord si vive in strada –
Nove su dieci non parlano italiano, il 36% vive senza bagno: sono solo alcuni dei numeri dei braccianti «invisibili»: i centomila schiavi isolati nei campi. Nei poderi dei padroncini. E anche al Nord adesso arrivano i primi caporali. Continua a leggere