Il caso di SAPPADA CHE PASSA DAL VENETO AL FRIULI (perché regione più ricca) – Il perpetuarsi della LOGICA DEI VECCHI CONFINI: con regioni a Statuto Speciale superate, Macroregioni che mancano (come quella del Nordest), comuni di montagna troppo piccoli: ma SAPPADA non apparterebbe al CADORE?

SAPPADA, provincia di Udine. Sappada lascia il Veneto e passa all’autonomo Friuli Venezia Giulia. Si potrebbe definire una piccola secessione, quella dell’ex comune veneto che ha richiesto, e ottenuto, di passare da una Regione a statuto ordinario ad una autonoma, passaggio che per la prima volta nella sua storia il Parlamento ha concesso. L’iter per lasciare la regione Veneto era iniziato nel lontano 2008, anno in cui i cittadini espressero il proprio consenso alla “secessione” mediante referendum.

   Sappada lascia il Veneto e passa al Friuli Venezia Giulia. Si è concluso il 22 novembre scorso, con il voto favorevole della Camera dei Deputati, l’iter per il passaggio del comune di Sappada al Friuli Venezia Giulia. L’iter per lasciare la regione Veneto era iniziato nel lontano 2008, anno in cui i cittadini espressero il proprio consenso alla “secessione” mediante referendum.
Interessante come nacque l’idea a Sappada. L’iniziativa era partita ancora nel 1966, quando i capifamiglia si riunirono dal parroco per lamentare la marginalità del paese rispetto a Venezia e per cercare la riaggregazione col Friuli: parliamo di riaggregazione perché in origine (fino al 1852, nel periodo di dominazione austriaca) il comune era sotto la provincia di Udine, e solo in quell’anno passò a Belluno.

SAPPADA (Plodn nel dialetto tedesco, Bladen in tedesco, Sapade o Ploden in friulano e Sapada in ladino) è un comune italiano di circa 1.300 abitanti e fino al 22 novembre scorso faceva parte della provincia di Belluno (ORA SARÀ NELLA PROVINCIA DI UDINE). Si sviluppa lungo una VALLE ATTRAVERSATA DAL FIUME PIAVE e si trova a 1.245 METRI DI ALTITUDINE nell’ESTREMITÀ NORD-ORIENTALE DELLE DOLOMITI, al confine tra Veneto, Friuli Venezia Giulia e Austria. Sappada è conosciuta soprattutto come META TURISTICA sia invernale che estiva e perché, IN VENETO, È UN’ISOLA GERMANOFONA. Il DIALETTO che si parla a Sappada è stato infatti classificato come AUSTRIACO-BAVARESE, cioè di matrice tedesca, e fu portato dai primi abitanti della valle che, secondo l’ipotesi più accreditata, provenivano dall’Austria. NEL 1400 IL PAESE PASSÒ ALLA SERENISSIMA REPUBBLICA DI VENEZIA e, dopo una breve parentesi di DOMINAZIONE FRANCESE, NEL 1814 PASSÒ SOTTO GLI AUSTRIACI che costruirono le prime scuole e le prime opere pubbliche. NEL 1852 SAPPADA PASSÒ DALLA PROVINCIA DI UDINE A QUELLA DI BELLUNO che a sua volta, qualche anno dopo, VENNE ANNESSA ALL’ITALIA. La parrocchia di Sappada fa invece tuttora parte della Pieve di Gorto, arcidiocesi di Udine.

   Falliti vari tentativi dal 1966, nel 2008 arrivò il referendum. Con un consenso plebiscitario verso quella che veniva considerata la madre patria, il Friuli appunto (il referendum avvenne nel marzo del 2008, e il 95 per cento degli elettori votò a favore dell’annessione friulana).
Secondo i comitati promotori l’aggregazione al Friuli ha a che fare con questioni sia GEOGRAFICHE (una più idonea appartenenza ai comuni friulani delle Alpi carniche, trovandosi nell’estremità nord-orientale delle Dolomiti), sia STORICHE (come appena detto fino al 1852 apparteneva alla provincia allora austriaca di Udine), che CULTURALI (forse date da un dialetto vicino a quello austriaco-bavarese, comunque con un’influenza germanofona)…… Boh…vien da dire, tutto questo ci appare una scusa….semmai un qualcosa legato a un passato remoto impossibile da ripristinare (per fortuna, crediamo).

Nel luglio 2007 il consiglio comunale di Sappada decise di indire un referendum popolare per il passaggio del paese alla regione autonoma del Friuli Venezia Giulia. La richiesta era stata sottoscritta da oltre 400 cittadini e i motivi, secondo i comitati promotori, avevano e hanno a che fare con questioni geografiche, storiche e culturali. Il referendum venne votato nel marzo del 2008 e il 95 per cento degli elettori votò a favore dell’annessione (su un totale di 1.199 aventi diritto al voto, andarono a votare 903 elettori e cioè il 75,3 per cento: di questi votarono per il sì in 860 e per il no in 41). Il passaggio dei comuni da una regione all’altra è regolato dal secondo comma dell’articolo 132 della Costituzione. Prevede un parere delle regioni e dice: «Si può, con l’approvazione della maggioranza delle popolazioni della Provincia o delle Province interessate e del Comune o dei Comuni interessati espressa mediante referendum e con legge della Repubblica, sentiti i Consigli regionali, consentire che Provincie e Comuni, che ne facciano richiesta, siano staccati da una Regione ed aggregati ad un’altra».

   La spiegazione prevalente invece è che il desiderio di muovere verso la regione friulana confinante, a statuto speciale, sia esclusivamente determinata dalle risorse (i schèi)…. anche se non possiamo escludere una originaria motivazione di “ritorno a casa”, alle origini (identità territoriale).
Perché che desiderano PASSARE IL CONFINE non è solo Sappada, dal Veneto al Friuli o al Trentino: in Veneto ci sono ben 33 comuni di confine che vogliono cambiare regione (ora convinti che il Parlamento non potrà disconoscere loro quanto ha permesso a Sappada).
La vera questione è che le regioni come ora sono, risultano inadeguate, sia nella loro entità geografica (geomorfologica…pensiamo all’area dolomitica suddivisa rigidamente dal punto di vista istituzionale tra le regioni del nordest…ci si contende la cima della Marmolada tra Veneto e Trentino…), che dal punto di vista dei servizi offerti ai cittadini e dall’apparato burocratico messo in piedi dalla loro costituzione (istituite, quelle ordinarie, come il Veneto, nel 1970, il Friuli a statuto speciale nel 1963, Trentino, Sicilia, Sardegna, Valle d’Aosta nel 1948…).

MAPPA DEL VENETO, CON SOPRA ALL’ESTREMO NORDEST SAPPADA – Il passaggio è poi normato dalla legge 352 del 1970 che stabilisce iter pratici e tempi: l’esito del referendum deve essere pubblicato in Gazzetta Ufficiale ed entro 60 giorni dalla pubblicazione il ministero degli Interni deve proporre un disegno di legge sull’aggregazione-distacco che deve essere votato dal parlamento. Tutta questa procedura si applica anche quando, come nel caso di Sappada, si preveda il distacco di un ente locale da una regione a statuto ordinario (in questo caso il Veneto) e l’aggregazione a una regione a statuto speciale (il Friuli Venezia Giulia). Il parere favorevole delle regioni coinvolte nel caso di Sappada non arrivò subito dopo il referendum, ma nel 2010 quello del Friuli Venezia Giulia e nel 2012 quello del Veneto. Il disegno di legge per il distacco e l’aggregazione venne presentato nel 2013, l’esame in commissione si concluse nel febbraio del 2016 e il voto favorevole al Senato è arrivato nello scorso settembre, dopo quindi nove anni dal referendum. Lo scorso 22 novembre, infine, la Camera dei deputati ha votato a grande maggioranza per il passaggio di Sappada al Friuli Venezia Giulia. (da http://www.ilpost.it/ )

   E continuiamo a ragionare di confini amministrativi e di regolazione dei territori, rimanendo fermi a concezioni del passato, ottocentesche. Naturale sviluppo geografico e istituzionale vorrebbe, nel contesto nazionale ed europeo che si è creato (quest’ultimo, della UE, che speriamo pian piano si consolidi) che si arrivi ad avere delle MACROREGIONI in Italia che riducano drasticamente le attuali venti regioni.
Ma questo per il nordest sarà ancora più difficile. C’è un’impossibilità più di altri territori regionali di aggregarsi in macroregione. Perché Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige sono in condizioni attuali ben diverse. Nessuna delle due regioni a statuto speciale (Friuli e Trentino) ha voglia e interesse di diventare qualcosa di unico con il Veneto, godendo adesso di maggiori introiti finanziari (che non vogliono certo dividere con nessun altro) che restano nel proprio territorio, e di un’autonomia (un potere) ben maggiore del Veneto. Allora la macroregione diventa improbabile (almeno per adesso); e così il Veneto vuole anch’esso una maggiore autonomia sul tipo delle altre due (ma è difficile che raggiunga -anche dopo il successo del referendum autonomista del 22 ottobre scorso- situazioni simili alle altre due entità regionali del nordest).

IL CADORE – da http://www.nuovocadore.it/ – l Cadore si trova in una splendida posizione panoramica e costituisce uno dei più belli ed incantevoli territori d’Italia, avendo caratteristiche proprie ben distinte sia dal punto di vista geologico che dal punto di vista storico. Ha una superficie di 1.427,221 chilometri quadrati ed è composto da 22 comuni, per un totale di circa 32.000 abitanti: Pieve, che è il maggior centro, Auronzo, il più esteso, San Vito, Borca, Vodo, Cibiana, Valle, Perarolo, Ospitale, Calalzo, Domegge, Lozzo, Vigo, Lorenzago, Santo Stefano, San Pietro, SAPPADA, San Nicolò di Comelico, Comelico Superiore, Danta, Zoppè, Selva. Confina a Nord Nord-Ovest con la provincia di Bolzano (Val Pusteria) e con l’Austria, a Est Sud-Est con le province di Pordenone ed Udine, a Sud con la zona del Bellunese ed a Ovest con l’Agordino e lo Zoldano. Geograficamente il Cadore comprende tutto il bacino del fiume Piave dalla sua sorgente sul monte Peralba alla località di Termine.

   Poi, nelle motivazioni dell’aver voluto il passaggio, da parte della comunità di Sappada, dal Veneto al Friuli, il richiamo all’identità culturale, storica….. in un contesto nel quale siamo in presenza di una globalità che dovrebbe fare i conti con la territorialità forse in altro modo. Cioè come riuscire a creare OPPORTUNITA’ ai giovani anche in questi territori di montagna; come fare in modo che non si viva in condizione di PERIFERIA….
E’ su questo che si deve ragionare, e la riscoperta delle tradizioni (fatta anche di cose carine, turisticamente parlando, come le rievocazioni storiche, il cibo e i piatti della tradizione antica, la cultura con le inflessioni dialettali, il mito della Serenissima…), sono anche tradizioni interessanti ma da non prendere troppo sul serio come prospettiva vera per il futuro.
Le tradizioni possono essere (forse) identificazione per gli anziani, ma, come detto prima, non sono “opportunità” per i più giovani. Che cercano socialità, relazioni, occasioni da far nascere sui territori dove si trovano a vivere, sennò son costretti ad andarsene. Pertanto il passaggio al Friuli forse porterà un po’ più di denaro, ma non risolverà l’attuale destino delle terre di montagna, che sono vere “periferie”, solo (pur rilevantissimo) patrimonio di natura e (a volte) paesaggio a beneficio di chi viene da fuori a visitarle.

Sappada, versante sud

   E dove il Veneto probabilmente è mancato, come Regione, nei confronti di “Sappada e le altre” è sicuramente stato nel non aver mai avuto una “politica della montagna”. Forse cosa più facile al Trentino (tutto montano) o al Friuli, territorio sì diversificato, dal mare alla montagna, ma più compatto; meno complicato di un Veneto che va dall’area del Po rodigino, ai territori rivieraschi, all’ ”estraneità” del veronese (che è proiettato verso ovest e nord ma poco nel Veneto), al polo centrale “Padova-Treviso-Venezia”, alla Pedemontana vicentina e trevigiana…ad appunto una montagna fruibile turisticamente ma con nessun progetto chiaro (pensiamo proprio in particolare all’area del Cadore).

NORDEST carta fisica

   Fa specie che la “Montagna verso l’abbandono” è fenomeno generale di tutte le aree montane, ma che nel Bellunese la perdita di popolazione (lo spopolamento) è doppia rispetto alle altre aree montane: abitanti sempre più vecchi, servizi essenziali smantellati, niente fondi strutturali e finanziamento virtuosi (non per solo turismo, ma per ricerca tecnologica, ripristino e ricerca ambientale autoctona con scuole e studi specialistici, artigianato di alta qualità e diffuso…com’era l’occhialeria nel Cadore…), infrastrutture inadeguate, economia in ginocchio. Insomma, tornando al tema di Sappada, questo passaggio di Regione sa di vecchio, non pare per niente cosa innovativa. (s.m.)

SAPPADA – La chiesa di Santa Margherita

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DOPO 165 ANNI IL COMUNE DI SAPPADA TORNA AL FRIULI. ZAIA PROTESTA: “UN’AMPUTAZIONE”
– Si è concluso il 22 novembre scorso, con il voto favorevole di Montecitorio, l’iter per il passaggio – anzi, del ritorno – del comune di Sappada al Friuli Venezia Giulia. Alcuni deputati veneti, però, promettono battaglia e invocano il ricorso alla Corte Costituzionale –
22/11/2017, da http://www.fanpage.it
Sappada lascia il Veneto e passa all’autonomo Friuli Venezia Giulia. Si potrebbe definire una piccola secessione, quella dell’ex comune veneto che ha richiesto, e ottenuto, di passare da una Regione a statuto ordinario ad una autonoma, passaggio che per la prima volta nella sua storia il Parlamento ha concesso. L’iter per lasciare la regione Veneto era iniziato nel lontano 2008, anno in cui i cittadini espressero il proprio consenso alla “secessione” mediante referendum.
Quel giorno i cittadini di Sappada approvarono il ritorno della località al Friuli Venezia Giulia, dando dunque inizio al conseguente iter burocratico che si è concluso solo oggi. Dunque, ora, dopo oltre 150 anni, Sappada può ritornare alla sua regione d’origine, da cui era stato separato nel lontano 1852. Il provvedimento per l’annessione di Sappada al Friuli aveva subito qualche rallentamento nel corso del tempo, ma dopo l’approvazione del Senato a settembre, è stato definitivamente approvato il 22 novembre anche dalla Camera, dando così conclusione a un iter quasi decennale.
Nelle ultime settimane, però, non sono mancati i tentativi di trattenere Sappada in Veneto. La Lega Nord, tramite il presidente del Consiglio Regionale Veneto Roberto Ciambetti, ha inutilmente provato a sollevare dubbi circa le procedure burocratiche utilizzate per ottenere il consenso del Consiglio del Veneto, ma nessun effetto ha sortito questa battaglia.
Nonostante il passaggio di Sappada al Friuli sia ormai legge, alcuni deputati veneti non hanno ancora intenzione di arrendersi e promettono il ricorso in Corte Costituzionale. “Oggi vincono la democrazia, i cittadini e la buona politica. Il voto di oggi è il giusto riconoscimento della volontà della comunità sappadina, che non poteva essere calpestata”; ha dichiarato l’europarlamentare del Pd, Isabella De Monte, prima firmataria della proposta di legge presentata quando era ancora al Senato. Per ora, dunque, Sappada è formalmente un comune del Friuli Venezia Giulia, fino a un eventuale stop della Corte Costituzionale. (…)

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“MANDI SAPADE” IL PAESE PASSA AL FRIULI

di Francesco Dal Mas, da “la Tribuna di Treviso”, 23/11/2017
– La Camera vota sì a grande maggioranza per il cambio di Regione molti altri Comuni veneti hanno vinto il referendum ma restano al palo –
SAPPADA. «Mandi Sapade! Ben rivat tal Friul. Hallo Plodn! Zuruck in Friaul. Ciao Sappada, bentornata in Friuli». Continua a leggere

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EUROPA in fase delicata: troppi Stati in crisi interna (adesso anche il PILASTRO GERMANIA!) – UE tra ESTINZIONE e RILANCIO – Populismi, potere degli Stati nazionali, Regioni che vogliono autonomia o indipendenza, Città-Stato che si affermano – Con la convinzione di essere nel migliore dei mondi possibili

L’11 novembre scorso la POLONIA ha festeggiato l’indipendenza conquistata nel 1918, dopo oltre un secolo di dominazione straniera da parte di Russia, Austria e Prussia. È uno degli anniversari più importanti della nazione, commemorato con parate e marce, ma DALLA FINE DEGLI ANNI DUEMILA È DIVENTATO UN’OCCASIONE PER MANIFESTAZIONI NAZIONALISTE CHE ATTIRANO PERSONE ANCHE DAL RESTO DELL’EUROPA. Alla MANIFESTAZIONE DI VARSAVIA (NELLA FOTO) hanno partecipato DECINE DI MIGLIAIA DI PERSONE DI GRUPPI DI ESTREMA DESTRA dagli italiani di Forza Nuova agli ungheresi di Jobbik. IN POLONIA L’ONDA ANTIEUROPEA STA MOSTRANDO IL SUO VOLTO PIÙ NERO, come si è visto in questa manifestazione a Varsavia, dove al risaputo vocabolario patriottardo si sono sovrapposte perfino atroci invettive antisemite. Ma il fenomeno va allargandosi in pressoché tutti i paesi dell’Unione Europea

Un’Europa attraversata da pulsioni sempre più indipendentiste….E i movimenti indipendentisti hanno delle città di riferimento, “importanti” per l’Europa: Barcellona per la Catalogna, Edimburgo per la Scozia; Varsavia, Budapest e Praga per il nazionalismo dell’Est; Vienna per la destra e i centri al governo anti-immigrati….

E qui vogliamo parlare anche delle cosiddette CITTÀ STATO, che sempre più vanno affermandosi: perché nella composita costruzione geografica-territoriale europea (ma non solo europea), non ci sono solo gli STATI-NAZIONE(ora dominanti nella gestione del potere dell’Unione Europea), non ci sono solo le REGIONI (con sempre più rivendicazioni o di autonomismo o di indipendenza… a volte interessante nei modi di essere -pensiamo alla Scozia-, e spesso rappresentati da “chiusure” a ogni nuovo contesto che quest’epoca propone, concentrati su un “sè stessi” senza prospettiva nell’era globale) (ma il disagio che vivono i cittadini nelle difficoltà di vita di questa era di trasformazione può anche giustificare questo istintuale difensivo desiderio di “voler chiudersi”).

LA RINASCITA DELLE CITTÀ-STATO”, di PARAG KHANNA, settembre 2017, editore Fazi, collana: Le Terre, pagine: 200, euro 17,00 – Parag Khanna è uno stratega geopolitico. Collabora da anni con la CNN, è senior research fellow al Centre On Asia Globalisation ed è consigliere dell’American Geographical Society

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In questo contesto di Stati-Nazione che detengono il potere, di Regioni che si fanno avanti con le loro istanze autonomiste, emergono appunto sempre più esempi di CITTA’ STATO: non è comunque solo un caso del continente europeo, però qui da noi, in Europa, sembra di più farsi sentire il fenomeno.

Pensiamo a città che sono autorevoli e “dominanti” oltre i propri confini….. Come BERLINO che tiene assieme il progetto europeo; PARIGI ora con Macron che adesso rappresenta la “speranza” di un’Europa unita (l’inno europeo alla gioia, beethoveniano, suonato la sera della vittoria alle presidenziali…); Milano che sta tornando ad essere “metropoli europea”; la stessa Barcellona, città dei giovani e del turismo, ora un po’ offuscata dagli ultimi fatti indipendentisti; la Bruxelles capitale politica di un’Europa che si vuole riformare; la AMBURGO destinazione finale di quel concreto progetto di “via della seta cinese” che renderà interconnessa “EURASIA” non solo con reti telematiche, ma solidamente “via ferro”, “via nave”, con uomini, donne, progetti e infrastrutture fisiche, visibili….

Con la crisi politica interna della GERMANIA va in crisi nell’UNIONE EUROPEA l’ASSE FRANCO-TEDESCO

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Città Stato che, del resto, non sono solo esempi concreti e “sensazioni”, nella loro “importanza metropolitana”, per certe aree d’Europa; ma che da molto tempo si sono affermate, o si stanno affermando in tutto il mondo (pensiamo ora a Pechino, New York, Singapore, quest’ultima come prima esperienza di città-stato…).

Per questo abbiamo “messo” n questo post come primo articolo un’intervista ripresa dal quotidiano “la Repubblica” al filosofo della politica indiano PARAG KHANNA, che ha scritto proprio un libro (LA RINASCITA DELLE CITTÀ- STATO) dedicato ai nuovi sviluppi territoriali globali che vedranno (vedono) alcune grandi città (metropoli) come soggetti urbani che vanno ben oltre la grande città tradizionale; e che offrono (devono offrire) risposte ai propri cittadini tali e quali devono (dovrebbero) offrire i singoli (ancora ottocenteschi nell’impostazione) stati nazionali.

Quando dal 1989 il comunismo è crollato, quattro paesi dell’Europa centro-orientale -la Repubblica Ceca, la Slovacchia, l’Ungheria e la Polonia- hanno formato il GRUPPO DI VISEGRAD con l’obbiettivo di allacciare stretti rapporti con l’Unione europea; e nel 2004 ne sono diventati membri. Ora sono i più critici e lontani dal progetto europeo, governati, due di loro (Polonia e Ungheria) da partiti di destra xenofoba filo-fascista

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Affermazioni urbane e istituzionali che avvengono in una fase critica, delicata dell’Europa: che con la crisi economica, le difficoltà della predominante “classe media”, l’arrivo degli immigrati… vede l’affermarsi in modo sempre più “maggioritario” i movimenti populisti, ora anche al governo di vari paesi (all’est in particolare).

Perché il populismo, il desiderio di chiudersi ribadendo antiche origini, tradizioni (nell’economia, nella moneta, nella cultura…) ci sono sì un po’ dappertutto (l’”Amercan First” di Trump…) ma in Europa si notano molto di più, in concreto, visibili: l’Est europeo è tutto così, dominato da governi “di chiusura”, che capiscono che non possono farne a meno dell’Europa (per non ritrovarsi la Russia in casa) ma allo stesso tempo sono scontenti, e chiusi a ogni partecipazione e collaborazione a un progetto comunitario.

REPUBBLICA CECA IN MANO AI POPULISTI: nella foto ANDREJ BABIS, il vincitore delle ultime elezioni con un partito che già rivela nel nome la sua idea principale: AZIONE DEI CITTADINI SCONTENTI (ANO)

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Forse, dopo la loro adesione all’UE (quando dal 1989 il comunismo è crollato, quattro paesi dell’Europa centro-orientale -la Repubblica Ceca, la Slovacchia, l’Ungheria e la Polonia- hanno formato il GRUPPO DI VISEGRAD con l’obbiettivo di allacciare stretti rapporti con l’Unione europea; e nel 2004 ne sono diventati membri), dopo la loro adesione all’UE sono forse stati un po’ snobbati, considerati “parenti minori” dagli altri; o forse il “progetto europeo” non è mai stato politicamente e ideologicamente maturo all’est, solo una necessità di affrancarsi dalla Russia…

Martin Schultz e Angela Merkel: il ritorno alla Grande Coalizione, per salvare la Germania, per salvare l’Europa?

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Ma, dicevamo, il populismo non è presente solo nell’Europa dell’est, è forte e dilagante anche nell’Europa occidentale, da noi, dall’AUSTRIA (la vittoria recente dei centristi antistranieri di Sebastian Kurz) alla stessa GERMANIA (dove l’estrema destra è entrata per la prima volta in ottobre nel Bundestag federale e ora la Merkel non riesce a fare un governo di maggioranza), in OLANDA, e nella stessa FRANCIA Emmanuel Macron ha sì vinto le elezioni presidenziali contro Marine Le Pen, ma la destra populista non è per niente cancellata. E così il fenomeno catalano adesso (non di destra, ma indipendentista con acceso nazionalismo); e l’Italia si sa.

BREXIT: IL DILEMMA DEI CONFINI TRA LA REPUBBLICA D’IRLANDA (EIRE, CIOE’ L’UNIONE EUROPA) E L’IRLANDA DEL NORD (ULSTER, CIOE’ GRAN BRETAGNA) – “…Il 29 marzo 2019, data fissata per la Brexit, i 500 CHILOMETRI CHE SEPARANO L’IRLANDA DEL NORD DALLA REPUBBLICA D’IRLANDA diventeranno l’unica frontiera terrestre tra Regno Unito e Unione europea. Non è un confine qualsiasi: nella memoria storica dell’isola è associato a trent’anni di divisioni e violenze – quelli dei “Troubles” – a cui misero fine gli accordi di spartizione del potere del Venerdì santo del 1998, tra protestanti unionisti e cattolici repubblicani; un’intesa che, unita ai vantaggi del mercato unico e alla libera circolazione già garantita dalla Common Travel Area, ha poi favorito la fioritura del commercio e delle attività economiche nella regione di confine (ormai impercettibile) e tra le due parti dell’isola…..” (Michele Pignatelli, “il Sole 24ore”, 22/11/2017)D’IRLANDA (EIRE, CIOE’ L’UNIONE EUROPA) E L’IRLANDA DEL NORD (ULSTER, CIOE’ GRAN BRETAGNA) – “…Il 29 marzo 2019, data fissata per la Brexit, i 500 CHILOMETRI CHE SEPARANO L’IRLANDA DEL NORD DALLA REPUBBLICA D’IRLANDA diventeranno l’unica frontiera terrestre tra Regno Unito e Unione europea. Non è un confine qualsiasi: nella memoria storica dell’isola è associato a trent’anni di divisioni e violenze – quelli dei “Troubles” – a cui misero fine gli accordi di spartizione del potere del Venerdì santo del 1998, tra protestanti unionisti e cattolici repubblicani; un’intesa che, unita ai vantaggi del mercato unico e alla libera circolazione già garantita dalla Common Travel Area, ha poi favorito la fioritura del commercio e delle attività economiche nella regione di confine (ormai impercettibile) e tra le due parti dell’isola…..” (Michele Pignatelli, “il Sole 24ore”, 22/11/2017)

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Un’epidemia politica del nostro tempo data dalle nuove povertà, dalla crisi economica, dalle difficoltà della maggioritaria classe media che ha perso ricchezza e lavoro con la globalizzazione, dalle paure che vengono dal Sud del mondo, che arriva da noi (con gli immigrati); da un progetto per il presente e il futuro confuso (cosa vogliamo? dove andiamo?).

E descriviamo in questo post alcuni precisi momenti della crisi europea (populisti appunto dappertutto, Spagna e Catalogna, Brexit che sarà?….), crisi che ha assunto una difficoltà preoccupante perché anche il pilastro (pur criticato) europeo, la Germania, è anch’essa in palese difficoltà dopo la recenti elezioni politiche.

Secondo Parag Khanna (se leggete l’intervista riportata che segue) l’Europa non è in declino irreversibile come può sembrare, perché, lui dice, le crisi fanno bene all’Europa, nata proprio dal superamento di crisi dopo crisi… si creano delle opportunità, anche se bisogna spiegarle alla gente e riaccendere la speranza e l’entusiasmo. (s.m.)

L’EUROPA E LE SUE COLPE DEL PASSATO RECENTE CHE CERCA DI RIMEDIARE – II Tribunale PENALE INTERNAZIONALE DELL’AIA ha emesso il 22 novembre scorso la sentenza per RATKO MLADIC, condannandolo per i CRIMINI DI GUERRA E GENOCIDIO, commessi durante il conflitto nei Balcani – CARCERE A VITA per una serie di reati che sono il concentrato del male: crimini contro l’umanità, crimini di guerra. Soprattutto IL GENOCIDIO CONSUMATO A SREBRENICA L’11 LUGLIO DEL 1995, 27 anni fa, 8372 MORTI ACCERTATI (12000 secondo i musulmani), gettati nelle fosse comuni con i bulldozer con un colpo alla nuca. II PIÙ GRAVE MASSACRO IN EUROPA DOPO LA SECONDA GUERRA MONDIALE, perpetrato con metodi simili a quelli nazisti

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Parla il filosofo della politica indiano PARAG KHANNA, già consigliere di Obama
“DA AMBURGO A SINGAPORE, VIVREMO IN UN SISTEMA DI CITTÀ-STATO INTERCONNESSE”
“Anche gli imperi cadono il futuro è nella polis” –
di Anna Lombardi, da “la Repubblica” del 21/11/2017
«Il futuro è già qui: entro trent’anni la politica mondiale sarà dominata da macro-città, megalopoli influenti e così connesse fra loro da non doversi più piegare al concetto di confine. Città- stato efficienti sul modello di quelle antiche: dunque non necessariamente indipendenti ma con un’autonomia tale da potersi impegnare in relazioni globali di cui beneficerà tutto il territorio circostante».

No, il geopolitologo di origine indiana PARAG KHANNA, 40 anni e già un curriculum ricco di bestseller e consulenze governative internazionali, non è un visionario distopico. Ex consigliere di Barack Obama, analista del Centre on Asia and Globalization di Singapore, nel suo ultimo saggio, LA RINASCITA DELLE CITTÀ- STATO, pubblicato in Italia da Fazi (*), vede le città come motore di progresso e governabilità.

Da dove nasce questa sua visione della polis? Continua a leggere

FUSIONE TRA COMUNI con l’istituzione di nuove REALTA’ URBANE: processo necessario, per una grande riforma territoriale degli enti istituzionali – Ma tutto è lasciato nella mani di amministratori consapevoli: perché non COINVOLGERE TUTTI I COMUNI nella creazione di realtà più confacenti la contemporaneità?

CINQUE COMUNI DELLA VALBRENTA VERSO LA FUSIONE IN UN UNICO ENTE – La VAL BRENTA, territorio di rare bellezze e di grande fragilità, è la stretta valle compresa tra i comuni di BASSANO DEL GRAPPA e CISMON DEL GRAPPA (verso Trento). E’ sì l’estremità meridionale della VALSUGANA, ma presenta dei caratteri propri che la distinguono sia dal punto di vista geografico che da quello antropico. Come suggerisce il nome, è attraversata dal fiume BRENTA e si trova incuneata tra l’ALTOPIANO DEI SETTE COMUNi e il MASSICCIO DEL GRAPPA – COME STA ACCADENDO IN TANTI COMUNI D’ITALIA la Valbrenta si appresta a mettere assieme la storia di 5 comuni, cioè di SOLAGNA, SAN NAZARIO, CISMON DEL GRAPPA, VALSTAGNA e CAMPOLONGO SUL BRENTA, impegnati nel progetto di costituzione di un unico comune, appunto della VALBRENTA (nella foto: i due CENTRI ABITATI di VALSTAGNA E CARPENE’, FRAZIONE DI SAN NAZARIO

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In questo blog geografico varie volte abbiamo trattato della fusione di comuni, della necessità (a nostro avviso) che questo accada. Di una riforma generale della distribuzione territoriale degli enti istituzionali. Che non è comunque solo il problema di troppi comuni in un contesto frammentato, che crea disagio ai territori e ai bisogni della popolazione. Ma è anche un problema di Enti regionali oramai in situazioni desuete, dove apparirebbe sempre più necessario ridurle anch’esse (le regioni), istituendo MACROREGIONI (le proposte non mancano: ve ne diamo conto nell’ultimo articolo di questo post, articolo ripreso dal sito “la voce.info” pubblicato subito dopo i referendum per l’autonomia del Veneto e Lombardia tenuti il 22 ottobre scorso).

E poi c’è la creazione in corso delle istituite 14 CITTA’ METROPOLITANE (Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Bari, Napoli, Reggio Calabria, Messina, Catania, Palermo, Cagliari), alcune con criteri (al sud) poco spiegabili, ebbene a nostro avviso questo rischia di privilegiare queste aree (cosiddette metropolitane): nei finanziamenti, nell’attenzione politica, nelle infrastrutture pubbliche che lì saranno incentivate (scolastiche, sanitarie, di ricerca scientifica, del tempo libero…). Per questo si proponeva, una volta diminuite le regioni e istituitene poche (ma autorevoli) come “Macro-regioni”, e una volta eliminate le province (che ancora bene o male persistono), si proponeva che ciascun territorio fosse compreso in una propria AREA METROPOLITANA (se a qualcuno non poteva piacere che in zone di campagna si parlasse di “metropoli”, un sociologo del Nordest, Udelrico Bernardi, superava ogni contestazione usando un neologismo: “chiamatele AREE AGROPOLITANE”… ma fatele in tutti i luoghi. Cioè date una ragion d’essere “urbana” ad ogni contesto, anche il più naturalistico (proprio perché si conservi così), che sia “Area di valenza” non meno di altre…. Che tutto rientri nell’idea di un governo attento delle “metropolis” ovunque.

Le attuali 14 città metropolitane (da Wikipedia)

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Cosicché in questa RIFORMA (rivoluzione) delle istituzioni urbane è senza dubbio non RINVIABILE CHE I COMUNI SI SCIOLGANO ISTITUENDO, creando, “NUOVE CITTÀ”, riconoscendosi in territori più omogenei rispetto ai spesso inspiegabili confini degli attuali comuni.

Non stiamo qui a elencare quanto è avvenuto finora nel dettaglio (anche di considerevole, ma sempre assai limitato) nella fusione di comuni vicini in nuove realtà urbane (per chi volesse averne una visione dettagliata, vi invitiamo a vedere questo preciso e aggiornatissimo post di Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Fusione_di_comuni_italiani)

FRA LEGNARO, PONTE SAN NICOLÒ E POLVERARA MANCATA FUSIONE – Il NO DI LEGNARO a un accorpamento a tre

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Qui ci interessa elencare alcuni “pro” e “contro” sull’accorparsi, sullo sciogliersi di comuni in altri contesti più grandi, più confacenti. Ben ribadendo, ancora una volta, che noi siamo favorevoli e vorremmo “spingere” affinché tutti i comuni possano ripensare le loro dimensioni, i loro attuali inefficaci confini, nei processi di mobilità quotidiana che ogni cittadino ha in quest’epoca.

PEDESINA in provincia di Sondrio è il comune meno abitato d Italia (39 abitanti) – Piccoli comuni diventano sempre più mini. Nei municipi fino a 5mila abitanti la popolazione si è progressivamente ridotta, con un calo che dal 1971 al 2016 fa registrare quasi un ¬13 per cento. E questo mentre il numero degli italiani cresceva del 12 per cento. È l’effetto di un progressivo spopolamento dei municipi minori, che si è fatto via via più intenso: dal 2011 al 2016 ha perso abitanti ben più della metà dei 5.570 piccoli centri.

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Allora tra i “pro” e i “contro” (i rischi da evitare) per la fusione noi pensiamo dev’essere ricordato:

1- Evitare il RISCHIO DI DIVENTARE (o essere già da sempre) PERIFERIA.

2- Superare la SCARSA AUTOREVOLEZZA nei rapporti con altri Enti istituzionali (Regione, Stato….).

3- Evitare di PAGARE DI PIÙ I SERVIZI, con più aggravi, tasse, con costi (dei servizi) maggiori e magari poco efficienti.

4- Superare l’INCAPACITÀ DI GESTIRE SERVIZI COMPLESSI tipico di piccole realtà comunali (come l’anagrafe, l’urbanistica, gli sportelli di altre amministrazioni come Enel, Consorzio rifiuti, etc….).

5- Superare le (quasi tutte) mediocri esperienze di UNIONE DEI COMUNI (con consorzi bilaterali in alcuni servizi), permanendo autorità istituzionali distinte e autonome (due, tre, quattro sindaci che a volte si scontrano tra loro, hanno idee contrapposte, sono incompatibili).

6- Necessità di SUPERARE i spesso esosi (e a volte crescenti) “COSTI DELLA POLITICA” (troppi sindaci, assessori, consiglieri…).

7- Capacità di garantire lo stesso le MUNICIPALITA’ ORGINARIE (con figure istituzionali anche elette ma che svolgono il loro servizio pubblico gratuitamente), e in particolare la presenza di servizi (sportelli comunali) in loco, cioè decentrati (i cosiddetti “front office” vanno decentrati nel nuovo territorio comunale, il “back office”, cioè gli uffici che non si rapportano al pubblico, vanno accentrati riducendone i costi e ottimizzando l’impiego del personale per più utenti).

8- Il comune “più grande”, la “CITTÀ” misurata nei parametri (di popolazione e di territorio) al massimo più efficienti nel dare servizi (nel rapporto “costi-efficienza”), questa “NUOVA CITTÀ” nata dallo scioglimento di due, tre, quattro e più comuni…. deve DARSI UN PROGETTO, degli OBIETTIVI…. E’ necessario sì porsi il compito di RIDURRE LA TASSAZIONE, e MIGLIORARE I SERVIZI, ma si deve capire come CONTARE DI PIU’ all’esterno; ponendosi come “priorità prima” quello di riuscire a dare MAGGIORI OPPORTUNITA’ (in particolare ai GIOVANI) (scolastiche, sanitarie, lavorative, culturali, delle reti informatiche, della sicurezza ambientale, del tempo libero, di incontro e scambio con diversità…).

EMPOLI: «TROPPI 11 COMUNI ORA SERVONO LE FUSIONI» – Il consiglio comunale approva all’unanimità l’istituzione di una commissione per “ridisegnare” il circondario: «Unire le forze in nome dell’efficienza» di Alessandro Marmugi IL TIRRENO EDIZIONE di Empoli, 5/8/2017

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TRE SONO POI LE NECESSITA’ e le domande che ci si pone:

1) Le fusioni dei comuni con la creazione di nuove aggregazioni (nuove città) deve avvenire solo con richieste “dal basso”, in modo diversificato e casuale, oppure bisognerebbe creare un progetto di riforma generale di TUTTE LE AMMINISTRAZIONI COMUNALI, perché la nuova realtà dei comuni avvenga dappertutto con un disegno generale coerente?  Noi su questo riconosciamo l’elemento positivo della “richiesta” che viene dal basso (dagli amministratori locali, dai comuni stessi…), però sarebbe necessario che il progetto fosse coerente e generale: una RIFORMA DEI CONFINI DELLE ISTITUZIONI LOCALI, il RIDISEGNO DEL TERRITORIO è più che mai un progetto che va sì discusso in sede locale, però sarebbe bene che avvenisse contemporaneamente in tutti gli attuali comuni.

2) Non sarebbe necessario pensare a una revisione di tutti i servizi pubblici ora parcellizzati e distinti nei vari enti (comuni, uffici postali, consorzi rifiuti, ufficio igiene e salute, acquedotto, erogazione energetica, agenzia entrate, inps, agenzia del lavoro….) prevedendo luoghi e uffici con funzioni polivalenti, polifunzionali aggregati?   E’ anche questo un motivo per creare AMMINISTRAZIONI COMUNALI EFFICIENTI in grado di interloquire col cittadino su tutti questi servizi che, poco a poco, molti di essi saranno accorpati in uniche entità.

3) Non è necessario, come detto all’inizio di questo post, rivedere anche i confini e la natura delle altre istituzioni pubbliche territoriali che ci sono oltre ai comuni? …Cioè non è necessario cambiare anche le Regioni (in Macroregioni), le Provincie (eliminandole queste veramente), il senso delle Aree Città Metropolitane (estendendole a ogni territorio nazionale)?

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I PROBLEMI DA RISOLVERE nell’accorpamento dei comuni, nella loro fusione, nello sciogliere amministrazioni locali e creare NUOVE CITTA’ possono essere, a nostro avviso, di TRE TIPI:

1- il superamento della PAURA DI PERDERE L’IDENTITÀ, il senso di appartenenza (questione del tutto priva di fondamento: servizi al cittadino erogate dai Municipi che restano, ricorrenze, tradizioni, feste, eventuali modi di vita quotidiani particolari di incontrarsi… non cessano, anzi spesso in realtà istituzionali più grandi il senso di appartenenza al borgo, al quartiere, alla contrada….aumenta).

2- Le RENDITE DI POSIZIONE, DI POTERE (amministratori locali che si sono creati un “loro” potere, un interesse a permanere in situazione immutata: questo può essere un serio problema, e a volte il crearsi di associazioni e comitati contro la fusione nasce da questo desiderio di non voler cambiare nulla…. È evidente che questi meccanismi conservativi vanno combattuti e superati).

3- I “GIOIELLI DI FAMIGLIA” che qualcuno di questi paesi, delle comunità che stanno sviluppando un processo di aggregazione/fusione, vengono ad avere e mal sopportano venga condiviso con altri (qualche manufatto –villa, palazzo..- di pregio che un piccolo comune ha; una situazione finanziaria prospera rispetto ad altri; migliori servizi ai cittadini che gli altri non hanno…) Questo a volte è un serio problema. Ma la fusione dev’essere sì, inevitabilmente, un “matrimonio di interesse” (minori costi dei servizi e più efficienti, più finanziamenti dall’esterno, maggiore forza di contrattazione…), ma pur sempre è matrimonio è, pertanto lo è anche “d’amore”. E in ogni caso è bene capire CIÒ CHE CIASCUNO peculiarmente PORTA IN DOTE, e inevitabilmente si potrà scoprire che ciascun luogo, realtà locale, ha delle particolarità rilevanti sue, da condividere, e da farne un PROGETTO UNICO per il futuro in una REALTA’ URBANA che porti maggiori OPPORTUNITA’ e possa CONTARE DI PIÙ nel mondo che verrà. (s.m.)

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MACROREGIONI: UNA PROPOSTA RAGIONEVOLE – Due deputati dem, Roberto Morassut e Raffaele Ranucci, hanno preso carta e penna per ridisegnare la cartina d’Italia. Ne è uscito fuori UNO STIVALE DIVISO IN DODICI AREE, OMOGENEE PER «STORIA, AREA TERRITORIALE, TRADIZIONI LINGUISTICHE E STRUTTURA ECONOMICA». Alcune sono frutto di una semplice addizione (il Triveneto con Friuli, Trentino e Veneto, oppure l’Alpina con Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria). Altre invece mettono assieme province di Regioni diverse: il Levante “ospita” Puglia, Matera e Campobasso, mentre la Tirrenica tiene assieme Campania, Latina e Frosinone. Solo Sicilia e Sardegna manterrebbero il privilegio dello statuto speciale. (Tommaso Ciriaco, da “la Repubblica” del 23/12/2014)

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                                            NUOVI COMUNI 2017

Finora, nel corso del 2017 sono state approvate in Italia 14 fusioni di comuni, di cui quattro per incorporazione, per un totale di 31 comuni soppressi.

Il numero complessivo dei comuni italiani, è diminuito di venti unità, passando da 7.998 a 7.978 comuni.

Le regioni interessate ai processi di fusione di comuni finora, nel 2017, sono state Calabria (1), Emilia-Romagna (1), Lombardia (3), Marche (4), Piemonte (1), Toscana (3) e Veneto (1)(ndr: in Veneto Grancona e San Germano dei Berici, nel vicentino, si sono uniti nel febbraio 2017 nel nuovo comune di Val Liona, in tutto 3040 abitanti; il nome deriva dal fiume Liona che scorre lungo il territorio del comune)

Sono state approvate le fusioni di Continua a leggere

XI JINPING, il nuovo TIMONIERE della CINA, sarà il FUTURO IMPERATORE GLOBALE? C’è ambizione e determinazione cinese ad essere “prima” in tutti campi (economico, tecnologico, scientifico, politico…) – Ma rispetterà i DIRITTI UMANI e le TANTE ETNÌE dei suoi territori? Vincerà la SCOMMESSA AMBIENTALE?

IL CONGRESSO CINESE TENUTO DAL 18 AL 25 OTTOBRE SCORSO – “GLOBALISMO ECONOMICO SENZA UNIVERSALISMO POLITICO” . ““Un elemento su cui occorre meditare profondamente emerge dal concetto di globalizzazione espresso dal Congresso: LA CINA ACCETTA e promuove LA GLOBALIZZAZIONE ECONOMICA MA SI OPPONE A OGNI PROCESSO DI GLOBALIZZAZIONE POLITICA. Pechino esprime cioè un’assoluta contrarietà all’adozione di valori universali proposti e imposti da altri Paesi. In parole più semplici la Cina rifiuta la pretesa dell’Occidente democratico di definire quello che è bene e quello che è male o, per essere ancora più espliciti, essa si ritiene legittimata, almeno come l’Occidente, a definire quello che è bene e quello che è male. (….) La Cina continuerà quindi ad avere rapporti con tutti a seconda delle sue convenienze e senza assolutamente curarsi del regime dei paesi con cui tratta. Mi sembra quindi che, in questi ultimi mesi, siamo ormai entrati in una nuova fase storica che potremmo definire come GLOBALISMO ECONOMICO SENZA UNIVERSALISMO POLITICO”. (Romano Prodi, Il Messaggero, 5/11/2017)

Il 19esimo Congresso del Partito comunista cinese (tenutosi dal 18 al 25 ottobre scorso) ha incoronato Xi Jinping come segretario, erede e terzo leader più potente nella storia della Repubblica Popolare dopo Mao Tsetung e Deng Xiaoping. Il pensiero e i progetti di Xi sono ora entrati nella Costituzione. E così la Cina rivendica il ruolo di potenza globale.

Xi Jinping con Donal Trump

Molti osservatori dei fatti internazionali e studiosi di geopolitica stanno probabilmente pensando che nel giro di pochi anni il presidente cinese potrebbe sottrarre agli Usa la leadership globale. Perché Xi Jinping, e la “sua Cina” ne hanno tutte le caratteristiche, le ambizioni, il desiderio… di essere la nazione (e che nazione! 1 miliardo e 380 milioni di persone!) prima al mondo in grado di influenzare i destini di gran parte del resto dell’umanità.

LA NUOVA VIA DELLA SETA – “(….) E’ da XI’AN che ripartono le ambizioni “imperiali” cinesi. La culla del glorioso passato è il punto più a Oriente della NUOVA VIA DELLA SETA, il faraonico progetto promosso dal presidente Xi Jinping nel 2013 (…). A NORD, VERSO ALMATY IN KAZAKHSTAN, e di lì A OVEST, IN DIREZIONE DI TEHERAN E ISTANBUL, la Nuova Via della Seta piega poi DI NUOVO A NORD VERSO MOSCA, per tagliare BIELORUSSIA, POLONIA e GERMANIA fino ad arrivare a ROTTERDAM. Un tracciato arricchito dal CORRIDOIO CINO-PAKISTANO, che sfiora (e irrita) l’INDIA, e raddoppiato dalle ROTTE MARITTIME che circumnavigano l’INDOCINA, toccano l’AFRICA in KENYA e, attraverso SUEZ, sboccano nel MEDITERRANEO, fino alla VENEZIA di Marco Polo. Un progetto enorme, che secondo Morgan Stanley richiede 1.200 miliardi di investimenti in 10 anni per costruire strade, ferrovie, porti e reti elettriche (…)” (Gianluca Di Donfrancesco, “il Sole 24ore”, 27/10/2017)(MAPPA da http://www.agi)

Infatti è in questa fase storica (così difficile, problematica per quasi tutte, per motivi diversi, le aree geopolitiche del pianeta) che la Cina ha l’occasione di rafforzare le sue relazioni sia nella regione asiatica (accrescendo la dipendenza degli altri Paesi asiatici in tema di commerci, aiuti, investimenti e sicurezza), che nelle altre parti del mondo, specie verso l’Europa.

IL CONGRESSO CINESE TENUTO DAL 18 AL 25 OTTOBRE SCORSO – La «nuova era» è alle porte, e Xi Jinping è il suo profeta. Ad annunciarla è stato lui stesso. È salito sul palco con chi l’ha preceduto, tracciando metaforicamente una linea di continuità con gli ex presidenti Jiang Zemin e Hu Jintao, gli stessi che durante tutto il suo primo mandato sono stati messi all’angolo, quando non trattati da acerrimi nemici. Poco dietro, nel ritratto di famiglia, c’è persino Li Peng, il premier ai tempi dei fatti di Tian’anmen. Il messaggio è chiaro. Alla guida del Paese c’è sempre la stessa ideologia, una classe dirigente senza soluzione di continuità. Eppure gli strappi ci sono stati. Prova ne è la campagna contro la corruzione che ha assicurato alla giustizia interna del Partito 240 alti quadri e un milione e 140 mila funzionari minori, rompendo il tacito accordo sotteso all’avvicendarsi dei leader cinesi dai tempi delle purghe di Mao: la leadership non indaga al suo interno…(da http://www.pagina99.it/, 29/10/2017)

A proposito e in particolare dell’Europa, la Cina ha già avviato la sua grande opera strategica, la «NUOVA VIA DELLA SETA», con enormi investimenti in infrastrutture e agevolazioni commerciali, passando di suoi territori al nostro Continente attraverso l’Asia Centrale. E’ un’ambizione non solo simbolica, quella di ricreare la Via della Seta che nel Medioevo collegava l’Italia e le altre città europee con Pechino. Ma è prima di tutto un’ambizione politica(prima ancora che economica) quella di stabilire legami di dipendenza dalla Cina, imponendo la sua autorità e la sua influenza. Appunto quel ruolo che, fino a qualche tempo fa, ha esercitato l’America, gli Stati Uniti.

DISSIDENTI IN CINA – L’intellettuale e dissidente cinese LIU XIAOBO (nella foto) il 13 luglio scorso si è spento, per malattia: pochi giorni prima di morire, Xiaobo era stato rilasciato, in libertà condizionale per motivi di salute, dal carcere, ma a nulla erano valsi gli appelli per farlo uscire dal paese e curarlo all’estero, sebbene fosse in fase terminale. Aveva 61 anni. Nel 2009 Xiaobo era stato condannato per attività sovversive a 11 anni di carcere. Formatosi accademicamente anche all’estero tra Europa e Stati Uniti dopo gli studi di letteratura e filosofia in patria, Xiaobo è stato ATTIVISTA NELLE PROTESTE DI PIAZZA TIANANMEN nel 1989 e già condannato al carcere ai tempi per un biennio. Da sempre impegnato per una Cina più aperta e democratica, è anche CO-AUTORE DELLA CHARTA 08, un manifesto per una svolta del sistema politico e legale nazionale verso la democrazia. Liu Xiaobo, in absentia, HA VINTO IL NOBEL PER LA PACE NEL 2010, “per la sua lunga e non violenta lotta per i diritti umani fondamentali in Cina”

Pertanto è una sfida, quella della Cina di Xi Jinping, che si rivolge sì al suo interno, per superare sempre più la povertà e creare ricchezza (in questo momento di debole spinta economica delle maggiori potenze, la Cina ha un prodotto interno che è dal 6 al 7 per cento), ma si rivolge in modo organico all’esterno, volendo diventare punto di riferimento geografico nell’era globale.

Se tanti ragazzi di tutto il mondo si sono avvicinati alla storia del dissidente premio Nobel lasciato morire in prigione (LIU XIAOBO), è anche grazie a BADIUCAO, il Banksy cinese, questo dissidente della matita. Qui vediamo il ritratto che Badiucao ha fatto di LIU XIA, ora in carcere, vedova di Liu Xiaobo. La serie “CHI È LIU XIA”, lanciata con AMNESTY INTERNATIONAL, ritrae LIU XIA associata alle donne famose della pittura, da MONNA LISA alla RAGAZZA CON L’ORECCHINO DI PERLA (opera questa di Jan Vermeer del 1665-66)

A proposito della “sfida interna”, di sviluppare il Paese, la composizione della nuova leadership evidenzia la continuità nella visione che Xi ha della Cina e sembra rispondere alle diverse sfide che attendono il paese: migliorare la qualità della vita dei cittadini; ridurre il divario di ricchezza tra la costa (dove si concentrano gli hub politici ed economici) e l’interno, e tra città e campagne; puntare più sui consumi interni e il settore dei servizi; contrastare l’alto livello di debito e l’inefficienza che caratterizza le imprese di Stato; ridurre i livelli d’inquinamento determinato dall’uso massiccio del carbone. Perché va detto che i poveri “assoluti” in Cina sono ancora molti: secondo le stime e i dati pubblici, 55 milioni nelle sole zone rurali.

DISSIDENTI CINESI – AI WEIWEI è un artista e designer cinese. Artista di fama mondiale, icona della dissidenza, ma anche simbolo di dibattiti e polarizzazioni piuttosto forti: Nasce a Pechino nel 1957 in una famiglia di intellettuali. Il padre, poeta, viene accusato di “idee destriste” dal Partito Comunista Cinese, così lui e la famiglia vengono inviati in un campo di rieducazione militare. Per anni la famiglia sarà costretta a vivere in una spelonca nel deserto dei Gobi e al padre, Ai Quing, verrà affidato il compito di pulire le latrine del paese. Solo nel 1976 potranno tornare nella capitale. A Pechino Ai Weiwei ci rimarrà pochi anni perché già nel 1981, decide di lasciare la Cina per vivere a New York. Sono anni intensi in cui l’artista farà molti lavori per mantenersi e cambia molte case. È a New York che si innamora dell’arte concettuale di Marcel Duchamp e della Pop Art di Andy Warhol

In politica estera, la Cina dovrà fare anche i conti con le complicate relazioni con le potenze asiatiche (Giappone, India, Corea del Nord e del Sud) e mondiali (Usa e Russia) e le diffidenze provocate all’estero dalla sua escalation, così dichiarata, sia politica che economica.

In tale contesto, non sorprende che nello statuto del Partito sia stato esplicitato il “perseguimento” della BELT AND ROAD INITIATIVE (BRI, o NUOVE VIE DELLA SETA) da parte del paese.

Corridoi economici delle Nuove Vie della Seta (da LIMES)

Pertanto, ancora su Xi Jinping, è da dire che il suo «pensiero» (dal liberismo all’ambiente) apre una nuova era in Cina. E, in assenza di altri capi autorevoli nel pianeta, vuole dare indicazioni, il “pensiero di Xi”, anche al resto del mondo. E il congresso tenutosi ad ottobre ha disegnato una nuova nomenklatura, una nuova linea per i prossimi cinque anni, un ulteriore rafforzamento del potere del leader che è già il più potente che la Cina abbia mai avuto dai tempi di Mao. Nella costituzione comunista sarà proprio inserito «Il Pensiero di Xi Jinping» (per dire, come il “libretto rosso” di Mao), un passo verso lo «Xiismo».

PETER FRANKOPAN nel suo libro LE VIE DELLA SETA. UNA NUOVA STORIA DEL MONDO, traccia un affascinante affresco, pur con qualche piccola sbavatura, forse inevitabile in un’opera di tale ampiezza, della storia dell’Asia e dell’Europa mettendo al centro le idee, i commerci, gli eserciti che hanno percorso queste vie da quando Ciro il Grande salì al trono in Persia ai nostri giorni. L’opera di Frankopan ha avuto una vasta eco in Europa e negli Stati Uniti, proponendo un nuovo modo di fare Storia, prossimo a quella World History tanto in voga oltreoceano, e al tempo stesso un nuovo approccio alla geopolitica, un metodo di analisi che nell’interpretazione del fatto politico tenga conto della profondità temporale dei fenomeni storici.(Carlo G. Cereti) – Peter Frankopan, Le Vie della Seta. Una nuova storia del mondo, Mondadori, 2017, pp. 732, euro 29,75

Quel che preoccupa di più è che il “sistema cinese” per poter funzionare, non può ammettere dialettica interna, forme di democrazia e di dissenso. E non è poca cosa. A questo poi è da notare come il globalismo cinese, rivolto a comunicare verso l’esterno con tutti, è dato sì da scambi economici, ma non ha niente di “globalismo delle libertà, dei diritti”. Nel senso che la Cina si rivolge a tutti, ma non prevede che ci sia il modello dei principi usciti dalla rivoluzione francese (libertà, uguaglianza, fraternità)…. Nel senso che tutto il percorso della filosofia occidentale verso l’affermazione del valore dei diritti umani e della libertà (individuale e collettiva), della democrazia… tutto questo non è e non vuole essere nel DNA della nuova Cina, che non prevede “paletti umanitari”, distinguo, con i Paesi cui andrà a collaborare. Questa è una cosa preoccupante, pericolosa, da valutare bene. (s.m.)

ragazze “hostess” al 19° congresso comunista cinese (cosa atipica, nuova)

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LA CINA MOSTRA I MUSCOLI: IL VERTICE DEL SORPASSO TRA XI JINPING E TRUMP

di Federico Rampini, da “la Repubblica” del 9/11/2017

 – Rapporti di forza capovolti nel summit tra i due presidenti – Usa in crisi di leadership e Pechino allarga la sua influenza – Gli occupati cinesi sono 776 milioni: più dell’intera popolazione europea – Ma l’America può contare ancora su una forza militare che non ha rivali –

PECHINO. Nel primo vero summit fra Donald Trump e Xi Jinping va in scena un ribaltamento di forze spettacolare. La forza è passata di mano? Continua a leggere

La Caporetto de LA PIAVE: fiume (sacro alla Patria?) lasciato in aridità, in agonia; tra prelievi (idroelettrici) esagerati e per coltivazioni ad alto consumo idrico; con una REGIMAZIONE IDRAULICA da canale artificiale – È la FINE DI UN ECOSISTEMA unico? (Ti invitiamo a firmare qui LA PETIZIONE LEGAMBIENTE)

IMPARARE SUL CORSO DELLA PIAVE

   La Piave è uno dei fiumi più sfruttati e artificiali d’Europa. E’ lungo 220 chilometri (quinto fiume d’Italia), con le sorgenti oltre i duemila metri (2.040) tra il monte Peralba e il Chiadenis, nel territorio del comune di Sappada (nelle Alpi Carniche Occidentali, Sappada che sta istituzionalmente passando dal Veneto al Friuli). E la foce della Piave è (grazie a una deviazione artificiale ad opera del magistrato alle acque della Serenissima) a Cortellazzo di Jesolo, direttamente nel mare Adriatico.

Il Piave scende dalle falde del monte Peralba, nelle Alpi Carniche, attraversa il Comelico e il Cadore, dove accoglie i contributi di alcuni consistenti corsi d’acqua alpini. Dopo Feltre, nell’area prealpina bellunese, il fiume volge a mezzogiorno, incuneandosi tra i monti Grappa e Cesèn, sfiora il dosso del Montello ed esce in pianura a Nervesa della Battaglia. Da qui prosegue in un ampio letto ghiaioso suddiviso in molti canali intrecciati, separati da isolotti e barre. Tra Maserada e Cimadolmo due suoi rami divergono per racchiudere l’“isola” delle grave di Papadopoli, singolare varice di ghiaia e sabbia. A valle di Ponte di Piave il fiume si approfondisce nelle proprie fini alluvioni, passa per San Donà e sfocia in mare a Jesolo, nel porto di Cortellazzo

   Però, pur essendo questo fiume “secondario”, in grandezza (lunghezza) rispetto a numerosi fiumi europei, assume un carattere importante, rilevante: è molto conosciuto. Sicuramente per le vicende della prima guerra mondiale (1914-1918), con la rotta delle truppe italiane a Caporetto nell’ottobre-novembre 1917, e la resistenza, il “muro” creato sul Monte Grappa e sulla Piave in particolare, con la controffensiva (sempre con al centro il fiume) del giugno 1918.

PIAVE IN SECCA – SI PUÒ CONTINUARE a perpetuare un tipo di COLTURE “IDROVORE” in tutta la pianura trevigiana senza un ripensamento che privilegi la vita e la biodiversità del nostro corso d’acqua? SI PUÒ CONTINUARE a concepire questo fiume alpino come UN CANALE SCOLMATORE in cui si rilascia acqua quando non serve per le dighe del sistema idroelettrico e per le irrigazioni nell’alta pianura?

   Ma non è solo questo il dato rilevante della Piave. E’ anche conosciuto e strategico perché il suo bacino idrico è importante, interessa il paesaggio dolomitico, ha molti affluenti di grande importanza (come il Cordevole)… tra l’altro scendendo, in alta pianura, la Piave è all’origine poi in bassa pianura delle risorgive della pianura nell’area tra la Marca Trevigiana, il Veneziano e il Padovano…. Poi, in bassa pianura, queste risorgive, l’acqua che esce dal suolo, danno origine al più grande fiume di pianura europeo: il Sile (da Casacorba di Vedelago, a Portegrandi a ridosso della Laguna di Venezia, 90 chilometri di paesaggio di grande bellezza).

La battaglia sulla Piave dopo la rotta di Caporetto dell’ottobre 1917, e la controffensiva (sempre con al centro la Piave) del giugno 1918

   Perché il nome, che era al femminile, si è tramutato al maschile (la Piave, il Piave)? Ci sono varie tesi, “verità” su questo. Noi sposiamo quella che dice che ciò è accaduto appunto durante il primo (cruento, doloroso) conflitto mondiale che ha interessato l’Italia dal 1915 al 1918…. Sembra che, per motivi di sintesi, nei quotidiani bollettini di guerra, a poco a poco, il “fronte della Piave” e divenuto, “fronte del Piave”, più corto da scrivere, telegrafare, diffondere…

LE SORGENTI DEL FIUME PIAVE AI PIEDI DEL MONTE PERABLA – VAL SESIS, SAPPADA PLODN. La punta più a nord del Veneto, incuneata tra l’alta Carnia e l’Alto Adige, confina per un breve tratto con l’Austria. Questa è la Val Sesis e protagonista è il MONTE PERALBA (m.2693), sulle cui pendici nasce il fiume Piave. La POLLA D’ACQUA accreditata quale sorgente ‘ufficiale’ del ‘Fiume sacro alla Patria’ è una sistemazione della fine anni sessanta del novecento che canalizza acque di risorgiva del vasto colmo paludoso tra la val Sesis e la val Visdende, ai piedi del Peralba. Per secoli le ‘sorgenti della Piave’ furono motivo di campanilismo tra Sappada e Comelico che vedeva nel torrente CORDEVOLE della VAL VISDENDE il percorso iniziale del fiume, torrente conosciuto anche quale PIAVE DI VISDENDE, anzi LA PIAE il lingua locale (PIAI è un TERMINE CADORINO indicante un po’ tutti i ruscelletti alla loro sorgente). Da WWW.MAGICOVENETO.IT

   La Piave da qualche decennio è un fiume malato, ma ora è ancora peggio, la sua sembra proprio un’agonia. Le malattie che ha sono diverse a seconda dei territori che attraversa, dalla sorgente alla foce. A nord (nel bellunese) ci sono gli sbarramenti, le centraline idroelettriche in particolare, per l’utilizzo a energia. Nel medio Piave (ancora bellunese) troviamo le escavazioni, e, a partire dal trevigiano quel che impoverisce fortemente il fiume sono i prelievi per le irrigazioni agricole dell’alta pianura (con canali artificiali rilevanti, sempre pieni d’acqua, come il Brentella, il Canale della Vittoria più il Piavesella…).

MASERADA, REGIMAZIONE DEL PIAVE: un canalone enorme per far defluire il Piave, a gran velocità – REGIMAZIONE NON ACCETTABILE- progetto proposto alla Regione dal Crif, Consorzio Regimazione Idraulica Fiumi di Cimadolmo, intitolato “Lavori di riordino idraulico mediante ricalibratura delle sezioni di deflusso con movimentazione e asporto di materiale litoide, adeguamento opere di difesa e riqualificazione ambientale nel tratto del fiume Piave compreso fra i comuni di Breda, Maserada, San Biagio e Ponte di Piave”. 7 chilometri di opere di REGIMAZIONE del fiume che da tempo si stanno portando avanti: nel timore delle possibili piene di novembre, si toglie ghiaia nella parte centrale del Fiume, creando di fatto un vero e proprio canale artificiale…. Tra l’altro il possibile arrivo di grosse quantità alluvionali d’acqua, farà sì che la canalizzazione della Piave porta a una maggiore velocità della stessa acqua nel scendere a valle (l’effetto della canna da fucile, viene chiamata dai critici di tali interventi…). Rifiutando invece interventi di REGIMAZIONE DIFFUSA e di MIGLIORAMENTO DI TUTTA L’AREA GOLENALE nella sua ampiezza (che rallentano e “disperdono” la piena” se arriva)

   Un utilizzo eccessivo, per coltivazioni, tipo il mais, che hanno bisogno d’estate di tanta acqua, che non è perlomeno a goccia, a risparmio: insediamenti agricoli poco rispettosi dell’equilibrio biologico. A sud, sempre più si fa notare l’effetto del mare che risale, rendendo l’acqua salata, il cosiddetto “cuneo salino”, e con il fenomeno delle alghe che soffocano il fiume.

BACINO E AFFLUENTI DELLA PIAVE – Il fiume è lungo 220 chilometri con le sorgenti a m.2.040 tra il MONTE PERALBA e il CHIADENIS, a SAPPADA (Alpi Carniche Occidentali) e la foce, deviazione artificiale ad opera del magistrato alle acque della Serenissima, a CORTELLAZZO di JESOLO direttamente nel mare Adriatico. (da http://www.magicoveneto.it )

   E nel Medio corso, i prelievi eccessivi (accompagnati in primavera estate da poche piogge, da carenza idrica) colpiscono ancor di più il Fiume, soggetto a magre/secche sempre più accentuate, inaridendolo, tanto che le eventuali risorgive che in alcuni posti non ci sono più, fanno sì che pesci e altra fauna acquatica muoia non trovando più piccole pozze d’acqua di risorgiva che, grazie a queste pozze, una volta potevano sopravvivere al momento di aridità.

IL PERCORSO NATURALISTICO “PIAVENIRE” – All’interno dell’oasi naturalistica “Il Codibugnolo”, è stato istituito il Percorso Naturalistico denominato “Piavenire”. Esso si sviluppa lungo 24 Ha di area golenale del fiume Piave, in concessione demaniale. Questo angolo di paesaggio, situato in località Salettuol di Maserada sul Piave (Tv), rappresenta una risorsa ecosistemica e culturale di notevole importanza per tutta la provincia di Treviso e, in prospettiva, per l’intera area Triveneta. (per saperne di più: http://home.teletu.it/piavenire/oasi%20piavenire.htm )

   E la stessa alimentazione della falda che poi “uscirà” nelle risorgive della bassa pianura, sta compromettendo anche la salute del Sile, fiume di pianura che nasce grazie al bacino fluviale della Piave.

BACINO FLUVIALE DELLA PIAVE _ da www_magicoveneto_it – la Piave è inoltre inserita nell’elenco delle zone della “RETE NATURA 2000” (DIRETTIVE EU “UCCELLI” ED “HABITAT” Z.P.S. (ZONA PROTEZIONE SPECIALE) 3240023 Grave della Piave ) e quindi dovrebbe essere oggetto di specifica tutela da parte della Regione Veneto in primis. Per non parlare dell’ignorata DIRETTIVA ACQUE 2000/60 o del PIANO DI GESTIONE della citata Zona di Protezione Speciale “Grave della Piave”

   E poi la carenza d’acqua crea problemi alla fruibilità del greto e dello scorrimento delle acque (ci troviamo in presenza di un “non-fiume”, rigagnoli qua e là), che non si possono più valorizzare per attività turistiche e ricreative, come pesca, iniziative di educazione ambientale, l’uso di kayak e canoa, semplici passeggiate, osservazioni naturalistiche…

Il presidente di Legambiente Piavenire, FAUSTO POZZOBON

    Viene inoltre compromessa gravemente la capacità di autodepurazione del Fiume dagli inquinanti che derivano dagli scarichi urbani e agrari. Gli ecosistemi della zona golenale e dell’intera pianura alluvionale tendono a cambiare, diventano banali, ripetitivi, privi di valore paesaggistico, monotoni e con una grave perdita di biodiversità …

Paesaggi acquatici nella Piave (da http://www.legambientepiavenire.it)

   E’ così urgente “credere” in un progetto che favorisca interventi di rinaturalizzazione volti a migliorarne il patrimonio di biodiversità, la sicurezza idraulica e la fruizione culturale e turistica sostenibile!

garzette nella Piave (da http://www.legambiente.it/)

   Non certo con le opere di REGIMAZIONE del fiume che da tempo si stanno portando avanti: nel timore delle possibili piene di novembre, si toglie ghiaia nella parte centrale del Fiume, creando un vero e proprio canale artificiale…. Tra l’altro il possibile arrivo di grosse quantità alluvionali d’acqua, farà sì che la canalizzazione della Piave porta a una maggiore velocità della stessa acqua nel scendere a valle (l’effetto della canna da fucile, viene chiamata dai critici di tali interventi…). Rifiutando invece interventi di regimazione diffusi e di miglioramento di tutta l’area golenale nella sua ampiezza (che rallentano e “disperdono” la piena” se arriva).

Paesaggi della Piave (da http://www.legambientepiavenire.it)

   E’ poi necessario che lo sfruttamento idroelettrico e il prelievo d’acqua ad uso agricolo per l’alta pianura sia più limitato e in ogni caso maggiormente regolamentato: dagli sbarramenti servono rilasci d’acqua modulari delle acque; un rilascio costante o limitato a certi periodi non ha senso; i produttori di energia idroelettrica, ad esempio, devono rilasciare dei picchi di magra e di morbida che siano quelli naturali.

PIAVE PAESAGGIO (da http://www.legambientepiavenire.it/)

   E’ così che il “caso Piave” è ancora aperto, come ben sottolinea la Legambiente nei suoi circoli in territori lungo la Piave. Un caso aperto anche culturalmente. Non esisterebbe la civiltà del fiume e non esisterebbe, almeno in parte, Venezia così com’è, se il Piave non fosse stato una via d’acqua (allora l’acqua c’era) percorsa dagli zattieri con merci e carbone diretti alla foce e quindi alla Laguna. Vi invitiamo qui a firmare la petizione “MANIFESTO PER IL FIUME PIAVE” della Legambiente, e ad avere interesse a questo tema così importante della vita dei FIUMI, e della risorsa ACQUA. (s.m.)

PIAVE IN SECCA

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MANIFESTO PER IL FIUME PIAVE

Legambiente Piavenire – Maserada sul Piave (TV)

Manifesto per La Piave – FIUME SACRO ALLA PATRIA – e per tutti i corsi d’acqua.

   Il bacino del Fiume Piave, Sacro alla Patria, è tra i più sfruttati e artificializzati d’Europa. Continua a leggere

IL SOGNO DELL’INDIPENDENZA CURDA (PUR IN LOTTA TRA DI LORO) svanisce ancora una volta – Alla sconfitta dello Stato Islamico in SIRIA e IRAQ, con la liberazione di RAQQA, che ha visto i curdi protagonisti, e al REFERENDUM per l’indipendenza del Kurdistan, le potenze mondiali non riconoscono a loro uno Stato

CURDI CHE FESTEGGIANO LA LIBERAZIONE DI RAQQA DALL’ISIS – ”LA CITTÀ DI RAQQA È STATA COMPLETAMENTE LIBERATA”. E’ l’annuncio dato dalle forze democratiche siriane, un’alleanza CURDO-ARABA SIRIANA sostenuta dagli STATI UNITI che lo scorso giugno avevano lanciato un’offensiva per liberare l’ex capitale dello stato islamico. L’ultimo bastione dell’Isis a cadere sarebbe stato lo stadio della città dove ora sventola LA BANDIERA DELLE YGP, LE UNITÀ DI PROTEZIONE DEL POPOLO CURDO

   RAQQA, la città simbolo, che viene (veniva) considerata la capitale in Siria dell’Isis, è ora libera dal controllo terroristico del Califatto, dell’Isis. E questo accade dopo la città di MOSUL, che è stata capitale dell’Isis in Iraq, e liberata dagli integralisti islamici nel luglio scorso, pur ridotta a cumuli di rovine, con popolazione senza più niente, un miseria assoluta, che vaga tra le macerie (come del resto a Raqqa).

RAQQA È LIBERA. LA SCONFITTA DELL’ISIS – “(…)Per come lo abbiamo conosciuto, questo criminale movimento dell’estremismo islamico PERDE ciò che più lo caratterizzava rispetto ad Al Qaeda e agli altri gruppi jihadisti nella nostra era: LA DIMENSIONE TERRITORIALE. RAQQA, la sua capitale è trasformata in un CUMULO DI MACERIE, i suoi militanti siriani arresi con le famiglie. Quelli più pericolosi, i volontari stranieri, morti a centinaia nell’ultima battaglia senza speranza. L’annuncio della «presa totale» di Raqqa ieri (martedì 17 ottobre, ndr) a metà mattina segna un momento cruciale nella lotta contro il terrorismo religioso sunnita nato e cresciuto nel Medio Oriente post-2001. Lo SCENARIO della battaglia è quello ormai tristemente noto DELLE GUERRE URBANE CONTEMPORANEE. Almeno la metà degli edifici distrutti o inagibili, strade coperte di macerie e rottami, ovunque il lezzo della decomposizione e soprattutto onnipresente la minaccia delle mine, delle trappole bomba, degli ultimi cecchini irriducibili. I morti negli ultimi cinque mesi sarebbero almeno 3.250, tra cui 1.130 civili. Altre fonti alzano il dato a quasi 2 mila. Ma i bilanci potrebbero essere peggiori. Tanti morti restano sepolti sotto le rovine.(…)” (Lorenzo Cremonesi, “il Corriere della Sera”, 18/10/2017)

   E’ chiaro che i maggiori protagonisti di queste due “liberazioni”, protagonisti in questi mesi della “battaglia di Raqqa” quelli che sono stati “sul campo” (gli stivali sul terreno) nella lotta fisica al Califatto, cioè i CURDI (l’unico altro apporto “sul campo” è venuto dagli iraniani), ora chiedano alla Comunità internazionale un riconoscimento della loro esistenza, del loro diritto di “avere una patria”. Cioè si attendono d’essere ricompensati dagli Stati Uniti e (pur divisi i curdi tra loro in due fazioni) sognano l’indipendenza.

“(….) In parallelo alla BATTAGLIA DI RAQQA, più a Est, IN IRAQ, le forze irachene hanno svolto un’offensiva per impadronirsi della città di KIRKUK, centro petrolifero nevralgico che era in mano ai curdi. È la RISPOSTA AL REFERENDUM per l’indipendenza svoltosi il 25 settembre nel Kurdistan iracheno, che peraltro già gode di larga autonomia. L’esercito iracheno e le forze curde sono entrambi armate, equipaggiate entrambe da americani e occidentali, e ora si affrontano minacciosamente.(…)”(Giampiero Gramaglia, “Il Fatto”, 18/10/2017)

   I curdi iracheni hanno pure promosso un REFERENDUM nel KURDISTAN (la regione orientale dell’Iraq dove vantano una certa autonomia all’interno dello stato iracheno), il 25 settembre scorso (una settimana prima di quello in Catalogna), ma sembra non sia stata una mossa felice (come del resto è accaduto in Catalogna): si sono ritrovati la reazione delle forze nazionali irachene, non disposte a perdere una parte importante del territorio dell’Iraq. In particolare le forze irachene si sono impadronite della città di Kirkuk (che non è proprio nella regione del Kurdistan ma poco a sud, e che era però controllata dai curdi): KIRKUK È UN CENTRO PETROLIFERO NEVRALGICO PER L’IRAQ, e il governo iracheno non voleva perderlo. Pertanto questa azione governativa irachena a Kirkuk, è nata in risposta (e preoccupazione) al referendum per l’indipendenza curdo.

Il REFERENDUM SULL’INDIPENDENZA DEL KURDISTAN IRACHENO si è tenuto il 25 settembre 2017, per creare una stato iracheno indipendente dall’Iraq nella regione irachena (a nord del Paese) a predominanza curda. Il 93% dei cittadini ha votato per staccarsi dall’Iraq. Il risultato non è stato riconosciuto dal governo di Baghdad. Tutto questo può ora generare una guerra civile

   Da non trascurare poi le pesanti divisioni interne tra i curdi, dove la leadership è contrapposta tra due famiglie, i BARZANI e i TALABANI, che, attraverso i rispettivi partiti (PDK e PUK), da decenni governano e controllano la regione, spartendosi i proventi di gas e petrolio. Questa divisione, questo contrasto interno, era ormai arrivato a un punto di rottura. Ora in particolare buona parte dei curdi iracheni sono tutti contro Barzani, colui che ha voluto a ogni costo il referendum, e in questa contrapposizione “anti-Barzani” hanno addirittura appoggiato le truppe del governo iracheno alla conquista della città petrolifera di Kirkuk.

   Per dire: onore al sacrificio e all’apertura libertaria del mondo curdo, che (pur teleguidati e sostenuti in particolare dagli americani) hanno sconfitto lo Stato islamico in Siria e Iraq, ma anche al loro interno non tutto luccica…. e le lotte tra fazioni denotano interessi di parte da salvaguardare, e probabilmente ulteriori sofferenze per le popolazioni (curde) più povere e meno provviste di mezzi materiali e intellettuali per contrapporsi agli interessi (delle grandi famiglie curde) dominanti.

LA SCONFITTA DELL’ISIS

   Torniamo comunque a vedere il contesto geopolitico di quest’area del Medio Oriente “siriana-irachena”, con: a- la fine dello Stato islamico dell’Isis (ma non si sa cosa accadrà in altre parti del mondo dove si sono dispersi gli integralisti sconfitti…), b- dall’altra le istanze curde per avere uno stato indipendente (avversato da tutti, in special modo da turchi e iracheni) e, c- la spartizione della SIRIA che vede ora pure interessi nell’area dell’Arabia Saudita (alleata degli americani e nemica giurata dell’Iran).

PANORAMICA MEDIORIENTALE (con la posizione di Kirkuk)

   Ebbene questo scenario è assai complicato e pericoloso, come contesto geopolitico in tutta quella regione mediorientale (pur nella buona notizia della sconfitta dell’Isis). Perché tante sono le iniziative in corso non proprio pacifiche: 1- c’è appunto lo scontro in atto tra curdi e iracheni in Iraq; 2- poi ci sono i fermenti fra i curdi di Iraq; 3- ma anche in Siria i curdi sognano anch’essi uno Stato curdo; 4- c’è l’ostilità ai curdi dei governi centrali di Damasco (Siria) e Baghdad (Iraq) e, ancora di più, Ankara (Turchia) e Teheran (Iran)…Tutto ciò complica il quadro della regione; 5- quadro ulteriormente messo in pericolo dal deterioramento dei rapporti tra Usa e Iran voluto da Trump. 6- Ma anche sauditi e turchi non stanno a guardare, e cercano alleanza pure con Mosca (grande fornitrice loro di armi, ben pagate ai russi naturalmente). E, dulcis in fundo, 7- in funzione anti-curda, si parlano persino Iran e Turchia…. Una situazione che più caotica di così difficile che lo sia.

KIRKUK, la nuova guerra del petrolio

   C’è qui da sottolineare, come elemento importante, la ancora non comprensibile negli effetti e in quel che sarà, della prossima SPARTIZIONE DELLA SIRIA, dopo che l’Isis è stata sconfitta, con in primis l’ARABIA SAUDITA (grande nemica dell’Iran) che cerca di avere sempre più un’influenza territoriale. E le scelte contraddittorie del presidente Trump, che lusinga le monarchie sunnite, dove i jihadisti hanno appoggi e da dove traggono finanziamenti, e contrasta l’Iran, in prima linea in Iraq e con i suoi alleati in Siria contro l’Isis.

IL KURDISTAN tra Turchia, Iran. Iraq e Siria

   E la fuga dei militanti dell’Isis, i miliziani integralisti, i foreign fighters (questi venuti dall’Europa e da altri Paesi occidentali e che ora ritornano nelle nostre città…), e guerrieri locali, che non hanno più un territorio da difendere, tutto questo alimenterà terrorismo, ancora in quell’area geopolitica, ma non solo lì, anche in Africa (nel Nord libico e tunisino, in Mali, in Somalia….), e anche da noi con il ritorno dei terroristi “occidentali” ben capaci di azioni terroristiche.

Kirkuk, bambini e donne curde

   E’ da sperare che questa virulenza terroristica si plachi da sè, pur capendo e percependo che necessita il rafforzamento dei controlli anti-terroristici; ma anche soluzioni più adeguate per arrivare a un calo di tensione tra le potenze mondiali; e “che fare” in Siria per evitare altre guerre civili; che risposte concrete dare all’impegno diretto dei curdi nella lotta all’Isis. In questo post parliamo di una PROPOSTA di convocazione di una CONFERENZA DI PACE INTERNAZIONALE SULLA SIRIA, a cui prendano parte tutti gli stati mediorientali, gli Stati Uniti, l’Unione Europea, la Russia… e che prenda anche in considerazione le aspirazioni curde a uno Stato. E poi c’è la necessità di un’azione di ricostruzione (sia materiale che morale) di quella parte di Medio Oriente che ha dovuto soffrire in questi anni la guerra dell’Isis. L’Occidente dovrà trovare risorse economiche (soldi) e idee per una ricostruzione che possa ridurre e superare le sofferenze di quelle popolazioni. (s.m.)

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ISLAMISTI SIRIANI, INDIPENDENTISTI CURDI, SEPARATISTI CATALANI

IL VIZIO GEOPOLITICO DELL’AZIONE SENZA CALCOLARE PRIMA LE MOSSE”

di Daniele Raineri, da il FOGLIO” del 19/10/2017

   Che cosa lega IDLIB, ERBIL e BARCELLONA? La prima città è la roccaforte dell’opposizione estremista al regime siriano, la seconda è la capitale del Kurdistan iracheno e la terza è la città più importante della Catalogna. Sono tutte e tre luoghi dell’irrealtà, dove per qualche motivo che all’esterno viene difficile capire si è deciso di fare i conti senza tenere in considerazione le condizioni strutturali – contro cui prima o poi si va a sbattere la faccia. Continua a leggere