Il boom del vino PROSECCO ha portato alla MUTAZIONE DEL PAESAGGIO AGRICOLO nel VENETO (e parte in FRIULI): fenomeno di sviluppo agro-alimentare positivo, se non fosse per la trasformazione agricola in MONOCOLTURA, nell’USO DI PESTICIDI, nell’IMPOVERIMENTO e AVVELENAMENTO della terra

LE SPLENDIDE COLLINE DEL PROSECCO (luogo originario del vitigno) TRA VALDOBBIADENE E CONEGLIANO, nella Marca Trevigiana – LA FORTUNA ECONOMICA PER I TERRITORI DEL PROSECCO è arrivata con il successo mondiale delle bollicine e con l’istituzione, nel 2009, della Doc (denominazione di origine controllata) e delle due Docg (“denominazione di origine controllata e garantita” a Conegliano-Valdobbiadene e Asolo-Montello). L’allora ministro dell’agricoltura Zaia, infatti, creò una Doc che comprende 9 province, tra Veneto e Friuli, e due Docg nelle aree di produzione storica del prosecco. I tre consorzi la pensano allo stesso modo: senza quella mossa il prosecco avrebbero potuto produrlo ovunque nel mondo

   La vendemmia nel Nordest d’Italia del 2018, in particolare del vino prosecco, sarà ricordata come un’annata eccezionale. Grazie alle condizioni climatiche particolarmente favorevoli, la produzione è stata molto superiore alle attese. Con ogni probabilità anche i nuovi vigneti, messi a dimora in questi ultimi anni, hanno avuto un peso non piccolo nell’aumento della produzione.

“PONTE DI PIAVE. UNA FILA INTERMINABILE DI TRATTORI, CON I RIMORCHI COLMI D’UVA. Una scena mai vista, neanche nelle annate più generose. La vendemmia record di quest’anno porta anche alla scena descritta e circolata ieri mattina in una chat di viticoltori: a Ponte di Piave almeno cinquanta trattori erano in coda in attesa di conferire il proprio prezioso carico alla cantina sociale. Tutta via Verdi e tutta via De Gasperi – quasi un chilometro – occupate su un lato, con la Polizia locale incaricata di gestire il traffico per gran parte della mattinata. Insomma, un caos. (…) (DANIELE FERRAZZA, 19/9/2018, “LA TRIBUNA DI TREVISO”)

   E il prossimo anno sarà ancora “di più” (condizioni climatico-atmosferiche permettendo). Perché altri vigneti già piantumati, in corso di maturazione, ci saranno. Pertanto la produzione, nonostante i limiti posti crescerà ancora. Con una qualità sempre minore, che non interessa (interessa il business).
Oltre 500 milioni di bottiglie di vino Prosecco vendute in tutto il mondo ogni anno, un exploit vitivinicolo inimitabile (per qualsiasi altro prodotto agroalimentare) negli ultimi anni. Tra Vicenza e Treviso si nota un graduale cambiamento nel paesaggio: dalle distese di mais ai filari delle viti.

IL CONSORZIO DELLA DOCG DI CONEGLIANO è saturo, si estende su quasi 8.000 ettari. Nelle 9 PROVINCIE DELLA DOC gli ettari coltivati a glera, riconosciuti dalla denominazione, sono 24.450. Nella Docg di Asolo, dal 2011 al 2017, i nuovi impianti sono aumentati dell’80% circa. Ogni anno l’Unione europea concede un diritto di incremento della superficie vitata nazionale pari all’1% della stessa. I diritti di impianto vengono distribuiti alle regioni, che li concedono attraverso bandi. Ogni Consorzio di tutela adotta regole diverse per l’accettazione di questi nuovi impianti all’interno dell’aree di competenza. PER LE DUE DOCG VALE L’ADESIONE IMMEDIATA: UN NUOVA VITE A GLERA ENTRA AUTOMATICAMENTE NELLA DENOMINAZIONE. NEL CONSORZIO DOC, INVECE, VIGE IL BLOCCO, DAL 2011. «I nuovi ingressi vengono regolati, per tenere in equilibrio domanda e offerta», sottolinea il presidente della Doc Stefano Zanette. FUORI DALLA DENOMINAZIONE CI SONO 7 MILA ETTARI DI GLERA, piantumati dopo il blocco, che potrebbero non diventare mai prosecco. (Marta Gatti, IL MANIFESTO, 12/7/2018)

Sono molti gli interventi negli ultimi decenni di mutazione dei tanti paesaggi nel Nordest d’Italia (Veneto in particolare, ma anche Friuli), rurali, agricoli, naturalistici, ambientali… mutazioni verificatesi e dovute principalmente alla piantumazione di vigneti di Prosecco. E c’è stato l’annuncio, in questo 2018, che nella provincia di Treviso la viticoltura ha superato, per estensione, le colture cerealicole.

   Dal 2007 la viticoltura a prosecco ha aumentato di un terzo la superficie coltivata. Molti (tutti?) dicono (noi con loro) che c’è stata una sicuramente eccessiva diffusione del Prosecco a scapito di altre (seppur ottime) qualità di uva con il conseguente rischio di una monocoltura… (ma il business è business).

CISON DI VALMARINO – La 2^ Marcia STOP PESTICIDI contro la chimica in agricoltura, si è TENUTA il 13 maggio 2018 da Cison a Follina – NO AI VELENI IRRORATI NEI VIGNETI, TUTELA DELLA BIODIVERSITÀ e SALVAGUARDIA DEL PAESAGGIO sono temi centrali di chi si oppone a quando accade con il boom del Prosecco

   Mutazioni del paesaggio agrario (quel che resta) a volte molto pesanti, e che hanno modificato in maniera sostanziale la conformazione del territorio. Con risvolti paesaggistici che sono sotto agli occhi di tutti e che, con tutta probabilità, influiscono anche sull’assetto idrogeologico.
E’ da notare che la trasformazione avviene anche dove da sempre c’erano vigneti: se prima erano distanziati tra di loro nella “giusta misura” (né troppo stretti né troppo larghi, per l’irradiazione solare, le caratteristiche del terreno…), ora molto spesso sono “fitti, fitti” per avere più vitigni possibili e massima (industriale) produzione: il business è adesso… quanto durerà?…non si sa…. e allora bisogna cercare la produzione industriale al massimo, che sfrutta il momento propizio, e nulla tiene conto della qualità dell’uva che ne esce, e ancor meno del vino prodotto (“aggiustato” poi dai bravi enologi, tecnici-chimici che nella cantine arrivano a creare un vino “normalizzato” da eventuali difetti).

GLERA (da Wikipedia) – La GLERA è un VITIGNO A BACCA BIANCA, componente base del PROSECCO. Ha tralci color nocciola e produce grappoli grandi e lunghi, con acini giallo-dorati. NELLA PRODUZIONE DEL PROSECCO LA GLERA COSTITUISCE ALMENO L’85% DELLE UVE UTILIZZATE. La frazione rimanente può essere rappresentata da VERDISO, PERERA, BIANCHETTA, PINOT e CHARDONNAY

   Pertanto la giusta ragionata impostazione del vigneto (una scelta dei terreni adatti, le condizioni microclimatiche, la corretta disposizioni delle piante nello spazio, l’utilizzo di sostanze che non siano velenose – di quest’ultima cosa ne parliamo dopo -, il sole che riscalda, l’acqua, il lavoro umano, i consigli dell’agronomo), tutta questa ragionata impostazione sembra lasciata in secondo piano…. Ora, ad esempio, la meccanizzazione della raccolta che in parte si sta attuando (togliendo il lavoro umano di raccolta, la vendemmia), che può avere certamente dei pro, porta a un nuovo modo di intendere la viticoltura, col rischio di concepirla esclusivamente sulla base del sistema produttivo industriale.

PROSECCO. IL LAVORO DI MOLTI IMMIGRATI NELLA VENDEMMIA RECORD 2018

Allora, riepilogando, le cose che fanno “portare l’uva in cantina” nelle condizioni ideali per un vino di qualità, questo (domandiamo) sta avvenendo nei vigneti del prosecco di adesso?…Non sembra per niente: pare che la priorità sia quella di “sfruttare il momento favorevole”, appunto il business.
La fortuna economica per i territori del prosecco si vede poco, cioè non si è riversata granché sull’indotto limitato della filiera del vino, che sembra determinare una ricaduta assai ridotta della ricchezza sul territorio. Questa fortuna economica comunque, con il successo mondiale delle bollicine e con l’istituzione, nel 2009, della Doc (denominazione di origine controllata, nelle terre di “espansione” del prosecco) e delle due Docg (“denominazione di origine controllata e garantita” a Conegliano-Valdobbiadene e Asolo-Montello, nelle terre di “origine” del prosecco), questa fortuna ha sicuramente origine da un fatto: l’allora ministro dell’agricoltura Zaia, infatti, creò appunto una Doc che comprende 9 province, tra Veneto e Friuli, e due Docg nelle aree di produzione storica del prosecco. Senza quella mossa il prosecco avrebbero potuto produrlo ovunque nel mondo.

Nel giugno scorso la rivista SALVAGENTE (mensile, leader nei Test di laboratorio, https://ilsalvagente.it/ ) ha dedicato un’analisi assai dettagliata sul PROSECCO, esaminando molte produzioni e il livello di presenza di pesticidi in bottiglia

La mutazione del paesaggio che noi vediamo, che tutti vedono, è in particolare nei luoghi oltre la produzione originaria (Docg) del prosecco; a Valdobbiadene, Conegliano Asolo poco è cambiato nel paesaggio: è in pianura, nel resto del Veneto (e Friuli) che la possibilità di utilizzare il marchio “prosecco” (Doc) ha cambiato la fisionomia dei luoghi agricoli, rurali ma anche urbani: case sparse e diffuse, vigneti negli orti, a volte nei giardini, negli angoli di terreni rimasti liberi lungo le strade…ogni posto è buono per fare prosecco… Appunto li si vede (i vigneti) anche lungo le strade che si percorrono, in pianura e anche verso il mare, case alternate a campi coltivati e, a volte, circondate dalle viti.

Invasione di Prosecco e pesticidi nel Bellunese (da TERRA NUOVA)

E nei vigneti di prosecco si fa uso ancora di troppi fitofarmaci, c’è un massiccio utilizzo di sostanze chimiche. Nel giugno scorso la rivista “Il Salvagente” ha fatto delle analisi in alcune produzione di prosecco, venendo a trovare un uso di pesticidi assai rilevante. Fino a 7 fungicidi differenti sono stati a volte trovati…in nessun caso i residui trovati superavano il “limite massimo di residuo” (Lmr) consentito per ogni sostanza, però c’è un effetto sommatorio che non può essere trascurato, si sommano comunque nell’organismo umano.

Scempio ambientale sul Montello per nuovi vigneti di Prosecco, con sbancamento di una dolina (da http://www.trevisotoday.it/)

Ed è nata così una monocoltura del vino, dove i vigneti hanno superato in superficie i cereali.
Noi crediamo poco che si possa fermare questa “invasione”. Ne usciranno sempre più vini che magari non potranno utilizzare il marchio “prosecco”, ma che troveranno il modo di indentificarsi con questi vino con le bollicine. Sarà forse il “Mercato”, più che le “Autorità politiche” (il “gioco” sembra sfuggito di mano alla Regione Veneto…) a decidere quando dire basta. E’ il classico caso di un’iniziativa economica (agroalimentare) in se positiva che rischia di implodere, di ridurre drasticamente ogni qualità, di portare a prodotti di massa solo scadenti, di impoverire il territorio sfruttandolo troppo e rendendolo sterile…

da rai report

Appoggiare ogni forma di “resistenza” a questo sembra essere il minimo che si può fare: dalle manifestazioni “no pesticidi” che si stanno allargando, a sostenere i coltivatori che cercano di produrre vini “altri” (incentivando vitigni locali di ottime antiche qualità) rispetto al prosecco (come la ricerca e coltivazione di cereali di qualità, sementi di grano antichi finora perduti, il biologico diffuso…). E poi la terra ha bisogno anche di momenti di pausa (maggese), di diversificazioni produttive, di non impoverirsi come sta accadendo. (s.m.)

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PROSECCO: NORMATIVA, CIFRE E DATI
– 135 QUINTALI PER ETTARO, è la resa massima nelle Dogc di Asolo e di Conegliano-Valdobbiadene
– 180 QUINTALI PER ETTARO, è la resa massima per i produttori di Prosecco Doc, tutta l’uva in più non può essere rivendicata a Prosecco
– 20 PER CENTO, è il surplus di produzione della vendemmia 2018 che non può essere rivendicato a Doc e Docg, e diventa vino bianco frizzante comune
– 2,1 MILIARDI DI EURO, il valore della produzione totale di Prosecco Doc nel 2017; il Conegliano-Valdobbiadene Docg vale complessivamente 492,5 milioni di euro

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UNA RIFLESSIONE PROVVISORIA E APERTA SULLA VENDEMMIA 2018
L’editoriale del direttore DON ALESSIO MAGOGA, da “L’AZIONE”, SETTIMANALE DIOCESANO di Vittorio Veneto – http://www.lazione.it/Editoriale/
20/9/2018
Nei ricordi dei viticoltori trevigiani il 2018 resterà come l’anno della vendemmia più abbondante e generosa che ci sia mai stata. A memoria d’uomo, nei vigneti di pianura, nessuno ricorda che ci sia stata la necessità di ricorrere a giornate di blocco della raccolta, perché la produzione di mosto si è rivelata troppo abbondante rispetto alle capacità di lavorazione e di stoccaggio delle cantine. Una cosa mai accaduta prima, se non vado errando e se la mia memoria non mi inganna. Un certo scalpore hanno fatto anche gli sversamenti di uva o di mosto sul manto stradale, tanto da allarmare alcuni conducenti e, in particolar modo, i motociclisti.
Un po’ di esperienza “sul campo”, ce l’ho anch’io come tanti altri, perché da noi, gente di pianura, è ancora abbastanza diffuso il vigneto – chiamiamolo così – “di famiglia”, la cui origine affonda le sue radici nelle tradizioni familiari ed è accudito dai membri della famiglia. Generalmente si tratta di appezzamenti di terreno medi o piccoli, ai quali si tiene particolarmente perché ricordano i genitori o i nonni, ma anche perché – ammettiamolo – diventano per il nucleo familiare una fonte di reddito non trascurabile. Infatti, con buona pace di tutti, è noto che la coltura della vite è generalmente più redditizia rispetto ad altri tipi di coltivazione (grano, mais, orzo…).
E alcune qualità di uva, come il Prosecco, sono decisamente vantaggiose. Dimensione culturale e convenienza economica si mescolano e si fondono. Non ci si deve stupire, perché è sempre stato così, non solo nella Marca Gioiosa: cultura ed economia possono sovrapporsi e rigenerarsi vicendevolmente in modo virtuoso.
Dalle nostre parti è piuttosto spontaneo associare la fine dell’estate con la vendemmia. E subito affiorano i ricordi di un tempo, quando la vendemmia era un rito collettivo, capace di coinvolgere tutti i membri di una famiglia e anche del vicinato: dagli anziani – gli esperti la cui parola era piena di autorevolezza –, sino ai bambini, che svolgevano le mansioni più semplici, orgogliosi di dare il proprio contributo… Erano coinvolti persino gli animali che facevano compagnia agli umani, intenti al loro lavoro nei campi.
Tutto questo – ne sono convinto – al giorno d’oggi non si è perduto, ma si sono aggiunti nuovi aspetti e nuove criticità, che un tempo nessuno avrebbe immaginato e invece ora mettono a rischio la dimensione squisitamente culturale e propriamente umana che da sempre caratterizza il mondo della viticoltura. Mi riferisco a varie questioni di grande attualità, come l’uso poco oculato dei pesticidi, il sospetto di forme di sfruttamento della manodopera soprattutto per la potatura, l’indotto limitato della filiera del vino che sembra determinare una ricaduta ridotta della ricchezza sul territorio, l’eccessiva diffusione del Prosecco a scapito di altre (seppur ottime) qualità di uva con il conseguente rischio di una monocoltura…
Da un certo punto di vista, pure la meccanizzazione della raccolta, che ha certamente dei pro, rivela anche dei contro, che si riflettono sul modo di intendere la viticoltura, col rischio di concepirla esclusivamente sulla base del sistema produttivo industriale.
La vendemmia del 2018 sarà ricordata – si diceva – come un’annata eccezionale. Grazie alle condizioni climatiche particolarmente favorevoli, la produzione è stata molto superiore alle attese. Con ogni probabilità anche i nuovi vigneti, messi a dimora in questi ultimi anni, hanno avuto un peso non piccolo nell’aumento della produzione. Tutto questo, come varie voci hanno già preconizzato, non si tradurrà in un abbondante guadagno per gli agricoltori.
L’eccesso di produzione, infatti, ha già creato difficoltà nella fase di raccolta, con la conseguente perdita o svendita di una parte del prodotto, e si paventa anche una certa saturazione del mercato con il rischio di un ribasso dei prezzi del vino. In questi giorni vi è pure chi ha ricordato la necessità di un maggiore controllo in fase di produzione e si è chiesto perché non si sia provveduto a togliere i grappoli in eccesso prima della maturazione.
Nei prossimi mesi vedremo quali saranno gli sviluppi del mercato. In ogni caso, recuperare quell’amore per la terra e quell’attenzione alla qualità, che hanno caratterizzato le generazioni che ci hanno preceduto, è senza dubbio l’operazione culturale – ed anche economica – più urgente e saggia da fare, perché l’agricoltura non diventi preda della speculazione finanziaria, con tutte le conseguenze del caso. Proprio di questi temi si parlerà nell’ambito delle iniziative organizzate della nostra diocesi per la giornata del creato, cui abbiamo dedicato il Primo Piano. (Alessio Magoga)

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TRATTORI IN CODA ALLE CANTINE DI PONTE DI PIAVE: QUEST’ANNO RACCOLTA RECORD
di Daniele Ferrazza, 19/9/2018, da “la Tribuna di Treviso”

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Quale influenza avrà LA CINA SULLE NOSTRE VITE? – A che punto è la VIA DELLA SETA CINESE, cioè lo sviluppo economico e il rapporto che ha e avrà di qui a poco con noi? – La CINA AUTOCRATE contro la dissidenza interna repressa; e l’AMERICA CHE LE DICHIARA GUERRA CON I DAZI al suo ruolo globale

PECHINO (da http://www.corriere.it ) – Dimenticatevi i rivoluzionari maoisti vestiti di tuniche abbottonate sul davanti e i gruppi di operai che si dedicano al Tai chi sulla Piazza: all’alba del nuovo millennio la città ha intrapreso una rapidissima trasformazione. Oggi i giovani di Pechino sono interessati più a MTV che a Mao; gli slogan retorici della rivoluzione culturale hanno lasciato il passo alle scritte in inglese sulle magliette, e gli immigrati, i turisti, gli investitori stranieri e la mania per il telefono cellulare si mescolano ai burocrati. I vecchi edifici e i vecchi hutong (vicoli) sono in via di demolizione; si stanno costruendo nuovi edifici e le piccole strutture lasciano spazio a grandi imprese. Questo stile di vita veloce e affrettato non piace a tutti: i vecchi compagni si lamentano dei giovani presuntuosi e della perdita dei valori, ma la capitale della Repubblica Popolare Cinese non sembra avere intenzione di rallentare i suoi ritmi.

   Sapete come si suddivide la Cina?… le sue province, regioni…le maggiori città-metropoli (oltre a Pechino…)?
…Domande un po’ provocatorie per dire che assai poco sappiamo di una popolazione (di un miliardo e quasi 400 milioni di persone) che sempre più verrà a interloquire con noi…che esce dall’anonimato, dall’isolamento cui essa stessa nei secoli e decenni passati forse si è autoesclusa, ma che ora, piaccia o non piaccia, farà parte e co-parteciperà al mondo “villaggio globale”.…mentre “noi” coltiviamo un diffuso desiderio di semplificare il mondo, di ritirarsi all’interno delle barriere, di un senso condiviso di identità nazionale (“sovranismo” viene chiamato…).

La Repubblica Popolare Cinese amministra 33 SUDDIVISIONI DI LIVELLO PROVINCIALE di cui: 22 province, 5 regioni autonome, 4 municipalità e 2 regioni amministrative speciali. Nella Cina Continentale le province teoricamente sono sottomesse al governo centrale di Pechino ma nella pratica gli amministratori provinciali dispongono di un buon grado di autonomia nella scelta della politica economica. Il potere concreto e odierno delle province ha creato un sistema politico che diversi economisti definiscono: FEDERALISMO CON CARATTERISTICHE CINESI.

   In molti hanno difficoltà a confrontarsi con l’Unione europea, percepita come distante e poco comprensibile; figuriamoci quanto può essere difficile immaginare un modo di convivere con una potenza come la Cina che emerge da un passato e da una storia così radicalmente distante.
La Cina è una nazione incredibile. Negli ultimi 40 anni ha fatto uscire dalla povertà oltre 300 milioni di persone, è cresciuta a ritmi vertiginosi… e fino all’inizio della crisi economica mondiale (il 2008) era considerata solo come “produttrice di beni di scarsa qualità” con un’economia basata sulla manifattura e sulle esportazioni.

Il presidente cinese XI JINPING è stato ELETTO PER UN SECONDO MANDATO nel marzo scorso al vertice della REPUBBLICA POPOLARE dal 13/mo CONGRESSO NAZIONALE DEL POPOLO, la sessione legislativa annuale, CARICA CHE POTREBBE MANTENERE A VITA dopo la rimozione dalla Costituzione del limite dei due mandati. Xi è stato anche confermato a CAPO DELLA POTENTE COMMISSIONE CENTRALE MILITARE. In questo modo, XI MANTIENE LA “TRINITÀ”: segreteria generale del Partito comunista cinese, presidenza della Repubblica e presidenza della Commissione centrale militare.

   Negli ultimi dieci anni tutto è cambiato: se l’Occidente non compra più beni prodotti a bassissimo costo, allora la Cina cambia il proprio modello economico, inizia a pensare alla “qualità” e in particolare incentiva il mercato interno (fatto di un miliardo e quattrocento milioni di persone!!).
E crescono le città: il censimento del 2011 stabilisce per la prima volta una maggioranza di popolazione urbana; un Paese rurale che diventa iper-urbano (con metropoli di milioni di persone). Si consolida il ceto politico con l’arrivo di Xi Jinping: segretario del partito comunista, presidente della repubblica popolare…. con un potere, a vita, molto più grande ed esteso di quello che avevano Mao TseTung, Deng XiaoPing…
E con Xi Jinping viene lanciato un nuovo piano che punta tutto sull’intelligenza artificiale, la robotica, i big data…. tutto quel che riguarda le nuove tecnologie…

VIA DELLA SETA LE ROTTE (da il sole 24ore) – Il progetto denominato BELT AND ROAD INITIATIVE (o NUOVA VIA DELLA SETA) lanciato dal presidente della Repubblica Popolare Cinese XI JINPING nel 2013 è quello di creare un Grande Spazio Economico Eurasiatico, creando UN PONTE INTEGRATO TRA ORIENTE E OCCIDENTE, sviluppando la connettività tra la Cina e almeno altri 80 Paesi, per agevolare la circolazione di merci, tecnologie, energia, cultura, con l’intento di incentivare una sempre più intensa collaborazione economica, commerciale e diplomatica tra i Paesi toccati dalla nuova Via della Seta. La grande opera di connettività infrastrutturale prevede di INTEGRARE L’ASIA E L’EUROPA VIA TERRA E VIA MARE ATTRAVERSO DUE DIRETTRICI principali, sulla falsariga dell’antica Via della Seta (MARIO ANGIOLILLO, direttore dell’Osservatorio Relazioni EU-UK-USA di The Smart Institute)

   La politica di Trump dei dazi è per colpire in particolare la Cina…un atto di guerra (non c’entra nulla il voler difendere il singolo prodotto americano dalla concorrenza, che una volta era strumento di difesa con i dazi…). Forse, nella reazione sempre scomposta dell’attuale presidente americano, Trump “ha visto giusto” nel capire che lo scopo finale dell’azione mondiale economica cinese è superare l’egemonia degli Stati Uniti… specie propria nelle nuove tecnologia informatiche e nell’intelligenza artificiale (gli Usa rimangono ancora al primo posto in termini di investimenti e ritorno economico dei progetti legati all’Intelligenza artificiale, ma Pechino sta freneticamente correndo contro il tempo e non senza risultati).
Ma perché guardiamo in ogni caso alla Cina con fatica, quasi fastidio, con poco interesse? Forse perché non pensiamo che meriti abbastanza attenzione: è troppo remota, strana, indecifrabile, anche se i suoi studenti riempiono le nostre università e i suoi prodotti i nostri negozi, i suoi turisti i nostri aeroporti.

   L’idea che l’Europa rappresenti valori assoluti di libertà, pragmatismo e virtù democratica mentre la Cina si muove su un piano morale inferiore, è quel che realmente pensiamo, cioè ci sentiamo un po’ “superiori”. Sarà allora bene che ci diamo una regolata: solo così forse si potrà evitare quel decadimento culturale, nei valori, politico…che l’Europa (pur il continente dove si vive ancora meglio) sta vivendo.
L’Italia, nonostante i rapporti commerciali con la Cina siano in crescita, resta ai margini, basti pensare che la Svizzera esporta nel Paese asiatico più del doppio di noi e la Germania cinque volte di più.

XIE YANG, AVVOCATO PER I DIRITTI UMANI – “La svolta repressiva in Cina è del 2015, quando il regime di Xi Jinping decise un’operazione in grande stile contro gli oppositori. Pochi mesi prima c’era stato un grande risveglio del movimento pro democrazia in ricordo di Tien An Men. Il governo cinese prese di mira soprattutto coloro che difendevano in giudizio gli attivisti perché rappresentavano un pericoloso passaggio che avrebbe amplificato in ogni momento la protesta portandola dalla piazza al luogo deputato per l’atto finale della repressione, il tribunale. Scomparvero decine di avvocati e, a seguire, le loro famiglie furono oggetto di intimidazioni e rappresaglie, giunte fino a viltà come negare l’iscrizione alla scuola elementare al figlio di un dissidente.(….)( Antonio Carlucci, da “il Fatto Quotidiano” del 17/9/2018) – XIE YANG, AVVOCATO PER I DIRITTI UMANI: è ‘libero’ ma vive in una casa-prigione apposta per lui. Le autorità hanno trasformato l’appartamento in una prigione con grate e con porta di sicurezza. Xie Yang è uno delle centinaia di arrestati nel 2015. Il suo caso è tipico per il modo in cui la Cina tratta i dissidenti o chi essa ritiene pericolosi: torture, confessioni forzate, prigionia. Molti di questi avvocati, almeno la metà, sono cristiani. (da http://www.asianews.it del 3/8/2017)

   Allora cos’è la Cina? Una tradizionale potenza asiatica confuciana, una minaccia geopolitica di marca marxista-leninista, uno Stato che subisce le regole della globalizzazione o uno che le detta?
La differenza nella visione del mondo e nei valori politici e culturali della Cina, che mai come ora possono influire anche sulle nostre vite, ci costringono a chiederci non soltanto chi sono loro, ma anche chi siamo noi.
Ma la Cina in crescita non è tutto bene. Specie all’interno del Paese. Ad esempio oggi, alle meraviglie sbandierate da Xi Jinping della nuova VIA DELLA SETA, del progresso economico, degli aiuti miliardari all’Africa, fa da contraltare una guerra sistematica e senza tentennamenti contro qualsiasi atto che metta in discussione le libertà civili negate, la censura, la libertà di religione.
La macchina repressiva si muove contro i militanti dei diritti umani; e tutti coloro che cercano di usare la rete per conquistare spazi di libertà; discussione e critica al regime subiscono persecuzioni dal regime; e poi gli autonomisti del Tibet, con i monaci al primo posto; gli uiguri di religione musulmana che vivono nello Xinjiang, il nord ovest della Cina; i democratici di Hong Kong che si rifiutano di piegarsi all’arbitrio di Pechino. Tutte persone in balìa dell’autoritarismo repressivo delle autorità cinesi.

“(…) In poco più di 40 anni – dalle Riforme a oggi – la CINA ha sollevato dalla povertà oltre 300 milioni di persone, è cresciuta a ritmi vertiginosi, perfino al 14 per cento a metà degli anni Zero. Fino al 2008 la Cina era considerata quasi esclusivamente per le sue caratteristiche di «FABBRICA DEL MONDO» grazie alla sua economia basata sulla manifattura e sulle esportazioni. Nel 2008, dunque, un’altra incredibile svolta: la crisi occidentale comportò la diminuzione degli ordini e così Pechino si vide costretta a mutare il proprio modello, spingendo tutto sulla QUALITÀ e sulla CREAZIONE DI UN VASTO MERCATO INTERNO. Nel frattempo la Cina cambia ancora: il censimento del 2011 stabilisce per la prima volta una MAGGIORANZA DI POPOLAZIONE URBANA; la trasformazione era compiuta. Nel 2012 diventa segretario del Partito comunista Xi Jinping, nel 2013 è nominato presidente della Repubblica popolare. La Cina imprima una nuova svolta: viene LANCIATO IL PROGETTO «MADE IN CHINA 2025» un nuovo piano industriale che punta tutto su BIG DATA, INTELLIGENZA ARTIFICIALE, ROBOTICA e in generale sugli INVESTIMENTI NELLE NUOVE TECNOLOGIE. (…) (Simone Pieranni, “il Manifesto”, 30/5/2018)

   E poi il fatto che l’Intelligenza artificiale che si sta promuovendo, in mano a uno stato autoritario può essere foriera di un sistema di controllo sociale molto pericoloso….
Nonostante questi dubbi sulla società cinese, è anche vero che essa pare dimostrare un approccio nuovo, di apertura verso l’esterno, e di ricerca di un benessere collettivo interno positivo. Pur con tutti i limiti la stessa politica cinese coloniale verso l’Africa della Cina (sicuramente di sfruttamento), ha però smosso anche positivamente energie e possibilità in quel continente “perduto” (ha dato in alcune occasioni una spinta imprenditiva a società “ferme”) (e poi, noi europei, in Africa, cosa storicamente abbiamo fatto se non crudeltà e depredazioni, per giudicare ora il colonialismo africano dei cinesi??…)

TAIWAN (mappa da Wikipedia) – L’isola è dal 1949 divenuta rifugio del governo della Repubblica di Cina, dopo la sconfitta delle forze guidate dal generale Chiang Kai Shek nella guerra civile cinese che fu vinta dal Partito comunista cinese. Il governo di Taiwan rivendica la propria autonomia e indipendenza dalla Repubblica Popolare Cinese, godendo del riconoscimento diplomatico da parte di 24 paesi ed esercitando di fatto una sovranità autonoma dal punto di vista politico internazionale, economico e militare sul territorio e sulle acque circostanti l’isola di Formosa. Il governo di Pechino ha sempre rifiutato qualunque riconoscimento ufficiale di tali rivendicazioni di indipendenza politica, e si riferisce ufficialmente all’isola di Formosa come se essa fosse una provincia sottoposta alla propria sovranità. La leadership politica comunista cinese ha a più riprese auspicato una risoluzione della controversia con Taiwan sul modello di quanto avvenuto con Hong Kong e con Macao.

   Altri (l’Europa) stanno dicendo (solo a parole) che bisogna intervenire in un processo di sviluppo africano che possa creare lavoro, dare possibilità che il Sud del mondo “si fermi” e non emigri tutto verso Nord. Una condizione che la Cina ha fatto partire in Africa… (pur con tutti i limiti, ribadiamo).
La presenza cinese poi nelle nostre realtà locali ha pure dato una scossa, ha posto la questione del lavoro imbalsamato in questi anni…. Insomma la presenza cinese porta a rapportarsi in modo nuovo sui territori a “darsi una mossa”…. Pur che anche i cinese dovranno di più rispettare le “nostre” regole e le normative sul lavoro, sulla tutela della salute, sull’economia…
E la interessante proposta (che si sta realizzando con grandi investimenti) “VIA DELLA SETA”, messa in piedi dal presidente Xi Jinping, non fa che confermare che con la Cina dobbiamo tornare ad essere aperti a nuove innovazioni, competitivi ma saper dialogare con essa, e ritrovare uno spirito di ricerca e lavoro che è in declino nelle nostre società europee in questi anni…
Interessarsi della Cina, interloquire con essa, conoscerla di più, può essere anche un modo di chiedere ragione di quel che accade di poco (per niente) democratico (di tutela dei diritti umani) nei confronti di dissidenti dentro a quel Paese. (s.m.)

La CITTÀ PROIBITA fu il palazzo imperiale delle dinastie Ming e Qing. Esso si trova nel centro di PECHINo, la capitale cinese. Per quasi 500 anni, ha servito come abitazione degli imperatori e delle loro famiglie, così come centro cerimoniale e politico del governo cinese. Costruita tra il 1406 e il 1420, il complesso è composto di 980 edifici divisi in 8.707 camere[1] e copre 720.000 m² che ne fa “il più grande palazzo del mondo”. Il complesso del palazzo esemplifica la sontuosa architettura tradizionale cinese[2], ed ha influenzato gli sviluppi culturali e architettonici dell’Asia orientale. Nel 1987 la Città Proibita è stata inserita nell’elenco dei Patrimoni dell’umanità dell’UNESCO, che la riconosce come la più grande collezione di antiche strutture in legno che si sia conservato fino ai giorni nostri. Dal 1925, la Città Proibita è diventata un museo, la cui vasta collezione di opere d’arte e manufatti è stata realizzata grazie alle collezioni imperiali delle dinastie Ming e Qing. (da Wikipedia)

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NON POSSIAMO PERMETTERCI DI ESSERE IGNORANTI SULLA CINA

di Kerry Brown, da “il Fatto Quotidiano” del 3/9/2018
– Fenomeni come la Brexit dimostrano un desiderio di semplificare il mondo, di chiuderci nelle nostre comunità nazionali. E se è difficile interagire con Bruxelles, figuriamoci con Pechino. Ma così diventiamo irrilevanti –
Mi sono occupato per molti anni di rapporti con la Cina, per conto della Gran Bretagna, come accademico, uomo d’affari e diplomatico. E mi sono sempre fatto la stessa domanda: cosa vuole la Cina da noi? Cosa pensano i cinesi? Continua a leggere

LA SVEZIA CHE “TIENE” ALL’ONDATA SOVRANISTA (ipernazionalista) che sta interessando gran parte degli Stati europei – Alle elezioni di domenica 9 settembre il partito dell’ultradestra sale (quasi al 18%) ma non sfonda – L’importanza del voto svedese: dimostra che non è destino europeo l’avvento dei nazionalisti

il 9 settembre scorso ci sono state le votazioni in SVEZIA per l’elezione del nuovo Parlamento

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I RISULTATI DELLE ELEZIONI PARLAMENTARI SVEDESI DEL 9 SETTEMBRE 2018: (da http://www.agensir.it ) – Finito lo spoglio dei 6004 distretti elettorali, risultano così distribuiti i 349 SEGGI DEL NUOVO RIKSDAG, in base alla scelta degli elettori svedesi che il 9 settembre sono andati alle urne: i SOCIALDEMOCRATICI del premier Stefan Löven avranno 101 seggi, avendo nelle urne ottenuto il 28,4% dei consensi (perdono 12 seggi e il 2,8% dei voti). La seconda forza per numero di voti sono i MODERATI con il 19,8% dei consensi e 70 parlamentari, 14 in meno rispetto al 2014 (-3,5%). IL TERZO PARTITO PIÙ VOTATO SONO I POPULISTI DEL SD, GLI SVEDESI DEMOCRATICI DI JIMMIE AKESSON, scelti dal 17,6% degli elettori. Hanno 13 seggi in più in parlamento, rispetto al 2014 (+4,7% dei consensi). A PERDERE 10 SEGGI SONO STATI ANCHE I VERDI, che hanno ricevuto il 4,3% dei consensi (-2,4%). Sono quasi tutti IN CRESCITA I PARTITI PIÙ PICCOLI: dal PARTITO DI CENTRO, che con l’8,6% attuale guadagna 9 seggi (+2,5%), i CRISTIANO DEMOCRATICI ne guadagnano 7 raccogliendo 6,4% dei consensi (+1,8%), IL VÄNSTERPARTIET, IL PARTITO DI SINISTRA, che sale al 7,9% con 28 seggi, 7 in più rispetto al 2014 (+2,2%). STABILI I LIBERALI, che avranno gli stessi 19 seggi del 2014, con una conferma del 5,5% dei consensi. CRESCIUTA L’AFFLUENZA ALLE URNE: HANNO VOTATO IL 84,4% DEGLI SVEDESI, l’1,1% in più del 2014. RISPETTO ALLE PREVISIONI DELLA VIGILIA L’ULTRADESTRA È RIDIMENSIONATA, ma appare difficile realizzare una coalizione di governo. (immagine da http://www.agensir.it )

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   In Svezia il timore di una grande vittoria dei sovranisti, degli anti-europei, è per fortuna superata. Il populista anti immigranti JIMMIE AKESSON avanza, sì, ma non stravince. Passa dal 13 al 17,6 per cento: lo vota quasi uno su sei, che, nella meno tollerante Svezia rispetto a una volta, è già molto. Ma la leadership storica della così importante Svezia tiene, anche se con qualche difficoltà.


Perché, è da chiedersi, la Svezia è importante nel contesto dell’Europa (ma anche del mondo)? Perché da sempre è stata terra di accoglienza e sostegno a profughi, rifugiati, a ogni dissenso politico che nel mondo c’era quando era diviso in due blocchi che si affrontavano, minacciavano il pianeta con la bomba atomica (sovietici contro americani, americani contro sovietici). Ma anche dopo la Guerra Fredda la Svezia non ha mancato di dare solidarietà a profughi e rifugiati.
La Svezia dal secondo dopoguerra è stata poi innanzitutto l’approdo di chi dissentiva dalle dittature africane, perseguitati dai loro governi, dai regimi. E la Svezia è stata la patria della socialdemocrazia (un socialismo realizzato senza rivoluzione e che ha portato ricchezza e stato sociale), dove peraltro non solo il partito maggioritario di sempre, i socialdemocratici, ma anche i conservatori condividevano (condividono) un welfare diffuso ed efficiente, specie per le categorie di persone più deboli.

JIMMY AKESSON. A 39 anni il leader dell’ultra destra anti immigrazione e anti Ue è già un politico navigato (quelle di domenica scorsa 9 settembre sono state le sue quarte elezioni) – SVEZIA, ELEZIONI DEL 9 SETTEMBRE SCORSO – il populista antimigranti JIMMIE AKESSON (nella foto) avanza, sì, ma non stravince. Lo vota quasi uno su sei, che nella sempre meno tollerante Svezia è già molto. E fa il previsto balzo, dal 13 a una percentuale del 17,6. La sua SD, SVEZIA DEMOCRATICA, prende il vento che spira nel resto d’Europa. Ma non approda alla leadership

   E la Svezia, pur nelle condizioni geomorfologiche non migliori, vista anche la sua collocazione al nord dell’Europa, ha “inventato” città (come Stoccolma, ma non solo), bellissime, dove modernità e innovazione urbana si connettono in modo naturale alla tradizione storica architettonica urbana. E ha saputo creare marchi e industrie (nel settore automobilistico, nell’arredo domestico, nell’informatica, nei frigoriferi, nella robotica, nelle telecomunicazioni, nelle telefonia…) che sono presenti autorevolmente in tutto il mondo. La Svezia, ancora, esempio di cultura alta e apprezzata ovunque (con i suoi registi, gli scrittori, le università d’eccellenza, gli artisti…). Pertanto un’autorevolezza in molti campi, oltre a quello politico. Se non siete mai stati in questo Paese, vi consigliamo di andarci, di fare una visita il più approfondita possibile.

Circa sette milioni e mezzo di persone in Svezia sono state chiamate il 9 settembre scorso a rinnovare il «Riksdag», scegliendo tra 6.300 candidati per un mandato che dura quattro anni nel parlamento composto di 349 seggi. (Il RIKSDAG è il Parlamento nazionale del Regno di Svezia, formato da un’assemblea unicamerale di appunto 349 membri, eletto con un sistema proporzionale ogni quattro anni; la sede del Riksdag è nel PALAZZO DEL PARLAMENTO SVEDESE (NELLA FOTO) sull’isola di HELGEANDSHOLMEN a Stoccolma)

   E tutto questo con soli dieci milioni di abitanti, un sesto dell’Italia, ma con una superficie una volta e mezzo l’Italia.
E se la Svezia è da sempre e di gran lunga il Paese Ue che ha accolto il maggior numero di rifugiati, è anche pure in testa alle classifiche della redistribuzione dei migranti dall’Italia (dati pro capite).

STEFAN LOEFVEN, 61 anni, il premier socialdemocratico uscente (e magari rientrante)

   Ma anche lì, in Svezia, è arrivato il malessere (la preoccupazione) sul tema immigrazione che ha coinvolto gran parte dell’Europa (la paura dell’”invasione” che di fatto non c’è, però indubbiamente è un problema reale). Difficoltà d’integrazione sono emerse negli ultimi tempi e sono sfociate in episodi di violenza, specie a Malmoe e a Stoccolma, episodi molto strumentalizzati dalla destra xenofoba e neo-nazista. E questo ha inciso sul clima sociale.

La festa di Natale in una scuola superiore di RINKEBY, quartiere multietnico alla periferia di Stoccolma (da L’ESPRESSO) – “(….) In Svezia la popolazione straniera ha raggiunto il 18,5% del totale e questo è il triplo degli anni Settanta. (Il paragone temporale è importante: negli anni Settanta ci fu il massimo sforzo redistributivo per garantire pari opportunità a tutti). In un solo anno, il 2015, sono stati accolti 163.000 richiedenti asilo che in un piccolo paese come la Svezia sono l’1,6% della popolazione. Ad essi è stato immediatamente garantito lo stesso trattamento che il Welfare svedese elargisce ai propri cittadini, che pagano le tasse da generazioni: un bambino rifugiato costava 200 euro a notte. La spesa media per adulto sfiorava gli 8.000 all’anno.
Nel frattempo in alcune periferie urbane svedesi si sono create sacche di criminalità e gang, per esempio della mafia curda. Alcune comunità islamiche hanno visto la penetrazione di predicatori fondamentalisti. Dopo gli eccessi del 2015 Stoccolma ha cominciato a cambiare le regole e il flusso degli ingressi è stato ridotto. Lo shock nella popolazione svedese però è rimasto; come accadde in Danimarca o in Olanda.(….) (Federico Rampini, “la Repubblica”, 11/9/2018)

   Dati statistici dicono che già dalla metà degli anni Novanta la maggior parte degli svedesi fosse per una riduzione dell’immigrazione. Ma questo cambiamento sociale non fu colto dai principali partiti, né dalle loro politiche, che per anni hanno continuato a concentrarsi sull’accoglienza. Ora la crescita di movimenti anti-immigrati è connaturato a quello che viene sentito come il problema principale in tutta Europa (e nel mondo ricco). Anche se la Svezia “sta bene” nella sua economia, non ha grandi problemi di disoccupazione (che è solo al 3%).

manifestazione a STOCCOLMA contro l espulsione degli afghani nello scorso febbraio (foto tratta da http://www.lavocedellelotte.it)

   Pertanto la “non vittoria” degli ultra-nazionalisti è un buon segnale per il resto dei Paesi dell’Unione Europea che temono che alle prossime elezioni del Parlamento europeo si crei una maggioranza “anti- Unione” (cosiddetta “sovranista”). Ma non è proprio il caso di “sedersi sugli allori”; il pericolo incombe, è lì al possibile venire.
E non si riesce a capire come si deve proseguire con “il progetto europeo”: troppe le differenze di visione tra i vari Stati. E paradossalmente la lotta affinché il sovranismo non diventi maggioritario, è l’unica prospettiva che adesso accomuna gli europeisti.

Il 95 per cento della popolazione del quartiere RINKEBY di Stoccolma è costituito da immigrati di prima o seconda generazione. Una Babele di lingue e religioni che ha messo in crisi lo spirito egualitario scandinavo (nella foto: RINKEBY TORG, la piazza principale del quartiere, da Wikipedia)

   E’ necessario pertanto, a nostro avviso, ridefinire concretamente il “progetto europeo”, parlarne, discutere delle possibili soluzioni per una sua ripresa positiva. Ad esempio vien da pensare (da proporre) che una maggiore efficacia dell’Europa nel contesto internazionale, con un’unica politica commerciale (che affronti –tema di adesso- il sistema dei dazi messo ora in campo dall’America); e un’Europa che sappia dare risposte autorevoli e univoche ai grandi tempi dei conflitti geopolitici territoriali che stanno avvenendo (come il caso adesso della Libia, della Siria…).

SVEZIA – (da http://www.corriere.it/viaggi/) Da quando la corona svedese è stata svalutata, la Svezia è divenuta più accessibile; e sebbene la semplice gioia di respirare aria pura, l’incanto dei panorami e l’interesse per culture diverse possano essere annoverati tra le forme di divertimento meno stravaganti, restano comunque gli aspetti più appaganti per il turista. Stoccolma, la capitale, è una città moderna, anche se vi sono zone che conservano un’atmosfera paesana. Una volta usciti dalla città, le splendide foreste e gli enormi laghi della Svezia vi offriranno innumerevoli attività all’aperto, dal pattinaggio su ghiaccio all’avvistamento degli alci.
A COLPO D’OCCHIO – • PAESE: Regno di Svezia – • SUPERFICIE: 449.964 kmq – • POPOLAZIONE: 8.986.400 abitanti (tasso di crescita demografica 0,18%) – • CAPITALE: Stoccolma (1.251.900 abitanti, 1.622.800 nell’area metropolitana) – • POPOLI: 88% svedesi, 12% finlandesi, iugoslavi, danesi, norvegesi, greci, turchi, sami (abitanti nativi) – • LINGUA: svedese, finlandese, l’inglese è molto diffuso; cinque dialetti sami sono ancora parlati – • RELIGIONE: 87% evangelica luterana; cattolica, pentecostale, ortodossa, battista, musulmana, ebraica, buddhista – • ORDINAMENTO DELLO STATO: monarchia costituzionale –
PROFILO ECONOMICO – • PIL:238,1 miliardi di dollari – • PIL PRO CAPITE:26.800 dollari – • TASSO ANNUALE DI CRESCITA:1,6% – • INFLAZIONE:2,2% – • SETTORI/PRODOTTI PRINCIPALI: ferro, acciaio, rame, piombo, zinco, legname, pasta di cellulosa e carta, silvicoltura, industrie manifatturiere di ingegneria e di alta tecnologia, cuscinetti a sfera, autoveicoli, telecomunicazioni, arredamento, industria alimentare, prodotti chimici, energia idroelettrica, orzo, frumento, barbabietole da zucchero, vacche da latte – • PARTNER ECONOMICI: USA, Germania, Norvegia, Regno Unito, Danimarca, Finlandia, Paesi Bassi, Francia, Belgio

   Cioè che l’Unione Europea mostri di saper affrontare in modo univoco una politica estera, una politica economica efficace… e per questo necessariamente alcuni degli Stati originari, più importanti nella popolazione e nelle risorse economiche (Francia, Germania, Spagna, Italia…ma anche, appunto, la Svezia che resiste all’ondata populista), si ritrovino in scelte coraggiose.
Ma la cosa è assai difficile che avvenga, nella situazione interna che ciascuno stato adesso sta vivendo. Pertanto i “piccoli passi” di una tenuta almeno all’ondata sovranista e ultra nazionalista come è accaduto il 9 settembre in Svezia, è già cosa positiva. Altri accadimenti di questo genere vengono richiesti per risollevare la speranza in una ripresa dell’idea di creare veramente uno stato federale europeo. (s.m.)

“…Stoccolma, capitale della Svezia, è una città medievale situata in un arcipelago formato da oltre 24.000 isole per lo più disabitate, quelle abitate sono solo 14 ed ospitano ben 755 mila abitanti. Comunque possono essere tutte visitate con tour in barca organizzato da guide esperte. E’ un vero e proprio gioiello, ritenuta da molti una delle città più belle del Mondo. Giovane, allegra colorata e multietnica, con oltre il 16% della popolazione composto da immigrati. Passeggiare tra i canali o nella città vecchia, visitare uno dei tanti musei, scoprire la sua natura, viverla sia di notte che di giorno, interessarsi alla cultura e provare i piatti tipici dell’alta gastronomia svedese, sono solo alcuni modi per descrivere la bellezza di Stoccolma….” (da http://www.sferamagazine.it/ )

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INTERVISTA
LARS VILKS: “IL NOSTRO MODELLO NON È IN PERICOLO, GLI SVEDESI NON SARANNO MAI ESTREMISTI”

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La scomparsa di CAVALLI SFORZA: GENETISTA ESPLORATORE del microcosmo che legge nel DNA l’origine umana, eventi di migliaia di anni fa, la storia dei popoli – Non ci sono RAZZE, ma solo una SPECIE, quella UMANA: con accadimenti culturali, linguisti, geografici, che rendono l’umanità ricca e diversificata

“….LO STUDIO E L’ANALISI DEL DNA, HA PERMESSO DI RICOSTRUIRE IN DETTAGLIO IL PASSATO PIÙ REMOTO della storia dell’uomo…. Lì dove non c’erano più prove concrete sull’origine dell’uomo, dove non si poteva scavare in siti archeologici per ottenere risposta, si è passati all’analisi e alla ricostruzione del dna e alle origini della nostra specie di «homo sapiens», ORIGINI CHE HO CIRCOSCRITTO IN AFRICA. NATO AFRICANO, infatti, L’UOMO È STATO SEMPRE CARATTERIZZATO DALLA VOLONTÀ DI VIAGGIARE, quasi un istinto, che ha portato i nostri antenati a spargersi per il mondo, e colonizzarlo, il tutto in un arco di tempo molto ampio, che va da 100 mila anni fa, con la prima migrazione verso il Medio Oriente, fino a 800 anni fa, con la colonizzazione della Nuova Zelanda e della Polinesia….” (LUIGI LUCA CAVALLI-SFORZA)(la foto è di Luigi Luca Cavalli-Sforza ripresa da “il Manifesto”)

   LUIGI LUCA CAVALLI-SFORZA è morto venerdì pomeriggio del 31 agosto scorso a Belluno, a 96 anni; ed è considerato uno dei più grandi scienziati del Ventesimo secolo. Come gli astronomi osservano nelle galassie lontane cose accadute nel passato, così, grazie a lui, i genetisti ora possono leggere nel Dna eventi accaduti migliaia di anni fa, riuscendo a stabilire tratti della storia dei popoli fino a poco tempo fa del tutto sconosciuti. Dall’origine della specie umana (secondo Cavalli Sforza partita in un unicum dall’Africa), all’importanza delle lingue nella diversificazione avutasi.

80 anni fa la prima legge razziale in Italia

E la capacità riconosciuta a Luigi Luca Cavalli-Sforza è stata proprio di aver scientificamente connesso la ricerca genetica sugli “umani” con accadimenti culturali che questi stessi umani hanno avuto, e che gli hanno diversificati nel loro andare geografico per il globo terrestre; nel venire a stabilirsi a nord o a sud, a est o a ovest: ovunque mantenendo tratti e caratteristiche comunque uniche. E con il desiderio sempre di muoversi, di incontrarsi, in una mobilità positiva che ha cambiato popoli, tradizioni, usanze, economie…

SI PUÒ PARLARE DI RAZZE UMANE? Dal punto di vista scientifico LA DISTINZIONE RAZZIALE NON STA IN PIEDI. Le migrazioni dei nostri antenati infatti hanno mescolato i geni – Il termine “razza” non è scientifico: gli uomini non sono stati isolati geograficamente abbastanza a lungo da creare varietà genetiche distinte. L’UOMO È DA SEMPRE IN CONTINUO MOVIMENTO e le varietà continuano a diluirsi una nell’altra. COME HA DIMOSTRATO IL GENETISTA LUCA CAVALLI-SFORZA, che ha demolito i fondamenti biologici del concetto di razza, LE CIVILTÀ NON SONO STRUTTURE CHIUSE E ISOLATE (da FOCUS, 15/1/2018, https://www.focus.it/ )

   Pertanto siamo in presenza di uno scienziato, ora scomparso a una venerabile età, che ha saputo andare oltre l’antropologia, pur avendola frequentata allo scopo di approfondire i suoi studi, per dare risposte al percorso umano.
Partire dal microcosmo dell’esame scientifico del DNA è, a nostro avviso, un’esplorazione geografica tanto affascinante (e produttiva di risultati e conoscenze) quanto quella degli esploratori di geografie ignote una volta, di terre sconosciute.

“Cavalli Sforza Human Migration” Paths – Espansione dell’uomo moderno nel paleolitico, vie ipotetiche

   E’ interessante che in quest’epoca poco propensa a capire, conoscere e rapportarsi con culture diverse, con un’umanità “diversa”, che Cavalli Sforza sia riuscito scientificamente a dimostrare che non esistono razze umane; che il ceppo originario genetico è lo stesso; e che ogni differenziazione è minima, data da esperienze di vita molteplici (e anche in contesti geografici spesso assai lontani).
Vi invitiamo a leggere gli articoli che qui di seguito vi proponiamo, cercando ragioni nuove al nostro approccio alla vita; di maggiore curiosità verso ogni diversificazione umana, culturale, di vita, che potrebbe essere stata nostra se ci fosse accaduto di vivere in altri contesti all’interno del nostro variegato e affascinante pianeta. (s.m.)

“….LA GENETICA DIMOSTRA IN MANIERA CHIARA CHE L’UOMO APPARTIENE A UNA SOLA E UNICA RAZZA, affermazione dimostrata dal fatto che la differenza genetica tra africani, europei, cinesi e via dicendo è analoga in tutto e per tutto alla variabilità genetica interna a ciascun gruppo….. sono convinto che I GENI SONO INDUBBIAMENTE IMPORTANTI, MA LO È ALTRETTANTO L’EDUCAZIONE per quanto riguarda l’ambiente sociale in cui siamo cresciuti….. abbiamo ormai accertato che LE DIFFERENZE CULTURALI SONO ENORMEMENTE IMPORTANTI, almeno quanto quelle genetiche, anzi probabilmente di più….. Ecco un esempio. Dalla misurazione del QUOZIENTE D’INTELLIGENZA, che io considero una grossa montatura, si è visto che ci sarebbe una differenza media di quindici punti tra l’intelligenza di americani bianchi e neri. Molti hanno cominciato a chiedersi se non dipendesse da fattori genetici. Diversi anni dopo, però, lo stesso test è stato sperimentato sui giapponesi. E questi sono risultati di undici punti più intelligenti degli americani bianchi. Tale esito era semplicemente dovuto al fatto che in Giappone ci sono scuole migliori di quelle americane. Allo stesso modo si è visto – altro esempio – che i cinesi sono molto più bravi in matematica….” (LUIGI LUCA CAVALLI-SFORZA)(nella foto lo scienziato)

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CAVALLI SFORZA, LA GENETICA CHE SVELA LA NOSTRA NATURA MIGRANTE –
CHI ERA
LUIGI LUCA CAVALLI-SFORZA (Italia/USA), Premio Balzan 1999 per la scienza delle origini dell’uomo
È stato il massimo esperto mondiale sulla diversità genetica delle popolazioni e su quanto essa ci può dire sull’albero filogenetico dell’umanità.
Ha intuito come la comprensione dell’evoluzione del genere umano richieda la conoscenza sia dei meccanismi genetici, sia di quelli culturali, ed in special modo linguistici. Studiando i geni di un gran numero di gruppi etnici diversi e analizzando dati storici, demografici e linguistici è pervenuto a ricostruire l’origine delle antiche migrazioni ed a elaborare un modello di diffusione della cultura nell’Età del Neolitico.
Nei lavori onnicomprensivi che egli ha così condotto, hanno avuto un ruolo importante le sue ricerche genetiche su popolazioni primitive quali i Pigmei dell’Africa, uno dei pochi gruppi rimasti che vivono di raccolta e caccia.
Esemplari, inoltre, sono i suoi studi sulle conseguenze genetiche dello sviluppo tecnologico, in particolare sugli effetti della diffusione dell’agricoltura dal Medio Oriente, sua area di origine, verso l’Europa. Tutto ciò, unito ai dati archeologici, gli ha permesso di ricostruire un albero completo della discendenza dei popoli, nel quale geni e linguaggi vanno di pari passo, per dimostrare come la convergenza di dati genetici e culturali consenta di dare una spiegazione convincente dell’evoluzione dell’uomo.
Luigi Luca Cavalli-Sforza ha creato di sicuro, una sintesi molto completa sulla differenziazione delle popolazioni del pianeta, integrando vari campi di ricerca e fornendo in modo evidente la prova della nostra “co-evoluzione” genetica e culturale (Cfr. Premio Balzan 1999).
LUIGI LUCA CAVALLI-SFORZA, nato il 25 gennaio 1922 a Genova e morto a Belluno il 31 agosto scorso (a 96 anni), era cittadino italiano e statunitense.
Laurea in Medicina e Chirurgia (1944), Università di Pavia, e M.A. (1950), Università di Cambridge, UK Direttore dei Laboratori di Ricerca di Microbiologia, Istituto Sieroterapico Milanese, Milano (1950-1957); Docente di Genetica e Statistica, Facoltà di Scienze, Università di Parma e Università di Pavia (1957-1960); Professore di Genetica, Università di Parma (1960-1962); Professore di Genetica e Direttore dell’Istituto di Genetica, Università di Pavia (1962-1970); alla Stanford University come Professore di Genetica (1970-1992), Direttore del Dipartimento di Genetica (1986-1990) e Professore Emerito alla School of Medicine dal 1992.

“Nel Dna – ha raccontato nei suoi saggi, come il celebre STORIA E GEOGRAFIA DEI GENI UMANI – è racchiusa la memoria di tutte le migrazioni – e quindi degli incroci e degli adattamenti all’ambiente – e di come siamo diventati agricoltori, diecimila anni fa.” (Gabriele Beccaria, da “La Stampa” del 2/9/2018)

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CAVALLI-SFORZA, L’ESPLORATORE DEL DNA CHE HA SMONTATO IL MITO DELLA RAZZA
di Gabriele Beccaria, da “La Stampa” del 2/9/2018
Nell’abisso del Dna ha trovato molto, moltissimo, tranne la parola più pericolosa e scottante: razza. Non siamo una razza, né ci sono razze umane, separate da incolmabili differenze biologiche. C’è solo una specie, quella umana. Che inventa concetti esecrabili – come quello di razza, appunto – ma che negli ultimi 200 mila anni ha realizzato un cammino unico tra gli esseri viventi.
L’esploratore dell’avventura primigenia si chiama Luigi Luca Cavalli-Sforza e la sua intelligenza multiforme si è spenta ieri, a Belluno, a 96 anni. Non c’è retorica nel celebrarlo tra i grandi della scienza. Uno dei suoi meriti è aver contribuito a definire una visione rivoluzionaria: il nostro passato ancestrale non si limita più a una fragile collezione di fossili, in cui dannarsi per far combaciare un dente con un teschio. Da almeno tre decenni stiamo imparando a considerare ognuno di noi, e ogni antenato, come un archivio, vivente o congelato nel tempo. Una massa di informazioni, quasi inconcepibile per i non addetti ai lavori, concentrata nei geni e lì custodita per chi sa decifrarla.

Pelle scura e occhi chiari. Il volto del cacciatore mesolitico ricostruito dal DNA ritrovato a La Braña, nel nord della Spagna (Guido Barbujanni, da “il sole 24ore” del 6/2/2018)

   Nel XXI secolo paleoantropologi e archeologi non possono più fare a meno dei genetisti e così si sono fatte scoperte sorprendenti, come quella che nel nostro Genoma si è riversato un po’ di Dna di una specie concorrente, estintasi 40 mila anni fa, i Neandertal.
Ma a dare il via alla colossale decifrazione dell’Homo sapiens è stato proprio Cavalli-Sforza: lui – ha raccontato – già negli Anni 50 si chiese «se fosse possibile ricostruire la storia dell’evoluzione umana ricorrendo ai dati genetici delle popolazioni attuali». La paleogenetica – l’analisi del Dna antico – non esisteva ancora, e il professore-pioniere raccolse quantità crescenti di dati biologici, a cominciare dai gruppi sanguigni, fino a tracciare un «albero darwiniano» che equivale alla vulgata che oggi va per la maggiore.
Noi Sapiens siamo africani e poi, spinti da una curiosità che non smette di tormentarci (e che Cavalli-Sforza ha interpretato da maestro), abbiamo dato il via all’impetuosa colonizzazione del Pianeta: l’Europa e quindi l’Asia intorno a 55 mila anni fa e le Americhe all’incirca 30 mila anni fa. Nel Dna – ha raccontato nei suoi saggi, come il celebre STORIA E GEOGRAFIA DEI GENI UMANI – è racchiusa la memoria di tutte le migrazioni – e quindi degli incroci e degli adattamenti all’ambiente – e di come siamo diventati agricoltori, diecimila anni fa.

L’origine dell’uomo moderno e delle lingue secondo il genetista Luca Cavalli Sforza

   Cavalli-Sforza, nomade anche lui (nato a Genova, studente a Torino, professore a Stanford e a Pavia), si divertiva a smontare le elucubrazioni di Arthur de Gobineau, assertore della superiorità degli europei. Proprio gli europei – ha dimostrato – sono il vertice di una maionese genetica, frutto di incroci di popolazioni. Non c’è alcuna «purezza» e il diverso colore della pelle non è altro che una variazione del look, mentre all’intelligenza riconosceva aspetti ancora misteriosi, all’incrocio tra sfera naturale e sfera culturale.
Forse l’enigma avrebbe potuto essere sciolto con il mega-progetto dello «Human Genome Diversity Project», destinato a mappare la diversità genetica dei Sapiens. Ma le accuse di razzismo (e biopirateria) hanno incrinato la visione dell’uomo che più di ogni altro ha contribuito a farci riflettere sulle nostre comuni radici. (Gabriele Beccaria)

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DA https.www.slideplayer.it/slide/12354987/

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Nel suo famoso saggio GENI, POPOLI E LINGUE (1996), usando anche la demografia, CAVALLI SFORZA traccia un parallelismo fra le linee filogenetiche delle popolazioni mondiali, la linguistica e l’archeologia e ne osserva la sostanziale sovrapponibilità. (Luca Tancredi Barone, da “Il Manifesto” del 2/9/2018)

10 Ottobre 2006, da http://www.gazzettadisondrio.it/societa/

DARWIN ABITA ANCORA QUI

(INTERVISTA A LUIGI LUCA CAVALLI SFORZA, GENETISTA DI FAMA MONDIALE, SECOND WORLD CONFERENCE, VENEZIA 20- 23 SETTEMBRE 2006)
L’Italia è un paese immerso in una cultura condizionata dalla religione, in particolare da quella cattolica. E, di conseguenza, il nostro contesto sociale guarda con favore alla cultura scientifica oppure prevale un atteggiamento di rifiuto nei suoi confronti?
Dal centro di ricerche Observa – Science in Society, in collaborazione con “Tutto Scienze Tecnologia” de La Stampa (www.observa.it/), ultimamente è stata realizzata un’indagine sulla prospettiva darwiniana, quella del creazionismo e quella del cosiddetto “disegno intelligente”. Gli italiani sono per il 31% a favore dell’evoluzionismo, mentre il 17% è per il creazionismo (battiamo gli americani di gran lunga, secondo un’indagine condotta nel 2005 da Gallup per conto della CNN ben il 53% della popolazione statunitense ritiene che “Dio ha creato gli esseri umani nella loro forma attuale, così come descritto dalla Bibbia”, mentre solo il 12% condivide la prospettiva evoluzionistica).

“Le differenze tra singoli individui sono più importanti di quelle che si vedono fra gruppi razziali”, come CAVALLI SFORZA scrive efficacemente in CHI SIAMO. LA STORIA DELLA DIVERSITÀ UMANA (1995). In altre parole, il mio vicino potrebbe essere più diverso da me, geneticamente, di un aborigeno australiano. (Luca Tancredi Barone, da “Il Manifesto” del 2/9/2018)

   Inoltre l’ipotesi del “disegno intelligente” – nella quale si riconoscono quasi quattro Italiani su dieci – non sembra si possa ricondurre a posizioni antiscientifiche. Si tratta, infatti, di un atteggiamento più facilmente riconducibile ad una sorta di mediazione pragmatica che, mentre da credito alla teoria darwiniana, si riserva comunque la possibilità di un riferimento trascendente senza per questo entrare in conflitto con la scienza. Senza dubbio la convinzione per cui il processo evolutivo, lungo e laborioso, per mezzo del quale avrebbe preso forma l’uomo, sarebbe stato in qualche modo guidato da un progetto divino non è compatibile con la visione scientifica ortodossa, ma non per questo deve essere necessariamente interpretata come aperto rifiuto dell’evoluzionismo. Il ruolo divino sembra confinato in una funzione marginale: è un Dio lontano, così lontano dalla vicende terrene da non diventare incompatibile, nell’opinione di molti, con la loro spiegazione scientifica.
Infine, l’evoluzionismo si afferma soprattutto fra i giovani e fra le persone più istruite, esattamente il contrario di quanto accade con il creazionismo. Si può dire che l’evoluzionismo, anche nella forma attenuata del “disegno intelligente”, appartiene al futuro, mentre il creazionismo si radica nel passato.
Una cosa è certa: i numerosi scienziati riuniti a S. Giorgio per la Second World Conference, proprio sull’evoluzione, sono assolutamente contrari al cosiddetto Intelligent Design(= Disegno intelligente), che il genetista Luigi Luca Cavalli Sforza, docente di genetica all’Università di Stanford- USA- ha bollato come un mezzo ideato per sostenere la candidatura del presidente Bush.

KARIN BOJS sottopose sé stessa e alcuni familiari ai test genetici e iniziò un viaggio a ritroso nel tempo. Nel libro che lo racconta, I MIEI PRIMI 54.000 ANNI (Utet), la storia della sua famiglia si intreccia con quella dell’Europa preistorica (Telmo Pievani, da “LA LETTURA” supplemento domenicale de “il Corriere della Sera” del 2/9/2018)

   C’è da aggiungere, che al di là delle molte posizioni controverse tra gli studiosi, la scienza non è la sola via per raggiungere la verità, e la teoria di Darwin è “una delle possibili spiegazioni non condivisa da tutti gli scienziati e non ancora dimostrata da un modello matematico che spieghi come dalla non vita si passa alla vita” (Marcelo Sanches Sorondo, cancelliere della Pontificia Accademia delle scienze).
Ma sono talmente tanti gli sviluppi del nostro cervello, il cui volume si è triplicato nel corso dell’evoluzione, che i fattori culturali (linguaggio simbolico, utensili sempre più complessi, internet, utilizzo della mente artificiale…) la faranno da padroni (altro che Darwin).
E leggiamo cosa ci ha detto uno che in quanto a cultura come fattore di crescita umana ne sa una più del diavolo: quel simpaticissimo, amichevole, disponibile, carinissimo genetista LUIGI LUCA CAVALLI SFORZA che tanto onore ha dato all’Italia per le sue scoperte nel campo della genetica culturale.
Prof., tutti gli uomini e le donne del mondo hanno un antenato comune. Che cosa però ci differenzia nel corso dell’evoluzione?
“Noi abbiamo un genoma molto vario che si può ricostruire a pezzi. Ognuno di essi ha un antenato comune. Vi sono state più di duemila persone e il pezzo comune viene da uno di questi 2000. Altro pezzo da un altro e così di seguito. Quindi non c’è stato un solo Adamo ed una sola Eva come scrive la Bibbia, però c’è sempre l’origine in comune che comporta in noi tutti una grande comunione ed una grande somiglianza. La specie umana è una e diversa al tempo stesso, per cui le differenze genetiche sono meno importanti degli apporti culturali e ambientali che separano i diversi gruppi etnici”.
Lei nella sua relazione ha detto che l’antropologia vive una grave crisi. Ci può dire quali sono gli elementi più importanti che l’hanno provocata?

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La BOSNIA e le DIFFICILI ELEZIONI POLITICHE del prossimo 7 OTTOBRE (con regole elettorali contrastanti: in chiave etnica o secondo il principio di cittadinanza?) – E le tre etnie presenti (croata, serba, musulmana) che sempre più si irrigidiscono – La BOSNIA come NUOVA ROTTA BALCANICA dei profughi

SARAJEVO, e le difficili elezioni in Bosnia del 7 ottobre prossimo

   Il prossimo 7 ottobre ci saranno le elezioni politiche in Bosnia Erzegovina, di rinnovo del parlamento e presidenziali (la presidenza della repubblica è formata da 3 membri rappresentativi delle tre comunità -bosniaca, serba e croata- al fine di ridurre le tensioni fra le stesse). Sono elezioni difficili, è probabile che vinceranno i tradizionali partiti di adesso; con una situazione che sta allargando ancor di più (invece di unire) le tre etnie del paese.


Gli accordi di Dayton del 1995, che hanno messo fine alla guerra civile iugoslava, avevano consolidato l’attuale suddivisione, cioè una Bosnia ed Erzegovina nella quale coesistesse la maggioranza musulmana, con la presenza dell’etnia serba e di quella croata. Con due entità: la FEDERAZIONE DI BOSNIA ED ERZEGOVINA (FBiH, detta Federazione) a maggioranza CROATO-MUSULMANA, il 51% del territorio, a sua volta suddiviso in dieci cantoni; e la REPUBBLICA SERBA DI BOSNIA (RSB) 49% del territorio, senza cantoni. In seguito poi (nel marzo 2000) venne istituito il distretto autonomo di BRCKO (un territorio condiviso sia dai croati musulmani che dai serbi). Ad entrambe le entità è concessa libera giurisdizione ed amministrazione sulla maggior parte delle questioni, mentre la federazione ha competenza esclusiva su moneta e difesa.

MILORAD DODIK, presidente della REPUBLIKA SRPSKA (REPUBBLICA SERBA DI BOSNIA, nella foto con Putin), che da anni vuole tenere un referendum sulla secessione, in violazione dell’accordo di pace di Dayton che ha posto fine alle Guerre di Bosnia nel novembre 1995

   Una coesistenza difficile, da “separati in casa”, ma che, nonostante questo negli ultimi anni ha visto un discreto sviluppo economico, un seppur faticoso superamento delle difficoltà economiche. Ora, sviluppo, complicato dall’irrigidimento delle “posizioni etniche”; e le elezioni del prossimo 7 ottobre non aiutano certo un possibile clima di distensione.
Episodi che stanno accadendo complicano la coesistenza, rischiano di riportare a uno scontro etnico irrimediabile per la sopravvivenza della Bosnia.

Uno dei tre presidenti bosniaci, quello di ispirazione croata, Dragan Covic, a Belgrado, in Serbia, il 6 dicembre 2017 (AP Photo/Darko Vojinovic)

   Qui parleremo in particolare di come la Bosnia sia ora il principale Paese di transito DELLA NUOVA ROTTA BALCANICA DEGLI IMMIGRATI, passaggio meno importante nelle dimensioni rispetto al settembre 2015; ma rotta ora governata dalle mafie dei trafficanti (in particolare dei contrabbandieri albanesi): perché adesso è più difficile arrivare in Europa, e viene a costare molto, affidandosi al traffico clandestino.

La NUOVA VIA DEI BALCANI passa per la Bosnia e Trieste – (mappa da “Il Fatto Quotidiano”)

   E parleremo anche DEL NUOVO PONTE CHE LA CROAZIA HA INIZIATO A COSTRUIRE per togliere dall’isolamento DUBROVNICH (RAGUSA), finora “tagliata” fuori dal resto della Croazia dall’accesso al mare bosniaco (il ponte permetterà di aggirare NEUM, cittadina bosniaca di soli 5mila abitanti che è lo sbocco al mare della BOSNIA ERZEGOVINA, un istmo che spezza la contiguità territoriale della Croazia). Ebbene nella vicenda della costruzione del ponte uno dei tre presidenti bosniaci, quello di ispirazione croata, DRAGAN COVIC, si è apertamente rallegrato con la Croazia per la costruzione del ponte, dando pieno sostegno alla decisione croata, ed è andato a Zagabria per congratularsi di persona con i politici che l’hanno adottata. Un atteggiamento che dimostra come la parte croata-bosniaca propenda a unirsi alla Croazia, e scarso interesse essa abbia all’integrità della Bosnia Erzegovina.

(da http://www.eastwest.eu/ Migranti siedono sul ciglio della strada al confine tra Bosnia ed Erzegovina e Croazia a Velika Kladusa (foto scattata da Maljevac il 18 giugno 2018)

   Dall’altra lo scorso 14 agosto MILORAD DODIK, il presidente della Repubblica Serba di Bosnia, appunto l’entità della Bosnia ed Erzegovina a maggioranza serba, ha chiesto e ottenuto dall’Assemblea di ANNULLARE un RAPPORTO ufficiale di CONDANNA sul MASSACRO di SREBRENICA: genocidio di oltre 8mila musulmani bosniaci avvenuto nel luglio 1995, appunto nella città di Srebrenica, durante la guerra civile in Bosnia ed Erzegovina, massacro attuato da parte dei serbi guidati dal generale Mladić. Il documento fatto annullare di condanna del genocidio, era stato votato nel 2004, e riconosceva le responsabilità e la portata di quella che viene ricordata come la più grave e tragica strage in Europa dalla fine della seconda Guerra Mondiale. Questa decisione del 14 agosto scorso da parte del parlamento serbo-bosniaco non aiuta certo una riconciliazione sperabile.

I profughi nei campi del nord della Bosnia _ 19 agosto 2018 -(da Il Fatto Quotidiano)

   Dall’altra I MUSULMANI BOSNIACI NON DISDEGNANO L’APPOGGIO TURCO DI ERDOGAN, inviso alle altre due parti: nel maggio scorso, in occasione delle elezioni turche, Erdogan ha tenuto un grande comizio a Sarajevo, sostenuto apertamente anche da BAKIR IZETBEGOVICH, capo del partito di azione democratica dei musulmani di Bosnia Erzegovina.
Si viene così ad allargare la retorica nazionalistica e separatista in vista delle elezioni generali che si terranno il prossimo 7 ottobre, e allontanerà qualsivoglia tentativo di lavorare insieme verso un processo di riconciliazione. A questo, specificatamente al MECCANISMO ELETTORALE, anche su questo (LA SCELTA dei membri al Parlamento), la divisione tra i partiti è forte: chi, come i croati, vorrebbe che la scelta dei deputati eletti avvenisse IN CHIAVE ETNICA assai marcata, religiosa, salvaguardando bene, “matematicamente”, la presenza delle tre etnie; e chi invece, specie nei partiti civici, sostiene un “PRINCIPIO DI CITTADINANZA” nell’elezione dei membri del parlamento, che il deputato sia espressione dei territori e vada oltre le gabbie etniche.

IL PONTE CINESE CHE UNIRÀ DUBROVNIK (RAGUSA) ALLA CROAZIA – Al via i lavori per il PONTE DI SABBIONCELLO, che permetterà alla Croazia di aggirare l’istmo bosniaco che spezza la contiguità del Paese. Il progetto suscita malumori a Sarajevo. Sarà finanziato dalla Ue, ma i lavori sono affidati a un’azienda cinese. Ennesimo affare sulla Via della seta balcanica. Dopo anni di annunci, in CROAZIA sono finalmente iniziati (il 30 luglio scorso) i lavori per la costruzione del PONTE DI SABBIONCELLO (Pelješac), che prende il nome dall’omonima penisola, che si sviluppa in senso parallelo rispetto al litorale, nella parte meridionale di quest’ultimo. Il ponte permetterà alla CROAZIA di aggirare NEUM, lo sbocco al mare della BOSNIA ERZEGOVINA, un istmo che spezza la contiguità territoriale della Croazia. Da lì occorre passare per recarsi a DUBROVNIK (RAGUSA) e la sua riviera, di fatto una exclave croata. Il transito obbligato per le DOGANE BOSNIACHE causa a volte grossi IMBUTI DI TRAFFICO, con ricadute negative sui tempi del commercio e sul turismo. Senza contare l’elemento politico-psicologico della faccenda: il SENSO DI ISOLAMENTO CHE DUBROVNIK, grande meta turistica dell’Adriatico orientale, SCONTA DAL RESTO DEL PAESE. (….)” (Matteo Tacconi, 22 Agosto 2018 da EASTWEST.EU https://eastwest.eu/it/)

   Il fenomeno poi degli immigrati che hanno fatto della Bosnia il cuore della nuova rotta dei Balcani, ebbene questa cosa entra un po’ nel contesto di tensione, anche se forse (l’immigrazione di passaggio) non è adesso la più importante. Qualcuno la usa strumentalmente in funzione anti-musulmana: gli immigrati sono perlopiù musulmani, si dice che c’è un fenomeno di crescita etnica dei musulmani, e diventa motivo di accusa verso questa etnia maggioritaria di Bosnia. Lo stesso presidente della Republika Srpska, Milorad Dodik, sostiene esista un piano segreto per modificare il bilanciamento etnico della popolazione intensificando l’afflusso di migranti asiatici e mediorientali. Ciò riguarderebbe in particolare pachistani e siriani, con un’impennata dell’arrivo di iraniani.

Lo spillo rosso sulla citta bosniaca di NEUM – Il PONTE permetterà alla CROAZIA di aggirare NEUM, lo sbocco al mare della BOSNIA ERZEGOVINA, un istmo che spezza la contiguità territoriale della Croazia

   Quel che qui interessa porre all’attenzione, è che le cosiddette spinte “sovraniste”, etniche, religiose, di chiusura e identificazione con la propria parte, di rifiuto di ogni forma di convivenza multiculturale, non appartiene solo agli Stati dell’Europa ora nell’Unione Europea (come il Gruppo di Visegrad, cioè Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia… e poi l’Austria, l’Italia…ora la Germania con gli scontri con l’ultradestra che stanno accadendo in questi giorni…), ma accade anche in quei Paesi (come nei Balcani la Bosnia) che geograficamente sono anch’essi più che mai “Europa”.

NEUM (nel medioevo conosciuto come Porto Noumense) è una CITTADINA DELLA BOSNIA ED ERZEGOVINA di circa 5mila abitanti, che costituisce, con la sua COSTA DI CIRCA 20 KM, l’unico sbocco al mare dello stato balcanico. La città e il suo entroterra separano al tempo stesso la Dalmazia meridionale croata dal resto della Croazia

   La spinta sovranista (etnica) nei Balcani, e specialmente in Bosnia, aumenta ancor di più per una situazione lì fragile storicamente. Una politica diversa, opposta a questi fenomeni nazionalistici, etnici, servirebbe più che mai. A noi cercarne i modi, le possibilità, le azioni… (s.m.)

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BOSNIA ED ERZEGOVINA, VENTO SOVRANISTA IN REPUBLIKA SRPSKA

28 agosto 2018, di Marco Magnano, DA RBE Radio Beckwith Evangelica https://rbe.it/

   Lo scorso 14 agosto Milorad Dodik, il presidente della Sepublika Srpska, entità della Bosnia ed Erzegovina a maggioranza serba, ha chiesto e ottenuto dall’Assemblea di annullare un rapporto ufficiale sul massacro di Srebrenica (https://rbe.it/2017/11/23/mladic-ergastolo/) del 1995. Il documento, votato nel 2004, riconosceva le responsabilità e la portata di quella che viene spesso ricordata come la peggiore strage in Europa dalla fine della seconda Guerra Mondiale. Manca poco più di un mese alle elezioni, previste per il 7 ottobre.

   L’impressione è che questa mossa sia un modo per rimarcare la propria posizione in un contesto di partiti etnici che guardano con crescente interesse ai movimenti sovranisti sempre più forti in Europa.

   ALFREDO SASSO, storico, presidente dell’Associazione Most (https://mostassociazione.wordpress.com/) e collaboratore di Osservatorio Balcani e Caucaso – Transeuropa (https://www.balcanicaucaso.org/), racconta che «l’attuale presidente, MILORAD DODIK, ha intrapreso una svolta autoritaria ormai da diversi anni». Dodik, spiega Sasso, «iniziò con una linea politica più conciliante, poi via via si è fatto sempre più autoritario e allo stesso tempo con una linea molto più nazionalista e sciovinista di cui vediamo in questi mesi gli elementi più retrogradi anche perché ci troviamo in campagna elettorale».
(per sentire l’intervista ad Alfredo Sasso:
https://www.spreaker.com/user/radiobeckwith/2018-08-27-alfredo-sasso-srebrenica-e-so?utm_medium=widget&utm_source=user%3A8579251&utm_term=episode_title
o anche:
https://www.radio24.ilsole24ore.com/programma/luogo-lontano/giornalisti-reuters-myanmar-genocidio-161751-gSLAOZrGmC)

GIORNALISTI SCOMODI – Nella foto: DINO JAHIĆ – Fare giornalismo investigativo nei Balcani è sempre più difficile. Lo conferma il recente caso delle gravi accuse del PRESIDENTE DELLA REPUBLIKA SRPSKA MILORAD DODIK contro DINO JAHIĆ, caporedattore del CENTRO PER IL GIORNALISMO INVESTIGATIVO DELLA SERBIA (l’intervista riportata a Dino Jahić è l’ultimo articolo di questo post)

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SISTEMA ELETTORALE DELLA BOSNIA ERZEGOVINA

di Roberto Brocchini | http://www.archivioelettorale.it/joomla/
Forma di governo Repubblica federale parlamentare
Superficie 51.209 Km²
Popolazione 3.531.000 ab. (censimento 2013)
Densità 69 ab/Km²
Capitale Sarajevo (276.000 ab., 415.000 aggl. urbano)
Moneta Marco convertibile
Indice di sviluppo umano 0,733 (85° posto)
Lingua Bosniaco, Serbo, Croato (tutte ufficiali)
Speranza di vita M 74 anni, F 79 anni
La Bosnia Erzegovina (BiH) è una Repubblica parlamentare federale facente parte della Jugoslavia e diventata indipendente nel marzo del 1992. Dal 2015 è candidata ad entrare nell’Unione Europea. È formata da due entità: la FEDERAZIONE DI BOSNIA ED ERZEGOVINA (FBiH, detta Federazione) che comprende il 51% del territorio, a sua volta suddiviso in dieci cantoni; e la REPUBBLICA SERBA DI BOSNIA (RSB) 49% del territorio, senza cantoni. C’è poi il distretto autonomo di Brcko. Ad entrambe le entità è concessa libera giurisdizione ed amministrazione sulla maggior parte delle questioni, mentre la federazione ha competenza esclusiva su moneta e difesa.
LA PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA È FORMATA DA 3 MEMBRI RAPPRESENTATIVI DELLE TRE COMUNITÀ (BOSNIACA, SERBA E CROATA) al fine di ridurre le tensioni fra le stesse. Il membro bosniaco e croato viene eletto direttamente dal popolo del territorio della Federazione, mentre quello serbo viene eletto dal popolo della Repubblica Serba di Bosnia Erzegovina.
L’Assemblea della BiH si compone di due camere: la CAMERA DEI RAPPRESENTANTI e la CAMERA DEI POPOLI.
La CAMERA DEI RAPPRESENTANTI ha 42 membri (28 Deputati appartengono alla Federazione di Bosnia ed Erzegovina, 14 alla Repubblica Serba di Bosnia Erzegovina) eletti per 2 anni col sistema proporzionale basato su liste di partito o candidature indipendenti; metodo del quoziente semplice e più alti resti. Solo i partiti che conquistano almeno un seggio iniziale col quoziente semplice accedono all’assegnazione dei seggi rimanenti. Sia l’elettorato attivo sia quello passivo sono fissati a 18 anni.
La CAMERA DEI POPOLI ha 15 membri di cui 10 sono delegati provenienti dalla Federazione di Bosnia ed Erzegovina (5 croati e 5 musulmani) che sono designati dalle comunità locali; 5 sono delegati provenienti dalla Repubblica Serba di Bosnia Erzegovina designati dall’Assemblea Nazionale della stessa Repubblica. Sia l’elettorato attivo sia quello passivo sono fissati a 18 anni.
Fonti: http://www.eastjournal.net/archives/category/balcani/bosnia-erzegovina, http://www.globalgeografia.com e Interparliamentary Union

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ONU CONDANNA REP. SERBA DI BOSNIA ED ERZEGOVINA PER GENOCIDIO DI SREBRENICA
– pubblicato il 18 agosto 2018 da http://sicurezzainternazionale.luiss.it/
Il presidente uscente dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, ZEID RA’AD AL-HUSSEIN, ha condannato pubblicamente la decisione presa dal parlamento serbo-bosniaco, il quale ha revocato un rapporto del 2004 nel quale riconosceva il genocidio di Srebrenica del 1995, e ha esortato i legislatori a riconsiderare la mossa, che a suo avviso mette in pericolo la riconciliazione etnica del Paese. Continua a leggere

Sul PONTE CROLLATO a GENOVA: che fare? – REVOCARE la Concessione alla Società autostradale? Creare un AUTORITA’ DI CONTROLLO INDIPENDENTE con poteri assoluti? – Intanto: 1-il RIPRISTINO DEL DANNO del Concessionario; 2-la VERIFICA delle responsabilità’; 3-la possibile decisione di REVOCA

Genova, gli abitanti sfollati dalle abitazioni sotto il ponte recuperano con l aiuto dei pompieri i beni essenziali dalle loro case (foto da http://www.cittanuova.it/)

   La tragica caduta del Viadotto Polcevera a Genova, con 43 vittime, segna uno tra gli eventi più tragici e drammatici della storia nazionale (ci ha segnati tutti). Sulla tragedia dei morti innocenti, casuali, di un ponte crollato in quel modo, si è sovrapposta la sensazione dell’estrema fragilità del nostro sistema delle infrastrutture che quotidianamente frequentiamo, usiamo.
Da più parti (anche governative) è sorta indignazione e desiderio giustizialista nei confronti di chi è considerato sicuramente il maggior responsabile di queste morti, di questa tragedia: cioè la società autostradale privata (controllata dal gruppo Benetton) che, a tutto avviso, pare effettivamente la maggiore responsabile di aver fatto correre ignari automobilisti (divenuti vittime) in un viadotto pericolante, che prima o poi doveva cadere.

Genova, crollo del ponte

   Da questo contesto ne sono sorte immediate richieste di revocare la concessione ai Benetton, ora al 2042 (e che tra l’altro non riguarda solo il tratto della A10 dove il ponte è crollato, ma include 27 altre tratte in Italia). Della vicenda giuridica, normativa si sta parlando molto, e in questo post cerchiamo di dare a voi una piccola rassegna stampa degli articoli dei giorni scorsi che cercano (meritoriamente e con cognizione di causa) di spiegare la situazione e quel che si può fare: REVOCARE la concessione a “Autostrade per l’Italia”?, RI-NAZIONALIZZARE la rete autostradale, troppo importante per lasciarla in mano a dei privati? LA RESPONSABILITÀ è tutta della società autostradale?

IL PONTE CROLLATO

   Vogliamo però qui fare delle precisazioni (delle premesse) da parte nostra. Il sistema autostradale italiano di fatto lo paga (dovrebbe pagarlo) prevalentemente l’utente, cioè chi usa le autostrade. Perché sono a pagamento. E questo lo fa pagando un pedaggio a seconda della lunghezza chilometrica dei tratti che percorre. Pertanto l’investimento e il costo autostradale è (dovrebbe essere) a carico dell’utente, e non del generico contribuente, cioè tutti, anche quelli che le autostrade proprio non le usano: in altri stati, come in Germania sono “libere” le autostrade e così chi paga è il contribuente. Pertanto se l’impresa privata si fa dare un pedaggio dall’automobilista, e gestisce in toto (pure gli autogrill, non dimentichiamolo) l’autostrada, dovrà essa l’impresa a gestire al meglio il manufatto autostradale e il servizio; e se “si rompe”, “aggiustarlo”.

Il ponte e le case sotto – “(…) Ai sostenitori senza se e senza ma delle Grandi opere, che nel crollo del ponte Morandi vedono solo l’occasione per recriminare la mancata realizzazione della Gronda, passaggio complementare e non alternativo al ponte crollato, va ricordato che anche quel ponte è (era) una «Grande opera»: dannosa per l’ambiente e per le comunità tra cui sorge e pericolosa per la vita e la salute di tutti. L’IDEA DI PIANTARE DEI PILASTRI DI 90 METRI IN MEZZO A EDIFICI ABITATI DA CENTINAIA DI PERSONE E DI FARVI PASSARE SOPRA MILIONI DI VEICOLI ERA E RESTA DEMENZIALE (…)” (Guido Viale, da “Il Manifesto” del 19/8/2018)

   Pertanto il RIPRISTINO del ponte di Genova, e l’INDENNIZZO alle famiglie delle povere persone morte lì il 14 agosto scorso, non può che essere addebitato alla Società autostradale, titolare della concessione, che ha il diritto di riscuotere il pedaggio.
Il secondo passaggio, a nostro avviso, è sulla possibilità di REVOCARE la concessione a una società che, moralmente, politicamente, mediaticamente, viene difficile pensare (e aver di essa fiducia e stima) possa in modo inalterato continuare a gestire gran parte del sistema autostradale italiano fino al 2.042. Ma qui bisogna stabilire l’effettivo accertamento delle RESPONSABILITÀ da parte dell’Autorità Giudiziaria: perché, qualcuno dice, non tutte le colpe sullo stato disastroso del “Ponte Morandi” di Genova sarebbero a carico (responsabilità) della Società Autostradale concessionaria.

Le quattro autostrade (A7, A10, A12, A26) che originano dal nodo autostradale di Genova

   Secondo l’ESPRESSO di questa settimana, riportando il verbale della riunione con cui il primo febbraio 2018 il “Provveditorato alle opere pubbliche di Genova” rilascia il parere obbligatorio sul progetto di ristrutturazione presentato da Autostrade, risulta che ben si sapeva della forte precarietà della tenuta del ponte, non solo da parte della Società autostradale, ma anche del Ministero delle Infrastrutture e Trasporti (pur alla fine, nello stesso verbale, si accondiscendeva al progetto di manutenzione proposto attenuando ogni reale allarmismo). Pertanto è assai possibile che l’accertamento effettivo delle responsabilità per quanto accaduto a Genova siano in solido, tra Autostrade per l’Italia (Aspi) e la direzione del MINISTERO Infrastrutture e Trasporti (e in particolare la “Direzione per la vigilanza delle concessioni autostradali” che ha avallato monitoraggi e lavori su quel ponte senza avanzare contestazioni per inadempimenti).

STRALCIO DAL VERBALE DELLA RIUNIONE CON CUI IL PRIMO FEBBRAIO 2018 il Provveditorato alle opere pubbliche di Genova rilascia il parere obbligatorio sul progetto di ristrutturazione presentato da Autostrade (DA L’ESPRESSO DEL 19/8/2018) – “(…) Almeno sette tecnici, cinque dello Stato e due dell’azienda di gestione, sapevano infatti che la corrosione alle pile 9 (quella crollata) e 10 aveva provocato una riduzione fino al venti per cento dei cavi metallici interni agli stralli, i tiranti di calcestruzzo che sostenevano il sistema bilanciato della struttura. E che nel progetto di rinforzo presentato da Autostrade erano stati rilevati «alcuni aspetti discutibili per quanto riguarda la stima della resistenza del calcestruzzo». Nonostante queste conclusioni, in sei mesi da allora né il ministero né la società concessionaria hanno mai ritenuto di dover limitare il traffico, deviare i mezzi pesanti, ridurre da due a una le corsie per carreggiata, abbassare la velocità. Come si dovrebbe sempre fare, in attesa dell’avvio dei lavori, per garantire la sicurezza e alleggerire il carico e l’affaticamento della costruzione. È tutto scritto nel verbale della riunione con cui il primo febbraio 2018 il Provveditorato alle opere pubbliche di Genova rilascia il parere obbligatorio sul progetto di ristrutturazione presentato da Autostrade (…)” (FABRIZIO GATTI, da L’ESPRESSO del 19/8/2018)

   E’ così che verrebbe in ogni caso a cadere l’idea della fatalità del tragico evento, la imprevedibilità del disastro (come la società autostradale ora continua a sostenere). E ci sarebbe una corresponsabilità con il Ministero: è da capire in che misura sarà stabilita.
Solo dopo l’accertamento delle responsabilità si potrà definire la possibile COLPA GRAVE della società autostradale, tanto da REVOCARE la concessione. Perché la revoca può essere invocata anche per INADEMPIENZE GRAVI E REITERATE che devono essere contestate dal concedente (ma pare difficile questa linea delle inadempienze reiterate, che il concedente, lo Stato, possa sostenere nei confronti della Società autostradale: diverso è il caso se viene appurata e dimostrata la “colpa grave” per il caso del crollo del ponte di Genova).

IL PROGETTO DELLA GRONDA DI GENOVA – La nuova infrastruttura, denominata la GRONDA DI GENOVA, comprende 72 KM DI NUOVI TRACCIATI AUTOSTRADALI e si allaccia agli svincoli che delimitano l’area cittadina (GENOVA EST, GENOVA OVEST, BOLZANETO), si connette con la direttrice dell’A26 a Voltri e si ricongiunge con l’A10 in località Vesima. Data la COMPLESSITÀ DAL PUNTO DI VISTA OROGRAFICO DEL TERRITORIO ATTRAVERSATO, il nuovo sistema viario SI SVILUPPA QUASI INTERAMENTE IN SOTTERRANEO E PREVEDE 23 GALLERIE, PER UN TOTALE DI CIRCA 54 CHILOMETRI, CIRCA IL 90% DELL’INTERO TRACCIATO, con sezioni variabili fino ai 500 metri quadri dei cameroni di interconnessione tra gli assi autostradali. Con grande opposizione di popolazione, residenti e ambientalisti (un’opera in un luogo assai delicato) SAREBBE PRONTA NEL 2029

   In ogni caso va detto, al di là della POSSIBILE E AUSPICABILE REVOCA:
– Basta con CONCESSIONI AUTOSTRADALI troppo lunghe e (ancor di più!) prorogate con la proposta di finanziare nuovi lavori (senza gare di appalto!) dove le società autostradali ci guadagnano ancora di più e senza alcuna effettiva trasparenza; pertanto bisogna mettere fine alle proroghe delle concessioni per finanziare nuovi lavori. Tutto deve andare in gara, dove possono entrare altri soggetti, sia per le proroghe che per nuovi lavori.
– Basta alle CONVENZIONI SECRETATE, cioè accordi ufficiali tra Pubblico e Privato che nessuno può conoscere, e quasi sempre (se si riesce a far venire alla luce) contengono condizioni totalmente favorevoli al Privato, dove il Pubblico, pur di realizzare l’opera (che paga elettoralmente al governo –nazionale o regionale di turno-) fa addebitare alle Casse dello Stato (o delle Regioni) condizioni finanziarie così onerose che saranno a carico delle future generazioni, e di altri servizi pubblici e sociali essenziali non più erogabile per carenza di risorse.
– Tra le possibilità da seguire per il prossimo futuro pensiamo che almeno debba essere operativa una AUTORITÀ INDIPENDENTE che possa modificare ogni regolazione considerata squilibrata, garantendo trasparenza e stabilità normativa. E con poteri di controllo veri e decisivi (anche sulla revoca ai Concessionari), e sulle opere di manutenzione ordinaria e straordinaria che vanno realizzati a pena di severe sanzioni ai concessionari; con la possibilità e il potere di chiudere strade con viadotti o gallerie o altri manufatti pericolosi alla sicurezza stradale; o anche che vanno a danno della salute delle popolazioni che vivono vicino all’autostrada (è vero che nel 2011 è stata creata un’autorità indipendente dei trasporti, operativa dal 2013, ma la sua legge istitutiva stabilisce che per il settore autostradale deve occuparsi solo delle nuove concessioni, non di quelle vecchie… praticamente niente).
– Da più settori tecnici si rileva che molte delle opere infrastrutturali costruite negli anni ‘50-60-70 del secolo scorso, sono ormai in condizioni di grave difficoltà e pericolosità: e da credibili parti tecniche si propone o il RAMMENDO di queste infrastrutture (cioè rimetterle in sesto), oppure una loro ROTTAMAZIONE (cioè demolirle e rifarle completamente, come nel caso di molti ponti e viadotti; ma anche di edifici pubblici -le scuole…- o privati -certi condomini ad esempio-). Potrebbe essere un volando di crescita virtuosa, di sviluppo compatibile con il risanamento dei nostri luoghi di vita e frequentazione. (s.m.)

La mappa dei ponti più a rischio in Italia (da “La Stampa”, 15 agosto 2018)

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LE REGOLE DELLE CONCESSIONI: SULLA MANUTENZIONE ASPI E MIT RESPONSABILI IN SOLIDO
di Laura Serafini, da “il Sole 24ore” del 17/8/2018
– Il pasticcio della regolazione rende complicato per il Governo chiedere la revoca –
La tragedia di Genova riporta d’attualità le storture della regolazione delle concessioni autostradali in Italia. La delega della realizzazione di infrastrutture ai privati che lo Stato ha dato con le concessioni si è trasformata negli ultimi 10 anni in un incestuoso rapporto tra il pubblico e il privato.
Le convenzioni autostradali, approvate dal 2008 per legge per superare i veti degli organi tecnici (Nars-Cipe) e di controllo (Corte dei conti) perché quei contratti erano troppo sbilanciati verso i concessionari, lasciano molto potere ai privati pur chiamando il pubblico (la direzione per la vigilanza sulle concessionarie del ministero per le infrastrutture guidata da Vincenzo Cinelli) a vigilare sull’operato.
Sul rispetto delle opere di manutenzione, ma anche sul monitoraggio delle infrastrutture e sulla rispondenza dei lavori al progetto esecutivo. Il libro “Il regime giuridico delle Autostrade” di Lorenzo Saltari e Alessandro Tonetti, ai tempi componente del Nars, ricorda come l’Antistrut definì la revisione della convenzione di Autostrade approvata con legge nel 2008. «Viene meno la possibilità di verificare l’andamento della produttività del gestore, di rivedere le tariffe e di redistribuire agli utenti una parte degli eventuali benefici derivanti dai recuperi di produttività che sono pertanto destinati a tramutarsi in rendite monopolistiche» è il giudizio.
In quello stesso periodo, tornato Silvio Berlusconi al governo, Atlantia entrò nel salvataggio Alitalia con circa 200 milioni. Le unghie tagliate a chi deve controllare oggi fa sì che le responsabilità per quanto accaduto a Genova siano probabilmente in solido, tra Autostrade per l’Italia (Aspi) e la direzione del Mit, che ha avallato monitoraggi e lavori su quel ponte senza avanzare contestazioni per inadempimenti.
Una circostanza che rende più complicato per il governo chiedere la decadenza della concessione di Aspi, che tra l’altro non riguarda solo il tratto della A10, ma include 27 tratte in Italia.
La revoca può essere invocata per inadempienze gravi e reiterate che devono essere contestate dal concedente. Cosa che non pare sia accaduta. Si potrebbe poi invocare la colpa grave, che va dimostrata con lettura approfondita delle carte qualora, ad esempio, emergessero certificazioni di lavori o di controlli non impeccabili.
Il vizio di fondo della regolazione del settore fa perno sulla possibilità di stipulare fra concedente e concessionario un «contratto completo», in grado di includere tutte le clausole riguardanti il prezzo e la qualità del servizio erogato, nonché le modalità per il loro aggiornamento a seguito delle varie evenienze possibili.
Tuttavia, definito inizialmente il contratto, ogni suo aggiornamento, se non conveniente per entrambe le parti, è di ben difficile attuazione. E proprio per questo le regole restano bloccate nel tempo o si deve ricorrere a leggi primarie per apportare modifiche al contratto stesso.
«Il disastro di Genova potrebbe essere l’occasione per indurre i concessionari ad accettare un nuovo tipo di regolazione – dice Alberto Biancardi, commissario uscente dell’Arera e ai tempi coordinatore del Nars -. Un’Autorità indipendente può modificare la regolazione, garantendo trasparenza e stabilità normativa, rivedere periodicamente qualità e metodi di monitoraggio, che possono essere affidati a soggetti indipendenti, può riequilibrare le tariffe. Si potrebbe mettere fine alle proroghe delle concessioni per finanziare nuovi lavori (la concessione di Aspi è stata prolungata di 4 anni per finanziare la Gronda di Genova, ndr). L’Autorità calcolerebbe il valore economico del subentro che sarebbe a carico del nuovo concessionario». Il vicepremier Matteo Salvini sembra in linea: «Per me va rivisto tutto il sistema delle concessioni in Italia», ha detto. (Laura Serafini)

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Intervista a RAFFAELE CANTONE, presidente dell’Autorità anticorruzione
“SCONCERTANTE LA FUGA DALLE RESPONSABILITÀ. AFFIDARE TUTTO AI PRIVATI NON È DEMOCRAZIA”

di Giuseppe Salvaggiulo, da “La Stampa” del 22/8/2018

– RAFFAELE CANTONE. Il presidente dell’Anticorruzione: “non si possono delegare i controlli. Se l’inquilino mi distrugge la casa, non sto a guardare” – “Sulle concessioni c’è un inaccettabile livello di appropriazione di beni pubblici da parte dei privati. Chiediamo da tempo che le carte diventino pubbliche, ma non accade. Di solito chi oppone un segreto nasconde qualcosa”.

Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità anticorruzione, c’è una lezione dalla tragedia di Genova? Continua a leggere