I MURETTI A SECCO per l’UNESCO sono Patrimonio dell’Umanità: l’artificio umano sulla natura (contro il dissesto idrogeologico, e per l’agricoltura) crea mirabili paesaggi – E per l’area “candidata” del Prosecco nel Trevigiano? l’Unesco convincerà a produrre senza inquinare? in limiti spaziali? con diversificazione agricola?

A seguito delle atrocità commesse nella seconda Guerra Mondiale le Nazioni Unite hanno voluto istituire (nel novembre 1946) L’UNESCO (UNITED NATIONS EDUCATIONAL, SCIENTIFIC AND CULTURAL ORGANIZATION) come segno di pace tra le nazioni, basandosi sul voler garantire la protezione e la salvaguardia dei siti di grande valore. Pertanto l’UNESCO è un’agenzia specializzata delle Nazioni Unite creata con lo scopo di promuovere la pace e la comprensione tra le nazioni con l’istruzione, la scienza, la cultura, la comunicazione e l’informazione. – Il riconoscimento specifico dei PATRIMONI ORALI E IMMATERIALI DELL’UMANITÀ (“IMMATERIALI”: così sono stati designati i MURETTI A SECCO, sottolineandone la diffusione che essi hanno in tante visioni di paesaggi in così tante parti del pianeta), sono espressioni della cultura immateriale del mondo che l’UNESCO ha inserito in un apposito elenco, per sottolineare l’importanza che essi hanno secondo tale organizzazione. I CAPOLAVORI IMMATERIALI SI AFFIANCANO AI SITI PATRIMONIO DELL’UMANITÀ: mentre questi ultimi rappresentano cose tangibili (come un parco naturale, una città o un complesso archeologico), i primi rappresentano antiche tradizioni a volte diffuse in luoghi diversi (come appunto i muretti a secco) L’UNESCO si è posta il problema di salvaguardare questi capolavori per evitarne la scomparsa. (NELLA FOTO QUI SOPRA: I MURI A SECCO DI CHERSO, Isola di Cres, in CROAZIA – situata nel golfo del Quarnaro)

   La scelta dell’Unesco di iscrivere tra i “patrimoni immateriali dell’umanità” l’ARTE DEL MURO A SECCO (cioè costruito con pietre che, sapientemente nel lavoro umano, si intersecano e sorreggono saldamente tra di loro, senza usare alcun tipo di malta o legante), questa scelta rende vanto agli otto paesi europei (Grecia, Spagna, Cipro, Croazia, Slovenia, Italia, Francia, Svizzera) che hanno presentato questa candidatura per il riconoscimento del valore nei loro paesaggi di queste mirabili opere umane.

(…) Fu una fatica enorme tirare su spesso sotto il diluvio o sotto un sole furibondo quei muri. Sudore e dolore, dolore e sudore. Quelli che spinsero il grande Carlo Cattaneo a parlare con ammirazione delle terre lavorate dall’uomo, le quali «SI DISTINGUONO DALLE SELVAGGE PERCHÉ SONO UN IMMENSO DEPOSITO DI FATICHE». (Gian Antonio Stella, da “il Corriere della Sera” del 29/11/2018) (NELLA FOTO: La (ri)costruzione di un muretto a secco in Trentino (da la Repubblica)

   Perché poi i muretti a secco si trovano anche nei paesaggi di moltissimi altri paesi europei ed extraeuropei (in Africa, Asia, America Latina –pensiamo al Perù-…). Perché si tratta di uno degli esempi di virtuosa manifattura umana presente in tutte le culture del pianeta. Che, dai tempi più remoti a quelli più recenti, è stata adottata (questa tecnica di costruzione) per fini abitativi e/o agricoli, o per tracciare dei confini, o a difesa, e IN PARTICOLARE COME TERRAZZAMENTI NEI PENDII SCOSCESI (per utilizzarli in agricoltura e abitazione, e che salvano i pendii montuosi o collinari dall’erosione).

PAESAGGI TERRAZZATI D’ITALIA. Eredità storiche e nuove prospettive, di LUCA BONARDI, MAURO VAROTTO, 2013, Franco Angeli Ed., euro 25,00 – Il libro sui paesaggi terrazzati è stato voluto dal CLUB ALPINO ITALIANO per il III Incontro Mondiale sui TERRACED LANDSCAPES. La prima parte del volume, scritta da Luca Bonardi, si propone come lavoro di sintesi sulla geografia e storia dei terrazzamenti agrari in Italia, sulla scorta di 20 anni di indagini e studi locali sulla materia. La seconda parte, redatta da Mauro Varotto, racconta le esperienze di recupero e valorizzazione di terrazzamenti in varie Regioni italiane da parte di un gruppo di Operatori Naturalistici e Culturali del CAI che si sono mossi all’interno di un progetto di ricerca del GRUPPO TERRE ALTE.

   Il sì italiano alla richiesta di candidatura è stato dato in particolare per salvare dalla possibile progressiva sparizione i terrazzamenti e le millenarie barriere di divisione che segnano il profilo naturale del Paese: in Liguria e nel Salento, lungo la costiera di Amalfi e sull’Etna, a Pantelleria e in Toscana, su tutto l’arco alpino e nel cuore dell’Appennino. Questo tesoro sembrava consegnato alla rovina e alla nostalgia. Contadini, architetti, imprenditori, scienziati e promotori del turismo, lo rilanciano in tutto il mondo quale modello avanzato di uno sviluppo nuovo.

La particolare tessitura delle marogne della Valpolicella. (Foto: Alleanza italiana per i paesaggi terrazzati, “muretto Marogne”, da http://www.ilbolive.unipd.it/)

   Pertanto, al di là di un riconoscimento da parte di un’Istituzione un po’ discussa (discutibile) nei decenni nell’aver riconosciuto “tutto” (o quasi tutto) “patrimonio dell’umanità” (su questo vi invitiamo a leggere l’interessante articolo di Mattia Feltri che abbiamo ripreso dal quotidiano “La Stampa” – lo trovate come secondo articolo nella rassegna che dedichiamo all’argomento qui di seguito in questo post); al di là del fatto che interessi economici enormi muovono sia l’Unesco (900 milioni di dollari il budget annuale dell’Unesco, circa 795 milioni di euro) che tutte le richieste che vengono ad esso sottoposte (motivo fondamentale di avere il riconoscimento: i soldi!); al di là di tutto questo, possiamo però riconoscere un valore particolare e genuino al riconoscimento dei MURETTI A SECCO.

DA http://www.adottaunterrazzamento.org/ – Dal 18 marzo all’8 aprile 2017 si è tenuto il primo “CORSO PER LA REALIZZAZIONE E IL RECUPERO DEI MURI IN PIETRA A SECCO” in VAL BRENTA (nell’estremo nord-est della provincia di Vicenza, ndr), organizzato dal COMITATO “ADOTTA UN TERRAZZAMENTO” e dell’ISTITUTO AGRARIO “A.PAROLINI” di BASSANO DEL GRAPPA. Questa attività ha avuto una buona eco sui media, anche grazie al fatto che si inserisce in una tendenza che si sta diffondendo in altri luoghi d’Italia, quali la Provincia di Trento, grazie all’Accademia della Montagna del Trentino, e la Liguria, con la Cooperativa Olivicola di Arnasco. Così il quotidiano nazionale “la Repubblica” ha pubblicato un articolo l’ 8 maggio scorso, scritto da Giampaolo Visetti, e La 7 ha mandato in onda un servizio girato sui terreni di “ADOTTA UN TERRAZZAMENTO”, nella trasmissione Tagadà il 10 maggio. (Articolo su Repubblica dell’8 maggio: I ragazzi del muretto a secco: “Quei sassi sono opere d’arte”; Servizio su La 7 del 10 maggio (min. 140): Tagadà, puntata 10/05/2017 ) (NELLA FOTO: VALBRENTA, corso per costruire muretti a secco)

   Perché sono una caratteristica connaturata di così tanti paesaggi in posti diversissimi del mondo… e che fanno parte un po’ del nostro DNA nel pensare a meraviglie paesaggistiche umane… a bei ricordi e a luoghi che andiamo (andremo volentieri) a vedere.

Negli anni passati ci sono stati vari CONVEGNI MONDIALI SUI PAESAGGI TERRAZZATI: esperti e appassionati di tutti i continenti ne hanno discusso in CINA, in PERÙ, e nel 2017 in ITALIA, tra Padova e Venezia: il prossimo convegno internazionale dei paesaggi terrazzati si terrà nelle ISOLE CANARIE. Il problema è comune: evitare che una sapienza antica, trasmessa oralmente, muoia assieme ai suoi ultimi custodi (NELLA FOTO: CINQUE TERRE, IN LIGURIA: PAESAGGIO DI MURETTI A SECCO E TERRAZZAMENTI)

   Così che se UN LUOGO è dato da TRE ELEMENTI: il primo è la NATURA come lo ha creato, il luogo, come la ha voluto; il secondo elemento è l’ARTIFICIO UMANO, quel che si intravede dell’intervento dell’uomo; e il terzo sono gli ACCADIMENTI storici che quel luogo ha avuto…ebbene i muretti a secco rappresentano al meglio il secondo elemento: l’ARTIFICIO UMANO GENIALE, la capacità di costruire con le pietre, e con grande impegno e fatica, un elemento architettonico stabile e sicuro nel tempo, che sa durare senza che queste pietre abbiano malte e altri collanti….

Guida pratica, divulgativa e illustrata alla costruzione alla manutenzione e al recupero dei muretti in pietra a secco

   E’ così che i numeri e la quantità di questi muretti a secco sono difficili da stabilire, e a volte da individuare: secondo MAURO VAROTTO (docente all’Università di Padova e tra i fautori dell’ALLEANZA INTERNAZIONALE PER I PAESAGGI TERRAZZATI), in Italia risultano censiti 170mila chilometri di muri a secco, quelli stimati sono oltre 300mila. Gli ettari di campi terrazzati sono altrettanti.

UOMINI E PIETRE – documentario di MICHELE TRENTINI – DVD (con libriccino di presentazione di ANTONIO SARZO) euro 16,00 – 2017, Cierre Editore – Attraverso l’osservazione del lavoro svolto da un contadino della VALLE DI CEMBRA e da allievi e docenti dei corsi per la COSTRUZIONE DI MURI A SECCO organizzati dalla SCUOLA TRENTINA DELLA PIETRA A SECCO, il documentario mostra le diverse fasi della costruzione di tali manufatti. La diretta testimonianza di uno dei docenti, esperto naturalista, propone uno sguardo d’insieme sulle specificità e sulla rilevanza dei muri in pietra a secco anche da un punto di vista ecologico, paesaggistico e socio-economico.

   Nel confronto che Varotto fa, i 170mila chilometri “italiani” di muretti a secco, tanto per darne una dimensione di diffusione di quanti sono, se confrontati con la Grande Muraglia cinese, quasi totalmente ricostruita, questa è lunga “solo” 8mila chilometri. E Varotto ne sottolinea “il valore delle pietre accumulate e incastrate nei secoli per permettere agli uomini di coltivare la terra e di allevare gli animali, ossia di vivere,” (dice: “È un passaggio decisivo, che può garantire le risorse pubbliche per conservare l’eroica spina dorsale che unisce i popoli con una storia di miseria e di fatica”). E così è, come la immaginiamo (miseria e fatica di generazioni di persone) che lasciano un bene di inestimabile valore alla nostra visione, ai paesaggi umani (vengono in mente le cattedrali, costruite in particolare con la fatica umana di poveri sottopagati, ma ora, cattedrali, così importanti al nostro vivere).
Necessitano azioni e modi per preservare i muretti a secco, ripristinarli quando serve; capire come far rivivere ora luoghi abbandonati che conservano questo artificio umano di valore; ma che rischiano, con gli eventi metereologici, il dissesto del tempo, l’abbandono e l’incuria totale a ogni manutenzione conservativa, rischiano poco a poco di scomparire…questo fa sì che meritano riconoscimenti e partecipazione chi si impegna alla conservazione e ripristino di questi manufatti: pensiamo in particolare alle associazioni che si dedicano alla conservazione e ripristino dei TERRAZZAMENTI; e a tutti quelli che nei loro luoghi di appartenenza e raggio di azione della propria vita, cercano di salvarli e/o ripristinarli. (s.m.)

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ACQUAVIVA DELLE FONTI (in Puglia)

(…)«Il totale delle aree censite dal PROGETTO MAPTER» (“MAppatura Paesaggi Terrazzati italiani, ndr), scrive MAURO VAROTTO (docente di geografia all’Università di Padova e autore di vari libri sull’ambiente e la montagna), «ammonta a circa 170 MILA ETTARI (grosso modo una regione come il Veneto), ma alcune aree non sono ancora state coperte da rilievi a tappeto, dunque tale prima quantificazione è ancora parziale». Secondo una ipotesi di LUCA BONARDI (docente di geografia all’Università di Milano) «si può stimare l’esistenza di almeno 300 MILA ETTARI DI AREE TERRAZZATE, esito di una colonizzazione dei versanti a fini agricoli che risale indietro nei secoli, ma in massima parte eroica conquista di terreni portati all’uso agricolo, in parallelo con le fasi di incremento demografico tra metà ’700 e fine ’800». Peccato che «OLTRE IL 30% DEL PATRIMONIO DOCUMENTATO È OGGI ABBANDONATO E RICONQUISTATO DA BOSCO E VEGETAZIONE ARBUSTIVA». Un delitto.(…) … prosegue il dossier, che ABBIAMO ANCORA «170.000 CHILOMETRI DI MURI A SECCO, VENTI VOLTE LA LUNGHEZZA DELLA MURAGLIA CINESE. La Liguria vanta di poter fare il giro della terra con i suoi 40 mila chilometri di muri, la Costiera amalfitana di possederne l’equivalente della Grande Muraglia: 8 mila chilometri». (Gian Antonio Stella, da “il Corriere della Sera” del 29/11/2018)

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(alcuni siti sull’argomento: http://www.paesaggiterrazzati.it/ e
http://www.formazione.cirgeo.unipd.it/documenti/16-17/GISDay/Ferrarese_ProgettoMapterEstrazioneMappaturaTerrazzamentiAgricoli.pdf ,
e http://www.adottaunterrazzamento.org/ )

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SACRARI DI SASSI

MURETTI A SECCO, IL SUDORE SI FA ARTE

di Gian Antonio Stella, da “il Corriere della Sera” del 29/11/2018
– Stupore della natura artificiale – L’Unesco iscrive la tecnica tra i patrimoni immateriali dell’umanità. Chilometri di paesaggio costruito pietra su pietra dalla fatica di generazioni –
«Ogni filare di viti o di ulivi è la biografia di un nonno o un bisnonno». Continua a leggere

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AREE CONTAMINATE: un PAESE (l’Italia) pieno di discariche abusive da nord a sud, di rifiuti tossici, speciali, urbani, amianto…, seppelliti nei decenni e che inquinano le falde acquifere – IL CASO VENETO: Pfas, Amianto, e altri rifiuti scoperti su cave e discariche, e ora sui lavori della Superstrada Pedemontana

Discarica di Padernello cava Campagnole a Paese (Treviso) – VENETO (novembre-dicembre 2018) – SOTTO SEQUESTRO DUE AREE CON 280.000 TONNELLATE DI RIFIUTI INQUINANTI SCARICATI IN MODO ILLECITO – Il materiale era stato portato a PAESE (Treviso) e a NOALE (Venezia). ALMENO 10MILA TRASPORTI CON TIR – PAESE – I carabinieri hanno posto sotto sequestro cautelare due aree dove erano stoccate 280mila tonnellate di rifiuti perché trattati in modo illecito. si tratta di un’area del trevigiano, a Paese, ed una nel veneziano, a Noale, dove il materiale conferito da più località del Veneto e di altre regioni pur essendo inquinato ed inquinante non veniva reso inerte ma trattato come ‘normale’. L’operazione è stata effettuata dai carabinieri forestali di Mestre con il supporto del 14/o gruppo elicotteri di Belluno, su delega della Procura di Venezia. Il materiale trovato è pari a 10mila trasporti effettuati con autoarticolati. In particolare, l’emissione della misura cautelare da parte del gip di Venezia è seguita ad una indagine coordinata dalla direzione distrettuale antimafia della procura lagunare.
Le operazioni che venivano fatte dall’azienda consistevano essenzialmente nella miscelazione del materiale contaminato (principalmente da metalli pesanti quali rame, nichel, piombo e selenio) con altri rifiuti, al fine di “diluire” gli inquinanti e alla successiva realizzazione, attraverso tali rifiuti e con l’aggiunta di calce, leganti e cemento, di aggregati da utilizzarsi nel campo dell’edilizia ed in particolare per la realizzazione di sottofondazioni o rilevati stradali. in alcuni casi sui materiali miscelati è stata riscontrata anche la presenza di frammenti di cemento contenenti fibre di amianto (materiale classificato come cancerogeno).
24/11/2018 da http://www.oggitreviso.it/

   Zinco, piombo, rame, arsenico, cadmio, mercurio, ferro, idrocarburi, benzene, nitrati…. Sono le sostanze che “normalmente” si trovano in discariche abusive in tutta Italia…. E poi la questione amianto (che solo 8 regioni sono attrezzate a smaltirlo correttamente); e, particolare specifico in Veneto, l’inquinamento da Pfas che vanno direttamente nella falda acquifera.
Nel nostro Paese ci sono 58 siti “ufficiali” considerati contaminati da scarichi tossici nei decenni passati; e di questi l’Istituto Superiore di Sanità da anni monitora i rischi per la salute dei circa 6 milioni di abitanti che vivono nelle aree dei 45 (sui 58) siti più contaminati d’Italia. Di questi abitanti in aree contaminate, per chi ha meno di 25 anni, è stato registrato un aumento di tumori maligni del 9% rispetto a chi vive in zone non a rischio. Quasi sempre c’è un eccesso di malattie respiratorie per i bambini e i ragazzi. (riportiamo qui di seguito in questo post una serie di dati contenuti in un articolo assai emblematico della situazione scritto da Milena Gabanelli per il Corriere della Sera del 25/11 scorso).

AREE CONTAMINATE: IN ITALIA 6 MILIONI DI PERSONE A RISCHIO

   Ma non è solo cosa che riguarda i qui sopra citati SITI INQUINATI DI INTERESSE NAZIONALE (Sin). Nel senso che dappertutto, quando si scava per fare qualcosa, quasi sempre spuntano dal sottosuolo rifiuti abbandonati, “nascosti”: che vanno dagli inerti quasi sempre pericolosi, ad esempio “carichi” di amianto”; a metalli pesanti; o rifiuti solidi urbani di tutti i tipi….

Forestale che pone i sigilli a una cava di rifiuti tossici

   Li troviamo in cave e discariche, ma anche in aree industriali dismesse, o ancora in industrie o laboratori artigianali in attività; e come dicevamo molto spesso vengono trovati un po’ dappertutto casualmente facendo dei lavori per costruire un edificio, oppure un’opera pubblica: in Veneto adesso è il caso della costruzione della superstrada pedemontana, e nei 95 chilometri di tracciato tra le province di Vicenza e Treviso, spuntano qua e là discariche abusive sugli scavi che si stanno facendo, con aree in cui sono stati ammassati o interrati rifiuti pericolosi.

“(…) In Veneto negli ultimi anni sono stati numerosi i ROGHI SOSPETTI AD ATTIVITÀ DI STOCCAGGIO RIFIUTI. Per Legambiente, spesso è il modo più rapido per disfarsi di scarti difficili da collocare altrove. «In Italia gli incendi erano in media 11 all’anno fino al 2014» spiega Giorgio Zampetti, direttore generale Legambiente, «nell’ultimo triennio sono stati 250». (Andrea De Polo, la Tribuna di Treviso, 27/11/2018)”

   Il Veneto, cui qui ci concentriamo come regione “ricca” di discariche abusive, ha anche il problema dell’inquinamento da PFAS. Il PFAS (la sigla starebbe per “perfluoro-alchilici”, “Polyfluoalkyl”) è una sostanza chimica che viene adoperata per impermeabilizzanti, tappeti, divani, sedili delle auto: ma l’utilizzo più noto è probabilmente quello che se ne fa come rivestimento antiaderente delle pentole e dei tessuti impermeabilizzanti.

I PFAS: Una famiglia di COMPOSTI CHIMICI POLI E PERFLUORATI UTILIZZATI IN MOLTI SETTORI INDUSTRIALI, soprattutto per la produzione di materiali resistenti ai grassi e all’acqua. Sono molecole caratterizzate da un forte legame tra fluoro e carbonio che le rende difficilmente degradabili, perciò SI ACCUMULANO NELL’AMBIENTE E POSSONO FACILMENTE PASSARE NEI VIVENTI interferendo anche in modo grave con il loro metabolismo. – PFAS – Area ROSSA: area di massima esposizione sanitaria – Area ARANCIO: area captazioni autonome – Area GIALLO CHIARO: area di attenzione – Area VERDE: area di approfondimento – Area OMBREGGIATA: Plume di contaminazione

   Dalla contaminazione da Pfas (scoperta “ufficialmente” dal CNR nel 2013) nelle falde acquifere che riforniscono 300 mila residenti nelle province di VICENZA, PADOVA e VERONA, sembra che non se ne esca; che non si trovi una soluzione virtuosa definitiva sia per garantire la salute delle persone che hanno utilizzato acqua contaminata; né della bonifica strutturale per fermare l’inquinamento della falda, e garantire acqua pulita dai rubinetti di casa.

PFAS IN VENETO (MAPPA ARPAV, DIFFUSIONE) – “La sola zona rossa è un’area vasta tra i 150 e i 200 km quadrati, che comprende almeno 79 comuni tra le province di Verona, Vicenza e Padova; ci abitano circa 350mila abitanti. «Ma i contaminati da Pfas sono molti di più», secondo Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna Stop PFAS di Greenpeace: «Recentemente, cittadini di comuni non inseriti nella zona considerata a rischio, hanno scoperto di avere alti livelli di Pfas grazie ad analisi fatte di propria iniziativa. È verosimile quindi che il problema sia più esteso di quanto si possa immaginare».(…)” (Sara Milanese, da “Il Manifesto” del 10/1/2018)

   E poi, tornando a tutta la penisola italica, c’è il caso emblematico (e grave per le morti continue) delle discariche abusive di AMIANTO. Ventisei anni dopo l’approvazione della legge che prevede la rimozione dell’amianto dagli edifici (Legge 257 del 27 marzo 1992), solo il 2% delle strutture è stato bonificato (dato ricavato dall’ultimo rapporto LIBERI DALL’AMIANTO?, realizzato da LEGAMBIENTE e presentato in occasione della GIORNATA MONDIALE DELLE VITTIME D’AMIANTO, che si è celebrata il 28 aprile 2018).

MESOLA (nel ferrarese). L’hanno chiamata operazione “BLACK HOLE”, un “BUCO NERO” dentro al quale finivano rifiuti di ogni genere, comprese pericolose LASTRE IN FIBROCEMENTO contenenti minerali del gruppo dell’AMIANTO. Il “buco nero” non era altro che uno scavo di notevoli dimensioni scoperto dalla Polizia provinciale nell’area cortiliva di un’abitazione TRA I COMUNI DI MESOLA E GORO, il quale veniva riempito di rifiuti provenienti in gran parte da attività di demolizione e costruzione, per poi essere ricoperto nuovamente di terra. (da http://www.estense.com/ 10/1/2018)

   LE REGIONI DOTATE DI ALMENO UN IMPIANTO SPECIFICO PER L’AMIANTO SONO SOLO 8, per un totale di 18 strutture: in Sardegna e Piemonte ce ne sono 4, tre in Lombardia e due in Basilicata ed Emilia Romagna. Uno solo l’impianto esistente in Friuli Venezia Giulia, Puglia e nella Provincia Autonoma di Bolzano. Tra il 1993 e il 2012, cioè nei primi vent’anni successivi alla legge che chiudeva l’era dell’eternit, in Italia sono stati 21.463 i casi di MESOTELIOMA MALIGNO, che hanno provocato oltre 6mila morti all’anno (ripetiamo: 6mila all’anno!).

nella foto: Luigi Lazzaro, presidente Legambiente Veneto – UNA DISCARICA PER L’AMIANTO IN VENETO. Questa la proposta avanzata da Legambiente che dal forum sui rifiuti per liberarsi di uno degli inquinanti più pericolosi e più costosi da smaltire. “MANCA COMPLETAMENTE UNA DISCARICA DEDICATA, – ha detto Luigi Lazzaro, presidente di Legambiente Veneto – i costi per le bonifiche sono notevoli e una situazione di questo genere favorisce l’illegalità e le scorciatoie, come successo a Paese e Noale. Noi non siamo tout-court contro le discariche. VA INDIVIDUATO IL SITO CORRETTO, ed è difficile trovarlo in un territorio così antropizzato come il Veneto.” (26/11/2018, da https://tgplus.it/ )

   E allora: CHE FARE? …. di questa diffusa totale pratica di sbarazzarsi dei rifiuti o sotterrandoli o disperdendoli nottetempo dappertutto; o usando cave e discariche non autorizzate a smaltire correttamente lo specifico rifiuto che viene apportato.
I controlli più ferrei naturalmente sono necessari e importanti: ne viene molto spesso però che si trovano “fatti illeciti vecchi”, di tanti anni fa: e così il principio secondo cui “CHI INQUINA PAGA” è spesso impraticabile, poiché l’inquinamento, appunto, il più delle volte, è così risalente negli anni che rintracciare giudizialmente il responsabile è difficile se non impossibile.

DISCARICA MONTECCHIO SUI LAVORI DELLA SPV – Montecchio Maggiore, cantiere della SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA (SPV): spunta un’altra DISCARICA ABUSIVA lungo il tracciato dei 95 chilometri (come a SELVA DEL MONTELLO, o tra VILLORBA E SPRESIANO…). “Difficile dire quante saranno, ma non è così improbabile dire che lungo il cantiere della SPV potrebbero saltar fuori ancora rifiuti prima della fine dei lavori. Sono discariche abusive, cumuli di rifiuti che spuntano dal terreno, sepolti chissà da quanto tempo.” (da http://www.vicenzatoday.it/ )

   E ancor più onerosa è la BONIFICA di questi siti inquinati: lo si può fare effettivamente solo con la RIMOZIONE dei rifiuti dalle discariche inquinate, come da tutti i siti che contengono inquinamenti e che hanno da anni inquinato le falde acquifere (come il caso dei Pfas che abbiamo citato per molti comuni della provincia di Vicenza, Verona e Padova). E LA RIMOZIONE HA COSTI STRATOSFERICI, che fa sì che alla fine spesso tutto resta fermo, e il corso naturale di inquinamento della falda viene a realizzarsi da sé (oppure si adottando misure di bonifica meno costose ma meno efficaci).
Su tutto va detto che l’apporto abusivo di rifiuti da smaltire illecitamente crea delinquenza, mafie e camorre che trovano il modo di moltiplicare i loro introiti recependo (facendosi pagare da imprenditori) rifiuti che non smaltiscono. C’è così un RISCHIO RACKET che si concretizza con il non voler risolvere il problema.
Strutture di controllo più efficaci dovrebbero appaiarsi a un sistema preventivo di trovare soluzioni efficaci allo smaltimento illecito. Ad esempio, per quanto riguarda l’amianto, la proposta di individuazione di una discarica apposita, almeno in ogni regione, che sia in grado di smaltire l’eternit (l’amianto) così nocivo alla salute (magari a costi cui viene incontro anche la Regione, lo Stato, l’istituzione pubblica…) permetterebbe di porre di più sotto controllo lo smaltimento corretto, evitando di più le forme criminali abusive (che in ogni caso vanno perseguite con controlli efficaci su ogni territorio). E ci sarebbero meno persone ammalate (e, se si vuole un po’ cinicamente monetizzare, meno costi alla sanità).
Va da sé che porre un freno allo smaltimento irregolare e abusivo di ogni rifiuti e sostanza inquinante (e di quanto è stato fatto illecitamente in passato) è cosa che richiede un impegno collettivo non più prorogabile. (s.m.)

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AREE CONTAMINATE: IN ITALIA 6 MILIONI DI PERSONE A RISCHIO

di Milena Gabanelli, da “il Corriere della Sera” del 25/11/2018
Nei terreni e nelle falde dei 1.469 ettari di costa che bagna la città di Crotone è stata riscontrata, nel 2002, la presenza di zinco, piombo, rame, arsenico, cadmio, mercurio, ferro, idrocarburi, benzene, nitrati, frutto perlopiù di uno smaltimento abusivo, sistematico e incontrollato di montagne di rifiuti industriali.
Dopo sedici anni, 9 commissari e 121 milioni di euro stanziati, la bonifica è ancora in alto mare.

QUANTE SONO E DOVE STANNO LE AREE A RISCHIO SANITARIO Continua a leggere

LA RIVOLTA DEI SUV – La FRANCIA dei GILETS JAUNES contro l’aumento della benzina e disinteressati al riscaldamento globale – Ma è anche la Francia dove MACRON rinuncia alla grandeur francese e propone un esercito europeo – EUROPA amata (anche dagli anti-Brexit) ed EUROPA odiata (dai nazionalisti sovranisti)

LA RIVOLTA DEI GILET GIALLI – Il governo francese del primo ministro EDOUARD PHILIPPE ha deciso di varare la “TASSA ECOLOGICA” PER CONTRASTARE I CAMBIAMENTI CLIMATICI. Il progetto dell’Esecutivo francese è quello di aumentare dal 2019 il prezzo al litro del gasolio di 6,5 centesimi e di 2,9 centesimi quello della benzina. Misura che HA SCATENATO LA RIVOLTA DI PARTE DEI FRANCESI (visto anche l’aumento del 23% del gasolio nel 2018). Le proteste il 17 novembre scorso hanno provocato oltre 400 feriti (un manifestante è stato investito mortalmente)

   Una volta i cittadini francesi sfidavano le autorità per lottare contro l’aumento delle tariffe del pane, contro i privilegi di classe della nobiltà, e combattevano per guadagnarsi il diritto a partecipare alla vita politica. Ora invece lo fanno per protestare contro l’aumento delle tariffe del gasolio per automobili, che fa parte del progetto politico del governo Macron di tassare i carburanti inquinanti e finanziare progetti ambientali.

17 novembre 2018 – LA PROTESTA DEI “GILET GIALLI” BLOCCA LA FRANCIA: un morto e oltre cento feriti. Rabbia, paralisi e incidenti in Francia per «la protesta dei gilet gialli» con cui oltre 244 mila persone hanno costituito circa 2 mila blocchi stradali in tutto il Paese per CONTESTARE GLI AUMENTI DI CARBURANTE VOLUTI DAL PRESIDENTE EMMANUEL MACRON. Sono i dati ufficiali diffusi dal MINISTRO DELL’INTERNO CHRISTOPHE CASTANER a metà pomeriggio di una giornata cominciata drammaticamente, con la morte di una manifestante. I «gilet gialli», i manifestanti usano quelli obbligatori sulle auto in tutta Europa per le soste in emergenza, hanno avviato la protesta per l’aumento del prezzo dei carburanti per poi estenderla a tutta la politica fiscale del presidente Emmanuel Macron. Oltre 240 mila persone in strada per protestare contro i rincari del carburante voluti da Macron. Disagi anche a Parigi sugli Champs Elysees

   La cosiddetta RIVOLTA DEI GILET JAUNES (hanno preso il nome dai giubbotti gialli che gli automobilisti sono tenuti ad indossare in caso di pericolo), è una rivolta che è scoppiata per protestare CONTRO LA CARBON TAX proposta dal governo Macron (di abolire gli incentivi per le auto diesel) e che negli ultimi giorni ha messo a dura prova la Francia intera.
C’è da dire che la Francia è dotata di una buona rete di trasporti pubblici (specie nell’area urbana di Parigi e in tutta la regione dell’Ile de France, che ha 12 milioni di persone). Ad esempio il sistema dell’area urbana di Parigi ha una METROPOLITANA strepitosa nel suo funzionamento dei collegamenti; e verso la periferia (la Banlieu) la RER, cioè l’insieme delle linee interurbane dell’ILE DE FRANCE, è una rete che serve (spesso bene, qualche volta con delle difficoltà) milioni di pendolari ogni giorno e comunque è, almeno a nostro avviso, invidiabile. Il resto della Francia ha forse qualche problema in più, ma la rete dei trasporti pubblici francesi appare più che sufficiente.

LA SIGNORA JACLINE MOURAUD ICONA DEL MOVIMENTO – L’icona del movimento resta la signora JACLINE MOURAUD, una bretone 50enne che suona la fisarmonica e fa l’ipnoterapeuta, ma che per arrivare a MILLE EURO al mese deve fare la sorvegliante anti-incendio. Possiede soltanto il suo vecchio SUV diesel, comprato 10 anni fa a 11 mila euro. E per riempirne il serbatoio e recarsi al lavoro spende più di metà stipendio: «Quando finirà la vostra caccia all’automobilista?», dice nel video di 4 minuti e 38 secondi diventato virale. «Ci avete venduto i vostri diesel raccontandoci che erano più ecologici. Oggi ci dite che vi danno fastidio e dobbiamo cambiarli con il vostro mini bonus».

   Pertanto non è che Macron ha “messo a piedi” la Francia annunciando di voler aumentare di qualcosa ancora il gasolio delle auto (peraltro costerà sempre meno di quel che costa in Italia…). Ma la rabbia esplode lo stesso: e “l’automobilista incazzato” dice esplicitamente di non voler usare i mezzi pubblici, di non voler comprarsi auto ecologiche, e di fregarsene dell’effetto serra e degli impegni sul clima presi dal suo Paese… una guerra civile al ribasso, fatta di rabbia e furore.
Strani fenomeni di rabbia un po’ immotivata accadono nei paesi ricchi…    NELL’AGOSTO DEL 2011, A LONDRA si scatenò una delle rivolte più violente (per ora) del XXI secolo. Iniziata da una manifestazione pacifica di circa 200 persone, la protesta invase le strade di molti quartieri della città. Migliaia di persone (ragazzi, giovani in particolare) si riversarono in strada e attaccarono negozi e attività commerciali. Il loro obiettivo non era lottare per avere più diritti, ma prendersi con la forza ciò che gli era stato promesso ma che non avevano soldi per avere. NON PANE, MA IPHONE.

LONDRA 12 AGOSTO 2011 – STRANI FENOMENI DI RABBIA UN PO’ IMMOTIVATA ACCADONO NEI PAESI RICCHI… NELL’AGOSTO DEL 2011, A LONDRA si scatenò una delle rivolte più violente (per ora) del XXI secolo. Iniziata da una manifestazione pacifica di circa 200 persone, la protesta invase le strade di molti quartieri della città. Migliaia di persone (ragazzi, giovani in particolare) si riversarono in strada e attaccarono negozi e attività commerciali. Il loro obiettivo non era lottare per avere più diritti, ma prendersi con la forza ciò che gli era stato promesso ma che non avevano soldi per avere. NON PANE, MA IPHONE.

   Pertanto accade in Francia ora con i giubbotti gialli, ma è così in tutta Europa (anche peggio in altri Paesi): il “senso di cittadinanza”, e in particolare di “riconversione ecologica”, non interessa. E non si tratta quasi sempre di poveri, ma anche di persone che vanno in giro in SUV….

PARIGI, SUGLI CHAMPS-ELYSÉES LA PROTESTA DEI “GILET GIALLI” CONTRO IL CARO BENZINA – “Macron dimettiti” e “Blocchiamo tutto!”: con questi slogan centinaia di persone con indosso “GILET GIALLI” (di quelli che gli automobilisti usano in caso di guasto o incidente) hanno sfilato a Parigi per protestare contro il caro carburante in Francia. Diversi cortei si sono mossi verso Porte de Bercy, l’uscita ad est della capitale, mentre alcune centinaia di manifestanti hanno sfilato sugli Champs-Elysées, chiusi al traffico. Un gruppo di persone ha tentato di dirigersi verso l’Eliseo per portare la contestazione sotto le finestre del presidente Emmanuel Macron, ma è stato bloccato dalla polizia (https://www.huffingtonpost.it/ 17/11/2018)

   Quanto è accaduto (sta accadendo) in Francia con la rivolta dei giubbetti gialli risalta ancora di più, perché è un paese che ha votato un presidente (e un governo) che sembra aver preso in seria considerazione gli IMPEGNI SUL CLIMA SOTTOSCRITTI A PARIGI nel dicembre 2015, e che prevedono provvedimenti concreti per ridurre l’effetto serra affinché la temperatura del pianeta non aumenti oltre il 2%.

L’ACCORDO SUL CLIMA è stato firmato nel dicembre del 2015 da 195 paesi di tutto il mondo, durante la CONFERENZA MONDIALE SUL CLIMA DI PARIGI (Cop 21, che sta per ventunesima conferenza sul clima). Praticamente da tutti gli stati, compresa la Corea del Nord: sono rimasti fuori solo la Siria e il Nicaragua. Ora gli STATI UNITI, con la presidenza Trump, ne sono usciti. L’accordo è entrato in vigore il 4 novembre del 2016, dopo essere stato ratificato dalla soglia minima prevista, 55 paesi. 2) COSA PREVEDE. L’accordo non è vincolante e contiene sostanzialmente quattro impegni per gli stati che lo hanno sottoscritto (il testo integrale è qui: https://unfccc.int/resource/docs/2015/cop21/eng/l09.pdf.) • LIMITARE L’AUMENTO DI TEMPERATURA NON OLTRE I 2 GRADI, e compiere sforzi concreti per mantenerlo entro 1,5 gradi dai livelli pre-industriali. • SMETTERE DI INCREMENTARE LE EMISSIONI DI GAS SERRA il prima possibile e raggiungere nella seconda parte del secolo il momento in cui la produzione di nuovi gas serra sarà sufficientemente bassa da essere assorbita naturalmente. • VERSARE 100 MILIARDI DI DOLLARI OGNI ANNO AI PAESI PIÙ POVERI per aiutarli a sviluppare fonti di energia meno inquinanti. • CONTROLLARE I PROGRESSI COMPIUTI OGNI CINQUE ANNI, tramite nuove conferenze, a partire dal 2023. 3) PERCHÉ È IMPORTANTE. L’obiettivo di mantenere l’aumento medio della temperatura mondiale al di sotto dei 2°C non garantisce l’arresto del riscaldamento globale; anzi, secondo la maggior parte dei ricercatori non impedirà che si verifichino cambiamenti per il clima. È però un punto di partenza fondamentale, perché per la prima volta ha responsabilizzato quasi ogni paese del mondo sulla necessità di fare di più e meglio per ridurre le emissioni. (da http://www.ilpost.it)

   LE PROTESTE IN FRANCIA non solo vanno “contro l’ecologia” che il governo francese vorrebbe iniziare a praticare, ma INDEBOLISCONO IL DISCORSO EUROPEO (EUROPEISTA) DEL SUO PRESIDENTE. Da quando è stato eletto (nel maggio 2017) Macron ha spinto molto (almeno nei discorsi, nelle intenzioni) verso una sempre più forte unione tra i paesi europei. In un momento assai sfavorevole, con la crisi economica che ha colpito duramente i ceti medi europei, momento difficile che ha dato voce e forza al nazionalismo più serrato che ci sia mai stato dal secondo dopoguerra in poi.

MACRON VUOLE PER L’UE UN “VERO ESERCITO EUROPEO” – Il presidente francese: “La Russia ha dimostrato di poter essere pericolosa, non possiamo affidarci solo agli Stati Uniti” (6/11/2018 https://europa.today.it/) – Le minacce per l’Europa sono ai suoi stessi confini e quindi l’Unione per difendersi ha bisogno anche di “un vero esercito europeo”. Ne è convinto Emmanuel Macron che ha spiegato il suo progetto in un’intervista rilasciata all’emittente radiofonica francese “Europe 1”. “Non proteggeremo gli europei se non decideremo di avere un vero esercito europeo. Di fronte alla Russia, che è ai nostri confini ed ha mostrato che potrebbe essere minacciosa, DOBBIAMO AVERE UN’EUROPA CHE SI DIFENDE DA SOLA, senza dipendere esclusivamente dagli Stati Uniti, e in maniera più sovrana”, ha detto il presidente francese secondo cui l’Unione deve difendersi da tutte le “potenze autoritarie” che si ergono ai suoi confini e “potrebbero riarmarsi”. DIALOGO CON MOSCA – “Voglio costruire un vero dialogo sulla sicurezza con la Russia, che è UN PAESE CHE RISPETTO, UN PAESE EUROPEO”, ha precisato Macron che ha incontrato Vladimir Putin l’11 novembre a Parigi (alle celebrazione per il centenario della fine del primo conflitto mondiale).

   E MACRON IN QUESTE SETTIMANE TORNA A CHIEDERE UN’EUROPA PIÙ FORTE E PIÙ SOVRANA. Un presidente poi che, pur in forte calo di popolarità, è un argine assieme alla Germania di Angela Merkel ai populismi contrari alla Federazione Europea che adesso vincono le elezioni un po’ ovunque. Nella sua più recente proposta “per l’Europa” ha chiesto di avviare un processo per arrivare alla creazione di UN ESERCITO EUROPEO. La linea politica in questo senso (di UNA DIFESA UNITARIA, UN ESERCITO UNICO) aveva avuto un momento di apparizione positiva nei primi anni ‘50 del secolo scorso, e l’allora primo ministro italiano De Gasperi ne era stato tra i proponenti e sostenitori.

UN ESERCITO EUROPEO PROPOSTO DA MACRON ERA GIA’ UNA PROPOSTA 65 ANNI FA – (…) Che l’iniziativa venga da PARIGI è rilevante per ragioni storiche e strategiche. E’ stato un voto dell’Assemblea nazionale francese a seppellire nel 1954 il primo tentativo di creare una COMUNITÀ EUROPEA DI DIFESA. Così bocciando un piano concepito dal lungimirante ministro RENÉ PLEVEN in piena sintonia con il nostro ALCIDE DE GASPERI (nella FOTO)

   Questa indifferenza all’unità europea (anzi!, ora prevale il desiderio di uscirne da parte di molte persone, politici, istituzioni…), e così la distanza enorme tra il sogno europeo e le proteste di piazza francesi, dimostrano le EFFETTIVE DIFFICOLTÀ di pensare concretamente a due cose: 1-UNA NECESSARIA URGENTE RICONVERSIONE ECOLOGICA, e 2-una Federazione sempre più unita e forte dei paesi e popoli europei (GLI STATI UNITI D’EUROPA).

MACRON E MERKEL AL BUNDESTAG – In un GRANDE DISCORSO tenuto davanti al BUNDESTAG, il parlamento tedesco, MACRON ha nuovamente perorato la causa di un’EUROPA POTENZA, nel contesto del solco sempre più profondo che si è aperto con l’America di Donald Trump ma anche di un MONDO CHE RISCHIA DI “SCIVOLARE NEL CAOS”(…) (Pierre Haski, da INTERNAZIONALE (www.internazionale.it/ ), 19/11/2018)

   In un grande discorso tenuto (il 18 novembre scorso) davanti al BUNDESTAG, il parlamento tedesco, Macron ha nuovamente perorato la causa di un’EUROPA POTENZA, nel contesto del solco sempre più profondo che si è aperto con l’America di Donald Trump, ma anche di un MONDO CHE RISCHIA DI “SCIVOLARE NEL CAOS”, una frase che assume ben altro significato accanto alle immagini delle proteste in Francia. La grande ambizione di Macron si sta scontrando con la realtà europea attuale, segnata dall’ascesa dei nazionalismi, dell’astio, dell’odio verso tutto, dell’insoddisfazione perenne della propria condizione.

Manifestazione del MOVIMENTO FEDERALISTA EUROPEO per un ESERCITO EUROPEO

   Comunque il “processo unitario europeo” del presidente francese è intento serio, ma deve darsi delle realizzazioni, sennò il cotesto del pessimismo cosmico che ne esce non può che aumentare, E’ un possibile concreto indicatore, un elemento per un rafforzamento della proposta di uno stato federale europeo (dopo Schengen e la moneta unica… arrivare alla possibilità di creare un unico esercito, un unico ministro degli esteri, delle finanze….). Non si capisce come e in che modo Macron, la Francia (che per decenni mai avrebbe fatto una proposta del genere, ferma a rimirarsi nella propria “grandeur”) e la Germania della Merkel, riusciranno concretamente a portare avanti questa idea dell’esercito europeo. Serve che altre forze, altri Stati, cambino rotta, posizione.

MANIFESTAZIONE del MOVIMENTO FEDERALISTA EUROPEO per il rafforzamento della FEDERAZIONE EUROPEA

   Però è un segnale che in Europa non esistono solo le forze sovraniste “anti- Europa”. Ne è anche un esempio la stessa Inghilterra della Brexit, che si dibatte in uno scontro interno di identità (e confusione del futuro possibile) che è assai preoccupante (ma è discorso da farsi a parte, approfonditamente…) (s.m.)

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“NEGLI SCONTRI DI PARIGI È NATA LA SECESSIONE SOCIALE”

di ANAIS GINORI, da “la Repubblica” del 3/12/2018

– Intervista CHRISTOPHE GUILLUY (geografo, ricercatore dei fenomeni sociali, e che ha studiato la mappa delle classi sociali escluse dalla globalizzazione) – “Ora tutti vedono il problema di una classe media che non arriva a fine mese. Ma ormai siamo arrivati all’insurrezione”

PARIGI – Il geografo Christophe Guilluy ha inventato quattro anni fa il termine “FRANCE PÉRIPHÉRIQUE” mappando sul territorio le classi popolari escluse dalla globalizzazione. «Per molto tempo non sono stato ascoltato», ricorda Guilluy, citato oggi come uno dei primi intellettuali ad aver avviato una riflessione sul divorzio tra popolo ed élite. I suoi libri – l’ultimo “NO SOCIETY” che sarà tradotto in Italia – sono al centro dell’analisi sui gilet gialli, la grande rivolta della Francia Periferica. «È in corso una secessione interna all’Occidente», spiega Guilluy.

La Francia è l’epicentro di questa crisi?

«Da anni spiego che c’è un elefante malato in mezzo al negozio di porcellana. Molti rispondevano: ma no, è solo una tazza scheggiata. E invece l’elefante eccolo qui: è la classe media. Sono agricoltori e operai, famiglie delle zone semiurbane, piccoli commercianti e imprenditori che non arrivano a fine mese. Dopo Brexit, elezione di Trump, cambio di governo in Italia, tutti vedono il problema ma siamo ormai arrivati a un punto di insurrezione».

Quando è cominciata la “secessione” tra popolo ed élite?

«Io prendo come inizio la famosa frase di Margaret Thatcher del 1987: “There is no society”. Il suo messaggio è stato ripreso non solo dai conservatori ma dall’insieme delle classi dominanti occidentali.  Tutte hanno abbandonato la nozione di bene comune in favore della privatizzazione dello Stato.  Siamo così entrati in quella che definisco “a-società”, con la crisi della rappresentanza politica, l’atomizzazione dei movimenti sociali, l’arroccamento delle borghesie, l’indebolimento del welfare».

Tutte le statistiche dimostrano che la Francia è oggi più ricca di qualche decennio fa. Non è un paradosso?

«È un andamento che giova solo al ceto medio alto: sono i vincenti della globalizzazione ormai asserragliati tra Parigi e le altre grandi metropoli. Il modello economico non sa integrare la maggioranza dei lavoratori».

C’è una specificità francese?

«Esiste una Francia periferica come esiste un’Italia periferica, tra Mezzogiorno e altre zone remote. Mentre la sinistra pensa sia solo una questione sociale, la destra riduce tutto a una crisi identitaria. Sbagliano entrambi. E a complicare le cose in Francia c’è un sistema di fabbricazione delle élite che produce un pensiero conformista».

Dove porterà questa crisi?

«È solo l’inizio. La buona notizia è che ormai i perdenti non sono più invisibili. Quel che succede in Francia ne è una straordinaria dimostrazione».

Ovvero?

«Non è un caso che il movimento abbia preso come simbolo il gilet giallo usato dagli automobilisti per essere avvistati sulle strade. È un modo rudimentale di combattere contro l’invisibilità sociale. I gilet gialli hanno già vinto la loro battaglia culturale come direbbe Gramsci. Finalmente si parla di loro».

L’unico collante della protesta è l’opposizione a Macron? Continua a leggere

LA LIBIA (paese ricchissimo di petrolio) CERCA LA PACE, tra i tanti poteri: Fayez Al Sarraj, primo ministro di Tripoli; Khalifa Haftar, leader della Cirenaica; 120 tribù; Città-Stato come Misurata e Zintan; i Tuareg; Milizie armate e Brigate; e PRIGIONI di tortura agli immigrati – La CONFERENZA DI PALERMO è servita alla pace?

CHE COSA SUCCEDE IN LIBIA – Ma qual è la situazione in Libia? Un dipinto tragico per non dire drammatico di un paese lacerato tra milizie che si spartiscono un territorio ricco di petrolio

   La CONFERENZA DI PALERMO, tenuta nei giorni 12 e 13 novembre scorsi, voluta e organizzata dall’Italia (e avallata da ONU e UE, da USA e RUSSIA, dai vicini di casa della Libia come l’EGITTO e da Paesi assai influenti in Libia come la FRANCIA), non ha risolto granché del caos che sta vivendo quel Paese, così vicino a noi (non solo geograficamente, ma anche storicamente -dal 1911 al 1943 è stata colonia italiana, ferocemente da noi governata-, e per le risorse energetiche che ora ci fornisce).

FAYEZ AL-SARRAJ, 58 anni, è il PRESIDENTE DEL CONSIGLIO presidenziale e PRIMO MINISTRO del governo di unità nazionale della Libia, che si trova a Tripoli (in TRIPOLITANIA). La TENUTA del suo esecutivo, RICONOSCIUTO DALL’ONU e sostenuto dall’Italia, è MINACCIATA dall’iniziativa di Brigate e Milizie e dal Capo della CIRENAICA, KHALIFA HAFTAR

   Intitolato “PER LA LIBIA E CON LA LIBIA”, l’appuntamento di Palermo s’è svolto tra enormi difficoltà. Fino a un’ora prima dell’inizio, non c’era una lista dei partecipanti. Poi però un po’ tutti gli invitati si sono presentati. E non è cambiato granché della situazione attuale libica (situazione che qui di seguito descriviamo), però tutti i soggetti in campo dicono che è servita nel processo di pacificazione che quel Paese può (speriamo) raggiungere.

KHALIFA HAFTAR, l’uomo forte della CIRENAICA. Prima sostenitore di GHEDDAFI poi suo nemico, ha combattuto in Sinai e Ciad, poi si è rifugiato negli Usa e ha ottenuto il passaporto. Prima di tornare in Libia ed essere NOMINATO dal Parlamento Nazionale di Tobruk (CIRENAICA) a CAPO DELL’ESERCITO NAZIONALE LIBICO. E’ così che con i suoi uomini governa la CIRENAICA. È sostenuto dall’EGITTO, dalla RUSSIA e dagli EMIRATI ARABI UNITI, in contrapposizione all’UOMO APPOGGIATO DALL’OCCIDENTE E DALL’ONU, FAYEZ AL-SERRAJ, presidente del Consiglio presidenziale del governo di accordo nazionale

   Pur non essendoci stati risultati di “progresso” verso la pacificazione, il fatto che le parti in causa e le maggiori potenze europee e mondiali “interessate” alla Libia, vi abbiano partecipato positivamente (a parte la Turchia che se ne è andata prima), fa sì che si è guadagnato qualche mese di stand by, verso la riconciliazione e poi le elezioni. Perché è prevista una CONFERENZA NAZIONALE PRELUDIO DELLE ELEZIONI in Liba (conferenza che si potrà svolgere nelle prime settimane del 2019), Conferenza nazionale in Libia organizzata dall’inviato dell’Onu GHASSAN SALAMÉ, probabilmente appunto a gennaio, per poi andare alle ELEZIONI “UNITARIE” di tutto il Paese entro giugno 2019. Va nel contempo approvata una COSTITUZIONE, che comprende la LEGGE ELETTORALE, senza la quale è impossibile andare alle elezioni. Una Costituzione che, si dice, sarebbe già pronta; da far votare al Parlamento di Tobruk (in Cirenaica) e da un referendum nazionale.
I due principali soggetti in campo c’erano a Palermo: FAYEZ AL-SARRAJ, presidente del consiglio presidenziale e primo ministro del Governo di unità nazionale della Libia, che si trova a Tripoli (in TRIPOLITANIA); e KHALIFA HAFTAR, l’uomo forte della CIRENAICA, nominato dal Parlamento nazionale di Tobruk (appunto in Cirenaica) a capo dell’esercito nazionale libico. Haftar vuole comandare l’esercito unificato libico: solo così può riconoscere come primo ministro (fino alle prossime elezioni) Al-Sarraj.

(foto: TRIPOLI E LE MILIZIE CHE LA CONTROLLANO) – LE MILIZIE ARMATE – “(…) A TRIPOLI (la capitale) c’è una LOTTA PER LA SOPRAVVIVENZA CONTINUA, in una realtà caratterizzata da scontri a fuoco e violenze. SONO LE MILIZIE ARMATE CHE TENGONO IN MANO LA SITUAZIONE e controllano tutta la città, quartiere per quartiere. TRIPOLI È DIVISA IN FAZIONI, la situazione è costantemente tesa e GLI SCONTRI SONO ALL’ORDINE DEL GIORNO. (…) Esiste un preciso SISTEMA DI PARTIZIONE DELLA CITTÀ. In teoria, le MILIZIE sono ufficialmente riconosciute dal ministero dell’Interno e partecipano al governo nazionale di Tripoli, quindi dovrebbero essere attori istituzionalizzati. In realtà, SONO LORO AD AVERE IL CONTROLLO DELLA VITA QUOTIDIANA (…sono nelle banche, controllano i flussi di denaro, controllano … in un sistema di corruzione e loschi scambi (…).” (da http://www.sicurezzainternazionale.luiss.it/ – 18/9/2018)

   Mancavano a Palermo quelle che vengono un po’ definite in Libia le CITTA’-STATO (Misurata, Zintan) cioè entità di fatto che si autogovernano, autonome da qualsiasi potere….
E naturalmente mancavano quelle MILIZIE ARMATE che spadroneggiano in molti territori, e nella stessa Tripoli… Come mancava la 7° BRIGATA DI TARHUNA, i cosiddetti «insorti» contro le milizie (Tarhuna è l’enclave dei ribelli della Settima brigata che anche il 14 novembre scorso hanno fatto rombare di nuovo i cannoni contro le milizie di Tripoli), e che lo scorso agosto hanno innescato la rivolta contro le milizie di Tripoli.

Non sarà certo una STRETTA DI MANO a risolvere la crisi della Libia; tuttavia quella che FAYEZ AL SARRAJ (primo ministro di Tripoli) e KHALIFA HAFTAR (l’uomo forte della Cirenaica) si sono scambiati a Palermo ha un forte significato politico e segna, immortalato in una foto ufficiale, un passo in avanti nel tentativo di stabilizzazione della Libia (…) (13/11/2018, da http://www.today.it/mondo/)

   La società libica è molto composita, NEL PAESE VI SONO ALMENO 120 ETNÌE (TRIBÙ le chiamano); al sud vi è una forte PRESENZA TUAREG (popolo berbero, tradizionalmente nomade, stanziato lungo il deserto del Sahara, in Mali, Niger ma anche in Algeria, Burkina Faso, Ciad…). I maggiori quattro leader libici non sono in grado di rappresentare tutto questo variegato mondo dentro i confini della Libia (i quattro leader più importanti cui ci siamo appena riferiti sono, oltre ad 1- HAFTAR, e 2- AL SERRAJ, 3- KHALED AL-MESHRI, presidente a Tripoli del Consiglio di Stato, mentre da Tobruk l’altro attore fondamentale è 4- AGUILA SALEH, presidente del parlamento).
Quel che è certo è che questo volere il controllo del territorio di tutti questi soggetti in campo (dai “grandi capi” -Al Serraj e Haftar- alle centinaia di milizie che spadroneggiano piccoli o medi territori), tutti sono sì interessati al potere, ma ancor di più tengono a PARTECIPARE ALLA DISTRIBUZIONE DEI DOLLARI DEL PETROLIO. Perché la LIBIA è in primis TERRITORIO RICCHISSIMO DI RISORSE ENERGETICHE (petrolio, in primis, vende un milione di barili l’anno; ma anche gas) e così girano moltissimi soldi.

giugno 2018: Milizie libiche schierate contro il generale Haftar esultano dopo aver conquistato il terminal petrolifero di Ras Lanuf, nell_Est del Paese _DA IL SOLE 24ORE

   E’ l’elemento principale (la SPARTIZIONE DEI SOLDI DEL PETROLIO). Una delle cose che pare possano positivamente e sicuramente accadere entro breve è appunto l’UNIFICAZIONE DELLE DUE BANCHE CENTRALI e dei due Enti petroliferi attuali (basati ciascuno ora su Tripoli da una parte e Bengasi dall’altra). Questa cosa (l’unificazione bancaria) sembra che si farà a breve, perché è interesse delle parti che avvenga (sotto l’egida dell’Onu). Ora i soldi del petrolio e del gas arrivano nei forzieri delle due Banche e non si sa dove vanno a finire.
Pertanto è interesse “di tutti” che si controllino questi flussi finanziari. E, del resto, lo sviluppo della Libia, dei servizi essenziali per il suo popolo detenuti dal “Potere”, del (ri)trovare pace e serenità e guardare al futuro positivamente, è legato ad avere a disposizione quella ricchezza economica che c’è ma che invece sta sfuggendo.

MIGRANTI IN LIBIA in un campo di detenzione

   E’ così che il “guardarsi” seppur con diffidenza delle maggiori due parti in causa (Al Serraj e Haftar), se si metteranno d’accordo nel controllare insieme il potere senza la paura che l’uno elimini l’altro, e controllare insieme pure il fiume di petrodollari che entra nel Paese (e così poter anche accontentare le tribù locali, e forse qualche milizia posta al loro servizio); se tutto questo può accadere nelle prossime settimane e mesi, è possibile che la Libia diventi un Paese (con Tunisia, Algeria, Marocco, forse in futuro anche l’Egitto) importante della sponda sud del Mediterraneo; di proficua collaborazione e cooperazione.

Mappa della composizione etnica della Libia (da Wikipedia)

Paese importante, se pacificato, cui noi, e tutta l’Europa, meridionale ma non solo, possiamo allacciare progetti di civiltà (ora inesistenti nell’anarchia violenta di adesso) dove anche il fenomeno dell’immigrazione e della povertà dei paesi del Sahel (Gambia, Senegal, Mali, Burkina Faso, Niger, Nigeria, Camerun, Ciad, Sudan, Sud Sudan, Eritrea) e del Centrafrica (Angola, Guinea, Gabon, Rep. Centrafricana, Congo…) possa risolversi positivamente.

Massimiliano Boccolini; Alessio Postiglione, “SAHARA, DESERTO DI MAFIE E JIHAD, COME NARCOS, SEPARATISTI E CALIFFI MINACCIANO IL MEDITERRANEO” (ed. Castelvecchi) – Dall’espansione dell’Isis al ruolo delle mafie, dalle attività del Fronte Polisario al ritorno alle armi dei Tuareg. Il deserto del Sahara è un crocevia di traffici di armi, droga ed esseri umani. Rotte carovaniere di un’economia criminale che salda il narco-jihadismo alle mafie internazionali. Con un obiettivo: destabilizzare il pianeta

   Il tema migranti in Libia in questo momento è tema prioritario (anche se alla Conferenza di Palermo non se ne è parlato) Sono 700mila i migranti illegali in territorio libico: alcuni impiegati nei lavori manuali (c’è anche da dire che la Libia, come tanti paesi petroliferi in quella parte del mondo, ha sempre impiegato stranieri); ma moltissimi immigrati sono ora rinchiusi e torturati nelle prigioni che lì ci sono… una Libia unitaria con standard democratici non potrebbe che fare un passo in avanti anche nei metodi umanitari. (s.m.)

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CONFERENZA PALERMO, UN SUCCESSO O ‘UNA SCENEGGIATA’? VIENE IL SOSPETTO CHE AI LIBICI VADA BENE COSÌ
di Giampiero Gramaglia, giornalista consigliere IAI*, 14/11/2918, da “Il Fatto Quotidiano”*
Alla fine, ti viene il sospetto, o forse capisci, che a loro va bene così: trascinare avanti la pantomima d’una trattativa e d’una sequela di litigi, che d’improvviso divengono scaramucce di guerra imbrattate da schizzi di sangue, senza mai arrivare a un’intesa e senza mai tornare alla guerra civile.
Perché, così, ciascuno conserva la sua fetta di potere: il generale HAFTAR dai tanti passati e il premier AL SARRAJ senza popolo e senza territorio e i signori delle milizie lungo la costa e dentro il deserto, ben pagati per tenere i barconi in secco e per proteggere i pozzi di petrolio degli uni – gli italiani – e degli altri – i francesi. Se invece la macchina della pace e della stabilizzazione, messa in moto dall’Onu e dalla comunità internazionale, dovesse funzionare, loro rischiano, il giorno che si votasse, di perdere influenza, potere e soldi. Continua a leggere

LA DEVASTAZIONE DELLE MONTAGNE VENETE (anche Trentine e Friulane) dell’uragano di vento e pioggia del 29 ottobre, richiede uno sforzo titanico per uscire dall’emergenza – La ricostruzione di BOSCHI e PAESAGGIO: OCCASIONE da non perdere PER RIPENSARE LA MONTAGNA, oltre il solo turismo

Particolare di un bosco di faggi (da wikipedia)

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GLI ALBERI ABBATTUTI DALLA GRANDE TEMPESTA NARRANO UN DISASTRO CHE STA ACCELERANDO – di PAOLO MALAGUTI, da “il Corriere delle Alpi” del 11/11/2018 – (…..) Questo che si conclude è stato per l’Europa l’anno più caldo da quando sono iniziate le registrazioni scientifiche delle temperature, oltre due secoli fa. La cosa più preoccupante è sentire da più parti, soprattutto dal mondo politico, ripetere l’AGGETTIVO “STRAORDINARIO”. Precipitazioni straordinarie, eventi straordinari… Un requisito della straordinarietà è l’unicità. Nel momento in cui un evento straordinario si ripete a distanza di breve tempo, diventa ordinario, non ci piove. O meglio, ci piove fin troppo. Forse il problema sta nel fatto che, ANCHE SE NON VOGLIAMO AMMETTERLO, LA MONTAGNA BELLUNESE È COMUNQUE PERIFERICA, e I MILIONI DI ALBERI CADUTI, per quanto impressionino, NON CI SCONVOLGONO. Nell’immaginario comune SONO MONTAGNE DA VACANZE, non spazi di vita quotidiana. E infatti ho trovato, per quanto fatte in buona fede, alquanto sintomatiche le dichiarazioni dei POLITICI CHE HANNO INCORAGGIATO GLI ITALIANI AD “ANDARE IN VACANZA” NELLE ZONE DEL BELLUNESE per aiutare le popolazioni in difficoltà. Certo, bene, giusto. Forse sarebbe stato più ambizioso dichiarare che l’Italia si confronterà nelle sedi opportune per rimettere con urgenza sul tavolo dei paesi occidentali la riduzione delle emissioni di CO2. O FORSE SAREBBE STATO PIÙ AMBIZIOSO, negli anni passati, VARARE PIANI DI RIFORME EFFICACI PER CONTRASTARE LO SPOPOLAMENTO DI UNA MONTAGNA che, prima ancora che essere un comprensorio sciistico, è, ripeto, uno SPAZIO DI VITA. Ma si sa, i piani di lungo corso in politica, e forse soprattutto nella politica degli ultimi anni, non pagano. E ALLORA TUTTI A SCIARE.”(…) (PAOLO MALAGUTI)

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I danni causati dal forte maltempo dei giorni scorsi (qui è in Val Visdende, nelle montagne bellunesi) – …«Chissà che i boschi che saranno ripiantati siano diversi: non solo pecci ma più larici, faggi, aceri, magari ciliegi selvatici», spera DANIELE ZOVI, generale della Forestale, autore di “ALBERI SAPIENTI, ANTICHE FORESTE” dove scrive delle PIANTE non come oggetti ma come «ESSERI SENSIBILI CHE COMUNICANO FRA DI LORO». ESSERI CAPACI DI PROVAR DOLORE: «COS’È, L’ODORE DELLA RESINA DI QUESTI GIORNI SE NON UN URLO DI DOLORE?»…(Gian Antonio Stella, “il Corriere della Sera”, 3/11/2018)

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   Nei giorni scorsi, in particolare il 29 ottobre, fortissimi venti e piogge hanno devastato le montagne venete (quelle bellunesi, ma anche il vicentino nell’Altopiano di Asiago); e anche le montagne dolomitiche del Trentino, e i parte del Friuli.
In Veneto, dal vento fortissimo (e dalla pioggia), sono stati rasi al suolo molti boschi: una prima stima parla di 25-30 mila ettari di bosco abbattuto, pari a circa tre milioni di piante divelte (ma forse sono molte di più). Un’ecatombe.

da http://www.fanpage.it

   E, appunto, la zona più colpita pare essere proprio il Bellunese, con il nubifragio della sera di lunedì 29 ottobre che ha fatto cadere 197 mm di pioggia ad Agordo ed a Longarone, con una punta di 252 mm nella Valle del Biois, in particolare a Cencenighe (come riportato dall’Arpa del Veneto). Ma citiamo delle località così, a caso, solo per puntualizzare alcune cose: DAPPERTUTTO, NELLA MONTAGNA VENETA (e non dimentichiamo in parte la trentina e friulana) CI SONO STATE DEVASTAZIONI ORA BEN EVIDENTI.

qui è San Tomaso, frazione di Colzaresè, a Belluno (foto da “la Stampa”)

   La macchina dei soccorsi, del ripristino, la protezione civile, molti volontari, le istituzioni regionali e locali… si son subito dati da fare (e lo stanno facendo) generosamente…. Ma è la popolazione colpita da questi disastri, subito, ha iniziato con motoseghe e quel che serviva per sgombrare le strade, riparare i tetti….. Ma ci vorrà un sacco di tempo per arrivare a una “minima normalità”….


Un vento difficilmente quantificabile nella sua forza, e che a ricordo degli anziani non si era mai visto così violento: come i 90 km/h rilevati nella zona del Lago di Misurina, i 114 km/h nell’Altopiano di Asiago nel vicentino. Ma le raffiche hanno sicuramente soffiato ad oltre 200 km/h in molti luoghi ora devastati, provocando (come dicevamo) così danni elevatissimi al patrimonio boschivo (alle otto di sera di lunedì 29 ottobre, i venti hanno raggiunto i 208 km/h sulle vette del Bellunese, con valori simili su quasi tutti gli altri rilievi montuosi del Veneto settentrionale e del Trentino Alto Adige).

Alleghe, i danni al lungolago e al parcheggio delle funivie e del palaghiaccio (da “il Corriere dell Alpi”

   E’ questa straordinaria (mai vista) tormenta di vento che è la causa principale, oltre sicuramente alla pioggia fortissima, dei danni maggiori soprattutto al patrimonio forestale, con boschi interi che sono stati abbattuti dalla furia del vento.
E poi gli alberi, cadendo, hanno troncato linee elettriche ed interrotto la circolazione su numerose strade (alcune località sono rimaste prive di corrente elettrica per giorni, e solo l’arrivo di generatori ha permesso il ritorno dell’energia elettrica).

“LA FRANA DEL TESSINA – Il maltempo e le piogge incessanti dei giorni scorsi in Veneto hanno rimesso in movimento la FRANA DEL TESSINA, in ALPAGO, il più grande smottamento conosciuto in Europa, circa 4 MILIONI DI METRI CUBI. (…) – La frana del Tessina (che prende il nome dal torrente) è ubicata in comune di CHIES D’ALPAGO (BL). Si tratta di un fenomeno complesso che si sviluppa da quota 1200 circa, per una lunghezza di oltre 2 chilometri fino all’abitato di LAMOSANO posto a quota 650.

   Un disastro incommensurabile. Dopo la necessità di assicurare la messa in sicurezza della popolazione (ad esempio dalle numerose frane verificatesi e che ancora possono verificarsi in questa condizione di fragilità territoriale); il ripristino delle rete elettrica e della viabilità (molte strade, specie le secondarie, sono impraticabili); il ritorno in certi posti dell’acqua potabile con il ripristino regolare degli acquedotti; e poi gli altri servizi essenziali (la scuola, il commercio, le attività produttive, etc.); la rimozione dei 3 milioni (e forse più) di alberi caduti (ci vorranno anni!), la piantumazione (quanto ci vorrà?) di nuovi alberi; gli impianti turistici, come quelli per lo sci (già ora ci si preoccupa del turismo degli sciatori, visto che la stagione sta per aprirsi, e questo francamente lo riteniamo molto opinabile…sì, l’intento è di “far tornare alla normalità subito”, ma questa necessità di far subito riprendere il carosello sciistico con neve artificiale ci sembra una cosa del tutto non condivisibile…)….ebbene, nel contesto di “tutto questo” di cui si parla adesso, noi pensiamo che, nella disgrazia di questi eventi, POTREBBE ANCHE NASCERE L’OPPORTUNITA’ di ripensare in modo nuovo il rapporto con la montagna, con chi ci vive, con il paesaggio e la natura che essa ha.

Nel 1981 la popolazione residente in provincia di Belluno superava le 220 mila unità. Dal 2009 è iniziata una curva discendente che ci ha portati nel 2017 a scendere sotto i 206 mila. Fra il 2012 e il 2017 il Bellunese ha perso l’1,9% della popolazione (SPOPOLAMENTO NEL BELLUNESE: I RESIDENTI SE NE VANNO E LE IMPRESE CHIUDONO di Alessia Forzin, da “il Corriere delle Alpi”, 16/5/2018)

   Rileviamo infatti, concentrandoci in particolare sulla MONTAGNA BELLUNESE, queste difficoltà che in questi anni essa sta vivendo:
– esiste un palese SQUILIBRIO TERRITORIALE tra zone iperturistiche (con le caratteristiche negative delle città di pianura: come l’inquinamento atmosferico da automobili ad esempio…) ed altre realtà bellunesi di zone IN COMPLETO ABBANDONO (specie nella cosiddetta “mezza-montagna”, posti isolati, senza alcuna cura, piena di rovi ed erba alta, a volte vengono scaricati rifiuti…totale disinteresse di tutti);
– l’AVANZARE DEL BOSCO in questi decenni di abbandono ha tolto spazio ai prati e al pascolo, creando un disequilibrio nel paesaggio montano sempre in situazione di progressivo abbandono di qualsiasi attività rurale;
– la MANCATA CURA DI SENTIERI, TERRAZZAMENTI prima esistenti, scoli e torrenti, ha smosso terreni ora più soggetti a FRANE: lo stesso abbandono di stalle e abitazioni in altura, diventati ruderi, fa sì che non ci siano più “sentinelle” date da persone che in questi posti ci vivevano e segnalavano il percolo di smottamenti e fragilità;
– E’ una montagna fatta di TANTISSIME SECONDE CASE, uno sviluppo edilizio incredibile dagli anni ’60 del secolo scorso ad oggi; e si è poi aggiunto un TURISMO di massa che privilegia il “MORDI E FUGGI” (nei passi dolomitici quasi sempre d’estate i gruppi di motociclisti manco si fermano, un rumore assordamento, gas di scarico…. oppure se si fermano lo fanno per qualche minuto in situazioni caotiche di affollamento…) (POSSIAMO INCOMINCARE A PRATICARE UN TURISMO DIVERSO?);
– l’ECONOMIA ARTIGIANALE (E INDUSTRIALE) della montagna SOPRAVVIVE, ma è in itinere (a volte bene a volte male): l’occhialeria del Cadore pare riprendersi anche sulla spinta dell’Agordino e della Luxottica internazionale. Idem per la falegnameria e l’industria del legno (adesso, con purtroppo i milioni di alberi caduti, se ne avrà di materia prima!). Un’economia comunque subordinata a quel che accade in pianura, che cerca di tenersi stretto fin che può quel che ha e niente più;
– le ISTITUZIONI LOCALI (i Comuni) del bellunese sono frammentatissime, contano poco o niente e non hanno risorse finanziarie neanche per pulire le strade dalla neve anche quelle poche volte che viene. In provincia di Belluno ci sono 64 comuni, per una popolazione complessiva di 203mila abitanti (in calo, UNO SPOPOLAMENTO LENTO MA PROGRESSIVO, costante negli ultimi decenni): vi è una media per comune di poco meno di 3.300 abitanti per comune… (in alcuni comuni non si riesce neanche a fare una lista per leggere un sindaco, o non si riesce a raggiungere il quorum sufficiente) (che senso ha mantenere tutti questi comuni?).

Fra il 2012 e il 2017 il Bellunese ha perso l’1,9% della popolazione, Trento e Bolzano hanno invece vissuto un incremento di abitanti del 2,6 e del 3,9%. La popolazione è aumentata anche a Sondrio (+0,4%), è scesa ma leggermente (-0,3%) a Verbano Cusio Ossola. Inoltre gli under 15 nel Bellunese sono appena il 12% della popolazione complessiva (a Bolzano sono quasi il 16%), mentre gli anziani, ovvero gli ultrasessantacinquenni, sono il 25,8%, tre punti percentuali più di Sondrio (a Bolzano sono appena il 19,3% dei residenti). Un dato preoccupante è quello sulla natalità: nel 2017 nel Bellunese sono nati 1334 bambini, ma sono morte 2476 persone. Gli stranieri sono pochi (il 5,9% della popolazione): segno che la provincia ha perso attrattività. Lo spopolamento interessa soprattutto i comuni di alta montagna, che negli ultimi cinque anni hanno perso il 4,6% dei residenti. In cinque comuni il calo supera il 10%. Bolzano, invece, ha guadagnato il 2,7%. (SPOPOLAMENTO NEL BELLUNESE: I RESIDENTI SE NE VANNO E LE IMPRESE CHIUDONO, di Alessia Forzin, da “il Corriere delle Alpi”, 16/5/2018)

…E torniamo a sottolineare che l’elemento forte del bellunese ora resta ed è solo il TURISMO, MA NON DAPPERTUTTO: solo in alcune aree urbane (Cortina, Auronzo, Alleghe, Arabba e la Marmolada…). E’ un turismo “DI CITTÀ” (come andare in una località marina), spesso con il divertimentificio dello sci in un ambiente dove la neve arriva assai poco in inverno: e allora bisogna spendere (e pubblicamente sponsorizzare) piste da sci con NEVE ARTIFICIALE, ad altissime SPESA ENERGETICA e UTILIZZO DI ACQUA; e non si sa quanto faccia bene all’ambiente questa neve artificiale…
CHE SENSO HA ALLORA CONTINUARE CON QUESTO TURISMO (DELLA NEVE) ARTIFICIALE, senza speranza?
IL DISASTRO AVVENUTO ADESSO può diventare l’OPPORTUNITA’ PER CAMBIARE MARCIA E PROGETTO PER LA MONTAGNA VENETA. E’ una montagna che non può nemmeno godere di una politica regionale univoca: mentre il Trentino e Sud Tirolo sono province regionali dove c’è solo “montagna”, e lì ogni azione politica necessariamente tiene conto dell’unicità del territorio, il Veneto è fatto di tante realtà territoriale dal punto di vista geomorfologico, e la montagna è solo una di queste realtà, forse quella di minor attenzione rispetto all’area PaTreVe (Padova, Treviso, Venezia), alla Laguna veneziana e veneta, al litorale marino, alle aree pedemontane come quella vicentina e trevigiana…
LA CENTRALITA’ della montagna passa per un privilegiare i servizi per la gente del posto (servizi scolastici, sanitari, dei settori specifici settoriali del lavoro…). E la RICOSTRUZIONE sarebbe bello avvenisse (dei boschi, delle terre franose e dissestate…) da parte di locali, riuniti in progetti e società che mettano insieme le competenze (agroforestali, geologiche, naturalistiche, ambientali, di gestione di un turismo creativo e responsabile, e non parassitario…).
Perché il controllo ambientale viene gestito dalla Università di pianura (Padova…)? …e non nasce invece un’Università, un CENTRO DI RICERCA SULLA MONTAGNA e le sue specificità che sia collocato e governato geograficamente nel bellunese…. in fondo il rapporto anche scientifico e di “aiuto” alla montagna assume adesso (FINORA) UNA VESTE “COLONIALE” (gente, esperti, che “da fuori” vengono a fare rilievi, a dire cosa serve…).
Il SUPERAMENTO della frammentazione DEGLI ATTUALI COMUNI con istituzioni di Enti comunali (cittadini) per AREE OMOGENEE (l’Agordino, il Cadore, il Comelico, il Feltrino, l’Alpago, il bellunese, la Val Belluna, ect.) permetterebbe di creare ISTITUZIONI PIÙ AUTOREVOLI in grado di affrontare politicamente, finanziariamente, i problemi della propria area geografica, dando risposte efficaci.

Bosco nel Parco delle Dolomiti bellunesi (com’era)

   E infine, una RICOSTRUZIONE DEI BOSCHI E DEL PAESAGGIO della montagna bellunese, dando lavoro e coordinando serie e autorevoli iniziative di sviluppo ambientale e sociale PER UNA “NUOVA MONTAGNA”, sarebbe il giusto compenso che tutti potrebbero dare (istituzioni regionali, nazionali, europee, associazioni locali e spontanee, noi individualmente…) a un valore territoriale e ambientale che va rivisto completamente nel suo sviluppo. (s.m.)

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Volontari e richiedenti asilo da Treviso a Belluno per ripulire strade e scuole – UN GRUPPO DI PROFUGHI RISPONDE ALLA CHIAMATA DEL SINDACO DI BELLUNO E RIPULISCE UN POLO SCOLASTICO (da http://www.oggitreviso.it del 5/11/2018 – Un esercito di volontari dalla Marca Trevigiana ha raccolto l’appello lanciato dal sindaco di Belluno, Jacopo Massaro, e si è presentato domenica nelle zone colpite dal maltempo per ripulire, tagliare alberi, spostare rami, liberare strade e fare tutto ciò che può essere utile alla popolazione per ripartire. Da Borgo Piave al Nevegal, da Col da Ren alle Ronce, da Col Fiorito a Salce, tantissime le persone arrivate da fuori città e anche da fuori provincia: tra loro, anche il sindaco di Preganziol e alcuni componenti della giunta.

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GLI ALBERI ABBATTUTI DALLA GRANDE TEMPESTA NARRANO UN DISASTRO CHE STA ACCELERANDO

di PAOLO MALAGUTI, da “il Corriere delle Alpi” del 11/11/2018 Continua a leggere

RAPPORTO MIGRANTES 2018: LA GEOGRAFIA DEGLI ITALIANI CHE VANNO A VIVERE ALL’ESTERO – Se ne va chi per lavoro, necessità, o per trovare nuove motivazioni; per avventura e scoprire nuovi luoghi; o per vivere bene la pensione, per rifiuto dell’Italia… con aspettative a volte confermate, e spesso deluse

LA MOBILITÀ ITALIANA VERSO L’ESTERO CRESCE. Si è passati da poco più di 3,1 milioni di iscritti Aire (Anagrafe Italiani Residenti all’Estero) nel 2006 ai 5,1 milioni del 2018. Un aumento del 64,7%. I nuovi iscritti Aire ammontano a 243 mila per l’anno 2017, con 128.193 per espatrio (+ 3,2% rispetto all’anno precedente). PER QUANTO RIGUARDA LE FASCE DI ETÀ, A PARTIRE SONO SOPRATTUTTO I GIOVANI TRA I 18-34 ANNI (37,4%)

   Il 24 ottobre scorso a Roma, è stata presentata la tredicesima edizione del Rapporto ITALIANI NEL MONDO realizzato dalla “FONDAZIONE MIGRANTES” (organismo pastorale della CEI – Conferenza Episcopale Italiana). Uno studio assai complesso, interessantissimo, dai contenuti molteplici (sono ben 500 pagine) che traccia (dal 2006) i modi e l’evoluzione della migrazione italiana nel mondo, cioè dove vanno, dove sono gli italiani all’estero.


Perché si va a vivere all’estero?…E’ ora di vedere il fenomeno nella sua complessità, senza stereotipi e semplicismi….è una cosa seria; e chi va a vivere fuori della penisola italica ha poi diritto di essersi a volte sbagliato, e di poter tornare senza sentirsi uno sconfitto. Ad altri va meglio, e si trovano bene nel nuovo luogo, lontano dall’Italia, cui son andati a vivere (non la rimpiangono!).
Si va via per molteplici motivi: per cercare lavoro (o averlo già trovato, all’estero), per amore, per spirito di avventura, per scoprire nuovi luoghi e nuove motivazioni alla propria vita, perché non se ne può più dell’Italia…. Su tutto (prima di andare ad esplicare qualche dato dal Rapporto Migrantes) c’è la necessità di ribadire che uno dei diritti fondamentali della persona è il “DIRITTO ALLA MOBILITÀ”; e chi si sposta dal proprio luogo di origine, dovrebbe averne piena facoltà e diritto (come anche di poterci rimanere).

AREE GEOGRAFICHE – Le province più colpite nel 2017/2018 dalle migrazioni sono quelle di Milano, Roma, Genova, Torino e Napoli. A livello regionale, al primo posto troviamo la Lombardia, seguita da Emilia Romagna, Veneto, Sicilia e Puglia. Le DESTINAZIONI PREFERITE sono quelle europee: la GERMANIA (20.007 arrivi) distanzia di molto il REGNO UNITO (18.517) e anche la FRANCIA (12.870). Crescita significativa invece quella del PORTOGALLO con un +32%

   Tornando al Rapporto Migrantes 2018 (presentato il 24 ottobre scorso), questo si avvale di molti autori (sessantaquattro) ed è coordinato da Delfina Licata, ricercatrice sociale, sociologa, che stabilmente cura il Rapporto e collabora con varie riviste su argomenti che trattano della mobilità delle persone (in Italia, in Europa, nel mondo).
Anche nel Rapporto 2018, viene confermato il trend crescente della mobilità italiana verso l’estero. Dal 2006 al 2018, la mobilità italiana è aumentata del 64,7%, passando da poco più di 3,1 milioni di iscritti all’AIRE (l’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero) a più di 5,1 milioni (ma, diciamo noi, tanti vanno via non si iscrivono nelle loro anagrafi comunali all’Aire, e quanti saranno?…).
Al 1° gennaio 2018, gli italiani residenti all’estero (e iscritti all’Aire) sono poco più di 5 milioni: l’8,5% dei quasi 60,5 milioni di residenti totali in Italia. Sono storie di speranza, di successi, ma spesso anche di dolore, di questi italiani all’estero. Quasi 130mila hanno lasciato l’Italia nel 2017, con un significativo incremento degli espatriati over 50. Il panorama è davvero variegato, e ci sono anche situazioni di disagio, come quelle degli illegali in Australia o di chi vive per strada a Londra (questi contesti di disagio vengono chiamati “migrazione malata”).

Emigrati italiani alla stazione di Wolfsburg, Germania, 1970 (foto ripresa da da http://www.noteverticali.it)

   Nell’ultimo anno, gli italiani sono partiti pressoché da tutta Italia (sud, centro, nord, le isole) e sono andati in 193 località diverse del mondo, di ciascuna realtà continentale. Milano, Roma, Genova, Torino e Napoli sono le prime cinque province di partenza. La prima regione di partenza è la LOMBARDIA (21.980) seguita, a distanza, dall’EMILIA-ROMAGNA (12.912), dal VENETO (11.132), dalla SICILIA (10.649) e dalla PUGLIA (8.816). La GERMANIA (20.007 arrivi) torna ad essere, quest’anno, la destinazione preferita distanziando il REGNO UNITO (18.517) e la FRANCIA (12.870). E poi anche verso Marocco, Thailandia, Spagna, Portogallo, Bulgaria, Tunisia, Santo Domingo, Cuba, Romania….
Pertanto dal 2006, c’è la cognizione di un processo chiaro: cioè che la mobilità italiana verso l’estero cresce. E quest’anno, dal punto di vista dei contenuti, il Rapporto si è soffermato di più sulle NEOMOBILITÀ. Dove vanno quelli “nuovi” che partono e perché? E si scoprono successi, grande storie, oppure appunto (come dicevamo qui sopra) fenomeni di “migrazione malata”.
E’ interessante questo (annuale) studio della Fondazione Migrantes di questi flussi di italiani verso paesi diversi, perché serve a comprenderne la complessità del fenomeno, le differenze tra le diverse motivazioni…

(foto da http://www.lastampa.it)

   In questa nostra epoca la MOBILITA’ si è fatta più facile: fin troppo, forse, aerei low cost che Ti portano in destinazioni cui quasi sempre sei del tutto impreparato a capire dove vai, e se fai il turista torni più ignorante di prima dei luoghi che credi di aver conosciuto…
Dal Rapporto Migrantes si capisce che a partire sono soprattutto i giovani tra i 18-34 anni (37,4%) e giovani adulti tra i 35-49 anni (25%), ma il dato più sorprendente riguarda le fasce di età più alte. In termini assoluti sono nettamente inferiori alle altre, ma l’aumento relativo nel 2017 è sorprendente: 65-74 anni (+26%), 75-84 (+49,8%), over 85 (+78,6%)… INSOMMA PER UN MOTIVO O PER UN ALTRO PARTONO DI PIU’ TUTTE LE FASCE D’ETA’…

Il direttore della FONDAZIONE MIGRANTES, DON GIOVANNI DE ROBERTIS (nella foto) – “LA VERA EMERGENZA È L’ESODO”, “Se oggi c’è un’emergenza in Italia, non riguarda il numero di stranieri che arrivano, ma l’esodo di tanti italiani che lasciano il loro Paese, così come di stranieri che ripartono per altre mete” (così ha detto Don Giovanni e Robertis, nell’ambito della presentazione del RAPPORTO ITALIANI NEL MONDO 2018”)

   Il Rapporto “Italiani nel Mondo 2018” pone comunque l’attenzione su una precisa categoria di migranti italiani oggi in partenza: i giovani e i giovani adulti, coloro cioè che hanno una età compresa tra i 20 e i 40 anni, e che hanno lasciato l’Italia nell’ultimo anno o, al massimo, negli ultimi 5 anni spostando la propria residenza in determinati Paesi del mondo. Si è definito questo movimento NEO-MOBILITÀ.

MAPPA 2016 da il sole 24ore

   Quel che viene da pensare è che mai come adesso ciascuna persona tenta di ridefinire dentro di se quale sia il posto che ritiene migliore per andare a vivere…. (poi quasi sempre si adatta a vivere dov’è, ma questa è un’altra storia) (…cioè, “rimanere” significa che ogni luogo dovrebbe essere di qualità, farlo diventare “CENTRO” positivo, e non “PERIFERIA” mediocre o diseredata) (s.m.)

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ARGENTINA: Costumbres de la comunidad italiana – La realtà italiana all’estero più numerosa è l’Argentina con 819.899 iscritti all’Aire, seguita da Germania (743.799) e Svizzera (614.545). Nel 2017 il Brasile (con italiani 415.933 residenti) ha superato la Francia, che ne conta 412.263. Gli italiani partiti da gennaio a dicembre 2017 sono andati in 193 località del mondo ma soprattutto in Europa (70 per cento) e in America (22,2 per cento) e, più nel dettaglio, nel Sudamerica (14,7). In America Latina preferiscono il Brasile (9.016) e l’Argentina (5.458), rispettivamente in quinta e ottava posizione tra le destinazioni scelte per una nuova vita. (di Maria Grazia Leo, da www_gauchonews_it)

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per leggere la sintesi del rapporto 2018 della Fondazione Migrantes:

Fondazione Migrantes – RAPPORTO ITALIANI MONDO NEL 2018 – Sintesi (3)

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LISBONA – Da diversi anni molti cittadini europei, in particolare italiani, DECIDONO DI TRASFERIRSI DA PENSIONATI IN PORTOGALLO. La Convenzione del 14/05/1980, n.18, stipulata tra Italia e Portogallo, ha eliminato la doppia imposizione fiscale, mentre il “Decreto legge Portoghese n. 249/2009 del 23/09/2009” ha stabilito, in favore dei redditi da pensione dei cittadini stranieri, una esenzione fiscale per 10 anni, decorrenti dall’ottenimento dello “Status di Residenti non Abituali”. Purtroppo la Convenzione di non doppia imposizione, stipulata fra l’Italia ed il Portogallo, non può essere applicata agli ex dipendenti pubblici (Ex Inpdap), per i quali le alternative di trasferimento, con convenzione fiscale sono, attualmente, limitate a soli quattro paesi al mondo (TUNISIA, SENEGAL, CILE, AUSTRALIA, ma quest’ultima tuttavia, oltre ad essere molto distante dall’Italia, da diversi anni non concede facilmente questo tipo di visto ai pensionati) (dal sito http://www.felicinpensione.org/ )

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NON SOLO “CERVELLI IN FUGA”: IL RAPPORTO MIGRANTES PRESENTA LE TANTE ITALIE NEL MONDO
di Riccardo Giumelli 25/10/2018, da http://www.lavocedinewyork.com/
– Il nuovo report non solo monitora l’emorragia di talenti dal nostro Paese, ma soprattutto racconta successi e difficoltà dei connazionali all’estero – Premesso che i dati (AIRE) sono un elemento oggettivo ma raccontano solo un parte, al ribasso, del fenomeno, definiscono, dal 2006, un processo chiaro: la mobilità italiana verso l’estero cresce. Dal punto di vista dei contenuti quest’anno il Rapporto si è soffermato sulle NEOMOBILITÀ. Dove vanno quelli che partono e perché? E si scoprono successi, grande storie ma anche fenomeni di “MIGRAZIONE MALATA” –
“Il diritto al viaggio come diritto all’esistenza”, queste le parole che possono fare da sottotitolo al Rapporto Italiani nel mondo 2018 della Fondazione Migrantes, appena presentato. Il tutto in 500 pagine, 64 autori e 50 saggi. Diritto al viaggio come diritto alla mobilità, elemento fondamentale per la costruzione della propria felicità. Perché, ricordiamolo, ai termini emigrazione ed immigrazione dobbiamo associare immediatamente quello di mobilità, che meglio racconta i processi contemporanei. Continua a leggere