LA MONOCOLTURA DEL PROSECCO (nella Marca Trevigiana), candidata possibile vincente ad essere “Patrimonio dell’Umanità 2019” per l’UNESCO: ma ci salverà dalla monocoltura agricola e dall’inquinamento da pesticidi? – L’Unesco e il “suo” patrimonio tutelato è utile a fermare il generale degrado paesaggistico?

(patrimonio Unesco: immagine da http://www.touringclub.it/) – I 53 SITI UNESCO IN ITALIA DA VISITARE ALMENO UNA VOLTA NELLA VITA – da https://www.huffingtonpost.it/, 29/12/2018  –  QUALI SONO I LUOGHI DA CONOSCERE ASSOLUTAMENTE IN ITALIA E DI CUI ANDARE ORGOGLIOSI? Nell’ampia scelta delle bellissime mete che la Penisola offre, ci si può concentrare sui siti definiti dall’Unesco, ‘Patrimonio dell’umanità”. Dalle testimonianze archeologiche ai paesaggi naturalistici, dai centri storici alle chiese, c’è solo l’imbarazzo della scelta. CON I SUOI 52 LUOGHI RICONOSCIUTI DI VALORE UNIVERSALE, informa un articolo sull’edizione online dell’Almanacco della Scienza del Cnr, L’ITALIA DETIENE IL RECORD NELLA LISTA DEL WORLD HERITAGE, CHE CONTA 1.001 SITI A LIVELLO MONDIALE: 777 BENI CULTURALI, 194 NATURALI E 30 MISTI, PRESENTI IN 161 PAESI DEL MONDO. Dalla cartina dell’Italia si evince la diffusione, da nord a sud, di questi tesori, testimonianza della nostra millenaria stratificazione storica e culturale. L’OBIETTIVO DELLA CONVENZIONE UNESCO firmata nel 1972 è “quello di riunire in un unico documento i concetti di protezione della natura e tutela dei beni culturali. La Convenzione riconosce L’INTERAZIONE TRA UOMO E NATURA e la necessità fondamentale di PRESERVARE L’EQUILIBRIO TRA I DUE”. “Il criterio di base per la scelta dei luoghi è l’UNICITÀ, cioè la capacità di quel bene di costituire un ‘unicum’ nel suo genere; deve poi avere una capacità di attrazione, culturale soprattutto, di tipo internazionale”, spiega Daniele Malfitana, direttore dell’Istituto per i beni archeologici e monumentali del Cnr, che vanta un proprio ricercatore, Davide Leucci, nel comitato di valutazione di questo organismo internazionale. VEDI QUI LE FOTO DI TUTTI E 53 I LUOGHI ITALIANI “PATRIMONIO DELL’UMANITA’ UNESCO”: https://www.huffingtonpost.it/2018/01/11/i-52-siti-unesco-in-italia-da-visitare-almeno-una-volta-nella-vita_a_23330594/

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L’ICOMOS, ente consultore di Unesco, HA DATO IL VIA LIBERA ALLE COLLINE DEL PROSECCO dell’area Conegliano-Valdobbiadene della Marca trevigiana – COS’È ICOMOS? – L’INTERNATIONAL COUNCIL ON MONUMENTS AND SITES (noto anche con l’acronimo ICOMOS) è una organizzazione internazionale non governativa che ha principalmente lo scopo di promuovere la teoria, la metodologia e le tecnologie applicate alla conservazione, alla protezione e alla valorizzazione dei monumenti e dei siti di interesse culturale. L’ICOMOS è stato fondato nel 1965 come risultato della CARTA DI VENEZIA del 1964 e dai consigli all’UNESCO sui Patrimoni dell’umanità. Il suo quartier generale è a PARIGI. Ne fanno parte oltre 10.000 membri, provenienti da diversi paesi ed esperti di diverse discipline: architetti, storici, archeologi, storici dell’arte, geografi, antropologi, ingegneri e urbanisti. Secondo la Convenzione UNESCO del 1972 ”Convention concerning the protection of the World Cultural and Natural Heritage” adottata dalla Conferenza Generale nella sedicesima sessione, Parigi, 16 novembre 1972, ICOMOS è una delle tre organizzazioni non governative o intergovernative internazionali NOMINATA DI CONSIGLIARE IL COMITATO UNESCO NELLE SUE DELIBERAZIONI, insieme a IUCN – International Union for Conservation of Nature e ICCROM – The International Centre for the Study of the Preservation and Restoration of Cultural Property. In particolare ICOMOS è il CONSULENTE professionale e scientifico alla Commissione UNESCO per tutti gli ASPETTI CHE RIGUARDANO IL PATRIMONIO CULTURALE E LA SUA CONSERVAZIONE. Inoltre, ICOMOS è responsabile della valutazione di tutte le NOMINE NELLA WORLD HERITAGE LIST di beni culturali e misti, nei confronti del criterio fondamentale di “eccezionale valore universale”, e gli altri criteri come specificato nella convenzione (nella foto: COLLINE DEL PROSECCO IN ZONA COL SAN MARTINO)

   Un “sì con riserva” da parte dell’Icomos (l’ente consultore di Unesco) viene dato (come via libera) alla proclamazione di “Patrimonio dell’Umanità” delle colline tra Conegliano e Valdobbiadene (in Veneto, nella Marca Trevigiana): “sì con riserva” solo se saranno rispettate alcune prescrizioni. Non siamo riusciti a reperire il documento integrale originario dell’Icomos, ma quanto prescritto viene indicato in alcuni articoli che qui di seguito proponiamo in questo post.
Tra queste prescrizione pare ci siano, come esempio, la “vendemmia a mano” e l’obbligo di preservare il paesaggio dalla “monocoltura”, che il mercato richiederebbe. Già queste prescrizioni, se ci sono veramente, creeranno qualche problema. La vendemmia a mano è progressivamente, di anno in anno, sostituita dalla macchina (che “vendemmia”, cioè toglie i grappoli, da sola, e non c’è bisogno più di persone). Per quanto riguarda il preservare il paesaggio dalla monocoltura poi, questo non esiste da moltissimo tempo (cioè è tutto monocoltura). Allora di cosa stiamo parlando? Che regole impossibili si stanno dando per una candidatura Unesco che invece pare già sicura nel verdetto vincente (la decisione definitiva si avrà con la votazione della commissione Unesco del 7 luglio a Baku in Azerbaijan).

LA NUOVA STRATEGIA PER IL RICONOSCIMENTO: LA DELIMITAZIONE DELL’AREA DA TUTELARE PER L’UNESCO – Nella cartina la “CORE ZONE” è indicata in NERO; la “BUFFER ZONE” in BLU. In VERDE i COMUNI appartenenti alla ZONA PRINCIPALE, in BLU quelli che rientrano nella ZONA TAMPONE. In GIALLO la “COMMITMENT AREA”. – “Conegliano esclusa dalla “core zone”: “Area troppo urbanizzata” “CONEGLIANO – nel luglio 2018 era arrivato il rinvio della candidatura al prossimo anno, previa presentazione di un dossier con le correzioni richieste per l’iscrizione. (…) CAMBIA LA “CORE ZONE” candidata a diventare patrimonio Unesco. La zona principale è stata infatti RIDOTTA RISPETTO ALLA PRIMA PROPOSTA (…)Una delle richiesta dell’Unesco riguarda il disciplinare tecnico che regola gli interventi agricoli nella “CORE ZONE” (PRINCIPALE) e nella “BUFFER ZONE” (ZONA TAMPONE). (…)Rispetto alla prima versione della candidatura, ci sono TRE COMUNI che rimangono FUORI dalla “core zone”: si tratta di CONEGLIANO, SUSEGANA e SAN VENDEMIANO, finiti nella zona cuscinetto.(…) Anche la “buffer zone” viene ridotta, e vi rientrano quei comuni esclusi dalla zona principe in seconda battuta. Sia la zona “core” che quella “buffer”, ad ogni modo, sono candidate a diventare patrimonio dell’umanità. La novità riguarda una “COMMITMENT AREA”, che ha FUNZIONI DI SERVIZIO, nella quale rientrano i comuni limitrofi alle altre due aree. (Roberto Silvestrin, da http://www.oggitreviso.it/, 6/9/2018)

   Però questo Ente “esploratore” per conto di Unesco (l’Icomos), sembra essersi tenuto largo, tiepido, ad alcune richieste importanti che non ha fatto. Se è pur vero che il paesaggio collinare nell’alta Marca Trevigiana (tra Valdobbiadene e Conegliano), pur con molte brutture (anche lì ad esempio ci sono molte case sparse e insediamenti urbanistici in modo continuativo ed incessante lungo le strade), non si è tenuto conto (cioè l’Icomos non ha tenuto conto) di due cose.

GLERA (da Wikipedia) – La GLERA è un VITIGNO A BACCA BIANCA, componente base del PROSECCO. Ha tralci color nocciola e produce grappoli grandi e lunghi, con acini giallo-dorati. NELLA PRODUZIONE DEL PROSECCO LA GLERA COSTITUISCE ALMENO L’85% DELLE UVE UTILIZZATE. La frazione rimanente può essere rappresentata da VERDISO, PERERA, BIANCHETTA, PINOT e CHARDONNAY

   La PRIMA è che quell’area destinata a divenire patrimonio dell’umanità è sì bella nel disporsi geometrico dei filari di vitigni di glera, ma che trattasi di monocoltura dedita ad alto tasso di INQUINAMENTO DA PESTICIDI periodicamente irrorati. In certi periodi dell’anno è perfino (giustamente) proibito dai sindaci (il caso nel comune di Vidor) di inoltrarsi tra i vigneti perché ne risentirebbe gravemente la propria salute (e stiamo parlando del maturare di un prodotto agroalimentare!!…cioè che si beve).

(Un fermo immagine mostra lo spargimento di pesticidi sui vigneti tra Veneto e Friuli, da LA STAMPA.IT) – I dati del dossier Legambiente Stop Pesticidi 2019 hanno confermato come “BOSCALID, CHLORPYRIFOS, FLUDIOXONIL, METALAXIL, IMIDACLOPRID, CAPTAN, CYPRODINIL siano alcuni dei residui di pesticidi più diffusi negli alimenti – spiega Legambiente – Si tratta di fungicidi e insetticidi utilizzati in campo e di cui ancora troppo spesso si ritrovano residui negli alimenti e nell’ambiente, in primis nelle acque superficiali e profonde come testimonia l’ultimo rapporto Ispra”. (…) UN SEVERO MONITO ALL’UNESCO VIENE, IN CONTEMPORANEA, da associazioni e movimenti veneto-friulani che partecipano alle marce, CONTRO LA PROPOSTA DI RICONOSCERE LE COLLINE DEL PROSECCO DI CONEGLIANO E VALDOBBIADENE COME PATRIMONIO DELL’UMANITÀ (…) (Giuseppe Pietrobelli, 18 Maggio 2019, “Il Fatto Quotidiano”)

   E così abbiamo una scarsa tutela della salute e della biodiversità. Dell’inquinamento ne risentirà il consumatore (che beve quel vino) ma in particolare vengono ignorati i gravi disagi dei residenti, inquinati dai diserbanti. Pertanto ci sarà (e persisterà, crediamo) la MONOCOLTURA e l’INQUINAMENTO DA PESTICIDI nella prossima zona tutelata dall’Unesco: riuscirà l’Unesco a invertire la rotta, e che si realizzi una biodiversità? …Lo si può sperare…. Anche se è difficile, molto difficile, che questo avvenga…

MANIFESTAZIONE CONTRO I PESTICIDI NELLE COLLINE DEL PROSECCO

   La SECONDA cosa (di cui l’Icomos, di questa, non poteva certo tenerne conto) è che il processo economico della produzione del prosecco sembra oramai sfuggito di mano sia alle Autorità politiche regionali (e dei comuni che hanno competenza nei piani e nella tutela ambientale e sanitaria dei propri territori), e la diffusione della coltivazione a prosecco appare altamente invasiva per qualsiasi altra forma agricola, oltreché eliminando specie vitivinicole storiche di gran pregio, diverse, “altre” dal prosecco, che vengono estirpate, per installare nei campi e in ogni dove c’è un po’ di terra, la vite a prosecco.

«In provincia di Belluno, da quando la Regione Veneto ha deciso di estendere la zona doc del prosecco anche a questa provincia, c’è una corsa all’acquisto/accapparramento (una sorta di land grabbing) di terreni da parte di coltivatori o cantine del prosecco” spiega Tiziano Fantinel del gruppo Coltivare Condividendo. «Sono già stati realizzati vigneti di grosse proporzioni in comune di Limana, Belluno, Cesiomaggiore, ma la corsa non si ferma….(https://www.terranuova.it/ )

   Emblematico poi il caso bellunese. In un territorio (rientrante anch’esso nell’area del prosecco) coltivazioni di montagna importanti ma delicate e meno redditizie, subiscono la competizione economica della forza di profitto del prosecco, e inevitabilmente quei campi, quei terreni, sono dediti alla monocoltura della glera (cioè del vitigno a prosecco).

(mappa zone del prosecco) – IL CONSORZIO DELLA DOCG DI CONEGLIANO è saturo, si estende su quasi 8.000 ettari. Nelle 9 PROVINCIE DELLA DOC gli ettari coltivati a glera, riconosciuti dalla denominazione, sono 24.450. Nella Docg di Asolo, dal 2011 al 2017, i nuovi impianti sono aumentati dell’80% circa. Ogni anno l’Unione europea concede un diritto di incremento della superficie vitata nazionale pari all’1% della stessa. I diritti di impianto vengono distribuiti alle regioni, che li concedono attraverso bandi. Ogni Consorzio di tutela adotta regole diverse per l’accettazione di questi nuovi impianti all’interno dell’aree di competenza. PER LE DUE DOCG VALE L’ADESIONE IMMEDIATA: UN NUOVA VITE A GLERA ENTRA AUTOMATICAMENTE NELLA DENOMINAZIONE. NEL CONSORZIO DOC, INVECE, VIGE IL BLOCCO, DAL 2011. «I nuovi ingressi vengono regolati, per tenere in equilibrio domanda e offerta», sottolinea il presidente della Doc Stefano Zanette. FUORI DALLA DENOMINAZIONE CI SONO 7 MILA ETTARI DI GLERA, piantumati dopo il blocco, che potrebbero non diventare mai prosecco. (Marta Gatti, IL MANIFESTO, 12/7/2018)

   E’ così che le colline e le pianure dove sorgono ora i vitigni per la produzione industriale del prosecco, dove per tale produzione è preponderante l’utilizzo di macchinari in luogo dell’opera dell’uomo e c’è un utilizzo massivo di pesticidi di sintesi, questi luoghi sono stati completamente stravolti a causa degli sbancamenti, sradicamento di alberi, anche secolari o storici, eliminazione di siepi, per far posto a questa monocoltura.

(Le colline della zona Conegliano-Valdobbiadene) – COLDIRETTI: IL PROSECCO E’ IL VINO PIU’ BEVUTO AL MONDO (da “la Tribuna di Treviso” del 6/6/2019) – Il Prosecco è il vino italiano più bevuto nel mondo: lo testimonia l’AUMENTO RECORD DELLE ESPORTAZIONI NEL 2019, pari al 25%, con la previsione di arrivare al valore di un miliardo a fine anno. Lo rileva la Coldiretti, basandosi sui dati Istat relativi al primo bimestre 2019, all’indomani della candidature delle Colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene nella Lista del patrimonio mondiale dell’Unesco, come PAESAGGIO CULTURALE. «Un risultato atteso – rileva la Coldiretti – che riconosce l’importanza di un territorio dallo straordinario valore storico, culturale e paesaggistico in grado di esprimere una produzione che ha saputo conquistare apprezzamenti su scala mondiale». Secondo i DATI ISTAT SONO STATE VENDUTE ALL’ESTERO DUE BOTTIGLIE DOC SU TRE, dei 466 milioni venduti lo scorso anno. LA GRAN BRETAGNA, RILEVA LA COLDIRETTI, «È DI GRAN LUNGA IL PAESE CHE NE CONSUMA DI PIÙ». La produzione del Prosecco, prosegue la nota, «è intimamente connessa con le caratteristiche del territorio e del meraviglioso paesaggio delle Colline del Prosecco di Conegliano-Valdobbiadene».

   Secondo le associazioni ambientaliste (per dare dei dati), nella Pedemontana trevigiana, anche a causa dei pesticidi e dell’eliminazione dei prati, è scomparso il 52% delle specie di uccelli, tra cui cardellino, allodola, quaglia, passera mattugia, rondini. Ma ancor di più “nella stragrande maggioranza delle aree coltivate a prosecco tra aprile e agosto/settembre di ogni anno la popolazione che qui ci vive, è limitata nel proprio diritto alla salute e nel proprio diritto di proprietà” a causa delle irrorazioni dei vigneti.


Di per sé, se il mantenimento della nomea di “patrimonio dell’umanità” di questi luoghi e di tutti (largamente) i territori limitrofi, richiederà una revisione di questo abnorme sviluppo agricolo monocolturale e inquinante, forse il fatto dell’arrivo dell’Unesco sarà cosa assai positiva. (s.m.)

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(immagine: PADOVA URBS PICTA, da http://www.touringclub.it/) -LE CANDIDATURE UNESCO 2020 – PER IL 2020 LA COMMISSIONE NAZIONALE ITALIANA PER L’UNESCO PUNTA SU DUE SITI. IL PRIMO È CHIAMATO “PADOVA URBS PICTA-GIOTTO, LA CAPPELLA DEGLI SCROVEGNI E I CICLI PITTORICI DEL TRECENTO” e riguarda gli straordinari monumenti di Padova che conservano importanti testimonianze pittoriche: CAPPELLA DEGLI SCROVEGNI E CHIESA DEGLI EREMITANI, PALAZZO DELLA RAGIONE, BATTISTERO DEL DUOMO, CAPPELLA DELLA REGGIA CARRARESE, BASILICA DEL SANTO, ORATORIO DI SAN GIORGIO, ORATORIO DI SAN MICHELE. Il SECONDO invece è un sito seriale, detto “GREAT SPAS OF EUROPE” che raggruppa, oltre al nostro Paese, Germania, Austria, Francia, Belgio, Regno Unito e Repubblica Ceca. Si tratta di dieci siti termali storici: per l’Italia è candidata Montecatini Terme. (…) (Stefano Brambilla, 31/1/2019, da https://www.touringclub.it/)

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https://www.unesco.it/ – il sito della Commissione italiana per l’Unesco

UNESCO: QUANTO PAGHIAMO PER DIVENTARE PATRIMONIO DELL’UMANITÀ
di Milena Gabanelli, da “il Corriere della Sera” del 29/1/2019
Siamo il Paese più bello del mondo: è un fatto. La maggior parte delle bellezze mondiali, dichiarate Patrimonio dell’Umanità, si trovano in Italia. Un totale di 54 meraviglie fra monumenti, parchi, centri storici, luoghi culturali espressamente dichiarati «unici» dall’Unesco, l’organizzazione delle Nazioni Unite che ad oggi tutela 1092 luoghi sparsi in tutto il mondo.
Il riconoscimento è così prestigioso che quasi ogni anno puntiamo a incrementare la lista e di solito ci riusciamo: tranne la Valle D’Aosta e il Molise, ogni nostra regione ha uno o più siti ammessi al Patrimonio, confermando all’Italia il record indiscusso fra i 167 Paesi che possono sfoggiare il marchio Unesco.
Tutta questa bellezza ha un prezzo. Continua a leggere

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GRANDI NAVI A VENEZIA: L’INCIDENTE E’ POSSIBILE, è accaduto, potrà accadere ben di peggio. Anche senza incidenti le navi da crociera distruggono la LAGUNA – Proposta per una VENEZIA SOSTENIBILE al turismo, con un PORTO OFF-SHORE (una banchina artificiale), FUORI DALLA LAGUNA, in MARE APERTO

La collisione a Venezia domenica 2 giugno, alle 8.34, nel Canale della Giudecca, tra una nave da crociera (la “MSC OPERA”) e un battello fluviale (la «RIVER COUNTESS») che in quel momento stava accogliendo i passeggeri a bordo

   La collisione a Venezia domenica 2 giugno, nel Canale della Giudecca, tra una nave da crociera (la “MSC OPERA”, nave da crociera della compagnia MSC Crociere, una compagnia di navigazione dedita al mercato delle crociere, con sede a Ginevra e sedi operative a Napoli, Genova e Venezia, a capitale interamente svizzero, con 15 mila dipendenti) e un battello fluviale (la «RIVER COUNTESS», un «lancione» turistico che in quel momento stava accogliendo i passeggeri a bordo), ha creato uno CHOC COLLETTIVO (in tutti quelli che vivono, frequentano, o solamente amano Venezia), ben oltre il danno subìto al Molo di San Basilio (presso la Stazione Marittima) e con “soli” 4 feriti non gravi.

LA MANIFESTAZIONE “NO GRANDI NAVI” DI SABATO 8 GIUGNO – http://www.nograndinavi.it/

   Choc, perché era “impossibile che accadesse”: l’idea che la tecnologia possa metterci al riparo da ogni rischio è forte, e “dobbiamo sentirci sicuri”. E poi, la grandi navi vengono traghettate quando entrano in Laguna, non può accedere alcun incidente…… E’ invece accaduto, e potrà di nuovo accadere con conseguenze ben più gravi.
Ma non è solo un fatto di incidenti di questo tipo. Le grandi navi “fanno male” alla Laguna di Venezia sempre quotidianamente: ogni volta che una nave da crociera entra dalla Bocca di Porto del Lido (con la sua stazza a volte anche superiore alle 100 mila tonnellate), oppure una petroliera entra dalla Bocca di Porto di Malamocco, i fondali della laguna ne risentono fortemente: si scatena un mini maremoto che solleva montagne di sedimenti e detriti, sospingendoli in tutte le direzioni e lasciandoli in parte in sospensione, prima che le maree le buttino fuori dalla laguna, in mare aperto (vi invitiamo qui di seguito a leggero il pezzo di Sandro Orlando, dal Corriere.it del 6 giugno scorso).

VENEZIA, COSÌ LE GRANDI NAVI HANNO MODIFICATO I FONDALI DELLA LAGUNA – Gli effetti di queste navigazioni sono ora visibili nelle immagini che l’ISMAR, l’ISTITUTO DI SCIENZE MARINE del CNR di VENEZIA, ha «scattato» nelle profondità della laguna servendosi di un ecoscandaglio ad alta risoluzione. «FOTOGRAFIE ACUSTICHE», pubblicate dalla rivista SCIENTIFIC REPORTS (NATURE), che descrivono con precisione quale sia l’impatto sull’ecosistema lagunare di questo traffico marittimo: con UN MIGLIAIO DI GRANDI NAVI DA CROCIERA CHE OGNI ANNO TRANSITANO DAVANTI AL BACINO DI SAN MARCO, per poi costeggiare PUNTA DELLA DOGANA e infilarsi nel CANALE DELLA GIUDECCA – in manovre complicatissime, come ha confermato per l’ennesima volta la collisione domenica 2 giugno della Msc Opera con un battello in prossimità del molo di San Basilio; oltre a più di tremila navi cargo che vanno su e giù per il cosiddetto canale dei Petroli tra Malamocco e Marghera, e un numero imprecisato di vaporetti, barche e barchini. (Sandro Orlando, Corriere.it, 6/6/2019)

   E non è solo un impatto ambientale per l’ecosistema lagunare: è un IMPATTO VISIVO e CONTRASTANTE con la bellezza di Venezia, nella sua delicata precarietà fatta, costruita, su fondamenta di legno, sui suoi magnifici palazzi leggiadri: tutto questo cosa ha a che fare con le mostruose dimensioni della navi da crociera che contengono anche 3 mila turisti?
L’ipotesi di dire “basta” a queste grandi navi in Laguna, vede il mondo economico, turistico, portuale, politico locale, schierati tutti contro: si è detto e si dice che «la messa in sicurezza della città non può mettere a rischio migliaia di posti di lavoro e centinaia di migliaia dell’indotto, oltre all’economia del turismo». E le lobby sempre più potenti delle compagnie navali contano molto: tutte le proteste e richieste di non far entrare in laguna queste navi vengono spente con la possibile perdita di tanti posti di lavoro (nel turismo e servizi, ma anche nella cantieristica…).

“AVARIA AL MOTORE” – “La nave di Msc aveva un’avaria al motore, segnalata subito dal comandante. Il motore era bloccato, ma in spinta, perché la velocità aumentava, come confermano i tracciati Ais”. Lo ha spiegato Davide Calderan, presidente della Rimorchiatori Uniti Panfido, la società che con due imbarcazioni stava guidando la “Msc Opera” all’arrivo in marittima, prima dell’incidente. I due rimorchiatori hanno cercato di fermare il ‘gigante’, fino a quando un cavo di traino si è rotto, tranciato dall’impatto con il battello fluviale.

   Il «piano» del 2017 di dirottare le navi da crociera verso porto Marghera, utilizzando il canale dei petroli (entrando dalla Bocca di Porto di Malamocco) sembra bocciato da una parte del governo, ritenendolo troppo pericoloso (con la convivenza con le petroliere) (e noi condividiamo la preoccupazione). E sembra sia stato rimesso nel cassetto ancor più il progetto di fare avvicinare le navi al terminal veneziano attraverso il canale Vittorio Emanuele (che è parallelo al ponte della Libertà) che comunque andrebbe dragato (cioè scavato, “approfondito”).

da corriere.it: foto CNR

   Le tre ipotesi del ministro dei trasporti attuale (Toninelli) (il Ministero dei trasporti è competente a decidere su questa cosa, ma deve pure cercare il consenso delle autorità politiche e portuali locali, il cosiddetto Comitatone -Comitato interministeriale di indirizzo-…) sono: a-CHIOGGIA (appena dentro la laguna), con rafforzamento delle banchine esistenti; b-SAN NICOLÒ al Lido (però fuori dalla Laguna, con la creazione di una banchina artificiale); c-MALAMOCCO (più o meno con le stesse caratteristiche di San Nicolò). A parte Chioggia, che ci sembra un po’ troppo lontana (alla fine della Laguna Sud, e in ogni caso si rimarrebbe dentro la Laguna), le altre due qui sopra riportate possibilità appaiono concrete (a nostro avviso).
Noi riteniamo che proprio la situazione di CRISI DA TURISIMO ECESSIVO di Venezia, e di IRREVERSIBILE DANNO ALL’ECOSISTEMA LAGUNARE richieda scelte coraggiose: per questo diciamo che le grandi navi da crociera in nessun modo dovrebbero (devono) entrare nella Laguna di Venezia.

Nel grafico il luogo dove è avvenuto lo schianto della Msc Opera e le possibili alternative allo studio per l’attracco delle grandi navi da crociera (da Corriere del Veneto)

   Sui problemi dell’indotto turistico (ma siamo sicuri che, dati i numeri di turisti a Venezia, ci si accorgerà del problema?..e non si potrà riconvertire gli attuali addetti alle grandi navi in altri servizi alla città?); e, se si vuole (questo sì), del business delle crociere (delle potenti compagnie navali); e della cantieristica italiana che potrebbe perdere commesse (questo ci pare un problema più serio)… ebbene noi pensiamo CHE LA SOLUZIONE ALTERNATIVA è un porto OFF-SHORE, una BANCHINA ARTIFICIALE fuori della Laguna, in mare aperto: la si può fare in tempi ragionevoli, e i costi non necessariamente sono superiori agli interventi necessari per le ipotesi “dentro la Laguna”.

percorso proposto dal Comune di Venezia e dalla Regione Veneto

   Quanto tempo ci vuole e nel frattempo cosa si fa? Nel frattempo si applica il decreto del Governo Monti (Clini-Passera) che dal 3 marzo 2012 vieta il transito di navi con una stazza superiore alle 40 mila tonnellate (e la Msc Opera pesa 65 mila tonnellate, non doveva esserci). Cioè non si permette il passaggio, e si aspetta l’entrata in funzione della banchina off-shore in mare aperto (vedrete che sarà costruita in tempi più che rapidi). (s.m.)

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L’INCIDENTE (foto Ansa) – IL COMANDANTE: “PERDITA DI COMANDI” – “Presumibilmente c’è stata una perdita dei comandi…”. Pochi minuti di conversazione, tra la sala operativa della Capitaneria di Porto, e il ponte comando della ‘Msc’ spiegano la drammaticità dell’incidente avvenuto a Venezia. Questo il dialogo tra i soccorritori e la nave. “…Ci aggiorna sulla situazione in corso? cambio”. “E’ il pilota che parla, il comandante è impegnato… Al momento siamo sulla nave con la prua preminentemente appoggiata al ’29’, abbiamo il rimorchiatore di prua che ha rotto il cavo ed in assistenza al ‘River Countess’, che è sul nostro fianco sinistro. A poppa abbiamo sempre mantenuto il rimorchiatore con il cavo e siamo fermi”. La telefonata continua: “Abbiamo dato ordine di dar fondo alle due ancore e di agguantarle, abbiamo messo i rimorchiatori di prua in forza ad allargare lato opposto al 29, e quello di poppa in frenata a tutta forza per fermare l’abbrivio della nave, ma dal ponte non abbiamo compreso bene cosa sia successo”.

L’INCIDENTE NEL CANALE DELLA GIUDECCA

di Dino Martirano, da “Corriere.it” del 3/6/2019
– Scontro tra navi a Venezia, indagati pilota e comandante della nave. Lega e 5 Stelle litigano pure sulle navi. Crociera annullata e biglietti rimborsati. Il ministro dei Trasporti: abbiamo tre ipotesi di approdi alternativi per le grandi navi. Salvini: si muova –
Crociera della Msc annullata (con biglietti comunque rimborsati), in un mare di polemiche: con la Lega e il M5S che ora litigano anche sui progetti degli approdi alternativi per le grandi navi, fuori o dentro la laguna di Venezia. Dopo la collisione nel Canale della Giudecca — tra una nave da 65 mila tonnellate e un battello fluviale: 4 feriti, inchiesta aperta, indagati il pilota e il comandante della Msc — il governo si è preso tutto giugno per decidere.
E di sicuro l’esecutivo ha già stracciato il «piano» del 2017 di dirottare i «bestioni del mare» verso porto Marghera, utilizzando il canale dei petroli. Rimesso nel cassetto anche il progetto di fare avvicinare le navi al terminal veneziano attraverso il canale Vittorio Emanuele (parallelo al ponte della Libertà) che comunque andrebbe dragato.
Il ministro Danilo Toninelli (Infrastrutture) ha in mente tre ipotesi: Chioggia (appena dentro la laguna), con rafforzamento delle banchine esistenti; San Nicolò (fuori una delle bocche di porto che danno accesso alla laguna), con la creazione di una banchina artificiale; Malamocco (più o meno con le stesse caratteristiche di San Nicolò). «La terza appare remota, ma entro giugno il Mit deciderà se adottare la prima o la seconda opzione», fanno sapere dallo staff di Toninelli. Però, aggiungono le fonti ministeriali, «è allo studio, per una fase transitoria, anche un graduale contingentamento della grandi navi da fare entrare in laguna». Con quale criterio? Per ora non è dato saperlo. A meno che non ci si affidi a un tetto di tonnellaggio che poi è implicito anche nel «super vincolo» posto a ottobre 2018 dal ministro grillino Alberto Bonisoli (Beni culturali) sui grandi canali veneziani, contro il quale già sono partiti i ricorsi al Tar (Comune e Autorità portuale).
Il vicepremier Matteo Salvini ha suonato la sveglia al collega Toninelli: «C’è un progetto per le navi… Bene, si faccia e subito». Così a stretto giro di posta il ministro 5 Stelle ha poi replicato al Tg Veneto di Rai3: «Non esiste e non è mai esistito un progetto Marghera…e questo significa che il sottoscritto e il mio ministero non ha bloccato nulla». Eppure osserva Nicola Pellicani del Pd, che chiede al ministro di riferire in aula, «Toninelli in un anno non ha deciso nulla: l’ultimo Comitatone (governo, comune, regione, autorità portuale, ndr) è stato convocato il 7 novembre 2017 da Delrio individuando la soluzione condivisa» del terminal di Marghera. (Dino Martirano)

LA GRANDE PAURA – Nell’urto alcune persone sono state sbalzate in acqua, quattro i feriti a bordo della Msc, in condizioni non gravi. Sono tutte donne, turiste straniere. Arrivati sul posto, vigili del fuoco e polizia hanno allestito i soccorsi. L’incidente ha turbato i tradizionali preparativi per lo sposalizio con il mare che si tiene tutti gli anni a Venezia e coinvolge numerose imbarcazioni. Accade proprio nel periodo in cui si è fatta più decisa la protesta delle associazioni che chiedono che venga vietato il passaggio delle grandi navi in Laguna, dopo il parere positivo per il loro stazionamento a Marghera arrivato di recente dall’Unesco.

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mappe barimetriche (da http://www.velaveneta.it/)

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FONDALE CHIOGGIA (da Corriere.it, foto CNR)

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BANKSY E IL QUADRO SULLE GRANDI NAVI A VENEZIA – Lo street artist, o chi per lui, pubblica un video dove espone quadri sulle grandi navi e lamenta di non essere stato invitato dalla mostra

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Il cartoon di Celentano profetico con la grande nave che si schianta a San Marco

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VENEZIA COLLISIONE CON BATTELLO, FERITI E POLEMICHE

GRANDI NAVI, PERCHÉ NON DECIDETE?

di Gian Antonio Stella, da “il Corriere della Sera” del 3/6/2019
E se succede a Venezia? «Uffa!», sbuffavano fino a ieri mattina i sostenitori delle Grandi Navi. E attaccavano a snocciolare contro i soliti gufi una miriade di dati, calcoli, portolani, algoritmi, sigle imperscrutabili di strumentazioni spaziali che mai e poi mai avrebbero consentito un incidente nel canale della Giudecca eccetera eccetera… È successo davvero. E tutte le chiacchiere sono state spazzate via.
Erano le 8:34. Entrata dalla bocca di porto di San Nicolò e diretta verso la Marittima, la nave da crociera «Msc Opera» procedeva lungo il canale veneziano a 5,3 nodi. Tanti, Continua a leggere

LE OMBRE DEL PASSATO NEL VOTO EUROPEO – I sovranisti non hanno vinto, ma l’Europa sarà più esposta ai pericoli di chiusura nazionalistica – La necessità di un Governo europeista autorevole, con tanti esempi e modelli di “apertura alla diversità”: di Città, Associazioni, Università, Imprese economiche…

EUROPA FORTIFICATA? – 2/5/2019: Il vicepremier italiano MATTEO SALVINI e il premier ungherese VIKTOR ORBAN visitano la BARRIERA ANTI-MIGRANTI AL CONFINE TRA UNGHERIA E SERBIA – “IL PATTO DEL FILO SPINATO, riedizione smemorata del Sangue e Suolo novecentesco, viene suggellato dai due condottieri della nuova destra europea, Viktor Orbán e Matteo Salvini, all’ombra della barriera lunga 175 chilometri con cui nell’estate 2015 l’Ungheria ha deciso di sbarrare il passo ai profughi fuggiaschi dalla carneficina delle guerre mediorientali.(…)” (Gad Lerner, da “la Repubblica”, 2/5/2019)

   L’Europa uscita dalle urne nelle elezioni da 23 al 26 maggio ha visto per la prima volta l’emergere di forze, partiti, che sono dichiaratamente contro il progetto europeo (i cosiddetti “sovranisti”). E seppure in minoranza, l’ondata sovranista è così destinata a lasciare il segno. Il successo in due Paesi chiave come Francia e Italia lascia pochi dubbi sul fatto che l’Europa sarà ancora più esposta agli interessi nazionali.

MAPPA SEGGI UE per Paese (da Corriere.it) – In tutto gli eurodeputati saranno 751. Il numero sarebbe dovuto scendere a 705, ma la Brexit è stata rimandata

   E poi antichi demoni sono riemersi: nazionalismo, populismo, antisemitismo, forze oscure che vediamo uscire vittoriose dalle urne in molti paesi dell’Unione europea (come in Germania). Ma è proprio dalla Germania (il Paese, se si vuole, più importante della UE con i suoi 83 milioni di abitanti – sui 505 milioni complessivi –, con il fatto di essere un’economia ricca e forte (la locomotiva d’Europa) ed essendo sicuramente il perno dell’integrazione europea fin dalle origini (assieme alla Francia, e in parte anche all’Italia), è proprio in Germania, dicevamo, che si è anche registrato un forte aumento dei Verdi, devimento ecologista (da sempre molto filo-europeista).

Greta Thurnberg e il presidente austriaco (dei verdi) Alexander Van der Bellen. – I GREEN diventano il secondo partito in GERMANIA e FINLANDIA, il terzo in FRANCIA e IRLANDA, e avanzano in DANIMARCA, OLANDA e GRAN BRETAGNA. La coalizione ambientalista ottiene 70 seggi, il 18% in più, e diventa la quarta formazione a Bruxelles: ago della bilancia. Il grido ambientalista lanciato da GRETA THUNBERG e fatto proprio da milioni di persone con gli scioperi globali sul clima si è fatto sentire chiaramente alle urne, soprattutto nel Nord Europa.

   La sostenibilità ambientale è di certo un tema emergente, capace di catalizzare interessi diversificati e che potrebbe sicuramente aiutare a qualificare il modello europeo nel confronto internazionale. E’ pur vero, facciamo notare, che i verdi vincono tra i giovani e nei paesi ricchi: cioè che il voto verde tende a essere concentrato per ceto ed età. Come insegnano i “gilet gialli” francesi, la questione ambientale è considerata prioritaria da chi è economicamente e culturalmente benestante, oltre che relativamente giovane.

RIPARTIZIONE SEGGI: GUE/ NGLSinistra unitaria europea / Sinistra verde nordica – S&DGruppo dell’Alleanza Progressista di Socialisti e Democratici al Parlamento Europeo VERDI/ ALEI Verdi / Alleanza libera europea ADLEAlleanza dei Democratici e Liberali per l’Europa Gruppo del Partito Popolare Europeo (Democratici-Cristiani)PPE Conservatori e Riformisti europeiECR Gruppo Europa della Libertà e della Democrazia direttaEFDD AEMN/APF/APEU/ CWPE/PPEUAltri – NI, Non iscritti: Membri non apparentati ad alcun gruppo politico

   Comunque i partiti pro-Europa (popolari, socialisti, liberaldemocratici e verdi) dovranno per forza trovare un accordo per avere una maggioranza possibile. Dall’altra per la prima volta ci sarà, come dicevamo all’inizio, dentro il parlamento europeo un consistente numero (pur in minoranza) di rappresentanti “anti Europa” (i britannici di Farage, i francesi della Le Pen, la Lega e i 5stelle per l’Italia….): cosa mai accaduta, che esistesse, all’opposizione, degli anti europei, e forse destinata (questa forza contraria) ad assumere proporzioni nelle prossime legislature ancora maggiore, se non ci sarà una ripresa genuina e autentica dello spirito europeista.

EUROPA come MEMORIA, ACCOGLIENZA, COMUNITÀ: a DANZICA, la città polacca simbolo della guerra mondiale, la giovane sindaca costruisce l’alternativa ai nazionalismi – ALEKSANDRA DULKIEWICZ (nella foto) è da pochi mesi sindaco di DANZICA. È stata eletta dopo l’assassinio di PAWEL ADAMOWICZ, che lei continua a chiamare “signor sindaco”, oppure “il mio capo”. «L’Europa per me è il luogo dove le persone si incontrano e si guardano l’una negli occhi dell’altra, per conoscersi e per cooperare nella costruzione di un avvenire. NELLA MIA EUROPA C’È SPAZIO PER TUTTE LE DIVERSITÀ».(…) (Wlodek Goldkorn, da “L’Espresso”, 26.5.2019)

   Oltre all’opposizione “anti Europa” che si farà sentire (specie dal nostro Paese), ci saranno poi i britannici che si dedicheranno a come andarsene dalla UE pagando il minor prezzo possibile (e sarà un ulteriore problema per tutti). E poi (secondo noi positivamente) lo stesso movimento verde-ecologista che si è affermato (prevalentemente tedesco), che sarà trasversale in molte tematiche agli schieramenti precostituiti.

La nuova mappa dell’Europa: I partiti vincenti, paese per paese: – in blu il centrodestra moderato dei partiti collegati al Partito Popolare Europeo, – in rosso quelli collegati al Partito Socialista Europeo, – in giallo quelli collegati ai liberali dell’Alde, – in grigio quelli collegati ai partiti sovranisti, – in verde quelli collegati ai verdi – in lilla tutti gli altri partiti.

   E’ da sperare e volere che ci sia una spinta propulsiva del progetto europeista dato dai governi pro-europei dimostrando che l’Europa può rinnovarsi e funzionare bene e meglio di adesso: punto di riferimento internazionale di libertà e difesa dei diritti fondamentali per ciascun cittadino. (s.m.)

PROIEZIONE GUARDIAN – GRAN BRETAGNA, VINCE FARAGE: MA IL REGNO UNITO HA VOTATO CONTRO LA BREXIT – LONDRA – “Come previsto alla vigilia, il BREXIT PARTY di NIGEL FARAGE ha stravinto le elezioni europee in UK, affermandosi come la prima forza del paese. Ma i risultati del voto nel Regno Unito dicono che i britannici nel complesso hanno dato più voti alle forze pro-Remain che a quelle pro-Leave. A livello di singole liste la vittoria del Brexit Party è indiscussa. Ma se queste elezioni sono state di fatto un secondo referendum sulla Brexit, COSA HA DETTO VERAMENTE IL PAESE? Secondo l’analisi del Guardian, nel complesso I VOTI PRO-REMAIN SONO PIÚ DI QUELLI A FAVORE DI UNA HARD BREXIT. Escludendo gli incerti Tory e Labour (23.4% in totale), le forze che intendono rimanere in Europa (Lib Dem, Green, Change UK, Plaid) hanno raccolto il 38% dei voti mentre le due forze pro-Leave (Brexit Party e UK-IP) sono ferme al 36.8%.(…) (28/05/2019, da AISE (Agenzia internazionale stampa estera) – https://www.aise.it/ )

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I NUMERO DELLA UE (da http://www.romanoprodi.it/)

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UN NUOVO EUROPEISMO: LA GEOGRAFIA POLITICA DOPO IL VOTO

di Marta Dassù, da “La Stampa” del 31/5/2019
L’Europa post-elettorale ha un nuovo equilibrio politico: lo storico «co-dominio» di Popolari e Socialisti deve allargarsi ai Liberali (fattore Macron) ed eventualmente ai Verdi (fattore Greta: il voto giovanile). I partiti del vecchio europeismo sono entrambi in relativo declino, a cominciare dalla Cdu di Angela Merkel. Ma esiste un nuovo europeismo: in Germania, hanno votato per i Verdi il 34% degli elettori fra i 18 e i 24 anni di età. La contesa già in atto fra Berlino e Parigi sulla scelta del nuovo presidente della Commissione può essere letta anche così; il primo braccio di ferro fra europeismo del XX secolo ed europeismo del XXI.
L’Europa post-elettorale ha anche una nuova geografia politica, che influenzerà largamente il funzionamento del Consiglio europeo: sotto l’impatto delle due ultime crisi (la crisi finanziaria del 2008, la crisi migratoria del 2015) Consiglio e Parlamento (codecisori dell’attività legislativa) hanno aumentato entrambi il proprio peso a spese della Commissione (sempre più pallido esecutivo).
Il triangolo istituzionale che regge il processo decisionale dell’Unione europea si è progressivamente spostato verso quello che viene definito, nel gergo di Bruxelles, il metodo «inter-governativo». Se incrociamo equilibri politici a Bruxelles e colore dei governi nazionali, la geografia europea del dopovoto è così caratterizzata (sintetizzando un rapporto che sta per uscire dello European Council for Foreign Relations). PRIMO: il gruppo dei popolari ha perso gran parte dei seggi nei Big 5 dell’Unione (Francia e Italia, seguite da Polonia, Spagna e Germania) mentre ne ha guadagnati in Romania, Ungheria, Grecia, Svezia, Austria e Lituania. Di conseguenza, il centro di gravità del Ppe appare ormai decisamente più spostato a Est, specie se il Fidesz di Viktor Orban finirà per rientrare nel Gruppo dei popolari (ma è un esito incerto, per ora). Dalla Germania verso Est: il Ppe dell’allargamento?
SECONDO: Socialisti e democratici hanno perso la maggioranza dei loro seggi in Germania e in Italia (rispetto al famoso 40% del 2014), ma ne hanno avuti più del previsto in Spagna, Portogallo, Olanda, Bulgaria e Malta. Il centro di gravità è spostato verso Sud. Spagna e dintorni: la socialdemocrazia mediterranea?
TERZO: il gruppo Liberale (Alde) è diventato in qualche modo più occidentale, grazie ai seggi ottenuti in Francia, Uk e Danimarca. I liberali sono progrediti anche in parte dell’Europa orientale (Repubblica Ceca, Romania e Polonia). Ma il centro di gravità è naturalmente la Francia e provvisoriamente la Gran Bretagna (visto il successo relativo dei liberaldemocratici e in attesa di Brexit). Francia first: i liberali in un solo Paese?
QUARTO: occidentale anche il centro di gravità dei Verdi, che può essere largamente spiegato da grossi successi in Germania e Francia, uniti a progressi in Olanda, Belgio, Irlanda. Il perno è la Germania, con una espansione tendenziale verso Ovest e Nord. Fa vistosa eccezione l’Italia. Dalla Germania verso Ovest: il cluster dei Verdi?
QUINTO: il fronte composito dei partiti a vario titolo «euroscettici» – includendovi tutti i gruppi che saranno all’opposizione a Strasburgo: Lega e 5 Stelle, Brexit Party, AfD, Rassemblement National, ecc. – ha avuto un successo clamoroso in Italia e in Gran Bretagna, seguite da Francia, Germania e Polonia. Il centro di gravità è una cintura che dal Regno Unito lambisce la Francia, passa per l’Italia e arriva in Polonia. La nuova frontiera del «sovranismo»?
LA GEOGRAFIA POLITICA
Quando cerchiamo di immaginare come funzionerà la nuova Europa, questa geografia politica conterà molto, evidentemente: non solo nella selezione dei ruoli di vertice ma anche nelle politiche. Tenere insieme la maggioranza non sarà affatto facile. Germania, Francia e Spagna avranno alle spalle i tre diversi gruppi principali a Strasburgo.
L’AGENDA VERDE SARÀ TRASVERSALE; e complicherà scelte decisive sul prossimo bilancio. Difficili – a giudicare dalla distanza politica e culturale fra vecchio e nuovo europeismo – saranno anche le scelte fiscali, le decisioni da prendere sulla politica della concorrenza o sulla politica estera.
LA GRAN BRETAGNA SARÀ ANCORA MEZZA PARALIZZATA DA BREXIT (Boris Johnson, probabile nuovo premier, si occuperà essenzialmente di come lasciare l’Unione). L’Italia sarà uno dei punti di riferimento della nuova «opposizione» parlamentare; ma una opposizione unitaria e coesa non ci sarà comunque. Saranno i governi pro-europei, più che la minoranza sovranista, a dovere dimostrare che l’Europa può rinnovarsi e funzionare per proteggere i suoi cittadini in un’epoca di competizione globale. (Marta Dassù)

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Colloquio con ALEKSANDRA DULKIEWICZ, nuovo sindaco di Danzica (dopo l’assassinio di Pawel Adamowicz)

L’EUROPA RIPARTE DA DANZICA

di Wlodek Goldkorn, da “L’Espresso”, 26.5.2019
– La memoria. L’accoglienza. La comunità. Nella città polacca simbolo della guerra mondiale la giovane sindaca costruisce l’alternativa ai nazionalismi –
«L’Europa per me è il luogo dove le persone si incontrano e si guardano l’una negli occhi
dell’altra, per conoscersi e per cooperare nella costruzione di un avvenire. Nella mia Europa c’è spazio per tutte le diversità».
ALEKSANDRA DULKIEWICZ è da pochi mesi sindaco di DANZICA («Mi raccomando, sindaco al maschile, così vogliono le regole della lingua polacca»). È stata eletta dopo l’assassinio di PAWEL ADAMOWICZ, Continua a leggere

L’ITALIA DEI GHETTI (e delle PERIFERIE dimenticate) – Luoghi che, pur nelle criticità, rappresentano quasi sempre una popolazione giovane che vuole migliorare la propria condizione, che cerca un futuro – Lo SQUILIBRIO GEOGRAFICO di un Paese che ha istituzioni urbane superate, incapaci di governare i Territori

PALERMO, QUARTIERE SAN FILIPPO NERI. Più noto con il famigerato acronimo di ZEN, concentra almeno 22.000 persone in due grandi conglomerati di edilizia pubblica a Nord di Palermo. (Riccardo Venturi per Save the Children) – da http://www.avvenire.it/

   La periferia è il tema dominante di questa epoca. Nell’ormai consolidato spostamento globale delle persone dalle campagne (che è un termine generico: possono essere aree rurali, zone pedemontane, monti, colline, pianure ad insediamento sparso…) verso le città, anziché consolidare la (vincente) cultura urbana, hanno creato ed espanso “periferie”.
Fenomeno cresciuto nei paesi ricchi (quelli europei, ci riferiamo in particolare) nei primi anni ’90 del secolo scorso (con la fine del blocco USA-URSS) con l’inizio dell’arrivo di immigrati dal sud del mondo e dall’Europa dell’est. Le periferie sono così fortemente cresciute.

LA COMMISSIONE PARLAMENTARE DI INCHIESTA SULLE CONDIZIONI DI SICUREZZA E SULLO STATO DI DEGRADO DELLE CITTÀ E DELLE LORO PERIFERIE si è costituita il 25 novembre 2016, ed ha concluso i lavori il 14 dicembre 2017. La Commissione ha tenuto 32 riunioni plenarie, nel corso delle quali sono stati sentiti soggetti istituzionali ed esperti, associazioni e comitati rappresentativi di realtà territoriali, e ha inoltre effettuato 12 missioni in alcune Città metropolitane, di cui quattro a ROMA, poi a BARI, BOLOGNA, GENOVA, MILANO, NAPOLI, PALERMO, TORINO e VENEZIA. Secondo i dati Istat elaborati per la Commissione, su 21,9 milioni di italiani che abitano nelle 14 città metropolitane ben il 71%, cioè 15,5 milioni, risiedono in quartieri geograficamente periferici. Da un altro punto di vista, invece (sempre dati Istat), il 34% della popolazione delle grandi città vive in quartieri con alto potenziale di marginalità economica e sociale.

   Fenomeno poi, da noi, aumentato con un certo decadimento economico dalla seconda metà del 2000: i vuoti lasciati dalla dismissioni industriali (i capannoni abbandonati ad esempio nel Nordest italiano…), e nei centri storici i palazzi in degrado, e lungo le strade l’abbandono di edifici a volte anche di antica buona fattura (ma che adesso risulterebbero invivibili e non ristrutturabili, per troppo traffico vicino, o perché così in degrado che ogni demolizione e rifacimento non è economicamente compatibile da parte dei proprietari).
Pertanto periferie fatte di mega condomini, desolanti, e dall’altra quartieri in uno stato di cattivi servizi sociali, questo in particolare nelle grandi città; ma questo sta avvenendo anche nelle città medie di provincia, che dominano il panorama urbano italiano.

LA COMMISSIONE PARLAMENTARE DI INCHIESTA SULLE CONDIZIONI DI SICUREZZA E SULLO STATO DI DEGRADO DELLE CITTÀ E DELLE LORO PERIFERIE HA POPOSTO OTTO LINEE DI AZIONE per fare delle periferie una priorità nazionale: 1- UN COORDINAMENTO UNITARIO da parte dello Stato, 2-PROGRAMMI SPECIALI PER DIECI ANNI con almeno due miliardi di euro a disposizione all’anno, 3-IL RITORNO DELLE POLITICHE PUBBLICHE PER LA CASA (anche qui con nuovi fondi), 4-UNA RIFORMA URBANISTICA NAZIONALE, 5-POLITICHE DELLA SICUREZZA che coniughino rigore (su occupazioni abusive, campi Rom, criminalità organizzata), 6-POLITICHE DI INTEGRAZIONE e POLITICHE ATTIVE DI INCLUSIONE SOCIALE (con la creazione di Agenzie sociali di quartiere), 7-INCENTIVI PER IMPIANTARE ATTIVITÀ ECONOMICHE nei quartieri difficili (sconti fiscali o finanziamenti), 8-FORME STABILI DI COINVOLGIMENTO DEI CITTADINI

   E poi ci sono i tanti medio-piccoli paesi (quasi ottomila), sparsi diffusamente (a volte lungo le strade, a volte con centri storici di nobile tradizione…) che non sopravvivono più all’avanzare delle nuove post-moderne attività (di produzione manifatturiera robotizzata, di scuole di alta formazione, di ospedali specialistici, di servizi del terziari avanzato…) sempre più innovative, che solo alcune città medio-grandi riescono ad offrire (non tutte: Milano sì, altre no).

IL LIBRO – GOFFREDO BUCCINI – GHETTI (L’ITALIA DEGLI INVISIBILI: LA TRINCEA DELLA NUOVA GUERRA CIVILE) (ed. Solferino) – In Italia si combatte ormai da anni UNA GUERRIGLIA CIVILE TRA CITTADINI DIMENTICATI. Lo Stato sembra aver perso sovranità su vaste aree del territorio nazionale: ghetti urbani dove tutto può accadere, buchi neri della nostra convivenza nei quali gli unici vincitori sono il degrado e la criminalità vecchia e nuova. Solo quando il conflitto sociale tra ultimi e penultimi è deflagrato, la politica ha cominciato a prestarvi attenzione. (…) Destra e sinistra per vent’anni non hanno neppure provato a intervenire seriamente, come se non fosse chiaro che LE PERIFERIE (NON SOLO GEOGRAFICHE) SONO LA VERA TRINCEA DELLA DEMOCRAZIA. Le nuove forze populiste hanno infine evocato il problema, ma i primi atti del loro governo sembrano andare in senso contrario alla soluzione. (…) GOFFREDO BUCCINI racconta la sua discesa nel lato oscuro del Paese: un VIAGGIO DA NORD A SUD fatto di storie drammatiche e personaggi memorabili; con quindici milioni di italiani «periferici».

   Ma dappertutto, anche nelle città più tecnologicamente avanzate (Milano…), nascono continuamente “abbandoni urbanistici”, ghetti, periferie degradate…. E la PERIFERIA la troviamo sì nelle medie grandi città, ma contemporaneamente c’è nel disagio di migliaia di piccoli comuni che sono diventati tutti interamente “periferie”: perché, ad esempio, non offrono opportunità alla popolazione giovanile che lì risiede, non c’è formazione, ricerca del nuovo, nessuna novità, niente…. E hanno un trend di vita quotidiana sonnolento, pigro, senza prospettive… (mentre tutto, il mondo, appare in movimento, in trasformazione).

NUOVE PERIFERIE: edifici in abbandono lungo le strade

   Nei medi e piccoli paesi, lungo le strade, sorgono strutture del commercio, degli acquisti, che poi saranno inesorabilmente (molte di esse) destinate a chiudere, perché troppe e sovradimensionate, come I TANTI IPERMERCATI alla conquista appunto delle periferie… (e non parliamo dello spreco del territorio).

Roma, condomini, periferia

   Insomma, SI STA MANIFESTANDO UN DISAGIO URBANO, SOCIALE, GEOGRAFICO, diffuso non solo nelle medio-grandi città ma anche nei piccoli paesi.
Il potere politico, delle amministrazioni comunali, sembra avere poche idee e strumenti inadeguati per agire, per sviluppare progetti specifici di integrazione della popolazione, delle attività economiche, commerciali… (per questo noi insistiamo sulla necessità di accorpare i comuni medio-piccoli in nuove città, dare volti geografici e poteri nuovi e più autorevoli agli enti locali…).

Padova e la periferia diffusa a NordEst (foto da http://www.archphoto.it/)

   Fa specie che in queste immense e variegate periferie vi sia collocata (ci abita) la popolazione più giovane; e poi tante persone che cercano un futuro (giovani coppie, single…), che guardano con speranza a una prospettiva di vita e di crescita (in quei luoghi inadeguati). Pertanto le periferie, pur nelle criticità rappresentano la popolazione che vuole migliorare la propria condizione, le persone che cercano un futuro migliore.

La dottoressa Lucia Ercoli, fondatrice dell’associazione Medicina solidale, durante un intervento in un campo rom di ROMA. Medicina solidale opera dal 2004 in diverse aree della periferia romana a favore delle persine svantaggiate e escluse dall’assistenza sanitaria. (Riccardo Venturi per Save the Children) – da http://www.avvenire.it/

   Ogni progetto o idea politica per superare l’abbandono e il degrado crescente, necessita di riuscire a coinvolgere chi abita in queste periferie: riuscire a mettersi a parlare con gli abitanti, per capirne le necessità e realizzare insieme modelli insediativi in cui fare vivere bene tutti (persone e comunità).

Aree dismesse (capannoni abbandonati)

   Non c’è urbanista, architetto, pianificatore autorevole, politico serio e preparato, che non sia d’accordo con la necessità di dare nuova e diversa vita a questi luoghi abbandonati (superare i ghetti, l’essere periferia…), prospettando operazioni di coraggio ma in ogni caso coinvolgendo chi ci vive: non far vivere passivamente ogni trasformazione (a chi dovrà invece esserne protagonista): far partecipare il più possibile la comunità al “cambiamento” iniziando quell’operazione di RAMMENDO DELLE PERIFERIE (termine usato da Renzo Piano, che dice che «le periferie sono la città del futuro, quella dove si concentra l’energia umana e quella che lasceremo in eredità ai nostri figli. C’è bisogno di una gigantesca opera di rammendo e ci vogliono delle idee. Un rammendo che coinvolge le periferie attraverso la rigenerazione urbana» (citiamo qui da un articolo di Ugo Leone, professore di Politica dell’Ambiente, articolo di seguito riportato in questo post).
Vi proponiamo degli spunti, delle riflessioni, ripromettendoci di trattare l’argomento per ciascuno dei possibili punti specifici che possono essere progetti di rigenerazione delle periferie (ed eventualmente il Vostro contributo sarà più che gradito alla trattazione del tema). (s.m.)

edifici storici abbandonati (Bologna)

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PERIFERIE, LA RIGENERAZIONE NECESSARIA

di Ugo Leone (già professore ordinario di Politica dell’Ambiente presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Napoli “Federico II”. Presidente del Parco nazionale del Vesuvio), da “la Repubblica” del 22/1/2019
(….) L’attenzione sulle periferie napoletane e della loro sostanziale invivibilità, può essere avviato a soluzione solo con la partecipazione. Della gente che le abita, innanzitutto, ma anche da chi può e deve dare una mano.
È quella che si definisce “URBANISTICA PARTECIPATA” della quale viene considerato il “padre” l’architetto belga LUCIEN KROLL, il quale nel progettare un “ECOQUARTIERE” parlava con gli abitanti, per capirne le necessità e realizzare modelli insediativi in cui fare vivere bene individui e comunità. Continua a leggere

CICLONI IN MOZAMBICO (e Zimbabwe e Malawi): le tragedie africane che non fanno notizia – L’AFRICA contribuisce in minima parte all’inquinamento globale ma è il Continente più minacciato dai cambiamenti climatici – Cosa fare per l’Africa? SOLIDARIETÀ, ma anche maggiore ATTENZIONE a ciò che accade

Nella notte tra il 14 e il 15 marzo, il CICLONE tropicale IDAI si è abbattuto su BEIRA, capoluogo della Provincia di SOFALA, in MOZAMBICO. Sono oltre un milione e mezzo le persone colpite e un numero imprecisato le vittime. Dall’Oceano indiano l’uragano si è abbattuto sulla città portuale, la seconda del paese, con una forza inaudita. I venti hanno raggiunto la velocità di 315 chilometri orari, una intensità paragonabile a quella dell’uragano Irma che colpì la Florida nel 2017, uno dei più violenti degli ultimi anni

   Nel marzo di quest’anno (2019) un ciclone (denominato dai meteoreologhi “IDAI”) ha colpito violentemente le coste centrali del MOZAMBICO, per poi spostarsi in ZIMBABWE e in MALAWI. Nella notte tra il 14 e il 15 marzo, dall’Oceano indiano l’uragano si è abbattuto sulla città portuale di BEIRA, la seconda del paese, con una forza inaudita. I venti hanno raggiunto la velocità di 315 chilometri orari, una intensità paragonabile a quella dell’uragano Irma che colpì la Florida nel 2017, uno dei più violenti degli ultimi anni.

IL CASO DEL MOZAMBICO riapre una domanda chiave dell’emergenza climatica: STANNO AUMENTANDO DI NUMERO E INTENSITÀ LE TEMPESTE sul nostro pianeta? Che impatto possono avere sulla sicurezza di una nazione? È un’ulteriore ragione per dichiarare l’emergenza climatica? da LINKIESTA, 3/5/2019, https://www.linkiesta.it/)

   Più di mille i morti, 344 in Zimbabwe, 602 in Mozambico e almeno 59 in Malawi. Secondo l’Onu almeno 3 milioni di persone (tra cui un milione di bambini) soffrono per le conseguenze del ciclone. E, tra le conseguenze, il diffondersi del colera (circa 6 mila casi) tra i sopravvissuti, soprattutto in Mozambico.

Ciclone Idai in Mozambico: c’è bisogno di aiuto

   E a solo un mese di distanza dal ciclone tropicale Idai, il Mozambico è stato colpito da un altro ciclone (denominato KENNETH), nella parte più a nord del Paese, nell’ARCIPELAGO delle ISOLE QUIRIMBAS, uragano di minore entità rispetto a Idai, però il più forte mai registrato in quella regione a nord, classificato forza 4 su una scala che arriva a un massimo di 5. Forti venti con picchi fino a 180 Km/h e incessanti piogge di circa 300-500 mm (oltre 8 volte la media di stagione) hanno distrutto interi villaggi dell’Arcipelago. Ancora morti: una quarantina, molto meno rispetto a Idai, ma le popolazioni delle isole dell’Arcipelago sono rimaste pressoché quasi tutte senza casa. Pertanto due cicloni in Mozambico a un mese l’uno dall’altro.

mappa Mozambico

   La situazione sociale in Mozambico è allo stremo: e quella che è oggi una emergenza alimentare potrebbe trasformarsi in una carestia di lunga durata. È andata completamente distrutta tutta la produzione agricola di quest’anno, già messa a dura prova dalle piogge che hanno flagellato il Paese all’inizio di marzo, prima del ciclone Idai. E poi c’è lo spettro di malattie infettive: colera, alterazioni intestinali e respiratorie, malaria.

MEDICI CON L’AFRICA – CUAMM (Padova) in Mozambico – EMERGENZA CICLONE IN MOZAMBICO COSA PUOI FARE TU – Fornire acqua potabile, riparo alle popolazioni sfollate, assistenza sanitaria. Queste le attività salvavita considerate prioritarie per far fronte all’emergenza. – https://www.mediciconlafrica.org/blog/la-nostra-voce/news/cosapuoifare?utm_source=phplist957&utm_medium=email&utm_content=HTML&utm_campaign=La+fantasia+moltiplica+l%27aiuto%3A+perch%C3%A9+sia+davvero+5+CON+1000

   Un paese ora in ginocchio, il Mozambico, già poverissimo, e ora pure con miliardi di dollari di danni da sanare. Eventi atmosferici dirompenti mai verificatisi. Da tutto questo nasce la domanda di quale sarà il futuro (atmosferico, ambientale, di vita…) di questa aree dell’Africa (del Pianeta).

  E vi è quasi purtroppo certezza che l’emergenza climatica sarà cosa da farci i conti molto spesso. Stanno aumentando di numero e intensità le tempeste sul nostro pianeta. E che impatto possono avere sulla sicurezza di una nazione? È un’ulteriore ragione per dichiararla, l’emergenza climatica?
Il paradosso è CHE L’AFRICA CONTRIBUISCE IN MINIMA PARTE ALL’INQUINAMENTO GLOBALE ma è IL CONTINENTE PIÙ MINACCIATO dagli effetti dei cambiamenti climatici. Condizioni climatiche avverse hanno portato a un calo della produzione agricola e all’aumento vertiginoso dei prezzi alimentari. Sull’agricoltura incide non poco il cambiamento climatico: precipitazioni ridotte e aumento delle temperature influenzano negativamente le rese delle colture alimentari. Inoltre siccità, stress da calore e inondazioni provocano una riduzione del raccolto e nella produttività del bestiame. Questo accade in particolare e ancor di più sulla fascia subsahariana.

Mozambico, carta da Treccani Enciclopedia

   Questa penuria ha scatenato migrazione transfrontaliera e conflitti intra-regionali, provocando instabilità politica in vari stati. In generale, l’insicurezza alimentare ha peggiorato le già difficili situazioni dei Paesi colpiti da conflitti. E gli agglomerati urbani africani risultano essere i più vulnerabili: aree molto densamente popolate stanno già vivendo grandi difficoltà nella fornitura di acqua potabile.

CICLONE IDAI da foto NASA – “(…) Secondo il GEOFISICAL FLUID DYNAMICS LABORATORY dell’Agenzia Americana NOAA ci sono una serie di elementi da considerare, che sono critici per la sicurezza globale, legati alle TEMPESTE.
I tassi di precipitazioni dei cicloni tropicali probabilmente AUMENTERANNO IN FUTURO A CAUSA DEL RISCALDAMENTO ANTROPOGENICO E DEL CONSEGUENTE AUMENTO DEL CONTENUTO DI UMIDITÀ ATMOSFERICA. L’intensità dei cicloni tropicali aumenterà dall’1 al 10% se la temperatura salirà di 2°. Questo implicherebbe un maggiore potenziale distruttivo per tempesta. Infine L’INNALZAMENTO DEI MARI RENDERÀ PIÙ IMPATTANTI I COSIDDETTI STORM SURGE, ovvero il temporaneo innalzamento del mare dovuto ai forti venti e alla bassa pressione della tempesta. (da LINKIESTA, 3/5/2019, (https://www.linkiesta.it/ )

   Proprio nelle stesse ore della tragedia del ciclone Indai in Mozambico, l’assemblea mondiale delle Nazioni Unite sui cambiamenti ambientali (riunita a Nairobi), lanciava l’ennesimo grido di allarme: TUTTI I GOVERNI DEVONO PRENDERE DECISIONI CONCRETE per fermare il degrado ambientale ed in tempi brevissimi.

MOZAMBICO – I sopravvissuti dal ciclone Idai vivono ancora nei campi di raccolta (da http://www.vaticannews.va/)

Perdere la sfida del cambiamento climatico potrebbe essere un disastro per l’Africa. Il Continente pagherebbe infatti il prezzo più alto di tutto il Pianeta, pur (lo ribadiamo) contribuendo pochissimo all’inquinamento globale. (s.m.)

«LA FAME IN AFRICA CONTINUA A CRESCERE, DOPO MOLTI ANNI DI DECLINO, minacciando gli sforzi del continente di sradicarla e raggiungere gli Obiettivi di Malabo 2025 e l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, in particolare il secondo OBIETTIVO DI SVILUPPO SOSTENIBILE (Sdg2)». E’ la terribile realtà che emerge dal RAPPORTO “Africa Regional Overview of Food Security and Nutrition. Addressing the threat from climate variability and extremes for food security and nutrition”, pubblicato da Fao e United Nations economic commission for Africa (Eca)( http://www.fao.org/3/CA2710EN/ca2710en.pdf ). Nell’Africa sub-sahariana 237 milioni di persone soffrono di denutrizione cronica, annullando così tutti i passi avanti fatti negli ultimi anni.(…)( 14 Febbraio 2019] da http://www.greenreport.it/news/)

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DUE TERZI DELLE CITTÀ AFRICANE DA QUI AL 2035 POTREBBERO ESSERE MINACCIATE DAGLI EFFETTI DEI CAMBIAMENTI CLIMATICI. A sostenerlo, come riportato dall’INFOAFRICA (https://www.infoafrica.it/) è uno studio pubblicato nel novembre 2018 dalla società di consulenza britannica Verisk Maplecroft, secondo il quale IL RISCHIO È RITENUTO ELEVATO e L’AFRICA È IL CONTINENTE PIÙ MINACCIATO dagli effetti dei cambiamenti climatici globali. (da https://www.africarivista.it/)

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CRISI AMBIENTALE E MIGRAZIONI FORZATE: NUOVI ESODI AL TEMPO DEI CAMBIAMENTI CLIMATICI (2018) – la seconda edizione (pubblicata nel dicembre 2018) del REPORT CURATO DA SALVATORE ALTIERO E MARIA MARANO per le ASSOCIAZIONI A SUD e CENTRO DI DOCUMENTAZIONE SUI CONFLITTI AMBIENTALI – “(…) Secondo i dati del Global Report on Internal Displacement 2018 dell’Internal Displacement Monitoring Centre, nelle seguenti aree geografiche, il numero di persone in fuga dalle conseguenze di disastri naturali supera quello di chi fugge da guerre e conflitti: Asia orientale e Pacifico (8,6 milioni contro 705.000), Asia meridionale (2,8 milioni contro 634.000), America (4,5 milioni contro 457.000), Europa e Asia centrale (66.000 contro 21.000). Nell’Africa subsahariana abbiamo 5,5 milioni di migranti interni dovuti ai conflitti armati ma comunque 2,6 milioni di persone sono costrette a spostarsi a causa dei disastri naturali.(…)” (di Salvatore Altiero, da http://www.atlanteguerre.it/ ). LINK DELLA PUBBLICAZIONE “CRISI AMBIENTALE E MIGRAZIONI FORZATE: NUOVI ESODI AL TEMPO DEI CAMBIAMENTI CLIMATICI (2018)”: http://asud.net/wp-content/uploads/2019/01/crisi-ambientale-e-migrazioni-forzate-2018-WEB.pdf

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CLIMATE CHANGE
CICLONE IN MOZAMBICO, L’EMERGENZA CLIMATICA FA STRAGE ANCORA UNA VOLTA
da LINKIESTA, 3/5/2019, (https://www.linkiesta.it/ )
– A un mese di distanza da Idai, il Mozambico è stato colpito dal ciclone Kenneth, il più forte mai registrato nella regione. Tassi di precipitazioni e intensità dei cicloni tropicali aumenteranno in futuro, a causa del riscaldamento antropogenico. È colpa nostra. –
«La tempesta è arrivata alle 14.30. Alle quattro il tetto della casa di fronte è volato via. Il vento ha continuato a soffiare fortissimo fino a mezzanotte. Quando siamo usciti di casa, la nostra è una delle poche in cemento, pensavamo di trovare morti ovunque». La voce di Tania Miorin (cooperante della ONG Oikos, raggiunta tramite whatsapp sull’isola di Ibo, arcipelago delle Quirimbas, Mozambico) è ancora scossa. «È il caos, ma fortunatamente sull’isola non ci sono stati morti. Al momento sono arrivati gli aiuti e la gente ha cominciato a raccogliere le macerie per rimettere in piedi una capanna, o costruire un tetto di fortuna con giunchi e palme».
Nella giornata di ieri sono stati distribuiti teloni per i rifugi temporanei e biscotti ad alto contenuto calorico come derrate di emergenza. La priorità è il trattamento dei pozzi comuni per evitare che si diffonda il colera».
Nella piccola fortezza portoghese sul mare hanno trovato rifugio oltre 100 persone. Sia l’ospedale che la scuola elementare hanno subito enormi danni e non possono più garantire nessun tipo di assistenza. A Matemo, l’isola adiacente, le scuole sono state interamente rase al suolo. Le piogge continuano incessanti mettendo a rischio la popolazione colpita.
A solo un mese di distanza dal ciclone tropicale Idai, il Mozambico è stato colpito dal ciclone Kenneth, il più forte mai registrato nella regione, classificato forza 4 su una scala che arriva a un massimo di 5. Forti venti con picchi fino a 180 Km/h e incessanti piogge di circa 300-500 mm – oltre 8 volte la media di stagione – hanno distrutto interi villaggi nell’Arcipelago.
Secondo dati del governo mozambicano il 95% della popolazione è rimasta senza casa. Al momento i morti nell’area sono 38, ma il numero potrebbe salire rapidamente. «Il suolo è saturo di pioggia e i fiumi sono già straripati, quindi l’emergenza probabilmente peggiorerà», ha dichiarato Michel Le Pechoux, vice rappresentante dell’UNICEF in Mozambico. «Stiamo facendo tutto il possibile per ottenere risorse umane e forniture sul campo per mantenere le persone al sicuro».
Il mese precedente IL CICLONE IDAI AVEVA COLPITO VIOLENTEMENTE LE COSTE CENTRALI DEL MOZAMBICO per poi spostarsi in Zimbabwe e in Malawi. Più di mille i morti, 344 in Zimbabwe, 602 in Mozambico e almeno 59 in Malawi, ma la cifra rimane ancora parziale. Al momento si registrano quasi 6 mila casi di colera tra i sopravvissuti, soprattutto in Mozambico. Un evento del genere non si era mai verificato, spiega il governo. Ed ora il paese è in ginocchio, con miliardi di dollari di danni da sanare.
Il caso del Mozambico riapre una domanda chiave dell’emergenza climatica: stanno aumentando di numero e intensità le tempeste sul nostro pianeta? Che impatto possono avere sulla sicurezza di una nazione? È un’ulteriore ragione per dichiarare l’emergenza climatica?
La scienza ha dati significativi sulle variazioni temporali di lunga data del numero ed intensità degli uragani e cicloni. I modelli proiettano Continua a leggere

IL CASO ROM nelle PERIFERIE di Roma: xenofobia, razzismo (prima gli italiani!), disagio sociale, paura di un “diverso” mai accettato, strumentalizzazione politica, o tutte questo assieme? – STRUMENTI possibili per la CONVIVENZA pacifica (tra diversi) – L’IDENTITÀ GEOGRAFICA NUOVA dei quartieri, ora “internazionali”

Dal 5 all’8 maggio scorso ci sono state violente PROTESTE nella zona di CASAL BRUCIATO, un quartiere della periferia est di Roma, CONTRO L’ASSEGNAZIONE DI UN ALLOGGIO POPOLARE A UNA FAMIGLIA DI ETNIA ROM. La famiglia Omerovic – composta da un uomo bosniaco di 40 anni, da sua moglie e dai 12 figli, tutti nati in Italia – è arrivata nell’abitazione il 6 maggio ed è stata accolta da un gruppo di circa trenta persone, tra cui alcuni militanti del partito neofascista CasaPound, che hanno manifestato contro il loro arrivo anche con violenza. La famiglia ha preso possesso dell’appartamento secondo quanto previsto da leggi, regolamenti e graduatorie, ma le proteste non si sono fermate e il 7 maggio CasaPound – che dal 2003 ha occupato una palazzina romana in cui ha portato la sua sede e in cui vivono dirigenti, attivisti e simpatizzanti del partito – ha organizzato un sit-in invitando i cittadini a manifestare contro i rom. (…) Le manifestazioni di protesta sono continuate anche mercoledì 8 maggio quando LA SINDACA DI ROMA VIRGINIA RAGGI, che ha fatto VISITA ALLA FAMIGLIA PER ESPRIMERE LA PROPRIA SOLIDARIETÀ, è stata accolta da insulti e fischi. (foto da http://www.ilpost.it del 8/5/2019)

   Che fare nelle città, e in ogni luogo per evitare marginalità, persone che vivono in condizioni difficili (in baracche, bidonville, tende, sotto i ponti, all’addiaccio…)? Oppure come evitare “stati di disagio” in condomini popolari, specie nelle PERIFERIE (nei centri storici ci vivono molto meno immigrati e rom), periferie dove si creano tensioni a volte immotivate e un po’ xenofobe, a volte con qualche motivazione seria (comprensibile), data da “stili di vita” diversi?

La famiglia scortata all’ingresso nel palazzo (da http://www.roma.corriere.it/) – 6 maggio 2019: I caschi azzurri dei poliziotti spiccano nella folla di manifestanti che si accalca davanti al portoncino del palazzo popolare di via Sebastiano Satta 20, a CASAL BRUCIATO. Gli agenti cercano di proteggere l’ingresso nell’androne di SENADA e della figlia. Poco prima avevano fatto lo stesso con il capo famiglia IMER e un altro dei 12 figli della coppia rom. Dal caos si alza un grido contro la minorenne: «Ti stupro!». Non è la prima offesa grave ai nomadi del campo della BARBUTA, legittimi assegnatari di un alloggio popolare (da https://roma.corriere.it/ )

   Gli episodi “romani”, che qui descriviamo, nei confronti dei Rom, danno l’impressione di essere, a priori, non solo xenofobi (ma cercheremo anche le possibili ragioni dei residenti) ma anche strumentalizzati da forze dichiaratamente contrarie a ogni possibile integrazione fra persone.
Negli scorsi giorni, in particolare dal 6 maggio per 3-4 giorni, ci sono state proteste violente a Roma nella zona di CASAL BRUCIATO, un quartiere della periferia est della capitale, contro l’assegnazione di un alloggio popolare a una famiglia di etnia rom. Proteste di parte dei residenti, supportati da militanti neofascisti dell’Associazione CasaPound, mentre la famiglia Rom (marito, moglie e 12 figli) prendeva (a fatica, tra la folla inferocita) regolare possesso di una casa popolare a loro assegnata.

La famiglia rom assediata a Casal Bruciato, Roma (Ansa, da http://www.quotidiano.net/)

   Nel caos violento è pure intervenuta, in solidarietà della famiglia, la sindaca di Roma, Virginia Raggi: è andata (coraggiosamente) a trovare la famiglia Rom, nell’appartamento barricato e difeso dalla polizia, ribadendo, la sindaca, l’affermazione della legalità e una netta cesura politica (dell’amministrazione comunale) con i violenti che stavano protestando oltre ogni misura. La famiglia Omerovic (così è il cognome di questa famiglia assegnataria dell’alloggio), è arrivata a Casal Bruciato da un campo Rom (La Barbuta, al confine tra Roma e Ciampino), che il Comune sta smantellando, in virtù del piano approvato dalla giunta Raggi che prevede il superamento di tutti i campi nomadi di Roma entro il 31 dicembre del 2020.

Ecco dove vivono i circa seimila nomadi stanziati sul territorio capitolino, tra villaggi autorizzati e campi ‘tollerati’ (MAPPA DA http://www.roma.repubblica.it/, del 5/4/2019)

   Questo episodio di violenta protesta a Roma, a Casal Bruciato, si aggiunge ad altri episodi di analoga tensione (il 2 aprile a Torre Maura, ancora nella periferia romana, ma anche in un’altra zona periferica, Via Fachinetti), sempre per l’arrivo di famiglie di etnia rom.

“(…) L’ultimo report dell’ASSOCIAZIONE 21 LUGLIO conta 127 baraccopoli formali, cioè riconosciute dallo stato italiano. Ma c’è ancora molta confusione quando si parla di rom. (…..).Quando si parla di rom, sui giornali o nei discorsi, spesso si dà per scontato che si tratti di un blocco sociale omogeneo e riassumibile in una serie di luoghi comuni; eppure, nella realtà, quelli che chiamiamo rom fanno parte di popoli con storie, tradizioni e culture anche lontanissime fra loro. L’Associazione 21 luglio ha trovato 22 COMUNITÀ PRINCIPALI DISLOCATE SUL SUOLO ITALIANO: i ROM DI IMMIGRAZIONE PIÙ ANTICA (a loro volta divisi in abruzzesi, celentani, basalisk, pugliesi e calabresi); i SINTI, che si dividono in 9 gruppi su basi territoriali e linguistiche; i ROM BALCANICI che sono venuti in Italia più recentemente; i ROM BULGARI; i ROM RUMENI e infine i CAMINANTI, originari di Noto.(…)” (Giulia Giacobini, da WIRED.IT del 8/4/2019 https://www.wired.it/attualita/politica/) (foto da: da http://www.magazine3d.it.rom.no.un.esempio.integrazione-interculturale-napoli/)

   L’idea di smantellare campi, baraccopoli, dove le condizioni di vita sono (igienicamente, ma da tutti i punti di vista) fuori da ogni vivere civile, questa idea è buona, interessante, da condividere. Accompagnato, il progetto dell’amministrazione comunale, dal voler integrare queste famiglie ex nomadi (di origine Rom, ma come spieghiamo qui, il termine e la specificazione dell’etnia, è più complesso e variegato). Quest’idea di superare i campi nomadi, e distribuire la popolazione, le famiglie, in contesti abitativi “normali”, in mezzo ad altre famiglie “non rom”, sembra essere l’unica cosa possibile e civile.

MIGRAZIONE ITALIA – INSEDIAMENTI INFORMALI, MARGINALITÀ SOCIALE, OSTACOLI ALL’ACCESSO ALLE CURE E AI BENI ESSENZIALI PER MIGRANTI E RIFUGIATI. – Bloccati alle frontiere, negli spazi aperti e negli edifici occupati delle città, nei ghetti delle aree rurali, SENZA ACCESSO AI BENI ESSENZIALI e alle cure mediche di base, spesso costretti a condizioni di vita durissime. Vivono così MIGLIAIA DI RICHIEDENTI ASILO E RIFUGIATI, che pur essendo regolarmente presenti sul territorio italiano, si trovano al di fuori di un sistema di accoglienza ancora ampiamente inadeguato. Lo denuncia la SECONDA EDIZIONE DEL RAPPORTO “FUORI CAMPO” DI “MEDICI SENZA FRONTIERE”, frutto di un lavoro di monitoraggio compiuto nel 2016-2017 in circa 50 INSEDIAMENTI INFORMALI, per un totale di 10.000 PERSONE, in prevalenza richiedenti asilo o titolari di protezione internazionale o umanitaria. Rispetto al quadro delineato nella prima edizione del rapporto riferita al 2015, I RECENTI SGOMBERI FORZATI SENZA SOLUZIONI ABITATIVE ALTERNATIVE STANNO DETERMINANDO LA FRAMMENTAZIONE DEGLI INSEDIAMENTI INFORMALI e la costituzione di PICCOLI GRUPPI DI PERSONE CHE VIVONO IN LUOGHI SEMPRE PIÙ MARGINALI e che NON RIESCONO AD ACCEDERE non solo ai servizi socio-sanitari territoriali, ma ANCHE AI BENI PIÙ ELEMENTARI COME L’ACQUA, IL CIBO, L’ELETTRICITÀ. Leggi il rapporto: https://www.medicisenzafrontiere.it/wp-content/uploads/2018/06/Fuoricampo2018.pdf

   E’ anche vero che lo stato di disagio e protesta accade sempre e solamente nelle PERIFERIE delle città: là dove i problemi di convivenza a volte assumono caratteri di difficoltà anche tra persone “tutte italiane”, e l’arrivo di immigrati (o ex nomadi) aumenta e accresce le tensioni. Queste tensioni sono spesso reali, ma a volte anche frutto di pregiudizio e nessuna disponibilità ad approcciarsi positivamente al “diverso”.

BOLZANO (foto da http://www.medicisenzafrontiere.it/) – A Bolzano un numero crescente di migranti che cerca di attraversare le frontiere del Brennero è costretto a dormire e vivere in strada sotto i ponti e sulle rive del fiume.

   Se all’appartamento di sopra al nostro succede che a tarda notte ci son rumori perché stanno facendo una festa, se sono italiani o si tollera se sono amici nostri, o ci si arrabbia un po’, ma magari finisce al peggio in una LITE. Se sono stranieri o rom, è segno che sono incivili, fuori dalle regole, totalmente diversi da noi: diventa uno SCONTRO ETNICO. Quel che è accaduto e sta accadendo nelle periferie romane, è che lo scontro etnico è preventivo, a ogni possibile episodio che possa (o non possa) accadere.

Baraccopoli migranti: ben 4 in provincia di Foggia (16/2/2019, foto da http://www.immadiato.net/) – Nel secondo RAPPORTO “FUORI CAMPO”, presentato nel febbraio 2018 dall’organizzazione “MEDICI SENZA FRONTIERE”, è riportato l’elenco degli insediamenti informali abitati da migranti rifugiati in senso ampio, mappati dall’organizzazione in Italia. Diverse le tipologie considerate: INSEDIAMENTO ALL’APERTO (28%), EDIFICI (53%), CONTAINER (2%), TENDE (9%), BARACCHE (4%), CASOLARI (4%).

    Modi e sistemi di integrazione (di dialogo, di cose in comune da fare, di parlarsi e spiegare pacificamente anche “errori” che il vicino di casa non deve fare….di invitare i bambini al compleanno dei propri… e qualsiasi altra cosa conviviale…) tutto questo allenterebbe le tensioni, e permetterebbe un cammino di convivenza insieme; utile a tutti.

campo Rom (foto da “il Fatto Quotidiano”)

   Tecniche e modi per “parlarsi” e risolvere possibili diatribe sono testimonianza di tanti posti dove le cose vanno bene (cerchiamo di parlarne in alcuni articoli che ci sono in questo post). Va in ogni caso visto con preoccupazione sociale quel che sta accadendo, delle RIVOLTE DELLE PERIFERIE contro singoli membri di etnie diverse, che non stanno facendo nulla di male, ma “preventivamente” vengono rifiutati.

La Toscana (nella foto Rossi, presdente della regione, e alcuni Sinti), nel 2018 ha stanziato 1,5 milioni di euro per superare i campi Rom (foto da il fatto Quotidino)

   La “rivolta delle periferie” è ora termine abusato, ma si usa dire così adesso (non solo in Italia, ma anche forse di più in altri Paesi: pensiamo ai cosiddetti gilet gialli in Francia…), questa “rivolta” non è solo sintomo e reazione della crisi economica (come qualcuno dice), delle difficoltà di vivere in periferia; è a nostro avviso anche un “segno dei tempi”, di una mancanza di progetto sociale, di “infelicità urbana e personale”, che permea il nostro tempo.

Genocidio Rom e Sinti (foto da MICROMEGA) – IL PORAJMOS, LO STERMINIO NAZISTA DI ROM E SINTI – Soltanto nel corso degli ultimi decenni la persecuzione e lo sterminio nazi-fascisti della popolazione romaní (ROM, SINTI e CAMINANTI) sono divenuti oggetto di studi e di commemorazioni in occasione del GIORNO DELLA MEMORIA (27 GENNAIO). D’altronde, basta dire che nel corso dello stesso PROCESSO DI NORIMBERGA ai superstiti del PORAJMOS (traducibile dalla lingua romaní come “grande divoramento” o “devastazione”) fu rifiutata la costituzione quale parte civile. Eppure a esserne vittime furono centinaia di migliaia di loro. Alcuni/e studiosi/e (…) sostengono si tratti di un numero che si aggirerebbe tra le 500mila e il milione e mezzo di martiri (…). Quanto all’Italia fascista, già nel 1926 il ministero dell’Interno emanò una circolare volta a “epurare” il territorio nazionale dalla presenza di una minoranza considerata pericolosa “per la sicurezza e l’igiene pubblica” nonché per lo stile di vita: degli “eterni randagi privi di senso morale”, come li avrebbe definiti Guido Landra, tra i più noti firmatari del MANIFESTO DELLA RAZZA. (ANNAMARIA RIVERA, DA MICROMEGA)

   Nella geografia dei luoghi e del loro attuale smembramento, mancanza di connotazione e omogeneità, serve ritrovare un’identità culturale, geografica, di comunità, fatta di scoperta di tante identità, che sia esempio del carattere “internazionale” (non ci piace la parola “globalizzazione”, preferiamo “internazionale”) che ciascun borgo, quartiere, centro… ha inesorabilmente ormai assunto in ogni dove (e dobbiamo farcene una ragione positiva, e creare per ciascuno, al di dentro del borgo, un progetto di convivialità e felicità) (s.m.)

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La sindaca di Roma Virginia Raggi va all’incontro con la famiglia di nomadi assegnataria della casa popolare a Casal Bruciato, alla periferia di Roma, 8 maggio 2019.
ANSA/ MASSIMO PERCOSSI

COSA È SUCCESSO A CASAL BRUCIATO, ROMA

da http://www.ilpost.it del 8/5/2019
– I militanti di Casapound hanno contestato con violenza l’assegnazione di una casa popolare a una famiglia di etnia rom, che mercoledì 8/5 ha ricevuto la visita della sindaca Virginia Raggi –
Dal 5 all’8 maggio scorso ci sono state violente proteste nella zona di CASAL BRUCIATO, un quartiere della periferia est di Roma, contro l’assegnazione di un alloggio popolare a una famiglia di etnia rom. La famiglia Omerovic – composta da un uomo bosniaco di 40 anni, da sua moglie e dai 12 figli, tutti nati in Italia – è arrivata nell’abitazione il 6 maggio ed è stata accolta da un gruppo di circa trenta persone, tra cui alcuni militanti del partito neofascista CasaPound, che hanno manifestato contro il loro arrivo anche con violenza.
La famiglia ha preso possesso dell’appartamento secondo quanto previsto da leggi, regolamenti e graduatorie, ma le proteste non si sono fermate e il 7 maggio CasaPound – che dal 2003 ha occupato una palazzina romana in cui ha portato la sua sede e in cui vivono dirigenti, attivisti e simpatizzanti del partito – ha organizzato un sit-in invitando i cittadini a manifestare contro i rom.
La manifestazione è stata piuttosto agitata, ci sono stati spintoni e solo una numerosa presenza di poliziotti ha permesso alla famiglia di raggiungere la propria abitazione. Inoltre, sono state urlate diverse minacce nei confronti della famiglia rom: nel tumulto qualcuno ha anche gridato “vi impicchiamo”, e un ragazzo ha detto “troia, ti stupro” alla madre Omerovic che cercava di entrare in casa scortata dalla polizia.
Le manifestazioni di protesta sono continuate anche mercoledì 8 maggio quando la sindaca di Roma Virginia Raggi, che ha fatto visita alla famiglia per esprimere la propria solidarietà, è stata accolta da insulti e fischi.
Al termine della sua visita Raggi ha detto che la famiglia ha legittimamente diritto di ricevere l’alloggio, aggiungendo che «chi insulta i bambini e minaccia di stuprare le donne forse dovrebbe farsi un esame di coscienza, perché non è questa una società in cui si può continuare a vivere». Insieme alla sindaca c’era anche Gianpiero Palmieri, vescovo ausiliario di Roma est, secondo cui al momento in casa sono rimasti solo i due genitori con la figlia più piccola, mentre gli altri 11 figli sono tornati al campo La Barbuta per paura delle violenze dei manifestanti. (….)
La famiglia Omerovic è arrivata a Casal Bruciato dal campo La Barbuta, al confine tra Roma e Ciampino, in virtù del piano approvato dalla giunta Raggi che prevede il superamento dei campi nomadi di Roma entro il 31 dicembre del 2020. I manifestanti sostengono che i rom abbiano avuto un percorso di assegnazione facilitato, e chiedono che le case popolari vengano assegnate prima ai cittadini italiani. (…..)
Gli episodi di questi giorni a Casal Bruciato si aggiungono a quelli del 2 aprile a TORRE MAURA, sempre nella periferia di Roma, quando ci sono state violente proteste sostenute dall’estrema destra contro l’arrivo di alcune famiglie di etnia rom in una struttura di accoglienza. Pochi giorni dopo, proprio a Casal Bruciato, alcuni residenti in VIA FACCHINETTI 90 avevano protestato contro l’assegnazione di un alloggio popolare a una famiglia rom. In quel caso, alla fine, la famiglia rom decise di lasciare la casa.

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La famiglia rom assediata a Casal Bruciato, Roma  (foto da IL MANIFESTO)

IN FAVORE della SINDACA a CASAL BRUCIATO
LA SINDACA RAGGI A CASAL BRUCIATO ROMPE L’ASSEDIO RAZZISTA CONTRO LA FAMIGLIA ROM
di Giuliano Santoro, da “IL MANIFESTO” del 9/5/2019
La casa brucia. «Rimangono lì, è loro diritto». La sindaca di Roma tiene il punto della legalità ma viene contestata dalla folla aizzata dai fascisti di CasaPound. Nessun sostegno dal capo politico del Movimento 5 Stelle, Luigi Di Maio. Insieme alla prima cittadina, il direttore della Caritas e il vescovo ausiliario
L’immagine di Virginia Raggi, della sua scorta che rompe l’assedio stretto attorno al palazzo di via Sebastiano Satta nel quartiere romano di Casal Bruciato, è quella di una giornata di tensione fatta a cerchi concentrici. Al centro ci sono loro, Senada Sejdovic e suo marito Imer coi loro bambini ancora asserragliati dentro casa. Progettavano una festa per presentarsi ai nuovi vicini. Dalle finestre del secondo piano vedono accendersi conflitti e scombinarsi equilibri politici.
Ad esempio dentro al Movimento 5 Stelle: la visita della sindaca con tanto di incoraggiamento alla resistenza pare non sia stata apprezzata dal «capo politico» Luigi Di Maio in persona, che avrebbe detto ai suoi che avrebbe preferito che Raggi si fosse occupata «prima dei romani». La formula rimanda al «prima gli italiani» di Matteo Salvini e delle destre estreme.
Manifestano sostegno a Raggi – che ha risposto a chi la contestava: «Restano lì perché ne hanno diritto» – il M5S di Roma, il presidente della commissione Antimafia Nicola Morra e il presidente della commissione Affari costituzionali Giuseppe Brescia. Fuori dal mondo grillino, le esprime solidarietà una buona fetta delle opposizioni, da Forza Italia con la capogruppo Anna Maria Bernini al Pd col segretario Nicola Zingaretti. Assieme a Raggi, in visita agli assediati di Casal Bruciato ci sono il direttore della Caritas don Benoni Ambarus e il vescovo ausiliario di Roma, don Gianpiero Palmieri. Portano l’invito di Papa Bergoglio: proprio oggi in Vaticano era previsto l’incontro tra il Papa e alcuni esponenti del popolo rom.
IL SECONDO CENTRO CONCENTRICO È IL QUARTIERE. Dentro una Roma sfilacciata e spesso abbandonata a se stessa CASAL BRUCIATO CERCA UNA SUA IDENTITÀ, sospesa tra le lotte del passato e le paure del presente. A sentire le narrazioni delle destre e le semplificazioni mediatiche, ci si immagina una periferia estrema e apocalittica. La realtà è come sempre più complessa. Se si guarda questo territorio venendo dal centro, passando dall’ipermoderna stazione Tiburtina che con l’alta velocità diventa lo snodo più importante della capitale, si ha l’impressione di trovarsi nel cuore vitale di una metropoli caotica ma in movimento.
Procedendo sulla via Tiburtina, però, l’asfalto si fa sempre più irregolare, quasi mangiato dalla crisi. Il sogno industriale della TIBURTINA VALLEY lascia il posto a capannoni trasformati in sale da gioco, un distretto dell’azzardo che costeggia i lavori mai finiti del raddoppio della strada, pensato vent’anni fa, quando ancora si immaginava un futuro commerciale per l’area.
A SINISTRA C’È PIETRALATA, la borgata narrata da Elsa Morante che ha cambiato faccia soltanto alla fine degli anni Settanta, quando il sindaco comunista Luigi Petroselli innalzò il manto stradale sottraendolo alle esondazioni dell’Aniene. Bisogna passare dall’altro lato della Tiburtina, in mezzo ai palazzi sobri del piano casa di Fanfani, per arrivare a Casal Bruciato.
Il terreno della sfida è la PIAZZA RICCARDO BALSAMO CRIVELLI, sulla quale affaccia L’APPARTAMENTO CONTESO. Ci sono le bandiere tricolori dei fascisti, che non sono più di cinquanta. Al di là dei blindati, ecco un altro cerchio concentrico, l’assedio che ieri ha contestato gli assedianti. Quando gli antirazzisti si contano capiscono che possono partire in corteo per le strade del quartiere, la polizia si sposta. Dal megafono quelli di Asia Usb ricordano a questo quartiere fatto di case popolari e composto da moltissimi reduci di occupazioni e assegnazioni strappate con la lotta che un diritto negato a qualcuno non rappresenta un diritto concesso a tutti. I fascisti di CasaPound, al contrario, portano qui al Tiburtino la parola d’ordine coniate nel corso di un altro assedio recente, quello di Torre Maura, che sostiene esattamente la natura escludente e vendicativa della loro vertenza: «Diritto alla casa, diritto al lavoro – recita lo slogan – Non ce l’abbiamo noi, non ce l’avranno loro».
A proposito di cori, i capi di CasaPound, qui rappresentata da Mauro Antonini, giurano che non hanno nulla a che vedere col manifestante che l’altroieri è stato sorpreso ad urlare: «Troia, ti stupro!» a Senada Sejdovic mentre entrava in casa sua con in braccio una bambina terrorizzata. Le foto però dimostrano che quel personaggio è comparso più volte dietro ai banchetti dell’organizzazione neofascista con tanto di coccarda. Sarebbero in corso indagini. Una delegazione della Cgil in mattinata ha incontrato il questore di Roma Carmine Esposito per lamentare la tolleranza verso le minacce e le intimidazioni dell’estrema destra. Quest’ultimo, racconta il segretario generale della Cgil di Roma e del Lazio Michele Azzola, avrebbe annunciato che tutti i partecipanti alla contestazione organizzata da CasaPound «sono stati deferiti all’autorità giudiziaria».
Alberto Campailla, della campagna solidale Nonna Roma, ha passato la notte assieme della famiglia rom. Dopo di lui ci saranno altri ospiti. «È un segnale per non lasciarli soli, almeno fin quando non finisce il clamore – racconta – Adesso grazie alla generosità di molti stiamo raccogliendo mobili e suppellettili per arredare l’appartamento». Un altro modo di rompere l’assedio. (Giuliano Santoro)

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LA CRITICA ALLA SINDACA RAGGI A CASAL BRUCIATO

IL MALESSERE DEI ROMANI NON ACCETTA PASSERELLE

di Mario Ajello, da “IL GAZZETTINO”, 9/5/2019

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