LA TRAGEDIA INFINITA di chi fugge da povertà (migranti economici) e/o guerra (rifugiati) – Il fenomeno in Europa si è attenuato, ma la percezione mediatica di “INVASIONE” non guarda la realtà – L’Africa implode demograficamente, e l’Europa non offre ad essa un volano di sviluppo nel mondo globale – CHE FARE?

L’unica donna sopravvissuta al naufragio libico, in cui sono morti una donna con il suo piccolo, ritrovati ormai privi di vita dall’ONG OPEN ARMS, si chiama JOSEPHA e viene dal CAMERUN. Il suo salvataggio è quasi un miracolo: è rimasta per due giorni in mare sostenendosi a galla grazie ad un pezzo di legno, prima che i volontari di OPEN ARMS la ritrovassero al largo della Libia. A raccontare la sua storia è ANNALISA CAMILLI, una giornalista di ‘INTERNAZIONALE’ che si trova a bordo della nave della ong spagnola. Secondo la ricostruzione, i resti del gommone sono stati individuati alle 7.30 del 17 luglio, a una distanza di 80 miglia dalle coste libiche. (17/7/2018, da http://www.fanpage.it/ )

   La percezione di invasione dall’Africa, che stiamo vivendo in questi mesi è, appunto, solo una percezione. I dati dicono che nei primi sei mesi del 2018 gli arrivi sulle coste europee sono diminuiti di cinque volte rispetto ai picchi del 2016 (dati Unhcr, l’Agenzia delle Nazioni Unite specializzata nella gestione dei rifugiati).

A soccorrere la profuga è stato JAVIER FIGUERA, un ragazzo spagnolo di 25 anni: “Quando le ho preso le spalle per girarla – ha detto commosso – ho sperato con tutto il mio cuore che fosse ancora viva. Dopo avermi preso il braccio non smetteva di toccarmi, di aggrapparsi a me”. (17/7/2018, da http://www.fanpage.it/ )

   Su tutto sembra di capire che il problema comunque esiste ed è serio. L’Africa sta implodendo demograficamente, e in ogni caso anche accorte politiche di ciascuno stato africano (anche con progetti di modernizzazione, come l’educazione e la scuola per le bambine, che ridurrà il disequilibrio tra i sessi, ma anche impedirà che dai 13 anni inizino ad avere figli), di sviluppo delle società africane… e dall’altra politiche europee che impediscano l’immigrazione (a volte in modo autoritario e disumano, come accadde adesso con i respingimenti, oppure con progetti di sviluppo in loco atti a “far rimanere” i potenziali migranti)…. ebbene anche con un contenimento demografico africano e la politica di chiusura dei confini europei, ci sarà sempre un grande disequilibrio tra un’Africa con una media di età della popolazione estremamente giovane, e dall’altra un’Europa “vecchia”. E il travaso sarà spontaneo sicuramente: giovani generazioni africane cercheranno di andare dove possono vivere meglio (come è accaduto con le migrazioni europee verso le Americhe nel passato).

16 LUGLIO 2018 – Dopo Francia, Malta e Germania anche Spagna e Portogallo hanno dato la loro disponibilità a prendere 50 dei 450 migranti salvati su un barcone nei pressi dell’ISOLA DI LINOSA. E mentre il premier GIUSEPPE CONTE plaude al risultato, il primo ministro della Repubblica Ceca, ANDREJ BABIS, attacca il governo, dicendo che questa è la «strada verso l’inferno» . Aggiunge che il suo Paese «non prenderà nessun migrante» e chiede di attenersi al «principio di volontarietà» per il quale ci si era accordati al Consiglio europeo, mantenendo rigida la posizione anti immigrazione, che condivide con Polonia, Slovacchia e Ungheria. «Non accogliamo nessuno. Gli elettori ungheresi si sono espressi chiaramente alle ultime elezioni: non vogliono vivere in un paese di immigrati» dice ISTVAN HOLLIK, portavoce del gruppo parlamentare di FIDESZ, il partito del premier VIKTOR ORBAN. Da LA STAMPA del 16/7/2018 (mappa Isole Pelagie_ LINOSA_da WIKIPEDIA)

   Pertanto è pur vero che si sta “contenendo” il flusso “sud-nord”, e la percezione di “invasione” è fomentata dai gruppi sovranisti (nazionalisti) che quasi dappertutto adesso monopolizzano il contesto politico europeo; ma il problema esiste (delle presenti e future immigrazioni), e se ben gestito può anche diventare un volano di nuovo sviluppo per la stessa Europa. Con un “ringiovanimento” della popolazione, opportunità di sopperire anche al nostro calo demografico, che è anche una difficoltà economica, culturale. Ma richiede appunto una accorta politica europea, il non rinchiudersi degli Stati in un perdente progetto nazionalista (con gli slogan di adesso di “prima l’Italia”, la Slovacchia, la Polonia, la Repubblica Ceca, l’Austria… eccetera…”).

“L’AFRICA, ma sarebbe più corretto parlare di AFRICHE, è un continente enorme con oltre un miliardo di persone, 54 Stati diversi per condizioni politiche, economiche, climatiche e sociali…” (Riccardo Barlaam e Giuseppe Chiellino, “Il Sole 24ore”, 15/7/2018)

   Alcune osservazioni però vengono in mente:
– la politica dei respingimenti verso la Libia, un paese che non da alcuna garanzia del rispetto dei diritti umani, non può andar bene: è chiudere gli occhi, non sentire le disumanità che lì accadono (poco o nulla fanno i quasi inesistenti interventi di autorità di garanzia esterni). In Libia è vero che c’è stato l’accordo tra il governo Gentiloni e quello di Fayez Al Sarraj, ma questo governo libico a tutt’oggi viene definito disumano dalle Nazioni Unite, che ha fatto dire all’Alto commissario Zeid Raad Al Hussein: «La sofferenza dei migranti detenuti nei campi in Libia è un oltraggio alla coscienza dell’umanità»;
– politiche di sviluppo e incentivazione “a restare” nei paesi africani di origine, l’Europa non le sta facendo per niente: perché, come qualcuno di tanto in tanto accenna, non pensare a un “piano Marshall” africano? ..che consideri comunque caratteristiche e rispetto delle popolazioni, dell’ambiente, delle risorse naturali, della storia e tradizioni, con valutazioni di impatto ambientale e sociale, del controllo dei finanziamenti, di opportunità di studio e formazione per i ragazzi africani, di cura della salute, di regole e diritti umani rispettati … Un piano di sviluppo pensato, autogenerato in loco, prodotto da quei movimenti africani più democratici e seri?

Nel 2017 gli sfollati sono stati 10 milioni, appena 172mila hanno raggiunto le nostre coste dal Mediterraneo secondo l’Unhcr – Rispetto ai picchi del 2015-2016 gli arrivi sono diminuiti di cinque volte, restano gravi problemi di gestione a cominciare dall’integrazione

   Una immigrazione regolare in Europa permetterebbe poi di ridare fiato a servizi pubblici ora in crisi (come scuole primarie che chiudono per mancanza di bambini), di attività (rurali, artigianali…) e luoghi (paesi) che si desertificano, di un rilancio dell’economia e, come dice il presidente dell’Inps, pure di avere le risorse per pagare le pensioni agli anziani italiani, con i contributi degli immigrati che lavorano…. Pertanto vi è la necessità di realizzare una vera integrazione che trasformi i migranti da scappati di casa in cittadini.
Questioni non da poco, da valutare bene; ma se non si ha il coraggio di cambiare, il decadimento della società europea è nei fatti.

I DANNATI DELLA TERRA DI ADESSO – “(…..) ALESSANDRO LEOGRANDE ne LA FRONTIERA (FELTRINELLI,) il libro che meglio ha raccontato questi nuovi dannati della terra, riferisce alla perfezione cosa significa tutto questo: «Alla base di ogni viaggio c’è un fondo oscuro, una zona d’ombra che raramente viene rivelata, neanche a se stessi. Un groviglio di pulsioni e ferite segrete che spesso rimangono tali. Ma capita altre volte che ci siano dei viaggiatori che ne hanno passate così tante da esserne saturi. Sono talmente appesantiti dalla violenza e dai traumi che hanno dovuto subire, nauseati dall’odore della morte che hanno avvicinato, da non voler far altro che parlarne»(…)”. (ANGELO FERRACUTI, “IL MANIFESTO”, 15/7/2018)

   Il pensiero geografico che qui noi vorremmo frequentare, approfondire, le conoscenze e la convivenza delle etnìe, un’individuazione dei luoghi e delle culture italiche che potranno essere rinvigorite dai “nuovi italiani”, “nuovi europei”…tutto questo la disciplina geografica, liberatasi dei suoi limiti e orpelli scolastici, nozionistici, folclorici… potrà diventare uno strumento serio ed importante di creazione di questo nuovo mondo basato sulla pace e sullo sviluppo, e rispetto di ciascuna persona. (s.m.)

“…L’Africa subsahariana rappresenta solo il 14% della popolazione mondiale ma quasi la metà dei nuovi rifugiati si registra dal Sahara in giù: 5,5 milioni di persone, 46,4% del totale mondiale. Nord Africa e Medio Oriente hanno avuto 4,5 milioni di rifugiati. A questi vanno aggiunti i migranti economici. In totale nel 2017 hanno lasciato la loro casa in Africa circa 10 milioni di persone. Ma dal «fronte Sud» di Italia, Spagna e Grecia sono transitate verso l’Europa 172.301 persone, con 3.139 tra morti e scomparsi stimati (morti che potrebbero essere evitati con un accordo politico con i Paesi nordafricani, e una semplice rete di radar come accadde anni fa con i gommoni provenienti dall’Albania). Su 10 milioni di profughi africani insomma 172mila prendono la via del mare….” (Riccardo Barlaam e Giuseppe Chiellino, “Il Sole 24ore”, 15/7/2018)

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LA PENOSA QUARANTENA DEI MIGRANTI

di Attilio Bolzoni, da “la Repubblica” del 16/7/2018
Urlano, twittano e postano, a volte minacciano, dichiarano, proclamano, solennemente promettono, discutono, litigano o fanno finta di litigare, si prendono le loro belle valanghe di like mentre quegli altri resistono ancora un po’.
Almeno per un altro giorno e sempre in mare. Vicino a MALTA o al largo delle PELAGIE, nel porto di TRAPANI o ancora in acque libiche. I primi hanno sempre la forza di gridare qualcosa o di irridere qualcuno, i secondi sono più morti che vivi e sprofondati in quell’altro mondo che è diventato per loro il MEDITERRANEO.
Fra le onde alte, il caldo torrido, le navi cariche che dondolano nel niente, una rotta che non si trova più. L’ultimo barcone è approdato nella rada di POZZALLO e soltanto dopo lunghe trattative il Viminale ha autorizzato lo sbarco di tutti i migranti: poche ore prima il via libera era stato dato solo a donne e bambini.
Roma ha accusato Malta, Malta ha chiuso i suoi porti, il nostro ministro dell’Interno aveva appena scritto «volere è potere, io non mollo» – commentando i due indagati dalla procura di Trapani – e poi è ritornato a gonfiare il petto e a rassicurare la sua claque: «Abbiamo già dato». Il ministro dei Trasporti Toninelli gli è andato dietro, secco: «Malta faccia subito il suo dovere».
DOVERE. Come cambia, come cambia il significato delle parole da una stagione all’altra, da un mese all’altro. Dovere.
Ditelo a quei quattrocento che sono stati a bordo di quel legno fradicio cos’è il “dovere”. Cos’è, in una giornata di mezza estate, per quest’Italia che sembra travolta da se stessa. Andate a spiegare a quelle madri e a quei padri che hanno guardato i loro figli sul peschereccio in un punto imprecisato del mare, cos’è “giusto” e cosa sono “i fatti” che – sempre Salvini – snocciola e rilancia («sono ministro da un mese e mezzo e sono sbarcate 3716 persone. Nello stesso periodo dell’anno scorso erano state 31.421»).

LA VIA DELL’INFERNO – “PRAGA «È una via per l’inferno». Non usa mezzi termini il premier ceco ANDREJ BABIŠ commentando sul suo profilo Twitter la lettera inviata dal premier italiano Giuseppe Conte che esortava ad accogliere una parte dei migranti e rifugiati arrivati a POZZALO. «Il nostro Paese non accetterà alcun rifugiato. Al Consiglio europeo siamo riusciti a far approvare il principio di volontarietà e ci atterremo a esso», ha continuato il premier ceco, nella cui visione il contributo volontario equivale, evidentemente, a contributo zero. (…)” (Jakub Hornacek, il Manifesto, 17/7/2018)

   Fatti e numeri, giusto e non giusto, fame e sete, dolore e terrore. E l’inferno cos’è? Quello che vivono su quel barcone che è arrivato a Pozzallo con il suo carico umano o quello che c’è stato e ci sarà in chissà quanti altri barconi sotto il sole cocente, o è quell’altro che immagina il premier della Repubblica Ceca, Andrej Babis, che dice di no al premier Giuseppe Conte, dice che non ne farà entrare uno solo nel suo Paese perché «questa è la strada per l’inferno»?
INFERNO, un’altra di quelle parole snervate, smontate pezzo per pezzo e poi rimontate a proprio uso e consumo.
L’inferno che ci sarà a Praga se Praga accetterà una piccola “quota” di quei migranti o l’inferno del popolo nero che ha lasciato l’Africa ma non sa quando e se mai arriverà in Europa.
Troppa la DISTANZA. Troppa la distanza fra le parole che pronunciano i nostri governanti e quelli di altre nazioni europee e le sofferenze di chi sta in queste settimane in mare, prigioniero in mare, murato in mare, condannato in mare. E chissà, mentre muoiono di crepacuore, se quegli uomini e quelle donne e magari pure quei bambini, scopriranno mai il significato di termini freddi e a noi familiari, “QUOTA”, “PATTI BILATERALI”, “ACCORDI”.
E chissà se qualcuno di loro – a bordo di qualche carcassa e in attesa di morire o di tornare fra i loro vecchi torturatori delle prigioni libiche – prima o poi riuscirà a capire cosa vuol dire «PRIMA GLI ITALIANI», la frase che ossessivamente ripete da sempre Matteo Salvini. Che esordisce nei suoi tweet e nei suoi post sempre con un’altra di quelle parole – «AMICI» – che nasconde dentro di sé qualcosa di indicibile in questa tragedia infinita. (Attilio Bolzoni)

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“…Il punto non è tanto «l’invasione» ma piuttosto UNA VERA INTEGRAZIONE CHE TRASFORMI I MIGRANTI, DA SCAPPATI DI CASA IN CITTADINI. Da fuggitivi a parte della società, energie vive per la comunità civile. Senza dimenticare i problemi. Che ci sono, dal contrasto al traffico di esseri umani alla ripartizione degli oneri dell’accoglienza. E andrebbero affrontati dalla politica in bancarotta etica – divisa – e non sui social. Per dirla con ROGERS WATERS, mente creativa dei PINK FLOYD, che in questo periodo apre i suoi concerti con una frase, sempre la stessa, che ricorda il titolo del libro di un giornalista italiano più conosciuto all’estero che da noi, VITTORIO ARRIGONI, ucciso dagli islamisti nel 2011: «RESTIAMO UMANI»…” (Riccardo Barlaam e Giuseppe Chiellino, “Il Sole 24ore”, 15/7/2018) (IMMAGINE da GREENREPORT: Il 11 luglio scorso più di 50 attivisti della rete #RESTIAMOUMANI si sono incatenati alla scalinata di ingresso del Ministero dei Trasporti, in Via Nomentana a Roma, «per protestare in modo pacifico e nonviolento contro le politiche dell’attuale governo che, con la connivenza dell’Ue, stanno causando l’aumento esponenziale del numero di persone che muoiono in mare nel tentativo di raggiungere le coste europee».

LA FUGA DA UN CONTINENTE

AFRICA: IN 10 MILIONI «SENZA TERRA», IL 2% PRENDE IL MARE
– In Europa solo il 2% degli africani in fuga –
di Riccardo Barlaam e Giuseppe Chiellino, da “Il Sole 24ore” del 15/7/2018
IL FRONTE SUD
NEL 2017 GLI SFOLLATI SONO STATI 10 MILIONI, APPENA 172MILA HANNO RAGGIUNTO LE NOSTRE COSTE DAL MEDITERRANEO, secondo l’Unhcr.
I NODI Continua a leggere

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VERIFICA COSTI-BENEFICI delle GRANDI OPERE al vaglio del nuovo Governo: TAV (Treno Alta Velocità Torino-Lione, ma anche Brescia-Verona…); MOSE a Venezia; Superstrada Pedemontana Veneta; … – Alcune sacrificate (Mose?), altre “sospese” (Tav Torino Lione?), altre che seppur inefficienti vanno avanti?

Uno tra i temi più rilevanti che il nuovo Governo dovrà affrontare in questi primi mesi, è quello delle GRANDI OPERE PUBBLICHE

   Uno tra i temi più rilevanti che il nuovo Governo dovrà affrontare in questi primi mesi, è quello delle GRANDI OPERE PUBBLICHE. La maggior parte riguardano infrastrutture per la mobilità (per le persone, per le merci). Ma ci sono anche grandi opere di salvaguardia ambientale, idraulica: come nel caso, nel Veneto, il risanamento dell’area di Marghera; e poi in particolare il MOSE (Modulo Sperimentale Elettromeccanico), il sistema di paratie mobili (dighe) che dovrebbe “salvare Venezia” nei casi di fenomeni di acqua alta eccezionale.

IL MINISTRO TONINELLI: «Nelle prossime settimane ESAMINEREMO TUTTI I PROGETTI DI OPERE PUBBLICHE in Italia. Il NOSTRO OBIETTIVO È ANALIZZARE COSTI E BENEFICI di ciascuna. QUELLE CHE SARANNO VALUTATE COME UTILI PER I CITTADINI SARANNO CONFERMATE, SULLE ALTRE VALUTEREMO COME PROCEDERE. Il tutto conti alla mano». Il ministro delle Infrastrutture DANILO TONINELLI, a Torino per inaugurare il Salone dell’auto, spiega la linea del governo Conte sulle grandi opere a cominciare dalla TAV TORINO-LIONE. E a chi gli chiede conto di come sarà l’atteggiamento della Lega, che ieri in Regione (Piemonte, ndr) ha votato un ordine del giorno a favore dell’opera con Pd e Forza Italia, risponde: «Nel contratto di governo c’è scritto che sulla Tav si procederà a una rivalutazione dell’opera e lo faremo insieme con la Lega. Stiamo costruendo una squadra, radunando le migliori energie: tra qualche settimana avremo le prime risposte». (da “la Stampa” del 6/6/2018)

C’è un impegno del nuovo Ministro alle Infrastrutture Danilo Toninelli, di fare una verifica a tutto campo di queste opere in progetto, ma anche di quelli nelle quali sono già in corso i lavori. Risaltano in particolare alcuni casi eclatanti, su cui l’analisi “costi-benefici” sarà politicamente “più strategica” di altre analisi.

LA TAV TORINO LIONE, DOPO 30 ANNI, HA ANCORA SENSO? NECESSITA RIPENSARE L’OPERA. Il CONTROSSERVATORIO VALSUSA nello scorso febbraio ha lanciato un appello al Governo e alle forze politiche per riaprire il confronto sull’opera. Tra i firmatari dell’appello figurano l’ex ministro ai Beni Culturali, Massimo Bray, don Luigi Ciotti e lo scrittore Christian Raimo. L’OSSERVATORIO SULLA TAV riconosce come il progetto della nuova linea Torino – Lione approvato da Francia e Italia sia basato su STIME SBAGLIATE e previsioni “smentite dai fatti”

Pensiamo in particolate alla linea ferroviaria ad alta velocità “Torino – Lione”. E anche al Mose di Venezia. Ma ci sono moltissime opere (ferroviarie e stradali) che costano tantissimo alla collettività, e che non si capisce se ne vale la pena: come l’Alta Velocità Ferroviaria tra Brescia e Verona, e, sempre in ambito ferroviario, la Galleria di Base del Brennero, il Tunnel Ferroviario del Frejus, le Linee ad “Alta Velocità – Alta Capacità” Milano-Genova (Terzo Valico dei Giovi), la Napoli-Bari, la Messina-Palermo…

SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA – (TABELLA da “il Corriere del Veneto del 12/3/2017: piano finanziario SPV -SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA – TABELLA (da “IL Corriere del Veneto” del 12/3/2017) – Il dato (A DESTRA) mostra che LA NUOVA SUPERSTRADA AVRÀ PREZZI AL CHILOMETRO NOTEVOLMENTE PIÙ CARI DELLE AUTOSTRADE GIÀ IN ESERCIZIO IN VENETO. – A SINISTRA, IL CONTRIBUTO PUBBLICO. Nell’anno della stipula della prima convenzione, il 2009, era previsto un contributo in conto capitale di 245 milioni, a carico dello Stato, su un’opera che all’epoca doveva costare all’incirca 1,6 miliardi. Con il ritocco del 2013 si aggiunse un nuovo contributo, sempre a carico dello Stato, di 370 milioni. Ora se ne somma un terzo, da 300 milioni, e stavolta paga la Regione. TOTALE CONTRIBUTO PUBBLICO FINALE: 914 MILIONI. Dunque se nel 2009 il pubblico copriva il 15% dei costi complessivi di costruzione, oggi siamo saliti fino al 40%. (MA E’ FINITO QUI IL CONTRIBUTO PUBBLICO???) – SOTTO A SINISTRA: il CANONE DI DISPONIBILITÀ, cioè «L’AFFITTO» che la Regione dovrà pagare al Consorzio di costruttori SIS dal 2020, anno annunciato per l’apertura al traffico, al 2059, ultimo anno della concessione: SI PARTE DA 153 MILIONI, POI SALIRÀ FINO A 400. In base al nuovo accordo, i pedaggi verranno versati in un conto e trattenuti da SIS per l’importo pari al canone concordato, ogni mese. Se l’incasso sarà superiore al canone, la Regione potrà chiedere di introitare il surplus; viceversa dovrà essere l’ente a pagare la differenza a beneficio di SIS.

   In Veneto è in fase di costruzione (è arrivata a circa il 30% di realizzazione, forse meno) la Superstrada Pedemontana Veneta (95 chilometri di tracciato e 60 di opere connesse di adduzione), e le polemiche per la sua effettiva funzionalità (con i costi di fatto “caricati” alle future generazioni per i 40 anni di concessione data dalla Regione alla ditta concessionaria) fanno discutere (sarà da vedere e da capire cosa dirà il “rapporto costi-benefici” del nuovo Ministro su un’opera che nasce, prima di essere finita, con moltissimi dubbi di utilità, e tecnologicamente pare già vecchia…

mappa della costruenda Superstrada Pedemontana Veneta

LE “GRANDI OPERE” COSTANO MOLTO: quasi sempre a danno delle manutenzioni ordinarie o straordinarie delle opere che già ci sono, e delle migliorìe possibili alle infrastrutture esistenti. I denari pubblici in gioco sono moltissimi: CIRCA 70 MILIARDI. Una cifra enorme se si pensa agli stretti vincoli di bilancio; e il tutto concentrato, appunto su “Grandi Interventi” visibili politicamente (quando si va ad inaugurarli), ma spesso che non risolvono i problemi di una più scorrevole, sicura, efficacie, mobilità delle persone (e delle merci).

GRANDI OPERE – I COSTI

Ai 70 miliardi di euro previsti, investiti, si sommano poi risorse assegnate direttamente (e annualmente) alle Ferrovie dello Stato e all’Anas (che peraltro ora sono inglobate: le Ferrovie hanno incorporato a sè l’Anas).

MARCO PONTI: “SOLO ANDATA” – Ed. Università Bocconi – MARCO PONTI, decano dell’ECONOMIA DEI TRASPORTI, in questo libro decide di spiazzare tutti. Si intitola “SOLO ANDATA”. Il contenuto? Una serie di dati che ha soprattutto un bersaglio: LA RETE FERROVIARIA ITALIANA. Per esempio, il fatto che in Italia abbiamo tracciati vecchi, ricostruiti su quelli ottocenteschi nel Dopoguerra. Per non parlare delle linee poco efficienti che rappresentano meno del 10% del traffico. In quali infrastrutture di trasporto è opportuno investire? L’evoluzione delle tecnologie suggerisce di evitare di spendere fiumi di denaro pubblico in grandi opere ferroviarie. Perché il futuro è della strada, spiega MARCO PONTI in questo suo ultimo libro. Le ferrovie sono il passato, sono meno ecologiche di quanto si pensi e sono costosissime. Un’analisi in cui escono a pezzi i politici ma anche gli accademici

   E il costo complessivo dei soli interventi ferroviari ammonta a quasi 26 miliardi di euro, da sommarsi ai 70 miliardi prima detti di investimenti (sia ferroviari dell’Alta Velocità che stradali).
E’ per questo che da tante parti è stata accolta positivamente la possibilità di una verifica seria e approfondita dei “COSTI-BENEFICI” di tutte le opere previste (anche quelle in corso di realizzazione). Perché non si può più prescindere dai risultati di analisi rigorose, trasparenti e comparative, né ignorare studi e valutazioni effettuate da esperti (possibilmente credibili e indipendenti), e con un confronto con tutte le parti interessate.

IL MOSE, SE REALIZZATO, SOLO DI MANUTENZIONE COSTERÀ 80 MILIONI ALL’ANNO e, inoltre, ci sarà un’intromissione impattante in Laguna: LA MANUTENZIONE delle paratoie – nonostante molte opposizioni – AVRÀ LUOGO ALL’ARSENALE, accanto ai monumentali bacini di carenaggio dell’800

   Ad esempio il MOSE. Solo di manutenzione costerà 80 milioni all’anno e, inoltre, ci sarà un’intromissione impattante in Laguna, a Venezia: la manutenzione delle paratoie del Mose – nonostante molte opposizioni – avrà luogo in ARSENALE, accanto ai monumentali bacini di carenaggio dell’800. Ci sarà una trasformazione della destinazione dell’Arsenale da cantieristica a industriale, per i secoli (?!) a venire (l’ultimo regalo avvelenato della disastrosa fin qui vicenda del Mose a Venezia).
Poi, tornando all’opera simbolo ferroviaria, il progetto della nuova LINEA TORINO-LIONE è basato su stime troppo vecchie e superate, con previsioni non più attendibili: la Commissione Europea aveva ampiamente sovrastimato il traffico merci. Tutto è cambiato negli ultimi 30 anni, rispetto all’idea progettuale pensata e ora in corso di possibile realizzazione: sul piano delle conoscenze dei danni ambientali, nella situazione economica, nelle politiche dei trasporti, nelle prospettive dello sviluppo… E i lavori per il tunnel di base non sono ancora iniziati (bene! ci si può fermare un momento).

TAV BRESCIA-VERONA

   In Veneto, oltre al MOSE c’è la questione della TAV Brescia Verona (e poi verso Padova), e della SPV, la Superstrada Pedemontana Veneta.
Bloccare i lavori della TAV BRESCIA-VERONA proprio adesso che i cantieri sono al via, sarà un po’ arduo. Però l’opera è veramente “difficile da realizzarsi”: in particolare l’attraversamento delle due città sono i punti più delicati del progetto. L’intera Brescia-Verona costerà quasi 3,4 miliardi di euro: 64 milioni al chilometro. La realizzazione della Torino-Milano ha dimostrato che l’utilità è assai scarsa rispetto alle risorse investite, e la continuazione di un progetto “alta velocità est-ovest” lascia molti dubbi sui benefici (rispetto ai costi: sociali, ambientali, finanziari…).

Sono circa 50 le firme di ECONOMISTI ITALIANI in calce all’APPELLO inviato nel MARZO SCORSO al Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti e volto a sensibilizzare il Governo sulla necessità DI SOSTENERE LA PROGRAMMAZIONE E LA REALIZZAZIONE DI GRANDI OPERE INFRASTRUTTURALI CON RIGOROSE ANALISI TECNICO-ECONOMICHE che giustifichino il sacrificio di risorse pubbliche necessario (in questo post, a seguire, potete leggere l’APPELLO)

Per quanto riguarda la Superstrada Pedemontana Veneta, la proposta di modifica che realizzi un giusto virtuoso rapporto tra “costi e benefici” (proposta che noi appoggiamo), è a nostro avviso quella del CoVePA (Coordinamento Veneto Pedemontana Alternativa) e della Legambiente Veneto, e cioè di una modifica possibile/fattibile ora in “corso di realizzazione”, e cioè: 1-stralciare i 30 chilometri inutili della parte ovest (dalla A31 alla A4, compresi 6 km. in galleria); 2-collegare di più la SPV alla viabilità esistente, con 28 accessi compatti al posto degli attuali previsti 11 caselli autostradali; 3-superare la necessità di altri 60 km. (oltre ai 95, che su nostra proposta diventerebbero 65) di opere di adduzione (complanari, bretelle, cavalcavia, ecc.) perché la strada si collega direttamente e in modo più leggero (rispetto ai pochi caselli) alle 28 strade nord-sud esistenti adesso, eliminando così quasi tutte le cosiddette opere “complementari”; 4-prevedere un’analisi più attenta di realizzazione di opere di mitigazione e compensazione ambientale e paesaggistica.
Non si sa se questo CHECK-UP “COSTI BENEFICI” previsto dal nuovo ministro alle Infrastrutture e Trasporti potrà dare frutti, risultati. Noi ce lo auguriamo e glielo auguriamo al Ministro. Quello che è sperabile è che sia attento e serio nelle valutazione, realistico nel valutare ciascuna opera, e che possa mirare a una innovativa mobilità del futuro che potremo reakizzare; e che dovrà tenere conto di efficienza, modernità, ma anche di costi più limitati. (s.m.)

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VALUTARE LE GRANDI OPERE: UNA NECESSITÀ SEMPRE DIMENTICATA

– STRALCI dall’intervento di MARCO PONTI, da “la voce.info” del 3/3/2018 (www.lavoce.info ) –
Non mancano gli esempi di grandi opere che si sono rivelate uno spreco di soldi dei cittadini. Continua a leggere

IL VENTO XENOFOBO dell’Est Europa e L’INSOLUTA QUESTIONE dei limiti di accoglienza dei migranti: la impossibile riforma del REGOLAMENTO DI DUBLINO per redistribuire gli immigrati – Non si temono solo i migranti: in quasi tutta Europa SI ATTACCANO LE MINORANZE (come QUELLA ITALIANA IN CROAZIA)

(foto da http://www.globalist.it) – “Il 5 giugno al CONSIGLIO DEGLI AFFARI INTERNI a LUSSEMBURGO, si è assistito all’ennesima FRATTURA SULLA RIFORMA DI DUBLINO III: il sistema di asilo dell’Unione europea, in via di aggiornamento per distribuire «in maniera più equa» il carico migratorio fra i vari paesi Ue. Sette paesi (ITALIA, SPAGNA, AUSTRIA, ROMANIA, UNGHERIA, SLOVENIA E SLOVACCHIA) HANNO BOCCIATO LA PROPOSTA. In tre (ESTONIA, POLONIA, REGNO UNITO) SI SONO ASTENUTI. I restanti 18 HANNO LASCIATO APERTI SPIRAGLI DI NEGOZIAZIONE, con qualche sorpresa: nell’elenco compaiono anche GRECIA, MALTA e CIPRO, con una scelta di campo che rischia di spaccare il “fronte mediterraneo” di opposizione alle politiche migratorie della Ue. (…)” (Alberto Magnani, “Il Sole 24ore”, 5/6/2018)

IL REGOLAMENTO DI DUBLINO, COS’È, IN BREVE
E’ il sistema europeo che disciplina l’assegnazione dei richiedenti asilo ai paesi membri della Ue. Cioè in pratica è la legge che definisce quale paese debba prendere in carico la protezione di un richiedente asilo.
Al centro delle passate e attuali controversie ci sono i passaggi del regolamento che impongono di inoltrare la richiesta di asilo nel paese di prima accoglienza: un principio che scarica il peso dei flussi sulle spalle dei paesi esposti alle rotte del Mediterraneo, come la stessa Italia e la Grecia; cioè si addossa allo Stato di prima accoglienza tutti gli oneri che riguardano i migranti.
Questo attuale testo è stato emanato nel 2013, e viene anche chiamato “Dublino III”, perché ha sostituito il precedente regolamento del 2003, a sua volta erede della Convenzione di Dublino, un trattato internazionale siglato nel 1990 ed entrato in vigore nel 1997.

da http://www.ispionline.it/

La proposta iniziale della riforma, risalente al 2016, fissava un meccanismo automatico di ripartizione a favore dei paesi più esposti. Secondo il PRINCIPIO DI «CONDIVISIONE EQUA» DI RESPONSABILITÀ (quanti richiedenti asilo vanno accolti, paese per paese) E SOLIDARIETÀ (l’aiuto da fornire ai paesi più esposti e le sanzioni da infliggere a chi si defila). Secondo questo testo di modifica proposto nel 2016 elaborato dalla Commissione europea, la quota di richiedenti asilo accettabili da un singolo paese deve essere proporzionata a un DOPPIO CRITERIO (PIL e POPOLAZIONE, con incidenza del 50% ciascuno). Se un paese supera del 150% la sua “capienza”, ogni nuova richiesta deve essere reindirizzata in automatico ad altri paesi. Se questi ultimi rifiutano, scatta una PENALE DI 250MILA EURO PER OGNI RICHIEDENTE ASILO che viene respinto.
Questa e qualsiasi altra proposta di revisione ha di fatto visto solo il sostegno dell’Europarlamento, che ha aiutato le esigenze dei Paesi mediterranei (Italia, Grecia, Spagna, Malta e Cipro).

CALO DEGLI ARRIVI = MENO MORTI IN MARE (da http://www.ispionline.it/)

A marzo di quest’anno la BULGARIA, presidente di turno del consiglio Ue, viste le forti resistenze di molti paesi a questa prospettiva di redistribuzione dei migranti (specie i paesi dell’est, ma anche dell’Austria e di parte di quelli del nord), ha proposto un COMPROMESSO: un testo che rinforza la responsabilità e riduce la solidarietà. In pratica, nel caso dell’Italia, significa che si garantisce l’appoggio per più servizi, e però si dà meno sostegno come resto d’Europa nella redistribuzione dei migranti. IL MECCANISMO DI REDISTRIBUZIONE SCATTEREBBE su base volontaria SOLO QUANDO UN CERTO PAESE SI “SOVRACCARICA” DEL 160% rispetto all’anno precedente, diventando obbligatorio solo quando si arriva al 180% – Poi la proposta bulgara viene anche a DIMINUIRE LA PENALE per il rifiuto di un richiedente, DA 250MILA A 30MILA EURO, oltre a introdurre il PRINCIPIO DI «RESPONSABILITÀ STABILE»: quando un migrante entra in un certo paese, lo Stato in questione deve GARANTIRNE LA PRESA IN CARICO PER 10 ANNI.
I cinque paesi che si ritengono più penalizzati (Cipro, Grecia, Italia, Malta, Spagna) hanno risposto con varie motivazioni e contrarietà, con la proposta di riequilibrare il “compromesso bulgaro” chiedendo di accorciare il periodo di responsabilità del migrante entrato nella Stato, da 10 a 2 anni, ed evidenziando le vulnerabilità di un procedimento rigido in tempi di picchi migratori.

RESPINGIMENTI FRANCESI AL CONFINE DI VENTIMIGLIA – 90 giorni, la durata massima della detenzione amministrativa per i migranti prevista dalla riforma voluta dal ministro degli Interni francese Gérard Collomb. La misura è stata definita «pericolosa» da Amnesty International e dalle ong per i diritti umani; – 45mila i respingimenti al confine di Ventimiglia effettuati dalla polizia di frontiera francese nel 2017. In media sono 130 persone al giorno. Nel 2016 i migranti respinti al confine furono 37 mila

Comunque la riunione del 5 giugno scorso del Consiglio Ue in Lussemburgo dei ministri dell’interno, pare avere seppellito qualsiasi proposta di riforma del regolamento/trattato di Dublino. Paesi come quelli dell’est (il cosiddetto gruppo di Visegrad, cioè Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca), assieme all’Austria (che assumerà la presidenza di turno dell’UE a luglio), in parte il Belgio, forse adesso anche l’Italia, e altri paesi del nord… parlano (pur sottovoce) di attuare un’azione di respingimento in mare dei migranti che tentano di varcare il Mediterraneo. Mentre la Commissione europea e gli organismi umanitari si oppongono ai respingimenti, richiamandosi al principio del rispetto dei diritti umani e della Convenzione di Ginevra (su questa linea è sicuramente la Grecia, ma anche Germania e, più defilata, la Francia). (s.m.)

• II regolamento di Dublino, modificato per l’ultima volta nel 2013, è l’atto di diritto dell’Unione Europea che definisce i criteri con cui i Paesi membri debbano prendere in carico la protezione dei richiedenti asilo. • Essendo un regolamento dell’Ue vale per tutti i Paesi, non ha bisogno di essere recepito dai singoli Stati ed è obbligatorio in tutte le sue parti. È noto anche come Dublino III, perché ha sostituito un regolamento del 2003 che derivava da una Convenzione del 1990. • Da anni l’Italia chiede di rivedere il regolamento per ridistribuire quote di richiedenti asilo agli altri Stati membri. Al fianco dell’Italia si erano schierati altri Paesi del Mediterraneo. Contro la riforma si era formato un «fronte di Visegrad» di 4 Paesi dell’Est. La proposta di compromesso della Bulgaria è naufragata il 5 giugno scorso (foto ripresa da http://www.rivistaeuropa.eu/)

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   In (quasi) tutta Europa c’è la paura degli immigrati: anche in Paesi che ne hanno pochissimi (quasi niente) come la Slovenia (Il 3 giugno scorso il candidato premier Janez Janša ha vinto le elezioni proprio su questo tema… ma la Slovenia non ha profughi, e pochissimi immigrati). Una fobìa collettiva su un problema comunque reale (le migrazioni da sud a nord che si stanno avendo in questi anni).
Ma la “paura” non è solo per gli immigrati: anche per MINORANZE interne ai Paesi (nazioni), fatte di cittadini che lì sempre ci sono vissuti; e subiscono quest’onda che viene ora chiamata “populista”. Il caso da cui partiamo è quello della nostra “vicina” Croazia, e in particolare la regione istriana croata.

Tra il GOLFO DEL QUARNARO e il GOLFO DI TRIESTE si staglia l’ISTRIA, la maggiore penisola presente nel MAR ADRIATICO. TRA LA SLOVENIA, LA CROAZIA e, per una piccola porzione, l’Italia (Friuli Venezia Giulia e Veneto), L’ISTRIA È PER LA MAGGIOR PARTE DEL SUO TERRITORIO APPARTENENTE ALLA CROAZIA

   In Istria gli italiani ora sono il 7% della popolazione e in alcuni paesi raggiungono però ancora il 40. Una minoranza che, secondo i trattati, dovrebbe essere tutelata e avere una rappresentanza garantita nel parlamento croato. Ci sono 34.345 italiani ufficialmente presenti (secondo il censimento del 2014), cui, però, se ne devono aggiungere molti altri non censiti o discendenti da famiglie miste. Sono gli “ultimi” discendenti degli italiani che prima della Seconda Guerra Mondiale vivevano tra Istria, Dalmazia, nell’ambito geografico del Golfo del Quarnaro….
Verso la fine dell’800 erano il 40% della popolazione istriana. Nelle località costiere erano la maggioranza, arrivando in alcune città al 90%. Poi dopo la tragedia della seconda guerra mondiale avvenne l’esodo (degli italiani istriani): 350mila lasciarono la loro terra tra il 1943 e gli anni Cinquanta; furono costretti ad andarsene, a lasciare tutto, a essere profughi in Italia. In un contesto storico dove aggrediti e aggressori erano di qua e di là: prima il fascismo che se la prese con gli slavi (decine di migliaia di persone internate e morte di stenti); poi le truppe comuniste di Tito che usarono le foibe per gettare migliaia di persone, italiani innocenti…. Insomma un vero (doloroso) disastro in quelle terre tra Carso, Istria, tra Venezia Giulia e Golfo del Quarnaro.

da wikipedia

   E ora il riapparire di “antiche” divisioni. Movimenti populisti che se la prendono con le minoranze, in una situazione di governi deboli che non sanno reagire (anzi, spesso assecondano, per motivi elettorali). Accade quasi ovunque. E, appunto, in Croazia, nell’esempio che abbiamo preso, tra le minoranze c’è anche quella italiana. Per dire che essere minoranza può succedere a chiunque: motivo in più per “capire” il senso del rispetto per tutti, della tutela dei diritti umani di ciascuna persona, e comunità.
In Croazia la spinta xenofoba è rappresentata da un movimento integralista (si chiama “la gente decide”, già il nome, la frase, ne denota lo spirito del tempo…), che sta promuovendo la realizzazione di due referendum, e uno dei due vuole che le minoranze interne conteranno sempre di meno: in Parlamento le loro piccole rappresentanze (quella italiana dovrebbe essere di 6 membri), se il referendum passa e la sua proposta vince nelle urne, queste minoranze non potrebbero più votare né la fiducia al governo, né il bilancio. Insomma, la rappresentanza sarebbe poco più che simbolica. Una riforma che pare abbia come obiettivo in primis la minoranza etnica serba (la guerra civile balcanica della prima metà degli anni ’90 del secolo scorso con la fine della Iugoslavia, pare avere ancora molti strascichi, odio…), e che coinvolge pure le altre minoranze, come appunto quella italiana.

SLOVENIA, VINCE JANEZ JANSA – NELLA SLOVENIA SENZA PROFUGHI DOVE TRIONFA LA XENOFOBIA – IN SLOVENIA VINCE L’AMICO DI ORBAN, MA FORMARE UN GOVERNO SARÀ DURA – Gli ANTIEUROPEISTI di JANEZ JANSA diventano primo partito, ma non hanno la maggioranza. Si apre uno scenario all’italiana, col rischio di un ritorno alle urne. Ma è UN ALTRO ALLARME PER L’UE

   Pertanto il segno dei tempi non è solo rivolto contro lo “straniero”, l’immigrato, ma è un po’ contro tutto quel che è diverso; e la presenza delle minoranze etniche viene pertanto vista come necessità di porvi un forte limite, di ridurne il peso, la capacità di presenza e contrattazione, il coinvolgimento nel governo del Paese.
Nel caso della Croazia, come dicevamo esempio eclatante e “modello” di quel che sta accadendo in molte parti d’Europa (e del mondo), questa simil-crociata contro minoranze, non è solo rivolta a quelle etniche (come i serbi, e coinvolge anche gli italiani), e poi contro l’etnia di sempre vituperata, quella dei Rom, ma è pure rivolta contro le comunità lgbt (LGBT, acronimo di Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender). E’ anche una divisione tra chiese: quella ortodossa, dominante e lì estremista di destra, contro quella cattolica in minoranza (ed è il caso degli italiani, che pure sono cattolici).

il premier austriano Sebastian Kurtz – FORTEZZA EUROPA? – l’Austria guidata dal governo destra-destra del giovane SEBASTIAN KURZ, che assumerà la presidenza di turno dell’UE a luglio, intende proporre una “rivoluzione copernicana” incentrata sulle frontiere esterne per trasformare l’Europa in una fortezza

   Su questo, sull’emergere di nuovi integralismi, nazionalismi esasperati (del moto trumpiano che tutti si appropriano: “prima la Slovenia, prima l’Ungheria… la Repubblica Ceca, la Polonia, la Slovacchia, l’Italia, l’Austria, la Croazia…”), l’Europa (intesa come Unione Europea), come istituzione, ha difficoltà a rispondere (l’unica istituzione europea che mostra opposizione ai populismi pare essere l’europarlamento…); ma è difficile rispondere e tener testa a movimenti che nascono e si allargano all’interno dei propri paesi (la stessa Germania deve fare i conti con un gruppo in parlamento di filonazisti, mai accaduto dalla fine della guerra…).

La frontiera ungherese anti migranti: agenti e filo spinato (da “la Repubblica”, 5/6/2018)

   Le ragioni della protesta nazionalista, del crescere di razzismo e voglia di isolamento, è sicuramente dato da crisi economica, crescere del movimento migratorio….di un mondo “villaggio globale” che necessita di regole, di darsi dei modi di comportamento nuovi, ma anche di ritrovare sentimenti di solidarietà e speranza. Di uscire positivamente dal tunnel e trovare un progetto di società nel mondo così cambiato. E’ la sfida di questi anni. E il porgersi a tutela e difesa di qualsiasi minoranza (etnica, sessuale, religiosa, sociale…) pare un valore ben identificabile, ed esercitabile in situazioni sia “micro” (nostre, quotidiane), che “macro” (delle politiche locali, regionali, nazionali, europee…). (s.m.)

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CROAZIA, ITALIANI E MINORANZE “CACCIATI” DAI NUOVI POPULISTI

di Ferruccio Sansa, da “il Fatto Quotidiano” del 4/5/2018
– Xenofobi e conservatori. Zeljka Markić, leader del partito di destra: “La gente decide” –
Un referendum contro le minoranze. Ma stavolta a essere minoranza e a rischiare di scomparire dal Parlamento sono gli italiani. Accade in Croazia, dove in queste settimane si stanno raccogliendo le firme per lanciare due consultazioni popolari. L’obiettivo previsto dalla legge croata – 374mila adesioni – è quasi scontato. E rischiano di essere dolori per i 34.345 italiani ufficialmente presenti (censimento del 2014), cui, però, se ne devono aggiungere molti altri non censiti o discendenti da famiglie miste. Continua a leggere

AMERICA LATINA: LA DERIVA DI UN CONTINENTE – Il cruciale 2018 del sub-continente americano, alle prese con tante ELEZIONI (in VENEZUELA, COLOMBIA, BRASILE, MESSICO…), una possibile opportunità positiva, ma che leadership demagogiche, populiste, autoritarie, accentuano disuguaglianze e corruzione

Una veduta aerea di migliaia di venezuelani che cercano di entrare in Colombia attraverso il PONTE INTERNAZIONALE SIMON BOLIVAR, che porta alla città colombiana di CUCUTA (foto da “il Corriere della Sera” del 18/5/2018). Ogni giorno passano attraverso il ponte che unisce i due Paesi dalle 30.000 alle 40.000 persone, molti per comprare di tutto e tornare a casa, altri per lasciare il Venezuela per sempre

   E’ un anno, il 2018, di elezioni presidenziali per i grandi Paesi dell’America Latina. Sono andati o andranno al voto, infatti, gli elettori di BRASILE, MESSICO, VENEZUELA, COLOMBIA (e poi, con referendum o altro, Perù, Equador; e Cuba, Costa Rica, El Salvador, comprendendo anche i Paesi l’America Centrale). In tutto, 350 milioni di persone hanno votato o voteranno per il loro destino.
L’America Latina è un “sub-continente dimenticato” in questi anni, che non è all’attenzione mondiale (una volta lo era solamente, isolato, dimenticato, l’Africa).

da http://www.oltrefrontieranews.it/ – Centro-Sud-America: le elezioni nel 2018

   Il motivo della poca rilevanza globale dell’America latina è forse dato dal fatto che la fine dei blocchi tra le due ex superpotenze (USA e l’allora Unione Sovietica, smembratasi nel 1989), il peggiorare degli attriti in molte parti del mondo (il Medio Oriente, l’avvento dell’integralismo islamico, l’Isis…. Il terrorismo che colpisce anche i paesi occidentali…), e poi l’emergere della Cina, tra poco anche dell’India… sono tutte cose che hanno sospinto l’America latina nel dimenticatoio dell’attenzione mondiale. E che ora riappare, questa parte (sud) del continente americano, proprio per le fortissime tensioni che stanno riversandosi anche nei paesi cosiddetti ricchi (ad esempio col flusso migratorio “in uscita” rilevante che ora l’America latina ha, con la crisi economica in gran parte dei suoi stati).

Un ragazzo spinge i suoi bagagli in territorio colombiano dopo aver attraversato il ponte internazionale Simon Bolivar, frontiera con il Venezuela (foto da http://www.ea stwest.eu.jpg)

   E poi c’è il paradigma di questi anni: crisi economica significa naturalmente scontento assoluto della maggior parte della popolazione, il crescere della povertà; e così c’è l’emergere di populismi, oppure di irrigidimenti dei poteri che già c’erano, che rispondono alle difficoltà economiche e alle proteste, al dissenso, con la creazione di un potere molto più antidemocratico, autoritario, di quanto lo fosse mai stato in passato (è il caso tipico questo del Venezuela). E abbiamo così spesso l’emergere di forze estreme (di destra o di sinistra) che cercano di dare risposte “rivoluzionarie” all’incapacità di risollevarsi dai guasti sociali di una crisi economica mondiale che colpisce di più questi paesi a struttura sociale molto debole.
In Messico (che si vota il 1° luglio prossimo) l’attuale opposizione di sinistra potrebbe avere più chance di vittoria: sinistra che cerca di rassicurare sui timori di nazionalizzazioni ed espropri. E vedono al momento in vantaggio per la presidenza ANDRÉS MANUEL LÓPEZ OBRADOR, nazionalista di sinistra che – in controtendenza rispetto a un’America Latina che si sposta a destra – potrebbe qui beneficiare della crisi del neoliberalismo locale.

MAPPA AMERICA DEL SUD

   C’è poi da dire che, su tutte le crisi politiche degli stati dell’America Latina, spicca per importanza e gravità il VENEZUELA. Il 20 maggio scorso ha vinto le elezioni presidenziali il solito Maduro, ma solo perché non aveva avversari, in una condizione di controllo delle urne (visto da dentro e fuori il Venezuela) poco garante delle regole e dei risultati effettivi; ed è andata a votare una percentuale molto bassa (il 46%) di elettori.
Il Venezuela è in una crisi economica molto grave: basti pensare che il 61% della popolazione è in uno stato di assoluta povertà. Circa 1 milione e mezzo di cittadini del Venezuela avrebbero abbandonato il Paese dal 2014, trovando rifugio nel resto dell’America Latina: 600.000 si sarebbero fermati in Colombia, attraversando il confine che separa i due Stati.

RIO DE JANEIRO. BRASILE NEL CAOS: SCIOPERO CAMIONISTI. ACCUSE AL PRESIDENTE TEMER CHE SCHIERA L’ESERCITO – “L’accordo tra governo e camionisti non ha retto. Il 60 per cento dei due milioni di autotrasportatori partecipa ancora al blocco che sta mettendo in ginocchio il Brasile. Le merci non arrivano a destinazione e le scorte, dopo sei giorni di paralisi della circolazione, si sono esaurite. MANCA DI TUTTO: CIBO, BENZINA, GAS, ACQUA, PRODOTTI ELETTRONICI E PRODOTTI DI BASE ANCHE LA FARINA PER FARE IL PANE. Molti aeroporti sono stati costretti a sospendere i voli per mancanza di carburante. Il presidente MICHEL TEMER ha riunito un gabinetto di emergenza con 8 ministri. La tregua ha resistito solo poche ore. Il capo dello Stato è preoccupato soprattutto per gli ospedali dove scarseggiano medicine, strumenti e materiale sanitario. La difficile situazione lo ha spinto a chiedere l’intervento dell’esercito. I soldati rimuoveranno i blocchi (ne hanno liberati 132 ma ne restano in piedi ancora 387).
Per chi continua lo sciopero scatterà una multa di 100 mila reais, circa 32 mila euro al giorno. Lo sciopero, organizzato dall’Associazione brasiliana dei camionisti, è riuscito ha raccogliere la simpatia di un movimento trasversale che raccoglie destra, sinistra, centro, la potente classe degli agrari, dirigenti di industrie e della grande distribuzione. Tutti lamentano il raddoppio del prezzo del carburante in un anno che pesa con il 46 per cento sui costi di trasporto. (Daniele Mastrogiacomo, “la Repubblica”, 27.5.18)

   E (a proposito di Colombia) la crisi economica e politica del Venezuela non si limita entro i confini del Paese, ma produce effetti regionali più vasti: e il paese “più esposto” alla contaminazione della crisi venezuelana è proprio la COLOMBIA, che vive ora le difficoltà della massiccia immigrazione dal Venezuela in povertà. In Colombia nel marzo scorso ha vinto la destra (il partito Centro Democratico dell’ex presidente Álvaro Uribe ha ottenuto il maggior numero di seggi).
In Colombia erano le prime elezioni che vedevano la partecipazione delle FARC (Forze Armate Rivoluzionarie di Colombia), l’ex gruppo rivoluzionario di ispirazione marxista che per decenni ha combattuto con il terrorismo le istituzioni statali, e che ha firmato due anni fa un accordo di pace. Le FARC hanno ottenuto a queste elezioni pochi voti, ma avranno comunque alcuni seggi garantiti nel nuovo Parlamento, come stabilito dagli accordi di pace. Il popolo colombiano, già nell’ottobre 2016 aveva bocciato con un referendum questa pacificazione (peraltro il governo non ha disdetto l’accordo firmato con la Farc).

Cuba, 16 aprile 2018, Miguel Díaz-Canel (ingegnere di 58 anni) nuovo leader al posto di Raul Castro

   Ma queste ultime elezioni con vittoria della destra potrebbero mettere a rischio il processo di pace avviato dal presidente Santos con i guerriglieri. Perché la Colombia non ha “chiuso” con la contrapposizione al terrore della Farc (dagli anni ‘60 del secolo scorso a due-tre anni fa): come detto c’è una (buona) parte della popolazione colombiana in dissenso con la pace che si è stabilita con i guerriglieri della FARC (dopo decenni di attentati, assassini, non è facile “accogliere” chi ha praticato un terrorismo diffuso, come cittadini qualsiasi, garantendo loro pure una presenza in Parlamento. Ma nel contesto generale la pacificazione con i terroristi può essere considerata una buona cosa, per il presente e il futuro della Colombia.

FRANCESCO il 5 luglio 2017a Quito, capitale dell’Ecuador, prima tappa del viaggio che fino al 13 luglio in Sud America lo ha portato anche in Bolivia e in Paraguay – IL RUOLO DEL PAPATO DI FRANCESCO NELLA “SUA” AMERICA LATINA – Quali sono le SFIDE DELLA NUOVA AMERICA LATINA ALLA CHIESA DI PAPA FRANCESCO? Il Continente Latinoamericano sta vivendo un delicato periodo di transizione politica ed economica. Tra sfide vecchie e nuove, FRANCESCO, figlio di questa terra, sta attivamente avendo un ruolo geopolitico, sui temi dei DIRITTI DEGLI INDIOS, della SALVAGUARDIA AMBIENTALE DELLA FORESTA AMAZZONICA, della CORRUZIONE POLITICA, della CRITICA AL MODELLO ECONOMICO DI SFRUTTAMENTO ECONOMICO DELLE MULTINAZIONALI (pur dovendo affrontare con decisione, e lo sta facendo in CILE, GLI ABUSI SESSUALI DELLA CHIESA LATINO-AMERICANA)

   E’ così che il 17 giugno, al secondo turno, si affronteranno per la carica di presidente il candidato del Centro Democrático IVÁN DUQUE, legato a doppio filo all’ancora popolare ex presidente Álvaro Uribe, con GUSTAVO PETRO, un passato da guerrigliero e già sindaco di Bogotà. Pertanto un partito di destra contro uno (quello di Petro) di sinistra.
A ottobre sarà invece la volta del BRASILE. Attualmente il Brasile è in una situazione incandescente: lo sciopero, organizzato dall’Associazione brasiliana dei camionisti, è riuscito ad avere la simpatia di un movimento trasversale che raccoglie destra, sinistra, centro, la potente classe degli agrari, dirigenti di industrie e della grande distribuzione…. Tutti lamentano il raddoppio del prezzo del carburante in un anno, e di conseguenza i prezzi dei beni di prima necessità fortemente aumentato… E’ un Brasile poi travolto dagli SCANDALI, segnato dalla destituzione di DILMA ROUSSEF e dalla condanna a 12 anni di reclusione per corruzione dell’ancora popolare ex presidente LULA.
Tolto di mezzo il favorito Lula per l’ostacolo della non candidabilità, si sta consolidando il CONSENSO DEL CANDIDATO ALLA PRESIDENZA JAIR BOLSONARO, personaggio controverso (si è lasciato andare a esternazioni sessiste e omofobe oltre ad aver espresso giudizi positivi sul periodo della dittatura militare).

CILE – OCCUPAZIONI FEMMINISTE – “LE STUDENTESSE CILENE HANNO OCCUPATO PIÙ DI QUINDICI UNIVERSITÀ: denunciano gli abusi sessuali negli atenei e protestano studenti contro il modello d’istruzione sessista e discriminatorio diffuso nel paese”, scrive La Tercera. La protesta è cominciata il 17 aprile nell’UNIVERSIDAD AUSTRAL DE VALDIVIA, nel SUD DEL CILE, e in poche settimane si è estesa ad altre università, anche nella capitale SANTIAGO. (da Internazionale 18.5.18)

   Insomma comunque la si guardi (e qui abbiamo tralasciato molti altri Paesi latino-americani, concentrandoci solo su quelli che nel 2018 vanno alle elezioni) la situazione di CRISI ECONOMICA, messa assieme a GOVERNI POPULISTI che vanno al potere nel mondo intero (a parte qualche eccezione, come nella Francia di Macron), ebbene questa situazione di forze demagogiche cresciute con l’economia in crisi e la crescita della povertà, tutto questo fa più danni nei paesi fragili, in quelli che in fondo molto spesso si sono “appoggiati” a leader capaci di infervorare il popolo (come piace dappertutto, ma “di più” forse accade in America latina).

SIMON BOLIVAR – da http://www.farodiroma.it/ (“PAPA FRANCESCO VORREBBE ANDARE SUL PONTE SIMON BOLIVAR, AL CONFINE TRA COLOMBIA E VENEZUELA” – 14/6/2017) – (….) SIMON BOLIVAR, il patriota venezuelano – nato a Caracas nel 1783 da una famiglia creola – riconosciuto come il “LIBERTADOR” DELL’AMERICA LATINA che morì poi in esilio, vedendo le sue battaglie in parte vanificate dai potentati locali. Due secoli dopo le RIDUCIONES DEI GESUITI, finite in un bagno di sangue, si era ripetuto così lo stesso sacrificio nella SOFFERENZA E UMILIAZIONE DI SIMON BOLIVAR, l’eroe che VOLEVA UNIRE L’AMERICA LATINA PER FARNE UN SOGGETTO ECONOMICO AUTONOMO E UN ATTORE POLITICO INDIPENDENTE SULLA SCENA DEL MONDO, ma che nel 1830, qualche mese prima di morire, davanti alla crisi diplomatica tra due paesi che gli dovevano l’indipendenza, il VENEZUELA che lo aveva esiliato e la COLOMBIA che lo accoglieva senza nessun entusiasmo, affermò disilluso: “HO ARATO IL MARE”. E tuttavia tutta l’America Latina deve alla tenacia di Simon Bolivar la liberazione dal dominio spagnolo: l’Ecuador la ottenne nel 1822 dopo la Battaglia di Pichincha, quando le forze indipendentiste di Jose’ Antonio Sucre, compagno e amico di Bolivar, liberarono definitivamente Quito e i cittadini accolsero l’appello del Libertador ad unirsi alla Grande Colombia. Tre anni dopo, il 6 agosto 1825, l’Alto Perù divenne anch’esso una nazione autonoma con il nome di Repubblica di Bolivar, successivamente cambiato in Bolivia: così il progetto di indipendenza del Sudamerica dalla Spagna era finalmente completo. Erano passati 13 anni dal proclama “GUERRA O MUERTE” lanciato da Simon Bolivar di fronte alla spietatezza degli spagnoli, con i quali aveva intrapreso in Venezuela una lotta all’ultimo sangue e senza quartiere. IL SOGNO AMBIZIOSO DI “UNA GRANDE COLOMBIA” COME UNICO SOGGETTO INTERNAZIONALE IN GRADO DI TRATTARE ALLA PARI CON GLI STATI UNITI E LA VECCHIA EUROPA, però, era destinato al fallimento a causa delle aspre resistenze delle oligarchie locali dei vari Stati.

   Che fare, che dire? Nel contesto attuale servirebbe il rafforzamento di istituzioni e organismi democratici sovranazionali, capaci di promuovere dappertutto la pace e lo sviluppo: di difendere i deboli, di offrire possibilità di “riversamento di ricchezza” dai paesi ricchi a quelli poveri”; di offrire e garantire meccanismi di libertà per ciascun cittadino del mondo, e dare a ciascuna persona del pianeta garanzie di vita dignitosa, di sviluppo sociale e individuale. Solo il superamento delle nazioni (del nazionalismo) in una nuova “libertà geografica” che rimetta in discussione la necessità dei confini, solo questo potrebbe (ri)dare speranza di una nuova condizione favorevole anche per un continente come l’America latina ora alla deriva. (s.m.)

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IL CRUCIALE 2018 DELL’AMERICA LATINA

di Vincenzo Paglionica, 30/5/2018, da TRECCANI (www.treccani.it )
IN CHE DIREZIONE VA L’AMERICA LATINA? È la domanda che, in un articolo pubblicato sul New York Times lo scorso 5 dicembre, si poneva l’accademico ed ex ministro degli Esteri messicano Jorge Castañeda, Continua a leggere

L’AREA PADANO-VENETA È SEMPRE PIÙ INQUINATA: nell’ACQUA (da pesticidi, da PFAS…) e in GRANDI OPERE (MOSE, Superstrada Pedemontana Veneta…) che non trovano una loro realizzazione eco-compatibile, e risultano dirompenti – Il tutto nonostante buone intenzioni declamate ma non concrete

PFAS – Area ROSSA: area di massima esposizione sanitaria – Area ARANCIO: area captazioni autonome – Area GIALLO CHIARO: area di attenzione – Area VERDE: area di approfondimento – Area OMBREGGIATA: Plume di contaminazione

I 30 COMUNI DEL VENETO PIU’ INQUINATI DA PFAS

COMUNI del Veneto nell’AREA ROSSA A (dove è maggiore la concentrazione di sostanze perfluoroalchiliche in tutta la matrice acqua -oltre che nell’acqua potabile, anche nelle acque superficiali e sotterranee-): ALONTE, ASIGLIANO VENETO, BRENDOLA, LONIGO, NOVENTA VICENTINA, ORGIANO, POJANA MAGGIORE, SAREGO (Vicenza); COLOGNA VENETA, ROVEREDO DI GUÀ, ZIMELLA (Verona); MONTAGNANA (Padova).
COMUNI del Veneto nell’AREA ROSSA B (dove la contaminazione delle acque superficiali e sotterranee è minore): AGUGLIARO e VAL LIONA (Vicenza); ALBAREDO D’ADIGE, ARCOLE, BEVILACQUA, BONAVIGO, BOSCHI SANT’ANNA, LEGNAGO, MINERBE, PRESSANA, TERRAZZO e VERONELLA (Verona); BORGO VENETO, CASALE DI SCODOSIA, LOZZO ATESTINO, MEGLIADINO SAN VITALE, MERLARA e URBANA (Padova).

La contaminazione riguarda un’area abitata da oltre 350 mila persone compresa tra le province di Vicenza, Verona e Padova.
Gli abitanti delle aree maggiormente contaminate, sottoposti ad esami clinici, hanno scoperto di avere valori di PFOA nel sangue (un tipo di PFAS) 40 volte superiori rispetto a popolazioni italiane che vivono in aree non inquinate. Livelli molto alti di PFAS possono essere associati a forti rischi per la salute, tra cui complicazioni in gravidanza, alcune forme tumorali, alti livelli di colesterolo e problemi alla tiroide.
Migliaia di persone, di associazioni e di gruppi di abitanti della zona contaminata si sono mobilitati scendendo in piazza e firmando la petizione di Greenpeace per chiedere alla Regione Veneto di agire in tutela della loro salute.
Spinta da questa grande mobilitazione a Ottobre 2017 la Regione Veneto ha compiuto un primo passo concreto: l’abbassamento drastico dei limiti di PFAS e il potenziamento dei sistemi di abbattimento di questi inquinanti.
Grazie a questo provvedimento, l’acqua potabile di 21 comuni è tornata priva di PFAS.
Una soluzione ancora provvisoria, ma una prima vittoria per la popolazione.

(immagine tratta da: http://www.studio3a.net) – Da ventuno a trenta. Si allarga, e non di poco, il perimetro di massima emergenza per la contaminazione da Pfas. Fino a ieri erano 21 i Comuni veneti inseriti nella cosiddetta Area Rossa dal “Piano di sorveglianza sulla popolazione esposta a sostanze perfluoroalchiliche (Pfas)” varato nel 2016. Un’attesa delibera di giunta approvata ieri mattina ha esteso i confini a 30 Comuni. Non solo: il monitoraggio sanitario è stato esteso anche ad un’ampia fascia pediatrica.

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4 CASI DI “VENETO IN CRISI AMBIENTALE” (il nostro punto di vista)

   Un’indagine dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale) rivela la quantità di prodotti chimici e pesticidi presenti nelle acque italiane: secondo le ultime rilevazioni quasi il 64% delle acque di fiumi e laghi sono contaminate. E l’AREA GEOGRAFICA con i livelli più alti di contaminazione acquifera è quella della pianura padano-veneta. Circa il 70% delle acque superficiali risulta inquinato in Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna.
Tante, troppe, le cause di tale situazione di precarietà. Inquinamento da pesticidi e, in Veneto, anche (non solo) inquinamento da PFAS.
Dei PFAS (“perfluoro-alchilici”) ne abbiamo parlato più volte in questo blog geografico (https://geograficamente.wordpress.com/?s=pfas). E’ una situazione incredibile e grave: la contaminazione (delle falde acquifere, degli acquedotti) riguarda un’area abitata da oltre 350 mila persone compresa tra le province di Vicenza, Verona e Padova. I Pfas sono dei composti chimici utilizzati in molti settori industriali, soprattutto per la produzione di materiali resistenti ai grassi e all’acqua, in particolare per impermeabilizzare tessuti e altri materiali (moltissimi prodotti di largo consumo nostro quotidiano contengono Pfas: ad esempio il rivestimento anti-aderente delle padelle, ma anche il “Goretex”, che serve a certi indumenti sportivi per essere impermeabili all’acqua ma non all’aria). I Pfas sono usati, fra l’altro, per la produzione di pesticidi e insetticidi, detersivi, pelli, tessuti impermeabili, contenitori per alimenti (sacchetti per patatine, ecc.), con rischio che possano contaminare i cibi che “proteggono”….
E gli abitanti delle aree maggiormente contaminate da PFAS, sottoposti ad esami clinici, hanno scoperto di avere valori di PFOA nel sangue (un tipo di PFAS) 40 volte superiori rispetto a popolazioni italiane che vivono in aree non inquinate. Livelli molto alti di PFAS possono essere associati a forti rischi per la salute, tra cui complicazioni in gravidanza, alcune forme tumorali, alti livelli di colesterolo e problemi alla tiroide.
La Regione ha cercato di porre rimedio a questo inquinamento di diffuso (specie con il potenziamento dei filtri alle centrali idriche del Basso Veneto, che ha dato dei risultati con l’abbassamento dell’inquinamento), ma la situazione rimane ancora pericolosa. Anzi: la stessa Regione Veneto ha deciso di allargare, e non di poco, il perimetro di massima emergenza per la contaminazione da Pfas. Infatti fino al 20 maggio scorso erano 21 i Comuni veneti inseriti nella cosiddetta Area Rossa dal “Piano di sorveglianza sulla popolazione esposta a sostanze perfluoroalchiliche (Pfas)” varato nel 2016. Con una delibera di giunta del 21 maggio 2018 la Regione Veneto ha esteso i confini di pericolosità a 30 Comuni.

(immagine da “rapporto ISPRA SULL AMBIENTE 2018”) – Un’indagine dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale) rivela la quantità di prodotti chimici e pesticidi presenti nelle acque italiane: secondo le ultime rilevazioni quasi il 64% delle acque di fiumi e laghi sono contaminate.

 

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Una situazione di precarietà che si vive anche nel grande sviluppo della VITICOLTURA in questi anni (specie quella del PROSECCO NELL’AREA TREVIGIANA pedemontana tra Valdobbiadene e Conegliano, ma i confini si sono ben oltre allargati, allargati…) dove, alle promesse di convertire produzioni vitivinicole (sostenute dall’uso della chimica) in produzioni meno inquinanti (biologiche…), a queste promesse persiste invece, nel grandissimo business planetario del momento, un trend a produrre il più possibile, ad allargare in modo abnorme le aree di produzione, a far diventare un grande ed esteso territorio agricolo in una monocoltura di produzione del vino (prosecco, anche estirpando vigneti di uva pregiatissima e storica ma ora molto meno redditizia).

LE COLLINE DEI PESTICIDI

Il business agroalimentare viene pertanto pagato dalla terra: da colture che non ruotano, non si diversificano; dall’inaridimento futuro possibile e dal disequilibrio ambientale quando alla terra si manca del rispetto dovuto.

Il “Paesaggio del Prosecco”, nell’Alto Trevigiano, tra Conegliano e Valdobbiadene

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E’ quel che accade poi in situazioni e GRANDI OPERE VENETE verso la bassa pianura e la laguna-mare: per tutte IL MOSE (sigla che sta per: MOdulo Sperimentale Elettromeccanico), le cosiddette paratoie mobili che dovrebbero “salvare” Venezia da alte maree straordinarie: ma che stanno creando notevoli problemi già nella costruzione (iniziata nel 2003) (pur nei 6 miliardi di euro spesi o da finir di spendere!).

MOSE COME FUNZIONA (da Avvenire.it)

Opera (il MOSE) anche travolta dagli scandali di corruzione; dove le alternative che il Comune aveva indicato per fermare l’acqua alta dei momenti straordinari non sono neanche state prese in considerazione; e che ha già da adesso (che non è ancora entrata in funzione) modificato la morfologia lagunare (l’equilibrio della laguna) con gli scavi dei fondali alle bocche di porto: uno sprofondamento lagunare sotto il peso di milioni di tonnellate di cemento e ferro.
Vien da pensare se in questo penoso susseguirsi di tentativi di costruzione, di finire quest’opera (con problematiche sempre più ardue) non ci possa essere qualche politico, amministratore, qualcuno che ha il potere di farlo, che abbia il coraggio di dire “basta”; di sospendere questo Mose così fallimentare nella sua realizzazione, così impattante nel (im)possibile futuro funzionamento…. Avere il coraggio di fermare il tutto, pur dopo tutti i miliardi fin qui spesi…
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Nell’indebitamento regionale, presente e futuro, rientra anche la SPV, SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA, dove la Regione si troverà a garantire un introito di costruzione e gestione alla Ditta concessionaria per i prossimi 39 anni (dopo aver già messo 300milioni di euro, e lo Stato 600 milioni); con prospettive di traffico assai poco credibili: è un’opera poco funzionale ai 95 chilometri di territorio attraversato… con pochi accessi, e rischia di avere un traffico assai limitato, come già sta accadendo in Lombardia con la BreBeMi e la Pedemontana lombarda. Un costo ambientale stratosferico (95 chilometri di territorio “coinvolto”) per risultati di sollievo dal traffico cui pochi credono ci saranno.

I LAVORI SULLA SPV

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Negli articoli che vi proponiamo qui di seguito proviamo ad accennare a questi quattro argomenti (PFAS, VIGNETI, MOSE, SUPERSTRADA PEDEMONTANA) per ribadire che “non va bene”, e che c’è la necessità “reale” di un cambiamento di rotta; verso una RICONVERSIONE ECOLOGICA che sicuramente scontenterà alcuni, ma che potrà ridare il valore che meritano luoghi, terre, una volta bellissime, ma ora in crisi e con prospettive di un futuro mediocre. (s.m.)

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PFAS, L’AREA A RISCHIO SI ALLARGA: PIÙ CONTROLLI SUI BAMBINI

di Nicola Cesaro, da “Il Mattino di Padova” del 22/5/2018
– La Regione interviene: monitorati altri 9 comuni, di cui 6 padovani. In totale sono 30 Analisi anche per i bimbi di 9 e 10 anni, potenziati i filtri della centrale di Lonigo –
PADOVA. Da ventuno a trenta. Si allarga, e non di poco, il perimetro di massima emergenza per la contaminazione da Pfas. Fino a ieri erano 21 i Comuni veneti inseriti nella cosiddetta Area Rossa dal “Piano di sorveglianza sulla popolazione esposta a sostanze perfluoroalchiliche (Pfas)” varato nel 2016. Un’attesa delibera di giunta approvata ieri mattina ha esteso i confini a 30 Comuni. Non solo: Continua a leggere

ISRAELE-PALESTINA E DUE EVENTI INCONCILIABILI: la FESTA della nuova Ambasciata americana a Gerusalemme, e la PROTESTA con 60 morti a Gaza per i 70anni dalla cacciata palestinese del 1948 – NUOVE STRATEGIE (ISRAELIANE, PALESTINESI) per arrivare a una coesistenza in DUE STATI separati

LA MARCIA DEL RITORNO – NAKBA YOM HA’ATZMAUT: in arabo significa «CATASTROFE». I palestinesi hanno celebrato IL «GIORNO DELLA NAKBA» per ricordare la sconfitta subita nella prima guerra combattuta contro Israele tra il 1948 e il 1949. Centinaia di villaggi palestinesi furono distrutti e 700mila palestinesi lasciarono le proprie case, o ne furono espulsi, per diventare profughi. Anche se è avvenuta nel corso di diversi mesi, la Nakba si festeggia simbolicamente il 15 maggio, all’indomani del giorno in cui gli israeliani celebrano la nascita dello Stato di Israele, fondato nel 1948, chiamati il «giorno dell’Indipendenza», festa ufficiale in Israele che ricorda la Dichiarazione di indipendenza letta da David Ben Gurion il 14 maggio 1948 nella sede del museo di Tel Aviv. Da allora è celebrata seguendo il calendario lunare ebraico. Quest’anno è caduta il 19 aprile. Il 14 maggio, nel calendario civile, resta la data della nascita di Israele: per questo l’ambasciata Usa è stata inaugurata in questa data

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Consiglio Diritti Umani dell’Onu

GINEVRA – SERA DEL 18/05/2018 – SCHIAFFO ONU A ISRAELE: COMMISSIONE D’INCHIESTA SU GAZA. Mentre Erdogan arringa le folle – Il Consiglio dei diritti umani dell’Onu ha votato a maggioranza una risoluzione in cui si chiede la istituzione di una commissione internazionale di inchiesta che indaghi sulle violenze a Gaza (da http://www.huffingtonpost.it/ )

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   E’ accaduto di tutto nei territorio israeliano-palestinesi in queste ultime settimane. Erano i 70 anni dalla Dichiarazione di indipendenza di Israele del 14 maggio 1948; e Israele intendeva festeggiare. Dall’altra lo stesso avvenimento è stato vissuto dai palestinese: martedì 15 maggio i palestinesi hanno commemorato la Nakba, che significa la catastrofe, così chiamano la nascita di Israele settant’anni fa, marciando, ancora una volta e ancora più numerosi, verso la barriera che li tiene chiusi dentro a quell’angusto corridoio di sabbia che è la Striscia di Gaza.

GAZA, mappa tratta da http://www.osservatorioanalitico.com/ – Tra lo Stato ebraico e la Striscia il confine è lungo 59 chilometri. La frontiera tra Gaza ed Egitto è invece di 13 chilometri.

Contemporaneamente LA FESTA ISRAELO-AMERICANA: lo spostamento dell’ambasciata Usa a Gerusalemme, la festa della «grande riunificazione» di Netanyahu; proprio mentre la promessa elettorale mantenuta da Trump provocava la rivolta e la strage di 60 giovani nel tiro al piccione a Gaza. Il modernissimo (negli armamenti) esercito israeliano ha distrutto una protesta sì violenta, ma armata di sassi, fionde e copertoni incendiati.

Gaza, violenti scontri al confine con Israele, con vittime e feriti – 35 mila i palestinesi hanno partecipato, in diversi punti, alle manifestazioni tra la Striscia di Gaza da Israele. Hamas aveva proclamato lo sciopero generale per permettere la partecipazione ai cortei. 2.400 I feriti tra i palestinesi nella giornata di scontri, ieri, lungo il confine tra Gaza e Israele.

Ma sono otto settimane che la protesta palestinese è iniziata, in occasione di quella che viene chiamata la “MARCIA DEL RITORNO”. Infatti 70 anni fa (nel 1948) c’è stata la cacciata di centinaia di migliaia di palestinesi (da 700mila a un milione) in una operazione di preordinata pulizia etnica che li ha trasformati nel popolo di profughi dei campi.
Palestinesi a milioni nei campi profughi, migranti nei propri territori occupati. In CISGIORDANIA con una miriade, sempre crescente in questi decenni, di insediamenti colonici ebraici, con lo sradicamento di colture agricole e le fonti d’acqua sequestrate. E Sharon ha poi fatto il muro che taglia in due famiglie e comunità. Dall’altra i palestinesi nel ghetto della STRISCIA DI GAZA, nella miseria totale di persone lì ammassate, così piccola (Gaza) da rendere impossibile qualsiasi economia. E poi GERUSALEMME EST, in una condizione di sequestro, di posti di blocco continui.

28/4/2918: soldati israeliani sparano ai manifestanti palestinesi. (da INVICTA PALESTINA )

La “marcia del ritorno” che i palestinese di Gaza ha messo in atto dagli inizi di aprile, mostra i limiti della loro “autorità”, Hamas, che strumentalmente non aiuta la soluzione del conflitto (anzi, la aggrava). Le otto settimane in cui ogni venerdì si è svolta la “Marcia del ritorno” mostrano una sequenza di proteste: il 6 aprile i manifestanti hanno iniziato con l’incendiare copertoni per coprire il confine di fumo nero; poi è stata la volta degli aquiloni – alcuni con le svastiche! – per incendiare i campi israeliani; il 27 aprile viene abbattuta una porzione di recinzione del confine. Violenza inutile, gratuita. Perché Hamas vuole lo scontro, l’annientamento degli israeliani (ben sapendo che la cosa non è possibile). Hamas che manda al massacro i giovani con le fionde; e dall’altra Israele che spara con armi moderne (e uccide) persone senza armi (armati appunto di fionde e sassi) che solo si avvicinano pur minacciosamente al confine… Chi è “meglio”: Hamas o Israele?? …Ma sarà possibile che questo accada, con tutto il mondo che sta (solo) a guardare?

Maps of Israel and Gaza

E così si sono avuti oltre cento palestinesi uccisi in queste settimane dai soldati israeliani, perché il solo avvicinarsi (non oltrepassare!, avvicinarsi) al confine ha dato il “diritto” di sparare.
Dall’altra i (secondo noi) “cattivi” sostenitori delle istanze palestinesi (Erdogan, l’Arabia Saudita, l’Iran…) giocano strumentalmente sulla pelle dei palestinesi per il controllo del Medio Oriente…
E’ in questo (tragico) contesto che si inserisce la decisione degli USA di trasferire l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme. Cosa che ha fomentato ancor di più gli animi: sentitisi espropriati del diritto ad avere Gerusalemme Est, della possibilità di poter dichiarare i quartieri arabi della città come capitale del loro futuro Stato.

Scontri al confine tra Gaza e Israele

E non è solo l’America di Trump: l’Ue si barcamena sull’equidistanza impossibile e tace, mentre ogni governo occidentale fa affari in armi e tecnologia, e con patti militari (come l’Italia) con Israele. Pur affermando, gli europei, la necessità di dare a Gerusalemme uno status di “Città aperta”, “condivisa tra israeliani e palestinesi” (i primi a ovest, i secondi a est), e arrivare a questo attraverso i negoziati.

ABU MAZEN, PRESIDENTE PALESTINESE: “SHOAH, COLPA DEGLI EBREI” – ONDATA DI INDIGNAZIONE INTERNAZIONALE

Il nodo resta quello del diritto dei palestinesi di avere una terra e uno Stato, fermo restando il diritto eguale d’Israele. Schiacciare i palestinesi, relegandoli in una serie di riserve indiane, non porta a un futuro buono per nessuno.

14 MAGGIO 2018: IVANKA TRUMP INAUGURA L’AMBASCIATA AMERICANA A GERUSALEMME_. L’EVENTO GIUNGE CONTEMPORANEAMENTE AGLI SCONTRI E A SESSANTA MORTI PALESTINESI IN QUEL GIORNO SCOPPIATI AL CONFINE TRA GAZA E ISRAELE.

La mossa (elettorale interna) di Trump di stabilire l’ambasciata USA a Gerusalemme, poteva anche essere un’opportunità per sbloccare una situazione tragica in quella città: il mondo riconosceva sì l’ambasciata Usa (e portava le proprie ambasciate), ma allo stesso tempo riconosceva i palestinesi nella parte est (e portava le proprie ambasciate), a GERUSALEMME EST, legittimando così GERUSALEMME COME CITTÀ CONDIVISA (e riconoscendo per la sua amministrazione unica, la sua integrità, un governo internazionale dell’Onu.

Dal 2002 Israele ha cominciato a costruire una barriera di separazione in Cisgiordania. Dei 764 chilometri di muro pianificati, ne sono stati costruiti 570. La barriera è stata costruita quasi interamente sulle terre palestinesi e ha un impatto molto forte sulla vita delle persone: ogni giorno migliaia di palestinesi sono costretti a fare lunghe file ai checkpoint controllati dall’esercito israeliano per andare a lavorare in Israele. (da INTERNAZIONALE, 28/2/2018)

Forse Israele ha anche paura del “pericolo demografico”: i palestinesi crescono di popolazione molto ma molto di più degli israeliani; e questo sarà un ulteriore problema prossimamente. La Risoluzione 194 dell’Onu del 1948 aveva già da allora riconosciuto «il diritto al ritorno dei palestinesi». Un punto che i negoziatori arabi hanno sempre inserito tra le richieste e che gli israeliani non sono mai stati disposti ad accettare: significherebbe la fine della maggioranza ebraica nel Paese. Questo appunto a proposito di “differenza demografica”. Per questo la creazione di due Stati separati, ciascuno indipendente, è da sempre considerata la soluzione migliore.

IL MURO E LA CODA QUOTIDIANA PER CONTROLLARE I DOCUMENTI E PASSARE IN ISRAELE PER ANDARE AL LAVORO

Nell’incandescente situazione israelo-palestinese, come in tutto il Medio Oriente, servirebbero MEDIATORI, COSTRUTTORI DI PONTI, organismi internazionali e Stati che propongono SOLUZIONI VIRTUOSE, in modo da non scontentare nessuna delle due parti.
Così, con Israele che spara contro la popolazione palestinese solo se si avvicina da Gaza alla frontiera, e dall’altra un atteggiamento violento di Hamas, dei leader palestinesi, (che non hanno problema a mandare al massacro i loro giovani); con gli Stati arabi che vedono tutta la questione palestinese-israeliana in modo strumentale agli equilibri di potere nel Medio Oriente, ebbene così non si va da nessuna parte e la situazione deflagra in continue tragedie. Dobbiamo tutti auspicare e spingere per trovare mediazioni virtuose (micro e macro); lavorare per costruire livelli di comunicazione, ponti tra sponde finora opposte. (s.m.)

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MEDIO ORIENTE SENZA TREGUA: DOPO LA STRAGE DI PALESTINESI A GAZA
TERRA SANTA IN FIAMME
di Fulvio Scaglione, da FAMIGLIA CRISTIANA, domenica 20/5/2018
– ISRAELE E USA HANNO ORMAI CANCELLATO OGNI PROSPETTIVA DI UNO STATO ARABO, RIPRODUCENDO LO SCHEMA DELLE “RISERVE INDIANE”. A CHI GIOVA? –
Due cose si perdono con grande facilità in Medio Oriente: le occasioni e le lezioni. Sulla questione di Gerusalemme si incartarono, nel 2000, a Camp David, nei colloqui convocati da Bill Clinton, sia Yasser Arafat sia Ehud Barak. Né il leader palestinese né il premier israeliano, dopo mille mosse tattiche, ebbero il coraggio di accettare per la Città Santa quella “sovranità condivisa” che avrebbe potuto disinnescare tante tensioni e avviare un dialogo reale, concreto, quotidiano. Tutto andò a monte, all’insegna del motto “O ACCORDO SU TUTTO O NESSUN ACCORDO” che rappresenta a perfezione la cancrena dei rapporti tra israeliani e palestinesi.
L’occasione andò persa e non si è più ripresentata. Anzi: di strappo in strappo siamo arrivati alla strage, agli oltre cento palestinesi uccisi in queste settimane dai soldati di Tsahal, mentre i ministri della tanto celebrata “unica democrazia del Medio Oriente” lietamente proclamano che «chiunque si avvicini al confine con Israele sarà ucciso». Si badi bene: non arrivi o superi, si avvicini. Ovvero, i dimostranti di Gaza saranno uccisi anche mentre si trovano sul loro territorio.
E qui c’è la seconda follia, non imparare mai le lezioni del passato. Continua a leggere