E’ UN NORDEST DI TANTI CAPANNONI, ruderi, centri commerciali, condomini, alberghi… ABBANDONATI – “Non torneranno i prati”: Il Paesaggio descritto da pittori, scrittori, fotografi… è perduto – IPOTESI credibili DI USCITA DAL DEGRADO, con attività vere, nuove, ecocompatibili, innovative per un “NUOVO NORDEST”

“(…) IN OTTO ANNI, DAL 2001 AL 2009, nel solo VENETO sono state RILASCIATE CONCESSIONI EDILIZIE PER OLTRE 111 MILIONI DI METRI CUBI DI FABBRICATI INDUSTRIALI E ARTIGIANI. In sostanza, CAPANNONI. La stessa regione, all’inizio del Millennio non ha avuto rivali sul nuovo edificato a destinazione produttiva: quasi 8 MILA METRI CUBI PER CHILOMETRO QUADRATO (dati Wwf) rispetto a una media – nel Nord Italia – di 4.600 circa. Persino la dinamicissima Lombardia si è dovuta arrendere all’euforia del Nordest. LA GRANDE CRISI SEGUITA AL 2008 HA INESORABILMENTE MODIFICATO LO SCENARIO: le richieste di costruire sono colate a picco, migliaia di imprese hanno chiuso i battenti e UN IMMENSO PATRIMONIO EDILIZIO – proprio quei capannoni che per decenni hanno simboleggiato progresso, laboriosità e benessere – È STATO ABBANDONATO A SE STESSO (…) (Stefano Bensa, “il Corriere del Veneto”, 19/6/2017)

   In Veneto si calcola che siano almeno 10mila i capannoni sfitti, inutilizzati, o totalmente abbandonati. Se estendiamo la cosa oltre i soli capannoni, allora si parla di più di 12 mila manufatti di rilevanti dimensioni vuoti, fra Veneto e Friuli.

   Un’edificazione senza regole, campanilistica (ogni comune anche piccolissimo con le sue aree industriali), priva di programmazione: per dire, la provincia di Treviso ha 95 comuni e conta 1.077 aree industriali, e in queste aree molti, moltissimi, sono i capannoni vuoti. O capannoni impiegati in minima parte, sia negli impianti e merci contenute, che nella manodopera presente.

MAPPA DEL CONSUMO DEL SUOLO IN VENETO 2015 (Fonte “Carta nazionale del consumo di suolo ISPRA-ARPA-APPA, 2016”) – IL CONSUMO DI SUOLO COSTA OGNI ANNO AL VENETO OLTRE 137 MILIONI DI EURO ALL’ANNO. Questi “costi occulti” della cementificazione sono di oltre 27 milioni di euro all’anno a Venezia, e a Treviso addirittura 52 milioni. È la stima che l’ISPRA (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) ha pubblicato NEL RAPPORTO CONSUMO DI SUOLO 2016. Ogni ettaro di suolo consumato infatti può causare «una spesa media che può arrivare anche a 55 mila euro all’anno, causato da costi che dipendono dal tipo di territorio e dal tipo di trasformazione subita: si va dalla produzione agricola (oltre 400 milioni di ero), allo stoccaggio del carbonio (circa 150 milioni), dalla protezione dell’erosione (oltre 120 milioni), ai danni provocati dalla mancata infiltrazione dell’acqua (quasi 100 milioni) e dall’assenza di impollinatori (quasi 3 milioni). Solo per la regolazione del microclima urbano (ad un aumento di 20 ettari per km2 di suolo consumato corrisponde un aumento di 0.6 °C della temperatura superficiale) è stato stimato un costo che si aggira intorno ai 10 milioni all’anno». (da http://www.venetoeconomia.it/ )

   Cosa fare allora di quei cubi di cemento disseminati un po’ dappertutto? Abbatterli o tentare di recuperarli? Sono le domande che un po’ tutti si fanno (quelli che si guardano attorno, tutti, non solo gli amministratori, i politici, gli adetti ai lavori come urbanisti, architetti, geografi, studiosi…). Tutti noi, interessati alle sorti dei nostri luoghi, ci chiediamo “che fare”.

Capannoni abbandonati

   E non è solo questione di capannoni industriali, artigianali: pensiamo ai ruderi che ci capita di vedere lungo le strade del Veneto e del Friuli: abitazioni, palazzi, condomini, hotel, negozi…(adesso anche addirittura centri commerciali totalmente chiusi!); poi addirittura anche ex caserme (non solo in Friuli Venezia Giulia) dismesse….

UNO FRA I TANTI CASI – “(….) il CENTRO COMMERCIALE costruito nel 2004 nel cuore della zona industriale di VILLORBA, alle porte di Treviso. IL PARCO «WILLORBA» sarebbe dovuto DIVENTARE LA CITTÀ DEGLI ACQUISTI DEI TREVIGIANI, ma LE COSE SONO ANDATE DIVERSAMENTE: parte dei capannoni non ha mai visto un negozio, il principale polo di attrazione (un grande supermercato) nel 2013 ha traslocato poco distante e altri punti vendita hanno annunciato l’addio. Nel complesso resistono (ma chissà per quanto) un negozio di calzature e un bazar cinese. Tutto il resto è desolatamente vuoto.(…) (Stefano Bensa, “il Corriere del Veneto”, 19/6/2017)

   Provate a pensare nelle vostre esperienze quotidiane di vita e spostamenti, che altro si potrebbe aggiungere di tipologia di fabbricati chiusi, inutilizzati…. manufatti che o sono in degrado totale o stanno lentamente cadendo a pezzi, di stagione in stagione, diventando appunto dei ruderi…immagine di un Nordest che non è più quello di prima, e non sa per niente cosa diventerà.

EFFETTO DOMINO di Romolo Bugaro, 2015, Einaudi Supercoralli, euro 19,50 – “CRISI DEI CAPANNONI NEL NORD EST, ASTE DESERTE, PREZZI A PICCO: IL PENSIERO DI UNO SCRITTORE DEL NORDEST – Nomisma ritiene quasi impossibile una ripresa del mercato immobiliare commerciale nei prossimi 15 anni. Così, gli immobili restano invenduti. Si deteriorano, si deprezzano. «FANNO LA MUFFA» chiosa ROMOLO BUGARO, avvocato e scrittore, autore di «Effetto domino», ultimo e denso racconto sul Nordest. Ma anche qualora vengano venduti, il prezzo precipita. Un esempio? Da 3,2 milioni a 400mila. «La crisi ha picchiato duro e il mercato dell’immobiliare commerciale ha accusato il colpo – dice Bugaro – fra costi alle stelle, mercato debole e pressione fiscale elevata, l’invenduto è la regola». «Da una parte, è chiaro – continua Bugaro – che quel dato immobile non ha mercato. Dall’altra basta fare quattro conti: a forza di ribassi, le spese della vendita forzosa rischiano di essere maggiori di quanto ricavabile della vendita stessa. Meglio lasciar perdere». Bugaro nota come quello che sta accadendo A NORDEST È «UN FENOMENO NUOVO E IMPRESSIONANTE». Si tratta della «rottura del meccanismo economico più consolidato: quello che non vede più incrociarsi domanda e offerta di capannoni costati centinaia di migliaia di euro». «A Nordest resterà un patrimonio di costruzioni abbandonate, luoghi dove abitava il lavoro e che sono stati abbandonati dal lavoro. Relitti da ripensare», nota lo scrittore. (Copyright – Nordest Economia Gruppo Espresso)

   C’è stato un periodo, un decennio fa, che i capannoni abbandonati spesso venivano utilizzati, nel tetto come installazione di pannelli fotovoltaici: era l’epoca più redditizia del “conto energia”: cioè rendeva bene, con gli incentivi statali, la cessione di energia elettrica al GSE (cioè al Gestore dei Servizi Energetici) immettendo così in rete, dietro remunerazione per ogni kWh, l’energia elettrica prodotta dai pannelli solari fotovotaici.

   E paradossalmente il sostanzioso bonus ai produttori di energia veniva (viene) pagato in bolletta da chi non aveva i pannelli solari di produzione energetica…. Il gioco speculativo dell’utilizzo dei capannoni in questo caso (ma anche di terreni agricoli, quando non convertiti a vigneti, elemento ora redittuale in forza…), l’elemento speculativo, dicevamo, del fotovoltaico regge (ha retto) fin tanto che lo Stato sponsorizzava la cosa (attraverso appunto gli ignari consumatori pagatori di bolletta elettrica). Pertanto nessuna conversione “seria” dei capannoni ad attività innovative in questo caso.

EX LANEROSSI, Via Pasubio 135, SCHIO, (Vicenza) (foto da http://espresso.repubblica.it/ )

   Ma non ci addentriamo in questo post sul tema della produzione energetica: l’utilizzo dei capannoni abbandonati rendeva ai proprietari l’affitto del tetto di questi per l’utilizzo a panelli solari fotovoltaici, con aggravio alle casse dello stato (cioè direttamente dei contribuenti in bolletta!) e che poco aveva questa attività di “virtuosamente ecologico” (tant’è che, diminuiti o cessati gli incentivi, si sta totalmente diradando, e rimangono gli impianti a base di silicio da smaltire, ed è facile osare pensare che tra qualche decennio, anche meno, la comunità (noi tutti), dovrà farsene carico (come spesso accade in questi casi).

(nella foto: l’Hotel Michelangelo ad Abano Terme, abbandonato, covo di rovine per sbandati – da http://www.skyscrapercity.com/ ) – Ad ABANO e MONTEGROTTO, nel Padovano, il più importante distretto termale d’Europa, ha un altro problema: GLI ALBERGHI. Dopo il traumatico calo di clientela tedesca, che fino a dieci anni fa costituiva il 60% del flusso turistico, 24 HOTEL HANNO CHIUSO i battenti. La crisi è stata innescata dai pesantissimi tagli imposti da Angela Merkel ai bilanci della mutua teutonica, che ha smesso di rimborsare una serie di prestazioni sanitarie come la quotata «thermalfangoterapie» praticata ad Abano. OGGI QUEGLI ALBERGHI, ANCHE CENTRALISSIMI E TALUNI LUSSUOSI, SONO DIVENUTI UN RICETTACOLO DI DEGRADO E UN BIVACCO PER SENZATETTO. (Stefano Bensa, “il Corriere del Veneto”, 19/6/2017)

   E poi, oltre al degrado dei capannoni, va anche ricordato che molto spesso sono stati usati materiali per costruirli altamente inquinanti: uno su tutti è l’AMIANTO, che è stato ampiamente usato negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso nel campo dell’edilizia e dell’industria, specie proprio per le coperture dei tetti dei capannoni industriali…che ora sono lì, che cadono a pezzi…e rilasciano nell’aria le velenose cancerogene particelle.

   Pertanto non è solo un problema “visivo”, del paesaggio massacrato, e del futuro economico incerto… ma anche di salute pubblica, di risanamento dovuto di vaste aree molto spesso densamente abitate, in mezzo a popolazioni che lì ci vivono….

il REPORT DEL WWF “RIUTILIZZIAMO L’ITALIA” (del 2014, ma sempre attuale) affronta il tema “LAND TRANSFORMATION IN ITALIA E NEL MONDO: fermare il consumo del suolo, salvare la natura riqualificare le città”. E’ un’occasione per riflettere sulla cementificazione del nostro fragile territorio e delle nostre risorse naturali sottoposte ad un’emergenza diventata quotidiana a causa del dissesto idrogeologico e dei fenomeni estremi provocati dal cambiamento climatico.RAPPORTO WWF “RIUTILIZZIAMO L’ITALIA”. Ecco il link:
http://awsassets.wwfit.panda.org/downloads/report_wwf_2015_2_09.pdf

   Le proposte per “togliere i capannoni” (e in genere ogni manufatto edile inutilizzato, che sta cadendo) sono tutte proposte un po’ deboli, scontate, con poco di innovativo.

   Ad esempio una è quella dei CREDITI EDILIZI: cioè la demolizione dei manufatti irrecuperabili a ogni altra destinazione d’uso, e il recupero globale di aree abbandonate. In Veneto esisterebbe la legge urbanistica fondamentale che questo prevede appunto con i crediti edilizi (la legge regionale 11 del 2004): cioè l’abbattimento, con recupero del suolo (magari ritorno ad un difficile uso agricolo), e il “trasferimento” della volumetria demolita in altri luoghi, così da ridurre la perdita di valore dei manufatti esistenti e renderli commerciabili, non danneggiare i proprietari. Ma questo suscita forti perplessità, in un’epoca in cui si parla di arrivare presto a un “consumo del suolo zero”… lo spostamento in cunatura non convince…e poi per fare cosa? …il mercato immobiliare ora molto ridotto non ripagherebbe certo i proprietari dei capannoni demoliti…. i crediti edilizi diventano peggio della demolizione, in ogni caso uno strumento con poco senso…

“(….) L’ex centrale i Porto Tolle, nel Polesine, diverrà un POLO TURISTICO, LUDICO, NATURALISTICO ED AGRO-GASTRONOMICO. Porto Tolle ha una carta da giocare: sorge in una zona di pregio, il Delta del Po. Ma IN PIANURA, FRA UN CENTRO ABITATO E L’ALTRO, COSA SI PUÒ FARE? Ha provato a rispondere alla domanda un gruppo di STUDENTI DELL’UNIVERSITÀ IUAV, che ha preso a riferimento un NUCLEO DI ZONE INDUSTRIALI «TIPICHE» compreso fra Camposampiero e a Cazzago, fra Padova e Venezia, e sviluppato un PROGETTO per la placca compresa fra l’autostrada A4 e la ferrovia: SPAZI CICLOPEDONALI, ORTI URBANI, TETTI FOTOVOLTAICI PER LA PRODUZIONE DI ENERGIA ELETTRICA, VIE D’ACQUA (…..)” (Stefano Bensa, “il Corriere del Veneto”, 19/6/2017)

   Qui, in questo post non proponiamo alternative e idee di “rivoluzione per un nuovo Nordest”, perché non ci sono idee nuove. Ci limitiamo a dire e riportare, prosaicamente, quel che si può fare di ragionevole: lavorare su un territorio per migliorarlo il più possibile, con nuove forme di mobilità (ad esempio l’estensione che appare, pur lentamente, di piste ciclabili: ci pare cosa interessante); con nuove attività emergenti compatibili con l’ambiente; con nuove produzioni artigianali in rete più vasta, globale, cui il Nordest può essere presente. Con la creazione di infrastrutture leggere e importanti, come l’estensione in ogni dove dei cavi della BANDA LARGA (eviteremo pure la trasmissione WiFi con onde elettromagnetiche di cui non si sanno ancora gli effetti sulla salute…)… Con un’educazione all’innovazione, a un turismo più efficace, intelligente, conoscitivo dei vari modi delle realtà locali (non solo i paesaggi, ma l’economia, gli usi, le tradizioni…), turismo che valorizzi le enormi risorsi culturali, ambientali (luoghi anche piccoli “d’arte” ora dimenticati, una montagna favolosa, un mare così così…).

   E negli articoli che seguono, in questo post, riportiamo anche l’indagine molto interessante, il reportage, dell’inserto regionale veneto del Corriere della Sera (il Corriere veneto) che nei giorni scorsi ha analizzato le prospettive possibili di recupero dal degrado dei manufatti non più operanti nel Nordest.

   Ad esempio l’ex Centrale elettrica non più in uso di Porto Tolle, nel Polesine, diverrà un polo turistico, ludico, naturalistico ed agro-gastronomico. E’ vero che Porto Tolle ha una carta da giocare: cioè sorge in una zona di pregio, il Delta del Po.

   Ma in pianura, fra un centro abitato e l’altro, cosa si può fare? laddove non esistono agglomerati tanto appetibili, magari ai margini di centri abitati medio-piccoli?

   Un gruppo di studenti dell’Università Iuav di Venezia, su questo tema (del degrado di manufatti in pianura, in zone “meno interessanti”), ha preso a riferimento un nucleo di zone industriali «tipiche» fra Padova e Venezia, e sviluppato un progetto che prevede spazi ciclopedonali, orti urbani, vie d’acqua….

DALLA FABBRICA AL MUSEO PAGNOSSIN – RICONVERSIONI: L’ex FABBRICA DELLE CERAMICHE rivive fra sostenibilità e posti di lavoro – L’AREA EX PAGNOSSIN DI TREVISO è stata un luogo simbolo del made in Italy, per oltre 90 anni un punti di riferimento del tessuto industriale del NordEst – IL PROGETTO SI CHIAMA OPEN DREAM, un progetto di riqualificazione di un’area di archeologia industriale – L’OBIETTIVO È GENERARE RICCHEZZA, BENESSERE E POSTI DI LAVORO per il territorio in un’ottica di sviluppo ecosostenibile: per questo è al lavoro un team composto da ARCHITETTI, DESIGNER, CURATORI D’ARTE E PIANIFICATORI selezionati dall’università Iuav di Venezia e AFFIANCATI DAI PROFESSIONISTI INCARICATI DALL’AZIENDA, per sperimentare – e anticipare – quegli scambi e collaborazioni tra territorio, atenei e impresa previsti anche dal PIANO INDUSTRY 4.0. Al “tavolo delle idee” si metterà a punto un piano che contempli ARTE E DESIGN, TURISMO GREEN E ALIMENTAZIONE, COMUNICAZIONE E MARKETING, ARCHITETTURA E PAESAGGIO

   Oppure pensare ai capannoni per mettere servizi difficilmente collocabili nel cuore dei paesi, attività sportive, palestre, aree per fiere e sagre o mercati, o attività agricole per immagazzinare prodotti (ad esempio il cippato da legno combustibile)….non servirebbero grossi investimenti, trattandosi di edifici già infrastrutturati….

   E’ questo che sta un po’ accadendo nella realtà di tutti i giorni, “individualmente”, nell’attività quotidiana ad esempio di ogni amministrazione comunale che si pone il problema per i “degradi” e “abbandoni” nel proprio territorio…. ma rimaniamo nel confuso, senza alcuna programmazione, senza alcuna idea innovativa di nuovo sviluppo. (s.m.)

“(…..) L’AREA INDUSTRIALE DI PORTO MARGHERA È DIVENUTA UN GIGANTESCO LABORATORIO DI RIQUALIFICAZIONE. Le volumetrie sono enormi: in 22 anni, dal 1989 al 2011, l’occupazione del polo industriale si è dimezzata (da 20 mila posti si è scesi a circa 11 mila) e i «vuoti» sono decine. IL 40% DEGLI EDIFICI RISULTA ABBANDONATO. «Ma non si tratta di una landa desolata, anzi. La forza di Marghera sono le sue infrastrutture, fra le migliori e più complete d’Italia», assicura il professor Ezio Micelli, docente di Architettura dell’Università Iuav….«Porto Marghera – spiega Micelli – sta assumendo i connotati di un POLO LOGISTICO CON FUNZIONI DIVERSIFICATE, anche di tipo AGROALIMENTARE, con MANIFATTURA, MECCANICA e METALLURGIA AVANZATA dislocate su 1.500 ettari di superficie serviti da porto, autostrade e aeroporto. In un’area nevralgica del Paese…» (…..)” (Stefano Bensa, “il Corriere del Veneto”, 19/6/2017)

…………………………

RICICLARE O DEMOLIRE I VECCHI CAPANNONI. PROGETTI E IDEE PER RICOSTRUIRE IL NORDEST

di Stefano Bensa, da “il Corriere del Veneto” del 18/6/2017

   Soltanto in Veneto si calcola che siano almeno 10 MILA I CAPANNONI SFITTI O TOTALMENTE ABBANDONATI. Un patrimonio immobiliare immenso, spesso di scarsa qualità e che, dopo decenni di crescita impetuosa e l’altrettanto brusca frenata dell’ultimo decennio, propone un problema dai risvolti potenzialmente dirompenti sotto il profilo urbanistico e ambientale: COSA FARE DI QUEI CUBI DI CEMENTO DISSEMINATI UN PO’ DAPPERTUTTO? ABBATTERLI O TENTARE DI RECUPERARLI? Continua a leggere

QUESTIONE CLIMA: la MANCATA RATIFICA degli USA dell’ACCORDO DI PARIGI (i paesi sviluppati contengono l’aumento della temperatura sotto i 2 gradi dai livelli pre-industriali, e aiutano i paesi poveri per uno sviluppo compatibile), è un disimpegno mondiale a salvare il pianeta? (oppure un monito a fare di più?)

Dal 10 al 12 giugno la città di BOLOGNA ha ospitato il G7 AMBIENTE, il vertice dei MINISTRI DELL’AMBIENTE dei 7 Paesi più ricchi appartenenti all’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, che conta 35 paesi aderenti, ha sede a Parigi ed è un’organizzazione internazionale di studi economici per i paesi membri, paesi sviluppati aventi in comune un sistema di governo di tipo democratico ed un’economia di mercato ). DI FRONTE ALLA CRISI AMBIENTALE E CLIMATICA, LE ORGANIZZAZIONI SOCIALI, in contemporanea, HANNO ORGANIZZATO TRE GIORNATE DI DISCUSSIONE E MOBILITAZIONE PER CHIEDERE UNA SVOLTA RADICALE NELLE POLITICHE AMBIENTALI E CLIMATICHE. Tre giornate in cui presentare, confrontare e approfondire proposte che puntino ad una reale trasformazione ambientale, sociale ed economica necessaria a tutelare le risorse ambientali e ad affrontare la sfida dei cambiamenti climatici

   Alluvioni, piogge estreme, violente nevicate, lunghi periodi di siccità e ondate di calore che persistono per vari giorni e notti. Il clima sta già cambiando, aumentano i fenomeni metereologici estremi: Il dramma è che attenzione o meno, responsabilità politica o meno… le emergenze ambientali restano e spetta alle realtà sociali sollevarle con forza di fronte ai decisori politici, rivendicando spazi partecipativi e misure efficaci.

Il presidente Donald Trump alla conferenza stampa in cui ha annunciato che gli Stati Uniti abbandonano l’Accordo sul clima, nel Giardino delle rose della Casa Bianca, Washington DC, 1 giugno 2017
(AP Photo/Susan Walsh)

   Per porre sul tavolo proposte concrete che proietterebbero il paese verso l’anelato orizzonte carbon neutral, oltre 100 scienziati italiani e circa 200 realtà della società civile hanno presentato, a BOLOGNA tra il 10 e il 12 giugno scorsi (in occasione e in parallelo al G7 Ambiente, che vedeva la presenza dei ministri dell’Ambiente dei 7 Paesi più sviluppati), un manifesto radicalmente ambientalista, il “Decalogo per una società ecologica” (poi parafrasato, nella presentazione, cambiando la seconda vocale da “a” in “o” per denotare l’importanza, ancora oggi più attuale, della parola “eco”, ecologia: pertanto qui (cliccando) potete trovare le proposte del “DECOLOGO PER UNA SOCIETÀ ECOLOGICA” : 78 misure per una serrata transizione in senso ecologico di economia e società.

1) MODELLO ENERGETICO, 2)PRODUTTIVO e 3)AGRICOLO, 4)MOBILITÀ, 5)GESTIONE DEI RIFIUTI, 6)INFRASTRUTTURE e 7)CEMENTIFICAZIONE, 8)ACQUA E SERVIZI PUBBLICI LOCALI, 9)SALUTE PUBBLICA e 10)MODELLO PARTECIPATIVO: sono gli ambiti in cui RE.S.eT. (la Rete Scienza e Territori per una società ecologica) declina 10 PUNTI E 78 PROPOSTE per fare dell’Italia un Paese a zero emissioni e zero veleni. Proposte contenute nel “DECOLOGO PER UNA SOCIETÀ ECOLOGICA” , presentato tra il 10 e 12 giugno scorsi a Bologna in vista del G7 Ambiente. IL MANIFESTO DI PROPOSTE è stato redatto e promosso da UNA RETE che conta un centinaio di RAPPRESENTANTI DELLA COMUNITÀ SCIENTIFICA E ACCADEMICA e da circa 200 ASSOCIAZIONI attive in tutto il Paese sul fronte della tutela ambientale

   L’ACCORDO di Parigi del dicembre 2015, ora abiurato dagli Stati Uniti (da Trump…non solo la green economy americana e le maggiori realtà innovative economiche negli Usa volevano che gli Usa restassero, ma pure la maggior parte delle multinazionali petrolifere, che stanno facendo grandi investimenti sull’energia del domani, non sarebbero uscite da quest’accordo internazionale…), l’Accordo di Parigi, dicevamo, prevede come base portante quello di contenere l’aumento della temperatura ben al di sotto dei 2 gradi centigradi rispetto ai livelli pre-industriali, con l’impegno a limitare progressivamente l’aumento di temperatura a 1,5 gradi. E’ stato poi firmato ufficialmente il 22 aprile 2016, in occasione della Giornata mondiale della Terra, alle Nazioni Unite a New York, da 175 Paesi.

   Allora va ripreso il discorso di Donald Trump, che ha deciso di ritirare gli Stati Uniti da questo accordo: lo ribadiamo questo, per dire, nelle righe che seguono, che la cosa è complessa, e che non tutto è perduto in merito alla importante presenza americana. Infatti l’accordo sul clima di Parigi del 2015, firmato poi, come detto, all’Onu, da 175 paesi che si sono impegnati a ridurre le emissioni di gas serra, rappresenta uno degli strumenti all’interno di una “CONVENZIONE QUADRO SUI CAMBIAMENTI CLIMATICI” firmata a RIO DE JANEIRO nel 1992.

“(…) Nell’aria l’ANIDRIDE CARBONICA è in quota ridottissima, lo 0,04%, ma CRESCE RAPIDAMENTE: era lo 0,031, negli anni 70. A titolo di confronto un gas raro come l’argo è presente allo 0,9%. Ma L’ANIDRIDE CARBONICA, CIOÈ BIOSSIDO DI CARBONIO, CIOÈ IN FORMULA BRUTA LA CO2, ha la proprietà di TRATTENERE IL CALORE IRRAGGIATO DAL SOLE, e quindi di SCALDARE L’ATMOSFERA spostando il punto di equilibrio verso una temperatura più calda. La CO2 si sviluppa soprattutto dai processi di COMBUSTIONE NATURALE (eruzioni, incendi di foreste), BIOLOGICA (la respirazione di piante e animali, fra i quali anche noi) e COMBUSTIONE ARTIFICIALE (centrali elettriche, ciminiere, motori e così via). UN MONDO PIÙ CALDO non significa l’estinzione della vita sul pianeta, questo no, ma SIGNIFICA comunque UN MONDO DIVERSO da come lo conosciamo: i MARI PIÙ ALTI, la SIBERIA E il CANADA VERDEGGIANTI, DESERTI SENZA FINE NELLE ZONE TROPICALI, la SCOMPARSA DI ALCUNE SPECIE VIVENTI e la comparsa di altre specie che oggi non possiamo nemmeno immaginare. Nell’ITALIA delle frane un clima diverso fa presagire PIOGGE PIÙ RARE MA CON TEMPESTE PIÙ FURIOSE, uno SPOSTAMENTO DELLE COLTURE MERIDIONALI VERSO L’ALTA ITALIA e comparsa di AREE ARIDE NEL MEZZOGIORNO. E i BASSOPIANI PADANI del Veneto, dell’Emilia e della Romagna, finirebbero SOTTO IL MARE, VENEZIA COMPRESA.(…)” (Jacopo Giliberto, da “il Sole 24ore” del 1/6/2017)

   Allora è bene specificare: GLI STATI UNITI SI RITIRANO DALL’ACCORDO DI PARIGI, MA NON SONO USCITI DALLA CONVENZIONE QUADRO SUI CAMBIAMENTI CLIMATICI. Senza così invertire la tendenza che porta alla DECARBONIZZAZIONE. Forse solo si è trattato di un debito elettorale da pagare “a qualcuno” per Trump, ma la tendenza a invertire ricerca ed economia verso la decarbonizzazione continua ancora negli Usa.

   Quel che invece può preoccupare è che, a livello mondiale, non ci possa essere la spinta vera a un cambiamento radicale nello sviluppo, a volere una società ecologica. A “non interferire” anche (e questo forse è il vero tema) sui nostri consumi e modi di vita quotidiani. Ok: d’accordo, viaggeremo forse fra qualche anno, o decennio, su auto elettriche, ma la produzione elettrica per far funzionare queste nostre auto elettriche da cosa sarà data? …da risorse naturali rinnovabili e “infinite” (come il sole) oppure da fonti fossili che tenderanno prima o poi a esaurirsi (il petrolio, il carbone, anche il gas…e anche metodi altamente inquinanti come il gas ricavato in profondità dalle rocce, lo shale gas?). Vien da pensare che una nuova fase di “grande decarbonizzazione” del pianeta ci sarà solo se prioritariamente l’economia si orienterà stabilmente così, se si potranno fare molti affari e molti soldi…

Co2 pro-capite (da focus)

   E’ da capire allora quali saranno LE MISURE CONCRETE per dar corso all’accordo di Parigi sul clima: cioè come ci si muoverà. Per questo interessante, tra le tante cose, iniziative e proposte, il decalogo per una società ecologica di qui parlavamo qui sopra, presentato tra il 10 e 12 giugno scorsi a Bologna in vista del G7 Ambiente.

foto manifestazione per il clima (da il fatto quotidiano del 14/6/2017)

   IL MANIFESTO DI PROPOSTE è stato redatto e promosso da UNA RETE che conta un centinaio di rappresentanti della comunità scientifica e accademica e da circa 200 associazioni attive in tutto il Paese sul fronte della tutela ambientale. I temi sono quelli del MODELLO ENERGETICO, PRODUTTIVO e AGRICOLO, della MOBILITÀ, della GESTIONE DEI RIFIUTI, delle INFRASTRUTTURE e CEMENTIFICAZIONE, dell’ACQUA E SERVIZI PUBBLICI LOCALI, della SALUTE PUBBLICA e che MODELLO PARTECIPATIVO (per quest’ultimo tema noi propendiamo da sempre in questo blog per un sistema fortemente federalista).

   E c’è da ribadire, da sottolineare ancora, che non basta la DECARBONIZZAZIONE…ad esempio: la produzione energetica si baserà ancora sul nucleare? …o dobbiamo pensare di puntare su energie rinnovabili non pericolose, magari in una rete diffusa locale? (s.m.)

……………………..

L’ACCORDO DI PARIGI è stato firmato nel dicembre del 2015 e ratificato finora da 147 paesi, sui 197 rappresentati nella CONVENZIONE QUADRO SUI CAMBIAMENTI CLIMATICI. Rappresenta uno degli strumenti all’interno, appunto, di una “Convenzione quadro sui cambiamenti climatici” firmata ancora a Rio de Janeiro nel 1992. Questa CONVENZIONE DI RIO del 1992 prevede, all’art. 2, di STABILIZZARE, in conformità con le disposizioni della Convenzione, LE CONCENTRAZIONI DI GAS A EFFETTO SERRA NELL’ATMOSFERA a un livello tale CHE SIA ESCLUSA QUALSIASI PERICOLOSA INTERFERENZA DELLE ATTIVITÀ UMANE SUL SISTEMA CLIMATICO. Ma NON SI DICONO I TEMPI PER FARE QUESTO. E’ così che allora sono state create le COP (CONFERENCE OF PARTIES), ovvero gli incontri fra i firmatari della Convenzione (Parties) per chiarire quello che al suo interno non è previsto. Come hanno fatto Cop3 a KYOTO nel 1997 e Cop21 a PARIGI nel 2015. GLI STATI UNITI SI RITIRANO DALL’ACCORDO DI PARIGI, MA NON SONO USCITI DALLA CONVENZIONE QUADRO SUI CAMBIAMENTI CLIMATICI. Senza così invertire la tendenza che porta alla decarbonizzazione. Un debito elettorale da pagare per Trump, ma la tendenza a invertire ricerca ed economia verso la decarbonizzazione continua anche negli Usa. (Marzio Galeotti e Alessandro Lanza, 9/6/2017, da “LA VOCE.INFO” – http://www.lavoce.info/)

COS’E’ L’ACCORDO DI PARIGI SUL CLIMA

L’intesa raggiunta a dicembre del 2015 e ratificata dai vari Paesi durante l’anno successivo punta a limitare le emissioni di gas serra e a contenere il riscaldamento globale. Continua a leggere

I CURDI: quale destino? – In memoria di AYSE DENIZ KARACAGIL, ragazza turca uccisa per la causa curda contro l’Isis – Il MEDIO ORIENTE, tra SIRIA e IRAQ, dove la (ri)conquista dei territori del Califfato terrorista, è cosa minore per i SUNNITI (Arabia, Turchia) rispetto alla lotta agli SCITI (IRAN, IRAQ, e il possibile STATO CURDO)

La scheggia d’una granata, o forse la pallottola d’un cecchino islamista, ha falciato lunedì 28 maggio la vita di AYSE DENIZ KARACAGIL, ragazza turca che aveva sposato la causa curda. E’ morta combattendo alle porte di RAQQA. era diventata un idolo per milioni di sue coetanee. In Italia era stata resa famosa dalla matita del fumettista romano MICHELE RECH, alias ZEROCALCARE, che in KOBANE CALLING aveva raccontato il suo coraggioso impegno in difesa della città curda-siriana di RAQQA contro l’avanzata dei jihadisti

   “Nel post che le ha dedicato su Facebook, ZEROCALCARE (alias MICHELE RECH) scrive: «È sempre antipatico puntare i riflettori su una persona specifica, in una guerra dove la gente muore ogni giorno e non se ne cura nessuno. Però siccome siamo fatti che se incontriamo qualcuno poi per forza di cose ce lo ricordiamo e quel lutto sembra toccarci più da vicino, a morire sul fronte di RAQQA contro i miliziani di daesh è stata AYSE DENIZ KARACAGIL, la ragazza soprannominata CAPPUCCIO ROSSO». Nel suo bel libro KOBANE CALLING – a metà tra diario e graphic journalism – il fumettista aveva ripercorso i suoi viaggi in TURCHIA, IRAQ, SIRIA, raccontando tra le macerie della città contesa il sogno del popolo curdo, il solo al mondo a cui nessuno ancora riconosce i confini di una nazione.” (Pietro Del Re, “la Repubblica” del 2/6/2017)

da KOBANE CALLING , di ZEROCALCARE, dedicato a AYSE DENIZ KARACAGIL, ragazza turca che aveva sposato la causa curda

…………………….

   Dedichiamo questo post a AYSE DENIZ KARACAGIL, ragazza turca combattente per i curdi, uccisa alle porte di Raqqa (nel centro-nord della Siria, nei combattimenti per la liberazione della città dall’Isis) dalla scheggia d’una granata, o forse la pallottola d’un cecchino islamista, il 28 maggio scorso.

   Questa giovane donna, che le autorità turche consideravano una terrorista latitante (perché aveva partecipato attivamente a Istanbul, nella primavera del 2013, alla rivolta in difesa degli alberi di Gezi Park, una rivolta di fatto in toto contro il regime di Erdogan), era diventata un idolo per milioni di sue coetanee.

   In Italia era stata resa famosa dalla matita del fumettista Michele Rech, alias ZEROCALCARE, che in KOBANE CALLING aveva raccontato il coraggioso impegno di Ayse in difesa della città curda-siriana di KOBANE contro l’avanzata dei jihadisti (Kobane, città curda enclave, in Siria, al confine con la Turchia: enclave, com’era stata Sarajevo, perché teatro di una guerra casa per casa nell’ottobre 2014 tra curdi e assedianti dell’Isis, completamente riconquistata dai curdi qualche mese dopo). Rispetto ai tempi di Kobane, a Raqqa i ruoli ora sono invertiti: gli assediati sono adesso gli assassini dell’Isis, che Ayse voleva snidare dalla loro ultima roccaforte in Siria.

   E in questo post colleghiamo la tragica vicenda di Ayse che si ribella al regime turco, e poi ai terroristi dell’Isis, in favore dei curdi, lo colleghiamo al voler parlare proprio del popolo curdo, frammentato in più nazioni (Turchia, Siria, Iraq, Iran); e in parallelo di qual è la complicata situazione di adesso in quella parte di Medio Oriente, in particolare Siria e Iraq, dove lo scontro con l’Isis sembrava guadagnare posizioni, portare alla vittoria delle fore anti-Isis, anche e in particolare grazie al sacrificio diretto, sul campo, di uomini e donne curde, nell’affrontare i terroristi islamici (e con l’appoggio di un Occidente sempre più preoccupato del dilagare nelle proprie nazioni di un terrorismo fatto di individui che si richiamano in vari modi al Califfato terrorista).

(Il Kurdistan sulla mappa fra progetto e stesura definitiva, da http://www.linkedin.com/) – Il KURDISTAN è una regione che si estende per quasi 400mila chilometri quadrati a cavallo tra TURCHIA, SIRIA, IRAN e IRAQ. I curdi sono in lotta da decenni per il riconoscimento del loro diritto all’autodeterminazione. Con il trattato di Losanna del 1923, i territori abitati dalla popolazione di etnia curda – che avevano fatto parte dell’impero ottomano – furono divisi tra quattro paesi. Oggi solo le zone del Kurdistan iracheno e di quello siriano godono di forme di autonomia

   Dicevamo che la battaglia contro lo stato islamico integralista sembrava già dall’autunno scorso in buona situazione, e c’era chi ottimisticamente (e un po’ irresponsabilmente) dava per sicuro il soccombere degli integralisti islamici. Ma qualcosa è accaduto, e ora tutto sembra magmaticamente incontrollato. Perché le forze anti-Isis forse hanno obbiettivi e priorità diverse rispetto alla chiara e diretta lotta all’islamismo integralista.

   Infatti prima ancora di combattere il Califfato terrorista assediato a MOSUL (città nel nord dell’Iraq), e nella capitale dell’Isis RAQQA (Raqqa si trova nell’area centro-nord della Siria), forse le forze in campo sono prioritariamente concentrate a contrastare Teheran e magari a usare i jihadisti in funzione anti-sciita. E’ un fatto che la città di Mosul, città in mano all’Isis e per il Califfato terrorista assai strategica, ebbene a Mosul è iniziata una “liberazione” da parte delle forze anti-Isis già il 17 ottobre scorso, e che doveva concludersi in pochi giorni.

A destra Jihan Sheikh Ahmed, portavoce delle forze curdo-siriane – “…LA BATTAGLIA PER LA LIBERAZIONE DI RAQQA, LA CAPITALE DELLO STATO ISLAMICO NEL NORD DELLA SIRIA SCATTERÀ “A GIORNI”. Lo ha detto JIHAN SHEIKH AHMED la portavoce delle Forze Democratiche siriane (Sdf), l’alleanza curda-araba sostenuta da Washington e composta principalmente dalle Unità di Difesa del Popolo curdo (Ypg) affiancati dal battaglione femminile, ossia Ypj…” (da “Globalist”, 3/6/2017, http://www.globalist.it/ )

   E, nel giugno 2017, quasi otto mesi dopo, a Mosul l’assedio, la liberazione dagli integralisti islamici, non è ancora terminata… siamo sempre fermi, sembra che la città stia per essere liberata e invece non accade. Secondo tanti osservatori questo non avviene perché la lotta all’Isis è sviata, superata, da altre questioni in quella parte del Medio Oriente (in particolare in Siria): cioè il “pericolo” rappresentato dalla creazione di un stato del Kurdistan (i più generosi combattenti contro l’Isis sono appunto i curdi…), cosa avversata in particolare dalla Turchia; e poi c’è il pericolo di una presenza in Siria dell’Iran (anch’esso paese che si è impegnato contro l’Isis).

Mappa presenza curda nel nord della Siria (da Internazionale) – “…I CURDI SIRIANI (vedi parte verde scuro della carte) vivono nel NORD DEL PAESE, una zona che costeggia la frontiera turca, oltre la quale vivono curdi turchi. La frontiera turco-siriana separa i due Kurdistan. Quello siriano – il ROJAVA, dal marzo di quest’anno FEDERAZIONE DELLA SIRIA DEL NORD – gode di un’autonomia de facto da quando il regime di Damasco è in guerra con i ribelli, mentre quello turco ricomincia a sognare la secessione, ispirato dai curdi iracheni e siriani…..” (Bernard Guetta. France Inter, Francia, 11/5/2017, da INTERNAZIONALE)

   Così allora è ancora una volta la lotta dei SUNNITI (Arabia Saudita, Turchia…) CONTRO GLI SCIITI (Iran, Iraq… gli sciiti hanno combattuto con convinzione l’Isis, mentre i paesi sunniti hanno dimostrato meno fermezza nel combattere i terroristi islamici), scontro di derivazione politica-religiosa dentro al mondo arabo (tra sunniti e sciiti) che prende il sopravvento sul pericolo del Califfato terrorista dell’Isis, che ora colpisce sempre più, con terrorismi individuali, quasi quotidianamente le capitali europee (Parigi, Londra, Berlino…).

   Trump ha confermato il programma di armamenti ai curdi siriani in vista della riconquista di Raqqa, che è considerata la capitale dell’Isis, dando in questo un dispiacere all’alleato turco Erdogan. Ma l’America è incerta nel da farsi, come lo è l’Europa.

(foto da http://www.retekurdistan.it/) – I CURDI SONO UNA COMUNITÀ ETNICA CON CULTURA, TRADIZIONI E LINGUA PROPRIA. Sono IN MAGGIORANZA SUNNITI ma anche sciiti (come in Iran e Azerbaijan). E’ una POPOLAZIONE AUTOCTONA DELLA REGIONE MEDIORIENTALE. La recrudescenza della LOTTA CONTRO LA TURCHIA ha alimentato la crescita anche di un’altra fazione ancora più estremista: il TAK (I falchi per un Kurdistan Libero). NEL MONDO SONO CIRCA 30/35 MILIONI, di cui circa 15/16 MILIONI IN TURCHIA (18/20% DELLA POPOLAZIONE), 5/6 MILIONI IN IRAQ, 6/7 MILIONI IN IRAN, 2/2,5 MILIONI IN SIRIA (circa 10% della popolazione), il resto in alcune nazioni caucasiche o diaspora nel mondo. La guerra civile in Siria ha nei fatti permesso ai CURDI SIRIANI di affrancarsi dalle persecuzioni del regime e di ottenere una propria autonomia territoriale. Sono rappresentati dalle formazioni militari dell’YPG (Unità di Protezione Popolare), braccio armato del PYD (Partito dell’Unione Democratica). I CURDI IRACHENI sono politicamente divisi al loro interno tra il KDP (Kurdistan Democratic Party) di Masoud Barzani, che guida la regione semi-autonoma, e il PUK (Patriotic Union of Kurdistan) di Jalal Talabani, presidente iracheno dal 2005 al 2014. (25/4/2017, da http://reporterspress.it/)

   Per quel che riguarda i curdi, nell’arduo tentativo di comporre lo stato del Kurdistan (tra Turchia, Siria, Iraq e Iran), dato ora dalla credibilità internazione dei curdi che sono i primi combattenti “diretti”, sul terreno, del Califfato terrorista dell’isis, in questa nuova credibilità si innestano però differenze tra le varie fazioni del popolo curdo, che hanno portato anche a scontri tra di loro. E’ infatti successo, nel maggio scorso a Mosul, in Iraq che si sono combattuti tra di loro i “duri” dell’esercito PKK (il partito dei lavoratori curdo) contro chi rappresentava il governo di Erbil, città del nord dell’Iraq capitale del governo curdo regionale iracheno che gode ampia autonomia in Iraq.

SCONTRI TRA CURDI NEL MAGGIO 2017 – “…. In quei giorni della prima metà di maggio, il territorio yazida di SHINGAL, fra Mosul e il confine siriano, già teatro di scaramucce e poi VERI SCONTRI ARMATI FRA “GUERRIGLIA” CURDA LEGATA AL PKK E PESHMERGA CURDI LEGATI AL GOVERNO DI ERBIL (Erbil è la capitale del Governo Regionale autonomo del Kurdistan iracheno, ndr), ha conosciuto un inizio di invasione da parte delle truppe sciite di Hashd al Shaabi, già descritte come “paramilitari” e ora inglobate nelle Forze armate regolari irachene (o viceversa) e obbedienti di fatto a Teheran. L’avanzata delle milizie sciite dentro villaggi yazidi ha violato l’esplicito patto fra Baghdad ed Erbil che le escludeva da quel territorio e ha sollevato l’allarme di BARZANI, PRESIDENTE DEL GOVERNO REGIONALE CURDO, che oltretutto si era trovato di fronte al fatto compiuto senza averne avuto alcun preavviso….” (Adriano Sofri, 18/5/2017, IL FOGLIO)

   Altre differenziazioni ci sono state: ad esempio i curdi siriani “vanno da soli”, e hanno per la prima volta ammesso pubblicamente di non considerare più un’utopia la possibilità di arrivare fino al mar Mediterraneo, mettendo in difficoltà la Turchia. A sua volta la Turchia ha annunciato di voler costruire un muro (un altro muro…) al confine con l’Iraq, cioè con il Kurdistan iracheno (unica realtà dove uno stato – l’Iraq – riconosce autonomia al popolo curdo), per bloccare i movimenti transfrontalieri del Pkk, che il regime turco e molti suoi tradizionali alleati dichiarano terrorista. Intanto Pdk e Puk, i due maggiori partiti curdi del Krg, il governo regionale curdo provvisorio nel nord dell’Iraq, col dissenso concorrenziale dei partiti minori, dichiara di avere ormai concordato di tenere il referendum sull’indipendenza (motu proprio: senza considerare altre parti in altre nazioni della presenza curda).

IRAQ: L’ISIS PERDE CITTÀ A OVEST DI MOSUL – Filogovernativi conquistano Baaj, confine con la Siria
4/6/2017 la Gazzetta del Mezzogiorno – BAGHDAD, 4 GIU – Truppe paramilitari filogovernative irachene hanno conquistato la strategica città di BAAJ, a ovest di MOSUL, dove ancora resistevano i jihadisti dell’Isis sbarrando una delle vie di accesso a MOSUL ovest, NON ANCORA COMPLETAMENTE LIBERATA. Lo ha reso noto Abu Mahdi al-Muhandis, uno dei capi del gruppo paramilitare Forze di Mobilitazione Popolare, dichiarando in un comunicato che i suoi uomini hanno conquistato il centro di Baaj, un progresso “importante per la strategia” dell’offensiva lanciata lo scorso ottobre dalla coalizione a guida Usa per cacciare i terroristi islamici da Mosul, località vicina al confine con la Siria. (Federica Giovannetti)

   Insomma la questione curda, popolo combattivo frammentato in più nazioni (Turchia, Siria, Iraq, Iran), ora sembra venire al pettine. Il fatto che i curdi siano tra i pochi che combattono “sul campo”, “sul terreno” il Califfato islamico (che tanto preoccupa anche l’occidente, per gli attentati in Europa e America), ebbene questo fa sì che le rivendicazioni del popolo curdo siano ora più autorevoli di una volta per la comunità internazionale (poi è da vedere SE I CURDI RIUSCIRANNO A UNIRSI, a stabilire UNA STRATEGIA COMUNE: che ad esempio potrebbe essere UNA PRESENZA FEDERALISTA, RICONOSCIUTA, NEI SINGOLI ODIERNI STATI).

   Tutto questo per dire che la complessità delle questioni in questa parte del Medio Oriente (così da qualche anno martoriata…Siria, Iraq…) è tutt’altro che finita, e purtroppo il prolungarsi di vicende dolorose e guerra civile è da mettere in conto anche nei prossimi anni. Su una pacificazione possibile ancora una volta l’Europa potrebbe fare molto… ma finora è rimasta solo a guardare: speriamo che la situazione cambi, che il ruolo europeo sia più autorevole nel combattere ingiustizie e sopraffazioni, e nel proporre soluzioni istituzionali adatte a un futuro di pace. (s.m.)

Siria, Iraq e il controllo del territorio attuale

………………………….

MORTA IN BATTAGLIA CONTRO L’ISIS, A RAQQA, AYSE DENIZ KARACAGIL

di Pietro Del Re, da “la Repubblica” del 2/6/2017

– 24 anni era il simbolo della lotta per la libertà dei curdi, disegnata da ZeroCalcare – Cappuccio rosso: Addio all’eroina ribelle che contribuì alla liberazione di Kobane – Continua a leggere

2017- ISTAT E UNIVERSITA’ LA SAPIENZA: DUE RAPPORTI CON CONCLUSIONI SIMILI nel fotografare la realtà italiana – La STAGNAZIONE SECOLARE che sta colpendo l’Italia (e buona parte d’Europa) stravolge la separazione tra ricchi, poveri e una volta il predominante ceto medio – COME SUPERARE IL MOMENTO DIFFICILE?

Dal panorama sociale italiano scompaiono il ceto medio e la classe operaia, mentre aumentano le diseguaglianze: è questa la fotografia, con tante ombre e poche luci, scattata dall’ISTAT nel suo report annuale del 2017 (immagine da http://www.newsitaliane.it/)

   Parliamo (e presentiamo) qui due studi importanti di analisi della realtà italiana (ma in parte anche europea) che sono stati presentati nelle scorse settimane. E che entrambi servono a capire “come siamo cambiati”, come società italiana, e come la lunga infinita crisi economica sta “mordendo” di più alcune categorie rispetto ad altre.

La RELAZIONE ANNUALE SULLO STATO SOCIALE DELL’ITALIA è stata presentata il 17 maggio scorso dall’ISTAT. Vi è una sempre più una SCARSA MOBILITÀ SOCIALE e un ANCOR PIÙ FORTE DIVARIO NORD SUD. IN DIFFICOLTÀ SOPRATTUTTO LE FAMIGLIE DI STRANIERI A BASSO REDDITO, si legge nel rapporto annuale dell’Istituto di statistica nazionale. Per una lettura della stratificazione sociale (non più solo ricchi, poveri e ceto medio) l’ISTAT propone ben 9 NUOVE CATEGORIE SOCIALI (per leggere la realtà, sempre più frammentata), che sono: 1) I GIOVANI blue-collar (colletti blu, cioè lavoratori manuali, operai…)(molte coppie senza figli, età media 45 anni) – 2) LE FAMIGLIE DEGLI OPERAI IN PENSIONE con reddito medio – 3) LE FAMIGLIE A REDDITO BASSO CON STRANIERI, le più colpite dalla crisi – 4) A REDDITO BASSO CON SOLI ITALIANI – 5) FAMIGLIE TRADIZIONALI della provincia – 6) ANZIANE SOLE E GIOVANI DISOCCUPATI – 7) FAMIGLIE BENESTANTI di occupati – 8) FAMIGLIE CON PENSIONI D’ARGENTO – 9) CLASSE DIRIGENTE

   Il rapporto ISTAT per il 2017 presentato il 17 maggio scorso (RELAZIONE ANNUALE SULLO STATO SOCIALE DELL’ITALIA), mette subito in rilievo la SCARSA MOBILITÀ SOCIALE e il FORTE AUMENTATO DIVARIO TRA NORD E SUD. In difficoltà soprattutto, più di tutti le famiglie di stranieri a basso reddito (così si legge nel rapporto dell’Istituto di statistica nazionale).

   Per l’Istat sono così necessarie nuove categorie per leggere la nuova realtà, sempre più frammentata. la perdita del senso di appartenenza a un classe sociale ha investito con più forza classe operaia e piccola borghesia. Da qui l’Istat per la prima volta riconosce una complessità nella stratificazione sociale non più omologabile tra ricchi, poveri e (ex)predominante classe media.

(Leggi il rapporto ISTAT 2017:

https://www.istat.it/it/files/2017/05/RapportoAnnuale2017.pdf )

   Qualcuno già nel 1977, lo studioso Alberto Asor Rosa, aveva proposto una suddivisione sociale del tutto originale ma inoppugnabile. Cioè un Paese suddiviso in due categorie: il vasto MONDO DEI GARANTITI, fatto di dipendenti pubblici e di dipendenti privati protetti da Statuto dei lavoratori e sindacati. Dall’altra la SOCIETÀ DEL RISCHIO, fatta di lavoratori autonomi, dipendenti delle piccole imprese, lavoratori precari delle imprese maggiori. Ora tutto sta diventando un po’ diverso, in parte (le garanzie esistono ancora ma minori, la licenziabilità è possibile…) (in uno degli articoli che vi proponiamo in questo post, Luca Ricolfi individua l’aggiunta ora di una “terza società”, cioè di quelli che sono “OUT”, fuori… dal lavoro, da ogni reddito…fuori da tutto…

   Ma restando senza divagazioni ulteriori sul tema del rapporto Istat, l’Ente di Statistica quest’anno individua la società italiana suddivisa in 9 categorie, nove soggetti sociali: 1) i giovani blue-collar (colletti blu, cioè lavoratori manuali, operai…)(molte coppie senza figli, età media 45 anni) – 2) le famiglie degli operai in pensione con reddito medio – 3) le famiglie a reddito basso con stranieri, le più colpite dalla crisi – 4) a reddito basso con soli italiani – 5) famiglie tradizionali della provincia – 6) anziane sole e giovani disoccupati – 7) famiglie benestanti di occupati – 8) famiglie con pensioni d’argento – 9) classe dirigente. Negli articoli che seguono si parlerà anche di questo.

   Dall’altra è stato presentato il 15 maggio all’Università “la Sapienza” di Roma il «RAPPORTO SULLO STATO SOCIALE 2017: il ruolo del Welfare nell’epoca dei bassi salari e investimenti». E qui il titolo, la parola che ne è uscita come dominante, dagli studi, analisi e ricerche degli studiosi di economia, è quella che è stata chiamata STAGNAZIONE SECOLARE. Questa è un’espressione coniata nel 1938 dall’economista Alvin Hansen, e l’autore di questo rapporto sullo stato sociale edito da La Sapienza, FELICE ROBERTO PIZZUTI, la ha usata come elemento predominante dato dall’analisi sociale ed economica del momento che stiamo vivendo.

LA NUOVA STAGNAZIONE SECOLARE – I temi del rapporto sullo stato sociale 2017 – Rapporto sullo Stato sociale, che è stato discusso il 15 maggio scorso all’UNIVERSITÀ “LA SAPIENZA” DI ROMA. Da dodici anni il Rapporto, promosso e coordinato da FELICE ROBERTO PIZZUTI ma alla cui elaborazione hanno partecipato 27 economisti, è un appuntamento importante per fare il punto sulle situazione del welfare in Italia (confrontata con quella degli altri paesi europei), ma non è ricco solo di statistiche: propone anche analisi originali. Quest’anno è stata dedicata particolare attenzione ai temi della “STAGNAZIONE SECOLARE” (un’espressione coniata nel 1938 dall’economista Alvin Hansen per descrivere il perdurare della crisi del ’29), della PRODUTTIVITÀ, delle DISUGUAGLIANZE, del REDDITO MINIMO e vari altri (qui l’indice del volume). – Si affronta la questione della “GRANDE RECESSIONE” INIZIATA NEL 2007-2008 e le sue connessioni con L’IPOTESI CHE SIA IN ATTO UNA “STAGNAZIONE SECOLARE”. Approfondendo poi i temi specifici dello stato sociale in Europa e in Italia, anche attraverso l’analisi delle più recenti riforme e delle tendenze DEL MERCATO DEL LAVORO, DEL SISTEMA SCOLASTICO E UNIVERSITARIO, PREVIDENZIALE E SANITARIO, DEL REDDITO MINIMO GARANTITO, DEGLI AMMORTIZZATORI SOCIALI E DELL’ASSISTENZA

   Il «rapporto sullo Stato sociale 2017» è alla sua dodicesima edizione, e, come detto, è edito da Sapienza Università Editrice, e anche per questo presentato il 15 maggio alla Facoltà di Economia a Roma. Per descrivere le conseguenze della «SECONDA GRANDE RECESSIONE» esplosa nel 2007-2008 (dopo quella del ’29 del secolo scorso) si è, appunto, usato il termine di STAGNAZIONE SECOLARE che, specificatamente, in economia, è un’espressione utile per descrivere lo squilibrio prodotto all’eccesso di risparmio rispetto al drastico calo degli investimenti che spinge in basso il tasso d’interesse reale. E la stagnazione impera.

(Leggi la sintesi del RAPPORTO SULLO STATO SOCIALE, edito dall’UNIVERSITÀ “LA SAPIENZA” DI ROMA e curato da FELICE ROBERTO PIZZUTI: Pizzuti_Rapporto SULLO STATO SOCIALE 2017_Estratto_Universita la Sapienza )

Felice Roberto Pizzuti, estensore e coordinatore del lavoro che ha portato al RAPPORTO SULLO STATO SOCIALE 2017

   Il ritorno alla crescita, rivendicata dalle principali istituzionali economiche globali e dai governi, non sembra così produrre significativi passi in avanti in termini di aumenti di ricchezza (salari) e di produttività, mentre la ripresa dell’occupazione avviene solo attraverso la moltiplicazione del precariato, niente di più, una «crescita senza occupazione fissa». Si può accettare di riconoscere che di più è impossibile fare: basta dirselo.

   “Stagnazione secolare” che, si badi bene, non coinvolge solo l’Italia ma buona parte dell’Europa. Appunto, solo con la crisi del ’29 del secolo scorso si era notata una cosa simile. E allora si è risolta (si fa per dire…) con la carneficina della seconda guerra mondiale. Pertanto sono analisi, e precedenti preoccupanti….sul nostro futuro immediato e più lontano.

Presentazione il 15 maggio alla Sapienza di Roma del Rapporto sullo stato sociale 2017: il ruolo del Welfare nell’epoca dei bassi salari e investimenti

   Come allora rilanciare quindi le nostre economie? Il Documento è chiaro: solo con l’ampliamento delle politiche pubbliche, il rilancio del welfare e il potenziamento degli investimenti pubblici possiamo tornare a crescere e tirare un sospiro di sollievo.

   Qui ora le teorie si sprecano, ma par di capire che tutti condividono che gli investimenti devono essere di qualità, innovativi, nel rispetto delle persone, dell’ambiente, nell’individuare le nuove tecnologie che avanzano sempre più, e nell’avere a che fare con persone istruite, coscienti di sè….

   Pertanto serve sì REDISTRIBUIRE IL REDDITO, LA RICCHEZZA in modo diverso, più equo…. Ma questo non può bastare…

   Altri modi di intervenire? “Intervenire a correggere i meccanismi redistributivi è importante, ma non risolutivo” – è l’opinione di Giorgio Alleva, presidente dell’Istat (di cui in questo post proponiamo un suo articolo che spiega la metodologia del lavoro fatto nel creare il Rapporto 2017) – perché, dice Alleva,  “per dare respiro al futuro di milioni di individui e nuovo slancio al sistema economico, è necessario operare a monte…. e il mezzo primario di promozione sociale è l’istruzione e la formazione del capitale umano….Pertanto investire sulla formazione del capitale umano e più in generale sull’innovazione (tecnologica, economica e sociale) e sulla modernizzazione delle istituzioni è una strada obbligata per lo sviluppo della società e del sistema economico, nell’intero territorio nazionale”. Speriamo che si inizi. (s.m.)

…………………………

ISTAT 2017 (RELAZIONE ANNUALE SULLO STATO SOCIALE DELL’ITALIA)

ITALIA PAESE DI VECCHI. SCOMPAIONO CLASSE OPERAIA E PICCOLA BORGHESIA

17.05.2017, di Redazione Online/ANTONELLA SERRANO, di http://tg.la7.it/economia/

– Scarsa mobilità sociale e forte divario nord sud. In difficoltà soprattutto le famiglie di stranieri a basso reddito, si legge nel rapporto annuale dell’Istituto di statistica nazionale. Sono necessarie nuove categorie per leggere la nuova realtà, sempre più frammentata –

   Italia ‘UN PAESE PER VECCHI’. Dove gli over 65 sono il 22% della popolazione, primato europeo, e dove sette giovani (under 35) su dieci rimane in famiglia, perché non ha un reddito sufficiente per essere indipendente. Italia paese sempre più bloccato dove crescono le diseguaglianze, anche in una stessa classe, e dove scompaiono invece la classe operaia e la piccola borghesia mentre nascono nuovi gruppi sociali, Continua a leggere

LA CINA E LA NUOVA VIA DELLA SETA – “Belt and Road Initiative” (l’iniziativa di UNA CINTURA UNA STRADA) – La proposta di UN PONTE TRA ASIA ED EUROPA – CINA: paese emergente, affascinante, con problemi di libertà, democrazia; con molti giovani motivati – L’Europa dialogherà di più con l’ “impero” cinese?

Xi Jinping, il leader cinese, ha parlato di NUOVA VIA DELLA SETA per la prima volta nel 2013. Sembrava solo una suggestione. Invece rapidamente i cinesi hanno spiegato di VOLER CONNETTERE CINA ED EUROPA CON CORRIDOI TERRESTRI E MARITTIMI ATTRAVERSANDO L’ASIA E TOCCANDO L’AFRICA. Quattro anni dopo, Il 14 e 15 maggio, a Pechino per questo si è tenuto il «FORUM BELT AND ROAD FOR INTERNATIONAL COOPERATION». Ne parliamo in questo post per cercare di capire

   Si chiama «UNA CINTURA UNA STRADA» (Belt and Road Initiative) ed è l’iniziativa del leader cinese XI JINPING (proposta ancora nel 2013) per costruire una rete globale di infrastrutture (tra Cina, Russia ed Europa) lungo le quali far scorrere i commerci (cinesi anzitutto). La proposta è quella di costruire un “rete” commerciale, di trasporto, con investimenti internazionali per 900 miliardi di dollari da adesso per i prossimi 5-10 anni, e anche con investimenti di 500 miliardi in altri 62 Paesi “esterni” alla Cina.

“(…) L’Italia a Pechino il 14 e 15 maggio al FORUM BELT AND ROAD FOR INTERNATIONAL COOPERATION è stata rappresentata dal PRESIDENTE DEL CONSIGLIO PAOLO GENTILONI, unico leader di un Paese europeo del G7 lì presente. Stiamo rincorrendo una partecipazione possibilmente di peso. Durante la visita a febbraio, il presidente Mattarella ha offerto i nostri PORTI DI GENOVA sul Tirreno E VENEZIA-TRIESTE sull’Adriatico come TERMINALI DELLA VIA MARITTIMA: bisogna decidere in fretta, perché i cinesi si sono già insediati al Pireo (…)” (Guido Santevecchi, da “il Corriere della Sera” del 13/5/2017)

   Pertanto una montagna di denaro, però non solo cinese: perché ci si rivolge in particolare sia alla Russia che all’Europa. Tutti questi soldi servirebbero a costruire porti, autostrade, linee ferroviarie ad alta velocità, reti elettriche… appunto anche fuori dell’impero cinese, specie in Paesi in via di sviluppo. La Cina non è in grado di sostenere da sola i costi di una rete infrastrutturale di dimensioni globali, e così invita il resto del mondo a contribuire alla realizzazione di questo ambizioso piano.

corridoi economici, nuove vie della seta, DA LIMES (www.limesonline.com/)[Carta di Laura Canali] – “(…) Xi Jinping ha parlato di NUOVA VIA DELLA SETA per la prima volta nel 2013. Sembrava solo una suggestione. Invece rapidamente i cinesi hanno spiegato di VOLER CONNETTERE CINA ED EUROPA CON CORRIDOI TERRESTRI E MARITTIMI ATTRAVERSANDO L’ASIA E TOCCANDO L’AFRICA: al momento ci sono SEI PERCORSI TRACCIATI SULLE MAPPE. QUELLO MARITTIMO POTREBBE SBOCCARE IN ITALIA, come nei tempi epici dell’Antica Roma e della Dinastia Han (206 avanti Cristo-220 dopo Cristo). I romani peraltro pare non sapessero nemmeno se la seta fosse di origine animale o vegetale e l’attribuivano al Popolo dei Seri. LA DEFINIZIONE VIA DELLA SETA FU CONIATA DAL GEOGRAFO TEDESCO FERDINAND VON RICHTHOFEN NEL 1877: Seidenstraße la chiamò il barone (…)” (Guido Santevecchi, da “il Corriere della Sera” del 13/5/2017)

   Il rilancio dell’iniziativa (abbozzata dal leader cinese Xi Jinping già nel 2013), ora (nel 2017, quattro anni dopo) ha fatto sì che a Pechino siano stati invitati il 14 e 15 maggio (e si sono riuniti) 28 capi di Stato e di governo, un centinaio di ministri, leader di 70 organizzazioni internazionali, per quello che è stato chiamato il «FORUM BELT AND ROAD FOR INTERNATIONAL COOPERATION».

Un soldato durante il Belt and Road Forum di Pechino del 14 e 15 maggio scorso (da http://www.linkiesta.it/)

   Con la presenza anche del leader russo Vladimir Putin, del premier pachistano Nawaz Sharif, il filippino Rodrigo Duterte… (per l’Italia ha partecipato il presidente del Consiglio Gentiloni, Italia interessata a uno “sviluppo-partecipazione” con il coinvolgimento di due porti, nell’Adriatico e nel Tirreno, Trieste e Genova -ma ne parliamo poi in questo post-). Anche con la presenza di una delegazione statunitense: Donald Trump, nell’ambivalenza poco coerente tra quel che dice di voler fare e ha promesso in campagna elettorale, cioè restringere gli USA negli scambi commerciali (America first, prima l’America), e dall’altra l’impossibilità di non esserci nel commercio globale.

“(…) Uno dei settori più in crescita del business cinese: l’E-COMMERCE. IL MERCATO ONLINE IN CINA INFATTI È TRA I PIÙ FORTI A LIVELLO INTERNAZIONALE, se si considera che ben 731 MILIONI DI UTENTI HANNO ACCESSO A INTERNET. Di questi, 572 milioni lo fanno attraverso DISPOSITIVI MOBILE, CON CUI FANNO ACQUISTI ONLINE. Si pensi al SOCIAL MEDIA più utilizzato in Cina, WECHAT, che oggi conta 889 MILIONI DI UTENTI REGISTRATI, che POSSONO ESEGUIRE PRENOTAZIONI (taxi, ristoranti e voli), FARE SHOPPING ONLINE E TRASFERIRE DIRETTAMENTE SOLDI AD ALTRI CONTATTI. Quest’ultimo servizio in particolare ha dato la possibilità di far nascere i cosiddetti DAI GOU, ovvero utenti che acquistano all’estero sfruttando la differenza di prezzo e si fanno rimborsare immediatamente dai propri contatti tramite la FUNZIONE WALLET di WECHAT. Una piattaforma che asseconda il trend dell’e-commerce nel mercato cinese, che ENTRO IL 2020 SARÀ SUPERIORE ALL’INSIEME DEI VOLUMI GENERATI DA USA, UK, GIAPPONE E FRANCIA(…)(Francesca Matta, Fabrizio Patti, 20/5/2017, da LINKIESTA – http://www.linkiesta.it/)

   Volontà espressa con quest’iniziativa cinese è quella di rilanciare il commercio internazionale e la globalizzazione su basi più egualitarie ed inclusive. In particolare, secondo Xi Jinping, un progetto di reti di comunicazioni avanzate tra Cina, Russia ed Europa, se ne avvantaggerebbero tutti i paesi, specie asiatici, che ora sono tagliati fuori, e sono in sottosviluppo.

ACCORDO E-MARCOPOLO con ALI BABA – E-Marco Polo lancia una vetrina B2C di servizi end-to-end che permette ad aziende e brand italiani di vendere i propri prodotti direttamente ai consumatori cinesi senza avere una presenza fisica nel Paese

   Proposta cinese che forse deve acquistare maggiore credibilità nel tempo (visto che la Cina non garantisce alcun standard, almeno di tipo occidentale, di democrazia e libertà, di scarsa finora attenzione ai problemi dell’inquinamento, di tutela del lavoro da situazioni di ipersfruttamento….).

LA CINA DEI SUICIDI – FOXCONN INTERNATIONAL HOLDINGS LTD è un’azienda multinazionale. È la più grande produttrice di componenti elettrici ed elettronici per i produttori di apparecchiature originali in tutto il mondo, e produce principalmente su contratto ad altre aziende tra le quali AMAZON, APPLE, DELL, HP, MICROSOFT, MOTOROLA, NINTENDO, NOKIA (solo per il mercato cinese), SONY, BLACKBERRY E XIAOMI. È stata fondata nel 1974 e dal 1980 apre linee di fabbricazione di connettori per personal computer. La società ha aperto il suo primo impianto produttivo in Cina nel 1988, una fabbrica a SHENZHEN, che ora è l’impianto più grande, con più di 330.000 dipendenti. DAL 2009 LA FOXCONN È STATA SPESSO TRISTEMENTE CITATA SULLE PAGINE DI CRONACA A CAUSA DI UNA SERIE DI SUICIDI CHE HANNO COINVOLTO I SUOI DIPENDENTI, causati dallo STRESS DA IPERLAVORO e dalle CATTIVE CONDIZIONI PER I LAVORATORI. (da Wikipedia, marzo 2017)

   Il tutto in questa fase vede anche la prevalenza della ragion di stato, della geopolitica dei rapporti tra stati e federazione di Stati nazionali, la ricchezza e il commercio globale… in un momento di persistente e probabilmente stabile per molto tempo crisi economica internazionale, che sta coinvolgendo anche paesi che fino a qualche anno fa erano dati in un “progresso inarrestabile” (come i cosiddetti BRICS, Brasile Russia India Cina Sudafrica).

“(…) PER LA CINA SI DEVE GUARDARE ANCHE GLI EFFETTI, CONTRADDITTORI, CHE STANNO CONTRADDISTINGUENDO L’OPERATIVITÀ DI CHI INVESTE NEL PAESE: dove alcune regole si semplificano, le tutele aumentano (come per la proprietà intellettuale) e le opportunità rimangono amplissime. Ma dove il clima verso gli stranieri si è fatto più ostile e il rapporto con le istituzioni sempre più asimmetrico a svantaggio delle imprese estere. Sono alcuni degli spunti emersi dalla presentazione del rapporto “CINA 2017 – SCENARI E PROSPETTIVE PER LE IMPRESE” della FONDAZIONE ITALIA-CINA, presentato venerdì 19 MAGGIO A MILANO (…) (Francesca Matta, Fabrizio Patti, 20/5/2017, da LINKIESTA – http://www.linkiesta.it/)

       E’ assai difficile che la Russia e la frammentata Europa accettino la proposta cinese di investire in infrastrutture per una moderna “via della seta” est-ovest tra i continenti dell’EurAsia. La disponibilità di quasi tutti almeno a parola può esserci (l’Italia, sperando in un rilancio economico dei propri porti, dei mari che la circondano, si è dimostrata entusiasta ed attenta…).

Al via “E-MARCO POLO” (E-MP), la nuova vetrina per le aziende e i prodotti del MADE IN ITALY AGROALIMENTARE che intendono vendere sul mercato cinese dell’e-commerce: più precisamente su TMALL GLOBAL, uno dei più grandi portali del mondo e che fa parte del GRUPPO ALIBABA

   Ne parliamo in questo post da diversi punti di vista, e analisi, sulla geopolitica mondiale del momento. L’uscire per la prima volta comunque allo scoperto in politica estera (economica) da parte della Cina, in una fase di decadenza dell’impero americano (non iniziata con Trump, ma con lo stesso Obama, riluttante a farsi carico di situazione di caos geolocali), questa situazione di fatto di mancanza di “figure internazionali” di riferimento (prima, fino al 1989, prima della caduta del muro di Berlino, c’era il blocco Urss-Usa, poi fino a qualche anno fa erano gli Usa a dettare l’agenda internazionale…), questo vuoto che esiste ora, vede nuovi protagonisti, come appunto la Cina, che vorrebbero mettersi in gioco. Sembra, ancora una volta, un momento propizio, necessario, della presenza di un’Europa più unita e univoca nella scelte internazionali… (si potrà fare? Speriamo di sì) (s.m.)

La proposta di VIA DELLA SETA avrà come centro del MEDITERRANEO i porti di Genova e Trieste

………………………..

LA NUOVA VIA DELLA SETA CINESE: COS’È E CHI CI GUADAGNA

di Claudia Astarita, da PANORAMA del 17/5/2017

– Belt and Road Initiative: 5mila miliardi di dollari per costruire un ponte tra Asia e Europa –

   La Nuova Via della Seta, in inglese Belt and Road Initiative, in ciese yi dai yi lu, Continua a leggere

STREET ART: Città e Paesi in mano alla fantasia e creatività dei NUOVI ARTISTI URBANI, per riqualificare e TOGLIERE IL DEGRADO A CENTRI E PERIFERIE (ma ogni luogo è “Centro”, non periferia) – Da atto vandalico a espressione di rinnovo urbano – I WRITERS, con maturità artistica, sono passati alla “Street art”

BANKSY: OPERA STREET ART – Street-Art vs Olympics 2012 in London

   Parliamo qui di “Street Art”, un’espressione artistica che prende forma negli spazi pubblici, nelle strade, piazze, sui muri, sulle case diroccate dei centri o delle periferie…. Nelle stazioni e sui treni, vagoni fermi, abbandonati, o quelli che invece al mattino partono, si mettono in movimento…

Brookling street a COPENAGHEN

   Un’arte che negli ultimi decenni (ma la sua origine è ben più lontana…) nasce e si sviluppa nella clandestinità, nell’illegalità… e che adesso forse “le autorità”, il “potere” la vuole fare propria, vuole utilizzarla (chiediamo: è un bene che esca la Street art dalla clandestinità e diventi ufficiale?…forse che no, forse che sì…)

   E’ così che comunque adesso accade sempre di più che vengono predisposti degli spazi espressamente dedicati a questa forma pittorica artistica. E se ancora adesso spesso resta una manifestazione illegale, non autorizzata (si può parlare di atto vandalico…), il confine tra quello che viene considerato come vandalismo e arte rimane molto sottile. L’artista s’impossessa del luogo pubblico….

LA PROTESTA CONTRO BREXIT DI BANKSY – Dal momento in cui è apparsa sulla parete di un edificio nel porto di DOVER, l’ultima opera di BANKSY – un enorme murales che rappresenta un operaio armato di martello e scalpello intento a staccare una delle 12 stelle dalla bandiera dell’Unione Europea – ha generato il solito clamore mediatico e la consueta sequela di polemiche tra chi sostiene che trattasi di un’operazione artistica e chi invece di una sapiente azione di marketing. In qualsiasi modo la si pensi, BANKSY sa sempre come far parlare di sé e ha fatto indiscutibilmente centro ancora una volta. Le foto del suo ultimo lavoro sono rimbalzate in rete in ogni angolo del pianeta. Eppure la ricetta è semplice: messaggi chiari, comprensibili a tutti che appaiono all’improvviso nei posti più disparati; immagini provocatorie al limite del distaccante, ed un anonimato rigoroso che non fa che accrescerne la notorietà. (Mariacristina Ferraioli, 10/5/2017, da http://www.artribune.com/arti-visive/ )

   Dov’è nata la Street art? (se ne parla in alcuni articoli ripresi in vari siti e riportati in questo post)…L’origine può comunque essere fatta risalire agli anni Settanta a New York. L’interesse pubblico per questa “arte di strada” è esploso intorno al 2000, grazie anche agli stencil di Banksy.

disegno che appare in un cavalcavia della STRADA FELTRINA, nel Trevigiano

   Ma nella vera origine, è un’arte antica, forse all’inizio tentativo di rappresentazione della vita e degli avvenimenti, degli accadimenti (pensiamo ai graffiti degli uomini primitivi sulla roccia); oppure di significato religioso. E tracce di graffiti sono state trovate fin dall’epoca classica, senza dimenticare le pitture rupestri che già l’uomo primitivo realizzava sulle pareti delle caverne.

INCISIONE ARTE RUPESTRE IN VAL CAMONICA – GRAFFITI DELLA VAL CAMONICA – La Val Camonica, primo sito Unesco in Italia (1979), è nota in tutto il mondo per l’ampia collezione di petroglifi preistorici (incisioni rupestri) che dimostra come l’uomo e l’ambiente hanno interagito fin dalla Preistoria. Il territorio del sito è distribuito lungo l’intera vallata con oltre 180 località dislocate in 24 comuni. LE INCISIONI FURONO REALIZZATE LUNGO UN ARCO DI TEMPO DI CIRCA 12 MILA ANNI. Quelle dell’ultimo periodo riconducibili all’età del Ferro sono attribuite al popolo dei Camuni ricordato dalle fonti latine. Scoprire e conoscere l’arte rupestre camuna permette di compiere un viaggio unico ed indimenticabile nella preistoria e protostoria europea sino ad arrivare alle soglie del XX secolo. La maggior parte delle incisioni rupestri presenti in val Camonica sono state realizzate con la tecnica della martellita ma VI SONO PRESENTI MOLTE INCISIONI OTTENUTE ATTRAVERSO IL GRAFFITO. Le figure rappresentate si presentano a volte sovrapposte tra loro senza un apparente ordine ma spesso, invece, appaiono in relazione logica tra loro raffigurando nell’insieme un rito religioso oppure una scena di caccia o lotta. GLI IDEOGRAMMI IN VAL CAMONICA NON RAPPRESENTANO L’OGGETTO REALE MA LA SUA “IDEA”. L’arte rupestre in Val Camonica è, ad oggi, visitabile in otto parchi ma il numero di quest’ultimi è destinato a crescere data la ricchezza di testimonianze archeologiche presenti nella vallata. Percorrendo i parchi archeologici della è possibile ammirare GUERRIERI, CACCIATORI, CONTADINI, CARRI ED ARATRI, CAVALLI, BUOI, CERVI, UCCELLI ACQUATICI E CANI, CAPANNE E TORRI MEDIOEVALI

   Nel secolo scorso spesso e forse in modo dominante i graffiti sono stati espressione di protesta politica, di rivolta.

   E comunque il fenomeno del graffiti writing ha iniziato ad assumere una precisa valenza sociale e culturale negli anni ’30 del 900 nelle grandi metropoli americane.

   Ma come non dimenticare le testimonianza sui muri delle celle, per gli internati, per i prigionieri nelle carceri e altri luoghi di detenzione forzata? …disegni rappresentativi della loro sofferenza; e a volte un messaggio per chi li vedrà in un futuro che loro, pittori improvvisati “per necessità”, non ci saranno più.

A COPERTINO (PROVINCIA DI LECCE) LA ‘STREET-ART’ RIQUALIFICA ALCUNI EDIFICI DEL CENTRO STORICO

   Parlavamo dell’importanza nei decenni del secondo dopoguerra dei graffiti come messaggio politico, di protesta, di denuncia….(spesse motivo di querela agli anonimi autori da parte di chi ne era colpito). Ora, di questo, della denuncia politica, o dello scherno, del facile insulto a volte… di tutto questo poco o niente è rimasto.

   La Streeet art ora è meno politica e sempre più ”esistenziale”, fumettistica, di fantasia, estetica. Ma la cosa non è necessariamente negativa.

MURALES GRAFFITI SUL MURO DI BERLINO (DI QUEL CHE RIMANE) – (Un bacio tra il leader degli anni 70 del 900 dell’allora Unione Sovietica Leonid Breznev, e il leader della Germania Est Erik Honecker) Il Muro di Berlino venne abbattuto il 9 novembre del 1989. Ne rimane in piedi soltanto un tratto (circa 1,3 km) che si è trasformata in una vera e propria galleria d’arte en plain air. Si tratta della East Side Gallery costituita da circa 106 murales di artisti di ogni parte del mondo

   E pur rimanendo, il graffitismo, come detto molto spesso azione vandalica, di imbrattamento dei muri con scritte di insulti o dichiarazioni d’amore, o schizzi e disegni “tanto per fare”, per sfogo vandalico…. Pur avendo spesso risvolti commerciali (ci sono sempre più magliette e altro abbigliamento vario con disegni ripresi dagli street artists, anche se c’è quasi sempre un’assenza di copyright sulle loro opere)….Pur essendo diventata molto spesso “ufficiale”, inglobata, gestita, sponsorizzata dalle amministrazione comunali…. pur tutto questo… il fenomeno è allo stesso tempo di interesse artistico, di diffusione del “potenziale artistico” nuovo di giovani generazioni.

MILANO ha deciso di colorare e far parlare con informazioni le palizzate dei cantiere in costruzione della METROPOLITANA Blu. Affidando alcuni spazi proprio agli ARTISTI DI STRADA. Il tentativo di cambiare l’immagine – e non solo – di quegli ospiti ingombranti con cui residenti e commercianti devono convivere. (Alessia Gallione, da “la Repubblica.it ed Milano” del 3/9/2016)

   Ma, ed è quel che interessa sottolineare di più qui, è un’occasione di abbellimento delle città, un recupero dal degrado e abbandono che sempre più luoghi e manufatti edili ci sono nelle nostre città. Grazie a questa pratica anche le periferie, aree dimenticate e abbandonate all’incuria, al deterioramento del tempo…iniziano a (ri)vivere.

   E, dicevamo, sempre più comuni e città ora molto spesso incoraggiano il fenomeno, e questo, se da una parte toglie la patina di illegalità a forme artistiche spesso di grande bellezza e meticolosa e preparata tecnica pittorica, dall’altra l’”ufficializzazione” di questa forma d’arte toglie ad essa elementi che la caratterizzavano (dipinti fatti di nascosto, di notte, e a volte, di denuncia o contro qualcuno….).

A VITTORIO VENETO il 6 e 7 maggio scorso si è tenuta la seconda edizione di “Art in Park”. I giovani arrivati da tutta Italia si sono cimentati col parcheggio multipiano di piazza Medaglie d’Oro per dare vita a un’opera collettiva di riqualificazione dell’area. L’idea è che, per il 2018, l’anno del centenario, di offrire le pareti libere della città al tema della pace, in contrapposizione alla grande guerra, nel ricordo comunque delle sue vittime.

   Però, ribadiamo, vogliamo qui vedere l’aspetto positivo di questa forma artistica, che può essere considerata su due fronti: il primo è l’emergere, il “dare possibilità” a giovani creativi di esprimere le loro potenzialità espressive, anche con disciplina e rigore. L’altro aspetto positivo è quello di dare a ciascuna città (centro o periferia, quartiere urbano o borgo isolato…) una riqualificazione dal degrado in cui è caduto. Pensiamo ad esempio al muro di una casa, o fabbrica abbandonata da decenni, che sopravvive fatiscente, e che diventa la “tela” di pittori, artisti, STREET ARTIST, che ravvivano quel luogo con le loro rappresentazioni.

Via Scarlatti 5 – MILANO. MURAL #05 FOR BART – autore MILLO

   Su tutto poi a noi piace l’idea di una ripresa della “cultura di strada” fatta di presenza nei luoghi (strade, vie, piazze…), che invece ora molto spesso diventano o luoghi vissuti solo quando ci possono essere “momenti organizzati” (il mercatino antiquario nelle piazza, la festa patronale, il concerto… e tutto il resto dell’anno non c’è niente..) oppure perlopiù sono “luoghi di attraversamento” veloce, dal punto “A” al punto “B”, per quelli che (tutti noi) devono andare da un posto all’altro, e “subiscono” la necessità di dover passare per quei posti. Una ripresa di vita di ciascun luogo può essere “aiutata” dalla Street art. (s.m.)

…………………………..

CHE COS’E’ LA STREET ART?

(da https://www.ideanomade.com/ )

   L’origine della parola Street art deriva dai mass media, che hanno portato all’attenzione di un vasto pubblico quella che in precedenza veniva considerata esclusivamente come espressione dell’inquietudine giovanile, piuttosto che una vera e propria forma d’arte.

   La Street Art è un’espressione artistica che prende forma negli spazi pubblici, come ad esempio strade, muri e stazioni. Anche se talvolta vengono predisposti degli spazi espressamente dedicati alla Street Art, più spesso questa forma di manifestazione artistica prende forma attraverso atti illegali. Continua a leggere