NON SOLO BICI-IN-CITTÀ nell’epoca post coronavirus – LA RISCOPERTA DEL VIAGGIO (lento?): negli spostamenti (per lavoro, tempo libero, altre necessità) per tornare (se possibile) a “VIVERE IL VIAGGIO” – Per diventare VIAGGIATORI LEGGERI, consapevoli, osservatori dei luoghi e delle persone, e non inquinare

(foto da http://www.gazzettadimilano.it/) – IL RAPPORTO di LEGAMBIENTE e ISNART-UNIONCAMERE SUL CICLOTURISMO (maggio 2020) – Il cicloturismo protagonista della prossima stagione estiva all’insegna della Low Touch Economy e della NUOVA NORMALITÀ in epoca Covid 19. Negli ultimi anni si è registrata una crescita esponenziale di chi sceglie di trascorrere le VACANZE PEDALANDO nel nostro Paese. Il cicloturismo è un fenomeno uscito ampiamente dalla condizione di nicchia e che ora determina un impatto economico rilevante, e con enormi potenzialità di crescita. Lo evidenziano i numeri del RAPPORTO VIAGGIARE CON LA BICI di Legambiente e Isnart-Unioncamere: 20,5 MILIONI DI PERNOTTAMENTI DI CICLOTURISTI ITALIANI REGISTRATI NEL 2019. Numeri che potrebbero lievitare nel 2020 come dimostra il Rapporto. Il cicloturismo può infatti rappresentare una componente importante per sostenere la ripresa del turismo e per FRUIRE DELLE BELLEZZE DEI TERRITORI ITALIANI all’insegna dell’ambiente e della sostenibilità. Esprime i caratteri distintivi della Low Touch Economy – SICUREZZA, SALUTE, DISTANZIAMENTO, CORTO RAGGIO – ed è un candidato d’eccellenza alle esigenze di “nuova normalità” per il superamento dell’emergenza coronavirus. (leggi qui il RAPPORTO LEGAMBIENTE: https://www.legambiente.it/wp-content/uploads/2020/05/economia-del-cicloturismo-2020.pdf)

   E’ molto probabile che, se accadesse, che questa pandemia tra qualche mese diventa solo un (orribile) ricordo (ma tutti gli esperti, scienziati, assicurano che non sarà così, e se questo virus fosse definitivamente sconfitto, altri se ne proporranno…), se comunque (ipotizziamo) accadesse che ogni pericolo fosse totalmente passato (magari con la scoperta del famoso vaccino…) è assai probabile, sicuro, che le abitudini di vita che c’erano prima, per la stragrande maggioranza della popolazione, riappiano completamente uguali.

L’attrazione in Africa degli elefanti attira (attirava) un TURISMO DI MASSA (immagine tratta dal sito http://www.wallpaperflare.com/) – “Se il momento è difficile, e purtroppo drammatico per l’economia, si presenta però anche UN’OCCASIONE STRAORDINARIA: QUELLA DI RIPENSARE IL NOSTRO SISTEMA DI VIAGGIARE e con esso la fruizione del patrimonio culturale e paesaggistico del Bel Paese. Forse è giunto il tempo di un nuovo approccio che, considerato l’obbligo del distanziamento sociale, metta fine all’aberrante fenomeno dell’OVERTOURISM e valorizzi finalmente l’identità autentica di luoghi, paesaggi e destinazioni d’Italia.” (VALERIA CANAVESI, 14/5/2020, da TRECCANI.IT – http://www.treccani.it/magazine/atlante/ )

   Una di queste abitudini di massa (almeno per chi ha una condizione economica media) è il viaggiare “facile”, di massa, in ogni luogo del mondo: facilitata finora dall’avere (in Occidente, nel Nord del mondo) condizioni discrete di disponibilità finanziaria da parte della maggioranza della popolazione, oltreché la possibilità di viaggi anche considerevolmente lontani, low cost, a basso prezzo: in particolare per il viaggio vero e proprio, il raggiungimento della meta agognata, quasi sempre in aereo per le medio-lunghe distanze.

(le grandi navi a Venezia, foto da https://www.corriere.it/) – “Da RIFONDARE E RIORGANIZZARE sarà in primis l’INTERO SISTEMA DEI TRASPORTI. Per treni, traghetti e aerei si discute di sedili isolati da plexiglass, dimezzamento dei posti per vagoni e cabine, scomparsa definitiva dei biglietti cartacei. SULLE NAVI DA CROCIERA, condomini-alveare itineranti tra gli OCEANI e il CANAL GRANDE, il DESTINO si fa ANCORA PIÙ INCERTO: impossibile per chiunque valutare una vacanza a bordo di queste ex “regine” dei mari senza ripensare ai rischi e alle cupe vicende della Costa Atlantica e della Diamond Princess. (VALERIA CANAVESI, 14/5/2020, da TRECCANI.IT – http://www.treccani.it/magazine/atlante/ )

   Il sistema di sviluppo della mobilità in questi ultimi decenni ha incentivato più che mai la “facilità del viaggio a lunga percorrenza”: attraverso appunto i VOLI AEREI low cost (nulla importa che gli aerei scarichino quantità considerevoli di carburanti, specie alla partenza sulle sfortunate popolazioni che vivono in prossimità dell’aereoporto), l’ALTA VELOCITÀ dei treni (un gigantismo infrastrutturale con costi altissimi e spese energetiche doppie a quelle dei treni normali ad alta capacità…..quando basterebbero treni veloci ed efficienti) per le lunghe distanze, per quelle brevi, i treni sono spesso altra cosa…); e per quanto riguarda i viaggi SU GOMMA, in automobile, AUTOSTRADE, SUPERSTRADE, VIADOTTI, GALLERIE che sforano montagne….insomma tutto il possibile per ridurre i tempi e la fatica del viaggio.

(Fontana di Trevi, Roma, foto da “la Repubblica.it”) – Costruito nel corso di decenni, l’OVERTOURISM è stato disfatto in poche settimane dalla pandemia

   Appunto, ridurre i tempi del viaggio, dello spostamento. Proprio le mega gallerie (assieme agli aerei low cost) a nostro avviso ne sono l’emblema: tante (gallerie, tunnel) in costruzione, non solo per le auto ma anche per i treni. Pensiamo a quella del BRENNERO: più di 60 chilometri! Quando sarà completata nel 2025, la Galleria di base del Brennero con i suoi 64 km sarà il tunnel ferroviario sotterraneo più lungo del mondo, permettendo di by-passare in poche decine di minuti le Alpi da Innsbruck (nel nord Tirolo, Austria) a Fortezza (Sud Tirolo, Alto Adige, Italia). O, sempre a proposito di tunnel che velocizzano “il viaggio”, l’alta velocità nella Val di Susa per la Francia: il tunnel “di base” (ancora da iniziare) della nuova linea Torino-Lione sarà lungo 57,5 chilometri, cioè circa 500 metri in più di quello del Gottardo (quello della Manica è di “soli” 50,450 chilometri).

Milano deserta (foto da “Il Sole 24ore.it”) – Dall’OVERTOURISM al grado zero del turismo

   Il discorso dei grandi tunnel di attraversamento è solo per dire quanto si sta (o si stava) investendo per viaggiare il più veloce possibile: percorrere distanze di centinaia, e migliaia, di chilometri in poco tempo (come prendere la metropolitana nelle medio grandi città).

(Firenze, foto da https://www.controradio.it/) – Tra le città più penalizzate quelle d’arte: VENEZIA con un calo stimato del 47,3 per cento, FIRENZE (-45,6) e ROMA (-42,5) – “Ma il dilemma si pone anche in montagna, nei borghi medievali, nei siti storicoartistici: come contingentare gli accessi ai rifugi alpini, i pienoni nei centri storici, gli ingressi ai musei e ai parchi archeologici? Si presenta inderogabile la necessità di reinventare un intero sistema: un grosso rischio e d’altra parte una clamorosa opportunità per ripensare alla fruizione turistica del nostro territorio, costituito in larga misura da destinazioni dalle dimensioni limitate e con una capacità ricettiva teoricamente piuttosto contenuta.” (VALERIA CANAVESI, 14/5/2020, da TRECCANI.IT (http://www.treccani.it/magazine/atlante/ )

   Il viaggio annullato nella sua funzione di “attraversamento”, di rapporto con i luoghi che appunto attraversiamo per giungere alla meta, al punto di arrivo. Un discorso vecchio e obsoleto, si potrà dire. Ma, se ci è permesso, che può avere un suo fondamento specie quando decidiamo di dedicare il nostro tempo libero alla vacanza, al cosiddetto turismo.

VENEZIA VUOTA – PERSI UN TURISTA SU DUE Nel 2020 la spesa per il turismo in Italia sarà più bassa di 66 miliardi di euro rispetto all’anno scorso. È la stima, drammatica, dell’Enit, l’Agenzia nazionale del turismo, che ogni due settimane aggiorna il bollettino delle perdite. Tra le città più penalizzate quelle d’arte.

   E’ così che i lunghi tunnel di più di 50 chilometri (se pensate, una lunghezza pazzesca!) ci faranno del tutto ignorare i paesaggi delle Alpi, sforate, attraversate in poco tempo senza neanche vederle, percepire.

(Incentivare l’uso della bici, foto da http://www.ilfoglio.it/) – Nel decreto Rilancio, art 205 si legge che: “Ai residenti maggiorenni nei capoluoghi di Regione, nelle Città metropolitane, nei capoluoghi di Provincia, ovvero nei COMUNI CON POPOLAZIONE SUPERIORE A 50.000 ABITANTI, è riconosciuto un ‘buono mobilità’, pari al 60% della spesa sostenuta e comunque non superiore a euro 500, a partire dal 4 maggio e fino al 31 dicembre 2020, per l’acquisto di biciclette, anche a pedalata assistita, nonché di veicoli per la mobilità personale a propulsione prevalentemente elettrica”.

   Cosa normale e finora accettabile. Lo stesso peraltro vale in contesti urbani. Il nostro Paese (l’Italia) come peraltro tutti o quasi i Paesi europei, è urbanisticamente sorta, si è sviluppata, e la popolazione è vissuta, sulla costruzione di elaborati magnifici centri storici (medievali, poi rinascimentali….depauperati in epoca contemporanea però, se conservati, bellissimi): nei quali, centri cittadini, lo spostarsi da un posto all’altra, presupponeva il passare per “la piazza”, per luoghi urbani centrali che diventavano erano (ma lo sono in parte ancora) intermedi, area di attraversamento, al (seppur piccolo) viaggio da un luogo all’altro. Spesso così sono nate piazze come luogo d’incontro: a volte dal pregevole confronto architettonico, ai due lati della piazza, tra il “potere religioso” (la chiesa, la cattedrale) e quello civile dall’altro lato (il municipio).

Le grandi navi da crociera che nel 2019 hanno trasportato 30 milioni di passeggeri (rispetto ai 18 milioni del 2009) sono ferme nei porti, come cetacei spiaggiati. Ci vorrà tempo prima che un nuovo DAVID FOSTER WALLACE possa metterci piede per raccontare “UNA COSA DIVERTENTE CHE NON FARÒ MAI PIÙ” (Editore MINIMUM FAX), l’eccezionale reportage narrativo sul turismo di massa. (GIULIANO BATTISTON, da “L’Espresso” del 10/5/2020)

   Se i luoghi di attraversamento (di viaggio) sono stati man mano superati (nel “micro”, ad esempio lo spostarsi veloce in auto da casa verso il centro commerciale, la scuola dei figli, l’ospedale etc.) (e nel “macro” con le autostrade, le mega gallerie che dicevamo, l’alta velocità dei treni, gli aerei low cost…), ebbene questa sensazione, fatica, della fine (o quasi fine) del viaggio come esperienza di vita (interessa solo la meta finale), è stata una GRAVE PERDITA DI CONOSCENZA DEI LUOGHI DI ATTRAVERSAMENTO, dei paesaggi perduti neanche visti, ignorati del tutto, magari anche delle chissà tante e interessanti persone che si potevano incontrare, parlarci, salutare….

MARCO D’ERAMO, autore de “IL SELFIE DEL MONDO” (Feltrinelli), un’indagine sull’età del turismo che si apre con la descrizione di una Roma ridotta a guscio vuoto, fondale di teatro sul quale va in scena lo spettacolo del turismo. «Il distanziamento sociale, introdotto come allontanamento dei corpi, si è trasformato subito in divario incolmabile tra le classi», nota d’Eramo. E il meccanismo potrebbe riprodursi nel turismo, accentuando le differenze tra chi può sostenere i costi di una vacanza “infection-free”, protetta, garantita, sterilizzata, e chi no. (GIULIANO BATTISTON, da “L’Espresso” del 10/5/2020)

   Ora che accade? Una situazione di crisi pandemica mostra come tutto “può riaprirsi”. Non potendo più viaggiare come prima con gli aerei, i treni che magari saranno (ancora) più cari… ci toccherà scegliere tra l’automobile (e temiamo che all’inizio sarà cosa che prevarrà) oppure provare a “rivivere il viaggio”, a pensare di viaggiare recuperando il rapporto con i paesaggi, le chiese, le opere d’arte diffuse dappertutto, le persone (le attività commerciali, i piccoli negozi, gli alberghi, dei luoghi che, più lentamente attraverseremo. Accorgendoci della loro ricchezza e della fortuna che potremo viverli come esperienza personale, che il viaggio superveloce prima del coronavirus ci aveva sempre impedito. Diventare dei “viaggiatori leggeri” (citando un libro su Alex Langer, che nel titolo ne descrive la sua figura), più consapevoli del mondo. (s.m.)

(“IL VIAGGIATORE LEGGERO”, scritti 1961-1995 di ALEXANDER LANGER, Sellerio editore) – “Il mondo non è a nostra portata, né del tutto addomesticabile. E dimostra l’attualità di un “VIAGGIATORE LEGGERO” come ALEXANDER LANGER, ecologista politico e costruttore di ponti. Nel 1990, nella “Lettera a San Cristoforo”, Langer ricorda che «il motto dei moderni giochi olimpici» – CITIUS, ALTIUS, FORTIUS, PIÙ VELOCI, PIÙ ALTI, PIÙ FORTI – «è diventato legge suprema e universale di una civiltà in espansione illimitata». La pandemia ci obbliga a confrontarci con «il cuore della traversata che ci sta davanti: il passaggio DA UNA CIVILTÀ DEL “DI PIÙ” A UNA DEL “PUÒ BASTARE” O DEL “FORSE È GIÀ TROPPO”». DA CITIUS, ALTIUS, FORTIUS, A “LENTIUS, PROFUNDIUS, SUAVIUS”. (GIULIANO BATTISTON, da “L’Espresso” del 10/5/2020)

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ALLA RICERCA DEI VIAGGI PERDUTI

di GIULIANO BATTISTON, da “L’Espresso” del 10/5/2020

– Il tempo di ripartire – Stop all’overtourism, assalto ai luoghi frenetico, occasionale e di massa. Per un’estate all’insegna di destinazioni vicine, conosciute e rassicuranti. La pandemia cambia l’idea di avventura. E il nostro rapporto con il mondo –

   Messaggio da Madrid. Non perdiamo tempo: il lavoro perso devasta le vite…. Il primo maggio Zurab Pololikashvili, segretario generale dell’Organizzazione mondiale del Turismo (Unwto), l’agenzia delle Nazioni Unite del settore, ha lanciato l’allarme: serve una risposta urgente per fronteggiare gli effetti della pandemia sui lavoratori del turismo.

   Un’industria che genera il 13% del prodotto interno lordo mondiale, dà lavoro a un 1 lavoratore ogni 10 e che «per volumi è passata dai 527 milioni di movimenti internazionali del 1995 a 1,5 miliardi nel 2019», spiega all’Espresso Valentina Doorly, una lunga e autorevole esperienza nel settore e autrice di “Megatrends Deining the Future of Tourism”, in uscita nei prossimi mesi per l’editore Springer.

   Le grandi navi da crociera che nel 2019 hanno trasportato 30 milioni di passeggeri (rispetto ai 18 milioni del 2009) sono ferme nei porti, come cetacei spiaggiati. Ci vorrà tempo prima che un nuovo David Foster Wallace possa metterci piede per raccontare “Una cosa divertente che non farò mai più”, l’eccezionale reportage narrativo sul turismo di massa.

   L’immobilità forzata dei pachidermi degli oceani mette a nudo la fragilità dell’economia politica del turismo. Ma ci fornisce qualche indicazione anche sui cambiamenti di lungo corso nell’idea di viaggio e nel nostro rapporto con il mondo. Per quanto provvisori, i dati sono più facili da decifrare rispetto ai cambiamenti nell’immaginario.

   Il 100 per 100 delle destinazioni turistiche ha adottato e continua a mantenere restrizioni di viaggio, certifica l’Unwto. «È una cesura storica, un annichilimento del settore nel suo complesso» commenta Valentina Doorly. Gli arrivi turistici internazionali potrebbero ridursi del 30%, con una perdita corrispondente fino a 450 miliardi di dollari. Costruito nel corso di decenni, l’overtourism è stato disfatto in poche settimane dalla pandemia. Dall’overtourism al grado zero del turismo. In attesa della ripartenza.

   «La ripresa sarà con tutta probabilità molto lenta e a scalini», nota Doorly. Le più penalizzate saranno le città d’arte a vocazione internazionale. «Questo è un virus urbanofobico, che odia le città e tutto ciò che è urbano», commenta Marco d’Eramo, autore de “Il selfie del mondo” (Feltrinelli), un’indagine sull’età del turismo che si apre con la descrizione di una Roma ridotta a guscio vuoto, fondale di teatro sul quale va in scena lo spettacolo del turismo. La Roma quasi deserta della pandemia offre allo sguardo le quinte, senza protagonisti e comparse, ma rimane dentro l’immaginario turistico: «È una sorta di spiaggia dei Caraibi, immacolata, tanto più attraente quanto più irraggiungibile. Rappresenta la coscienza infelice di ogni turista, che spera sempre di trovarsi dove non ci sono altri turisti: impossibile».

   Nei prossimi mesi a Roma di turisti ne arriveranno molti meno, soprattutto stranieri. «Nell’immaginario collettivo l’aereo è diventato uno spazio confinato e affollato in cui il contagio trionfa, ci sarà una rinuncia ai viaggi internazionali, conquista del ceto medio occidentale degli ultimi 20 anni», nota Valentina Doorly. Una conquista che ha trasformato intere città in oggetti di consumo frenetico e occasionale, come la Firenze descritta da Grazia Galli e Massimo Lensi ne “La filosofia del trolley. Indagine sull’overtourism a Firenze” (Garmagni editrice 2019).

   Gli stessi connotati fisici delle città potrebbero cambiare. Secondo d’Eramo il principio informatore dell’urbanità e del turismo è lo zooning, che ha governato la pianificazione urbana del XX secolo, tracciando una corrispondenza biunivoca tra spazio e funzione. È l’uso esclusivo, non promiscuo, monofunzionale dello spazio. «Un principio che traduce in geografia urbana la struttura disciplinare della società», una «prima forma di biopolitica».

   La pandemia offre inedite opportunità agli «urbanisti demiurghi»: ogni cosa e persona al loro posto, profilassi e prevenzione per città asettiche e sterilizzate, meno promiscue, sicure. Ma le città sono promiscue per definizione, insegnano i sociologi. Si fondano sulla diversità. Troppa profilassi ne compromette la natura. I turisti in cerca di spazi sicuri punteranno ad altri luoghi. Accessibili a pochi.

   «Il distanziamento sociale, introdotto come allontanamento dei corpi, si è trasformato subito in divario incolmabile tra le classi», nota d’Eramo. E il meccanismo potrebbe riprodursi nel turismo, accentuando le differenze tra chi può sostenere i costi di una vacanza “infection-free”, protetta, garantita, sterilizzata, e chi no.

   «Saranno proprio le strutture di fascia alta, con maggiore forza finanziaria e spesso maggiori spazi ad aver qualche margine di manovra in più per inventarsi nuove formule di ospitalità», commenta Valentina Doorly. Per la quale «più che in vacanza nell’estate 2020 “andremo a nasconderci”, con tanto di saponetta tradizionale e portasapone». Cercheremo luoghi vicini, conosciuti. La rassicurazione, non l’avventura. Si rafforzerà quello che il sociologo francese Rodolphe Christin “in Turismo di massa e usura del mondo (Elèuthera 2019) definisce come lo spazio-isola «che protegge dal mondo esterno», «dove poter stare per i fatti propri, ripiegati su di sé, senza alcun contatto» con l’esterno. Una forma di cocooning, di chiusura nel proprio bozzolo. Socialmente puro.

   Il turismo, spiega d’Eramo, non è altro che una strategia globale con cui il moderno ha fronteggiato ed è venuto a patti con l’irruzione dell’altro da sé, figlia della «globalizzazione precoce» dell’Ottocento. Si fonda Continua a leggere

Possibili cause CLIMATICO-GEOGRAFICHE al VIRUS? E dopo l’attenuarsi della pandemia, QUALE SVILUPPO e ricostruzione per l’Italia, l’Europa, il Mondo? – Ci sarà ancora la lotta al CAMBIAMENTO CLIMATICO?…Con geo-politiche ecologiche concrete e nuovi stili di vita? Oppure tutto sarà come prima?

(immagine da http://www.tempostretto.it/) – “(…) Qualcuno l’ha ribattezzata la “CINTURA DEL CORONAVIRUS”. Si tratta di quella FASCIA, di colore verde, nella quale “COVID-19” STA PROLIFERANDO IN MANIERA “ESPONENZIALE”. I ricercatori dell’UNIVERSITÀ DEL MARYLAND, appartenenti al GLOBAL VIRUS NETWORK, una coalizione internazionale di virologi che stanno studiando il caso, hanno stabilito una INTERESSANTE CORRELAZIONE TRA LA DIFFUSIONE E LE CARATTERISTICHE CLIMATICHE DELLE ZONE IN CUI SI È MANIFESTATO. Il risultato è che LATITUDINE, TEMPERATURA e UMIDITÀ definiscono precisamente UNO STRETTO CORRIDOIO COMPRESO TRA 30 E 50 GRADI DI LATITUDINE NORD, dove le temperature medie si aggirano fra i +5°C e +11°C, mentre i valori dell’umidità relativa basculano fra il 47% e il 79%. Proprio in questa stretta fascia climatica il coronavirus si è diffuso con una certa virulenza, con LE PIÙ GRAVI EPIDEMIE CHE HANNO INVESTITO LA CINA, L’IRAN, L’ITALIA E LA COREA DEL SUD. (…) (”Daniele Ingemi, 16/3/2020, da https://www.tempostretto.it/)

   Tra le varie ipotesi al diffondersi di questa pandemia da “coronavirus”, che pressoché sta interessando tutto il pianeta (ma alcune aree geografiche “di più”), vi è, tra quelle più accreditate, il cambiamento climatico e lo stravolgimento arrivato a livelli irreversibili degli equilibri nel rapporto tra popolazioni e ambienti naturali di vita: foreste e risorse naturali scarnificate dall’uomo; inurbamento demografico arrivato a livelli elevatissimi e senza significative politiche urbane contro l’inquinamento atmosferico e l’uso dissennato delle risorse naturali (acqua, aria, biomasse…).

WWF: «PANDEMIE, L’EFFETTO BOOMERANG DELLA DISTRUZIONE DEGLI ECOSISTEMI», di Isabella Pratesi, Marco Galaverni e Marco Antonelli (consulenza scientifica di Gianfranco Bologna e Roberto Danovaro). Il LINK: https://www.wwf.it/perdita_biodiversita.cfm

   Per ora sembra, innanzitutto, essere stata individuata la causa scatenante del virus su tutta la popolazione (cosa non da poco!): cioè il possibile contagio da pipistrello a uomo. Contagio diretto o mediato da un altro animale (uno spillover è l’animale mediatore del patogeno, “Spillover” è anche il titolo di un celeberrimo libro del 2012 di David Quammen ora tornato assai in voga). E quando un patogeno fa il salto da un animale a un essere umano e si radica nel nuovo organismo come agente infettivo, in grado talvolta di causare malattia o morte, tutto questo processo viene chiamato una “ZOONOSI”.

da https://www.wwf.it/perditabiodiversita_cfm

   Questo pare accaduto nel mercato di WUHAN (la più grande città della Cina centrale, megalopoli di 11 milioni di residenti), mercato di animali vivi, in cui la fauna anche selvatica viene esposta viva e poi macellata al momento; e che da lì sia iniziata la trasmissione del virus da specie a specie. Pertanto è riconosciuto il fatto che all’origine del probabile contagio iniziale c’è una pratica, la vendita di fauna selvatica, che dovrebbe invece essere ostacolata su scala globale. Uno sventramento della “foresta” e dei suoi equilibri (anche nei patogeni degli animali selvatici), e l’introduzione nelle città-megalopoli di mercati con elementi incontrollati, fuori di ogni normalità, igiene, controllo sanitario efficace.

la deforestazione dell’Amazzonia (foto da http://www.quotidiano.net/) – Gli squilibri e i totali sventramenti della natura e delle sue regole, ha fatto sì che ci sia stata la “conquista della foresta” distruggendo o tentando di farlo ogni biodiversità che, peraltro, tutelava noi stessi anche da fenomeni letali come questi virus ora in noi, e dall’altra l’inurbamento eccessivo totale, senza regole, ha contribuito a uno squilibrio di cui abbiamo le cause e gli effetti adesso in primis con gli evidenti cambiamenti climatici, l’inquinamento, il surriscaldamento della biosfera. E le malattie da un’introiezione violenta con l’alimentazione di specie animali anche sconosciute.

   E qui veniamo al dunque, cioè del riconoscere indubitabile che la causa scatenante della pandemia è stata data appunto da un disequilibrio totale dell’ecosistema (la foresta sventrata e l’inurbamento di massa di milioni di persone con mercati e servizi incontrollabili); con ripercussioni globali (viviamo in un mondo “unico villaggio” che, come si dice adesso, anche i virus si spostano con gli aerei in poche ore…). che porta alla perdita della biodiversità, ad accelerati cambiamenti climatici, alle alterazioni degli habitat naturali (e in tutto questo ci può stare la diffusione delle zoonosi, ovvero le malattie trasmessa dagli altri animali all’uomo).

   E’ questa anche la tesi del WWF, che in un suo lucido RAPPORTO di queste settimane ( https://www.wwf.it/perdita_biodiversita.cfm), partendo dal fatto che vi è stato un transito della malattia dagli animali alla nostra specie e che questo sia avvenuto in ambiente urbano, dimostra che tutto è strettamente legato ai mutamenti di clima e da azioni umane: appunto, come si diceva, deforestazione, e dall’altra inurbamento sempre più massiccio della popolazione mondiale concentrata nelle città – metropoli – megalopoli.

“(….) Il Rapporto del 2019 dell’IPBES, il COMITATO INTERNAZIONALE E INTERGOVERNATIVO SCIENZA-POLITICA che per conto dell’ONU si occupa di BIODIVERSITÀ e ECOSISTEMI, parla chiaro: il 75% DELL’AMBIENTE TERRESTRE e circa il 66% DI QUELLO MARINO SONO STATI MODIFICATI in modo significativo e circa 1 MILIONE DI SPECIE ANIMALI E VEGETALI, come mai si era verificato fino ad oggi nella storia dell’umanità, SONO A RISCHIO ESTINZIONE. Dati che fanno il paio con quelli del LIVING PLANET REPORT del WWF del 2018, (https://d24qi7hsckwe9l.cloudfront.net/downloads/lpr_2018_ita_highlights_1.pdf ) che spiega come in circa 40 anni il pianeta abbia perso in media il 60% delle popolazioni di invertebrati.(….)” (Alessandro Sala, https://www.corriere.it/, 17/3/2020)

   E’ così che, sottolinea il Rapporto del WWF, se le principali epidemie degli ultimi anni sono (tutte) di origine animale; se ad influire nella loro diffusione è stata la riduzione delle barriere naturali che per secoli hanno creato un argine al contagio; se la deforestazione finalizzata alla creazione di pascoli, alla produzione di legname e carta o all’avanzata delle aree urbane ha di fatto cancellato parte di queste biodiversità tra animali selvatici e uomo (animali che mantenevano una maggiore distanza tra i virus che potremmo definire «selvatici» e l’essere umano); se la conquista umana di tutto ciò che è “selvatico” anche all’interno delle foreste ha aumentato il rischio del contagio (nel caso cinese catturando pure queste specie di animali selvatiche per farne cibo o per la realizzazione di prodotti derivanti da varie parti dei loro corpi); SE TUTTO QUESTO ACCADE (ed è accaduto) la TESI AMBIENTALISTA (che qui condividiamo) è che all’origine della situazione (assai dura) che ora ci troviamo a vivere, deriva dall’azione scellerata dell’uomo; con conseguenza della nostra necessaria attuale segregazione per non diffondere il virus, come contemporaneamente stiamo vivendo negli ultimi anni gli effetti evidenti negativi del CAMBIAMENTO CLIMATICO.

(foto da https://www.lettera43.it/ UNA MANIFESTAIONE DEI FRIDAYS FOR FUTURE) – 3 marzo 2020: LA COMMISSIONE EUROPEA LANCIA LA LEGGE EUROPEA SUL CLIMA proponendo l’obiettivo giuridicamente vincolante per l’Ue di RAGGIUNGERE ENTRO IL 2050 UN LIVELLO NETTO DI EMISSIONI CLIMALTERANTI PARI A ZERO. “Parole vuote”, “obiettivi lontani”, un testo che “ignora i dati scientifici”, in pratica “una resa”: a bocciare la proposta è la giovane attivista GRETA THUNBERG e tutto il movimento FRIDAYS FOR FUTURE

   È poi interessante andare a vedere la tesi di alcuni ricercatori dell’UNIVERSITÀ del MARYLAND, che hanno stabilito una CORRELAZIONE TRA LA DIFFUSIONE e le CARATTERISTICHE CLIMATICHE delle zone in cui si è manifestato il virus in modo più virulento. Secondo questi studiosi americani il virus si è manifestato “più forte” su tre caratteristiche omogenee: cioè dal fatto che LATITUDINE, TEMPERATURA e UMIDITÀ nelle aree fortemente colpite dal virus, SONO LE STESSE, e definiscono geograficamente e precisamente uno STRETTO CORRIDOIO GEOGRAFICO compreso tra 30 e 50 gradi di LATITUDINE NORD, dove le TEMPERATURE MEDIE si aggirano fra i +5°C e +11°C, mentre i valori dell’UMIDITÀ relativa fra il 47% e il 79%. Proprio in questa STRETTA FASCIA CLIMATICA il coronavirus si è diffuso in modo molto forte, con le più gravi epidemie che hanno investito la CINA, l’IRAN, l’ITALIA e la COREA DEL SUD (in quella stessa fascia di latitudine troviamo Wuhan, la Corea del sud, l’Iran, la pianura padana, Madrid e parte della Spagna, New York…).

(da https://www.wwf.it/perditabiodiversita_cfm) – “(…) E ancora, su tutto, va considerato che negli ultimi 50 anni la popolazione umana mondiale è raddoppiata, aumentando così il bisogno di risorse che ha portato ad un impoverimento delle risorse naturali e ad un aumento dell’inquinamento: i gas serra, per esempio, sono raddoppiati dal 1980 ad oggi e hanno contribuito fortemente all’ormai acclarato aumento di almeno un grado della temperatura media terrestre rispetto all’epoca preindustriale.(…) (Alessandro Sala, https://www.corriere.it/, 17/3/2020)

   Osservazioni interessante (e che finora la comunità scientifica non smentisce, peraltro giustamente impegnata ad affrontare e ricercare sbocchi immediati all’emergenza…), ma che, in ogni caso, fanno capire che il “DOPO EPIDEMIA” (quando avverrà, non lo sappiamo bene…) non potrà (dovrà) essere quello di un ritorno alla “normalità” accantonando ogni promessa di lotta al cambiamento climatico in tutte le aree geopolitiche del pianeta (in primis la nostra Unione Europea).

   Sennò, l’ipotesi ricorrente è quella che, finita la pandemia, tutto tornerà come prima? Torneremo ad essere liberi di inquinare, spostarsi, viaggiare, consumare allo stesso modo? …se esiste un nesso tra il drastico cambiamento climatico (cui ne eravamo edotti ben prima di quanto sta accadendo) e la diffusione del coronavirus, è assai probabile che di qui a poco ci troveremo in nuove situazioni simili, pandemiche, di diffusione di una nuova peste. Se la causa può essere lo sconvolgimento degli equilibri umani sulla natura, sarebbe (è necessario) mettere in atto pratiche virtuose in modo da non incorrere definitivamente nell’autodistruzione umana sul nostro pianeta.

“LE TRAPPOLE DEL CLIMA. E come evitarle”, di GIANNI SILVESTRINI, G. B. ZORZOLI (edizioni Ambiente, marzo 2020, pagg. 200, euro 19,00) – “(…) Letto ai tempi del coronavirus, “LE TRAPPOLE DEL CLIMA” FA UN CERTO EFFETTO per le incredibili analogie fra la situazione che stiamo vivendo col virus e quello a cui può dare luogo il cambiamento climatico se non facciamo in fretta a prendere provvedimenti. EMISSIONI CHE CRESCONO, incendi estesissimi in Amazzonia, in Siberia e in Australia, ondate di calore in nord Europa, permafrost che si scioglie, tutta roba lontana, come le notizie che ricevevamo dalla lontana Cina, poche settimane fa, quando eravamo convinti che l’epidemia si sviluppasse solo lì. Notizie e immagini da incubo, ma che riguardavano altri e altri luoghi. (…) NE “LE TRAPPOLE DEL CLIMA” SILVESTRINI E ZORZOLI CI GUIDANO LUNGO UN SENTIERO CHE ATTRAVERSA PAESAGGI VIA VIA PIÙ DRAMMATICI, feriti da alluvioni, siccità, vegetazione spoglia, e che si biforca, poco avanti a noi, in due rami, lungo uno dei quali il paesaggio muta, e diventa sereno e piacevole, mentre nell’altro persiste anzi si amplifica la drammaticità di quello in cui siamo. (…) Occorre allora ESSERE CAPACI DI DARE L’ESEMPIO E DIMOSTRARE CHE GLI STILI DI VITA E IL MODELLO ECONOMICO, culturale e sociale che noi paesi sviluppati proponiamo oggi SIANO MIGLIORI DI QUELLI DI PRIMA e che siano appetibili per tutti. Molto a proposito Silvestrini e Zorzoli su questo punto citano ALEXANDER LANGER: “LA CONVERSIONE ECOLOGICA POTRÀ AFFERMARSI SOLTANTO SE APPARIRÀ SOCIALMENTE DESIDERABILE”. Anche di questo è fatto il paesaggio che si vede dal sentiero dell’ottimismo della volontà, di desiderabilità sociale e individuale. Ma non basta che sia desiderabile se poi comunque non è realizzabile in concreto (…)” (FEDERICO M. BUTERA, da QUALENERGIA.IT https://www.qualenergia.it/ del 17/3/2020)

   In questo senso poco tempo fa, ricordiamo, la Commissione europea ha presentato il suo piano per un GREEN DEAL EUROPEO, e la proposta di legge sul clima che prevede l’impegno ad azzerare tutte le emissioni di CO2 entro il 2050. Questi progetti sono stati largamente criticati da tutti quelli che credono che siano insufficienti perché a troppa lunga scadenza (il 2050 è un impegno troppo lontano, serve vedere cose pratiche di riduzione dell’inquinamento adesso!). Pertanto provvedimenti che speriamo siano appunto accelerati, o (ipotesi minimissima) perlomeno confermati (e non accantonati com’è il rischio che accada con il pretesto della crisi economica che sicuramente ci sarà, e come probabilmente chiederanno alcuni Stati membri). Un “RICOMINICIARE” che abbia al centro della politica investimenti pubblici straordinari (che ormai tutti gli economisti giudicano necessari), ma investimenti che siano “verdi”; e azioni geopolitiche globali (di tutte le aree geografiche del mondo); e di nuovi STILI DI VITA (come dovremmo individualmente desiderare e volere) per salvare il pianeta e la vita su di esso. (s.m.)

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“SPILLOVER” di DAVID QUAMMEN – Adelphi, 2012, euro 19,50 – Ogni lettore reagirà in modo diverso alle scene che DAVID QUAMMEN racconta seguendo da vicino i cacciatori di virus cui questo libro è dedicato, quindi entrerà con uno spirito diverso nelle grotte della Malesia sulle cui pareti vivono migliaia di pipistrelli, o nel folto della foresta pluviale del Congo, alla ricerca di rarissimi, e apparentemente inoffensivi, gorilla. Ma quando scoprirà che ciascuno di quegli animali, come i maiali, le zanzare o gli scimpanzé che si incontrano in altre pagine, può essere il vettore della prossima pandemia – di NIPAH, EBOLA, SARS, o di VIRUS DORMIENTI e ancora solo in parte conosciuti, che un piccolo SPILLOVER può trasmettere all’uomo -, ogni lettore risponderà allo stesso modo: non riuscirà più a dormire, o almeno non prima di avere letto il racconto di QUAMMEN fino all’ultima riga. E a quel punto, forse, deciderà di ricominciarlo daccapo, sperando di capire se a provocare il prossimo Big One – la prossima grande epidemia –sarà davvero Ebola, o un’altra entità ancora innominata. – DAVID QUAMMEN è autore, oltre che di celebrati reportage per «NATIONAL GEOGRAPHIC» e altre riviste che gli hanno valso per ben tre volte il NATIONAL MAGAZINE AWARD, di numerosi libri. Di lui ADELPHI ha pubblicato ALLA RICERCA DEL PREDATORE ALFA (2005). SPILLOVER è uscito per la prima volta nel 2012 (sempre da Adelphi in Italia). – «QUANDO UN PATOGENO FA IL SALTO DA UN ANIMALE A UN ESSERE UMANO e si radica nel nuovo organismo come agente infettivo, in grado talvolta di causare malattia o morte, SIAMO IN PRESENZA DI UNA “ZOONOSI”. «È un termine vagamente tecnico, che a molti riuscirà insolito, ma ci aiuta a inquadrare i complessi fenomeni biologici che si celano dietro gli annunci allarmistici sull’INFLUENZA AVIARIA o SUINA, sulla SARS e in generale sulle malattie emergenti o sulla minaccia di una nuova pandemia globale. Ci aiuta a capire perché la scienza medica e la sanità pubblica sono riuscite a debellare terribili malattie come il VAIOLO e la POLIOMIELITE ma non altre come la dengue e la febbre gialla. Ci racconta un dettaglio essenziale sull’origine dell’AIDS. ZOONOSI è una parola del futuro, destinata a diventare assai più comune nel corso di questo secolo. «EBOLA è una ZOONOSI, come la PESTE BUBBONICA. Lo era anche la cosiddetta INFLUENZA SPAGNOLA del 1918-19 … Tutti i tipi di influenza umana sono zoonosi. E lo sono anche il VAIOLO DELLE SCIMMIE, la TUBERCOLOSI BOVINA, la MALATTIA DI LYME, la FEBBRE EMORRAGICA DEL NILO…». In copertina: Volpe volante delle Comore. Foto di Tim Flach.

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IL CORONAVIRUS POTREBBE NON ESSERE UNA BUONA NOTIZIA PER IL CLIMA

di Gabriele Crescente, 19/3/2020, da INTERNAZIONALE (https://www.internazionale.it/ )

   All’inizio di marzo, quando su internet hanno cominciato a circolare le immagini satellitari che mostravano l’impressionante riduzione delle emissioni di biossido d’azoto provocata dagli effetti del nuovo coronavirus in Cina, molti hanno pensato che questa terribile crisi avrebbe potuto avere almeno un effetto positivo: fermare (o almeno rallentare notevolmente) il cambiamento climatico.

   Le emissioni di gas serra sono direttamente legate alle attività produttive e ai trasporti, ed entrambe le cose sono state fortemente ridotte dalle limitazioni imposte ormai da tutte le principali economie del mondo per fermare la diffusione della pandemia.

   A febbraio le misure adottate dalla Cina hanno provocato una riduzione del 25 per cento delle emissioni di anidride carbonica rispetto allo stesso periodo del 2019: duecento milioni di tonnellate in meno, l’equivalente delle emissioni prodotte in un anno dall’Egitto.

   Tra l’altro, secondo una stima questo ha evitato almeno cinquantamila morti per inquinamento atmosferico, cioè più delle vittime del Covid-19 nello stesso periodo.

  Il rallentamento dell’economia globale potrebbe avere effetti ancora più consistenti. Secondo le ultime previsioni dell’Ocse, nel peggiore degli scenari presi in esame la pandemia potrebbe ridurre la crescita del pil globale nel 2020 dal 3 per cento all’1,5 per cento. Su The Conversation, Glen Peters del Center for International Climate and Environment Research ha calcolato che questo potrebbe comportare una riduzione delle emissioni di anidride carbonica dell’1,2 per cento rispetto al 2019. Visto che dopo la pubblicazione delle stime dell’Ocse le prospettive economiche sono ulteriormente peggiorate, il calo delle emissioni potrebbe essere ancora più marcato.

   Ma se a prima vista questa può sembrare una buona notizia per il clima, le cose appaiono molto diverse se si guarda oltre il breve periodo. Continua a leggere

TORNADI E CATASTROFI NATURALI (Firenze, la RIVIERA DEL BRENTA): nella ricostruzione si ripensa l’economia di un’AREA – Il TURISMO DIFFUSO progetto possibile in tutte le regioni italiane – Nel NORDEST il VOLANO DELLE VILLE VENETE tra arte, paesaggio, economia manifatturiera e agroalimentare

FIRENZE, 2 AGOSTO 2015 - Tre palazzi completamente evacuati, MILIONI DI DANNI, CENTINAIA DI ALBERI CADUTI. FIRENZE SUD E BAGNO A RIPOLI SONO LE ZONE PIÙ COLPITE DALLA TREMENDA TROMBA D'ARIA CHE HA MESSO INTERE STRADE IN GINOCCHIO nella serata di SABATO 1 AGOSTO, INTORNO ALLE 20. Il cielo nero, il buio che cala in anticipo intorno alle 19.30. E poi LA FORZA DELLA TEMPESTA CHE SRADICA ALBERI, CARTELLI STRADALI, PALI DELLA LUCE. SONO UNA VENTINA I FERITI. Uno è grave. Si tratta di un ragazzo a cui è caduto un grosso ramo in testa. E' un bilancio pesantissimo quello che la città paga. Non si contano le strutture anche pubbliche che hanno riportato danni anche gravi. L'alba del giorno dopo è tremenda. Con la luce del sole il disastro è chiaro agli occhi di tutti. (…) (da “la Nazione”, 3/8/2015)
FIRENZE, 2 AGOSTO 2015 – Tre palazzi completamente evacuati, MILIONI DI DANNI, CENTINAIA DI ALBERI CADUTI. FIRENZE SUD E BAGNO A RIPOLI SONO LE ZONE PIÙ COLPITE DALLA TREMENDA TROMBA D’ARIA CHE HA MESSO INTERE STRADE IN GINOCCHIO nella serata di SABATO 1 AGOSTO, INTORNO ALLE 20. Il cielo nero, il buio che cala in anticipo intorno alle 19.30. E poi LA FORZA DELLA TEMPESTA CHE SRADICA ALBERI, CARTELLI STRADALI, PALI DELLA LUCE. SONO UNA VENTINA I FERITI. Uno è grave. Si tratta di un ragazzo a cui è caduto un grosso ramo in testa. E’ un bilancio pesantissimo quello che la città paga. Non si contano le strutture anche pubbliche che hanno riportato danni anche gravi. L’alba del giorno dopo è tremenda. Con la luce del sole il disastro è chiaro agli occhi di tutti. (…) (da “la Nazione”, 3/8/2015)

   Il violento nubifragio (e con tromba d’aria) che c’è stato a Firenze sabato sera 1° agosto, ripropone la questione dei modi possibili per difendersi da eventi meteorologici pericolosi, dannosi, disastrosi. E, senza togliere nulla a quel che è accaduto di sicuramente grave a Firenze, vogliamo qui riprendere l’episodio (per fare delle considerazioni e proposte) della tromba d’aria che ha disastrosamente interessato la Riviera del Brenta (tra Padova e Venezia) mercoledì 8 luglio verso le 17.30 (nei comuni di Dolo e Mira, con un morto e trenta feriti).

   Un mix allarmante di caldo, umidità e venti provenienti da tre direzioni diverse che si sarebbero di lì a poco scontrati trasformandosi in un tornado. Oltre 17 milioni di danni: 10 milioni sul patrimonio immobiliare e sette sui beni mobili. Tra le tante cose la tromba d’aria che ha colpito la Riviera del Brenta ha pure duramente colpito il patrimonio artistico (le ville venete) per il quale la zona è famosa nel mondo: Villa Fini è stata resa al suolo; Villa Ducale, Villa Caggiano, barchesse e pertinenze tra Dolo e Sambruson, sono finite nel vortice. Un patrimonio di grande valore sembra compromesso per sempre.

TORNADO IN RIVIERA - Come un terremoto molto forte: il TORNADO che l’8 luglio ha colpito la RIVIERA DEL BRENTA nel veneziano nei comuni di DOLO e MIRA
TORNADO IN RIVIERA – Come un terremoto molto forte: il TORNADO che l’8 luglio ha colpito la RIVIERA DEL BRENTA nel veneziano nei comuni di DOLO e MIRA

   Che fare allora con questi “eventi naturali”, le trombe d’aria, i tornadi, i violenti nubifragi??  Certo, prevenire, garantire la sicurezza delle persone in primis. E pare proprio che il più delle volte si riesca a prevederli questi eventi (in questo post parliamo di due persone che la tromba d’aria sulla Riviera del Brenta la avevano individuata prima che “scoppiasse”: una “cacciatrice di tornado”, Valentina Abinanti, e un meteorologo, Alessio Grosso con il suo sito “Meteolive.it”, www.meteolive.leonardo.it/).

   Fenomeni come questi, dopo periodi di caldo eccessivo, sono intuibili anche nell’esperienza popolare. E da un punto di vista scientifico, chi li studia (questi accadimenti meteorologici disastrosi), oltre ai dati matematici e scientifici, si fanno aiutare pure dalle esperienze passate, dalla statistica, dalla tipologia del territorio.

VILLA FINI COM'ERA E COM'E' ADESSO - LA TROMBA D'ARIA ha letteralmente raso al suolo la Villa, nota storicamente come VILLA SANTORINI-TODERINI-FINI, risalente almeno a 4 secoli fa. Oggi era un noto ristorante della zona. Completamente raso al suolo da un tornado che, in base a questo tipo di danni, può essere classificabile come un F3 SULLA SCALA FUJITA, CON VENTI SUPERIORI AI 220KM/H. In base a tutte le foto, proprio la classificazione dei danni del livello F3 della Scala Fujita sembra inquadrare meglio di tutti l’evento veneziano: “Danni gravi. Asportazione tegole o abbattimento di muri di case in mattoni; ribaltamento di treni; sradicamento di alberi anche in boschi e foreste; sollevamento di auto pesanti dal terreno“.
VILLA FINI COM’ERA E COM’E’ ADESSO – LA TROMBA D’ARIA ha letteralmente raso al suolo la Villa, nota storicamente come VILLA SANTORINI-TODERINI-FINI, risalente almeno a 4 secoli fa. Oggi era un noto ristorante della zona. Completamente raso al suolo da un tornado che, in base a questo tipo di danni, può essere classificabile come un F3 SULLA SCALA FUJITA, CON VENTI SUPERIORI AI 220KM/H. In base a tutte le foto, proprio la classificazione dei danni del livello F3 della Scala Fujita sembra inquadrare meglio di tutti l’evento veneziano: “Danni gravi. Asportazione tegole o abbattimento di muri di case in mattoni; ribaltamento di treni; sradicamento di alberi anche in boschi e foreste; sollevamento di auto pesanti dal terreno“.

   Forse quel che manca davvero (è mancato) è il diritto ad essere informati da parte della popolazione in una fascia di territorio prevedibile e in un tempo orario sufficientemente preventivo rispetto al possibile accadimento del fenomeno. Cellullari, messaggi sms…(vista la diffusione assai larga dello strumento) potrebbero aiutare a mettere in guardia, difendersi, da eventi di tal genere (già questo metodo di avvertire le persone accade in alcune città dove il Comune e la Protezione Civile lo usano in caso di inondazioni o eventi similari).

   Un contesto del tutto particolare, nella prevenzione e nell’avvertire la popolazione, sono i terremoti: in questo caso è previsto che ogni ente non possa diffondere alcuna notizia preventiva senza l’autorizzazione del Dipartimento della Protezione Civile. Ma per i terremoti andiamo in un campo più delicato e, se si vuole, più controverso (pensiamo al caso dell’Aquila e di chi aveva previsto con una certa sicurezza l’evento sismico del 6 aprile 2009, ma era stato denunciato per procurato allarme; e dall’altra, nell’ottobre 2012, i sette membri della Commissione Grandi Rischi che sono stati condannati a sei anni di reclusione e all’interdizione in perpetuo dai pubblici uffici per omicidio colposo per non aver avvertito la popolazione di quel terribile terremoto).

IL FORMARSI DEL TORNADO (dal sito www.diegocavalli.it/)
IL FORMARSI DEL TORNADO (dal sito http://www.diegocavalli.it/)

   Tornando all’informazione possibile sui tornado, sulle trombe d’aria, è opinione di chi conosce questi eventi che tre giorni prima del fenomeno si può già intuire, prevedere il loro accadimento: nel caso della Riviera del Brenta la tipologia dell’ incontro di venti freddi da nord e caldi da sud presupponevano che lì l’ondata di maltempo sarebbe stata più cruenta (con il caldo intenso e l’umidità che c’era, e la statistica che aiuta a prevedere il fatto).

   Un altro tema che si pone sempre nel caso di eventi naturali disastrosi, è il “dopo”, cioè come rimediare ai quasi sempre assai gravi danni che si son verificati: cioè si parla delle risorse finanziarie per rimediare all’evento dannoso, danni a cose sia private che pubbliche, edifici, beni mobili e immobili, il territorio devastato.

   Finora tutto si è basato su finanziamenti che le Regioni chiedono al Fondo assegnato alla Protezione Civile, a spese straordinarie con stanziamenti governativi, a finanziamenti regionali, anche a meritorie raccolte di fondi tra i cittadini. In merito ai soldi che servono, si sta facendo strada l’idea (che se ne parla ma finora non la si realizza) di un’assicurazione contro questi rischi, che veda coinvolti nella raccolta fondi per “coprire il premio assicurativo”, tutti i cittadini, indistintamente dal rischio ambientale del proprio territorio (ciascuno di noi), gli enti locali, lo Stato. Associare lo Stato, le compagnie assicurative e gli assicurati (i cittadini) in un “progetto assicurativo” che garantisca a chi subisce danni materiali un indennizzo tale da rimediare ai danni procurati dell’eventi naturale. Non più ragionare sulle emergenze, sull’ “accaduto”, ma garantire prima una sicurezza finanziaria alla ricostruzione, alla ripresa.

nella foto VALENTINA ABINANTI - Dopo il l’episodio del tornado a Mira e Dolo del 7 luglio scorso nel Veneziano, LA CACCIATRICE DI TORNADO ITALIANA VALENTINA ABINANTI, oltre ad aver vissuto e documentato con foto l’evento di Mira e Dolo ha realizzato una guida molto utile ed interessante su come si formano i Tornado, come si riconoscono e come comportarsi in caso di un evento tornadico. La presente guida in formato PDF è scaricabile per chiunque voglia informarsi adeguatamente ed in modo corretto su questi eventi - LINK al file PDF: Guida sui Tornado: Cosa sono, Come si Formano e Come Comportarsi in caso di Tornado.
nella foto VALENTINA ABINANTI – Dopo il l’episodio del tornado a Mira e Dolo del 7 luglio scorso nel Veneziano, LA CACCIATRICE DI TORNADO ITALIANA VALENTINA ABINANTI, oltre ad aver vissuto e documentato con foto l’evento di Mira e Dolo ha realizzato una guida molto utile ed interessante su come si formano i Tornado, come si riconoscono e come comportarsi in caso di un evento tornadico. Qui sotto il link della guida in formato PDF, scaricabile per chiunque voglia informarsi adeguatamente ed in modo corretto su questi eventi.

   LINK al file PDF: Guida sui Tornado: Cosa sono, Come si Formano e Come Comportarsi in caso di Tornado.

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   Quel che ha impressionato di più l’opinione pubblica e i mass-media del disastro del tornado dell’8 luglio sulla Riviera del Brenta, è stata la distruzione di una villa veneta (Villa Fini) che è stata letteralmente rasa al suolo dalla tromba d’aria. Con la promessa del presidente della Regione Veneto di ricostruirla pari pari a com’era (ma si può ricostruire con le stesse caratteristiche, lo stesso “spirito”, un manufatto artistico come una villa della metà del seicento?… forse sì, forse no… a Venzone nel Friuli ci son riusciti per la cattedrale distrutta dal terremoto del maggio 1976)).

   Nel percorso finale del fiume Brenta, da Padova a Venezia, il fiume in effetti vede la presenza di tanti capolavori dell’arte architettonica veneta. Ma tutto il Nordest è ricco di ville (ma in qualsiasi altra parte d’Italia capolavori architettonici esistono, danno il senso ai luoghi…).

   Tra Veneto e Friuli c’è un patrimonio di oltre 4 mila ville, 4.238 edifici per l’esattezza, di cui 3.803 in Veneto e 435 in Friuli Venezia Giulia. Solo il 14% è di proprietà pubblica o di enti ecclesiastici e l’86% è in mano ai privati. Mille e 900 sono dimore vincolate, oggi oltre l’80% è in buono stato.

   l’IRVV, l’istituto che si occupa della valorizzazione e conservazione delle ville venete (http://www.irvv.net/nc/it/ ) sottolinea anche il valore economico del patrimonio “villa veneta”.

   E’ sicuramente necessario, auspicabile, dare a questo grandioso patrimonio di ville (e ai paesaggi che, più male che bene, si riescono a conservare intorno ad esse) un valore economico, turistico, ma non solo: in condivisione e rapporto tra “pubblico” e “privato”, di ricerca universitaria e formazione culturale; di realizzazione di convegni su temi del lavoro; di esperienze agricole e botaniche nel vasti parchi e giardini che molte di esse hanno…

La foto scattata da Valentina Abinanti testimonia la furia del tornado che si è abbattuto tra Dolo e Mirano (da "La Stampa ")
La foto scattata da Valentina Abinanti testimonia la furia del tornado che si è abbattuto tra Dolo e Mirano (da “La Stampa “)

   Rispetto a zone turistiche europee dove il paesaggio diffuso, e il corso di un fiume, “incontra” manufatti di grande valore, come nella VALLE DELLA LOIRA (i castelli…), da noi ogni organizzazione economica, turistica, di studio, di ricerca…è tutto allo stato di improvvisazione, a volte c’è il nulla più assoluto sulle possibilità che può offrire questo patrimonio architettonico-artistico (solo da qualche anno è stata abbozzata in Regione Veneto una “Carta dei servizi” per una serie di offerte di tipo turistico).

   Anche eventi difficili, disastrosi, come un tornado, potrebbero esser motivo di provare a iniziare un percorso diverso, di valorizzazione territoriale virtuosa, che finora non c’è stato. (s.m.)

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VILLE VENETE, IL TESORO FRAGILE E PREZIOSO DOVE ABITA LA STORIA

di Eleonora Vallin, da “Il Mattino di Padova” del 26/7/2015 Continua a leggere

“torneranno i prati”: il film di ERMANNO OLMI sulla GRANDE GUERRA – Un DRAMMA ANCORA SOSPESO, nei luoghi di allora e adesso e nelle giovani vittime di soli cento anni fa – Il terribile sacrificio di inutile dolore e morte di giovani europei, nelle nostre MONTAGNE ha lasciato stupendi resti di GALLERIE, SENTIERI, TRINCEE ed altri manufatti, da visitare, da conservare

Immagine dal film di Ermanno Olmi "torneranno i prati"
Immagine dal film di Ermanno Olmi “torneranno i prati”

   torneranno i prati, il film di Ermanno Olmi sulla Grande Guerra, è nei cinema dal 6 novembre, ma già da subito è stato valutato come un’opera “importante” in tanti Paesi: il 5 novembre è stato infatti proiettato in anteprima al Quirinale e in quasi altri cento paesi dei cinque continenti, in ambasciate, consolati, istituti di cultura, ad Amsterdam, Tashkent, Città del Capo, Parigi, Jakarta, Teheran, Boston, Seul, New York, Mosca, Buenos Aires, Wellington… Forse perché la Grande guerra fu il primo evento globale della storia dell’uomo, e forse anche perché è ancora una tematica storica, oltre che dolorosa, anche “irrisolta”, un dramma sospeso per tutti quelli che lo studiano, lo rievocano, vedono le conseguenze sul territorio: ad esempio i “segni” rimasti nelle Alpi, nelle Dolomiti, come qui vogliamo provare a parlare; partendo appunto dall’intenso, bellissimo ed emozionante film di Ermanno Olmi.

LA GRANDE GUERRA - Dal 1914 al 1918, il primo conflitto mondiale del Novecento scaraventa in trincea oltre 65 MILIONI DI MILITARI. Di questi, poco meno di 10 MILIONI MUOIONO IN BATTAGLIA O IN PRIGIONIA per ferite e malattie, mentre è altissimo il numero di chi rimane ammalato, mutilato o invalido. TRA I CIVILI si verificano non meno di 30 MILIONI DI DECESSI PER CAUSE DI GUERRA (solo in Russia, dove nel 1914 avviene il GENOCIDIO DEL POPOLO ARMENO, si registrano 13 milioni di morti), stenti e malattie, tra cui la terribile INFLUENZA “SPAGNOLA”, che in Europa uccide sei milioni di persone (soprattutto vecchi, donne e bambini). Alla fine della guerra crollano gli imperi e sorgono le nazioni, mentre la società mondiale entra definitivamente nell’era contemporanea, segnata dall’avvento delle tecnologie, della produzione industriale, dei movimenti di massa, delle dittature e delle ideologie. (da http://www.grandeguerra.ccm.it/  )
LA GRANDE GUERRA – Dal 1914 al 1918, il primo conflitto mondiale del Novecento scaraventa in trincea oltre 65 MILIONI DI MILITARI. Di questi, poco meno di 10 MILIONI MUOIONO IN BATTAGLIA O IN PRIGIONIA per ferite e malattie, mentre è altissimo il numero di chi rimane ammalato, mutilato o invalido. TRA I CIVILI si verificano non meno di 30 MILIONI DI DECESSI PER CAUSE DI GUERRA (solo in Russia, dove nel 1914 avviene il GENOCIDIO DEL POPOLO ARMENO, si registrano 13 milioni di morti), stenti e malattie, tra cui la terribile INFLUENZA “SPAGNOLA”, che in Europa uccide sei milioni di persone (soprattutto vecchi, donne e bambini). Alla fine della guerra crollano gli imperi e sorgono le nazioni, mentre la società mondiale entra definitivamente nell’era contemporanea, segnata dall’avvento delle tecnologie, della produzione industriale, dei movimenti di massa, delle dittature e delle ideologie. (da http://www.grandeguerra.ccm.it/ )

   Per l’Italia la guerra (iniziata 10 mesi dopo, a fine maggio 1915, la dichiarazione di guerra dell’impero austro-ungarico al Regno di Serbia) è all’inizio un tentativo, una speranza, di guerra di pochi, giorni, settimane: all’inizio estate del 1915 c’è l’attacco principale sul Carso e lungo l’Isonzo in direzione di Trieste e Lubiana, in previsione di uno sfondamento decisivo verso l’interno dello schieramento avversario. Le Armate Austro-Ungariche reggono pressoché ovunque gli assalti italiani, che vengono in genere respinti con gravi perdite.

   Finisce pertanto fin dall’inizio l’idea che c’era di una “guerra breve” e anche sul fronte italo-austriaco il conflitto acquista le caratteristiche della guerra di trincea, fatta di resistenza, logoramento, speranza che il nemico, l’ ”altro” cedesse; nelle terribili condizioni ambientali e climatiche, tra incredibili difficoltà di rifornimento di viveri e di materiali.

   C’è da chiedersi perché quella guerra mondiale, per quanto riguarda il fronte italiano, “si è spostata” (è stata voluta) in buona parte in montagna, in cime e vette impervie che di più non si può…Cosa a nostro avviso “militarmente”, logisticamente, incomprensibile….

   Questo combattere in posti così difficili, può essere stato dato dalla tradizione storico-geografica di divisione statuale: la frontiera, la linea di confine, fra Italia e Austria-Ungheria era allora costituita per la maggior parte proprio da notevoli rilievi e picchi rocciosi. O forse questo combattere in montagne elevate è avvenuto proprio perché a valle sarebbe stato più “temuto”, negli esiti, da entrambi gli schieramenti, il conflitto; e la tattica della guerra di logoramento (una volta accortisi che “guerra breve” non poteva essere) era così voluta (trincea contro trincea, soldato contro soldato…), e si sperava che vincesse chi aveva più risorse e chi più resisteva alle terribili avversità del freddo invernale e delle pazzesche difficoltà di muoversi (con cannoni, attrezzature…) nella morfologia di quei luoghi.

IL FRONTE OCCIDENTALE (CLICCARE SULLA MAPPA PER INGRANDIRLA) - IL MONDO IN TRINCEA - LA TRINCEA RIASSUME E SIMBOLEGGIA L’ESPERIENZA DI GUERRA DI MILIONI DI SOLDATI e l’immaginario bellico delle popolazioni del cosiddetto fronte interno. Dal 1914 al 1918 SUL FRONTE OCCIDENTALE, DAL MAR DEL NORD AL CONFINE CON LA NEUTRALE SVIZZERA, CORRONO DUE CONTINUE TRINCEE CONTRAPPOSTE (in realtà due complessi sistemi trincerati articolati in profondità sul terreno) in cui si misurano gli eserciti tedesco, francese, inglese e americano (dal 1917). Si combatte in trincea anche sul fronte balcanico e sul vastissimo fronte orientale, percorso dalle armate austro-ungariche e russe. (da http://www.grandeguerra.ccm.it/ )
IL FRONTE OCCIDENTALE (CLICCARE SULLA MAPPA PER INGRANDIRLA) – IL MONDO IN TRINCEA – LA TRINCEA RIASSUME E SIMBOLEGGIA L’ESPERIENZA DI GUERRA DI MILIONI DI SOLDATI e l’immaginario bellico delle popolazioni del cosiddetto fronte interno. Dal 1914 al 1918 SUL FRONTE OCCIDENTALE, DAL MAR DEL NORD AL CONFINE CON LA NEUTRALE SVIZZERA, CORRONO DUE CONTINUE TRINCEE CONTRAPPOSTE (in realtà due complessi sistemi trincerati articolati in profondità sul terreno) in cui si misurano gli eserciti tedesco, francese, inglese e americano (dal 1917). Si combatte in trincea anche sul fronte balcanico e sul vastissimo fronte orientale, percorso dalle armate austro-ungariche e russe. (da http://www.grandeguerra.ccm.it/ )

   Olmi, nel suo film, dove l’elemento “fiction” (la storia raccontata) è supportato da un profondo rigore storico negli innumerevoli elementi che mette in campo in appena un’ora e venti minuti di rappresentazione (ad esempio nel mettere assieme l’ambientazione della trincea, le esplosioni dirompenti, i luoghi di sopravvivenza dei soldati), Olmi sottolinea però nel suo film lo spirito prioritario dell’atto di accusa, dell’orazione civile, solenne, per tutte quelle inutili sofferenze e morti. E c’è quel forte contrasto tra lo squallore delle trincee e dei dormitori interrati e il fascino della natura che circonda quegli avamposti: un fascino che a noi oggi ci viene donato ripercorrendo quei luoghi alpini, di montagna, dolomitici….

Dalla FINE DI MAGGIO 1915 si apre IL FRONTE ITALO-AUSTRIACO (DALL’ORTLES AL MAR ADRIATICO e dal novembre 1917 sul MONTE GRAPPA e lungo il PIAVE) e ovunque la trincea diventa il simbolo principale del conflitto mondiale. (da http://www.grandeguerra.ccm.it/  )
Dalla FINE DI MAGGIO 1915 si apre IL FRONTE ITALO-AUSTRIACO (DALL’ORTLES AL MAR ADRIATICO e dal novembre 1917 sul MONTE GRAPPA e lungo il PIAVE) e ovunque la trincea diventa il simbolo principale del conflitto mondiale. (da http://www.grandeguerra.ccm.it/ )

   E vengono in mente le cattedrali gotiche (o le piramidi, o qualsiasi altro manufatto umano rimasto da noi ereditato alla visione, al suo splendore…) dove migliaia e migliaia di schiavi o quasi schiavi hanno lasciato forzosamente, costretti, la loro vita, tutte le loro forze, per costruire queste opere giunte nella loro bellezza a noi…un po’ è così nel ripercorrere adesso i sentieri di guerra, le gallerie, le trincee…. Una trasformazione “architettonica” della “natura montagna” che dà ad essa ancora più splendore con quelle gallerie, camminamenti…. Questo forse è cinico dirlo, pensarlo: la tragedia della guerra inutile e devastante di vite, consegna a noi paesaggi di gallerie, trincee, sentieri, mulattiere, avamposti, osservatori… di ineguagliabile valore e bellezza….

L'entrata della 35° galleria presso i Forni Alti sul sentiero delle 52 gallerie del MONTE PASUBIO (dal sito www.socrata.it)
L’entrata della 35° galleria presso i Forni Alti sul sentiero delle 52 gallerie del MONTE PASUBIO (dal sito http://www.socrata.it)

   Se un luogo è “tre cose” (la NATURA che lo ha così creato; l’ARTIFICIO umano che in esso possiamo trovare; gli ACCADIMENTI storici che lì si sono avuti) va detto che i paesaggi montani e semi-montani del nordest dove è passata la Grande Guerra (il fronte Austro-Italiano, ben diverso è il fronte occidentale europeo dal Mar del Nord, le Fiandre fino alla Svizzera, dove peraltro i massacri di uomini sono stati anche più cruenti…), ebbene le “tre cose” di queste montagne, di questi luoghi (natura, artificio umano, accadimento storico) sembra abbiano raggiunto il massimo di potenza e bellezza (la natura, l’artificio umano) e tragicità (l’accadimento della violenza della guerra). Su tutto “L’INGANNO” di una classe dirigente, politica, mondiale (e da noi nazionale) che ha portato alla realizzazione di quell’inutile massacro.

   Ripercorrere quei sentieri di guerra adesso, nell’approssimarsi del centenario (per il nostro Paese “1915-1918”) dà emozione nei paesaggi fatti appunto di ineguagliabile bellezza pur nella tragicità, e ciascuno di noi può fare una propria “sintesi personale”, nei suoi pensieri, di tutto questo, dei luoghi di guerra che può andare a vedere, appunto così belli, anche come detto per le gallerie, trincee, capisaldi, mulattiere, sentieri di guerra che incontra, che percorre. E’ ora anche possibile poterla fare (questa nostra interpretazione personale, questa individuale “emozione”) con la “sintesi filmica”, intima, che Ermanno Olmi ha tentato di fare con questo film, “torneranno i prati” (volutamente scritto tutto minuscolo come si conviene ad una storia minima e morale). (s.m.)

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torneranno i prati

un film di Ermanno Olmi. Con Claudio Santamaria, Alessandro Sperduti, Francesco Formichetti, Andrea Di Maria – Italia 2014

di PAOLA CASELLA, da mymovies.it http://www.mymovies.it/ , 4/11/2014

– Un film epidermico, una ballata malinconica perfettamente centrata nel cuore di tenebra di una trincea –

   In un avamposto d’alta quota, verso la fine della prima guerra mondiale, un gruppo di militari combatte a pochi metri di distanza dalla trincea austriaca, “così vicina che pare di udire il loro respiro”. Intorno, solo neve e silenzio. Dentro, il freddo, la paura, la stanchezza, la rassegnazione. E gli ordini insensati che arrivano da qualche scrivania lontana, al caldo. Continua a leggere

REDISCOVERING MESTRE: introduzione allo sguardo geografico

logo geograficamente

TI INVITA

alla Prima Giornata di Divulgazione Geografica

DOMENICA 8 GIUGNO 2014

REDISCOVERING MESTRE:

INTRODUZIONE ALLO SGUARDO GEOGRAFICO

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   Se per te Mestre è una brutta città del nord vicino a Venezia e Marghera è il simbolo delle fabbriche e dell’inquinamento, vieni a scoprire i mille volti che nasconde il territorio!

   Una giornata dedicata alla scoperta dei luoghi e della geografia. Insieme analizzeremo luoghi, paesaggi e tipi geografici; scopriremo come allenare il nostro sguardo per cogliere i diversi elementi che compongono i territori che attraversiamo quotidianamente e gli strumenti che possono essere utili per l’analisi geografica. Il tutto in sella alla bicicletta!

ITINERARIO DI MASSIMA:

forte Marghera, parco di S. Giuliano, barena di Campalto, argine Osellino fino a Punta Lunga – forte Bazzera (Tessera), bosco di Mestre, fiume Dese, forte Carpenedo, Mestre centro e rientro.

GUARDALO SU BESTIEPARDE:

http://bestieparde.wordpress.com/2012/11/10/bel-itinerario-nei-dintorni-di-mestre

Lunghezza 30 km ca. – Pranzo al sacco e bicicletta propria. – Partecipazione gratuita (si prega di confermare la partecipazione). – Ritrovo ore 9.30 in via Paoletti 19, Mestre. – Per info e conferme: geograficamente@gmail.com o contattare Cristiano 349.1458070

(Con la sua partecipazione ogni escursionista, che viaggia a proprio rischio e pericolo ed è tenuto a rispettare il Codice della Strada, è informato ed accetta che l’associazione promotrice è sollevata da qualunque responsabilità connessa all’escursione per le eventuali evenienze accadute.)

I COMUNTY GARDEN – Adotta un BOSCO, un TERRAZZAMENTO, un’AIUOLA…. Crea e diffondi la pratica degli ORTI URBANI…. – REALTÀ DI CAMBIAMENTO, URBANE E NON, con persone che si incontrano per ritrovare se stesse a contatto con la natura (e per qualcuno anche procurarsi CIBO o inventarsi NUOVI LAVORI)

ORTI URBANI e COMMUNITY GARDENING - Un appezzamento di terra coltivato collettivamente da un gruppo di persone. E’ questa la definizione di COMMUNITY GARDEN. Un FENOMENO SEMPRE PIÙ DIFFUSO anche in Italia. ZAPPARE, SEMINARE, INNAFFIARE. E FARLO INSIEME, attraverso la condivisione e la cooperazione. Nato molti anni fa negli Stati Uniti. Partendo dalla volontà di mappare il territorio urbano e “fare rete”. (Fabrizio Spano, dal sito www.labsus.org/)
(CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA) – ORTI URBANI e COMMUNITY GARDENING – Un appezzamento di terra coltivato collettivamente da un gruppo di persone. E’ questa la definizione di COMMUNITY GARDEN. Un FENOMENO SEMPRE PIÙ DIFFUSO anche in Italia. ZAPPARE, SEMINARE, INNAFFIARE. E FARLO INSIEME, attraverso la condivisione e la cooperazione. Nato molti anni fa negli Stati Uniti. Partendo dalla volontà di mappare il territorio urbano e “fare rete”. (Fabrizio Spano, dal sito http://www.labsus.org/)

   Gli orti urbani sono cresciuti con la crisi, dicono le statistiche. Ma non è solo quello. Il desiderio di riprendere un contatto diretto con il cibo, gli alimenti, i luoghi dove è possibile far nascere “cose di natura”, imparare come si fa al meglio, prendersene cura… tutto questo “già avanzava”, come necessità, ben prima del 2008-2009, cioè prima della percezione (fattasi sempre più concreta) della crisi economica, del “potere di acquisto” che si è andato riducendosi sempre più.

COLTIVARE ORTI E GIARDINI
COLTIVARE ORTI E GIARDINI

   Pertanto l’”avanzare” del “popolo urbano” verso forme agricole dirette di coinvolgimento è una necessità che va oltre la crisi. E’ un ritrovare un mondo più equilibrato rispetto ai passati decenni. E non è (e qui sta la cosa interessante) il rifiuto della cultura urbana, cittadina: anzi, ne è un completamento. L’AVANZARE DEGLI ORTI URBANI AVVIENE QUASI SEMPRE IN TERRITORI FORTEMENTE URBANIZZATI, ed è sicuro che quelle persone che vi si applicano, sanno altresì apprezzare meccanismi, incontri, opportunità, lavori che la “cultura urbana” sa creare quotidianamente (almeno nella maggior parte delle nostre città italiane, ancora belle, nonostante tutto, per la loro storia, le piazze, l’architettura, i meccanismi di vita…).

   Pertanto la diffusione di orti urbani collettivi (ma in questo post parliamo anche di adozione di terrazzamenti in aree di mezza montagna finora abbandonate; di acquisto di boschi per preservarli…) è sì cresciuta con la CRISI (necessità di “fare l’orto”, procurarsi CIBO), ma il fenomeno è avvenuto anche per GERMINAZIONE più o meno consapevole, come RIVOLTA verso l’abbandono di ogni cosa “naturale” appartenesse alla cultura urbana (in questo post pure parliamo di “guerriglieri del verde” che ci sono in varie città, che piantano alberi e fiori in aree pubbliche, un fenomeno interessante nella sua spontaneità).

I COMMUNITY GARDENS  A NEW YORK - Per essere una METROPOLI DI OTTO MILIONI DI ABITANTI, NEW YORK È una città decisamente GREEN. Oltre agli svariati metri quadrati di CENTRAL PARK gli spazi verdi abbondano in tutti i boroughs, così come sono frequenti i cortili e le lunghe strade alberate, che a seconda della stagione riempiono i quartieri di foglie e fiori in ogni dove. Quello che non tutti sanno però, è che New York è anche piena di angoli verdi spesso sconosciuti e decisamente unconventional, diversi dai classici parchi cittadini ma a volte perfino più belli, e con dietro storie molto interessanti. Sono I COMMUNITY GARDENS, ovvero: cosa succede quando perfetti estranei decidono di scendere in strada e giocare al giardinaggio comunitario. (dal sito www.nuok.it/ )
I COMMUNITY GARDENS A NEW YORK – Per essere una METROPOLI DI OTTO MILIONI DI ABITANTI, NEW YORK È una città decisamente GREEN. Oltre agli svariati metri quadrati di CENTRAL PARK gli spazi verdi abbondano in tutti i boroughs, così come sono frequenti i cortili e le lunghe strade alberate, che a seconda della stagione riempiono i quartieri di foglie e fiori in ogni dove. Quello che non tutti sanno però, è che New York è anche piena di angoli verdi spesso sconosciuti e decisamente unconventional, diversi dai classici parchi cittadini ma a volte perfino più belli, e con dietro storie molto interessanti. Sono I COMMUNITY GARDENS, ovvero: cosa succede quando perfetti estranei decidono di scendere in strada e giocare al giardinaggio comunitario. (dal sito http://www.nuok.it/ )

   Recupero dal DEGRADO e ABBANDONO di certe aree urbane (ma non solo urbane, pensiamo appunto agli splendidi terrazzamenti fatti nei secoli in zone di mezza montagna o collina lasciati qualche decennio fa all’invasione degli sterpi o usati a mo’ di discariche…). Ripresa dei valori più virtuosi dei PAESAGGI (URBANI E NON). Recupero SPONTANEO delle relazioni sociali con altre persone che decidono, insieme, di lavorare manualmente nel ripristino dei territori, di fare un orto o recuperare un terreno abbandonato, vicino a grattaceli cittadini o a paesi semiabbandonati.

   Ritorno a forme di walfare autogestito (cioè di reciproca conoscenza ed eventuale aiuto se serve), a commercio locale alimentare (il diffondersi della cultura del “chilometro zero”). Ma non solo l’attività alimentare: c’è sì lo scambio di prodotti ma anche di servizi, in base ha ciò che ciascuno ha o sa fare (un “baratto” spontaneo che non vuol per niente dire ritorno negativo indietro nel tempo). E in qualche caso “appare” una ripresa di forme di “moneta locale” (ma di questo, delle monete locali, ne parleremmo diffusamente in un altro prossimo post).

   Cultura del cibo e di un ritorno a una necessaria lentezza, ma allargando ai rapporti sociali con il mondo intero, il “micro” e il “macro” che devono incontrarsi. GASTRONOMIA/CIBO/OBESITÀ… dal fare un orto al ripensare le proprie abitudini alimentari…

LA CAMPAGNA "MILLE ORTI IN AFRICA" DI SLOW FOOD / TERRAMADRE (http://www.terramadre.info/pagine/leggi.lasso?id=C2744B881883a18EFDhvg2A7C2A4&-session=terramadre:42F942B018bbe16348uxS1CDCEBD )
LA CAMPAGNA “MILLE ORTI IN AFRICA” DI SLOW FOOD / TERRAMADRE (http://www.terramadre.info/pagine/leggi.lasso?id=C2744B881883a18EFDhvg2A7C2A4&-session=terramadre:42F942B018bbe16348uxS1CDCEBD )

   La crisi del 2008 è sì partita dalla speculazione dei mutui subprime, ma quasi subito si è spostata sui prodotti alimentari (la speculazione del prezzo del GRANO che ha prodotto decine di milioni di affamati…). Per questo vien da pensare che NON POSSIAMO SOLO FERMARCI AGLI ORTI (urbani e non). Ma forse dare senso in continuità all’impegno personale diretto con la natura, il paesaggio, porta a realizzare meglio l’impegno a tentare di risolvere “macro”problemi globali. (sm)

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COS’E’ IL COMMUNITY GARDENING

di Fabrizio Spano, dal sito www.labsus.org/

Un fenomeno sempre più diffuso. Anche in Italia. Zappare, seminare, innaffiare. E farlo insieme, attraverso la condivisione e la cooperazione. E’ il community gardening, un fenomeno nato molti anni fa negli Stati Uniti e sempre più diffuso anche in Italia. Partendo dalla volontà di mappare il territorio urbano e “fare rete”.

   “Un appezzamento di terra coltivato collettivamente da un gruppo di persone”. E’ questa la definizione di community garden secondo l’American Community Garden Association, una delle più importanti organizzazioni del movimento, ormai mondiale, che vede nel community gardening un’attività capace di migliorare la qualità della vita di chi vi partecipa e di produrre benefici per l’intera comunità. Una descrizione così sommaria, però, non rende affatto giustizia ad una realtà molto consolidata (l’Acga è stata fondata nel 1979) ed estremamente variegata.
Un community garden (“giardino condiviso”, in Italia) può sorgere sulla terrazza di un grattacielo di New York o nel cortile di una borgata romana. Impegnare una comitiva di casalinghe spagnole o un gruppo studentesco a Berlino. Può essere pubblico o privato. Produrre fiori rari, piante grasse, ortaggi biologici o, semplicemente, relazioni sociali. Del resto, che nasca da un’idea particolare di ambientalismo o da un’istanza salutista, l’obiettivo finale di ogni giardino condiviso è questo: creare comunità. Permettere alle persone di incontrarsi, cercare soluzioni ai problemi, imparare a gestire insieme i beni comuni e a prendersene cura nel tempo, favorire la partecipazione.

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