E’ UN NORDEST DI TANTI CAPANNONI, ruderi, centri commerciali, condomini, alberghi… ABBANDONATI – “Non torneranno i prati”: Il Paesaggio descritto da pittori, scrittori, fotografi… è perduto – IPOTESI credibili DI USCITA DAL DEGRADO, con attività vere, nuove, ecocompatibili, innovative per un “NUOVO NORDEST”

“(…) IN OTTO ANNI, DAL 2001 AL 2009, nel solo VENETO sono state RILASCIATE CONCESSIONI EDILIZIE PER OLTRE 111 MILIONI DI METRI CUBI DI FABBRICATI INDUSTRIALI E ARTIGIANI. In sostanza, CAPANNONI. La stessa regione, all’inizio del Millennio non ha avuto rivali sul nuovo edificato a destinazione produttiva: quasi 8 MILA METRI CUBI PER CHILOMETRO QUADRATO (dati Wwf) rispetto a una media – nel Nord Italia – di 4.600 circa. Persino la dinamicissima Lombardia si è dovuta arrendere all’euforia del Nordest. LA GRANDE CRISI SEGUITA AL 2008 HA INESORABILMENTE MODIFICATO LO SCENARIO: le richieste di costruire sono colate a picco, migliaia di imprese hanno chiuso i battenti e UN IMMENSO PATRIMONIO EDILIZIO – proprio quei capannoni che per decenni hanno simboleggiato progresso, laboriosità e benessere – È STATO ABBANDONATO A SE STESSO (…) (Stefano Bensa, “il Corriere del Veneto”, 19/6/2017)

   In Veneto si calcola che siano almeno 10mila i capannoni sfitti, inutilizzati, o totalmente abbandonati. Se estendiamo la cosa oltre i soli capannoni, allora si parla di più di 12 mila manufatti di rilevanti dimensioni vuoti, fra Veneto e Friuli.

   Un’edificazione senza regole, campanilistica (ogni comune anche piccolissimo con le sue aree industriali), priva di programmazione: per dire, la provincia di Treviso ha 95 comuni e conta 1.077 aree industriali, e in queste aree molti, moltissimi, sono i capannoni vuoti. O capannoni impiegati in minima parte, sia negli impianti e merci contenute, che nella manodopera presente.

MAPPA DEL CONSUMO DEL SUOLO IN VENETO 2015 (Fonte “Carta nazionale del consumo di suolo ISPRA-ARPA-APPA, 2016”) – IL CONSUMO DI SUOLO COSTA OGNI ANNO AL VENETO OLTRE 137 MILIONI DI EURO ALL’ANNO. Questi “costi occulti” della cementificazione sono di oltre 27 milioni di euro all’anno a Venezia, e a Treviso addirittura 52 milioni. È la stima che l’ISPRA (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) ha pubblicato NEL RAPPORTO CONSUMO DI SUOLO 2016. Ogni ettaro di suolo consumato infatti può causare «una spesa media che può arrivare anche a 55 mila euro all’anno, causato da costi che dipendono dal tipo di territorio e dal tipo di trasformazione subita: si va dalla produzione agricola (oltre 400 milioni di ero), allo stoccaggio del carbonio (circa 150 milioni), dalla protezione dell’erosione (oltre 120 milioni), ai danni provocati dalla mancata infiltrazione dell’acqua (quasi 100 milioni) e dall’assenza di impollinatori (quasi 3 milioni). Solo per la regolazione del microclima urbano (ad un aumento di 20 ettari per km2 di suolo consumato corrisponde un aumento di 0.6 °C della temperatura superficiale) è stato stimato un costo che si aggira intorno ai 10 milioni all’anno». (da http://www.venetoeconomia.it/ )

   Cosa fare allora di quei cubi di cemento disseminati un po’ dappertutto? Abbatterli o tentare di recuperarli? Sono le domande che un po’ tutti si fanno (quelli che si guardano attorno, tutti, non solo gli amministratori, i politici, gli adetti ai lavori come urbanisti, architetti, geografi, studiosi…). Tutti noi, interessati alle sorti dei nostri luoghi, ci chiediamo “che fare”.

Capannoni abbandonati

   E non è solo questione di capannoni industriali, artigianali: pensiamo ai ruderi che ci capita di vedere lungo le strade del Veneto e del Friuli: abitazioni, palazzi, condomini, hotel, negozi…(adesso anche addirittura centri commerciali totalmente chiusi!); poi addirittura anche ex caserme (non solo in Friuli Venezia Giulia) dismesse….

UNO FRA I TANTI CASI – “(….) il CENTRO COMMERCIALE costruito nel 2004 nel cuore della zona industriale di VILLORBA, alle porte di Treviso. IL PARCO «WILLORBA» sarebbe dovuto DIVENTARE LA CITTÀ DEGLI ACQUISTI DEI TREVIGIANI, ma LE COSE SONO ANDATE DIVERSAMENTE: parte dei capannoni non ha mai visto un negozio, il principale polo di attrazione (un grande supermercato) nel 2013 ha traslocato poco distante e altri punti vendita hanno annunciato l’addio. Nel complesso resistono (ma chissà per quanto) un negozio di calzature e un bazar cinese. Tutto il resto è desolatamente vuoto.(…) (Stefano Bensa, “il Corriere del Veneto”, 19/6/2017)

   Provate a pensare nelle vostre esperienze quotidiane di vita e spostamenti, che altro si potrebbe aggiungere di tipologia di fabbricati chiusi, inutilizzati…. manufatti che o sono in degrado totale o stanno lentamente cadendo a pezzi, di stagione in stagione, diventando appunto dei ruderi…immagine di un Nordest che non è più quello di prima, e non sa per niente cosa diventerà.

EFFETTO DOMINO di Romolo Bugaro, 2015, Einaudi Supercoralli, euro 19,50 – “CRISI DEI CAPANNONI NEL NORD EST, ASTE DESERTE, PREZZI A PICCO: IL PENSIERO DI UNO SCRITTORE DEL NORDEST – Nomisma ritiene quasi impossibile una ripresa del mercato immobiliare commerciale nei prossimi 15 anni. Così, gli immobili restano invenduti. Si deteriorano, si deprezzano. «FANNO LA MUFFA» chiosa ROMOLO BUGARO, avvocato e scrittore, autore di «Effetto domino», ultimo e denso racconto sul Nordest. Ma anche qualora vengano venduti, il prezzo precipita. Un esempio? Da 3,2 milioni a 400mila. «La crisi ha picchiato duro e il mercato dell’immobiliare commerciale ha accusato il colpo – dice Bugaro – fra costi alle stelle, mercato debole e pressione fiscale elevata, l’invenduto è la regola». «Da una parte, è chiaro – continua Bugaro – che quel dato immobile non ha mercato. Dall’altra basta fare quattro conti: a forza di ribassi, le spese della vendita forzosa rischiano di essere maggiori di quanto ricavabile della vendita stessa. Meglio lasciar perdere». Bugaro nota come quello che sta accadendo A NORDEST È «UN FENOMENO NUOVO E IMPRESSIONANTE». Si tratta della «rottura del meccanismo economico più consolidato: quello che non vede più incrociarsi domanda e offerta di capannoni costati centinaia di migliaia di euro». «A Nordest resterà un patrimonio di costruzioni abbandonate, luoghi dove abitava il lavoro e che sono stati abbandonati dal lavoro. Relitti da ripensare», nota lo scrittore. (Copyright – Nordest Economia Gruppo Espresso)

   C’è stato un periodo, un decennio fa, che i capannoni abbandonati spesso venivano utilizzati, nel tetto come installazione di pannelli fotovoltaici: era l’epoca più redditizia del “conto energia”: cioè rendeva bene, con gli incentivi statali, la cessione di energia elettrica al GSE (cioè al Gestore dei Servizi Energetici) immettendo così in rete, dietro remunerazione per ogni kWh, l’energia elettrica prodotta dai pannelli solari fotovotaici.

   E paradossalmente il sostanzioso bonus ai produttori di energia veniva (viene) pagato in bolletta da chi non aveva i pannelli solari di produzione energetica…. Il gioco speculativo dell’utilizzo dei capannoni in questo caso (ma anche di terreni agricoli, quando non convertiti a vigneti, elemento ora redittuale in forza…), l’elemento speculativo, dicevamo, del fotovoltaico regge (ha retto) fin tanto che lo Stato sponsorizzava la cosa (attraverso appunto gli ignari consumatori pagatori di bolletta elettrica). Pertanto nessuna conversione “seria” dei capannoni ad attività innovative in questo caso.

EX LANEROSSI, Via Pasubio 135, SCHIO, (Vicenza) (foto da http://espresso.repubblica.it/ )

   Ma non ci addentriamo in questo post sul tema della produzione energetica: l’utilizzo dei capannoni abbandonati rendeva ai proprietari l’affitto del tetto di questi per l’utilizzo a panelli solari fotovoltaici, con aggravio alle casse dello stato (cioè direttamente dei contribuenti in bolletta!) e che poco aveva questa attività di “virtuosamente ecologico” (tant’è che, diminuiti o cessati gli incentivi, si sta totalmente diradando, e rimangono gli impianti a base di silicio da smaltire, ed è facile osare pensare che tra qualche decennio, anche meno, la comunità (noi tutti), dovrà farsene carico (come spesso accade in questi casi).

(nella foto: l’Hotel Michelangelo ad Abano Terme, abbandonato, covo di rovine per sbandati – da http://www.skyscrapercity.com/ ) – Ad ABANO e MONTEGROTTO, nel Padovano, il più importante distretto termale d’Europa, ha un altro problema: GLI ALBERGHI. Dopo il traumatico calo di clientela tedesca, che fino a dieci anni fa costituiva il 60% del flusso turistico, 24 HOTEL HANNO CHIUSO i battenti. La crisi è stata innescata dai pesantissimi tagli imposti da Angela Merkel ai bilanci della mutua teutonica, che ha smesso di rimborsare una serie di prestazioni sanitarie come la quotata «thermalfangoterapie» praticata ad Abano. OGGI QUEGLI ALBERGHI, ANCHE CENTRALISSIMI E TALUNI LUSSUOSI, SONO DIVENUTI UN RICETTACOLO DI DEGRADO E UN BIVACCO PER SENZATETTO. (Stefano Bensa, “il Corriere del Veneto”, 19/6/2017)

   E poi, oltre al degrado dei capannoni, va anche ricordato che molto spesso sono stati usati materiali per costruirli altamente inquinanti: uno su tutti è l’AMIANTO, che è stato ampiamente usato negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso nel campo dell’edilizia e dell’industria, specie proprio per le coperture dei tetti dei capannoni industriali…che ora sono lì, che cadono a pezzi…e rilasciano nell’aria le velenose cancerogene particelle.

   Pertanto non è solo un problema “visivo”, del paesaggio massacrato, e del futuro economico incerto… ma anche di salute pubblica, di risanamento dovuto di vaste aree molto spesso densamente abitate, in mezzo a popolazioni che lì ci vivono….

il REPORT DEL WWF “RIUTILIZZIAMO L’ITALIA” (del 2014, ma sempre attuale) affronta il tema “LAND TRANSFORMATION IN ITALIA E NEL MONDO: fermare il consumo del suolo, salvare la natura riqualificare le città”. E’ un’occasione per riflettere sulla cementificazione del nostro fragile territorio e delle nostre risorse naturali sottoposte ad un’emergenza diventata quotidiana a causa del dissesto idrogeologico e dei fenomeni estremi provocati dal cambiamento climatico.RAPPORTO WWF “RIUTILIZZIAMO L’ITALIA”. Ecco il link:
http://awsassets.wwfit.panda.org/downloads/report_wwf_2015_2_09.pdf

   Le proposte per “togliere i capannoni” (e in genere ogni manufatto edile inutilizzato, che sta cadendo) sono tutte proposte un po’ deboli, scontate, con poco di innovativo.

   Ad esempio una è quella dei CREDITI EDILIZI: cioè la demolizione dei manufatti irrecuperabili a ogni altra destinazione d’uso, e il recupero globale di aree abbandonate. In Veneto esisterebbe la legge urbanistica fondamentale che questo prevede appunto con i crediti edilizi (la legge regionale 11 del 2004): cioè l’abbattimento, con recupero del suolo (magari ritorno ad un difficile uso agricolo), e il “trasferimento” della volumetria demolita in altri luoghi, così da ridurre la perdita di valore dei manufatti esistenti e renderli commerciabili, non danneggiare i proprietari. Ma questo suscita forti perplessità, in un’epoca in cui si parla di arrivare presto a un “consumo del suolo zero”… lo spostamento in cunatura non convince…e poi per fare cosa? …il mercato immobiliare ora molto ridotto non ripagherebbe certo i proprietari dei capannoni demoliti…. i crediti edilizi diventano peggio della demolizione, in ogni caso uno strumento con poco senso…

“(….) L’ex centrale i Porto Tolle, nel Polesine, diverrà un POLO TURISTICO, LUDICO, NATURALISTICO ED AGRO-GASTRONOMICO. Porto Tolle ha una carta da giocare: sorge in una zona di pregio, il Delta del Po. Ma IN PIANURA, FRA UN CENTRO ABITATO E L’ALTRO, COSA SI PUÒ FARE? Ha provato a rispondere alla domanda un gruppo di STUDENTI DELL’UNIVERSITÀ IUAV, che ha preso a riferimento un NUCLEO DI ZONE INDUSTRIALI «TIPICHE» compreso fra Camposampiero e a Cazzago, fra Padova e Venezia, e sviluppato un PROGETTO per la placca compresa fra l’autostrada A4 e la ferrovia: SPAZI CICLOPEDONALI, ORTI URBANI, TETTI FOTOVOLTAICI PER LA PRODUZIONE DI ENERGIA ELETTRICA, VIE D’ACQUA (…..)” (Stefano Bensa, “il Corriere del Veneto”, 19/6/2017)

   Qui, in questo post non proponiamo alternative e idee di “rivoluzione per un nuovo Nordest”, perché non ci sono idee nuove. Ci limitiamo a dire e riportare, prosaicamente, quel che si può fare di ragionevole: lavorare su un territorio per migliorarlo il più possibile, con nuove forme di mobilità (ad esempio l’estensione che appare, pur lentamente, di piste ciclabili: ci pare cosa interessante); con nuove attività emergenti compatibili con l’ambiente; con nuove produzioni artigianali in rete più vasta, globale, cui il Nordest può essere presente. Con la creazione di infrastrutture leggere e importanti, come l’estensione in ogni dove dei cavi della BANDA LARGA (eviteremo pure la trasmissione WiFi con onde elettromagnetiche di cui non si sanno ancora gli effetti sulla salute…)… Con un’educazione all’innovazione, a un turismo più efficace, intelligente, conoscitivo dei vari modi delle realtà locali (non solo i paesaggi, ma l’economia, gli usi, le tradizioni…), turismo che valorizzi le enormi risorsi culturali, ambientali (luoghi anche piccoli “d’arte” ora dimenticati, una montagna favolosa, un mare così così…).

   E negli articoli che seguono, in questo post, riportiamo anche l’indagine molto interessante, il reportage, dell’inserto regionale veneto del Corriere della Sera (il Corriere veneto) che nei giorni scorsi ha analizzato le prospettive possibili di recupero dal degrado dei manufatti non più operanti nel Nordest.

   Ad esempio l’ex Centrale elettrica non più in uso di Porto Tolle, nel Polesine, diverrà un polo turistico, ludico, naturalistico ed agro-gastronomico. E’ vero che Porto Tolle ha una carta da giocare: cioè sorge in una zona di pregio, il Delta del Po.

   Ma in pianura, fra un centro abitato e l’altro, cosa si può fare? laddove non esistono agglomerati tanto appetibili, magari ai margini di centri abitati medio-piccoli?

   Un gruppo di studenti dell’Università Iuav di Venezia, su questo tema (del degrado di manufatti in pianura, in zone “meno interessanti”), ha preso a riferimento un nucleo di zone industriali «tipiche» fra Padova e Venezia, e sviluppato un progetto che prevede spazi ciclopedonali, orti urbani, vie d’acqua….

DALLA FABBRICA AL MUSEO PAGNOSSIN – RICONVERSIONI: L’ex FABBRICA DELLE CERAMICHE rivive fra sostenibilità e posti di lavoro – L’AREA EX PAGNOSSIN DI TREVISO è stata un luogo simbolo del made in Italy, per oltre 90 anni un punti di riferimento del tessuto industriale del NordEst – IL PROGETTO SI CHIAMA OPEN DREAM, un progetto di riqualificazione di un’area di archeologia industriale – L’OBIETTIVO È GENERARE RICCHEZZA, BENESSERE E POSTI DI LAVORO per il territorio in un’ottica di sviluppo ecosostenibile: per questo è al lavoro un team composto da ARCHITETTI, DESIGNER, CURATORI D’ARTE E PIANIFICATORI selezionati dall’università Iuav di Venezia e AFFIANCATI DAI PROFESSIONISTI INCARICATI DALL’AZIENDA, per sperimentare – e anticipare – quegli scambi e collaborazioni tra territorio, atenei e impresa previsti anche dal PIANO INDUSTRY 4.0. Al “tavolo delle idee” si metterà a punto un piano che contempli ARTE E DESIGN, TURISMO GREEN E ALIMENTAZIONE, COMUNICAZIONE E MARKETING, ARCHITETTURA E PAESAGGIO

   Oppure pensare ai capannoni per mettere servizi difficilmente collocabili nel cuore dei paesi, attività sportive, palestre, aree per fiere e sagre o mercati, o attività agricole per immagazzinare prodotti (ad esempio il cippato da legno combustibile)….non servirebbero grossi investimenti, trattandosi di edifici già infrastrutturati….

   E’ questo che sta un po’ accadendo nella realtà di tutti i giorni, “individualmente”, nell’attività quotidiana ad esempio di ogni amministrazione comunale che si pone il problema per i “degradi” e “abbandoni” nel proprio territorio…. ma rimaniamo nel confuso, senza alcuna programmazione, senza alcuna idea innovativa di nuovo sviluppo. (s.m.)

“(…..) L’AREA INDUSTRIALE DI PORTO MARGHERA È DIVENUTA UN GIGANTESCO LABORATORIO DI RIQUALIFICAZIONE. Le volumetrie sono enormi: in 22 anni, dal 1989 al 2011, l’occupazione del polo industriale si è dimezzata (da 20 mila posti si è scesi a circa 11 mila) e i «vuoti» sono decine. IL 40% DEGLI EDIFICI RISULTA ABBANDONATO. «Ma non si tratta di una landa desolata, anzi. La forza di Marghera sono le sue infrastrutture, fra le migliori e più complete d’Italia», assicura il professor Ezio Micelli, docente di Architettura dell’Università Iuav….«Porto Marghera – spiega Micelli – sta assumendo i connotati di un POLO LOGISTICO CON FUNZIONI DIVERSIFICATE, anche di tipo AGROALIMENTARE, con MANIFATTURA, MECCANICA e METALLURGIA AVANZATA dislocate su 1.500 ettari di superficie serviti da porto, autostrade e aeroporto. In un’area nevralgica del Paese…» (…..)” (Stefano Bensa, “il Corriere del Veneto”, 19/6/2017)

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RICICLARE O DEMOLIRE I VECCHI CAPANNONI. PROGETTI E IDEE PER RICOSTRUIRE IL NORDEST

di Stefano Bensa, da “il Corriere del Veneto” del 18/6/2017

   Soltanto in Veneto si calcola che siano almeno 10 MILA I CAPANNONI SFITTI O TOTALMENTE ABBANDONATI. Un patrimonio immobiliare immenso, spesso di scarsa qualità e che, dopo decenni di crescita impetuosa e l’altrettanto brusca frenata dell’ultimo decennio, propone un problema dai risvolti potenzialmente dirompenti sotto il profilo urbanistico e ambientale: COSA FARE DI QUEI CUBI DI CEMENTO DISSEMINATI UN PO’ DAPPERTUTTO? ABBATTERLI O TENTARE DI RECUPERARLI? Continua a leggere

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I dieci luoghi dell’Italia Industriale – Parte 2

di Jacopo Ibello

Biella

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In Piemonte, lungo il Cervo e i suoi affluenti, si è insediata negli ultimi secoli la maggiore concentrazione al mondo di produttori di lane di qualità. Ancora oggi, nonostante crisi e delocalizzazioni, quando si tratta di lana pettinata, Biella e le sue imprese sono in prima linea. Cerruti, Zegna e FILA sono solo alcuni tra i brand che rendono speciale questa piccola provincia piemontese. La tradizione biellese nella lana risale ai tempi antichi, quando queste valli rappresentavano uno dei più importanti mercati per questo genere di tessuto. Con la rivoluzione industriale il paesaggio venne stravolto da grandi stabilimenti, alcuni di questi di grande spessore architettonico. Pochi sanno che questa cittadina e il suo circondario, spesso ricordati solo perché “una delle nuove province”, furono uno dei motori dello sviluppo economico italiano e una delle culle del Made in Italy di cui tanto ci vantiamo.

Oggi, nonostante la leadership del settore, Biella non sfugge alla classica immagine della città industriale, fatta di enormi complessi abbandonati in attesa di un nuovo futuro. Lungo il torrente Cervo si allineano i grandi lanifici ottocenteschi, a formare un paesaggio industriale unico. Il luogo simbolo è però senza dubbio la Fabbrica della Ruota a Pray, con la sua caratteristica ruota idraulica e la trasmissione a vista, oggetto di un riuscito intervento di recupero culturale.

Prato

Museo del Tessuto di Prato Di Jacop Ibello
Museo del Tessuto di Prato
Di Jacop Ibello

Prato è l’antitesi di Biella. Sì, anche qui e nel suo entroterra (la Val Bisenzio) domina una grande tradizione nella lavorazione della lana e la vita venne segnata dalle fabbriche molto in anticipo rispetto al resto d’Italia. Ma le similitudini finiscono qui. Se Biella ha basato la sua storia industriale sull’alta qualità e sul lusso, la ricchezza di Prato è stata fondata sull’abilità di produrre lane dal prezzo concorrenziale, capaci di raggiungere leadership di mercato non solo in Italia, ma in quelli che una volta si chiamavano Paesi in via di sviluppo (India, Cina, Sudafrica). Nel dopoguerra, con la fine dei lanifici integrati, un sistema basato su piccole e piccolissime attività tessili, spesso collocate in squallidi stanzoni sparsi un po’ ovunque, rese Prato una delle città più ricche d’Italia e fu la rovina per gli storici distretti lanieri del nord Europa (Verviers, Roubaix, Manchester). La produzione di tessuti di bassa qualità, basati sul recupero di lane già usate, è anche all’origine della crisi dell’industria laniera pratese che ormai perdura da più di vent’anni: la concorrenza delle nuove realtà tessili di Africa e Asia, proprio dove una volta i tessuti pratesi spadroneggiavano, è difficile da fronteggiare con prodotti di bassa qualità.

Oggi il territorio di Prato e della Val Bisenzio è costellato di antichi opifici perlopiù abbandonati. Esiste qualche caso di recupero interessante, come il Museo del Tessuto, il MUMAT di Vernio e il grande complesso del Fabbricone. La città-fabbrica de La Briglia è uno dei casi più interessanti di comunità nata e cresciuta attorno a una fabbrica. Infine non si può non ricordare il bellissimo cementificio Marchino, arrampicato sui monti della Calvana ai confini orientali di Prato.

Sesto San Giovanni

Centrale termoelettrica Falck di Sesto s.gIOVANNI

La cosiddetta “Stalingrado d’Italia” è stata per gran parte del XX secolo il cuore pulsante dell’industria pesante italiana. Nonostante si tratti di un’estensione di Milano, Sesto è riuscita a crearsi un’identità ben definita, grazie alla sua gloriosa storia industriale, che la distingue dalla miriade di comuni che affollano il cosiddetto hinterland milanese. Le grandi aziende nate e cresciute qui (Breda, Marelli, Falck e Campari) hanno non solo contribuito alla prosperità di questa cittadina, ma soprattutto sono state protagoniste, con i loro prodotti, del progresso e della modernizzazione di tutta l’Italia.

Oggi però tutto questo è solo un ricordo. Dei grandi nomi solo la Campari resta una realtà attiva e di successo, ma che comunque non produce più qui da molto tempo. Per il resto, Sesto rappresenta in pieno la condizione sofferente della grande industria italiana. Questa fase di transizione però rappresenta un’occasione sprecata, in cui la cittadina lombarda sarebbe potuta essere un laboratorio di portata internazionale (vista l’importanza del suo patrimonio industriale) per un recupero intelligente delle aree dismesse. Invece i giganteschi scheletri della Falck, abbandonati alle tradizionali speculazioni affaristiche di politica e imprenditoria, sono testimoni di un fallimento irrispettoso della storia e della cultura industriale non solo di Sesto, ma dell’Italia in generale. Le poche operazioni che permettono di intravedere il passato di duro lavoro di questa città sono la vecchia fabbrica Campari, letteralmente avvolta dalla nuova faraonica sede del gruppo, in cui si trova un bel museo sulla storia dell’azienda, e la vecchia area Breda, dove si trovano lo Spazio MIL (una specie di museo dell’industria open air) e il noto Carroponte, luogo di grandi spettacoli musicali e non solo. Da segnalare il lavoro della Fondazione ISEC, che si occupa di valorizzare la storia e la cultura locale attraverso ricerca, pubblicazioni ed eventi.

Crespi d’Adda

[caption id="attachment_7947" align="alignnone" width="300"]il cotonificio a Crespi d'Adda di Jacopo Ibello il cotonificio a Crespi d’Adda di Jacopo Ibello

Questo villaggio operaio, nel comune di Capriate San Gervasio (BG), è una delle testimonianze più importanti al mondo del paternalismo industriale. Quel fenomeno, sviluppatosi tra il XIX secolo e la Seconda Guerra Mondiale, in cui gli industriali si prendevano cura dei propri operai, arrivando a fornirgli alloggio, assistenza sanitaria, attività per il tempo libero e anche (nel caso di Crespi) una sepoltura. Gli operai e le loro famiglie legavano la loro vita indissolubilmente alla fabbrica.

Qui, lungo le sponde dell’Adda, il rapporto tra la famiglia Crespi e i dipendenti del grande cotonificio è visibile soprattutto nell’impianto urbanistico del villaggio: decine di graziose casette, gli edifici dei servizi, la chiesa, tutti ordinatamente alla corte delle imponenti ciminiere e della villa-castello. La stessa figura si ripete incredibilmente nel luogo più mistico di questo posto, il cimitero, dove centinaia di piccole tombe sono allineate come un esercito davanti al colossale mausoleo dei Crespi. Quasi a stabilire un legame tra operaio e padrone che va oltre la vita.

L’unicità di Crespi è riconosciuta anche dall’UNESCO, che nel 1995 le ha conferito il titolo di Patrimonio Culturale dell’Umanità. Purtroppo questo vincolo vale solo per il villaggio e non per le strutture industriali, ossia il cotonificio (che ha operato fino al 2003) e la bellissima centrale idroelettrica, che versano in stato di abbandono. Di recente è stato avanzato un progetto di recupero per l’antico stabilimento, nel frattempo bisogna godersi le bellissime architetture liberty da dietro i cancelli. Il resto invece è visitabile grazie a tour guidati organizzati dagli stessi abitanti di Crespi.

Terni

Panorama di Terni con le acciaierie in primo piano  (foto di Pierclaudio Duranti)
Panorama di Terni con le acciaierie in primo piano (foto di Pierclaudio Duranti)

Al di fuori del nord-ovest, la prima industrializzazione dell’Italia avvenne in modo sporadico. In un’Italia centrale che rimase per buona parte agricola fino a non molto tempo fa, Terni rappresenta un’eccezione. Il successo industriale della città umbra è dovuto in gran parte alla presenza di corsi d’acqua adatti alla produzione di energia. A cambiare il destino di questo piccolo centro di provincia fu l’apertura, nel 1875, della Fabbrica d’Armi, che fu per decenni il principale fornitore dell’Esercito, a cui seguirono le Acciaierie nel 1884. Altro settore chiave fu l’industria chimica, che ebbe il suo apice con la produzione, negli anni del miracolo economico, del Meraklon (nome commerciale del polipropilene prodotto secondo il processo scoperto da Giulio Natta). Nacquero anche importanti attività tessili (Centurini) e metalmeccaniche (Officine Bosco): tutto questo fece sì che Terni diventasse una delle più grandi città operaie italiane, con percentuali di impiegati nel manifatturiero sulla popolazione totale che a inizio secolo erano del 70%.
Oggi molte di queste produzioni sono scomparse o ridimensionate e la città e i suoi dintorni rappresentano uno dei bacini di archeologia industriale più importanti d’Europa. Purtroppo questo patrimonio è stato valorizzato solo in minima parte e molte delle grandi strutture restano abbandonate, alla mercé di vandali e ladri che li saccheggiano regolarmente. L’unico tentativo di recupero in grande stile furono gli Umbria Studios presso il bellissimo stabilimento chimico di Papigno (il campo di concentramento de “La vita è bella”), che però dopo pochi anni fallì miseramente.

I 10 luoghi dell’Italia industriale

di Jacopo Ibello

In questo mio nuovo contributo vorrei brevemente presentare quelli che sono, secondo la mia opinione, i 10 luoghi che rappresentano al meglio il patrimonio industriale italiano. Si tratta di fabbriche, città, valli e regioni che hanno contribuito, nei vari secoli, a formare quel carattere produttivo unico che rende il sistema industriale italiano diverso da quelli di altre realtà nel mondo. Molti tendono a pensare che l’Italia sia un Paese industriale solo dagli anni ’50: in realtà il boom economico è stato solo il periodo in cui l’industria (e gli stili di vita e le culture che vi sono connessi) hanno preso definitivamente piede nella società italiana, colmando un ritardo in qualche caso secolare rispetto ad altre realtà internazionali. Ma in realtà l’industria, intesa come sistema produttivo, in Italia è presente da epoche remote e, a partire dal XIX secolo, che noi consideriamo il periodo della svolta per l’Europa, il nostro Paese non è stato esente dai fenomeni di industrializzazione che hanno caratterizzato la parte centrale e settentrionale del Vecchio Continente. In Italia questo processo è stato però a macchia di leopardo, ha coinvolto alcune realtà e ha lasciato indietro altre, sostanzialmente per la mancanza di una politica industriale nazionale, che si è avuta in maniera decisa solo tra il Fascismo e il già citato boom economico.

L’elenco che segue non vuole essere una classifica o una top ten, non vuole stabilire una gerarchia o sminuire le migliaia di testimonianze della storia industriale disseminate lungo il territorio italiano che qui non compariranno. Si tratta semplicemente di fornire a coloro che non si sono mai approcciati alla materia un primo elenco di luoghi (che ai cultori apparirà sicuramente mainstream), dove poter entrare in contatto con l’archeologia industriale italiana.

Le miniere della Sardegna

Argentera della Nurra (Sassari) di Gianf84

Da più parti l’eredità lasciata dalla millenaria storia mineraria sarda è considerata il fiore all’occhiello del patrimonio industriale italiano. I minerali sardi furono fonte di ricchezza per tutte le potenze che hanno dominato l’isola nel corso dei secoli, dai cartaginesi ai romani, ai pisani, agli spagnoli. Con l’Unità le miniere della Sardegna divennero il volano per diversi settori della neonata industria italiana, come la metallurgia e la chimica. Il carbone del Sulcis fornì per pochi decenni l’illusione di un’indipendenza energetica dell’Italia. Oggi le imponenti rovine delle miniere, inserite nel tipico paesaggio spettacolare della Sardegna a formare un insieme unico al mondo, testimoniano questa storia millenaria di lavoro, di progresso tecnologico, di lotte sociali, di coraggio e sacrificio dell’uomo. Il Centro Italiano della Cultura del Carbone, aperto nel 2006 nei locali della Grande Miniera di Serbariu a Carbonia, documenta perfettamente l’avventura delle miniere carbonifere sarde e della cittadina sorta intorno ad esse per volere del Fascismo. Tra i luoghi degni di visita spiccano sicuramente i siti dell’Argentiera della Nurra, Montevecchio, Monteponi e Porto Flavia (per citarne solo alcuni). La Miniera di Rosas, a Narcao, è un ottimo esempio di recupero ecomuseale e allo stesso tempo turistico.

Torino

didascalia: Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa di Jacopo Ibello
didascalia: Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa
di Jacopo Ibello

Perso il ruolo di capitale nel 1870, Torino si vide costretta a reinventarsi. La città scelse di abbracciare la rivoluzione industriale per rilanciarsi e fu quindi tra le realtà pioniere di questo fenomeno in Italia. Nell’arco di qualche decennio a Torino si svilupparono centinaia di fabbriche che crearono un panorama produttivo variopinto come pochi altri casi al mondo: armamenti, birra, automobili, pasta, tessuti, acciaio, treni, dolci… Non c’è stato settore industriale in cui Torino non abbia espresso aziende di primo piano a livello nazionale e internazionale. Oggi, come dopo la Breccia di Porta Pia, la città si vede costretta a reinventarsi di nuovo, visto che la maggior parte dell’industria è scomparsa o è stata espulsa fuori. Restano dell’industria i luoghi, davvero tanti, sparsi in quasi tutti i quartieri della metropoli. Una passeggiata seguendo le vecchie fabbriche torinesi equivale a sfogliare un libro sull’architettura industriale italiana. Torino poteva essere il laboratorio dell’archeologia industriale in Italia, invece una mancata politica comune su il riuso e il rilancio di questi spazi ha dato vita a un melting pot di operazioni più o meno riuscite: dalle persone che, davanti al Lingotto, non hanno la minima idea che lì si siano prodotte auto per 60 anni, alle spettacolari Officine Grandi Riparazioni, magnifico esempio di come restituire uno spazio industriale alla comunità. Oltre a questi due casi, merita una visita il parco urbano nato sotto i ruderi della acciaierie FIAT lungo la Dora, mentre nei dintorni si segnalano il Villaggio Leumann a Collegno e il Mulino Nuovo di Settimo Torinese. A parte un paio di casi (Centro Storico FIAT, Museo dell’Automobile) stona l’assenza in una città industriale di tale importanza di spazi museali in grado di raccontare questo genere di storia.

Schio

La Fabbrica Alta di Schio di Jacopo Ibello

L’immagine che si ha del Veneto, quella di terra agricola fino a 30 anni fa i cui abitanti erano spesso considerati una sorta di “meridionali del Nord”, come spesso accade rappresenta solo una lettura superficiale. È proprio tra le montagne del nord-est che si trova quella che viene considerata la culla italiana della rivoluzione industriale, almeno nei libri di storia. Come spesso è accaduto in Italia, l’industria laniera di Schio non nacque all’improvviso, ma si basava su una tradizione di lavorazione del tessuto che risaliva ad alcuni secoli addietro. Grazie alla capacità visionaria di un imprenditore scledense, Alessandro Rossi, che seppe importare nella cittadina e nel territorio circostante quel fermento industriale che si andava diffondendo in Europa nella seconda metà del XIX secolo, Schio divenne “la Manchester d’Italia”. Una definizione che trovò la sua espressione nella Fabbrica Alta, edificata da Alessandro Rossi secondo lo stile dei grandi lanifici inglesi e ritenuta oggi da più parti il monumento più significativo del patrimonio industriale italiano. Rossi non si limitò a portare nella sua Schio l’industria ma, sempre seguendo e migliorando le esperienze d’Europa, costruì un intero quartiere per i suoi operai dotato di servizi e infrastrutture, cercando il più possibile, anche nell’aspetto urbanistico, di rendere la vita dei lavoratori più confortevole, più sana e culturalmente vivace. Schio e il territorio circostante sono pieni di testimonianze dell’era industriale, riconducibili non sono alla Lanerossi. Nella vicina Valdagno un’esperienza simile venne condotta dai conti Marzotto, la cui azienda è oggi il primo produttore tessile italiano.

San Leucio

La Colonia di San Leucio Fonte: http://www.realcasadiborbone.it

Questa frazione di Caserta è una delle prime testimonianze dell’avvento dell’industria nella nostra penisola. Può sembrare strano a molti ma, come vedremo anche nel post successivo, il Regno di Napoli era una della realtà più all’avanguardia sotto certi aspetti e quindi meglio preparata ad accogliere le innovazioni. Fino al 1778 San Leucio era solo un ritiro del re Ferdinando IV che vi si rifugiava quando non ne poteva più di stare nella sottostante reggia: un giorno di dicembre suo figlio, il principe ereditario Carlo Tito, morì e il re decise, per il dolore, di costruire un ospizio per poveri. Per non tenerli in ozio, decise di impiantare a San Leucio un opificio per la produzione di seta di alta qualità, con la collaborazione di alcune imprese del Nord Italia. Ben presto il nome San Leucio divenne sinonimo della miglior seta al mondo e i tessuti casertani sono oggi nelle più importanti corti reali al mondo e nei principali palazzi del potere. Con l’incremento della produzione aumentò costantemente il numero degli operai e i Borbone provvidero a dotare la colonia di abitazioni, chiesa, strutture per il tempo libero. I lavoratori di San Leucio (o meglio, i loro figli) furono i primi a beneficiare dell’istruzione gratuita in Italia, che iniziava a 6 anni.

Oggi la produzione della seta di qualità continua grazie ad alcune aziende, ma la maggior parte ha chiuso negli ultimi anni per delocalizzare. Il rilancio di San Leucio, che fa parte insieme alla Reggia di Caserta di un sito patrimonio UNESCO, parte anche dalla sua valorizzazione turistica. Nella fabbrica costruita da Ferdinando IV si trova oggi il Museo della Seta, dove viene raccontata la storia industriale e sociale di questa piccola località affacciata sugli splendidi giardini della più bella reggia italiana.

Pietrarsa

Parco Dora Spina 3 (ex acciaierie FIAT-Teksid) di Jacopo Ibello
Parco Dora Spina 3 (ex acciaierie FIAT-Teksid)
di Jacopo Ibello

Come già detto in precedenza, l’idea di un sud arretrato rispetto al resto della penisola non corrispondeva a verità nel periodo pre-unitario. Basti pensare al Polo siderurgico di Mongiana in Calabria, realizzato dai Borbone nel 1771 per la produzione di semilavorati ferrosi e armamenti. Mongiana rimase il principale polo industriale del Regno delle Due Sicilie fino all’apertura delle Officine di Pietrarsa nel 1840. Questo gigantesco complesso segnò il passaggio di Napoli, all’epoca una delle città più grandi del mondo, all’era industriale, ponendola all’avanguardia a livello italiano sotto questo punto di vista. La costruzione di Pietrarsa è legata a un’importante punto di svolta per l’Italia: la realizzazione della prima ferrovia italiana, la Napoli-Portici, nel 1839. Le Officine avevano come scopo la produzione di materiale rotabile e rotaie. Anche dopo l’Unità Pietrarsa, che nel 1860 con oltre 1100 operai era la più grande fabbrica metalmeccanica italiana, mantenne una posizione di leadership a livello nazionale soprattutto per la costruzione e la riparazione di locomotive a vapore, a cui si aggiunse la produzione di materiale bellico, in particolare durante le due guerre mondiali. La specializzazione nel vapore fu fatale a Pietrarsa dopo la Seconda Guerra Mondiale, con l’affermazione della trazione elettrica e del diesel. Le grandi officine borboniche chiusero i battenti definitivamente nel 1975.

Ma presto ricominciò una nuova vita: le Ferrovie dello Stato si resero conto dell’opportunità che questo stabilimento, collocato sul mare in una delle più belle baie del mondo, poteva offrire. Dopo un lungo restauro (in parte controverso, con l’abbattimento del capannone più grande), nel 1989 Pietrarsa riaprì come Museo Nazionale Ferroviario. In uno scenario paesaggistico e industriale unico, il visitatore oggi può scoprire due secoli di avventura ferroviaria italiana, a partire dalla ricostruzione fedele della Bayard, la locomotiva che trainò le carrozze con a bordo la corte reale il 3 ottobre 1939, il giorno del viaggio inaugurale della Napoli-Portici. La colossale statua di Ferdinando II, forgiata in ghisa proprio dalle officine, ricorda a tutti l’avanguardia tecnologica raggiunta da Napoli e dall’Italia meridionale oltre 150 anni fa, un primato ormai andato smarrito da lungo tempo.

GISday di Padova

Il 20 novembre 2013, Geograficamente ha partecipato al GISday organizzato presso l’Università di Padova , al Campus di Agripolis a Legnaro (PD).

Il GISday nasce nell’ambito della Geography Awarness Week, iniziativa sponsorizzata dalla National Geographic Society, Association of American Geographers, Universitu Consortium for Geographic Information Science, United States Geological Survey, Library of Congress ed ESRI.

Per il settimo anno, l’Università di Padova ha accolto gli interventi organizzati per il GISday e quest’anno a nome di Geograficamente sono intervenute Carla Bortolotti e Maria Concetta Perfetto.

Carla Bortolotti, ha introdotto e illustrato le attività dell’associazione e Maria Concetta Perfetto ha illustrato la sua tesi di laurea dal titolo “Un projectGIS come strumento di valorizzazione del patrimonio archeologico industriale. Il caso di Agnone (Molise)”.

Qui di seguito, potete vedere il video del nostro intervento. Ci scusiamo in anticipo per la bassa qualità del video ma purtroppo è stato ottenuto con una fotocamera digitale.

E cogliamo l’occasione per ringraziare Roberto Rossi del Centro Interdipartimentale di Ricerca di Geomatica di Padova per l’opportunità che ci ha dato di partecipare al GISday.

INTRODUZIONE ALL’ARCHEOLOGIA INDUSTRIALE

di Jacopo Ibello

Mi è stato chiesto di scrivere cos’è l’archeologia industriale. Devo ammettere che, pur essendo la passione di una vita, è un termine che non mi piace usare, ma che molto spesso resta l’unico per far capire agli altri di cosa mi occupo. Con questa espressione si voleva indicare, nell’Inghilterra degli anni ’50, lo studio delle testimonianze della prima industrializzazione, avvenuta a partire dalla seconda metà del XVIII secolo. Trattandosi in buona parte di strutture di cui restavano muri, fondamenta e poco altro, il riferimento all’archeologia fu automatico anche se non accettato dalla maggior parte degli storici, in quanto i resti dell’industria non erano considerati degni di un termine a cui si accostavano antiche civiltà come Romani ed Egizi.

Solo dopo al termine archeology fu sostituito quello di heritage, cioè patrimonio. Quando, a partire dagli anni ’70, il sistema industriale britannico ha conosciuto un processo non di trasformazione e razionalizzazione come negli altri Paesi occidentali, ma un inarrestabile declino che ne ha quasi determinato l’estinzione, ci si è trovati di fronte a un ingente quantità di strutture a cui non restava altro che testimoniare la storia di una nazione. Non solo fabbriche, ma anche ferrovie e quartieri operai, un patrimonio non certo allo stato archeologico come i forni settecenteschi del Black Country. A questo punto l’archeology si sottomette all’heritage, diventa il metodo scientifico per indagare le storie di quel fenomeno storico, lontano dall’essere concluso, che chiamiamo industria.

Un fenomeno che non si presenta solo nella classica forma della fabbrica abbandonata: oggi sono patrimonio industriale i macchinari per la produzione, le auto d’epoca, i manifesti pubblicitari, le linee ferroviarie, villaggi e quartieri operai e persino tutto quel patrimonio intangibile fatto delle storie e delle memorie di chi l’industria l’ha vissuta in prima persona, dagli imprenditori agli operai. Il concetto di patrimonio ha sostituito ovunque quello di archeologia: il termine è usato per definire la disciplina nel Regno Unito, in Francia e in Spagna, mentre in Germania ci si è spinti oltre utilizzando la parola Kultur, probabilmente perché è ancora l’unico Paese a sentirsi, con orgoglio, una realtà industriale.

Anche in Italia, almeno in via “ufficiale”, il patrimonio industriale ha sostituito l’archeologia. Così sono intitolati, per esempio, i diversi corsi universitari dedicati alla disciplina. Però nel linguaggio comune non è ancora così: anche chi si occupa per lavoro o per passione della materia continua a preferire l’archeologia. Si legge “archeologia industriale” sul sito web del Museo Nazionale del Carbone, quando poi il luogo che lo ospita, la Grande Miniera di Serbariu, di archeologico ha ben poco. Difficile usare lo stesso termine per il Lingotto, il Mulino Stucky o la Centrale Montemartini. Le ragioni potrebbero essere varie: a prima vista potrebbe riemergere il cronico ritardo del Paese a stare al passo coi tempi rispetto alla realtà internazionale. Oltre a questa accezione negativa ce n’è anche un’altra però: l’Italia possiede numerosi manufatti, testimoni di un apparato produttivo ben più antico della rivoluzione industriale, come mulini, frantoi, gualchiere, cartiere, ecc. Questo è uno dei motivi per cui l’AIPAI, l’Associazione Italiana per il Patrimonio Archeologico Industriale, la massima organizzazione a livello nazionale che promuove la materia, continua a contenere entrambe le espressioni all’interno della propria denominazione.

Ma al di lá dei nomi, certo è che la civiltà dell’industria e il patrimonio che ci ha tramandato, in tutte le sue declinazioni, rappresentano un soggetto di studio stimolante e un’opportunità per ridefinire le nostre città e il paesaggio che ci circonda. Andando oltre la moda del momento, per colpa della quale spesso si compiono interventi di pessimo livello, bisogna invece capire a fondo il patrimonio industriale, in quanto membro insostituibile della nostra storia e della nostra cultura, per difenderlo, valorizzarlo e anche, quando se ne presenta l’opportunità, sfruttarlo turisticamente.