MACROREGIONI al posto delle REGIONI – Superare al più presto le OBSOLETE REGIONI con aree territoriali demograficamente e geomorfologicamente omogene – E il progetto “MACROREGIONI” non è solo finanziario, di spesa: è un’esigenza organizzativa urbana confacente alla mutazione dei tempi

Due deputati dem, Roberto Morassut e Raffaele Ranucci, hanno preso carta e penna per ridisegnare la cartina d'Italia. Ne è uscito fuori UNO STIVALE DIVISO IN DODICI AREE, OMOGENEE PER «STORIA, AREA TERRITORIALE, TRADIZIONI LINGUISTICHE E STRUTTURA ECONOMICA». Alcune sono frutto di una semplice addizione (il Triveneto con Friuli, Trentino e Veneto, oppure l'Alpina con Piemonte, Valle d'Aosta e Liguria). Altre invece mettono assieme province di Regioni diverse: il Levante "ospita" Puglia, Matera e Campobasso, mentre la Tirrenica tiene assieme Campania, Latina e Frosinone. Solo Sicilia e Sardegna manterrebbero il privilegio dello statuto speciale. (Tommaso Ciriaco, da “la Repubblica” del 23/12/2014)
Due deputati dem, Roberto Morassut e Raffaele Ranucci, hanno preso carta e penna per ridisegnare la cartina d’Italia. Ne è uscito fuori UNO STIVALE DIVISO IN DODICI AREE, OMOGENEE PER «STORIA, AREA TERRITORIALE, TRADIZIONI LINGUISTICHE E STRUTTURA ECONOMICA». Alcune sono frutto di una semplice addizione (il Triveneto con Friuli, Trentino e Veneto, oppure l’Alpina con Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria). Altre invece mettono assieme province di Regioni diverse: il Levante “ospita” Puglia, Matera e Campobasso, mentre la Tirrenica tiene assieme Campania, Latina e Frosinone. Solo Sicilia e Sardegna manterrebbero il privilegio dello statuto speciale. (Tommaso Ciriaco, da “la Repubblica” del 23/12/2014)

  

L’IPOTESI DELLE 12 MACROREGIONI

1- Valle D’Aosta Piemonte Liguria

2- Regione Lombardia

3- Regione Triveneto (Veneto, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige)

4- Regione Emilia Romagna (Emilia Romagna + Provincia Pesaro)

5- Regione Adriatica (Abruzzo + Province Macerata, Ancona, Rieti, Ascoli, Isernia)

6- Regione Appenninica (Toscana, Umbria + Provincia Viterbo)

7- Regione Sardegna

8- Regione di Roma (Capitale Roma + Provincia di Roma)

9- Regione Tirrenica (Campania + Province Latina, Frosinone)

10- Regione Sicilia

11- Regione del Ponente (Calabria + Provincia Potenza)

12- Regione del Levante (Puglia + Province Matera e Campobasso)

SIMULAZIONE – La cartina mostra come sarebbero ridisegnate le Regioni secondo la proposta di legge dei deputati del Pd Roberto Morassut e Raffaele Ranucci (23/12/2014)

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   “Con la Costituzione del 1948 le regioni non sono state disegnate ex novo in base ad una analisi delle reali situazioni del dopoguerra. Sono state chiamate «regioni» delle ripartizioni territoriali di valore non giuridico, che già esistevano dal 1864 col nome di «compartimenti»: erano destinate cioè ad inquadrare territorialmente le elaborazioni e i risultati delle inchieste e delle rilevazioni statistiche nazionali.

   Ma neanche questi «compartimenti» potevano fregiarsi di una nascita ex novo, perché in realtà erano stati per lo più costituiti con l’aggruppamento di un certo numero di province fra loro finitime, che prima dell’unificazione nazionale avevano fatto parte del medesimo Stato, e in quest’ultimo avevano ricoperto insieme uno spazio che nei secoli della romanità imperiale o in epoca comunale aveva ricevuto un nome regionale.

Il geografo LUCIO GAMBI [Ravenna 1920 – Firenze 2006]
Il geografo LUCIO GAMBI [Ravenna 1920 – Firenze 2006]

   I «compartimenti» del 1864 risultano quindi da uno sforzo di identificazione di quelle vecchissime regioni, la cui fama era stata ribadita e divulgata nel rinascimento da una rigogliosa tradizione di studi. Però è irrefutabile che le identificazioni regionali da cui erano nati i «compartimenti» statistici del 1864, in molte zone della penisola non avevano più alcuna presa nel 1948 quando la nuova costituzione entrò in funzione. E da quest’ultima data ad oggi il valore di quella ripartizione si è rivelato via via anche più insoddisfacente e vulnerabile.

   Uno dei nodi più gravi nella gestione dello Stato italiano ai nostri giorni sta precisamente nella istanza, non più rimandabile, di adeguare la irrazionale e quindi inceppante – diciamo antistorica – rete della sua organizzazione territoriale, agli effetti delle trasmutazioni che il paese ha sperimentato dopo l’ultima guerra”. (LUCIO GAMBI, 1995, dal saggio “L’irrazionale continuità del disegno geografico delle unità politico-amministrative” ) (vedi anche lo studio di Anna Treves su “Lucio Gambi e le Regioni”): Acme-04-II-10-Treves

….

   Abbiamo voluto iniziare la nostra riflessione sulle “regioni da cambiare” (trasformare in MACROREGIONI) con la parte di uno scritto del 1995 di LUCIO GAMBI (uno dei più importanti geografi del ‘900: Ravenna 1920 – Firenze 2006), per dimostrare che l’inadeguatezza e l’antistoricità dell’attuale disegno territoriale dei confini delle istituzioni italiche (non solo le regioni, ma anche i comuni, e le province che ancora in qualche modo persistono…), questo disegno dei confini territoriali va necessariamente ripensato e concretamente rivisto.

   Regioni indicate nella Costituzione del 1948 ed effettivamente nate con grandi speranze nel 1970. Speranze subito deluse. Apparati “statuali” si sono insediati, e se l’idea di avere Istituzioni più vicine al cittadino, più attente alla spese (meno sprechi degli apparati centrali) ebbene, ciò si è dimostrato ampiamente errato. Venti piccoli stati con i loro tanti consiglieri regionali, con le prebende e gli onori (e nessun onere) a loro spettanti… con burocrazie lente ed autoreferenti.

   Tra l’altro nella Costituzione veniva sottolineato che il vero obiettivo delle Regioni era quello di legislazione, programmazione e controllo: cosa del tutto disattesa fin dall’inizio. Le Regioni si sono “accollate” buona parte della gestione di tanti servizi, con consorzi, consigli di amministrazione, altri apparati dispendiosi messi in campo. La situazione è del tutto degenerata con la riforma del titolo V della Costituzione del 2001: lo scopo era di dare allo Stato italiano una fisionomia più “federalista”, spostando i centri di spesa e di decisione dal centro al “locale”, dove di più si poteva “toccare il problema”, avvicinandosi ai cittadini.

Al deputato forzista Massimo Palmizio basterebbero TRE MACROREGIONI: 1) quella del Nord metterebbe insieme Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria, Lombardia, Veneto, Trentino-Alto Adige e Friuli–Venezia Giulia (per una popolazione complessiva di 23.376.208 ABITANTI E UNA SUPERFICIE DI 97.796 CHILOMETRI QUADRATI); 2) QUELLA DEL CENTRO accorperebbe Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Lazio, Marche e Sardegna (per una popolazione di 18.069.625 ABITANTI E UNA SUPERFICIE DI 104.993 CHILOMETRI QUADRATI); 3) QUELLA DEL SUD dovrebbe fondere Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia (19.236.297 ABITANTI E UNA SUPERFICIE DI 98.929 METRI QUADRATI)
Al deputato forzista Massimo Palmizio basterebbero TRE MACROREGIONI: 1) quella del Nord metterebbe insieme Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria, Lombardia, Veneto, Trentino-Alto Adige e Friuli–Venezia Giulia (per una popolazione complessiva di 23.376.208 ABITANTI E UNA SUPERFICIE DI 97.796 CHILOMETRI QUADRATI); 2) QUELLA DEL CENTRO accorperebbe Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Lazio, Marche e Sardegna (per una popolazione di 18.069.625 ABITANTI E UNA SUPERFICIE DI 104.993 CHILOMETRI QUADRATI); 3) QUELLA DEL SUD dovrebbe fondere Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia (19.236.297 ABITANTI E UNA SUPERFICIE DI 98.929 METRI QUADRATI)

   E’ così che la riforma del titolo V della costituzione ribaltava la filosofia del “potere” dello Stato nei confronti delle Regioni: si specificava quali erano le competenze esclusive dello Stato, lasciando alle regioni tutto il resto, di tutte quelle cose non nominate esplicitamente. Un’autonomia pertanto non solo della Sanità (che già c’era prima del 2001) ma in particolare della gestione finanziaria (con cui poter decidere liberamente come spendere i loro soldi) e organizzativa (con cui poter decidere quanti consiglieri e quanti assessori avere e quanto pagarli).

   Questa riforma dalle ottime intenzioni perché federalista (com’era stato poi fin dall’inizio l’istituzione delle Regioni) è stato un disastro: il picco di spesa incontrollata è salito, la creazione di cosiddette “società PARTECIPATE” (cioè società di servizi più o meno utili in cui le Regioni hanno percentuali di partecipazione, e che paiono più modi per gestire denari e sistemare consiglieri di amministrazione…) è salito esponenzialmente.

   Pertanto una realtà istituzionale regionale in Italia diversificata tra cinque Regioni a statuto speciale e 15 regioni a statuto ordinario; 20 Regioni che hanno raggiunto un livello di costi non più sostenibile dal bilancio nazionale. “LE REGIONI COSÌ COME SONO NON FUNZIONANO PIÙ e rischiano di rimanere schiacciate sotto una montagna di debiti” concordano adesso i presidenti di Campania, Lazio e Piemonte (da sponde politiche diverse il primo rispetto agli altri due).

   MA NON E’ SOLO UNA QUESTIONE DI COSTI e di apparati di parassitismo… e se LE REGIONI POTREBBERO DECIDERE AUTONOMAMENTE DI SVOLGERE ASSIEME ALCUNE FUNZIONI (come adesso alcuni propongono per salvare l’attuale assetto, rendendole meno costose ma anche più efficienti, potremmo dire che non è neanche questione di sola efficienza. Costi ed efficienza sono naturalmente cose prioritarie ed importanti, necessarie, per non arrivare al tracollo dei servizi ai cittadini (pensiamo solo che i bilanci delle Regioni vanno a più dell’80% al funzionamento dalla Sanità…).

UNA NUOVA FRANCIA DA 22 REGIONI A 13 MACROREGIONI - FRANCIA E GERMANIA - Tra l'altro è l'Europa a dare una mano a chi vuole semplificare il sistema italiano di governo del territorio. In Francia il presidente socialista FRANCOIS HOLLANDE il mese scorso (il 17 dicembre 2014, ndr) ha deciso di ridurre LE REGIONS DA 22 A 14 e ha semplificato le funzioni dei 100 DIPARTIMENTI (così oltralpe chiamano le PROVINCE). Anche nella GERMANIA FEDERALE, che ha 16 POTENTISSIMI LAENDER, sta accadendo l'impensabile: i Laender più piccoli, in particolare quello della Saar, stanno chiedendo di unificarsi ad altri perché non ce la fanno più a ripagare i debiti. (Diodato Pirone, il Messaggero del 28/12/2014)
UNA NUOVA FRANCIA DA 22 REGIONI A 13 MACROREGIONI (nei toni d’azzurro quelle accorpate, in grigio quelle rimaste inalterate) – FRANCIA E GERMANIA – Tra l’altro è l’Europa a dare una mano a chi vuole semplificare il sistema italiano di governo del territorio. In Francia il presidente socialista FRANCOIS HOLLANDE il mese scorso (il 17 dicembre 2014, ndr) ha deciso di ridurre LE REGIONS DA 22 A 14 e ha semplificato le funzioni dei 100 DIPARTIMENTI (così oltralpe chiamano le PROVINCE). Anche nella GERMANIA FEDERALE, che ha 16 POTENTISSIMI LAENDER, sta accadendo l’impensabile: i Laender più piccoli, in particolare quello della Saar, stanno chiedendo di unificarsi ad altri perché non ce la fanno più a ripagare i debiti. (Diodato Pirone, il Messaggero del 28/12/2014)

   MA È ANCHE VERO CHE LE REGIONI NON RAPPRESENTANO PIÙ LA COMPLESSITÀ DEI LORO TERRITORI: apparati politici e burocratici non sono più in grado di controllare virtuosamente lo scacchiere delle varie aree regionali. Non è un caso che regioni montane, solo esclusivamente montane, gestiscono meglio la loro territorialità potendo offrire un’unica politica specifica per quel tipo di territorio di alta quota (pur, è vero, godendo anche dello status di “regione a statuto speciale” che aiuta molto).

   Per fare un esempio del disordine programmatorio delle regioni, e che pur nonostante la crisi che viviamo da 7 anni, vi è un’incapacità di fermare colate di cemento inutili (centri commerciali che aprono e che chiudono, e altri ne vengono aperti, su aree tolte al verde, alla fertilità agricola, e lasciando aree dismesse, abbandonate al degrado…). Territori di montagna e mezza montagna abbandonati, pianure e aree collinari devastate da forme agricole di pura speculazione Pensiamo ai vitigni pregiati, come quelli del prosecco nel Veneto: tutti capiscono che l’odierno eccessivo sfruttamento farà sì che di qui a vent’anni quelle terre collinari non saranno più in grado di “reggere” le iper-produzioni agricole di adesso ed è probabile che saranno abbandonate al degrado, alla necessità di ricomposizioni lunghe e difficili…

   Le politiche di sviluppo del lavoro (agrario, industriale, dei servizi, del turismo…) appartengono sempre meno agli apparati regionali, che così perdono progressivamente ogni senso di programmazione con i propri territori, limitandosi a gestire e controllare innumerevoli società, consorzi di servizi come dicevamo proliferati in modo abnorme negli ultimi vent’anni…

   In questa situazione la virtuosa fusione della cura dei territori, del loro eco-sviluppo, delle tutele dell’ambiente e della salute dei cittadini…tutto questo unito nell’Organismo regionale, in ciascuna delle venti regioni cui è suddiviso il nostro territorio… tutto questo nella realtà ha perso di ogni valore….

   Ben per cui il superamento di questa attuale suddivisione regionale in 20 mini-Stati (con apparati politici e burocrazie incredibili) non può che essere vista positivamente.

   Ecco allora che l’ipotesi delle MACROREGIONI cui si sta parlando assai concretamente adesso (speriamo…) è auspicabile. Facile prevedere che più di qualcuno cercherà di trovare soluzioni di mezzo perché nulla cambi: come quella non di sciogliere 20 regioni in 10 o 12 (o meno) macroaree (appunto Macroregioni) ma quella di “fare insieme” gestire assieme alcuni servizi. L’IPOTESI DI UNA NUOVA RADICALE GEOGRAFIA DELLA SUDDIVISIONE TERRITORIALE È L’UNICA AUSPICABILE e vera riforma nell’individuazione di territori che tra l’altro sono fortemente cambiati dal dopoguerra ad adesso.

   A dare nuovo impulso all’ipotesi “Macroregioni” è arrivata una proposta di legge a firma dei parlamentari del Pd, Roberto Morassut e Raffaele Ranucci, che prevede uno Stivale diviso in 12 Regioni. E’ molto simile, ripresa quasi in modo uguale, alla proposta fatta una ventina di anni fa dalla Fondazione Agnelli (che proponeva in uno studio appunto l’istituzione di 12 Macroregioni al posto delle attuali 20 regioni).FONDAZIONE AGNELLI 1992_1996 PROPOSTA DI 12 MACRO-REGIONI

   DA PARTE NOSTRA CREDIAMO CHE POTREBBERO ESSERE SOLO 5 LE MACROREGIONI IN ITALIA, e cioè:

– due MACROREGIONI DEL NORD, una del NORDEST (Emilia Romagna, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige) e l’altra del NORDOVEST (Lombardia, Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria);

– poi due MACROREGIONI DEL CENTRO (la prima formata dai territori attuali di Toscana, Umbria, Marche; e la seconda da Lazio, Abruzzo, Molise, ma anche dalla Sardegna così da togliere quest’ultima dall’isolamento politico-insulare);

– e una sola possibile MACROREGIONE MERIDIONALE (formata dai territori di Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia)

   L’idea di UN’UNICA MACROREGIONE MERIDIONALE è sostenuta da chi crede che il mancato sviluppo nei decenni (nei secoli!) del meridione d’Italia dipenda anche da poteri locali (regionali) non in grado di uscire da clientelismi, da rapporti indiretti con organizzazioni criminose (mafia, ndrangheta, camorra…). Azzerare le regioni meridionali, sostituendole con un’unica Macroregione, toglierebbe l’aria al malcostume amministrativo radicato, mettendo in auge un nuovo sistema in grado di distogliere mafia, camorra, ndrangheta, “sacra corona unita” etc. dai rapporti locali che ancora riescono a mantenere i gruppi criminosi… (tra i sostenitori di una Macroregione unica meridionale, invitiamo a leggere di GIORGIO RUFFOLO “Un paese troppo lungo”, ed. Einaudi, euro 12,00).

E l’azzeramento degli attuali poteri regionali meridionali, con la creazione di una MACROREGIONE DEL SUD, collegata in modo naturale con le economie emergenti del Mediterraneo (dei paesi arabi della Costa nord africana, -Maghreb e Mashrek-, dei Balcani, verso il Medio-oriente…) potrebbe essere l’elemento virtuoso per un autonomo avvio di scambi culturali, economici, di sviluppo… nuovi (sull’energia, l’agroindustria, il turismo, gli scambi commerciali al centro di quello che resta nonostante tutto il mare più importante del pianeta, il Mediterraneo…). Così da poter finalmente far decollare una possibile MACROREGIONE DEL SUD verso nuovi mercati e opportunità di benessere.

   Perché la nuova visione territoriale che si verrebbe ad avere con lo scioglimento delle attuali regioni ha pure il compito di fare delle nuove macro-aree che si verrebbero a creare soggetti di motore dello sviluppo economico (incentivando e sviluppando i fattori economici esistenti, la manifattura competitiva globale, l’agricoltura pulita e dei prodotti tipici da esportare ma anche per il commercio a Km0, i trasporti efficienti e sostenibili, la minor spesa e più qualità in tutti i servizi…).

   La difficile strada delle riforme concrete degli assetti territoriali geografici da sostituire (Macroregioni al posto delle Regioni; l’eliminazione totale che noi vorremmo delle Province; la creazione di Città Metropolitane in ogni luogo; il mettersi assieme di più comuni medio-piccoli per creare al loro posto CITTA’ di almeno 60.000 abitanti), tutto questo nuovo assetto territoriale trova le difficoltà ad esprimersi definitivamente. Ma, nei fatti dell’economia e della vita urbana delle persone, sta già avvenendo da tempo (e urge una risposta politica ed istituzionale che lo riconosca e lo aiuti a funzionare). (s.m.)

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DALL’ALPINA AL LEVANTE: LE QUATTRO PROPOSTE CHE RIDISEGNANO L’ITALIA

di Tommaso Ciriaco, da “la Repubblica” del 23/12/2014

– Accorpare le Regioni, ghigliottinare gli sprechi. Intervistato su Repubblica il governatore del Lazio Nicola Zingaretti si sbilancia: «Sono troppe, serve un piano per accorparle ». E anche in Parlamento qualcosa si muove, con l’obiettivo di abbattere un monumento allo sperpero insostenibile in tempi di crisi. Almeno quattro proposte di legge hanno visto la luce alla Camera in questa legislatura. Con il format a venti Regioni nel mirino –

   La carica l’ha suonata di recente il Pd. Due deputati dem, Roberto Morassut e Raffaele Ranucci, hanno preso carta e penna per ridisegnare la cartina d’Italia. Ne è uscito fuori uno stivale diviso in dodici aree, omogenee per «storia, area territoriale, tradizioni linguistiche e struttura economica». Alcune sono frutto di una semplice addizione (il Triveneto con Friuli, Trentino e Veneto, oppure l’Alpina con Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria). Altre invece mettono assieme province di Regioni diverse: il Levante “ospita” Puglia, Matera e Campobasso, mentre la Tirrenica tiene assieme Campania, Latina e Frosinone. Solo Sicilia e Sardegna manterrebbero il privilegio dello statuto speciale.

   Per stringere i tempi e tagliare il traguardo, Ranucci ha pure contattato il ministro delle Riforme Maria Elena Boschi. Le ha chiesto di assorbire le novità nel suo ddl costituzionale. «Si può costituire il nuovo Senato, incentrato sugli eletti delle Regioni – domanda il suo collega Morassut – senza riformare le Regioni stesse? Il pacchetto va portato avanti senza lasciare vagoni staccati». Una prima sponda è quella del capo della conferenza delle Regioni, Sergio Chiamparino: «Si sta riformando la Costituzione, se il Governo vuole noi siamo pronti a discutere del riordino anche territoriale delle Regioni».

   Suonerà sorprendente, ma il partito della ghigliottina è capeggiato proprio dai governatori di peso. Zingaretti e Chiamparino, come detto, ma anche il neo eletto Presidente dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini: «Ragioniamo se avere un po’ meno Regioni delle venti attuali».

La proposta di MACROREGIONI con il ddl Morassut e Ranucci
La proposta di MACROREGIONI con il ddl Morassut e Ranucci

   È UN MOVIMENTO D’OPINIONE BIPARTISAN, che supera i confini del centrosinistra. Certo, non tutti quelli che reclamano una riforma pensano a un’improvvisa rivoluzione. Debora Serracchiani – presidente del Friuli Venezia Giulia e soprattutto vicesegretaria del Pd – invita le Regioni a mettere in comune alcune attività, a partire dalla sanità e dai trasporti.

   Quando intervenire, come intervenire? Le ricette si moltiplicano. Il progetto di legge del deputato azzurro MASSIMO PALMIZIO assomiglia a una “cura shock”: TRE REGIONI, PER LUI, POSSONO BASTARE. VIA IN UN COLPO ANCHE GLI STATUTI SPECIALI, via soprattutto l’autonomia sancita dall’articolo 116 della Carta.

   Idee che si ritrovano anche nell’appello pubblico per UN «NUOVO REGIONALISMO MACROREGIONALE» sottoscritto dai deputati dem Dario Ginefra, Enzo Amendola, Ernesto Carbone. A ben vedere, però, non tutti i progetti depositati dalla primavera del 2013 vanno nella stessa direzione. La ricetta di Edmondo Cirielli (FdI) prevede “matrimoni” tra Regioni, ma non esclude la possibilità di crearne di nuove. L’unico requisito è che abbiano «un minimo di un milione di abitanti». Giorgia Meloni, invece, in un’altra proposta sottoscritta con Cirielli chiede di cancellare del tutto le Province, istituendo alcune decine di Regioni nuove di zecca. Tra queste, la Padania orientale, Tanaro, Etruria, Salento, Valsesia, Ciociaria e Napoletano. In tutto, trentasei. (Tommaso Ciriaco)

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ACCORPAMENTI DELLE REGIONI, A GENNAIO IN PARLAMENTO

di Diodato Pirone, da IL MESSAGGIERO del 28/12/2014

– La legge di riforma della Costituzione, quella che abolisce il bicameralismo e il Cnel e riduce i poteri delle Regioni fissate nel titolo V, potrebbe prevedere anche un accorpamento delle Regioni riducendone il numero da 20 fino a 5 –

   Per ora si tratta di una semplice ipotesi di lavoro ma, approfittando della pausa natalizia, in queste ore si stanno moltiplicando i contatti informali a livello politico e di consiglieri di vario livello. L’obiettivo è ormai chiaro: a gennaio la riforma della Costituzione (che per diventare legge ha bisogno di quattro passaggi parlamentari) entrerà nel vivo della discussione nell’aula della Camera e ora si tratta per trovare un accordo fra i partiti e i presidenti delle Regioni per inserire nel testo alcune modifiche agli articoli 131 e 132 che stabiliscono il numero delle Regioni e le loro missioni principali.

LA VOLATA

Come non è mai successo prima, a tirare la volata all’accorpamento sono proprio molti presidenti di Regione. Alla tesi sostenuta da sempre dal presidente della Campania, Stefano CALDORO di Forza Italia si sono recentemente uniti il presidente del Lazio, Nicola ZINGARETTI, e soprattutto quello del Piemonte, Sergio CHIAMPARINO, che è anche presidente della Conferenza delle Regioni.

   Sia Chiamparino che Zingaretti hanno pubblicamente sostenuto tesi dirompenti. Primo: LE REGIONI COSÌ COME SONO NON FUNZIONANO PIÙ e rischiano di rimanere schiacciate sotto una montagna di debiti. Secondo: fin da subito LE REGIONI POTREBBERO DECIDERE AUTONOMAMENTE DI SVOLGERE ASSIEME ALCUNE FUNZIONI per risparmiare denaro pubblico ma anche per rendere più efficienti i loro servizi.

Esempi di macroregioni possibili (AUTORE Maria Carmela Fiumana FONTE AGENZIA DIRE_ WWW.DIRE.IT)
Esempi di macroregioni possibili (AUTORE Maria Carmela Fiumana FONTE AGENZIA DIRE_ WWW.DIRE.IT)

   Tesi che a livello politico stanno trovando un terreno fertile soprattutto nel Pd ma anche nella Lega da sempre favorevole alle Macroregioni e che negli ultimi mesi è impegnata in un processo di trasformazione in partito di livello nazionale. Non a caso negli scorsi mesi alcuni parlamentari romani del Pd, in particolare il deputato ROBERTO MORASSUT e il senatore RAFFAELE RANUCCI, hanno presentato un disegno di legge che, trasformando ROMA in una sorta di CITTÀ-STATO con un unico livello amministrativo a governarla, ridisegna l’intero sistema delle Regioni portandole da 20 a 12.

   Proposte analoghe sono state presentate da parlamentari di Forza Italia come Paolo Russo, l’ex ministro Maria Stella Gelmini e il capogruppo alla Camera, Renato Brunetta. Per costoro il numero delle Macroregioni potrebbe scendere a cinque anche se è tutto da analizzare il nodo delle Regioni a statuto speciale fra le quali spicca il CASO ALTO ADIGE sul quale vige anche un’INTESA CON L’AUSTRIA.

FRANCIA E GERMANIA

Tra l’altro è l’Europa a dare una mano a chi vuole semplificare il sistema italiano di governo del territorio. In Francia il presidente socialista FRANCOIS HOLLANDE il mese scorso ha deciso di ridurre LE REGIONS DA 22 A 14 e ha semplificato le funzioni dei 100 Dipartimenti (così oltralpe chiamano le Province). Anche nella GERMANIA FEDERALE, che ha 16 POTENTISSIMI LAENDER, sta accadendo l’impensabile: i Laender più piccoli, in particolare quello della Saar, stanno chiedendo di unificarsi ad altri perché non ce la fanno più a ripagare i debiti.

   In questo scacchiere in rapida evoluzione fa rumore il gran silenzio del governo Renzi. In realtà, sotto la superficie da calma piatta è chiaro che si stanno muovendo molte cose. Anche perché il progetto di accorpamento delle Regioni piace moltissimo a Matteo Renzi. Lo conferma un episodio accaduto lo scorso 20 marzo quando il premier incontrò per la prima volta la Conferenza dei presidenti regionali e di fronte alle prime, timide, ipotesi di accorpamento pronunciò una significativa frase riportata dall’Ansa: «Cari presidenti se siete tutti d’accordo alzate la palla che io poi la schiaccio». (Diodato Pirone)

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PERCHÉ DICIAMO SÌ ALLE MACROREGIONI

di Ettore Bonalberti, dal sito http://www.formiche.net/ del 28/12/2014

   L’Italia vive la realtà istituzionale regionale diversificata tra cinque Regioni a statuto speciale e 15 regioni a statuto ordinario; 20 Regioni che hanno raggiunto un livello di costi non più sostenibile dal bilancio nazionale

   Una congerie di COMPETENZE  accumulate in maniera confusa e progressiva: dai decreti delega che, dal 1977, hanno affidato alle regioni molte competenze amministrative; alle caotiche funzioni relative al CONTROLLO DEL TERRITORIO, ripartite e spesso rimpallate tra regioni, province e comuni, sino al decentramento delle leggi Bassanini e alla modifica del Titolo V della Costituzione con l’invenzione delle competenze concorrenti, fonti del caos permanente dei ricorsi presso la Corte Costituzionale.

   E’ questa la TRISTE REALTÀ IN CUI VERSA IL NOSTRO REGIONALISMO permanendo l’ormai incomprensibile, iniqua e anti storica differenziazione tra regioni a statuto ordinario e regioni a statuto speciale.

proposta macreregioni_(da IL MESSAGGIERO)
proposta macreregioni_(da IL MESSAGGIERO)

   Se a questa gravissimo ircocervo istituzionale si aggiunge una sostanziale irresponsabilità amministrativa delle Regioni che vivono una schizofrenica situazione, tra competenze dirette  in materia di spesa e competenze pressoché nulle in materia di entrate, in larga parte derivate dallo Stato, e, dulcis in fundo, gli immorali comportamenti sperimentati con i casi di corruzione-concussione (MOSE e affini)  e scandalo di rimborsopoli, appare pressoché impossibile difendere l’attuale assetto istituzionale regionale.

   Della lezione regionalista sturziana si è data una interpretazione fuorviante che si è accompagnata da un esercizio distorto delle competenze che, in origine, avrebbero dovuto restare quelle di legislazione, programmazione e controllo e che, viceversa, sono diventate sempre più funzioni di gestione diretta e indiretta attraverso una congerie di enti e aziende partecipate che concorrono in larga misura all’enorme deficit strutturale dell’Italia.

   Di qui la necessità di ripensare al nostro assetto istituzionale ricollegandoci a una corretta interpretazione del pensiero regionalista sturziano e alla lezione del prof Miglio che, per primo, teorizzò L’IDEA DELLE MACROREGIONI come possibile soluzione al complesso e disorganico processo di formazione storico politica dell’unità nazionale.

   E’ un tema che è presente anche in Francia, dove Il primo ministro francese, Manuel Valls, ha proposto di “ridurre della metà il numero delle regioni” entro il 2017 e di sopprimere i consigli dipartimentali (province) “entro il 2021″.Le Regioni passerebbero dalle attuali 22 a 12 con un risparmio di spesa  annuo previsto tra i 12 e i 15 miliardi di €: una robustissima riduzione di spesa pubblica.

   Sostenitori della tesi del  prof Miglio, DA ANNI PROPONIAMO IN ITALIA  IL PASSAGGIO DALLE ATTUALI 20 REGIONI A 5- 6 MACROREGIONI.  E’ di questi giorni la presentazione di un progetto di legge da parte di due deputati PD, Roberto Morassut e Raffaele Ranucci, che prevede la riduzione delle attuali 20 regioni a dodici regioni così individuate: Regione Alpina (Piemonte-Liguria – Val d’Aosta)-Lombardia- Regione Triveneto- Regione Emilia-Romagna-Regione Appenninica- Regione Adriatica- Regione Roma Capitale- Regione Tirrenica-Regione del Levante-Regione del Ponente- Regione Sicilia-Regione Sardegna. Insomma la proposta comincia a farsi strada.

tra le varie proposte di MACROREGIONI
tra le varie proposte di MACROREGIONI

Nel Veneto viviamo l’ormai insostenibile condizione di terra di confine con due regioni a statuto speciale quali il Friuli Venezia Giulia e il Trentino Alto Adige.

   E’ stata l’intuizione dei democratici cristiani veneti a sviluppare agli inizi degli anni’80 l’idea di ALPE –ADRIA, nella concezione berniniana dell’EUROPA DELLE REGIONI, nella quale un ruolo trainante poteva e doveva essere assunto dall’area del Nord-Est o del Triveneto.

   Esaurita la falsa prospettiva dell’indipendenza del Veneto assai più realistica può diventare quella della costruzione della macroregione del Nord-Est o del Triveneto.

   Non si tratta di togliere o ridurre l’autonomia che, seppur in maniera diversa, godono oggi il Friuli V. Giulia e  il Trentino Alto Adige, ma di spalmare su tutte e tre le regioni la stessa autonomia.

   Ci soccorrono due articoli della nostra Costituzione ai quali possiamo ricorrere:

Articolo 116 (vedi ultimo comma)

Il Friuli Venezia Giulia [cfr. X], la Sardegna, la Sicilia, il Trentino-Alto Adige/Südtirol e la Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste dispongono di forme e condizioni particolari di autonomia, secondo i rispettivi statuti speciali adottati con legge costituzionale.

La Regione Trentino-Alto Adige/Südtirol è costituita dalle Province autonome di Trento e di Bolzano.

   Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, concernenti le materie di cui al terzo comma dell’articolo 117 e le materie indicate dal secondo comma del medesimo articolo alle lettere l), limitatamente all’organizzazione della giustizia di pace, n) e s), possono essere attribuite ad altre Regioni, con legge dello Stato, su iniziativa della Regione interessata, sentiti gli enti locali, nel rispetto dei princìpi di cui all’articolo 119. La legge è approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti, sulla base di intesa fra lo Stato e la Regione interessata.

   E’ la strada che è stata avviata dalla Regione Veneto e che ci auguriamo possa essere accolta positivamente dal Parlamento e dal governo.

Articolo 132

SI PUÒ CON LEGGE COSTITUZIONALE, SENTITI I CONSIGLI REGIONALI, DISPORRE LA FUSIONE DI REGIONI ESISTENTI o la creazione di nuove Regioni con un minimo di un milione d’abitanti, quando ne facciano richiesta tanti Consigli comunali che rappresentino almeno un terzo delle popolazioni interessate, e la proposta sia approvata con referendum dalla maggioranza delle popolazioni stesse [cfr. XI].

   Si può, con l’approvazione della maggioranza delle popolazioni della Provincia o delle Province interessate e del Comune o dei Comuni interessati espressa mediante referendum e con legge della Repubblica, sentiti i Consigli regionali, consentire che Provincie e Comuni, che ne facciano richiesta, siano staccati da una Regione ed aggregati ad un’altra.

   Questa dell’art.132, è l’ultima possibilità che ci rimarrebbe da sostenere, anche attraverso il referendum consultivo, certamente privo di efficacia giuridica concreta, ma dall’indubbio valore politico, sull’autonomia del Veneto.

   Di questo abbiamo discusso a Verona il 20 dicembre scorso, sulla  base di una lectio magistralis sul federalismo regionale del prof Luca Antonini,  con Mario Mauro (Popolari per l’Italia), Flavio Tosi (Lega) e Mario Blocket (CSU) riscontrando una grande condivisione strategica e di prospettiva politica.

E’ tempo di passare dalle parole ai fatti e procedere secondo le strade indicate dalla nostra Carta. (Ettore Bonalberti)

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LE MACROREGIONI PD ACCENDONO LO SCONTRO «SI IMPEGNI RENZI»

di Claudio Baccarin, da “Il Mattino di Padova” del 28/12/2014

PADOVA – «Sfido Matteo Renzi a presentare una proposta, degna di questo nome, di ridisegno delle Regioni. A quel punto io illustrerò la mia e ci confronteremo». Il presidente del Veneto, Luca Zaia, non prende troppo in considerazione il progetto di legge costituzionale, elaborato da due parlamentari democratici, il deputato Roberto Morassut e il senatore Raffaele Ranucci, che punta all’accorpamento di alcune Regioni, riducendo il numero dalle attuali venti a dodici.

   In particolare, nella proposta Morassut-Ranucci, il Veneto verrebbe accorpato al Friuli-Venezia Giulia e al Trentino-Alto Adige, per dare vita alla Regione Triveneto. Restando al Nord la Regione Lombardia rimarrebbe invariata, mentre dall’unione di Valle d’Aosta, Piemonte e Liguria, verrebbe istituita la Regione Alpina.

   Ma non mancano altre ipotesi. Al deputato forzista Massimo Palmizio basterebbero tre macroregioni: quella del Nord metterebbe insieme Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria, Lombardia, Veneto, Trentino-Alto Adige e Friuli–Venezia Giulia (per una popolazione complessiva di 23.376.208 abitanti e una superficie di 97.796 chilometri quadrati); quella del Centro accorperebbe Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Lazio, Marche e Sardegna (per una popolazione di 18.069.625 abitanti e una superficie di 104.993 chilometri quadrati); quella del Sud dovrebbe fondere Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia (19.236.297 abitanti e una superficie di 98.929 metri quadrati).

cartina_macroregioni DDL Morassut e Ranucci
cartina_macroregioni DDL Morassut e Ranucci

   Ancor più suggestiva l’ipotesi di Edmondo Cirielli e Giorgia Meloni (Fdi-An). In questo caso nascerebbero 36 REGIONI. Il Veneto verrebbe smembrato a fra quattro enti: Verona e Legnago finirebbero nella regione del Garda insieme con Brescia e Mantova; Rovigo e Adria andrebbero nella Padania orientale con Ferrara; Feltre, Agordo, Belluno e Cortina sarebbero destinate alla regione Trentino; nella Regione Veneto ritroveremmo l’area metropolitana di Venezia e le province di Padova, Vicenza e Treviso.

   «Credo di essere stato il primo, nel 2010», sottolinea il governatore Zaia, «a parlare della necessità di accorpare le attuali Regioni. Quindi posso considerare miei discepoli tutti quelli che ne parlano adesso. Orbene, la proposta dei parlamentari Pd è a dir poco imbarazzante. L’attuale Lazio viene infatti smembrato in tre: una parte andrebbe con la Toscana, un’altra con la Campania. Ma la peggio monnezza vomitevole sarebbe quel francobollo ritagliato intorno a Roma per la Regione di Roma Capitale. Insomma, da Mafia Capitale a Roma Capitale. Allora, io non so se Renzi condivida questo progetto di legge; il ministro Boschi non ha detto una parola sul tema. Io allora invito il premier a presentare un progetto del governo e ad aprire il confronto. Anche se io non credo che Renzi creda nel federalismo».

   L’onorevole Simonetta Rubinato (Pd) ricorda che la macroregione Triveneto era già contenuta nello studio elaborato nel 1992 dalla Fondazione Agnelli e anticipa che riproporrà, come emendamento al disegno di legge costituzionale Boschi, la sua proposta d’inserire il Veneto tra le Regioni a statuto speciale. «Credo che il mio potrebbe essere un mattone utile sulla strada della costruzione di una macroregione del Nordest». Quanto ai Comuni, «la Germania ne aveva 22 mila e li ha ridotte a diecimila, pur contando 80 milioni di abitanti. In proporzione l’Italia dovrebbe averne novemila».

   «Quella dei miei colleghi Morassut e Ranucci», chiosa l’onorevole Roger De Menech, segretario regionale del Pd, «è una proposta seria, anche se non mi nascondo che sarà molto complicato realizzarla».

Per Leonardo Padrin, capogruppo di Forza Italia in consiglio regionale, «più che di proclami c’è bisogno di concretezza. Allora una legge costituzionale stabilisca che i Comuni montani devono avere minimo 5 mila abitanti e gli altri minimo 10 mila abitanti. E si aboliscano le Province».

   Un tema caro anche ad Enrico Cappelletti. «Renzi», afferma il senatore del Movimento Cinque Stelle, «aveva promesso di abolirle ed invece ha cancellato solo il diritto dei cittadini a eleggere i loro rappresentanti. Il nostro candidato governatore Jacopo Berti ha affermato che gli piacerebbe avere in Italia tutte le Regioni a statuto speciale. E io non posso che sottoscrivere».

   «Il ridisegno delle Regioni», dicono in coro il vicepresidente del Veneto Marino Zorzato e il presidente del Consiglio Clodovaldo Ruffato, «è ormai un’urgenza imprescindibile». Un Triveneto a statuto speciale, per Ruffato, sarebbe cosa buona e giusta. (Claudio Baccarin)

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STEFANO CALDORO: “BASTANO SEI MACROAREE, CORREGGIAMO L’ERRORE DI PARTIRE DALLE PROVINCE”

di Ottavio Lucarelli da “la Repubblica” del 23/12/2014

NAPOLI – Rivendica la primogenitura dell’idea di creare le macroregioni. Il berlusconiano Stefano Caldoro, presidente della Campania, propone di inserire tutto nella riforma costituzionale all’esame del Parlamento.

Presidente Caldoro, lei ne parla da quasi due anni. Ora anche i governatori del Pd chiedono l’accorpamento delle Regioni. Cosa è successo?

“Voglio ricordare che la mia proposta fu lanciata in uno splendido isolamento mentre oggi ha largo consenso. È dunque il momento di accelerare. Ne ho parlato con il presidente della Conferenza delle Regioni, Sergio Chiamparino, e siamo d’accordo “.

Quale sarà il percorso?

“Questo regionalismo è al capolinea. La riforma si fa adesso o mai più. Credo che bisogna lavorare sulle macroaree di funzioni perché gli attuali perimetri amministrativi non risolvono i problemi. Oggi c’è troppa confusione di ruoli”.

Quali funzioni dovranno avere le macroregioni?

“Dovranno essere organi di programmazione e pianificazione, non più di gestione come, peraltro, era scritto nella prima stesura della Costituzione. Sei, al massimo otto grandi aree. Bisogna creare enti che siano regolatori dei diritti territoriali a partire dai servizi e dalle tariffe”.

Come si arriva concretamente a questo obiettivo?

“Occorrono limitate modifiche della Costituzione, il resto si potrà fare con legge ordinaria”.

Chi gestirà la sanità che oggi divora l’ottanta per cento dei bilanci?

La nuova pianificazione dovrà cominciare dalla sanità. Anche in questo caso alle Regioni rimarrà il potere di programmare, così come per il ciclo integrato delle acque e per il trasporto pubblico. In alcuni casi la gestione riguarderà lo Stato, in altri le città metropolitane e i Comuni. Credo che l’errore della riforma costituzionale sia stato concentrare l’attenzione sulle Province, ma siamo in tempo per correggere”.

Ne avete parlato con Renzi?

“Posi il problema un anno fa durante il suo primo incontro con la Conferenza delle Regioni. Renzi mi interruppe, disse che era d’accordo, ma in quel momento l’idea non era condivisa”.

E Berlusconi?

“È d’accordo. Come la Lega”.

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MACROREGIONI: IL DIBATTITO E’ APERTO

da http://www.regioni.it/ del 22/12/2014

   “Non dobbiamo commettere l’errore, emerso sulle Province, di affidarsi agli slogan o ai colpi di mano solo nell’idea di tagliare lo Stato per risparmiare. Queste riforme vanno fatte con l’obiettivo di riorganizzare lo Stato, ma per farlo funzionare meglio. Come la vedo io, un’autoriforma delle Regioni mira anche a fornire servizi di qualità ai cittadini mettendo in comune certe funzioni di governo. C’è molto di concreto che si può già fare senza fare nuove leggi”. Così, in un’intervista pubblicata dal quotidiano “La Repubblica”, Nicola Zingaretti, governatore del Lazio.

   “I governatori hanno voglia di rinunciare ciascuno ai propri poteri esclusivi? Da presidente del Piemonte e della Conferenza delle Regioni – spiega Sergio Chiamparino – ne ho già parlato al governo. Le circoscrizioni regionali furono definite in un’altra era, quando la società era ancora molto agricola e non esisteva il mercato unico europeo. I confini regionali non corrispondono più necessariamente ad ambiti ottimali per il buon governo: quasi 70 anni dopo che sono stati disegnati e dopo 40 anni di funzionamento, si può pensare a rivedere lo stato di cose”.

un tipo di Macroregione possibile
un tipo di Macroregione possibile

   “Le Regioni – puntualizza Zingaretti – possono iniziare subito a mettere insieme alcune attività, in modo da ridurre i costi e alzare la qualità dei servizi. Poi si potrà pensare realisticamente a ridurre il numero delle Regioni stesse per arrivare a ambiti più ampi”. Zingaretti indica i mestieri che andrebbero messi in comune. “L’attività di zooprofilassi lo è già e dimostra che si può fare. Ci si può arrivare su alcuni servizi sanitari, anche attraverso la specializzazione di centri di eccellenza facilmente raggiungibili. La protezione civile, la tutela dal rischio idrogeologico, i trasporti, le agenzie regionali per l’ambiente. E naturalmente anche certi enti e società partecipate. Le istituzioni regionali devono avere la lungimiranza di perdere qualche pezzo di ciò che per alcuni continua ad essere un potere, anche elettorale, a vantaggio dell’efficienza per i cittadini e le imprese”.

   “Il punto è smettere di pensare che lo Stato sia una bad company irriformabile – sottolinea il presidente della Regione Lazio – .Non dobbiamo chiudere e smantellare le strutture, ma accettare la sfida dell’autoriforma. Con le risorse disponibili, a maggior ragione dopo gli ultimi tagli alle Regioni, gli apparati non tengono più. Perché i cittadini dovrebbero credere a un’autoriforma, con quello che hanno sotto gli occhi? Perché esistono misure che si possono prendere subito per togliere ossigeno alla corruzione. Vanno ridotte drasticamente le centrali appaltanti. Vanno semplificate le procedure e i cosiddetti pareri di competenza, e serve trasparenza totale, consultabile su internet, su ogni gara d’appalto e chi le vince. La complessità dei processi amministrativi è il brodo della corruzione, dunque è importante che si sappia sempre chi esattamente fa cosa”.

   Stefano Caldoro, presidente della Regione Campania (e Vicepresidente della Conferenza delle regioni) è convinto che “debito e disservizio si siano creati nel rapporto tra Stato e Regioni, quel rapporto è una neoplasia”, anche per questo occorre superare l’attuale assetto istituzionale regionale. “Siamo in una situazione – ha affermato – in cui dobbiamo sapere chi fa che cosa. Siccome in parlamento sono aperte le riforme, occorre agire adesso. Lavoriamo per sciogliere le Regioni – ha aggiunto – perché se non si arriva a a una riforma dell’attuale regionalismo, tutti i sacrifici che sono stati fatti si riverseranno sugli enti nuovi”.

   “La Città metropolitana – spiega poi il presidente della Campania in un articolo pubblicato da ‘Il mattino’ il 21 dicembre – nasce tra tante incertezze, come dimostrano le incognite sul futuro dei dipendenti della Provincia, perché lo Stato non è organizzato bene. Le Città metropolitane non possono da sole affrontare la crisi, avranno solo debiti, partiranno con un grande fardello. II TEMA CENTRALE DA AFFRONTARE È QUELLO DELLO SCIOGLIMENTO DELLE REGIONI. Se non si supera l’attuale regionalismo, anche tutti i sacrifici fatti dalla buona politica, come quella che ha governato la Provincia di Napoli in questi cinque anni, si riverseranno sui nuovi enti. Sono sempre stato contrario alla legge Delrio – prosegue Caldoro – anche se riconosco al sottosegretario di essere stato, a differenza di tanti amministratori di centrosinistra del Sud, un bravo sindaco. Il suo modello non funziona. Che significato ha sciogliere le Province, cioè gli unici enti che avevano i bilanci in pareggio? Si potevano superare le Province, ma si doveva partire dalle Regioni”. Secondo l’analisi di Caldoro, immaginando le Regioni “i costituenti, con il vecchio articolo 118, non avevano disegnato enti di gestione”.

la proposta di MACROREGIONE ADRIATICO-IONICA
la proposta di MACROREGIONE ADRIATICO-IONICA

Anche secondo il presidente della Campania il problema è chiarire chi fa e che cosa. LA VIA D’USCITA È UN PROCESSO DI RIFORMA CHE PORTI ALLA COSTITUZIONE DI MACRO-AREE. “La Lombardia che conta 10 milioni di abitanti e che già da sola costituisce una macro-regione – dice Caldoro – ha, non a caso, tutti i parametri in ordine”. Tornando poi sulla città metropolitana, spiega ancora il Presidente campano, siamo di fronte ad “un dibattito surreale: i nostri rappresentanti in sede di discussione della Città metropolitana hanno posto problemi di merito, mentre il centrosinistra e de Magistris hanno scelto una strada diversa. Una strada tutta politica, tutta legata ai posti di potere. Un grave errore, ma come presidente della Regione ribadisco la mia disponibilità a trovare soluzioni”. Insomma nelle forze politiche nazionali ma anche fra i politici regionali si sta rapidamente facendo spazio l’idea di accorpare le Regioni. A fare il punto è un articolo del “Il Messaggero” che ricorda come il dibattito sia stato aperto da un disegno di legge dei parlamentari del Pd Roberto Morassut e Raffaele Ranucci. “Poi a sorpresa – scrive il Messaggero – il presidente della Conferenza delle Regioni, nonché presidente del Piemonte, Sergio Chiamparino, si è detto favorevole all’accorpamento e a una ridefinizione della missione di questi istituti. Anzi, Chiamparino ha fatto di più. Ha preso carta e penna e ha scritto al premier Matteo Renzi per chiedere un incontro urgente proprio per discutere (quello che segue è letterale) «di prospettive e ruolo delle Regioni”.

   Infine anche il Presidente del Veneto, Luca Zaia, affida alle agenzie (a margine della firma a Trieste di due accordi operativi in materia di protezione civile e sanità con la presidente del Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani e col Presidente della Carinzia, Peter Kaiser) la propria simpatia per l’ipotesi di futuri accorpamenti: “io sono per l’accorpamento delle regioni e credo che un ridisegno della logistica istituzionale a livello regionale rafforzi e potenzi ancora di più l’offerta in materia federalista. La verità è che il Governo ora nicchia nel farlo, perché sa che nel momento in cui lo fa rafforza le regioni e non le distrugge”.

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MACROREGIONE A NORDEST, DIVIETI E POLEMICHE IN FVG

di F.G., da VENEZIEPOST del 15/1/2015 (http://www.veneziepost.it/)

– Il riordino del territorio, con il disegno di legge per la riduzione delle regioni, scalda gli animi. In Fvg si teme la macroregione del Nordest che potrebbe rinverdire i fasti della Serenissima e fagocitare la regione –

Paese che vai, leghista che trovi. Così succede che il governatore della Lombardia Roberto Maroni plauda alle macroregioni, esaltando quella alpina che sta già trovando rapida applicazione, mentre a Est il presidente della Provincia di Udine Pietro Fontanini le definisce «un grave passo indietro».

Il tutto nasce a valle della conferenza delle Regioni e delle Province autonome che si è tenuta ogi a Roma, in cui si è discusso anche di riordino territoriale e di aggregazioni tra regioni. «Una trasformazione che penalizzerà la nostra regione riportandola indietro al periodo della dominazione veneta» commenta Fontanini, riferendosi al progetto di costituire la macroregione con Fvg, Veneto e Trentino.

La proposta è contenuta in un disegno di legge che mira a ridurre il numero delle regioni da 20 a 12 con accorpamenti. «Se quest’operazione andrà in porto il Friuli Venezia Giulia scomparirà annullato nella nuova conformazione che vedrà il predominio del Veneto. La storia rischia di ripetersi: la nostra regione è già stata sottomessa alla Repubblica Veneta che la occupò dal 1420 e fino all’arrivo di Napoleone (1797) per sfruttare il suo posizionamento strategico, tra terre germaniche, slave e italiche».

Preoccupato, Fontanini risale addirittura alle «devastanti incursioni subite dal Friuli da parte dei Turchi», evidentemente ritenendo che ci possa essere un pericolo simile, e sostiene che «il disegno delle macroregioni cancellerà l’autonomia e la specialità del Fvg».

Per questo si rivolge alla presidente del Fvg auspicando che «Serracchiani, la quale recentemente ha fatto intendere di non essere preoccupata dalla prospettiva di una macroregione del Nordest che possa cancellare la specialità del Fvg, si impegni a fondo per garantire al Friuli Venezia Giulia di mantenere la condizione di regione autonoma come verrà previsto per il Trentino Alto Adige per salvaguardare la minoranza ladina e tedesca».

Quel che è certo è che le Regioni vogliono dire la loro sul processo di riforma costituzionale all’ordine del giorno del Parlamento e che va verso la creazione del Senato federale. Chiedono che si ritorni al testo uscito dal Senato, e che si rimetta mano al loro ruolo, come sottolinea il presidente della Conferenza Sergio Chiamparino.

«Si sta cambiando il Titolo V della Costituzione e superando il bicameralismo: crediamo sia importante non perdere questo treno ad alta velocità». L’idea dei governatori, ha spiegato Chiamparino, è di presentare una proposta di riordino dell’assetto delle Regioni: «dopo 44 anni, una revisione si impone. Io sono favorevole ad avviare un processo di aggregazione, in modo non illuministico, su compiti e materie che possano essere messe in comune». (…)

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ECCO COME CAMBIANO LE REGIONI FRANCESI

di Enrico Martial, da FORMICHE.NET (http://www.formiche.net/ ) del 18/12/2014

Annunciata dal presidente Hollande a gennaio 2014, la riforma ha subìto un dibattito acceso, tanto da impedirne l’adozione entro l’estate – come voleva il primo ministro Manuel Valls –

   Il 17 dicembre, l’Assemblea nazionale francese ha approvato in via definitiva la nuova carta delle Regioni francesi, che passano da 22 a 13. Annunciata dal presidente Hollande a gennaio 2014, la riforma ha subito un dibattito acceso, tanto da impedirne l’adozione entro l’estate – come voleva il primo ministro Manuel Valls.

   Nel corso delle tre letture, sia alla Camera sia al Senato, il dibattito si è concentrato sul numero, sui confini delle Regioni e sui relativi capoluoghi. L’approvazione della legge è un risultato politico che supera le incertezze dell’estate, sebbene siano ancora possibili ulteriori aggiustamenti, per esempio se vincesse il ricorso già depositato – tra manifestazioni di protesta a Strasburgo – per restituire il perimetro regionale all’Alsazia, ora perduta in una grande regione che comprende Lorena, Ardenne e Champagne.

   L’obiettivo di semplificare il sistema territoriale è largamente condiviso in Francia, avviato da diversi anni tra molti contrasti, e costituisce una delle “riforme strutturali” che il governo Valls aveva inserito nel più ampio programma di semplificazione e di riduzione della spesa per 50 miliardi di euro. Contando su risparmi per 11-12 miliardi di euro, la riforma vorrebbe eliminare un livello territoriale – il dipartimento – e prevede un significativo trasferimento di competenze alle Regioni, accorpate e ridotte in numero, una forte e obbligatoria condivisione dei servizi a livello intercomunale, riducendo alla semplice rappresentanza politica i numerosi comuni che si è infine rinunciato a riunire: oltre trentaseimila, contro gli ottomila comuni italiani e i dodicimila tedeschi.

   Affiancato dal ministro per il decentramento, Marylise Lebranchu, il Senato francese ha iniziato questa settimana l’esame della seconda parte della riforma, sul tema delle competenze, che dovranno passare alla regione sia dal dipartimento, sia dall’amministrazione centrale. IL MODELLO FRANCESE GUARDA A QUELLO TEDESCO E INTENDE FARE DELLA REGIONE IL SOGGETTO MOTORE DELLO SVILUPPO ECONOMICO, e assegnargli inoltre alcuni compiti gestionali in materia di strade (che da dipartimentali diventeranno regionali), di trasporti, di edilizia scolastica.

   Nel quadro delle riforme strutturali, si tratta di un segnale positivo per il governo di Manuel Valls, che a marzo 2015, come quello italiano, dovrà presentare le proprie carte al Consiglio e alla Commissione, nello scenario in un probabile procedimento guidato per rispettare gli impegni del six e del two pack. Non a caso, l’obiettivo di completamento della seconda parte della riforma, quella sulla concentrazione delle competenze sulle regioni e sul livello intercomunale, è fissato entro febbraio, in parallelo con l’altra riforma in corso, il cui progetto di legge su “Attività e crescita” è stato approvato dal governo il 10 dicembre e sta iniziando l’iter parlamentare.

   Una coppia di riforme francesi, quella territoriale e quella su liberalizzazioni e crescita, che assomiglia alla coppia di riforme italiane, sul Senato territoriale e sul mercato del lavoro. Compiti a casa assai simili, con le stesse scadenze. (Enrico Martial)

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A PROPOSITO DI CITTA’ ED AREE METROPOLITANE

CITTA’ AREE METROPOLITANE

IL CORAGGIO DI ABBATTERE I VECCHI CONFINI

di ULDERICO BERNARDI, da “il Gazzettino” del 10/4/2012

   «L’Italia offre gran varietà di paesaggio, di uomini, di ricordi, di costumi e di parlate. Dieci miglia in Italia permettono maggior diversità d’incontri che non cento miglia negli Stati Uniti». Così Giuseppe Prezzolini ottant’anni fa.

   E nel profondo, nonostante industrializzazione, omologazioni, mondializzazione e quant’altro, lo spirito nazionale resta segnato dalla sua storia. Questo significa riconoscere la persistenza e la forza del regionalismo nel nostro Paese. Che ancora fatica a districarsi dalla cappa di centralismo sabaudo e totalitario.

   Tutti sanno che le province sono solo un’invenzione burocratica. Saranno cancellate, ma l’importante è che non si pretenda di sostituirle con altri imbrogli simili. L’occasione potrebbe essere offerta dalla creazione delle città metropolitane, forse.

   Il dubbio resta, perché c’è il rischio che il nuovo assetto non consideri le vocazioni native e spontanee delle aree interessate, e gli interessi politici o addirittura elettoralistici dei partiti, disegnino ripartizioni conformi a un rinnovato manuale Cencelli e non alle esigenze di dare respiro alla vitalità dei territori.

   Prendiamo la montagna. Cariche di problemi, stremate per gran parte dalla monocoltura turistica, le terre alte hanno estremo bisogno di recuperare l’autostima, di frenare l’abbandono, di riconoscere che il loro futuro sta nel passato.

   Hanno bisogno di libertà per opporsi alla logica che tende a ridurle solo a parco giochi per il tempo libero della pianura. Nell’Altopiano dei Sette Comuni cimbri nacque, prima ancora della Svizzera, una Confederazione delle autonomie che rispondeva alla condizione specifica dei luoghi. Venezia Serenissima la riconobbe e sostenne, ricevendone fedeltà. Tutta la montagna veneta e friulana ripete le stesse necessità economiche, antropologiche, sociali. Perché i giovani non se ne vadano, le famiglie non si sentano abbandonate, i paesi recuperino servizi primari e civiltà identitaria. Un abbozzo di città metropolitana ad alta quota.

   Per la pianura, stravolta dallo scialo di territorio, il riassetto spontaneo delle municipalità deve avvenire avendo in mente le particolarità di queste nostre regioni.

   Dove lo spirito di campanile (non già il campanilismo che ne è la degenerazione, come tutti gli ismi) diventa un’opportunità per la coesione sociale. E qui torna utile citare il nostro grande Nicolò Tommaseo, che aveva idee chiarissime sul valore delle autonomie e sulle ossessioni del centralismo: «Pare che la regione sia tanto piccola, da star tutta rannicchiata all’ombra del campanile, – scriveva – altra parola faceta, di quelle che ripetendo a ogni tratto, il secolo beato si reputa originale (…) Io dico dunque, se la nazione volesse (dovrebbe volere), potrebbe in regioni distinguersi senza dividersi in sé medesima, anzi più fortemente costituirsi nel tutto, lasciando i suoi nervi e i suoi muscoli e i suoi umori ben distribuiti alle parti».

   Veneto e Friuli, ormai lanciate nel lungimirante progetto dell’Euregione Alpe-Adria, possono consentirsi una ricomposizione del mosaico territoriale secondo una logica che ho altrove definito “agropolitana”, cioè rispettosa delle culture e delle colture, non subalterna alle esigenze di un tardo industrialesimo da capannoni sparsi a man salva, ma orgogliosa insieme delle potenzialità della sua tradizione rurale e dell’altrettanto incredibile emancipazione innovativa sperimentata nei decenni ultimi.

   Non siamo Los Angeles, l’uniforme città diffusa. Siamo i mille paesi tra Mincio e Timavo che custodiscono ciascuno tesori di urbanità, d’arte, di archeologia, di sapienza artigiana. La morte delle undici province nelle due regioni a Nordest può generare molto frutto, come il seme di grano evangelico.   Sempre che siano rimossi limiti micragnosi e meschinerie partigiane. (Ulderico Bernardi)

https://geograficamente.wordpress.com/2012/04/13/aree-metropolitane-non-solo-15-una-proposta-geografica-affinche-ogni-territorio-possa-dar-vita-a-una-propria-area-citta-metropolitana-assieme-alla-creazione-di-m/

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LE AREE METROPOLITANE

   Le AREE METROPOLITANE attualmente previste sono 15, ricomprendendo così tutte le aree individuate dalla normativa vigente (Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Bari, Napoli: specificate nella Legge 142 del 1990); Trieste, Cagliari, Catania, Messina, Palermo (individuate dalle rispettive leggi regionali); Reggio Calabria (individuata nella Legge Delega per il Federalismo Fiscale n. 42 del 2009) – ci si è limitati ad individuarle (ed ora istituirle) in alcuni luoghi tralasciando, considerando marginali e secondari, tutti gli altri.

LE POSSIBILI AREE METROPOLITANE NEL VENETO

   Così, ad esempio, in Veneto, ci sarà un’attenzione particolare ai meccanismi di sviluppo, modi e qualità di vita (e cospicui finanziamenti arriveranno!) per l’AREA METROPOLITANA VENEZIANA (l’unica prevista in Veneto dal legislatore) (e i confini e i poteri da assegnarle sono tutt’altro che chiari).

   Ebbene, rimanendo all’esempio veneto, questa regione (necessariamente da “sciogliere” nella Macroregione “Nord-Est”) è costituita anche da altre realtà geografiche, geomorfologiche, politiche, economiche, storiche, paesaggistiche: L’ALTA E LA BASSA PIANURA, L’AREA COLLINARE, IL VERONESE che di fatto poco si considera “veneto”, LA PEDEMONTANA VICENTINA E TREVIGIANA, LA MEZZA MONTAGNA E LA MONTAGNA BELLUNESE, fino all’Agordino e al Cadore).

LA PROPOSTA PER TUTTO IL TERRITORIO NAZIONALE

   La nostra proposta è che TUTTE LE AREE GEOGRAFICHE italiane siano individuate (e coltivino in sè un loro specifico progetto comunitario di vita), come AREE-CITTA’ METROPOLITANE. Solo così il riassetto territoriale potrà rimettere in gioco democrazia e coinvolgimento fattivo dei cittadini e delle istituzioni locali.

   Insomma pensiamo che le AREE-CITTA’ METROPOLITANE dovranno coinvolgere tutti i territori (non solo alcuni), con contemporaneamente insieme la creazione di NUOVE CITTA’ AL POSTO DEGLI OBSOLETI COMUNI (che si dovranno unire, non per questo non conservando lo spirito originario di municipalità, di “paese”), e con la costituzione di MACROREGIONI (al posto delle attuali dispendiose regioni):

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https://geograficamente.wordpress.com/2013/12/30/il-declassamento-delle-province-a-enti-di-secondo-livello-ma-stavolta-si-fara-come-nuovo-disegno-istituzionale-territoriale-ma-serve-anche-lo-scioglimento-dei-comuni-in-citta-l/

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LO SAPETE CHE LE PROVINCE NON SONO STATE ROTTAMATE?

di Giorgio Ponziano, da ITALIA OGGI del 14/12/2014

– Il fuoco amico arriva dal sindaco di Torino, Piero Fassino, che è anche presidente dell’Anci, cioè dei sindaci d’Italia. –

   Caro Matteo, così non va. A dirglielo è un suo supporter di peso, lontano anni luce dei civatiani e dai cuperliani. Per il segretario-presidente del consiglio si apre un nuovo fronte, dopo il Jobs Act, quello degli amministratori locali alle prese con le nuove Province e le aree metropolitane.

   Un pasticcio. Il fuoco amico arriva dal sindaco di Torino, Piero Fassino, che è anche presidente dell’Anci, cioè dei sindaci d’Italia. Il suo è quindi un parere che conta e che potrebbe fare non pochi danni a Renzi, uscito in modo non brillante dalle recenti elezioni regionali per via di un astensionismo che, in buona parte, è un messaggio a lui indirizzato.

   Fassino non ci sta a essere travolto dalle sabbie mobili di una riforma istituzionale, quella appunto della pseudo-cancellazione delle Province, che sembra non avere né capo né coda e che neppure Graziano Delrio, il suo autore, riesce a traghettare. Parole dure, quelle di Fassino, uno schiaffo a Renzi e a Delrio: «Abbiamo sbagliato a convincere e a convincerci che le Province non servivano. I nuovi enti di secondo livello che ne prenderanno il posto rischiano di nascere monchi, poiché c’è confusione sulle competenze, sulle risorse, sui debiti. Se il governo non cambierà il contenuto della legge di stabilità non ci saranno i soldi per gestire la Città metropolitana».

   Un’analisi impietosa su quella che è una delle poche realizzazioni (finora) di questo governo. Il sindaco di Torino, renziano, aggiunge le prove a quanto asserito: «in Piemonte ci sono quattro Province sulla soglia del dissesto e le altre sono fuori dal patto di stabilità. Dal punto di vista delle risorse emerge una completa insostenibilità del quadro, per esempio al taglio di un miliardo già annunciato, si sommerà la penale per lo sforamento del patto di stabilità da parte della Provincia di Torino, penale che ricadrà tutta sul nuovo ente».

   Senza soldi. E allora si finirà per mettere le mani nelle tasche dei contribuenti: ma l’abolizione delle Province non doveva permettere un cospicuo risparmio della spesa pubblica? «Le risorse – dice Fassino – su cui conterà il nuovo ente dovranno essere proprie e quindi non sottratte ai Comuni e l’apparato amministrativo sarà quello ereditato dalla Provincia».

   Che ci sia maretta dal primo gennaio quando, secondo la legge, tutti i nuovi enti devono entrare in funzione lo conferma Antonio Gabellone, presidente uscente confermato alla guida della Provincia di Lecce, che ha addirittura inviato due lettere di diffida, a Renzi e al presidente della sua Regione, Nichi Vendola: «Vendola ci dica subito quali funzioni dovrà gestire la Provincia e quanti soldi avrà a disposizione, altrimenti dovrà rimborsarci ogni singolo euro speso in cultura, turismo, trasporti scolastici e assistenza sociale».

   Continua Gabellone: «La legge ha definito le funzioni fondamentali esercitate dalle Province: ambiente, trasporti, scuole, strade e pari opportunità. Ma è tutt’ora aperta la questione delle ulteriori funzioni, attualmente svolte dall’ente, che dovranno essere attribuite dallo Stato e dalle Regioni secondo le rispettive competenze. Nell’immediato, e sino alla definizione della ridistribuzione delle funzioni eccedenti quelle fondamentali, tutti gli oneri sopportati da questo ente noi li addebiteremo alla Regione, con tanto di rendicontazione che costituirà titolo per la riscossione, fosse anche coattiva».

   Gli dà ragione il vice presidente vicario alla Regione Puglia, Erio Congedo: «I rischi sono molto concreti perché si è proceduto improvvidamente a sottrarre alla Provincia compiti fondamentali senza assegnarli contestualmente a qualcun altro. E, come se non bastasse, togliendo risorse vitali per svolgere quelle residue».

   Ma la contestazione arriva anche dal ripescato sindaco di Napoli, Luigi de Magistris («far partire la Città metropolitana senza risorse è un atto irresponsabile») e dal presidente della Provincia di Chieti, Mario Pupillo («se continuiamo così andremo tutti in dissesto. Ora il nostro obiettivo è quello di ottenere una proroga altrimenti le nuove Province rischiano il default»).

   Del resto tutti i presidenti dei neo-enti si sono riuniti a Roma e hanno inviato una sorta di ultimatum a Renzi: «Se il governo non riterrà di rivedere l’attuale impostazione, non ci possiamo assumere alcuna responsabilità per le gravi conseguenze che deriveranno alle comunità amministrate. Si va verso la chiusura di servizi essenziali, non si potrà assicurare il riscaldamento nelle scuole, lo sgombero della neve, la messa in sicurezza delle strade, la tutela del territorio e dell’ambiente».

   Il rischio è una partenza (ormai ravvicinata) assai disastrata: 20 mila dipendenti dovrebbero essere trasferiti (non si sa ancora dove), 28 mila invece rimarranno nei loro uffici, e sarà lo zoccolo duro dei nuovi organismi, per i quali la volontà dei politici locali (complice l’indeterminatezza del centro) sembra spesso quella di ricostruire lacci e lacciuoli, una brutta copia, quanto a burocrazia e costi, delle vecchie Province.

   Un esempio? La Commissione statuto dell’area metropolitana di Roma ha approvato e inviato ai 120 sindaci dei Comuni che la compongono una bozza di statuto in cui si prevede, tra l’altro: «La Città metropolitana può istituire agenzie per lo svolgimento di compiti specifici, tali agenzie sono unità amministrative caratterizzate dall’assegnazione di risorse organizzative ed economiche con direzione e responsabilità autonome entro gli indirizzi definiti dal consiglio, a ogni singola agenzia è preposto un dirigente».

   Secondo i calcoli di Facile.it (comparatore di tariffe), nel 2014 gli italiani verseranno 3,8 miliardi di euro di tasse attraverso il pagamento delle polizze Rca. Di questi, il 60% sarà destinato a rimpinguare le casse di Province e Città metropolitane. Su ogni polizza corrisposta alle compagnie per assicurare un veicolo, il peso delle imposte arriva a gravare fino al 26,5%. Di questo, il 10,5% è destinato al Servizio sanitario nazionale, che così quest’anno riceverà un gettito pari a poco più di 1,5 miliardi di euro, il restante 16% viene assorbito dai nuovi enti, che incasseranno 2,3 miliardi per il 2014. Ma non dovevano scomparire? (Giorgio Ponziano)

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LE CITTÀ METROPOLITANE, UNA VIA PER COMPETERE

di Nicoletta Picchio, da “Il Sole 24 Ore”, 8/2/2014

– Il rilancio economico del paese sarà necessariamente trainato dal sistema delle aree metropolitane. Roma può diventare una megacity come Londra e Parigi ma è fondamentale il raccordo con le altre province del Lazio – Un “Manifesto delle città metropolitane italiane” (qui in pdf –link is external)

   Per affermare che sono il motore delle economie nazionali e che, una volta istituite, potranno realizzare interventi incisivi per la competitività del territorio, dall’attrazione di investimenti alla realizzazione di aree produttive, poli tecnologici, utilizzare al meglio i fondi europei.

   Ma non solo: questa forma di governo sovracomunale dovrà essere soprattutto un’occasione per modernizzare la Pubblica amministrazione, e rispondere con una struttura snella ed efficiente a bisogno di imprese e cittadini di una burocrazia più efficiente.

   È l’impegno della Rete delle associazioni industriali metropolitane, il network realizzato da dieci associazioni territoriali di Confindustria che hanno preparato il Manifesto per sottolineare la necessità di istituire le città metropolitane, non come sostituzione automatica delle province, ma per far nascere una governance innovativa, snella ed efficace.    Evitando che la cornice legislativa sia l’occasione per creare un ulteriore livello politico e amministrativo. Le città metropolitane hanno assunto un ruolo sempre più rilevante nella geografia economica globale. E le dieci associazioni confindustriali delle aree metropolitane chiedono un avvio «contemporaneo e tempestivo» di tutte le città metropolitane italiane.

   La questione è di stretta attualità, con la discussione del disegno di legge Delrio, che dovrebbe snellire le province e definire il ruolo delle città metropolitane.    Un’occasione da non perdere, per i presidenti delle dieci associazioni territoriali della Rete, che sono Assolombarda, Confindustria Bari e Barletta-Andria-Trani; Confindustria Firenze; Confindustria Genova; Confindustria Reggio Calabria; Confindustria Venezia; Unindustria Bologna; Unindustria Roma, Frosinone, Latina, Rieti, Viterbo; Unione industriali di Napoli; Unione industriale di Torino.

   Quali sono le priorità e le aspettative del mondo produttivo?

   Le città metropolitane italiane dovranno essere un motore di programmazione e pianificazione strategica, all’altezza delle migliori esperienze europee, e quindi Barcellona, Lione, Monaco, Stoccolma, Amsterdam, capaci di individuare risorse, tempi, soggetti e modalità attuative dei progetti, con una visione condivisa dello sviluppo.

   È la visione di BENJAMIN BARBEr (link is external), politologo americano, che a questo tema ha dedicato libri e conferenze: le città come istituzioni, culla della democrazia, capaci di reagire alle sfide globali e di spingere la crescita meglio degli Stati-nazione, istituzioni ormai arcaiche. L’ha ripetuto alla platea di imprenditori e amministratori, a Firenze: le metropoli sono il luogo dove vive il 78% della popolazione dei paesi sviluppati e si genera l’80% del pil mondiale.

   «Il rilancio economico del paese sarà necessariamente trainato dal sistema delle aree metropolitane. Il nostro piano FAR VOLARE MILANO (link is external) nasce proprio con lo scopo di favorire la sua trasformazione in città metropolitana», è il parere di GIANFELICE ROCCA (link is external)  (ASSOLOMBARDA (link is external)).

   Una priorità nazionale, quindi, dal Nord al Sud: «Dobbiamo dare un assetto efficiente al territorio e al suo sistema imprenditoriale. Nelle zone industriali esistono problemi di manutenzione, trasporti, servizi. I comuni interessati sono cinque, è complicato trovare l’intesa», dice Angelo Michele Vinci (Bari e Barletta-Andria-Trani).

   L’assetto di città metropolitana come occasione di rilancio: «Venezia corre il rischio di trasformarsi in una città vetrina. Come città metropolitana può esaltare il ruolo di motore del turismo nazionale e di hub logistico Europa-Mediterraneo», commenta Matteo Zoppas (Venezia).

   «Siamo convinti che questa possa diventare la riforma delle riforme, Roma può diventare una megacity come Londra e Parigi ma è fondamentale il raccordo con le altre province del Lazio», sottolinea Maurizio Stirpe (Unindustria).

   Alberto Vacchi (Bologna) fa un esempio concreto dei disequilibri locali: «Le nostre imprese nello stesso contesto provinciale sono soggette a regolamenti, tassazioni e normative che cambiano da comune a comune, sui rifiuti per i capannoni industriali lo scarto è da +23 a -11 rispetto al 2012».

   Sono importanti i tempi: «L’agenda pubblica deve andare in parallelo con quella delle imprese. I territori sono fondamentali per la catena del valore», sottolinea Simone Bettini (Firenze).

   Il provvedimento Delrio rischia però di non snellire ma anzi creare un nuovo livello burocratico. Le aree metropolitane potrebbero arrivare ad oltre venti. «Va modificato, ma comunque è meglio avere qualcosa, da rimettere a punto in seguito, rispetto al niente», è la convinzione di Paolo Graziano (Napoli).    Le problematiche esistono, e le ha elencate Giuseppe Zampini (Genova), che mercoledì a Firenze si è soffermato sui principali problemi da affrontare in termini di organizzazione, costi e funzioni della città metropolitana.

   Nelle città metropolitane italiane, ha detto Licia Mattioli (Torino), si concentra il 36% del pil, il 35% degli occupati, il 32% degli italiani e il 34% della popolazione straniera. (…..) (Nicoletta Picchio)

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LIBERA, VOLONTARIA, PRIVATA: UN’ALTRA CITTÀ È POSSIBILE

di Carlo Lottieri – 4/11/2014 – da “IL GIORNALE”

– Sostituire i servizi comunali con quelli scelti dai cittadini, ottenendo sgravi fiscali? Il decreto “Sblocca Italia” sembrerebbe permetterlo. A meno che non ci sia il trucco –

   Anche se pochi se ne sono accorti, il decreto-legge detto Sblocca Italia include un articolo che potrebbe aprire spazi allo sviluppo di comunità volontarie, città private e, insomma, a forme innovative di produzione e gestione di attività di largo interesse.

   In effetti, per molti servizi pubblici (strade locali, gestione dei parchi, polizia, spazi sportivi o culturali, ecc.) oggi di norma dipendiamo da enti di Stato: dobbiamo accettare, ad esempio, quanto è fornito in maniera monopolistica dalla nostra amministrazione comunale. Per questa ragione, nonostante una fiscalità sempre più onerosa, il servizio è spesso di bassa qualità.

   Al fine di trovare una soluzione, sulla scorta di realtà di altri Paesi, la norma prova a immaginare che anche nel nostro Paese – in America sono ormai milioni di famiglie – vi siano quartieri e aree in cui tali beni e servizi a interesse diffuso non siano forniti da un soggetto pubblico ma da privati.

   In qualche caso già ora questo è possibile: come in parte è avvenuto a Milano Due o all’Olgiata. Simili spazi di autogoverno potranno però svilupparsi e crescere solo se quanti usufruiscono dei servizi non saranno costretti a pagare due volte: finanziando l’iniziativa (privata) di cui usufruiscono e anche quella (pubblica) a cui non sono interessati.

   Se insomma vivo in un condominio indipendente che ha proprie biblioteche e centri sportivi, che cura da sé il verde e fa la manutenzione delle strade, è giusto che quanto meno abbia una riduzione delle imposte locali, dato che l’ente pubblico non deve sostenere oneri.

   Il decreto compie solo un piccolo passo: all’articolo 24 si parla infatti unicamente di taluni servizi («la pulizia, la manutenzione, l’abbellimento di aree verdi, piazze o strade») e non di altri. Per giunta tutto ora dipenderà dalla lungimiranza degli amministratori locali, ma se qualcuno comprenderà le potenzialità di questa innovazione, anche da noi potremmo avere imprenditori in spazi che erano tradizionalmente monopolizzati da politici e burocrati.

   Ma come si è arrivati all’introduzione di simili idee in un decreto del governo? Di tali questioni, una ventina di anni fa si occupavano solo pochi sognatori. Scrisse a più riprese in difesa delle cosiddette «privatopie», ad esempio, un ricercatore indipendente di orientamento libertario come Guglielmo Piombini. In seguito l’idea ha fatto sempre più strada anche grazie a studiosi di diversi Paesi, ma da noi è stato soprattutto Stefano Moroni, urbanista di ispirazione hayekiana, a pubblicare importanti volumi volti a illustrare i pregi di una gestione non statale dei servizi comuni (si veda ad esempio La città intraprendente , Carocci, 2011, curato da Moroni con Grazia Brunetta).

   Dopo che nel 2002 l’Indipendent Institute pubblicò un’ampia ricerca storica che in vari capitoli trattava esattamente il tema della città volontaria, la battaglia è stata ripresa dall’Istituto Bruno Leoni con seminari e altre iniziative. È proprio grazie a questo think-tank che il testo sopra ricordato (La città volontaria , Rubbettino, 2010) esiste anche in italiano. Per giunta, nelle scorse settimana l’editore IBL Libri ha pubblicato gli atti di un convegno, dal titolo Libertates , sul quel libro che si tenne a Verona quattro anni fa per iniziativa di Daniele Velo Dalbrenta.

   Un po’ alla volta l’idea di permettere lo sviluppo di «supercondomini» che si prendano cura di molti servizi è stata accolta in numerosi ambienti. In particolare, è stata fatta propria da Confedilizia, la quale ha avviato un’efficace azione persuasiva nei riguardi di uomini politici, alti funzionari Stato, amministratori locali. Quella norma non sarebbe nel decreto «Sblocca Italia» senza la determinazione di chi si è innamorato dell’idea di liberare la città e dare spazio a logiche competitive.

   La vicenda è interessante in sé, poiché sottrarre la città al controllo urbanistico e amministrativo è fondamentale se si vogliono allargare gli spazi di libertà. Ed è interessante anche quale riprova, in un senso più largo, del fatto che – come amava ricordare Friedrich von Hayek – «le idee hanno conseguenze».

   Il progetto delle comunità volontarie, di realtà che si autogestiscono e di conseguenza rivendicano almeno uno sgravio dei tributi da pagare, era un’idea forte: non sorprende che abbia fatto breccia in varie direzioni. Tanto i politici quanto gli altri protagonisti della sfera pubblica in linea di massima ripetono e rielaborano le tesi formulate da studiosi e accademici: e questo spiega perché la battaglia culturale è tanto importante. (Carlo Lottieri)

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PAESE REALE

DEGRADO CIVILE: GLI ARGINI INFRANTI DI UNA COMUNITÀ

di Ernesto Galli della Loggia, da “il Corriere della Sera” del 11/11/2014

– Responsabilità. A partire dagli anni Ottanta vi è stata una progressiva secessione dall’Italia delle classi dirigenti. Oggi c’è bisogno di segnali e di una svolta dal basso –

   L’Italia innanzitutto cade a pezzi. Il Paese fisico, il suo territorio, è perennemente sotto una spada di Damocle dall’Alpi alla Sicilia. In qualunque parte della Penisola bastano in pratica 24 ore di pioggia intensa per allagare interi quartieri di città, far chiudere le scuole, far franare tutto ciò che può franare, per interrompere ogni genere di comunicazioni.

   E regolarmente dopo che da anni ed anni tutti i rischi erano a tutti ben noti; e sempre, o quasi, dopo che i fondi per i lavori necessari erano stati stanziati, e sempre, o quasi, perfino dopo l’esecuzione dei lavori stessi. Ma non c’è niente da fare. Piove, e regolarmente i muraglioni costruiti si sbriciolano, gli argini alzati non tengono, i sistemi fognari saltano, i ponti crollano: il nostro destino è l’esondazione.

   L’Italia poi è di chi se la vuol prendere. Chiunque, su un autobus o un treno di pendolari, solo che lo voglia (e lo vogliono in tanti) può non pagare il biglietto, può lordare, rompere, imbrattare con lo spray, intasare i gabinetti, minacciare i passeggeri, aggredire il personale.

   Per strada può fare dei cassonetti dell’immondizia e di qualunque altro arredo urbano ciò che più gli garba. In ogni caso lìimpunità è garantita. E tanto più se si tratta dell’Italia dove vive la parte più debole della popolazione, quella che non prende l’Alta Velocità, che la notte non può permettersi un taxi: se si tratta cioè dell’Italia del Sud e delle periferie.

   Qui, poi, abitare una casa popolare ? come questo giornale ha fatto sapere a tutti? Può voler dire spesso essere costretti a stare perennemente barricati perché cìè sempre un prepotente pronto a impadronirsi con la violenza di ciò che non è suo, a intimidire, a minacciare. E quasi sempre senza che a contrastare la violenza ci sia l’intervento risoluto di chi pure avrebbe il dovere di farlo. L’Italia infine non è più un solo Paese.

   Sgretolando lo Stato centrale e accaparrandosi le sue funzioni, un demenziale indirizzo politico federalista, al quale hanno aderito tutti i partiti, ha di fatto liquidato l’eguaglianza dei cittadini proclamata dalla Costituzione.

   Oggi ogni italiano paga tasse diverse, viene curato in modo diverso, gode di servizi pubblici, di mezzi di trasporto, di quantità e qualità diversa, studia in edifici scolastici degni o fatiscenti, a seconda che abiti a Sondrio o a Trapani, che sia un italiano del Sud o del Nord. I modi e i contenuti reali del suo rapporto concreto con la sfera pubblica dipendono in misura pressoché esclusiva solo da dove si è trovato a nascere e a vivere.

   Mentre di fatto le cricche politiche locali fanno ciò che vogliono, usando a loro piacere le enormi risorse a disposizione: salvo l’intervento necessariamente casuale di questa o quella Procura. Questo (e molte altre cose, eguali o peggiori) è il Paese reale. Ed è a partire da esso che va ripensata la crisi italiana. Il cui carattere più intimo e vero non sta nell’economia, che in certo senso ne è solo l’involucro.

   Sta nel fatto che una parte sempre maggiore di italiani (in modo specialissimo quelli che abitano il Paese reale, per l’appunto) non riesce più a credere di far parte di una comunità retta da regole certe fatte rispettare da un’autorità vera.

   Non riesce più a credere, cioè, che esista uno Stato. Le condizioni dell’economia sono certo un fatto grave e importante. Ma molto più grave e importante è che troppi italiani si stanno convincendo dell’immodificabilità di tali condizioni perché le vedono saldarsi ai mille segni di un degrado, di uno sfilacciamento più generali al cui centro c’è un dato nuovo e inquietante: la latitanza dello Stato.

   Troppi italiani si stanno facendo l’idea che ormai quindi non possono più contare che su se stessi (che nessuno più cercherà il modo di far trovare loro un lavoro, penserà a dar loro una pensione, ad assicurargli con la sicurezza quotidiana, la certezza delle leggi e la sovranità politica). Che nessuno controlla e dirige realmente più niente, che nessuno è davvero al timone del Paese con in mente una rotta, e avendo non solo la visione e la determinazione, ma soprattutto gli strumenti e l’autorità necessari a farsi seguire.

   È la sensazione di questo vuoto ciò che oggi nell’Italia delle periferie urbane e della piccola gente, del Mezzogiorno mortificato e incarognito, dei tanti microimprenditori che stentano la vita, nell’Italia del Paese reale, più contribuisce ad esasperare ogni egoismo ma anche a incrinare ogni fiducia. E quindi ad aggravare ulteriormente la stessa crisi economia.

   È facile attribuire anche quanto ora ho detto all’universale «crisi della politica» di cui si parla tanto. In realtà c’è qualcosa di più, e di specificamente italiano. Se oggi il Paese reale sente come sente, se avverte sopra di sé una latitanza della sfera pubblica, un vuoto di leggi, di controllo, di Stato, non è perché abbia le traveggole. Ma forse perché esso percepisce che, a partire dagli anni Ottanta, vi è stata in effetti una progressiva secessione dall’Italia delle classi dirigenti un tempo italiane, e di conseguenza il relativo abbandono da parte loro del presidio della statualità.

   Un virtuale svuotamento di questa. Vi è stata in quelle élites, una progressiva perdita di identificazione emotiva e culturale, rispetto a quella che fino ad allora era stata la loro patria. Con la conseguente, inevitabile rinuncia a guidarla e a portarne la responsabilità.

   È stato come un pervasivo moto di abdicazione dal proprio ruolo, le cui cause almeno a me appaiono oscure (percezione di una crescente insicurezza del contesto internazionale? Avidità di guadagni delocalizzando tutto all’estero?), ma del quale restano comunque ben impressi alcuni segnali altamente simbolici: l’europeismo elevato al rango di ideologia ufficiale obbligatoria, la fuga della Fiat dalla Penisola nell’indifferenza generale, l’abbandono a se stesso del sistema dell’istruzione e della comunicazione radio-televisiva.

   È questo lo stato di cose di fronte a cui si trova oggi Matteo Renzi: dal quale anche chi non l’ha votato si aspetta comunque fatti e parole nuovi. Ma mi domando se il presidente del Consiglio sappia vedere quel Paese reale che si è detto sopra e se lo sappia vedere nei termini indicati. Se sappia vedere lo sfascio dei suoi territori e delle sue città, capire la sua sensazione di abbandono, la sua percezione di vuoto istituzionale, la sua richiesta di controlli, di autorità, di guida.

   Dubito che basti dare 80 euro ad una parte di quel Paese per ricostituire l’idea che esista un governo, che esista qualcosa che assomigli a una classe dirigente. Se vuole davvero essere l’uomo della rottura rispetto al passato che ha promesso di essere, Renzi deve andare in mezzo a quel Paese reale, casomai mettendosi le calosce o fermandosi ad aspettare alla fermata di un autobus.

   Deve parlare ai suoi abitanti faccia a faccia, non da qualche studio televisivo. Magari immaginando anche i gesti concreti con i quali accompagnare le parole. Egli ha dimostrato finora di sapere interloquire molto bene con l’Italia dei piani alti, e di sapersene accattivare le simpatie. È un’ottima cosa. Non abbiamo certo bisogno di populismi d’accatto che magari si prefiggano di «far piangere i ricchi».

   Ma un’autentica comunità politico-statale si ricostruisce sempre dal basso, e nell’Italia attuale c’è bisogno precisamente di questo: di ricostruire una tale comunità. Di ridarle un senso di sé e uno scopo che vadano oltre l’oggi, di ridarle il coraggio che sta scemando, di garantirle che ancora esistono una legge e un’autorità. Di dire a noi tutti: «Siamo qui, e anche a costo di sacrifici vogliamo restarci, e restare in piedi!». Di dire le parole (e compiere i gesti) che nei grandi momenti di crisi decidono del futuro di una nazione. (Ernesto Galli della Loggia)

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4 thoughts on “MACROREGIONI al posto delle REGIONI – Superare al più presto le OBSOLETE REGIONI con aree territoriali demograficamente e geomorfologicamente omogene – E il progetto “MACROREGIONI” non è solo finanziario, di spesa: è un’esigenza organizzativa urbana confacente alla mutazione dei tempi

  1. fausto venerdì 9 gennaio 2015 / 18:23

    Visto il successone ottenuto con le province (servizi allo sfascio, nominati al posto degli eletti, costi inalterati) mi vien da pensare che forse le regioni potrebbero anche restare come sono. E’ possibile che la ridefinizione dei confini non risolva nessun problema, così come la soppressione delle province ne ha semplicemente creati di nuovi. Naturalmente è solo un’impressione.

  2. Eleonora martedì 17 marzo 2015 / 18:13

    L’Emilia-Romagna ha SEMPRE fatto parte dell’Italia settentrionale e chiunque la voglia accorpare al centro si comporta malissimo. Sono emiliana e sono settentrionale tanto quanto un trentino!

  3. alessio venerdì 29 gennaio 2016 / 21:17

    eleonora ha ragione è ridicolo vedere l’emilia nella macroregione centrale il nostro territorio ha una cultura gallico cisalpina chi ci mette al centro è solo un ignorante.

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