SICCITÀ e DESERTIFICAZIONE: effetti più riscontrabili del CAMBIAMENTO CLIMATICO, a sua volta causato dall’aumento di Co2 – Ma siamo sicuri che tutto si risolva con nuove tecnologie (desalinizzatori, invasi d’acqua, auto elettriche contro la Co2) e non con un drastico cambiamento del modo di vita di spreco?

LA DESERTIFICAZIONE È UNO DEGLI EFFETTI PIÙ DANNOSI DEL CAMBIAMENTO CLIMATICO, perché la mancanza di acqua crea problemi di approvvigionamento idrico e insicurezza alimentare. Sempre più persone si trovano per questo costrette a migrare. (da https://www.openpolis.it/, 17/6/2022) (l’immagine è ripresa da https://www.meteoweb.eu/)

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MAPPA DELLA SICCITA’, LIVELLO DI RISCHIO; da ANSA del 22/6/2022

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Intervista di LUCA MERCALLI di FANPAGE

“SAREMO PROFUGHI CLIMATICI COME GLI ETIOPI SE NON RIDURREMO LE EMISSIONI DI CO2”

A cura di Davide Falcioni, 17/6/2022, da https://www.fanpage.it/

   L’allarme di Luca Mercalli: “Siamo già in emergenza climatica e ogni giorno che perdiamo aumenta la quantità di anidride carbonica nell’atmosfera. Dobbiamo paragonare il nostro pianeta a un malato grave, bisogna intervenire subito per curarlo. Stasera stessa, non tra un anno”.

   “Ci stiamo avvicinando sempre più alla catastrofe climatica. Dovremmo parlarne tutti i giorni, dovrebbe essere la notizia di apertura di tutti i giornali. Invece…“.

   A parlare, intervistato da Fanpage.it, il climatologo Luca Mercalli all’indomani delle ennesime disastrose notizie sul fronte ambientale: sulle Alpi non c’è più un filo di neve, i livelli dei fiumi e laghi del nord Italia sono ai minimi storici, le temperature sono significativamente più alte rispetto alla media stagionale e la siccità sta già imponendo – e siamo solo a giugno – il razionamento dell’acqua. Ci sembra grave, e lo è: eppure è niente rispetto a quello che ci attende nei prossimi anni se non invertiremo subito rotta. “Dobbiamo abbattere le emissioni di CO2, dobbiamo cominciare a farlo stasera stessa, non tra 10 anni”.

Professore, il Po è in secca, i livelli dei laghi sono ai minimi storici, sulle Alpi non c’è più neve. Perché?

Le cause dell’attuale siccità risiedono nella circolazione atmosferica generale che, a partire dallo scorso dicembre, si è bloccata in una situazione poco evolutiva. Così tutta l’Europa è sotto una struttura di alta pressione che tiene alla larga le perturbazioni ricche di umidità provenienti dagli oceani, quelle che dovrebbero portare le piogge. Lo stallo dura da sei mesi: le ondate di caldo africano non fanno altro che peggiorare la situazione idrica. Un conto è avere siccità con temperature fresche, un altro con temperature anomale, superiori di almeno tre gradi rispetto alle medie del periodo: ciò infatti genera un’ulteriore necessità di acqua per l’agricoltura, le attività industriali e quelle domestiche. Il problema è che non si vede una soluzione a breve termine.

Cosa ci attende nei prossimi mesi?

Non c’è più neve sulle Alpi quindi la disponibilità di acqua si ridurrà ulteriormente. Riguardo i prossimi mesi è difficile essere accurati: le previsioni stagionali hanno un’affidabilità modesta, ma tutto lascia pensare che questa sarà un’estate calda e senza piogge almeno fino alla fine di settembre.

E cosa dobbiamo aspettarci invece nei prossimi anni?

La crescita delle temperature sta già causando la fusione dei ghiacci della Groenlandia, dell’Antartide e delle montagne di tutto il mondo: ciò provoca l’aumento dei livelli di mari e oceani, fenomeno a cui contribuisce anche il caldo stesso incrementando il volume delle acque. Di fatto, i livelli dei mari salgono di 4 millimetri ogni anno. In un Paese con 8mila chilometri di coste come l’Italia si possono ben immaginare le conseguenze. Senza politiche di riduzione delle emissioni di Co2 tra una trentina d’anni chi vive nel Delta del Po o nella laguna veneta dovrà scappare perché avrà il mare nel salotto di casa.

Quanto tempo abbiamo per invertire la rotta?

Non ne abbiamo più, lo ripetiamo da anni. Siamo già in emergenza climatica e ogni giorno che perdiamo aumenta la quantità di anidride carbonica nell’atmosfera. Dobbiamo paragonare il nostro pianeta a un malato grave, bisogna intervenire subito per curarlo. Stasera stessa, non tra un anno. Il tempo che ci resta perché la “terapia” sia efficace è una decina d’anni: dopodiché non servirà più e i parametri fisici sceglieranno la loro strada definitiva. La temperatura media del pianeta aumenterà di oltre due gradi, limite stabilito dagli accordi di Parigi: se rimarremo sotto quella soglia le generazioni future potranno avere una vita accettabile; se la supereremo invece le conseguenze saranno catastrofiche.

Di “catastrofe” parlava mesi fa anche il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres.

Sì. Disse testualmente che l’insostenibilità del sistema energetico globale “ci avvicina sempre più alla catastrofe climatica”. Spiegò che ormai ogni minuto conta, che ogni chilo di CO2 è importante, che dobbiamo fare in fretta. Peccato che le sue parole non siano state l’apertura dei giornali di tutto il mondo. Eppure dovremmo averlo capito: quella del cambiamento climatico non è una notizia “ancillare”. È LA NOTIZIA, lo scriva in maiuscolo per favore. Dovremmo chiederci ogni giorno cosa abbiamo fatto per il clima, dovremmo dire che abbiamo un ministro della transizione ecologica impresentabile. Dovremmo chiedere al governo cosa sta facendo per il clima. La risposta è “niente”.

Saremo anche noi italiani profughi climatici, come etiopi o somali?

Sì. Lo saremo. C’è un bel libro di un autore italiano, Bruno Arpaia. Si intitola “Qualcosa là fuori”, è un romanzo, racconta l’emigrazione dei napoletani in Svezia alla fine di questo secolo per scappare dall’Italia desertificata, con tanto di scafisti sul Mar Baltico e razzisti svedesi che sparano loro addosso. È un romanzo, ma è molto realistico.

Professore, lei è anche un No Tav. Si dice che quell’opera permetterà di trasportare merci su gomma anziché su rotaia riducendo di conseguenza l’inquinamento. È così?

No. Quell’opera non serve a niente, non ha nessuna finalità ambientale come invece viene propagandato dai suoi promotori. Per realizzare i 57 chilometri di tunnel dell’alta velocità verranno emessi, da oggi al 2035, 10 milioni di tonnellate di CO2. Questo dato è stato fornito dai promotori stessi della Tav e molto probabilmente è sottostimato. Ma prendiamolo per buono e facciamo finta sia vero: quelle emissioni peggioreranno il clima. I promotori lo sanno ma dicono che si recupererà, tuttavia serviranno almeno 30 anni di servizio, quando comunque i camion saranno elettrici o a idrogeno. Dobbiamo abbattere drasticamente le emissioni subito, non tra 50 anni, né tra 30. Subito. Le emissioni dovranno essere zero nel 2050. (da https://www.fanpage.it/)

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SICCITÀ: salato il DELTA DEL PO, a rischio i bacini dell’acqua potabile (foto da “la Repubblica”)

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“(…) LE CAUSE DELL’ATTUALE SICCITÀ RISIEDONO NELLA CIRCOLAZIONE ATMOSFERICA generale che, a partire dallo scorso dicembre, si è bloccata in una situazione poco evolutiva. Così tutta l’EUROPA È SOTTO UNA STRUTTURA DI ALTA PRESSIONE CHE TIENE ALLA LARGA LE PERTURBAZIONI ricche di umidità provenienti dagli oceani, quelle che dovrebbero portare le piogge. Lo stallo dura da sei mesi: le ondate di caldo africano non fanno altro che peggiorare la situazione idrica. Un conto è avere siccità con temperature fresche, un altro con temperature anomale, superiori di almeno tre gradi rispetto alle medie del periodo: ciò infatti genera un’ulteriore necessità di acqua per l’agricoltura, le attività industriali e quelle domestiche. Il problema è che non si vede una soluzione a breve termine. Cosa ci attende nei prossimi mesi?  Non c’è più neve sulle Alpi quindi la disponibilità di acqua si ridurrà ulteriormente. Riguardo i prossimi mesi è difficile essere accurati: le previsioni stagionali hanno un’affidabilità modesta, ma tutto lascia pensare che questa sarà un’estate calda e senza piogge almeno fino alla fine di settembre. (…)” (LUCA MERCALLI, intervistato da Davide Falcioni, da da https://www.fanpage.it/ del 17/6/2022) (L’IMMAGINE QUI SOPRA, ALTA E BASSA PRESSIONE, è tratta da https://www.ecoage.it/)

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QUEI RIMEDI SBAGLIATI CONTRO LA SICCITÀ

di Mario Tozzi, da “la Stampa” del 22/6/2022

   Visto che il Gran Secco in Italia imperversa, ecco che iniziano a venire fuori le soluzioni più fantasiose per porre rimedio a una siccità come mai se ne erano registrate nell’ultimo secolo. Invece di studiare una gestione complessiva delle acque dolci durante il resto dell’anno, noi lo facciamo regolarmente e rigorosamente solo in emergenza: lo stesso atteggiamento che riserviamo al clima, alla fine delle risorse, al depauperamento della biodiversità.

   Come se non ci fossero stati dati scientifici e ricercatori a ribadire gli elementi di crisi anche con un buon anticipo. A testimonianza ulteriore che: a) le emergenze ambientali nel nostro paese non esistono fino al momento in cui diventano troppo gravi, e allora si possono continuare a ignorare, tanto il problema è troppo complesso; b) non siamo assolutamente in grado di gestire le risorse, avendo sposato l’incomprensibile idea che esse siano infinite; c) perduriamo nell’ignoranza dei sistemi naturali e li riduciamo a contingenze ingegneristiche o economiche, non potendomi pronunciare su quali delle due sia quella peggiore.

   Il cambiamento climatico cambia i tempi del ciclo dell’acqua sulla Terra e diminuisce la permanenza nei fiumi, nei laghi e nelle falde sotterranee, contribuendo alla siccità più estrema, al propagarsi degli incendi e alla morte dei fiumi. Questo cambiamento, è bene ribadirlo, non è come quelli del passato e dipende dalle nostre attività produttive.

   Però l’abuso e lo spreco di acqua da parte dei sapiens procurano danni ancora più gravi, danni che non riconosciamo subito perché non avvengono tanto al rubinetto di casa (l’acqua potabile ammonta al 20% scarso dell’uso complessivo), quanto nelle campagne, negli allevamenti e nel settore industriale.

   E’ l’acqua occulta, quella contenuta in beni, servizi e merci che nessuno misura ma che cambia gli ordini di grandezza dei consumi: se a ciascuno di noi possiamo attribuire 50-60 litri al giorno per bere e lavarci, quando mettiamo insieme tutti gli usi dell’acqua, arriviamo tranquillamente a 5000 litri/persona. Al giorno.

   Ecco dov’è il problema. Tutte cifre e ragionamenti noti da tempo che, però, non hanno impedito a chi ci amministra di fare finta di nulla, sperando nel classico stellone italico e proponendo oggi, in emergenza, soluzioni come il travaso di acque dai laghi alpini al Po, la canalizzazione di acque svizzere, la desalinizzazione dell’Adriatico e magari pure del Tirreno, lo svuotamento dei bacini idroelettrici, il recupero delle acque dei distretti minerari.

   Nessuna di queste è una soluzione praticabile a breve, ma, fatto più grave, si tratta di palliativi che peggiorerebbero il complesso della situazione idrogeologica di un paese tradizionalmente ricco di acque che si è giocato un patrimonio collettivo anche sposando scelte produttive poco comprensibili se non in logiche di mero profitto, come il passaggio a colture particolarmente idrovore.

   Desalinizzare, per esempio, va bene nelle piccole isole, ma non sulla riviera adriatica: quanta energia ci vuole e quanto costa? A prezzo di quali emissioni? E dove mettiamo i residui inquinanti e le salamoie? Scambiare i fiumi per canali abbracciando improbabili travasi transalpini o padani avrebbe conseguenze ecosistemiche di cui non conosciamo la portata, quando proprio ora è prioritario conservare l’integrità di un mondo naturale che ci garantisce la qualità di quelle stesse acque. Abbiamo prosciugato le falde e i fiumi oltre ogni limite e ora vorremmo riempirli come fossimo bambini capricciosi col secchiello cui stanno per levare il mare. (Mario Tozzi, da “la Stampa” del 22/6/2022)

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– 55 milioni di persone ogni anno sono esposte a siccità e desertificazione, secondo l’Oms.
– 216 milioni di persone potrebbero essere costrette a migrare entro il 2050, a causa della siccità e degli eventi a essa connessi, secondo le stime della Banca mondiale.
L’INDICE SPEI (STANDARDIZED EVAPOTRANSPIRATION INDEX), o INDICE DI SICCITÀ MEDIA, è uno dei principali indicatori utilizzati per misurare desertificazione e siccità. Permette di quantificarne gli effetti su ecosistemi, coltivazioni e risorse idriche. Qui, è calcolato a livello annuale. Tiene conto sia delle precipitazioni che della potenziale evapotraspirazione dell’acqua e del loro contributo nella generazione di siccità. I dati si riferiscono ai cambiamenti previsti per gli anni 2040-2059 rispetto ai valori degli anni 1986-2005. I valori positivi (colore più scuro) indicano un grado sufficiente di umidità e quelli negativi (colore chiaro) una maggiore aridità. FONTE: elaborazione openpolis su dati Banca mondiale  (ultimo aggiornamento: lunedì 13 Giugno 2022) (nell’immagine qui sopra INDICE SPEI, da https://www.openpolis.it/)

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CLIMA, CONFLITTI E MIGRAZIONI (foto da https://blog.pltpuregreen.it/) “(…) Come afferma l’Unccd (United nations convention to combat desertification), la siccità ha un forte impatto ambientale, danneggiando gli ecosistemi, ma anche numerosi effetti secondari che ricadono sulle popolazioni che ci vivono. Spesso è infatti all’origine di carestie, sfollamenti e conflitti. (…)” (da https://www.openpolis.it/, 17/6/2022)

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DESERTIFICAZIONE E SICCITÀ RENDONO MOLTE AREE OSTILI ALLA VITA UMANA

da https://www.openpolis.it/ , 17/6/2022

– La desertificazione è uno degli effetti più dannosi del cambiamento climatico, perché la mancanza di acqua crea problemi di approvvigionamento idrico e insicurezza alimentare. Sempre più persone si trovano per questo costrette a migrare –

   Uno degli effetti più evidenti del cambiamento climatico è la desertificazione. Sono sempre più frequenti i periodi di siccità e molte zone della Terra stanno gradualmente diventando più aride e inospitali per molte specie tra cui la nostra.

   Alcuni dei paesi maggiormente colpiti da questi fenomeni sono tra i più poveri della Terra. Se poi consideriamo che gli eventi climatici estremi hanno anche numerosi effetti secondari, portando a conflitti e disordini sociali e politici, capiamo in che modo la desertificazione costringa moltissime persone ad abbandonare la propria abitazione, per cercare altrove una vita migliore.

La siccità, uno degli effetti più nocivi del cambiamento climatico

La mancanza di acqua è uno degli eventi climatici più frequenti e in assoluto più dannosi che il cambiamento climatico contribuisce a causare. Secondo il centro euromediterraneo sui cambiamenti climatici (Cmcc), come capacità di devastazione del territorio, delle infrastrutture e della vita animale e umana sulla Terra è seconda solo a tempeste e alluvioni.

   Come afferma l’Unccd (United nations convention to combat desertification), la siccità ha un forte impatto ambientale, danneggiando gli ecosistemi, ma anche numerosi effetti secondari che ricadono sulle popolazioni che ci vivono. Spesso è infatti all’origine di carestie, sfollamenti e conflitti.

   La siccità di per sé è un evento climatico che ciclicamente è normale si verifichi. Tuttavia, negli ultimi anni gli episodi di estrema siccità hanno vessato sempre di più la Terra, lasciando costi elevatissimi da pagare e tracce profonde, come evidenziato dall’organizzazione mondiale per la sanità (Oms). E le previsioni per il futuro prossimo, purtroppo, confermano questa tendenza.

Come si misurano siccità e desertificazione

L’aridità del suolo è un fenomeno complesso, cui contribuiscono molte cause e da cui scaturiscono molteplici effetti. Conseguentemente, sono numerosi gli indicatori ad oggi utilizzati per misurarla. I fattori che vengono presi in analisi sono principalmente: le precipitazioni, le temperature medie, l’umidità del suolo e l’impatto sulle coltivazioni. Elementi che gli indicatori rapportano tra loro con variabili gradi di complessità.

   Uno degli indicatori più diffusi è lo standardized precipitation index (Spi) che quantifica la siccità da un punto di vista meteorologico, misurando le anomalie nell’accumulo di precipitazioni, solitamente con cadenza mensile. Un avanzamento di questo indicatore è lo standardized precipitation and evapotranspiration index (Spei), che aggiunge il fattore dell’evapotraspirazione potenziale.

   Secondo la definizione fornita dall’Ispra, l’evapotraspirazione corrisponde alla quantità di acqua che si trasferisce in atmosfera per i fenomeni di traspirazione della vegetazione e di evaporazione diretta dagli specchi. Si parla di evapotraspirazione potenziale quando il contenuto d’acqua nel terreno non costituisce un fattore limitante e può variare a seconda delle caratteristiche climatiche (temperatura, vento, umidità relativa, ecc.). In sintesi, rappresenta la massima quantità di acqua che può essere trasformata in vapore dal complesso dei fattori atmosferici e dalla vegetazione di un determinato territorio.

In oltre il 70% dei paesi del mondo la siccità è in aumento

Le previsioni sulla variazione di umidità per gli anni 2040-2059 rispetto agli anni 1986-2005

Stando ai dati della Banca mondiale, l’anomalia prevista per gli anni 2040-2059 rispetto alla media del periodo 1986-2005 sarebbe nella maggior parte dei paesi del mondo caratterizzata da una notevole aridità.  Sono appena 52 su 193 gli stati in cui il dato è invece positivo, e si tratta perlopiù di piccole isole, che ospitano una porzione molto ridotta della popolazione mondiale.

   In 140 nazioni invece le previsioni anticipano una crescente aridità. Alcune zone risultano particolarmente colpite, soprattutto quelle che già oggi sono desertiche, come l’Africa settentrionale e il Medio oriente. Ma anche Asia centrale, Africa meridionale, Australia e alcune aree dell’America centrale presentano valori negativi elevati.

   A registrare una tendenza opposta, verso una maggiore umidità, sono Canada, Russia e la Scandinavia, oltre ad alcuni stati dell’Asia sud-orientale (Filippine, Cambogia, Indonesia e Tailandia) e orientale (Giappone e Corea in particolare).

Le migrazioni causate dalla siccità

La siccità è un fenomeno fortemente sottostimato, nonostante comporti numerosi effetti secondari a catena, che come accennato non si limitano al danneggiamento degli ecosistemi ma hanno un impatto profondo anche sulla vita delle comunità.

   La siccità causa insicurezza alimentare.

   Può causare infatti difficoltà di approvvigionamento idrico, danni al settore agricolo e, di conseguenza, una situazione di insicurezza alimentare. Tutto ciò contribuisce ad aggravare – soprattutto in territori già instabili – conflitti e disordini. Una caratteristica che anche l’organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) considera tipica degli eventi climatici.

   Tutto questo fa sì che molte persone siano costrette, a causa di eventi legati alla desertificazione della Terra, ad abbandonare la propria abitazione per cercare altrove condizioni di vita migliori. Come riporta l’organizzazione meteorologica mondiale, le stime realizzate dalla Banca mondiale nel 2021 anticipano che la siccità e i fattori a essa legati potrebbero portare oltre 200 milioni di persone a migrare.

   216 milioni di persone potrebbero essere costrette a migrare entro il 2050, a causa della siccità e degli eventi a essa connessi, secondo le stime della Banca mondiale.

   Da sottolineare che nella maggior parte dei casi, queste persone non arrivano a oltrepassare i confini del proprio paese. Si parla quindi di “sfollati interni”.

   Lo sfollato interno è una persona costretta o obbligata a lasciare il luogo di residenza abituale a causa di conflitti, violenze o disastri naturali, e che si è mossa all’interno dello stesso paese di provenienza.

   Alcuni dei paesi più colpiti da questi disastri naturali rientrano tra quelli più esposti al rischio di insicurezza alimentare e sono anche paesi considerati prioritari dalla cooperazione italiana.

   Si tratta di Afghanistan, Somalia, Sud Sudan, Etiopia, Kenya, Pakistan e Iraq, come abbiamo approfondito in un recente articolo su questo tema. (da https://www.openpolis.it/, 17/6/2022)

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(BRUNO ARPAIA, “QUALCOSA LÀ FUORI”, GUANDA ed., 2016, euro 16,00 – “(…) C’è un bel libro di un autore italiano, Bruno Arpaia. Si intitola “Qualcosa là fuori”, è un romanzo, racconta l’emigrazione dei napoletani in Svezia alla fine di questo secolo per scappare dall’Italia desertificata, con tanto di scafisti sul Mar Baltico e razzisti svedesi che sparano loro addosso. È un romanzo, ma è molto realistico. (…)” (LUCA MERCALLI, intervistato da Davide Falcioni, da da https://www.fanpage.it/ del 17/6/2022)

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“(…) LA CRESCITA DELLE TEMPERATURE STA GIÀ CAUSANDO LA FUSIONE DEI GHIACCI DELLA GROENLANDIA, DELL’ANTARTIDE E DELLE MONTAGNE DI TUTTO IL MONDO: ciò provoca l’AUMENTO DEI LIVELLI DI MARI E OCEANI, fenomeno a cui contribuisce anche il caldo stesso incrementando il volume delle acque. Di fatto, i livelli dei mari salgono di 4 millimetri ogni anno. In un Paese con 8mila chilometri di coste come l’Italia si possono ben immaginare le conseguenze. SENZA POLITICHE DI RIDUZIONE DELLE EMISSIONI DI CO2 tra una trentina d’anni CHI VIVE NEL DELTA DEL PO O NELLA LAGUNA VENETA DOVRÀ SCAPPARE perché avrà il mare nel salotto di casa. (…)” (LUCA MERCALLI, intervistato da Davide Falcioni, da da https://www.fanpage.it/ del 17/6/2022) (nella FOTO qui sopra: IL GHIACCIAIO DELLA MARMOLADA, ORAMAI IN ESTINZIONE)

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GHIACCIAI PERDUTI

di Enrico Martinet, da “la Stampa” del 23/6/2022

– Dal Bianco al Rosa fino alla Marmolada le alte temperature svestono le montagne cambiando il panorama e riducendo le riserve – Soltanto in Valle d’Aosta ne sono scomparsi oltre 30 in vent’anni – L’amarezza degli esperti “Facciamo da anni sempre gli stessi errori” – 23% la riduzione della riserva idrica in Valle d’Aosta rispetto alla media; 75% la percentuale di neve in meno registrata a giugno nell’arco alpino; 9 i metri di spessore persi dal ghiacciaio della Marmolada in dieci anni –

   Vesti che cadono. Anzi, fondono. E la montagna resta nuda, con rocce che paiono di un altro pianeta e morene che crescono. Ciò che è fragile, come tutto ai confini tra terra e cielo, diventa Continua a leggere

DISSIDENTI e CENSURA dell’informazione nella RUSSIA di Putin che sta aggredendo l’UCRAINA – Il regime autoritario russo esige, per poter esistere, di annullare ogni voce critica e libera (ma questo fa parte di tutte le dittature)

Monaco, 11 ottobre 2006: manifestanti attendono l’arrivo di PUTIN in visita mostrando le foto della giornalista ANNA POLITKOVSKAJA uccisa a Mosca quattro giorni prima – Nelle librerie italiane torna “La Russia di Putin”, scritto dalla Politkovskaja. Un’analisi lucida sulla sua ascesa al potere. E sulla cecità dell’Occidente

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DMITRY MURATOV, premio Nobel per la pace 2021 e direttore di NOVAJA GAZETA, autore di inchieste coraggiose, costretto a sospendere le pubblicazione (foto da “la Repubblica” del 29/3/2022)

CHIUDE NOVAYA GAZETA: A MOSCA NON C’È PIÙ SPAZIO PER UNA VOCE LIBERA

di Maria Michela D’Alessandro, da https://www.lasvolta.it/ del 29/3/2022

– Si ferma anche l’ultimo giornale indipendente rimasto in Russia. L’annuncio: sospese le pubblicazioni fino alla fine della guerra in Ucraina. La stretta del Cremlino su tutte le pubblicazioni che non si piegano alla propaganda –

   Di questo passo, così, non ne rimarrà più nessuno. Anche se in Russia Novaya Gazeta era davvero l’ultima voce libera nel mare di censura sempre più profondo da un mese a questa parte. Ieri l’annuncio, sospese le pubblicazioni fino alla fine della guerra.

   Sono bastate poche righe per spiegare la decisione: «Abbiamo ricevuto un altro avviso da Roskomnadzor (NDR: Roskomnadzor è un organo della Federazione Russa che controlla le comunicazioni, la possibilità di censurarle, la privacy e le frequenze radio) – si legge sul sito del giornale con data 28 marzo – Sospendiamo la pubblicazione online e sulla carta fino alla fine della “operazione speciale sul territorio dell’Ucraina”. Cordiali saluti, i redattori di Novaya Gazeta».

   Qualche minuto prima, la notizia di un secondo avvertimento ricevuto dall’ente statale russo che controlla i media nei confronti della redazione e del fondatore del giornale per aver menzionato una associazione riconosciuta come “agente straniero” senza farlo presente ai lettori, violando di fatto la legge. Nel Paese i media che operano in Russia, finanziati dall’estero, sono infatti costretti a registrarsi con questa dicitura, pena multe, blocco o addirittura la detenzione.

   Dalla sua entrata in vigore, il 21 novembre 2012, centinaia di organizzazioni non governative che ricevevano fondi dall’estero hanno subito una profonda riduzione delle donazioni, danni alla reputazione, intimidazioni e procedimenti giudiziari nei confronti dei loro esponenti. Dall’inizio della guerra in Ucraina, la maggior parte delle associazioni o media riconosciuti come “agenti stranieri” è stata costretta a chiudere o a lasciare il Paese (molti siti sono stati oscurati e bloccati).

   Un’ulteriore stretta è arrivata il 4 marzo con la legge che introduce pene fino a 15 anni di carcere per la diffusione di notizie ritenute false sulle azioni militari russe in Ucraina.

   Lo scorso 22 marzo Roskomnadzor aveva già inviato un avvertimento scritto alla redazione di Novaya Gazeta per non aver etichettato una ONG proprio come “agente straniero”. Tra pochi giorni l’ultimo periodico libero e indipendente russo avrebbe compiuto 29 anni dalla sua prima pubblicazione il 1° aprile 1993, due anni dopo il crollo dell’URSS: il sogno di un prodotto di informazione libero sostenuto e cofondato da Mikhail Gorbaciev e Dmitrij Muratov, premio Nobel per la Pace nel 2021 e direttore dal 1995.

   Chissà se a complicare la situazione sia stato anche il video di Muratov nel giorno dell’aggressione militare russa in Ucraina in cui esprimeva “dolore e vergogna”, o la prima pagina del giornale stampato in russo e in ucraino in segno di solidarietà con il Paese invaso. In continua collisione con il governo per il bavaglio alla libertà di stampa, Novaya Gazeta si è sempre distinto per le inchieste, gli articoli di denuncia, e la voce di dissenso.

   Ne è un esempio la morte di Anna Politkovskaja, uccisa nel giorno del 54esimo compleanno di Vladimir Putin, il 7 ottobre 2006, in un agguato di cui non è mai stato indicato il mandante. Nel giornale, c’era sempre spazio per la penna di Anna, per i suoi reportage sulla seconda guerra cecena e per le critiche contro i governi russi, così come per quelli di Anastasia Baburova, collaboratrice di Novaya Gazeta, uccisa nel 2009, a 25 anni, nel centro di Mosca per una ferita d’arma da fuoco alla testa.

   Ci ha provato fino alla fine Muratov, il giornalista che dopo aver vinto il premio Nobel per la Pace lo scorso ottobre aveva ringraziato proprio i colleghi del giornale: «Il merito è della Novaya Gazeta. Di quelli che sono morti difendendo il diritto alla libertà di parola. Dato che non sono più con noi, il Comitato del Nobel ha evidentemente deciso che lo dica io. Il merito è di Igor Domnikov, di Yuri Shchekochikhin, di Anna Stepanovna Politkovskaja, di Nastja Baburova, di Natasha Estemirova, di Stas Markelov. Ecco la verità. Questo Nobel è per loro». (di Maria Michela D’Alessandro, da https://www.lasvolta.it/ del 29/3/2022)

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KAMRAN MANAFLY (foto Istangram da Fanpage – https://www.fanpage.it/)

IN RUSSIA CHI PROTESTA CONTRO LA GUERRA PERDE IL LAVORO

di Gabriella Mazzeo, da FANPAGE https://www.fanpage.it/ 21/3/2022

– Chi esprime dissenso in Russia perde il posto di lavoro. Questo è il caso di KAMRAN MANAFLY, insegnante 28enne che su Instagram ha detto di non voler essere “uno strumento della propaganda russa”. Il giovane è stato licenziato pochi giorni dopo l’accaduto –

   Kamran Manafly ha 28 anni ed è un insegnante di geografia in Russia. Si sente un insegnante nonostante il fatto che abbia perso quel posto di lavoro pochi giorni fa dopo un post pubblicato su Instagram. L’ultima foto postata da Kamram è dell’8 marzo, pochi giorni prima che la Russia perdesse l’accesso al social network.

   “Ho una mia opinione che chiaramente non coincide con quella dello Stato. Non voglio essere uno specchio della propaganda governativa e sono orgoglioso di non aver paura di dirlo” ha scritto l’insegnante 28enne sulla sua pagina personale a proposito della guerra in Ucraina. Il post è arrivato dopo una riunione del personale nella sua scuola al centro di Mosca.

   Durante l’incontro, l‘insegnante ha ricevuto ordine di non parlare della situazione in Ucraina agli alunni. Un invito al corpo docenti ad allinearsi su una versione comune che non distogliesse dalle informazioni fornite dal governo.

   Dopo la pubblicazione del post correlato alla foto nella piazza principale di Mosca, la scuola gli ha chiesto di fare un passo indietro. Lui ha rifiutato, però ha anche capito che non c’era margine di discussione. Non ha cancellato la didascalia: semplicemente si è dimesso dal suo ruolo. “Amo tutti gli studenti che ho e tutti quelli che ho avuto – scrive ancora su Instagram -. La mia coscienza non mi tormenta”. (Gabriella Mazzeo, da FANPAGE https://www.fanpage.it/ 21/3/2022)

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“I VERI UCRAINI SONO BUONI RUSSI” COSÌ LO ZAR RISCRIVE LA STORIA

di Anna Zafesova, da “la Stampa” del 27/3/2022

– Libri bruciati e monumenti abbattuti: ecco la cancel culture secondo il Cremlino; i testimoni: all’opera nelle zone occupate squadre speciali di censori –

   Manuali scolastici, pubblicazioni sulla politica e l’attualità, libri sui Maidan del 2004 e del 2014, e sulla guerra del Donbass, ma soprattutto libri di storia: nei territori ucraini occupati i russi starebbero operando una «pulizia culturale» metodica e spietata.

   Squadre di polizia militare, arrivate al seguito dell’esercito nelle regioni di Donetsk, Luhansk, Sumy e Chernihiv, vanno a perquisire biblioteche e a «confiscare» libri che non corrispondono ai dettami ideologici del Cremlino. I censori sono dotati di una lista di nomi da «epurare», indipendentemente dal contesto in cui vengono trattati, che vanno da Ivan Mazepa, il leader cosacco che nel Seicento sfidò la Russia, a Simon Petlyura, uno dei protagonisti del tentativo di indipendenza di Kiev del 1918, con particolare attenzione a Stepan Bandera e Roman Shukhevich, i leader collaborazionisti dell’Oun, l’organizzazione dei nazionalisti ucraini durante la Seconda guerra mondiale.

   I libri sequestrati, stando a quello che testimoni presenti nei territori occupati hanno riferito al governo di Kiev, vengono distrutti sul posto, oppure portati via in direzione sconosciuta. Un’informazione non facile da verificare, che potrebbe ovviamente anche essere prodotta dall’intelligence ucraina che ne riferisce. Già più difficili da falsificare, però, sono i numerosi video di soldati russi che prendono a martellate lapidi commemorative sugli edifici, e strappano le bandiere ucraine, come ha fatto sotto le telecamere la cantante rock russa Yulia Chicherina a Energodar, nella regione di Zaporizzhia.

   Per l’ideologia sovietica, era una bandiera «nazionalista», e la propaganda russa si rifà alla tradizione staliniana che bollava ogni menzione dell’identità ucraina come «nazionalismo», e ogni manifestazione di nazionalismo veniva equiparata al «nazismo». «La popolazione delle città che liberiamo ci accoglie in russo, ci ringrazia in russo», dice la responsabile della propaganda del Cremlino Margarita Simonyan, la creatrice della famigerata tv di regime RT.

   Gli ucraini buoni sono russi, dunque, e quando insistono a rimanere ucraini diventano «nazisti», che Simonyan definisce come «bestialmente feroci, pronti a cavare gli occhi ai bambini di altre etnie». E sul canale TV Rossia 24 un «esperto» sostiene che lo slogan «no alla guerra» usato dai dissidenti russi è «tipico del nazismo», un’altra scoperta «storica» sorprendente.

   Del resto, la storia è la materia preferita di Vladimir Putin, che negli ultimi anni si è dedicato alla stesura di saggi «storici» che fondamentalmente pescavano dall’arsenale della storiografia sovietica, e che era difficile pensare avrebbero ispirato una guerra che il capo del Cremlino ha voluto per riparare a quella che considera un’ingiustizia storica, il collasso dell’Urss.

   Non è un caso che abbia scelto come capo negoziatore Vladimir Medinsky, che da ministro della Cultura era stato un convinto produttore di falsi storici «patriottici» e ora guida la Società di storia militare. È una guerra sulla storia, e mentre Putin si lamenta che la cultura russa viene «proibita in Occidente» e si considera una vittima della cancel culture, paragonandosi a J.K. Rowling, mentre i suoi militari cancellano i manuali di storia ucraina, secondo il classico teorema di George Orwell che «chi controlla il passato controlla il presente».

   Ovviamente scegliendo dal passato solo i frammenti che corrispondono al mosaico ideologico. Uno di questi tasselli, fondamentali per il regime putiniano, potrebbe essere Kherson, unico capoluogo regionale ucraino occupato dai russi, dove girano voci su un’introduzione del rublo come moneta, e su un’imminente «adesione alla Russia» che verrebbe proclamata il 1° aprile.

   Nemmeno una «repubblica popolare» finto indipendente come quelle del Donbass, dunque, ma Russia a tutti gli effetti. Forse il Cremlino ha urgente bisogno di presentare al suo elettorato nostalgico una nuova conquista territoriale. Ma è possibile anche che Kherson occupi un posto speciale nella storiografia putiniana: fondata nel 1778 dal principe Potiomkin, è stata battezzata in onore di Khersones, l’antica colonia greca in Crimea dove, secondo una leggenda tutta da verificare, si sarebbe convertito al cristianesimo il principe Vladimir di Kiev. Il Vladimir odierno è particolarmente devoto al suo omonimo, e ha fatto erigere un’enorme e molto contestata statua che lo raffigura all’ingresso del Cremlino. Aveva già giustificato l’annessione della Crimea con il battesimo di Vladimir, ora potrebbe essere il turno del Sud ucraino. (Anna Zafesova, da “la Stampa” del 27/3/2022)

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DISSIDENTI (Rizzoli, 19 euro)

IL LIBRO

ASCOLTANDO LE VOCI LIBERE CHE I REGIMI DI MOSCA E PECHINO VORREBBERO RIDURRE AL SILENZIO

di Jacopo Iacoboni, da “La Stampa” del 29/3/2022

– Il saggio “DISSIDENTI” di GIANNI VERNETTI (Rizzoli pagg. 360 euro 19) e il racconto delle distopie del presente –

   Si sarebbe potuti essere quasi certi che Putin avrebbe invaso l’Ucraina semplicemente mettendo in fila la progressione di violenze e invasioni che la Russia ha prodotto in questi 22 anni, e la scia imponente e profetica di dissidenti che quelle violenze si sono portati dietro. La TRANSNISTRIA in Moldavia nel 1999, l’ABCAZIA e l’OSSEZIA DEL SUD in GEORGIA nel 2008, la CRIMEA e il DONBASS in Ucraina nel 2014.

   Senza contare le tecniche di bombardamento a GROZNY, in CECENIA, o la guerra ibrida condotta a colpi di avvelenamenti (Sergey Skripal e Alexey Navalny), le morti di oppositori politici o giornalisti assassinati (da Anna Politkovskaya a Boris Nemtsov, per citarne solo due), gli hackeraggi ai danni di Paesi europei e all’America (dall’Ucraina di Not Petya alle elezioni presidenziali che portarono nel 2016 alla vittoria di Donald Trump).

   Il nuovo lavoro di Gianni Vernetti compie tuttavia un’operazione rovesciata: la certezza della guerra finale e dell’invasione russa in Ucraina si sarebbe facilmente potuta ricavare osservando e studiando quelle che sono state a un tempo le vittime ma anche i personaggi più temuti dal Cremlino (e più in generale dalle dittature o delle autocrazie nel mondo, dalla Cina all’Iran al Venezuela, alla Bielorussia, la Siria, la Turchia, l’Iraq, per dirne solo alcune).

  I DISSIDENTI (Rizzoli), da Alexei Navalny a Nadia Murad, da Azar Nafisi al Dalai Lama, incontri con donne e uomini che lottano contro i regimi. Perché questi ritratti? Cosa ci insegna la storia dei totalitarismi del Novecento e qual è la lezione che possiamo cogliere oggi dalle incredibili e coraggiose storie, tra gli altri, di Andrej Sacharov, Natan Sharansky, Václav Havel, Jiří Pelikán, fino a donne come Svetlana Thikanovskaya, ormai perseguitata dal dittatore di Minsk, Alexandr Lukashenko? «La prima: i regimi, le dittature e le autocrazie non sono immutabili e possono anche cadere». La seconda: possiamo cambiare anche noi la storia, aiutare a far cadere «le satrapie», noi che in Occidente ci dimentichiamo a volte di combattere per la libertà e la democrazia, cioè i nostri valori, e che i dissidenti non sono assolutamente dei generici pacifisti.

   Ma bisogna raccontarne le storie anche per un motivo assai pratico e contemporaneo: siccome molti dei dissidenti contemporanei hanno trovato la loro voce usando, più o meno abilmente, Internet, i social network, le communities, le repressioni sanno che cancellare la dissidenza da Internet significa cancellarla dalla realtà. È quello che è stato tentato a Hong Kong dalla Cina, contro Joshua Wong. O, per fare solo un altro esempio tra i possibili, la Cina non solo fa sparire la tennista Peng Shui: la fa sparire da Internet (lei aveva denunciato sul social cinese Weibo di esser stata stuprata da Zhang Gaoli, membro del Consiglio permanente del Politburo cinese, e uno tra i più potenti di tutta la Cina).

   Controllare il passato per cancellare il presente e il futuro, parafrasando Orwell. Dissidenti è dunque, anche, una distopia. Frutto di tanti incontri dell’autore nelle capitali della dissidenza, da Vilnius (specialmente per russi e bielorussi) a Taipei o a Dharamsala, il Tibet in esilio sulle montagne indiane. Per esempio quello con l’uomo più vicino a Navalny, il capo del suo staff, Leonid Volkov, che racconta come in Russia i sondaggi reali diano i sostenitori di Navalny al secondo posto, al 20 per cento, «ma non possiamo registrare un partito, né partecipare alle elezioni nazionali per la Duma e a quelle locali, e nonostante il controllo assoluto dei mezzi d’informazione il partito di Putin raggiunge solo il 27 per cento».

   Volkov nel giugno 2021 già parla compiutamente di «crimini di guerra» di Putin (e non aveva ancora visto Mariupol, Kharkhiv, Irpin e le città ucraine rase al suolo in pieno stile Aleppo): «Da quando ha commesso crimini di guerra (l’aereo malese abbattuto, la guerra in Crimea, l’invasione del Donbasss), Putin ha scelto la via di non ritorno: non può certo immaginare per lui un sereno pensionamento in Toscana a coltivare pomodori…».

   Dove il riferimento all’Italia è dovuto al fatto, spiega Volkov, che molti dei soldi e degli asset (ville e barche comprese) degli oligarchi putiniani (ossia spesso di Putin) sono appunto da noi, nel Belpaese. Vladimir Kara Murza si è battuto più di tutti con Boris Nemtsov per far approvare la legge Magnitsky (dal nome dell’avvocato ucciso in un carcere russo dopo aver svelato una serie di schemi offshore usati da soggetti legati al Cremlino per nascondere ricchezze e asset).

   Ora dice a Vernetti che «quasi tutti i dittatori, da Mussolini a Hitler, hanno fatto affermazioni molto simili» a quelle di Putin («l’idea liberale è obsoleta»): un paragone tra il putinismo e il nazismo che risuona potente, ora che abbiamo visto le immagini della Z (wastika) del Cremlino sui carri armati in Ucraina e nella propaganda interna con l’adunata allo stadio.

   Mikhail Khodorkovsy, l’oligarca che non si piegò a Putin e si fece 10 anni in Siberia in carcere (e che il Cremlino teme ancora a tal punto da dichiarare fuorilegge le sue tre charity), ci informa che «oggi ci sono circa 4 mila prigionieri politici nelle carceri russe». E le tecniche non sono cambiate da quelle delle infami «sette carceri del Kgb», come del resto col chekista Putin c’era da aspettarsi.

   Ecco, Putin non è uno scacchista, un maestro di strategia (semmai un lottatore di judo). Il grande scacchista dissidente, Gerry Kasparov, lascia una profezia: «La Russia, anche alla luce della debolezza strutturale della propria economia, potrà essere solo uno junior partner del gigante cinese». La folle guerra all’Ucraina lo sta già dimostrando. (Jacopo Iacoboni)

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L’INVERNO STA ARRIVANDO (KASPAROV, Feltrinelli, 21 euro)

IL LIBRO

GARRY KASPAROV – L’INVERNO STA ARRIVANDO (2016)

– Una riedizione del libro tradotto in italiano nel 2016 –

   L’ascesa di Vladimir Putin, un ex colonnello del KGB, alla presidenza della Russia nel 1999, da molti è stata letta come un primo segno di allontanamento del paese dalla democrazia. In questi lunghi anni, nonostante il mondo abbia tentato di trovare un canale di comunicazione pacifico con il nuovo Presidente, Putin ha trasformato sempre più la sua presidenza in un regime e rischia di diventare una minaccia globale.

   Con il suo ampio arsenale nucleare, Putin è al centro di un assalto alla libertà politica.

   Per Garry Kasparov, niente di tutto questo è una novità. Per più di 10 anni ha criticato aspramente la politica di Putin, fino a guidare una lista pro-democrazia nelle farsesche elezioni presidenziali del 2008. Dopo aver trascorso anni a inviare le sue fosche profezie sulle reali intenzioni di Putin, come una moderna Cassandra, Kasparov ha visto realizzarsi le sue più nere aspettative: la Russia di Putin si definisce, come fanno l’Isis e Al Qaeda, a partire dalla contrapposizione con gli stati liberi del mondo.

   È come se stesse ancora combattendo una sua personale Guerra Fredda, dimenticando o smentendo le lezioni apprese da quella passata. Per evitare di essere trascinati in un altro prolungato e drammatico conflitto, Kasparov incita a una presa di posizione ferma – diplomatica, politica ed economica – contro la Russia. Se le più importanti democrazie del mondo continueranno a riconoscere e negoziare con Putin, lui manterrà la sua credibilità e consenso nel Paese. Il Presidente affronta pochi nemici interni, ormai allo stremo, quindi un’opposizione efficace deve provenire dall’estero.

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BRIGATE RUSSE (Marta Ottaviani, Ledizioni, 15 euro)

IL LIBRO

MARTA FEDERICA OTTAVIANI – BRIGATE RUSSE (2022)

   Perché negli ultimi anni abbiamo sentito parlare sempre più di troll e bot russi? Cosa sono e quale strategia nascondono questi attacchi informatici? L’avvento al potere di Vladimir Putin, nel 2000, ha aperto una nuova fase nella storia della Russia, portando il Paese a nutrire maggiori ambizioni nell’arena internazionale non più sostenibili con le vecchie strategie.

   La cosiddetta ‘Dottrina Gerasimov’, che prende il nome dal Generale che l’ha teorizzata, è il punto di partenza della guerra non convenzionale che vede come strumenti principali internet, le nuove tecnologie e i social network. Una guerra occulta, che si combatte anche in tempo di pace e che ha, fra i suoi obiettivi, la manipolazione dell’opinione pubblica e l’uso dell’informazione come arma a largo spettro.

   In questo libro Marta Ottaviani illustra come Mosca sia riuscita a influenzare alcuni grandi conflitti e appuntamenti internazionali attraverso attacchi hacker ai danni di molti Paesi europei e legioni di troll al soldo del Cremlino, che operano per accrescere la popolarità di Putin e screditare gli oppositori.  L’obiettivo è quello di far filtrare la versione dei fatti russa, ribaltando la realtà, anche attraverso una galassia di media legati a Putin e al suo cerchio magico.

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LE GUERRE DI PUTIN (Giorgio Dell’Arti – La Nave di Teseo – 13 euro)

IL LIBRO

GIORGIO DELL’ARTI – LE GUERRE DI PUTIN (2022)

Se non sai che cosa accadrà domani, perché parlare a vanvera oggi? (Vladimir Putin)
“Ho raccolto informazioni su Putin per vent’anni. Quando ha attaccato l’Ucraina, ho cominciato a scrivere questo libro che ripercorre la vita dell’ultimo autocrate russo, dal primo vagito a oggi, per mostrare come, attraverso una fitta rete di alleanze e di sostegni, palesi o occulti, e un’implacabile caccia a nemici e oppositori, è arrivato fin dove è arrivato. La tattica e i pretesti sono sempre gli stessi, e basterà rileggere le vicende relative alla Georgia o alla Crimea per rendersene conto. È cioè la storia appassionante e incredibile di una presa di potere nel paese più grande del mondo, illuminata dal racconto di centinaia di aneddoti.”
Giorgio Dell’Arti
Il libro racconta – ed è la prima volta, almeno in Italia – la vita di Putin dall’infanzia fino ad oggi, illustrandone non solo vizi, amori, ossessioni, delitti e colpi di genio, ma anche le ragioni strategiche che stanno dietro all’invasione della Georgia, ai bombardamenti in Siria, alla presa di possesso della Cirenaica. Questo col sistema di far raccontare la vicenda attraverso un dialogo, in cui l’interlocutore (cioè Dell’Arti) pone a colui che racconta (sempre Dell’Arti) le stesse domande che si fanno tutti.

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LA RUSSIA DI PUTIN (Anna Politkovskaja, Adelphi, 13 euro)

IL LIBRO

ANNA POLITKOVSKAJA – LA RUSSIA DI PUTIN (ed. italiana 2015 e 2022)

«Siamo solo un mezzo, per lui. Un mezzo per rag­giungere il potere personale. Per questo dispone di noi come vuole. Può giocare con noi, se ne ha voglia. Può distruggerci, se lo desidera. Noi non siamo niente. Lui, finito dov’è per puro caso, è il dio e il re che dobbiamo temere e venerare. La Russia ha già avuto governanti di questa risma. Ed è finita in tragedia. In un bagno di sangue. In guerre civili. Io non voglio che accada di nuovo. Per questo ce l’ho con un tipico čekista sovietico che ascende al trono di Russia incedendo tronfio sul tappeto rosso del Cremlino».

DI CHE COSA PARLA QUESTO LIBRO| Questo libro parla di un argomento che non è molto in voga in Occidente: parla di Putin senza toni ammirati. A scanso di equivoci, spiego subito perché tale ammirazione (di stampo prettamente occidentale e quanto mai relativa in Russia, dato che è sulla nostra pelle che si sta giocando la partita) faccia qui difetto. Il motivo è semplice: diventato presidente, Putin – figlio del più nefasto tra i servizi segreti del Paese – non ha saputo estirpare il tenente colonnello del kgb che vive in lui, e pertanto insiste nel voler raddrizzare i propri connazionali amanti della libertà. E la soffoca, ogni forma di libertà, come ha sempre fatto nel corso della sua precedente professione. Questo libro spiega inoltre come noi, che in Russia ci viviamo, non vogliamo che ciò accada. Non vogliamo più essere schiavi, anche se è quanto più aggrada all’Europa e all’America di oggi. Né vogliamo essere granelli di sabbia, polvere sui calzari altolocati – ma pur sempre calzari di tenente colonnello – di Vladimir Putin. Vogliamo essere liberi. Lo pretendiamo. Perché amiamo la libertà tanto quanto voi.

Questo libro, però, non è un’analisi della politica di Putin dal 2000 al 2004. Le analisi politiche le fanno i politologi. Io sono un essere umano tra i tanti, un volto nella folla di Mosca, della Cecenia, di San Pietroburgo o di qualunque altra città della Russia. Ragion per cui il mio è un libro di appunti appassionati a margine della vita come la si vive oggi in Russia. Perché per il momento non riesco a fare un passo indietro e a sezionare quanto raccolto, come è bene che sia se si vuole analizzare un fenomeno. Io vivo la vita, e scrivo di ciò che vedo (…..) (Anna Politkovskaja, uccisa dai sicari di Putin il 7 ottobre 2006)

A TREVISO le Fondazioni Benetton e Imago Mundi propongono 3 mostre sul tema “MAPPARE IL MONDO”: tre esposizioni (in tre luoghi recuperati della città) per vedere l’unicità cartografica (soggettiva) della geografia nel descrivere il mondo: che è natura, artificio umano, accadimento storico, ma anche progetto per il futuro

Honil Kangni yoktae kukto chi to (Mappa completa delle terre e delle regioni dei paesi storici e delle capitali, realizzata in Corea e conservata in Giappone), nota come Kangnido, metà secolo XVI, tempio buddista Honkoji di Shimabara, Giappone (Kyushu, prefettura di Nagasaki), 216×282 cm circa (a occidente si vede l’Africa, circumnavigabile, al centro il grande continente asiatico a est Corea e Giappone) –  (Rappresentazione questa che fa parte della mostra “MIND THE MAP!” a Ca’ Scarpa a Treviso, e che è tra le quaranta riproduzioni digitali in alta definizione di rarissime mappe conservate nelle maggiori biblioteche del mondo)

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DAL 5 febbraio AL 29 maggio 2022 Treviso Contemporanea propone tre mostre sul tema “MAPPARE IL MONDO” in tre diversi luoghi della città di TREVISO, organizzate da Fondazione Benetton Studi Ricerche e Fondazione Imago Mundi: tre mostre per indagare sul tempo presente
1- Mind the Map! Disegnare il mondo dall’XI al XXI secolo –

Ca’ Scarpa, via Canova 11
2- Atlante Temporaneo. Cartografie del sé nell’arte di oggi –

Gallerie delle Prigioni, piazza del Duomo 10
3- Terra Incognita. Esplorazioni nell’arte aborigena –

Chiesa di San Teonisto, via San Nicolò 31

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LA PAROLA (di Laura Pugno, scrittrice, da “L’Espresso” del 6/2/2022)

MAPPA

   La prime cosa che ci insegnano a scuola è che non coincide con il territorio, anche se tutti continuiamo a crederlo, a confondere la mappa col paesaggio visto dai vetri, finché quello stesso paesaggio non ci balza incontro e sulla nostra strada si para, magari, un lupo. (Sì, esistono ancora, non solo nelle fiabe). Oppure si alza la nebbia e cancella ogni cosa, e allora addio mappa.

   Serve a trovare la strada, serve anche a perderla, sofisticatissima tecnologia di conquista del mondo e, allo stesso tempo, di invenzione di mondi immaginari. Come ci sussurra beffarda Wislawa Szymborska: amo le mappe perché dicono bugie, recita un suo famoso verso.

   Una sfera – con buona pace dei terrapiattisti, che esistono ancora, non solo nelle fiabe, e la cosa ha dell’incredibile – non potrà mai svolgersi su un piano, e li si annidano tutte le distorsioni, tutti i misteri.

   Appesa alle nostre spalle sta la proiezione di Mercatore del 1569, utilissima per la navigazione, tuttora usata da Google Maps, e così Europacentrica da aver alterato la nostra percezione del mondo, distorcendo le dimensioni delle regioni terrestri per preservare l’accuratezza delle forme dei continenti, ingrandendo il Nord a scapito del Sud, facendoci sognare la Groenlandia delle stesse dimensioni dell’Africa, in realtà 14 volte più grande.

   Davanti a noi, sulle pareti di questa stanza immaginaria, potrebbe stare invece l’Autagraph, la proiezione bidimensionale del mondo del cartografo giapponese Hajime Narukawa, la mappa-origami priva di punti cardinali con il Sud America a testa in giù, l’Antartide improvvisamente piccolissima e l’Africa rivolta verso ovest.

   Un diverso modo di pensare il mondo che sulle prime ci disorienta, poi ci invita di nuovo a immaginare. Perché la domanda che ogni mappa in silenzio ci rivolge è, tra distanze e forme, tra te stesso e gli altri, a che cosa sei disposto a rinunciare?

                                                        LAURA PUGNO

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Francesco Rosselli, Universale, 1508, Royal Museum Greenwich, G.201: I/5 A, 37 x 42 cm (Rappresentazione questa che fa parte della mostra “MIND THE MAP!” a Ca’ Scarpa a Treviso, e che è tra le quaranta riproduzioni digitali in alta definizione di rarissime mappe conservate nelle maggiori biblioteche del mondo)

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1^ MOSTRA

Mind the Map! Disegnare il mondo dall’XI al XXI secolo

Ca’ Scarpa, Treviso
A cura di Massimo Rossi
Organizzata da
Fondazione Benetton Studi Ricerche
Dal 5 febbraio al 29 maggio 2022

Dalle mappae mundi dei libri di preghiere del XIII secolo, alle cartografie del mondo dei commerci oceanici, ai tappeti geografici contemporanei, al planisfero di Google Earth, la mostra offre una riflessione sulle dinamiche di costruzione dell’immagine del nostro pianeta, riscoprendo gli archetipi e i cambiamenti che di volta in volta possono mutare la percezione del nostro posto nel mondo sino a farlo divenire incerto e instabile.
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2^ MOSTRA:

Atlante Temporaneo – Cartografie del sé nell’arte di oggi

Gallerie delle Prigioni, Treviso
A cura di Alfredo Cramerotti
Organizzata da
Fondazione Imago Mundi
Dal 5 febbraio al 29 maggio 2022

Sappiamo che c’è mappa e mappa. Esistono una cartografia ‘applicata’ scientificamente e una ‘percepita’ individualmente; ci sono, in sostanza, cartografi-esploratori e cartografi-artisti. Se si comprende il legame tra realtà e raffigurazione, così come esiste all’interno di un’opera d’arte, risulta chiaro che ciò che si percepisce come immediato è in realtà il rapporto tra esperienza e mezzo di rappresentazione. In mostra: Oliver Laric, Jeremy Deller, Paul Maheke, Matt Mullican, James Lewis, Kiki Smith Walid Raad Ibrahim Mahama, Otobong Nkanga Rochelle Goldberg, Seymour, Chwast Enam Gbewonyo, Sanford Biggers e Sarah Entwistle.
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3^ MOSTRA:

Terra Incognita: collezione di arte aborigena australiana

Chiesa di San Teonisto, – Treviso
A cura di D Harding
Organizzata da
Fondazione Imago Mundi
Dal 5 febbraio al 29 maggio 2022

La collezione di arte aborigena australiana, parte della Luciano Benetton Collection, ha avviato un processo di ricerca volto a indagare la vita artistica, culturale e sociale degli artisti e delle comunità che formano il panorama dell’arte aborigena. La mostra offre agli occhi del visitatore una grande installazione composta da oltre ottanta tele dipinte, che crea un paesaggio vibrante di colori, da osservare dall’alto e da una certa distanza, come si conviene agli spazi sacri, e ai luoghi a cui ci si avvicina con rispetto.

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Henricus Martellus Germanus, Mappamondo, in Insularium illustratum, 1490 circa, London, British Library, Additional ms. 15760, ff. 68-69, 340 x 240 mm circa. (Rappresentazione che fa parte della mostra “MIND THE MAP!” )

IL PROGETTO

TREVISO CONTEMPORANEA, TRE GRANDI MOSTRE PER MAPPARE IL MONDO INDAGANDO IL PRESENTE

di MARINA GRASSO, da “La Tribuna di Treviso” del 5/2/2021

   Un città, Treviso, che svela il suo paesaggio urbano attraverso i luoghi che ne rappresentano il vissuto. Due Fondazioni, Benetton Studi Ricerche e Imago Mundi, che uniscono le loro progettualità per un’indagine nel tempo presente. Tre mostre, in altrettante sedi, per riflettere sull’immagine del mondo, delle sue interpretazioni e delle sue connessioni.

   Treviso Contemporanea, nuova piattaforma delle fondazioni trevigiane targate Benetton, debutta con un articolato progetto espositivo sul rapporto tra esperienza e rappresentazione del mondo. E fino al 29 maggio le diverse modalità di indagine nel contemporaneo delle due istituzioni propongono un itinerario tra i luoghi della città restituiti alla comunità dal mecenatismo della famiglia Benetton e dai progetti di Tobia Scarpa. Tra Ca’ Scarpa, la chiesa di San Teonisto e le Gallerie delle Prigioni (fino a pochi anni fa “buchi neri” del tessuto urbano ed oggi vivaci luoghi di cultura) si srotola così un filo narrativo che indaga sulla necessità di “mappare il mondo” intrecciando ricerche artistiche e storiche, semantiche e geografiche, antropologiche e semiotiche.

DISEGNARE IL PIANETA

   Potrebbe sembrare la più convenzionale delle tre tappe di questa esplorazione del mondo raffigurato, quella ospitata a Ca’ Scarpa. Eppure “Mind the Map!” sorprende con le quaranta riproduzioni digitali in alta definizione di rarissime mappe conservate nelle maggiori biblioteche del mondo, con gli arazzi e i tappeti a tema geografico delle collezioni di Luciano Benetton, con le sue carte nautiche e le rappresentazioni escatologiche.

   Dal racconto fiabesco del mondo del pensiero medievale alle distorsioni necessarie per rappresentare su una superficie piana lo sferoide terrestre, il percorso è suddiviso in tre sezioni dedicate alle grandi epoche in cui si è articolata sia la conoscenza ma anche la rappresentazione del mondo dell’uomo occidentale.

   Dal “NON PLUS ULTRA” che intimava di non oltrepassare le Colonne d’Ercole al “PLUS ULTRA” che connota le grandi scoperte geografiche, fino al “THEATRUM ORBIS TERRARUM” che verso la fine del Cinquecento considera un mondo quasi completamente svelato e disegnato da autori che hanno sempre avuto un’idea o un committente da onorare. E che continuano ad averla, come svela anche l’accurata analisi della mappa di Google o lo straordinario arazzo coreano in seta che rappresenta una sorta di planisfero faunistico, nel quale le sagome dei continenti sono ottenute riproducendo in essi gli animali che li abitano.

   Tante diverse espressioni per un unico messaggio: le mappe mettono in ordine il mondo in modo soggettivo. Per questo va prestata loro grande attenzione.

   La mostra è anche accompagnata da un poderoso volume del suo curatore, Massimo Rossi: non un semplice catalogo ma un prezioso approfondimento edito da Fondazione Benetton e Antiga Edizioni.

INCLUSIVITÀ

   “Terra incognita” a San Teonisto è una grande installazione formata da oltre duecento tele di artisti aborigeni contemporanei, parte della Luciano Benetton Collection: opere d’arte che sono espressione dei legami con gli antenati, con gli spiriti, con la propria tribù. In esposizione diventano un grande tappeto coloratissimo che riempie quasi tutto il pavimento dell’ex chiesa, ma sono una vera e propria sfida alla comprensione della cultura di uomini e donne contemporanei che continuano le pratiche della più antica cultura sulla terra, riflettendo la diversità geografica e culturale dei tanti gruppi linguistici e culturali che compongono l’Australia. Una grande mappa culturale, inclusiva e spettacolare.

IL VISSUTO

   «Ciò che noi leggiamo in una rappresentazione (cartografica o artistica) dipende, in fin dei conti, non dalla sua verosimiglianza rispetto al soggetto rappresentato, ma dai metodi e dalle regole che adottiamo per la sua lettura», spiega Alfredo Cramerotti, curatore di “Atlante Contemporaneo” alle Gallerie delle Prigioni, che pone in rilievo come i vissuto di ciascuno degli artisti internazionali in mostra proroga un’analisi tra realtà e rappresentazione che è anche un’evoluzione del concetto di mappa. Come un’opera d’arte sia anche una mappa percettiva e fisica che permette di orientarsi nel mondo al di là delle coordinate geografiche.

   Le tre mostre saranno aperte ogni venerdì (15-19), sabato e domenica (10-19); il biglietto (intero euro 10, con varie riduzioni) è unico per le tre sedi ed è acquistabile anche online (liveticket.it). (MARINA GRASSO)

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Mappa mondo, tappeto annodato a mano, Afghanistan, dopo il 1973, 119 x 178 cm. Collezione privata. (tappetto che rappresenta il mondo conosciuto, che fa sempre parte della mostra “MIND THE MAP!”)

1^ MOSTRA:

MIND THE MAP!

disegnare il mondo dall’XI al XXI secolo

Mind the Map! è una mostra sull’immagine del mondo, sull’audace tentativo intellettuale umano di disegnare lo spazio terrestre e di vederlo tutto insieme in un’unica rappresentazione grafica. 

Dalle mappae mundi ospitate nei libri di preghiere del XIII secolo alle straordinarie costruzioni cartografiche che dibattono e progettano il mondo dei commerci oceanici nei secoli delle scoperte geografiche, dai tappeti geografici contemporanei alla mercatoriana mappa del mondo di Google, l’esposizione offre l’opportunità di riflettere sulle dinamiche di costruzione dell’immagine del mondo con la quale quotidianamente ci confrontiamo. Gli esemplari in mostra saranno riproduzioni ad alta definizione, provenienti da biblioteche nordamericane, europee e giapponesi, mentre i tappeti geografici del XX e XXI secolo, appartenenti alle collezioni geografiche di Luciano Benetton, saranno esposti in originale.

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Per ammirare i mappamondi e i planisferi elaborati dall’antichità ai nostri giorni un libro dal medesimo titolo, pubblicato dalla Fondazione Benetton (in coedizione con Antiga), disponibile già dal giorno dell’inaugurazione, offre ulteriori approfondimenti. Il lungo lavoro di ricerca svolto dall’autore e curatore della mostra, il geografo Massimo Rossi, e i contatti con le maggiori biblioteche mondiali hanno consentito la riproduzione delle più importanti e preziose cartografie disponibili e utili per ricostruire il variegato e straordinario processo di costruzione dell’immagine del mondo. I grandi pannelli dell’esposizione, gli audiovisivi, i filmati e un meditato itinerario con audioguida faciliteranno per il pubblico la comprensione delle varie mappe elaborate dall’età romana fino alla piattaforma di Google Earth, con importanti incursioni artistiche nella geografia, mentre il volume, riccamente illustrato, con maggior spazio e intensità entra nel dettaglio di ogni mappa collocandola nel proprio ambito storico e sociale, per connetterla alla relativa committenza, alla responsabilità esecutiva, alla particolare finalità e ai legami con altri esemplari. Suddiviso, come la mostra, in tre sezioni (Non plus ultraPlus ultraTheatrum orbis terrarum), il volume di oltre 200 pagine costituisce un ulteriore saggio delle modalità di lavoro circolare della Fondazione Benetton: dall’idea alla ricerca documentale e bibliografica, dall’elaborazione espositiva al progetto editoriale. 

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La mostra prevede inoltre una stagione di concerti e un ciclo di incontri che accompagnerà il periodo dell’esposizione con il contributo dei maggiori studiosi sui numerosi temi affrontati.

Questo il calendario delle conferenze, in programma per cinque giovedì:

10 febbraio (ore 18), Massimo Rossi, Mind the Map!; 10 marzo, Simonetta Conti (Università della Campania “Luigi Vanvitelli”), L’oceano degli spagnoli; 24 marzo, Carla Masetti (Università Roma Tre), I viaggi di Amerigo Vespucci; 14 aprile, Annalisa D’Ascenzo (Università Roma Tre), Il primo viaggio intorno al mondo; 12 maggio, Angelo Cattaneo (CNR), L’Occidente visto dall’Oriente: Kangnido.

Claudio Tolomeo, [Mappa mundi], 1475-1480, Paris, Bibliothèque nationale de France, ms. lat. 4802, pergamena, f. 74v, 610 x 900 mm. (Rappresentazione sempre della mostra “MIND THE MAP!” a Ca’ Scarpa a Treviso, e che è tra le quaranta riproduzioni digitali in alta definizione)

GEOGRAFIA E ARTE DECLINATE A TREVISO CONTEMPORANEA

dal Corriere del Veneto, 5 feb 2022

– Fondazione Benetton e Imago Mundi inaugurano Treviso contemporanea Tre grandi mostre, tra mappe e terre –

   Il mondo sotto mano a Treviso, fino al 29 maggio per chi vedrà le tre mostre circoscrittte nel miglio d’oro Benetton tra San Teonisto, Ca’ Scarpa e Gallerie delle Prigioni. Un autentico fuoco d’artificio di saperi, arte, bellezza, frutto della felice congiunzione parentale tra Fondazione Benetton Studi Ricerche e Fondazione Imago Mundi, intorno al tema delle geografie, o meglio della mappa e delle sue più svariate e divaganti versioni.

   «Occhio alla mappa!» ovvero Mind the map! a Ca’ Scarpa a cura di Massimo Rossi regala allo sguardo felicità pura lungo i tre piani espositivi con quaranta enormi pannelli riproducenti planisferi e mappamondi di tutti i tempi a partire dalle mappae mundi comprese nei libri di preghiera del 1200: le colonne d’Ercole a definire il mondo conosciuto, oltre le quali il diavolo e il nulla.

   Tre sezioni per una giostra di mari e terre, portolani per i naviganti, strumenti di conoscenza per i potenti della terra, perché, come scrive l’ottimo Massimo Rossi «Disegnare il mondo significa comprenderlo, contenerlo, dargli forma e testimoniare la consapevolezza e il desiderio di interpretarlo, sistemarlo», e, pare, i Veneziani in questo erano maestri.

   Come dire che chi possedeva la mappa del mondo, possedeva il mondo, un tempo e oggi, come dimostrano le splendide rappresentazioni in arazzo-tappeto della collezione privata di Luciano Benetton, significa invece interpretarlo e forse predirne il destino, come ci dicono i mappamondi di arte coreana e tanzana, popolati solo da animali e vegetali.

   Molto di più che un catalogo, il cospicuo e illustratissimo libro di Massimo Rossi, pubblicato da Fbsr e Antiga edizioni. Occhio alla mappa, dunque, prima di entrare nel mondo dell’arte contemporanea – l’iniziativa corale delle due Fondazioni porta il titolo di Treviso Contemporanea: tre mostre insieme, grande fatica e grandi meriti – alle Gallerie delle Prigioni, dove il curatore Alfredo Cramerotti (di lunga esperienza curatoriale in Gran Bretagna) ha allestito Atlante Temporaneo.

   Cartografie del sè nell’arte di oggi: 14 artisti internazionali affrontano il tema del racconto di sè, corpo-psiche, le sue labilità e impermanenza, mediante narrazioni simboliche nelle quali si può leggere, con variabili soggettive, una mappatura fatta di simboli. La semantica di materia, segno, gesto al servizio di un dire artistico mai circoscrivibile, sempre libero e spesso sorprendente.

   Tra tanti ci piace segnalare la mappa del newyorkese Seymour Chwast Coitus Topographicus degli anni Ottanta, il diagramma di flussi Storia del mondo 1994- 2007 di Jeremy Deller, l’arte tessile di Enam Gbewonyo che riflette sulla propria corporeità di donna di colore.

   Qualche centinaio di metri più a sud all’interno della piccola mappa trevigiana e molte migliaia di chilometri più in là nella mappa del pianeta, a San Teonisto ci attende la sorprendente Terra Incognita: l’Australia ai nostri piedi, sotto forma di un enorme mosaico di 228 tele di diversi formati, dipinte da artisti aborigeni dell’area del Queensland.

   La mostra curata dal D Haring, artista australiano di origine aborigena, ha voluto proporre, dalla collezione di Luciano Benetton, una modalità per noi del tutto nuova di guardare a un’arte davvero per lo più «incognita», legata in modo indissolubile alla terra. Opere che rispondono a modalità ancestrali, nella tradizione della pittura rupestre aborigena, con colori terrosi apposti secondo linee sinuose e puntiformi, tratteggiate seguendo il ritmo segreto dei canti, del battito della terra.

    L’installazione è di straordinario effetto: un enorme tappeto che dialoga felicemente con gli affreschi e le strutture del tempio sconsacrato, così come – afferma il curatore Haring, la pittura aborigena concepita nelle grotte e caverne dialoga con la sacralità della natura.

   Un ciclo di incontri, attività collaterale a Mind the Map, prenderà il via il 10 febbraio; per info fbsr@fbsr.it e Info@fondazioneimagomundi.it . Ingresso 10 euro cumulativo, ridotto 8 euro, valido per tutta la durata delle 3 mostre. (dal Corriere del Veneto, 5 feb 2022)

Al-Idrīsī, Mappa mundi, 1154, Oxford, Bodleian Library, ms. Pococke 375, pergamena, 300 x 380 mm circa. (Rappresentazione questa che fa parte della mostra “MIND THE MAP!” a Ca’ Scarpa a Treviso, e che è tra le quaranta riproduzioni digitali in alta definizione di rarissime mappe conservate nelle maggiori biblioteche del mondo)

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2^ MOSTRA:

ATLANTE TEMPORANEO

Cartografie del sé nell’arte di oggi

Gallerie delle Prigioni, Treviso
A cura di Alfredo Cramerotti

Atlante temporaneo: cartografie del sé nell’arte di oggi è una mostra che presenta un concetto di mappatura alternativa e complementare rispetto all’idea tradizionale di mappa. 

   La mostra presenta un’idea di mappatura alternativa a quella tradizionalmente concepita. Sappiamo che esistono diversi tipi di mappe: una è l’esito di una osservazione di tipo oggettivo, l’altra è frutto della propria soggettività. Dopotutto, noi non attribuiamo lo stesso valore ad aspetti diversi dell’ambiente in cui viviamo o a momenti della nostra vita. Allo stesso modo, esistono cartografi-esploratori e cartografi-artisti.

   I quattordici cartografi-artisti di Atlante temporaneo non si limitano ad osservare l’esteriorità, piuttosto, si focalizzano sull’interiorità. Investigando le loro percezioni, le identità, le emozioni e le sensazioni fisiche e mentali, adottano un approccio tradizionale per mappare, ovvero per riprodurre una rappresentazione della realtà, ma la espandono seguendo itinerari non convenzionali attraverso esplorazioni su identità, spiritualità, subconscio, sentimenti e memorie che interagiscono fra loro e influenzano ciascuno di noi.

   Attraversando la mostra, lo spettatore si renderà conto di quanto un’opera possa tradurre la realtà concretizzandola anche al di là della mera rappresentazione, allo stesso tempo è vero anche che molto dipende da quali criteri si adottano per definire tale relazione. Ciò che leggiamo in una rappresentazione (cartografica o artistica) dipende da quali metodi e regole intendiamo adottare in questa lettura.

   Atlante temporaneo è un tentativo di identificare quel confine sfumato tra queste due posizioni: la lettura di una persona che, ancora nel bel mezzo della pandemia, rivaluta le sue priorità. La mostra mira a descrivere il nostro orizzonte emotivo, politico ed estetico; esplora, in altre parole, l’aspettativa che noi riponiamo nell’arte di capire di riflesso la nostra realtà quotidiana.

   Con Sanford Biggers, Seymour Chwast, Jeremy Deller, Sarah Entwistle, Enam Gbewonyo, Rochelle Goldberg, Oliver Laric, James Lewis, Ibrahim Mahama, Paul Maheke, Matt Mullican, Otobong Nkanga, Kiki Smith, Walid Raad.

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Giovedì 10 febbraio alle ore 18 prendono il via, nell’auditorium della Fondazione Benetton, e in diretta streaming nel canale Youtube della Fondazione, gli incontri collaterali alla mostra Mind the Map! Disegnare il mondo dall’XI al XXI secolo, aperta a Ca’ Scarpa a Treviso fino a domenica 29 maggio e organizzata dalla Fondazione Benetton Studi Ricerche nell’ambito di Treviso Contemporanea, progetto condiviso con la Fondazione Imago Mundi, articolato in tre esposizioni sul tema “Mappare il mondo”.

Il ciclo di appuntamenti si aprirà con una conferenza del curatore della mostra, Massimo Rossi, che illustrerà la genesi e l’articolazione del progetto.

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IL LIBRO

Mind the Map!

Disegnare il mondo dall’XI al XXI secolo / Drawing the world from the 11th to the 21st century

di Massimo Rossi

Fondazione Benetton Studi Ricerche-Antiga Edizioni

Treviso 2022

218 pagine, 103 illustrazioni

prezzo di copertina 30 euro, ISBN 978-88-8435-290-3

edizione bilingue, italiano e inglese, in un unico volume

Questa pubblicazione è connessa alla mostra omonima organizzata dalla Fondazione Benetton Studi Ricerche a Treviso, Ca’ Scarpa, dal 5 febbraio al 29 maggio 2022, a cura di Massimo Rossi.

   Nel secolo VI a.C. il geografo e filosofo greco Anassimandro di Mileto fu deriso quando per primo realizzò la figura della terra con un cerchio − una sorprendente Continua a leggere

BOSNIA: torna l’incubo della secessione dei separatisti serbi (a 30 anni dall’inizio della guerra civile iugoslava) – I NAZIONALISMI: incendi che cercano di propagarsi sempre (l’ungherese Orban, la Serbia…alleati al secessionismo serbo bosniaco) (e i BALCANI che si “svuotano” di giovani) – Come evitare una nuova catastrofe

LA STORIA È TORNATA A BUSSARE DALLE PARTI DI SARAJEVO. La Bosnia-Erzegovina non viveva una simile turbolenza politica dal 1995, quando gli accordi di DAYTON avevano regalato una prospettiva di pace a un Paese multietnico in perenne conflitto con se stesso. La convivenza tra SERBI, CROATI e BOSGNACCHI (i BOSNIACI MUSULMANI) sembra oggi essere in pericolo a causa in particolare delle rivendicazioni di MILORAD DODIK, membro del triumvirato che guida la Bosnia-Erzegovina e leader dell’Alleanza dei socialdemocratici indipendenti, il partito di maggioranza della REPUBBLICA SPRSKA, la parte serba del Paese che sogna di ricongiungersi con Belgrado. (…)(da https://www.linkiesta.it/) – (nell’IMMAGINE: la bandiera della BOSNIA ERZEGOVINA: è blu con un triangolo giallo -che ricorda vagamente la forma dello stato- e una fila di stelle bianche a cinque punte allineate lungo l’ipotenusa; i tre vertici del triangolo rappresentano la teoria delle tre etnie del paese: Bosgnacchi, Serbi, Croati)

   In base agli  accordi di DAYTON del 1995 (che posero fine al massacro della ex Iugoslavia, pur congelando situazioni precarie e negative di separazione etnica), lo Stato bosniaco ha conservato il territorio già appartenente (nel periodo della Iugoslavia di Tito) alla “Repubblica federativa iugoslava di Bosnia ed Erzegovina”, ma è stato suddiviso in due entità distinte: la Repubblica Serba (Republika Srpska) e la Federazione croato-musulmana (Federacija Bosne i Hercegovine), rispettivamente con il 49% e il 51% del territorio. Si dichiarò una larga autonomia delle due parti della Bosnia, e si diede un’unità federativa allo Stato Bosniaco retto da una presidenza collegiale, costituita dai tre membri delle maggiori etnie (uno musulmano, uno serbo e uno croato), che a rotazione (ogni 8 mesi ciascuno) ne sono a capo.

(nell’immagine: mappa della Bosnia Erzegovina, da Wikipedia) – In base agli ACCORDI DI DAYTON  del 1995, lo Stato bosniaco ha conservato il territorio già appartenente alla Repubblica federativa iugoslava di Bosnia ed Erzegovina, ma è stato suddiviso in due entità distinte: la Repubblica Serba (Republika Srpska) e la Federazione croato-musulmana (Federacija Bosne i Hercegovine), rispettivamente con il 49% e il 51% del territorio. La Repubblica Serba, di forma assai irregolare, comprende le regioni più settentrionali (confinanti con la Croazia) e più orientali (limitrofe alla Serbia e al Montenegro), la cui continuità è interrotta a Nord dal distretto di Brčko che, conteso fra le due entità federate, è governato direttamente dall’amministrazione internazionale. La Federazione croato-musulmana è nel complesso più compatta, ma presenta due exclave nel Nord e una maggiore frammentazione etnica: dei dieci cantoni in cui è suddivisa, cinque sono a maggioranza bosniaca, tre a maggioranza croata e due misti. Gli accordi di Dayton stabilirono che lo Stato Bosniaco unitariamente è retto da una presidenza collegiale, costituita da tre membri (uno musulmano, uno serbo e uno croato), che a rotazione ne sono a capo. (da www.treccani.it/) (vedi qui altre informazioni su Bosnia ed Erzegovina (wanderello.it)

   Ecco, semplificando molto il contesto, questa è la base degli Accordi di Dayton: quanto deciso e sottoscritto da tutte le parti in causa (serbi, croati, musulmani), nel 1995, con l’avallo degli Usa (invece assente politicamente e militarmente l’Unione Europea) per fermare la guerra civile, dando operatività, pacificazione, superando la guerra e la violenza nei Balcani occidentali facenti prima parte della ex Iugoslavia

   Ora la Bosnia, pur divisa etnicamente in due entità, bene o male esprime un connotato di unità nazionale: della Bosnia va detto che si tratta di un’entità geografico-territoriale assai riconoscible nella storia, un’unità esistente da più di un millennio (vedi: “Storia della Bosnia ed Erzegovina – Wikipedia”); con una pluralità di etnie al suo interno che adesso, anziché costituire una ricchezza sociale e culturale, viene ad essere il problema e il motivo di scontro attraverso il progetto secessionista dei serbi bosniaci.

“(…) A BANJA LUKA, il capoluogo della REPUBLIKA SRPSKA, il 9 gennaio 2022 cerimonie ufficiali con corone di fiori sui monumenti in memoria dei caduti serbo-bosniaci della guerra di 30 anni fa, per celebrare il 9 gennaio 1992 giorno della dichiarazione di indipendenza della Repubblica Serba di Bosnia (considerato uno dei momenti chiave per lo scoppio della guerra che ha sconvolto il Paese dal 1992 al 1995 e ha provocato oltre 100.000 vittime). Celebranti, il leader serbo-bosniaco MILORAD DODIK che è anche membro serbo della “presidenza tripartita bosniaca” (nella FOTO che parla alla folla, da notare che sono sventolate BANDIERE SERBE rosse, blu e bianche); e da Belgrado sostiene la manifestazione dei serbo-bosniaci il presidente del parlamento serbo IVICA DACIC. Poi, sempre a Banja Luka, la sfilata di reparti delle forze di polizia serbo-bosniache, più vera e propria forza armata che semplice polizia. (…)” (da https://www.remocontro.it/, 14/1/2021) (nella FOTO: Dodic alla festa del 9 gennaio scorso, foto da https://osservatorioglobalizzazione.it/)

   Lo Stato bosniaco, come dicevamo con tutti i limiti rinato proprio dagli accordi di Dayton del 1995, e che ora ha pure ufficialmente chiesto di entrare nell’Unione Europea, tutta questa costruzione statuale bosniaca sembra precipitare completamente con la paventata secessione serba, e con il rischio di una nuova guerra civile interna: e la forte nazionalistica parte che si riconosce nella Repubblica bosniaca Serba (Republika Srpska), dichiara di voler unirsi alla Serbia, diventarne una provincia, rinunciando all’unità dello Stato Bosniaco.

   Situazione complicata e assai pericolosa; in un momento in cui il mondo è preso dal problema del Covid e dalle tante crisi geopolitiche con conseguenze globali (come lo scontro Usa – Russia sul contesto dell’Ucraina, o quello sempre più latente e pericoloso tra Cina e Usa e Occidente) (poi è da non trascurare le crisi africane e del Medio Oriente…), di Bosnia si parla poco.

La BOSNIA nella prima metà degli anni ’90 del secolo scorso (trent’anni fa) è stata forse il punto centrale del massacro della GUERRA CIVILE BALCANICA della EX IUGOSLAVIA: pensiamo tra tutti al MASSACRO DI SREBRENICA, cioè il GENOCIDIO di oltre 8mila musulmani bosniaci, per la maggioranza ragazzi e uomini, avvenuto nel luglio 1995 appunto nella città di SREBRENICA (che si trova nell’estrema parte centro-orientale del Paese). E nella guerra civile bosniaca (solo bosniaca) in tre anni ci fu un bilancio di 100 mila morti e 2 milioni di profughi

   Non scordando che la Bosnia nella prima metà degli anni ’90 del secolo scorso (trent’anni fa) è stata forse il punto centrale del massacro della guerra civile balcanica della ex Iugoslavia: pensiamo tra tutti al massacro di Srebrenica, cioè il genocidio di oltre 8mila musulmani bosniaci, per la maggioranza ragazzi e uomini, avvenuto nel luglio 1995 appunto nella città di Srebrenica (che si trova nell’estrema parte centro-orientale del Paese). E nella guerra civile bosniaca (solo bosniaca) in tre anni ci fu un bilancio di 100 mila morti e 2 milioni di profughi.

Mappa FISICA della Bosnia Erzegovina (da https://www.pinterest.it/)

   Ora, cosa è accaduto il 9 gennaio scorso, che ha dato una accelerazione a un possibile ritorno di guerra civile in Bosnia? Nel «Giorno della Republika Srpska», appunto il 9/1/2022, è stato celebrato il trentennale dell’atto di secessione con il quale, il 9 gennaio 1992, venne proclamata la nascita di una Repubblica serba di Bosnia, uno dei passaggi-chiave che allora portarono alla guerra civile bosniaca. Questa “festa”, celebrazione di ricorrenza (non riconosciuta, considerata incostituzionale dallo stato unitario bosniaco), è stata pure supportata dalle dichiarate intenzioni del leader serbo MILORAD DODIK (controverso uomo forte dell’entità serba di Bosnia) di portare avanti il progetto di unire la parte serba della Bosnia allo Stato della Serbia.

“MALEDETTA SARAJEVO” di Francesco BATTISTINI e Marzio G. MIAN – pagg. 400 euro 19,00  – Una fatica preziosa, capace di spiegare in termini semplici e chiari l’orrore che molti di noi ricordano come un fenomeno inspiegabile, feroce, lontano dalla nostra storia del dopoguerra eppure vicinissimo, appena al di là dell’Adriatico. Perché nulla del genere era successo in Europa dal 1945. Perché mai prima la Nato aveva svolto una campagna di attacchi. Perché non si capiva, nel grande pubblico, chi stesse massacrando chi, quali maschere nascondessero i responsabili, quali parti in causa praticassero con sistematica ferocia la pulizia etnica, che aveva nelle donne le prime vittime designate. Cinque guerre, duecentocinquantamila morti, due milioni e mezzo di profughi, tutto questo per far nascere la SLOVENIA e la CROAZIA (oggi membri dell’Unione Europea), la nuova e ridimensionata SERBIA, la MACEDONIA, la BOSNIA ERZEGOVINA, il KOSOVO

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   Il voler qui mettere in guardia sul pericoloso contesto di questo momento in Bosnia di pericolo di secessione (con altre sofferenze, violenze…), vuole essere una pur minima condivisione con tutti quelli che in questo momento denunciano questa situazione pericolosa. Facendo presente che fatti che spesso portano alla guerra (con tutte, ripetiamo, le tragedie che accadono) possono spesso essere evitate con la diplomazia, con una politica saggia, attenta a quel che accade e con una strategia (nonviolenta) capace di spegnere ogni focolaio di tensione che si verifica.

Il libro: Cathie Carmichael – CAPIRE LA BOSNIA ED ERZEGOVINA – Alba e tramonto del secolo breve – Ed. BEE le metamorfosi, euro 17,00 – Una ricerca storica che parte dal Medio evo e arriva ai giorni nostri e che ha come cuore il “secolo breve”, dal 1914 al 1995, dall’uccisione dell’arciduca Francesco Ferdinando agli accordi di Dayton. Un periodo che ha trasformato la Bosnia ed Erzegovina in un crocevia fondamentale dell’Europa, un ponte fra oriente e occidente, attraverso tre guerre in pochi decenni. Una storia complessa, che ha origini ben più remote, e che la storica inglese CATHIE CARMICHAEL riesce a rendere chiara e affascinante.   Luoghi come MEĐUGORJE, SREBRENICA, SARAJEVO, MOSTAR, il PONTE SULLA DRINA o personaggi come TITO, PAVELIĆ, FREUD, ANDRIĆ fanno da sfondo a questo affresco che per la prima volta entra nelle dinamiche storiche, sociali, politiche di un paese fondamentale per un intero continente

   Quello che è mancato trent’anni fa per evitare la guerra civile balcanica con la dissoluzione della ex Iugoslavia, è stata proprio un’azione attenta e saggia dell’Europa; che invece si è allora dimostrata o assente (pensiamo all’assedio ai civili di Sarajevo durato 4 anni senza che nessuno intervenisse…), o spesso fomentatrice di tensioni che hanno incentivato lo scontro (come nell’immediato poco opportuno riconoscimento dello Stato di Croazia che ha acceso la miccia dello scontro con la Serbia…).

   Speriamo che  in questo frangente la politica europea sia impegnata a fare azioni e pressioni efficaci per evitare la secessione nazionalista serba in Bosnia: regione geopolitica con la sua storia, cultura…dove da secoli convivono cittadini di diverse origini etniche e tradizioni religiose. E speriamo che tutti si possa fare qualcosa di utile per un presente e un futuro di pacificazione: che non ci si dimentichi della Bosnia, Terra a noi così vicina. (s.m.)

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I BALCANI SI ‘SVUOTANO’ –“(…)Nuovi censimenti e studi confermano la COSTANTE RIDUZIONE DELLE POPOLAZIONI UN PO’ IN TUTTA L’AREA BALCANICA, segnala sull’Ansa Stefano Giantin. «Rischiano di diventare un “deserto”, i vicini Balcani, affossati dal doppio colpo della DENATALITÀ e soprattutto dell’EMIGRAZIONE, in particolare DEI PIÙ GIOVANI». Varie tessere di un complicato puzzle. Il censimento in BULGARIA, ha certificato un crollo dell’11% della popolazione negli ultimi dieci anni. Altro censimento, nella MACEDONIA DEL NORD, oggi con circa 1,8 milioni di abitanti, il 10% in meno rispetto a vent’anni fa, e 600mila macedoni che vivono oggi all’estero. (…) Anche nella vicina ROMANIA, l’emigrazione verso Paesi più ricchi appare incontrollabile. Stime Onu disegnano una Romania con poco meno di dodici milioni di abitanti nel 2100, sette in meno rispetto a oggi. (…) L’ALBANIA, terra d’emigrazione per eccellenza, fra ottant’anni potrebbe ritrovarsi con solo 1,1 milioni di abitanti: sono 800mila gli albanesi emigrati verso Paesi Ue. Peggio la BOSNIA-ERZEGOVINA, dove sarebbero addirittura 500mila le persone emigrate negli ultimi dieci anni, con sempre più giovani che partono e sempre più vecchi e pensionati che rimangono da soli a casa. (…)” (da https://www.remocontro.it/, 14/1/2022) (nell’immagine: I BALCANI – mappa da https://lospiegone.com/)

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L’ESCALATION. LA BOSNIA È SULL’ORLO DEL PRECIPIZIO

di Riccardo Michelucci, 12 gennaio 2022, da AVVENIRE.IT https://www.avvenire.it/

– Ancora provocazioni dei secessionisti serbi del leader DODIK. Spari su una moschea al confine con la Serbia. L’Ue contro la «retorica incendiaria» –

   Nel cosiddetto «GIORNO DELLA REPUBLIKA SRPSKA», il 9/1/2022, è stato celebrato il trentennale dell’atto di secessione con il quale, il 9 gennaio 1992, venne proclamata la nascita di una Repubblica serba in Bosnia, uno dei passaggi-chiave che portarono alla guerra. Una ricorrenza che la Corte costituzionale di Sarajevo ha da tempo dichiarato incostituzionale e discriminatoria verso i cittadini non serbi.
   Ma per MILORAD DODIK, controverso uomo forte dell’entità serba di Bosnia, è stata l’ennesima occasione per alimentare le proprie rivendicazioni secessioniste. Migliaia di persone hanno assistito alla sfilata delle forze di polizia e delle organizzazioni della società civile che si è svolta a BANJA LUKA, durante la quale sono state intonate canzoni nazionaliste serbe e slogan a favore dell’ex generale RATKO MLADIC, già condannato all’Aja per crimini di guerra. Forte anche della presenza dei rappresentanti di RUSSIA, CINA e SERBIA alle celebrazioni, Dodik è tornato ad attaccare gli Usa – che nei giorni scorsi hanno imposto nuove sanzioni alla Republika Srpska – ribadendo che l’entità serba sarà in futuro uno Stato indipendente, con uno status federale o confederale con Belgrado.
   «Tale assetto contribuirebbe alla stabilizzazione e alla pace nella regione», ha spiegato al quotidiano di Belgrado Vecernje Novosti. Nel frattempo però si sono verificati numerosi incidenti in località che evocano memorie terribili risalenti al conflitto degli anni ’90. A JANJA, al confine con la Serbia, sono stati esplosi colpi d’arma da fuoco per intimidire i fedeli che uscivano dalla moschea dopo la preghiera del mattino. A BRCKO sono stati deturpati i graffiti che commemorano le vittime del GENOCIDIO DI SREBRENICA. Tensioni e incidenti sono stati registrati a PRIJEDOR, FOCA, GACKO, PRIBOJ e NOVI PAZAR, località tristemente famose per la pulizia etnica della popolazione non serba durante la guerra di trent’anni fa.

   Nelle settimane scorse Dodik ha fatto approvare dal parlamento di Banja Luka una risoluzione per il ritiro delle competenze in materia di difesa, giustizia e fisco: secondo molti sarebbe il primo passo formale verso la secessione. L’Alto rappresentante della comunità internazionale per la Bosnia Christian Schmidt ha ribadito che non permetterà ulteriori minacce all’integrità del Paese, mentre per la Ue è «retorica incendiaria».

   Intanto in molte città europee e Usa – tra cui Roma, New York, Bruxelles, Oslo, Ginevra, Vienna – si sono svolte manifestazioni per sensibilizzare i governi sulla gravità della situazione bosniaca. Prima che sia troppo tardi. (Riccardo Michelucci, 12 gennaio 2022, da AVVENIRE.IT)

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BALCANI IN PERICOLO: SEPARATISMI SERBO-BOSNIACI, VECCHI NAZIONALISMI E FUGA GIOVANILE

da https://www.remocontro.it/, 14/1/2022

– Celebrazioni per il 30/mo anniversario della REPUBLIKA SRPSKA di BOSNIA nel pieno della bufera che investe il leader serbo-bosniaco MILORAD DODIK, accusato di mire secessioniste, e colpito da sanzioni americane. – Tensioni che montano e fuga delle popolazioni in tutti i Paesi dell’area, fuori o dentro l’Ue, per il doppio colpo della denatalità e dell’emigrazione. –

SRPSKA REPUBLIKA DI BOSNIA – Nel pieno della bufera che investe il leader serbo-bosniaco Milorad Dodik, accusato di crescenti mire secessioniste, e bersaglio di sanzioni americane –segnala l’ANSA da Belgrado-, nella Republika Srpska, l’entità a maggioranza serba della Bosnia-Erzegovina, tre giorni di festeggiamenti per celebrare il 30/mo anniversario della sua fondazione. Rinnovata retorica nazionalista con importanti arrivi da Belgrado. Serbo Bosnia figlia della secessione da Sarajevo dopo quella dalla ex Jugoslavia, gennaio 1992, con tre anni di massacri e un bilancio di 100 mila morti e 2 milioni di profughi.

Anniversario sfida

L’anniversario della fondazione della Republika Srpska, viene regolarmente ignorato nella Federazione croato-musulmana, l’altra entità di cui si compone (o meglio, si divide) il Paese balcanico, festeggiamenti considerati una provocazione e dichiarati illegittimi dalla Corte costituzionale bosniaca.

Banja Luka ‘capitale’

A Banja Luka, il capoluogo della Republika Srpska, cerimonie ufficiali con corone di fiori sui monumenti in memoria dei caduti serbo-bosniaci della guerra di 30 anni fa. Celebranti, il leader serbo-bosniaco Milorad Dodik, che è anche membro serbo della ‘presidenza tripartita bosniaca’, e da Belgrado il presidente del parlamento serbo Ivica Dacic. Poi la sfilata di reparti delle forze di polizia serbo-bosniache, più vera e propria forza armata che semplice polizia.

Difesa, giustizia e fisco separati

Dodik è tornato a rivendicare la legittimità della decisione del parlamento locale, che ha stabilito di restituire alla Republika Srpska competenze e prerogative in materia di difesa, giustizia e fisco, competenze a suo dire previste dall’accordo di pace di Dayton e dalla stessa costituzione bosniaca, ma che col tempo sarebbero state ‘assorbite’ dallo stato centrale bosniaco. Una decisione questa che ha suscitato grande allarme nella comunità internazionale, che teme lo spettro di una reale secessione dei serbo-bosniaci e il possibile scoppio di un nuovo conflitto armato.

Intanto i Balcani si ‘svuotano’

Nuovi censimenti e studi confermano la costante riduzione delle popolazioni un po’ in tutta l’area balcanica, segnale sempre sull’Ansa Stefano Giantin. «Rischiano di diventare un “deserto”, i vicini Balcani, affossati dal doppio colpo della denatalità e soprattutto dell’emigrazione, in particolare dei più giovani». Varie tessere di un complicato puzzle. Il censimento in Bulgaria, ha certificato un crollo dell’11% della popolazione negli ultimi dieci anni. Altro censimento, nella Macedonia del Nord, oggi con circa 1,8 milioni di abitanti, il 10% in meno rispetto a vent’anni fa, e 600mila macedoni che vivono oggi all’estero.

Catastrofe demografica

Una vera e propria catastrofe demografica, perché a partire sarebbero soprattutto giovani, mentre in patria le culle rimangono vuote e cresce il numero degli anziani. Anche nella vicina Romania, l’emigrazione verso Paesi più ricchi appare incontrollabile. Stime Onu disegnano una Romania con poco meno di dodici milioni di abitanti nel 2100, sette in meno rispetto a oggi. Stime speculari a quelle della vicina Bulgaria, che nel 2100 potrebbe contare solo 3,5 milioni di abitanti, un vero e proprio collasso della popolazione.

Balcani extra Ue

L’Albania, terra d’emigrazione per eccellenza, fra ottant’anni potrebbe ritrovarsi con solo 1,1 milioni di abitanti. Sono 50mila gli albanesi che hanno ottenuto un permesso di soggiorno in Germania a partire dal 2018, con Berlino che sta ora per sorpassare Roma e Atene come meta d’emigrazione. E dal 2008 sono 800mila gli albanesi emigrati verso Paesi Ue. Peggio la Bosnia-Erzegovina (torniamo alla prima parte della notizia), dove sarebbero addirittura 500mila le persone emigrate negli ultimi dieci anni, senza una politica per arrestare l’esodo, con sempre più giovani che partono e sempre più vecchi e pensionati che rimangono da soli a casa.

Serbia, Montenegro, Kosovo e Croazia incluse.

E per tutti i Balcani, causa spopolamento, si contrarrà lo sviluppo economico a medio-lungo termine minando alle basi l’assetto sociale. Ma anche la Ue non può sorridere. Dato che nei decenni a venire dovrà fare i conti con una regione svuotata, impoverita e instabile, nel cortile di casa.

(da https://www.remocontro.it/, 14/1/2022) 

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IL FUTURO DELLA BOSNIA ERZEGOVINA E’ SEMPRE PIU’ INCERTO

di JORIE HORSTHUIS, giornalista, 17 gennaio 2022, da INTERNAZIONALE, https://www.internazionale.it/

   Per Marko Djogo è sempre un momento doloroso quando un suo studente si laurea e gli dice che sta per partire. Continua a leggere

UNREPORTED INBOUND PALERMO, sulla strage di Ustica, racconto di DANIELE DEL GIUDICE, per il NATALE 2021 dei nostri 25 lettori – Dal libro “Staccando l’ombra da terra” (ed. Einaudi) di un autore che ha (per dirla con Calvino) “un nuovo approccio alla rappresentazione, al racconto, secondo un nuovo sistema di coordinate”

“(…) Daniele Del Giudice nasce nel 1949 a Roma, da padre svizzero dei Grigioni morto quando Daniele è un bambino.  Passa anni in collegio, non ha un’infanzia felice. In un’intervista del 2007 a Riccardo Giacconi ricorda che suo padre prima di morire gli regalò una macchina da scrivere, una enorme Underwood americana e una Bianchi 28, una bicicletta. Non andava a scuola, il piccolo, preferiva pedalare la mattina e battere a macchina con due dita il pomeriggio. Del Giudice non ha mai terminato gli studi universitari, forse perché ben presto ha cominciato a collaborare per i giornali, prima di spostarsi a Milano e poi definitivamente a Venezia. E’ scomparso all’età di 72 anni il 2 settembre 2021 (…)” (PAOLO DI STEFANO, 2/9/2021, da https://www.corriere.it/) (nella foto: Daniele Del Giudice, foto ripresa da https://www.doppiozero.com/)

   Dedichiamo quest’anno la lettura di Natale, che tradizionalmente si fa da questo blog, all’opera di DANIELE DEL GIUDICE, scrittore veneziano (anche se nato a Roma, ma vissuto perlopiù a Venezia), autore che è scomparso all’età di 72 anni il 2 settembre scorso (2021) (con una vita funestata nei suoi ultimi 12 anni dalla malattia dell’Alzheimer). Una vita, la sua, di grandissimo livello letterario, come dimostra la lettura che vi proponiamo su un tristissimo episodio di cronaca.

   Molti sono i libri pubblicati da Daniele Del Giudice: forse il più famoso, il più letto (e che vi invitiamo a non mancare tra le vostre letture) è “Lo stadio di Wimbledon” (ed. Einaudi): racconta il viaggio-inchiesta di un giovane sulle tracce di un personaggio, di Trieste, realmente esistito, Bobi Bazlen, che, malgrado le sue grandi capacità letterarie, decise di non scrivere nulla, di non lasciare nulla ai suoi contemporanei e ai posteri (si descrive la sua «non scrittura» e il silenzio che caratterizzò la vita dell’intellettuale triestino).

   Ma qui vi presentiamo un racconto di grande pathos, tratto da un altro libro di Daniele Del Giudice. Il racconto qui proposto è dal libro “Staccando l’ombra da terra” (ed. Einaudi); è un capitolo dedicato alla tragedia di Ustica: l’aereo della compagnie Itavia, il “Dc9 I-Tigi”, partito da Bologna il 27 giugno del 1980 alle 8 di sera, e abbattuto un’ora dopo (alle 20.59) nel cielo di USTICA. Ottantuno (81) persone morte (77 passeggeri e 4 membri dell’equipaggio) sopra il braccio del mar Tirreno compreso tra le isole di PONZA e USTICA.

   Il volo era partito con due ore di ritardo da Bologna ed era diretto a Palermo. Doveva atterrare 15 minuti dopo le 21. Se ne sono invece perse le tracce sui radar poco prima delle 9 di quella sera. Si disse un cedimento strutturale, una bomba a bordo, i processi negli anni raccontano invece di una battaglia quella notte nei cieli italiani.

Il relitto del Dc9 ITAVIA all’interno del MUSEO PER LA MEMORIA DI USTICA di via Saliceto a BOLOGNA (foto da https://ilmanifesto.it/)

   L’ipotesi accertata dalla magistratura (il giudice Rosario Priore nel 1999) è che l’aereo di linea si sia trovato sulla linea di fuoco di un combattimento aereo in cui sarebbero stati coinvolti francesi, libici e statunitensi. Il volo Itavia sarebbe stato colpito per errore da un missile lanciato da un caccia Nato contro un Mig libico. Sull’aereo dello stato nordafricano ci sarebbe stato il leader libico Gheddafi e a lanciare il missile sarebbe stato un mirage francese…. Oppure il Dc-9 sarebbe stato colpito direttamente da uno dei velivoli in campo…. La scatola nera aveva registrato fino a quel momento dati regolari per il volo. La registrazione finisce con la parola Gua… che potrebbe essere «guarda», ma non ce ne è conferma. Una vicenda ancora oscura, mai del tutto chiarita. Sulla pelle di 81 persone vittime, e il dolore dei famigliari.

   Qui riprendiamo il capitolo (dal libro “Staccando l’ombra da terra”) su quell’aereo colpito e caduto a Ustica, di Daniele Del Giudice (che poi lo scrittore parteciperà al testo di una famosa pièce teatrale sulla strage di Ustica con Marco Paolini), rilevando il modo di scrivere attento, sensibile, intelligente, originale, dello scrittore, nel narrare una vicenda così dolorosa.

   “UNREPORTED INBOUND PALERMO” è l’espressione usata dal controllore di volo di Punta Raisi a Palermo per annunciare la perdita del contatto radio con l’ITAVIA 870 partito da Bologna un’ora prima, il 27 giugno del 1980, il “Dc9 I-Tigi” abbattuto nel cielo di USTICA.

   Buona lettura, e Buon Natale.

Associazione Geograficamente

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“UNREPORTED INBOUND PALERMO” di Daniele del Giudice (dal libro “Staccando l’ombra da terra” – ed. Einaudi)

   (Se qui ci fosse un capitolo su Ustica, dovrebbe essere la storia dell’aereo. Sarebbe la storia di un aeroplano finito in fondo al mare e riemerso dalle acque, una creatura di metallo inabissata e risorta, come in un racconto mitico, qualcosa fatto per l’aria e che finisce in acqua, l’acqua sarebbe peggio di ogni altra cosa, peggio che la terra o una montagna, stridente per contrasto, l’acqua fa più paura, tremila metri sotto il livello del mare, tremilasettecento, e poi dal mare risalito pezzo a pezzo, e ogni pezzo rimontato con cura attorno al simulacro, com’è chiamato il finto scheletro nell’hangar, l’ossatura di servizio cui ogni pezzo venne fatto aderire ricalcando la forma dell’aereo. Sarebbe una storia da intitolare I Tigi, come fossero un popolo antico o degli alberi secolari, e non dei pezzi di metallo sbriciolati e ricomposti. In aria, sul fondo del mare, infine a terra. E quando si riparte? «Bologna Ground, pronto per la messa in moto», «Itavia 870 autorizzato, temperatura 24, stop orario sull’ora. Avete l’ultimo bollettino?», e nel silenzio dell’hangar, la notte, si potrebbe ascoltare un lento gocciolio, come se il mare che per anni ha premuto le molecole di metallo, una volta a terra e all’asciutto, continuasse a uscirne, gocciolando, e l’aereo non smettesse mai di liberarsene. «Itavia 870, autorizzato a Palermo via Firenze, Ambra 13, salga e mantenga livello di volo 190. Ripeta e chiami pronto al decollo», I-TIGI, India Tango India Golf India, sarebbe il racconto in prima persona fatto dal metallo stesso, qualcosa che prima era un aereo, poi finì in fondo al mare e ne risorse, e fu di nuovo, dopo, un aereo, creatura metallica ricomposta; ma tra il suo essere aereo prima e aereo dopo non tutto torna, vengono meno un’ottantina di persone, tra passeggeri ed equipaggio. «Itavia 870, il decollo agli 8, cambi con Padova Informazioni», «Con Padova fin d’ora la 870, arrivederci Bologna», un evento che torna indietro riavvolgendo se stesso, quei filmati dove una bottiglia di latte esplode in mille pezzi schizzando il liquido denso e poi ogni scheggia ripercorre lo spazio e il tempo in senso inverso e riprende il suo posto, ricostruendosi, e anche il liquido, goccia a goccia, rifluisce nella bottiglia. Ma nel disfarsi e rifarsi dell’evento manca qualcosa, e mancherà per sempre. «Padova buonasera, è la 870», «Itavia 870, prosegua come autorizzato, richiami Firenze». A strascico, sul fondale, la telecamera sottomarina intuì cinque lettere dell’alfabeto, I-TIGI, dipinte in vernice nera sul ventre dell’ala sinistra, e non ci fu più dubbio, i Tigi erano lì, la coda quattro chilometri più avanti della cabina di pilotaggio. «Buonasera Roma, è l’Itavia 870», «Buonasera anche a lei, 870. Avanti», «La 870 è su Firenze, livello 160 in salita per 190. Stima Bolsena ai 34», «Itavia 870, ricevuto. Inserisca 1236 sul transponder. Autorizzato a Palermo via Bolsena, Puma, Latina, Ponza, Ambra13», «1236 arriva. Pronto per ulteriore salita la 870». «Itavia 870, contatto radar. Salga inizialmente al livello 230. Altro traffico di compagnia la precede, 6 miglia avanti, livello 250», «Roma, il traffico è in vista». I Tigi riposavano lì, poco distante da una nave romana carica di vetri, da un vascello con cannoni del diciassettesimo secolo, da un caccia Messerschmitt della seconda guerra mondiale, memorie della storia del trasporto, museo involontario in fondo al mare. «Itavia 870, accosti a destra, prua 170. Con traffico in vista autorizzato al livello di volo 290. Riassuma navigazione normale per Bolsena attraversando 260», «La 870 su per 290, lascia 190». Da principio l’eco del sonar disegnava sui plotter il contorno di masse magnetiche incerte, astratte, la cui probabilità veniva immaginata in alta media e bassa, probabilità che si trattasse di un oggetto di fabbricazione umana e non geologico; poi nella visione delle telecamere ogni pezzo divenne un obbiettivo numerato, e nell’istante, infine, in cui le gru lo deposero, colante acqua, sul ponte, la sua natura si stabilizzò in reperto. «Roma, la 870 attraversa 245 con traffico in vista, possiamo riaccostare a sinistra?» «Affermativo, Itavia 870. Prosegua per Bolsena». Ad est della rotta, poiché l’aereo si scompose di colpo verso est e così cadde in mare (non si crederebbe che anche in fondo al mare ci siano i riferimenti cardinali), vennero trovati i due motori, un quarto di miglio l’uno dall’altro, più ad est, un miglio, le ali e la fusoliera, ancora più in là, un miglio e mezzo, il timone di coda, due miglia più ad est la parte posteriore della fusoliera e uno spezzone dell’ala sinistra, staccatosi non nell’impatto ma per la fortissima accelerazione durante la caduta, ancora più a est un serbatoio arrivato da chissà dove, e poi, all’estremo, il terminale della fusoliera, gli ultimi sei finestrini di destra, gli ultimi sei di sinistra. «È la 870, buonasera Roma», «870 calling?», «Yes, good evening, this is 870 maintaining 290 over Puma», «Roger, 870, proceed Latina-Ponza». Tutto ciò che era indietro sarebbe finito avanti e viceversa, qualunque cosa li avesse precipitati in mare, i Tigi s’erano depositati sul fondo in ordine inverso a quello con cui volavano al momento, lungo un corridoio di quasi dieci chilometri di rottami. Ogni piccolo particolare era una deduzione, gli strumenti di bordo come i tappetini e la moquette, tranciata di netto all’altezza della quarta fila di sedili. Che ne sanno gli oggetti delle trame e delle azioni? Che ne sanno dei mandanti e degli esecutori, gli oggetti sono lì. Sarebbe la storia dell’aereo, perché l’aereo conosce la sua storia, quanti la conoscono al mondo?, in mancanza di parola sarebbe una storia di cose, storia di metallo, metallo offendente e metallo offeso, la fusoliera sa che cosa ha prodotto una frantumazione diseguale poco prima della coda, la pinna sinistra dello stabilizzatore di coda sa che cosa gli ha aperto un taglio a croce sul bordo, così come il ventre del flap destro conosce certamente che cosa lo ha perforato e la natura delle piccole biglie di ferro trovate dentro le lamiere scatolate, il portello laterale sa che cosa gli ha arricciato il rivestimento esterno (skin in inglese nella classificazione dei reperti, «pelle») verso il fuori, le rivettature strappate sanno se a strapparle è stata la velocità della caduta o la depressione di un boato. «È la 870, buonasera Roma», «Buonasera 870, mantenga livello 290, richiamerà sull’Ambra 13 Alpha», «Sì, senta, neanche Ponza funziona?», «Prego?», «Abbiamo trovato un cimitero stasera, da Firenze in poi praticamente non c’era un radiofaro funzionante», «In effetti è un po’ tutto fuori, compreso Ponza. Lei quanto ha in prua ora?», «Manteniamo 195», «Va bene, mantenga, andrà un po’ più giù di Ponza di qualche miglio», «Bene, grazie», «Comunque 195 potrà mantenerlo ancora una ventina di miglia e non di più, c’è molto vento da ovest, al suo livello dovrebbe essere di circa 100-120 nodi», «Sì, in effetti abbiamo fatto qualche calcolo, dovrebbe essere qualcosa del genere». La cornice della porta della toilette sa che cosa l’ha appiattita a quel modo, se un’onda d’urto quando l’aereo era ancora in volo o il timone di coda penetrando nella fusoliera al momento dell’impatto in mare e schiacciando tutto ciò che incontrava, il tappetino numero cinque sa che cosa lo ha strappato, ogni pezzo di metallo o plastica o tessuto sa quale altro oggetto, quale scheggia, e di che cosa, l’ha ridotto così. «È la 870, è possibile avere… 250 di livello?», «Affermativo, può scendere anche adesso», «Grazie, lasciamo 290». I Tigi non tornarono su tutti insieme ma in più riprese a distanza d’anni (nel frattempo i pezzi rimasti laggiù si saranno sentiti abbandonati?), prima la cabina di pilotaggio fusa col carrello anteriore, l’ala destra, il reattore sinistro, elementi della fusoliera, il portellone di servizio anteriore, alcune paratie del vano bagagli, il voice recorder, sedili, salvagenti, frammenti minuti e piccolissimi. Così l’aereo nell’hangar si ricreò nel tempo, si aprivano le casse a mano a mano che arrivavano, si disponevano i pezzi sul cemento, si procedeva al riconoscimento dei reperti, si montava il grosso tronco di coda sui ponteggi, per la fusoliera si cominciava con le ordinate e i correntini della struttura, come la prima volta in fabbrica, «L’Itavia 870 diciamo che ha lasciato Ponza tre miglia sulla destra, quindi, quasi quasi, per Palermo va bene così», «Molto gentile, grazie, siamo prossimi a 250», «Perfetto 870, in ogni caso avverta appena riceve Palermo VOR», «Sì, Papa Alfa Lima lo abbiamo già inserito e va bene. E abbiamo il DME di Ponza», «Perfetto, allora normale navigazione per Palermo. Mantenga 250, richiamerà sull’Alfa». Chissà quali emozioni avranno dovuto trattenere quelli che facevano quel lavoro (e quale modesto conforto sarà stato  il pensare che il lavoro è lavoro, o che in qualche modo lavoravano ‘per la verità’), ogni reperto aveva un cartellino, i manuali di manutenzione e i piani di costruzione aiutavano a ricollocarlo dove avrebbe dovuto essere, e con quel cartellino, all’inizio, ogni pezzo pendeva dall’intelaiatura accanto ai vuoti di quelli che mancavano, e a mano a mano che l’aereo riprendeva corpo si vedeva cosa mancava e cosa c’era, e dove era più distrutto e dove meno, l’aereo cominciava a farsi leggere come un testo frammentario, ogni pezzo si offriva al racconto di una possibilità dell’accaduto, la fiancata destra molto più sofferente della sinistra, il metallo non era arrugginito nemmeno nelle fratture, i colori di compagnie sembravano freschi, c’erano ancora le macchie nere degli scarichi dei motori; solo che ogni pezzo non combaciava più con gli altri, proprio perché manteneva la propria storia ossia la propria deformazione. «È sull’Alpha la 870», «Affermativo, leggermente spostato sulla destra, diciamo… quattro miglia. Comunque il servizio radar termina qui. Chiamate Roma Aerovie sulla 128.8 per ulteriori», «Grazie di tutto, buonasera», «Buonasera a lei, 870». E al ricombaciare dei pezzi, al loro ritrovarsi dopo anni e miglia di distanza e di separatezza, il colpo d’occhio non restituiva immediatamente l’accaduto, anche se ogni parte ne conservava la memoria, perché l’aereo così com’era adesso non è com’era in fondo al mare, e su quel disporsi, sulla mappa dei relitti in mare, cominciava la lettura e l’interpretazione, l’aereo s’era spezzato in volo, e ogni pezzo aveva proseguito la propria personale parabola da venticinquemila piedi a zero, oppure era sceso a motori spenti lacerandosi all’impatto, ed era l’impatto e solo quello ad aver prodotto ogni specifica ferita, e le correnti in aria e le correnti in mare ad aver prodotto la deriva. «Roma, buonasera, è l’Itavia 870», «Buonasera Itavia 870, avanti», «Centoquindici miglia per Papa Romeo Sierra, mantiene 250», «Ricevuto Itavia 870, può darci uno stimato per Raisi?», «Raisi lo stimiamo intorno ai 13», «870 ricevuto, autorizzati a Raisi VOR, nessun ritardo è previsto. Ci richiami per la discesa», «Per Raisi nessun ritardo, richiameremo alla discesa», «È corretto». Forse per una questione di rispetto i sedili non vennero mai rimontati, l’interno dell’aereo era un tavolato disposto sull’intelaiatura del pavimento originale, per quanto s’era potuto ricostruire, sul quale era appoggiata la moquette, e sopra il tutto un tunnel costituito dalla fusoliera, sfondata all’aperto davanti e dietro. «Itavia 870, quando pronti, autorizzati a 110. Richiamate lasciando 250 e attraversando 150… Itavia 870?». Ogni tanto, nell’hangar, i parenti si riunivano intorno ai Tigi per testimoniare il loro dolore o per testimoniare le azioni intraprese per ottenere giustizia e conoscenza della verità, e in quelle occasioni i Tigi, dopo essere stati un volo di linea, dopo essersi dispersi come relitti, poi ripescati e rimontati in forma d’aereo, diventavano un monumento funebre; per chi avesse osservato senza conoscere la storia, per chi avesse visto quelle povere persone raccolte in un hangar attorno a un aeroplano in pezzi, sarebbe stata un’immagine così dolorosa, così incomprensibile, e in quelle occasioni dentro l’aereo, a camminare sul tavolato, c’erano non più i periti, ma carabinieri, autorità e qualche fotografo. «Itavia 870, ricevete?… ». Col tempo arrivarono anche gli ultimi pezzi, l’ultimo frammento di correntino, l’ultimo pezzo stringheri, l’ultimo brano di rivestimento rivettato, i Tigi furono quasi completamente riuniti, quasi. E quando si riparte? «Itavia 870, qui è Roma, ricevete?…» Venne alla luce il flight recorder, e l’ultimo dei giubbetti salvagente, e l’ultima delle mascherine dell’ossigeno, e il telaio della porta anteriore con un finestrino della cabina piloti, e una pompa carburante, e un longherone con rivestimento e rivetti, e un seggiolino, e un portello con maniglia circolare, «Itavia 870, Roma…? Itavia 870, qui è Roma, ricevete?…», e una scatola elettrica, e tre tubi oleodinamici, e una condotta schiacciata, un elemento di strumentazione, un martinetto con molla, un seggiolino con cintura, «Itavia 870, ricevete?…Itavia 870, qui è Roma, ricevete?…», un pezzo di lamiera celeste con strumento, e un pezzo d’ala con valvole e tubi, e una scatola nera elettrica/elettronica, un oblò di plexiglas, un pezzo di struttura della fusoliera con targhetta ‘Douglas’, e uno scatolato nero con attacco di condotta, e un contenitore grigio verde con attacchi elettrici, «Air Malta 758, this is Rome control», «Rome go ahed», «Air Malta 758, please, try to call for us, try to call for us Itavia 870, please», «Roger, sir… Itavia 870… Itavia 870, this is Air Malta charter 758, do you read?… Itavia 870… Itavia 870, this is Air Malta charter 758. Do you read?… do you read?… Rome, negative contact with Itavia 870», altri due finestrini con l’apertura del portello d’emergenza, la targhetta dell’insegna luminosa ‘emergency exit’, un ultimo pezzetto di fusoliera con pittura rossa, un’altra parte di fusoliera bianca con l’interno celeste ripiegato sulla parte esterna bianca, un trasformatore bruciato con cavo, un frammento della deicing line, alcuni fogli del manuale operativo, un pezzo del rivestimento esterno abraso per frizione, uno strumento senza più il quadrante, «Itavia 870, Itavia 870 this is Rome control, do you read?… Itavia 870, Itavia 870, Rome control, do you read?… », un elevatore con scaricatore statico, un pezzo di condotta di ventilazione ad Y, un finestrino della fusoliera, un telaio per supporto carrucole, la scaletta posteriore, parte terminale dell’ala sinistra, un pannello divisorio bianco, una cassetta elettrica con sportellino, ordinate e correntini, il galley, cioè il cucinino, un frammento di fusoliera con valvola di scarico per WC, un ‘toilette seat’, «Air Malta, this is Rome», «Rome go ahead, this is Air Malta», «Ok, sir, we have Itavia 870 unreported inbound Palermo, please, please try to call for us Itavia 870, try to call for us Itavia 870», «Alitalia 870?», «Itavia, sir, Itavia, Itavia 870», «Roger… Itavia 870, Itavia 870 this is Air Malta. Do you read?… Itavia 870, do you read?… Do you read?… »)

(DANIELE DEL GIUDICE)

Do you read?

(mi ricevete?) (in inglese aereonautico)                                                                

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Unreported (“non comunicato”)

Inbound  (“in entrata”)

“UNREPORTED INBOUND PALERMO” è l’espressione usata dal controllore di volo di Punta Raisi a Palermo per annunciare la perdita del contatto radio con l’ITAVIA 870 partito da Bologna un’ora prima, il 27 giugno del 1980, il “Dc9 I-Tigi” abbattuto nel cielo di USTICA. Ottantauno (81) persone morte (77 passeggeri e 4 membri dell’equipaggio) nell’abbattimento dell’aereo avvenuto alle 20:59 del 27 giugno 1980 sopra il braccio del mar Tirreno compreso tra le isole di PONZA e USTICA

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L’ULTIMO MESSAGGIO DEL PILOTA AI PASSEGGERI DEL DC9

da https://www.stragi80.it/

   27 giugno 1980, il Dc9 I-Tigi della compagnia Itavia, con a bordo 77 passeggeri e 4 membri dell’equipaggio, ha appena sorvolato l’isola di Ponza. Percorre l’aerovia Ambra 13, verso Palermo Punta Raisi, l’atterraggio è stimato alle 21.13. I due assistenti di volo, Continua a leggere

IL CLIMA CHE CAMBIA, le proposte di LEGAMBIENTE: per l’eliminazione della CO2, e per provvedimenti globali (vedi la Cop 26); e poi per scelte di ciascuno più ecologiche. Si deve, per i territori più in crisi, approvare un “Piano Nazionale di Adattamento al Clima” – Una nostra riflessione sul RAPPORTO UOMO-NATURA

Dal nuovo rapporto annualeil clima è già cambiato” dell’Osservatorio CittàClima di Legambiente emerge un’Italia già colpita pesantemente dagli effetti della crisi climatica: record di caldo, piogge intense, grandinate estreme, violente trombe d’aria e alluvioni.  Il rapporto, nato con lo scopo di contribuire a far crescere l’attenzione e le analisi scientifiche sugli impatti che la crisi climatica ha sulle aree urbane e sul territorio italiano e per chiedere di accelerare le politiche di adattamento al clima, a livello nazionale e locale, mette in fila i dati di un impatto dei cambiamenti climatici che in Italia è ormai è sotto gli occhi di tutti ed evidenzia che «I dati sull’accelerazione di questi fenomeni sono sempre più preoccupanti.(…)» (23 Novembre 2021 – da https://greenreport.it/)(nell’immagine la copertina di presentazione del rapporto)

ITALIA NELLA MORSA DEGLI EVENTI ESTREMI: 133 SOLO NEL 2021

di Luca Martinelli, da IL MANIFESTO del 23/11/2021 https://ilmanifesto.it/

– Clima. Nel rapporto dell’Osservatorio «Città clima» le aree più a rischio: Roma, Bari e le coste –

   Il 27 settembre 2021 una grandinata ha causato 8 feriti a Bivigliano, una frazione di Vaglia, nel fiorentino. Nel paese anche 100 veicoli danneggiati e tetti scoperchiati. È solo uno dei 133 eventi estremi registrati in Italia nell’ultimo anno, censiti da Legambiente che lunedì 22 novembre (2021) ha presentato l’edizione aggiornata del rapporto «Il clima è già cambiato». Dal 2010 al 1° novembre 2021, nella Penisola sono 1.118 gli eventi estremi registrati sulla mappa del rischio climatico dell’Osservatorio Città Clima (cittaclima.it), segnando un +17,2% rispetto alla passata edizione del rapporto. (Luca Martinelli, da IL MANIFESTO del 23/11/2021)

(CITTÀCLIMA: MAPPA DEL RISCHIO DAL 2010 AL NOVEMBRE 2021) – Il clima è già cambiato: il nuovo rapporto dell’Osservatorio CittàClima di Legambiente. In Italia aumentano gli eventi estremi e i comuni colpiti: dal 2010 al 1° novembre 2021 registrati 1.118 eventi meteorologici estremi (+17,2% rispetto alla scorsa edizione del rapporto) verificatisi in 602 comuni (95 in più rispetto allo scorso anno) con 261 vittime. Presentato il 23 novembre scorso (2021) da Legambiente, il RAPPORTO “CITTÀ CLIMA 2021”

Gli impatti più rilevanti si sono registrati in 602 Comuni italiani. Nello specifico, negli ultimi dodici mesi si sono verificati 486 casi di allagamenti da piogge intense, 406 casi di stop alle infrastrutture da piogge intense, 308 eventi con danni causati da trombe d’aria, 134 gli eventi causati da esondazioni fluviali, 48 casi di danni provocati da prolungati periodi di siccità e temperature estreme, 41 casi di frane causate da piogge intense e 18 casi di danni al patrimonio storico. (Luca Martinelli, da IL MANIFESTO del 23/11/2021)

LA TEMPESTA VAIA DEL 29 OTTOBRE 2018 – foto da https://www.ilfriuli.it/

   A questo si aggiunge la perdita di vite umane, 9 solo nei primi dieci mesi del 2021 (e 261 dal 2010). Tra le città più colpite dagli eventi estremi legati ai cambiamenti climatici c’è Roma, dove negli ultimi undici anni si sono verificati 56 eventi (9 nell’ultimo anno), 32 dei quali hanno riguardato allagamenti a seguito di piogge intense. Altro caso importante è Bari, con 41 eventi, principalmente allagamenti da piogge intense (20) e danni da trombe d’aria (18). Milano segue con 30 eventi totali: almeno 20 le esondazioni dei fiumi Seveso e Lambro. (Luca Martinelli, da IL MANIFESTO del 23/11/2021)

LE ALLUVIONI SEMPRE PIÙ FREQUENTI (foto da https://asvis.it./ Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile)

   Le grandinate estreme, come quella di Bivigliano, rappresentano un nuovo fenomeno censito, perché – spiega Legambiente – «colpiscono sempre con maggiore intensità e frequenza campagne e centri urbani». Solo nel corso del 2021, si sono verificati 14 eventi di questo tipo. Un altro approfondimento del rapporto riguarda la resilienza delle reti elettriche e ferroviarie, ed è stato realizzato in collaborazione con Terna, e-distribuzione e Fs italiane. Dal 2010 ad oggi si sono registrati 83 giorni di stop a metropolitane e treni urbani e 89 giorni di disservizi estesi sulle reti elettriche per il maltempo. (Luca Martinelli, da IL MANIFESTO del 23/11/2021)

(Il libro di JASON HICKEL “SIAMO ANCORA IN TEMPO, Come una nuova economia può salvare il pianeta”, Ed. IL SAGGIATORE) – “(…) Il titolo originale del libro è netto: Less Is More: How Degrowth Will Save The World. Non si sa perché l’editore italiano abbia deciso di distorcerlo ed edulcorarlo, censurando la parolina urticante “decrescita” e riducendo la questione della salvezza del pianeta ad una faccenda economica. La tesi dell’autore, invece, è tanto complessa quanto radicale. La decrescita è un’idea di cui non si può fare a meno – scrive – perché ci fa uscire dal “culto della crescita” e “ci scuote dallo stordimento” (p.261) di una ideologia totalizzante, di una “metafora potente”, per di più, apparentemente democratica, poiché allude alla possibilità di un miglioramento infinito, per imitazione e “gocciolamento”, del tenore di vita di ciascun individuo. (…)” (Paolo Cacciari)

   Di fronte a questo quadro, Legambiente è tornata a ribadire l’urgenza di approvare quanto prima il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici. Sono 23 i Paesi UE, con l’aggiunta del Regno Unito, che hanno adottato un piano nazionale o settoriale di adattamento al clima e tra questi non vi è l’Italia. Il Rapporto 2021 individua le 14 aree del Paese dove si ripetono con maggiore intensità e frequenza alluvioni, trombe d’aria e ondate di calore. Si tratta di grandi aree urbane e di territori costieri dove la cronaca degli episodi di maltempo e dei danni è senza soluzione di continuità. (Luca Martinelli, da IL MANIFESTO del 23/11/2021)

“(…) Non è l’economia lo scoglio più difficile da superare, ma sradicare dalle menti l’idea che per esaudire i nostri bisogni e i nostri desideri sia necessario produrre merci in quantità sempre maggiore e più in fretta. La transizione ecologica riguarda prima di tutto l’atteggiamento mentale. Se riusciremo a superare l’idea di una natura avara e scarsa e a vederci invece come sua parte, allora, forse, la considereremo non solo sufficiente e bastevole, ma abbondante.” (PAOLO CACCIARI, a commento del libro di JASON HICKEL: Siamo ancora in tempo! Come una nuova economia può salvare il pianeta) (la foto qui sopra è da https://www.nuoverigenerazioni.eu/)

   Ad intere città – quelle già viste più Genova e Palermo – vanno aggiunte aree come la costa romagnola e il Nord delle Marche, con 42 casi, o la Sicilia Orientale e la costa agrigentina, con 38 e 37 eventi estremi. In queste ultime due aree sono stati numerosi i record registrati nel corso del 2021: a Siracusa l’11 agosto, si è raggiunto il record europeo di 48,8 °C, nel catanese e siracusano in 48 ore si è registrata una quantità di pioggia pari a un terzo di quella annuale. Senza dimenticare la devastazione del medicane Apollo, tra il 24 e il 29 ottobre scorsi. Secondo i dati della Protezione Civile, ogni anno spendiamo 1,55 miliardi per la gestione delle emergenze, in un rapporto di 1 a 5 tra spese per la prevenzione e quelle per riparare i danni. (Luca Martinelli, da IL MANIFESTO del 23/11/2021)

(SIAMO L’ARIA CHE RESPIRIAMO, Piano B edizioni) – Arne Naess filosofo e alpinista norvegese, pioniere della ricerca interculturale e delle visioni socio politiche non violente, è stato il fondatore agli inizi degli anni Settanta del movimento della deep ecology o ecologia profonda. L’ecologia profonda è una filosofia contemporanea basata sul superamento dell’antropocentrismo e su una nuova etica ambientale che abbraccia le piante e gli animali oltre che gli uomini. L’ecologia profonda pone domande profonde, sulle cause profonde e nasce da una relazione profonda con l’ambiente a cui sentiamo di appartenere: è un invito alla gioia, all’identificazione con la natura e all’espansione del sé verso gli altri esseri. Dal Sito https://altrispazi.sherpa-gate.com/altrilibri/recensioni/siamo-laria-che-respiriamo/

  

   Quattro per Legambiente le priorità per ridurre la vulnerabilità. (1) Oltre all’approvazione del Piano di adattamento va previsto (2) un programma di finanziamento e intervento per le 14 aree del Paese più colpite dal 2010 ad oggi. Inoltre, (3) occorre rafforzare il ruolo delle Autorità di Distretto e dei Comuni negli interventi contro il dissesto idrogeologico. Infine, bisogna (4) rivedere le norme urbanistiche: si continua a costruire in aree a rischio idrogeologico, a intubare corsi d’acqua, a portare avanti interventi che mettono a rischio vite umane durante piogge estreme e ondate di calore. (Luca Martinelli, da IL MANIFESTO del 23/11/2021)

Il Rapporto sui limiti dello sviluppo, commissionato al MIT dal Club di Roma, fu pubblicato nel 1972. Donella Meadows, Dennis Meadows e altri ne furono gli autori. Il rapporto, basato sulla simulazione al computer World3, predice le conseguenze della continua crescita della popolazione sull’ecosistema terrestre e sulla stessa sopravvivenza della specie umana, riprendendo alcune delle preoccupazioni e delle predizioni del Rev. Thomas Malthus.  Nel modello originale furono prese in considerazione 5 variabili, sotto l’ipotesi che queste stiano seguendo una crescita esponenziale. Le variabili erano: popolazione mondiale, industrializzazione, inquinamento, produzione alimentare e consumo di risorse. (…) Nel 1992 è stata pubblicato un primo aggiornamento del Rapporto, col titolo Beyond the Limits (oltre i limiti), nel quale si sosteneva che erano già stati superati i limiti della “capacità di carico” del pianeta. Un secondo aggiornamento, dal titolo Limits to Growth: The 30-Year Update è stato pubblicato nel Giugno 2004 dalla Chelsea Green Publishing Company. In questa versione, Donella Meadows, Jorgen Randers e Dennis Meadows hanno aggiornato e integrato la versione originale, spostando l’accento dall’esaurimento delle risorse alla degradazione dell’ambiente. (di GIORGIO SARTORI, 8 novembre 2021, da https://nuovoconfronto.wordpress.com/)

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RAPPORTO DELL’OSSERVATORIO CITTÀCLIMA 2021: DAL 2010 AL 1° NOVEMBRE, 1.118 EVENTI METEOROLOGICI ESTREMI (+17,2%) verificatisi in 602 comuni (95 in più ) con 261 vittime

[23 Novembre 2021] – da https://greenreport.it/

   In Italia è già emergenza clima: aumentano gli eventi estremi e i comuni colpiti

Le 14 aree più colpite dagli impatti climatici. Legambiente: «Siamo l’unico grande Paese europeo senza un piano di adattamento al clima»

   Dal nuovo rapporto annuale “il clima è già cambiato” dell’Osservatorio CittàClima di Legambiente – realizzato con il contributo del Gruppo Unipol e con la collaborazione scientifica di Enel Foundation – emerge un’Italia già colpita pesantemente dagli effetti della crisi climatica: record di caldo, piogge intense, grandinate estreme, violente trombe d’aria e alluvioni.

   Il rapporto, nato con lo scopo di contribuire a far crescere l’attenzione e le analisi scientifiche sugli impatti che la crisi climatica ha sulle aree urbane e sul territorio italiano e per chiedere di accelerare le politiche di adattamento al clima, a livello nazionale e locale, mette in fila i dati di un impatto dei cambiamenti climatici che in Italia è ormai è sotto gli occhi di tutti ed evidenzia che «I dati sull’accelerazione di questi fenomeni sono sempre più preoccupanti.  Dal 2010 al 1° novembre 2021, nella Penisola sono 1.118 gli eventi estremi registrati sulla mappa del rischio climatico, 133 nell’ultimo anno, segnando un +17,2% rispetto alla passata edizione del rapporto. Gli impatti più rilevanti si sono registrati in 602 comuni italiani, 95 in più rispetto allo scorso anno (quasi +18%). Nello specifico si sono verificati 486 casi di allagamenti da piogge intense, 406 casi di stop alle infrastrutture da piogge intense con 83 giorni di stop a metropolitane e treni urbani, 308 eventi con danni causati da trombe d’aria, 134 gli eventi causati da esondazioni fluviali, 48 casi di danni provocati da prolungati periodi di siccità e temperature estreme, 41 casi di frane causate da piogge intense e 18 casi di danni al patrimonio storico».

   A questo si aggiunge la perdita di vite umane: 261 vittime, 9 solo nei primi 10 mesi del 2021. Tra le città più colpite: Roma dove, dal 2010 al 1° novembre 2021, si sono verificati 56 eventi, 9 solo nell’ultimo anno, di cui ben oltre la metà, 32, hanno riguardato allagamenti a seguito di piogge intense. Altro caso importante è quello di Bari con 41 eventi, principalmente allagamenti da piogge intense (20) e danni da trombe d’aria (18). Milano con 30 eventi totali, dove sono state almeno 20 le esondazioni dei fiumi Seveso e Lambro in questi anni.

   Un elemento di novità nel Report 2021 di Legambiente è l’arricchimento del quadro degli impatti degli eventi climatici mappati e analizzati che include anche le grandinate estreme, fenomeni che colpiscono sempre con maggiore intensità e frequenza campagne e centri urbani, e un approfondimento sulla resilienza delle reti elettriche e ferroviarie realizzato in collaborazione con Terna, e-distribuzione, Fs italiane. Il rapporto sottolinea che «Solo nel corso del 2021, si sono verificati 14 eventi di danni causati dalla grandine. Dal 2010 ad oggi, a causa del maltempo, si sono registrati 83 giorni di stop a metropolitane e treni urbani e 89 giorni di disservizi estesi sulle reti elettriche dovuti al maltempo».

   Di fronte a questo quadro, Legambiente torna a ribadire l’urgenza di «Approvare quanto prima il Piano nazionale di adattamento al Clima. Sono 23 i Paesi Ue, con l’aggiunta del Regno Unito, che hanno adottato un piano nazionale o settoriale di adattamento al clima e tra questi non vi è l’Italia».

   Presentando il rapporto, il vicepresidente di Legambiente Edoardo Zanchini ha detto che «Lo scenario di intensificazione dei fenomeni meteorologici estremi descritto dal nuovo Rapporto dell’Osservatorio CittàClima impone al nostro Paese di prendere decisioni non più rimandabili, in grado di evitare che gli impatti siano ancora più rilevanti.

   Quello che la mappa e i dati del rapporto CittàClima mettono in evidenza è che i territori non sono tutti uguali di fronte a questi fenomeni, in alcune aree del Paese si ripetono con più intensità e creano maggiori danni e, dunque, occorre che siano le priorità delle politiche di adattamento. Oggi non è così, perché il nostro Paese non ha un piano che individui strategie e interventi più urgenti, per cui il rischio è che anche le risorse del PNRR siano sprecate. Siamo rimasti gli unici in Europa in questa situazione, pur essendo uno dei Paesi che conta i danni maggiori. Per questo dobbiamo valorizzare i sistemi di analisi, le competenze e le tecnologie di cui disponiamo per monitorare gli impatti e per comprendere come ripensare gli spazi delle città, in modo da mettere in sicurezza le persone e cogliere questa opportunità per renderli anche più vivibili».

   Nel Rapporto 2021 Legambiente ha individuato 14 aree dell’Italia dove si ripetono con maggiore intensità e frequenza alluvioni, trombe d’aria e in alcuni casi negli stessi territori ondate di calore, e spiega che «Si tratta di grandi aree urbane e di territori costieri dove la cronaca degli episodi di maltempo e dei danni è senza soluzione di continuità e per questo dovrebbe portare a un’attenzione prioritaria da parte delle politiche. Ad intere città come Roma, Bari, Milano, Genova e Palermo, vanno aggiunti territori colpiti da eventi estremi ripetutamente e negli stessi luoghi. Si tratta di aree come la costa romagnola e nord delle Marche, con 42 casi, della Sicilia orientale e della costa agrigentina con 38 e 37 eventi estremi.

   In queste ultime due aree sono stati numerosi i record registrati nel corso del 2021: a Siracusa l’11 agosto, si è raggiunto il record europeo di 48,8° C, nel catanese e siracusano in 48 ore si è registrata una quantità di pioggia pari ad un terzo di quella annuale. Inoltre, proprio questa parte dell’isola è stata teatro di devastazione a seguito del medicane Apollo.

   Colpita anche l’area metropolitana di Napoli dove si sono verificati 31 eventi estremi, mentre, tra gli altri territori, ci sono il Ponente ligure e la provincia di Cuneo, con 28 casi in tutto, il Salento, con 18 eventi di cui 12 casi di danni da trombe d’aria, la costa nord Toscana (17 eventi), il nord della Sardegna (12) ed il sud dell’isola con 9 casi».

   Quello italiano è un quadro complesso, fatto di rischi ed impatti in corso, in un Paese che da decenni continua a spendere un’enorme quantità di risorse economiche per rincorrere i danni provocati da alluvioni, piogge e frane, mentre sono poche le risorse spese per la prevenzione.  

   Legambiente fa notare che «Progetti e interventi sono poi dispersi tra gli oltre diecimila individuati dalle Regioni, di cui non sono chiare utilità ed urgenza. Secondo i dati della Protezione Civile, ogni anno spendiamo 1,55 miliardi per la gestione delle emergenze, in un rapporto di 1 a 5 tra spese per la prevenzione e quelle per riparare i danni».

   Il Rapporto passa in rassegna anche una serie di buone pratiche, adottate all’estero e in diverse città italiane, con risultati positivi nella prevenzione del rischio e nell’adattamento al cambio climatico: regolamenti edilizi sostenibili con la realizzazione di infrastrutture verdi, smart mapping, promozione delle fonti rinnovabili, piani di riduzione dei consumi negli edifici pubblici e industriali, gestione sostenibile di reti e infrastrutture, promozione dell’agricoltura urbana sostenibile, progetti di forestazione urbana, interventi mirati come realizzazione di aree di drenaggio.

   Il Cigno Verde segnala l’esempio di Glasgow, che poche settimane fa ha ospitato la COP26 Unfccc, che si è data obiettivi ambiziosi per la gestione sostenibile dell’acqua, puntando all’ammodernamento del ciclo dell’acqua con misure per il contenimento degli eventi meteorologici, attraverso la realizzazione di un piano di drenaggio delle acque superficiali che usi le aree verdi.

   Tra gli esempi italiani più virtuosi co sono Torino, che dopo Bologna e Ancona, il 9 novembre 2020 ha approvato il “Piano di Resilienza Climatica; Padova che il 14 giugno ha approvato il “Nuovo Piano d’azione per l’energia sostenibile e il clima” (Paesc), diventando la quarta realtà italiana a dotarsi di uno strumento specifico per il clima. Milano che sta mettendo in atto una serie di progetti innovativi nei campi dell’housing sociale, della rigenerazione urbana, della smart city e della prevenzione dai rischi idrogeologici e in prima linea negli investimenti per i tetti verdi.

   Per Legambiente sono 4 le priorità per aumentare la resilienza e ridurre la vulnerabilità ai cambiamenti climatici: «Prima tra queste l’approvazione del Piano di adattamento ai cambiamenti climatici, la cui mancanza ha impattato anche nella programmazione delle risorse di Next Generation Ue. Si tratta infatti di un documento necessario per arrivare preparati alla fine del 2022, quando sarà possibile rivedere gli interventi previsti dal Recovery Plan, pianificando specifici progetti nelle aree urbane e territoriali più a rischio».

   Segue la necessità di prevedere un programma di finanziamento e intervento per le 14 aree del Paese più colpite dal 2010 ad oggi. Per l’associazione ambientalista «Il “Programma sperimentale di interventi per l’adattamento ai cambiamenti climatici in ambito urbano” del Mite – che finanzia interventi nei Comuni con più di 60mila abitanti – è un primo passo in questa direzione ma occorre fare un passo avanti, individuando le aree urbane prioritarie e introducendo un fondo pluriennale che permetta alle città la programmazione di intervent»i

   Inoltre, «Occorre rafforzare il ruolo delle Autorità di Distretto e dei Comuni negli interventi contro il dissesto idrogeologico.

   Infine, bisogna rivedere le norme urbanistiche per salvare le persone dagli impatti del clima, perché si continua a costruire in aree a rischio idrogeologico, ad intubare corsi d’acqua, a portare avanti interventi che mettono a rischio vite umane durante piogge estreme e ondate di calore». (da https://greenreport.it/)

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UNA RIFLESSIONE PIÙ APPROFONDITA SUL

RAPPORTO UOMO-NATURA

(Alcune riflessioni da mettere in atto)

di GIORGIO SARTORI, 8 novembre 2021, da https://nuovoconfronto.wordpress.com/  

   Intendo offrire un mio semplice contributo all’interessante dibattito che sta avvenendo anche sulla spinta di Convegni (G2O e COP26), di numerose e partecipate Manifestazioni di Giovani e Adulti in tutto il mondo, relativamente alle problematiche del clima e del rapporto Uomo-Natura.

   Sono temi strettamente legati al percorso che da due anni stiamo facendo sul “LAVORO” e sulle interdipendenze tra azione umana e trasformazioni ambientali. 

Punto primo

Ritengo che ancor oggi sia fondamentale riandare a rileggere attentamente il rapporto del 1972 del Continua a leggere