AUKUS (che sta per Australia, United Kingdom, United State of America), nuovo patto di difesa fra i 3 Stati contro l’espansionismo cinese – L’INDO-PACIFICO, area geostrategica prioritaria militare e del commercio mondiale (ma anche il Mediterraneo conta) segna il duello tra USA e CINA (ci sarà GUERRA? speriamo di no)

(BIDEN annuncia AUKUS) – Nella conferenza stampa virtuale di mercoledì sera 15 settembre (2021) presieduta dai capi di governo britannico e australiano e dal presidente Usa è emerso l’intento di creare AUKUS, una forza di contenimento anti-cinese nell’INDO-PACIFICO, la nuova area geopolitica più “calda” del mondo, dove le potenze anglosassoni cercheranno in primis di limitare l’espansionismo cinese

   Con il patto AUKUS (acronimo ripreso dalle iniziali di Australia, United Kingdom e United State), nuova iniziativa del presidente americano Biden, appunto Usa, Gran Bretagna e Australia decidono di muoversi insieme nella sfida di questo secolo alla Cina, sulla regione dell’INDO-PACIFICO. L’accordo segna in modo chiaro la volontà americana di spostare i propri interessi geopolitici sul fronte asiatico e il suo asse militare nell’intera regione dell’Indo-Pacifico, che è il nuovo centro geopolitico mondiale.

(REGIONE INDO-PACIFICA, mappa da https://www.quotedbusiness.com/) – L’INDO-PACIFICO è una regione biogeografica oceanica che comprende le zone tropicali e subtropicali dell’oceano Indiano e della parte occidentale dell’oceano Pacifico a est, fino alle Hawaii e all’Isola di Pasqua ma mai fino alle coste americane (da Wikipedia)

   Questo accordo a tre, questa iniziativa, permetterà all’Australia di costruire per la prima volta sottomarini a propulsione (carburante) nucleare (non con armi nucleari), utilizzando tecnologia fornita dagli Stati Uniti, con anche la condivisione di capacità informatiche, intelligenza artificiale, tecnologie quantistiche e altre tecnologie sottomarine. AUKUS sta creando un caso diplomatico di scontro non da poco con la Francia, che ha visto sfumare un contratto con l’Australia da 56 miliardi di euro per la consegna di 12 sottomarini convenzionali (cioè a carburante diesel).

   Forse la Francia non è arrabbiata solo per la enorme commessa dei sommergibili persa: l’accordo con l’Australia rappresentava per Parigi l’opportunità concreta e fattiva di consolidare la propria presenza e influenza nell’Indo-Pacifico, essendo la Francia presente con una ZEE (Zona Economica Esclusiva) nella quale i francesi contano 9 milioni di chilometri quadrati di territorio, fra la Nuova Caledonia e Tahiti (uno dei possedimenti della Francia coloniale che ancora conserva).

INDO-PACIFIC e ASIA-PACIFIC REGION (mappa da https://angelowijaya.medium.com/)

   Questo accordo nell’INDO-PACIFICO, anticinese, nasce quasi a metter ordine e chiarire i vari accordi, militari e commerciali che vi sono in quell’immensa regione biogeografica oceanica che comprende le zone tropicali e subtropicali dell’oceano Indiano e della parte occidentale dell’oceano Pacifico a est, fino alle Hawaii e all’Isola di Pasqua. Ad esempio avevamo (ed abbiamo) in corso già l’accordo QUAD: il quadrilatero delle democrazie indo-pacifiche, formato da Giappone, India e appunto Stati Uniti e Australia. E il 24 settembre (2021) Biden ospiterà un vertice con i leader di Australia, India e Giappone, alleanza QUAD creata nel 2007 per contrastare l’ascesa della Cina in campo militare. Conterà da adesso di più il QUAD o l’AUKUS? (crediamo il secondo)

da LIMES: L’OCEANO PACIFICO tra USA e CINA (Carta di Laura Canali, Limes)

   Dall’altra adesso, Pechino, da parte sua, ha presentato ufficialmente la domanda di adesione al CPTPP (“Comprehensive and Progressive Trans-Pacific Partnership Agreement”), l’accordo di libero scambio di 11 Paesi dell’area Asia-Pacifico (è il patto commerciale siglato nel 2018 da Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam, nato sulle ceneri del Trans-Pacific Partnership -TPP-, e voluto allora da Barack Obama, ma disertato clamorosamente dal successore, Donald Trump) nato anch’esso per contenere la Cina. Adesso la Cina, chiedendo l’adesione, ovviamente intende estendere la propria influenza in tale ambito e annullare così il fatto che l’accordo sia nato commercialmente contro di essa (sarà la Cina accolta nel CPTPP? …è cosa non da poco la sua adesione o meno!).

(nella FOTO: JOSEPH BORREL, da https://www.ilsole24ore.com/) – “(…) A poche ore dall’annuncio di un patto tra Stati Uniti, Regno Unito e Australia per contrastare l’influenza cinese a Est, la Commissione europea ha presentato giovedì 16 settembre una nuova strategia per l’Indo-Pacifico. Con l’occasione, l’Alto Rappresentante per la Politica estera e di Sicurezza JOSEP BORRELL (nella FOTO) ha sostenuto che l’iniziativa anglo-sassone è un nuovo pungolo nel fianco dell’Unione Europea perché questa si rafforzi nel settore della difesa. LA NUOVA STRATEGIA COMUNITARIA NELL’INDO-PACIFICO è il primo tassello di un progetto chiamato GLOBAL GATEWAY per firmare accordi internazionali oltre il commercio: un rafforzamento delle catene di produzione, nuovi partenariati in campo ambientale e digitale, nuovi accordi nella sicurezza marittima…In campo digitale, per esempio, i primi accordi nell’Indo-Pacifico verranno negoziati con il GIAPPONE, SINGAPORE e la COREA DEL SUD. (Beda Romano, da “Il Sole 24ore” del 16/9/2021 https://www.ilsole24ore.com/)

   Pertanto la sfida principalmente tra USA e CINA è destinata a continuare su più fronti. E questo accordo trilaterale anti-Cina, Aukus, fa capire che il grande gioco della conflittualità mondiale si gioca adesso prioritariamente nell’Indo-Pacifico. E non a caso, il nuovo patto trilaterale è stato etichettato come una sorta di “nuova NATO”.  Gli USA si sono sì ritirati dall’Afghanistan e dal pantano di una guerra durata vent’anni, ma per concentrarsi sull’obiettivo strategico del presente e del futuro: il contenimento cinese.

   Un passo aggressivo decisamente importante questo in contrapposizione alla Cina: sforzi congiunti fra i tre partner per sviluppare tecnologie avanzate, anche in settori come sicurezza informatica, intelligenza artificiale, informatica quantistica e, appunto, capacità sottomarine. Sottomarini a propulsione nucleare potenzialmente in grado di alterare l’equilibrio di potere navale in tutta quell’area geografica.

(LA GUERRA DEI SOTTOMARINI NELL’INDO-PACIFICO, foto-schema ripreso da IL FOGLIO del 16/9/2021) – L’AUKUS è il nuovo patto di difesa tra STATI UNITI, REGNO UNITO e AUSTRALIA, concepito per arginare le velleità espansionistiche cinesi. “(…) Il PATTO AUKUS permetterà all’AUSTRALIA di costruire per la prima volta sottomarini a propulsione nucleare, utilizzando tecnologia fornita dagli Stati Uniti. Si tratta della prima volta in 50 anni che gli USA condividono la loro tecnologia sottomarina; finora, lo avevano fatto soltanto con il Regno Unito. La partnership riguarderà anche la condivisione di capacità informatiche, intelligenza artificiale, tecnologie quantistiche e altre tecnologie sottomarine. (…)” (Giulia Belardelli, 16/9/2021, da https://www.huffingtonpost.it/)

   Per quanto riguarda l’Europa, la UE, non è vero che sta solo a guardare: per quanto possibile e nelle potenzialità di una UE poco compatta al suo interno (con la necessità del voto all’unanimità dei 27 Paesi aderenti per ogni decisione strategica), c’è però un impegno concreto di rispondere anch’essa all’espansione cinese, a partire proprio dall’INDO-PACIFICO, in vari settori. Ad esempio in campo digitale; e i primi accordi in quell’area verranno negoziati con Giappone, Singapore e Corea del Sud. E poi, sempre nell’impegno presente della UE, si prospetta che le intese in campo ambientale verranno messe a punto con i Paesi che più condividono l’approccio comunitario in questo campo: e alla Cina naturalmente (e giustamente) non si chiudono le porte e si cerca un positivo dialogo con Pechino; pur allo stesso tempo dando priorità ad un rafforzamento della cooperazione con il Giappone, l’Australia, l’India e Taiwan.

(VISIONE GENERALE AREA INDO-PACIFICA mappa da http://www.thenewsnow.co.in/). Il duello tra Usa e Cina si combatte nell’Indo-Pacifico

   Oltre alla Cina, c’è da supporre che anche altre Nazioni (India e Giappone in primis, ma anche Corea del Sud e Filippine) vorranno / dovranno rinnovare e ammodernare il proprio armamentario bellico. Insomma è probabile che ci sarà nell’Indo-Pacifico una nuova corsa al riarmo, tecnologicamente “all’avanguardia”, sicuramente con combustibile atomico per i sottomarini che ciascun Stato avrà in quell’area oceanica (sempre in funzione anticinese).

   E’ da chiedersi: è ipotizzabile che potrà esserci una guerra, un conflitto militare, in primis tra le due superpotenze? (gli USA con i suoi alleati locali, che non vuole abdicare al proprio potere globale già esercitato nel secolo scorso; la CINA, già divenuta in brevissimo tempo superpotenza, ma ancora con un’espansione mondiale sempre più veloce ed allargata)?

   Tutto farebbe supporre che questo, purtroppo, potrebbe essere uno scenario possibile (una guerra). Forse la logica dello schieramento americano è quello che aveva con la “guerra fredda” con l’Unione Sovietica: cioè due forze contrapposte “paritarie militarmente” che si annullano, azzerano la possibilità di uno scontro (nucleare) catastrofico se accadesse. Ma la questione geostrategica è tutt’altro che semplice: Altri soggetti (come l’Europa) potrebbero diventare attori di pace….. Resta il fatto che questo contesto geografico dell’INDO-PACIFICO, così preoccupante, mette in subordine altre situazioni geopolitiche a noi assai vicine e che ci coinvolgono direttamente, che sono altrettanto confuse e pericolose, com’è l’area mediterranea. (s.m.)

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GRAHAM ALLISON, Destinati alla guerra. Possono l’America e la Cina sfuggire alla trappola di Tucidide? (…) Per decenni gli studiosi si sono divisi sul significato che lo storico greco Tucidide assegnò alla guerra intercorsa fra ATENE e SPARTA. Ciò nonostante, le sue parole tuonano ancora oggi lapidarie: «Fu l’ascesa di Atene e la paura che quest’ultima instillò in Sparta che rese la guerra inevitabile». (…) DOVE RISIEDONO LE RADICI DELLA RIVALITÀ SINO-AMERICANA? Esistono precedenti nel passato che possano, nelle élite cinesi e statunitensi, instillare tanto un maggior senso di responsabilità quanto spargere i semi della discordia e dunque condurle verso uno scontro apocalittico? Quale potrà essere la miglior ricetta per una gestione pacifica o quanto meno contenuta dei rapporti tra Pechino e Washington? Ma soprattutto, LA GUERRA È INEVITABILE?   GRAHAM ALLISON – Professore emerito all’Università di Harvard e direttore del Belfer Center for Science and International Affairs – nel suo vibrante e dibattuto volume riattualizza la lezione della ‘TRAPPOLA DI TUCIDIDE’ per cercare di rispondere a questi ed altri importanti quesiti in uno sforzo intellettuale e civico. Il fine è quello di STIMOLARE UNA RIFLESSIONE SUL FUTURO DELLE RELAZIONI TRA STATI UNITI E CINA, auspicando CHE SI POSSA DEVIARE DALLA «TRAIETTORIA CORRENTE», nella quale «la guerra […] nei decenni avvenire non è soltanto possibile, ma più probabile di quanto non si sia disposti a credere». (Alberto Prina Cerai, da PANDORA RIVISTA del 29/5/2019 https://www.pandorarivista.it/)

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IL NEMICO È LA CINA, IL PATTO AUKUS CAMBIA L’ASSE DEL MONDO

di Giulia Belardelli, 16/9/2021, da https://www.huffingtonpost.it/

– Tra Usa, Uk e Australia, la più grande partnership di difesa da decenni. Perché chi controlla l’Indo-Pacifico comanda –

   Nella notizia dello storico patto tra USA, Regno Unito e Australia per la sicurezza nella regione dell’Indo-Pacifico c’è l’immagine di un mondo che ha cambiato baricentro. Da tempo la crescente assertività militare di Pechino nel Mar Cinese Meridionale e verso Taiwan è guardata con preoccupazione a Washington, ma la nascita di Aukus segna una svolta nell’approccio della superpotenza americana verso il rivale cinese.

   Secondo gli analisti, infatti, l’accordo tra Washington, Londra e Canberra rappresenta la più grande partnership di difesa tra paesi da decenni, paragonabile per importanza all’accordo sull’intelligence Five Eyes firmato 75 anni fa da Usa, Uk, Canada, Australia e Nuova Zelanda. Al vecchio nemico di allora, l’Unione Sovietica, si è sostituito il grande rivale di oggi, la Repubblica Popolare Cinese, in una sfida che rende l’Europa sempre più piccola e marginale.

   Il patto Aukus permetterà all’Australia di costruire per la prima volta sottomarini a propulsione nucleare, utilizzando tecnologia fornita dagli Stati Uniti. Si tratta della prima volta in 50 anni che gli USA condividono la loro tecnologia sottomarina; finora, lo avevano fatto soltanto con il Regno Unito. La partnership riguarderà anche la condivisione di capacità informatiche, intelligenza artificiale, tecnologie quantistiche e altre tecnologie sottomarine.

   L’insieme di queste novità – scrive il NYT – mette l’Australia nelle condizioni di iniziare a condurre pattuglie di routine che potrebbero spostarsi attraverso le aree del Mar Cinese Meridionale che Pechino rivendica come sua zona esclusiva e che si estendono fino a Taiwan.

   La Cina ha bollato come “estremamente irresponsabile” il patto per la sicurezza nell’Indo-Pacifico, avvertendo che “danneggerà la pace e la stabilità regionale”. L’ambasciata cinese degli Stati Uniti ha consigliato ai tre firmatari di “sbarazzarsi della mentalità da Guerra Fredda e dei pregiudizi ideologici”.

   Ma Aukus ha fatto arrabbiare anche i francesi, che vedono sfumare un contratto con l’Australia da 56 miliardi di euro per la consegna di 12 sottomarini convenzionali. Biden ha preso una decisione “brutale, unilaterale e imprevedibile che assomiglia molto a quanto fatto da Trump”, ha denunciato il ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian in un’intervista a France Info, dopo che il suo governo aveva già parlato di iniziativa “deplorevole”.

   Per Washington, tuttavia, la collera francese è un effetto collaterale trascurabile. Come il ritiro dall’Afghanistan ha drammaticamente ricordato, quando si tratta di perseguire i propri piani il coordinamento e la comunicazione con gli alleati è una materia in cui Biden non teme di prendere brutti voti.

   Semplicemente, gli sta a cuore un’unica priorità su tutto il resto: affrontare le minacce poste dalla Cina su una regione lontana eppure sempre più centrale per le ambizioni americane. 

   Aukus mira a “promuovere la sicurezza e la prosperità” nella regione, hanno dichiarato il presidente americano Joe Biden, il premier britannico Boris Johnson e il suo omologo australiano Scott Morrison. La conferenza stampa virtuale ha riservato anche un momento di imbarazzo, quando a Biden è sembrato sfuggire il nome del premier australiano, a cui si è riferito con l’espressione “that fellow down under” (“quel tizio laggiù”). Gaffe a parte, il siparietto è utile per avere un’idea dell’importanza strategica che Canberra riveste per Washington: in un tempo relativamente breve, l’ha promossa da semplice partner affidabile -al pari di tanti altri – ad avamposto per portare avanti la sua sfida prioritaria per il XXI secolo. 

   “Questa è un’opportunità storica per le tre nazioni, con alleati e partner affini, per proteggere i valori condivisi e promuovere la sicurezza e la prosperità nella regione Indo-Pacifica”, si legge nella dichiarazione congiunta.

   I leader non hanno fatto riferimento direttamente alla Cina, ma hanno affermato che le sfide alla sicurezza regionale sono “cresciute in modo significativo”. Secondo Guy Boekenstein dell’Asia Society Australia, la firma del patto “dimostra che tutte e tre le nazioni stanno davvero tracciando una linea nella sabbia per iniziare e contrastare le mosse aggressive [della Cina] nell’Indo-Pacifico”.

   Negli ultimi anni il potenziamento militare e la crescente assertività della Cina hanno preoccupato le potenze rivali. Pechino è stata accusata di aumentare le tensioni in territori contesi come il Mar Cinese Meridionale. Ha anche investito molto nella sua capacità militare, compresa la sua guardia costiera che alcuni analisti sostengono sia diventata di fatto una flotta militare. I paesi occidentali, gli Usa in particolare, hanno espresso diffidenza verso gli investimenti infrastrutturali della Cina nelle isole del Pacifico e hanno anche criticato le sanzioni commerciali di Pechino contro paesi come l’Australia.

   In passato Canberra aveva mantenuto buone relazioni con Pechino, suo principale partner commerciale, ma il rapporto si è interrotto negli ultimi anni per via di crescenti tensioni politiche.

   La possibilità di sviluppare per la prima volta sottomarini a propulsione nucleare rappresenta per l’Australia un’accelerazione pazzesca nel suo ruolo di contrasto alla Cina. Questi sottomarini – spiega Jonathan Beale, analista Bbc specializzato in Difesa – sono molto più veloci e difficili da rilevare rispetto alle flotte a propulsione convenzionale. Possono rimanere sommersi per mesi, sparare missili a distanze maggiori e anche trasportarne di più. Per gli Stati Uniti, averli di stanza in Australia è fondamentale per l’influenza che vogliono avere nella regione.

   L’Australia diventerà solo la settima nazione al mondo a utilizzare questo tipo di sottomarino, dopo Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Cina, India e Russia. L’annuncio è arrivato Continua a leggere

L’ITALIA (e l’EUROPA) con i MIGRANTI necessari per svolgere SERVIZI ESSENZIALI (dal CIBO al WELFARE). Un Paese, il nostro, con un tasso demografico in caduta libera cui servirebbero giovani, nuove generazioni. E’ possibile una società multietnica con “NUOVI ITALIANI” superando la psicosi dell’invasione?

MIGRANTI. L’ULTIMO NAUFRAGIO NEL MEDITERRANEO. Ecco i volti degli scomparsi (foto da www.avvenire.it/ del 27/4/2021)

   L’arrivo di immigrati, di persone che fuggono da paesi poveri verso l’Europa e altri paesi considerati ricchi (dove si è sicuri di vivere meglio); la preoccupazione di un’ “invasione” che faccia dire che “non c’è posto per tutti”…. tutto questo è pensabile che sarà una problematica che caratterizzerà i prossimi 10, 20, 30 anni, 40… e chissà fino a quando.

Crisi ambientale e migrazioni forzate. Difendere il Pianeta non i confini (foto da https://asud.net/ )

   Processi di sviluppo e miglioramento delle condizioni di vita in Africa è possibile che avvengano, che popolazioni di determinate aree geografiche riescano a superare la povertà: ma magari ci saranno conflitti civili, guerre per il potere (non basta un miglioramento economico…), oppure condizioni ambientali (come la crescita verso nord dei deserti, delle zone aride) che incentiveranno l’emigrazione.

LA ROTTA DEI MIGRANTI VERSO LA LIBIA (foto da “il Corriere della Sera” del 22 aprile 2021)

   Finora l’Europa ha mostrato tutte le sue difficoltà e paure ad affrontare con equilibrio l’arrivo di immigrazione dal Sud cosiddetta “clandestina”: perlopiù sponsorizzando dittatori (Erdogan) e paesi dove non esistono diritti alla persona (la Libia) per “fermare” i profughi, gli emigranti clandestini, creare muri. Oppure, nel corso degli anni, regolarizzando quello che non si voleva all’inizio: “accorgendosi” che quelli stranieri arrivati nel nostro Paese e di fatto assimilati (solo alcuni integrati) fanno lavori che ci sono utili, e anche a buon prezzo (a volte di fatto un vero schiavismo, come descritto nel libro di Valentina Furlanetto che in questo post proponiamo).

NOI SCHIAVISTI – COME SIAMO DIVENTATI COMPLICI DELLO SFRUTTAMENTO DI MASSA, di VALENTINA FURLANETTO – ed. LATERZA, maggio 2021, euro 16,00 – L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Soprattutto sul lavoro dei para-schiavi, uomini e donne senza diritti che mandano avanti gran parte della nostra economia. Un libro inchiesta durissimo, che farà molto discutere.

   La situazione politica europea poi, in questo momento, non lascia presuppore a niente di buono sul fronte immigrazione. C’è il blocco dei paesi di Viségrad (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia), ma anche Ungheria ed Austria, da sempre contrari all’accoglienza; e paesi che negli anni passati si erano mostrati più solidali nell’accoglienza ai migranti, come Germania e Francia, che sono entrambi alle prese con scadenze elettorali strategiche, importanti per non far rinascere destre omofobe (la Merkel che lascia, Macron che deve affrontare il secondo mandato presidenziale con la Le Pen che cresce nei voti…)

   Pertanto, siccome politiche migratorie umanitarie fanno perdere le elezioni, persisterà in Europa la linea di far bloccare il flusso migratorio con accordi coi principali paesi di origine e transito per bloccare le partenze: appaltare a un dittatore come Erdogan e ai torturatori libici la gestione dei flussi migratori verso l’Europa. Ma è giusto questo?

Tante ore di lavoro e poco denaro, immigrati sfruttati nei campi (foto da www.avvenire.it/ )

   In questo momento storico, presente, nel calendario di primavera e di prossina estate, aumentano e aumenteranno gli sbarchi di immigrati dal Mediterraneo… e si riparla della rotta balcanica (peraltro mai fermatasi, anche nel freddo inverno, con condizioni disumane di profughi bloccati in Bosnia). Prepariamoci a ulteriore tragedie, augurandoci che perlomeno sia data libertà di movimento a quelle navi delle Ong che attuano salvataggi di emergenza (quando possono, quando arrivano in tempo…). Ma così non va bene; è tutto disumano.

Le rotte balcaniche (fonte: borderviolence.eu)

   Il senso di questo post è il tentativo di capire come uscirne da un processo comunicativo e politico che pare si riproporrà inalterato nei prossimi decenni chissà fino a quando. Esiste una prospettiva in inserimento “pacifico” ed equilibrato di così tanti migranti (ma che in realtà tutto è, ma non un’invasione di massa come molti vogliono fare credere)? …la maggior parte, dei migranti, più che propensi ad integrarsi, e ad occupare lavori che gli “indigeni” (gli italiano doc, gli europei…) non fanno?…. E siamo pronti a riconoscere ad essi migranti uguali diritti (e doveri) per un’integrazione naturale loro e dei loro figli? (come pare sia abbastanza avvenuta con i primi arrivati da noi nei decennio a partire dal 1990)

   E se la situazione demografica italica è in grave crisi, perché non pensare che più bambini immigrati, o nati e che nasceranno qui, non solo abbiano diritto alla cittadinanza (lo jus soli), ma anche che il loro esserci possa essere il frutto per “noi” di un “sano egoismo”: cioè i bambini possano ravvivare il sistema scolastico, nuovi italiani per un domani; e gli adulti “utili” a partire dai lavori necessari, e poi in seguito in tutte le nostre attività economiche, sociali, e della società in generale? (s.m.)

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da AVVENIRE, 27 APRILE 2021

MIGRANTI. L’ULTIMO NAUFRAGIO NEL MEDITERRANEO: ECCO I VOLTI DEGLI “SCOMPARSI”

di NELLO SCAVO, 27/4/2021, da AVVENIRE https://www.avvenire.it/ )

– Lasciati morire in mare o riportati nelle prigioni. Ora alcune foto raccontano chi erano i 130 dispersi del 21 aprile scorso: hanno atteso per due giorni che qualcuno li soccorresse –

   Per chinarsi in direzione della Mecca danno le spalle al mare. Ma è dalla parte opposta che hanno l’appuntamento con i sogni e con gli incubi, ammesso che con il mare in tempesta e il buio della notte si possa ancora sognare. E’ questa l’ultima immagine degli ultimi desaparecidos del Mediterraneo.

   Abbandonati senza soccorso. Fatti sparire dai ragionieri delle vite a perdere: i trafficanti che li hanno dati in pasto al mare sapendo che quella notte il Mediterraneo non avrebbe smesso di ruggire. Condannati dall’inerzia di quanti, per dirla con papa Francesco, “possono aiutare, ma preferiscono guardare da un’altra parte”.

Desaparecidos perché di loro non si sa nulla. Perché vuol dire, letteralmente, “fatti sparire”. Nelle immagini che pubblichiamo ci sono i volti di molti dei ragazzi affogati, ma altri potrebbero essere adesso in un campo di prigionia e non c’è modo per le famiglie di sapere se i loro figli sono tra i sepolti vivi nei luoghi dell’orrore quotidiano, o perduti per sempre da qualche parte in fondo al mareSanno che quel giorno sono partiti tutti insieme, ma non sanno chi di loro è ancora vivo da qualche parte. Come sempre le autorità tripoline non forniscono informazioni. Non c’è modo di identificare i vivi, figurarsi i morti.

   Il 21 aprile, quando hanno preso il mare, erano partiti almeno due barconi. I giovani nelle foto erano in quel gruppo. Circa 250 persone sui due grandi canotti che si piegano e si afflosciano ad ogni onda. Forse per un’avaria al motore di fabbricazione cinese, un gruppo è rimasto bloccato dopo poche miglia, e i guardacoste non hanno dovuto percorrere troppe miglia per riportarli indietro e farli rinchiudere nella prigione, dove ad attenderli ci sono i tormenti che speravano di non rivivere mai più.

   Somali, sudanesi, eritrei. Inghiottiti per sempre. Non avranno diritto neanche a un nome sopra a un mucchio di terra. Perfino le poche immagini che di loro circolano, spesso non hanno un nome accanto. Però ci guardano. I due amici che avevano lavorato come operai, ma che poi sono finiti chissà come in un campo di prigionia, dove le vite dei neri si rubano per strada, anche casa per casa, per farne carne da riscatto.  Oppure i ragazzi sudanesi, in posa spavalda, di chi non ha paura di sognare, e invece quella notte si sarà forse pentito anche solo di aver sognato.

   Senza rotta né più un motore che spinge, navigare nell’oscurità a bordo di un gommone che si squassa vuol dire non sapere da dove arriverà la prossima spallata. Come nei film dell’orrore, quando sai che il mostro c’è, che ti farà male, ma non sai da dove ti prenderà: forse un’onda improvvisa da dietro, oppure un sobbalzo da prua, con il mare che travolge e spazza via, e ad ogni scossone il gommone riemerge con qualcuno in meno. Fino a che non ci sarà più nessuno a cavalcioni dei tubolari sgonfi.

Prima della partenza i trafficanti li avevano portati in una casa ben arredata per girare un video promozionale. Immagini che dovevano servire a reclamizzare i servizi delle bande di Khoms che trafficano in esseri umani. Uno spot per far credere che in fondo la sosta in Libia non è così come dicono.

Che tanto poi si parte, e nella vecchia Europa sarà una nuova vita.

   Le previsioni meteo la settimana scorsa erano tra le peggiori. Quando martedì 21 aprile il barcone è stato spinto tra le onde la nave di salvataggio più vicina navigava in direzione opposta, verso la Tunisia. Con le buone o con le cattive gli scafisti devono aver convinto i 130 a prendere il largo. Ed è stata la fine.

   I loro volti stanno ora circolando tra i figli delle diaspore di mezza Africa. Le numerose immagini sono state raccolte fra gli altri da un attivista sudanese che si fa chiamare Mohamed Musa. Mostrano i ragazzi in posa prima della partenza, oppure ripresi in abiti eleganti durante qualche cerimonia prima di lasciare i Paesi d’origine. La volontaria francese Andrea Gagne, che raccoglie testimonianze dirette di rifugiati e prova a fornire supporto legale, ha ottenuto altre foto. Succede a ogni disgrazia. E’ la prova che tutti sanno del rischio. Ma che è sempre meglio morire in balia del mare, che restare vivi in balia dei capricci degli aguzzini.

   “Se si fosse trattato di 130 morti europei o americani, la notizia sarebbe sui giornali di tutto il mondo – dice Andrea – ma poiché si tratta di migranti e rifugiati africani, allora il mondo può ignorarli”.

La ricostruzione dei fatti non smette di confermare come per lunghe ore si sia perso tempo prezioso per tentare un’operazione di salvataggio in tempo utile. La lettura delle email inviate dall’agenzia Ue Frontex fornisce nuovi dettagli.

Sono le 16.06 di giovedì 22 aprile quando Frontex risponde con una mail ad Alarm Phone, chiarendo che il giorno precedente un aereo dell’agenzia Ue per il controllo dei confini aveva avvistato il gommone segnalato dai volontari del “centralino civile”.

   La gravità della situazione è nota. Frontex precisa: “In seguito alle condizioni di pericolo della barca in distress (termine tecnico con cui si definisce l’imminente naufragio, ndr) un messaggio radio “Mayday” è stato lanciato alle navi che transitano nell’area”. Circostanza confermata dalle navi mercantili e dal ponte di comando della Ocean Viking, che aveva ascoltato il messaggio radio dall’aereo europeo Osprey: “Mayday Mayday per una barca in distress”. Poi l’indicazione delle coordinate per raggiungere i naufraghi.

   Questa volta, però, dal quartier generale di Varsavia, Frontex aggiunge un dettaglio che da solo spiega come gli avvisi precedenti fossero stati ritenuti insufficienti: “Tutti gli Mrcc nell’area (le centrali di coordinamento di soccorso, ndr) sono stati informati, incluso quello di Tripoli quale Centro di coordinamento responsabile”, per le operazioni nel mare di ricerca e soccorso libico. Otto ore prima, infatti, sempre Frontex pur essendo a conoscenza della situazione di grave pericolo nella Sar libica, in un’altra email circoscriveva il coinvolgimento dell’allerta alle sole autorità di Roma e La Valletta. “Abbiamo immediatamente ritrasmesso il messaggio di allarme (ricevuto attraverso Alarm Phone, ndr) alle autorità maltesi e italiane”, si legge in un messaggio di posta elettronica inviato alle 08,49 del mattino. Alle 07.52, infatti, Alarm Phone aveva avvertito Frontex dei rischi in mare, precisando la posizione gps ricavata dalla chiamata satellitare dei migranti, che collocava il barcone in area libica.

   Il portavoce della Marina libica, il contrammiraglio Massoud Abdelsamad, ha negato che la guardia costiera Tripoli non abbia fatto tutto il possibile per salvare le vite dei migranti.

   Nelle ultime settimane Abdelsamad ha dovuto far fronte a molte rivelazioni. Nei giorni scorsi rispondendo alle domande di Rainews che aveva ottenuto nuove prove sull’uso di armi da fuoco durante le operazioni di intercettazione dei migranti, aveva spiegato che talvolta dalla motovedette “vengono esplosi dei colpi di arma da fuoco in aria per calmare i migranti durante le operazioni di soccorso”. (NELLO SCAVO, 27/4/2021, da AVVENIRE)

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I MIGRANTI, UN’EMERGENZA UMANITARIA

di Roberto Saviano, da “il Corriere della Sera” del 12/5/2021

   L’emergenza migranti c’è, ma non nei termini in cui viene raccontata, perché non è emergenza invasione ma emergenza umanitaria e l’Italia, insieme all’Europa, ancora una volta non sembra essere sulla strada giusta.

   Da un lato va sottolineata con forza la assoluta necessità di salvare migranti in mare, dall’altro bisogna mostrare lungimiranza e pragmatismo ammettendo, una volta per tutte, che l’immigrazione, per un Paese demograficamente morto come l’Italia, è una benedizione e una necessità.

   Benedizione e necessità da riportare immediatamente nei confini della legalità e del rispetto dei diritti umani che, al momento, Continua a leggere

IL SUMMIT del presidente Usa Biden del 22/4/2021 scorso con i grandi della Terra, per impegnarli (e impegnarsi) a salvare il pianeta dalla catastrofe ambientale – Come convincere il mondo a scelte coraggiose? E per ciascuno di noi a cambiare stile di vita? Basteranno nuove sensibilità ecologiche a mutare rotta?

«OBIETTIVI INSUFFICIENTI»: lo scetticismo di GRETA THUNBERG (nella foto) sul VERTICE PER IL CLIMA organizzato dal presidente Usa JOE BIDEN (cui hanno partecipato in streaming 40 capi di Stato) il 22/4/2021, giornata annuale della Terra – «I leader riuniti al summit parlano di obiettivi ambiziosi, di emissioni-zero entro il 2050, ma la realtà è che con il contrasto al cambiamento climatico siamo indietro di 10 anni». Greta Thunberg si pronuncia così sulle soluzioni per risolvere la questione ambientale, tema principale del LEADER SUMMIT ON CLIMATE organizzato in streaming dal presidente americano JOE BIDEN e al quale ha partecipato anche il presidente del Consiglio MARIO DRAGHI. Al summit, che si è svolto in parallelo alla GIORNATA MONDIALE DELLA TERRA, lo stesso Biden ha aperto i lavori sostenendo che gli Usa si impegneranno «alla RIDUZIONE DELLE EMISSIONI DI COMBUSTIBILI FOSSILI fino al 50-52 per cento entro il 2030», cifre doppie rispetto agli obiettivi prefissati da BARACK OBAMA a ridosso della Cop21 di Parigi. I contenuti del vertice, che ha visto aderire 40 capi di Stato e di governo, da XI JINPING a VLADIMIR PUTIN fino a BORIS JOHNSON ed EMMANUEL MACRON, sono «insufficienti», secondo l’attivista svedese. «Il mondo è complesso», ha proseguito Greta nel video, «ma non possiamo accontentarci perché è in gioco il nostro futuro. Possiamo fare di più per colmare il gap tra l’emergenza che stiamo vivendo e le attuali condizioni del nostro pianeta». (22/4/2021, da https://www.open.online/)

   Il 22 aprile scorso (2021) il presidente degli USA, Joe Biden, ha indetto un summit sul clima, in videoconferenza, in occasione della giornata della Terra, per avviare la cooperazione sulla riduzione dei gas serra e raggiungere poi l’obiettivo “emissioni zero”; in modo da affrontare la problematica del surriscaldamento globale. Il risultato più positivo è che all’evento hanno partecipato quaranta leader dei sei continenti, i cui Paesi insieme rappresentano l’80% dell’economia mondiale. E questo non è risultato da poco: un “parlarsi” mondiale, globale; un accettare l’invito, per un tema come la “salvezza ambientale”, che richiede impegni concreti, è cosa positiva che sia accaduta.

   I risultati concreti lo sono molto meno: ad esempio Cina, Russia, India, Brasile… si son guardati bene dal prendere impegni concreti…oppure (il caso della Cina) hanno sottolineato che si impegneranno di più concretamente giunti al picco del processo interno di sviluppo industriale (previsto dal leader cinese Xi Jin Ping nel 2030)…

 

VERTICE DI 40 CAPI DI STATO SUL CLIMA (in streaming): all’evento convocato da JOE BIDEN (nella foto) giovedì 22 aprile 2021, GIORNATA DELLA TERRA, hanno partecipato i ‘grandi’ dei sei continenti. TANTE LE PROMESSE e gli impegni, POCA L’AMBIZIONE, e gli impegni concreti, per dire stop alle emissioni

   E’ anche sicuro che l’accadimento della pandemia, che stiamo vivendo, in cui il mondo è immerso dall’inizio del 2020, ha fatto capire a tutti che non è il caso di sottovalutare gli effetti della crisi climatica: del rischio cui si va incontro (che se ne vivono già le conseguenze, dell’inquinamento e del clima cambiato); e della necessità di cambiare rotta. Ne parliamo negli articoli che vi proponiamo in questo post cercando di fare il “punto geopolitico” della “SITUAZIONE DEL CLIMA”, cioè di quel che può accadere e quel che può avvenire nei mesi prossimi nei rapporti tra le aree geopolitiche mondiali sulla lotta al cambiamento climatico.

 

IL PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) reso noto dal governo il 23 aprile scorso (suscettibile di qualche altra modifica prima dell’approvazione definitiva del governo e del parlamento e la consegna entro il 30 aprile all’UE) (clicca nel link qui sotto)

   Una occasione politica del 2021 per il nostro Paese può essere offerta dalla presidenza italiana e britannica della Cop26 che si terrà dall’1 al 12 novembre 2021 a GLASGOW in Scozia, più specificatamente detta “Convenzione delle parti sul clima delle Nazioni unite”. Oltre alla Cop26 di Glasgow, c’è l’occasione per britannici e italiani di mettere l’azione per il clima al centro dei lavori del G7 e del G20, summit dei quali i due Paesi hanno nel 2021 rispettivamente la presidenza di turno. È l’occasione per l’Europa di riprendere un ruolo guida nel processo di decarbonizzazione (che entrambi i paesi condividono), riuscendo a convincere tutti gli Stati ed entità geopolitiche della necessità di tassare le emissioni inquinanti (una carbon tax… come chiede più di tutti la Francia di Macron), e abolire i sussidi ai combustibili fossili (è paradossale che l’Europa dia ancora sussidi a combustibili che vorrebbe man mano abolire!). Sussidi invece da indirizzare completamente (e solamente) alla incentivazione dell’uso di fonti rinnovabili pulite.

il “LEADERS SUMMIT ON CLIMATE” organizzato in modalità virtuale dal Presidente americano JOE BIDEN, e apertosi giovedì 22 aprile 2021

   Parlare di inquinamento atmosferico, di modificazione climatica, in un momento di piena pandemia, sembra tema secondario, o perlomeno non prioritario rispetto alle difficoltà planetarie (ma che sono europee, nazionali, locali, personali…) di adesso. Ma gli effetti delle mutazioni climatiche, oramai a detta di tutti (scienziati delle più varie discipline), sono assai preoccupanti (irreversibili?) e ci cambieranno la vita.

   Fenomeni come l’innalzamento della temperatura, la diminuzione delle piogge, lo scioglimento dei ghiacciai, gli eventi atmosferici estremi (da noi pensiamo al riscaldamento del Mediterraneo, che essendo un mare semichiuso si sta scaldando più velocemente degli oceani) con fenomeni mai accaduti (pensiamo all’uragano Vaja della notte del 29-30 ottobre 2018), e altri nuovi accadimenti metereologici, cose raccontate con l’evidenza dei numeri e le analisi degli studiosi… tutto questo sta a dimostrare che siamo entrati nell’èra della crisi ambientale, nella quale ci viene chiesto il conto di decenni di sviluppo non sostenibile, dove abbiamo consumato e inquinato senza considerare il fragile equilibrio della natura.

GRAFICO da ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) 23/4/2021 (https://www.ispionline.it/ )

   Inverni troppo miti, estati torride, fiumi sempre più asciutti, terreni in via di desertificazione, acque alte sempre più spesso (a Venezia…), con l’innalzamento dei mari e l’erosione dei litorali; poi come prima detto gli uragani tipo Vaia; la scomparsa delle api e l’arrivo di nuove specie animali e vegetali…. Tutti episodi visibili, che non ci vogliono rilevazioni statistiche a dircelo, ma li possiamo vedere e notare ognuno di noi.

   Sulla necessità di porre un freno all’innalzamento climatico causato dalle attività umane, c’è coscienza in Europa (perlomeno nelle istituzioni che adesso ci rappresentano) e in altre parti del mondo. Però quando si tratta di fare scelte concrete, coraggiose, allora ognuno “mette dei paletti”: necessità di Stati in via di sviluppo che non vogliono rivedere i loro trend di crescita (pensiamo appunto alla Cina); e comunque situazioni di ricchezza (o povertà) diversa, che fanno sì che la sensibilità ambientale possa essere maggiore in aree geografiche dove la qualità della vita è migliore (come l’Europa) (e non si vorrebbe perderne i benefici con la crisi ambientale); mentre risulta più difficile convincere i Paesi in via di sviluppo di non commettere gli stessi errori di distruzione ambientale commessi dai paesi ricchi di più antica tradizione (come l’Europa), ma di trovare “vie nuove” a un progresso non inquinante, che valorizzi la salute della propria popolazione e conservi l’ambiente (pensiamo al Brasile e la foresta amazzonica)(…ma se i paesi ricchi necessitano di tanta carne come cibo, gli allevamenti e le coltivazioni di soia in Amazzonia soddisfano a questo, e allora tutti siamo coinvolti nel dover cambiare…).

(foto da https://distribuzionemoderna.info/) – “(…) Negli ultimi anni sono aumentati i MERCATI CONTADINI, i GRUPPI DI ACQUISTO e altre forme di DISTRIBUZIONE ALTERNATIVE a quella organizzata, che hanno favorito la creazione di relazioni e momenti di DIALOGO TRA PRODUTTORI E CONSUMATORI, con un maggior guadagno per i primi e un costo pressoché invariato per i secondi, ma con una merce più fresca, di stagione che non ha percorso innumerevoli chilometri. COOPERAZIONE, TRASPARENZA e SOLIDARIETÀ sono BISOGNI CHE CITTADINI via via più responsabili e informati, CHIEDERANNO a gran voce, anche ALLA GRANDE DISTRIBUZIONE E AL COMPARTO ONLINE, che registra tassi di crescita impressionanti. In questo caso è la singola azienda a dover farsi garante di pratiche rispettose dell’ambiente e dei lavoratori, mettendo così il maggior potere di cui gode sul mercato al servizio della filiera. (…)” (IL PIANETA HA LANCIATO L’ULTIMO APPELLO: RIGENERAZIONE O ESTINZIONE, di CARLO PETRINI, da “La Stampa” del 22/4/2021)

   Sia a livello globale, che europeo, ma anche nazionale, l’imperativo che ci si propone politicamente (almeno nelle intenzioni teoriche) è quello assai semplice e doveroso, di premiare l’impiego di fonti energetiche rinnovabili e non inquinanti; e invece accollare più costi a quelle (fonti energetiche) finora tradizionali, inquinanti e non rinnovabili, causa della crisi ambientale odierna. Ma non sembra che questo proponimento accada ora realmente.   

A livello nazionale, ad esempio, se è pur vero che si adotta una politica di sussidi alle fonti rinnovabili, dall’altra altrettanti sussidi vengono mantenuti per l’industria tradizionale petrolifera, per i trasporti di merci su strada (ampiamente sovvenzionati nei costi del carburante e delle autostrade)… contribuendo così ad “accontentare tutti”, ma non venire a cambiare effettivamente la barra dello sviluppo che adesso si vorrebbe “sostenibile”. Ora è in fase di approvazione ed inizio il PNRR, Piano di Recupero e Resilienza italiano (all’interno del grande progetto di rilancio economico dalla pandemia dell’Unione Europea denominato “Next Generation Eu”) che stanzierà enormi risorse in progetti di conversione ambientale (cercheremo di vederli nei prossimi post, di valutarne la portata, speriamo positiva). Comunque un’occasione da non sprecare, attuando interventi “veramente” ecologici.

JONATHAN SAFRAN FOER, “POSSIAMO SALVARE IL MONDO, PRIMA DI CENA. PERCHÉ IL CLIMA SIAMO NOI”, Guanda Ed., 2019, 12 euro – Il tema dell’emergenza climatica affrontato in un libro unico, che ha l’urgenza di un pamphlet e il fascino di un romanzo. – “Nessuno se non noi distruggerà la terra e nessuno se non noi la salverà…Noi siamo il diluvio, noi siamo l’arca.”

   Per cercare di limitare l’aumento del riscaldamento globale, nel 2015 quasi tutte le nazioni hanno firmato l’accordo di Parigi con l’obiettivo di mantenere l’aumento della temperatura media al di sotto dei 2°C in più rispetto ai livelli preindustriali, e di proseguire gli sforzi per limitarlo a 1,5°C attraverso piani d’azione per ridurre le emissioni. Ma questo non basta ancora per uscire dall’emergenza ambientale.

   I settori strategici da considerare, per un’inversione di tendenza, ecologica, che oggi sono responsabili di tre quarti delle emissioni di Co2 del pianeta sono quelli dell’ENERGIA e dei TRASPORTI: pertanto i sussidi vanno alle energie rinnovabili e non inquinanti e le penalizzazioni a quelli “tradizionali”: questa è forse la scommessa della riuscita della Cop26, della Conferenza sul clima di Glasgow del prossimo novembre.

   C’è da prendere un insieme di impegni mondiali, europei, nazionali, locali, personali di ciascuno di noi, che richiedono uno sforzo convinto; sicuri purtroppo che se questo impegno non ci sarà, le condizioni di vita dei nostri luoghi, climatiche, ambientali… saranno ben peggiori di quelli che già stiamo vivendo e verificando nella nostra quotidianità. (s.m.)

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IL PIANETA HA LANCIATO L’ULTIMO APPELLO: RIGENERAZIONE O ESTINZIONE

di Carlo Petrini, da “La Stampa” del 22/4/2021

   Ogni anno il 22 aprile, giorno di primavera, si celebra la Giornata Mondiale della Terra. Una ricorrenza che ci ricorda di avere cura e attenzione per il pianeta che ci ospita, (…) e mi trovo d’accordo con quella componente sempre più ampia del mondo scientifico, che sostiene che lo scatenarsi della pandemia sia stata una sorta di risposta biologica con cui la nostra Terra Madre ha tentato di aprirci gli occhi sulle conseguenze del nostro sistema consumista, sulla profonda interconnessione del tutto e sulla comunione di destino a cui nessuno può sottrarsi.

   Ecco quindi che il fiorire della natura circostante, dovrebbe andare di pari passo con lo sbocciare nelle menti di nuovi valori e comportamenti che accolgano l’appello del pianeta e affrontino le problematiche che ci attendono.

   Risponderemo al cambiamento climatico con coerenza e rapidità? Realizzeremo un modello di sviluppo rigenerativo? Dismetteremo l’attuale sistema agricolo dipendente da input chimici e ad alto consumo di energie per praticare invece un’agricoltura attenta alle risorse, alla biodiversità e agli ecosistemi?  Adotteremo stili alimentari consapevoli, che Continua a leggere

LA ROTTA BALCANICA verso l’Europa – Nel nord-ovest della BOSNIA, al confine con la CROAZIA, migliaia di PROFUGHI all’addiaccio nella neve, dopo l’incendio del CAMPO DI LIPA; e invisi alla popolazione locale – La Caritas denuncia la “CATASTROFE UMANITARIA” e chiede l’intervento dell’Unione europea e dei governi

GENNAIO 2021, CONFINE BOSNIA-CROAZIA “In BOSNIA-ERZEGOVINA un migliaio di persone, giovani migranti che tentano di arrivare in Europa tramite la ROTTA BALCANICA, sono costretti a stare all’addiaccio con temperature che arrivano a -10 gradi, mentre il governo sta allestendo un campo di tende isolato, in montagna, senza riscaldamento, acqua, energia elettrica. Alla decisione si sono opposte tutte le organizzazioni umanitarie che lavorano in zona. “E’ una follia”, denuncia Daniele Bombardi, di Caritas italiana. L’ODISSEA DEI MIGRANTI CHE PASSANO DALLA ROTTA BALCANICA, dalla Turchia all’inferno dell’isola di Lesbo e poi in Bosnia-Erzegovina (o in Croazia), SI INTERROMPE LÌ, ALLA FRONTIERA, dove il miraggio dell’Europa è vicino ma più crudo che mai. Un migliaio di giovani uomini, da SIRIA, IRAQ, IRAN, AFGHANISTAN, PAKISTAN, BANGLADESH e dai Paesi del MAGHREB e dell’AFRICA SUB-SAHARIANA, sono BLOCCATI IN UNA SITUAZIONE DISUMANA, in strada o in ripari di fortuna al gelo e senza aiuti, trattati “peggio delle bestie, al confine con l’Europa, con le temperature che toccano i 10 gradi sotto lo zero.(…)” (Patrizia Caiffa, da “la difesa del popolo”, settimanale della diocesi di Padova, 8/1/2021, https://www.difesapopolo.it/) (nella FOTO: migranti e polizia bosniaca, da https://it.euronews.com/)

   Il 23 dicembre scorso (2020) le autorità bosniache hanno chiuso la tendopoli di Lipa, che ospitava 1.500 persone, punto importante nella rotta dei Balcani per i migranti verso i paesi europei (nell’estremo nord-ovest della Bosnia ai confini con la Croazia, e a 30 km dalla città di Bihać).

(migrati a piedi nudi sulla neve, 27/12/2020, foto da https://it.euronews.com/) – «DIFENDIAMO LA NOSTRA CITTÀ!». I profughi di ieri contro i profughi di oggi. La gente che un tempo veniva sfollata e che ora usa lo sfollagente. Nel gelo di fine anno, nella glaciale indifferenza che il Covid fa calare su qualunque altra emergenza globale, ALLE PORTE DELL’EUROPA C’È UN PROBLEMA MIGRANTI CHE SI STA TRASFORMANDO IN UNA GUERRA FRA POVERI, in una «VERA CATASTROFE UMANITARIA» — dice l’Onu — che nessuno sa affrontare: ALMENO TREMILA MEDIORIENTALI, NORDAFRICANI, ASIATICI DA GIORNI VAGANO IN CIABATTE A VENTI SOTTOZERO PER LE FORESTE DELLA BOSNIA NORD-OCCIDENTALE, al confine con la Croazia, arrivati lungo la rotta dei Balcani e rimasti senza un campo dove rifugiarsi e respinti dalle guardie di frontiera croate e infine RIFIUTATI DAI CITTADINI BOSNIACI DI BIHAC. Che non li vogliono ospitare. Che presidiano la vecchia fabbrica dismessa di Bira, dove s’è provato a reperire un rifugio.(…) (Francesco Battistini, 29/12/2020, da “il Corriere della Sera”)

   La tendopoli, nella fase di sgombero, è stata distrutta da un incendio (pare provocato da dei migranti). Ora un migliaio, forse di più, di questi profughi sono BLOCCATI IN UNA SITUAZIONE DISUMANA, in strada o in ripari di fortuna al gelo e senza aiuti: alcuni rimasti al campo di Lipa, sotto la neve, all’addiaccio; altri vagano nei boschi, con temperature sotto lo zero. L’appello che fanno è che: “Se nessuno ci aiuta, moriremo”.

Dove si trova geograficamente il CAMPO DI LIPA, in Europa, nel Balcani, in Bosnia, al confine croato (mappa da http://www.irishnews.com/)

   Sono migranti provenienti da Asia, Medio Oriente e Africa, in particolare da SIRIA, IRAQ, IRAN, AFGHANISTAN, PAKISTAN, BANGLADESH e dai Paesi del MAGHREB e dell’AFRICA SUB-SAHARIANA.

I migranti camminano verso la foresta dopo la chiusura del campo di Lipa (a Bihac, in Bosnia-Erzegovina, il 30 dicembre 2020 – foto REUTERS, Dado Ruvic)

   C’è stato, da parte delle autorità bosniache, un tentativo di trasferirli in un altro sito in Bosnia, ma nessuna soluzione è stata trovata, per l’opposizione delle popolazioni locali: anch’esse trent’anni fa profughe (dal 1991 al 1995 vittime della guerra civile iugoslava), ma che non ne vogliono sapere di questi profughi provenienti da terre ora anch’esse di guerra (o di miseria).

(Le rotte balcaniche, fonte borderviolence.eu, da https://lungolarottabalcanica.wordpress.com/info/) – “(…) LA PRIMA ROTTA BALCANICA parte ufficialmente il 25 ottobre del 2015: GRECIA, MACEDONIA, SERBIA e UNGHERIA. Allora furono oltre 800mila i migranti, soprattutto siriani in fuga dalla guerra, che provarono a percorrerla. In molti arrivarono finalmente in Germania per chiedere l’asilo politico. Ma per l’Europa erano “troppi”. Così pochi mesi dopo, nel marzo del 2016, Bruxelles sigla un accordo con Ankara per limitarne l’arrivo. Ma i confini sono come un colabrodo quando a far partire le persone è la disperazione. E infatti i rifugiati in cerca di una nuova casa non smisero di provarci, solo cambiarono la strada. Così DAL 2018 si sono venuti a creare ALTRI DUE PERCORSI, il primo tra la GRECIA, MACEDONIA, SERBIA E BOSNIA e l’altro tra GRECIA, ALBANIA, MONTENEGRO E BOSNIA. Ma una volta arrivati in Bosnia Erzegovina si rimane bloccati. I migranti tentano il “game”, l’espressione che utilizzano per indicare il passaggio tra il confine bosniaco e quello croato, ma vengono scoperti dalla polizia croata, picchiati, torturati, derubati e poi rispediti indietro.(…)” (Anna Spena, 4/1/2021, da VITA International – http://www.vita.it/)

   Infatti inizialmente sono stati (i profughi del campo di Lipa) fatti salire su degli autobus per il trasferimento in un altro campo, e hanno aspettato con il freddo clima invernale per più di un giorno, per essere portati a Bradina o Sarajevo, cioè in possibili altri luoghi dove ci sono campi profughi e possibilità di accoglienza. Tuttavia, non c’è stato un accordo definitivo su dove dovevano andare, vista l’opposizione come dicevamo dei bosniaci (qui accomunati tra mussulmani, serbi, croati bosniaci…) dove avrebbero dovuto andare. Sono anche state, da parte delle popolazioni locali, inscenate feroci proteste contro i migranti (i pompieri che bloccavano la strada, e cose del genere….).

LA ROTTA BALCANICA VERSO LA BOSNIA (mappa da http://www.agensir.it/) porta a BIHAC a nord-ovest, per tentare di superare l’invalicabile frontiera con la Croazia

   I migranti hanno così, dopo un giorno, abbandonato gli autobus, e alcuni sono tornati verso il campo bruciato di Lipa; dove l’esercito bosniaco sta cercando di ripristinarlo in qualche modo, allestendo nuove tende. Altri stanno vagando all’addiaccio in ripari di fortuna.

(foto ex campo di Lipa, da http://www.impakter.it/) – “(…) In Bosnia la maggior parte dei profughi si concentrava nel cantone di UNA SANA, ma dopo la chiusura del CAMPO DI BIRA, a BIHAČ, una ex fabbrica di frigoriferi gestita dall’IOM (‘International Organization for Migration), UNA PARTE DELLE PERSONE È STATA SPOSTATA NEI CAMPI DI MOSTAR E SARAJEVO. E durante la scorsa primavera UN’ALTRA PARTE È STATA ASSEGNATA AL CAMPO DI LIPA, TRA BIHAĆ E BOSANSKI PETROVAC, l’ennesima struttura non adatta all’accoglienza. (…) A Lipa non c’è acqua, servizi, elettricità. La gente rischiava di morire di freddo e l’IOM ha più volte fatto presente al governo bosniaco che non avrebbe continuato a lavorare in quelle condizioni rischiando che i migranti morissero sotto la loro custodia. IL CAMPO DI LIPA SI TROVA A 30 KM DA BIHAČ, LETTERALMENTE IN MEZZO ALLE MONTAGNE, le temperature sono rigidissime d’inverno (…) (Anna Spena, 4/1/2021, da VITA International – http://www.vita.it/)

   Un situazione umanitaria che ancora una volta ci vede spettatori (lo sappiamo solo perché ci sono volontari e associazioni sul posto, e giornalisti coraggiosi) di quanto sta accadendo tragicamente a poche decine di chilometri da noi in linea d’aria. Come già successo nei tragici eventi subiti dalle popolazioni della ex Iugoslavia nella guerra civile del ‘91-95…

“(…) In Bosnia la maggior parte dei profughi si concentrava nel cantone di UNA SANA, ma dopo la chiusura del CAMPO DI BIRA, a BIHAČ, una ex fabbrica di frigoriferi gestita dall’IOM (‘International Organization for Migration), UNA PARTE DELLE PERSONE È STATA SPOSTATA NEI CAMPI DI MOSTAR E SARAJEVO. E durante la scorsa primavera UN’ALTRA PARTE È STATA ASSEGNATA AL CAMPO DI LIPA, TRA BIHAĆ E BOSANSKI PETROVAC, l’ennesima struttura non adatta all’accoglienza. (…) A Lipa non c’è acqua, servizi, elettricità. La gente rischiava di morire di freddo e l’IOM ha più volte fatto presente al governo bosniaco che non avrebbe continuato a lavorare in quelle condizioni rischiando che i migranti morissero sotto la loro custodia. IL CAMPO DI LIPA SI TROVA A 30 KM DA BIHAČ, LETTERALMENTE IN MEZZO ALLE MONTAGNE, le temperature sono rigidissime d’inverno (…) (Anna Spena, 4/1/2021, da VITA International – http://www.vita.it/)

   Contesti di indifferenza cui l’impegno volontario è “delegato” a pochi (la Caritas, qualche altra organizzazione umanitaria…); e dall’altra i governi e l’Unione Europea che sono ora più che mai concentrati sulla pandemia, e poco interessati a seguire adeguatamente situazioni umanitarie di grande sofferenza (in luoghi che di fatto sono “Europa”, come è la Bosnia, geograficamente nell’area balcanica, al di là del non essere ancora nella UE). Chiediamo che chi può faccia qualcosa. (s.m.)

IL CAMPO DI LIPA IN BOSNIA DISTRUTTO DALL’INCENDIO IL 23 DICEMBRE 2020 (foto da http://www.vita.it/) – “(…) È la ROTTA BALCANICA, percorso di guerra che parte almeno dall’India e anche più in là, approda in questo fango elastico e tenace, fino a due giorni fa c’era anche la neve e con il FUOCO DELL’INCENDIO che ha distrutto ogni cosa siamo arrivati alla parola fine (…)” (Brunella Giovara, da “la Repubblica” del 6/1/2021)

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(ROTTA BALCANICA, foto da AVVENIRE) – “(…) A marzo 2016, in virtù dell’accordo tra Unione Europea e Turchia, i confini degli Stati lungo la rotta balcanica sono stati definitivamente chiusi e il viaggio verso l’Europa è diventato sempre più pericoloso e costoso sia in termini economici quanto di vite umane. Oggi circa 130 mila persone si trovano bloccate in campi profughi distribuite tra Grecia, Nord Macedonia, Albania, Serbia, Bosnia Erzegovina, e Croazia, e l’unica possibilità per arrivare nell’Europa che conta è quella di affidare la propria vita nelle mani dei trafficanti.(…)” (da https://lungolarottabalcanica.wordpress.com/)

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(nella foto: migranti giunti in Croazia – saranno respinti? – porta di ingresso nella UE) – “(…) In Bosnia la maggior parte dei profughi si concentrava nel cantone di UNA SANA, ma dopo la chiusura del CAMPO DI BIRA, a BIHAČ, una ex fabbrica di frigoriferi gestita dall’IOM (‘International Organization for Migration), UNA PARTE DELLE PERSONE È STATA SPOSTATA NEI CAMPI DI MOSTAR E SARAJEVO. E durante la scorsa primavera UN’ALTRA PARTE È STATA ASSEGNATA AL CAMPO DI LIPA, TRA BIHAĆ E BOSANSKI PETROVAC, l’ennesima struttura non adatta all’accoglienza. (…) A Lipa non c’è acqua, servizi, elettricità. La gente rischiava di morire di freddo e l’IOM ha più volte fatto presente al governo bosniaco che non avrebbe continuato a lavorare in quelle condizioni rischiando che i migranti morissero sotto la loro custodia. IL CAMPO DI LIPA SI TROVA A 30 KM DA BIHAČ, LETTERALMENTE IN MEZZO ALLE MONTAGNE, le temperature sono rigidissime d’inverno (…) (Anna Spena, 4/1/2021, da VITA International – http://www.vita.it/)

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“LUNGO LA ROTTA BALCANICA. Viaggio nella Storia dell’Umanità del nostro tempo” (2016, Infinito Edizioni, pp. 144, euro 13) di ANNA CLEMENTI e DIEGO SACCORA – 21 luglio 2016, Nena News: “Poli opposti in un costante parallelismo di vite, approcci, destini: flussi in movimento contro muri immobili, solidarietà di base contro militarizzazione dei vertici, storie contro numeri, accoglienza contro fili spinati. E fuga (permanente e obbligata, impellente) contro viaggio. C’è questo nel lungo cammino – a bordo di mezzi pubblici, autobus, treni o taxi, da Venezia alla Grecia e poi ritorno – raccontato nel 2016 in “LUNGO LA ROTTA BALCANICA. Viaggio nella Storia dell’Umanità del nostro tempo”, pubblicato con il patrocinio di UnaStrada onlus. (di Chiara Cruciati – Il Manifesto)

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NEL CAMPO DI LIPA E NELL’INVERNO BOSNIACO, UN MIGLIAIO DI MIGRANTI IN CONDIZIONI DISUMANE

di Patrizia Caiffa, da “la difesa del popolo” (settimanale della diocesi di Padova), 8/1/2021

https://www.difesapopolo.it/

   In Bosnia-Erzegovina un migliaio di persone, giovani migranti che tentano di arrivare in Europa tramite la rotta balcanica, sono costretti a stare all’addiaccio con temperature che arrivano a -10 gradi, mentre il governo sta allestendo un campo di tende isolato, in montagna, senza riscaldamento, acqua, energia elettrica. Alla decisione si sono opposte tutte le organizzazioni umanitarie che lavorano in zona. “E’ una follia”, denuncia Daniele Bombardi, di Caritas italiana

   L’odissea dei migranti che passano dalla rotta balcanica, dalla Turchia all’inferno dell’isola di Lesbo e poi in Bosnia-Erzegovina (o in Croazia), si interrompe lì, alla frontiera, dove il miraggio dell’Europa è vicino ma più crudo che mai. Un migliaio di giovani uomini, da SIRIA, IRAQ, IRAN, AFGHANISTAN, PAKISTAN, BANGLADESH e dai Paesi del MAGHREB e dell’AFRICA SUB-SAHARIANA, sono bloccati in una situazione disumana, in strada o in ripari di fortuna al gelo e senza aiuti, trattati “peggio delle bestie, al confine con l’Europa, con le temperature che toccano i 10 gradi sotto lo zero”. Lo racconta al Sir da Sarajevo Daniele Bombardi, coordinatore di Caritas italiana nei Balcani.

   “Una catastrofe umanitaria”. Nei giorni scorsi Caritas italiana ha lanciato l’allarme sulla “catastrofe umanitaria” in corso in quelle zone, chiedendo l’intervento dell’Unione europea e dei governi. In Bosnia, secondo le stime dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni, vi sono 8.000 persone migranti, di cui 5.000 nei campi (i più vulnerabili, come famiglie e minori soli) e 3.000 in sistemazioni di fortuna. La metà sono famiglie con bambini.

Il campo di Lipa. Nelle condizioni peggiori sono però gli uomini nei pressi di Bihac. Qui il governo sta ricostruendo il campo di Lipa, andato distrutto in un incendio, in un posto isolato, impervio e pericoloso in montagna, lontano dagli occhi delle popolazioni locali, che hanno inscenato feroci proteste contro i migranti.   A Lipa l’esercito bosniaco sta allestendo tende, ma “rischiano di morire di freddo. Non c’è acqua potabile, riscaldamento, energia elettrica. Non ci sono gli standard minimi per il rispetto della dignità e dei diritti umani. E’ una decisione folle che condanniamo”.

   L’alternativa: il campo di Bira. Le Ong per protesta si rifiutano di lavorare a Lipa e chiedono a gran voce che sia trovata una alternativa: ad esempio riaprendo il campo di Bira, una ex fabbrica abbandonata alla periferia di Bihac, ad una trentina di chilometri. La Caritas sta decidendo se intervenire o meno, intanto fa arrivare a Lipa tramite la Croce rossa quello che può: cibo, acqua e legna per accendere i fuochi.

   La prospettiva di riaprire il campo di Bira, a 20/30 chilometri da quello di Lipa, è però fortemente contrastata dai sindaci e dai cittadini, che sono scesi in piazza. Perfino i vigili del fuoco hanno schierato i loro automezzi per impedirne la riapertura. “Sarebbe la soluzione migliore per aiutare le persone almeno a passare l’inverno – dice l’operatore Caritas – ma il clima si è guastato. Oramai si è arrivati ad un muro contro muro”. Senza una mediazione si rischia l’impasse. “Non sappiamo cosa accade nei boschi alla frontiera, se ci sono persone che muoiono. Ma la tragedia è dietro l’angolo”.

Il paradosso. “Il paradosso è che l’Ue e l’Oim hanno stanziato soldi per l’allestimento di campi, che probabilmente non verranno usati – afferma Bombardi -. Il governo, pur di non perdere il consenso della popolazione, sta usando la strategia di allontanare i migranti dalla loro vista e probabilmente pagherà di tasca propria”. In seguito alle denunce delle organizzazioni umanitarie si è attivata un’azione di lobby tramite le ambasciate e la Chiesa locale “ma l’impressione è che il governo non reagisca nemmeno alle pressioni dell’Ue”.

The game. Le frontiere croate e bosniache sono tristemente famose alle cronache per “the game”: così è chiamato il “gioco” dei giovani migranti che tentano di passare a piedi la frontiera per entrare in Europa, nonostante i controlli sempre più serrati con droni e pattuglie di polizia. Il più delle volte vengono respinti in malo modo. “Tornano indietro dopo essere stati malmenati – racconta Bombardi – senza più soldi, documenti, telefonini. C’è molta violenza. Ma non si dà loro né la possibilità di andare avanti né una sistemazione dignitosa in un campo”.

Le famiglie con bambini. Va un po’ meglio alle famiglie con bambini, accolti in strutture idonee con pasti, servizi igienici e riscaldamento e la presenza del terzo settore. Ma anche loro, vista la quasi impossibilità di ricollocamenti legali, tenteranno in primavera di passare il confine affidandosi ai trafficanti, per ricongiungersi ad amici e parenti in Austria, Germania o Italia. Tutto ciò in un contesto di pandemia da Covid-19 minimizzato dai pochi tamponi effettuati – vengono fatti solo ai sintomatici e non ai contatti stretti – e poche precauzioni, tranne le mascherine obbligatorie e il coprifuoco dalle 11 alle 5. A Capodanno, ad esempio, sono morti 8 ragazzi per avvelenamento da monossido di carbonio. Al funerale erano presenti migliaia di persone. Gli operatori umanitari cercano di utilizzare tutte le cautele ma il rischio rimane comunque alto. (Patrizia Caiffa, “la difesa del popolo”, settimanale della diocesi di Padova, 8/1/20219)

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MIGRANTI: BASTA RESPINGIMENTI, MANIFESTAZIONE A TRIESTE

Un centinaio di persone di associazioni davanti Consolato croato

8/1/2021 da http://www.ansa.it/

TRIESTE, 8 GEN – “Denunciare pubblicamente le sanguinarie politiche europee in merito alla protezione dei confini”. È la ragione per la quale quasi un centinaio di attivisti si sono ritrovati venerdì 8 gennaio davanti al Consolato croato di piazza Goldoni, come spiegato nel volantino firmato dagli organizzatori, ovvero l’Assemblea No CPR No Frontiere FVG assieme alle organizzazioni Linea d’Ombra odv e Strada Si.Cura.

   La manifestazione si è svolta davanti al Consolato della Croazia, primo Stato in area Schengen per chi arriva attraverso la ‘rotta balcanica’, oltre il cui confine con l’Erzegovina si trovava il campo profugo di Lipa, recentemente dato alle fiamme.
E’ in quest’area che solitamente si ammassano i migranti che tentano di varcare il confine.
Sempre secondo quanto sostenuto dagli attivisti, la crisi umanitaria lungo la rotta balcanica “è una situazione di violenza sistemica, oltre al freddo intollerabile di questi giorni al confine bosniaco”. Secondo i manifestanti, alle difficili condizioni di vita nei grandi campi bosniaci si associano “le violenze sistematiche della polizia croata, la catena dei respingimenti che arriva fino a Trieste, il razzismo fuori e dentro i confini dell’Unione Europea”.
Ricordano inoltre che “tra gennaio e metà novembre 2020, la polizia di frontiera di Trieste e Gorizia ha ‘riammesso’ in Slovenia 1.240 persone”, registrando un aumento pari al 420% rispetto al 2019.

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TRA I MISERABILI DI LIPA “PERCHÉ L’EUROPA CI LASCIA MORIRE COSÌ?”

di Brunella Giovara, da “la Repubblica” del 6/1/2021

– Vogliono raggiungere l’Italia e la Germania. Il viaggio, lungo la rotta balcanica, costa 1.400 euro. Lo chiamano “The Game”. Ma non c’è niente di divertente. –

LIPA (Bosnia) — Si cammina nel fango, che arriva alle caviglie e più su. Avanza Continua a leggere

AMBIENTE DA SALVARE: L’IMPEGNO DEL 2021 – Piantare alberi e togliere le (macro e micro) fonti di inquinamento: un decisivo passo per salvare noi stessi e il pianeta da inquinamento e cambiamenti climatici – Come incentivare le energie rinnovabili e non inquinanti? – La COP26 a GLASGOW del novembre 2021

Il Bureau della CONFERENZA DELLE PARTI dell’UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change), insieme al governo britannico e a quello italiano, hanno concordato le nuove date per la PROSSIMA COP26, che si terrà a GLASGOW in Scozia dall’1 al 12 NOVEMBRE 2021. Consentono al governo britannico e quello italiano di mettere l’azione per il clima al centro dei lavori del G7 e del G20, dei quali i due Paesi hanno nel 2021 rispettivamente la presidenza di turno. È l’OCCASIONE PER L’EUROPA DI RIPRENDERE UN RUOLO GUIDA NEL PROCESSO DI DECARBONIZZAZIONE, riuscendo a convincere tutti gli Stati ed entità geopolitiche della NECESSITÀ DI TASSARE LE EMISSIONI INQUINANTI (UNA CARBON TAX) E ABOLIRE I SUSSIDI AI COMBUSTIBILI FOSSILI. (carbon-tax: immagine tratta da https://www.qualenergia.it/)

   Parlare di inquinamento atmosferico, di modificazione climatica, in un momento di piena pandemia, sembra tema secondario, o perlomeno non prioritario rispetto alle difficoltà planetarie (ma che sono europee, nazionali, locali, personali…) di adesso. Ma, secondo molti, se il Covid 19 dovrebbe almeno attenuarsi nel corso del 2021 (non certo sparire, rimarrà…), gli effetti delle mutazioni climatiche, oramai a detta di tutti, sono assai preoccupanti (irreversibili?) e ci cambieranno la vita.

   Per questo nel 2021 c’è da dedicarci impegno e convinzione nel trovare modi di comportamento, di sviluppo, in grado di perlomeno attenuare, frenare, la crisi climatica.

“L’occasione politica è offerta dalla PRESIDENZA ITALIANA E BRITANNICA DELLA COP26 NEL 2021, la CONVENZIONE delle parti SUL CLIMA delle NAZIONI UNITE, rinviata di un anno, si terrà a GLASGOW in Scozia dall’1 al 12 NOVEMBRE 2021. È l’occasione per l’Europa di riprendere un RUOLO GUIDA NEL PROCESSO DI DECARBONIZZAZIONE, indicando la strada di UNA CARBON TAX GLOBALE e ottenere il risultato minimale della ABOLIZIONE DEI SUSSIDI AI COMBUSTIBILI FOSSILI. Non è una proposta irrealistica, politicamente. (…)” (VALERIA TERMINI economista, dal quotidiano “DOMANI” del 15/12/2020)

   Fenomeni come l’innalzamento della temperatura, la diminuzione delle piogge, lo scioglimento dei ghiacciai, gli eventi atmosferici estremi (da noi pensiamo al riscaldamento del Mediterraneo, che essendo un mare semichiuso si sta scaldando più velocemente degli oceani) con fenomeni mai accaduti così (pensiamo all’uragano Vaja della notte del 29-30 ottobre 2018), e altri nuovi accadimenti metereologici, cose raccontate con l’evidenza dei numeri e le analisi degli studiosi, tutto questo sta a dimostrare che siamo entrati nell’èra della crisi ambientale, nella quale ci viene chiesto il conto di decenni di sviluppo non sostenibile, dove abbiamo consumato e inquinato senza considerare il fragile equilibrio della natura.

   Inverni senza neve, estati torride, fiumi sempre più asciutti, terreni in via di desertificazione, acque alte sempre più spesso (a Venezia), con l’innalzamento dei mari e l’erosione dei litorali; poi come prima detto gli uragani tipo Vaia; la scomparsa delle api e l’arrivo di nuove specie animali e vegetali…. Tutti episodi visibili, che non ci vogliono rilevazioni statistiche a dircelo, ma li possiamo vedere e notare ognuno di noi.

(nell’immagine la mappa che mostra l’aumento di temperatura media in 100mila comuni europei (EDJNet) (da IL POST.IT) – “Negli ULTIMI CINQUANT’ANNI la TEMPERATURA MEDIA è AUMENTATA DI ALMENO 1°C IN 7.540 COMUNI ITALIANI su 7.669, e a un RITMO DI CRESCITA PREOCCUPANTE. (…) In Italia, come in Europa, le zone con l’aumento di temperatura maggiore sono quelle più fredde, soprattutto alcune delle regioni dell’arco alpino e molti dei comuni che si trovano nella zona dell’Appennino centrale. LA PROVINCIA AUTONOMA DI BOLZANO È DOVE C’È STATA LA CRESCITA PIÙ EVIDENTE: +2,71°.(…) Nella mappa qui sopra dell’Europa, le ZONE COLORATE DI ROSSO, quindi dove c’è stato un marcato aumento della temperatura, sono anche nell’Europa centro-orientale, soprattutto nelle aree intorno alle capitali o alle grandi città: Tallinn, Belgrado, Riga e Budapest sono le capitali che hanno registrato la crescita più significativa.(…)” (da IL POST.IT, 19/12/2020, https://www.ilpost.it/)

   Sulla necessità di porre un freno all’innalzamento climatico causato dalle attività umane, c’è coscienza in Europa (perlomeno nelle istituzioni che adesso ci rappresentano) e in altre parti del mondo: sembra cambierà l’atteggiamento di negazione del fenomeno che c’è stato con Trump, negli Stati Uniti del nuovo presidente Biden; ma anche la Cina pare rendersene conto: il presidente Xi Jinping ha già espresso l’obiettivo di portare il suo Paese verso una crescita a emissioni zero al 2060.

   Sia a livello globale, che europeo, ma anche nazionale, l’imperativo che ci si propone politicamente (almeno nella teoria) è quello assai semplice e doveroso, di premiare l’impiego di fonti energetiche rinnovabili e non inquinanti; e invece accollare più costi a quelle finora tradizionali, inquinanti e non rinnovabili, causa della crisi ambientale odierna. Ma non sembra che questo proponimento accada ora realmente.

(SAVE THE BEES, Salviamo le Api, foto da https://www.greenpeace.org/) – Nel mondo intero, le POPOLAZIONI DI API sono MINACCIATE DALL’AGROCHIMICA E DAL CLIMA IMPAZZITO. Una morsa che rischia di stritolare anche il futuro dell’alimentazione

   A livello nazionale, ad esempio, se è pur vero che si adotta una politica di sussidi alle fonti rinnovabili, dall’altra altrettanti sussidi vengono mantenuti per l’industria tradizionale petrolifera, per i trasporti di merci su strada (ampiamente sovvenzionati nei costi del carburante e delle autostrade)… contribuendo così ad accontentare tutti, ma non venire a cambiare effettivamente la barra dello sviluppo che adesso si vorrebbe “sostenibile”.
Ad esempio c’è stato un ennesimo rinvio, nella Legge di Bilancio di fine anno 2020, dei tagli ai sussidi alle fonti fossili, che permetterebbero di liberare risorse per interventi utili; e all’ultimo Consiglio dei Ministri è stato stralciato anche lo stop alle nuove trivellazioni per cercare petrolio e gas…. Insomma un duplice parallelo sviluppo sembra volersi attuare, uno “come sempre”, e l’altro nel quale si riconosce la necessità del rispetto ambientale. Ma così non se ne esce. Tutto rinviato all’anno prossimo, quando si dovrà presentare il Recovery plan che dovrà contenere la visione e le scelte per un rilancio del Paese incentrato sull’equità, gli investimenti nelle politiche green e di digitalizzazione (così da cominciare a vedere le idee, gli investimenti e le riforme che l’Europa ci chiede di mettere in campo nell’ambito del nuovo straordinario programma Next Generation Ue). Per i temi ambientali è particolarmente preoccupante questa situazione, anche perché le risorse messe a disposizione dall’Europa sono davvero senza precedenti.

“TERRA BRUCIATA” nel suo duplice significato – reale e metaforico – è il titolo del libro di STEFANO LIBERTI dall’eloquente sottotitolo: “COME LA CRISI AMBIENTALE STA CAMBIANDO L’ITALIA E LA NOSTRA VITA” (Rizzoli, 20 euro). Il volume è un lungo e sconvolgente reportage sugli EFFETTI DEL CAMBIAMENTO CLIMATICO, (…) Nelle sue pagine fenomeni come (..) gli inverni senza neve, le estati torride, i fiumi sempre più asciutti, i terreni in via di desertificazione, le acque alte a Venezia e gli uragani tipo Vaia, l’erosione dei litorali, la scomparsa delle api e l’arrivo di nuove specie animali e vegetali sono altrettanti capitoli di UNA STORIA che non investirà solo i nostri figli e i nostri nipoti, ma CHE CI RIGUARDA GIÀ PESANTEMENTE.(…)”(Sergio Frigo, da “IL MATTINO di Padova” del 20/12/2020)

   Nel contesto mondiale ed europeo, pur con le diversità da area ad area, questa contraddizione di fondo tra due politiche di sviluppo contrapposte, tende ad affermarsi. E qui sta l’importanza delle Conferenze internazionali e degli impegni concreti e precisi che le autorità mondiali, rappresentanti di continenti e popolazioni considerevoli (la Cina, l’India, gli Stati Uniti, l’Unione europea, nazioni dell’America Latina come il Brasile, dell’Africa come la Nigeria…) vengono concretamente a prendere per ridurre le emissioni inquinanti.

   Per cercare di limitare l’aumento del riscaldamento globale, nel 2015 quasi tutte le nazioni hanno firmato l’accordo di Parigi con l’obiettivo di mantenere l’aumento della temperatura media al di sotto dei 2°C in più rispetto ai livelli preindustriali, e di proseguire gli sforzi per limitarlo a 1,5°C attraverso piani d’azione per ridurre le emissioni. Ma questo non basta.

La tempesta Vaia di fine ottobre 2018 ha abbattuto 5.918 ettari di bosco, ovvero l’1,7% dell’intera superficie boschiva altoatesina. In Alto Adige, a un anno e mezzo di distanza, i lavori nei ‘cimiteri dei boschi’ sono quasi terminati. Nonostante il lockdown per l’emergenza coronavirus. Circa 1.250.000 metri cubi di legname sono stati rimossi, questo corrisponde all’80% degli alberi abbattuti. “La riuscita si deve alla grande professionalit‡ e buona sinergia messe in campo”, sottolinea l’assessore altoatesino Arnold Schuler. “Ora resta ancora un 20% di interventi complessi, dove la sicurezza del lavoro ha assoluta priorit‡”, fa presente il direttore della ripartizione Mario Broll. “Presso la Scuola forestale Latemar sono stati tenuti 27 corsi di preparazione per garantire competenze nell’esecuzione della lavorazione del legname da schianto, che Ë una delle attivit‡ lavorative maggiormente pericolose nel bosco”, ricorda l’assessore Schuler. ANSA/PROVINCIA DI BOLZANO EDITORIAL USE ONLY NO SALES

   L’occasione politica del 2021 è offerta dalla presidenza italiana e britannica della Cop26 che si terrà in novembre a Glasgow, la Convenzione delle parti sul clima delle Nazioni unite. Il Bureau della Conferenza delle Parti dell’UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change), insieme al governo britannico e a quello italiano, hanno concordato le nuove date per la prossima Cop26, che si terrà appunto in Scozia dall’1 al 12 novembre 2021. Consentono al governo britannico e quello italiano di mettere l’azione per il clima al centro dei lavori del G7 e del G20, dei quali i due Paesi hanno nel 2021 rispettivamente la presidenza di turno. È l’occasione per l’Europa di riprendere un ruolo guida nel processo di decarbonizzazione, riuscendo a convincere tutti gli Stati ed entità geopolitiche della necessità di tassare le emissioni inquinanti (una carbon tax) e abolire i sussidi ai combustibili fossili. Sussidi invece da indirizzare completamente (e solamente) alla incentivazione dell’uso di fonti rinnovabili pulite.

(ALBERO E BENEFICI, immagine “Nature Conservancy” tratta da https://www.greenme.it/) – “ (…) PIANTARE ALBERI. Oltre ad essere belli e a rendere più gradevoli i nostri centri abitati, ci regalano infatti della preziosa aria pulita. Un report di NATURE CONSERVANCY (Funding Trees for Health | The Nature Conservancy) ci spiega perché la piantumazione di alberi dovrebbe essere INCLUSA NEI FINANZIAMENTI PER LA SALUTE PUBBLICA. Gli alberi abbelliscono le nostre città ma hanno anche il compito fondamentale di fornirci aria fresca e pulita che, come sappiamo, è qualcosa di cui abbiamo estremamente bisogno visti i picchi di inquinamento raggiunti negli ultimi anni soprattutto nei grandi centri abitati. (Francesca Biagioli, da https://www.greenme.it/)

   I settori strategici da considerare, per un’inversione di tendenza, ecologica, che oggi sono responsabili di tre quarti delle emissioni di Co2 del pianeta sono quelli dell’ENERGIA e dei TRASPORTI: pertanto i sussidi vanno alle energie rinnovabili e non inquinanti e le penalizzazioni a quelli “tradizionali”: questa è la scommessa della riuscita della Cop26, della Conferenza sul clima di Glasgow del prossimo novembre.

   C’è da prendere un insieme di impegni mondiali, europei, nazionali, locali, personali, che richiedono uno sforzo convinto; sicuri purtroppo che se questo impegno non ci sarà, le condizioni di vita dei nostri luoghi, climatiche, ambientali… saranno ben peggiori di quelli che già stiamo vivendo e verificando nella nostra quotidianità. (s.m.)

(nella foto: Marmolada glacier, da Wikipedia) – “(…) LO SCIOGLIMENTO DEI GHIACCIAI SULLE ALPI – Il fenomeno dello scioglimento dei ghiacci non è rilevante solo nelle zone polari, ma anche sulle catene montuose e in particolare sulle Alpi, come dimostrano i dati pubblicati da COPERNICUS (un programma dell’Unione Europea che raccoglie informazioni da molte fonti come sensori di terra, di mare e satelliti). FILIPPO GIORGI (direttore della sezione di Scienze della Terra del Abdus Salam International Centre for Theoretical Physics –ICTP- di Trieste) è tra gli autori di una ricerca che mostra l’evoluzione di circa QUATTROMILA GHIACCIAI ALPINI a partire dal 1901 e con proiezioni fino al 2100. L’indicatore da valutare con più attenzione per verificare le condizioni dei ghiacciai è la ELA (EQUILIBRIUM-LINE ALTITUDE), cioè la LINEA DI EQUILIBRIO DEI GHIACCIAI, che dipende da parametri climatici come le temperature estive e le precipitazioni invernali, e identifica la QUOTA CHE SEPARA LA ZONA DI ACCUMULO DI UN GHIACCIAIO E LA ZONA DETTA DI “ABLAZIONE”, dove la neve sparisce completamente in estate. Nel più ottimistico degli scenari, la ELA salirà di circa 100 metri, in quello intermedio di 300 metri e nel terzo scenario, il più estremo, di 700 metri. Significa che ENTRO IL 2100 POTREBBE SCOMPARIRE IL 92% DEI GHIACCIAI ALPINI, NELLA PEGGIORE DELLE IPOTESI. I ghiacciai PIÙ A RISCHIO sono quelli che si trovano SOTTO I 3500 METRI DI QUOta: rischiano di sciogliersi completamente entro i prossimi 30 anni. Secondo Giorgi è impossibile invertire questo trend: forse si potrà rallentare. «Il massimo che si può fare nei prossimi anni è adottare misure per CERCARE DI LIMITARE LE EMISSIONI per mantenere la crescita del RISCALDAMENTO AL DI SOTTO DELLA SOGLIA DI PERICOLO. Ma più passa il tempo e più è difficile limitare gli effetti», conclude. (…) (IL POST.IT, 19/12/2020, https://www.ilpost.it/) – (nella FOTO il GHIACCIAIO della MARMOLADA: si è ridotto dell’80 per cento in 70 anni; secondo uno STUDIO dell’ISTITUTO DI GEOGRAFIA dell’Università di Padova potrebbe avere non più di 15 anni di vita)

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VERSO LA COP26 DI GLASGOW 

CONTRO L’INQUINAMENTO IL MERCATO NON BASTA, SERVE LA CARBON TAX

di VALERIA TERMINI economista, dal quotidiano “DOMANI” del 15/12/2020

   L’occasione politica è offerta dalla presidenza italiana e britannica della Cop26 nel 2021, la Convenzione delle parti sul clima delle Nazioni unite, rinviata di un anno. È l’occasione per l’Europa di riprendere un ruolo guida nel processo di decarbonizzazione, indicando la strada di una carbon tax globale e ottenere il risultato minimale della abolizione dei sussidi ai combustibili fossili. Non è una proposta irrealistica, politicamente.

   La border carbon tax per internalizzare il prezzo dell’inquinamento ambientale nei costi delle fonti fossili è già nello European Green Deal e da anni l’introduzione di una carbon tax è al centro delle raccomandazioni di policy di Janet Yellen, allora banchiera centrale, oggi segretaria al Tesoro nel nuovo corso di Joe Biden; mentre il presidente cinese Xi Jinping ha già espresso l’obiettivo di portare la Cina verso una crescita a emissioni zero al 2060.

   Negoziare una tassa uniforme sul carbonio il cui ricavato fosse trattenuto dai singoli stati, compatibilmente con la loro posizione nell’economia globale, sarebbe un modo efficace di superare comportamenti opportunistici nazionali nei confronti di un bene pubblico globale quale è il clima. LA COP26 DI GLASGOW DEVE TORNARE A FAR SPERARE IL MONDO.

Siamo noi l’asteroide

Sessantasei milioni di anni fa un enorme asteroide colpì la penisola dello Yucatan uccidendo 75 per cento delle specie viventi sulla terra. Si fa risalire ad allora l’estinzione dei dinosauri. Nel 2013, il 15 febbraio, un asteroide di 20 metri esplose in cielo sopra la città russa di Čeljabinsk. In quell’occasione si tornò a parlare del rischio di estinzione dell’umanità e di distruzione del pianeta dovuto all’esplosione di asteroidi.

   «Oggi siamo noi l’asteroide», scrive Elizabeth Kolbert, in Sesta Estinzione, premio Pulitzer 2015; mettiamo a rischio la sopravvivenza dell’umanità in un ambiente divenuto ostile, di cui il cambiamento climatico è il principale responsabile. Il mondo ha colto il rischio di questa catastrofe e finalmente reagisce.

   L’inversione di tendenza rispetto al Novecento, il secolo del petrolio, pare ormai segnata. Ma i tempi sono stretti. L’urgenza di una governance globale in grado di affrontare questo problema è evidente.

   La Cop26 delle Nazioni unite è un ottimo punto di ripartenza per definire indirizzi cooperativi, dove gli Stati Uniti saranno rappresentati da John Kerry, che da segretario di Stato firmò con Barack Obama gli Accordi di Parigi.

Il vero costo del carbonio

È anche evidente che il carbonio deve avere un costo per chi lo genera, nell’uso o nella produzione, nel sistema di mercato in cui viviamo. Lo illustrò bene l’economista ARTHUR CECYL PIGOU (nel 1920) che introdusse il principio “CHI INQUINA PAGA” e definì gli strumenti per minimizzare l’inquinamento del carbone che allora intossicava le città industriali.

   Studiò l’impatto di una tassa da imporre sulle emissioni per inserire nei prezzi il costo del danno che provocano e, in alternativa, un sistema di permessi di inquinamento negoziabili, (come l’ETS, emission trading system, il mercato di permessi di emissione –di gas a effetto serra, ndr-) ponendo un tetto al volume totale dei permessi rilasciati dal governo per evitare danni irreversibili all’ambiente.

   Infine affidò a politiche di sussidi il ruolo di promuovere comportamenti virtuosi, meno inquinanti. Nella teoria economica che ipotizza mercati perfetti l’esito è identico: CARBON TAX e ETS rendono più costose le filiere industriali inquinanti e inducono nuove tecniche, nuovi processi produttivi, diverse materie prime, diversi comportamenti nel consumo che ridurranno l’inquinamento globale.

   I SUSSIDI devono invece PROMUOVERE L’USO DI FONTI RINNOVABILI “PULITE, nei due settori che oggi sono responsabili di tre quarti delle emissioni di Co2 clima-alteranti: l’ENERGIA e i TRASPORTI.

   Wiliam Nordhaus, premio Nobel dell’economia nel 2018, ha stimato il costo appropriato di una tonnellata di CARBONIO in almeno 47 DOLLARI A TONNELLATA, PER COMPENSARE I DANNI e indurre un cambiamento nella crescita, nel suo modello (Dire). La Banca Mondiale (2019) stima un prezzo netto del carbonio di 40–80 dollari a tonnellata, da far crescere intorno ai 100 dollari dopo il 2020. L’Iea, l’Agenzia internazionale per l’energia, propone valori simili, tra i 75 e i 100 dollari per cambiare indirizzo in linea con gli Accordi di Parigi del 2015 (2020).

Il flop della scelta europea

L’Ue ha scelto nel 2006 la via degli Ets, i permessi di inquinamento negoziabili, che colpiscono il 45 per cento delle emissioni clima-alteranti europee. Più volte riformato, questo sistema non è certo un successo: il prezzo del carbonio è oscillato intorno ai 10 dollari a tonnellata fino al 2017 inferiore a metà del prezzo giudicato utile per promuovere tecniche alternative. Nel 2019 il prezzo è salito, ha sfiorato i 30 euro, non certo per meccanismi di mercato, ma grazie agli acquisti ingenti di permessi attivati dalla cancelliera tedesca Angela Merkel.

   Un atto generoso di consapevolezza politica? Non del tutto. All’industria del CARBONE tedesca torna larga parte di quanto la GERMANIA ha speso. Una recente riforma, per superare gli ostacoli di POLONIA e Germania, GRANDI UTILIZZATORI DI CARBONE dalle miniere del proprio territorio, ha esteso l’esenzione dai permessi a 63 settori e ha distribuito permessi gratuiti «per non ridurne la competitività» e compensare il rischio che le industrie più esposte alla concorrenza estera spostino la produzione in paesi dove le politiche sul clima sono più blande o inesistenti (nel gergo comune, per il timore di “CARBON LEAKAGE” delle imprese europee).

   Nelle industrie esenti emerge la grande contraddizione: tra i settori che hanno diritto al 100 per cento dei certificati gratuiti (nel 2022 -2030) al primo posto c’è l’estrazione di carbone, al secondo i prodotti petroliferi, seguiti tra gli altri dall’industria dell’alluminio. Di fatto, l’onere del sistema Ets grava essenzialmente sui produttori di energia elettrica, che a loro volta la traslano sui consumatori. E ciò non basta certo a promuovere tecniche di produzione alternative alle fonti fossili.

   Nel resto del mondo non si osservano risultati migliori: in CINA il nuovo mercato scambia i permessi di emissione a 12 dollari per tonnellata, in IRLANDA a 28, in SLOVENIA a 19, in NUOVA ZELANDA a 14. Il confronto con i paesi dove una carbon tax è da tempo in vigore è lampante: il prezzo del carbonio in SVEZIA è di 119 dollari a tonnellata, di 99 dollari in SVIZZERA, di 68 dollari in FINLANDIA, 53 in NORVEGIA, ma è sostenuto anche nel resto del mondo (33 dollari in COREA, 30 in ISLANDA). La differenza nelle emissioni è clamorosa.

Le tasse generano i gilet gialli?

La carbon tax evoca difficoltà politiche in Europa, dopo che la FRANCIA è stata scossa dalle proteste dei gilet gialli nel 2018 nei confronti di una tassa sul diesel e sulla benzina introdotta da Emmanuel Macron e poi ritirata. Ma anche in quel caso il diavolo stava nei dettagli. I dati Ocse mostrano che tasse esplicite e accise sul carbonio in Francia sono le più alte in Europa, concentrate sui trasporti su strada, i più facili da tassare. Fu un errore politico, dunque, colpire di nuovo quel segmento energetico, con una modalità percepita come iniqua e regressiva dai cittadini.

   Altri esempi, della SVEZIA, dell’IRLANDA in Europa, come quello in costruzione in CANADA, sono stati più consapevoli e utili. Ancora più PARADOSSALE È L’EROGAZIONE DIFFUSA DI SUSSIDI ALL’USO DI COMBUSTIBILI FOSSILI. Carbon tax e sussidi ai fossili sono misure contrapposte: si sovrappongono in modo disordinato e inefficiente nella fiscalità globale.

   Trentacinque miliardi di tonnellate di Co2 l’anno si riversano globalmente nell’atmosfera, ma se si calcola la differenza tra il costo cui sono soggette le emissioni di Co2 – nella forma di tasse sul carbonio o acquisto obbligatorio di permessi di inquinamento (Ets) – e i sussidi al consumo erogati ai combustibili fossili, ogni tonnellata di carbonio riceve un compenso netto di 15 dollari!

   Non sorprende che Ursula von der Layen, che ben conosce le politiche europee e le loro procedure di attuazione accidentate, abbia introdotto una “BORDER CARBON TAX” nel suo programma, che renda più costose anche le importazioni dai Paesi dove non sono in vigore regole restrittive sulle emissioni. Certo non si tratta di una misura protezionistica, ma di uno strumento allineato con gli obiettivi sul clima votato da tutti i paesi negli Accordi globali del 2015. È QUESTO IL MESSAGGIO che l’Italia e l’Europa dovranno portare ALLA COP26 di Glasgow. (Valeria Termini)

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COSÌ LA CRISI AMBIENTALE CAMBIA IL NOSTRO PAESE E LA NOSTRA VITA

di SERGIO FRIGO, da “IL MATTINO di Padova” del 20/12/2020 Continua a leggere

Il RACCONTO di NATALE di Geograficamente per i nostri affezionati (25) lettori, quest’anno è dedicato allo scrittore ALBERT CAMUS e al suo meraviglioso romanzo LA PESTE: da esso ricaviamo atmosfere e contesti che ci aiutano a capire questo nostro tempo di pandemia, da superare con saggezza e coraggio

(immagine da Centro Studi Sereno Regis)

   Solo qui, in premessa, un AUGURIO per questo strano NATALE; per lasciarvi ai brani scelti di presentazione de “LA PESTE” di ALBERT CAMUS: romanzo straordinario (pubblicato nel 1947) che come nessun altro riesce a ricondurci a quello che viviamo noi adesso, a esprimere sensazioni, nostalgie, timori, speranze… che accompagnano questo periodo…augurandoci che finisca in tempi ragionevolmente brevi. BUON NATALE da GEOGRAFICAMENTE. (sm)

ALBERT CAMUS nasce a Mondovi ALGERIA, il 7 novembre, 1913. Rimasto orfano di padre, morto nella battaglia della Marna, ha un’infanzia di Stenti. Studia con profitto, ma non riesce a terminare negli studi universitari per il cattivo stato di salute e i problemi economici. Lavora come commerciante, commesso, impiegato, attore nella compagnia di Radio Algeri. Comincia a scrivere, prima ad Algeri, dove pubblica i primi saggi, poi a Parigi. Antifascista e aderente al partito comunista fin dal 1934, partecipa in Francia attivamente alla Resistenza ed è redattore e direttore di COMBAT (1944-48); intanto pubblica i romanzi LO STRANIERO (1942) e LA PESTE (1947), i drammi Le Malentendu e Caligula (1944), il saggio sull’assurdo LE MYTHE DE SISYPHE (1944), le Lettres à un ami allemand (1945). Scrive i saggi L’HOMME RÉVOLTÉ (1951), i racconti La Chute (1956) e L’Exil et le Royaume (1957), le “cronache” Actuelles I, II, III (1950-1958). NEL 1957 RICEVE IL PREMIO NOBEL PER LA LETTERATURA. Muore in un incidente automobilistico il 4 gennaio 1960 a Villeblevin. (Albert_Camus _ foto da https://www.unitonews.it/)

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BRANI DA “LA PESTE”

L’inizio del racconto

   “I singolari avvenimenti descritti in questa cronaca si sono prodotti nel 194… a Orano. Era opinione comune che capitassero nel luogo sbagliato, trattandosi di avvenimenti un po’ fuori dal comune. E Orano è invece, a prima vista, un posto comunissimo, una semplice prefettura francese della costa algerina.

   La città, a onor del vero, è brutta. Il suo aspetto tranquillo impedisce che si colga subito ciò che la rende diversa da tante altre città commerciali a qualsiasi latitudine. Come fare immaginare, per esempio, una città senza piccioni, senza alberi e senza giardini, dove non si incontrano né battiti d’ali né fruscii di foglie, un luogo neutro insomma? Qui il passaggio delle stagioni si legge soltanto nel cielo. La primavera si annuncia esclusivamente dalla qualità dell’aria o dalle ceste di fiori che i venditori portano dai sobborghi; è una primavera che si vende al mercato. Durante l’estate il sole incendia le case troppo asciutte e copre i muri di una cenere grigia; allora si può vivere solamente all’ombra delle imposte chiuse. In autunno, invece, è un diluvio di fango. Le belle giornate arrivano solo d’inverno.

   Un modo facile per conoscere una città è scoprire come vi si lavora, come si ama e come si muore. A Orano, per effetto forse del clima, tutto questo si fa allo stesso modo, con la medesima aria frenetica e assente. In definitiva, ci si annoia, e ci si sforza di prendere delle abitudini. I nostri concittadini lavorano molto, ma sempre per arricchirsi. Si dedicano principalmente al commercio e pensano soprattutto, come dicono loro, a fare affari. Va da sé che apprezzano anche i piaceri semplici, amano le donne, il cinema e andare al mare. Ma, molto ragionevolmente, riservano questi svaghi al sabato sera e alla domenica mentre negli altri giorni della settimana cercano di guadagnare molto denaro. Quando la sera escono dagli uffici, si ritrovano alla solita ora nei caffè, passeggiano lungo lo stesso boulevard oppure si mettono al balcone. I desideri dei più giovani sono violenti e brevi, mentre i vizi dei più vecchi si limitano alla frequentazione delle bocciofile, delle feste del dopolavoro e dei circoli dove tentano la fortuna puntando grosso alle carte.

   Si dirà forse che questo non è tipico soltanto della nostra città e che in fondo tutti i nostri contemporanei sono così. Forse oggi non c’è niente di più naturale che vedere persone che lavorano dal mattino alla sera e decidono poi di perdere alle carte, al caffè e in chiacchiere il tempo che resta loro per vivere. Ma ci sono città e paesi dove ogni tanto le persone hanno l’intuizione di qualcos’altro. Di solito questo non cambia le loro vite. Ma l’intuizione c’è stata, ed è già qualcosa. A quanto pare invece Orano è una città priva di intuizioni, cioè una città assolutamente moderna. Non è quindi necessario precisare il modo in cui da noi le persone si amano. Gli uomini e le donne si divorano in fretta nel cosiddetto atto d’amore oppure si impegnano in una lunga abitudine a due. Fra tali estremi, spesso non c’è via di mezzo. A Orano come altrove, in mancanza di tempo e di riflessione, si è costretti ad amarsi senza saperlo.

   Più originale nella nostra città è la difficoltà che si può incontrare nel morire. Difficoltà peraltro non è la parola giusta, e sarebbe più esatto parlare di scomodità. Essere malati non è mai piacevole, ma ci sono città e paesi che nella malattia ti sostengono, dove in un certo senso puoi lasciarti andare. Un malato, va da sé, ha bisogno di tranquillità, vuole qualcosa cui appoggiarsi. Ma a Orano gli eccessi del clima, l’importanza degli affari che si trattano, la banalità del luogo, la rapidità del crepuscolo e la qualità dei piaceri richiedono una salute di ferro. Qui un malato si sente davvero solo. Si pensi allora a chi sta per morire, intrappolato fra centinaia di muri crepitanti di calore, mentre nello stesso momento, al telefono o nei caffè, un’intera popolazione parla di cambiali, di polizze di carico e di sconti. Si capirà quel che può esservi di scomodo nella morte, anche moderna, quando sopraggiunge in un luogo secco.

   Queste poche indicazioni sono forse sufficienti a dare un’idea della nostra città. Peraltro, è inutile fare le cose più grandi di quello che sono. Quel che occorreva sottolineare era l’aspetto insignificante della città e della vita”.(…….)

………….

Riassunto de “La Peste” di Albert Camus (da http://library.weschool.com/)

   Il romanzo si apre a Orano, in Algeria, negli anni ‘40Bernard Rieuxmedico francese protagonista della storia (1), un giorno di primavera trova un topo morto sulla soglia di casa, ma non ha tempo per preoccuparsene: deve accompagnare alla stazione la moglie che, molto malata, ha bisogno di una serie di cure che non può avere in città. Passano i giorni e i ratti continuano a morire; le cifre diffuse dalla stampa sono incredibili: si parla di seimila ratti al giorno. Gli abitanti di Orano non capiscono cosa stia succedendo e accusano del problema ora questo ora quell’altro ente, finché poco a poco la situazione sembra tornare alla normalità. In realtà Rieux capisce che tutti stanno correndo un gravissimo pericolo quando il portinaio del suo stabile, Michel, si ammala così gravemente che nessuna cura pare avere successo. Michel muore presto e, dopo di lui, sempre più persone di Orano cominciano a presentare gli stessi sintomi, che adesso sono più definiti: Rieux e il più anziano collega Castel capiscono che si tratta di peste.

   Inizialmente nessuno vuole credere ai due medici ma alla fine la situazione diventa evidente anche alle autorità che volevano negarla. La città di Orano viene dunque messa in quarantena. Nel frattempo è stata anche data incidentalmente notizia del tentato suicidio di Cottard, un commerciante di cui Rieux è chiamato ad occuparsi. La città è bloccata, ma al suo interno la vita continua a scorrere con le sue quotidianità e le sue contraddizioni: c’è chi lucra sulla mancanza di viveri, come il già citato Cottard; chi scrive un libro senza riuscire ad andare oltre la prima frase, come il dipendente municipale Grand; chi è convinto che la peste sia una punizione divina, come padre Paneloux; chi si lascia cullare dall’oblio garantito dall’alcol e dal cibo, e chi, come il giornalista Raymond Rambert, cerca in tutti i modi di raggiungere in Francia la sua amante.

   Rieux nel frattempo cerca di combattere il morbo con tutte le sue forze, aiutato in questo dal giovane Jean Tarrou, ex studente di giurisprudenza che ha abbandonato il cinismo della sua professione per viaggiare e conoscere il mondo. Tarrou si dà da fare, si occupa dello smaltimento dei cadaveri e convince Rambert, sempre pronto a cogliere l’occasione buona per fuggire sul continente, a restare a Orano e seguire l’esempio di Rieux, che, nonostante le condizioni della moglie, dedica tutto se stesso ai suoi malati.  Così, il giornalista resta in Algeria e si prodiga per combattere l’epidemia.

   Dalla primavera si passa all’estate e con il caldo anche la peste si trasforma, passando dalla forma bubbonica alla più contagiosa peste polmonare. Gli abitanti di Orano continuano a morire e non c’è neanche più posto per le fosse comuni. Tuttavia, l’anziano Castel ha prodotto un nuovo siero, che potrebbe assicurare la guarigione a tutti gli appestati. Rieux per primo decide di sperimentare la cura sul figlio del giudice, ma i risultati non sono quelli sperati: il bambino infatti muore, lasciando senza speranza i protagonisti. La peste sembra ormai non avere argini, e imperversa in città per alcuni mesi. Quando, verso Natale, anche Grand si ammala, Rieux, ormai disperato, sperimenta nuovamente su di lui il siero di Castel: l’impiegato, pur essendo a uno stadio già avanzato della malattia, guarisce sorprendentemente. L’epidemia comincia poco a poco a scemare, ma fa in tempo a portarsi via con sé Tarrou, che nel frattempo ha stretto una profonda amicizia con Rieux. Il giovane Tarrou infatti ha prestato meno attenzione alle dovute precauzioni sanitarie, convinto di essere ormai fuori pericolo.

   A febbraio, finalmente la quarantena viene revocata. Gli abitanti di Orano si riversano nelle strade in preda all’euforia, tranne il commerciante Cottard che, impazzito, spara sulla folla festante e viene arrestato dalle forze dell’ordine. Rieux, raggiunto poco prima dalla notizia della morte della moglie, trova i taccuini dell’amico Tarrou in cui si invita a vigilare sempre sul possibile ritorno della peste.

(1) Solo a fine della narrazione in terza persona Riuex svelerà di essere lui stesso il narratore della storia, che egli, basandosi sugli appunti di Tarrou, ha cercato di raccontare nel modo più obiettivo possibile.

(da http://library.weschool.com/)

…………….

(tornando alla lettura) L’inoltrarsi nella vicenda

   “La mattina del 16 aprile il dottor Bernard Rieux uscì dall’ambulatorio e nel bel mezzo del pianerottolo urtò con il piede un topo morto. Sul momento non ci fece granché caso, scostò l’animale e scese le scale. Giunto in strada, però, considerò che quel topo non doveva essere lì e tornò indietro per avvisare il portinaio. Di fronte alla reazione del vecchio signor Michel avvertì meglio quanto vi fosse di insolito nella sua scoperta. La presenza del topo morto gli era parsa solamente strana, mentre per il portinaio costituiva uno scandalo. Quest’ultimo, del resto era categorico: in quella casa topi non ce n’erano. Benché il dottore gli assicurasse che ce n’era uno sul pianerottolo del primo piano, e probabilmente morto, il signor Michel era perentorio. In quella casa topi non ce n’erano, quindi questo dovevano averlo portato da fuori. Si trattava, insomma, di uno scherzo. (…..).

(….) Ma nei giorni seguenti la situazione peggiorò. Il numero dei roditori rinvenuti cresceva e la raccolta era ogni mattina più abbondante. (….) Era come se la terra su cui erano piantate le nostre case si spurgasse del proprio carico di umori, lasciando affiorare bubboni e pus che finora la travagliavano internamente. Si immagini allora lo sbalordimento della nostra cittadina, fino a quel momento così tranquilla, messa in pochi giorni sottosopra alla stregua di un uomo in perfetta salute che si ritrovasse d’un tratto con il sangue in subbuglio!

   La situazione si aggravò a tal punto che nella sola giornata del 25 l’agenzia Infdoc (informazioni, documentazione, tutte le informazioni su qualsiasi argomento), nel suo programma radiofonico di informazioni gratuite, annunciò seimiladuecentotrentuno topi raccolti e inceneriti. Questa cifra, che dava un significato inequivocabile allo spettacolo quotidiano che la città aveva sotto gli occhi, accentuò lo smarrimento. Finora tutti si erano limitati a deplorare un episodio vagamente ripugnante. Ora ci si rendeva conto che quel fenomeno di cui non si poteva ancora né misurare la portata né individuare l’origine aveva qualcosa di minaccioso”.

…………..

Il contagio si diffonde tra gli umani

   “La morte del portiere si può dire, segnò la fine di questo periodo pieno di segni sconcertanti e il principio di un altro, relativamente più difficile, in cui la sorpresa dei primi tempi si trasformò a poco a poco in panico. I nostri concittadini, ormai se ne rendevano conto, non avevano mai pensato che la nostra piccola città potesse essere un luogo particolarmente indicato a che i sorci vi morissero al sole e a che i portieri vi perissero di morbi bizzarri. Da questo punto di vista, insomma, essi erano nell’errore, e le loro idee erano da rivedere. Se tutto si fosse fermato qui, di certo le abitudini avrebbero vinto. Ma altri dei nostri concittadini, non sempre portieri né poveri, dovettero seguire la via per la quale il vecchio Michel si era messo per primo. Da questo momento in poi la paura e con essa la riflessione incominciarono.

   I giornali, che tanto si erano dilungati sulla vicenda dei topi, non dicevano più niente. Il fatto è che i topi muoiono fuori, in strada, mentre gli uomini nella loro camera da letto. E la stampa si occupa solo di quel che accade fuori.

   Oltre il vetro risuonava all’improvviso il campanello di un tram invisibile che negava in un istante la crudeltà e il dolore. Solo il mare, in fondo alla scacchiera monotona delle case, testimoniava quanto vi è di inquietante e di mai placato nel mondo.

   Come ogni sera nella nostra città, dai quartieri circostanti una lieve brezza portava mormorii, sentori di carne alla griglia, il brusio allegro e odoroso della libertà che pian piano riempiva la strada invasa da una gioventù chiassosa. La notte, le sirene delle navi invisibili, il rumore che saliva dal mare e dalla folla che sciamava, quell’ora che Rieux conosceva bene e che un tempo amava oggi gli sembrava opprimente a causa di tutto ciò che sapeva.

   Così, per esempio, un sentimento privato quale la separazione da una persona amata divenne improvvisamente, sin dalle prime settimane, quello di un’intera popolazione e, insieme con la paura, il principale motivo di sofferenza di quel lungo periodo di esilio.

   I telegrammi rimasero allora l’unica risorsa. Persone legate dall’intelligenza, dal cuore e dalla carne furono così ridotte a cercare i segni dell’antica comunione nelle maiuscole di un dispaccio di dieci parole.

   E per tutti noi il sentimento principale della nostra vita, che pure credevamo di conoscere bene (gli abitanti di Orano, l’abbiamo detto, hanno passioni semplici), assumeva un volto nuovo. Mariti e amanti che avevano la più completa fiducia nella compagna si scoprivano gelosi. Uomini che si credevano superficiali in amore riscoprivano la fedeltà. Figli che avevano vissuto accanto alla madre guardandola a stento ora mettevano tutta la loro inquietudine e il loro rimpianto in una piega del suo viso di cui li tormentava il ricordo. Quella separazione brutale, senza appello, senza un avvenire prevedibile, ci lasciava sconcertati, incapaci di reagire di fronte al ricordo della presenza ancora così vicina e già così lontana che ora occupava le nostre giornate. In realtà soffrivamo due volte – della nostra sofferenza e poi di quella che immaginavamo negli assenti, figli, moglie o amante”. (…..)

LA PESTE venne pubblicato nel 1947 e valse ad ALBERT CAMUS il suo primo grande successo di vendita: 161.000 copie nei primi due anni. Questo romanzo è stato venduto, da allora, in più di 5 MILIONI DI ESEMPLARI, tenendo conto di tutte le ristampe francesi

La peste

(….) “La parola «peste» era stata pronunciata per la prima volta. A questo punto del racconto, che lascia Bernard Rieux dietro la sua finestra, si concederà al narratore di giustificare l’incertezza e la meraviglia del dottore: la sua reazione, infatti, con qualche sfumatura, fu la stessa nella maggior parte dei nostri concittadini. I flagelli, invero, sono una cosa comune, ma si crede difficilmente ai flagelli quando ti piombano sulla testa. Nel mondo ci sono state, in egual numero, pestilenze e guerre; e tuttavia pestilenze e guerre colgono gli uomini sempre impreparati. Il dottor Rieux era impreparato, come lo erano i nostri concittadini, e in tal modo vanno intese le sue esitazioni. In tal modo va inteso anche com’egli sia stato diviso tra l’inquietudine e la speranza.  

   Quando scoppia una guerra, la gente dice: «Non durerà, è cosa troppo stupida». E non vi è dubbio che una guerra sia davvero troppo stupida, ma questo non le impedisce di durare. La stupidaggine insiste sempre, ce se n’accorgerebbe se non si pensasse sempre a se stessi. I nostri concittadini, al riguardo, erano come tutti quanti, pensavano a se stessi. In altre parole, erano degli umanisti: non credevano ai flagelli. Il flagello non è commisurato all’uomo, ci si dice quindi che il flagello è irreale, è un brutto sogno che passerà.

   Ma non passa sempre, e di cattivo sogno in cattivo sogno sono gli uomini che passano, e gli umanisti, in primo luogo, in quanto non hanno preso le loro precauzioni. I nostri concittadini non erano più colpevoli d’altri, dimenticavano di essere modesti, ecco tutto, e pensavano che tutto era ancora possibile per loro, il che supponeva impossibili i flagelli. Continuavano a concludere affari e a preparare viaggi, avevano delle opinioni. Come avrebbero pensato alla peste, che sopprime il futuro, i mutamenti di luogo e le discussioni? Essi si credevano liberi, e nessuno sarà mai libero sino a tanto che ci saranno i flagelli.”

…….

[…] Perciò la prima cosa che la peste portò ai nostri concittadini fu L’esilio […]

[…] Perciò ciascuno dovette accettare di vivere alla giornata, e solo di fronte al cielo. Questa diserzione generale poteva alla lunga temprare i caratteri, ma sulle prime li rese vulnerabili.

[…] Nel caldo e nel silenzio, e per il cuore impaurito dei nostri concittadini, tutto assumeva del resto un rilievo maggiore. Per la prima volta i colori del cielo e gli odori della terra che segnano il passaggio delle stagioni erano evidenti a tutti. Chiunque capiva, sgomento, che il caldo avrebbe favorito l’epidemia e, nello stesso tempo, chiunque vedeva che ormai l’estate era arrivata. Il grido dei rondoni nel cielo della sera diventava più esile sopra la città. Non era più commisurato ai crepuscoli di giugno che nel nostro paese dilatano l’orizzonte. I fiori nei mercati non arrivavano più in bocciolo, erano già schiusi, e dopo la vendita del mattino i petali disseminavano i marciapiedi polverosi. Era evidente che la primavera si era consumata, si era prodigata nelle migliaia di fiori già sbocciati ovunque e adesso si sarebbe assopita, lentamente schiacciata sotto il duplice peso della peste e del caldo. Per tutti i nostri concittadini quel cielo d’estate, quelle strade che sbiadivano sotto i colori della polvere e della noia avevano lo stesso significato minaccioso delle centinaia di morti che ogni giorno gravavano sulla città. Con il sole incessante, quelle ore che hanno il sapore del sonno e delle vacanze non invitavano più come prima ai piaceri dell’acqua e della carne. Suonavano invece vuote nella città chiusa e silenziosa.

   Avevano perduto lo splendore ramato delle stagioni felici. Il sole della peste spegneva i colori e fugava ogni gioia.

………

I PROTAGONISTI

Bernard Rieux: medico che lotta contro la peste per tutto il romanzo; è il narratore della cronaca.

Jean Tarrou: figlio di un pubblico ministero francese. Nel suo taccuino annota la cronaca dell’epidemia. Aiuta Rieux nella lotta contro la malattia, a causa della quale muore alla fine del romanzo.

Joseph Grand: segretario comunale che sta redigendo un romanzo, di cui riscrive continuamente la prima frase al fine di ottenerne una forma perfetta. Egli è il primo a guarire dalla peste, nel giorno di Natale.

Cottard: uomo il cui suicidio viene impedito da Joseph Grand; lucra sulla penuria dei generi di prima necessità durante l’epidemia.

Padre Paneloux: gesuita che interpreta la peste come flagello divino.

Raymond Rambert: giornalista parigino che cerca in ogni modo di scappare dalla città per tornare dalla donna amata; abbandona l’idea di fuga per aiutare Rieux.

Michel: portiere di Rieux; è il primo a morire di peste.

Castel: vecchio dottore che sviluppa un siero contro il morbo.

Othon: giudice istruttore. Dopo la morte del figlio, perde l’indifferenza verso la malattia e decide di aiutare Rieux.

Richard: altro medico della città.

Madre di Rieux: arriva a Orano per aiutare il figlio a causa dell’assenza della moglie.

Moglie di Rieux: si allontana dalla città prima dell’inizio dell’epidemia per il trattamento di una grave malattia; la notizia della sua morte giunge a Rieux poco dopo la morte di Tarrou.

(da Wikipedia)

…………..

 (tornando alla lettura) Dialoghi tra i protagonisti

Rambert, il giornalista, a Tarrou: “Per esempio lei, Tarrou, è capace di morire per un amore?”

“Non lo so, ma ora come ora direi di no.”

“Ecco. Però si vede subito che è capace di morire per un’idea. Be’, io ne ho abbastanza della gente che muore per un’idea. Non credo nell’eroismo, so che è fin troppo facile e ho scoperto che uccide. A me interessa che gli uomini vivano e muoiano per ciò che amano.”

Rieux aveva ascoltato con attenzione il giornalista. Senza smettere di guardarlo, disse dolcemente: “L’uomo non è un’Idea, Rambert”.

L’altro balzava su dal letto, il volto acceso.

“Sì che è un’idea, e un’idea angusta, quando l’uomo si allontana dall’amore. E infatti noi non siamo più capaci di amore. Rassegniamoci, dottore. Aspettiamo di diventarne capaci, e se non è possibile aspettiamo la liberazione generale senza giocare agli eroi. lo, per quel che mi riguarda, non vado oltre.”

Rieux si alzò, con l’aria improvvisamente stanca.

“Fa bene, Rambert, fa benissimo, e per nulla al mondo vorrei distoglierla dal suo progetto, che mi sembra buono e giusto. Però devo dirle una cosa: qui non si tratta di eroismo. Si tratta di onestà. Farà magari ridere, come idea, ma il solo modo di lottare contro la peste è l’onestà.”

   Non che avesse una particolare predilezione per simili cerimonie, preferendo lui di gran lunga la società dei vivi e, per fare un esempio, i bagni al mare. Ma dopo tutto i bagni al mare erano stati preclusi e la società dei vivi temeva da un giorno all’ altro di essere soppiantata dalla società dei morti. Era un dato di fatto.  Certo, si poteva anche far finta di non vederlo, coprirsi gli occhi e negarlo, ma un dato di fatto ha una forza terribile che prima o poi ha la meglio su tutto. Come si possono, per esempio, negare i funerali il giorno in cui coloro che ami hanno bisogno dei funerali?

   Dopo quelle settimane spossanti, dopo tutti quei crepuscoli in cui la città si riversava nelle strade per girarvi in tondo, Rieux capiva che non aveva più da difendersi contro la pietà. Ci si stanca della pietà, quando la pietà è inutile. E nella sensazione del suo cuore chiuso lentamente su se stesso il dottore trovava l’unico sollievo alle massacranti giornate. Sapeva che il suo compito ne sarebbe stato facilitato, per questo era contento.

…………

   Alla fine gli abitanti avevano capito di cosa si trattava. E nonostante le pattuglie che impedivano l’accesso alla panoramica, spesso alcuni gruppetti di persone riuscivano a infilarsi tra gli scogli a strapiombo sulle onde e a gettare fiori nei rimorchi al passaggio dei tram. Si udivano allora i veicoli sobbalzare ancora nella notte d’estate, con il loro carico di fiori e di morti.

“va bene, ma che cosa intende per ritorno a una vita normale?”

“Nuovi film al cinema,” disse Tarrou sorridendo.

   Ma Cottard non sorrideva. Voleva sapere se si poteva immaginare che in città la peste non avrebbe cambiato niente e che tutto sarebbe ripreso come prima, cioè come se non fosse successo niente. Tarrou pensava che la peste avrebbe cambiato la città e nel contempo non l’avrebbe cambiata, che naturalmente il più grande desiderio dei nostri concittadini era e sarebbe stato fare come se non fosse cambiato niente e che, quindi, in un certo senso niente sarebbe cambiato, ma in un altro senso non è possibile dimenticare tutto, anche con la debita forza di volontà, e la peste avrebbe lasciato delle tracce, perlomeno nel cuore degli uomini.

…………………

   Provavano quindi la profonda sofferenza di tutti i prigionieri e di tutti gli esiliati, che è vivere con una memoria che non serve a nulla. Quello stesso passato in cui riflettevano senza tregua non aveva che un sapore di rammarico. Avrebbero voluto, infatti, potervi aggiungere tutto quello che deploravano di non aver fatto quando potevano ancora farlo con colui o colei che aspettavano; nello stesso modo, a tutte le circostanze, anche relativamente felici, della loro vita di prigionieri, essi univano l’assente, e quello ch’erano allora non li poteva soddisfare. Impazienti del proprio presente, nemici del proprio passato e privi di futuro, somigliavano a coloro che la giustizia o l’odio degli uomini fa vivere dietro le sbarre. Insomma, il solo modo per sfuggire a una tale insopportabile vacanza era quello di far correre i treni con la fantasia e di colmare le ore coi ripetuti rintocchi d’un campanello, sebbene ostinatamente silenzioso.

   Infine, Tarrou sembrava esser stato definitivamente conquistato dal carattere mercantile della città, di cui l‘aspetto, l’animazione e persino i piaceri parevano imposti dalle esigenze del commercio. Questa singolarità (è la parola adoperata nei taccuini) riscuoteva I’approvazione di Tarrou, e una delle sue note elogiative finiva persino con l’esclamazione: “Finalmente! ”

   Sono i soli luoghi in cui gli appunti del forestiero sembrano assumere un carattere personale. Soltanto, è proprio difficile valutarne il significato e la serietà. A esempio, dopo aver riportato che la scoperta d’un topo morto ha portato il cassiere dell’albergo a commettere un errore nel conto, Tarrou aggiunge, con una scrittura meno nitida del solito: “Domanda: come fare per non perdere il proprio tempo? Risposta: provarlo in tutta la sua durata. Mezzi: passare giornate nell’anticamera d’un dentista, s’una sedia scomoda; vivere sul balcone nel pomeriggio della domenica; ascoltare conferenze in una lingua che non si conosce; scegliere i tragitti ferroviari più lunghi e più disagevoli e viaggiare naturalmente in piedi; far la coda ai botteghini degli spettacoli e non prendere i posti, ecc. ecc…”

   “Non ne so niente, Tarrou, le giuro che non ne so niente. Quando ho intrapreso questo mestiere, l’ho fatto astrattamente, in qualche maniera: ne avevo bisogno, era una posizione come un’altra, una di quelle che i giovani si propongono. Fors’anche, perché era particolarmente difficile per un figlio di operaio come me. E poi, bisogna veder morire. Lei sa che ci sono persone che rifiutano di morire? Ha mai sentito una donna gridare: ‘No’ nel momento di morire? Io, sì. E mi sono accorto, allora, che non potevo abituarmici. Ero giovane allora, e il mio disgusto credeva di rivolgersi all’ordine stesso del mondo. Poi, sono diventato più modesto. Semplicemente, non sono sempre abituato a veder morire. Non so nient’altro. Ma dopo tutto…” 

Rieux tacque e sedette di nuovo, si sentiva la bocca secca. 

   “Dopo tutto?” disse piano Tarrou. 

   “Dopo tutto…” ricominciò il dottore, ancora esitando, con lo sguardo attento su Tarrou, “È una cosa che un uomo come lei può capire, nevvero, ma se l’ordine del mondo è regolato dalla morte, forse val meglio per Dio che non si creda in lui e che si lotti con tutte le nostre forze contro la morte, senza levare gli occhi verso il cielo dove lui tace.”

   Molti nuovi moralisti andavano allora dicendo nella nostra città che nulla, nulla sarebbe servito e che bisognava mettersi in ginocchio. E Tarrou, e Rieux, e i loro amici potevano rispondere questo o quello, ma la conclusione era sempre quella a loro nota: bisognava lottare in questo o in quel modo e non mettersi in ginocchio. Tutta la questione era d’impedire al maggior numero possibile d’uomini di morire e di conoscere la separazione definitiva. Per questo non c’era che un solo mezzo: combattere la peste. Questa verità non era ammirevole, ma soltanto logica.

   Il male che è nel mondo viene quasi sempre dall’ignoranza, e la buona volontà può fare guai quanto la malvagità, se non è illuminata. Gli uomini sono buoni piuttosto che malvagi, e davvero non si tratta di questo; ma essi più o meno ignorano, ed è quello che si chiama virtù o vizio, il vizio più disperato essendo quello dell’ignoranza che crede di sapere tutto e che allora si autorizza a uccidere. L’anima dell’assassino è cieca, e non esiste vera bontà né perfetto amore senza tutta la chiaroveggenza possibile.

   Ecco: lei è capace di morire per un’idea, è visibile a occhio nudo. Ebbene, io ne ho abbastanza delle persone che muoiono per un’idea. Non credo all’eroismo, so che è facile e ho imparato ch’era omicida. Quello che m’interessa è che si viva e che si muoia di quello che si ama. Dico soltanto che ci sono sulla terra flagelli e vittime, e che bisogna, per quanto è possibile, rifiutarsi di essere col flagello.

   Per lottare contro l’astratto, bisogna un po’ somigliargli. Ma questo come poteva sentirlo Rambert? L’astratto per Rambert era tutto quello che si opponeva alla felicità. E a dire il vero, Rieux sapeva che il giornalista aveva ragione, in un certo senso; ma sapeva anche come accada che l’astratto si riveli più forte della felicità, e che bisogna allora, e soltanto allora, tenerne conto. Era quello che doveva capitare a Rambert, e il dottore lo poté sapere, nei particolari, dalle confidenze che Rambert ulteriormente gli fece. Di modo che poté seguire, e in un piano nuovo, la specie di tetra lotta tra la felicità d’ogni uomo e l’astratto della peste che costituì tutta la vita della nostra città durante quel lungo periodo.

   D’altronde, il dottor Rieux, ad esempio, considerava, giustamente, che il male era proprio questo, e che l’abitudine alla disperazione è peggiore della disperazione stessa.

  Di bambini, ne avevano ormai veduti morire: il terrore, da mesi, non sceglieva affatto; ma non avevano ancora seguito le loro sofferenze minuto per minuto, come stavano facendo dalla mattina. E, beninteso, il dolore inflitto a quegli innocenti non aveva mai finito di sembrargli quello che in verità era, uno scandalo. Ma sino ad allora si erano scandalizzati astrattamente, in qualche modo: mai avevano guardato in faccia, sì a lungo, l’agonia d’un innocente.

……………..

   Ci sono ore, in questa città, che non sento se non la mia rivolta.

   A Rieux che riportava le parole di Paneloux, Tarrou disse di conoscere un prete che aveva perduto la fede durante la guerra scoprendo il volto di un giovane con gli occhi crepati.

   “Paneloux ha ragione” fisse Tarrou, “quando all’innocenza fanno crepare gli occhi, un cristiano deve perdere la fede o accettare che crepino gli occhi anche a lui. Paneloux non vuole perdere la fede, andrà sino in fondo. Questo ha voluto dire”.

   “Forse”, rispose il dottore. “Ma lei sa, io mi sento più solidale coi vinti che coi santi. Non ho inclinazione, credo, per l’eroismo e per la santità. Essere un uomo questo m’interessa”.

“Insomma, è troppo stupido non vivere che nella peste. Beninteso, un uomo deve battersi per le vittime. Ma se ha finito di amare ogni altra cosa, a cosa serve che si batta?”

Panorama di Orano, la città algerina in cui è ambientata La peste (da Wikipedia)

La fine della peste

La liberazione, avvicinandosi, aveva un volto in cui si mescolavano lacrime e risa.

   Negavano tranquillamente, contro ogni evidenza, che noi avessimo mai conosciuto un mondo insensato, in cui l’uccisione d’un uomo era quotidiana al pari di quella delle mosche, negavano quella barbarie ben definita, quel calcolato delirio, quell’imprigionamento che portava con sé una terribile libertà nei riguardi di tutto quanto non fosse il presente, quell’odore di morte che instupidiva tutti quelli che non uccideva, negavano insomma che noi eravamo stati un popolo stordito, di cui tutti i giorni una parte, stipata nella bocca d’un forno, evaporava in fumi grassi, mentre l’altra, carica delle catene dell’impotenza e della paura, aspettava il suo turno.

   Sulla banchina della stazione dove ricominciavano la loro vita privata, ancora sentivano la loro comunità, scambiandosi occhiate e sorrisi. Ma il loro senso d’esilio, non appena videro il fumo del treno, si spense all’improvviso sotto lo scrosciare d’una gioia confusa che li stordiva. Quando il treno si fermò, le separazioni interminabili, cominciate sovente su quella stessa banchina ferroviaria, vi finirono in un attimo, nel momento in cui le braccia si strinsero con esultante cupidigia sui corpi di cui avevano dimenticato la forma viva.

   Rambert, lui, non ebbe tempo di guardare la forma che gli correva incontro, che questa ormai gli si era buttata sul petto. E tenendola ben abbracciata, stringendo a sé una testa di cui non vedeva se non i noti capelli, egli lasciò sgorgare le lacrime senza sapere se venissero dalla gioia presente o da un dolore troppo a lungo represso, sicuro almeno che gli avrebbero impedito di verificare se il viso affondato nella sua spalla era quello di cui aveva tanto sognato o invece quello di un’estranea. Più tardi avrebbe saputo s’era vero il sospetto. Per il momento egli voleva fare come tutti coloro che avevano l’aria di credere, intorno a lui, che la peste può venire e andarsene senza che il cuore dell’uomo ne sia modificato.

   Coloro che, attenendosi al poco che erano, avevano soltanto desiderato di tornare nella casa del loro amore, talvolta erano stati ricompensati. Certo che alcuni di loro continuavano a camminare per la città, solitari, privi della creatura che aspettavano. Fortunati anche quelli che non erano stati separati due volte, come certuni che prima dell’epidemia non avevano sul momento potuto costruire il loro amore e avevano ciecamente proseguito, per anni, il difficile accordo che finisce col legare l’uno all’altro due amanti nemici.  Questi, come lo stesso Rieux, avevano avuto la leggerezza di contare sul tempo: erano separati per sempre.  Ma altri, come Rambert, che il dottore aveva lasciato in quella stessa mattina dicendogli: “Coraggio, proprio adesso bisogna aver ragione”, avevano ritrovato senza esitare l’assente che credevano perduto. Per qualche tempo, almeno, sarebbero stati felici; ora sapevano che se una cosa si può desiderare sempre e ottenere talvolta, essa è l’affetto umano. 

   Per tutti coloro, invece, che si erano rivolti, al di sopra dell’uomo, a qualcosa che non riuscivano a immaginarsi, non c’era stata risposta. Sembrava che Tarrou avesse raggiunto la pace difficile di cui aveva parlato, ma non la aveva trovata che nella morte, quando non gli poteva servire a nulla. Se altri, all’incontrario, che Rieux scorgeva sulla soglia della casa, nella luce declinante, avvinghiati con tutte le loro forze mentre si guardavano con trasporto, avevano ottenuto quanto volevano, gli è che avevano domandato la sola cosa che dipendesse da loro. E Rieux, nel momento di svoltare per la via di Grand e di Cottard, ritenne giusto che, almeno di tanto in tanto, la gioia venisse a ricompensare quelli che si accontentano dell’uomo e del suo povero, terribile amore.

   Forse era più crudele pensare a un uomo colpevole che a un uomo morto.

…………

   Ma egli sapeva tuttavia che questa cronaca non poteva essere la cronaca della vittoria definitiva; non poteva essere che la testimonianza di quello che si era dovuto compiere che, certamente, avrebbero dovuto ancora compiere, contro il terrore e la sua instancabile arma, nonostante i loro strazi personali, tutti gli uomini che non potendo essere santi e rifiutandosi di ammettere i flagelli, si sforzano di essere dei medici. 

….

   Mentre sino ad allora avevano ferocemente sottratto la loro sofferenza alla sciagura collettiva, accettavano adesso la confusione senza memoria e senza speranza, si stabilivano nel presente. In verità, tutto per loro diventava presente; bisogna dirlo, la peste aveva tolto a tutti la facoltà dell’amore e anche dell’amicizia; l’amore, infatti, richiede un po’ di futuro, e per noi non c’erano più che attimi.

……..

   Gli innamorati, infatti, erano in preda alla loro idea fissa. Per loro una sola cosa era mutata; il tempo, che durante i mesi dell’esilio avrebbero voluto spingere per affrettarlo, che ancora si accanivano a precipitare, quando ormai si trovavano in vista della nostra città, si augurarono invece di rallentarlo, di tenerlo sospeso, non appena il treno cominciò a frenare prima di fermarsi. Il senso, vago e insieme acuto in loro, di tanti mesi perduti per l’amore, gli faceva confusamente esigere una sorta di compenso, sì che il tempo della gioia avrebbe dovuto trascorrere due volte meno in fretta del tempo dell’attesa.

   Avrebbe desiderato diventare colui che al principio della peste voleva correre con un solo balzo fuori dalla città, e slanciarsi incontro a colei che amava; ma sapeva che non era più possibile. Egli era mutato, la peste aveva messo in lui una distrazione che con tutte le sue forze egli cercava di negare e tuttavia continuava in lui come una sorda angoscia. In un certo senso, aveva il sentimento che la peste era finita troppo all’improvviso; non aveva ritrovato la sua presenza di spirito. La felicità arrivava di gran carriera, l’evento andava più presto dell’attesa. Rambert capiva che tutto gli sarebbe stato restituito d’un colpo, e la gioia è una bruciatura che non si assapora.”

ORANO, Algeria, a ovest, verso il Marocco e Gibilterra (mappa da https://www.pinterest.it/)

La conclusione

   Ascoltando, infatti, i gridi d’allegria che salivano dalla città, Rieux ricordava che quell’allegria era sempre minacciata: lui sapeva quello che ignorava la folla, e che si può leggere nei libri, ossia che il bacillo della peste non muore né scompare mai, che può restare per decine di anni addormentato nei mobili e nella biancheria, che aspetta pazientemente nelle camere, nelle cantine, nelle valigie, nei fazzoletti e nelle cartacce e che forse verrebbe giorno in cui, per sventura e insegnamento agli uomini, la peste avrebbe svegliato i suoi topi e li avrebbe mandati a morire in una città felice.

(brani in parte scelti e ripresi da La peste, di Albert Camus. – Gruppo di Lettura Dalmine (wordpress.com)

………..

ALTRI BREVI BRANI RIPRESI DA PARTI DIVERSE DEL LIBRO:

La visita alla madre. – Per molti giorni Rieux non ha avuto nemmeno il tempo di andare a salutare la vecchia madre, ma finalmente si concede un momento di pausa e…
“…il dottore stava appunto guardando sua madre, tranquillamente seduta in un angolo della sala da pranzo…con le mani appoggiate sulle ginocchia, essa aspettava. …Guardò sua madre. I begli occhi marron fecero risalire in lui anni d’affetto.
“Hai paura, mamma?”
“Alla mia età non si teme ormai gran che”.
“Le giornate sono lunghe e io non sono mai qui”.
“Per me è lo stesso aspettarti, so che devi venire. E quando non ci sei, penso a quel che fai…”
Il mare di notte. – Il dr. Rieux e il suo amico e collega Tarrou sono andati sulla spiaggia per farsi un bagno e dimenticare per un attimo il dolore e la devastazione del contagio contro cui stanno combattendo da mesi:

Tarrou mormorò che non era mai finito e che ci sarebbero state altre vittime: era la regola.
“Forse”, rispose il dottore. “Ma lei sa, io mi sento più solidale coi vinti che coi santi. Non ho inclinazione, credo, per l’eroismo e per la santità. Essere un uomo, questo m’interessa”. “

Sì, noi cerchiamo la stessa cosa, ma io sono meno ambizioso”.
Rieux pensò che Tarrou scherzasse, e lo guardò. Ma nel vago bagliore che veniva dal cielo egli vide un volto triste e serio. Il vento si levava di nuovo, e Rieux lo sentì tepido sulla pelle. Tarrou si scosse:
“Sa cosa dovremmo fare per l’amicizia?” disse.

“Quello che lei vuole”, disse Rieux.
“Un bagno in mare; anche per un futuro santo, è un degno piacere”.
Rieux sorrideva.

“…tra gli effluvi di vino e di pesce, presero la direzione del molo. Poco prima di giungervi, l’odore dello jodio e delle alghe gli annunciò il mare; poi lo sentirono. Il mare ansava dolcemente ai piedi dei grandi blocchi del molo, e quand’essi li ebbero superati, gli apparve, spesso come un velluto, flessibile e liscio come una belva. Si misero sugli scogli rivolti al largo. Le acque si gonfiavano e calavano lentamente. La calma respirazione del mare faceva nascere e sparire dei riflessi oleosi alla superficie delle acque. Davanti a loro, la notte era senza limiti…” (da https://www.perlungavita.it/)

LE RIGHE CONCLUSIVE Continua a leggere