L’AQUILA 10 ANNI DOPO – Nella ricostruzione del centro storico (con ancora tanti cantieri) è da capire come far tornare a L’Aquila la vita quotidiana – PROPOSTA: perché non assegnarle funzioni politico-amministrative per alleggerire la conurbazione romana dando attività e vita alla città e all’area abruzzese?

L’AQUILA: LA FONTANE DELLE 99 CANNELLE MIRACOLOSAMENTE RIMASTA INTATTA AL TERREMOTO DEL 6 APRILE 2009 (ma lo stesso restaurata con fondi del FAI, Fondo Ambiente Italiano) – L’AQUILA COME VENZONE (IL FRIULI)? “In una sincera confessione fatta a Norbert Schultz, l’architetto Gerald Kalman, profugo negli Stati Uniti, ricorda che, nel rientrare nella Berlino distrutta dalla Guerra, aveva superato il disorientamento causato dalla rovina udendo i propri passi risuonare sul selciato: attraverso quel solo carattere superstite egli in qualche modo percepì di poter ancora abitare la sua città. Anche di fronte alla più terribile distruzione, i fili che legano un uomo alla sua abitazione, costituiscono una maglia così fitta e complessa, che la peggiore lacerazione fisica può comunque venire medicata attraverso l’attivazione di una sensibilità emozionale e morale che ha il suo centro nella memoria”. “Si può comparare la riproposizione dell’assetto urbano di Venzone al paziente lavoro di un filologo che si trova a dover reimpaginare un antico codice sfasciato; l’esito dell’operazione deve essere valutato stabilendo quanto la nuova edizione riesca a comunicare il senso dell’originale. La ricostruzione del centro storico – almeno negli intenti di chi l’ha promossa – ha voluto significare innanzitutto un’opera di cultura, ove questa venga intesa come la potenza formale di ‘far passare nel valore ciò che in natura corre verso la morte’” (Ernesto de Martino)

   Del terremoto dell’Aquila 10 anni dopo bisogna subito dire che è “vita perduta” nelle frazioni (nelle zone periferiche le ricostruzioni non sono mai cominciate), mentre il centro è ricostruito sì ma non del tutto rianimato.

A dieci anni dal SISMA DELL’AQUILA, che causò 65.000 SFOLLATI, 1.600 FERITI E 309 VITTIME, gli abitanti temono l’ABBANDONO DELLE FRAZIONI, mentre il CENTRO STORICO sembra UNA BELLISSIMA “SCATOLA VUOTA”. Una ricostruzione a due velocità: più rapida e trasparente quella privata, lenta e incapace di districarsi tra i meandri della burocrazia quella pubblica (le scuole e l’Università non sono ancora state ricostruite)

   E’ così a dieci anni dal sisma, iniziato alle 3:32:39 del 6 aprile 2009, e durato un tempo lunghissimo: 35 secondi di dramma e terrore. Una fortissima scossa (di magnitudo 6,3) che ha causato 65.000 SFOLLATI, 1.600 FERITI e 309 VITTIME. E gli abitanti adesso temono l’abbandono delle frazioni, mentre il centro storico sembra una bellissima “scatola vuota”, cioè è stato sì ricostruito (anche se ci sono ancora tanti cantieri, ma molto è stato fatto…), ma la vita quotidiana (espressione vera dell’esistenza della “città) langue, è difficile (questa) ricostruirla.

C’è L’AQUILA CITTÀ ma ci sono anche 56 BORGHI (frazione e paesini attorno all’Aquila) COLPITI AL CUORE dalle scosse del 2009. Spiega Raffaello Fico, l’ingegnere che guida la ricostruzione nel cratere. “LA MEDIA DELLA RICOSTRUZIONE CORRISPONDE AL 30% ma è una percentuale FUORVIANTE. Ci sono PAESI AL 60% dei lavori, che sono tornati a vivere, entro due anni torneranno abitabili. Poi, è vero, CI SONO PICCOLI CENTRI ANCORA MOLTO INDIETRO, LÌ SIAMO AL 10%”. I segni del terremoto 2009 in Abruzzo dividono tutto a metà. (da https://www.quotidiano.net/ del 5/4/2019) (mappa tratta da “L’aquila, frazioni colpite dal sisma” da http://www.abbruzzosvegliati.blogspot.com/)

   Le NEW TOWN, 19 quartieri dormitorio volute allora, fuori città e a contorno della città, continuano a farla da padrone. Erano state pensate per essere una sistemazione provvisoria, sono diventate appunto quartieri dormitorio, senza trasporti, senza punti di ritrovo, senza niente… e ancora ci vivono 10mila persone.

PROGETTO CASE E MAP (MODULI ABITATIVI PROVVISORI), ABITAZIONE NELLE NEW TOWN DE L’AQUILA – 10.000 le persone che, a dieci anni dal sisma, vivono ancora nelle new town volute da Berlusconi

   Dagli spunti di riflessione, articoli, notizie che qui di seguito in questo post vi proponiamo, appare la difficoltà a individuare forme di ripresa della vita della splendida città qual era (e qual è, nonostante il terremoto) L’Aquila.

(Corso Umberto I, com’è stato ricostruito) – Roberto Grillo, artista fotografo, è stato, fino a pochi giorni fa, il presidente dell’ASSOCIAZIONE AQUILA CENTRO STORICO – COMMERCIANTI, RESIDENTI, PROFESSIONISTI. «Volevo tenere tutti uniti, perché se stai male non hai bisogno di tanti medici che si occupino dei singoli organi ma di UNA VISIONE D’INSIEME. Si è avviata la RICOSTRUZIONE materiale (al 50-60%, ndr) ma MANCA QUELLA IMMATERIALE, che significa, semplicemente, RIPORTARE LA VITA. Il sindaco Cialente ci aveva provato, lasciando aprire pub e bar per gli studenti ma poi tutto si è fermato lì. OGGI IN CENTRO SI VIENE PER LA PASSEGGIATA E PER UN GELATO, NON PER FARE ACQUISTI IN NEGOZI CHE NON CI SONO PIÙ. Il commercio segue le vie di traffico che ora passano nelle periferie. Adesso il nostro compito è davvero difficile. Se non riusciamo a mettere il bene collettivo davanti a quello privato, non riusciremo a fermare il declino». (di JENNER MELETTI, da “la Repubblica” del 3/4/2019)

   Ritorno della popolazione nei centri e nelle cosiddette periferie (il termine, “periferie”, peraltro non ci piace molto) sono cose necessarie a ridare “vera” vita alla città. Ma ci si rende conto che è difficile. Che bisogna sì puntare su elementi di forza de L’Aquila, come la sua (pare eccellente) UNIVERSITÀ (peraltro ancora non ricostruita, ora in “edifici-moduli” provvisori), nell’innovativa esperienza dello studio e ricerca di fisica del laboratorio del Gran Sasso che attira visitatori studiosi e studenti; e poi l’importanza per L’Aquila (e per il territorio abruzzese) del TURISMO…. Pare, almeno, che il dominante settore TERZIARIO di prima, magari rafforzato delle espressioni originarie (università e turismo) NON POSSA BASTARE a ridare fiato e vita alla città, al territorio.

UNA PROPOSTA CHE VARIE VOLTE abbiamo fatto in questo blog geografico, è stata quella di RIPARTIRE LE FUNZIONI POLITICO – LEGISLATIVE – GOVERNATIVE ora concentrate in pochi spazi nel centro storico di Roma (Ministeri, Assemblee legislative… e tutto quel che ne deriva), assieme ad altre funzioni basilari che il centro della capitale ha (capitale del cattolicesimo, museo d’arte a cielo aperto, città vissuta da quasi 3 milioni di persone…), troppe cose…. tutte cose che la fanno essere ora città (metropoli) più che mai ingolfata. Perché allora non ripartire tra le altre (magnifiche) città vicine (L’AQUILA È A UN’ORA DA ROMA…) del Centro Italia Ministeri e funzioni politiche, amministrative, governative? Pensiamo alle potenzialità di PERUGIA, oppure alla valenza morale, politico-religiosa conosciuta e apprezzata nel mondo che ha ASSISI, e, tra i tanti altri nuclei urbani magnifici e rilevanti vicini alla “capitale Roma” c’è appunto L’AQUILA, anch’essa capace di ospitare Ministeri e altre attività di tal genere…

   Per questo viene da pensare e immaginare un CONCORSO DI IDEE quale contributo a pensare, creare, nuove possibili attività per l’Aquila. UNA PROPOSTA CHE VARIE VOLTE abbiamo fatto in questo blog geografico, è stata quella di RIPARTIRE LE FUNZIONI POLITICO – LEGISLATIVE – GOVERNATIVE ora concentrate in pochi spazi nel centro storico di Roma (Ministeri, Assemblee legislative… e tutto quel che ne deriva), assieme ad altre funzioni basilari che il centro della capitale ha (capitale del cattolicesimo, museo d’arte a cielo aperto, città vissuta da quasi 3 milioni di persone…), troppe cose…. tutte cose che la fanno essere ora città (metropoli) più che mai ingolfata.
Perché allora non ripartire tra le altre (magnifiche) città vicine (L’AQUILA È A UN’ORA DA ROMA…) del Centro Italia Ministeri e funzioni politiche, amministrative, governative? Pensiamo alle potenzialità di PERUGIA, oppure alla valenza morale, politico-religiosa conosciuta e apprezzata nel mondo che ha ASSISI, e, tra i tanti altri nuclei urbani magnifici e rilevanti vicini alla “capitale Roma” c’è appunto L’AQUILA, anch’essa capace di ospitare Ministeri e altre attività di tal genere, in grado di smaltire il caos romano; e a vantaggio di una rivitalizzazione del centro aquilano dopo il catastrofico evento del 2009.

Il premier Giuseppe Conte alla fiaccolata all’Aquila nella sera del 5 aprile per ricordare il decennale del terremoto (foto da http://www.quotidiano.net/)

   Ecco, potrebbe essere un inizio, un’opportunità? Per far sì che l’evento tragico negativo del sisma aquilano porti a un nuovo contesto non solo in quella città, in quel territorio, ma realizzi una redistribuzione geografica delle funzioni di potere nazionali più armoniosa, consona ed efficiente, capace di ridare slancio a una bellissima macro-area geografica (martoriata pure, dopo il terremoto de L’Aquila del 2009, anche dal sisma dell’Italia Centrale del 2016 e 2017)? (s.m.)

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#10YEARSCHALLENGE, COME È CAMBIATA L’AQUILA
Si chiama #10YearsChallenge ed è la moda del momento sui social network: ma a L’Aquila assume un significato particolare. L’AQUILA NEL 2009 E L’AQUILA ORA: le foto
di E.F. – 17 gennaio 2019 – da https://www.ilcapoluogo.it/
A L’Aquila #10YearsChallenge assume un significato particolare, nel decennale del sisma.
INSTAGRAM, FACEBOOK e TWITTER pullulano di fotografie che testimoniano la ‘sfida’ raccolta, ovvero quella di mostrare come si era dieci anni fa e come si è adesso. Un gioco simpatico, nato per scherzare su come passa il tempo, ma che per L’Aquila ha un significato particolare.
Il 6 aprile 2019 sono passati 10 anni dal sisma che ha sconvolto la città e molti aquilani, invece di postare le proprie fotografie nel #10YearsChallenge, stanno facendo collage e confronti di come era L’Aquila nel 2009, dopo il terremoto, e come è invece adesso. Un atto di amore nei confronti della propria città e di speranza, che mostra quanto si è fatto in città, soprattutto per quanto riguarda determinati punti del centro storico, in questi faticosissimi 10 anni.
A fungere da raccoglitore di fotografie per questo challenge, la pagina aquilana ‘Ngulo che strina. (https://www.facebook.com/ngulochestrina/ )
C’è la CHIESA DI SAN PIETRO, il cui angolo sinistro della facciata era crollato in seguito alle scosse del 6 aprile, tornata come nuova in questi ultimi mesi e pronta per essere riaperta alla città:

Chiesa di San Pietro 10 ANNI DOPO

C’è CORSO UMBERTO I, (nella foto che avete trovato qui prima, più sopra), spaventosamente incerottato dopo il terremoto e ora rinato, almeno nel suo lato sinistro, venendo da Piazza Palazzo. Il lato destro è purtroppo nelle stesse condizioni di 10 anni fa: come noto, il cantiere per la ricostruzione degli edifici pubblici che sono sotto ai portici del Liceo non è ancora partito.

E c’è la CITTA’ VISTA DA PONTE BELVEDERE:

L’aquila, 10 anni dopo: Ponte Belvedere 2009 – 2019 #tenyearschallenge

E poi PIAZZA DUOMO:

Piazza Duomo 2009 – 2019 #tenyearschallenge

(FOTO DA da https://www.ilcapoluogo.it/ )

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TERREMOTO DELL’AQUILA 10 ANNI DOPO: IL PROVVISORIO È PER SEMPRE. LUOGHI SIMBOLO (E RITARDI) DI UNA CITTÀ CHE NON SI ARRENDE
da il Fatto quotidiano del 3/4/2019
“Più o meno lentamente, la ricostruzione all’Aquila sta procedendo. Ma ricostruire una città non significa solo ristrutturare gli edifici, ma PROGRAMMARE SPAZI per rendere possibile la rinascita del tessuto sociale, ricostruire in maniera sostenibile un contesto economico, e questo non è stato fatto”. Così ENRICO STAGNINI, presidente dell’attivissimo circolo di LEGAMBIENTE DELL’AQUILA, che con sguardo tanto critico quanto lucido denuncia le lacune più evidenti nella ripartenza della città, a dieci anni dal sisma del 6 APRILE 2009. “I lavori sono andati avanti a macchia di leopardo, così a oggi siamo ancora molto lontani dall’avere ricostruito la socialità minima necessaria per immaginare una rinascita della comunità cittadina”. Continua a leggere

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UNIONE EUROPEA in difficoltà dopo le ELEZIONI del prossimo 26 maggio? – Un pensiero antieuropeo pare dominare i Paesi dell’Unione (in crisi economica)… – L’APPELLO: FATE L’ERASMUS (estendiamolo) E NON LA GUERRA (tra Stati): un buon viatico alle previsioni negative al processo di integrazione europea?

LE ELEZIONI EUROPEE ALL’ORIZZONTE POTREBBERO ESSERE LE PIÙ POLITICIZZATE e MENO PARTECIPATE di sempre, e quello che ne emergerà sarà probabilmente il PARLAMENTO EUROPEO più frammentato di sempre. Che a una campagna elettorale molto politicizzata seguano elezioni poco partecipate è piuttosto insolito: normalmente alle elezioni nazionali a maggiore politicizzazione corrisponde anche maggiore partecipazione. IL VOTO EUROPEO DI QUEST’ANNO SARÀ INOLTRE CONTRADDISTINTO DALLA NASCITA E DALLA PROGRESSIVA ASCESA DI UN NUTRITO GRUPPO DI PARTITI NAZIONALISTI ED EUROSCETTICI in diversi Paesi dell’Unione, che sono riusciti a riportare il dibattito sull’Europa non soltanto al centro dell’agenda politica, ma anche all’attenzione degli elettori. Ciononostante, se alle prime elezioni del Pe NEL 1979 VOTÒ IL 63% DEGLI ELETTORI e 15 anni più tardi, nel 1994, l’affluenza si era contratta solo di poco, toccando il 57%, nel giro dei successivi 15 anni il tasso di partecipazione è calato di altrettanti punti (43,2% nel 2009), e nel 2014 si è attestato più o meno sulla stessa cifra. (Matteo Villa, da ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), http://www.ispionline.it/it/pubblicazione/ 21/2/2019) (foto dala campagna di comunicazione istituzionale promossa dal Parlamento Europeo)

   Sono trascorsi quarant’anni dalle prime elezioni dirette del parlamento europeo a suffragio universale. Tra il 23 e il 26 maggio 2019 circa quattrocento milioni di europei saranno chiamati alle urne per eleggere i loro rappresentanti a Strasburgo.

  E queste elezioni saranno sicuramente diverse dalle altre: fortemente politicizzate con la presenza di forze politiche cosiddette “sovraniste”, cioè fortemente nazionaliste, che guardano al loro Paese e criticano in modo forte (più o meno indiretto, più o meno esplicito) il progetto dell’Unione europea. Ma è anche probabile che questa forte politicizzazione non corrisponda a una partecipazione granché superiore alle altre volte: cioè con una partecipazione al voto sempre più bassa, nel disinteresse generale. Ed è comunque sicuro che il prossimo parlamento europeo (cui si vuole e si sta dando sempre più maggiori poteri e rilevanza politica), sarà il parlamento più frammentato di sempre.

SE OGGI SI VOTASSE IN GRAN BRETAGNA PER UN SECONDO REFERENDUM SULLA PERMANENZA DEL REGNO UNITO NELL’UNIONE EUROPEA, LA MAGGIORANZA DEI CITTADINI BRITANNICI VOTEREBBE PER RIMANERE. Questo dicono tutti i sondaggi, da più di un anno a questa parte. Non parliamo di un divario stratosferico tra BREMAINERS e BREXITERS, sia chiaro, ma bisogna partire da qui per capire cosa succederà, quale delle due strade – NO DEAL o SECONDO VOTO – sarà intrapresa, DOPO LA TERZA BOCCIATURA DI FILA DELL’ACCORDO negoziato tra Theresa May e la Commissione Ue. (….) (30/3/2019 – da https://www.linkiesta.it/) (foto: La premier britannica Theresa May insieme al presidente della commissione Ue Jean-Claude Juncker)

   Quasi sempre non si percepisce quanto è stato fatto per un’Europa sempre unita, e che ha migliorato la qualità del nostro muoverci, spostarci, avere rapporti più ampi: vengono in mente la moneta comune, l’euro, adottata finora da 19 Paesi (introdotta nel 2002 dopo più di 40 anni di trattati, negoziati e preparativi); e vengono in mente le frontiere “libere” con il Trattato di Schengen (attuato tra i maggiori paesi continentali europei nel 1995, e poi allargatosi con l’apertura di frontiere di altri Paesi).

Secondo la rilevazione EUROBAROMETRO (nel giugno 2018), i sentimenti antieuropei sono in netto calo in quasi tutti i paesi dell’Unione e la maggioranza degli europei ritiene che l’affiliazione all’UE sia un fattore positivo per la propria nazione. L’Italia tuttavia è il fanalino di coda dell’europeismo.
Il 60% dei cittadini europei, dinnanzi alla domanda “in generale, pensi che l’appartenenza all’Europa Unita del tuo paese sia…” risponde con “un fatto positivo”. Un sentimento quindi di prevalente fiducia nell’UE, che risulta dominante soprattutto nei paesi del centro-nord Europa con il Lussemburgo in prima posizione (85% di risposte positive) seguito da Irlanda ed al terzo posto parimerito da Germania e Olanda, con il 79% di europeisti. Quasi tutti i paesi fondatori si mantengono sopra la media a 28, con due eccezioni: la Francia con solo il 55% di pro-EU – nonostante il presidente Macron ultraeuropeista, – e proprio l’Italia che è addirittura terz’ultima assoluta (39% di europeisti) davanti solo a Rep. Ceca e Croazia. (da http://sondaggibidimedia.com/eurobarometro )

   Dicevamo, non è solo questo di positivo: altri temi e “modi di vita” sono diventati concreti: il libero commercio, regole comuni, il controllo degli standard di qualità legislativi e regolamentari fra stati, la legislazione più attenta all’ambiente e alla salute, all’alimentazione…. e poi interessanti coinvolgimenti su progetti europei della popolazione, come l’Erasmus per gli studenti….
Tutte cose che ti fanno dire che se vai a Barcellona, a Parigi, a Berlino e in tanti altri posti “non vai all’estero” (parola superata) ma sei in Europa, vai in Europa.

L’IDENTITÀ EUROPEA, di TZVETAN TODOROV (ed. Garzanti, aprile 2019, tascabile 94 pagine, euro 4,90) – Questo scritto di TZVETAN TODOROV ci ricorda l’importanza di riscoprire le radici dell’Europa e incoraggiare, proprio a partire da queste, un’adesione sempre più salda e consapevole al PROGETTO EUROPEO. Scrive Todorov: «L’identità della cultura europea consiste nella sua maniera di gestire le diverse identità che la costituiscono a livello regionale, nazionale, religioso e culturale, accordando loro uno statuto nuovo e traendo profitto da questa stessa pluralità». LA PLURALITÀ DI CULTURE è infatti per l’Europa allo stesso tempo un’eredità e una prospettiva, e una sua «gestione oculata» è l’unica base possibile per garantire, attraverso una coesistenza pacifica e inclusiva, la costituzione di un’unità civile e durevole.

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   E’ vero che ci sono cose che non si riescono a capire: in particolare sprechi di una burocrazia europea che si è creata, che si somma agli sprechi “nostri”, delle Regioni, dello Stato centrale. E questo non va bene. Però l’Unione europea ci ha aperto le menti ad altre prospettive; e possiamo guardare alla globalizzazione (e ai moloch mondiali come la Cina e gli USA, ma anche altri -la Russia e le aree geopolitiche di crisi del pianeta-), possiamo, potremmo, guardare a tutto questo con maggiore speranza di contare qualcosa.

I PADRI FONDATORI (da http://www.romanoprodi.it/ )

   Un’Unione europea che tanti cambiamenti ha fatto, e che però ora si trova in mezzo a un guado, per superare il quale servono una nuova forza di volontà politica; e guardare positivamente al futuro con passi in avanti necessari, in campo economico, sociale, delle istituzioni, per costruire un’Europa che sia davvero comunità federale, democratica e solidale. Sennò tutto sparisce, tutto torna come prima, peggio di prima.

EUROPA NONOSTANTE TUTTO (Antonio Calabrò, Maurizio Ferrera, Piergaetano Marchetti, Alberto Martinelli, Antonio Padoa-Schioppa, ed. “La Nave di Teseo”, collana “Le onde”, aprile 2019, pagg. 152, euro 10,00) – A metà tra SAGGIO DIVULGATIVO e MANIFESTO IDEOLOGICO, questo testo porta avanti un discorso lineare e semplice, corredato da dati e da facili tabelle numeriche, che punta a contestare le fake opinions e ad EVIDENZIARE CIÒ CHE È ESSENZIALE PROMUOVERE E MIGLIORARE IN SENO ALL’UNIONE EUROPEA. Come funziona la macchina istituzionale? Chi decide e come? Delineando, passo dopo passo, i vantaggi che l’UE comporta non soltanto a livello macroscopico, ma anche nella vita quotidiana, gli autori vogliono fare CHIAREZZA SULL’EURO, spiegare il ruolo dei singoli stati membri, parlare di GLOBALIZZAZIONE o, semmai, di SOVRANISMO EUROPEO, per rispondere alla domanda principale: L’EUROPA PUÒ ESSERE UNA FORMA DI ASSICURAZIONE SULLE TANTE INCOGNITE DEL FUTURO? Ribadendo il valore del MANIFESTO DI VENTOTENE (testo in appendice, accompagnato da una prefazione a cura di Antonino De Francesco, Direttore del dipartimento di Storia della Statale di Milano), la risposta non può che essere una: PIÙ EUROPA, NONOSTANTE TUTTO, perché dalla difesa alla politica sull’immigrazione, dalla solidarietà alla collaborazione economica, l’Unione Europea può garantire una vita più semplice e più sicura per il cittadino.

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   In questo post cerchiamo di sviluppare quello che a nostro avviso è la caratteristica principale dell’Europa rispetto alle altre grandi aree geopolitiche mondiali: LA PRESENZA DI UN WELFARE marcato, nonostante la crisi, ancora considerevole. Non a caso da tutti l’Europa viene considerata l’area geografica dove si vive meglio (con tutti i distinguo…), dove la qualità della vita è migliore.

MOLTI DEI TESTI CHE QUI TROVATE SONO RICAVATI dal QUADERNO N. 5 di “PRO EUROPA – ALCUNE BUONE RAGIONI CHE RENDONO L’UNIONE EUROPEA DESIDERABILE”, della Fondazione Alexander Langer di Bolzano (http://www.alexanderlanger.org), articolo pubblicato assieme a “UNA CITTÀ”, rivista periodica di Forlì (http://www.unacitta.it ) – “PRO EUROPA” È IN RICORDO DELL’ASSOCIAZIONE CREATA DA ALEXANDER LANGER all’inizio della sua seconda legislatura europea nel 1994 – CHI ERA ALEXANDER LANGER? – Alexander Langer (Vipiteno, 22 febbraio 1946 – Firenze, 3 luglio 1995) è stato un politico, pacifista, scrittore, giornalista, ambientalista, traduttore e docente italiano – Fu tra i fondatori del partito dei Verdi italiani e uno dei leader del movimento verde europeo. È stato promotore di numerosissime iniziative per la pace, la convivenza, i diritti umani, contro la manipolazione genetica e per la difesa dell’ambiente.
Le principali tematiche al centro della sua attenzione intellettuale e del suo agire politico furono la situazione dell’Alto Adige e in particolare il rapporto tra le diverse comunità linguistiche (noto fu il suo rifiuto, come germanofono sudtirolese, di identificarsi politicamente con un’etnia, nonché la sua opposizione all’etnonazionalismo); le problematiche internazionali, come il rapporto tra nord e sud del mondo, la situazione dei paesi dell’Europa dell’est e i problemi di convivenza nelle aree di crisi; gli interrogativi sul senso e la dinamica dell’integrazione europea; la lotta contro la guerra e in favore della conciliazione (da Wikipedia)

Il mantenimento e miglioramento del welfare europeo, dello “STATO SOCIALE”, può essere adesso elemento prioritario del NUOVO PROGETTO EUROPEO che possiamo chiedere e proporre per l’Europa ora in crisi, che viene di fatto “negata” nella sua realtà politica dai partiti sovranisti negli Stati nazionali. E’ certo che ci sono delle ragioni serie perché così tanta gente, tante persone “europee” sono “arrabbiate con questa Europa”; perché vivono la crisi (economica principalmente) per molti assai forte di questo periodo storico. E a loro serve dare risposte concrete proprio in questa nuova Europa che (ri)parta dai valori originari (dei padri fondatori) cui noi ci riconosciamo. (s.m.)

La campagna di comunicazione istituzionale promossa dal Parlamento Europeo

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GEOGRAFIA ECONOMICA DELL’EUROPA SOVRANISTA di GIANMARCO OTTAVIANO, ed. Laterza, 164 pagine, aprile 2019, euro 12,80 – Quali sono i costi e i benefici che l’essere parte dell’Unione comporta? Che effetti economici deriverebbero da un distacco dall’Europa e chi dovrebbe subirne le conseguenze negative? L’Unione ci protegge o ci espone alla globalizzazione in termini di concorrenza internazionale e delocalizzazione del lavoro?  –  IN EUROPA OCCIDENTALE LA SFIDUCIA MONTANTE NEI CONFRONTI DELL’UNIONE EUROPEA HA UNA FORTE COMPONENTE GEOGRAFICA e si manifesta più intensamente nelle regioni che hanno subito maggiormente gli effetti negativi della concorrenza internazionale. In queste aree si è andato affermando un voto ‘sovranista’, che vede nella chiusura al mercato internazionale e nel freno al progetto europeo la risposta più efficace alle richieste di ‘protezione’ dell’elettorato. Ma quali reali costi e benefici comporta l’essere parte dell’Unione? CHE EFFETTI ECONOMICI DERIVEREBBERO DA UN DISTACCO DALL’EUROPA e chi ne subirebbe le conseguenze negative? L’Unione ci espone alla concorrenza internazionale e alla delocalizzazione del lavoro oppure ci difende? Il protezionismo può incentivare la nostra economia? Perché crescono i divari di sviluppo tra regioni europee ricche e povere se l’integrazione avrebbe dovuto ridurli? Quali effetti reali ha l’immigrazione sulle economie di tutta Europa? GIANMARCO OTTAVIANO, esperto di economia internazionale, fotografa LA NUOVA GEOGRAFIA ECONOMICA DEL VECCHIO CONTINENTE.

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L’EUROPA DI CUI ABBIAMO BISOGNO

di DANIEL COHN-BENDIT, aprile 2019, dal QUADERNO N. 5 di “PRO EUROPA – Alcune buone ragioni che rendono l’Unione europea desiderabile”, rivista della Fondazione Alexander Langer di Bolzano (http://www.alexanderlanger.org), articolo pubblicato assieme a “UNA CITTÀ”, rivista periodica di Forlì (http://www.unacitta.it )
– Per avere fiducia sulla prospettiva di un’Europa unita basta riandare al 1945 e ai passi avanti che da allora sono stati fatti; il dramma della mancata Costituzione; la assoluta necessità di un esercito e di una sovranità europea. Intervento di Daniel Cohn Bendit. –
(Daniel Cohn-Bendit, 1945, scrittore e politico, è stato uno dei protagonisti del maggio 1968 in Francia. Dal 1994 al 2014 è stato membro del Gruppo verde al Parlamento europeo eletto prima in Germania e poi in Francia. Nel settembre 2010 ha promosso, assieme a Guy Verhofstadt e Andrew Duff, la formazione del GRUPPO SPINELLI per il rilancio dell’integrazione europea. Il testo che segue è tratto dall’intervento da lui tenuto all’INSTITUT DES HAUTES ÉTUDES DE DÉFENSE NATIONALE il 19 novembre 2018).
   “Parto dalla mia storia personale e dal perché l’Europa è importante per me. Sono nato nel 1945, a Montauban, in Francia. Sono stato concepito dopo lo sbarco in Normandia. I miei si erano rifugiati là in fuga dalla Germania. Immaginate la reazione dei miei genitori se all’epoca avessi detto loro: tra cinquant’anni non ci sarà più una frontiera tra Francia e Germania, non ci saranno più soldati, non ci saranno più controlli tra i vari paesi…
Per me l’Europa rappresenta un progresso di civiltà incredibile, inimmaginabile. Spesso si sente dire: “è impossibile”. Lo si diceva anche quando si è iniziato a costruire l’Europa, e invece… La parola impossibile non vale per l’Europa. Questo non significa certo che tutto vada bene o che tutto andrà per il meglio. Dico soltanto che guardando da dove siamo partiti, l’argomento dell’impossibilità non regge. Continua a leggere

LA CITTÀ È IL FUTURO (non le Regioni): trasformiamo l’Italia in tante NUOVE CITTÀ (il superamento dei quasi 8mila comuni può portare a MILLE nuove città di almeno 60mila abitanti), e trasformiamo le obsolete regioni in macroregioni, “aree vaste e organizzate” in uno stato centrale forte e federato nell’Unione Europea

(immagine tratta da http://www.frontierarieti.com/) – Nel 2009 la popolazione urbana mondiale ha superato per la prima volta quella rurale. Questo è un fenomeno considerato “stabile”, ovvero destinato a continuare in modo costante nel futuro: le stime sono che nel 2030 il 60% della popolazione mondiale vivrà nelle città. L’Europa è una delle aree più urbanizzate al mondo: oggi più del 70% dei cittadini europei vivono in aree urbane e gli studi delle Nazioni Unite stimano che la percentuale salirà all’80% entro il 2050. (da http://www.a-architettitrento.it/)

   Le PERPLESSITÀ SULLA FORTE AUTONOMIA REGIONALE che tre regioni stanno chiedendo (Veneto, Lombardia, Emilia Romagna), non è tanto sulle motivazioni di possibile maggiore efficienza sui servizi da dare ai cittadini, di minor spesa adottando costi standard; nemmeno sulle perplessità di assoluta competenza nella gestione di compiti di alto valore strategico nazionale come sono l’ISTRUZIONE e/o l’AMBIENTE… bensì (le maggiori perplessità) nascono dal fatto che si andrà a rafforzare un “CONTESTO GEOGRAFICO” (la Regione, nelle sue venti espressioni nella nostra penisola italiana) PIÙ CHE MAI OBSOLETO nei confini territoriali attuali; e fatto di apparati burocratici mastodontici; e che invece necessiterebbero (le regioni) di una revisione e razionalizzazione che portasse (a nostro avviso) alla creazione di MACROREGIONI (nell’ambito di un credibile STATO CENTRALE e di una vera necessaria FEDERAZIONE EUROPEA).

i tetti di Roma – “Le città sono luoghi attrattivi per le opportunità che aprono da un punto di vista delle interazioni sociali, culturali, di studio, di lavoro, sono luoghi maggiormente competitivi per l’innovazione, l’economia e la ricerca, ma sono anche i luoghi nei quali si manifestano gli effetti della povertà, della segregazione sociale e spaziale, della disoccupazione e sono luoghi “fragili” nei quali si manifestano con maggiore violenza gli effetti dei cambiamenti climatici e dell’inquinamento: già oggi le città consumano il 75% delle risorse naturali e sono responsabili del 70% delle emissioni globali di CO2.” (da http://www.a-architettitrento.it/)

   Riportiamo qui di seguito, in questo post, alcune considerazioni sul RUOLO DELLA CITTÀ che ha fatto il 18 marzo scorso (2019), ad un incontro a Milano all’ISPI (Istituto per gli studi di Politica Internazionale) organizzato dall’Associazione «Amici di Milano», il sindaco della città GIUSEPPE SALA, parlando della “sua Milano”, dei più importanti progetti presenti e futuri. Ma in particolare ci interessa partire qui dalle considerazioni che Sala fa sul ruolo della “città”, come contenitore di ricchezze (conoscenze, multiculturalità, opportunità…), e pure di contraddizioni negative da superare (come inquinamento, difficoltà di convivenza, povertà….).

(PALERMO, Via Montalbo, foto da http://www.livesicilia.it/) – “Il futuro dell’umanità si muove nell’ambito di questo paradosso: le città sono i luoghi nei quali l’uomo abiterà per le opportunità che offrono e, allo stesso tempo, sono i luoghi nei quali si concentrano e si producono i problemi che dovrà affrontare. Quindi la grande sfida culturale e politica da affrontare è come rendere sostenibile l’attrattiva delle città e far sì che il loro futuro sviluppo generi dei luoghi adeguati alla salute pubblica dei suoi cittadini, inclusivi da un punto di vista sociale e spaziale e che agiscano attivamente nel miglioramento delle condizioni ambientali del pianeta.” (da http://www.a-architettitrento.it/)

   Nel 2050 oltre due terzi della popolazione mondiale vivrà in aree urbane. Una situazione che metterà al centro di ogni politica di benessere, di capacità di integrazione, di salute ambientale, proprio il ruolo e la governance delle città: dalle metropoli, “città – stato”, come Roma e la conurbazione di Milano da noi…. ma anche di grandi e medio-grandi città, di cui è ricca l’Italia (Napoli, Torino, Palermo, Genova, Bologna, Firenze, Bari e varie altre…). E poi le medie città (dai 60mila ai 100mila abitanti assai numerose (Ancona, Arezzo, Cesena, Lecce, Lucca, Treviso, Varese, Ragusa, Pavia, etc… vi invitiamo a vedere l’elenco nella pagina http://www.tuttitalia.it/citta/popolazione/). In questo trend di concentrazione della popolazione nelle città diventa pertanto prioritario il dover cercare e dare soluzioni virtuose.

“A livello internazionale il documento di riferimento per lo sviluppo del pianeta è l’AGENDA 2030 PER LO SVILUPPO SOSTENIBILE, un programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità sottoscritto nel settembre 2015 da 193 Paesi membri dell’ONU, che contiene i 17 OBIETTIVI PER LO SVILUPPO SOSTENIBILE. A livello europeo, con il PATTO DI AMSTERDAM di Maggio 2016, si è istituita l’AGENDA URBANA PER L’UNIONE EUROPEA, che riconosce in modo definitivo il ruolo centrale delle aree urbane nello sviluppo sociale, culturale ed economico del futuro del continente.” (da http://www.a-architettitrento.it/)

   E’ comunque sicuro che avremo città sempre più connesse e capaci di utilizzare tecnologie e infrastrutture all’avanguardia. Ma il rischio, la concreta possibilità, è che si creino città con tante “periferie”, cioè luoghi dove non si vive bene, perché le città possono anche essere luoghi di esclusione e fonti di disuguaglianze, di inquinamento, di micro e macro criminalità…. Concentrarsi sul buon governo amministrativo delle città sarà (è) tema fondamentale da perseguire.

VERSO CITTÀ INCLUSIVE E SOSTENIBILI – L’AGENDA URBANA PER L’UNIONE EUROPEA, adottata il 30 maggio 2016 e meglio conosciuta come “PATTO DI AMSTERDAM”, è l’ATTUAZIONE, a livello europeo, dei principi, degli impegni e delle azioni previsti dalla NUOVA AGENDA URBANA DELLE NAZIONI UNITE, adottata a Quito (Ecuador), nel corso della conferenza “Habitat III”, svoltasi dal 17 al 20 ottobre 2016.
Le due agende urbane, quella dell’ONU e quella dell’UE, condividono, infatti, l’identica visione di UNO SVILUPPO EQUILIBRATO, SOSTENIBILE E INTEGRATO DELLE NOSTRE CITTÀ.

   Ma c’è il problema poi di chi non vive in città. Perché vive nella maggior parte di quei quasi 8.000 comuni nei quali solo circa 750 (su 8mila!) hanno una popolazione superiore ai 15mila abitanti…. Tutti comuni piccoli, complicati nel dover erogare servizi, con una visione d’orizzonte e autorevolezza politica verso l’esterno assai limitata (che tolgono così anche opportunità di vita, di lavoro, di studio, ai giovani, ai loro residenti).

Bosco Verticale di Milano, opera dell architetto Stefano Boeri- “Nel contesto dell’AGENDA URBANA DELL’UE, le città italiane potranno giocare un ruolo di protagonismo se sapranno accettare la sfida culturale e politica che le si pone di fronte. C’è una competizione in corso a livello internazionale fatta di innovazione, ricerca, CAPACITÀ DI ATTRAZIONE DEGLI INVESTIMENTI, MIGLIORAMENTO DELLE CARATTERISTICHE AMBIENTALI, DI RESILIENZA, DI INCLUSIONE SOCIALE e le città sono e saranno i luoghi di questa competizione. NELLE CITTÀ ITALIANE RISIEDONO GLI ASSET STRATEGICI PER LO SVILUPPO DELL’INTERO SISTEMA ITALIA ed in particolare hanno due temi assolutamente specifici in ambito europeo ed internazionale che possono rappresentare il vero valore aggiunto in questo contesto di competizione globale, che, tra l’altro, sono totalmente allineati e funzionali alle future strategie europee dell’Agenda Urbana dell’UE: LA STORIA CON LE SUE TESTIMONIANZE ARTISTICHE E DI TRADIZIONI CULTURALI, SOCIALI ED ECONOMICHE E LA PRESENZA DEI DISTRETTI INDUSTRIALI.” (da http://www.a-architettitrento.it/)

   Pertanto il problema è per chi “resta fuori” dal contesto di città innovativa. Che fare per loro? Per questo il superamento degli attuali medio-piccoli comuni creando “nuove città” stabilisce condizioni perché tutti possano vivere nel “contesto urbano” fatto di pari opportunità (anche chi vuole vivere isolato e intende mantenere questa condizione).

MATERA: LA CITTA’ DEL FUTURO SA DI INNOVAZIONE (MA ANCHE DI ANTICO) – La città dei Sassi, nominata ‘Capitale Europea della Cultura per il 2019’ insieme alla bulgara PLOVDIV

   E le AREE MONTANE, alpine e appenniniche (ma anche aree periferiche pedemontane e in zone povere e isolate, specie del sud), che si stanno sempre più spopolando, e che hanno bisogno di progetti economici nuovi. In queste aree si esprime adesso una volontà in istaurarsi in esse di “nuovi montanari”, nuovi abitanti, italiani giovani e meno giovani, ma soprattutto stranieri che posso (potrebbero) trovare lavoro e ripopolare queste aree (tenendo così aperte scuole, uffici postali, linee di autobus, strutture sanitarie…). Ebbene questo può aver successo se anche in queste aree si può immginare un contesto di “nuove città”: realtà amministrative di tipo urbano, che non vuol dire costruire grattacieli (anzi!) ma avere ambiti territoriali e amministrativi autorevoli, in grado di dare servizi efficienti come un qualsiasi sistema urbano tradizionale cittadino, e di dialogare con autorevolezza con organi istituzionali superiore (come la Regione, lo Stato…).

TRAFFICO E SMOG NELLE STRADE DI MODENA IN PIANURA PADANA, foto da ww.ansa.it/- Cosa accade in Italia – SONO ANCORA TROPPE LE CITTÀ ITALIANE PERIODICAMENTE COLPITE DALL’INQUINAMENTO ATMOSFERICO. Un’emergenza costante nel nostro Paese non più giustificabile con le avverse condizioni meteo-climatiche della pianura padana o legate alla sola stagionalità invernale come spesso i cittadini sono indotti a credere.

   E allora se “CITTÀ DEV’ESSERE” (SARÀ) nello sviluppo territoriale futuro dove saranno appunto le città ad avere un potere di governance molto avanzato nel loro territorio, è giusto che a tutti sia offerto eguale “diritto alla cittadinanza”; che non ci siano esclusioni per chi vive in contesti periferici. Da qui, ribadiamo, nasce l’esigenza e la (urgente) necessità di creare “nuove città” superando i medio-piccoli comuni. (s.m.)

TORINO tra le città più inquinate secondo Legambiente. L’inquinamento ci toglie in media 10 mesi di vita. Pianura Padana e grandi città le zone più a rischio – NEL 2018 SONO STATI SUPERATI I LIMITI GIORNALIERI previsti per le polveri sottili o per l’ozono (35 giorni per il Pm10 e 25 per l’ozono) in ben 55 capoluoghi di provincia. In 24 dei 55 capoluoghi il limite è stato superato per entrambi i parametri, con la conseguenza diretta, per i cittadini, di aver dovuto respirare aria inquinata per circa 4 mesi nell’anno.

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20 Mar 2019 – GIUSEPPE SALA Sindaco di Milano con il vicepresidente ISPI (Istituto per gli studi di Politica Internazionale) Paolo Magri: MENO AUTO E INQUINAMENTO, PIU’ CASE, ABITANTI, INTEGRAZIONE E CONOSCENZA: ECCO LA MILANO DEL PROSSIMO FUTURO – Nelle città vive oggi oltre la metà della popolazione del gl obo. Nel 2050 sarà il 75%. Perché nelle città si concentrano conoscenze, opportunità, benessere, servizi, cultura. Come cambieranno le città in futuro? E come garantirne uno sviluppo sostenibile e inclusivo? – E’ la domanda clou che Paolo Magri, vicepresidente di ISPI, ha rivolto il 18 marzo 2019 al SINDACO DI MILANO GIUSEPPE SALA nel corso di un incontro che aveva come tema, appunto, LE CITTÀ

MENO AUTO E INQUINAMENTO, PIU’ CASE, ABITANTI, INTEGRAZIONE E CONOSCENZA: ECCO LA MILANO DEL PROSSIMO FUTURO
20/3/2019, da http://www.newsfood.com/, incontro all’ISPI (Istituto per gli studi di Politica Internazionale ) con il vicepresidente Paolo Magri – Marzo 2019 – Associazione «AMICI DI MILANO».
Nelle città vive oggi oltre la metà della popolazione del globo. Nel 2050 sarà il 75%. Perché nelle città si concentrano conoscenze, opportunità, benessere, servizi, cultura. Come cambieranno le città in futuro? E come garantirne uno sviluppo sostenibile e inclusivo? – E’ la domanda clou che Paolo Magri, vicepresidente di ISPI, ha rivolto al SINDACO DI MILANO GIUSEPPE SALA nel corso di un incontro che aveva come tema, appunto, LE CITTÀ. ECCO COME HA RISPOSTO IL PRIMO CITTADINO DEL CAPOLUOGO LOMBARDO. –
“In una grande città come Milano convivono realtà positive e negative: ricchezza e povertà; inclusione ed emarginazione; innovazione e conservazione. Continua a leggere

L’ASIA ESISTE: continente “nuovo”, che si affaccia all’Europa ora in modo ufficiale – LA VIA DELLA SETA (YI DAI YI LU, UNA CINTURA UNA STRADA) come nuove e/o rinnovate infrastrutture proposte dalla CINA per gli scambi nei rapporti commerciali – CHE FARE? Accettare la proposta cinese o rifiutare il confronto?

La mappa della Via della Seta (da http://www.lastampa.it/) – La VIA DELLA SETA È MIGLIAIA DI ANNI PIÙ VECCHIA DI QUANTO SI PENSI e potrebbe essere stata percorsa già nel 3000 a. C. dai PASTORI NOMADI CON LE LORO GREGGI, che attraversavano le MONTAGNE DELL’ASIA CENTRALE. Non c’è certezza sulle sue origini. Con un accurato lavoro di confronto delle immagini satellitari e attraverso un algoritmo informatico complesso, un PROFESSORE DI ANTROPOLOGIA dell’Università di Washington, MICHAEL FRANCHETTI, HA RICOSTRUITO VIRTUALMENTE LA ROTTA COMMERCIALE PIÙ FAMOSA DEL MONDO, che unisce il Mediterraneo e la Cina. LA RICERCA È STATA PUBBLICATA SULLA RIVISTA NATURE, con un’anticipazione del quotidiano londinese TIMES. «Le posizioni delle città antiche, I santuari e le fermate dei caravan hanno a lungo illustrato i punti chiave di interazione lungo questa vasta rete, ma gli itinerari non si sono mai conosciuti». I PERCORSI DETTAGLIATI, utilizzati per millenni da mercanti, monaci e pellegrini per navigare e interagire attraverso gli altipiani dell’Asia interiore, NON SONO MAI STATI CHIARI. In più, scavare in vaste aree di territorio dal terreno inospitale o politicamente instabile come l’Afghanistan, non è possibile. IL TEAM HA UTILIZZATO FOTOGRAFIE E MODELLI VIRTUALI, PER TRACCIARE I PERCORSI DEI NOMADI PASTORI. L’ALGORITMO scelto è quello utilizzato per misurare QUANTO L’ACQUA SCORRE NEI TERRITORI CHE ATTRAVERSAVA e in qualche caso attraversa ancora. Il gruppo ha, poi, incrociato alcuni dati satellitari, per INTERCETTARE SU QUALI AREE CI FOSSERO I PASCOLI PIÙ VERDI. (LETIZIA TORTELLO, da http://www.lastampa.It/)

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La Via della Seta marittima verso il centro Europa passa per Trieste (immagine da http://www.ilpais.it/) – LA NUOVA VIA DELLA SETA PASSERÀ PER L’ITALIA? – Cos’è la “Belt and Road Initiative” e perché il documento che sta per firmare il governo preoccupa Stati Uniti e Unione Europea – La notizia delle intenzioni del governo italiano di firmare un DOCUMENTO D’INTESA con la Cina riguardo alla “BELT AND ROAD INITIATIVE” è finita anche sui giornali internazionali: l’Italia potrebbe infatti diventare il PRIMO PAESE DEL G7 A PRENDERE ACCORDI per quello che sarà il più grande e ambizioso piano di infrastrutture della storia recente dell’umanità. Ma l’Unione Europea e soprattutto gli Stati Uniti guardano con preoccupazione ai progetti espansionistici della cosiddetta “NUOVA VIA DELLA SETA”, che insieme a centinaia di miliardi di dollari stanno portando in mezzo mondo anche l’INFLUENZA CINESE e l’IDEA di un NUOVO ORDINE MONDIALE CONTRAPPOSTO A QUELLO AMERICANO. I PARERI CRITICI (E PREOCCUPATI) NON SONO POCHI (li troverai in alcuni articoli ripresi in questo POST)

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   L’Italia si prepara a diventare il primo Paese del G7 a sostenere formalmente la BELT AND ROAD INITIATIVE, nota come “NUOVA VIA DELLA SETA”: un grande progetto infrastrutturale che comprende PORTI, LINEE FERROVIARIE, STRADE e CORRIDOI MARITTIMI con cui il presidente cinese Xi Jinping punta a connettere la Cina a Europa e Africa.
Molte sono le perplessità e i dubbi ad avere un maggiore rapporto di interscambio con la Cina, specie con infrastrutture che loro stessi (i cinesi) potranno condividere, controllare, “esserci” nella quotidianità degli interscambi nel territorio italiano. Nell’esporre in questo post questi dubbi e perplessità, noi qui vogliamo esprimere UN PARERE FAVOREVOLE CHIARO SIN DALL’INIZIO A QUESTO NUOVO RAPPORTO PIÙ STRETTO CON L’ECONOMIA E IL MONDO ASIATICO, DELLA CINA (MA NON SOLO).

IL PORTO DI TRIESTE E’ IN POSIZIONE PRIVILEGIATA PER “LA VIA DELLA SETA” VERSO IL CENTRO EUROPA

   E che questa possibilità che si crea adesso (con questo Governo) è stata peraltro perseguita coerentemente con i governi precedenti (di forze ora all’opposizione): l’allora premier Gentiloni, nel maggio 2017, al BELT AND ROAD FORUM FOR INTERNATIONAL COOPERATION a PECHINO, si era premurato di sottolineare la posizione privilegiata dell’Italia nel cuore del Mediterraneo nonché il potenziale del Paese sul fronte dei porti e della logistica. E in occasione di quel forum Gentiloni parlò anche della necessità della costruzione di una «VIA DELLA SETA DELLA CONOSCENZA», puntando l’attenzione sui proficui scambi scientifici e culturali che – accanto agli importanti contatti commerciali – fanno parte da secoli dell’interazione tra Italia e Cina. Pertanto nel mondo politico, di adesso e di prima, vi può essere una maggioranza trasversale disponibile a rapportarsi in modo positivo al mondo asiatico che sta crescendo, alla Cina.

Cos’è il MEMORANDUM OF UNDERSTANDING (MoU) e perché l’imminente firma da parte dell’Italia crea tanto scompiglio? Si tratta di un DOCUMENTO DI INTESA (non un contratto, né un trattato, né un accordo) SUGLI AMBITI DELLA COOPERAZIONE BILATERALE nei settori dei TRASPORTI, INFRASTRUTTURE, LOGISTICA, AMBIENTE e FINANZA. Non ci sono obiettivi né contenuti precisi, ma espressioni vaghe, per esempio su un avanzamento delle relazioni politiche tra i due paesi firmatari. Come tutti gli altri MoU firmati dalla Cina, gli AMBITI DI COOPERAZIONE sono gli stessi CINQUE che costituiscono i risultati ufficiali previsti per la Bri: 1-COORDINAMENTO DELLE POLITICHE, 2-CONNETTIVITÀ E INFRASTRUTTURE, 3-LIBERO SCAMBIO, 4-INTEGRAZIONE FINANZIARIA e 5-SCAMBI CULTURALI. (da http://www.trend-online.com/)

   Perché riteniamo sia nella tradizione italiana (dall’antichità romana, alle repubbliche marinare, ai miti dell’arte e dei paesaggi artistici italiani conosciuti nel mondo, all’emigrazione otto-novecentesca degli italiano in tutto il mondo) del non temere il rapporto di interscambio e conoscenza con chi è e viene da lontano; e poi nella mai passata, nell’immaginario collettivo, figura di Marco Polo, che (lui) rende partecipe delle sue avventure in Cina (e di quel mondo sconosciuto) il compagno di prigionia Rustichello da Pisa che le trascrisse poi in un’opera divenuta famosa come “Il Milione”. Ma anche la presenza in Cina del missionario Matteo Ricci (che ora il papa vuole riconoscere la sua opera di evangelizzazione in Oriente) dimostrano che vi è una tradizione italica di apertura al mondo che va valorizzata nei suoi aspetti positivi.
OK, abbiamo forse esagerato nel richiamare Marco Polo e Matteo Ricci, ma la leggendaria (ma non tanto) “Via della Seta” di cui si parla oggi (rivista in chiave moderna con infrastrutture innovative nei porti, nelle strade marittime, nelle tecnologie più futuristiche), quella “via della seta” viene ora richiamata come base del nuovo rapporto con i cinesi.

5G da http://www.ilmessaggero.it/ – Il “5G”, cioè le RETI MOBILI DI QUINTA GENERAZIONE, faranno fare un balzo alla velocità di connessione non solo degli SMARTPHONE ma anche dei DISPOSITIVI DELLA CASA CONNESSA, AUTO, SMART CITY, DRONI, IMPIANTI PRODUTTIVI. È lo standard del futuro e guiderà l’evoluzione di Internet. Leader del mercato sono HUAWEI, NOKIA ed ERICSSON, ma l’azienda cinese vale da sola il 30% del mercato. E DONALD TRUMP ha lanciato l’allarme, facendo pressione sugli alleati, perché teme che il 5G sia il cavallo di Troia di Pechino per spiare tanti paesi. IL 5G È CONSIDERATO IL NUOVO WEB PERCHÉ È LA RETE CANDIDATA A GESTIRE IL COSIDDETTO INTERNET DELLE COSE.

   E già da decenni industrie manifatturiere italiane hanno stabilito rapporti in Cina, sempre per condizioni fiscali favorevoli e manodopera con regole poco garantiste e a bassissimo prezzo. Ma ora forse è venuto il momento di pensare a un rapporto diverso, paritario. La parola “paritario” è evocata molto adesso. Perché secondo gli americani, che guardano con ostilità all’espansionismo economico cinese, la “Belt and Road Initiative” è una “debt trap”: cioè una trappola del debito. In altre parole, molti dei 153 Paesi che hanno finora aderito al programma di investimenti cinese, in particolare i più poveri di Africa e Asia, hanno finito per trovarsi indebitati fortemente con Pechino. Ricambiando i creditori cinesi con la proprietà di porti (il Pireo in Grecia, ad esempio), altre infrastrutture strategiche, e ogni ricchezza patrimoniale vendibile. E chi possiede il debito di un Paese ne controlla in larga misura anche la sovranità.

silk-road, da Il Fatto Quotidiano – BELT AND ROAD INITIATIVE (BRI), nuova VIA DELLA SETA, ma il suo vero nome è YI DAI YI LU (UNA CINTURA UNA STRADA), il grande progetto geopolitico e commerciale del leader cinese XI JINPING per rilanciare la globalizzazione.

   Quest’ultima cosa è il rischio che paventano gli USA di Trump (preoccupati di questa rafforzata presenza cinese in Italia, testa di ponte per gli altri Paesi europei…), ma anche l’UNIONE EUROPEA che, pur avendo la competenza sulle politiche commerciali dei Paesi aderenti, lascia libertà di commercio ed accordi con altri Paesi ai singoli Stati, pur che si rispettino le regole e i parametri della Unione Europea. Ma, è ovvio che non vi può essere nessuna autonoma presa di posizione italiana senza un beneplacito da Bruxelles. Commissione europea che ha subito detto che nel rapporto con la Cina ci vuole piena unità nell’Unione.

il leader cinese Xi Jinping

   Il fatto è che finora il rapporto con la Cina e il mondo asiatico ha visto gli altri Paesi europei andare in modo autonomo (tutti alla rincorsa delle opportunità offerte sia dal mercato cinese). Pertanto un’azione “italiana” deve sicuramente essere più corretta ed esplicitata nel contesto dell’Unione Europea, nella trasparenza e parità di condizioni per commercio e investimenti basati sulle regole del mercato e sulle norme internazionali.

   Ma lo stesso è da ritenere che un “moderato strappo” di un Paese importante (come è e resta l’Italia), può essere un’iniziativa che non fa solo bene alla penisola italica (in termini di rilancio dei commerci e delle attività connesse), ma anche all’Europa, ai Paesi del Mediterraneo (ai rapporti con l’Africa del nord in primis). Oltreché può far bene alla Cina stessa, che pur presente dappertutto, mantiene un isolazionismo sociale (politico, culturale, di democrazia interna mancante nei diritti del singolo cittadino), che dovrà superare se un rapporto paritario e chiaro può avere con un’Europa attenta alle regole dei diritti umani; e che a sua volta (l’Europa) ha bisogno di superare una fase storica di decadenza nei suoi progetti presenti e futuri per arrivare ad essere convintamente una federazione di “Stati Uniti d’Europa” punto di riferimento nel mondo per la pace e per lo sviluppo di tutti. (s.m.)

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IL SECOLO ASIATICO (ultimo libro di PARAG KHANNA, marzo 2019, Fazi Editore, pagg. 528, euro 25,00) – “CHE COSA INTENDE PER ASIA? «C’è solo una definizione corretta: QUEL TERRITORIO CHE VA DAL MEDITERRANEO E DAL MAR ROSSO AL MAR DEL GIAPPONE. Non solo quello che di solito viene chiamato Estremo Oriente. È arrivato il tempo di riconoscere questa entità nella sua interezza» (Danilo Taino, intervista a PARAG KHANNA, da “LA LETTURA” de “Il Corriere della Sera” del 3/2/2019) 

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One Belt Map Final, da http://www.analisidifesa.it/

(SCHEDE E ALTRI APPUNTI SULL’ARGOMENTO)
– ….”FAR COLLABORARE LE IMPRESE ITALIANE AI GRANDI CANTIERI per infrastrutture che stanno sorgendo sui canali della Via della Seta, dall’Asia al Medio Oriente, all’Africa: investimenti per 900 miliardi di dollari”, dice Xi Jinping, leader cinese. E SI PARLA MOLTO DEI NOSTRI PORTI DELL’ALTO ADRIATICO, TRIESTE SOPRATTUTTO, come approdo della rotta marina verso l’Europa. 67 PAESI HANNO GIÀ SOTTOSCRITTO LA «BELT AND ROAD INITIATIVE», TRA GLI EUROPEI SOLO GOVERNI «PERIFERICI», COME GRECIA, PORTOGALLO E UNGHERIA. L’Italia sarebbe il primo Paese del G7 a salire sul treno della Via della Seta.
– PERTANTO L’ITALIA È INTERESSATA E “DEVE CONCENTRARSI” (se è interesse, se vale la pena) sui due punti strategici che dovrebbero essere il rapporto fondamentale con la Cina: e cioè 1-il nodo dei PORTI (in particolare Trieste e Genova) e 2-quello del 5G (la nuova tecnologia digitale che connetterà non solo le persone, ma anche le cose -come gli elettrodomestici, le reti informative, la robotica di tutti i generi- a Internet, e che gli americani temono maggiormente perché la considerano il cavallo di Troia di Pechino per spiare tanti paesi occidentali, ma anche per il rischio di perdere il loro monopolio in questo campo tecnologico).
– IL GOVERNO ITALIANO NON È IL SOLO nella Ue a guardare verso Pechino e a voler fare affari con il colosso asiatico. Dalla Gran Bretagna alla Germania sono stati finora assai presenti negli “affari” con la Cina, con la disponibilità del governo comunista con loro di investire per aprirsi nuove vie commerciali verso l’Europa.
– PERCHÉ LA FIRMA ITALIANA SAREBBE DIVERSA da quella degli altri tredici paesi europei che hanno già siglato il Memorandum? E’ diversa forse perché l’Italia e fondatrice dell’Unione e tuttora tra i pilastri dell’Europa unita, nonché membro fondatore della Nato; l’Italia sarebbe il primo paese del G7 a firmare un documento d’intesa con Pechino. Finora nessuno tra i grandi Paesi europei ha mai accettato di sottoscrivere un’adesione formale alla Belt and Road Initiative lanciata dal presidente Xi Jinping.
– LA POSSIBILE FIRMA DI UN MEMORANDUM OF UNDERSTANDING (MoU) tra Cina e Italia in relazione a una nostra adesione alla BRI (Belt & Road Initiative, da noi più conosciuta come Nuova Via della Seta) ha scatenato reazioni non positive da parte dell’UE e reazioni quasi isteriche da parte USA. Aldilà del giudizio positivo o negativo sui contenuti del MoU, se le critiche da Bruxelles (in un’ottica UE) appaiono giustificate (il che non significa che debbano farci desistere ove si fosse convinti di vantaggi “reali” e duraturi per l’Italia), quelle di Washington appaiono decisamente arbitrarie.
– In conseguenza del GRANDE SVILUPPO ASIATICO IL COMMERCIO VERSO EST STA ADDIRITTURA SUPERANDO IL TRAFFICO DELL’ATLANTICO. In questo campo non esiste una politica europea ma una concorrenza fra Paesi europei. Fino ad ora la parte del leone è stata giocata da ROTTERDAM e dai PORTI DEL NORD-EUROPA,
– IL CONGIUNGIMENTO PIÙ EFFICACE FRA L’ASIA E L’EUROPA FA CAPO ALL’ALTO ADRIATICO E ALL’ALTO TIRRENO, che sono a due passi dai grandi mercati dell’Unione. Finora nulla è accaduto rispetto ai meno funzionali ma totalmente protagonisti porti del Nord Europa (perché?).
– L’ACQUISTO DI INFRASTRUTTURE (come le RETI ELETTRICHE, o grandi industrie come la PIRELLI, o adesso pure la futuribile partecipazione nei PORTI ITALIANI) da parte cinese non possono “portare via” la rete elettrica, o la fabbrica, o il porto… non ha e non avrebbe senso, e non è materialmente possibile…diversa è la possibilità di acquisire il Know how, la conoscenza, per lo sviluppo interno cinese; ma questo accadrebbe comunque, e non si vede nulla di male dell’utilizzo del sapere tecnologico italiano ed europeo a vantaggio della popolazione cinese.
– Le imprese americane ed europee hanno, fino a un recente passato, moltiplicato i loro investimenti in CINA e hanno aperto le porte agli investimenti cinesi (di quelle europee in particolare la GERMANIA e l’OLANDA, che hanno un attivo molto forte nella loro bilancia commerciale con la Cina); l’ITALIA sopporta invece un pesante passivo della propria bilancia commerciale, cioè ha attualmente un pesante passivo nell’export con la Cina. Niente di male a “rivedere” questo rapporto ora in disavanzo. (s.m.)
– VEDI QUI SOTTO LA BOZZA DEL MEMORANDUM OF UNDERSTANDING (MoU) alla firma tra Italia e Cina dell’incontro in Italia con il leader cinese Xi Jinping:

bozza MEMORANDUM Italia-Cina

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NUOVA VIA DELLA SETA, L’ITALIA AL CENTRO

di Vincenzo Piglionica, 12/3/2019, da TRECANI

(www.treccani.it/magazine/atlante/geopolitica/ )
«L’Italia è una delle principali economie mondiali e un’importante destinazione per gli investimenti. Sostenere la Belt and road initiative offre legittimità all’approccio predatorio cinese agli investimenti e non apporterà alcun beneficio ai cittadini italiani». Le dure parole twittate dall’account del National security council della Casa Bianca lanciano un segnale inequivocabile a Roma: il supporto formale dell’esecutivo alle Nuove Vie della Seta cinesi non incontrerebbe il favore di Washington, contraria a un’iniziativa che interpreta come esclusivamente finalizzata alla tutela degli interessi di Pechino. Continua a leggere

VENEZUELA NEL CAOS: ora CHE ACCADRA’? (e anche altri Paesi latino-americani NON stanno bene) – Quale progetto (unitario, federalista?) per dare a quel Continente una presenza autorevole nella geopolitica globale con le altre MACRO-AREE GEOGRAFICHE presenti? (Cina, Usa, India, Russia, forse Europa…?)

Il VENEZUELA, con i suoi 33 MILIONI DI ABITANTI distribuiti su una superficie di ben 916.445 km², è un vasto e popoloso Paese dell’America Latina, nella parte più settentrionale del Sud America, affacciato a nord al Mar dei Caraibi. Il Venezuela confina a ovest e sud/ovest con la COLOMBIA, a sud e sud/est con il BRASILE e a est con la GUYANA, anche se in realtà su un territorio di circa 160 mila chilometri quadrati esiste una storica controversia territoriale proprio con la Guyana, tanto che l’area prende il nome di ‘ZONA EN RECLAMACIÓN’. Il nome “Venezuela” è stato storicamente attribuito al navigatore italiano AMERIGO VESPUCCI che navigò sulla costa settentrionale del Sud America nel 1499, per una spedizione navale esplorativa che raggiunse la costa nord-occidentale del paese, ora nota come GOLFO DEL VENEZIA. In quel viaggio, l’equipaggio di Vespucci osservò le costruzioni degli indigeni erette su palafitte di legno appena fuori dalle acque. QUESTO SCENARIO RICORDÒ A VESPUCCI LA CITTÀ DI VENEZIA e da ciò fu inspirato nell’attribuire a questa terra il nome di VENEZZIOLA o VENEZUOLA alla regione. Il termine, che in italiano rinascimentale aveva il significato di piccola Venezia, si trasformò successivamente IN SPAGNOLO in VENEZUELA. – IL VENEZUELA È UNO DEI 17 PAESI DELLA TERRA CON LA MAGGIORE DIVERSITÀ ECOLOGICA, GRAZIE UNA GEOGRAFIA E A UN CLIMA ESTREMAMENTE VARIEGATI che variano da regioni tropicali a climi desertici, da giungle ad ampie pianure fino agli ambienti andini. In questo Stato si trova LA PIÙ GRANDE AREA PROTETTA DELL’AMERICA LATINA CHE COPRE CIRCA IL 63% DEL TERRITORIO NAZIONALE. Il paese è un VERO PARADISO PER QUANTO RIGUARDA LE BELLEZZE NATURALI: nel Venezuela ci sono FORESTE, STERMINATE PIANURE, NUMEROSE ISOLE tra cui spiccano sicuramente Los Roques, la Tortuga e la Isla de Margarita, splendidi laghi (i maggiori sono il Lago de Maracaibo e il Lago de Valencia), deserti, vette e molto altro ancora. (da http://www.meteoweb.eu/)

   La situazione (di fallimento economico) del Venezuela, con la popolazione non in grado nemmeno di avere beni di primaria necessità (alimenti, medicinali…) richiede una svolta per quel Paese, superando l’impasse dell’attuale regime, che ha portato, nel decorso del tempo, assieme alla politica del predecessore Hugo Chavez e fino all’attuale leader Nicolas Maduro, a far sì che un Paese di grande tradizione, importante, fondamentalmente ricco (specie di risorse energetiche, ma anche di cultura, di storia, di vivere civile…) (e terra di immigrazione di tanti italiani) sia ora diventato un Paese alla deriva, alla fame.

Scaffali vuoti nei supermercati venezuelani (foto da http://www.sconfinare.net/) – VENEZUELA: INFLAZIONE ALLE STELLE – IN CINQUE ANNI, IL PIL È CALATO DEL 45% SECONDO L’FMI. La Banca mondiale prevede una contrazione del Pil dell’8% nel 2019, dopo il -18% del 2018. Davanti a una IPERINFLAZIONE, CHE DOVREBBE RAGGIUNGERE QUEST’ANNO IL 10 MILIONI PER CENTO, a metà gennaio Maduro ha quadruplicato il salario minimo a 18mila bolivar (20 dollari secondo il tasso ufficiale), cioè l’equivalente di due chilogrammi di carne. Ad agosto aveva lanciato un piano di rilancio, svalutando il bolivar del 96%. (da http://www.quotidiano.net/esteri/ del 25/1/2019)

   Si temono però, in questo contesto dell’auspicabile superamento del governo di Maduro e della ripresa di un ritorno economico che risolva le necessità primarie dei venezuelani, si teme che ci sia un effettivo rischio che si arrivi a una GUERRA CIVILE (tra oppositori e sostenitori dell’attuale regime); e, dall’altra, che si creino INTROMISSIONI INTERESSATE DI POTENZE ESTERE (ma anche di gruppi finanziari) che possano approfittare della situazione grave del Venezuela per trarne dei vantaggi. Vantaggi del tipo “già visto” in passato in America Latina: Continente per vari decenni del secolo scorso quasi del tutto sotto il controllo, asservito, agli Stati Uniti (che non nascondevano di considerare questo continente come “il giardino di casa”, e pertanto con la volontà di incidere nelle scelte delle nomenclature nazionali, locali)… Adesso però i “pretendenti” ad intromettersi nella vita del Venezuela sono anche altri: le risorse energetiche venezuelane (il petrolio in primis) interessano non solo agli Stati Uniti ma anche a Cina, Russia…

CARACAS, 5 febbraio 2019. (Ignacio Marin, Bloomberg via Getty Images) DA INTERNAZIONALE

   Sperando che il decorrere della crisi venezuelana non porti ad estreme funeste conseguenze (un bagno di sangue), e si crei un nuovo potere democratico in grado di rimettere in sesto l’economia del Paese, vien da dire che il Venezuela in questo momento rappresenta il punto più problematico di un Continente (latino-americano) povero da sempre, e, quel che è peggio, ora del tutto inadeguato a collocarsi con autorevolezza e rispetto nel confronto con le MACRO-AREE mondiali che governano e governeranno il pianeta, nella politica e nell’economia. E “se conti poco, ancora più povero e sfruttato diventi”.

AMERICA LATINA, UN SUB-CONTINENTE IN VENDITA – “IN VENDITA MINIERE, PORTI, TERMINALI DI OLEODOTTI, AUTOSTRADE, CENTRALI ELETTRICHE, RAFFINERIE, AEROPORTI di cui si sa e non si sa che sono cedibili o già promessi. Con la giustificazione che DALL’ISTMO ALLA PATAGONIA SONO TUTTI INDEBITATI A PIÙ NON POSSO e i tassi d’interesse appaiono in risalita. Una situazione simile a quella degli scorsi anni Ottanta. Ma stavolta i creditori non hanno intenzione di fare sconti. Tra i CREDITORI ci sono la RUSSIA e in misura ancora maggiore la CINA (entrambe grandi creditrici anche degli STATI UNITI). IN AMERICA LATINA CERCANO DI ASSICURARSI PARTE DELLE RISORSE ‒ SOPRATTUTTO ENERGETICHE E ALIMENTARI ‒ INDISPENSABILI AI LORO PROGETTI DI SVILUPPO. Approfittando delle periodiche neutralità degli Stati Uniti e dell’INCAPACITÀ EUROPEA di agire coerentemente in favore delle non trascurabili e POSSIBILI SINERGIE CON L’AMERICA LATINA, che funzionerebbero anche come fattore di rafforzamento degli istituti democratici. Ma a eccezione della SPAGNA, che memore del passato imperiale e favorita dalla lingua comune ha cercato di dare alla sua presenza continuità e consistenza, soltanto ITALIA e FRANCIA hanno portato avanti iniziative peraltro sporadiche. (…) (Livio Zanotti, 28/1/2019, da http://www.treccani.it/magazine/atlante/)

   Emblematica è, ad esempio, la crisi che sta vivendo il Brasile, fino a pochi anni fa indicato fra quei Paesi in grande crescita e futuro più che positivo (ricordate i BRICS? …appunto Brasile, assieme a Russia, India, Cina, Sudafrica). E il Venezuela, dal canto suo, è considerato il maggior detentore di risorse petrolifere….

NICOLAS MADURO a una manifestazione con i suoi sostenitori (da il Manifesto) – MADURO sa che le TERRIBILI CARENZE DI CIBO E MEDICINE (che hanno spinto tre milioni di venezuelani a lasciare il paese negli ultimi anni) hanno seriamente eroso il sostegno popolare al regime. Maduro ha ottenuto solo un terzo dei seggi nelle elezioni del 2015 per l’ASSEMBLEA NAZIONALE, e ha risposto cercando di sostituirla con una “ASSEMBLEA COSTITUENTE” rivale (ma l’assemblea nazionale è ancora attiva e Guaidó ne è il presidente). Ha dovuto truccare il voto e incarcerare i dirigenti dell’opposizione per “vincere” le elezioni presidenziali dello scorso anno. Secondo le stime più ottimistiche conserva circa il 15 per cento del supporto popolare. (…)GWYNNE DYER, 7/3/2019, da INTERNAZIONALE (www.internazionale.it/)

   In un contesto così difficile e incerto il Venezuela, risolvendo positivamente (speriamo) la crisi interna, magari con un compromesso tra l’ala democratico-liberale del leader dell’opposizione autoproclamatisi presidente ad interim Juan Guaidò e l’attuale leader Nicolas Maduro (che pur in difficoltà ha il consenso di parte della popolazione e dell’esercito) se si dovesse iniziare un nuovo percorso di pacificazione per il Venezuela, è forse necessario che questo Paese guardi anche all’esterno, a tutta l’America Latina, che dovrebbe iniziare un processo unitario e condiviso per diventare quella “macro-area” di cui dicevamo, in grado di competere con le altre parti del mondo.

Sostenitori di Juan Guaidó a Caracas, 4 marzo 2019 (foto da INTERNAZIONALE) – Il VENEZUELA, dove il leader dell’opposizione e presidente del Parlamento JUAN GUAIDO si è autoproclamato presidente il 23 gennaio scorso DURANTE UNA MANIFESTAZIONE contro il capo dello Stato NICOLAS MADURO, è il PRIMO ESPORTATORE DI PETROLIO DELL’AMERICA LATINA, ma l’oro nero non è stato garanzia di benessere. (…) (da http://www.quotidiano.net/esteri/ del 25/1/2019)

E’ curioso, paradossale, emblematico, che questo possibile progetto di superamento delle singole nazioni latinoamericane fosse nei progetti del grande (leggendario) “libertador” dei Paesi dell’America Latina SIMON BOLIVAR. Patriota venezuelano, nato proprio in Venezuela, a Caracas nel 1783, riconosciuto come il “LIBERTADOR” DELL’AMERICA LATINA che morì poi in esilio, vedendo le sue battaglie in parte vanificate dai potentati locali.
Simon Bolivar voleva appunto unire l’America Latina per farne un soggetto economico autonomo e un attore politico indipendente sulla scena del mondo. Bolivar è stato tra i protagonisti principali (il protagonista!) della liberazione dal dominio spagnolo dell’Ecuador, dell’ Alto Perù (denominatosi poi Bolivia in suo onore); e anche in Venezuela Bolivar lanciò una lotta senza quartiere alla dominazione spagnola….
In questo contesto l’idea, il sogno di Simon Bolivar era proprio di una grande Colombia (come unico soggetto internazionale in grado di trattare alla pari con gli Stati Uniti e la vecchia Europa) in un’America Latina unita…(ma morì, nel 1830, vedendo fallire il suo sogno mentre le truppe di Venezuela e Colombia si affrontavano l’una contro l’altra armate…).
Sintomatico che questo sogno di una grande America Latina unita, adesso, duecento anni dopo, potrebbe essere la prospettiva vera, necessaria, di un rinnovamento generale nella geografia globale dove se vuoi contare devi essere grande e forte. In un sogno di rispetto di ogni specifica territorialità, etnia, di ciascuna persona e di benessere collettivo.
Da qui potrebbe partire il “nuovo Venezuela” ora nel disastro; e tutti gli altri paesi con gravi problemi interni… Servirebbero personalità politiche in grado di fare questo, ma in America Latina (come nel mondo intero) non se ne intravedono di questi tempi. (s.m.)

IL VENEZUELA E IL PETROLIO (carta da LIMES) – VENEZUELA PRIMO AL MONDO PER RISERVE DI PETROLIO – Questo Paese dei CARAIBI, di 916.445 chilometri quadrati e circa 32 MILIONI DI ABITANTI (stando ai dati della Banca mondiale del 2017) è uno dei due membri latino-americani dell’Opec (cioè l’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio), insieme all’ECUADOR. Ha 302,25 miliardi di barili di RISERVE provati, cioè le prime riserve al mondo. In mancanza di liquidità per modernizzare i campi petroliferi, la produzione di petrolio è crollata. A novembre, secondo l’Opec, si è stabilita a 1,13 milioni di barili al giorno, il dato più basso degli ultimi 30 anni. (…)(da http://www.quotidiano.net/esteri/ del 25/1/2019)

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VENEZUELA

LA CRISI VENEZUELANA PROCEDE AL RALLENTATORE

di GWYNNE DYER, 7/3/2019, dalla rivista INTERNAZIONALE (www.internazionale.it/)
Juan Guaidó è tornato in Venezuela il 4 marzo, dopo aver trascorso quasi due settimane a fare il giro delle capitali dell’America Latina che riconoscono la sua rivendicazione di essere il “presidente ad interim” del paese. Per farlo ha sfidato il divieto governativo di lasciare il paese, e dovrebbe quindi essere arrestato da un momento all’altro. O forse no.

Juan Guaidó in un comizio a Caracas, 11 gennaio 2019. (Yuri Cortez, Afp) da Internazionale – La GRANDE DELUSIONE DI GUAIDÓ è arrivata il 2 marzo, dopo aver promesso che centinaia di migliaia di persone si sarebbero recate ai confini per consegnare gli “aiuti umanitari” forniti dagli Stati Uniti e che finora sono stati bloccati dal regime di Maduro. Le cose non sono andate tanto bene. Le masse non si sono presentate e tra i soldati venezuelani che tengono gli aiuti fuori del paese non ci sono state significative diserzioni. (…)GWYNNE DYER, 7/3/2019, da INTERNAZIONALE (www.internazionale.it/)

   Nonostante tutta la feroce retorica, tanto dal campo di Guaidó quanto da quello del regime “eletto” di Nicolás Maduro, le loro azioni rivelano UNA CURIOSA MANCANZA D’URGENZA.
Maduro non ha ancora arrestato Guaidó, anche se in passato ha incarcerato altri dirigenti dell’opposizione per crimini molto meno gravi dell’autodichiararsi presidente. E Guaidó non ha ancora nominato un “vicepresidente ad interim” che prenderebbe il suo posto se dovesse essere incarcerato, il che suggerisce che neanche lui pensa davvero che sarà arrestato.
RILUTTANZA COMPRENSIBILE
Data la frammentaria natura dell’opposizione venezuelana – dove quattro grandi partiti hanno un fragile accordo di condivisione del potere chiamato TAVOLO DELL’UNITÀ DEMOCRATICA (Mud) – la riluttanza di Guaidó nello scegliere un vicepresidente proveniente dai suoi ranghi è comprensibile. È diventato presidente dell’assemblea nazionale nel 2018 solo perché era il “turno” del suo partito, “VOLONTÀ POPOLARE”.

VENEZUELANI IN FUGA – Colpito dal CROLLO DEL COSTO DEL GREGGIO DAL 2014 il Venezuela, che ottiene dal petrolio il 96% delle sue entrate, soffre di una mancanza di moneta che ha fatto precipitare il Paese in una crisi acuta, generando un esodo di venezuelani in fuga da carenze alimentari e di medicine. Non senza conseguenze su diversi Paesi vicini. TRE MILIONI DI VENEZUELANI VIVONO ALL’ESTERO e, di questi, secondo le stime dell’Onu ALMENO 2,3 MILIONI HANNO LASCIATO IL PAESE A PARTIRE DAL 2015. Un dato che, stando alle stime, dovrebbe salire a 5,3 milioni nel 2019. (da http://www.quotidiano.net/esteri/ del 25/1/2019)

   Non può scegliere il suo potenziale sostituto neanche all’interno di “Volontà popolare”, e non esiste un accordo valido che sancisca il diritto di un altro partito dell’opposizione di scegliere questo leader. E quindi, per evitare una lotta all’interno della coalizione Mud nel bel mezzo dello scontro con il regime di Maduro, Guaidó semplicemente non ha scelto alcun vicepresidente ad interim.
D’altro canto, se Guaidó fosse arrestato adesso senza aver nominato un suo vice, ci sarebbe il rischio di un altrettanto grande scontro tra i quattro partiti di Mud a proposito di chi dovrebbe prendere il suo posto. Conclusione: Guaidó agisce come se non dovesse essere arrestato. Naturalmente potrebbe sbagliarsi, ma finora questa è una crisi che si muove con grande lentezza.
La mancanza d’urgenza riguarda anche le forze armate statunitensi che, da quanto si può osservare, non stanno facendo alcun preparativo chiaro d’invasione del Venezuela. Chi s’intende di strategie militari internazionali degli Stati Uniti sa che questi quasi sempre si preparano per settimane o mesi, facendo affluire le proprie truppe prima di varcare effettivamente un confine difeso da altre forze armate. Attualmente questo non sta accadendo.
LE MASSE NON SI SONO PRESENTATE
Perché tutti si muovono così lentamente? Perché tutti sperano ancora che ci possa essere un esito pacifico, se nessuno tirerà troppo la corda adesso.
La grande delusione di Guaidó è arrivata il 2 marzo, dopo aver promesso che centinaia di migliaia di persone si sarebbero recate ai confini per consegnare gli “aiuti umanitari” forniti dagli Stati Uniti e che finora sono stati bloccati dal regime di Maduro. Le cose non sono andate tanto bene. Le masse non si sono presentate e tra i soldati venezuelani che tengono gli aiuti fuori del paese non ci sono state significative diserzioni.
Ma nemmeno Maduro può dormire sonni tranquilli. Sa che le terribili carenze di cibo e medicine (che hanno spinto tre milioni di venezuelani a lasciare il paese negli ultimi anni) hanno seriamente eroso il sostegno popolare al regime.
Maduro ha ottenuto solo un terzo dei seggi nelle elezioni del 2015 per l’assemblea nazionale, e ha risposto cercando di sostituirla con una “assemblea costituente” rivale (ma l’assemblea nazionale è ancora attiva e Guaidó ne è il presidente). Ha dovuto truccare il voto e incarcerare i dirigenti dell’opposizione per “vincere” le elezioni presidenziali dello scorso anno. Secondo le stime più ottimistiche conserva circa il 15 per cento del supporto popolare.
Quanto all’esercito statunitense, non vuole davvero invadere il Venezuela. Sta cercando di voltare la pagina dopo 17 anni di guerre, impossibili da vincere, contro movimenti di guerriglia in Medio Oriente. L’ultima cosa di cui ha bisogno oggi è una nuova serie d’insurrezioni armate con cui fare i conti in Venezuela.
È probabilmente quel che accadrebbe se invadesse il paese. Il regime di Maduro ha sicuramente perso il sostegno popolare, ma anche se solo il 15 per cento della popolazione rimanesse fedele alla “rivoluzione”, ci sarebbero comunque una guerriglia e una resistenza terroristica che potrebbero durare anni.
SPETTACOLARE INCOMPETENZA
Il regime di Maduro si sta lentamente disfacendo, soprattutto a causa della sua spettacolare incompetenza. Tutte le principali economie esportatrici di petrolio sono state colpite dal calo del valore del greggio. Ma solo in Venezuela esistono tante persone che soffrono di malnutrizione grave, e solo in questo paese la produzione di petrolio è crollata in maniera così stupefacente, addirittura di due terzi.
Non è a causa delle sanzioni statunitensi, imposte con decisione solo nel 2017, e non è a causa del “socialismo” (Cuba ha vissuto una crisi di liquidità altrettanto grave dopo il crollo dell’Unione Sovietica, e nessuno è morto di fame). Il motivo è che parole come “reinvestire” e “manutenzione” non fanno parte del vocabolario chavista.
Anche se il regime è probabilmente destinato al collasso, non conviene a nessuno scatenare grandi e durature violenze, calcando troppo la mano adesso. Amnistie e altri accordi potrebbero favorire una transizione pacifica, e c’è ancora tempo per vedere se la cosa potrà funzionare.
Questo non significa che lo scontro non possa avere una conclusione violenta, ma spiega perché i principali attori stanno facendo le cose con tutta questa calma. (Gwynne Dyer, 7/3/2019, da INTERNAZIONALE http://www.internazionale.it/, traduzione di Federico Ferrone)

SIMON BOLIVAR, il patriota venezuelano – nato a Caracas nel 1783 da una famiglia creola – riconosciuto come il “LIBERTADOR” DELL’AMERICA LATINA che morì poi in esilio, vedendo le sue battaglie in parte vanificate dai potentati locali. Due secoli dopo le RIDUCIONES DEI GESUITI, finite in un bagno di sangue, si era ripetuto così lo stesso sacrificio nella SOFFERENZA E UMILIAZIONE DI SIMON BOLIVAR, l’eroe che VOLEVA UNIRE L’AMERICA LATINA PER FARNE UN SOGGETTO ECONOMICO AUTONOMO E UN ATTORE POLITICO INDIPENDENTE SULLA SCENA DEL MONDO, ma che nel 1830, qualche mese prima di morire, davanti alla crisi diplomatica tra due paesi che gli dovevano l’indipendenza, il VENEZUELA che lo aveva esiliato e la COLOMBIA che lo accoglieva senza nessun entusiasmo, affermò disilluso: “HO ARATO IL MARE”. E tuttavia tutta l’America Latina deve alla tenacia di Simon Bolivar la liberazione dal dominio spagnolo: l’Ecuador la ottenne nel 1822 dopo la Battaglia di Pichincha, quando le forze indipendentiste di Jose’ Antonio Sucre, compagno e amico di Bolivar, liberarono definitivamente Quito e i cittadini accolsero l’appello del Libertador ad unirsi alla Grande Colombia. Tre anni dopo, il 6 agosto 1825, l’Alto Perù divenne anch’esso una nazione autonoma con il nome di Repubblica di Bolivar, successivamente cambiato in Bolivia: così il progetto di indipendenza del Sudamerica dalla Spagna era finalmente completo. Erano passati 13 anni dal proclama “GUERRA O MUERTE” lanciato da Simon Bolivar di fronte alla spietatezza degli spagnoli, con i quali aveva intrapreso in Venezuela una lotta all’ultimo sangue e senza quartiere. IL SOGNO AMBIZIOSO DI “UNA GRANDE COLOMBIA” COME UNICO SOGGETTO INTERNAZIONALE IN GRADO DI TRATTARE ALLA PARI CON GLI STATI UNITI E LA VECCHIA EUROPA, però, era destinato al fallimento a causa delle aspre resistenze delle oligarchie locali dei vari Stati.

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IL VENEZUELA DA UN GIORNO ALL’ALTRO

di Livio Zanotti, 6/3/2019, da http://www.treccani.it/magazine/atlante/geopolitica/
Per governare, la politica deve regolare il diritto e la forza, se non funzionali l’uno all’altra deve almeno renderli compatibili. Il Venezuela ormai da tempo non ci riesce. E la loro crescente divaricazione spacca i 33 milioni di abitanti in parti sempre più animosamente avverse e immiserite materialmente e nello spirito. La forza domina ma non governa, il diritto ne è schiavo, ma la sua stessa condizione la indebolisce. Continua a leggere

IL RITORNO DELLA PAURA DELLA BOMBA – INDIA e PAKISTAN si scontrano duramente e minacciano l’uso dell’ARMA NUCLEARE che entrambi possiedono – Oltre il grave episodio tra i due Paesi asiatici, ritorna il pericolo della distruzione atomica del pianeta – Che fare per ABOLIRE LE ARMI NUCLEARI?

KASHMIR – foto da http://www.osservatoriodiritti.it/ – “LO STATO ATTUALE DI TENSIONE INDIA – PAKISTAN – Il 12 Febbraio scorso un GIOVANE MILITANTE KASHMIRI SI È FATTO SALTARE IN ARIA contro un convoglio che trasportava truppe indiane nel distretto di PULWAMA, in KASHMIR, nel peggior attacco alle forze indiane dall’inizio della militanza. IL PREMIER dell’INDIA, NARENDRA MODI si è precipitato ad accusare Il Pakistan, storico nemico, di dare protezione e gruppi terroristici internazionalmente riconosciuti come JAISH-EL-MOHAMMED (JeM), che ha rivendicato l’attacco dove sono rimasti UCCISI 42 SOLDATI delle forze speciali. IL GIORNO SUCCESSIVO, negozi, CASE E AUTO DI KASHMIRI MUSULMANI sono stati DATI ALLE FIAMME dalla maggioranza hindu a Jammu, divisione dello stato federato di Jammu e Kashmir, dove per cinque giorni è stato imposto il coprifuoco. ALLE DICHIARAZIONI VIOLENTE e all’escalation di minacce da un lato all’altro del confine disputato, la LINEA DI CONTROLLO, dopo l’attacco sono seguite le notizie di VIOLENZE E LINCIAGGI CONTRO studenti e commercianti KASHMIRI IN TERRITORIO INDIANO, polarizzando gli animi nel clima di isteria che si respira dopo Pulwama, a meno di DUE MESI DALLE ELEZIONI POLITICHE. MODI NON VUOLE APPARIRE DEBOLE nella delicata questione KASHMIR, il territorio CONTESO DA OLTRE 70 ANNI CON IL PAKISTAN, capace di smuovere gli animi della destra nazionalista che il suo partito rappresenta. (……)” (MARIA TAVERNINI, 27/2/2019, da http://www.osservatoriodiritti.it/

KASHIMIR –  ll Kashmir è una regione storico-geografica situata a nord del subcontinente indiano fra India e Pakistan. Entrambe ne rivendicano la sovranità, mentre la Cina rivendica solo la zona che attualmente controlla: la regioni dell’Aksai Chin e del Shaksgam.

Fu originariamente un importante centro per la religione induista, e, più tardi, anche per il Buddhismo. Intorno alla metà del XII secolo lo scià Mirza divenne il primo monarca musulmano del Kashmir inaugurando la dinastia dei Salatin-i-Kashmir, Sultani del Kashmir. Fu così che, per i successivi cinque secoli, il Kashmir venne governato da sovrani musulmani tra i quali occorre ricordare sia il sultano Sikandar, detto l’Iconoclasta, chiamato anche Alessandro, il quale ascese al trono nel 1398, sia Zayn al-‘Abidin, soprannominato l’Ornamento dei devoti, che divenne sovrano nel 1420. La dinastia dei Mughal dominò il Kashmir fino al 1751. La dinastia afgana Durrani governò il Kashmir dal 1752 al 1820.

Nel 1820 i Sikh, sotto la guida del maharajah Ranjit Singh si annetterono la regione e la governarono fino al 1846. Da quell’anno il maharajah Gulab Singh divenne governatore del Kashmir con il patrocinio dell’Impero britannico. La dinastia dei Dogra dominò il Kashmir fino al 1947. Con la fine dal Raj britannico in India, il principato divenne oggetto di contesa fra tre diverse nazioni, India, Pakistan e Cina.

LA REGIONE DEL KASHMIR è di fatto AMMINISTRATA DA TRE STATI, così suddivisi: l’INDIA (per i territori di JAMMU e KASHMIR); il PAKISTAN (per AZAD KASHMIR e GILGIT-BALTISTAN); la CINA (per AKSAI CHIN e SHAKSGAM). L’area occupata dal GHIACCIAIO SIACHEN, che si trova al confine fra i tre Stati, non ha ancora un confine definito ma è CONTROLLATA DALL’INDIA. (da Wikipedia)

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     Che significa una bomba nucleare fatta esplodere dal Pakistan contro l’India (o dall’India contro il Pakistan)? Non parliamo delle possibili altre reazioni a catena inimmaginabili: solo l’esplosione di due (due!) bombe nucleari (considerando la inevitabile reazione immediata del Paese colpito verso “l’altro”), il lancio incrociato di armi nucleari tra i due Paesi “provocherebbe l’uccisione di milioni di persone nelle regioni colpite, ma causerebbe anche una catastrofe globale senza precedenti. La fuliggine risalita nell’alta atmosfera a seguito delle tempeste di fuoco create dalle esplosioni nucleari PERTURBEREBBE GRAVEMENTE IL CLIMA GLOBALE, provocando una carenza di grano in tutto il mondo e carestie globali che colpirebbero più di un quarto della popolazione mondiale”. Questo afferma Ira Helfand, Co-Presidente di IPPNW (International Physicians for the Prevention of Nuclear War, una federazione di organizzazioni mediche che si batte per l’abolizione delle armi nucleari). Pertanto, anche se cinicamente la morte di milioni di persone a qualcuno può apparire poco coinvolgente se accadde lontano da casa, è bene sapere che ne saremo tutti coinvolti irreversibilmente.

Kashmir, carta rispresa da LIMES – JAMMU E KASHMIR È UN PICCOLO STATO – relativamente alle nazioni che lo circondano, oltre all’India e al Pakistan, la Cina e l’Afghanistan – di 222.236 kilometri quadrati, che occupa un vasto bacino alluvionale tra l’estremità nord-occidentale della catena dell’Himalaya e il versante meridionale del Karakoram. Gran parte del territorio è occupato da foreste. Il Kashmir ha un’economia prevalentemente agricola con una fiorente pastorizia. L’INDUSTRIA PRINCIPALE È LA LAVORAZIONE DELLA LANA. L’aspetto geopoliticamente più rilevante di questa regione è di avere una popolazione – che supera di poco i 12 milioni – a maggioranza musulmana e di essere spartita tra l’India e il Pakistan. LA DIVISIONE DEL KASHMIR È SEGNATA DALLA LINE OF CONTROL 1 (LoC), non riconosciuta come confine internazionale, che partendo dal punto NW605550, tra AKHNUR e GUJRAT, termina nel nulla al punto NJ980420 sul Saltoro Ridge, intorno al Ghiacciaio di Siachen 2. Un terzo dello Stato, comprendente i Northern Territories (Gilgit, Hinza, e Baltisan), e l’Azad Kashmir (Free Kashmir) è controllato dal Pakistan; i restanti due terzi di cui fanno parte Jammu, a maggioranza indù, e il LADAKH, o PICCOLO TIBET, sono stati integrati all’India 3. (da LIMES)

   La crisi India-Pakistan, e la labilità (la facilità) di un possibile ricorso da parte di uno dei due contendenti all’arma nucleare, fa preoccupare e richiederebbe misure e interventi perché questo pericolo non possa mai avverarsi.
Sia l’India, sia il Pakistan, sono due potenze nucleari dotate di un numero non chiaro di testate e di lanciatori balistici. La crisi è molto pericolosa e di non facile contenimento, anche perché i media di entrambe le parti hanno un atteggiamento molto aggressivo. Solo forti pressioni internazionali possono guidare ad una soluzione diplomatica, prima che sia troppo tardi. Perché nessuno è veramente pronto a una reale escalation, ma il patriottismo e l’ultra-nazionalismo, nel mondo politico, fra le opinioni pubbliche e la stampa dei due paesi, è a livelli pericolosi.

Mappa del Kashmir e delle zona contesa tra Pakistan e India (ripresa da IL SOLE 24ORE) – “(….) La causa principale di questo lungo e insanabile confronto tra PAKISTAN e INDIA, è LA REGIONE DEL KASHMIR divisa nel 1947 da una “LINEA DI CONTROLLO” che i due paesi hanno accettato ma mai digerito. Essendo una regione a maggioranza musulmana, il Kashmir avrebbe dovuto diventare Pakistan ma era la terra d’origine di Pandit Nehru (primo ministro indiano dal 1947, data dell’Indipendenza dell’India, al 1964, data della morte di Nehru, ndr). Tuttavia NESSUNO DEI DUE PAESI È PRIVO DI RESPONSABILITÀ SE QUELLA REGIONE È COSÌ PERICOLOSA DA OLTRE SETTANT’ANNI. Il Kashmir è tuttavia solo la vetrina dell’ostilità reciproca. E LA QUESTIONE RELIGIOSA –MUSULMANI CONTRO HINDU – È RELATIVA. La ragione principale del lungo conflitto è il DIVERSO RUOLO DEI MILITARI NEI DUE SISTEMI. L’India è una democrazia compiuta, il ruolo dei militari è stabilito dalla più lunga Costituzione del mondo, e non è mai mutato. In PAKISTAN invece, dalla morte del fondatore Ali Jinnah, I MILITARI SONO STATI SEMPRE AL CENTRO DEL SISTEMA, anche quando non governavano loro, FRA UN GOLPE E L’ALTRO. Tutte le quattro guerre combattute sono state pesantemente perse dal Pakistan, inferiore per numeri, armamento e spesso per qualità. Anche l’ultimo bombardamento aereo indiano per vendicare l’attentato ai 40 militari uccisi da un’auto-bomba, è stata un’umiliazione per i militari pakistani (…)” (Ugo Tramballi, da “il Sole 24ore” del 27/2/2019)

   Dal 1998, quando i governi di India e Pakistan hanno assunto decisioni gravi per testare le armi atomiche, per venirne in possesso, entrambi i Paesi sono stati coinvolti in una corsa agli armamenti nucleari in stile Guerra Fredda. Pertanto una nuova guerra riguarderebbe due potenze nucleari con un arsenale di circa 300 testate; con una attuale popolazione complessiva tra loro di poco meno di un miliardo e mezzo di esseri umani.
La causa principale di questo lungo e insanabile confronto, è LA REGIONE DEL KASHMIR divisa nel 1947 da una “LINEA DI CONTROLLO” che i due paesi hanno accettato ma mai digerito. E la questione religiosa –musulmani contro hindu – è meno importante di quel che vuole apparire. Conta invece, secondo gli osservatori geopolitici, il ruolo dei militari, specie in Pakistan.

Due caccia abbattuti sul Kashmir tra India e Pakistan (foto da “la Repubblica.it) – La PAKISTAN CIVIL AVIATION AUTHORITY (CAA) ha annunciato che poco prima dell’alba (del 27 febbraio scorso) i cacciabombardieri del Pakistan hanno «violato lo spazio aereo indiano e condotto un attacco di rappresaglia» in risposta al raid indiano di ieri sul suo territorio contro il gruppo islamista Jaish-e-Mohammed, accusato a sua volta di aver innescato “il tutto”, per aver commesso l’attentato suicida del 14 febbraio contro le truppe paramilitari filo-indiane nel Kashmir sotto controllo dell’India, facendo una quarantina di vittime. La CAA ha poi annunciato di aver chiuso il suo spazio aereo a tutti i voli commerciali, lo stesso ha fatto l’India su gran parte dei suoi Stati settentrionali. Sembra che un pilota di un aereo indiano sia caduto nelle mani pakistane… Insomma un contesto di scaramucce e scontri veri, partiti dall’attentato suicida di separatisti-terroristi filo-pakistani che ha prodotto 40 vittime; e poi la successiva reazione indiana, e così via…fino alla minaccia (all’inizio pakistana) di usare la bomba atomica: perché entrambi i Paesi, India e Pakistan, detengono l’arma nucleare.

   Infatti la ragione principale del lungo conflitto, che dura da più di 70 anni (dal 1947) è il diverso ruolo dei militari nei due sistemi. L’India è una democrazia compiuta (di un miliardo e trecento milioni di abitanti!!), e il ruolo dei militari è costituzionalmente stabilito e vi è un controllo politico (almeno così pare). In Pakistan invece i militari sono stati sempre al centro del sistema, anche quando non governavano loro, fra un golpe e l’altro.
Un contesto difficile di convivenza “in vicinato” tra questi due grandi paesi. E le tensioni esplodono là dove vi sono territori fortemente contesi, come il Kashmir: terra ricca, fertile, con le sue foreste, con un’economia prevalentemente agricola, con una fiorente pastorizia; e dove l’industria principale è la lavorazione della lana. E, il Kashmir, “terra strategica” ancor di più: una terra di mezzo tra India, Pakistan, Afghanistan e Cina (e attraverso il Kashmir passano i grandi, criminosi e redditizi traffici del pianeta, come il traffico di armi e di droga da e verso l’Afghanistan).

MAPPA DEI PAESI AVENTI NEL PROPRIO TERRITORIO ARMI NUCLEARI. – In CELESTE gli Stati con armi nucleari aderenti al TNP, Trattato di non proliferazione (Cina, Francia, Regno Unito, Russia, USA); – in ROSSO gli Stati con armi nucleari non aderenti al TNP (India, Corea del Nord, Pakistan); – in OCRA gli Stati con armi nucleari non dichiarate (solo Israele); – in BLU gli Stati della NATO aderenti alla “CONDIVISIONE NUCLEARE” (Belgio, Germania, Italia, Paesi Bassi, Turchia); – in VERDE gli Stati che in passato possedevano armi nucleari (Bielorussia, Kazakistan, Sudafrica, Ucraina) (da Wikipedia)

   Tornando al pericolo nucleare, come cerchiamo di illustrare in questo post, i segnali di un contesto di sempre maggiore tensione internazionale, e dove i patti precedentemente stabiliti da Usa e Russia vengono disattesi, ebbene, questo può ben facilitare lo scatenarsi di un conflitto (anche accidentale, magari non voluto, ma con reazioni a catena). E’ un’ipotesi che ci richiede di tornare ad avere attenzione (e possibile mobilitazione) per (ri)proporre con volontà e determinazione che si vada verso accordi internazionali per un concreto disarmo totale, generalizzato, dalle armi nucleari. (s.m.)

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8 dicembre 1987: il presidente statunitense Reagan e il segretario generale sovietico Gorbačëv firmano il trattato INF – COS’E’ IL “TRATTATO INF” – Il trattato INF (INTERMEDIATE-RANGE NUCLEAR FORCES TREATY) venne siglato a WASHINGTON l’8 dicembre 1987 da RONALD REAGAN e MICHAIL GORBAČËV, a seguito del VERTICE DI REYKJAVÍK (11 ottobre 1986) tenutosi tra i due Capi di Stato di USA e URSS. Il trattato fu il primo frutto del cambio al vertice dell’Unione sovietica: esso POSE FINE ALLA VICENDA DEGLI EUROMISSILI, ovvero dei MISSILI NUCLEARI A RAGGIO INTERMEDIO installati da USA e URSS SUL TERRITORIO EUROPEO: prima, gli SS-20 sovietici e, in seguito alla cosiddetta doppia decisione della NATO del 1979, i missili americani IRBM Pershing-2 e quelli cruise da crociera BGM-109 Tomahawk. (da Wikipedia)

QUANTE ARMI NUCLEARI CI SONO NEL MONDO?
da http://www.lastampa.it/ 10/5/2018
Secondo l’ultimo rapporto della Federation of American Scientist https://fas.org/issues/nuclear-weapons/status-world-nuclear-forces/ i Paesi del mondo che possiedono armi atomiche sono soltanto nove per un totale di 14.200 testate nucleari.
Gli STATI DOTATI DI ARMI NUCLEARI sono, in ordine di armi possedute, STATI UNITI, RUSSIA, FRANCIA, CINA, GRAN BRETAGNA, PAKISTAN, INDIA, ISRAELE e COREA DEL NORD. USA E RUSSIA DA SOLI POSSEGGONO 13.000 ORDIGNI, PARI A CIRCA IL 93% DEL TOTALE. ISRAELE non ha mai ammesso ufficialmente il possesso di armi atomiche. La COREA DEL NORD è stato l’ultimo Paese a sviluppare armi atomiche e poco si sa sulla sua capacità di usarle.

PUTIN TRUMP – LA FINE DEL TRATTATO INF – Gli STATI UNITI (TRUMP) il 1° febbraio scorso (2019) ha dichiarato l’intenzione (entro 6 mesi) di togliere la loro adesione al Trattato INF. La RUSSIA (PUTIN) ha avvertito che se gli Stati Uniti iniziassero a sviluppare nuovi missili nucleari a raggio INF (cioè MISSILI NUCLEARI A RAGGIO INTERMEDIO, missili che coprono un raggio di 3.000-5.500 km) inizierebbero a farlo anche loro.

  Gli arsenali nucleari si sono ridotti a circa un quinto rispetto al livello massimo che avevano raggiunto a metà degli anni Ottanta (circa 70.000 ordigni). Il rapporto segnala che STATI UNITI e RUSSIA e GRAN BRETAGNA stanno ancora diminuendo il numero di ordigni. CINA, PAKISTAN, INDIA e COREA DEL NORD lo stanno aumentando.
Il BULLETIN OF NUCLEAR SCIENTIST https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/00963402.2017.1363995# indica che le armi ancora negli arsenali militari sarebbero meno, circa 9000, dislocate in 14 Paesi del mondo e anche in ITALIA, dove sono presenti testate statunitensi come pure in BELGIO, OLANDA, GERMANIA e TURCHIA.
NEL 1968 venne adottato dalle NAZIONI UNITE il TRATTATO DI NON PROLIFERAZIONE NUCLEARE, entrato in vigore nel 1970, sottoscritto quell’anno da Stati Uniti, Unione Sovietica e Gran Bretagna e da altri 40 Stati. OGGI è stato SOTTOSCRITTO DA 190 PAESI. Per molti anni il Trattato non è riuscito a evitare l’aumento del numero di armi nucleari e del numero di Paesi che le possiedono.
Nel 2017 120 Paesi hanno votato alle Nazioni Unite il Trattato per la proibizione delle armi nucleari che prevede l’impegno a non sviluppare, testare, produrre, acquistare, possedere o accumulare armi nucleari. Il trattato entrerà in vigore quando sarà firmato e ratificato da 50 Stati. Fino ad oggi è stato firmato da 58 Stati e ratificato da 9 http://www.icanw.org/status-of-the-treaty-on-the-prohibition-of-nuclear-weapons/. Nessuno dei 9 Paesi in possesso di ordigni nucleari lo ha ancora firmato o ratificato e neppure l’Italia lo ha fatto. (da http://www.lastampa.it)

(immagine da http://www.disarmo.org/) – L’INTERNATIONAL CAMPAIGN to ABOLISH NUCLEAR WEAPONS (ICAN) è una coalizione globale di organizzazioni non governative che lavora per implementare e promuovere l’adesione al TRATTATO PER LA PROIBIZIONE DELLE ARMI NUCLEARI (https://it.wikipedia.org/wiki/Trattato_per_la_proibizione_delle_armi_nucleari ), il cui obiettivo è l’ELIMINAZIONE TOTALE DI ORDIGNI DI QUESTO TIPO. A luglio 2017, su pressione di ICAN, 122 Nazioni hanno adottato il documento ma nessuna delle nove potenze nucleari del mondo, tra cui Regno Unito, Stati Uniti e Francia, ha firmato.

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PAKISTAN – INDIA

ALLE SOGLIE DEL CONFLITTO?

di Roberto Del Bianco, da http://www.peacelink.it/, 27/2/2019
– Il rischio di un’escalation nucleare nel confronto territoriale che si è riacceso tra India e Pakistan. Un appello da IPPNW, l’Internazionale Medici per la prevenzione della guerra nucleare. Un invito alla sua divulgazione da parte delle testate e i media italiani –   

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