EVENTI GEOGRAFICI – 6 APRILE 2018: LA NOTTE EUROPEA DELLA GEOGRAFIA

NOTTE DELLA GEOGRAFIA A PADOVA (IL 6 APRILE)
Venerdì 6 aprile, nell’ambito della Notte Europea della Geografia, iniziativa che coinvolge 30 città europee e 22 città italiane, il Master GIScience e Sistemi a Pilotaggio Remoto dell’Università degli Studi di Padova in collaborazione con i Dipartimenti ICEA e DiSSGeA, l’Associazione AIIG Veneto, l’Associazione GIShub e l’Associazione Geograficamente, organizza 7 eventi a Padova che spaziano dal rilievo con drone, alla degustazione geo-ragionata di vini, dal maphaton dei territori dell’Amazzonia allo studio e visualizzazione di immagini satellitari per l’agricoltura.
Sarà un’occasione per toccare dal vivo i nuovi strumenti tecnologici ed interdisciplinari di cui la Geografia dispone e i diversi ambiti di ricerca e applicazione che la disciplina affronta.
Tutti gli eventi sono gratuiti e si concentreranno dal tardo pomeriggio fino a notte inoltrata.

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EVENTI IN PROGRAMMA a Padova il 6 aprile:
GLI EVENTI
PORTI E ONDE IN MINIATURA: visita tecnica al laboratorio Marittimo dell’Università degli Studi di Padova. Sarà possibile osservare un breve esperimento che studia l’interazione fra le onde e un pontile in scala ridotta
H 17.00 – 19.00 | Vasca Marittima, via Ognissanti 39 (PD)

MAPDRONE PD: rilievo fotogrammetrico di Porta Portello con drone DJI SPARK e successiva creazione del modello digitale dalla nuvola di punti
H 18.00 – 20.00 | Porta Portello (PD)

IN VINO VARIETAS. DEGUSTAZIONE GEO-RAGIONATA: sapori di vini e storie di vignaioli che tutelano e danno valore alla diversità ambientale e culturale del paesaggio italiano.
In collaborazione con 1901 – Enoteca Severino
h 18.30 – 20.30 | Museo di Geografia – Università di Padova, salone Palazzo Wollemborg, via del Santo 26 (PD)
Partecipazione gratuita limitata a 40 posti
Iscrizioni entro il 4 aprile all’indirizzo geografia.dissgea@unipd.it

GEODATA E IMMAGINI SATELLITARI PER L’AGRICOLTURA: attraverso una postazione interattiva saranno proiettati i risultati del progetto FSE Droni e Agroecosistemi 4.0 per visualizzare i #satelliti in orbita e scaricare immagini satellitari per le principali applicazioni in agricoltura e non solo
H 21.00 – 23.00 | #LaboratorioD4G, via Ognissanti 39 (PD)

IL PETROLIO, NOSTRO VICINO DI CASA. Scopriamo le attività di estrazione di idrocarburi attorno a noi con #GoogleEarthPro: attraverso l’uso avanzato di strumenti di Google Earth Pro, i partecipanti potranno esplorare la “geografia del petrolio” in Italia visualizzando e prendendo coscienza delle relazioni spaziali tra aree ad alta sensibilità ecologica e culturale e la produzione di idrocarburi H 21.00 – 23.00 | #LaboratorioD4G, via Ognissanti 39 (PD)

PROJECT(ion)S FOR PADOVA: attraverso l’uso di tecniche di video mapping, saranno proiettate sulle superfici di alcuni edifici e luoghi di Padova, visioni e proposte progettuali per quello stesso sito, rappresentando così su architetture reali alcune ipotesi di trasformazione
H 21.00 – 23.00 | Piazzetta Portello, via Marzolo 17 (PD)

AMAZONEYES | #MAPHATON: mappatura della #deforestazione e degli impatti ambientali della produzione di combustibili fossili nell’#Amazzonia ecuadoriana, una delle aree più biodiverse del pianeta
H 22.00 – 02.00 | #LaboratorioD4G, via Ognissanti 39 (PD)
Prenotazioni: geoamazoneyes@gmail.com

MUSEO DELLA GEOGRAFIA A PADOVA(nella foto: Salone del primo piano della Sezione di Geografia di via del Santo 26)

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CARTA DEGLI EVENTI IN TUTTA EUROPA:

http://www.ageiweb.it/eventi-e-info-per-newsletter/carta-degli-eventi-della-notte-europea-della-geografia/

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GLI EVENTI DEL 6 APRILE IN ITALIA:

http://www.ageiweb.it/notte-della-geografia/eventi-proposti-per-la-notte-della-geografia/

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NOTTE EUROPEA DELLA GEOGRAFIA: LE FINALITA’
La Geografia italiana, con il Comitato Italiano UGI e in rete con comunità e comitati nazionali in Europa, partecipa alla Notte Europea della Geografia: ideata dal Comitato Nazionale Francese di Geografia e promossa da EUGEO, con una costellazione di eventi sincroni che coinvolgeranno team, laboratori, associazioni e appassionati nella serata/nottata del 6 Aprile 2018.
Da spazi più classicamente accademici a quelli più sociali e aperti alla città, vogliamo impegnarci, con il concorso di idee e iniziative gestite localmente, a rendere possibile un’affascinante edizione italiana distribuita in tutta Italia!
Questo evento mira a migliorare la visibilità e l’incisività della geografia e dei geografi nei confronti del grande pubblico e dei media, comunicando meglio il sapere geografico e la valenza della Geografia per la formazione a “tutto tondo” dei cittadini. Un evento che ci aiuti a rendere la ricerca geografica più accessibile, contribuendo a valorizzare il nostro lavoro scientifico e didattico.
Gli eventi proposti saranno per questo liberi e aperti a tutti i cittadini.

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THE BLUE MARBLE, NASA 1972, MISSIONE APOLLO 17 – BLUE MARBLE è una famosa fotografia della Terra scattata il 7 dicembre 1972 dall’equipaggio dell’APOLLO 17 (l’ultima missione del Programma Apollo) ad una distanza di circa 45 000 Km. È una delle immagini più distribuite nella storia della fotografia perché è una delle poche che ritraggono la terra completamente illuminata, in quanto al momento dello scatto il Sole era alle spalle degli osservatori. Da quella distanza, la Terra appariva agli astronauti come UNA BIGLIA (blue marble è traducibile dall’inglese come “biglia blu”). Questa foto è utilizzata dal mondo ambientalista come immagine della fragilità della Terra, e del pericolo della sua distruzione ambientale e della limitatezza delle sue risorse naturali

“(…) Lungi dall’essere un inventario polveroso di monti, confini e capitali, LA GEOGRAFIA SERVE A LEGGERE I PAESAGGI: «Vedere i negozi che chiudono e i centri commerciali, le fabbriche abbandonate, i poveri nelle metropolitane quando fa freddo: questa è geografia», dice Carlo Brusa, docente di geografia all’Università del Piemonte Orientale. Materia principe per comprendere RAGIONI E MOVIMENTI DELLE MASSE CHE MIGRANO. O per disegnare le trasformazioni del territorio, definire i piani paesaggistici, aiutare nella COMPRENSIONE E nella PREVENZIONE DEI DISSESTI IDROGEOLOGICI. Per capire e intervenire non bastano Google Maps e gps. Possono servire, non far conoscere. «Non danno i fondamenti disciplinari», dice Brusa. Quelli, però, non li dà più neanche la scuola, dove alla riduzione delle ore si è sommata la trasformazione della materia, la sua «espropriazione» da parte di altre discipline”. (da “il Corriere della Sera” del 21/10/2017)

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FIRENZE: La notte europea della geografia a Firenze

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LA STORIA SI FA ANCHE A COLPI DI MAPPE

di Massimo Rossi, da “La Stampa” del 22/10/2016
Solitamente pensiamo a una carta geografica come a una rappresentazione esatta dei territori raffigurati, disattivando qualsiasi ulteriore riflessione in merito a possibili altre considerazioni. La mappa che non passa inosservata (o quantomeno incuriosisce) è intitolata “VEDUTA D’ITALIA” e risale al 1853, quasi un decennio prima dell’unità politica nazionale.

VEDUTA D’ITALIA (1853, anonimo cartografo)

Il gesto rivoluzionario dell’anonimo cartografo arriva, ancora oggi, dritto nel segno prefissato. Ponendo il Sud in alto si innesca nel lettore un’altra visione, un altro punto di vista da cui guardare il mondo, ed è proprio questa una delle peculiarità della geografia, quella di organizzare e facilitare la comprensione del mondo, il rapporto tra i luoghi, le comunità insediate e gli ambienti geofisici.
La Veduta d’Italia, così come ogni mappa, è una macchina narrativa, un dispositivo tecnico e culturale in grado di comunicare e addirittura reificare, vale a dire rendere concreti concetti astratti come l’idea di nazione.
Il nostro cartografo confeziona un’immagine apparentemente neutra della penisola, protetta dalle Alpi e protesa nel Mediterraneo così come è “oggettivamente” leggibile nella geografia fisica, senza alcun riferimento a suddivisioni politiche come se la natura avesse “naturalmente” disegnato i confini.
Ma la natura non può essere consapevole di determinare un limes, una demarcazione; in natura non esiste discontinuità ed è sempre e solo l’uomo a decidere, arbitrariamente, di dividere un fiume longitudinalmente, o di usare lo spartiacque alpino per differenziare un “noi” sa un “loro”.
Lo storico Gaetano Salvemini e i geografo Carlo Maranelli dibattendo sulla questione adriatica nel 1918 sentenziarono: “Non esistono confini politici naturali, perché tutti i confini politici sono artificiali, cioè creati dalla coscienza e dalla volontà dell’uomo”.

   Tuttavia la Veduta d’Italia proclama esattamente il contrario e delinea non solo il “confine naturale” alpino, ma accoglie i desiderata dell’establishment politico-militare sabaudo: i territori alto atesini, giuliani, istriani e dàlmati, la Corsica e Nizza, fino a rivendicare, laggiù in fondo, con due toponimi, Malta e Tunisi.
Vittorio Emanuele III nel proclama diramato il 24 maggio 1915 si indirizzò ai soldati con queste parole: “A voi la gloria di piantare il tricolore d’Italia sui termini sacri che la natura pose ai confini della Patria nostra”, convocando l’elemento naturale a testimone delle irrinunciabili pretese nazionali.(…..) (Massimo Rossi)

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NON SAPERE DOVE SIAMO: LA GEOGRAFIA DIMENTICATA

di Antonella De Gregorio, da “il Corriere della Sera” del 21/10/2017
«La capitale dell’Africa? L’Egitto!». Non era una battuta, è successo davvero, nella casa più spiata d’Italia, quando una concorrente del Grande Fratello Vip ha voluto mostrare le sue conoscenze geografiche. Non è sola, la ragazza, ad avere una gran confusione in testa: tra gli studenti che hanno fatto la maturità 2017, qualcuno, per dire, ha asserito che Ginevra è una città della Francia. E un’indagine condotta da libreriamo.it su 2.500 italiani tra i 18 e i 65 anni ha rivelato che per uno su tre la capitale dell’Austria è Berlino, la Mole Antonelliana si trova a Firenze e Zagabria è una città della Romania. Non solo nella casa del Grande Fratello, insomma, si affronta il mondo senza conoscerne forma e dimensioni, ma la malattia sembra essere ben diffusa e drammatica. Perché di un malessere si tratta: senza conoscenze di geografia, «viene a mancare una cornice culturale entro cui fondare i nostri giudizi», sostiene CARLO BRUSA, docente della materia all’Università del Piemonte Orientale.
Lungi dall’essere un inventario polveroso di monti, confini e capitali, la geografia serve a leggere i paesaggi: «Vedere i negozi che chiudono e i centri commerciali, le fabbriche abbandonate, i poveri nelle metropolitane quando fa freddo: questa è geografia», dice Brusa. Materia principe per comprendere ragioni e movimenti delle masse che migrano. O per disegnare le trasformazioni del territorio, definire i piani paesaggistici, aiutare nella comprensione e nella prevenzione dei dissesti idrogeologici. Per capire e intervenire non bastano Google Maps e gps. Possono servire, non far conoscere. «Non danno i fondamenti disciplinari», dice Brusa. Quelli, però, non li dà più neanche la scuola, dove alla riduzione delle ore si è sommata la trasformazione della materia, la sua «espropriazione» da parte di altre discipline.
«Di geografia parlano (malamente) gli storici, i filosofi, i sociologi. Mentre chi sarebbe più autorizzato, non è all’altezza», dice FRANCO FARINELLI, docente a Bologna e a lungo presidente dell’Associazione Geografi. Come si è arrivati a questo punto? «L’insipienza viene da lontano: l’ultimo colpo di scure è stato dato cinque anni fa dalla razionalizzazione prevista dalla legge Tremonti-Gelmini. La geografia è diventata la cenerentola della scuola, soprattutto nei licei e negli istituti tecnici. In alcuni professionali è addirittura scomparsa — spiega il docente —. Anche se le ore decuplicassero, però, pochi insegnanti saprebbero scalzare la banalità apparente del discorso cartografico».
Peraltro, i docenti con preparazione specifica sono una piccola comunità: 350 tra ricercatori e ordinari. Un manipolo di coraggiosi, che hanno studiato secondo cliché desueti nei pochi atenei dove il corso è attivo. Inutile dire che i più bravi trovano lavoro all’estero. Se li contendono le rinnovate accademie cinesi e i campus anglosassoni. Come Oxford, dove si è laureata, in Geografia, la premier May.
È ottimista, però, CESARE EMANUEL, rettore dell’ateneo di Novara, che ha di recente ospitato un convegno nazionale sulla disciplina: «Lo studio della geografia è in rimonta nei giovani. Perché ha teoria, metodi, un’osservazione spaziale che consente di mettere in luce problematiche che altri ambiti scientifici non hanno». Certo «bisogna imparare ad appassionare gli studenti», dice Brusa. Serve «una didattica nuova, che parta da escursioni e studi sul campo per arrivare a educare al mondo». Ed ecco che il problema, forse, non è più di tempo, ma di qualità. (Antonella De Gregorio)

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LA GEOGRAFIA SERVE ANCORA? (di Luca Piccin)

(…) la negazione finale e fatale dell’homo geographicus, non è altro che la negazione del RAPPORTO UOMO/NATURA o natura/uomo.
Ed è proprio questo rapporto che mi ha spinto ad iscrivermi al corso di laurea in geografia dei processi territoriali all’università di Padova. Correva l’anno 2004-2005. Io venivo da un anno in falegnameria dopo aver abbandonato gli studi sociologici in quel di Trento. Fu durante il bellissimo corso di epistemologia della geografia tenuto dall’indimenticato Prof. Mauro Varotto, che scoprii le difficoltà che avrei dovuto affrontare, ovvero la presenza di una lobby di architetti che aveva da tempo preso in mano (in Italia) le tematiche geografiche, in particolare quelle di applicazione pratica come la pianificazione. D’altronde, molti di noi, non hanno avuto altra scelta che iscriversi allo IUAV di Venezia per proseguire gli studi oltre la laurea triennale ; l’alternativa era di andare via, lasciare la regione. Io ho scelto quest’ultima strada, complice la fortuna di aver ottenuto la borsa Erasmus per l’isola de La Réunion. Come Laura infatti, è stato un viaggio in un’isola lontana che mi ha fatto capire dell’utilità della Geografia; si potrebbe dire che questo viaggio per noi è stato come un’utopia che diventa realtà.
Al ritorno in patria, supero gli ultimi quattro esami con il massimo punteggio e senza troppi sacrifici, ottenendo persino la lode in ecologia. Neanche il tempo di ottenere il diploma, un venerdì di settembre, e il lunedì successivo sono già occupato! A quattro anni di distanza questa è pura fantascienza…
In realtà, un’agenzia fotografica a 9 km da casa mi aveva accolto per svolgere un lavoro di foto editing, ovvero verificare la corrispondenza tra la didascalia e le immagini dei cataloghi che svariati reporter fornivano per poi essere pubblicati su riviste e siti web di diversi paesi. Questo fu possibile grazie a un annuncio posto al dipartimento Morandini, in cui si cercava qualcuno con competenze in geografia del paesaggio… Complice il fresco ritorno da un viaggio esotico e il relativo gusto per l’avventura, in un contesto di relativo benessere (ancora non si parlava di crisi), decisi dopo sole tre settimane di rimettere a data ulteriore la vita in ufficio, preferendo sbarcare il lunario coi lavori campestri durante i periodi vuoti.
Dopo due anni di avventura in terra transalpina (uno di vacanza-studio in famiglia e l’altro di lavoro in seguito a disguidi burocratici) approdo finalmente al master di Geografia a Montpellier : tra le otto opzioni disponibili è la ricerca che suscita il mio interesse. Mai scelta fu più riuscita : il mio lavoro sul ruolo di Slow Food nella valorizzazione dei prodotti tipici e le dinamiche territoriali in Francia e in Italia mi ha permesso infatti di ottenere nel dicembre 2010 il premio Louis Malassis per i giovani ricercatori, rimesso dal Centro Internazionale di Alti Studi Agronomici del Mediterraneo.
Nel 2010-2011, io e la mia compagna di sempre, decidiamo di tornare sull’isola dove lei era nata e dove io ero sbarcato quattro anni prima. Contrariamente all’anno precedente, il corso di “Genio Urbano e Ambiente” non è stato all’altezza delle aspettative, malgrado il carattere multidisciplinare e uno stage al CIRAD, centro di ricerca in agronomia e sviluppo con cui ancor oggi collaboro saltuariamente. In effetti, vivere su un’isola come la Réunion puo’ sembrare idilliaco, e per certi versi lo è veramente… Ma non più che in qualunque altro luogo del pianeta, perché abitare significa prendersi cura del nostro ambiente di vita… E queste sono tematiche che interessano senz’altro i geografi, ma anche e soprattuto tutti gli esseri umani.
Oggi io continuo a lottare quotidianamente per vivere, cosi come lotto per ottenere una borsa di dottorato, senza troppo mercanteggiare gli argomenti che voglio difendere, cosa che mi espone a rischi innumerevoli. Nessuno può dirmi quale sarà l’esito di queste lotte, ma il sapere che possiedo e che ho attivamente ricercato e affinato con il tempo, costituisce il bagaglio più importante che mi porto dietro. Questo sapere geografico (ma non solo) trova applicazione quotidiana, perché quel rapporto di cui parlavo sopra è una sorgente di riflessione per chiunque, anche per coloro che non consultano enciclopedie o cartografie. Noi geografi siamo allora in posizione privilegiata, benché in un contesto storico che spinge a svilire il rapporto tra l’uomo e la terra, cosi come tutte le altre dimensioni del vivere, ad una tutt’altro che nobile compravendita. Non è dunque la sola Geografia ad essere minacciata.
La crisi che viviamo non è unicamente finanziaria o economica, è anche crisi ambientale, identitaria, legata al collasso della catena dei significati di fronte allo svolazzare folle delle immagini nelle geografie reticolari della comunicazione globale. La nostra reazione a questo imbarbarimento, a questa perdita di civiltà, ha tutto da guadagnare se associata alla Geografia, in quanto sapere capace di incitare al ragionamento e al voler riappropriarsi di questo rapporto che si vorrebbe cancellare attualmente.
In quanto geografo, concludo allora affermando che: sappiano i nostri nemici che non si potranno ancora a lungo trattare in separata sede l’Umanità e la Natura. La presa di coscienza che l’Umanità è essa stessa parte della Natura è già in atto. In quanto geografo non posso che lavorare quotidianamente per favorire questo nobile processo. (Luca Piccin –

da https://geograficamente.wordpress.com/2012/04/26/a-cosa-serve-la-geografia/ )

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L’enigma PUTIN, padrone della RUSSIA – Le elezioni del 18 marzo confermano per altri 6 anni un leader che suscita timore all’Occidente; in una RUSSIA percepita ancora (dopo il comunismo) come Entità estranea – Ma la Russia è “Europa”, “Occidente” (noi leggiamo Tolstoj, Dostoevskij…): quando tornerà ad esserlo?

PUTIN – Una vittoria che era largamente prevista, e che arriva in un periodo di relazioni tese a livello internazionale, con il crescente isolamento di Mosca per l’avvelenamento dell’ex spia russa Serghei Skripal nel Regno Unito e la pressione delle sanzioni americane. Le autorità hanno detto di non aver rilevato irregolarità significative, ma opposizione e ong ne hanno denunciate migliaia (da Il Fatto Quotidiano.It del 19/3/2018)

   Putin è forse stato il primo, tra i leader globali di questa epoca, ad essere “antipatico”, estraneo, visto con timore (adesso probabilmente sta accadendo in pieno, e a ragione, con Trump). E’ sintomatico che la stessa sensazione ci sia “meno” con il leader cinese: di cui la maggior parte di noi fa fatica a ricordarsi il nome, Xi Jinping, proclamato ora leader a vita, in una sistema dittatoriale in una nazione da un miliardo e quattrocento milioni di persone che opprime ogni dissenso.

I RISULTATI DI DOMENICA 18 MARZO – Mandati presidenziali • II presidente della Russia resta in carica per sei anni, dopo la riforma del 2008 che ha esteso il termine del mandato (fino ad allora di 4) • I candidati devono avere almeno 35 anni, non essere titolari di doppia nazionalità e aver vissuto in Russia per i 10 anni precedenti alle elezioni. Non si può servire per più di due mandati consecutivi • Sette elezioni dal 1990 a oggi, tre presidenti: BORIS YELTSIN (1991 e 1996), VLADIMIR PUTIN (2000, 2004, 2012, 2018) e DMITRIJ MEDVEDEV (2008)

Sarà che Putin ha un passato nel Kgb, nei servizi segreti, in un’epoca di dura divisione del mondo dove queste entità segrete (la Cia americana, appunto il Kgb sovietico…) tessevano trame nei confronti di tanti singoli cittadini e di Paesi stranieri….

DA SLIDEPLAYER_IT

Pertanto un Putin che è un po’ un’ossessione per l’Occidente, un nemico, un leader spregiudicato, e la vicenda dell’avvelenamento in Inghilterra non fa che alimentare la cosa. Cioè è accaduto che c’è stato il 4 marzo scorso il tentativo di avvelenamento con gas nervino (che, pare, solo in Russia si produce quel tipo di gas) di un ex agente segreto russo (che molti anni fa faceva il doppio gioco con gli inglesi); si chiama Sergei Skripal, e della figlia Yulia: accusa prima lanciata dall’Inghilterra, poi seguita da Stati Uniti, Germania e Francia. Fatto avvenuto a Salisbury, nel Sud dell’Inghilterra, ed essendo avvenuto nel suolo inglese è stato considerato secondo il governo britannico un attentato alla propria sovranità, e la regia di questo tentativo di duplice assassinio è appunto stato subito attribuito a Putin… (magari Putin niente ne sapeva, ma è sintomatica la reazione di quasi tutti i Paesi occidentali che hanno subito appoggiato le deduzioni di colpevolezza formulate dall’Inghilterra..).

ALEKSEY NAVALNY, blogger russo, l’unico oppositore che alle elezioni poteva forse un po’ impensierire la vittoria di Putin. Elezioni che Navalny ha invitato a boicottare dopo che la sua candidatura è stata respinta a causa dei suoi guai giudiziari, che molti ritengono di matrice politica (una condanna per frode che la Corte Suprema russa ha revocato dopo il verdetto della Corte europea che stabiliva che il processo a Navalny era stato scorretto, ma che i giudici russi hanno riconfermato tale e quale, refusi inclusi). Navalny nel corso dell’ultimo anno ha trascinato in piazza contro il governo russo migliaia di persone. L’ultima manifestazione, non autorizzata, si è svolta il 28 gennaio e ha visto Navalny finire per l’ennesima volta in un cellulare della polizia, salvo poi essere rilasciato nella notte.

E’ così che Putin fa paura, si ha timore di lui…. E non si capisce se la sua ferrea unità nazionale da lui imposta, possa essere considerata un tentativo per “togliere di mano” la Russia a quei pochi oligarchi divenuti straricchi con la fine del comunismo (impossessandosi delle risorse energetiche del paese, di tutte le più importanti ricchezze…); o se invece Putin non è che a capo di questa oligarchia che sta impedendo probabilmente una ripartizione più democratica e positiva delle risorse e uno sviluppo più libero per i cittadini di questo grande Paese (la Federazione russa è il più vasto, il più esteso paese del pianeta).

da wikipedia, map of Russia

Perché la Russia rimane povera: il prodotto interno lordo (come dicevamo è il paese più vasto del pianeta) è inferiore a quello dell’Italia. La dipendenza dal settore energetico e dalle materie prime rimane elevatissima, pur avendo risorse di questo tipo enormi che esporta abbondantemente e permette di controllare la politica di molti Paesi… La capacità d’innovazione è bassa nonostante l’abbondanza di intelligenze, segno dell’ingessatura del sistema. Proprio perché la ricchezza prodotta è in misura notevole dirottata verso la cerchia del potere e solo in parte arriva ai cittadini comuni.

DA LIMES – Federazione russa — il Paese più vasto del pianeta – Gli 83 soggetti che compongono la Federazione russa sono raggruppati per grandi distretti federali: quello del CAUCASO DEL NORD (ROSSO), del VOLGA (CELESTE), CENTRALE (VIOLA), MERIDIONALE (GIALLO OCRA), NORD-OCCIDENTALE (GIALLO LIMONE), degli URALI (AZZURRO), SIBERIANO (ARANCIO) ed ESTREMO-ORIENTALE (BLU). IL PAESE PIÙ VASTO DEL MONDO È UN INSIEME STERMINATO DI REGIONI, REPUBBLICHE, CIRCONDARI AUTONOMI, TERRITORI E CITTÀ FEDERALI.

In questo post proponiamo le prime reazioni di qualcuno dei più attenti commentatori di ciò che accade in Russia, dopo le elezioni del 18 marzo scorso che hanno confermato la presidenza a un Putin senza effettivi avversari: e le carenze democratiche, l’impossibilità che si crei un’opposizione, non fanno certo bene a un Paese così chiuso.

IL DISCORSO DI PUTIN alla folla sotto le mura del Cremlino dopo la vittoria elettorale

Resta la nostra idea che la “grande madre Russia” è un Paese vicino a noi, per storia e sensibilità, per la letteratura che ha espresso (Dostoevskij, Cechov, Tolstoj, Bulgakov, Gogol, e tantissimi altri…), la cultura scientifica, la musica e i compositori russi… e le sensazioni nell’immaginare il mondo che sono venute dalla Russia ci appartengono… Difficile pensarla come un paese estraneo, come accade con le attuali oligarchie, Putin, i modi di un mondo chiuso e freddo… Tutto questo non può appartenere allo status della Russia che amiamo e speriamo di tornare presto ad amare, a riconoscerci. (s.m.)

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IL SACCO DI AFRIN – PER NON DIMENTICARE LA SIRIA E DEI CURDI MASSACRATI – IL SACCO DI AFRIN – I mercenari dell’Els, alleati di Ankara, hanno saccheggiato la città curda occupata dalle truppe turche il 18 marzo scorso. Erdogan canta vittoria e annuncia che l’offensiva andrà avanti. I combattenti curdi delle Ypg però non si arrendono e proclamano la resistenza ad oltranza – (di Michele Giorgio, da “il Manifesto” del 20/3/2018)

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SE L’EUROPA È ASSEDIATA DAI DESPOTI

di Andrea Bonanni, da “la Repubblica” del 19/3/2018
Sempre più sola, sempre più diversa. Le cronache internazionali descrivono un’Europa sotto assedio. Nel giorno (domenica 18 marzo, ndr) in cui PUTIN STRAVINCE LE ELEZIONI-PLEBISICITO, i carri I CARRI ARMATI DI ERDOGAN COMPLETANO LA CONQUISTA DI AFRIN, occupando permanentemente una fetta del territorio siriano e iniziando la pulizia etnica dei curdi che avevano combattuto l’Isis in nome dei valori occidentali.
Intanto a Pechino Xi Jinping si gode la nomina a dittatore a vita della Cina. E a Washington Trump mette a punto gli ultimi dettagli delle sanzioni commerciali contro la Ue.
Non è un bello spettacolo. E soprattutto non è quello scenario di irresistibile ascesa delle democrazie che l’Occidente pensava di aver garantito dopo la caduta del muro di Berlino, la fine del comunismo e la riunificazione europea.
In qualsiasi direzione si guardi al di fuori dei confini della Ue si percepiscono solo minacce. Nel MEDITERRANEO Continua a leggere

I DAZI DI TRUMP contro L’EUROPA – L’ACCIAIO OBSOLETO bloccherà il Pianeta? – L’inizio di una possibile GUERRA COMMERCIALE a catena che metterebbe (metterà?) in crisi il modello di vita di tutti – L’EUROPA ora divisa, nelle sue potenzialità economiche e politiche, impensierisce l’America di Trump

Circondato da un gruppo di OPERAI DELL’INDUSTRIA DELL’ACCIAIO, il presidente statunitense DONALD TRUMP lo scorso 8 marzo ha firmato il provvedimento per imporre dazi del 25% sull’acciaio e del 10% sull’alluminio, definendoli “una necessità per la sicurezza” degli Stati Uniti

   Fa specie pensare che la superata industria pesante mondiale, quella dell’acciaio del dopoguerra, oramai inutile e superata dalle nuove economie tecnologiche (anche nella produzione di beni di prima necessità), questa stessa industria pesante che ci fa pensare a Taranto e Piombino (luoghi industriali che appaiono in irreversibile crisi, lo vogliamo a no), ebbene l’industria dell’acciaio con i dazi che Trump sta mettendo, può portare a una guerra commerciale mondiale di cui tutti noi pagheremo le conseguenze.
Così Donald Trump ha confermato la nuova tappa della sua offensiva protezionista. I settori da difendere stavolta sono appunto l’acciaio e l’alluminio. Il presidente ha firmato il decreto che infligge alle importazioni dall’estero un dazio doganale del 25% per il primo, del 10% per il secondo. Sceglie di usare l’articolo di legge 232 che si riferisce alla “sicurezza nazionale”.

UN’ACCIAIERIA – “GUERRA DEI DAZI: ECCO COME FUNZIONANO I DAZI DOGANALI – COSA SONO I DAZI? Il dazio è un’imposta indiretta che si applica alla dogana ai prodotti che vengono venduti e acquistati da uno Stato all’altro. Di solito viene calcolato in percentuale sul valore del prodotto, e riscosso quando questo arriva nello Stato dove risiede l’acquirente. A COSA SERVONO? Il loro effetto principale è quello di far salire il prezzo del prodotto venduto all’estero, proteggendo quindi dalla concorrenza i beni e servizi dello stesso tipo prodotti nello Stato d’importazione. TUTTI I PAESI APPLICANO DAZI? Ci sono tracce e testimonianze dell’applicazione dei dazi in documenti molto antichi, di oltre 2.000 anni fa. Tuttavia ormai da molto tempo gli Stati cercano di evitare l’applicazione di dazi penalizzanti, per evitare ritorsioni sui propri prodotti, e ci sono anche molti accordi commerciali, che eliminano o riducono fortemente i dazi. Nell’Unione Europea per esempio vige la libera circolazione delle merci, che comporta l’abolizione di qualunque dazio tra gli Stati membri. “(di Rosaria Amato, da “la Repubblica” del 9/3/2018)

La giustificazione ufficiosa (nel discorso “di firma” l’8 marzo scorso) è quella che i due metalli vengono usati in molte produzioni di armamenti e l’America sarebbe vicina a perdere l’autosufficienza, pertanto appunto una decisione per la “sicurezza nazionale”. Ma evidentemente questa motivazione non c’entra niente. Di fatto questa decisione è l’esaudire una promessa elettorale, nello spirito della sua campagna presidenziale all’insegna di “American first”; a favore dei 33mila posti dei lavoratori e per le (obsolete) aziende Usa produttrici di acciaio e alluminio.

QUALI SONO GLI ALTRI PRINCIPALI ACCORDI DI LIBERO SCAMBIO? Dal 1947 opera il GATT, GENERAL AGREEMENT ON TARIFFS AND TRADE, un accordo internazionale, firmato il 30 ottobre 1947 a Ginevra, in Svizzera, da 23 Paesi (che negli anni sono diventati oltre 120), per stabilire le basi per un sistema multilaterale di relazioni commerciali con lo scopo di favorire la liberalizzazione del commercio mondiale. Nel 1995 al Gatt è subentrato il WTO, ORGANIZZAZIONE MONDIALE DEL COMMERCIO, che si pone come obiettivo principale proprio quello dell’abolizione o della riduzione dei dazi doganali. Operano poi moltissimi trattati bilaterali e multilaterali di libero scambio: l’ultimo firmato dall’Unione Europea (e non ancora ratificato da tutti gli Stati membri) è il CETA, con il Canada. PERCHÉ IL PRESIDENTE USA DONALD TRUMP VUOLE IMPORRE NUOVI DAZI? Secondo quanto ha dichiarato, “per proteggere i lavoratori e le aziende Usa”, rendendo meno convenienti le importazioni di acciaio e alluminio rispetto alla produzione nazionale. (di Rosaria Amato, da “la Repubblica” del 9/3/2018) (immagine da http://www.lifegate.it)

E’ una decisione di una certa gravità. Perché nel passato altri presidenti avevano applicato o minacciato dazi, ma perlopiù era per la necessità di reagire nei confronti di violazioni alle regole del commercio internazionale contro gli USA, o per ragioni di scontri politici internazionali, per ritorsione. I precedenti presidenti poi, pur intervenendo con dazi, restavano all’interno del sistema del libero scambio costruito con gli accordi del Dopoguerra. Con Trump invece non c’è nessun motivo di questo genere, e la decisione è interna, di mantenimento di una promessa elettorale e di puro protezionismo (partendo proprio dall’industria pesante dell’acciaio che oramai conta assai poco nelle economie avanzate planetarie). Trump, a differenza dei suoi predecessori, è un nazionalista radicale convinto che quello che ha ereditato è un sistema ingiusto che punisce l’America.

GRAFICO TRATTO DA WWW.ISPIONLINE.IT – COSA ACCADRÀ ADESSO? Molti Paesi stanno considerando significative ritorsioni nei confronti dei principali prodotti Usa esportati. CI SONO PRECEDENTI RISPETTO ALL’ATTUALE “GUERRA DEI DAZI”? Nel 2002 l’allora presidente George W. Bush avviò una guerra dei dazi per difendere ancora una volta l’acciaio di produzione americana, ma l’Unione Europea rispose con una rete articolata di contromisure e Bush dovette fare marcia indietro rapidamente. La più celebre guerra dei dazi scatenata dagli Stati Uniti risale però al 1930: a farla esplodere lo SMOOT HAWLEY TARIFF ACT, che fece salire i dazi dei principali prodotti importati negli Stati Uniti al 40% e poi negli anni successivi anche oltre. Le ritorsioni degli altri Paesi non si fecero attendere, le conseguenze furono catastrofiche per l’economia. (di Rosaria Amato, da “la Repubblica” del 9/3/2018)

E i paesi danneggiati sono soprattutto paesi amici e strettamente legati agli Stati Uniti come Canada, Brasile, Corea del Sud, Messico e Germania, mentre quasi nulle sono le conseguenze sulla Cina (che importa poco o niente negli Usa di questi metalli -vedere il grafico qui rappresentato-), sempre additata da Trump come l’origine di ogni violazione delle regole del commercio internazionale.
Per l’Europa, piuttosto colpita nelle sue esportazioni, l’atteggiamento è di giusta prudenza, di “toni bassi” e, per ora, di nessuna ritorsione, perché “seguire Trump” con contromisure protezionistiche verso gli USA, reagendo allo stesso modo, si rischia una spirale che ci porterebbe al disastro.

WORLD TRADE ORGANIZATION (WTO) – ORGANIZZAZIONE MONDIALE DEL COMMERCIO – L’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) rappresenta attualmente il più importante foro negoziale per le relazioni commerciali multilaterali a livello internazionale, in ambiti che si estendono non solo al commercio di beni ma anche ai servizi e agli aspetti commerciali della proprietà intellettuale. Il Wto è oggi composto da 157 membri che contano per più del 97% del commercio mondiale (nella MAPPA i Paesi membri del WTO)

Non è solo questo che ha fatto il problematico presidente americano in questi giorni: ha anche licenziato il suo segretario di Stato, Rex Tillerson. E questa è un’altra storia, nel Trump imprevedibile e ondivago su quasi tutti i fronti, con una esclusiva attenzione agli interessi del proprio paese. E’ da chiedersi se tutte queste decisioni “pericolose” e crisi minacciate, possano sempre essere assorbite senza troppi danni in un pianeta in difficoltà.

“(…) Trump in particolare punta a mettere alle strette soprattutto la GERMANIA DI ANGELA MERKEL. Il tormento dell’inquilino della Casa Bianca è figlio di un primato tedesco, in particolare per quanto riguarda alcuni prodotti, come le AUTO da cui gli americani sono affascinati, e strumenti per la medicina molto richiesti dalle strutture ospedaliere Usa. (…) Qualità ed efficienza quella tedesca che si riflette nei numeri. La Germania ha esportato in Usa nel 2016 beni per 114 miliardi di dollari: le tre categorie di punta sono AUTO, STRUMENTI MEDICALI DI ALTA PRECISIONE E MACCHINARI SPECIALIZZATI (…)”. (Francesco Semprini, “La Stampa”, 13/3/2018)

Nei dazi introdotti su acciaio e alluminio importati negli Stati Uniti, Trump ha selezionato i Paesi da “non colpire”, cioè quelli “amici”: infatti, Canada, Messico e Australia sono già stati esentati dal pagamento dei dazi generali imposti. Trump salva sì (forse) 33.500 posti nella siderurgia del suo paese, ma, se ci saranno alla fine prevedibili ritorsioni con dazi sui prodotti americani, mette in pericolo (secondo le stime degli analisti economici) circa 180mila posti di lavoro in altri settori.

(NELLA FOTO l’ex Segretario di Stato USA REX TILLERSON) – Martedì 13 marzo TRUMP ha cacciato con effetto immediato il Segretario di Stato REX TILLERSON, l’ex chief executive di EXXON MOBIL e il volto più noto della diplomazia di Washington e degli sforzi di smussare tensioni con i partner e gestire crisi con i rivali. E l’ha sostituito con il “duro” uomo di fiducia MIKE POMPEO, 54enne direttore della Cia cresciuto quale deputato del movimento ultraconservatore dei Tea Party, privo di esperienza globale e grande critico dell’accordo nucleare con l’Iran come di vere trattative sulla crisi della Corea del Nord

L’interpretazione che viene assunta da molti di questa decisione del presidente americano, è che Trump vuole spingere altri paesi a fare lo stesso; e il suo vero obiettivo è mettere in difficoltà l’Europa. Vista, infatti, l’esenzione concessa a Canada, Messico e Australia, e dato lo scarso peso dell’import siderurgico dalla Cina, i dazi trumpiani risultano diretti a colpire principalmente l’Europa. Per gli Usa di Trump oggi l’Europa è diventata un nemico; si irretisce nel vedere i tanti (per lui troppi) prodotti europei: nell’agroalimentare dalla Francia e Italia; ma in particolare le tante auto tedesche che circolano nelle metropoli americane. La Germania, nella sua potenza esportatrice, viene così vista come nemica commerciale. Il libero scambio pertanto non viene contrastato e rivolto verso i Paesi a basso costo di manodopera e a tassi di inquinamento elevati (come la Cina), come il presidente americano vorrebbe far credere.

DA LIMES

Dall’altra, è possibile che si verificherà una diversione dei flussi commerciali verso l’Europa: il pur ridotto (in percentuale) acciaio cinese finora esportato negli Usa potrebbe prendere la via dell’Europa, dove i produttori locali sono già in difficoltà (pensiamo appunto all’Ilva di Taranto, ma anche a Piombino). E si calcola che solo nell’Unione europea siano a rischio 160 mila posti in un settore dell’industria pesante obsoleto oramai, e in stato di sovrapproduzione mondiale.
In questo contesto apprezzata (una volta tanto) è l’azione prudente e responsabile dell’Unione Europa. Perché i Paesi che la formano hanno dato ad essa i poteri sul commercio (e i dazi). Qualcuno in Italia non sembra accorgersi di questo, ed è convinto che le “tempeste planetarie” si possano risolvere “in casa”, da soli. Non riconoscendo un ruolo di un’Europa di 500 milioni di persone in grado, come soggetto politico e per il suo peso economico, di reggere da protagonista nel nuovo “grande gioco” mondiale. (s.m.)

GRAFICO che mostra tutte le aree del mondo in un cui è stato sottoscritto un FREE TRADE AGREEMENT, un accordo di libero scambio (da http://www.termometropolitico.it)

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C’È UN DISEGNO DEL MONDO DIETRO ALLA GUERRA COMMERCIALE APERTA DA TRUMP
Intervista a SABINO CASSESE, da “IL FOGLIO” del 13/3/2018
– II disegno di Trump: un progetto nazionalistico il cui impatto negativo sarà interno. Una lezione per i piccoli Trump nostrani –
Professor Cassese, il presidente Trump non sa che, per salvare 33.500 posti nella siderurgia del suo paese mette in pericolo 179.300 posti di lavoro in altri settori?
Pur nella sua rozzezza, il presidente americano sa che la prosperità del suo paese dipende anche dal commercio. Non vuole limitarlo. Si muove guidato da un disegno, Continua a leggere

VIAGGIARE O FARE TURISMO DI MASSA? – il caso (ancora una volta) di Venezia – l’opera e le azioni amministrative perché le persone (pur oggi numerose) tornino ad essere viaggiatori, “ESPLORATORI DEI LUOGHI” e non turisti di massa – L’EDUCAZIONE all’antropologia dei luoghi

turisti a Venezia

   I turisti sono un importante business economico, ma non per tutti. Ad esempio i residenti delle più belle città europee, presi d’assalto da un turismo sempre più numeroso, sono in una situazione di stress, di tracollo psico-fisico. E anche le strutture artistiche, architettoniche, i monumenti… ma anche logistiche (strade, servizi igienici…) ne risentono. La speculazione edilizia, le strutture più o meno legali di accoglienza dei visitatori (affitta-camere, B&B…), portano a un modello odierno di turismo che tende a mandar via i residenti storici dai propri quartieri e colpisce l’ambiente.

FOTO DI GIANNI BERENGO GARDIN (DA IL CORRIERE DELLA SERA, SUPPL. “SETTE” DEL 22/2/2018

Venezia, Barcellona, Mont Saint Michel, Dubrovnik in Croazia…. sono di fatto diventate non più città (o luoghi ameni di grande pregio) ma parchi turistici…. con un turismo di massa che va ovunque (c’è perfino un turismo in eccesso nei luoghi dell’Olocausto nazista…). E poi il turismo d’assalto nei posti di montagna, i passi e rifugi raggiungibili in macchina…. Non parliamo che sovra-affollamento delle coste, pur quasi sempre nate solo per la vocazione turistica e poco come residenze storiche… E poi Il turismo religioso, a intasare cattedrali e altri luoghi sacri…
Poi, con l’aumentata minaccia del terrorismo in Maghreb e Medio Oriente, e con il successo delle crociere e la diffusione di luoghi in cui dormire a bassa prezzo (parlavamo prima di affittacamere più o meno tollerati, i B&B…), il turismo (anche quello di pochi giorni), si è rivolto verso destinazioni più nel Mediterraneo del nord, destinazioni “nostre”, mettendo sotto pressione gli ecosistemi cittadini, senza risposte adeguate da parte delle amministrazioni comunali, delle autorità sovracomunali (Regioni, Stato…).

(foto da VENEZIA TODAY) – “(….) È COME SE SI CERCASSE DI CANCELLARE LA VENEZIA DEL NOVECENTO: una città moderna, all’avanguardia, creativa. Oggi molto è cambiato, certo. Ma dimenticare che questa è stata una città moderna, e rifarsi solo a un passato distante, è un errore. QUESTA CITTÀ È NEL MONDO, NON FUORI DAL MONDO (…) ”(intervista a Paolo Baratta, presidente della Biennale, da SETTE de “il Corriere della Sera”, 22/2/2018)

E ancora, nella nostra epoca globale, una fascia sempre più larga di persone “lontane” riesce ad avere risorse finanziarie sufficienti per poter viaggiare, andare a vedere posti di cui una volta sentivano solo parlare (Venezia su tutte…) … e con i viaggi low cost, le opportunità aumentano.
Venezia è un emblema di questo divenire una “non città” per troppa presenza turistica: i residenti sono 55mila, che devono convivere (magari molti anche commercialmente guadagnandoci con la ristorazione, i negozi, alcune di queste attività in mano a stranieri) con gli oltre 20 milioni di visitatori all’anno. In ogni caso un disequilibrio che snatura la città.

GRANDI NAVI, FOTO DI GIANNI BERENGO GARDIN, da “Sette” del Corriere della Sera – «Qui le cose o sono eccezionali o non sono. E con il termine ‘eccezionale’ intendo qualcosa che esce dall’ordinario, dal locale. Qualcosa capace di dialogare con il mondo. Giustamente si parla del numero esagerato dei turisti e della fuga dei residenti. Però non dobbiamo fermarci a questo. Bisogna pensare a che cosa mettere accanto al flusso dei turisti, come far crescere la città attirando qui le competenze giuste, nazionali e internazionali». E LE GRANDI NAVI SUL CANAL GRANDE? BARATTA SE LA CAVA CON UNA BATTUTA: «QUELLE SÌ CHE SONO FUTURISTE! MARINETTI NON SAREBBE MAI ARRIVATO A IMMAGINARE TANTO…». (intervista a Paolo Baratta, presidente della Biennale, da SETTE de “il Corriere della Sera”, 22/2/2018)

E cresce però in tutta Europa la fronda contro il fenomeno “turistico” di massa. Ci sono sempre più città in cui le amministrazioni locali stanno valutando o attuando misure per porre un limite alla pressione turistica. Stop agli affitta-camere illegali, alla diffusione di B&B non autorizzati, e con la creazione di numeri controllati e limitati di visitatori nelle piazze principali (come l’esperimento del conta-persone che si è avuto a Venezia nello scorso Carnevale).

Venezia anni ’60, foto di Gianni Berengo Gardin, da Sette, supplemento del Corriere della Sera del 22/2/2018

Allora vanno bene le misure “anti-turista di massa”, però sarà difficile fermare il fenomeno. Per questo bisogna pensare ad allargare il giro delle destinazioni “alternative” all’interno delle città d’arte, scegliendo anche quelle minori; diversificare le attività proposte, ampliare la stagione…. E così rispondere alle esigenze dei residenti….. Pertanto ci vuole un’ipotesi di turismo diffuso, di educazione a un turismo motivato, culturale, rispettoso dei luoghi….. il sistema delle sanzioni può servire ma non può bastare.

CORRADO DEL BÒ, “ETICA DEL TURISMO”, ed. CAROCCI. – “SIAMO TUTTI TURISTI. NON VIAGGIATORI. Il turista è colui che si sposta per diletto, per svago, per divertimento. Viaggiare vuole dire scoperta, avventura, è un’idea dei tempi passati. Ed è inutile rifarsi a questo concetto affannandosi di distinguersi dalla massa”. Il professore di Filosofia del diritto e Filosofia del Turismo, CORRADO DEL BÒ, non lascia all’homo low cost un grosso margine di manovra. (vedi l’ultimo articolo di questo post dedicato a questo libro) (immagine tratta da http://www.ravenna.it/)

Il rapporto della Amministrazioni Comunali è però spesso ambiguo: sì alle limitazione, ma fa anche comodo avere persone che portano soldi (a volte pochi, ma pur sempre qualcosa spendono…). Rapporto ambiguo spiegabile anche emotivamente dal fatto che “è brutto” cacciare il visitatore, seppur povero, che vuole visitare la bellezza della tua città…

PATRIZIA BATTILANI, “VACANZE DI POCHI, VACANZE DI MOLTI”, IL MULINO, 2000 – VIAGGIO E TURISMO NELLA STORIA: 1- PROTOTURISMO 2- TURISMO MODERNO 3- TURISMO DI MASSA 4- TURISMO GLOBALE. – IL VIAGGIO. Impulso a viaggiare. Viaggio è desiderio di conoscenza, di scoperta. Possibilità di vivere in età e culture diverse. Viaggio come fuga dalla quotidianità, come ricerca di emozioni, di svago Viaggio come esperienza di vita e di crescita , di rinnovamento sia fisico che culturale, di conoscenza di sé stessi. Viaggio come metafora della vita… Artisti, poeti, esploratori, geografi, turisti… – VIAGGIO E GEOGRAFIA. Un modo diretto (o indiretto attraverso il racconto) di avvicinarsi a un territorio Ci dà una prima interpretazione (soggettiva) che richiede verifiche e approfondimenti. Dipende da ciò che esso offre ma , molto, da come viene vissuto. LA GEOGRAFIA STESSA È NATA DAL DESIDERIO DI VIAGGIARE E DAL RACCONTO DI VIAGGIO. (da AIIG – ASSOCIAZIONE ITALIANA INSEGNANTI DI GEOGRAFIA – PAESE CHE VAI… TURISTI O VIAGGIATORI? – A cura del Prof. CARLO CENCINI )

Più importante allora è per le istituzioni locali creare delle regole ferree cui il turista deve attenersi (stop a cose folli come il bagno nelle fontane o azioni simili, ma anche a pic-nic per strada, o alla paranoia di selfie dappertutto anche con bastoni appositi…); e poi (ribadiamo) invitarlo (il turista) ad uscire dai circuiti soliti di massa dove tutti si concentrano nelle città d’arte (Piazza San Marco a Venezia…) e proporre visite “intelligenti”. E Venezia (presa da noi in questo post come “campione simbolo”), Venezia avrebbe tante isole della Laguna di notevole bellezza ora abbandonate…
Il “turismo diffuso” sembra l’idea forse più interessante per non concentrare in un unico posto “tutta la gente”. Ed è pure quasi sempre un turismo più intelligente, meditativo, per far conoscere meglio popolazioni, luoghi ambienti….

IL VIAGGIO E L’ESPLORAZIONE SECONDO LÉVI-STRAUSS (nella foto) – “ODIO I VIAGGI E GLI ESPLORATORI”. Così suona l’inizio di TRISTI TROPICI, il libro che nel 1955 avrebbe reso il suo autore e l’antropologia noti in tutto il mondo. L’autore di quel libro, CLAUDE LÉVI-STRAUSS, aveva cominciato a viaggiare quando, giovane professore di filosofia nei licei di provincia francesi, aveva colto la proposta di andare a insegnare sociologia a San Paolo del Brasile. Lì sarebbe cominciata la sua grande avventura intellettuale e umana: le ricerche tra gli indios, il ritorno in Francia, la guerra, la sconfitta, la fuga in America, l’esilio, il ritorno. (Ugo Fabietti, Professore Ordinario di Antropologia culturale all’Università di Milano Bicocca)

Tutto questo però può nascere con una nuova cultura imprenditiva turistica, che privilegi la conservazione dei luoghi nella loro funzione naturalistica, artistica… rispetto al mero immediato profitto da ricavarsi sul turismo. E far divenire così il turismo il “migliore alleato” per la protezione e la conservazione; ma deve essere gestito correttamente. Un tentativo sarebbe di farlo tornare, il “turista”, all’origine del “muoversi per andare in altri luoghi” (per lavoro, conoscenza o altro), cioè che torni ad essere “viaggiatore” (ne parliamo nella seconda e ultima parte di questo post) (s.m.)

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«SCUSI, SA DIRMI A CHE ORA CHIUDE VENEZIA?»

di Gian Antonio Stella, da “Sette” supplemento de “il Corriere della Sera”, 22/2/2018
– Il turismo nella Serenissima è insostenibile, inconsapevole, spesso incivile. Tanto che qualche visitatore crede che la città sia un parco a tema, con orari di chiusura e apertura –
«Otto de sera. Camino verso el Pontil del Monumento, trovo un grupeto de turisti. “Scusi”, i me dixe, “A che ora chiude?” Rispondo: “Tranquilli: i vaporetti vanno, più rari, anche la notte”. I me varda: “Non i vaporetti: Venezia! Quando chiude, Venezia?” Robe da mati: i credeva che Venessia fosse un parco turistico!». Continua a leggere

PFAS: una problematica difficile (per la salute di tanta parte di popolazione veneta, e non solo) – CHE FARE dell’INQUINAMENTO da PFAS? Dalla BONIFICA AMBIENTALE complicata e costosa; alla CURA per chi ha subìto l’inquinamento (quale metodo di terapia?) – La geografia diffusa delle falde acquifere compromesse

PFAS, SIT-IN DEI COMITATI DAVANTI ALLA PROCURA DI VICENZA – “Sit-in ieri mattina (24 FEBBRAIO scorso, ndr), a VICENZA, davanti all’edificio del tribunale dei vari gruppi e comitati No Pfas. E’ stato un incontro pacifico nel quale attivisti ed ambientalisti hanno voluto soprattutto esprimere il loro SOSTEGNO ALLA PROCURA DI VICENZA che indaga sul grave inquinamento del territorio da sostanze perfluoroalchiliche.”(…) (da http://www.vicenzareport.it/ )

   “Usiamo l’acqua in bottiglia non solo per bere, ma anche per cuocere la pasta, per fare il brodo, per l’ultimo risciacquo alla verdura… in alcune famiglie usano l’acqua in bottiglia anche per lavarsi i denti” (dall’inchiesta del quotidiano “Il Manifesto”, v. in questo post l’articolo)…. E’ un cambio di abitudini vivere con l’acqua “sicuramente” inquinata, non affidabile, con sostanze chimiche che fanno male.

PFAS – Una famiglia di COMPOSTI CHIMICI POLI E PERFLUORATI UTILIZZATI IN MOLTI SETTORI INDUSTRIALI, soprattutto per la produzione di materiali resistenti ai grassi e all’acqua. Sono molecole caratterizzate da un forte legame tra fluoro e carbonio che le rende difficilmente degradabili, perciò SI ACCUMULANO NELL’AMBIENTE E POSSONO FACILMENTE PASSARE NEI VIVENTI interferendo anche in modo grave con il loro metabolismo

   E’ il caso dei PFAS…..(ne abbiamo parlato già in questo blog nel settembre scorso…
https://geograficamente.wordpress.com/2017/09/03/il-caso-pfas-perfluoro-alchilici-sostanza-chimica-che-sta-inquinando-4-province-del-nord-est-veneto-inquinato-ma-anche-veneto-inquinatore-di-se-stesso-una-regione-svenduta-nella-salut/
…e ora tentiamo di dare un aggiornamento sulla scabrosa vicenda di inquinamento diffuso e generalizzato dell’acqua (non più potabile se non si usano filtri raffinatissimi).

PFAS – Area ROSSA: area di massima esposizione sanitaria – Area ARANCIO: area captazioni autonome – Area GIALLO CHIARO: area di attenzione – Area VERDE: area di approfondimento – Area OMBREGGIATA: Plume di contaminazione

   Dallo scoppio del caso della contaminazione da Pfas (scoperto “ufficialmente” dal CNR nel 2013) nelle falde acquifere che riforniscono 300 mila residenti nelle province di Vicenza, Padova e Verona, sembra che non se ne esca; che non si trovi una soluzione virtuosa sia per garantire la salute delle persone che hanno utilizzato acqua contaminata; né della bonifica strutturale per fermare l’inquinamento della falda, e garantire acqua pulita dai rubinetti di casa.
All’inizio chi sollevava la questione (come medici, comitati o alcuni politici), veniva addirittura accusato di procurato allarme. Successivamente la Regione ha fatto un passo avanti e ora si ha la consapevolezza che l’inquinamento da Pfas è un vero disastro per la salute, per l’ambiente, per l’economia.
Il Pfas è una sostanza chimica che viene adoperata per impermeabilizzanti, tappeti, divani, sedili delle auto: ma l’utilizzo più noto è probabilmente quello che se ne fa come rivestimento antiaderente delle pentole e dei tessuti impermeabilizzanti.

PFAS mappa Italia

   I Pfas sono un problema solo del Veneto? Non sembra. Ci sono preoccupazione anche in provincia di Alessandria (nel comune di Spinetta Marengo), dove uno stabilimento è fabbrica di prodotti fluorurati e antiaderenti; o anche nella zona industriale lombarda fra i bacini dei fiumi Lambro e Olona; poi in Toscana nella zona conciaria di Santa Croce Sull’Arno (Pisa) e nell’area tessile di Prato. Con ogni probabilità presenze rilevabili di Pfas si trovano anche nel Polo Conciario Campano di Solofra e nel bacino del fiume Sarno.
A livello medico i Pfas sono riconosciuti come cancerogeni e responsabili di una serie di altre gravi patologie (si ipotizza ad esempio che incida sull’infertilità maschile…). In Veneto la contaminazione delle acque superficiali e le acque di falda da Pfas è concentrata in particolare sugli scarichi industriali che nel passato hanno interessato un’industria chimica di Trissino. La scoperta in Veneto è avvenuta nel 2013, da uno studio del CNR: i ricercatori evidenziavano come le elevate concentrazioni di Pfas destassero preoccupazione dal punto di vista ambientale e un possibile rischio sanitario per la popolazione che beveva quest’acqua.

PFAS IN VENETO (MAPPA ARPAV, DIFFUSIONE) – “La sola zona rossa è un’area vasta tra i 150 e i 200 km quadrati, che comprende almeno 79 comuni tra le province di Verona, Vicenza e Padova; ci abitano circa 350mila abitanti. «Ma i contaminati da Pfas sono molti di più», secondo Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna Stop PFAS di Greenpeace: «Recentemente, cittadini di comuni non inseriti nella zona considerata a rischio, hanno scoperto di avere alti livelli di Pfas grazie ad analisi fatte di propria iniziativa. È verosimile quindi che il problema sia più esteso di quanto si possa immaginare».(…)” (Sara Milanese, da “Il Manifesto” del 10/1/2018)

   In questi anni la Regione Veneto, per affrontare il problema della salute dei concittadini colpiti da questo inquinamento (specie in particolare in 21 comuni -i più colpiti dall’inquinamento- della provincia di Vicenza, ma anche in quella di Padova e Verona), da un punto di vista sanitario, medico, ha adottato la terapia della “plasmaferesi”. Cioè una tecnica di separazione selettiva di plasma dal sangue allo scopo di rimuovere dal circolo sanguigno le sostanze nocive o tossiche. Con lo scopo di “pulire il sangue”. Ed è su questa terapia medica che si è subito creato un grave scontro con il Ministero della Sanità, che non crede a questo metodo (in particolare l’Istituto Superiore di Sanità).
Uno scontro tra Roma e il Veneto su come intervenire medicalmente sulle contaminazioni da composti chimici usati in campo industriale, scontro che in questi mesi si sta mantenendo assai duro.

I NODI DELLA VICENDA (da “Il Mattino di Padova” del 3/1/2018)

   E’ su questo contesto così fragile, confuso, che gli attori in campo sembra non si trovino d’accordo su niente: la Regione rispetto al Ministero della Sanità; la ditta interessata (la Miteni di Trissino) che si propone per una bonifica ma chiede che si smetta con i carotaggi nel sottosuolo dell’azienda (minacciando la Regione per i danni che dice di subire); gli amministratori dei comuni interessati e ancor di più i cittadini, spaesati e impotenti, che guardano con preoccupazione alla loro salute, e vorrebbero tornare alla normalità, ad avere acqua potabile sicuramente pulita, con la realizzazione di una bonifica efficacie.

PFAS, I CAROTAGGI

   E, la BONIFICA, questo è un altro tema assai importante, è difficile. La vicenda della contaminazione da Pfas su questo non ha ancora ben preciso quali saranno (sono) i COSTI (che dovrà accollarsi la Miteni, tutti credono, ma la Regione deve intervenire finanziariamente lei per ora…) (Miteni è disponibile a pagare, ma chiede la fine dei carotaggi nei terreni dov’è l’azienda).
La bonifica serve anche a FERMARE LA CONTAMINAZIONE ancora in atto, con la conseguente esposizione, (alla contaminazione) che dura da anni, della popolazione dei 21 comuni della provincia di Vicenza, sia attraverso l’acqua delle falde che attraverso i prodotti agricoli lì coltivati.
La bonifica è necessaria a garantire l’ACQUA PULITA NELLE CASE. Sono sì stati messi dei filtri, ma hanno costi altissimi e pertanto occorre accelerare la realizzazione di CONDOTTE SOSTITUTIVE (nuovi acquedotti, o ristrutturare quelli esistenti). E mancano sufficienti RISORSE FINANZIARIE (almeno così la Regione Veneto accusa il Governo).

LA FABBRICA MITENI A TRISSINO (VI)

   E la bonifica è anche la necessità di “BONIFICARE IL SITO”. L’azienda che secondo Arpav ha inquinato, ora ricorre contro la Regione perché non vuole la bonifica approfondita, la continuazione dei carotaggi. E molti chiedono che ci sia la RICONVERSIONE DELL’IMPIANTO. Che da Trissino, da quello specifico terreno e luogo, la linea di produzione del Pfas si sposti in altro luogo (non contaminato) e con garanzia assoluta di produzioni non pericolose. Al depuratore di Trissino, dove scaricano diverse aziende, sono stati rinvenuti notevoli quantità di Pfas: per questo la Miteni chiede che anche altri siti siano controllati, che l’inquinamento non possa venire solo da lei.

UNA DELLE TANTE PROTESTE DELLE “MAMME NO PFAS” (questa a Montagnana)

   Adesso, nel 2018, sono passati già cinque anni dalla rilevazione ufficiale del disastro ambientale, e persiste ancora molta incertezza. Sulla bonifica da fare (quale tipo di bonifica occorra effettuare), e sulla terapia medica per la popolazione contaminata (cioè la questione sopraddetta, se la “plasmaferesi” sia giusta o meno). Il governo che sta impedendo alla Regione di far la plasmaferesi, a torto o a ragione, sta però lasciando così le persone in uno stato di indecisione.
Vanno prese invece decisioni coraggiose e coerenti…. Il gioco pericoloso delle sostanze chimiche cui tutti noi facciamo uso quotidiano, mostra la fragilità di un sistema produttivo che mai all’origine riesce a garantire certezza di salubrità nei suoi processi produttivi (e alla fine a rimetterci è la tanta popolazione coinvolta in una situazione grave e pericolosa, di disagio). (s.m.)

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IL GAMBERO VERDE

PFAS, LE ACQUE AVVELENATE DEL VENETO

di Sara Milanese, da “Il Manifesto” del 10/1/2018
– Scandali. La fonte di contaminazione si trova sepolta sotto l’azienda chimica Miteni di Trissino. Dagli anni ’70, tonnellate di rifiuti tossici inquinano fiumi e falda –
   «Usiamo l’acqua in bottiglia non solo per bere, ma anche per cuocere la pasta, per fare il brodo, per l’ultimo risciacquo alla verdura… in alcune famiglie usano l’acqua in bottiglia anche per lavarsi i denti». Queste sono le nuove abitudine quotidiane nella famiglia di Michela Piccoli, a Lonigo, provincia di Vicenza. Ci troviamo in piena «zona rossa» dell’inquinamento da Pfas (sostanze perfluoroalchiliche), i veleni che hanno contaminato gli acquedotti del Veneto centrale.
Un male scoperto solo nel 2013, grazie ad uno studio del CNR che ha rivelato livelli «allarmanti» di questi inquinanti, definiti «emergenti», perché la loro presenza non è ancora normata. Nel maggio dello stesso anno la Regione Veneto ha confermato che la principale, anche se non unica, fonte di contaminazione si trova sotto la ditta chimica Miteni di Trissino: tonnellate di rifiuti e scarti industriali sepolti dagli anni ’70, che da allora inquinano i fiumi, la falda, e i terreni. I Pfas entrano nel corpo attraverso acqua e alimenti, e si accumulano: impiegano fino a 5 anni per essere smaltiti dall’uomo, dagli animali e dall’ambiente. Le indagini sui loro effetti non hanno ancora prodotto risultati definitivi, ma le conseguenze in chi ha alti livelli di Pfas nel sangue sono già evidenti: diabete, ipertensione gravidica, patologie cardiache e del metabolismo, probabili effetti cancerogeni.
«Nella nostra famiglia siamo in 4, ma solo mia figlia 15enne rientrava nel monitoraggio della regione: le sue analisi dicono che nel sangue ha livelli di Pfas 11 volte più alti di quelli consentiti», racconta ancora Michela, Continua a leggere

UNA TURCHIA geograficamente europea (ed atlantica) dà l’ergastolo a scrittori e giornalisti dissidenti; fa la guerra ai CURDI; partecipa alla contesa del GAS METANO del Mediterraneo orientale; e per l’UE blocca i migranti nella rotta balcanica – IL CASO ENI (la nave SAIPEM) e la questione TURCO-GRECO-CIPRIOTA

Piazza di Faneromeni, Centro Storico di NICOSIA, CAPITALE DI CIPRO – NICOSIA è la città più popolosa di Cipro e il centro dell’economia cipriota. Si tratta dell’UNICA CAPITALE ANCORA DIVISA: una recinzione militare di separazione, detta “LINEA VERDE”, che corre da nordovest a sudest, la divide infatti in DUE ZONE delle quali QUELLA MERIDIONALE CAPITALE DELLA REPUBBLICA DI CIPRO e quella SETTENTRIONALE DELLA REPUBBLICA TURCA DI CIPRO, riconosciuta solo dalla Turchia. (da Wikipedia)

   Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha alzato i toni dello scontro sulle trivellazioni davanti alle coste di Cipro, che coinvolge anche una nave dell’Eni, bloccata dal 10 febbraio scorso dalla Marina militare di Ankara. Questa nave ha la funzione di essere una piattaforma per l’esplorazione di giacimenti di idrocarburi (in particolare gas metano) in acque cipriote. “Saipem 12000” (così si chiama la nave che opera su mandato dell’Eni), e i francesi di Total, sono lì appunto per avviare delle esplorazioni attorno a Cipro.

La nave dell’Eni bloccata dalla marina turca: TENSIONI NEL MEDITERRANEO ORIENTALE

Il blocco ha come scusa il fatto che in quel lembo di mare la Marina militare turca sta(va) facendo delle esercitazioni. E’ invece una ritorsione della Turchia verso tutti i soggetti geopolitici che lì stanno cercando o trasportando il gas (l’Unione Europea e suoi Paesi come Francia e Italia, Israele, il Libano, l’Egitto, e in particolare Cipro, nella parte greca dell’isola, che fa parte anch’essa della UE). Il blocco della nave Eni incide pesantemente nei già logorati rapporti fra Roma e Ankara.

Il presidente turco Erdogan – ERDOGAN CONTRO CIPRO E LA PIATTAFORMA ENI – EGEO. LA CRISI SI FA ESPLOSIVA. IL PRESIDENTE TURCO: «SONO I NOSTRI DIRITTI COME A AFRIN». L’Ue ammonisce Ankara mentre nell’area lo scontro è anche con i pozzi d’Israele – Il presidente turco Erdogan ha usato toni che lasciano ben poco spazio alla diplomazia in cui le cancellerie europee confidano ancora: “Nessuno deve pensare che passino inosservati opportunistici tentativi di esplorazione del gas. Consiglio alle compagnie straniere che operano fidandosi di Nicosia di non superare i limiti e piazzare i propri apparati. Le provocazioni sono seguite attentamente dai nostri aerei, navi e militari”. E ha concluso: “I nostri diritti ad Afrin non sono differenti dai nostri diritti a Cipro e nell’Egeo”, sottolineando come l’interessi nazionale vada difeso anche con l’intervento militare. (Dimitri Bettone, “IL MANIFESTO”, 14/2/2018 https://ilmanifesto.it/ )

L’intervento di Erdogan arriva mentre sale la tensione turca anche con la Grecia, alleata e ‘protettrice’ di Cipro, come anche dimostra lo speronamento nell’Egeo di un pattugliatore della Guardia costiera greca il 12 febbraio scorso ancorato al largo dell’isola contesa di IMIA da parte di una motovedetta turca.

“(…) L’ENI è presente a CIPRO dal 2013 e detiene interessi in sei licenze situate nell’acque economiche esclusive della repubblica (vengono chiamati BLOCCHI 2, 3, 6, 8, 9 E 11), di cui cinque come operatore. Pochi giorni fa il gruppo ha annunciato di aver effettuato una scoperta di gas nel BLOCCO 6, nell’offshore di Cipro, attraverso il pozzo CALYPSO 1, considerato “una promettente scoperta di gas”, che “conferma l’estensione del tema di ricerca di ZOHR (il grande giacimento egiziano, ndr) nelle acque economiche esclusive di Cipro”. Anche se “per una valutazione accurata delle dimensioni della scoperta, sono richiesti nuovi studi e un programma di delineazione”, dice la ditta italiana. (Emanuele Rossi, da http://formiche.net/ del 11/2/2018)

E i rapporti tra il nostro Paese e la Turchia restano appesi a un delicato gioco di pesi e contrappesi in cui l’aspetto economico conta tantissimo, e non solo per gli interessi di Eni in acque cipriote. Le aziende italiane presenti in Turchia sono molte (circa 1300) e secondo SACE (Servizi Assicurativi del Commercio Estero) l’incremento potenziale dell’export italiano entro il 2020 è stimato in circa 3 miliardi di euro. Numeri che dimostrano quanto sia scomodo questo caso.

Giacimenti di gas nella costa sud di Cipro e le tante ambizioni geopolitiche in quella parte del Mediterraneo orientale

Ma la Turchia è anche il crocevia da cui oggi passano alcune delle principali rotte del metano verso l’Unione Europa: dalla Turchia passa il CORRIDOIO TAP-TANAP dal Caspio all’Italia, e il gasdotto TURKISH STREAM nel Mar Nero.

Il 9 febbraio la piattaforma di ENI SAIPEM 12000 si stava spostando dall’AREA DI CALYPSO, nel BLOCCO 6, AL BLOCCO 3. QUI AVREBBE DOVUTO COMPIERE DELLE ESPLORAZIONI in una zona economica esclusiva cipriota IN CERCA DI NUOVI GIACIMENTI DI GAS NATURALE. ENI ha ottenuto dal governo di Nicosia la licenza per effettuare perforazioni in entrambi i blocchi. Nonostante ciò il VIAGGIO di Saipem 12000 è stato INTERROTTO DA NAVI DELLA MARINA TURCA (tra 3 e 6 imbarcazioni), che hanno motivato il loro intervento parlando di «attività militari nell’area di destinazione». IL GAS È UNO DEI NODI CHE NON SONO STATI MAI SCIOLTI. La Turchia rivendica per il nord dell’isola lo sfruttamento dei giacimenti offshore situati nel Mediterraneo Orientale. Richiesta finora sempre respinta al mittente da Nicosia, che ospita nelle proprie acque oltre a ENI e TOTAL altri top player del mercato energetico internazionale tra cui la statunitense EXXONMOBIL e l’olandese SHELL. (Rocco Bellantone, da http://www.oltrefrontieranews.it/ del 12/2/2018)

E il Mediterraneo Orientale è inoltre pieno di giacimenti di metano cui tanti cercano di esserne gli attori principali; appunto come la Turchia, il governo di Cipro (con capitale Nicosia), il vicino Libano, Israele, e tutte le grandi compagnie energetiche (come è l’Eni o la francese Total…).

LA GUERRA IN SIRIA DI ERDOGAN CONTRO I CURDI – Dal 20 gennaio I TURCHI hanno lanciato l’operazione “RAMOSCELLO D’ULIVO” per ripulire il NORD DELLA SIRIA dalle forze curde dell’Ypg, alleate degli Usa, ma considerate da Ankara terroristi alla stregua dei curdi turchi del Pkk. E l’artiglieria turca ha bombardato martedì 13 febbraio, per la prima volta, il centro della cittadina curdo-siriana di AFRIN, nella SIRIA NORD-OCCIDENTALE, capoluogo del confederalismo democratico sotto attacco del Sultano Erdogan dal 20 gennaio scorso. LA CITTADINA DI AFRIN È STATA COLPITA PIÙ VOLTE da bombardamenti aerei e di artiglieria ma il centro cittadino era stato fino a oggi risparmiato. Colpito l’ospedale, diversi parchi giochi per bambini e uno degli approvvigionamenti idrici della città. Dal 20 gennaio finora, secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, si contano 78 civili curdi uccisi. (da http://www.radiondadurto.org/ del 13/2/2018)

L’irruenza di Ankara è stata interpretata come un segnale di nervosismo di fronte agli accordi di spartizione del Bacino Orientale del Mediterraneo tra Cipro, Israele, Egitto e Libano, e che hanno relegato la Turchia in un angolo

L’ANNOSA DISPUTA TURCO-CIPRIOTA – Il caso di questi ultimi giorni è solo l’ultimo capitolo dell’annosa questione turco-cipriota. L’ISOLA È DIVISA DAL 1974, anno in cui è stata invasa dall’esercito turco in risposta a un colpo di Stato filo-greco. OGGI ANKARA CONTROLLA LA PARTE SETTENTRIONALE DELL’ISOLA (un terzo del territorio totale), governata dalla Repubblica Turca di Cipro del Nord. IL GOVERNO DI NICOSIA – l’unico che gode del riconoscimento della comunità internazionale – amministra invece LA RESTANTE PARTE DELL’ISOLA, VALE A DIRE LA REPUBBLICA DI CIPRO, DAL 2004 ENTRATA A FAR PARTE DELL’UNIONE EUROPEA. Nonostante i ripetuti tentativi di trovare un accordo tra le parti (l’ultimo è fallito lo scorso anno), una soluzione politica a questa crisi appare ancora oggi distante. E il gas è uno dei nodi che non sono stati mai sciolti. (…)(Rocco Bellantone, da http://www.oltrefrontieranews.it/ del 12/2/2018)

Ma il ruolo della Turchia come crocevia del gas naturale con i corridoi e gasdotti che abbiamo sopra detto, e passano per il suo territorio, viene messo in crisi anche da altri fattori geopolitici: come la guerra ai curdi in Siria (curdi vincitori della lotta all’Isis); e poi del sistema autoritario interno turco, che Erdogan sta attuando contro qualsiasi forma di dissenso.

Mappa dei principali giacimenti di gas nel Mediterraneo Orientale (da http://www.rienergia.staffettaonline.com/ – “I successi energetici di Ankara, registrati sia con il corridoio Tap-Tanap dal Caspio all’Italia, sia con il gasdotto Turkish Stream nel Mar Nero, rischiano di venire ridimensionati da altri due recenti sviluppi. Il primo è il PASSO INDIETRO DI ISRAELE sul PROGETTO DEL GASDOTTO DAL GIACIMENTO LEVIATHAN fino alle coste turche, dopo che i rapporti politici tra Ankara e Tel Aviv sono tornati ai minimi storici. Gli israeliani mettono oggi in dubbio l’investimento e guardano a paesi come l’Egitto o, appunto, Cipro stessa. CIPRO INFATTI È IL PERNO DEL PROGETTO EASTMED, AMBIZIOSO GASDOTTO TRA ISRAELE, CIPRO, GRECIA E ITALIA su cui l’Unione Europea ha stanziato 34 milioni di euro destinati alla IGI Poseidon, società greca che si occuperà di sviluppare il progetto, oltre ad un ulteriore fondo di 100 milioni destinati a “terminarne l’isolamento e consentire il transito di gas dalla regione del Mediterraneo orientale”. Un progetto che suscita perplessità tra gli esperti per i costi stimati in 6 miliardi di dollari.” (Dimitri Bettone, “IL MANIFESTO”, 14/2/2018 https://ilmanifesto.it/

In una Turchia così difficile da cooperare, ad esempio da sì che Israele ha rinunciato al progetto del gasdotto dal giacimento Leviathan che doveva raggiungere le coste turche, non fidandosi di Erdogan: e preferendo guardare come partners l’Egitto e, appunto, Cipro. Perché Cipro è strategica nel progetto “Eastmed”, ambizioso gasdotto tra Israele, Cipro, Grecia e Italia, di cui l’Unione Europea ha stanziato 34 milioni di euro destinati a una società greca che si occuperà di sviluppare il progetto, oltre ad un ulteriore fondo di 100 milioni destinati a sviluppare il transito del gas in tutto il Mediterraneo orientale (vedi le mappe che in questa pagine proponiamo).
Tutto questo, dicevamo, accade perché la Turchia a livello internazionale viene considerata inaffidabile. E qui in primis torna il problema dello status di Cipro Nord, anche con la delimitazione della “zona economica esclusiva” (Zee) dei paesi affacciati su quei mari, marcate secondo trattati internazionali che Ankara non riconosce.

Per QUESTIONE DI CIPRO (o QUESTIONE CIPRIOTA) si intende comunemente la situazione di TENSIONE E GUERRA effettiva venutasi a creare sull’isola di Cipro TRA LE COMUNITÀ GRECO-CIPRIOTA (maggioritaria) E QUELLA TURCO-CIPRIOTA (minoritaria), e che si è articolata in varie fasi A PARTIRE DAL 1963 fino ai giorni nostri. Allo stato attuale la situazione non è ancora risolta e ha condotto alla PARTIZIONE de facto DELL’ISOLA TRA LA REPUBBLICA DI CIPRO GRECO-CIPRIOTA, riconosciuta internazionalmente e membro dell’Unione europea, e l’AUTOPROCLAMATA REPUBBLICA TURCA DI CIPRO NORD (RTCN) che occupa il terzo settentrionale dell’isola, riconosciuta solamente dalla Turchia. (da Wikipedia – per saperne di più: https://it.wikipedia.org/wiki/Questione_di_Cipro)

   Data la vicinanza delle piccole isole greche alla costa turca infatti, la sua Zee viene compressa in un modo che la Turchia considera ingiustamente punitiva per il proprio interesse nazionale. La corsa al gas naturale non fa che alimentare contrasti sempre più grandi.
E qui si innesta la QUESTIONE TURCO-CIPRIOTA. I negoziati per la riunificazione di CIPRO, DAL 1974 DIVISA IN DUE con un’entità turca nel nord non riconosciuta dalla comunità internazionale, sono naufragati nel luglio dello scorso anno. Ankara rivendica la sovranità su una parte della cosiddetta “Zona Economica esclusiva” attorno alle coste: compreso il BLOCCO 3 in cui l’ENI dovrebbe condurre le esplorazioni. In questo “Blocco 3”, in questo braccio di mare la nave Saipem il 10 febbraio scorso era diretta dopo aver concluso i lavori nell’area 6 sul giacimento Calypso, da poco scoperto a sudovest di Cipro. Ed entrambe le zone sono oggetto di contesta tra Turchia, Cipro e Grecia.

FRONTIERA DELLA PARTE TURCA DI CIPRO – L’INVASIONE TURCA DI CIPRO, che iniziò il 20 luglio 1974, fu la RISPOSTA DELLA TURCHIA AL COLPO DI STATO MILITARE CIPRIOTA che depose il presidente cipriota, l’arcivescovo greco-ortodosso Makarios, ALTERANDO GLI EQUILIBRI faticosamente raggiunti con il TRATTATO DI ZURIGO E LONDRA del 1960 tra l’ex potenza coloniale, il REGNO UNITO, e la GRECIA e la TURCHIA, cui facevano riferimento linguistico, culturale e politico le due comunità isolane (percentualmente la comunità greco-cipriota costituiva all’incirca il 78% dell’intera popolazione e quella turca il 22%). In quel Trattato si legittimava l’intervento militare di ciascun garante in caso di sensibile alterazione dello status politico dell’isola mediterranea. (da Wikipedia, per saperne di più: https://it.wikipedia.org/wiki/Invasione_turca_di_Cipro )

   Tra le potenze interessate alla strategia del gas naturale nel Mediterraneo orientale (sia come gasdotti che lì passano che per le estrazioni del metano), c’è naturalmente l’Unione Europea, che nella sua “mission” ha anche quello di garantire il più possibile una futura autosufficienza energetica al suo interno (cosa assai ardua): e Cipro (e non, per adesso, la Turchia) fa parte dell’Unione Europea.

IL PROGETTO EASTMED DAL GIACIMENTO LEVIATHAN (DA LA STAMPA)

   Un nodo che si scioglierebbe se la Turchia, superando la politica autoritaria di Erdogan, appartenesse all’Unione Europea (come viene ad essere la società turca, occidentale, ed europea di fatto è, e si riconosce nell’Europa) (s.m.) (p.s.: Pertanto 1- è importante trovare il prima possibile UNA SOLUZIONE ALLA QUESTIONE DI CIPRO; 2- intervenire su Erdogan perché riconosca un’identità territoriale ai curdi -magari di tipo federalista-: l’artiglieria turca ha bombardato martedì 13 febbraio, per la prima volta, il centro della cittadina curdo-siriana di AFRIN, nella SIRIA NORD-OCCIDENTALE, capoluogo del confederalismo democratico sotto attacco del Sultano Erdogan dal 20 gennaio scorso con centinaia di civili curdi finora uccisi. La cittadina di Afrin è stata colpita più volte da bombardamenti aerei e di artiglieria; 3- e che la Ue non si faccia ricattare (da Erdogan) per l’accordo sui rifugiati che passavano -nel 2015- sulla rotta dei Balcani …e chissà che fine stanno facendo quelle persone…) (s.m.)

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(nella foto lo scrittore e giornalista turco AHMET ALTAN) – “Una sentenza atlantica e crudele quella del tribunale di Istanbul che venerdì 16 febbraio ha condannato all’ergastolo aggravato SEI GIORNALISTI E ACCADEMICI turchi, tra cui I FRATELLI AHMET E MEHMET ALTAN e LA REPORTER VETERANA NAZLI ILICAK, accusati di aver tentato di «rimuovere l’ordine costituzionale» (parliamo del fallito golpe militare del luglio 2016), sostenendo la presunta rete golpista di Fethullah Gulen. Accuse insostenibili, si parla di «messaggi subliminali prima del colpo di stato». AHMET ALTAN, romanziere di valore, sarà da oggi L’UNICO SCRITTORE IN GALERA DELL’INTERA EUROPA.(…)” (Tommaso Di Francesco, “Il Manifesto”, 17/2/2018)

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L’ANALISI

MEDIO ORIENTE E SIRIA: I SEI CONFLITTI CHE PESANO SUL FUTURO DELLA REGIONE – IL CAOS TRA ERRORI E ILLUSIONI

di Franco Venturini, da “il Corriere della Sera” del 21/2/2018

   L’inaudita strage siriana che dal 2011 ha fatto mezzo milione di morti e sei milioni di profughi, non si era conclusa nello scorso ottobre con la caduta di Raqqa e la definitiva sconfitta dei tagliagole dell’Isis? A scuotere i troppo distratti e gli inguaribili ottimisti ha pensato ieri Bashar Assad, con la sua abituale ferocia.

   Su GHOUTA EST, un agglomerato di 400 MILA ANIME che è l’ultima roccaforte degli islamisti anti regime NELLA VICINANZA DI DAMASCO, sono piovuti centinaia di razzi, barili esplosivi, colpi di mortaio, cannonate, bombe d’aereo.

   Secondo stime prudenti i morti civili sono 190, più di 800 i feriti, e come sempre nella mattanza siriana hanno pagato con la vita soprattutto i bambini. Si pensa che Assad abbia deciso di liquidare la spina nel fianco di Ghouta facendo seguire ai bombardamenti un attacco di terra.

   L’Onu protesta, il mediatore Staffan de Mistura dice che siamo alla vigilia di una «seconda Aleppo». Ma per quanto gli eventi di Ghouta Est suscitino indignazione e pietà, anche noi abbiamo il dovere di non essere distratti.

   E dobbiamo capire che la guerra siriana, lungi dal concludersi con la vittoria sull’Isis, si è moltiplicata per sei.

1-   IN SIRIA C’È LA GUERRA DI BASHAR ASSAD, quella che ieri si è vista a Ghouta Est. II presidente salvato da Putin vuole finirla con i ribelli, vuole evitare una spartizione del Paese, e soprattutto vuole rimanere al potere.

   Per esempio vincendo elezioni-farsa, che metterebbero in imbarazzo gli americani e i loro alleati. Bashar cerca anche di mostrarsi più autonomo da Mosca, ma senza il suo appoggio militare e politico rischierebbe nuovamente di cadere.

2-   IN SIRIA POI C’È LA GUERRA DI ERDOGAN. LE FORZE TURCHE ASSEDIANO L’ENCLAVE CURDA DI AFRIN, Continua a leggere