Il popolo della GEORGIA (contro il suo parlamento filo-russo) vuole l’EUROPA – La UE vorrà impegnarsi a un ALLARGAMENTO a tutta l’EUROPA GEOGRAFICA? – Riuscirà (dopo le elezioni di giugno) a diventare soggetto (democratico) globale, sui temi dei diritti umani, dell’economia, della riconversione ecologica, del garantire la giustizia e pace mondiale?

(GEORGIA, proteste pro Europa; foto da https://www.ilriformista.it/)“(…) La popolazione della Georgia è numerosa quanto quella della Toscana. Sono meno di quattro milioni di abitanti e in questi giorni sembrano tutti per le strade di Tbilisi, tanto sono affollate, calpestate, rischiose. Le proteste contro il governo e contro la “legge russa”, approvata dal Parlamento, vanno avanti da settimane, di giorno e di notte, sono incessanti, determinate e forse dovranno esserlo a lungo. (…)” (Micol Flammini, da “Il Foglio” del 14/5/2024)

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In blu gli Stati membri dell’Unione Europea; in giallo i candidati all’adesione (mappa da https://it.wikipedia.org/)

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EUROPA 2024, GUAI STARE NEL MEZZO

di Marco Bentivogli, da CeSPI (Centro Studi di Politica Internazionale), https://www.cespi.it/, maggio 2024

   Ci avviciniamo rapidamente al rinnovo del Parlamento Europeo. Nel 2019 la divisione marcata tra forze apertamente nazional populiste e anti-europeiste che spingevano per l’uscita dall’Euro e forze dichiaratamente europeiste è stata, paradossalmente, una chiave positiva per dare vivacità, partecipazione e slancio al dibattito sull’Europa.

   Lo scenario è cambiato. Lo scontro commerciale e politico tra Usa e Cina, l’invasione russa dell’Ucraina, il determinarsi di nuovi equilibri orientati a un disordine multipolare piuttosto che a un ordine multilaterale, richiedono un ruolo sempre più forte dell’Unione europea.

   Eppure l’Europa è più divisa oggi che nel 2019. Il fronte sovranista si è ridefinito e riarticolato e ora, per la prossima Commissione, si profila un accordo tra conservatori e popolari. Troppe le incertezze e le timidezze che hanno indebolito il fronte anti-sovranista a cominciare dall’Italia dove a fronte di legami strutturali sempre più stretti con i partners europei – i paesi dell’Unione continuano a rimanere di gran lunga lo sbocco principale per le imprese italiane – le ultime elezioni hanno consegnato per la prima volta il Paese alla guida di forze dichiaratamente euroscettiche e orgogliosamente sovraniste.

   Peraltro occorre riconoscere come il burocratismo, l’inefficacia decisionale, la scarsa legittimazione popolare, eterogeneità delle condizioni nelle diverse regioni restano il terreno su cui i sovranisti giocano la partita contro le istituzioni di Bruxelles. In realtà, gran parte di questi fallimenti sono dovuti al ruolo preminente degli Stati nazionali e ad una scarsa cessione di sovranità alle istituzioni comunitarie: questo processo si è realizzato solo in ambito di politica monetaria con la nascita della BCE, mentre le politiche fiscali e industriali, rimaste in mano ai governi nazionali, sono scarsamente efficaci senza capacità di investimento sovranazionale È come non far arrivare l’acqua all’orto e arrabbiarsi se le piante si seccano.

   Alle elezioni europee del 2024 il progetto europeo arriva quindi ammaccato. ma l’Europa unita è e resta la soluzione, non il problema, serve un’inversione di rotta. Oggi parlare di “ever closer Union” ovvero di Unione sempre più coesa, senza che le persone abbiano chiare le ricadute pratiche sulla loro vita, serve solo a dare ulteriore carburante ai populisti-sovranisti che stanno agitando il clima pre-elettorale in vista delle prossime elezioni europee del 2024.

   Anche di fronte a quanto sta avvenendo tra Russia e Ucraina occorre riconoscere che l’argomento dell’Unione europea come spazio privo di conflitti e costruttore di pace, ha molta presa sulle generazioni che hanno vissuto le guerre mondiali e il loro portato di morte e distruzione ma per le nuove generazioni che hanno sempre vissuto nella pace e conoscono la guerra dalle tv “all-news” l’argomento non è altrettanto forte. Per questo non si può stare nel mezzo, bisogna impugnare la causa dell’unità europea e motivare le proprie convinzioni tra le persone.

   Completare il disegno europeo significa ridurre le disuguaglianze tra le regioni, integrare i sistemi formativi, assumere il pieno controllo delle politiche economiche e fiscali, avere un sistema di difesa comune, eleggere direttamente il Presidente degli Stati Uniti d’Europa.

   Tutto questo va compiuto avendo consapevolezza di quanto sia cambiata la società europea – si pensi alle nuove tendenze demografiche – e quindi quanto e come debba essere riformato il mondo della produzione. Ripensare i lavori fuori dai paradigmi e dalle convenzioni giuridiche del ‘900 può liberare energie impensabili così come ridefinire il welfare per ritrovare il consenso e l’adesione delle grandi masse al progetto comune. Finora l’Unione non si è mai direttamente occupata di questo ma proprio l’orizzonte di un welfare comune potrebbe essere quella nuova frontiera capace di dare nuova linfa e spinta propulsiva al sogno europeo. Brexit, a Ovest, Erdogan a Est sono due esempi che dimostrano quanto il sovranismo nella pratica sia nocivo e contrario agli interessi dei lavoratori.

   Siamo alle porte del secondo balzo in avanti dell’umanità in termini scientifico tecnologici. La ricerca sta già offrendo e offrirà sempre di più una capacità di abitare in modo più intelligente il pianeta per chi saprà cogliere la sfida su campo aperto.

   Progettare lavori, opere, ecosistemi a #umanitàumentata rilancia un’impresa e la rende non solo più forte ma il luogo di costruzione condivisa del futuro. Il nostro continente può essere lo spazio di realizzazione di queste nuove architetture sociali, economiche, industriali. L’Unione europea può diventare la piattaforma di impulso di un mondo aperto libero, sostenibile e solidale, le alternative a questi valori sono dall’altra parte. Bisogna scegliere.

   Se di sovranità bisogna parlare, allora parliamo di quella industriale e tecnologica. Dobbiamo riconquistare una sovranità europea autonoma ma non equidistante, tra Cina e Stati Uniti. Intelligenza Artificiale, reti cloud, robotica, ricerca di base e applicata, etc. meritano una capacità europea che non si fermi a costruire buoni regolamenti (vedi Gdpr) ma a elaborare nuovi standard (come avvenne per il Gsmnelle tlc), come dovrebbe avvenire per le reti cloud (con Gaia X). Su questo, si può ricostruire una leadership globale, centrale e di orientamento degli stessi G2, Stati Uniti e Cina, capace di aggregare campioni europei in tutti i settori. Altrimenti, senza la capacità di revisione dei trattati (a partire dalla concorrenza), e quella di revisione del patto di stabilità, molti Governi che hanno promesso cose irrealizzabili, alla vigilia delle elezioni europee, tra un anno torneranno a dare la colpa all’Europa, quando invece la mancanza di risultati è figlia proprio dell’incoerenza e inaffidabilità delle leadership sovraniste innanzitutto nei confronti dei loro elettori, quindi del proprio Paese e infine dell’Europa stessa. Per questo non deve essere lasciato solo alle istituzioni e ai gruppi parlamentari il rilancio del sogno europeo ma deve essere portato al centro del discorso pubblico e della società civile europea.

   Ma servono gruppi dirigenti, élite in ogni ambito con queste visioni e capacità. Storicamente hanno portato avanti il progetto europeo, leadership centrali agli schieramenti politici, come Adenauer, Schuman, De Gasperi, poi Kohl e Prodi.  Tutti e 5 cattolici, i primi tre, uomini di frontiera, perseguitati dalle dittature nazifasciste.

   Chi ha a cuore il destino dell’Unione non può prescindere da questa eredità, da queste biografie.

Per la sinistra e tutti gli europeisti c’è un bivio, non irrilevante, inseguire i populisti (come fece Corbyn) nei loro progetti più miopi o abbandonare, tutta la retorica dell’“Europa si, ma” e dare tutte le proprie energie migliori al completamento del sogno europeo. Non vi sono solo ragioni “ideali” per seguire con determinazione la seconda strada: tornare a lavorare seriamente per il sogno europeo è conveniente ed urgente. In questa fase, le sfumature, gli atteggiamenti rinunciatari sono più pericolosi della demagogia.

(Marco Bentivogli, da CeSPI (Centro Studi di Politica Internazionale), https://www.cespi.it/, maggio 2024)

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I leader europei riuniti a Bruxelles (foto da www.avvenire.it/)

LA SCELTA DEL CONSIGLIO EUROPEO, DEI GOVERNI, DI “NON DECIDERE” SULLA PROPOSTA DI RIFORMA DEI TRATTATI DEL PARLAMENTO EUROPEO VIOLA I TRATTATI STESSI

di ROBERTO CASTALDI, da EURACTIV Italia, 2/3/2024

   Il Consiglio Europeo, la riunione dei capi di stato e di governo dell’Unione Europea, si appresta ancora una volta a violare le norme europee, sancite dal Trattato di Lisbona, che governano l’Unione europea. I Trattati infatti prevedono che il Parlamento europeo abbia il potere di proporre ulteriori riforme dei Trattati e in quel caso il Consiglio Europeo è chiamato a decidere a maggioranza semplice (non a maggioranza qualificata, né all’unanimità) sull’avvio di un processo di riforma, seguendo due strade: attraverso una convenzione Europea nel caso di riforme rilevanti oppure con una procedura semplificata nel caso di riforme di minor peso. Il pacchetto di riforme che il Parlamento Europeo ha approvato lo scorso novembre, frutto delle proposte scaturite dalla Conferenza sul Futuro dell’Europa, è un progetto organico di riforma dei Trattati che modifica completamente la governance dell’UE superando l’unanimità, rafforzando i poteri dell’Unione in ambito fiscale, energetico, in politica estera di difesa e in altri campi di rilevanza fondamentale per l’Europa. Di fronte a tale proposta, la risposta del Consiglio europeo è stata quella di mettere in stand by la questione rimandandola sine die. (Roberto Castaldi, da euractiv Italia, 2/3/2024)

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La GEORGIA  e le due regioni (Abcasia e Ossezia del Sud) occupate da Putin (mappa da https://it.wikipedia.org/wiki/)

SFINIRE LA PIAZZA PRIMA DI OTTOBRE È LA SCOMMESSA DI “SOGNO GEORGIANO”

di Micol Flammini, da “Il Foglio” del 14/5/2024

   La popolazione della Georgia è numerosa quanto quella della Toscana. Sono meno di quattro milioni di abitanti e in questi giorni sembrano tutti per le strade di Tbilisi, tanto sono affollate, calpestate, rischiose. Le proteste contro il governo e contro la “legge russa”, approvata dal Parlamento, vanno avanti da settimane, di giorno e di notte, sono incessanti, determinate e forse dovranno esserlo a lungo.

   La presidente del paese, Salomé Zourabichvili, potrebbe porre il veto sulla legge, il veto potrebbe essere poi superato con un altro voto in Parlamento e questo sarà il preludio delle elezioni di ottobre, in cui il partito di maggioranza, Sogno georgiano, vuole rivincere a ogni costo.

   Allora la protesta dovrà andare avanti, dritta fino a ottobre, organizzata e pronta a pressione e repressione asfissianti. Sarà un rischio, ma Sogno georgiano ha già fatto la sua scommessa: i manifestanti si stancheranno. Marika Mikiashvili, del partito di opposizione Droa, è sicura che il governo farà di tutto per sfiancare i manifestanti, la propaganda è già in azione, manifestare è rischioso, e poi c’è la particolarità di questa piazza senza un leader: “Si diceva che noi georgiani avessimo bisogno di un capo politico, di un potere centrale forte. Si diceva che i georgiani protestano ma poi si stancano. Ci stiamo meravigliando di noi stessi, questa protesta è orizzontale, ci sono varie anime che collaborano, è tutto nuovo”, dice al Foglio entusiasta per l’energia della protesta e preoccupata per la repressione crescente.

   Sono arrivati in strada i picchiatori, ci sono gli arresti, ci sono telefonate di intimidazione ai parenti dei leader dell’opposizione. Il governo ha messo in conto che è a ottobre che vuole arrivare e così vuole sfinire questi manifestanti, con l’intento di vederli stanchi e demotivati per le prossime elezioni. “Nessuno vuole una rivoluzione, vogliamo tutti le elezioni, ma ci teniamo che siano oneste, trasparenti. Non so prevedere che effetto potrebbe avere una finta elezione”.

   E’ bene iniziare ad andare oltre con il pensiero e con la strategia, il cammino da qui ai primi di giugno sembra scritto: “Credo che il governo abbia intenzione di arrivare fino in fondo con la legge. Forse qualcosa potrebbe cambiare se ci saranno scioperi di varie categorie. Potrebbero edulcorarla, ma non credo che abbiano intenzione di fare un passo indietro”.

   Uno lo fecero lo scorso anno, quando per la prima volta Sogno georgiano presentò la “legge russa”, che vuole imporre alle organizzazioni che ricevono più del 20 per cento di finanziamenti dall’estero di registrarsi come agenti stranieri. I georgiani scesero in strada, pronti a tutto, il governo fece finta di ripensarci, ma si prese un anno per pianificare una strategia migliore: “La propaganda è forte, il governo dice che chi manifesta è a favore di una Georgia pronta a farsi colonizzare, noi georgiani non percepiamo l’occidente come un colonizzatore”, anzi temono che se la Georgia andrà avanti con questa legge diventerà un pariah internazionale, perderà le sue credenziali con l’Unione europea, che le ha dato lo status di paese candidato.

   E’ un’altra la colonizzazione che la Georgia teme: quella che viene dal Cremlino. Il rischio è che più che all’Ucraina, queste proteste somiglino alla Bielorussia: “Il paragone con le manifestazioni di Euromaidan che iniziarono a Kyiv nel 2013 spesso lo fa anche ‘Sogno georgiano’ in modo dispregiativo. E’ un paragone che usano per dirci che quelle proteste portarono all’invasione russa dell’Ucraina, quindi per accusare i manifestanti di mettere a rischio la sicurezza del paese. In sé questa affermazione fa ridere, è come se ‘Sogno georgiano’ stesse ammettendo: se ci cacciate, se ci fate dimettere, la Russia verrà in nostro soccorso”.

   Se qualcuno in queste proteste viene arrestato, la folla lo protegge. Ci si fa scudo gli uni con gli altri, si marcia insieme, ci si difende insieme. E’ questo il senso di comunità georgiana, “è una società piccola e coesa”, dice Mikiashvili. “Se qualcuno ancora giustifica il governo è perché crede che sia europeista ma ha in mente un altro cammino per portare il paese nell’Unione europea. Se aumenterà la violenza, anche queste persone capiranno che invece la destinazione verso cui ci traghetterà il governo è nel verso opposto, lontano dall’Ue”. (MICOL FLAMMINI)

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L’UE SPERA NELLE ELEZIONI PER SALVARE LA CANDIDATURA DELLA GEORGIA

di David Carretta, da “Il Foglio” del 14/5/2024

Bruxelles. La Georgia si trova a un bivio tra il modello Bielorussia di paese sotto il controllo del Cremlino e la strada per entrare nell’Unione europea.

   Da un mese decine di migliaia di manifestanti, in gran parte giovani, protestano ogni giorno nella capitale Tbilisi contro una legge sull’influenza straniera che il governo ha copiato dalla Russia di Vladimir Putin per reprimere le organizzazioni delle società civile. Il partito al potere, Sogno Georgiano, nelle mani dell’oligarca filo russo Bidzina Ivanishvili, ha deciso di passare alla forza. Il Parlamento ha approvato in terza lettura quella che è stata ribattezzata dall’opposizione la “legge russa”, che obbliga le organizzazioni che ricevono più del 20 per cento di finanziamenti dall’estero a registrarsi come agenti “al servizio degli interessi di una potenza straniera”.

   Le 50 mila persone nella piazza dell’Europa a Tbilisi sabato sera, il coraggio dei giovani colpiti dalla violenza della polizia, le migliaia di bandiere a dodici stelle al fianco di quelle della Georgia e la posta in gioco geopolitica non sono bastati a convincere i leader dell’Ue ad andare oltre le pacche sulle spalle ai democratici e i vaghi avvertimenti al governo di Irakli Kobakhidze.

   Le manifestazioni contro la “legge russa” dimostrano “l’impegno e il desiderio davvero impressionanti della vasta maggioranza dei cittadini georgiani per il futuro europeo del loro paese”, ha detto ieri il portavoce dell’Alto rappresentante, Josep Borrell.

   E’ arrivato il momento delle sanzioni? “Non ci siamo ancora”. A chiedere a Borrell di preparare misure restrittive mirate contro Ivanishvili, Kobakhidze, il presidente del Parlamento, Shalva Papuashvili, e i parlamentari georgiani che hanno approvato definitivamente la legge è stato un gruppo di quattro eurodeputati uscenti. Ivanishvili, che ha anche la nazionalità francese, potrebbe essere più conciliante di fronte alla prospettiva di vedersi vietato l’ingresso nell’Ue e congelato parte del patrimonio.

   I quattro deputati – il socialista Thijs Reuten, la popolare Miriam Lexmann, la verde Viola von Cramon-Taubadel e il liberale Petras Austrevicius – chiedono a Borrell anche di prepararsi a interrompere il dialogo di alto livello con la Georgia e a bloccare l’apertura dei negoziati di adesione.

   Alcuni deputati degli stati membri – il tedesco Michael Roth, il lituano Zygimantas Pavilionis, il finlandese Sebastian Tynkkynen, il polacco Bogdan Klich, il ceco Pavel Fischer – hanno deciso di andare a Tbilisi per dimostrare sostegno ai manifestanti. “La vera capitale dell’Europa”, ha detto Roth, presidente della commissione Esteri del Bundestag.

   Ma la visita è simbolica. La Commissione di Ursula von der Leyen, che con i finanziamenti ha una forte leva da usare con il governo, ha scelto un profilo basso. Né Borrell né il commissario all’Allargamento, Olivér Várhelyi, hanno ritenuto utile fare il viaggio. Il primo maggio è stato inviato a Tbilisi un alto funzionario, il direttore generale per l’Allargamento, Gert Jan Koopman, per avvertire che la “legge russa” rischia di far deragliare la candidatura della Georgia.

   Tra i leader delle istituzioni dell’Ue solo il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha preso il telefono in mano per dire al premier Kobakhidze che “il futuro della Georgia appartiene all’Ue” e che i manifestanti “devono essere ascoltati”, mentre ieri in una lettera indirizzata a Borrell e Várhelyi dodici ministri degli Esteri hanno chiesto di dire che è della “massima importanza assicurare il futuro europeo della Georgia” e che occorre indicare “conseguenze concrete” in caso di adozione della legge.

   I leader dell’Ue sembrano avere paura di una rivoluzione democratica o un cambio di regime. In Ucraina, nel gennaio del 2014, la visita dell’allora Alto rappresentante dell’Ue, Catherine Ashton, a Maidan galvanizzò i manifestanti fino alla caduta del filo russo Viktor Yanukovich il mese successivo.

   L’Ue spera nelle elezioni legislative e presidenziali del prossimo autunno per evitare che la Georgia finisca fuori dalla strada verso l’adesione per imboccare quella del modello bielorusso. Anche la presidente Salomé Zourabichvili, in conflitto aperto con Sogno Georgiano, ritiene che “l’importante ormai è concentrarsi sulle legislative di ottobre”.

   Delle discussioni sono in corso tra i partiti di opposizione per creare una piattaforma delle forze democratiche e pro europee. Ma, per il momento, le esitazioni giocano a favore di Vladimir Putin. Il veto di Zourabichvili alla “legge russa” sarà superato da un altro voto in Parlamento. Sogno Georgiano potrà allora usarla per reprimere l’opposizione in vista delle elezioni. La sanzione ultima dell’Ue è revocare lo status di paese candidato della Georgia. Cioè lasciarla a Putin. (DAVID CARRETTA)

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(Sostenitori di Ucraina organizzano una protesta a margine del Consiglio europeo a Bruxelles il 29 giugno 2023, foto da https://euractiv.it/)
SUGLI GLI EFFETTI POSITIVI PER TUTTA LA UE DELL’ENTRATE DELL’UCRAINA NELLA UE, LEGGI:
Bene l’allargamento dell’UE, ma non dimentichiamoci dell’economia – Euractiv Italia

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ALLARGAMENTO: come funziona e quali Paesi:

Allargamento dell’UE – Unione europea (europa.eu)

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PAESI ENTRATI NELLA UE IL 1 MAGGIO 2004 (mappa da https://tg24.sky.it/)

2004 – 2024: VENT’ANNI FA IL GRANDE ALLARGAMENTO DELL’UNIONE EUROPEA. BILANCI

di DAVID CARRETTA, da IL FOGLIO quotidiano, 1/5/2024, https://www.ilfoglio.it/

– Il primo maggio l’Unione europea ha festeggiato il ventennale del grande allargamento del 2004, dove aderirono dieci paesi. Celebrazioni un po’ sottotono, nonostante i numerosi successi del progetto europeo in questi ultimi vent’anni. Una rassegna –

BRUXELLES. Il primo maggio, l’Unione Europea ha festeggiato il ventennale del grande allargamento del 2004. La guerra della Russia in Ucraina, la crescita dell’estrema destra prima delle elezioni europee, la deriva illiberale di Ungheria e Slovacchia hanno reso la festa molto sottotono. Il Parlamento europeo ha tenuto una cerimonia il 24 aprile, infilata nell’ultima sessione prima della fine della legislatura in mezzo a centinaia di voti, con un discorso poco ispirato della presidente della Commissione, Ursula von der Leyen.

   La presidenza belga dell’Ue lunedì ha invitato i ministri per gli Affari europei a una cerimonia celebrativa. Il 30 aprile c’è stata una discussione tra loro sulle elezioni apprese dall’allargamento del 2004, mentre von der Leyen ha pronunciato un discorso a Praga. A Bruxelles la Commissione ha organizzato una “flashmob”: una manifestazione improvvisata per ricordare questo anniversario. È il sintomo di un pericolo. Che il successo del grande allargamento a dieci stati membri del 2004, quello che è servito a riunificare l’Europa dopo la separazione della Cortina di ferro, faccia soprattutto paura. Guardando al futuro e al prossimo grande allargamento è come se l’Ue avesse paura della sua più grande forza.

   Se c’è una politica che ha dimostrato tutto il suo successo, sia politicamente sia economicamente, è l’adesione dei dieci paesi che un tempo venivano chiamati con un certo disprezzo “la Nuova Europa”. Il successo economico è evidente guardando ai dati. Venti anni fa, il grande interrogativo era quanto sarebbe costato far uscire una serie di paesi impoveriti da decenni di comunismo, quanti “idraulici polacchi” avrebbero rubato posti di lavoro in Francia, quanto ci avrebbero rimesso Spagna o Italia di fondi coesione.

   Invece, l’Ue ha trasformato i paesi Baltici nelle tigri europei. L’Ungheria, la Slovacchia e la Repubblica ceca sono diventate delle mini potenze industriali del mercato unico. La Polonia è diventata terra di opportunità. Anche “l’Ue dei quindici” ha potuto beneficiare di un enorme impulso interno. Le esportazioni spagnole verso i dieci sono raddoppiate. Gli scambi commerciali dell’Italia di beni con questi paesi è aumentato del 77 per cento. “Molti dubitavano della capacità dell’Ue di integrare popolazioni ed economie di più di 100 milioni di persone”, ha ricordato il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel. Invece, il risultato è stato “spettacolare”, ha detto Michel.
   Secondo la Commissione, il Pil medio pro capite dei dieci paesi che hanno aderito nel 2004 è cresciuto dal 59 per cento della media dell’Ue all’81 per cento. L’Estonia ha registrato un tasso di crescita medio annuo del reddito nazionale lordo superiore all’8 per cento. Polonia, Slovacchia, Malta e Lettonia sono cresciute in media di oltre il 7 per cento. I salari reali sono raddoppiati tra il 2004 e il 2023. I livelli di povertà ed esclusione sociale sono diminuiti dal 37 per cento nel 2005 al 17 per cento nel 2020. Il numero di bambini a rischio di povertà è diminuito dal 41 per cento al 17 per cento. La percentuale di persone di età compresa tra 25 e 34 anni con un’istruzione terziaria è aumentata di quasi 20 punti percentuali. La “Nuova Europa” è agile, innovativa, intraprendente, giovane e brillante. Sicuramente più di una “Vecchia Europa” che appare sempre più appesantita da élite e popolazioni sempre più avverse al rischio.

   Sul piano politico il bilancio può apparire meno positivo. L’Ungheria si è trasformata in un regime democratico illiberale dopo 14 anni di governo di Viktor Orban. Gli otto anni di governo del Partito Legge e Giustizia (PiS) in Polonia hanno eroso le fondamenta dello stato di diritto a un livello tale che il primo ministro, Donald Tusk, sta faticando a tornare a una democrazia liberale piena. La Slovacchia è ricaduta nelle mani di Robert Fico che, appena riconquistato il potere, sta smantellando la legislazione anti corruzione. L’argomento alla moda è che il grande allargamento del 2004 fosse stato precipitato per ragioni politiche e che le democrazie dei dieci nuovi entranti non fossero sufficientemente consolidate per gli standard dell’Ue. Oggi dunque se ne pagherebbe il prezzo.
   La realtà è più complessa. La Polonia dimostra che le forze delle democrazie liberali possono riconquistare il potere, anche quando un regime illiberale ha preso il controllo delle redini dello stato per quasi un decennio. In Repubblica ceca Andrej Babiš non è diventato un Orban. Nei Baltici le forze politiche filo russe non sono riuscite a destabilizzare il corso occidentale dei loro governi pro europeo e filo atlantisti. La democrazia e lo stato di diritto, inoltre, sono sempre più fragili anche nella “Vecchia Europa”, sottoposti a costanti attacchi da parte di avversari interni ed esterni.
   In realtà, il grande allargamento e l’Ue hanno permesso il consolidamento accelerato delle democrazie degli entranti. Basta guardare all’evoluzione dei paesi vicini, quelli rimasti fuori per scelta dell’Ue o per imperialismo della Russia, per averne la controprova. Le riforme nei paesi Balcani si sono arrestate quando l’Ue ha smesso di fare sul serio sulla loro adesione. Recep Tayyip Erdogan ha imboccato la strada della Turchia neo ottomana e illiberale quando ha capito che le porte dell’Ue di fatto erano chiuse. In Ucraina, Georgia e Moldavia, i leader pro russi, gli oligarchi e la corruzione hanno rialzato la testa ogni volta che l’Ue ha guardato più o meno consapevolmente altrove. La Bielorussia è una dittatura poverissima, oltre che un vassallo di Mosca.

   L’allargamento è stata la vera arma del “soft power” dell’Ue. E lo è ancora. L’Ucraina resiste all’aggressione di Vladimir Putin grazie anche alla prospettiva di entrare nell’Ue. In Georgia i cittadini si ribellano al governo filo russo che approva una “legge russa” con le bandiere europee. La Moldavia vede nell’Ue la garanzia per liberarsi della minaccia russa. Nei Balcani occidentali, tra mille contraddizioni, la marcia verso l’Ue di Albania, Bosnia Erzegovina, Macedonia del nord, Montenegro e Serbia (in attesa del Kosovo) è ripartita e con essa alcune (troppo poche) riforme. Durante una conferenza a Bruxelles, la presidente della Moldavia, Maia Sandu, ha chiesto all’Ue di adottare “un bilancio per la pace, cioè un bilancio che faciliti l’allargamento dell’Unione”.
   Il primo maggio 2004 non è stata “solo la nascita di un’Unione più ampia. È stata la nascita di una nuova era”, ha ricordato von der Leyen davanti al Parlamento europeo. “Era stata una notte di promesse, perché l’Europa è una promessa: la promessa che tutti gli europei possono essere padroni del proprio destino. La promessa di libertà e stabilità, pace e prosperità”, ha aggiunto la presidente della Commissione. Von der Leyen ha ragione. Come ha ragione quando dice che “oggi il desiderio di unire l’Europa e completare la nostra Unione è più importante che mai”. Ma il desiderio è più forte oltre la linea di confine che divide l’Ue dai nuovi aspiranti entranti.
   Da questo lato del confine si sentono già le voci di chi dice che l’Ue non sarà mai pronta ad accogliere altri otto nuovi membri e comunque non l’Ucraina perché è troppo grande. Ci sono già proteste per l’ingresso di prodotti agricoli ucraini e si fanno già i calcoli di quanto perderebbe l’Italia o l’Ungheria di fondi di coesione. La stessa von der Leyen ha scelto di fare del prossimo grande allargamento un processo burocratico. Nel giargone europeo si dice “processo basato sul merito”: un’infinita lista di riforme che devono essere realizzate una a una, verificate da un burocrate a Bruxelles e certificate all’unanimità da tutti gli stati membri. Von der Leyen rifiuta anche una nuova data “big bang”. Il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, invece, ha proposto il 2030. “L’allargamento è una pietra angolare della nostra strategia di sovranità”, ha detto Michel.
   Il rischio è ricadere nell’apatia burocratica. Peggio ancora: il pericolo è usare l’apatia burocratica per nascondere la paura del proprio successo. Le conseguenze non sarebbero diverse da quelle che Michel ha evocato se l’Ue non avesse fatto la scelta strategica dell’allargamento venti anni fa. “Provate a immaginare per un momento come un’Ue più piccola e debole, con soli 15 stati membri, avrebbe fatto fronte alla guerra della Russia contro l’Ucraina? Una nuova Cortina di ferro nell’Est sarebbe emersa. La Russia avrebbe occupato in modo permanente questi paesi, sia ideologicamente sia politicamente. L’Est sarebbe caduto vittima del dominio e della soppressione della Russia”, ha detto Michel. “È agghiacciante da immaginare”(DAVID CARRETTA, da IL FOGLIO quotidiano, 1/5/2024)

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L’Unione europea com’è nel 2024, nei suoi 27 paesi (mappa da https://european-union.europa.eu/)

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PAESI CANDIDATI A ENTRARE NELLA UE AL 2024 (mappa da https://tg24.sky.it/jpg/)

L’UE DEL POST-ELEZIONI ALLA PROVA CON ALLARGAMENTO E GOVERNABILITÀ Dopo le elezioni del Parlamento europeo si dovrà affrontare il tema dell’ingresso di nuovi Paesi, dai balcanici all’Ucraina e alla Moldavia. Ma una Unione a 30-32 membri non potrà funzionare senza riforme fondamentali come l’abolizione del diritto di veto. (…) La Commissione Ue è il principale organo esecutivo dell’Unione europea, mentre il Consiglio europeo riunisce i capi di Stato e di governo dei 27 Stati membri e ha funzioni di indirizzo politico. Entrambe le nomine saranno decise dopo le elezioni europee che si terranno dal 6 al 9 giugno, tenendo conto per l’appunto dei risultati elettorali. (…)” (Rodolfo Ricci, da http://www.conquistedellavoro.it/, 3/5/2024)

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C’È UNA LUNGA LISTA D’ATTESA PER ENTRARE NELL’UE

di MATTEO NEGRI, da https://pagellapolitica.it/, 20/3/2024

– Dall’Ucraina alla Bosnia-Erzegovina, passando per la Turchia e l’Albania: vari Paesi vorrebbero aggiungersi agli attuali 27 Stati membri, ma il percorso è tutt’altro che semplice e breve –

   Il 12 marzo la Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen ha raccomandato al Consiglio dell’Unione europea di aprire i negoziati per l’ingresso della Bosnia-Erzegovina nell’Unione europea. «In poco più di un anno sono stati compiuti più progressi che in un decennio», ha dichiarato von der Leyen per giustificare questa scelta. (…)

   La Bosnia-Erzegovina non è l’unico Paese in lista d’attesa. Il processo di “allargamento” dei confini dell’Ue è fermo da più di dieci anni, da quando Continua a leggere

Le difficoltà della POLONIA date dal pericolo russo (con l’aggressione di Putin all’Ucraina e le mire di riconquista dei paesi ex-sovietici). La fine del governo di ultradestra ha riportato il Paese in Europa; ma latitano i diritti civili (specie per le donne); con lotte sociali interne (degli agricoltori) – E la Polonia vuole la fine dell’èra del CARBONE (che sta avvelenando i polacchi)

(Il corridoio di Suwałki, mappa da www.corriere.it/)

IL CORRIDOIO DI SUWALKI. Noto anche come “breccia di Suwalki​”, il corridoio di Suwalki​ è un lembo di terra quasi disabitato lungo circa 65 chilometri posto a cavallo del confine tra Lituania e Polonia.   Diventato una rotta commerciale di grande importanza strategica per il collegamento tra l’oblast’ (oblast: un tipo di suddivisione territoriale presente in alcuni Stati slavi ed ex repubbliche sovietiche, una ripartizione amministrativa, ndr) di Kaliningrad, exclave russa, e la Bielorussia, il corridoio riveste una posizione importante dal punto di vista militare, geopolitico ed economico da quando la Polonia e i Paesi baltici hanno lasciato rispettivamente il Patto di Varsavia e l’URSS per poi aderire alla NATO e all’Unione europea.   Considerato il “tallone d’Achille” della Nato da quando la Lituania, l’Estonia e la Lettonia hanno lasciato il blocco sovietico, in caso di conquista da parte della Russia potrebbe fungere da cuneo tra la Polonia e i tre Stati Baltici, che verrebbero così isolati dalla Nato e dalla stessa Polonia. Un fatto, questo, che ha fatto aumentare le tensioni tra la Russia e l’Alleanza Atlantica dopo la conquista della Crimea da parte di Mosca nel 2014. Tensioni cresciute ulteriormente dopo l’invasione dell’Ucraina nel febbraio del 2022, e che hanno portato nella primavera dello stesso anno la Nato e la Lituania a rafforzare la presenza militare nell’area del corridoio, e poi l’Unione europea nel giugno 2022 a bloccarne l’utilizzo, impedendo il passaggio via terra da e per Kaliningrad, come conseguenza delle sanzioni imposte alla Russia per invasione dell’Ucraina.   LE ESERCITAZIONI. Un fatto, questo, che ha portato la Lituania e la Polonia ad organizzare una nuova esercitazione militare a partire dal 21 aprile scorso (2024), proprio nei pressi del corridoio di Suwalki. A partecipare, oltre ai soldati dei due paesi, anche truppe di supporto appartenenti ad altri Paesi membri della Nato, per un totale di circa 1.500 soldati e centinaia di unità mobili. L’esercitazione ha avuto come obiettivo il coordinamento sul campo della difesa nel corridoio di Suwalki. (da https://www.ilgazzettino.it/)

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(Una Centrale a carbone in Polonia; foto da https://euractiv.it/)

“(…) L’aria della Polonia è stata avvelenata da quello che è considerato un combustibile fossile “sporco”, il carboneKrzysztof Bolesta (segretario di Stato polacco per il clima e l’ambiente) ha dichiarato: “Questa è la priorità numero uno da cambiare perché non puoi vivere in un paese che fondamentalmente ti uccide”.   Il programma “Clean Air” mira a eliminare gli episodi di smog in Polonia. Ha un budget di 25 miliardi di euro entro il 2030, una parte del denaro proveniente dall’UE. Introdurrà standard più severi ma investirà anche di più nelle energie rinnovabili, nello stoccaggio dell’energia e nell’elettrificazione dei trasporti pubblici a livello locale. (…)” (Nathan Canas, da euractiv.com, 8/3/2024)

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Secondo l’Agenzia internazionale per l’energia nel 2022 il 70 per cento dell’elettricità prodotta in Polonia proveniva dal carbone – “(…) Il carbone costituisce il 70% dell’elettricità prodotta in Polonia e quasi la metà delle famiglie del paese ne fa affidamento per il riscaldamento. L’estrazione del carbone rimane un importante fattore economico nelle zone rurali. Sebbene la data ufficiale per la completa eliminazione del carbone sia il 2049, l’introduzione delle fonti energetiche rinnovabili rimane soggetta a barriere amministrative. (…)” (Nathan Canas, da euractiv.com, 8/3/2024)

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POLONIA, IL GOVERNO TUSK FESTEGGIA LO SBLOCCO DEI FONDI MA CONTINUANO I PROBLEMI SUL FRONTE INTERNO

di Massimo Congiu, da IL MANIFESTO (https://ilmanifesto.it/VISEGRAD E OLTRE – La rubrica settimanale sui sovranismi dell’est Europa”) – 2/3/2024

   L’impegno dell’attuale primo ministro polacco Donald Tusk per ricucire i rapporti tra Varsavia e Bruxelles sembra andare nella direzione giusta. Se ne ha tutta l’impressione se è vero che la Commissione europea ha dato il via libera (il 29 febbraio scorso, ndr) allo sblocco dei fondi prima congelati per le violazioni sullo Stato di diritto da parte del governo del PiS (Diritto e Giustizia) che è stato al potere dal 2015 al 2023. Si tratta del flusso dei finanziamenti europei provenienti dal Next Generation Europe e dalla politica di Coesione per un valore complessivo di 137 miliardi di euro.

   Proprio il 29 febbraio (2024) la Commissione ha adottato due atti giuridici che avvicinano Varsavia all’ottenimento di questi fondi. Subito dopo le elezioni, Tusk, all’epoca non ancora primo ministro, si era recato a Bruxelles per iniziare concretamente a ricucire lo strappo provocato dal precedente esecutivo e lavorare allo sblocco dei finanziamenti da spendere, diceva Tusk, entro la fine del 2026. Il 29 febbraio scorso è stata quindi una giornata importante per il nuovo governo polacco e per chi crede in questo nuovo corso. Così Tusk, nell’occasione, come ha scritto Giuseppe Sedia da Varsavia nell’articolo dedicato all’argomento (https://ilmanifesto.it/la-commissione-ue-sblocca-i-fondi-per-la-polonia) ha rivolto un pensiero alle sue connazionali e ai suoi connazionali che “hanno scelto nuovamente democrazia e stato di diritto il 15 ottobre (2023, ndr)”.

   Tutto bene, quindi? Da questo punto di vista sì, almeno pare. Non bisogna, però, dimenticare che l’attuale premier ha il suo da fare, e non poco, con i colpi di coda di quanti hanno detenuto il potere fino all’autunno scorso in modo autoritario e ultraconservatore.

   Di quanti, cioè, che negli anni del loro governo hanno infilato i loro fedelissimi in posti influenti presso commissioni e istituzioni; senza contare che il presidente Duda, esponente del PiS, è e continuerà presumibilmente ad essere un osso duro per Tusk e per i suoi.
   Un esempio recente è rappresentato dall’accusa di Diritto e Giustizia al governo di aver preso con la forza il controllo della procura generale. Più nel dettaglio, secondo il presidente del PiS, Jarosław Kaczyński, l’attuale ministro della Giustizia avrebbe dato luogo a una sorta di “golpe strisciante”.

   La disputa su questo e su altri punti era nell’aria. D’altra parte, subito dopo il suo insediamento, l’esecutivo liberale di Donald Tusk si è da subito dato da fare per cancellare i provvedimenti entrati in vigore nel corso delle legislature precedenti guidate dal PiS. Lo ha fatto impegnandosi in modo particolare nei settori della giustizia e dei media; il tutto tra le accese proteste dell’opposizione.

   Queste operazioni di bonifica vengono criticate pesantemente dagli oppositori di oggi e sono considerate antidemocratiche proprio dal partito di Kaczyński, anche se quest’ultima cosa fa un po’ sorridere. Più precisamente, Arkadiusz Mularczyk, parlamentare del PiS, membro della Camera dei deputati dal 2005, ha invitato la popolazione a considerare attentamente che quello che sta facendo il governo liberale di Donald Tusk è sinonimo di illegalità pura, tirannia e di regime autoritario.

   Il governo Tusk ha risposto per le rime e fatto riferimento alla sospensione dello Stato di diritto durante gli anni del PiS al potere. Il ministro della Giustizia e procuratore generale Adam Bodnar ha detto che farà tutto ciò che è in suo potere per garantire una procura al servizio dei cittadini e il rispetto dello Stato di diritto.  La maggior parte delle riforme attuate in ambito giuridico ha avuto luogo sotto la responsabilità diretta di Bodnar e, secondo l’esecutivo, sono necessarie per depoliticizzare le istituzioni preposte all’applicazione delle leggi e garantire il loro corretto funzionamento al servizio della cittadinanza. D’altra parte, una delle riforme che all’opposizione non vanno proprio giù è quella ideata per separare di nuovo la funzione di ministro della Giustizia da quella di procuratore generale per ottenere che la procura sia un organo del tutto autonomo.

   Insomma, il governo Tusk sta cercando di riportare il paese su un percorso di condivisione e collaborazione proficua con Bruxelles dopo i lunghi conflitti degli anni precedenti.

   Il governo di Diritto e Giustizia aveva attuato politiche tali da non garantire l’autonomia del settore giudiziario, ma caso mai la sua dipendenza dal potere. Questo aveva contribuito in modo determinante al congelamento dei fondi Ue spettanti a Varsavia. Se ora i nodi tra questa e Bruxelles si stanno sciogliendo, in Polonia, la vita politica continua a svolgersi complicata, tra veleni e accuse che probabilmente dovremo raccontare a lungo. (MASSIMO CONGIU, da IL MANIFESTO)

(L’elezione di Donald Tusk a primo ministro della Polonia avvenuta il 13 dicembre 2023, foto ripresa da https://www.ilpost.it/) – Dopo 8 anni al potere, il Partito di estrema destra (antieuropeista) “Diritto e Giustizia” (PIS) ha perso nel 2023 contro l’opposizione di centrodestra (filoeuropeista, una coalizione centro liberal progressista) che oggi detiene la maggioranza. Il nuovo governo è guidato dall’ex presidente del Consiglio europeo Donald Tusk

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(MAPPA della POLONIA – tratta da https://www.casealbergo.it/) – La Polonia ha una popolazione di 38 milioni di abitanti e una superficie di 313mila km² – L’economia polacca è tra le più vitali del nostro continente. Quest’anno dovrebbe crescere, secondo la Commissione europea, del 2,7%, e addirittura del 3,2% nel 2025. A trainare il PIL sono prima di tutto i consumi, ma contribuisce anche il KPO (Krajowego Planu Odbudowy i Zwiększania Odporności), cioè il piano nazionale di ripresa e resilienza varato da Varsavia. In effetti per le strade di grandi città come Poznań e Bydgoszcz, roccaforti del benessere nella Polonia A (cioè la Polonia a ovest del fiume Vistola, più europea e moderna della Polonia B, che invece sta a est) lo shopping è sovrano, e ovunque ci si imbatte in cantieri e in squadre di operai.  Oltre a tante bandiere nazionali bianche e rosse si avvistano numerose bandiere blu e gialle, e nelle librerie si vendono saggi sulla guerra in Ucraina. (GABRIELE CATANIA, 2/4/2024, da https://www.valigiablu.it/)

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ABBANDONARE IL CARBONE: LA NUOVA TABELLA DI MARCIA ENERGETICA DELLA POLONIA

di Nathan Canas, da euractiv.com, traduzione di Simone Cantarini, 8/3/2024

– L’elezione di un nuovo governo in Polonia ha consentito al paese di affrontare il problema del suo sistema energetico dipendente dal carbone e di allinearlo agli obiettivi UE sul cambiamento climatico. –

   Dopo 8 anni al potere, il Partito di estrema destra Diritto e Giustizia (PIS) ha perso nel 2023 contro l’opposizione di centrodestra. Il nuovo governo guidato dall’ex presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, spera di riportare il Paese su un percorso verde, ma si trova ad affrontare una sfida importante.

Abbiamo un quadro molto difficile, una serie di circostanze molto difficili perché siamo riusciti a malapena a raggiungere gli obiettivi del 2020, compreso quello sulle energie rinnovabili”, ha affermato il segretario di Stato polacco per il clima e l’ambiente Krzysztof Bolesta, intervenendo a una conferenza Bloomberg a Bruxelles lo scorso 4 Febbraio.

   Il carbone costituisce il 70% dell’elettricità prodotta in Polonia e quasi la metà delle famiglie del paese ne fa affidamento per il riscaldamento. L’estrazione del carbone rimane un importante fattore economico nelle zone rurali.

   Sebbene la data ufficiale per la completa eliminazione del carbone sia il 2049, l’introduzione delle fonti energetiche rinnovabili rimane soggetta a barriere amministrative. Di conseguenza, nonostante rappresenti solo l’8% della popolazione del blocco, il paese emette il 12% della CO2 dell’UE. “Dobbiamo agire ovunque” spiega Bolesta.

PRIORITÀ DEL NUOVO GOVERNO ED ELIMINAZIONE DEL CARBONE

L’aria della Polonia è stata avvelenata da quello che è considerato un combustibile fossile “sporco”. Krzysztof Bolesta ha dichiarato: “Questa è la priorità numero uno da cambiare perché non puoi vivere in un paese che fondamentalmente ti uccide”.

   Il programma “Clean Air” mira a eliminare gli episodi di smog in Polonia. Ha un budget di 25 miliardi di euro entro il 2030, una parte del denaro proveniente dall’UE. Introdurrà standard più severi ma investirà anche di più nelle energie rinnovabili, nello stoccaggio dell’energia e nell’elettrificazione dei trasporti pubblici a livello locale.

   Un’altra priorità politica per il nuovo governo è presentare un piano d’azione per l’elettrificazione del Paese, con un obiettivo del 35% entro il 2030. Nella maggior parte dei settori economici, l’elettrificazione è considerata “la migliore della categoria” per il suo impatto positivo sulla qualità dell’aria. Ma aumenterà la domanda di energia, che attualmente è soddisfatta dalle centrali elettriche a carbone. “La Polonia si trova in una situazione difficile perché dobbiamo eliminare gradualmente il carbone ed evitare investimenti eccessivi nel gas”, afferma la presidente del think tank Forum Energii, Joanna Maćkowiak-Pandera.

SOLUZIONI PER LA TRANSIZIONE

Nell’ambito del nuovo piano energetico e climatico della Polonia per il 2030, l’obiettivo è raggiungere almeno il 50% di energia rinnovabile nella produzione di elettricità e il 30% nel consumo di energia finale.

   Tuttavia, nelle elezioni generali, il primo ministro Donald Tusk ha promesso di raggiungere una quota del 68% di elettricità rinnovabile entro il 2030.  “Deve essere un portafoglio di soluzioni”, afferma Bolesta, aggiungendo che l’enormità di portare la Polonia alla neutralità climatica non consente un focus immediato sull’energia. A Varsavia ciò significa energia nucleare.

   Si prevede che la costruzione della prima centrale nucleare della Polonia inizierà nel 2026 e sarà operativa entro il 2033. Sarebbe situata vicino a Choczewo sul Mar Baltico.

   Il governo scommette anche sull’energia eolica, una tecnologia precedentemente limitata dai governi passati che vietavano la costruzione di turbine perché troppo vicine alle zone residenziali. Dopo alcune pressioni da parte dell’UE, il divieto è stato allentato.

   L’industria eolica spera che il nuovo governo di Varsavia riduca ulteriormente il requisito della distanza minima, raddoppiando l’area disponibile per i parchi eolici onshore. Bolesta ha anche annunciato che la Polonia sta investendo nelle tecnologie per la cattura della CO2 e nel biometano, grazie al suo significativo potenziale attraverso la sua grande industria agricola.

[A cura di Rajnish Singh e Nikolaus J. Kurmayer]

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(La manifestazione del 27 gennaio 2021 di ‘Women’s Strike’ a VARSAVIA contro la nuova legge che limita il diritto all’aborto; foto da https://euractiv.it/)

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(La Regione Europea Centro Orientale che comprende la POLONIA, mappa tratta da https://www.123scuola.com/) – (INFORMAZIONI GEOGRAFICHE DI BASE le potete trovare proprio in questo link 123scuola.com)

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POLONIA: DIRITTO E GIUSTIZIA LANCIA LA CAMPAGNA ELETTORALE PER LE EUROPEE

di Christoph Debets, da https://it.euronews.com/ del 27/4/2024

– Il partito di opposizione ha lanciato da Varsavia la campagna elettorale per le elezioni europee di giugno. Duro attacco al Green Deal e al patto sulla migrazione –

   Il partito polacco di opposizione PiS (Diritto e Giustizia) ha lanciato la sua campagna elettorale per le elezioni europee in occasione della conferenza di partito tenutasi sabato a Varsavia.

   Il leader del partito Jarosław Kaczyński ha dichiarato che il rifiuto del Green Deal europeo è un obiettivo elettorale. Il Green Deal, secondo Kaczyński, danneggia l’agricoltura polacca e avrebbe praticamente portato alla sua liquidazione. Non significherebbe solo un aumento dei prezzi dell’energia, ma anche dei prezzi complessivi, soprattutto per i trasporti.

IL RIFIUTO DEL PATTO SULLA MIGRAZIONE

Kaczyński ha anche attaccato la politica migratoria dell’Unione europea. Kaczyński ha presentato l’ex vicepresidente del Parlamento europeo Jacek Emil Saryusz-Wolski come candidato alla carica di commissario europeo polacco. Kaczyński rappresenta la circoscrizione di Łódź al Parlamento europeo. Tuttavia, il commissario europeo polacco è nominato dal governo, nel quale il PiS non è più coinvolto dopo la sconfitta elettorale.

LOTTA AL “SUPERSTATO” EUROPEO

Alla conferenza del partito a Varsavia, numerosi politici del PiS hanno messo in guardia dai dettami delle cosiddette élite europee. Hanno affermato che è necessario difendere le patrie europee, che la Polonia è in pericolo perché la Germania tornerà a fare affari con la Russia dopo la fine della guerra in Ucraina e che ciò sarà disastroso per l’indipendenza della Polonia.

(Christoph Debets, da https://it.euronews.com/ del 27/4/2024)

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(SCENE di protesta degli agricoltori peraltro viste in tutta Europa: trattori che bloccano una superstrada che collega Varsavia a Lublino, 20 febbraio 2024, foto da https://www.ilpost.it/) – La protesta polacca riguarda anche le importazioni di grano ucraino, contestazione in grande contraddizione con il fatto che la Polonia è la più solidale dei Paesi europei con la vicinissima Ucraina aggredita dalla Russia

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(La carta fisica della POLONIA tratta da Mappe, regioni e territori della Polonia | Qui Polonia & Italia™ (wordpress.com) – (in questo appena citato link trovate una competente descrizione della ripartizione istituzionale e geografica polacca – Vi invitiamo a visitarlo)

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POLONIA – LA SFIDA DEL GOVERNO TUSK: FRA PROTESTE E NOSTALGIE IL CONTO PIÙ SALATO LO PAGANO LE DONNE

di WOJCIECH ALBERT ŁOBODZIŃSKI, da “Specchio”, da “La Stampa” – 21/4/2024

Repressione. La rivolta degli agricoltori polacchi contro le direttive Ue ha visto violenti scontri con la polizia. In piazza contro il governo sono scese anche le donne per difendere il diritto all’aborto –

– A iniziare dai contadini il nuovo governo sta per entrare in una serie di crisi

Gli agricoltori. Come in altri Stati europei gli agricoltori sono scesi in piazza contro le politiche della Ue in difesa del loro lavoro nella filiera alimentare. A Varsavia la polizia ha represso la protesta con i manganelli. Il voto “contadino” peserà sulle elezioni locali

I diritti delle donne. Mentre la Francia inserisce il diritto all’aborto in Costituzione, la questione aborto in Polonia rimane “sospesa” così come le promesse di Donald Tusk: con lui tuttavia è stata almeno reintrodotta la cosiddetta “pillola del giorno dopo” –

   Le strade di uscita dalle città polacche sono rimaste bloccate per due mesi. Le proteste non sono cominciate all’inizio di quest’anno, ma già nel gennaio 2023. Inoltre, il 6 marzo, nelle strade di Varsavia c’è stata una delle prime repressioni della polizia sulle proteste pubbliche da molti anni a questa parte.

   Gas lacrimogeni, manganelli e scudi contro petardi e bandiere rosse e bianche di agricoltori e lavoratori. Il governo di coalizione a tre guidato da Donald Tusk sta quindi entrando in una serie di crisi. Il tutto a poche settimane dalle elezioni amministrative. E potrebbe esserci un’escalation del conflitto ancora maggiore se Tusk volesse porre fine alla protesta in tempi brevi. Se ci fosse, ad esempio, un allontanamento forzato degli agricoltori dai valichi di frontiera o dalle autostrade, potrebbe verificarsi una radicalizzazione dei manifestanti e un nuovo scontro con la polizia. Tuttavia, sembra che Tusk non voglia tali scenari e stia cercando di scoraggiare gli agricoltori dal continuare i blocchi parlando delle proteste con un linguaggio molto duro, suggerendo – personalmente o attraverso i media liberali amici – che gli agricoltori stanno agendo a favore di Putin e contro la Polonia.

   Eppure gli agricoltori sono scesi in piazza per difendere i loro interessi economici, non per ragioni geopolitiche. «Singoli striscioni che suggeriscono simpatia per la Russia non cambiano questo fatto», afferma Malgorzata Kulbachevska-Figat. Le proteste hanno già avuto un certo impatto sulle elezioni locali, dove i partiti della coalizione democratica guidata dal premier Donald Tusk hanno mantenuto la maggioranza, ma i sovranisti del Pisdi Jaroslaw Kakzynski si sono affermati al primo posto in Polonia.

   A Varsavia e a Danzica i due sindaci uscenti sono stati confermati al primo turno. Donald Tusk e il suo avversario Kakzynski hanno rivendicato entrambi la vittoria, e in effetti le urne confermano la particolarità della situazione politica del Paese: dove i sovranisti sono i più votati, ma non riescono a stringere alleanze. (…) È ovvio che il partito sarà accusato di non rappresentare più le campagne (o almeno la parte di esse che esprime con più forza il proprio malcontento). Al contrario, guadagnerà il rivale del PSL nelle campagne, cioè Diritto e Giustizia, e forse anche la Confederazione (KO), a cui sono già affiliati alcuni dei leader delle proteste agricole.

   La posizione di KO nelle campagne non è particolarmente buona, quindi Tusk non ha fretta di parlare con gli agricoltori. Soprattutto perché dovrebbe ammettere che i loro problemi non possono essere risolti a livello nazionale, perché derivano dagli indirizzi di politica economica dell’UE e, ancora più in profondità, dal modo in cui funziona il libero mercato. Ma non è solo la questione agricoltori ad accendere il dibattito pubblico polacco.

   Un altro nodo è l’interruzione di gravidanza. In un momento in cui la Francia sta inserendo l’aborto nella sua costituzione, le donne polacche devono ancora lottar per i loro diritti. La fine dell’inferno femminile, promessa da Tusk, è oggi apertamente bloccata dal Partito Popolare Polacco e dai nuovi liberali, uniti sotto la bandiera di “Terza Via” – la via contro la polarizzazione. È stato il presidente dell’assemblea regionale di questa formazione, Szymon Holownia, a decidere che i piani di liberalizzazione dell’aborto non sarebbero stati attuati prima delle elezioni locali. «Purtroppo, temo che le donne debbano ancora una volta aspettare. Come è noto, Terza Via si oppone categoricamente alla legalizzazione dell’aborto e nel PO stesso (PO: Piattaforma Civica, partito di centro/centro-destra, europeista, dell’attuale primo ministro Donald Tusk) non mancano i politici conservatori.

   D’altra parte, l’elettorato di sinistra ha dimostrato nelle ultime elezioni (non solo parlamentari) di essere incline a votare contro il PiS (il PiS è il partito di destra nazional-conservatore, tradizionalista e illiberale, fortemente contrario alla legalizzazione dell’aborto, all’eutanasia, alle unioni civili e ai matrimoni omosessuali) abbandonando per tattica varie richieste o rinviandone l’attuazione.

   Quindi Tusk «ha ragione di credere di avere ancora i voti delle donne, anche se la questione dell’aborto rimarrà irrisolta ancora a lungo», dice un’attivista femminista di Varsavia. «Tusk, tra l’altro, può dire di aver già fatto qualcosa per le donne: dopo tutto, è tornata la pillola del giorno dopo», conclude l’attivista.

   La coalizione di Donald Tusk, che, ricordiamo, è composta da tre elementi principali – i liberali di Coalizione Civica, i centristi di Terza Via e la Sinistra – deve intanto anche discutere di infrastrutture strategiche e degli investimenti statali della Polonia. Elemento principale è Continua a leggere

L’INDIA AL VOTO: il Paese più popoloso al mondo (quasi 1,5 miliardi di abitanti), in pieno sviluppo ma con forti disparità sociali, è un Paese dove c’è la DEMOCRAZIA, con “vere” elezioni dei rappresentanti del governo – Ma è anche sempre più autoritario, con tensioni violente fra gruppi etnici e religiosi (scontri tra militanti musulmani e induisti) – Quale futuro per l’INDIA?

(L’INDIA è il paese più popoloso al mondo, quasi 1,5 miliardi di abitanti – foto ripresa da https://www.argia.eus/en/) – “(…) Secondo la Commissione elettorale indiana, oltre 968 milioni di elettori si sono registrati in vista delle elezioni generali, che si svolgono in sette fasi tra il 19 aprile e il primo giugno, decretando il partito di maggioranza del Lok Sabha (o “Casa del popolo”): con 543 membri, si tratta della più potente tra le due camere del parlamento perché oltre a contare un numero maggiore di seggi, esercita il controllo finanziario ed è la camera verso la quale è responsabile il Consiglio dei ministri. (…)” (Cristina Kiran Piotti, dal quotidiano “DOMANI” del 8/4/2024)

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(India, carta fisica e politica, mappa ripresa da https://mydbook.giuntitvp.it/) – “(…) Il paese più popoloso al mondo non può che mandare al voto l’elettorato più numeroso. Per assicurare questo diritto dai monti impervi dell’Himalaya alle assolate Isole Nicobare, saranno dispiegati in 15 milioni tra dipendenti governativi (principalmente insegnanti) e personale di sicurezza: una vera e propria sfida per i funzionari elettorali. (…)” (Cristina Kiran Piotti, dal quotidiano “DOMANI” del 8/4/2024)

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TRA ARRESTI E DISPARITÀ IL PAESE PIÙ POPOLOSO SI PREPARA AL VOTO

di Cristina Kiran Piotti, dal quotidiano “DOMANI” del 8/4/2024

– In India 968 milioni di elettori si sono registrati per andare alle urne. Ma la più grande democrazia al mondo ha qualche problema –

   Secondo la Commissione elettorale indiana, oltre 968 milioni di elettori si sono registrati in vista delle elezioni generali, che si svolgeranno in sette fasi tra il 19 aprile e il primo giugno, decretando il partito di maggioranza del Lok Sabha (o “Casa del popolo”): con 543 membri, si tratta della più potente tra le due camere del parlamento perché oltre a contare un numero maggiore di seggi, esercita il controllo finanziario ed è la camera verso la quale è responsabile il Consiglio dei ministri.

   Il grande favorito, suggellano senza gran stupore i più recenti sondaggi, è il Bharatiya Janata Party guidato dal primo ministro Narendra Modi, che governa l’India dal 2014 e che ha annunciato di voler superare, con la sua coalizione, quota 400 seggi.

DEMOGRAFIA DEL VOTO

Il paese più popoloso al mondo non può che mandare al voto l’elettorato più numeroso. Per assicurare questo diritto dai monti impervi dell’Himalaya alle assolate Isole Nicobare, saranno dispiegati in 15 milioni tra dipendenti governativi (principalmente insegnanti) e personale di sicurezza: una vera e propria sfida per i funzionari elettorali, che dovranno percorrere 40 chilometri per raggiungere la 44enne Sokela Tayang, unica a votare per il seggio di un minuscolo villaggio nello stato dell’Arunachal Pradesh.

   A quelle che sono considerate le elezioni tra le più lunghe della sua storia recente (44 giorni) si aggiunge il fattore cambiamento climatico: secondo l’Istituto meteorologico indiano decine di ondate di calore colpiranno la nazione nella rovente stagione pre-monsonica, che coinciderà con il voto di grandi masse di popolazione.

   Si vota con il sistema uninominale secco e il voto, espresso solo dagli elettori che si sono registrati, avviene utilizzando macchine per il voto elettronico. Tra i tanti, bisognerà prestare attenzione a come voteranno i giovani neomaggiorenni, che affrontano il primo voto: parliamo di poco più di 1,8 milioni di persone, ma meno del 40 per cento di loro si è registrato – quota che scende ad un quarto degli aventi diritto in stati popolosi e decisivi come Bihar e Uttar Pradesh.

I PARTITI

A queste elezioni si presenteranno 58 partiti politici statali e sei partiti nazionali. Tra questi ultimi ci sono il Bjp guidato dal primo ministro Narendra Modi e il suo principale avversario, il Congress, il cui presidente Mallikarjun Kharge si affianca all’uomo-simbolo Rahul Gandhi. Un tempo principale contendente nell’arena nazionale, dopo aver governato il paese per decenni, il partito si è ridotto all’ombra del suo antico splendore ottenendo nel 2019 appena 52 seggi, contro gli oltre 300 del Bjp.

   Seguono l’Aam Aadmi Party di Arvind Kejriwal, chief minister di Delhi, attualmente in carcere per una indagine per corruzione che secondo le opposizioni è politicamente motivata. Poi il Bahujan Samaj Party (che nasce su ispirazione del lavoro dell’attivista Dalit Bhimrao Ramji Ambedkar) e il Partito Comunista dell’India (marxista) attualmente al potere nello stato del Kerala – ma che nella scorsa tornata nazionale era riuscito a ottenere appena tre seggi, tutti nel sud. Infine, il Partito popolare nazionale, che governa in Meghalaya con l’appoggio del Bjp.

   I due principali partiti guidano due coalizioni, la Nda per il Bjp e India per il Congress – ma le fratture e le defezioni all’interno dell’intesa di opposizione, negli ultimi mesi, non si contano.

   A questo s’è aggiunto l’arresto dello chief minister di Delhi e il congelamento dei conti correnti del Congress a causa di una controversia fiscale che i critici denunciano come una forma di repressione pre-elettorale da parte del primo ministro. Il tutto, nel pieno di uno scandalo legato ad un opaco meccanismo di finanziamento dei partiti (di cui il Bjp è risultato il principale ma non certo unico beneficiario). Non a caso, le campagne elettorali indiane sono tra le più costose al mondo: questa primavera secondo alcune previsioni il costo complessivo potrebbe superare i 10 se non i 16 miliardi di dollari.

SUD VS NORD

Storicamente, si ritiene che una faglia politica contrapponga gli stati federali del più prospero e istruito sud alla base di sostegno di Modi, nel cuore più conservatore del nord, il quale meglio risponde alla narrativa nazionalista hinduista cara al primo ministro.

   Fatta eccezione per un breve periodo alla guida del Karnataka, il Bjp non è infatti mai riuscito a sfondare negli stati meridionali. Di contro, grossomodo il Congress, tra alleanze e coalizioni, negli ultimi anni ha mantenuto un ruolo centrale nel sud: sarà quindi interessante seguire il risultato del voto in Telangana, Karnataka, Kerala, Tamil Nadu e Andra Pradesh.

   Anche perché, nelle ultime settimane, si è fortemente intensificata la campagna elettorale di Modi sia in questi stati, sia in Bengala Occidentale, dove il Bjp tenta di minare il partito dell’All India Trinamool Congress.

   Molti osservatori, infatti, suggeriscono di iniziare a discutere di est vs ovest, e delle mancate promesse di sviluppo industriale del Bengala (governato dalla potente Mamata Banerjee del Tmc), rispetto alla crescita costante in Gujarat, a nord-ovest. Eppure, proprio nel Gujarat, stato d’origine di Modi, per la prima volta si verificano scontri sui nomi dei candidati Bjp.

RICCHEZZA E VOTO

Nel 2022 l’India è diventata la quinta economia più grande al mondo, superando la Gran Bretagna. Se continuerà di questo passo, potrebbe sorpassare Germania e Giappone, assicurandosi il ruolo di terza economia nel 2030, dietro a Cina e Stati Uniti.

   Di pari passo macina terreno, ci rivela uno studio del World Inequality Database, la classe più ricca: il numero di miliardari indiani è quasi triplicato negli ultimi 10 anni. Tuttavia, prosegue lo studio, i redditi della maggior parte degli indiani sono rimasti stagnanti.

   Numericamente, a pesare sul voto sarà la potente classe media, quella che maggiormente apprezza la visibilità internazionale ottenuta dal primo ministro, ma anche le misure appetibili per il voto urbano, come quella che il governo chiama “infrastruttura pubblica digitale”, e ovviamente la spinta finanziaria e industriale.

   Ma la gran parte della forza lavoro indiana oggi si concentra nelle aziende agricole, e si ritiene che il 40 per cento della popolazione dipenda, in un modo o nell’altro, dall’agricoltura: alle classi più povere, il governo negli ultimi anni ha dedicato programmi che spaziano dall’elettricità ai servizi igienici nelle case dei villaggi più remoti.

   E poi, una pioggia di sussidi governativi: a seconda delle classifiche, beneficerebbero di alcuni dei piani più noti e ampi, come il PMGKAY, soprattutto gli stati poveri del nord-est del paese. E parlando di campagne, andrà tenuto d’occhio l’esito del voto in Punjab e Uttar Pradesh, e di riflesso l’impatto delle proteste dei contadini, che più di una volta sono state in grado di impensierire il governo.

   Oltre ad aiuti e sussidi, il principale tema per l’elettore indiano è la disoccupazione. Secondo la Banca Mondiale, l’India (come del resto tutta l’area) non sta creando abbastanza posti di lavoro per sostenere i giovani: secondo il think tank Center for Monitoring Indian Economy, nel 2023 il tasso di disoccupazione giovanile era pari al 45,4 per cento e va in gran parte attribuito alla disoccupazione nelle campagne, rispetto alla disoccupazione urbana.

CLASSI E RELIGIONE

Altro fattore da considerare è la battaglia per il voto delle caste più basse o Obc, grande bacino elettorale del paese, che potrebbe sfiorare fino al 40 per cento della popolazione.

   È indubbio che il successo del Bjp guidato da Modi (il quale si definisce egli stesso Obc) sia anche dovuto alla sua capacità di attirare elettori di gruppi svantaggiati, strappandoli al Congress, pur mantenendo alta l’attenzione a temi cari alle caste più alte, come si è visto nel corso della massiccia inaugurazione del tempio dedicato al dio Rama ad Ayodhya, ad inizio anno.

   Tempio che sorgeva su un luogo contestato dalla comunità musulmana, principale minoranza religiosa del paese, che costituisce il 15 per cento della popolazione. Oggetto di una serie di misure e norme che varie organizzazioni considerano discriminatorie, come l’implementazione della legge sulla cittadinanza Caa, il voto musulmano potrebbe avere un peso importante.

   Eppure nelle precedenti elezioni, il voto è risultato estremamente frammentato, contribuendo anzi alla vittoria del Bjp. Sarà così anche nei prossimi mesi?

(Cristina Kiran Piotti, dal quotidiano “DOMANI” del 8/4/2024)

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Gli episodi di tensione tra gruppi etnici e religiosi sono sempre più diffusi e violenti in molte regioni dell’India (FOTO tratta da https://www.orizzontipolitici.it/)

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(Mappa delle città capitali in India – da https://upload.wikimedia.org/) – (Mappa delle città capitali in India. Le città Capitali degli stati indiani sono distinte dalla legge indiana in capitali amministrative, legislative e giudiziarie). L’INDIA è una federazione di Stati con parlamenti e governi autonomi. Sono 28 Stati e 8 territori, fra cui quello della capitale, Delhi.   La maggior parte degli Stati segue nei confini le frontiere linguistiche. Certe regioni rivendicano l’autonomia come nuove entità statali. Chandigarh è un caso particolare: il Punjab e l’Haryana formavano un solo Stato; nel 1966 sono stati separati in base alla lingua ma hanno mantenuto la capitale d’origine che è stata posta in un territorio separato. (Vedi tutto su Stati federati e territori dell’India – Wikipedia)

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INDIA: LA PIÙ GRANDE DEMOCRAZIA AL MONDO È SEMPRE PIÙ AUTORITARIA

di Matteo Bertasio, da https://www.orizzontipolitici.it/, 19/10/2023

   A luglio (2023), nel pieno della stagione dei monsoni, uno scandalo senza precedenti ha travolto l’India, accendendo i riflettori su una regione dimenticata dai media mainstream. Sui principali canali social indiani è circolato un video di due donne assediate da un’orda di uomini (tra le 800 e le 1000 persone). Secondo alcuni testimoni, sarebbe stata la polizia stessa ad aver consegnato le donne al gruppo. Il video proviene dal Manipur, una regione del nord-est tra Bangladesh e Myanmar, dove da almeno cinque mesi è in corso il più violento conflitto civile che l’India ricordi negli ultimi decenni. Le due donne appartengono alla minoranza cattolica dei kuki, mentre gli uomini alla maggioranza hindu dei meiteis. 

   Gli episodi di tensione tra gruppi etnici e religiosi sono sempre più diffusi e violenti in molte regioni dell’India. Ciò sembra seguire un pattern preciso, cristallizzato e perfezionato negli anni, sia da parte degli alti ranghi del Bharatiya Janata Party a Nuova Delhi sia nel complesso apparato burocratico di partito che governa gli stati. L’India è la nazione (e la democrazia) più popolosa al mondo e dal 2014 è governata dal BJP, il partito nazionalista Hindu del Presidente Narendra Modi. L’uomo è costantemente etichettato come “il leader più popolare al mondo” con approval ratings che sfiorano il 70% ed è in corsa verso una terza storica rielezione nel 2024. 

IL SISTEMA MEDIATICO IN INDIA E IL CONTROLLO DEL BJP

Gran parte del successo di Modi è dovuto al controllo serrato dei media e dell’informazione che è riuscito ad imporre negli anni. Il Primo Ministro viene descritto come il “padre degli indiani” e il “messia dei poveri” e controlla un apparato strabiliante e diversificato di media: dai dibattiti su Twitter e Facebook (su cui ha un totale di quasi 300 milioni di follower) ai principali canali televisivi nazionali e le stazioni radio, dove gestisce un podcast in prima persona, chiamato Mann Ki Baat, che ricorda le fireside chats di Franklin D. Roosevelt, e in cui parla, con una linea telefonica aperta, di temi cari all’elettore medio induista. La radio, in quanto mezzo di comunicazione, porta con sé la credibilità e l’autenticità del passato, ma la diffusione effettiva del suo messaggio avviene attraverso i social media.

   C’è anche un lato più oscuro, tuttavia, nella strategia implementata dal BJP per controllare la comunicazione. Il panorama mediatico nazionale si concentra spesso su casi sensazionali e scandalistici, studiati appositamente per incrementare gli indici di ascolto. Le periferie sono così intenzionalmente dimenticate e raramente vengono rese note al pubblico storie che provengono da aree rurali al di fuori delle principali metropoli di Mumbai e Nuova Delhi. È proprio in queste zone dimenticate, tuttavia, che nascono e si sviluppano le tensioni etniche e religiose e dove lo stato è maggiormente assente. Temi di fondamentale importanza politica, quali lo scarso accesso all’acqua potabile e al sistema sanitario in centinaia di villaggi del nord-ovest o l’aumento drastico del lavoro e della prostituzione minorile nelle caste più basse nel periodo post-COVID non sono noti agli elettori delle città

   Modi non parla delle periferie anche e soprattutto perché lì è dove si concentrano i suoi oppositori politici, principalmente di religione non induista. Secondo l’ultimo censimento nazionale, circa il 14% della popolazione indiana è di religione musulmana e il 2% di religione cristiana; i primi vivono principalmente nelle regioni del nord-ovest (Jammu e Kashmir, Uttar Pradesh) mentre i secondi costituiscono quasi il 50% della popolazione del Manipur che, come già analizzato, è diviso tra kukis e meiteis. 

   Gli episodi del Manipur hanno suscitato grande scandalo e il silenzio di Modi a riguardo è risultato assordante a molti. A tre mesi di distanza dall’accaduto il primo ministro è stato forzato ad esprimersi a riguardo, attraverso brevissime dichiarazioni parlamentari di solidarietà alle vittime, non menzionando, tuttavia, l’ampio contesto del conflitto etnico nella regione che ha già mietuto 180 vittime e costretto più di 60 mila kukis ad emigrare. Dall’inizio degli scontri, infatti, per ragioni di sicurezza l’amministrazione locale guidata dal BJP ha imposto un internet shutdown sull’intera regione che ha soppresso ogni copertura mediatica degli accaduti, spingendo di conseguenza giovani freelancer, specialmente donne, a documentare attraverso mezzi alternativi le violenze.

LA REPRESSIONE MEDIATICA IN INDIA: IN CHE MODO GLI SCONTRI RELIGIOSI AVVANTAGGIANO MODI

La limitazione all’accesso ad internet negli stati periferici è lo strumento più oppressivo di controllo della comunicazione del BJP e viene utilizzato sempre più frequentemente dai governi locali. L’ondata di censura ha avuto inizio il 5 agosto 2019, quando il parlamento indiano ha revocato con la maggioranza di due terzi dell’assemblea l’Articolo 370 della Costituzione. La norma garantiva un governo de facto autonomo alle regioni confinanti con la Cina del Kashmir e Jammu ed era resistita persino alla guerra sino-indiana combattuta nel 1972 per il controllo dell’area che ne ha ridefinito i confini. 

   Le due regioni, con il Reorganization act, sono state accorpate in un unico stato federato e separate dal Ladakh, un territorio più a nord conteso tra India, Cina e Pakistan. La riorganizzazione segue chiari fini politici di assoggettare la minoranza islamica ad un miglior controllo delle autorità locali ed ha suscitato l’ira dei residenti musulmani, che sono scesi in piazza in protesta contro il BJP.

   Secondo Human Rights Watch, tra il 2020 e il 2022 sono stati imposti 127 shutdown in India, incluso un blackout del 4G nel Jammu e Kashmir durato un anno e mezzo. I filmati trapelati dalla regione, tuttavia, mostrano scene sempre più violente di scontri tra militanti musulmani e induisti, che si sono radicalizzati in concomitanza del picco dell’ondata di COVID. 

   Tra i temi più ricercati su Youtube India sono emersi video di rapimenti e linciaggi di gruppo di credenti musulmani da parte dei cosiddetti Hindu vigilantes, discorsi di monaci induisti che condannavano alla dannazione i credenti che si fossero macchiati di sposare uomini o donne di religione islamica, e un discorso del segretario del partito di estrema destra, Hindu Mahasabha, che inneggiava apertamente al genocidio dei musulmani nel nord-ovest: “Se noi [hindu] diventeremo soldati e uccideremo due milioni di musulmani, allora saremo vittoriosi”. 

   La frangia estremista del movimento politico induista – seguace dell’ideologia Hindutva, che professa la superiorità degli Hindu sul territorio indiano – è diventata sempre più popolare da quando i media hanno iniziato a diffondere ossessivamente la teoria del complotto Love Jihad, secondo la quale sarebbe in atto da tempo un processo di conversione occulto da parte dei musulmani residenti in India con l’obiettivo di abbattere la maggioranza induista nel paese e costituire un califfato indiano negli anni avvenire. 

   Nonostante Modi e il BJP si siano più volte dissociati dalle violenze dei militanti, la carriera politica del Primo Ministro è segnata dall’attivismo Hindutva dai tempi del suo primo incarico come Ministro capo del Gujarat durante gli scontri del 2002, che hanno causato la morte di quasi 800 musulmani. Anche in quel frangente il primo Ministro mantenne un profilo basso, sminuendo gli accaduti nonostante emersero negli anni successivi molteplici prove riguardo il coinvolgimento dell’esercito nel massacro. 

IL FUTURO DELL’INDIA: TRA IL DETERIORAMENTO DELLA DEMOCRAZIA E UN’ECONOMIA SEMPRE PIÙ SPECIALIZZATA

La strategia coloniale del divide et impera persiste ad oggi nella politica di Modi, anche se indirettamente. Il suo avversario politico, Rahul Gandhi – che lo affronterà per la terza volta nel 2024 a capo della coalizione elettorale INDIA – sta costruendo la propria campagna sull’apparente complicità del BJP nel conflitto etnico del Manipur. I suoi sforzi hanno portato alla creazione della più grande alleanza partitica nella storia della democrazia indiana: 28 formazioni unite affronteranno il messia delle folle nell’improbabile impresa di detronarlo. La sigla della coalizione è un acronimo per Indian National Developmental Inclusive Alliance, con un chiaro riferimento al nome della nazione. Sia in ottica induista che in chiave elettorale, dunque, può essere letto il tentativo di Modi di cambiare il nome dell’India in Bharat sui documenti ufficiali del G20. 

   Gli analisti regionali e i sondaggi concordano nell’indicare Modi come grande favorito per la vittoria il prossimo anno. Il primo ministro, nel suo discorso al 77esimo anniversario dell’Indipendenza dagli inglesi, ha dichiarato che il paese è in lotta per diventare la terza economia mondiale nei prossimi cinque anni. Le statistiche aggregate sulle performance indiane confermano un’ottima ripresa del Paese post-COVID e un trend macroeconomico diverso da quello delle altre nazioni “in via di sviluppo” dell’est asiatico.   Piuttosto che scommettere sull’abbondanza di forza-lavoro per competere con i mercati occidentali e mantenere una politica di cambio stabile con euro e dollaro, l’India predilige una produzione orientata al mercato domestico, grandi investimenti nel settore tecnologico e una progressiva facilitazione del Foreign Direct Investment.  

   L’obiettivo del governo è quello di crescere grazie all’accumulazione di capitale piuttosto che attraverso gli export, sintomo di un’economia ormai matura e pronta al “grande balzo”. 

   Stati Uniti e Cina osservano con attenzione le dinamiche interne alla politica indiana. Modi mantiene un approccio amichevole con entrambe le potenze, rafforzando l’alleanza con il blocco atlantico da un lato e normalizzando le tensioni sul confine sino-indiano dall’altro. L’avvicinamento delle due più grandi economie al leader rinforza l’immagine che egli raffigura di sé ai media nazionali, contribuendo ad aumentare la sua popolarità. In un’apparente tensione tra democrazia e svolta autoritaria, la nazione più popolosa del mondo potrebbe diventare il partner più importante nel lungo termine non solo in chiave economica, ma anche geopolitica. 

(Matteo Bertasio, da https://www.orizzontipolitici.it/, 19/10/2023)

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(NARENDRA MODI interviene il 6 aprile 2024 a un comizio elettorale nella città di Pushkar – FOTO da https://altreconomia.it/) – “(…) L’India è la nazione (e la democrazia) più popolosa al mondo (1,428 miliardi di abitanti), e dal 2014 è governata dal BJP (Bharatiya Janata Party), il partito nazionalista Hindu del Presidente Narendra Modi (nella foto), che è il favorito per la rielezione nel 2024. 

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ELEZIONI IN INDIA: IL CLIMA NON È UNA PRIORITÀ

di Bianca Terzoni, da https://www.lasvolta.it/, 5/4/2024

– 950 milioni di elettori dovranno decidere sul futuro di uno dei maggiori Paesi responsabili di emissioni di gas serra. Il grande assente nei programmi elettorali? La lotta alla crisi climatica –

   Dal 19 aprile al 1° giugno la democrazia più grande del mondo sarà chiamata alle urneServiranno quasi 44 giorni per far votare tutta la popolazione.

   1,4 miliardi di abitanti per un totale di 950 milioni di elettori, incaricati di decidere chi siederà nel Lok Sabha, la Camera bassa del Parlamento indiano. Narendra Modi, l’attuale primo ministro e leader del Bharatiya Janata Party, cerca di ottenere un terzo mandato. La maggior parte dell’opposizione si è riunita nel gruppo India (Alleanza inclusiva indiana per lo sviluppo nazionale), guidato da Mallikarjun Kharge.

   Tra i programmi elettorali manca una componente importante: la lotta al cambiamento climatico. Molti portavoce di Modi assicurano un continuo sviluppo per quanto riguarda le energie rinnovabili e la riduzione di emissioni inquinanti, ma nel programma non compare nulla di troppo specifico.

   Secondo una ricerca della Cnn, nel 2022 l’India è stato il terzo Paese al mondo per le emissioni di gas serra, dopo Cina e Stati Uniti. L’assenza di tematiche ambientali nel dibattito pubblico è da ricercare anche nella poca informazione, specialmente nella parte sud del Paese.

   Non è la prima volta che l’ambiente non è protagonista: secondo uno studio di Environmental Reasearch, tra il 1999 e 2019 l’emergenza climatica ha fatto parte dello 0,3% delle attività del Parlamento indiano.  Negli ultimi anni la situazione è migliorata. Sotto la guida di Modi, il Paese si è impegnato nella decarbonizzazione, nell’impiegare energia fotovoltaica ed eolica al 50% entro il 2030, e a ottenere emissioni zero entro il 2070.

   A livello internazionale l’India considera la questione climatica come una priorità, ma questo non si riflette nelle politiche del Paese e nel dibattito politico pre-elezioni. I combustibili fossili continuano a dominare la produzione di energia, e lo Stato rimane una delle più soggette al cambiamento climatico. Secondo l’Indian Meteorological Department, il Paese sperimenterà un’ondata di caldo estremo proprio nel periodo di elezioni tra aprile e giugno.

   Tra le iniziative più rilevanti verso la sostenibilità si inserisce il progetto di Gautam Adani, direttore esecutivo di Agel, Adani Green Energy. L’imprenditore sta trasformando aree di un deserto di sale nell’ovest dell’India in una delle più importanti risorse di energia pulita disponibili sul Pianeta. Una volta che gli impianti fotovoltaico ed eolico del Khavda Renewable Energy Park saranno terminati, verrà generata una quantità di energia pulita tale da donare elettricità a 16 milioni di case indiane.

   Seppur carente all’interno della campagna elettorale, il tema del cambiamento climatico è rilevante tra i giovani. Secondo un sondaggio di Climate Education, su 1.600 abitanti che andranno per la prima volta al voto la lotta all’ambiente è al terzo posto come priorità, dopo l’occupazione e l’economia. Per i partecipanti, i cittadini sarebbero responsabili al 44% del cambiamento climatico, anche se le risposte variano da regione a regione.

   Nonostante il risultato delle seconde elezioni più lunghe nella storia dell’India, la lotta al cambiamento climatico e la transizione green saranno cruciali in un Paese che secondo molti si avvia a diventare la terza potenza economica al mondo. (Bianca Terzoni, da https://www.lasvolta.it/, 5/4/2024)

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Le zone contese del Kashmir: il territorio indiano del JAMMU E KASHMIR, quello pakistano dell’AZAD KASHMIR e quello cinese del AKSAI CHIN (da Wikipedia)

(da Wikipedia) Il conflitto del Kashmir si riferisce in generale alla disputa tra India, Pakistan e Cina per la regione del Kashmir. Questa disputa è sfociata più volte in confronti armati fra i tre Stati. (…) Quasi immediatamente dopo l’indipendenza dal Regno Unito (15 agosto 1947, ndr), le tensioni fra l’India e il Pakistan cominciarono a degenerare. (…) L’India, a prevalenza induista, col corredo delle regioni che a tale cultura religiosa si richiamavano, e l’altro, il Pakistan, a maggioranza marcatamente islamica, con le regioni i cui abitanti abbracciavano tale credo. Questo portò a disordini nelle aree dove le minoranze dell’altra religione erano numerose. Fu così che scoppiò la guerra indo-pakistana del 1947-1948, la prima di tre guerre totali fra le due nazioni in relazione al Principato del Kashmir. (…) Il maharaja, chiedendo l’aiuto dell’India in opposizione al Pakistan, nell’ottobre 1947 firmò l’atto di annessione e il Kashmir, unilateralmente, entrò a far parte dell’Unione indiana e ne divenne il 25º Stato, detto “Jammy Kashmir“. Mentre l’annessione del Kashmir all’India fu ratificata dalla Gran Bretagna, il Pakistan al contrario rifiutò di riconoscere tale atto unilaterale e continuò a rivendicare l’annessione integrale del Kashmir di cui occupava già un terzo del territorio. (…) Dopo tre guerre totali, le schermaglie di confine tra India e Pakistan sono riprese nel 2016-2018, consistenti in pesanti scontri a fuoco tra le forze indiane e pakistane attraverso il confine di fatto, noto come la Linea di controllo (LoC), tra il due stati nella regione contesa del Kashmir… (leggi tutto: Conflitto del Kashmir – Wikipedia)

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(India, mappa da Wikipedia)

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IL RUOLO PARADOSSALE DELLE DONNE NELLA POLITICA INDIANA

da https://terzomillennio.uil.it/ (Dipartimento Internazionale UIL), 7/1/2024

   Le contraddizioni economiche, sociali e politiche continuano a caratterizzare l’ambiziosa crescita dell’India. Il colosso asiatico, che ad aprile 2023 ha superato la Cina per numero di abitanti (1,428 miliardi contro 1,425), continua il suo percorso per affermarsi come superpotenza a livello globale.

   Secondo gli analisti, l’India ha fatto registrare buoni risultati economici nel 2023: il PIL continua a crescere (+7,60% a settembre 2023); la rupia è stabile e perde poco valore rispetto ad altre valute estere in confronto al dollaro statunitense; gli indici di borsa sono ai massimi storici; gli investimenti pubblici si concentrano nelle infrastrutture (120 miliardi di dollari entro il 2024) oltre che nell’industria pesante e nel settore manifatturiero.

   Nonostante il crescente autoritarismo del governo nazionalista di Narendra Modi e la sempre minore libertà di stampa, in aggiunta al suprematismo induista a scapito di altre confessioni religiose, il Paese è ancora considerato la più grande democrazia del mondo: alle elezioni del 2019 il tasso di partecipazione è stato del 67%, superiore a molte democrazie occidentali.

Una crescita fatta di profonde disuguaglianze

In realtà, osservando ulteriori indicatori di sviluppo, si nota come l’ascesa dell’India non sia priva di ambiguità e disuguaglianze profonde a tutti i livelli.

   La disoccupazione è inferiore al 10% ma la partecipazione delle donne al mercato del lavoro non raggiunge il 20% e il reddito pro-capite è appena superiore ai duemila dollari annui. Tra le conseguenze di una crescita disarmonica c’è l’aumento della pressione insostenibile sulle città a causa dell’emigrazione dalle zone rurali, che ospitano ancora la maggior parte della popolazione in condizioni di povertà e arretratezza.

   Secondo Oxfam in India vivono 228,9 milioni di poveri (il 16% degli abitanti), di cui 83 milioni in condizioni di estrema povertà, mentre il 5% degli indiani possiede oltre il 60% della ricchezza del paese.

   In questo contesto socioeconomico segnato da luci ed ombre lo scenario politico non fa eccezione, in particolare in relazione al ruolo delle donne. A inizio dicembre 2023 si sono concluse le elezioni locali che hanno confermato il dominio del partito al governo, il Bharatiya janata party (Bjp), negli stati della “hindi belt”, dove vive un terzo della popolazione.

Le donne nella politica indiana

Con l’approssimarsi delle elezioni del 2024 la politica indiana cerca i voti cruciali dell’elettorato femminile ma le donne che riescono ad intraprendere la carriera politica sono poche ed il pensiero sessista dominante prende di mira anche le parlamentari. Queste ultime sono appena 31 alla Camera alta (12,6%) e 82 in quella bassa (15%), contro rispettivamente 208 e 457 colleghi uomini. Nella composizione di governo, tra ministri e sottosegretari, le donne con incarichi sono appena 12 su 79.

   L’adozione delle quote di genere, previste dalle riforme degli ultimi anni, è rimasta solo sulla carta: tra i candidati presentati alle ultime elezioni dal Bjp e dal partito d’opposizione Indian National Congress (INC) le donne erano solo il dodici percento.

   Una situazione paradossale considerando che l’elettorato femminile è sempre più importante in India, poiché forma una base elettorale molto ampia e generalmente, a differenza degli uomini, le donne non sono affiliate ai partiti. A novembre, nello stato del Madhya Pradesh la percentuale delle votanti è stata del 76% delle aventi diritto (negli anni Sessanta l’adesione era sotto al 30%).

   Finché non vi sarà un reale cambiamento culturale accompagnato da criteri di selezione con meno barriere per l’accesso delle donne in Parlamento, le quote rosa e le leggi incideranno poco. E in questo contesto la già annunciata e controversa riforma dei collegi elettorali rischia di rimandare azioni concrete e l’entrata in vigore delle quote di genere previste dal Women Reservation Bill, approvato a settembre 2023.

   In uno scenario di crescenti tensioni politiche in vista della tornata elettorale del 2024, la parità di genere, sia in politica sia nella società e nel mondo del lavoro, rischia di rimanere in secondo piano tra i chiaroscuri di una crescita non priva di contraddizioni e ostacoli per l’India.

(https://terzomillennio.uil.it/ – Dipartimento Internazionale UIL-, 7/1/2024)

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(La coltivazione del riso nel Kerala, India – Foto ripresa da https://ilbolive.unipd.it/) – “(…) L’AGRICOLTURA, UN SETTORE STRATEGICO. Non appare esagerato definire il subcontinente indiano come Paese dei ‘nuovi’ record. Compresi quelli meno nobili delle disuguaglianze. Secondo Oxfam International, una piccolissima parte della popolazione indiana – appena l’1% – detiene circa il 40% della ricchezza del Paese e, se si allarga il dato al 5% della popolazione più abbiente, si arriva al 60%. Mentre, per converso, la metà della popolazione con i redditi più bassi detiene appena il 3% della ricchezza totale (in questo scenario la stessa analisi Oxfam ha infatti evidenziato che fra il 60 e il 70% della popolazione ha a disposizione il corrispettivo di circa due dollari al giorno). Anche se siamo di fronte a tassi di urbanizzazione in sensibile aumento, l’agricoltura rimane un settore strategico. Un comparto che ancora oggi assorbe quasi il 60% della popolazione e produce attorno al 17% del Pil del Paese. (…)” (Valentino Federici, da https://www.mondomacchina.it/, febbraio 2024)

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L’INDIA CONTINUA A CORRERE

di Valentino Federici, da https://www.mondomacchina.it/, febbraio 2024

– Anche nel 2024 il Subcontinente registrerà il maggior tasso di crescita del PIL fra i ‘grandi’ del pianeta. L’agricoltura resta un settore strategico per il sistema-Paese ma è condizionata dai cambiamenti climatici e da bassa produttività. Il ruolo della meccanizzazione per modernizzare il settore primario –

   Fine gennaio 2024. Esce il World Economic Outlook. E il Fondo Monetario internazionale analizza lo stato di salute e le prospettive delle principali economie del pianeta. Continua a leggere

SALVARE LE FORESTE DEL MONDO: popolazioni, persone in contesti difficili (donne, comunità isolate, popoli indigeni…) trovano una loro rivalsa e affermazione salvando gli alberi, la vita globale che dà la foresta. Encomio di un altro sviluppo possibile, da crederci e sostenere (noi che le nostre foreste le abbiamo distrutte)

(Mamas, Indonesia, da https://www.greenme.it/) – THE POWER OF MAMA”: così questo gruppo di donne coraggiose salva le foreste dagli incendi in INDONESIA – Le “MAMAS” dell’Indonesia sono un gruppo di donne vigili del fuoco nato nel 2022 dopo i tanti incendi boschivi che hanno colpito il BORNEO: sono quasi 100 donne di età compresa tra i 19 e i 60 anni (Rebecca Manzi, da https://www.greenme.it/)

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(Carta del BORNEO, da https://it.m.wikivoyage.org/) – Il BORNEO è un’isola di 743.107 km², nel sud-est asiatico, divisa tra MALAYSIA (regioni di Sabah e Sarawak) e BRUNEI nella parte settentrionale, e INDONESIA nella parte meridionale (regione del KALIMANTÀN), la terza isola del mondo per superficie, 4.095 m s.l.m. (da Wikipedia)

FERMARE IL FUOCO

LE «MAMAS» DELL’INDONESIA: LA FORESTA DIFESA DALLE DONNE

di AGNESE RANALDI, dal quotidiano “DOMANI” del 31/3/2024

– Sono una novantina e pattugliano il Borneo, armate di pompe idriche per sconfiggere incendi e deforestazione. Vogliono salvare le loro comunità, ma riescono anche a emanciparsi, trovando un ruolo attivo nella società –

   Le foreste del Borneo sono pattugliate da un reggimento che non imbraccia armi, ma pompe idriche, e che è composto unicamente da donne. Si tratta del POWER OF MAMA, l’unità antincendio che dal 2022 è attiva a KETAPANG, nel KALIMANTAN occidentale indonesiano (NDR: nella carta qui sopra: “KENDAWANGAN”).

   Insieme a una novantina di compagne, di età compresa tra i 19 e i 60 anni, la coordinatrice del collettivo Siti Nuraini presidia il territorio per preservare l’ambiente e proteggere salute e mezzi di sussistenza delle comunità locali. «Ogni anno subivamo incendi», ha raccontato Nuraini alla Bbc, «il fumo diventava così forte che i residenti erano costretti a evacuare e le scuole dovevano chiudere. Molti bambini soffrivano di infezioni respiratorie». L’Indonesian Nature Rehabilitation Initiation, affiliato alla no profit Animal Rescue, ha creato questo collettivo di pompiere forestali per rendere le donne agenti attivi del cambiamento e per combattere attivamente gli incendi che mettono a rischio la fauna selvatica, la vita delle persone e la biodiversità.

Taglia e brucia

Il villaggio di Nuraini si trova affianco alla foresta pluviale, uno dei polmoni verdi del Sudest asiatico. L’estesa presenza di torbiere la rende un importante serbatoio di carbonio: questi habitat, infatti, immagazzinano il doppio del carbonio di tutte le foreste del mondo. Ma il loro lavoro benefico è sempre più minacciato dalla deforestazione selvaggia praticata dalle coltivazioni intensive, che danno fuoco a porzioni di foresta per ampliare gli appezzamenti di terreno coltivabili.

   L’Indonesia è particolarmente suscettibile agli incendi, ma la colpa non è del caldo né del cambiamento climatico (che comunque fa il suo). Bensì di scelte politiche che hanno messo al primo posto la crescita economica, e solo in un secondo piano il benessere degli ecosistemi naturali e sociali. L’Indonesia è la maggior produttrice di olio di palma al mondo. Insieme alla Malesia, è la fondatrice del Council of Palm Oil Producing Countries, l’organizzazione intergovernativa che rappresenta le priorità, gli interessi e le aspirazioni delle nazioni produttrici di olio di palma del mondo cosiddetto in via di sviluppo. Include, infatti, anche l’Honduras e tre osservatori: Papua Nuova Guinea, Colombia, e Ghana.

   «L’olio di palma viene prodotto in modo sostenibile», si legge sul sito ufficiale del Consiglio, «in particolare migliorando la produzione senza aprire nuovi terreni per la coltivazione della palma da olio». Ma nel 2023 l’industria dell’olio di palma ha continuato a disboscare l’Indonesia attraverso la pratica agricola dello slash-and-burn (“taglia e brucia”). Si parla di quasi un milione di ettari di foresta che sono letteralmente andati in fumo, perché per fare spazio alle coltivazioni di olio di palma gli agricoltori producono roghi, che causano ingenti emissioni di carbonio e aggravano il problema della foschia transfrontaliera che riguarda tutta l’isola. Questo ha reso i terreni indonesiani aridi, e le lunghe distese di torbiere secche e suscettibili agli incendi.

La deforestazione

È così che anche fenomeni naturali come El Niño, che contribuisce a creare sull’isola un clima molto torrido, risultano particolarmente inclementi coi boschi del Borneo. Secondo il ministero dell’Ambiente e delle Foreste, più di 994mila ettari (15 volte Giacarta) sono bruciati da gennaio a ottobre 2023.

   Secondo un’analisi di TheTreeMap, le piantagioni industriali sono cresciute di 116mila ettari nel 2023, con un aumento del 54 per cento rispetto all’anno precedente. La deforestazione associata è aumentata del 36 per cento, con 30mila ettari di foresta convertiti nel 2023 rispetto ai 22mila ettari del 2022.

   Il movimento POWER OF MAMA, oltre a proteggere le comunità locali, incoraggia a bruciare i terreni usando la gestione indigena dei fuochi, che promuove la diversità ecologica e protegge le comunità dai rischi di incendi incontrollati.

Il ruolo delle donne

La progressiva infertilità dei campi impatta in modo significativo sulle donne indonesiane. Secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro, meno di un terzo dei lavoratori dell’olio di palma sono donne. I dati però non tengono conto del lavoro informale, come quello svolto dalle donne nei campi curati dai loro mariti. La sfida, per loro, è quella di riuscire a conciliare il peso del lavoro domestico con la necessità di portare avanti l’attività familiare nelle coltivazioni.

   Ma le cose stanno cambiando, anche grazie a iniziative come il Musim Mas’ Women Smallholders Programme, che ha formato circa 500 donne nella regione di Riau, a Sumatra. Nato nel dicembre 2023, il gruppo serve a fornire assistenza sanitaria e aiutare le donne impiegate in questo genere di lavori a mantenere uno stile di vita sano.

   Inoltre, secondo il rapporto Onu “Rural Women and Girls 25Ye rs after Beijing”, a livello globale si è assistito a una progressiva “femminilizzazione” del lavoro agricolo nelle aree rurali. Ciò è dovuto anche al fenomeno dell’urbanizzazione, dettato dalle nuove opportunità di lavoro offerte dallo sviluppo industriale, che nel Sudest asiatico – considerato in buona parte composto da economie “emergenti” – in alcuni casi è ancora in corso.

   Sono molti gli uomini che si sono spostati per cercare impiego in città, anche se restano la percentuale più alta dei proprietari terrieri nella campagna. Anche per questo, le donne indonesiane devono caricarsi, oltre al lavoro domestico, anche delle attività di sostentamento della loro famiglia e della comunità in cui vivono. Subiscono così, molto più spesso e in modo più sproporzionato, anche le conseguenze più inclementi del cambiamento climatico che si abbatte sui campi.

L’autodeterminazione

Il lavoro del POWER OF MAMA mira a ispirare le donne locali a svolgere un ruolo attivo nella protezione delle foreste, per garantire la sopravvivenza delle comunità e della fauna locale, come gli orangotango. Le Mamas battono quattro aree boschive: Pematang, Dagung, Sungai Besar, Sungai Awan Kiri e Sukamaju.

   Evitare che le foreste e le torbiere, un tempo umide e ricche di carbonio, siano prosciugate dall’agricoltura industriale è importante per ragioni che intersecano giustizia sociale, giustizia di genere e ambientalismo.

   Nuraini si alza presto tutte le mattine, esce indossando un hijab marrone con su scritto “the power of mama” e scarponi di gomma al ginocchio. «Ci deridevano perché indossavamo le uniformi e ci univamo alle pattuglie di controllo», ha raccontato, «gli uomini del villaggio ci prendevano in giro e dicevano cose come: “Donne che pattugliano? Davvero?”».

   Laili Khairnur, ambientalista e attivista per i diritti delle donne, ha raccontato che soprattutto nelle aree rurali le donne sono attori chiave dei programmi che coinvolgono le comunità. «Questo perché le donne sono le prime beneficiarie», ha detto alla Bbc, «il senso di appartenenza a un programma è la base del loro coinvolgimento». In altre parole, partecipare a iniziative collettive come il Power of Mama consente loro di aiutare la propria comunità, di autodeterminarsi, e quindi di aiutare sé stesse.

(AGNESE RANALDI, dal quotidiano “DOMANI” del 31/3/2024)

(Carta dell’INDONESIA, da WikIpedia)
BORNEO, la foresta pluviale esistente, quella rasa al suolo e le PIANTAGIONI di PALMA da OLIO (foto ripresa da https://ilfattoalimentare.it/). L’Indonesia è il massimo produttore al mondo di questo olio vegetale, ma ora sembra che il suo massimo produttore, la Golden Agri Resources, ha raggiunto un’intesa per la cessazione della deforestazione: Vai all’articolo di Arturo Cocchi (da “la Repubblica”)

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GLI ULTIMI 30 ANNI DELLE FORESTE NEL MONDO
Fonte: Global Forest Resources Assessment 2020, Main report (FAO)
Le foreste sono cruciali per l’equilibrio dell’ambiente globale, fornendo habitat alla fauna selvatica ed essendo i più grandi assorbitori di carbonio del mondo sulla terraferma. Ma negli ultimi tre decenni, il 43% dei paesi ha visto una riduzione netta della propria area forestale, mentre il 38% ha guadagnato area forestale e il 19% non ha avuto alcun cambiamento complessivo

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(I «Fronti di deforestazione» secondo il Wwf)

PATRIMONIO VERDE

NON SOLO AMAZZONIA: LE 15 FORESTE PIÙ A RISCHIO DEL PIANETA

di Carola Traverso Saibante, da https://www.corriere.it/

– Le foreste coprono il 30% delle terre emerse e contengono la gran parte di biodiversità. Ogni minuto 26 ettari di foresta (pari a 35 campi da calcio) vengono distrutti. Dal Congo al Kenya, dal Cile a Sumatra, ecco alcune tra quelle più a rischio –

I «Fronti di deforestazione» secondo il Wwf

Alcune tra le foreste di cui abbiamo parlato sono state identificate quali «Fronti di deforestazione» nell’ultimo capitolo del rapporto Living Forests Report: Saving Forests at Risk, realizzato recentemente dal Wwf. Piantagioni di palma da olio, soia; agricoltura e allevamento; legna per combustibile e carta; attività estrattiva; infrastrutture, dighe e altri progetti minacciano questi polmoni verdi. Secondo il rapporto, con gli attuali ritmi di deforestazione, nel giro di quindici anni si perderà un’area della taglia di Francia, Germania, Spagna e Portogallo messi insieme.

   I 170 milioni di ettari di foreste che andranno persi nel globo tra il 2010 e il 2030 si concentreranno all’80% negli undici fronti di deforestazione identificati: Amazzonia, foresta atlantica, Chocó-Darién e Gran Chaco, Borneo, Nuova Guinea, Sumatra e bacino del Congo. La savana tropicale del Serrado in Brasile, un tempo estesa quanto mezza Europa, oggi è terra di coltura per biocarburanti. Le foreste dell’Africa orientale e quelle dell’Australia orientale. E infine, quelle della regione del Greater Mekong, tra Cambogia, Laos, Myanmar, Thailandia e Vietnam, che ne ha già perse un terzo, e potrebbe perderne un altro terzo entro il 2030.

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LA MAPPA DELLE FORESTE: QUANTE NE ABBIAMO PERSE E QUANTE NE SONO CRESCIUTE IN 30 ANNI

di Giacomo Talignani, da www.repubblica.it del 22/1/2022

– Negli ultimi tre decenni il 43% dei Paesi ha visto una riduzione netta della propria area forestale, mentre il 38% l’ha guadagnata. In Africa e Amazzonia i danni peggiori della deforestazione. Ma dal 2000 sono ricresciuti 59 milioni di ettari –

   Qual è lo stato delle foreste del mondo? Quante ne stiamo perdendo e dove? Altre ricrescono? E come impatta l’azione dell’uomo su alberi e piante del nostro Pianeta?

   I polmoni verdi del mondo sono un organo straordinario per permettere la vita sulla Terra e mantenere la biodiversità. Negli ultimi decenni però l’agricoltura intensiva, gli incendi, le monocolture e l’espansione delle attività umane hanno contribuito a una crescente deforestazione mettendo a rischio il fondamentale contributo delle foreste, dall’assorbimento di CO2 nella lotta al riscaldamento globale sino agli habitat per milioni di specie.

   Osservando i dati dell’ultimo rapporto Fao 2020 sullo stato delle foreste e incrociando le cifre delle più recenti ricerche scientifiche, proviamo a rispondere ad alcune delle domande più importanti per conoscere le condizioni delle foreste globali. Le foreste ricoprono oggi circa il 31% della superficie del Pianeta, pari più o meno a 4 miliardi di ettari, ovvero circa a 0,52 ettari a persona.

Quante ne stiamo perdendo

Ogni anno nel mondo spariscono in media 10 milioni di ettari di foreste (media 2015-2020). Negli ultimi trent’anni, secondo la Fao, circa 420 milioni di ettari di foresta (a partire dal 1990) sono andati perduti per diverse ragioni: in primis per la conversione da parte dell’uomo del suolo ad altri usi, come l’agricoltura intensiva, ma anche per urbanizzazione, incendi e altri fattori. Il tasso di deforestazione nell’ultimo decennio è in calo: questo vale per esempio per le foreste europeenord americane e dell’Asia, ma non per l’Africa o il Sudamerica.

Quante ne crescono

Secondo un’analisi di Trillion Trees, join venture fra Wwf e Birdlife international e Wildlife conservation society, negli ultimi 20 anni quasi 59 milioni di ettari di foreste nel mondo sono ricresciuti. Una quantità pari alla superficie dell’intera Francia e che aiuta ad assorbire l’equivalente di 5,9 miliardi di tonnellate di CO2, più di tutte le emissioni annuali degli Usa.

Dove si trovano le grandi foreste

Più della metà delle foreste del mondo si trovano in Russia, Brasile, Canada, Stati Uniti d’America, Congo e Cina. La maggior parte delle foreste (45%) sono nella fascia tropicale, seguite da quella boreale. Le due più grandi foreste pluviali al mondo sono considerate quelle dell’Amazzonia e della Repubblica Democratica del Congo. Negli ultimi 30 anni il 43% dei Paesi ha visto una riduzione netta della propria area forestale, il 38% ha invece guadagnato area forestale e il 19% non ha avuto cambiamenti. Il 30% di tutte le foreste pluviali tropicali, delle foreste subtropicali secche e delle foreste temperate delle coste oceaniche si trovano oggi all’interno di aree protette e oggi 2,05 miliardi di ettari di foreste, oltre la metà del totale, sono soggetti a programmi di gestione.

Dove crescono o diminuiscono

Secondo la Fao i 10 Paesi che in media hanno registrato la più alta perdita annua netta di superficie forestale (tra 2010 e 2020) sono stati Brasile, Repubblica democratica del Congo, Indonesia, Angola, Tanzania, Paraguay, Myanmar, Cambogia, Bolivia e Mozambico. Al contrario, i dieci con il maggiore aumento netto nello stesso periodo sono Cina, Australia, India, Cile, Vietnam, Turchia, Stati Uniti d’America, Francia, Italia e Romania.

Amazzonia e Africa

Nel mondo le emissioni prodotte dalla perdita di superficie forestale sono diminuite di circa un terzo dal 1990. Per due aree però questo andamento positivo sembra non valere. In Amazzonia, secondo l’ong Imazon, solo nell’ultimo anno sono andati distrutti 10.476 chilometri quadrati, un’area più grande del 57% rispetto all’anno precedente e la più estesa dal 2012. Il tasso annuo più alto di perdita netta di foresta negli ultimi dieci anni si osserva però in Africa: qui è stato perduto un totale di 3,9 milioni di ettari. Studi recenti raccontano che questa perdita dovuta alla deforestazione sta già contribuendo ad aumentare gli effetti del riscaldamento globale, a rafforzare l’intensità dei temporali e delle inondazioni, soprattutto nelle aree costiere.

La biodiversità

L’80% della biodiversità terrestre sulla Terra è ospitata dalle foreste. Queste contengono oltre 60mila specie diverse di alberi e ospitano l’80% delle specie di anfibi, il 75% di uccelli e il 68% di mammiferi. La maggior parte delle superfici forestali (93% del totale) è costituita da foreste che si rigenerano naturalmente, il resto da foreste piantate.

La sussistenza

Per la Fao le foreste forniscono oltre 86 milioni di “posti di lavoro verdi” e si stima che di coloro che vivono in condizioni di estrema povertà oltre il 90% dipenda dalle foreste come mezzo di sussistenza, dal cibo sino alla legna.

Come proteggerle

Per preservare le foreste e i suoi abitanti è necessario continuare ad invertire la rotta della deforestazione e per la Fao possiamo farlo attraverso “un cambiamento radicale nel modo in cui produciamo e consumiamo il cibo”. Inoltre è “necessario conservare e gestire le foreste e gli alberi con un approccio che integri il paesaggio e rimediare ai danni finora causati dagli interventi di bonifica”.

(Giacomo Talignani, da www.repubblica.it del 22/1/2022)

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DAVI KOPENAWA portavoce del popolo YANOMANI (foto da Wikipedia)

DAVI KOPENAWA, portavoce del popolo YANOMANI I momenti salienti della vita di Davi Kopenawa – Survival International

EVENTI | 5-6-7 APRILE 2024

UN GRIDO DALL’AMAZZONIA. INSIEME A DAVI KOPENAWA YANOMAMI PER UN VIAGGIO DI CONOSCENZA

Convegno sulla salvaguardia della foresta Amazzonica con Butterfly Effect Butterfly effect project in Amazzonia. Tre giorni di incontri e dialogo con il portavoce del popolo Yanomami e sciamano Davi Kopenawa

L’Associazione Il mondo di Tommaso organizza un convegno di tre giorni che si svolgerà tra la foresta del Cansiglio, il Convento San Francesco della Vigna, a Venezia, e Parco Fenderl a Vittorio Veneto TV. Un vero e proprio viaggio di conoscenza sull’importanza della salvaguardia della Foresta Amazzonica e dei suoi popoli nativi, in particolare degli Indios Yanomami. Il progetto “Butterfly Effect Butterfly effect project in Amazzonia” promosso dall’Associazione, nasce proprio in difesa degli Indios che da sempre vivono e custodiscono la più grande foresta pluviale del mondo, luogo fondamentale per la vita sulla terra. Numerosi gli ospiti che interverranno nel corso delle giornate: Davi Kopenawa, portavoce del popolo Yanomami, sciamano e noto a livello internazionale per il suo impegno in difesa dei diritti indigeni, della salvaguardia della foresta amazzonica e della tutela dell’ambiente; Carlo Zaquini missionario della Consolata in Brasile; Marco Tobon antropologo, accademia degli studi amazzonici dell’Università Nazionale Colombiana, Luca Mercalli climatologo e divulgatore scientifico, Luise Raffaele giornalista e scrittore, autore del libro “Amazzonia. viaggio al tempo della fine”; Toio de Savorgnani scrittore e ambientalista; Michele Boato Direttore dell’Ecoistituto del Veneto Alex Langer.

Tante voci diverse accomunate da una stessa consapevolezza: salvaguardare la foresta, e i suoi abitanti, è fondamentale per salvaguardare l’esistenza stessa del nostro Pianeta.

Il programma degli eventi gratuiti

📆 5 APRILE 2024

📍 Rifugio Alpino Vallorch Al Pian del Cansiglio

▶ 15:00 | Passeggiata con Davi Kopenawa Yanomami, Carlo Zacquini, Toio De Savorgnani e Marco Tobon.

▶ Concerto in foresta con Zumusic Project.

▶ 19:30 | Cena di beneficenza nel Rifugio Alpino Vallorch AL Pian del Cansiglio. (Su prenotazione)

È gradita la prenotazione: info@ilmondoditommaso.org | WhatsApp a Claudio 338 6213782 oppure Toio 346 6139393

📆 6 APRILE 2024

📍 Convento San Francesco della Vigna, Venezia

▶ 16:00 | Convegno sull’Amazzonia con Davi Kopenawa Yanomami, Carlo Zacquini, Luca Mercalli, Marco Tobon, Simone Morandini, Raffaele Luise, Toio De Savorgnani e Michele Boato

📆 7 APRILE 2024

📍 Parco Fenderl, Via San Gottardo 91, Vittorio Veneto (TV)

▶ 10:00 | Incontro con “Artigian e Contadin”

▶ 10:30 | Passeggiata con Davi Kopenawa Yanomami

▶ 11:00 | Spettacolo di burattini con Alberto de Bastiani

▶ 15:00 | Inaugurazione Murales di Ericailcane e Bastardilla

▶ 16:00 | Convegno sull’Amazzonia con Davi Kopenawa Yanomami, Marco Tobon, Paola Favero, Raffaele Luise, Toio De Savorgnani, Michele Boato

▶ 20:30 | Concerto con l’OrcheStraForte, orchestra giovanile formata da una quarantina di studenti di musica

EVENTI GRATUITI

È gradita la prenotazione: info@ilmondoditommaso.org

WhatsApp a Claudio 338 6213782 oppure Toio 346 6139393

Per ulteriori informazioni e rimanere aggiornati sui progetti dell’Associazione: ilmondoditommaso.org

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(Movimento Chipko: abbracciare gli alberi per salvare le foreste dell’Himalaya e dell’India, foto ripresa da https://www.corriere.it/) – (…) Sotto la guida di due discepoli diretti di Gandhi, Mira e Sarala Bhen, e del locale Sunderlal Bahuguna, nel 1973 è nato il Movimento Chipko, che lotta contro il crescente e irrazionale sfruttamento delle risorse forestali sulle pendici dell’Himalaya e dell’India.  Un’iniziativa che è stata ispirata alla storia di Amrita Devi Bishnoi che venne decapitata insieme alle sue tre figlie per aver guidato nel 1730 la difesa pacifica di una foresta di alberi khejri, che l’allora governatore aveva ordinato di abbattere per costruire un nuovo palazzo. (…)” (REBECCA MANZI, da https://www.greenme.it/)

MOVIMENTO CHIPKO, ABBRACCIARE GLI ALBERI PER SALVARE LE FORESTE DELL’HIMALAYA E DELL’INDIA

di Rebecca Manzi, da https://www.greenme.it/, 12/1/2024

– Uno sforzo collettivo, in primis delle donne contadine, per preservare le foreste ed evitare l’abbattimento degli alberi, ispirandosi ad un episodio del 1730 –

   Sotto la guida di due discepoli diretti di Gandhi, Mira e Sarala Bhen, e del locale Sunderlal Bahuguna, nel 1973 è nato il Movimento Chipko, che lotta contro il crescente e irrazionale sfruttamento delle risorse forestali sulle pendici dell’Himalaya e dell’India.

   Un’iniziativa che è stata ispirata alla storia di Amrita Devi Bishnoi che venne decapitata insieme alle sue tre figlie per aver guidato nel 1730 la difesa pacifica di una foresta di alberi khejri, che l’allora governatore aveva ordinato di abbattere per costruire un nuovo palazzo.

   Si narra che la sua ultima frase sia stata: “Una testa mozzata è più economica di un albero abbattuto”.  Quando la notizia si diffuse, i bishnoi di diversi villaggi si recarono sul posto per manifestare contro il disboscamento.

   Uomini, donne, anziani e bambini iniziarono ad abbracciare gli alberi, ma i soldati non ebbero pietà. Tanti, tantissimi, fecero infatti la stessa fine di Amrita. Quel giorno a terra rimasero i corpi di 363 persone uccise mentre proteggevano la foresta.

GLI ESORDI DEL MOVIMENTO CHIPKO

Per far sì che il loro gesto non sia stato vano, si diede vita al Movimento Chipko che da allora si spende per salvare gli alberi pacificamente. La prima azione risale al 1973, quando un gruppo di abitanti della comunità di Mandal si recò nella foresta battendo i tamburi per proteggere 300 frassini che dovevano essere abbattuti.

   Questa volta, però, ebbero più fortuna. Gli operatori con le motoseghe, vedendo la comunità organizzata e determinata ad abbracciare gli alberi, desistettero dall’abbatterli. Proprio da qui il movimento prese il nome di Chipko, che in hindi significa “abbracciare” o “aggrapparsi”.

   Un movimento di donne e uomini, ma soprattutto di donne contadine che furono protagoniste nonostante i propri mariti lavorassero nelle segherie. Spesso si trovarono a contrastare i loro stessi compagni, ma gli ideali erano più forti di tutto.

   Inizialmente l’obiettivo del Chipko era solo la sopravvivenza delle comunità rurali, che avevano bisogno delle risorse forestali, ma a poco a poco il movimento si è evoluto e si è affermato nel corso del tempo anche grazie a fenomeni nati successivamente ma che qui ebbero i loro esordi come il femminismo o l’ambientalismo. (Rebecca Manzi, da https://www.greenme.it/, 12/1/2024)

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(Alberi abbattuti a Cortina, immagine da https://www.today.it/) – (marzo 2024) 500 larici a CORTINA abbattuti; un abbattimento programmato nel BOSCO di RONCO per fare posto alla PISTA da BOB per le Olimpiadi 2026

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LE DONNE INDIGENE CI STANNO MOSTRANDO COME LOTTARE PER I DIRITTI AMBIENTALI E UMANI

di CARLOTTA SISTI, 7/2/2024, da https://www.elle.com/it/magazine/

– Le donne indigene attiviste del Sud America hanno cambiato completamente il panorama politico e non hanno intenzione di mollare –

   Il Sud America è attraversato da Continua a leggere

Lo SPOPOLAMENTO dei COMUNI periferici, e il conseguente accentramento della popolazione nelle maggiori aree urbane, denota sia la crisi di servizi (sanità, scuola, mobilità…) e opportunità dei medi-piccoli comuni, oltreché il loro isolamento politico, economico, culturale – Perché la FUSIONE dei COMUNI in CITTÀ è un PROCESSO istituzionale già in grave ritardo storico

(giovani costretti ad andarsene: lo spopolamento di tanti comuni è particolarmente dovuto alla mancanza di opportunità; foto ripresa da https://www.basilicata24.it/)

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(CLASSIFICAZIONE DELLE AREE INTERNE – da IL SOLE 24ORE del 17/3/2024)

LE AREE INTERNE

I Comuni periferici

Le Aree Interne sono rappresentate dai Comuni italiani più periferici, in termini di accesso ai servizi essenziali (salute, istruzione, mobilità) e quindi maggiormente distanti rispetto ai centri di offerta di servizi. La classificazione delle Aree Interne è il risultato di un percorso metodologico avviato dall’ex-Agenzia per la Coesione Territoriale, all’interno della Strategia Nazionale per le Aree Interne (SNAI), che ha visto coinvolti

l’Istat, la Banca d’Italia e le Regioni. Per individuare i comuni che ricadono nelle aree interne, per prima cosa vengono definiti i Comuni “polo”, cioè le realtà territoriali che offrono contemporaneamente (da soli o insieme ai confinanti): A. un’offerta scolastica secondaria superiore completa, cioè almeno un liceo (classico o scientifico) e almeno uno fra istituto tecnico e istituto professionale; B. almeno un ospedale con capacità operative avanzate; C. una stazione ferroviaria medio-piccola con più di 2.500 passeggeri al giorno.   Maggiore è la distanza dal comune che offre simultaneamente questi tre servizi, maggiore è la connotazione periferica del comune in esame. (Carlo Marroni, da “il Sole 24ore” del 17/3/2024)

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L’INVERNO DEMOGRAFICO

L’ITALIA SPOPOLATA DEI COMUNI INTERNI: GLI ABITANTI FUGGONO, RESTANO GLI OVER 80

di Carlo Marroni, da “il Sole 24ore” del 17/3/2024

– Il 58% del Paese non ha servizi sufficienti, i residenti emigrano verso altri luoghi – Il record spetta a Basilicata, Molise, Calabria e Sardegna. A rischio Liguria e Friuli – il calo Nel 2030 i residenti italiani diminuiranno di 600mila unità e saranno tutti abitanti delle aeree più periferiche – le AREE INTERNE Nelle zone con minor dotazione di servizi abita il 22,7% della popolazione, poco più di 13 milioni di persone –

   L’Italia continua spopolarsi: sempre meno abitanti e più anziani. Il 58% del territorio è coperto da AREE INTERNE (zone non necessariamente lontane dal mare o povere) dove è residente il 23% della popolazione (12 milioni di persone). Qui la minor dotazione (di servizi) si fa sentire e i residenti fuggono. Sul posto restano sempre più over 80. L’abbandono dei territori riguarda regioni del Sud, tra cui Basilicata, Molise, Calabria, Sardegna, ma anche aree ligure, piemontesi, friulane.

   Il primo pensiero va all’immagine di un piccolo agglomerato di case, magari attorno a un vecchio campanile, più o meno in alta collina. L’Italia dei piccoli borghi, con al massimo una bottega. Ma le “aree interne” sono anche altre, e mai si penserebbe che sono tali – per assenza di specifici servizi – città come la splendida Matera o addirittura località costiere, come Termoli. Interna quindi non significa lontano dal mare. E neppure povera, come l’immaginario vorrebbe, visto che ci sono luoghi come Cernobbio.

   L’Italia vede la parte principale del suo territorio, oltre il 58%, coperta da comuni definiti “AREE INTERNE”, dove è residente (non è detto che ci viva) meno di un quarto della popolazione, esattamente il 22,7 per cento, poco più di 13 milioni di persone.

   Per chiarire il concetto: le aree interne sono i comuni italiani più periferici, in termini di accesso ai servizi essenziali (salute, istruzione, mobilità). Per definire quali ricadono nelle aree interne, per prima cosa vengono definiti i COMUNI “POLO”, cioè realtà che offrono contemporaneamente (da soli o insieme ai confinanti): 1) un’offerta scolastica secondaria superiore articolata (cioè almeno un liceo – scientifico o classico – e almeno uno tra istituto tecnico e professionale), 2) almeno un ospedale avanzato, 3) una stazione ferroviaria media con almeno 2.500 passeggeri al giorno.

   Per la sua conformazione del territorio l’Italia, attraversata per larga parte da catene montuose o dalla dorsale appenninica, è innervata di centri minori – classificati dall’Istat in COMUNI INTERMEDI, PERIFERICI e ULTRAPERIFERICI – che, in molti casi, sono in grado di garantire ai residenti soltanto una limitata accessibilità ai servizi essenziali.

   La regione con la maggiore percentuale di comuni in forte spopolamento (tasso di crescita continuo negativo, inferiore al -4 per mille annuo) è la Basilicata (68,7%, 90 comuni su 131), seguita a breve distanza dal Molise (60,3%, 82 comuni su 136) e dalla Calabria (58,4%, 236 comuni su 404). All’opposto, le regioni con la percentuale maggiore di comuni in forte crescita sono il Trentino-Alto Adige/Südtirol e l’Emilia-Romagna, entrambe con il 50% dei comuni in crescita, cioè oltre il 4 per mille annuo (141 comuni su 282 in Trentino e 164 su 328 in Emilia-Romagna), con il caso della Liguria, con circa il 29% dei comuni in forte spopolamento (68 comuni su 234).

   Questo per quanto riguarda i numeri principali, che mettono bene in evidenza come per l’Italia sia essenziale comprendere il problema – e su questo c’è un grosso impegno dell’Università del Molise, che dal 2016 ha costituito il Centro di Ricerca per le Aree Interne e gli Appennini (ArIA). Come mostrano i ricercatori di ArIA Carlo Lallo, Emilio Cameli e Federico Benassi la questione è nel contempo sociale, di sviluppo economico, di rappresentanza politica e di tenuta del territorio.

   Un dato quindi va subito ben chiarito: non sono aree deserte, visto che spesso comprendono città molto abitate. Il tema è quello dei servizi, la cui assenza accentua via via nel tempo un processo di spopolamento, o comunque di impoverimento, vista la migrazione di giovani e l’innalzamento progressivo dell’età media. Non c’è una soluzione unica proprio per la varietà presente, ma per tutti serve una presenza delle istituzioni – dicono gli esperti – con soluzioni che possano attingere anche all’esperienza recente, su tutte il Covid e l’operatività a distanza, sia lavorativa che didattica. Infatti la sfida è portare una struttura digitale dove questa è assente o debole, permettendo magari di aggregare offerte di servizi in aree limitrofe.

   Comunque il tema dello spopolamento non è solo territoriale, visto che l’Italia perde un milione di abitanti ogni 3-4 anni, e in più molti residenti in piccoli centri in realtà lo sono solo nominalmente (spesso per motivi fiscali) ma in realtà vivono in centri maggiori. Se la previsione da ora al 2030 è di un calo di popolazione italiana di circa 600mila persone, queste saranno concentrate soprattutto nelle aree interne: le stime parlano di un calo del 4,2 per mille, rispetto all’1,6 dei maggiori centri abitanti. Poi c’è l’età: nel 19,8% dei comuni italiani (1565 su 7904) gli anziani con più di ottanta anni segnano una forte presenza, tra un decimo ed un terzo dell’intera popolazione. La Regione con il più alto numero di comuni con forte presenza anziana è il Molise (51,5%, 70 comuni su 136), seguita dalla Liguria (50,4%, 118 comuni su 234) e dall’Abruzzo (40%, 122 comuni su 305).

   Come visto le Aree Interne – si rileva in un focus dell’Istat – risultano presenti soprattutto nelle regioni del Mezzogiorno dove complessivamente il 67,4% dei Comuni rientra nelle Aree interne, con picchi in Basilicata Sicilia, Molise e Sardegna dove tali percentuali superano il 70%. Al Centro Italia il peso relativo di queste aree è molto più contenuto e arriva, con 532 Comuni, al 54,8% del totale. Qui la distribuzione regionale appare molto più equilibrata rispetto alle altre ripartizioni ed è compresa tra il 46,3% delle Marche e il 60,1% della Toscana. Nel Nord-ovest e nel Nord-est la quota di Comuni che rientrano nelle Aree Interne si riduce ulteriormente, 33,7%e 41,4% rispettivamente.

   Rispetto all’altimetria i comuni interni montani rappresentano il 48,9% del totale, nelle aree collinari sono presenti 1.625 (42,4%), con significative presenze in Sardegna (218 Comuni), Sicilia (198 Comuni) e Campania (173); quelli localizzati in pianura sono appena 335 (8,7%).

   La distribuzione dei Comuni secondo le altre caratteristiche fisiche conferma il quadro appena descritto: l’84,5% dei Comuni si colloca lontano dal mare (Comune non costiero), per il 79,9% si tratta di Comuni definiti “rurali” secondo la classificazione europea del grado di urbanizzazione. La bassa densità abitativa è la caratteristica maggiormente evidente, ma non mancano le eccezioni. Si tratta di otto comuni con oltre 50mila residenti: il caso più eclatante è quello di Gela in Sicilia (più di 72mila abitanti), classificato come Periferico perché manca di una stazione ferroviaria almeno di tipo Silver. Per le medesime ragioni il comune di Altamura in Puglia è classificato come Intermedio (quasi 70mila abitanti), mentre Vittoria in Sicilia, che ha poco più di 62mila residenti, è classificato come Intermedio per l’assenza di ospedali avanzati e stazioni ferroviarie come requisito. Anche alcuni capoluoghi sono classificati tra le Aree Interne, oltre Matera (quasi 60mila abitanti), risultano Nuoro ed Enna, per la mancanza di una stazione ferroviaria, e Isernia per l’assenza di un ospedale con servizio “Dea” (ndr: Dipartimento di Emergenza Urgenza e Accettazione).

(CARLO MARRONI, da “il Sole 24ore” del 17/3/2024)

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(Numero di Comuni per regione, tabella tratta da https://www.lentepubblica.it/)

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(MAPPA DELLO SPOPOLAMENTO PER REGIONI, da “il Sole 24ore” del 17/3/2024) (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

LO SPOPOLAMENTO

Basilicata al record

La regione con la maggiore percentuale di comuni in forte spopolamento (tasso di crescita continuo negativo, inferiore al -4 per mille annuo) è la Basilicata (68,7%, 90 comuni su 131), seguita a breve distanza dal Molise (60,3%, 82 comuni su 136) e dalla Calabria (58,4%, 236 comuni su 404). All’opposto, le regioni con la percentuale maggiore di comuni in forte crescita sono il Trentino-Alto Adige/Südtirol e l’EmiliaRomagna, entrambe con il 50% dei comuni in forte crescita, cioè oltre il 4 per mille annuo (141 comuni su 282 in Trentino e 164 su 328 in Emilia-Romagna).

   La polarizzazione Nord in crescita/Sud in spopolamento è evidente: la prima regione del Nord nella classifica è la Liguria, al 10° posto, con circa il 29% dei comuni in forte spopolamento (68 comuni su 234). Al tempo stesso, nessuna regione italiana è esente da fenomeni di spopolamento in almeno una parte dei propri comuni.

Trentino a due velocità

Ad esempio, in Trentino-Alto Adige/Südtirol il 4,6% dei comuni segna comunque una forte diminuzione della popolazione (13 comuni su 282), ed in Emilia-Romagna la percentuale dei comuni in forte contrazione demografica arriva al 17,7% (58 comuni su 328).

   Simmetricamente, anche in Basilicata, Molise e Calabria sono presenti comuni in forte crescita: il 3,1% (4 comuni su 13) in Basilicata, il 9,6% (13 comuni su 136) in Molise e il 7,4% (30 comuni su 404) in Calabria.

(Carlo Marroni, da “il Sole 24ore” del 17/3/2024)

INVECCHIAMENTO

Il peso degli over 80

Nel 19,8% dei comuni italiani (1565 su 7904) gli anziani con più di ottanta anni segnano una forte presenza, tra un decimo ed un terzo dell’intera popolazione. La Regione con il più alto numero di comuni con forte presenza anziana è il Molise (51,5%, 70 comuni su 136), seguita dalla Liguria (50,4%, 118 comuni su 234) e dall’Abruzzo (40%, 122 comuni su 305).   All’opposto, in Trentino-Alto Adige/Südtirol ed in Veneto il numero di comuni con una forte presenza anziana non superano il 5% (sono infatti solo l’1,4% in Trentino ed il 4,1% in Veneto).   In Trentino-Alto Adige in particolare, quasi la metà di comuni sono caratterizzati da una struttura molto più giovane del collettivo nazionale. Il 48.9% dei comuni trentini e altoatesini, 138 comuni su 282, segnano infatti una presenza di ultraottantenni inferiore al 6,4%.

(Carlo Marroni, da “il Sole 24ore” del 17/3/2024)

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L’ITALIA DEI PICCOLI COMUNI TRA CRISI, SPOPOLAMENTO E VOGLIA DI RISCATTO

di Francesca Liani, 24/1/2024, da https://www.lentepubblica.it/

L’Italia rimane un Paese di piccoli Comuni anche se dal 2000 ci sono 205 Comuni in meno.

   È stato recentemente presentato uno studio della Fondazione Think Tank Nord Est, laboratorio di idee, proposte e animatore del dibattito sullo sviluppo del territorio compreso tra le province di Venezia, Treviso, Udine e Pordenone, che ha analizzato il fenomeno della riduzione progressiva del numero dei Comuni italiani alla luce dei dati Istat.

   Dal report si apprende che a partire dal 22 gennaio 2024, il numero dei Comuni in Italia è sceso a 7.896. Quello della diminuzione dei Comuni è stato un processo lento ma inesorabile cominciato all’inizio degli anni Duemila. Nel 2001 infatti, l’Italia esprimeva il numero massimo dei Comuni pari a 8.101 ma da allora c’è stata una diminuzione di 205 unità. Un processo analogo a quello di molti altri Paesi europei ma  più diluito nel tempo: infatti, tra 2006 e 2023, mentre in Italia il calo è stato solamente del 2,5%, in Grecia la riduzione è stata del 68%, nei Paesi Bassi del 25%, in Germania del 13%, in Austria dell’11% e in Francia del 5%. Oggi l’Italia è il quarto Paese europeo per numero di Comuni, dietro a Francia, Germania e Spagna.

L’ITALIA, UN PAESE DI PICCOLI COMUNI TRA CRISI, SPOPOLAMENTO E VOGLIA DI RISCATTO

Nonostante la riduzione del numero di Comuni, l’Italia si presenta ancora come un Paese di piccoli Comuni; il 70% ha meno di 5.000 abitanti (5.521), mentre il 25,5% hanno addirittura meno di 1.000 abitanti (2.012). I piccoli Comuni si trovano soprattutto nelle aree alpine ed appenniniche, ma sono presenti anche nelle basse pianure del Nord e in alcune aree del Meridione.

   Il numero maggiore di Comuni italiani è concentrato nel Nord del Paese: il 19% si trova in Lombardia e quasi il 15% in Piemonte; in queste due regioni ci sono più di 1.000 Enti con meno di 5 mila abitanti. In Valle d’Aosta, capoluogo a parte, tutti i Comuni sono di piccola dimensione, ma una percentuale molto significativa di piccoli Municipi si registra anche in Molise (94,1%), Piemonte (88,6%), Trentino Alto Adige (85,8%), Sardegna (83,8%), Abruzzo (83%) e Basilicata (81,7%).

   Questi Comuni sono attraversati da fenomeni socio-economici e demografici molto simili  ossia: invecchiamento della popolazione, disoccupazione, progressivo abbandono e spopolamento, crisi della natalità.

   In particolare lo spopolamento dovuto alla mancanza di opportunità vincola soprattutto gli anziani e coloro che più faticano a trovare alternative. Di conseguenza, cresce in questi territori il bisogno di Stato sociale che si faccia carico non solo delle persone più fragili ma anche del cambiamento climatico e del dissesto idrogeologico che espone i piccoli Comuni delle aree interne a calamità e ad eventi estremi (piogge torrenziali, inondazioni e frane; siccità e incendi; tempeste di vento ecc.)

   Eppure, nonostante questa fragilità, i piccoli Comuni rimangono custodi di un immenso patrimonio naturale, d’arte, cultura, tradizioni, con una varietà enogastronomica che non ha uguali nel mondo, e forse proprio per le loro piccole dimensioni, sono diventati anche luoghi di sperimentazione di buone pratiche più innovative in fatto di energia, turismo (alberghi diffusi) economia verde e riciclo dei rifiuti, laboratori di accoglienza e inclusione sociale.

   Lo stesso Papa Francesco invita queste comunità a guardare le opportunità oltre i vincoli, ad impegnarsi in “pratiche sociali innovative”, nella cura del territorio in chiave sostenibile, a sperimentare nuove forme di welfare  basate su “forme di mutualità e reciprocità”.

   Nel frattempo, tuttavia, il fenomeno dell’invecchiamento e della riduzione della popolazione italiana farà sentire sempre più i suoi effetti in futuro, con riduzioni di residenti nei piccoli comuni intorno al 5% entro il 2040.

LE STRATEGIE PER ARGINARE L’ABBANDONO DEI BORGHI

Una delle strategie messe in atto per frenare l’abbandono e lo spopolamento dei Comuni è l’accorpamento/fusione che in Veneto è ora norma nel Piano di Riordino Territoriale.

   Ma non è detto che la soluzione migliore sia la fusione. L’unione dei Comuni è una forma di associazione tra comuni confinanti che non prevede la fusione tra amministrazioni ma la gestione condivisa di alcune funzioni e servizi, mantenendo la propria autonomia negli altri aspetti. Le unioni presenti in Italia sono 540. La regione che in termini assoluti registra il maggior numero di enti è il Piemonte (116) seguito da Lombardia (75) e Sicilia (50). Le due aree con il numero minore sono l’Umbria (4) e la provincia autonoma di Trento (2).

   Sicuramente, la condivisione di progettualità a livello sovracomunale è già un passo importante che molti Comuni condividono anche per mettere a sistema l’offerta ed intercettare maggiori risorse ed investimenti sul territorio.

   Per assicurare un futuro a questa parte del Paese, Legambiente promuove dal 2004 PiccolaGrandeItalia, una campagna il cui obiettivo è tutelare l’ambiente e la qualità della vita dei cittadini che vivono in questi centri stretti fra la rarefazione dei servizi e lo spopolamento. Affinché non esistano aree deboli, ma comunità messe in condizione di funzionare al meglio e competere.

Di certo lo spirito di sopravvivenza dei piccoli Comuni d’Italia è ben temprato. Oltre l’inverno demografico, tra le rughe dei pochi anziani rimasti, in mezzo alla crisi economica che incrementa lo spopolamento, si intravede voglia di riscatto e riaffermazione.

   I 4.381 progetti presentati ad Invitalia con il bando Imprese Borghi e gli 850 da finanziabili con il bando MAECI per il  turismo delle radici, testimoniano che i piccoli Comuni non desiderano semplicemente sopravvivere ma vogliano invertire la rotta ed essere protagonisti di una nuova rinascita all’insegna della bellezza, dell’autenticità e della riscoperta delle tradizioni.

(Francesca Liani, 24/1/2024, da https://www.lentepubblica.it/)

(Mappa dei comuni in Italia con meno di 5mila abitanti, tratta da https://www.lentepubblica.it/)

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(tabella tratta da https://www.lentepubblica.it/)

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QUANDO LA GEOGRAFIA ISTITUZIONALE FRENA LO SVILUPPO DEI TERRITORI

di Dario Immordino, da “la voce.info” del 12/12/2023, https://lavoce.info/  

I bacini istituzionali si rivelano molto più piccoli di quelli utilizzati quotidianamente dalla popolazione e dalle imprese. Il riassetto istituzionale dovrebbe riguardare l’intero sistema dei poteri locali, compresa la galassia di società partecipate –

Il peso della geografia istituzionale

Il deficit di qualità istituzionale del sistema italiano certificato dal rapporto dell’Istat, dalla relazione della Commissione europea sulle politiche di coesione e da molte relazioni dei presidenti dei tribunali amministrativi dipende in certa misura dalle criticità dell’assetto istituzionale.

   In una situazione ideale dal punto di vista dell’efficienza, la dimensione demografica del governo locale è strutturata in modo da rispecchiare le caratteristiche socioeconomiche territoriali e da consentire lo sfruttamento di economie di scala (le prestazioni vengono prodotte al minore costo unitario possibile) e la massima coincidenza tra utilizzatori e finanziatori dell’offerta territoriale di prestazioni pubbliche. In queste condizioni, tutti i servizi vengono erogati secondo adeguati standard qualitativi e quantitativi, poiché raggiungono la soglia minima di domanda sufficiente, i cittadini sono in grado di esercitare il massimo controllo sull’operato dei propri amministratori.

   Invece i sistemi locali del lavoro dimostrano inequivocabilmente che i bacini istituzionali non rispecchiano l’assetto e le esigenze della mobilità, del lavoro, della società, della produzione e il sistema di relazioni economiche e sociali, poiché si rivelano molto più piccoli di quelli utilizzati quotidianamente dalla popolazione e dalle imprese.

   Di fatto, la realtà istituzionale, definita dai confini amministrativi, non coincide con quella vissuta da cittadini e imprese, delineata dai flussi di pendolarismo, dalla geografia delle attività produttive, delle residenze e dei luoghi di lavoro. Le relazioni socio-economiche sono fluide e in continua evoluzione e richiedono flessibilità e capacità di adattamento da parte delle politiche pubbliche e degli assetti istituzionali, mentre i confini amministrativi producono rigidità, frazionamento istituzionale e criticità decisionali.

   I piccoli enti non raggiungono la dimensione minima necessaria a conseguire economie di scala e di scopo nella produzione dei servizi, ad abbattere i costi fissi di erogazione delle prestazioni e a garantire lo svolgimento efficiente delle funzioni di loro competenza. Finiscono così per sostenere oneri elevati per fornire a cittadini e imprese servizi inadeguati. Non a caso gli ultimi rapporti della Corte dei conti certificano che sempre più enti locali non sono in grado di offrire prestazioni pubbliche adeguate agli standard qualitativi e quantitativi prescritti e di garantire i diritti essenziali dei cittadini.

   In alcune realtà territoriali, peraltro, la ridotta dimensione demografica si accompagna alla presenza di altri fattori critici: bassa densità abitativa e caratteristiche morfologiche sfavorevoli del territorio, che comportano una lievitazione dei costi di esercizio di alcune funzioni (trasporto pubblico, istruzione, sanità e assistenza), presenza di “motori economici” deboli, progressivo spopolamento dei piccoli comuni, scarsa presenza della popolazione giovanile e forte incidenza di quella anziana, che rende necessaria l’attivazione di servizi assistenziali che gli enti più piccoli difficilmente riescono a sostenere, a causa delle scarse risorse disponibili e degli elevati costi di gestione (distribuiti tra un numero di utenti ridotto che non consente di raggiungere risultati di economicità ed efficacia).

   La competizione nazionale e internazionale, ma anche l’articolato strumentario di target e milestone del Piano nazionale di ripresa e resilienza e delle politiche di coesione, impongono servizi altamente qualificati nel campo della ricerca e dell’innovazione, delle grandi infrastrutture di trasporto e comunicazione, settori che contribuiscono all’attrattività dei territori e richiedono in genere una soglia di domanda elevata per poter essere economicamente sostenibili.

   Sottodimensionamento e frammentazione istituzionale, invece, impongono una barriera burocratica in territori molto integrati dal punto di vista funzionale, ostacolano l’innovazione, escludono i sistemi territoriali da segmenti economici in crescita, perché li rendono inadeguati alle trasformazioni dei flussi turistici e dei settori industriali governati dalle piattaforme elettroniche globali e degli altri fenomeni che condizionano il mercato immobiliare, il tessuto commerciale e produttivo, le esigenze e consuetudini sociali.

   Queste criticità dell’assetto istituzionale comportano non solo marginalizzazione e maggiori oneri economici per il sistema produttivo (con conseguente perdita di competitività), ma anche costi ambientali e sociali sempre più pesanti, che gravano soprattutto sui residenti e sugli utenti dei servizi pubblici (congestione da traffico, inquinamento).

   In più, l’estrema frammentazione della realtà istituzionale implica la moltiplicazione dei centri di programmazione e di spesa e la frantumazione delle politiche di sviluppo territoriale in una infinità di misure e interventi che assorbono risorse pubbliche senza produrre adeguate prestazioni.

Come riorganizzare l’assetto degli enti locali

Il percorso riformatore innescato dal Pnrr costituisce l’occasione per riorganizzare l’assetto degli enti locali incentrandolo sul criterio della funzionalità, cioè sull’esistenza di esigenze e caratteristiche comuni a più territori, secondo un approccio che consenta di utilizzare in modo strategico le risorse e le potenzialità di ogni contesto, di valorizzarne il potenziale competitivo (capitale infrastrutturale, naturale, produttivo, cognitivo, sociale e relazionale), di attivare sinergie, di strutturare nuove efficienti politiche territoriali e di programmazione (dalla pianificazione strategica alla progettazione partecipata); di individuare limiti di soglia o sostenibilità.

   L’obiettivo dovrebbe essere strutturare un sistema di governo locale calibrato sulla base delle specificità territoriali come la compenetrazione urbanistica, la condivisione di servizi culturali e scolastici, lo sviluppo urbano ed economico e le prospettive potenziali di crescita (logistica e portualità, industria ed energia, turismo e servizi d’area vasta) e in grado di favorire la gestione e il consumo razionale e sostenibile del suolo e degli spazi urbani, oltre che di altri beni collettivi come welfare, sanità, ricerca e formazione, acqua, energia, la connessione delle reti urbane e infrastrutturali.

   Il sistema di governo locale deve essere incentrato sul potenziamento delle filiere (scuola-formazione-politiche per l’impiego, pianificazione-paesaggio-tutela ambiente e così via) e della dimensione di area vasta, attraverso la riorganizzazione degli enti intermedi e la promozione di forme associative e di cooperazione e di spazi di concertazione tra gli enti e i soggetti operanti nel territorio, al fine di contenere il consumo di suolo, organizzare la mobilità e i flussi di pendolari e di merci, gestire i servizi su scala adeguata, pianificare gli insediamenti produttivi e di servizio, gestire le politiche ambientali, programmare lo sviluppo locale, l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, le reti infrastrutturali.

   Bisogna dunque riconfigurare la dimensione istituzionale del governo locale, ma per conseguire gli impegnativi obiettivi di efficienza imposti dal Pnrr e dalle politiche europee, l’accrescimento dimensionale degli enti locali deve essere accompagnato da una riconfigurazione qualitativa delle politiche territoriali, calibrata in ragione delle caratteristiche demografiche e strutturali delle singole funzioni e dei diversi contesti territoriali, della diffusione delle infrastrutture e dei servizi, della densità amministrativa e demografica, della diffusione dell’attività manifatturiera, turistica, del lavoro, e della ricchezza, in modo da individuare la dimensione appropriata degli interventi di sviluppo territoriale e di coesione sociale, della pianificazione e dell’allocazione delle risorse.

   Qualunque riassetto istituzionale, per rivelarsi efficace, dovrebbe riguardare l’intero sistema dei poteri locali, le strutture periferiche statali e regionali e la vasta galassia di società partecipate, enti e organismi strumentali, agenzie, soggetti d’ambito, unioni, Gal, convenzioni, distretti, consorzi. Ciò consentirebbe di garantire l’effettiva corrispondenza tra costi delle funzioni e risorse, di salvaguardare l’autonomia territoriale e al contempo di offrire ai cittadini e alle imprese un livello adeguato di servizi e prestazioni senza gravare troppo sulle tasche dei contribuenti, razionalizzando il vasto apparato di enti e società regionali che la Corte dei conti ha definito “fuori controllo” ed eliminando duplicazioni e sovrapposizioni di competenze che appesantiscono l’azione pubblica e ne incrementano i costi annacquando le responsabilità.

(Dario Immordino, da “la voce.info” del 12/12/2023, https://lavoce.info/)

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(tabella ripresa da https://www.lentepubblica.it/) (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA) – Progetti pilota per la rigenerazione culturale, sociale ed economica di Borghi a rischio di abbandono o abbandonati, sostenuti dal Ministero della Cultura con fondi del PNRR (M1C3 Turismo e Cultura 4.0 misura 2 Rigenerazione di piccoli siti culturali, patrimonio culturale religioso e rurale)
(RECOARO TERME, qui parte del BORGO STORICO, comune con un illustre passato termale e turistico, ora in grave crisi di abbandono; foto ripresa da https://www.confcommerciovicenza.info/)

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(RIPRENDIAMO QUI una parte di un post qui pubblicato, in questo blog “Geograficamente”, dove formulavamo alcune PROPOSTE PER RIVITALIZZARE I PAESI ABBANDONATI o in corso di abbandono. Siccome ci sembrano idee e proposte ancora valide da realizzarsi, le riproponiamo qui di seguito):

(…..)  Un fenomeno tangibile, visibile, l’abbandono e la desertificazione di paesi specie di montagna o lontani da centri urbani significativi, frutto dell’incedere della storia nei territori, dove ogni luogo (fatto di natura, artificio umano, accadimenti storici) può essere oggettivamente destinato all’abbandono. Ma la cosa non è rassicurante (l’oggettività):la rassegnazione all’abbandono denota incapacità di trasformarsi, un declino culturale, economico, ambientale, sociale, urbano….

Tentiamo, nell’individuare in questo post geografie dei luoghi, cause dell’abbandono, effetti, di dare spunti per un ritorno alla vita di paesi ora desolatamente vuoti di giovani, bambini (spesso ci sono solo pochi anziani…), senza persone che ci vivono, lavorano, vivono.

LE CAUSE DELL’ABBANDONO

   I motivi di spopolamento sono molteplici. I vecchi alpeggi, ad esempio, sono stati abbandonati con il boom economico del secondo dopoguerra, preferendo ad essi condizioni di vita migliori, più comode, andando a lavorare in fabbrica o emigrando in altri Paesi. Ci sono borghi abbandonati perché troppo isolati; altri perché distrutti da continui terremoti, frane e alluvioni (forse questa è la causa principale dell’abbandono: si va a costruire in zona più sicura il “nuovo paese”, a volte ragionevolmente e con buone riuscite urbanistiche, la maggior parte creando degli obbrobri…). Ma non da meno ci sono in primis, come motivo dell’abbandono, ragioni economiche, come nel caso dei villaggi minerari in Sardegna, oppure nella Alpi e nella catena appenninica per l’insostenibilità di una vita magra, fatta di privazioni non più sopportabili nell’era dell’inizio del benessere economico dagli anni 60 del secolo scorso.

LE PROPOSTE DI RIPOPOLAMENTO (OLTRE ALLE FONDAMENTALI “SANITÀ, SCUOLA, MOBILITÀ”)

1- Innanzitutto noi crediamo a una vera nuova riorganizzazione istituzionale dei territori, coinvolgendoli tutti in AREE METROPOLITANE (se non piace questo termine per zone e paesi di montagna, chiamiamoli AGROPOLITANI o quant’altro di simile e più accattivante…). Non può essere che il “sistema-Paese” (nazione) pensi di potenziare e investire risorse e innovazione solo in 15 Aree-Città (metropolitane) (più o meno corrispondenti ai maggiori nuclei urbani che ci sono adesso), tralasciando il ruolo di tutto il resto del territorio nazionale. Continua a leggere

Il MOLISE che vuole ritornare negli ABRUZZI: ipotesi (necessaria) di due regioni accorpate in una (com’era in origine) – Ma costi, efficienza dei servizi, identità territoriale, dialogo allargato geopolitico, mostrano la necessità di MACROREGIONI che interessino tutte le attuali regioni, in un processo federalista (oltre e per ogni tipo di autonomia)

(Foto da https://www.open.online/) – Dopo un divorzio durato 60 anni il MOLISE vorrebbe tornare negli ABRUZZI. Infatti la minuscola regione fino al 1963 si chiamava proprio «Abruzzi e Molise»

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COM’ERA fino al 1963 e COM’È oggi (mappe riprese da “il Corriere della Sera” del 11/3/2024)

IL MOLISE? ESISTE, MA SI PUÒ ACCORPARE ALL’ABRUZZO. ECCO IL REFERENDUM PER FARE «A PEZZI» LA REGIONE PIÙ BISTRATTATA D’ITALIA

di Diego Messini, da https://www.open.online/, 1/2/2024

– Presentata la raccolta firme per chiedere che la provincia di Isernia sia accorpata alla regione confinante. «Se ci riusciamo il Molise crollerà» –

   Unire il Molise all’Abruzzo, un pezzetto alla volta. È l’idea dei promotori di un referendum popolare presentato il primo febbraio scorso, che si propone, per ora, di accorpare la provincia di Isernia alla Regione confinante. «Il percorso per accorpare direttamente il Molise all’Abruzzo – ha spiegato all’Ansa il presidente del Comitato, Antonio Libero Bucci – richiede due passaggi molto complicati: una modifica di natura costituzionale e l’approvazione dei Consigli regionali delle regioni coinvolte. Quindi abbiamo cercato un percorso alternativo, ovvero chiedere l’accorpamento di enti locali con la regione confinante, nel nostro caso della Provincia di Isernia con l’Abruzzo». In questo modo si evita di dover far approvare dal Parlamento una legge di rango costituzionale. Ne basterebbe una ordinaria.

   «Prima, però, è necessario un referendum indetto dall’ente locale in questione per il quale il nostro Comitato ha avviato una petizione popolare. Sono necessarie, secondo lo Statuto della Provincia di Isernia, 5000 firme per richiederlo», ha spiegato ancora Bucci. E se il piano andasse in porto? Se davvero la provincia di Isernia dovesse passare all’Abruzzo, è la tesi dei proponenti del referendum, a quel punto «il Molise non potrà restare in piedi come Regione con una sola provincia, quella di Campobasso.

A quel punto si procederà con una legge di natura costituzionale per eliminare la regione Molise», assicura Bucci. Ma per quale ragioni i dieci proponenti e chi li sostiene vuole proprio “disfarsi” della Regione più piccola d’Italia? Le ragioni, viene spiegato, «attengono alle aspettative dei cittadini i quali, in Molise, non hanno più un servizio sanitario efficiente, dei collegamenti infrastrutturali al passo con i tempi, hanno difficoltà in ogni servizio erogato e pagano tasse altissime. Ciò produce l’inarrestabile spopolamento». (Diego Messini, da https://www.open.online/, 1/2/2024)

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(CARTA del MOLISE ripresa da https://futuromolise.com/)

L’autonomia del Molise è un fallimento, a Isernia ne sono convinti e vogliono un referendum. E l’inchiesta del Corsera fa rumore

E IL MOLISE ORA PENSA AL RICONGIUNGIMENTO

di MILENA GABANELLI e FRANCESCO TORTORA, da “il Corriere della Sera” del 11/3/2023

– E’ appena partita la raccolta firme per tornare in Abbruzzo. La Regione si era staccata nel 1963 dopo lunghe battaglie: 60 anni più tardi è un territorio spopolato e pieno di debiti –

   Dopo un divorzio durato 60 anni il Molise vorrebbe tornare negli Abruzzi. Infatti la minuscola regione fino al 1963 si chiamava proprio «Abruzzi e Molise». Qualche anno fa addirittura la Bbc, incuriosita dall’hashtag «il Molise non esiste», inviò un reporter alla scoperta della «regione che non c’è» e narrò di una separazione che aveva confinato questo territorio impervio e struggente all’invisibilità. In un’area sempre più disabitata e sommersa dai debiti, oggi una parte della popolazione si sta dando da fare per fondersi con la comunità abruzzese. Ma perché il piccolo Molise è riuscito a diventare una Regione, status negato ad aree più estese e popolate come la Romagna e il Salento?

La Costituente e la legge del 1963

Già nel 1947, durante l’Assemblea costituente, viene proposta la creazione della regione Molise, un’area prevalentemente montano-collinare di 4.460 km² con appena 418 mila abitanti. La richiesta è bocciata perché si riconoscono solo le regioni storiche, ma i costituenti stabiliscono anche la condizione per costituire nuove regioni: la presenza di almeno 1 milione di residenti (art 132). I fautori dell’autonomia però non demordono e riescono a inserire nelle disposizioni transitorie una deroga che congela il limite demografico ai primi anni della Repubblica. Così, dopo un acceso dibattito parlamentare, nel 1963 arriva la legge costituzionale che sancisce la nascita del Molise. La nuova regione è definita da Alberto Cavallari in un reportage dell’epoca sul Corriere della Sera «una provincia cenerentola, eternamente seconda, rimasta in fondo alla serie B dei Paesi sottosviluppati». Per tutti gli anni ‘60 l’ente è composto dal solo capoluogo Campobasso. Nel 1970, quando le regioni entrano effettivamente in funzione, si aggiunge la provincia di Isernia.

Le motivazioni della separazione

Al momento della separazione, le regioni italiane sono solo sulla carta e anche negli anni successivi hanno una limitata discrezionalità fiscale. Le motivazioni che portano alla creazione del nuovo ente sono sostanzialmente tre:
1) Identitaria-culturale. In un intervento al Senato l’esponente della Dc Giuseppe Magliano, primo firmatario della riforma costituzionale, afferma che il Molise si considera «un complesso etnico, storico, geografico e politico nettamente distinto e separato dagli Abruzzi». In realtà tutta questa differenza non c’è: salvo lungo i confini dove le inflessioni sono più napoletane o pugliesi, i molisani parlano abruzzese.
2) Logistica-amministrativa. Gli abitanti dei 136 comuni del Molise hanno difficoltà a raggiungere i 20 specifici uffici pubblici perché dislocati troppo lontano o addirittura in altre province fuori dalla regione «Abruzzi e Molise». Ad esempio, per l’esame della patente bisogna raggiungere la motorizzazione a Pescara, per il distretto militare si deve andare a Bari, per la Corte d’Appello a Napoli, i servizi erariali a Benevento e così via. Problemi, nell’Italia contadina del tempo, comuni a molti altri territori.  Sarebbe bastato modificare la giurisdizione e aprire qualche ufficio a Campobasso. Si è preferito dar vita ad una Regione. L’ironia della storia è che di quei 20 uffici, a distanza di 60 anni, solo 9 sono stati trasferiti effettivamente nel capoluogo di provincia, mentre il resto è rimasto altrove, come il comando generale dei carabinieri, che sta in Abruzzo.
3) Elettorale. Nell’articolo 57 della Costituzione è inserito il comma che prevede due senatori provenienti dal territorio. La Democrazia Cristiana, dunque, si assicura nel feudo elettorale molisano un seggio di senatore in più. Forse questa la vera ragione.

Il confronto tra Abruzzo e Molise

All’inizio degli anni Sessanta le due Regioni sono molto arretrate. L’agricoltura occupa la maggior parte della popolazione attiva, mentre l’industria è rappresentata per lo più da piccole imprese artigianali. Il tenore di vita delle due popolazioni è inferiore di un terzo rispetto alla media italiana. Con un reddito netto pro-capite di 298.121 lire, il Molise è più povero dell’Abruzzo (323.766 lire, in linea con quello dell’Italia meridionale che è di 324.977 lire). Nel 1974 la situazione è già diversa: in Molise il reddito netto raggiunge le 923.547 lire, mentre in Abruzzo diventa il più alto del Sud Italia: 1.176.068 lire, molto vicino alla media italiana (82,8%). In entrambi i territori cala drasticamente l’occupazione in agricoltura, mentre quasi uno su tre lavora nell’industria. All’inizio degli anni ’90 l’economia abruzzese si avvicina a quella nazionale (85%), mentre quella molisana migliora (76%) ma non decolla. Poi la crescita rallenta fino a vivere un brusco crollo nei primi due decenni del secolo, ma con enorme differenza fra le due Regioni: tra 2001 e 2014 il Pil dell’Abruzzo cala del 3,3%, quello molisano precipita a quasi -20%.

Il Molise oggi: crisi economica, spopolamento, carenza di servizi

Nel corso degli anni il Molise si è spopolato, e a fine 2023 i residenti sono 289.294. E’ l’unica regione italiana ad avere una popolazione inferiore rispetto al tempo dell’Unità d’Italia. Dagli ultimi dati Istat il Pil pro-capite raggiunge i 24.500 euro contro i 27 mila dell’Abruzzo, e i 32.983 della media nazionale. In Molise la crisi morde più forte: nel 2023 le chiusure delle imprese hanno superato le aperture con un saldo negativo di 188 aziende, il peggiore in Italia e in controtendenza con l’andamento nazionale dove 17 regioni su 20 registrano dati positivi. Cresce il disavanzo pubblico che a fine 2021 ha superato i 573 milioni di euro, la Sanità è commissariata da 15 anni ed ha ancora un debito di 138 milioni (qui, pag.113). Nell’ultima legge di bilancio il governo Meloni ha stanziato 40 milioni a favore della regione, vincolati alla riduzione del disavanzo.

   Per questo la giunta di centro-destra guidata da Francesco Roberti ha deciso di aumentare l’addizionale Irpef per i redditi superiori a 28 mila euro al 3,33%, l’aliquota più alta d’Italia (in Abruzzo è ferma all’1,73%).  La capacità di gettito però resta limitata, anche perché bisogna mantenere un apparato regionale che costa 30,7 milioni di euro, circa 105 euro a testa contro i 60 dell’Abruzzo (guarda qui, pag 210). In un report della «Fondazione Gazzetta Amministrativa» sulle spese per incarichi di studi e ricerca effettuati nel 2021 il Molise si classifica ultimo con 225 mila euro.

   Cronica la carenza di personale medico-sanitario: all’appello mancano 20 specialisti di medicina d’urgenza, 17 radiologi, 16 pediatri, 14 ortopedici, 12 anestesisti, 3 ginecologi, 2 oncologi e 140 infermieri. Per tamponare l’emorragia sono stati ingaggiati medici venezuelani: 8 già lavorano nei reparti degli Ospedali Cardarelli di Campobasso e San Timoteo di Termoli.

Il referendum per il ritorno al passato

Alla fine il «meglio da soli» non ha portato prosperità. Il 9 marzo è partita la raccolta firme per un referendum che mira a portare la provincia di Isernia dentro l’Abruzzo, e poi l’intero Molise. Secondo l’ex questore Gian Carlo Pozzo, uno dei promotori dell’iniziativa popolare, la Regione è gravata da un pesante debito che combatte a suon di tasse e tagli e non è più in grado di garantire ai cittadini servizi essenziali come sanità, trasporti e formazione. Si sta muovendo nella stessa direzione la provincia di Campobasso con un comitato a Montenero di Bisaccia, e iniziative anche nei comuni di Petacciato, Termoli e Campomarino.

   E il Molise è tutto qui: 80 mila abitanti nella provincia di Isernia, e poco più di 200 mila in quella di Campobasso, con enormi difficoltà a sostenere uno sviluppo in grado di camminare con le proprie gambe. Già a suo tempo i padri costituenti avevano intuito i pericoli dei territori infiammati dalle aspirazioni a diventare piccole patrie, ma con pochi abitanti e ancor meno risorse.

(MILENA GABANELLI e FRANCESCO TORTORA, da “il Corriere della Sera” del 11/3/2023)

(Spopolamento, il Molise regione più vecchia d’Italia (youtube.com) – Nella foto veduta di parte del centro storico di TERMOLI, circa 32mila abitanti nella provincia di Campobasso, il secondo comune più popoloso del Molise dopo il capoluogo Campobasso

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(regioni d’Italia; da Wikipedia)

MACROREGIONI AL POSTO DELLE ATTUALI REGIONI

Ancora una decina di anni fa (nel 2014) due deputati dem, Roberto Morassut e Raffaele Ranucci, avevano preso carta e penna per ridisegnare la cartina d’Italia. Ne era uscito fuori UNO STIVALE DIVISO IN DODICI AREE, OMOGENEE PER «STORIA, AREA TERRITORIALE, TRADIZIONI LINGUISTICHE E STRUTTURA ECONOMICA». Alcune sono frutto di una semplice addizione (il Triveneto con Friuli, Trentino e Veneto, oppure l’Alpina con Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria). Altre invece mettono assieme province di Regioni diverse: il Levante “ospita” Puglia, Matera e Campobasso, mentre la Tirrenica tiene assieme Campania, Latina e Frosinone. Solo Sicilia e Sardegna manterrebbero il privilegio dello statuto speciale. (Tommaso Ciriaco, da “la Repubblica” del 23/12/2014)

PROPOSTA MACROREGIONI MORASSUT-RANUCCI, da “Il Messaggero”

L’IPOTESI DELLE 12 MACROREGIONI

1- Valle D’Aosta Piemonte Liguria

2- Regione Lombardia

3- Regione Triveneto (Veneto, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige)

4- Regione Emilia Romagna (Emilia Romagna + Provincia Pesaro)

5- Regione Adriatica (Abruzzo + Province Macerata, Ancona, Rieti, Ascoli, Isernia)

6- Regione Appenninica (Toscana, Umbria + Provincia Viterbo)

7- Regione Sardegna

8- Regione di Roma (Capitale Roma + Provincia di Roma)

9- Regione Tirrenica (Campania + Province Latina, Frosinone)

10- Regione Sicilia

11- Regione del Ponente (Calabria + Provincia Potenza)

12- Regione del Levante (Puglia + Province Matera e Campobasso)

SIMULAZIONE – La mappa qui sopra mostra come sarebbero ridisegnate le Regioni secondo la proposta di legge (di dieci anni fa, ma ancora in auge) dei deputati del Pd Roberto Morassut e Raffaele Ranucci

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LUCIO GAMBI

Lucio Gambi (1920 – 2006) è considerato il più importante geografo italiano del ‘900, il più innovativo, in grado di aprire la geografia al contributo metodologico della ricerca storica, letteraria, sociologica, demografica.

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REGIONI DA CAMBIARE” (trasformare in MACROREGIONI): parte di uno scritto del 1995 di LUCIO GAMBI:

   “Con la Costituzione del 1948 le regioni non sono state disegnate ex novo in base ad una analisi delle reali situazioni del dopoguerra. Sono state chiamate «regioni» delle ripartizioni territoriali di valore non giuridico, che già esistevano dal 1864 col nome di «compartimenti»: erano destinate cioè ad inquadrare territorialmente le elaborazioni e i risultati delle inchieste e delle rilevazioni statistiche nazionali.

   Ma neanche questi «compartimenti» potevano fregiarsi di una nascita ex novo, perché in realtà erano stati per lo più costituiti con l’aggruppamento di un certo numero di province fra loro finitime, che prima dell’unificazione nazionale avevano fatto parte del medesimo Stato, e in quest’ultimo avevano ricoperto insieme uno spazio che nei secoli della romanità imperiale o in epoca comunale aveva ricevuto un nome regionale.

   I «compartimenti» del 1864 risultano quindi da uno sforzo di identificazione di quelle vecchissime regioni, la cui fama era stata ribadita e divulgata nel rinascimento da una rigogliosa tradizione di studi. Però è irrefutabile che le identificazioni regionali da cui erano nati i «compartimenti» statistici del 1864, in molte zone della penisola non avevano più alcuna presa nel 1948 quando la nuova costituzione entrò in funzione. E da quest’ultima data ad oggi il valore di quella ripartizione si è rivelato via via anche più insoddisfacente e vulnerabile.

   Uno dei nodi più gravi nella gestione dello Stato italiano ai nostri giorni sta precisamente nella istanza, non più rimandabile, di adeguare la irrazionale e quindi inceppante – diciamo antistorica – rete della sua organizzazione territoriale, agli effetti delle trasmutazioni che il paese ha sperimentato dopo l’ultima guerra”. (LUCIO GAMBI, 1995, dal saggio “L’irrazionale continuità del disegno geografico delle unità politico-amministrative”) (vedi anche lo studio di Anna Treves su “Lucio Gambi e le Regioni”): Acme-04-II-10-Treves

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   Lo scritto, sopra riportato, del 1995 di LUCIO GAMBI (uno dei più importanti geografi del ‘900), viene a dimostrare l’inadeguatezza e l’antistoricità dell’attuale disegno territoriale dei confini delle istituzioni italiche (non solo le regioni, ma anche i comuni, e le province che ancora in qualche modo persistono…). Questo disegno dei confini territoriali va necessariamente ripensato e concretamente rivisto.

   Regioni indicate nella Costituzione del 1948 ed effettivamente nate con grandi speranze nel 1970. Speranze subito deluse. Apparati “statuali” si sono insediati, e se l’idea di avere Istituzioni più vicine al cittadino, più attente alla spese (meno sprechi degli apparati centrali) ebbene, ciò si è dimostrato ampiamente errato. Venti piccoli stati con i loro tanti consiglieri regionali, con le prebende e gli onori (e nessun onere) a loro spettanti… con burocrazie lente ed autoreferenti. A prescindere anche della paventata autonomia differenziata –che per sommi capi spieghiamo qui di seguito- per alcune di esse (il Veneto, la Lombardia, l’Emilia Romagna…).

   Tra l’altro nella Costituzione veniva sottolineato che il vero obiettivo delle Regioni era quello di legislazione, programmazione e controllo: cosa del tutto disattesa fin dall’inizio. Le Regioni si sono “accollate” buona parte della gestione di tanti servizi, con consorzi, consigli di amministrazione, altri apparati dispendiosi messi in campo. La situazione è del tutto degenerata con la riforma del titolo V della Costituzione del 2001: lo scopo era di dare allo Stato italiano una fisionomia più “federalista”, spostando i centri di spesa e di decisione dal centro al “locale”, dove di più si poteva “toccare il problema”, avvicinandosi ai cittadini.

   E’ così che la riforma del titolo V della costituzione ribaltava la filosofia del “potere” dello Stato nei confronti delle Regioni: si specificava quali erano le competenze esclusive dello Stato, lasciando alle regioni tutto il resto, di tutte quelle cose non nominate esplicitamente. Un’autonomia pertanto non solo della Sanità (che già c’era prima del 2001) ma in particolare della gestione finanziaria (con cui poter decidere liberamente come spendere i loro soldi) e organizzativa (con cui poter decidere quanti consiglieri e quanti assessori avere e quanto pagarli).

   Questa riforma dalle ottime intenzioni perché federalista (com’era stato poi fin dall’inizio l’istituzione delle Regioni) è stato un disastro: il picco di spesa incontrollata è salito, la creazione di cosiddette “società PARTECIPATE” (cioè società di servizi più o meno utili in cui le Regioni hanno percentuali di partecipazione, e che paiono più modi per gestire denari e sistemare consiglieri di amministrazione…) è salito esponenzialmente.

   Pertanto una realtà istituzionale regionale in Italia diversificata tra cinque Regioni a statuto speciale e 15 regioni a statuto ordinario; 20 Regioni che hanno raggiunto un livello di costi non più sostenibile dal bilancio nazionale. Da ciò si capisce che LE REGIONI COSÌ COME SONO NON FUNZIONANO PIÙ e rischiano di rimanere schiacciate sotto una montagna di debiti.

   Con l’attuazione dell’autonomia differenziata in corso di approvazione quest’anno (2024), sono ben 20 le materie che potranno passare integralmente a carico delle REGIONI. E altre tre materie strategiche, oggi di competenza solo centrale (l’organizzazione della giustizia di pace, le norme generali sull’istruzione, la tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali), potrebbero essere decentrate se la riforma arriverà alla meta. Il punto fondamentale della legge è adesso quello della determinazione dei LEP (Livelli essenziali delle prestazioni) previsti dalla Costituzione: cioè dovrà essere stabilito il livello minimo di servizi da rendere al cittadino, che sia in maniera uniforme in tutto il territorio nazionale. Altro motivo per cui l’inadeguatezza di buona parte delle attuali Regioni, porta a prospettare la necessità di creare MACROREGIONI.

   MA NON E’ SOLO UNA QUESTIONE DI COSTI e di apparati di parassitismo… e se LE REGIONI DECIDONO DI SVOLGERE ALCUNE ALTRE FUNZIONI, È ANCHE VERO CHE LE REGIONI NON RAPPRESENTANO PIÙ LA COMPLESSITÀ DEI LORO TERRITORI: apparati politici e burocratici non sono più in grado di controllare virtuosamente lo scacchiere delle varie aree regionali. Non è un caso che regioni montane, solo esclusivamente montane, gestiscono meglio la loro territorialità potendo offrire un’unica politica specifica per quel tipo di territorio di alta quota (pur, è vero, godendo anche dello status di “regione a statuto speciale” che aiuta molto finanziariamente).

   Per fare un esempio del disordine programmatorio delle regioni vi è un’incapacità di fermare colate di cemento inutili (centri commerciali che aprono e che chiudono, e altri ne vengono aperti, su aree tolte al verde, alla fertilità agricola, e lasciando aree dismesse, abbandonate al degrado…). Territori di montagna e mezza montagna abbandonati, pianure e aree collinari devastate da forme agricole di pura speculazione. Pensiamo ai vitigni pregiati, come quelli del prosecco nel Veneto: tutti capiscono che l’odierno eccessivo sfruttamento farà sì che di qui a qualche decina d’anni quelle terre collinari non saranno più in grado di “reggere” le iper-produzioni agricole di adesso ed è probabile che saranno abbandonate al degrado, alla necessità di ricomposizioni lunghe e difficili…

   Le politiche di sviluppo del lavoro (agrario, industriale, dei servizi, del turismo…) appartengono sempre meno agli apparati regionali, che così perdono progressivamente ogni senso di programmazione con i propri territori, limitandosi a gestire e controllare innumerevoli società, consorzi di servizi come dicevamo proliferati in modo abnorme.

   In questa situazione la virtuosa fusione della cura dei territori, del loro eco-sviluppo, delle tutele dell’ambiente e della salute dei cittadini…tutto questo unito nell’Organismo regionale, in ciascuna delle venti regioni cui è suddiviso il nostro territorio… tutto questo nella realtà ha perso di ogni valore….

   Ben per cui il superamento di questa attuale suddivisione regionale in 20 mini-Stati (con apparati politici e burocrazie incredibili) non potrebbe che essere vista positivamente.

   Ecco allora che l’ipotesi delle MACROREGIONI sarebbe auspicabile (sollecitati dal micro-esempio di necessità prioritaria del Molise di ritornare assieme all’Abbruzzo.

   L’IPOTESI DI UNA NUOVA RADICALE GEOGRAFIA DELLA SUDDIVISIONE TERRITORIALE È L’UNICA AUSPICABILE e vera riforma nell’individuazione di territori che tra l’altro sono fortemente cambiati dal dopoguerra ad adesso.

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   DA PARTE NOSTRA CREDIAMO CHE POTREBBERO ESSERE SOLO 5 LE MACROREGIONI IN ITALIA, e cioè:

– due MACROREGIONI DEL NORD, una del NORDEST (Emilia Romagna, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige) e l’altra del NORDOVEST (Lombardia, Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria);

– poi due MACROREGIONI DEL CENTRO (la prima formata dai territori attuali di Toscana, Umbria, Marche; e la seconda da Lazio, Abruzzo, Molise, ma anche dalla Sardegna così da togliere quest’ultima dall’isolamento politico-insulare);

– e una sola possibile MACROREGIONE MERIDIONALE (formata dai territori di Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia)

   L’idea di UN’UNICA MACROREGIONE MERIDIONALE è sostenuta da chi crede che il mancato sviluppo nei decenni (nei secoli) del meridione d’Italia dipenda anche da poteri locali (regionali) non in grado di uscire da clientelismi, da rapporti indiretti con organizzazioni criminose (mafia, ndrangheta, camorra…). Azzerare le regioni meridionali, sostituendole con un’unica Macroregione, toglierebbe l’aria al malcostume amministrativo radicato, mettendo in auge un nuovo sistema in grado di distogliere mafia, camorra, ndrangheta, “sacra corona unita” etc. dai rapporti locali che ancora riescono a mantenere i gruppi criminosi… 

   E l’azzeramento degli attuali poteri regionali meridionali, con la creazione di una MACROREGIONE DEL SUD, collegata in modo naturale con le economie emergenti del Mediterraneo (dei paesi arabi della Costa nord africana, -Maghreb e Mashrek-, dei Balcani, verso il Medio-oriente…) potrebbe essere l’elemento virtuoso per un autonomo avvio di scambi culturali, economici, di sviluppo… nuovi (sull’energia, l’agroindustria, il turismo, gli scambi commerciali al centro di quello che resta nonostante tutto uno dei mari più importanti del pianeta, il Mediterraneo…). Così da poter finalmente far decollare una possibile MACROREGIONE DEL SUD verso nuovi mercati e opportunità di benessere.

   Perché la nuova visione territoriale che si verrebbe ad avere con lo scioglimento delle attuali regioni ha pure il compito di fare delle nuove macro-aree che verrebbero a creare soggetti di motore dello sviluppo economico (incentivando e sviluppando i fattori economici esistenti, la manifattura competitiva globale, l’agricoltura pulita e dei prodotti tipici da esportare ma anche per il commercio a Km0, i trasporti efficienti e sostenibili, la minor spesa e più qualità in tutti i servizi…).

   La difficile strada delle riforme concrete degli assetti territoriali geografici da sostituire (Macroregioni al posto delle Regioni; l’eliminazione totale delle Province; la creazione di Città Metropolitane in ogni luogo; il mettersi assieme di più comuni medio-piccoli per creare al loro posto CITTA’ di almeno 60.000 abitanti), tutto questo nuovo assetto territoriale trova difficoltà ad esprimersi concretamente. Ma, nei fatti dell’economia e della vita urbana delle persone, sta già avvenendo da tempo (e urge una risposta politica ed istituzionale che lo riconosca e lo aiuti a funzionare). (s.m.)

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3 MACROREGIONI – Al deputato forzista Massimo Palmizio basterebbero TRE MACROREGIONI: 1) quella del Nord metterebbe insieme Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria, Lombardia, Veneto, Trentino-Alto Adige e Friuli–Venezia Giulia (per una popolazione complessiva di 23.376.208 ABITANTI E UNA SUPERFICIE DI 97.796 CHILOMETRI QUADRATI); 2) QUELLA DEL CENTRO accorperebbe Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Lazio, Marche e Sardegna (per una popolazione di 18.069.625 ABITANTI E UNA SUPERFICIE DI 104.993 CHILOMETRI QUADRATI); 3) QUELLA DEL SUD dovrebbe fondere Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia (19.236.297 ABITANTI E UNA SUPERFICIE DI 98.929 METRI QUADRATI)

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CON LA MACROREGIONE, PER IL SUD SAREBBE TUTTA UN’ALTRA STORIA

di Michele Rutigliano, da https://www.politicainsieme.com/, 1/3/2024

   Per chi vive al Sud, ma anche per chi lo osserva da remoto, è un dato di fatto che la sua realtà sta diventando sempre più difficile. E non c’è bisogno del Rapporto Svimez, né di quello del Censis, né tantomeno delle inchieste del Sole 24 ore, per capire che se non si cambia registro, le nuove generazioni difficilmente pianteranno le tende nei paesi o nelle città che furono dei loro genitori o dei loro nonni.

   E tutto questo perché il Sud “non tira più” nelle corde professionali o sentimentali dei giovani. Viene vissuto e molto spesso percepito come un territorio fortemente limitato, nel suo sviluppo, da tanti problemi. Che non sono soltanto economici e sociali, ma che investono ormai anche il suo profilo istituzionale.

   Secondo i più pessimisti, anziché andare avanti stiamo addirittura tornando indietro. E questo perché la disoccupazione cresce, la povertà aumenta, mentre si amplia sempre più il divario tra il Sud e il Nord del Paese. Per non parlare poi della criminalità organizzata, della corruzione, della scarsa qualità dei servizi pubblici e della bassa, bassissima partecipazione civica.

   Senza nulla togliere al peso specifico delle questioni economiche e sociali, Continua a leggere