IL NUBIFRAGIO DI REFRONTOLO E LE CONCAUSE DELLA TRAGEDIA (non solo vigneti) – Intensità della pioggia, terreno già saturo d’acqua, materiali che ostacolano il deflusso, nessuna prevenzione e scarsa manutenzione dell’alveo del torrente, mancata prudenza degli organizzatori dell’evento…. – Tutto questo non giustifica la “FOLLIA DEL PROSECCO” che queste terre stanno vivendo

QUATTRO SECOLI DI STORIA – Il MOLINETTO DELLA CRODA si trova nell’alta Marca Trevigiana, nel comune di REFRONTOLO. E’ UN RARO ESEMPIO DI ARCHITETTURA RURALE del Seicento, ed è uno dei pochi mulini ad acqua ancora funzionante in Italia. L’edificio fu costruito a più riprese. La prima parte ad essere eretta, a metà del secolo, fu il mulino. Solo molto tempo dopo fu realizzato l’ampliamento che ricavava un alloggio adatto ad ospitare la famiglia di mugnai; successivamente arrivarono la stalla per gli animali e il fienile, l’edificio staccato dal corpo centrale. Nel 1991 il Molinetto fu acquistato dal Comune di Refrontolo con il proposito di donarlo alla collettività, garantendo che rimanesse a servizio di tutti. Nel 1995 è stato restaurato grazie al contributo di Cassamarca
QUATTRO SECOLI DI STORIA – Il MOLINETTO DELLA CRODA si trova nell’alta Marca Trevigiana, nel comune di REFRONTOLO. E’ UN RARO ESEMPIO DI ARCHITETTURA RURALE del Seicento, ed è uno dei pochi mulini ad acqua ancora funzionante in Italia. L’edificio fu costruito a più riprese. La prima parte ad essere eretta, a metà del secolo, fu il mulino. Solo molto tempo dopo fu realizzato l’ampliamento che ricavava un alloggio adatto ad ospitare la famiglia di mugnai; successivamente arrivarono la stalla per gli animali e il fienile, l’edificio staccato dal corpo centrale. Nel 1991 il Molinetto fu acquistato dal Comune di Refrontolo con il proposito di donarlo alla collettività, garantendo che rimanesse a servizio di tutti. Nel 1995 è stato restaurato grazie al contributo di Cassamarca

   La sera di sabato 2 agosto nel territorio del piccolo comune di Refrontolo (1800 anime, in Veneto nella Marca Trevigiana), 4 persone hanno perso la vita a causa di un violento nubifragio (verso le 10 di sera) che ha fatto straripare il torrente LIERZA, a ridosso di un festa (con tendone, tavole, cucina…) organizzata proprio vicino al torrente (che già altre volte era straripato, l’ultima nel febbraio scorso).

   Va detto (almeno dalle cronache dei mass media) che i partecipanti alla festa ben poco si sono accorti della precipitazione straordinaria che stava accadendo: perché si trattava di una pioggia “tropicale” (rifiutiamo il termine ora alla moda di “bomba d’acqua” per quello più appropriato di “nubifragio”) che è caduta più a nord (sulla Vallata di Rolle), in territorio di un altro piccolo comune (Cison di Valmarino) facendo ingrossare e straripare a sud il torrente Lierza fin alle tragiche conseguenze per le povere vittime.

MOLINETTO DOPO IL NAUFRAGIO - “Prima di cominciare mettiamo le cose in chiaro: chiamiamoli nubifragi, l’espressione “bombe d’acqua” è una sciocchezza da bar di periferia che i giornali contribuiscono a diffondere. I gavettoni lasciamoli allo stadio”. Luca Mercalli, da www.huffingtonpost.it/ del 3/8/2014
MOLINETTO DOPO IL NAUFRAGIO – “Prima di cominciare mettiamo le cose in chiaro: chiamiamoli nubifragi, l’espressione “bombe d’acqua” è una sciocchezza da bar di periferia che i giornali contribuiscono a diffondere. I gavettoni lasciamoli allo stadio”. Luca Mercalli, da http://www.huffingtonpost.it/ del 3/8/2014

   Il posto della festa (e del torrente) è molto famoso e conosciutissimo: il MOLINETTO DELLA CRODA. Che è, appunto, un antico mulino ad acqua (che usufruisce dell’acqua del Lierza), un raro esempio di architettura rurale del seicento (restaurato una ventina di anni fa), uno dei pochi mulini ad acqua ancora funzionanti in Italia (ma la sua fortuna è data dalla bellezza ineguagliabile sua e del posto in cui si trova).

IL TORRENTE LIERZA IN PIENA VISTO DALL'ALTO
IL TORRENTE LIERZA IN PIENA VISTO DALL’ALTO

   E’ ovvio che subito ci si è soffermati sulle cause, umane o naturali, dell’alluvione e del tragico evento: ne parliamo riprendendo alcuni articoli che ci sono in questo post: l’intensità straordinaria della pioggia caduta in pochi minuti; il terreno già saturo d’acqua per un’estate fino a quella sera molto piovosa; materiali che hanno ostacolato il deflusso del torrente (rifiuti, alberi sradicati…); nessuna prevenzione che viene fatta e scarsa manutenzione dell’alveo del torrente; la mancata prudenza degli organizzatori dell’evento (che si sono collocati con il tendone e tutta l’attrezzatura in un luogo “a valle” del torrente, nel posto più pericoloso in caso di esondazione. E, per prima, si è paventata la causa dell’eccessiva presenza di vitigni di prosecco che mal rallentano eventuali piene d’acqua (anzi per niente), e provocano dilavamento ulteriore e “povertà” di tenuta del suolo. A nostro avviso, tutte le cose fin qui descritte, sono “concause” del disastro.

Le 4 vittime del nubifragio
Le 4 vittime del nubifragio

   Ma vogliamo qui solo fare un appunto sulla attuale produzione di prosecco, pur non necessariamente considerandolo una causa rilevante di quel che è accaduto.

   In questo blog più volte ci siamo soffermati sul dissesto idrogeologico dei territori italiani, sulle piene che hanno portato disastri e morti. Ma, nella zona di cui si parla ora, ci siamo anche soffermati a parlare per il fatto che Refrontolo (e i territori tra Conegliano e Valdobbiadene dell’alta Marca collinare Trevigiana) è inserito fra i luoghi di una straordinaria attività economica (di esportazione mondiale) che potremmo indicare tra i più interessanti di UNO DEI POCHI SETTORI ITALICI NON IN CRISI, CIOÈ QUELLO AGROALIMENTARE. Refrontolo si trova nelle colline trevigiane del VINO PROSECCO, un prodotto che sta andando molto forte nei mercati nazionali ed internazionali, e questo è una cosa che non può che far piacere…..

Mappa completa dei territori del Prosecco (dal sito www.vinoalvino.org )
Mappa completa dei territori “in estensione” del Prosecco (dal sito http://www.vinoalvino.org ) (CLICCARE SULL’IMMAGINE PER INGRANDIRLA)

   …Il problema è che si sta andando un po’ “fuori di testa” nella produzione vitivinicola in queste zone. Perché ci si sta espandendo a dismisura ben oltre l’area cosiddetta “Docg” (denominazione di origine controllata e garantita), e vitigni stanno sorgendo in aree (oltre l’alta pianura trevigiana) ben distanti da quelle colline ora sovraccariche di viti… Perché si usano mezzi a nostro avviso inappropriati (l’ELICOTTERO) per i trattamenti fitosanitari delle viti, irrorando così senza misura certa le viti, ma anche con grave pericolo e possibili conseguenze per la popolazione che vive in questi posti.

   Alle viti di prosecco sono interessati comuni e province ben oltre la parte trevigiana deputata alla coltivazione di questo vino (dove lì oramai esiste una vera e propria MONOCOLTURA); fuori della zona originaria di produzione pertanto c’è l’interessamento e l’acquisto di coltivatori di terre per la coltivazione del “prezioso vino” (commercialmente parlando), per lì piantare dei vitigni, magari anche in aree che per le loro caratteristiche geomorfologiche (ad esempio terreni carsici di facile dilavamento e penetrazione sotterranea dei pericolosi fitofarmaci…) mal si adattano a quel tipo di coltivazione.

   Pertanto un’attività agricola che potrebbe essere (è) un vanto di un territorio, come tante altre ce ne sono in Italia, diventa una monocoltura esagerata, fuori da ogni equilibrio agricolo-ambientale: una “macchina per far soldi”… e poi quando non funzionerà più si vedrà…

   Se il paesaggio viene adattato a monocoltura per l’esportazione mondiale del vino senza limiti di produzione, questo non può essere una buona cosa: da produzione di un bene rinnovabile si passa alla produzione di un bene “NON RINNOVABILE”, visto l’impoverimento della terra, l’infertilità a cui essa viene condannata dall’eccessivo “unico” sfruttamento; e in più c’è la ricerca spasmodica di terreni “lontani”, in altre provincie, in altri contesti ambientali.

   Se si vuole vendere un prodotto della propria terra, cosa che fa parte della prospettiva virtuosa generale e diffusa che speriamo prenda sostanza in ogni luogo, essa vendita è rapportata alla capacità di “vendere” il paesaggio in cui questo prodotto della terra si forma (i suoi pregi ambientali, storici, naturalistici…), e con esso la qualità di un prodotto sano e pulito in tutti i sensi. E questo può accadere solamente conservando i luoghi e le bellezze naturali, tenendo in ottimo stato l’assetto geomorfologico (come il paesaggio collinare), oltre ogni bruttura urbanistica e ogni scellerato sfruttamento agricolo.

   Per questo, la campagna per il ripristino dell’aerea di Refrontolo del Molinetto della Croda (ora disastrato dall’esondazione del torrente) che si sta avviando, va nella direzione di “un altro inizio”, dove ogni importante attività agricola si connette alla conservazione e valorizzazione del paesaggio. (s.m.)

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L’intervista a LUCA MERCALLI

“IMPOSSIBILE DIRE DOVE E QUANDO ESPLODONO FENOMENI DI QUESTO TIPO”

di Michela Nicolussi Moro, da “il Corriere del Veneto” del 5/8/2014

– Luca Mercalli, a capo della Società meteorologica: “I nubifragi sono violenti d’estate e il territorio è tutto occupato, così ovunque distruggono” – “Il Lierza era esondato a febbraio, un rischio mettersi là –

Luca Mercalli, presidente della Società meteorologica italiana, cosa sono le “bombe d’acqua”?

“Sono NUBIFRAGI che d’estate tendono ad avere maggior energia solare e acqua rispetto all’inverno e quindi sono più violenti. Ma il fatto che a poca distanza dalla colonna d’acqua il meteo sia diverso non è strano: i temporali sono così, a macchia di leopardo. Una zona ne riceve la massima intensità, anche dal punto di vista distruttivo, e magari a pochi chilometri di distanza piove poco o è sereno. E’ sempre stato così, non è una sorpresa. D’inverno invece il cielo tende ad essere uniforme.

E’ vero che le “bombe d’acqua” sono diventate più frequenti?

“Non ci sono dati per affermarlo. Per arrivare a stabilirlo ci vuole un lavoro lungo, che stiamo facendo, ma gli investimenti sono pochi e a disposizione abbiamo solo serie di dati recenti, cioè ventennali. E quindi è difficile dire se in alcune aree del territorio nazionale i nubifragi sono aumentati e in altri no”.

Si possono prevedere?

“Non si può prevedere con precisione luogo, ora e modalità di fenomeni di così piccola scala, cioè dell’ampiezza di qualche chilometro, ma solo evidenziare perturbazioni intense sul territorio. Sta alle persone essere vigili in presenza di un quadro generale favorevole al temporale. Da un mese sta succedendo di tutto, le previsioni non sono buone e in tali condizioni io non mi sarei messo a festeggiare lungo un torrente, non è sicuro. Con un po’ di PRUDENZA magari non ci sarebbero state vittime o ce ne sarebbero state meno”.

Ma gli 80 millimetri di pioggia caduti in un’ora e mezza nella zona di Refrontolo non sono frequenti.

“Si tratta di un’intensità molto elevata ma non è un valore eccezionale, anzi appartiene a quasi tutti i temporali visti negli ultimi giorni in Pianura Padana. A luglio e agosto possono cadere 60/80 millimetri di pioggia in poco tempo, però le conseguenze variano a seconda della presenza di diversi fattori contingenti. In questo caso il TERRENO era ormai SATURO PER LE CONTINUE PRECIPITAZIONI di questa estate anomala e ciò ha favorito la formazione della piena”.

Si poteva allertare per tempo la gente?

“Eviterei i soliti processi di piazza, siamo in presenza di una piena “flash food”, o impulsiva, cioè molto rapida nella sua evoluzione e agevolata da più fattori, da responsabilità naturali e umane. Ormai il territorio è tutto occupato e sovrapopolato, è ricco di infrastrutture, case, reti telefoniche, strade, perciò ogni evento estremo ha qualcosa da distruggere o fa morti. A ciò vanno aggiunti l’intensità della pioggia, i MATERIALI CASUALMENTE ASPORTATI E ACCUMULATI DALL’ACQUA come alberi e rifiuti che possono ostacolarne il deflusso, la SCARSA MANUTENZIONE DELL’ALVEO del Lierza e l’uso del territorio a monte. Le VITI NON SONO MOLTO PROTETTIVE NEI CONFRONTI DI EROSIONE E RUSCELLAMENTO. Insomma, i temporali ci sono sempre stati ma i loro effetti vengono mediati da come abbiamo cambiato il territorio”.

Incidono anche i cambiamenti climatici?

“Il RISCALDAMENTO GLOBALE può influenzare in una certa misura frequenza e intensità dei nubifragi che in sé, ripeto, non sono una novità per l’Italia”.

Una buona difesa potrebbe essere la prevenzione?

“Sì, ma FATTA OGNI GIORNO, non solo quando capitano le tragedie e poi nessuno ne parla più. In Italia si corre dietro all’emergenza: provi a scendere per strada e a chiedere ai passanti come comportarsi in caso di alluvione. Ci sono precise regole da osservare, come correre verso un luogo alto, ma nessuno le conosce, perché nel nostro Paese non c’è cultura della prevenzione né della manutenzione. Si dovrebbe insegnare alla gente come salvarsi in caso di eventi del genere: non si possono evitare i nubifragi ma tante vittime sì. Per esempio accade spesso che ci si preoccupi più di tutelare l’auto della propria vita, perché, non conoscendo il pericolo, lo si sottovaluta. Dobbiamo intraprendere una grande campagna di prevenzione e dare ai cittadini gli strumenti per difendersi”.

Vale anche per il dramma di Refrontolo?

“IL LIERZA ERA GIÀ ESONDATO in febbraio e quindi CONCENTRARE TANTE PERSONE SULLE SUE SPONDE in un momento di precipitazioni in atto da settimane era un RISCHIO OGGETTIVO” (Michela Nicolussi Moro)

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LA STRADA PER SALVARE LE COLLINE

di Daniele Ferrazza, da “la Tribuna di Treviso”, del 5/8/2014

– La superficie coltivata a vitigno nella Marca è raddoppiata in pochi anni, quella dello champagne è sempre la stessa dal 1927 –

   Non è un processo al prosecco: ma la tragedia del Molinetto della Croda, nella quale sono morte quattro persone, può essere l’occasione per una nuova stretta di mano tra l’uomo e il suo territorio. Se solo avessimo la voglia di rileggere i versi di Andrea Zanzotto

   In una sola notte, nel breve spazio di una manciata di chilometri, si sono aperte quasi cinquanta frane: molte delle quali hanno fatto venir giù decine di vitigni, prontamente ripristinati perché la vendemmia è alle porte.

   Nel Veneto, insieme agli squarci sulle colline, si è aperta la discussione: è colpa del prosecco? E finalmente, perché la pressione covava sotto il tappo da molto tempo.

   Negli ultimi dieci anni la corsa al nuovo «oro bianco» è stata l’àncora di salvezza per alcune migliaia di famiglie: la riscoperta della viticoltura ha avuto un solo nome, quello del prosecco, diventato la risposta italiana allo champagne.

   Ma la tumultuosa corsa ai nuovi impianti (più 50 per cento negli ultimi dieci anni, fonte Report Consorzio Prosecco 2013) sta producendo una monocoltura del prosecco. E questo non va bene, perché il territorio ha bisogno di una biodiversità e non di tumultuose manomissioni.

   Da una parte, i difensori del prosecco esaltano il ruolo dei contadini – vecchi e nuovi – che strappano il bosco per restituirlo ai vitigni, riconquistando un uso agricolo ad aree altrimenti in abbandono. E salutano con favore con «ritorno alla campagna» dopo l’esodo degli Anni Sessanta verso la fabbrica della Zoppas (poi Electrolux), che è stata un po’ la Fiat di questo territorio.

   Dall’altra i detrattori della monocoltura avvertono che il rischio dei molti miglioramenti fondiari è proprio quello di stravolgere l’ambiente e alterare il naturale deflusso delle acque. La pianta della vite ha radici superficiali e il loro impianto, se non realizzato correttamente, può provocare fenomeni di dissesto idrogeologico molto pericolosi. Inoltre temono che, alla fabbrica degli elettrodomestici, si sostituisca la fabbrica del prosecco.

   La ragione sta, probabilmente, nel mezzo. Ma nel Veneto che insegue il suo futuro post industriale sembra impossibile aprire un ragionamento senza isterismi: da una parte e dall’altra. Per queste ragioni il disastro di Refrontolo non è né un piccolo Vajont né una tragica fatalità. È semplicemente una tragedia figlia della vocazione ad inseguire l’emergenza anziché lavorare sulla prevenzione.

   Lo scrittore Fulvio Ervas parla di «un territorio gestito con scriteriata avidità». Il docente dell’Università di Padova Tiziano Tempesta guarda alla distesa di vitigni con grande preoccupazione: «Questo è un territorio che si sta avviando verso una pericolosa monocoltura del prosecco».

   E chi guarda un po’ alla storia si chiede per quale ragione la superficie dello champagne è rimasta la stessa dal 1927 e quella del prosecco è raddoppiata. In fondo, la domanda che sorge naturale è questa: siamo proprio sicuri che un uso intensivo delle colline per la coltivazione del redditizio prosecco sia il più corretto? Non sarebbe piuttosto preferibile incentivare la biodiversità e alternare, nelle stesse colline, i vitigni del prosecco ed altre colture espressione del territorio? La biodiversità è un valore per tutta la catena.

   Il poeta Andrea Zanzotto (1921-2011), che tra questi poggi vi è nato, nella sua raccolta «Sovrimpressioni» che più di altre si interroga sulla distruzione del paesaggio, mette in bocca questi versi al suo amico Nino Mura: «State accorti, non mettetevi a strafare/con tutti questi pali metallici, queste reti, queste viti così fitte ormai / altrimenti col primo gran temporale/ di questi tempi / che per fortuna non vedrò mai / in fondo vien giù tutto a rotoloni! / Sul mio podere non posso lamentarmi / ma a tutti vi grido “State accorti”. // Ma forse io qui parlo, da morto, a morti». Quasi una profezia.

   Leggere, conoscere e ascoltare il Poeta di Pieve di Soligo sarebbe il vero piano Marshall invocato per la prevenzione del rischio idrogeologico. (Daniele Ferrazza)

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PIÙ BOSCO INCOLTO CHE UVA. UN TERRITORIO DA GOVERNARE

di TIZIANO TEMPESTA (Dipartimento Tesaf Università di Padova), da “Il Mattino di Padova” del 8/8/2014

   La tragedia del Molinetto della Croda ha suscitato un vivace dibattito tra amministratori, opinionisti, produttori e associazioni ambientaliste da cui è emersa la consapevolezza, sostanzialmente condivisa da tutti, che il nostro territorio collinare sta manifestando crescenti segni di sofferenza idrogeologica come testimoniato dalle decine e decine di smottamenti che si stanno verificando a seguito di piogge anche non molto intense.

   Le opinioni sulle cause del fenomeno hanno visto il formarsi di due schieramenti contrapposti: coloro che attribuiscono il dissesto idrogeologico alla eccessiva diffusione dei vigneti a scapito dei boschi e coloro che, al contrario, lo attribuiscono all’espansione del bosco e ai cambiamenti climatici.

   Per fare un po’ di chiarezza sul dibattito in corso, può innanzitutto essere utile richiamare qualche dato sulle trasformazioni dell’uso del suolo intervenuti negli otto comuni compresi tra Valdobbiadene e Vittorio Veneto in cui si concentra più dell’80% della superficie vitata del Prosecco Superiore Conegliano-Valdobbiadene Docg.

   Nel 1970, in base ai dati Istat, le aziende agricole gestivano il 92% dell’intero territorio garantendo una continua e attenta manutenzione del suo assetto idraulico. Nell’arco di 40 anni la superficie in possesso degli agricoltori è diminuita di 10.200 ha, tanto che nel 2010 costituiva solo il 60% dell’intero territorio.

   Che ne è stato di questa terra? Una parte posta nelle aree meno acclivi e nel fondo valle è stata urbanizzata (circa 2.500-3.000 ha). La rimanente (7.000-7.500 ha) è costituita da terreni non gestiti da alcuna azienda agricola e cioè, di fatto abbandonati.

   È facile supporre che su questa vasta superficie si siano avviati fenomeni di rimboschimento spontaneo. Nello stesso tempo è aumentata progressivamente la superficie dei vigneti specializzati che nel 1970 era pari a 4.879 ha di vigneto, nel 2000 a 5.111 ha e nel 2010 a 6.828 ha. Storicamente mai in questo territorio vi era stata una superficie così estesa occupata da vigneti specializzati (erano poco più di 1.000 nel 1929).

Va anche richiamato un fenomeno spesso trascurato dai mass media e dagli amministratori: in molte zone si stanno modificando drasticamente le sistemazioni idraulico-agrarie tradizionali e i sesti d’impianto dei vigneti al fine di renderli più facilmente lavorabili e di ridurre i costi di produzione.

   Ovviamente questo dato non può sminuire l’importanza della costante attività di manutenzione territoriale svolta dagli agricoltori che in vaste aree continuano a garantire la conservazione del paesaggio e del territorio. Certo è però che anche questi cambiamenti almeno potenzialmente possono incidere sul comportamento idraulico dei bacini collinari.

   Qual è stato l’impatto di queste trasformazioni sull’assetto idrogeologico della zona di produzione del prosecco Docg e quali sono le azioni da intraprendere per ridurre l’effetto negativo degli attuali cambiamenti climatici?

   A mio avviso per dare una risposta sensata e non emotiva a queste domande sarebbe necessario:

a) conoscere l’entità e l’ubicazione dei nuovi vigneti ottenuti abbattendo i boschi, dei vigneti che sono stati oggetto di una profonda trasformazione dei sesti di impianto e delle sistemazioni idraulico-agrarie, delle aree di rimboschimento spontaneo;

b) procedere ad un continuo monitoraggio degli smottamenti di terreno per vedere se e in che misura siano associati alla diffusione del vigneto o a quella del bosco;

c) valutare l’effetto di tali trasformazioni sull’assetto idrogeologico del territorio a livello di bacino e sotto-bacino idrografico.

   Si noti che le amministrazioni comunali e la Regione possiedono già le informazioni dei punti “a” e “b” e dovrebbero metterle al più presto a disposizione di tutti i cittadini. I cambiamenti climatici in atto impongono una nuova politica per il governo dell’uso del territorio nelle zone fragili di collina.

   Si dovrebbe verificare preventivamente l’impatto a livello di singolo bacino e sotto-bacino idrografico dei cambiamenti dell’uso agricolo e non agricolo del suolo. Al contempo, la Regione Veneto con il Piano di sviluppo rurale dovrebbe svolgere un’azione incisiva di sostegno dei sistemi zootecnici, della praticoltura e delle pratiche agricole tradizionali in collina. L’alternativa potrebbe essere purtroppo la conta dei danni a ogni evento piovoso intenso. (Tiziano Tempesta)

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«NON SOLO VINO, CERCHIAMO DI VENDERE IL PAESAGGIO»

di Daniele Ferrazza, da “la Tribuna di Treviso” del 7/8/2014

– DANILO GASPARINI, docente di storia dell’agricoltura e della alimentazione: «Ci siamo mangiati la campagna e adesso sfruttiamo le colline: fermiamoci» –

VALDOBBIADENE. «É andata così. Mio padre e suo fratello Giovanni, nel dicembre 1948, nella fase di costruzione di un podere in proprietà, sognato da secoli, acquistano 92 are (un ettaro scarso) di seminativo arborato per 120 mila lire. Nel 1963 avviene la divisione: il pezzo di terra tocca in parte a mio padre. Poi è autobiografia pura: mio padre muore nel 1988, quel pezzo di terra va a mio fratello Francesco, che da contadino era diventato prima autista, poi operaio tessile, poi imprenditore edile, nella migliore tradizione del Nordest. Presto fatto: nel volgere di pochi anni vende prima il sottosuolo a dei cavatori di ghiaia, poi, esaurita la vena, bisogna pur riempire la grande voragine. È il momento di vendere il tutto ad una società che si occupa di smaltimento dei rifiuti, così la cava via via si riempie e “emerge” una collina, di rifiuti. L’orizzonte cambia, anzi lo skyline e anche il profumo: niente più gelsi, niente più viti, niente più frumento, puro San Pastore, niente polenta, niente erba medica, niente notti passate con mio padre ad irrigare i campi di mais ma un persistente effluvio di rifiuti, pre-raccolta differenziata».

Danilo Gasparini, 62 anni, docente di storia dell’agricoltura e dell’alimentazione all’università di Padova, è un trevigiano che vive nelle terre del prosecco. Storico dell’agricoltura e gastronomo, allievo di Marino Berengo, collabora stabilmente con Geo & Geo, la trasmissione televisiva di Sveva Sagramola. Non ama la retorica dell’agricoltura, assistita e un po’ truffaldina. Il suo racconto autobiografico di eredità è lo spaccato del nostro ultimo Novecento.

Quante volte, Gasparini?

«Possiamo moltiplicare il caso Gasparini e avremo la storia di come è andata a farsi fottere gran parte della campagna padana e veneta in particolare».

Cosa c’entra il prosecco con il disastro del Molinetto della Croda?

«Non so come sia davvero andata a Refrontolo, ma questa tragedia è l’occasione per farsi delle domande e pretendere delle risposte. Prima che sia troppo tardi».

I produttori di prosecco si sono sentiti accusati. É così?

«Non accuso nessuno, ma è sbagliato chiudere gli occhi.Poiché vivo questo territorio vedo molte manomissioni, molti movimenti terra, molta densità di impianti: non si tratta di dare colpe, ma questo territorio è intrinsecamente fragile, delicato, la collina va rispettata. Le radici di una vite non sono né profonde né resistenti: siamo tutti impegnati nel cercare di vendere questo territorio. Sappiate che dobbiamo vendere anche il nostro paesaggio e il paesaggio è fatto di molte cose, anche di un equilibrio che eviti la monocoltura e l’uso eccessivo del territorio».

Non ha paura di venire bollato come un inguaribile polemista?

«La storia è piena di profeti inascoltati. Provocatoriamente si potrebbe dire: basta prosecco. Io dico: basta a questo tipo di prosecco. Che senso ha una Doc che si estende su nove province, da Padova a Udine? Zaia ne è l’artefice e i prosecchisti certamente gli devono immediata riconoscenza, ma che senso ha inseguire l’obiettivo di 500 milioni di bottiglie? Perché gareggiare con lo champagne, che ha tutt’altra storia? Penso che stiamo facendo pagare al territorio un prezzo troppo alto»

Cosa pensa di Zaia?

«Lui è un figlio impuro dell’istituto Enologico di Conegliano, che pure ha diplomato protagonisti della modernizzazione del settore: da Carlo De Giacomi, titolare del grande enopolio di Chiavenna, a Pietro Cinzano che perfeziona lo stabilimento familiare; da Augusto da Rios grande commerciante di vino a Giovanni Bertani, titolare della nota azienda in Valpolicella; da Tancredi Biondi Santi, il padre del Brunello, a Leopoldo Suarez, che fu ministro dell’Agricoltura in Argentina».

Anche la Scuola di Conegliano deve cambiare?

«Qualche responsabilità ce l’ha anche la Scuola Enologica di Conegliano. Non è più tempo di preparare solo enologi, ma vignaioli capaci di capire e rispettare le vocazioni pedologiche, gli equilibri, capaci di trattare il suolo come un cosa viva e non come un substrato inerte e passivo».

Da dove cominciare?

«Partirei davvero con la valorizzazione degli altri vitigni: gli autocnoni, la perera, il verdiso, la bianchetta, che poi fanno parte della storia del prosecco. Smetterei di inseguire i primati economici e industriali». (Daniele Ferrazza)

AREA DI PRODUZIONE DEL PROSECCO "SUPERIORE" DOCG  _ denominazione di origine controllata e garantita _
AREA DI PRODUZIONE DEL PROSECCO “SUPERIORE” DOCG _ denominazione di origine controllata e garantita _

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IL TERRITORIO FERITO E SFRUTTATO

di Cristiana Sparvoli, da “la Tribuna di Treviso” del 3/8/2014

– Il torrente Lierza già teatro di cedimenti, allagamenti e smottamenti. Un’emergenza continua che negli ultimi anni è andata crescendo –

   Le colline dell’Alta Marca, tra incuria dei boschi e massicci sbancamenti per l’impianto intensivo di nuovi vigneti di prosecco, sono un territorio fragilissimo e complesso, che troppo volte negli ultimi anni è stato segnato da smottamenti di strade, frane di terreni ed esondazioni di torrenti che hanno trovato il percorso bloccato da massi e terreno franato.

   Solo nel febbraio scorso, sempre a causa di piogge abbondanti, già il paese di Refrontolo era stato messo in allarme da tre frane, di cui due di grosse dimensioni, che incombevano proprio sulla zona a più forte richiamo turistico: il Molinetto della Croda e la caratteristica cascata alimentata dal torrente Lierza.

   I cedimenti della collina sei mesi fa avevano sbarrato il flusso del corso d’acqua. Il Lierza era esondato allagando anche il parcheggio del Molinetto. Fango e detriti avevano causato a febbraio la piena del torrente ed era intervenuto il Genio civile per liberare il corso del torrente. Ma altri 500 metri cubi di terreno avevano poi tappato il Lierza a valle. Claudio Lucchet, allora assessore assicurava il continuo monitoraggio di tutte le zone «che possono essere a rischio». Il vicesindaco, Mauro Canal, all’inizio dello scorso febbraio, dichiarava: «Ma per il capannone della Pro Loco non c’è un problema sicurezza».

   Sabato sera, invece, un mare di fango e acqua si è rovesciato sull’area seminando terrore e morte.

Gran parte della Pedemontana trevigiana è in stato di “default” da anni, a causa di frane continue ed esondazioni di torrenti che ad ogni “stagione delle piogge” escono dal loro letto anche a causa dell’erosione delle sponde.

   Uno dei punti più critici, oltre al Lierza, è il torrente Soligo, le cui sponde naturali in passato hanno ceduto in più punti, causando allagamenti nei centri abitati di Pieve di Soligo e Solighetto. Negli ulti anni sempre più frane hanno segnato le colline, minacciato abitazioni, travolto coltivazioni e vigneti, causate dalle esondazioni dei corsi d’acqua e dal cedimento di terreni senza più alcuna tenuta.

   I comuni di Follina, Refrontolo, Tarzo, Cison di Valmarino, Farra di Soligo ed altri della fascia collinare tra Vittorio Veneto e Valdobbiadene sono stati colpiti da frane, più o meno di grosse dimensioni. La zona attorno al Molinetto della Croda, un importante patrimonio culturale ed ambientale, negli anni è stata più volte messa in pericolo dalle esondazioni del Lierza.

   Il fiume a carattere torrentizio è lungo 19,5 km e appartiene al bacino idrografico del Piave. Le sue sorgenti sono ad Arfanta (Tarzo) e Rolle (Cison di Valmarino); attraversa una delle valli di maggior rilievo paesaggistico, alimentando in passato la ruota del Molinetto della Croda, monumento della storia rurale dei colli trevigiani. Lambisce poi la parte orientale di Pieve di Soligo, toccando i confini nord del comune di Susegana e confluendo nel fiume Soligo, di cui è il maggiore affluente, presso il confine tra la frazione di Barbisano (Pieve di Soligo) e quella di Collalto (Susegana), dove, lungo il tratto che costeggia Villa Toti, residenza della soprano Toti dal Monte, forma una sorta di piccolo canyon, detto Crode del Pedrè, reso famoso dai versi del poeta Andrea Zanzotto. (Cristiana Sparvoli)

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“I vigneti non c’entrano”

LA TRAGEDIA DI REFRONTOLO E IL RITORNO DEI PATACCARI

di Maurizio Gily (agronomo e divulgatore scientifico su temi agroalimentari), dal blog www.millevigne.it/, 4/8/2014

   Molinetto della Croda, comune di Refrontolo, zona del Prosecco. Una festa di paese organizzata in un luogo insicuro, praticamente nell’alveo di un torrente, già lambito da un’alluvione in febbraio; e questo in presenza di previsioni del tempo minacciose e con un suolo già impregnato di acqua dalle abbondanti piogge dei giorni precedenti. Nessuno temeva il peggio, ma il peggio è arrivato e si è portato via quattro vite, con la piena improvvisa del torrente Lierza.

   Mi aspettavo da parte dei media una condanna della superficialità con la quale le autorità preposte  hanno ritenuto quell’area “sicura”. Se per pervenire a questa brillante conclusione il Comune ha consultato un geologo, vorrei conoscerlo e guardarlo nelle palle degli occhi: ma forse non lo ha ritenuto necessario. Mi aspettavo, dunque, che si spendesse qualche parola su come la prima e più importante forma di prevenzione sia quella di “non esserci”, da parte dell’uomo, nelle zone soggette a catastrofi naturali. Luoghi dove è bene non costruire, non abitare, non produrre e nemmeno organizzare feste.

   Invece molta stampa e qualche ecologista da salotto non ha trovato di meglio che dire che è tutta colpa dei vigneti di Prosecco, improvvidamente piantati dove prima c’era il bosco Caccia ai colpevoli, scoop, sensazionalismo, pseudo-scienza, nessuna analisi seria dei fatti e delle cause. Un tipico caso di quello che gli anglosassoni definiscono “yellow journalism”, giornalismo giallo:in italiano potremmo tradurlo, usando i colori più vivi della nostra lingua, come “pataccaro”.

   Devo dire che anch’io ho disapprovato, più di una volta, l’eccessivo ampliamento della viticoltura del prosecco, ma in questo caso i vigneti non c’entrano niente. A monte di Molinetto della Croda non ci sono praticamente vigneti, prevalgono nettamente i boschi. Inoltre i vigneti di prosecco, sorpattutto in zone declivi, sono tutti inerbiti, per cui l’azione di rallentamento delle acque meteoriche è comunque assicurata, anche se non al livello di un bosco. Ben diverso è il caso dei suoli lavorati e, soprattutto, di quelli cementificati.

   Per le organizzazioni agricole l’agricoltura è sempre un presidio del territorio, mai una sua compromissione: questa tesi è vera spesso, ma nei fatti le cose sono un po’ più complicate. Dipende da quale agricoltura, ed è sicuramente improbabile che sbancare versanti boscosi per coltivarli possa giovare in qualche modo all’equilibrio idrogeologico. Quello che è certo è che il territorio cementificato e asfaltato è sempre un danno all’equilibrio idrogeologico. Ma nel caso di Refrontolo nessuna delle due spiegazioni é valida.

   Il fatto è che l’uomo, nella sua presunzione, pensa di vivere in un tempo sospeso tra un’era geologica e l’altra. Invece tra le ere non c’è soluzione di continuità, viviamo sempre nel pieno della trasformazione del territorio: le montagne e le colline vengono erose a valle, e le pianure si formano dalle alluvioni, come è sempre accaduto. Ora un po’ più in fretta di prima, a causa della tropicalizzazione del clima e dei danni fatti dall’uomo all’equilibrio dei versanti.

   Per limitare i rischi occorrono lavori di messa in sicurezza su tutto il fragile territorio italiano, decisamente più urgenti di varie grandi opere, raddoppi autostradali, svincoli chilometrici e altre opere di dubbia utilità ma di sicuro impatto negativo sull’equilibrio idrogeologico; ma soprattutto, come ho già scritto, occorre “non esserci” laddove il rischio esiste, perché di fronte alle forze che la natura può mettere in gioco in molti casi, o meglio in molti luoghi, non c’è altra difesa che essere altrove, in luoghi più sicuri. (Maurizio Gily)

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IL LIERZA E LE PIENE DIMENTICATE

di Mariano Maugeri, 6 agosto 2014, IL SOLE 24ORE

REFRONTOLO (TV). – Il molinetto della Croda era il luogo ideale per una tempesta perfetta. Un catino con pareti che precipitano perpendicolarmente per oltre 200 metri, terreni franosi, e alla base di questo pentolone tutto boschi e vigne un torrente, il Lierza, che una volta ogni mezzo secolo incide il suo bel ricordino.

   Pietro Lorenzon, ex sindaco di Refrontolo e ora a capo dell’associazione Molinetto della Croda, sfoglia con la memoria un vecchio libro in cui scorrono una dopo l’altra le alluvioni che l’hanno mandato sott’acqua. Racconta: «Il livello dell’acqua raggiunto nel 1865, oltre un metro d’altezza, è indelebilmente segnalato da una tacca sulla porta del mulino».    Eppure, a Refrontolo, sembrano tutti smemorati. Le corriere arrivavano piene zeppe di scolari urlanti. Se ne contavano cento all’anno di pullman, dicono in Comune. Una processione senza sosta. Il mulino è una sorta di laboratorio didattico che racconta la vita dei mugnai e il loro oscuro lavoro.

   Una rappresentazione così autentica della vita di un tempo che pure Tripadvisor si è sentito in dovere di riconoscergli il certificato di eccellenza.

   Tutto è intatto, dalle macine di pietra ai setacci per la farina. La grande affluenza di bambini e docenti, questo sabato ne sarebbero arrivati a centinaia per celebrare la festa d’estate, aveva suggerito alla Comunità montana di Vittorio Veneto, in alleanza con il Comune di Refrontolo, di indire una gara d’appalto per asfaltare e spianare con il cemento un’area di una quindicina di metri per quindici proprio lì dove sorgeva la tensostruttura spazzata via sabato scorso dalla furia del Lierza.

   La commessa se l’era aggiudicata la Gecoma di Farra di Soligo per un controvalore di 47mila euro. I lavori sarebbero dovuti partire a giorni. Ma a Refrontolo c’era chi reclamava che il tendone si trasformasse in una struttura permanente. Il dibattito su questo tema ha tenuto banco per anni all’interno del Consiglio comunale.    Tra le ipotesi vagliate, racconta Lorenzon, «c’era quella di scavare sottoterra per alloggiare le cucine». Idea per fortuna mai concretata. In Comune spiegano che il Pat, il Piano di assetto territoriale, a cui è demandato il compito di elencare i vincoli ambientali e urbanistici, alla voce Molinetto della Croda non cita alcun ostacolo.

   Come se il Lierza fosse un rigagnolo mansueto e le pareti di questa depressione solidissime. Singolare. Così com’è singolare che a pochi metri da un torrente soggetto a forti piene, l’ultima risale allo scorso autunno, si organizzassero feste, mostre, banchetti e grigliate, spesso con la partecipazione di decine di bambini e ragazzi insieme con le loro famiglie.    Possibile che alla luce di eventi climatici estremi, come quelli che caratterizzano il clima continentale da una decina di anni a questa parte, nessuno pensasse di vietare manifestazioni di massa almeno nell’area più vicina al torrente? Una domanda sulla quale si stanno interrogando parecchi addetti ai lavori.

   Eppure sarebbe bastata qualche semplice precauzione per evitare la tragedia. Impossibile non citare la sottovalutazione del rischio da parte di alcuni degli ospiti alla “festa degli omeni”, un rito virile che non contempla fughe precipitose, qualsiasi sia la causa. I video girati quella sera raccontano delle canzonature di una mezza dozzina di irriducibili con l’acqua alle ginocchia all’indirizzo dei loro amici che giustamente se la davano a gambe.    Altro capitolo increscioso è quello del mancato allarme: radar meteorologici di ultima generazione, centri funzionali della protezione civile con apparecchiature meteo sofisticatissime, ma mai che si riesca ad anticipare nemmeno di mezzora un evento disastroso. In Comune confermano: «Abbiamo ricevuto un generico allerta meteo nella tarda mattinata di sabato».

   Il capo della Protezione civile spiega: «Impossibile localizzare il luogo e l’ora di un evento che si è concentrato in uno spazio piccolissimo rispetto all’area regionale». Si potrebbero emanare raccomandazioni restrittive da parte della Regione, almeno per le feste o le manifestazioni accanto a corsi d’acqua con precedenti non proprio rassicuranti. Tonellato annuisce: «Andrebbero valutate caso per caso le situazioni a rischio, ma sono processi complessi e dai risultati nient’affatto scontati». (Mariano Maugeri)

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COSÌ CROLLANO ANCHE I POGGI DEL PROSECCO

di Daniele Ferrazza, da “la Tribuna di Treviso” del 19/4/2013

– Si piantano vitigni su pendenze incredibili per ricavarne massimo profitto Terrazzamenti e deflusso delle acque provocano smottamenti e crepe –

VALDOBBIADENE. Soldi per fare soldi per fare soldi. Se potessero, pianterebbero prosecco sin sulla cupola del campanile. Il paesaggio delle colline tra Valdobbiadene e Conegliano sta letteralmente cambiando volto.

Si strappa il bosco per lasciare spazio ai vitigni, decisamente più redditizi. Il fenomeno dei vigneti che si arrampicano sulle montagne, per chiunque abbia l’occasione di perdersi dentro questo straordinario giardino che è la strada del vino, è tumultuoso come il lavoro delle ruspe e il colpo d’occhio notevole. Ma è un processo che sta aprendo più di qualche crepa, letteralmente, nella gestione del territorio.

viti di rapidi pendii
viti di rapidi pendii

   Ad ogni inverno, con le prime piogge, in queste colline della Pedemontana si registrano smottamenti e movimenti franosi di ogni tipo. Solo nell’inverno del 2010, quando in tre giorni sono caduti 300 millimetri di pioggia, tra Borso del Grappa e Vittorio Veneto si sono aperte un centinaio di frane.

   In tutta la provincia di Treviso le frane censite dal progetto Iffi sono 523, ma l’elenco si allunga ogni giorno. E nel Veneto sono stati registrati quasi diecimila fenomeni, il 52% dei quali costituiti da scivolamento. A Valdobbiadene, una frana da 300 mila metri cubi minaccia l’abitato di Santo Stefano.

   A Segusino non bastano le iniezioni di cemento armato sulle pareti rocciose, sotto il paese c’è un’enorme cavità che rischia di inghiottire strade e case. A San Pietro di Feletto è venuta giù una strada. A Vittorio Veneto dei misteriosi boati provenienti dal sottosuolo carsico dovrebbero interrogarci un po’ di più su quello che sta per succedere.

   L’industrializzazione del prosecco passa attraverso un uso intensivo del territorio. Si piantano viti dovunque, si aprono nuove strade per consentire ai mezzi agricoli di arrivarvi più agevolmente, si cambia la forma delle colline e si modifica il deflusso delle acque, che finiscono per creare nuove voragini. Soprattutto, lo si fa senza tener conto delle più elementari regole della natura. Andrea Zanzotto, che in queste colline ci è nato, avrebbe detto: «La natura ci sta avvisando, ascoltatela».

   Ma non c’è tempo per la poesia: le colline del prosecco, che presto saranno patrimonio dell’Unesco, sono il nuovo distretto industriale del Veneto. Un miliardo di giro d’affari, i riflettori dei mercati di tutto il mondo, l’attenzione dei magnati russi e cinesi sui principali marchi.

   «La coltivazione della vite in collina deve rispettare il drenaggio delle acque – prova a riflettere il geologo bellunese Eugenio Colleselli –. Qualche riflessione in più è bene introdurla, proprio per andare nella direzione da tutti auspicata di rispetto del territorio».

   Perché togliere un arbusto dalla collina, con il suo apparato radicale, e piantare un vitigno non è senza conseguenze. Vuol dire realizzare terrazzamenti artificiali, vuol dire deviare la canalizzazione delle acque, vuol dire spargere quintali di fitofarmaci che penetrano nel terreno e lo impoveriscono, seccandolo. Il tema, da queste parti, è spinosissimo e si affronta sottovoce. I sindaci lo sanno ma fanno fatica ad ammetterlo, perché da queste parti il prosecchista conta più di un banchiere.

   Qui un metro di terra vale dagli 80 ai 120 euro (180 se nel colle di Cartizze): tre volte un terreno industriale. «Proseccoshire» cominciano a chiamarlo i turisti tedeschi che si affacciano per fare incetta delle bollicine più conosciute del mondo.

   A Santo Stefano di Valdobbiadene, certamente non solo per colpa dei vitigni, due anni fa son venuti giù 300 mila metri cubi su una riva di 40 mila metri quadrati, minacciando un intero paese. Adesso sono in corso costosi lavori di ripristino (un milione di euro a carico di Regione e Comune). Ma i lavori che dovevano essere realizzati a carico dei privati tardano: c’era da vendemmiare, è stata la risposta.

   Ma non basta: se non cambia la cultura del territorio, questi episodi di frana saranno sempre più frequenti. Con inevitabili conseguenze anche sulla redditività del territorio. «In Italia purtroppo siamo abituati a rincorrere l’emergenza invece che fare prevenzione – aggiunge Colleselli –: eppure, è dimostrato che una cura costante del territorio è molto meno costosa dell’intervento post-emergenza».

   Tra le cause del dissesto anche la scomparsa di alcune figure chiave per l’ecosistema: il contadino tradizionale, lo stradino, la guardia idraulica. Adesso i prosecchisti sono quasi tutti moderni imprenditori di se stessi. Grandi mezzi, molta fretta, dipendenti stranieri su per i vigneti. Il posto in banca è un secondo lavoro. «Non bisogna colpevolizzare nessuno, ma il fenomeno c’è – spiega Colleselli –: togliere il bosco per piantare vigneti sino in cima alle colline, alla luce dei risultati, si è rivelato sbagliato». Beviamoci sopra, ma poi pensiamoci. (Daniele Ferrazza)

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LO STUPRO DEL VENETO, O DELLA PERVERSIONE DEL PROSECCO

Il grido di dolore di Alfonso Cevola

di Franco Ziliani, dal blog www.vinoalvino.org/, 2/1/2013

   Consola sapere di non essere i soli a pensare che l’operazione Prosecco, che si è tradotta non solo nella creazione di una Doc super allargata e indifferenziata, la Doc Prosecco, estesa a tutto il Veneto e ad una terra senza alcuna tradizione prosecchistica come il Friuli Venezia Giulia, accanto alla storica zona Docg di Conegliano Valdobbiadene, ma nella innaturale trasformazione del Prosecco, che ha una sua storia e una nobile identità, in un prodotto indifferenziato a basso costo e da largo consumo, una wine commodity di successo e di moda. Un’operazione non priva di risvolti cinici che doveva prima o poi essere bollata come merita.    A svolgere questo compito, difficile, ma qualcuno, accidenti, doveva occuparsene, ci ha pensato uno dei più sensibili e fini commentatori di cose enoiche che io conosca e l’ha fatto, ottima cosa, servendosi di quella lingua inglese che è oggi il linguaggio universale del vino.    Sto parlando dell’amico Alfonso Cevola, che sul suo eccellente wine blog On the wine trail in Italy ha pubblicato un post che sin dal titolo, The rape of Veneto, ovvero lo stupro del Veneto, ha la forza di uno schiaffo, anche morale, di un sasso lanciato nelle acque putride di uno stagno.    Cevola condanna, senza mezzi termini, con indignazione e dolore, il processo di “popolarizzazione” (che secondo me fa rima con banalizzazione) del Prosecco, sostenendo che quanto è stato fatto in dicembre a Montalcino, l’atto criminale contro la cantina Case Basse, è poca cosa e scompare di fronte a quanto è stato fatto in Veneto dove “hanno virtualmente violentato la terra, privandola di ogni carattere per inseguire facili guadagni”.    Un processo che definisce di “perversione del Prosecco”, che si è tradotto “in un’enorme crescita anno dopo anno alla ricerca di sempre maggiori profitti, forzando la terra, cambiando le leggi, riducendo il Veneto ad una semplice fonte di approvvigionamento per tutti coloro che non voglio spendere per uno Champagne o per degli sparkling wines di carattere”.

   Un “sistematico smantellamento della tradizione del Veneto, da Valdobbiadene e Conegliano, sulle gentili colline che il genere umano ha amorosamente allevato, è una tragedia di proporzioni leggendarie”. Cevola ricorda che per fortuna non mancano persone che si mantengono fedeli alle origini, “concependo la terra come un luogo di cui prendersi cura, persone che seguono le orme degli antenati, di persone che trovarono una loro strada negli anni Settanta, giovani, idealisti, ritornando alle radici e alla Madre Terra”.    Ma arrivò purtroppo “il richiamo dell’America e del Regno Unito, sotto forma di ricerca di alternative al più costoso e secco Champagne. Ed in meno che una generazione ecco verificarsi una rivoluzione, la popolarizzazione del Prosecco”. E quella che era in fondo una semplice “curiosità dei bar veneziani, addizionato di pesca o senza, crebbe in popolarità. E come un esercito famelico che non si accontenta della guerra e del saccheggio, venditori, importatori, buyer di supermercati e di catene di negozi di massa arrivarono nella terra del Prosecco alla ricerca di grandi quantitativi di qualcosa di dolce frizzante e non costoso per dissetare i loro clienti.    E così il Veneto si vendette cuore e anima. E più che uno stupro un atto consensuale anche se gli effetti verranno visti in futuro piuttosto come un’aggressione senza resistenza”.    E per avere quantità maggiori ecco il ricorso alla chimica, a lieviti selezionati per fornire aromi più soffici, fruttati e vellutati, le “scorciatoie” per dare più in fretta quello che vuole al mercato. Tutto fatto senza che qualcuno alzasse la mano per dire che non era d’accordo, che non andava bene.

   “Ovunque guardate potete vedere giovani donne e uomini vestiti con le migliori griffe milanesi della moda, alla guida delle auto più potenti e costose, con ori e marmi ad abbellire le nuove cantine. E non bastava una casa di vacanze a Rolle, dovevano andare a Panarea, in Costa Smeralda o alle Seychelles”. Tutto un lavoro di generazioni di anime che “lavoravano a stretto contatto con la terra buttato alle ortiche spazzato sotto lo serbino per 30 denari”.

   Per Cevola “il mondo è attento ad ogni singolo atto che viene compiuto a Montalcino, ma il Veneto ha subito un vero tsunami e nessuno lancia grida d’allarme e le profanazioni dei valori collettivi in Italia avvengono tranquillamente”.

   E da lontano, annota un sempre più indignato Cevola, la cui indignazione ha i toni dell’invettiva di una brano di grande impatto come Povera patria di Franco Battiato, “sembra che l’Italia non rimpianga di avere svenduto il Veneto a Mammona. Perché la tragedia più grande “non è la perdita di 60 mila bottiglie di vino di un solo uomo. E’ la perdita di un’intera cultura, una cultura nella quale il Prosecco era elemento integrale, linfa vitale dell’anima e non solo dell’economia. Si tratta di 60 milioni di bottiglie non di 60 mila e di una cultura completamente distrutta. E dove sono i giornalisti del vino ed i bloggers impegnati ad occuparsi di altre cose minori?”.

   E dove sono, prosegue un Cevola sempre più sconsolato, “migliaia di parole dedicati ad articoli con titoli come “I migliori acquisti di bollicine per il brindisi per l’Anno Nuovo”, con i quali il Prosecco viene incoronato come re di tutti gli spumanti? Un re nudo, senza vestiti, senza cuore e senza una terra”. Sono pensieri, osserva il wine blogger americano, fatti “in un’epoca di transizione tra un’epoca ed un’altra, non solo tra le fine del 2012 e l’avvento del 2013. Qualcosa di più grande di semplici miserabili 365 giorni. Centinaia di anni spesi a trattare la terra con amore buttati via dalla porta secondaria e lasciati a vagabondare per il deserto per il resto del tempo. Perché il diavolo è nel dettaglio”…

   E come non dare ragione, anche se i toni sono apocalittici e non ammettono repliche (che, sono pronto a scommettere chiameranno in causa esclusivamente “valori” come economia, posti di lavoro, sviluppo e trascureranno bellamente di parlare di cultura, identità, tradizione, comunità, perché business is business e bisogna fare schei, palanche, fioj… ) all’amico Alfonso Cevola? Come non fare suo il grido di dolore che lancia da On the wine trail in Italy?

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3 thoughts on “IL NUBIFRAGIO DI REFRONTOLO E LE CONCAUSE DELLA TRAGEDIA (non solo vigneti) – Intensità della pioggia, terreno già saturo d’acqua, materiali che ostacolano il deflusso, nessuna prevenzione e scarsa manutenzione dell’alveo del torrente, mancata prudenza degli organizzatori dell’evento…. – Tutto questo non giustifica la “FOLLIA DEL PROSECCO” che queste terre stanno vivendo

  1. Valerio venerdì 15 agosto 2014 / 12:09

    Mi risulta che i vitigni di Prosecco hanno sconfinato e parecchio ,sono arrivati a ridosso della zona di Gambellara VI !!!

  2. fausto venerdì 15 agosto 2014 / 21:33

    Interessante, anche se lunghissimo. Trovo particolarmente valida l’affermazione secondo cui “…la prima e più importante forma di prevenzione sia quella di “non esserci”, da parte dell’uomo, nelle zone soggette a catastrofi naturali…”.

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