PICCOLE PATRIE EUROPEE: i movimenti indipendentisti in Europa sono forti più che mai (come la loro recente vittoria in CATALOGNA) – L’inadeguata proposta geopolitica delle “Piccole Patrie” (che si comportano come “Stati Nazione”) e il rifiuto degli Stati nazione a un vero FEDERALISMO

MANIFESTAZIONE INDIPENDENTISTA IN CATALOGNA - Alle elezioni regionali in CATALOGNA di domenica 27 settembre c’è stata la netta vittoria degli INDIPENDENTISTI che hanno conquistato la maggioranza dei seggi. La coalizione indipendentista ha conquistato 72 scranni su 135 totali del Parlamento regionale, ma non supera il 48 per cento, mancando di poco quindi la maggioranza assoluta nelle preferenze degli elettori. Netta sconfitta per Partido Popular del premier spagnolo Mariano Rajoy. La lista JUNTS PEL SÌ del presidente secessionista ARTUR MAS, infatti, ha ottenuto 62 seggi e il 39,7%, mentre quella dei RADICALI SEPARATISTI di CUP è a 10 seggi e il 8,2%: INSIEME RAGGIUNGONO IL 47,9%, sfiorando quindi la maggioranza assoluta di voti e conquistando 72 seggi su 135 totali. Dietro JUNTS PEL SÌ arriva invece il partito moderato anti-sistema CIUDADANOS (25 seggi e il 17,9%), contrario all’indipendenza. Una vittoria netta quindi, ma non assoluta. Gli indipendentisti avranno il maggior numero dei seggi al Parlamento regionale catalano, ma non superando il 50 per cento dei voti non possono presentarsi a Madrid come titolari della maggioranza assoluta degli elettori della Catalogna. L’OBBIETTIVO DI ARTUR MAS, leader della coalizione indipendentista Junts pel Sì, È infatti LA PROCLAMAZIONE DI UNA DICHIARAZIONE UNILATERALE D’INDIPENDENZA NELL’ARCO DI 18 MESI
MANIFESTAZIONE INDIPENDENTISTA IN CATALOGNA – Alle elezioni regionali in CATALOGNA di domenica 27 settembre c’è stata la netta vittoria degli INDIPENDENTISTI che hanno conquistato la maggioranza dei seggi. La coalizione indipendentista ha conquistato 72 scranni su 135 totali del Parlamento regionale, ma non supera il 48 per cento, mancando di poco quindi la maggioranza assoluta nelle preferenze degli elettori. Netta sconfitta per Partido Popular del premier spagnolo Mariano Rajoy. La lista JUNTS PEL SÌ del presidente secessionista ARTUR MAS, infatti, ha ottenuto 62 seggi e il 39,7%, mentre quella dei RADICALI SEPARATISTI di CUP è a 10 seggi e il 8,2%: INSIEME RAGGIUNGONO IL 47,9%, sfiorando quindi la maggioranza assoluta di voti e conquistando 72 seggi su 135 totali. Dietro JUNTS PEL SÌ arriva invece il partito moderato anti-sistema CIUDADANOS (25 seggi e il 17,9%), contrario all’indipendenza. Una vittoria netta quindi, ma non assoluta. Gli indipendentisti avranno il maggior numero dei seggi al Parlamento regionale catalano, ma non superando il 50 per cento dei voti non possono presentarsi a Madrid come titolari della maggioranza assoluta degli elettori della Catalogna. L’OBBIETTIVO DI ARTUR MAS, leader della coalizione indipendentista Junts pel Sì, È infatti LA PROCLAMAZIONE DI UNA DICHIARAZIONE UNILATERALE D’INDIPENDENZA NELL’ARCO DI 18 MESI

   La netta vittoria in CATALOGNA di domenica 27 settembre nelle elezioni per il parlamento regionale degli INDIPENDENTISTI (che vogliono la secessione dalla Spagna, dallo stato nazionale spagnolo), segna una linea di confine netta tra quel che è adesso l’Europa (un insieme di Stati nazionali assai gelosi della propria sovranità) e quel che può accadere di qui a poco se in ogni stato (o in alcuni stati) si inizia un processo di separazione e autonomia dai poteri centrali nazionali. E’ infatti intenzione degli autonomisti catalani ottenere da Madrid la secessione entro 18 mesi, con la proclamazione di UNA DICHIARAZIONE UNILATERALE D’INDIPENDENZA.

   Già la Scozia, nel settembre dello scorso anno, aveva dato un segnale concreto di quel che appariva possibile, cioè la secessione dalla Gran Bretagna e la costituzione di una PATRIA A SÈ: gli scozzesi indipendentisti hanno perso il referendum con 55,4 “no” contro 44,6 “sì”, ma hanno lanciato o rilanciato la voglia latente di molte regioni d’Europa di indire analoghe consultazioni.

Dalla Corsica alla Baviera l'Europa si spacca nelle piccole patrie
Dalla Corsica alla Baviera l’Europa si spacca nelle piccole patrie

   All’origine della creazione dell’Europa (l’Unione Europea), a partire dagli anni ’50 del secolo scorso, è stata l’idea di una «EUROPA DELLE REGIONI» che progressivamente soppiantasse l’ «EUROPA DELLE NAZIONI». Nazioni che nel 900 si erano combattute in due terribili sanguinosissime guerre civili… il nazionalismo è stato all’origine di tanti altre deleteri “ismi” (fascismo, nazismo, imperialismo…). E uno dei cardini del pensiero federalista dei padri fondatori dell’Europa era proprio quello di superare (o affiancare) le sovranità nazionali con un regionalismo molto spinto: appunto la creazione di un’Europa delle regioni. Ma essi (padri fondatori) hanno ben presto dovuto adattarsi a far legittimare il progetto europeo dagli stati nazionali. Ma sempre nella speranza che l’integrazione portasse al superamento dei nazionalismi e all’affermarsi di una comunità di popoli e di autonomie.

   Questo progetto purtroppo fallito, nello scorrere del tempo, con l’età della crisi glo­bale sta for­nendo le basi mate­riali per lo svi­luppo di NUOVI MICRO-NAZIONALISMI «fai da te», spesso con movimenti autonomisti che ribadiscono una propria identità ricavata dal passato e fomentata da una condizione economica che è assai peggiorata negli ultimi tempi. Per questo sono “contro”: contro il fisco del potere centrale, contro gli immigrati… Sia chiaro che certe rivolte e certe insoddisfazioni possono essere assai spiegabili, vere, inoppugnabili (sprechi dello stato centrale, corruzioni dell’apparato pubblico, tasse eccessivamente esose per i servizi offerti…).

Il presidente secessionista del governo catalano ARTUR MAS
Il presidente secessionista del governo catalano ARTUR MAS

   Su tutto forse vien da pensare che la “grande trasformazione” di questi anni che fa richiedere l’istituzione di nuove PICCOLE PATRIE sia data dalle con­se­guenze mag­giori dei pro­cessi di glo­ba­liz­za­zione (pensiamo alla crisi del lavoro manifatturiero trasferito in altri Paesi). E’ su quest’onda di cambiamenti e impotenza del potere centrale (spesso effettivamente parassitario, che non si è rinnovato…), (e anche mancanza a livello locale di intravedere altri progetti economici), che così c’è la per­dita di significato, e di auto­rità, degli Stati nazio­nali; e questo induce molti a pen­sare che sia venuto il momento di «deci­dere per sé», imma­gi­nando che per resi­stere alla competi­zione inter­na­zio­nale e al cor­to­cir­cuito dell’economia finan­zia­ria, sia meglio asse­starsi su di un terri­to­rio ben defi­nito. Un clima che ha creato quasi naturalmente la volontà di creare nuove «PICCOLE PATRIE». Sia ben chiaro comunque che le ORIGINE STORICHE DI DIFFERENZIAZIONE DALLO STATO CENTRALE sentito estraneo, a volte percepito come vero despota, il primo “seme che sviluppa la pianta secessionista” è dato o voluto da un’origine storica di vera o presunta diversità dallo Stato centrale, un “non riconoscersi all’origine”, questa è la base latente di ogni processo di voglia di indipendentismo.

   Un’opposizione al prevalere di grandi nazioni (causa poi della degenerazione in “nazionalismo” di cui prima abbiamo detto, e che tutt’ora blocca ogni possibilità di vera “Federazione europea”), questo prevalere, questa imposizione dall’alto a territori che si sentono estranei allo stato-nazione, ha fatto sì che si riaffermassero opposizioni territoriali che volevano (vogliono), sognano, progettano di costruire una loro indipendenza, appunto una PICCOLA PATRIA.

“Vettore fondamentale nel mondo dell’identità catalana è stata negli ultimi anni LA SQUADRA DI CALCIO DEL BARCELLONA: ‘més que un clu’, catalano per ‘più di un club’, recita il suo motto. La sua rivalità con il Real Madrid non è puramente calcistica, ma anche geopolitica (…)” (Lucio Caracciolo, “la Repubblica” del 28/9/2015)
“Vettore fondamentale nel mondo dell’identità catalana è stata negli ultimi anni LA SQUADRA DI CALCIO DEL BARCELLONA: ‘més que un clu’, catalano per ‘più di un club’, recita il suo motto. La sua rivalità con il Real Madrid non è puramente calcistica, ma anche geopolitica (…)” (Lucio Caracciolo, “la Repubblica” del 28/9/2015)

   Che così il termine PICCOLA PATRIA è dato da un’aggregazione d’individui legati insieme da sentimenti di comunanza in passate vicende storiche, e dunque da tradizioni culturali, religiose, costumi e usanze ancor vive. E il TERRITORIO è sì un vincolo, UN’IDENTIFICAZIONE GEOGRAFICA BEN DEFINITA (ma non sempre assoluta), mentre però indispensabile è l’elemento psicologico della consapevolezza di stare insieme, di sentirsi COMUNITÀ (magari chiusa e rassicurante) con una comunanza progettuale anche d’intenti: insomma sentire un «SENSO DI APPARTENENZA».

   Ci sono allora queste spinte alle Piccole Patrie, che alimentano le tensioni e le pulsioni organizzate in alcuni territori degli Stati europei (dentro e fuori dell’Unione), e che contribuiscono a una loro risoluta espressione sul piano delle rivendicazioni popolari di sapore autonomistico, o talvolta del tutto indipendentista (vedi in ambito europeo i Paesi Baschi, la Galizia e la Catalogna di fronte allo Stato spagnolo, l’interminabile scontro fra Valloni e Fiamminghi in Belgio, le aspirazioni secessioniste della Scozia, della Comunità turca a Cipro, di varie altra comunità alloglotte – cioè territori in cui si parla una lingua diversa da quella ufficiale dello Stato nazione cui si appartiene – come nella penisola Iberica).

UN FILM SU UNA “PICCOLA PATRIA” (IL VENETO) - PICCOLA PATRIA, LA SOFFERENZA DEL NORD EST AI TEMPI DEI SECESSIONISTI - Il film del regista veneto ALESSANDRO ROSSETTO uscito nel 2014 era stato presentato alla Mostra di Venezia 2013 nella sezione Orizzonti. "Il problema è che questo dolore ha trovato nelle istanze razziste e xenofobe una rischiosa parabola crescente: si tratta di una guerra tra poveri che - spiega il regista porta solo a peggiorare le cose. Da noi sta dilagando una cultura leghistoide trasversale" – (di Anna Maria Pasetti | 4 aprile 2014, IL FATTO QUOTIDANO)
UN FILM SU UNA “PICCOLA PATRIA” (IL VENETO) – PICCOLA PATRIA, LA SOFFERENZA DEL NORD EST AI TEMPI DEI SECESSIONISTI – Il film del regista veneto ALESSANDRO ROSSETTO uscito nel 2014 era stato presentato alla Mostra di Venezia 2013 nella sezione Orizzonti. “Il problema è che questo dolore ha trovato nelle istanze razziste e xenofobe una rischiosa parabola crescente: si tratta di una guerra tra poveri che – spiega il regista porta solo a peggiorare le cose. Da noi sta dilagando una cultura leghistoide trasversale” – (di Anna Maria Pasetti | 4 aprile 2014, IL FATTO QUOTIDANO)

   La minaccia poi di essere “fuori dalla Unione Europea” se si diventa indipendenti (minaccia formulata ad esempio un anno fa nel referendum inglese per l’indipendenza della Scozia, e come si paventa adesso con la Catalogna…), sembra non un vero pericolo: i Trattati hanno conferito a tutti i popoli dell’Unione lo status di cittadini europei. E questa condizione, a meno di una esplicita rinuncia, sopravvive anche alla scelta di una nuova appartenenza nazionale. Pertanto la cosa sarebbe fattibile, come appunto poteva avvenire in Scozia l’anno scorso (se gli indipendentisti avessero vinto il referendum).

   Questo proliferare di Piccole Patrie possibili spesso però non ragionano per niente su un pensiero federalista, di apertura al mondo, all’Europa, e al riconoscimento del diritto all’autodeterminazione per ciascun popolo. Chi chiede l’indipendenza o forte autonomia si concentra sul “suo nuovo” stato nazionale, sulla sua nuova Piccola patria. Cioè quasi sempre le proposte territoriali indipendentiste “ragionano” allo stesso modo dei loro stati nazionali cui si oppongono: una sovranità che guarda al proprio ombelico (a partire dai “sacri confini” del proprio territorio), pensando che le difficoltà dell’oggi (economiche, di sicurezza, di identità che si va perdendo…) siano risolvibili nel chiudersi in se stessi.

L’ESPLOSIONE DEI MOVIMENTI INDIPENDENTISTI. È DIFFICILE NON IMMAGINARE IL FUTURO DELL’EUROPA COME UNA SORTA DI PUZZLE MULTICOLORE
L’ESPLOSIONE DEI MOVIMENTI INDIPENDENTISTI. È DIFFICILE NON IMMAGINARE IL FUTURO DELL’EUROPA COME UNA SORTA DI PUZZLE MULTICOLORE

   NESSUNA PROPOSTA FEDERALISTA quasi sempre nasce dall’indipendentismo delle “Piccole Patrie” che si vorrebbero costituire. Solo chiusure sperando che “riportino serenità, felicità” a comunità che si ritrovano ad affrontare un presente più complesso del previsto. Mentre il processo federalista prospetta un ripartizione efficiente e democratica di ciascun potere, da quello del governo mondiale (pensiamo al legiferare sul porre rimedio ai cambiamenti climatici), ai poteri dell’Europa, e via scendendo fino al potere di autodeterminazione del singolo individuo. (s.m.)

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DALLA CORSICA ALLA BAVIERA L’EUROPA SI SPACCA NELLE PICCOLE PATRIE

di Andrea Bonanni, da “la Repubblica” del 29/9/2015

– Dopo la vittoria alle regionali in Catalogna dei partiti indipendentisti riprendono forza i movimenti autonomisti o separatisti. Mettendo in imbarazzo la Ue –

BRUXELLES – Tante sono le “piccole patrie” di cui l’Europa si scopre casa comune, quante sono le sfumature dei movimenti indipendentisti, separatisti, federalisti e autonomisti che percorrono il Vecchio continente. Si va da chi, in passato, non ha esitato a imbracciare il fucile, come gli IRLANDESI DEL NORD, i BASCHI, i CORSI, i SUDTIROLESI, a chi rivendica il diritto al recupero di una identità culturale perduta, come gli OCCITANI IN PROVENZA e nel SUD DELLA FRANCIA.

   Fuori dalla casa comune europea, l’indipendentismo è ancora bagnato di sangue, come dimostrano la guerra in UCRAINA, l’occupazione della CRIMEA o i massacri dell’EX JUGOSLAVIA. Sotto il cielo a dodici stelle dell’Unione, le rivendicazioni indipendentiste tendono invece a incanalarsi in processi democratici.

   L’Europa ha avuto un ruolo nel favorire il dialogo, dall’ULSTER all’ALTO ADIGE, all’INDIPENDENTISMO BASCO, o agevolando processi di federalizzazione, come in BELGIO. Ma il crescente potere di Bruxelles a danno degli stati-nazione ha favorito il proliferare di rivendicazioni autonomiste. Non è un caso che, dalla CATALOGNA alla SCOZIA alle FIANDRE, le regioni che ambiscono a lasciare lo stato nazionale in cui sono inserite vogliano comunque restare in Europa.

   L’idea di UNA «EUROPA DELLE REGIONI» che progressivamente soppiantasse L’ «EUROPA DELLE NAZIONI» era uno dei cardini del pensiero federalista dei padri fondatori. Questi si sono poi adattati a far legittimare il progetto europeo dagli stati nazionali, ma sempre nella speranza che l’integrazione portasse al loro disfacimento e all’affermarsi di una comunità di popoli e di autonomie.

   Non è un caso che questa volta il presidente della Commissione, Jean Claude Juncker, di fronte alle elezioni catalane abbia evitato di ripetere la dura presa di posizione del suo predecessore. Barroso, in occasione del referendum scozzese, minacciò gli elettori di tenere fuori una Scozia indipendente dall’Unione europea. Juncker, in questa occasione, ha assunto un atteggiamento molto più prudente. Tra gli esperti di affari europei c’è infatti anche chi sostiene che i Trattati hanno conferito a tutti i popoli dell’Unione lo status di cittadini europei. E che questa condizione, a meno di una esplicita rinuncia, sopravvive anche alla scelta di una nuova appartenenza nazionale.

   Ma quali e quante sono le «piccole patrie» che cercano di affermarsi sotto l’ombrello europeo? Ecco un elenco, Paese per Paese, peraltro probabilmente incompleto.

GRAN BRETAGNA

SCOZIA. Gli indipendentisti scozzesi dello Scottish National Party sono i più agguerriti e dispongono di una maggioranza nel parlamento nazionale. Dopo la sconfitta di misura al referendum, la loro leader Nicola Sturgeon non ha rinunciato al progetto secessionista. Un distacco della Catalogna dalla Spagna, o un voto britannico per uscire dall’Ue, riaprirebbero la questione.

GALLES. Gli indipendentisti si riconoscono nel partito Plaid. Sono meno numerosi e meno radicali che in Scozia. Ma se Edimburgo dovesse lasciare il Regno Unito, anche Cardiff potrebbe essere tentata.

CORNOVAGLIA. Il partito indipendentista, Mebyon Kernow, si rifà alle radici celtiche della regione. Ma il fenomeno ha più il carattere di una rivendicazione culturale che politica.

SPAGNA I catalani sono la regione più avanzata sulla via dell’indipendenza. Ma altrettanto determinati sono i baschi, le cui rivendicazioni sono danneggiate dai crimini compiuti in passato dai terroristi dell’Eta. Movimenti indipendentisti sono attivi anche in Galizia e in Aragona.

FRANCIA La nazione che ha inventato lo stato unitario e lo ha imposto nel corso dei secoli è percorsa da numerose rivendicazioni indipendentiste. I più determinati sono i corsi, che però hanno perso un referendum nel 2003. Indipendentisti sono presenti in Bretagna, Alsazia e nella Francia del sud dove rivendicano l’autonomia dell’antica Occitania.

BELGIO Gli indipendentisti fiamminghi dell’ N-VA sono il partito di maggioranza nel Nord del Paese. A differenza dell’estrema destra del Vlaams Blok, sono convinti filo-europei. Sotto la spinta dell’autonomismo fiammingo, il Belgio si è trasformato da Stato unitario in monarchia confederale e, infine, in Stato federale.

GERMANIA La Germania è uno stato federale, con larghissimi margini di autonomia dei vari Lander. Questo ha mitigato le spinte indipendentiste. Tuttavia in Baviera c’è una piccolo partito, il Bayern Partei, che dal ‘46 chiede l’indipendenza, che ha una maggioranza cattolica e un’antica tradizione di sovranità.

POLONIA Anche in Slesia esiste un partito, autonomista più che indipendentista, che ha raccolto quasi il nove per cento dei consensi nella regione. La Slesia, annessa alla Polonia dopo la guerra, faceva parte della Germania e l’influenza tedesca è ancora fortemente sentita, nonostante la pulizia etnica che ha costretto milioni di tedeschi a lasciare le loro terre nell’immediato dopoguerra.

FINLANDIA Le isole Aaland, sotto sovranità finlandese, sono abitate da una popolazione di lingua svedese. Hanno ottenuto uno statuto di speciale autonomia nel 1991. Ma da sempre gli abitanti coltivano il sogno di una piena indipendenza, sia pure sotto l’ombrello europeo. (Andrea Bonanni)

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piccole patrie

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NON SOLO CATALOGNA, ECCO L’EUROPA DELLE ‘PICCOLE PATRIE’

di Mattia Bernardo, da www.ansa.it/, 28/9&2015

– La secessione catalana potrebbe aprire il vaso di Pandora –

   Fosse solo la Catalogna. L’Europa è costellata di partiti, sigle o movimenti che puntano a veder riconosciute ai loro territori forme di autonomia, se non di indipendenza vera e propria. L’esempio più eclatante è senz’altro la Scozia, che proprio un anno fa è andata alla urne per decidere, in uno storico referendum, se far parte o meno del Regno Unito. I secessionisti, alla fine, hanno perso.     L’esercizio democratico, però, ha dato forza a chi nel Vecchio Continente spinge per veder riconosciuta “l’autodeterminazione dei popoli”.

    Ecco allora che – sempre per restare al caso scozzese – la nuova leader dello Scottish National Party, Nicola Sturgeon, si è detta possibilista rispetto all’ipotesi d’indire un secondo referendum – da tenersi entro il 2021 – anche in virtù dello straordinario successo ottenuto alle scorse politiche britanniche. Tema molto sensibile visto che il Regno Unito pullula di sigle autonomiste e indipendentiste, come il gallese Plaid Cymru o il Mebyon Kernow, il partito che punta a veder riconosciuta la specificità della Cornovaglia.

   Per non parlare ovviamente dell’Irlanda del Nord, per decenni piagata dai secessionisti dell’Ira, dove le tensioni tra il Sinn Fein (favorevole alla unificazione con l’Eire) e il partito unionista Dup sono sempre vive nonostante il successo degli accordi del Venerdì Santo del 1996.

    La Spagna, ad ogni modo, è l’altro grande Stato europeo tradizionalmente attraversato da istanze regionaliste, Paesi Baschi in testa. L’Eta, per anni, ha dichiarato guerra a Madrid e le violenze erano all’ordine del giorno. La verità però è che quasi ogni regione vorrebbe veder riconosciuta la sua ‘specificità’. Così in Andalusia oppure in Galizia o nell’Aragona, passando per le Canarie.

   La Francia poi se l’è dovuta vedere per anni con gli indipendentisti corsi. Il Front de Libération Nationale de Corse (Flnc) ha infatti deciso unilateralmente di avviare un processo di “demilitarizzazione” e un’uscita progressiva dalla clandestinità dopo alcune “conquiste politiche” del movimento, come la priorità agli abitanti dell’isola nelle compravendite immobiliari o il riconoscimento della lingua corsa in alcuni atti ufficiali. E adesso deve fare i conti con il partito occitano, che sogna il ritorno alla ‘langue d’oc’ dei trovatori.

    Quella della lingua (o dei dialetti) è una richiesta tipica.

    Anche a sud delle Bocche di Bonifacio le varie sigle indipendentiste – in primis il Partito Sardo d’Azione – ne chiedono il riconoscimento. E benché il fronte secessionista sardo sia disunito, in Sardegna il tema dell’indipendenza dall’Italia rimane popolare quanto diffuso, anche perché può contare su solide basi storiche. A imporre all’attenzione nazionale la tematica secessionista è stata invece la Padania, terra promessa della Lega Nord sin dagli scritti di Gianfranco Miglio. Per quanto, come ebbe a dire Giorgio Napolitano nel 2011, “non esiste un popolo padano e parlare di Stato lombardo-veneto è grottesco”.

    La trasformazione delle Fiandre in uno stato indipendente e sovrano è poi l’obiettivo della Nieuw vlaamse alliantie (Nuova alleanza fiamminga), il partito che ha trionfato in Belgio alle ultime elezioni del 2010. Insomma, quasi ogni nazione europea, ha il suo movimento che sogna l’indipendenza e guarda al Medioevo, prima cioè che la nascita degli stati-nazione cristallizzasse la storia. (Mattia Bernardo)

L'Europa delle cento bandiere
L’Europa delle cento bandiere

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CATALOGNA. TERREMOTO PER L’EUROPA

– Lunghe code ai seggi L’affluenza ha raggiunto il 77%, dieci punti in più rispetto al 2012 Cala Podemos. Nel fronte del “No” alla separazione va bene Ciudadanos –

di Lucio Caracciolo, da “la Repubblica” del 28/9/2015

   La netta affermazione degli indipendentisti nel voto catalano apre la strada a una possibile rivoluzione geopolitica su scala europea. Se davvero, come promesso, il fronte secessionista riuscisse entro 18 mesi a vincere le resistenze di Madrid, la Catalogna si troverebbe fuori contemporaneamente dalla Spagna, dall’Unione Europea e dall’Eurozona.

   Una scossa tellurica capace di ridisegnare equilibri e rapporti di forza anche al di là del nostro continente, dove i popoli delle “nazioni senza Stato” s’identificano con la causa catalana. La straordinaria partecipazione al voto dà maggior tono al risultato. Ma il vero braccio di ferro comincia adesso.

   Il Governo spagnolo, sostenuto dai partner europei — specie dai britannici, consapevoli che la questione scozzese è tutt’altro che chiusa — userà ogni mezzo legale per evitare il distacco di una grande e avanzata regione, che vale il 16% della popolazione e il 20% del pil nazionale. Ma non sarà facile minimizzare il senso di questo voto, paradossalmente irrobustito dalla strategia della paura con cui Madrid ha cercato di dissuadere gli elettori catalani dal premiare i fautori dell’indipendenza, evocando scenari catastrofici in caso di vittoria del cartello del “sì”.

   Di più: il successo delle formazioni indipendentiste apre il vaso di Pandora delle autonomie spagnole. Già nel Paese Basco si reclama un referendum per scegliere se restare o meno sotto la corona di Spagna. Il voto catalano sembra dunque confermare l’apodittico verdetto dello scrittore Josep Benet: «La Spagna è una società anonima, liquidiamola».

   A questo appuntamento le maggiori forze politiche catalane si sono presentate unite, al di là delle opzioni politiche: i nazionalisti di destra della Convergenza democratica della Catalogna insieme agli indipendentisti della Sinistra repubblicana.

   Per ben marcare che questo voto anticipato, voluto dal presidente del governo catalano Artur Mas, non era affatto una normale elezione regionale ma “IL VOTO DELLA VITA”, il surrogato di un referendum separatista che Madrid, fondandosi sulla vigente Costituzione, considera impossibile.

   L’intransigenza anti-separatista del potere centrale, in particolare dell’ormai debolissimo capo del governo Mariano Rajoy, era e resta assoluta, mentre il movimento di sinistra radicale Podemos, che sfiderà l’establishment spagnolo nelle elezioni nazionali di fine anno, è aperto all’ipotesi di un referendum catalano.

   Quanto all’Unione europea, i trattati non prevedono l’eventualità di una secessione interna a uno Stato membro. Ma un portavoce della Commissione ha confermato che la Catalogna indipendente si metterebbe automaticamente fuori dallo spazio comunitario.

   L’INDIPENDENTISMO CATALANO HA UNA LUNGA STORIA, incentivata in età moderna dalla sua borghesia industriale — refrattaria al tallone di Madrid — poi esasperata sotto la morsa non dimenticata del franchismo, quando esprimersi in catalano era reato.

   La rivendicazione di sovranità mobilita presunti diritti storici, come sempre nel caso di territori che si vorrebbero nazioni mentre sono classificati regioni dal potere centrale. I patrioti catalanisti amano richiamarsi a un loro proto-Stato, sorto nel 987 quando il conte di Barcellona rifiutò di assoggettarsi al re di Francia Ugo Capeto. E ricordano che, dopo la quattrocentesca integrazione nella monarchia spagnola, nella loro terra, dotata di un governo proprio (Generalitat) vigeva ancora nel Settecento l’uso della lingua catalana.

   Il principato originario disponeva di frontiere non troppo dissimili da quelle dell’attuale regione autonoma incardinata nel Regno di Spagna, anche se i più radicali fra i nazionalisti considerano proprie anche le terre catalane contermini in Francia, nel Roussillon (il dipartimento dei Pirenei orientali), come pure le Baleari, la Frangia d’Aragona e la Comunità Valenzana.

   OLTRE AI FATTORI STORICO-IDENTITARI, NELLE TENTAZIONI SEPARATISTE CATALANE GIOCANO CALCOLI ECONOMICI. Secondo i sostenitori dell’indipendenza la Catalogna, terra relativamente ricca nel contesto spagnolo, potrebbe contare su notevoli vantaggi ove disponesse di una fiscalità propria. Per costoro, lo spettro di una fuga di capitali da un’eventuale Catalogna indipendente sarebbe solo propaganda castigliana.

   Vettore fondamentale nel mondo dell’identità catalana è stata negli ultimi anni LA SQUADRA DI CALCIO DEL BARCELLONA: “més que un club”, catalano per “più di un club”, recita il suo motto. La sua rivalità con il Real Madrid non è puramente calcistica, ma anche geopolitica, come testimoniano anche le pubbliche simpatie espresse da dirigenti e giocatori del Barça per il distacco dalla Spagna. La minaccia del presidente della Lega calcio spagnola di espellere il Barcellona dal campionato in caso di secessione non ha prodotto gli effetti sperati sull’orientamento degli elettori.

   Quale che sia il percorso della disputa catalano-castigliana e del tentativo di Barcellona di emanciparsi da Madrid, possiamo star certi che il caso non verrà facilmente chiuso ma continuerà a scaldare gli spagnoli d’ogni orientamento politico, sperando che non traligni in violenza. Soprattutto, sarà tenuto d’occhio dai vari movimenti indipendentisti, dalla Scozia alle Fiandre per tacere dei “padani” di casa nostra, consapevoli che la loro causa è strettamente legata alle fortune di quella catalana. (Lucio Caracciolo)

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PICCOLE PATRIE: TUTTE LE SCOZIE VERRANNO AL PETTINE*

(*articolo del 2014)

di Massimo Cacciari, da “l’Espresso” del 26/9/2014

– Dopo il referendum scozzese (settembre 2014, ndr) i leader europei hanno tirato un respiro di sollievo. Errore. Perché dalla Catalogna alle Fiandre le spinte autonomiste sono ancora potenti. E anche l’Italia continua a ignorare la questione settentrionale –

   I leader politici europei che si trovano nella non invidiabile posizione di capi di governo hanno tratto un profondo respiro di sollievo dal risultato del referendum scozzese. È una cattiva notizia, poiché significa che cercheranno ancora di rimuovere il problema istituzionale che ci assilla. Nessuna estrapolazione ha senso da quanto è avvenuto in Scozia a quanto sta avvenendo e minaccia di avvenire nel Continente. Assumere la vittoria del “no” a testimone di un mutamento di clima a proposito di micro-nazionalismi, indipendentismi e secessioni può voler dire soltanto insistere testardamente nel RIFIUTARE DI COMPRENDERNE LE CAUSE STORICHE E SOCIALI, o ignorare come affrontarle.

   LE LEADERSHIP EUROPEE RIMANGONO CULTURALMENTE I PIÙ OSTINATI PALADINI DELL’ANTICA FORMA-STATO, si tratti di Spagna o di Ucraina, malgrado uomini come Spinelli, di cui,da noi, si finge di onorare la memoria. E di questa idea fissa hanno permeato, nei decenni, le istituzioni europee, facendone un insuperabile modello di parlamentarismo “discutidor” e di centralismo tecno-burocratico. In Scozia il “no” è stato un grande “sì” a un processo di devolution, in parte già attuato, in parte saldamente garantito, che nessun altro governo europeo è al momento disposto ad accettare.

   Sotto la pressione opposta e complementare delle potenze globali e dell’esplodere di movimenti, tra loro diversissimi, alla ricerca di identità locali e nazionali, LA VIA DA PERCORRERE NON POTEVA CHE ESSERE QUELLA DI UN AUTENTICO FEDERALISMO, sia all’interno di ciascun Stato, che a livello dell’Unione. Non si è voluto neppure riconoscerla. La crisi economica, per sua natura fattore di scelte accentratrici, sembra averla definitivamente affossata.

   Col risultato che quelle che potevano essere governate, ancora due decenni fa, come rivendicazioni volte a ottenere un nuovo foedus, appunto, tra governo centrale e autonomie nazionali, regionali e locali, si sono TRASFORMATE IN LOTTE DICHIARATE PER UNA COMPLETA INDIPENDENZA.

   Ognuna di esse ha la sua specificità culturale, ideologica, politica. E su questa divisione possono ancora “contare” i governi centrali. Ma la loro Santa Alleanza resiste tramontando solo grazie all’indiretto appoggio degli “automatismi” finanziari globali – e ciò NON FA ALTRO CHE RAFFORZARE IDEOLOGIE NAZIONALISTICHE E NOSTALGIE DI PICCOLE PATRIE.

   Che sarà dopo il referendum in Catalogna e il suo esito scontatissimo? Comprenderanno le nostre nobili e antiche famiglie socialdemocratiche, popolari, gaulliste, che il vecchio Stato, col suo potere indivisibile e i suoi sacri confini, vive una crisi irreversibile da cui non si uscirà mai attraverso una sua riproduzione allargata su scala europea? L’unità politica europea diverrà un’idea spettrale, travolta da indipendentismi di ogni tipo, se finalmente non sapremo declinarla in chiave federalistica.

   E ciò vale all’interno di ogni Paese. Ogni Paese è responsabile del modo in cui intende reagire al tramonto dell’idea europea. In Italia nulla di comparabile a Scozia, Catalogna, Fiandre, ecc. Ovvietà. Ma rotture che hanno un fondamento sociale e economico possono essere anche più profonde e pericolose.

   Non inganni la fine dei culti padani e delle grida secessionistiche. IL FOLKLORE HA NASCOSTO E MISTIFICATO UNA CRISI RADICALE DELL’UNITÀ NAZIONALE, le cui ragioni sono ancora tutte lì, e sono esplosive. È possibile continuare a ignorare quei poveri diavoli che hanno raccontato in questi anni dati e fatti della “questione settentrionale”, ma questi rimangono come un macigno.

   È possibile pensare al leader maximo che risolve da Palazzo Chigi e da Bruxelles ogni problema, ma questo continua a non essere vero. I territori che sono nodi fondamentali della rete economica, di cui l’Italia è parte, vanno ascoltati e sostenuti.

   Il treno non partirà mai se la locomotiva sta ferma, se le sue energie sono destinate soltanto a riscaldare male il convoglio. Autonomia, responsabilità, sussidiarietà sono strategiche per l’Europa, ma per il Nord, in Italia, sono, ora e subito, l’ossigeno necessario perché non crepi l’intero Paese. (Massimo Cacciari)

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SCOZIA E PAESI BASCHI TORNANO A SOGNARE (E L’EUROPA TEME IL DOMINO)

di Marco Zatterin, da “la Stampa” del 28/9/2015

– Tra crisi e sfiducia, ecco dove l’onda autonomista è più forte –

   I catalani hanno trovato nuova energia nel referendum scozzese del settembre 2014 e adesso a Edimburgo, visto come va a Barcellona, pensano di riprovarci. Effetto domino, o quasi. Le complesse code della crisi economica riattizzano la brace dei localismi e, insieme con la perdita di fiducia generalizzata nella politica, rischiano di rimodellare gli stati sovrani. Nell’Unione europea è successo una sola volta, nel 1962, quando l’Algeria spezzò il legame con la Francia e col Trattato di Roma. Ora però la cornice è radicalmente diversa. Chi potrebbe coronare il sogno di indipendenza, come catalani e scozzesi, vuole liberarsi democraticamente dello stato in cui si sente costretto. Non è una fuga da Bruxelles. È una lotta contro Madrid e Londra.

   La difficoltà e la titubanza con cui l’Europa si è mossa fra la tempesta dei mercati e le secche della recessione facilita il cammino di chi pensa di poter fare da solo. Eppure, argomenta Rosa Balfour, senior fellow del German-Marshall Fund, «non si può dire che ci sia vera ondata di separatismi». Si tratta di fenomeni «alimentati dai contesti nazionali e dalle singole situazioni politiche – argomenta l’analista -: possono imparare gli uni dagli altri, come i catalani dagli scozzesi, tuttavia restano legati alla propria realtà d’origine e alle proprie tradizioni».

Corteo indipendentista nei PAESI BASCHI
Corteo indipendentista nei PAESI BASCHI

CONFINI MOBILI

DA SECOLI NEL VECCHIO CONTINENTE I CONFINI SONO MOBILI. Lo ricorda la fresca indipendenza baltica, il divorzio fra cechi e slovacchi, lo sfascio jugoslavo. Il tempo intreccia genti e culture, suscita rivendicazioni democratiche e sfide minacciose. Là dove le ambizioni locali diventano nazionalismo, il gioco si fa però rischioso. «Vedo leader che vendono il ritorno a un passato che non è mai stato promettendo un futuro che non sarà», ammette FRANS TIMMERMANS, vicepresidente della Commissione Ue. Non è il caso dei catalani o scozzesi. Come per i più fra quanti sfidano i centralismi sono ispirati dalla logica democratiche. E pro-Europa.

GLI SCOZZESI

Dopo la sconfitta referendaria di un anno fa, la leader del partito nazionalista Nicola Sturgeon ha chiesto nuovamente alle opposizioni di sostenere la campagna per una seconda consultazione. Le hanno risposto «picche», per ragioni politiche più che altro. Il sentimento di indipendenza, ma non di uscita dall’Ue, resta forte oltre le Highlands. Presto o tardi si rivoterà, evenienza che la Sturgeon usa per minacciare Cameron che vuol tagliare le pensioni. E gli inglesi per rimanere in Europa.

I BASCHI

È un problema spagnolo, anche se l’area di influenza sconfina in Francia, oltre i Pirenei. Dal 2011 i terroristi dell’Eta non colpiscono più. Il partito nazionalista basco, nato nel 1895, ha cercato nel 2008 di convocare un referendum, ma il governo centrale non lo ha permesso.    L’ESEMPIO CATALANO ravviva gli spiriti di una regione che sta negoziando una autonomia sempre maggiore nei confronti di Madrid. E il premier regionale Inigu Urkullu ha richiesto giusto ieri che si arrivi a un «autogoverno».

I FIAMMINGHI

In Belgio, i fiamminghi del N-Va parlano di dividersi dai valloni e spaccare il Belgio molto più spesso di quanto facciano gli elettori. A seconda dei sondaggi, gli scissionisti raramente superano il 20%. Fra i sei milioni delle Fiandre e i cinque della Vallonia, ci sono diversità economiche e culturali profonde. Filippo è il «re dei Belgi» e ne garantisce l’unità. Il buon risultato alla Coppa del Mondo in Brasile ha giocato da inatteso collante. La complessità di scrivere il futuro di Bruxelles frena molti entusiasmi. Divorzio possibile, certo. Ma non in vista.

LA SLESIA

Il Movimento per la Slesia autonoma invoca l’indigenza all’interno dell’Ue per la regione dalla tradizione industriale e mineraria che si trova a est di Cracovia. L’anima tedesca resta forte. Al voto locale del 2010 la formazione ha ottenuto il 10% dei consensi, il doppio rispetto alla tornata precedente. Potrebbe crescere ancora, senza la forza per ridisegnare il Paese.

GLI ALTRI

Altri possibili secessionisti. I bavaresi sono stati tentati di non restare in Germania dopo la guerra: i sondaggi dicono che un cittadino su cinque ci pensa ancora, ma il Bayernpartei resta una cosa piccola. In Corsica c’è chi spera di riprovare a dire «adieu» a Parigi, dopo il fallito referendum del 2003: ipotesi lontana. Un sentimento indipendentista è diffuso in molte aree, dal Galles alla Bretagna, dalla Frisia alla Savoia, dall’Aragona alle finlandesi Åland. Dibattito e nulla di più. Almeno per ora. (Marco Zatterin)

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ORA TORNA L’AMORE PER LE PICCOLE PATRIE*

(*art. del 2014)

di Eugenio Scalfari, da l’Espresso del 29/9/2014

– Dopo l’ondata della globalizzazione è arrivato il riflusso del localismo. Una forza centrifuga su scala mondiale che porta con sé proteste, tensioni e il pericolo di nuove guerre –

   Gli scozzesi indipendentisti hanno perso il referendum con 55,4 “no” contro 44,6 “sì”, ma hanno lanciato o rilanciato la voglia latente di molte regioni di indire analoghe consultazioni. Se le vinceranno, cioè se la maggioranza di quella popolazione vorrà separarsi dallo Stato che la contiene, il risultato tenderà a propagare quella voglia di istituzioni più vicine agli elettori e quindi più efficacemente controllate.

   QUESTO DELLE PICCOLE PATRIE È UN SENTIMENTO CHE SI VA DIFFONDENDO IN EUROPA sia con motivazioni di sinistra sia di destra. Così era anche avvenuto nell’Europa medievale successiva all’anno mille. I Comuni nacquero allora, di solito attorno ai castelli abitati dai Signori dotati di piccoli eserciti che difendevano il Capo e mantenevano l’ordine pubblico.

   Intorno ai castelli, in genere collocati al vertice d’una collina, vivevano torme di contadini che lavoravano di zappa e di vanga, allevavano pecore e mucche, conigliere e polli; pagavano decime ai loro padroni che almeno in teoria li difendevano da crudeli invasori e anche al prete che nella chiesa del villaggio li metteva in contatto con Dominiddio.

   In Cornovaglia, in Irlanda, in Andalusia, in Provenza, in Normandia, in Toscana, in Sicilia e nel Napoletano nacque lo “stil novo” e nacquero le città. Menestrelli e studenti diffusero poesie e canzoni. I borghi diventarono Comuni e dai contadini nacque la piccola borghesia degli artigiani e poi infine, con la crescita del benessere, l’alta borghesia dei mercanti e dei banchieri.

   I Signori furono costretti a restare nei loro castelli, la politica, scomparsa con le scorrerie dei barbari invasori, rinacque nelle piazze e la storia che sembrava terminata nei secoli oscuri dell’Alto Medioevo, riprese il suo corso creando contatti sempre più estesi e aggregazioni sempre più grandi e complesse.

   È passato più d’un millennio da allora e la storia ha registrato una svolta decisiva che ha mutato l’economia e la politica dominate entrambe dalla tecnologia: la società globale e multipolare dove le aggregazioni sono ormai organizzate con dimensioni continentali, capaci di confrontarsi contrapponendo interessi e valori diversi in un quadro operativo che comprende l’intero pianeta.

   Questa sembrava ed era la linea evolutiva della storia ormai estesa al mondo intero e sempre meno parcellizzata. Ma ORA SI DELINEA il suo contrario e cioè LA VOGLIA IMPETUOSA E CRESCENTE DI PICCOLE PATRIE, dove gli interessi sono più sentiti e più immediati e I VALORI EMERGONO DALLA DIVERSITÀ, DAI LINGUAGGI, DALLE TRADIZIONI, DALLE RELIGIONI.

   Il localismo non rinnega la società globale ma ne delinea i diversi spicchi. La globalità è la scorza dell’arancia, la localizzazione si identifica con gli spicchi che compongono, uniti insieme, la polpa del frutto. Questo processo è molto complesso e non avviene pacificamente; porta con sé tensioni e perfino guerre civili che talvolta minacciano di trasformarsi in guerre vere e proprie. Ma le potenze utilizzano questi movimenti per cambiare i rapporti, i confini, l’equilibrio raggiunto.

   La Scozia ha cominciato, ma la Catalogna aveva, prima ancora del referendum scozzese, indetto il proprio che si celebrerà nei prossimi giorni. È soltanto consultivo ma esprimerà l’animo politico d’una vasta regione nata da una storia, una lingua e una cultura comune. Del resto la Spagna ha già sperimentato il movimento del paese basco che è costato tensioni, attentati, vittime solo da poco e non del tutto placati.

   In Italia la Lega specula sull’idea separatista, specie in Veneto dove il referendum è già stato indetto. La Lega, in Veneto, è ben lontana dalla vera maggioranza ma un referendum indipendentista, che non avrà alcuna esecuzione poiché la Costituzione non lo prevede, proprio per questo può raccogliere molti più consensi. È figurativo d’un dissenso e il dissenso c’è per molte ragioni che non c’entrano nulla con l’indipendenza politica. Per andar dove? Per andare con chi? Il separatismo è dunque il modo di manifestare le proprie discordanze e di riproporre la questione veneta o lombardo-veneta o addirittura settentrionale.

   L’Italia duale si riaffaccerà sulla scena e la Lega parla infatti di protestare “da Nord a Sud”; vuole soppiantare l’elettorato grillino, anch’esso ispirato da volontà di separatismo politico più che geografico. Ma fenomeni in qualche modo analoghi si sono verificati in FRANCIA attraverso il nazionalismo esasperato della lega lepenista; in IRLANDA DEL NORD, nel GALLES, in BELGIO tra Fiandra e Vallonia. In UCRAINA e nella RUSSIA bianca, in TIBET e in MONGOLIA, nel BANGLADESH e nel KASHMIR per non parlare di tutta la MESOPOTAMIA e il KURDISTAN e l’AFRICA CENTRALE, ORIENTALE e OCCIDENTALE.

   Ci troviamo insomma di fronte ad un duplice respiro del mondo: si allargano e si restringono i polmoni, aumenta il disagio di globalizzazione e resuscitano le PICCOLE PATRIE. Quando fenomeni del genere si mettono in moto eventi piccoli possono avere conseguenze impreviste e catastrofali.

   Perciò occorre non disconoscere il bisogno delle piccole patrie ma TENER VIVI I VALORI CHE AUMENTANO LO SPIRITO DI UMANITÀ, DI COMPASSIONE E DI FRATERNITÀ DELLA SPECIE IN TUTTE LE SUE VARIANTI affinché esse apportino maggiore ricchezza e non guerre, negazioni e rovine. (Eugenio Scalfari)

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CATALOGNA, INDIPENDENTISTI SPACCATI

di Luca Veronese, da “il Sole 24ore” del 29/9/2015

– La sinistra di Cup, necessaria per governare, boccia il governatore uscente Mas –

BARCELLONA – Il voto in Catalogna che doveva essere un plebiscito a favore dell’indipendenza sta mettendo i forte difficoltà Artur Mas. E rischia di stravolgere i piani di tutto il fronte secessionista. Dopo i proclami della campagna elettorale, il leader catalano, alla testa dello scontro con la Spagna e con il governo di Mariano Rajoy, è stato bocciato ieri dalla sinistra estrema autonomista, alleato scomodo ma indispensabile per proseguire il processo verso la sovranità della regione.

   Il Cup, Candidatura di Unità Popolare, da sempre contraria a sostenere Mas come governatore della regione aveva confermato a caldo che «solo il processo verso l’indipendenza è imprescindibile, mentre le persone e anche il signor Mas, sono prescindibili». E ieri Antonio Banos, il capo carismatico di questa formazione antagonista, è stato ancora più chiaro, smorzando le grida di vittoria del fronte indipendentista. «Non sosterremo alcuna dichiarazione unilaterale di indipendenza – ha detto Banos – perché non abbiamo vinto il plebiscito. Non abbiamo raggiunto il 50% dei voti».

   Tuttavia, «l’indipendentismo in Catalogna è l’opzione maggioritaria con una maggioranza consistente di voti a favore del processo costituente», ha detto ancora Banos riferendosi a Podemos. Il movimento antisistema di Pablo Iglesias, in queste elezioni, ha infatti sostenuto «il diritto a decidere dei catalani». E ieri lo stesso Iglesias ha promesso di convocare un referendum in Catalogna sull’indipendenza se riuscirà a conquistare il governo nazionale.

   «Ha vinto l’indipendenza, ha vinto la democrazia», aveva detto Mas dopo il voto. Ma i risultati sono molto controversi. La coalizione secessionista Junts pel Sì, Uniti per il Sì – formata da Convergencia e dalla sinistra repubblicana – ha perso infatti nove seggi nell’assemblea regionale fermandosi a 62 rappresentanti contro 71 della legislatura appena terminata. E per questo è costretta a chiedere aiuto a Cup, che invece è salita a 10 seggi, per raggiungere la maggioranza assoluta di 68 seggi nel parlamento catalano e per governare la Generalitat. A rendere ancora più incerta la vittoria degli indipendentisti è inoltre – come ha ricordato Banos – la mancanza di una maggioranza nella popolazione: nel suo complesso infatti il fronte indipendentista ha raccolto solo il 47% dei voti.

   Mas deve dunque accettare di fare un passo indietro dopo aver promesso ai suoi sostenitori che in pochi mesi avrebbe «messo le basi per la costruzione di un nuovo Stato catalano». Anche gli indipendentisti guardano alle elezioni generali, che si terranno in tutta la Spagna a fine dicembre, per trovare una sponda nel nuovo governo che si insedierà a Madrid. In questo senso, le aperture di Podemos si sono aggiunte alla linea del Partito socialista che da mesi chiede una riforma in senso federale del sistema Stato-regioni anche per rispondere alle rivendicazioni catalane.

   Il premier Rajoy ha infatti sempre chiuso ogni possibilità per la Catalogna di arrivare all’indipendenza, bloccando – con il pieno appoggio delle leggi e della Corte Costituzionale – le inziative catalane: dallo Statuto della nazione catalana al referendum che si doveva tenere nel 2014. Ma anche per Rajoy, come per Mas, la rigidità non ha pagato.

   Nel voto di due giorni fa che ha spaccato, come mai era accaduto in passato, la Catalogna, e sta complicando una vicenda già molto tesa, un dato è infatti del tutto chiaro: il premier Mariano Rajoy e il suo Partito popolare sono in gravissima crisi. A certificarlo dopo la batosta alle amministrative di maggio sono i nove seggi persi nella regione più ricca della Spagna. Le accuse di corruzione, la nascita di movimenti di protesta come Podemos ma anche come Ciudadanos, forza unionista diventata il primo partito in Catalogna, e gli anni di austerity sembrano pregiudicare la riconferma di Rajoy alla Moncloa. Nonostante la rapida ripresa economica della Spagna con il Pil in crescita di oltre il 3% già quest’anno.

   Ieri Rajoy si è detto disposto a dialogare con il prossimo governo catalano. «Ci sono molte cose che possono essere discusse – ha detto il premier spagnolo – sono pronto ad ascoltare ma non ad andare fuori dal perimetro della legge. Finché sarò premier, non discuterò mai dell’unità della Spagna o di sovranità nazionale». In pochi mesi tuttavia molte cose potrebbero cambiare in Catalogna e in Spagna. E i due grandi avversari, Mas e Rajoy, potrebbero anche essere già usciti di scena. (Luca Veronese)

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CATALOGNA. ILDEFONSO FALCONES: «ADESSO TUTTO PUÒ ACCADERE ANCHE L’ESERCITO NELLE STRADE»

intervista di Elisabetta Rosaspina, da “il Corriere della Sera” del 29/8/2015

Allora è fatta? Adiós Madrid?

«C’è poco da scherzare. Questa è una storia terribilmente seria. E molto grave».

   Lontano dall’euforia della piazza indipendentista, l’avvocato civilista ILDEFONSO FALCONES, 56 anni, più celebre nel mondo per il suo hobby, quello di scrivere romanzi storici che poi vengono tradotti in più di trenta lingue e venduti in milioni di copie, non si lascia scappare nemmeno un sorriso sui sogni di sovranità nazionale dei suoi conterranei, vincitori di queste elezioni in Catalogna; e sui maestosi SCENARI CHE SI SCHIUDONO ADESSO ai loro occhi: LA REPUBBLICA CATALANA, un Tesoro catalano, ambasciate catalane all’estero, bandiere catalane al Palazzo di Vetro di New York e al Palazzo d’Europa di Strasburgo. Barcellona finalmente caput mundi: la prospettiva non seduce affatto l’autore de La cattedrale del mare, monumentale affresco della società catalana del 1300.

In fondo ora che può succedere? Queste erano soltanto elezioni regionali, non il referendum sull’indipendenza, che sarebbe oltretutto anticostituzionale in Spagna.

«Che può succedere? Quello che è successo è già enorme. Ora nessuno sa quello che ci aspetta. Quelli fanno maledettamente sul serio. L’hanno detto e ripetuto fino alla noia che questo, per loro, è in realtà un referendum sull’indipendenza e che, con la maggioranza dei voti o dei seggi sarebbero andati avanti in ogni caso. Il nuovo parlamento catalano proclamerà l’indipendenza dal governo centrale. Lo farà di sicuro. E allora davvero Dio solo sa che cosa accadrà».

Vuol dire che tutti gli elettori che hanno votato la coalizione di Junts pel Sì e per Artur Mas, vogliono davvero la secessione dalla Spagna?

«Certo. Su questo si è fondata tutta la loro campagna elettorale. Sarebbe un grosso errore pensare che scherzassero. Se c’è qualcuno che riteneva di esprimere così semplicemente un voto di protesta contro il potere centrale, è uno stupido. Artur Mas andrà avanti per la sua strada e farà esattamente quel che ha promesso. Dichiarerà unilateralmente l’indipendenza».

Senza avere dalla sua parte la maggioranza assoluta dei catalani?

«Esatto. Intanto è riuscito a spaccare in due la società catalana. A dividerci tra catalani buoni e catalani cattivi. A creare una tensione sociale dalle conseguenze imprevedibili e pericolose».

Sta alludendo alla possibilità di scontri di piazza?

«Me lo chiedono anche i miei figli e non so che cosa rispondere loro. Davvero: non lo so. A loro ho detto semplicemente che bisogna accettare il voto della maggioranza. Entrerà l’esercito in Catalogna?, mi domandano. Non lo so!, rispondo. Chi può saperlo? Nessuno».

Insomma, non si aspettava questo risultato?

«Sì che me lo aspettavo. I sondaggi lo annunciavano da tempo e senza margini di incertezza. Il governo di Mariano Rajoy, però, ha scommesso sulla paura. Nella sede del Partido Popular, a Madrid, pensavano che bastasse agitare lo spettro di una catastrofe economica o dell’isolamento in Europa. E hanno perso».

In effetti, la Catalogna indipendente dovrebbe riaprire i negoziati con l’Unione Europea per essere riammessa come nazione.

«Sì, ma non penso che sarebbe lasciata fuori, alla fine. Sarà comunque una lunga traversata nel deserto per i catalani: gli economisti ci avevano avvisato. C’è una generazione, quella dei miei figli, che rischia molto a causa dell’indipendentismo. E io non voglio che i miei figli appartengano a una generazione perduta».

Sta prendendo in considerazione la possibilità di lasciare Barcellona, se la Catalogna si staccasse veramente dalla Spagna?

«No. Spero proprio di no. Non credo che sarà necessario. Qualunque cosa avvenga, confido che sia un processo pacifico. Da un lato e dall’altro. Ma la storia insegna che può anche andare diversamente. Ci sono stati casi simili in Europa e sono stati accompagnati da rivoluzioni. Molti non pensano che si arriverà a tanto. Neanch’io. Ma non c’è proprio da scherzare».

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Intervista a JAVIER CERCAS (scrittore)

«SONO SOLTANTO POPULISTI MASCHERATI. MA ORA SERVE UN REFERENDUM»

di Paolo Lepri, da “il Corriere della Sera” del 28/9/2015

   «Adesso serve un referendum vero, perché gli indipendentisti non hanno avuto la maggioranza dei voti», è la reazione di JAVIER CERCAS alle elezioni che si sono svolte ieri in Catalogna. «Questi risultati sono un problema per la mia regione, per la Spagna e per l’Europa», dice al telefono da Parigi, dove si trova per una serie di conferenze e appuntamenti letterari legati all’uscita in Francia del suo ultimo libro L’Impostore.

   Ha votato per corrispondenza e non ha certamente scelto il fronte favorevole alla secessione. «Io non sono equidistante. Il principale responsabile di questa situazione assurda è il governo di Artur Mas che ha scelto una linea sbagliata nonostante la Catalogna abbia una autonomia straordinaria. In nessun’altra situazione esiste la quantità di potere che esiste da noi. Educazione, polizia, un’autonomia enorme che è stata utilizzata per propagandare l’indipendenza. È stata una mancanza di lealtà. Hanno utilizzato e utilizzano il denaro pubblico per arrivare all’obiettivo dell’indipendenza».

Perché la vittoria del fronte del sì è un problema?

«Non voler pagare i costi della crisi economica si chiama nazionalismo. È un errore. Ma quello che soprattutto non mi piace è quando si dice che la Catalogna andrà benissimo senza la Spagna e si nega il fatto che la Catalogna uscirebbe dall’Europa. Questo non è vero. Tutto il mondo lo sa. Un’indipendenza senza negoziato è impossibile. Esiste uno strumento per trovare una soluzione: è la legge che fu approvata in Quebec. Fu una rivoluzione giuridica e politica. Disgraziatamente questa soluzione non viene accettata né dal governo spagnolo né da quello catalano».

È preoccupato per le conseguenze in Europa di una svolta indipendentista in Catalogna?

«Certamente. L’Unione Europea è stata costruita contro il nazionalismo. Questa è stata la sua ragione di essere, perché il nazionalismo l’aveva distrutta. I leader indipendentisti dicono che è un nazionalismo diverso, pacifico? Non è vero, perché il vecchio nazionalismo è nascosto dietro la “radicalità democratica” e dietro quest’idea di voler fare “un Paese migliore”. Ma qual è la garanzia di farlo veramente? Non esiste. Abbiamo in Catalogna un altro populismo europeo. Cos’è il populismo? Il populismo cerca sempre un nemico. Le Pen che dava tutta la colpa a Bruxelles, Grillo che ritiene la “casta”, responsabile di tutti i mali insieme all’Europa. L’indipendentismo catalano è diventato una forma di populismo: la colpa di tutto è degli altri, fuori della Spagna si starebbe meglio. E questo discorso semplicistico trionfa nei momenti di crisi».

Come vive personalmente la nuova situazione prodotta dal voto?

«Potrei dire di non essere indipendentista, ma “dipendentista” e “imperialista”. Sono per la dipendenza della Spagna dall’Europa, per la dissoluzione politica della Spagna in Europa. La mia aspirazione è quella di un’Europa veramente unita, confederale o federale, che abbia tutti i poteri. Un’Europa veramente democratica. Sono “imperialista” perché credo che l’Europa debba essere una sorta di “imperium” democratico, nel quale tutti lavoriamo per gli stessi obiettivi. Questa è l’unica utopia ragionevole oggi possibile. Non è un ossimoro. L’Europa è il grande progetto che abbiamo vissuto».

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Intervista a JOAN BOTELLA, politologo, professore all’Università autonoma di Barcellona, da “la Stampa” del 28/9/2015

IN CATALOGNA TRIONFANO I SECESSIONISTI: “CIAO SPAGNA, HA VINTO LA DEMOCRAZIA”

– “Qui la rabbia degli indignados si è riversata nel nazionalismo” – L’analista Botella: punita anche la politica di Rajoy – (intervista di F. Ol.)

   La Catalogna anarchica e il disgusto verso il governo di Madrid. Uno dei politologi più ascoltati di Spagna, il professor JOAN BOTELLA, decano della facoltà di scienze politiche all’Università autonoma di Barcellona, ha due chiavi per leggere il risultato. Legge i dati che arrivano, poi alza lo sguardo e non mostra sorpresa: «Successo chiaro, ora per Artur Mas tutto sarà più comodo», ma esclude che lo scontro prenda pieghe eccessive, «non succederà».

   Sullo sfondo, iniziano i primi clacson degli indipendentisti in festa.

Come si spiega questo voto?

«Dal disgusto politico verso Rajoy, nelle sue due vesti, prima come leader di quel Partito Popolare che, con tanti ricorsi, ha cancellato la riforma dello Statuto catalano, elaborata da Zapatero; e poi verso il Rajoy di governo che da queste parti è mal visto».

L’economia c’entra?

«La crisi e la situazione sociale in genere ha pesato, anche nel giudizio verso il governo centrale. Questo voto è un’espressione di indignazione. Ricorda gli indignados che hanno dato vita ai movimenti tipo Podemos? Ecco, qui quel sentimento ha preso un’altra forma, nel resto di Spagna ha virato verso la sinistra, qui il catalizzatore è stato l’indipendentismo».

Siamo davanti a un nuovo capitolo della storia un po’ anarchica di Barcellona?

«La Catalogna ha sempre avuto due anime, le chiamiamo SENY e RAUXA, IL SENNO E L’IMPETO. Molto a lungo ha prevalso la moderazione, ora è chiaro che è preponderante l’aspetto più istintivo della popolazione. E questo sentimento era emerso anche a maggio scorso con la vittoria di Ada Colau al Comune di Barcellona. Pur con molte differenze tra i due episodi, siamo davanti allo stesso fenomeno».

A Barcellona e Madrid si disegnano scenari drammatici, cosa succederà nei prossimi giorni?

«Certo, la tensione aumenterà di molto. Ma alla fine prevarrà la moderazione da entrambi i lati. Il parlamento catalano dichiarerà aperto il processo verso l’indipendenza, stando attentissimo a non commettere atti perseguibili per legge. D’altronde per Mas la situazione è molto comoda, i suoi oppositori sono numericamente deboli, Ciudadanos, socialisti, la coalizione di Podemos, per non parlare del Pp. Quindi può fare tutto senza problemi».

Visti l’aria che tira in Catalogna, Rajoy scenderà a patti?

«Non credo. In Spagna si vota a dicembre per le politiche, il governo di Rajoy è a fine mandato e non sarà nelle condizioni di fare nuove proposte. Bisogna aspettare il nuovo esecutivo».

Madrid, però, potrebbe sospendere l’autonomia della Catalogna. La costituzione lo prevede.

«Sì, ma è una norma mai applicata, non si sa nemmeno bene come farlo, e quindi non credo che il governo centrale si prenderà questa responsabilità. La tentazione c’è, ma non credo che da Madrid vorranno buttare benzina sul fuoco. A maggior ragione non credo verrà utilizzata la nuova legge che colpisce direttamente il presidente della Generalitat in caso di mancata applicazione di sentenze del tribunale costituzionale. Sarebbe un attacco personale». [f. ol.]

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L’INTERVISTA a JOSEP BORRELL

LA SECESSIONE SAREBBE SOLO UN SALTO NEL BUIO”

BARCELLONA. «Una dichiarazione d’indipendenza sarebbe un salto nel buio, un viaggio verso l’ignoto. Solo con il dialogo si possono risolvere i problemi». Josep Borrell è diventato a sorpresa protagonista di una campagna elettorale in cui non si presentava come candidato.

   Socialista, catalano, ex presidente del Parlamento Europeo, con il libro Las cuentas y los cuentos de la independencia, scritto con l’economista Joan Llorach, ha cercato di smontare gli argomenti di Artur Mas a favore della secessione.

“La Spagna ci deruba”, è uno degli slogan ricorrenti del movimento indipendentista. C’è qualcosa di vero?

«Non si può dire che la Catalogna sia depredata fiscalmente, che è quello che vogliono dare a intendere. È una regione più ricca della media e contribuisce in proporzione superiore rispetto a ciò che riceve dall’amministrazione centrale. Però questa è una lamentela che si sente esattamente uguale in Veneto o in Baviera, in tutti i paesi in cui c’è una regione più ricca».

Diamo per scontato che la Catalogna resta fuori della Ue. Però, se presenta la richiesta di ammissione, non pensa che converrebbe agli stessi 28 aprirgli le porte?

«Per poter chiedere di entrare, dovrebbe essere uno Stato. Lo dovrebbe riconoscere il Consiglio di sicurezza dell’Orni, cosa che non accadrà. Però, supponendo che possa presentare la richiesta, si apre un periodo negoziale che richiede la ratifica di tutti i membri Ue. Un processo molto lungo»

Restiamo nel campo delle ipotesi: in caso di rottura definitiva, al di là delle conseguenze interne alla Catalogna, come ne uscirebbe la Spagna?

«Molto male ovviamente È chiaro che entrambe le parti ne soffrirebbero, un po’ come succede quando si rompe un matrimonio»

Crede che sia possibile calcolare il costo reale di una eventuale dichiarazione di indipendenza?

«Alcune cose sono speculazioni. Però certe cifre che fornisce Mas sono fantasie, come quando sostiene che creare le strutture di un nuovo Stato costerebbe 3 miliardi di euro. Solo per essere membro della Nato dovrebbe spenderne 4. Le strutture di un nuovo Stato costerebbero almeno 8 miliardi».

Una Catalogna che dice addio alla Spagna sarebbe destinata una bancarotta?

«Dipenderebbe dalla capacita di autogoverno e di una buona amministrazione»

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UN FILM SU UNA “PICCOLA PATRIA” (IL VENETO)

PICCOLA PATRIA, LA SOFFERENZA DEL NORD EST AI TEMPI DEI SECESSIONISTI

di Anna Maria Pasetti | 4 aprile 2014, IL FATTO QUOTIDANO

– Il film del regista veneto ALESSANDRO ROSSETTO uscito nel 2014 era stato presentato alla Mostra di Venezia 2013 nella sezione Orizzonti. “Il problema è che questo dolore ha trovato nelle istanze razziste e xenofobe una rischiosa parabola crescente: si tratta di una guerra tra poveri che – spiega il regista porta solo a peggiorare le cose. Da noi sta dilagando una cultura leghistoide trasversale” –

   Loro malgrado, i protagonisti di Piccola patria del regista veneto Alessandro Rossetto sono diventati “eroi di attualità”. In uscita il 10 aprile ma già presentato alla Mostra di Venezia nella sezione Orizzonti, il film è approdato nella Capitale per l’anteprima alla stampa con relativa (e attesa) conferenza. Di certo il cineasta/documentarista padovano, classe 1962, mai si sarebbe aspettato una spinta mediatica dalla cronaca di tale portata, perché li caso vuole che il suo esordio nel cinema di finzione corrisponda esattamente al vento indipendentista che di questi tempi soffia implacabile nel Nord Est.

   Piccola patria “è” il Nord Est. Inteso nella sua provincia più profonda, nella sua gente laboriosa che si ostina ad esprimersi in dialetto, dentro a un folklore e a una cultura popolana che sembrano giustificare azioni folli, come il tristemente surreale “Tanko”. “Il vero pericolo non è questo – spiega Rossetto a ilfattoquotidiano.it – bensì il pensiero sempre più radicale e radicato per cui lo straniero e lo Stato sono diventati nemici da combattere. L’ansia secessionista in Veneto e nel Nord Est in generale è antica, ma la crisi palpabile degli ultimi anni ha ferito in profondità l’etica del lavoro di cui si nutre intimamente il popolo di quelle regioni, che conta complessivamente attorno ai 9 milioni di abitanti. Nel mio film ho cercato di mostrare una sofferenza che morde le anime, colpendo la soggettività. Il problema è che questo dolore ha trovato nelle istanze razziste e xenofobe una rischiosa parabola crescente: si tratta di una guerra tra poveri che porta solo a peggiorare le cose. Da noi sta dilagando una cultura leghistoide trasversale”.

   Rossetto non è estraneo a questi temi: già negli anni ’80 – quando la Liga Veneta esprimeva i suoi primi vagiti – aveva documentato le marginalità, le frange dei diseredati da tutto colpiti in un territorio che li rifiutava. Piccola patria racconta un borgo di umanità riunita in famiglie della pianura veneta: protagoniste sono due ragazze Luisa (Maria Roveran, sorprendente e anche autrice della colonna sonora in dialetto veneto) e Renata (Roberta Da Soller), entrambe cameriere in un grand’Hotel, simile a una volgare cattedrale in un deserto texano da 1 km quadrato. La prima, figlia di padre-despota e tra gli animatori accaniti di un sorgente gruppo di secessionisti, s’innamora di Bilal, un immigrato clandestino albanese che vive in una roulotte abbandonata. Lo scontro padre-figlia diventa inevitabile, attorniato da altre vicende che con sapienza svelano anime e corpi di questi personaggi, in fuga dalla crisi e da se stessi. (…..)

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ALESSANDRO ROSSETTO: IL MIO VENETO TRA INDIPENDENTISTI E CRISI ECONOMICA

http://news.cinecitta.com/ del 3/04/2014

   In ‘Piccola Patria’, l’esordio del regista padovano, in scena quel Veneto dove si agitano il vento indipendentista e il rifiuto razzista del migrante.

   Restare? fuggire? ribellarsi? Che possono fare due giovani ragazze ‘prigioniere’ del clima soffocante ed arido di una provincia veneta fondata sull’etica del lavoro e dei soldi? In Piccola Patria, opera prima del padovano Alessandro Rossetto. Luisa, solare, vitale e trasgressiva, Renata, introversa, ombrosa e carica di rabbia, sono amiche inseparabili con il sogno di andarsene da quella terra. In quel Veneto dove si agitano forte il vento indipendentista e il rifiuto razzista dello straniero, del migrante. I rapporti umani sembrano contaminati, le famiglie sono incapaci di sentimenti. Restano solo i riti collettivi a cui aggrapparsi: il comizio, la sala da ballo, la festa in stile country americano, il poligono di tiro.

   Piccola Patria, distribuito da Istituto Luce Cinecittà, è stato presentato in concorso nella sezione Orizzonti all’ultima Mostra di Venezia e in prima internazionale al Festival di Rotterdam nella sezione Spectrum, passerà in concorso il 6 aprile al Festival di Copenhagen.

     Il cast è composto da Maria Roveran, Mateo Çili, Roberta Da Soller, Vladimir Doda, Diego Ribon, Lucia Mascino, Mirko Artuso, Nicoletta Maragno e Giulio Brogi.    Da segnalare nel film il recupero del canto corale alpino, che verrà riproposto in una serie di concerti del PiccolaPatriaTour che vedrà l’interprete Maria Roveran cantare alcuni brani composti per il film, e altri del repertorio di Marco Guazzone&Stag . Prodotto da Gianpaolo Smiraglia e Luigi Pepe, Piccola Patria è una produzione Arsenali Medicei e Jump Cut, con il contributo del MiBACT–DG Cinema, con il sostegno di Regione Veneto-Fondo per il Cinema e l’Audiovisivo, BLS–Business Location Sudtirol Alto Adige, Trentino Film Commission, Friuli Venezia Giulia Film Commission, sviluppato con il supporto del Programma MEDIA dell’Unione Europea.

Come è nata la sceneggiatura?

Siamo partiti dal soggetto scritto da me e Caterina Siena e in aiuto è poi venuto Maurizio Braucci, co-sceneggiatore di Gomorra, Reality e L’intervallo. Punto di partenza un fatto che ci aveva colpito: la mercificazione del corpo dei giovani e il loro destino. Avevamo poi raccolto storie di amore tradito o combattuto,  di dinamiche familiari intaccate dalla crisi economica.

Come è stato il passaggio dal cinema documentaristico a quello di finzione?

Diciamo che sono un finto esordiente. Nella mia formazione il confine tra documentario e finzione è sottile; sono un estimatore sia di Scorsese che di Kramer, sia di Tarkovskij che di Kosakowski. E poi ho una preparazione da attore che ho utilizzato nel dirigere gli interpreti del mio film.

Si è servito dell’esperienza  passata?

Ho mantenuto un ritmo di lavoro e uno sguardo sui corpi e la realtà di tipo documentaristico. Mi sono affidato all’ascolto e a quella energia giornaliera che deve avere il documentarista. Così ho portato scene di finzione nel quotidiano reale e allora vediamo gli attori al comizio indipendentista, in chiesa, alla festa country.

Quando ha girato le scene del comizio di Gianluca Busato, leader del referendum indipendentista?

Nell’estate 2012, non è facile astrarsi dal contingente e dai luoghi in cui sei nato e cresciuto. Gli anni recenti sono stati segnati da dinamiche altalenanti che esprimono una cultura leghista. Nel frattempo il partito di Salvini ha deluso i suoi sostenitori e sono nati gli indipendentisti ‘buoni’, i cosiddetti referendari, e quelli ‘cattivi’, i cosiddetti secessionisti. All’origine una crisi economica che ha morso in maniera molto intima le soggettività.

I rapporti personali sono contaminati da questo leit motiv del denaro, che spesso ricorre nei dialoghi.

L’etica del lavoro così presente nel Nord Est è stata colpita in modo forte dalla crisi economica. Dagli anni ’70 molte famiglie si erano trasformate in piccole aziende fiorenti, fino a qualche anno quando hanno conosciuto grandi difficoltà. E il territorio con i capannoni abbandonati, con le aree industriali dismesse, è lo specchio di questo tracollo.

Come ha lavorato con il cast?

Alcuni attori non avevano la sceneggiatura e hanno saputo di giorno in giorno quel che chiedevo loro. Inoltre insieme a Nicoletta Maragno, Itala nel film, ho creato, prima di girare, relazioni di coppia tra i vari personaggi, prescindendo anche dalla sceneggiatura e partendo per esempio dalla cura dell’altro, da un spazio vissuto in comune. Alcune improvvisazioni in audio sono poi diventati testi più chiusi nelle scene. Insomma c’era una sceneggiatura di base , che è stata saggiamente abbandonata durante le riprese e poi riemersa in fase di montaggio.

E questo titolo così evocativo come è nato?

Quando ho trovato il borgo del film, quel chilometro quadrato di Texas con roulotte e maneggio. Non poteva non diventare la piccola anima della famiglia.

………….

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GLI EUROSCETTICI NEL MEDITERRANEO

di Ilvo Diamanti, da “la Repubblica” del 29/9/2015

– Il risultato delle elezioni in Catalogna conferma l’ampiezza del sentimento separatista che anima la Comunidad autónoma –

   Il fronte a favore dell’indipendenza (Junts pel Sì + Cup) ha ottenuto il 47,8% dei voti. Ha, così, conquistato la maggioranza assoluta dei seggi, ma non dei voti. Si fosse trattato di un referendum, questo esito non sarebbe sufficiente a sancire la secessione da Madrid. Ma oggi appare adeguato ad amplificare lo spirito indipendentista che spira, forte, in altre aree della Spagna.

   Anzitutto nei Paesi Baschi. Questo voto, inoltre, rischia di produrre «UNA RIVOLUZIONE GEOPOLITICA SU SCALA EUROPEA», come ha osservato Lucio Caracciolo, ieri, su Repubblica. Una Catalogna indipendente, infatti, non troverebbe posto nella Ue. Tuttavia, il voto catalano non costituisce un evento isolato. E de-limitato. Ma si somma a quanto avviene, da tempo, in altri Paesi. In particolar modo, in quelli affacciati sulla sponda mediterranea. Dove si allarga il contagio dell’UES: l’UNIONE EURO- SCETTICA. Trasmesso da una catena di attori politici, impolitici e anti-politici. Uniti da un comune bersaglio. L’Europa dell’euro. Dunque, l’Europa, tout court.

   Visto che l’Unione è stata prevalentemente costruita, appunto, sul terreno economico e monetario. Mentre i soggetti politici di maggiore successo, negli ultimi anni, sono quelli che hanno esercitato una critica aperta all’Euro-zona. E, spesso, alla stessa Unione Europea, in quanto tale.

   In Italia: la Lega di Salvini. Esplicitamente contraria all’Euro, ma anche alla Ue. Appunto. Inoltre: il M5s. Anch’esso esplicitamente ostile all’Euro-zona. Tanto che, nei mesi scorsi, Alessandro Di Battista, deputato del M5s, fra i più autorevoli, ha proposto un «cartello tra i Paesi del Sud Europa» per «uscire dall’euro» e «sconfiggere la Troika che ha distrutto l’Ue». Un aperto invito, dunque, a costruire la Ues.

   Rivolto, anzitutto, alla Grecia, governata da Alexis Tsipras e dal suo partito, Syriza. Che, come ha confermato Yanis Varoufakis, ex ministro delle Finanze, aveva pianificato un programma per trasformare l’euro in dracma. E per liberarsi del controllo della Troika.

   Prima, ovviamente, della recente crisi. Che ha condotto la Grecia a scontrarsi con la Germania della Merkel. E con il “governo” della Ue. Anche se ora, ovviamente, questo progetto è divenuto impraticabile. Dopo il prestito-ponte erogato dalla Ue, per fare fronte all’enorme debito che opprime la Grecia. Mentre Tsipras ha estromesso dal governo Varoufakis e gli altri esponenti del partito, reticenti e indisponibili ad accogliere le pesanti condizioni poste dalla Ue.

   Nonostante tutto, pochi giorni fa, Tsipras ha ri-vinto le elezioni. Si è confermato alla guida del governo e del Paese. E la Grecia è rimasta nella Ue e nell’euro. Non certo per passione, ma per necessità. E per costrizione.

   Ma l’UES ha messo radici anche in Francia. A sua volta, Paese mediterraneo. Soggetto protagonista della scena europea, insieme alla Germania. Ebbene, com’è noto, in Francia, negli ultimi anni, si è assistito all’ascesa di Marine Le Pen, che ha spinto il Front National ben oltre il 25%. Al di là delle zone di forza tradizionali, nelle regioni “mediterranee”. Per affermarsi, Marine Le Pen ha moderato i toni — più che i contenuti — del messaggio politico tradizionale. E ha preso le distanze dal padre, Jean-Marie. Fondatore e “padrone” del Fn. Fino alla rottura. Sancita dall’espulsione del padre, avvenuta a fine agosto, per decisione del comitato esecutivo del partito.

   Il Fn di Marine e Bleu Marine, la coalizione costruita intorno al partito, hanno, tuttavia, mantenuto i due orientamenti tradizionali forse più importanti. La xeno-fobia. Letteralmente: paura dello straniero. E l’opposizione all’Europa dell’euro. Così, i confini mediterranei della Ue oggi sono occupati dalla Ues. Che TENDE AD ALLARGARSI RAPIDAMENTE altrove. NEI PAESI DELLA NUOVA EUROPA.

   A Est: in POLONIA, UNGHERIA. E a Nord. In BELGIO, OLANDA, DANIMARCA, SCANDINAVIA. Per non parlare della GRAN BRETAGNA. Dove l’euroscetticismo è radicato da tempo.

   La Germania, il centro dell’Europa dell’euro, intanto, si è indebolita. Messa a dura prova, da ultimo, dallo scandalo che ha coinvolto e travolto la Volkswagen. Un grande gruppo automobilistico. Ma, soprattutto, un marchio dell’identità (non solo) economica tedesca nel mondo. Intanto, la xeno-fobia si è propagata ovunque. Alimentata dall’esodo dei profughi degli ultimi mesi. Dall’Africa e dal Medio Oriente, attraverso l’Italia, la Grecia, i Balcani.

   Così, 26 anni dopo la caduta del muro di Berlino, in Europa sorgono nuovi muri. Non solo simbolici. Marcano il difficile cammino di una costruzione che si è sviluppata senza un disegno. Politico. Culturale. Perché l’Europa “immaginata”, fra gli altri, da Adenauer, De Gasperi, Churchill, Schuman, l’Europa di Jean Monnet e Altiero Spinelli: è rimasta, appunto, “un’immagine”. Un orizzonte. Lontano.

   D’altra parte, (come dimostra l’Osservatorio europeo curato da Demos-Oss. di Pavia- Fond. Unipolis, gennaio 2015), L’EUROPA DELL’EURO NON SUSCITA PASSIONE. Tanto meno entusiasmo. La maggioranza dei cittadini — in Italia e negli altri Paesi europei — la accetta, per prudenza. Teme che, al di fuori, potrebbe andare peggio.

   Così, il progetto europeo non cammina. Perché ha gambe molli e non ha un destino. Mentre il sentimento scettico si fa strada. In Spagna. In Italia. In Francia. In Europa. A Destra (e al Centro), ma anche a Sinistra. E alla Ue si sovrappone la UES. L’UNIONE EURO-SCETTICA. Più che un soggetto e un progetto organizzato: una sindrome. Densa e grigia. Diffusa nell’area mediterranea. Oggi si sta propagando rapidamente altrove. Conviene prenderla sul serio, prima che sia troppo tardi. Prima che contagi anche noi. (Ilvo Diamanti)

…………..

IL LEGAME SPIRITUALE CHE MANCA IN EUROPA

di Giuseppe Galasso, da “il Corriere della Sera” del 28/9/2015

   Se l’Unione Europea sia davvero unita è la domanda quotidiana di milioni di europei, la cui persistente identità nazionale è ancora di molto prevalente rispetto al senso della loro appartenenza europea.

   In realtà, neppure ci accorgiamo che su punti fondamentali per l’unità europea, noi siamo stati e restiamo assai reticenti. Perché ci siamo uniti, e abbiamo, anzi, tanto allargato la nostra unità?

   Eppure si tratta del nodo centrale della natura o qualità etico-politica dell’Europa in costruzione: un nodo insoluto. L’unione degli europei era un semplice modo di adattarsi alle mutate condizioni del mondo a metà ‘900? Era solo il modo di scongiurare per il futuro la prassi di guerre intestine che hanno logorato la posizione e la vita dell’Europa? Era dettata solo o soprattutto da convenienze economiche e materiali?  Costruivamo una nazione europea, sia pure complessa come tante nazioni europee? Che significava su questo piano il passaggio dall’iniziale termine di Comunità all’attuale termine di Unione per indicare l’associazione dei Paesi europei?

   Certo, la professione degli ideali di libertà e di giustizia e dei principi dei diritti dell’uomo e del cittadino, e la prassi della cooperazione internazionale nel quadro delle Nazioni Unite, non bastano a costruire una coscienza e una identità europea. Gli stessi principi e le stesse prassi sono proprie, ad esempio, anche degli Stati Uniti, che, tuttavia, individuano la loro identità storica e politica in un contesto ideale più ampio e profondo, per cui l’americano si riconosce ed è riconosciuto nel mondo come americano.

   E l’Europa? L’Europa – fatta di nazioni di fortissima identità, patria delle idee e delle istituzioni liberali e democratiche, e per alcuni secoli centro e motore del progresso umano – cosa può essere di specifico in un mondo, grazie ad essa, in gran parte europeizzato?

   Non è facile dare risposte a questi interrogativi. Bisogna, però, preoccuparsene. È per questo che la costruzione politica e civile europea in corso da più di mezzo secolo non ha ancora nella vita morale dei Paesi europei il riconoscimento necessario perché si possa parlare di Unione Europea.

   Si poteva far meglio e correre di più? In realtà si è corso anche troppo, ma sempre secondo l’idea già di Robert Schuman: «L’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa nascerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto». In tal modo, però, non è maturata neppure la «solidarietà di fatto» cui pensava Schuman, e che, comunque, certo non può bastare come vero cemento del processo di unificazione.

   Su questa strada potremo ancora rafforzare i vincoli materiali dell’Unione, ma, malgrado tutti i vincoli materiali, economici o normativi che istituiremo, dovremo sempre constatare che ad essa, per dirla con parole di Goethe, fehlt , leider , das geistige band , manca, ahimè, il legame spirituale: il legame, cioè, morale e civico di una cittadinanza che costituisca realmente una comunità.

   Deriva certamente da ciò molto dell’euroscetticismo, vera malattia infantile dell’europeismo. Basterà, per vincerla, l’«Europa debole», ossia un’Europa a molto debole base confederale, che propose Ralph Dahrendorf? Lo spessore della storia e della tradizione europea non consente e non richiede molto di più?

   È anche a questi interrogativi che bisogna rispondere quando si parla di futuro dell’Unione, senza pensare che la coscienza europea del mondo politico e degli organismi dell’Unione e di una certa fascia della cittadinanza europea si ritrovi pure nella massima parte dei cittadini europei. E non si creda che sia solo un problema di maggiore contatto e comunicazione degli organismi europei con i cittadini. È una questione più profonda e difficile, meno tecnica e più morale e culturale in tutta l’estensione di questi termini. (Giuseppe Galasso)

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