PFAS: una problematica difficile (per la salute di tanta parte di popolazione veneta, e non solo) – CHE FARE dell’INQUINAMENTO da PFAS? Dalla BONIFICA AMBIENTALE complicata e costosa; alla CURA per chi ha subìto l’inquinamento (quale metodo di terapia?) – La geografia diffusa delle falde acquifere compromesse

PFAS, SIT-IN DEI COMITATI DAVANTI ALLA PROCURA DI VICENZA – “Sit-in ieri mattina (24 FEBBRAIO scorso, ndr), a VICENZA, davanti all’edificio del tribunale dei vari gruppi e comitati No Pfas. E’ stato un incontro pacifico nel quale attivisti ed ambientalisti hanno voluto soprattutto esprimere il loro SOSTEGNO ALLA PROCURA DI VICENZA che indaga sul grave inquinamento del territorio da sostanze perfluoroalchiliche.”(…) (da http://www.vicenzareport.it/ )

   “Usiamo l’acqua in bottiglia non solo per bere, ma anche per cuocere la pasta, per fare il brodo, per l’ultimo risciacquo alla verdura… in alcune famiglie usano l’acqua in bottiglia anche per lavarsi i denti” (dall’inchiesta del quotidiano “Il Manifesto”, v. in questo post l’articolo)…. E’ un cambio di abitudini vivere con l’acqua “sicuramente” inquinata, non affidabile, con sostanze chimiche che fanno male.

PFAS – Una famiglia di COMPOSTI CHIMICI POLI E PERFLUORATI UTILIZZATI IN MOLTI SETTORI INDUSTRIALI, soprattutto per la produzione di materiali resistenti ai grassi e all’acqua. Sono molecole caratterizzate da un forte legame tra fluoro e carbonio che le rende difficilmente degradabili, perciò SI ACCUMULANO NELL’AMBIENTE E POSSONO FACILMENTE PASSARE NEI VIVENTI interferendo anche in modo grave con il loro metabolismo

   E’ il caso dei PFAS…..(ne abbiamo parlato già in questo blog nel settembre scorso…
https://geograficamente.wordpress.com/2017/09/03/il-caso-pfas-perfluoro-alchilici-sostanza-chimica-che-sta-inquinando-4-province-del-nord-est-veneto-inquinato-ma-anche-veneto-inquinatore-di-se-stesso-una-regione-svenduta-nella-salut/
…e ora tentiamo di dare un aggiornamento sulla scabrosa vicenda di inquinamento diffuso e generalizzato dell’acqua (non più potabile se non si usano filtri raffinatissimi).

PFAS – Area ROSSA: area di massima esposizione sanitaria – Area ARANCIO: area captazioni autonome – Area GIALLO CHIARO: area di attenzione – Area VERDE: area di approfondimento – Area OMBREGGIATA: Plume di contaminazione

   Dallo scoppio del caso della contaminazione da Pfas (scoperto “ufficialmente” dal CNR nel 2013) nelle falde acquifere che riforniscono 300 mila residenti nelle province di Vicenza, Padova e Verona, sembra che non se ne esca; che non si trovi una soluzione virtuosa sia per garantire la salute delle persone che hanno utilizzato acqua contaminata; né della bonifica strutturale per fermare l’inquinamento della falda, e garantire acqua pulita dai rubinetti di casa.
All’inizio chi sollevava la questione (come medici, comitati o alcuni politici), veniva addirittura accusato di procurato allarme. Successivamente la Regione ha fatto un passo avanti e ora si ha la consapevolezza che l’inquinamento da Pfas è un vero disastro per la salute, per l’ambiente, per l’economia.
Il Pfas è una sostanza chimica che viene adoperata per impermeabilizzanti, tappeti, divani, sedili delle auto: ma l’utilizzo più noto è probabilmente quello che se ne fa come rivestimento antiaderente delle pentole e dei tessuti impermeabilizzanti.

PFAS mappa Italia

   I Pfas sono un problema solo del Veneto? Non sembra. Ci sono preoccupazione anche in provincia di Alessandria (nel comune di Spinetta Marengo), dove uno stabilimento è fabbrica di prodotti fluorurati e antiaderenti; o anche nella zona industriale lombarda fra i bacini dei fiumi Lambro e Olona; poi in Toscana nella zona conciaria di Santa Croce Sull’Arno (Pisa) e nell’area tessile di Prato. Con ogni probabilità presenze rilevabili di Pfas si trovano anche nel Polo Conciario Campano di Solofra e nel bacino del fiume Sarno.
A livello medico i Pfas sono riconosciuti come cancerogeni e responsabili di una serie di altre gravi patologie (si ipotizza ad esempio che incida sull’infertilità maschile…). In Veneto la contaminazione delle acque superficiali e le acque di falda da Pfas è concentrata in particolare sugli scarichi industriali che nel passato hanno interessato un’industria chimica di Trissino. La scoperta in Veneto è avvenuta nel 2013, da uno studio del CNR: i ricercatori evidenziavano come le elevate concentrazioni di Pfas destassero preoccupazione dal punto di vista ambientale e un possibile rischio sanitario per la popolazione che beveva quest’acqua.

PFAS IN VENETO (MAPPA ARPAV, DIFFUSIONE) – “La sola zona rossa è un’area vasta tra i 150 e i 200 km quadrati, che comprende almeno 79 comuni tra le province di Verona, Vicenza e Padova; ci abitano circa 350mila abitanti. «Ma i contaminati da Pfas sono molti di più», secondo Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna Stop PFAS di Greenpeace: «Recentemente, cittadini di comuni non inseriti nella zona considerata a rischio, hanno scoperto di avere alti livelli di Pfas grazie ad analisi fatte di propria iniziativa. È verosimile quindi che il problema sia più esteso di quanto si possa immaginare».(…)” (Sara Milanese, da “Il Manifesto” del 10/1/2018)

   In questi anni la Regione Veneto, per affrontare il problema della salute dei concittadini colpiti da questo inquinamento (specie in particolare in 21 comuni -i più colpiti dall’inquinamento- della provincia di Vicenza, ma anche in quella di Padova e Verona), da un punto di vista sanitario, medico, ha adottato la terapia della “plasmaferesi”. Cioè una tecnica di separazione selettiva di plasma dal sangue allo scopo di rimuovere dal circolo sanguigno le sostanze nocive o tossiche. Con lo scopo di “pulire il sangue”. Ed è su questa terapia medica che si è subito creato un grave scontro con il Ministero della Sanità, che non crede a questo metodo (in particolare l’Istituto Superiore di Sanità).
Uno scontro tra Roma e il Veneto su come intervenire medicalmente sulle contaminazioni da composti chimici usati in campo industriale, scontro che in questi mesi si sta mantenendo assai duro.

I NODI DELLA VICENDA (da “Il Mattino di Padova” del 3/1/2018)

   E’ su questo contesto così fragile, confuso, che gli attori in campo sembra non si trovino d’accordo su niente: la Regione rispetto al Ministero della Sanità; la ditta interessata (la Miteni di Trissino) che si propone per una bonifica ma chiede che si smetta con i carotaggi nel sottosuolo dell’azienda (minacciando la Regione per i danni che dice di subire); gli amministratori dei comuni interessati e ancor di più i cittadini, spaesati e impotenti, che guardano con preoccupazione alla loro salute, e vorrebbero tornare alla normalità, ad avere acqua potabile sicuramente pulita, con la realizzazione di una bonifica efficacie.

PFAS, I CAROTAGGI

   E, la BONIFICA, questo è un altro tema assai importante, è difficile. La vicenda della contaminazione da Pfas su questo non ha ancora ben preciso quali saranno (sono) i COSTI (che dovrà accollarsi la Miteni, tutti credono, ma la Regione deve intervenire finanziariamente lei per ora…) (Miteni è disponibile a pagare, ma chiede la fine dei carotaggi nei terreni dov’è l’azienda).
La bonifica serve anche a FERMARE LA CONTAMINAZIONE ancora in atto, con la conseguente esposizione, (alla contaminazione) che dura da anni, della popolazione dei 21 comuni della provincia di Vicenza, sia attraverso l’acqua delle falde che attraverso i prodotti agricoli lì coltivati.
La bonifica è necessaria a garantire l’ACQUA PULITA NELLE CASE. Sono sì stati messi dei filtri, ma hanno costi altissimi e pertanto occorre accelerare la realizzazione di CONDOTTE SOSTITUTIVE (nuovi acquedotti, o ristrutturare quelli esistenti). E mancano sufficienti RISORSE FINANZIARIE (almeno così la Regione Veneto accusa il Governo).

LA FABBRICA MITENI A TRISSINO (VI)

   E la bonifica è anche la necessità di “BONIFICARE IL SITO”. L’azienda che secondo Arpav ha inquinato, ora ricorre contro la Regione perché non vuole la bonifica approfondita, la continuazione dei carotaggi. E molti chiedono che ci sia la RICONVERSIONE DELL’IMPIANTO. Che da Trissino, da quello specifico terreno e luogo, la linea di produzione del Pfas si sposti in altro luogo (non contaminato) e con garanzia assoluta di produzioni non pericolose. Al depuratore di Trissino, dove scaricano diverse aziende, sono stati rinvenuti notevoli quantità di Pfas: per questo la Miteni chiede che anche altri siti siano controllati, che l’inquinamento non possa venire solo da lei.

UNA DELLE TANTE PROTESTE DELLE “MAMME NO PFAS” (questa a Montagnana)

   Adesso, nel 2018, sono passati già cinque anni dalla rilevazione ufficiale del disastro ambientale, e persiste ancora molta incertezza. Sulla bonifica da fare (quale tipo di bonifica occorra effettuare), e sulla terapia medica per la popolazione contaminata (cioè la questione sopraddetta, se la “plasmaferesi” sia giusta o meno). Il governo che sta impedendo alla Regione di far la plasmaferesi, a torto o a ragione, sta però lasciando così le persone in uno stato di indecisione.
Vanno prese invece decisioni coraggiose e coerenti…. Il gioco pericoloso delle sostanze chimiche cui tutti noi facciamo uso quotidiano, mostra la fragilità di un sistema produttivo che mai all’origine riesce a garantire certezza di salubrità nei suoi processi produttivi (e alla fine a rimetterci è la tanta popolazione coinvolta in una situazione grave e pericolosa, di disagio). (s.m.)

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IL GAMBERO VERDE

PFAS, LE ACQUE AVVELENATE DEL VENETO

di Sara Milanese, da “Il Manifesto” del 10/1/2018
– Scandali. La fonte di contaminazione si trova sepolta sotto l’azienda chimica Miteni di Trissino. Dagli anni ’70, tonnellate di rifiuti tossici inquinano fiumi e falda –
   «Usiamo l’acqua in bottiglia non solo per bere, ma anche per cuocere la pasta, per fare il brodo, per l’ultimo risciacquo alla verdura… in alcune famiglie usano l’acqua in bottiglia anche per lavarsi i denti». Queste sono le nuove abitudine quotidiane nella famiglia di Michela Piccoli, a Lonigo, provincia di Vicenza. Ci troviamo in piena «zona rossa» dell’inquinamento da Pfas (sostanze perfluoroalchiliche), i veleni che hanno contaminato gli acquedotti del Veneto centrale.
Un male scoperto solo nel 2013, grazie ad uno studio del CNR che ha rivelato livelli «allarmanti» di questi inquinanti, definiti «emergenti», perché la loro presenza non è ancora normata. Nel maggio dello stesso anno la Regione Veneto ha confermato che la principale, anche se non unica, fonte di contaminazione si trova sotto la ditta chimica Miteni di Trissino: tonnellate di rifiuti e scarti industriali sepolti dagli anni ’70, che da allora inquinano i fiumi, la falda, e i terreni. I Pfas entrano nel corpo attraverso acqua e alimenti, e si accumulano: impiegano fino a 5 anni per essere smaltiti dall’uomo, dagli animali e dall’ambiente. Le indagini sui loro effetti non hanno ancora prodotto risultati definitivi, ma le conseguenze in chi ha alti livelli di Pfas nel sangue sono già evidenti: diabete, ipertensione gravidica, patologie cardiache e del metabolismo, probabili effetti cancerogeni.
«Nella nostra famiglia siamo in 4, ma solo mia figlia 15enne rientrava nel monitoraggio della regione: le sue analisi dicono che nel sangue ha livelli di Pfas 11 volte più alti di quelli consentiti», racconta ancora Michela, che fa parte di uno tanti gruppi No Pfas nati nella regione. Quegli stessi gruppi che lo scorso 6 dicembre hanno manifestato davanti alla sede del consiglio regionale a Venezia. E che non sono stati nemmeno ricevuti.
«Abbiamo iniziato chiedendo che l’acqua nelle scuole fosse pulita» ricorda Michela; man mano che la gravità della situazione si è andata definendo, però, le richieste si sono necessariamente fatte più importanti: «Bonifica subito: non possiamo aspettare i tempi della Miteni, che in 4 anni ha ripulito il 10% dell’area inquinata. Andando avanti così ci vorranno almeno 30 anni per finire».
La falda acquifera, «grande come il lago di Garda», dice Michela, ormai è persa. Con danni ambientali incalcolabili, per tutto il Veneto.
La sola zona rossa è un’area vasta tra i 150 e i 200 km quadrati, che comprende almeno 79 comuni tra le province di Verona, Vicenza e Padova; ci abitano circa 350mila abitanti.
«Ma i contaminati da Pfas sono molti di più», secondo Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna Stop PFAS di Greenpeace: «Recentemente, cittadini di comuni non inseriti nella zona considerata a rischio, hanno scoperto di avere alti livelli di Pfas grazie ad analisi fatte di propria iniziativa. È verosimile quindi che il problema sia più esteso di quanto si possa immaginare».
È il caso per esempio di San Bonifacio, 21 mila abitanti, dove le analisi del sangue, eseguite su iniziativa dai comitati cittadini, hanno fatto registrare dati al limite del tollerabile anche in bambini tra i 4 e i 7 anni. La Regione Veneto, anche sotto il peso delle pressioni dei comitati locali e delle associazioni ambientaliste, ha abbassato il livello massimo degli inquinanti negli acquedotti, e ora l’uso di filtri permette che, in alcuni casi, i Pfas siano talmente bassi da non essere rilevabili. «Ma i filtri si sporcano molto rapidamente, e sono molto costosi» continua Michela, «questa non può essere la soluzione definitiva».
Siamo infatti ancora molto lontani dalla risoluzione del problema, come conferma anche Ungherese: «Tutte le misure prese a livello sanitario, dalle analisi alla plasmaferesi (la «pulizia» del sangue ndr), rischiano di essere completamente inefficaci, se non si interviene alla radice del problema. Perché a livello ambientale è stato fatto ancora poco, o niente».
Che l’acqua che esce dai rubinetti sia stata filtrata e depurata infatti non basta, perché la contaminazione da Pfas ha già raggiunto ormai tutto quello che arriva sulla tavola: frutta, verdura, carne, uova, pesce. A metà novembre Regione Veneto e Istituto Superiore di Sanità hanno concordato che sono solo alcune specie di pesci che vivono nelle acque interne dell’area a meritare il divieto di consumo per inquinamento.
Per la ministra Lorenzin, sul campione di 1.100 tra prodotti di origine animale e vegetale, provenienti da allevamenti e coltivazioni dell’area rossa, non ci sono quindi altre «criticità», con gran sospiro di sollievo per la Coldiretti Veneto, visto che l’economia di queste province si basa su allevamento e agricoltura. In molti però non si fidano, e di prodotti a km. zero non vogliono nemmeno sentir parlare. Così come continuano a non fidarsi dell’acqua di rubinetto.
La Miteni intanto afferma di aver sostituito dal 2011 i Pfas tradizionali con composti detti «a catena corta», molto meno persistenti, e di aver attivato una barriera idraulica con filtri a carboni attivi, per ripulire l’acqua delle falde. Ma, come già detto, tutto quello che attraversa i terreni avvelenati dai rifiuti ancora interrati, si contamina.
Nell’attesa di conoscere la relazione della Commissione consigliare d’inchiesta, i gruppi No Pfas continuano le iniziative di sensibilizzazione e di protesta. Bonifica subito, quindi, ma anche l’applicabilità della delibera 360, approvata dalla giunta regionale del Veneto nel marzo scorso, che prevede la chiusura o la delocalizzazione di siti industriali inquinanti: queste sono ora le principali richieste.
«Anche in considerazione del fatto che non sono state identificate tutte le fonti d’inquinamento», sottolinea Ungherese di Greenpeace, «chiediamo alla Regione Veneto di favorire la riconversione industriale: queste sostanze possono essere sostituite con alternative più sicure per l’ambiente e la salute in numerosi processi industriali», e non c’è nessun motivo di sversare un solo nanogrammo di Pfas in più. (Sara Milanese)

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DECRETO DI ROMA SUI PFAS. IL VENETO DETTA I LIMITI

di Vera Mantengoli, da “il Mattino di Padova” del 2/3/2018

– La Bicamerale: il governo fissi i valori massimi. La Regione invia il dossier. E incarica un prof di scoprire le cause dell’inquinamento che persiste.

VENEZIA. Il Veneto “detta” il decreto del governo sui nuovi limiti Pfas. La Regione ha mandato a Roma tutto il materiale relativo all’inquinamento da sostanze perfluoroalchiliche. Il dossier servirà al nuovo esecutivo a stabilire i valori massimi tollerati nell’ambiente del materiale inquinante.

   La competenza del governo a fissare i limiti – e l’invito a farlo con una certa celerità – è stata stabilita dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sui Pfas. Una rivincita per l’assessore all’Ambiente e alla Protezione Civile Gianpaolo Bottacin che ieri mattina a Palazzo Grandi Stazioni di Venezia ha fatto il punto sull’inquinamento.

   A cominciare appunto dalle prescrizioni della Bicamerale che ha scritto come «la regione Veneto ha definito i limiti di presenza nelle acque solo per alcuni di questi inquinanti sulla base delle proposte di Iss, ma sarebbe necessario definire in modo completo la fissazione dei limiti per tutti i Pfas e in tutte le matrici ambientali e tale compito spetta al Ministero dell’ambiente».

   Tali limiti verranno posti con un decreto ministeriale. «Il caso Veneto servirà quindi per tutti gli altri eventuali casi in Italia e anche per l’Europa», ha spiegato Bottacin con il direttore dell’Arpa Nicola Dell’Acqua, «Stiamo dando al governo tutti i dati raccolti, in modo che possano essere utilizzati per la legge che verrà fatta dopo quanto accaduto qui. Stiamo anche collaborando con la Germania che ha avuto dei problemi simili al nostro affinché anche in Europa vengano fissati i limiti corretti dopo quanto avvenuto in Italia».

   A seguito dei limiti restrittivi che la Regione ha imposto, numerose aziende hanno presentato ricorso: 34 quelli pendenti. Oggi la responsabilità è chiara, ma questo non toglie che chi ci ha rimesso negli anni sono i cittadini che si sono ritrovati una concentrazione di Pfas e Pfos nel sangue.

   Il problema non è risolto. Nonostante dai rubinetti esca acqua senza sostanze inquinanti, le ultime rilevazioni nella sede dell’azienda Miteni hanno mostrato che da agosto ad adesso c’è stato un peggioramento (da 500 a 800 Pfas) dovuto a un piccolo spostamento in una direzione inattesa della falda acquifera. Lo spostamento è nel terreno sottostante e non riguarda il corso della falda che è sempre lo stesso.

   Questo non ha conseguenze sul cittadino perché l’inquinamento è prima delle barriere idrauliche, ma dimostra che non si è ancora trovata la fonte, motivo per cui è stato chiamato Stefano Beretta, docente del Politecnico di Milano per studiare il fenomeno. «Si tratta di inquinamenti del passato, quando non c’erano nemmeno le strumentazioni giuste, ma ora noi paghiamo le conseguenze» proseguono Bottacin e Dell’Acqua. (Vera Mantengoli)

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ALLARME PFAS IN VENETO: COS’È, COSA FA E IN QUALI PRODOTTI SI TROVA
La sostanza presente nell’area tra Padova, Verona e Vicenza viene adoperata per impermeabilizzanti, tappeti, divani, sedili delle auto e rivestimenti antiaderenti delle pentole.
Le sostanze perfluoroalchiliche (Pfas) sono composti chimici che rendono le superfici trattate impermeabili all’acqua, allo sporco e all’olio. Vengono adoperate per numerosi prodotti come per esempio impermeabilizzanti per tessuti, pelli e carta oleata oppure tappeti, divani, sedili delle auto e contenitori per alimenti. Ma l’utilizzo più noto è probabilmente quello che se ne fa come rivestimento antiaderente delle pentole e dei tessuti impermeabilizzanti e tecnici.
RICONOSCIUTI COME CANCEROGENI. Legambiente in un rapporto spiega come «a livello medico i Pfas siano riconosciuti come cancerogeni e responsabili di una serie di altre gravi patologie». In Veneto, viene osservato, la contaminazione delle acque superficiali e le acque di falda da Pfas ha come «principale fonte» lo scarico industriale. «La scoperta dell’inquinamento in corso», osserva Gigi Lazzaro, presidente di Legambiente Veneto, «è avvenuta a seguito di uno studio del Cnr: i ricercatori nel 2013 evidenziavano come le elevate concentrazioni di Pfas destassero preoccupazione dal punto di vista ambientale e un possibile rischio sanitario per le popolazioni che bevevano quest’acqua».
AREA TRA VICENZA, VERONA E PADOVA. L’area interessata si estende tra le province di Vicenza, Verona e Padova; la falda da cui si preleva l’acqua serve una popolazione di circa 400 mila abitanti. «È qualcosa che non dovrebbe essere presente nell’acqua e tanto meno nel sangue delle persone come invece è emerso – rileva Lazzaro, «e tra l’altro potrebbe non essere soltanto nell’acqua che si beve ma la situazione preoccupa anche per la possibilità che possa trovarsi negli alimenti. Dal punto di vista sanitario l’allarme è in itinere con un piano di monitoraggio sui cittadini dai 14 ai 65 anni; mentre sul fronte ambientale siamo assolutamente fermi: non si interviene né dal versante giudiziario né con le bonifiche». Tra le possibili soluzioni, conclude Lazzaro, quella di «spostare la presa dell’adduzione dell’acquedotto». (da http://www.lettera43.it/, 22/9/2017)

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PFAS / INQUINAMENTO
In quali aree del Paese è più alta la presenza di Pfas

(Jacopo Giliberto, Il Sole 24ore del 17/1272017)
1/4 INQUINAMENTO / VENETO, PIEMONTE, LOMBARDIA, TOSCANA
In Italia la maggiore contaminazione da Pfas si riscontra soprattutto nelle zone di produzione e di utilizzo di Pfas, a cominciare dal VENETO CENTRALE. La presenza più vasta e diffusa è a partire dalla PROVINCIA DI VICENZA dove si trova lo stabilimento MITENI, principale produttore europeo, e i grandi poli industriali di utilizzo: L’AREA VICENTINA DELLE LANE e L’AREA VICENTINA DELLA CONCIA DEI PELLAMI. Quantità rilevanti ma meno diffuse nell’ambiente sono state riscontrate nella zona di SPINETTA MARENGO (ALESSANDRIA) dove uno stabilimento fabbrica prodotti fluorurati e antiaderenti, nella ZONA INDUSTRIALE LOMBARDA FRA I BACINI DEI FIUMI LAMBRO E OLONA, in TOSCANA nella zona conciaria di SANTA CROCE SULL’ARNO (PISA) e nell’AREA TESSILE DI PRATO. Con ogni probabilità presenze rilevabili di Pfas si trovano anche nel Polo Conciario Campano Di Solofra e nel BACINO DEL FIUME SARNO ma non vi sono ancora state condotte campagne di analisi.
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2/4 INQUINAMENTO / GLI PFAS NEI BACINI OLONA, ARNO, OMBRONE
In seguito a una convenzione con il ministero dell’Ambiente firmata nel 2011, la ricerca di Pfas si è concentrata – dopo il luogo di lavorazione (Spinetta Marengo Alessandria) – nel principale stabilimento europeo di produzione di produzione (Trissino Vicenza) nelle zone di utilizzo, cioè le aree tessili, conciarie e industriali. Il tasso di Pfas nell’acqua del Po è basso fino alla confluenza con il Tanaro e balza quando entrano nel corso le acque del Tanaro con gli scarichi di Spinetta Marengo. Grandi quantità di Pfas sono state rilevate nelle acque dei fiumi lombardi Lambro e Olona (fino a 890 nanogrammi per litro nei corsi d’acqua superficiali ma anche 330 in alcuni acquedotti), nelle acque depurate dal depuratore del distretto conciario pisano di Santa Croce sull’Arno, nel fiume toscano Ombrone legato all’area tessile pratese. È stato studiato anche il Tevere ma per fortuna la presenza degli immancabili Pfas è in percentuali fisiologiche e non patologiche. Non sono ancora state condotte campagne d’analisi sull’area del fiume Sarno, in Campania, correlato con il distretto conciario di Solofra. Per i composti a catena corta è stata scoperta la presenza assai rilevante lungo il fiume Serio, sul quale gravita il polo tessile della Val Seriana, ma la sorgente esatta non è ancora stata individuata.
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3/4 INQUINAMENTO / PERCHÉ PER DECENNI NON SI FECE NULLA?
Dagli anni ’70 per una trentina d’anni il fenomeno di dispersione degli Pfas nella falda acquifera vicentina è sfuggito all’attenzione perché il tema ambientale non era sentito, perché era in corso il processo vulcanico di industrializzazione e urbanizzazione del Veneto, si era ancora all’origine della ricerca ambientale, non si conoscevano le caratteristiche degli Pfas, perché i composti del fluoro erano ritenuti del tutto innocui (e nemmeno oggi se ne sa ancora molto sulla loro eventuale pericolosità), le aziende spesso si limitavano ad attenersi alle leggi senza farsi parte attiva, perché non c’erano conoscenze sulla formazione della falda acquifera e sulla permeabilità dei terreni di Trissino, perché gli Pfas non erano normati.
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4/4 INQUINAMENTO / DOVE SI SCOPRE PRESENZA DI PFAS
Oltre alle ricadute delle vecchie produzioni Miteni nella zona di Trìssino (Vicenza) sono state trovate quantità importanti di Pfas agli scarichi della Solvay Solexys (ex Montefluos) a Spinetta Marengo (Alessandria) che usava i prodotti della Miteni per produrre l’antiaderente Algoflon. A monte dello scarico vi sono tracce appena percettibili di Pfas, a vallo dello scarico nella Bormida di Spigno il tasso è (secondi i punti) tra i 300 e i 6.500 nanogrammi per litro d’acqua. La confluenza con il Tanaro abbassa la concentrazione a 150-800 nanogrammi e la diluzione nel Po scende a 10-125 nanogrammi per litro. (Jacopo Giliberto, Il Sole 24ore del 17/1272017)

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“PLASMAFERESI” COS’È
Tecnica di separazione selettiva di plasma dal sangue allo scopo di rimuovere dal circolo sanguigno sostanze nocive o tossiche o di ricavarne, per donazione, frazioni necessarie all’ottenimento di preparati clinicamente utili (per es. le immunoglobuline).

PFAS, “PULIRE IL SANGUE” CON LA PLASMAFERESI: SCONTRO TRA VENETO E ISTITUTO SUPERIORE DI SANITÀ
di Michele Bocci, da “la Repubblica” del 15/12/2017
– “La plasmaferesi funziona contro gli inquinanti”, dicono i tecnici di Zaia. “Non è vero”, ribattono da Roma –
La plasmaferesi funziona o non funziona per ripulire i Pfas, come vengono chiamati gli inquinanti da sostanze perfluoroalchiliche? Secondo l’Istituto superiore di sanità no, secondo la Regione Veneto sì. Lo scontro tra Roma e Venezia su come intervenire sulle contaminazioni da composti chimici usati in campo industriale si fa sempre più duro. E oggi i Nas si sono presentati negli uffici della Regione per acquisire documenti riguardo alla vicenda.
I carabinieri sono arrivati proprio mentre a Padova il direttore generale della sanità Domenico Mantoan faceva una conferenza stampa sul tema. Per dire che la plasmaferesti sta funzionando. Proprio l’arrivo dei Nas ha spinto però la Regione ha interrompere i trattamenti: “Nonostante le solidissime basi scientifiche attendiamo il confronto con quelle del ministero e da oggi sospendiamo la pratica in segno distensivo”.

Il Veneto ha presentato uno studio nel quale si dice che plasmaferesi e scambio plasmatico, appunto funzionano. Dopo aver trattato cento casi, senza avere alcun effetto collaterale, le due tecniche “hanno determinato una discesa media di presenza di inquinanti nel sangue pari al 35% con la plasmaferesi, e del 68% con lo scambio plasmatico”.
Si tratta del report sui primi risultati dell’applicazione del secondo livello di screening della popolazione esposta appunto a Pfas. Con la plasmaferesi vengono tolte piccole quantità di plasma, per intercettare l’inquinante. Nel caso la contaminazione sia maggiore, si fa lo scambio plasmatico, che invece consiste nel rimuovere elevati volumi di plasma, di fronte al quale bisogna infondere una soluzione fisiologica di albunima. Mantoan ha precisato che «tutto è stato fatto in scienza, coscienza e prudenza, su basi tecniche ben definite, e tramite grandi professionalità. I risultati scientifici di oggi parlano chiaro sull’efficacia delle scelte fatte, con l’obbiettivo di togliere il prima possibile dal sangue delle persone questi inquinanti, che hanno un tempo di dimezzamento naturale di 5 anni”.
Riguardo ai Nas, Mantoan ha commentato: “Siamo sorpresi perché tutto quanto riguarda la vicenda Pfas è stato via via reso noto con tempestività e trasparenza, inviato alle Istituzioni competenti e alla magistratura, e pubblicato sul sito web della Regione. Non occorreva scomodare i Nas, bastava ci chiedessero e avremmo inviato tutto senza alcun problema”. L’Istituto superiore di sanità aveva già bocciato le tecniche usate dal Veneto l’altro ieri.
“La plasmaferesi terapeutica è uno strumento non selettivo di rimozione dal plasma di diverse sostanze – dicono dal Centro nazionale sangue che fa capo all’istituto – Recenti linee guida (American Society for Apheresis, 2016) sull’impiego dell’aferesi terapeutica nella pratica clinica non includono specificamente la rimozione dei suddetti contaminanti, o simili, tra le indicazioni basate su (consolidate) evidenze scientifiche.
Inoltre la linea guida attribuisce un livello debole di raccomandazione all’impiego della plasmaferesi terapeutica per il trattamento degli avvelenamenti o per la rimozione delle sostanze tossiche dal plasma.
L’uso della tecnica che, si ricorda, è invasiva è quindi da considerarsi sperimentale e al momento non è supportata da adeguate evidenze scientifiche”. Il ministro alla Salute Beatrice Lorenzin aveva rincarato la dose, dicendo che la plasmaferesi è una tecnica “invasiva e senza prove scientifiche in questo campo”. (Michele Bocci)

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“PFAS NELL’ACQUA, PER IL VENETO È UN DISASTRO”

di Sabrina Tomè, da “Il Mattino di Padova” del 3/1/2018
– Il presidente del gruppo di lavoro regionale MANUEL BRUSCO fa il bilancio dell’attività: «Questa contaminazione è un enorme danno per salute, ambiente, economia» –
PADOVA. Quindici sedute per circa una settantina di ore complessive e una sessantina di gruppi di persone audite fra tecnici regionali, gestori delle acque, sindaci, referenti dei Consorzi di bonifica e dell’azienda Miteni, comitati.
Si è chiuso così, a fine dicembre, il lavoro della Commissione consigliare regionale d’inchiesta sui Pfas (sostanze perfluoroalchiliche) ed entro un mese verrà depositata la relazione che fotografa la situazione del più grave inquinamento veneto dei tempi recenti. A parlare dei risultati dell’attività è il presidente della Commissione Manuel Brusco, consigliere regionale cinquestelle.
Presidente, il lavoro è effettivamente finito o serviva altro tempo per completarlo?
«Vista la complessità della questione servirebbe molto più tempo. Ma il nostro ruolo, a differenza di quello della Commissione parlamentare d’inchiesta, è di tipo amministrativo, dovevamo fare ordine. E abbiamo raccolto moltissimo materiale: ora ci servirà un mese per la relazione».
Con quali conclusioni?
«Si tratta di un inquinamento che parte da un’azienda. Fino al 2013 il problema non esisteva, non si cercavano questi composti chimici. Nel 2013 uno studio rileva i Pfas e da lì in poi è stata fatta tanta confusione. Siamo nel 2018, sono passati cinque anni, e c’è ancora molta incertezza. Basti pensare che siamo qui a chiederci se la plasmaferesi sia giusta o meno o quale tipo di bonifica occorra effettuare».
Che incertezze ci sono sul tipo di bonifica?
«L’azienda ha fatto ricorso al Capo dello Stato perché non vuole che sotto il suo stabilimento si scavi con una maglia più stretta, ovvero che si facciano ricerche più approfondite. Ecco, credo sia assurdo che dopo cinque anni siamo ancora qui a capire se serva un carotaggio più ampio o più piccolo. Non dico che in cinque anni il problema avrebbe dovuto essere risolto, ma perlomeno non dovremmo essere qui a farci simili domande. Oppure pensiamo al governo che impedisce alla Regione di far la plasmaferesi lasciando così le persone nel limbo».
Uno scontro, quello col governo sulla plasmafersi, che non ha aiutato.
«Anzi, ha spaventato i cittadini. Bloccandola si è diffusa la preoccupazione».
Dietro i ritardi c’è una sottovalutazione del problema?
«All’inizio chi sollevava la questione come i medici, i comitati o alcuni politici, venivano addirittura accusati di procurato allarme. Successivamente la Regione ha fatto un passo avanti e ora si ha la consapevolezza che l’inquinamento da Pfas è un vero disastro per la salute, per l’ambiente, per l’economia».
Ci sono stati anche silenzi colpevoli?
«Nel 2005, dai precedenti proprietari Miteni, è stata costruita una barriera idraulica motivandola al Genio civile come pozzi di prelievo acqua in relazione alla siccità del 2003. Ma chiunque abbia esperienza capisce che è fatta per intercettare la falda e capire le caratteristiche dell’acqua sottostante; la barriera è un investimento molto grosso. Poi nel 2009 arriva la nuova gestione; le aziende hanno l’obbligo di fare la caratterizzazione del terreno per capire cosa c’è sotto. Nel 2013 quando il Cnr fa lo studio, Miteni va a denunciare subito dopo. Io mi auguro che nessuno abbia voluto nascondere i fatti, però credo si dovesse intervenire prima».
E il Pubblico ha fatto tutto quello che doveva?
«La Regione apprende nel 2013 del problema. Si fanno i biomonitoraggi, si scoprono i livelli elevati di Pfas. È passato tanto tempo, c’è stata una ridondanza di azioni e un rimpallo governo-Regione che sicuramente non ha agevolato. Insomma dal 2013 ad oggi si poteva fare sicuramente di più. Ad oggi avremmo dovuto aver già bonificato il sito e avere delle cure per i cittadini».
Lei ha detto che questo inquinamento è un disastro anche per l’economia del territorio. In che modo?
«Si pensi all’agricoltura. Se qualcuno vieterà di usare l’acqua per irrigare, se negli alimenti verrà rilevata la presenza di Pfas e se qualcuno un giorno dirà che il limite deve essere pari allo zero, allora, il danno economico per l’agroalimentare veneto sarebbe enorme».
Quali sono gli interventi urgenti?
«Prima di tutto occorre garantire l’acqua pulita nelle case. Sono stati messi i filtri, ma essi hanno costi pazzeschi per cui occorre accelerare la realizzazione delle condotte sostitutive. Al 4 dicembre del 2016 ci dovevano essere i soldi pronti del governo, un anno e un mese dopo siamo ancora qui ad aspettarli, con un ritardo negli interventi strutturali. Mi sembra che ci sia chi fa campagna elettorale sulla salute delle persone. Altro intervento urgente è la bonifica del sito: l’azienda che secondo Arpav ha inquinato, ora fa ricorso perché non vuole la bonifica approfondita. Bisogna invece che, insieme all’azienda, venga attuata la bonifica e che ci sia la riconversione dell’impianto. Perché, da lì, la linea di produzione Pfas se ne deve andare. Un’azienda che ha causato pericolo per le acque se ne deve andare, lo prevede il piano di tutela. Questo non significa che Miteni deve chiudere, sia chiaro, ma che appunto deve riconvertirsi».
Ma la produzione e l’uso di Pfas continuano in Veneto?
«Quella di Pfas a catena corta sì, sono ritenuti meno dannosi anche se in realtà non ci sono molti studi a supporto. Tuttavia al depuratore di Trissino, dove scaricano diverse aziende, sono stati rinvenuti notevoli quantità di Pfas a catena lunga».
E sul fronte salute cosa va fatto?
«Non sono un medico, il governo dice che plasmafersi era una sperimentazione e che come tale non poteva essere fatta. Bene, visto che abbiamo le strutture, che abbiamo la migliore sanità d’Italia, vengano definite soluzioni di cura».
Nel frattempo i costi sono tutti a carico del pubblico.
«Mi auguro che la magistratura intervenga a breve e imputi ai responsabili il rimborso dei costi sostenuti dall’ente pubblico. L’Arpav ha individuato dove c’è lo scarico, da anni sono stati presentati esposti, ma siamo ancora fermi. I pm stanno lavorando sodo, però mancano decisioni».
Trasmetterete la vostra relazione alle Procure impegnate nelle indagini?
«Certo. Siamo sempre stati in contatto con la magistratura. Una volta individuati i colpevoli avremo la possibilità di imputare ad essi i costi, anche pesanti, finora sostenuti».

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«PFAS, MITENI SAPEVA DELL’INQUINAMENTO»

di Sabrina Tomè, da “Il Mattino di Padova” del 15/2/2018
– La relazione della Bicamerale d’inchiesta: ora la società deve bonificare. E al governo: fissi limiti nazionali omogenei –
VICENZA. Un atto di accusa a Miteni che «sapeva e non ha denunciato». Una bacchettata al governo che non ha fissato i limiti massimi tollerati. E la preoccupazione per gli effetti sull’ambiente e sull’organismo di sostanze «ad elevate pericolosità ambientale e tossicologica». Sono i passaggi chiave contenuti nella relazione sull’inquinamento Pfas in Veneto, presentata ieri dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo rifiuti. Il documento integra quello di un anno fa e si sofferma, in particolare, sulle responsabilità della società vicentina.
Miteni sapeva. «Miteni non ha informato gli enti che fin dal 1990 era perfettamente a conoscenza che la sorgente dell’inquinamento non era mai stata rimossa e che la stessa continuava a contaminare la falda», si legge nelle conclusioni. Al momento, sostiene la Bicamerale, non è chiaro per quale motivo Miteni, allora proprietà di Mitsubishi Corporation, non abbia trasmesso l’esito delle indagini eseguite. «Probabilmente l’unica ragione deve essere ravvisata nella volontà della società di occultare l’inquinamento del sito industriale e della falda sottostante», scrive la Commissione. Diversamente, rileva, la società avrebbe avuto l’obbligo «di sostenere le ingenti spese sia per la rimozione e lo smaltimento del terreno contaminato, sia per lo smantellamento di parte dell’impianto produttivo allo scopo di preservare la falda».
Le mail. Nella relazione si fa riferimento ad alcune mail trovate durante la perquisizione presso la società di consulenza Erm e riferite al novembre 2008: i vertici Mitsubishi chiedevano a Erm una stima per lo smantellamento e la bonifica del sito, in previsione della vendita poi avvenuta nel febbraio 2009. Ebbene, Erm indicava una spesa tra i 5,5 e i 6,5 milioni per l’abbattimento dello stabilimento e dai 12 ai 18 milioni per la bonifica dell’area. «Si tratta di un’ulteriore prova del fatto che i vertici giapponesi, ben consapevoli delle condizioni Miteni, avevano voluto informarsi sui costi del risanamento de sito», si legge nelle conclusioni. «In tale contesto Mitsubishi allo scopo di sottrarsi all’obbligo del risanamento del sito ha preferito vendere le azioni alla International Chemical Investors che si è presentata agli operatori istituzionali come nuovo soggetto del tutto inconsapevole della situazione di grave inquinamento in cui versava il sito».
Il governo fissi i limiti. Per la Bicamerale si rende necessario fissare in modo completo i limiti per tutti i Pfas e «tale compito spetta al ministero dell’Ambiente». La questione è stata oggetto dello scontro tra Regione e governo, con la prima che chiedeva a Roma la fissazione di tali valori. «Al fine di giungere al più presto all’eliminazione delle fonti inquinanti Pfas e conseguentemente al disinquinamento del territorio, è necessario con urgenza fissare i limiti agli scarichi» che siano uniformi in tutto il territorio nazionale, evitando disparità di trattamento tra le regioni, raccomanda la Bicamerale.
Gli effetti sulla salute. Nel documento viene recepita la relazione depositata lo scorso 22 gennaio dal professor Gianluca Farinola. Le conclusioni sono che «le correlazioni cause-effetto tra l’insorgenza di alcune patologie e l’ingestione dei Pfas attraverso l’acqua potabile, ancorché non definitivamente dimostrate, siano altamente probabili».
La bonifica. La vicenda della contaminazione da Pfas «rimane irrisolta per quanto riguarda la questione della bonifica i cui costi, ovviamente, sono a carico della società Miteni. È estremamente importante, quindi, agire con urgenza nei confronti della stessa, dato che senza bonifica il danno continua a perpetrarsi». Lo ha detto ieri Chiara Braga, presidente della Commissione d’inchiesta, presentando la relazione: «Questa contaminazione è ancora in atto, con la conseguente esposizione, che dura da anni, della popolazione dei 21 comuni della provincia di Vicenza, sia attraverso l’acqua delle falde che attraverso i prodotti agricoli». Per Laura Puppato, senatrice Pd e componente della Commissione, «gli elementi assunti a novità hanno dimostrato una conoscenza chiara ed evidente di Miteni sulla continuità e pervasività dell’inquinamento. Ora servono interventi adeguati da parte della Regione».
Miteni. La risposta Miteni è affidata a una nota: «L’unico spunto è la sollecitazione a procedere rapidamente con la bonifica dell’area della Miteni, bonifica che l’azienda è pronta a fare da subito ma che non è possibile finché si continuerà a cercare rifiuti sotterrati che non ci sono». Quindi: «Stigmatizziamo l’affermazione secondo cui la contaminazione è ancora in atto e possiamo dire che ora Miteni non è responsabile visto che gli scarichi sono sotto i limiti per le acque potabili e la falda è stata intercettata per oltre il 99%.
Se l’inquinamento prosegue è per la presenza delle altre fonti che da sempre contribuiscono in modo sostanziale all’immissione di Pfas nell’ambiente. Per quanto riguarda l’asserita conoscenza dell’inquinamento, è una affermazione che non ha alcuna attinenza con la realtà». (Sabrina Tomè)

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PFAS / INDUSTRIA E CONSUMATORI
Chi produce, dove si trovano e chi usa Pfas

(Jacopo Giliberto, Il Sole 24ore del 17/1272017)
1/4 Industria / In Veneto il produttore europeo di Pfas
I produttori di Pfas sono in molti Paesi del mondo. Per l’Europa il principale produttore è un’azienda chimica di Trissino (Vicenza) che nacque nell’orbita del gruppo tessile vicentino Marzotto con il nome Rimar, cioè Ricerche Marzotto. Poi si è chiamata Miteni, fusione dei due consoci Mitsubishi ed Eni. Oggi la Miteni è del gruppo chimico tedesco Icig.
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2/4 Industria / Usi degli Pfas: impermeabili e antimacchia
La stabilità chimica e l’inattaccabilità degli Pfas li rende perfetti per non far aderire nulla ai prodotti cui vengono applicati, che diventano impermeabili oppure antimacchia o antiaderenti.
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3/4 Industria / Gli Pfas dalle carte forno all’anticalcare
Poiché non reagiscono, gli Pfas rendono “oleate” le carte forno e le carte per alimenti oppure le scatole della pizza. Si usano come solventi o come tensioattivi particolarmente stabili, come lubrificanti per motori con esigente altissime come le turbine d’aereo e le apparecchiature spaziali, come impregnante per proteggere i monumenti a rischio, come ricopertura delle pentole antiaderenti. Sono i composti spray che fanno scorrere via dal parabrezza la pioggia o impediscono alle gocce d’acqua e al calcare di aderire alla cabina della doccia. Contengono Pfas, i quali non bruciano essendo inerti, le schiume degli estintori antincendio. Contengono Pfas molti inchiostri per la stampa offset. In grandi quantità gli Pfas sono usati dall’industria tessile e conciaria.
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4/4 Industria / Utilizzatori di Pfas: industria tessile e conciaria
Per le loro proprietà antiaderenti, antimacchia e di impermeabilità, gli Pfas sono usati moltissimo nel finissaggio di prodotti tessili e conciari. I giacconi sportivi, le calzature, le moquette per pavimenti, i divani di tessuti antimacchia o le poltrone di pelle sono in genere trattati con gli Pfas, in modo che conservino le loro caratteristiche senza ungersi, bagnarsi o sporcarsi. (Jacopo Giliberto, Il Sole 24ore del 17/1272017)

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ALLARME PFAS, 34 RICORSI CONTRO LA REGIONE

di Eugenio Pendolini, da “IL MATTINO di Padova” del 27/1/2018
– Miteni ha chiesto 99 milioni, è la causa più rischiosa per le casse pubbliche. «Non ci fa paura» –
VENEZIA. «Sulla vicenda Pfas Regione, Arpav ed enti locali sono coesi e determinati a dare quanto prima risposte ai cittadini contaminati. I ricorsi ai tribunali non ci intimidiscono. Il governo, però, latita: basta attaccarci, serve una normativa nazionale unitaria». Lo sostengono a gran voce, fianco a fianco, Gianpaolo Bottacin, assessore regionale all’ambiente, Nicola Dall’Acqua, direttore generale Arpav, e Davide Faccio, sindaco di Trissino, comune dove opera la Miteni spa), in una conferenza congiunta tenutasi ieri a Palazzo Balbi.
Dallo scoppio del caso della contaminazione da Pfas delle falde acquifere che riforniscono 300 mila residenti nelle province di Verona, Vicenza e Padova, è scaturito un ping pong giudiziario, amministrativo, politico. L’obiettivo della Regione, con la conferenza congiunta del 27 gennaio scorso, era proprio «far luce su una vicenda di cui si è detto di tutto e di più».
In particolare, sui 34 ricorsi giudiziari contro la Regione Veneto. Più nel dettaglio, 27 davanti al Tar Veneto, 5 al Tribunale Superiore della acque pubbliche, 2 davanti al Tribunale ordinario (un ricorso in sede civile e uno in sede penale). L’assessore Bottacin ha suddiviso poi i ricorsi in due categorie: «Quelli secondo cui la Regione è stata inefficiente, e quelli secondo cui la Regione ha fatto troppo. Delle due, l’una…», ha commentato.
Bottacin ha rivendicato poi la solerzia con cui Palazzo Balbi ha affrontato la questione Pfas: «Ci siamo mossi fin da subito – ha spiegato l’assessore – per risolvere il problema insieme a Arpav e Comuni. E l’unico ricorso arrivato a sentenza ci ha dato ragione. Il mancato supporto del Governo ci ha lasciato perplessi».
Da qui i punti interrogativi sollevati dall’assessore: i Pfas sono un problema solo del Veneto? E ancora: cosa fanno i ministeri competenti?
Consapevole della complessità della vicenda, Davide Faccio, sindaco di Trissino, se l’è presa soprattutto contro un ricorso: la richiesta di risarcimento avanzata da Miteni di quasi 99 milioni di euro verso Regione e Comune. Più di dieci volte del bilancio annuale del comune vicentino, che ha 8 mila anime. «Se l’intento della Miteni era quello di spaventarci – le parole del sindaco – sappia che non c’è riuscita. Anzi, siamo ancora più determinati a dare risposte alle persone contaminate». (Eugenio Pendolini)

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PFAS, MITENI CHIEDE I DANNI ALLA REGIONE

di Sabrina Tomè, da “Il Mattino di Padova” del 19/1/2018
– La società vuole lo stop dei carotaggi a maglia stretta e fa ricorso al Tar sollecitando un risarcimento di 98 milioni –
VENEZIA. Non solo l’ente pubblico si è accollato fino a questo momento i costi per risolvere l’inquinamento da Pfas causato da privati, ma ora è addirittura chiamato a pagare i danni alla Miteni, l’azienda sotto inchiesta perché sospettata di aver causato la più grave contaminazione d’acqua in Veneto. Un paradosso da 98 milioni di euro: è la somma che la società ha chiesto a titolo risarcitorio alla Regione, ma anche ad Arpav, provincia di Vicenza, Consorzio di Bonifica Alta Pianura Veneta, Alto Vicentino Servizi e Comune di Trissino, con un ricorso promosso il mese scorso davanti al Tar.
La contestazione – spiegano in Regione – riguarda i carotaggi “a maglia stretta” che l’esecutivo veneto ha deciso di avviare nel sito dell’inquinamento: scavi ogni 30 metri, spinti in profondità fino a 10, per valutare l’inquinamento entità ed estensione della contaminazione.
Operazioni che Miteni ritiene però altamente invasive per la sua attività, tali da compromettere la funzionalità e l’integrità dei macchinari e da mettere a rischio la stessa produzione aziendale. Nel ricorso della società berica vengono evidenziati due elementi: il fatto che i tempi di realizzazione sarebbero così lunghi da ritardare la bonifica dell’area vista la necessità di bloccare tutta l’attività produttiva; i pesanti costi industriali causati dal fermo degli impianti e del personale.
Miteni precisa nell’atto non solo «di non opporsi alla caratterizzazione del terreno sulla maglia 10×10 metri», ma di aver addirittura presentato alla Conferenza dei servizi « un piano di indagine più accurato rispetto al 10×10 metri. Tuttavia la caratterizzazione 10×10 non può essere realizzata indiscriminatamente su tutta l’area, in quanto bisognerebbe fermare la produzione e realizzare buchi in edifici costruiti già prima dell’inizio della produzione dei Pfas». Se gli enti pubblici continueranno con i carotaggi a maglia stretta, rileva Miteni, saranno chiamati a risarcire un danno quantificato in 98 milioni di euro.
Ma la Regione non ha alcuna intenzione di sospendere l’attività e l’assessore all’Ambiente Gianpaolo Bottacin – che sta giocando la difficile partita non solo della bonifica dell’area, ma anche della prevenzione di ulteriori emergenze da inquinamento – tira dritto insieme agli altri chiamati in causa. L’obiettivo, sottolineano a Palazzo Balbi, è di cercare prima tutti i rifiuti e solo successivamente di procedere con la loro rimozione.
Ma quello con la società non è l’unico fronte giudiziario aperto per la Regione. Al Tar sono stati depositati infatti altri sette ricorsi da parte di Acque del Chiampo spa, Centro risorse srl, Depuracque servizi srl, Contarina spa, Safond-Martini srl, Consorzio Cipa, Medio Chiampo spa. Si tratta delle società che gestiscono gli impianti di smaltimento rifiuti nelle diverse province del Veneto e che sono destinatarie della circolare della Regione dello scorso 15 novembre.
Il provvedimento faceva riferimento al fatto che le sostanze perfluoroalchiliche si possono trovare ovunque, anche nelle discariche dove poi viene estratto il percolato. Palazzo Balbi sollecitava i Centri in questione ad attrezzarsi in vista dello smaltimento, qualora risultassero superati determinati valori fissati per i Pfas.
In particolare, nella prima fase, l’esecutivo veneziano chiedeva di essere avvisato dell’eventuale presenza di Pfas oltre i limiti consentiti dalle disposizioni regionali. L’obiettivo era quello di una bonifica ad ampio raggio. Manca però, a livello nazionale, una normativa che disciplini i valori limite di tutte queste sostanze.
Con la conseguenza che, in assenza di disposizioni nazionali, quelle regionali risultano quantomeno vacillanti. E infatti i Centri di smaltimento hanno impugnato la circolare veneziana davanti ai giudici amministrativi contestando appunto i limiti restrittivi individuati da Palazzo Balbi. (Sabrina Tomè)

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LO SCREENING DEI PFAS A 500 MILA PERSONE

di Albino Salmaso, da “Il Mattino di Padova” del 21/12/2018
– Battaglia tra M5S e giunta Zaia che conferma due milioni di euro per le analisi del sangue e altri 15 per rifare gli acquedotti –
VENEZIA. Si allarga lo screening sanitario per i veleni da Pfas: dopo la “zona rossa” che coinvolge 300 mila persone, ora verrà sottoposto ad analisi anche chi vive nella «zona arancione» che coinvolge la città di Vicenza, Trissino, Montecchio Maggiore, Sovizzo, Creazzo, Zermeghedo e Montebello. Insomma, altri 200 mila abitanti da monitorare con i prelievi e la plasmaferesi su base volontaria, appena verrà riattivata dopo l’intesa con il ministero della Salute.
Costo stimato? Due milioni di euro: metà per il 2018, gli altri fino al 2020. Tutte somme che l’assessore Luca Coletto ha già messo in bilancio, ma ieri lui era a Roma e il M5S ha giocato d’anticipo con Manuel Brusco e Jacopo Berti che hanno accusato la giunta di muoversi in ritardo, sostenuti nelle critiche anche da Cristina Guarda mentre Ruzzante (Mdp), Sinigaglia (Pd) e Barison (FI) hanno tentato di ricomporre un disegno unitario per passare dalle parole ai fatti.
Se nessuno può contestare la dedizione assoluta del M5S al tema Pfas, con Manuel Brusco protagonista di battaglie e proposte, è altrettanto vero che la coppia Coletto-Bottacin non accetta di essere presa a pesci in faccia visto che il Veneto sta spendendo già 3 milioni di euro per affrontare un’emergenza unica in Italia, causata dall’inquinamento della Miteni. Un “disastro” sottovalutato a Roma, dice la Lega.
La proposta di Brusco, riassunta in un emendamento poi ritirato perché il vicepresidente Forcolin l’ha ritenuto tecnicamente sbagliato, prevede «prestazioni sanitarie gratuite alla popolazione esposta alle sostanze perfluoroalchiliche: le analisi devono essere estese anche ai cittadini che vivono nelle vicinanze della zona rossa, fra Vicentino, Veronese e Padovano».
Tutti d’accordo, anche se Giampaolo Bottacin ha perso la pazienza per spiegare che lo «screening rientra già nel programma della sanità, tanto che Coletto ha bloccato due milioni di euro per tre anni ma non ha fatto in tempo a preparare la delibera». Il M5S però ha tenuto alta la polemica e pure Cristina Guarda (lista Moretti) ha criticato la giunta per i ritardi con cui ha stanziato i fondi per realizzare i tre nuovi acquedotti nel Vicentino. L’assessore Bottacin ha rovesciato l’analisi e messo sotto accusa il governo Gentiloni, «che ha assicurato 80 milioni ma il Mef non li ha ancora sbloccati. La Regione ha invece fatto fino in fondo il suo dovere, mettendo a disposizione 15 milioni e quest’anno ne spenderà 1 e mezzo. Veneto Acque può collaborare al risanamento degli acquedotti», ha concluso l’assessore. (…..) (Albino Salmaso)

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PFAS: «QUARANT’ANNI DI VELENI CANCELLATI DALLA PRESCRIZIONE»

di Filippo Tosatto, da “Il Mattino di Padova” del 15/9/2017
– Vicenza, lo rivela il procuratore Cappelleri in audizione alla Commissione ecomafie. Fine indagini? Non prima del 2021 –
La commissione parlamentare ecomafie torna in Veneto e riapre le indagini sull’inquinamento delle falde acquifere provocato dai Pfas, le sostanze perfluoroalchiliche di produzione industriale che hanno contaminato una superficie di 150 kmq, popolata da oltre centomila persone, che dall’epicentro dell’Alto Vicentino si estende alla Bassa Padovana e ai confini meridionali del Veronese.
Una giornata intensa, quella dei commissari capitanati dal presidente dem Alessandro Bratti. Dapprima la trasferta a Trissino nello stabilimento di Miteni – la società indagata – con visita agli impianti, sopralluogo sull’argine esterno (dove sono stati rinvenuti i rifiuti tossici interrati) e osservazione del circuito di pozzi e carotaggi attivato nel sito.
Poi la fitta serie di audizioni in prefettura a Vicenza, culminata nell’intervento del procuratore della Repubblica, Antonino Cappelleri: «La vicenda Miteni, intesa come fonte “storica” dell’inquinamento in oggetto, richiede non soltanto un’iniziativa penale ma anche un intervento sul versante amministrativo di tutela della salute pubblica: ci siamo rivolti a specialisti accreditati ma attendiamo l’esito dell’indagine epidemiologica avviata dalla Regione che prevede tempi lunghi, nell’ordine di due anni… », le parole del magistrato; «I comitati locali lamentano ritardi giudiziari? Sono molto coinvolti sul piano emotivo e forse non colgono le oggettive difficoltà del rito penale, che esige certezze. Noi stiamo profondendo il massimo impegno».
I punti fermi dell’inchiesta? «La contaminazione ha avuto inizio negli anni Sessanta, nel sito di Trissino, ma in larga parte la prescrizione ha cancellato le responsabilità penali e civili. Noi stiamo indagando sui fatti avvenuti negli ultimi quindici anni e non ci limitiamo ai composti Pfas, prendiamo in considerazione anche altre sostanze».
Miteni rischia la chiusura? «Mi sembra che tutte le categorie esprimano grande cautela in proposito nel timore di pesanti ricadute occupazionali. In ogni caso, le sanzioni accessorie seguono la sentenza penale e, se possibile, sono ancor più complesse». Come dire: quarant’anni di veleni scaricati nelle falde (secondo i pm, il punto d’avvio risale ai tempi di Rimar, il centro di produzione e ricerche fondato da Giannino Marzotto) sono destinati a restare senza colpevoli.
Le audizioni, si diceva. Una dozzina le associazioni comparse, con ampia rappresentanza di ecologisti e categorie produttive. Accenti fortemente preoccupati, misti a sdegno per la gravità dell’accaduto, le cui ricadute definitive restano per molti versi imprevedibili.
«Siamo di fronte a ritardi e omissioni con rimpalli vergognosi tra ministeri, Governo e Regione», l’accusa di Luigi Lazzaro, il presidente di Legambiente Veneto «la verità è che dopo cinque anni la gente continua a bere acqua “poco inquinata” grazie ai filtri apposti alle reti idriche ma la fonte di questo disastro è lungi dall’essere debellata. Anzi, le indagini del Noe hanno rivelato che gli episodi criminosi sono stati lungamente occultati alle autorità».
«Nelle valli del Chiampo e dell’Agno, gran parte degli alimenti sono ancora contaminati», rincara Giovanni Fazio, medico di famiglia impegnato nell’Isde, un’associazione internazionale dei camici bianchi ambientalisti «mi riferisco a carne, pesce e anche uova: quelle sequestrate a Cologna Veneta contenevano 20 mila nanogrammi di Pfoa al chilo, contro un limite massimo consentito di 30, e non risultano proibizioni all’uso rivolte alle aziende dolciarie. Di questo passo la situazione, già grave, è destinata a peggiorare. Intollerabile l’immunità di cui gode Miteni». Non bastasse, ad Arzignano sindaco e comitati stimano in 10 milioni nel quadriennio i costi del rifornimento di acqua potabile, attraverso autobotti o servizio porta a porta, sollecitato dalle famiglie della “zona rossa”.
Conclusione, provvisoria, di Bratti, l’entomologo ferrarese che presiede l’Ecomafie: «Sono emersi disagi e difficoltà, non soltanto sul versante igienico-sanitario ma anche nell’economia locale, come ci hanno segnalato coltivatori e allevatori. Persiste l’assenza di dati completi e la circostanza ci lascia perplessi visto che le analisi sui campioni di acqua e terreno sono state avviate oltre un anno fa».
Nella tornata precedente, la commissione aveva formalmente criticato la lentezza della Procura vicentina… «È vero, in sede di relazione finale abbiamo segnalato una certa inerzia nelle indagini ma ora constatiamo con favore che la magistratura inquirente ha accelerato i tempi, c’è finalmente una ricostruzione storica utile sia a definire le responsabilità precedenti e attuali che ad impostare un’operazione di bonifica a vasto raggio. I colpevoli? Non siamo giudici ma da ciò che abbiamo appreso sembra a Trissino, tra compravendite e nuovi assetti proprietari, quasi tutti sapessero tutto. Gli ignari di ciò che accadeva, ci è stato detto, erano ben pochi». Nel frattempo, la schermaglia a distanza tra Venezia e Roma non si placa…
«È una polemica stucchevole, un segnale sbagliato. Io dico: chi deve mettere i soldi lo faccia, chi deve stendere i progetti, agisca. Le istituzioni devono muoversi come un corpo unico, al di là delle speculazioni politiche. Noi solleciteremo a tutti – Governo, ministeri, Regione – una forte assunzione di responsabilità. I cittadini hanno diritto a risposte rapide e concrete: fornirle è possibile, quindi diventa doveroso». (Filippo Tosatto)

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