LA DISTRUZIONE DELLE OPERE ARTISTICHE con le guerre, il terrorismo, l’incuria e gli eventi naturali – Le distruzioni in Siria dell’Isis; il venir meno del PATRIMONIO ARTISTICO MONDIALE – Le novità: i CRIMINI DI GUERRA giudicati dalla CORTE PENALE DELL’AJA; e la RICOSTRUZIONE DIGITALE delle opere perdute

Un uomo prega sui resti di un mausoleo islamico devastato dai terroristi a TIMBUCTU (da "la Stampa") - 23 agosto 2016 - E’ iniziato il processo davanti alla CORTE PENALE INTERNAZIONALE DELL’AJA che vede come imputato Ahmad al-Faqi al-Mahdi, jihadista e uno dei leader del movimento islamista vicini ad Al Qaeda, accusato di “CRIMINI DI GUERRA ” e “DISTRUZIONE DI MONUMENTI RELIGIOSI”. Aveva guidato la distruzione del patrimonio culturale islamico di TIMBUCTÙ, in MALI
Un uomo prega sui resti di un mausoleo islamico devastato dai terroristi a TIMBUCTU (da “la Stampa”) – 23 agosto 2016 – E’ iniziato il processo davanti alla CORTE PENALE INTERNAZIONALE DELL’AJA che vede come imputato Ahmad al-Faqi al-Mahdi, jihadista e uno dei leader del movimento islamista vicini ad Al Qaeda, accusato di “CRIMINI DI GUERRA ” e “DISTRUZIONE DI MONUMENTI RELIGIOSI”. Aveva guidato la distruzione del patrimonio culturale islamico di TIMBUCTÙ, in MALI

   Tre accadimenti sono un pur flebile (ma significativo) segnale di speranza per la conservazione, restauro, difesa del patrimonio artistico mondiale che sembra, pian piano, andare sempre più perduto. Viene in mente, adesso, in questo momento storico, le distruzioni dell’Isis in Siria ed Iraq, ma anche in Mali (con la distruzione dei templi dell’antichissima Timbuctu).

Siti e musei in Siria a rischio distruzione (da www.treccani.it) - L’impiego di immagini satellitari e le informazioni provenienti dall’interno della Siria hanno permesso di accertare che 5 su 6 siti siriani Patrimonio dell’umanità hanno subito danni significativi o addirittura, in alcuni casi, sono stati distrutti. Attualmente, solo la Città vecchia di Damasco risulta non danneggiata in maniera seria, mentre distruzioni massicce sono evidenti nella Città vecchia di Aleppo, dove negli scontri tra esercito e opposizione sono stati distrutti, fra i vari edifici, il minareto selgiuchide della Grande moschea, la madrasa alKhosrofiyeh (costruita nel 153746 da Sinan, l’architetto di Solimano il Magnifico), la madrasa alSultaniyeh, lo hammam (bagno turco) Yalbougha anNasry, il khan (caravanserraglio) Qurt Bey. Lesioni estese sono evidenti anche in numerosi edifici del suq alMedina, il mercato coperto medievale, e nella cittadella di Aleppo, al cui interno scavi archeologici avevano da poco portato alla luce il Tempio del dio della tempesta del 3°1° millennio a.C.
Siti e musei in Siria a rischio distruzione (da http://www.treccani.it) – L’impiego di immagini satellitari e le informazioni provenienti dall’interno della Siria hanno permesso di accertare che 5 su 6 siti siriani Patrimonio dell’umanità hanno subito danni significativi o addirittura, in alcuni casi, sono stati distrutti. Attualmente, solo la Città vecchia di Damasco risulta non danneggiata in maniera seria, mentre distruzioni massicce sono evidenti nella Città vecchia di Aleppo, dove negli scontri tra esercito e opposizione sono stati distrutti, fra i vari edifici, il minareto selgiuchide della Grande moschea, la madrasa alKhosrofiyeh (costruita nel 153746 da Sinan, l’architetto di Solimano il Magnifico), la madrasa alSultaniyeh, lo hammam (bagno turco) Yalbougha anNasry, il khan (caravanserraglio) Qurt Bey. Lesioni estese sono evidenti anche in numerosi edifici del suq alMedina, il mercato coperto medievale, e nella cittadella di Aleppo, al cui interno scavi archeologici avevano da poco portato alla luce il Tempio del dio della tempesta del 3°1° millennio a.C.

   Proprio per il Mali, e Timbuctu, c’è un motivo positivo come segnale internazionale che ci pare importante riprendere. Il 22 agosto scorso la Corte Penale internazionale dell’Aja, proprio in Olanda in questa città, ha iniziato il primo processo della storia per CRIMINI CONTRO L’UMANITÀ PER LA DISTRUZIONE DI TEMPLI E MONUMENTI, nei confronti di Ahmad Al Faqih al-Mahdi, noto come Abu Tourab, in custodia all’Aia dal 26 settembre 2015 (è stato arrestato nel settembre scorso dalle truppe francesi e detenuto in Niger prima di essere trasferito all’Aia). Incarcerato con l’accusa di aver distrutto nel 2012 a Timbuctù nove tra moschee e mausolei risalenti tra il XIII e il XVII secolo. Un’azione, la sua, voluta dal gruppo jihadista Ansar Dine, affiliato ad Al-Qaeda, con lo scopo di radere al suolo le tombe dei santi musulmani considerati apostati da parte dei terroristi.

Immagine aerea della citta di Aleppo in Siria - Lesioni estese sono evidenti anche in numerosi edifici nella cittadella di ALEPPO, al cui interno scavi archeologici avevano da poco portato alla luce il Tempio del dio della tempesta del 3°1° millennio a.C.
Immagine aerea della citta di Aleppo in Siria – Lesioni estese sono evidenti anche in numerosi edifici nella cittadella di ALEPPO, al cui interno scavi archeologici avevano da poco portato alla luce il Tempio del dio della tempesta del 3°1° millennio a.C.

   Dobbiamo dire che la furia iconoclasta, distruttrice di segni nobili di civiltà, non è invenzione dell’Isis. Da sempre le guerre, le violenze di gruppo, le sopraffazioni, hanno avuto tra le vittime non solo donne, bambini, uomini, ma anche appunto le cose più belle delle civiltà: i templi, i segni religiosi, le opere artistiche più significative e irrepetibili…. E’ così che i romani distrassero Cartagine, fin su al secolo scorso e alle distruzioni durante la Seconda guerra mondiale di città, monumenti, monasteri… (il monastero di Montecassino in Italia, le città di Dresda in Germania, Varsavia in Polonia, e moltissime altre…).

L'arco del TEMPOI DI BEL a PALMIRA, distrutto dall’Isis nell’agosto 2015
L’arco del TEMPOI DI BEL a PALMIRA, distrutto dall’Isis nell’agosto 2015

   Pertanto il fatto che si possa a livello internazionale (per i paesi che aderiscono alla Corte Penale dell’Aja e riconoscono il suo potere) processare ed eventualmente condannare chi commette “crimini contro l’umanità” quando distruggono il patrimonio artistico, gli antichi segni religiosi, civili, umani di qualsivoglia civiltà, ebbene questo crimine ora “processabile” ci sembra un passo in avanti importante nel riconoscimento internazionale per la tutela dei beni del patrimonio artistico appartenenti a tutta l’umanità.

I resti della città di PALMIRA - Significativi danni sono stati registrati nel teatro romano di Bosra, nel sito di età ellenistica e romana di Palmira – dove nell’agosto 2015 l’IS ha fatto saltare i templi di Baalshamin e di Bel – e nel suo museo (dove la statua della dea Allat è stata distrutta dall’IS nel giugno del 2015), nel castello crociato del Crac dei cavalieri e nelle cosiddette Città morte di epoca tardoantica della Siria nordoccidentale
I resti della città di PALMIRA – Significativi danni sono stati registrati nel teatro romano di Bosra, nel sito di età ellenistica e romana di Palmira – dove nell’agosto 2015 l’IS ha fatto saltare i templi di Baalshamin e di Bel – e nel suo museo (dove la statua della dea Allat è stata distrutta dall’IS nel giugno del 2015), nel castello crociato del Crac dei cavalieri e nelle cosiddette Città morte di epoca tardoantica della Siria nordoccidentale

   L’altro segnale che ci pare interessante è più “nostro”, italiano, ed è la firma del MEMORANDUM ITALIA-UNESCO che ha dato vita al primo gruppo composto da 60 persone (30 carabinieri e 30 esperti tra archeologi, studiosi di antichità, informatici etc.) che hanno il compito di impegnarsi in progetti di tutela dei beni artistici rispetto alla distruzione delle guerre e delle catastrofi naturali. Da questa idea concreta l’Italia ha avanzato la proposta dei “Caschi blu della cultura”, gruppi di pronto intervento formati appunto da esperti, studiosi e personale specializzato messi a disposizione dagli Stati membri per promuovere la messa in sicurezza dei beni culturali e il contrasto di traffici illeciti. Forse qualcosa ne esce di positivo.

La città ellenistica e romana di APAMEA con il suo lungo cardo di stile corinzio è stata saccheggiata in modo irrimediabile da scavi clandestini che hanno interamente distrutto il sito, devastandone anche le parti non ancora fatte oggetto di scavi archeologici. Nella Siria orientale sotto il controllo dell’IS due città d’importanza cruciale per la storia e l’arte della Siria di età preclassica e classica, MARI e DURA EUROPOS, sono egualmente oggetto di scavi illegali estesissimi. Il confronto fra le immagini satellitari dei siti riprese nel 2012, quando la regione non era ancora caduta sotto il controllo dell’IS, e nel 2014 hanno rivelato, soprattutto a Dura Europos, la presenza di migliaia di buche scavate da tombaroli, la cui attività ha completamente distrutto il sito. Gravi saccheggi sono documentati anche nelle città di epoca assira di TELL SHEIKH HAMAD, TELL AJAJA e TELL HAMIDIYAH nella valle del fiume Khabur, il maggior affluente dell’Eufrate
La città ellenistica e romana di APAMEA con il suo lungo cardo di stile corinzio è stata saccheggiata in modo irrimediabile da scavi clandestini che hanno interamente distrutto il sito, devastandone anche le parti non ancora fatte oggetto di scavi archeologici. Nella Siria orientale sotto il controllo dell’IS due città d’importanza cruciale per la storia e l’arte della Siria di età preclassica e classica, MARI e DURA EUROPOS, sono egualmente oggetto di scavi illegali estesissimi. Il confronto fra le immagini satellitari dei siti riprese nel 2012, quando la regione non era ancora caduta sotto il controllo dell’IS, e nel 2014 hanno rivelato, soprattutto a Dura Europos, la presenza di migliaia di buche scavate da tombaroli, la cui attività ha completamente distrutto il sito. Gravi saccheggi sono documentati anche nelle città di epoca assira di TELL SHEIKH HAMAD, TELL AJAJA e TELL HAMIDIYAH nella valle del fiume Khabur, il maggior affluente dell’Eufrate

apamea

   Su questa linea è interessante l’approccio di una mostra che si tiene a Roma, dal 7 ottobre all’11 dicembre, nel secondo anello del Colosseo, mostra che prende il nome di «RINASCERE DALLE DISTRUZIONI: EBLA, NIMRUD, PALMIRA».

DAL 7 OTTOBRE E FINO ALL’11 DICEMBRE 2016, a ROMA, nel secondo anello del COLOSSEO, verrà allestita la rassegna «RINASCERE DALLE DISTRUZIONI/ EBLA, NIMRUD, PALMIRA» (nella foto uno dei pezzi esposti al Colosseo)
DAL 7 OTTOBRE E FINO ALL’11 DICEMBRE 2016, a ROMA, nel secondo anello del COLOSSEO, verrà allestita la rassegna «RINASCERE DALLE DISTRUZIONI/ EBLA, NIMRUD, PALMIRA» (nella foto uno dei pezzi esposti al Colosseo)

   Qui tre aziende italiane (la Nicola Salvioli, Arte Idea e Tryeco 2.0) presentano rispettivamente la ricostruzione di tre “Patrimoni dell’umanità” distrutti recentemente in Medio Oriente: il TORO ANDROCEFALO dell’antica città di NIMRUD, distrutto dall’Isis nel marzo 2015; l’ARCHIVIO DI EBLA del 2300 avanti Cristo, riportato alla luce negli scavi del 1974 importante per la qualità e l’antichità dei testi cuneiformi; IL SOFFITTO DEL TEMPIO DI BEL a PALMIRA, distrutto dall’Isis nell’agosto 2015. Si tratta di ricostruzioni a grandezza naturale, realizzate grazie a nuove tecnologie: robot a 5 assi, la macchina del polistirolo, laser scanner 3D a prototipazione rapida, scanner raffinatissimi.

AFGHANISTAN, quindici anni fa sparivano I BUDDHA DI BAMYAN: nel 2001 i talebani fecero saltare in aria uno dei maggiori monumenti buddhisti. Ora restano solo le nicchie vuote - “…la distruzione dei giganteschi BUDDHA GEMELLI DI BAMIYAN (12 marzo 2001) anticipò di nove mesi esatti l’abbattimento delle Torri gemelle di New York (11 settembre), come se il secondo evento, con le sue vittime umane e la sua spettacolarità ineguagliata, fosse già in gestazione nel primo. In ambo i casi, centro generatore dell’azione devastatrice non fu una statua o un grattacielo, ma la scena, o meglio lo spettacolo, della distruzione. Le Twin Towers furono abbattute nella certezza che l’evento sarebbe stato ripreso sull’istante dalle televisioni, e che il mondo si sarebbe fermato a guardare. A Bamiyan, a Mosul, a Palmira sono stati gli stessi distruttori a documentare se stessi, in un’orgia di selfie fotografici e cinematografici, da diffondersi poi in tutto il mondo. Adepti più o meno consapevoli della “società dello spettacolo” profetizzata da Guy Debord (1967), questi nemici delle immagini le annientano sì, ma allo scopo di produrre nuove immagini, quelle della loro distruzione. (….)” (Salvatore Settis, “la Repubblica” del 28/8/2016)
AFGHANISTAN, quindici anni fa sparivano I BUDDHA DI BAMYAN: nel 2001 i talebani fecero saltare in aria uno dei maggiori monumenti buddhisti. Ora restano solo le nicchie vuote – “…la distruzione dei giganteschi BUDDHA GEMELLI DI BAMIYAN (12 marzo 2001) anticipò di nove mesi esatti l’abbattimento delle Torri gemelle di New York (11 settembre), come se il secondo evento, con le sue vittime umane e la sua spettacolarità ineguagliata, fosse già in gestazione nel primo. In ambo i casi, centro generatore dell’azione devastatrice non fu una statua o un grattacielo, ma la scena, o meglio lo spettacolo, della distruzione. Le Twin Towers furono abbattute nella certezza che l’evento sarebbe stato ripreso sull’istante dalle televisioni, e che il mondo si sarebbe fermato a guardare. A Bamiyan, a Mosul, a Palmira sono stati gli stessi distruttori a documentare se stessi, in un’orgia di selfie fotografici e cinematografici, da diffondersi poi in tutto il mondo. Adepti più o meno consapevoli della “società dello spettacolo” profetizzata da Guy Debord (1967), questi nemici delle immagini le annientano sì, ma allo scopo di produrre nuove immagini, quelle della loro distruzione. (….)” (Salvatore Settis, “la Repubblica” del 28/8/2016)

   Per dire: non possiamo restare fermi a vedere il patrimonio artistico mondiale andare man mano in rovina: diamoci concretamente da fare. E può darsi che questi, seppur piccoli, segnali concreti (come il Tribunale dell’Aja che processa i distruttori; le forme di restauro dov’è possibile; i tentativi tecnologici di ricostruzione di opere artistiche, pur creando solo copie, ma per conservare almeno la memoria), (aggiungiamo poi un coordinamento internazionale contro i trafficanti di opere d’arte e i privati che lo incentivano comprando opere “di tutti”), ebbene tutte queste iniziative possono dimostrare che anche in molti altri campi della vita del pianeta, un’azione “unica”, virtuosa, internazionale può difendere e tutelare le singole persone, la loro vita in pericolo, l’ambiente minacciato, nonché appunto i segni vitali dati nel tempo dall’artificio umano (le opere artistiche) anch’essi importanti per un equilibrio dell’esistenza di noi tutti. (s.m.)

MOSTRA A MILANO - “SALVARE LA MEMORIA (LA BELLEZZA, L’ARTE, LA STORIA)”, è una mostra che dal 15 settembre al 6 novembre 2016 è ospitata al MUSEO DI SANT’EUSTORGIO a MILANO, accanto alla CAPPELLA PORTINARI. Il tema della mostra sono tutte le opere d’arte e gli esempi di bellezza distrutti in guerre e calamità naturali, e recuperate dall’opera di uomini e donne che hanno dedicato a questo lavoro la loro vita, arrivando a volte a perderla
MOSTRA A MILANO – “SALVARE LA MEMORIA (LA BELLEZZA, L’ARTE, LA STORIA)”, è una mostra che dal 15 settembre al 6 novembre 2016 è ospitata al MUSEO DI SANT’EUSTORGIO a MILANO, accanto alla CAPPELLA PORTINARI. Il tema della mostra sono tutte le opere d’arte e gli esempi di bellezza distrutti in guerre e calamità naturali, e recuperate dall’opera di uomini e donne che hanno dedicato a questo lavoro la loro vita, arrivando a volte a perderla

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DALLA VIOLENZA ICONOCLASTA ALLA FORZA DI RICOSTRUIRE

di Salvatore Settis, da “la Repubblica” del 28/8/2016

   «Qui tutte le chiese sono piene di sordide, maledette e menzognere immagini, ma tutti le venerano. Perciò le sto distruggendo una per una da solo, con le mie mani, per combattere la superstizione e l’eresia». La scena è Torino, e chi parla non è un estremista islamico ma Claudio, irriducibile campione di un’iconoclastia militante, che di Torino fu vescovo per dodici anni (dall’816 all’828). Secondo il suo contemporaneo Giona di Orléans, Claudio, «acceso da zelo sconfinato e senza freni, devastò e abbatté in tutte le chiese della diocesi non solo i dipinti di storia sacra, ma perfino tutte le croci», deridendo gli avversari: «Cristo fu sulla croce per sei ore, e dobbiamo venerare tutte le croci? Non dovremmo allora venerare anche le mangiatoie, dato che fu in una mangiatoia, le barche perché in barca fu spesso, gli asini perché su un asino entrò a Gerusalemme, i rovi perché di rovo era la corona di spine, le lance perché una lancia gli fu confitta nel costato?».

   Troppo spesso consideriamo l’iconoclastia un corpo estraneo rispetto alla cultura “occidentale”, attribuendola in esclusiva all’Islam, o semmai a una fase della storia religiosa di Bisanzio.

   Ma non meno spietata, e più vicina a noi, fu l’iconoclastia protestante, lanciata a Zurigo nel 1523 e poi diffusa in tutti i Paesi a nord delle Alpi. Al British Iconoclasm la Tate Gallery dedicò nel 2013 una mostra importante, e con egual forza il fanatismo di Claudio di Torino ci obbliga a guardare anche l’iconoclasta che è in noi.

   Eppure, da Bamiyan a Timbuctu, l’iconoclastia vista dall’Europa sembra dover portare un solo marchio di fabbrica, quello dell’Islam. Gli stessi autori di queste devastazioni fanno di tutto per accreditare la radice teologico-religiosa della loro furia demolitrice, presentata come ossequio ai precetti del Corano.

   Se accettiamo questa versione dei fatti, la conseguenza è uno scontro di civiltà, in cui chiunque contrasti le distruzioni — anche se rigorosamente ateo — viene bollato come “crociato”. Il solo antidoto a questo veleno è riconoscere e denunciare la natura strettamente politica dell’iconoclastia del nostro tempo. Ma anche la radice, egualmente politica, della tutela della memoria culturale.

   Ricordiamo: la distruzione dei giganteschi Buddha gemelli di Bamiyan (12 marzo 2001) anticipò di nove mesi esatti l’abbattimento delle Torri gemelle di New York (11 settembre), come se il secondo evento, con le sue vittime umane e la sua spettacolarità ineguagliata, fosse già in gestazione nel primo. In ambo i casi, centro generatore dell’azione devastatrice non fu una statua o un grattacielo, ma la scena, o meglio lo spettacolo, della distruzione. Le Twin Towers furono abbattute nella certezza che l’evento sarebbe stato ripreso sull’istante dalle televisioni, e che il mondo si sarebbe fermato a guardare. A Bamiyan, a Mosul, a Palmira sono stati gli stessi distruttori a documentare se stessi, in un’orgia di selfie fotografici e cinematografici, da diffondersi poi in tutto il mondo.

   Adepti più o meno consapevoli della “società dello spettacolo” profetizzata da Guy Debord (1967), questi nemici delle immagini le annientano sì, ma allo scopo di produrre nuove immagini, quelle della loro distruzione. Creano e diffondono accanitamente una neo-idolatria, una iconizzazione di sé che richiede l’intenso uso dei media: 45mila accounts Twitter di militanti Is secondo Stern e Berger ( ISIS: the State of Terror, 2015).

   Il loro è calcolo politico, esattamente come quando si abbatterono le statue di Mussolini o di Stalin: chi atterra le immagini vuol farsi vedere mentre lo fa perché mostra i muscoli, trasmette un messaggio di intransigenza e di forza ostinate, spedito al mondo da un palcoscenico creato ad hoc. Eppure, fra chi elogiò i primi tentativi di distruggere i Buddha di Bamiyan nel Settecento si conta Goethe: l’insofferenza protestante per le immagini di culto s’incontrava in lui con l’iconofobia ricorrente nella cultura islamica.

   Ma c’è oggi un’altra iconoclastia, che non ha religione né confini. Non ostenta se stessa, ma nemmeno si nasconde, perché conta su una naturale complicità “globale”. Alla Mecca vige il divieto di ingresso ai non mussulmani, ma negli ultimi anni la città si è trasformata in una vera e propria Las Vegas saudita (lo scrive Ziauddin Sardar, Mecca. The Sacred City, 2015). Il re porta il titolo di “Custode delle Sacre Moschee”, ma lo interpreta promuovendo la distruzione sistematica di preziosi edifici storici in favore di centri commerciali. Per citare solo qualche esempio fra tanti, è stata abbattuta la moschea di Bilal, del tempo di Maometto; la gigantesca fortezza ottomana di Aiyad (sec. XVIII) è stata rasa al suolo nel 2002 e sostituita dal Mecca Royal Clock Tower, un complesso alberghiero di lusso con al centro un grattacielo alto 601 metri, copia ingigantita del Big Ben, che ormai sovrasta i luoghi più sacri dell’Islam.

   Cambiamo scenario: a Mosca si è combattuto duramente fra chi voleva salvaguardare Dom Stroyburo, edificio- simbolo del costruttivismo russo, opera di Arkady Langman (1928), e chi voleva distruggerlo per una speculazione edilizia. Nonostante fosse sottoposto a tutela architettonica, l’edificio è stato abbattuto illegalmente di notte nel marzo 2015, a quel che pare da membri della mafia locale, che durante la demolizione urlavano derisoriamente “Allah è grande!”. L’invocazione religiosa degli estremisti islamici diventava così un blasfemo sberleffo di criminali comuni, in una capitale europea.

   Una stessa iconoclastia, in nome del mercato, è all’opera alla Mecca e a Mosca, ma anche intorno a noi. È il degrado che colpisce il patrimonio culturale, l’invasione dei paesaggi svenduti alla speculazione edilizia, l’inquinamento dell’ambiente, l’abbandono di chiese e monumenti storici, l’installarsi di malsane discariche anche nelle più preziose aree agricole, la colpevole retorica di uno “sviluppo” che calpesta la storia in nome dell’economia, la monocultura del turismo che svuota le città, l’esilio della cultura ai margini della società.

   La nostra sensibilità collettiva si accende di indignazione davanti ad efferate distruzioni di beni monumentali, ma non quando devastazioni di eguale violenza vengono compiute da noi stessi, contro la dignità e la vita stessa dei cittadini. Questo non si chiama “terrorismo”, ma produce effetti non meno devastanti.

   Perciò è importante ricordare a noi stessi che la tutela dell’ambiente, del paesaggio, del patrimonio culturale ha una radice squisitamente politica. Si collega (lo dice la Costituzione) all’orizzonte dei nostri diritti. È il sale della democrazia. Anche davanti a distruzioni severe e incontrollabili (una guerra, un terremoto) è dalla capacità di salvare e ricostruire il patrimonio monumentale che si misura la forza, o la debolezza, di un Paese. Le promesse fatte dal governo in questi giorni vanno nella direzione giusta: speriamo di poterne confermare il giudizio da qui a un anno. (Salvatore Settis)

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LA DISTRUZIONE DI BENI ARTISTICI DIVENTA UN CRIMINE DI GUERRA

di Lorenzo Simoncelli, da “la Stampa” del 22/8/2016

– All’Aja per la prima volta va alla sbarra un jihadista accusato di aver partecipato alla distruzione di nove monumenti a TIMBUCTÙ in MALI –

Pretoria (Sudafrica) – Per la prima volta in assoluto la Corte penale internazionale dell’Aia potrebbe condannare per crimini contro l’umanità un jihadista del Mali per aver distrutto monumenti storici e religiosi. Una pietra miliare nel diritto che d’ora in poi paragonerebbe omicidi di massa alla demolizione del patrimonio culturale.

   L’imputato del processo è Ahmad Al Faqih al-Mahdi, noto come Abu Tourab, in custodia all’Aia dal 26 settembre 2015 con l’accusa di aver distrutto nel 2012 a Timbuctù nove tra moschee e mausolei costruiti tra il XIII e il XVII secolo. Un’azione voluta dal gruppo jihadista Ansar Dine, affiliato ad Al-Qaida nel Maghreb (Aqim), mirata a radere al suolo le tombe dei santi musulmani considerati apostati da parte dei terroristi.

   In quanto ex guida turistica, i terroristi misero al-Mahdi a capo della brigata Hesbah, con l’obbiettivo di eliminare le testimonianze dei santi sufi, profanare i simboli religiosi e bruciare i preziosi manoscritti del XIII secolo. Operazione riuscita solo in parte grazie all’azione eroica di ABDEL KADER HAIDARA, un collezionista privato che venuto a sapere dei piani dei miliziani, nel pieno della guerra civile del 2012, riuscì a mettere in salvo quasi tutti i 400mila manoscritti portandoli nella capitale Bamako via terra e via mare.

   «Ci troviamo di fronte a un caso di sfregio della dignità e dell’identità di un’intera popolazione e delle sue radici etniche e religiose», ha affermato FATOU BENSOUDA, il pubblico ministero che guida le indagini. Arrestato dalle truppe francesi e detenuto in Niger prima di essere trasferito all’Aia, al-Mahdi è anche il primo imputato che si riconosce colpevole dei crimini di cui è accusato, come ha confermato anche il suo avvocato: «Vuole essere onesto con sé stesso e chiedere perdono alla gente di Timbuctù e del Mali».

   Il suo non è il primo caso di jihadismo contro il patrimonio culturale. Era successo con i taleban in Afghanistan, colpevoli di aver fatto esplodere i Buddha di Bamiyan, e la stessa sorte era capitata ai tesori di Nimrud in Iraq e di Palmira in Siria a opera dello Stato Islamico.

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LE OPERE ARCHEOLOGICHE

I TESORI RINATI

di Paolo Conti da “il Corriere della Sera” del 16/9/2016

– I templi di Palmira distrutti dall’Isis rinascono a Roma (con stampanti 3D) – La mostra al Colosseo. Tra i tesori archeologici ricostruiti anche l’archivio di Ebla –

   «A dividere i popoli sono sempre, storicamente, la politica e l’economia. La cultura è l’unico strumento che può unirli». PAOLO MATTHIAE, il grande archeologo scopritore di Ebla, sta per firmare con Francesco Rutelli una mostra che farà discutere il mondo storico-artistico. DAL 7 OTTOBRE E FINO ALL’11 DICEMBRE (l’inaugurazione sarà il 6 ottobre alla presenza del capo dello Stato), nel secondo anello del Colosseo, verrà allestita la rassegna «RINASCERE DALLE DISTRUZIONI/ EBLA, NIMRUD, PALMIRA». Tre aziende italiane (la Nicola Salvioli, Arte Idea e Tryeco 2.0) presenteranno rispettivamente la ricostruzione di tre Patrimoni dell’umanità distrutti recentemente in Medio Oriente: il TORO ANDROCEFALO dell’antica città di NIMRUD, distrutto dall’Isis nel marzo 2015; l’ARCHIVIO DI EBLA del 2300 avanti Cristo, riportato alla luce negli scavi del 1974 importante per la qualità e l’antichità dei testi cuneiformi; IL SOFFITTO DEL TEMPIO DI BEL a PALMIRA, distrutto dall’Isis nell’agosto 2015.

   Si tratterà di ricostruzioni a grandezza naturale, realizzate grazie a nuove tecnologie: robot a 5 assi, la macchina del polistirolo, laser scanner 3D a prototipazione rapida, scanner raffinatissimi. Si tratta di opere impegnative: l’Archivio di Ebla misura 16 metri quadrati, la porzione di soffitto del Tempio di Bel è 4,275 metri per 2,59, il Toro di Nimrud è 480x494x85 centimetri.

   La mostra, curata da Francesco Rutelli, ex sindaco di Roma ed ex ministro per i Beni culturali, come presidente dell’Associazione «Incontro di civiltà» e dal professor Matthiae, è stata possibile grazie al sostegno organizzativo ed economico della Fondazione terzo Pilastro-Italia e Mediterraneo presieduta dal professor Emmanuele Emanuele.

   Il tutto è realizzato dalla Soprintendenza speciale per il Colosseo e l’Area archeologica centrale di Roma, guidata da Francesco Prosperetti, con Electa. L’Unesco ha assicurato il suo patrocinio. Del comitato scientifico guidato da Paolo Matthiae, fanno parte tra gli altri Cristina Acidini, Mounir Bouchenaki, archeologo algerino e responsabile dell’area centrale per il Patrimonio Unesco, Maamoun Abdulkarim, già direttore del dipartimento di Archeologia all’università di Damasco.

   Per Rutelli la mostra «segna un passo importante della nostra campagna per contrastare le deliberate mutilazioni del patrimonio culturale degli ultimi anni, un brutale ritorno all’iconoclastia nel XXI secolo. Ci hanno detto: vi occupate delle pietre, più delle persone. Ma non si può pensare di occuparsi delle persone senza pensare alla loro cultura. La gente di quei luoghi viene espropriata, attraverso la distruzione di quei tesori, della propria identità. Che è anche la nostra».

   Matthiae ha parlato di «dovere etico, da parte dei Paesi che aderiscono all’Unesco, della ricostruzione delle opere distrutte o danneggiate in Siria o in Iraq».

   Prosperetti ha citato le «tante cicatrici della guerra nel mondo, penso a Montecassino in Italia, Dresda in Germania, Varsavia in Polonia. Abbiamo aderito al progetto in un’ottica di speranza».

   Emanuele ha detto che la sua fondazione «si propone di essere innesco costante di dialogo e azioni concrete, a cominciare da questa mostra unica nel suo genere».

   Il comitato scientifico ha vigilato sui lavori delle tre ditte (tutte impegnate nell’applicazione delle nuove tecnologie in diversi campi, non solo storico-artistici ma anche cinematografici e televisivi) per assicurare la più attenta fedeltà agli originali scomparsi. (Paolo Conti)

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E’ ITALIANA LA PRIMA TASK FORCE PER PRESERVARE IL PATRIMONIO CULTURALE MONDIALE

di Elena Bondesan, da http://www.eunews.it/ del 20/4/2016

– La firma del Memorandum Italia-Unesco ha dato vita al primo gruppo composto da 60 persone, di cui 30 carabinieri e 30 esperti tra archeologi, studiosi e personale specializzato. Il loro compito sarà la tutela dei beni artistici rispetto alla distruzione delle guerre e delle catastrofi naturali –

BRUXELLES – L’Italia è il primo Stato dell’Unione europea a mettere in campo una squadra di Caschi blu per la cultura. L’iniziativa, sostenuta dall’Unesco e dall’Onu, prevede la creazione di una task force a cui è affidato il compito di preservare il patrimonio culturale mondiale. Nello scorso aprile si è tenuto nel Parlamento europeo l’evento di presentazione.

   L’idea è partita nel giugno 2015 in seguito all’appello lanciato dalla Direttrice generale Unesco per la creazione di una coalizione internazionale “Unite4Heritage”.

   In quell’occasione l’Italia ha avanzato la proposta dei “Caschi blu della cultura”, gruppi di pronto intervento formati da esperti, studiosi e personale specializzato messi a disposizione dagli Stati membri per promuovere la messa in sicurezza dei beni culturali e il contrasto di traffici illeciti. Da qualche anno il patrimonio culturale mondiale è colpito da organizzazioni terroristiche come l’Isis, che con “furia distruttrice” si sono scagliate contro i beni culturali in modo intenzionale, soprattutto in Siria e nel Medio oriente.

   La firma del Memorandum Italia-Unesco, sotto il coordinamento del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, ha così istituito la prima task force volta a tutelare i beni culturali, composta da 60 individui, di cui 30 carabinieri. L’iniziativa è volta a proteggere, tanto dalla distruzione umana quanto dalle catastrofi naturali, sia i beni fisici sia l’intera umanità nei suoi valori e nella sua cultura, con una azione a difesa della civiltà. Grande importanza è attribuita alla catalogazione del patrimonio, in modo da contrastare il traffico illecito grazie ad una banca dati e a software per l’identificazione immediata dei beni.

   Dario Franceschini, ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo e promotore dell’incontro, ha dichiarato: “Era difficile pensare che avremmo iniziato un nuovo secolo avendo a che fare con un tema antico, cioè la distruzione dei luoghi di cultura”.

   Il ministro ha illustrato i caratteri della nuova forma di terrorismo internazionale che da circa 2 anni si scaglia contro i simboli della nostra cultura, ne filma l’abbattimento e lo rende pubblico: “La distruzione ora avviene non per incidenti di guerra, ma perché i luoghi della cultura vengono distrutti volutamente in quanto identificati come espressione di una civiltà diversa”.

   Una volta che le telecamere sono spente, i beni vengono trafugati e venduti per finanziare il terrorismo stesso. E’ necessario agire per tutelare questi simboli culturali: “Se si rispetta la definizione fornita dall’Unesco, e quindi si parla di patrimonio dell’umanità, allora è giusto che tutta l’umanità si mobiliti”. Secondo Franceschini, oltre alla creazione di task force nazionali, che possano intervenire in forma preventiva o successiva nelle zone dove è cessato il fuoco, è importante lavorare alla possibilità che nelle future missioni di peace-keeping venga riservata una particolare attenzione alla tutela del patrimonio culturale.

   Infine ha concluso con un augurio: “La struttura (messa a disposizione dall’Italia, ndr) è pronta, saremo quindi preparati a intervenire nelle situazioni di emergenza. L’Italia avrà un ruolo di guida e di coordinamento, sperando che altri Paesi organizzino task force da affiancare alla nostra”.

   L’Unione europea si sta già impegnando nella cooperazione con l’Unesco e con 2,7 milioni di euro, messi a disposizione del progetto per la salvaguarda del patrimonio culturale. Ma ancora c’è molto da fare a livello legislativo, soprattutto contro il traffico illecito di beni culturali. Inoltre è necessaria una maggiore armonizzazione e un maggiore coordinamento sulla materia tra gli Stati membri.

   All’evento era presente David Sassoli, vicepresidente del Parlamento europeo: “Il nostro Paese è in prima linea nella difesa della cultura. Il patrimonio culturale non appartiene solo alle Nazioni che lo custodiscono ma è un bene di tutti e a disposizione di tutti”. Ed ha aggiunto: “L’Italia sta rispondendo alla domanda su come difendere il patrimonio culturale minacciato nelle altre parti del mondo. Le qualità italiane in merito, come la sensibilità, la cultura e l’esperienza, saranno un patrimonio da condividere”.

   La Presidente della commissione Cultura e istruzione, Silvia Costa, ha ricordato in questa occasione la città archeologica di Palmira, brutalmente devastata dall’Isis lo scorso anno: “Dobbiamo ricordare Palmira, una regina del deserto violata e violentata dalle barbarie. E insieme a lei ricordiamo l’archeologo siriano, direttore di questo sito archeologico, Khaled al-Asaad”, ucciso per non aver rivelato ai jihadisti il luogo dove erano stati spostati i preziosi reperti del sito archeologico. “Ho chiesto che il Forum della cultura dell’Ue sia dedicato a lui”.

   L’eurodeputata ha voluto sottolineare che è fondamentale favorire il dialogo interculturale e inter-religioso, per prevenire ed evitare la diffusione del fondamentalismo. La parlamentare si batte da tempo per fare in modo che la distruzione dei beni culturali venga considerata un crimine contro l’umanità. (Elena Bondesan)

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PALMIRA, I TESORI DISTRUTTI DALL’ISIS RICOSTRUITI CON STAMPANTI 3D ED ESPOSTI AL COLOSSEO

di Mario Fabbroni, da http://www.leggo.it/, 16/9/2016

   Sarà una sensazione unica, inedita: entrare nel Colosseo e trovarsi di fronte ad altri tre imponenti monumenti. Il Toro di Nimrud, la sala dell’Archivio di Stato di Ebla e il soffitto del Tempio di Bel a Palmira.

   Si potranno infatti visitare dal 7 ottobre all’11 dicembre: tesori distrutti oppure del tutto inaccessibili, che invece risorgono in preziose ricostruzioni con stampanti 3D. Saranno a grandezza naturale, praticamente identici a quelli che si potevano ammirare prima della furia dell’Isis.

   Patrocinata dall’Unesco, l’esposizione Rinascere dalle distruzioni-Ebla, Nimrud, Palmir (frutto dell’impegno dell’associazione Incontro di Civiltà guidata da Francesco Rutelli e del Comitato Scientifico presieduto dall’archeologo Paolo Matthiae) sarà inaugurata il 6 ottobre dalla presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.  Sky Arte Hd curerà un documentario internazionale di un’ora (andrà in onda a gennaio 2017 e verrà distribuito in tutto il mondo): «Verrà ricostruita la storia dei tre siti e illustrate le fasi del progetto di ricostruzione», ha spiegato Roberto Pisoni, direttore di Sky Arte.

   «Vedrete qualcosa che non avete mai visto. La ricostruzione di manufatti colpiti da un’ondata tragica di iconoclastia. Pensavamo che questo processo fosse irreversibile, invece possiamo farcela a salvare storia e memoria» ha aggiunto Emanuele F.M. Emanuele, guida della Fondazione Terzo-Pilastro-Italia e Mediterraneo. Che ha lanciato una sfida nella sfida: « Non mi fermerò alla ricostruzione simbolica, dobbiamo davvero restituire la vita a quei luoghi distrutti».

   E il soprintendente per il Colosseo e l’area archeologica centrale di Roma, Francesco Prosperetti, ha messo in luce lo spirito dell’iniziativa: «Il Colosseo è una delle meraviglie del mondo. Accogliere la testimonianza che le meraviglie devono continuare a vivere, è il messaggio forte di questa mostra».

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L’intervista. L’antropologo MARCO AIME

“TROPPI DANNI, L’ANTICO SPLENDORE NON TORNERÀ”

di Giulia Zanichelu, da “la Repubblica” del 23/8/2016

«La cultura, che sia locale o globale, è un nervo scoperto. Colpendo i simboli culturali, si colpisce un popolo». MARCO AIME, antropologo e scrittore, del MALI si è innamorato per caso, ma così nel profondo da dedicare alla sua città più celebre un omonimo libro-reportage diventato un classico: TIMBUCTÙ, appunto.

Che cosa resta oggi di Timbuctù, un luogo quasi mitico nella mente dei viaggiatori di tutto il mondo?

«Purtroppo molto poco. La città si è svuotata, meno del 30% della popolazione vive ancora lì, tanti sono fuggiti durante la guerra tra il 2011 e il 2013. Negli anni il mito di Timbuctù poi è stato mantenuto vivo dai turisti; e ora che sono cessati anche i viaggi, lo svuotamento è totale».

Quanto del patrimonio culturale è andato perduto e quanto si è salvato?

«Molto è andato perduto, ad esempio diversi mausolei dedicati ai famosi 333 santi di Timbuctù. Alcuni erano esteticamente molto essenziali, questi “santi” erano spesso semplici persone pie prese a modello e venerate, ma ciò non diminuisce la gravità della perdita. Fortunatamente invece molti manoscritti sono stati salvati. Prevedendo la furia iconoclasta jihadista, tanti libri sono stati portati dagli abitanti nei villaggi d’origine, altri nascosti in sacchi sotto le dune di sabbia. Ma il danno più pesante lo ha subìto sicuramente la cultura. Le violenze sul popolo non sono state solo fisiche ma anche culturali: una città così aperta, vivace e accogliente è stata trasformata in un luogo cupo».

Sarà mai possibile per Timbuctù riprendersi?

«Ho molti dubbi Timbuctù, nella sua storia millenaria, ha già vissuto momenti difficili. Ma questa volta non credo riuscirà a risollevarsi, era già molto indebolita. Del resto il declino era già cominciato nel 1500 quando la città aveva iniziato a essere emarginata dalle grandi rotte commerciali e culturali».

Crede che il processo in corso all’Aia possa cambiare qualcosa per il futuro?

«Spero che diventi un precedente. Non è casuale che l’Is abbia più volte colpito il patrimonio culturale. Noi occidentali tendiamo a credere che l’arte sia universale, ma ogni opera artistica è un segno preciso lasciato sul territorio da un potere o da un contropotere. Colpendo i monumenti, si colpiscono la storia, il passato, la memoria di una civiltà».

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DIFENDERE IL PATRIMONIO ARTISTICO: UNA MOSTRA RACCONTA LE ‘MINACCE’ ALLA CULTURA, DA GUERRE A TERREMOTI

14/9/2016, da omnimilano, agenzia di stampa (http://sito.omnimilano.it/)

   E’ stata presentata alla stampa la mostra “SALVARE LA MEMORIA (LA BELLEZZA, L’ARTE, LA STORIA)”, che dal 15 settembre al 6 novembre è ospitata al MUSEO DI SANT’EUSTORGIO a MILANO, accanto alla CAPPELLA PORTINARI.

   Il tema della mostra sono tutte le opere d’arte e gli esempi di bellezza distrutti in guerre e calamità naturali, e recuperate dall’opera di uomini e donne che hanno dedicato a questo lavoro la loro vita, arrivando a volte a perderla.

   L’esposizione è dedicata alla memoria di KHALED ASAAD, direttore del sito archeologico di Palmira ucciso dall’Isis nell’estate 2015, e a tutti i ‘MONUMENTS MEN’ votati come lui al recupero dei patrimoni d’arte.

   Gli organizzatori dedicano la mostra anche alle VITTIME DEL TERREMOTO DI AMATRICE del 24 agosto scorso, dove oltre alle vite delle vittime sono andati perduti significativi beni artistici ed architettonici.

   La mostra, curata da Sandrina Bandera ed Elena Maria Menotti, presenta CINQUECENTO FOTOGRAFIE ORIGINALI, DOCUMENTI, FILMATI, TESTIMONIANZE dirette e pannelli, e guida i visitatori TRA SIRIA, IRAQ E MEDIO ORIENTE, ma anche tra le devastazioni causate dai terremoti, come quelli di L’Aquila, Emilia, Friuli, Umbria, del Nepal e di Bam.

   Per Sandrina Bandera IL TEMA DELLA DISTRUZIONE E DELLA CONSERVAZIONE DELL’ARTE “ci tocca e rende responsabili: come diceva Sant’Agostino, anche la bellezza è uno strumento per capire l’assoluto, ed è fatta di arte, monumenti, gente territorio”.

   Argomento della mostra sono pure l’alluvione del 1966 a Firenze, l’esercito degli “Angeli del fango” che intervenne in quel caso, ma anche le devastazioni volontariamente provocate dagli uomini come l’attentato all’Accademia dei Georgofili. L’esposizione si arricchisce di foto storiche scattate a Milano durante la prima e la seconda guerra mondiale, e di immagini recenti della situazione che stanno vivendo la città e gli abitanti di Aleppo. Il sisma di Amatrice è affrontato con una sezione dedicata, e un pannello “da campo” interattivo che ogni giorno mostrerà gli avvenimenti in cui i visitatori potranno lasciare testimonianze e ricordi.

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AL COLOSSEO LA MOSTRA SUI REPERTI SIRIANI RESTAURATI. PRESTO OPERAZIONE SIMILE PER LA LIBIA

L’ITALIA SALVA I TESORI DISTRUTTI DALL’ISIS

di Gianluca Roselli, da “il Fatto Quotidiano” del 16/9/2016

   Opere distrutte dall’Isis, interamente ricostruite in Italia, saranno oggetto della mostra che si inaugura il 6 ottobre al Colosseo.

   Sono il TORO ANDROCEFALO DELL’ANTICA CITTÀ DI NIMRUD, capitale dell’impero assiro, a sud di Mosul, distrutta dall’Isis nel marzo del 2015; l’ARCHIVIO DI STATO DI EBLA, 60 chilometri a sud-est di Aleppo in Siria, risalente al 2.300 a.C.; la ricostruzione del SOFFITTO DEL TEMPIO DI BEL a Palmira, la città della Siria che vanta uno dei siti archeologici più importanti del mondo, distrutto dall’Isis nell’agosto del 2015. Episodio quest’ultimo balzato agli onori delle cronache mondiali per l’uccisione dell’archeologo KHALED ASAAD, che si è fatto decapitare pur di difendere quei tesori.

   “Ma non è l’unico: almeno 15 archeologi sono morti in Siria per difendere il patrimonio artistico”, precisa il professor Paolo Matthiae, archeologo e orientalista italiano che ha partecipato al progetto. La ricostruzione delle opere è avvenuta in tre laboratori italiani: si sono studiate le foto delle opere distrutte e poi è iniziato il lavoro, con l’aiuto delle stampanti 3D, cui ha fatto seguito il lavoro manuale.

   “Non abbiamo creato dei falsi, ma ricostruito opere che, ormai distrutte, non si possono più vedere da nessuna parte se non grazie al nostro lavoro”, spiega Francesco Rutelli che, da presidente dell’associazione Incontro di Civiltà, è stato il promotore del progetto che vede il coinvolgimento di privati, senza finanziamenti pubblici. L’ex sindaco di Roma ha anche detto: “Dalla Libia è arrivata la richiesta di fare un lavoro simile per il sito della città imperiale romana di Leptis Magna”.

Ma poi come saranno utilizzate le opere ricostruite?

“Nimrud ed Ebla sono ancora nelle mani dei jihadisti, mentre Palmira è stata liberata da poco. Quando queste zone saranno completamente in sicurezza e sotto il controllo del governo siriano, le opere potranno essere portate lì e utilizzate per una ricostruzione in loco. Insomma, non si partirà da zero”, spiega Rutelli.  “Ed è importante”, aggiunge, “che ciò accada proprio mentre all’Aia va in scena il primo processo della storia per crimini contro l’umanità per la distruzione il templi e monumenti a Timbuctu, in Mali”. La furia iconoclasta non è una novità: i romani distrassero Cartagine, mentre durante la Seconda guerra mondiale furono annientate Dresda, Varsavia e Montecassino.

   “L’Isis vuole spazza re via i simboli di altre civiltà o religioni, ovvero la pluralità culturale”, osserva Emanuele Emmanuele, presidente della Fondazione Terzo Pilastro, che ha contribuito con 160 mila euro per tre anni. Il dilemma è però quello di non costruire dei falsi. “Anche a Roma ci sono opere interamente ricostruite che fanno parte del patrimonio della città”, viene spiegato. A garantire che tutto venga svolto secondo i giusti criteri c’è il patrocinio dell’Unesco. “La ricostruzione in loco dovrà rispondere a tre principi: lasciare la sovranità alla Siria; il controllo da parte dell’Unesco; un’ampia collaborazione internazionale tra i diversi Paesi”, sostiene il professor Matthiae. Del progetto faparte anche Sky Arte: è in preparazione un documentario che verrà trasmesso a gennaio.

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MA CHI HA DISTRUTTO PALMIRA NON FINIRÀ IN TRIBUNALE

di Laura Aguzzi, da La Stampa del 22/8/2016

– Il processo storico al jihadista accusato di aver distrutto i mausolei di Timbuctu non sarà replicato presto altrove. Su Iraq, Siria e Afghanistan la Corte dell’Aia non ha giurisdizione –

   Prendersela con le pietre, con i monumenti. Con tutto ciò che rappresentano: la cultura, la storia, la religione, diversa da un Islam interpretato in maniera dottrinaria e intollerante. Distruggere tutto quello che c’era prima per illudersi di creare una nuova era zero. Questo è il credo dei jihadisti che in più riprese hanno raso al suolo opere d’arte e monumenti antichi, intere biblioteche, spesso parte del patrimonio dell’umanità Unesco.

   In questa settimana la Corte Penale Internazionale (CPI) potrebbe sancire la prima condanna per crimini contro il patrimonio artistico intesi come crimini di guerra. La base legale è nell’articolo 8.2, comma IX dello Statuto di Roma, trattato internazionale istitutivo della Corte dell’Aia, che sancisce il reato di «dirigere intenzionalmente attacchi contro edifici dedicati al culto, all’educazione, all’arte, alla scienza o a scopi umanitari, a monumenti storici, a ospedali e luoghi dove sono riuniti i malati ed i feriti, purché tali edifici non siano utilizzati per fini militari».

   Il primo imputato di questo tipo è Ahmad Al Faqih al-Mahdi, noto come Abu Tourab, accusato di essere il mandante della distruzione dei nove mausolei di Timbuctù, in Mali, costruiti tra il XIII e il XVI secolo, emblema della “Città dei 333 santi” e rasi al suolo nel 2012 dagli affiliati del gruppo terroristico Ansar al-Dine. La sua condanna, ormai certa dopo l’ammissione di colpevolezza, potrebbe segnare una pietra miliare nel diritto internazionale. L’uomo, d’altronde, non è mai stato un soldato e non sembra essersi macchiato di gravi crimini di sangue. Ex professore affiliato al progetto islamista, è stato una sorta di “intellettuale” del gruppo. Giudice tra i più inflessibili contro ciò che la rigida interpretazione della sharia considera “haram”, vietato (il fumo, l’alcool, le donne scoperte, la musica) ora si ritrova sul banco degli imputati.

   Per quanto importante, è difficile pensare però che questa condanna possa in qualche modo precedere quella di altri responsabili di casi simili. Basta guardare ai casi più eclatanti avvenuti negli ultimi anni. Il mondo si accorse di questo tipo di barbarie con la distruzione dei Buddha di Bamiyan, in Afghanistan: gigantesche statue scavate nella roccia, resistite per circa 1.500 anni a terremoti, erosione e guerre, e crollate nel 2001 sotto l’impatto dei chili di dinamite usati per polverizzarli da parte dei talebani, sotto la guida allora del Mullah Omar. Lo scenario di Bamiyan si è ripetuto nel 2015 a Nimrud, antica città assira 30 km a sud di Mosul. I bulldozer e l’esplosivo degli affiliati allo Stato Islamico ne hanno fatto a pezzi statue e antichi palazzi. In quell’occasione la direttrice dell’Unesco Irina Bokova, oggi in lizza per il posto di Segretario Generale dell’Onu, definì il gesto un “crimine di guerra”. Tutti ricordiamo poi Palmira, i suoi templi feriti, il sacrificio dell’archeologo Khaled al-Asaad, per quarant’anni alla guida del sito archeologico e decapitato il 18 agosto 2015 dai miliziani dell’IS.

   L’epoca della comunicazione digitale ha reso episodi di questo tipo “virali”. Con una doppia conseguenza. Da un lato sono diventati ancor più strumento di propaganda. Dall’altra sono riusciti a volte a spezzare quel velo di indifferenza verso conflitti percepiti come remoti e lontani. Un impatto simile seppur non comparabile (poiché incomparabile è il valore della vita umana), a quello delle immagini dei bambini vittime dei conflitti, catalizzatrici della brutalità e dell’insensatezza della guerra.

   Iraq, Afghanistan e Siria: i tre Paesi oggetto delle distruzioni citate in precedenza non sono però firmatari o non hanno ratificato lo Statuto di Roma. Ciò significa che i loro cittadini non possono essere giudicati dalla corte internazionale dell’Aia, che su di loro non ha giurisdizione. Tre tra i principali scenari di guerra contemporanei vedono quindi esclusa al momento la possibilità di perseguire da parte di un tribunale internazionale come la CPI i responsabili non solo delle distruzioni ai danni del patrimonio artistico e culturale, ma anche e soprattutto dei massacri che stanno avvenendo al loro interno. Ad essi si aggiungono Libia e Yemen, Arabia Saudita e Iran. E, da non dimenticare per il peso che rivestono sullo scacchiere internazionale, Paesi come Cina, Russia e Stati Uniti.

   La Corte Penale Internazionale è stata spesso accusata di perseguire eccessivamente i leader africani rispetto a quelli di altre nazioni. Una conseguenza che potrebbe essere in parte anche dettata da un difficile stato di cose, dove il numero di aderenti alla Corte dell’Aia è ancora lontano dal sogno di una giurisdizione davvero universale sui crimini di guerra e contro l’umanità. (Laura Aguzzi)

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