VIAGGIARE O FARE TURISMO DI MASSA? – il caso (ancora una volta) di Venezia – l’opera e le azioni amministrative perché le persone (pur oggi numerose) tornino ad essere viaggiatori, “ESPLORATORI DEI LUOGHI” e non turisti di massa – L’EDUCAZIONE all’antropologia dei luoghi

turisti a Venezia

   I turisti sono un importante business economico, ma non per tutti. Ad esempio i residenti delle più belle città europee, presi d’assalto da un turismo sempre più numeroso, sono in una situazione di stress, di tracollo psico-fisico. E anche le strutture artistiche, architettoniche, i monumenti… ma anche logistiche (strade, servizi igienici…) ne risentono. La speculazione edilizia, le strutture più o meno legali di accoglienza dei visitatori (affitta-camere, B&B…), portano a un modello odierno di turismo che tende a mandar via i residenti storici dai propri quartieri e colpisce l’ambiente.

FOTO DI GIANNI BERENGO GARDIN (DA IL CORRIERE DELLA SERA, SUPPL. “SETTE” DEL 22/2/2018

Venezia, Barcellona, Mont Saint Michel, Dubrovnik in Croazia…. sono di fatto diventate non più città (o luoghi ameni di grande pregio) ma parchi turistici…. con un turismo di massa che va ovunque (c’è perfino un turismo in eccesso nei luoghi dell’Olocausto nazista…). E poi il turismo d’assalto nei posti di montagna, i passi e rifugi raggiungibili in macchina…. Non parliamo che sovra-affollamento delle coste, pur quasi sempre nate solo per la vocazione turistica e poco come residenze storiche… E poi Il turismo religioso, a intasare cattedrali e altri luoghi sacri…
Poi, con l’aumentata minaccia del terrorismo in Maghreb e Medio Oriente, e con il successo delle crociere e la diffusione di luoghi in cui dormire a bassa prezzo (parlavamo prima di affittacamere più o meno tollerati, i B&B…), il turismo (anche quello di pochi giorni), si è rivolto verso destinazioni più nel Mediterraneo del nord, destinazioni “nostre”, mettendo sotto pressione gli ecosistemi cittadini, senza risposte adeguate da parte delle amministrazioni comunali, delle autorità sovracomunali (Regioni, Stato…).

(foto da VENEZIA TODAY) – “(….) È COME SE SI CERCASSE DI CANCELLARE LA VENEZIA DEL NOVECENTO: una città moderna, all’avanguardia, creativa. Oggi molto è cambiato, certo. Ma dimenticare che questa è stata una città moderna, e rifarsi solo a un passato distante, è un errore. QUESTA CITTÀ È NEL MONDO, NON FUORI DAL MONDO (…) ”(intervista a Paolo Baratta, presidente della Biennale, da SETTE de “il Corriere della Sera”, 22/2/2018)

E ancora, nella nostra epoca globale, una fascia sempre più larga di persone “lontane” riesce ad avere risorse finanziarie sufficienti per poter viaggiare, andare a vedere posti di cui una volta sentivano solo parlare (Venezia su tutte…) … e con i viaggi low cost, le opportunità aumentano.
Venezia è un emblema di questo divenire una “non città” per troppa presenza turistica: i residenti sono 55mila, che devono convivere (magari molti anche commercialmente guadagnandoci con la ristorazione, i negozi, alcune di queste attività in mano a stranieri) con gli oltre 20 milioni di visitatori all’anno. In ogni caso un disequilibrio che snatura la città.

GRANDI NAVI, FOTO DI GIANNI BERENGO GARDIN, da “Sette” del Corriere della Sera – «Qui le cose o sono eccezionali o non sono. E con il termine ‘eccezionale’ intendo qualcosa che esce dall’ordinario, dal locale. Qualcosa capace di dialogare con il mondo. Giustamente si parla del numero esagerato dei turisti e della fuga dei residenti. Però non dobbiamo fermarci a questo. Bisogna pensare a che cosa mettere accanto al flusso dei turisti, come far crescere la città attirando qui le competenze giuste, nazionali e internazionali». E LE GRANDI NAVI SUL CANAL GRANDE? BARATTA SE LA CAVA CON UNA BATTUTA: «QUELLE SÌ CHE SONO FUTURISTE! MARINETTI NON SAREBBE MAI ARRIVATO A IMMAGINARE TANTO…». (intervista a Paolo Baratta, presidente della Biennale, da SETTE de “il Corriere della Sera”, 22/2/2018)

E cresce però in tutta Europa la fronda contro il fenomeno “turistico” di massa. Ci sono sempre più città in cui le amministrazioni locali stanno valutando o attuando misure per porre un limite alla pressione turistica. Stop agli affitta-camere illegali, alla diffusione di B&B non autorizzati, e con la creazione di numeri controllati e limitati di visitatori nelle piazze principali (come l’esperimento del conta-persone che si è avuto a Venezia nello scorso Carnevale).

Venezia anni ’60, foto di Gianni Berengo Gardin, da Sette, supplemento del Corriere della Sera del 22/2/2018

Allora vanno bene le misure “anti-turista di massa”, però sarà difficile fermare il fenomeno. Per questo bisogna pensare ad allargare il giro delle destinazioni “alternative” all’interno delle città d’arte, scegliendo anche quelle minori; diversificare le attività proposte, ampliare la stagione…. E così rispondere alle esigenze dei residenti….. Pertanto ci vuole un’ipotesi di turismo diffuso, di educazione a un turismo motivato, culturale, rispettoso dei luoghi….. il sistema delle sanzioni può servire ma non può bastare.

CORRADO DEL BÒ, “ETICA DEL TURISMO”, ed. CAROCCI. – “SIAMO TUTTI TURISTI. NON VIAGGIATORI. Il turista è colui che si sposta per diletto, per svago, per divertimento. Viaggiare vuole dire scoperta, avventura, è un’idea dei tempi passati. Ed è inutile rifarsi a questo concetto affannandosi di distinguersi dalla massa”. Il professore di Filosofia del diritto e Filosofia del Turismo, CORRADO DEL BÒ, non lascia all’homo low cost un grosso margine di manovra. (vedi l’ultimo articolo di questo post dedicato a questo libro) (immagine tratta da http://www.ravenna.it/)

Il rapporto della Amministrazioni Comunali è però spesso ambiguo: sì alle limitazione, ma fa anche comodo avere persone che portano soldi (a volte pochi, ma pur sempre qualcosa spendono…). Rapporto ambiguo spiegabile anche emotivamente dal fatto che “è brutto” cacciare il visitatore, seppur povero, che vuole visitare la bellezza della tua città…

PATRIZIA BATTILANI, “VACANZE DI POCHI, VACANZE DI MOLTI”, IL MULINO, 2000 – VIAGGIO E TURISMO NELLA STORIA: 1- PROTOTURISMO 2- TURISMO MODERNO 3- TURISMO DI MASSA 4- TURISMO GLOBALE. – IL VIAGGIO. Impulso a viaggiare. Viaggio è desiderio di conoscenza, di scoperta. Possibilità di vivere in età e culture diverse. Viaggio come fuga dalla quotidianità, come ricerca di emozioni, di svago Viaggio come esperienza di vita e di crescita , di rinnovamento sia fisico che culturale, di conoscenza di sé stessi. Viaggio come metafora della vita… Artisti, poeti, esploratori, geografi, turisti… – VIAGGIO E GEOGRAFIA. Un modo diretto (o indiretto attraverso il racconto) di avvicinarsi a un territorio Ci dà una prima interpretazione (soggettiva) che richiede verifiche e approfondimenti. Dipende da ciò che esso offre ma , molto, da come viene vissuto. LA GEOGRAFIA STESSA È NATA DAL DESIDERIO DI VIAGGIARE E DAL RACCONTO DI VIAGGIO. (da AIIG – ASSOCIAZIONE ITALIANA INSEGNANTI DI GEOGRAFIA – PAESE CHE VAI… TURISTI O VIAGGIATORI? – A cura del Prof. CARLO CENCINI )

Più importante allora è per le istituzioni locali creare delle regole ferree cui il turista deve attenersi (stop a cose folli come il bagno nelle fontane o azioni simili, ma anche a pic-nic per strada, o alla paranoia di selfie dappertutto anche con bastoni appositi…); e poi (ribadiamo) invitarlo (il turista) ad uscire dai circuiti soliti di massa dove tutti si concentrano nelle città d’arte (Piazza San Marco a Venezia…) e proporre visite “intelligenti”. E Venezia (presa da noi in questo post come “campione simbolo”), Venezia avrebbe tante isole della Laguna di notevole bellezza ora abbandonate…
Il “turismo diffuso” sembra l’idea forse più interessante per non concentrare in un unico posto “tutta la gente”. Ed è pure quasi sempre un turismo più intelligente, meditativo, per far conoscere meglio popolazioni, luoghi ambienti….

IL VIAGGIO E L’ESPLORAZIONE SECONDO LÉVI-STRAUSS (nella foto) – “ODIO I VIAGGI E GLI ESPLORATORI”. Così suona l’inizio di TRISTI TROPICI, il libro che nel 1955 avrebbe reso il suo autore e l’antropologia noti in tutto il mondo. L’autore di quel libro, CLAUDE LÉVI-STRAUSS, aveva cominciato a viaggiare quando, giovane professore di filosofia nei licei di provincia francesi, aveva colto la proposta di andare a insegnare sociologia a San Paolo del Brasile. Lì sarebbe cominciata la sua grande avventura intellettuale e umana: le ricerche tra gli indios, il ritorno in Francia, la guerra, la sconfitta, la fuga in America, l’esilio, il ritorno. (Ugo Fabietti, Professore Ordinario di Antropologia culturale all’Università di Milano Bicocca)

Tutto questo però può nascere con una nuova cultura imprenditiva turistica, che privilegi la conservazione dei luoghi nella loro funzione naturalistica, artistica… rispetto al mero immediato profitto da ricavarsi sul turismo. E far divenire così il turismo il “migliore alleato” per la protezione e la conservazione; ma deve essere gestito correttamente. Un tentativo sarebbe di farlo tornare, il “turista”, all’origine del “muoversi per andare in altri luoghi” (per lavoro, conoscenza o altro), cioè che torni ad essere “viaggiatore” (ne parliamo nella seconda e ultima parte di questo post) (s.m.)

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«SCUSI, SA DIRMI A CHE ORA CHIUDE VENEZIA?»

di Gian Antonio Stella, da “Sette” supplemento de “il Corriere della Sera”, 22/2/2018
– Il turismo nella Serenissima è insostenibile, inconsapevole, spesso incivile. Tanto che qualche visitatore crede che la città sia un parco a tema, con orari di chiusura e apertura –
«Otto de sera. Camino verso el Pontil del Monumento, trovo un grupeto de turisti. “Scusi”, i me dixe, “A che ora chiude?” Rispondo: “Tranquilli: i vaporetti vanno, più rari, anche la notte”. I me varda: “Non i vaporetti: Venezia! Quando chiude, Venezia?” Robe da mati: i credeva che Venessia fosse un parco turistico!».   Non c’è aneddoto come questo, raccontato da Gianpietro Zucchetta, barba alla capitano Achab, perito giudiziario per mestiere, marinaio per passione, autore di vari libri su Venezia, i suoi ponti, i suoi rii, che spieghi meglio la beata ignoranza con cui immani moltitudini di persone visitano «la più bella città del mondo» nella totale insipienza. Come visitassero la location di uno sceneggiato o i baracconi degli Universal Studios.
Decine e decine di immagini, del resto, documentano il degrado di questi anni. Ciccioni sudaticci che solcano le calli panza in fuori senza camicia, sozzoni che pisciano dove capita, donne orientali che massaggiano il marito seduti in acqua, tuffi di bulli dai ponti di Calatrava o di Rialto, abbuffate collettive coi pentolini in mezzo alle piazzette, sacchi a pelo, coppiette che fanno sesso, mucchi di immondizie, un ragazzotto che fa il bidè in una fontanella, nudisti che fanno il bagno nei canali, spiritosoni con le bici d’acqua…
Uno sconcio che, dopo decenni di polemiche, solo da poco comincia finalmente (esempio: il numero chiuso a Carnevale) ad essere affrontato. «Il processo di corrosione non si limita alle pietre, alle case, alle cose», scrisse nel 1968 Indro Montanelli, che di Venezia fu innamoratissimo e deluso: «Ha intaccato la fibra morale degli uomini, il loro coraggio, la loro volontà di sopravvivere». Aveva allora, la città storica, 116.270 abitanti. Ne ha oggi, come ricorda il conta-residenti collegato all’anagrafe e in vetrina alla farmacia Morelli (Dio la benedica) 53.979. Meno della metà. E quando questo 7 sarà in edicola, purtroppo, dovrebbero essere ancora meno…
Tre decenni dopo l’alluvione, dopo le battaglie per salvare la città, dopo le cause giudiziarie scatenate contro di lui dal sindaco Giovanni Favaretto Fisca, il grande Indro tornò sul tema nel ‘96, rispondendo a un lettore: «Quanto al vecchio amore per Venezia, debbo confessarle che si è anch’esso consumato quasi quanto la Fenice. Come scrissi in tempi lontani, e come ormai mi sono stancato di ripetere, Venezia non aveva, per restare Venezia, che una scelta: mettersi sotto la sovranità e il patronato dell’Onu per riceverne il trattamento, che certamente le sarebbe stato accordato, dovuto al più prezioso diadema di una civiltà non italiana, quale la Serenissima mai fu né mai si sentì, ma europea e cristiana, intesa unicamente alla conservazione di se stessa, quale tutto il mondo civile la vorrebbe. Venezia invece preferì diventare l’appendice, anzi l’anticaglia o il robivecchi di Marghera mettendosi al rimorchio delle sue ciminiere e petroliere, cui sacrificò anche tutto il suo delicatissimo sistema idraulico (…) Ed il risultato lo abbiamo sotto gli occhi: un turismo di massa con la merenda al sacco, che fa i suoi bisogni sotto i loggiati…».
Sarebbe bastata, l’Onu? Mah… Altri vent’anni e sul tema sono tornati, sempre più allarmati, il New York Times, il Guardian e altri: «Venezia è come Disneyland». Finché il National Geographic si è spinto a scrivere: «Chi ama Venezia con coscienza ha il diritto di incoraggiare altri a visitarla?» Domanda scomoda… (Gian Antonio Stella)

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LA CNN INSERISCE VENEZIA TRA LE CITTÀ DA EVITARE NEL 2018

da http://www.veneziatoday.it/ del 22/1/2018
– Venezia destinazione da evitare per la Cnn: “Residenti stanchi dei selfie stick e delle navi” – L’emittente tv statunitense ha messo la laguna nella lista dei luoghi troppo affollati e quindi sconsigliati. “La popolazione è scesa sotto 55mila unità in conseguenza al turismo di massa” –
“La Cnn inserisce Venezia tra le città da evitare nel 2018
Venezia inserita nella lista redatta da Cnn dei “12 luoghi che i viaggiatori potrebbero voler evitare” nel 2018. Il motivo è identico per tutte le destinazioni elencate: l’invasione dei turisti e le conseguenze che questa ha per l’habitat e la popolazione locale, tanto da mettere a rischio la sopravvivenza delle città. La sezione Travel nel sito dell’emittente tv statunitense, in un articolo del 22 gennaio, riassume così la situazione: “Stanchi di turisti con selfie stick sul ponte di Rialto e di navi da crociera che vanno avanti e indietro nel canale della Giudecca, i veneziani nel 2017 sono scesi in strada per sfogare la propria frustrazione”.
55mila residenti, 30 milioni di turisti
Continua la spiegazione: “La popolazione della città è scesa a 55mila unità come conseguenza del turismo di massa, che vede circa 30 milioni di presenze all’anno. Di fatto manca un piano che impedisca alle crociere di navigare nel Bacino di San Marco, se non obbligarle a percorrere una nuova e più lunga via nella laguna”. Una situazione di turismo insostenibile simile, sempre secondo Cnn, si trova alle Cinque Terre in Liguria (dove le autorità starebbero valutando un tetto agli accessi annui); altre ancora a Barcellona, Dubrovnik, sull’isola di Skye in Scozia, a Santorini in Grecia. Tutti luoghi in cui le amministrazioni locali stanno valutando o attuando misure per porre un limite alla pressione turistica.
L’alternativa? È in Francia
Cnn fornisce anche qualche consiglio per chi non intende rinunciare ad una visita a Venezia: “Se proprio dovete andarci, mettete via le aste da selfie ed esplorate i canali meno frequentati. Provate a mangiare nei ristoranti locali, anziché nei locali affollati di turisti”. E un’alternativa: ANNECY, nel sud-est della Francia, vicina al confine con la Svizzera, “con la sua rete di canali, uno splendido lago e un’architettura sbalorditiva”. Soprattutto, molto più tranquilla.

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(Il video dei due luoghi da evitare nel 2018 secondo la CNN:

https://www.youtube.com/watch?v=PgJQdvMDpmk )

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NOI VENEZIANI? NON STIAMO SERENISSIMI

di Tiziano Scarpa, da “Sette” supplemento de “il Corriere della Sera”, 22/2/2018
Venderla agli stranieri? O forse l’abbiamo già venduta? Venezia è vittima della sua straordinaria bellezza. Presa d’assalto da orde di turisti, capitale dei bed & breakfast, ostaggio delle grandi navi da crociera. Viverci è diventato quasi impossibile, racconta uno scrittore tornato nella sua città –
È mezzanotte, cammino per le calli di Post-Venezia. Sono quasi arrivato, scendo i gradini di un ponte, giro sulla fondamenta, la strada a ridosso del canale. Sotto il lampione qualcuno mi sbarra il passaggio. La riconosco: è una pantegana grossa, un topastro che abita sotto casa mia. «Non scappare, non ti faccio niente», le dico. «Vorrei solo sapere come fate a sopravvivere qui». Mi guarda diffidente. Poi decide di parlare: «Il nostro popolo ha una possibilità che voi non avete». «Quale?». «Questa», dice, e per completare la risposta non aggiunge parole ma un guizzo: si infila in un tombino e sparisce.
È vero. Noi veneziani non abbiamo scappatoie sotterranee. Siamo senza inconscio. Venezia è costruita tutta in superficie, è appoggiata sul fango, i suoi abitanti sono le persone più superficiali del mondo: non vuol dire che siano frivoli, ma sono costretti a fare i conti con la realtà esteriore, senza nicchie dove rintanarsi a preservare la loro identità. Le altre città hanno metropolitane, cantine, catacombe, bunker. Qui non ci sono rifugi antituristi per proteggersi dai bombardamenti aerei di comitive low cost. E nemmeno quartieri di decompressione intorno al centro, come a Firenze o a Roma. Venezia è un centro storico ritagliato con le forbici e piazzato in mezzo all’acqua. Non c’è scampo.
Trenta milioni di turisti all’anno, in una post-città in cui tutto è sempre di più in funzione loro. Gli abitanti sono sempre di meno. Oggi siamo cinquantatremila. Come Gallarate, Velletri, Aversa.
Venezia è già stata venduta. Intorno a San Marco il 99% dei ristoranti è gestito da cinesi, albanesi e mediorientali. Nel resto della città solo la metà è in mano a imprenditori locali (i dati sono dell’associazione Gruppo 25 Aprile).
Ma non voglio fare piagnistei. Vado a parlarne con chi ne sa più di me. «Guarda che negli Anni Ottanta gli studiosi prevedevano che oggi saremmo stati ventimila. Se non è così è perché il Comune ha fatto delle politiche di sostegno agli abitanti, costruendo e acquistando case, dando contributi ai cittadini per affitti e restauri». Chi mi parla è Gianfranco Bettin, scrittore e politico, che in passato ha fatto parte di alcune giunte comunali. Sono andato a trovarlo nel suo ufficio di presidente della municipalità di Marghera. Gli chiedo quanto costa Venezia, chi la paga. Mi spiega come funziona un bilancio comunale, ma a un certo punto si alza e si avvicina alla gigantografia incollata alla parete. È una foto della laguna veneta, con l’acqua bluastra venata da flussi melmosi. Gianfranco indica l’incrostazione rosacea al centro, a forma di pesce. Sta per dirmi qualcosa di solenne. Se potesse me lo farebbe scolpire nella pietra, altro che taccuino. «Al di là di tutto, c’è una cosa che proprio non si riesce a far capire fuori da Venezia». Tiro fuori lo scalpello e incido lettera per lettera le sue parole: «Questa meraviglia frutta al Veneto, all’Italia e all’Europa prestigio, autorevolezza e ricchezza: non solo ricchezza culturale, proprio soldi. Ma per costruire Venezia e mantenerla in piedi c’è voluto un impero grande come mezzo Mediterraneo, la Serenissima Repubblica. Non si può pensare che una città del genere ce la faccia da sola. Bisogna sostenerla. Venezia è il risultato di risorse che non possono essere prodotte dalla città. Questo spiega il dramma degli ultimi dieci anni, quando lo Stato ha di fatto azzerato i finanziamenti che le sono necessari, mettendola in ginocchio. La legge speciale del 1973, che ha alimentato la città, è stata pensata non soltanto per difenderla dall’acqua alta, ma per mantenere viva la sua popolazione. Perché una Venezia in salute produce ricchezza per tutta Italia».
A dargli ragione sono i fatti. A cominciare dalla cronaca. In questi giorni la Regione Veneto ha deciso di cambiare il suo marchio promozionale: verrà pubblicizzata nel mondo come “La Terra di Venezia”, The Land of Venice. E l’anno scorso la mostra di arte contemporanea più costosa al mondo, del più ricco artista vivente, è stata fatta qui. Pensateci: Damien Hirst avrebbe potuto allestire il suo kolossal in qualunque altro posto del pianeta. Perché non a Shanghai, Londra, Miami, Dubai? Semplice, Hirst ha applicato questa formula aritmetico-finanziaria: Merce x Venezia = Valore. Venezia moltiplica il valore delle cose (e più spesso il loro prezzo). Dà lustro e immagine. Nuove fondazioni culturali straniere continuano ad aprire qui le loro sedi.
Ma quel che prolifera più di ogni altra cosa sono bar e ristoranti, ristoranti e bar. È inutile parlare di politica, quando tutto è in mano al mercato e alla liberalizzazione senza freni. Qualche spiraglio lo darebbe il decreto 222 della ministra Madia: da novembre 2016 i Comuni finalmente hanno uno strumento giuridico, possono negare i permessi a botteghe e locali che non siano in armonia con i centri storici.
Chi è più in armonia con Venezia di un gondoliere? Faccio due passi con uno di loro, gli chiedo come ha visto cambiare le cose in questi anni. «Di lavoro ce n’è. Però è frammentato: si imbarcano le persone per la mezz’ora standard prevista e, finita quella, stop, avanti il prossimo. Ai turisti più che altro facciamo vivere l’emozione dello stare in gondola. Che è sempre un’esperienza bellissima, sia chiaro. Ma non è come usare la barca davvero, per raggiungere una destinazione. Una volta facevo giri lunghi: tutto il Canal Grande, e il ritorno nei rii interni. La clientela era più colta. Qualcuno mi chiedeva itinerari precisi, da una tal chiesa a un’altra, secondo i suoi interessi artistici e architettonici». Gli domando se non li farebbe volentieri anche oggi. «Chi se la sente di sfidare le onde? Le barche da trasporto che riforniscono di cibo i ristoranti sono sempre di più, c’è un traffico continuo. In certe acque non mi azzardo ad andarci. Quando devo portare la gondola al cantiere per la manutenzione, una volta all’anno, prima di attraversare il canale della Giudecca lascio a riva telefono, portafogli e documenti». Perché? «Ho paura di rovesciarmi e perdere tutto».
Esco di casa alle otto del mattino, mi fermo a fare due chiacchiere con un gabbiano reale. Ha appena assalito un piccione, lo sta squartando sul selciato; una scenetta che in questi anni è diventata normale. «Non credere che sia una deriva recente», mi dice il gabbiano. «È da quando il potere del mondo si è spostato dal Mediterraneo all’Atlantico che Venezia si è dovuta reinventare. Dal Seicento in poi è diventata una specie di Las Vegas, di Broadway, con teatri, bische, caffè, concerti; il Carnevale durava quattro mesi mica perché i veneziani fossero festaioli: i ricchi stranieri avevano il permesso di girare mascherati, spassandosela in incognito, così erano invogliati a venire qui a spendere il più possibile. Il progetto industriale di Marghera è stato solo una parentesi novecentesca. Ormai siete tornati all’“industria del forestiero”, come chiamavano un secolo fa l’economia basata sul turismo».
Il gabbiano rapace mi fa venire in mente quelli raccontati da Maurizio Dianese: per Il Gazzettino ha scritto decine di articoli sulla gestione illegale del Tronchetto. È un’isola artificiale che ha appena cinquant’anni, annessa alle soglie di Venezia. Ci arrivano tutti i pullman turistici. Qui si sono installati decine di “intromettitori”: intercettano le comitive sottraendole ai vaporetti del servizio pubblico. Le fanno salire a bordo dei loro grandi motoscafi, chiamati “lancioni”. Maurizio ha descritto la situazione anche nel suo romanzo appena uscito, Nel nido delle gazze ladre (Milieu Edizioni). Fa rabbrividire. Dovrebbe leggerlo chiunque voglia sapere che cosa rischia Venezia e la laguna: un futuro in mano a mafia e ’ndrangheta, che qui intorno sono già sbarcate. Maurizio calcola che il trasporto dei turisti dal Tronchetto a San Marco valga duecento milioni di euro all’anno, incassati in nero.
Mi ricordo il giorno che sono venuto ad abitare in questa casa, qualche anno fa. Ero euforico, e appena ho visto due persone uscire dal portone accanto al mio, mi sono presentato: «Sono il vostro nuovo vicino!» ho detto. Mi hanno guardato senza capire. Erano turisti stranieri: la casa era un bed & breakfast. A pensarci bene, non è stato un equivoco. Erano loro i veri padroni di casa della città, anche se ci sarebbero rimasti per pochi giorni. Si avvicendano di continuo, ma di fatto sono i reali inquilini di Venezia. Io mi illudo di abitare l’Essere, ma sono soltanto un vicino di casa del Divenire. Venezia è un temporary shop per temporary citizens. È impressionante guardare la mappa di case e stanze in affitto turistico. Sono così folte da cancellare i contorni della città. Airbnb a Venezia ne conteggia seimila. Roma ne ha venticinquemila; soltanto il quadruplo, in un territorio cento volte più grande.
Maurizio Crovato, studioso delle tradizioni lagunari e consigliere comunale eletto nella lista del sindaco, cita un dato malinconico: «Ormai la fascia degli ottantenni supera di gran lunga quella di chi ha meno di dieci anni: in città ci sono settemilacinquecento anzianissimi e soltanto seimilatrecento bambini. Significa una perdita di mille residenti all’anno… E poi Venezia costa, richiede continue riparazioni. Le leggi speciali sono nate proprio per questo. Ma da anni, per colpa del Mose, si è pensato che bastasse erogare i soldi per costruire le barriere contro l’acqua alta e non per la manutenzione della città. Quest’anno la tendenza è cambiata, e il governo ha ripensato a un piano di investimenti». Sempre più spesso avvisto dei cormorani nei piccoli canali interni. Si immergono nell’acqua verde scura, riaffiorano in superficie venti metri più in là, ingollando piccoli pesci dai riflessi di metallo. A Venezia c’è cibo per tutti.
Lidia Fersuoch, la presidente della sezione veneziana di Italia Nostra, è la più disperata fra le persone con cui ho parlato. Mi descrive una serie di proposte assurde, devastanti, ridicole, stolte, portate avanti in questi anni. L’ultima ad allarmarla è quella di usare GNL, il gas naturale liquefatto, come combustibile per le Grandi Navi da crociera che entrano in laguna. «Se c’è un incidente può avere la potenza di una bomba atomica». Abitiamo in un fossile urbanistico, dove i turisti sono la regola e i residenti l’eccezione, ci stiamo estinguendo, non abbiamo i numeri per fare massa critica e avere forza politica…
«Non resta che vendersi», mi dice Emilio stiracchiandosi nella sua cuccia dietro la lastra trasparente, mentre si fa ammirare dai passanti. È uno splendido gattone grigio scuro, striato di nero, che vive in un negozio di articoli per animali. Gatti nelle calli non se ne vedono più. Si sono messi in vetrina anche loro. No. Semmai vendere cara la pelle.
Lo stanno facendo alcune famiglie di volontari che giorno e notte presidiano civicamente La Vida: stanze e uffici che la Regione Veneto ha venduto a un privato per lasciargli aprire l’ennesimo ristorante. Da settimane qui organizzano corsi di yoga e teatro, ludoteca e letture per bambini, concerti, conferenze. Si scaldano con le stufette a gas e si illuminano con candele e generatori. In primavera faranno un convegno all’università sull’uso collettivo dei beni pubblici. Ma intanto, a fine marzo, sei di loro andranno a processo. Perché è così che The Land of Venice tratta i suoi valorosi sopravvissuti. Sono tante le iniziative avviate in questi anni da associazioni e gruppi di volonterosi. Ma i veneziani sono troppo pochi. Non lasciateci soli. (Tiziano Scarpa)

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DA BARCELLONA A VENEZIA, QUANDO IL TURISTA NON È PIÙ IL BENVENUTO

da “la Repubblica” del 11/8/2017
– Cresce in Europa la fronda contro il fenomeno di massa. Atti di vandalismo, manifestazioni, cartelli e murales contro gli ospiti in Spagna, malcontento anche nella città lagunare, dove si sperimenta la limitazione degli accessi, come a Dubrovnik. Un reportage del Guardian –
Turisti, una manna (economica) per tanti ma non per tutti. I residenti delle città europee prese d’assalto da orde in calzoncini e infradito l’estate scorsa si sono ribellati e hanno organizzato marce per protestare, mentre l’Organizzazione mondiale del Turismo (Untwo) invita le autorità locali a fare di più per gestire il fenomeno.
A raccontare l’ondata di turismo-fobia è il GUARDIAN che riferisce addirittura di episodi di vandalismo a opera di giovani attivisti anti-turisti a Barcellona, dove la tensione è cresciuta negli ultimi anni di pari passo con l’invasione di milioni di persone, grazie anche alla diffusione di strumenti difficili da controllare come Airbnb.
Come hanno spiegato i giovani, definiti “estremisti” dal premier spagnolo Mariano Rajoy, “il modello odierno di turismo espelle la gente dai propri quartieri e colpisce l’ambiente”. Proteste si sono registrate anche a Maiorca, ad opera del gruppo giovanile Arran, e a San Sebastian, dove è stata organizzata una marcia per il 17 agosto, in coincidenza con la Settimana Grande, la principale festa nella cultura basca. Ma la Spagna, con i suoi 75,6 milioni di turisti all’anno, di cui 17,8 dal Regno Unito, non è l’unica a vivere il fenomeno.
Anche a Venezia i residenti – 55mila persone contro gli oltre 20 milioni di visitatori all’anno – si sono ribellati e in 2mila hanno percorso in corteo la città nel luglio scorso protestando contro l’aumento degli affitti, insieme all’impatto della grandi navi da crociera e dell’inquinamento sul delicato ecosistema della città lagunare.
Per il segretario generale dell’Unwto, Taleb D. Rifai, il turismo può essere il “migliore alleato” per la protezione e la conservazione, ma deve essere gestito correttamente. “Una situazione molto seria ha bisogno di essere affrontata in modo altrettanto serio”, ha sottolineato, facendo riferimento a “pratiche e politiche sostenibili”, insieme al “coinvolgimento delle amministrazioni locali, delle aziende, comunità locali e gli stessi turisti”.
Da qui i consigli, come incoraggiare i turisti ad allargare il giro delle destinazioni, scegliendo anche quelle minori, diversificare le attività proposte, ampliare la stagione e rispondere alle esigenze dei residenti. Si inseriscono in quest’ottica le iniziative intraprese in diverse città europee, come la stretta contro gli affittacamere senza licenza di Airbnb a Barcellona e il divieto di nuove soluzioni abitative per turisti in centro a Venezia, accompagnato dall’esperimento del conta-persone nei principali luoghi turistici della città.
Una misura simile è stata adottata anche a Dubrovnik mentre a Roma e Milano si cerca di contrastare comportamenti sconvenienti e molesti vietando il bagno nelle fontane, pic-nic per strada e addirittura i bastoni per farsi i selfie. Come ha ricordato Duncan McCann, ricercatore al New Economics Foundation, con l’aumentata minaccia del terrorismo in Maghreb e Medio Oriente, il turismo mordi e fuggi da pochi giorni – cui contribuisce anche il successo delle crociere e la diffusione di Airbnb – si è rivolto verso destinazioni nel Mediterraneo, mettendo sotto pressione gli ecosistemi cittadini, che non hanno trovato risposte adeguate nella politica e nelle istituzioni.

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PAOLO BARATTA: «VENEZIA È NEL MONDO, NON FUORI DAL MONDO»

di Roberta Scorranese, da “Sette” supplemento de “il Corriere della Sera”, 22/2/2018
– Paolo Baratta, presidente della Biennale, è convinto che non si deve «cancellare la Venezia del Novecento: moderna, all’avanguardia e creativa. Rifarsi solo a un passato distante è un errore» –
Paolo Baratta ha finito per somigliare a questa città: cosmopolita, ironica, colta, liquida e mobile. L’uomo due volte ministro, alla guida della Biennale per il quarto mandato quadriennale, si è scoperto romantico: «In tutti questi anni ho sempre fatto il pendolare con Roma, mai preso casa a Venezia e addirittura cambio spesso albergo. Perché? Perché mi piace costeggiare a piedi il Canal Grande alla sera, partendo dalla stazione ferroviaria. Le calli, il rumore delle gondole, la luce acquatica che cambia e mi seduce a ogni ritorno. È sempre la stessa strada e non è mai la stessa». Non è un po’ troppo sentimentale, il professor Baratta? La città si dibatte tra problemi evidenti: la gestione (e l’occasionale sfruttamento) dei turisti, le grandi navi in laguna, vicende gravi come gli scandali legati al Mose. Cosa pensa Baratta al riguardo? Preferisce non parlarne. Ma Venezia è una seduttrice implacabile. Questo pomeriggio ci regala un sole basso, riflessi color pesca. Le cose sfumano, belle e meno belle.
SIAMO AL TERZO PIANO di Ca’ Giustinian, sede della Biennale, alla finestra di un palazzo che un tempo (con il nome di Albergo Europa) ospitò Giuseppe Verdi e regalò a William Turner lo scorcio perfetto per le sue vedute. Baratta punta il dito verso l’isola di San Giorgio, da qui simile a una miniatura: «Questa è una delle poche città in cui l’architettura nasce da un atto che fu insieme di arroganza e altruismo. Palazzi magnifici voluti non solo da nobiluomini, ma anche da mercanti senza scrupoli. Eppure l’interesse del singolo e della collettività coincidevano. L’architettura, senza generosità, non è niente». Venezia, generosa, ha continuato ad esserlo. A modo suo: ha accolto sia i futuristi che volevano abbatterne (metaforicamente) il côté passatista, cioè in pratica quasi tutto, sia una donnina esile ma tenace come Peggy Guggenheim, che venne qui negli Anni 40 e si recò da un mercante: «Senta, ho con me un po’ di opere d’arte, le vorrei lasciare alla città, dove le posso esporre?».
QUANDO SI PARLA di personaggi che hanno scelto Venezia come patria d’elezione, Baratta si scalda: «Qui le cose o sono eccezionali o non sono. E con il termine ‘eccezionale’ intendo qualcosa che esce dall’ordinario, dal locale. Qualcosa capace di dialogare con il mondo. Giustamente si parla del numero esagerato dei turisti e della fuga dei residenti. Però non dobbiamo fermarci a questo. Bisogna pensare a che cosa mettere accanto al flusso dei turisti, come far crescere la città attirando qui le competenze giuste, nazionali e internazionali». E le grandi navi sul Canal Grande? Baratta se la cava con una battuta: «Quelle sì che sono futuriste! Marinetti non sarebbe mai arrivato a immaginare tanto…».
PRENDIAMO UN motoscafo, alla nostra destra si para il Seminario Patriarcale, accanto alla Basilica della Salute. «Appartiene al Patriarcato veneziano. A Venezia ci sono tante strutture come questa dove potrebbero trovare posto istituzioni di prim’ordine, italiane e straniere. La Scuola di Sant’Anna come una sede dell’università di Princeton, per fare due esempi. Questa città, un tempo, era un piccolo Stato, con luoghi preposti a ogni funzione, governativa, religiosa, scolastica. Perché non riutilizzare questo patrimonio?».
TAGLIAMO LE ACQUE della laguna, il sole si fa arancione dietro filamenti di nebbia. Andiamo verso il cimitero di San Michele, sull’isola con lo stesso nome. Baratta parla del compositore Igor Stravinsky, molto legato a Venezia, sepolto qui nel 1971 per sua volontà. «Fino a qualche decennio fa tutti o quasi sapevano che Stravinsky, come Ezra Pound e altri intellettuali del Novecento, erano sepolti qui. Negli ultimi tempi, sempre meno. È come se si cercasse di cancellare la Venezia del Novecento: una città moderna, all’avanguardia, creativa. Oggi molto è cambiato, certo. Ma dimenticare che questa è stata una città moderna, e rifarsi solo a un passato distante, è un errore. QUESTA CITTÀ È NEL MONDO, NON FUORI DAL MONDO».
TORNIAMO VERSO il Canal Grande. Un altro palazzo storico, Ca’ Vendramin Calergi. Ci abitò Richard Wagner, il musicista. Racconta Baratta: «Venne qui d’inverno, quando non stava bene. Infatti morirà a Venezia non molto tempo dopo. Il motivo per cui scelse la brutta stagione è un mistero». Accademie, scuole di alta formazione, agenzie? «Le cose qui devono essere il più possibile indipendenti», dice il presidente della Biennale. Baratta si è adoperato per portare a Venezia l’agenzia per l’ambiente e l’ufficio europeo brevetti. «La Serenissima nel 1474 aveva istituito una legge che tutelava le opere di ingegno. Con una politica precisa: fare arrivare le migliori competenze». Sogna un Rinascimento veneziano fondato sulla cultura e sul cosmopolitismo, per dare nuova vita a questo giardino di pietre e acqua? «Guardi, ho visto avvicendarsi sindaci e giunte e mi sento di dire che l’ambizione di risolvere i problemi di Venezia è sempre stata alta. Ma l’impresa è ardua, c’è chi dice irrealizzabile».
PASSEGGIAMO nella zona dell’Arsenale, in calle Paludo, dove resistono colori vivaci e fili di panni stesi a collegare una casa con l’altra. «Da tempo» afferma Baratta «si parla di realizzare un nuovo quartiere residenziale nella zona circostante. Ma non è facile essere concreti. Venezia sfugge». L’istituzione presieduta da Baratta si occupa di arte, architettura, cinema: non solo un laboratorio culturale, anche un cantiere che prova a recuperare aree cittadine e inventarne di nuove. Siamo all’ultima tappa della passeggiata: la Biblioteca della Biennale, ai Giardini. Dice Baratta: «Un luogo dove venire a leggere o a riposarsi. Qui l’architettura ha rispettato la struttura originaria. Venezia merita queste attenzioni. Come altre città, forse di più». (intervista di Roberta Scorranese)

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IL VIAGGIO E L’ESPLORAZIONE SECONDO LÉVI-STRAUSS

di Ugo Fabietti, Professore Ordinario di Antropologia culturale all’Università di Milano Bicocca
“ODIO I VIAGGI E GLI ESPLORATORI”. Così suona l’inizio di Tristi tropici, il libro che nel 1955 avrebbe reso il suo autore e l’antropologia noti in tutto il mondo. L’autore di quel libro, Claude Lévi-Strauss, aveva cominciato a viaggiare quando, giovane professore di filosofia nei licei di provincia francesi, aveva colto la proposta di andare a insegnare sociologia a San Paolo del Brasile. Lì sarebbe cominciata la sua grande avventura intellettuale e umana: le ricerche tra gli indios, il ritorno in Francia, la guerra, la sconfitta, la fuga in America, l’esilio, il ritorno.
(….)
Con Lévi-Strauss l’ambizione dichiarata dell’antropologia fu quella di presentarsi come una scienza. Il viaggio dell’antropologo strutturalista è così il viaggio che è possibile compiere attraverso quelle strutture che sono i sistemi di parentela, le forme di classificazione simbolica della realtà e i sistemi mitologici: grandi, immensi campi di fenomeni dietro i quali sarà possibile ritrovare le invarianti che li fondano, strutture che stanno ai quei sistemi come le note stanno al grandioso universo musicale costruito dall’uomo.
Il viaggio dell’antropologo strutturalista non ha infatti più di tanto bisogno di viaggi attraverso lo spazio fisico. I suoi viaggi sono soprattutto quelli che egli compie attraverso le strutture della mente. L’esperienza etnografica ha, in questa prospettiva, un valore tutto sommato limitato. Lévi-Strauss, è vero, fu etnografo prima che antropologo, e dunque viaggiò. E Tristi tropici è, tra molte altre cose, un grandissimo libro di viaggi, il più grande mai scritto da un antropologo. Ma non si deve cedere all’illusione.
Il viaggio nello spazio compiuto dall’etnografo Lévi-Strauss è l’annuncio – nostalgico – che I VIAGGI ORMAI NON ESISTONO PIÙ. Quell’ “Odio i viaggi e gli esploratori”, a cui fa da contrappunto l’altrettanto celebre conclusione del libro – “Addio selvaggi! Addio viaggi!” – mette in scena un sentimento della perdita che si riveste del disprezzo nutrito da Lévi-Strauss per i viaggi “da cartolina” e gli esploratori “della domenica”, nel momento stesso tuttavia in cui il disprezzo si confonde con una nostalgica malinconia: “vorrei essere vissuto al tempo dei ‘veri viaggi’, quando offrivano in tutto il suo splendore, uno spettacolo non ancora infangato, contaminato e maledetto….”.
Quell’ “odio i viaggi e gli esploratori” è ciò che annuncia in maniera artatamente iperbolica, la necessità di intraprendere un viaggio più “scientifico” che ci sarà dato di compiere se, cadute le nostre illusioni, ci rassegneremo a non viaggiare più nello spazio (andando incontro “alla nostra sozzura gettata sul volto dell’umanità”) ma attraverso le menti degli uomini, attraverso le strutture di cui il mondo sociale e culturale non sono che semplici efflorescenze. (Ugo Fabietti)
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   “Odio i viaggi e gli esploratori, ed ecco che mi accingo a raccontare le mie spedizioni. Ma quanto tempo per decidermi! Sono passati quindici anni da quando ho lasciato per l’ultima volta il Brasile e durante tutto questo tempo ho progettato spesso di metter mano a questo libro; ogni volta una specie di vergogna e di disgusto me l’ha impedito. Suvvia! Occorre proprio narrare per disteso tanti particolari insipidi e avvenimenti insignificanti? Nella professione dell’etnografo non c’è posto per l’avventura: questa non costituisce che un impaccio; incide sui lavoro effettivo coi peso di settimane o mesi perduti in cammino, di ore oziose mentre l’informatore se ne va per i fatti suoi; della fame, della fatica, a volte della malattia, e, sempre, di quelle mille corvées che logorano le giornate in pura perdita, e riducono la pericolosa vita nel cuore della foresta vergine a una specie di servizio militare. Che occorrano tanti sforzi e inutili spese per raggiungere l’oggetto dei nostri studi, non dà alcun valore a ciò che si dovrebbe considerare piuttosto come l’aspetto negativo del nostro mestiere.       Le verità che andiamo a cercare così lontano valgono soltanto se spogliate da quelle scorie. Certo, si possono consacrare sei mesi di viaggio, di privazioni e di avvilente stanchezza al reperimento (che richiederà qualche giorno e, a volte, qualche ora) di un mito inedito, di un nuovo istituto matrimoniale, di un elenco completo di nomi di clan, ma questo residuato della memoria (…alle 6,30 del mattino entrammo nella rada di Recife mentre i gabbiani stridevano e le barche dei mercanti di frutta esotica facevano ressa attorno allo scafo… ), un ricordo così esiguo merita che io prenda la penna per fissarlo?”
   Tuttavia, questo genere di racconti riscuote un successo che per me rimane incomprensibile. L’Amazzonia, il Tibet e l’Africa invadono le vetrine sotto forma di libri di viaggio, resoconti di spedizioni e album di fotografie, dove la preoccupazione dell’effetto è troppo preponderante perché il lettore possa valutare la testimonianza che gli è offerta. Anziché sollecitato nel suo spirito critico, il lettore richiede sempre più questo genere di cibo e ne ingurgita quantità prodigiose.
   E un mestiere, oggi, essere esploratori: mestiere che non consiste, come si potrebbe credere, nello scoprire, dopo uno studio prolungato, fatti rimasti ignoti, ma nel percorrere un numero considerevole di chilometri raccogliendo immagini fisse o animate, preferibilmente a colori, grazie alle quali si possa per parecchi, giorni di seguito affollare una sala di ascoltatori, a cui le cose più ovvie e banali sembreranno tramutarsi miracolosamente in rivelazioni per il solo motivo che l’autore, invece di compilarle senza muoversi, le avrà santificate con un percorso di 20.000 chilometri.
   Che cosa ascoltiamo in quelle conferenze e che cosa leggiamo in quei libri? L’inventario delle casse trasportate, le malefatte del cagnolino di bordo, e, commisti agli aneddoti, slavati frammenti di informazioni che da secoli si trascinano in tutti i manuali e che una dose poco comune di impudenza, per quanto in giusto rapporto con l’ingenuità e l’ignoranza dei consumatori, non si perita di presentare come una testimonianza, o addirittura come una scoperta originale.” (Claude Lévy-Strauss, “Tristi Tropici”, p. 13-14)

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Da Alma Mater Studiorum Università di Bologna
AIIG – ASSOCIAZIONE ITALIANA INSEGNANTI DI GEOGRAFIA

PAESE CHE VAI… TURISTI O VIAGGIATORI?

A cura del Prof. CARLO CENCINI
IL VIAGGIO
Impulso a viaggiare Viaggio è desiderio di conoscenza, di scoperta. Possibilità di vivere in età e culture diverse. Viaggio come fuga dalla quotidianità, come ricerca di emozioni, di svago Viaggio come esperienza di vita e di crescita , di rinnovamento sia fisico che culturale, di conoscenza di sé stessi. Viaggio come metafora della vita… Artisti, poeti, esploratori, geografi, turisti…
VIAGGIO E GEOGRAFIA
Un modo diretto (o indiretto attraverso il racconto) di avvicinarsi a un territorio Ci dà una prima interpretazione (soggettiva) che richiede verifiche e approfondimenti. Dipende da ciò che esso offre ma , molto, da come viene vissuto. LA GEOGRAFIA STESSA È NATA DAL DESIDERIO DI VIAGGIARE E DAL RACCONTO DI VIAGGIO.

VIAGGIO E TURISMO NELLA STORIA
1- Prototurismo 2- Turismo moderno 3- Turismo di massa 4- Turismo globale
da: PATRIZIA BATTILANI, “VACANZE DI POCHI, VACANZE DI MOLTI”, IL MULINO, 2000

Il viaggio nella storia: PROTOTURISMO
ANTICHITÀ CLASSICA: • Viaggio religioso (oracoli e santuari) e pellegrinaggi (Egitto, Grecia). Avvenimenti sportivi (Olimpiadi, giochi del Circo). Viaggi dei mercanti. Turismo di villeggiatura (gli “ozi”) dei patrizi romani e turismo termale. • Sacralità dell’ospite. Locande e posti di ristoro, ospitalità sacra.
MEDIOEVO • Viaggi difficili e pericolosi. Abbandono della rete viaria, campagne pericolose: brigantaggio e malattie. • Turismo religioso – pellegrinaggi (Roma, Gerusalemme, Santiago de Compostela, La Mecca), vie francigene o dei Romei. Viaggio come sofferenza e purificazione: rete di rifugi di accoglienza, ostelli. Viaggi solitari: i “cavalieri”. • Dopo il Mille: nascita Università e viaggi studenti e docenti.
Il viaggio nella storia Prototurismo
• RINASCIMENTO • Viaggio di scoperta e viaggio umanistico (o filosofico). Viaggio scientifico basato sull’osservazione (Bacon). •! Primi viaggiatori internazionali (Marco Polo) e commercio (via della seta; fiere e mercati). Artisti presso le corti europee.
• SETTECENTO • Turismo culturale ed educativo: il Grand Tour, circuito effettuato dai ricchi giovani dell’aristocrazia europea che comprendeva tutte le capitali europee, della durata di 3-4 anni, con l’accompagnamento di un tutor o di una governante. • Viaggio “pittoresco”: il pensiero romantico riscopre la natura e il bello. • Scoperta del “Nuovo Mondo”, Esplorazioni e viaggi scientifici. Viaggiatore-scienziato (A. von Humboldt, C. Darwin)
IL GRAND TOUR E IL MITO DELL’ITALIA
Il Grand Tour nasce come pratica dei giovani rampolli della ricca borghesia per lo più inglese destinato a perfezionare il loro sapere. La destinazione finale più frequente era l’Italia. La conoscenza dell’arte e letteratura, storia, musica e teatro, costumi e folklore di paesi diversi dalla propria patria sono i motivi che spingono a intraprendere il viaggio.
Tra la fine del XVIII sec. e inizio XIX il Grand Tour cominciò a diffondersi anche tra la borghesia agiata e tra artisti, letterati e scienziati.. Attenzione verso le bellezze naturali e paesaggistiche (romanticismo). Numerosi gli scritti e le rappresentazioni (disegni e dipinti). Massima fioritura della letteratura di viaggio . Numerosi gli scrittori: STENDHAL, DICKENS , GOETHE (“Italienische Reise”).

Il viaggio diventa turismo
TURISMO MODERNO
OTTOCENTO: Rivoluzione industriale, mutamenti socioeconomici e nuova classe sociale (media borghesia). RIVOLUZIONE MEZZI DI TRASPORTO: ferrovia e navi a vapore. Turismo d’ élite .
TERMALISMO OTTOCENTESCO: Bath e Spa (salus per aquam?) Talassoterapia e nascita del TURISMO BALNEARE: Brighton
LA SCOPERTA DELLA NATURA (IN USA) E CONCETTO WILDERNESS :
primi Parchi nazionali. Prime guide turistiche: come le guide Michelin , Baedeker, ecc. Prime agenzie di viaggio: Thomas Cook organizza il primo di gruppo turistico e il primo pacchetto turistico nel 1841 Nascita associazioni turistiche: Club Alpino Italiano (CAI) nel 1863 e Touring Club Italiano (TCI) fine ‘800.
IL VIAGGIO DIVENTA TURISMO
Turismo moderno
PRIMA METÀ NOVECENTO: Il turismo balneare, già sviluppato in Inghilterra (Brighton e Blackpool), si diffonde nel continente (Costa Azzurra, Riviera Ligure, Rimini, Versilia) accanto a quello termale (Bath, Spa, Baden Baden, Karlsbad e Abano). Fra gli anni 20 e 30, nasce il TURISMO DI MASSA NEGLI STATI UNITI d’America, grazie a due fattori critici: la DIFFUSIONE DELLE FERIE PAGATE e il MODELLO DI PRODUZIONE FORDISTA che portò alla diffusione dell’automobile. In Italia viene creato l’ENIT (1919). Durante il Fascismo vengono create le COLONIE ESTIVE per i figli dei dipendenti sparse in tutta Italia (elioterapia e talassoterapia).
Le trasformazioni post-belliche. Turismo di massa
Seconda metà Novecento: si diffonde il
TURISMO DI MASSA, grazie soprattutto al TEMPO LIBERO (FERIE PAGATE) e alle MIGLIORATE CONDIZIONI ECONOMICHE, SVILUPPO TRASPORTI, DIFFUSIONE URBANIZZAZIONE.
Miglioramento dei trasporti, motorizzazione privata, aerei per il trasporto passeggeri, voli charter, ecc. Turismo balneare (turismo “4 S”) e montano
Concentrazione dei flussi in certe aree: turismo come VILLEGGIATURA, fenomeno SECONDE CASE, CAMPEGGI, AGRITURISMO, VILLAGGI VACANZE, PACCHETTI TURISTICI, VOLI CHARTER, RUOLO INTERNET.
TURISMO GLOBALE
• Da anni ‘90: dimensione globale
• Evoluzione del mercato e soluzioni più personalizzate.
• Destagionalizzazione e maggiore elasticità (vacanze più brevi ma più frequenti)
• Esperienza di vita, contatto con i luoghi, ricerca di autenticità
• Destinazioni alternative, mete lontane (Antartide)
• Prodotti innovativi: turismo rurale, ecologico ( bird / whale-watching ), culturale, eno-gastronomico, salute e benessere ( wellness ), cine-turismo, shopping , dark , memory , ecc.
• Turismi alternativi, responsabile, sostenibile, pro- poor, comunitario, soft tourism , slow tourism , ecc.
I TURISMI “ALTERNATIVI “
Il TURISMO ALTERNATIVO come reazione al turismo di massa, eterodiretto. E’ autodiretto, viaggia in piccoli gruppi, bassa stagione, privilegia sistemazioni economiche gestite da locali.
Il TURISMO RESPONSABILE mette l#accento sulle implicazioni etiche del turismo. Atteggiamento di rispetto e disponibilità; incontro come occasione di arricchimento reciproco.
Il TURISMO SOLIDALE adeguare le esigenze del viaggiatore con quelle dei popoli visitati: alloggiare presso famiglie locali, vivere nei villaggi, visitare le scuole, le missioni, ecc.
Il TURISMO COMUNITARIO coinvolge le comunità locali. Le comunità gestiscono le strutture di accoglienza e i servizi e beneficiano dei redditi.
Il TURISMO PRO-POOR persegue l’obiettivo di ridurre la povertà migliorando i legami tra le attività turistiche e le categorie più povere.
L’ECOTURISMO: viaggi nell’ambiente naturale al fine di promuoverne la tutela. La salvaguardia riguarda anche le caratteristiche culturali ed etniche delle comunità ospitanti (Ceballos-Lascuràin, IUCN, 1988).
Il TURISMO SOSTENIBILE è un turismo ecologicamente sostenibile nel lungo periodo, economicamente profittevole, socialmente ed eticamente equo nei confronti delle comunità locali (Carta di Lanzarote, 1995)

(vedi il link:
http://www.aiiger.it/attachments/article/239/Turista%20o%20viaggiatore.pdf )

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CORRADO DEL BÒ: SIAMO TUTTI TURISTI DI MASSA. INUTILE VOLER FARE GLI ALTERNATIVI
di Alessia Grossi, da “Il Fatto Quotidiano” del 21/6/2017
“Siamo tutti turisti. Non viaggiatori. Il turista è colui che si sposta per diletto, per svago, per divertimento. Viaggiare vuole dire scoperta, avventura, è un’idea dei tempi passati. Ed è inutile rifarsi a questo concetto affannandosi di distinguersi dalla massa”. Il professore di Filosofia del diritto e Filosofia del Turismo, CORRADO DEL BÒ, non lascia all’homo low cost un grosso margine di manovra.
Il suo punto di vista, inesorabilmente filosofico parte da questo sillogismo: “Di luoghi davvero incontaminati al mondo oramai quasi non ne esistono. Essere dei pionieri è impossibile visto che il mondo è già tutto noto. Quindi, se esistono dei luoghi dove il turismo non arriva è solo perché non sono agevoli. E nel caso in cui lo diventassero, non sarebbero più incontaminati, perché arriverebbe anche lì il turismo cosiddetto di massa”.
Quindi? Niente, anche chi di noi pensava “da snob” di essere stato particolarmente originale nella scelta della meta di quest’estate è destinato a perpetrare l’assioma del professore sintetizzato nelle 140 pagine del suo libro: ETICA DEL TURISMO, in libreria per CAROCCI.
Un testo che andrebbe studiato prima di partire, ma anche al ritorno. Il sottotitolo: “Responsabilità, sostenibilità, equità”, ne spiega il motivo.
Certo “non si tratta di un breviario”, come chiarisce l’autore, che sottolinea anzi come la sua opera pre-feriale non abbia come fine quello di tradursi nel ‘manuale del giusto comportamento del turista’”. Né, tantomeno, aggiungiamo noi, ci si trova di fronte a paginate giudicanti contro le abitudini degli “uomini feriali”. Anzi, già alla domanda su cosa pensi dell’ultima moda del turista straniero a Roma di prendere il sole sui marciapiedi del centro, Del Bò si fa riconoscere, rispondendo, fuori da qualsiasi attesa: “Non c’è niente di moralmente sbagliato. Anzi, è probabile che l’errore stia nel sentire di chi vi scorge un cattivo comportamento”.
La verità è che secondo il professore di Etica è chiaro che l’avversione nei confronti dei turisti, soprattutto quelli in formato “gregge”, sia totalmente ideologica e che di fondamento ne abbia poco.
“Quando si va in vacanza – ci istruisce Del Bò – si ha l’esigenza di rompere la continuità con la vita di ogni giorno e anche di fare ciò che nella vita ‘reale’ non si farebbe, come ad esempio, prendere il sole al Colosseo. Altrimenti – continua il prof. – come ci spiegheremmo l’abbigliamento tipico del turista?
A questo “fenomeno per forza di cose pervasivo, soprattutto dalla fine del 900 in poi, con l’arrivo dei viaggi organizzati prima e dei low cost dopo”, che è lo spostarsi tutti negli stessi luoghi e nelle stesse date, non c’è scampo.
Quello che semmai è cambiato è l’approccio di alcuni di noi, che, secondo Del Bò, infatti, hanno progressivamente sviluppato più o meno consciamente, una specie di “turistofobia”, ossia paura di percepirci come i “soliti” turisti, o meglio, l’esigenza di non percepirci come tali, e soprattutto la vera questione è “ci teniamo a non essere percepiti dagli altri come coloro di cui stigmatizziamo determinati comportamenti”.
Ma se è vero tutto questo, prendere le distanze (nel vero senso della parola: c’è chi per distinguersi dalla massa è disposto a ogni peripezia in giro per il mondo) è uno spreco di energie, è anche vero che monumenti e luoghi “sacri” periti sotto ai danni provocati dalle masse di visitatori ringrazierebbero gli aspiranti viaggiatori.
Questo “anche perché – sottolinea il professore – esistono luoghi strutturalmente inadatti ad accogliere le masse, come ad esempio le isole Galapagos”. Ed è qui che il ragionamento di Del Bò si fa dicotomico come sintetizza nel capitolo “Turismo ed equità”.
Vale a dire che se “sicuramente esiste e deve esistere una democrazia del turismo”, che significa che chiunque ha il diritto di visitare i luoghi che più gli aggradano, non è sbagliato, quando serve, come nel caso di Venezia, “limitare, ovviamente senza alcun tipo di discriminazione, neanche di prezzo, l’accesso al sito”, chiarisce Del Bò.
Purché – attenzione – per risolvere il problema delle masse, non si parli di leggi antibivacco. Da quella del sindaco di Firenze Nardella che fa lavare le scale del Duomo per impedire che i turisti ci si siedano a sporcare, a quella della sindaca di Roma, Raggi che fa transennare le fontane della Capitale ai primi caldi per evitare che a qualcuno venga il prurito della Ekberg.
“Sono misure totalmente inefficaci – sbotta il professore – i regolamenti comunali a volte contengono anche delle cose anche buffe, ma non servono a niente. Fanno più da moral suasion che altro”. E a proposito di morale, ad essere osteggiato, secondo Del Bò dovrebbe essere invece il turismo sessuale. “Non soltanto quello pedopornografico contro cui siamo più sensibili, ma quello esercitato sugli abitanti dei paesi in via di sviluppo. È molto più subdolo questo e molto meno riconoscibile, perché passa dal potere che viene al turista dalla sua ricchezza esibita agli occhi degli abitanti del luogo in stato di indigenza. È la disparità socioeconomica del turismo”.
Come dire: noi turisti frequentiamo quei luoghi perché con poco ci divertiamo, anche sessualmente, senza preoccuparci che con quel poco in quei Paesi, c’è chi neanche riesce a vivere. Un vero accanimento di massa. (Alessia Grossi)

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